16 Agosto 2026
XX Domenica T. O.
Is 55,1.6-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 66 (67); Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28
La fede e la vita del battezzato. - J. Duplacy: Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposizione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all’insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2, 41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1 Cor 1, 18): la fede si manifesta nell’obbedienza a questo disegno (Atti 6, 7; 2 Tess 1, 8). Si dispiega nell’attività (1 Tess 1,3; Giac 1, 21 s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6, 2; Rom 8, 2; Giac 1, 25; 2,12); agisce per mezzo dell’amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26). Si conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull’esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in colui «nel quale ha creduto» (2 Tini 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, che separa coloro i quali si perdono - l’eretico, per esempio (Tito 3, 10) - da coloro che sono salvati (2 Tess 1, 3-10; 1 Piet 2, 7 s; Mc 16, 16).
La fede è certa: Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica 28: La fede, dono gratuito di Dio e accessibile a quanti la chiedono umilmente, è la virtù soprannaturale necessaria per essere salvati, L’atto di fede è un atto umano, cioè un atto dell’intelligenza dell’uomo che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio, dà liberamente il proprio consenso alla verità divina. La fede, inoltre, è certa, perché fondata sulla Parola di Dio; è operosa «per mezzo della carità» (Gal 5,6); è in continua crescita, grazie all’ascolto della Parola di Dio e alla preghiera, Essa fin d’ora ci fa pregustare la gioia celeste.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: La «terza parte» del libro di Isaia (55-66) è incentrata sul tema della salvezza universale: presto si ammetteranno nel giudaismo proseliti stranieri, a patto che restino fermi nell’alleanza. Gli stranieri (nokrim), cioè coloro che erano di passaggio, erano tollerati ma non assimilati al popolo di Israele. In questo modo le restrizioni previste da Dt 23,2-9 vengono a cadere, specialmente quella che colpiva gli eunuchi, ai quali il Signore darà un nome eterno che non sarà mai cancellato. Il tempio è per eccellenza la casa del popolo eletto ma diventerà il rifugio di quanti desiderano trovare protezione nel Dio d’Israele. Questa espressione, sarà citata da Gesù in circostanze gravi della sua vita (Cf. Mt 21,13).
Seconda Lettura: La seconda parte della lettera ai Romani (9-11) affronta il problema della salvezza d’Israele. Dio ha permesso la ribellione del popolo eletto per favorire la conversione dei pagani. Il rifiuto di Israele di accogliere il Cristo è soltanto una tappa, oscura e dolorosa, ma provvidenziale nel suo insieme. Infatti, pur permanendo nel rifiuto, il popolo eletto rimane l’oggetto della speciale dilezione e per bontà di Dio ritornerà a lui.
Vangelo
Donna, grande è la tua fede!
Gesù prima di occuparsi dei pagani deve dedicarsi alla salvezza dei Giudei, figli di Dio e depositari delle antiche promesse. I pagani agli occhi dei giudei erano considerati “cani”. Il carattere tradizionale di quest’immagine e la forma diminutiva attenuano sulla bocca di Gesù ciò che l’epiteto aveva di spregiativo. Comunque, l’atteggiamento di Gesù è incomprensibile; si ci può chiedere se l’evangelista abbia annotato una sua reale reazione o si tratti di una finzione letteraria finalizzata a mettere in miglior risalto la grande fede della donna Cananèa. Accogliendo la preghiera della pagana ed esaudendola, il racconto evangelico diventa una piccola catechesi su un problema che affliggerà le prime comunità cristiane: l’ingresso dei pagani. Gesù indica la condizione: la fede. Il nuovo Israele che è la Chiesa è libero da ogni barriera o condizionamento geografico e socio-culturale.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Parola del Signore.
