20 Agosto 2026
San Bernardo da Chiaravalle, Abate Dottore della Chiesa
Ez 36,23-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 22,1-14
Vatican news - San Bernardo di Chiaravalle - Una famiglia raccolta nella preghiera: Nasce nel 1090 a Fontaine, in Francia. La sua è una famiglia agiata. A 22 anni, dopo aver studiato grammatica e retorica, entra nel monastero fondato da Roberto di Molesmes a Citeaux (Cistercium, in latino, da cui l’appellativo di cistercensi). Qualche anno dopo, fonda il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Lo seguono 12 compagni, tra cui 4 fratelli, uno zio e un cugino. Sono molti i suoi parenti che, dopo il suo esempio, hanno intrapreso la vita religiosa.
Gesù e Maria: Per Bernardo la vita monastica deve essere scandita dal lavoro, dalla contemplazione e dalla preghiera avendo due stelle fisse: Gesù e Maria. Per l’abate cistercense Cristo è tutto: “Quando discuti o parli nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV). Maria - scrive Bernardo - conduce a Gesù: “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare...” (Hom. II super «Missus est»).
I quattro gradi dell’amore: Nel “De diligendo Deo” Bernardo indica la via dell’umiltà per raggiungere l’amore di Dio. Esorta ad amare il Signore senza misura. Per il monaco cistercense sono 4 i gradi fondamentali dell’amore: 1) L’amore di sé stessi per sé: “Prima l’uomo ama sé stesso per sé. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede”. 2) L’amore di Dio per sé: “Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità”. 3) L’amore di Dio per Dio: “L’anima passa al terzo grado, amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo, anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto grado”. 4) L’amore di sé per Dio: “Quello cioè in cui l’uomo ama sé stesso solo per Dio. Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà sé stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui”.
Bernardo e i Templari: Tra gli scritti dell’abate cistercense è anche celebre l’elogio dell’ordine monastico-militare dei Templari, fondato nel 1119 da alcuni cavalieri sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo. Nel “De laude novae militiae ad Milites Templi”, così descrive i Cavalieri del Tempio: “Sono vestiti semplicemente e coperti di polvere, la faccia bruciata dal sole, lo sguardo orgoglioso e duro: prima della battaglia si armano interiormente con la forza della fede. La loro unica fede è rivolta a Dio”.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 36,23-28 rappresenta uno dei vertici teologici dell’Antico Testamento. Contiene la promessa della Nuova Alleanza, caratterizzata dal dono di un cuore di carne e dello Spirito Santo.
Il contesto storico è quello del drammatico esilio a Babilonia. Il popolo ha perso tutto: terra, tempio e libertà, a causa della propria infedeltà. In questa situazione di apparente fallimento, Dio decide di intervenire non per i meriti di Israele, ma per amore del suo stesso Nome.
1. La santificazione del Nome di Dio (vv. 23-24): Dio dichiara l’intenzione di risanare la sua reputazione davanti alle nazioni straniere. La dispersione di Israele aveva fatto pensare ai pagani che il Dio d’Israele fosse debole e incapace di proteggere i suoi fedeli. Riunendo il suo popolo e conducendolo nuovamente sul proprio suolo, il Signore dimostra al mondo intero la propria sovranità e fedeltà.
2. La purificazione radicale (v. 25): La restaurazione comincia con un profondo lavacro spirituale. L’immagine dell’acqua pura aspersa richiama i riti di purificazione sacerdotali dell’Antico Testamento. Dio cancella le “sozzure” morali e l’infedeltà legata all’idolatria, offrendo al popolo la possibilità di un totale e definitivo nuovo inizio.
3. La rigenerazione interiore: il cuore e lo spirito (vv. 26-27): Questa sezione costituisce il nucleo centrale della profezia di Ezechiele: Il cuore di pietra: Simboleggia l’ostinazione, la chiusura spirituale, l’incapacità di amare e di ascoltare la Parola.
Il cuore di carne: Rappresenta una coscienza sensibile, fragile ma aperta, capace di accogliere l’amore e di rispondere liberamente a Dio.
