22 Luglio 2026
 
Santa Maria Maddalena
 
Ct 3,1-4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 62 (63); Gv 20,1-2.11-18
 
Catechesi del Santo Padre Francesco (1 Febbraio 2025): Il Giubileo è per le persone e per la Terra un nuovo inizio; è un tempo dove tutto va ripensato dentro il sogno di Dio. E sappiamo che la parola “conversione” indica un cambiamento di direzione. Tutto si può vedere, finalmente, da un’altra prospettiva e così anche i nostri passi vanno verso mete nuove. Così sorge la speranza che mai delude. La Bibbia racconta questo in molti modi. E anche per noi l’esperienza della fede è stata stimolata dall’incontro conpersone che nella vita hanno saputo cambiare e sono, per così dire, entrate nei sogni Dio. Infatti, anche se nel mondo c’è tanto male, noi possiamo distinguere chi è diverso: la sua grandezza, che coincide spesso con la piccolezza, ci conquista.
Nei Vangeli, la figura di Maria Maddalena emerge per questo su tutte le altre. Gesù l’ha guarita con la misericordia (cfr Lc 8,2) e lei è cambiata. Sorelle e fratelli, la misericordia cambia, la misericordia cambia il cuore. E Maria Maddalena, la misericordia l’ha riportata nei sogni di Dio e ha dato nuove mete al suo cammino.
Il Vangelo di Giovanni racconta il suo incontro con Gesù Risorto in un modo che ci fa pensare. Più volte è ripetuto che Maria si voltò. L’Evangelista sceglie bene le parole! In lacrime, Maria guarda dapprima dentro il sepolcro, quindi si volta: il Risorto non è dalla parte della morte, ma dalla parte della vita. Può essere scambiato per una delle persone che incontriamo ogni giorno. Poi, quando sente pronunciare il proprio nome, il Vangelo dice che di nuovo Maria si volta. È così che cresce la sua speranza: ora vede il sepolcro, ma non più come prima. Può asciugare le sue lacrime, perché ha ascoltato il proprio nome: solo il suo Maestro lo pronuncia così. Il mondo vecchio sembra ci sia ancora, ma non c’è più. Quando noi sentiamo che lo Spirito Santo agisce nel nostro cuore e sentiamo che il Signore ci chiama per nome, sappiamo distinguere la voce del Maestro?
Cari fratelli e sorelle, da Maria Maddalena, che la tradizione chiamò “apostola degli apostoli”, impariamo la speranza. Si entra nel mondo nuovo convertendosi più di una volta. Il nostro cammino è un costante invito a cambiare prospettiva. Il Risorto ci porta nel suo mondo, passo dopo passo, a condizione che non pretendiamo di sapere già tutto.
Chiediamoci oggi: io so voltarmi a guardare le cose diversamente, con uno sguardo diverso? Ho il desiderio di conversione?
Un io troppo sicuro, troppo orgoglioso ci impedisce di riconoscere Gesù Risorto: anche oggi, infatti, il suo aspetto è quello di persone comuni che rimangono facilmente alle nostre spalle. Persino quando piangiamo e ci disperiamo, lo lasciamo alle spalle. Invece di guardare nel buio del passato, nel vuoto di un sepolcro, da Maria Maddalena impariamo a voltarci verso la vita. Lì il nostro Maestro ci attende. Lì il nostro nome è pronunciato. Perché nella vita reale c’è un posto per noi, sempre e dovunque. C’è un posto per te, per me, per ciascuno. Nessuno può prenderlo, perché è stato pensato da sempre per noi. È brutto, come si dice nel parlato volgare, è brutto lasciare la sedia vuota. Questo posto è per me, se io non ci vado … Ognuno può dire: io ho un posto, io sono una missione! Pensate questo: qual è il mio posto? Qual è la missione che il Signore mi dà? Che questo pensiero ci aiuti a prendere un atteggiamento coraggioso nella vita. Grazie.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Antonio González-Lamadrid: Ciascuna delle poesie che compongono il Cantico dei Cantici, e lo stesso Cantico nella sua totalità, presenta una serie successiva di ricerche e di incontri e di separazioni fra lo sposo e la sposa, che seguono una linea ascendente e culminano nel definitivo possesso finale. La nostra lettura riproduce una di queste ricerche col corrispondente incontro. Mentre la sposa era sul suo letto durante la notte, avvertì la presenza dello sposo che vi avvicinava e arrivò persino a udire la sua voce che la invitava ad alzarsi, per incontrarsi con lui intimamente nella solitudine del deserto (2,8-17), Ma lo sposo è scomparso misteriosamente lasciando la sposa immersa nella sofferenza e nella solitudine, Dopo averlo cercato intorno alla casa è nelle vicinanze senza trovarlo, la sposa decide di uscire in cerca di lui per le vie e sulle piazze della città. Il suo amore è così appassionato e la lontananza dell’amato è così dolorosa, che non la lasciano riposare. La sua uscita avviene esattamente nell’ora in cui le sentinelle si danno il cambio intorno alle mura. Ossessionata dal pensiero dell’amato, essa si rivolge senza preamboli alle guardie e chiede loro: Avete visto l’amato del mio cuore?
Improvvisamente e nel modo più impensato essa trova l’amato del suo cuore. Come e dove l’ha trovato? Che stava facendo? La stava attendendo? Il poeta non dà spiegazioni. L’unica cosa che lo interessa è provocare quella tensione di ricerche, d’incontri e di nuove separazioni di cui abbiamo detto più sopra. Perciò qui l’importante è che, dopo la drammatica ricerca, la sposa abbia trovato lo sposo ed essi si possiedano nuovamente.
Si tratta sempre dell’amore umano e naturale, e insieme, dell’amore divino soprannaturale? Dell’uno e dell’altro, si dovrebbe dire. Anzi l’esegesi moderna insiste assai sulla dimensione umana dell’amore del Cantico dei Cantici. E questo non crea la minima difficoltà. È Dio che ha creato l’uomo per la donna e la donna per l’uomo; e non v’è cosa più naturale di questa: che un libro sacro sia destinato a cantare l’amore coniugale.
Tuttavia la tradizione giudaica e cristiana ha sempre creduto che il Cantico abbia presente anche l’amore divino e soprannaturale, Perciò, in questa sequenza di ricerche, di incontri e di nuove separazioni è simboleggiato il ritmo delle relazioni fra Dio e il suo popolo, fra Cristo e la sua Chiesa, fra Cristo e il cristiano. L’immagine dell’unione coniugale come espressione delle relazioni fra Dio e Israele fu introdotta nella storia della rivelazione da Osea (1-3) e utilizzata più tardi dagli autori sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento.
 
Vangelo
Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose.
 
