6 Novembre 2026
 
Novembre XXXI Settimana del Tempo Ordinario
 
Fil 3,17-4,1; Salmo Responsoriale Dal Salmo 121 (122); Lc 16,1-8
 
Nel racconto vediamo che un amministratore viene chiamato dal padrone a “rendere conto”. Si tratta di un’immagine che ci comunica qualcosa di importante: noi non siamo padroni della nostra vita né dei beni di cui godiamo; tutto ci è stato dato in dono dal Signore e Lui ha affidato questo patrimonio alla nostra cura, alla nostra libertà e responsabilità. Un giorno saremo chiamati a rendere conto di come abbiamo amministrato noi stessi, i nostri beni e le risorse della terra, sia davanti a Dio sia davanti agli uomini, alla società e soprattutto a chi verrà dopo di noi. (…)
Prendendo spunto dal racconto, Gesù ci esorta: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (v. 9).
Infatti, l’amministratore della parabola, pur nella gestione della disonesta ricchezza di questo mondo, riesce a trovare un modo per farsi degli amici, uscendo dalla solitudine del proprio egoismo; tanto più noi, che siamo discepoli e viviamo nella luce del Vangelo, dobbiamo usare i beni del mondo e la nostra stessa vita pensando alla ricchezza vera, che è l’amicizia con il Signore e con i fratelli. (Papa Leone XIV, Angelus, 21 settembre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo):  Il credente è già «cittadino» dei «cieli» (v. 20), di diritto e anche di fatto, per la inabitazione in lui della SS. Trinità; il suo «corpo» però non è entrato ancora nei confini della città celeste con pienezza di diritti. Nell’ultimo giorno si compirà il grande miracolo di questa nostra totale «municipalità» celeste: Tertulliano rende appunto il termine greco  πολίτευμα = diritto di cittadinanza, con l’espressivo termine latino «municipatus» (Adv. Marc. III, 24). L’idea della «cittadinanza» celeste era già stata espressa in 1,27. Il termine πολίτευμα significa anche «colonia di emigranti» che, in esilio, si organizza sul tipo della madre patria: in tal caso si vorrebbe dire che i cristiani, in attesa di entrare nella patria celeste, si devono sforzare di attuarne e anticiparne le condizioni qui sulla terra. Quale meraviglioso programma!
L’espressione «il loro dio è il ventre» (v. 19), secondo qualcuno (p. es. P. Benoit), vorrebbe alludere alle osservanze alimentari inculcate dai Giudaizzanti (cfr. Lev. 11; Rom. c. 14; 16, 18; Gal. 2, 12; Col. 2, 16.20-21; Matt. 5,10.20; 23, 25-26; Atti 15, 20). In questo caso si continuerebbe a parlare dei Giudaizzanti, come nei vv. 2-6. A nostro parere qui si tratta piuttosto di un gruppo di cristiani, forse di tendenze gnosticizzanti (Schmithals), con evidenti risvolti di libertinismo morale. Di qui il «pianto» e il lamento dell’Apostolo (v. 18).
 
Vangelo
I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
 
Oltre a suggerire la sana e onesta avvedutezza, l’insegnamento di Gesù è una lezione circa il buono e cattivo uso del danaro. La ricchezza è detta «disonesta» (v. 9) perché spesso all’origine di quasi tutte le fortune c’è qualche disonestà. Comunque, nell’insegnamento cristiano, non v’è una condanna pregiudizievole del denaro, ma la sottolineatura del suo fascino tanto accattivante da potere catturare e asservire il cuore dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,1-8
 
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».
 
Parola del Signore.
 
Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): Curiosamente, dell’economo della nostra parabola non si dice, all’inizio, la verità, ma si denuncia solo l’accusa che grava su di lui di sperperare i beni del padrone (v. 1). Del resto si sa che l’amministratore di un latifondo avesse carta bianca e che fosse fuori da ogni controllo da parte del padrone. Il padrone si basa, insomma, su delle dicerie. Ma non decide in base a quelle e prima vuole sentire la versione dell’uomo di cui aveva avuto fiducia, e per questo lo chiama a rendiconto. Ma la reazione che l’uomo ha dinanzi alle parole del padrone che gli commina di licenziarlo se i conti non fossero tornati, danno al lettore la prova della sua disonestà. Si spaventa a tal punto da vedersi già sulla strada e da questo deriva la sua creatività istintiva per rimediare alla disgrazia prima che accada.
L’intelligenza dell’amministratore sta nel capire che, a questo punto, deve giocare con la vera ricchezza, quella morale. Così egli dimostra di non essere un amministratore sciocco che assolutizza la ricchezza materiale e che, al momento opportuno, è pronto a rinunciare alla sua parte nel debito che alcuni avevano verso il suo padrone. Di fatto egli elimina da esso la percentuale che spettava a lui! Sentire le parole di un economo che, senza remore, dice ai debitori: invece di cento scrivi cinquanta, o scrivi ottanta (vv. 6-7) potrebbe sembrare un orrore dal punto di vista dell’onestà economica, ma l’elogio imprevedibile che il padrone gli rivolge proprio per quello che considera “scaltrezza” e non furto, induce a fare una riflessione adeguata. Innanzitutto c’è che l’amministratore si riconosce debitore nei confronti del suo padrone e si mette, dunque, sullo stesso piano di chi lo era formalmente e che doveva pagare a lui il suo debito. L’amministratore scende dal suo scranno di creditore e si siede a terra insieme ai debitori: tutti sono debitori verso un unico padrone. Bisogna, dunque, pagare il debito. Non è facile per i debitori che non ne abbiano piena disponibilità. Allora occorre aiutarli e l’amministratore lo fa mettendoci del suo. Il debito verrà pagato al padrone e i debitori saranno sgravati di un prezzo insostenibile. Essi se ne ricorderanno quando avrà bisogno del loro aiuto. L’astuzia (frónimos) sta nel manipolare i beni materiali al fine di creare beni spirituali: condividere il debito per creare crediti di amore, crediti morali e spirituali. Essa consiste in un atto di giudizio intelligente (frónesis) sulla vera ricchezza di cui la ricchezza materiale può diventare teatro, occasione, palestra. È l’unico motivo positivo che Luca concede alla ricchezza materiale, che, in tutti gli altri casi, è vista come un grande ostacolo alla sequela ed alla fedeltà a Gesù (cf. 18,24).
 
Per approfondire
 
La Bibbia di Navarra - L’amministratore infedele si ingegna per porre rimedio al suo futuro di indigenza. Gesù dà per scontato - ovviamente - l’immoralità di una tale condotta. Tuttavia, il Signore segnala e loda l’acume e l’impegno che quest’uomo dimostra nel saper trarre giovamento materiale dalla sua antica posizione di amministratore. Gesù vuole che nella salvezza dell’anima e nella diffusione del regno di Dio facciamo valere, se non altro, la medesima accortezza e la stessa tenacia che gli uomini pongono nelle loro attività temporali o nella lotta per il trionfo di un ideale umano. Il fatto di fondare le nostre speranze sulla grazia di Dio non ci dispensa in alcun modo dal ricorrere a ogni possibile mezzo umano onesto, anche se ciò esiga ardua fatica e sacrificio eroico.
«Quanti affanni riservano gli uomini ai loro affari terreni! Sogni di gloria, ambizione di ricchezze, preoccupazioni di sensualità. - Uomini e donne, ricchi e poveri, vecchi e uomini maturi e giovani e perfino bambini: tutti uguali. |
« - Quando tu e io ci affanneremo allo stesso modo negli affari della nostra anima, avremo una fede viva e operante: e non vi sarà ostacolo che non vinciamo nelle nostre imprese d’apostolato» (Cammino, n. 317).
 
