28 Maggio 2026
 
Giovedì della VIII Settimana T. O.
 
1Pt 2,2-5.9-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Mc 10,46-52
 
Rabbunì, che io veda di nuovo! (Vangelo)
 
La guarigione di Bartimeo «nell’essenzialità dei suoi passaggi, evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche “Illuminazione”».
La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia. Nei luoghi di antica evangelizzazione, dove è diffuso il Battesimo dei bambini, vengono proposte ai giovani e agli adulti esperienze di catechesi e di spiritualità che permettono di percorrere un cammino di riscoperta della fede in modo maturo e consapevole, per assumere poi un coerente impegno di testimonianza. Quanto è importante il lavoro che i Pastori e i catechisti compiono in questo campo! La riscoperta del valore del proprio Battesimo è alla base dell’impegno missionario di ogni cristiano, perché vediamo nel Vangelo che chi si lascia affascinare da Cristo non può fare a meno di testimoniare la gioia di seguire le sue orme. In questo mese di ottobre, particolarmente dedicato alla missione, comprendiamo ancor più che, proprio in forza del Battesimo, possediamo una connaturale vocazione missionaria» (Benedetto XVI, Angelus 29 Ottobre 2006).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Bibbia per la formazione cristiana: Comincia qui un grande inno che si estende fin quasi alla fine del capitolo 50. L’autore si propone di lodare Dio per le sue opere, cantando la sua grandezza nell’universo delle cose create e nella storia degli uomini. La natura è multiforme e immensa ma è trasparente. L’uomo non finirà mai di scoprire le sue meraviglie, in cui si rivela la gloria di Dio che con la sua parola ha creato tutte le cose. Dio esercita il suo dominio su ogni creatura. Tutte le creature sono belle e utili nella loro diversità. Ciascuna ha la sua funzione, che le è stata assegnata dal Creatore. L’uomo non sarà mai sazio di contemplare la loro bellezza.
 
Vangelo
Rabbunì, che io veda di nuovo!
 
Con l’episodio della guarigione di Bartimèo si conclude la sezione dedicata alla sequela di Gesù. La guarigione del figlio di Timeo segna anche una svolta: Gesù non cerca più di mantenere il segreto della sua identità. Accetta di essere chiamato Figlio di Davide e in seguito all’ingresso in Gerusalemme si designerà apertamente come il Messia. Gesù è detto anche Nazareno ed è chiamato con il titolo di Rabbunì. Il primo - Nazarenos - figura solo in Marco, mentre il secondo titolo è l’equivalente aramaico dell’ebraico rabbi. È usato solo qui e in Gv 20,16. Il significato potrebbe essere “mio Maestro” o “Maestro” (cf. Gv 20,16). La sequela del cieco Bartimèo diventa il prototipo di ogni discepolato: solo la luce della grazia riesce a far sentire all’uomo la presenza di Gesù. Solo il Dio salvatore dell’uomo e la grazia muovono l’uomo a invocare l’intervento liberatore di Dio, l’uomo, a tanta condiscendenza divina, può rispondere all’amore salvifico di Dio solo con la fede.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,46-52
 
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Parola del Signore.
 
Che vuoi che io ti faccia - Gerico è una città della Cisgiordania, posta in prossimità del fiume Giordano. Considerata la più antica città fortificata al mondo, Gerico evoca lutti, guerre e prodigi operati da Dio per la sua conquista. Basti pensare alla sua espugnazione miracolosa da parte di Giosuè quando Israele, dopo l’uscita «a mano alzata dall’Egitto» (Es 14,8), incominciò a conquistare la terra promessa (cf. Gs 6,1-16).
Di Bartimèo, figlio di Timèo, non sappiamo se era cieco dalla nascita, ma il fatto che Marco ne fornisca il nome potrebbe significare che probabilmente era conosciuto nell’ambiente della primitiva comunità cristiana. In ogni caso, se era cieco non era sordo e forse si era appostato in quel luogo di proposito in attesa del passaggio di Gesù.
Il titolo Figlio di Davide è un titolo messianico, ma non è facile intuire che eco avesse sulla bocca e nel cuore di Bartimèo. Con questo grido di fede sembra che il segreto messianico, gelosamente custodito da Marco, si sia ora dileguato.
«Finora nel Vangelo di Marco le proclamazioni messianiche ad alte grida erano state quelle dei demoni e Gesù ha cercato di tacitarle. Qui per la prima volta, è un uomo che grida a tutti la messianità di Cristo: un cieco che lo ha riconosciuto interiormente per grazia divina; e il Maestro non lo ammonisce, lascia che gridi più forte, anzi lo invita a mettersi accanto a lui al centro della folla, quasi a offrirgli una migliore opportunità a testimoniarlo» (P. Gaetano Savoca, s.j.).
In ogni caso, il grido del figlio di Timèo era un appello di aiuto. Essere guariti dalla cecità non stava a significare soltanto la liberazione dalla schiavitù della mendicità, ma un reale ritorno alla vita assaporandone tutti i colori. I soliti tetragoni tutori dell’ordine cercano di farlo tacere, ma il cieco consapevole della posta in gioco non si fa intimorire ed alza la voce gridando più forte. Gesù si ferma e ordina in modo perentorio di chiamarlo. Solo ora i guardiani dell’ordine, all’imprevisto annuncio messianico di un cieco, comprendono la vera identità di Gesù e sulle loro labbra finalmente fiorisce una parola di speranza: «Coraggio! Alzati, ti chiama».
In tre mosse, sottolineate da tre verbi di movimento, gettato via ... balzò ... venne, in modo repentino il cieco si mette alla presenza del Figlio di Davide.
Gesù prende l’iniziativa anche se è scontata la richiesta. Il miracolo è subitaneo. È da notare che Gesù non chiede la fede, ma ne sottolinea il possesso da parte del figlio di Timèo: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Quello che sfugge ai più, non sfugge al Figlio di Dio. Sa scovare in quella richiesta tutta la fede necessaria per ottenere il dono della vista.
D’altronde Gesù dal Padre è stato mandato nel mondo «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il racconto si conclude senza sottolineature di manifestazioni di gioia da parte del miracolato (cf. At 3,8) o note che mettono in risalto lo stupore della folla (cf. Mc 7,37). Ma la nota, prese a seguirlo per la strada, non è priva di importanza perché il termine scelto da Marco indica l’azione del seguire sia in senso fisico sia in senso spirituale, come per gli apostoli e gli altri discepoli.
È in atto un cammino di conversione. Gesù è la Luce del mondo (cf. Gv 8,12) ed è venuto per dare la vista ai ciechi (cf. Gv 9,39), ma è anche la Via (cf. Gv 14,6) che conduce a salvezza. Così qui viene proposto quell’interiore cammino che ogni uomo deve compiere per porsi alla sequela di Gesù Nazareno: pentirsi dei propri peccati, farsi illuminare da Cristo (immergersi nelle acque salutari del Battesimo), prendere ogni giorno sulle spalle la croce del Maestro e seguirlo (cf. Lc 9,23).
È la proposta che risuonerà nella città di Gerusalemme il mattino di Pentecoste: all’udire la predicazione degli Undici molti «si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse loro: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2,37-38).
 
Per approfondire
 
Silenzio profetico, non diplomatico - José Maria-González-Ruiz (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): Non possiamo dimenticare che l’evangelista Marco inquadra questi fatti - fra gli altri, la guarigione del cieco Bartimeo - nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, la città che, nel pensiero del secondo evangelista, non era solo una nozione geografica, ma anche un concetto teologico. È la città santa, la capitale d’Israele, nella quale hanno il loro domicilio i capi del popolo. Sullo sfondo, si sente la tensione della comunità di Cesarea rispetto a quella di Gerusalemme, nella ricerca ingenua d’un accordo col vertice israelita.
Gesù è presentato come un coraggioso profeta, cosciente della sorte che gli è riservata nella città santa; e per questo cammina precedendo gli altri. Il gruppo dei suoi ascoltatori, non conoscendo la situazione, si mostra sorpreso. Tuttavia i discepoli, «quelli che lo seguivano», quelli che erano coscienti dei sentimenti di Gesù, «avevano timore». Gesù si esprime con maggior chiarezza, annunziando senza misteri la sua prossima passione, morte e risurrezione.
Subito dopo aver fatto un altro annunzio della passione, l’evangelista intende chiarire ancora una volta che cosa si intenda per fede e che cosa comporti seguire Gesù.
Il caso del cieco è esemplare: un uomo che prega con perseveranza, che invoca Gesù a dispetto delle difficoltà, è incoraggiato e va incontro a Gesù; è da lui interrogato, gli sono aperti gli occhi ed egli lo segue nel suo viaggio.
Solo con quest’animo è possibile comprendere e seguire la via del Figlio dell’uomo verso la sofferenza. L’evangelista osserva che Bartimeo chiama Gesù «Figlio di Davide» e che «molti lo sgridavano per farlo tacere».
La presenza d’uno straccione avrebbe potuto rovinare l’ingresso trionfale del. Figlio di Davide. Come vediamo, la tentazione del trionfalismo perseguita la chiesa «ab utero»: oseremmo dire che le è consostanziale. Per questo, l’insistenza profetica su quest’argomento non può essere frutto di ossessione, ma d’una semplice lettura dei testi fondamentali della nostra fede cristiana.
Il grande nemico della Chiesa è sempre quella componente umana che ama il potere terreno e tende a quell’aggancio pacifico che soffoca la sua essenza profetica.
 
