28 Gennaio 2026
 
Sant Tommaso d’Aquino, Presbitero e Dottore della Chiesa
 
2Sam 7,4-17; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Mc 4,1-20
 
Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna. (Acclamazione al Vangelo)
 
“Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna”, è una sintesi spirituale che si riferisce alla Parabola del Seminatore, ma ne estrapola il significato finale, identificando in Gesù Cristo (il seminatore) la fonte della vita eterna attraverso l’accoglienza della sua Parola (il seme). Questa frase sottolinea l’importanza di accogliere la Parola di Dio, che Cristo stesso semina nel cuore degli uomini, portando alla salvezza e alla vita eterna, proprio come un buon terreno fa crescere il seme.  (AI Overview)
 
Liturgia della Parola

I Lettura: La profezia di Natan «è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a Jahve; è Jahve invece che farà una casa (una dinastia) a Davide. La promessa concerne essenzialmente la permanenza della dinastia davidica sul trono d’Israele. Così essa è compresa da Davide (vv. 19.25.27.29, cfr. 2Sam 23,5 e Sal 89,30-38; 132,11-12): è il testo della alleanza di Jahve con Davide e la sua dinastia. L’oracolo oltrepassa dunque la persona del primo successore di Davide, Salomone al quale è applicato dal v 13 e da 1Cr 17,11-14; 22,10; 28,6 e 1Re 5,19; 8,16-19. Il chiaroscuro della profezia lascia intravedere un discendente nel quale Dio si compiacerà. È il primo anello delle profezie sul Messia, figlio di Davide (Is 7,14; Mi 4,14; Ag 2,23); At 2,30 applicherà il testo a Cristo» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Il seminatore uscì a seminare.

La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (Cf. Lc 24,13ss).

Dal vangelo secondo Marco

Mc 4,1-20
 
In quel tempo, Gesù cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva.
Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».
E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».
 
Parola del Signore.
 
Evangelizzare senza trionfalismi - José Maria González-Ruíz (Commento della Bibbia Liturgica): Il regno di Dio è proclamato, in primo luogo, con la parola; e Marco ci presenta qui tutta una teologia della parola. Gesù comincia a proclamarlo con una formula apparentemente misteriosa: la «parabola».
Occorre assolutamente saper distinguere la parabola dall’allegoria. Una parabola si serve d’un avvenimento di ogni giorno, conosciuto da tutti, per mettere in evidenza la relazione che lo unisce con una cosa che non è conosciuta da tutti e che, in qualche modo, gli può essere paragonata. Al contrario, l’allegoria è un racconto che contiene particolari abbastanza singolari e nel quale ogni elemento richiede una propria interpretazione. L’allegoria cerca ex professo di travestire e nascondere in qualche modo il senso, così che solo gl’iniziati possano riconoscere in essa quello che si vuole dire. È molto simile a quel linguaggio simbolico che si usa in certi movimenti clandestini.
Ora le parabole di Gesù recano quasi sempre qualche mescolanza di elementi allegorici. Questo stile allegorico che, intenzionalmente, illumina e nasconde allo stesso tempo, è inerente alla stessa natura «misteriosa» del messaggio. Non si tratta d’una forma di occultismo, come nel caso della cabala, ma dell’enorme rispetto che Dio dimostra per la libertà umana.
Marco fa molto bene a mettere al primo posto la parabola del buon seme, che è la chiave di tutte le altre, perché illustra il mistero delle scelte di Dio.
L’immagine della semina non è originale: era usata universalmente a cominciare dai tempi di Platone. L’elemento originale è l’ampia descrizione che si fa dell’insuccesso della semina. In Palestina, si arava dopo la semina; quindi si seminava anche sul sentiero o in mezzo alle spine.
Nella spiegazione della parabola che Gesù dà ai suoi discepoli, si insiste assai su quello che potremmo chiamare la «quotidianità» della proclamazione del regno di Dio. Marco, come sempre, intende evitare ogni interpretazione trionfalistica del vangelo. La proclamazione della grande notizia avviene come una semina, a misura che si va sviluppando la storia umana; anzi, sebbene sia destinato a tutti, il vangelo è accettato nelle forme più diverse: senza impegno, con superficialità, con attenzione, con piena dedizione. Per questo, il regno di Dio è considerato come un «mistero». Nel Nuovo Testamento, il termine «mistero» è usato principalmente da san Paolo, che ne definisce chiaramente i contorni. Il mistero designa, in generale, l’adempimento del grande progetto salvifico di Dio, che si realizza in Cristo.
Ci, troviamo dunque, ancora una volta, di fronte al motivo centrale del secondo vangelo: la riservatezza messianica. La proclamazione del regno non avviene in una forma trionfalistica, ma nel pieno rispetto della libertà umana e senza tutta quella battaglia propagandistica che sognavano molti contemporanei di Gesù. Per questo l’evangelizzazione dovrebbe sempre avvenire in punta di piedi, senza ricorrere all’ortopedia delle grandi organizzazioni culturali che soffocano la libertà di opinione del credente e che, per conseguenza, distruggono il «mistero» del regno di Dio.
 
Per approfondire
 
La parola opera e rivela - A. Feuillet e P. Grelot (Parola di Dio, in Dizionario di Teologia Biblica): Non si dice mai che la parola di Dio sia indirizzata a Gesù come si diceva un tempo per i profeti. Tuttavia, sia in Giovanni che nei sinottici, la sua parola si presenta esattamente come la parola di Dio nel Vecchio Testamento: potenza che opera e luce che rivela.
Potenza che opera: con una parola Gesù compie i miracoli che sono i segni del regno di Dio (Mt 8,8.16; Gv 4,50-53). Sempre con una parola egli produce nei cuori gli effetti spirituali di cui questi miracoli sono i simboli, come il perdono dei peccati (Mt 9, 1-7 par.). Con una parola trasmette ai Dodici i suoi poteri (Mt 18,18; Gv 20,23) ed istituisce i segni della nuova alleanza (Mt 26,26-29 par.). La parola creatrice agisce quindi in lui e per mezzo di lui, operando in terra la salvezza.
Luce che rivela: Gesù annunzia il vangelo del regno, «annunzia la parola» (Mc 4,33), facendo conoscere in parabole i misteri del regno di Dio (Mt 13,11 par.). Apparentemente egli è un profeta (Gv 6,14) od un dottore che insegna in nome di Dio (Mt 22,16 par.). In realtà parla «con autorità» (Mc 1,22 par.), come in proprio, con la certezza che «le sue parole non passeranno» (Mt 24,35 par.). Questo atteggiamento lascia intravvedere un mistero, sul quale il quarto vangelo si china con predilezione. Gesù «dice le parole di Dio» (Gv 3,34), dice «ciò che il Padre gli ha insegnato» (Gv 8, 28). Perciò «le sue parole sono spirito e vita» (Gv 6,63). A più riprese l’evangelista usa con enfasi il verbo «parlare» per sottolineare l’importanza di questo aspetto di Gesù (ad es. Gv 3,11; 8,25-40; 15,11; 16,4...), perché Gesù «non parla da sé» (Gv 12,49 s; 14,10), ma «come il Padre gli ha parlato prima» (Gv 12,50). Il mistero della parola profetica, inaugurato nel Vecchio Testamento, raggiunge quindi in lui il suo perfetto compimento.
Perciò agli uomini viene intimato di prendere posizione di fronte a questa parola che li mette in contatto con Dio stesso. I sinottici riferiscono discorsi di Gesù che mostrano chiaramente la posta di questa scelta. Nella parabola del seme, la parola - che è il vangelo del regno - è accolta diversamente dai suoi diversi uditori: tutti «sentono»; ma soltanto quelli che la «comprendono» (Mt 13,23) o l’«accolgono» (Mc 4,20 par.) o la «custodiscono» (Lc 8,15), la vedono portare in essi il suo frutto. Così pure, al termine del discorso della montagna in cui ha proclamato la nuova legge, Gesù oppone la sorte di coloro che «ascoltano la sua parola e la mettono in pratica» alla sorte di coloro che «l’ascoltano senza metterla in pratica» (Mt 7,24.26; Lc 6,47.49): casa fondata sulla roccia, da una parte; sulla sabbia, dall’altra.
Queste immagini introducono una prospettiva di giudizio; ognuno sarà giudicato sul suo atteggiamento di fronte alla parola: «Se uno avrà arrossito di me e delle mie parole, il figlio dell’uomo arrossirà anche di lui quando verrà nella gloria del Padre suo» (Mc 8,38 par.).
 
