1 Luglio 2026
 
Mercoledì della XIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Am 5,14-15.21-24; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 (50); Mc 8,28-34
 
San Giustino Orona Madrigal Sacerdote e fondatore, martire: Nacque a Atoyac, Jalisco (Diocesi di Ciudad Guzmán) il 14 aprile 1877. Parroco di Cuquío, Jalisco (Arcidiocesi di Guadalajara). Fondatore della congregazione religiosa delle sorelle Clarisse del Sacro Cuore. La sua vita fu segnata da dolori ma sempre si mantenne cortese e generoso. Una volta scrisse: “Coloro che perseguono il cammino del dolore con fedeltà, sicuramente possono salire al cielo”. Quando la persecuzione divenne più pesante rimase tra i suoi fedeli dicendo: “Io resterò tra i miei vivo o morto”. Una notte, dopo aver deciso con il suo vicario e compagno di martirio, padre Atilano Cruz, una speciale pastorale, da tenersi in mezzo ad innumerevoli pericoli, entrambi si ritirarono in una casa del “Rancho de Las Cruces”, vicino a Cuquío per riposare. All’alba del 1° luglio 1928 forze federali ed il presidente municipale de Cuquío irruppero violentemente nel rancho e colpirono la porta della stanza in cui dormivano. Il Signor Curato Orona aprì e con voce forte salutò il giustiziere: “Viva Cristo Re!”. La risposta fu una pioggia di pallottole. (Autore: Mons. Oscar Sánchez Barba, Postulatore)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI MODE: Il passo biblico Amos 5,14-15.21-24 descrive il forte richiamo di Dio, attraverso il profeta Amos, a abbandonare l’ipocrisia religiosa in favore della giustizia sociale e dell’onestà morale.
Il messaggio di Amos si basa su concetti chiave della teologia profetica:
La vera ricerca di Dio (vv. 14-15): Amos corregge l’idea che la vicinanza di Dio sia automatica. La vera fede si concretizza nel compiere il bene e ristabilire il diritto nei tribunali.
Il rifiuto del culto formale (vv. 21-23): Dio detesta le cerimonie religiose (“festività”, “olocausti”, “canti”) quando non corrispondono a una vita onesta. Il culto è autentico solo se vissuto nell’etica quotidiana.
Il primato della giustizia (v. 24): L’immagine finale del “torrente perenne” sottolinea che la giustizia sociale non deve essere sporadica, ma un flusso ininterrotto che dà vita alla comunità.
 
Vangelo
Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?
 
Il racconto della liberazione dei due indemoniati di Gadara, con alcune varianti, è presente anche in Marco e in Luca. Con il permesso di Dio, satana esercita una sorta di dominio sull’uomo prendendone possesso. Questa possessione “è accompagnata spesso da una malattia, poiché questa, a titolo di conseguenza del peccato [Mt 9,2], è un’altra manifestazione dell’azione di Satana [Lc 13,16]. Così gli esorcismi del Vangelo, che a volte, come qui, appaiono allo stato puro [cfr. Mt 15,21-28p; Mc 1,23-28p; Lc 8,2], avvengono spesso in forma di guarigione [Mt 9,32-34; 12,22-24p; 17,14-18p; Lc 13,10-17]. Con il suo potere sui demoni Gesù distrugge l’impero di Satana [Mt 12,28p; Lc 10,17-19; cfr. Lc 4,6, Gv 12,31] e inaugura il regno messianico, di cui lo Spirito santo è la promessa caratteristica [Is 11,2; Gl 3,1s]. Se gli uomini rifiutano di comprenderlo, i demoni invece lo sanno bene [qui e Mc 1,24p; 3,11p, Lc 4,41, At 16,17; 19,15]. Questo potere di esorcismo, Gesù lo comunica ai suoi discepoli insieme con il potere delle guarigioni miracolose [Mt 10,1; 10,8p] che gli è connesso [Mt 8,3; 4,24; 8,16p; Lc 13,32]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,28-34
 
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque.
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 29 Gli spiriti maligni che possedevano quegli infelici avevano avvertito la presenza di Cristo. Essi deplorano la venuta di Gesù, poiché vogliono esplicare la loro malefica attività, prima di essere relegati definitivamente nell’inferno dopo il giudizio finale. La teologia cattolica ammette che il demonio, per una volontà permissiva di Dio, abbia una certa libertà di azione tra gli uomini. Figlio di Dio: non indica necessariamente la natura divina di Gesù; l’espressione può designare un essere dotato di poteri straordinari.
31 Mandaci nella mandria dei porci; in una regione prevalentemente pagana non vigeva l’interdizione legale (legge ebraica) di allevare i maiali e di nutrirsi di carne suina. La richiesta degli spiriti maligni non va intesa come una manovra per indispettire gli abitanti del luogo e farli insorgere contro Gesù; i demoni desiderano impossessarsi di altri esseri meno elevati dell’uomo e di manifestare in essi il loro potere nefasto.
32 Gesù concede o meglio tollera questa iniziativa, poiché la sua missione consiste nel salvare l’uomo. Egli, tollerando l’entrata degli spiriti maligni nei maiali, manifesta indirettamente il suo potere sopra i demoni ed offre una prova ulteriore della cecità con la quale lo spirito del male agisce. I maiali, appena furono invasi dagli spiriti demoniaci, si dettero a precipitosa fuga e perirono affogati nel lago. Matteo non constata la liberazione di quei due infelici indemoniati, poiché riassume i fatti; questo miracolo fu compiuto nelle immediate vicinanze del lago, poiché non si può pensare che quei porci abbiano compiuto una corsa di molti chilometri e di lunga durata.
33 La città è di difficile identificazione. Non si può pensare a Gadara, poiché rimane troppo lontana dal luogo del fatto. Si è pensato a Chorsia (el-Korsi), località vicina al lago.
34 Gli abitanti dell’innominata città non capirono l’importanza del fatto, ma furono rammaricati dalla perdita dei loro maiali, che appartenevano a molti di loro, poiché era uso comune affidare a dei guardiani ingaggiati all’uopo gli animali di più padroni. Quei cittadini invece di mostrarsi grati per la liberazione della loro terra dai due soggetti pericolosi, invitarono Gesù a lasciare quella contrada.
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos Commento della Bibbia Liturgica)Per scoprire la teologia e il messaggio è necessario un maggiore impegno. Matteo ha preso questa storia dal vangelo di Marco (5,1-20), che la racconta con particolari maggiori e in modo più sensazionale. Matteo abbrevia e si limita, per esempio riguardo ai porci, a dire che erano una mandria numerosa, mentre non dice, come Marco, che fossero circa duemila. Allo stesso tempo sviluppa altri particolari: invece di parlare d’un indemoniato come Marco, parla di due (è l’usanza di Matteo anche in altre occasioni, come in 9,27-31 e 20,29-34, per accrescere la grandezza del miracolo).
Fondamentalmente, la scena mira a descrivere un incontro di Gesù con i pagani, come aveva già fatto nella persona del centurione. Tuttavia, fra le due scene, vi è una differenza radicale: il centurione crede e ha accettato Gesù; i gadareni non credono e lo rigettano, perché pensano che quel taumaturgo costituiva un danno per la loro economia. Il rifiuto dei gadareni simboleggia e anticipa il rifiuto della predicazione della Chiesa in quelle parti della Palestina. Quindi il fatto è storia, predicazione e avvertimento allo stesso tempo.
La storia ha il suo centro di gravità nella lotta di Gesù col demonio: è un’intenzione chiara in altri passi del vangelo, e non solo nelle storie in cui compare esplicitamente il demonio (4.24; 9,33-34; 12,22ss), ma in tutti gli interventi di Gesù destinati a superare il dolore, la malattia e la morte. Questa lotta potrebbe essere trasferita, per la nostra mentalità, al campo della psicologia; ma si commetterebbe un’ingiustizia contro il vangelo, tentando di spiegare questi racconti partendo dal campo della psicologia e della psicoterapia. Qui si tratta di poteri misteriosi ostili all’uomo.
I demoni conoscono il nome di Gesù, che è «Figlio di Dio»; sanno di essere soggetti a lui e gli si riconoscono inferiori. E con le parole: «Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?» esprimono la realtà evangelica più profonda: con Gesù, è giunta quella fine dei tempi nella quale Dio sarebbe intervenuto in un modo unico a favore degli uomini. Sono cominciati gli ultimi tempi, la fase escatologica. Noi viviamo in essa e non attendiamo che il suo compimento.
I demoni scacciati e vinti vogliono fare ostentazione del loro potere, affermare che questa fine dei tempi non è ancora giunta a porre fine alla loro attività. La loro sconfitta è la liberazione dell’uomo e, per rendere visibile la loro uscita dall’uomo, si cerca per essi un nuovo luogo. La scena dei porci da un lato rende visibile la liberazione dell’uomo, e dall’altro, dimostra che i demoni hanno ancora un tremendo potere distruttore (annientano la mandria dei porci).

