24 Maggio 2026
Domenica di Pentecoste
At 2,1-11; Salmo Responsoriale 103 (104); 1Cor 12,3b-7. 12-13; Gv 20,19-23
Prima Lettura - Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare: Sono innumerevoli i doni con i quali lo Spirito Santo arricchisce la comunità apostolica. Tra questi eccelle il parlare in lingue. Di questo fenomeno mistico vi sono due interpretazioni: o gli apostoli hanno ricevuto il dono di parlare in lingue straniere per cui furono compresi dai vari gruppi etnici convenuti a Gerusalemme; oppure essi hanno parlato in lingua, e gli astanti, illuminati interiormente, li hanno compresi. Quest’ultima interpretazione sembra essere indicata dal testo lucano, che mostra gli apostoli estatici e per questo derisi da chi non è in grado di comprenderli.
Seconda Lettura - Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo: San Paolo, nelle sue lettere, spesso parla di carismi, manifestazioni dello Spirito, visioni, rapimenti: «Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore. So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’ uomo – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2Cor 12,1-4). I cristiani di Corinto, in modo particolare, erano stati «arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza» (1Cor 1,5), tanto che l’apostolo Paolo si sente in dovere di ringraziare il Padre della luce, datore di ogni dono perfetto (Cf. Gc 1,17), a motivo della grazia di Dio che era stata data loro in Cristo Gesù (Cf. 1Cor 1,4). Ma al di là della contentezza a motivo della prodigalità divina, Paolo si vede costretto a intervenire perché invece di essere fonte di coesione o di virtù, come l’umiltà o la carità, la ricerca dei carismi e il loro uso sregolato avevano creato tra i Corinzi divisioni e malumori. Questo andava proprio contro l’opera pacificatrice e unificatrice dello Spirito Santo da cui tutti i carismi hanno origine.
SEQUENZA
Vangelo
Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi.
Pietro e il discepolo che Gesù amava hanno già visitato la tomba vuota, il Risorto è apparso a Maria di Magdala, ora appare agli Undici rinserrati in casa per timore dei Giudei. Il tema di questa pericope è straordinariamente ricco: il dono della pace, l’ostensione di Gesù, la gioia dei discepoli, la missione, il dono dello Spirito Santo, il potere di rimettere i peccati.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Parola del Signore.
La sera di quel giorno, il primo della settimana
Giovanni segue il computo romano o greco, per gli Ebrei invece al tramonto era già iniziato il secondo giorno. Il Sinedrio, con la morte di Gesù, pensava di aver messo fine alla vicenda religiosa del Nazareno e dei suoi seguaci. Per maggiore precauzione aveva sigillato la tomba ponendola anche sotto sorveglianza armata ed era quindi ben intenzionato a sradicare ogni forma di proselitismo.
... mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei. Gli Undici, con il cuore pieno di timore, sono in casa con le porte ben sbarrate perché sanno che le minacce dei Farisei non cadono mai a vuoto. Le case generalmente avevano una porta, se quella che ospitava gli Undici ne aveva diverse forse il dettaglio sta ad indicare che era la dimora di un uomo ricco. Nonostante tale stato d’animo, la certezza della Risurrezione, con la sua luce, già invadeva il cuore e la mente dei discepoli, spazzando via con energia incertezze, incredulità, paure (Cf. Gv 20,1-18).
Gesù, entrando a porte chiuse, ritorna fra i suoi annunciandosi come fonte di pace, vita e salvezza.
Saluta i discepoli con un saluto molto caro agli Ebrei: Pace a voi (Cf. Gdc 6,23; 19,20; Lc 10,5) e nell’augurarla, la dona.
