7 Febbraio 2026
Sabato IV Settimana T. O.
1Re 3,4-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 6,30-34
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo)
Gabriele Miller: L’immagine del pastore ha un grande ruolo nella Bibbia. Guardando all’indietro, la professione diventa un grande ideale: i padri erano stati pastori. Perciò si sottolinea che Davide era stato chiamato e distolto dal gregge per diventare re (2Sam 7,8) e Amos per diventare profeta (Am l,l; 7,14). Anche nella storia della nascita di Gesù, i primi testimoni sono pastori (Lc 2,8ss). In diversi passi della Bibbia (per es. Is 44,28; Ger 3,15), i principi del popolo (come presso i sumeri, i babilonesi, gli assiri e i greci) sono paragonati a pastori. Si distingue, frattanto, tra pastori buoni (Es 34,11-16) e cattivi (Is 56,11; Es 34,2ss) a seconda se curavano soltanto i propri interessi o quelli del popolo. Anche di Dio si parla usando l’immagine del pastori (Sal 23; Is 40,11; Ger 31,10).
Egli intende occuparsi del suo popolo meglio di quanto facciano i pastori d’Israele, vuole raccogliere ciò che è andato perduto e offrire ai suoi ciò di cui hanno bisogno. Su questo sfondo va visto il Vangelo di Gv quando interpreta il servizio di Gesù servendosi dell’immagine del buon pastore (Gv 10; cf. lPt 2,25; Eb 13,20) e contrapponendolo al mercenario che abbandona il gregge non appena lo vede minacciato. L’immagine del pastore viene usata, infine, anche per i discepoli e i responsabili di particolari servizi nella comunità: Pietro deve pascere le pecore (Gv 21,15ss), e come nell’AT (Ger 3,15; 23,2) anche le guide delle comunità sono chiamate pastori (At 20,28; Ef 4,11). I pastori della comunità vivono curando con fedeltà e dedizione totale gli uomini loro affidati.
Liturgia della Parola
I Lettura - Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo: Salomone si presenta a Dio non con la sfrontatezza di un sapiente, ma con l’umiltà di chi è consapevole della propria fragilità: Io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi.
Invece di chiedere ricchezza o successi militari, Salomone chiede un cuore docile. Il termine ebraico richiama un cuore che “ascolta” la voce di Dio per poter esercitare la giustizia e distinguere il bene dal male.
La preghiera di Salomone è esaudita, e Dio gli concede il discernimento richiesto, rendendolo il re più sapiente della storia (Sap 8,19-9,12). E nella sua infinita liberalità, Dio gli concede anche ciò che non aveva chiesto: ricchezza e gloria.
L’umiltà, la consapevolezza dei propri limiti, non umilia l’uomo ma lo innalza all’ascolto della Parola, fonte di ogni di sapienza, e come bambino svezzato lo mette tra le braccia di Dio acquistando stabilità e sicurezza (Sal 131 [130]). Per chi è chiamato a governare o a guidare gli altri, l’attitudine più importante non è il comando, ma l’ascolto.
Vangelo
Erano come pecore che non hanno pastore.
Alla malvagità dei pastori denunciata pedissequamente dai profeti, il Vangelo contrappone la compassione di Gesù. La pericope marciana presenta Gesù mentre compie i suoi primi viaggi dentro e fuori i confini della Galilea. Questi movimenti sono scanditi da catechesi e interventi prodigiosi. I Dodici assumono sempre più l’identità di Chiesa che si raccoglie attorno a Gesù suo pastore messianico.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Parola del Signore.
Benedetto Prete: 30 Gli apostoli si raccolsero intorno a Gesù; Marco riprende la narrazione interrotta al vers. 14. Soltanto in questo passo l’evangelista usa il termine «apostoli» (= inviati), nome ben appropriato perché i Dodici erano appena rientrati da una missione compiuta in qualità di «inviati». Gli apostoli, dopo le prime esperienze del ministero, avevano molto da dire al Maestro e da parte sua anche Gesù desiderava intrattenersi con loro.
