27 Maggio 2026
Mercoledì della VIII Settimana T. O.
1Pt 1,18-25; Salmo Responsoriale dal Salmo 147; Mc 10,32-45
... il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire (Vangelo)
Papa Francesco (Discorso, 8 maggio 2013): ... non dobbiamo mai dimenticare che il vero potere, a qualunque livello, è il servizio, che ha il suo vertice luminoso sulla Croce. Benedetto XVI, con grande sapienza, ha richiamato più volte alla Chiesa che se per l’uomo spesso autorità è sinonimo di possesso, di dominio, di successo, per Dio autorità è sempre sinonimo di servizio, di umiltà, di amore; vuol dire entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi agli Apostoli (cfr. Angelus, 29 gennaio 2012), e che dice ai suoi discepoli: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse... Tra voi non sarà così; proprio il motto della vostra assemblea, “tra voi non sarà così” - ma chi vuole essere grande tra voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27).
Pensiamo al danno che arrecano al Popolo di Dio gli uomini e le donne di Chiesa che sono carrieristi, arrampicatori, che “usano” il popolo, la Chiesa, i fratelli e le sorelle – quelli che dovrebbero servire -, come trampolino per i propri interessi e le ambizioni personali. Ma questi fanno un danno grande alla Chiesa. Sappiate sempre esercitare l’autorità accompagnando, comprendendo, aiutando, amando; abbracciando tutti e tutte, specialmente le persone che si sentono sole, escluse, aride, le periferie esistenziali del cuore umano. Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella Chiesa, dove Colui che è il Signore si fa servo fino al dono totale di sé.
Liturgia della Parola
I Lettura: L’apostolo Pietro espone ai destinatari della sua lettera le esigenze della nuova vita che deve essere contrassegnata dall’amore fraterno: Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri. Questa nuova vita è voluta da due motivi fondanti: innanzitutto perché i credenti sono stati liberati dalla loro vuota condotta ereditata dai loro padri non a prezzo di cose effimere, come l’argento e l’oro, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia, e, infine perché rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna: “Germe di vita, la parola di Dio è all’origine della nostra rinascita divina e ci dà la possibilità di agire secondo la volontà di Dio [1Pt 1,22-25; Gc 1,18+; Gv 1,12s; 1Gv 3,9; cfr. 1Gv 2,13s; 5,18], perché essa è piena di potenza (1Cor 1,18; 1Ts 2,13; Eb 4,12). Per Giacomo, la Parola è ancora la legge mosaica [Gc 1,25]; per 1Pt è la predicazione evangelica [1Pt 1,25; cfr. Mt 13,18-23p]; per Giovanni, è il Figlio di Dio in persona (Gv 1,1+). Paolo vede nello Spirito il principio che ci costituisce figli di Dio (Rm 6,4+), ma lo Spirito è il dinamismo della Parola” (Bibbia di Gerusalemme).
Vangelo
Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato.
Gesù per la terza volta predice ai Dodici la sua Morte e la sua Risurrezione. Giacomo e Giovanni, forse credendo che la loro avventura stava per finire per sempre, pensano di accaparrarsi un futuro sicuro, e così chiedono a Gesù: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. I due fratelli forse avevano pensato alla sequela come a una gita fuori porta, e, alla fine, allegramente, arrivare ai primi posti. Gesù non rimprovera i due Apostoli perché non sanno quello che chiedono, ma fa loro ben comprendere che porsi alla sua sequela ha dei costi altissimi: Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato? E poi gettando uno sguardo nel futuro, Gesù predice il loro martirio per il Vangelo. Per Giacomo il martirio si realizzerà nell’anno 44 per opera d’Erode Agrippa, Giovanni invece avrà la sua parte di sofferenze e di tribolazioni, così come ricorda il libro dell’Apocalisse. Mettersi dietro a Gesù occorre tenacia, fermezza, coraggio, e non dimenticare mai che la sequela è un dono non una scelta umana (Gv 15,16), ecco perché il discepolo ha sulle sue labbra le parole del Siracide: “Ricompensa coloro che perseverano in te, i tuoi profeti siano trovati degni di fede” (Sir 36,18).
