16 Ottobre 2026
 
Venerdì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 1,11-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 12,1-7
 
Gesù, inviando i discepoli in missione (…) fa un accostamento tra ciò che ascoltiamo “all’orecchio”, cioè nel segreto del cuore, e ciò che siamo chiamati a proclamare a tutti, ricordandoci che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno. La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta. San Tommaso d’Aquino parlava della predicazione come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato: “contemplata aliis tradere” (cfr Summa Theologiae, III, q. 40, a. 1, ad 2). (…) Adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui (cfr Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno! (Leone XIV -  Angelus, 21 giugno 2026)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: I cristiani sono figli di Dio, predestinati ad essere lode della sua gloria; come figli amati e benedetti dal Padre, i cristiani hanno ricevuto “il sigillo dello Spirito Santo” che li guiderà “a tutta la verità” (Gv 16,13).
Questa esaltante verità deve animare la vita del credente e allontanarlo sempre da una meschina mentalità pagana.
 
Vangelo
Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati.
 
Tutto è provvidenza, tutto è grazia. Chiuso in questo mistero di amore, il cristiano cammina speditamente nella via della santità e della salvezza. Nell’ora della prova, della tentazione, della persecuzione che mette a repentaglio la sua vita, il discepolo di Gesù sente risuonare nel suo cuore le parole consolanti: Ti basta la mia grazia (2Cor 12,9). Fortificato da tanto amore e nella certezza di essere sempre in comunione con il suo Maestro, il credente è pronto a versare anche il suo sangue per testimoniare la sua fede in Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,1-7
 
In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.
Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».
 
Parola del Signore.
 
Non abbiate timore - Javier Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): Ci muoviamo in un contesto di persecuzione e di scontro. Gesù ha condannato i farisei (11,37-54) e lo fa ancora una volta (12,1-3). Tuttavia pare che, in questo stato di tensione, almeno esternamente ci perdano i discepoli, i quali sono perseguitati e hanno paura. La consolazione di Gesù non promette vantaggi materiali: parla d un valore superiore alla vita e alla morte e promette una assistenza forte e amorosa (12,4-7).
Su questo sfondo, possiamo dividere il nostro racconto in due piccole unità. La prima (12,1-3) si occupa della autodifesa del fariseo. La seconda (12,4-7) è incentrata sulla impotenza terrena del cristiano e sulla sua difesa o sicurezza escatologica.
Per fariseo si intende qui l’uomo che, sotto la copertura di una profonda pietà religiosa, difende in realtà le proprie sicurezze (psicologiche, morali, materiali). Questo dà origine a un dualismo che si chiama ipocrisia (12,1). Gli autentici interessi non corrispondono a quello che si vuol far credere agli altri con le apparenze. La realtà delle cose è coperta da una maschera.
Il giudizio dimostrerà che la difesa del fariseo è falsa (12,2-3). Dal fondo luminoso di Dio, al termine della vita, si scoprirà che questo atteggiamento copriva una condanna: «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, né di segreto che non sarà conosciuto». In realtà, questo stesso dualismo è già una condanna, la condanna di una esistenza che poteva essere aperta, luminosa, piena e che è rimasta ripiegata su se stessa sotto un velo di menzogna.
Coloro che seguono Gesù sono invece nella piena insicurezza. Non nascondono la loro indigenza e portano nella vita il segno di Cristo.
Perciò in un mondo che cerca solo il suo interesse; fra uomini che si sentono minacciati dallaurgenza della croce, i cristiani non trovano riparo. Di fronte a questa situazione, la parola di Gesù è duplice: da una parte, mostra il vero senso del timore (12,4-5); dall’altra, illumina la verità con la fiducia (12,6-7).
Certo, i credenti come uomini provano timore di fronte al pericolo di persecuzione; così pure di fronte al rischio d’una testimonianza che può far loro perdere vantaggi economici e sociali o la stessa vita. Ebbene, Gesù ci dice che questo timore non può mai essere definitivo.
Una sola perdita è irreparabile, una sola morte dura per sempre, ed è la perdita davanti a Dio, il grande insuccesso, la condanna eterna. Questa sentenza di Gesù continua a essere dura. Sono molti i credenti che, dicendosi fedeli al vangelo, cercano la propria sicurezza sociale, economica e terrena. Temono gli uomini, sono angosciati per le perdite che possono subire in questa vita, e non vogliono comprendere che stanno perdendo la loro autentica realtà, l’amore, la giustizia, la speranza. Per dirla con parole antiche, preferiscono perdere l’anima (cf 12,4-5).
Comunque, l’atteggiamento fondamentale dei credenti non è fondato sul timore. Dio si occupa anche delle cose più piccole come gli uccelli dell’aria e i capelli del capo. Questo vuol dire che viviamo in un mondo d’amore e di fiducia. Dio ci ama, ci sostiene con la sua mano forte, esigente e buona, come sostenne Gesù sulla terra. Perciò, l’ultima parola è sempre il «non abbiate timore». In questo atteggiamento possiamo vivere la nostra vita con la sicurezza che Dio ci aiuta, ci sostiene quando tutto pare insostenibile e ci attende sempre, anche se lo fa in modo speciale al di là della morte.
 
Per approfondire
 
Noi, eredi predestinati - Pino Stancari: Vv. 11 e 12: “In lui siamo stati fatti anche eredi (abbiamo conseguito l’eredità. Avevamo a che fare con le promesse e adesso le promesse sono compiute, in Lui), essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo”: la speranza messianica che man mano ha qualificato la presenza di Israele nella storia umana; “noi abbiamo sperato per primi in Cristo. In lui è giunta a compimento la storia del nostro popolo, il motivo per cui Dio ci ha chiamati”, ha fatto alleanza e tutto quel che riguarda la specifica e mai trascurabile identità di Israele a cui lo stesso Paolo appartiene.
In Lui anche voi siete figli.
Ma in Lui ci siete anche voi. Vv. 13-14: “In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità (la parola della verità è l’evangelo, i pagani evangelizzati) e “in lui anche voi (ecco la benedizione, quella benedizione che con tutta la potenza dello Spirito di Dio ci inserisce nella comunione con il Figlio, il Messia verso cui noi eravamo protesi), dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo”. E’ un testo che conosciamo bene, tante volte abbiamo letto e meditato queste righe. Anche i pagani, inseriti nella comunione con il Figlio, il Messia di Israele, Cristo, sono riconosciuti come figli. Qui è veramente l’umanità intera, senza limiti, senza preclusioni, senza privilegi di sorta. È l’umanità intera in Lui e l’evangelo costituisce esattamente il tramite mediante il quale la benedizione diventa operativa, ma la benedizione già è predisposta in modo tale da esercitare un’efficacia universale; è lo Spirito Santo che è stato effuso, secondo quel che era stato promesso, in modo tale da determinare un coinvolgimento che più ecumenico di così non potrebbe essere.
Lo Spirito Santo, v. 14, “il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria”. Dove dice caparra intende “nostra” eredità, v. 11, ma adesso “voi” siete in grado di condividere la nostra eredità in quanto siete in Lui: in Cristo anche i pagani hanno un titolo valido, una carta di credito efficace per condividere l’eredità “nostra”, come dice Paolo, l’eredità di Israele. In Lui avete anche “voi” lo strumento che vi abilita a condividere l’eredità nostra e in questa eredità nostra c’è spazio per tutti, in una prospettiva (l’attesa) che è aperta alla ricapitolazione in Cristo di tutta l’umanità in ogni luogo e per tutti i tempi della storia umana, perché è l’umanità intera “che Dio si è acquistato a lode della sua gloria”.
 
