3 Maggio 2026
 
V Domenica di Pasqua
 
At 6,1-7; Salmo Responsoriale dal Salmo 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12
 
«Io e il Padre siamo una cosa sola» - Didimo di Alessandria, De Trinit. III, 2, 8: Se, come scrive Paolo agli Ebrei, l’Unigenito è lo splendore della gloria, il carattere della sostanza e l’immagine del Dio incorruttibile, invisibile ed eterno (cf. Rm 1,20; 1Tm 1,17), e se egli è verace quando afferma “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9) e “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), certamente è consustanziale eterno e uguale, al punto che è simile in tutto a Dio Padre e in nulla differisce da lui. Infatti, luce da luce e non «eterousio» (cioè con “diversità di sostanza”) è generato, né inferiore. Il carattere della sostanza indica l’identità ed esclude ogni diversità di natura, di gloria e di onnipotenza; l’immagine razionale denota l’uguaglianza e la somiglianza; e chi vede una creatura, non vede l’Increato. Afferma infatti che le ipostasi sono una cosa sola per la divinità, e distingue le persone nell’unità dell’essenza.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo: Per superare alcune frizioni, sorte a motivo di una cattiva gestione dei beni destinati ai poveri e alle vedove, gli Apostoli decidono di consacrare sette diaconi. Nel nome dei Dodici presiederanno al servizio delle mense e ai bisogni degli indigenti della comunità, in maniera tale che tale servizio sia compiuto nel migliore dei modi e con equità, senza discriminazioni. Diacono significa servo e servizio significa mettersi a disposizione della missione della Chiesa con tutte le proprie forze e con le proprie doti. Tutto l’operare del cristiano, nella Chiesa e nel mondo, l’annuncio della parola, la cura dei poveri, dei malati o la più modesta delle attività professionali è servizio.
 
Seconda Lettura - Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale: San Pietro tratteggia con parole efficaci la dignità sacerdotale di tutti i cristiani. Possiamo così riassumere i rapporti dei cristiani sacerdoti con Cristo sacerdote: «Cristo fu sacerdote in croce per l’umanità e tutti i cristiani devono portare la propria croce per i fratelli [Mt 20,22; 26,39]. Tutti devono divenire come Cristo “sacrificio e oblazione” [Fil 2,17] mediante la fede e offrire se stessi come ostia vivente, santa e gradita a Dio [Rom 12,1]. Ma tutti sono sacerdoti anche perché capaci di un ministero liturgico nella partecipazione attiva al sacrificio eucaristico, ai sacramenti, alla preghiera liturgica» (Vincenzo Raffa).
 
Vangelo
Io sono la via, la verità e la vita.
 
Per una migliore comprensione delle parole di Gesù il brano evangelico si può dividere in due parti.
Nella prima parte vengono messi in risalto i seguenti punti: Gesù ritorna alla casa del Padre per preparare un posto ai suoi amici; Gesù tornerà dai suoi amici, dopo la sua morte, per stare insieme con loro per sempre. Nella seconda parte Giovanni vuol suggerire almeno due cose: Gesù è l’unico rivelatore del Padre; Gesù è l’unica via che conduce al Padre e in questo senso è anche l’unica via che congiunge Cielo e terra. Seguire Gesù-Via è porsi alla sua sequela, comportarsi come Lui si è comportato (Cf. 1Gv 2,6), avere i suoi stessi sentimenti (Cf. Fil 2,5) e questo è il mezzo eccellente per arrivare alla casa del Padre.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,1-12
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
 
Parola del Signore.
 
Chi ha visto me, ha visto il Padre - Ai discepoli turbati, Gesù rivela di essere il Figlio di Dio, uguale al Padre e invita i discepoli ad avere fede in lui.
Non sia turbato il vostro cuore: la passione è imminente, Gesù ha preconizzato il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro; l’atmosfera è satura di tristezza, di domande alle quali i discepoli non sanno dare risposte convincenti, si avverte un futuro prossimo gravido di dolore e di angoscia, si respira un clima di attesa e di stupore. Le parole di Gesù ricordano le parole che Mosè, prima di morire, rivolse agli israeliti nel momento di entrare nella Terra promessa: non spaventatevi e non abbiate paura dei nemici (Dt 1,29). Qui il nemico è il mondo sottomesso a Satana (Cf. Gv 13,27; 16,33).
Nell’espressione Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Credete in Dio, e credete anche in me), tra le traduzioni possibili, i due verbi (credere) possono essere tradotti con il presente indicativo: Voi credete (già) in Dio e credete anche in me.
Se così è, Gesù vuol dire ai suoi amici (Cf. Gv 15,15): voi già avete la fede, dovete semplicemente continuare a credere, non fermatevi davanti a quanto vi ho preannunziato (i due tradimenti e la sua morte) e a quello che sto per svelarvi. Per Giovanni «la fede in Dio e in Gesù è una sola: se si scuote la fede in Dio, cede anche quella in Gesù. I discepoli sono invitati a continuare a tenersi saldi al Padre di Gesù. Gesù torna presso di Lui per preparare loro un posto» (Gianfranco Nolli).
Vado a prepararvi un posto: Gesù non si discosta dal linguaggio comune dei suoi conterranei. Gli ebrei credono che in cielo vi siano le dimore dei giusti (Cf. Lc 16,9; Mc 10,40).
Gesù fa due promesse agli Apostoli: quella di preparare loro un posto nella casa del Padre e quella di ritornare per prenderli per sempre con lui. Anche questa promessa può avere diverse traduzioni: Gesù ritornerà alla morte di ogni singolo apostolo, giorno in cui ciascuno sarà accolto dal Signore e introdotto nella visione di Dio; oppure alla fine dei tempi (sarebbe un raro richiamo alla parusia [Cf. Gv 2, 28]); oppure dopo la morte, con la risurrezione. Probabilmente tutti e tre questi significati sono contemporaneamente presenti, secondo lo stile pregnante del quarto evangelista. Ma al di là del significato, Gesù sta assicurando ai suoi discepoli che sarà con loro e rimarrà ad essi unito «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Una promessa che si realizza nella Chiesa e soprattutto nel cuore di chi si apre a Lui, per mezzo della fede.
Voi conoscete la via: alla perplessità di Tommaso, Gesù si proclama la via, cioè l’unico mediatore per giungere al Padre. Non si può incontrare Dio e vivere in comunione con lui se non per mezzo di Gesù, in quanto è il Rivelatore definitivo che dona la vita per la salvezza del mondo.
Io sono via, la verità e la vita. Queste parole hanno valore epesegetico: come ci suggerisce Ignace de la Potterie il senso della dichiarazione di Gesù è «Io sono la via, perché sono la verità e quindi anche la vita». Gesù è la via, «cioè il mediatore verso il Padre, perché ne è la rivelazione totale, l’epifania del suo amore salvifico [aletheia = verità]», ed è la vita in quanto «comunica ai credenti la vita stessa del Padre, di cui è in pieno possesso» (Angelico Poppi).
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio ... Tommaso, l’apostolo incredulo (Gv 20,27), dice di non conoscere la via della verità e della vita pur avendola davanti. I sensi sono inutili, occorre mettere in campo la fede: bisogna «conoscere che Gesù è l’Unigenito del Padre per riconoscere che Dio è il Padre che ci ama [Gv 3,14]» (Bibbia di Gerusalemme). Allo stupore segue la rivelazione. Gesù e il Padre sono una «cosa sola» (Gv 10,30): «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me». Chi vede Gesù vede il Padre. È il vedere della fede, non della visione. Ma lo stesso testo giovanneo afferma che il Padre e il Figlio sono due persone distinte: Gesù dichiara di recarsi dal Padre per preparare un posto ai suoi discepoli, è la via che conduce gli uomini al Padre, infine i seguaci devono credere in Lui e nel Padre. Il Padre e il Figlio, pur vivendo l’uno nell’altro, sono due Persone distinte e quindi non vanno confuse. Gesù è pertanto vero Uomo e vero Dio. Un’affermazione che aveva precedentemente provocato un tentativo di lapidazione, perché considerata blasfema dai Giudei (Cf. Gv 10,30-31).
Gesù chiede ai suoi Apostoli un supplemento di fede che può essere rinforzata dalla memoria delle opere da lui compiute. È un invito a leggere la vita del Maestro alla luce della fede, una lettura però attualmente ardua perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: il «Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Solo quando riceveranno lo Spirito Santo comprenderanno la personalità misteriosa del Cristo: come egli ha compiuto le Scritture (Cf. Gv 5,39), quale sia il senso delle sue parole e dei suoi insegnamenti (Cf. Gv 2,19), dei suoi atti, dei suoi «segni», delle sue opere (Cf. Gv 14,16; 16,13; 1Gv 2,20s), della sua passione, morte e risurrezione (Cf. Lc 24,25-26).
Chi crede in me, anch’egli compirà le opere ... Non si intenda che il discepolo sarà più grande del Maestro. Queste opere grandi sono il molto frutto che i discepoli porteranno restando uniti a Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Solo la fede in Gesù, e la comunione con lui, donerà al discepolo di partecipare al suo potere di rimettere i peccati e di dare la vera vita attraverso l’opera dello Spirito Santo.
 
