20 Maggio 2026
 
Mercoledì VII Settimana di Pasqua
 
At 20,28-38; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 17,11b-19
 
La tua parola, Signore, è verità: consacraci nella verità. (Cf. Gv 17,17b.a)
 
Ignace De La Potterie: Terminata la rivelazione al mondo (Gv 12, 50), Gesù annuncia ai suoi discepoli la venuta del Paraclito, lo Spirito di verità (14, 17; 15, 26; 16, 13). Per Giovanni la funzione fondamentale dello Spirito è di rendere testimonianza a Cristo (15, 26; 1 Gv 5, 6), di introdurre i discepoli a tutta intera la verità (16, 13), di richiamare alla loro memoria ciò che Cristo aveva detto, cioè di farne afferrare il vero senso (14, 26). Poiché il suo compito consiste nel far comprendere nella fede la verità di Cristo, lo Spirito è detto anch’esso «la verità» (1 Gv 5, 6); come testimone di Cristo, rende presente la verità nella Chiesa; lo Spirito è per essa «il dottore della verità» (Tertulliano). 
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il discorso di Paolo agli anziani della chiesa di Efeso si conclude con un appello alla generosità e al distacco dai beni. L’esortazione poi si muta in un struggente addio, non avrebbero più rivisto il suo volto.
Paolo si incammina verso la sua ultima meta intrisa di sangue e di sofferenza, ma sa che attenderlo sarà il Giudice giusto che gli consegnerà la corona della vittoria.
 
Vangelo
Siano una cosa sola, come noi.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni . Vol. III): L’aspetto più caratteristico dell’ecclesiologia di Gv 17 è rappresentato dall’unità dei cristiani. Gesù vuole che i membri della sua famiglia vivano in perfetta unione e armonia, per tale ragione prega il Padre, domandandogli di custodirli nel suo nome, affinché siano una cosa sola, come Dio e il Figlio suo (Gv 17,11).
Il Maestro chiede il dono dell’unità non solo per gli amici presenti al cenacolo, ma anche e soprattutto per i futuri credenti, «affinché tutti siano una cosa sola», come il Padre e il Figlio (Gv 17,21). Gesù ha comunicato ai discepoli la sua gloria divina, affinché possano realizzare l’ideale di unità perfetta vissuto dalle persone della Trinità (Gv 17,22). Quest’unità deve tendere alla perfezione, per favorire la fede del mondo nella missione divina del Cristo (Gv 17,21.23). L’unità dei credenti però non è un semplice risultato di un accordo umano, ma deve essere visto come il frutto della morte di Gesù (Gv 11,52): morendo sulla croce il Cristo ha radunato in unità i dispersi figli di Dio.
Luca negli Atti degli apostoli mostra che la comunità delle origini aveva realizzato quest’ideale di unità e di concordia perfetta. Non solo i discepoli mettevano a disposizione dei fratelli tutti i loro averi, vendendo le loro sostanze per sovvenire alle necessità della chiesa (At 2,44s: 4,34s), ma questi credenti erano «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,11b-19
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Parola del Signore.
 
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): v. 11 - perché siano una cosa sola, come noi. Il maggiore pericolo dei discepoli sembra essere costituito dal non conservare tra loro unità. Gesù si è preoccupato di questo finora (17,12). Adesso chiede al Padre che continui tale protezione e anzi la porti al livello della medesima unità che esiste tra le persone divine. Questa domanda nasce anche dal fatto che il cap. 17 non conosce il tema del Consolatore: nessuno prende il posto di Gesù.
v. 12 - perché si adempisse la Scrittura. Come gli altri evangelisti il quarto vede negli avvenimenti la realizzazione delle profezie: non insinua l’idea che l’azione di Giuda sia da intendere come fatale, e quindi non libera; tuttavia sottolinea che quel gesto quasi assurdo era già previsto dalle Scritture (v. 13,18).
v. 13 - perché abbiano ... la pienezza della mia gioia. Nei discorsi d’addio è ricorrente il motivo della gioia, che una volta è collegato a quello della pace (v. 14,27-28; 15,11; 16,20; 16,21; 16,22; 16,24).
v . 14 - il mondo li ha odiati. Ripetendo frasi già viste, il testo afferma che Gesù ha comunicato ai discepoli la “parola” del Padre (v. 17,8); rimane implicito il loro accogliere-credere (v. 17,6-8); di conseguenza, diventano estranei al “mondo”e sono odiati da esso (v. già 15,18-19) .
v. 15 - Non chiedo che tu li tolga dal mondo. Essere nel mondo, pur non appartenendo al mondo, è la condizione concreta del credente anche dopo Pasqua, prima della fine. Il tono è realista, contro eventuali misticismi. Gesù non chiede che i suoi siano esonerati dall’esperienza di vivere in ambiente ambiguo e ostile; addirittura li “manda” nel mondo (17,18), ambito della loro missione che continua la sua. Tuttavia domanda al Padre che li protegga e difenda dal male (o dal maligno) che regna nel mondo, perché anch’essi siano vittoriosi (v. 16,33).
v. 16 - Essi non sono del mondo. Il testo greco indica anche provenienza-origine. La non origine ‘mondana’ dei discepoli è già stata affermata (v. 15,19); qui due frasi vicine e quasi identiche (v, anche 17,14 b) precisano che la loro estraneità al mondo è come quella di Gesù.
v. 17 - Consacrali nella verità. Dopo la domanda di custodirli dal maligno (17,15), ora si chiede un positivo rafforzamento dei discepoli. “Consacrare” qui sembra indicare un legame solido e stabile. La “verità” per Giovanni è quella della rivelazione, quindi l’essenza stessa di Dio. “Consacrare nella verità” significa introdurre definitivamente nella sfera di Dio. Lo strumento che realizza tale consacrazione è la “parola” del Padre, quella che Gesù ha udito e comunicato (v. 15,15; 17,14): essa deve rimanere nei discepoli come forza che li mantiene a servizio della verità.
v. 18 - tu mi hai mandato ... io li ho mandati ... La ‘catena’ Dio-Gesù-discepoli si manifesta anche come missione (l’idea ritorna esplicita in 20,21).
v . 19 - consacro me stesso. Qui la frase indica l’atteggiamento dell’offrirsi in sacrificio. Gesù viene inteso come vittima e sacerdote (il verbo “consacrare” è usato per entrambi nell’A.T.) il cui gesto ha come effetto la consacrazione dei suoi. Il Figlio, già “consacrato e mandato nel mondo” (10,36), ora porta a termine l’incarico ricevuto e lo trasmette ai discepoli: il loro invio e la loro aggregazione alla fera di Dio sono opera di Gesù e del Padre allo stesso tempo. Non i parla di “Spirito”.
 
