31 Ottobre 2026
 
Sabato XXX Settimana T. O.
 
Fil 1,18b-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 41-42 (42-43); Lc 14,1.7-11
 
Il Signore non intende dare una lezione sul galateo, né sulla gerarchia tra le diverse autorità. Egli insiste piuttosto su un punto decisivo, che è quello dell’umiltà: “chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11). Questa parabola, in un significato più profondo, fa anche pensare alla posizione dell’uomo in rapporto a Dio. L’“ultimo posto” può infatti rappresentare la condizione dell’umanità degradata dal peccato, condizione dalla quale solo l’incarnazione del Figlio Unigenito può risollevarla. Per questo Cristo stesso “ha preso l’ultimo posto nel mondo - la croce - e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta” (Enc. Deus caritas est, 35). Al termine della parabola, Gesù suggerisce al capo dei farisei di invitare alla sua mensa non gli amici, i parenti o i ricchi vicini, ma le persone più povere ed emarginate, che non hanno modo di ricambiare (cfr Lc 14,13-14), perché il dono sia gratuito. La vera ricompensa, infatti, alla fine, la darà Dio, “che governa il mondo ... Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza” (Enc. Deus caritas est, 35). Ancora una volta, dunque, guardiamo a Cristo come modello di umiltà e di gratuità: da Lui apprendiamo la pazienza nelle tentazioni, la mitezza nelle offese, l’obbedienza a Dio nel dolore, in attesa che Colui che ci ha invitato ci dica: “Amico, vieni più avanti!” (cfr Lc 14,10); il vero bene, infatti, è stare vicino a Lui. (Benedetto XVI - Angelus, 29 agosto 2010)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - L’apostolo Paolo, esaminando con serenità la sua condizione, ha l’intima consapevolezza che tutto sta per andare verso una tragica soluzione. In questa situazione drammatica, rivela che non sa bene che cosa desiderare e addirittura invocare nella preghiera: se la possibilità di continuare la missione ricevuta da Dio e l’opera intrapresa, oppure il vantaggio personale rappresentato dalla fine del lavoro e dalla morte con il conseguente dono della vita eterna. Paolo, comunque vadano le cose, è sereno dinanzi alla morte, anzi essa per l’apostolo sarà un guadagno: sarà per sempre con il Signore risorto. Per tutti i credenti l’unione ineffabile con il Risorto ha origine e inizio nel battesimo e raggiunge il suo acme nell’eucaristia per compirsi perfettamente nella morte. In ogni caso, Paolo è convinto, anzi ha la certezza che resterà in vita per continuare a spendersi per il Vangelo. La sua vita, il suo zelo per il Regno di Dio, le sue sofferenze, tutto è offerto a modello per ogni cristiano.
 
Vangelo
Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato.
 
Gesù è in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare, e, come è ovvio, è sotto lo sguardo di tutti, ma Egli non è da meno: osservando e notando come i notabili cercano di accaparrarsi i primi posti, propone ai commensali una lezione sulla virtù dell’umiltà: parole severe, ma scontate in quanto non fanno che svelare l’ipocrisia e la vanità degli scribi e dei farisei notoriamente affamati di lodi, di onori e inoltre amanti dei primi posti (cfr. Mt 23,1-12). Gesù «vuol mettere in luce che tutti i presenti, invitante ed invitati sono una massa di cafoni, pieni di pregiudizi egoistici, di banali arrivismi e di preoccupazioni gerarchiche. Gesù con le sue nette affermazioni vuole smantellare i pregiudizi mettendo a nudo i loro sentimenti. A parte la questione delle precedenze imposte dal galateo e dalle tradizioni giudaiche, in fondo si tratta anche di non cadere nel ridicolo. C’è sempre tanta ambizione e tanto arrivismo nella società di tutti i tempi: contro di essi Gesù oppone un caloroso invito all’umiltà» (Carlo Ghidelli). E se vogliamo seguire l’insegnamento della sacra Scrittura, l’umiltà, che Gesù addita ai commensali, oltre ad essere una virtù morale è un modo di essere: una «posizione della creatura di fronte al creatore, del peccatore di fronte al redentore» (Ignazia Maria Danieli).

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,7-11
 
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
 
Parola del Signore.
 
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo, Gesù è sotto lo sguardo di tutti, ma Egli non è da meno: osservando e notando come i notabili cercano di accaparrarsi i primi posti, propone ai commensali una lezione sulla virtù dell’umiltà: parole severe, ma scontate in quanto non fanno che svelare l’ipocrisia e la vanità degli scribi e dei farisei notoriamente affamati di lodi, di onori e inoltre amanti dei primi posti (Cf. Mt 23,1 -12).
Gesù «vuol mettere in luce che tutti i presenti, invitante ed invitati sono una massa di cafoni, pieni di pregiudizi egoistici, di banali arrivismi e di preoccupazioni gerarchiche. Gesù con le sue nette affermazioni vuole smantellare i pregiudizi mettendo a nudo i loro sentimenti. A parte la questione delle precedenze imposte dal galateo e dalle tradizioni giudaiche, in fondo si tratta anche di non cadere nel ridicolo. C’è sempre tanta ambizione e tanto arrivismo nella società di tutti i tempi: contro di essi Gesù oppone un caloroso invito all’umiltà» (C. Ghidelli).
Seguendo l’insegnamento della sacra Scrittura, l’umiltà, che Gesù addita ai commensali, oltre ad essere una virtù morale è un modo di essere: una «posizione della creatura di fronte al creatore, del peccatore di fronte al redentore» (I. M. Danieli).
Ovvero, al dire di san Bernardo, è la virtù «per la quale l’uomo si disprezza perché possiede una perfetta conoscenza di se stesso».
E nella logica evangelica solo «chi si umilia sarà esaltato» da Dio (Cf. Lc 18,9-14).
È l’insegnamento che Gesù non si stanca di proporre ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,1-4).
Farsi umili, diventare come bambini, significa disporsi ad accettare d’essere dipendenti senza sentirsi feriti nel proprio orgoglio. Nella vita cristiana questo è molto importante perché spalanca il credente al mistero della comunione con i fratelli e con Dio. Essere umili-bambini non significa farsi più piccoli di quel che si è, ma fare la verità in se stessi; significa sapere stimare colui con il quale si condivide un cammino di vita e comprendere quanto veramente si è piccoli di fronte a Dio.
Gesù ha percorso questo cammino, umiliando se stesso e facendosi ubbidiente alla volontà del Padre fino alla morte di croce (Cf. Fil 2,5ss).
Così ammaestrato, e dinanzi a tale modello divino, il discepolo serve il suo Signore con le opere e con il dono della sua vita senza ritenerlo un merito, ma un dovere: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).
Questa parola di Gesù sarà ancora più chiara nella sala del grande banchetto del Regno dove i meno abbienti, i poveri, i diseredati occuperanno i primi posti. I farisei per la loro stupida vanità «hanno reso vano per loro il disegno di Dio» (Lc 7,30), ecco perché i pubblicani e le prostitute passano avanti a loro nel regno di Dio (Cf. Mt 21,28-32).
 
