9 Settembre 2026
Mercoledì XXIII Settimana del Tempo Ordinario
1Cor 7,25-31; Salmo Responsoriale Dal Salmo 44 (45); Lc 6,20-26
Pedro Claver Corberó, nato a Verdù, in Catalogna (Spagna), il 25 giugno 1581, non proveniva da una famiglia nobile. Fece il noviziato a Tarragona, gli studi filosofici a Palma di Maiorca e iniziò quelli teologici a Barcellona. Non li aveva ancora terminati, quando venne destinato alla missione di Nuova Granada, come allora veniva chiamata l’attuale Colombia.
Il giovane sbarcò a Cartagena nel 1610 e venne ordinato sacerdote nel 1616, nella missione dove per 44 anni operò tra gli schiavi afroamericani, in un periodo in cui ferveva la tratta.
Educato alla scuola del missionario Alfonso de Sandoval, con un voto, Pietro si rese schiavo dei negri per sempre, “Aethiopum semper servus”, giacché all’epoca tutti i neri venivano chiamati etiopi. Le coste dove a migliaia venivano riversate persone, strappate senza alcun riguardo alla propria vita e alla propria terra, divennero per il giovane gesuita campo di apostolato.
Ogni mese, quando veniva segnalato l’arrivo di nuovi schiavi, stipati nelle navi, Pietro Claver usciva in mare con il suo battello per incontrarli, portando loro cibo, soccorso e conforto. Svegliava in ciascuno il senso della propria dignità umana, portava alla fede i non battezzati, elevava tutti alla conoscenza e alla pratica delle virtù evangeliche. Curava le loro ferite, per sfamarli e vestirli chiedeva l’elemosina a tutte le porte, per istruirli aveva appreso la lingua degli angolani e per le altre si era equipaggiato con un gruppo di 18 interpreti.
Per la sua opera instancabile, fu accusato di incauto zelo e di avere profanato i sacramenti, dandoli a creature che “a malapena possedevano un’anima”.
Nel 1650 si ammalò di peste: sopravvisse, ma per il resto della vita non poté più lavorare. Gli ultimi quattro anni della sua esistenza terrena, egli li trascorse immobilizzato nell’infermeria del convento. L’uomo che era stato l’anima della città, padre dei poveri e consolatore di tante sventure, venne completamente dimenticato da tutti, trascorrendo il tempo nella preghiera. Pietro Claver si spense l’8 settembre 1654.
Fu innalzato agli onori degli altari il 16 luglio 1850 dal beato Pio IX e canonizzato il 15 gennaio 1888 da Leone XIII, insieme con Alfonso Rodriguez. Il 7 luglio 1896 fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.
Liturgia della Parola
I Lettura - AI Overwiew: In 1 Corinzi 7,25-31, l'apostolo Paolo consiglia di mantenere la propria condizione di vita a causa delle “presenti difficoltà” e perché “il tempo si è fatto breve”, invitando a vivere le realtà terrene con il giusto distacco in vista del ritorno di Cristo.
Il valore relativo delle cose terrene - Il consiglio sulla condizione: Paolo chiarisce di non avere un comando diretto da parte del Signore sul tema delle vergini, ma offre il suo parere di uomo che gode di misericordia e fiducia. Suggerisce che, viste le difficoltà del momento (l'imminente avversità), conviene rimanere nello stato in cui ci si trova, sia esso legato a una donna o liberi.
Matrimonio e libertà: Sposarsi non rappresenta un peccato, ma comporta inevitabili tribolazioni materiali che Paolo vorrebbe evitare ai credenti.
La prospettiva escatologica: Il fulcro del brano è l'affermazione “il tempo si è fatto breve”. Paolo usa paradossi forti (chi ha moglie viva come se non l'avesse, chi piange come se non piangesse) per spiegare che nulla al mondo - gioie, dolori o beni materiali - deve essere assolutizzato. Tutto va vissuto nella consapevolezza della fugacità del mondo presente e in attesa del Signore.
Vangelo
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.
Luca riporta quattro beatitudini e le fa seguire da quattro maledizioni antitetiche, contrapposte alle beatitudini. A differenza di Matteo, Luca rifugge dal dare alle beatitudini una connotazione spirituale. Essendo il premio fissato nella vita ultraterrena, l’uomo deve stare sempre saldo nella fede confidando nella promessa di Dio, come Abramo, il quale «credette, stando saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rom 4,18).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,20-26
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
Parola del Signore.