31 Venite voi pure in solitudine; cioè in un luogo appartato, in una campagna isolata, non già in un deserto che non si trova nelle vicinanze del lago. Voi pure (ὑμεῖζ αὐτοί): forse Gesù allude alla vita ritirata e solitaria che aveva condotto durante l’assenza dei discepoli. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano; forma idiomatica per indicare l’accorrere della folla intorno agli apostoli. Marco, secondo il suo modo di presentare gli avvenimenti, segnala a cose compiute la causa che le ha determinate (cf. Mc., 6, 17-18); infatti egli soltanto, a questo punto del racconto, ricorda che l’attività missionaria svolta dai Dodici aveva fatto accorrere nuova gente intorno a loro. L’invito di Gesù, ricordato in questo versetto che è proprio di Marco, mostra l’affettuoso e tenero interessamento del Salvatore per i suoi discepoli.
32-33 Partirono in barca; il modo più spiccio per sottrarsi alla folla era quello di prendere una barca e di portarsi in un’altra località rivierasca. Luca precisa che il Maestro, insieme con gli apostoli, si diresse con la barca verso una sponda solitaria nelle vicinanze di Bethsaida (cf. Lc., 9, 10). Il testo evangelico non dice se quella partenza sia stata determinata da una misura prudenziale che faceva ritenere opportuno a Gesù l’abbandono del territorio di Erode Antipa, turbato dalla fama crescente del Maestro (cf. vers. 14), per rifugiarsi in quello del tetrarca Filippo, altro figlio di Erode il Grande. La folla che vide la direzione presa dalla barca, s’incamminò lungo la sponda verso il luogo dell’approdo. Dalla regione di Cafarnao, donde era partito il gruppo dei discepoli con il Maestro, ai dintorni di Bethsaida dov’esso sbarcò, vi sono appena una decina di chilometri; la folla non esitò a percorrere a piedi quella distanza. Vi giunsero prima di essi; Marco soltanto ha questo particolare cronologico e lo ricorda con semplicità senza preoccuparsi dell’apparente inverosimiglianza. La folla precedette l’arrivo della barca al luogo dell’approdo; probabilmente la navigazione fu lenta a motivo della stanchezza dei rematori o del caldo che sottraeva energie alle loro braccia.
34 Vide quella gran folla e ne ebbe compassione; il Maestro dimentica il desiderio di solitudine e di pace che gli aveva fatto intraprendere quel viaggio sul lago; egli, alla vista della numerosa folla che ha voluto raggiungerlo a piedi, si commuove intimamente, poiché nota che nella innocente curiosità di tutte quelle persone accorse a lui vi era un segreto e indistinto desiderio di trovare una guida ed un maestro. La constatazione di Gesù (perché erano come pecore senza pastore) rievoca numerosi passi biblici (cf. soprattutto Ezechiele, 34, 5). Nell’Antico Testamento Jahvè si era proclamato pastore d’Israele ed aveva delegato altri pastori nelle persone dei re, ma questi non avevano curato il gregge. Il Messia, secondo Ezechiele 34, 23, sarebbe stato il vero ed unico pastore del gregge; Cristo a compimento di questa profezia, si mise a curarlo e ad istruirlo, (ed incominciò ad istruirle su molte [verità]).
Per approfondire
A. Barucq e P. Grelot: La ricerca della sapienza è comune a tutte le civiltà dell’Oriente antico. Raccolte di letteratura sapienziale ci sono state lasciate sia dall’Egitto che dalla Mesopotamia, ed i sette sapienti erano leggendari nella Grecia antica. Questa sapienza ha una mira pratica: si tratta per l’uomo di comportarsi con prudenza ed abilità per riuscire nella vita. Ciò implica una certa riflessione sul mondo e porta pure alla elaborazione di una morale, in cui non manca il riferimento religioso (specialmente in Egitto). Nella Grecia del sec. VI la riflessione prenderà un indirizzo più speculativo e la sapienza si trasformerà in filosofia. Accanto ad una scienza embrionale ed a tecniche che si sviluppano, la sapienza costituisce quindi un elemento importante della civiltà. È l’umanesimo dell’antichità. Nella rivelazione biblica, la parola di Dio assume pure forma di sapienza. Fatto importante, ma che bisogna interpretare correttamente. Esso non significa che la rivelazione, ad un certo stadio del suo sviluppo, si trasformi in umanesimo. La sapienza ispirata, anche quando integra il meglio della sapienza umana, è di natura diversa. Già sensibile nel VT, questo fatto appare evidente nel NT. [...].
