17 Giugno 2026
 
Mercoledì XI Settimana del Tempo Ordinario
 
2Re 2,1.6-14; Salmo Responsoriale dal Salmo 30 (31); Mt 6,1-6.16-18
 
Beato Pietro Gambacorta: Pietro Gambacorta da Pisa è il fondatore della Congregazione degli Eremiti, o Fratelli Poveri, di S. Girolamo (noti anche con il nome di “girolamiti”). Al tempo della sua giovinezza Pisa era una repubblica e suo padre, che portava il suo stesso nome, ne era il podestà. All’età di venticinque anni Pietro, travestito da penitente, lasciò segretamente la casa paterna andando a vivere in solitudine sul monte Bello, sostenendosi con l’elemosina degli abitanti del villaggio vicino. Là trovò i mezzi per costruire un oratorio e celle per una dozzina di compagni (la tradizione popolare dice che fossero briganti da lui convertiti); scelse Girolamo come patrono della nuova congregazione e redasse una regola, che includeva alcune norme tratte dagli scritti di quel grande dottore. I suoi monaci osservavano quattro quaresime all’anno, digiunando tutti i lunedì, mercoledì, venerdì e ogni notte prolungavano la preghiera di due ore dopo l’Ufficio Mattutino.
Nel 1393 suo padre e i suoi fratelli furono assassinati da nemici politici: l’istinto del legame famigliare lo spingeva a lasciare il suo eremo per compiere la vendetta ma, come la sorella, la B. Chiara Gambacorta (17 aprile), ritenne doveroso perdonare gli assassini. La congregazione approvata da papa Martino V nel 1421 si diffuse presto in varie parti d’Italia (contava a quel tempo quarantasei case nelle sole province di Ancona e Treviso).
Piccoli gruppi di eremiti e terziari si affiliarono alla congregazione, che nel 1668 fu poi unita da papa Clemente IX a quella di S. Girolamo di Fiesole; questo nuovo ordine è sopravvissuto fino al 1933.  (Fonte: Il Santo del Giorno)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Il pellegrinaggio di Eliseo in compagnia del suo maestro fino al Giordano, fino alle porte della terra promessa, scenario di gloriosi interventi salvifici, fa ricordare il pellegrinaggio di Elia attraverso il deserto verso il monte Oreb. Nei due casi abbiamo un viaggio simbolico che significa ritorno alle fonti e, più ancora, un ritorno in cerca della teofania e dell’incontro con Dio. che è sempre all’origine di ogni vocazione profetica. Questo viaggio verso l’incontro con Dio è orchestrato dal ritmo del racconto, che segna un itinerario durante il quale restano indietro, uno dopo l’altro, coloro che li accompagnano, e solo Elia ed Eliseo attraversano il Giordano fino al luogo del mistero.
La richiesta che fa Eliseo di due terzi dello spirito del maestro significava pretese di primogenitura, anzi comportava un concetto ereditario del profetismo, come se si trattasse d’ereditare la corona reale. Non chieder nulla gli risponde Elia. Infatti, l’elemento specifico del profetismo è il suo carattere carismatico.
Lo spirito soffia dove vuole, e Dio sceglie i suoi profeti da tutti gli ambienti e da tutti gli strati sociali, senza tener conto di privilegi di casta o di linee dinastiche. Questo, probabilmente, è il senso dell’espressione: Se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso; in caso contrario non ti sarà concesso. Vale a dire: se Dio concede a Eliseo una sensibilità e una chiaroveggenza che gli permettano di
veder quello che resta nascosto alla comune dei mortali, avrà la prova di essere stato eletto per il ministero profetico. Il profeta è l’uomo chiaroveggente che sa leggere i segni dei tempi: leggere il passato per interpretare il presente e proiettarlo verso il futuro.
L’eredità del mantello di Elia, col quale Eliseo attraversa il Giordano per la seconda volta per andare dai suoi discepoli, è la prova e la garanzia che gli fanno capire che ha realmente ereditato lo spirito profetico di Elia.
II rapimento misterioso di Elia su un carro trainato da cavalli di fuoco offrì l’occasione per feconde speculazioni escatologiche, delle quali si fanno eco molti libri apocrifi e persino il libro biblico di Malachia.
Dal punto di vista cristiano, la questione è stata chiarita dalle parole di Cristo stesso: «Elia è già venuto» (Mc 17,12).
Egli interpreta il ritorno di Elia in un senso spirituale: Elia doveva tornare, ma non personalmente, bensì in una forma spirituale, in una persona rivestita di doti e caratteristiche simili a quelle di Elia. E questa persona fu Giovanni Battista.
Di rimbalzo, questa interpretazione spiritualista del ritorno di Elia ci autorizza a intendere nello stesso senso il suo misterioso rapimento. Come nel caso di Enoch (Gn 5.24), si vuole far intendere che Elia era gradito a Dio.
Il domma della risurrezione e dell’immortalità gloriosa nella casa di Dio è abbastanza tardivo nella teologia dell’Antico Testamento. Tuttavia, quelle morti speciali di Enoch e di Elia, come anche alcuni passi dei salmi (16,11; 49,16; 73,24), costituiscono una specie di presagio che annunzia una morte privilegiata per gli amici di Dio.
 
Vangelo
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
Gesù esamina tre pilastri della pietà dei farisei: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù non li condanna, saranno pilastri anche per i cristiani, ma condanna l’ostentazione farisaica. L’elemosina, la preghiera e il digiuno saranno autentici solo se compiuti per piacere a Dio.
Quando pregate: con l’esempio (Mt 14,23), come con le istruzioni, Gesù ha insegnato ai suoi discepoli il dovere e la maniera di pregare. La preghiera deve essere umile davanti a Dio (Lc 18,10-14) e davanti agli uomini (Mt 6,5-6;12,40p), fatta con il cuore piuttosto che con le labbra (Mt 6,7), fiduciosa nella bontà del Padre (Mt 6,8;7,7-11p) e insistente fino all’importunità (Lc 11,5-8;18,1-8).
È esaudita se è fatta con fede (Mt 21,22p), in nome di Gesù (Mt 18,19-20, Gv 14,13-14;15,7;5,16;16,23-27), e chiede cose buone (Mt 7,11) come lo Spirito santo (Lc 11,13), il perdono (Mc 11,25), il bene dei persecutori (Mt 5,44p; cf. Lc 23,24), soprattutto l’avvento del regno di Dio e la perseveranza al momento della prova escatologica (Mt 24,20p; 26,41p, Lc 21,36; cf. Lc 22,31-32): vi è tutta la sostanza della preghiera-modello, insegnata da Gesù (Mt 6,9-15p). (Bibbia di Gerusalemme nota a Mt 6,5)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
 
Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Era già stato sancito da Gesù il principio: la legge dev’essere osservata dai discepoli con una perfezione superiore a quella degli scribi e dei farisei (5,20). Ora giunge il momento di applicare il principio ad alcune delle pratiche religiose più importanti in quei tempi: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù conserva, di fronte a queste pratiche, l’atteggiamento che aveva assunto di fronte alla legge: non le critica in sé, ma nel modo e con le finalità con le quali sono compiute particolarmente dai farisei, ipocriti, i quali su queste pratiche insistevano maggiormente. Le pratiche religiose sono presentate in base al principio della retribuzione: chi le compie per gli uomini, per essere stimato e lodato per esse, ha già ricevuto la sua ricompensa; chi le compie per Dio, riceverà la ricompensa da lui.
L’elemosina era tenuta in onore fra i giudei come opera di carità. Gesù è d’accordo con questa mentalità. Al suo tempo era divenuto generale l’uso di annunziare nelle riunioni della sinagoga e persino per le strade qualsiasi elemosina importante. Il «suonare la tromba» sarebbe una metafora per indicare la pubblicità fatta alle elemosine. Invece di invanirsi per le proprie opere buone e di farne pubblicità, Gesù comanda di conservarne il segreto. Questo è il significato delle parole: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
La stessa norma è data per la preghiera. 1 sacrifici nel tempio erano accompagnati da preghiere pubbliche. Le sinagoghe erano considerate come un prolungamento del tempio agli effetti della preghiera; quando giungeva l’ora della preghiera, si usava pregare anche per le strade. Questo si prestava all’ostentazione, specialmente per il fatto che si potevano ammirare coloro che sapevano recitare lunghe formule a memoria. Di fronte a questa usanza Gesù comanda che i suoi discepoli si rivolgano al Padre con preghiere semplici, in segreto, senza ostentazione. Naturalmente, queste affermazioni non privilegiano assolutamente un atteggiamento di Gesù che sarebbe contrario al culto pubblico: egli stesso vi prendeva parte nel tempio di Gerusalemme.
Lo stesso schema è seguito per il tema del digiuno, che era considerato una concretizzazione o manifestazione della penitenza-conversione. Già nell’Antico Testamento vi era stata una distinzione tra il digiuno vero e il falso (Is 58,5-6). Il vero comporta l’autentica conversione a Dio; e questo, per Gesù, è un motivo di gioia, poiché la conversione stessa è una gioia. Il digiuno dev’essere praticato come fa intendere il testo, in modo festivo e gioioso. E poiché la conversione di cui si parla è un rapporto personale fra Dio e il peccatore, dev’essere conservato segreto, con la certezza che Dio ricompenserà quello che nessuno conosce fuori di Dio e dell’interessato.
 
Per approfondire
Dunque, quando fai l’elemosina … - Claude Wiéner (Dizionario di Teologia Biblica): Con la venuta di Cristo l’elemosina conserva il suo valore, ma è collocata in una nuova economia che le conferisce un nuovo senso.
1. La pratica dell’elemosina. - Essa è ammirata dai fedeli, soprattutto quando è praticata da stranieri, da «persone che temono Dio», che manifestano in tal modo la loro simpatia per la fede (Lc 7,5; Atti 9,36; 10,2).
Del resto Gesù l’aveva annoverata, assieme con il digiuno e con la preghiera, come uno dei tre pilastri della vita religiosa (Mt 6,1-18).
Ma, raccomandandola, Gesù esige che sia fatta con un perfetto disinteresse, senza alcuna ostentazione (Mt 6,1-4), «senza nulla aspettare in cambio » (Lc 6,35; 14,14), e persino senza misura (Lc 6,30). Di fatto non ci si potrebbe accontentare di raggiungere una «tariffa» codificata per quanto elevata: alla decima tradizionale Giovanni Battista sembra sostituire una divisione a metà (Lc 3, 11), che di fatto Zaccheo realizza (Lc 19, 8), ma quel che Cristo si aspetta dai suoi è che non restino sordi a nessun appello (Mt 5,42 par.),. perché i poveri sono
sempre in mezzo a noi (Mt 26,11 par.); infine, se non si ha più niente di proprio (cfr. Atti 2, 44), rimane il dovere di comunicare almeno i doni di Cristo (Atti 3,6) e di lavorare per sovvenire a coloro che sono nel bisogno (Ef 4.28).
2. L’elemosina e Cristo. - L’elemosina è un dovere così radicale perché trova il suo significato nella fede in Cristo, questo in misura più a meno profonda.
a) Se Gesù, con la tradizione giudaica, insegna che l’elemosina è fonte di retribuzione celeste (Mt 6,2 ss), costituisce un tesoro in cielo (Lc 12,21.33 s), grazie agli amici che uno vi si fa (Le 16,9), non è a motivo di un calcolo interessato, ma perché attraverso i nostri fratelli disgraziati noi raggiungiamo Gesù in persona: «Ciò che avete fatto ad uno di questi piccoli ...» (Mt 25,31-46).
b) Se il discepolo deve dare tutto in elemosina (Lc 11,41; 12,33; 18,22), è anzitutto per poter seguire Gesù senza rimpiangere i suoi beni (Mt 19,21 s par.); e poi per essere liberale come Gesù stesso, che «da ricco qual era si è fatto povero per voi, per arricchirvi mediante la sua povertà» (2 Cor 8,9).
c) Infine, per dimostrare che l’elemosina cristiana soggiace ad altre leggi oltre a quelle della semplice filantropia, Gesù non si è peritato di difendere contro Giuda il gesto gratuito della donna che aveva «sprecato» il valore di trecento giornate di lavoro, versando il suo prezioso profumo: «I poveri li avrete sempre con voi, ma non avrete sempre me» (Mt 26,11 par.). I poveri appartengono all’economia ordinaria (Deut 15,11), naturale in una umanità peccatrice; Gesù, invece, significa l’economia messianica soprannaturale; e la prima non trova il suo vero senso se non per mezzo della seconda: i poveri non sono cristianamente soccorsi se non in riferimento all’amore di Dio manifestato nella passione e morte di Gesù Cristo.
3. L’elemosina nella Chiesa. - Anche se taluni atti gratuiti rimangono necessari per evitare di confondere il vangelo del regno e l’estinzione del pauperismo, rimane vero che per raggiungere lo «sposo che ci è stato tolto» (cfr. Mt 9,15) bisogna soccorrere il nostro prossimo: «In che modo l’amore di Dio potrà dimorare in colui che rifiuta ogni pietà dinanzi al fratello nel bisogno?) (1Gv 3,17; cfr. Giac 2,15). Come celebrare il sacramento della comunione eucaristica senza dividere fraternamente i propri beni (1Cor 11,20ss)?
Ora l’elemosina può avere una portata ancora più ampia, e significare l’unione delle Chiese. È quel che Paolo vuol dire quando dà un nome sacro alla questua, alla colletta, che fa in favore della Chiesa-madre di Gerusalemme: è un «ministero» (2Cor 8,4; 9,1. 12 s), «una liturgia» (9,12). Di fatto, per colmare il fosso che incominciava a scavarsi tra la Chiesa d’origine pagana e la Chiesa d’origine giudaica, Paolo si preoccupa di manifestare mediante elemosine materiali l’unione di queste due categorie di membra dello stesso corpo di Cristo (cfr. Atti 11,29; Gal 2,l0; Rom 15,26s; 1Cor 16,1-4); con quale ardore egli pronunzia un vero «sermone di carità» all’indirizzo dei Corinti (2Cor 8 - 9)! Bisogna mirare a stabilire l’uguaglianza tra i fratelli (8,13), imitando la liberalità di Cristo (8,9); affinché Dio sia glorificato (9,11-14), bisogna «seminare con larghezza», perché «Dio ama chi dà con gioia» (9,6s).
 
