31 Luglio 2026
Venerdì XVII Settimana del Tempo Ordinario
Ger 26,1-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 (69); Mt 13,54-58
Catechismo degli Adulti: Più che profeta [218]: La personalità di Gesù, soprattutto l’autorità inaudita e il totale dono di sé, lasciano trasparire un profondo mistero. Viene spontaneo domandarsi se egli non abbia provato a definire la sua identità con qualche titolo o in riferimento a qualche figura dell’Antico Testamento.
Gesù si pone senz’altro al di sopra dei profeti e dei sapienti: «Ecco, ora qui c’è più di Giona!... c’è più di Salomone!» (Mt 12,41-42). Del resto, se Giovanni Battista, l’ultimo e il più grande dei profeti, ha un ruolo inferiore al più piccolo di quanti appartengono alla nuova realtà del regno di Dio, incomparabilmente più elevata deve essere la posizione di colui che rende presente il Regno stesso.
Tuttavia Gesù si situa nella linea dei profeti e non respinge la qualifica di “profeta”, con cui viene designato in ambienti popolari. Solo che, a differenza della gente, non mette l’accento sul potere di taumaturgo, ma sul destino di profeta rifiutato, perseguitato e martire, perché fedele a Dio e alla missione ricevuta: «Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!» (Lc 13,33-34).
[672] Uniti e configurati a Cristo, formiamo la Chiesa suo mistico corpo: un solo battesimo, un solo Dio Padre, un solo Signore Gesù Cristo, un solo corpo ecclesiale, animato da un solo Spirito Santo. Consacrati con il carattere battesimale, siamo resi partecipi della missione profetica, regale e sacerdotale del Messia, così che ognuno di noi può dire con lui: «Lo Spirito del Signore è sopra di me ... mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio ... per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Siamo abilitati a professare la fede con le parole e le opere, a ordinare secondo giustizia e carità le relazioni con gli altri, a offrire in unione al sacrificio eucaristico il lavoro, la sofferenza, l’esistenza intera
Liturgia della Parola
I Lettura - Tutto il popolo si radunò contro Geremia nel tempio del Signore. - Epifanio Gallego: Facciamo notare, in primo luogo, che l’autore del racconto dell’accaduto è Baruc, il quale mette in rilievo in modo speciale le conseguenze che ebbe la predicazione del maestro. « Devi morire! »: non lo dicono il popolo o i giudici, ma persone molto interessate nell’economia della religione, i sacerdoti e i profeti cultuali, che vivevano del tempio e delle sue rendite. La cosa più offensiva fu sentir paragonare il tempio di Gerusalemme a quello di Silo.
Silo era stata la capitale provvisoria ai tempi dei Giudici. Là dimorava abitualmente l’arca, sebbene fosse stata perduta una volta, per la malizia dei sacerdoti, in una delle molte guerricciole coi filistei. Più tardi, al tempo di Davide, Silo fu accantonata e dimenticata. Paragonare Gerusalemme a Silo voleva dire accusare apertamente i suoi sacerdoti e predire la rovina della città e del tempio. Per i sacerdoti e i profeti, questo equivaleva a dire che Yahveh era incapace di salvarli: una vera bestemmia. Uguale ragionamento sarà fatto ai tempi di Gesù e dagli stessi rappresentanti del popolo davanti al tempio di Gerusalemme costruito da Erode. Ancora una volta, Geremia, con le circostanze della sua vita, si trasformava in un vero tipo di Cristo.
Il Geremia delle confessioni si rivela qui con un grande coraggio, con la forza di colui che è in lui. Come Gesù dopo il discorso del Pane di vita, egli non si ritratta e, anche a costo della sua vita, riconferma le sue parole, perché non sono sue, ma di colui che lo ha mandato contro sua volontà. Anche col sacrificio della sua vita, se fosse stato necessario, egli avrebbe confermato il carattere divino della sua missione profetica, lui che aveva osato rimproverare persino Dio. Ora però non agisce lui, ma la forza di quel fuoco divoratore che porta dentro di sé, la forza dello spirito, quella stessa che obbligherà Paolo a dire: « Guai a me, se non avrò predicato il vangelo! ».
Per fortuna, gli incaricati della giustizia non erano i sacerdoti né i profeti, ma i giudici e gli anziani. E di fronte all’accusa capziosa, perché incompleta, presentata da coloro che avevano interessi nel culto, di aver parlato contro la città - omettendo maliziosamente di dire che aveva parlato anche contro il tempio - gli anziani del popolo risposero ricordando quello che era avvenuto un secolo prima, col profeta Michea. Aveva pronunziato la stessa minaccia, il popolo lo prese sul serio e la città fu liberata. Era forse la liberazione che essi avevano conosciuta ai tempi di Sennacherib. A questo appunto mirava ora Geremia.
D’altra parte la sua disposizione a morire, se fosse necessario, piuttosto che andare contro la parola di Dio e la sua accusa che essi andavano accumulando sangue innocente sulle loro teste, sulla città e su tutti gli abitanti dovette impressionare quei giudici, i quali avevano meno interessi creati che i sacerdoti e i profeti. Essi riconobbero all’unanimità che Geremia non era reo di morte, perché aveva parlato in nome del Signore Dio. Un caso parallelo lo troviamo nel NT, in At 6,11-14; 21,27-31.