Perché Dio permette che esistano i posseduti - José Antonio Fortea (Summa Daemoniaca, q. 100): Dio lo permette perché si mostra la verità della religione cattolica, è un castigo per i peccatori, è vantaggio spirituale per i buoni, produce insegnamenti salutari per l’uomo. Se Dio permette la malattia, a maggior ragione permette qualcosa la cui esistenza è una vera e propria ragione per credere. Un fenomeno nel quale si può comprovare il potere di Dio, il potere di Cristo e quello della Chiesa. La possessione è come una finestra aperta dalla quale possiamo affacciarci sul mondo dell’odio e della sofferenza demoniaca. Una finestra aperta dalla quale possiamo scorgere qualcosa dell’invisibile potere delle nature angeliche. E il bene prodotto da tale visione, si riflette di norma sui presenti e sui familiari per il resto della loro vita. Di norma perché presenziare a un esorcismo non significa che necessariamente tutti i presenti, a partire da quel momento acquisiscano la fede. C’è infatti chi dopo essere stato testimone di un esorcismo, attribuisce la colpa a cause naturali o quanto meno sconosciute. Né ciò deve sembrarci strano se consideriamo che ci fu chi non credette in Gesù pur essendo stato testimone delle guarigioni e degli altri miracoli da lui compiuti. Dobbiamo capire che qualunque cosa vediamo (un miracolo, un esorcismo, qualsiasi cosa sia) ciò che ci fa credere è la grazia. Se liberamente decidiamo di resistere a questo invito interiore e invisibile, non importa assistere alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Anche se il cielo si aprisse, e Dio ci parlasse dall’alto, tra le nuvole, penseremmo che si tratta di un’allucinazione. Non è ciò che vediamo, ma la grazia, ciò che accende all’interno della nostra anima immortale la fiamma della fede.
 
La supplica dei demoni - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 28, 2: Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedermi perché Cristo acconsentì alla richiesta dei demoni, permettendo loro di entrare nella mandria dei porci. Rispondo che Gesù agì in tal modo, non tanto per cedere alla loro richiesta, bensì per offrire molti insegnamenti. Prima di tutto voleva far capire a quelli che liberava da quei malvagi tiranni quale grave danno fosse l’essere dominati da loro. In secondo luogo voleva mostrare a tutti che i diavoli non possono neppure entrare nei porci, se Dio non lo permette. Voleva, inoltre, far comprendere che, se gli indemoniati non avessero ottenuto in quella disgrazia il soccorso della provvidenza
divina, i demoni avrebbero potuto far loro assai più male di quanto ne fecero ai porci. È certo infatti che i demoni nutrono per noi un odio più forte di quello che nutrono per gli animali. E se essi non risparmiarono la vita dei porci e li fecero precipitare in mare non appena furono in loro potere, allo stesso modo e ancor più terribilmente avrebbero agito con quegli uomini che trascinavano avanti e indietro per luoghi solitari, se la misericordia di Dio non avesse frenato la loro tirannia.
 
Catechismo degli Adulti - Gli spiriti ribelli [381] Altri angeli sono invece nemici dell’uomo. Sono chiamati demòni. Accecati dall’orgoglio, si sono ribellati a Dio con una scelta irreversibile e perciò impossibile da perdonare. Vorrebbero trascinare tutto e tutti nella perdizione e nel nulla. Secondo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento, abitano tra la terra e il cielo, quasi per soffocare la speranza dell’uomo e impedirgli di guardare in alto: «La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma... contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12).
Satana [382] I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà... fino all’ultimo giorno».Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere.
Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 30 Giugno 2026
 
Martedì XIII Settimana T. O.
 
Am 3,2-8; 4,11-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 5; Mt 8,28-34
 
Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» - Laudato sii n. 98Gesù viveva una piena armonia con la creazione, e gli altri ne rimanevano stupiti: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: «È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”» (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani hanno avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. E’ degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,3). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione. San Giovanni Paolo II insegnava che «sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità».
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà? - Epifanio Gallego (Amos in Commento della Bibbia Liturgica): All’oracolo di condanna contro Israele la classe dirigente più colta aveva opposto la speciale relazione che correva fra Yahveh e, Israele, relazione fondata sull’elezione. Israele non era un popolo come gli altri: era il popolo di proprietà di Yahveh. Se Yahveh lo ripudiava, chi lo avrebbe ancora onorato con un culto? che ne sarebbe stato dell’alleanza e della promessa? Qui si mette in discussione l’autorità divina di Amos come profeta, dato che, nel suo insegnamento, egli è considerato in disaccordo con la dottrina tradizionale e ispirata d’Israele.
Amos si difende come profeta. La sua argomentazione è una delle pagine più belle e significative dell’esperienza viva della vocazione, della sua esigenza imperiosa e irresistibile e della sicurezza che offre a chi la possiede.
La sua argomentazione comincia con un atto di fede Anche lui crede all’elezione divina d’Israele: « Soltanto voi ho eletto ». La differenza sta nell’interpretazione che si dà a questa elezione. La credenza popolare, favorita e sostenuta dalle classi dirigenti - esempio eloquente del fatto che non sempre la voce del popolo si può identificare con la voce di Dio - faceva di questa elezione uno speciale privilegio che comportava l’esenzione da un totale castigo. Amos dimostra che questo concetto dell’elezione e dell’alleanza è falso. L’alleanza non comporta privilegi, ma responsabilità. « Perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità ». Esattamente il contrario di quello che essi pensavano. Le promesse di Dio all’uomo non sono încondizionate: la garanzia di provvidenza suppone garanzia di corrispondenza e di fedeltà. Servirsi dell’elezione religione come d’un talismano di privilegi, d’immunità o di passaporto celeste è la maggiore ingiuria contro la stessa elezione e religione.
Chiarito questo, il profeta passerà a giustificare la sua condotta come profeta, l’autorità della sua parola. Per questo si serve, con incalzante forza retorica, d’una serie di esempi vissuti nella sua silenziosa esperienza di capo di pastori attraverso le campagne di Tekoa. Sono domande che lanciano una sfida ed esigono una risposta negativa. L’accordo precede l’armonia; il leone non ruggisce se non ha la preda; l’uccello non cade a terra se non gli è stata tesa l’insidia; il suono della tromba vien dopo il grido d’allarme, e Dio non manda castighi senza aver prima rivelato il suo piano ai profeti. Ed egli è lì appunto per questo: per rivelar loro il piano di Dio. E se tutti tremano al ruggito dei leone, quando « Il Signore Dio ha par lato: chi può non profetare »?
Preziosa apologia del profeta nella quale è messa in risalto l’autorità divina derivata da Dio. Egli sì sente costretto dall’azione divina a parlare, non può resistere. E gli si chiede di stare zitto? In modo molto simile avrebbe parlato Geremia e Paolo
La liturgia ha unito a questo racconto i versetti 11-17 del capitolo seguente, che sono come la conclusione di tutto quello che è stato detto. Dio non li vuole castigare senza averli preavvertiti. Lo ha già fatto con una catastrofe che non conosciamo, forse Il terremoto al quale accenna 1-1; «non siete ritornati a me»: Ora si avvicina un’altra catastrofe: « ti tratterò così, Israele ». Non vuole che sia colto alla sprovvista e, per mezzo dì Amos, suo profeta, lo invita a prepararsi « all’incontro con il suo Dio ». Il profeta ha compiuto il suo dovere. Non hanno nulla da ridire a lui: si intendano direttamente con Dio in nome del quale parla. In questo modo sdoppiavano la loro personalità quegli uomini dello spirito.
 
