7 Luglio 2026
 
Martedì XIV Settimana del Tempo Ordinario
 
Os 8,4-7.11-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 113B (115); Mt 9,32-38
 
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! - Gesù dice: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (…). La Chiesa e il mondo non hanno bisogno di persone che assolvono i doveri religiosi mostrando la loro fede come un’etichetta esteriore; hanno bisogno invece di operai desiderosi di lavorare il campo della missione, di discepoli innamorati che testimoniano il Regno di Dio ovunque si trovano. Forse non mancano i “cristiani delle occasioni”, che ogni tanto danno spazio a qualche buon sentimento religioso o partecipano a qualche evento; ma pochi sono quelli pronti a lavorare ogni giorno nel campo di Dio, coltivando nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno. Per fare questo non servono troppe idee teoriche su concetti pastorali; serve soprattutto pregare il padrone della messe. Al primo posto, cioè, sta la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno. (Leone XIV - Angelus, 6 luglio 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI Overview: Il brano di Osea 8,4-7.11-13 è un severo rimprovero contro l'infedeltà di Israele. Il popolo ha cercato sicurezza nelle proprie scelte politiche e nei beni materiali (idoli e vitelli d'oro), abbandonando l'alleanza divina. Il profeta avverte che l'autosufficienza porta solo alla rovina: chi semina vento, raccoglie tempesta.
Il Contesto e il Significato Spirituale
Autonomia politica e religiosa: Gli Israeliti nominano re e capi senza consultare Dio, affidandosi a false sicurezze.
L'idolatria: Con il loro oro e argento hanno forgiato idoli, come il vitello della Samaria. Non comprendono che l'idolo è solo opera di un artigiano e non ha alcun potere divino.
La conseguenza (Seminare vento, raccogliere tempesta): Questa espressione proverbiale evidenzia il fallimento dell'allontanamento da Dio. Tutto ciò in cui il popolo ripone speranza al di fuori di Lui finirà nel nulla, proprio come il grano che germoglia ma viene divorato dagli stranieri.
Il valore del culto: Moltiplicare altari e moltiplicare sacrifici perde completamente di significato se manca la vera conoscenza di Dio e un cuore fedele.
Attualità del Messaggio
Questo testo ci ricorda il pericolo di riporre la nostra fiducia esclusivamente nelle ricchezze materiali, nel successo umano o in sicurezze illusorie. Quando ci si allontana da Dio per cercare autosufficienza, si rischia di sperimentare il vuoto interiore. Il messaggio è un invito a riflettere sull'importanza di fondare la propria vita e le proprie scelte sulla volontà divina, evitando le trappole dell'idolatria moderna e dell'egoismo.
 
Vangelo
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!
 
Gesù esorcizza un “muto indemoniato” e questo suscita stupore, ma soltanto nelle anime “semplici”, nei cuori perversi invece monta la bile, l’odio, la gelosia, e l’accusa è scoccata come freccia avvelenata: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni». Il vangelo di Matteo non registra alcuna reazione da parte di Gesù, il quale riprende il suo cammino percorrendo “tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità”. È straordinaria questa nota, Gesù pur minacciato non ha paura di annunciare il vangelo del Regno e di compiere prodigi proprio nelle sinagoghe, la tana del lupo. Ma non è coraggio, è la sua missione, una missione che non è scevra di pericoli, di delusioni, ma impastata anche di compassione sopra tutto quando il suo sguardo si posa sulle folle mirandole “stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore”. Una verità lucida il cui riverbero raggiunge i nostra anni, un Europa che ha rigettato le radici cristiane, da qui l’imperativo dettato ai discepoli di tutti i tempi: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,32-38
 
In quel tempo, presentarono a Gesù un muto indemoniato. E dopo che il demonio fu scacciato, quel muto cominciò a parlare. E le folle, prese da stupore, dicevano: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Parola del Signore.

Lino Pedron - Secondo le credenze antiche la malattia era sempre provocata da un demonio. La guarigione quindi avviene con la cacciata del demonio. Al miracolo operato da Gesù seguono subito due opposte reazioni: la gente è presa dallo stupore, i farisei accusano Gesù di “scacciare i demoni per opera del principe dei demoni”.
Il contrasto tra Gesù e i suoi oppositori si fa sempre più grande. La loro perfidia è palese: stravolgono perfino il significato dei suoi miracoli. In 12,32, per questa accusa contro Gesù, viene loro attribuito un peccato imperdonabile.
La reazione adeguata ai miracoli di Gesù è la fede. La meraviglia e lo stupore sono, tuttavia, una reazione spontanea nella giusta direzione di chi sa accogliere almeno un aspetto dell'attività prodigiosa di Gesù.
Nel v.35 Matteo introduce il secondo dei suoi cinque discorsi, quello missionario, dandoci una sintesi dell'attività di Gesù per insegnarci che la missione dei discepoli sarà la continuazione di quella del Maestro. Lo slancio della missione di Gesù e dei discepoli nasce dal vedere le folle “stanche e sfinite come pecore senza pastore” e la messe abbondante a cui fa riscontro la scarsità degli operai.
L'attività di Gesù che “andava per tutte le città e i villaggi” per raggiungere tutti e salvare tutti è l'esempio che i discepoli inviati in missione devono tenere sempre davanti agli occhi.
La missione di Gesù viene riassunta nei tre verbi insegnare, predicare e curare. Tale sarà anche l'attività dei missionari che egli sta per mandare “alle pecore perdute della casa d'Israele”.
L'immagine del gregge senza pastore è molto conosciuta nell'Antico Testamento (Nm 27,17; Zc 13,7; Ez 34).
Gesù rivolge l'accusa ai pastori d'Israele del suo tempo (Mt 11,28). Egli intende essere il buon pastore del suo popolo (Gv 10), e i suoi discepoli dovranno continuare la sua opera con dedizione e amore gratuito (Mt 10,8; 1Pt 5,1-4).
Come Giosuè prese il posto di Mosè “affinché la comunità del Signore non fosse come un gregge senza pastore” (Nm 27,17), così gli apostoli continueranno la missione di Gesù buon pastore.
I discepoli ricevono il duplice comandamento di pregare il padrone della messe e di andare a lavorare nella messe (Mt 9,38; 10,5; cfr Lc 10,2-3). La preghiera è adesione al piano di salvezza di Dio e presa di coscienza della chiamata a collaborare responsabilmente per la sua realizzazione.
 
