24 Ottobre 2026
Sabato XXIX Settimana del Tempo Ordinario
Ef 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 121 (122); Lc 12,54-59
Gesù racconta la parabola del fico sterile. (…) Cosa rappresentano i personaggi di questa parabola? Il padrone raffigura Dio Padre e il vignaiolo è immagine di Gesù, mentre il fico è simbolo dell’umanità indifferente e arida. Gesù intercede presso il Padre in favore dell’umanità – e lo fa sempre – e lo prega di attendere e di concederle ancora del tempo, perché in essa possano germogliare i frutti dell’amore e della giustizia. Il fico che il padrone della parabola vuole estirpare rappresenta una esistenza sterile, incapace di donare, incapace di fare il bene. È simbolo di colui che vive per sé stesso, sazio e tranquillo, adagiato nelle proprie comodità, incapace di volgere lo sguardo e il cuore a quanti sono accanto a lui e si trovano in condizione di sofferenza, di povertà, di disagio. A questo atteggiamento di egoismo e di sterilità spirituale, si contrappone il grande amore del vignaiolo nei confronti del fico: fa aspettare il padrone, ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro. Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice. E questa similitudine del vignaiolo manifesta la misericordia di Dio, che lascia a noi un tempo per la conversione. Tutti noi abbiamo bisogno di convertirci, di fare un passo avanti, e la pazienza di Dio, la misericordia, ci accompagna in questo. Nonostante la sterilità, che a volte segna la nostra esistenza, Dio ha pazienza e ci offre la possibilità di cambiare e di fare progressi sulla strada del bene. (Francesco - Angelus, 24 marzo 2019)
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Overview dell’AI: Il brano Efesini 4,7-16 della Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini tratta dei doni di Cristo e della crescita della Chiesa come corpo unificato.
Sintesi del testo (Ef 4,7-16): La grazia e i doni (v. 7-10): A ogni credente è stata data una grazia particolare, secondo la misura del dono di Cristo. Paolo cita il Salmo 68,18 sull’ascensione (“Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”), spiegando che colui che è salito nei cieli è lo stesso che prima era disceso sulla terra (e nelle regioni inferiori) per riempire ogni cosa.
I ministeri nella Chiesa (v. 11-12): Cristo ha stabilito diversi ruoli e ministeri all’interno della comunità: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri (o dottori).
Scopo: preparare e formare i credenti (“i santi”) per il servizio ministeriale e per edificare il corpo di Cristo.
L’unità e la maturità nella fede (v. 13-16): L’obiettivo di questi doni è raggiungere l’unità della fede, la piena conoscenza del Figlio di Dio e la maturità spirituale (la statura della pienezza di Cristo). Questo evita che i credenti siano come fanciulli sballottati da qualsiasi vento di dottrina.
Crescita nella carità (v. 15-16): Vivendo secondo la verità e nella carità, tutto il corpo della Chiesa cresce in modo armonioso, collaborando attraverso ogni singola articolazione e membro per edificare se stesso nell’amor
Vangelo
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
Non sempre è da cercare un nesso diretto tra colpa e morte, tra peccato e infortunio, questo è l’insegnamento di Gesù. La morte violenta dei Galilei, o altri simili fatti brutali, devono essere recepiti come appelli alla conversione e non come castighi di Dio: se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Ciò che conta è non andare incontro ad una morte ancora più terribile, quella che porta all’eterna separazione da Dio. La parabola del fico sterile è un chiaro riferimento alla pazienza di Dio, ma potrebbe alludere al ritardo del giudizio finale di Dio e all’importanza di prepararvisi.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Parola del Signore.
Perché deve sfruttare il terreno? - In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Nella riflessione biblica il tema della retribuzione ha fatto un lungo cammino, che ha portato a graduali e interessanti scoperte.
Dalla concezione di una retribuzione terrena collettiva, il popolo è responsabile in solido delle proprie azioni (il bene degli uni ricade sugli altri e così il male, i meriti e le colpe dei padri si riversano sui figli), gradualmente si arriva a una nozione di retribuzione individuale. In questa ultima riflessione, ancora imperfetta, la retribuzione che Dio dà all’uomo, è concepita come temporale; si chiude cioè nell’arco della vita terrena. Dio infatti premia o punisce con cose facilmente controllabili: ricchezza, fecondità della sposa, rispetto e amicizia dei vicini ai buoni; mancanza di prole, malattia, povertà agli empi.
Una novità interessante, ma inficiata dalla esperienza quotidiana: infatti, spesso molti empi prosperano, molti giusti soffrono. Sarà il libro della Sapienza, e soprattutto il Nuovo Testamento, a dare una risposta a questo problema: la retribuzione è spostata nella vita ultraterrena. Si chiude così il ciclo. Ma rimane sempre sottinteso che la ricompensa «che Dio dà all’uomo è un puro dono che l’uomo non può mai meritare completamente. Il rischio del fariseismo è continuamente presente. L’uomo ha sempre la tentazione di misurare la retribuzione divina sul metro delle opere che compie. L’esempio classico lo incontriamo nella parabola del fariseo e del pubblicano [Lc 18,9ss.]. Il fariseo, che pretendeva la sua giustificazione da Dio ostentando le sue opere buone, viene da [Gesù] riprovato. L’uomo non può ricevere la salvezza dalle sue opere, perché è nel peccato. La salvezza la dà solo Dio [Rm 3,23-26]» (Giuseppe Manni).