Nella persecuzione i “consigli dati da Gesù corrispondono all’atteggiamento dì cui ha dato egli stesso l’esempio. Come lui, il discepolo deve pregare per coloro che lo perseguitano (Mt 5,44 par.; cfr. Rom 12,14). Deve affrontare la persecuzione con coraggio; se non deve essere temerario e saper fuggire da una città dov’è ricercato (Mt 10,23; Atti 13,50s), deve aspettarsi pure di essere imprigionato, percosso e messo a morte (Mt l 0,16-39; Gv 16,1-4). Ma dinanzi a simili prospettive non deve aver paura: il suo maestro ha vinto il mondo (Gv 16,33), ed alla fine trionferà degli empi persecutori «con i suoi, i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Apoc 17,34).
I nemici del discepolo non possono nulla contro la sua anima (Mt 10,28-31). Lo Spirito di Dio lo assisterà quando sarà trascinato dinanzi ai tribunali, perciò egli non deve preoccuparsi della propria difesa in occasione del processo (Mt 10,19 s). Tuttavia occorre sempre vegliare e pregare, perché la persecuzione è una prova, una tentazione, e se lo spirito è pronto, la carne è debole (Mt 26,41 par.).
Paolo riprende i mandati di Gesù. Nulla, egli dice, ci può separare dall’amore di Cristo, neppure la persecuzione o la spada (Rom 8, 35). In sintesi, il discepolo fa fronte alla persecuzione con una speranza che lo rende fedele, costante e lieto (Rom 12, 12; 2Tess 1,4; cfr. Mt 13,21 par.). Sa in chi ha posto la sua fiducia (2Tim 1,12). Perciò, circondato dagli innumerevoli martiri del VT e del NT, con gli occhi fissi su Cristo «che ha subito da parte dei peccatori una simile ostilità contro la sua persona», corre verso la meta, con pazienza, senza scoraggiarsi (Ebr 11,1-12,3).
La gioia della speranza (Rom 12,12) è il frutto della persecuzione cosi sopportata: «Beati sarete voi quando vi oltraggeranno, vi perseguiteranno ... per causa mia. Gioite ed esultate ... » (Mt 5,11s). Questa promessa di Gesù si realizza nel cristiano che «si gloria nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la costanza, la costanza la virtù provata, la virtù provata la speranza, e la speranza non delude ... (Rom 5,3 ss; cfr. Giac 1,2 ss). Egli «sovrabbonda di gioia nelle tribolazioni » (2 Cor 7,4; 12,10; Col 1,24; cfr. Atti 5,41; Ebr 10,34). La consolazione nella tribolazione (2Cor 1,3-10) è un frutto dello Spirito (1Tess 1,6; Atti 13,52; cfr. Gal 5.22), e nello stesso tempo il segno della presenza del regno.
Scritta durante una terribile prova, l’Apocalisse, specchio della vita della Chiesa, alimenta questa gioiosa speranza nel cuore dei perseguitati, assicurandoli della vittoria di Gesù e della instaurazione del regno. Ad ognuno di essi, come a tutta la Chiesa il Signore risorto rivolge sempre questo messaggio: «Non temere le sofferenze che ti aspettano; il demonio sta per gettare alcuni di voi in carcere per tentarvi ed avrete dieci giorni di prova. Rimani fedele fino alla morte, ed io ti darò la corona della vita» (Apoc 2,10)” (Raymond Deville, Persecuzione in Dizionario di Teologia Biblica).
 
Ambrogio, In Lucam, VII, 113: Non si vendono forse cinque passeri per due soldi?: questi cinque passeri sono i sensi del corpo. Se, come i passeri, essi frugano tra le immondezze della terra e cercano il loro cibo nei luoghi incolti e maleodoranti, trattenuti dai lacci delle loro colpe, non possono riprendere il volo verso i frutti delle opere più elevate, che costituiscono l’alimento delle anime.
 
Testimoni di Cristo - Santa Margherita Maria Alacoque - La capacità di amare dice chi siamo veramente: È il cuore il centro della nostra identità: è lì che troviamo la verità di noi stessi perché la nostra capacità di amare dice chi siamo veramente. Allo stesso modo è il cuore di Cristo il luogo dove possiamo toccare con mano il volto autentico di Dio. Di un Dio che si fa compagno di strada soprattutto quando si tratta di affrontare sofferenze, ferite, limiti della vita. Ecco perché quella al Sacro Cuore è una delle devozioni più sentite ancora oggi: ci parla di un’umanità consolata, amata, salvata. E la salvezza non passa dalle nostre capacità intellettuali – sebbene esse siano fondamentali –, ma dal centro del nostro mondo, dal cuore, appunto. Di questo messaggio profetico fu portatrice santa Margherita Maria Alacoque, religiosa e mistica del XVII secolo. Nel momento in cui il mondo sembrava aver trovato la “luce della ragione” questa testimone del Vangelo indicò proprio la via del cuore. Nata nel 1647 in Francia, entrò a 24 anni tra le Visitandine e da religiosa visse numerose esperienze ascetiche e mistiche legate al Sacro Cuore di Gesù, la cui festa si diffuse proprio grazie a lei (oltre che a san Giovanni Eudes). Fu però incompresa da superiori e compagne, fino a quando trovò una guida illuminata nel beato Claudio La Colombière, il quale la spinse a descrivere le proprie esperienze nell’autobiografia. Morì nel 1690 e fu canonizzata nel 1920. (Matteo Liut)
 
-> Effondi su di noi, o Signore,
lo spirito che in modo singolare
hai donato a santa Margherita Maria
lo spirito che in modo singolare
hai donato a santa Margherita Maria [Alacoque],
perché possiamo conoscere
l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza
e siamo ricolmi di tutta la tua pienezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
perché possiamo conoscere
l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza
e siamo ricolmi di tutta la tua pienezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che per mezzo del tuo Spirito hai suscitato
santa Teresa [di Gesù] per mostrare alla Chiesa
una via nuova nella ricerca della perfezione,
concedi a noi di nutrirci sempre della sua dottrina
e di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 15 Ottobre 2026
 