Per approfondire

Umiltà - Gottfried Hierzenberger: Nell’AT è un atteggiamento dello spirito che esplica i propri positivi effetti nei confronti di Dio e nei confronti dei propri simili. Nei confronti di Dio umiltà significa pietà, giustizia. Dio protegge gli umili (Mi 6,8), li consola (1s 57,15), li innalza (Sal 147,6) ed entra in comunione con loro (Sal 51,19). I superbi, invece, Dio li distrugge e dimostra che la loro apparente potenza è in realtà impotenza e nullità. Per mezzo dell’umiltà nei confronti dei propri simili si può trovare Dio (2Cr 36,12); in questo caso l’umiltà, è l’atteggiamento veramente umano del servire. Accanto all’atteggiamento dello spirito, l’umiltà, indica anche la situazione della piccolezza. della necessità o povertà, cosicché i poveri possono esser considerati gli umili. Questa concezione veterotestamentaria permane ancora nella beatitudine in Luca (6,20). Per il resto, invece, l’umiltà nel NT acquisisce una motivazione nuova e un significato più profondo, quale comportamento adeguato del redento.
l. L’irrompente signoria di Dio richiama a un atteggiamento nuovo che Gesù stesso aveva vissuto in maniera esemplare (Mt 11,28s). Non è intesa come virtù nel senso di mansuetudine personale, ma affonda le sue radici nella disponibilità attiva a servir nell’amore (Mc 10,45).
2. Ciò esige dal cristiano un cosciente abbassamento (Lc 14,11) del superbo e autoritario voler-vivere-di-se-stessi all’atteggiamento del bambino (Mt 18,3s), Ogni autoesaltazione è assurda (1Cor 1,28-31) di fronte alla colpa e ai limiti della propria fede (Rm 12,3); la consapevolezza di dipendere dalla pietà di Dio (Rm 3,21ss) deve portare a far proprio questo amore pietoso di Dio e di concretizzarlo (Col 3,12-14) nel servizio al prossimo (Rm 12,10) e al debole (Rm 14,1). Detto ciò l’umiltà non ha nulla a che vedere con la debolezza o la passività, al contrario, essa esige pieno impegno al servizio di Dio e degli uomini. L’umiltà non è l’atteggiamento di schiavi (da qui deriva la negatività del significato), ma di esseri umani liberi e pieni di amore.
 
L’umiltà del Figlio di Dio  - M. F. Lacan (Umiltà, Dizionario di Teologia Biblica): Gesù è il messia umile annunziato da Zaccaria (Mt 21,5). È il messia degli umili che egli proclama beati (Mt 5,4 = Sal 37, 11; gr. prays = l’umile che la sottomissione a Dio rende paziente e mite). Gesù benedice i bambini e li presenta Come modelli (Mc 10,15s). Per diventare come uno di questi piccoli cui Dio si rivela e che, soli, entreranno nel regno (Mt 11, 25; 18,3s), bisogna mettersi alla scuola di Cristo, «maestro mite ed umile di Cuore» (Mt 11, 29). Ora questo maestro non è soltanto un uomo; è il Signore venuto a salvare i peccatori prendendo una carne simile alla loro (Rom 8,3). Lungi dal cercare la propria gloria (Gv 8,50), egli si umilia fino a lavare i piedi dei suoi discepoli (Gv 13,14ss); egli, che è eguale a Dio, si annienta fino a morire in croce per la nostra redenzione (Fil 2,6ss; Mc 10,45; cfr. Is 53). In Gesù si rivela non soltanto la potenza divina senza la quale noi non esisteremmo, ma la carità divina senza la quale noi saremmo perduti (Lc 19,10). Questa umiltà («segno di Cristo», dice S. Agostino), è quella del Figlio di Dio, quella della carità. Bisogna seguire la via di questa «nuova» umiltà, per praticare il comandamento nuovo della carità (Ef 4,2; 1Piet 3,8s; «dov’è l’umiltà, ivi è la carità», dice S. Agostino). Coloro che «si rivestono di umiltà nei loro rapporti reciproci» (1Piet 5,5; Col 3,12) cercano gli interessi degli altri e prendono l’ultimo posto (Fil 2,3s; 1Cor 13,4s). Nella serie dei frutti dello Spirito, Paolo pone l’umiltà accanto alla fede (Gal 5,22s); queste due virtù (tratti essenziali di Mosè, secondo Eccli 45,4) sono di fatto connessi, essendo entrambi due atteggiamenti di apertura a Dio, di sottomissione fiduciosa alla sua grazia ed alla sua parola.

L’ultimo posto: Giovanni Paolo II (Omelia, 31 Agosto 1986): Gesù “partecipando a un pranzo in casa di uno dei capi dei farisei, coglie l’occasione per insegnare ad essere umili. Ci dice di scegliere l’ultimo posto, di accontentarci del poco, di cercare non l’appariscenza del sembrare, ma la realtà dell’essere. Davanti a Dio siamo nulla; e anche davanti agli uomini siamo ben poco, anzi diventiamo ridicoli, persino miserevoli se prendiamo pose e atteggiamenti di autosufficienza, di vanagloria. Gesù, pero, non vuole soltanto suggerire delle indicazioni di buona educazione e di comportamento avveduto; egli vuole soprattutto quadrare la mente, e dare idee grandi e luminose per la nostra vita. Egli infatti soggiunge: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11) Questo talvolta può già avvenire su questa terra, in questa nostra vita; ma ciò è secondario. Essenziale è che l’umile sarà esaltato in cielo da Dio stesso. “Vuoi essere grande?”, chiedeva sant’Agostino; e rispondeva: “Comincia dalle cose più piccole. Vuoi innalzare una costruzione di grande altezza? Prima pensa al fondamento della bassezza” (Sermo 69,1,2). Se vogliamo veramente costruire l’edificio della nostra santificazione, bisogna fondarlo sull’umiltà. Gesù ci è di modello. Egli, come dice san Paolo, “pur essendo di natura divina... spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo...; umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8)). Come non sentirsi, come non essere piccoli e umili davanti al mistero dell’incarnazione e della redenzione, davanti al Figlio di Dio che vagisce a Betlemme, che si avvolge di silenzio a Nazaret, che vive un’esistenza di povero, che muore su una nuda croce? È Gesù il primo, il vero umile, l’unico che ha veramente glorificato Dio - infatti Dio è “glorificato dagli umili”, ci ha ancora detto il Siracide (Sir 3,20) - perché si è umiliato in tutta la sua esistenza, pur manifestando vittoriosamente la sua potenza di Signore, ed è stato ciò che egli stesso si è definito: “mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
 
