6 Aprile 2026
 
Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 2,14.22-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 15 (16); Mt 28,8-15
 
Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo.  (Sal 117,24 - Acclamazione al Vangelo).
 
Spirito Rinaudo: Per gli Ebrei, erano giorni memorabili, di gran festa e di gioia, quelli nei quali vedevano rinascere la loro nazione e la città santa dopo le tristezze dell’esilio e la rovina delle guerre; ciò significava per essi un nuovo inizio della loro storia, la riconferma della loro elezione da parte di Dio e la continuazione dell’alleanza. Per il mondo e per tutta l’umanità, il giorno della risurrezione di Cristo da morte segna veramente l’inizio di una èra nuova. La Chiesa saluta il sorgere di questo giorno con il canto celeste dell’alleluia e con il salmo 117.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Mode:  La citazione At 2,14.22-33 si riferisce a un passaggio fondamentale degli Atti degli Apostoli. Si tratta di una parte del primo grande discorso pubblico di san Pietro a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. 
Ecco i punti salienti del brano:
Il Discorso di Pietro: L’annuncio iniziale (v. 14): Pietro, insieme agli altri undici apostoli, si rivolge alla folla spiegando gli eventi prodigiosi appena accaduti con la discesa dello Spirito Santo.
Gesù il Nazareno (vv. 22-24): Pietro presenta Gesù come un uomo accreditato da Dio attraverso miracoli e prodigi. Nonostante sia stato consegnato e ucciso per mano di pagani, Dio lo ha risuscitato, sciogliendo i legami della morte.
La profezia di Davide (vv. 25-31): Viene citato un salmo di Davide per dimostrare che il patriarca aveva previsto la risurrezione del Cristo. Pietro spiega che Davide è morto e sepolto, dunque non parlava di se stesso, ma del Messia la cui carne non avrebbe conosciuto la corruzione.
Testimonianza e Spirito (vv. 32-33): Gli apostoli si dichiarano testimoni oculari della risurrezione di Gesù. Egli, ora innalzato alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo ha effuso sui credenti. 
 
Vangelo
Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.
 
Maria di Màgdala e l’altra Maria, all’alba, vanno al sepolcro, non per ungere o imbalsamare il corpo di Gesù, come dicono Marco e Luca, ma per visitarlo. Matteo, infatti, ha già dato notizia delle guardie poste a custodia del sepolcro che impedivano a chiunque l’accesso, quindi le donne non potevano entrare nella tomba per ungere il corpo di Gesù. Al gran terremoto segue l’apparizione dell’angelo del Signore dall’aspetto come la folgore e in vesti bianche come neve. Sono elementi simbolici, derivati dalle teofanie apocalittiche (cfr. Dan7,9 e 10,6.8-9). Sono tutti motivi che si collegano ai temi della manifestazione di Dio e del giudizio. Con questi tratti Matteo ci offre un codice di lettura e ci apre il senso della risurrezione stessa: è il gesto escatologico finale di salvezza che impegna gli uomini in una risposta di fede. So che cercate Gesù, il crocifisso. “Non è qui…”, l’angelo del Signore non si limita ad affermare che il Cristo è risorto, ma attira l’attenzione sulla croce: la risurrezione è la vittoria della croce, ne svela il senso positivo e salvifico. La via dell’amore percorsa da Gesù non è dunque vana: contrariamente al giudizio degli uomini, essa è la via che porta alla vita e costruisce il mondo nuovo. Il giudizio di Dio è diverso da quello degli uomini. Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli (Mt 28,8): questo è il frutto più bello della Pasqua, chi ha incontrato il Risorto non può non correre per le vie del mondo per annunciare con grande gioia che la morte è stata ingoiata nella vittoria (1Cor 15,54). La pericope si conclude con il tentativo da parte del Sinedrio di mascherare la Risurrezione con il goffo suggerimento dato alle guardie di dire che il corpo del Crocifisso è stato trafugato mentre esse dormivano. Un goffo suggerimento che goffamente e maliziosamente si perpetua come litania a danno degli sprovveduti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 28,8-15
 
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
 
Parola del Signore.
 