Maria Maddalena riconosce il Signore quando sente pronunziare il suo nome. Pervasa dalla gioia accoglie con entusiasmo la missione che dal Risorto le viene affidata: va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Queste parole di Gesù segnano un netto confine fra lui e i discepoli: mio e vostro Padre, Gesù è il Figlio amato, l’unigenito, il Figlio eterno di Dio, i discepoli sono figli adottivi. Ho visto il signore: l’annuncio di Maria Maddalena ricorda quanto scriverà Giovanni nella sua prima lettera: quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita ...  noi lo annunciamo anche a voi (1Gv 1,1ss). L’apostolo è colui che ha incontrato il Risorto.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-2.11-18
 
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
 
Parola del Signore.
 
 La Bibbia di Navarra 20,1-2: I quattro Vangeli raccolgono le prime testimonianze delle sante donne e dei discepoli in merito alla Risurrezione gloriosa di Cristo. Tali testimonianze vertono, in un primo momento, sulla realtà del sepolcro vuoto (cfr Mt 28,1-15; Mc 16,1 ss.; Lc 24,1-12). Successivamente, gli autori ispirati daranno notizia di numerose apparizioni di Gesù risorto.
Maria di Màgdala è una delle donne che assistevano il Signore nei suoi viaggi per la Palestina (Lc 8,1-3); insieme alla Vergine Maria l’aveva seguito intrepidamente fino alla Croce (Gv 19,25). Adesso, cessato l’obbligo del riposo sabatico, va a visitare la tomba di Gesù. Si noti il particolare evangelico: «Di buon mattino, quand’ancora era buio»; l’amore e la venerazione inducono la donna a recarsi senza indugio presso il corpo del Signore.
11-18: L’affetto e la delicatezza di [Maria Maddalena] , preoccupata per le sorti del corpo morto di Gesù, sono commoventi. Fedele nella Passione, l’amore di colei che era stata posseduta da sette demòni (cfr Lc 8,2) continua ad essere grande e ardente Il Signore l’aveva liberata dal maligno, e quella grazia diede frutti di corrispondenza umile e generosa.
Dopo aver consolato Maria di Màgdala, Gesù le dà un messaggio per gli apostoli, che chiama con tenerezza “fratelli”. Questo messaggio sottintende un Padre comune, sebbene i modi della paternità siano differenti: «Io salgo al Padre mio [tale per natura] e Padre vostro», a cagione dell’adozione che vi ho guadagnato con la mia morte. Grandi sono la misericordia e la comprensione di Gesù, che da buon Pastore, si preoccupa di radunare i discepoli che l’avevano abbandonato durante la Passione e che se ne stavano nascosti per timore dei Giudei (Gv 20,19} L’esempio di Maria Maddalena, che persevera nella fedeltà al Signore nei momenti della prova, ci insegna che chi cerca con sincerità e costanza Cristo Gesù finisce col trovarlo. L’atteggiamento familiare del Maestro, che chiama “fratelli” i discepoli benché l’abbiano abbandonato, ci deve colmare di speranza quando commettiamo atti d’infedeltà verso il Signore.
15: Il dialogo di Gesù con Maria di Màgdala riflette lo stato d’animo di tutti i discepoli, che non si attendevano la risurrezione del Signore.
17: «Non mi trattenere»: il verbo greco, nella forma dell’imperativo negativo riflessa nella Neovulgata (“noli me tenere”) e nella presente traduzione, esprime la continuità dell’azione che si compie. Il Signore comanda a Maria di Magdala che smetta di trattenerlo, che lo lasci andare, perché avrà ancora occasione di vederlo prima di ascendere definitivamente al cielo,
 
Per approfondire
 
Gesù le disse: «Maria!» - Xavier Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Iniziativa, riconoscimento, missione, sono i tre aspetti comuni a tutti i racconti, che permettono di penetrare concretamente nell’intendimento degli autori. a) Mostrando che Gesù interviene personalmente presso o in mezzo a gente che non se l’aspetta, gli evangelisti (salvo Lc 24,34) vogliono dimostrare che non si tratta di un’invenzione soggettiva degli interessati, originata da una fede esasperata o da una fantasia sbrigliata. Questo tema dell’iniziativa del risorto (che a suo modo esprime il verbo ofthe, «si è fatto vedere», nella lista di 1Cor 15) sta a significare che i racconti di apparizioni descrivono esperienze realmente vissute dai discepoli. Questo aspetto dei racconti corrisponde ai modi di vedere della predicazione primitiva: Dio è intervenuto per risuscitare Gesù, gli ha concesso di mostrarsi vivo dopo la morte. La fede è una conseguenza di questo incontro. b) Seconda caratteristica, il riconoscimento. I discepoli scoprono l’identità dell’essere che si impone loro; è quel Gesù di Nazareth di cui hanno conosciuto la vita e la morte. Lui che era morto è vivo. In lui, si compie la profezia. In un certo qual modo, non hanno più nulla da «vedere», in futuro, perché è stato loro dato tutto nel risorto. Il modo in cui avviene questo riconoscimento è progressivo: nell’uomo che viene verso di loro, i discepoli vedono in un primo tempo un personaggio comune, un viaggiatore (Lc 24,15s; Gv 21,4s), un giardiniere (Gv 20,15); poi riconoscono il Signore. Questo riconoscimento è libero, perché secondo il tema dell’incredulità, che fa parte del complesso della tradizione (Mt 28,17; Mc 16,11.13 s; Lc 24,37.41; Gv 20,25-29), essi avrebbero potuto rifiutarsi di credere. Infine, poiché il Signore in genere appare ad un gruppo di persone, ne viene facilitata la verifica. Per elaborare dal punto di vista letterario questo dato fondamentale, i narratori hanno voluto mettere in evidenza contemporaneamente due aspetti. Il risorto è sottratto alle normali condizioni della vita terrena come Dio nelle teofanie del VT (Gen 18,2; Num 12,5; Gios 5,13; 1Cron 21,15 s; Zac 2,7; 3,5; Dati 8,15; 12,5...) appare e scompare a suo piacere. D’altra parte, non è un fantasma; di qui l’insistenza sui contatti sensibili. Questi due aspetti devono essere presi in considerazione simultaneamente se non si vuole incorrere in errore. Il corpo del risorto è vero corpo, ma, per dirlo con S. Paolo in una formula apparentemente paradossale, è un «corpo spirituale» (1Cor 15,44-49), perché è un corpo trasformato dallo Spirito (cfr. Rom 1,4). c) Un terzo aspetto, di ordine uditivo, caratterizza il racconto. Riconoscendo il Signore, i discepoli anticipano la visione che sarà prerogativa del cielo; con l’ascolto della parola, sono riportati alla condizione terrena. Odono così la promessa di una presenza eterna (M’i 28,20) e l’invito a continuare l’opera di Gesù in una missione propriamente detta (Mt 28,19; Mc 16,15-18; Lc 24,48s; Gv 20,22s; cfr. Mt 28,10; Gv 20,17). La presenza di Gesù non è statica, ma missionaria. Questi tre aspetti devono rimanere in rapporto dinamico. Il presente è senza posa rinnovato dall’iniziativa del risorto; il discepolo è invitato ad assumere il passato nella persona di Gesù di Nazareth, che lo incita allora a costruire l’avvenire che è la Chiesa.
 