Il dono dello Spirito: Dio non si limita a dare una nuova legge scritta su pietra. Egli inserisce il proprio Spirito dentro l’essere umano, trasformando la sua stessa volontà dall’interno e rendendolo finalmente capace di osservare i comandamenti.
4. La pienezza dell’Alleanza (v. 28): Il brano si conclude con la classica formula patristica dell’alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. La comunione interrotta dal peccato viene ristabilita, non più su basi precarie e legate all’instabilità umana, ma fondata sull’azione unilaterale e gratuita di Dio. [1, 2, 3]
Vangelo
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
Compostella (Messale per la Vita Cristiana): La parabola del banchetto di nozze comprende anche un invito. L’accento posto su quest’avvenimento regale e, in seguito, la reazione del re non appaiono in Luca, che pure si sofferma sulle scuse espresse dagli invitati. Se mettiamo a confronto i commenti ebraici, sembra che ci siano due parabole distinte. I rabbini fanno notare che nessuno andava a un banchetto prima che l’invito fosse stato fatto e poi confermato; ciò è in contrasto con il rifiuto iniziale degli invitati, anche se è motivato da scuse «legali».
Noi, che abbiamo bevuto il vino nuovo del regno, abbiamo ancora meno scuse per rifiutare l’invito della grazia di Dio. Come nella parabola della rete gettata in mare che raccoglie pesci «buoni» e «cattivi» (Mt 13,47), non ci si deve impietosire dell’uomo senza l’abito nuziale e nemmeno ci si deve impietosire delle vergini stolte (Mt 26,1-13).
È interessante soffermarsi sul termine «amico», che Matteo mette in bocca al padrone della vigna (nel Vangelo letto ieri) e che sarà poi rivolto a Giuda nel giardino del Getsemani (Mt 26,50); tale termine genera, ogni volta, nell’interlocutore un silenzio colpevole.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
Parola del Signore
Il banchetto nuziale è pronto - La cornice della parabola del banchetto nuziale è l’ennesima lite con i farisei e i capi dei sacerdoti incontrati nel tempio all’indomani del solenne ingresso nella città santa (Cf. Mt 21,18-23). A costoro è rivolto anche l’attuale discorso parabolico.
Il protagonista della parabola evangelica non è un benestante qualsiasi, ma un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Sembrano particolari messi a caso nel racconto e invece racchiudono un profondo significato teologico: la salvezza è vista non solo come un banchetto di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6), ma anche come unione nuziale fra Dio e il suo popolo (Cf. Os 1-3; Ger 2,1-2,20; Ez 16; ecc.). Nella prospettiva neotestamentaria lo sposo è Gesù, il Figlio, e la sposa è la Chiesa (Cf. Mt 8,1; Ef 5,21-23; Ap 19,7; 21,9; ecc.).
L’invito è rivolto innanzi tutto al popolo d’Israele, il quale rifiuta di partecipare alla festa di nozze. Il re insiste, ma alcuni invitati non se ne curano e altri addirittura insultano e uccidono i servi. Per tutta risposta, il re fa uccidere gli assassini e distrugge la loro città, tramutando in questo modo le «reiterate pressioni esercitate presso gli invitati in gesti di spietata severità e giustizia» (Ortensio da Spinetoli).
E poiché il banchetto è ancora preparato, il re, non rinunciando alla sua decisione, dà ai suoi servi un comando ben preciso: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Gli invitati che riempiono la sala del banchetto sono ora gente raccogliticcia, cattivi e buoni, un’espressione con la quale si vuole esprimere la totalità (Cf. Gen 2,17).