Il discepolo deve rifiutare ogni ricorso all’astuzia - Roberto Tufariello: Pur essendo il centro delle più subdole e delittuose manovre da parte dei suoi avversari, che gli tendono tranelli (Mt 22,15), Gesù, il cui sguardo divino penetra sin nelle pieghe più riposte di quelle anime tenebrose (Mt 9,4; Mc 3,16; Lc 11,17; Gv 2,23-25), rifiuta ogni ricorso non solo all’astuzia, ma anche a quello che il mondo chiama «politica» (Gv 5,9-47), affermando sempre serenamente e apertamente il suo pensiero (Mt 26,55). Egli è veramente «l’Amen di Dio» (2Cor 1,19), «il Santo, il Verace» (Ap 3,14). D’altronde egli sa che i suoi nemici non potranno nuocergli (Mt 12,14-15; Gv 7,44-53; 8,24-39) finché non sarà giunta la sua «ora», che è anche l’ora dell’apparente trionfo del potere delle tenebre (Lc 22,53), ma è - e ciò conta per lui al di sopra di ogni altra cosa - l’ora prestabilita dal Padre (Gv 13,1; 14,29-31; 17,1).
Come i Bambini - Dai propri discepoli Cristo esige un atteggiamento conforme al suo. Le astute manovre dei «figli di questo mondo» potranno anche servir loro di esempio, purché sappiano trasferirle nella prospettiva del regno dei cieli, come documenta la parabola lucana dell’astuto amministratore (leggere Lc 16,1-8).
Nella consapevolezza di essere figli del Padre celeste, che si prende cura anche delle creature più infime (Mt 10,29-31), i cristiani non devono escogitare astute manovre per controbattere le insidie dei loro nemici, ma possono vivere con la serena e limpida fiducia del fanciullo, che gioca ignaro nella casa paterna, anche se l’antico Avversario e i suoi adepti congiureranno contro di loro sino alla fine dei tempi (Mt 7,15;Lc 10,3). È questa la vera prudenza «che viene dall’alto» e che si oppone a quella «terrena, carnale, diabolica», come afferma la lettera di Giacomo (3,15). La prima lettera di Pietro perciò esorta i destinatari in questi termini: «Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza» (2,1-2). E l’apostolo Paolo, da autentico discepolo di Cristo, può offrire ai cristiani di Corinto la testimonianza di una condotta limpida: «... al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio» (2Cor 4,2).
 
La parabola dell’amministratore prudente - Dio riscrive le nostre lettere del peccato - Origene, Omelie sulla Genesi 13, 4 - Di questo fatto è immagine anche ciò che si dice nel Vangelo dell’attore iniquo, il quale dice a ciascun debitore: Prendi le tue lettere, e siedi e scrivi ottanta, e il resto che viene riferito. Da questo si capisce che le nostre sono lettere del peccato; invece le lettere della giustizia le scrive Dio. Così infatti dice l’Apostolo: Voi siete la lettera scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne, sul cuore (2 Cor 3,2-3). Dunque hai in te le lettere di Dio e le lettere dello Spirito Santo. Se poi tu pecchi, da te stesso ti scrivi la condanna del peccato. Ma considera che, quando ti sei avvicinato una volta per tutte alla croce del Cristo e alla grazia del battesimo, la tua condanna è stata inchiodata alla croce, ed è stata cancellata nel fonte del battesimo.
Non tornare a scrivere quello che è stato cancellato, non ristabilire quello che è stato distrutto, conserva in te soltanto la scrittura dello Spirito Santo.
 
Testimoni di Cristo - Beata Cristina di Stommeln: Dopo aver avuto nel 1247 - a 5 anni - una visione di Gesù Bambino, la beata Cristina di Stommeln, vicino a Colonia, sfuggì dodicenne a un matrimonio combinato ed entrò in un convento di Beghine. Quindicenne ricevette le stimmate a mani e piedi e i segni della corona di spine sul capo. Fu tentata più volte dal demonio, fin sull’orlo del suicidio. I segni esteriori di tali esperienze fecero credere alle Beghine che fosse pazza, perciò la allontanarono. Ebbe poi come guida spirituale Pietro di Dacia, un Domenicano allievo di Alberto Magno (anche un fratello di Cristina entrò nell’ordine). Nell’anno della morte di Pietro gli assalti del demonio cessarono e Cristina visse in pace fino al 1312, sempre indossando l’abito delle Beghine. (Avvenire)
 
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 5 Novembre 2026
 
Giovedì XXXI Settimana del Tempo Ordinario
 
Fil 3,3-8a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 104 (105); Lc 15,1-10
 
 Il Vangelo di oggi (…) inizia con alcuni che criticano Gesù, vedendolo in compagnia di pubblicani e peccatori, e dicono con sdegno: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro» (v. 2). Questa frase si rivela in realtà come un annuncio meraviglioso. Gesù accoglie i peccatori e mangia con loro. È quello che accade a noi, in ogni Messa, in ogni chiesa: Gesù è contento di accoglierci alla sua mensa, dove offre sé stesso per noi. È la frase che potremmo scrivere sulle porte delle nostre chiese: “Qui Gesù accoglie i peccatori e li invita alla sua mensa”. E il Signore, rispondendo a quelli che lo criticavano (…), dice: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta?» (v. 4) Chi di voi? Una persona di buon senso no: fa due calcoli e ne sacrifica una per mantenere le novantanove. Dio invece non si rassegna, a Lui stai a cuore proprio tu che ancora non conosci la bellezza del suo amore, tu che non hai ancora accolto Gesù al centro della tua vita, tu che non riesci a superare il tuo peccato, tu che forse per le cose brutte che sono accadute nella tua vita non credi nell’amore. Nella seconda parabola, tu sei quella piccola moneta che il Signore non si rassegna a perdere e cerca senza sosta: vuole dirti che sei prezioso ai suoi occhi, che sei unico. Nessuno ti può sostituire nel cuore di Dio. Tu hai un posto, sei tu, e nessuno può sostituirti; e anch’io, nessuno può sostituirmi nel cuore di Dio. (Papa Francesco, Angelus, 15 settembre 2019)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - L’apostolo Paolo potrebbe mettere in campo un perfetto curriculum religioso, circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile, ma tutto ciò, dopo aver incontrato Cristo sulla via di Damasco, non è che spazzatura.
Non conta più la circoncisione, o l’appartenenza a un popolo, o la possibilità di sciorinare meriti o privilegi, ora nel nuovo regime della grazia tutto è dono, tutto quello che è carne da cui trarre vanto è diventato una perdita e addirittura spazzatura, perché il vero valore insuperabile è la conoscenza di Gesù.
 
Vangelo
Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte.
 