Per approfondire
 
Chi semina vento raccoglie tempesta - Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): In questa lettura è presentato, in riassunto, l’annunzio del castigo inevitabile che colpirà Israele, insieme con i motivi che lo determinano. Dio non è capriccioso, ma giusto.
Osea ha accusato il popolo d’aver rotto il patto e d’aver violato la legge, poiché «ha rigettato il bene». E il popolo deve averlo affrontato per chiedergli le prove.
La presente lettura è la risposta del profeta: non apprezzamenti personali, ma un inventario storico dal quale usciranno condannati.
Dall’inizio del regno del nord con Geroboamo, la storia della monarchia è stata una serie ininterrotta di assassini e di usurpazioni, specialmente negli ultimi anni. Re e sovrani hanno cessato di essere carismatici per trasformarsi in manichini di poteri umani. Non era cosa certa questa? La colpevolezza politico-sociale era chiara come il sole. «Hanno creato dei re che io non ho designato» preciserà Yahveh.
Qual era la loro colpa religiosa o cultuale? Ecco: avevano idoli d’oro o d’argento fuso. Si allude all’abominevole toro di Samaria fatto costruire da Geroboamo al tempo della divisione del regno e ancora presente, per loro vergogna. Certo, era stato costruito come simbolo di Yahveh, sullo stile dei simboli dei Baal; ma non vi era il percetto di non costruirsi immagini? Il grande peccato non era il modo irregolare di offrire il culto, ma la malizia interiore con cui non lo volevano riconoscere come tale e la conseguente impossibilità di essere purificati.
«Hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta». E una locuzione proverbiale, con chiara allusione ai culti cananei delle stagioni dell’anno. Anche se credono il contrario, tali culti porteranno solo rovina: grandinate ... siccità ... o spighe vuote.
Israe1e continua a credere che lo difendano i molti altari, i molti sacrifici a la solennità delle sue neomenie. La
risposta non può essere più drastica e rabbrividente: moltiplicando gli altari, moltiplica i suoi peccati.
E tutto questo, perché Israele ha dimenticato la torah, la legge, la rivelazione. Dio potrebbe avergli dato mille leggi e sarebbe la stessa cosa: lo avrebbe considerato come un estraneo. Dopo l’immagine dello sposo fedele, come doveva suonare duro questo «come un estraneo!». Pare che Yahveh rinunzi alla cosa considerandola impossibile. Tragico passaggio di Dio attraverso la vita! Lascia che mangino e ingrassino ... e facciano del sacrificio un giorno di scampagnata.
Nella sua giustizia il castigo sarà inesorabile. Le iniquità saranno ricordate e i peccati saranno puniti. «Dovranno tornare in Egitto»: i figli d’Israele torneranno indietro nella storia perderanno la terra promessa e torneranno nell’oppressione dalla quale erano stati riscattati. Osea vede l’esilio teologico piuttosto che quello materiale ormai imminente. Questo era realmente terribile: l’abbandono di Dio, il restare senza riscatto, abbandonati alle proprie forze... Come ripeterà Paolo facendosi eco di Osea, «ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato» (Gal 6.7).
 
Cacciata dei demòni - Werner Wiskirchen: Nel mito dei racconti dell’antichità, su prodigiosi “uomini divini” riluce la verità che il mondo e gli uomini hanno bisogno di essere salvati. Secondo Mc Gesù inizia la sua attività con una cacciata dei demòni. Il suo grido di araldo rivolto a Israele che annuncia l’immediata vicinanza della signoria di Dio nella sua persona è, nel contempo, grido di combattimento contro tutte le specie di demòni. “Se io scaccio i demòni con il dito di Dio (Mt: nello Spirito di Dio), è dunque giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20).
Gesù possiede lo Spirito santo puro e caccia i forti spiriti impuri dalla loro casa, dal momento che è più forte di loro. I demòni si manifestano soprattutto come causa di malattia e possessione. Per mezzo della cacciata dei demòni Dio diventa Signore su Satana.
Satana, in quanto falso signore, tortura e schiavizza la creazione buona.
Ciò si manifesta, secondo il modo di vedere di quel tempo, anche nelle catastrofi naturali, cosicché i miracoli sulla natura di Gesù traggono da qui il loro significato. Gesù vuole riportare la creazione allo stato iniziale di bontà. La salvezza abbraccia l’uomo intero visto nel suo mondo, quindi anche la corporeità. Agli occhi di Gesù ogni uomo è un malato in cerca di guarigione. Il potere di Gesù di cacciare i demòni è uno dei più importanti punti di partenza prepasquali per il titolo “Figlio di Dio”. La lotta di Gesù contro i demòni viene continuata dai discepoli (Mc 6,7) e dalla comunità (At 19,11-17). La potenza universale della superstizione e della falsa sapienza, la degenerazione della potenza politica e la sua trasfigurazione cultuale (cf. At 13,1ss) sono segni escatologici dell’impotente furore di Satana, il quale sa “che gli resta poco tempo” (Ap 12,12). La cacciata dei demòni a spettro universale è necessaria. La chiesa è forte soltanto nel nome di Gesù.
 