Sant Teresa di Gesù, Vergine e Dottore della Chiesa
 
Ef 1,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Lc 11,47-54
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 2 Febbraio 2011): Non è facile riassumere in poche parole la profonda e articolata spiritualità teresiana. Vorrei menzionare alcuni punti essenziali. In primo luogo  santa Teresa propone le virtù evangeliche come base di tutta la vita cristiana e umana: in particolare, il distacco dai beni o povertà evangelica, e questo concerne tutti noi; l’amore gli uni per gli altri come elemento essenziale della vita comunitaria e sociale; l’umiltà come amore alla verità; la determinazione come frutto dell’audacia cristiana; la speranza teologale, che descrive come sete di acqua viva. Senza dimenticare le virtù umane: af­fabilità, veracità, modestia, cortesia, allegria, cultura. In secondo luogo, santa Teresa propone una profonda sintonia con i grandi personaggi biblici e l’ascolto vivo della Parola di Dio. Ella si sente in consonanza soprattutto con la sposa del Cantico dei Cantici e con l’apostolo Paolo, oltre che con il Cristo della Passione e con il Gesù Eucaristico.
La Santa sottolinea poi quanto è essenziale la preghiera; pregare, dice, “significa frequentare con amicizia, poiché frequentiamo a tu per tu Colui che sappiamo che ci ama” (Vita 8, 5) . L’idea di santa Teresa coincide con la definizione che san Tommaso d’Aquino dà della carità teologale, come “amicitia quaedam hominis ad Deum”, un tipo di amicizia dell’uomo con Dio, che per primo ha offerto la sua amicizia all’uomo; l’iniziativa viene da Dio (cfr Summa Theologiae II-ΙI, 23, 1). La preghiera è vita e si sviluppa gradualmente di pari passo con la crescita della vita cristiana: comincia con la preghiera vocale, passa per l’interiorizzazione attraverso la meditazione e il raccoglimento, fino a giungere all’unione d’amore con Cristo e con la Santissima Trinità. Ovviamente non si tratta di uno sviluppo in cui salire ai gradini più alti vuol dire lasciare il precedente tipo di preghiera, ma è piuttosto un approfondirsi graduale del rapporto con Dio che avvolge tutta la vita. Più che una pedagogia della preghiera, quella di Teresa è una vera "mistagogia": al lettore delle sue opere insegna a pregare pregando ella stessa con lui; frequentemente, infatti, interrompe il racconto o l’esposizione per prorompere in una preghiera.
Un altro tema caro alla Santa è la centralità dell’umanità di Cristo. Per Teresa, infatti, la vita cristiana è relazione personale con Gesù, che culmina nell’unione con Lui per grazia, per amore e per imitazione. Da ciò l’importanza che ella attribuisce alla meditazione della Passione e all’Eucaristia, come presenza di Cristo, nella Chiesa, per la vita di ogni credente e come cuore della liturgia. Santa Teresa vive un amore incondizionato alla Chiesa: ella manifesta un vivo “sensus Ecclesiae” di fronte agli episodi di divisione e conflitto nella Chiesa del suo tempo. Riforma l’Ordine carmelitano con l’intenzione di meglio servire e meglio difendere la “Santa Chiesa Cattolica Romana”, ed è disposta a dare la vita per essa (cfr Vita 33, 5).
Un ultimo aspetto essenziale della dottrina teresiana, che vorrei sottolineare, è la perfezione, come aspirazione di tutta la vita cristiana e meta finale della stessa. La Santa ha un’idea molto chiara della “pienezza” di Cristo, rivissuta dal cristiano. Alla fine del percorso del Castello interiore, nell’ultima “stanza” Teresa descrive tale pienezza, realizzata nell’inabitazione della Trinità, nell’unione a Cristo attraverso il mistero della sua umanità.
 
Liturgia della Parola
 
Vangelo
Sarà chiesto conto del sangue di tutti i profeti: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa.
 
Due guai, due maledizioni: la prima maledizione è rivolta agli scribi e ai farisei che hanno perseguitato e ucciso i profeti e fingono di onorarli, la seconda maledizione è rivolta ai dottori della Legge che non entrano essi stessi nella vera comprensione della Legge e impediscono agli altri di comprenderla.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,47-54
 
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Parola del Signore.
 
Le invettive contro gli scribi e i farisei mentre condannano specifici comportamenti dei farisei, vogliono additare quello spirito farisaico, cioè l’ipocrisia, che rappresentava e rappresenta un rischio reale, e concreto, per ogni cristiano. Perciò la pagina evangelica acquista un valore universale, per i cristiani e le comunità di tutti i tempi. Possiamo pensare a un esame di coscienza che coinvolge i cristiani di tutti i tempi. Questa pagina ci chiama in causa, dobbiamo guardarci dentro e vedere con grande onestà se i difetti degli uomini del tempo di Cristo, che si chiamino ebrei, scribi e farisei non importa un gran che, si rinnovino anche in noi. In ogni caso lo scontro verbale tra Gesù e i farisei è un fatto realmente accaduto, ed è importante salvaguardare la realtà storica in sé e per sé, ma sarebbe un grossolano errore ricordarlo come si può ricordare la battaglia di Canne o la morte di Napoleone Bonaparte, perché i fatti raccontati nei Vangeli non si possono mettere sullo stesso piano di un qualsiasi evento storico. La Bibbia non è un libro di storia, ma una Parola che è rivolta agli uomini di tutti i tempi, un messaggio universale, che “oggi” ci tocca da vicino. Questa operazione possiamo chiamarla “attualizzazione” della Parola di Dio, o possiamo impiegare un’altra parola, non importa, quello che interessa che l’uomo si lasci interrogare dalla Parola di Dio e che dia una risposta onesta e sincera. Ed è in questa risposta, più con la vita che con le parole, che corriamo il rischio di essere adescati dalla ipocrisia. In poche parole, il brano di Luca non dovrebbe lasciarci tranquilli e ben addormentati sul sofà. La Parola di Dio ci sta dicendo che c’è un peccato che non muore mai, ed è l’ipocrisia. E anche noi corriamo il rischio di essere “belli fuori e non altrettanto dentro. Col sorriso sulle labbra e nel cuore tanta invidia e vendetta. Preoccupati che le confezioni di biscotti siano perfettamente igieniche, e incollati davanti a un talk-show che propugna i vizi peggiori; difensori accaniti della cultura degli Indios e altrettanto accaniti accusatori del dirimpettaio che tiene la radio a tutto volume; attentissimi nel controllare il conto del ristorante e velocissimi nel fare la preparazione [ammesso che la facciamo] alla confessione [ammesso che ci confessiamo]; intransigenti sulla marca del dentifricio e permissivi in fatto di morale” (Giorgio De Capitani). Piccoli esempi, ma la morte, sia fisica che spirituale, arriva sempre a piccoli passi.
 