I capi ebrei corrompono le guardie - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 8 Con timore e grande gioia; rilievo appropriato che indica lo stato psicologico delle pie donne, le quali, dopo le cose viste e sentite, provano un senso misto di turbamento e di contentezza. Si allontanarono... dal sepolcro; vari codici portano un altro verbo: uscirono (dal sepolcro), per armonizzare il testo di Matteo con quello di Marco (16, 8).
versetti 9-10 L’apparizione di cui parla Matteo va identificata molto probabilmente con quella riferita da Giovanni (20, 11-18); il quarto evangelista narra con ricchezza di particolari l’apparizione di Gesù risorto ad una sola donna: Maria Maddalena. Matteo attribuisce all’intero gruppo (venne loro incontro) ciò che è accaduto ad una sola donna: Maria di Magdala, usando il così detto «plurale di categoria» (cf. Mt., 2, 20; 24, 8; 27, 44). Gli strinsero i piedi; l’evangelista narra con affrettata sobrietà questa apparizione. Gesù prende l’iniziativa con le parole del saluto; le donne non dicono nulla, ma compiono un gesto pieno di rispettoso amore, esse si prostrano ai piedi del risorto per cercare di toccarli e baciarli. Non temete; il Maestro parla nuovamente per dissipare gli ultimi resti di turbamento. Ai miei fratelli, come in Gio., 5, 17; fino a quel momento Gesù non aveva mai usato quel termine per indicare i discepoli. Vadano in Galilea, là mi vedranno; l’espressione non indica che Gesù apparve ai discepoli soltanto in Galilea; Luca e Giovanni, come già è stato detto, narrano le apparizioni di Gesù ai discepoli avvenute in Giudea. Dal confronto con il passo di S. Paolo (1 Corinti, 15, 5-7), nel quale sono enumerate le varie apparizioni di Cristo, risulta che nessuno degli evangelisti ha inteso narrare tutte le apparizioni di Gesù risorto.
versetto 11 Alcuni dei soldati di guardia; alcune sentinelle si affrettarono più delle altre a raggiungere i gran sacerdoti per riferire l’accaduto. Matteo si limita a riportare il fatto senza indicare le modalità del rapporto compiuto dai soldati di guardia. La situazione era imbarazzante per gli uomini incaricati della vigilanza alla tomba. Non è necessario pensare che i soldati abbiano dato una spiegazione soprannaturale allo straordinario evento (questa spiegazione sarebbe stata derisa dai gran sacerdoti), ma è presumibile ritenere che le guardie, dal fatto che non sono accusate di diserzione, abbiano lasciato capire che gli avvenimenti di cui erano stati spettatori avevano una portata eccezionale.
versetti 12-14 Deliberarono di dare ai soldati molto denaro; la notizia di Matteo svela la bassezza morale dei nemici di Gesù. I gran sacerdoti e gli anziani, pur di nascondere l’evidenza dei fatti, non rifuggono dal corrompere i soldati con il denaro. Voi direte: i suoi discepolivenuti di nottelo rubarono mentre noi dormivamo; i sacerdoti con gli anziani istruiscono anche i soldati sul modo di spiegare il fatto; essi devono parlare di trafugamento della salma, non già di risurrezione. Indubbiamente la fragile diceria del trafugamento doveva essere detta alla gente, cioè a quella massa che, non riflettendo e non possedendo un potere discriminante, accoglie anche le notizie più impensabili; per l’autorità la diceria della rimozione notturna della salma non poteva costituire un argomento valevole. Noi lo convinceremo e non vi faremo aver noie; nel caso che il governatore venisse a conoscere la notizia ed aprisse un’inchiesta su la diserzione delle guardie, i sacerdoti assicurano alle sentinelle fuggite di evitare loro ogni noia. La sicurezza con la quale i sacerdoti parlano lascia intravedere che tra essi ed il procuratore vi erano mezzi d’intesa. Lo convinceremo (πείσομεν); alcuni esegeti ritengono che πείθω abbia qui il senso di: persuadere con denaro, cioè: corrompere con esso (cf. 2Maccabei, 4,45; 10,20).
versetto 15 I soldati accondiscendono ed accettano volentieri il denaro. Con quell’accomodamento e quell’assicurazione le sentinelle furono tranquillizzate; tirando le somme il loro servizio di vigilanza, fatta eccezione per la gran paura avuta, si chiudeva in attivo. Questa diceria si è sparsa tra i Giudei fino al giorno d’oggi; l’evangelista indica la fonte della sua informazione; egli ha appreso la notizia da circoli ebraici nei quali era corrente quella spiegazione dei fatti; anche S. Giustino (Contro Trifone, 108) attesta l’esistenza di questa diceria del trafugamento. Matteo, che probabilmente ha avuto un intento apologetico nel riportare l’episodio (28, 11-15), non nasconde una punta d’ironia nel suo racconto: i rappresentanti dell’ebraismo (i gran sacerdoti e gli anziani) ricorrono alla testimonianza di persone addormentate. S. Agostino rilevava la fragilità di questa diceria con una formula incisiva e mordacemente ironica: dormientes testes adhibes.
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Questo brano disorienta più di quello della costituzione del corpo di guardia (27,62-66). Tutto sembra predisposto e ponderato con prudenza. Ma quando avviene l’imprevisto, lo si deforma con una menzogna evidente. Delle guardie, quando mai possono ammettere di aver dormito? E se Pilato ne viene a conoscenza, come potrebbe passar sopra a una mancanza così grave? Che interesse dovrebbero avere le guardie a diffondere questa storiella? Eppure questa fama ha resistito per decenni tra i giudei.
E come potrà portar frutti il seme sparso, se il terreno viene “guastato” in questo modo? L’annuncio di quanto gli apostoli hanno visto e udito, come può trovare cuori pronti al accoglierlo, se questi sono stati già induriti?
Il discorso vale in primo luogo certamente per le guide del popolo, che hanno diretto il processo contro Gesù, disposto ed eseguito in tutte le sue fasi, fino a quest’ultima. Ma la menzogna si divulga e avvelena il popolo, e rende difficile diffondere la fede del messaggio della risurrezione! Benché abbia già fatto irruzione il tempo nuovo di Dio, satana può continuare la sua opera.
 