Pregate dunque ... - Italo Castellani: Il ritrovato impegno e tanta preghiera per le vocazioni, che si eleva oggi dalle nostre comunità - anche perché è sotto gli occhi di tutti la constatazione di una sproporzione tra il raccolto che ci sarebbe da fare e le braccia necessarie per questo raccolto - dovrà forse entrare sempre più nello spirito del comando di Gesù: “Pregate il Padrone della messe...”.
Gesù infatti ha chiesto più volte di pregare, ma pochissime volte, quattro in tutto, con un’intenzione precisa: la preghiera per i nemici (Mt 5,44); la preghiera per non entrare in tentazione nei tempi escatologici (Mt 26,41); la preghiera per Pietro affinché la sua fede non venga meno (Lc 22,32), la preghiera al Signore della messe perché mandi operai nella sua messe (Mt 9,38).
È significativo che tra questi “comandi”, non generali ma “all’imperativo” consegnati ai discepoli, ci sia la richiesta di pregare per l’invio degli operai nella messe.
Qual è dunque il significato profondo, da recuperare ai nostri giorni nella preghiera per le vocazioni della comunità cristiana, di questo “comando autoritativo” che esprime una precisa volontà del Signore?
“Gesù, dopo aver detto queste parole, non conclude dicendo: dunque andate. C’è bisogno, dunque, rimboccate le maniche, muoviamoci... Dice: c’è bisogno, dunque, pregate”.
“Si noti che Gesù non comanda ai discepoli di essere operai di Dio bensì di pregare...”.
“Gesù sembra spostare il problema: non è tanto un problema vostro, è il problema del Padrone della messe, quindi è un problema di Dio. È cosa di Dio. Pregate perché mandi”.
A pensarci bene, alla luce di queste riflessioni, la preghiera per le vocazioni che si eleva dal cuore della comunità cristiana ha forse bisogno di diventare più autentica. Troppo spesso, forse, la nostra preghiera per le vocazioni, mentre da una parte è accoglienza del comando di Gesù, dall’altra è forse più sollecitata da congiunture contingenti e dall’ansia di sopravvivere ad ogni costo.
Rischia cioè di non essere una preghiera essenzialmente mossa dalla fede e dalla motivazione primaria, che Gesù c’insegna nel Padre Nostro, che “venga” il Regno di Dio.
“Ma perché domandare a Dio, supplicarlo per ciò che riguarda innanzitutto lui? Perché chiedere una cosa per lui? Sta qui il grande mistero della preghiera. È certo che Dio, come Gesù, vede le pecore senza pastore, è certo che Dio vede i bisogni della Chiesa, ma Dio vuole che noi domandiamo, supplichiamo, preghiamo, perché ‘noi’ ne abbiamo bisogno. Di questo abbiamo veramente bisogno... Pregare per le vocazioni significa ricordare e confessare che la vocazione è dall’alto, da Dio, per Cristo, nella potenza dello Spirito Santo: Dio è il soggetto che plasma le chiamate e solo lui le può sostenere. Non è il soggetto individuale che sceglie, non è neppure la chiesa che chiama (cioè la risposta ai bisogni della Chiesa) e non sono neppure i bisogni del mondo che suscitano vocazioni. Insomma, Dio è il ‘principio’ della chiamata e ne è il ‘fine’ ma questi due poli si possono tenere insieme solo pregando”.
 
La sproporzione della messe - Girolamo, in Matth I, 9, 37: “«La messe è veramente molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe»” (Mt 9,38). La messe abbondante indica la moltitudine dei popoli; i pochi operai rappresentano la penuria di maestri. Egli ordina di pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe. Si tratta degli stessi operai di cui parla il Salmista: “Coloro che seminano nelle lacrime, mietono nella gioia. Nell’andare, andavan piangendo, recando i loro semi. Nel tornare verranno pieni di esultanza, portando i loro covoni” (Sal 126,6). Per parlare più chiaramente, la messe abbondante rappresenta tutto il popolo dei credenti. Ma pochi sono gli operai, cioè gli apostoli e i seguaci di coloro che vengono mandati nella messe.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Antonino Fantosati. Il Vangelo porta la pace, ma subisce la violenza: Vangelo è incontro, ma è anche rischio, è apertura ma si trova spesso davanti a chiusure, è portatore di pace, ma subisce ancora troppe volte la violenza del mondo. C’è tutto questo nella vicenda esistenziale di sant’Antonino Fantosati, francescano missionario in Cina. Era nato a Trevi il 16 ottobre 1842 e a 16 anni vestì l’abito religioso francescano a Todi. Nel 1865 fu ordinato prete e nel 1867 partì missionario per la Cina, unendosi a Marsiglia a un gruppo di altri otto francescani, fra cui padre Elia Facchini, che morì martire due giorni dopo di lui, e alcune suore canossiane. A Uccian, capitale del Hu-pè e residenza principale della Missione, dovette vestire abiti cinesi e prese il nome in lingua locale di Fan-hoae-te. Nel 1868 era nell’Alto Hu-pè, meta del suo apostolato, dove rimase per sette anni. Nel 1878 venne nominato amministratore apostolico dell’Alto Hu-pè e nel 1889 vicario apostolico dell’Hu-nan Meridionale: mise in piedi un orfanotrofio, assistette i malati di peste e s’impegnò in un apostolato che portò molte conversioni. Il 7 luglio 1900 venne ucciso dalla folla aizzata dai «boxers», nel contesta dell’aspra persecuzione che in pochi mesi fece migliaia di vittime tra vescovi, preti, religiosi, religiose, catechisti e semplici cristiani. Beatificato nel 1946, è santo dal 2000. (Avvenire)
 