Decreto 10 Giugno 2016: Per un lato [Maria Maddalena], ha l’onore di essere la «prima testis» della risurrezione del Signore (Hymnus, Ad Laudes matutinas), la prima a vedere il sepolcro vuoto e la prima ad ascoltare la verità della sua risurrezione. Cristo ha una speciale considerazione e misericordia per questa donna, che manifesta il suo amore verso di Lui, cercandolo nel giardino con angoscia e sofferenza, con «lacrimas humilitatis», come dice Sant’Anselmo [...].
Proprio perché fu testimone oculare del Cristo Risorto, fu anche, per altro lato, la prima a darne testimonianza davanti agli apostoli. Adempie al mandato del Risorto: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro … Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20,17-18). In tal modo ella diventa, come già notato, evangelista, ossia messaggera che annuncia la buona notizia della risurrezione del Signore; o come dicevano Rabano Mauro e San Tommaso d’Aquino, «apostolorum apostola», poiché annuncia agli apostoli quello che, a loro volta, essi annunceranno a tutto il mondo (cf. Rabano Mauro, De vita beatae Mariae Magdalenae, c. XXVII; S. Tommaso d’Aquino,In Ioannem Evangelistam Expositio, c. XX, L. III, 6). A ragione il Dottore Angelico usa questo termine applicandolo a Maria Maddalena: ella è testimone del Cristo Risorto e annuncia il messaggio della risurrezione del Signore, come gli altri Apostoli. Perciò è giusto che la celebrazione liturgica di questa donna abbia il medesimo grado di festa dato alla celebrazione degli apostoli nel Calendario Romano Generale e che risalti la speciale missione di questa donna, che è esempio e modello per ogni donna nella Chiesa.
 
San Alberto Magno (In ev. Jo.exp., XX): Perché la donna che parlava con gli Angeli non attende la loro risposta ma si volta indietro? ... È per far capire che ... si giunge davvero a vedere il Cristo solo se ci si volge totalmente a lui con l’amore. In senso mistico ciò sta a significare che questa donna aveva prima volto le spalle al Cristo con l’incredulità; ma quando volge il suo animo per riconoscerlo, si volta indietro ... e vide Gesù che stava ritto in piedi ... perché non si curvò, né si piegò per la debolezza della morte ... E Gesù le disse: Donna perché piangi? Consolandola e, nello stesso tempo, istruendola e riprendendola ... La istruisce in quanto, con la sua domanda, Gesù la riconduce a se stessa e a quello che aveva visto e udito ... La riprende in quanto ella, ignorando, col dubbio della Risurrezione, quella che avrebbe dovuto essere per lei causa di letizia, si abbandonava alla tristezza.
 
Testimoni di Cristo - Santa Maria Maddalena - Prima testimone del Risorto, fu l’«apostola degli apostoli»: Dovrebbe bastare il fatto che fu una donna, santa Maria Maddalena, il primo testimone della risurrezione di Gesù a farci capire la “rivoluzione” portata dal messaggio di Cristo. In una società dove le donne non avevano alcun ruolo, alla Maddalena è affidato il compito più importante nella diffusione del Vangelo: il primo annuncio della risurrezione. «Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro – scrive il Vangelo di Giovanni –. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava». Quell’esperienza, l’aver «visto il Signore», è un dono e una grazia che cambia il cuore e rende missionari, così come ha trasformato anche quello della Maddalena. Per questa sua testimonianza sant’Ippolito di Roma, sacerdote, teologo e scrittore la definì «apostola degli Apostoli». La sua vicenda era iniziata con l’incontro con Gesù e la liberazione dai «sette demoni»: da quel giorno Maria Maddalena entrò nel gruppo dei discepoli, seguendo il Maestro fino alla fine, fino al momento doloroso del Calvario e della Croce, anche quando tutti erano scappati e si erano nascosti per paura della persecuzione. Il coraggio della Maddalena è il «coraggio missionario» a cui è chiamato ogni cristiano: l’aver incontrato l’amore di Gesù spinge a diventarne testimoni e rende profeti davanti a un mondo che fatica a credere e a seguire la strada che porta a Dio.  (Matteo Liut)
 
O Dio, il tuo Figlio ha voluto affidare a Maria Maddalena
il primo annuncio della gioia pasquale;
fa’ che, per il suo esempio e la sua intercessione,
proclamiamo al mondo il Signore risorto,
per contemplarlo accanto a te nella gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

 

 

 

 

 21 Luglio 2026
 
Martedì XVI Settimana T. O.
 
