IL PENSIERO DEL GIORNO

30 GIUGNO 2017



Oggi Gesù ci dice: “Io sono il buon pastore, e dò la mia vita per le mie pecore” (Gv 10,11.15) .

Gesù, buon pastore, offre liberamente la sua vita per le pecore, da se stesso senza essere costretto né dagli uomini né da avvenimenti avversi, perché nessuno gliela può togliere. Da qui la sua maestà serena, la sua piena libertà davanti alla morte. 


Il buon pastore - Nell’Antico Testamento, la figura allegorica del buon pastore oltre a rappresentare Dio (Cf. Gen 48,15; 49,24; Sal 23,1-4; 80,2; Sir 18,13; Is 40,11; Ger 31,10; Mic 4,6-8; 7,14; Sof 3,19; Zac 9,16; 10,3) indicava anche le guide spirituali del popolo eletto (Cf. Sal 78,72; Ger 2,8; 3,15; 10,21; 12,10, 22,22; ecc.). Questo uso passò nelle comunità cristiane (Cf. Ef 4,11; 1Pt 5,1-4; ). 
Il brano odierno va letto alla luce di Ez 34, dove i pastori del popolo eletto vengono rimproverati perché lasciano le pecore in preda alle bestie selvatiche (vv. 1-10). Dio stesso si incarica di averne cura: «Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e le farò riposare» (vv. 11-16). Donando agli uomini suo Figlio Gesù (Cf. Gv 3,16) Dio realizza la sua promessa.
Per il testo greco Gesù è il bel (kalos) pastore, non volendo certamente esaltare i tratti fisici: nei LXX l’uso prevalente di kalos è quello di tradurre tob che significa buono, «non tanto però nel senso di una valutazione etica, quanto piuttosto in quello di gradito, soddisfacente, benefico; kalos è... ciò che è gradito a Jahvé, che gli procura gioia o gli piace» (E. Beyreuther). Gesù è il pastore buono perché compie ciò che piace al Padre. È il pastore, quello vero, gradito al Padre, perché affronta il lupo impegnando e donando la propria vita. 
Al buon pastore si contrappone il mercenario cioè colui che lavora dietro determinato compenso giornaliero. Sono messi bene in evidenza sia la pusillanimità del pastore, che per salvare la vita abbandona le pecore e fugge; sia l’azione fulminea del lupo, che rapisce e disperde le pecore lasciate incustodite. Una scena drammatica quest’ultima, nella quale si può intravedere la situazione delle prime comunità cristiane assediate da nemici esterni ed interni. Tracce di questi “assedi pressanti” le troviamo, per esempio, nelle parole di Paolo nel discorso d’addio agli anziani di Èfeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio. Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate» (Atti 20,28-31a).
Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me: per la sacra Scrittura, conoscere Dio per lo più non significa averne una conoscenza teorica, ma farne l’esperienza, per esempio, attraverso la storia (Cf. Is 41,20; Sal 91,11). Per Giovanni, la conoscenza «prende forma in un comportamento storico conforme a Dio e alla sua rivelazione storica. Poiché Dio rivela nella missione del Figlio il proprio amore per i suoi [Gv 17,23; 1Gv 4,9s] e per il mondo [Gv 3,16], oppure poiché il Figlio ama i suoi secondo la misura dell’amore con cui il Padre lo ama [Gv 15,9; 17,26], si realizza storicamente anche da parte dell’uomo amato un conoscere che appunto nell’amore trova la sua forma concreta [1Gv 4,8]: “Chi non ama non ha conosciuto Dio”. Come il Figlio esprime il suo amore per il Padre nell’obbedienza verso la missione che Dio gli ha affidato [Gv 14,31], così il conoscente esprime il suo conoscere nell’ossservanza dei comandamenti [1Gv 2,3-5], specialmente di quello dell’amore fraterno [1Gv 4,7s; Cf. 2,7ss], nel non peccare [1Gv 3,6]» (E. D. Schmitz).
Ho altre pecore che non provengono da questo recinto, cioè da Israele. È un chiaro cenno alla portata universale della salvezza. Ma può essere un’allusione ai «figli di Dio che erano dispersi» di 11,52, riuniti poi in un’unica nazione, o ai cristiani in conflitto con la comunità di Giovanni.
Ai Giudei e ai discepoli Gesù svela perché il Padre lo ama: il Padre mi ama: perché io do la mia vita. La compiacenza va ricercata nell’obbedienza alla volontà salvifica del Padre (Cf. Gv 4,4; 14,31), una obbedienza vissuta tra gli spasimi mortali della sofferenza (Cf. Mt 26,36-46; Mc 14,32-42; Lc 22, 40-46; Gv 18,1; 12,27-30; Eb 5,7-10), ma lieta, serena, totale, completa fino «alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). Mentre nei Vangeli sinottici è il Padre che consegna il Figlio, in Giovanni è il Figlio stesso che si dona.
Le ultime parole di Gesù marcano la sua divinità: a differenza di At 2,24, 4,10 e Rom 1,4; 4,24 dove è il Padre a risuscitare Gesù, liberandolo dai dolori della morte, qui, come Dio, mostra assoluto potere sulla vita e sulla morte: «Ho il potere di darla e il potere di prenderla di nuovo». Naturalmente in perfetta e filiale comunione con il Padre, infatti subito dopo si aggiunge: «Questo è il comandamento che ho ricevuto dal Padre».
Tutta la vita di Cristo è offerta al Padre - CCC 606-607 Il Figlio di Dio “disceso dal cielo non per fare” la sua “volontà ma quella di colui che” l’ha “mandato” (Gv 6,38), “entrando nel mondo dice: .. Ecco, io vengo ... per fare, o Dio, la tua volontà ... Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre” (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua Incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera” (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù “per i peccati di tutto il mondo” (1Gv 2,2) è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: “Il Padre mi ama perché io offro la mia vita” (Gv 10,17). “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv 14,31). Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù  perché la sua Passione redentrice è la ragion d’essere della sua Incarnazione: “Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27). “Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?” (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che tutto sia compiuto, egli dice: “Ho sete” (Gv 19,28).

