28 Gennaio 2026
Sant Tommaso d’Aquino, Presbitero e Dottore della Chiesa
2Sam 7,4-17; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Mc 4,1-20
Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna. (Acclamazione al Vangelo)
“Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna”, è una sintesi spirituale che si riferisce alla Parabola del Seminatore, ma ne estrapola il significato finale, identificando in Gesù Cristo (il seminatore) la fonte della vita eterna attraverso l’accoglienza della sua Parola (il seme). Questa frase sottolinea l’importanza di accogliere la Parola di Dio, che Cristo stesso semina nel cuore degli uomini, portando alla salvezza e alla vita eterna, proprio come un buon terreno fa crescere il seme. (AI Overview)
Liturgia della Parola
I Lettura: La profezia di Natan «è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a Jahve; è Jahve invece che farà una casa (una dinastia) a Davide. La promessa concerne essenzialmente la permanenza della dinastia davidica sul trono d’Israele. Così essa è compresa da Davide (vv. 19.25.27.29, cfr. 2Sam 23,5 e Sal 89,30-38; 132,11-12): è il testo della alleanza di Jahve con Davide e la sua dinastia. L’oracolo oltrepassa dunque la persona del primo successore di Davide, Salomone al quale è applicato dal v 13 e da 1Cr 17,11-14; 22,10; 28,6 e 1Re 5,19; 8,16-19. Il chiaroscuro della profezia lascia intravedere un discendente nel quale Dio si compiacerà. È il primo anello delle profezie sul Messia, figlio di Davide (Is 7,14; Mi 4,14; Ag 2,23); At 2,30 applicherà il testo a Cristo» (Bibbia di Gerusalemme).
Vangelo
Il seminatore uscì a seminare.
La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (Cf. Lc 24,13ss).
Dal vangelo secondo Marco
Mc 4,1-20
In quel tempo, Gesù cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva.
Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono.
Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato».
E disse loro: «Non capite questa parabola, e come potrete comprendere tutte le parabole? Il seminatore semina la Parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la Parola, ma, quando l’ascoltano, subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro. Quelli seminati sul terreno sassoso sono coloro che, quando ascoltano la Parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno. Altri sono quelli seminati tra i rovi: questi sono coloro che hanno ascoltato la Parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto. Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono: sono coloro che ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto: il trenta, il sessanta, il cento per uno».
Parola del Signore.
Evangelizzare senza trionfalismi - José Maria González-Ruíz (Commento della Bibbia Liturgica): Il regno di Dio è proclamato, in primo luogo, con la parola; e Marco ci presenta qui tutta una teologia della parola. Gesù comincia a proclamarlo con una formula apparentemente misteriosa: la «parabola».
Occorre assolutamente saper distinguere la parabola dall’allegoria. Una parabola si serve d’un avvenimento di ogni giorno, conosciuto da tutti, per mettere in evidenza la relazione che lo unisce con una cosa che non è conosciuta da tutti e che, in qualche modo, gli può essere paragonata. Al contrario, l’allegoria è un racconto che contiene particolari abbastanza singolari e nel quale ogni elemento richiede una propria interpretazione. L’allegoria cerca ex professo di travestire e nascondere in qualche modo il senso, così che solo gl’iniziati possano riconoscere in essa quello che si vuole dire. È molto simile a quel linguaggio simbolico che si usa in certi movimenti clandestini.
Ora le parabole di Gesù recano quasi sempre qualche mescolanza di elementi allegorici. Questo stile allegorico che, intenzionalmente, illumina e nasconde allo stesso tempo, è inerente alla stessa natura «misteriosa» del messaggio. Non si tratta d’una forma di occultismo, come nel caso della cabala, ma dell’enorme rispetto che Dio dimostra per la libertà umana.
Marco fa molto bene a mettere al primo posto la parabola del buon seme, che è la chiave di tutte le altre, perché illustra il mistero delle scelte di Dio.
L’immagine della semina non è originale: era usata universalmente a cominciare dai tempi di Platone. L’elemento originale è l’ampia descrizione che si fa dell’insuccesso della semina. In Palestina, si arava dopo la semina; quindi si seminava anche sul sentiero o in mezzo alle spine.
Nella spiegazione della parabola che Gesù dà ai suoi discepoli, si insiste assai su quello che potremmo chiamare la «quotidianità» della proclamazione del regno di Dio. Marco, come sempre, intende evitare ogni interpretazione trionfalistica del vangelo. La proclamazione della grande notizia avviene come una semina, a misura che si va sviluppando la storia umana; anzi, sebbene sia destinato a tutti, il vangelo è accettato nelle forme più diverse: senza impegno, con superficialità, con attenzione, con piena dedizione. Per questo, il regno di Dio è considerato come un «mistero». Nel Nuovo Testamento, il termine «mistero» è usato principalmente da san Paolo, che ne definisce chiaramente i contorni. Il mistero designa, in generale, l’adempimento del grande progetto salvifico di Dio, che si realizza in Cristo.