Non è bene prendere il pane ... - L’escursione di Gesù verso la zona di Tiro e Sidòne suggerisce che egli è soprattutto un profeta itinerante: è il buon pastore che va dietro alla pecora perduta, finché non la ritrova (Cf. Lc 15,4). La scelta poi della zona non è casuale e non senza risonanza: anche ai pagani è destinata la salvezza (Cf. Gen 12,3). Il grido della donna, Pietà di me, Signore, figlio di Davide!, è l’invocazione che la comunità ripeteva nel corso delle assemblee liturgiche ed è in questa cornice liturgica-eucaristica che bisogna cogliere la parola di Gesù. L’evangelista Matteo dicendo che la donna è Cananèa intende sottolineare innanzi tutto la sua origine religiosa, è una “pagana”.
Altri, invece, credono che nel racconto evangelico si «utilizzi “cananèa” per sottolineare maggiormente l’inferiorità nei confronti degli Ebrei o l’ostilità verso di loro. La stessa aggiunta di “Sidone” crea un binomio [“Tiro e Sidone”] che assume connotati negativi nella tradizione biblica. Assieme a “cananèa”, “Tiro e Sidone” richiamano quindi i pregiudizi tradizionali» (Il Nuovo Testamento).
La risposta di Gesù, apparentemente dura, non scoraggia la donna; ella non si scompone, l’epiteto offensivo non la ferma nella sua richiesta: è venuta per la guarigione della figlia, quel che riguarda lei è secondario. Dio è messo così di fronte all’amore di una madre che è disposta a tutto pur di vedere guarita la propria bambina. Gesù non è insensibile a questo amore, ma vuole spingere la Cananèa ad una sincera professione di fede. La risposta di Gesù non vuole offendere il dolore della donna, ma soltanto sottolineare quanto già aveva suggerito alla Samaritana: la salvezza viene dai Giudei (Gv 4,22).
Il brano evangelico, quindi, è teso a mostrare la lealtà di Gesù verso Israele e contemporaneamente vuol sottolineare che tra i pagani nasce la fede, mentre il popolo eletto si chiude al messaggio evangelico. Praticamente, l’elogio e il dono della guarigione vogliono registrare un nuovo, importante dato della missione di Cristo: la salvezza ormai appartiene a tutti i popoli. Così come viene annotato nel Vangelo di Giovanni: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv10,16). In questo modo, si è realizzata la parola di Dio pronunciata ad Abramo, in Gesù sono benedette tutte le famiglie della terra (Cf. Gen 12,3).
La lode che Gesù rivolge alla donna Cananèa fa ricordare l’episodio del servo del centurione (Cf. Mt 8,10). Gesù aderisce alla richiesta della donna pagana e del soldato romano toccando con mano e mettendo in grande evidenza la loro fede. In questa luce, nel racconto della guarigione della figlia della donna Cananèa, possiamo cogliere allora un altro intento. L’evangelista nel ricordare questo episodio ai suoi lettori, suoi connazionali, ebrei come lui, li vuole portare alla stessa fiduciosa insistenza, perseveranza, tenacia nei confronti di Dio e di Cristo. La donna siro-fenicia così è un modello di fede cristiana. Matteo pensa veramente di svegliare la gelosia degli Israeliti e portarli alla fede; li vuole portare ad una professione di fede che avrebbe permesso loro di accogliere il Cristo come salvatore, poiché in «nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (Atti 4,12).
L’ostilità dei Giudei sarà come un maglio per le giovani comunità cristiane, ma anche l’ingresso dei pagani nella Chiesa sarà per essa un grosso problema, così come ricorda il libro degli Atti degli Apostoli. Matteo vuole portare sotto gli occhi dei discepoli una novità: il centurione, la Cananèa, la Samaritana sono le primizie del nuovo Israele fondato sulla fede. L’evangelista vuol fare intravedere su che cosa per il futuro si fonderà il nuovo Israele e il nuovo Popolo di Dio di cui faranno parte tutti i popoli: solo l’adesione di fede a Dio. Allora tutti i popoli potranno partecipare alla salvezza di Israele. È un invito ad accogliere una elementare quanta lapalissiana verità tanto bene espressa dall’apostolo Paolo: Gesù Cristo è «la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia» (Ef 2,14). Una verità che ancora oggi stenta ad essere accolta.