Vangelo
Si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
 
Il racconto della tempesta sedata è presente anche in Mc 4,35-41 e Lc 8,22-25. Attraverso il racconto di questo miracolo, l’evangelista Matteo intende mettere in risalto il potere divino di Gesù. Una considerazione. Il mare è simbolo del male, Gesù ha il potere di acquetare, di esorcizzare e di cacciare dalla creazione e dall’uomo le forze del male. Questo potere sarà trasmesso agli Apostoli, alla Chiesa. Gesù comanda al “mare” come Dio e Signore di tutta la creazione: “Altri, che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque, videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo. Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde: salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo. Ondeggiavano e barcollavano come ubriachi: tutta la loro abilità era svanita. Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare. Al vedere la bonaccia essi gioirono, ed egli li condusse al porto sospirato” (Sal 107,23-30).
La Parola di Dio continua a risuonare nel nostro tempo. Per questo, il racconto evangelico della tempesta sedata non è soltanto il racconto di evento accaduto in passato, ma un’immagine viva della situazione e della vita della Chiesa: “Perché avete paura, gente di poca fede? … io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt  8,26; 28,20).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,23-27
 
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore.

La tempesta sedata - Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico Spirituale ai Quattro Vangeli)La redazione dei tre miracoli successivi in Mt è più concisa rispetto a Mc, per farne risaltare meglio la portata cristologica ed ecclesiologica. Gesù è presentato come il dominatore degli elementi naturali sconvolti da forze diaboliche. La barca battuta dai flutti raffigura la Chiesa, minacciata dal mare burrascoso, simbolo delle potenze del male. La sequela di Cristo nella Chiesa consente al credente di trionfare sulle forze distruttrici del caos primordiale.
vv. 23-24 Gesù aveva ordinato di salpare verso l’altra riva (v. 18). Ora, lui stesso sale per primo nella barca per intraprendere la traversata del lago di Genesaret; “i suoi discepoli lo seguirono”: il brano risulta così strettamente collegato con l’intermezzo precedente, riferito alla sequela. La burrasca nel mare è descritta con il linguaggio apocalittico, come uno sconvolgimento cosmico, per sottolineare la potenza sovrumana di Gesù, che placa le acque come JHWH aveva domi nato l’abisso primordiale (cf. Gn 1,2) e il Mar Rosso in occasione della liberazione degli ebrei dall’Egitto (Es 14,16ss.; Sal 106,9). La descrizione è modellata sul racconto di Giona
(1,4-16), la cui vicenda prefigurava il destino di morte e di risurrezione riservato a Gesù (cf. Mt 12,40).
vv. 25-27 All’atteggiamento di Gesù affaticato che dorme tranquillo, si contrappone quello dei discepoli, terrorizzati dalla paura. Essi vegliarono il Maestro e lo supplicarono per essere salvati, denominandolo rispettosamente con il titolo di “Signore”. In Mc, invece, le loro parole suonano come un rimprovero per la noncuranza del pericolo che correvano. Gesù li rimprovera per la loro poca fede: essi credevano in lui, ma si erano turbati come se Dio li avesse abbandonati, mentre era presente nella persona del suo Inviato. Gesù prova la sua autorità sulle tempeste, simbolo delle forze del male, placando la bufera. Pertanto, i credenti possono ricorrere con fiducia a lui, sempre presente e operante nella Chiesa.
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo)Svegliato, Gesù domanda meravigliato ai suoi: «Perché avete paura, uomini di poca fede?». La fede di chi ha paura è ancora debole. La fede scaccia la paura poiché ricolma tutto l’uomo della presenza di Dio. La luce della fede scova e allontana da ogni dove l’ ombra dell’ ansietà e dell’angoscia. I discepoli sono «uomini di poca fede», cioè hanno sì la fede - altrimenti non avrebbero sperato nel suo aiuto; ma è una fede ancora incerta e insufficiente - altrimenti non avrebbero cercato di scongiurare il pericolo con tale spavento e angoscia. li discepolo di Gesù si trova spesso in questa situazione: crede, ma non pienamente; aspetta l’aiuto dall’alto, ma non tutto l’aiuto; non si sente ancora sicuro nelle mani del Padre, come ha insegnato Gesù (cf. 6,25-34).
Gesù impone la calma alle potenze scatenate, placa la tempesta e i venti. Improvvisamente «si fece una grande bonaccia». Il tumulto delle acque si volatizza come un fantasma. I presenti si domandano stupefatti (i discepoli, o la folla sulla riva, o genericamente tutti gli uomini? non è questo che importa, ma unicamente la domanda): «Chi è mai costui?».
Prima lo stupore nasceva dal suo messaggio presentato con autorità sovrana (7,28), ora scaturisce dal suo agire con potenza, dal suo potere che si estende sulla tempesta e sul mare; gli elementi gli obbediscono come i demoni e le malattie. Di fronte a tale pienezza di poteri, non dovrà obbedirgli anche l’uomo? Se egli è realmente Signore e Maestro, come lo chiamano i discepoli, non è anche il Signore della mia vita?
Il discepolo deve seguire incondizionatamente il Maestro contare unicamente su di lui; deve quindi rinunciare alla sicurezza di una casa («non ha dove posare il capo») e all’intimità di una famiglia («ascia i morti seppellire i loro morti»). Seguire Gesù, essere suoi discepoli vuol dire sciogliere ogni legame terreno e vincolarsi a un unico legame: il Signore. Sul lago di Genezaret tutto ciò divenne realtà. Ma qui si spezza anche un terzo legame: la liberazione dalla fiducia nelle proprie possibilità.
Sul lago si sperimentò che cosa significa seguire Gesù: egli è in mezzo ai suoi, nella barca; lui solo basta, qualunque cosa possa accadere; egli è sicuro in Dio e soltanto in lui c’è salvezza. Vivere così è proprio della fede; una fede inizialmente faticosa che diventa fiducia sconfinata; una fede piccola e incerta che diventa adulta e piena. Questo quadro evangelico deve restare sempre davanti ai nostri occhi, specialmente quando i fatti della vita parleranno linguaggi contrari. Nonostante tutto, Gesù è nella barca.
 
