12 Aprile 2026
 
II Domenica di Pasqua
 
At 2,42-47; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. - Il  brano lucano descrive la vita della prima comunità cristiana che comprendeva l’insegnamento e la testimonianza degli Apostoli tesi a esporre l’azione salvifica di Dio compiuta e realizzata in forma definitiva nella vita, nella morte e nella risurrezione di Gesù; la comunione fraterna, con la condivisione anche dei beni materiali; la preghiera e la frazione del pane, espressione che sta ad indicare la celebrazione eucaristica. Per l’evangelista Luca, la comunità apostolica è il modello a cui ispirarsi per una vita cristiana più autentica.
 
Seconda Lettura - Ci ha rigenerati per una speranza viva, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. - Pietro invita i cristiani afflitti da varie prove ad attingere dalla loro fede nel Cristo e dal loro amore per lui la speranza della loro salvezza (Cf. 1Pt 1,22; 2,11; 1Cor 15,44). La salvezza è conquista, ma soprattutto dono, dolce abbandono alla volontà di Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4). L’eredità cristiana, «a differenza di quella a cui pensò, almeno originariamente, Israele, non è esposta ai pericoli dei nemici, è sicura, perché “è conservata nei cieli per noi”... Il cristiano non ha diritto di dubitare della sicurezza di questa eredità ... Davanti alle difficoltà della vita presente, dobbiamo accrescere, con la fede, la sicurezza nel possesso di questa salvezza ultima e definitiva» (Felipe F. Ramos).
 
Vangelo
Otto giorni dopo venne Gesù.
 
Il vangelo di oggi è una pagina densissima e ricchissima di contenuti: in essa viene sottolineato il dono della pace e dello Spirito Santo; il potere di rimettere i peccati; in Tommaso il modello di incredulità e di fede e il fine che Giovanni s’è proposto scrivendo il suo Vangelo. Esso è stato redatto affinché gli uomini credano che Gesù è il Messia, il Cristo annunziato nell’Antico Testamento dai profeti, il Figlio di Dio, e, credendo questa verità, possano salvarsi e avere «la vita nel suo nome». Dalla predicazione del Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù (Cf. Gv 1,19), fino al capitolo conclusivo del Vangelo (Cf. Gv 21,24-25), tutto viene collocato nella testimonianza che è resa alla realtà del Verbo di Dio «fatto carne» (Gv 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
 
Parola del Signore.
 
La sera di quel giorno - Nonostante il sepolcro vuoto e l’annuncio pasquale della Maddalena (Cf. Gv 20,1-9.18), i cuori dei discepoli, per timore dei Giudei, sono nella morsa della paura e gli usci della loro casa ben serrati. In questo clima di attesa, di timore, di trepidazione e di spavento, Gesù, la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, appare agli Undici, mostrando loro le cicatrici dei polsi che erano stati trapassati dai chiodi e la ferita del fianco che era stato squarciato dalla lancia.
L’intenzione del Vangelo è quella di far comprendere che il Risorto che appare è Gesù di Nazaret morto crocifisso sul Calvario e trafitto dalla lancia del soldato romano. Il corpo risuscitato con il quale si presenta ai discepoli «è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione» (CCC 645).
L’entrare a porte chiuse, il fermarsi in mezzo agli apostoli e il parlare con loro, sono particolari che vogliono dire che Gesù è vivo, possiede una vita nuova, diversa, è risorto non come la figlia di Giairo, o come il giovane di Naim, oppure come Lazzaro: la «risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è l’uomo celeste [Cf. 1Cor 15,35-50]» (CCC 647).
Stette in mezzo a loro ... La Presenza del Risorto nella Chiesa è apportatrice di inestimabili doni, «più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante» (Sal 19,11).
Giovanni, oltre alla pace e alla gioia, i frutti più soavi della presenza del Risorto in mezzo ai suoi, ama sottolineare tre doni fatti agli Apostoli.
Il conferimento della missione: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21).
«Il parallelismo Padre-Figlio e Figlio-credente, caratteristico del linguaggio giovanneo [Gv 6,57; 10,15], è ben più che una semplice analogia: con realtà Gesù conferisce ai suoi la missione che ha ricevuto dal Padre. La frase più vicina alla nostra è quella della preghiera sacerdotale: “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” [Gv 17,18]» (G. Crocetti).
La missione degli Apostoli sarà universale.
Annunziata prima al popolo di Israele (Cf. Mt 10,5ss.; 15,24), come esigeva il piano divino, la salvezza deve ora essere offerta a tutte le nazioni: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). 
Il dono dello Spirito Santo: «Soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,22); forse intenzionalmente, l’evangelista Giovanni vuol ricordare Genesi 2,7: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente». Lo stesso verbo insufflare lo troviamo in Ezechiele 37,9 per descrivere la nuova vita delle ossa aride. Quindi, il soffio di Gesù simbolizza lo Spirito che egli manda, principio della nuova creazione.
Lo Spirito Santo abita nella comunità neotestamentaria come in un tempio, ne crea l’unità ed agisce al suo interno. Inabita i credenti (Cf. 1Cor 6,19).
Abilita i discepoli al compimento della loro particolare missione al servizio della Parola, anche con il conferimento di particolari doni. Il possesso dello Spirito Santo, e l’essere posseduti dallo Spirito Santo, è condizione necessaria per la salvezza: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Cf. Gv 3,5; Rom 8,9; 1Cor 12,3).
Il potere di perdonare o di non perdonare i peccati (Cf. Gv 20,23); la Chiesa ha sempre inteso che Gesù Cristo con queste parole ha conferito agli Apostoli la potestà di perdonare i peccati, un potere che viene esercitato nel sacramento della Penitenza, «l’espressione più sublime dell’amore e della misericordia di Dio verso gli uomini, come Gesù insegna nella parabola del figlio prodigo (Cf. Lc 15,11-31). Il Signore attende sempre con le braccia aperte che ritorniamo pentiti, per perdonarci e restituirci la nostra dignità di figli suoi» (La Bibbia di Navarra, I quattro vangeli).
Tommaso uno dei Dodici ... vuol vedere il segno dei chiodi. È tra coloro che vengono biasimati da Gesù: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48). L’Apostolo incredulo, vedendo crede: la confessione di Tommaso ... è il culmine della cristologia del quarto Vangelo.
«A Tommaso si riconosce il merito della fede [hai creduto], perché nell’umanità di Gesù ha saputo riconoscere la sua divinità. Ma la beatitudine rivolta alle generazioni future è di credere senza pretendere di dover necessariamente anche vedere tutto di persona, ma ponendo invece la propria fiducia nella parola e nella testimonianza di tutti coloro che hanno visto» (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline).
Gli ultimi versetti generano un profondo legame con il prologo del Vangelo, soprattutto con 1,14: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». È la più alta testimonianza della divinità di Gesù. Ed è anche un voler rinsaldare la fede degli increduli e dei vacillanti, perché credano che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiano la vita nel suo nome.
 