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Mt 12,46-50
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 23 Marzo 2011): Tutta la attività di san Lorenzo da Brindisi «è stata ispirata da un grande amore per la Sacra Scrittura, che sapeva ampiamente a memoria, e dalla convinzione che l’ascolto e l’accoglienza della Parola di Dio produce una trasformazione interiore che ci conduce alla santità.
“La Parola del Signore – egli afferma – è luce per l’intelletto e fuoco per la volontà, perché l’uomo possa conoscere e amare Dio. Per l’uomo interiore, che per mezzo della grazia vive dello Spirito di Dio, è pane e acqua, ma pane più dolce del miele e acqua migliore del vino e del latte ... È un maglio contro un cuore duramente ostinato nei vizi. È una spada contro la carne, il mondo e il demonio, per distruggere ogni peccato”.
San Lorenzo da Brindisi ci insegna ad amare la Sacra Scrittura, a crescere nella familiarità con essa, a coltivare quotidianamente il rapporto di amicizia con il Signore nella preghiera, perché ogni nostra azione, ogni nostra attività abbia in Lui il suo inizio e il suo compimento. È questa la fonte da cui attingere affinché la nostra testimonianza cristiana sia luminosa e sia capace di condurre gli uomini del nostro tempo a Dio».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La preghiera di un profeta - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): Questo finale del libro di Michea è una specie di preghiera salmica (Sal 95,7; 100,3; 106,71ss); alla quale si deve assegnare come data un tempo posteriore all’esilio. Il popolo che comincia a tornare deve affrontare la dura realtà delle antiche inimicizie: Dentro e fuori, trova serie difficoltà nel suo scopo di sistemarsi nella terra dei suoi antenati. La nuova «Gerusalemme» del secondo Isaia non si vede neppure all’orizzonte. Il gruppo degli esiliati che era tornato pieno di speranze, continua a guardare davanti a sé, contro il vento e contro la marea, supplicando il suo Dio a trasformare in realtà le sue promesse divine e quelle povere speranze umane. Questo fu lo sfondo della preghiera profetica.
Se il Messia era stato identificato col pastore d’Israele, è perché egli avrebbe guidato il popolo col suo vincastro, esattamente come fa Yahveh. Per questo, il «pasci» di Michea non è solo una preghiera, ma anche una profezia messianica, nata da quel popolo che tentava con tutti i mezzi disponibili - e la preghiera umile e fiduciosa non fu il meno importante - di rifarsi una vita e una storia.
Essi sono «eredità» di Yahveh, sua proprietà particolare, una cosa che egli deve curare come propria e inalienabile. È un’eredità. Il salmista profeta cerca il linguaggio più carico di tradizione per esercitare pressione su Yahveh. Il contenuto della supplica è materiale, concreto, ma, nella letteratura posteriore, sarà ricordato come simbolico. Il Carmelo, simbolo della fertilità del regno del nord; Basan, la fertile regione della Transgiordania, e la lontana Galaad, famosa per le sue querce, i suoi pini e i suoi pascoli, formavano il trio territoriale sospirato da quei rimpatriati immersi nella miseria. Quello che essi chiedevano comportava uno straordinario intervento di Dio. Ma non l’aveva forse fatto col suo popolo quando l’aveva condotto fuori dall’Egitto? E non era questo un nuovo esodo nel quale erano necessari i prodigi di allora?
Unendo i concetti di colpa-schiavitù e perdono-liberazione, egli ricorda a Yahveh che lui solo «toglie l’iniquità e perdona il peccato» non per i loro meriti, ma per la fedeltà divina a Giacobbe, Abramo e tutti i padri. È la fiducia che il popolo non ripone nei propri meriti, ma esclusivamente nello «hesed» = misericordia-fedeltà divina.
La restaurazione del popolo, l’instaurazione della nuova teocrazia israelita presuppone questo annullamento totale del peccato così plasticamente espresso nelle parole «getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati», caso unico in tutto il VT. Il profeta vede il peccato, il male del mondo come la causa principale della separazione dell’inimicizia di Dio nei confronti del suo popolo. Dio e l’uomo non potranno vivere in amicizia feconda e vivificante se non è prima tolto il male dalla terra. Per questo Cristo ci redense, dando compimento a questa preghiera-profezia, uccidendo sulla croce la morte stessa, il male o peccato mortifero che impediva all’uomo d’avere relazioni con Dio.
 
Vangelo
Tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!».
 
L’evangelista Matteo non dice il motivo della venuta di Maria e dei fratelli di Gesù. Forse sono preoccupati per la sua salute a motivo della spossante attività, o impensieriti a motivo della sua incondizionata disponibilità. Forse pensavano che esagerasse, forse ..., ma in ogni caso l’episodio ci suggerisce che spesso all’uomo manca qualsiasi comprensione del misterioso operare di Dio. Spesso tutto ciò che ci supera, ci sorprende e ci disturba, lo definiamo privo di senso, lo riteniamo esagerato. Ai latori della richiesta dei parenti Gesù risponde in modo chiaro, sono parole che non possono essere equivocate: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.”. Gesù non rinnega la sua parentela naturale ma la subordina a un legame più alto, più nobile, più spirituale. Il regno di Dio richiede un impegno personale del discepolo il quale, a volte, deve trascendere tutti i legami naturali di famiglia o di gruppo etnico.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,46-50
 
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
 
Parola del Signore.
 
Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Di fronte a queste parole severe, che sono più un grido d’allarme che un verdetto senza appello, si profila un gruppo di persone che richiamerà in modo particolare l’attenzione di Gesù negli episodi che seguiranno. 1. Con questo gruppo, Gesù tesse una relazione privilegiata svincolandosi dai propri legami «naturali»: già la sua famiglia si trova simbolicamente «fuori» (vv. 46,47). Marco sottolinea maggiormente l’ostilità dei congiunti di Gesù nei confronti della sua missione. Questa scelta tra la famiglia e i discepoli riflette in anticipo alcune tensioni nella Chiesa, quando i «fratelli» di Gesù (cfr. Mt 13,55; 1Cor 15,7) faranno pesare la loro autorità. 2. Ma l’evangelista in questo caso cerca soprattutto di definire «i discepoli» della sua Chiesa e di tutti i tempi come quelli che fanno la volontà del Padre di Gesù secondo l’insegnamento del discorso della montagna (v. 50; cfr. Mc 3,35: «Chi fa la volontà di Dio»). Avendo ricordato solo «la madre e i fratelli» di Gesù, Matteo si accorda tuttavia con Marco per includere la parola «sorella» nella cerchia dei discepoli, segno dell’importanza delle donne nella vita delle prime Chiese. Figlio di Davide, più grande di Salomone, profeta più grande di Giona e operante grazie allo Spirito di Dio, chi è dunque quell’uomo e chi lo scoprirà? Così, la prima parte ha proposto la questione essenziale. La seconda parte della sezione presenta un complesso di elementi tra i più importanti: infatti, se Marco collocava il «discorso in parabole» verso l’inizio del ministero di Gesù, Matteo lo pone nel pieno della sua attività e la «citazione riepilogativa» che si era abituati a leggere sotto forma di conclusione si trova qui esattamente a metà del discorso.
 
Per approfondire
 
Discernere la volontà di Dio. - Edmond Jacquemin e Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica: 1. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi Comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26). Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, Ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12,2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef 1,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. - A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21), in opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 4,2; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1Tess 4,3), ringraziamento (5,18); pazienza (1Piet 3,l7) e buona condotta (2,15). Questa pratica è possibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2,13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà.
 