Paul Ternant - Segni efficaci della salvezza (Dizionario di Teologia Biblica): a) Con i suoi miracoli Gesù manifesta che il regno messianico annunziato dai profeti è giunto nella sua persona (Mt 11,4s); attira l’attenzione su di sé e sulla buona novella del regno che egli incarna; suscita un’ammirazione ed un timore religioso che inducono gli uomini a chiedersi chi egli sia (Mt 8,27; 9,8; Lc 5,8ss). Con essi Gesù attesta sempre la sua missione e la sua dignità, si tratti del suo potere di rimettere i peccati (Mc 2,5-12 par.), o della sua autorità sul sabato (Mc 3,4s par.; Lc 13,15s; 14,3ss), della sua messianità regale (Mt 14,33; Gv 1, 9), del suo invio da parte del Padre (Gv 10,36), della potenza della fede in lui (Mt 8,10-13; 15,28 par.), con la riserva che impone la speranza giudaica di un messia temporale e nazionale (Mc 1,44; 5,43; 7,36; 8,26). Già in questo essi sono segni, come dirà S. Giovanni. Se provano la messianità e la divinità di Gesù, lo fanno indirettamente, attestando che egli è veramente ciò che pretende di essere. Perciò non devono essere isolati dalla sua parola: vanno di pari passo con l’evangelizzazione dei poveri (Mt 11,5 par.). I titoli che Gesù dà a sé, i poteri che rivendica, la salvezza che predica, le rinunzie che esige, ecco ciò di cui i miracoli fanno vedere l’autenticità divina, a chi non rigetta a priori la verità del messaggio (Is 16,31). In tal modo questo è superiore ai miracoli, come lascia capire la frase su Giona secondo Lc 11,29-32. Esso si impone come il segno primario e solo necessario (Gv 20,29), per la ineguagliabile autorità personale del suo araldo (Mt 7,29) e per la sua qualità interna, costituita dal fatto che, realizzando la rivelazione anteriore (Lc 16,31; Gv 5,46s), corrisponde negli uditori all’appello dello Spirito (Gv 14,17.26); proprio esso, prima di essere confermato ed illustrato dai miracoli, li dovrà distinguere dai falsi segni (Mc 13,22s; Mt 7,22; cfr. 2Tess 2,9; Apoc 13,13). Qui, come in Deut, «i miracoli discernono la dottrina, e la dottrina discerne i miracoli» (Pascal).
b) I miracoli non apportano la loro attestazione dall’esterno, come segni arbitrari ed ostentatori: realizzano in modo incoativo ciò che significano, apportano il segno della salvezza messianica che avrà il suo termine nel regno escatologico; perciò i sinottici li chiamano potenze (dynàmeis: cfr. Mt 11,20-23; 13,54. 58;14,2). Con essi di fatto Gesù, mosso dalla sua pietà umana (Lc 7,13; Mt 20,34; Mc 1,41), ma più ancora dalla sua coscienza di essere il servo promesso (Mt 8,17), fa effettivamente indietreggiare la malattia, la morte, l’ostilità della natura contro l’uomo, in breve tutto il disordine che ha la sua causa più o meno prossima nel peccato (Gen 3,16-19; cfr. Mc 2,5; Lc 13,3b e Lc 13,2-3a; Gv 9,3), e che serve al dominio del demonio sul mondo (Mt 13,25; Ebr 2,14s). Perciò rifiuta di compiere per Satana (4,2-7), per i maldisposti (12,38ss; 16,1-4), per i gelosi (Lc 4,23), per i frivoli (23,8s), delle prodezze gratuite che non avrebbero efficacia salvifica, ed è significativo che prodigi cosmici - dipendenti del resto, a quanto pare, più dalle immagini profetiche che dalla storia (Atti 2,19s) - non siano segnalati che al momento in cui, sfidato a salvare se stesso mediante un miracolo, egli muore per salvare tutti gli altri (Mt 27,39-54; cfr. 1Cor 1,22ss). I prodigi che sembra promettere in Mt 17,20 par., non sono che immagine della potenza della fede. Acquista così tutto il suo senso il nesso frequentissimo tra guarigioni ed esorcismi (Mt 8,16; ecc.). La liberazione degli indemoniati è un caso privilegiato di questa vittoria del «più forte» (Lc 11,22) su Satana, che tutti i miracoli realizzano a modo loro. Essa mette Gesù direttamente alle prese con l’avversario, in un duello che, incominciato nel deserto (Mt 4,1-11 par.), avrà il suo episodio decisivo sulla croce (Lc 4,13; 22,3.53) e non terminerà che nel giudizio universale (Apoc 20,10), ma in cui è già evidente la sconfitta diabolica (Mt 8,29; Lc 10,18). L’esorcismo è il segno efficace per eccellenza della venuta del regno (Mt 12,28).
 
Per quale motivo Gesù dormiva? - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 28, 1: Il Salvatore, inoltre, compie questo miracolo lontano dalla folla, perché i suoi discepoli non siano accusati di scarsa fede li rimprovera quando sono soli con lui. E ancor prima della tempesta che sconvolge le onde, placa la tempesta delle loro anime, rivolgendo loro questo rimprovero. Disse loro: «Perché siete paurosi, o uomini di poca fede?». Quindi alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. In tal modo Cristo insegna che il timore e il turbamento non derivano dalle prove, ma dalla debolezza della nostra anima. Se qualcuno, a questo punto obiettasse che non per viltà o per scarsa fede gli apostoli si avvicinarono al Signore e lo svegliarono, io risponderei che gli apostoli, comportandosi così, mostrarono in modo evidente di non avere ancora una giusta idea di Cristo: pensavano infatti ch’egli se fosse stato sveglio poteva placare la tempesta, ma che non lo potesse fare essendo addormentato. Ma perché stupirsi se ora manifestano tale incredulità, quando vediamo che dopo molti  altri prodigi si dimostrano ancora più imperfetti? Questo procurerà loro frequenti rimproveri, come quando Gesù dirà: Fino a tal punto siete anche voi senza discernimento?
 
Testimoni di Cristo - Primi Martiri della Chiesa di Roma. Quella ferita nella storia da cui entra la luce di Dio: Fare memoria dei martiri significa ricordare una ferita che da sempre accompagna il Vangelo nella storia. Una ferita dalla quale, però, s’intravede la luce della vita divina che raggiunge ogni essere umano. Così la testimonianza dei cristiani della Chiesa di Roma uccisi nell’anno 64 perché accusati ingiustamente da Nerone dell’incendio della città, ci ricorda ancora oggi che spesso la voce del Vangelo è messa a tacere dai potenti, ma continua a farsi sentire grazie alla fede del popolo di Dio. Erano passati pochi anni dalla morte e risurrezione di Gesù a Gerusalemme, ma nella capitale dell’Impero il suo messaggio si era già diffuso.
La crisi era dietro l’angolo e serviva un capro espiatorio: si decise che il pericolo veniva dai cristiani, con quella loro fede rivoluzionaria e per questo Nerone li incolpò del grande incendio. Un’accusa che scatenò una persecuzione feroce. Lo storico Tacito nei suoi «Annali» descrivendo il martirio dei cristiani narrava: «Alcuni ricoperti di pelle di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco al termine del giorno in modo che servissero da illuminazione notturna». La persecuzione contro i cristiani si protrasse fino all’anno 67. (Avvenire)
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
29 Giugno 2026
 