Per approfondire
 
Salvatore A. Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - La fede nella risurrezione del Cristo: Gv 20 contiene anche un forte e stimolante messaggio per la vita spirituale dei seguaci del Cristo: l’amore di Maria, di Pietro e dell’altro discepolo per Gesù è presentato come esemplare per tutti i credenti; parimenti la tematica della fede occupa un posto di primo piano in questa pericope.
Gv 20 che descrive le apparizioni di Gesù risorto, sembra racchiuso da una grande inclusione tematica formata dall’associazione dei verbi vedere e credere. In effetti nel brano iniziale troviamo la frase: l’altro discepolo... VIDE E CREDETTE (Gv 20,8), mentre il passo finale è chiuso dall’espressione: Beati coloro che NON AVENDO VISTO, CREDERANNO (Gv 20,29).
In realtà in questo capitolo è rappresentato drammaticamente il processo della fede nel Cristo risorto.
La scoperta del sepolcro vuoto e la costatazione dell’ordine che regnava nella tomba di Gesù, fa sbocciare nel cuore del discepolo amato la fede nella risurrezione del Signore (Gv 20,8s).
Nel caso di Maria Maddalena e dei discepoli presenti nel cenacolo non si parla di fede, perché costoro videro il Cristo risorto (Gv 20,15-20). Invece il brano incentrato in Tommaso, mostra in modo vivo come questo apostolo sia passato dall’incredulità più ostinata alla fede più viva nel Signore risorto.
Come spesso avviene nel nostro vangelo, l’autore che si rivela sempre un fine artista, rappresenta in modo drammatico la nascita della fede nel cuore dell’incredulo Tommaso. L’assenza di questo discepolo dal cenacolo, quando venne il Risorto, offre l’occasione per la proclamazione ostentata dell’incredulità dell’apostolo; egli non dà credito alla dichiarazione degli amici, perché replica loro di non credere, se non quando vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani (Gv 20,25).
Tommaso rifiuta la testimonianza degli altri discepoli, non si fida di loro, perché li ritiene vittime di un’allucinazione; egli vuol vedere il Maestro e costatare di persona se sia proprio lui, con le cicatrici dei chiodi e del colpo di lancia; i suoi colleghi potrebbero aver visto un fantasma.
Gesù accoglie la sfida di Tommaso e otto giorni dopo la prima apparizione, mostrandosi nuovamente nel cenacolo, si rivolge subito all’apostolo incredulo, invitandolo a portare il dito nelle cicatrici delle mani e a mettere la mano nel suo fianco, per diventare credente (Gv 20,26s). La professione di fede di Tommaso nella divinità del Maestro costituisce il vertice dello sviluppo drammatico della scena: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
Nel cuore del discepolo incredulo si è accesa la fede più profonda: risorgendo dai morti, Gesù ha dimostrato nel modo più chiaro e convincente di essere il Signore Iddio, come Jahvé.
La fede di Tommaso è autentica e sincera, essa però ha avuto bisogno del segno concreto di vedere il Risorto. A questo punto nella mente dell’evangelista sorge il problema della fede di coloro che non potranno vedere il Signore Gesù: costoro potranno credere?
Non solo sarà possibile la fede, ma essa si rivelerà superiore a quella dei primi discepoli. Il Cristo risorto infatti proclama beati coloro che crederanno, senza aver visto (Gv 20,29).
Giovanni tuttavia non considera inutili i segni, operati da Gesù, in rapporto alla fede: essi possono favorire il suo nascere e il suo approfondimento; per tale scopo egli ha scritto il suo vangelo: affinché i lettori credano che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (Gv 20,30s). La fede nella messianicità divina di Gesù trova il suo alimento nella meditazione dei segni compiuti dal Signore, tra i quali il più strepitoso consiste nella risurrezione dai morti il terzo giorno (cf. Gv 2,18ss).
La fede nella risurrezione di Gesù appare realmente il tema centrale di Gv 20.
 
Xavier Léon-Dufour - L’uomo desidera la pace dal più profondo del suo essere. Ma spesso ignora la natura del bene che invoca con tutte le sue forze, e le vie che segue per ottenerlo non sono sempre le vie di Dio. Deve quindi imparare dalla storia sacra in che cosa consista la ricerca della vera pace, e sentir proclamare il dono di questa pace da Dio in Gesù Cristo.
 
LA PACE, FELICITÀ PERFETTA - Per apprezzare nel suo pieno valore la realtà indicata dalla parola, occorre sentire il sapore locale che sussiste nell’espressione semitica sin nella sua concezione più spirituale, e nella Bibbia sin nell’ultimo libro del NT.
1. Pace e benessere. - La parola ebraica šalôm deriva da una radice che, secondo i suoi usi, designa il fatto di essere intatto, completo (Giob 9, 4), ad es. terminare una casa (1 Re 9, 25), o l’atto di ristabilire le cose nel loro stato primitivo, nella loro integrità, ad es. «pacificare» un creditore (Es 21, 34), compiere un voto (Sal 50, 14). Perciò la pace biblica non è soltanto il «patto» che permette una vita tranquilla, né il «tempo della pace» in opposizione al «tempo della guerra» (Eccle 3, 8; Apoc 6, 4); designa il benessere dell’esistenza quotidiana, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio; in concreto è benedizione, riposo, gloria, ricchezza, salvezza, vita.
 