La via dell’umiltà: «Scrivi che sei innamorato dell’umiltà e desideri apprendere il modo come averne da Dio la grazia. Se dunque vuoi davvero fugare la superbia e ottenere il dono beato dell’umiltà non trascurare le cose che potranno aiutarti ad acquistarlo, anzi metti in opera tutte le cose che ne favoriscono la crescita. L’anima infatti si adatta alle cose che ama e prende sempre più la somiglianza delle cose che fa spesso. Abbi, allora, la persona, gli indumenti, il modo di camminare, la sedia, il cibo, il letto, in una parola, tutto, di stampo frugale; perfino il discorso, il movimento del corpo, la conversazione; e queste cose devono tendere alla mediocrità e non alla distinzione. Sii buono e placido col fratello, dimentica le ingiurie degli avversari; sii umano e benevolo verso i più abietti, porta aiuto e sollievo ai malati, abbi riguardo per chi è colpito da dolori, avversità, afflizioni non disprezzare nessuno, sii dolce nella conversazione, lieto nelle risposte, onesto in tutto, disponibile a tutti.» (Nilo di Ancira, Epist., 3,134).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Alfonso Rodriguez Vedovo, Religioso gesuita: Alfonso era un mercante, nato a Segovia, in Spagna, nel 1533. Si era sposato e aveva avuto due figli ma fu sconvolto dalla perdita della moglie e dei beni. A 35 anni tornò a scuola, proseguendo faticosamente gli studi interrotti in gioventù. Si presentò, quasi vecchio, come novizio in un convento della Compagnia di Gesù. Venne accolto, ma volle restare fratello coadiutore, addetto al servizio materiale della comunità. Divenne così portinaio nel convento dell’isola di Maiorca, da dove passavano i missionari diretti in America. Per tutti l’incontro con il santo portinaio era un’esperienza illuminante e a volte decisiva, come nel caso di san Pietro Claver, l’«apostolo degli schiavi». I suoi scritti furono raccolti dopo la morte, avvenuta il 31 ottobre del 1617. (Avvenire)

 Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
  30 Ottobre 2026
 
 Venerdì XXX Settimana T. O.
 
 Fil 1,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 110 (111); Lc 14,1-6
 
Gesù guariva: lasciatevi guarire da Gesù. Tutti noi abbiamo ferite, tutti: ferite spirituali, peccati, inimicizie, gelosie; forse non salutiamo qualcuno: “Ah, mi ha fatto questo, non lo saluto più”. Ma questo dev’essere guarito! “E come faccio?”. Prega e chiedi a Gesù che lo guarisca. E’ triste quando in una famiglia i fratelli non si parlano per una stupidaggine; perché il diavolo prende una stupidaggine e ne fa un mondo. Poi le inimicizie vanno avanti, tante volte per anni, e si distrugge quella famiglia. I genitori soffrono perché i figli non si parlano, o la moglie di un figlio non parla all’altro, e così le gelosie, le invidie… Questo lo semina il diavolo. E l’unico che scaccia i demoni è Gesù. L’unico che guarisce queste cose è Gesù. Perciò ad ognuno di voi dico: lasciati guarire da Gesù. Ognuno sa dove ha la ferita. Ognuno di noi ne ha; ne ha non solo una: due, tre, quattro, venti. Ognuno sa! Che Gesù guarisca quelle ferite. Ma per questo devo aprire il cuore, perché Lui venga. E come apro il cuore? Pregando. “Ma, Signore, io non posso con quella gente di là, la odio, mi ha fatto questo, questo e questo…”. “Guarisci questa piaga, Signore”. Se noi chiediamo a Gesù questa grazia, Lui la farà. Lasciati guarire da Gesù. Lascia che Gesù ti guarisca. (Francesco - Omelia nella Santa Messa nella parrocchia romana San Michele Arcangelo a Pietralata, 8 febbraio 2015)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Comboni 2000: v. 1. a) Paolo associa a sé sullo stesso piano Timoteo: anche se non ha scritto la lettera, Timoteo è pur sempre conosciuto dai Filippesi.
b) «Servi di Gesù Cristo»: è un titolo onorifico che viene applicato dall’apostolo non a tutti i cristiani, ma ad alcuni credenti che esercitano determinate funzioni (cfr. ad es. Col 4,12); implicitamente afferma che l’autorità di Paolo quale apostolo non è contestata dai Filippesi. Indica che Paolo e Timoteo hanno legato la loro vita a qualcuno (Gesù) che considerano loro esclusivo Signore, al punto da non appartenere né a sé stessi né a nessun altro (cfr Penna, 17).
c) «Di Gesù Cristo»: Abramo, Mosè, Davide, Amos, Geremia e altri son detti «servi di JHWH»; qui Gesù Cristo ha preso il posto di JHWH.
d) «A tutti i santi»: tutti sono santi perché realmente uniti a Cristo attraverso il battesimo; si noti che, in luogo di «Chiesa», c’è «santi»: Importanza del rapporto personale di Cristo con ciascuno di loro e, di conseguenza, di loro con Cristo. È evidente che qui la santità è considerata come dono, non come impegno.
e) «Che sono in Filippi»: compenetrazione tra il loro essere in Cristo e il loro abitare a Filippi; ossia l’abitare a Filippi è, per loro, l’unico modo concreto di vivere la comunione con Gesù.
f) «Con tutti i vescovi e i diaconi»: anche vescovi e diaconi non sono sopra il gruppo dei santi, ma dentro di esso. Pur dentro, sono in qualche modo distinti dalla comunità di tutti i santi (hanno un nome particolare che ne precisa la funzione). È l’unica ricorrenza del vocabolo vescovi in Paolo. Vescovi: esercitano funzioni di governo e di cura pastorale (non esattamente coincidenti con quelle degli attuali vescovi: non c’era ancora una gerarchia articolata come la nostra). Diaconi: esercitano funzioni di servizio, di assistenza e di annuncio, quali aiutanti dei Vescovi. Vescovi e Diaconi esercitano funzioni di tipo amministrativo, non magisteriale.
v. 2. «Grazia» = divina benevolenza. «Pace» = tutto quanto di vero, di bello, di buono è desiderabile e augurabile.
vv. 3-5.  Si noti l’inizio: il ringraziamento a Dio. Si noti il mio Dio (cfr. Rm 1,8; 1Cor 1,4; Fil 4). Si noti l’insistenza: ogni volta, sempre, ogni preghiera. Si noti la preghiera fatta con gioia. «A motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo»: alla lettera si deve tradurre, in maniera molto più espressiva e profonda: «a motivo della vostra comunione con/per il vangelo»: i Filippesi sono radicati nel vangelo e per questo possono diffonderlo, vale a dire sono radicati in Cristo e perciò possono annunciarlo.
v. 6. «Colui che ha iniziato quest’opera buona»: Dio è il Primo (inizia) e l’Ultimo (porta a compimento): Is 48,12-19. Importante: la vocazione alla comunione per il vangelo sta sullo stesso piano della creazione (cfr. Gen 1: Dio vide che era buono).
v. 7. «Vi porto nel cuore»: tenero affetto; la grazia concessa da Dio ai Filippesi è quella di soffrire per amore di Gesù e precisamente per il vangelo, cioè per diffondere il vangelo che è Gesù: cfr. Mc 8,35.
v. 8. L’amore di Paolo per i Filippesi è, sì, profondamente e concretamente umano, ma affonda le radici nelle viscere di Gesù, nel suo cuore.
vv. 9-11. Dopo la preghiera di ringraziamento, ecco quella di domanda, precisamente di intercessione. «Si arricchisca»: ogni vero amore non può fare a meno di intensificarsi, pena la sua fine. «Discernimento»: l’amore è lucido, non cieco: per distinguere l’essenziale dall’accidentale, dall’inutile e dal nocivo, ossia per intuire ciò che è giusto lasciar fare a Dio e ciò che è giusto fare per l’uomo (cfr. 1Gv 3,23). «Frutti di giustizia»: in greco c’è il singolare («frutto»): il frutto è uno solo: la giustizia per la quale l’uomo è reso giusto, santo, salvo da Gesù (cfr. Gal e Rm); essere giusti è lasciar fare a Gesù, permettergli di svolgere la sua opera buona per eccellenza che è la redenzione.
 