Santi Pietro e Paolo, Apostoli
 
At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17; Mt 16,13-19
 
 La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri vivi]: La Chiesa di Roma, sin dai tempi più remoti, unisce tra loro questi due grandi apostoli: Pietro e Paolo. Ne danno testimonianza le più antiche scritte nelle catacombe, i mosaici della vecchia basilica di San Pietro oppure della basilica di Santa Maria Maggiore. La prima testimonianza della festa di Pietro e Paolo, il giorno 29 giugno, l’abbiamo a partire dalla metà del III secolo...
Oggi, la Chiesa romana celebra una grande festa, il giorno della sua natività. I due grandi apostoli - Pietro e Paolo - posero le sue fondamenta. La festa di oggi, così romana, viene celebrata da tutta la Chiesa, dato che il Vescovo di Roma, successore di san Pietro è il capo della Chiesa di Cristo sulla terra. Oggi, la Chiesa in modo particolare si rende conto di essere costruita sulle fondamenta degli apostoli e di essere chiamata a trasmettere fedelmente la loro testimonianza a Cristo. Pietro e Paolo ricevettero dal Signore carismi differenti e ciascuno di loro ebbe una missione diversa da compiere. Pietro, per primo, confessò la fede in Cristo; Paolo, invece, ricevette la grazia di penetrarne tutta la profondità. Pietro, fonda la prima comunità dei credenti provenienti dal popolo eletto; Paolo, invece, diventa l’apostolo dei pagani. Ebbero carismi diversi, ma tutti e due si davano da fare con costanza per costruire la Chiesa di Cristo.
Ricordando i santi apostoli, eleviamo le preghiere con la loro intercessione: affinché la Chiesa di Cristo conservi fedelmente l’insegnamento degli apostoli, perseveri nello spezzare il Pane, e affinché tutti i suoi figli abbiano un cuor solo ed un’anima sola.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Erode Agrippa, figlio di Erode il Grande, perseguita la Chiesa. Fa giustiziare Giacomo, fratello di Giovanni, e solo per compiacere il popolo fa arrestare Pietro, il quale, alla vigilia del suo processo viene liberato miracolosamente da un angelo. L’intento di Luca è quello di esaltare la provvidenza divina che mai abbandona i giusti. Un racconto che vuole alimentare e sostenere la fede dei primi cristiani sottoposti a persecuzioni e a prove di ogni genere.
 
II Lettura: L’apostolo Paolo è ormai alla fine del suo lungo e doloroso cammino: pur avendo la profonda consapevolezza che sta «per essere versato in offerta», non ha paura della morte. Il premio che l’Apostolo si attende è la «corona di giustizia che il Signore, giusto» gli consegnerà nel giorno della parusia. Il premio è detto «corona della giustizia, perché sarà dato solo a chi l’avrà meritato mediante la santità e la giustizia. Il passo contiene pertanto la dottrina cattolica del merito, per cui Dio si impegna con obbligo di giustizia [giusto Giudice v. 8] a premiare coloro che hanno corrisposto alla sua grazia: il merito, perciò, non è solo una pretesa dell’uomo davanti a Dio, ma l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di grazia e di amore liberamente accettati dalla sua creatura» (Settimio Cipriani). La stessa corona di giustizia sarà donata a tutti coloro che, come Paolo, avranno atteso con amore la manifestazione di Cristo.
 
Vangelo
Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli.
 
Il Vangelo di Matteo pone la “professione di fede” di Pietro nella “regione di Cesarea di Filippo”. Qui Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». La domanda ha un fine maieutico, cioè quello di spingere gli Apostoli a giungere a una verità in maniera autentica semplicemente aiutandoli a darla alla luce. La risposta mette in evidenza le diverse opinioni ma nessuna calza alla vera persona del Cristo. Comunque i pareri espressi dal popolo suggeriscono l’alta considerazione che Gesù aveva presso la folla. All’incalzare della domanda, Pietro si fa avanti, e con estrema sicurezza dà la risposta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non si sa comunque che comprensione Pietro avesse di questa verità espressa su suggerimento non della “carne”, ma del Padre, in ogni caso è il preludio di quella autorità che Pietro eserciterà nella Chiesa a partire dal giorno dell’ascensione del Maestro. Tre sono le promesse: Pietro sarà la pietra sulla quale Gesù edificherà la sua chiesa, a lui saranno date le chiavi del regno dei cieli, e gli sarà conferito il potere di “sciogliere e di legare”. Legare e sciogliere “sono due termini tecnici del linguaggio rabbinico che si applicano innanzitutto al campo disciplinare della scomunica con cui si «condanna» (legare) o si «assolve» (sciogliere) qualcuno, e ulteriormente alle decisioni dottrinali o giuridiche con il senso di «proibire» (legare) o «permettere» (sciogliere). Pietro, quale maggiordomo [di cui le chiavi sono l’insegna, cf. Is 22,22] della casa di Dio, eserciterà il potere disciplinare di ammettere o di escludere come egli crederà meglio, e amministrerà la comunità con tutte le decisioni opportune in materia di dottrina e di morale. Sentenze e decisioni saranno ratificate da Dio nell’alto dei cieli” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-19
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
 Ma voi, chi dite che io sia? - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): La confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente», contiene la grandezza personale e quella ufficiale di Gesù. Egli è il Cristo, il profeta, re e sacerdote unto da Dio. Ed è ancora più di questo, perché è il Figlio del Dio vivente. Qui tutto viene elevato dall’oggettivo nel personale. Gesù come persona è Figlio del Dio vivo, sicché la fede è l’incontro personale con la persona del Figlio di Dio.
La risposta è stata suggerita da due forze. La prima è la riflessione e il riconoscimento di Pietro, basato sulla testimonianza di Gesù nelle parole o nei miracoli. Tutto ciò che la precede, particolarmente la guarigione dei malati, la duplice moltiplicazione dei pani, il cammino sulle acque e il salvataggio sulle onde fanno sentire qui il loro effetto. Pietro ha compreso i segni, i quali gli hanno dimostrato che colui che li ha prodotti è il Figlio del Dio vivente. Per questo riconoscimento, però, era necessario ancora qualcos’altro: l’illuminazione interiore per mezzo dello Spirito Santo. «Non la carne né il sangue ti ha rivelato questo, ma il Padre mio, che è nei cieli». Il Padre ha illuminato con il suo spirito l’uomo Pietro, sicché egli ha riconosciuto il Figlio del Padre nello Spirito Santo. In tal modo l’elemento naturale e quello soprannaturale agiscono insieme nella fede.
 