2. Pace e felicità. - «Essere in buona salute» ed «essere in pace» sono due espressioni parallele (Sal 38, 4); per domandare come sta uno, se sta bene, si dice: «È in pace?» (2 Sam 18, 32; Gen 43, 27); Abramo che morì in una vecchiaia felice e sazio di giorni (Gen 25, 8) se ne andò in pace (Gen 15, 15; cfr. Lc 2, 29). In senso più largo, la pace è la sicurezza. Gedeone non deve più temere la morte dinanzi alla apparizione celeste (Giud 6, 23; cfr. Dan 10, 19); Israele non ha più da temere i nemici, grazie a Giosuè vincitore (Gios 21, 44; 23, 1), a David (2 Sam 7, 1), a Salomone (1 Re 5, 4; 1 Cron 22, 9; Eccli 47, 13). Infine la pace è concordia in una vita fraterna: il mio familiare, il mio amico, è «l’uomo della mia pace» (Sal 41, 10; Ger 20, 10); è mutua fiducia sanzionata sovente da una alleanza (Num 25, 12; Eccli 45, 24) o da un trattato di buona vicinanza (Gios 9, 15; Giud 4, 17; 1 Re 5, 26; Lc 14, 32; Atti 12, 20).
 
3. Pace e salvezza. - Tutti questi beni materiali e spirituali sono compresi nel saluto, nell’augurio di pace (in arabo, il salamelecco) mediante il quale, nel VT e nel NT, si dice «buon giorno», ed «addio», sia nella conversazione (Gen 26, 29; 2 Sam 18, 29), sia nelle lettere (ad es. Dan 3, 98; Filem 3). Ora, se è conveniente augurare la pace o porsi la domanda circa le disposizioni pacifiche del visitatore (2 Re 9, 18), si è perché la pace è uno stato da conquistare o da difendere; è vittoria su un qualche nemico. Gedeone od Achab sperano di ritornare in pace, cioè vincitori della guerra (Giud 8, 9; 1 Re 22, 27 s); allo stesso modo si augura il successo di una esplorazione (Giud 18, 5 s), il trionfo sulla sterilità di Anna (1 Sam 1, 17), la guarigione delle ferite (Ger 6, 14; Is 57, 18 s); infine si offrono «sacrifici pacifici» (salutaris hostia) che significano la comunione tra Dio e l’uomo (Lev 3, 1).
 
4. Pace e giustizia. - Infine la pace è ciò che è bene in opposizione a ciò che è male (Prov 12, 20; Sal 28, 3; cfr. Sal 34, 15). «Non c’è pace per i malvagi» (Is 48, 22), viceversa, «guardare l’uomo giusto: c’è una posterità per l’uomo di pace» (Sal 37, 37); «gli umili possederanno la terra e gusteranno le delizie di una pace senza fine» (Sal 37, 11; cfr. Prov 3, 2). La pace è la somma dei beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a sazietà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi (Lev 26, 1-13). Lungi, quindi, dall’essere soltanto una assenza di guerra, la pace è pienezza della felicità.
 
Il Risorto aiuta l’incredulità di Tommaso: «“Metti il tuo dito nel foro dei chiodi” (Gv 20,27), mi hai cercato quando non c’ero, goditi ora la mia presenza. Anche se tacevi io sentivo il tuo desiderio; prima che parlassi, conoscevo il tuo pensiero. Sentii le tue parole e, anche se non mi mostravo, ero vicino alla tua incredulità; senza farmi vedere, davo tempo alla tua incredulità, in attesa del tuo desiderio» (Basilio di Seleucia, Sermo in Sanct. Pascha, 4).
 
I Testimoni di Cristo - Giuseppe Moscati. La “cattedra dell’amore” è accanto a chi soffre: Prendersi cura di chi soffre significa mostrare al mondo un frammento dell’amore di un Dio che è sceso nella morte e ha condiviso con noi il buio del dolore. Ed è in questa opera profetica che si espresse la santità di san Giuseppe Moscati, medico che seppe conciliare scienza e carità. Era nato nel 1880 a Benevento, ma dal 1888 viveva a Napoli, dove si era laureato in medicina nel 1903. Nella sua carriera non si risparmiò per aiutare i sofferenti: salvò alcuni malati durante l’eruzione del Vesuvio del 1906; prestò servizio negli Ospedali Riuniti in occasione dell’epidemia di colera del 1911; fu direttore del reparto militare durante la Grande guerra. Negli ultimi dieci anni di vita fu particolarmente attivo sul fronte della ricerca e dello studio scientifico: fu assistente ordinario nell’istituto di chimica fisiologica; aiuto ordinario negli Ospedali riuniti; libero docente di chimica fisiologica e di chimica medica. Scelse, però, di stare vicino a chi soffriva anche quando gli venne proposto di diventare ordinario all’Università di Napoli: «Il mio posto è accanto all’ammalato», disse. Nel 1919 fu scelto come primario agli Ospedali Riuniti. Continuò a stare accanto agli ultimi offrendo assistenza gratuitamente ai poveri. Il 12 aprile 1927 morì a causa di un infarto. Giovanni Paolo II l’ha canonizzato nel 1987 al termine del sinodo dei vescovi su «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa». (Avvenire)
 
O Padre, che nella tua immensa bontà
estendi a tutti i popoli il dono della fede,
guarda i tuoi figli di elezione,
perché coloro che sono rinati nel Battesimo
siano rivestiti dell’immortalità beata.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 11 Aprile 2026
 
Sabato fra l’Ottava di Pasqua
 
At 4,13-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); 21,1-14
 
Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo.  (Sal 117,24 - Acclamazione al Vangelo)
 