La risurrezione di Gesù: un avvenimento diverso: Catechismo degli Adulti 269: La risurrezione di Gesù può essere considerata un fatto storico? È questa una domanda importante per la fede. La risurrezione di Gesù si riflette nella storia con dei segni: il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto, la conversione e la testimonianza dei discepoli, i miracoli e altre manifestazioni dello Spirito. Tuttavia si tratta di un avvenimento non osservabile direttamente come i normali fatti storici: un avvenimento reale senza dubbio, ma di ordine diverso. I Vangeli narrano le sue manifestazioni, ma non lo raccontano in se stesso, perché non può essere raccontato. Le sue modalità rimangono ignote. Con la risurrezione, Gesù non è tornato alla vita mortale di prima, come Lazzaro, la figlia di Giàiro o il figlio della vedova di Nain; è entrato in una dimensione superiore, ha raggiunto in Dio la condizione perfetta e definitiva di esistenza. Non è tornato indietro, ma è andato avanti e adesso non muore più. Il nostro linguaggio non può descriverlo come veramente è: i risorti sono «come angeli nei cieli» (Mc 12,25) e il loro corpo è un «corpo spirituale» (1Cor 15,44), trasfigurato secondo lo Spirito, vero ma diverso da quello terrestre, come la pianta è diversa dal seme
 
Omelia per la santa Risurrezione del nostro Salvatore - Giovanni da Beirut (Hom. in Pascha): “Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d’amore con il sepolcro del Maestro, esse attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un ‘sepolcro tagliato nella roccia’ [Lc 23,53]. A queste donne in lacrime [cfr. Gv 20,11.13.15], due angeli luminosi [cfr. Gv 20,12; Lc 24,4] e abbaglianti come lampi di luce [cfr. Lc 24,4], davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente, mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita [cfr. Gv 11,25; 14,6] potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti [cfr. Lc 24,5]. Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: «“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?’ [Lc 24,5]. Fino a quando rimarrete così nell’errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e dispensatore di vita? La Luce [cfr. Gv 8,12; 1,4] è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno [cfr. Mt 27,63]. Il sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo [cfr. Gen 1,6-8]. Egli non è più avvolto dalle fasce [cfr. Lc 2,7-12]; egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte [cfr. Gv 11,43-44]. Andate via gioiose, correte ad annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione». Queste donne dunque, portate per il loro sesso al pessimismo e tuttora affezionate, per l’amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre di Paolo, con le quali anch’io, a mia volta, grido a voi nella letizia: ‘Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte’ [1Cor 15,20]. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Testimoni di Cristo - Santa Nicoletta Boylet, Vergine: È nata quando ormai i genitori - il carpentiere Roberto Boylet e sua moglie Caterina - non speravano più di avere figli. L’hanno chiamata Nicoletta (familiarmente Colette) in onore di Nicola di Bari, alla cui intercessione si attribuiva la sua nascita. Colette intraprende la sua complicata esperienza religiosa a 18 anni, dopo la morte dei genitori. E la conclude a 25 su consiglio del francescano Enrico di Baume, tornando fra le Clarisse, perché si sente chiamata alla riforma degli Ordini istituiti da san Francesco. Nel 1406, a Nizza, riceve il velo da Benedetto XIII, che l’autorizza a riformare i monasteri dell’Ordine e a fondarne di nuovi. Per alcuni anni, lei vede fallire gli sforzi di riforma, e solo nel 1410 ha il suo primo monastero rinnovato a Besançon, seguito poi da altri 16. Colette muore a Gand nel 1447. (Avvenire)

O Padre, che fai crescere la tua Chiesa
donandole sempre nuovi figli,
concedi ai tuoi fedeli di custodire nella vita
il sacramento che hanno ricevuto nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 5 Aprile 2026
 
DOMENICA DI PASQUA «RESURREZIONE DEL SIGNORE»

At 10,34a.37-43; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); Col  3,1-4; Gv 20,1-9

 
Prima Lettura
Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
 
 «Il discorso che Pietro rivolge a Cornelio è una sintesi della trama evangelica: la predicazione del Battista, il battesimo di Gesù, il suo ministero pubblico segnato dalla lotta contro il male, la crocifissione, la risurrezione, le apparizioni pasquali ai discepoli e la missione nel mondo. È l’annuncio che i primi predicatori proclamavano suscitando conversioni a Cristo ... Nella scena di Cornelio si ha quasi l’emblema di questa azione missionaria» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).
 