La Bibbia, Via Verità e Vita: Il capitolo 15 ha come cornice una frase che ne illumina il contenuto: Gesù «accoglie i peccatori e mangia con loro». È la rappresentazione dell’amore misericordioso e generoso di Dio che perdona. Il tema è illustrato in un trittico di parabole: la pecora perduta, la moneta smarrita, il figlio prodigo. In realtà le narrazioni hanno il loro vertice non nella perdita ma nel ritrovamento: si noti l’insistenza sul motivo della felicità,
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-10
 
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
 
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I quattro Vangeli): 3 Gesù giustifica la propria condotta illustrandola con tre parabole (la pecora smarrita, la dramma perduta, il figlio prodigo), di cui le prime due sono molto affini, poiché presentano una struttura letteraria analoga, la terza invece, molto più estesa, si differenzia notevolmente dalle due precedenti; quest’ultima è stata inserita nell’attuale contesto a motivo dell’affinità di contenuto che la lega alle prime due.
4 Chi di voi...? La forma interrogativa (interrogazione retorica) serve a dar maggior efficacia alla frase ed essa, richiamando agli ascoltatori un fatto indiscutibile, acuisce il loro interesse per quanto verrà esposto. Se ha cento pecore e ne perde una; un gregge di cento capi rappresenta una notevole ricchezza, tuttavia la perdita di una pecora è avvertita dal padrone che, per ricuperarla, si mette affannosamente alla ricerca di essa. Il verbo usato da Luca (ἀπολέσας: participio aoristo di ἀπόλλυμι) richiama subito al lettore il tema fondamentale del presente capitolo; non si tratta infatti semplicemente dello smarrimento di una pecora, bensì di una perdita che non lascia indifferente il padrone del gregge; lo stesso verbo ricorre nei verss. 6, 9, 24, 32 ed ha una sfumatura di delicata tenerezza. Matteo nel testo parallelo impiega il verbo πλανάω (smarrisco). Non lascia le novantanove nel deserto, cioè: in qualche luogo dove il gregge può rimanere a pascolare. «Il deserto» non va inteso come una solitudine sabbiosa ed arida, dove è impossibile trovare di che nutrire le greggi; nel deserto di Giuda in inverno cresce una tenera erbetta che, pur nella sua effimera apparizione, offre uno squisito pascolo alle greggi che vi sono condotte. Fino a quando non l’abbia ritrovata; elemento descrittivo per indicare l’ansia e l’interesse con i quali il pastore compie la ricerca.
5 Se la mette, tutto contento, sulle spalle; particolare di una bellezza inarrivabile e di una delicatezza piena di umanità; non un atto di sdegno, né una percossa, ma tutta premura e tenerezza quasi paterna. Quel pastore risparmia alla pecora anche la fatica del ritorno, poiché se la carica pietosamente sulle spalle. L’immagine non riesce più a contenere la pienezza di dottrina che l’autore vi ha voluto esprimere e l’elemento parabolico cede davanti alla bellezza di un gesto così umano e paterno. La pietà cristiana fin dalle origini ha voluto fissare questo particolare descrittivo nella figura del buon pastore che porta una pecora sulle proprie spalle.
6 Convoca gli amici ed i vicini; nella scena sono descritti particolari che oltrepassano la realtà ed anche la verosimiglianza storica o psicologica. L’autore non si preoccupa di essere aderente a fatti concreti o verosimili, perché l’immagine alla quale ricorre ha uno scopo interamente didattico ed è ordinata ad illustrare con esempi o analogie tratte dalla esperienza umana delle verità trascendenti e misteriose. I due fatti posti in rilievo dalla parabola: la ricerca affannosa della pecora perduta e la gioia incontenibile per l’avvenuto ritrovamento di essa offrono una immagine umana dell’amore premuroso e paterno con il quale Dio va alla ricerca del peccatore e si rallegra nel ritrovarlo.
7 Così vi sarà più gioia in cielo per un peccatore pentito ...; espressione iperbolica spinta intenzionalmente fino al paradosso; con essa si vuole far comprendere in qualche modo all’ascoltatore l’intensa gioia che prova Dio nell’accogliere un’anima che ritorna a Lui. Questo modo di parlare dei sentimenti di Dio (antropomorfismi o, più precisamente, antropopatismi) si fonda sopra un’osservazione psicologica: una mamma sembra che ami un figlio malato più degli altri che sono sani, non perché effettivamente lo ami più degli altri, ma perché verso il figlio malato mostra più tenerezza e ha maggiori attenzioni di quelle che usa verso gli altri figli. Il ritorno di un peccatore costituisce per Iddio l’occasione di una gioia così intensa, quale Egli non prova con i giusti che Gli sono rimasti sempre docili e fedeli. L’insegnamento che deriva da un confronto così appropriato e suggestivo consiste nell’assicurare il credente che Dio ama ancora il peccatore, lo ricerca con premura paterna, gli offre delle grazie, ne attende il ritorno con ansia e prova una gioia intensa nel riaverlo. Oltre a questo insegnamento fondamentale che fluisce naturalmente dalle descrizioni della scena, la parabola richiama una seconda idea che deriva dalle premesse poste dall’evangelista nella formula introduttiva e che ha una sua importanza nel presente contesto (cf. verss. 1-2). La parabola contiene un rimprovero per i Farisei, poiché rileva che il loro atteggiamento nei confronti dei «peccatori» (cf. vers. 1) è ben lontano da quello che mostra Dio verso i medesimi; il Signore ama, cerca i peccatori e se ne rallegra per il ritorno; i Farisei invece li disprezzano sdegnosamente evitando di avvicinarli per paura di contaminarsi. In Matteo la presente parabola si trova in un altro contesto ed illustra un aspetto dottrinale differente (cf. Mt., 18, 10-14).
8 O anche quale donna ...? La seconda parabola è introdotta con la stessa forma interrogativa della prima; ambedue le parabole inoltre sono affini nello sviluppo dell’azione, come si è già rilevato. Luca ama questo procedimento letterario di abbinare fatti e parabole (si ricordi l’abbinamento delle parabole del chicco di senape e del lievito, Lc., 13, 18-21; quello del costruttore della torre e del re che muove alla guerra, Lc., 14, 28-12). Se ha dieci dramme e ne perde una; il numero 10 che non è molto elevato non ha importanza per il racconto, esso tuttavia rappresenta per una donna di modeste possibilità economiche una discreta somma, accumulata senza dubbio dopo lunghi e sudati risparmi. La dramma attica era una moneta d’argento di grammi 4,36; sotto l’impero romano era scesa a grammi 3,40. Scopa la casa; in genere le abitazioni palestinesi erano assai modeste e consistevano in un unico vano. Nel vers. i vari particolari descrittivi illustrano un unico concetto, cioè: la sollecitudine ansiosa con la quale la donna cerca la piccola moneta smarrita.
9 Una donna si confida facilmente con le vicine; qui tuttavia il fatto è descritto con vivezza di colori, perché è ordinato a dar rilievo al principio dottrinale che interessa all’autore.
10 Vi sarà gioia tra gli angeli di Dio ...; l’idea è identica a quella già espressa al vers. 7. «Gli angeli di Dio»: è una circonlocuzione per designare Dio (cf. Lc., 12, 8-9). Con le parabole della pecora smarrita e della dramma ritrovata il Maestro giustifica pienamente la sua condotta nei confronti dei publicani e dei peccatori (cf. verss. 1-2) ed illumina i suoi ascoltatori sui sentimenti di amore che Dio nutre verso i lontani e gli smarriti. Le stesse parabole inoltre servono a sottolineare lo scopo che il Salvatore si è proposto nella sua attività missionaria; in occasione della conversione di Zaccheo si dirà espressamente che «il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc., 19, 10).
 
