21 Febbraio 2026
Sabato dopo le Ceneri
Is 58,9b-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 85 (86); Lc 5,27-32
Io non godo della morte del malvagio, dice il Signore, ma che si converta dalla sua malvagità e viva. (Ez 33,11 - Acclamazione al Vangelo)
Jean Giblet e Pierre Grelot: Fedele alla tradizione profetica, Ezechiele incentra il suo messaggio, nel momento in cui si compiono le minacce di Dio, sulla conversione necessaria: «Gettate lontano da voi le trasgressioni che avete commesso, e fatevi un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Perché vorreste morire, o casa di Israele? Io non desidero la morte di alcuno! Convertitevi e vivrete» (Ez 18,31s). Quando precisa le esigenze divine, il profeta assegna indubbiamente alle prescrizioni cultuali un posto più ampio che non i suoi predecessori (22,1-31); ma insiste pure più di essi sul carattere strettamente personale della conversione: ciascuno risponderà soltanto per sé, ciascuno sarà ricompensato secondo la sua condotta (3,16-21; 18; 33,10-20). Ed Israele è senza dubbio una «genia di ribelli» (2,4-8). Ma a questi uomini dal cuore duro Dio può dare come una grazia ciò che esige da essi in modo così imperioso: nella nuova alleanza darà loro un cuore nuovo e metterà il suo spirito in essi, cosicché essi aderiranno alla sua legge e si dorranno della loro cattiva condotta (36,26-21; cfr. 11,19s).
Liturgia della Parola
I Lettura - La vera religione - Epifanio Gallego: Continuando l’idea centrale della pericope precedente, il terzo Isaia dice più chiaramente in che cosa consista la vera religione. Il principio è la sintesi di quanto è stato detto in precedenza. Via tutto quello che è giogo e peso insopportabile per la persona umana! Scompaiano i gesti minacciosi e i discorsi arroganti in omaggio a una vera uguaglianza e fraternità. Si arrivi alla pratica, alla vita, a spartire il pane, realtà e simbolo allo stesso tempo di tutto quello che alcuni possiedono e che manca ad altri, così che il ricco provi quello che vuol dire essere povero e riceva dal povero bisognoso lo spirito della confidenza in Dio. Quando tutto questo sarà divenuto realtà, allora cominceranno davvero i tempi messianici, descritti qui con le tipiche immagini di prosperità materiale. L’oscurità sarà luminosa come il meriggio e Yahveh, come un esperto pastore, guiderà il suo popolo attraverso verdi praterie e fra cristalline fonti di acque. Anzi, gli stessi israeliti saranno orti irrigati e fonti di acque perenni, perché porteranno dentro di sé la forza e la vitalità dello spirito di Yahveh.
Fra queste benedizioni, non poteva mancare quella che costituiva l’ossessione dei rimpatriati, la ricostruzione del tempio e delle mura della città. Anche questo sarà loro concesso da Yahveh come premio a una autentica religione. Il tempio fu ricostruito nel 515, ai tempi di Esdra Neemia. Le mura della città furono terminate nell’anno 445. Tempio e mura furono poi abbattuti e ricostruiti da Erode il Grande. Gesù darà il vero senso a questa profezia identificandosi col tempio. Nell’anno 70 della nostra era, l’esercito di Tito distrusse e incendiò il tempio, e le mura di Erode. Oggi, del tempio, resta solo quel pezzo chiamato Muro del pianto, segno visibile del tempio invisibile che è il Cristo totale.
La santificazione del sabato era un’altra fra le grandi istituzioni d’Israele. Come Sion era il luogo santo, così il sabato era il tempo santo: luogo e tempo che non sono santi per se stessi, per arte di magia o per gesti di questo genere, ma nella misura in cui l’uomo li rende santi col suo comportamento umano. Né il luogo né il tempo santificano l’uomo, ma l’uomo santifica il luogo e il tempo.
E conosciamo anche il modo con cui li può santificare: dedicandoli al Signore, e non alle cose di quaggiù, liberando il tempo dalle preoccupazioni per dedicarlo a Yahveh in una comunione festosa con Lui e coi suoi fratelli. In questo consiste la vera santificazione. La pura osservanza esterna, nella quale manca la dedicazione a Dio, diciamolo apertamente, è una vera profanazione, anche se simulata. L’esaltazione alla destra del Padre sarà la ricompensa a questa fedeltà, espressa dal profeta con l’immagine, di sapore cananeo, di far loro calcare le alture della terra per gustare l’eredità di Giacobbe ed essere eredi delle promesse messianiche.
Vangelo
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano.