Per approfondire
 
Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo - La Bibbia di Navarra (Vol. II): 1-6. Comincia una nuova sezione del libro, introdotta dalla presentazione di due gruppi di cristiani convertiti, distinti secondo la loro provenienza Ellenisti ed Ebrei. A partire da questo capitolo i cristiani vengono designati con il nome di discepoli. In questo modo il termine «discepoli» viene applicato non più solamente ai dodici apostoli e a coloro che avevano seguito assiduamente il Signore durante la sua vita terrena, ma a tutti i battezzati. Gesù è infatti il Signore della sua Chiesa e il Maestro di tutti: dopo la sua ascensione al cielo insegna, santifica e governa i cristiani, dapprima attraverso il ministero desti apostoli e, successivamente, mediante il ministero dei loro successori, il Papa e i vescovi, coadiuvati dai presbiteri.
Gli ellenisti erano Ebrei nati e vissuti per qualche tempo fuori della Palestina. Parlavano il greco e utilizzavano proprie sinagoghe, in cui si adoperavano versioni greche della Sacra Scrittura. Possedevano una certa cultura greca, alla quale gli Ebrei non erano del tutto estranei. Gli Ebrei erano Giudei nati in Palestina, parlavano l’aramaico e usavano la Bibbia ebraica per il culto nelle sinagoghe. Questa distinzione in gruppi secondo la provenienza perdurò per un certo tempo nella comunità cristiana; ma non si deve parlare di divisione, e ancor meno di opposizione tra due frazioni del cristianesimo primitivo. Prima che fosse fondata la Chiesa, esisteva già a Gerusalemme una comunità ebraico-ellenistica ben organizzata, influente e relativamente numerosa. Il capitolo espone l'istituzione, da parte degli apostoli, dei diaconi, che è il secondo gruppo definito di discepoli - il primo è formato dai Dodici - al quale è dato un ministero nella Chiesa. [...].
5. Tutti i designati hanno nomi greci, uno di essi è un proselito, cioè un pagano per nascita inserito nel giudaismo mediante la circoncisione e l’osservanza delle Legge mosaica.
6. Gli apostoli costituiscono i sette diaconi nel loro ministero mediante la preghiera e l'imposizione delle mani. Il gesto dell’imposizione delle mani si trova diverse volte nell'Antico Testamento, specialmente come rito per l’istituzione dei leviti (cfr Nm 8, 10) e mezzo per trasmettere potere e spirito di sapienza a Giosuè, successore di Mosè a capo di Israele (Nm 27, 20; Dt 13, 9). I cristiani hanno conservato questo rito, che appare con una certa frequenza nel libro degli Atti. A volte è un gesto di guarigione (9, 12, 17; 28, 8), secondo la falsariga di quanto ha fatto il Signore in Luca 4, 40; altre volte costituisce un rito di benedizione, come nel commiato di Paolo e Barnaba per il loro primo viaggio apostolico (13, 3). Si usa anche come rito dopo il battesimo per l’effusione dello Spirito Santo (8, 17; 19, 5). In questo caso si tratta di un rito per l’istituzione di ministri della Chiesa ed è una vera sacra ordinazione, la prima riferita dal libro degli Atti (cfr 1 Tm 4, 14; 5,22; 2 Tm S, 22). «San Luca è breve: non dice come sono stati ordinati, ma semplicemente che ciò è avvenuto per mezzo della preghiera, poiché di una ordinazione si trattava. Un uomo impone le mani, ma è Dio che fa tutto. È sua la mano che tocca il capo dell’ordinato» (Om. sugli Atti, 14).
Il rito essenziale dell’ordinazione dei diaconi consiste nell’imposizione delle mani, fatta in silenzio, sul capo del candidato e in una preghiera perché Dio effonda lo Spirito Santo sulla persona dell’ordinando.
7. San Luca segnala di nuovo, come nei capitoli precedenti, la crescita della Chiesa. Si riferisce ora alla conversione di «un gran numero di sacerdoti». Si è pensato che forse questi sacerdoti appartenevano alla classe più modesta, come Zaccaria (cfr Lc 1, 5), e non alle grandi famiglie sacerdotali che aderivano al partito dei sadducei, nemici della Chiesa nascente (cfr 4, 1; 5, 17). Qualche esegeta ha suggerito la possibilità che fra quei sacerdoti se ne annoverassero alcuni della setta giudaica di Qumran. Nulla di sicuro è possibile dire e dobbiamo accontentarci della sobria menzione di san Luca.
 
Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali): Di regola, il Nuovo Testamento ha riletto i passi del tema della pietra d’inciampo, con una rilettura di carattere soprattutto cristologico, ma anche ecclesiologico. I motivi della pietra d’inciampo e della pietra angolare sono stati così ripresi in chiave nuovissima, con applicazioni originali. A volte più passi veterotestamentari sono stati abbinati per indicare dialetticamente il senso positivo e quello negativo della metafora della pietra.
Premettiamo il detto della fonte Q e testimoniato da Mt 3,9 e da Lc 3,8: Dio può suscitare figli suoi dalle pietre. Il Battista si rivolge così a quei giudei che fanno affidamento sulla loro discendenza da Abramo e si sottraggono pertanto all’esigenza di una rigorosa conversione di vita. Forse c’è allusione a Is 51,1-2: la grazia di Dio è azione liberamente sovrana e non legata a titoli di autoassicurazione di carattere religioso.
Nel Nuovo Testamento di grande rilievo è l’immagine della pietra angolare. Il Vangelo di Marco conclude la parabola dei vignaioli omicidi con la citazione del Sal 118,22: «Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete forse letto questa scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri» (Mc 12,9-11). Il riferimento dell’evangelista, sia pure allusivo, è alla glorificazione del crocifisso dopo la morte, in pratica alla sua risurrezione.
Dio reagirà al rifiuto omicida dei vignaioli, in cui sono raffigurati quanti tramano per la morte di Gesù, glorificando il suo figlio. Da parte sua Luca cita sì la prima parte del passo del Salmo 118, ma prosegue parlando del simbolo della pietra nella sua funzione giudicatrice e condannatrice: «Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà» (20,18).
At 4,10-11 si riferisce anch’esso al Salmo 118 ed espressamente applica il motivo allegorico della pietra scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo alla morte e risurrezione di Gesù.
In Ef 2,20-22 si sviluppa il tema figurativo dell’edificio, che è il popolo di Dio dei nuovi tempi, il quale ha come fondamento gli apostoli e i profeti e come pietra angolare Cristo Gesù, fonte della crescita della costruzione che diventa tempio santo di Dio.
In Rm 9,32-33 ritorna il tema della pietra d’inciampo, con citazione di Is 8,14, cui però Paolo abbina una allusione a Is 28,16 sulla fede come realtà che rende saldi: «Hanno urtato [i giudei increduli] così contro la pietra d’inciampo, come sta scritto: Ecco io pongo in Sion una pietra di scanda­lo e un sasso d’inciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso».
Comunque il passo neotestamentario che più sviluppa l’immagine della pietra angolare e dell’edificio è senz’altro 1Pt 2,4-8: «Stringendovi a lui [Cristo], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo; per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra angolare, sasso di inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati». Si noti che qui sono citati Is 28,16-8;14-15 e Salmo 118,32 e viene presentata la duplice funzione dell’immagine della pietra, positiva e negativa in rapporto stretto con la fede e l’incredulità. Inoltre questo passo unisce all’interpretazione cristologica dei passi veterotestamentari un’interpretazione ecclesiologica: i credenti sono pietre vive, in forza della pietra viva che è Cristo, dell’edificio nuovo che la grazia di Dio innalza, cioè del popolo dei nuovi tempi.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Il conforto per la separazione (v. 1-15). Il fine del Signore e dei suoi è l’al di là; il cielo è la casa del Padre e quindi la dimora di Cristo. Essere presso il Padre è lo stato di gloria.
La morte di Gesù non è che un rimpatrio, un ritorno là, donde era partito. Quella è la casa paterna non solo per lui, ma anche per i suoi, perché il divino Maestro afferma che colà ci sono molte dimore e che egli va a preparare una abitazione anche per loro. Questa preparazione non dipende, dunque solo dalla sua intercessione, ma dalla sua andata in cielo. Tutti quelli che sono uniti a Cristo, hanno diritto di cittadinanza in cielo. La società con lui porta con sé, fondato in lui e ottenuto da lui, il diritto comune alla casa paterna alla gloria celeste.
I suoi discepoli devono ancora rimanere sulla terra, ma Gesù verrà a prenderli per portarli a casa, uno per uno nell’ora della morte, e tutti insieme nella comunità dei suoi nel giorno della sua seconda venuta.
Vedere nel cielo la patria dell’anima, ha un’importanza essenziale. Il più delle volte gli uomini pensano il contrario; si aggrappano alla terra, considerandola come la loro patria e vedendo nella morte un viaggio verso l’ignoto.
In realtà per il credente è vero proprio l’opposto. Questi sa di essere in esilio quaggiù come un emigrante, uno straniero, un pellegrino. La morte è la strada che riconduce in patria non solo le singole anime, ma l’intera umanità. Il termine greco da cui deriva la parola parrocchia, «paroikia» significa appunto: esilio, luogo ove non si è casa propria.
La teologia della morte non è stata ancora sufficientemente sviluppata e la bellissima preghiera liturgica: «Profìciscere, anima christiana» («parti, o anima cristiana»), ci dà solo una pallida idea della grandezza di questo ritorno in patria. A causa della debole fede dei credenti la morte è stata rappresentata a tinte troppo fosche, nell’arte come nelle prediche, nelle pietre sepolcrali come nei canti funebri.
Certo, la violenta separazione dell’anima dal corpo è una tremenda conseguenza del peccato, ma questo è solo il lato esteriore, più appariscente. In realtà la morte non è che uno stadio di transizione dall’esilio alla patria, destinato ad essere superato nella risurrezione della carne, quando l’anima si ricongiungerà al corpo.
La via che conduce al fine è Cristo. Questo secondo tema viene introdotto dalla domanda di Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via?». Gesù risponde maestosamente: «Io sono la via, la verità e la vita». È la via perché solo attraverso di lui si va al Padre: è la verità, perché addita quella via; la vita perché egli stesso batte quella via, conducendovi anche i suoi verso la vita. Perciò le tre parole: «via, verità e vita» sono interdipendenti. Chi è nel Cristo possiede la verità sulla vita eterna, è sulla strada della vita, ha già un’anticipazione di quella vita di cui godrà un giorno nella pienezza. Ogni altra concezione della vita è una via sbagliata o - nella migliore delle ipotesi - una via traversa. Solo Cristo è la via giusta per andare alla vita.
Egli afferma inoltre di essere l’unica via: «Nessuno può venire al Padre mio se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma d’ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto».
Sono parole stupefacenti: finora i discepoli hanno visto lui, ma Egli e il Padre sono una cosa sola.
Questa dichiarazione, che approfondisce la verità che Cristo è l’unica via, è stata provocata dalla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», a cui Gesù ha risposto: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, o Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre».
Dunque lui e il Padre sono una cosa sola: chi vede lui, vede anche il Padre; chi è in lui è anche nel Padre; chi va con lui, va al Padre. Chiaro quindi che Egli sia la via, l’unica, la sola.
Tutto ciò si può comprendere solo nella luce della fede: «Credete a me, che io sono nel Padre e il Padre è in me».
Il cristianesimo non è dunque una religione tra tante altre, o - nella migliore delle ipotesi - la più perfetta forma di religione, ma è la religione. Cristo infatti è l’unico Figlio del Padre celeste e quindi la divina manifestazione del Padre.
 
