1 Ottobre 2026
Santa Teresa di Gesù Bambino, Vergine e Dottore della Chiesa
Gb 19,21-27b; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Lc 10,1-12
Santa Teresa del Bambino Gesù, Dottore della Chiesa: Giovanni Paolo II (Omelia, 19 Ottobre 1997): Santa Teresa di Lisieux non ha potuto frequentare una Università e neppure studi sistematici. Morì in giovane età: e tuttavia da oggi in poi sarà onorata come Dottore della Chiesa, qualificato riconoscimento che la innalza nella considerazione dell’intera comunità cristiana ben al di là di quanto possa farlo un “titolo accademico”. Quando, infatti, il Magistero proclama qualcuno Dottore della Chiesa, intende segnalare a tutti i fedeli, e in modo speciale a quanti rendono nella Chiesa il fondamentale servizio della predicazione o svolgono il delicato compito della ricerca e dell’insegnamento teologico, che la dottrina professata e proclamata da una certa persona può essere un punto di riferimento, non solo perché conforme alla verità rivelata, ma anche perché porta nuova luce sui misteri della fede, una più profonda comprensione del mistero di Cristo. Il Concilio ci ha ricordato che, sotto l’assistenza dello Spirito Santo, cresce continuamente nella Chiesa la comprensione del “depositum fidei”, e a tale processo di crescita contribuisce non solo lo studio ricco di contemplazione cui sono chiamati i teologi, né solo il Magistero dei Pastori, dotati del “carisma certo di verità”, ma anche quella “profonda intelligenza delle cose spirituali” che è data per via di esperienza, con ricchezza e diversità di doni, a quanti si lasciano guidare docilmente dallo Spirito di Dio (cfr. Dei Verbum, 8). La Lumen gentium, da parte sua, insegna che nei Santi “Dio stesso ci parla” (n. 50). È per questo che, al fine dell’approfondimento dei divini misteri, che rimangono sempre più grandi dei nostri pensieri, va attribuito speciale valore all’esperienza spirituale dei Santi, e non a caso la Chiesa sceglie unicamente tra essi quanti intende insignire del titolo di “Dottore”. Tra i “Dottori della Chiesa” Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo è la più giovane, ma il suo cammino spirituale è così maturo ed ardito, le intuizioni di fede presenti nei suoi scritti sono così vaste e profonde, da meritarle un posto tra i grandi maestri dello spirito.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Questi versetti costituiscono il punto dialoghi fra Giobbe e i suoi amici.
Nel corso dei loro successivi interventi tanto Giobbe quanto i suoi amici hanno difeso con tenacia e fermezza le loro rispettive posizioni. Giobbe proclama con forza e persino con violenza la sua innocenza, e arriva persino ad affrontare Dio e accusarlo d’essere prepotente e arbitrario (9,1-14; 16,12; cf 23,8-13). Gli amici, ognuno secondo il proprio stile, si riconfermano nella loro tesi di sempre: le contrarietà e le disgrazie che lo hanno colpito dimostrano che Giobbe è peccatore, perché il giusto non può essere castigato.
Nell’impossibilità di dimostrare la sua innocenza a base di discorsi e ragionamenti, Giobbe in primo luogo vorrebbe lasciare scritta la sua difesa perché, un giorno, le generazioni future gli facciano giustizia (vv. 23-24), poi, si appella all’ultimo e supremo vendicatore (vv. 25-27). Il senso dei primi versetti è chiaro: di fronte alla minaccia della morte che prevede inevitabile e imminente, Giobbe intende lasciare una testimonianza scritta della sua innocenza affinché, un giorno, possa essere rivendicata la sua memoria. I versetti 25-27 sono invece i più discussi di tutto il libro. Il problema principale consiste nel sapere se il giudizio, al quale Giobbe si riferisce, debba aver luogo qui sulla terra prima della sua morte o nella vita futura dopo la sua morte. Abbracciare quest’ultima interpretazione equivarrebbe a sostenere che Giobbe spera di essere liberato dallo sheol, per godere d’una vita felice presso Dio. Dato che la fede nella risurrezione e la dottrina dell’immortalità sono assai posteriori al libro di Giobbe, pare difficile poter seguire questa interpretazione.
