6 Settembre 2026
Domenica XXIII del Tempo Ordinario
Ez 3,1.7-9; Salmo responsoriale Dal Salmo 94 (95); Rm 13.8-10; Mt 18,15-20
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - San Paolo riconduce tutti gli obblighi - tutti i rapporti con i propri simili all’amore (1Cor 13, 1-8; Gal 5, 14), che quindi rappresenta il pieno compimento della legge (II; cfr. col 25 dom. ord.).
Gesù nel vangelo di oggi fa un’applicazione assai importante di questa norma universale e fondamentale, da lui stesso enunciata in modo categorico. (Mt 22, 34-40; Gv 13, 34). Vuole che l’amore per il prossimo si manifesti anche con la correzione fraterna a tutti i livelli: nell’incontro individuale, davanti a testimoni, con l’intervento dell’assemblea. Si tratta di guadagnare il fratello, cioè di operare il suo vero bene (III).
Il disinteressarsi dell’elevazione specialmente morale e spirituale del prossimo è segno di egoismo ed è una negazione del vero amore. Una particolare sollecitudine per il progresso dei singoli e della collettività è quella che deve qualificare quanti hanno un’autorità. L’autorità infatti è un’incombenza che direttamente o indirettamente viene da Dio (Rm 13, 1-7) ed è da lui destinata al bene della comunità e dei singoli.
Chi ha il mandato di curare lo sviluppo dei valori umani nell’ambiente in cui è stato posto, deve farsi tramite chiaro e fedele della voce di Dio, deve ammonire con fermezza a rispettare questa suprema norma di ogni verità, moralità e ordine. Spetta soprattutto a lui poi denunciare coraggiosamente ogni deviazione e, se ne ha i mezzi e la facoltà, farla rientrare.
Chi ha responsabilità su altri e trascura di migliorare ad ogni livello i suoi fratelli, è imputabile in certa misura delle loro deficienze e dei loro errori, e ne deve rendere conto a Dio. È questo il senso del messaggio-oracolo pronunciato per bocca di Ezechiele.
Mosè cd Aronne erano i capi del popolo eletto. Ma nel celebre episodio di Massa e Meriba non seppero rintuzzare con la necessaria energia, l’incredulità e l’infedeltà dei loro connazionali e ciò tornò a scapito dell’onore divino. Furono perciò puniti con l’esclusione dalla terra promessa (Es 17, 1-7; Nm 20, 10-13. 24; 27, 14; Dt 3, 26; 4, 21; 32, 51).
Di questo fatto esemplare e ammonitore vuol essere richiamo il salmo 94, specialmente là dove dice: « Non indurite il vostro cuore come a Meriba ... ». Il riferimento è al popolo, ma anche ai suoi capi. Nella liturgia l’ammonimento vale ugualmente per tutti.
Tutti sono obbligati all’ascolto della parola di Dio (I, SalRs, III). Inoltre il profeta, la guida della comunità ed ogni fratello devono farsi latori efficaci di questa parola a chi non la conosce o a chi non l’ascolta, e devono essere anche amorevoli e prudenti ammonitori per chi non l’osserva, sempre in ordine all’onore di Dio e al bene dei fratelli (I, SalRs, III).
Il vangelo di oggi non parla solo della correzione fraterna, ma riporta anche la celebre frase relativa al conferimento della potestà di legare e di sciogliere. È quel medesimo potere di riconciliare o no con Dio di cui parla san Paolo (cfr. CaVa = 2 Cor 5, 19).
Proseguendo nei suo discorso, Gesù assicura l’esaudimento della preghiera comunitaria in grazia della sua presenza. Egli infatti è il Vivente che si affianca a coloro che pregano insieme nel suo nome, e intercede per loro (Eb 7, 25; 1 Gv 2, 1). L’esortazione all’accordo e affiatamento nella preghiera ci riconduce al tema di fondo dell’amore vicendevole. Troviamo un’illustrazione teologica di questa dottrina nella colletta. Qui si considerano i cristiani tutti figli adottivi di Dio in grazia del Salvatore e dello Spirito Santo. Sono quindi tutti fratelli. L’orazione sulle offerte domanda a Dio di rafforzare. Insieme alla fedeltà, anche la concordia dei suoi figli.