Detto questo, mostrò loro le mani ...: non è un fantasma (Cf. Lc 24,37-38), è veramente il loro Maestro che essi hanno contemplato confitto sul legno della croce, le mani hanno il segno dei chiodi, il fianco reca lo squarcio provocato dalla lancia, ora, è lì, vivo, in mezzo a loro... il Crocifisso è risorto, come aveva detto (Mt 28,6). Stupefatti, i discepoli sono ricolmi di gioia. Gesù risorto è la fonte della gioia, quella vera. Quella sera si compiva quanto lui aveva loro promesso: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla» (Gv 16,21-23). Dopo aver donato per la seconda volta la pace, Gesù risorto affida agli Undici la missione di essere suoi apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21).
«Si osservi il parallelismo sinonimico, presente in questo passo, con il quale l’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello del Figlio da parte di Dio: Come il Padre ha inviato ME, anch’io mando voi. Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli ad essere gli araldi del Risorto; essa sta per essere sigillata con il dono dello Spirito santo» (Alberto Salvatore Panimolle).
Soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo...», lo Spirito Santo che era stato tante volte promesso nel tempo della vita mortale di Gesù viene ora donato. Il verbo soffiare rievoca la creazione dell’uomo: il «Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Tale accostamento è suggerito dal fatto che qui si trova «lo stesso verbo raro di Gen 2,7 [Cf. Sap 15,11]: Cristo risorto dona ai discepoli lo Spirito che effettua come una ri-creazione dell’umanità. Possedendo fin d’ora questo principio di vita, l’uomo è passato dalla morte alla vita [Gv 5,24 ], non morirà mai [Gv 8,51]. È il principio di un’escatologia già realizzata. Per Paolo (almeno nelle sue prime lettere), questa ri-creazione dell’umanità si produrrà solo al ritorno di Cristo [1Cor 15,45, che cita Gen 2,7] (Bibbia di Gerusalemme).
Con il dono dello Spirito Santo gli Undici vengono santificati nella verità [Gv 17,17-19] e abilitati alla loro futura missione, che si specifica nel perdonare i peccati e nel potere correlativo di non perdonarli. Tale potere di perdonare o di non perdonare i peccati è espresso in forma simile da Mt 16,19 e 18,18, dove è usata una forma più giuridica.
Al di là delle difficoltà che pone il versetto giovanneo, nelle parole di Gesù possiamo cogliere la gioia e la consolazione che nel mondo c’è il perdono dei peccati e che questo potere è stato dato agli uomini (Mt 9,7).
La missione apostolica sarà gravida della presenza del Risorto (Cf. Mt 28,20) e porterà i tratti della sua infinita misericordia.
Per approfondire
Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. - Maria Grazia Danieli (Lingua in Schede Bibliche Pastorali): Dono delle lingue: glossolalia - Nelle religioni orientali ellenistiche, glossa riveste anche il significato di espressione straniera, oscura, bisognosa di interpretazione per la lingua o per la struttura: così nei testi di Plutarco relativi ai misteri di Iside e Osiride e ai responsi della Pizia delfica: cioè accanto alla lingua parlata c’è una lingua secretior propria della mistica religiosa, che esprime in un cifrario misterioso, comprensibile solo agli iniziati, le parole degli dèi. Il singolare fenomeno del «parlare in lingua» (descritto in 1Cor. 12,14; in Atti 10,46; 19,6), connesso anche con il parlare nuove lingue di Marco 16, 17 e con il parlare altre lingue o lingue diverse di Atti 2, 4 ci è noto soprattutto dalla vivida descrizione che di esso si legge nella prima lettera ai Corinti. La glossolalia costituisce, allo stesso modo del profetare, un carisma, una espressione verbale prodotta dallo Spirito (1Cor. 12; 14).
1Cor. 12,10.28.30: ... a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue... poi vengono i miracoli, poi i doni di guarigione, quelli che hanno il dono dell’assistenza, del governo, delle lingue ... Tutti possiedono doni di guarigione? Tutti parlano in lingue? Tutti fanno da interpreti?
1Cor. 14,2: Chi parla in lingue non parla agli uomini, ma a Dio; infatti nessuno capisce, dicendosi cose misteriose nello Spirito.