Per approfondire
Gesù annunciava il vangelo del Regno - Giuseppe Barbaglio (Regno, in Schede Bibliche Pastorali, Volume VII): Indubbiamente il motivo del regno di Dio è centrale nella predicazione di Gesù. Anche solo dal punto di vista statistico si può rilevare che la formula ricorre più dì cento volte nei Vangeli sinottici, mentre recede sensibilmente negli altri scritti del NT. La spiegazione è che Gesù aveva polarizzato la sua missione attorno alla realtà del regno di Dio, mentre le comunità cristiane sostituiranno al regno la morte e risurrezione di Cristo come contenuto della fede e del messaggio evangelico.
È un dato accertato che Gesù ha parlato essenzialmente del regno di Dio nella sua predicazione. Non certo per disquisire sulla sua essenza: si sapeva benissimo che cosa voleva dire. Egli ne ha accentuato la prossimità e imminenza. Ciò che l’AT aveva preannunciato per un lontano futuro, Cristo ora proclama come realtà che bussa alle porte del presente dell’esistenza umana. Per questo la «parola del regno» (Mt 13,19) è lieto annuncio sulle labbra del Nazareno: Dio viene incontro all’umanità con la sua iniziativa salvifica, manifestando la sua potenza di sovrano liberatore. Ecco come Marco sintetizza il messaggio di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino: convertitevi e credete al lieto annuncio» (ns. trad.: 1,15). Gli fa eco Mt 4,17: «Convertitevi perché il regno dei cieli si è fatto vicino». Anche Luca insiste sulla prossimità del regno di Dio: «Sappiate però che il regno di Dio si è fatto vicino» (10,11). Non diversamente risuonerà il messaggio dei discepoli inviati in missione: «... Predicate che il regno dei cieli si è fatto vicino» (Mt 10,7). Ora, di fronte all’avvenimento di Dio che con iniziativa salvifica si è fatto prossimo all’uomo, questi non può restare indifferente o inerte. Il lieto annuncio del Regno si coniuga con l’urgente e pressante appello a cambiar vita: «Convertitevi!». Ci si deve aprire al dono divino con piena disponibilità, accogliendo il lieto annuncio di Gesù con fede e animo docile. Matteo incentra le esigenze del Regno che viene nella nuova «giustizia» rivelata dall’insegnamento del Signore: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (5,20). Essa consiste nel compimento della volontà del Padre (7,21), nell’imitarne l’amore indiscriminato verso buoni e cattivi (5,45), nel fare concretamente per gli altri quello che vorremmo sia fatto per noi (7,12), nell’amare con cuore indiviso Dio e il prossimo (22,34-40). L’umile disponibilità del bambino diventa paradigmatica per l’accoglienza del regno (10,15; 18,3).
Di fatto, nella predicazione di Gesù non è l’attesa ad essere proposta come atteggiamento fondamentale dell’uomo di fronte all’annuncio della venuta prossima del Regno. Così era nella letteratura apocalittica e più generalmente nella profezia dell’AT. Gesù invece afferma che l’imminenza del Regno fonda l’esigenza radicale di cambiamento del presente, suscitando una precisa responsabilità: «Convertitevi», cioè cambiate vita! Si tratta di vivere già oggi la logica del Regno, rinnovando la propria vita secondo i parametri della sua novità. Esso resta nascosto nelle pieghe del futuro ultimo, ma è sul presente che esercita la sua pretesa di conversione.