Il Vangelo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: essa chiama alla sequela l’esattore di tasse Levi-Matteo muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva; ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri. Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,27-32
In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27-28 Dopo questi fatti; indicazione cronologica, segnalata unicamente dal terzo evangelista, con la quale l’episodio della chiamata di Levi è collegato al precedente. Osservò un pubblicano di nome Levi; con finezza psicologica Luca indica soltanto il nome del futuro apostolo, omettendo l’ulteriore precisazione «figlio di Alfeo» che si trova in Marco (Mc., 2, 14). Levi va identificato con l’apostolo Matteo (cf. Mt., 9, 9); i pubblicani erano profondamente disprezzati dai Farisei, a motivo della loro professione che li esponeva di continuo ad infrangere le prescrizioni sulla purità legale per i contatti che avevano con i pagani ed a commettere ingiustizie per la loro esosità nella riscossione delle gabelle (cf. Lc., 3,12-13). Su uno di questi pubblicani il Maestro fissò attentamente lo sguardo («osservò»: ἐθεάσατο), quasi per far capire all’interessato che egli aveva dei piani su di lui. E questi, lasciata ogni cosa ..., lo seguì; Luca, in conformità alla sua concezione dell’ideale evangelico che consiste nello spogliamento assoluto, non manca di rilevare che Matteo abbandonò «ogni cosa» per seguire Gesù.
29 Ora Levi gli fece un grande convito; l’evangelista mette in stretta relazione la chiamata di Levi narrata precedentemente e la scena del convito; per questo precisa che Levi stesso prepara un convito per onorare Gesù che gli aveva rivolto l’appello a seguirlo. Altre persone; l’espressione corregge il sostantivo «peccatori», usato dagli altri due Sinottici; Luca preferisce servirsi di una formula generica («altre persone»; cf. vers. seguente), perché il termine «peccatori» riusciva difficile e suonava male per i suoi lettori convertiti dal paganesimo.
30 Perché voi mangiate e bevete con i pubblicani ed i peccatori? Il termine «peccatori», evitato dall’evangelista nel vers. precedente, qui invece è mantenuto, perché è pronunziato dagli avversari del Maestro; per i Farisei e gli Scribi erano «peccatori» coloro che non osservavano la Legge mosaica e la interpretazione che essi stessi ne davano. Luca attenua il tono dell’accusa ricorrendo ad una formulazione differente dalla frase; nel terzo vangelo l’accusa non è rivolta direttamente a Gesù, come fanno Matteo e Marco («Perché egli mangia e beve con i pubblicani e con i peccatori?», Mc., 2, 16), bensì ai suoi discepoli («perché voi mangiate e bevete con...»).
31 Gesù ... disse loro: Non sono i sani etc.; è il Salvatore che prende la parola, non già i discepoli ai quali, secondo Luca, gli Scribi ed i Farisei avevano diretto l’accusa. «Non sono i sani ...»; l’espressione è solenne e categorica come quelle che erano soliti fare i dottori della Legge. In questa prima parte della risposta è richiamato un fatto di constatazione comune, fatto che servirà a Cristo per dichiarare le finalità della sua missione.
Per approfondire
Vocazione dei discepoli e vocazione dei cristiani - Jean Guillet: Se Gesù, per suo conto, non sente la chiamata di Dio, in compenso moltiplica le chiamate a seguirlo; la vocazione è il mezzo mediante il quale egli raggruppa attorno a sé i Dodici (Mc 3, 13), ma fa sentire anche ad altri un’analoga chiamata (Mc 10, 21; Lc 9, 59-62); e tutta la sua predicazione ha qualcosa che comporta una vocazione; una chiamata a seguirlo in una via nuova di cui egli possiede il segreto: «Chi vuol venire dietro di me...» (Mt 16, 24; cfr. Gv 7, 17). E se «molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti», si è perché l’invito al regno è una chiamata personale, alla quale taluni rimangono sordi (Mt 22, 1-14). La Chiesa nascente ha subito inteso la condizione cristiana come una vocazione. La prima predicazione di Pietro a Gerusalemme è un appello ad Israele, simile a quello dei profeti, e cerca di suscitare un passo personale: «Salvatevi da questa generazione perversa!» (Atti 2, 40). Per Paolo c’è un parallelismo reale tra lui, «apostolo per vocazione», e i cristiani di Roma o di Corinto «santi per vocazione» (Rom 1, 1. 7; 1Cor 1, 1 s). Per rimettere i Corinzi nella verità, egli li riporta alla loro chiamata, perché essa costituisce la comunità di Corinto così com’è: «Considerate la vostra chiamata, non ci sono molti sapienti secondo la carne» (1Cor 1, 26). Per dar loro una regola di condotta in questo mondo la cui figura passa, li impegna a rimanere ciascuno «nella condizione in cui l’ha trovato la sua chiamata» (7, 24). La vita cristiana è una vocazione perché è una vita nello Spirito, perché lo Spirito è un nuovo universo, perché «si unisce al nostro spirito» (Rom 8, 16) per farci sentire la parola del Padre e risveglia in noi la risposta filiale. Poiché la vocazione cristiana è nata dallo Spirito, e poiché lo Spirito è uno solo che anima tutto il Corpo di Cristo, in seno a quest’unica vocazione c’è «diversità di doni ... di ministeri ... di operazioni...», ma in questa varietà di carismi non c’è infine che un solo corpo ed un solo Spirito (1Cor 12, 4-13). Poiché la Chiesa, la comunità dei chiamati, è essa stessa la Ekklesìa, «la chiamata» , come è la Eklektè, «l’eletta» (2 Gv 1), tutti coloro che in essa sentono la chiamata di Dio rispondono, ognuno al suo posto, all’unica vocazione della Chiesa che sente la voce dello sposo e gli risponde: «Vieni, o Signore Gesù!» (Apoc 22, 20).