Aspetti della sapienza cristiana - 1. Sapienza e rivelazione. - La sapienza cristiana, qual è stata descritta, presenta nette affinità con le apocalissi giudaiche: non è in primo luogo regola di vita, ma rivelazione del mistero di Dio (1 Cor 2, 6 ss), vertice della conoscenza religiosa che Paolo chiede a Dio per i fedeli (Col 1, 9) e di cui questi possono istruirsi reciprocamente (3, 16), «con un linguaggio insegnato dallo Spirito» (1 Cor 2, 13).
2. Sapienza e vita morale. - Tuttavia l’aspetto morale della sapienza non è eliminato. Alla luce della rivelazione di Cristo, sapienza di Dio, tutte le regole di condotta, che il VT collegava alla sapienza secondo Dio, acquistano al contrario la pienezza del loro significato. Non soltanto ciò che deriva dalle funzioni apostoliche (1 Cor 3, 10; 2 Piet 3, 15); ma anche ciò che concerne la vita cristiana di ogni giorno (Ef 5, 15; Col 4, 5), in cui bisogna imitare la condotta delle vergini prudenti, non quella delle vergini stolte (Mt 5, 1-12). I consigli di morale pratica, enunziati da S. Paolo nelle finali delle sue lettere, sostituiscono qui l’insegnamento dei sapienti antichi. Il fatto è ancora più evidente per la lettera di Giacomo, che, su questo preciso punto, oppone la falsa sapienza alla «sapienza dall’alto» (Giac 3, 13-17). Quest’ultima implica una perfetta rettitudine morale. Bisogna sforzarsi di conformarvi i propri atti, pur domandandola a Dio come un dono (Giac 1, 5). Questa è la sola prospettiva in cui le conquiste dell’umanesimo possono inserirsi nella vita e nel pensiero cristiani. L’uomo peccatore deve lasciarsi crocifiggere con la sua sapienza orgogliosa, se vuol rinascere in Cristo. Se lo fa, tutto il suo sforzo umano assumerà un senso nuovo, perché si effettuerà sotto la guida dello spirito.
Gesù si mise a insegnare alla folla molte cose - Roberto Tufariello (Insegnare Schede Bibliche Pastorali): Cristo è il maestro per eccellenza. Durante la sua vita pubblica, l’insegnamento costituisce un aspetto essenziale della sua attività. Nei brevi passi che riassumono la sua azione durante i viaggi in Galilea, si dice in primo luogo che egli insegnava, poi che annunziava la buona novella del regno e infine che guariva i malati (Mt 4,23).
L’insegnamento aveva luogo generalmente nelle sinagoghe (Mt 9,35; 12,9ss; 13,54; Mc 1,21; Lc 4,15; Gv 18,20); a Gerusalemme però aveva luogo nel tempio (Mc 12,35; Lc 21,37; Mt 26,55; Gv 7,14ss; 8,20). Egli però ha insegnato anche in piena campagna, presso la riva di un lago, per strada, o in casa. Insegnava quotidianamente (Mt 26,55) e in modo speciale in occasione delle feste (Gv 8,20).
«Con questi dati dei vangeli concorda il fatto che gran parte di quanto ci è stato tramandato su Gesù è costituito da insegnamenti» (Kittel).
Come si comportasse Gesù nella sua azione didattica, possiamo vederlo dal racconto della visita nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-21): dopo aver letto in piedi un passo biblico (Is 61,1-2), Gesù siede alla maniera di coloro che spiegavano la scrittura (Cf. Lc 2,46), e stando così seduto parla riferendosi al testo letto (Cf. Mt 13,53ss; Mc 6,2-3).