Come afferma l’ultima frase citata, la glossolalia è una espressione non rivolta agli uomini, ma a Dio: «Che se non vi è chi interpreta, scrive Paolo, questi tali tacciano nell’assemblea, e parlino a se stessi e a Dio» (1Cor. 14,28). Questo «parlare» consiste in una preghiera, o forse anche in un canto di ringraziamento e di lode (Atti 10,46), e ha come effetto l’edificazione del carismatico, non della comunità: «Chi parla in lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica la chiesa... Che se tu benedici soltanto con lo spirito, colui che assiste come semplice uditore come potrebbe dire l’amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici?» (1Cor 14,4.16). Il noùs è completamente assente da questo esprimersi pneumatico (1Cor. 14,4). Il glossolalo infatti dice a se stesso e ad altri cose oscure e misteriose (Cf. 1Cor. 14,2.9.11.15ss.), emette suoni inarticolati come uno strumento suonato senza distinzione di toni (1Cor. 14,7.21), dando l’impressione di parlare in lingue straniere incomprensibili. Le effusioni incontrollate e contemporanee di molti glossolali possono dare alla comunità riunita l’aspetto di una accolta di esaltati (1Cor. 14,23.27). Le glossai costituiscono però anche un segno prodigioso della presenza di una forza soprannaturale irresistibile.
In conclusione, la glossolalia presente nella comunità di Corinto e così minuziosamente esaminata da Paolo era un esprimersi estatico ed incomprensibile, attraverso un balbettio di parole e suoni senza nesso e significato, che ha un indubbio termine di confronto nella mistica estatica dell’ellenismo. Tuttavia Paolo coglie il significato distintivo di tali manifestazioni della chiesa nascente: la glossolalia è un carisma dello Spirito santo, di cui egli stesso è gratificato: «Grazie a Dio, io parlo in lingue molto più di tutti voi» (1Cor. 14,18; Cf. 2Cor. 12,3-4).
Peraltro l’apostolo esige che l’esercizio pubblico della glossolalia venga rigorosamente disciplinato, vagliato e rivolto all’edificazione collettiva (1Cor. 14; 1Tess. 5,19-21).
1Cor. 14,27: Quando si parla in lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine, e uno faccia da interprete.
Così, se i Corinti, ancora tributari al loro passato pagano, sono inclini a ritenere la glossolalia come il fenomeno «pneumatico» per eccellenza (Cf. 1Cor. 14,37), devono ben riconoscere la superiorità del dono della profezia (1Cor. 14,1-5) e, al di sopra dei carismi transitori, devono tendere a riconoscere il dono supremo della agape (1Cor. 13).
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne - Passioni e desideri: Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto ricorda loro che lo Spirito Santo abita nei credenti come in un tempio (Cf. 1Cor 3,16; 6,19). Una affermazione che equivale a dire che il Paràclito vivifica e anima dal di dentro il fedele. Sottintendendo la docilità dell’inabitato, perché Dio non ha mai violato e violentato la libertà umana.
Tra i tanti atteggiamenti distorti, in modo particolare, due peccati rendono “impotente” la Presenza vivificante e ricreatrice dello Spirito: i peccati contro l’unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa (Cf. Ef 4,30) e la fornicazione: «State lontani dalla fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi» (1Cor 6,18-19). Per la disgregazione del corpo di Cristo, bene fa notare Settimio Cipriani: come «l’antico tempio era caratterizzato dalla presenza della “gloria di Dio” che si manifestava nella nube, il nuovo è caratterizzato dalla presenza dello “Spirito Santo” che inabita nell’intimo dei cuori. Perciò è un atto criminale, che Dio punirà certamente, il “profanare” questo tempio, che è la comunità cristiana, con l’errore e soprattutto con lo spirito di fazione e di divisione, perché “santo è il tempio di Dio che siete voi”».