Catechismo della Chiesa Cattolica - Varie forme di Penitenza e conversione 1430 Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, «il sacco e la cenere», i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.
1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato «animi cruciatus [afflizione dello spirito]», «compunctio cordis [contrizione del cuore]».
1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.2274 La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: «Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo» (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.
«Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione».
1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che «copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8).
1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.
Pietro Crisologo (Sermo 30, 3-5): “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori”? (Mt 9,11). E chi è peccatore, se non chi nega di essere peccatore? Anzi, è maggiormente peccatore, o per meglio dire e lo stesso peccato, chi non si conosce come peccatore. E chi è ingiusto, se non chi si ritiene giusto? Tu hai letto, o fariseo: “Nessun vivente è giusto al tuo cospetto” (Sal 142,2). Finché rimaniamo “nel nostro corpo mortale” (Rm 6,12), e prevale in noi la fragilità, anche se vinciamo i peccati di azione, non siamo però in grado di vincere i peccati di pensiero e di fuggire le ingiustizie. E anche supponendo di evitare la soggezione del corpo, nonché di pervenire al dominio della cattiva coscienza, come possiamo abolire le colpe di negligenza e i peccati di ignoranza? O fariseo, confessa il peccato, perché tu possa accedere alla mensa di Cristo; perché Cristo ti sia pane, e quel pane si spezzi in perdono dei peccati; perché sia bevanda Cristo, che viene effusa in remissione dei tuoi delitti. O fariseo, siedi a pranzo con i peccatori, perché tu possa desinare con Cristo. Riconosciti peccatore, affinché Cristo pranzi con te. Entra con i peccatori al convito del tuo Signore, perché tu possa non esser più peccatore. Entra nella casa della misericordia con il perdono di Cristo, perché tu non venga con la tua giustizia punito e buttato fuori dalla casa della misericordia. Conosci Cristo, ascolta Cristo, ascolta il tuo Signore, ascolta il Medico celeste che confuta perentoriamente le tue calunnie: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati” (Mt 9,12). Se vuoi la cura, riconosci il malanno. “Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Se aneli alla misericordia, confessa il peccato.
Testimoni di Cristo - San Pier Damiani - È dalla vita quotidiana che inizia la riforma: Condividere il cammino dell’umanità per accompagnarla verso il cuore di Dio, testimoniando con la propria vita l’essenzialità del Vangelo. La vicenda umano di san Pier Damiani, dottore della Chiesa dal 1828, ci parla di un pastore che fece delle proprie umili origini una risorsa per alimentare una preziosa opera riformatrice. Nato a Ravenna nel 1007, ultimo figlio di una famiglia numerosa di nobili origini, era rimasto orfano e in principio fu mandato da un fratello a fare il guardiano dei porci. Il fratello maggiore Damiano (al quale si deve forse il nome “Damiani”) colse però le doti intellettuali di Pier e decise di indirizzarlo agli studi, mandandolo prima a Faenza e poi a Parma. Dopo un periodo di insegnamento a Ravenna, entrò nel monastero camaldolese di Fonte Avellana di cui poi diventò priore, governando con saggezza. Nel 1057 papa Stefano IX lo chiamò a Roma perché lo aiutasse ad affrontare la crisi provocata dal dilagare di discordie e comportamenti non consoni, come la simonia, all’interno della Chiesa. Nominato vescovo di Ostia e creato cardinale, portò avanti una preziosa opera di ritorno a usi più consoni al Vangelo tra i religiosi, il clero, come pure tra i fedeli al fianco di ben sei diversi Papi. Morì a Faenza nel 1072.
Dio onnipotente ed eterno,
guarda con paterna bontà la nostra debolezza,
e stendi la tua mano potente a nostra protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Orazione sul popolo ad libitum
Nella tua bontà soccorri, o Signore, questo popolo
che ha partecipato ai santi misteri,
perché non sia sopraffatto dai pericoli
chi si affida alla tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.