Vangelo
Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?
 
Gesù accettando di recarsi «in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare» fa bene intendere che la sua opposizione verso di essi non è per partito preso o per pregiudizi, ma che si fonda su ragioni molto più profonde delle solite diatribe scolastiche (Cf. Mt 23,13-36; Lc 11,37-52).
… stavano ad osservarlo, questa nota fa comprendere che l’invito aveva i suoi fini certamente non amichevoli. L’uomo malato di idropisia è dinanzi a Gesù, e forse anche questo posto a tavola era stato scelto con cura. Gesù non tiene conto di questi accorgimenti ambigui, e prende l’iniziativa, e con una domanda rivolta ai dottori della Legge e ai farisei fa cadere dal loro cuore e dal loro volto la maschera della ipocrisia.
Gesù sorprende i dottori della Legge e i farisei “non nelle analisi degli articoli della Legge [in base ai quali essi avrebbero potuto rispondere di no], ma nella pratica osservanza della Legge [a questo proposito essi non sanno cosa rispondere]. Così egli smantella ancora una volta [cfr 6,42; 12,56] la loro intransigenza e la loro ipocrisia” (Carlo Ghidelli, Luca)
Se avessero risposto che era lecito guarire di sabato avrebbero accusato se stessi di essere trasgressori della Legge, se avessero risposto negativamente avrebbero messo a nudo la loro ipocrisia e la loro durezza di cuore. Gesù guarisce l’ammalato e spiazza i dottori della Legge e i farisei con una affermazione lapidaria: Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?
Le guide spirituali del popolo eletto non possono che continuare a tacere: “E non potevano rispondere nulla a queste parole”.
Una guarigione accettata anche se malvolentieri, ma naturalmente tutto questo costituiva una miscela esplosiva e che avrebbe acceso nuove violente diatribe.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc14,1-6:
 
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no guarire di sabato?” Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a queste parole.
 
Parola del Signore.
 
Discorso durante un convito - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Con il vangelo di oggi inizia un discorso di Gesù ai commensali di un convito. Il primo versetto serve da introduzione generale e indica le circostanze di tempo e luogo: un sabato e durante un pasto in casa di un illustre fariseo. In questo contesto, Luca incastra con maestria i diversi episodi e temi di conversazione (che leggeremo fino a lunedì prossimo). Si crea così un’interdipendenza di idee; quello che accade lì ha una relazione simbolica con il grande banchetto escatologico e messianico del regno di Dio.
Nello sviluppo dell’insieme Luca segue le regole dello stile greco, richieste da questo genere letterario, il cui prototipo sul terreno filosofico è il convito di Platone: ogni invitato faceva un discorso o ascoltava con venerazione i maestri, in questo caso Gesù.
L’inaspettata presenza dell’uomo malato di idropisia - accumulo di acqua nei tessuti - ricorda la scena della guarigione del paralitico nella sinagoga (Lc 6,6ss) e della donna incurvata (lunedì di questa settimana: 13,10ss). In ognuno di questi casi - forse varianti di uno solo - si può indovinare un secondo piano di lettura.
I malati incarnano la situazione del popolo, oppresso dai giuristi con le prescrizioni della legge mosaica, e non solo quella riguardante il sabato, così come essi le spiegavano alla gente. Gesù viene a liberarli da questo giogo insopportabile. Libertà di spirito che allieta i semplici ed è rifiutata dalle guide religiose; per questo decidono di eliminare un soggetto così «sovversivo» come Gesù.
Dato che Gesù è consapevole che scribi e farisei lo spiano per poterlo accusare, prima di curare l’idropico fa loro questa domanda diretta e impegnativa: «È lecito o no curare di sabato?». Egli conosceva molto bene i trentanove lavori proibiti di sabato secondo le tradizioni rabbiniche riepilogate nella Mishnah: curare era tra questi, dato che era considerato come esercizio della medicina. Ma conosceva anche i sotterfugi e le eccezioni a cui ricorrevano i legulei per salvaguardare la proprietà privata; così permettevano di soccorrere un animale infortunato di sabato.
Allora Gesù, che valutava più l’uomo che non i beni, disse loro: «Chi di voi, se un asino (suo figlio, secondo i migliori manoscritti) o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». A maggior ragione sarà permesso curare un malato restituendogli la salute, che è, insieme alla vita, il maggior bene umano. « Perciò è permesso fare del bene anche di sabato » (Mt 12,12); perché fare del bene al prossimo non può violare nessuna legge di Dio.
 