Davide, l’eletto di Dio: Dio è fedele alle sue promesse e tutte le imprese di Davide vanno a buon fine, dopo di lui non vi sarà più un re accetto al cuore di Dio come il figlio di Iesse. I suoi successi avrebbero “potuto far credere che le promesse di Dio fossero realizzate. Una nuova e solenne profezia dà allora nuovo slancio alla speranza messianica (2 Sam 7, 12-16). A David, che progetta di costruire un tempio, Dio risponde di volergli costruire una discendenza eterna: «io ti costruirò una casa» (7, 27); in ebraico, banah può riferirsi tanto a un edificio di pietra quanto a una casata di figli, ben. Dio rivolge così lo sguardo di Israele verso il futuro. Promessa incondizionata, che non distrugge l’alleanza del Sinai, ma la conferma concentrandola sul re (7, 24).
Ormai Dio, presente in Israele, lo guida e lo conserva nell’unità mediante la dinastia di David. Il Sal 132 canta il legame stabilito tra l’arca, simbolo della presenza divina, e il discendente di David. Si comprende allora l’importanza del problema della successione sul trono davidico e gli intrighi che essa solleva (cfr. 2 Sam 9 - 20; 1 Re 1). Meglio ancora si comprende il posto di David negli oracoli profetici (Os 3, 5; Ger 30, 9; Ez 34, 23 s). Evocare David significa per essi affermare l’amore geloso di Dio per il suo popolo (Is 9, 6) e la sua fedeltà all’alleanza (Ger 33, 20 ss), «alleanza eterna, fatta delle grazie promesse a David» (Is 55, 3). Di questa fedeltà non si può dubitare neppure nel bel mezzo della prova (Sal 89, 4 s. 20-46). Quando i tempi sono compiuti, Cristo è quindi chiamato «figlio di David» (Mt 1, 1); questo titolo messianico non era mai stato rifiutato da Gesù, ma non esprimeva pienamente il mistero della sua persona. Perciò, venendo a compiere le promesse fatte a David, Gesù proclama di essere più grande di lui: è il suo Signore (Mt 22, 42-45). Egli non è soltanto «il servo David», pastore del popolo di Dio (Ez 34, 23 s), è Dio stesso che viene a pascere ed a salvare il suo popolo (Ez 34, 15 s), quel Gesù, «rampollo della stirpe di David», di cui lo Spirito e la sposa attendono ed invocano il ritorno (Apoc 22, 16 s)” (R. Motte).
 
Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono - Efrem, Diatessaron, 11, 12-15.17 s. - La terra buona e ubertosa (cf. Lc 8,8) è immagine delle anime che agiscono secondo verità, alla maniera di coloro che sono stati chiamati ed hanno abbandonato tutto per seguire Cristo.
Nonostante una volontà unanimemente buona che ha ricevuto con gioia il seme dei beni, la terra buona e ubertosa produce in modi diversi, dove «il trenta», dove «il sessanta», dove «il cento»; tutte le parti della terra fanno crescere secondo il proprio potere e nella gioia, alla stregua di coloro che avevano ricevuto “cinque talenti” e ne hanno guadagnati “dieci, ciascuno secondo la sua capacità” (cf. Mt 25,14-30). Colui che rende «il cento» sembra possedere la perfezione dell’elezione; egli ha ricevuto il sigillo di una morte offerta in testimonianza per Dio. Quelli che rendono «il sessanta», sono coloro che sono stati chiamati e che hanno abbandonato il proprio corpo a dolorosi tormenti per il loro Dio, ma non sono arrivati al punto di morire per il loro Signore; tuttavia restano buoni fino alla fine. «Il trenta», è la misura quotidiana della buona terra; sono coloro che sono stati eletti alla vocazione di discepoli e sui quali non si sono levati i tempi della persecuzione; sono tuttavia coronati dalle loro opere buone, proprio come una terra è coronata dal suo frutto, ma non sono stati chiamati al martirio e alla testimonianza della loro fede.
 
Testimoni di Cristo San Tommaso d’Aquino - È possibile pensare Dio, ma conta più amarlo: Dio non sta nelle parole, eppure passa dalle parole; Dio non sta nel pensiero, eppure può essere pensato; Dio sta in un pezzo di pane, l’unico segno capace di mostrare al mondo la sua vera potenza. Potrebbe essere questa la sintesi della vicenda umana e spirituale di uno dei pilastri del pensiero cristiano occidentale, san Tommaso d’Aquino.
L’autore della «Summa Theologiae» dedicò l’intera esistenza a costruire un pensiero su Dio, fino a quando, davanti all’Eucaristia la mattina del 6 dicembre 1273 a Sanseverino, ebbe una visione che cambiò tutto. Dopo quel momento, che non fu l’unica sua esperienza mistica, infatti, il “dottore angelico” non scrisse più nulla, reputando “come paglia” tutto il lavoro svolto fino ad allora. L’autore di inni eucaristici come «Pange lingua» o «Adoro te devote», era nato nel 1224 a Roccasecca (Frosinone); entrato tra i domenicani a Montecassino, si formò presso le scuole teologiche europee più importanti del suo tempo, avviando un’enorme opera di sintesi tra l’eredità di Aristotele e la tradizione cristiana. Tra il 1248 e il 1252 fu discepolo di sant’Alberto Magno a Colonia. A Parigi cominciò anche l’impegno dell’insegnamento che dal 1259 continuò in Italia. Morì a Fossanova nel 1274. Santo dal 1323, nel 1567 fu proclamato dottore della Chiesa. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai reso grande san Tommaso [d’Aquino]
per la ricerca della santità di vita
e la passione per la sacra dottrina,
donaci di comprendere i suoi insegnamenti
e di imitare i suoi esempi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 27 Gennaio 2026
 
Martedì III Settimana T. O.
 
