7 Marzo 2026
Sabato II Settimana di Quaresima
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 102 (103); Lc 15,1-3.11-32
Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te. (Lc 15,18 - Acclamazione al Vangelo)
Mi alzerò …: Dives in misericordia 5: Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine “giustizia”, così come, nel testo originale, non è usato quello di “misericordia”; tuttavia, il rapporto della giustizia con l’amore, che si manifesta come misericordia, viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore si trasforma in misericordia, quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita - dopo il ritorno - di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità, in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l’esigenza dell’ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l’aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fin dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato, né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto, che ancora poteva spettargli nella casa del padre.
Liturgia della Parola
I Lettura - Il nostro Dio viene a salvarci - Il popolo tornato dall’esilio si sente come un gregge “che sta solitario nella foresta tra fertili campagne”. Da questo stato di sconforto nasce la preghiera a Jahvè, pastore d’Israele (cf Mi 2,12; Ez 34): facendo pascolare il tuo gregge nei pascoli ubertosi della Transgiordania, mostraci cose prodigiose come quando sei uscito dalla terra Egitto.
“Dio mostri al suo popolo la sua benevolenza e rinnovi i prodigi dell’esodo! Questa fiducia si fonda sulla misericordia di Jahvè, che perdona le colpe. Essa è oggetto della lode (vv. 18-19), che riecheggia le espressioni dei salmi e dei profeti (cf Es 34,6-7; Sal 29,6; 85,5-15; Ger 3,12), Dio mostra la sua grandezza soprattutto nel perdonare i peccati: li distruggerà, perché non nuocciano più a Israele. Se questo stato infedele, Dio non verrà meno alle sue promesse, che contengono il piano della salvezza” Messale della Assemblea Cristiana [Feriale]).
Vangelo
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
Luca, con la parabola del padre misericordioso, vuole annunciare ai suoi lettori la misericordia di Dio per i peccatori: una parabola nella quale «Gesù descrive con vivezza l’infinita e paterna misericordia di Dio, nonché la sua gioia per la conversione del peccatore. Il Vangelo insegna che nessun uomo viene escluso dal perdono, e che i peccatori possono diventare figli diletti di Dio per mezzo del pentimento e della conversione» (La Bibbia di Navarra). La parabola termina con parole che esprimono la grande gioia del padre: bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Parola del Signore
Un uomo aveva due figli - La parabola alla luce del v. 2 (I farisei e gli scribi mormoravano ...), si pone in un contesto polemico: Gesù se ne serve per annunciare la misericordia divina, ma anche per difendere il suo comportamento.
Ai farisei che lo rimproverano di intrattenersi con i pubblicani, uomini e donne ritenuti peccatori pubblici, Gesù narra tre parabole (la dracma e la pecora perdute e ritrovate, il figlio prodigo) per suggerire che Egli, il Figlio, si comporta nei confronti dei peccatori così come si comporta Dio, il Padre.
Che il giovane chieda e ottenga l’eredità è un fatto insolito, ma tenendo conto della finalità della parabola la richiesta serve a porre l’accento sul peccato del giovane che è paurosamente crescente: alla istanza insana si aggiunge l’allontanamento dalla casa paterna, poi la dissipazione dell’eredità, quindi la fame e il degradante lavoro di porcaio.
In questo mestiere, forse, sta celato il vero peccato del giovane avvalorato dal suo grido rivolto al Cielo: «Padre, ho peccato davanti a te», e dal fatto che la parabola è tesa a difendere la benevolenza di Gesù nei confronti dei pubblicani, ritenuti impuri. La Legge faceva distinzione tra animali puri e animali impuri: «Ogni mammifero puro doveva avere l’unghia spaccata ed essere ruminante. Quelli che presentavano solo l’una o l’altra caratteristica erano esclusi, e di essi vengono nominati in modo specifico tre: la lepre, l’irace e il maiale» (George Cansdale).
Forse Luca annotando il fatto che il giovane si era adattato per fame a fare il mandriano di porci, cioè di animali impuri, voleva dare al lettore un messaggio molto più forte: quello dell’apostasia del giovane, un peccato molto più grave dello sperpero dell’eredità.
Tormentato dalla fame, il giovane rientra in se stesso e toccando con mano il fango in cui era caduto si decide di ritornare tra le braccia del Padre.