Origene: Il giorno: conoscenza del Cristo. È il sole di giustizia che ha fatto questo giorno: giorno per eccellenza, in cui Cristo ci riconcilia con Dio, in cui il paradiso si apre, in cui la benedizione è compiuta e la maledizione soppressa. Egli ha fatto tutti i giorni, ma ha fatto questo giorno fra tutti.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura -  Felipe F. Ramos - Libertà della fede: Il titolo di questa lettura ha il suo punto d’appoggio nel coraggio con cui gli apostoli si difesero davanti al tribunale che li aveva fatti arrestare, un coraggio che nasce dalla libertà della fede. È esattamente l’opposto della schiavitù in cui si trova chi difende interessi creati, una dottrina, un’istituzione o una struttura in modo assoluto, chiudendosi a qualsiasi altra possibilità. I condizionamenti che questo crea rendono l’uomo incapace di ammettere una verità, per quanto essa sia evidente, se non è come egli la vuole. Tale è il caso di quel Consiglio che restava aggrappato alle sue credenze, alle sue strutture e ai suoi interessi creati; e tale è il caso di chiunque non si muova nella libertà della fede.
Tanto in questa breve sezione come nella precedente, Luca vuol mettere in evidenza il paradosso continuo del la irragionevolezza che, con tutti i mezzi, cerca d’imporsi alla ragione. Gli accusatori diventano accusati: li condanna Dio stesso, poiché ha risuscitato Gesù che essi hanno crocifisso. Il motivo dell’accusa, la guarigione del paralitico, si trasforma in una vera difesa: il guarito è il sì di Dio alla persona di Gesù e a quelli che annunziano il suo messaggio. Gli ignoranti, gli illetterati diventano i maestri dei dotti: così dimostra la difesa che gli apostoli fanno di sé basandosi sull’interpretazione della Scrittura.
Quel Consiglio si trovò in un vicolo cieco quando costatò che gli accusati erano i discepoli di Gesù, gente semplice e priva di cultura, uomini sicuri di sé e coraggiosi, che si trasformarono da accusati in accusatori, interpreti della Scrittura e predicatori. E, come se questo non bastasse, essi avevano al loro fianco, come testimone eccezionale, quell’uomo che era stato guarito con l’invocazione del nome di Gesù. Tutte queste circostanze obbligano gli accusatori a riflettere sul loro modo di comportarsi.
L’unica idea che viene loro in mente è quella d’imporre il silenzio. Allora gli apostoli si appellano alla coscienza delle più alte autorità del loro popolo. Quando vi è un conflitto fra la parola di Dio e quella dell’uomo, per quale conviene decidersi? quale dev’essere la norma per il comportamento dell’uomo? La questione impostata dagli apostoli dà come provato che l’ordine del silenzio che è loro imposto sia contrario alla volontà di Dio.
Non è detto espressamente, ma si deduce dalla loro risposta: non possiamo fare a meno di parlare di quello che abbiamo udito e visto. Nelle loro relazioni con Gesù, nel tempo in cui erano stati con lui e, più ancora, nella sua risurrezione, essi avevano visto con chiarezza la volontà di Dio. La proibizione, di cui erano ora oggetto da parte dei dirigenti del loro popolo era direttamente contraria a quello che essi avevano visto e udito., Come potevano ubbidire loro?
Gli accusatori sono ridotti essi stessi al silenzio dalla replica degli accusati. In tale situazione, l’unico argomento era la forza; ma, per questa volta, li lasciano andare senza punirli. Non avevano trovato prove su cui basarsi, sebbene gli apostoli si fossero pronunziati chiaramente in favore di Gesù, un uomo che essi avevano messo a morte.
L’atteggiamento degli apostoli era chiaramente una presa di posizione di fronte alle autorità costituite. D’altra parte gli apostoli godevano del favore del popolo. Di fronte a questo fatto. i membri del Consiglio pensano di non doversi rendere più impopolari di quanto già non fossero.
In fine l’età dell’uomo guarito è ricordata con lo scopo di far notare meglio la grandezza del miracolo compiuto, perché ricordare la sua età era come dichiarare che il suo male era semplicemente inguaribile.
 
Vangelo
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo.
 
È arrivata l’ora di partire. Sono volti al termine i giorni della pace, della amorosa contemplazione e della gioiosa adorazione, ora bisogna mettersi in cammino. La pace sarà sempre nel cuore dei missionari, ma i loro corpi saranno trafitti dai chiodi dell’odio del mondo. Non si può più rimandare, il Risorto ha comandato di andare in tutto il mondo e predicare il vangelo ad ogni creatura. Marco mette a nudo senza vergognarsi l’incredulità e la durezza di cuore degli Undici, sentimenti vili e umani subito spazzati via dall’incontro con Gesù risorto, una buona lezione per tutti gli uomini: chi vuole essere un vero cristiano deve gettare energicamente ogni pusillanimità e incredulità in un “sepolcro nuovo” (Mt 27,60), in quel luogo di luce certamente fioriranno come fiori di speranza.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 16,9-15
 
Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.
Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro.
Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».
 
Parola del Signore.
 
L’attività missionaria dei discepoli insieme con il Signore - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): L’invio solenne dei discepoli contiene alcuni particolari molto vicini al linguaggio di Paolo. Infatti, Matteo dice semplicemente: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Tiglio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). Il testo che commentiamo parla invece di «tutto il mondo» come Rm 1,8 e di «ogni creatura» come Col 1,23.
La minaccia contro gl’increduli dev’essere intesa nel suo contesto. Effettivamente, non è detto che colui che non si fa battezzare sia condannato, ma solo che saranno condannati coloro che rifiutano di credere (apistein). Qui si pensa evidentemente a un atteggiamento di ostinazione colpevole di fronte alla proposta della fede, e non accenna ai «non credenti» nel senso moderno della parola.
L’ambiente carismatico, riflesso nel testo, fa pensare a una comunità molto più primitiva e molto meno istituzionalizzata di quella che scorgiamo nel vangelo di Matteo. Qui, infatti, si parla di ammaestrare, e più propriamente «fare discepoli», di battezzare secondo un determinato rito liturgico, di fare osservare i comandamenti di Gesù. Questo significa che anche l’aggiunta finale del secondo vangelo appartiene a uno stadio primitivo delle comunità cristiane, e corrisponde molto bene alla condizione storica, psicologica, ecc. d’una comunità giudeo-cristiana ellenista di Cesarea negli anni 50 della nostra era.
Come in Lc 24,51, Gesù sale al cielo immediatamente dopo aver impartito ai discepoli le istruzioni finali. E per descrivere questo avvenimento, si usano espressioni dell’AT prese dalla storia di Elia (2Re 2,11) e dal salmo 110.
Le apparizioni in Galilea (Mt 28,16) non hanno più posto in questa tradizione; l’attività missionaria dei discepoli con il Signore che «operava insieme con loro» costituisce la vera e propria conclusione del vangelo. La comunità deve avere i suoi responsabili, che non saranno però mai un surrogato del Signore il quale, risuscitato, continua a essere presente in mezzo ai suoi.
 