Per approfondire
 
AI Mode: Il passo di Atti 20,28-38 costituisce la parte conclusiva del celebre discorso di Mileto, l’unico grande discorso che l’apostolo Paolo rivolge esclusivamente a responsabili cristiani (gli anziani/presbiteri di Efeso) negli Atti degli Apostoli. Questo testo rappresenta il testamento spirituale e pastorale di Paolo, offrendo linee guida fondamentali sull’ecclesiologia, sul ministero ordinato e sulla gratuità del servizio.
Struttura e Analisi Teologica: 1. Il mandato ai pastori e la natura della Chiesa (v. 28) «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge»: L’esortazione comincia dalla cura personale del pastore. Non si può guidare una comunità senza vigilare costantemente sulla propria fede e condotta.
Istituzione divina: È lo Spirito Santo a costituire i custodi (episcopoi, da cui “vescovi”). L’autorità nella Chiesa non è un potere politico o umano, ma un carisma di servizio derivante da Dio.
Il valore del gregge: La Chiesa viene definita come qualcosa che Dio «si è acquistata con il sangue del proprio Figlio». Questo evidenzia l’immensa preziosità di ogni singolo fedele agli occhi di Dio, riscattato a prezzo del sacrificio di Cristo.
2. La minaccia delle eresie e la vigilanza (vv. 29-31): I lupi rapaci: Paolo profetizza l’arrivo di pericoli sia esterni sia interni alla comunità stessa. Falsi dottori cercheranno di sviare i discepoli per legarli a sé anziché a Cristo.
Il modello di Paolo: L’apostolo ricorda le sue lacrime e i tre anni di vigilanza ininterrotta come esempio di dedizione totale e affetto paterno verso la comunità. [1, 2, 3, 4]
3. L’affidamento a Dio e la gratuità del ministero (vv. 32-35): «Vi affido a Dio e alla parola della sua grazia»: Consapevole di non poter più proteggere fisicamente il gregge, Paolo lo consegna nelle mani dell’unico che ha il potere di edificare la fede e donare l’eredità eterna.
Distacco dai beni materiali: Paolo rivendica con forza la propria indipendenza economica. Ha lavorato manualmente per provvedere a se stesso e ai suoi collaboratori, senza desiderare l’oro o l’argento di nessuno.
Il Logion inedito di Gesù: Al versetto 35 viene citata una massima di Gesù non presente nei quattro Vangeli canonici: «Si è più beati nel dare che nel ricevere». La vera gioia cristiana e l’autenticità del ministero si misurano sulla capacità di farsi dono disinteressato per i deboli.
4. Il commiato e la preghiera (vv. 36-38): La preghiera comunitaria: Il discorso si chiude in ginocchio, sottolineando che ogni separazione e ogni scelta ecclesiale devono essere immerse nella preghiera.
La dimensione degli affetti: Il pianto, gli abbracci e i baci dei presenti mostrano il profondo legame umano e spirituale che univa Paolo alle sue comunità. La tristezza è acuita dalla consapevolezza dello Spirito: non vedranno più il suo volto, poiché Paolo è ormai diretto verso il martirio.
 
Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge - Bibbia per la formazione cristiana: L’intenzione di Luca nel comporre questo brano è quella di offrire ai suoi lettori un modello esemplare di ciò che deve essere un responsabile della chiesa e, in una certa misura, ogni credente. Dobbiamo riconoscere che Paolo, con tutti i suoi difetti, ha saputo realizzare questo modello.
Nel suo testamento, l’apostolo ricorda il passato, guarda al presente e si preoccupa del futuro della comunità .
La sua vita è stata un servizio al Signore Gesù, con l’unico scopo di condurre tutti, giudei e greci, a convertirsi a Dio e a credere in lui. Paolo ha svolto questo servizio con umiltà, con coraggio nell’annunciare in pubblico e in privato la verità del mistero del Cristo e con pazienza nel sopportare le sofferenze e le prove che gli sono state inflitte dai giudei.
Ora l’apostolo si reca a Gerusalemme per fedeltà allo Spirito.
L’unica cosa di cui è certo è che parteciperà alla passione del Cristo. Non è un fallimento, ma il mistero di Dio che in questo modo ci rende testimoni del vangelo.
Quando egli lascerà questo mondo (la «partenza» a cui allude è la sua morte), i responsabili della comunità dovranno vegliare su se stessi e sul gregge loro affidato. L’espressione «lupi rapaci» si riferisce chiaramente alla presenza di eretici. Questi potranno venire da fuori ma anche dall’interno della comunità. I responsabili dovranno difendere il bene dei fedeli, e soprattutto dei più deboli, di fronte a qualsiasi nemico.
Paolo ha fatto tutto quello che ha potuto; nessuno può accusarlo di aver contribuito con il suo esempio a con la sua predicazione allo sviluppo delle false dottrine. (Ricordiamo che l’eresia gnostica minacciava la chiesa anche dall’interno).
Paolo conclude il suo testamento con la citazione di una frase di Gesù che non si trova nei Vangeli. Chi dà con gioia e condivide liberamente quello che ha con i più bisognosi dimostra di vivere già nel mondo nuovo scaturito dalla risurrezione del Signore.
 
Guerric d’lgny: Sermones (III per la festa degli Apostoli Pietro e Paolo) - Essi non sono del mondo …: in effetti l’anima umana si trova in una situazione mediana: al di sotto di lei si trova il mondo; al di sopra Dio. Al di sopra di lei, Colui dal quale, per il quale e a causa del quale è stata fatta; al di sotto di lei, quello che è stato fatto a causa di lei. Perché, come il corpo è stato fatto per l’anima, così per il corpo è stata fatta la sua casa, che è il mondo. Così dunque, quando essa si curva verso le cose materiali che sono di questo mondo, le ombre, venendo dal basso, salgono verso di lei; quando si eleva verso le realtà divine ... usciamo dall’ombra della morte. Perché la Luce e la Vita sono in Cielo, la morte nell’inferno, e l’ombra della morte in questo luogo terrestre e tenebroso.
 
Testimoni di Cristo - Santa Lidia di Tiatira: Vissuta nel primo secolo, non si ha la certezza se Lidia fosse il suo nome o indicasse piuttosto le sue origini. Nacque infatti a Tiatira, città della Lidia, regione dell’Asia minore. Abitò a Filippi, in Macedonia, e non si sa se fosse nubile o maritata. Commerciava la costosa porpora e aveva quindi una posizione sociale ed economica importante. Gli affari terreni non le avevano impedito di dedicarsi anche allo spirito. Apparteneva ai «timorati di Dio», quei pagani che si erano convertiti alla fede dei Giudei. Fino a quando incontrò Paolo di Tarso, nella sua prima missione in Europa. L’episodio è narrato negli Atti degli Apostoli: san Paolo giunse a Filippi con Timoteo, Sila e Luca. Fu allora che Lidia si convertì e sul suo esempio tutti i familiari chiesero di essere battezzati. Prima discepola di Paolo, Lidia ospitò a casa sua il santo e i suoi compagni per tutto il tempo della missione. In quei giorni di predicazione ci furono conversioni, e si formò una comunità di cristiani. Nella casa di Lidia nacque così la prima Chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso. (Avvenire)
 
Padre misericordioso,
nella tua bontà dona alla Chiesa, radunata dallo Spirito Santo,
di servirti con piena dedizione
e di formare in te un cuore solo e un’anima sola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 19 Maggio 2026
 
Martedì VII Settimana di Pasqua
 
At 20,17-27; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 16,29-33
 
Padre, è venuta l’ora (Vangelo)
 