Nell’Antico Testamento il nome fratello per estensione viene dato anche a quelli che, pur non partecipando alla stessa comunità di sangue, fanno parte della stessa tribù, nazione o regno. La parola fratello può designare anche un rapporto morale fondato sulla mutua simpatia, sulla partecipazione ala stessa professione, sulla conclusione di una alleanza. Così David e Gionata si chiamano fratelli a causa della mutua amicizia che esiste tra loro (2Sam 1,26; cfr. Pr 17,17). L’alleanza stretta tra Salomone e Hiram, re di Tiro, unisce i due monarchi con legami fraterni (1Re 9,12-13). Anche negli scritti neotestamentari troviamo abbondantemente questo uso della parola fratello. Così la Chiesa è una comunità di fratelli. In particolare, scrivendo alle sue chiese, Paolo usa spesso il vocativo «o fratelli»/«fratelli miei». Si tratta, certo, di fraternità motivata dalla comune fede; ma non manca una nota affettiva, come appare nella formula «fratelli miei carissimi (agapètoi) (1Cor 15,58; Fil 4,1). Ma altrettanto si può affermare delle lettere della tradizione paolina (2Ts 1,3; 2,1.13.15 ecc.; Col 1,2; 4,9) e delle lettere cattoliche (Gc 1,2; 2,1.14 ecc.; 2Pt 1,10; 1Gv 3,13). L’apostolo poi chiama, di regola, fratelli i suoi collaboratori: Apollo (1Cor 16,12), Epafrodito (Fil 2,25), Quarto (Rm 16,23), Sostene (1Cor 1,1), Timoteo (2Cor 1,1; 1Ts 3,2; Fm 1), Tito (2Cor 2,13). Da parte loro, gli Atti degli Apostoli indicano spesso i cristiani con l’appellativo fratelli (9,30; 10,23; 11,1; 12,17 ecc.). Nella conoscenza di questo uso è assai evidente quindi che nel testo di Matteo i fratelli di Gesù non sono figli di Maria, ma parenti prossimi. Inoltre si possono portare innumerevoli altre testimonianze oltre che quelle linguistiche, pensiamo allo storico cristiano Egesippo che scrive intorno alla metà del II secolo. Comunque, la questione dei fratelli di Gesù non è affatto marginale, in quanto tocca un punto fondamentale della dottrina della Chiesa, ovvero la perpetua verginità di Maria, affermata e dichiarata dogmaticamente dal Concilio di Costantinopoli II nel 553 con la formula «Maria sempre vergine» che ritroviamo spesso ancora nelle liturgie orientali e occidentali. La perpetua verginità di Maria, prima, cioè durante e dopo il parto, obbliga, per così dire, a intendere in senso indiretto l’espressione «fratelli» di Gesù (vuoi cugini o parenti o fratellastri secondo le diverse interpretazioni.).
 
Chi fa la volontà di Dio diventa fratello e madre del Signore: «Non costituisce meraviglia che colui che fa la volontà del Padre sia detto fratello e sorella del Signore; per entrambi i sessi è infatti la chiamata alla fede. La meraviglia cresce piuttosto per il fatto che quegli venga anche detto “madre”. Invero, [Gesù] si è degnato di chiamare fratelli i suoi fedeli discepoli, dicendo: “Andate, annunziate ai miei fratelli” [Mt 28,10]. Ora però è il caso di chiedersi: Come può diventare sua madre chi, venendo alla fede, ha potuto divenire fratello del Signore? Quanto a noi, dobbiamo sapere che chi si fa nella fede fratello e sorella di Cristo, diventa sua madre nella predicazione. Quasi partorisce il Signore, chi lo ha infuso nel cuore dell’ascoltatore. E si fa sua madre, se attraverso la di lui voce l’amore di Dio viene generato nella mente del prossimo.» (Gregorio Magno, Hom. in Ev., 3, 2).
 
Testimoni di Cristo - San Lorenzo da Brindisi, Sacerdote e Dottore della Chiesa: Giulio Cesare Russo (questo era il suo vero nome) nacque a Brindisi - sul luogo in cui egli stesso volle che sorgesse la chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli - il 22 luglio 1559, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.
Perse il padre da bambino e la madre ch’era appena adolescente. A 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all’Ordine dei Minori Cappuccini. Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote. Nel 1602 fu eletto Vicario generale. Nel 1618, sentendosi prossimo alla fine, voleva tornare a Brindisi, ma i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna Filippo III, per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna. Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona, forse avvelenato. Fu beatificato nel 1783 da Pio VI; canonizzato nel 1881 da Leone XIII; proclamato dottore della Chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. (Avvenire)
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 20 Luglio 2026
 
Lunedì XVI Settimana del Tempo Ordinario
 
Mi 6,1-4.6-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 [50]; Mt 12,38-42
 
Come infatti Giona rimase ...: Catechismo della Chiesa Cattolica 627: La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell’unione che la Persona del Figlio ha mantenuto con il suo Corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che” la morte “lo tenesse in suo potere” e perciò “la virtù divina ha preservato il Corpo di Cristo dalla corruzione”. Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” (Is 53,8) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” (Sal 16,9-10). La Risurrezione di Gesù “il terzo giorno” (1Cor 15,4; Lc 24,46) ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno.  
così il Figlio dell’uomo...: Catechismo della Chiesa Cattolica 635: Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero. Gesù “l’Autore della vita” (At 3,15) ha ridotto “all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10). 
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà...: Catechismo della Chiesa Cattolica 678: In linea con i profeti e con Giovanni Battista Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell’ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno e il segreto dei cuori. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino. Gesù dirà nell’ultimo giorno: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
679 Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha «acquisito» questo diritto con la sua croce. Anche il Padre «ha rimesso ogni giudizio al Figlio» (Gv 5,22). Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare e per donare la vita che è in lui. È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Michea è un profeta contemporaneo di Isaia (circa VIII secolo a.C.) e potrebbe essere uno dei suoi allievi. Gli argomenti che troviamo nel suo libro sono quelli che troviamo in altre opere profetiche: minacce da parte di Dio alternate a promesse. Michea lancia i suoi strali sopra tutto contro il disfacimento morale di un popolo ormai alla deriva e annunzia il “terribile giorno” del giudizio divino. Qui, nel sesto capitolo, Michea immagina il Signore Dio “in causa con il suo popolo, accusa Israele”. Nella requisitoria, Dio ricorda il suo amore per Israele, un amore, smisurato, colmo di doni e di benefici. Il Signore non ha chiesto olocausti offerte o sacrifici, ha chiesto solo giustizia e bontà: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio”. Ma anche in questa richiesta Israele è risultato mancante e infedele.
 
Vangelo
La regina del Sud si alzerà contro questa generazione.
 
La pagina evangelica certamente non è una proclamazione della bontà e della misericordia di Dio, l’epiteto rivolo al popolo d’Israele, “generazione malvagia e adultera” può essere ben trasportato ai nostri giorni, e se così è allora la pagina evangelica ci sta invitando a convertirci seriamente per non andare incontro a un destino di dolore, di eterna perdizione. Il segno che Dio offre ai contemporanei di Gesù, e agli uomini di oggi, in riferimento a Gn 2,1 (Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti), è la morte e risurrezione di Cristo: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,38-42
 
In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».
 
Parola del Signore.
 