Per approfondire
 
La missione di Gesù nei sinottici e negli Atti degli Apostoli - Giuseppe Ghiberti: Nel Nuovo Testamento, la missione per eccellenza è quella di Gesù. Da questa bisogna partire per comprendere le altre. Nella presentazione del mistero di Gesù, la riflessione neotestamentaria si rifà volentieri alla realtà della missione: essa sembra particolarmente adatta a spiegare la presenza di Gesù fra gli uomini e dà ragione della sua attività.
Negli scritti di Marco, Matteo e Luca, la missione non è la categoria fondamentale nel discorso su Gesù; ma anche i cenni occasionali sono già assai istruttivi. Essi infatti ci consentono di individuare i caratteri fondamentali di questa realtà che segnalo in ordine sistematico.
L’origine della missione di Gesù, o mandante, è chiaramente Dio Padre, anche se solo una volta si dà rilievo alla cosa: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40; cf. Lc 10,16). L’andamento della frase è particolarmente significativo, perché pone identità fra la missione di Gesù e l’invio dei discepoli. Ritroveremo questo pensiero ancora più esplicito nel quarto vangelo (cf. Gv 20,21).
Oggetto della missione è la proclamazione della buona novella, come dice il passo classico di Lc 4,18 (in riferimento a Is 61,lss): «Egli però disse: Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato» (Lc 4,43).
Altre informazioni raccogliamo indirettamente sulla missione di Gesù, quando egli dice perché sia venuto: a salvare quanto era perduto (Lc 19,10; cf. tutto il c. 15); «non a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mt 9,13); non a essere servito ma a servire (Mt 20,28); non a portare la pace ma la guerra (Mt 10,34). Altrove, invece, in altro senso, si dice proprio che Gesù fu inviato per annunciare la pace (At 10,36): qui è la somma dei beni della salvezza, mentre prima era la tranquillità del disimpegno.
I destinatari della missione di Gesù, cioè coloro in favore dei quali essa a realizza, sono anzitutto i «figli d’Israele così At 3,25-26: «Voi siete i figli da profeti e dell’alleanza che Dio stabilì con i vostri padri, quando disse ad Abramo: Nella tua discendenza saranno benedette tutte le famiglie della terra. Dio, dopo aver risuscitato il suo servo, l’ha mandato prima di tutto a voi per portarvi la benedizione e perché ciascuno si converta sue iniquità».
Ma la missione a Israele non è esclusiva: proprio nel contesto in cui Gesù proclama di essere stato mandato solo «alle pecore perdute della casa d’Israele» 15,24), egli interviene anche in favore della madre cananea. La stessa tendenza di Gesù in favore dei più sprovvisti d’aiuto («non i sani hanno bisogno del medico ma i malati»: Mc 2,17), dei peccatori a preferenza dei giusti, prepara a una comprensione della missione di Gesù che supera i confini materiali in cui si svolse. Se ne udrà la proclamazione in At 28 «Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani essi l’ascolteranno».
Il tempo della missione è quello che Gesù trascorre sulla terra; ma s. Pietro. At 3, conosce un’ultima missione, che coinciderà col ritorno di Cristo, ed è collegata all’attuale impegno di chi ha udito il mesaggio cristiano: «Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte del Signore ed egli mandi quello che vi aveva destinato messia, cioè Gesù» (vv. 19-20). Ciò non è altro che la conferma di quanto Gesù sulla sua venuta «sulle nubi, con potenza e gloria», nel giorno finale 13,26 e 14,62).
Concludendo: dai dati dei sinottici possiamo raccogliere suggerimenti preziosi non tanto per capire direttamente chi è Gesù e chi l’ha inviato, quanto per inquadrare la sua missione nella prospettiva della salvezza, da lungo attesa e ora offerta all’umanità, cominciando dai più bisognosi.
 
La spiritualità missionaria - Lasciarsi condurre dallo Spirito - Redemptoris missio 87: L’attività missionaria esige una specifica spiritualità che riguarda, in particolare, quanti Dio ha chiamato a essere missionari. Tale spiritualità si esprime, innanzitutto, nel vivere in piena docilità allo Spirito: essa impegna a lasciarsi plasmare interiormente da lui? per divenire sempre più conformi a Cristo. Non si può testimoniare Cristo senza riflettere la sua immagine, la quale è resa viva in noi dalla grazia e dall’opera dello Spirito. La docilità allo Spirito impegna poi ad accogliere i doni della fortezza e del discernimento, che sono tratti essenziali della stessa spiritualità. Emblematico è il caso degli apostoli, che durante la vita pubblica del Maestro, nonostante il loro amore per lui e la generosità della risposta alla sua chiamata, si dimostrano incapaci di comprendere le sue parole e restii a seguirlo sulla via della sofferenza e dell’umiliazione. Lo Spirito li trasformerà in testimoni coraggiosi del Cristo e annunziatori illuminati della sua Parola: sarà lo Spirito a condurli per le vie ardue e nuove della missione. Anche oggi la missione rimane difficile e complessa come in passato e richiede ugualmente il coraggio e la luce dello Spirito: viviamo spesso il dramma della prima comunità cristiana, che vedeva forze incredule e ostili «radunarsi insieme contro il Signore e contro il suo Cristo». (At 4,26) Come allora, oggi occorre pregare, perché Dio ci doni la franchezza di proclamare il Vangelo; occorre scrutare le vie misteriose dello Spirito e lasciarsi da lui condurre in tutta la verità (Gv 16,13).
 
Ireneo (Contro le eresie, 3,1): Non da altri abbiamo conosciuto leconomia della nostra salvezza se non da coloro tramite i quali ci è giunto il Vangelo. Quel che prima hanno predicato e poi, per volontà di Dio, ci hanno tramandato nelle Scritture, sarebbe stato il fondamento e la colonna della nostra fede. Non è lecito asserire che essi abbiano predicato prima di aver raggiunto la gnosi perfetta, come osano dire alcuni che si gloriano di correggere gli stessi apostoli. Infatti, dopo la risurrezione di nostro Signore da morte e dopo che furono rivestiti della virtù dello Spirito Santo disceso dallalto, ricevuta ogni grazia e la gnosi perfetta, si diffusero su tutta la terra annunciando i benefici elargitici da Dio, proclamando agli uomini la pace celeste, possedendo sia tutti insieme sia ciascuno da solo, il Vangelo di Dio
 