Dagli Atti degli Apostoli
At 10,34a.37-43
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Parola di Dio.
 
Benito Marconcini (Atti degli Apostoli)
 
La verità fondamentale di questo passo è l’imparzialità di Dio.
L’affermazione è gradita ai pagani che vi vedono la strada per entrare nella comunità e accettata dagli Ebrei che la conoscevano dal Deuteronomio.
In base ad essa si era operato un primo allargamento, l’equiparazione dei proseliti, in tutti i diritti e privilegi, agli Israeliti. La definizione di Gesù qualificato come «Signore di tutti» (10,36) è un’estensione della formula «Gesù è Signore» (2,36) rivolta ai soli Giudei. L’adesione a Cristo nella fede è possibile a qualsiasi uomo, e unisce i vari gruppi etnici. Gesù diventa allora un principio ermeneutico, capace di dare il giusto significato all’AT. Può apparire strano che Luca si riferisca all’AT, parlando a pagani che non hanno avuto come via di preparazione a Cristo la rivelazione storica. La giustificazione è da ritrovare nella convinzione lucana che ogni evento importante della vita della Chiesa, come l’ammissione dei pagani, doveva essere preannunciato. I testi ricercati per questa verità sono quelli di respiro ecumenico, contenenti il superamento di ogni privilegio di razza e di cultura: la risurrezione è connotata al «terzo giorno» come in Paolo (1Cor 15,3-4) e in alcuni testi evangelici (Lc 9,22; 18,33). È rievocata poi la vita pubblica dalla prima comparsa in Galilea per il battesimo, e si insiste sul valore dei miracoli (10,38) visti come segni manifestativi della potenza di Dio e soprattutto come autenticazione della missione di Gesù: egli è l’Unto di cui parlava Isaia (61,1), ripieno dello Spirito e capace di annunciare la pace. La sua forza salvifica derivante dal mistero della risurrezione è trasmessa attraverso la testimonianza apostolica. Noi siamo testimoni di quanto fece (10,39), testimoni prescelti che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione (10,41), ci ha ordinato di testimoniare (10,42): Dio ha voluto legare in qualche modo la salvezza di tutti in Cristo alla mediazione umana.
Come la Parola consegnata ai figli di Israele non limitò ad essi l’annuncio della pace, anche ora la testimonianza apostolica è solo di aiuto al raggiungimento della salvezza da parte di tutti: errato sarebbe parlare di un diritto del testimone chiamato solo a svolgere un servizio che, preceduto dalla testimonianza profetica, si prolunga in quella di tutte le generazioni.
Il primo catechista di Cornelio è Dio stesso: per questo Pietro può dire «voi sapete» (10,37) e può omettere la consueta esortazione finale, superflua a chi già possiede le qualità per una conversione. Rettitudine morale e apertura religiosa a Dio sono già una pre-evangelizzazione.
Su questo buon terreno cade la libera azione di Dio che effonde il suo Spirito. Questo, pur agendo all’interno dell’istituzione, ne rimane sovranamente libero. Unito sempre alla fede, lo Spirito è indipendente dal battesimo: la fede infatti è sempre richiesta; mentre il battesimo, che sanziona esteriormente l’appartenenza alla comunità, è l’ultima tappa del cammino di conversione, o, se vogliamo, ne è una condizione esterna necessaria. La gratuità dell’effusione dello Spirito è assoluta. Sarebbe errato pensare che sia dovuta alla mediazione del discorso di Pietro. Se infatti secondo 10,44 si potrebbe pensare a una causalità della parola (Pietro stava ancora pronunciando queste parole), la relazione che l’apostolo fa alla Chiesa di Gerusalemme non lascia alcun dubbio in proposito: avevo appena iniziato a parlare, quando lo Spirito Santo discese su di loro (11,15).
 
 
Salmo Responsoriale
Dal Salmo 117 (118)
 
R. Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci ed esultiamo.
 
Oppure:
 
R. Alleluia, alleluia, alleluia.
 
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre». R.
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore. R.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi. R.
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 5 dicembre 2001)
 