Cieco / cecità - Maria Stumpf-Konstanzer: Il cieco non può diventare sacerdote (Lv 21,18). Nemmeno animali ciechi possono essere sacrificati, perché soltanto ciò che è senza difetto può avvicinarsi all’altare ed essere posto su di esso. Ma il cieco non è escluso dalla comunità, poiché Dio crea i vedenti e i ciechi. Il cieco sta anzi sotto la protezione particolare di Dio. Avere cura dei ciechi è un comandamento di Dio. In pratica. però, essi facevano parte dei mendicanti.
Hidegard Gollinger: I libri profetici d’AT intendono la cecità soprattutto in senso traslato, come incapacità dell’uomo di riconoscere l’agire e la volontà di Dio e di vivere in conformità ad essi. La cecità mantiene questo significato anche nel NT. I farisei credono di vedere, in realtà sono essi stessi “cieche guide di ciechi” (Mt 15,14; Lc 6,39). Autore di questa cecità è il “dio di questo mondo” cioè Satana (2Cor 4,4). La cecità, dunque, è lo stato, non voluto da Dio, dell’allontanamento dell’uomo da Dio, dell’incredulità. Secondo la promessa dei profeti veterotestamentari il tempo messianico della salvezza è caratterizzato, fra l’altro, dal fatto che i ciechi vedranno. Su questo sfondo vanno viste le guarigioni dei ciechi da parte di Gesù: esse confermano Gesù come il potente realizzatore delle profezie veterotestamentarie e sono il segno della signoria di Dio che in lui irrompe (cf. Mt 11,5). Per questo, Gesù rifiuta l’interpretazione giudaica della cecità come castigo inflitto da Dio: il cieco non viene riconosciuto automaticamente come peccatore grave a partire dalla sua sofferenza, ma diventa occasione per la realizzazione del progetto salvifico di Dio (Gv 9,3). Non la cecità fisica deriva dal peccato, ma l’illusione farisaica che crede di vedere, ma che di fatto è inguaribilmente cieca, essendosi chiusa nei confronti di Dio (Gv 9,41).
 
Cristo è l’autentica luce del mondo - Origene, Hom. in Genesim, 1, 6-7: Cristo è dunque “la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), e la Chiesa, illuminata dalla sua luce, diventa essa stessa “luce del mondo”, che illumina 2coloro che sono nelle tenebre” (Rm 2,19), come Cristo stesso attesta quando dice ai suoi discepoli: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Di qui deriva che Cristo è la luce degli apostoli, e gli apostoli, a loro volta, sono la luce del mondo...
E come il sole e la luna illuminano i nostri corpi, così da Cristo e dalla Chiesa sono illuminate le nostre menti. Quantomeno, le illuminano se noi non siamo dei ciechi spirituali. Infatti, come il sole e la luna non cessano di diffondere la loro luce sui ciechi corporali che però non possono accogliere la luce, così Cristo elargisce la sua luce alle nostre menti, epperò non ci illuminerà di fatto che se non vi si oppone la cecità del nostro spirito. In tal caso, occorre anzitutto che coloro che sono ciechi seguano Cristo dicendo e gridando: “Figlio di David, abbi pietà di noi” (Mt 9,27), affinché, dopo aver ottenuto da Cristo stesso la vista, possano successivamente essere del pari irradiati dallo splendore della sua luce.
Inoltre, non tutti i vedenti sono egualmente illuminati da Cristo, ma ciascuno lo è nella misura in cui egli può ricevere la luce. Gli occhi del nostro corpo non sono egualmente illuminati dal sole: più si salirà in alto, più si alzerà l’osservatorio dal quale lo sguardo contemplerà la sua levata, e meglio si percepirà anche il chiarore e il calore; analogamente, più il nostro spirito, salendo ed elevandosi, si sarà avvicinato a Cristo, esponendosi più da vicino allo splendore della sua luce, più magnificamente e brillantemente si irradierà il suo fulgore, come rivela Dio stesso per mezzo del profeta: “Avvicinatevi a me e io mi avvicinerò a voi, dice il Signore” (Zc 1,3); e dice ancora: “Io sono un Dio vicino e non un Dio lontano” (Ger 23,23).
Non è però che tutti andiamo a lui nella stessa maniera, bensì ciascuno va a lui secondo le proprie possibilità (cf. Mt 25,15). O andiamo a lui insieme alle folle e allora ci ristora in parabole (cf. Mt 13,34), solo perché il prolungato digiuno non ci faccia soccombere lungo la via (cf. Mt 15,32; Mc 8,3); oppure, rimaniamo continuamente e per sempre seduti ai suoi piedi, non preoccupandoci che di ascoltare la sua parola, senza lasciarci turbare “dai molti servizi, scegliendo la parte migliore” che non ci verrà tolta (cf. Lc 10,39s).
Avvicinandosi così a lui (cf. Mt 13,36), si riceve da lui molta più luce. E se, al pari degli apostoli, senza allontanarci da lui sia pure di poco, restiamo sempre con lui in tutte le sue tribolazioni (cf. Lc 22,28), allora egli ci espone e spiega nel segreto ciò che aveva detto alle folle (cf. Mc 4,34) e ci illumina con maggiore chiarezza. E anche se si è capaci di andare a lui fino alla sommità del monte, come Pietro, Giacomo e Giovanni (cf. Mt 17,1-3), non si verrà illuminati solamente dalla luce di Cristo, ma anche dalla voce del Padre in persona.
 
Testimoni di Cristo -  Beata Maria Bartolomea Bagnesi Domenicana (Firenze, 1514 - 1577): La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell’esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo morta, compì un miracolo in favore di un’altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de’ Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio). Quest’ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a diciott’anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede.
A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l’abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato approvato dal 1804. (Avvenire)
 
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 27 Maggio 2026
 
Mercoledì della VIII Settimana T. O.
 
1Pt 1,18-25; Salmo Responsoriale dal Salmo 147; Mc 10,32-45
 
  
... il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire (Vangelo)
 
Papa Francesco (Discorso, 8 maggio 2013): ... non dobbiamo mai dimenticare che il vero potere, a qualunque livello, è il servizio, che ha il suo vertice luminoso sulla Croce. Benedetto XVI, con grande sapienza, ha richiamato più volte alla Chiesa che se per l’uomo spesso autorità è sinonimo di possesso, di dominio, di successo, per Dio autorità è sempre sinonimo di servizio, di umiltà, di amore; vuol dire entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi agli Apostoli (cfr. Angelus, 29 gennaio 2012), e che dice ai suoi discepoli: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse... Tra voi non sarà così; proprio il motto della vostra assemblea, “tra voi non sarà così” - ma chi vuole essere grande tra voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27).
Pensiamo al danno che arrecano al Popolo di Dio gli uomini e le donne di Chiesa che sono carrieristi, arrampicatori, che “usano” il popolo, la Chiesa, i fratelli e le sorelle – quelli che dovrebbero servire -, come trampolino per i propri interessi e le ambizioni personali. Ma questi fanno un danno grande alla Chiesa. Sappiate sempre esercitare l’autorità accompagnando, comprendendo, aiutando, amando; abbracciando tutti e tutte, specialmente le persone che si sentono sole, escluse, aride, le periferie esistenziali del cuore umano. Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella Chiesa, dove Colui che è il Signore si fa servo fino al dono totale di sé.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’apostolo Pietro espone ai destinatari della sua lettera le esigenze della nuova vita che deve essere contrassegnata dall’amore fraterno: Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri. Questa nuova vita è voluta da due motivi fondanti: innanzitutto perché i credenti  sono stati liberati dalla loro vuota condotta ereditata dai loro padri  non a prezzo di cose effimere, come l’argento e l’oro, ma   con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia, e, infine perché rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna: “Germe di vita, la parola di Dio è all’origine della nostra rinascita divina e ci dà la possibilità di agire secondo la volontà di Dio [1Pt 1,22-25; Gc 1,18+; Gv 1,12s; 1Gv 3,9; cfr. 1Gv 2,13s; 5,18], perché essa è piena di potenza (1Cor 1,18; 1Ts 2,13; Eb 4,12). Per Giacomo, la Parola è ancora la legge mosaica [Gc 1,25]; per 1Pt è la predicazione evangelica [1Pt 1,25; cfr. Mt 13,18-23p]; per Giovanni, è il Figlio di Dio in persona (Gv 1,1+). Paolo vede nello Spirito il principio che ci costituisce figli di Dio (Rm 6,4+), ma lo Spirito è il dinamismo della Parola” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato.
 
