4 Marzo 2026
Mercoledì II Settimana di Quaresima
Ger 18,18-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 30 (31); Mt 20,17-28
Io sono la luce del mondo, dice il Signore; chi segue me, avrà la luce della vita. (Gv 8,12 - Acclamazione al Vangelo)
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): L’affermazione di Gesù è una metafora che designa la sua missione religiosa e spirituale; la luce è il simbolo della salvezza messianica e della vita eterna (cf. Isaia, 9, 1; 42, 6; 49, 6; Baruch, 4, 2); Gesù quindi è il Salvatore e la vita del mondo (degli uomini). L’immagine della luce richiama il concetto di vita, non già quello di dottrina che illumina le menti («avrà la luce della vita»). Chi mi segue non cammina nelle tenebre; l’espressione contiene in pari tempo un invito ed una promessa. Gesù si esprime in termini metaforici: chi lo segue non cammina nelle tenebre, cioè non rimane nella morte. Questo modo di esprimersi fa pensare alla luce che precede e guida colui che si mette al seguito di Gesù; l’immagine richiama quindi il fatto della colonna di fuoco che guidava gli ebrei pellegrinanti nel deserto (cf. Esodo, 13, 21-22; Sapienza, 18, 3-4). Questa affermazione di Cristo riprende la tradizione ed uno dei temi dell’Esodo e mostra in lui la guida del nuovo popolo di Dio che si muove verso la vita (cf. Efesini, 5, 8).
Liturgia della Parola
I Lettura: Geremia, il profeta perseguitato, non compreso, non accolto, non ascoltato, è figura di Cristo. Molti anni dopo risuoneranno su un monte parole di luce e di verità che illumineranno la missione di tutti i perseguitati: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10).
Vangelo
Lo condanneranno a morte.
Il terzo annuncio della passione, un vero e proprio riassunto del racconto della passione, è molto più particolareggiato dei primi due. Con impressionante realismo descrive tutte le sequenze della passione, non mancando di mettere in evidenza i principali fautori della condanna a morte del Figlio dell’uomo. Una profezia chiara, senza ombre, ma la domanda dei figli di Zebedeo, fatta tramite la madre, fa bene intendere come il discorso sulla croce non sia stato recepito. La replica di Gesù non ammette dubbi: i discepoli non devono preoccuparsi di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma di bere il suo calice, di condividere il suo battesimo di sangue. La vera preoccupazione del discepolo deve essere quella di seguirlo, non altro. L’insegnamento di Gesù è rivolto a tutto il gruppo dei discepoli, ma è probabile che l’evangelista Matteo intenda qui rivolgersi soprattutto a coloro che occupano nella comunità posti di autorità. I responsabili delle comunità non si sentano investiti di un potere assoluto. Chi governa impari la carità, l’umile arte del servizio: chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Il valore della vita dei discepoli, e sopra tutto dei responsabili delle comunità, non è determinato dall’affermazione di sé, né dall’auto-esaltazione sia pure in senso legittimo, ma semplicemente in termini del suo valore per gli altri. Proprio come lo schiavo che non era padrone della sua vita e non poteva avere fini suoi personali da realizzare.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,17-28
In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Parola del Signore.
Che cosa vuoi? (Cfr. Mc 10,35-45) - Gesù, mentre è in viaggio verso Gerusalemme, annunzia, in disparte, ai dodici discepoli la sua passione, è la terza volta, e vengono menzionati i pagani come esecutori della morte di Gesù. Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appaiono i più risoluti in questa ricerca. Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando.
Ad avanzare la proposta, quella di sedersi uno alla sinistra e l’altro alla destra di Gesù nel suo regno, è la loro madre. Matteo “mette la richiesta sulle labbra della loro madre, ma lo fa evidentemente per salvare il prestigio dei due fratelli. Marco attribuisce la richiesta agli stessi interessati; e la redazione di Marco è quella che corrisponde meglio alla realtà. Quella di introdurre sulla scena la madre è una iniziativa di Matteo” (Felipe F. Ramos). La richiesta è perentoria. Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28), la madre di Giacomo e Giovanni chiede per i suoi figli questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della sua domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale.
Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo è «per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va a demolire questo pruriginoso modo di ragionare. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (Alberto Sisti). Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.
Per approfondire
Il Figlio dell’uomo - NUOVO TESTAMENTO - I VANGELI: Nei vangeli, «figlio dell’uomo» (espressione greca ricalcata su una aramaica, che si sarebbe dovuto tradurre «figlio d’uomo») si trova settanta volte. A volte è solo l’equivalente del pronome personale «io» (cfr. Mt 5, 11 e Lc 6, 22; Mt 16, 13-21 e Mc 8, 27-31). Il grido di Stefano che vede «il figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio» (Atti 7, 56) può indicare che questa concezione era viva in certi ambienti della Chiesa nascente. Ma la loro influenza non è sufficiente a spiegare tutti gli usi evangelici di questa espressione. Il fatto che essa compaia esclusivamente sulla bocca di Gesù presuppone che la si sia ritenuta una delle sue espressioni tipiche, mentre la fede postpasquale lo designava con altri titoli. A volte Gesù non si identifica esplicitamente con il figlio dell’uomo (Mt 16, 27; 24, 30 par.); ma altrove è chiaro che parla di se stesso (Mt 8, 20 par.; 11, 19; 16, 13; Gv 3, 13 s; 12, 34). È possibile che abbia scelto l’espressione a motivo della sua ambiguità: suscettibile di un senso banale («l’uomo che io sono»), essa racchiudeva pure una netta allusione all’apocalittica giudaica.
1. I sinottici. a) I quadri escatologici di Gesù si ricollegano alla tradizione apocalittica: il figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo (Mt 24, 30 par.), siederà sul suo trono di gloria (19, 28), giudicherà tutti gli uomini (16, 27 par.). Ora, nel corso del suo processo, interrogato dal sommo sacerdote per sapere se egli è «il messia, figlio del benedetto», Gesù risponde indirettamente alla domanda identificandosi con colui che siede alla destra del Dio (cfr. Sal 110, 1) e viene sulle nubi del cielo (cfr. Dan 7, 13; Mt 26, 64 par.). Questa affermazione lo fa condannare come bestemmiatore. Di fatto, scartando ogni concezione terrena del messia, Gesù ha lasciato apparire la sua trascendenza. Il titolo di figlio dell’uomo, in base ai suoi antecedenti, si prestava a questa rivelazione.
b) Per contro, Gesù ha pure collegato al titolo di figlio dell’uomo un contenuto che la tradizione apocalittica non prevedeva direttamente. Egli viene a realizzare nella sua vita terrena la vocazione del servo di Jahvè, rigettato e messo a morte per essere infine glorificato e salvare le moltitudini. Ora egli deve subire questo destino in qualità di figlio dell’uomo (Mc 8, 31 par.; Mt 17, 9 par. 22 s par.; 20, 18 par.; 26, 2. 24 par. 45 par.). Prima di apparire nella gloria nell’ultimo giorno, il figlio dell’uomo avrà condotto un’esistenza terrena in cui la sua gloria era velata nella umiliazione e nella sofferenza, così come nel libro di Daniele la gloria dei santi dell’altissimo presupponeva la loro persecuzione. Per definire quindi l’insieme della sua carriera, Gesù preferisce il titolo di figlio dell’uomo a quello di messia (cfr. Mc 8, 29 ss), troppo compromesso nelle prospettive temporali della speranza giudaica.
c) Nell’umiltà di questa condizione nascosta (cfr. Mt 8, 20 par.; 11, 19), che può scusare le bestemmie che vengono proferite contro di lui (Mt 12, 32 par.), Gesù incomincia non di meno ad esercitare taluni dei poteri del figlio dell’uomo: potere di rimettere i peccati (Mt 9, 6 par.), padronanza del sabato (Mt 12, 8 par.), annunzio della parola (Mt 13, 37). Questa manifestazione della sua dignità segreta annunzia in qualche misura quella dell’ultimo giorno.