Canto di gioia e di vittoria 
 
1. Quando il cristiano, in sintonia con la voce orante di Israele, canta il Salmo 117 che abbiamo appena sentito risuonare, prova dentro di sé un fremito particolare. Egli trova, infatti, in questo inno di forte impronta liturgica due frasi che echeggeranno all’interno del Nuovo Testamento con una nuova tonalità. La prima è costituita dal v. 22: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Questa frase è citata da Gesù, che la applica alla sua missione di morte e di gloria, dopo aver narrato la parabola dei vignaioli omicidi (cfr Mt 21, 42). La frase è richiamata anche da Pietro negli Atti degli Apostoli: “Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 11-12). Commenta Cirillo di Gerusalemme: “Uno solo diciamo il Signore Gesù Cristo, affinché la filiazione sia unica; uno solo diciamo, perché tu non pensi che ve ne sia un altro … Infatti è chiamato pietra, non inanimata né tagliata da mani umane, ma pietra angolare, perché colui che avrà creduto in essa non rimarrà deluso” (Le Catechesi, Roma 1993, pp. 312-313).
La seconda frase che il Nuovo Testamento desume dal Salmo 117 è proclamata dalla folla nel solenne ingresso messianico di Cristo in Gerusalemme: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9; cfr Sal 117, 26). L’acclamazione è incorniciata da un “Osanna” che riprende l’invocazione ebraica hoshiac na’, “deh, salvaci!”.
 
2. Questo splendido inno biblico è collocato all’interno della piccola raccolta di Salmi, dal 112 al 117, detta lo “Hallel pasquale”, cioè la lode salmica usata dal culto ebraico per la Pasqua e anche per le principali solennità dell’anno liturgico. Il filo conduttore del Salmo 117 può essere considerato il rito processionale, scandito forse da canti per il solista e per il coro, sullo sfondo della città santa e del suo tempio. Una bella antifona apre e chiude il testo: “Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia” (vv. 1.29).
La parola “misericordia” traduce la parola ebraica hesed, che designa la fedeltà generosa di Dio nei confronti del suo popolo alleato e amico. A cantare questa fedeltà sono coinvolte tre categorie di persone: tutto Israele, la “casa di Aronne”, cioè i sacerdoti, e “chi teme Dio”, una locuzione che indica i fedeli e successivamente anche i proseliti, cioè i membri delle altre nazioni desiderosi di aderire alla legge del Signore (cfr vv. 2-4).
 
3. La processione sembra snodarsi per le vie di Gerusalemme, perché si parla delle “tende dei giusti” (cfr v. 15). Si leva, comunque, un inno di ringraziamento (cfr vv. 5-18), il cui messaggio è essenziale: anche quando si è nell’angoscia bisogna conservare alta la fiaccola della fiducia, perché la mano potente del Signore conduce il suo fedele alla vittoria sul male e alla salvezza.
Il poeta sacro usa immagini forti e vivaci: gli avversari crudeli sono paragonati ad uno sciame d’api o a un fronte di fiamme che avanza riducendo tutto in cenere (cfr v. 12). Ma la reazione del giusto, sostenuto dal Signore, è veemente; per tre volte si ripete: “Nel nome del Signore li ho sconfitti” e il verbo ebraico evidenzia un intervento distruttivo nei confronti del male (cfr vv. 10.11.12). Alla radice, infatti, c’è la destra potente di Dio, cioè la sua opera efficace, e non certo la mano debole e incerta dell’uomo. Ed è per questo che la gioia per la vittoria sul male si apre ad una professione di fede molto suggestiva: “Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza” (v. 14).
 
4. La processione sembra essere giunta al tempio, alle “porte della giustizia” (v. 19), cioè alla porta santa di Sion. Qui si intona un secondo canto di ringraziamento, che è aperto da un dialogo tra l’assemblea e i sacerdoti per essere ammessi al culto. “Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore”, dice il solista a nome dell’assemblea processionale. “È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (v. 20), rispondono altri, probabilmente i sacerdoti.
Una volta entrati si può dar voce all’inno di gratitudine al Signore, che nel tempio si offre come “pietra” stabile e sicura su cui edificare la casa della vita (cfr Mt 7, 24-25). Una benedizione sacerdotale scende sui fedeli, che sono entrati nel tempio per esprimere la loro fede, elevare la loro preghiera e celebrare il culto.
 
5. L’ultima scena che si apre davanti ai nostri occhi è costituita da un rito gioioso di danze sacre, accompagnate da un festoso agitare di fronde: “Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare” (v. 27). La liturgia è gioia, incontro di festa, espressione dell’intera esistenza che loda il Signore. Il rito delle fronde fa pensare alla solennità ebraica delle Capanne, memoria del pellegrinaggio di Israele nel deserto, solennità nella quale si compiva una processione con rami di palme, mirto e salice.
Questo stesso rito evocato dal Salmo si ripropone al cristiano nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, celebrato nella liturgia della Domenica delle Palme. Cristo è osannato come “figlio di Davide” (cfr Mt 21, 9) dalla folla che, “venuta per la festa … prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!” (Gv 12, 12-13). In quella celebrazione festosa che, però, prelude all’ora della passione e morte di Gesù, si attua e comprende in senso pieno anche il simbolo della pietra angolare, proposto in apertura, acquisendo un valore glorioso e pasquale.
Il Salmo 117 rincuora i cristiani a riconoscere nell’evento pasquale di Gesù “il giorno fatto dal Signore”, in cui “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Col Salmo essi possono quindi cantare pieni di gratitudine: “Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza”(v. 14); “Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso” (v. 24).
 