Il Padre di Gesù - Paul Ternant: 1. Per mezzo di Gesù, Dio si è rivelato come Padre di un Figlio unico. - Che Dio sia suo Padre in un senso unico, Gesù lo fa comprendere col suo modo di distinguere «il mio Padre» (ad es. Mt 7, 21; 11, 27 par.; Lc 2, 49; 22, 29) ed «il vostro Padre» (ad es. Mt 5, 45; 6, 1; 7, 11; Lc 12, 32), di presentarsi talvolta come «il Figlio» (Mc 13, 32), il Figlio diletto, cioè unico (Mc 12, 6 par.; cfr. 1, 11 par.; 9, 7 par.), e soprattutto di esprimere la coscienza di un’unione così stretta tra loro, che egli penetra tutti i segreti del Padre e li può, egli solo, rivelare (Mt 11, 25 ss). La portata trascendente di queste parole, «Padre» e «Figlio», che (almeno nella formula «Figlio di Dio», evitata del resto da Gesù) non è per sé evidente e non era percepita dai suoi interlocutori (in Lc 4, 41 Figlio di Dio equivale a Cristo), è confermata da quella del titolo «figlio dell’uomo» e dalla rivendicazione di un’autorità che trascende il creato. Lo è pure dalla preghiera di Gesù, che si rivolge al Padre dicendo «Abba» (Mc 14, 36), equivalente del nostro «Papà»: familiarità di cui non c’è esempio prima di lui, e che manifesta un’intimità senza pari.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Mode: Il brano di Atti 20,17-27 contiene la prima parte del celebre “discorso di Mileto”, considerato il testamento spirituale di San Paolo rivolto agli anziani (presbiteri) della Chiesa di Efeso.
In questo passaggio, Paolo non parla per vanità, ma per offrire un modello di vita e di ministero, ripercorrendo il suo operato e preparandosi al distacco finale.
Punti chiave del commento:
Il servizio umile (vv. 18-19): Paolo ricorda come abbia servito il Signore “con tutta umiltà”, tra lacrime e prove. Il suo non è stato un ministero di potere, ma di dedizione totale e sofferenza condivisa con la comunità.
La coerenza dell’annuncio (vv. 20-21): L’Apostolo sottolinea di non essersi mai tirato indietro dal predicare “ciò che era utile”, sia in pubblico che nelle case, esortando tutti (Giudei e Greci) alla conversione e alla fede in Gesù.
La “costrizione” dello Spirito (vv. 22-24): Paolo si sente “avvinto” dallo Spirito Santo a recarsi a Gerusalemme, pur sapendo che lo attendono catene e tribolazioni. La sua vita non ha valore per se stesso, se non per portare a termine la missione ricevuta da Cristo.
La libertà del pastore (vv. 25-27): Paolo dichiara di essere “innocente del sangue di tutti”, perché non ha omesso nulla nel comunicare il disegno di Dio. Si congeda con la pace di chi non è sceso a compromessi con il Vangelo.
 
Vangelo
Padre, glorifica il Figlio tuo.
 
Gesù e Paolo sono accomunati da uno stesso destino: è venuta l’ora, la morte è vicina. Paolo non ritiene in nessun modo preziosa la sua vita, purché conduca a termine la sua corsa e il servizio che gli fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. Momenti prima che il carnefice calasse la spada sul suo capo per decapitarlo, l’Apostolo scriverà a Timoteo, a tutti i suoi amici: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7). Gesù, prima che i chiodi lacerassero la sua carne, alzàti gli occhi al cielo, prega il Padre domandando che la sua volontà si compia totalmente. Gesù, con la sua preghiera si rivela inseparabile dal Padre in quello che è e vive. Prega anche per i suoi amici, quelli che hanno accolto la sua Parola. Gesù ritorna al Padre, ora comincia il tempo della Chiesa, e la preghiera di Gesù nei secoli sosterrà la sua missione apostolica che si spingerà fino agli estremi confini della terra.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,1-11a
 
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».
 
Parola del Signore.
 
La gloria al termine del suo percorso (17,1-8) - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): La preghiera di Gesù inizia con un’invocazione filiale: la parola «Padre» potrebbe essere la trascrizione dell’aramaico ‘abba’, termine familiare per dire «papà», poco usato nel giudaismo e abituale a Gesù (Lc 11,2; Mc 14,36).
La gloria del Figlio e la gloria del Padre sono interdipendenti (13,31-32). L’esaltazione in croce segna l’avvento dell’ ora. Portando a compimento la missione che il Padre gli ha affidato, Gesù glorifica Dio. Colui che accoglie questa gloria di Dio presente in Gesù crocifisso riceve la vita eterna, vale a dire entra nell’intimità (la «conoscenza») del vero Dio e di suo Figlio Gesù Cristo. Stranamente, pur parlando egli stesso, Gesù è indicato con il suo nome: «Colui che tu hai mandato, Gesù Cristo».
Possiamo scorgere in ciò un evidente elemento redazionale, per cui Giovanni mescola il discorso della comunità con le parole del Cristo. I vv. 6-8 sottolineano che, nella glorificazione del Padre, l’opera di Gesù fu di «manifestare il nome di Dio».
L’insistenza di Gesù sulla «conoscenza di Dio» come sorgente della vita è stata considerata da alcuni come un’influenza gnostica. Ma alla gnosi mancano due tratti presenti in Giovanni, anzitutto questa conoscenza è trasmessa attraverso un evento concreto e singolare: la morte e la risurrezione di Gesù; in secondo luogo la vita eterna è data fin d’ora su questa terra, che la gnosi invece esorta a disertare.
La gloria di Gesù qui manifestata e riconosciuta esisteva «prima che il mondo fosse», nell’ amore eterno che uni ce il Padre e il Figlio (17,24), a immagine della sapienza che, «costituita prima dei primordi della terra) era la delizia del Signore» (Pro 8,23-31).
 
Per approfondire
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): io prego per loro ...: In questo versetto sono messi in contrasto radicale discepoli e mondo. Il mondo, in quanto chiuso in se stesso ed alla rivelazione, anche se avesse dei valori mondani, è già escluso dalla salvezza. L’unica condizione, come dice il Barrett, per diventare oggetto della preghiera di Gesù per il mondo sarebbe quella di cessare di essere «mondo». Gesù è venuto per salvare il mondo (3,14-16), ma solo se esso accetta di uscire dalle tenebre, se accetta di non poter darsi la luce e la salvezza, di essere messo in questione e di abbandonare le sue sicurezze per un’ altra sicurezza. Bisogna tener presente questa concezione negativa di «mondo» in tutto il brano 17,9-16.
La teologia di Gv è a favore di una critica al mondo ed è lontana da un atteggiamento positivo verso il mondo, come è oggi un po’di moda.
10: Viene sottolineata ancora l’unità del Padre e del Figlio, nella missione di salvezza (10,30; 16,15). - e io sono stato glorificato in loro: nel senso dei vv, 7-8, in quanto gli apostoli hanno accolto con fede le sue parole come parole del Padre e hanno perciò riconosciuta l’unità del Padre e del Figlio.
11 E io non sono più nel mondo: ciò sembra in contrasto con quanto è detto al v. 13 («mentre sono nel mondo») e dà ragione a coloro che mettono questa preghiera in bocca al Signore risorto. Ma si può pensare che Gesù si consideri già anticipatamente fuori del mondo, mentre è sul punto di ritornare al Padre. - Padre santo, conservali: il Padre «santo» deve conservare i discepoli nella santità, cioè nella costante appartenenza a lui, pur rimanendo nel mondo.
 
La Chiesa, proprietà di Dio, è stata donata a Gesù - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Un elemento interessante dell’ecclesiologia di Gv 17 è l’insinuazione che la comunità dei credenti appartiene a Dio, è sua proprietà; essa però è stata affidata al Cristo. I discepoli infatti sono stati donati al Figlio dal Padre (Gv 17,2). Il Maestro ha rivelato il nome di Dio agli uomini che questi gli ha dato dal mondo, perché erano suoi e sono stati donati a lui (Gv 17,6). Gesù prega per il gruppo dei suoi amici, perché essi sono del Padre, anche se sono stati dati a lui (Gv 17,9). In realtà i discepoli non appartengono al mondo, come Gesù non è del mondo (Gv 17,14.16), perché sono proprietà di Dio e sono stati donati al Cristo (Gv 17,24). Per tale ragione il Figlio può pregare il Padre di custodire la sua comunità nel suo nome divino (Gv 17,11), di preservarla dagli influssi malefici del Maligno (Gv 17,15), di santificarla nella verità (Gv 17,17.19), affinché tutti i credenti siano una cosa sola e tendano alla perfezione dell’unità (Gv 17,20ss). La chiesa è proprietà del Padre ed è stata affidata alle cure del Figlio, quindi essa forma realmente la famiglia di Dio, perché è inserita vitalmente nel mistero della Trinità. Una tematica ecclesiologica analoga l’abbiamo già riscontrata nella pagina consacrata alla porta e al buon pastore; qui però le pecore del gregge sono presentate come proprietà di Gesù (Gv 10,3s.11ss.26ss), tuttavia nel passo di Gv 10,28s è insinuato con sufficiente chiarezza che le pecore del buon pastore sono state donate al Cristo dal Padre.
 