2. Il quarto vangelo. I testi giovannei sul figlio dell’uomo ritrovano a modo loro tutti gli aspetti del tema che si sono notati nei sinottici. L’aspetto glorioso: come figlio dell’uomo il Figlio di Dio eserciterà nell’ultimo giorno il potere di giudicare (Gv 5, 26-29). Allora si vedranno gli angeli salire e scendere su di lui (1, 51), e questa glorificazione finale manifesterà la sua origine celeste (3, 13),poiché «egli risalirà dov’era prima» (6, 62). Ma prima, il figlio dell’uomo deve passare attraverso uno stato di umiliazione, in cui gli uomini avranno difficoltà a scoprirlo per credere in lui (9, 35). Affinché possano «mangiare la sua carne e bere il suo sangue» (6, 53), bisognerà che la sua carne sia «data per la vita del mondo» in sacrificio (cfr. 6, 51). Tuttavia, nella prospettiva giovannea, la croce si confonde con il ritorno al cielo del figlio dell’uomo per costituire la sua elevazione. «Bisogna che il figlio dell’uomo sia innalzato» (3, 14 s; 12, 34); questa elevazione è, in modo paradossale, la sua glorificazione (12, 23; 13, 31), e per mezzo di essa si compie la rivelazione completa del suo mistero: «allora saprete che io sono» (8, 28). Si comprende come, per anticipazione di questa gloria finale, il figlio dell’uomo eserciti fin d’ora taluni dei suoi poteri, specialmente quello di giudicare e vivificare gli uomini (5, 21 s. 25 ss) mediante il dono della sua carne (6, 53), cibo che egli solo può dare, perché il Padre lo ha segnato col suo sigillo (6, 27).
Sant’Agostino: “Non c’è discepolo più grande del maestro” (Mt 10,24) ... Tali erano i figli di Zebedeo, i quali, prima di umiliarsi conformandosi alla passione del Signore, già si sceglievano il posto dove sedersi: uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra. Volevano “levarsi prima della luce”, e perciò erano sul cammino verso la vanità. Ascoltando le loro intenzioni, il Signore li richiamò all’umiltà e disse loro: “Potete bere al calice dal quale io berrò? Io sono venuto ad umiliarmi e voi volete precedermi sognando le altezze? Dove cammino io, là occorre che mi seguiate - disse -; poiché se volete muovervi in una direzione diversa dalla mia, vano è per voi levarvi prima della luce.
Testimoni di Cristo - San Casimiro, Principe polacco: Nasce a Cracovia, nel 1458. Figlio del re di Polonia, appartenente alla dinastia degli Jagelloni, di origine lituana. Quando gli Ungheresi si ribellarono al loro re, Mattia Corvino, e offrirono al tredicenne principe Casimiro la corona, questi vi rinunciò appena seppe che il papa si era dichiarato contrario alla deposizione del regnante. Impegnato in una politica di espansione, re Casimiro IV (1440-1492) diede al terzogenito l’incarico di reggente di Polonia e il principe, minato dalla tubercolosi, svolse il compito senza lasciarsi irretire dalle seduzioni del potere. Non si piegò alle ragioni di Stato quando gli venne proposto dal padre il matrimonio con la figlia di Federico III, per allargare i già estesi confini del regno. Il principe Casimiro non voleva venir meno al suo ideale ascetico di purezza per vantaggi materiali cui non ambiva. Di straordinaria bellezza, ammirato e corteggiato, Casimiro aveva riservato il suo cuore alla Vergine. Si spegne a 25 anni a Grodno (in Lituania) il 4 marzo 1484. Nel 1521 papa Leone X lo dichiarò patrono della Polonia e della Lituania. (Avvenire)
Custodisci, o Padre,
la tua famiglia nell’impegno delle buone opere;
confortala con il tuo aiuto
nel cammino della vita
e guidala al possesso dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Concedi ai tuoi figli, o Padre,
l'abbondanza della tua grazia,
dona loro la salute del corpo e dello spirito,
la pienezza della carità fraterna
e la gioia di esserti sempre fedeli.
Per Cristo nostro Signore.