2Sam 6,12b-15.6,17-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 23 (24); M3,31-35
 
Ti rendo lode, Padre,Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. (Cf. Mt 11,25 - Acclamazione al Vangelo)
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 7 Dicembre 2011): Gli evangelisti Matteo e Luca (cfr Mt 11,25-30 e Lc 10, 21-22) ci hanno tramandato un «gioiello» della preghiera di Gesù, che spesso viene chiamato Inno di giubilo o Inno di giubilo messianico. Si tratta di una preghiera di riconoscenza e di lode, come abbiamo ascoltato. Nell’originale greco dei Vangeli il verbo con cui inizia questo inno, e che esprime l’atteggiamento di Gesù nel rivolgersi al Padre, è exomologoumai, tradotto spesso con «rendo lode» (Mt 11,25 e Lc 10,21). Ma negli scritti del Nuovo Testamento questo verbo indica principalmente due cose: la prima è «riconoscere fino in fondo» – ad esempio, Giovanni Battista chiedeva di riconoscere fino in fondo i propri peccati a chi andava da lui per farsi battezzare (cfr Mt 3,6) –; la seconda cosa è «trovarsi d’accordo». Quindi, l’espressione con cui Gesù inizia la sua preghiera contiene il suo riconoscere fino in fondo, pienamente, l’agire di Dio Padre, e, insieme, il suo essere in totale, consapevole e gioioso accordo con questo modo di agire, con il progetto del Padre. L’Inno di giubilo è l’apice di un cammino di preghiera in cui emerge chiaramente la profonda e intima comunione di Gesù con la vita del Padre nello Spirito Santo e si manifesta la sua filiazione divina.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il re Davide trasporta l’arca di Dio dalla casa di Obed-Edom a Gerusalemme. L’arca del Signore viene introdotta in una tenda che Davide aveva fatto rizzare a questo scopo e viene posta in mezzo di essa.
Vengono offerti olocausti e sacrifici di comunione che avevano carattere di banchetto, a cui si pensava partecipasse la stessa divinità. Alla fine, Davide benedice il popolo nel nome del Signore degli eserciti e distribuisce “a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d’Israele, uomini e donne, una focaccia di pane per ognuno, una porzione di carne arrostita e una schiacciata di uva passa”. Consumato il pasto,  tutto il popolo, con il cuore colmo di gioia, va via, “ciascuno a casa sua”. L’arca rivela la presenza di Dio in mezzo al suo popolo, ed è anche un segno di unità religiosa e politica di Israele, bene significata da “tutta la casa d’Israele” presente al trasporto dell’arca di Dio.
 
Vangelo
Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.
 
Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano: la risposta di Gesù sconcerta gli animi dei benpensanti perché non tiene conto di quelle precedenze di cui sono afflitti molti uomini: per Gesù innanzi tutto viene il Padre, Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? (Lc 2,49), poi la precedenza va a coloro che ascoltano la sua Parola, e infine i membri della sua famiglia sono coloro che fanno la volontà di Dio. Di questa nuova famiglia “non sono esclusi, naturalmente, i parenti: la carne. Ma devono «entrare» anche loro facendo la volontà di Dio. Ossia superando la semplice sollecitudine per la persona fisica di Gesù per arrivare a condividere totalmente il suo progetto e le scelte relative. Più che preoccuparsi per il buon nome della famiglia, d’ora in poi sono costretti a preoccuparsi di non farne parte! Ecco come Cristo rovescia le posizioni” (Alessandro Pronzato). I vincoli di sangue, di razza, di nazionalità con Cristo non hanno importanza per la salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 3,31-35
 
In quel tempo, giunsero la madre di Gesù e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo.
Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano».
Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre».

Parola del Signore.
 
José Maria Gonzaález-Ruiz (Vangelo secondo Marco, Commento della Bibbia Liturgica): Il principio di questa lettura, dove si dice che i «suoi» lo credevano pazzo, sarà ripreso immediatamente (vv. 31-35). La prima cosa che l’evangelista mette in evidenza è che si tratta di «scribi giunti da Gerusalemme». Forse, l’autore aggiunge questa osservazione lasciandosi guidare dalla sua abituale diffidenza nei riguardi di Gerusalemme. Comunque sia, pare molto probabile che le autorità religiose della capitale, allarmate per certe notizie che arrivavano dalla Galilea, abbiano mandato alcuni scribi a fare a Gesù un processo regolare.
Il «tribunale» di Gerusalemme non tarda a rendere pubblica la sua sentenza: Gesù scaccia i demoni, perché è d’accordo col principe dei demoni. Lasciamo a parte il problema dell’esistenza dei demoni. Gesù tenta di rispondere saggiamente opponendo agli scribi un argomento ad hominem: se satana scaccia satana, si tratta d’una guerra civile, e quindi, il suo regno è spacciato. Non v’è dunque motivo di preoccuparsene. Tutto questo contiene una profonda ironia che vedremo costantemente nell’immagine che Marco ci offre di Gesù.
Passando al contrattacco, Gesù accusa duramente i suoi accusatori. La «sentenza» del tribunale comportava nei «giudici» una cattiva volontà evidente: essi volevano chiudere gli occhi davanti alla luce. Per questo, Gesù distingue due classi di peccato: «contro il Figlio dell’uomo» e «contro lo Spirito Santo». Il primo si riferisce ai peccati che sono considerati come tali, mentre il secondo si riferisce a quegli atti che, essendo «peccaminosi» in sé, sono presentati col travestimento della virtù. Perciò, questi ultimi non otterranno mai il perdono, poiché la prima condizione per essere perdonato è riconoscere che si è peccato. In definitiva, si tratta d’una forte diatriba contro il fariseismo, che sarà sempre un peccato tipicamente ecclesiale.
Dopo il giudizio del «tribunale» di Gerusalemme, viene la precisazione dei «suoi», i suoi compaesani, forse i suoi parenti, i quali dicono che è pazzo.
L’autore del secondo vangelo si mostra costantemente diffidente riguardo alla comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, il cui responsabile - o «vescovo» - era Giacomo, il «fratello» del Signore, appartenente a quel gruppo di Nazaret del quale l’evangelista mette in rilievo la forte ostilità verso Gesù (6,3).
Sappiamo inoltre, da quello che ci dice Eusebio nel IV secolo, che, dopo Giacomo, «fratello» del Signore, assunsero la direzione della Chiesa di Gerusalemme altri parenti di Gesù. Forse, dietro questa redazione di Marco, si può vedere una polemica contro il pericolo di «nepotismo» nella Chiesa.
Attraverso i secoli, la Chiesa è stata danneggiata da questo male, poiché le cariche ecclesiastiche andarono assumendo un carattere politico che le faceva cercare avidamente e suscitarono un vespaio di ambizioni intorno alle elezioni papali, episcopali e di altro genere.
 
Per approfondire
 
Sia fatta la tua volontà - E. Jacquemin e X. Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica)Dopo che in Gesù la volontà di Dio si è realizzata sulla terra come in cielo, il cristiano può essere sicuro di essere esaudito nella sua orazione domenicale (Mt 6,10). Deve quindi, da discepolo autentico, riconoscere e praticare questa volontà.
1. Discernere la volontà di Dio. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26).
Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12,2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente
diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef l,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21). In opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 42; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1 Tess 4,3), ringraziamento (5,18), pazienza (1Piet 3,17) e buona condotta (2,15).
Questa pratica è possibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2, 13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà.
 