Gesù per la terza volta predice ai Dodici la sua Morte e la sua Risurrezione. Giacomo e Giovanni, forse credendo che la loro avventura stava per finire per sempre, pensano di accaparrarsi un futuro sicuro, e così chiedono a Gesù: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. I due fratelli forse avevano pensato alla sequela come a una gita fuori porta, e, alla fine, allegramente, arrivare ai primi posti. Gesù non rimprovera i due Apostoli perché non sanno quello che chiedono, ma fa loro ben comprendere che porsi alla sua sequela ha dei costi altissimi: Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato? E poi gettando uno sguardo nel futuro, Gesù predice il loro martirio per il Vangelo. Per Giacomo il martirio si realizzerà nell’anno 44 per opera d’Erode Agrippa, Giovanni invece avrà la sua parte di sofferenze e di tribolazioni, così come ricorda il libro dell’Apocalisse. Mettersi dietro a Gesù occorre tenacia, fermezza, coraggio, e non dimenticare mai che la sequela è un dono non una scelta umana (Gv 15,16), ecco perché il discepolo ha sulle sue labbra le parole del Siracide: “Ricompensa coloro che perseverano in te, i tuoi profeti siano trovati degni di fede” (Sir 36,18).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,32-45
 
 In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore.
 
Cosa volete che io faccia per voi - Il racconto evangelico odierno è posto tra il terzo annuncio della passione (Mc 10,32-34) e la guarigione del mendicante cieco Bartimeo, figlio di Timeo (Mc 10,46-52). Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appàiono i più risoluti in questa ricerca.
Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è perentoria: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28 ), i figli di Zebedeo, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo è «per coloro per i quali è stato preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci si sdegnarono». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.
 
Per approfondire
 
Roberto Tufariello - Il Servo di Iahvè - Figura escatologica e messianica - Diverse sono le interpretazioni degli esegeti sulla figura del Servo del Deuteroisaia. Qualcuno sostiene l’interpretazione collettiva (il Servitore si identifica con l’Israele storico o con quello ideale); altri preferiscono l’interpretazione individuale non messianica (il Servitore si identifica con un personaggio del passato, come Mosè o Geremia, o del presente: un contemporaneo del Deuteroisaia o il Deuteroisaia stesso); altri danno di questo personaggio una esegesi individuale messianica (l’autore, ispirandosi a un personaggio storico - come Ioakin, re esiliato, o Giosia, re riformatore e giusto, o uno dei maggiori profeti, - avrebbe delineato un uomo del futuro, mediatore di salvezza); altri esegeti, infine, si rifanno alla concezione della personalità corporativa, che permette di vedere nel Servo un personaggio preciso, che però simboleggia e riassume in sé tutto il suo popolo.
Tra i diversi aspetti della figura del Servo, vogliamo qui sottolineare le sue caratteristiche messianiche ed escatologiche. Il Deuteroisaia era stato testimone di gravi insuccessi subiti dal popolo eletto: il ritorno dall’esilio si era compiuto senza prodigi e per un numero limitato di persone (cf. Esdra 8, che si riferisce a circa cent’anni più tardi); le nazioni pagane non si erano convertite come si attendeva (cf. Is. 45,22-24; 54,5). Il ritorno dall’esilio e la conversione dei pagani rimanevano un oggetto di attesa e di speranza per il futuro (Is. 57,18-19; Ag. 2,7-8.22; Zac. 2,15; 8,7; 10,10).
Ora il Deuteroisaia riprende questi elementi essenziali del disegno di Dio e li esprime in una prospettiva totalmente nuova.
Questa volta - assicura l’autore sacro - il disegno di Dio non mancherà di realizzarsi: «Ma a Iahvè è piaciuto prostrarlo con dolori; - poiché offrirà se stesso in espiazione, - vedrà una discendenza longeva, - la volontà di Iahvè si effettuerà per mezzo suo» (Is. 53,10).
Lo strumento di quest’opera di salvezza sarà un personaggio escatologico: non più Ciro (Is. 44,28; 45,1), ma un uomo scelto in mezzo a Israele, che incarnerà e riassumerà in sé il vero popolo di Dio: «Mi disse: Mio servo tu sei, Israele, - attraverso il quale manifesterò la mia gloria» (Is. 49,3).
Questo personaggio viene descritto con elementi che richiamano le figure di Mosè, Ezechiele e soprattutto Geremia: gli è affidato il ministero della parola, dell’intercessione, dell’Alleanza, ministero che lo pone in lotta contro il peccato (cf. Is. 42,1.6-7; 50,4). Egli, però, porterà realmente nella sua carne le stimmate del peccato: «Pertanto egli ha portato i nostri affanni, - egli si è addossato i nostri dolori - e noi lo abbiamo ritenuto come un castigato, - percosso da Dio e umiliato. - Egli è stato trafitto per i nostri delitti, - schiacciato per le nostre iniquità. Il nostro castigo salutare si abbattè su di lui; - per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is. 53,4-5).
Non solo rischierà il martirio, come Geremia, ma lo affronterà effettivamente (Is. 53,10). L’efficacia di questo martirio viene indicata mediante la terminologia liturgica: è un sacrificio di «espiazione» (cf. Lev. 6). Alcuni elementi, desunti dal mes-sianesimo regale (cf. Is. 42,1 e 11,2; 53,12 e 9,2), dicono con sufficiente chiarezza che si tratta di una figura messianica, si tratta però del messia-profeta, e non del messia-re. La sua figura è quella di un salvatore di Israele e dell’umanità, è quella di un «redentore» che espia mediante la sua sofferenza i peccati degli uomini. Questa interpretazione messianica ed escatologica dei carmi del Servo di Iahvè nel NT diventa chiaramente cristologica: il profeta annuncia la realtà futura orientando gli spiriti nella direzione più giusta. Nel NT è a Gesù che viene riferita la figura del Servo; Gesù stesso applica a sé Is. 53,12 (cf. Lc. 22,37). Giovanni Battista allude indubbiamente a Is. 53 (Gv. 1,29), quando chiama Gesù: «Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Tutto Is. 53 è giustamente considerato la più meravigliosa e completa anticipazione profetica dell’opera espiatrice di Cristo, che muore e risorge per la salvezza del suo popolo.
 