Noi siamo il regno di Cristo - Ambrogio, De fide, V, 12, 150: Il Figlio dunque consegnerà al Padre il suo regno? Non vien meno a Cristo il regno che egli dà, ma anzi progredisce. Siamo noi il regno, poiché è stato detto a noi: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). E siamo prima regno di Cristo, poi del Padre; poiché sta scritto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Mentre sono in cammino, sono di Cristo; quando arriverò, sarò del Padre: ma ovunque per Cristo, e ovunque sotto Cristo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Filippo e Giacomo. Apostoli, la loro testimonianza incoraggiamento nella prova - «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi». In questo tempo in cui tutti ci sentiamo provati san Giacomo nella sua lettera ci ricorda che per i cristiani tutto va vissuto alla luce della fede, con gli occhi di Dio. Oggi la liturgia ricorda l’autore di questo testo, san Giacomo il Minore, assieme a un altro apostolo, san Filippo. Quest’ultimo era originario della città di Betsaida ed era stato discepolo del Battista, divenendo uno dei primi discepoli di Gesù. S’impegnò poi per portare il Vangelo tra gli Sciti e dei Parti. A Giacomo il Minore è attribuita una parentela con Gesù, di cui forse era cugino: guidò la Chiesa di Gerusalemme alla morte di Giacomo il Maggiore. (Autore Matteo Liut)
 
O Padre, che in Cristo, via, verità e vita,
riveli a noi il tuo volto,
fa’ che aderendo a lui, pietra viva,
veniamo edificati come tempio della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 2 Maggio 2026
 
Sant’Atanasio, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
At 5,34-42; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 6,1-15
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 20 Giugno 2007): L’opera dottrinale più famosa di sant’Atanasio «è il trattato su L’incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest’opera Atanasio, con un’affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L’idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant’Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi».
Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa – che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana – ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all’amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all’inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell’Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità»
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il ragionamento di Gamaliele è molto semplice e lineare: ogni falso movimento messianico si distrugge da sé, e a sostegno di questa tesi ricorda  due movimenti messianici capitanati da certi Teuda e Giuda il Galileo che pretendevano di essere il Messia. Due movimenti falsi, finiti nel sangue nel giro di pochi anni.
La stessa cosa accadrà al movimento cristiano: se è falso finirà nel nulla, se viene da Dio è inutile opporsi alla sua diffusione, anzi i Sinedriti potrebbero correre il rischio di contendere con Dio. Il Sinedrio accetta il consiglio di Gamaliele, ma non teme di castigare severamente gli Apostoli: Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù.
La punizione corporale e le minacce verbali non intimoriscono affatto gli Apostoli, e l’onta ricevuto dagli uomini è valutata da essi come un onore che Dio ha loro concesso: Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.
I castighi, le denunce, i flagelli, il carcere non cassano l’entusiasmo degli Apostoli, ma si rivelano come forze misteriose che danno maggiore vigore e rapida diffusione della Buona Notizia: E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo.
 
Vangelo
 Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.
 
Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): A partire da oggi e fino al sabato della settimana prossima leggeremo il capitolo 6 del vangelo di Giovanni, che comprende la moltiplicazione dei pani - testo di oggi - e il discorso sul pane della vita. Questi otto giorni sono una buona occasione per approfondire il tema della fede in Gesù come vero pane della vita e pane eucaristico.
La moltiplicazione dei pani è l’unico miracolo del ministero apostolico di Gesù narrato da tutti i quattro evangelisti, e con notevoli coincidenze. Anzi, sono sei le narrazioni che abbiamo di questo fatto, che secondo i biblisti fu unico, perché Matteo e Marco riportano ognuno due moltiplicazioni, probabilmente corrispondenti a due tradizioni parallele primitive che non furono sincronizzate nella redazione finale dei vangeli.
Ciò prova l’importanza che la Chiesa apostolica attribuì a tale miracolo per il suo grande valore di segno, come vedremo in seguito. Di fatto, il segno dei pani e dei pesci ebbe sin dall’inizio un posto rilevante nell’iconografia cristiana: si vedano affreschi e mosaici nelle catacombe e nelle basiliche .
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,1-15
 