 
Seconda Lettura
Cercate le cose di lassù, dove è Cristo.
 
Il credente è già risorto con Cristo, partecipando realmente alla sua vita celeste: «Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Ef 2,6-7).
Questa certezza deve far sì che il credente orienti decisamente la sua vita alla conquista del Cielo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1-3). Un orientamento sostenuto da una attesa: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,4). Una certezza sostenuta e alimentata da una vita azzima, cioè da una vita preservata dal lievito del male.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési
Col 3,1-4
 
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
 
Parola di Dio.
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo)
 
La partecipazione alla «morte» di Cristo è solo un aspetto del battesimo; l’altro aspetto è anche più radioso e consolante, ed è la partecipazione alla sua «resurrezione». Difatti Cristo non è più morto, ma ora è l’eterno Vivente (cfr. Rom. 6,9-10). I cristiani perciò devono vivere la vita di colui che è ormai la loro «vita» (v. 4); la loro «mente» non deve più avere il gusto delle cose terrene, ma di quelle «celesti» (v. 2).
Il «corpo» però non può essere separato dalla sua testa. Questa vita spirituale, che non si vale di lustro a di clamori a di pratiche esteriori, come insegnavano i falsi dottori di Colossi, partecipa attualmente allo stato di «nascondimento» di Cristo (v. 3), invisibile ai nostri occhi e inafferrabile, anche se realissimo. Proprio per questo il mondo, che cerca il luccichio e la esibizione, non sa apprezzare il pregio dell’autentica vita cristiana. Al ritorno «glorioso» di Cristo (v. 4) però anche i cristiani saranno ammantati, nel loro stesso corpo, del suo splendore di «gloria» e «rifulgeranno» quasi «stelle» per tutta l’eternità (cfr. Sap. 3,7).
In questo «intermezzo» la creatura si strugge nell’attesa della perfetta «rivelazione della gloria dei figli di Dio» (Rom. 8,19.21). Tuttavia rimane la sostanza del fatto: anche al presente il cristiano già «siede nei cieli in Cristo Gesù» (Efes. 2,6), partecipando realmente alla sua «vita». Cristo è «vita nostra» (v. 4) anche in questa opaca fase terrena.
 
Oppure  
 
Seconda Lettura
Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova.
 
L’esortazione è a togliere dalla vita ciò che non è stato ancora purificato.
Il riferimento è alla festa degli azzimi, durante la quale veniva eliminata dalle case ogni traccia di lievito vecchio e si mangiava solo pane non lievitato (simbolo di purezza e integrità). Da qui Paolo prende lo spunto per ricordare che la morte di Cristo - agnello pasquale immolato per la nostra salvezza - continua nella novità e nella purezza di vita della comunità cristiana.
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 5,6-8
 
Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi.
E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.
 
Parola di Dio.
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo)
 
La scomunica dell’incestuoso, oltre che per il male in sé, si impone anche per impedirne l’effettiva possibilità di contagio: infatti basta un po’ di lievito per «far fermentare tutta la pasta» (v.6).
Questo proverbio, che ritorna anche in Gal. 5,9, suggerisce all’Apostolo lo spunto per un’applicazione morale, resa più facile dall’imminenza della Pasqua ebraica di quell’anno (la lettera, come sappiamo, dovette essere scritta all’incirca nella primavera del 56 o del 57). Infatti, secondo le prescrizioni dell’Esodo (12, 15-20; 13,7), durante tutto il periodo della festa di Pasqua gli Ebrei dovevano mangiare solo «pane azzimo» (vv.7-8), cioè non fermentato, e gettar via qualsiasi residuo di precedente «fermento».
Per i cristiani però la «Pasqua» vera è Cristo che, con la sua «immolazione» cruenta» (v. 7), ha sostituito per sempre l’antico Agnello pasquale (cfr. Giov. 19,36). È giusto perciò «celebrare» questa nuova «festa» pasquale con gli «azzimi della sincerità e della verità», invece che con il vecchio «lievito» (v. 8), simbolo della perversità e della malizia della vita passata.
Come si vede, S. Paolo prende il «lievito» quale simbolo del male, come aveva fatto anche Gesù parlando del «lievito dei Farisei e di Erode» (Mar. 8, 15), da cui dovevano ben guardarsi i suoi discepoli; per naturale contrasto gli «azzimi» rappresentano la genuinità, la «sincerità», la freschezza del bene e dei sentimenti dell’animo, la gioia della festa pasquale. «Pasta novella» è il cristiano (v.7), «nuova creatura» (2Cor. 5, 17), fresca ancora del contatto plasmante delle mani del Padre celeste.
A parte il fatto che il pensiero della Pasqua e l’applicazione morale siano stati suggeriti all’Apostolo dall’imminente festa ebraica, egli intende dire ai cristiani che la loro «Pasqua», cioè la loro adesione al Cristo morto e risorto, non finisce mai, né mai conseguentemente finisce il loro impegno di essere sempre «azzimi» (v. 7).
Già S. Giovanni Crisostomo scriveva: «Ogni tempo è festa per i cristiani» (P. G. 60, 125). Più bella ancora l’espressione di Clemente Alessandrino: «Tutta la vita del cristiano è una santa festività» (Stromata, 7,7: P. G. 9, 469).
Meravigliosa questa tonalità e festosità pasquale di cui vive e si adorna la vita dei redenti!
 