I fratelli di Gesù: Si deve tenere conto che nell’ebraico e nell’aramaico, la lingua parlata da Gesù, quando si usa la parola “fratelli o sorelle” si deve intendere oltre ai legami di sangue anche parenti prossimi, cugini, zii, ecc. (cfr. Gen 13,8; 14,16; 29,15; Lv 10,4; 1Cr 23,22s; vedere ancora Mt 13,55;  Gv 7,3s; At 1,14; 1Cor 9,5; Gal 1,19). Nel Nuovo Testamento si parla di fratelli e di sorelle di Gesù, per esempio Marco 6,3: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Secondo la concezione protestante si tratta di fratelli nel senso fisico. Secondo l’interpretazione cattolica si tratta di parenti (cugini) di Gesù, poiché secondo Marco 15,40 e Giovanni 19,25-27 la madre di due di questi fratelli (Giacomo e Ioses) viene indicata con il nome di Maria, ma è distinta da Maria la madre di Gesù. I fratelli di Gesù hanno una particolare posizione di rilievo nella Chiesa primitiva.
Secondo 1Corinzi 15,7 Giacomo (da distinguere da Giacomo figlio di Alfeo, per esempio Mt 10,3) ha un’apparizione del risorto. Il Nuovo Testamento lo presenta come primo responsabile della primitiva comunità di Gerusalemme (Gal 1,19; 2,9; At 12,17; 15,13). Secondo la tradizione della Chiesa antica egli morì martire.
Giacomo era il capo dei  giudeo-cristiani fedeli alla legge, riconobbe però per la missione di Paolo presso i gentili la libertà dall’osservanza della legge. Secondo la tradizione della Chiesa primitiva, egli è l’autore della lettera di Giacomo; allo stesso modo viene attribuita la lettera di Giuda ad un omonimo fratello di Gesù. Secondo 1Corinzi 9,5, i fratelli di Gesù hanno preso parte attiva nel lavoro della missione.
Infine, sappiamo che Maria è stata accolta da Giovanni in casa sua quando Gesù è morto sulla croce (Gv 19,27). Gesù l’aveva affidata al’apostolo Giovanni perché rimasta sola e senza famiglia.
 
Che significa «fratelli» di Gesù? - Agostino, Comment. in Ioan., 10, 2: “Dopo ciò egli scese a Cafarnao” - dice l’evangelista - con la madre e i fratelli e i discepoli suoi, ma non vi si fermarono che per pochi giorni (Gv 2,12).
Dunque, ha una madre, ha dei fratelli, ha discepoli; ha dei fratelli perché ha una madre. La Scrittura non usa chiamare fratelli soltanto quelli che nascono dagli stessi genitori, o soltanto dalla stessa madre, o dallo stesso padre benché da madri diverse, oppure coloro che hanno un medesimo grado di parentela, come i primi cugini per parte di padre o per parte di madre. Ma non solo questi la Scrittura usa chiamare fratelli. E secondo il suo modo di parlare, così bisogna capirla. La Scrittura ha un suo linguaggio; chi non lo conosce, può turbarsi e dire: Come fa il Signore ad avere fratelli? Allora Maria partorì nuovamente? Lungi da noi il pensare ciò. Da lei ha avuto origine la dignità delle vergini. Ella ha potuto essere madre, non “donna”. Se poi è chiamata donna, è per il suo sesso, non per la perdita della sua integrità. E questo si ricava dal linguaggio usato dalla Scrittura. Infatti anche Eva, non appena formata dalla costola del suo uomo, e non ancora toccata da lui, è chiamata “donna: E ne formò la donna” (Gen 2,22). In che senso, allora, si parla di fratelli? Essi erano parenti di Maria, in un qualsivoglia grado. Come provarlo? Sempre con la Scrittura. Lot è chiamato fratello di Abramo, sebbene fosse figlio del fratello di lui (cf. Gen 13,8; 14,14). Leggete, e troverete che Abramo era zio paterno di Lot, eppure la Scrittura li chiama fratelli. Perché? Perché erano parenti. Parimenti, Giacobbe aveva come zio Laban il Siro, che era fratello di Rebecca, madre di Giacobbe, sposa di Isacco (cf. Gen 28,2). Leggete ancora la Scrittura, e troverete che lo zio e il nipote sono chiamati fratelli (Gen 29,15).
Una volta conosciuta questa regola, capirete che tutti i parenti di Maria erano fratelli del Signore.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Angela Merici - Nel mondo segno della radicalità del Vangelo: Dentro al mondo, ma come segno di discontinuità e di profezia: ecco come i cristiani sono chiamati a vivere il loro tempo. Uno stile che innervò tutta l’opera di sant’Angela Merici, fondatrice della Compagnia di Sant’Orsola, che offrivano di fatto alle donne un ruolo nuovo nel caleidoscopio dei carismi. Le Orsoline, infatti, vivevano da consacrate nel mondo: una “terza via” inedita nel XVI secolo. Angela era nata a Desenzano nel 1474 in una famiglia contadina e ascoltò i primi testi di spiritualità dal padre. All’età di 15 anni rimase orfana di entrambi i genitori, dopo aver perso improvvisamente anche la sorella. Per 5 anni visse da uno zio a Salò, divenne terziaria francescana e intraprese una vita di preghiera. Alla morte dello zio si spostò a Desenzano, dove per un periodo si dedicò ai lavori domestici oltre che nei campi. Nel 1516, su richiesta dei francescani, si spostò a Brescia per assistere una vedova. Secondo la tradizione qui ebbe alcune visioni che le ispirarono la fondazione della Compagnia, anche se, prima di arrivare a questo passo, ufficialmente avvenuto nel 1535, compì numerosi viaggi e pellegrinaggi. La sua intuizione era chiara: le “dimesse” sarebbero state nel mondo segno della radicalità del Vangelo. La fondatrice continuò a vivere un’esistenza essenziale fino alla morte avvenuta a Brescia nel 1540. È santa dal 1807. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
guida le nostre azioni secondo la tua volontà,
perché nel nome del tuo diletto Figlio
portiamo frutti generosi di opere buone.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 26 Gennaio 2026
 
Santi Timoteo e Tito Vescovi
 
2Tm 1,1-8 oppure Tt 1,1-5; Salmo Responsoriale 95 [96]; Lc 10,1-6
 
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai (Acclamazione al Vangelo).
 
Tomás Trigo: Chi sono questi operai che tanto mancano? Tutti i cristiani: laici, sacerdoti, religiosi ... Tutti siamo chiamati da Dio a portare nel mondo intero la buona notizia della salvezza: Gesù è il Cristo, il Messia; è morto ed è risuscitato per noi; è venuto a instaurare il Regno di Dio nel mondo e nel cuore di ogni uomo.
Il Concilio Vaticano II ha voluto fare un particolare richiamo ai laici, ricordando loro che è il Signore stesso che li invita «ad unirsi sempre più intimamente a lui e, sentendo come proprio tutto ciò che è di lui (cfr. Fil 2,5), si associno alla sua missione salvifica; è ancora lui che li manda in ogni città e in ogni luogo dove egli sta per venire (cfr. Lc 10,1), affinché gli si offrano come cooperatori nelle varie forme e modi dell’unico apostolato della Chiesa, che deve continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente nell’opera del Signore» (Decreto Apostolicam actuositatem, n. 33).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Nel leggere le lettere che Paolo indirizzò a Timoteo e a Tito possiamo conoscere le luci e le ombre delle chiese apostoliche, ma vi troviamo sopra tutto un consiglio che travalica i secoli: Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Un consiglio che è sempre attuale, per tutti i credenti, ma innanzi tutto per coloro che guidano la Chiesa di Cristo.
 
Vangelo
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
 
Gesù è venuto a portare la pace destinandola a tutti gli uomini. Lo fa intendere anche col numero dei missionari inviati ad annunciare la Parola: secondo i Giudei, i popoli della terra erano settantadue e presumibilmente l’evangelista Luca vuol prefigurare la missione universale alla quale sarà inviata la Chiesa. La missione ha le note della massima sollecitudine svolgendosi «sotto il segno di un’urgenza escatologica: si deve annunziare che il Regno è vicino; non è consentito attardarsi per via negli interminabili saluti caratteristici degli Orientali. È scoccata ormai l’ora della mietitura: tradizionale immagine del “Giorno di Jahvé”, l’intervento definitivo Dio, salvifico e giudiziale al tempo stesso» (Vittorio Fusco).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,1-6
 
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Parola del Signore.
 