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv.5-7 Gesù ... dice a Filippo ... L’iniziativa del miracolo è presa da Gesù, secondo Gv, che mette pure in risalto la sua preconoscenza soprannaturale. Filippo e Andrea, nominati qui solo da Gv, erano di Betsaida, nei cui dintorni secondo Lc (9,10) avvenne il prodigio.
In Gv i due discepoli compaiono abbinati in altre due circostanze (1,44; 12,22), mentre nei sinottici sono menzionati soltanto negli elenchi dei Dodici. L’osservazione di Filippo (v. 7) esprime l’impossibilità dei discepoli a soddisfare le esigenze vitali degli uomini; mentre Gesù con il suo potere divino provvederà il pane a tutti e in abbondanza, e non soltanto un pane materiale, ma un pane vivo, disceso dal cielo, che dà la vita al mondo.
vv. 8-9 Andrea segnala la presenza di un ragazzetto con cinque pani d’ orzo e due pesci. I pani d’orzo erano a più buon mercato, il cibo dei poveri; ma forse Gv con questo dettaglio intende alludere al miracolo di Eliseo, che moltiplicò pani d’ orzo (cf. 2Re 4,42-44).
vv. 10-13 Dopo le piogge primaverili le colline desertiche orientali del lago si ammantavano di un tenue strato d’erba. È qui probabile un riferimento al pastore di Israele che conduce il suo gregge all’erba verdeggiante (Sal 23,2; cf. Ez 34,14). La benedizione del cibo era una consuetudine ordinaria presso gli ebrei.
Forse la redazione di Gv è qui influenzata dalla liturgia eucaristica, come si pu dedurre dai termini «distribuire», «rendere grazie» eucharistésas in Gv e Lc, in lCor 1,24; eulogésas in Mt e Mc), e l’ordine di raccogliere i frammenti avanzati (synàgein ... klàsmata = radunare i pezzi o frammenti ). In Gv è solo Gesù che distribuisce il cibo miracoloso; ma la mediazione dei discepoli, indicata dai sinottici, è più aderente alla realtà storica.
vv. 14-15 «Questi è davvero il Profeta ...», Questa annotazione di Gv rappresenta la prima interpretazione del miracolo, che non poteva non evocare alla folla presente le promesse del tempo messianico. I presenti riconoscono in Gesù il profeta escatologico predetto da Mosè (Dt 18, 15ss.), perciò cercano di «rapirlo per farlo re», benché il suo umile servizio di distribuire personalmente il cibo escludesse ogni atteggiamento regale. Ma l’entusiasmo della folla per il segno compiuto da Gesù scaturiva da una falsa concezione del Messia venturo, d’impronta politica e nazionalistica, che era inaccettabile, perché la sua regalità doveva passare attraverso la croce.
«La salita di Gesù al monte è in relazione con la croce. È lì e in tale modo che Gesù sarà re» (Mateos-Barreto, p. 298). La folla non aveva colto il vero significato simbolico del segno e Gesù è costretto a ritirarsi «di nuovo sul monte lui solo». Si avverte in questa espressione redazionale una certa tensione con il v. 3, perché il miracolo era avvenuto sul monte. All’evangelista interessa soltanto rilevare l’incomprensione e la fede inadeguata della gente, ancora fondata sui segni spettacolari (cf. 2,23-25; 4,48).
 
Per approfondire
 
Il pane, dono di Dio - Adriana Zarri (Pane in Schede Bibliche Pastorali): Il pane è per gli uomini un mezzo di sussistenza, una necessaria sorgente di energia (Sal. 104,14-15); mancare del pane vuol dire mancare di tutto (Am. 4, 6; Cf. Gen. 28, 20).
Nella bibbia Dio, dopo avere creato l’uomo e dopo il diluvio (Gen. 1,29; 9,3), indica alla sua creatura ciò che può costituire il suo cibo. Ma solo a prezzo di una dura fatica l’uomo peccatore può procurarselo (Gen. 3,17-19). Dunque, se il pane per il suo carattere di necessità ricorda all’uomo che è una creatura (Cf. Dt. 8,10-18), per il faticoso lavoro che esige è il simbolo della maledizione alla quale egli è soggetto. Israele vede normalmente nell’abbondanza di pane il segno della benedizione di Dio (Sal. 37,25; Prov. 12,11) e nella mancanza di pane il segno del castigo per il peccato (Ger. 5,17; Ez. 4,16-17; Lam. 1,11; 2,12; 2Sam. 3,29).
In questa visione religiosa delle cose, è naturale che l’uomo chieda umilmente a Dio il pane, cioè tutto ciò che gli è necessario, e lo attenda con fiducia. Sono significativi, a questo riguardo, gli episodi di moltiplicazione dei pani dell’antico e del nuovo Testamento. La moltiplicazione operata da Eliseo vuole indicare la sovrabbondanza del dono divino («mangiarono e ne avanzarono», 2Re 4, 42-44). La stessa cosa nelle narrazioni evangeliche: come Iahvé nel deserto aveva nutrito il suo popolo distribuendo «il pane dei forti» (Sal. 78,25), così ora Gesù nutre sovrabbondantemente i suoi discepoli e ascoltatori: «Gesù dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt. 14,19-21; Cf. testi par.; Mt. 15,37 e par.; Gv. 6,12.).
In questo contesto di idee può essere posto l’invito di Gesù a chiedere nella preghiera «il pane quotidiano» (Mt. 6,11; Lc. 11,3). Il pane sembra riassumere qui tutti i doni che ci sono necessari.
Epioùsion vuol dire appunto, probabilmente, «necessario alla sussistenza». Ma comunque si traduca questo termine difficile, la cui etimologia e il cui significato sono discussi dagli esegeti, il pensiero di Gesù è chiaro: si deve chiedere a Dio l’alimento indispensabile alla vita. La maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti qui proprio dell’alimento materiale; tuttavia è evidente il carattere «spirituale» della preghiera: i credenti attendono tutto dalla bontà del loro Padre celeste e lo chiedono in vista del regno di Dio (Mt. 6, 24-34).
Se il pane è un dono di Dio ed è necessario alla vita, esso deve essere condiviso con chi non l’ha.
Nell’ospitalità, il pane di ognuno diventa il pane dell’ospite inviato da Dio (Gen. 18,5; Lc. 11,5-8).
In Israele, soprattutto a partire dall’esilio, si insiste sulla necessità di condividere il pane con l’affamato: questa è la espressione migliore della carità fraterna (Prov. 22,9; Ez. 18,7.16; Is. 58,7; Giob. 31,17; Tob. 4,16).
Il pane è presentato anche come uno dei doni caratteristici dei tempi escatologici: un pane «sostanzioso» sarà donato a tutta la comunità degli eletti raccolta nel banchetto messianico: «Egli darà la pioggia per la semente con cui avrai seminato il suolo; il pane, prodotto della terra, sarà pingue e sostanzioso...» (Is. 30,23; Cf. Ger. 31,12). È un pane che si potrà ottenere senza fatica e senza spesa. La manna, che si otteneva nel deserto senza fatica, era già un segno di questo pane: era un dono di Iahvé, un «pane (proveniente) dal cielo» (Es. 16,4.15). Anche i pasti di Gesù con i suoi amici e discepoli preludevano già al banchetto escatologico (Mt. 11,19); in particolare, il pasto eucaristico, dove si riceve in cibo il corpo stesso di Cristo, è l’anticipazione dell’autentico dono di Dio, riservato per gli ultimi tempi: «Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Questo è il mio corpo che viene dato per voi; fate questo in memoria di me”» (Lc. 22,19).
 
Questi è davvero il profeta … - Paul Beauchamp (Dizionario di Teologia Biblica): «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio. Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s). Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione. L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.

