11 Agosto 2026
Santa Chiara, Vergine
Ez 2,8-3,4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 18,1-5.10.12-14
Benedetto XVI (Udienza Generale 15 Settembre 2010): La spiritualità di santa Chiara, la sintesi della sua proposta di santità è raccolta nella quarta lettera a Sant’Agnese da Praga. Santa Chiara adopera un’immagine molto diffusa nel Medioevo, di ascendenze patristiche, lo specchio. Ed invita la sua amica di Praga a riflettersi in quello specchio di perfezione di ogni virtù che è il Signore stesso. Ella scrive: “Felice certamente colei a cui è dato godere di questo sacro connubio, per aderire con il profondo del cuore [a Cristo], a colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli, il cui affetto appassiona, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia, la cui soavità ricolma, il cui ricordo risplende soavemente, al cui profumo i morti torneranno in vita e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. E poiché egli è splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia, guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno… In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera quarta: FF, 2901-2903).
Grati a Dio che ci dona i Santi che parlano al nostro cuore e ci offrono un esempio di vita cristiana da imitare, vorrei concludere con le stesse parole di benedizione che santa Chiara compose per le sue consorelle e che ancora oggi le Clarisse, che svolgono un prezioso ruolo nella Chiesa con la loro preghiera e con la loro opera, custodiscono con grande devozione. Sono espressioni in cui emerge tutta la tenerezza della sua maternità spirituale: “Vi benedico nella mia vita e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni con le quali il Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, e con le quali un padre e una madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen” (FF, 2856).
Liturgia della Parola
I Lettura - Epifanio Gallego: Esperienza vocazionale: La presente lettura, sorprendente in apparenza, è di una chiarezza cristallina alla luce dello schema vocazionale profetico.
Già in Ger 15,16, udimmo il grande profeta ricordare i primi tempi della sua vocazione profetica in cui le parole di Yahveh erano « la gioia e la letizia del mio cuore» ed egli «le divorava », il suo contemporaneo Ezechiele, partecipe della stessa cultura, si serve di queste medesime immagini quasi alla lettera. Anche lui « apre la bocca e mangia ». In uno stretto parallelismo con « ascolta ciò che ti dico », è la forma più accessibile al pubblico per esprimere la sua ubbidienza alla parola di Yahveh.
Quella che deve mangiare è un rotolo scritto dai due lati contro i costumi del tempo: chiara immagine per far comprendere la sovrabbondanza di oracoli di cui dovrà farsi mediatore, assimilandoli prima e trasmettendoli poi. L’aspetto pietoso del caso è la coscienza che egli aveva di dover trasmettere « lamenti, pianti e guai ». Così era scritto nel rotolo. Trasformarsi in profeta di sventura per il suo popolo, il popolo che con lui condivideva già la pena per il suo peccato.
In una specie di confessione, Ezechiele riconosce che, in un primo momento; nella sua bocca, più o meno come era avvenuto a Geremia, sentì il gusto dì essere inviato, di essere il portavoce di Yahveh, ministro della sua sublime regalità. È come la luna di miele dell’intimità divina, la prima caramella che Dio mette in bocca ai mistici per preparare coloro dai quali esigerà molto.
Ezechiele mangia il rotolo, fa suo il contenuto, la parola di Yahveh. E ora, come vero portavoce, è mandato alla « casa d’Israele », semitismo col quale si indica il popolo dell’esilio.
Se ci si chiedesse una definizione del profeta, difficilmente potremmo trovarne una migliore di questa descrizione in immagini dell’esperienza intima di Ezechiele. La descrizione non è composta di fatti, ma il contenuto, sì. Essi lo compresero, anche se non vollero ascoltarlo. Noi che lo ascoltiamo e che lo comprendiamo già un po’ meglio, dobbiamo forse trovare in lui un eloquente esempio di fedeltà vocazionale, quella del nostro battesimo e quella dell’io vi mando … non pensare a quello ch dovrete rispondere, poiché lo spirito vi dirà, in quell’ora, quello che dovrete dire (Lc 21,14ss).
Vangelo
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.