Sempre in rapporto al Regno che viene, trova motivazione anche la beatitudine indirizzata da Gesù ai poveri, che, dal confronto delle due versioni di Matteo e di Luca, possiamo ricostruire in questi termini: «Beati voi, poveri; vostro è il regno dei cieli» (Cf. Mt 5,3 e Lc 6,20). Gesù si è rivolto ai diseredati di questo mondo, agli oppressi e agli esclusi, congratulandosi e felicitandosi, paradossalmente, con loro. Perché? Perché Dio ha deciso d’intervenire a difendere la loro causa e a liberarli. Si tratta della grazia regale del Padre che si concretizza come giustizia per quelli che giustizia non possono ottenere dagli uomini. Il Regno significa liberazione e salvezza per quelli che oggettivamente versano in situazioni d’ingiustizia, per gli indifesi e gli afflitti. Si noti bene: già ora sono dichiarati beati e chiamati a gioire, perché Dio avanza verso di loro dal lontano futuro come restauratore di giustizia.
Isacco della Stella (Sermo 37,1 2-15): O donna, grande è la tua fede!: la fede dal punto di vista che ci interessa, può essere grande sotto quattro aspetti: o per la scienza spirituale, o per la fiducia, o per la devozione o per la perseveranza. La prima forma di fede è quella che illuminata dallo spirito, è grande e capace di rispondere sempre a chiunque domandi spiegazioni della speranza che è in noi (1Pt. 3,15) ... La seconda è grande e potente non solo nei discorsi e nella conoscenza, ma anche nell’efficacia: per mezzo di essa si operano facilmente segni e prodigi ... La terza è grande e capace di suscitare il pentimento e il disgusto del mondo intero, facendo desiderare la visione di Dio ... Infine la quarta è grande ed in grado di vincere col coraggio e con la perseveranza il mondo ... La prima trionfa del mondo con la razionalità, la seconda con i prodigi, la terza col distacco, la quarta con la lotta. Sotto quale aspetto la fede di questa donna sia stata dichiarata grande, lo sa però solo Colui che l’ha lodata per la manifestazione esteriore e l’ha formata nella crescita interiore.
Testimoni di Cristo - Santo Stefano d’Ungheria Re - Di nobilissima famiglia, e gli ricevette da bambino una profonda educazione cristiana. Consacrato re d’Ungheria nella notte di Natale dell’anno mille con il titolo di “re apostolico”, organizzò non solo la vita politica del suo popolo, riunendo le 39 contee in unico regno, ma anche quella religiosa gettando le fondamenta di una solida cultura cristiana. Egli divise il territorio in diocesi, eresse chiese monasteri, fra cui quello famoso di San Martino di Pannonhalma, ed appoggiò il clero servendosi come collaboratori di Benedettini di Cluny. Aveva sposato una principessa, Gisella di Baviera, ora venerata come Beata, che lo sostenne nella sua opera e che alla sua morte si richiuse nel monastero benedettino di Passau. Anche il loro figlio Emerico è venerato come Santo. Santo Stefano d’Ungheria potrebbe essere considerato modello e patrono delle anime chiamate da Dio per missioni di colossale portata. Il segreto per cui lui ottenne la radicale trasformazione del suo popolo fu il compiere la sua vocazione tra le braccia di Maria. Nel 1083 il pontefice San Gregorio VII sancì la elevatio corporis di tutti coloro che convertirono la Pannonnia al cristianesimo, in primis il re Stefano. Il Beato Innocenzo XI promulgò la sua canonizzazione equipollente il 28 novembre 1686. San Paolo VI fissò la memoria facoltativa di Santo Stefano d’Ungheria al 16 agosto, giorno seguente il suo anniversario di morte. In entrambe le date è ricordato dal Martirologio Romano. Sino al Messale Romano del 1962 la data della festa era il 2 settembre. (Fonte: Santi, Beati e Testimoni)
O Padre, che nell’obbedienza del tuo Figlio
hai abbattuto l’inimicizia tra le creature
e degli uomini hai fatto un popolo solo,
rivestici degli stessi sentimenti di Cristo,
affinché diventiamo eco delle sue parole
e riflesso della sua pace.
Egli è Dio, e vive e regna con te.