Qui l’asse della parabola si sposta facendo della parabola del «figlio prodigo» un’icona e una manifestazione piena dell’amore misericordioso del Padre. Ecco perché essa potrebbe essere definita come la «parabola del Padre misericordioso».
In verità a rileggere la parabola il protagonista non è il figlio che se ne va di casa e poi torna abbracciato dal Padre e nemmeno l’altro figlio, quello maggiore, che non sa accettare il comportamento del Padre, ma lui, il Padre, con il suo amore fatto di trepidante attesa per le sorti del figlio scapestrato.
Soltanto «il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1439).
Quindi, l’intento di Cristo, nel raccontare questa parabola, oltre a quello apologetico, è quello di rivelare il cuore e il vero volto del Padre.
A tradire questa intenzione è quel sottolineare, con vibranti sfumature, la compassione di Dio, un sentimento che svela il mistero della sua misericordia e della sua bontà: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò».
Ebbe compassione... riferito a Dio è un’espressione «molto forte ... infatti, indica il sentimento e l’amore intenso della madre: il verbo nel suo significato originario indica anche il seno o il grembo materno, là dove il figlio prende corpo dal corpo della madre. L’uso di questo verbo spiega perché nella parabola di Luca, manchi la figura della madre. Dio è tutto e nella descrizione che di lui fa la Bibbia attraverso la figura del Padre esaurisce tutto il mondo dell’uomo e tutti gli atteggiamenti che lo qualificano come padre-madre, uomo-donna» (Don Primo Gironi).
Dio è amore infinito, sempre presente; sempre pronto a non lasciare nulla di intentato lì dove c’è un figlio da amare e da perdonare, da custodire e da cercare. Un amore che sa attendere pazientemente anche chi si ostina a non capire l’amore e le sue esigenze (Cf. 2Pt 3,9).
Anche lui, il «figlio maggiore», ritornerà e si convincerà ad entrare in casa, e anche per lui si ammazzerà il vitello grasso e si farà festa. Una speranza che si fa certezza attraverso la Parola di Dio: «l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato [...], perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,25-29). Il vestito più bello è il segno che il Padre ha perdonato i peccati del figlio: ne ha fatto un fagotto e li ha gettati «in fondo al mare» (Mi 7,19); l’anello e i sandali, che non indossavano gli schiavi, sono il segno inequivocabile della ricuperata figliolanza, della libertà di Figlio (Cf. Gc 2,2). La parabola è un chiaro monito per i farisei di tutti i tempi: invece di scandalizzarsi di Dio che ama teneramente anche i peccatori, sarebbe opportuno scandalizzarsi delle proprie grettezze e dei propri pregiudizi.
Per approfondire
Bibbia Edu - Michea - I contenuti - Il libro di Michea alterna oracoli di minaccia e di denuncia a parole di consolazione e di promessa. Alcuni passi sono paralleli a brani del profeta Isaia, suo contemporaneo. L’oracolo più celebre è quello che annuncia la venuta del futuro re messianico da Betlemme (5,1), da dove un tempo era uscito Davide. L’oracolo è stato ripreso da Matteo, che lo vede realizzato nella nascita di Gesù a “Betlemme di Giudea” (Mt 2,5-6). Il libro può essere diviso in quattro parti:
Il peccato della casa di Giacobbe e dei suoi capi (1,1-3,12)
La restaurazione di Sion e il Messia (4,1-5,14)
Denuncia dell’ingiustizia e della corruzione generale (6,1-7,7)
Perdono divino e nuova gloria d’Israele (7,8-20).
Le caratteristiche - Tema dominante negli oracoli di minaccia è la condanna dell’ingiustizia sociale, dell’oppressione verso i deboli, della corruzione dei capi e dei magistrati. Questo va di pari passo con la denuncia delle autorità religiose, sacerdoti e profeti, che non predicano secondo la volontà di Dio, ma secondo gli interessi personali. La conseguenza di tutto ciò non può che essere il giudizio divino, che porta alla devastazione del paese e alla sottomissione ai nemici. Da questo quadro desolato, però, emerge un “resto” che, confidando unicamente in Dio, sarà riscattato mediante l’opera di un nuovo re, e vivrà in prosperità e pace. Allora proprio Sion, il monte del Signore, diventerà il luogo della pace per tutti i popoli.