Alla fornicazione possiamo aggiungere l’aborto, l’omosessualità, la pedofilia, la prostituzione, quest’ultima vera «piaga sociale»: «Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo, tempio dello Spirito Santo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2355). A tanti mali possiamo assommare la dilagante pornografia, la quale lede «gravemente la dignità di coloro che vi si prestano [attori, commercianti, pubblico], poiché l’uno diventa per l’altro oggetto di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno. Immerge gli uni e gli altri nell’illusione di un mondo irreale. È una colpa grave» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2354).
Negli anni passati, fu immesso sui mercati internazionali un videogame il quale insegnava a violentare le ragazzine minorenni, tra grida, pianti e abiti strappati. E qualcuno sosteneva pure che era educativo. Oggi, come ieri, assistiamo, purtroppo, al triste teatrino di povere menti malate che esaltano ogni sfrenatezza, ogni sregolatezza; uomini piccoli e sporchi ubriacati da un’etica individualistica.
Come cristiani non possiamo prestarci a questo giuoco per una cattiva intesa della libertà umana o perché fatti riflessivi per l’evolversi dei costumi, dell’incremento del grado di civiltà, del progredire del sapere umano. Anzi la «profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, indulga a un’etica puramente individualistica. Il dovere della giustizia e dell’amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, contribuendo al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini» (GS 30).
Senza isterismi o fanatismi dobbiamo aiutare gli Stati perché cancellino la piaga dell’aborto e del divorzio e che non promuovano istituzioni liberticide volte solo a distruggere quei valori, come la famiglia, che sono alla base di ogni convivenza civile e democratica. La «comunità politica ha il dovere di onorare la famiglia, di assisterla, e di assicurarle in particolare ... la difesa della sicurezza e della salute, particolarmente in ordine a pericoli come la droga, la pornografia, l’alcolismo, ecc.» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2211).
L’uomo, a qualsiasi sponda appartenga o approdi, ha «una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato» (GS 16). Il libertinaggio, l’assoluta indipendenza di idee e di opinioni specialmente in campo religioso o morale, è una moneta che non paga e non fa ricco nessuno: anzi spinge l’uomo alla più nera miseria, quella spirituale, appunto!
Conferenza Episcopale Italiana (Sussidio per la Pentecoste) - «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,19-23):
Il Vangelo della Messa di oggi esprime con la massima chiarezza possibile l’unità di tutto il tempo liturgico che abbiamo vissuto con gioia e solennità per ben cinquanta giorni e che oggi si conclude: la Pasqua e la Pentecoste sono reciprocamente così connesse da dare l’impressione che questa grande “settimana di settimane” sia trascorsa davvero come un unico ottavario, anzi una sola e solenne giornata. Il brano giovanneo proclamato nella liturgia è tratto infatti dal racconto degli incontri dei discepoli con il Risorto il giorno di Pasqua, riconducendo nell’atmosfera luminosa della celebrazione inaugurale di questo periodo liturgico, cioè nella contemplazione della Resurrezione di Cristo, centro della nostra fede e motivo della nostra gioiosa speranza. È proprio nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (Gv 20,19) che è ambientata la cosiddetta “pentecoste giovannea”, cioè l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli direttamente dalla persona del Cristo Risorto presente in mezzo a loro. Egli si fa vedere vivo dopo la Passione, con i segni della propria corporeità, ferita dalle piaghe della crocifissione: «mostrò loro le mani e il fianco» (Gv 20,20).
In questo momento così ricco di pathos e di grande afflato spirituale, oltre alla prova della verità della Resurrezione i discepoli ricevono il primo dono dello Spirito, per una missione ben specifica: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22b-23). La prima azione potente dello Spirito sulla Chiesa nascente è la remissione dei peccati, col mandato divino di esercitare la virtù del perdono, sull’esempio del sacrificio di Cristo Crocifisso. Da allora, la Chiesa di ogni tempo invoca lo Spirito proprio per ottenere il perdono delle colpe (il rito bizantino lo supplica con le parole «purificaci da ogni macchia»), per imparare a offrire il ministero del perdono reciproco e della misericordia fraterna.
