5 Luglio 2026
 
XIV Domenica del Tempo Ordinario
 
Zc 9,9-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30
 
Mariano Magrassi (Umiltà in Dizionario di Mistica) - Espressioni dell’umiltà: L’umile magnifica Dio che opera nel suo cuore. L’incarnazione più luminosa di questo atteggiamento è la Vergine Maria. Ella si sente la « povera serva »: è un vuoto che attende di essere colmato. E allora Dio le è andato incontro e l’ha colmata della sua grazia. Con uno sguardo l’ha sollevata dal suo nulla, e l’ha resa così grande che « tutte le generazioni la chiameranno beata ». Il Magnificat è il poema dell’umiltà (cf Lc 1,46-55).
A sua volta, Maria è la punta di diamante di un filone aureo che attraversa tutta la Bibbia: quello degli « anawim », « i poveri di JHWH ». Questi non hanno nulla e lo sanno. Non hanno nessuno su cui contare e allora si aprono a Dio diventando « clienti dell’ Altissimo». E Dio li colma dei suoi doni. « Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 36,7). Quest’aureo versetto salmodico ne scolpisce in poche parole l’atteggiamento fondamentale.
Come in Cristo, l’umiltà prima che una virtù, è un modo di essere e relazionarsi con l’Altro e con gli altri. In Cristo questo è evidente. Troviamo nell’inno cristologico dei Filippesi (2,6-8) la descrizione dell’umiltà abissale della Incarnazione: «Cristo pur essendo di natura divina... spogliò Se stesso assumendo la condizione di servo ... si umiliò facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce ». A questa parabola discendente di umiliazione, che interessa Cristo nelle radici stesse del suo essere, e tocca il fondo non potendo scendere più in basso, fa seguito la esaltazione del Padre, che « gli dà il nome che è al di sopra di ogni altro nome »: un punto cosi alto oltre il quale non si può salire.
E l’umiltà dell’essere. Non consiste nel « sentirsi piccoli » (non poteva farlo il « Signore »), ma nel « farsi piccoli ».
L’Altissimo si è fatto piccolo! In un latino intraducibile, mutuato dal salmo, san Bernardo esclama: « Magnus Dominus et laudabilis nirnis, parvus Dominus et amabilis nimis ».
E san Francesco d’Assisi, nelle « Lodi di Dio Altissimo », con un colpo formidabile di genio, dice a Cristo: « Tu sei grande/Tu sei l’Altissimo/Tu sei il Re Onnipotente/Tu sei il Bene, tutto il bene ... /Tu sei umiltà ».
La storia della salvezza è la storia dell’umiliazione di Dio. Cristo è umile. Così il discepolo: se l’umiltà è in modo di essere libera dall’autosufficienza, che fa dell’io un idolo. Si affida a Dio, e fa l’«estasi», uscendo da se stesso. Diventa capace di lode. L’ha detto stupendamente Tagore: «Nell’ebbrezza del canto dimentico me stesso e chiamo Te amico, che sei il mio Signore».  Finché l’uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri non comprende nulla della sua situazione. Deve porsi davanti a Dio e alla sua Parola: è lo specchio in cui scopre il suo vero volto interiore. Allora aderisce a Cristo e lo segue dove va: e diventa come lui «mite e umile di cuore» (cf Mt 11,28-30).
Allora anche nei confronti degli altri attua l’esortazione dell’Imitazione di Cristo: « Ama nesciri et pro nihilo reputari », cioè sii contento quando gli altri ti ignorano e non ti apprezzano per nulla. Ci si libera cosi dall’orgoglio e dall’autosufficienza che fa dell’io un idolo e come un bozzolo che imprigiona. L’umiltà è solo un atteggiamento interiore? Lo è anzitutto, ma dal cuore umile devono sgorgare atti concreti. È la linea in cui si pone san Benedetto nella sua Regola (cap. VII) quando parla dei «gradi dell’umiltà». Sembra porsi questa domanda: da quali segni si riconosce l’umile?
In quali gesti incarna il suo atteggiamento interiore? Ed egli ne enumera tutta una lunga serie, che vede come gradini di una scala. E il primo gradino è «l’ubbidienza senza indugio», perché solo l’umile è capace di rinunciare alla sua volontà, per aderire a quella del Cristo. D’altronde, pur dovendosi concretizzare, l’umiltà non si identifica con nessuna delle sue manifestazioni. Le postula, ma insieme le trascende perché conduce direttamente nel cuore di Dio che si è umiliato, cioè fatto carne per permettere all’uomo di pervenire alla sua stessa intimità d’amore, cioè di ritrovarsi in Dio­Trinità e riposare in lui.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Ecco, a te viene il tuo re umile: Zaccaria annuncia la venuta di un re umile, giusto e vittorioso. Egli è giusto «non nel senso che rende giustizia [Cf. Is 11,3-5], ma che sarà oggetto della “giustizia” del Signore, cioè della sua potente protezione [Cf. Is 45,21-25]» (Bibbia di Gerusalemme). Il Messia, rinunziando all’apparato dei re storici (Cf. Ger 17,25; 22,4), farà il suo ingresso nella città santa cavalcando «un asino, un puledro figlio d’asina», l’antica cavalcatura dei principi. Questa profezia si realizzerà in Gesù di Nazaret, quando, cavalcando un asinello, entrerà in Gerusalemme acclamato da una folla osannante. Il re messianico porterà il dono dell’unità facendo entrare nel suo regno anche le tribù del nord: «da mare a mare e dal Fiume ai confini della terra», cioè dal Mediterraneo al mar Morto e dall’Eufrate all’estremo sud. Il giorno di pentecoste anche questa profezia si realizzerà: lo Spirito Santo irrompendo nel mondo con potenza frantumerà ogni divisione (At 2,1-11).
 
Seconda Lettura - Se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete: Le affermazioni di Paolo non vanno prese in un significato di automatismo: è vero che lo Spirito Santo abita nei credenti e quindi non sono più sotto il dominio della carne, ma è pur vero che l’uomo rimane «venduto come schiavo del peccato» (Rom 7,14). C’è sottintesa allora una indicazione ascetica o di sforzo: la risurrezione dei cristiani, che è in stretta dipendenza da quella del Cristo, si prepara fin d’ora in una vita nuova che li rende figli a immagine del Figlio (Rom 8,14.29), in una incorporazione al Cristo risorto mediante la fede e nella immersione nelle acque del battesimo.
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Io sono mite e umile di cuore. Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili. Dal Vangelo secondo Matteo Mt 11,25-30 In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-30
 