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,32-45
In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Parola del Signore.
Cosa volete che io faccia per voi - Il racconto evangelico odierno è posto tra il terzo annuncio della passione (Mc 10,32-34) e la guarigione del mendicante cieco Bartimeo, figlio di Timeo (Mc 10,46-52). Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appàiono i più risoluti in questa ricerca.
Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è perentoria: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28 ), i figli di Zebedeo, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo è «per coloro per i quali è stato preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci si sdegnarono». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.
Per approfondire
Roberto Tufariello - Il Servo di Iahvè - Figura escatologica e messianica - Diverse sono le interpretazioni degli esegeti sulla figura del Servo del Deuteroisaia. Qualcuno sostiene l’interpretazione collettiva (il Servitore si identifica con l’Israele storico o con quello ideale); altri preferiscono l’interpretazione individuale non messianica (il Servitore si identifica con un personaggio del passato, come Mosè o Geremia, o del presente: un contemporaneo del Deuteroisaia o il Deuteroisaia stesso); altri danno di questo personaggio una esegesi individuale messianica (l’autore, ispirandosi a un personaggio storico - come Ioakin, re esiliato, o Giosia, re riformatore e giusto, o uno dei maggiori profeti, - avrebbe delineato un uomo del futuro, mediatore di salvezza); altri esegeti, infine, si rifanno alla concezione della personalità corporativa, che permette di vedere nel Servo un personaggio preciso, che però simboleggia e riassume in sé tutto il suo popolo.
Tra i diversi aspetti della figura del Servo, vogliamo qui sottolineare le sue caratteristiche messianiche ed escatologiche. Il Deuteroisaia era stato testimone di gravi insuccessi subiti dal popolo eletto: il ritorno dall’esilio si era compiuto senza prodigi e per un numero limitato di persone (cf. Esdra 8, che si riferisce a circa cent’anni più tardi); le nazioni pagane non si erano convertite come si attendeva (cf. Is. 45,22-24; 54,5). Il ritorno dall’esilio e la conversione dei pagani rimanevano un oggetto di attesa e di speranza per il futuro (Is. 57,18-19; Ag. 2,7-8.22; Zac. 2,15; 8,7; 10,10).
Ora il Deuteroisaia riprende questi elementi essenziali del disegno di Dio e li esprime in una prospettiva totalmente nuova.
Questa volta - assicura l’autore sacro - il disegno di Dio non mancherà di realizzarsi: «Ma a Iahvè è piaciuto prostrarlo con dolori; - poiché offrirà se stesso in espiazione, - vedrà una discendenza longeva, - la volontà di Iahvè si effettuerà per mezzo suo» (Is. 53,10).
Lo strumento di quest’opera di salvezza sarà un personaggio escatologico: non più Ciro (Is. 44,28; 45,1), ma un uomo scelto in mezzo a Israele, che incarnerà e riassumerà in sé il vero popolo di Dio: «Mi disse: Mio servo tu sei, Israele, - attraverso il quale manifesterò la mia gloria» (Is. 49,3).
Questo personaggio viene descritto con elementi che richiamano le figure di Mosè, Ezechiele e soprattutto Geremia: gli è affidato il ministero della parola, dell’intercessione, dell’Alleanza, ministero che lo pone in lotta contro il peccato (cf. Is. 42,1.6-7; 50,4). Egli, però, porterà realmente nella sua carne le stimmate del peccato: «Pertanto egli ha portato i nostri affanni, - egli si è addossato i nostri dolori - e noi lo abbiamo ritenuto come un castigato, - percosso da Dio e umiliato. - Egli è stato trafitto per i nostri delitti, - schiacciato per le nostre iniquità. Il nostro castigo salutare si abbattè su di lui; - per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is. 53,4-5).