Il significato della moltiplicazione dei pani - «Cristo ha condotto la folla in un luogo deserto, perché il miracolo non sia assolutamente sospetto, e nessuno pensi che sia stato portato del cibo da qualche villaggio vicino. Per tale motivo l’evangelista ricorda anche l’ora, e non solo il luogo del miracolo. Ma in questa circostanza noi apprendiamo anche un’altra cosa: l’austerità cioè degli apostoli nelle necessità della vita e il loro disprezzo per il lusso e per ogni delicatezza. Sono dodici e hanno soltanto cinque pani e due pesci. Tanto trascurabile e secondario è per loro ciò che riguarda il corpo, e tanto presi e interessati sono esclusivamente delle cose spirituali. E neppure tengono per sé quel poco che hanno, ma lo donano a chi lo chiede loro. Da ciò dobbiamo imparare che per quanto poco noi abbiamo, pure questo dobbiamo dare a chi ne ha bisogno. Infatti, quando Gesù chiede agli apostoli di portargli quei cinque pani, non rispondono: E da che parte verrà il cibo per noi? come potremo calmare la nostra fame?, ma obbediscono immediatamente. Mi sembra inoltre che Gesù moltiplichi quei pochi pani che gli portano i discepoli, piuttosto che crearne altri dal niente, per spinger loro a credere, dato che la loro fede è ancora molto debole. Anche per questo il Signore leva gli occhi al cielo. Degli altri miracoli essi avevano molti esempi, ma del miracolo che ora sta per compiere, nessuno. Presi e spezzati i pani, li distribuisce per mano dei discepoli, onorandoli con tale incarico. Ma non solo intende render loro questo onore; vuole pure che al momento del miracolo non dubitino e che in seguito non se ne dimentichino, in quanto le loro stesse mani ne sono state testimoni. Per tale motivo permette anche, prima del miracolo, che la folla senta fame, e attende che gli apostoli si avvicinino e gli parlino. Per mezzo loro fa sedere tutti sull’erba e fa distribuire il pane, volendo prevenire sia gli uni che gli altri mediante le loro stesse dichiarazioni e i loro atti. Sempre per tale motivo prende dalle loro mani i pani, in modo che vi siano molte testimonianze del fatto ed essi abbiano molti ricordi del miracolo. Se infatti, dopo tante prove gli apostoli si dimenticano del miracolo, che avrebbero mai fatto se Gesù non avesse preso tali precauzioni? Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba, dando così una lezione di vita semplice, senza tante esigenze, poiché non vuole solo nutrire i corpi ma anche istruire le anime» (Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 49, 2).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Atanasio. Pagò di persona la difesa della vera fede: Sant’Atanasio fu come un ponte per la Chiesa antica: sulle spalle, infatti, portò il “peso” della retta dottrina, dell’ortodossia, traghettandola attraverso un periodo difficile, nel quale sembrava che l’eresia ariana dovesse trionfare. Era nato ad Alessandria nel 295 e nel 325 era al Concilio di Nicea come diacono del vescovo Alessandro. Lì si stabilì che il Figlio era della stessa sostanza del Padre, Cristo non era “come” Dio, ma era Dio.
Una verità che gli ariani tentavano di negare, mettendo in campo una lotta aspra, spesso fatta di calunnie e strategie politiche. Nel 328 la gente volle Atanasio come nuovo vescovo di Alessandria e lui, nei suoi 46 anni di episcopato, si dimostrò un saldo difensore della verità. Ma dovette subire attacchi personali e anche esili prima di essere riabilitato. Ebbe come maestro sant’Antonio abate di cui scrisse una Vita. Morì nel 373. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che hai suscitato nella Chiesa il vescovo sant’Atanasio,
insigne assertore della divinità del tuo Figlio,
fa’ che, per il suo insegnamento e la sua intercessione,
cresciamo sempre più nella tua conoscenza e nel tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
   1 Maggio 2026
 
San Giuseppe Lavoratore - Memoria
 
Gen 1,26-2,3 oppure Col 3, 14-15.17.23-24; Salmo Responsoriale 89 (90); Mt 13,54-58
 
Il 1° maggio, prima di diventare in Europa la “Festa del Lavoro”, fu per lungo tempo, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, una giornata di rivendicazioni e spesso di lotte per la promozione della classe lavoratrice. A questo richiamo non poteva rimanere insensibile la Chiesa, che i papi Pio IX e Leone XIII col loro magistero via via aprivano ai problemi del mondo del lavoro. Pio XII istituì questa memoria liturgica, per dare una dimensione cristiana a questo giorno, mettendola sotto il patrocinio di S. Giuseppe lavoratore (1955). San Giovanni XXIII rese omaggio a san Giuseppe, all’esemplare maestro di vita cristiana, all’uomo laborioso, onesto, fedele alla parola di Dio, obbediente, virtù che il Vangelo sintetizza con due parole:  “uomo giusto”. “I proletari e gli operai - scriveva Leone XIII - hanno come diritto speciale a ricorrere a S. Giuseppe e a proporsi la sua imitazione. Giuseppe infatti, di stirpe regale, unito in matrimonio con la più grande e la più santa delle donne, considerato come il padre del Figlio di Dio, passa ciò nonostante la sua vita a lavorare e chiede al suo lavoro di artigiano tutto ciò che è necessario al mantenimento della famiglia». Il lavoro nell’insegnamento della Chiesa non è un castigo, eleva l’uomo riconducendolo nella vocazione primaria voluta dal suo Creatore. L’uomo infatti, “creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riferire a Dio il proprio essere e l’universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutta la realtà all’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra” (Gaudium et spes 4).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Angel González (Commento della Bibbia Liturgica): Gn 1 è una proclamazione soteriologica: non dice come fu fatto il mondo nel suo momento originale, ma come dev’essere nella sua piena realizzazione; non risponde alla domanda sull’origine, ma a quella sul destino. Afferma che Dio crea tutto perché giunga a Lui, non in un momento del tempo umano, ma in tutto il tempo cosmico e umano.
In questa versione teologica, il mondo è definito dal suo riferimento a Dio, ed è la fede che lo definisce. Lo chiama creazione, un termine che orienta in due direzioni. Una di esse è negativa: relativizza il mondo, costa-tando la sua creaturalità; l’altra è positiva e nobilita il mondo affermando il suo riferimento al creatore. Così, è smentita ogni pretesa di divinità nelle cose del mondo, è demitizzato tutto quello che le religioni naturali divinizzano: cose, esseri, potenze sparse e anche l’uomo. E così si riconosce a tutte le cose, e all’uomo in particolare, una dignità intangibile che consiste nel loro riferimento a Dio, nel quale tutto raggiunge la sua pienezza. È una concezione del mondo equilibrata, poiché non lo sfigura con nessun eccesso, non divinizzandolo né disprezzandolo.
L’uomo ha il suo posto in vetta alla piramide. Se così è immaginato il mondo, l’azione creatrice di Dio è rappresentata in un movimento ascendente per culminare in lui. L’uomo è la creatura più vicina a Dio; è detto sua «immagine e somiglianza» nel mondo per il suo essere personale, per la sua capacità creatrice, perché può prendere coscienza della presenza e dell’azione di Dio e perché può interpretare il mondo come opera sua, e così, elevare sacerdotalmente questo riconoscimento verso di Lui.
Questa concezione del mondo si inserisce sulla base della fede giudaica e cristiana. Il suo linguaggio, oggi, può sembrare inaccettabile, specialmente se si legge in chiave inadeguata, come quella scientifica o storicistica. Per i suoi destinatari immediati, che vedevano vacillare le fondamenta del mondo nelle scosse della loro storia particolare, era un messaggio di vita. Persino la loro istituzione identificatrice, il sabato, acquistava un nuovo fondamento. Col sabato, essi vivevano, con la periodicità d’una settimana, tutto il tempo di Dio come creatore e salvatore, e celebravano anticipatamente la creazione terminata. È un’immagine della meta indicata per illuminare il cammino e assicurare che, percorrendolo, si arriva alla realizzazione totale e al riposo di Dio. Questo ha senso per coloro che sanno vedere il mondo dalle altezze di Dio,
 