 
SEQUENZA
 
Alla vittima pasquale,
s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’Agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato
noi peccatori col Padre.
 
 Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa.
 
«Raccontaci, Maria:
che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente,
la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto:
precede i suoi in Galilea».
Sì, ne siamo certi:
Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso,
abbi pietà di noi.
 
Acclamazione al Vangelo
 
Alleluia, alleluia.
 
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato:
facciamo festa nel Signore. (Cf. 1Cor 5,7-8)
Alleluia.
 
 
Vangelo
Egli doveva risuscitare dai morti.
 
Nonostante che siano state le donne, e in modo particolare Maria di Magdala, le prime a recarsi alla tomba, sono tuttavia Pietro e Giovanni i primi ad entrarvi e ad osservare «i teli posati là, e il sudario ... avvolto in un luogo a parte», segni che rivelano tangibilmente la risurrezione di Cristo: infatti, era «inammissibile che un ladro lasciasse le cose così in ordine. La conclusione non andava certo troppo lontano» (Felipe F. Ramos). Che sia Pietro ad entrare, e non l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, lascia intravedere che già allora a Pietro era riconosciuta una certa preminenza (Cf. Gv 21,15-17).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
 
Parola del Signore.
 
La notte è avanzata, il giorno è vicino (Rom 13,12)
 
Quando si compivano i tragici fatti del Calvario, in quell’anno, la festa di Pasqua cadeva di sabato: Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il Sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato - chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via (Gv 19,31).
Il sabato, giorno di riposo settimanale, era consacrato al Signore Dio che aveva riposato nel settimo giorno della creazione (Cf. Es 20,8-11; Gen 2,2-3).
Per non violare il sabato che imponeva il riposo e l’astensione da ogni lavoro manuale, Maria di Magdala attende il primo giorno della settimana per recarsi al sepolcro.
L’espressione il primo giorno della settimana richiama il giorno primo della creazione, quando Dio separò le tenebre dalla luce (Gen 1,3-5). Con la risurrezione di Gesù ha inizio una nuova settimana, una nuova creazione: il primo giorno di questa nuova ricreazione è diventato «per i cristiani, il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore [“dies dominica”], la “Domenica”» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2174).
L’evangelista Giovanni non specifica il motivo per cui Maria di Magdala va alla tomba. Matteo dice per visitare il sepolcro (Mt 28,1). Marco, invece, riferisce che Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome, avendo comprato degli oli aromatici, si erano recate al sepolcro per ungere il corpo di Gesù (Mc 16,1; Cf. Lc 24,1).
Quando era ancora buio, una nota che mette in evidenza l’attesa trepida di Maria di Magdala: stare lontano da quella tomba doveva essere un vero martirio e così quando la Legge permise di riprendere il cammino, Maria, si reca immantinente al sepolcro per riabbracciare il corpo esanime del Maestro.
Molto probabilmente, secondo gli usi del tempo, la pietra del sepolcro era stata intonacata (Cf. Mt 23,27) e quindi era ben visibile al buio. Qui, come nel caso di Nicodemo (Cf. Gv 3,2) e di Giuda (Cf. Gv 13,30), «l’indicazione delle tenebre esteriori non è priva di valenze simboliche. Nel cuore di Maria di Magdala regna ancora il buio dell’angoscia. In realtà, nel vedere il sepolcro vuoto, reagisce col credere che l’abbiano portato via [Gv 20,2.13] e col pianto [Gv 20,1]. Ecco un “vedere” che si ferma al di qua della fede pasquale, rimanendo nel buio della incomprensione» (Adrian  Schenker - Rosario Scognamiglio).
Hanno portato via il Signore dal sepolcro ... Maria di Màgdala pensa che il corpo di Gesù sia stato rubato. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava: all’annuncio della  donna, i due discepoli corrono al sepolcro.
La tradizione ha ravvisato nel compagno di Pietro l’apostolo Giovanni, l’autore del quarto Vangelo.
L’altro discepolo, giunto per primo, si china, per entrare nel sepolcro, vede i teli posati là, ma non entra. Sarà Pietro ad entrare, una nota, forse, per sottolineare la sua autorità, ma non è opportuno forzare il senso del testo giovanneo per provare il primato di Pietro. I teli attirano immediatamente l’attenzione dei due discepoli in quanto non sono abbandonati in disordine, ma posati, «come un involucro sgonfio, dopo aver perso il proprio contenuto. Il dettaglio ripetuto due volte, è importante per l’evangelista: lascia intendere che con la risurrezione, il corpo di Gesù ha lasciato i teli che lo racchiudevano» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).
Dai teli, l’attenzione si sposta al sudario, in quanto non era stato posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Un indizio che «indica con chiarezza che la salma del Maestro non è stata rubata, perché i ladri non si sarebbero affatto preoccupati di piegare il sudario. Quindi Gesù si è liberato da solo dalle lenzuola e dal sudario che lo avvolgevano, mentre Lazzaro dovette essere sciolto da altri [Gv 11,44], segno che non ha raggiunto la risurrezione finale» (Alberto Salvatore Panimolle).
Dopo Pietro anche l’altro discepolo entra e vide e credette. Il “vedere” è un tema caratteristico di tutta l’opera giovannea. Si riferisce anzitutto «all’esperienza fisica dei sensi, vista, udito, tatto ... approfondita poi col guardar dentro e l’ascoltare intentamente gli intimi significati [1Gv 1,1.3], ma che giunge al suo traguardo solo con la contemplazione della Vita che si autorivela [1Gv 1,2]. Questo sviluppo di “visione” porta all’annuncio e ad un parallelo sviluppo di “comunione”, koinonia, umano-divina [1Gv 1,3.6-7; Cf. Gv 1,39.50-51]» (Bruno Barisan).
Dal contesto si può comunque pensare a una fede iniziale, forse basata sul «segno» della tomba vuota, dei lini ben ordinati giacenti a terra, della pietra rovesciata. Giovanni, stupito per l’assenza del corpo di Gesù, non capisce, non sa ancora che il Maestro è risuscitato da morte. Ciò spiega il senso del versetto che conclude la pericope: Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura.
La Scrittura potrebbe essere intesa in generale oppure a un testo specifico.
Nella predicazione, gli Apostoli fanno ricorso al Salmo 16,9-10 (Cf. At 2,27.31) oppure a Osea 6,2. La fede dei discepoli, comunque, doveva essere portata a compimento dall’apparizione del Risorto e, allora, dolce si farà il rimprovero: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29).
 
