11 Luglio 2026
 
San Benedetto, Abate - Patrono d’Europa
 
Pr 2,1-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 33 (34); Mt 19,27-29
 
San Benedetto, Abate: Benedetto XVI (Udienza Generale, 9 Aprile 2008): Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo. In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview: Il testo di Pr 2,1-9 è un invito accorato a cercare la sapienza divina con lo stesso impegno con cui si cerca un tesoro nascosto. Questa ricerca attiva richiede ascolto, discernimento e desiderio profondo: il suo frutto è comprendere il timore del Signore e ottenere da Lui protezione e rettitudine.
Il brano si sviluppa attraverso una struttura logica chiara (vv. 1-9):
Le condizioni (vv. 1-4): Il maestro si rivolge al “figlio2 (il discepolo) usando una serie di condizioni introdotte dal “se”. Non basta un ascolto distratto: bisogna accogliere la Parola, inclinare il cuore e cercare l’intelligenza con la stessa brama e fatica con cui si scava per trovare l’argento.
Il dono di Dio (vv. 5-8): Solo dopo questo sforzo umano, si scopre che la sapienza è in realtà un dono gratuito di Dio. È Lui che dona scienza e prudenza, diventando uno scudo per chi cammina nell’integrità e proteggendo i sentieri di chi agisce con giustizia
 
Vangelo
Voi che mi avete seguito, riceverete cento volte tanto.
 
La domanda di Pietro segue l’incontro del giovane ricco con Gesù, il quale alla proposta di lasciare tutto per porsi alla sequela del Cristo era andato via triste. Quindi, una domanda ben interessata, e la risposta non lascia spazio a dubbi: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Se non vi sono dubbi nella risposta, non vi sono alternative per chi vuole intraprendere la via del discepolato: bisogna lasciare tutto, anche gli affetti e i legami più cari.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,27-29
 
In quel tempo, Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27 Mentre Gesù parlava dei pericoli della ricchezza, Pietro, che si rivela uomo molto concreto e pratico, pensa alla propria condizione ed a quella dei suoi compagni. Egli, che ha accolto l’invito del Maestro (cf. Mt., 4, 22) e lo ha seguito, chiede con franchezza quale ricompensa attenda (che cosa dunque avremo noi?).
28 Il detto è formulato con termini del vocabolario profetico e con immagini tratte dalla storia ebraica. Nella rigenerazione (del mondo) = παλιγγενεσία (rinascita, nuova nascita, palingenesi; il termine ricorre due sole volte nel Nuovo Testamento, cioè qui e Tito, 3, 5); l’idea, non già il termine, risale al Vecchio Testamento, nel quale l’èra messianica è presentata come un rinnovamento (cf. Isaia, 65,17; 66, 22, dove si parla di cieli nuovi e terra nuova). S. Paolo dà all’idea un valore spirituale; per l’apostolo credente è una «nuova creazione» (cf. 2 Corinti, 5, 17). Cristo, accennando a questa palingenesi, intende riferirsi al regno messianico che sarà stabilito sopra la terra, non già al regno celeste (cf. Lc., 22, 28-30). Le parole: quando il Figlio sederà sul suo trono di gloria, richiamano l’immagine di Daniele, 7, 9 e significano che Gesù presiederà dal cielo il suo regno stabilito sopra la terra. In questo governo del regno Cristo glorioso in cielo assocerà i suoi apostoli durante la loro esistenza e dopo la loro morte. Sederete anche voi su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele;Cristo usa un linguaggio ispirato alla storia d’Israele: giudicare significa nella Bibbia governare, reggere, non già l’atto particolare di pronunziare una sentenza (i Giudici d’Israele sono capi di tribù; cf. il libro dei Giudici); le dodici tribù d’Israele designano il nuovo Israele, l’Israele di Dio (come dice S. Paolo, cf. Galati, 6, 16); dodici non indica una quantità numerica, ma l’intero Israele; il popolo d’Israele era considerato tradizionalmente come costituito da dodici tribù, anche quando queste non esistevano più. Nel regno messianico, cioè nella Chiesa, gli apostoli avranno un posto di privilegio e di governo. Non si può pensare all’ultimo giudizio (giudizio finale), perché questo è riservato unicamente al Figlio (cf. Gio., 5, 27).
29 Dopo: o madre, numerosi codici e traduzioni (compresa la Volgata) inseriscono: o moglie. I discepoli e coloro che li imiteranno nel distacco dalle cose e dalle persone avranno una grande ricompensa (molto di più) e la vita eterna. Molto di più: πολλαπλασίονα (il multiplo); la maggioranza dei codici e Marco hanno: il centuplo(ἐκατοπλασίονα). Gesù sembra distinguere tra una ricompensa dello stesso ordine delie cose e persone lasciate ed una ricompensa eterna. Il multiplo riguarda la ricompensa terrena ed ha un’accentuazione spirituale (Marco, 10, 30 parla del centuplo che si ha su questa terra e che è congiunto con le persecuzioni; ciò fa pensare al carattere spirituale della ricompensa terrena). Nella Chiesa primitiva la promessa di Cristo aveva un’applicazione particolare; chi entrava nella comunità partecipava ai beni di essa e si sentiva circondato da una parentela spirituale più numerosa di quella che aveva lasciato. Per il mio nome, semitismo che equivale: per la mia persona.
 