Per approfondire
 
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Paul Hubert Schüngel: Nel Nuovo Testamento figlio di Dio è il titolo onorifico di Gesù. L’uso di questa espressione non è però generalizzato all’interno del Nuovo Testamento. Manca completamente nelle Lettere pastorali, in Giacomo e 1Pietro e quasi del tutto in Atti e Apocalisse, è invece frequente nei Sinottici, e in Paolo e Giovanni diventa il concetto cristologico centrale, alternato spesso con l’autodenominazione “il Figlio” per antonomasia in bocca a Gesù. La nascita del titolo viene ricercata generalmente nel giudeocristianesimo ellenistico, dove designa il Dio prodigioso apparso in sembianze umane, nella maniera più chiara, per es. in Mc 5,25ss. Questa spiegazione derivante dalle rappresentazioni religiose ellenistiche è la più semplice. Tuttavia già la fonte dei loghia con la storia della tentazione di Gesù (Mt 4; Lc 4) ha criticato questa concezione: il vero figlio di Dio ubbidiente, non è un dio assoluto. Dal giudeocristianesimo palestinese, cioè dalla stessa autentica comunità primitiva, deriva forse l’antica professione di fede citata da Paolo in Rm, l,3s, che relativizza il titolo giudaico di figlio di Davide rispetto al titolo figlio di Dio, laddove come nei racconti del battesimo e della trasfigurazione (Mc 1,11 e 9,7) la figliolanza divina viene intesa secondo il modello di Sal 2 come adozione del re messianico. Da parte dello stesso Gesù è senz’a1tro da escludere l’uso del titolo come autodesignazione. Paolo e Giovanni usano entrambi il titolo nel senso del figlio di Dio preesistente (Rm 8,3; Gv 1,1). Per Paolo Gesù è il figlio di Dio non in base a una particolare conformazione, ma in base all’invio o all’incarico ai quali corrisponde l’ubbidienza del figlio (Rm 5,19). Colui, perciò che ubbidisce nella fede (Rm 1,5) e pure lui figlio di Dio, per adozione, cioè gratuitamente e con ciò stesso coerede di Cristo, come attesta anche la preghiera cristiana (Rm 8,15).
Mentre Paolo, allora, può mettere in parallelo la figliolanza divina di Gesù e quella del credente, Giovanni cambia, significativamente, la denominazione: il Figlio (hyios) di Dio dà potere ai credenti di diventare figli (tekna) di Dio (Gv 1,12; 1Gv 3). Giovanni sottolinea così l’unicità di Gesù come sostanziale figlio di Dio che è una sola cosa col Padre (Gv 10,38; 17,21), che si è incarnato per la salvezza degli uomini ed è apparso come rivelatore. Con ciò Giovanni ha posto il fondamento per il futuro sviluppo dogmatico che portò alla dottrina calcedonense delle due nature.
 
Beato sei tu, Simone, figlio di Giona - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Pietro aveva parlato in nome dei discepoli, ora gli viene rivolta la parola in modo diretto e personale. La sua confessione valeva per tutti, la risposta di Gesù è per lui solo. Gesù comincia con il dichiararlo beato. «Beati i poveri in spirito» (5,3), «beato colui che non si scandalizza di me» (11,6), «beati i vostri occhi perché vedono» (13,16): espressioni che conosciamo. Ora viene detto beato uno solo, il primo degli apostoli, per la sua testimonianza. La “conoscenza” della vera dignità di Gesù e del mistero della sua persona non viene dal basso, ma dall’alto; non è frutto di «carne sangue», cioè delle capacità dell’uomo. Dio stesso l’ha partecipata dall’alto. «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza» (13,12). Pietro aveva fatto il passo dall’ascoltare al credere e si era avventurato sulle acque; nonostante la sua «poca fede», era sulla via della fede piena. Ora gli viene dato il vero sapere e la piena conoscenza: e li è veramente beato perché conosce nell’intimo «i misteri del regno dei cieli» (13,11). La lode di Pietro è anche una lode di Dio, che ha rivelato i suoi misteri ai piccoli, mentre li ha tenuti nascosti ai sapienti e intelligenti (cf. 11,25). Così è piaciuto al Padre, e il fatto di Cesarea di Filippo lo comprova.
 
L’unità della Chiesa - Cipriano di Cartagine, De Eccl. unitate, 4-5: Il Signore dice a Pietro: “Io ti dico: tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: ciò che tu legherai sulla terra, sarà legato anche in cielo, e cio che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo” (Mt 16,18s). Su uno solo egli edifica la Chiesa, quantunque a tutti gli apostoli, dopo la sua risurrezione, abbia donato uguali poteri dicendo: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20,21-23). Tuttavia, per manifestare l’unità, costituì una cattedra sola, e dispose con la sua parola autoritativa che il principio di questa unità derivasse da uno solo. Quello che era Pietro, certo, lo erano anche gli altri apostoli: egualmente partecipi all’onore e al potere; ma l’esordio procede dall’unità, affinché la fede di Cristo si dimostri unica. E a quest’unica Chiesa di Cristo allude lo Spirito Santo nel Cantico dei Cantici quando, nella persona del Signore, dice: “Unica è la colomba mia, la perfetta mia, unica di sua madre, la prediletta della sua genitrice” (Ct 6,9). Chi non conserva quest’unità della Chiesa, crede forse di conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, confida forse di essere nella Chiesa? Eppure è anche il beato apostolo Paolo che lo insegna, e svela il sacro mistero dell’unità dicendo: “Un solo corpo e un solo spirito, una sola speranza della vostra vocazione un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio” (Ef 4,4-6).
 
Testimoni di Cristo - Santi Pietro e Paolo. Quell’amicizia tra “imperfetti” che porta in dono Dio al mondo: Due volti, due storie, due vite, ma un battito del cuore condiviso, una radice di santità comune e una missione unica: mostrare al mondo la profezia del Vangelo e cambiare la storia. I santi Pietro e Paolo, autentici pilastri della vita della Chiesa nel tempo, non si potrebbero pensare uno senza l’altro. Non si può immaginare l’uno senza l’altro: i santi Pietro e Paolo sono il volto storico di una Chiesa aperta al mondo, legata al mandato del Risorto, missionaria nella storia. Essi, però, non sono solo esempio concreto e pionieri dell’opera evangelizzatrice della Chiesa, sono anche i testimoni di una fede condivisa tra “amici” e compagni di cammino. Sono la voce e l’espressione di quella relazione fondamentale tra Dio e l’uomo, che vive e s’incarna nella relazione tra coloro che sono chiamati ad annunciarlo al mondo. Portatori “imperfetti”, che sbagliano ma sanno fare della proprie debolezze una breccia dalla quale lasciare entrare Dio nelle loro vite. Secondo i racconti evangelici Pietro era fratello di Andrea e aveva incontrato Gesù sul lago di Galilea, rimanendo con lui fino alla fine. La sua autorevolezza è chiara nei Vangeli, così come la sua debolezza, che lo porta a rinnegare Gesù per poi offrire però la propria vita per il Risorto. Paolo, originario di Tarso, invece, era un persecutore dei cristiani quando sulla via per Damasco incontrò Cristo. Dopo la conversione divenne araldo dell’universalità del messaggio di Cristo. Sia Pietro che Paolo morirono martiri a Roma tra il 64 e il 67. (Avvenire)
 
O Dio, che ci doni la grande gioia
di celebrare in questo giorno
la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa
segua sempre l’insegnamento degli apostoli,
dai quali ha ricevuto il primo annuncio della fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 

 

 

 

 