Per approfondire
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): I profeti - I dottori della Legge innalzano ai profeti monumenti sepolcrali, dando con ciò ad intendere che essi riconoscono i profeti come uomini di Dio. Ma essi sanno molto bene che i loro padri non riconobbero allora questi profeti, ma li perseguitarono e li misero a morte. Questo, essi lo passano prudentemente sotto silenzio. Ma fanno ancora peggio. Dinanzi a loro sta ora lui, che è più grande dei profeti ed è il compimento di tutte le profezie. Mentre onorano i profeti, non si curano di lui che è il compimento dei profeti stessi. Anzi, gli fanno resistenza ed hanno intenzione di ucciderlo. Così, esternamente stanno dalla parte dei profeti, ma internamente e in realtà sono dalla parte degli uccisori dei profeti. Siamo di nuovo dinanzi al fare-come-se e ad una stolta ipocrisia.
Chi, con la parola e con gli scritti, loda i grandi lottatori del passato, i santi, che hanno combattuto contro ogni mediocrità e, solitari, si sono incamminati per la via del dono totale di sé, ma poi lui stesso si mantiene nella mediocrità e mette intralci a coloro che vogliono camminare per la via dei santi, fa precisamente quello che il Signore condannò nei dottori della Legge. Col lodare il passato non si creda di potersi assicurare un alibi per il presente. Cercar rifugio nella storia è una soluzione troppo a buon mercato, per scansare le responsabilità del presente.
 
I Libri sapienziali - I dottori della Legge sono convinti di possedere nella sapienza della S. Scrittura la chiave della conoscenza. Ora la Scrittura è in realtà, come parola di Dio, una chiave che apre le porte chiuse e spalanca gli accessi che altrimenti sarebbero sbarrati per gli uomini. Perciò i dottori della Legge hanno realmente una chiave. Ma il guaio è che non vi entrano loro e perfino impediscono l’entrata a coloro che vogliono accedervi. Poiché essi spiegano la Scrittura falsamente: si fermano all’esteriorità e ai precetti esterni e non parlano di ciò che è più di tutto essenziale: dell’intimo sentimento dell’amore ed anzitutto di colui che, in quanto Parola di Dio incarnata, è la chiave di tutte le parole di Cristo, l’Unto del Signore. Invece di aprire la porta, essi la tengono chiusa. Invece di guidare gli altri nel santuario del Signore, stanno a difesa della soglia.
Quanto spesso questo rimprovero del Signore colpisce quelli che dovrebbero approfondire la S. Scrittura e la teologia. Il popolo fa assegnamento su di loro, non potendo studiare da sé la Scrittura. Ma talora non riceve da essi la vera sapienza di Dio, bensì solo conoscenze filosofiche o cavilli teologici. Oppure da questi dottori della Legge la Scrittura viene perfino privata del valore che le è proprio, con la negazione dell’incarnazione e quindi della divinità di Cristo, col contestare l’ispirazione e le qualità specifiche della Rivelazione divina.
Con la conoscenza della Bibbia non si è fatto ancora nulla: essa non è affatto una carta d’identità della vera pietà. La vera conoscenza si sviluppa quando la Bibbia si trasforma da conquista del testo e del suo significato in norma viva per la propria esistenza.
 
Scribi e farisei una tentazione di tutti i tempi - Hugues Cousin (Vangelo di Luca): Di fronte ai sommi sacerdoti (aristocrazia sacerdotale) e agli anziani (aristocrazia laica), gli scribi cercano di diventare, nel I secolo la classe dominante. Provenienti da ogni strato della popolazione - tra di loro vi sono anche dei sacerdoti - detengono il potere grazie alloro sapere: dai loro maestri hanno ricevuto la tradizione nel campo della legislazione religiosa e la trasmettono ai discepoli. In questo modo, prendono decisioni su problemi relativi a questa legislazione e al diritto penale. Se molti scribi hanno evidenti legami con i farisei, alcuni appartengono ad altre tradizioni religiose (ad es. i sadducei).
I farisei sono un movimento di devozione diffuso soprattutto tra i laici - i membri del sacerdozio che vi si associano non hanno alcuna prerogativa  e destinato a formare la vera « comunità santa» di Israele. A questo scopo, le norme di purità rituale prescritte dalla legge ai sacerdoti in carica sono da loro estese a tutto il popolo giudaico e a tutte le circostanze della vita. Se i dirigenti del movimento sono degli scribi, la maggior parte dei suoi membri è sprovvista di questa formazione e si limita a osservare le prescrizioni riguardo la decima e la purità rituale.
Testi rabbinici puntano ripetutamente il dito sulle storture che caratterizzano il comportamento dei farisei. «Vi sono sette tipi di farisei: il fariseo dalle spalle orgogliose [ = la cui pietà è ostentata], il fariseo contabile [= che tiene il conto dei guadagni e delle perdite che derivano dai precetti eseguiti e dalle trasgressioni compiute], il fariseo che cerca di guadagnare tempo [ = che, col pretesto di un dovere religioso che lo aspetta, tarda a sfamare i suoi operai]; il fariseo che si preoccupa esclusivamente della sua persona; il fariseo che dice: Che obbligo mi viene imposto perché lo debba compiere? il fariseo del timore, paragonabile a quello di Giobbe; il fariseo dell’amore, paragonabile a quello di Abramo» (Avot di Rabbi Na-than A 37; B 45).
Oltre due terzi di questo elenco riguardano così le «piaghe» del comportamento dei farisei; lo stesso scopo del movimento può, in effetti, favorire tali storture.
Detto ciò, è chiaro che il «fariseismo» e il «legalismo» denunciati da Gesù in questo passo sono perversioni religiose che non sono esclusiva di alcuni giudei contemporanei di Gesù. Se Luca vi insiste così tanto, è proprio perché esse minacciano anche il cristiano. Scopo del passo non è di informarci su deformazioni del passato, bensì di metterci in guardia su piaghe che più o meno riguardano tutti noi.
 
La chiave di conoscenza che apre il Regno: «Questo è quanto si dice nell’Apocalisse di Giovanni: Colui che ha la chiave di Davide, che chiude e non apre, e che apre e non chiude [Ap 3,7]. Gli scribi e i farisei hanno tenuto questa chiave nella Legge. Il Signore li mette in guardia nel Vangelo: Guai a voi scribi, che tenete la chiave del regno dei cieli. O voi farisei, che tenete le chiavi del Regno e non credete in Cristo che è il cancello e la porta del Regno! La promessa è stata fatta a voi, ma è stata mantenuta in noi. Voi avete la carne, ma noi abbiamo lo spirito. Anzi, poiché rinnegate lo spirito, avete perso con lo spirito anche la carne.» (Girolamo, Omelia sul salmo 88 [89]).
 