Per approfondire
 
Timore di Dio - P.Auvray e P. Grelot: il VT viene caratterizzato sovente come legge del timore ed il NT Come legge di amore. Formula approssimativa, che lascia fuori campo molte sfumature. Se il timore rappresenta nel VT un valore importante, la legge d’amore vi ha già le sue radici. D’altra parte il timore non è abrogato dalla nuova legge, in quanto esso costituisce il fondamento di ogni atteggiamento religioso autentico. Nei due Testamenti timore ed amore si intrecciano quindi realmente, benché diversamente. È più importante distinguere il timore religioso dalla paura che ogni uomo può provare di fronte ai flagelli della natura od agli attacchi del nemico (Ger 6,25; 20, 10). Soltanto il primo ha posto nella rivelazione biblica.
I. DALLA PAURA UMANA AL TIMORE DI DIO - Dinanzi ai fenomeni grandiosi, anormali, terrificanti, l’uomo prova spontaneamente il sentimento di una presenza che lo trascende e dinanzi alla quale si sprofonda nella sua piccolezza. Sentimento ambiguo, in cui il sacro appare sotto l’aspetto del tremendum, senza rivelare ancora la sua natura profonda. Nel VT questo sentimento è equilibrato dalla conoscenza autentica del Dio vivente, che manifesta la sua grandezza terribile attraverso i segni di cui la sua creazione è piena. Il timore di Israele dinanzi alla teofania del Sínai (Es 20,18 s) ha innanzitutto come causa la maestà del Dio unico, precisamente come il timore di Mosè dinanzi al roveto ardente (Es 3, 6) e quello di Giacobbe dopo la sua visione notturna (Gen 28, 17). Tuttavia ad esso, quando nasce in occasione di segni cosmici che evocano l’ira divina (uragano, terremoto), si mescola un terrore d’origine meno pura. Appartiene allo scenario abituale del giorno di Jahve (Is 2, 10. 19; cfr. Sap 5, 2). È ancora il terrore delle guardie del sepolcro al mattino di Pasqua (Mt 28, 4). Invece il timore riverenziale che si traduce con l’adorazione è la reazione normale dei credenti dinanzi alle manifestazioni divine: quello di Gedeone (Giud 6, 22 s), di Isaia (6, 5), o degli spettatori dei miracoli compiuti da Gesù (Mc 6, 51 par.; Le 5, 9-1 l; 7, 16) e dagli apostoli (Atti 2, 43). Il timore di Dio comporta quindi modalità diverse, che concorrono, Ciascuna al suo livello, ad avviare l’uomo verso una fede più profonda.
TIMORE DI DIO E FIDUCIA IN DIO - Nella vita autentica di fede il timore trova d’altronde l’equilibrio grazie ad un sentimento contrario: la fiducia in Dio. Anche quando appare agli uomini, Dio non vuole terrorizzarli. Li rassicura: « Non temere! » (Giud 6, 23; Dan 10, 12; cfr. Le l, 13. 30), frase ripresa da Cristo che Cammina sulle acque (Mc 6, 50). Dio non è un potente geloso del suo potere; circonda gli uomini di una provvidenza paterna Che veglia sui loro bisogni. « Non temere! » dice ai patriarchi notificando loro le sue promesse (Gen 15, 1; 26, 24); la stessa espressione accompagna le promesse escatologiche rivolte al popolo sofferente (Is 41, 10. 13 s; 43, 1. 5; 44, 2) e le promesse di Gesù al « piccolo gregge » che riceve il regno dal Padre (Le 12, 32; Mi: 6, 25-34). In termini simili Dio conforta i profeti affidando loro una dura missione: essi incontreranno opposizione negli uomini, ma non devono temerli (Ger 1, 8; Ez 2, 6; 3, 9; cfr. 2 Re 1, 15). Così la fede in lui è la fonte di una sicurezza che elimina persino la semplice paura umana. Quando Israele in guerra deve affrontare il nemico, il messaggio divino è ancora: « Non temere! » (Num 21, 34; Deut 3,2; 7, 18; 20, 1; Gíos 8, 1). Quando il pericolo è più grave, Isaia ripete la stessa cosa ad Achaz (Is 7, 4) e ad Ezechia (Is 37, 6). Agli apostoli, che la persecuzione attende, Gesù ripete di non temere neppure coloro che uccidono il corpo (Mt 10, 26-31 par.). Una lezione ripetuta così spesso finisce per passare nella vita. Forti della loro fiducia in Dio, i veri credenti eliminano ogni timore dal loro cuore (Sal 23, 4; 27, 1; 91, 5-13).
 
Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo? - La risposta di Gesù (vv. 28-30) - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): Gesù non si sottrae alla provocazione di Pietro e non lo rimprovera. Sceglie di rispondergli in modo molto solenne. Assumendo toni apocalittici ed escatologici, egli allude a un evento particolare: la palinghenesia (ossia la rigenerazione o il rinnovamento messianico) che nel Nuovo Testamento appare altrove solo in Tt 3,5, a proposito del contesto battesimale. Qui Gesù parla del mondo futuro dove si realizzerà il giudizio. Allora il Figlio dell ‘uomo coinvolgerà, nella sua funzione di giudice della storia, anche i suoi discepoli, condividendo con essi il trono e l’azione di giudicare il popolo di Israele, simboleggiato dalle dodici tribù. Poi Gesù allarga l’orizzonte ampliando il discorso ai discepoli di tutti i tempi e sostenendo che chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o campi per il suo nome, riceverà il centuplo (ekatontaplasion) ed erediterà (kleronoméo) la vita eterna (zoé aioniosy, quella vita cui anelava il giovane ricco. Chiunque è disposto a lasciare beni materiali o affetti, anteponendo Gesù a tutto, può essere certo di sperimentare una ricchezza addirittura centuplicata (rispetto a quella lasciata) e la pienezza che la sola osservanza dei precetti non permette di sperimentare. La rigenerazione comincia proprio con quella moltiplicazione di affetti e relazioni che la sequela produce. Si tratta di un guadagno spirituale, che appartiene all’ordine delle cose che non si possono maneggiare. Chi recrimina, come sta facendo velatamente Pietro, potrebbe sperimentare il capovolgimento delle posizioni: da primo (nell’accoglienza della sequela su un piano cronologico o nella gerarchia delle responsabilità) può trovarsi ultimo, può retrocedere. Gesù sta dicendo a Pietro, con il suo linguaggio sapienziale che non tende mai ad aggredire il suo interlocutore ma ad aprirgli la mente e il cuore, che essere «primi» (protoi) non è un privilegio da rivendicare. L’esclusivismo e la discriminazione sono banditi dalla mentalità “rinnovata” del discepolo. Pietro e gli altri hanno ancora tanta strada da fare. Devono mettere da parte la presunzione di essere arrivati e mettersi alla scuola del Maestro con la semplicità e l’umiltà di bambini desiderosi di apprendere.
 