L’origine - Secondo le indicazioni fornite da 1,1, Michea predicò nella stessa epoca di Isaia, gli ultimi decenni del sec. VIII a.C. Era originario di Morèset-Gat, una cittadina a sud-ovest di Gerusalemme. Destinatari degli oracoli di denuncia di Michea furono gli abitanti di Gerusalemme, capitale del regno di Giuda; in particolare i ricchi, i sacerdoti e i (falsi) profeti. Gli oracoli che contengono promesse di salvezza sono, probabilmente, di altra epoca e si indirizzano a persone che avevano visto la devastazione di Giuda nel 587.
J. Cambier e X. Léon Dufour - Il volto della misericordia divina - 1. Gesù, «sommo sacerdote misericordioso» (Ebr 2, 17). - Dovendo compiere il disegno divino, Gesù ha voluto «diventare simile in tutto ai suoi fratelli», per esperimentare la stessa miseria di coloro che veniva a salvare. Perciò tutti i suoi atti manifestano la misericordia divina, anche se non sono così qualificati dagli evangelisti. Luca ha avuto una cura tutta speciale di mettere in rilievo questo punto. I prediletti di Gesù sono i «poveri» (Lc 4, 18, 7, 22); i peccatori trovano in lui un «amico» (7, 34), che non ha paura di frequentarli (5, 27. 30; 15, 1 s; 19, 7). La misericordia, che Gesù testimoniava in modo generale alle folle (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32), in Luca assume un volto più personale: concerne il «figlio unico» di una vedova (Lc 7, 13) od un determinato padre piangente (8, 42; 9, 38. 42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. In tal modo l’universalismo è portato a compimento: «ogni carne vede la salvezza di Dio» (3, 6). Se Gesù ha così compassione di tutti, si comprende come gli afflitti si rivolgano a lui come a Dio stesso, ripetendo: «Kyrie eleison!» (Mt 15, 22; 17, 15; 20, 30 s).
2. Il cuore di Dio Padre. - Di questo volto della misericordia divina che mostrava attraverso i suoi atti, Gesù ha voluto dipingere per sempre i tratti. Ai peccatori, che si vedevano esclusi dal regno di Dio dalla grettezza dei farisei, proclama il vangelo della misericordia infinita, nella linea diretta degli annunzi autentici del VT. Coloro che rallegrano il cuore di Dio non sono gli uomini che si credono giusti, ma i peccatori pentiti, paragonabili alla pecora od alla dramma perduta e ritrovata (Lc 15, 7. 10); il Padre spia il ritorno del figliol prodigo, e quando lo scorge di lontano, è «mosso da compassione» e corre ad incontrarlo (15, 20). Dio ha atteso a lungo, attende ancora con pazienza Israele che non si converte, come un fico sterile (13, 6-9).
3. La sovrabbondanza della misericordia. - Dio dunque è il «Padre delle misericordie» (2 Cor 1, 3; Giac 5, 11), che accordò la sua misericordia a Paolo (1 Cor 7, 25; 2 Cor 4, l; 1 Tim 1, 13) e la promette a tutti i credenti (Mt 5, 7; 1 Tim 1, 2; 2 Tim 1, 2; Tito 1, 4; 2 Gv 3). Del compimento del disegno di misericordia nella salvezza e nella pace, quale era annunziato dai cantici all’aurora del vangelo (Lc 1, 50. 54. 72. 78), Paolo manifesta chiaramente l’ampiezza e la sovrabbondanza. Il culmine della lettera ai Romani sta in questa rivelazione. Mentre i Giudei finivano per disconoscere la misericordia divina, in quanto pensavano di procurarsi la giustizia con le loro opere, con la loro pratica della legge, Paolo dichiara che anch’essi sono peccatori, e quindi anch’essi hanno bisogno della misericordia mediante la giustizia della fede. Di fronte ad essi i pagani, ai quali Dio non aveva promesso nulla, sono a loro volta attratti nell’orbita immensa della misericordia. Tutti devono quindi riconoscersi peccatori per beneficiare tutti della misericordia: «Dio ha racchiuso tutti gli uomini nella disobbedienza per fare a tutti misericordia» (Rom 11, 32).