Beati - La pericope lucana delle Beatitudini è presente anche nel vangelo di Matteo (Cf. 5,1-12), ma con nette divergenze.
Luca, a differenza di Matteo, fa scendere Gesù in un luogo pianeggiante, una possibile allusione alla discesa di Mosè dal monte Sinai per comunicare al popolo d’Israele la parola di Dio (Cf. Es 19; 32; 34).
Mentre in Matteo (Cf. 5,1) Gesù rivolge il discorso alla folla, in Luca lo indirizza ai discepoli, a quanti cioè hanno già fatto una scelta, ponendosi alla sua sequela. Si doveva «trattare di credenti che vivevano in situazioni di povertà materiale e di oppressione, come testimoniano le maledizioni rivolte agli oppressori. Ebbene Luca dice: proprio loro si devono considerare beati e felici» (G. BE).
Inoltre, il testo lucano contiene quattro beatitudini, a differenza delle otto riportate da Matteo, e quattro guai. Questa opposizione, beati-guai, che ricorda le due vie «Vita e bene, morte e male» (Cf. Dt 30,15-20), mette il discepolo di fronte a una radicale scelta a cui seguono precise conseguenze: o la benedizione o la maledizione (Cf. Mt 12,30).
La concisione della pericope può attestare che probabilmente Luca, a differenza di Matteo, descrive l’insegnamento di Gesù in una forma che verosimilmente è molto più vicina allo stile del Maestro.
Anche per quanto riguarda il messaggio i due evangelisti si diversificano. Mentre Matteo «compone le beatitudini in vista soprattutto di una catechesi che vuole descrivere le condizioni etiche per entrare nel regno dei cieli, Luca considera piuttosto la situazione del mondo nel quale la Chiesa si trova a vivere: il punto di vista sociale sta per Luca in primo piano [Cf. beati voi poveri]. Anche l’opposizione tra adesso dei vv. 21 e 25, che indica appunto un’epoca storica ben determinata, e in quel giorno del v. 23, oltre ai futuri, è degna di essere sottolineata: essa infatti mette in grande rilievo il carattere messianico ed escatologico delle beatitudini-maledizioni per Luca» (Carlo Ghidelli).
Le beatitudini lucane sono simmetriche alle condanne o guai: da una parte i poveri, dall’altra i ricchi; da una parte quelli che piangono, dall’altra i gaudenti, ecc. I poveri, a cui allude Luca, sono coloro ai quali è destinata la buona novella della liberazione, dell’anno di grazia, del perdono (Cf. Is 61,1; Lc 4,14ss). Essi, insieme agli storpi, agli zoppi, ai ciechi, ecc., sono i veri privilegiati di Dio.
Il povero «è caratterizzato non solo da uno stato d’indigenza o di afflizione ma soprattutto dall’umile consapevolezza di poter confidare in Dio, da una insoddisfazione nei confronti dei beni del mondo, dalla tristezza a causa delle miserie proprie e degli uomini, per cui orienta tutte le sue attese verso Dio. In questo senso i poveri si oppongono ai sazi, a coloro che si sentono contenti di se stessi, autosufficienti e paghi dei loro attuali godimenti» (P. Rosario Scognamiglio).
I guai rivolti ai ricchi non devono fare pensare a una condanna tout court della ricchezza. Per il mondo biblico, la ricchezza è semplicemente un dono di Dio (Cf. Gn 31,5-9; Dt 28,3-7) e nella letteratura sapienziale a volte è lodata. Infatti, grandi sono i vantaggi che la ricchezza porta con sé: amicizie (Pro 14,20; 19,4), onore (Sir 10,30), pace (Sir 44,6), una vita beata e piena di sicurezza (Pro 10,5; 18,11.16; Sir 31,8.11), possibilità di praticare l’elemosina (Tb 12,8). Le condanne sono rivolte ai ricchi avari, rapaci e senza scrupoli nei loro affari.
La condanna è per chi idolatra la ricchezza ponendola al posto di Dio. E in questo senso, va compreso l’insegnamento di Paolo: «... Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tm 6,10).
Nelle parole di Gesù si viene ad evidenziare così un conflitto tra il discepolo, il credente, il quale pone la sua fiducia unicamente in Dio, e l’empio, il miscredente, colui che ha posto la speranza nei beni caduchi e transitori, come il denaro, il piacere. Nelle Beatitudini, ancora una volta, emerge il modo di agire di Dio che stride formalmente e sostanzialmente con l’agire del mondo: l’uomo è beato non a motivo di una felice sorte, ma a motivo di una cattiva sorte quale la povertà, la persecuzione, il dolore.