Ereditare la vita eterna - Un raccolto cento volte maggiore - Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 20, 4: Essi lo hanno seguito nel lavacro battesimale, nella santificazione mediante la fede, nell’adozione dell’eredità, nella risurrezione dei morti. Questa è la nuova creazione, che gli apostoli hanno seguito, che la Legge non ha potuto accordare, che, al momento del giudizio delle dodici tribù d’Israele, li ha riuniti insieme su dodici troni per conseguire la gloria dei dodici patriarchi. Anche agli altri, che lo seguono nel disprezzo del mondo, promette l’abbondanza di una ricompensa centupla. Questa ricompensa centupla è quella raggiunta nella centesima pecora con la gioia celeste. Questa ricompensa centupla è quella che conseguirà la fecondità di una terra perfetta. È l’onore riservato alla Chiesa già nel nome di Sara e che deve essere meritato con la rinuncia alla Legge e per mezzo della fede evangelica. In questo modo coloro che erano ultimi diventeranno primi, poiché quelli che sono primi diventeranno ultimi.
 
Testimoni di Cristo: San Benedetto Abate, Patrono Europa (Norcia [Perugia], ca. 480 - Montecassino [Frosinone], 21 marzo 543/560): È il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità per i poveri e i pellegrini. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Paolo VI lo proclamò patrono d’Europa (24 ottobre 1964). (Avvenire)
 
O Dio, che hai costituito il santo abate Benedetto
maestro insigne di coloro che dedicano la vita
alla scuola del servizio divino,
concedi a noi di nulla anteporre al tuo amore,
per correre con cuore libero e ardente
nella via dei tuoi precetti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 


 10 Luglio 2026
 
Venerdì XIV Settimana del Tempo Ordinario
 
Os 14,2-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 10,16-23
 
Sarete odiati da tutti a causa del mio nome - Lumen gentium 42: Gesù Figlio di Dio ha rivelato il suo amore dando la vita per noi; nessuno perciò ha amore più grande di chi dà la vita per lui e per i fratelli (cf. 1Gv 3,16; Gv 15,13). Fin dai primi tempi alcuni cristiani sono stati chiamati a dare questa suprema testimonianza d’amore davanti a tutti, e anche davanti ai persecutori, e altri ancora vi saranno chiamati. Il martirio rende il discepolo simile al suo maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conforma a lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio viene stimato dalla chiesa come dono esimio e prova suprema di carità. Se il martirio viene concesso a pochi, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce, nelle persecuzioni che non mancano mai alla chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview: Il capitolo 14 del profeta Osea è un inno alla misericordia divina che ribalta i severi giudizi precedenti. Dio invita Israele a tornare a Lui, promettendo di guarire la sua infedeltà. Il Signore dona nuova linfa e fecondità, paragonandosi alla “rugiada”, mentre il popolo abbandona gli idoli per ritrovare la grazia.
Temi Principali del Capitolo 14: L’invito al pentimento e la preghiera: Dio stesso suggerisce al popolo le parole per invocare il perdono. Non si chiede un sacrificio materiale, ma un ritorno a casa e “la lode delle labbra”. È il riconoscimento che solo in Dio l’orfano trova misericordia.
La guarigione e la promessa di rinascita: Il Signore promette di curare l’infedeltà (apostasia) del Suo popolo. Usa immagini poetiche e naturalistiche per descrivere la benedizione: Israele fiorirà come un giglio, metterà radici profonde come i cedri del Libano e godrà della bellezza dell’olivo.
La vera saggezza: Il libro si conclude con un appello all’intelligenza e alla saggezza. Chi è saggio comprende che le vie del Signore sono rette: i giusti vi camminano, mentre i trasgressori vi inciampano.
 
Vangelo
Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro.
 
Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore: i discepoli condivideranno la sorte del Maestro, saranno perseguitati, e molti saranno messi a morte. La loro missione non sarà facile incontreranno violenza. Opposizioni, calunnie, saranno messi al bando, incatenati, flagellati, tradotti dinanzi ai tribunali questo il loro destino, ma non devono paura saranno accompagnati e assistiti dallo Spirito Santo: “Ma quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,17).
Se questa è la sorte dei discepoli, non devono “giocare” a fare i martiri, oltre alla prudenza, alla semplicità e alla perseveranza, devono imparare a non mettere inutilmente a rischio la loro vita: “Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra”. Non è soltanto prudenza, ma saper fare la volontà di Dio e affidarsi alla sua provvidenza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,16-23
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».
 
Parola del Signore.
 