 28 Giugno 2026
 
XIII Domenica del Tempo Ordinario
 
2Re 4,8-11.14-16a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
 
La croce contrassegno del discepolo di Gesù - Giuseppe Barbaglio:  Nei vangeli sinottici ricorre due volte la formula «prendere (o portare) la propria croce». In realtà, essa esprime una precisa esigenza di comportamento qualificativa del discepolato di Cristo. Nella triplice tradizione sinottica troviamo la prima testimonianza del detto di Cristo: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34; cf. Mt 16,24). Come si vede, prendere la propria croce costituisce l’indispensabile condizione per poter «andare dietro» a Gesù. In altre parole, la sequela di Cristo esige piena disponibilità a percorrere la via crucis, cioè a far getto della propria vita.
Dunque un estremo coinvolgimento della persona. È con indubbia originalità che Luca interpreta la parola di Cristo sulla linea della quotidianità del vivere: portare la croce non è un momento eroico finale, ma coinvolge tutta la vita del discepolo ponendola sotto il segno della passione. Per questo aggiunge il determinativo «ogni giorno».
Il secondo passo evangelico in cui ricorre la nostra espressione appartiene invece alla fonte dei detti di Gesù (sigla Q), da cui hanno attinto Matteo (10,38) e Luca (14,27). Con probabilità è proprio Luca che ci ha conservato il tenore originario della parola di Cristo: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». Portare la croce era dunque fattore costitutivo dell’essere discepolo di Gesù. La formulazione matteana invece attenua questo radicalismo, mettendo l’accento sull’essere degno discepolo di Cristo. Emerge qui il pragmatismo del primo evangelista che, pastore preoccupato della coerenza della comunità cristiana prende di petto i credenti della sua chiesa esortandoli a vivere da autentici discepoli del Signore che si qualificano per le loro «buone opere» (Mt 5,16).
Ma qual è l’origine della formula? Il giudaismo del tempo ignorava questa espressione. Con probabilità, essa risale alla comunità cristiana primitiva che, interprete del radicalismo di Gesù espresso nel detto immediatamente precedente («Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26; cfr. Mt 10,37), ha inteso affermare la necessaria partecipazione dei credenti alla via crucis del Signore.
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaLa nascita del figlio della donna facoltosa di Sunem è una delle tante nascite miracolose, sparse qua e là nella sacra Scrittura. Comunque, secondo il contesto in cui sono inserite, le nascite miracolose possono avere sfumature diverse. Nel nostro caso la nascita miracolosa mette in evidenza: a) il potere taumaturgico del profeta Eliseo; b) l’ospitalità che viene esaltata con un premio così grande, cioè con la nascita miracolosa di un bambino; c) chi dà la fecondità ai grembi sterili è il Signore Dio e non le divinità morte dei popoli pagani.
Salmo Responsoriale 88 (89) - “Nessun culto è gradito a Dio come la misericordia: innanzi a lui procedono la misericordia e la verità [Sal 89 (88),15], davanti a lui bisogna anteporre la misericordia al giudizio [cfr. Os 6,6], e la benignità da niente altro che dalla benignità è meglio ricompensata da lui che retribuisce con giustizia e pone misericordia in peso e misura [cfr. Is 28,27]” (Gregorio di Nazianzio)
 
II LetturaL’Apostolo Paolo invita i cristiani a “camminare in una vita nuova” (v. 4). Il porto sicuro di questo cammino sarà la risurrezione:  “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (v. 8).
“«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo». Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» [Rm 6,23]. E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione [cfr. Rom 6,3-9; Fil 3,10-11]” [Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1006).
Vangelo: L’amore è forza trainante: se da una parte spinge il discepolo fino all’estremo sacrificio trasformando la sua vita in un’oblazione, dall’altra parte lo aiuta a vivere le esigenze della carità nell’anonimo quotidiano, nei gesti spiccioli di ogni giorno, nei piccoli atti che si trasformano in consolazione e in accoglienza per i più bisognosi. In ambedue i casi il discepolo non perderà la sua ricompensa: chi dona la vita la ritroverà nella Vita, e chi si fa accogliente sarà accolto dall’Amore.
 
Vangelo
Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.
 
Il Vangelo ci mette dinanzi a una scomoda e scorticante verità: per seguire il Maestro occorre rinnegarsi e per guadagnare la vita eterna bisogna rischiare la vita terrena. Seguire Gesù, fedeli fino alla morte, comporta privazioni e «spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli di un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui» (Felipe F. Ramos). L’ospitalità esaltata da Cristo, si farà cristiana quando nei pellegrini, spesso bisognosi di tutto, si coglieranno i tratti di Gesù (Eb 13,2). Un favore fatto ai piccoli, anche il più umile come un bicchiere d’acqua fresca, è da ritenersi fatto a Cristo. Nelle comunità cristiane, l’ospitalità sarà richiesta per essere iscritti nel «catalogo delle vedove» (1Tm 5,9-10)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
 
Parola del Signore.
 
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me - Siamo alla conclusione del discorso apostolico. Oltre a specificare la missione dei Dodici e le modalità di comportamento (vv. 1-15), Gesù tratteggia la stessa vita degli Apostoli e dona loro una certezza certamente non esaltante: come pane quotidiano avranno persecuzione e come companatico odio gratuito (vv.16-25), ma nonostante questo accanimento verso le loro persone dovranno parlare apertamente e senza timore (vv. 26-33). Tanto è scomodo il Vangelo che Gesù stesso, e di conseguenza il discepolo, è causa di dissensi (vv. 34-36). A finire il discorso, Gesù prospetta agli Apostoli una dura esigenza evangelica che supera ogni buon senso umano: per seguirlo occorre rinunciare a tutto, anche a farsi una famiglia (Mt 19,12), e per salvare la vita, cioè raggiungere la vita eterna, bisogna saper perdere la vita terrena (vv. 37-39). In appendice, ma è la colonna portante del cristianesimo, afferma che l’unico, vero biglietto di presentazione che permetterà l’ingresso nel regno di Dio sarà la carità (vv. 40-42; Mt 25,31-46).
È una pagina che trancia senza pietà ogni tentativo di accomodamento umano della Buona Novella.
Ora, leggendo questa pagina evangelica, ci si chiede come si possa conciliare il Gesù così esigente con il Gesù che dice di non voler imporre che un giogo dolce e soave (Mt 11,30), che definisce non gravosi i suoi comandamenti (Gv 5,3) e che si presenta come il buon Pastore amabile e pronto a dare la vita per le pecore (Gv 10,11). Ci impressiona questo linguaggio così radicale e per dare una risposta e per «capacitarsi di questa apparente contraddizione e capire le richieste di Cristo, che sembrano esagerate, si deve ricorrere alla logica dell’amore e della fede. L’amore come dono è esigentissimo, e d’altra parte l’amore come risposta al dono, trova dolce e leggero ogni più grave sacrificio. Chi ama davvero Cristo e crede che va posto al culmine di ogni cosa non giudica strano che gli si debba dare la preferenza anche sugli affetti più cari e che si debba essere pronti a sacrificargli perfino la vita» (Vincenzo Raffa).
Non possiamo barattare queste esigenze cristiane con la logica umana; è vero che siamo dinanzi a una pagina scomoda, ma è una pagina che ci suggerisce una elementare verità: essere cristiano ha un prezzo. Mettere in secondo piano gli affetti familiari, abbracciare la croce ogni giorno, perdere la vita per Cristo, allo scopo di guadagnarla definitivamente sono le condizioni per porsi alla sequela di Gesù. Altrimenti, gli ripeterà il Maestro divino: «Non sei degno di me».
 