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra … - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio ... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio ... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
Giuseppe Barbaglio (Mitezza in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V) - La bontà, la mitezza e la clemenza richieste ai credenti - Anzitutto è doveroso analizzare la beatitudine matteana: «Beati i miti (hóipraéìs), perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il riferimento al salmo 37,11 [...], la mancanza di questa beatitudine nella versione di Luca, la constatazione che essa costituisce un doppione con la prima beatitudine («Beati i poveri in spirito») inducono a credere che si tratti di un passo redazionale, non privo di legittimazione storica. Matteo ha collocato la mitezza nell’elenco delle condizioni necessarie per poter entrare nel regno dei cieli.
Di grande rilievo è poi il passo di Gal 5,22-23 in cui la bontà e la mitezza sono presentate come frutto dello Spirito. Non siamo dunque di fronte, come nel mondo greco, a comportamenti etici e nobili e virtuosi in cui la persona eccelle, ma al risultato dell’animazione dello Spirito. Essere «buoni» e «miti» è grazia, dono: naturalmente grazia che responsabilizza e impegna. Ecco le parole dell’apostolo: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Inoltre 1Cor 13,4 connette così strettamente l’agape con la mitezza da attribuire al dinamismo dell’agape la specificazione della mitezza: «La carità è paziente, è benigna la carità». Si noti che per l’apostolo l’agape non è una virtù tra le altre, ma il principio fontale, il dinamismo soprannaturale che abilita il soggetto ad agire in maniera coerente, nel nostro caso in maniera mansueta.
In questo profondo e vasto orizzonte si devono interpretare le numerose e molteplici esortazioni alla bontà e alla mitezza presenti nel Nuovo Testamento.
Le realtà implicate dello Spirito e dell’agape escludono che sia un discorso puramente moralistico. In Col 3,12 l’autore indica questi comportamenti come doverosi per l’esistenza della comunità cristiana: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Cf. anche il passo parallelo di Ef 4,2, che però collega l’esortazione con il motivo della vocazione cristiana). In Gal 6,1 l’apostolo afferma che l’ammonizione fraterna nella chiesa deve avvenire «con dolcezza». Fil 4,5 esorta all’affabilità.
Tra le doti spirituali e morali necessarie ai ministri della comunità, le lettere pastorali elencano anche la benevolenza, la mitezza: «(l’episcopo) sia benevolo e non litigioso» (1Tm 3,3); «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti» (2Tm 2,25); Timoteo è esortato, come uomo di Dio, a tendere alla mitezza (2Tm 6,11) e Tito a farsi efficace maestro dei credenti perché questi siano mansueti e dimostrino ogni dolcezza con tutti (Tt 3,2).
Gc 1,21 sollecita ad accogliere «con docilità (en praytétì) la parola che è stata seminata» in loro. La stessa lettera afferma che la mitezza e la sapienza superiore sono strettamente connesse (3,13; 3,17).
Ancora una volta emerge che gli autori del Nuovo Testamento restano racchiusi in prospettive puramente moralistiche. La 1Pt fa obbligo ai domestici di stare sottomessi ai padroni, non solo a quelli miti, ma pure a coloro che sono difficili (2,18).  La mitezza poi per lo stesso scritto è preziosa dote dell’anima incorruttibile (3,4). Infine l’autore della 1Pt sollecita i credenti a farsi testimoni autentici della speranza da essi vissuta, ma senza alterigia «con dolcezza» (metà praytètos) (3,15-16).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - Esultò nello Spirito - Prima parte del Vangelo. Il vangelo di oggi contiene diversi concetti distinti. Gesù pieno dì esultanza (cfr. Lc 10, 21: « Esultò nello Spirito e disse...») rivolge una sublime preghiera di lode al Padre perché ha decretato il trionfo suo e dei suoi e la sconfitta del principe del male e dei suoi satelliti.
Dio ha stabilito di celare il contenuto della rivelazione con tutti i suoi misteri ed anche la identità divina del Messia ai miscredenti e a tutti gli impettiti adoratori della dea ragione, i quali si autodefiniscono o sono definiti da una mentalità razionalistica sapienti e intelligenti. L’Onnipotente ha voluto occultare il suo mondo di segreti inestimabili a tutti gli autosufficienti che pensano orgogliosamente di non aver bisogno di Dio e del suo inviato.
Gesù dice essere piaciuto a Dio che i misteri del regno dei cieli fossero rivelati ai piccoli, cioè ai veri saggi, agli umili, ai «poveri di Dio», ai suoi discepoli autentici, a quelli che contano sul Signore. È chiaro che la differenza fra gli uni e gli altri non è solo di conoscenza o ignoranza dei segreti divini, ma anche di salvezza o dannazione. Infatti un diverso trattamento non giustificherebbe la gioia di Gesù se non coinvolgesse il compito del Messia e la sorte definitiva dei suoi seguaci (Mt 10, 40-42),
Gesù, dopo la lode al Padre, passa a precisare che il tramite di tutta la rivelazione è egli stesso, come Verbo eterno e Messia, perché dotato di tutta la scienza che Dio ha di sé. La scienza infinita di Dio è posseduta pienamente dal Padre ed è posseduta pienamente anche dal Figlio, perché il Padre è Dio e il Figlio è Dio alla stessa maniera che lo Spirito Santo, e quindi nella loro consustanzialità conoscono l’infinito patrimonio comune.
Esso è reso accessibile anche agli uomini mediante la rivelazione, della quale appunto il brano evangelico illustra natura e metodo.
Ultima parte del vangelo e contesto liturgico. La parte finale del brano evangelico si riferisce alla legge che Cristo propone. Essa è «un giogo dolce e un carico leggero », perché il governo del Messia è caratterizzato da una straordinaria mitezza. Pur avendo un regno universale, glorioso ed eterno, egli è umile e portatore di pace. È «mite ed umile di cuore» perché sottostà perfettamente ai voleri di Dio e perché fa sentire agli uomini la tenerezza divina: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature». Egli porta l’esultanza . Egli « sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto». L’umiltà del Figlio di Dio rialza il mondo prostrato, è causa di santa letizia («gioia pasquale»), di riscatto dalla schiavitù («dalla oppressione della colpa»), di vita eterna. Anzi chi si sottomette al giogo di Cristo sperimenta quanto è soave il Signore («io vi darò ristoro»). Il «ristoro » (testo greco: «riposo»), di cui parla Gesù, è, in pratica, tutta la condizione salvifica che egli dà qui in terra e completa poi in cielo.
Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa.
 
Rivelata ai piccoli - Epifanio latino, Interpretazioni dei Vangeli 26: E Le rivelò ai piccoli. A quali piccoli?
Non ai piccoli d’età ma a coloro che sono piccoli quanto al peccato e alla malvagità.
A loro ha rivelato di cercare i beni del paradiso e ciò che avverrà nel regno dei cieli, poiché così è stato stabilito dinanzi a Dio, che verranno dall’Oriente e dall’Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno scacciati fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Antonio Maria Zaccaria, Sacerdote: Nasce a Cremona nel 1502. Nel 1524 si laurea in medicina a Padova. Ma poi, tornato a Cremona, decide di spiegare Vangelo e dottrina a grandi e piccoli. Viene consacrato prete nel 1528. Cappellano della contessa Ludovica Torelli, la segue a Milano nel 1530. Qui trova sostegno nello spirito d’iniziativa di questa signora e in due amici milanesi sui trent’anni come lui: Giacomo Morigia e Bartolomeo Ferrari. Rapidamente nascono a Milano tre novità, tutte intitolate a san Paolo. Già nel 1530 egli fonda una comunità di preti soggetti a una regola comune, i Chierici regolari di San Paolo. Milano li chiamerà Barnabiti, dalla chiesa di San Barnaba, loro prima sede. Poi vengono le Angeliche di San Paolo, primo esempio di suore fuori clausura. San Carlo Borromeo ne sarà entusiasta, ma il Concilio di Trento prescriverà loro il monastero. Terza fondazione: i Maritati di San Paolo, con l’impegno apostolico costante dei laici sposati. Denunciato come eretico e come ribelle Antonio va a Roma: verrà assolto. Durante un viaggio a Guastalla, il suo fisico cede. Lo portano a Cremona, dove muore a poco più di 36 anni. (Avvenire)
 
O Dio, che ti riveli ai piccoli
e doni ai poveri l’eredità del tuo regno,
rendici miti e umili di cuore,
a imitazione di Cristo tuo Figlio,
perché, portando con lui il giogo soave della croce, 
annunciamo al mondo la gioia che viene da te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

4 Luglio 2026
 
Sabato XIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Am 9,11-15; Salmo Responsoriale dal Salmo 84 (85); Mt 9,14-17
 
Le mie pecore ascoltano la mia voce - George Augustin (Dizionario di Teologia Biblica): La rivelazione biblica è essenzialmente parola di Dio all’uomo. Ecco perché, mentre nei misteri greci e nella gnosi orientale la relazione dell’uomo con Dio si fonda soprattutto sulla visione, secondo la Bibbia «la fede nasce dall’ascolto» (Rom 10, 17).
 