Ma tutto sopportato per Cristo e il suo regno, altrimenti si scivolerebbe in un dolorismo inutile.
Per approfondire
Gesù e i poveri - Roberto Tufariello (Povero in Schede Bibliche Pastorali, Vol VI): Spesso il Vangelo ci mostra i poveri attorno a Gesù. Si tratta di mendicanti, di infermi, di vedove... che si rivolgono a lui. A loro riguardo, Gesù in primo luogo ha ripreso l’insegnamento tradizionale sul dovere di assistenza ai poveri. Egli stesso pratica l’elemosina (Gv 13,29) e vede in essa un’opera tipica della «giustizia» (Mt 6,1-4); la loda nella povera vedova del tempio (Mc 12,41-44) e in Zaccheo (Lc19,8-9); la raccomanda ai suoi discepoli (Mc 10,21; Lc 11,41; 12,33; 16,9; Cf. 14,13.21).
Al di là del dovere di assistenza, Gesù ha dato alla povertà effettiva un altro valore. Sapendo che ci saranno sempre dei poveri sulla terra (Mc 14,7; Mt 26,11; Cf. Dt 15,11), ha insegnato a vedere in essi un sacramento della propria presenza: attraverso i diversi volti della povertà, noi giungiamo misteriosamente a lui. Nell’evocazione dell’ultimo giudizio, ha anticipato ciò che sarà detto a ognuno di noi, in base al comportamento che avremo tenuto nei riguardi dei poveri: ciò che avremo fatto a un piccolo, a un bisognoso, lo avremo fatto a lui (Mt 25,34-40).
Questo testo indica la grande dignità dei poveri, destinati ad essere un segno perenne della presenza del Signore, il quale nell’incarnazione, nella vita pubblica, nella passione ha voluto assumere la povertà, la sofferenza e l’insuccesso per dare loro un senso nuovo.
La beatitudine dei poveri - Abbiamo due versioni di questa beatitudine, ambientata nel discorso del monte: quella lucana, caratterizzata dal discorso diretto e dalla menzione dei poveri senza alcuna aggiunta: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20).
In altre parole: mi congratulo con voi che versate in situazione obiettiva di disagio, miseria, oppressione, distretta, perché Dio sta per diventare re, difensore e protettore vostro. Si tratta di una proclamazione messianica di gioia, per l’imminente intervento regale e liberatore di Dio.
La versione di Matteo invece si caratterizza per il discorso in terza persona e soprattutto per la precisazione dei destinatari: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). La beatitudine viene così spiritualizzata: beneficiari sono quanti realizzano la virtù della povertà spirituale, cioè dell’umiltà: essere curvi davanti a Dio. A loro è promesso l’ingresso nel regno finale di Dio.
La dimensione messianica della beatitudine dei poveri, presente a livello di Gesù di Nazaret, emerge di nuovo nel detto testimoniato da Mt 11,6 e Lc 7,23, in cui rispondendo alla delegazione del Battista, Gesù rimanda ai segni da lui compiuti, segni messianici preannunciati da Isaia: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano; il tutto sintetizzato nel lieto annuncio proclamato ai poveri: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5; Lc 1,11). Il Vangelo (euaggelizesthai) proclamato da Gesù ha quali destinatari e beneficiari i poveri, intesi come persone bisognose, che l’intervento di grazia di Dio, mediato da Gesù, toglie dal bisogno e dalla miseria, in concreto dalla cecità, dall’essere storpio, dalla lebbra, dalla sordità, dalla morte.
Analogo è il pronunciamento profetico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il brano isaiano: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19), afferma: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21).
In breve, il messaggio di gioia proclamato ai poveri non consiste in una parola consolatoria, destinata a rafforzare la rassegnazione, ma in un’azione efficace di liberazione e di giustizia resa a coloro che giustizia non hanno.