Pseudo Macario, Omelie spirituali, 12,4-5: Tutti i giusti hanno percorso una strada angusta e aspra, sopportando persecuzioni, angustiati e maltrattati... costretti a rifugiarsi nelle spelonche e nelle caverne scavate nella terra [Eb 11,37-38]. Anche gli apostoli, non diversamente, dicono: Sino a questo momento noi soffriamo la fame, la sete, la nudità; siamo schiaffeggiati e non abbiamo ove poterci stabilire [1Cor 4,11]. Alcuni di loro furono decapitati, altri crocifissi, altri ancora sottoposti alle più diverse torture. E il Signore stesso dei profeti e degli apostoli, dimentico, per così dire, della sua divina gloria, che testimonianza ci ha lasciato? Mostrando a noi il modello da imitare, sopportò l’onta gravissima di recare sul capo la corona di spine, subendo gli sputi, le percosse e la croce. Se Dio, su questa terra, si è comportato a quel modo, a noi toccherà di imitarlo; se gli apostoli e i profeti, poi, non sono stati da meno, anche noi, se abbiamo in animo di costruire sulle fondamenta che il Signore e gli apostoli ci hanno lasciato, dobbiamo seguirli lungo la stessa strada. Raccomanda, infatti, l’Apostolo, dietro suggerimento dello Spirito Santo: Siate miei imitatori, come io stesso lo sono di Cristo [1Cor 11,1]. Se, al contrario, aspiri alla gloria umana e desideri ricevere onori ed essere rispettato e vai cercando una vita comoda, significa che hai già smarrito la strada che dovevi seguire. Occorre infatti che tu sia crocifisso assieme a colui che è stato crocifisso e soffra con chi ha sofferto, per esser glorificato in unione a colui che è stato glorificato [cfr. Rm 8,17]... Non è concesso, insomma, se non a prezzo di sofferenze e procedendo lungo un sentiero aspro, angusto e impervio, di entrare nella città dei santi, per riposare e regnare insieme con il re, nell’infinità dei secoli.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Atanasio Bazzekuketta Martire (Uganda, 1866 - Nakiwubo, 27 maggio 1886): Atanasio Bazzekuketta fa parte del gruppo - venerato oggi con la dizione Carlo Lwanga e compagni - di 22 martiri ugandesi. Questi furono uccisi in diverse fasi sotto il re Muanga, durante una persecuzione che costò la vita in poco più di un anno, dal novembre 1885 al febbraio 1887, a un centinaio di cristiani. Muanga e il predecessore, re Mutesa, avevano accolto favorevolmente l’annuncio del Vangelo da parte dei missionari Padri Bianchi. Ma l’erede, salito al trono, mutò tragicamente parere. Atanasio era il custode del regio tesoro e fu ucciso il 3 giugno del 1886 a soli 20 anni. Si offrì ai carnefici che durante una marcia di trasferimento dei cristiani imprigionati ne uccidevano uno a ogni crocicchio per incutere terrore agli altri. I martiri ugandesi sono stati beatificati nel 1920 da Benedetto XV e canonizzati nel 1964 da Paolo VI, che nel 1969 consacrò il santuario a loro dedicato nella località ugandese di Namugongo. (Avvenire)
 
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 26 Maggio 2026
 
San Filippo Neri, Presbitero
 
1Pt 1,10-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Mc 10,28-31
 
Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno((Cf. Mt 11,25 - Acclamazione al Vangelo)
 
I misteri del Regno di Dio  -  R. Deville e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Il regno di Dio è una realtà misteriosa di cui soltanto Gesù può far conoscere la natura. Ed ancora, egli non la rivela se non agli umili ed ai piccoli, non ai sapienti ed agli scaltri di questo mondo (Mt 11, 25); ai suoi discepoli, non alle persone estranee, per le quali tutto rimane enigmatico (Mc 4, 11 par.). La pedagogia dei vangeli è costituita in gran parte dalla rivelazione progressiva dei misteri del regno, specialmente nelle parabole. Dopo la risurrezione questa pedagogia sarà completata (Atti 1, 3) e l’azione dello Spirito Santo la porterà a termine (cfr. Gv 14, 26; 16, 13 ss).
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaIl testo si articola in due tematiche principali: A) L’attesa dei profeti: l’apostolo Pietro ricorda come i profeti dell’Antico Testamento abbiano indagato a lungo sulla salvezza, cercando di comprendere quando e come si sarebbero realizzate le sofferenze e la gloria del Messia
B) Il privilegio dei credenti: a quei profeti fu rivelato che le loro fatiche servivano per preparare l’annuncio del Vangelo. Ora, quella grazia tanto attesa è pienamente manifestata ai cristiani. 
L’espressione “cingendo i fianchi della vostra mente” è un’immagine che richiama l’essere pronti per un cammino. Significa scacciare le distrazioni, mantenere la sobrietà e orientare tutta la propria esistenza verso la speranza nella rivelazione di Cristo. 
Come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta: come figli ubbidienti, i credenti sono chiamati a non conformarsi ai desideri di un tempo. Il modello di vita deve essere Dio stesso: Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo (Levitico 11,44). La santità qui è vista come un’adesione totale all’amore e alla purezza di Dio. (Fonte AI Overview)
 
Vangelo
Riceverete in questo tempo cento volte tanto insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.
 
I versetti di Marco extrapolati dal suo contesto risultano poco comprensibili. Gesù ha parlato dell’inganno delle ricchezze, e per far bene intendere quanto sia difficile per i ricchi entrare nel regno di Dio si serve di un paradosso, “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,25).  Pietro, “allora, da portavoce dei suoi ricorda a Gesù che loro hanno lasciato ogni cosa per seguirlo (il lasciare, infatti - le reti/il padre -, era stato un gesto emblematico e programmatico della loro chiamata; cf 1,16-20) e Gesù, insieme, conforta Pietro di un presente e di un avvenire di pienezza inimmaginabile e assolutamente sovrabbondante rispetto alle rinunce (il centuplo di case, fratelli, sorelle, madri. .. ), ma non nasconde un duplice “allegato”: «Insieme a persecuzioni, e nel tempo a venire la vita eterna» (v. 30). Beata chiarezza! Il dolore, la sofferenza, la morte a se stessi, da un lato; l’esperienza del bisogno e della dipendenza, dall’altro, non sono evitabili se si desidera realmente realizzare la sequela in vista del regno, dove si compirà quel capovolgimento totale delle attese e delle primazie del mondo e dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, con una promessa di pienezza grande (la vita eterna). Soltanto: questa promessa basterà a superare la paura?” (Annalisa Guida, Vangelo secondo Marco).
 
Vangelo secondo Marco
Mc 10,28-31
 
In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 L’episodio narrato da Marco in questo passo (verss. 28-31) è strettamente connesso con le due sezioni precedenti. Pietro prende la parola per dichiarare che l’atteggiamento degli apostoli è stato ben diverso da quello del ricco che si era poco prima allontanato da Gesù con l’animo amareggiato. Noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito; le parole del primo apostolo non sono un autoelogio, ma la constatazione di un fatto; i Dodici avevano abbandonato tutto, averi e famiglia, per mettersi al seguito del Maestro. L’evangelista omette le parole di Matteo: «che avremo noi dunque?» (Mt., 19, 27).
29-30 Marco, seguito in ciò da Luca, ci ha conservato la risposta del Salvatore in una forma chiara e distinta. Per causa mia e per quella del vangelo; il Maestro pone in particolare rilievo la sua persona ed il vangelo. Luca ha invece: «per causa del regno di Dio», poiché dà all’espressione un senso più universale, che abbraccia tutti i seguaci di Cristo. Marco predilige la formula: «a causa del vangelo», che ricorre otto volte nel suo scritto, mentre Matteo l’usa soltanto quattro volte e Luca mai. L’evangelista distingue chiaramente tra: in questo tempo e nell’èra futura. La ricompensa consiste nel promettere ai discepoli il centuplo in questa vita; evidentemente l’espressione non va presa in senso quantitativo o matematico, ma in quello qualitativo e spirituale. Il Salvatore non fa una transazione commerciale tra ciò che si dà e ciò che si deve avere. Chi entra nella società di Cristo gode di tutto quello che hanno portato con sé coloro che già vi appartengono. Nel regno di Dio, cioè nella Chiesa, che è la società dei credenti vi è una comunicazione di beni e di aiuti. Il seguace di Cristo è sicuro di trovare nella Chiesa il regno della carità per cui quello che hanno gli altri può essere considerato come proprio.
Nella Chiesa primitiva questo era un fatto assai frequente e visibile perché le comunità cristiane erano ristrette ed i suoi membri, vivendo in centri pagani o ebraici, si sentivano molto più vicini e solidali. Gli Atti (2, 44; 4, 22) ricordano che molti cristiani mettevano i propri beni in comune; testimonianze antiche elogiano la carità che regnava nei seguaci della nuova religione predicata da Cristo. Le parole del Maestro accentuano l’aspetto spirituale della ricompensa; esse quindi vanno considerate e spiegate in questa prospettiva. Si osservino due fatti: Cristo non promette come ricompensa delle mogli, eppure parla di fratelli, sorelle, madri e figli, né una vita umanamente tranquilla e beata. Il seguace di Cristo non avrà il centuplo in mogli, perché il termine non si presta per una prospettiva spirituale (Luca nel passo parallelo accenna alla moglie abbandonata a causa del regno di Dio, cf. Lc., 18, 29), né vivrà pacifico e beato perché dovrà sostenere delle persecuzioni. L’allusione alle persecuzioni (insieme con persecuzioni) indica chiaramente che il discepolo subirà nell’esistenza terrena delle prove nelle quali dovrà mostrare il suo spirito evangelico.
Questa promessa quindi non prospetta una felicità terrena, né l’instaurazione di un regno beato, quasi nuovo paradiso terrestre, come pensavano i Millenaristi.
31 Non sembra che il versetto contenga un monito rivolto ai discepoli, come se Gesù avesse detto loro: ora voi siete ai primi posti, ma state attenti a non perdere questa posizione privilegiata presumendo di voi stessi o decadendo dal vostro spirito di distacco. Le parole del versetto vanno riferite agli Ebrei del tempo e possono essere così parafrasate: le guide spirituali del popolo ebraico (scribi, farisei sacerdoti), che sono chiamati «primi», perché occupano gli alti ranghi della società, diverranno ultimi; gli apostoli invece, che sono considerati ultimi, perché si trovano in una posizione umile e comune, diverranno primi.
 