1. L’uomo deve ascoltare Dio.
a) Ascoltate, grida il profeta con l’autorità di Dio (Am 3, 1; Ger 7, 2). Ascoltate, ripete il sapiente in nome dell’esperienza e della conoscenza della legge (Prov 1, 8). Ascolta, Israele, ripete ogni giorno il pio israelita per compenetrarsi della volontà del suo Dio (Deut 6, 4; Mc 12, 29). Ascoltate, riprende a sua volta Gesù stesso, parola di Dio (Mc 4, 3. 9 par.). Ora, secondo il senso ebraico della parola verità, ascoltare, accogliere la parola di Dio, non significa soltanto prestarle attento orecchio, significa aprirle il proprio cuore (Atti 16, 14), metterla in pratica (Mt 7, 24 ss), obbedire. Questa è l’obbedienza della fede richiesta dalla predicazione ascoltata (Rom 1, 5; 10, 14 ss).
b) Ma l’uomo non vuole ascoltare (Deut 18, 16. 19), ed è questo il suo dramma. È sordo agli appelli di Dio; il suo orecchio ed il suo cuore sono incirconcisi (Ger 6, 10; 9, 25; Atti 7, 51). Ecco il peccato dei Giudei denunziato da Gesù: «Voi non potete ascoltare la mia parola... Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; se voi non ascoltate, è perché non siete da Dio» (Gv 8, 43. 47).
Di fatto Dio solo può aprire l’orecchio del suo discepolo (Is 50, 5; cfr. 1 Sam 9, 15; Giob 36, 10), «forarglielo» perché obbedisca (Sal 40, 7 s). Quindi, nei tempi messianici, i sordi sentiranno, ed i miracoli di Gesù significano che infine il popolo sordo comprenderà la parola di Dio e gli obbedirà (Is 29, 18; 35, 5; 42, 18 ss; 43, 8; Mt 11, 5). È quel che proclama ai discepoli la voce dal cielo: «Questo è il mio Figlio diletto, ascoltatelo» (Mt 17, 5 par.).
Maria, abituata a conservare fedelmente le parole di Dio nel proprio cuore (Lc 2, 19. 51), è stata proclamata beata dal figlio Gesù, quando ha rivelato il senso profondo della sua maternità: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc 11, 28).
 
2. Dio ascolta l’uomo.
Nella sua preghiera l’uomo domanda a Dio di ascoltarlo, cioè di esaudirlo. Dio non ascolta né gli ingiusti, né i peccatori (Is 1, 15; Mt 3, 4; Gv 9, 31); ma ascolta il povero, la vedova e l’orfano, gli umili, i prigionieri (Es 22, 22-26; Sal 10, 17; 102, 21; Giac 5, 4). Ascolta i giusti, coloro che sono pii e fanno la sua volontà (Sal 34, 16. 18; Gv 9, 31; 1 Piet 3, 12), coloro che domandano secondo la sua volontà (1 Gv 5, 14 s). E lo fa perché ascolta «sempre» il suo Figlio Gesù (Gv 11, 41 s), attraverso il quale passa per sempre la preghiera del cristiano.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: AI Overview: Il brano Am 9,11-15 capovolge i severi annunci di giudizio del profeta Amos in una splendida promessa di salvezza. Annuncia la restaurazione della dinastia di Davide, la riunificazione del popolo e un’era di straordinaria abbondanza e stabilità per Israele, trasformandosi in un messaggio di speranza universale ed escatologica.
Il testo si articola in tre temi fondamentali:
La restaurazione della “capanna di Davide” (vv. 11-12): La dinastia davidica, che sembrava in rovina e destinata a cadere, viene rialzata e riparata da Dio. Questo non indica solo un ritorno politico, ma l’inizio di una sovranità spirituale che accoglierà anche tutte le genti e le nazioni
La fertilità e l’abbondanza (vv. 13): Si descrive un’età dell’oro in cui la natura risponderà in modo miracoloso. Il lavoro agricolo sarà così fruttuoso che «il monte distillerà mosto e tutte le colline si scioglieranno». L’abbondanza descrive la benedizione di Dio che cancella la miseria passata.
Il ritorno e la stabilità definitiva (vv. 14-15): Gli esuli faranno ritorno, ricostruendo le città deserte per abitarvi. La promessa si conclude con un’assicurazione di radicamento assoluto: Dio pianterà il suo popolo nella terra e non sarà «mai più sradicato dal suolo che io ho dato loro».
Nella prospettiva cristiana ed ebraica, questa profezia supera l’ambito storico immediato per assumere una dimensione escatologica. Essa prefigura la venuta del Messia (figlio di Davide) e la fondazione di un regno di pace e grazia eterne, dove la salvezza è offerta a tutti coloro che sono chiamati dal Signore.
 
Vangelo
Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?
 
La discussione tra Gesù e i discepoli di Giovanni Battista “riguarda il digiuno privato intrapreso come atto di pietà personale, non il digiuno solenne del Giorno dell’Espiazione (vedi Lv 16,31-34) né i digiuni pubblici proclamati in tempi di emergenza nazionale. Gesù è accusato di non aver istruito i suoi discepoli a osservare un regime che comprendesse il digiuno religioso in tempi stabiliti.
Nel racconto di Matteo quelli che sollevano la questione sono i discepoli dell’ascetico Giovanni il Battista. Si sa di altri Giudei che digiunavano regolarmente al lunedì e al giovedì (vedi Didaché 8,1). Sembra inoltre che dopo la morte di Gesù anche i primi cristiani abbiano adottato un’analoga pratica del digiuno. La soluzione cristiana a questo dilemma era che il ministero pubblico di Gesù costituiva un periodo speciale - il tempo della presenza dello sposo - che perciò il digiuno era fuori luogo. Ma dopo la morte di Gesù, il digiuno diventava ancora una pratica accettabile per i giudeo-cristiani” (Daniel J. Harrington, Il Vangelo di Matteo).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,14-17
 
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».

Parola del Signore.
 
Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Conosciuta anche da Marco e da Luca, questa scena si divide in due parti: la prima è una breve discussione tra Gesù e i discepoli di Giovanni il Battista (vv. 14-15); la seconda (vv. 16-17) prolunga la disputa con due detti proverbiali.
I versetti 14-15 hanno una doppia portata: infatti sono i discepoli che si vedono provocare sul problema del digiuno. E, per Matteo, questi «discepoli» sono allo stesso tempo i membri delle Chiese degli anni 80 e il gruppo che circondava Gesù verso la fine degli anni 20. Ora la risposta che il vangelo attribuisce a Gesù gioca sui due fattori. Il gruppo guidato da Gesù non digiunava, segnalandosi piuttosto grazie a un’allegra comunità di tavolata, segno della venuta del regno. Esso si distingueva così dalla pietà dei farisei e dall’austerità dei battisti, al punto che qualcuno tacciava Gesù di «mangione» e «beone» (Mt 11,19).
Ma, come ha mostrato il discorso della montagna (cfr. 6,16-18), i cristiani tornarono alla pratica del digiuno che Mt 9,15b giustifica così: i discepoli vivono attualmente nella struggente attesa dello sposo scomparso. Ciò nonostante, le Chiese degli anni 80 non erano certo considerate come modelli nel digiuno. Così, i farisei e gli adepti dei movimenti battisti avevano buon gioco a criticare l’inferiorità dei cristiani in materia.
Nel contesto di questa sezione, l’accento batte sul motivo addotto da Gesù per sottolineare l’inopportunità del digiuno: egli è lo sposo e i discepoli sono gli invitati alle nozze. L’Antico Testamento presenta Dio più volte come lo sposo di Israele (cfr. Os 2,16-22; Is 54,5-7), in genere nelle promesse relative al futuro. I primi cristiani hanno amato prolungare quest’immagine con quella dell’unione nuziale tra il Cristo e la sua Chiesa (cfr. 2Cor 11,2; Ap 21,9-10).
Insomma, il tanto desiderato tempo delle nozze sta per giungere: non si tratta più di intorpidirsi su pratiche co­
me il digiuno, ma di adattare il proprio cuore alla mutata situazione.
Le due metafore complementari (vv. 16-17) accentuano l’idea che il nuovo va d’accordo solo col nuovo; occorre rinnovare se stessi per essere all’altezza dell’avvenimento.
Le immagini del vestito e del vino nuovo torneranno (cfr. Mt 22,11; 26,29). Per ora, questa controversia serve per illuminare in anticipo tre racconti che sottolineano la novità delle opere del Cristo.
 