Straordinaria reazione motivata senza dubbio dallo stesso Dio, che lo liberò così da tutti i suoi nemici, e reazione che, senza volerlo, ci fa comprendere la grande influenza che esercitavano i profeti sulla storia e la tradizione del popolo eletto. É uno straordinario argomento sulla formazione dei libri sacri e sulla cosiddetta canonicità o coscienza che il popolo andava acquistando, coscienza secondo la quale certi libri erano parola di Dio comunicata attraverso parole umane.
Una volta di più, l’inviato di Yahveh - grazie alla forte influenza di Achikam, strumento nelle mani di Yahveh e figlio di Godolia, futuro governatore imposto da Nabucodonosor, che toglierà nuovamente Geremia dal carcere quando il popolo sarà stato condotto in esilio sentì su di sé la verità della parola di Yahveh: « Io sarò con te ». Non si tratta di miracoli più o meno verificabili, ma della vera azione salvifica di Dio attraverso tutte le circostanze umane che si susseguono in questa azione.
Vangelo
Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione alla incredulità con aperto dissenso e clamore. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, il popolo ingrato, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà servo dell’odio dei farisei (cfr. Mt 27,11-26).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 54 Sua patria, cioè Nazareth, il luogo della sua infanzia e giovinezza (cf. Mt., 2, 23). Gesù torna a Nazareth dopo un periodo di attività apostolica e taumaturgica; egli, come spesso usava fare, entra nella sinagoga, che senza dubbio aveva frequentato regolarmente durante la sua vita privata, ed istruisce i presenti. L’insegnamento nella sinagoga consisteva nel leggere e spiegare qualche passo dell’Antico Testamento. Lo stupore degli ascoltatori proveniva da due constatazioni: dalla sublimità dell’insegnamento di cui i presenti erano testimoni diretti e dalle umili condizioni della famiglia nella quale Gesù era vissuto (cf. vers. seguente). Gli Ebrei del tempo ritenevano che nessuno potesse avere una conoscenza notevole della S. Scrittura senza aver frequentato la scuola dei grandi maestri o aver ascoltato qualche celebre Rabbi. Donde vengono a costui questa sapienza e (questo potere di compiere) miracoli? Gli abitanti della cittadina non avevano ancora visto dei miracoli, Matteo dice soltanto che Gesù «li istruiva nella loro sinagoga», ma avevano sentito parlare di quelli compiuti da Gesù altrove (cf. Lc., 4, 23-29).
V. 55 Non è egli forse il figlio del falegname? Tέκτων designa un artigiano che lavora soprattutto il legno (falegname), ma quest’artigiano diventa anche muratore e fabbro, quando lo richiedono i bisogni.
Il Tέκτων quindi è un operaio che sa fare un po’ di tutto. L’espressione rivela che Gesù per i Nazaretani era ritenuto vero figlio di Giuseppe. Matteo non si preoccupa di chiarire queste parole, perché egli ha già narrato la concezione verginale di Cristo ed i lettori sapevano che Giuseppe era soltanto padre putativo di Gesù.
«Il figlio del falegname» non ha un senso di disprezzo, ma è semplicemente una constatazione. Giuseppe per la sua condotta e per l’onestà del suo lavoro era certamente un cittadino stimato ed onorato. Inoltre il lavoro manuale era praticato anche dai Dottori della Legge.
E i suoi fratelli (non sono) Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Matteo ricorda il nome dei fratelli di Gesù; per l’evangelista l’espressione non è affatto imbarazzante come lo può essere per il lettore moderno. Matteo ha chiaramente indicato i punti salienti della vita di Maria dai quali appare con evidenza che ella rimase vergine; l’evangelista, quindi, nominando i fratelli di Cristo, non può cadere in contraddizione aperta contro le sue stesse indicazioni; egli infatti constata i fatti seguenti: Maria è (promessa) sposa di Giuseppe; Maria è trovata madre e Giuseppe pensa di lasciarla libera; un angelo illumina Giuseppe su quanto è avvenuto in Maria; Giuseppe prende Maria come sua legittima sposa. Matteo nota in quella circostanza che Giuseppe non «la conobbe» (cf. 1, 25, e commento al versetto). Per i contemporanei dell’evangelista, come per i primi cristiani, non era necessario accentuare la verginità di Maria, perché il fatto era incontestato. I fratelli di Gesù vanno quindi intesi come cugini (o parenti di vincolo ancora più largo) di lui, (Per i fratelli di Gesù, cf. M. J. Lagrange, L’évangile de Jésus Christ, Parigi 1948, pp. 193-194; D. Buzy, Évangile selon S. Matthieu, La Sainte Bible Pirot-Clamer, Parigi 1950, t. IX, pagine 166-167).
v. 56 Le sorelle, contrariamente ai fratelli, non sono ricordate per nome; anche il termine “sorelle” indica cugine o altre parenti.