Il filo logico di questi versetti sarebbe, quindi, il seguente: Giobbe è convinto della sua innocenza e l’ha difesa vigorosamente davanti agli amici e persino davanti a Dio, che ha osato invocare come arbitro. Ma né gli amici né Dio hanno riconosciuto la sua giustizia; quindi, Giobbe si sente abbandonato e ridotto all’impotenza. Nel suo abbandono, gli viene in mente una soluzione: lasciare scritta la difesa perché, un giorno, in futuro, la sua innocenza sia riconosciuta. Ma questa soluzione postuma non lo convince del tutto, e chiede l’intervento d’un ultimo e supremo vendicatore che gli faccia giustizia qui sulla terra e subito. L’intervento di questo vendicatore convincerebbe tutti, a cominciare da Dio e dai suoi amici, della sua innocenza; e, una volta dichiarato innocente, egli sarà riabilitato anche nel suo aspetto fisico e potrà «vedere Dio», nel senso che Dio cesserà di essere il suo avversario e si trasformerà in un suo amico affezionato.
La figura del «vendicatore» (in ebraico, «go’el») è presa dal diritto israelita. È il termine tecnico per designare il «vendicatore del sangue», cioè il parente più stretto della vittima sul quale ricade l’obbligo di vendicarla (Gn 4,15; 9,6; Dt 19,12). Il «go’el» è anche il protettore ufficiale dei suoi parenti, e specialmente delle vedove e dei minorenni (Lv 25,23-25; Rt 4,3-4). Per astensione il termine è applicato spesso anche a Dio, salvatore del popolo e protettore degli oppressi (Is 41,14; Ger 50, 34; Sal 19,15).
Vangelo
La vostra pace scenderà su di lui.
Gesù è venuto a portare la pace destinandola a tutti gli uomini. Lo fa intendere anche col numero dei missionari inviati ad annunciare la Parola: secondo i Giudei, i popoli della terra erano settantadue e presumibilmente l’evangelista Luca vuol prefigurare la missione universale alla quale sarà inviata la Chiesa. La missione ha le note della massima sollecitudine svolgendosi «sotto il segno di un’urgenza escatologica: si deve annunziare che il Regno è vicino; non è consentito attardarsi per via negli interminabili saluti caratteristici degli Orientali.
È scoccata ormai l’ora della mietitura: tradizionale immagine del “Giorno di Jahvé”, l’intervento definitivo Dio, salvifico e giudiziale al tempo stesso» (Vittorio Fusco).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,1-12
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
Parola del Signore.
Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): In questo testo, con materiale proprio di Luca, Gesù chiama a collaborare alla sua missione ben settantantadue altri d scepoli. La ragione è che la messe (= probabilmente la gente che segue Gesù con domande e bisogni urgenti) è aumentata e Gesù non vuole che il buon annuncio non arrivi a chi lo sta cercando. Benché non venga esplicitamente affermato, i settantadue mostrano di avere forza, autorità e compiti analoghi a quelli degli apostoli e non sono in nulla subordinati a loro. Gesù li manda due a due, “davanti” a lui: sono degli apri pista all’annuncio di Gesù. La loro principale caratteristica è la mitezza, “pecore in mezzo ai lupi”. L’immagine ripresa dalla tradizione giudaica può indicare la persecuzione degli apostoli (cf At 20,29 e i capitoli 7 e 12). La loro parola dovrà affrontare resistenze e, probabilmente, violenze, ciò non di meno non dovranno attrezzarsi di nulla di materiale. Perché saranno ospiti di chi li accoglie e potranno godere di quanto gli viene dato. La loro ricchezza sta nel fatto che non sono soli. Due a due perché «non è bene che l’essere umano sia solo»; due a due per sorreggersi a vicenda nelle tribolazioni missionarie; due a due perché «dove due o più saranno unii i nel mio nome, là ci sarò io». Con loro, non solo Gesù, ma anche “il padrone della messe”, cioè il Padre del cielo. Forti dei loro legami, essi non si volgeranno indietro, né indugeranno, voltandosi a destra o a sinistra (cf Pr 4,27; 9,13-16), ma avranno single mind, una convinzione ed una direzione che non potrà essere bloccata da nessuno, neppure da chi li perseguitasse. Inoltre andranno in fretta, data l’urgenza della salvezza di cui si fanno portatori. Non per nulla la metafora utilizzata è quella della mietitura che richiede molta manodopera e che occorre fare in un tempo preciso per cui tutti ne hanno urgenza e bisogno (cf Gl 4,13). L’invito che Giesù fa a “non salutare” è dettato ugualmente dall’urgenza del lavoro, considerando che nel Vicino Oriente il saluto aveva un lungo e complesso rituale (cf 2Re 4,29). Il numero potrebbe avere una prima valenza simbolica ed evocare una chiesa universale. Il settanta potrebbe far pensare, infatti, alle nazioni della terra (cf Gen 10) e allora il gruppo segnerebbe simbolicamente l’anticipazione della missione cristiana fuori della Palestina. Luca è, del resto, molto sensibile a questo allargamento apostolico, basti pensare alla geografia propulsiva dell’evangelizzazione nel libro degli Atti che da Gerusalemme giungerà fino a Roma.
A tutti viene annunciata la possibilità di entrare a far parte del regno di Dio. Un retroterra biblico interessante potrebbe essere, però, l’istituzione dei settanta anziani come collaboratori di Mosè nel libro dei Numeri (cf Nm 11,16ss). Un gruppo di uomini su cui viene condiviso lo spirito mosaico della profezia. Una crescita di presenza divina in mezzo al popolo, un impulso espansivo che non può essere chiuso in nessun “circolo magico” fosse anche quello dei Dodici. Il moltiplicarsi del numero degli apostoli è connaturato al vangelo ed alla Chiesa.
Essa è una realtà che sorge da “due o più” e poi avanza a cerchi sempre più grandi, fino ad avvolgere il mondo. Un terzo valore del numero potrebbe essere quello simbolico circa l’identità degli apostoli: essi verranno numerosi aggiungendosi a quelli che già sono stati chiamati da Gesù. Tra essi Paolo, o tanti altri i cui nomi sono scritti nella storia.
Per approfondire
Xavier Léon-Dufour: La pace, felicità perfetta: Per apprezzare nel suo pieno valore la realtà indicata dalla parola, occorre sentire il sapore locale che sussiste nell’espressione semitica sin nella sua concezione più spirituale, e nella Bibbia sin nell’ultimo libro del NT.
1. Pace e benessere. - La parola ebraica šalôm deriva da una radice che, secondo i suoi usi, designa il fatto di essere intatto, completo (Giob 9,4), ad es. terminare una casa (1Re 9,25), o l’atto di ristabilire le cose nel loro stato primitivo, nella loro integrità, ad es. «pacificare» un creditore (Es 21, 34), compiere un voto (Sal 50,14).
Perciò la pace biblica non è soltanto il «patto» che permette una vita tranquilla, né il «tempo della pace» in opposizione al «tempo della guerra» (Eccle 3,8; Apoc 6,4); designa il benessere dell’esistenza quotidiana, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio; in concreto è benedizione, riposo, gloria, ricchezza, salvezza, vita.
2. Pace e felicità. - «Essere in buona salute» ed «essere in pace» sono due espressioni parallele (Sal 38,4); per domandare come sta uno, se sta bene, si dice: «È in pace?» (2Sam 18,32; Gen 43,27); Abramo che morì in una vecchiaia felice e sazio di giorni (Gen 25,8) se ne andò in pace (Gen 15,15; cfr. Lc 2,29). In senso più largo, la pace è la sicurezza. Gedeone non deve più temere la morte dinanzi alla apparizione celeste (Giud 6,23; cfr. Dan 10,19); Israele non ha più da temere i nemici, grazie a Giosuè vincitore (Gios 21,44; 23,1), a David (2Sam 7,1), a Salomone (1Re 5,4; 1Cron 22,9; Eccli 47,13). Infine la pace è concordia in una vita fraterna: il mio familiare, il mio amico, è «l’uomo della mia pace» (Sal 41,10; Ger 20,10); è mutua fiducia sanzionata sovente da una alleanza (Num 25,12; Eccli 45,24) o da un trattato di buona vicinanza (Gios 9,15; Giud 4,17; 1Re 5, 26; Lc 14,32; Atti 12,20).