Persecuzioni future - Angelico Poppi (Sinossi e Commento)Da questo punto l’orizzonte della prima evangelizzazione dei Dodici si dilata, per abbracciare la missione universale della Chiesa. Le esortazioni poste in bocca a Gesù riflettono una situazione diversa, quella dei missionari itineranti al tempo dell’evangelista, intorno agli anni ottantacinque. La loro prassi evangelizzatrice ha influenzato fortemente la redazione di questa sequenza di detti.
La pericope si apre (v. 16) e si conclude (vv. 24-25) con alcuni detti di tipo sapienziale. Dapprima è enunciato il tema (v. 16), poi precisato con le seguenti articolazioni: 1) preannunzio ai discepoli della comparsa dinanzi a tribunali giudei e pagani, ma sono rassicurati con la promessa dell’assistenza dello Spirito Santo (vv. 17-20); 2) è predetta l’ostilità persino da parte dei famigliari e l’odio da parte di tutti; a coloro che persevereranno nella fede sino alla parusia del Figlio dell’uomo è promessa la salvezza (vv. 21-23); 3) i due versetti finali sottolineano la corrispondenza tra la sorte di Gesù e quella dei discepoli (vv. 24-25). In questa conclusione si trova la chiave di lettura per l’intera pericope (vv. 16-25): ai discepoli è riservato lo stesso destino del Maestro. Sono mandati come pecore in mezzo a lupi (v. 16): alla loro mitezza si contrappone la ferocia degli avversari. Attraverso la sofferenza e le persecuzioni saranno conformati a Cristo, il Giusto perseguitato iniquamente, il Servo sofferente di JHWH.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli):  versetto 21 La predicazione evangelica ha delle esigenze e richiede una fermezza che non scende a compromessi; essa indirettamente è causa di gravi dissensi anche nelle famiglie. I termini sono intensamente colorati; Gesù pensa alle ultime conseguenze alle quali può andare incontro il suo seguace, ma egli non intende dire che ogni fratello, padre, figlio farà condannare a morte il congiunto.
versetto 22 Parole senza veli che illuminano i tempi più oscuri ed i periodi più combattuti della storia della Chiesa. Gesù aveva preannunziato questa verità ai suoi primi collaboratori, e, indirettamente, ai credenti di ogni epoca. Dalla famiglia si passa alla società (sarete odiati da tutti). La perseveranza fino al termine della prova o meglio ancora della vita procurerà la salvezza spirituale.
versetto 23 È il primo testo escatologico nel quale Gesù allude ad un suo prossimo ritorno. L’Apostolo deve perseverare nel proprio lavoro; se è perseguitato od espulso da un città, vada ad evangelizzare una seconda. Gesù dà all’apostolo un consiglio di prudenza; egli non gli comanda di esporre temerariamente la vita, ma gli suggerisce di apprezzarla e difenderla. Cristo e gli apostoli si sono attenuti a questi consigli; anche i missionari uniformano la loro condotta a questo detto evangelico. Le parole di Gesù costituiscono un messaggio di consolazione, poiché annunziano un suo intervento (venuta) che metterà fine alla fuga degli apostoli. Questi non rimarranno senza una città ospitale, poiché, prima che gli apostoli esauriscano le città di rifugio, verrà il Figlio dell’uomo. La venuta di Gesù non è la parusia (l’ultima gloriosa venuta di Cristo come giudice) che termina la storia del mondo, ma indica un intervento punitivo di Cristo. Il Figlio dell’uomo viene anche quando compie un grande giudizio (castigo). Il testo allude alla rovina di Gerusalemme, centro e capitale dell’ebraismo (70 dopo Cr.). In questa catastrofe della nazione eletta il giudaismo perderà la propria roccaforte e cesserà di avere un centro geografico e religioso. La venuta di Cristo non è visibile come quella della parusia, ma è un intervento della sua potenza punitrice che non ha precedenti (cf. Mt., 16, 28). Il versetto lascia intravedere che gli Ebrei sono i persecutori degli apostoli, come di fatto è avvenuto secondo là documentazione degli Atti
 
Per approfondire
 
La gioia della sofferenza: Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe - Maria Ignazia Danieli (Persecuzione in Schede Bibliche Pastorali): Leggiamo in Matteo: «Godete e rallegratevi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt. 5,12a): il primo verbo usato, khairo, gioire, essere gioiosi, è quello impiegato più frequentemente per esprimere il sentimento che si prova in una situazione favorevole; il secondo termine, agalliao, ha un uso più direttamente riserbato al giudaismo e al cristianesimo, e designa non soltanto la gioia che si prova intimamente, ma una gioia che si esteriorizza e si manifesta: sembra cioè che i due vocaboli convergano ad esprimere la completezza della gioia.
I cristiani dunque sono chiamati a gioire nel momento stesso in cui soffrono da parte di quelli che li circondano: questo è un tema proprio del cristianesimo primitivo (Cf. 1Pt. 4,12 ss.; Giac. 1; Ebr. 10,32-36; Rom. 5,3-5; 2Cor. 4,17; 8,2).
Giac. 1,2.12: Considerate letizia perfetta, o miei fratelli, quando subite prove d’ogni genere... Beato l’uomo che sopporta la prova, perché una volta approvato riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano...
 
Il paradosso cristiano della gioia nella sofferenza viene dalla immersione nella vita stessa di Gesù: Lui è stato respinto e messo a morte, pur tuttavia è il Cristo fedele, umile, risuscitato dopo le sue sofferenze innocenti, quale hanno predetto i profeti. Nel Cristo la rivolta dell’«empio» contro il creatore, di cui parlava il salterio, si denuncia apertamente: ogni discepolo dovrà tenerne conto (Cf. Lc. 14,26-33) e non credersi al di sopra del suo maestro: «Un discepolo non è più del maestro, né un servo più del suo padrone... Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più chiameranno così i familiari!» (Mt. 10,24-25).
Attraverso le persone dei cristiani, la persecuzione ha di mira la persona viva del Cristo risuscitato. È Gesù che Saulo perseguita a Gerusalemme e Damasco (Atti 9); è il suo corpo - la chiesa - in particolare gli apostoli, che sono colpiti a causa di lui.
 
Atti 9,1ss.: Saulo... chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se trovasse seguaci di questa via, uomini e donne, li potesse condurre in catene a Gerusalemme ... e cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, Signore? E quello: Io sono Gesù che tu perseguiti! ...
 
La chiesa è chiamata in causa per il suo annuncio del Cristo e per questo non deve rattristarsi (cf. 1Pt. 4,15-16): essa sa bene che i suoi persecutori sono alle prese non con lei, ma con il Signore onnipotente, e per questo deve pregare per loro (Mt. 5, 44; Rom. 12), pronta ad accoglierli senza timore e senza trionfo nella sua comunione di salvezza (Atti 9,10-17). Vi è poi un altro elemento a fondamento della gioia cristiana nella per-secuzione: Gesù parla di «ricompensa grande nei cieli». Bisogna intendere bene il senso di questa «ricompensa» (alla lettera «misthós» = salario): certo con nessuna opera l’uomo si acquisisce dei meriti in senso stretto presso Dio; le sofferenze non conferiscono un diritto alla beatitudine, ma sono un «titolo» in virtù della predilezione di cui Dio si compiace di circondare quelli che soffrono (Cf. 1Pt. 1,4-5). La ricompensa promessa ai perseguitati è nei cieli, presso Dio, assegnata da lui, «preparata prima» (Cf. Mt. 10,40; Mt. 20,23; 25; 1Cor. 2,9; 1Pt. 1,5) e tenuta come «in riserva» per gli eletti (Cf. 1Pt. 1,4; Col. 1,5).
 