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
6 Luglio 2026
 
Lunedì XIV Settimana del Tempo Ordinario
 
Os 2,16.17b-18.21-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Mt 9,18-26
 
Signore canterò per sempre la fedeltà del tuo amore - Ceslas Spicq e Marc-François Lacan: La fedeltà (ebr. ‘emet), che caratterizza Dio (Es 34, 6), è associata sovente alla sua bontà paterna (ebr. hesed) verso il popolo dell’alleanza.
Questi due attributi complementari indicano che l’alleanza è nello stesso tempo un dono gratuito ed un legame la cui saldezza è a prova di secoli (Sal 119, 90). A questi due atteggiamenti, in cui sono riassunte le vie di Dio (Sal 25, 10), l’uomo deve rispondere conformandovisi; la pietà filiale, che egli deve a Dio, avrà come prova della sua verità la fedeltà nell’osservare i precetti dell’alleanza. Lungo la storia della salvezza, la fedeltà divina si rivela immutabile dinanzi alla costante infedeltà dell’uomo, fino a che Cristo, testimone fedele della verità (Gv 18, 37; Apoc 3, 14), comunichi agli uomini la grazia di cui è ripieno (Gv 1, 14. 16) e li renda capaci di meritare la corona della vita, imitando la sua fedeltà fino alla morte (Apoc 2, 10).
 
ANTICO TESTAMENTO
 
1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse. Le sue parole non passano (Is 40, 8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14, 4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25, 1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55, 11); Dio non muta (Mal 3, 6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2, 22) senza la quale non si può conoscere Dio (4, 2). Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36, 6), né proclamarla per invocarla (Sal 143, 1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89, 1-9. 25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8, 56 ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9, 33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85, 5. 11 ss).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI Overview: Il brano di Osea (Os 2,16.17b-18.21-22) descrive l’amore appassionato e misericordioso di Dio, che non punisce il tradimento (Israele simboleggiato dall’infedeltà coniugale), ma riconquista il suo popolo. Attraverso l’immagine dello “sposo”, Dio trasforma la desolazione del deserto in un luogo di intimità, offrendo un’alleanza eterna basata sulla tenerezza e sulla conoscenza reciproca.
Il testo si articola in tre passaggi fondamentali:
Il deserto e la seduzione: Dio non costringe, ma “adesca” e seduce il popolo. Il deserto non è solo luogo di prova, ma lo spazio intimo in cui si spengono i rumori del mondo e si torna all’essenziale. Qui Dio parla al cuore per ristabilire la fiducia originaria. 
Da “Baal” a “Marito”: C’è una trasformazione radicale nel modo in cui l’umanità chiama Dio. Si passa da un rapporto di sottomissione servile e timore verso un padrone (chiamato Baal) a una relazione sponsale paritaria e affettuosa. Dio si rivela come “Marito” (‘îsh), fondato sull’amore reciproco.
Il patto nuziale eterno: Dio pronuncia una promessa di matrimonio solenne, ripetuta per ben quattro volte, elencando i pilastri di questa nuova alleanza: giustizia, diritto, amore, benevolenza e fedeltà. Il fine ultimo è “conoscere il Signore”, che nella Bibbia indica un’esperienza di unione profonda e vitale. 
 
Vangelo
Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà.
 
Due miracoli che manifestano la divinità di Gesù, e allo stesso la sua misericordia e la sua pietà verso i malati, e per chi versa nel dolore e nello sconforto.
La donna affetta di emorragia guarisce per la sua fede. Gesù, «con la sua strana domanda: “Chi mi ha toccato”, enfatizza il fatto, mettendo pure in imbarazzo la donna, ma lo fa per esaltare pubblicamente la sua fede e indicarla come requisito necessario per la guarigione» (Bruno Barisan).
Il capo della sinagoga, che in Marco e Luca è chiamato Giairo, ha appreso che sua figlia morta, ma non si arrenda alla terrificante realtà. Se la morte ha ghermito il suo bene più prezioso, sa, con fede, che Gesù può sbaragliare la potenza della morte, e ridare la vita alla fanciulla e trarla fuori dalle tenebre della morte.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,18-26
 
In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
 
Parola del Signore.
 