Per approfondire
 
Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia - Detlev Dormeyer / Anton Grabner (Prontuario della Bibbia): Malattia. a) Secondo l’Antico Testamento la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’Antico Testamento si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’Antico Testamento, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss).
b) Anche nel Nuovo Testamento domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è il segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col l,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
Gli Apostoli e la Chiesa dinanzi alla malattia - J. Giblet e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica):  1. Il segno del regno di Dio, costituito dalle guarigioni miracolose, non è rimasto confinato nella vita terrena di Gesù. Egli aveva associato i suoi apostoli, sin dalla loro prima missione, al suo potere di guarire le malattie (Mt 10,1). Al momento della missione definitiva promette loro una realizzazione continua di questo segno per accreditare l’annunzio del vangelo (Mc 16,17s). Perciò gli Atti notano a più riprese le guarigioni miracolose (Atti 3,1ss; 8,7; 9,32ss; 14,8ss; 28,8s) che mostrano la potenza del nome di Gesù e la realtà della sua risurrezione. Così pure Paolo, tra i carismi, ricorda quello di guarigione (1Cor 12,9.28.30): questo segno permanente continua ad accreditare la Chiesa di Gesù facendo vedere che lo Spirito Santo agisce in essa. Tuttavia la grazia di Dio viene ordinariamente agli ammalati in un modo meno spettacolare. Riprendendo un gesto degli apostoli (Mc 6,13), i «presbiteri» della Chiesa compiono su di essi, che pregano con fede e confessano i loro peccati, unzioni con olio nel nome del Signore; questa preghiera li salva, perché i peccati sono loro rimessi ed essi possono sperare, se così piace a Dio, la guarigione (Giac 5,14ss).
2. Questa guarigione non avviene tuttavia in modo infallibile, come se fosse l’effetto magico della preghiera o del rito. Finché dura il mondo presente, l’umanità deve continuare a portare le conseguenze del peccato. Ma «prendendo su di sé le nostre malattie» al momento della sua passione, Gesù ha dato loro un nuovo senso: come ogni sofferenza, esse hanno ormai un valore di redenzione. Paolo, che ne ha fatto l’esperienza a più riprese (Gal 4,13; 2Cor 1,8ss; 12,7-10), si sa che esse uniscono l’uomo a Cristo sofferente: «Portiamo nei nostri corpi le sofferenze di morte di Gesù, affinché la vita di Gesù sia anch’essa manifestata nel nostro Corpo» (2 Cor 4,10). Mentre Giobbe non arrivava a comprendere il senso della sua prova, il cristiano si rallegra di «completare nella sua carne ciò che manca alle prove di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24).
Nell’attesa che giunga questo ritorno al paradiso dove gli uomini saranno guariti per sempre dai frutti dell’albero della vita (Apoc 22,2; cfr. Ez 47,12), la malattia stessa è inserita, come la sofferenza e come la morte, nell’ordine della salvezza. Non che essa sia facile da portare: rimane una prova, ed è carità aiutare il malato a sopportarla, visitandolo e consolandolo. «Portate le malattie di tutti», consiglia Ignazio di Antiochia.
Ma servire gli ammalati significa servire Gesù stesso nelle sue membra sofferenti: «Ero ammalato e mi avete visitato», dirà nel giorno del giudizio (Mi 25,36). Il malato, nel mondo cristiano, non è più un maledetto dal quale ci si scosta (cfr. Sal 38,12; 41,6-10; 88,9); è l’immagine ed il segno di Cristo Gesù.
 
Ireneo (Contro le eresie, 4,11-13.15.16): Il Signore non ha abrogato, ma ha ampliato e completato i precetti naturali della legge, quelli cioè che giustificano l’uomo, e che venivano osservati anche prima della legge da coloro che erano giusti per la loro fede e piacevano a Dio. Risulta chiaro dalle sue parole: È stato detto agli antichi: Non commettere adulterio. Ma io dico a voi: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,27-28). E ancora: È stato detto: Non uccidere. Ma io vi dico: Chiunque si adira con suo fratello senza motivo è passibile di condanna (Mt 5,21-22). E ancora: È stato detto: Non spergiurare... Ma io vi dico di non giurare mai. Il vostro sì, sia un sì; il vostro no, un no (Mt 5,33-37). E altre espressioni simili. Tutti questi precetti non sono contrari e non aboliscono i precedenti, come vanno dicendo i seguaci di Marcione, ma li dilatano ed estendono, come il Signore stesso ha detto: Se la vostra giustizia non è superiore a quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5,20).
 
Testimoni di Cristo - San Marciano da Siracusa. Le radici apostoliche della fede in Sicilia: Un sottile filo rosso lungo le pieghe dei secoli collega la nostra storia a quella degli Apostoli e quindi a quella del Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto. Siracusa in san Marciano ritrova proprio le radici apostoliche e quindi il legame profondo con Cristo. Le fonti sulla vita di questo santo martire in realtà sono tardive, ma questo non sminuisce la portata storica e di fede della figura di Marciano, che, secondo la tradizione, ad Antiochia era divenuto discepolo di san Pietro. Quest’ultimo lo inviò poi in Sicilia a portare il Vangelo. A Siracusa l’impegno di Marciano ebbe un notevole successo, portando a numerose conversioni, ma attirandosi l’inimicizia e l’odio di «coloro che in quel tempo avevano indegnamente lo scettro del comando». Per questo il protovescovo di Siracusa venne catturato e martirizzato. Alcune sue reliquie, poi, giunsero fino in Lazio, forse per mare, e sono conservate nella cripta della Cattedrale di Gaeta, che lo celebra come compatrono. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
  29 OTTOBRE 2026
 
GIOVEDÌ DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Ef 6,10-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 143 (144); Lc 13,31-35
 
Da che devo difendermi? Cosa devo fare? ‘Indossare l’armatura di Dio’, ci dice Paolo, cioè quello che è di Dio ci difende, per resistere alle insidie del diavolo. (…) Ma a questa generazione – a tante altre –  hanno fatto credere che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male. Ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui. Lo dice Paolo, non lo dico io! La Parola di Dio lo dice. Ma noi non siamo tanto convinti. E poi Paolo dice com’è questa armatura di Dio, quali sono le diverse armature, che fanno questa grande armatura di Dio. E lui dice: ‘State saldi, dunque, state saldi, attorno ai fianchi la verità’. Questa è un’armatura di Dio: la verità. (…) La vita cristiana è una lotta, una lotta bellissima, perché quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande: quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza. Ma sì, tutti siamo un po’ pigri, no, nella lotta, e ci lasciamo portare avanti dalla passione, da alcune tentazioni. È perché siamo peccatori, tutti! Ma non scoraggiatevi. Coraggio e forza, perché c’è il Signore con noi. (Francesco - Omelia a Santa Marta, 30 ottobre 2014)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Paolo invita i cristiani di Efeso a fortificarsi nel Signore per poter resistere alle insidie del diavolo. Bisogna essere attenti perché la battaglia è contro nemici assai potenti e molto astuti, contro i Principati e le Potenze infernali. I dominatori di questo mondo tenebroso sono “degli spiriti che, nell’opinione degli antichi, governavano gli astri e, per mezzo di loro, tutto l’universo. Risiedono «nei cieli» [Ef 1,20s; 3,10; Fil 2,10] o «nell’aria» [Ef 2,2], tra la terra e il soggiorno di Dio, e coincidono in parte con ciò che Paolo chiama altrove gli «elementi del mondo» [Gal 4,3]. Sono stati infedeli a Dio e hanno voluto assoggettarsi gli uomini nel peccato [Ef 2,2], ma il Cristo è venuto a liberarci dalla loro schiavitù [Ef 1,21; Col 1,13; 2,15; 2,20]; armati della sua forza liberante, i cristiani possono ormai lottare contro di essi con fiducia.” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.
 
