11 Luglio 2026
San Benedetto, Abate - Patrono d’Europa
Pr 2,1-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 33 (34); Mt 19,27-29
San Benedetto, Abate: Benedetto XVI (Udienza Generale, 9 Aprile 2008): Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo. In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
Liturgia della Parola
I Lettura - AI Overview: Il testo di Pr 2,1-9 è un invito accorato a cercare la sapienza divina con lo stesso impegno con cui si cerca un tesoro nascosto. Questa ricerca attiva richiede ascolto, discernimento e desiderio profondo: il suo frutto è comprendere il timore del Signore e ottenere da Lui protezione e rettitudine.
Il brano si sviluppa attraverso una struttura logica chiara (vv. 1-9):
Le condizioni (vv. 1-4): Il maestro si rivolge al “figlio2 (il discepolo) usando una serie di condizioni introdotte dal “se”. Non basta un ascolto distratto: bisogna accogliere la Parola, inclinare il cuore e cercare l’intelligenza con la stessa brama e fatica con cui si scava per trovare l’argento.
Il dono di Dio (vv. 5-8): Solo dopo questo sforzo umano, si scopre che la sapienza è in realtà un dono gratuito di Dio. È Lui che dona scienza e prudenza, diventando uno scudo per chi cammina nell’integrità e proteggendo i sentieri di chi agisce con giustizia
Vangelo
Voi che mi avete seguito, riceverete cento volte tanto.
La domanda di Pietro segue l’incontro del giovane ricco con Gesù, il quale alla proposta di lasciare tutto per porsi alla sequela del Cristo era andato via triste. Quindi, una domanda ben interessata, e la risposta non lascia spazio a dubbi: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Se non vi sono dubbi nella risposta, non vi sono alternative per chi vuole intraprendere la via del discepolato: bisogna lasciare tutto, anche gli affetti e i legami più cari.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,27-29
In quel tempo, Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna».
Parola del Signore
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27 Mentre Gesù parlava dei pericoli della ricchezza, Pietro, che si rivela uomo molto concreto e pratico, pensa alla propria condizione ed a quella dei suoi compagni. Egli, che ha accolto l’invito del Maestro (cf. Mt., 4, 22) e lo ha seguito, chiede con franchezza quale ricompensa attenda (che cosa dunque avremo noi?).
28 Il detto è formulato con termini del vocabolario profetico e con immagini tratte dalla storia ebraica. Nella rigenerazione (del mondo) = παλιγγενεσία (rinascita, nuova nascita, palingenesi; il termine ricorre due sole volte nel Nuovo Testamento, cioè qui e Tito, 3, 5); l’idea, non già il termine, risale al Vecchio Testamento, nel quale l’èra messianica è presentata come un rinnovamento (cf. Isaia, 65,17; 66, 22, dove si parla di cieli nuovi e terra nuova). S. Paolo dà all’idea un valore spirituale; per l’apostolo credente è una «nuova creazione» (cf. 2 Corinti, 5, 17). Cristo, accennando a questa palingenesi, intende riferirsi al regno messianico che sarà stabilito sopra la terra, non già al regno celeste (cf. Lc., 22, 28-30). Le parole: quando il Figlio sederà sul suo trono di gloria, richiamano l’immagine di Daniele, 7, 9 e significano che Gesù presiederà dal cielo il suo regno stabilito sopra la terra. In questo governo del regno Cristo glorioso in cielo assocerà i suoi apostoli durante la loro esistenza e dopo la loro morte. Sederete anche voi su dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele;Cristo usa un linguaggio ispirato alla storia d’Israele: giudicare significa nella Bibbia governare, reggere, non già l’atto particolare di pronunziare una sentenza (i Giudici d’Israele sono capi di tribù; cf. il libro dei Giudici); le dodici tribù d’Israele designano il nuovo Israele, l’Israele di Dio (come dice S. Paolo, cf. Galati, 6, 16); dodici non indica una quantità numerica, ma l’intero Israele; il popolo d’Israele era considerato tradizionalmente come costituito da dodici tribù, anche quando queste non esistevano più. Nel regno messianico, cioè nella Chiesa, gli apostoli avranno un posto di privilegio e di governo. Non si può pensare all’ultimo giudizio (giudizio finale), perché questo è riservato unicamente al Figlio (cf. Gio., 5, 27).
29 Dopo: o madre, numerosi codici e traduzioni (compresa la Volgata) inseriscono: o moglie. I discepoli e coloro che li imiteranno nel distacco dalle cose e dalle persone avranno una grande ricompensa (molto di più) e la vita eterna. Molto di più: πολλαπλασίονα (il multiplo); la maggioranza dei codici e Marco hanno: il centuplo(ἐκατοπλασίονα). Gesù sembra distinguere tra una ricompensa dello stesso ordine delie cose e persone lasciate ed una ricompensa eterna. Il multiplo riguarda la ricompensa terrena ed ha un’accentuazione spirituale (Marco, 10, 30 parla del centuplo che si ha su questa terra e che è congiunto con le persecuzioni; ciò fa pensare al carattere spirituale della ricompensa terrena). Nella Chiesa primitiva la promessa di Cristo aveva un’applicazione particolare; chi entrava nella comunità partecipava ai beni di essa e si sentiva circondato da una parentela spirituale più numerosa di quella che aveva lasciato. Per il mio nome, semitismo che equivale: per la mia persona.