Il caso si presentava ormai senza soluzioni: dalla casa del capo della sinagoga erano venuti alcuni a dire che la fanciulla era morta. Non aveva quindi più senso continuare a importunare il Maestro di Nazaret.
Gesù, il figlio di Maria (Mc 6,3), come se non avesse inteso nulla, esorta Giairo, il padre della fanciulla morta, a desistere dal suo timore e a continuare ad avere fede in lui. Poi, con Pietro, Giacomo e Giovanni, che saranno le «colonne della Chiesa» (Gal 2,9), si avvia verso la casa di Giairo.
La scelta dei tre discepoli non è lasciata al caso: più avanti sempre Pietro, Giacomo e Giovanni, e soltanto loro, saranno chiamati ad essere gli unici testimoni privilegiati della trasfigurazione (Mc 9,2) e della preghiera nel giardino del Getsemani (Mc 14,33). Gesù, così come dettava la legge mosaica (Dt 19,15), vuole dei testimoni qualificati che in seguito avessero potuto testimoniare la realtà del miracolo che stava per operare.
La casa di Giairo è sprofondata nel dolore: gli strepiti, i pianti dei parenti e delle prèfiche, accrescono la confusione e il chiasso.
Forse per riportare un po’ di calma, Gesù entrando dice ai piagnoni: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».
Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giairo, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno.
Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11).
Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52).
Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore.
La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità, pur addolorandolo intimamente, non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni, prende con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entra dove era la bambina.
Gesù presa la mano della fanciulla, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), pronuncia le parole ‘Talità kum’. Sono parole aramaiche, la lingua che parlava Gesù, e Marco si affretta a dare la traduzione forse per evitare che venissero scambiate per qualche formula magica. La guarigione è immediata e istantanea.
La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mc 4,35-41), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mc 5,1-20). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio. La raccomandazione di dare da mangiare alla fanciulla svela la tenerezza di Gesù verso gli ammalati e i sofferenti. Allo stupore segue il perentorio ordine da parte di Gesù di non divulgare il miracolo. Il comando, che è in linea con tutti i testi relativi al segreto messianico (Mc 1,25.33-44; 3,12; ecc.), vuole rinviare alla Croce e alla Risurrezione perché soltanto questi eventi possono rivelare la vera identità del Cristo e i doni che Egli è venuto a portare agli uomini (Ef 4,7).
Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
 
Per approfondire
 
Ti farò mia sposa per sempre - Bibbia di Gerusalemme: ti farò mia sposa (BJ con ebr.: «ti fidanzerò a me»): questo verbo è usato nella bibbia unicamente per una figlia vergine. Dio abolisce così totalmente il passato adultero di Israele, che diventa come una creatura nuova. Nell’espressione «ti farò mia sposa nella (giustizia)», ciò che segue la preposizione «nella» designa la dote che il fidanzato offre alla promessa sposa (uguale costruzione in 2Sam 3,14). Ciò che Dio dà a Israele, in queste nuove nozze, non sono più i beni materiali dell’antica alleanza (Os 2,10), ma le disposizioni interiori richieste affinché il popolo sia d’ora innanzi fedele all’alleanza. Qui abbiamo già in germe quanto sarà sviluppato da Geremia e da Ezechiele: la nuova ed eterna alleanza («per sempre», v 21), la legge iscritta nel cuore, il cuore nuovo e lo Spirito nuovo (Ger 31,31-34, Ez 36,26-27. Cf. Ez 36,27+).
benevolenza: il termine (hesed) esprime anzitutto l’idea d’un legame, d’un impegno. Nel campo profano sta a designare l’amicizia, la solidarietà, la lealtà, soprattutto quando queste virtù procedono da un patto. In Dio, questo termine esprime la fedeltà alla sua alleanza e la bontà che ne sgorga nei riguardi del popolo eletto (la «grazia» in Es 34,6); e in realtà, da ora in poi, questo termine hesed verrà spesso riferito all’immagine dell’unione coniugale e, nel linguaggio religioso, servirà ad esprimere l’amore di Dio per il suo popolo (Sal 136,1-26, Ger 31,3; ecc.) e i benefici che ne provengono (Es 20,6, Dt 5,10, 2Sam 22,51, Ger 32,18, Sal 18,51).
Ma questa hesed di Dio esige anche nell’uomo la hesed, cioè il dono dell’anima, l’amicizia fiduciosa, l’abbandono, la tenerezza, la «pietà», in una parola l’amore che si traduce in una sottomissione gioiosa alla volontà di Dio e nella carità per il prossimo (Os 4,2; 6,6). Questo ideale, espresso da molti salmisti, sarà proprio degli Hasidim o «Asidei» (1Mac 2,42+)
 
Emanuele Ghini (Morte in Schede Bibliche Pastorali): L’evento della morte, considerato realisticamente dalla rivelazione biblica come il totale venir meno della vita, non è visto in sé, ma sempre in stretta relazione con Iahvé, il Dio vivo: la morte la cui forza di estinzione è rappresentata dallo Sheól, si oppone alla vita come situazione di distacco da Dio nei confronti della pienezza dell’unica «fonte della vita».
Dall’assoluto monoteismo di Israele, legato al Dio unico, deriva la proibizione di ogni culto dei morti, peraltro sepolti con cura e pietà.
L’alleanza, che stabilisce un rapporto non personale ma nazionale fra Israele e Iahvé, fa sì che il problema della morte non assuma carattere drammatico, nella certezza della continuità del popolo, nonostante il venir meno dei singoli. Nel contesto vivo e in rapida evoluzione dell’alleanza, la morte è un problema poco essenziale: sia che si riconosca ai morti una sopravvivenza d’ombra nello Sheol, sia che si attribuisca loro un sonno eterno nel sepolcro di famiglia, il tema della morte non mette in crisi la fede di Israele. Da qui la rassegnazione con cui la morte è generalmente considerata e la pace con cui è accolta in tarda vecchiaia. Solo la morte precoce pone all’uomo la domanda che trova risposta nella potenza distruttiva del peccato delle origini. Ma poiché al peccato Dio ha sovvenuto con l’alleanza, la morte è superabile attraverso l’obbedienza alle «dieci parole» perché l’obbedienza, come assenso alla consacrazione operata dalla alleanza, è vita.
Israele ha lentamente intravvisto un superamento della morte sia nella conversione sollecitata dai profeti, sia nel personale rapporto con Iahvé che risolve anche, come per i salmisti e i sapienti, il problema della retribuzione. È l’apocalittica però che supera definitivamente la morte, annunciando la risurrezione dei giusti e dei peccatori nel regno escatologico.
Nel NT è soprattutto l’apostolo Paolo che, riprendendo la meditazione di Gen. 3, attribuisce la morte al peccato di Adamo. Col peccato e la legge, la morte è la principale potenza cosmica che domina sul mondo schiavo di Satana. Con l’avvento di Cristo, la morte è distrutta. Giovanni vede la morte di Cristo come passaggio da questo mondo al Padre, per un disegno di salvezza; Paolo, come atto di obbedienza che annulla il peccato e la morte nella risurrezione. La morte di Cristo per amore degli uomini è così creazione e nascita.
Per il cristiano, morto con Cristo, la fine della vita è ingresso nella vita stessa di Dio. Ciò esige l’adesione della fede, che già in sé è vita e comunica l’immortalità, mentre la sua mancanza è morte e conduce alla morte seconda della perdizione.
Morendo con Cristo il cristiano rinasce, per l’opera dello Spirito, alla vita nuova che lo rende partecipe dello stesso dinamismo trinitario, compiendo così la trasformazione definitiva nella viva immagine di Dio che, già iniziata nell’economia della figura, sarà completa alla parusia, quando i morti risorgeranno fruendo della vita stessa di Dio.
 