Ma prima che la festa abbia inizio il re entra per vedere i commensali e trovando un invitato senza l’abito nuziale lo esclude dalla festa. Il senso è patente: le porte della Chiesa sono state spalancate a tutti gli uomini, cattivi e buoni, ma guai ad illudersi che la salvezza sia scontata o che sia garantita dal fatto di essere entrati nella sala del banchetto. Se è facile entrare, è altrettanto facile ritrovarsi fuori nelle tenebre. Un messaggio, quindi, per tutti i credenti: non basta il battesimo, ma occorrono la fede e i sacramenti, accompagnati dalle opere (Cf. Mc 16,16; Gc 2,14s). L’abito sta così a significare un impegno etico serio e radicale: «Prima di entrare nel regno di Dio si può essere dei comuni peccatori, ma una volta entrati dentro bisogna tendere a diventare giusti, santi, perfetti» (Ortensio da Spinetoli): «“... Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi» ( Ap 19,8).
L’invito alla festa e l’accesso alla sala del banchetto sono doni gratuiti (Cf. Mt 21,31; Lc 22,29; Eb 12,28) che impegnano fortemente chi l’ha ricevuti (Cf. Mt 6,33). Per cui entra nella sala del banchetto chi fa a se stesso violenza e chi rinuncia a tutto (Cf. Mt 11,12; 13,44-45). Vi entrano soltanto coloro che resistono radicalmente al potere della seduzione (Cf. Mt 18,8). Non vi entra chi dice: Signore, Signore, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli (Cf. Mt 7,21). Vi entra colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Cf. Mt 7,24ss). Vi entra e vi resta chi vive in pienezza il discorso della Montagna (Mt 51-12). In definitiva, essere invitati come contropartita esige dedizione piena e assoluta a Gesù fino all’odio della propria vita e della propria famiglia (Cf. Mt 10,37-39). In questa luce, il messaggio della parabola non è quello della chiamata degli invitati al banchetto nuziale, ma che il Regno, nella sua fase terrena, contiene sia i giusti che i cattivi, praticamente lo stesso tema sottolineato nelle parabole della zizzania e della rete (Cf. Mt 13,23-30; 13,47-50). Nel regno di Dio tutti, cattivi e buoni, sono in cammino, solo alla fine, chi non porta addosso la veste di lino (Ap 19,8), la veste nuziale, sarà escluso dal banchetto: sarà gettato fuori nelle tenebre, lontano da Dio, nello stagno di fuoco (Ap 20,15).
È insito anche un forte invito alla vigilanza: «Ma poiché non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna vegliare assiduamente, come ci ammonisce il Signore, affinché, terminato l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [Cf. Mt 25,31-46], anziché essere mandati, perché servi malvagi e pigri [Cf. Mt 25,26], nel fuoco eterno [Cf. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e disperazione”» (LG 48).
L’assioma, molti sono chiamati, ma pochi eletti, sta ad esprimere tutta l’amarezza di Gesù nel costatare «come il suo appello di salvezza rivolto a tutti avesse trovato così scarsa corrispondenza. Riportato qui a conclusione della parabola del convito nuziale, va riferito principalmente al rifiuto dei “primi” invitati: i “molti chiamati” sono dunque gli Israeliti che non hanno risposto all’appello divino: è su questa triste realtà che si accentua tutta l’amarezza del detto di Gesù» (Angelo Lancellotti).
Ma il monito è rivolto anche ai cristiani: la scortesia dei primi invitati e l’insolenza dell’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia dell’uomo, anche nella storia della Chiesa.
Per approfondire
Il regno di Dio nella predicazione di Gesù - B. Klappert (Regno, in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il regno di Dio, così come si presenta nella predicazione di Gesù, può essere caratterizzato come una realtà «opposta a tutto ciò che è presente e terreno ... perciò come un qualcosa di semplicemente prodigioso» (ThW I, 585). Per cui la venuta del regno di Dio non può essere accelerata dall’uomo con la lotta contro i nemici di Dio (come gli zeloti vorrebbero), e neppure fare pressione su di esso per mezzo di una meticolosa osservanza della legge (vedi i farisei).
L’uomo non può che aspettarne la venuta in pazienza e fiducia (Cf. le parabole del granello di senape in Mc l,4,30-32, del lievito in Mt 13,33 e del seme che cresce da solo in Mt 4.26-29). [...].