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi - Dopo la missione dei Dodici (Cf. Lc 9,3-5), Gesù manda settantadue discepoli ad annunziare il regno di Dio che è già vicino. Il numero dei discepoli forse è intenzionale.
Gen 10, nella versione dei Settanta, elenca settantadue nazioni, se Luca si attiene a questo dato il numero dei discepoli inviati vuole indicare l’universalità della missione: la salvezza supera gli angusti confini d’Israele per raggiungere tutti gli uomini. Sono mandati a due a due perché, per la legge mosaica, sono necessari due testimoni per attestare la veridicità di un avvenimento (Cf. Dt 19,15).
I settantadue discepoli sono mandati davanti a Gesù (Lc 9,52), quindi come precursori, e il Regno di Dio che essi annunziano è in relazione con la persona di Gesù.
La missione già si presenta ardua in quanto le forze sono impari: «vi mando come agnelli in mezzo a lupi». I discepoli si trovano come pecore tra i denti affilati dei lupi. E i lupi quando azzanna­no scarnificano la preda. Una missione tutta in salita. La persecuzione sarà sempre in agguato (Cf. Lc 6,22-23).
Gli inviati avranno in eredità il destino di Colui che li manda nel mondo: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Non è una probabilità, è pura certezza: «Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,2). Gli inviati dalla loro parte avranno soltanto lo Spirito Santo: «Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire: perche lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire» (Lc 12,11-12)».
Il loro sangue non sarà sparso invano, testimo­nierà contro i carnefici, cosicché ricadrà su di essi «tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare» (Mt 23,35).
Gesù esige, data l’urgenza della missione, la massima povertà e anche essenzialità nelle relazioni: non bisogna perdersi in chiacchiere inutili.
Gesù poi tratteggia il bon ton del missionario.
Innanzi tutto egli è un uomo di pace: è colui che porta la pace che per un israelita è la pienezza dei doni divini. Non bisogna vagabondare di casa in casa e di buon grado mangiare quello che sarà messo dinanzi. Una regola d’oro con la quale viene abrogata la distinzione mosaica tra cibi puri e impuri (Cf. Mc 7,19). Ridonare la salute agli infermi entra nell’opera missionaria: con essa si attesta il potere affidato agli inviati.
Gesù è sempre presente e continua a insegnare e a guarire (Cf. Mc16,20). Se il missionario non viene accolto deve ritirarsi senza recriminare o polemizzare, anche se il ritiro deve essere accompagnato da un gesto molto forte ed eloquente.
Quando i pellegrini giungevano in Terra santa scrupolosamente pulivano i loro piedi per non portare alcuna impurità sul suolo di Dio. Gesù suggerisce di fare il gesto inverso: ai piedi dei missionari non deve restare attaccato alcunché di impuro. Un gesto che diventerà usuale della prima comunità cristiana (Cf. At 13,51).
I settantadue tornarono pieni di gioia: gli inviati tornano pieni di gioia per avere esperimentato la potenza del Nome di Gesù. Ma il Maestro smorza un po’ la loro contentezza. Possono soltanto rallegrarsi per il fatto che i loro nomi «sono scritti nei cieli». Come ricorda san Paolo, la croce, e soltanto la croce, è la ricompensa e la forza del discepolo (Cf. seconda lettura). Invece di aggrapparsi alla gratificazione del loro lavoro apostolico, i cristiani, «abbandonandosi al Padre come il Cristo nel momento supremo della croce [Cf. Lc 23,46; Atti 7,59], restano saldi nella edificazione della Chiesa che il Cristo opera proprio attraverso la loro stessa tribolazione» (Maria Ignazia Danieli). E se questo è l’unico metodo che Cristo usa per edificare la sua Chiesa allora si può comprendere perché scarseggiano gli operai per il suo regno.
 
Per approfondire
 
Pace a questa casa! - Bruno Liverani (Pace in Schede Bibliche Pastorali Vol. VI): Il compimento della pace in Gesù di Nazaret - Le aspirazioni di pace suscitate dal ministero dei profeti si avviano al compimento con la comparsa di Gesù di Nazaret. I momenti che precedono la sua nascita sono densi di presentimenti e di accadimenti profetici. Il padre del Battista profetizza il ministero del figlio come guida nella via della pace, orientamento ad accogliere la luce della salvezza e della liberazione che sta sorgendo (Lc 1,76-79).
Nella nascita di Gesù si realizzano le profezie pronunciate nei tempi antichi sulla figura del Pacificatore escatologico, il rampollo regale (Cf. Is 9,5-6; 11,1-5; Mi 5,1-4).
Il canto delle potenze celesti evidenzia il significato dell’evento: Dio si manifesta nella sua gloria e gli uomini sperimentano l’amore divino col dono della pace (Lc 2,14). Il giusto Simeone, che riceve tale pargolo nelle sue braccia, gusta finalmente, alla fine della propria vita, la pace di Dio e profetizza l’aprirsi della luce della salvezza a tutte le nazioni (Lv 2,29-32).
Sulle strade della Galilea si annunciano i primi segni della pace, nascosta come un fermento nella vita del figlio di Giuseppe e di Maria. Nella cacciata dei demoni e nelle guarigioni miracolose ha inizio un nuovo mondo, l’avvento del Regno. Colui che è liberato dal demonio o guarito miracolosamente sperimenta il dono della pace come liberazione e risanamento. Il saluto di Gesù a costui: «Va’ in pace», sottolinea il valore salvifico dell’evento (Mc 5,34; Cf. Lc 7,50; 8,48).
Il saluto della pace torna a ripetersi per bocca dei primi seguaci di Gesù. Essi sono stati inviati per le strade di Galilea a trasmetterlo di casa in casa: non è più soltanto il consueto saluto di ogni giorno, ma in esso risuona la voce stessa di Gesù e si annunzia la presenza del Regno. Non è un puro suono vocale, ma è il dono messianico che può essere accolto o rifiutato in piena libertà (Lc 10,5-6).
Le profezie che predicevano il compiersi della pace con il ristabilirsi della giustizia per i miseri da parte del Messia posseduto dallo Spirito sono coscientemente applicate a se stesso da Gesù (Cf. Lc 4,16-20).
Non solo nelle parole, ma anche nei gesti di Gesù le profezie si adempiono: secondo la parola del profeta Zaccaria (9,9), egli si presenta nella città santa come il re mansueto che cavalca un’asina e il popolo, in un momento di fugace entusiasmo, professa solennemente l’adempiersi della pace mes­sianica (Lc 19,38).