Per approfondire
Timore di Dio - P.Auvray e P. Grelot: il VT viene caratterizzato sovente come legge del timore ed il NT Come legge di amore. Formula approssimativa, che lascia fuori campo molte sfumature. Se il timore rappresenta nel VT un valore importante, la legge d’amore vi ha già le sue radici. D’altra parte il timore non è abrogato dalla nuova legge, in quanto esso costituisce il fondamento di ogni atteggiamento religioso autentico. Nei due Testamenti timore ed amore si intrecciano quindi realmente, benché diversamente. È più importante distinguere il timore religioso dalla paura che ogni uomo può provare di fronte ai flagelli della natura od agli attacchi del nemico (Ger 6,25; 20, 10). Soltanto il primo ha posto nella rivelazione biblica.
I. DALLA PAURA UMANA AL TIMORE DI DIO - Dinanzi ai fenomeni grandiosi, anormali, terrificanti, l’uomo prova spontaneamente il sentimento di una presenza che lo trascende e dinanzi alla quale si sprofonda nella sua piccolezza. Sentimento ambiguo, in cui il sacro appare sotto l’aspetto del tremendum, senza rivelare ancora la sua natura profonda. Nel VT questo sentimento è equilibrato dalla conoscenza autentica del Dio vivente, che manifesta la sua grandezza terribile attraverso i segni di cui la sua creazione è piena. Il timore di Israele dinanzi alla teofania del Sínai (Es 20,18 s) ha innanzitutto come causa la maestà del Dio unico, precisamente come il timore di Mosè dinanzi al roveto ardente (Es 3, 6) e quello di Giacobbe dopo la sua visione notturna (Gen 28, 17). Tuttavia ad esso, quando nasce in occasione di segni cosmici che evocano l’ira divina (uragano, terremoto), si mescola un terrore d’origine meno pura. Appartiene allo scenario abituale del giorno di Jahve (Is 2, 10. 19; cfr. Sap 5, 2). È ancora il terrore delle guardie del sepolcro al mattino di Pasqua (Mt 28, 4). Invece il timore riverenziale che si traduce con l’adorazione è la reazione normale dei credenti dinanzi alle manifestazioni divine: quello di Gedeone (Giud 6, 22 s), di Isaia (6, 5), o degli spettatori dei miracoli compiuti da Gesù (Mc 6, 51 par.; Le 5, 9-1 l; 7, 16) e dagli apostoli (Atti 2, 43). Il timore di Dio comporta quindi modalità diverse, che concorrono, Ciascuna al suo livello, ad avviare l’uomo verso una fede più profonda.
TIMORE DI DIO E FIDUCIA IN DIO - Nella vita autentica di fede il timore trova d’altronde l’equilibrio grazie ad un sentimento contrario: la fiducia in Dio. Anche quando appare agli uomini, Dio non vuole terrorizzarli. Li rassicura: « Non temere! » (Giud 6, 23; Dan 10, 12; cfr. Le l, 13. 30), frase ripresa da Cristo che Cammina sulle acque (Mc 6, 50). Dio non è un potente geloso del suo potere; circonda gli uomini di una provvidenza paterna Che veglia sui loro bisogni. « Non temere! » dice ai patriarchi notificando loro le sue promesse (Gen 15, 1; 26, 24); la stessa espressione accompagna le promesse escatologiche rivolte al popolo sofferente (Is 41, 10. 13 s; 43, 1. 5; 44, 2) e le promesse di Gesù al « piccolo gregge » che riceve il regno dal Padre (Le 12, 32; Mi: 6, 25-34). In termini simili Dio conforta i profeti affidando loro una dura missione: essi incontreranno opposizione negli uomini, ma non devono temerli (Ger 1, 8; Ez 2, 6; 3, 9; cfr. 2 Re 1, 15). Così la fede in lui è la fonte di una sicurezza che elimina persino la semplice paura umana. Quando Israele in guerra deve affrontare il nemico, il messaggio divino è ancora: « Non temere! » (Num 21, 34; Deut 3,2; 7, 18; 20, 1; Gíos 8, 1). Quando il pericolo è più grave, Isaia ripete la stessa cosa ad Achaz (Is 7, 4) e ad Ezechia (Is 37, 6). Agli apostoli, che la persecuzione attende, Gesù ripete di non temere neppure coloro che uccidono il corpo (Mt 10, 26-31 par.). Una lezione ripetuta così spesso finisce per passare nella vita. Forti della loro fiducia in Dio, i veri credenti eliminano ogni timore dal loro cuore (Sal 23, 4; 27, 1; 91, 5-13).
Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo? - La risposta di Gesù (vv. 28-30) - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): Gesù non si sottrae alla provocazione di Pietro e non lo rimprovera. Sceglie di rispondergli in modo molto solenne. Assumendo toni apocalittici ed escatologici, egli allude a un evento particolare: la palinghenesia (ossia la rigenerazione o il rinnovamento messianico) che nel Nuovo Testamento appare altrove solo in Tt 3,5, a proposito del contesto battesimale. Qui Gesù parla del mondo futuro dove si realizzerà il giudizio. Allora il Figlio dell ‘uomo coinvolgerà, nella sua funzione di giudice della storia, anche i suoi discepoli, condividendo con essi il trono e l’azione di giudicare il popolo di Israele, simboleggiato dalle dodici tribù. Poi Gesù allarga l’orizzonte ampliando il discorso ai discepoli di tutti i tempi e sostenendo che chiunque avrà lasciato case o fratelli o sorelle o padre o madre o moglie o figli o campi per il suo nome, riceverà il centuplo (ekatontaplasion) ed erediterà (kleronoméo) la vita eterna (zoé aioniosy, quella vita cui anelava il giovane ricco. Chiunque è disposto a lasciare beni materiali o affetti, anteponendo Gesù a tutto, può essere certo di sperimentare una ricchezza addirittura centuplicata (rispetto a quella lasciata) e la pienezza che la sola osservanza dei precetti non permette di sperimentare. La rigenerazione comincia proprio con quella moltiplicazione di affetti e relazioni che la sequela produce. Si tratta di un guadagno spirituale, che appartiene all’ordine delle cose che non si possono maneggiare. Chi recrimina, come sta facendo velatamente Pietro, potrebbe sperimentare il capovolgimento delle posizioni: da primo (nell’accoglienza della sequela su un piano cronologico o nella gerarchia delle responsabilità) può trovarsi ultimo, può retrocedere. Gesù sta dicendo a Pietro, con il suo linguaggio sapienziale che non tende mai ad aggredire il suo interlocutore ma ad aprirgli la mente e il cuore, che essere «primi» (protoi) non è un privilegio da rivendicare. L’esclusivismo e la discriminazione sono banditi dalla mentalità “rinnovata” del discepolo. Pietro e gli altri hanno ancora tanta strada da fare. Devono mettere da parte la presunzione di essere arrivati e mettersi alla scuola del Maestro con la semplicità e l’umiltà di bambini desiderosi di apprendere.
Ereditare la vita eterna - Un raccolto cento volte maggiore - Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 20, 4: Essi lo hanno seguito nel lavacro battesimale, nella santificazione mediante la fede, nell’adozione dell’eredità, nella risurrezione dei morti. Questa è la nuova creazione, che gli apostoli hanno seguito, che la Legge non ha potuto accordare, che, al momento del giudizio delle dodici tribù d’Israele, li ha riuniti insieme su dodici troni per conseguire la gloria dei dodici patriarchi. Anche agli altri, che lo seguono nel disprezzo del mondo, promette l’abbondanza di una ricompensa centupla. Questa ricompensa centupla è quella raggiunta nella centesima pecora con la gioia celeste. Questa ricompensa centupla è quella che conseguirà la fecondità di una terra perfetta. È l’onore riservato alla Chiesa già nel nome di Sara e che deve essere meritato con la rinuncia alla Legge e per mezzo della fede evangelica. In questo modo coloro che erano ultimi diventeranno primi, poiché quelli che sono primi diventeranno ultimi.
Testimoni di Cristo: San Benedetto Abate, Patrono Europa (Norcia [Perugia], ca. 480 - Montecassino [Frosinone], 21 marzo 543/560): È il patriarca del monachesimo occidentale. Dopo un periodo di solitudine presso il sacro Speco di Subiaco, passò alla forma cenobitica prima a Subiaco, poi a Montecassino. La sua Regola, che riassume la tradizione monastica orientale adattandola con saggezza e discrezione al mondo latino, apre una via nuova alla civiltà europea dopo il declino di quella romana. In questa scuola di servizio del Signore hanno un ruolo determinante la lettura meditata della parola di Dio e la lode liturgica, alternata con i ritmi del lavoro in un clima intenso di carità fraterna e di servizio reciproco. Nel solco di San Benedetto sorsero nel continente europeo e nelle isole centri di preghiera, di cultura, di promozione umana, di ospitalità per i poveri e i pellegrini. Due secoli dopo la sua morte, saranno più di mille i monasteri guidati dalla sua Regola. Paolo VI lo proclamò patrono d’Europa (24 ottobre 1964). (Avvenire)
O Dio, che hai costituito il santo abate Benedetto
maestro insigne di coloro che dedicano la vita
alla scuola del servizio divino,
concedi a noi di nulla anteporre al tuo amore,
per correre con cuore libero e ardente
nella via dei tuoi precetti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.