Per approfondire
 
La circoncisione - C. Wiéner: Gesù, come il Battista, è stato circonciso (Lc 1, 59; 2, 21): come i suoi discepoli egli era in primo luogo (Mt 15, 24 par.) «al servizio dei circoncisi» (Rom 15, 8). Ma il suo vangelo doveva essere annunziato anche alle nazioni (Rom 15, 9-12), estensione che avrebbe sollevato la questione della pratica della circoncisione: bisognava esigere da tutti il rito di appartenenza alla posterità di Abramo? Come sovente avviene, la risposta pratica precedette la teoria. Ai pagani, che si convertivano un po’ dovunque, si amministrò ordinariamente il battesimo senza imporre la circoncisione (Atti 10 - 11). Nonostante la pressione di taluni cristiani di origine giudaica, il concilio di Gerusalemme sanzionò con un decreto la libertà già praticata nei confronti della circoncisione (Atti 15), e già autorizzata in una rivelazione a Pietro (Atti 10. 45 ss). Questa decisione, che avrebbe potuto essere presa per una misura di opportunità (facilitare l’accesso dei pagani che avrebbero sentito ripugnanza per un atto che consideravano come una mutilazione), aveva di fatto una portata dottrinale. Paolo doveva mostrarlo in occasione di una crisi simile nella Galazia. Certamente il pagano incirconciso vive lontano da Dio (cfr. Col 2, 13); ma se si fa circoncidere, deve sopportare il peso di tutte le pratiche legali, che di fatto non può compiere (Gal 3, 2; 5, 10; 6, l3): corre quindi verso la perdizione. Più ancora: legare la salvezza alla circoncisione significa non dare alcuna importanza alla promessa che Abramo ricevette gratuitamente da Dio prima di essere circonciso: la circoncisione è venuta in seguito, non come fonte, ma come suggello della giustizia già acquisita mediante la promessa e mediante la fede (Gal 3, 6-29; Rom 4, 9-12); significa soprattutto vanificare la croce di Cristo che salva realizzando questa promessa gratuita (Gal 5, 11 s).
La circoncisione spirituale - Ormai l’appello profetico alla «circoncisione del cuore» mediante la ratifica interna del rito esterno si attua diversamente, mediante il superamento delle distinzioni razziali che il rito supponeva. «Né la circoncisione, né la incirconcisione hanno valore, ma soltanto la fede operante per mezzo della carità» (Gal 5, 6); quel che conta è «essere una nuova creatura» (Gal 6, 15) e «osservare i comandamenti di Dio» (1 Cor 7, 19); che importa quindi lo stato in cui ci si trovava al momento della chiamata? La fede giustifica i circoncisi come gli incirconcisi, perché Dio è il Dio di tutti (Rom 3, 29 s). Cristo è tutto in tutti (Col 3, 11). Ma se il rito è stato soppresso, la parola continua ad avere un significato. I credenti possono esclamare: «Noi siamo i circoncisi, noi che offriamo il culto secondo lo Spirito di Dio (Fil 3, 3). In questo senso si compiono gli oracoli profetici: la vera circoncisione, nascosta, spirituale, interiore (Rom 2, 28 s), non è più fatta dalla mano dell’uomo (Col 2, 11); si identifica col battesimo che assimila il credente alla «circoncisione di Cristo», operando nel battezzato «l’intero spogliamento del corpo carnale» (Col 2, 11 s) per farlo vivere con Cristo, per sempre.
 
Vi sarà gioia nel cielo - La gioia è il filo conduttore delle due parabole raccontate da Luca. Un elemento essenziale nella riflessione di queste due parabole è la consapevolezza della gioia di Dio. L’atteggiamento di Dio si manifesta, dunque, non nel rimprovero, che sarebbe giusto e motivato secondo la logica umana, ma nella gioia per la pecorella e la monetina ritrovate. E questa gioia divina che esplode “nel cielo” e “davanti agli angeli”, è l’aspetto più stupefacente, e consolante, dell’esperienza intensa della riconciliazione con Dio. Con l’incarnazione di Cristo la gioia invade la faccia della terra come un fiume in piena. In Gesù le promesse si adempiono e il regno di Dio viene inaugurato nella gioia. Giovanni Battista esulta di gioia nel grembo della madre all’avvicinarsi del Redentore (Lc 1,44): è l’amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo (Gv 3,28). Maria esprime i suoi sentimenti nel Magnificat che è il canto della gioia per eccellenza: «Vicina al Cristo, essa ricapitola in sé tutte le gioie, essa vive la gioia perfetta promessa alla Chiesa: Mater plena sanctae laetitiae, e giustamente i suoi figli qui in terra, volgendosi verso colei che è madre della speranza e madre della grazia, la invocano come la causa della loro gioia: Causa nostrae laetitiae» (Paolo VI). Per il cristiano, la gioia è il frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22) ed è l’elemento fondante del regno di Dio (Rom 14,17). La gioia cristiana nasce dalla carità (1Cor 13,6), dalla fede (1Pt 1,3-9; Fil 1,25), dalla speranza e dalla preghiera perseverante (Rom 12,12; 15,13). Si irrobustisce nelle prove e nelle persecuzioni procurando una quantità smisurata ed eterna di gloria (2Cor 4,17). Pur «afflitto da varie prove», il cristiano esulta di «indicibile gioia» (1Pt 1,8); vive nella gioia e la manifesta a tutti gli uomini: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! » (Fil 4,4-5). La gioia cristiana diventa così per gli uomini il segno reale della venuta del Signore e del suo perdono.
 
Gioia per il peccatore caduto e ristorato nell’immagine di Dio - San Cirillo di Alessandria (Commento a Luca, omelia 106): Questa seconda parabola paragona ciò che era perso a una dramma. Essa è come una di dieci, un numero perfetto e parte di una somma completa nella contabilità. Il numero dieci è inoltre perfetto, essendo la fine di una serie a partire dall’unità verso l’alto. Questa parabola chiaramente mostra che noi siamo a immagine e somiglianza regale, anche questa propria anzitutto di Dio. Io suppongo che la dramma sia il denaro su cui è stampata l’immagine regale. Noi, che eravamo caduti e ci eravamo persi, siamo stati trovati da Cristo e trasformati sua immagine attraverso la santità e la rettitudine. [ ... ]
Era stata fatta una ricerca per ciò che era andato perso, così la donna ha acceso una lampada. [ ... ] Per mezzo della luce ciò che era stato perso è stato salvato, e c’è gioia presso le potenze dei cieli. Esse gioiscono anche per un solo peccatore che si pente, come colui che sa tutte le cose ci ha insegnato. Fanno festa per uno solo che si è salvato, congiunte allo scopo divino, e giammai smettono di pregare la mitezza del Salvatore. Quale grande gioia deve pervaderle, quando tutto ciò che sta sotto il cielo è salvo e Cristo le chiama per mezzo della fede alla conoscenza della verità? Esse hanno rifiutato la macchia del peccato e hanno liberato il loro collo dai vincoli della morte. Sono sfuggite dalla colpa del loro divagare e della loro caduta! Noi ci guadagniamo tutte queste cose in Cristo.
 
Testimoni di Cristo - Beato Gregorio Lakota: Vescovo e martire dell’ideologia sovietica martiri dei totalitarismi del XX secolo sono testimoni la cui voce ancora oggi ci mette in guardia dal pericolo delle ideologie, dal rischio che comporta cioè il trasformare un’idea in una legge universale. Tra questi vi è anche il beato Gregorio Lakota, vittima del regime comunista sovietico in un gulag siberiano. Nato il 31 gennaio 1883 a Holodivka, un villaggio che si trova nella regione ucraina di Lemko, si formò a Lviv e venne consacrato sacerdote nel 1908 a Przemysl, città polacca. Tre anni dopo a Vienna conseguì il dottorato in teologia, per diventare più tardi prima insegnante e poi rettore del Seminario greco-cattolico di Przemysl. Il 16 maggio 1926 fu ordinato vescovo e divenne ausiliare di Przemysl degli Ucraini, comunità che accompagnò per 20 anni. Fu arrestato il 9 giugno 1946 e spedito in Siberia, dove morì martire nel 1950 nella città di Abez.
 