Tommaso d’Aquino: In Jo. ev. exp ., XVI.: Padre, è venuta l’ora: manifesta la gloria del Figlio tuo ... : ma poiché il Figlio di Dio è la stessa Sapienza (1Cor. 1,24), e questa possiede il sommo di chiarezza e di gloria (Sap. 6,1 3), in che modo la gloria potrà essere glorificata, soprattutto essendo Egli (Eb. 1,3) lo splendore del Padre? Si risponde che Cristo chiedeva di essere glorificato dal Padre in tre modi.
Primo nella sua Passione: e questo per i molti prodigi che allora dovevano prodursi (oscuramento del sole, squarcio del velo del Tempio, apertura dei sepolcri) ... E su questa linea Gesù Cristo domanda che nella Passione venga manifestato che Egli è il Figlio di Dio. Secondo nella sua Resurrezione… Terzo, nella notorietà presso tutti i popoli... E in questo senso Egli domanda: Manifesta a tutto il mondo che Io sono il Figlio tuo proprio per generazione, non pee creazione.
 
Testimoni di Cristo - Beata Pina Suriano: Nasce a Partinico, centro agricolo della provincia di Palermo il 18 febbraio 1915. Nel 1922 fa il suo ingresso nelle file dell’Azione Cattolica Femminile come beniamina, poi aspirante e quindi giovane. Nel 1938 viene nominata delegata delle sezioni minori femminili e per nove anni, dal 1939 al 1948 è segretaria della Sezione di Azione Cattolica, nel contempo dal 1945 al 1948 è presidente delle Giovani. Istituisce in parrocchia l’associazione delle «Figlie di Maria», diventandone la presidente dal 1948. Il 29 aprile 1932 nella chiesetta delle «Figlie della Misericordia e della Croce», che era la sede sociale della Gioventù Femminile di Ac di Partinico, emette il voto di castità. Seguendo il desiderio, mai realizzato, di vivere da religiosa, il 30 marzo 1948, insieme ad altre tre compagne, si offre come vittima per la santificazione dei sacerdoti. In quello stesso anno si presentano i disturbi di una violenta forma di artrite reumatica, che le portò come conseguenza un difetto cardiaco. Muore improvvisamente per un infarto il 19 maggio 1950. È beata dal 2004. (Avvenire)   
 
Dio onnipotente e misericordioso,
fa’ che lo Spirito Santo venga ad abitare in noi
e ci trasformi in tempio della sua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 

 18 Maggio 2026

 
Lunedì VII Settimana di Pasqua
 
At 19,1-8; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 16,29-33
 
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio. (Col 3,1 - Acclamazione al Vangelo)
 
Il credente è già risorto con Cristo, partecipando realmente alla sua vita celeste: «Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Ef 2,6-7).
Questa certezza deve far sì che il credente orienti decisamente la sua vita alla conquista del Cielo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1-3). Un orientamento sostenuto da una attesa: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,4). Una certezza sostenuta e alimentata da una vita azzima, cioè da una vita preservata dal lievito del male.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Ad Efeso l’apostolo Paolo incontra alcuni uomini definiti “discepoli”, ma che ignorano l’esistenza dello Spirito Santo. Alla domanda dell’apostolo Paolo, Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?, i “discepoli” rispondono di avere ricevuto il battesimo di Giovanni e di non aver nemmeno sentito parlare dello Spirito Santo.
Paolo per fugare ogni errore e confusione tra il battesimo di Giovanni e quello di Gesù, sottolinea che il battesimo di Giovanni era un rito di conversione, mentre il battesimo nel nome di Gesù conferisce il dono dello Spirito, segnando l’ingresso effettivo nella nuova alleanza.
L’imposizione delle mani e il dono delle lingue: Dopo il battesimo nel nome di Gesù, l’apostolo Paolo impone le mani e i “discepoli” iniziano a parlare in lingue e a profetizzare. Questo evento è considerato una sorta di “Pentecoste efesina”, che conferma l’estensione della missione apostolica e la legittimità del ministero dell’apostolo Paolo.
Paolo rimane per tre mesi nella città di Efeso, parlando con franchezza nella sinagoga e cercando di persuadere gli ascoltatori riguardo al Regno di Dio. Questo riflette la sua strategia costante: annunciare il compimento delle promesse prima ai Giudei.
 
Vangelo
Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!
 
Gesù ha annunciato la sua morte, e i discepoli, confidando nella carne, sono sicuri di condividere il destino del loro Maestro, morendo con lui. Ma Gesù li disillude, e lo dice apertamente: fuggiranno via, scandalizzati, impauriti, la loro fuga vergognosa lascerà solo Gesù ad affrontare l’immane battaglia contro la morte e il mondo.
Gesù li avverte perché passata la tormenta, possano avere il perdono e la pace in lui, partecipando alla sua vittoria sulla morte e sul mondo.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,29-33
 
In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio».
Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».
Parola del Signore.

Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Il linguaggio del Maestro nel passo in esame, dai discepoli è giudicato chiaro (Gv 16,29) e mostra che egli conosce tutti i pensieri, prima che siano espressi, perciò suscita la loro professione di fede nella sua onniscienza e nella sua origine divina (Gv 16,30). Che Gesù sappia tutto e conosca tutti, è un elemento caratteristico della cristologia giovannea (cf. Gv 2,24s; 21,17). Il Maestro però non si lascia lusingare da questa professione di fede (Gv 16,31), anzi prende motivo da essa per predire l’imminente defezione dei discepoli durante il suo arresto (Gv 16,32): costoro non crederanno più e torneranno ai propri interessi, abbandonando il Cristo. Come abbiamo mostrato nel paragrafo immediatamente precedente, questa notizia fa parte della tradizione evangelica antica, perché è riportata anche dai tre sinottici e per di più nel medesimo contesto (cfr. Mc 14,27 e par.). Giovanni tuttavia nel racconto dell’arresto di Gesù non descrive la fuga dei discepoli, come invece narrano Marco e Matteo (cfr. Mc 14,50 e par.). Il Cristo però, nonostante l’abbandono dei suoi amici, non rimane solo, perché il Padre è sempre con lui (Gv 16,32). Gesù è sempre unito «ontologicamente» a Dio, per cui può giudicare con verità (Gv 8,16); il Padre non lo lascia mai solo (Gv 8,29). In realtà il Maestro vive con Dio, anzi forma una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38). Al termine del suo discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli, per invitare gli amici alla fiducia: nel mondo essi sperimenteranno dolore e tribolazione, però non debbono perdersi d’animo, perché la vittoria finale è del Cristo e dei suoi seguaci (Gv 16,33). Con questo grido di vittoria termina il secondo ed ultimo discorso di Gesù all’ultima cena.
 