Per approfondire
 
Non si fanno i conti in tasca a Dio - R. Schnackenburg (Vangelo secondo Marco): Non si potrebbe però obiettare che questo motivo della ricompensa è poco onorevole e quasi inaccettabile? Non serve forse a incoraggiare quell’atteggiamento rinunciatario, per cui si subiscono quaggiù privazioni e « sacrifici » allo scopo di ottenere un premio celeste più grande possibile nella « felicità eterna »? Non conduce forse a quella fuga dal mondo, a quell’isolamento delle comunità in una sorta di ghetto, che noi oggi riconosciamo come falso e perverso in quanto induce la Chiesa a rinunciare ad ogni cosa, sottraendosi ai suoi impegni nel mondo, alla sua azione sociale e ai necessari interventi contro l’oppressione in atto da parte di alcuni gruppi privilegiati? Pensiamo all’America Latina!
In realtà, tali pericoli non si possono negare e dobbiamo anzi ammettere molte colpe storiche da parte della Chiesa.
Anche le parole di Gesù sono esposte al pericolo di false interpretazioni. Se ben riflettiamo però alla sua originaria intenzione, l’ansiosa ricerca della ricompensa è da escludere.
Egli si serve dell’immagine di una mercede centuplicata per incoraggiare i discepoli a impiegare i beni della terra secondo l’esigenza evangelica. Egli mira a distogliere i suoi seguaci dalla sete del denaro e della proprietà, affinché si dedichino totalmente a Dio; essi devono impiegare i terreni come Dio comanda, ossia per i poveri e gli indigenti. Del resto, con ciò non guadagnano dei diritti nei confronti di Dio e non è loro lecito far altro che attendere da lui la restituzione, sotto forma di dono, di tutto ciò a cui hanno rinunciato.
La concezione giudaica della ricompensa, nell’annuncio di Gesù, non viene semplicemente corretta, ma addirittura capovolta. Gesù infatti esclude categoricamente l’aspirazione a un premio sempre maggiore, come pure il menar vanto delle proprie prestazioni. Gesù si allaccia al pensiero ebraico (« avrai un tesoro in cielo »), ma lo supera appellandosi alla grandezza e alla liberalità di Dio, il quale come non si lascia riscattare, così non si lascia vincere in bontà. Chi gli dà tutto, riceverà da lui doni in abbondanza. Chi invece guarda al premio, facendo a Dio i conti in tasca e operando il bene per un calcolo, non ha ancora attuato il dono di sé alla Divinità.
 
La ricchezza - Genericamente la sacra Scrittura, in quanto abbastanza guardinga verso la ricchezza, invita a non attaccare ad essa il cuore «anche se abbonda» (Sal 62,11) perché «l’oro ha corrotto molti e ha fatto deviare il cuore dei re» (Sir 8,2).
Ed è sotto gli occhi di tutti come gli empi, la cui unica preoccupazione è quella di ammassare ricchezze (Sal 73,12), prosperano e forti della loro potenza economica scherniscono, parlano con malizia, minacciano dall’alto con prepotenza (Sal 73,8). La bramosia di denaro incattivisce l’uomo trascinandolo nel baratro della morte: «Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà ogni loro parvenza: gli inferi saranno la loro dimora» (Sal 49,15).
Sfumature negative che si devono addebitare alla convinzione che il desiderio sfrenato della ricchezza non è mai esente dal peccato: «Chi ama l’oro non sarà esente da colpa, chi insegue il denaro per esso peccherà. Molti sono andati in rovina a causa dell’oro, il loro disastro era davanti a loro. È una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni insensato vi resta preso» (Sir 31,5-7).
La condanna della ricchezza poi è senza appello se diventa una sirena affascinante, se l’uomo poggia tutta la sua vita unicamente sul denaro. Se si fanno catturare da esso gli uomini condividono la stessa sorte delle bestie: «L’uomo nella prosperità non  comprende, è come gli animali che periscono» (Sal 49,13). Se per san Giovanni Crisostomo il denaro e il piacere sono la pietra d’inciampo che fa cadere gli uomini, per la Bibbia l’insonnia «per la ricchezza logora il corpo» (Sir 31,1).
Allora, si tratta di stoltezza, di una profonda incapacità nel gestire la potenza del denaro: una incapacità che fa assurgere il denaro a dio-padrone che tiranneggia l’uomo in ogni modo.
Ma il peggiore dei mali è l’apostasia. Quando il luccichio della ricchezza riesce a schiavizzare l’uomo lo rende idolatra spingendolo ad apostatare dalla vera fede. Per cui san Paolo può ben dire che l’attaccamento «al denaro è la radice di tutti i mali» in quanto «per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori» (1Tm 6,10).
Ma queste affermazioni, e tante altre, non devono far pensare che la Bibbia condanni tout court la ricchezza. In verità, essa condanna la passione per il denaro che inevitabilmente stravolge il cuore e il destino dell’uomo. Così, la «ricchezza è buona se è senza peccato» (Sir 13,24) ed è beato «il ricco, che si trova senza macchia e che non corre dietro all’oro» (Sir 31,8). E per il suo popolo Dio prepara un avvenire ricolmo di ricchezza e di benessere: farà scorrere verso di esso «come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli» (Is 66,12).
 Per il Vangelo se «la vita di un uomo non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15), nella parabola dei talenti Gesù premia il servo che sa far fruttare il denaro avuto in consegna e condanna il servo fannullone che restituisce al padrone la stessa somma che aveva ricevuto (Mt 25,14-30). Non è peccato, dunque, investire il proprio denaro purché il cuore resti libero e non si distolga lo sguardo dal cielo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-2).
Per il Nuovo, come per il Vecchio Testamento, a impedire la salvezza non è il possesso della ricchezza, ma è il cuore dell’uomo quando trasforma il denaro in idolo dinanzi al quale prostrarsi (cf. Mt 6,24; Lc 16,13) perché è stoltezza guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria vita (cf. Mc 8,36). In questa ottica, proprio perché le ricchezze costituiscono un potenziale pericolo, il consiglio di disfarsi dei propri beni e di praticare l’elemosina rimane in cima ai valori evangelici: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33-34).
 