Testimoni di Cristo - Santa Maria Goretti, Vergine e Martire: Nacque a Corinaldo (Ancona) il 16 ottobre 1890, figlia dei contadini Luigi Goretti e Assunta Carlini, Maria era la seconda di sei figli. I Goretti si trasferirono presto nell’Agro Pontino. Nel 1900 suo padre morì, la madre dovette iniziare a lavorare e lasciò a Maria l’incarico di badare alla casa e ai suoi fratelli. A undici anni Maria fece la Prima Comunione e maturò il proposito di morire prima di commettere dei peccati. Alessandro Serenelli, un giovane di 18 anni, s’innamorò di Maria. Il 5 luglio del 1902 la aggredì e tentò di violentarla. Alle sue resistenze la uccise accoltellandola. Maria morì dopo un’operazione, il giorno successivo, e prima di spirare perdonò Serenelli.
L’assassino fu condannato a 30 anni di prigione. Si pentì e si convertì solo dopo aver sognato Maria che gli diceva avrebbe raggiunto il Paradiso. Quando fu scarcerato dopo 27 anni chiese perdono alla madre di Maria.
Maria Goretti fu proclamata santa nel 1950 da Pio XII. (Avvenire)
 
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 5 Luglio 2026
 
XIV Domenica del Tempo Ordinario
 
Zc 9,9-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
 
Mariano Magrassi (Umiltà in Dizionario di Mistica) - Espressioni dell’umiltà: L’umile magnifica Dio che opera nel suo cuore. L’incarnazione più luminosa di questo atteggiamento è la Vergine Maria. Ella si sente la « povera serva »: è un vuoto che attende di essere colmato. E allora Dio le è andato incontro e l’ha colmata della sua grazia. Con uno sguardo l’ha sollevata dal suo nulla, e l’ha resa così grande che « tutte le generazioni la chiameranno beata ». Il Magnificat è il poema dell’umiltà (cf Lc 1,46-55).
A sua volta, Maria è la punta di diamante di un filone aureo che attraversa tutta la Bibbia: quello degli « anawim », « i poveri di JHWH ». Questi non hanno nulla e lo sanno. Non hanno nessuno su cui contare e allora si aprono a Dio diventando « clienti dell’ Altissimo». E Dio li colma dei suoi doni. « Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 36,7). Quest’aureo versetto salmodico ne scolpisce in poche parole l’atteggiamento fondamentale.
Come in Cristo, l’umiltà prima che una virtù, è un modo di essere e relazionarsi con l’Altro e con gli altri. In Cristo questo è evidente. Troviamo nell’inno cristologico dei Filippesi (2,6-8) la descrizione dell’umiltà abissale della Incarnazione: «Cristo pur essendo di natura divina... spogliò Se stesso assumendo la condizione di servo ... si umiliò facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce ». A questa parabola discendente di umiliazione, che interessa Cristo nelle radici stesse del suo essere, e tocca il fondo non potendo scendere più in basso, fa seguito la esaltazione del Padre, che « gli dà il nome che è al di sopra di ogni altro nome »: un punto cosi alto oltre il quale non si può salire.
E l’umiltà dell’essere. Non consiste nel « sentirsi piccoli » (non poteva farlo il « Signore »), ma nel « farsi piccoli ».
L’Altissimo si è fatto piccolo! In un latino intraducibile, mutuato dal salmo, san Bernardo esclama: « Magnus Dominus et laudabilis nirnis, parvus Dominus et amabilis nimis ».
E san Francesco d’Assisi, nelle « Lodi di Dio Altissimo », con un colpo formidabile di genio, dice a Cristo: « Tu sei grande/Tu sei l’Altissimo/Tu sei il Re Onnipotente/Tu sei il Bene, tutto il bene ... /Tu sei umiltà ».
La storia della salvezza è la storia dell’umiliazione di Dio. Cristo è umile. Così il discepolo: se l’umiltà è in modo di essere libera dall’autosufficienza, che fa dell’io un idolo. Si affida a Dio, e fa l’«estasi», uscendo da se stesso. Diventa capace di lode. L’ha detto stupendamente Tagore: «Nell’ebbrezza del canto dimentico me stesso e chiamo Te amico, che sei il mio Signore».  Finché l’uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri non comprende nulla della sua situazione. Deve porsi davanti a Dio e alla sua Parola: è lo specchio in cui scopre il suo vero volto interiore. Allora aderisce a Cristo e lo segue dove va: e diventa come lui «mite e umile di cuore» (cf Mt 11,28-30).
Allora anche nei confronti degli altri attua l’esortazione dell’Imitazione di Cristo: « Ama nesciri et pro nihilo reputari », cioè sii contento quando gli altri ti ignorano e non ti apprezzano per nulla. Ci si libera cosi dall’orgoglio e dall’autosufficienza che fa dell’io un idolo e come un bozzolo che imprigiona. L’umiltà è solo un atteggiamento interiore? Lo è anzitutto, ma dal cuore umile devono sgorgare atti concreti. È la linea in cui si pone san Benedetto nella sua Regola (cap. VII) quando parla dei «gradi dell’umiltà». Sembra porsi questa domanda: da quali segni si riconosce l’umile?
In quali gesti incarna il suo atteggiamento interiore? Ed egli ne enumera tutta una lunga serie, che vede come gradini di una scala. E il primo gradino è «l’ubbidienza senza indugio», perché solo l’umile è capace di rinunciare alla sua volontà, per aderire a quella del Cristo. D’altronde, pur dovendosi concretizzare, l’umiltà non si identifica con nessuna delle sue manifestazioni. Le postula, ma insieme le trascende perché conduce direttamente nel cuore di Dio che si è umiliato, cioè fatto carne per permettere all’uomo di pervenire alla sua stessa intimità d’amore, cioè di ritrovarsi in Dio­Trinità e riposare in lui.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Ecco, a te viene il tuo re umile: Zaccaria annuncia la venuta di un re umile, giusto e vittorioso. Egli è giusto «non nel senso che rende giustizia [Cf. Is 11,3-5], ma che sarà oggetto della “giustizia” del Signore, cioè della sua potente protezione [Cf. Is 45,21-25]» (Bibbia di Gerusalemme). Il Messia, rinunziando all’apparato dei re storici (Cf. Ger 17,25; 22,4), farà il suo ingresso nella città santa cavalcando «un asino, un puledro figlio d’asina», l’antica cavalcatura dei principi. Questa profezia si realizzerà in Gesù di Nazaret, quando, cavalcando un asinello, entrerà in Gerusalemme acclamato da una folla osannante. Il re messianico porterà il dono dell’unità facendo entrare nel suo regno anche le tribù del nord: «da mare a mare e dal Fiume ai confini della terra», cioè dal Mediterraneo al mar Morto e dall’Eufrate all’estremo sud. Il giorno di pentecoste anche questa profezia si realizzerà: lo Spirito Santo irrompendo nel mondo con potenza frantumerà ogni divisione (At 2,1-11).
 