Per approfondire
 
La creazione trasformata in «mondo» - Fausto Longo (Mondo in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V): Su tale mondo viene pronunciata la sentenza che è malvagio e che sarebbe «perduto» senza la venuta del Figlio. Esso è oggetto della condanna, perché «tutto il mondo si trova nel maligno» (1Gv 5,19).
Perciò esso è pure bisognoso di salvezza. La frase: «La luce vera ... veniva nel mondo» (1,9) corrisponde all’altra: «La luce brilla nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno compresa» (1,5).
Perciò il mondo è nelle tenebre, non per un determinismo di origine, ma per propria decisione e colpa. Le tenebre esistono perché è stata data la luce. In quanto il mondo si chiude alla luce e si oppone a Dio, cercando l’autonomia del creatore, diventa tenebra, cioè menzogna; vive fuori dalla verità. In seguito alla colpa di origine, si consuma la «crisi» nel suo doppio significato: la discriminazione tra gli uomini che compiono liberamente la loro decisione, ma anche il giudizio di Dio.
Il mondo vive nel peccato, rifiutando la rivelazione che Dio ha fatto in Cristo.
E peccato fondamentale del mondo è l’incredulità (Gv 16,8-9). Vi si esprime un continuo presente che indica la continua incredulità del mondo il quale così è coinvolto da Dio in un grande processo. Il mondo che rifiuta Cristo che è la vita, è destinato alla schiavitù e alla morte (Gv 8,21). Dominatore di questo mondo è satana, il quale però è già stato spodestato (Gv 16,33).
Quando Giovanni afferma che il mondo non riconosce il figlio di Dio esso viene personificato con il grande antagonista del redentore nella storia della salvezza. È quasi una potente personalità collettiva, rappresentata dal «principe di questo mondo»; esso tiene sotto la sua servitù, mentre la conoscenza della verità che è Cristo dà la liberazione (8,32-34).
Proprio questo scegliere la menzogna invece della verità ha trasformato la creazione in «mondo». Esso non è cattivo dall’origine, ma lo è diventato per colpa dell’uomo che si è chiuso e si chiude di fronte alla parola, alla luce e alla vita di Dio. C’è netta opposizione tra Dio e il mondo. Non si tratta di un dualismo «ontologico» come in altre religioni; esso è piuttosto di carattere «etico»: l’opposizione tra Dio e il mondo è diventata una vicenda storica attraverso la decisione dell’uomo.
Perciò il mondo costruisce la sua sicurezza e fiducia fuori di Dio. La presenza di Gesù lo sconcerta e gli fa dire: «Come può accadere questo?». Oppure interroga con tanti altri «come»: cf. 6,42; 7,1; 8,33; 12,34.
Perciò Cristo che è venuto in questo mondo (3,19) non è di questo mondo (Gv 8,23). Non lo è nemmeno il suo regno (18,36). Invece i suoi discepoli derivano dal mondo (17,11s) e devono restare nel mondo (13,1; 15,18s). Cristo però li «ha scelti dal mondo» (15,19) e li manda nel mondo (17,8) ove devono dare testimonianza per il
Figlio e per il Padre (17,21.23). Come si è accanito contro Cristo l’odio del mondo si rivolgerà pure contro i discepoli (15,18-20; 17,14; 1Gv 3,13). Essi sono solitari e stranieri nel mondo; il quale troverà sempre «scandalo» nella comunità dei discepoli che mettono in crisi la sicurezza con cui il mondo vive nel peccato.
Per accogliere lo spirito di verità (14,17) il mondo dovrebbe mutare se stesso con una nuova nascita (3,3), ma allora non sarebbe più mondo.
Così, mondo nel dualismo etico di Giovanni è il mondo che ha rigettato Cristo e sul quale già è stato pronunciato il giudizio.

Un illustre sconosciuto - I motivi di una dimenticanza - Basilio Caballero (La Parola Ogni Giorno): Lo Spirito Santo sembra essere il grande sconosciuto o dimenticato, colui che per i cristiani non è assente, ma passa sotto silenzio. Ai nostri giorni succede in parte quello che viene riferito dalla prima lettura.
Quando san Paolo arrivò a Efeso, chiese a un piccolo gruppo di discepoli di Giovanni Battista, che trovò lì, se avevano ricevuto lo Spirito Santo, accettando la fede di Cristo. La risposta non poteva essere più desolante: non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo. La maggioranza dei cristiani attuali non potrebbe affermare questo; però se fossero spinti a spiegare che cosa significa per loro lo Spirito Santo, il problema sarebbe senza dubbio imbarazzante.
Tra le possibili cause che fanno dello Spirito un illustre sconosciuto possiamo indicare queste: a) Mancanza di formazione e catechesi prima e dopo i sacramenti dell’iniziazione cristiana. b) Mancanza di esperienza vissuta della sua presenza e azione nella nostra vita personale e comunitaria, a causa di un basso livello di fede e vitalità cristiana. c) Abuso delle applicazioni della sua efficacia e della sua azione quasi magica nei sacramenti e nell’ambito spirituale. d) La difficoltà stessa racchiusa nella comprensione dei simboli, delle immagini e delle espressioni che, per mancanza di vocabolario e di definizioni precise, vengono applicati nella Bibbia alla forza e all’azione dello Spirito Santo.
Lo Spirito, la terza persona della santissima Trinità, di solito non appare, secondo i testi biblici, nell’intimità della vita trinitaria, ma nella sua azione esteriore. Spirito significa quasi sempre presenza e azione di Dio, tanto nella persona e vita di Gesù, dall’incarnazione alla risurrezione (come è narrato nei vangeli), quanto nella vita interiore e nell’attività apostolica della comunità ecclesiale (come è narrato negli Atti e nelle Lettere degli apostoli).
Nella sacra Scrittura non troviamo, quindi, una definizione dello Spirito in termini concettuali, ma in immagini e simboli che sono segni della sua realtà, presenza e azione, come vento, fuoco, lingue, acqua, colomba, difensore, consolatore, amore, ispirazione profetica, frutti, doni e carismi, spirito di adozione e di libertà ecc.
Se vogliamo definire lo Spirito con un’espressione attuale e biblica, vitale e unica, dovremo dire: è il dono di Cristo risorto alla Chiesa, che è il suo corpo; è lo Spirito dello stesso Gesù in noi; è il «noi» trinitario e la coscienza ecclesiale; è l’amore che Dio ha per noi, amore effuso nei nostri cuori; è la nostra nuova dimensione personale e comunitaria di discepoli di Gesù, cristiani, figli di Dio, e fratelli tra di noi.
 