Per approfondire
 
La sterilità (I Lettura) - Succintamente si può rilevare che l’Antico Testamento considera l’aver figli numerosi un dono di Dio (Gen 35,5; Sal 127,3; 128,3-6) e l’esserne privo una vergogna (Gen 30,23), una prova tremenda, se non addirittura un castigo divino (Gen 30,1). E questo sia per l’uomo che per la donna. L’eunuco, uomo privo delle facoltà virili per difetto organico o per evirazione (Mt 19,12), è escluso dall’esercizio del sacerdozio o è considerato, generalmente, un essere inutile, un «albero secco» (Is 56,3) e per la legge non appartiene nemmeno più alla comunità (Dt 23,2). Anche la donna sterile, per volgari pregiudizi, è per la gente comune degna di disprezzo (Gen 16,4).
Per superare la sterilità si ricorre ad artifizi al limite di ogni pudore morale, ma comunemente accettati. Sara, pur di avere un bambino, permette al marito di unirsi con la propria schiava (Gen 16,1-4), così fa Rachele e poi Lia, anche se aveva avuto già quattro figli (Gen 30,1ss).
I figli di queste unioni irregolari sono considerati appartenenti alla padrona sterile. Si registrano anche casi estremi come quello delle figlie di Lot che per il terrore di non avere una posterità ricorrono addirittura all’incesto (Gen 19,30-38).
A questi espedienti si aggiunge la preghiera che spesso Dio esaudisce donando delle maternità umanamente impossibili. Ad Abramo già vecchio e a Sara, il cui grembo era sterile, Dio concede un figlio: Isacco, il figlio della promessa (Gen 17,19).
La sterile Rebecca, sposa di Isacco, ha due figli insperati: Esaù e Giacobbe (Gen 25,19-26). La nascita di Sansone è anche un evento prodigioso, infatti il padre e la madre sono già avanti negli anni e nella loro giovinezza non hanno avuto figli (Giud 13,3-5). Così la nascita di Samuele (1Sam 2,20).
Avere figli, quindi, significa essere benedetti da Dio: la fertilità è mettersi davanti a Dio come una porta aperta a che irrompa nel mondo la salvezza divina con la nascita del Messia. La sterilità è il contrario di tutto questo: essa fa precipitare l’uomo nella maledizione e, di fatto, lo aliena dai benefici divini. Anche se questo è il sentire comune, si deve ammettere che, facendosi più profonda e più intelligente la riflessione sulla salvezza, viene superato sopra tutto dai Libri sapienziali. Così, la sterile senza colpa è beata (Sap 13,3ss) e anche gli eunuchi che osservano i sabati, preferiscono le cose che piacciono a Dio e restano fermi nella sua alleanza, nella casa del Signore e dentro le sue mura, alla fine dei tempi, avranno un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; Dio darà loro un nome eterno che non sarà mai cancellato (Is 56,4-5). Quello che conta non è più la posterità della carne, ma quella dello spirito. Nel Nuovo Testamento avvengono altre nascite miracolose, così Giovanni il Battista nasce da genitori sterili e avanti negli anni, ma con un capovolgimento totale: la verginità di Giovanni è il nuovo segno del regno dei cieli, un segno che troverà la sua completezza nella verginità di Maria e nel Verbo, nato da Maria per opera dello Spirito Santo, vero segno e sacramento della salvezza di Dio. Con Cristo la sterilità volontaria, accettata per il regno dei cieli, diventa un valore positivo e può chiamarsi verginità (Mt 19,12). Paolo realizza questo ideale e ne è tanto affascinato da augurarsi che tutti seguano il suo esempio (1Cor 7,7-9).
Mentre la sterilità è frutto della incompletezza umana, con Cristo la verginità sarà un dono di Dio da custodire «con santità e rispetto» (1Ts 4,4).
 
Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me - Nel linguaggio di ogni giorno la parola croce ha assunto un valore negativo; infatti, nell’immaginario collettivo, rappresenta tutto quello che umilia l’uomo, tutto quello che lo aliena dal benessere e dalla felicità, lasciandolo in balia della angoscia e della disperazione, affogandolo miseramente nel dolore  e nella sofferenza.
Con cattivo gusto, anche una persona molesta viene chiamata croce. Per il cristiano, invece, la croce è la somma di tutte le sofferenze patite dal Cristo e che la professione cristiana inequivocabilmente comporta. In una ottica soprannaturale, le croci umane incollate all’unica Croce sulla quale è stato appeso il prezzo del nostro riscatto (Col 2,14; 1Tm 2,6), e che con essa si fondono, sono redenzione, libertà e riscatto.
Senza farsi cogliere dalla tentazione di strappare qualche pagina scomoda, scorrendo il Vangelo si ci accorge che la croce non è un accessorio più o meno ingombrante, ma è la condizione necessaria per seguire il Maestro. Dio «ti ha chiamato», scriveva Tauler, «a seguirlo e quindi devi portare una croce dietro a Lui, sia quella che sia. Se ne fuggi una, incorri in un’altra più pesante... Questa è la Via più vera, più sicura e più breve che si possa percorrere, che lo stesso sommo Maestro di ogni verità ha trovato, Lui stesso l’ha percorsa e l’ha insegnata a noi» (Divine Istituzioni, 4).
In fondo, il sì alla croce è un sì a Cristo. Un sì alla croce è morire all’uomo vecchio e al peccato (Rom 6,6.11); è morire alla carne (1Pt 3,18); è morire a tutti gli elementi del mondo e a quella parte di noi che appartiene alla terra (Col 2,20; 3,5): un sì alla croce è un sì alla vita nuova che è iniziata nel battesimo. La croce, così, è germe di risurrezione.
 
I diritti esclusivi di Gesù  - Giovanni Crisostomo: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. E chi non prende la sua croce e viene dietro a me, non è degno di me” (Mt 10,37-38). Notate la dignità e l’autorità del Maestro. Vedete come egli dimostra di essere il Figlio unico e legittimo del Padre, ordinando agli uomini di rinunziare a tutto e di anteporre l’amore per lui a ogni cosa. Non vi ordino soltanto - egli dice in sostanza - di preferire me ai vostri amici o ai vostri parenti. Vi ordino qualcosa di più, vi dico cioè che se preferite la vostra anima, la vostra vita all’amore che mi dovete, siete ben lontani dall’essere miei discepoli ...
E se Paolo raccomanda con tanta cura ai figli di essere sottomessi ai genitori, non stupitevene. Egli ordina di obbedire ai genitori solo in quelle cose che non offendono l’amore di Dio. È santo rendere ai genitori tutto l’onore e la deferenza che loro è dovuta. Ma se essi esigono da noi quanto non è loro dovuto, non si deve obbedir loro. Ecco perché Luca, citando le parole di Gesù, scrive: “Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Cristo non comanda di non amare in senso assoluto, perché ciò sarebbe del tutto ingiusto; ma se i genitori e i parenti esigessero per sé un amore più grande di quello che nutriamo per lui, egli dice di detestarli per tale motivo. Questo amore non ordinato, infatti, perderebbe sia colui che ama sia coloro che sono così amati.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ireneo di Lione. Trasmettere la fede, un compito d’amore: Ognuno di noi è per il mondo il volto di Dio su questa terra e l’annuncio dell’amore infinito che è il nostro destino passa dalle nostre parole e dai nostri gesti. Ecco perché ciò che ci è chiesto di fare prima di tutto è di amare coloro che incontriamo, anche coloro che sbagliano. Testimone della catena di trasmissione della fede fu sant’Ireneo di Lione, che nel raccogliere il patrimonio di chi l’aveva preceduto capì l’importanza di salvaguardare la verità attorno all’annuncio del Risorto. Originario forse di Smirne, crebbe nella fede grazie a san Policarpo, a sua volta formatosi alla “scuola” dell’apostolo Giovanni. Nell’anno 177 Ireneo, succedendo a Potino, morto martire, divenne vescovo di Lione, in Gallia, terra di cui imparò le lingue per poter portare il Vangelo alle popolazioni locali. Nei suoi cinque libri «Adversus Haereses» appare chiara non solo la sua abilità da apologeta ma anche il profilo del buono e saggio pastore, preoccupato di coloro che seguono la strada sbagliata. Morì nel 202. Nel 2022 papa Francesco lo ha dichiarato dottore della Chiesa, con il titolo di «Doctor unitatis». (Avvenire)
 
O Padre, che nel tuo Figlio povero e crocifisso 
ci fai ricchi del dono della tua stessa vita, 
rinvigorisci la nostra fede,
perché nell’incontro con lui
sperimentiamo ogni giorno la sua vivificante potenza. 
Egli è Dio, e vive e regna con te.