12 Agosto 2026
Mercoledì XIX Settimana T. O.
Ez 9,1-7;10,18-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 112 (113); Mt 18,1-5.10.12-14
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo - Catechismo della Chiesa Cattolica 553: Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Il «potere delle chiavi» designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, «il Buon Pastore» (Gv 10,11), ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17). Il potere di «legare e sciogliere» indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.
Liturgia della Parola
I Lettura - Il popolo d’Israele è sprofondato nella apostasia, ha dimenticato il suo Creatore, ha profanato l’alleanza, ha donato il suo cuore agli idoli pagani. Per questi peccati Gerusalemme deve essere punita e distrutta, ma tra le piaghe di un annuncio di castigo si nasconde sempre un annuncio di pietà e di perdono: si salverà un resto (Ez 9,4) e presto risplenderà su Gerusalemme il volto misericordioso di Dio: “Così dice il Signore Dio: Vi raccoglierò in mezzo alle genti e vi radunerò dalle terre in cui siete stati dispersi e vi darò la terra d’Israele. Essi vi entreranno e vi elimineranno tutti i suoi idoli e tutti i suoi abomini. Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, perché seguano le mie leggi, osservino le mie norme e le mettano in pratica: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio” (Ez 11,17-20).
Vangelo
Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Per la Bibbia di Gerusalemme la «norma data da Gesù riguarda una colpa grave e pubblica, che non necessariamente è contro colui che la vuol correggere». Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale «va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene. Per cui, se un fratello “pecca” e non si arrende alla “correzione” della Chiesa, questa eserciterà la sua potestà di “legare”, cioè di escludere dalla fraternità il membro ribelle e relegarlo fra “quelli di fuori”, i gentili e i pubblicani» (Angelo Lancellotti). A conclusione del brano evangelico, la promessa divina legata alla preghiera comunitaria: essa verrà esaudita in virtù della presenza di Cristo Gesù nella assemblea cristiana.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 15 Ha commesso un fallo; molti aggiungono: contro di te; quest’aggiunta è sospetta perché introdotta per armonizzare il testo con Mt., 18, 21; l’omissione di essa è criticamente più ragionevole, perché documentata da codici autorevoli (codd. Vaticano e Sinaitico) e perché dà concisione alla frase. Un fallo; si tratta di una colpa grave ed esterna che nuoce alla comunità; chi compie la correzione non è necessariamente la persona offesa (anche per questo motivo l’omissione: contro di te è da preferirsi). La dottrina espressa dalla parabola precedente va completata con l’insegnamento su la correzione fraterna.
16 Gesù richiama un procedimento giuridico della legge antica; cf. Deuteronomio, 19, 15, citato dal versetto evangelico. La situazione non rimane nell’ambito puramente giuridico (provare la colpevolezza), ma rientra in quello morale (convincere il colpevole dell’errore compiuto); non una, ma più persone devono convincere il fratello del suo errore.
17 Dillo alla comunità (τῇ ἐκκλεσία), cioè all’assemblea dei fratelli. Gesù provvede al futuro della società che ha istituito; egli parla di essa come di un corpo giuridico in cui vi è un’autorità che ha il potere di allontanare i ribelli e gli ostinati. Dopo la sentenza di separazione, il colpevole ed ostinato fratello va considerato come un pagano e pubblicano, cioè come un espulso dalla comunità dei credenti (noi diremmo: uno scomunicato). Gesù non precisa la comunità, essa può essere la comunità del luogo dove si trova il colpevole o del centro dal quale dipende la chiesa locale.
18 Gesù si rivolge agli apostoli (cioè: ai grandi, cf., 18, i) ai quali è diretto questo discorso ed estende ad essi i poteri spirituali conferiti a Pietro (cf. Mt., 16, 19), senza tuttavia togliere o limitare al principe degli apostoli il potere sovrano delle chiavi (cf. 16, 17-19). Il contesto indica chiaramente che il legare e lo sciogliere hanno il senso di condannare ed assolvere, di scomunicare e di riconciliare.
19-20 Le parole ricordate da Matteo non sembrano avere uno stretto legame con il contesto. La verità può riguardare gli apostoli quando essi si riuniscono per prendere una decisione (τράγμα) e chiedono l’aiuto divino, ed anche i semplici fedeli. Gesù indica la ragione sulla quale è fondata la certezza dell’aiuto divino: il Figlio, che è amato ed ascoltato dal Padre (cf. Gio., 11, 42), si trova presente anche nella più modesta riunione fatta nel suo nome. Nel mio nome, significa: per invocarmi, per rendermi onore. Alle parole di Gesù può essere avvicinato questo detto rabbinico: «Dove due sono insieme e discutono intorno alla Legge, la Gloria (Dio) è in mezzo a loro».
Per approfondire
Se il tuo fratello commetterà una colpa ... - Il precetto evangelico non è nuovo nella sua sostanza, ma è già presente nell’insegnamento veterotestamentario. L’autore del libro dei Maccabei così scrive nella sua opera: «Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo» (2Mac 6,12). E nel libro dei Proverbi leggiamo: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione» (Pro 3,11).
A comprova che tali massime annunciano già la morale del Vangelo, si può notare che questa ultima raccomandazione è ricordata dall’autore della Lettera agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui... È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (12,5-8).