Rom. 12,14: Benedite quelli che vi perseguitano, benedite e non maledite!
 
Mt. 25,34: Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, voi benedetti del Padre mio, e ricevete il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo.
 
Jean Brière - GESÙ DI FRONTE ALL’ODIO - 1. L’odio del mondo contro Gesù. - Comparendo in un mondo agitato dalla passione dell’odio Gesù ne vede convergere verso di sé le diverse forme: odio dell’eletto di Dio che si invidia (Lc 19, 14; Mt 27, 18; Gv 5, 18), odio del giusto la cui presenza significa condanna (Gv 7, 7; 15, 24); i capi di Israele lo odiano pure perché vogliono riservare a se stessi l’elezione divina (cfr. Gv 11, 50). D’altronde, dietro di essi, è tutto il mondo malvagio ad odiarlo (Gv 15, 18): in lui odia la luce, perché le sue opere sono malvagie (Gv 3, 20). Si compie così il mistero, annunziato nella Scrittura, dell’odio cieco, senza motivo (Gv 15, 25): al di là di Gesù, esso ha di mira lo stesso Padre (Gv 15, 23 s). Gesù quindi muore, vittima dell’odio; ma con la sua morte uccide l’odio (Ef 2, 14. 16), perché questa morte è un atto di amore che introduce nuovamente l’amore nel mondo e ve lo fissa definitivamente.
2. L’odio del mondo contro i cristiani. - Chiunque segue Gesù conoscerà la stessa sorte. I discepoli saranno odiati, «a motivo del suo nome» (Mt 10, 22; 24, 9). Non devono stupirsene (1 Gv 3, 13); anzi se ne devono rallegrare (Lc 6, 22), perché così sono associati al destino del loro maestro; il mondo li odia perché non sono del mondo (Gv 15, 19; 17, 14). Si rivela così il nemico che agiva fin dalla origine (Gv 8, 44); ma Gesù ha pregato per essi, non perché siano tolti dal mondo, ma perché siano salvaguardati dal maligno.
3. Odiare il male e non gli uomini. - Come Gesù, contro il quale il principe di questo mondo non può nulla (Gv 14, 30; 8, 46), come il Dio santo, il Padre santo (Gv 17, 11), così anche i discepoli avranno l’odio del male. Sapranno che c’è incompatibilità radicale tra Dio ed il mondo (1 Gv 2, 15; Giac 4, 4), tra Dio e la carne (Rom 8, 7), tra Dio ed il denaro (Mt 6, 24). Per sopprimere in sé ogni complicità con il male, essi rinunceranno a tutto e giungeranno fino ad odiare se stessi (Lc 14, 26; Gv 12, 25). Ma di fronte agli altri uomini non ci sarà odio alcuno nel loro cuore: «chi odia il proprio fratello è nelle tenebre» (1 Gv 2, 9-11; 3, 15). L’amore è la sola regola, anche nei confronti dei nemici (Lc 6, 27). Al termine di questa storia dell’odio, la situazione per il cristiano è quindi chiara, e una netta linea di condotta è stata tracciata: amare tutti gli uomini, odiare se stesso. L’uomo senza Cristo (Ef 2, 11 ss; Tito 3, 3 s) poteva immaginare di trovare nell’odio una affermazione di sé, ma il tempo di Caino è passato; il cristiano sa che solo l’amore fa vivere e rende simile a Dio (1 Gv 3, 11-24).
 
Leone Magno (Sermone 70,4-5): La passione del Signoredura sino alla fine del mondo; e come nei suoi santi lui è onorato, lui è amato; e come nei poveri lui viene nutrito, lui viene vestito; così in tutti coloro che soffrono avversità per la giustizia, è lui che patisce. A meno non si debba ritenere che, diffusasi nel mondo la fede e diminuito il numero degli empi, siano finite tutte le persecuzioni e tutte le lotte che incrudelirono contro i martiri beati, e che furono soggetti al dovere di portare la croce solo quelli cui furono inflitti supplizi atroci per conquistare lamore di Cristo. Ma ben diversa è lesperienza di chi serve Dio con fedeltà, ben diversa è la predicazione dellApostolo; egli asserisce: Tutti coloro che vogliono vivere piamente in Gesù Cristo soffriranno persecuzioni [2Tm 3,12]. Questa asserzione dimostra che è troppo tiepido, troppo pigro colui che non è battuto dalla persecuzione. In pace con questo mondo non può stare se non chi ama questo mondo, e non vi è mai società tra giustizia e iniquità, concordia tra verità e menzogna, accordo tra luce e tenebre.
 
Testimoni di Cristo - Sante Rufina e Seconda, Martiri - Nella relazione a due è Dio il fondamento e il futuro: Se Dio sta al principio di una relazione, di un legame, di un matrimonio, allontanarsi da lui significa far venire meno il fondamento di ciò che tiene uniti. Quando ci si avvicina a un’altra persona nel suo nome, allontanarsi da lui porta a non riconoscersi più l’uno nell’altro. Ecco perché le sante Rufina e Seconda, due giovani fidanzate romane del III secolo, non ebbero dubbi quando le logiche violente del mondo le misero davanti alla scelta tra rimanere accanto ai propri promessi mariti e rinunciare alla fede oppure salvare il proprio credo ma allontanarsi dal matrimonio. I due uomini, i due futuri sposi, infatti, avevano rinnegato la fede cristiana e cercavano di allontanare dal Vangelo anche le due donne, che secondo la tradizione erano sorelle. Ma non ci fu nulla da fare, perché Rufina e Seconda volevano un matrimonio abitato dalla fede e da Dio. Vennero così denunciate dagli stessi ex fidanzati attorno all’anno 260 e catturate sulla via Flaminia. Dopo numerosi interrogatori senza risultato, furono condotte sulla via Cornelia, al decimo miglio, dove vennero uccise. (Matteo Liut)
 
