IL PENSIERO DEL GIORNO
7 LUGLIO 2017
Oggi Gesù ci dice: «Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13).
Bibbia di Gerusalemme (Nota Mt 9,13): Alla pratica rigorista ed esteriore della legge, Dio preferisce i sentimenti interni di un cuore sincero e compassionevole. È un tema frequente nei profeti (Am 5,21+).
Gesù durante la sua vita terrena ha dichiarato di voler salvare i peccatori. Oggi il Vangelo ci mostra il Cristo che chiama Matteo, che per il mestiere era considerato un pubblico peccatore: «Cristo non si vergogna di chiamare Matteo. E perché stupirci che Cristo non abbia avuto vergogna di chiamare un pubblicano, quando non solo non si vergognò di chiamare una donna peccatrice, ma le permise anche di baciare i suoi piedi e di bagnarli con le sue lacrime? [cf. Lc 7,36-50]. Proprio per questo Gesù era venuto: non solo per curare i corpi dalle loro infermità, ma per guarire anche le anime dalle loro iniquità» (Giovanni Crisostomo).
Quindi, quello di Levi, non è l’unico contatto tra il Cristo e il peccato. Gesù è il buon pastore che difende le pecore dai lupi offrendo la sua vita, va in cerca di quella smarrita e di quelle che non fanno parte del suo ovile (Mt 18,12ss; Gv 10,1ss). La parabola del figlio prodigo (Lc 15,11-32) manifesta palesemente i sentimenti di misericordia del Padre e del Figlio, sommo sacerdote misericordioso che sa «compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15-16).
Gesù, durante la sua vita, ha dimostrato a fatti, oltre che a parole, la sua misericordia verso i peccatori. Va in casa di Zaccheo, «capo dei pubblicani e ricco», offrendogli la salvezza e un’abbondante moratoria per quanto riguarda tutti i suoi peccati di avarizia (Lc 19,1-10). Il buon ladrone addirittura è il primo santo canonizzato dallo stesso Fondatore della Chiesa (Lc 23,43). Sulla croce prega e scusa i suoi crocifissori (Lc 23,34). Gesù è la «vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,2). In questo modo, Gesù è il «sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo» (Eb 2,17). Lasciando il mondo, trasmette agli Apostoli e ai loro successori il potere di rimettere i peccati (Mt 18,18; Gv 20,23). Cristo volendo che la sua attività sacerdotale continuasse sulla terra fino alla fine del mondo, poiché il suo sacerdozio «non doveva estinguersi con la morte [Eb 7,24-27]», volle lasciare alla Chiesa, «un sacrificio visibile [...], con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla croce prolungandone la memoria fino alla fine del mondo, e applicando la sua efficacia salvifica alla remissione dei nostri peccati quotidiani» (Concilio di Trento, Sess. 22°). Così che ogni volta che «si celebra sull’altare il sacrifico della croce col quale “Cristo nostra pasqua è stato immolato” [1Cor 5,7], si compie l’opera della nostra redenzione» (LG 3).
Nella Messa, esplosione della misericordia divina, Dio in Cristo dichiara il suo amore eterno alla sua creatura; nel Pane Eucaristico il credente gode della misericordia e del perdono di Cristo, «sommo sacerdote santo e innocente» (Eb 7,26).
Catechismo degli Adulti (nn. 247-249)
Mistero di amore
Nel suo amore sempre fedele, nella sua misericordia senza limiti, «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Lo ha mandato, uomo tra gli uomini; gli ha ispirato e comunicato il suo amore misericordioso per i peccatori, lo ha consegnato nelle loro mani, donandolo incondizionatamente, nonostante il rifiuto ostinato e omicida.
L’iniziativa è del Padre: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo» (2Cor 5,19). È lui che ama per primo; è lui che per primo «soffre una passione d’amore», «la passione dell’impassibile»; è lui che infonde nel Cristo la carità e suscita la sua mediazione redentrice, da cui derivano a noi tutti i benefici della salvezza. «Questo imperscrutabile e indicibile “dolore” di Padre» suscita «l’ammirabile economia dell’amore redentivo di Gesù Cristo».