Liturgia della Parola
I lettura: Il profeta Ezechiele, come una sentinella, deve vegliare sulla condotta morale e religiosa del suo popolo e deve essere pronto a denunciare ogni trasgressione. E non può disinteressarsi della condotta dei giusti e degli empi poiché la loro sorte, vita o morte, è legata al suo annuncio. Da questa diligenza dipende anche il destino del profeta. Ezechiele non ha il compito di fare il giudice o il censore, ma ha quello di destare l’attenzione, di invitare alla conversione e di responsabilizzare tutti e ciascuno di fronte ai segni dei tempi che manifestano la volontà di Dio.
II lettura: L’amore è l’unica cosa di cui praticamente si deve occupare il cristiano nel suo comportamento verso il prossimo, ciò perché la carità porta a compimento e allo stesso tempo sintetizza tutta la Legge, sia quella Antico Testamento che quella del Nuovo Testamento.
Vangelo
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore.
Va’ e ammoniscilo - Il diciottesimo capitolo viene denominato «discorso ecclesiastico», perché raccoglie le direttive date da Gesù ai suoi discepoli atte a regolare la vita della comunità. Questa domenica si proclamano i versetti riguardanti la correzione fraterna e la preghiera in comune che assicura in mezzo ai credenti la presenza del Risorto. Comunione e Presenza che rendono infallibile la preghiera dei cristiani.
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo... Il brano evangelico mette in evidenza la prassi da seguire nel delicato ma vitale problema della correzione fraterna; essa dovrà rispettare un iter ben preciso: inizialmente, la correzione sarà privata, tra fratello e fratello; se lo scopo non è raggiunto segue quella semipubblica, davanti a una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni; ad un ulteriore fallimento, segue quella pubblica, davanti alla comunità; se anche questo terzo tentativo fallisce, allora, il fratello dovrà essere considerato come il pagano e il pubblicano. In quest’ultima soluzione non vanno colti sentimenti di vendetta o di acrimonia o di disprezzo, ma solo la condanna del peccato e il tentativo di guadagnare il fratello.
Questa prassi si consolidò nella Chiesa. Fu seguita anche dall’Apostolo Paolo quando dovette affrontare il caso dell’incestuoso della comunità di Corinto (Cf. 1Cor 5,5; Cf. Gal 6,1; 2Ts 3,15; 2Tm 2,25).
Il rimprovero o la pena sono finalizzati sempre, anche nei casi estremi come la scomunica, a muovere il colpevole al pentimento e alla salvezza finale (Cf. 2Ts 3,15). Però, vada bene inteso che il potere e l’autorità di correggere vengono sempre e soltanto da Dio, il quale promette di ratificare in Cielo quanto è stato deciso in terra dalla Chiesa.
Quindi non è un potere selvaggio perché vale per tutti, membri e capi, il detto di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: “Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,41-42).
La potestà di sciogliere e di legare, che era stata già conferita a Pietro (Cf. Mt 16,19), è estesa a tutta la comunità locale. Il campo di «questo potere è illimitato e riguarda l’interpretazione autorevole dell’insegnamento di Gesù e la disciplina della Chiesa, con il diritto di escludere uno dalla comunità qualora si renda indegno. Non si tratta quindi di un’autorità puramente dottrinale, ma anche disciplinare. Tale potere risiede interamente nel Cristo, che l’ha ricevuto dal Padre. Ma egli ora trasmette tale potestà ai discepoli. Le loro decisioni sono convalidate in cielo» (Angelico Poppi).
La pericope che chiude il Vangelo ha come tema la «preghiera in comune».
... se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa...: il verbo symphoneo usato qui indica lo spirito di pace e di concordia che si stabilisce tra i fratelli quando si mettono d’accordo per chiedere qualunque cosa al Padre celeste. Tale sinfonia di pace e di concordia dovrà essere l’elemento fondante della preghiera comunitaria, senza tale sinfonia si scivola in una preghiera formale e ipocrita.
L’efficacia della preghiera è garantita dalla presenza di Gesù: la preghiera cristiana è rivolta al Padre che è nei cieli, «ma passa attraverso la mediazione del Cristo, da cui attinge la sua efficacia. La presenza mistica del Cristo in mezzo ai suoi rievoca la dottrina veterotestamentaria della sekinah, “dimora” di Dio in mezzo al suo popolo. Simile a questo detto evangelico è una sentenza rabbinica del sec. II d.C. che dice: “Se due siedono avendo fra loro le parole della Legge, fra essi v’è la sekinah”» (Angelo Lancellotti). Questo ultimo detto riafferma così un principio cardine sul quale poggia l’intera comunità cristiana: solo la comunione fraterna e la preghiera sinfonica fatta nel nome di Gesù assicurano la Presenza del Risorto in mezzo ai suoi discepoli.