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 9 Luglio 2026
 
Giovedì XIV Settimana del Tempo Ordinario
 
Os 11,1.3-4.8c-9; Salmo responsoriale Dal Salmo 79 (80); Mt 10,7-15
 
Compito immenso - Pacem in terris 87 A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio.
88. Certo, coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti; ad essi vada il nostro paterno apprezzamento, il nostro pressante invito a perseverare nella loro opera con slancio sempre rinnovato. E ci conforta la speranza che il loro numero aumenti, soprattutto fra i credenti. È un imperativo del dovere; è un’esigenza dell’amore. Ogni credente, in questo nostro mondo, deve essere una scintilla di luce, un centro di amore, un fermento vivificatore nella massa: e tanto più lo sarà, quanto più, nella intimità di se stesso, vive in comunione con Dio.
Infatti non si dà pace fra gli uomini se non vi è pace in ciascuno di essi, se cioè ognuno non instaura in se stesso l’ordine voluto da Dio. “Vuole l’anima tua - si domanda sant’ Agostino - vincere le tue passioni? Sia sottomessa a chi è in alto e vincerà ciò che è in basso. E sarà in te la pace: vera, sicura, ordinatissima. Qual è l’ordine di questa pace? Dio comanda all’anima, l’anima al corpo; niente di più ordinato”.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Elena Malfatti: In Osèa si intrecciano due metafore d’amore: quello per la propria sposa, perdonata e accolta nonostante tradimenti e delusioni e l’amore per il proprio figlio, che non conosce confine, che viene accompagnato e protetto in eterno. L’amore di Dio, materno e paterno insieme, è espresso in vari passi dei libri profetici, non solo nel libro di Osèa. Il suo amore viscerale è immutabile, non dimentica il suo popolo; a differenza di una possibile madre snaturata che potrebbe dimenticarsi del proprio bambino, si china sul suo popolo per attirarlo alla sua guancia, nutrirlo e insegnargli a camminare. E’ un sentimento fedele e paziente. E nel Nuovo Testamento questo concetto è reso chiaro nell’incontro con il Figlio; dopo aver conosciuto Gesù e ascoltato la sua predicazione, il cristiano non considera più Dio come un tiranno da temere, non ne ha più paura ma sente fiorire nel suo cuore la fiducia in Lui: può chiamarlo “papà, babbo”. Il riferimento alla figura paterna aiuta a comprendere qualcosa dell’amore di Dio che però rimane infinitamente più grande, più fedele, più totale di quello di qualsiasi uomo. E le parole stesse di Osèa ce lo confermano «perché sono Dio e non uomo». L’uomo è una figura debole ed incostante, che si fa trascinare dall’ira, che spesso si rifugia dietro la parola “giustizia” dimenticando che Dio chiede e dà “misericordia”. Dio è una madre che non abbandona mai i suoi figli, amorevole, pronta a sorregge, aiutare, accogliere, perdonare, salvare, con una fedeltà che sorpassa immensamente quella degli uomini, per aprirsi a dimensioni di eternità.  Osèa scrive «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore»: come nella metafora dell’amore per la sua sposa in cui il Signore seduce, attrae a sé l’amata per condurla nel deserto e ritrovare il loro antico amore, così qui, attrae il figlio, lo accompagna senza porre condizioni, senza ricatti, un amore libero donato gratuitamente. L’atteggiamento del Signore Dio verso il suo popolo infedele è un delicato inno dedicato al perdono, al perdono come estrema seduzione dell’amore che non muore, che non vuol cedere alle tentazioni della vendetta e dell’autodistruzione.
 
Vangelo
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
 
L’apostolato missionario è itinerante, strada facendo. È proibito mettere radici. L’annuncio sarà ratificato dal dono taumaturgico: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni”. Carismi suscitati dalla potenza dello Spirito Santo, carismi sempre presenti nella Chiesa. Il servizio apostolico deve essere svolto nella povertà e nella massima gratuità. Il luogo preferenziale dell’annuncio deve essere la “casa”, la famiglia “piccola Chiesa domestica” (Lumen Gentium, n. 11; Apostolicam actuositatem, n. 11). L’annuncio oltre ad essere corredato con i doni carismatici deve essere arricchito con il dono della pace, che è un coagulo di doni che raggiunge l’uomo nella sua totalità, spirito e corpo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,7-15
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».
 
Parola del Signore.
 
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date - Wolfgang Trilling: La predicazione deve essere libera da ogni parvenza di avidità e di guadagno. Gesù distribuisce gratuitamente i suoi doni che altrettanto gratuitamente devono venir ulteriormente trasmessi. Anche nel tempo apostolico è in vigore il principio che l’apostolo agisca senza ricompensa e venga sostentato dai fedeli. La predicazione può mettere radici solo - come era stato per Gesù - quando viene esercitata senza fini di lucro e di guadagno. Gli apostoli non devono procurarsi somme di danaro, né d’oro, né d’argento (danaro di gran valore), né moneta di rame (di minor valore, gli spiccioli).
Mettendosi in viaggio devono affidarsi completamente a Dio che li nutrirà, come nutre gli uccelli del cielo e i gigli del campo. Se saranno completamente al suo servizio, Dio provvederà al resto.
Sobrietà e semplicità sono segni distintivi del «bagaglio» che Gesù prescrive. Gli apostoli devono lasciare a casa la bisaccia per i viveri e gli altri accessori da viaggio, per esempio una seconda veste; stranamente anche le scarpe e il bastone da viaggio, che di per sé non sono un lusso, vengono eliminati. Forse per scarpe bisogna intendere solide calzature da montagna, non i sandali leggeri, senza i quali non si può camminare su un terreno accidentato e sassoso. Ma il bastone? Forse, deve essere lasciato a casa per non dare impiccio? In ogni caso si esige uno spogliamento estremo.
«Perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento». Tutto ciò di cui avranno bisogno, oltre l’indispensabile, i missionari lo riceveranno mentre sono in missione. Anzi ne hanno diritto, e in seguito - eccetto san Paolo - se ne gioveranno. Questa regola apostolica continua ancor oggi, sebbene in forme diverse: le comunità cristiane sostentano coloro che annunciano la Parola e celebrano i sacramenti. Le due parti dovrebbero però aver sempre presente che questo rapporto di dare e ricevere, in spirito di fraternità, è limitato dalla regola apostolica allo stretto necessario.
 