Testimoni di Cristo - Santa Teresa di Gesù: Nata nel 1515, fu donna di eccezionali talenti di mente e di cuore. Fuggendo da casa, entrò a vent’anni nel Carmelo di Avila, in Spagna. Faticò prima di arrivare a quella che lei chiama la sua «conversione», a 39 anni. Ma l’incontro con alcuni direttori spirituali la lanciò a grandi passi verso la perfezione. Nel Carmelo concepì e attuò la riforma che prese il suo nome. Unì alla più alta contemplazione un’intensa attività come riformatrice dell’Ordine carmelitano. Dopo il monastero di San Giuseppe in Avila, con l’autorizzazione del generale dell’Ordine si dedicò ad altre fondazioni e poté estendere la riforma anche al ramo maschile. Fedele alla Chiesa, nello spirito del Concilio di Trento, contribuì al rinnovamento dell’intera comunità ecclesiale. Morì a Alba de Tormes (Salamanca) nel 1582. Beatificata nel 1614, venne canonizzata nel 1622. Paolo VI, nel 1970, la proclamò Dottore della Chiesa. (Avvenire)
 
O Dio, che per mezzo del tuo Spirito hai suscitato
santa Teresa [di Gesù] per mostrare alla Chiesa
una via nuova nella ricerca della perfezione,
concedi a noi di nutrirci sempre della sua dottrina
e di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 14 Ottobre 2026
 
Mercoledì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Gal 5,18-25; Salmo Responsoriale Dal Salmo 1; Lc 11,42-46
 
Questa gente, che era “ideologica”, più che “dogmatica”, “ideologica”, aveva ridotto la Legge, il dogma a un’ideologia: “si deve fare questo, e questo, e questo…”. Una religione di prescrizioni, e con questo toglievano la libertà dello Spirito. E la gente che lo seguiva era gente rigida, gente che non si sentiva a suo agio, non conosceva la gioia del Vangelo. La perfezione della strada per seguire Gesù era la rigidità: “Si deve fare questo, questo, questo, questo…”. Questa gente, questi dottori “manipolavano” le coscienze dei fedeli e, o li facevano diventare rigidi o se ne andavano. (…) Dove c’è rigidità non c’è lo Spirito di Dio, perché lo Spirito di Dio è libertà. E questa gente voleva fare dei passi togliendo la libertà dello Spirito di Dio e la gratuità della redenzione: “Per essere giustificato, tu devi fare questo, questo, questo, questo…”. La giustificazione è gratuita. La morte e la risurrezione di Cristo è gratuita. Non si paga, non si compra: è un dono! (Francesco - Messa Santa Marta, 15 maggio 2020)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura -  Ogni uomo, anche giusto, è in preda alla forza della carne, e a quella dello spirito “che si avversano a vicenda (cfr. 1Cor. 2,14; Rom. 8,l sgg. In Rom. 7 si parla, sembra, solo del peccatore), contendendosi il campo: «E queste cose si oppongono a vicenda, in modo che voi non fate quello che vorreste» (v. 17).
Anche il più intenso atto di amore di Dio non è dunque esente da una qualche, sia pur piccola, pesantezza della carne. Lo Spirito Santo però ci dà quella «libertà» interiore e quella energia che non ci poteva fornire la Legge: con il suo aiuto possiamo vincere le attrattive della «carne». Ecco il significato del v. 18: «Però se vi fate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la Legge», la quale non può ormai in nessuna maniera ostacolare o frustrare i «frutti» dello Spirito, che sono, oltretutto, qualcosa di più di quello che essa stessa esigerebbe: «Contro tali cose non vi è Legge» (v. 23). Le sue «maledizioni» (3,10) non raggiungono l’uomo «spirituale».
Come conclusione di tutto, Paolo ricorda che la vita dello «spirito» è la condizione essenziale della professione cristiana. Essere «di Cristo Gesù» (v. 24) significa porsi nello «stato» permanente di morte e di «crocifissione» (cfr. 2, 19-20; 6, 14) alle «voglie della carne» (v. 24). Perciò «se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (v. 25). S. Ignazio d’Antiochia, scrivendo ai Romani (7, 2), non esprimeva un pensiero diverso: «Le mie passioni terrestri sono state crocifisse, il fuoco dei desideri materiali non è più in me».
Nel lungo elenco sia delle opere della «carne», sia dei «frutti dello spirito», si noti come l’accento è posto sulle relazioni di carità col prossimo e sull’uso del nostro corpo. Vedi un lungo elenco di vizi anche in Rom. 1,29-31; l Cor: 6,9-10. Nell’elenco dei vizi la Volgata aggiunge «impudicitia» e «homicidia»; nell’elenco delle virtù aggiunge «patientia», «mansuetude», «castitas»” (Settimio Cipriani, Le Lettere di Paolo).
 
 
Vangelo
Guai a voi, farisei; guai a voi dottori della legge.
 
Guai a voi, farisei; guai a voi dottori della legge ..., è l’ennesimo scontro con le guide spirituali del popolo d’Israele. Gesù non vuole abolire la Legge o i precetti o i comandamenti, sta rimproverando i farisei e i dottori della legge a motivo dell’ipocrisia che alberga nel loro cuore, la loro sterile casistica, l’ostinata voglia di applicare la Legge alla lettera, lo sfrenato desiderio di aggiungere tradizioni umane alla tradizione di Dio, calpestando e umiliando in questo modo la persona creata a immagine e somiglianza di Dio impossibilitata ad andare dietro a tutte le leggi e leggine inventate dalla loro fervida fantasia. Gli scontri, le polemiche portano tenebra nel cuore dell’uomo, corrompendolo con l’invidia, l’odio e la gelosia, quando Cristo sarà innalzato sulla Croce, allora la Luce caccerà l’oscurità degli insegnamenti umani per aprire i cuori degli uomini alla gioiosa osservanza della Legge di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,42-46
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc Lc 11,42-46
 
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».
 
Parola del Signore.
 
Guai a voi, farisei - Gesù non smette di insegnare alla folla che benevolmente lo assedia. Questa volta l’insegnamento ha il greve odore del rimprovero: una reprimenda rivolta ai farisei notoriamente conosciuti come ligi esecutori della Legge. Gli «uomini del libro» vengono colti in alcuni momenti della loro vita: fra la gente comune, nelle cerimonie ufficiali, culto e banchetti, e nell’intimo della loro coscienza. Una presentazione cruda puntellata da duri epiteti che mettono in evidenza l’ipocrisia, la malevolenza e la disonestà lucida di uomini che invece avrebbero dovuto essere semplici, luminosi, umili, caritatevoli. Amavano anche paludarsi di una lunga veste, forse il tallit, il mantello a righe bianche e azzurre ancora oggi in uso, e amavano un incedere fatto di piccoli passi che conferiva loro solennità, importanza, ieraticità, quel contegno nobile di chi guarda dall’alto in basso. I luoghi preferiti naturalmente erano quelli più affollati: le piazze, i mercati, per mettersi in mostra, per pavoneggiarsi e ottenere gli applausi del popolo. Amavano anche occupare i primi seggi nelle sinagoghe perché essendo a volte posti prossimi alla porta d’ingresso costringevano chi entrava a imbattersi in essi e quindi costretti a riverirli. Bramavano i primi posti nei banchetti per ostentare la loro amicizia con il padrone di casa ovviamente ricco e anche influente. A tanta ipocrisia aggiungevano la simulazione di una religiosità sterile, vuota e l’odiosa disonestà di predare le vedove divorando i loro beni. Per questi tali il giudizio è senza appello: «Essi riceveranno una condanna più grave». Riceveranno «molte percosse» perché «pur conoscendo la volontà del padrone» non hanno «disposto o agito secondo la sua volontà» (Lc 12,47). La folla forse avrà applaudito. Certamente non tutti erano così, ma così erano coloro che si accanivano contro la predicazione e l’insegnamento del Cristo. Luca registra la reazione di un dottore della Legge, e anche per lui Gesù non si risparmia nel mettere in evidenza la sua ipocrisia. Ma alla fine sembra che farisei e dottori della legge abbiano incassato il colpo e si siano dileguati nelle tenebre dei loro vacui ragionamenti per continuare a complottare contro Gesù. Un rimprovero che comunque è valido ancora oggi, e che è rivolto, non dimentichiamolo mai, non al mondo ma a chi “occupa qualsiasi posto” nella Chiesa.
 