Testimoni a carico - Basilio Caballero (La parola per Ogni Giorno): Gesù, rispondendo agli scribi e ai farisei che chiedevano un miracolo spettacolare per credere in lui come messia inviato da Dio, afferma: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra». Gesù, che aveva già fatto tanti miracoli per i malati - e certamente non con il potere di Beelzebul, come dicevano malignamente i suoi nemici -, si riferisce adesso al massimo segno della sua persona: la risurrezione dopo la morte (cfr. Mc 8,11s; Lc 11,29s).
Non lo capirono di sicuro. Non c’è prova sensazionale che tenga, quando manca la fede. Come vediamo dai vangeli, i miracoli di Dio confermano una fede, anche se iniziale, che già esiste, perché la presuppongono e ne sono più l’effetto che la causa. Gesù stesso era il grande segno e sacramento di Dio, della presenza del suo regno; ma i capi religiosi del popolo lo rifiutarono. Invece i pagani lo accettarono.
Gli abitanti della pagana Ninive credettero al profeta Giona e si convertirono. Allo stesso modo, la regina di Saba venne da lontano ad ascoltare la sapienza di Salomone. Gesù è più grande dei re e dei profeti che lo precedettero e, tuttavia, i suoi contemporanei non credono in lui. Per questo nel giorno del giudizio i niniviti e la regina del sud saranno testimoni a carico contro di loro, perché non si convertirono udendo la parola di Cristo e vedendo la sua persona e la sua vita.
Avvertimento che vale anche per noi, se dopo aver ripetutamente ascoltato la parola di Gesù e visto il suo esempio, continuiamo nel nostro peccato. Può essere che ci accostiamo spesso al sacramento della riconciliazione, sia individualmente che partecipando comunitariamente a celebrazioni penitenziali; ma poi si vede che siamo convertiti al Signore e ai fratelli?
 
Per approfondire
 
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono - Giuseppe Barbaglio (Conversione in Schede Bibliche Pastorali - Vol II): Destinatari dell’appello a convertirsi non sono soltanto i non-credenti, ma anche quanti si sono dimostrati incoerenti con la loro scelta di fede. Così Matteo rivolge alla comunità l’invito a farsi umili come i bambini: «In verità vi dico: se non vi convertirete non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli» (18,3). Non dovevano mancare infatti nella sua chiesa gli altezzosi pronti a disprezzare «i piccoli», cioè i fratelli deboli e marginali (cf. 18,5ss).
Da parte sua, Paolo finalmente riconciliato con la comunità di Corinto, può gioire dell’efficacia dei suoi duri interventi che hanno provocato i credenti corinzi a conversi recuperando una doverosa fedeltà all’apostolo e al suo insegnamento (2Cor 7,9-10), Invece, precedentemente, nel pieno del confronto polemico, egli si era rammaricato dell’impenitenza di molti corinzi (2Cor 12,21).
Nella 2Tm il destinatario dello scritto viene esortato a non essere violento quando riprende gli oppositori, «nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità» (2,25).
Scrivendo ai capi delle chiese asiatiche Efeso, Pergamo, Tiatira e Sardi, l’autore dell’Apocalisse li esorta in toni ultimativi a ritrovare la perduta fedeltà cristiana: «Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto» (2,5; cf. 2,16.21-22; 3,3).
La lettera agli Ebrei è l’unico scritto del NT che mostra una posizione rigorosa. Chi rinnega a fondo con l’apostasia la propria decisione di fede in Cristo, si sbarra con le sue mani la strada alla conversione: «Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro. Tuttavia se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che ricrocifiggono da se stessi [ns. trad.] il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia» (6,5-6).
 
Da te vogliamo vedere un segno …: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 13 Gennaio 1988): Se l’incarnazione è il segno fondamentale a cui si ricollegano tutti i “segni” che hanno reso testimonianza ai discepoli e all’umanità che è “giunto... il Regno di Dio” (cfr. Lc 11,20), vi è poi un segno ultimo e definitivo, al quale allude Gesù riferendosi al profeta Giona: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12.40): è il “segno” della risurrezione. Gesù prepara gli apostoli a questo “segno” definitivo, ma lo fa in modo graduale e con tatto, raccomandando loro la discrezione “fino a un certo tempo”. Un accenno particolarmente chiaro lo si ha dopo la trasfigurazione sul monte: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti” (Mc 9,9). Ci si può chiedere il perché di questa gradualità. Si può rispondere che Gesù sapeva bene quanto si sarebbero complicate le cose se gli Apostoli e gli altri discepoli avessero cominciato a discutere sulla risurrezione, a capire la quale non erano sufficientemente preparati, come appare dal commento dell’evangelista stesso alla raccomandazione ora riferita: “Essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti” (Mc 9,10). Inoltre si può dire che la risurrezione da morte, pur enunciata ed annunciata, era al culmine di quella sorta di “segreto messianico” che Gesù volle mantenere lungo tutto lo svolgersi della sua vita e della sua missione fino al momento del compimento e della rivelazione finali, che si ebbero appunto col “miracolo dei miracoli”, la risurrezione, che, secondo San Paolo, è il fondamento della nostra fede (cfr. 1Cor 15,12-19).
 
Cromazio di Aquileia, Comm. In Matth., 54,1: Questa gente malvagia e adultera chiede un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non quello del profeta Giona: gente malvagia e adultera quella dei giudei che, mentre vanno chiedendo che si mostri loro un segno di origine celeste, nella loro infedeltà non hanno saputo ricevere sulla fronte l’unico segno vero, quello della croce, il solo dato a tutti i credenti per la salvezza.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Apollinare, Vescovo e Martire: Originario di Antiochia, per primo rivestì la carica episcopale nella città imperiale di Ravenna, forse incaricato dallo stesso apostolo San Pietro, di cui si dice fosse stato discepolo. Si dedicò all’opera di evangelizzazione dell’Emilia-Romagna, per morire infine martire, come vuole la tradizione. Le basiliche di Sant’Apollinare in Classe e Sant’Apollinare Nuovo sono luoghi privilegiati nel tramandarne la memoria. Il suo culto tuttavia si diffuse rapidamente anche oltre i confini cittadini.
I pontefici Simmaco (498-514) ed Onorio I (625-638) ne favorirono la diffusione anche a Roma, mentre il re franco Clodoveo gli dedicò una chiesa presso Digione. In Germania probabilmente si diffuse ad opera dei monasteri benedettini, camaldolesi e avellani. Una chiesa era a lui dedicata anche a Bologna nell’area del Palazzo del Podestà, ma siccome fu demolita nel 1250 il cardinale Lambertini gli dedicò un altare nell’attuale Cattedrale cittadina. Sant’Apollinare è considerato patrono della città di cui per primo fu pastore, nonché dell’intera regione Emilia-Romagna. (Avvenire)
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.