Vangelo
Non è costui il figlio del falegname?
 
Gesù è a Nazaret, porta ai suoi compaesani l’annuncio tanto desiderato: il compimento delle Scritture. Ma i nazaretani, “prima ancora di afferrare il suo messaggio, lo rifiutano perché non vogliono riconoscere il Messia nell’umile figlio dell’artigiano. Gesù diventa per loro motivo di scandalo: la sua provenienza modesta, comune a tutti loro, era incompatibile con la concezione corrente del Messia glorioso. La gelosia, l’invidia, l’aspettativa di un Messia politico impediscono ai nazaretani, come alla maggioranza dei giudei, di accogliere il Salvatore del mondo, predetto dai profeti. L’origine umana di Gesù era ben nota anche nelle comunità giudeocristiane di Mt. Tale conoscenza poteva provocare disagio e distogliere dalla fede qualche cristiano immaturo.
L’evangelista intende conferire al racconto un valore parenetico per ravvivare l’adesione a Cristo di questi fedeli titubanti” (Angelico Poppi, I quattro Vangeli).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
 
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
 
Parola del Signore.
 
Incredulità a Nazaret - Felipe F. Ramos: La presentazione «ufficiale» di Gesù nella sinagoga del suo paese, a Nazaret, fu un insuccesso. Dalla sorpresa iniziale per i suoi insegnamenti i suoi conterranei giunsero fino allo scandalo; e la loro incredulità tagliò tutte le vie alla parola e persino al miracolo.
Il nostro racconto è parallelo a quello di Marco (6,1-6) dal quale dipende. Matteo introduce due cambiamenti: a) invece di chiamare Gesù «carpentiere», lo presenta come «figlio del carpentiere», forse per conferire maggior dignità a Gesù affermando che, dal momento in cui cominciò a predicare, cessò d’essere un lavoratore del legno; b) attenua la frase di Marco: «non vi poté operare nessun prodigio» dicendo che «non fece molti miracoli». Questa differenza fra i due evangelisti si può giustificare tenendo conto dei loro diversi punti di vista. Marco raccoglie la mentalità, generalizzata nella Bibbia, secondo la quale Dio è vicino a coloro che lo invocano, e quindi il suo inviato può agire solo là dove trova la fede. Per Matteo, questo vorrebbe dire condizionare eccessivamente il potere di Gesù, il quale può compiere miracoli indipendentemente dai condizionamenti che l’uomo gli può imporre.
La frase più significativa di tutto il brano evangelico è la seguente: si scandalizzavano per causa sua. Con essa l’evangelista ci introduce nel mistero di Gesù. L’atteggiamento dei nazaretani è rappresentativo di tutti coloro che cercano di comprendere Gesù partendo unicamente da quello che si può sapere di lui: è del nostro stesso paese, è figlio del carpentiere, conosciamo la sua famiglia, non ha frequentato l’università... Tentar di spiegare il mistero di Gesù, partendo da tutte le possibilità e da tutti gli aspetti umani vuol dire cacciarsi in un vicolo chiuso. Quello che è detto dei suoi concittadini, è già stato detto anche dei «suoi»: lo considerarono come pazzo (Mc 3,21). La stessa cosa è detta anche dei discepoli, e la ripeterà san Paolo parlando dello scandalo della croce (Mc 14,27-29; 1Cor 1,23). Gesù fu incompreso e disprezzato (Is 50,6: Mt 27,27-31.39-4,4; Eb 12,2). Non avrebbe avuto una sorte migliore, se si fosse tenuto al semplice livello dei profeti. Il profeta porta con sé l’incomprensione. Tanto più la porta in sé il profeta (Dt 18,15) che in più è il servo di Yahveh. Ma anche qui si dovrebbe ricordare la sentenza di Gesù: «Alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» (11,19).
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Davanti a Gesù ci sono unicamente due possibilità: aprirsi nella fede o chiudersi nello scandalo. I suoi concittadini si scandalizzano per causa sua; esattamente l’opposto di un comportamento di fede. Lo scandalo viene dal basso, dall’uomo e dal male; distrugge la fede, anzi neppure la lascia nascere. Gesù diventa occasione di scandalo senza avervi, in alcun modo, contribuito. È nell’intimo dell’uomo che si decide quale via e verso quale direzione si orienterà la nostra vita. La domanda: «Da dove» è occasione di scandalo per molti, anche oggi, particolarmente per chi ha studiato, conosce la storia e crede di “sapere”; per costoro Gesù non è che il fondatore di una religione, come Budda o Maometto; la sua dottrina, un sistema religioso o un’esperienza originale di un genio; i suoi discepoli, un gruppo di seguaci entusiasti, come ne pullulano sempre tanti intorno agli innovatori in campo religioso, nulla di più! Alla domanda: «Da dove» si crede di poter rispondere: dall’Antico Testamento, dalla tradizione religiosa dei popoli vicini, dal movimento innovatore della comunità di Qumran, dalla letteratura del giudaismo tardivo e dalla tradizione delle scuole rabbiniche, e null’altro. Lo ripetiamo: non ha senso porre la seconda domanda senza aver prima veramente ascoltato ciò che ci viene detto! Gesù stesso cita un proverbio, secondo il quale nessun profeta vale qualcosa «nella sua patria e in casa sua». Sembra quasi di norma che lo scandalo debba sorgere proprio là dove meno lo si aspetta. L’uomo viene meno più facilmente nel suo ambiente, dove è più difficile distinguere ciò che viene dal basso, dalla tradizione familiare e locale, da ciò che entra nel mondo dall’alto. Questo atteggiamento è già, in radice, incredulità. Per la loro incredulità - e non per la propria impotenza - Gesù non può compiere miracoli a Nazaret. il miracolo è legato alla fiducia e alla disponibilità dell’uomo. Solo chi fa il primo passo e adempie la condizione fondamentale - quella di un ascolto volonteroso e aperto -, viene raggiunto da tutto il resto. Anzi, questi «compirà opere più grandi» di quelle del suo Maestro (Gv 14,12).
 