3. Pace e salvezza. - Tutti questi beni materiali e spirituali sono compresi nel saluto, nell’augurio di pace (in arabo, il salamelecco) mediante il quale, nel VT e nel NT, si dice «buon giorno», ed «addio», sia nella conversazione (Gen 26,29; 2Sam 18,29), sia nelle lettere (ad es. Dan 3,98; Filem 3). Ora, se è conveniente augurare la pace o porsi la domanda circa le disposizioni pacifiche del visitatore (2Re 9,18), si è perché la pace è uno stato da conquistare o da difendere; è vittoria su un qualche nemico. Gedeone od Achab sperano di ritornare in pace, cioè vincitori della guerra (Giud 8,9; 1Re 22,27s); allo stesso modo si augura il successo di una esplorazione (Giud 18,5s), il trionfo sulla sterilità di Anna (1Sam 1,17), la guarigione delle ferite (Ger 6,14; Is 57,18s); infine si offrono «sacrifici pacifici» (salutaris hostia) che significano la comunione tra Dio e l’uomo (Lev 3,1).
4. Pace e giustizia. - Infine la pace è ciò che è bene in opposizione a ciò che è male (Prov 12,20; Sal 28,3; cfr. Sal 34,15). «Non c’è pace per i malvagi» (Is 48,22), viceversa, «guardare l’uomo giusto: c’è una posterità per l’uomo di pace» (Sal 37,37); «gli umili possederanno la terra e gusteranno le delizie di una pace senza fine» (Sal 37,11; cfr. Prov 3,2). La pace è la somma dei beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a sazietà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi (Lev 26,1-13). Lungi, quindi, dall’essere soltanto una assenza di guerra, la pace è pienezza della felicità.
Catechismo degli Adulti - Edificare la pace [1040] La pace non si riduce all’assenza di guerra. È una costruzione politica e prima ancora un fatto spirituale. È dovere dei politici organizzare la pace: eliminare le armi di distruzione di massa e tenere a basso livello le altre, destinare le risorse risparmiate con il disarmo allo sviluppo dei popoli, sostituire sempre più la collaborazione alla concorrenza. È dovere di tutti i cittadini educare se stessi alla pace: rispettare il pluralismo politico, sociale, culturale e religioso, favorire il dialogo e la solidarietà in ambito locale e a dimensione planetaria, tenere un sobrio tenore di vita che consenta di condividere con gli altri i beni della terra. «Non è possibile che la pace sussista se non prospera prima la virtù». In questo contesto risalta il significato educativo che può avere la scelta degli obiettori di coscienza di testimoniare il valore della non violenza sostituendo il servizio civile a quello militare, senza peraltro recare pregiudizio al valore e alla dignità del servizio dei militari quando operano come «servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli».Le contese tra gli uomini non cesseranno; la pace perfetta verrà al di là della storia. Il cristiano sa di non avere soluzioni definitive; ma si impegna ugualmente con totale serietà, per attuare un’anticipazione profetica della salvezza: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Operatori di pace [1165] Il cristiano costruisce la pace a partire dal suo ambiente personale. Sceglie di non percorrere mai la via della violenza per affermare la verità e il bene: sa che non è lecito servirsi del male in vista di obiettivi positivi. Al più potrebbe essere costretto all’uso della forza per necessità di legittima difesa. Non fa ritorsioni per le offese subite; non solo perdona ogni singola volta, ma accetta gli altri così come sono, con il rischio di dover subire ulteriori danni dalla convivenza con loro.Educa se stesso e gli altri al rispetto del pluralismo religioso, culturale, sociale e politico. Assume un sobrio tenore di vita, per poter condividere i beni della terra. Fa il possibile per attivare il dialogo e la solidarietà a tutti i livelli, dai rapporti interpersonali ai complessi problemi internazionali dello sviluppo e del disarmo.«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). I cristiani con impegno perseverante edificano la pace, come immagine, anticipo e profezia di quella del regno di Dio. Testimoni operosi e credibili di Cristo «nostra pace» (Ef 2,14), gli consentono di manifestarsi come Salvatore presente nella storia fino a quando giungerà il compimento completo e definitivo.