Per approfondire

Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): Dopo tante denunzie, tanti oracoli minacciosi, tante predizioni dure e amare, il libro di Amos non si poteva chiudere senza qualche parola d’incoraggiamento e di speranza, senza un ideale con prospettive di futuro. È la speranza messianica d’un Israele ideale in «quel giorno» prefissato negli eterni disegni di Dio.
Gli esegeti non sanno precisare se questo oracolo messianico pieno di speranza sia di Amos sia di qualcuno dei suoi discepoli che vide la rovina di Gerusalemme nell’anno 587. Le stesse ragioni di contenuto, di stile e di
vocabolario conducono all’una e all’altra conclusione. Fino a che non avremo altri elementi di giudizio ci basti, come credenti, sapere che abbiamo davanti a noi un oracolo profetico, quale che sia l’uomo che l’ha scritto e il tempo in cui l’ha scritto.
Comunque, sia come previsione o come avvenimento già passato, il profeta contempla la casa di Davide trasformata in una capanna screpolata e caduta, in un mucchio di rovine. Ma Dio la «rialzerà», in perfetta armonia con tanti oracoli di restaurazione davidica. E questo risorgimento sarà espresso con le plastiche immagini di dominio della casa di Davide su tutte le nazioni, fra le quali si trova Edom, per la sua proverbiale inimicizia nei riguardi di Davide, profeticamente riflessa nell’inimicizia dei due fratelli Esaù-Edorn e Giacobbe-Israele (Gn 27,30-41). Edom era l’Idumea dei tempi di Gesù, la zona nordica della penisola del Sinai, con capitale Bersabea.
L’ultima parte della lettura del libro di Amos rappresenta la classica immagine del tempo messianico, dipinto con tutti i caratteri di felicità idilliaca e paradisiaca. Era il linguaggio più appropriato, l’unico che potevano comprendere quelle menti giudaiche, avvezze a occuparsi della terra.
È un insieme di benedizioni in contrappunto con le maledizioni di 5,11, un insegnamento implicito per dire come il lavoro dell’uomo divenga fecondo sotto la benedizione di Dio. È un anello in più nella catena di profezie di restaurazione messianica, col loro duplice elemento di restaurazione della dinastia davidica e di proverbiale sovrabbondanza di beni temporali. Di fronte ai veri valori che ci sono stati rivelati nell’era messianica da essi sognata, le loro vive descrizioni sono rimaste sfumate come nebbiolina mattutina davanti al meriggio del vero Sole di giustizia.
 
Il digiuno di Gesù e della comunità cristiana - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. II): Gesù ha iniziato la sua vita pubblica con un digiuno simile a quello di Mosè ed Elia: quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (Mt 4,1-2 e Lc 4,1-2). Egli si prepara così al suo ministero tra gli uomini e al compimento del mistero pasquale, e lo fa in un contesto di tentazione, ci dicono i due evangelisti. La lotta contro satana e l’ascesi del digiuno sono pertanto strettamente uniti.
Egli però non ha imposto ai suoi discepoli la pratica di settimanali digiuni propri dei discepoli del Battista e dei farisei. Ecco il motivo: la sua presenza nel mondo deve essere salutata dalla gioia, non da espressioni di tristezza. Si fa forse digiuno il giorno delle nozze? Ora, come messia tra gli uomini egli chiama a gioia e a far festa. In breve, digiunare sarebbe un controsenso. La storia ha avuto con lui una svolta epocale, non si può dunque stare legati alle pratiche rituali del passato. Tutto è nuovo! Ecco le sue parole trasmesse dal vangelo di Marco: «Possono dunque digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare... Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo strappa il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (2,19-22; cf. parr.). In breve, Gesù è lo sposo venuto a stabilire tra Dio e gli uomini la nuova alleanza (cf. Gv 3,29). Il digiuno è piuttosto segno della sua assenza, e diventa impossibile in sua presenza.
In modo analogo Gesù si rapporta al Battista. Questi era un asceta che non toccava pane e non beveva vino. Al contrario Gesù faceva vita comune allegra, a tal punto da essere qualificato, in opposizione a Giovanni, un mangione e un beone (Lc 7,33-34).
Ma dopo la morte di Cristo, la comunità cristiana palestinese riprende a vivere secondo lo stile di vita giudaico e a far sua la pratica ascetica del digiuno, motivandola con l’osservazione che Gesù è assente, essendosene andato alla casa del Padre. Il detto del Maestro sullo sposo dunque è riportato con una precisazione: «Ma verranno giorni in cui sarà loro (discepoli) tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,20).
Da parte sua, la comunità di Matteo legata alle tradizioni giudaiche di stretta osservanza, ha trasmesso un insegnamento di Gesù circa la pratica del digiuno: «E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,16-18). Nessuna strumentalizzazione del digiuno, espressione di un rapporto sincero con Dio.
 
Perché i tuoi discepoli non digiunano? Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 30, 4: Verrà tempo in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Il Signore fa loro intendere che se i suoi discepoli non digiunano non è per intemperanza, ma per un’ammirabile disposizione, e insieme anticipa l’annuncio della sua passione; da una parte ammaestra i discepoli alle dispute con gli avversari e dall’altra li esercita alla meditazione di eventi apparentemente tristi. Sarebbe stato troppo duro e insopportabile rivolgere loro direttamente questo annuncio: e difatti, quando fu loro rivolto in seguito, li turbò estremamente. Ora, sentendone parlare in un discorso indirizzato ad altri, l’impressione che ne ricevono è meno forte.
E poiché verosimilmente i discepoli di Giovanni si gloriavano della dolorosa situazione in cui si trovava il loro maestro, il Signore reprime anche questo loro orgoglio. Ora, comunque, non fa alcun cenno alla sua risurrezione: non era ancora il momento opportuno. Perché se la morte era conforme alla natura per chi era considerato uomo, la risurrezione era un fatto al di sopra della natura umana.
 