«Siate misericordiosi ...» - La «perfezione» che, secondo Mt 5, 48, Gesù esige dai suoi discepoli, secondo Lc 6, 36 consiste nel dovere di essere misericordiosi «com’è misericordioso il Padre vostro». È una condizione essenziale per entrare nel regno dei cieli (Mt 5, 7), che Gesù riprende sull’esempio del profeta Osea (Mt 9, 13; 12, 7). Questa tenerezza deve rendermi prossimo al misero che incontro sulla mia strada, come il buon Samaritano (Lc 10, 30-37), pieno di pietà nei confronti di colui che mi ha offeso (Mt 18, 23-35), perché Dio ha avuto pietà di me (18, 32 s). Saremo quindi giudicati in base alla misericordia che avremo esercitata, forse inconsciamente, nei confronti di Gesù in persona (Mt 25, 31-46). Mentre la mancanza di misericordia nei pagani scatena l’ira divina (Rom 1, 31), il cristiano deve amare e «simpatizzare» (Fil 2, 1), avere in cuore una buona compassione (Ef 4, 32; 1 Piet 3, 8); non può «chiudere le sue viscere» dinanzi ad un fratello che si trova nella necessità: 1’amore di Dio non rimane che in coloro che esercitano la misericordia (1 Gv 3, 17).
Sant’Ambrogio: “Venne la carestia in quella regione” [Lc 15,14]: carestia non di pane e cibo, ma di buone opere e di virtù. Esiste un digiuno peggiore di questo? In verità chi si allontana dalla Parola di Dio è affamato, perché “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola di Dio” [Lc 4,4]. Se ci si allontana dalla fonte siamo colti dalla sete, si diventa poveri se ci si allontana dal tesoro, si diviene sciocchi se ci si allontana dalla sapienza, si distrugge infine se stessi allontanandosi dalla virtù. È quindi naturale che costui cominciò a sentirsi in gravi ristrettezze, in quanto aveva abbandonato i tesori della sapienza e della scienza di Dio e la profondità delle ricchezze celesti [cfr. Col 2,3]. Egli cominciò a sentire la miseria e a soffrire la fame, perché niente è abbastanza per la prodiga voluttà. Sempre patisce la fame, chi non si sa nutrire degli alimenti eterni.
Testimoni di Cristo - Sante Perpetua e Felicita. Quell’antico coraggio, profezia per l’oggi: «Fummo condotti in carcere, ed ero spaventata, perché non avevo mai avuto a che fare con una simile oscurità. Un giorno sinistro. Calore intenso a causa dell’affollamento, estorsioni da parte dei soldati. A tormentarmi era però la preoccupazione per la sorte del mio bambino»: con queste parole la giovane Tibia Perpetua, martire del III secolo, ci descrive la terribile esperienza della prigionia. Il suo diario – contenuto nella Passione di Perpetua e Felicita, opera di Tertulliano – è un documento straordinario e prezioso che ci racconta la vicenda di una giovane donna di buona famiglia, arrestata nel 203 all’età di 22 anni circa, al tempo dell’imperatore Settimio Severo, a Cartagine a causa della sua fede e poi condannata a essere sbranata dalle belve assieme a un gruppo di cristiani. Perpetua è una madre di un piccolo che ancora allatta e con gli occhi di donna racconta quelle sofferenze, condivise con la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, che è incinta. Con loro ci sono anche Saturnino, Revocato e Secondulo che non sono ancora stati battezzati e il martirio diventerà il loro Battesimo. «Capii che non dovevo combattere con le fiere, ma contro il demonio – scrive santa Perpetua nel suo diario –. Però sapevo che mia sarebbe stata la vittoria». Una vittoria che è per i cristiani di tutti i tempi, specie quelli perseguitati, un vero incoraggiamento. (Avvenire)
Dio onnipotente e misericordioso,
O Dio, che con i tuoi gloriosi doni di salvezza
ci rendi partecipi sulla terra dei beni del cielo,
guidaci nelle vicende della vita
e accompagnaci alla splendida luce della tua dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Nella tua misericordia, o Signore, porgi l’orecchio
alla voce di coloro che ti supplicano,
e perché tu possa esaudire i loro desideri,
fa’ che chiedano quanto ti è gradito.
Per Cristo nostro Signore.