v.57 Un profeta non è disprezzato che nella sua patria e nella propria casa; la familiarità generalmente costituisce un ostacolo alla retta valutazione di una persona. Gesù rileva con tristezza quest’atteggiamento abbastanza comune della psicologia umana. Nella propria casa, cioè, nella famiglia.
v.58 L’evangelista ricorda che Gesù non operò molti miracoli a Nazareth, a motivo della mancanza di fede degli abitanti. Con questa osservazione Matteo dice indirettamente che il Maestro compì soltanto pochi miracoli su qualche persona ben disposta verso di lui (cf. Mc., 6, 5). L’evangelista ha probabilmente ricordato l’episodio del ritorno di Gesù a Nazareth (13, 53-58) per indicare come il Messia abbia trovato degli ostacoli nella mentalità dei contemporanei. Le parole degli abitanti di Nazareth (cf. 13, 55-56) rivelano una convinzione particolare sul messianismo del tempo. I Nazaretani ritenevano che Gesù non poteva essere il vero Messia, poiché proveniva da umili origini conosciute da tutti. Anche a Gerusalemme il popolo condivideva le stesse convinzioni (cf. Gio., 7, 27).
Per approfondire
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua: Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (cfr. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (cfr. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti. Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo. Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17). Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (cfr. Gc 2,14-17). Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa. Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio. Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss). Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (cfr. Sal 68 [67],19).
La Famiglia di Gesù - Origene (Comment. In Matth. 10,17-19): Circa l’esclamazione: “Donde gli viene tanta sapienza?” (Mt 13,54), essa mostra chiaramente la sapienza superiore e sconvolgente delle parole di Gesù, che si è meritata l’elogio: “Ed ecco che qui vi è più di Salomone” (Mt 12,42). E i miracoli da lui compiuti erano più grandi di quelli di Elia e di Eliseo, persino più grandi di quelli, più antichi, di Mosè e di Giosuè figlio di Nun. Mormoravano stupiti, perché non sapevano che egli era nato da una vergine, oppure non lo avrebbero creduto neppure se glielo avessero detto, mentre supponevano che egli fosse il figlio di Giuseppe, l’artigiano: “Non è egli figlio del falegname?” (Mt 13,55). E pieni di disprezzo verso tutto ciò che poteva sembrare la sua parentela più prossima, dicevano: “Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?” (Mt 13,55.56). Lo ritenevano dunque figlio di Giuseppe e di Maria. Quanto ai fratelli di Gesù, taluni pretendono, appoggiandosi al cosiddetto vangelo «secondo Pietro» o al «libro di Giacomo» [apocrifi], che essi siano i figli di Giuseppe, nati da una prima moglie che egli avrebbe avuto prima di Maria. I sostenitori di questa teoria vogliono salvaguardare la credenza nella verginità perpetua di Maria, non accettando che quel corpo, giudicato degno di essere al servizio della parola che dice: “Lo Spirito di santità scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo poserà su di te la sua ombra” (Lc 1,35), conoscesse il letto di un uomo, dopo aver ricevuto lo Spirito di santità e la potenza discesa dall’alto, che la ricoprì con la sua ombra. Da parte mia, penso che sia ragionevole vedere in Gesù le primizie della castità virile nel celibato, e in Maria quelle della castità femminile, sarebbe in effetti sacrilego attribuire ad un’altra tali primizie della verginità.
Testimoni di Cristo - Sant’Ignazio di Loyola - La riforma nasce sempre dalla capacità di discernere: Ogni azione nel mondo per i cristiani dovrebbe essere sempre il frutto di un cammino, di un itinerario dell’anima, che passa attraverso un percorso di discernimento. Solo così si possono cambiare le cose, si può dare sostanza a una vera riforma. Anche nella Chiesa. È questo il potente messaggio che ci affida sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti. Era nato ad Azpeitia nella provincia basca di Guipúzcoa nel 1491 ed era il minore di 13 figli, otto maschi e cinque femmine, di una famiglia impegnata a servire i re cattolici di Castiglia. Nel 1506 rimase orfano e venne mandato nella città di Arévalo per essere istruito nelle arti cavalleresche. Rimase però ferito a una gamba a Pamplona e, durante la convalescenza, grazie ad alcune letture spirituali, cominciò un cammino di conversione religiosa e di «progettazione spirituale». Forte della sua esperienza militare decise di mettere quella disciplina al servizio di Cristo e della vita della Chiesa nel mondo. La sua formazione si compì tra Spagna e Francia. Scrisse alcune regole, poi confluite negli Esercizi spirituali, e nel 1534 assieme ad alcuni compagni diede vita a Parigi al primo nucleo di quelli che sarebbero poi diventati i Gesuiti. Nel 1537 fu ordinato prete a Venezia. Morì nel 1556 a Roma, 16 anni dopo l’approvazione della sua Compagnia. (Matteo Liut)
O Dio, che hai chiamato sant’Ignazio [di Loyola]
a operare nella Chiesa per la maggior gloria del tuo nome,
concedi anche a noi, con il suo aiuto e il suo esempio,
di combattere in terra la buona battaglia della fede
per ricevere con lui in cielo la corona dei santi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.