I bambini sono i discepoli, sono gli uomini ridiventati bambini per la semplicità. Ed è questa ultima virtù a spalancare le porte del Cielo. Guai quindi a chi scandalizza uno solo di questi piccoli. La parabola della pecora smarrita è rivolta ai farisei e agli scribi i quali si scandalizzavano di Gesù perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro. La parabola mette in relazione il perdono e la gioia, la conversione e la festa: come la pecora perduta è causa di gioia per chi la ritrova, così in cielo il Padre, con i suoi angeli, esulta di gioia quando uno dei suoi figli ritorna a lui. Un racconto per cantare l’amore gratuito di Dio, incommensurabile e senza condizioni.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,1-5.10.12-14
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Chi... è più grande nel regna dei cieli? La domanda riguarda la dignità su la terra, non già il grado del merito e della conseguente ricompensa nel cielo. Il regno dei cieli si riporta al regno come è attuato in terra; l’intero capitolo infatti s’interessa dell’aspetto terrestre del regno dei cieli.
3 Piccolo fanciullo (παιδίον), va notato il diminutivo; il tenero fanciullo costituisce una parabola vivente e reale: l’ambizione non turba, né agita l’animo dei piccoli. Se voi non tornerete e non diverrete come fanciulli; è un endiadi. La Volgata ha: se non vi convertirete (nisi conversi fueritis); la traduzione latina dà un senso morale al verbo greco (στραφῆτε: tornare, volgersi).
4 Il versetto svela il vero significato dell’incidente e gioca sul doppio significato (fisico-morale) di «piccolo fanciullo». Chi si farà spiritualmente piccolo (ταπεινόω, cf. Lc., 3, 5) avrà una vera grandezza avanti a Dio. Il detto, a colorito paradossale, acquista questo valore per gli apostoli: chi occupa nel regno di Dio (nella Chiesa) un posto eminente non è dispensato dal nutrire nel proprio animo sentimenti di profonda umiltà.
5 Un fanciullo come questo, cioè un uomo tornato fanciullo per la semplicità, come è detto nel passo precedente. Il versetto serve di passaggio dai veri fanciulli, che nella propria semplicità non nutrono ambizioni, ai fanciulli nello spirito, cioè agli umili, ai “piccoli” (dei quali si parla anche nei verss. 6, 10, 16) che sono nella Chiesa, verso i quali gli Apostoli devono avere una particolare attenzione. La cura usata verso questi piccoli, che appartengono a Cristo (ἐπί τῷ ὀνόματί μου) poiché egli li ha eletti, è un atto di devozione e di rispetto a Gesù stesso.
10 «Questi piccoli» non devono essere disprezzati, poiché hanno degli esseri spirituali in cielo che difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro. Il linguaggio è ispirato al cerimoniale delle corti dell’antico oriente; veggono continuamente la faccia del Padre mio: cioè gli angeli, come i personaggi della corte, stanno sempre alla presenza del sovrano e lo servono (cf. 2 Samuele, 14, 24; 2 Re, 25, 19; Lc., 1, 19). Da questo passo la Chiesa deduce l’esistenza degli angeli custodi, cioè degli angeli deputati alla guida di ciascun uomo; se ogni “piccolo” ha un rappresentante celeste davanti a Dio, questo rappresentante si occuperà del suo protetto anche in terra.
12-14 La breve parabola racchiude in forma velata un insegnamento per gli apostoli. Se Dio cura e segue con tanto amore uno di questi piccoli, gli apostoli, da parte loro non lo potranno disprezzare o trascurare. L’immagine con i suoi elementi descrittivi molto accentuati (lascia le novantanove,.., va in cerca di quella smarrita..., si rallegra per questa più che per le novantanove le quali non si sono smarrite) illustra mirabilmente la cura del Padre celeste per i “piccoli”. Il dovere degli apostoli rimane definito in modo chiaro: essi non devono soltanto evitare lo scandalo di questi piccoli (parte negativa), ma ricondurli, all’occorrenza, all’ovile (parte positiva). Non è volere del Padre vostro.., forma impersonale, ritenuta più rispettosa per la maestà divina, che andrebbe tradotta liberamente: il vostro Padre celeste non vuole che...; il traduttore greco ha rispettato la forma aramaica originale.
Per approfondire
In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli - Felipe F. Ramos (Matteo, Commento della Bibbia Liturgica): Gesù comanda di farsi come bambini.
Quando si esprime così, non pensa alla proverbiale innocenza dei bambini, ma pensa principalmente alla loro umiltà. Il bambino non ha pretese: sa di essere bambino e si accetta come è; accetta la sua incapacità di fronte alla vita c il bisogno che ha dei genitori per sopravvivere. I bambini vivono nell’umiltà, non stimandosi meno di quello che sono - non sarebbe umiltà - ma riconoscendo quello che sono. L’uomo ha forse bisogno di stimarsi meno di quello che è per essere umile?