Per approfondire
 
 Del resto sono ben note le opere della carne … - Gottfried Hierzenberger: Carne. Una espressione usata sovente, sia nell’AT che nel NT, con molteplici significati.
1. Carne come termine significante “uomo”: carne  può significare l’esterno dell’uomo in contrapposizione alla sua essenza interiore (Lc 24,39) e sta a significare “corpo” quando deve essere accentuata l’esistenza umano terrena (Sal 16,9). Carne può anche indicare, però, la “persona” umana (Gv 1,14), oppure la “comunione” (Gen 2,23), oppure la discendenza fisica (Rm 4,1). Usato come collettivo (“ogni carne”), carne prende il significato di “genere umano” (Gen 6,12) o addirittura di “tutti gli esseri di carne” (Gen 6,17).
2. Carne come designazione della caducità e della debolezza umana: in contrapposizione al Dio eterno, carne designa la corruttibilità (Ger 17,5), l’inconsistenza e l’insufficienza (2Cor 5,16) dell’essere umano terreno, senza dare con ciò un giudizio di valore etico sulla carne (Fil 1,22).
3. Carne in contrapposizione a Dio: dove la realtà terrena viene assolutizzata, la carne diventa senza salvezza (Fil 3,3s) o peccato (Gal 3,5). L’uomo diventa nemico ili Dio (Rm 7,14). La carne può addirittura diventare una potenza personificata che tiene prigioniero l’uomo e lo conduce alla morte (Rm 7,5).
4. Carne e redenzione: a causa della debolezza della carne, l’uomo non poté approfittare della Legge (Rm 8,3), sa di essere colpevole davanti a Dio proprio nella sua carne  (Rm 7,18). Ma appunto in questa carne  Dio ha mandato suo Figlio per salvarci (Rm 8,3).
Mediante il battesimo il cristiano ha parte alla salvezza di Cristo perché nel battesimo egli “crocifigge la sua carne con tutte le passioni e i desideri” (Gal 5,24), e così la redime.
Soltanto nella risurrezione la carne riesce a liberarsi definitivamente dalla corruttibilità (lCor 15,44).
Questo uso neotestamentario del termine carne  è diventato estraneo alla mentalità odierna. Si deve pertanto stare criticamente attenti a quanto esso significa per evitare fraintendimenti. In questione è sempre tutto l’uomo e la sua decisione, la morte, la debolezza e il fallimento. Le asserzioni negative non si rivolgono mai contro la carne  in quanto tale, ma sempre contro il peccato dell’uomo.
 
Lo Spirito Santo - Il Dono di Dio: Catechismo della Chiesa Cattolica 733 « Dio è amore » (1Gv 4,8.16) e l’amore è il primo dono, quello che contiene tutti gli altri. Questo amore, Dio l’ha « riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato » (Rm 5,5).

734 Poiché noi siamo morti, o, almeno, feriti per il peccato, il primo effetto del dono dell’amore è la remissione dei nostri peccati. È « la comunione dello Spirito Santo» (2 Cor 13,13) che nella Chiesa ridona ai battezzati la somiglianza divina perduta a causa del peccato.

735 Egli dona allora la « caparra» o le « primizie» della nostra eredità; la vita stessa della Santissima Trinità che consiste nell’amare come egli ci ha amati. Questo amore (la carità di lCor 13) è il principio della vita nuova in Cristo, resa possibile dal fatto che abbiamo « forza dallo Spirito Santo » (At 1,8).

736 È per questa potenza dello Spirito che i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati sulla vera Vite, farà si che portiamo il frutto dello Spirito che « è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22-23). Lo Spirito è la nostra vita; quanto più rinunciamo a noi stessi, tanto più lo Spirito fa che anche operiamo:
« Con lo Spirito Santo, che rende spirituali, c’è la riammissione al paradiso, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio Padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l’essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna».
 
I farisei ingannano i loro seguaci: «Rimprovera altresì la presunzione e la boria dei Giudei, perché vogliono i primi posti quando siedono a mensa nei conviti [cfr. Mt 23,6; Mc 12,39; Lc 20,46]. E viene promulgata una sentenza di condanna perfino contro i dottori della Legge, i quali all’apparenza ingannano e, al praticarli, traggono in errore, come sepolcri che non si vedono, al punto che, mentre all’esterno promettono un aspetto attraente, nascondono nel loro interno un putrido marciume [cfr. Mt 23,27). E molti dottori sono così, perché esigono dagli altri ciò che nemmeno essi possono sforzarsi di ottenere. Per questo sono altrettanti monumenti funebri, come anche altrove è detto: La loro gola è un sepolcro aperto [Sal 5,10].» (Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 7,105).
 
Testimoni di Cristo - San Callisto I - Solo il «carisma della memoria» apre la strada a un futuro di speranza: Solo se sapremo custodire la nostra storia saremo in grado di guardare al futuro costruendo percorsi di speranza e testimoniare in maniera efficace la profezia del Vangelo. San Callisto I è ricordato proprio per questo «carisma della memoria». Papa dal 217 al 222, di Callisto abbiamo ricevuto le notizie biografiche attraverso le parole dei suoi “nemici”, i detrattori, i quali cercano di screditarlo descrivendolo come un ex schiavo condannato per frode e fuggito in Portogallo. Secondo i racconti sulla sua vita, Callisto dopo la fuga venne arrestato e ricondotto a Roma, dove subì una condanna ai lavori forzati nelle miniere della Sardegna. Ritornato in città in seguito a un’amnistia, forse per prudenza fu mandato ad Anzio ma poi venne richiamato a Roma da papa Zeffirino: durante il pontificato di quest’ultimo l’autorevolezza di Callisto nella comunità cristiana crebbe, fino ad arrivare a essere nominato amministratore del patrimonio ecclesiastico e successivamente, intorno al 200, preposto al cimitero sulla via Appia, il cimitero “ufficiale” della comunità romana, che era cimitero papale perché vi trovarono sepoltura gli stessi vescovi di Roma per circa un secolo. Il complesso, che include anche le catacombe, oggi porta il suo nome. Eletto Papa, si attirò l’inimicizia di una parte della comunità romana e dovette affrontare anche l’ingiusta accusa di essere eretico. Il martirio, avvenuto forse durante una sommossa, mise a tacere definitivamente le voci dei suoi oppositori, ponendo sigillo definitivo sulla sua autorevole testimonianza di fede.  (Matteo Liut)
 