Il fatto che il regno è dono di Dio (Lc 12,32), che è legato a un testamento (Lc 22,29), esprime in un altro modo che l’uomo lo può ricevere solo come un bambino (Mc l0,15par.), che l’uomo lo può solo attendere (Mt 15,43par). Molto significativa la locuzione «andare dentro», «entrare» nel regno di Dio (Mt 5,20; 7,21; 18,3par.; 19,23; 23,12 e altrove); in tutti questi casi questo entrare è inteso in senso futuro (Mc 9,43ss; Mt 25,34). Siccome il regno di Dio è presente nella persona di Gesù; il singolo è posto di fronte a una decisione assoluta. Ciò che caratterizza questa situazione sono gli «aut-aut» dei discorsi iperbolici di Gesù, che dice: «se la tua mano destra ti tenta al peccato, tagliala ... » (Mt 5, 29s). Anzi alcuni si sono addirittura resi eunuchi per amore del regno di Dio (Mt 19,12), infatti: «Chi mette mano all’aratro e poi guarda indietro non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).
Questa decisione non è frutto di semplice entusiasmo, ma nasce dopo appassionata riflessione (Lc 14,282), in obbedienza alla parola di Gesù (Mt 7,24-27), e in uno spirito di rinuncia che accetta il sacrificio di sé fino all’odio dei propri familiari (Mt 10,17ss.37). Questa decisione tuttavia non deriva da un duro rigorismo, bensì ha come sfondo la gioia traboccante di fronte alla grandezza del dono (parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa; Mt 13,4 4-46).
Il regno di Dio è trascendente e soprannaturale: proviene solo da Dio, solo dall’alto. Ma allo stesso tempo è completamente immanente. Dove arriva il regno di Dio, là gli affamati vengono saziati, gli afflitti consolati (Mt 5, 3-10: le beatitudini), si amano i nemici (Mt 5,38-42) e sull’esempio degli uccelli e dei fiori del campo non si preoccupa più del cibo o del vestito (Mt 6,25-33).
Anzi qui solo la persona di Gesù può rendere presente il regno di Dio che deve venire, nelle cui parole e opere la sovranità di Dio è un fatto concreto. Il regno è già qui in quanto Gesù cerca la compagnia dei pubblicani e dei peccatori e siede con essi a tavola e a essi dichiara il perdono dei peccati. Come colui che ha preparato il pranzo invita a tavola i mendicanti e i senza tetto (Mt 22,1-10), come l’amore del padre riaccoglie il figlio perduto (Lc 15,11-32), come il pastore va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7), come la donna ricerca la moneta perduta (Lc 15,8-10), come il padrone dà per sua bontà la paga completa agli operai dell’ultima ora (Mt 20,1-15), così Gesù va verso i peccatori per dichiarare loro il perdono, «poiché è per essi il regno dei cieli» (Mt 5,3). Solo i peccatori, coscienti di grosse colpe (Lc 7,41-43), sono in grado di misurare il significato del perdono, della bontà di Dio, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2,17).
La caratteristica della predicazione di Gesù sul regno di Dio non consiste dunque nel fatto che Gesù abbia portato una nuova dottrina circa il regno di Dio, oppure radicalizzato le attese escatologico-apocalittiche, bensì nel fatto che egli ha creato un rapporto inscindibile tra il regno di Dio e la sua persona. L’aspetto nuovo della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù è lui stesso, semplicemente la sua persona» (Schniewind).
Andrea Lonardo: Il grado supremo dell’amore non è “amare Dio per Dio”, ma “amare l’uomo per Dio”. Perché se Dio è il Creatore e Salvatore, non basta amare Lui solo, ma è bello amare in Lui anche la creatura che Egli ha amorevolmente plasmato e redento.
Così Bernardo, nel De diligendo Deo (composto fra il 1130 ed il 1141).
Bernardo individua nel De diligendo Deo quattro gradi dell’amore (VIII,23-XI,33). Nel primo l’uomo ama se stesso. Bernardo vuol dire che è bene amare se stessi, sebbene così si corra il rischio di giungere all’egoismo, cioè all’amor-proprio che non è il vero amore di se stessi: quando si ama veramente se stessi, si desidera aprirsi all’amore.