Agostino (De Sermone Domini in Monte, II, 12-4): Tu invece, quando digiuni, profumati il capo e lavati il viso ...: sebbene abitualmente ogni giorno ci laviamo, non si potrebbe ragionevolmente comandare che dobbiamo stare col capo profumato quando digiuniamo. E se tutti ammettono che la faccenda è molto sconveniente, si deve intendere che l’ingiunzione di profumarsi il capo e di lavarsi il viso è relativa all’uomo interiore. Quindi il profumarsi il capo è relativo alla gioia e il lavarsi il viso alla pulizia e perciò si profuma chi gioisce nell’interiorità con un atto del pensiero ... Colui dunque che secondo questo comando desidera avere il capo profumato, goda nell’interiorità durante il suo digiuno, per il fatto stesso che così digiunando si distoglie dai piaceri del mondo per essere sottomesso a Cristo. Così laverà anche il viso, cioè renderà pulito il cuore, con cui vedrà Dio, poiché non si verificherà l’offuscamento per la precarietà proveniente dalle sozzure, ma egli sarà sicuro e stabile, perché pulito e schietto»
 
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 16 Giugno 2026
 
Martedì XI Settimana del Tempo Ordinario
 
 1Re 21,17-29; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 5,43-48
 
Sant’Aureliano di Arles: Aureliano nacque nel 523 ma secondo lo storico benedettino François Clément (1714 - 1793), nel 499, da una famiglia aristocratica borgognona, vicino al potere e che giocava un ruolo importante presso i re franchi.
Aureliano succedette ad Aussanio († 546) nella sede episcopale di Arles il 23 agosto del 546. La sua nomina, allorché aveva solo 23 anni, a una delle sedi vescovili più importanti della Gallia, fu dovuta sia alle qualità spirituali e religiose di Aureliano che alla fiducia in lui riposta da re Childeberto I, che sperava in un punto di appoggio affidabile nelle terre che si affacciavano sul Mediterraneo.
In ogni caso non meravigliò il fatto che il nuovo vescovo avesse ricevuto, poco tempo dopo la sua consacrazione, il pallio e il vicariato apostolico di Gallia, palesemente con l’assenso della corte merovingia. Ciò avvenne a partire dal 548, quando ricevette pallio e nomina a vicario della Santa Sede da papa Vigilio.
Nel medesimo anno Aureliano fondò ad Arles, per disposizione di re Chidelberto, un monastero maschile. Questo monastero intra-muros, chiamato “Monastero dei Santi Apostoli”, fu l’origine della Chiesa della Croce nel quartiere de La Roquette di Arles, detto anche “Borgo Vecchio”. Il primo abate del monastero fu san Fiorentino di Arles († 553), venerato successivamente come santo.
Aureliano arricchì l’abbaziale del monastero con reliquie e diede ai suoi religiosi una regola monastica “piena di spirito di saggezza e di mortificazione”. Egli ne fondò anche uno femminile all’interno dei bastioni della città, purtroppo poco noto, gli diede una regola simile a quella benedettina e lo pose sotto la protezione della Santa Vergine.
Egli partecipò al concilio di Orléans che fu aperto il 28 ottobre 549, e noi sappiamo da San Gregorio di Tours che, nello stesso anno, Arles fu colpita dall’epidemia di peste, detta peste di Giustiniano.
Poco tempo dopo, nel 550, a seguito dello Scisma tricapitolino, egli inviò un chierico della sua diocesi a Costantinopoli a incontrare papa Vigilio, per avere conferma della condanna del Pontefice dei Tre Capitoli, Vigilio gli rispose in una lettera data 29 aprile 550 dove si giustificava dicendo che non intendeva ammettere alcuna proposizione contro quanto stabilito dai concili di Nicea, di Calcedonia e di Efeso e gli domandò di intervenire presso Childeberto affinché costui ottenesse dall’ariano Totila re dei Goti, il rispetto della Chiesa di Roma.
Nel 1308, sulla sua tomba, sita nella Chiesa di San Nicezio a Lione, fu scoperta un’iscrizione che indicava come Aureliano fosse deceduto in quella città il venerdì 16 giugno del 551. (Autore: Cathopedia)
 
Prima Lettura - Nabot con inganno era stato lapidato, e il re Acab poteva così soddisfare il suo desiderio, quello di impossessarsi della sua vigna. L’autore di 1Re ha parole molto dure nei confronti del re Acab: idolatra, iniquo, “venduto per fare il male agli occhi del Signore”. Condannata anche la regina Gezabele, che era stato l’autrice del delitto di Nabot. Il castigo di Dio piomberà sul re e sulla regina, il loro destino è la morte, e la loro progenie sarà spazzata via: «“I cani divoreranno Gezabèle nel campo di Izreèl”. Quanti della famiglia di Acab moriranno in città, li divoreranno i cani; quanti moriranno in campagna, li divoreranno gli uccelli del cielo». 
A questa triste profezia, il re Acab si pente del male fatto:  “Quando sentì tali parole, Acab si stracciò le vesti, indossò un sacco sul suo corpo e digiunò; si coricava con il sacco e camminava a testa bassa”.
Avviene qui una svolta, il pentimento del re Acab muove a compassione il cuore di Dio: “La parola del Signore fu rivolta a Elìa, il Tisbìta: «Hai visto come Acab si è umiliato davanti a me? Poiché si è umiliato davanti a me, non farò venire la sciagura durante la sua vita; farò venire la sciagura sulla sua casa durante la vita di suo figlio». Il castigo divino non è annullato, ma soltanto procrastinato.
In questo racconto si noteranno “le somiglianze di situazione con l’intervento di Natan presso Davide [2Sam 12]; stesso intervento di Jahve in favore del piccolo contro il potente, stessa dilazione accordata al peccatore pentito, che è castigato solo in suo figlio; ma anche le differenze: la dinastia davidica conserva la promessa, quella di Acab è «spazzata via»; Natan resta il profeta di Davide e benedirà Salomone. Elia è il «nemico» di Acab” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Amate i vostri nemici.
 
Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico: questo precetto non si trova tale e quale, nella Legge, lo si deve addebitare a una lingua povera di sfumature (l’aramaico), e va tradotto Amerai il tuo prossimo e non devi amare il tuo nemico.
Amare chi ci ama è troppo facile, si può ben dire che in questo comandamento si trova tutto l’aspetto positivo del Cristianesimo. Il comandamento di Gesù fa grande e superlativo il messaggio evangelico: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Lv 11,44; 19,2;1Pt 1,16).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,38-42 
 
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico". Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».
 
Parola del Signore.
 
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 43-45: Amerai il tuo prossimo (Levitico, 19, 18) e odierai il tuo nemico. Questo secondo comma del precetto non è contenuto nella legislazione del Vecchio Testamento. Esso può avere un senso meno crudo, come: non amerai il tuo nemico, perché il termine semitico “odiare” esprime anche: non amare, oppure: amare di meno (cf. Lc., 14, 26). Il prossimo per l’israelita è il connazionale; gli stranieri erano considerati come nemici perché costituivano una minaccia per la nazione e per la purezza dell’idea religiosa. Gesù toglie queste restrizioni. Tutti gli uomini senza eccezioni costituiscono il nostro prossimo. Cristo comanda l’amore affettivo ed effettivo, l’amore interno ed esterno degli altri. L’amore del prossimo non è una tolleranza, bensì un’attività positiva e benefica per gli altri (vers. 44).
46 I pubblicani erano i gabellieri o esattori delle imposte; essi per la professione che esercitavano, erano spesso esosi ed avidi di guadagni, per cui venivano cordialmente odiati dal popolo.
47 Che fate mai di straordinario? altri traducono: qual è la vostra generosità (περισσόν)?
Gesù presenta come modello dell’amore Dio stesso (cf. Levitico, 11, 44; Deuteronomio, 18, 13). Egli, con questo, insinua che nell’amore del prossimo non vi è un limite, ma un’intensità sempre crescente, perché la perfezione di Dio è irraggiungibile.
 
Per approfondire
 
 Siate perfetti - Giuseppe Barbaglio (Perfezione in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Nel Nuovo Testamento spicca anzitutto il duplice detto di Gesù testimoniato da Matteo. In 5,48 l’evangelista conclude l’esposizione della nuova «giustizia» richiesta da Cristo in vista del regno dei cieli con questo imperativo che ha valore di sintesi dell’insegnamento precedente: «Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (5,48). Anzitutto si noti il termine di paragone della perfezione richiesta da Cristo, nientemeno che la perfezione del Padre, cioè l’integrità del suo agire. Il contesto precisa: Dio è perfetto nel suo amore indiscriminato verso i buoni e i malvagi (5,45). La perfezione «cristiana» sarà dunque imitazione di quest’amore indiscriminato di Dio, consisterà nel comandamento dell’amore del prossimo, anche dei nemici (5,43). C’è poi da rilevare che la versione lucana del detto di Gesù suona diversamente: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36). In ogni modo, anche in Le questo detto di Cristo è collocato nel contesto del comandamento dell’amore dei nemici (Lc 6,27). Il secondo passo matteano in cui ricorre l’aggettivo teleios è il racconto della vocazione del ricco alla sequela di Gesù. Nella versione di Me (10,17-22) e di Lc (18,18-23) alla risposta del ricco che ha osservato i comandamenti di Dio fin dalla sua giovinezza — alla domanda iniziale dell’interrogante Gesù aveva risposto che per avere la vita eterna è necessario osservare i comandamenti —, Cristo risponde: Ti manca una sola cosa, vendere quanto possiedi, darlo ai poveri e quindi venire dietro a me (cf. Mc 10,21 e Lc 18,22). In Mt invece, dopo la confessione del ricco, detto giovane in Mt, circa la sua puntuale osservanza dei comandamenti, troviamo una seconda domanda dell’interrogante: «Che mi manca ancora?». E la risposta di Gesù è: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi» (Mt 19,21). Non c’è dubbio, la perfezione richiesta qui vuol dire completezza di adesione alla volontà divina, che si manifesta nella parola di Gesù. Al giovane ricco manca la sequela di Gesù e la connessa scelta di povertà. Il disegno di Dio prevede per lui non solo l’osservanza della legge ma anche il discepolato: l’una e l’altro lo rendono completamente aderente al volere divino.
Ma io vi dico... - La nuova Legge promulgata sul monte non va considerata come una legge assoluta, se così fosse sconvolgerebbe, e in alcuni casi scardinerebbe, qualunque vivere o relazione sociali.
Gesù ha voluto tracciare una pista perché il cuore del discepolo si allargasse con magnanimità alla carità, in alcuni casi, anche fino all’eccesso.
Amare i nemici e pregare per i persecutori, porgere l’altra guancia, sono delle postazioni di osservazione dalle quali il credente osserva ogni situazione, anche la più drammatica, con gli occhi di Dio e la interpreta con misericordia, imitando la misericordia di Dio: Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste (Lc 6,36). Una cabina di regia per leggere fatti, avvenimenti con il cuore in mano, un cuore che si fa carne pietosa rifiutando di aprirsi alla vendetta o dimenticando di chiedere gli interessi o slanciandosi in soccorso caritatevole verso i più bisognosi, i più indigenti, i più poveri. Una scelta di campo che spezza la spirale della violenza, che annichilisce ogni interpretazione farisaica della Legge di Dio, che stempera lo zelo divenuto eccessivo, che soffoca quell’estremismo religioso che ama brandire la spada.
San Paolo esprime benissimo tutto ciò: «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene... Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rom 12,9-21).
Il modello di queste norme etiche si trova in Gesù, autore e perfezionatore della fede (Eb 12,2), soprattutto nei diversi episodi della sua terrificante passione: quando reagisce con imperturbabilità e fermezza alle percosse durante il processo ebraico (Gv 18,23), quando non fugge dinanzi alla marmaglia che era venuta per arrestarlo e impedisce a Pietro di usare la spada per difenderlo (Gv 18,4-10), quando perdona i carnefici (Lc 23,34) e accoglie nel suo Regno il buon ladrone (Lc 23,40). E sappiamo che a tenerlo confitto in Croce fu l’amore per gli uomini (Gv 13,1; 15,13).
San Tommaso d’Aquino ci dice appunto che la passione di Cristo è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Infatti, chiunque «vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù è assente dalla croce». Dunque, la via da battere per vivere la Legge nuova è quella del Calvario, difatti se «cerchi un esempio di carità... Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce... Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso... Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene... Egli è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele...» (San Tommaso d’Aquino). Solo chi si fa inchiodare sulla Croce del Cristo può vivere la sua Parola, altrimenti tutto è pura follia.
 
Amate i vostri nemici ... affinché possiate divenire figli del Padre vostro ... Crisostomo (Exp . in Matth., XVIII, 4): Cristo non ci ordina solo di amare i nemici, ma pure di pregare per loro. Considerate attraverso quanti gradi ci fa passare per giungere sino alla vetta della virtù, alla sommità della perfezione. Vi invito a contarli. Il primo gradino consiste nel non essere mai i primi a fare del male; il secondo consiste nel non restituire alla pari il male che ci vien fatto; il terzo, nel non rispondere con l’ingiuria all’ingiuria, ma a restar calmi e pazienti dinanzi a chi ci offende; il quarto, nell’offrire volontariamente se stessi a chi ci vuoi fare del male; il quinto, nel mostrarci disposti a tollerare anche più di quanto ci vien fatto subire; il sesto, nel non odiare chi così ci maltratta; il settimo, nell’amare chi ci fa offesa; l’ottavo, nel far del bene a chi ci fa del male; e il nono, infine, nel pregare Dio per chi ci perseguita. Vedete la sublimità della virtù cristiana? Per questo Cristo annette a promette la ricompensa più stupefacente di tutte: questi uomini diverranno simili a Dio
 
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 15 Giugno 2026
 
Lunedì XI Settimana del Tempo Ordinario
 
1Re 21,1b-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 5; Mt 5,38-42
 
Profeta Amos: Profeta ebreo, terzo dei profeti minori, fiorito verso il 750 a. C. Originario di Tecoa, un villaggio ora distrutto a Sud di Gerusalemme, Amos “non profeta né membro di una comunità profetica anzi mandriano e coltivatore di sicomori”, all’appello di Dio, passa nel regno di Israele e annuncia alle dieci tribù la sua profezia. Il libro di Amos, pervenutoci in un buon testo, e di autenticità universalmente riconosciuta (discussi, al più, alcuni versetti), si compone di nove capitoli che si usa raggruppare in tre parti, 1-2, 3-6 e 7-9, distinte per argomento e forma letteraria. La prima parte, in brevi strofe simmetriche, annunzia mali imminenti su Damasco, Gaza, Tiro, Edom, Ammon, Moab, Giuda, Israele. La seconda parte, rivolta agli Israeliti, rimprovera in tre discorsi i loro vizi: il loro primato non è incondizionato e assoluto ma importa speciali doveri, il culto che a Dio piace è la vita retta, l’umanità verso il prossimo. Nella terza parte, cinque visioni simboliche dipingono la prossima distruzione del regno d’Israele. Un epilogo che annunzia la restaurazione davidica, d’ispirazione messianica, conclude la profezia. L’esigenza fondamentale della religiosità di Amos è nella ricerca della legge morale posta da Dio (primo comandamento “cercar Dio”) e diretta all’affermazione della giustizia, uno tra i massimi attributi di Dio, che punisce il delitto e che odia il vizio. (Fonte: Treccani)
 
Prima Lettura - La vigna di Nabot - Antonio Gonzalez-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica):  Fosse per ragioni strategiche, per avere una fortezza da opporre alle ambizioni di Damasco; fosse per ragioni di raffinatezza cortigiana, per avere una residenza di svago, o fosse per altre ragioni che non conosciamo, il fatto è che Acab e Gezabele avevano un palazzo nella città di Izreel. Nabot aveva, vicino a questo palazzo, una vigna al cui acquisto il re si mostrò interessato. Nabot però, sapendo che la proprietà familiare era sacra, non solo perché l’aveva ricevuta dalle mani di Dio, ma anche perché è la base che dà personalità e continuità alla famiglia, rifiutava decisamente di alienare l’eredità dei suoi padri, poiché gli pareva cosa vergognosa e quasi sacrilega.
Il re ritornò al palazzo triste e irritato, ma non prese nessuna decisione, poiché riconobbe che Nabot stava dalla parte della ragione. Come avviene assai spesso, l’ambizione delle mogli è molto superiore a quella dei loro mariti (Am 4,1-3). Gezabele prende l’iniziativa di far uccidere Nabot e di ottenere la sua vigna. Per questo, corrompe alcuni cittadini di Izreel e, col loro aiuto, istruisce un processo apparentemente legale. Esisteva un’usanza secondo la quale, quando si verificava qualche calamità pubblica, i capi del popolo convocavano la comunità per conoscerne le cause e cercare di eliminarle. Nel caso presente è possibile che la calamità pubblica addotta fosse la siccità. Comunque è certo che, prendendo a pretesto la calamità pubblica, viene convocata l’assemblea ed è designato proprio Nabot a presiederla. Tutto è preparato da Gezabele per far ricadere su di lui la responsabilità, una responsabilità alla quale è annessa la pena di morte. Il delitto di cui lo accusano è quello d’aver maledetto Dio e il re (Es 22,27); la pena di morte per lapidazione è prevista da Lv 24,16 e la presenza di due testimoni è richiesta da Dt 17,4.
La serie di passioni e di soprusi di cui è disseminato questo racconto non può non irritare il lettore: l’ambizione e il cinismo della regina, l’abuso di potere che si riflette bene nelle parole che Gezabele rivolge ad Acab, quando sta per cedere di fronte all’opposizione di Nabot: Tu ora eserciti il regno su Israele?, la corruzione esercitata dalla regina e la venalità dei due testimoni. Agirono per paura, per invidia o per vigliaccheria?
Comunque, la loro posizione è detestabile e vile. Apparentemente il re è fuori causa; ma, in pratica, è il primo responsabile.
 
Vangelo
Io vi dico di non opporvi al malvagio.
 
Bisogna tenere a mente che la Chiesa di Matteo è sotto attacco, geme nel crogiolo della prova e potenti e forti sono i persecutori. In questo clima di lotta e di odio, le parole di Gesù tendono a dare pace ai cuori smarriti e a suggerire la nuova risposta da dare agli aguzzini che con dura ed efferata violenza perseguitano i cristiani: imitando la misericordia del Padre celeste, un no fermo e deciso alla vendetta, un no alla legge del taglione, un sì magnanimo all’amore e al perdono.
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente: Gesù si riferisce alla cosiddetta “legge del taglione” (lex talionis). Già codificata nel Codice di Hammurab, istaurando «una proporzione tra la punizione e il torto causato, essa rappresentava una restrizione della vendetta [Cf. Gen 4,23-24]» (Bibbia di Gerusalemme).
Gesù supera questa mentalità giudiziaria dando un indirizzo nuovo: Ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Una legge nuova che non vieta né di opporsi alla violenza ingiusta e gratuita (Cf. Gv 18,22) né, ancor meno, di combattere il male nel mondo. È una resistenza pacifica, non violenta che ha le radici nell’amore e che si irradia a sollevare l’indigenza del prossimo: Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,38-42 
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio” e “dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello.
E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.
Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle».
 
Parola del Signore.
 
Occhio per occhio… - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): La legge mosaica conteneva la vendetta nei limiti della legge del taglione (occhio per occhio, dente per dente); la soddisfazione per l’ingiuria subita non doveva oltrepassare i confini del danno avuto.
Gesù si rivolge all’individuo, non all’autorità; la quale, usando delle sanzioni, deve tutelare il suddito secondo giustizia. Cristo esorta il proprio seguace ad ispirarsi nell’agire all’amore più che ad un concetto severo di giustizia. Il Maestro illustra il principio con quattro brevi esempi, i quali hanno una tinta iperbolica. Non reagire a chi offende (vers. 39); l’espressione: presentagli anche l’altra (guancia) non va presa alla lettera, come risulta anche dalla condotta di Gesù stesso (cf. Gio., 18, 23). Non negare il pegno della tunica, ma aggiungere anche il mantello (vers. 40), in modo da evitare un conflitto davanti alla corte. La Legge interdiva di prendere come pegno il mantello del povero (cf. Esodo, 22, 26-27; Deuteronomio, 24, 12-13); Gesù consiglia di cedere anche su questo punto. Non resistere a chi obbliga a compiere un trasporto per la lunghezza di un miglio (vers. 41); anzi è bene fare con remissività e con gioia ciò che è stato imposto con forza da altri. Non rifiutarsi di aiutare gratuitamente e di fare dei prestiti (vers. 42). I quattro esempi accentuano in modo sublime l’idea della carità; ogni azione nell’individuo dev’essere animata dall’amore fraterno, il quale modera le nostre reazioni e suscettibilità. Il seguace di Cristo non considera l’offesa e la durezza con cui a volte è trattato, ma attua il principio «fare di necessità virtù»; con l’amore egli infrange e disperde ogni forma d’ingiustizia. Gesù, con queste esortazioni, non intende vietare al cristiano di opporsi all’ingiustizia e di combattere il male del mondo.
 
Per approfondire
 
Giovanni Paolo II (Omelia 22 Febbraio 1987) - “Ma io vi dico - afferma Gesù - di non opporvi al malvagio” (Mt 5, 39). Non si tratta qui certamente di acconsentire al male. E neppure ci viene proibita una legittima difesa nei confronti dell’ingiustizia, del sopruso o della violenza. Anzi è a volte soltanto con un’energica difesa che certe violenze possono e debbono essere respinte.
Quello che Gesù ci vuole insegnare innanzitutto con quelle parole, come con le altre che abbiamo letto nel Vangelo, è la netta distinzione che dobbiamo fare tra la giustizia e la vendetta. Ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia. Ci è invece proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto espressione dell’odio e della violenza.
Ma Gesù ci vuole anche e soprattutto insegnare questa preminenza, che ho detto, dell’amore e della misericordia sulla giustizia.
L’amore cristiano, infatti, promuove tra gli uomini un rapporto più profondo di quello che non possa essere garantito dalla semplice giustizia; e di fatto l’amore, in quanto animato dalla grazia divina, corregge i difetti della giustizia umana e la conduce a una perfezione che da sola non potrebbe raggiungere.
L’amore cristiano, con la sua disponibilità al perdono, con la sua attitudine alla generosità, alla pazienza e alla benevolenza assicura una superiore giustizia nei rapporti umani, garantisce, nelle comunità, una pace e uno spirito di fratellanza, che la giustizia da sola non saprebbe assicurare.
Certamente la disponibilità al perdono, così propria dell’etica cristiana, non cancella l’ordine fondamentale della giustizia: “in ogni caso, la riparazione del male e dello scandalo, il risarcimento del torto, la soddisfazione dell’oltraggio sono condizioni del perdono” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 14).
 
Ma io vi dico ... - La nuova Legge promulgata sul monte non va considerata come una legge assoluta, se così fosse sconvolgerebbe, e in alcuni casi scardinerebbe, qualunque vivere o relazione sociali.
Gesù ha voluto tracciare una pista perché il cuore del discepolo si allargasse con magnanimità alla carità, in alcuni casi, anche fino all’eccesso.
Amare i nemici e pregare per i persecutori, porgere l’altra guancia, sono delle postazioni di osservazione dalle quali il credente osserva ogni situazione, anche la più drammatica, con gli occhi di Dio e la interpreta con misericordia, imitando la misericordia di Dio: Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro celeste (Lc 6,36). Una cabina di regia per leggere fatti, avvenimenti con il cuore in mano, un cuore che si fa carne pietosa rifiutando di aprirsi alla vendetta o dimenticando di chiedere gli interessi o slanciandosi in soccorso caritatevole verso i più bisognosi, i più indigenti, i più poveri. Una scelta di campo che spezza la spirale della violenza, che annichilisce ogni interpretazione farisaica della Legge di Dio, che stempera lo zelo divenuto eccessivo, che soffoca quell’estremismo religioso che ama brandire la spada.
San Paolo esprime benissimo tutto ciò: «La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene... Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rom 12,9-21).
Il modello di queste norme etiche si trova in Gesù, autore e perfezionatore della fede (Eb 12,2), soprattutto nei diversi episodi della sua terrificante passione: quando reagisce con imperturbabilità e fermezza alle percosse durante il processo ebraico (Gv 18,23), quando non fugge dinanzi alla marmaglia che era venuta per arrestarlo e impedisce a Pietro di usare la spada per difenderlo (Gv 18,4-10), quando perdona i carnefici (Lc 23,34) e accoglie nel suo Regno il buon ladrone (Lc 23,40). E sappiamo che a tenerlo confitto in Croce fu l’amore per gli uomini (Gv 13,1; 15,13).
San Tommaso d’Aquino ci dice appunto che la passione di Cristo è sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Infatti, chiunque «vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù è assente dalla croce». Dunque, la via da battere per vivere la Legge nuova è quella del Calvario, difatti se «cerchi un esempio di carità... Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce... Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il crocifisso... Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene... Egli è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele...» (San Tommaso d’Aquino). Solo chi si fa inchiodare sulla Croce del Cristo può vivere la sua Parola, altrimenti tutto è pura follia.
 
Salviano di Marsiglia (De gubernatione): Cristo ci proibisce di litigare. Ma chi obbedisce a questo comando? E non è un semplice comando, giungendo al punto di imporci di abbandonare ciò che è lo stesso argomento della lite pur di rinunciare alla lite stessa: “Se qualcuno” - dice infatti - “vorrà citarti in giudizio per toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello” [Mt 5,40]. Ma io mi chiedo chi siano coloro che cedano agli avversari che li spogliano, anzi, chi siano coloro che non si oppongano agli avversari che li spogliano? Siamo tanto lontani dal lasciare loro la tunica e il resto, che se appena lo possiamo, cerchiamo noi di togliere la tunica e il mantello all’avversario. E obbediamo con tanta devozione ai comandi del Signore, che non ci basta di non cedere ai nostri avversari neppure il minimo dei nostri indumenti, che anzi, se appena ci è possibile e le cose lo permettono, strappiamo loro tutto! A questo comando ne va unito un altro in tutto simile: disse infatti il Signore: “Se qualcuno ti percuoterà la guancia destra, tu offrigli anche l’altra” [Mt 5,39]. Quanti pensiamo che siano coloro che porgano almeno un poco le orecchie a questo precetto o che, se pur mostrano di eseguirlo, lo facciano di cuore? E chi vi è mai che se ha ricevuto una percossa non ne voglia rendere molte? È tanto lontano dall’offrire a chi lo percuote l’altra mascella, che crede di vincere non solo percuotendo l’avversario, ma addirittura uccidendolo.
 
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 14 Giugno 2026
 
XI Domenica del Tempo Ordinario
 
Es 19,2-6a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Rm 5,6-11; Mt 9,36-10,8 
 
San Metodio Patriarca di Costantinopoli: È la figura di un patriarca di Costantinopoli ai tempi della Chiesa indivisa, la figura che il calendario liturgico presenta oggi alla venerazione dei fedeli. Siciliano d’origine (la sua formazione sarebbe avvenuta a Siracusa), Metodio fu monaco sull’isola di Chio prima di essere chiamato a Costantinopoli dal patriarca san Niceforo. Erano quelli gli anni in cui divampava lo scontro sulle icone. Fermo difensore della venerazione delle immagini, quando l’imperatore iconoclasta Leone V l’Armeno depose il patriarca Niceforo, Metodio si recò a Roma per informare papa Pasquale I dell’accaduto. Alla morte di Leone, il Papa inviò Metodio a Costantinopoli con una lettera in cui chiedeva fosse reinsediato come legittimo patriarca.
Ma la lotta non era ancora finita: ad attenderlo trovò infatti il carcere, dove rimase per anni. Solo con l’avvento dell’imperatrice Santa Teodora, verrà la svolta definitiva in favore delle icone. E Metodio tornerà sulla sede patriarcale di Costantinopoli. Morirà nell’847. (Avvenire)
 
Prima Lettura - Sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa: La localizzazione del Sinai è difficile. Dal IV secolo d.C., “la tradizione cristiana lo pone a sud della penisola che da esso trae nome, sul jebel Mousa (2245 m.). Ma un’opinione attualmente diffusa sottolinea i tratti di carattere vulcanico nella descrizione della teofania (Es 19,16+) e l’itinerario di Nm 33 (cf. Es 33,1+) per situare il Sinai in Arabia dove vulcani erano ancora in attività in epoca storica. Questi argomenti non sono decisivi; altri testi suppongono una localizzazione più vicina all’Egitto e a sud della Palestina. In conseguenza, un’altra teoria situa il Sinai presso Kades, appoggiandosi sui testi che mettono Seir, Edom e il monte Paran in rapporto con la manifestazione divina (Gdc 5,4; Dt 33,2; Ab 3,3). Ma Kades non è mai associato al deserto del Sinai e certi testi mettono chiaramente questo lontano da Kades (Nm 33; Dt 1,2; Dt 1,19). La localizzazione nel sud della penisola resta la più verisimile. Malgrado l’importanza duratura degli avvenimenti e della legislazione uniti al Sinai (Es 3,1- 4,17;  18; 19-40; Nm 1-10), gli israeliti sembrano avere dimenticato presto la sua ubicazione precisa. L’episodio di Elia (1Re 19, cf. Sir 48,7) è una eccezione. Per san Paolo (Gal 4,24s), il Sinai rappresenta l’antica alleanza ormai abolita.” (Bibbia di Gerusalemme)
L’alleanza stipulata sul monte, «farà di Israele il bene personale e sacro di Jahve [Ger 2,3], un popolo consacrato [Dt 7,6; 26,19] o santo [la parola ebraica significa le due cose] come il suo Dio è santo (Lev 19,2; cf. Lev il .44s; 20,7.26), un popolo di sacerdoti anche [cf Is 61,6J, poiché il sacro ha un rapporto immediato con il culto. La promessa troverà la piena realizzazione nell’Israele spirituale, la chiesa, dove i fedeli saranno chiamati «santi» [At 9,13] e, uniti al Cristo sacerdote, offriranno a Dio un sacrificio di lode [lPt 2,5.9; Ap 1,6; 20,6]» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura - Se siamo stati riconciliati per mezzo della morte del Figlio, molto più saremo salvati mediante la sua vita: San Paolo porta ancora nel cuore la luce abbacinante che lo atterrò sulla via che lo portava a Damasco. La salvezza è un dono gratuito, ha le radici nel cuore di Dio traboccante di amore per l’uomo, un amore che non viene scalfito dal peccato. Sarà l’amore per le sue creature che spingerà il Padre a mandare il Figlio nel mondo per salvare, con un patto eterno, tutti gli uomini. La morte di Gesù è la dimostrazione intangibile che Dio ama l’uomo e fino a che punto voglia liberarlo dal suo peccato e riconciliarlo a Sé.
 
Vangelo
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò.
 
Il Vangelo, oltre a mettere in evidenza i sentimenti di compassione del Maestro divino, ci ricorda la costituzione del gruppo apostolico. L’invio dei Dodici trova ragione nel cuore compassionevole del Cristo: Gesù misericordioso è il buon Samaritano dell’umanità ferita. L’indicazione di rivolgersi alle «pecore perdute d’Israele» non esclude l’universalità della missione apostolica, ma nasce dalla consapevolezza che la «salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22) e quindi è convenevole che il popolo eletto sia il primo e privilegiato referente.
Accanto al potere di scacciare i demoni c’è anche quello di guarire le malattie. Quest’ultimo suppone il primo. Entrambi stanno a significare che è venuta la fine delle forze del male e del dominio di Satana. Quindi poteri messianici, purtroppo oggi in larga misura ignorati nelle comunità cristiane.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,36-10,8 
 
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai nella sua messe!».
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».
 
Parola del Signore.
 
La messe è abbondante - Gesù ha già proclamato nel discorso della Montagna il programma e le esigenze del Regno dei cieli (Cf. Mt 5-7), ora affida ai Dodici il compito di annunciare alle «pecore perdute della casa d’Israele» il Vangelo della salvezza. A questo scopo, Gesù impartisce ai dodici discepoli istruzioni pratiche e conferisce loro poteri «sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e infermità». La vocazione e la missione dei Dodici scaturiscono da due constatazioni: dalla stanchezza e dalla sfinitezza delle folle e dalla abbondanza della messe.
Gesù è il «Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20) inviato a Israele. La sua compassione è motivata dallo stato pietoso in cui versano le folle: «erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore» (Cf. Ez 34,2-6; Ger 23,4). Più che sfinitezza (uno stato di estrema stanchezza), il testo greco parla di vessazione (eskulmenoi, vessate; così anche la neovolgata latina: erant vexati): un popolo vessato perché obbligato dalle autorità politico-religose ad osservare leggi troppo fiscali e spesso inutili (Cf. Mt 23,4) e perché sottoposto a continui maltrattamenti dalla potenza militare che aveva invaso la Palestina; praticamente, un popolo tormentato in senso morale e materiale.
La mietitura, un’immagine molto amata dai Profeti e anche da Giovanni il Battista, sta ad indicare il giudizio finale (Cf. Ger 51,33; Mt 3,12; 13,30.39; Mc 4,29; Gv 4,35). Nel brano evangelico sta a designare il ministero apostolico dei Dodici che con quello di Gesù inaugura i tempi ultimi, i tempi della fine. E poiché «la messe è abbondante» e «il tempo ormai si è fatto breve» (1Cor 7,29), è urgente pregare il «signore della messe perché mandi operai nella sua messe»: ora, «nella pienezza del tempo» (Gal 4,4), «è giunta l’ora di mietere, perché la messe della terra è matura» (Ap 14,15).
Anche se può sembrare ovvio, va messo in evidenza che Gesù non comanda ai discepoli di essere operai di Dio, ma di pregare. Un particolare che spesso è ignorato da tanti cristiani afflitti da un nervoso attivismo.
Gesù è molto sollecito nell’invitare i suoi discepoli alla preghiera, ma solo in quattro casi questo invito indica uno scopo preciso: 1, la preghiera per i nemici (Cf. Mt 5,44); 2, la preghiera per non entrare in tentazione (Cf. Mt 26,41); 3, la preghiera perché non venga meno la fede di Pietro (Cf. Lc 22,32); 4, la preghiera al padrone della messe perché mandi operai alla sua messe (Cf. anche Lc 10,2). Da qui si evince quanto sia importante la raccomandazione fatta da Gesù ai Dodici.
L’urgenza e la necessità di commuovere con la preghiera «il signore della messe» vuole sollecitare la realizzazione di un’antica profezia: dice il Signore vi «darò pastori secondo il mio cuore, i quali vi guideranno con scienza e intelligenza» (Ger 3,15). Il potere che Gesù dona ai Dodici è lo stesso potere che lui esercita a beneficio di tanti sventurati afflitti da svariate malattie e vessati dagli spiriti impuri (Cf. Mt 9,27-34). Il giudaismo chiamava gli spiriti impuri perché «estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio» (Bibbia di Gerusalemme).
I dodici apostoli vengono nominati, per coppie, partendo dai primi che sono fratelli. I «nuovi capi del popolo eletto devono essere dodici, come le tribù d’Israele. Questa cifra verrà ristabilita dopo la defezione di Giuda [At 1,26], per essere eternamente conservata in cielo [Mt 19,28p; Ap 21,12-14]» (Bibbia di Gerusalemme).
L’ordine di non andare tra i pagani e di non entrare nelle città dei Samaritani, pur limitando il campo d’azione dei dodici discepoli, non esclude di fatto l’universalità del ministero degli Apostoli. Risponde piuttosto ad un principio della salvezza: Israele, nel piano di Dio, doveva essere evangelizzato per primo, da qui la sua particolare responsabilità nell’accettare o rifiutare la Buona Novella (Cf. Gv 4,22; Atti 13,46). Il cuore della evangelizzazione è la proclamazione della sovranità di Dio sul mondo attraverso la presenza e l’opera di Gesù.
Un’altra nota di grande rilievo è la raccomandazione di un assoluto disinteresse. Se i discepoli hanno ricevuto gratuitamente mandato e poteri, questi devono essere esercitati gratuitamente. La predicazione non va retribuita, anche se la comunità è tenuta a contribuire al sostentamento dei predicatori (Cf. 1Cor 9,4-6). Anche qui, come per la preghiera, si impone un’urgente presa di coscienza.
 
Per approfondire
 
Giovanni Giavini
 
Giustificazione - L’insegnamento di Gesù (Schede Bibliche Pastorali Bibliche - Vol. IV) - Da quanto la chiesa primitiva ci ha trasmesso possiamo facilmente dedurre che Gesù ha condiviso l’idea giudaica della giustizia come rettitudine morale e adempimento della legge di Dio: in giusto rapporto con Dio sarà chi ne compie la volontà espressa nella legge.
Così egli parla del Padre «che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45), della sua missione che consiste nel chiamare non i giusti, ma i peccatori (Mt 9,13 e par.), dei giusti che risplenderanno come il sole nel regno del Padre celeste, dopo che nel giudizio sarà fatta netta separazione dei cattivi di mezzo ai giusti (Mt 13,43 e 49), dei giusti che si meraviglieranno di essere giudicati sulla solidarietà verso i bisognosi, cioè i fratelli più piccoli di Gesù (Mt 25,37).
Si deve però rilevare che Gesù insegna una nuova obbedienza, quella che s’impone come necessaria per poter entrare nel regno e che consiste nell’accettazione della definitiva rivelazione da lui compiuta del volere del Padre. Scribi e farisei potevano accontentarsi di un adempimento formale e legalistico, che metteva tutti i precetti e le tradizioni su un medesimo livello, staccava i doveri verso Dio da quelli verso il prossimo e stabiliva come valore assoluto la lettera della legge e il suo pur meccanico e superbo adempimento, così da finire spesso contro la legge.
Gesù invece («Ma io vi dico ...»: Mt 5) vuole un adempimento diverso, frutto di amore con tutto il cuore, che dia il valore supremo alla carità, quella verso Dio e verso il prossimo (anzi, anche verso il nemico) strettamente congiunti e inscindibili: «Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20); «Guardatevi dal praticare la vostra giustizia (ns. trad.) davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 6,1); «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti ... apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,27-28).
Già così fa chiaramente capire che un vero adempimento della legge di Dio è possibile solo prendendo come maestri non tanto Mosè o, tanto meno, scribi e farisei, ma lui, seguendo lui maestro e guida di giustizia e vita eterna. Si veda anche la duplice beatitudine di Mt 5,10 e 11: «Beati i perseguitati per causa della giustizia ... Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia».
Infine, è qui da menzionare la straordinaria parabola del fariseo e del pubblicano che anticipa la teologia paolina: «Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano, invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. lo vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro» (Lc 18,9-14).
 
Sofferenza - G. Basadonna: Premessa. “Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25). Così il viandante misterioso spiega ai discepoli di Emmaus il valore e il significato di ciò che era successo. Il grande scandalo che aveva distrutto le speranze dei seguaci veniva sciolto con una lettura coraggiosa delle profezie, con un’adesione piena al disegno di Dio.
Ma sempre l’uomo si scandalizza di fronte alla sofferenza propria e del suo simile, e nel suo turbamento cerca qualche risposta, in mancanza della quale ne rende colpevole la divinità.
I. Il problema della sofferenza. Tutta l’antichità in varie forme mitologiche o filosofiche o letterarie, si è posta il problema senza però raggiungere una soluzione accettabile. Ancora oggi, la tragedia greca, ad esempio, suscita un grande interesse proprio perché il problema della sofferenza umana viene esposto con tutta l’enfasi dell’arte e della poesia. Anche il libro di Giobbe ritorna su questa angosciosa domanda, ma la solita risposta della sofferenza come castigo di un male compiuto non è accettabile.
La sofferenza diventa così il grande mistero dell’uomo che non riesce a trovarne una spiegazione e che perciò inventa mezzi e modi per cancellarla dalla propria esperienza o per sommergerla in distrazioni e in analgesici quasi mai efficaci.
D’altra parte, tutta la storia umana è storia di sofferenza più o meno vistosa e così spesso determinata dalla stessa condotta dell’uomo. Il mistero si fa sempre più fitto e rimane senza risposta.
II. La sofferenza nella vita spirituale. È la presenza di Cristo, la sua vita, la sua morte e risurrezione, che apre uno spiraglio di luce e invita a uno sguardo molto più aperto al di là degli schemi filosofici.
In fondo, non serve chiedersi il “perché”. La sofferenza c’è, il Figlio di Dio ha voluto viverla nel modo più pieno possibile: non ne ha dato una spiegazione, è venuto non per abolire la sofferenza ma per riempirla della sua presenza. È questo il mistero cristiano, è questa la luce che illumina la storia dell’uomo.
S. Paolo arriverà a dire “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24): così la sofferenza umana entra a far parte del mistero di Dio che “spogliò se stesso, ... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,7-8). Il mistero della sofferenza trova soltanto in Cristo una risposta adeguata, anche per chi non conosce o non si unisce al Cristo.
Per il cristiano il passaggio è logico: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) è la regola della vita cristiana. Ciò comporta l’unione sempre più profonda con tutta la realtà del Cristo compresa la sua passione, morte e risurrezione dalla quale è iniziata la salvezza. Il cammino che Cristo ha intrapreso diventa il cammino del suo seguace, e la sofferenza che non sarà mai del tutto eliminata dal mondo (l’uomo sarà sempre mortale), diventerà un continuo richiamo alla propria coerenza di fede.
III. Si capisce così il valore redentivo della sofferenza quando essa viene accolta e offerta per essere unita alla sofferenza di Cristo e si capisce il compito del cristiano nel mondo, quello di offrire, elevare, unire tutta la ricorrente ondata di sofferenza che sommerge il mondo sotto la croce di Cristo. Il Calvario diventa così il centro del mondo, la croce aperta alle quattro direzioni accoglie ogni sofferenza e la rende feconda, passaggio di risurrezione.
È per questo che lungo i secoli molti cristiani sono stati così colpiti dal mistero del Cristo sofferente da desiderare una unione intima con lui crocifisso: non sono esagerazioni autolesioniste, ma posizioni concrete, logiche e feconde, sono anche elementi preziosi per la vita stessa dell’umanità.
Il mistero di Cristo resta mistero incomprensibile e non misurabile sugli schemi umani, ma certezza di un preciso disegno di Dio: così, il mistero della sofferenza resta mistero non risolvibile dalle capacità umane. È proprio questa misteriosità che allarga lo spirito, apre nuovi orizzonti, invita a guardare oltre: è già un modo per liberarsi da un’assurdità che condurrebbe alla disperazione.
La sofferenza diventa così cammino di salvezza, elevazione soprannaturale di tutta la realtà umana. Tutta la saggezza dell’uomo starà nella sua capacità di accettarsi come è, creatura, inserita in un disegno di amore che solo il Creatore può rivelare, e di fatto ha rivelato nel Figlio, il Cristo crocifisso e risorto.
 
Vedendo le folle, ne ebbe compassione ... - Ilario di Poitiers: Comm. Matth., X, 2.: evidentemente il Signore sente compassione di una folla tormentata dalla violenza dello Spirito immondo, che la tiene sotto il suo dominio ... perché non aveva ancora un pastore che le restituisse la protezione dello Spirito Santo. Ora il frutto di questo raccolto era abbondante, ma nessuno l’aveva ancora mietuto ... E poiché è necessario che siano in molti a farlo, esorta a pregare il Signore della messe, perché mandi molti operai nella sua messe, perché procuri cioè molti mietitori per raccogliere il dono dello Spirito Santo che già era preparato.
 
O Padre, che hai fatto di noi
un regno di sacerdoti e una nazione santa,
donaci di ascoltare la tua voce
e di custodire la tua alleanza,
per annunciare con le parole e con la vita
che il tuo regno è vicino.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.