Benedetto XVI: Santi Timoteo e Tito (Udienza Generale, 13 Dicembre 2006): […] se consideriamo unitariamente le due figure di Timoteo e di Tito, ci rendiamo conto di alcuni dati molto significativi. Il più importante è che Paolo si avvalse di collaboratori nello svolgimento delle sue missioni. Egli resta certamente l’Apostolo per antonomasia, fondatore e pastore di molte Chiese. Appare tuttavia chiaro che egli non faceva tutto da solo, ma si appoggiava a persone fidate che condividevano le sue fatiche e le sue responsabilità. Un’altra osservazione riguarda la disponibilità di questi collaboratori. Le fonti concernenti Timoteo e Tito mettono bene in luce la loro prontezza nell’assumere incombenze varie, consistenti spesso nel rappresentare Paolo anche in occasioni non facili. In una parola, essi ci insegnano a servire il Vangelo con generosità, sapendo che ciò comporta anche un servizio alla Chiesa stessa. Raccogliamo infine la raccomandazione che l’apostolo Paolo fa a Tito nella lettera a lui indirizzata: «Voglio che tu insista su queste cose, perché coloro che credono in Dio si sforzino di essere i primi nelle opere buone. Ciò è bello e utile per gli uomini» (Tt 3,8). Mediante il nostro impegno concreto dobbiamo e possiamo scoprire la verità di queste parole.
 
Pace a questa casa! - “In qualunque casa entriate, dite anzitutto: Pace a questa casa! [Lc 10,5; Mt 10,12], perché il Signore stesso vi entri e vi si stabilisca come in casa di Maria [cfr. Lc 10,38-42; Gv 12,1-8], e poi vi soggiornino con i suoi discepoli in quanto discepoli. Questo saluto costituisce il mistero di fede che risplende nel mondo; per esso, l’inimicizia è soffocata, la guerra fermata e gli uomini si riconoscono reciprocamente. L’effetto di questo stesso saluto era come dissimulato dal velo dell’errore, nonostante la prefigurazione del mistero della risurrezione dei corpi, mistero espresso dalle cose inanimate, allorché sopraggiunge la luce ed appare l’aurora che scaccia la notte. Da quel momento, gli uomini cominciarono a salutarsi reciprocamente e a ricevere il saluto gli uni dagli altri, per la guarigione di chi lo dà e la benedizione di quelli che lo ricevono. Su coloro, però, che ricevono solo esteriormente la parola di saluto, le cui anime non recano l’impronta di membri di Nostro Signore, il saluto si spande come una luce mutata da coloro che la ricevono, cosi come i raggi del sole lo sono ad opera del mondo” (Efrem, Diatessaron, 8, 3-5).
 
Testimoni di Cristo - Santi Timoteo e Tito, Vescovi - Così cresce quella rete che porta il Vangelo: Il Vangelo entra nella storia attraverso un passaggio di testimone, una rete di relazioni che cresce di persona in persona. E ognuno, in questa rete, è lo snodo da cui inizia il futuro. Chi porta il Vangelo sa di consegnare qualcosa che poi toccherà a qualcun altro portare nel mondo. Ecco perché celebrando oggi la memoria dei santi Timoteo e Tito la Chiesa ci invita anche a fare questo, a prepararci a “passare il testimone”, perché questi due apostoli furono i più stretti collaboratori di san Paolo, di cui ieri si ricordava la conversione. Fu alle loro “buone mani” che l’Apostolo delle genti affidò l’impegno ad annunciare il Vangelo. Così, nelle due lettere inviate a Timoteo e a Tito, le uniche del Nuovo Testamento indirizzate a persone singole, san Paolo mette in luce i tratti fondamentali di coloro che sono chiamati a guidare la comunità cristiana. A essi spetta in modo particolare il discernimento della verità, l’attenzione a rimanere sulla giusta via, la cura della coscienza e della carità, il combattimento della «buona battaglia». Timoteo era nato a Listra da padre pagano e madre giudea, incontrò Paolo da giovane e lo accompagnò poi in Asia Minore, divenendo infine vescovo di Efeso. Tito, invece, era di origine greca e si convertì dopo aver incontrato Paolo durante uno dei suoi viaggi; più tardi divenne vescovo di Creta.  (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai reso partecipi del carisma degli apostoli
i santi Timoteo e Tito,
per la loro comune intercessione concedi a noi
di vivere con giustizia e pietà in questo mondo
per giungere alla patria del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 25 Gennaio 2026
 
Domenica III Settimana T. O.
 
Is 8,23b-9,3; Salmo Responsoriale 26 (27); 1Cor 1,10-13.17; Mt 4,12-23 (Forma breve Mt 4,12-17)
 
“Gesù predicava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di infermità nel popolo” (Cf. Mt 4,23 - Acclamazione al Vangelo)
 
Gesù non aspetta che le persone vadano da lui in un luogo sacro fisso, ma "percorreva tutta la Galilea". La sua è una missione itinerante che esprime la volontà di Dio di raggiungere l’umanità ovunque si trovi: nelle periferie, nelle strade e nella vita quotidiana. La Galilea, terra di confine e di mescolanza, simboleggia un’apertura universale.
Gesù non si limita alle parole. La sua predicazione è confermata da segni tangibili: la guarigione di “ogni sorta di malattie e infermità”. 
Questi gesti dimostrano che il Regno di Dio non riguarda solo l’anima, ma l’uomo intero: corpo e spirito.
La guarigione è il segno che il male, il dolore e la morte sono potenze sconfitte dalla presenza di Dio. (Fonte: AI Overview)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Verso il 732 a.C., Tiglat-Pilèzer III, re d’Assiria, aveva sottomesso la Galilea annettendola al suo impero e deportandone gli abitanti. Nel mezzo di questi eventi drammatici, Dio conforta e consola il suo popolo per bocca del profeta Isaia il quale annunzia agli sfiduciati e ai disperati (Cf. Gdt 9,11) un messaggio di speranza e di gioia. Il Signore Dio cancellerà la vergogna della disfatta e gli abitanti di quella regione, su cui era piombata l’oppressione assira e la schiavitù, recupereranno la libertà, paragonata dal profeta Isaia a una grande luce. Una profezia che troverà il suo pieno compimento in Cristo Gesù, il quale darà la luce ai ciechi e farà uscire «dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7).
 
Seconda lettura: San Paolo scrive ad una comunità lacerata da penose divisioni. Raccomandando ai Corinzi l’unità, ricorda loro che Gesù è venuto a riunire e non a dividere: se ogni comunità è il Corpo di Cristo, ogni divisione diventa lacerazione del Corpo stesso di Cristo. Le divisioni dei cristiani non soltanto raffreddano l’amore e la fraternità, ma deformano anche il messaggio cristiano.
 
Vangelo
Venne a Cafàrnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa
 
Gesù inizia il suo ministero profetico a partire dall’arresto di Giovanni Battista. Dopo essere stato battezzato nel fiume Giordano e dopo le tentazioni nel deserto, Gesù torna in Galilea andando ad abitare a Cafarnao, «sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Nèftali». Secondo la sua abitudine, Matteo vi scorge l’adempimento di un oracolo. È la profezia di Isaia che è ricordata nella prima lettura. L’evangelista in questo modo non solo sottolinea l’adempimento delle Scritture, ma suggerisce l’universalità della salvezza: Gesù è salvezza e luce non solo per i Giudei, ma anche per i pagani che vivevano nella zona di frontiera della Galilea. Oltre il tema della luce è sottolineato il tema della missione: i discepoli, costituiti pescatori di uomini, ricevono il mandato di portare la salvezza sino agli estremi confini del mondo. Gesù, infine, si manifesta come il vero samaritano dell’umanità: «Gesù percorreva tutta la Galilea... guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,12-23
 
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta».
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
 
Parola del Signore.
 
Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce - Il brano evangelico va suddiviso in tre parti: nella prima l’evangelista Matteo parla dell’inizio del ministero pubblico, nella seconda narra la chiamata dei primi discepoli, nella terza, in modo molto sintetico, ricorda l’attività di Gesù.
Matteo, che ama citare l’Antico Testamento per mostrarlo compiuto in Cristo, per giustificare l’attività di Gesù in Galilea si rifà alla profezia di Isaia, oggi proclamata nella prima lettura. Lo fa apportando alcuni adattamenti. La profezia della luce «che sorge sui territori delle due tribù di Zabulon e Neftali [Is 8,23-9,1] si compie quando Gesù va ad abitare a Cafarnao. Ma per accordare la profezia con lo spostamento di Gesù a Cafarnao, la località viene collocata da Matteo “nel territorio di Zabulon e di Neftali”, mentre egli si trova semplicemente nel territorio dell’ultima tribù, così come il “mare” della profezia, il Mediterraneo, viene assimilato al mare di Galilea» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
Galilea è detta delle “genti”, perché il nome significa circondario o distretto dei Gentili. In questo modo, l’evangelista Matteo vuole suggerire ai suoi lettori l’universalità della salvezza, ma anche una regola costante di Dio: cioè «quella di scegliere ciò che nel mondo è piccolo e disprezzato per realizzare con esso le meraviglie della sua salvezza [1Cor 1,27-28]. La Galilea entra a pieno titolo in questa tattica di Dio. Non è una scelta casuale, ma il compimento del disegno di Dio, anzi l’inizio di una rivelazione che diverrà progressivamente più chiara» (Luciano Monari).
Gesù inizia la predicazione con lo stesso messaggio del Battista: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino. Ma con una sostanziale differenza.
Mentre Giovanni Battista attendeva il regno dei cieli come imminente, Gesù comincia ad attuarlo con la sua opera (Cf. Lc 17,21).
La conversione che Gesù esige deve tradursi in una adesione incondizionata alla sua persona, in un irreversibile distacco dal male, in un risoluto ritorno a Dio in piena obbedienza alla sua volontà.
Queste condizioni radicali vengono poste anche per la sequela cristiana per la quale non si ammettono tentennamenti di sorta (Cf. Lc 9,57-62).
La chiamata di Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello avviene lungo il mare di Galilea: altro nome del lago di Genesaret (o Tiberiade), situato nella parte settentrionale della valle del Giordano.
Simone, chiamato Pietro. Il nome di Pietro, qui anticipato, sarà dato a Simone da Gesù in occasione della sua “confessione” (Cf. Mt 16,18). Nel mondo antico, soprattutto nella mentalità biblica, v’era la tendenza di trovare sempre un significato funzionale ai nomi delle persone o anche delle cose. Imporre il nome o cambiare il nome stava ad indicare il potere di potere di chi prendeva tale iniziativa. Adamo che era stato posto nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen 2,15), impone nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, segno indubbio di esercizio di sovranità (Gen 2,19-20), Abram da Dio sarà chiamato Abraham, per significare che tutti i popoli saranno benedetti in lui, loro padre (Gen 17,5). Giacobbe sarà chiamato Israele, perché ha lottato con Dio (Gen 48,20), così Simone sarà chiamato Pietro perché sarà la pietra sulla quale Gesù edificherà e renderà salda la sua Chiesa (Mt 16,18).
E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». L’immagine usata dall’evangelista Matteo per indicare la futura missione degli Apostoli si radica nelle credenze del tempo. Era sentire comune credere che il mare fosse il regno delle potenze infernali, trarre fuori gli uomini dal mare assumeva quindi il significato profondo di liberare gli uomini dal peccato; liberare gli uomini dal potere di Satana sarà appunto la missione specifica degli Apostoli prima, della Chiesa dopo.
Nella chiamata di Simone e Andrea, suo fratello, vi è una novità sorprendente: infatti, a differenza «dei discepoli dei maestri ebrei che scelgono il loro maestro, qui è Gesù che sceglie quelli che vuole che lo seguano. C’è una forza e un’autorità misteriosa in lui se basta questo semplice invito a seguirlo per ottenere da parte dei discepoli una risposta pronta e l’altrettanto immediata rinuncia a tutto [Cf. Anche Mc 1,16-20]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli, Ed. Paoline).
La scuola di Gesù non vuole trasmettere nozioni o scibile umano, ma vuole creare una comunione di vita tra il Maestro e i discepoli: «Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui» (Mc 3,13; Cf. Gv 1,39).
La pericope evangelica si chiude con un sommario resoconto dell’apostolato itinerante di Gesù nella Galilea: Egli predica il vangelo del Regno, guarisce ogni sorta di malattie e di infermità. L’attività  apostolica e taumaturgica di Gesù, senza soste, rivolta sopra tutto ai più bisognosi, resterà incisa, in modo indelebile, nel cuori degli Apostoli, tanto da avere in Atti 10,38, in poche parole, una sintesi perfetta della vita terrena del Figlio di Dio: «Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dio ha iniziato a camminare sulle strade degli uomini: ora, ad essi, tocca stare attenti al rumore dei passi del Dio che viene!
 