-> O Dio, tu hai suscitato il santo papa Callisto
per il servizio della Chiesa
e per la pietà verso i fedeli defunti:
rafforzaci con la sua testimonianza di fede
perché, liberati dalla schiavitù della corruzione,
raggiungiamo l’eredità incorruttibile.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 13 Ottobre 2026
 
Martedì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Gal 5,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Lc 11,37-41
 
La libertà è un tesoro che si apprezza realmente solo quando la si perde. Per molti di noi, abituati a vivere nella libertà, spesso appare più come un diritto acquisito che come un dono e un’eredità da custodire. Quanti fraintendimenti intorno al tema della libertà, e quante visioni differenti si sono scontrate nel corso dei secoli! Nel caso dei Galati, l’Apostolo non poteva sopportare che quei cristiani, dopo avere conosciuto e accolto la verità di Cristo, si lasciassero attirare da proposte ingannevoli, passando dalla libertà alle schiavitù: dalla presenza liberante di Gesù alla schiavitù del peccato, alla schiavitù del legalismo e così via. Anche oggi il legalismo è un problema nostro, di tanti cristiani che si rifugiano nel legalismo, nella casistica. Paolo invita quindi i cristiani a rimanere saldi nella libertà che hanno ricevuto col battesimo, senza lasciarsi mettere di nuovo sotto il «giogo della schiavitù» (Gal 5,1). Paolo è giustamente geloso della libertà. (…) Una predicazione che dovesse precludere la libertà in Cristo non sarebbe mai evangelica: sarebbe forse pelagiana o giansenista o cosa del genere, ma non evangelica. Non si può mai forzare nel nome di Gesù, non si può rendere nessuno schiavo in nome di Gesù che ci rende liberi. La libertà... la libertà è un dono che ci è dato nel battesimo. (Francesco - Udienza generale, 6 ottobre 2021)
 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Overview dell’AI: Il brano di Galati 5,1-6 rappresenta il cuore della Lettera ai Galati di san Paolo, dove l’apostolo difende la libertà cristiana contro ogni ritorno alla schiavitù della Legge mosaica (in particolare la circoncisione).
Sintesi del testo e temi principali - libertà e grazia: La salvezza è un dono gratuito e non un traguardo meritocratico legato all’osservanza rituale.
Fede e Amore: La fede autentica non resta un concetto astratto, ma si traduce inevitabilmente in opere di servizio e amore fraterno.
 
Vangelo
 Date in elemosina, ed ecco, per voi tutto sarà puro.
 
La cortese lezione che Gesù dà al fariseo, può essere divisa in due parti, con una breve conclusione. La prima parte mette a nudo l’ipocrisia dei farisei con la quale celavano la loro avidità e la loro cattiveria: Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Naturalmente non tutti erano ipocriti, alcuni sinceramente cercavano nella scritture la verità e la volontà di Dio, e Gesù in più occasioni loda tale amore verso la Parola di Dio.
La seconda parte mette in evidenza la stoltezza delle guide spirituali del popolo d’Israele. Ma più che stoltezza dovremmo parlare di incoerenza di dottrina. Di fatto sapevano che l’uomo era uscito dalle mani del Creatore, ed era chiaro che bisognava attenzionare più la purità delle intenzioni che la purità del corpo: Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Come dire che a Dio interessava di più un cuore puro, scevro da ogni forma di avidità e di cattiveria piuttosto che la pulitura di bicchieri o di stoviglie. Una tentazione strisciante, ancora oggi, assai presente anche nella Chiesa. Gesù, in questo rimprovero si conforma alla predicazione dei profeti: “Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male,  imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,15-17)
Con la conclusione Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro, Gesù vuol suggerire al suo interlocutore che a “una luminosità esteriore” bisogna contrapporre “la luce del dono e della misericordia che viene dal di «dentro»” (Silvano Fausti).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,37-41
 
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».
 
Parola del Signore.
 
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo - Carlo Ghidelli (Luca): un fariseo lo invitò a pranzo... si meravigliò: Gesù accettava volentieri inviti a pranzo (cfr 7,36; 14,1), ma in questo caso non si sottomette alle prescrizioni legalistiche dei Giudei, quali le abluzioni, per far nascere la questione alla quale vuol rispondere. I giudei annettevano grande importanza alle abluzioni (cfr Mc 7,3s), ma Gesù le rifiuta (cfr Mt 15,20) e pure i suoi discepoli non le praticano (Mt 15,2; Mc 7,2-5).
Ma il Signore gli disse: - leggendo nel cuore dell’ospite Gesù si indigna di fronte ad un capovolgimento così radicale e così abnorme: ciò che dovrebbe essere solo un segno viene assolutizzato a scapito della realtà stessa. In altri termini, la minuziosità e la scrupolosità nell’osservanza delle prescrizioni della legge minaccia di compromettere l’impegno nella ricerca della purezza interiore. Gesù dunque si scaglia contro il formalismo farisaico e gli oppone la religione del cuore (cfr 6,45; 10,27; 12,34; 16,15; 21,34; 24,25). Il v. 40 è esclusivo di Luca e ribadisce che bisogna preoccuparsi di tutto quello che Dio ha creato, dell’esterno e dell’interno, la parte visibile e tangibile della nostra esperienza e la parte intima e profonda della nostra vita. Dio non può accontentarsi delle pratiche esteriori, però egli ama vedere impegnato tutto l’uomo nei confronti del Vangelo.
Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro...: l’accenno all’elemosina ce l’ha solo Luca. Lo sappiamo, è
un tema caro a Luca (cfr 12,33; 16,9; 19,8; At 9,36; 10, 2.4.31; 11,29; 24,17 e, in parallelo con Matteo e Marco, anche 6,30; 18,22; 21,1-4). Questo versetto è uno dei più difficili di tutto il vangelo lucano; d’altra parte, dalla sua interpretazione dipende anche il concetto di purezza interiore. L’espressione greca ta enonta può significare quello che c’è dentro, oppure quello che possedete, o infine, come nella Volgata quello che avanza. I significati qui possibili però sembrano soltanto due: - date in elemosina i frutti delle vostre ingiustizie (cfr Lc 16,9) e solo allora tutto sarà puro in voi; - oppure: date in elemosina ciò che possedete, impegnatevi cioè nel precetto della carità, e solo allora potrete dire di aver agito secondo la legge. In ambedue i casi è sempre il comandamento dell’amore (cfr 6,27-36; 10,29-37) che viene ribadito da Gesù e questo amore, per Luca specialmente, esige di tradursi in opere di misericordia.
 