Testimoni di Cristo - Santa Gemma Galgani (1878- 1903): Gemma Galgani nacque il 12 marzo 1878 a Bogonuovo di Camigliano (Lucca) e fin dalla più tenera età fu colpita dalla sofferenza: aveva infatti solo 7 anni quando morì sua madre.
Ma la famiglia fu colpita da altri lutti: la morte del fratello Gino, seminarista, poi quella del padre. I fratelli Galgani finirono sul lastrico e Gemma venne accolta da una zia. Anche la sua stessa esistenza fu segnata dalla malattia: osteite alle vertebre lombari e otite mastoidea.
Rimase a letto semiparalizzata per diversi mesi. In quel periodo lesse la biografia di san Gabriele dell’Addolorata, dalla quale rimase molto colpita. Invocò allora Santa Maria Margherita Alacoque e dopo una novena, guarì. Era il 1899.
La giovane Gemma sentiva profondamente il desiderio di consacrarsi al Signore ma per diverse ragioni non le venne data la possibilità di farsi religiosa claustrale. Questo però non le impedì di immergersi nella contemplazione di Gesù Crocifisso. L’8 giugno del 1899, l’Ottava del Corpus Domini e vigilia della festa del Sacro Cuore di Gesù, ricevette le stimmate, che si ripeteranno periodicamente dalla sera del giovedì alle ore 15 del venerdì.
Per un certo periodo si manifesteranno quasi tutti i giorni. Alcuni ebbero perplessità sull’autenticità di questi segni, ma padre Germano Ruoppolo, postulatore generale dei passionisti e grande studioso di mistica, la difese. Forte espressione della sua vita mistica anche i colloqui con Gesù, Maria, l’Angelo custode e San Gabriele dell’Addolorata. Questi colloqui vengono riportati nell’epistolario, nel Diario e nell’Autobiografia.
Ospite a Lucca in casa Giannini, questa sarà per lei come una famiglia fino alla morte. Nel maggio del 1902 a Gemma furono diagnosticati i sintomi della tisi. Dovette quindi trasferirsi in un altro appartamento, anche se vicino a quello dei Giannini.
La sua morte avvenne il sabato santo, l’11 aprile del 1903, quando già le campane avevano annunciato la Risurrezione di Cristo.
A beatificarla 30 anni dopo fu Pio XI . Fu canonizzata nel 1940 da Pio XII che la definì “stella del suo Pontificato” (Dicastero delle Cause dei Santi )
 
O Padre, che nella tua immensa bontà
estendi a tutti i popoli il dono della fede,
guarda i tuoi figli di elezione,
perché coloro che sono rinati nel Battesimo
siano rivestiti dell’immortalità beata.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 10 Aprile 2026
 
Venerdì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 4,1-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); Gv 21,1-14
 
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi. (Salmo Responsoriale),
 
Giovanni Crisostomo: È manifesto per tutti che questo è detto del Cristo, perché lui stesso ha citato questa profezia: Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori avevano scartato è diventata capo d’angolo? (Mt 21,42). I costruttori sono i giudei, i dottori della legge, gli scribi e i farisei che lo rifiutarono. Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio? (Gv 8,48) ... Costui non è da Dio, ma seduce la folla (cfr. Gv 7,12). Ora questo riprovato si è manifestato talmente approvato che è diventato testata d’angolo. Non una pietra qualunque è atta ad essere pietra angolare: è necessaria la pietra scelta, capace di unire due muri. Il profeta dice qui: respinto dai giudei e tenuto in nessun conto, è apparso talmente ammirabile che non solo si integra all’edificio, ma è lui che riunisce e tiene insieme i due muri. Quali muri? I credenti, giudei e gentili.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Opposizione giudaica - Felipe F. Ramos: Il miracolo compiuto da Pietro e, più ancora, il discorso kerygmatico dovevano suscitare necessariamente la reazione ostile delle autorità giudaiche che, qui, sono ricordate in due gruppi: da una parte, i sacerdoti e i sadducei (l’aristocrazia sacerdotale era composta, nella sua maggioranza, di sadducei) e dal l’altra, gli scribi e i farisei, due gruppi omogenei fra loro. Il primo era incaricato di tutto ciò che concerneva l’amministrazione del tempio e agiva per mezzo d’un ufficiale o controllore dal quale dipendeva tutto quello che potesse riguardare il tempio. Il loro intervento contro i discepoli era giustificato dal fatto che essi avevano piena giurisdizione nell’ambito del tempio, con la conseguente responsabilità. Questo gruppo di «sacerdoti-sadducei» si distingueva nettamente dall’altro, quello degli scribi e dei farisei, che era molto più dotto specialmente nella questione della risurrezione. Come sappiamo da altri passi del NT, i sadducei negavano ogni risurrezione. Insieme con Anna e Caifa, che conosciamo attraverso i racconti evangelici, sono ricordati qui anche Giovanni del quale sappiamo solo che fu il successore di Caifa, e Alessandro che ci è del tutto sconosciuto.
Il gruppo «sacerdoti-sadducei» decide l’arresto degli apostoli col pretesto dei disordini che la loro predicazione avrebbe potuto causare nell’area del tempio, della quale erano i veri responsabili, come abbiamo detto. Questo fu il motivo apparente; la realtà è che ci troviamo di fronte ai primi nemici della Chiesa. E la ragione della loro inimicizia, la vera ragione della loro opposizione agli apostoli e del loro arresto è la fede cristiana nella risurrezione di Cristo. Questa ragione però non poteva essere di chiarata pubblicamente, perché il gruppo dei farisei e de gli scribi ammetteva la risurrezione. Il ricordo di questo secondo gruppo è dovuta alla riunione del Consiglio del quale pure faceva parte.
La prima cosa che mette in rilievo la risposta di Pietro è che si è adempiuta la parola di Gesù, che garantiva ai suoi discepoli la presenza dello Spirito Santo che li avrebbe difesi quando fossero condotti davanti ai tribunali per la sua causa (Lc 12,11-12). Il processo o l’accusa rivolta agli apostoli diviene per essi un’occasione per presentare l’opera di Gesù.
La seconda affermazione di Pietro fa vedere l’anormalità di quell’interrogatorio: essi, infatti, sono interrogati in giudizio per un’opera buona, e non per un delitto. E l’opera buona compiuta, la guarigione del paralitico, dà a Pietro l’opportunità di risalire alla causa ultima del miracolo. Il paralitico è stato guarito nel nome e col potere di Gesù di Nazaret. Il ricordo solenne e completo del nome di Gesù davanti al Consiglio, e quindi, davanti all’intero Israele, offre a Luca l’occasione per mettere in rilievo l’essenza del kerygma cristiano: la morte e la risurrezione di Gesù, E il kerygma che essi, i giudei, dovrebbero accettare, perché è predetto nella Scrittura (Sal 118,22). L’immagine della pietra rigettata dai costruttori mette gli accusatori in grande disagio. Dio aveva ordinato ai dirigenti del suo popolo che costruissero una casa e diede loro una pietra di grande valore, ma essi la rigettarono. Dio ha disapprovato la loro condotta, e ha trasformato la pietra rigettata nella pietra angolare del fondamento sul quale è costruita la sua casa.
Infine, e come a conclusione, Pietro afferma che l’unica possibilità di salvezza è nel nome e nell’autorità di colui per causa del quale essi sono interrogati. La parola «salvezza» è usata qui nel senso di «guarigione» e di «salvezza» nel pieno senso della fede cristiana. Le affermazioni di Pietro equivalgono anche a una dichiarazione d’innocenza davanti al giudizio divino di tutti colora che accettano il nome di Gesù.
 