Per approfondire
 
Strada facendo ...: Evangelium vitae 47: La missione di Gesù, con le numerose guarigioni operate, indica quanto Dio abbia a cuore anche la vita corporale dell’uomo. «Medico della carne e dello spirito», Gesù è mandato dal Padre ad annunciare la buona novella ai poveri e a sanare i cuori affranti (cfr. Lc 4,18; Is 61,1). Inviando poi i suoi discepoli nel mondo, egli affida loro una missione, nella quale la guarigione dei malati si accompagna all’annuncio del Vangelo: «E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt 10,7-8; cfr. Mc 6,13; 16,18). Certo, la vita del corpo nella sua condizione terrena non è un assoluto per il credente, tanto che gli può essere richiesto di abbandonarla per un bene superiore; come dice Gesù, «chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà» (Mc 8,35). Diverse sono, a questo proposito, le testimonianze del Nuovo Testamento. Gesù non esita a sacrificare sé stesso e, liberamente, fa della sua vita una offerta al Padre (cfr. Gv 10,17) e ai suoi (cfr. Gv 10,5). Anche la morte di Giovanni il Battista, precursore del Salvatore, attesta che l’esistenza terrena non è il bene assoluto: è più importante la fedeltà alla parola del Signore anche se essa può mettere in gioco la vita (cfr. Mc 6,7-29). E Stefano, mentre viene privato della vita nel tempo, perché testimone fedele della risurrezione del Signore, segue le orme del Maestro e va incontro ai suoi lapidatori con le parole del perdono (cfr. At 7,9-60), aprendo la strada all’innumerevole schiera di martiri, venerati dalla Chiesa fin dall’inizio. Nessun uomo, tuttavia, può scegliere arbitrariamente di vivere o di morire; di tale scelta, infatti, è padrone assoluto soltanto il Creatore, colui nel quale «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
 
Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture - Benedetto Prete (Vangelo secondo Matteo): Le raccomandazioni del Maestro non vanno interpretate verbalmente, ma devono essere intese secondo lo spirito che le ha suggerite; esse infatti non costituiscono una prescrizione pratica, ma un insegnamento impartito con immagini sul pieno abbandono alla Provvidenza, che l’apostolo deve nutrire nell’animo. Non procuratevi nel senso di: non abbiate; oro, argento, bronzo, cioè moneta preziosa (oro, argento) e spicciola (bronzo). Nelle vostre cinture; gli antichi tenevano il denaro nelle pieghe della cintura. Due tuniche: non si parla di due tuniche per cambiarsi durante il viaggio, come potrebbe pensare un lettore moderno; avere due tuniche era indizio di ricchezza e di agio; l’apostolo, che spesso è in viaggio, deve essere spedito, quindi deve accontentarsi di una tunica. Il bastone oltre ad essere un appoggio per la persona, costituisce un mezzo di difesa; l’apostolo non deve essere armato. Marco concede all’apostolo di avete il bastone e i sandali (cfr. Mc 8-9); Matteo esclude anche questi due oggetti. Non bisogna ricorrere ad un’esegesi meschina per spiegare questa divergenza tra i due evangelisti; il senso fondamentale è identico nei due racconti, anche se è espresso con termini differenti: l’operaio evangelico deve avere un radicale distacco dalle cose; egli merita il proprio sostentamento e Dio lo provvede del necessario.
 
… la vostra pace scenda su di essa - Bruno Liverani (Pace in Schede Bibliche Pastorali): «Pace» nella Bibbia è traduzione molto imperfetta dell’ebraico shalom, il cui contenuto si rivela assai più ampio di quello che abitualmente attribuiamo al nostro concetto. Dobbiamo pensare a pace come pienezza di vita. Shalom è sazietà e consolazione; è felicità; è fecondità e benedizione in tutta la pregnanza di questo termine biblico; e in particolare con una portata che esclude il concetto di una pace che sia solo tranquillità interiore. Shalom è pienezza di vita feconda non della persona soltanto ma indivisibilmente della Città santa e dell’intero popolo di Dio. Essa è essenzialmente una categoria religiosa: «L’annuncio della pace biblica è sin dall’ AT il buon annuncio per eccellenza, il Vangelo, la proclamazione della salvezza». La pace è soprattutto il bene messianico, destinato a realizzarsi in modo inscindibile dalla giustizia. Per questo essa si realizza pienamente nel NT. «I termini e le realtà di “Vangelo” e di “pace” sono perfettamente coestensivi: il Vangelo non è che l’annuncio della pace compiuta in Cristo».
La pace nella comunità umana - Shalom è la parola più comune nella vita quotidiana di Israele. Es a risuona negli incontri come saluto amichevole e rassicurante (Gn 43,23). Chi chiede shalom intende assicurarsi dello stato di salute e prosperità (cf. Gn 43,27; 2Sam 18,29). Gli amici si congedano nella pace, con i segni dell’amicizia e con l’augurio di buona fortuna e di una felice conclusione del viaggio (Gdc 18,6).
La pace è oggetto di desiderio da parte dell’uomo, che deve ricercarla concretamente contribuendo alla prosperità della propria comunità (Ger 29,7). Costui merita l’appellativo di uomo di pace: egli che l’ha perseguita, l’otterrà infine come benedizione divina (Sal 37,37).
Uomo di pace è, oltre al giusto, anche colui che è in rapporti amichevoli, il fiduciario. Per questo l’esperienza del suo tradimento è particolarmente dolorosa (Sal 41,10). Nei rapporti familiari, la fedeltà e la rettitudine morale di un coniuge è fonte di pace per l’altro (Eccli 26,2).
Di contro, l’atteggiamento dei malvagi e degli infidi è caratterizzato dal rigetto della pace: essi non ne conobbero la via, cioè non praticarono la legge e avversarono il giusto (Is 59,8); la loro bocca è per il giusto armata e minacciosa, sempre pronta a colpire (Sal 59,8); anche quando intrattengono rapporti pacifici e si esprimono in termini amichevoli, il loro cuore è alieno dalla pace (Sal 28,3), sì che il giusto, il cui discorso è una fattiva parola di pace, si trova continuamente circondato da chi pronuncia parole di guerra (Sal 120,7).
In un più vasto ambito di relazioni, pace è assenza di guerra tra diversi popoli e va ricercata come condizione fondamentale di prosperità e difesa anche a livello politico. Per questo la Legge prescrive di offrire proposte di pace, prima di attaccare la città assediata, anche se tale prescrizione rileva da un mondo di sopraffazione e di violenza (Dt 20,10-11). Proposte e alleanze di pace sono il normale tentativo per conservare questo bene prezioso anche per i popoli più bellicosi (Gdc 21,13; Gs 9,15). Nella riflessione distaccata del saggio che considera la vanità delle cose umane, tempo di pace e tempo di guerra sembrano equivalersi come momenti di un circolo monotono ed inesorabile (Eccle 3,8). In realtà per Israele il tempo di pace è in cima ad ogni aspirazione: esso è un tempo sacro, sì che chi sparge sangue durante esso è un profanatore (1Re 2,5). È durante la pace infatti, come ai tempi di Salomone, che il popolo può godere di una sicura prosperità e sviluppare le proprie risorse spirituali (1Re 5,4-5).
 