Per approfondire
La carità fraterna - C. WIENER (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede ... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l'amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d'amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
Se il tuo fratello commetterà una colpa ... - Il precetto evangelico non è nuovo nella sua sostanza, ma è già presente nell’insegnamento veterotestamentario. L’autore del libro dei Maccabei così scrive nella sua opera: «Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo» (2Mac 6,12). E nel libro dei Proverbi leggiamo: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione» (Pro 3,11).
A comprova che tali massime annunciano già la morale del Vangelo, si può notare che questa ultima raccomandazione è ricordata dall’autore della Lettera agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui... È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (12,5-8).
Se chi odia il rimprovero è uno stupido (Pro 12,1), chi ama e accoglie con gioia la correzione dell’Onnipotente è beato: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (Gb 5,17).
Il padre, modellando la sua condotta e la sua autorità su questi esempi divini, non deve risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuote con il bastone non morirà (Prov 23,13), e al dire di Salamone: «La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre» (Pro 29,15).
Dal monito evangelico si evince che i cristiani, come dovere precipuo, devono imparare a praticare la correzione fraterna come comunione di amicizia e aiuto fraterno. È un dovere primario perché la correzione fraterna, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, è una chiave eccellente per spalancare la porta della conversione: «La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale...» (CCC 1435).
Al dire di San Tommaso d’Aquino, la correzione fraterna è una eccellente elemosina spirituale, che aiuta il prossimo a correggere i suoi difetti (cf. Somma Teologica II-II, 28-33). E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che «la carità esige la generosità e la correzione fraterna» (1829).
Certamente, si «richiede molta prudenza nello scegliere il momento opportuno ed i mezzi adatti affinché la correzione raggiunga realmente il suo scopo» (ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, 262). E se spostiamo questa elemosina spirituale in un ambito prettamente gerarchico, non solo «i superiori sono tenuti ad esercitare questa virtù verso i loro sudditi, ma anche i sudditi verso i loro superiori, purché si osservino le dovute attenzioni e si possa fondatamente sperare qualche frutto; diversamente sono dispensati dalla correzione e debbono astenersi effettivamente dal farla. I superiori invece hanno l’obbligo di correggere i sudditi, applicando le sanzioni del caso a chi resistesse, per salvare l’ordine della giustizia e promuovere il bene comune» (ibidem).
Elemosina spirituale, non un potere selvaggio per strapazzare i fratelli, quindi, no ai giudizi temerari, sì alla carità, alla pazienza e sopra tutto alla dolcezza. In questo modo la correzione fraterna se da una parte fissa dei paletti che non possono essere oltrepassati dall’altra parte scoraggia chi è tentato a trasgredire: «è dannoso condannare temerariamente, così il non punire i peccati manifesti significa aprire la via agli altri che oseranno fare altrettanto» (San Giovanni Crisostomo).
Alla dolcezza si accompagni la prudenza, ma mai si taccia, perché il silenzio è omertà e connivenza. Il cristiano dinanzi al peccato dl fratello non può assumere un atteggiamento omertoso né per paura, né per solidarietà, né per difesa di interessi personali. Il frutto più bello della correzione fraterna è l’ordine, la pace: in una parola, edifica la comunità.
Agostino (De verb. Dom., serm. 16): ... se tuo fratello pecca nei tuoi confronti, va’ e riprendilo, ma quando siete soli ... : trattato come un malato; risparmia l’amor proprio suo, che lapiaga dell’anima non s’irriti e non rincrudisca. Se egli per ripicca si mette a difendere il male fatto, la correzione malcauta lo fa peggiore.
Testimoni di Cristo - Beato Anastasio Garzon Gonzalez Coadiutore salesiano, martire: Nacque a Madrigal de las Altas Torres, in provincia di Avila, il 7 settembre 1908 e fu battezzato poco dopo. Mentre era allievo delle Scuole Professionali salesiane di Madrid, sentì la vocazione religiosa e ottenne di fare il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), dove emise i voti il 15 agosto 1929 come coadiutore. Per il buono spirito che lo animava e le attitudini alla meccanica, venne inviato in Italia a completare la formazione tecnica e religiosa. Dopo il ritorno in patria ebbe l’incarico del laboratorio di meccanica nel collegio di Madrid. Qui lo sorprese la rivoluzione del 1936. Dopo alterne vicende, riconosciuto come religioso, fu definitivamente imprigionato il 6 settembre e condotto alla fucilazione. È stato beatificato il 28 ottobre 2007.
Il tuo aiuto, Signore Dio nostro,
ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.