Vangelo
Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce.
 
Tra le righe possiamo sottolineare: la rete che non si spezza simboleggia l’unità della Chiesa nonostante la moltitudine di popoli (i pesci) che accoglie.
Il numero 153 va interpretato spesso come simbolo di universalità, questo deriva dal fatto che nell’antichità, tra i pescatori, si credeva che il numero 153 fosse la cifra dei pesci esistenti nei mari.
Il pasto sulla riva richiama l’Eucaristia e la familiarità che il Risorto ristabilisce con i suoi, trasformando la loro vita quotidiana.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
21,1-14
 
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
 
Parola del Signore.
 
Gesù si manifesta ai discepoli non più a Gerusalemme, teatro della sua passione, morte e risurrezione, bensì «sul mare di Tiberìade», dove aveva svolto gran parte della sua attività apostolica.
Simon Pietro aveva deciso di andare a pescare, una decisione condivisa da Tommaso, da Natanaele, dai figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, e da altri due discepoli anonimi. Una decisione che forse mette a nudo in Pietro e nei discepoli un sentimento di delusione (Cf. Lc 24,2: «noi speravamo...»).
L’iniziativa si conclude con un sonoro fallimento, «in quella notte non presero nulla»; una scena che racchiude senz’altro un richiamo simbolico: senza Gesù, «luce del mondo» (Gv 8,12), gli uomini precipitano nelle tenebre e senza di Lui gli uomini non possono realizzare le opere di Dio (Gv 9,4; 15,5).
Quando era già l’alba, Gesù si presenta sulla riva, ma i discepoli non lo riconoscono, elemento tipico delle apparizioni (Cf. Lc 24,16; Gv 20,14). Fanno però quanto viene loro comandato e traggono a terra la rete piena di una «grande quantità di pesci».
Questa sovrabbondanza richiama il miracolo di Cana (Cf. Gv 2,6), la moltiplicazione dei pani (Cf. Gv 6,11s), l’acqua viva (Cf. Gv 4,14; 7,37s), la vita data dal buon pastore (Cf. Gv 10,10), la pienezza dello Spirito data da Gesù (Cf. Gv 3,34).
A fronte di questo prodigio, il discepolo «che Gesù amava» riconosce nello sconosciuto il Risorto e lo riferisce a Pietro. La reazione di Pietro è repentina, propria del suo carattere impetuoso, si getta in acqua e raggiunge a nuoto la spiaggia; mentre gli altri trascinando la rete piena di pesci raggiungono la terra: «Ecco, dunque, la scena ormai completa di significato simbolico: gli Apostoli, con a capo Pietro, corrono verso Cristo, Cristo Risorto, trascinando la barca ricolma della pesca miracolosa!» (Massimo Biocco).
Pietro, ad un invito del Risorto, trae a terra la rete piena di «centocinquantatré grossi pesci». Un numero certamente  simbolico (Cf. Ez 47,10), ma la sottolineatura benché fossero tanti, la rete non si spezzò, sta a simboleggiare il fatto che la Chiesa, la “rete” di Dio (Mt 4,18-22), autenticamente fondata sulla parola di Gesù e sulla fede di Pietro (Cf. Mt 16,16), non si “spezzerà” nonostante la pavidità di molti cristiani e le persecuzioni degli uomini: «doppio miracolo quindi: la pesca abbondante e le reti che non si rompono. Anche nell’unica barca [nel racconto di Luca sono due] e nella rete che non si rompe molti vedono il simbolo dell’unità della Chiesa» (Giuseppe Segalla).
L’apparizione si conclude con un banchetto dove Gesù offre ai suoi discepoli pane e pesce arrostito (Cf. Mt 14,17-19).
 
Per approfondire
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): 1-14: Che questa pericope sia, a livello redazionale, una unità letteraria lo dimostra la inclusione fra l’introduzione del v. l [« Gesù si manifestò di nuovo »] e la conclusione del v. 14 [« Questa fu la terza volta che Gesù si manifestò »], una specie di cornice creata dal redattore intorno al quadro: la precedente tradizione dell’apparizione di Gesù. Sono due le scene successive, con ogni probabilità originariamente staccate (e questo spiega alcune incongruenze come il fatto che la colazione sia già preparata, mentre Gesù poi chiede di prendere dei pesci catturati): l) la pesca miracolosa, segno rivelatore della presenza del Signore risorto (21,2-8); 2) il banchetto del Signore con i suoi discepoli (21,9-13). Non possiamo qui addentrarci nei particolari. Mi pare comunque suggestiva l’ipotesi di Brown che il primo episodio raccontasse originariamente l’apparizione del Signore risorto a Pietro, in Galilea.
Nel kerygma è solo affermata o accennata questa apparizione, mai però raccontata (Mr 16,7; Lc 24,34; 1Co 15,35). L’apparizione sarebbe allora raccontata qui. Va notato infatti l’interesse concentrate sulla persona di Pietro come nel racconto analogo di Lc 5,1-11.
Il secondo episodio dev’essere il ricordo dell’apparizione del Signore al gruppo apostolico durante un banchetto, in cui si manifestò (Lc 24,41-43). Le apparizioni qui raccontate dovevano essere considerate prime apparizioni: la prima apparizione a Pietro e la prima apparizione ai discepoli in Galilea, secondo l’evangelista Mr che conserva la tradizione più areai a (Mc 16,7).
 