Santa Elisabetta di Portogallo, Regina: Nacque a Saragozza, in Aragona (Spagna), nel 1271. Figlia del re di Spagna Pietro III, quindi pronipote di Federico II, a soli 12 anni venne data in sposa a Dionigi, re del Portogallo, da cui ebbe due figli. Fu un matrimonio travagliato dalle infedeltà del marito ma in esso Elisabetta seppe dare la testimonianza cristiana che la portò alla santità. Svolse opera pacificatrice in famiglia e, come consigliera del marito, riuscì a smorzare le tensioni tra Aragona, Portogallo e Spagna. Alla morte del marito donò i suoi averi ai poveri e ai monasteri, diventando terziaria francescana. Dopo un pellegrinaggio al santuario di Compostela, in cui depose la propria corona, si ritirò nel convento delle clarisse di Coimbra, da lei stessa fondato. Dopo la morte avvenuta nel 1336 ad Estremoz in Portogallo, il suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra. Nel 1612 lo si troverà incorrotto, durante un’esumazione, collegata al processo canonico per proclamarla santa. Fu canonizzata a Roma da Urbano VIII nel 1625. (Avvenire) 
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 3 Luglio 2026
 
San Tommaso, Apostolo
 
Ef 2,19-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 116 (117); Gv 20,24-29
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 27 Settembre 2006): Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” (Gv 20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell’identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l’Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente” (Gv 20, 27). Tommaso reagisce con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). A questo proposito commenta Sant’Agostino: Tommaso “vedeva e toccava l’uomo, ma confessava la sua fede in Dio, che non vedeva né toccava. Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino ad allora aveva dubitato” (In Iohann. 121, 5). L’evangelista prosegue con un’ultima parola di Gesù a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Questa frase si può anche mettere al presente: “Beati quelli che non vedono eppure credono”.
In ogni caso, qui Gesù enuncia un principio fondamentale per i cristiani che verranno dopo Tommaso, quindi per tutti noi. È interessante osservare come un altro Tommaso, il grande teologo medioevale di Aquino, accosti a questa formula di beatitudine quella apparentemente opposta riportata da Luca “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete” (Lc 10, 23). Ma l’Aquinate commenta: “Merita molto di più chi crede senza vedere che non chi crede vedendo” (In Johann. XX lectio VI 2566). In effetti, la Lettera agli Ebrei, richiamando tutta la serie degli antichi Patriarchi biblici, che credettero in Dio senza vedere il compimento delle sue promesse, definisce la fede come “fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (11, 1). Il caso dell’apostolo Tommaso è importante per noi per almeno tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione a Lui.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: AI Overview: In Efesini 2:19-22, l’apostolo Paolo descrive la trasformazione dei credenti in una comunità unita. Attraverso il sacrificio di Cristo, i non ebrei non sono più “stranieri”, ma diventano concittadini dei credenti e membri della famiglia di Dio, formando insieme un tempio vivente abitato dallo Spirito Santo. Il brano si sviluppa su due immagini principali: l’appartenenza familiare e la costruzione di un tempio.
 
1. Dalla solitudine all’appartenenza (Versetto 19)
 
Paolo afferma che i credenti non sono più “stranieri né ospiti”. Nel mondo antico, chi non apparteneva al popolo di Israele era escluso dai privilegi divini, esiliato e senza speranza. In Cristo, questo isolamento viene meno: i credenti diventano “concittadini dei santi e familiari di Dio”. La salvezza dona un’identità comunitaria e un’intimità profonda con Dio, non più come estranei, ma come figli amati nella sua casa.
 
2. Il Tempio di Dio (Versetti 20-22)
 
Il Fondamento e la Pietra d’Angolo: La chiesa è descritta come un edificio sacro. Il basamento è costituito dagli “apostoli e profeti”, ovvero l’insegnamento e la rivelazione del Nuovo e dell’Antico Testamento. La “pietra d’angolo” è Gesù Cristo stesso, l’elemento chiave che unisce tutte le pareti e sostiene l’intera struttura, dando stabilità e direzione.
L’Unità della Costruzione: L’intera struttura viene definita “ben collegata” o ben ordinata. Nessun credente è isolato; ognuno ha la sua funzione e il suo posto specifico all’interno della comunità.
La Dimora dello Spirito: Lo scopo finale di questa costruzione è glorioso: diventare un “tempio santo” e un’abitazione in cui Dio stesso risiede tramite il suo Spirito.
 
Vangelo
Mio Signore e mio Dio!
 
L’apparizione di Gesù intende presentare la sua nuova condizione non più legata al mondo fisico. Gesù risorto, spalancate le porte della paura, sta in mezzo ai suoi discepoli, colmando il loro cuore di pace e di gioia. Mostrando il costato ferito e le mani e i piedi piagati per vincere l’incredulità di Tommaso indica alla Chiesa e al mondo il cammino per arrivare alla fede: bisogna partire dal Crocifisso, è dalla contemplazione amorosa del Crocifisso risorto che sgorga la fede: «Attraverso la via della croce si arriva alla gloria: teologia della croce per essere teologia della gloria. Gesù mostra le mani, quelle mani ferite, perforate dai chiodi, il segno dell’amore; mostra il costato squarciato, segno ancora più grande dell’amore: il cuore trafitto. La morte è dimostrazione massima dell’amore. La risurrezione è amore» (Don Carlo De Ambrogio). Per giungere alla conoscenza e alla contemplazione l’unica via dell’Amore è la Croce.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,24-29
 
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
 
Parola del Signore.
 
Marida Nicolaci (Vangelo secondo Giovanni): La tenacia di Tommaso, il discepolo che si era dichiarato pronto ad andare a morire con Gesù in Giudea (11,16), dimostra in modo salutare la necessità di contattare col corpo la verità della riconciliazione e della vita: i segni fisici della sofferenza inflitta vanno visti, il dito del discepolo deve poter contattare i segni dei chiodi nelle mani del Maestro, la sua mano deve poter entrare in contatto col suo costato trafitto. La sofferenza e la morte sono un’evidenza fisica. Per credere che la vita trionfi su di esse non si può fare a meno del corpo. Il fatto che ancora, «dopo otto giorni», i discepoli si trovino «di nuovo» con Tommaso in un luogo interno a porte chiuse, dimostra che l’esigenza di Tommaso deve trovare risposta anche per gli altri. Gesù stesso, venendo di nuovo e offrendosi a lui nel suo corpo segnato dalla violenza, lo conferma. È così che egli permette a Tommaso di portare a pienezza la sua storia discepolare e la relazione con lui: di non lasciarsi andare all’incredulità e al senso di fallimento e negazione di tutto («non divenire incredulo») ma, piuttosto, di coronare l’esperienza fatta con lui con la pienezza della fiducia e l’apertura al dono della vita del Risorto («ma [diventa] credente»).
La professione di fede con cui Tommaso gli risponde, riconoscendolo suo «Signore» e suo «Dio» è, dunque, un apice del percorso discepolare e della rivelazione stessa di Gesù a doppio titolo: perché deriva dalla continuità dell’esperienza storica fatta con lui e delle diverse tappe della sua sequela, avendo il suo primo fondamento in ciò che, nel corpo, è stato sperimentato e vissuto insieme; perché su questa base esprime la possibilità di un contatto con il Signore risorto perfettamente corrispondente alla sua vera identità e dignità e adeguato alla nuova modalità di relazione con lui - e con la storia vissuta con lui - determinata dal superamento della morte e da una vita riconciliata e non più dai soli parametri di esperienza del corpo mortale.
È aperta, così, la strada per tutti i futuri credenti ai quali la professione di fede di Tommaso, fondata sulla visione, permetterà di aprirsi alla beatitudine o gioia piena, vera, definitiva veicolata dalla fede nel Risorto anche senza il supporto di una propria visione. Essi potranno condividere al contempo la capacità di presentire la vita propria del discepolo amato, capace di credere anche senza vedere il corpo del Signore ma solo i segni della sua assenza dal luogo della morte (v. 8), e la certezza della vita che giunge loro dall’esperienza del corpo richiesta da Tommaso e concessa a lui, per tutti, dal Risorto.
 