San Giuseppe, l’uomo giusto - Redemptoris custos 17. Nel corso della sua vita, che fu una peregrinazione nella fede, Giuseppe, come Maria, rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio. La vita di lei fu il compimento sino in fondo di quel primo «fiat» pronunciato al momento dell’Annunciazione, mentre Giuseppe - come è già stato detto - al momento della sua «annunciazione» non proferì alcuna parola: semplicemente egli «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). E questo primo «fece» divenne l’inizio della «via di Giuseppe». Lungo questa via i Vangeli non annotano alcuna parola detta da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto» (Mt 1,19).
Bisogna saper leggere questa verità, perché vi è contenuta una delle più importanti testimonianze circa l’uomo e la sua vocazione. Nel corso delle generazioni la Chiesa legge in modo sempre più attento e consapevole una tale testimonianza, quasi estraendo dal tesoro di questa insigne figura «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
18. L’uomo «giusto» di Nazaret possiede soprattutto le chiare caratteristiche dello sposo. L’Evangelista parla di Maria come di «una vergine, promessa sposa di un uomo... chiamato Giuseppe» (Lc 1,27). Prima che comincia a compiersi «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3,9), i Vangeli pongono dinanzi a noi l’immagine dello sposo e della sposa. Secondo la consuetudine del popolo ebraico, il matrimonio si concludeva in due tappe: prima veniva celebrato il matrimonio legale (vero matrimonio), e solo dopo un certo periodo, lo sposo introduceva la sposa nella propria casa. Prima di vivere insieme con Maria, Giuseppe quindi era già il suo «sposo»; Maria però, conservava nell’intimo il desiderio di far dono totale di sè esclusivamente a Dio. Ci si potrebbe domandare in che modo questo desiderio si conciliasse con le «nozze». La risposta viene soltanto dallo svolgimento degli eventi salvifici, cioè dalla speciale azione di Dio stesso. Fin dal momento dell’Annunciazione Maria sa che deve realizzare il suo desiderio verginale di donarsi a Dio in modo esclusivo e totale proprio divenendo madre del Figlio di Dio. La maternità per opera dello Spirito Santo è la forma di donazione, che Dio stesso si attende dalla Vergine, «promessa sposa» di Giuseppe. Maria pronuncia il suo «fiat».
Il fatto di esser lei «promessa sposa» a Giuseppe è contenuto nel disegno stesso di Dio. Ciò indicano entrambi gli evangelisti citati, ma in modo particolare Matteo. Sono molto significative le parole dette a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Esse spiegano il mistero della sposa di Giuseppe: Maria è vergine nella sua maternità. In lei «il Figlio dell’Altissimo» assume un corpo umano e diviene «il figlio dell’uomo».
Rivolgendosi a Giuseppe con le parole dell’angelo, Dio si rivolge a lui come allo sposo della Vergine di Nazaret. Ciò che si è compiuto in lei per opera dello Spirito Santo esprime al tempo stesso una speciale conferma del legame sponsale, esistente già prima tra Giuseppe e Maria. Il messaggero chiaramente dice a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Pertanto, ciò che era avvenuto prima - le sue nozze con Maria - era avvenuto per volontà di Dio e, dunque, andava conservato. Nella sua divina maternità Maria deve continuare a vivere come «una vergine, sposa di uno sposo» (cfr. Lc 1,27).
 
Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita - Pietro Crisologo (Sermoni 48, 2): Egli insegnò nella loro sinagoga. Non potevano essere «sue» le sinagoghe, nelle quali si radunava la folla dell’incredulità, non della fede; nelle quali si incontrava il popolo dell’invidia, non dell’amore; nelle quali aveva sede il concilio dei malvagi, non il consiglio della buona regola di vita. Insegnava nelle loro sinagoghe, così che rimanevano stupiti. Rimanevano stupiti per lo sdegno, non per la benevolenza; erano stupiti per il livore, non per l’ ammirazione; erano furibondi, perché l’umiltà ritta in piedi insegnava ciò che non potevano sapere le cattedre superbe. Così che rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli viene questa sapienza?».
Parla così chi non conosce Dio, dal quale deriva la sapienza, deriva la virtù. Parla così chi non sa che Cristo è la apienza di Dio, è la potenza di Dio. Donde venga la sapienza lo dimostra Salomone: egli, avendo ricevuto il potere regale ancora fanciullo, volle, chiese e ricevette da Dio la sapienza per governare il popolo affidatogli con la virtù non col fasto, con la sapienza non con l’alterigia, col cuore non col suo potere di re. Donde gli vengono questa sapienza e questi prodigi? Che la potenza, la quale dà gli occhi che la natura non ha dato; che restituisce l’udito otturato dalla malattia; che nei muti scioglie il legame della parola; che fa correre di bel nuovo gli zoppi; che costringe a ritornare nei propri corpi le anime già imprigionate negli inferi: che tale potenza derivi da Dio non negherebbe se non chi è invidioso della salvezza.
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe Lavoratore - Il lavoro genera Dio nelle pieghe della storia - In un tempo in cui la visibilità, lo slogan urlato, il messaggio “di pancia” sembrano essere l’unica arma per costruire la storia, la figura di san Giuseppe lavoratore ci riporta all’umile impegno di chi fa della propria professione lo strumento più efficace per costruire la pace. A mettere al centro della liturgia odierna la figura di Giuseppe lavoratore nel 1955 fu Pio XII su richiesta delle Acli, che sentivano la necessità di coniugare la festa dei lavoratori con il messaggio cristiano. Fu così che questa ricorrenza diventò l’occasione per ricordare a tutto il mondo, che l’orizzonte ultimo di ogni opera umana, fine nelle pieghe più recondite della storia, è Dio stesso. Il lavoro, spiega papa Francesco nella Lettera apostolica «Patris Corde», è «partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione». Inoltre, nota ancora il Pontefice, «il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia». (Avvenire).
 
O Dio, che hai chiamato l’uomo a cooperare con il lavoro
al disegno della tua creazione,
fa’ che per l’esempio e l’intercessione di san Giuseppe
siamo fedeli ai compiti che ci affidi,
e riceviamo la ricompensa che ci prometti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.