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 4 Novembre 2026
 
San Carlo Borromeo,Vescovo
 
Fil 2,12-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Lc 14,25-33
 
Paolo VI (Udienza Generale 25 Giugno 1969) - Un cristianesimo facile: questa Ci sembra una delle aspirazioni più ovvie e più diffuse, dopo il Concilio. Facilità: la parola è seducente; ed è anche, in un certo senso, accettabile, ma può essere ambigua. Può costituire una bellissima apologia della vita cristiana, a intenderla come si deve; e potrebbe essere un travisamento, una concezione di comodo, un «minimismo» fatale. Bisogna fare attenzione.
Che il messaggio cristiano si presenti nella sua origine, nella sua essenza, nella intenzione salvatrice, nel disegno misericordioso che tutto lo pervade, come facile, felice, accettevole e comportabile, è fuori dubbio.
È una delle più sicure e confortanti certezze della nostra religione; sì, ben compreso, il cristianesimo è facile. Bisogna pensarlo così, presentarlo così, viverlo così. Lo ha detto Gesù stesso: «Il mio giogo è soave ed il mio peso è leggero» (Mt 11,30). Lo ha ripetuto, rimproverando ai Farisei, meticolosi e intransigenti, del suo tempo: «Compongono pesanti e insopportabili fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini» (Mt 23,4 cfr. Mt 15,2, ss.). E una delle idee maestre di San Paolo non è stata quella di esonerare i nuovi cristiani dalla difficile, complicata e ormai superflua osservanza delle prescrizioni legali del Testamento anteriore a Cristo?
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente
Si vorrebbe qualche cosa di simile anche per il nostro tempo, che è orientato verso concezioni spirituali semplici e fondamentali. Sintetiche e a tutti accessibili: non ha il Signore condensato nel sommo precetto dell’amor di Dio e in quello, che lo segue e ne deriva, dell’amore del prossimo, «tutta la legge ed i profeti» (Mt 22,40)? Lo esige la spiritualità dell’uomo moderno, quella dei giovani specialmente; lo reclama un’esigenza pratica d’apostolato e di penetrazione missionaria. Semplificare e spiritualizzare, cioè rendere facile l’adesione al cristianesimo; questa è la mentalità che sembra scaturire dal Concilio: niente giuridismo, niente dogmatismo, niente ascetismo, niente autoritarismo, si dice con troppa disinvoltura: bisogna aprire le porte ad un cristianesimo facile. Si tende così ad emancipare la vita cristiana dalle così dette «strutture»; si tende a dare alle verità misteriose della fede una dimensione contenibile nel linguaggio corrente e comprensibile dalla forma mentale moderna, svincolandole dalle formulazioni scolastiche tradizionali e sancite dal magistero autorevole della Chiesa; si tende ad assimilare la nostra dottrina cattolica a quella delle altre concezioni religiose; si tende a sciogliere i vincoli della morale cristiana, qualificati volgarmente come «tabu», e delle sue pratiche esigenze di formazione pedagogica e di osservanza disciplinare, per concedere al cristiano, fosse pur egli un ministro dei «misteri di Dio» (1Cor 4,1; 2Cor 6,4) o un seguace della perfezione evangelica (cfr. Mt 19,21; Lc 14,33), una così detta integrazione con il modo di vivere della gente comune. Si vuole, ripetiamo, un cristianesimo facile, nella fede e nel costume.
Ma non si va oltre il confine di quell’autenticità, a cui tutti aspiriamo? Quel Gesù, che ci ha portato il suo vangelo di bontà, di gaudio e di pace, non ci ha forse anche esortati ad entrare «per la porta stretta» (Mt 7,13)? E non ha forse preteso una fede nella sua parola, che va oltre la capacità della nostra intelligenza? (cfr. Gv 6,62-67). E non ha Egli detto che «chi è fedele nel poco, è fedele ,anche nel molto» (Lc 16,10)? Non ha fatto Egli consistere l’opera della sua redenzione nel mistero della Croce, stoltezza e scandalo (1Cor 1,23) per questo mondo, mentre è condizione della nostra salvezza il parteciparvi?
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il vangelo non si impone, si offre - José Maria González-Ruiz: Paolo insiste su una cosa che per lui è essenziale: la comunità - compresi in modo speciale i suoi dirigenti responsabili - deve, sì, impegnarsi nell’opera della salvezza, ma in definitiva chi «opera» («energéi») è Dio.
l responsabili ecclesiali non dovranno mai presentarsi in veste trionfalistica, ma con semplicità, «con timore e tremore ». Quest’ultima espressione era già stata usata da Paolo per ricordare ai corinzi che gl’inizi della sua predicazione in quella comunità erano stati accompagnati dal «timore e tremore», come se egli intendesse presentarsi in punta di piedi, chiedendo scusa per la sua audacia di proclamare un messaggio gratuito. Il vangelo non può essere imposto agli uomini; perciò, i suoi messaggeri non dovrebbero mai ricorrere agli artifici della sapienza umana o ai mezzi del potere di turno, per imporre quello che non può essere imposto, ma semplicemente offerto, poiché si tratta d’un dono gratuito di Dio (lCor 2,3).
L’unica cosa che i cristiani possono fare è offrire umilmente la luce che Dio ha concessa loro gratuitamente.
Paolo ricorda le «corse con le torce» («larmpadodromie, lampadoforie»), frequenti nelle feste religiose greche, specialmente in quelle eleusine in onore di Cerere. Egli riconosce di essere stato l’allenatore - il «ginnasiarca» - dei lampadodromi di Filippi, e se ne rallegra. I suoi sforzi di allenamento hanno avuto successo nella comunità di Filippi; e questo infonde in Paolo una grande speranza per il «giorno di Cristo», cioè il giorno in cui Cristo, come supremo giudice e arbitro della «corsa», giudicherà le sue opere apostoliche (cf  lCor 9,24-27).
Le « corse con le torce» culminavano spesso nella celebrazione d’un sacrificio, nel quale soleva avere una parte importante il «dadùchos» o «portatore di torcia».
E questo porta Paolo ad ampliare la metafora.
Perciò ricorre a un paragone preso dalla liturgia sacrificale ebraica. Nm 15,5 prescrive una libagione sull’offerta presentata. Paolo dice ai filippesi che, se egli è stato l’iniziatore e l’allenatore della prima parte del rito - la «lampadodromia» - ora gli si offre l’occasione di completare l’oblazione dell’offerta, spargendosi su di essa come una libagione.
Questo «spargersi in libagione» non si riferisce direttamente alla morte, ma a ogni genere di peripezia apostolica, quella che Paolo chiama la «nékrosis» d’un apostolo (2Cor 4,10). Ii denaro mandatogli non servirà a Paolo per l’utilità personale: al valore di «liturgia» o servizio sacro che esso ha da parte dei filippesi Paolo aggiunge ora la libagione del sudore apostolico. E così tutti - la comunità e lui - contribuiscono efficacemente alla causa del vangelo.
 
Vangelo
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
 
La folla fa corona a Gesù per ascoltare il suo insegnamento e Gesù ne approfitta per tracciare l’identikit del vero discepolo. Innanzitutto mettere Dio al primo posto, al di sopra anche degli affetti familiari, poi condividere la passione di Cristo, imparando a portare la sua croce. Un test impegnativo per cui occorre una attenta riflessione che metta bene in evidenza le vere capacità di chi vuole mettersi alla sequela di Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
 
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
 
Parola del Signore.
 