Per approfondire
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Gv 20 che descrive le apparizioni di Gesù risorto, sembra racchiuso da una grande inclusione tematica formata dall’associazione dei verbi vedere e credere. In effetti nel brano iniziale troviamo la frase: l’altro discepolo ... VIDE E CREDETTE (Gv 20,8), mentre il passo finale è chiuso dall’espressione: Beati coloro che NON AVENDO VISTO, CREDERANNO (Gv 20,29). In realtà in questo capitolo è rappresentato drammaticamente il processo della fede nel Cristo risorto. La scoperta del sepolcro vuoto e la costatazione dell’ordine che regnava nella tomba di Gesù, fa sbocciare nel cuore del discepolo amato la fede nella risurrezione del Signore (Gv 20,8s). Nel caso di Maria Maddalena e dei discepoli presenti nel cenacolo non si parla di fede, perché costoro videro il Cristo risorto (Gv 20,15-20). Invece il brano incentrato in Tommaso, mostra in modo vivo come questo apostolo sia passato dall’incredulità più ostinata alla fede più viva nel Signore risorto.
Come spesso avviene nel nostro vangelo, l’autore che si rivela sempre un fine artista, rappresenta in modo drammatico la nascita della fede nel cuore dell’incredulo Tommaso. L’assenza di questo discepolo dal cenacolo, quando venne il Risorto, offre l’occasione per la proclamazione ostentata dell’incredulità dell’apostolo; egli non dà credito alla dichiarazione degli amici, perché replica loro di non credere, se non quando vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani (Gv 20,25). Tommaso rifiuta la testimonianza degli altri discepoli, non si
fida di loro, perché li ritiene vittime di un’allucinazione; egli vuoi vedere il Maestro e costatare di persona se sia proprio lui, con le cicatrici dei chiodi e del colpo di lancia; i uoi colleghi potrebbero aver visto un fantasma.
Gesù accoglie la sfida di Tommaso e otto giorni dopo la prima apparizione, mostrandosi nuovamente nel cenacolo, si rivolge subito all’apostolo incredulo, invitandolo a portare il dito nelle cicatrici delle mani e a mettere la mano nel suo fianco, per diventare credente (Gv 20,26s). La professione di fede di Tommaso nella divinità del Maestro costituisce il vertice dello sviluppo drammatico della scena: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Nel cuore del discepolo incredulo si è accesa la fede più profonda: risorgendo dai morti, Gesù ha dimostrato nel modo più chiaro e convincente di essere il Signore Iddio, come Jahvé.
La fede di Tommaso è autentica e sincera, essa però ha avuto bisogno del segno concreto di vedere il Risorto.
A questo punto nella mente dell’evangelista sorge il problema della fede di coloro che non potranno vedere il Signore Gesù: costoro potranno credere? Non solo sarà possibile la fede, ma essa si rivelerà superiore a quella dei primi discepoli. Il Cristo risorto infatti proclama beati coloro che crederanno, senza aver visto (Gv 20,29).
Giovanni tuttavia non considera inutili i segni, operati da Gesù, in rapporto alla fede: essi possono favorire il suo nascere e il suo approfondimento; per tale scopo egli ha scritto il suo vangelo: affinché i lettori credano che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (Gv 20,30s). La fede nella messianicità divina di Gesù trova il suo alimento nella meditazione dei segni compiuti dal Signore, tra i quali il più strepitoso consiste nella risurrezione dai morti il terzo giorno (cf. Gv 2,18s).
 
I dodici apostoli – Xavier Léon-Dufour: Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perché siano pescatori d’uomini (Mt 4,18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni ( Mc 3,14 par. ); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6,6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14, 19 par), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16, 18; 18, 18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19,28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28,18ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1, 15-26). Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1,8.21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’ agnello» ( Apoc 21,14).
 
Agostino, Comment. in Ioan., 121, 4s: [Tommaso] vedeva e toccava l’uomo, ma confessava la sua fede in Dio che non vedeva né toccava. Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino allora aveva dubitato. “E Gesù gli disse: «Hai creduto perché mi hai veduto»" (Gv 20,29). Non disse: Mi hai toccato, ma disse soltanto: «Mi hai veduto», perché la vista in un certo modo comprende tutti gli altri sensi. Anche noi, infatti, siamo soliti nominare la vista per intendere anche gli altri sensi, come quando diciamo: Ascolta e vedi che suono armonioso, odora e vedi che odore gradevole, assapora e vedi che buon sapore, tocca e vedi come è caldo. In ognuna di queste espressioni si dice: «vedi», anche se vedere è proprio degli occhi. È così che il Signore stesso dice a Tommaso: «Appressa qui il tuo dito, e vedi le mie mani». Egli dice in sostanza: Tocca e vedi, anche se Tommaso non aveva certo gli occhi sulla punta delle dita. Sia alla vista che al toccare si riferisce il Signore dicendo: «Hai creduto perché hai veduto».
Si potrebbe anche dire che il discepolo non lo toccò affatto, sebbene Gesù lo invitasse a farlo. L’evangelista infatti non dice: Tommaso lo toccò. Sia che egli abbia ritenuto sufficiente vedere, sia che abbia anche toccato, è vedendo che credette, e giustamente il Signore esalta come superiore alla sua la fede delle genti che non lo vedranno, con le parole: “Beati coloro che hanno creduto, senza avere veduto (ibid.)”. In questa espressione usa il tempo passato, in quanto egli considerava, nella predestinazione, già avvenuto ciò che doveva verificarsi nel futuro.
 
Il Santo del Giorno - 3 Luglio 2026 - San Tommaso. Per cogliere la verità serve curare la relazione: Pare che l’incredulità e la diffidenza oggi siano i valori predominanti, assunti, paradossalmente, a sigillo di verità che molto spesso costruiamo con le nostre stesse mani. La vicenda di san Tommaso apostolo, invece, ci dimostra che per accedere alla verità è necessario saper stare in relazione, saper condividere e saper coltivare la giusta fiducia nel prossimo e in Dio, rinunciando a quell’atteggiamento di diffidenza verso il quale, come essere umani, saremmo portati. Il suo percorso di “conversione”, tra l’altro, parte proprio dall’incredulità per arrivare poi a un totale affidamento di sé. Un’esperienza, la sua, che contiene una lezione preziosa: la fede non sta nel vedere e nel toccare ma nella capacità di cogliere una presenza, quella di Dio, che non abbandona mai la storia. La diffidenza di Tommaso appare diverse volte nei racconti evangelici ma arriva al culmine dopo la morte di Gesù. Come narra il Vangelo di Giovanni, Tommaso non crede che il maestro si è mostrato ai discepoli mentre lui è assente. Ma poi Gesù torna ancora e si offre alla vista e al tocco dell’apostolo incredulo, che esclama: «Mio Signore e mio Dio!». «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», chiosa Gesù. Secondo alcune fonti Tommaso sarebbe morto martire in India. (Matteo Liut)
 
Esulti la tua Chiesa, Dio onnipotente,
nella festa del santo apostolo Tommaso;
ci sostenga la sua protezione
perché, credendo, abbiamo vita nel nome di Gesù Cristo,
tuo Figlio, che egli riconobbe come suo Signore e suo Dio.
Egli vive e regna con te.
 
 
 
 
 2 Luglio 2026
 
Giovedì XIII Settimana T. O.
 