Per approfondire
 
Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta - Luce: da realtà fisica a simbolo religioso - Emanuela Ghini e Giuseppe Barbaglio (Luce in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V): Da fenomeni luminosi sono accompa­gnate le teofanie; essi servono come mezzo delle manifestazioni di Dio, sono la veste di cui egli si ammanta (Sal 104,1-2). Nel fuoco si manifesta la presenza di Dio che conclude l’alleanza con Abramo (Gn 15,17-18). La regolarità con cui gli astri splendono, dato che Dio è il loro creatore, sono una garanzia per l’alleanza (Ger 31,35-36; 33,20-21.25; Sal 89,37-38; Cf. 72,5; Gn 9,13-17). Bruciava il roveto in cui Jahvé parlava a Mosè (Es 3,2). Con una colonna di fuoco Dio era presente al suo popolo in marcia (Es 13,21).
Dal fuoco è accompagnata la teofania del Sinai (Es 19,18). Lo splendore della gloria del Signore circonda di luce i pastori a cui appare l’angelo (Lc 2,9). Gesù trasfigurato è circondato da un biancore luminoso e sfolgorante come il sole (Mt 17,1-2; Mc 9,2-3; Lc 9,28-29). Biancore di neve e splendore di folgore circondano l’angelo della risurrezione (Mt 28,3; Mc 16,5; Lc 24,4). In un chiarore di luce celeste più splendente del sole apparve Gesù a Paolo sulla via di Damasco (At 9,3). In realtà, qui la luce è simbolo della presenza maestosa di Dio nella storia, del suo disve­larsi negli eventi della vicenda umana.
La luminosità, così frequente nelle manifestazioni di Dio, finisce con l’essere applicata alla sua stessa essenza. È detto che Dio «abita una luce inaccessibile» (1Tm 6,16), e il suo splendore - gloria - non è concesso all’uomo (Is 42,8; 48,11); egli può essere chiamato «il Padre degli astri» (Gc 1,16). La Sapienza è un «riflesso della luce eterna» (Sap 7,26), superiore ad ogni luce creata (Sap 7,29s): ciò equivale a definire Dio come luce. Nel Nuovo Testamento si dirà infatti: «Dio è luce», è «nella luce» (1Gv 1,5.7). Ciò indica che Dio è spirito puro, intelligenza perfettissima (Sap 7) e soprattutto perfettissima santità (Cf. Is 6): Dio luce è Dio amore (1Gv 4,8.16).
Inoltre la luce è simbolo del bene, della vita e della felicità (Gb 30,26; Is 45,7); mentre le tenebre, soprattutto le tenebre dello sheòl, indicano disgrazia (Gb 3,16.20; 18,18; Is 26,19; Sal 58,9; Bar 3,19-20; Am 5,18.20).
Tutto ciò che porta felicità e salvezza e illumina la via della vita, può essere nominato luce: la parola di Jahvé (Sal 119,105), la legge (Sap 18,4), il diritto (Is 51,4; Os 6,5; Sal 37,6; Is 62,1s), o le ammonizioni e i comandamenti dei genitori (Pro 6,23), la sapienza (Eccle 2,13; Sap 7,10.26; Bar 4,2), la giustizia (Sap 5,6).
Il simbolismo della luce è collegato al comportamento etico dell’uomo: il cammino dei giusti è chiamato spesso luce (Pro 4,18; Cf. Is 58,8.10); il cattivo è ottenebrato, l’empio è nel buio, la sua luce si spegne: «la via degli empi è tenebra fitta, non si avvedono dove inciampano» (Pro 4,19; Gb 18,5-6).
Dio con la sua legge illumina i passi dell’uomo, egli è la lampada che ci guida (Pro 6,23; Sal 119,105; Gb 29,3; Sal 18,29). Gli effetti della giustizia sono affini a quelli della luce (Gb 22,21-28).
La vita spirituale ha bisogno di una luce fondamentale che la illumini e la guidi come la luce del corpo: è la semplicità, in contrasto all’occhio cattivo e ottenebrato, che sarebbe la doppiezza, l’insincerità, l’invidia (Mt 6,22-23; Lc 11,34-36; Mt 20,15).
La luce porta vita e ordine: la regolarità del sorgere del giorno e l’ordine che essa fa vedere sorgendo; quindi è connessa con la conoscenza (Sal 43,3; ecc.); Jahvé stesso è luce di Israele, probabilmente come rivelatore (Dn 2,22).
Infine abbiamo l’immagine del volto luminoso di Dio che dà una nota di rassicu­rante benevolenza: la luce del volto di Dio splende sul suo popolo (Sal 44,3-4; 80,8; 90,8; Pro 16,15; Sal 67,2; 119,135).
Essa sottolinea la presenza di Dio all’uomo come presenza tutelare (Sal 80,8; Mi 7,8-9; Cf. 2Sam 22,29; Sal 18,28; Is 9,2; 10,17). Alla luce del volto di Dio si godono il bene, la vita, la felicità, la salvezza (Sal 4,7; 44,4; 89,16; Gb 29,24).
In sintesi, si ha la seguente densità simbolica: luce = vita e salvezza (simbolismo soteriologico); luce = bene (simbolismo etico); luce = conoscenza/rivelazione (simbolismo apocalittico).
 
Convertitevi e credete nel Vangelo: Catechismo della Chiesa Cattolica 1427: Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.
Senza la conversione non si può entrare nel regno di Dio: Catechismo della Chiesa Cattolica 545: Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: «Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17). Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l’infinita misericordia del Padre suo per loro e l’immensa «gioia» che si fa «in cielo per un peccatore convertito» (Lc 15,7). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita «in remissione dei peccati» (Mt 26,28).
 
Si comincia dagli uomini «sbagliati» - Alessandro Pronzato - Gesù comincia anche dagli uomini che noi avremmo scartato. Dovendo reclutare individui che collaborino all’attuazione del progetto di Dio (il «Regno» non è altro che il piano di Dio sul mondo e sulla storia degli uomini), non passa a rifornirsi nelle accademie, nelle scuole degli scribi, nei laboratori che sfornano «esperti».
Si rivolge a pescatori, che interpella mentre sono intenti a fare il loro mestiere, mentre stanno nel loro solito posto di lavoro. Gente da niente. Analfabeta o quasi.
Pietro per primo non imparerà mai le lingue. A Roma avrà bisogno di un interprete.
Il Maestro non consegna loro un testo, ma offre se stesso come persona da seguire. Non presenta loro una dottrina da imparare, e neppure un programma preciso cui attenersi, ma un cammino.
i trappa alla barca, al mare, per indirizzarli sulle strade degli uomini («vi farò pescatori di uomini»).
Dovranno lasciare tutto per tenergli dietro.
D’altra parte, lui stesso si è reso itinerante, ha abbandonato Nazaret (dove Giuseppe si era stabilito su indicazione dell’angelo), si è staccato dal suo clan familiare.
L’insicurezza è l’unica condizione ... sicura che Gesù ha da offrire.
 
Giovanni Crisostomo (In Matth. 14,1-2): Nei suoi primi discorsi [Gesù] non parla ancora di se stesso, ma si contenta di predicare la penitenza. Per quel tempo era già abbastanza desiderabile far accettare la penitenza, dato che allora il popolo non aveva ancora di Cristo un’idea sufficientemente adeguata. E all’inizio, non annuncia niente di terribile o di spaventoso, come aveva fatto Giovanni parlando della scure tagliente già posta alle radici dell’albero, del ventilabro che ripulisce l’aia, e di un fuoco inestinguibile. Dapprima, parla soltanto dei beni futuri, rivelando a coloro che lo ascoltano il regno che ha loro preparato nei cieli» («Nei suoi primi discorsi [Gesù] non parla ancora di se stesso, ma si contenta di predicare la penitenza. Per quel tempo era già abbastanza desiderabile far accettare la penitenza, dato che allora il popolo non aveva ancora di Cristo un’idea sufficientemente adeguata. E all’inizio, non annuncia niente di terribile o di spaventoso, come aveva fatto Giovanni parlando della scure tagliente già posta alle radici dell’albero, del ventilabro che ripulisce l’aia, e di un fuoco inestinguibile. Dapprima, parla soltanto dei beni futuri, rivelando a coloro che lo ascoltano il regno che ha loro preparato nei cieli.
 
Testimoni di Cristo - Conversione di San Paolo - Lasciamo che sia Dio a trasformare la nostra vita: Cambiare rotta, ritrovare la strada, volgere lo sguardo verso la luce vera: tutti abbiamo bisogno di “conversione” nella nostra vita, tutti abbiamo qualcosa da cambiare, da affidare a Dio e lasciare che sia lui a trasformarci. È questo il senso della festa liturgica di oggi, dedicata alla Conversione di San Paolo: da persecutore ad apostolo e testimone fino alla morte. Gli Atti degli Apostoli descrivono l’episodio al capitolo 9: «Mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo». Quella luce lo rese cieco ma la voce che si rivolse a lui gli offrì un nuovo punto di vista sulla sua vita: Cristo, che lui perseguitava nei suoi fedeli, lo aveva cercato e gli aveva indicato la strada da seguire. Gli occhi non vedevano più ma il cuore si aprì a una nuova strada e la sua vita non fu più quella di prima, così quando arrivò alla sua meta, l’originaria, Damasco, in realtà egli era un altro uomo. Il più noto dei persecutori diventò icona dell’annuncio del Vangelo a tutto il mondo: Dio trasforma le esistenze di chi si immerge nella sua luce. San Paolo rimase cieco per tre giorni e quello fu il suo “sepolcro” dal quale egli uscì e trovò una vita nuova. La liturgia ricorda oggi anche sant’Anania, la “guida” che accolse Paolo a Damasco e lo affiancò nel percorso di recupero della vista.  (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai fondato la tua Chiesa
sulla fede degli apostoli,
fa’ che le nostre comunità,
illuminate dalla tua parola
e unite nel vincolo del tuo amore,
diventino segno di salvezza e di speranza
per coloro che dalle tenebre anelano alla luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.