Gregorio Magno, Hom., 17, 1-4.7 s.: “L’operaio è degno della sua mercede” (Lc 10,7), perché gli alimenti fanno parte della mercede, in modo che qui cominci la mercede della fatica della predicazione, che sarà compiuta in cielo con la visione della Verità. Il nostro lavoro, dunque, ha due mercedi, una qui nel viaggio e un’altra nella patria: una che ci sostiene nel lavoro, l’altra che ci premia nella risurrezione. La mercede che riceviamo qui però ci deve rendere più forti per la seconda. Il predicatore perciò non deve predicare per ricevere una mercede temporale, ma deve accettare la mercede, perché possa continuare a predicare. E chiunque predica per una mercede di lode o di danaro, si priva della mercede eterna. Colui invece che, quando parla, desidera di piacere, non perché lui sia amato, ma perché il Signore sia amato, e accetta uno stipendio solo perché non venga poi meno la voce della predicazione, certamente questi non sarà premiato meno nella patria perché ha accettato un compenso in questa vita.
Ma che facciamo noi pastori, non posso dirlo senza dolore, che facciamo noi che prendiamo la mercede dei pastori e non ne facciamo il lavoro? Mangiamo ogni giorno il pane della santa Chiesa, ma non lavoriamo affatto per la Chiesa eterna. Riflettiamo quale titolo di dannazione sia il prendere il salario d’un lavoro senza fare il lavoro. Viviamo con le offerte dei fedeli, ma dov’è il lavoro per le loro anime? Prendiamo come paga ciò che i fedeli danno in sconto dei loro peccati, ma non ci diamo da fare con l’impegno della preghiera e della predicazione, come sarebbe giusto, contro quegli stessi peccati.
Testimoni di Cristo - Santa Teresa di Lisieux. È piccola la strada che conduce al cuore di Dio e dell’umanità: Elogio di ciò che è piccolo, maestoso canto alla vita e alla fiducia smisurata che arriva all’abbandono nel cuore di Dio: tutto questo, e molto di più, è il tesoro prezioso che ci dona santa Teresa di Gesù Bambino, o di Lisieux. “Piccola” è la via che porta a Dio, appunto, nella visione spirituale di questa santa, che ha camminato nella vita lungo un percorso non sempre facile, segnato dalla fatica e dalla sofferenza fisica e spirituale. Un percorso che la condusse fino al cuore di Dio e che è l’icona dell’impresa che ogni cristiano è chiamato a compiere. Paradossalmente furono proprio gli ostacoli e le difficoltà, come viene narrato in «Storia di un’anima», che aiutarono Teresa a trovare la sua “piccola via” verso il Signore: è nelle imperfezioni della vita che è possibile cogliere con più forza l’amore del Signore. Nata nel 1873 ad Alençon in Francia, Teresa era cresciuta in una famiglia “santa” (anche i genitori, Luigi e Zelia Martin, sono stati canonizzati) e a 8 anni cominciò a frequentare la scuola presso le Benedettine di Lisieux, dove si era trasferita nel 1877, dopo la morte della madre. Pian piano crebbe il desiderio di farsi carmelitana, ma per lei non fu semplice, vista la giovane età: solo il 9 aprile 1888 entrò nel Carmelo di Lisieux. La sua ricerca spirituale sui passi della santità venne interrotto dalla tubercolosi: morì nel 1897 all’età di 24 anni. Nel 1997 è stata proclamata dottore della Chiesa. (Matteo Liut)
O Dio, che apri le porte del tuo regno agli umili e ai piccoli,
fa’ che seguiamo con fiducia
la via tracciata da santa Teresa [di Gesù Bambino],
perché, per sua intercessione, ci sia rivelata la tua gloria eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.