Nel secondo grado si ama Dio in vista di se stessi, cioè ci si rivolge con amore a Dio, ma non per suo amore bensì perché preoccupati innanzitutto del bene che si riceve da Lui e non ancora dell’amore di Lui stesso: è un amore funzionale e, quindi, imperfetto.
Nel terzo grado l’uomo giunge ad amare Dio per Dio stesso. Non esiste vero amore che non sia amore dell’altro in quanto tale, amore perché l’Altro – ma anche l’altro - è ed ama: questo amore è perfetto perché non è preoccupato dei benefici che derivano dall’amore, ma dall’amore stesso dell’Altro.
Eppure per Bernardo non è ancora in questo terzo grado la perfezione: essa si raggiunge nel quarto grado, appunto, quando l’uomo giunge ad amare se stesso – ed i fratelli tutti – per Dio. Il credente, giunto all’amore di Dio, riesce a cogliere lo splendore di Dio in tutte le sue opere, a goderne e ad amare le persone per amore di Dio. Nella stessa opera Bernardo elabora una diversa e complementare scala, sempre in quattro gradi, che non è sovrapponibile alla precedente (XII,34-XV,40). Si può amare Dio come servi, come mercenari, come figli e come spose. Il servo ama Dio per timore, il mercenario ama Dio per la paga che ne ricava, il figlio ama Dio come padre che lo genera e lo guida, ma solo la sposa ama Dio come sposo, essendone “inebriata” – afferma Bernardo.
La veste nuziale - Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11: “Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico, come sei entrato qua, senza avere l’abito da nozze?». Costui ammutolì” (Mt 22,11-12). Gli invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che non indossava l’abito nuziale. In quest’uno sono compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l’abito dell’uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l’abito di nozze, cioè l’abito dell’uomo celeste, e indosserà invece l’abito macchiato, ossia l’abito dell’uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolì», dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato.
“Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»” (Mt 22,13). L’esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, sono tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall’operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti.
Testimoni di Cristo - San Bernardo Abate e Dottore della Chiesa: Di grado in grado la vita altro non è che un itinerario d’amore che ci porta da noi stessi verso Dio, per poi riscoprire noi stessi alla luce di Dio. Un percorso quasi circolare che può trasformare la caducità e l’imperfezione dell’esistenza umana in uno squarcio aperto all’infinito e perfetto amore di Dio. E fu proprio questo itinerario spirituale a caratterizzare lo sforzo da testimone e da studioso della vita divina di san Bernardo di Chiaravalle, monaco cistercense proclamato dottore della Chiesa nel 1830. Il suo rigore monastico ma anche la sua capacità di addentrarsi nell’indagine attorno alla vita di Dio ne fanno un maestro ancora attuale per l’Europa e il mondo intero. Era nato nel 1090 a Digione in Francia e a 21 anni diventò monaco a Citeaux, anche se sentiva la necessità di un maggiore rigore, soprattutto nella scelta di povertà e nella fattiva opera del lavoro delle mani accanto all’impegno della preghiera. Nel 1115 fondò il monastero di Chiaravalle, Clairvaux, la cui comunità poi a sua volta fondò numerosi altri centri di spiritualità. Maestro di teologia, testimone di povertà, affrontò con coraggio e passione alcune delle questioni dottrinali più complesse del suo tempo. Ma fu anche un ottimo predicatore che affascinò moltissimi uomini sulla strada della vita religiosa. Sono giunti fino a noi 331 dei suoi sermoni e 534 delle sue lettere, cui vanno aggiunti numerosi trattati. Gli ultimi anni furono segnati dalle sofferenze: quelle fisiche e quelle legate alle difficoltà interne all’Ordine. Morì nel 1153 a Ville-sous-la-Ferté. (Matteo Liut)
O Dio, che hai suscitato nella Chiesa il santo abate Bernardo,
acceso di zelo per la tua casa
come lampada che arde e risplende,
per sua intercessione concedi a noi lo stesso fervore di spirito,
per camminare sempre come figli della luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.