La Chiesa con il suo insegnamento è la salvezza del mondo: “Asseriamo che il mondo assomiglia al mare. Come il mare, se non avesse i fiumi e le sorgenti che vi si versano per nutrirlo e rifornirlo, già da tempo si sarebbe seccato, a causa della salsedine, così il mondo, se non avesse la legge di Dio e i profeti che scaturiscono e vi riversano la dolcezza, la misericordia, la giustizia e la conoscenza dei precetti santi di Dio, a causa della cattiveria e del peccato che in esso abbonda, da tempo sarebbe ormai andato in rovina. E come nel mare vi sono isole abitabili, fertili, ricche di acqua, munite di porti e di approdi che offrono rifugio ai naviganti sorpresi dalla burrasca, così Dio ha offerto al mondo sconvolto dalla tempesta, dall’uragano dei peccati, i centri di riunione detti sante Chiese, in cui, come in sicuri porti insulari, vi è l’insegnamento della verità; qui vi si rifugiano coloro che vogliono salvarsi, coloro che si sono innamorati della verità e desiderano sfuggire al giudizio di Dio e alla sua ira. E come vi sono altre isole, pietrose, aride, sterili, infestate dalle fiere e inabitabili, che sono la rovina dei naviganti e di coloro che sono colti dalla tempesta, dove le navi che sopraggiungono vanno distrutte, così vi sono le dottrine dell’errore, parlo cioè delle eresie, che mandano in rovina coloro che vi approdano. Loro guida infatti non è il Verbo della verità. Come i pirati quando le loro navi sono piene di passeggeri le mandano ad incagliarsi nei luoghi che abbiamo detto perché vadano distrutte, così succede a coloro che si allontanano dalla verità: dall’errore vengono travolti nella perdizione” (Teofilo di Antiochia, Ad Autolico, 2,14).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni I. La politica non manipoli il messaggio del Risorto: Il principio dell’incarnazione ci parla di un Dio che condivide il cammino dell’uomo e si affianca a lui nel dare forma alla storia: ecco perché i cristiani sono chiamati a un impegno concreto nella vita politica. Ma quando, invece, è la politica a voler deformare il messaggio del Risorto per difendere propri interessi e vantaggi allora i cristiani devono far sentire la propria voce. Un richiamo a cui oggi ci rimanda la storia di san Giovanni I, Papa dal 523 al 526 e venerato come martire, testimone coerente che non si lasciò usare per gli scopi politici del re d’Italia e re degli Ostrogoti, Teodorico. Toscano d’origine, Giovanni fu scelto come Pontefice in età avanzata; Teodorico, ariano, lo costrinse a recarsi a Bisanzio, alla guida di una delegazione di cui facevano parte legati romani ma anche alcuni vescovi come quelli di Fano, di Ravenna e di Capua, per chiedere la restituzione agli ariani d’Oriente delle chiese che erano state loro sequestrate dall’imperatore Giustino, difensore dell’ortodossia. Il 19 aprile 526 Giovanni fu il primo Papa a celebrare la Pasqua a Costantinopoli, ma al ritorno, avendo scelto di non soddisfare le richieste del re che l’aveva mandato, fu incarcerato a Ravenna dove morì pochi giorni dopo, il 18 o 19 maggio 526. In seguito le sue reliquie vennero traslate nella Basilica di San Pietro. 
 
Venga su di noi, o Signore, la potenza dello Spirito Santo,
perché aderiamo pienamente alla tua volontà
e la possiamo testimoniare con una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
17 Maggio 2026
 
Ascensione del Signore
 
At 1,1-11; Salmo Responsoriale  Dal Salmo 46 (47); Ef 1,17-23; Mt 28,16-20
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - Con l’ascensione Cristo ha assunto il titolo e i pieni poteri di sovrano cosmico («ascese al di sopra di tutti i cieli» cioè si è assiso sul più alto trono regale immaginabile: cfr. Ef l, l0. 20-23; Col l, 18; 1 Cor 15, 27 ecc.).
È diventato il centro dinamico, vitale e dirigenziale (Ef 4, 15-16; Col l, 19; 2, 16) nell’opera di trasformazione della Chiesa e del mondo intero. L’una e l’altro dovranno diventare, per l’azione di Cristo, un regno posseduto da Dio in ogni sua componente e totalmente da lui come penetrato (Ef l, 23; Col l, 19-20).
In Cristo, asceso al cielo, «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2, 9; cfr. l, 19).
Egli, in virtù della sua ascensione, può dare alla Chiesa, con lo Spirito Santo, le strutture e le potenzialità necessarie al suo processo di crescita («Ascendendo in cielo ... ha distribuito doni agli uomini» creandoli apostoli, profeti, evangelisti, pastori ecc …). La Chiesa, così dotata, ha tutto ciò che le occorre per arrivare alla piena maturità del Cristo diventare «uomo perfetto», cioè far sua la pienezza del Cristo e di Dio, il quale in tal modo verrà a trovarsi «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28).
Le pietre vive di questa costruzione, grande come la Chiesa, l’umanità, l’universo intero e la stessa Trinità infinita, devono contribuire alla sua realizzazione, superandosi ogni momento nella fede e nella conoscenza di Dio. Allora la fede, intesa come adesione totale di spirito e di esistenza a Dio, e la conoscenza, presa come assorbimento della sua vita e divinità, raggiungeranno il grado massimo e definitivo e porteranno ai limiti ultimi, stabiliti da Dio, l’edificio cosmico-ecclesiale.
In Eb 9, 24-28; 10, 19-23 si guarda l’ascensione con un’ottica speciale, rilevandone principalmente tre cose.
Fu con l’ascensione che Cristo assunse pienamente le funzioni di sacerdote celeste, sempre disponibile a offrire il suo unico e irrepetibile sacrificio infinito per gli uomini.
Fu con l’ascensione che inaugurò in se stesso per noi una nuova via, vivente, attraverso la quale gli uomini dovessero entrare nel santuario della gloria.
L’ascensione, divenuta sorgente e sostegno indistruttibile di fiducia, ci sprona ad accostarci a Dio e al suo trono di grazia (Eb 4, 16) con le migliori disposizioni di spirito, quali si convengono ai battezzati. Queste disposizioni hanno la loro concretezza nella concretizzazione soprattutto nella fede, e nella speranza di conseguire la gloria che ci è stata promessa e preparata.
 
Prima Lettura - Fu elevato in alto sotto i loro occhi: La comunità cristiana prende coscienza dell’efficacia assoluta del sacrificio di Cristo, il quale ha cancellato il peccato e non ha bisogno di essere reiterato. Allo stesso tempo, fa esperienza in mezzo ad essa, in tutta la sua potenza (Cf. Lc 1,35; 24,49; At 1,8; 10,38; Rom 15,13.19; 1Cor 2,4-5; 1Ts 1,5; Eb 2,4), della presenza dello Spirito Santo, promesso dal Padre e mandato dal Figlio (Cf. Vangelo). Lo Spirito Santo accordando alla Chiesa i carismi (Cf. 1Cor 12,4s) autentica la sua predicazione, ma soprattutto le dà la forza di annunziare Gesù Cristo, nonostante le persecuzioni (Cf. At 4,8.31; 5,32; 6,10) e di rendergli testimonianza (Cf. Mt 10,20; Gv 15,26; At 1,8; 2Tm 1,7s). La missione della Chiesa sta nel rendere testimonianza della risurrezione di Gesù e si estende sino agli estremi confini della terra.
 
Seconda Lettura - Lo fece sedere alla sua destra nei cieli: Paolo prega «il Padre della gloria» per gli Efesini, per la loro illuminazione, per il loro progresso nella conoscenza del mistero del Cristo e perché possano comprendere a quale speranza sono stati chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi. Ai cristiani pavidi, Paolo afferma la superiorità di Cristo su ogni essere terreno e celeste: Tutto infatti il Padre della gloria ha messo sotto i suoi piedi. Tale superiorità di Cristo deve rassicurare la Chiesa di fronte a qualunque potenza, terrena o celeste.
 
Vangelo
A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.
 