La ricchezza e la povertà sono semplici strumenti per il bene e per il male - Teodoreto di Ciro (La provvidenza divina, 6): Se dicessimo che le ricchezze sono cattive, la bestemmia ricadrebbe sul loro elargitore; ma la ricchezza e la povertà sono state proposte agli uomini dal Creatore come materia, come strumenti, tramite i quali gli uomini, quali artefici, plasmano il simulacro della virtù o scolpiscono la statua del vizio. Ma con le ricchezze a stento qualcuno riesce a scolpire artisticamente qualche membro appena della virtù, mentre con la povertà a tutti è possibile plasmarla completamente. Non disprezziamo dunque la povertà, madre della virtù; e non biasimiamo la ricchezza, ma accusiamo coloro che ne fanno un uso sconveniente. Anche il ferro è stato dato agli uomini per edificare case, coltivare la terra, costruire navi e facilitare le altre attività necessarie alla vita umana; ma quelli che infieriscono l’uno contro l’altro fanno sì che esso non serva solo agli usi necessari, dato che per suo mezzo si danno l’un l’altro la morte. Non per questo però accusiamo il ferro, bensì la malvagità di coloro che l’usano male. Così il vino è stato dato agli uomini per la gioia del cuore, non per oscurargli la mente; ma coloro che si abbandonano all’intemperanza e si danno all’ubriachezza, rendono padre di demenza questo genitore di gioia. Noi tuttavia, giudicando rettamente, chiamiamo alcolizzati, ubriaconi e abbietti quelli che fanno uso cattivo di questo dono divino, mentre ammiriamo il vino come dono di Dio. Allo stesso modo giudichiamo, dunque, le ricchezze e coloro che ne usano: quelle preserviamole da ogni accusa, questi, se le amministrano con giustizia, incoroniamoli con le lodi più belle; se invece, invertendo il retto ordine, essi mostrano di essere schiavi del denaro compiendo tutto ciò che esso pretende, eseguendone ogni comando perverso, lanciamo contro di loro l’accusa di malvagità; essi, essendo stati eletti come padroni, hanno rovinato la loro autorità e hanno mutato il potere in schiavitù.
 
Testimoni di Cristo - San Filippo Neri Sacerdote - Dalla gioia del Risorto un “metodo” educativo: Non è un ingenuo buonismo quello testimoniato da san Filippo Neri, il santo della gioia, il «giullare di Dio», ma uno stato d’animo che attingeva la propria forza dalla consapevolezza che l’umanità e salva grazie al Risorto. La sua missione, infatti, prese forma concreta là dove Dio sembra assente, nelle strade di una Roma decadente e abbandonata. Ma lì lui seppe portare la luce di Cristo, con pazienza, dedizione e, soprattutto, allegria. Il suo non fu certo un percorso facile, segnato da invidie e incomprensioni, sbeffeggiamenti e burle, ma il patrimonio che ha lasciato alla Chiesa romana e a quella di tutto il mondo ha un valore inestimabile. Era nato nel 1515 a Firenze, figlio di notaio, orfano di madre a 5 anni. Venne poi avviato alla professione di commerciante, ma lui sentiva crescere la vocazione alla vita religiosa. Nel 1534 arrivò da pellegrino a Roma, che divenne il campo di un lungo apostolato soprattutto accanto ai tanti ragazzi di strada: li riusciva a coinvolgere con l’allegria, il buon umore e il messaggio positivo del Vangelo, donando loro un futuro diverso. Nel 1551 divenne prete: attorno a lui si radunò il nucleo di quella che nel 1575 divenne la Congregazione dell’Oratorio, per la quale costruì una nuova chiesa a Santa Maria in Vallicella. Morì nel 1595 ed è santo dal 1622. (Matteo Liut)
 
O Dio, che sempre esalti i tuoi servi fedeli
con la gloria della santità,
infondi in noi il tuo santo Spirito,
che infiammò mirabilmente il cuore di san Filippo [Neri].
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 25 Maggio 2026
 
Maria Madre della Chiesa
 
Gen 3,9-15.20 oppure At 1,12-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 86 (87); Gv 19,25-34
 
Signum Magnum 1: Maria è Madre della Chiesa non soltanto perché Madre di Gesù Cristo e sua intimissima Socia nella nuova economia, quando il Figlio di Dio assunse da lei l’umana natura, per liberare coi misteri della sua carne l’uomo dal peccato, ma anche perché rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. Come, infatti, ogni madre umana non può limitare il suo compito alla generazione di un nuovo uomo, ma deve estenderlo alle funzioni del nutrimento e della educazione della prole, così si comporta la beata Vergine Maria. Dopo di aver partecipato al sacrificio redentivo del Figlio, ed in modo così intimo da meritare di essere da lui proclamata madre non solo del discepolo Giovanni, ma - sia consentito l’affermarlo - del genere umano da lui in qualche modo rappresentato, Ella continua adesso dal cielo a compiere la sua funzione materna di cooperatrice alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle singole anime degli uomini redenti. E questa una consolantissima verità, che per libero beneplacito del sapientissimo Iddio fa parte integrante del mistero dell’umana salvezza; essa, perciò, dev’essere ritenuta per fede da tutti i cristiani.
 
Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: La gioiosa venerazione riservata alla Madre di Dio dalla Chiesa contemporanea, alla luce della riflessione sul mistero di Cristo e sulla sua propria natura, non poteva dimenticare quella figura di Donna (cf. Gal 4, 4), la Vergine Maria, che è Madre di Cristo e insieme Madre della Chiesa.
Ciò era già in qualche modo presente nel sentire ecclesiale a partire dalle parole premonitrici di sant’Agostino e di san Leone Magno. Il primo, infatti, dice che Maria è madre delle membra di Cristo, perché ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa; l’altro poi, quando dice che la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo, indica che Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa. Queste considerazioni derivano dalla divina maternità di Maria e dalla sua intima unione all’opera del Redentore, culminata nell’ora della croce.
La Madre infatti, che stava presso la croce (cf. Gv 19, 25), accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli uomini, impersonati dal discepolo amato, come figli da rigenerare alla vita divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo lo Spirito, ha generato. A sua volta, nel discepolo amato, Cristo elesse tutti i discepoli come vicari del suo amore verso la Madre, affidandola loro affinché con affetto filiale la accogliessero.
Premurosa guida della Chiesa nascente, Maria iniziò pertanto la propria missione materna già nel cenacolo, pregando con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo (cf. At 1, 14). In questo sentire, nel corso dei secoli, la pietà cristiana ha onorato Maria con i titoli, in qualche modo equivalenti, di Madre dei discepoli, dei fedeli, dei credenti, di tutti coloro che rinascono in Cristo e anche di “Madre della Chiesa”, come appare in testi di autori spirituali e pure del magistero di Benedetto XIV e Leone XIII.
Da ciò chiaramente risulta su quale fondamento il beato papa Paolo VI, il 21 novembre 1964, a conclusione della terza Sessione del Concilio Vaticano II, dichiarò la beata Vergine Maria «Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori, che la chiamano Madre amantissima», e stabilì che «l’intero popolo cristiano rendesse sempre più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome».
La Sede Apostolica pertanto, in occasione dell’Anno Santo della Riconciliazione (1975), propose una messa votiva in onore della beata Maria Madre della Chiesa, successivamente inserita nel Messale Romano; diede anche facoltà di aggiungere l’invocazione di questo titolo nelle Litanie Lauretane (1980) e pubblicò altri formulari nella raccolta di messe della beata Vergine Maria (1986); ad alcune nazioni, diocesi e famiglie religiose che ne facevano richiesta, concesse di aggiungere questa celebrazione nel loro Calendario particolare.
Il Sommo Pontefice Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, sia iscritta nel Calendario Romano nel Lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno.
Questa celebrazione ci aiuterà a ricordare che la vita cristiana, per crescere, deve essere ancorata al mistero della Croce, all’oblazione di Cristo nel convito eucaristico, alla Vergine offerente, Madre del Redentore e dei redenti.
 