Sulla carneficina perpetrata da Pilato e sui fatti della Torre di Siloe e sulla questione della retribuzione, Gesù non assume alcuna posizione e non dà un giudizio né sui mandanti, né sulle vittime, sposta soltanto il problema: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
In questo modo, Gesù invita gli interlocutori a cambiare vita: invece di investigare è meglio convertirsi perché alla fine si potrebbe condividere la sorte di quei malcapitati morti sotto il ferro romano e sotto le pietre di una torre diruta. Anche due fatti di cronaca possono celare segni ammonitori, quindi, più che dare un giudizio sulla vita degli altri è meglio guardare alla propria condotta, sopra tutto se essa è in sintonia con la volontà di Dio. L’accento va quindi spostato sull’urgenza della conversione. E a questo proposito narra la parabola dell’albero di fichi che un tale aveva piantato nella sua vigna.
L’immagine del fico infruttuoso era abbastanza nota e ricorreva spesso nella predicazione profetica quando si voleva denunciare l’infedeltà del popolo di Dio (Cf. Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,16). Nel brano lucano però si fa cenno anche alla vigna e potrebbe alludere alla pazienza di Dio (Cf. Is 5,1-7). Due rimandi non casuali e con i quali si vogliono sfatare due equivoci: «quello di chi pensa che ormai è troppo tardi e che la pazienza di Dio si è logorata nell’attesa, e quello di chi pensa che c’è sempre tempo e che la pazienza di Dio è senza limiti. La risposta è un’altra: Dio è certamente paziente, ma noi non possiamo programmare o fissare scadenze alla sua pazienza» (Carlo Ghidelli).
Mentre nel Vangelo di Matteo il fico infruttuoso viene maledetto da Gesù (Cf. Mt 21,19ss.), qui, nel racconto lucano la parabola è interrotta prima della fine, per cui non si conosce la sorte del fico sterile. Forse si vuole alludere a una futura conversione d’Israele. Per Gesù c’è ancora spazio per il ritorno d’Israele: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26).
Per approfondire
Giovanni Nicolini: Mi sembra che la traduzione italiana del ver.11 enfatizzi la “personalizzazione” di questi compiti. Forse è meglio rendere semplicemente alla lettera: “Egli diede gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri …”. E questo giustamente enfatizza lo scopo di tali elezioni che è “per la preparazione (la dotazione) dei santi all’opera delle diaconìa, all’edificazione del corpo di Cristo” (ver.12).
In questo modo si sottolinea maggiormente lo scopo di questi ministeri che è la ministerialità di tutto il popolo. Altrimenti il rischio è quello di enfatizzare una funzione, facendola diventare un titolo, senza sottolinearne la funzionalità e lo scopo. Provo a spiegarmi: è come se il fatto che io sia un prete diventi un “titolo” chiuso in se stesso, e non visto nel suo scopo di servizio verso tutto il popolo!
Dunque, come dice il ver.12, è compito di tutto il popolo l’edificazione del “corpo di Cristo”. Per questo è necessario che “noi tutti giungiamo all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio” (ver.13)!
E il grande scopo di tutto è il Cristo stesso nella sua pienezza! Questo scopo è, mi sembra, più che una “conoscenza”, come noi intendiamo questo termine. Si tratta di una vera “esperienza”, nella quale tutta la comunità vive la sua comunione con il Signore Gesù, presente in ciascuno e in tutti!
Se questo manca, la comunità è esposta al pericolo segnalato al ver.14, quello di un degrado mondano che non è per il vero bene di tutti e si abbassa alle competizioni ingannevoli di potere che caratterizzano i rapporti di frode e di violenza delle sapienze mondane.
Invece l’azione ecclesiale è caratterizzata dal meraviglioso intreccio di verità e carità che Paolo ricorda al ver.15: è questo che esprime e attua la vera crescita di ciascuno e di tutti verso la Persona di Gesù, che è “il capo del corpo”!
Dove “il capo” non è il “comandante”, ma appunto “il capo”, cioè “la testa” di tutto il corpo! E questo “corpo” allora “cresce” nel modo meraviglioso descritto al ver.16: un corpo che cresce per la presenza e l’azione di ogni discepolo, e cresce edificando se stesso nell’amore!