Il Cristo accoglie liberamente l’iniziativa del Padre: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5,19). Condivide l’atteggiamento misericordioso del Padre, la sua volontà e il suo progetto: «Ha dato se stesso per i nostri peccati..., secondo la volontà di Dio e Padre nostro» (Gal 1,4). Si è donato agli uomini senza riserve, si è consegnato nelle loro mani, senza tirarsi indietro di fronte alla loro ostilità, prendendo su di sé il peso del loro peccato: «Uno è morto per tutti» (2Cor 5,14). Così ha vissuto e testimoniato nella sua carne la fedeltà incondizionata di Dio all’umanità peccatrice. Questa è la sua obbedienza e la sua offerta sacrificale a Dio: «Ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,2).
Si è offerto «con uno Spirito eterno» (Eb 9,14). Come il fuoco consumava le vittime sacrificali degli antichi sacrifici rituali, così «lo Spirito Santo agì in modo speciale in questa assoluta autodonazione del Figlio dell’uomo, per trasformare la sofferenza in amore redentivo». Lo Spirito Santo era la forza divina della carità che il Padre ispirava nel Figlio e il Figlio accoglieva, offrendosi per noi.
Giovanni Crisostomo, In Matth. 30,1
Gesù chiama i peccatori
Gesù, compiuto il miracolo, non rimane là per non accendere ancora di più, con la sua presenza, l’invidia dei farisei, ma cede di fronte ad essi e si ritira smorzando così la loro passione. Anche noi imitiamo il suo esempio, non trattenendoci con i nostri avversari; cerchiamo di lenire la loro ferita, cedendo e allentando la tensione.
Ma perché - voi mi chiederete - Cristo non chiamò Matteo insieme con Pietro, Giovanni e gli altri? Il Signore si era presentato a quegli apostoli quando sapeva che essi avrebbero risposto alla sua chiamata. Così chiama Matteo, quando è ben sicuro che lo seguirà. Per lo stesso motivo pescherà Paolo dopo la sua risurrezione. Colui che conosce i cuori e i segreti pensieri di ognuno, ben sapeva il momento in cui ciascuno di questi avrebbe ascoltato la sua chiamata. Perciò Gesù non chiamò Matteo all’inizio, quando ancora non era ben disposto, ma lo chiama ora dopo tanti miracoli, quando ormai la sua fama s’è diffusa e sa che il pubblicano è meglio preparato a rispondere al suo invito .
Ma è anche giusto ammirare la filosofia dell’apostolo che non nasconde la sua vita passata, e precisa anzi il suo nome mentre gli altri evangelisti lo sostituiscono con un altro nome (cf. Mc 2,14; Lc 5,27).
Perché Matteo riferisce che era seduto al banco dei gabellieri? Lo fa per porre in risalto la potenza di colui che lo chiama prima ancora ch’egli abbia rinunziato e abbandonato la sua disonorante professione e lo trascina fuori dalle indegne attività in cui era immerso. In modo analogo il Signore convertirà anche il beato Paolo, mentre pieno di furore e di rabbia getta fuoco contro i cristiani... Del resto, il Signore chiamò anche i pescatori mentre erano occupati nel loro lavoro. Il loro mestiere, però, non aveva niente di disonorevole, ma era l’occupazione di uomini rustici, schietti e del tutto semplici. L’attività del pubblicano era invece assai vergognosa e veniva esercitata con arroganza; si trattava di un impudente traffico che procacciava un illecito guadagno, di un vero e proprio furto, praticato sotto la protezione della legge. Malgrado questo, Cristo non si vergogna di chiamare Matteo. E perché stupirci che Cristo non abbia avuto vergogna di chiamare un pubblicano, quando non solo non si vergognò di chiamare una donna peccatrice, ma le permise anche di baciare i suoi piedi e di bagnarli con le sue lacrime? (cf. Lc 7,36-50). Proprio per questo Gesù era venuto: non solo per curare i corpi dalle loro infermità, ma per guarire anche le anime dalle loro iniquità.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** L’iniziativa è del Padre: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo» (2Cor 5,19). È lui che ama per primo.
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Preghiamo con la Chiesa: O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo...