10 Maggio 2026
VI Domenica di Pasqua
At 8,5-8.14-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 65 (66); 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male (II Lettura)
Enzo Bianchi (Sofferenza, Dizionario di Mistica): La sofferenza nella vita spirituale. È la presenza di Cristo, la sua vita, la sua morte e risurrezione, che apre uno spiraglio di luce e invita a uno sguardo molto più aperto al di là degli schemi filosofici. In fondo, non serve chiedersi il «perché». La sofferenza c’è, il Figlio di Dio ha voluto viverla nel modo più pieno possibile: non ne ha dato una spiegazione, è venuto non per abolire la sofferenza ma per riempirla della sua presenza. È questo il mistero cristiano, è questa la luce che illumina la storia dell’uomo.
S. Paolo arriverà a dire «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24): così la sofferenza umana entra a far parte del mistero di Dio che «spogliò se stesso, ... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,7-8). Il mistero della sofferenza trova soltanto in Cristo una risposta adeguata, anche per chi non conosce o non si unisce al Cristo.
Per il cristiano il passaggio è logico: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20) è la regola della vita cristiana. Ciò comporta l’unione sempre più profonda con tutta la realtà del Cristo compresa la sua passione, morte e risurrezione dalla quale è iniziata la salvezza. Il cammino che Cristo ha intrapreso diventa il cammino del suo seguace, e la sofferenza che non sarà mai del tutto eliminata dal mondo (l’uomo sarà sempre mortale), diventerà un continuo richiamo alla propria coerenza di fede. Si capisce così il valore redentivo della sofferenza quando essa viene accolta e offerta per essere unita alla sofferenza di Cristo e si capisce il compito del cristiano nel mondo, quello di offrire, elevare, unire tutta la ricorrente ondata di sofferenza che sommerge il mondo sotto la croce di Cristo. Il Calvario diventa così il centro del mondo, la croce aperta alle quattro direzioni accoglie ogni sofferenza e la rende feconda, passaggio di risurrezione.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo - Nella prima lettura viene descritta l’attività di Filippo e degli apostoli come predicatori del Vangelo. Annunciano con franchezza e coraggio la Buona Novella. Dio feconda la parola con la grazia interna e i miracoli esterni che prolungano l’opera taumaturgica di Gesù. Il Protagonista principale della evangelizzazione è lo Spirito Santo. L’importanza della missione di Filippo è data dal fatto che con essa si oltrepassano i confini del giudaismo ortodosso.
Seconda Lettura - Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito - Nella seconda lettura san Pietro «esorta i cristiani a porsi in grado di giustificare la loro speranza. La speranza abbraccia tutto il panorama della fede. Questa opera di conferma e di persuasione devono farla sempre con rispetto e cortesia per i non credenti, aggiungendo soprattutto la testimonianza della loro buona condotta, anche quando si trovassero dinanzi a malintenzionati e perfino persecutori. Così imiteranno il loro maestro, Cristo, che soffrì giusto per gli ingiusti al fine di condurre gli uomini a Dio. Come lui guadagneranno più efficacemente gli avversari» (Vincenzo Raffa).
Vangelo
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.
Gesù, nel Vangelo, per consolare i discepoli promette lo Spirito Santo: «io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità». Nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo sarà l’evangelizzatore, il missionario, l’operatore di prodigi e di miracoli, il rivelatore di Cristo, il santificatore. Inoltre, «quando [lo Spirito Santo] sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo [Gv 1,10] riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16,8). Questa Persona divina sarà mandata da Dio nel nome del Cristo (Cf. Gv 14,26). Nel brano evangelico vengono rivelati due misteri: quello della Trinità e quello della sua inabitazione nei discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola (Gv 3,11) e il Padre mio lo amerà e noi verremo (Ap 3,20) a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23)».
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanere con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Parola del Signore.
I capitoli 13-17 del Vangelo di san Giovanni, intesi come il testamento del Redentore, nella «trama del IV Vangelo segnano la grande manifestazione che Gesù fa ai discepoli dopo i lunghi dibattiti tenuti con i suoi avversari [capitoli V-X] sui suoi personali rapporti con il Padre» (P. Ortensio da Spinetoli). Le promesse che Gesù fa ai suoi discepoli sono pronunziate in un clima saturo di tensione spirituale e di profezie oscure, intrise di sangue. Per la comunità apostolica sta per sorgere un nuovo giorno gravido di tristezza e di sconforto: Simon Pietro rinnegherà il Maestro, nonostante le sue proteste di fedeltà; Giuda lo tradirà per trenta denari d’argento; tutti fuggiranno via, abbandonandolo nelle mani dei carnefici.
Gesù sa che ormai è arrivata «la sua ora di passare da questo mondo al Padre» (Gv 13,1; 17,1), sa che i suoi discepoli si scandalizzeranno della sua morte cruenta e sa anche che alla sua morte le pecore si disperderanno (Cf. Mc 14,27).
In questo clima di addio, Gesù vuole quindi consolare i suoi amici (Cf. Gv 15,15); vuole aprire, nonostante tutto, i loro occhi su un futuro pieno di luce, di vita nuova, di vittoria sul peccato e sulla morte; vuole dare ai loro cuori smarriti una speranza: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).
Se mi amate, Gesù ha già raccomandato l’amore tra i discepoli (Cf. Gv 13,34-355), ora parla dell’amore verso la sua persona.
Quando Dio, nell’Antico Testamento, stringeva un patto con il suo popolo esigeva che lo si amasse e si aderisse a lui «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,5). Ora, Gesù, nel rinnovare l’Alleanza nel suo sangue, si presenta ai suoi discepoli come colui che deve essere amato, così come un tempo richiedeva Dio. Ma aderire a questa alleanza e permanervi, osservando i comandamenti del Signore, non può essere solo frutto di puro sforzo umano: i discepoli hanno bisogno di un supplemento, di un aiuto divino. Hanno bisogno dello Spirito Santo. A questo scopo, il Maestro divino pregherà il Padre, il quale donerà il suo Spirito: è Gesù «colui che otterrà dal Padre il dono dello Spirito. La sua passione e la sua morte, offerte al Padre, costituiscono l’essenza di questa preghiera. Donando lo Spirito, il Padre dona tutto» (I quattro vangeli commentati).
Colui che verrà nel cuore dei credenti è il Paràclito, l’Avvocato: egli difenderà i discepoli dal Maligno, dall’accusatore (Cf. Zac 3,1; Ap 12,10).
Il termine Paràclito, qui nominato per la prima volta, preso dalla terminologia legale, indica l’avvocato o il difensore. Anche Gesù in Gv 2,1 è designato come il Paràclito: «Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto».
Il Paràclito «che verrà continuerà a svolgere l’opera di testimonianza del primo Paràclito [Gesù], assistendo i discepoli nel mettere a frutto la sua eredità d’amore» (Il Nuovo Testamento, Paoline).
Lo Spirito Santo «prenderà le difese del Cristo-Verità, nell’intimo delle coscienze dei credenti, vivendo in loro per sempre [Gv 14,16s], convincendo il mondo intorno al peccato, alla giustizia e al giudizio [Gv 16,8ss]. Lo Spirito Santo quindi è il Paràclito, perché avvocato difensore di Gesù nel processo intentato dalle tenebre contro la luce. Il termine “Paràclito” quindi indica la funzione di difesa della luce contro le tenebre [l’incredulità] e della verità contro la menzogna» (Salvatore Panimolle). Lo Spirito Santo dilaterà il cuore e la mente dei discepoli alla verità e, Maestro interiore, sua opera sarà quella di rievocare, di insegnare, di illustrare ai discepoli l’insegnamento di Cristo. Avvocato difensore parlerà in loro quando saranno trascinati dagli uomini maligni dinanzi ai tribunali per essere giudicati (Cf. Mt 10,17-20).
Il mondo non può ricevere lo Spirito di verità perché non può (non vuole) comprendere la verità di Cristo, perché non può (non vuole) capire lo scandalo della croce, perché ascolta un altro spirito, perché giace sotto il potere del Maligno (Cf. 1Gv 5,19), perché ha per padre il diavolo, il padre della menzogna, e vuole compiere i desideri del padre suo (Cf. Gv 8,44). Il mondo rifiuta di ascoltare il Verbo di Dio, morto svenato in croce per la sua salvezza, perché se l’ascoltasse dovrebbe impostare la sua vita diversamente: il mondo ama una vita senza croce, sprofondato nel più squallido e marcio edonismo, ama vivere nella esaltazione del proprio ingegno, del proprio io.
I cristiani, invece, conoscono lo Spirito, perché ogni giorno sperimentano la sua azione nella propria vita e in quella della comunità cristiana.
Gesù, con lo Spirito Santo, promette ai suoi discepoli anche la sua Presenza: «verrò da voi»; Gesù non li lascerà orfani perché abiterà per sempre nel loro spirito. Il mondo non lo vedrà più perché è accecato dai suoi peccati (Cf. Gv 9,41); invece, i discepoli lo contempleranno Risorto, lo vedranno nell’intimo del loro cuore, lo scorgeranno nei germi di una vita nuova che già ora fiorisce nella loro esistenza (Cf. Is 43,19), lo ravviseranno nella luce divina che accompagna i passi della Chiesa. I discepoli lo vedranno, perché egli vive: «Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap 1,17-18).
In questa dolcissima sperimentazione della presenza del Maestro, i cristiani faranno anche conoscenza dell’intima unione di Gesù con il Padre e di Gesù con loro: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».
Sarà il Paraclito a consentire ai discepoli di partecipare alla vita di Gesù e di essere in comunione con lui, come lui lo è con il Padre. Ma a condizione che essi osservino i comandamenti di Gesù.
Infatti, questa realtà-verità non è soltanto estasi, è innanzi tutto ortoprassi, concretezza di vita, un modo nuovo di vivere che consisterà nell’accettare e nell’osservare le sue parole, i suoi insegnamenti, i suoi comandamenti. In questo modo, e solo in questo modo, la promessa di Gesù si potrà realizzare perfettamente e in pienezza.
-> Gerd Theiβen
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito
Paraclito (greco colui che è chiamato a sé). Designa qualcuno che si pone in favore di un altro: l’intercessore, l’aiutante, il mediatore, più raramente l’avvocato. In 1Gv, Cristo è chiamato il nostro paraclito presso Dio, che intercede per i nostri peccati. Nei discorsi di addio di Gv (14-16) si parla invece di un “altro Paraclito” che viene identificato con lo “Spirito di verità”. Il suo compito nella comunità è la conservazione e il compimento della rivelazione in Cristo; il suo compito nei confronti del mondo è emettere l’accusa del peccato e il giudizio sul “principe di questo mondo”. Gv afferma di lui le stesse cose dette di Cristo: è inviato dal Padre, manifesto soltanto alla fede, insegna la verità. Questa posizione parallela offre una risposta all’interrogativo: come possono i cristiani, in quanto appartenenti a Cristo, continuare a vivere in questo mondo, se Cristo ha lasciato questo mondo e il suo ritorno è uscito dal campo visivo della comunità? Qui e ora, al posto di Cristo, subentra il Paraclito, lo Spirito, ma non come un surrogato di rango inferiore. Il Paraclito infatti guiderà a quella verità tutta intera della quale i discepoli, quando Gesù era ancora in vita, non erano capaci di portare il peso. Dal momento che il Paraclito prosegue l’opera di Cristo, è bene per i discepoli che Gesù ritorni al Padre, affinché venga il Paraclito (16,7s). Sembra quasi che si parli di rivelatori che si susseguono. Per questo si è supposto che questa idea sia stata qui ripresa e modificata: il Paraclito
Per approfondire
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (14,15). È la prima volta che Gesù parla dell’amore che i discepoli debbono avere per lui, ma si noti anche qui che non è affatto un amore che accentra, è sempre diffusivo. Non si ama infatti il Signore, se non si osserva quanto egli ha comandato, soprattutto il comandamento dell’amore vicendevole. Come si vede, le esigenze apostoliche vanno crescendo e, di pari passo, le esigenze di un maggiore aiuto. L’apostolo non ce la fa con le sue sole forze umane. Ha però un grande intercessore in cielo che così ha loro promesso: «E io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro difensore (letteralmente: Paraclito) affinché rimanga con voi per sempre» (14,16).
Quanto si è discusso sul «Paraclito». Alcuni l’hanno tradotto con «Consolatore», ma forse non hanno capito che, dal contesto, è la promessa che Gesù fa del Paraclito a consolare i discepoli, non il Paraclito. Etimologicamente la parola, come il latino «advocatus», ha senso passivo e significa «chiamato in (aiuto)» ed è generalmente usato in un contesto giuridico, come apparirà più avanti. Perciò il senso attivo di «Difensore» o «Sostenitore», da noi scelto, ci sembra il più adatto. Egli si presenta ai discepoli, anzitutto come il Difensore della causa di Gesù. Sarà sempre accanto ai discepoli ed essi ne percepiranno la presenza nella loro funzione di testimoni della Verità.
È infatti chiamato «Spirito della Verità» perché li aiuterà a continuare l’opera di Gesù-Verità, vero rivelatore del Padre e del suo piano di salvezza.
I discepoli se ne accorgeranno perché si sentiranno in urto con il mondo. Questo infatti, inteso come forza ostile a Dio, non può accogliere lo Spirito, suo vero antagonista, né riconoscerne la sua presenza. La riconosceranno invece i discepoli per il semplice fatto che neppure loro saranno accolti dal mondo.
Un terzo motivo di consolazione dà loro Gesù: «Non vi lascerò orfani, tornerò da voi» (14,18). La sua assenza sarà momentanea. E anche in ciò i discepoli avranno quella gioia che il mondo non può avere. Il mondo infatti non lo vedrà più, essi invece lo vedranno perché, come dice loro, «io vivo e voi vivrete». La morte per Gesù è solo un passaggio, anche se doloroso; la vita che egli possiede con il Padre continuerà e finalmente sarà comunicata anche ai suoi discepoli. Alcuni di loro, suoi contemporanei, lo vedranno risorto; tutti lo vedranno in un’esperienza di fede. La risurrezione sarà il momento che rivelerà ad essi la vera realtà di Cristo; allora finalmente, come già aveva loro detto (14,10-11; vedi 10,38), conosceranno che il Padre è veramente nel Figlio e il Figlio nel Padre; che Gesù realmente è «la Verità», perché rivela perfettamente chi è il Padre e perché continua ad essere in mezzo a loro.
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): L’annuncio di un altro Paràclito era fondata nel v. l6a su una richiesta di Gesù al Padre, il Donatore, poi essa si è dispiegata secondo il suo particolare contenuto. Nel v. 18, ritorna con forza l’IO del Figlio: il Maestro che se ne va riprende la parola su se stesso: egli stesso ritornerà ai discepoli ed essi vivranno della sua vita, a immagine del legame che lo unisce al Padre:
18 Non vi lascerò orfani, vengo a voi. 19 Ancora un poco, e il mondo non mi vedrà più; ma voi vedrete che io vivo e anche voi vivrete. 20 In quel giorno conoscerete anche voi che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi.
Il contenuto del v. 18 comanda quello degli altri due che, iniziando ciascuno con una nota temporale, esplicitano il frutto della venuta di Gesù ai credenti.
Dietro a questi testi c’è una comunità in cui alcuni, sicuri di possedere ormai lo Spirito e di essere entrati in un’era nuova ritenevano che il ruolo di Gesù fosse superato?
Le lettere giovannee testimoniano della crisi che divideva a questo proposito la comunità, minacciando di compromettere il fondamento stesso della fede cristiana. Senza menzionare qualche interpretazione deviante né prendere un accento polemico, l’evangelista espone il ruolo sovraeminente del Figlio glorificato, cui rimane subordinata l’attività dello Spirito.
Il termine «orfani» evoca la partenza o piuttosto la morte, ma i discepoli non resteranno abbandonati: «Io vengo (verrò) a voi», dice Gesù. Non lo dice come quando annunciava loro che sarebbe ritornato per condurli là dove egli è, nella casa del Padre (14,3).
Certamente questa parola significava, già per il lettore avvertito una venuta costante del Figlio nel corso dei secoli, ma ora non è più questione di un altrove per il discepolo, né di un ritornare di Gesù; la sua venuta è affermata in senso assoluto ed è del tutto vicina: avrà luogo dopo un breve intervallo, più precisamente «in quel giorno».
Questa espressione tradizionale designa nel Primo Testamento il momento di un grande intervento divino e, nel Nuovo, la parusia di Cristo (Parousia deriva dal verbo pareimi che significa sia «essere presente» [Gv 11,28], sia «essere arrivato» [per esempio Atti 10,21])».
Gesù se ne serve per evocare il giorno della propria risurrezione dai morti. Di fatto, Giovanni è l’unico evangelista che usa il verbo «venire» nei racconti delle apparizioni pasquali (Cf. 20,19.24).
Qui Gesù annuncia: «Voi vedrete che io vivo», riferendosi in primo luogo a tali incontri e confermando che la prospettiva è quella della vittoria sulla morte. In un certo senso, si può dire che Giovanni anticipa la parusia di Cristo al giorno di Pasqua; tuttavia solo i discepoli, e non il mondo, riconosceranno Gesù vivente. Si aggiunge subito: «ed anche voi vivrete»: grazie alla venuta di colui che ha attraversato la morte, i credenti avranno parte alla comunione divina.
Le apparizioni pasquali non sono un termine, ma l’inizio di una Presenza che dura:
20 Conoscerete anche voi che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi.
Da «quel giorno», i discepoli conosceranno in verità chi era Gesù di Nazaret: il Figlio, uno con il Padre, il Vivente per eccellenza (Cf. 5,26), e scopriranno che cosa significa per loro credere in lui.
Il primo stico del v. 20 ricorda l’immanenza reciproca di Gesù e del Padre che è stata affermata in 14,10-11 come oggetto di fede; la rivelazione dell’immanenza reciproca del Figlio e dei discepoli, annuncio nuovo in Gv, è letterariamente in continuità con essa. Si sostituisce lo schema della interiorità, della inabitazione, allo schema della esteriorità che, a causa della visione e anche dell’audizione, rimane quello dei racconti di apparizione. Ogni distanza, ogni faccia-a-faccia sono soppressi: nella relazione personale dell’ amore la dualità diventa unione.
Malgrado il suo carattere non-rappresentabile, l’immanenza reciproca dei discepoli e del Figlio troverà una spiegazione nell’immagine della vite e dei tralci nel c. 15.
Anche dello Spirito era stato annunciate: «egli sarà in voi» (14,17), e questo solleva la questione del rapporto di Gesù con lo Spirito. Ma la reciprocità vale solo per la relazione tra il Figlio ed il credente.
Non vi lascerò orfani: Guerric d’Igny (II Sermone per l’Avvento): Tre sono le venute del Signore. La prima è quella della grazia (compiuta con la sua Incarnazione); l’ultima sarà quella della gloria (alla fine del mondo) ... mentre la seconda è una visita intima, il cui tempo varia secondo il merito e la diligenza di ciascuno. Questa venuta ci rende conformi alla prima e ci prepara alla seconda ... se nella prima Egli è apparso disprezzabile e se nell’ultima apparirà terribile, in quest’avvento intermedio appare contemporaneamente amorevole e amabile ... Momento meraviglioso e amabile quello in cui Dio-amore penetra nell’anima che ama, in cui cioè lo Sposo si unisce alla sposa in unità di spirito, in modo che essa si trovi trasformata in quella stessa immagine in cui essa contempla, come in uno specchio, la gloria del Signore. Beati coloro la cui ardente carità ha già meritato d’onore questa sublime condizione!
Testimoni di Cristo - San Frodoino, Abate: “Frodoino figlio di un nobile franco (Magafredo), giovanissimo fu “oblato” al monastero dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa, ove poi fu anche monaco. Il 10 febbraio 773, alla morte dell’abate Asinario, assunse il governo. Egli resse l’abbazia in uno dei tempi di maggior splendore. Era amico di Carlo Magno, il quale stabilì presso la Novalesa il quartiere generale nella battaglia delle Chiuse (presso la Sacra di San Michele) che gli aprì la via verso Roma, immortalata nell’Adelchi manzoniano. Carlo Magno non dimenticò l’amicizia e l’aiuto dell’abate, determinanti per l’esito della guerra e concesse numerose franchigie e donazioni all’abbazia. Occupata l’Italia, incoronato in Roma nell’aprile 774 re dei Longobardi, Carlo Magno sulla via del ritorno si soffermò nuovamente in Novalesa, dove affidò a Frodoino il figlio Ugo in tenera età, affinché ne facesse un buon monaco. Frodoino fu uomo di grande saggezza e di grande attività: diede valido incremento agli studi presso i suoi monaci. Sotto di lui lavorò il monaco Atteperto, famoso copista di cui si conserva ancora un magnifico evangeliario. Dopo quarantatre anni di governo, Frodoino, celebre per nobiltà e splendore di virtù, morì in fama di santità nell’anno 816” (www.santiebeati.it).
O Padre, che per la preghiera del tuo Figlio
ci hai donato lo Spirito della verità,
ravviva in noi con la sua potenza
il ricordo delle parole di Gesù,
perché siamo pronti a rispondere
a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.