Per approfondire
 
Patrizia Sensoli: «Cristo ci ha liberati per la libertà. State dunque saldi..» (v.1). La salvezza si è compiuta sulla croce di Cristo: qui siamo stati liberati dal peccato. Incontrare il Risorto significa cambiare radicalmente vita, ci ha detto Paolo, ma occorre restare nella vita nuova donata da Cristo, non ricadere nelle dinamiche dell’uomo vecchio, nell’affermazione di sé. Come rimanere allora in questo stato di grazia? L’invito di Paolo a stare saldi è un invito a fissare sempre lo sguardo su Gesù, per entrare nel mistero dell’amore trinitario. «Ecco io Paolo vi dico..»(v.2) ..l’Apostolo è netto, la salvezza o si accoglie come un bene gratuito e incondizionato oppure non c’è salvezza, perché è un dono che riceviamo e non un diritto che ci garantiamo da soli con le opere e le pratiche religiose. Fede e Legge non si possono conciliare, perché partono da due presupposti completamente diversi, quello dell’uomo nuovo che ha fatto esperienza dell’incontro con il Risorto, e che si è lasciato compenetrare dall’amore di Dio attraverso lo Spirito, è disposto a farsi rinnovare continuamente da questo amore e diventa capace di donarlo ai fratelli, e quello dell’uomo vecchio che non riesce ad abbandonare le antiche formule e pratiche, che cerca la giustificazione nella Legge e rimane bloccato, intrappolato dentro i suoi lacci.. un uomo chiuso di fatto alle novità, perché incapace di accogliere completamente la novità più strabiliante, potente e rivoluzionaria, quella di Dio che si fa uomo fino a morire sulla croce per noi. In ogni epoca, ma direi in particolare in questo nostro tempo segnato da cambiamenti così improvvisi e radicali, Cristo risorto ci chiama ad aprirci a sfide sempre nuove nella vita e nella Chiesa, e solo tenendo fisso lo sguardo su di Lui possiamo trovare il coraggio di coglierle e di viverle.
 
Josep Boira: Probabilmente quel fariseo era rimasto meravigliato dagli insegnamenti che aveva appena ascoltato ed ebbe l’audacia di invitare a mangiare Gesù, che non potette dir di no all’insistente supplica. Tra i due dovette stabilirsi una tale confidenza che Gesù sospese l’abituale protocollo della purificazione delle sue mani, perché, come egli aveva già detto ad alcuni farisei e scriba, “il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo” (Mt 15, 20). E invece questo piccolo dettaglio scandalizzò il fariseo: la sincera ammirazione per il Maestro e la grandezza della sua dottrina si mutò repentinamente in una severa critica a causa di una inezia. Poi arriva il rimprovero di Gesù, con parole che ricordano l’oracolo del Signore, pronunciato dal profeta: “Anche se tu ti lavassi con soda e molta potassa, resterebbe davanti a me la macchia della tua iniquità” (Ger 2, 22).
Quante volte Gesù s’indigna a causa dell’ipocrisia, mancanza di coerenza nella condotta dell’uomo! Soprattutto quando ci si impegna molto nel curare le apparenze trascurando invece la vita interiore. L’incoerenza spezza l’unità della persona umana, è una sorta di schizofrenia, perché “colui che ha fatto l’esterno ha fatto anche l’interno”. Che senso ha tenere una stoviglia pulita solo all’esterno? Nessuno vorrebbe bere o mangiare in essa, per quanto pulita sia all’esterno. Sarebbe una stoviglia assolutamente inutile per il fine al quale l’aveva prodotta l’artigiano. Gesù si avvale di questa immagine per metterci in guardia da un tremendo pericolo: che in una stessa persona conviva la cattiveria di cuore con una bontà che sia semplice apparenza.
È Dio che ci ha fatti all’interno come all’esterno, e vuole vivere dentro di noi, in modo che il nostro agire rispecchi la nostra vita interiore. Solo dal profondo di un cuore puro possono uscire opere buone, tra le quali si distingue l’elemosina, che “salva dalla morte e purifica da ogni peccato” (Tb 12, 9). Facciamo nostre le parole del salmista: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (Sal 51, 12).
 
L’ipocrisia dei farisei - Gesù insegna la vera purificazione - Cirillo di Alessandria (Commento a Luca, omelia 83): Che cosa ha detto il Salvatore? Egli li ha rimproverati a ragione, dicendo: Ora voi farisei pulite la parte esterna del calice e del piatto, ma questo è in voi pieno di saccheggio e di malvagità. Sarebbe stato facile per il Signore usare altre parole nella prospettiva di istruire l’ottuso fariseo, ma ha trovato un’occasione. Collega il proprio insegnamento a quanto era stato prima davanti ai loro occhi. Visto che era il momento di mangiare e di sedere al tavolo, egli prende come semplice paragone il calice e il piatto. Mostra che coloro h se no Dio eon sincerità devono essere puri e puliti, e non solo dalle impurità del corpo ma anche da ciò che è nascosto dentro la mente. Gli utensili che servono il tavolo devono essere puliti tanto dalle impurità esterne quanto da quelle interne. Egli dice che colui che ha fatto l’esterno ha fatto anche l’interno. Questo significa che colui che ha creato il corpo ha creato anche l’anima. Dal momento che questi sono entrambi opera del solo Dio, amante della virtù, la loro purificazione deve essere analoga
 
Testimoni di Cristo - San Teofilo di Antiochia - E noi abbiamo occhi e cuore per cogliere il vero amore?: Sappiamo percepire l’amore che ci circonda, l’amore di chi ci è accanto? E l’amore di Dio? Abbiamo cuore e occhi pronti ad accogliere la sua presenza? Perché Dio si mostra «a coloro che possono vederlo, quando hanno aperti gli occhi dell’anima e tutti hanno i loro bravi occhi», anche se «qualcuno li ha velati, incapaci di vedere la luce del sole». È questo l’insegnamento, antico quanto prezioso, di san Teofilo di Antiochia. Il vescovo vissuto nel secondo secolo indica la via per trovare Dio e, in particolare nei «Libri ad Autolico», ripercorre la fitta trama di «cercatori della verità» del sapere antico, fino a culminare nell’annuncio del Dio di Gesù Cristo. Si tratta di una via che ognuno può percorrere nella propria anima per raggiungere una meta, appunto, che va solo scoperta con gli occhi giusti e che esiste anche se noi non siamo capaci di vederla. Formatosi alla scuola dei pensatori classici, Teofilo era nato nella regione tra il Tigri e l’Eufrate in una famiglia non cristiana; convertitosi al cristianesimo dopo aver studiato le Scritture, divenne vescovo di Antiochia forse nel 169. Per vedere Dio, scriveva nella lettera indirizzata all’amico pagano, bisogna curare gli occhi dell’anima, troppo spesso oscurati dai peccati. E la cura è Dio stesso, che «per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita».  (Matteo Liut)
 
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.