Liturgia della Parola
I Lettura: Dio maledice il serpente e sarà condannato a strisciare nella polvere. Adamo ed Eva non sono maledetti, ma dovranno portare il peso enorme della loro disobbedienza. Dio per Adamo ed Eva prepara un progetto di salvezza: il versetto 15 è il protovangelo, il primo annuncio di questa salvezza. Si preconizza l’inimicizia permanente del serpente, che è per la tradizione cristiana è figura di satana, e la donna: il seme di questa donna schiaccerà la testa del serpente, che a sua volta insidierà il suo calcagno.
“La traduzione greca, cominciando l’ultima frase con un pronome maschile, attribuisce questa vittoria non alla discendenza della donna in generale, ma a uno dei figli della donna: così è preparata l’interpretazione messianica che molti Padri espliciteranno. Con il Messia, sua madre è implicata, e l’interpretazione mariologica della traduzione latina ipsa conteret è divenuta tradizionale nella chiesa” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Atti 1,12-14 - Diocesi di Senigallia: Il testo degli Atti degli Apostoli (1,12-14; cfr 2,4) presenta il gruppo degli Apostoli che, con altre persone, tra le quali è nominata Maria, la “madre di Gesù”, si raduna, dopo l’ascensione di Gesù, a Gerusalemme, obbedendo all’indicazione di Gesù stesso (cfr Lc 24,49; At 1,4-5). Quello che si raduna a Gerusalemme è un gruppo vario, composto da persone diverse (gli Undici apostoli, le donne che, probabilmente, hanno seguito Gesù [cfr Lc 8,2-3; 23,49], la madre e i parenti di Gesù), con sensibilità diverse e cammini di fede diversi. È sottolineata l’assiduità nella preghiera e la concordia (cfr At 2,42-46; 4,32-35). La concordia del gruppo è ricuperata, dopo la dispersione seguita all’arresto e alla morte di Gesù, grazie all’iniziativa di Gesù stesso, il quale raduna attorno a sé i discepoli, li guida alla comprensione della sua vicenda, della sua morte. Da Gesù gli Undici ricevono il mandato di testimoniarlo («... riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra», At 1,8; cfr Lc 24,47-48). La discesa dello Spirito avviene sulla comunità radunata («Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo»). L’annotazione rimanda a Es 19,2, dove si descrive il popolo d’Israele accampato ai piedi del monte Sinai per l’alleanza con Jahvè, con la mediazione di Mosè (cfr Es 19,2-15). L’evento dello Spirito è presentato con fenomeni analoghi a quelli di Es 19,16-19, per indicare la grande manifestazione di Dio (teofania) sul Sinai: il tuono e il fuoco. Il collegamento del dono dello Spirito con Es 19, dove si racconta l’alleanza di Jahvé con Israele e il dono della Legge, che fanno d’Israele il “popolo di Jahvè”, segnala che l’evento dello Spirito costituisce il popolo della nuova alleanza, non più retto da una Legge scritta, che resta esteriore, ma guidato dallo Spirito.
Gli effetti della presenza dello Spirito. Lo Spirito che si riversa su ognuno dei presenti produce un effetto straordinario: «cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». Lo Spirito abilita la persone che lo hanno ricevuto ad annunciare le “grandi opere di Dio” nelle lingue dei diversi popoli Siamo di fronte al primo nucleo della Chiesa, che presenta alcuni elementi della Chiesa di sempre: la pratica della preghiera, la comunione fraterna, l’obbedienza a Gesù, la presenza dello Spirito, l’impegno missionario.
 
Vangelo
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 26 Donna, ecco il tuo figlio; l’appellativo «donna» non è irrispettoso sulle labbra di Gesù; esso in verità racchiude un accento dignitoso e riverente; il Salvatore usa questo appellativo con tutte le donne con le quali ha avuto un dialogo, come la samaritana, Maria Maddalena, la cananea, la donna ricurva ecc. Per tale motivo non è esatto vedere in questa designazione un immediato riferimento alla «donna» di cui parla il Protovangelo (cf. Genesi, 3, 15), come pensano vari studiosi. «Ecco il tuo figlio»; queste parole pronunziate in un momento così solenne non costituiscono un semplice atto di pietà filiale di Gesù nei confronti della propria madre, ma assumono un senso più profondo; la presenza di Maria al Calvario come le parole che il Redentore le rivolge sono ordinate a illustrare un nuovo e misterioso aspetto della madre di Gesù; Cristo infatti con le espressioni «il tuo figlio» e «la tua madre» (vers. 27) intende richiamare l’attenzione sulla maternità di Maria; il discepolo amato, come Maria Santissima apprendono dalle stesse labbra di Cristo morente che tra di loro vi è un rapporto ed un vincolo di maternità e figliolanza; tale rapporto costituisce il fondamento di quella che sarà chiamata la maternità spirituale di Maria. La presenza sul Calvario e la vicinanza di Maria alla croce (cf. vers. 25: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre...») mettono in chiara luce il posto che Maria occupa nella redenzione; questo rilievo assume ancora un significato dottrinalmente più ricco quando si pensa che i sinottici parlano delle pie donne che stavano a distanza dalla croce (cf. Mt., 27, 55; Mc., 15, 40; Lc., 23, 49).
27 E da quel momento il discepolo la accolse presso di sé; la dichiarazione, nella sua estrema semplicità, non si limita a segnalare il fatto che il discepolo amato ha accolto Maria presso di sé, ma anche che tale fatto è stato compreso nel suo senso profondo da]lo stesso discepolo. A. Feuillet ha rilevato che Giov., 19, 25-27 è in stretta relazione con Lc., 2, 34-35; ciò significa che vi è un vincolo ideologico stretto tra la profezia di Simeone (Lc.) e la presenza di Maria al Calvario (Giov.). Il P. Boismard da parte sua afferma che dal punto di vista teologico Giov., 19, 25-27 è un testo di sapore lucano e che un esame filologico approfondito porta a considerare Giov., 19, 25-27 come un’inserzione lucana nel testo del quarto vangelo (cf. «Revue Biblique», 69 [1962], pp. 201-202, nota 26).
 
Vangelo secondo Giovanni
Gv 19,25-34
 
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
 
Parola del Signore.
 
«Donna, ecco il tuo figlio - Ecco la tua Madre» - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Non può trattarsi solo di una confidenza personale e privata, con la quale Gesù affida per un paio d’anni la propria Madre all’apostolo. Ciò stonerebbe in questa cornice, in cui tutto quel che si riferisce sulla morte di Cristo ha un valore messianico. Anche queste parole devono quindi avere un significato messianico.
Ai piedi della croce Giovanni rappresenta tutti i fedeli cristiani, come si desume dal solenne appellativo «Donna» rivolto a Maria. Della donna si parla nel racconto biblico della caduta, là dove si preannuncia la sua venuta e quella del suo seme, che schiaccerà il capo del serpente. Ora Gesù riprende quel nobile termine per applicarlo alla Madre, perché qui sul Golgota si sta veramente schiacciando il capo del serpente, ossia di Satana. Perciò la donna la cui progenie calca il piede annientatore sul serpente, sta impavida sotto la Croce.
Quella frase in realtà adempie la più antica profezia messianica ed ha quindi un tono festoso, solenne. Ma quando aggiunge: «Ecco tua Madre », Gesù arriva a profondità inaspettate, perché non si limita ad adempiere il passato, ma ci spalanca le porte dell’avvenire.
In quel momento nasce il nuovo popolo di Dio, si conclude il nuovo patto, comincia la nuova èra nella quale gli appartenenti al nuovo popolo di Dio ed al nuovo patto avranno un particolare rapporto di amorosa riverenza con la Madre del Signore. La Madre di Cristo diventa da questo momento la Madre di tutti i cristiani.
Perciò la parola messianica è un suggerimento mariano: dove è Gesu e l’amore per lui, deve esserci anche Maria e l’amore per lei. Così il Crocifisso morente getta uno sguardo nel futuro, ben oltre la propria morte.
Ma c’è di più: Maria non è solo la Madre del nuovo popolo di Dio, ma impersona in un certo senso la Chiesa.
Colei che sta sotto la croce e partecipa attivamente e passivamente al sacrificio del Calvario, è realmente la Chiesa e perciò le parole che le vengono rivolte hanno una portata e una profondità immense.
Il Cristo fisico che muore sulla croce sarà continuato dal Cristo mistico, la Chiesa, che ha in Maria sua Madre, una specie di concretizzazione. Come da lei è nato il Cristo fisico, cosi ora riposa nel suo grembo e sta per essere dato alla luce il Cristo mistico che continuamente si rinnova. Il mistero mariano è tutto racchiuso in queste parole del Messia morente.
Cosi il racconto della morte di Gesti, scritto da Giovanni, non è pieno di sangue e di ferite, di dolore e di compassione, ma di grandezza, di profondità e di gloria.
 