 

 

 

 

 

 

 19 Luglio 2026
 
XVI Domenica del Tempo Ordinario
 
Sap 12,13.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
 
Benedetto XVI (Angelus 17 Luglio 2011): Le parabole evangeliche sono brevi narrazioni che Gesù utilizza per annunciare i misteri del Regno dei cieli. Utilizzando immagini e situazioni della vita quotidiana, il Signore “vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose. Egli ci mostra … il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano” (Gesù di Nazaret. I, Milano, 2007, 229). Con tale genere di discorsi, il divino Maestro invita a riconoscere anzitutto il primato di Dio Padre: dove Lui non c’è, niente può essere buono. È una priorità decisiva per tutto. Regno dei cieli significa, appunto, signoria di Dio, e ciò vuol dire che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il tema contenuto nel Vangelo di questa domenica è proprio il Regno dei cieli. Il “cielo” non va inteso soltanto nel senso dell’altezza che ci sovrasta, poiché tale spazio infinito possiede anche la forma dell’interiorità dell’uomo. Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
Cari amici, il Libro della Sapienza – da cui è tratta oggi la prima Lettura – evidenzia questa dimensione dell’Essere divino e dice: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose ... La tua forza infatti è principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (Sap 12,13.16); e il Salmo 85 lo conferma: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca” (v. 5). Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di assomigliare a Lui! Era questo lo scopo che Gesù si prefiggeva con la sua predicazione; diceva infatti a chi lo ascoltava: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Israele spesso fu tentato di invocare la vendetta del Signore Dio sui suoi nemici. Una richiesta mai esaudita perché Dio «non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio duomo su cui si possano esercitare pressioni» (Gdt 8,16; Cf. Num 23,19; 1Sam 15,29; Gb 33,12; Os 11,9). Il Signore Dio, nei suoi giudizi, non si farà mai guidare dalla vendetta, ma dallamore e dal perdono. Dio è misericordioso e castiga il peccato, mettendo però in campo tutta la sua pazienza, per dare possibilità a tutti di pentirsi. In tal modo Dio si presenta come modello dell’agire umano.
 
Seconda Lettura: Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili. Paolo vuol dare ai cristiani una parola di speranza che vinca la paura della impotenza: soltanto se si affideranno allo Spirito Santo, che abita in loro (Cf. 1Cor 3,16; 6,19; 2Cor 6,16; Ef 2,22), trionferanno sui nemici e troveranno la forza di arrivare al sicuro porto della salvezza.
 
Vangelo
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.
 
Il tema del Vangelo è quello della pazienza. Se l‟uomo è impaziente, Dio invece dà un‟impostazione più ampia e più tollerante al suo piano di salvezza: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9).
 
Dal Vangelo secondo Matteo (Forma Breve)
Mt 13,24-43
 
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
 
Parola del Signore. 
 
Il nemico ha fatto questo - La parabola della zizzania è propria di Matteo e forma una coppia con quella del seminatore, con la quale è affine per il contenuto. La parabola del granello di senapa è comune a tutti e tre i Sinottici. La spiegazione della parabola della zizzania è data dallo stesso evangelista: l‟uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo è il Cristo, il campo è il mondo e il buon seme i figli del regno, la mietitura è il tempo del giudizio (Cf. Ger 51,33; Gl 4,13; Os 6,11). Il nemico è il diavolo, il quale, a differenza dei servi che dormono, è l‟irrequieto, l‟insonne, colui che «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). Il Figlio dell‟uomo semina di giorno, il nemico di notte. Da qui si deduce che lì dove semina Dio, semina anche Satana: bisogna arrendersi «alla Parola di Dio e alle prove che la storia e la cronaca offrono ad ogni istante attraverso le edicole dei giornali, le vetrine delle librerie, il piccolo e il grande schermo. I “fiori del male” sono visibili in tutte queste aiuole; se ci sono gli effetti, ci sarà una causa, ci sarà un seminatore di zizzania e un coltivatore di malerba» (Rosario F. Esposito). Conoscere ciò è un ottimo antidoto a un falso ottimismo. La parabola, al di là del suo vero intento, dà diversi spunti di riflessione. È un invito alla vigilanza, una buona virtù che può limitare efficacemente l’azione nefanda del «nemico» nel mondo e nella Chiesa. Ma è anche vero che i «figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8), da qui il monito evangelico sempre attuale: noi «non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,5-6). Forse nella comunità cristiana, alla quale si indirizzava il Vangelo di Matteo, il «lievito dei farisei e dei sadducei» (Mt 16,6) aveva fatto fermentare un po’ di farina e i cristiani, emuli delle «guide cieche» del popolo di Dio (Cf. Mt 23,16.24), avevano preso gusto a tranciare giudizi, mettendo da una parte i buoni, qualificati così chissà da quali metri di giudizio, e dall’altra i cattivi, chissà per quali falli o peccati, occulti o manifesti. Proprio da tanto spettacolo di nequizia nasceva il desiderio di voler anticipare il giudizio finale di Dio. Una cosa, invece, è certa: il regno, finché dura questo mondo, è composto da grano e zizzania. In questa luce, nell’insegnamento evangelico della parabola del grano e della zizzania è nascosta «una lezione di pazienza perché non sta a noi decidere chi è il buono e chi è il cattivo, anche perché la parabola ci sottolinea l’aspetto escatologico della crescita, quando si realizzerà il vero discernimento; ma vi è anche la consapevolezza del valore del “seme”, da parte del padrone, perché sa bene che alla “fine” la zizzania sarà estirpata e bruciata» (G. Carata). A conclusione, il discepolo deve imparare ad avere e ad usare pazienza, predicare il pentimento e il perdono, imitando il buon Dio, il quale non gode «della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11). La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
 