Non solo rischierà il martirio, come Geremia, ma lo affronterà effettivamente (Is. 53,10). L’efficacia di questo martirio viene indicata mediante la terminologia liturgica: è un sacrificio di «espiazione» (cf. Lev. 6). Alcuni elementi, desunti dal mes-sianesimo regale (cf. Is. 42,1 e 11,2; 53,12 e 9,2), dicono con sufficiente chiarezza che si tratta di una figura messianica, si tratta però del messia-profeta, e non del messia-re. La sua figura è quella di un salvatore di Israele e dell’umanità, è quella di un «redentore» che espia mediante la sua sofferenza i peccati degli uomini. Questa interpretazione messianica ed escatologica dei carmi del Servo di Iahvè nel NT diventa chiaramente cristologica: il profeta annuncia la realtà futura orientando gli spiriti nella direzione più giusta. Nel NT è a Gesù che viene riferita la figura del Servo; Gesù stesso applica a sé Is. 53,12 (cf. Lc. 22,37). Giovanni Battista allude indubbiamente a Is. 53 (Gv. 1,29), quando chiama Gesù: «Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Tutto Is. 53 è giustamente considerato la più meravigliosa e completa anticipazione profetica dell’opera espiatrice di Cristo, che muore e risorge per la salvezza del suo popolo.
Pseudo Macario, Omelie spirituali, 12,4-5: Tutti i giusti hanno percorso una strada angusta e aspra, sopportando persecuzioni, angustiati e maltrattati... costretti a rifugiarsi nelle spelonche e nelle caverne scavate nella terra [Eb 11,37-38]. Anche gli apostoli, non diversamente, dicono: Sino a questo momento noi soffriamo la fame, la sete, la nudità; siamo schiaffeggiati e non abbiamo ove poterci stabilire [1Cor 4,11]. Alcuni di loro furono decapitati, altri crocifissi, altri ancora sottoposti alle più diverse torture. E il Signore stesso dei profeti e degli apostoli, dimentico, per così dire, della sua divina gloria, che testimonianza ci ha lasciato? Mostrando a noi il modello da imitare, sopportò l’onta gravissima di recare sul capo la corona di spine, subendo gli sputi, le percosse e la croce. Se Dio, su questa terra, si è comportato a quel modo, a noi toccherà di imitarlo; se gli apostoli e i profeti, poi, non sono stati da meno, anche noi, se abbiamo in animo di costruire sulle fondamenta che il Signore e gli apostoli ci hanno lasciato, dobbiamo seguirli lungo la stessa strada. Raccomanda, infatti, l’Apostolo, dietro suggerimento dello Spirito Santo: Siate miei imitatori, come io stesso lo sono di Cristo [1Cor 11,1]. Se, al contrario, aspiri alla gloria umana e desideri ricevere onori ed essere rispettato e vai cercando una vita comoda, significa che hai già smarrito la strada che dovevi seguire. Occorre infatti che tu sia crocifisso assieme a colui che è stato crocifisso e soffra con chi ha sofferto, per esser glorificato in unione a colui che è stato glorificato [cfr. Rm 8,17]... Non è concesso, insomma, se non a prezzo di sofferenze e procedendo lungo un sentiero aspro, angusto e impervio, di entrare nella città dei santi, per riposare e regnare insieme con il re, nell’infinità dei secoli.
Testimoni di Cristo - Sant’Atanasio Bazzekuketta Martire (Uganda, 1866 - Nakiwubo, 27 maggio 1886): Atanasio Bazzekuketta fa parte del gruppo - venerato oggi con la dizione Carlo Lwanga e compagni - di 22 martiri ugandesi. Questi furono uccisi in diverse fasi sotto il re Muanga, durante una persecuzione che costò la vita in poco più di un anno, dal novembre 1885 al febbraio 1887, a un centinaio di cristiani. Muanga e il predecessore, re Mutesa, avevano accolto favorevolmente l’annuncio del Vangelo da parte dei missionari Padri Bianchi. Ma l’erede, salito al trono, mutò tragicamente parere. Atanasio era il custode del regio tesoro e fu ucciso il 3 giugno del 1886 a soli 20 anni. Si offrì ai carnefici che durante una marcia di trasferimento dei cristiani imprigionati ne uccidevano uno a ogni crocicchio per incutere terrore agli altri. I martiri ugandesi sono stati beatificati nel 1920 da Benedetto XV e canonizzati nel 1964 da Paolo VI, che nel 1969 consacrò il santuario a loro dedicato nella località ugandese di Namugongo. (Avvenire)
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.