Chi non porta la propria croce ... - L’entusiasmo della folla non si affievolisce, e il seguito che accompagna il giovane Maestro si ingrossa come un fiume in piena: Gesù è in viaggio verso la Città santa ed è accompagnato da una «folla numerosa». Potrebbe fare piacere a chiunque questo consenso popolare, ma non al Cristo il quale ha sempre evitato certe manifestazioni di piazza. Inoltre, ha sempre dettato, senza infingimenti, norme ed esigenze per porsi alla sua sequela (Cf. Lc 9,57-62). Ora, rivolgendosi alla «folla numerosa» che andava con lui, Gesù pone come condicio sine qua non il distacco dagli affetti e dai legami parentali, l’obbligo di seguirlo per l’irta salita del Calvario e la rinunzia ai beni.
Quindi, per essere veramente annoverati tra le fila dei suoi discepoli, è necessario compiere la scelta radicale di anteporre lui ad ogni persona o cosa, preferendolo anche ai familiari e alle persone più care.
Un enorme sacrificio se pensiamo che ai tempi di Gesù il cardine di ogni relazione o convivenza sociale poggiava sull’istituzione della famiglia e del clan, una sorta di famiglia allargata.
Se uno... non mi ama più di quanto ami suo padre... Gesù esplicita in questo modo una gerarchia di valori, Dio viene al primo posto gli uomini al secondo. Gesù non domanda disinteresse o indifferenza verso i propri cari, ma il distacco completo e immediato (Cf. Lc 9,57-62) e non intende infrangere la Legge di Dio (il quarto comandamento), ma vuole orientare l’uomo a scegliere i veri valori che contano, in questo caso il vero valore che conta è Dio. Ad una scelta orizzontale, parenti, genitori, figli, Gesù impone al discepolo una scelta verticale: gli affetti familiari praticamente devono essere gradini che devono slanciare l’uomo verso Dio.
La seconda condizione è portare la croce. Di lì a poco, Gesù, dalle parole sarebbe passato ai fatti sfilando per le vie di Gerusalemme gravato dal peso insopportabile della croce sulla quale sarebbe morto svenato per la salvezza di tutti gli uomini. Il verbo «portare» (bastazo) significa portare qualcosa di molto pesante, che opprime. Il verbo (attivo indicativo presente) descrive un’azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
La croce è quella di Gesù senza orpelli aggiuntivi, senza interpretazioni metaforiche.
È il ruvido legno con annessi e connessi: persecuzioni, ingiurie, torture, delazioni, calunnie, odio gratuito... «quegli avvenimenti voluti o permessi da Dio, che ci fanno violenza, ci umiliano, ci causano dolore e pena e ci mettono alla prova in diverse maniere. Portare la croce significherà quindi entrare nelle intenzioni di Dio, che vede in questi avvenimenti degli strumenti della nostra salvezza; accettare o ricercare queste contrarietà come mezzi per far progredire il regno di Dio in noi e intorno a noi. Perché la croce sia meritoria per il Regno dei cieli deve essere accettata per amore di Dio; per volere seguire Cristo, bisogna volere tutto ciò che esige il suo amore» (Emilio Spinghetti).
Tanto richiede la vita cristiana: all’adorazione e all’amore è necessario aggiungere la riparazione e il patire. Quest’ultimo accettato volontariamente come stile di vita e non con entusiasmo effimero, con slancio di un’ora o di una settimana, ma «ogni giorno», senza sconti, senza respiro, senza riposo, fino alla fine: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Chi vuol farsi compagno di Cristo, il patire è il distintivo irrinunciabile di questa scelta.
Con le due parabole, del costruttore e del re che muove guerra, Gesù vuole suggerire come la sequela cristiana comporti cautela, maturazione, serietà, propositi fermi. La scelta cristiana «non è cosa da poco, che si può fare a cuor leggero, con superficialità, senza soppesare la gravità dell’impegno che ci si assume. Pur ammettendo una gradualità, l’essere cristiano non è un distintivo o un diploma honoris causa, ma una decisione di volere mettere le proprie capacità, i propri talenti, il proprio tempo a disposizione di tutti prima che di se stessi, persino i propri averi» (Ortensio Da Spinetoli).
Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi ... Quello di Gesù non è un pauperismo a buon mercato o di bassa lega: la ricchezza è un pericolo mortale (Cf. 1Tm 6,10) e chi ha voluto giocare con essa ha riportato a casa le ossa rotte. Possono esserci delle eccezioni, avere delle ricchezze e non attaccarsi ad esse, ma sono solo eccezioni: è più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Cf. Lc 18,25).
 
J. Audusseau e X. Léon-Dufour - La croce, titolo di gloria del cristiano - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6, 6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2, 1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1Piet 2, 21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6, 6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6, 14).
 
Costruire la torre dell’umiltà - Gregorio Magno, Hom., 37, 6: “Chi di voi, volendo edificare una torre, non fa i conti, per vedere se ne ha abbastanza per portarla a termine, perché non gli capiti che, gettate le fondamenta, non possa continuare e comincino a portarlo in giro dicendo: Costui ha cominciato una costruzione e non l’ha potuta terminare” (Lc 14,28-30). Dobbiamo programmare tutto ciò che facciamo. Ecco, secondo la parola di Gesù Cristo, se uno vuol costruire una torre, prepara il danaro necessario. Se, dunque, vogliamo costruire la torre dell’umiltà, dobbiamo prepararci contro gli ostacoli di questo mondo. E la differenza tra un edificio terreno e un edificio celeste è questa: che l’edificio terreno lo si costruisce raccogliendo il danaro che serve, quello celeste invece distribuendo e donando il danaro. Per quello i fondi li facciamo, raccogliendo ciò che non abbiamo; per il celeste, invece, lasciando anche quello che abbiamo. Questi fondi non li ebbe quel ricco che, avendo molti possedimenti, chiese al Signore: “Buon maestro, che debbo fare per acquistare la vita eterna?” (Mt 19,16). Il quale, sentendo che avrebbe dovuto lasciar tutto, se ne andò via rattristato e divenne piccolo di cuore proprio perché aveva larghi possedimenti. Poiché amava in questa vita lo sfoggio della grandezza, anche nel tendere alla vita eterna non volle abbracciare la ricchezza dell’umiltà. Bisogna poi considerare le parole: “Comincino a portarlo in giro”, perché, come dice Paolo: “Siamo sotto gli occhi del mondo, degli angeli e degli uomini” (1Cor 4,9). E in tutto ciò che facciamo dobbiamo tener presenti i nostri avversari, che ci seguono e son felici dei nostri insuccessi. Di essi il Profeta dice: “Dio mio, confido in te, non dovrò vergognarmi e non avranno a burlarmi i miei nemici2 (Sal 24,2)... Il re che, andando a combattere contro un altro re, s’accorge che non ce la può fare, manda una commissione per trattare la pace. Con quali lacrime allora dobbiamo sperare il perdono, noi che in quel tremendo confronto col nostro Re ci presentiamo in condizioni di inferiorità ... Mandiamogli come ambasceria le nostre lacrime, le opere di misericordia, sacrifichiamo sul suo altare vittime di espiazione, riconosciamo che non possiamo stare in giudizio con lui, misuriamo la sua forza, chiediamo la pace. Questa è l’ambasceria che calma il nostro Re. Pensate quanta bontà ci sia nel suo tardare a venire. Mandiamo la nostra ambasceria, donando, offrendo vittime sacre. Giova moltissimo, per ottener perdono, la vittima dell’altare, offerta con lacrime, perché lui che non muore più ancora nel mistero s’immola per noi. Ogni volta che offriamo l’ostia della sua Passione, rinnoviamo la nostra assoluzione.
 