Se passiamo dalla famiglia umana a quella cristiana - la famiglia di Gesù o di Dio - l’argomentazione acquista molta maggior efficacia. Che cos’è l’uomo davanti a Dio? L’umiltà cristiana è causata appunto dalla gioia di essere figli di Dio (5,3ss; 11.25).
La filiazione divina richiede la conversione, come dice espressamente il v. 3. Le parole che aprono il vangelo esigendo la conversione (3,2; 4,17) si applicano ora ai discepoli di Gesù. Se questi discepoli devono essere i dirigenti della comunità cristiana, devono comportarsi, di fronte a essa, con quell’umiltà di cui abbiamo parlato. E devono farlo per due ragioni: per quello che sono essi - aspetto che già abbiamo esposto - e per quello che sono, gli altri. Gli altri sono figli di Dio: « i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio ». Ma la frase non si occupa minimamente degli angeli e non ha il minimo interesse per essi. Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: a) di adorazione e di lode a Dio; b) di agenti o messaggeri divini negli affari umani; c) di custodi degli uomini e delle nazioni (At 12,15). Secondo una credenza che si era molto diffusa fra i giudei, erano pochi gli angeli che avevano accesso diretto a Dio. Tenendo conto di questi particolari, l’insegnamento fa pensare alla dignità dei piccoli che credono in Gesù: se i loro angeli hanno questa dignità, quanto maggiore sarà la dignità dei credenti che gli angeli stessi son destinati a servire!
La sezione termina con la parabola della pecorella smarrita che, in Matteo, non ha l’importanza che ha in Luca (c. 15) ed è esposta in una prospettiva diversa. Luca mette particolarmente in rilievo la gioia del pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita; Matteo fa rilevare la sua responsabilità. Matteo ha adattato la parabola ai dirigenti della comunità cristiana. E questo spiega come egli abbia spostato leggermente, ma intenzionalmente, il centro di gravità della parabola.
Gesù e i bambini - Giuseppe Manzoni e Giuseppe Barbaglio (Bambino in Schede Bibliche Pastorali Vol I): Anzitutto i vangeli dell’infanzia s’interessano di Gesù bambino. Matteo ne sottolinea la messianicità, affermando che in lui si è compiuta la profezia di Isaia; egli è l’Emmanuele, «Dio con noi» (1,18-25). Nel c. 2 poi il termine paidion (= bambino) dà unità ai racconti dell’adorazione dei magi (vv. 8.9.11), della fuga in Egitto (vv. 13.14), dell’uccisione dei bambini betlemiti (v. 16: hoi paides), del ritorno dall’Egitto (vv. 20.21). Da parte sua, Luca racconta in parallelo l’infanzia di Gesù e di Giovanni, rilevando la superiorità del primo, che è il Figlio di Dio, e la funzionalità del secondo, che sarà il suo precursore (cc. 1-2).
La tradizione evangelica sinottica, inoltre, ha conservato il ricordo di un episodio significativo dell’esistenza di Cristo, che ha benedetto alcuni bambini, imponendo loro le mani (leggere Mc 10,13-16 e par.). Il suo comportamento contrasta con la mentalità dell’ambiente riflessa nella reazione dei discepoli che si oppongono all’incontro. È probabile che la chiesa primitiva, alle prese con il problema del battesimo dei bambini, vi si sia ispirata, motivando così la sua prassi di ammissione al sacramento e a riti sacri come l’imposizione delle mani e l’uso di formule d’invocazione.
Un bambino sta di nuovo al centro di un gesto profetico e di una solenne dichiarazione di Gesù. Questi contesta i sogni di grandezza dei discepoli che si contendevano il primato e, per dare plasticità alla sua esortazione all’umiltà, prende un fanciullo, lo mette in mezzo a loro e afferma paradossalmente che il più grande è il più piccolo (Lc 9,46-48 e par.). Marco e Luca poi fanno seguire un detto di Cristo sull’accoglienza dei bambini che equivale ad accogliere lui stesso (Mc 9,37 e Lc 9,48b).