Conversione ed ingresso nel regno di Dio - Jean Giblet e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Gesù non si accontenta di annunziare l’approssimarsi del regno di Dio, ma incomincia a realizzarlo con potenza; con lui il regno si inaugura, quantunque esso sia ancora volto verso compimenti misteriosi. Ma l’appello alla conversione lanciato dal Battista conserva nondimeno tutta la sua attualità: Gesù lo riprende in termini propri all’inizio del suo ministero (Mc 1,15; Mt 4,17). Egli è venuto a «chiamare i peccatori alla conversione» (Lc 5,32); questo è uno degli aspetti essenziali del vangelo del regno. L’uomo che prende coscienza del suo stato di peccatore può d’altronde rivolgersi a Gesù con fiducia, perché «il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati» (Mt 9,6 par.). Ma il messaggio di conversione urta contro la sufficienza umana in tutte le sue forme, dall’attaccamento alle ricchezze (Mc 10,21-25) fino all’orgogliosa sicurezza dei farisei (Lc 18,9).
Gesù si leva come il «segno di Giona» in mezzo ad una generazione malvagia, meno ben disposta nei confronti di Dio di quanto lo fosse un tempo Ninive (Lc 11,29-32 par.). Perciò egli pronuncia contro di essa una requisitoria piena di minacce: gli uomini di Ninive la condanneranno al momento del giudizio (Lc 11,32); Tiro e Sidone avranno una sorte meno severa delle città del lago (Lc 10,13ss par.).
Di fatto l’impenitenza attuale di Israele è il segno dell’indurimento del suo cuore (Mt 13,15 par.; cfr. Is 6,10).
Se non modificano la loro condotta, gli uditori impenitenti di Gesù periranno (Lc 13, 1-5), ad immagine del fico sterile (Lc 13,6-9; cfr. Mt 21,18-22 par.).
2. Gesù, quando esige la conversione, non fa allusione alcuna alle liturgie penitenziali. Diffida persino dei segni troppo appariscenti (Mt 6, 16 ss). Ciò che conta è la conversione del cuore che fa ridiventare come bambini (Mt 18,3 par.). E, in seguito, lo sforzo continuo per «cercare il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33), cioè per regolare la propria vita secondo la nuova legge. L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15,4 ss; cfr, 15,8). La risposta umana a questa grazia è concretamente analizzata nella parabola del figliuol prodigo, che mette in sorprendente rilievo la misericordia del padre (Lc 15, 11-32). Infatti il vangelo del regno comporta questa rivelazione sconcertante: «C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15,7.10). Anche Gesù riserva quindi ai peccatori un’accoglienza che scandalizza i farisei (Mt 9,10-13 par.; Lc 15,2), ma provoca conversioni; ed il vangelo di Luca si compiace nel riferire in modo particolareggiato taluni di questi ritorni, come quello della peccatrice (Lc 7,36-50) e quello di Zaccheo (19,5-9).
Moderazione nel condannare - Gregorio Nazianzeno, Sermo 32, 30: Non è la stessa cosa strappare uno sterpo o un fiore e uccidere un uomo. Sei immagine di Dio e parli a un’immagine di Dio. Tu che giudichi sarai a tua volta giudicato (Mt 7,1); e giudichi il servo di un altro (Rm 14,4), che è governato da un altro. Esamina bene tuo fratello, come se tu dovessi essere misurato con la stessa misura. Attento a non tagliare e gettar via temerariamente un membro, nell’incertezza, perché le membra sane non abbiano ad averne un detrimento. Riprendi, rimprovera, scongiura. Hai la regola della medicina. Sei discepolo di Cristo mite e benigno, che portò le nostre infermità (Is 53,4). Se incontri una prima resistenza, aspetta con pazienza; alla seconda, non perdere la speranza, c’è ancora tempo per una cura; al terzo scontro cerca d’imitare quel benevolo agricoltore e chiedi al Signore che non sradichi il fico infruttuoso (Lc 13,8), che lo curi, che lo concimi, attraverso la confessione. Forse si cambierà e porterà frutto e accoglierà Gesù che torna da Betania.
Testimoni di Cristo - Sant’Antonio Maria Claret, Vescovo: Una figura del secolo XIX al cui nome è tuttora legata una congregazione religiosa diffusa in tutti i continenti, quella dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria, detti appunto Clarettiani. Di origine catalana, appena ordinato sacerdote Claret si reca a Roma, a Propaganda Fide, per essere inviato missionario. Ma la salute precaria lo costringe a tornare in patria. Così per sette anni si dedica alla predicazione delle missioni popolari tra la Catalogna e le Isole Canarie. È tra i giovani raggiunti in questa attività apostolica che nasce l’idea della congregazione. Nel 1849 viene nominato arcivescovo di Santiago di Cuba. Morirà il 24 ottobre 1870. (Avvenire)
-> O Dio,
che hai sostenuto il vescovo sant’Antonio Maria [Claret]
con doni straordinari di carità e di pazienza
nell’evangelizzazione dei popoli,
concedi a noi, per sua intercessione,
di cercare sempre il tuo regno e di lavorare alacremente
per guadagnare a Cristo i fratelli.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.