 
Gregorio Magno, Hom. 26, 10-11
 
La festa degli uomini e la festa eterna
 
Ecco, noi stiamo celebrando le feste pasquali; ma dobbiamo vivere in modo tale da meritare di giungere alla festa eterna. Passano tutte le feste che si celebrano nel tempo. Cercate, voi che siete presenti a queste solennità, di non essere esclusi dalla solennità eterna. Cosa giova partecipare alle feste degli uomini, se poi si è costretti ad essere assenti dalle feste degli angeli? La presente solennità è solo un’ombra di quella futura. Noi celebriamo questa una volta l’anno per giungere a quella che non è d’una volta l’anno, ma perpetua. Quando, al tempo stabilito, noi celebriamo questa, la nostra memoria si risveglia al desiderio dell’altra. Con la partecipazione, dunque, alle gioie temporali, l’anima si scaldi e si accenda verso le gioie eterne, affinché goda in patria quella vera letizia che, nel cammino terreno, considera nell’ombra del gaudio. Perciò, fratelli, riordinate la vostra vita e i vostri costumi. Pensate come verrà severo, al giudizio, colui che mite risuscitò da morte. Certamente nel terribile giorno dell’esame finale egli apparirà con gli angeli, gli arcangeli, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà, allorché i cieli e la terra andranno in fiamme e tutti gli elementi saranno sconvolti dal terrore in ossequio a lui. Abbiate davanti agli occhi questo giudice così tremendo; temete questo giudice che sta per venire, affinché, quando giungerà, lo possiate guardare non tremanti ma sicuri. Egli infatti dev’essere temuto per non suscitare paura. Il terrore che ispira ci eserciti nelle buone opere, il timore di lui freni la nostra vita dall’iniquità. Credetemi, fratelli: più ci affannerà ora la vista delle nostre colpe, più saremo sicuri un giorno alla sua presenza.
Certamente, se qualcuno di voi dovesse comparire in giudizio dinanzi a me domani insieme al suo avversario, passerebbe tutta la notte insonne, pensando con animo inquieto a cosa gli potrebbe essere detto, a come controbattere, verrebbe assalito da un forte timore di trovarmi severo, avrebbe paura di apparirmi colpevole. Ma chi sono io? o cosa sono io? Io, tra non molto, dopo essere stato un uomo, diventerò un verme, e dopo ancora, polvere. Se dunque con tanta ansia si teme il giudizio della polvere, con quale attenzione si dovrà pensare, e con quale timore si dovrà prevedere il giudizio di una così grande maestà?
 
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio unigenito,
hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna,
concedi a noi, che celebriamo la risurrezione del Signore,
di rinascere nella luce della vita,
rinnovati dal tuo Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.