Am 7,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 9,1-8
 
San Swithun di Winchester Vescovo: A causa della trascuratezza dei suoi contemporanei, non si hanno notizie di un certo rilievo sulla sua vita, né delle sue parole, né delle sue conversazioni, che fossero state riportate per le future generazioni.
Swithun visse nel IX secolo, fu cappellano reale del re Egberto di Wessex e tutore del figlio del re, principe Ethelwulf, che governò poi dall’839 all’858.
E su richiesta del re Ethelwulf, divenne vescovo di Winchester, allora capitale dell’Inghilterra; fu consacrato da Ceolnoth arcivescovo di Canterbury il 30 ottobre 852.
Governò la diocesi dieci anni, perché morì il 2 luglio 862; il re Ethelwold, il 15 luglio 971, fece trasferire le reliquie nella cattedrale, coincise con questo avvenimento la caduta di un’abbondantissima pioggia, tale che fu ritenuta segno della potenza del santo vescovo, evidentemente si era in periodo di prolungata siccità.
Da quel giorno si dice che se piove nel giorno di s. Swithun (15 luglio) pioverà anche per i seguenti 40 giorni.
Da noi si dice la stessa cosa per s. Barbara e per s. Caterina d’Alessandria.
Era invocato per ottenere la pioggia, il suo culto che prese sviluppo dal secolo X, si estese per la fama di essere un santo guaritore, sia nell’isola di Wight, sia in Francia.
Nel 1093 il suo corpo fu di nuovo trasferito dalla vecchia alla nuova cattedrale di Winchester; la sua festa celebrata il 2 luglio per tutto il Medioevo, fu poi man mano sostituita al 15 luglio, giorno della prima traslazione. (Autore: Antonio Borrelli)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Amasia paragona Amos ai profeti di carriera che vivono della loro professione (Cf. 1Sam 9,7), ma non lo accusa d’essere un falso profeta; anzi, il suo intervento e la sua denunzia di cospirazione mostrano che egli teme le conseguenze della predicazione del profeta. La fedeltà di Amos alla vocazione divina rende efficace e veritiero il suo annunzio, purtroppo foriero di crudeli sventure: morte di spada per Geroboamo, esilio per Amasia e per tutto Israele, disonore e morte per donne e bambini.
 
Vangelo
Resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
 
Il paralitico e coloro che lo portano chiedono a Gesù la guarigione del corpo perché attratti dalla sua misericordia usata nei confronti dei malati e degli ossessi. Gesù dona al paralitico la salute fisica e contemporaneamente il perdono dei peccati, ma non dobbiamo credere che quel paralitico fosse più peccatore che malato: Gesù «fa intendere che in quell’uomo si sono rese evidenti in modo particolare le conseguenze di quella separazione tra Dio e uomo nella quale risiede la radice del male. Gesù richiama i presenti a questa considerazione affinché non si fermino alla esteriorità del miracolo. E ai versi 10-11 “affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati... ti ordino... alzati” chiarisce la verità opposta, cioè che il perdono non resta mai un fatto puramente interiore, psicologico, ma riconduce anche l’aspetto corporale dell’uomo sotto la sovranità di Dio» (P. Antonio Di Masi).

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,1-8
 
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati - disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
Parola del Signore.
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Dopo una nuova traversata, verso la riva occidentale del lago, dov’è Cafarnao (cf 4,13), avviene un nuovo fatto. Un paralitico mene portato a Gesù, e già questo manifesta la fede di quella gente.  La novità del questo miracolo sta in ciò che lo precede. Finors Gesù ha guanto la gente colpita da ogni tipo di infermità. qui invece è lui che prende l’iniziativa e dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati». Ciò non va interpretato nel senso che Gesu riconosca un supporto causale e immediato tra la malattia e il peccato; anzi altrove respingerà esplicitamente l’opinione dei dottori della legge per i quali ogni malattia è la conseguenza di un peccato personale. Certo è che l’uomo soffre di due malattie: la malattia del corpo caduco e mortale e la malattia del peccato, che lo rovina interiormente. La malattia del peccato è la più grave, perche nessun medico umano è capace di guarirla, ma soltanto Dio.
Allora alcuni scribi cominciarono a pensare «Costui bestemmia» ...  Gli scribi riconoscono - in sé giustamente - che qui viene pronunciata una bestemmia. Chi può arrogarsi la potestà di perdonare i peccati, del momento che ciò appartiene soltanto a Dio? Il peccato infatti è contro Dio, è una negligenza colpevole, una trasgressione deliberata di un suo comandamento. Soltanto Dio, quindi, è competente in questo campo!
Ma qui non siamo di fronte a un uomo qualunque. Gesù lo dimostra con un ragionamento logico e stringato: sapete benissimo che è più difficile rimettere i peccati che guarire il corpo, ma chi può la cosa più difficile, non potrà anche la più facile? E viceversa: voi vedete con i vostri occhi che io posso eliminare le malattie fisiche; non è questa una prova che poso rimuovere anche l’infermità spirituale? Se vi manca la buona volontà di comprendere, non vi piegherà almeno la forza della logica?
L’autorità sovrana del Figlio dell’uomo all’inizio si era manifestata nel suo insegnamento e le folle l’avevano constatato con stupore (7,28). Qui si estrinseca nella capacità di togliere il peccato, adesso, sulla terra, nel presente tempo messianico. Ciò significa che quanto viene perdonato sulla terra è perdonato anche in cielo, presso Dio. Ciò che il Figlio dell’uomo compie ora con autorità divina, più tardi sarà compiuto anche dai suoi apostoli, ai quali trasmetterà lo stesso potere. Qui irrompe il regno di Dio: la vita e la salvezza riconquistano e compenetrano completamente l’uomo, corpo e anima.
Ed egli si alzò e andò a casa. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini. Che l’infermo si alzi realmente e vada a casa, appare una semplice e naturale conseguenza del fatto che era stato guarito nello spirito. Così la storia termina senza scalpore. La cosa principale per la gente non è la guarigione miracolosa, ma che Dio abbia «dato un tale potere agli uomini». Come deve essere grande Dio, proprio per questa liberalità, che non tiene gelosamente per sé il suo tesoro. L’accento, quindi, viene posto su quanto Dio fa: egli trasmette agli uomini i suoi poteri. Qui, ora, è stato il Figlio dell’uomo in persona, ma ciò non viene sottolineato; in seguito saranno degli uomini semplici ad avere il potere di rimettere i peccati in nome di Dio, un miracolo che si rinnova ogni volta che veniamo perdonati. Siamo consapevoli che Dio mette a nostra disposizione qualcosa di esclusivamente suo e dona a un uomo la sua stessa autorità? Siamo coscienti che si tratta di una grazia concessa liberamente?
 