Seconda Lettura - Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete: Le affermazioni di Paolo non vanno prese in un significato di automatismo: è vero che lo Spirito Santo abita nei credenti e quindi non sono più sotto il dominio della carne, ma è pur vero che l’uomo rimane «venduto come schiavo del peccato» (Rom 7,14). C’è sottintesa allora una indicazione ascetica o di sforzo: la risurrezione dei cristiani, che è in stretta dipendenza da quella del Cristo, si prepara fin d’ora in una vita nuova che li rende figli a immagine del Figlio (Rom 8,14.29), in una incorporazione al Cristo risorto mediante la fede e nella immersione nelle acque del battesimo.
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Io sono mite e umile di cuore. Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili. Dal Vangelo secondo Matteo Mt 11,25-30 In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-30
 
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra … - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio ... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio ... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
Giuseppe Barbaglio (Mitezza in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V) - La bontà, la mitezza e la clemenza richieste ai credenti - Anzitutto è doveroso analizzare la beatitudine matteana: «Beati i miti (hóipraéìs), perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il riferimento al salmo 37,11 [...], la mancanza di questa beatitudine nella versione di Luca, la constatazione che essa costituisce un doppione con la prima beatitudine («Beati i poveri in spirito») inducono a credere che si tratti di un passo redazionale, non privo di legittimazione storica. Matteo ha collocato la mitezza nell’elenco delle condizioni necessarie per poter entrare nel regno dei cieli.
Di grande rilievo è poi il passo di Gal 5,22-23 in cui la bontà e la mitezza sono presentate come frutto dello Spirito. Non siamo dunque di fronte, come nel mondo greco, a comportamenti etici e nobili e virtuosi in cui la persona eccelle, ma al risultato dell’animazione dello Spirito. Essere «buoni» e «miti» è grazia, dono: naturalmente grazia che responsabilizza e impegna. Ecco le parole dell’apostolo: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Inoltre 1Cor 13,4 connette così strettamente l’agape con la mitezza da attribuire al dinamismo dell’agape la specificazione della mitezza: «La carità è paziente, è benigna la carità». Si noti che per l’apostolo l’agape non è una virtù tra le altre, ma il principio fontale, il dinamismo soprannaturale che abilita il soggetto ad agire in maniera coerente, nel nostro caso in maniera mansueta.
In questo profondo e vasto orizzonte si devono interpretare le numerose e molteplici esortazioni alla bontà e alla mitezza presenti nel Nuovo Testamento.
Le realtà implicate dello Spirito e dell’agape escludono che sia un discorso puramente moralistico. In Col 3,12 l’autore indica questi comportamenti come doverosi per l’esistenza della comunità cristiana: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Cf. anche il passo parallelo di Ef 4,2, che però collega l’esortazione con il motivo della vocazione cristiana). In Gal 6,1 l’apostolo afferma che l’ammonizione fraterna nella chiesa deve avvenire «con dolcezza». Fil 4,5 esorta all’affabilità.
Tra le doti spirituali e morali necessarie ai ministri della comunità, le lettere pastorali elencano anche la benevolenza, la mitezza: «(l’episcopo) sia benevolo e non litigioso» (1Tm 3,3); «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti» (2Tm 2,25); Timoteo è esortato, come uomo di Dio, a tendere alla mitezza (2Tm 6,11) e Tito a farsi efficace maestro dei credenti perché questi siano mansueti e dimostrino ogni dolcezza con tutti (Tt 3,2).
Gc 1,21 sollecita ad accogliere «con docilità (en praytétì) la parola che è stata seminata» in loro. La stessa lettera afferma che la mitezza e la sapienza superiore sono strettamente connesse (3,13; 3,17).
Ancora una volta emerge che gli autori del Nuovo Testamento restano racchiusi in prospettive puramente moralistiche. La 1Pt fa obbligo ai domestici di stare sottomessi ai padroni, non solo a quelli miti, ma pure a coloro che sono difficili (2,18).  La mitezza poi per lo stesso scritto è preziosa dote dell’anima incorruttibile (3,4). Infine l’autore della 1Pt sollecita i credenti a farsi testimoni autentici della speranza da essi vissuta, ma senza alterigia «con dolcezza» (metà praytètos) (3,15-16).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - Esultò nello Spirito - Prima parte del Vangelo. Il vangelo di oggi contiene diversi concetti distinti. Gesù pieno dì esultanza (cfr. Lc 10, 21: « Esultò nello Spirito e disse...») rivolge una sublime preghiera di lode al Padre perché ha decretato il trionfo suo e dei suoi e la sconfitta del principe del male e dei suoi satelliti.