Lo Spirito (in greco pneuma), definito con un termine che indica il “soffio” o il “vento” (come quello che si abbatte gagliardo sul cenacolo apostolico descritto nella prima lettura), viene effuso dal Risorto con un gesto plasticamente significativo: Egli «soffiò» (Gv 20,22) sugli Apostoli, richiamando la primordiale trasmissione dell’alito vitale del Creatore sull’uomo plasmato dalla polvere del suolo (cfr. Gen 2,7). La Pasqua e la sua manifestazione pneumatica, celebrata a Pentecoste, avviano dunque per l’umanità una vera e propria “nuova creazione”. Come la prima, anche questa seconda creazione avviene per mezzo delle “due mani” del Padre: il suo Verbo, ora Risorto, e il suo Spirito (come in epoca patristica affermerà la teologia trinitaria di Sant’Ireneo di Lione). La liturgia latina esprime ciò con l’antica invocazione: «Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione, e rinnoverai la faccia della terra».
L’opera dello Spirito Santo nella Chiesa - Agostino (Discorsi, 267,4.4): Voi vedete cosa l’anima fa nel corpo. Dà vita a tutte le membra: vede per mezzo degli occhi, ode per mezzo delle orecchie, odora per mezzo delle narici, per mezzo della lingua parla, per mezzo delle mani opera, per mezzo dei piedi cammina: è presente insieme a tutte le membra, perché esse vivano: dà a tutte la vita e a ciascuna il suo compito. L’occhio non ode, l’orecchio non vede, e neppure la lingua vede né l’orecchio e l’occhio parlano; eppure vivono: vive l’orecchio, vive la lingua: i compiti sono diversi, la vita è comune.
Così è la Chiesa di Dio: in alcuni santi compie miracoli, in altri santi dice la verità, in altri custodisce la verginità, in altri ancora custodisce la pudicizia coniugale; in altri santi questo, in altri santi quello: ciascuno compie l’opera propria, ma tutti vivono parimenti. E quello che è l’anima per il corpo dell’uomo, lo è lo Spirito Santo per il corpo di Cristo che è la Chiesa: lo Spirito Santo opera in tutta la Chiesa ciò che l’anima opera in tutte le membra di un unico corpo... Se dunque volete vivere di Spirito Santo, conservate l’amore, amate la verità, per raggiungere così l’eternità.
Testimoni di Cristo - San Donaziano Martire a Nantes (m. 304 circa): Donaziano e Rogaziano erano fratelli che abitavano a Nantes, ma solo Donaziano aveva ricevuto il Battesimo e predicava la fede cattolica. Nel tempo di una persecuzione la cui data è ancora soggetta a discussione (sotto Diocleziano o sotto Decio) Donaziano, ancora adolescente, fu arrestato e gettato in prigione. Il legato tentò di condurre Rogaziano al culto degli idoli, ma, non essendovi riuscito, lo fece gettare nella stessa prigione. Desideroso del Battesimo, egli pensò che un bacio di suo fratello lo avrebbe sostituito. Tutti e due furono torturati qualche tempo dopo e uccisi. Dopo l’editto del 313 i corpi dei due martiri furono collocati in una chiesa più volte ricostruita, che ha il titolo di basilica minore dal 1889 e fu affidata ai monaci di San Martino di Tours. La data della festa ha subito uno spostamento dopo la Rivoluzione. Tutte le diocesi della Bretagna e anche gli altri paesi evangelizzati dai Bretoni, come il Canada, hanno luoghi di culto dedicati ai «fanciulli nantesi». (Avvenire)
O Dio, che nel mistero della Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo,
e rinnova anche oggi nel cuore dei credenti
i prodigi che nella tua bontà
hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.