Per approfondire
 
J. Giblet e M. F. Lacan (Perdono in Dizionario di Teologia Biblica) - Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca: Nella Bibbia, il peccatore è un debitore cui Dio, col suo perdono, rimette il debito (ebr. salah: Num 14,19); remissione così efficace che Dio non vede più il peccato che è come gettato dietro le sue spalle (Is 38,17), è tolto (ebr. nasa‟: Es 32,32), espiato, distrutto (ebr. kipper: Is 6,7). Cristo, usando lo stesso vocabolario, sottolinea che la remissione è gratuita ed il debitore insolvibile (Lc 7,42; Mt 18,25ss). La predicazione primitiva ha come oggetto, insieme al dono dello Spirito, la remissione dei peccati, che ne è il primo effetto, e che essa chiama «àfesis» (Lc 24,47; Atti 2,38). Altri termini: purificare, lavare, giustificare, compaiono negli scritti apostolici che insistono sull‟aspetto positivo del perdono, riconciliazione e riunione. Proprio di fronte al peccato il Dio geloso (Es 20,5) si rivela un Dio di perdono. L’apostasia, che segue all‟alleanza e che meriterebbe la distruzione del popolo (Es 32,30ss), è per Dio l’occasione di proclamarsi «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà ... che tollera colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia nulla impunito ...»; Mosè quindi può pregare con sicurezza: «È un popolo di dura cervice. Ma perdona le nostre colpe ed i nostri peccati, e fa’ di noi la tua eredità!» (Es 34,6-9). Umanamente e giuridicamente, il perdono non trova giustificazione. Il Dio santo non deve rivelare la sua santità mediante la sua giustizia (Is 5,16) e colpire coloro che lo disprezzano (5,24)? Come potrebbe contare sul perdono la sposa infedele all‟alleanza che non arrossisce della sua prostituzione (Ger 3,l-5)? Ma il cuore di Dio non è quello dell’uomo, ed il Santo non si compiace nel distruggere (Os 11,8s); lungi dal volere la morte del peccatore, egli ne vuole la conversione (Ez 18,23) per poter prodigare il suo perdono; infatti «le sue vie non sono le nostre vie», e «i suoi pensieri superano i nostri pensieri» di tutta l’altezza del cielo (Is 55,7ss), Questo appunto rende così fiduciosa la preghiera dei salmisti: Dio perdona al peccatore che si accusa (Sal 32,5; Cf. 2Sam 12,13); lungi dal volere la sua perdita (Sal 78,38), lungi dal disprezzarlo, egli lo ricrea, purificando e colmando di gioia il suo cuore contrito ed umiliato (Sal 51,10-14.19; Cf. 32,l-11); fonte abbondante di redenzione, egli è un padre che perdona tutto ai suoi figli (Sal 103,3.8-14). Dopo l’esilio non si cessa di invocare il «Dio dei perdoni» (Neem 9,17) e «delle misericordie» (Dan 9,9), sempre pronto a pentirsi del male di cui ha minacciato il peccatore, se questi si converte (Gioe 2,13); ma Giona, che è il tipo del particolarismo di Israele, è sconcertato nel vedere questo perdono offerto a tutti gli uomini (Giona 3,10; 4, 2); al contrario, il libro della Sapienza canta il Dio che ama tutto ciò che ha fatto ed ha pietà di tutti, che chiude gli occhi sui peccati degli uomini affinché si pentano, li castiga a poco a poco e ricorda loro ciò in cui essi peccano affinché credano in lui (Sap 11,23-12,2); manifesta in tal modo di essere l’onnipotente di cui è proprio il perdonare (Sap 11,23.26; Cf. la colletta della domenica X dopo Pentecoste e l‟Oremus delle litanie dei santi).
 
La Parabola - Alice Baum: Genere retorico nel quale un determinato pensiero viene illustrato servendosi di un’immagine. Il termine greco parabolē usato nel Nuovo Testamento significa accostamento. Nelle parabole vengono accostate due realtà, una religiosa, la “metà oggettiva”, e una tratta dalla vita quotidiana dell’uomo, la “metà illustrativa”. Laddove la metà oggettiva, ciò che veramente la parabola vuol dire, rimane il più delle volte inespressa. L’uditore, o il lettore, la deve ricavare lui stesso dalla metà illustrativa. Così per esempio nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29) la metà oggettiva va completata con l’immagine: il regno di Dio viene in maniera così inarrestabile come la messe dopo la semina. - La parabola va distinta dall’allegoria. Mentre in un’allegoria ogni tratto deIl’immagine ha un significato proprio, a ciò che è presentato neIla parabola corrisponde un’unica realtà religiosa. Nei discorsi di Gesù in parabola possiamo distinguere tre diverse forme. La parabola vera e propria si serve di un procedimento, o di un dato di fatto per esprimere una verità religiosa (parabola del granello di senape, la pecora smarrita e altre). La cosiddetta parabola è una storia inventata che racconta un caso singolo, talvolta fuori del comune (dieci vergini, Mt 25,1-13; figlio prodigo - o meglio: padre amorevole -, Lc 15,11- 32). Nel racconto esemplare non viene traslata un’immagine o una storia nella realtà religiosa, “ma un pensiero religioso-morale viene illustrato per mezzo di un caso singolo”. Non si tratta tanto della conoscenza deIla verità, quanto del retto agire (buon samaritano, Lc 10,30-37; fariseo e pubblicano, Lc 18,9-14). Le parabole di Gesù fanno parte dello  “strato originario deIla tradizione”. Per i suoi uditori non erano nulla di nuovo.
Le si trovano anche nell’Antico Testamento e neIl’insegnamento rabbinico. Nuovo era il contenuto: il regno di Dio che viene e la pretesa di Gesù di esserne il portatore. Le parabole rispecchiano l’ambiente palestinese in maniera così chiara che non si può dubitare della loro autenticità. Una spiegazione obiettiva non è tuttavia possibile se non si tiene presente che le parabole hanno un triplice Sitz im Leben, vale a dire vanno comprese a partire da tre diverse situazioni: l’annuncio di Gesù, la vita della chiesa primitiva e la prospettiva teologica del singolo evangelista.
 
Giovanni Crisostomo: “Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che lerrore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche lesperienza dei fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo lanticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il trenta per uno intraprende unaltra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.

Testimoni di Cristo - Beato Achille (Achilles Josef) Puchała, Sacerdote e Martire: Nacque il 18 marzo 1911 in Polonia nel villaggio di Kosin, diocesi di Przemy. Terminata la scuola elementare, nel 1924 entrò a Leopoli nel seminario minore dei Frati minori conventuali. La sua formazione religiosa culminò il 22 maggio 1932 con la professione dei voti solenni ed il 5 luglio 1936 venne ordinato sacerdote. I primi anni di ministero furono nel convento di Grodno. Trasferito poi a Iwieniec, diocesi di Pilsk, fu sorpreso dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Il 19 giugno 1943 si verificò un’insurrezione contro i nazisti. Quando il parroco della vicina Pierszaje fuggì, padre Achilles vi si trasferì nei primi anni 40 per reggere la sede vacante.
Un mese dopo giunse a Pierszaje la Gestapo, che perquisì anche la canonica. Secondo un testimone oculare, il comandante locale della gendarmeria tedesca, cattolico praticante che abitava nella canonica, propose ai due sacerdoti di rifugiarsi in un nascondiglio, ma Achilles non abbandonò i fedeli e si unì agli arrestati. Fu ucciso in un fienile a cui poi fu dato fuoco il 19 luglio 1943. (Avvenire)  
 
Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno, 
fruttifichi in noi
e ravvivi la speranza
di veder crescere l’umanità nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.