La forma del suo insegnamento, quindi, non differisce da quella usata dai maestri di Israele, tra i quali si è confuso fin nella sua giovinezza (Lc 2, 46) e che spesso lo hanno interrogato per essere illuminati (Cf. Mt 22,16; Gv 3,10). A lui, come ad essi, viene dato il titolo di rabbi, cioè maestro, ed egli lo accetta (Gv 13,13); rimprovera però agli scribi e ai farisei di ricercare questo titolo, dimenticando che per gli uomini c’è un solo maestro, Dio (Mt 23,6-8).
Tuttavia, se appare alle folle come un maestro tra gli altri, Gesù se ne distingue in diversi modi. Egli si presenta come l’interprete autorizzato della legge, che vuole portare alla perfezione (Mt 5,17). A tale riguardo egli insegna con una autorità singolare, a differenza degli scribi, così pronti a nascondersi dietro l’autorità degli antichi (Mt 7,28-29). Non dalla tradizione dei padri, ma dalla propria persona egli fa derivare la propria autorità: «Io vi dico...» (Mt 5,21-22.27-28.31-32; ecc.).
Inoltre la sua dottrina presenta un carattere di novità che colpisce gli ascoltatori (Mc 1,27), sia che si tratti del suo annuncio del regno, sia delle regole di vita che egli dà; trascurando le questioni di scuola, oggetto di una tradizione farisaica che respinge (Cf. Mt 15,1-9), egli vuol far conoscere il messaggio autentico di Dio e portare gli uomini ad accoglierlo.
Il segreto dell’atteggiamento così nuovo di Gesù è nella sua stessa persona, nella sua coscienza di essere il figlio di Dio. A differenza dei maestri umani, la sua dottrina non è «sua», ma di colui che lo ha mandato (Gv 7,16-17): egli dice soltanto ciò che il Padre gli rivela e gli ispira (Gv 8,28). Il Padre infatti «ammaestra» Gesù, cioè plasma la sua volontà in piena conformità alla propria, perché possa parlare in suo nome. Accogliere l’insegnamento di Gesù, quindi, significa essere docili a Dio stesso.
L’insegnamento di Gesù comporta un appello rivolto da Dio a tutto l’uomo; esso quindi non si riduce all’aspetto dottrinale, ma mira a educare e a configurare l’uomo secondo la volontà di Dio (Cf. Mt 5,48). Già i maestri di Israele avevano accentrato la loro attività didattica nella legge perché la concepivano come la via sulla quale l’uomo si affatica per giungere a Dio. Gesù è l’erede e il termine di questo insegnamento (Rom 10,4). Ora egli, con ognuna delle sue parole, porta gli ascoltatori nel vivo della volontà di Dio, perché la conoscano e vi aderiscano (Gv 7,17). Per giungere a tanto, bisogna aver ricevuto quella grazia interiore che, secondo la promessa dei profeti, rende l’uomo docile all’insegnamento di Dio (Gv 6,44-45).
Non tutti accolgono questa grazia: la parola di Cristo urta contro l’accecamento volontario di coloro che pretendono di possedere la luce, mentre sono ciechi (Cf. Gv 9,39-41).
Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore: «Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: “Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati” [Mt 14,14]. Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo» (Beda il Venerabile).
I Testimoni di Cristo: Beato Anselmo Polanco Fontecha Vescovo e martire: Nacque nel 1881 a BuenaVista de Valdavia (Palencia- Spagna). A 15 anni entrò nell’Ordine agostiniano nel convento di Valadolid, dove nel 1897 emise i primi voti, poi passò a quello di La Vid (Burgos), dove completò gli studi e celebrò la prima Messa nel 1904. Negli anni 1922-1932 fu nominato priore e provinciale del suo Ordine. Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel. Durante la guerra civile spagnola il vescovo Polanco divenne per la città di Turel un punto di riferimento per molti fedeli. L’8 gennaio 1938 la città fu occupata dall’esercito repubblicano e venne arrestato monsignor Polanco. Per 13 mesi sopportò con pazienza il carcere, organizzando con i suoi compagni di prigionia una intensa vita spirituale, e il 7 febbraio 1939, insieme al suo fedele vicario Filippo Ripoll, fu fucilato e poi dato alle fiamme. Ripoll e Polanco sono stati beatificati da Giovanni Paolo II il primo ottobre 1995. I resti mortali dei due martiri riposano nella cattedrale di Teurel. (Avvenire)
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.