Che cosa significa essere il Buon Pastore? - Giovanni Paolo II (Omelia 6 Maggio 1979): Gesù ce lo spiega con chiarezza convincente: 
– il pastore conosce le sue pecore e le pecore conoscono lui: come è bello e consolante sapere che Gesù ci conosce uno per uno, che non siamo degli anonimi per lui, che il nostro nome (quel nome che è concordato dall’amore dei genitori e degli amici) lui lo conosce! Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20);
– il pastore nutre le sue pecore e le conduce a pascoli freschi e abbondanti: Gesù è venuto per portare la vita alle anime, e darla in misura sovrabbondante. E la vita delle anime consiste essenzialmente in tre supreme realtà: la verità, la grazia, la gloria. Gesù è la verità, perché è il Verbo incarnato, è la “pietra angolare”, come diceva San Pietro ai capi del popolo e agli anziani, sulla quale solamente è possibile costruire l’edificio familiare, sociale, politico: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,11-12). Gesù ci dà la “grazia”, ossia la vita divina per mezzo del Battesimo e degli altri Sacramenti. Mediante la “grazia”, diventiamo partecipi della stessa natura trinitaria di Dio! Mistero immenso, ma di indicibile gioia e consolazione!
Gesù infine ci darà la gloria del paradiso, gloria totale ed eterna, dove saremo amati e ameremo, partecipi della stessa felicità di Dio che è Infinito anche nella gioia! “Ciò che saremo non è stato ancora rivelato – commenta San Giovanni –. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,3);
– il pastore difende le sue pecore; non è come il mercenario che quando arriva il lupo fugge, perché non gli importa nulla delle pecore. Purtroppo sappiamo bene che nel mondo ci sono sempre i mercenari che seminano l’odio, la malizia, il dubbio, il turbamento delle idee e dei sensi. Gesù invece, con la luce della sua parola divina e con la forza della sua presenza sacramentale ed ecclesiale, forma la nostra mente, fortifica la volontà, purifica i sentimenti e così difende e salva da tante dolorose e drammatiche esperienze;
– il pastore offre perfino la vita per le pecore: Gesù ha realizzato il progetto dell’amore divino mediante la sua morte in croce! egli si è offerto in croce per redimere l’uomo, ogni singolo uomo, creato dall’amore per l’eternità dell’Amore;
– il pastore infine sente il desiderio di ampliare il suo gregge: Gesù afferma chiaramente la sua ansia universale: “E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo ovile e un solo pastore” (Gv 10,16). Gesù vuole che tutti gli uomini lo conoscano, lo amino, lo seguano.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
** **  Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno...
Questa parola cosa ti suggerisce?
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.


Preghiamo con la Chiesa: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...