Gesù sta attraversando il territorio sotto la giurisdizione del re Erode Antipa, un uomo scaltro, una volpe, ma anche un uomo vile. Egli crede di sbarazzarsi di Gesù con l’astuzia, facendogli arrivare messaggi minacciosi. Pensa di fargli fare la stessa fine di Giovanni Battista. Ma Gesù va in Giudea non perché l’ha stabilito Erode, ma perché rientra nel piano di Dio: come tutti i profeti Gesù deve morire a Gerusalemme. Il cammino di Gesù non dipende da Erode né da nessun altro: è guidato da una divina necessità: È necessario (cfr. Lc 24,25-26). E nessuno, per quanto potente o astuto, può ostacolarla o sconvolgerla. 
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,31-35
 
In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere».
Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”.
Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».
 
Parola del Signore.
 
Alcuni farisei di buona pasta avvisano Gesù che Erode vuole ucciderlo, e le minacce di questo uomo non vanno prese alla leggera. Erode Antipa, tetrarca della Galilea e della Perea, è uomo dissoluto e sanguinario. Figlio di Erode il grande, al pari del padre, è un uomo lussurioso, scaltro, pronto a tutto. Di tal uomo si ricorderà una triste e perversa vicenda: accalappiato da una ballerina non esiterà a far decapitare Giovanni il Battista.
Il perché Erode voglia uccidere Gesù non viene detto, ma la notizia, conoscendo il personaggio, è da ritenere veritiera.
Invece di fuggire, Gesù manda un messaggio molte eloquente ad Erode: Andate a dire a quella volpe. Il lemma alopex (volpe) sia nella letteratura ellenistica che in quella rabbinica era sinonimo di astuzia e di malizia.
Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta, questa espressione molto comune in aramaico, esprime un breve lasso di tempo, e ricorda Os 6,2. La risposta ai farisei fa intendere che il destino di Gesù non appeso ai sotterfugi di Erode, la libertà di Gesù è piena.
Però è necessario, sarà Gesù, quando sul quadrante della volontà di Dio scoccherà l’ora, a consegnasi nelle mani dei carnefici per portare a compimento il progetto di salvezza tracciato ab aeterno a favore di tutti gli uomini. Naturalmente i tre giorni  stanno ad indicare anche i giorni della passione-morte di Gesù, della sepoltura, e, al terzo giorno, della risurrezione.
Gerusalemme, Gerusalemme, Gesù ancora una volta denuncia la perfidia degli israeliti, sempre pronti ad armarsi di pietre per scagliare contro chi ragiona diversamente, è la sorte che è toccata ai profeti scomodi, la stessa sorte toccherà a Gesù. Il lamento su Gerusalemme è composto da un riferimento veterotestamentario, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto, un’immagine che ricorda l’affetto paterno di Dio verso il suo popolo (cfr. Sal 90 [91],4; Dt 32,11) e da una profezia la vostra casa è abbandonata a voi: una profezia oscura, indeterminabile, ma che si possono approntare due soluzioni. La prima, se l’affermazione allude a Ger 22,1-9, la casa non si riferirebbe al tempio di Gerusalemme, né “deserta” alla sua distruzione, avvenuta nel 70, ma alla casa del re di Giuda. La seconda ipotesi protenderebbe, molto probabilmente, al tempio, la casa di Dio, che sarà abbandonata dalla Gloria di Dio e abbandonato nelle mani dei pagani che lo distruggeranno, non lasciando pietra su pietra (cfr. Lc 21,5).
 
Per approfondire
 
Satana - Gli scritti paolini - È vero che san Paolo, riassumendo a larghe linee nella lettera ai romani la situazione dell’umanità prima di Cristo, personifica il peccato e la morte, di cui mostra la temibile potenza; ma si tratta, nel complesso della sua dottrina, di un momento, che non è l’effetto di una risorsa puramente letteraria, ma della sua acuta coscienza dell’importanza della croce di Gesù e della necessità dell’opzione di fede che egli richiede. D’altra parte, Paolo non identifica il peccato con satana; nel peccato, infatti, egli vede prima di tutto ciò che esso è essenzialmente, un atto personale degli uomini, e anche lo stato di colpevolezza e di accecamento nel quale satana effettivamente cerca di gettarli e mantenerli. In tal modo, Paolo distingue bene satana dal peccato. L’apostolo, il quale davanti alla « legge del peccato che sente nelle sue membra » confessa anzitutto la sua impotenza senza la grazia, è quello stesso che, con estrema decisione, invita a resistere a satana, a non farsi dominare da lui, a non dargli occasione o vantaggio e a schiacciarlo sotto i piedi. Perché satana è per lui una entità personale, « il dio di questo mondo », un avversario furbo, distinto sia da noi che dal peccato, che egli suggerisce. Come nel vangelo, l’apostolo lo vede all’opera nella storia del mondo, in quello che egli chiama « il mistero della iniquità »: nella incredulità che si rifiuta di riconoscere il signore Gesù e anche nell’aberrazione della idolatria, nella seduzione che minaccia la fedeltà della Chiesa a Cristo suo sposo, infine nel traviamento escatologico che conduce al culto dell’uomo messo al posto di Dio. Certamente, satana induce al peccato, ma si distingue dal male che egli fa commettere.
 
Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere - Don Silvio Longobardi: È solo un frammento del ministero di Gesù ma permette di capire in quali condizioni egli realizza l’opera che il Padre gli ha affidato. Le folle lo cercano, il potere lo osserva. I discepoli lo ascoltano con fiducia perché lo considerano un profeta; i farisei, invece, lo ritengono un impostore. Sono proprio i farisei che lo invitano a partire per sfuggire all’ira di Erode. In apparenza è un gesto di amicizia, in realtà cercano pretesti per liberarsi di Gesù. Lo considerano un pericolo, un rabbi che stravolge la tradizione dei padri. La minaccia ha un suo nucleo di verità. È vero, Gesù non si presenta come un agitatore politico, ma è vero anche che l’entusiasmo popolare viene visto con diffidenza, anzi con un certo fastidio, una possibile causa di sommosse popolari. Meglio allontanare un uomo come Gesù, abbiamo meno problemi. Gesù si trova ancora in Galilea ma è in cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51). Non può rinunciare ad andare nella città santa dove troverà compimento la sua missione. Gesù considera i farisei come gli ambasciatori di Erode e chiede loro di rispondere al re con queste parole: “è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme” (13,32-33). Gesù non si lascia intimidire dalle minacce, non si nasconde, non ha intenzione di rinunciare al compito che gli è stato affidato, anzi ribadisce che andrà fino in fondo.
Queste parole invitano anche noi ad evitare ogni forma di mediocrità. Lungo il cammino incontriamo spesso ostacoli, piccoli e grandi. A volte all’esterno ma tante altre volte all’interno. Il Signore ci chiede di rimanere fedeli al compito che ci è stato affidato. C’è una storia da costruire, ci sono ancora tante pagine da scrivere, nessuno deve fermarsi a metà. Un santo eremita diceva: “Non riposarci, dopo aver incominciato, non venir meno alle fatiche, non dire abbiamo coltivato a lungo l’ascesi; accresciamo invece la prontezza della nostra volontà, come se incominciassimo ogni giorno” (Sant’Antonio Abate).
 