Testimoni di Cristo - San Carlo Borromeo - Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant’Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all’interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un’opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentato. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584. (Avvenire)
 
Custodisci nel tuo popolo, o Signore,
lo spirito di cui hai ricolmato il vescovo san Carlo [Borromeo],
perché la Chiesa si rinnovi incessantemente
e, conformandosi all’immagine del tuo Figlio,
manifesti al mondo il volto di Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 3 NOVEMBRE 2026
 
MARTEDÌ DELLA XXXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Fil 2,5-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 21 (22); Lc 14,15-24

Davanti a quella gratuità, a quella universalità della festa, c’è quell’atteggiamento che rinchiude il cuore: “Io non ci vado. Preferisco stare da solo, con la gente che piace a me, chiuso”. E questo è il peccato; il peccato del popolo di Israele, il peccato di tutti noi. La chiusura. “No, per me è più importante questo che questo. No, il mio”. Sempre il mio. (…)
E nel cammino della vita tante volte saremo davanti a questa scelta, a questa opzione: o la gratuità del Signore, andare a trovare il Signore, incontrarmi con il Signore o chiudermi nelle mie cose, nel mio interesse. Per questo il Signore, parlando di una delle chiusure, diceva che è molto difficile che un ricco entri nel regno dei cieli.
Ma ci sono ricchi bravi, santi, che non sono attaccati alla ricchezza. Ma la maggioranza è attaccata alla ricchezza, chiusi. E per questo non possono capire cosa è la festa. Ma hanno la sicurezza delle cose che possono toccare. (…)
Pensiamo a questa parabola che ci dà il Signore oggi. Come va la nostra vita? Cosa preferisco io? Accettare sempre l’invito del Signore o chiudermi nelle mie cose, nelle mie piccolezze? E chiediamo al Signore la grazia di accettare sempre di andare alla Sua festa che è gratuita. (Papa Francesco, Omelia alla Messa a Casa Santa Marta, 5 novembre 2019)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Bibbia di Navarra: Possiamo dividere l’inno in tre parti. La prima (v. 6 e inizio del 7) tratta dell’umiliazione di Cristo nel farsi uomo. La seconda (fine del v. 7 e v. 8) costituisce il centro di tutto il passo e proclama fino a qual punto giunse la sua umiltà: nella sua condizione di uomo, accettò per obbedienza di morire sulla Croce. La terza (vv. 9-11) descrive la sua gloriosa esaltazione. San Paolo ha presente la divinità di Cristo, in forza della quale egli esisteva dall’eternità, ma fissa l’attenzione sulla morte in croce come esempio supremo di umiltà. L’umiliazione di Cristo non consistette solo nel farsi uomo, celando la gloria della divinità nella sua santissima umanità, ma anche nella vita di sacrifici e di sofferenze, che avrebbero attinto il loro culmine sulla Croce, quando fu spogliato di ogni cosa, come uno schiavo. Una volta compiuta la sua missione, torna a manifestarsi in tutta la gloria della sua natura divina.
L’Uomo-Dio, Gesù Cristo, conclude la sua esistenza terrena sulla Croce e per mezzo di essa entra nella gloria, come Signore e Messia. Questo evento situa tutto l’universo su un piano di salvezza.
Gesù ci dà una mirabile lezione di umiltà e di obbedienza. «Impariamo da Gesù. Nella sua vita terrena non ha voluto la gloria che gli spettava: pur avendo diritto a essere trattato come Dio, assunse le sembianze di servo, di schiavo (cfr Fil 2, 6-7). Il cristiano impara così che tutta la gloria è per Iddio, e che non può servirsi della grandezza sublime del Vangelo come strumento di ambizioni e di interessi umani.
«Impariamo da Gesù. Il suo atteggiamento nell’opporsi a ogni gloria umana è in perfetta correlazione con la grandezza incomparabile della sua missione: quella del Figlio amatissimo di Dio che si incarna per la salvezza degli uomini» (È Gesù che passa, n. 62).
 
Vangelo
Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia.
 
Coloro che per primi sono stati chiamati a partecipare al banchetto del Re hanno declinato l’invito preferendo occuparsi delle loro cose, alla beatitudine eterna hanno preferito la meschinità dei beni materiali. Di fronte al rifiuto Dio non insiste, Egli invita, ma non obbliga. Ma è da dire che chi rifiuta è autore della sua condanna, si autoesclude dal banchetto, ritrovandosi in questo modo fuori dalla sala conviviale, nelle tenebre; là dove è pianto e stridore di denti.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,15-24
 
In quel tempo, uno dei commensali, avendo udito questo, disse a Gesù: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!».
Gli rispose: «Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”.
Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”.
Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”».
 
Parola del Signore.
 
Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!, l’affermazione entusiasta dell’anonimo commensale fa eco alle parole di Gesù: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti” (14,12-14).
Per Gesù è una buona occasione per mettere in evidenza per l’ennesima volta il rifiuto da parte dei Giudei di accogliere la novità evangelica. Al rifiuto di partecipare alla cena da parte degli invitati, l’uomo intima al servo di uscire subito per le piazze e per le vie della città e condurre nella sala del banchetto i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi. In questa scelta vi è il cuore dell’apostolato di Gesù, così come lo aveva proclamato a Nazaret nella sinagoga della città: Gesù venne «a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”» (Lc 4,16-21).
Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme “la «forza» usata per introdurre questi miseri vuole esprimere solo il trionfo della grazia sulla loro impreparazione, non una violazione della loro coscienza”.
La sentenza espressa nel versetto 24 non è dettata dalla stizza o dall’ira del padrone di casa ma da una drammatica conseguenza di chi ha scelto di non entrare nel regno di Dio.
 
Per approfondire
 
Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno) - Tutti invitati - Nel clima disteso della conversazione al termine del banchetto e dopo aver udito le raccomandazioni di Gesù sulla scelta dei posti e degli invitati, uno dei presenti pronuncia la beatitudine con cui si apre il vangelo di oggi: « Beato chi mangerà il pane del regno di Dio!». Questa esclamazione offre a Gesù l’occasione di raccontare la parabola del grande banchetto, che è narrata anche da Matteo (22,1ss). Ma le differenze tra i due evangelisti sono notevoli in molti particolari, frutto senza dubbio di diverse tradizioni orali. Comunque, l’insegnamento fondamentale coincide in entrambe le versioni: le porte del regno si aprono ai non giudei.
Attraverso il banchetto aperto a tutti, segno dell’amore gratuito di Dio, la parabola mostra la vocazione universale al regno di Dio che, d’accordo con la tradizione profetica, è descritto come un lauto banchetto.
Secondo i profeti, nei tempi messianici il Signore avrebbe preparato per tutti i popoli, sul monte Sion, nella città di Gerusalemme, un banchetto di cibi succulenti e di vini raffinati (Is 25,6ss).
La comunità cristiana primitiva dovette meditare diligentemente la parabola di Gesù sul banchetto verificando che, come frutto della sua apertura missionaria, i gentili erano effettivamente venuti a occupare i posti lasciati vuoti dai primi invitati.
Nell’era messianica già iniziata, simboleggiata nel banchetto di nozze in cui Cristo è lo sposo della nuova umanità e del suo popolo, anche i non giudei sono ammessi al regno attraverso la loro incorporazione alla Chiesa. Qui raggiunge il suo obiettivo la missione evangelizzatrice della Chiesa, che continua la missione di Gesù.
 