Come i bambini - In alcuni detti del Signore i bambini sono stati presi come termine di paragone per evidenziare precisi atteggiamenti esi|stenziali richiesti agli adulti. Concordemente i tre vangeli sinottici collegano all’episodio dell’accoglienza dei bambini da parte di Gesù la seguente affermazione di principio: «Il regno dei cieli è degli uomini che sono diventati come loro» (Mt 19,14 e par.; nostra traduzione). Marco e Luca vi aggiungono: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15 e Lc 18,17).
Matteo si rifà invece in 18,3: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». I tre detti hanno in comune di porre come condizione indispensabile d’ingresso nel regno un atteggiamento globale di piccolezza spirituale e umiltà di fronte a Dio, piccolezza e umiltà significate appunto dai bambini.
C’è infine da notare la sezione 18,5-14 del Vangelo di Matteo che trova unità letteraria e tematica nel motivo dei «piccoli» (= hoi mikroi). Si tratta di piccoli in senso traslato; in realtà, l’evangelista parla di credenti adulti modesti e di nessuna rilevanza all’interno della comunità matteana. Attualizzando qui detti del Signore, egli esorta la sua chiesa ad accoglierli fraternamente (v 5), a dimostrare loro premurosa attenzione (vv. 6-9) e rispetto (v. 10), c a impegnarsi insonnemente perché, una volta smarriti, non abbiano a perdersi del tutto (vv. 12-14).
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 59, 4: Vedi in quanti modi ci spinge ad aver cura dei fratelli che sono di poco conto? Non dire quindi: quel tale è un fabbro, un calzolaio, un contadino, uno sciocco, e non disprezzarlo. Perché tu non abbia questo atteggiamento, vedi in quanti modi ti persuade ad essere misurato e ti induce ad aver cura di questi. Ha posto in mezzo un bambino e dice: Siate come i bambini, e: Chi accoglie un bambino come questo, accoglie me, e: Chi lo scandalizza, subirà i più gravi castighi. Non si è limitato all’esempio della macina, ma ha aggiunto anche: Guazi, e ha ordinato di estirpare persone siffatte, anche se sono per noi come le mani e gli occhi. E d’altra parte, facendo riferimento agli angeli a cui sono stati affidati questi stessi fratelli di poco conto, li rende degni di rispetto, e anche rifacendosi alla propria volontà e alla sua passione - infatti quando dice: Il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto, indica la croce, come dice anche Paolo a proposito di un fratello per il quale Cristo è morto -, e al Padre, perché neppure lui vuole che si perdano, e alla consuetudine comune, perché il pastore, lasciando le pecore che sono in salvo, cerca quella perduta e quando trova quella che si era smarrita, si rallegra molto per averla trovata e per la sua salvezza.
Testimoni di Cristo - Santa Chiara d’Assisi - Come l’amore chiama amore la santità chiama santità: Santità chiama santità così come amore chiama amore, perché la passione che abita nel cuore, quando è alimentata dalla vita divina, non può restare un bene individuale, ma diventa sempre testimonianza che affascina e cambia le vite. Così avvenne per santa Chiara d’Assisi, la cui testimonianza evangelica si alimentò del gesto di san Francesco, quando scelse di rinunciare a tutto ciò che possedeva nel mondo per mettersi alla ricerca dell’unico tesoro che conta. Nel 1206 quando Francesco si spogliò dei propri abiti come segno di affidamento totale a Dio, infatti, Chiara, ragazza dodicenne, rimase profondamente colpita da quella scelta. Era nata nel 1194 ed era figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi. Nel 1213 fuggì da casa per consacrarsi a Dio sotto la guida di Francesco, che, alla Porziuncola, le tagliò i capelli e le fece indossare il saio francescano. La portò poi al monastero benedettino di San Paolo, a Bastia Umbra, dove però il padre la raggiunse per cercare invano di persuaderla a tornare a casa. Rifugiatasi nella Chiesa di San Damiano, vi fondò l’Ordine delle Sorelle Povere, nella cui prima regola, dettata da Francesco, partì dalla scelta di riporre ogni propria certezza nel cuore di Dio e formulò l’invito a dare alla propria vita la «forma del Vangelo». Chiara morì nel 1253 e fu canonizzata nel 1255.
O Dio, che nella tua misericordia hai ispirato a santa Chiara
l’amore per la povertà evangelica,
per sua intercessione concedi a noi
di seguire Cristo in povertà di spirito,
per contemplarti un giorno nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.