Ci, troviamo dunque, ancora una volta, di fronte al motivo centrale del secondo vangelo: la riservatezza messianica. La proclamazione del regno non avviene in una forma trionfalistica, ma nel pieno rispetto della libertà umana e senza tutta quella battaglia propagandistica che sognavano molti contemporanei di Gesù. Per questo l’evangelizzazione dovrebbe sempre avvenire in punta di piedi, senza ricorrere all’ortopedia delle grandi organizzazioni culturali che soffocano la libertà di opinione del credente e che, per conseguenza, distruggono il «mistero» del regno di Dio.
Per approfondire
La parola opera e rivela - A. Feuillet e P. Grelot (Parola di Dio, in Dizionario di Teologia Biblica): Non si dice mai che la parola di Dio sia indirizzata a Gesù come si diceva un tempo per i profeti. Tuttavia, sia in Giovanni che nei sinottici, la sua parola si presenta esattamente come la parola di Dio nel Vecchio Testamento: potenza che opera e luce che rivela.
Potenza che opera: con una parola Gesù compie i miracoli che sono i segni del regno di Dio (Mt 8,8.16; Gv 4,50-53). Sempre con una parola egli produce nei cuori gli effetti spirituali di cui questi miracoli sono i simboli, come il perdono dei peccati (Mt 9, 1-7 par.). Con una parola trasmette ai Dodici i suoi poteri (Mt 18,18; Gv 20,23) ed istituisce i segni della nuova alleanza (Mt 26,26-29 par.). La parola creatrice agisce quindi in lui e per mezzo di lui, operando in terra la salvezza.
Luce che rivela: Gesù annunzia il vangelo del regno, «annunzia la parola» (Mc 4,33), facendo conoscere in parabole i misteri del regno di Dio (Mt 13,11 par.). Apparentemente egli è un profeta (Gv 6,14) od un dottore che insegna in nome di Dio (Mt 22,16 par.). In realtà parla «con autorità» (Mc 1,22 par.), come in proprio, con la certezza che «le sue parole non passeranno» (Mt 24,35 par.). Questo atteggiamento lascia intravvedere un mistero, sul quale il quarto vangelo si china con predilezione. Gesù «dice le parole di Dio» (Gv 3,34), dice «ciò che il Padre gli ha insegnato» (Gv 8, 28). Perciò «le sue parole sono spirito e vita» (Gv 6,63). A più riprese l’evangelista usa con enfasi il verbo «parlare» per sottolineare l’importanza di questo aspetto di Gesù (ad es. Gv 3,11; 8,25-40; 15,11; 16,4...), perché Gesù «non parla da sé» (Gv 12,49 s; 14,10), ma «come il Padre gli ha parlato prima» (Gv 12,50). Il mistero della parola profetica, inaugurato nel Vecchio Testamento, raggiunge quindi in lui il suo perfetto compimento.
Perciò agli uomini viene intimato di prendere posizione di fronte a questa parola che li mette in contatto con Dio stesso. I sinottici riferiscono discorsi di Gesù che mostrano chiaramente la posta di questa scelta. Nella parabola del seme, la parola - che è il vangelo del regno - è accolta diversamente dai suoi diversi uditori: tutti «sentono»; ma soltanto quelli che la «comprendono» (Mt 13,23) o l’«accolgono» (Mc 4,20 par.) o la «custodiscono» (Lc 8,15), la vedono portare in essi il suo frutto. Così pure, al termine del discorso della montagna in cui ha proclamato la nuova legge, Gesù oppone la sorte di coloro che «ascoltano la sua parola e la mettono in pratica» alla sorte di coloro che «l’ascoltano senza metterla in pratica» (Mt 7,24.26; Lc 6,47.49): casa fondata sulla roccia, da una parte; sulla sabbia, dall’altra.
Queste immagini introducono una prospettiva di giudizio; ognuno sarà giudicato sul suo atteggiamento di fronte alla parola: «Se uno avrà arrossito di me e delle mie parole, il figlio dell’uomo arrossirà anche di lui quando verrà nella gloria del Padre suo» (Mc 8,38 par.).
Davide, l’eletto di Dio: Dio è fedele alle sue promesse e tutte le imprese di Davide vanno a buon fine, dopo di lui non vi sarà più un re accetto al cuore di Dio come il figlio di Iesse. I suoi successi avrebbero “potuto far credere che le promesse di Dio fossero realizzate. Una nuova e solenne profezia dà allora nuovo slancio alla speranza messianica (2 Sam 7, 12-16). A David, che progetta di costruire un tempio, Dio risponde di volergli costruire una discendenza eterna: «io ti costruirò una casa» (7, 27); in ebraico, banah può riferirsi tanto a un edificio di pietra quanto a una casata di figli, ben. Dio rivolge così lo sguardo di Israele verso il futuro. Promessa incondizionata, che non distrugge l’alleanza del Sinai, ma la conferma concentrandola sul re (7, 24).