Dio ha stabilito di celare il contenuto della rivelazione con tutti i suoi misteri ed anche la identità divina del Messia ai miscredenti e a tutti gli impettiti adoratori della dea ragione, i quali si autodefiniscono o sono definiti da una mentalità razionalistica sapienti e intelligenti. L’Onnipotente ha voluto occultare il suo mondo di segreti inestimabili a tutti gli autosufficienti che pensano orgogliosamente di non aver bisogno di Dio e del suo inviato.
Gesù dice essere piaciuto a Dio che i misteri del regno dei cieli fossero rivelati ai piccoli, cioè ai veri saggi, agli umili, ai «poveri di Dio», ai suoi discepoli autentici, a quelli che contano sul Signore. È chiaro che la differenza fra gli uni e gli altri non è solo di conoscenza o ignoranza dei segreti divini, ma anche di salvezza o dannazione. Infatti un diverso trattamento non giustificherebbe la gioia di Gesù se non coinvolgesse il compito del Messia e la sorte definitiva dei suoi seguaci (Mt 10, 40-42),
Gesù, dopo la lode al Padre, passa a precisare che il tramite di tutta la rivelazione è egli stesso, come Verbo eterno e Messia, perché dotato di tutta la scienza che Dio ha di sé. La scienza infinita di Dio è posseduta pienamente dal Padre ed è posseduta pienamente anche dal Figlio, perché il Padre è Dio e il Figlio è Dio alla stessa maniera che lo Spirito Santo, e quindi nella loro consustanzialità conoscono l’infinito patrimonio comune.
Esso è reso accessibile anche agli uomini mediante la rivelazione, della quale appunto il brano evangelico illustra natura e metodo.
Ultima parte del vangelo e contesto liturgico. La parte finale del brano evangelico si riferisce alla legge che Cristo propone. Essa è «un giogo dolce e un carico leggero », perché il governo del Messia è caratterizzato da una straordinaria mitezza. Pur avendo un regno universale, glorioso ed eterno, egli è umile e portatore di pace. È «mite ed umile di cuore» perché sottostà perfettamente ai voleri di Dio e perché fa sentire agli uomini la tenerezza divina: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature». Egli porta l’esultanza . Egli « sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto». L’umiltà del Figlio di Dio rialza il mondo prostrato, è causa di santa letizia («gioia pasquale»), di riscatto dalla schiavitù («dalla oppressione della colpa»), di vita eterna. Anzi chi si sottomette al giogo di Cristo sperimenta quanto è soave il Signore («io vi darò ristoro»). Il «ristoro » (testo greco: «riposo»), di cui parla Gesù, è, in pratica, tutta la condizione salvifica che egli dà qui in terra e completa poi in cielo.
Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa.
 
Rivelata ai piccoli - Epifanio latino, Interpretazioni dei Vangeli 26: E Le rivelò ai piccoli. A quali piccoli?
Non ai piccoli d’età ma a coloro che sono piccoli quanto al peccato e alla malvagità.
A loro ha rivelato di cercare i beni del paradiso e ciò che avverrà nel regno dei cieli, poiché così è stato stabilito dinanzi a Dio, che verranno dall’Oriente e dall’Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno scacciati fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Antonio Maria Zaccaria, Sacerdote: Nasce a Cremona nel 1502. Nel 1524 si laurea in medicina a Padova. Ma poi, tornato a Cremona, decide di spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Viene consacrato prete nel 1528. Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530. Qui trova sostegno nello spirito d’iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent’anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari. Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a san Paolo. Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo. Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede. Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura. San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l’impegno apostolico costante dei laici sposati. Denunciato come eretico e come ribelle Antonio va a Roma: verrà assolto. Durante un viaggio a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni. (Avvenire)
 
O Dio, che ti riveli ai piccoli
e doni ai poveri l’eredità del tuo regno,
rendici miti e umili di cuore,
a imitazione di Cristo tuo Figlio,
perché, portando con lui il giogo soave della croce, 
annunciamo al mondo la gioia che viene da te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.