La natura della pace - Gaudium et spes 78:  La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi al solo rendere stabile l’equilibrio delle forze contrastanti, né è effetto di una dispotica dominazione, ma essa viene con tutta esattezza definita «opera della giustizia» (Is 32,7). È il frutto dell’ordine impresso nell’umana società dal suo Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta. Poiché infatti il bene comune del genere umano è regolato, sì, nella sua sostanza, dalla legge eterna, ma è soggetto, con il progresso del tempo, per quanto concerne le sue concrete esigenze, a continue variazioni, la pace non è stata mai stabilmente raggiunta, ma è da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e per di più ferita dal peccato, l’acquisto della pace esige il costante dominio delle passioni di ognuno e la vigilanza della legittima autorità.
Tuttavia questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non è tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e liberamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. La ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell’amore il quale va oltre quanto è in grado di assicurare la semplice giustizia.
La pace terrena, che nasce dall’amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo, che promana da Dio Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l’unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne l’odio e, nella gloria della sua risurrezione, ha diffuso lo spirito di amore nel cuore degli uomini.
Pertanto tutti i cristiani sono pressantemente chiamati a «praticare la verità nell’amore» (Ef 4,15) e a unirsi agli uomini sinceramente amanti della pace per implorarla e attuarla.
 
Fatevi indicare se vi sia qualche persona degna - Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo 1, lo, 11 - Chi è degno - Gli apostoli, quando entravano in una città sconosciuta, non potevano certo sapere chi fossero coloro in cui s’imbattevano. Perciò l’ospite che deve accoglierli dev’essere scelto dal popolo in base alla stima che si ha di lui. Spetta al giudizio dei suoi vicini indicare la persona adatta, in modo che la dignità della predicazione non sia disonorata dall’indegnità di chi la riceve. Siccome gli apostoli devono predicare a tutti, si tratta di scegliere una persona non con l’idea che sia questa persona a dare qualcosa all’ospite, ma piuttosto che è lei che riceve un beneficio e un onore: questo è quanto viene affermato. Perciò essa va scelta tra coloro che sono maggiormente degni in quella città, affinché chi ospita capisca che è ben maggiore la grazia che riceve dal favore che fa.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agostino Zhao Rong. La vita donata per il tesoro più prezioso: il Vangelo - Faremmo di tutto per custodire e curare i tesori che portiamo nel cuore, per salvare l’amore che ci anima da tutto ciò che potrebbe violarlo. Ecco perché per il tesoro della fede, scintilla dell’origine divina della nostra esistenza, i martiri hanno deciso di offrire tutta la propria vita: non potevano rinunciare a quella luce trovata grazie alla testimonianza di altri cristiani. Così avvenne per sant’Agostino Zhao Rong, primo prete cinese martire. La sua conversione al Vangelo di Cristo avvenne grazie all’esempio di alcuni cristiani perseguitati. Nato a Kweichou nel 1746, nel 1772 come soldato dell’esercito imperiale venne mandato a custodire alcuni cristiani rinchiusi in prigione a causa della loro fede: tra loro c’erano dei sacerdoti che continuavano ad annunciare il Vangelo. Il futuro martire si convertì, venne battezzato e cresimato il 28 agosto, decidendo di prendere il nome del santo ricordato dalla liturgia quel giorno, Agostino. Dopo gli studi teologici venne ordinato prete nel 1781 e mandato in missione in una zona montagnosa. Riconosciuto e identificato, però, venne arrestato e ucciso durante la persecuzione del 1815. È ricordato assieme a 119 altri martiri in Cina le cui cause sono state unificate nel 2000: papa Giovanni Paolo II li ha infatti canonizzati assieme il 1° ottobre dell’anno giubilare. (Avvenire)
 
-> Preghiamo: O Dio, che nel tuo meraviglioso disegno
hai reso forte la tua Chiesa per mezzo della testimonianza
di sant’Agostino [Zhao Rong]
e dei suoi compagni nel martirio,
concedi che il tuo popolo,
fedele alla missione ricevuta,
veda accresciuta la sua libertà
hai reso forte la tua Chiesa per mezzo della testimonianza
di sant’Agostino [Zhao Rong]
e dei suoi compagni nel martirio,
concedi che il tuo popolo,
fedele alla missione ricevuta,
veda accresciuta la sua libertà
e testimoni la tua verità davanti al mondo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.