Ormai Dio, presente in Israele, lo guida e lo conserva nell’unità mediante la dinastia di David. Il Sal 132 canta il legame stabilito tra l’arca, simbolo della presenza divina, e il discendente di David. Si comprende allora l’importanza del problema della successione sul trono davidico e gli intrighi che essa solleva (cfr. 2 Sam 9 - 20; 1 Re 1). Meglio ancora si comprende il posto di David negli oracoli profetici (Os 3, 5; Ger 30, 9; Ez 34, 23 s). Evocare David significa per essi affermare l’amore geloso di Dio per il suo popolo (Is 9, 6) e la sua fedeltà all’alleanza (Ger 33, 20 ss), «alleanza eterna, fatta delle grazie promesse a David» (Is 55, 3). Di questa fedeltà non si può dubitare neppure nel bel mezzo della prova (Sal 89, 4 s. 20-46). Quando i tempi sono compiuti, Cristo è quindi chiamato «figlio di David» (Mt 1, 1); questo titolo messianico non era mai stato rifiutato da Gesù, ma non esprimeva pienamente il mistero della sua persona. Perciò, venendo a compiere le promesse fatte a David, Gesù proclama di essere più grande di lui: è il suo Signore (Mt 22, 42-45). Egli non è soltanto «il servo David», pastore del popolo di Dio (Ez 34, 23 s), è Dio stesso che viene a pascere ed a salvare il suo popolo (Ez 34, 15 s), quel Gesù, «rampollo della stirpe di David», di cui lo Spirito e la sposa attendono ed invocano il ritorno (Apoc 22, 16 s)” (R. Motte).
Altri ancora sono quelli seminati sul terreno buono - Efrem, Diatessaron, 11, 12-15.17 s. - La terra buona e ubertosa (cf. Lc 8,8) è immagine delle anime che agiscono secondo verità, alla maniera di coloro che sono stati chiamati ed hanno abbandonato tutto per seguire Cristo.
Nonostante una volontà unanimemente buona che ha ricevuto con gioia il seme dei beni, la terra buona e ubertosa produce in modi diversi, dove «il trenta», dove «il sessanta», dove «il cento»; tutte le parti della terra fanno crescere secondo il proprio potere e nella gioia, alla stregua di coloro che avevano ricevuto “cinque talenti” e ne hanno guadagnati “dieci, ciascuno secondo la sua capacità” (cf. Mt 25,14-30). Colui che rende «il cento» sembra possedere la perfezione dell’elezione; egli ha ricevuto il sigillo di una morte offerta in testimonianza per Dio. Quelli che rendono «il sessanta», sono coloro che sono stati chiamati e che hanno abbandonato il proprio corpo a dolorosi tormenti per il loro Dio, ma non sono arrivati al punto di morire per il loro Signore; tuttavia restano buoni fino alla fine. «Il trenta», è la misura quotidiana della buona terra; sono coloro che sono stati eletti alla vocazione di discepoli e sui quali non si sono levati i tempi della persecuzione; sono tuttavia coronati dalle loro opere buone, proprio come una terra è coronata dal suo frutto, ma non sono stati chiamati al martirio e alla testimonianza della loro fede.
Testimoni di Cristo San Tommaso d’Aquino - È possibile pensare Dio, ma conta più amarlo: Dio non sta nelle parole, eppure passa dalle parole; Dio non sta nel pensiero, eppure può essere pensato; Dio sta in un pezzo di pane, l’unico segno capace di mostrare al mondo la sua vera potenza. Potrebbe essere questa la sintesi della vicenda umana e spirituale di uno dei pilastri del pensiero cristiano occidentale, san Tommaso d’Aquino.
L’autore della «Summa Theologiae» dedicò l’intera esistenza a costruire un pensiero su Dio, fino a quando, davanti all’Eucaristia la mattina del 6 dicembre 1273 a Sanseverino, ebbe una visione che cambiò tutto. Dopo quel momento, che non fu l’unica sua esperienza mistica, infatti, il “dottore angelico” non scrisse più nulla, reputando “come paglia” tutto il lavoro svolto fino ad allora. L’autore di inni eucaristici come «Pange lingua» o «Adoro te devote», era nato nel 1224 a Roccasecca (Frosinone); entrato tra i domenicani a Montecassino, si formò presso le scuole teologiche europee più importanti del suo tempo, avviando un’enorme opera di sintesi tra l’eredità di Aristotele e la tradizione cristiana. Tra il 1248 e il 1252 fu discepolo di sant’Alberto Magno a Colonia. A Parigi cominciò anche l’impegno dell’insegnamento che dal 1259 continuò in Italia. Morì a Fossanova nel 1274. Santo dal 1323, nel 1567 fu proclamato dottore della Chiesa. (Matteo Liut)
O Dio, che hai reso grande san Tommaso [d’Aquino]
per la ricerca della santità di vita
e la passione per la sacra dottrina,
donaci di comprendere i suoi insegnamenti
e di imitare i suoi esempi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.