Il termine ascensione sta ad indicare il ritorno materiale di Gesù al cielo dopo la sua missione terrena che era culminata nella sua passione, morte e risurrezione.
L’evangelista Matteo situa l’ultimo incontro di Gesù risorto con gli Undici in Galilea, «sul monte che Gesù aveva loro indicato». Questo monte può ricordare quello della tentazione dove Gesù rifiutò «tutti i regni del mondo e la loro gloria» (Mt 4,8), quello delle beatitudini dove diede la sua legge (Cf. Mt 5,1-11), o quello della Trasfigurazione dove offrì un segno anticipato della sua gloria (Cf. Mt 17,1-8).
L’incontro è accompagnato da un gesto di adorazione, nonostante il dubbio di qualcuno: la condizione di Gesù è percepita come nuova, divina e, nello stesso tempo, viene riconosciuta tale solo per mezzo della fede.
Nonostante la sua ascesa, Gesù, Maestro e Taumaturgo, sarà con i suoi discepoli tutti i giorni, fino alla fine del mondo e con il dono dello Spirito Santo comunicherà loro coraggio nella testimonianza, soprattutto in quei momenti di difficoltà segnati dalla persecuzione.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 28,16-20
 
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 
Parola del Signore.
 
A me è stato dato ogni potere - Con l’Ascensione termina la missione storica-temporale del Cristo, con il dono dello Spirito Santo, nel giorno della Pentecoste (Atti 1,2), inizia quella degli Apostoli: «Il Cristo è il re della storia, ma invisibile. Egli svolge la sua azione salvifica direttamente e tramite i suoi seguaci. Anche per Matteo si può ripetere, la Chiesa è la continuazione di Cristo, il suo corpo rimasto sulla terra. Egli si serve delle sue parole, dei suoi gesti per far continuare a sentire la sua voce e a ripetere le sue operazioni salutari; per incontrare nel tempo quelli che non ha potuto incontrare nel suo pellegrinaggio terrestre» (Ortensio da Spinetoli). Gli Apostoli fruiranno della presenza del Maestro divino, tutti i giorni, fino alla fine del mondo e nello Spirito Santo avranno forza, intelligenza (Atti 1,8) e memoria per ricordare tutto ciò che il Maestro ha detto loro (Gv 14,26).
Giuda ha terminato la sua vicenda terrena suicidandosi, i restanti Undici si recano in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Il monte non necessariamente è quello del discorso della Montagna, potrebbe essere il monte della Trasfigurazione (Cf. Mt 17,1). Potrebbe avere anche valore simbolico: come sul monte Gesù promulgò la legge del Regno (Mt 5,1ss), così sul monte, dopo la sua risurrezione, apparendo agli Apostoli (Atti 1,3), conferisce loro il mandato della missione universale. L’evangelista si sofferma a sottolineare che essi però dubitarono. «L’interpretazione del testo greco è controversa. È incerto se tutti si prostrarono dinanzi a Gesù, riconoscendone la realtà divina, pur restando tutti [per altri esegeti soltanto alcuni] dubbiosi. Oppure se alcuni d’essi l’adorarono, mentre altri dubitavano. Il motivo del dubbio ricorre come elemento integrante nelle apparizioni di riconoscimento e viene superato con l’accertamento della identità di Gesù; qui, invece, serve solo per introdurre il discorso del Risorto» (Angelico Poppi).
Gesù, comunque, non si fa ingabbiare dalla incredulità dei discepoli. Come nei giorni che seguirono la sua risurrezione, Gesù, spazzando via ogni barriera materiale e spirituale, si avvicina ai suoi per esortarli ad avere fede, ma soprattutto per comunicare loro forza e coraggio affinché possano portare, fino agli estremi confini della terra, la Buona Novella della salvezza.
A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra (Cf Gv 5,35) - cioè la piena ed universale potestà che compete al Cristo glorificato. Il termine (exousia) usato da Matteo è lo stesso che si trova in Daniele 7,13-14 (nella traduzione dei Settanta), dove Dio ad «uno simile ad un figlio di Dio» conferisce «potere, gloria e regno».
Gesù, durante la sua vita terrena, dal Padre aveva avuto il potere di compiere miracoli, il potere di parlare con autorità, il potere di perdonare i peccati, il potere di cacciare i demoni. Questo potere viene trasmesso agli Undici. E in modo particolare dona loro il potere di fare discepoli tutti i popoli predicando il Vangelo, nel battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo coloro che credono, nell’ottenere l’osservanza dei comandamenti e della vita morale da coloro che hanno creduto al messaggio di salvezza.
Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli … - La missione degli Apostoli è universale, superando gli angusti confini nazionalistici del popolo d’Israele, deve spandersi fino ai confini della terra (Cf. At 1,8). La salvezza annunciata prima ad Israele (Cf. Mt 10,5s; 15,24), come voleva il piano divino, deve essere annunciata e offerta a tutti i popoli (Mt 8,11; 21,41; 22,8-10; 24,14.30s; 25,32; 26,13; At 1,8; 13,5; Rm 1,16): «Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: “Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani”» (At 13,44-47).
... battezzandoli nel nome … - Il battesimo deve essere conferito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Qui nome, secondo l’uso semitico, sta per Persona. È «possibile che questa formula risenta, nella sua precisione, dell’uso liturgico stabilitosi più tardi nella comunità primitiva. Si sa che gli Atti parlano di battezzare “in nome di Gesù” [Cf. At 1,5; 2,38]. Più tardi si sarà esplicitato il legame del battezzato con le tre persone della Trinità. Checché ne sia di queste variazioni possibili, la realtà profonda rimane la stessa. Il battesimo ricollega alla persona di Gesù salvatore; ora tutta la sua opera di salvezza procede dall’amore del Padre e si compie nell’effusione dello Spirito» (Bibbia di Gerusalemme).
Anche a dare ragione a coloro che dubitano che Gesù abbia dato questa indicazione trinitaria, è da evidenziare che le tre Persone della Trinità, Padre, Figlio, Spirito Santo, compaiono ripetutamente nel ministero apostolico del Cristo, per esempio nel Battesimo dove si vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire su Gesù e allo stesso tempo udire la voce del Padre (Mt 3,13-17; Cf. Mc 9,2-8).
Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo - Questa formula «ricorre cinque volte in Matteo [13,39.40.49; 24,3 e qui; Cf. anche Eb 9,26; Mt 12,32]; non significa la fine del mondo, della terra [Cf. 2Pt 3,10], ma piuttosto la fine dell’epoca attuale della storia della salvezza, dell’èra della Chiesa» (Bibbia di Gerusalemme).
La promessa di Gesù di stare sempre con i suoi, anche se in modo invisibile, richiama il nome Emmanuele, che significa Dio con noi (Mt 1,23): un’altra profezia che viene a compirsi perfettamente, un richiamo che ricorre sovente nel Vangelo di Matteo.
Al di là di ogni considerazione, la «permanenza di Gesù con i suoi fino alla fine del mondo esprime la sostanziale indefettibilità della Chiesa nella sua totalità» (Giuseppe Ferraro). In sostanza, è questo il messaggio da cogliere nell’odierna festa dell’Ascensione.
 