Gesù, vincitore di Satana e dei demòni. - J. B. Brunon e P. Grelot: La vita e l’azione di Gesù si collocano nella prospettiva di questo duello tra due mondi, la cui posta è in definitiva la salvezza dell’uomo. Gesù affronta personalmente Satana e riporta su di lui la vittoria (Mt 4,11 par.; Gv 12,31). Affronta pure gli spiriti maligni che hanno potere sull’umanità peccatrice, e li vince nel loro dominio. Tale è il senso di numerosi episodi in cui sono di scena degli indemoniati: quello della sinagoga di Cafarnao (Mc 1,23-27 par.) e quello di Gadara (Mc 5,1-20 par.), la figlia della sirofenicia (Mc 7,25-30 par.) ed il ragazzo epilettico (Mc 9,14-29 par.), l’indemoniato muto (Mt 12,22 ss par.) e Maria di Magdala (Lc 8,2). Per lo più, possessione diabolica e malattia sono mescolate (cfr. Mt 17,15.18); quindi ora si dice che Gesù guarisce gli indemoniati (Lc 6,18; 7,21) ed ora che scaccia i demoni (Mc 1,34-39). Senza porre in dubbio i casi nettissimi di possessione (Mc 1,23s; 5,6) bisogna tener conto dell’opinione del tempo, che attribuiva direttamente al demonio fenomeni che oggi rientrano nella psichiatria (Mc 9,20ss). Bisogna soprattutto ricordare che ogni malattia è un segno della potenza di Satana sugli uomini (cfr. Lc 13,11). Affrontando la malattia, Gesù affronta Satana; dando la guarigione, trionfa di Satana. I demoni si credevano insediati quaggiù da padroni; Gesù è venuto a perderli (Mc 1,24). Dinanzi all’autorità che egli manifesta nei loro confronti, le folle sono stupefatte (Mt 12,23; Lc 4,35ss). I suoi nemici l’accusano: «Egli scaccia i demoni in virtù di Beelzebul, principe dei demoni» (Mc 3,22 par.); «non sarebbe per caso anch’egli posseduto dal demonio?» (Mc 3,30; Gv 7,20; 8,48s.52; 10,20s). Ma Gesù dà la vera spiegazione: egli scaccia i demoni in virtù dello Spirito di Dio, e ciò prova che il regno di Dio è giunto fino agli uomini (Mt 12,25-28 par.). Satana si credeva forte, ma è scacciato da uno più forte (Mt 12,29 par.). Ormai gli esorcismi si faranno quindi nel nome di Gesù (Mt 7,22; Mc 9,38s). Mandando in missione i suoi discepoli, egli comunica loro il suo potere sui demoni (Mc 6,7.13 par.). Di fatto essi constatano che i demoni sono loro soggetti: prova evidente della caduta di Satana (Lc 10,17-20). Questo sarà, in tutti i secoli, uno dei segni che accompagneranno la predicazione del vangelo, unitamente ai miracoli (Mc 16,17).
 
Contro i dominatori di questo mondo tenebroso: «Paolo li chiama dominatori terreni non perché abbiano ricevuto l’autorità di regnare da Dio, ma perché hanno reso loro schiave queste persone dai facili costumi, come se fossero di spontanea volontà loro schiavi. Il santo apostolo ha imitato il migliore tipo di generale, infatti desiderando far andare via coloro che non erano idonei a far parte del suo esercito, da astuto generale descrive loro la forza eccezionale del nemico» (Teodoreto, Commento all’epistola agli Efesini, 6,12).
 
Testimoni di Cristo - San Narciso: Aveva quasi cent’anni quando venne eletto 30° vescovo di Gerusalemme. Era nato nel 96 da famiglia non israelita. Nonostante l’età, governò a lungo e con fermezza. Presiedette il Concilio in cui si decise che la Pasqua dovesse cadere di domenica. E a lui si attribuisce, proprio nel giorno di Pasqua, il miracolo di aver mutato l’acqua in olio per le lampade della sua chiesa, rimaste a secco. Per il suo rigore furono sparse calunnie sul suo conto. Si allontanò da Gerusalemme e, creduto morto, vennero eletti uno dopo l’altro due successori. Ma lui, alla morte del secondo, ricomparve. L’ultima notizia su di lui è in una lettera del coadiutore sant’Alessandro: si dice che aveva compiuto 116 anni. (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

  28 Ottobre 2026

SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI

Ef 2,19-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Lc 6,12-19
 
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 28 Ottobre 2012): Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). È ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.
Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come Teodòro, Teòdoto. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». È una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto.

Liturgia della Parola
 
I Lettura: I cristiani di Efeso che provengono dal mondo pagano un tempo esclusi dalla cittadinanza d’Israele, ora, mediante il battesimo, non sono più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e di profeti. I profeti, qui si tratta di quelli del Nuovo Testamento (Ef 3,5; 4,11; At 11,27), costituiscono con gli apostoli, “la generazione dei primi testimoni che hanno ricevuto la rivelazione del piano divino (Ef 3,5) e che hanno predicato il vangelo [cfr. Lc 11,49, Mt 23,34, Mt 10,41). Sono dunque come il fondamento sul quale si edifica la chiesa” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
 
La preghiera, la vocazione degli Apostoli, le guarigioni degli infermi sono i temi che si intrecciano nel Vangelo odierno. A motivo della festa dei Apostoli Simone e Giuda l’attenzione va spostata sulla chiamata dei Dodici ai quali Gesù diede il nome di apostoli. Apostolos, nell’ellenismo, era un termine tecnico della navigazione, specialmente di quella militare e stava a significare l’invio di una flotta o di un esercito. Con questo termine si designava anche il comandante di una spedizione. In seguito la parola assunse significati diversi, come «lettera di accompagnamento» o «foglio di consegna» o anche «passaporto». Nel giudaismo a significare meglio il termine e il concetto di apostolo, quale avremo nel Nuovo Testamento, è la figura giuridica dello shaliah, che significa servo o ministro. Il termine denota una specie di ambasciatore o rappresentante, incaricato a svolgere con autorità il compito affidatogli, religioso o profano che fosse. Così si stabilisce una relazione profonda tra Gesù e i suoi apostoli: come egli è l’inviato del Padre, così gli apostoli sono i suoi inviati; come il Padre dimora nel Figlio inviato da lui, così anche il Figlio dimora nei suoi apostoli; come il Padre compie in lui le sue opere, così il Figlio compie negli apostoli le sue opere.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,12-19
 
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante.
C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
 