Portate un po’ del pesce che avete preso ora - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Gesù comandò ai discepoli di portare i pesci presi or ora (Gv 21,10). Fu Simon Pietro a salire sulla barca e a trarre a terra la rete, piena di 153 grossi pesci (Gv 21,11). Perché fu questo apostolo ad eseguire l’ordine del Signore? Con tale dettaglio si vuole insinuare il primato pastorale di Pietro, per preparare il brano immediatamente seguente? (Gv 21,15ss).
In verità la rete piena di 153 grossi pesci, che non si strappò (Gv 21,11), simboleggia la chiesa una e cattolica.
Il numero 153 infatti sembra indicare l’universalismo o la pienezza. Quindi Pietro trae la rete, perché costituito da Gesù guida e pastore della sua comunità (Gv 21,15ss). L’annotazione sull’assenza di lacerazioni nella rete (Gv 21,11) vuole insinuare l’unità della chiesa, a somiglianza della tunica di Gesù che fu conservata intera, non essendo stata strappata dai soldati (Gv 19,24).
Dopo che Pietro ebbe portato a terra i pesci, Gesù invitò i discepoli a mangiare (Gv 21,12), ripetendo alcuni gesti eucaristici (Gv 21,13), fatti in occasione della moltiplicazione dei pani (Gv 6,11). II Maestro con il segno della pesca prodigiosa ha rivelato senza equivoci la sua identità, perciò nessuno dei discepoli osava interrogarlo, perché sapevano che era il Signore (Gv 21,12) cioè Gesù, Messia e Figlio di Dio (Gv 20,31).
Sulle rive del lago di Tiberiade il Cristo prende il pane e lo dà ai discepoli e similmente il pesce (Gv 21,13).
Come dopo la moltiplicazione miracolosa dei pani Gesù compì dei gesti che hanno un chiaro significato eucaristico (Gv 6,11), così dopo la pesca prodigiosa prese il pane e lo diede ai discepoli; similmente fece con il pesce (Gv 21,13). Quindi anche in questo secondo passo è insinuato un analogo riferimento al sacramento della cena.
L’evangelista conclude il brano della pesca miracolosa, riallacciandosi al passo iniziale (Gv 21,1), specificando però che questa fu la terza apparizione di Gesù dopo la sua risurrezione dai morti (Gv 21,14). L’espressione «risorgere dai morti» s’incontra frequentemente nelle lettere paoline (cf. 1Ts 1,10; 2Tm 2,8; Rm 4,24 ecc.), essa però ricorre varie volte anche nel quarto vangelo (Gv 2,22; 12,1.9.17).
 
Chiara Lubich: Siamo ancora sul lago di Tiberiade. I discepoli, stanchi, stanno tornando a riva con le reti vuote. Ma Gesù li invita a gettare le reti « dalla parte destra della barca ».
E Pietro risponde a Gesù: «Sulla tua parola getterò le reti» (Lv 5,5).
Dopo una notte infruttuosa, un esperto nella pesca avrebbe potuto sorridere e rifiutarsi di accettare l’invito di Gesù a gettare le reti di giorno, momento meno propizio. Invece, passando oltre il suo ragionamento, Pietro si fidò di Gesù.
È questa una situazione tipica attraverso la quale anche oggi ogni credente, proprio perché credente, è chiamato a passare. La sua fede, infatti, è messa alla prova in mille modi.
Seguire Cristo significa decisione, impegno e perseveranza, mentre in questo mondo in cui viviamo tutto sembra invitare al rilassamento, alla mediocrità, al «lasciar perdere».
Occorre allora la forza di andare avanti, di resistere all’ambiente, al contesto sociale, agli amici, ai mass-media.
È una prova dura da combattere giorno per giorno, o meglio ora per ora.
Ma, se la si affronta e la si accoglie, essa servirà a farci maturare come cristiani, a farci sperimentare che le straordinarie parole di Gesù sono vere, che le sue promesse si attuano, che si può intraprendere nella vita un’avventura divina mille volte più affascinante di quante altre ne possiamo immaginare.
La condizione è una sola: fare anche oggi la scelta di Pietro: « Sulla tua “parola” ... ». Avere fiducia nella sua parola; non mettere il dubbio su ciò che egli chiede. Anzi: basare il nostro comportamento, la nostra attività, la nostra vita sulla sua parola.
Fonderemo così la nostra esistenza su ciò che vi è di più solido, sicuro, e contempleremo, nello stupore, che proprio là dove ogni risorsa umana viene meno, egli interviene, e che là, dove è umanamente impossibile, nasce la vita.
 
Tommaso d’Aquino ( In Jo. ev. exp., XXI): Il pesce arrostito è Cristo sofferente, che fu sopra i carboni accesi quando per suo ardore di carità verso di noi fu immolato sulla croce. Ef. 5,2: Cristo ha offerto a Dio Se stesso per noi, quale sacrificio di soave profumo.
Cristo infatti, in quanto nascosto per la sua Divinità merita il nome di pesce, che ha la proprietà di nascondersi sott’acqua; ma in quanto ci sostenta con la sua dottrina e ci dona il suo Corpo come cibo, è veramente pane.
Comanda che essi portino dei pesci pescati da loro, come per dire: “Io vi ho dato il dono della carità, ho arrostito il mio Corpo sulla croce e vi ho presentato il pane della dottrina, con il quale si costruisce e si consolida la Chiesa, ora è compito vostro raccogliere gli altri” ... Ecco perché comanda: “Portate un po’ del pesce preso da voi, cioè portate le vostre opere buone, a voi concesse”. M t. 5,16: Risplenda cosi la vostra luce dinanzi agli uomini, perché vedano le vostre opere buone. 
 
Testimoni di Cristo - Beato Antonio Neyrot, Martire: Nato a Rivoli (Torino) intorno al 1423, Antonio Neyrot entrò tra i Domenicani, ricevendo l’abito, nel convento di San Marco a Firenze, da sant’Antonino, il futuro arcivescovo della città. Si imbarcò per un pericoloso viaggio in Sicilia. La rotta era, infatti, battuta dai pirati: e se la prima volta gli andò bene, di ritorno dalla Sicilia per Napoli il nostro fu catturato. Era il 1458 e il religioso venne condotto come schiavo a Tunisi. Qui, sotto le pressioni dei saraceni, abiurò la fede e si sposò.
Ma gli apparve in sogno Antonino, nel frattempo morto, che lo invitò a pentirsi. Nel Giovedì Santo del 1460 rimise l’abito e professò pubblicamente la sua fede davanti al sultano. Un gesto che gli costò la vita. In seguito il corpo fu acquistato da mercanti genovesi e, nel 1469, Amedeo di Savoia lo fece portare a Rivoli, dove riposa. (Avvenire)  
 
Dio onnipotente ed eterno,
che nel mistero pasquale hai offerto all’umanità
il patto della riconciliazione,
donaci di testimoniare nelle opere
il mistero che celebriamo nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.