Per approfondire
 
Il peccato nei sinottici - Giuseppe Ghiberti: La natura del peccato secondo i sinottici è rappresentata ancora sovente con le cate­gorie antico testamentarie. Tipica categoria ripresa da quell’ambiente è quella del peccato inteso come «debito», secondo Mt 6,12: «e rimetti a noi i nostri debiti», dove Lc 11,4 ha: «rimetti a noi i nostri peccati». Il termine «debito» indica quanto noi dobbiamo a Dio e suggerisce quanto più grande sia la colpa del peccato (Cf. la specificazione del parallelo di Luca!), quando provenga da debitori quali siamo noi. Il concetto del debito torna spesso nell’insegnamento di Gesù, per esempio nella parabola del servitore spietato (Mt 18,23-35), del grande e piccolo debitore (Lc 7,41ss), ecc. Pur essendo apparentato con l’antica economia dell’alleanza, si tratta di un concetto chiarificatore, perché aiuta a superare l’idea d’un peccato ristretto solo all’ambito degli ordinamenti pur complicati della legge. E intanto esso serve a esprimere una giustificazione della necessità del perdono reciproco.
Dall’aspetto di «bene sottratto ingiustamente», inerente al concetto di peccato, si passa a quello di ostilità a Dio: non solo egli ha tutti i diritti verso di noi, ma ci ha fatto il dono della sua parola, dei suoi comandi, e noi gli rifiutiamo adesione e ubbidienza. Siamo pertanto iniqui e ci allontaniamo da lui.
Un recupero dei suoi beni, particolarmente della sua amicizia, sarà possibile solo con la conversione. I passi che documentano queste idee sono numerosi. In Mt 7,21-23 leggiamo che nel giudizio finale Cristo allontanerà da sé per sempre quanti non hanno fatto la volontà del Padre suo, siano essi carismatici straordinari. In 23,28 il primo evangelista testimonia che Cristo ha messo sotto denuncia l’ipocrisia dei farisei, giusti solo in apparenza. Dalla parabola del figlio prodigo emerge soprattutto la descrizione della situazione miserevole in cui si trova chi ha abbandonato Dio (Cf. Lc 15,11-25).
Noteremo che, in base a quanto s’è detto precedentemente, tutto il bene a cui il peccato si oppone è considerato in categorie di Regno. E siccome il Regno viene attraverso Gesù, già si intravede che commettere il peccato è prendere posizione contro l’opera di Gesù. Non farà stupire che, per contropartita, il peccato porti schiavitù nei riguardi di Satana. Il caso più evidente è rappresentato da Giuda che secondo Lc 22,3 ha tradito Gesù perché Satana entrò in lui; ma la legge generale è espressa da Gesù nella parabola del seminatore: chiunque ascolta la parola di Dio senza comprenderla (comprensione pratica) si vede derubato dal maligno del seme seminato nel suo cuore (Mt 13,19).
Le conseguenze del peccato, secondo i sinottici, possono essere accennate brevemente.
Avendo sottolineato che tra gli aspetti del peccato, il più doloroso è la delusione data all’amore di Dio e l’abbandono e allontanamento da lui, si comprende ora come gli effetti vengano nuovamente segnalati come infelicità nell’uomo causata dall’assenza di Dio. E ciò non solo nelle tipiche «parabole della misericordia» (e in particolare nel figlio prodigo), ma anche nell’«andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato al diavolo» (Mt 25,41), dove l’accento è posto, più che sul fuoco terrificante, sull’impossibilità di rima­nere con Dio e sul cambio della sua compagnia con quella del demonio. Restano certo valide molte cose della riflessione veterotestamentaria, ma le novità non sono meno rilevanti. Così effetto del peccato sarà la necessità del perdono; ma Gesù avverte che la grande remissione sarà lui a effettuarla (Cf. sopra Mt 26,28).
L’origine del peccato non è fatta oggetto di particolare attenzione nei sinottici, che si preoccupano solo di sottolinearne la natura intima all’uomo. Il peccato ha le sue radici nel cuore dell’uomo e non in tanti aspetti secondari, esterni e formalistici, suggeriti dalla mentalità legalistica farisaica (Cf. Mt 15,10-20 e Mc 7,14-23).
Quando però si sia insistito sull’interiorità e volontarietà dell’atto peccaminoso, non si è ancora chiarito se questa interiorità sia universalmente toccata da una presenza o predisposizione al male.
 
Costui bestemmia - Deville (Dizionario di Teologia Biblica): Ogni ingiuria rivolta ad un uomo merita di essere punita (Mt 5, 22). Quanto più la bestemmia, insulto fatto a Dio stesso! Essa è il contrario dell’adorazione e della lode che l’uomo deve a Dio, è il segno per eccellenza dell’empietà umana.
 
ANTICO TESTAMENTO
 
La presenza di un solo bestemmiatore nel popolo di Dio è sufficiente per contaminare tutta la comunità. Perciò la legge dice: «Chiunque bestemmia il nome di Jahvè, morirà, tutta la comunità lo lapiderà» (Lev 24, 16; cfr. Es 20, 7; 22, 27; 1 Re 21, 13).
Più sovente la bestemmia si trova sulle labbra dei pagani, i quali insultano il Dio vivente quando assalgono il suo popolo: un Sennacherib (2 Re 19, 4 ss. 16. 22; Tob 1, 18), un Antioco Epifanie (2 Mac 8, 4; 9, 28; 10, 34; Dan 7, 8. 25; 11, 36), cui si ispira senza dubbio il ritratto di Nabuchodonosor nel libro di Giuditta (9, 7 ss).
Così pure gli Edomiti che plaudono alla rovina di Gerusalemme (Ez 35, 12 s) ed i pagani che insultano l’unto di Jahvè (Sal 89, 51 s). A costoro Dio si riserva di applicare egli stesso il castigo meritato: Sennacherib cadrà di spada (2 Re 19, 7. 28. 37) come Antioco, la bestia satanica (Dan 7, 26; 11, 45; cfr. 2 Mac 9), ed il paese di Edom sarà ridotto a deserto (Ez 35, 14 s). D’altronde il popolo di Dio deve guardarsi dal provocare egli stesso le bestemmie dei pagani (Ez 36, 20; Is 52, 5), perché Dio farebbe vendetta di questa profanazione del suo nome.
 
NUOVO TESTAMENTO
 
1. Lo stesso dramma si intreccia nel NT attorno alla persona di Gesù. Egli, che onora il Padre, è accusato dei Giudei di bestemmia, perché si dice Figlio di Dio (Gv 8, 49. 59; 10, 31-36), e proprio per questo sarà condannato a morte (Mc 14, 64 par.; Gv 19, 7).
In realtà, questo stesso accecamento porta a consumazione il peccato dei Giudei, perché disonorano il Figlio (Gv 8, 49) e, sulla croce, lo caricano di bestemmie (Mc 15, 29 par.). Se non fosse che un errore sull’identità del figlio dell’uomo, sarebbe un peccato remissibile (Mt 12, 32) dovuto ad ignoranza (Lc 23, 34; Atti 3, 17; 13, 27). Ma è un disconoscimento più grave, perché i nemici di Gesù attribuiscono a Satana i segni che egli compie per mezzo dello Spirito di Dio (Mt 12, 24. 28 par.): c’è dunque bestemmia contro lo Spirito, che non può essere rimessa né in questo mondo, né nell’altro (Mt 12, 31 s par.), perché è un rifiuto volontario della rivelazione divina.
 
2. Il dramma continua ora attorno alla Chiesa di Gesù Cristo. Paolo era un bestemmiatore quando la perseguitava (1 Tim 1, 13); quando poi predica il nome di Gesù, i Giudei gli si oppongono con bestemmie (Atti 13, 45; 18, 6). La loro opposizione conserva quindi lo stesso carattere del Calvario. Vi si unisce ben presto l’ostilità dell’impero romano persecutore, nuova manifestazione della bestia dalla bocca piena di bestemmie (Apoc 13, 1-6), nuova Babilonia adorna di titoli blasfemi (Apoc 17, 3). Infine i falsi dottori, maestri di errore, introducono la bestemmia fin tra i fedeli (2 Tim 3, 2; 2 Piet 2, 2. 10. 12), tanto che talora diventa necessario consegnarli a Satana (1 Tim 1, 20). Le bestemmie degli uomini contro Dio vanno così verso un parossismo che coinciderà con la crisi finale, nonostante i segni annunziatori del giudizio divino (Apoc 16, 9. 11- 21). Di fronte a questa situazione, i cristiani non seguiranno l’esempio dei Giudei infedeli «a motivo dei quali il nome di Dio è bestemmiato» (Rom 2, 24). Eviteranno tutto ciò che provocherebbe gli insulti dei pagani contro Dio o contro la sua parola (1 Tim 6, 1; Tito 2, 5). La loro buona condotta deve portare gli uomini a «glorificare il Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).
 
Pietro Crisologo, Sermo, 50, 3-6: “Figlio”, dice, “ti sono rimessi i tuoi peccati.” Dicendo questo, voleva esser riconosciuto Dio, quale ancora non appariva agli occhi umani a causa della [sua] umanità. Per le facoltà ed i miracoli, infatti, era paragonato ai profeti, i quali, da parte loro, per mezzo di lui avevano compiuto prodigi; il rimettete i peccati, invece, dato che non spetta all’uomo e costituisce segno distintivo della divinità, ai cuori degli uomini lo dimostrava Dio.
Lo prova il livore dei farisei; infatti quando ebbe detto: Ti sono rimessi i tuoi peccati, risposero i farisei: “Costui bestemmia: chi infatti può rimettere i peccati, se non Dio solo?” (Mt 9,3).
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.