Per approfondire
 
Augustin George (Dizionario di Teologia Biblica) -  Maria e la Chiesa - 1. La vergine. - Maria, tipo del credente, chiamata alla salvezza nella fede dalla grazia di Dio, redenta dal sacrificio del figlio suo come tutti i membri della nostra razza, occupa nondimeno un posto a parte nella Chiesa. In lei non vediamo il mistero della Chiesa vissuto pienamente da un’anima che accoglie la parola divina con tutta la sua fede. La Chiesa è la sposa di Cristo (Ef 5,32), una sposa vergine (cfr. Apoc 21,2) che Cristo stesso ha santificato purificandola (Ef 5,25 ss). Ogni anima cristiana, che partecipa a questa vocazione, è «fidanzata a Cristo come una vergine pura» (2 Cor 11,2). Ora la fedeltà della Chiesa a questa chiamata divina traspare in Maria per prima, e ciò nel modo più perfetto. Questo è tutto il senso della verginità a cui Dio l’ha invitata e che la maternità non ha diminuita ma consacrata. In lei si rivela così, al livello della storia, l’esistenza di questa Chiesa-vergine che, con il suo atteggiamento, fa il contrario di Eva (cfr. 2Cor 11,3).
2. La madre. - Maria inoltre, in rapporto a Gesù, si trova in una situazione speciale che non appartiene a nessun altro membro della Chiesa. Essa è la madre di Gesù, e lo è volontariamente. Accetta di procreare il Figlio di Dio per il popolo di Dio, e appunto questo popolo tutto essa rappresenta e impegna in questa accettazione della salvezza propostale da Dio. Questa funzione permette di assimilarla alla figlia di Sion (Sof 3,14; cfr. Lc 1,28), alla nuova Gerusalemme nella sua funzione materna. Se la nuova umanità è paragonabile ad una donna di cui Cristo capo è il primogenito (Apoc 12,5), si può dimenticare che un tale mistero si è compiuto concretamente in Maria, che questa donna e questa madre non è un puro simbolo ma, grazie a Maria, ha avuto un’esistenza personale? Anche su questo punto il legame di Maria e della Chiesa si afferma con una forza tale che, dietro la donna strappata da Dio agli attacchi del serpente (Apoc 12,13-16), antitesi di Eva ingannata dallo stesso serpente (2Cor 11,3; Gen 3,13), Maria si profila nello stesso tempo che la Chiesa, poiché tale fu il suo compito nel disegno di salvezza. Perciò la tradizione ha visto a buon diritto in Maria e nella Chiesa, congiuntamente, la «nuova Eva», così come Gesù è il «nuovo Adamo».
3. Il mistero di Maria. - Per mezzo di questa connessione con il mistero della Chiesa, il mistero di Maria si illumina nel miglior modo possibile, alla luce della Scrittura. Il primo rivela chiaramente ciò che, nel secondo, fu vissuto in modo nascosto. Da entrambe le parti, c’è un mistero di verginità, mistero nuziale in cui Dio è lo sposo; da entrambe le parti, un mistero di maternità e di filiazione, in cui lo Spirito Santo agisce (Lc 1,35; Mt 1,20; cfr. Rom 8,15), prima nei confronti di Cristo (Lc 1,31; Apoc 12,5), poi nei confronti delle membra del suo corpo (Gv 19,26 s; Apoc 12,17). Il mistero della verginità implica una purezza totale, frutto della grazia di Cristo, che tocca l’essere alla sua radice, rendendolo «santo ed immacolato» (Ef 5,27): qui acquista il suo senso la concezione immacolata di Maria. Il mistero della maternità implica un’unione totale al mistero di Gesù, nella sua vita terrena fino alla prova ed alla croce (Lc 2,35; Gv 19,25s; cfr. Apoc 12,13), nella sua gloria fino alla partecipazione alla sua risurrezione (cfr. Apoc 21). Colei che fu «ripiena di grazia» da parte di Dio (Lc 1,28) rimane sul piano dei membri della Chiesa, «ripieni di grazia nel diletto» (Ef 1,6). Ma per la sua mediazione il Figlio di Dio, unico mediatore, si è fatto fratello di tutti gli uomini ed ha stabilito il suo legame organico con essi, così come essi non lo raggiungono senza passare attraverso la Chiesa, che è il suo corpo (Col 1,18). L’atteggiamento dei cristiani nei confronti di Maria è determinato da questo fatto fondamentale: perciò è in rapporto così diretto con il loro atteggiamento nei confronti della Chiesa loro madre (cfr. Sal 87,5; Gv 19,27).
 
Ecco tua madre - Redemptoris Mater 23: Se il passo del Vangelo di Giovanni sull’evento di Cana presenta la maternità premurosa di Maria all’inizio dell’attività messianica di Cristo, un altro passo dello stesso Vangelo conferma questa maternità nell’economia salvifica della grazia nel suo momento culminante, cioè quando si compie il sacrificio della croce di Cristo, il suo mistero pasquale. La descrizione di Giovanni è concisa: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: - Donna, ecco il tuo figlio!-. Poi disse al discepolo: - Ecco la tua madre! -. E da quel momento il discepolo la prese con sè” (Gv 19,25-27).
Senza dubbio, in questo fatto si ravvisa un’espressione della singolare premura del figlio per la madre, che egli lasciava in così grande dolore.
Tuttavia, sul senso di questa premura il “testamento della croce” di Cristo dice di più. Gesù mette in rilievo un nuovo legame tra madre e figlio, del quale conferma solennemente tutta la verità e realtà. Si può dire che, se già in precedenza la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era stata delineata, ora viene chiaramente precisata e stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore. La madre di Cristo, trovandosi nel raggio diretto di questo mistero che comprende l’uomo - ciascuno e tutti - viene data all’uomo - a ciascuno e a tutti - come madre. Quest’uomo ai piedi della croce è Giovanni, “il discepolo che egli amava”. Tuttavia, non è lui solo. Seguendo la tradizione, il concilio non esita a chiamare Maria “Madre di Cristo e madre degli uomini”: infatti, ella è “congiunta nella stirpe di Adamo con tutti gli uomini ..., anzi è veramente madre delle membra (di Cristo)..., perché coopero con la carità alla nascita dei fedeli nella chiesa”.
Dunque, questa “nuova maternità di Maria”, generata dalla fede, è frutto del “nuovo” amore, che maturo in lei definitivamente ai piedi della croce, mediante la sua partecipazione all’amore redentivo del Figlio.
 
Noi vogliamo consacrare a te, Maria, il corpo e l’anima - Giovanni Damasceno, Omelia sul transito di Maria, 1,14: Anche noi, oggi, ci rivolgiamo a te, Signora, vergine e madre di Dio, legando le nostre anime alla tua speranza, come a un’ancora quanto mai solida e sicura. Ti consacriamo la mente, l’anima, il corpo, tutti noi stessi, insomma, onorandoti con salmi, inni e cantici spirituali, secondo le nostre possibilità, giacché non saremo mai in grado di assolvere a un simile compito nella maniera più conveniente. Se infatti, come la sacra dottrina ci ha insegnato, l’onore riservato ai servi è attestazione dell’amore verso il comune Signore, chi mai potrebbe trascurare di rendere onore a te, che hai generato il Signore? Chi, anzi, non vi si adopererebbe con tutto il suo zelo?
Ma tu, buona Signora, madre del buon Signore, assistici e governa i nostri destini ove tu vuoi; reprimi la violenza delle nostre passioni abiette onde condurci, una volta placata la tempesta, nel porto tranquillo della volontà divina, stimandoci degni della futura beatitudine, di quella dolce luce, cioè, che si irradia alla visione del Verbo di Dio da te fatto carne. A lui, insieme con il Padre e il santissimo e buono e vivificante Spirito, sia gloria, onore, impero, maestà e magnificenza, ora e sempre, nei secoli dei secoli! Amen.
 
Testimoni di Cristo - San Gerio (Girio): Gerio, o Girio, era un nobile francese originario della Linguadoca, il quale lasciò tutti i suoi beni per vivere da eremita. Nato tra il 1270 e il 1274, per una serie di acquisizioni e cessioni territoriali della famiglia, divenne conte di Roccaforte. Volendo vivere da solitario, si recò con il fratello in una zona piena di caverne. Lì rimasero a lungo isolati per la piena di un fiume e furono due serpenti a salvarli, portando del pane. Recatisi nella vicina chiesa per la Messa, raccontarono il miracolo.
Presto la notizia si diffuse e molta gente li cercava. Allora partirono col desiderio di recarsi in Palestina. Prima, però, vollero visitare Roma. Qui Gerio seppe che ad Ancona un sant’uomo, Liberio, voleva partire per Gerusalemme. Pensando di viaggiare con lui, andò nelle Marche. Ma a Tolentino si sentì male e morì nei pressi di Potenza Picena (allora Monte Santo), che lo venera come patrono. Il culto è stato confermato nel 1742. (Avvenire)
 
Dio, Padre di misericordia,
il tuo Figlio unigenito, morente sulla croce,
ci ha donato la sua stessa Madre,
la beata Vergine Maria, come nostra Madre;
concedi che la tua Chiesa, sorretta dal suo amore,
sia sempre più feconda nello Spirito,
esulti per la santità dei suoi figli
e raccolga nel suo grembo l’intera famiglia degli uomini.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.