Allora il padrone di casa, adirato … Alois Stöger (Vangelo secondo Luca): La cena è preparata. Il padrone di casa non pensa nemmeno a sospendere il convito. Egli vuole che qualcuno goda del suo festino. Perciò bisogna preoccuparsi di sostituire coloro che sono stati precedentemente invitati. Il nuovo invito non trova ospiti in numero sufficiente da riempire la sala da pranzo, e il servitore viene rispedito una seconda volta a cercare altri convitati. L’anfitrione è liberale e generoso. La nobiltà d’animo del padrone di casa è posta in contrasto con la grettezza dei primi invitati. Viene così delineata l’immagine di Dio. Dio è amore che dona e viene incontro alle sue creature.
Dapprima vengono invitati i poveri, trovati per le piazze e per le vie della città. Si tratta di gente priva di un tetto, ma che per lo meno ha trovato un rifugio entro le mura di quell’accogliente centro abitato. Storpi, ciechi e zoppi sono, al contrario, degli esseri che i giudei escludono dalla comunità religiosa (14, 13). I nuovi ospiti non devono soltanto esser chiamati e invitati, ma addirittura condotti per mano. Essi non riescono a capacitarsi come possano essere invitati a un banchetto, e non ardiscono recarvisi, anche dopo aver ricevuto l’invito: bisogna menarli sul posto. Tutto va fatto in fretta; il tempo stringe, perché la cena è già pronta.
Il secondo invio del servitore è diretto ai disgraziati che s’accampano fuori della città. Essi vivono lungo le strade affiancate da siepi. I forestieri, che hanno posto i loro giacigli in quei luoghi essendo loro negato il diritto di abitare entro le mura, devono esser costretti a recarsi all’invito. Secondo il galateo orientale, anche i pili poveri devono mostrarsi dapprima riluttanti a un’offerta d’ospitalità, finché non siano presi per mano e trascinati in casa con «dolce violenza» (24,29). Tutta questa gente, costretta di solito a vagabondare fuori della città, potrà ora dunque entrarvi per recarsi a una «grande cena», La cosa riesce loro inconcepibile! Non se ne sentono degni.
 
Regno di Dio - Anselm Urban: L’espressione greca basileia theou (“regalità di Dio ebr. malkut JHWH) designa in primo luogo il potere esercitato, l’effettivo governare di Dio. In genere sarebbe consigliabile la traduzione “signoria di Dio”. Tuttavia s’intende talvolta un particolare ambito o stato del quale la sovranità di Dio si esplica pienamente, in tal caso si parla di regno. “Regno dei cieli” (in Matteo: meglio: “signoria dei cieli”) perifrasa soltanto il Nome di Dio e sarebbe totalmente frainteso se fosse concepito come un “regno al di sopra delle nubi”: si tratta della pretesa di governo che Dio avanza su questo mondo.
Nell’Antico Testamento si parla molto della sovranità regale di JHWH, ma raramente nel senso di “regno”. In 1Cr 17,14 viene chiamato così il regno davidico (idealizzato teocraticamente): nelle visioni di Daniele i regni di questo mondo vengono sostituiti dal regno del figlio dell’uomo (7,14 - e rispettivamente del popolo dei santi, come accenna il v. 27). Mentre nel giudaismo rabbinico la “signoria dei cieli” è piuttosto un’entità spirituale, nell’apoclittica vive e si sviluppa ulteriormente (naturalmente accanto a speculazioni escatologiche) la grande visione dei profeti (per es. Is 11): un regno universale di pace e di salvezza che trasforma anche la creazione, una vita purificata degli uomini al di là della colpa e del peccato, sotto l’ordine onnicomprensivo della legge divina.
Gesù non annuncia né un regno politico, né puramente spirituale­-morale, ma si ricollega alle visioni profetiche. La novità è che tutto ciò è “vicino” (Mc 1,15), “è alle porte” (13,19). Il regno non viene attraverso i nostri sforzi, per quanto noi siamo assegnati al lavoro nella vigna (Mt 20,lss), ma cresce soltanto ad opera di Dio (cf. Mt 4,26-29). Si può essere certamente “collaboratori per il regno” (Col 4,11), ma “edificare il regno” lo può soltanto Dio stesso. A noi rimane l’umile invocazione: “Venga il tuo regno!” (Mt 6,10).
 
Agostino (Sermo 1 1 2,8): ... il padrone di casa, sdegnato, gli ordinò: togliamo dunque di mezzo le scuse menzognere e cattive; rechiamoci al convito per nutrirci interiormente.
Non c’impedisca l’orgoglio della superbia, non ci distolga o non ci trattenga l’illecita smania di sapere e ci faccia voltare le spalle a Dio; la voluttà della carne non ci distolga dalla volontà del cuore. Andiamo al banchetto a nutrirci. Ma quali furono le persone che vi andarono se non i poveri, i deboli, gli zoppi e i ciechi? …
Vengano i mendicanti perché li invita Colui che da ricco si fece povero per amor nostro, perché noi che siamo poveri diventassimo ricchi mediante la sua povertà. Vengano i deboli, poiché hanno bisogno del medico non i sani ma gli ammalati (Mt. 9, 12). Ci vengano gli zoppi che gli dicono: Guida i miei passi secondo la tua Parola (Sal. 1 1 8, 1 33). Ci vengano i ciechi che gli dicono: Illumina i miei occhi, perché non mi addormenti mai nella morte (Sal. 12,3).
 
Testimoni di Cristo - San Martino de Porres - Un emarginato divenuto profeta del Vangelo che vive tra gli ultimi: Se imparassimo a guardare agli emarginati, agli ultimi, agli esclusi come portatori di profezia avremmo fatto un passo avanti enorme nella costruzione del Regno di Dio, regno d’amore e di giustizia. Un passo avanti che di sicuro si è fatto il 6 maggio 1962, quando fu riconosciuta la santità di san Martino de Porres, testimone di un Vangelo che si fa carne e si prende cura dei “piccoli della storia”. Nato a Lima in Perù nel 1579, era figlio dell’aristocratico spagnolo Juan de Porres, che non volle riconoscerlo subito, perché la madre era un’ex schiava nera d’origine africana. Quando il padre venne nominato governatore di Panama e dovette trasferirsi, Martino fu lasciato alla madre, con i mezzi per farlo studiare. Allievo di un barbiere-chirurgo, coltivava il sogno di entrare fra i Domenicani. Da mulatto, però, fu accolto solo come terziario e gli vennero assegnati solo compiti umili. Tuttavia, quando i Domenicani compresero la sua profonda spiritualità lo accettarono nell’Ordine come fratello cooperatore. E così Martino de Porres divenne per la sua nazione un testimone del Vangelo ricercato come consigliere dal viceré del Perù e dell’arcivescovo di Lima. Ma quando i potenti andavano da lui lo trovavano circondato da poveri e da malati. Quando a Lima arrivò la peste, curò da solo i 60 confratelli. Fondò a Lima un collegio per istruire i bambini poveri: il primo del Nuovo Mondo. Guarì anche l’arcivescovo del Messico, che avrebbe voluto portarlo con sé, ma Martino rimase a Lima, dove morì nel 1639.  (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che per la via dell’umiltà
hai guidato san Martino
hai guidato san Martino [de Porres] alla gloria celeste,
donaci di seguire il suo luminoso esempio,
per essere glorificati con lui in cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
donaci di seguire il suo luminoso esempio,
per essere glorificati con lui in cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.