Parola del signore
 
Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Luca): La creazione dei Dodici è la settima azione potente di Gesù, dove si compie e trova riposo tutto il suo lavoro: è il mondo nuovo, l’umanità che nell’ascolto entra nel giorno di Dio e raggiunge il suo riposo. I Dodici sembrano piccola cosa di fronte alla vastità del mondo al quale sono inviati. Ma è stile costante di Dio operare tutto attraverso poco (cf. Gdc 7,1-8). La sua azione è sempre sacramentale: in un piccolo segno d’amore, dona una realtà infinita, se stesso come amore. Questa sacramentalità, per cui l’infinito opera nella piccolezza, è necessaria perché Dio è infinito e l’uomo finito, ma fatto per l’infinito. Ma è anche necessaria per rispettare la libertà dell’uomo che Dio ama e dal quale vuole essere amato in libertà. Il piccolo non si impone: solo si propone e può essere accolto a meno.
Non bisogna mai dimenticare l’efficacia reale e infinita del piccolo segno, né a livello personale né a livello ecclesiale. Si cadrebbe in deliri di onnipotenza, vecchi come il peccato di Gn 3!
La chiamata all’apostolato, mattino della piccola chiesa che sta sorgendo (cf. 12,32), nasce dalla notte di preghiera di Gesù. Come a dire che la chiamata che fonda la chiesa nasce dalla sua comunione con il Padre fin dentro la notte, cioè dall’obbedienza e dall’amore a lui fino alla morte. Ed è una chiamata alla stessa comunione, fine di ogni apostolato.
 
Per approfondire
 
I Dodici: Pastores gregis 6: Il Signore Gesù, durante il suo pellegrinaggio sulla terra, annunciò il Vangelo del Regno e lo inaugurò in se stesso, rivelandone a tutti gli uomini il mistero. Chiamò uomini e donne alla sua sequela e, fra i discepoli, ne scelse Dodici, perché «stessero con Lui» (Mc 3,14). Il Vangelo secondo Luca specifica che Gesù fece questa sua scelta dopo una notte di preghiera trascorsa sulla montagna (cfr. Lc 6,12). Il Vangelo secondo Marco, a sua volta, sembra qualificare tale azione di Gesù come un atto sovrano, un atto costitutivo che dà identità a coloro che ha scelto: «ne costituì Dodici» (Mc 3,14). Si svela, così, il mistero dell’elezione dei Dodici: è un atto di amore, liberamente voluto da Gesù in unione profonda con il Padre e con lo Spirito Santo. La missione affidata da Gesù agli Apostoli deve durare sino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi sono incaricati di trasmettere è la vita per la Chiesa di ogni tempo. Proprio per questo essi hanno avuto cura di costituirsi dei successori, in modo che, come attesta S. Ireneo, la tradizione apostolica fosse manifestata e custodita nel corso dei secoli.
 
I vescovi successori degli apostoli: Lumen gentium 24-25: I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e in terra, la missione d’insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza (cfr. Mt 28,18-20; Mc 16,15-16; At 26,17ss). Per compiere questa missione, Cristo Signore promise agli apostoli lo Spirito Santo e il giorno di Pentecoste lo mandò dal cielo, perché con la sua forza essi gli fossero testimoni fino alla estremità della terra, davanti alle nazioni e ai popoli e ai re (cfr. At 1,8; 2,1ss; 9,15). L’ufficio poi che il Signore affidò ai pastori del suo popolo, è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente «diaconia», cioè ministero (cfr. At 1,17 e 25; 21,19; Rm 11,13; 1Tm 1,12). La missione canonica dei vescovi può essere data per mezzo delle legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e universale potestà della Chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla stessa autorità o da essa riconosciute, oppure direttamente dallo stesso successore di Pietro; se questi rifiuta o nega la comunione apostolica, i vescovi non possono essere assunti all’ufficio.
 
José María Álvarez de Toledo: Le decisioni importanti non vengono prese su due piedi. Gesù sapeva che gli apostoli erano chiamati a formare la sua Chiesa e a diffondere il Vangelo in tutto il mondo. Per questo ha passato tutta la notte in preghiera, implorando suo padre Dio di aiutarlo a fare la scelta giusta. Avrebbe fatto lo stesso anni dopo nell'Orto degli Ulivi, chiedendo la forza di fare la volontà di suo Padre.
È nella preghiera, in quel dialogo faccia a faccia con Dio, che anche noi maturiamo le decisioni che segneranno la nostra vita. Cosa mi sta chiedendo il Signor? Come posso affrontare questa situazione? Cosa mi starà dicendo con ciò che mi è appena successo? Le grandi domande che possiamo porci trovano risposta in questi momenti di intimità con Gesù.
Ma avere a che fare con Dio non significa solo parlargli di queste grandi questioni: un padre è interessato anche alle più piccole cose di suo figlio. Per questo cerchiamo di parlare al Signore di quello che succede nel nostro cuore e nella nostra mente: speranze, preoccupazioni, gioie, paure, dubbi, eccetera.
In questo modo, il cristiano trasforma tutta la sua giornata in preghiera. Sa come rivolgersi costantemente a Gesù nelle cose che gli accadono. Impara a gioire con lui quando sente una buona notizia, a soffrire con lui quando ha una difficoltà, a consolarlo quando vede il peccato... E così affronterà ogni giorno sentendo che Dio lo guarda in ogni momento.
 
Ambrogio (In Lucam, V, 41) - … salì sul monte…: sale il monte chi cerca Dio, sale sulla cima chi implora, per la sua ascesa, l’aiuto di Dio. Tutte le anime grandi, tutte le anime levate raggiungono la vetta… Non coi passi del tuo corpo, ma con le tue azioni levate sali questa montagna. Segui Gesù, in modo che tu stesso possa divenire un monte.
 
Testimoni di Cristo - Santi Simone e Giuda, Apostoli - Il cuore che sa amare è aperto alla vita di Dio: Il cuore che sa amare è pronto a riconoscere lo sguardo di Dio e ad ascoltare la sua voce, per questo chi vive nell’amore non teme nulla, perché percepisce l’abbraccio dell’Infinito. È questo il senso della risposta che Gesù dà alla domanda dell’apostolo Giuda Taddeo (o Giuda di Giacomo): “Perché ti sei manifestato a noi e non al mondo?”. Chiunque ami, nota il maestro, è pronto ad accogliere Dio. La Chiesa oggi celebra questo apostolo assieme a Simone, che era di Cana ed era soprannominato “lo zelota”, probabilmente perché aveva militato tra le fila del movimento che sognava una rivolta violenta contro i Romani per cambiare la storia. Sia Giuda (il cui soprannome Taddeo significa “magnanimo”) che Simone per la tradizione morirono martiri, il segno più grande di un amore al quale hanno offerto la propria vita fino alla fine. (Autore Matteo Liut)
 
O Dio, che per mezzo degli apostoli
ci hai fatto giungere alla conoscenza del tuo nome,
per l’intercessione dei santi Simone e Giuda
concedi alla tua Chiesa di crescere sempre
con l’adesione di nuovi popoli alla fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.