La cupidigia di ricchezze è insaziabile - Basilio di Cesarea, Adversus divites, 5: Tu chiami te stesso povero, ed io son d’accordo. Povero infatti, è colui che ha bisogno di molte cose. Tuttavia, non è altro che l’insaziabile cupidigia a rendervi tali. A dieci talenti cerchi di aggiungerne altri dieci; diventati venti, ne vuoi altrettanti e ciò che tu ammassi, lungi dal calmare il tuo appetito, lo stimola ancor di più. Infatti, come per gli ubriaconi il continuare a ingerire vino costituisce uno stimolo al bere, parimenti le persone che si arricchiscono, dopo aver messo insieme delle ricchezze, ne desiderano ardentemente delle altre ancora, in tal modo, continuando sempre a nutrirsi, aggravano la loro malattia ed il loro desiderio ottiene l’effetto contrario a quello auspicato. Le ricchezze materiali, infatti, anche quando siano abbondanti, non rallegrano tanto i loro detentori quanto invece li rattristano le cose di cui son privi, quelle, cioè, di cui essi ritengono di avere bisogno. Così il loro animo è costantemente tormentato dalle preoccupazioni, poiché si danno da fare per raccogliere profitti sempre maggiori.
E al posto di essere lieti e di pensare che sono meglio piazzati rispetto a molti altri, sono abbattuti e tristi poiché sono messi in ombra da questa o da quest’altra persona più ricca. Una volta però che abbiano raggiunto anche quest’ultima, subito si dan da fare per diventare pari ad un’altra più ricca ancora salvo poi, eguagliata questa, puntare su di un’altra la loro cupidigia. Come coloro che salgono delle scale, con il piede sempre proteso verso il gradino superiore, non trovano pace prima di aver guadagnato la cima; similmente anche costoro non cessano di aspirare alla potenza, fino a quando, pervenuti alla vetta, non precipitino con una lunga caduta.
A beneficio degli uomini il Creatore di tutte le cose stabilì che l’uccello seleucide fosse insaziabile; tu, invece, è a danno di molti che hai reso insaziabile l’anima tua. Tutto ciò che l’occhio vede, l’avaro lo desidera grandemente. “L’occhio non si sazierà di vedere” (Qo 1,8), né l’avaro si sazierà di arraffare. L’inferno non ha mai detto: Basta; e l’avaro neppure ha mai detto: Basta (cf. Pr 27,20; 30,16). Quando dunque potrai servirti delle ricchezze presenti? Quando potrai goderne tu, che sempre ti affanni a procurartene ancora? “Guai a coloro che uniscono casa a casa e congiungono campo a campo, togliendo qualcosa al vicino” (Is 5,8). E tu cosa fai?
Testimoni di Cristo - San Pietro Claver, Sacerdote: Nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Tra il 1605 e il 1608 studia filosofia a Palma di Maiorca e viene ordinato sacerdote a Cartagena nel 1616 e, diventato missionario, presta le sue cure pastorali agli schiavi neri, deportati dall’Africa. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere «sempre schiavo degli Etiopi» (all’epoca si chiamavano «etiopi» tutti i neri) e per comprendere i loro problemi impara anche la lingua dell’Angola. Ammalatosi di peste, sopporta perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che è un nero. Morto a 74 anni e canonizzato nel 1888 insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico, è stato proclamato patrono delle missioni per i neri da Papa Leone XIII. (Avvenire)
Giovanni Paolo II (Messaggio 26 Giugno 1980): A voi, cari fratelli di Cartagena e della Colombia intera, che avete la fortuna di poterlo considerare specialmente vostro, serva di conforto e guida, d’ispirazione nella vita personale, professionale e sociale.
Voglio inoltre segnalare un altro aspetto particolarmente significativo della sua vita; egli è l’uomo dell’offerta totale di sé in una vocazione sacerdotale per gli altri. Infatti, di fronte alle necessità pressanti che scopre intorno a sé, egli non si risparmia, ma si offre interamente a tutti per tentare di alleviarli e liberarli dalla loro oppressione e per dare loro la dimensione completa della loro esistenza.
Vedendo i risultati stupendi conseguiti, con frutti che solo un amore illimitato e saldamente fondato in Dio è capace di raggiungere, ci accorgiamo che siamo di fronte ad una vita feconda, degna di essere imitata.
Vi propongo dunque questo esempio di uomo e di religioso sacerdote, affinché serva di modello a coloro che non si accontentano di piccoli ideali e vogliono realizzarsi in una generosa consegna agli altri. Voglia il cielo che, come frutto particolare di questo centenario, l’esempio di San Pedro Claver fosse seguito da numerosi giovani, disposti a consacrarsi a Dio e ai fratelli con una vocazione di consegna totale.
-> O Dio, che hai reso san Pietro [Claver] servo degli ultimi
donandogli costanza e carità ammirevoli
nel dare loro soccorso,
concedi anche a noi, per sua intercessione,
che, cercando fedelmente Cristo Signore,
amiamo i fratelli con le opere e nella verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.