Per approfondire
 
Luisa Carta - Giuseppe Barbaglio (Cielo in Schede Bibliche Pastorali Vol. II) - Fu elevato in cielo: Più di un motivo teologico si collega al termine cielo. Anzitutto, cielo o, più frequentemente, cieli, indica la dimora di Dio e soprattutto la sua trascendente presenza. Per questo Gesù leva gli occhi al cielo in momenti importanti della sua missione (Mc 6,41; 7,34; Mt 14,19; Lc 9,16; Gv 17,1); parla della ricompensa riservata nei cieli (Mt 5,12), del tesoro che vi si deve ammassare (Mt 6,20), della gioia che in cielo si fa per un peccatore convertito (Lc 15,7); domanda agli avversari se l’origine del battesimo di Giovanni è celeste oppure umana (Mt 21,25 e par.); rifiuta il segno celeste chiestogli dai farisei (Mt 16,lss).
Invece l’espressione «regno dei cieli», preferita dal primo evangelista a quella, più usuale nei vangeli, di regno di Dio, è solo una espressione tipica del giudaismo del tempo, che intendeva così evitare il nome sacro di Jahvé. Lo stesso Matteo poi predilige la formula «Padre celeste» (o «che è nei cieli») per indicare il Dio rivelato da Gesù Cristo (5,16.45.48; 6,1.9.14.26.32; 7,11; 18,14). Più importanti però sono quei passi giovannei che accentuano l’origine divina e trascendente di Gesù di Nazaret: «Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv 3,13). Egli in persona è il pane vero, il pane di vita, disceso dal cielo, cioè donato da Dio (Gv 6,32ss). Da lui deriva anche la sua missione terrena, come riconosce il Battista (Gv 3,27). In questo senso si deve anche interpretare il racconto evangelico del battesimo: la voce divina, letteralmente «dal cielo», lo proclama in senso messianico figlio di Dio (Mt 3,16-17 e par.). Secondo la lettera agli Ebrei, Gesù morto e risorto è il sommo sacerdote penetrato nel tempio celeste per riscattare con il suo sangue, una volta per tutte, i nostri peccati mediante una redenzione eterna (cc. 8-9). A Luca invece dobbiamo il racconto dell’ascensione di Cristo al cielo, modo plastico e spettacolare per indicarne la glorificazione divina (At 1,6-11).
Non è tutto: dai cieli egli discenderà il giorno ultimo per liberare definitivamente i credenti dalle potenze del male e della morte (1Ts 1,10; 4,16; 2Ts 1,7; Fil 3,20).
La glorificazione di Cristo però comporta quella nostra: «Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Qual è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste» (1Cor 15,47-49). In realtà, si tratta di una costante delle lettere paoline, che però offrono qui una diversa prospettiva. Alcuni passi ne parlano al futuro, come di realtà situata al di là del tempo storico. Oltre il passo di 1Cor 15 appena citato, possiamo indicare 2Cor 5,1-2: «Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste».
Invece in Ef e Col, caratterizzate da un chiaro indirizzo di escatologia realizzata, la dimora celeste appare anticipata nella storia (Ef 2,4-6; Cf. Col 3,1-4, anche se qui non ricorre il termine «cieli»).
Infine, con sensibilità apocalittica, il Nuovo Testamento testimonia il motivo della creazione finale di un nuovo mondo che sorgerà dalle ceneri di quello attuale. Ci riferiamo specialmente alla seconda lettera di Pietro: «Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta ... E poi, secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia» (3,10.13). Ma anche l’Apocalisse non è da meno: «Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più» (21,2). Si riprende così, rilanciandola, la speranza cosmica espressa già nell’Antico Testamento nel libro di Isaia (65,17).
 
«È bene per voi che io me ne vada»  - Karl Rahner: È forse lontano da noi il nostro Maestro dal momento che è partito e ha attraversato «tutti i cieli»? Non ha detto d’altra parte che ci avrebbe lasciato? Gesù rinuncia a quella vicinanza di carattere terreno che in realtà non ha nulla di vicino. Terminati i segni materiali di presenza, liberato dalla prigione del corpo, corruttibile e terreno, il Cristo non è più al nostro fianco ma, grazie alla sua morte e alla sua glorificazione, è in noi, esattamente là dove noi siamo.
E quando ci dice attraverso san Paolo, che è in noi in Spirito, che per mezzo del suo Spirito vive in noi e noi in lui, che si lascia rivestire da noi ... un simile linguaggio non indica solo i suoi santi comandamenti, i suoi sentimenti, il suo sistema dottrinale, ma il suo stesso Spirito.
Tale Spirito procede da lui, è il dono per eccellenza del suo amore, è la stessa vita divina che il Figlio ha ricevuto dal Padre; e il Figlio ce la trasmette a sua volta quando, sgorgando dal suo cuore trafitto sulla croce, penetra le più intime profondità della terra e del nostro proprio cuore.
In verità, lasciandoci e portando con sé, alla destra del Padre, ciò che era nostro, ha voluto farsi più vicino a noi. Il suo Spirito, per il quale ci è vicino, è proprio quello al quale fin dall’eternità dona la pienezza infinita della vita che gli viene dal Padre, così che da lui non potremo avere niente di più grande, anche nell’eternità. È quello stesso Spirito che fin d’ora è in noi, e la sua presenza annuncia e fonda la vicinanza eterna della visione beatifica e la glorificazione della nostra carne.
Certo, tutto questo sfugge alla nostra esperienza; ecco perché nonostante tutto, l’Ascensione è una separazione. Una separazione però soltanto a livello della nostra povera coscienza, perché è nella fede che si realizza la prossimità nello Spirito Santo.
Iniziativa divina che contiene tutta la storia della salvezza, l’Ascensione deve rinnovarsi nella storia soprannaturale personale di ognuno: diverremo ricchi soltanto attraverso la privazione, conosceremo l’illuminazione interiore accettando di spegnere in noi le luci del mondo, la nostra intimità col Cristo crescerà quando avremo la sensazione di non sentire più in noi il carattere sensibile della sua presenza.
Quando il nostro cuore ci sembra un deserto vuoto desolato, quando la nostra aria di festa ci sembra un atteggiamento che tende a coprire quello che siamo realmente, allora soltanto siamo pronti a recepire in noi il messaggio dell’Ascensione. Il Cristo ci nasconde le apparenze della sua presenza per donarci quello che veramente è, la realtà infinita e indicibile che
riceve dal Padre suo, per donarcela nel suo Spirito.
E noi possiamo riceverla perché, ritornando alla casa del Padre con quello che noi siamo, ci ha resi capaci di partecipare alla realtà stessa di Dio.
 
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba: «Quando poi i discepoli, intenti e stupiti, ebbero seguito con gli occhi il Signore asceso ai cieli, due angeli rifulgenti di mirabile candore nelle vesti stettero davanti a loro e dissero: Uomini di Galilea, a che state guardando in cielo? Questo Gesù che è stato assunto di mezzo a voi al cielo, verrà così, come lo avete visto andare al cielo (At 1,11). Queste parole erano un ammaestramento per tutti i figli della Chiesa, perché credano che Gesù Cristo verrà un giorno visibilmente con quella carne con cui è asceso lassù...  Esultiamo dunque, carissimi, di letizia spirituale e, godendo nel degno ringraziamento a Dio, eleviamo gli occhi dell’anima a quell’altezza in cui si trova Cristo. Le brame terrene non deprimano gli animi chiamati lassù; le realtà mortali non riempiano i cuori eletti ai beni eterni; le voluttà fallaci non attardino le menti entrate ormai nella via della verità. Tutte queste realtà temporali trascorrano per i fedeli in modo che essi sappiano di essere pellegrini in questa valle terrena; e se in essa qualcosa sembra allettare, non la si abbracci peccaminosamente, ma si passi oltre con fortezza» (San Leone Magno).
 
Testimoni di Cristo - Beato Giovanni (Ivan) Ziatyk, Sacerdote e martire: Sacerdote ucraino morto nel 1952, quando la sua patria era sotto il giogo sovietico. Nato nel 1899, sacerdote a 24 anni, diventa rettore del seminario cattolico. Nel 1935 entra nei Redentoristi. Nel 1946 con 58 confratelli viene incarcerato: è il primo di una serie di periodi di detenzione, durante i quali subisce interrogatori e torture. È destinato ai lavori forzati in Siberia, a Irkutsk, dove muore e dove oggi la sua tomba è oggetto di venerazione. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
concedi che i nostri cuori dimorino nei cieli,
dove noi crediamo che oggi è asceso
il tuo Unigenito, nostro redentore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.