Se chi odia il rimprovero è uno stupido (Pro 12,1), chi ama e accoglie con gioia la correzione dell’Onnipotente è beato: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (Gb 5,17).
Il padre, modellando la sua condotta e la sua autorità su questi esempi divini, non deve risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuote con il bastone non morirà (Prov 23,13), e al dire di Salamone: «La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre» (Pro 29,15).
Dal monito evangelico si evince che i cristiani, come dovere precipuo, devono imparare a praticare la correzione fraterna come comunione di amicizia e aiuto fraterno. È un dovere primario perché la correzione fraterna, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, è una chiave eccellente per spalancare la porta della conversione: «La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale...» (CCC 1435).
Al dire di San Tommaso d’Aquino, la correzione fraterna è una eccellente elemosina spirituale, che aiuta il prossimo a correggere i suoi difetti (cf. Somma Teologica II-II, 28-33). E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che «la carità esige la generosità e la correzione fraterna» (1829).
Certamente, si «richiede molta prudenza nello scegliere il momento opportuno ed i mezzi adatti affinché la correzione raggiunga realmente il suo scopo» (ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, 262). E se spostiamo questa elemosina spirituale in un ambito prettamente gerarchico, non solo «i superiori sono tenuti ad esercitare questa virtù verso i loro sudditi, ma anche i sudditi verso i loro superiori, purché si osservino le dovute attenzioni e si possa fondatamente sperare qualche frutto; diversamente sono dispensati dalla correzione e debbono astenersi effettivamente dal farla. I superiori invece hanno l’obbligo di correggere i sudditi, applicando le sanzioni del caso a chi resistesse, per salvare l’ordine della giustizia e promuovere il bene comune» (ibidem).
Elemosina spirituale, non un potere selvaggio per strapazzare i fratelli, quindi, no ai giudizi temerari, sì alla carità, alla pazienza e sopra tutto alla dolcezza. In questo modo la correzione fraterna se da una parte fissa dei paletti che non possono essere oltrepassati dall’altra parte scoraggia chi è tentato a trasgredire: «è dannoso condannare temerariamente, così il non punire i peccati manifesti significa aprire la via agli altri che oseranno fare altrettanto» (San Giovanni Crisostomo).
Alla dolcezza si accompagni la prudenza, ma mai si taccia, perché il silenzio è omertà e connivenza. Il cristiano dinanzi al peccato del fratello non può assumere un atteggiamento omertoso né per paura, né per solidarietà, né per difesa di interessi personali. Il frutto più bello della correzione fraterna è l’ordine, la pace: in una parola, edifica la comunità.
La carità fraterna - Charles Wiener (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20 s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7 s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d’amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
Se ti ascolterà ...: «“Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo”. Se lo avrai trascurato, tu sei peggiore. Egli ti arrecò ingiuria, e ciò facendo inferse a se stesso una grave ferita: tu disprezzi la ferita di tuo fratello? Tu lo vedi perire, od anche che si è già perduto, e lo trascuri? Sei peggiore tu nel tacere che non lui nell’ingiuriare. Perciò, quando qualcuno pecca contro di noi, cerchiamo di avere grande cura, non per noi; infatti è cosa gloriosa dimenticare le ingiurie: ma tu dimentica la tua ingiuria, non la ferita di tuo fratello. Quindi, “riprendilo fra te e lui solo”, con l’intenzione di correggerlo, vincendo ogni pudore. Infatti, preso da forte vergogna, egli comincia a difendere il suo peccato, e tu rendi peggiore colui che volevi correggere. “Riprendilo”, perciò, “fra te e lui solo. Se ti avrà ascoltato, avrai conquistato tuo fratello”: perché sarebbe perduto, se tu non lo facessi» (Sant’Agostino).
Testimoni di Cristo - Santa Giovanna Francesca de Chantal - Il volto di Dio nell’opera dei cristiani: Chiediamoci continuamente qual è il volto di Dio che gli altri vedono guardando alla nostra testimonianza, perché è ai nostri gesti, alle nostre Parole e alla nostra capacità di accostarci alle sorelle e ai fratelli bisognosi che Dio stesso si affida per continuare a essere presente nella storia. In questa prospettiva visse santa Giovanna Francesca de Chantal, che fu guidata lungo il cammino della santità da san Francesco di Sales, assieme al quale fondò la congregazione delle Visitandine. Giovanna Frémiot nacque a Digione nel 1572, a 20 anni sposò il barone de Chantal, con il quale ebbe sei figli, due dei quali morirono alla nascita. Si dedicò completamente alla famiglia e per questo veniva chiamata “la dama perfetta”, ma a 29 anni rimase vedova e poco dopo conobbe san Francesco di Sales che fu per lei amico e guida spirituale. Il progetto delle Visitandine, nate per l’assistenza ai malati, conobbe diversi ostacoli ma la forza e il coraggio della fondatrice ne permisero la rapida diffusione. Giovanna Francesca de Chantal morì a Moulins nel 1641.
O Dio, che hai fatto risplendere di eccelse virtù
santa Giovanna Francesca [de Chantal]
nella vita familiare e monastica,
per sua intercessione concedi anche a noi
di vivere fedelmente la nostra vocazione,
perché manifestiamo nelle opere la tua luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.