10 Agosto 2026
San Lorenzo, Diacono e Martire
2Cor 9,6-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 111 (112); Gv 12,24-26
La forza del martirio nasce ...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 11 agosto 2010): Da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr. 2Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
Liturgia della Parola
I Lettura: Una pedagogia liberatrice non puramente depositaria - José Maria González-Ruiz: La colletta in favore della comunità di Gerusalemme dev’essere portata a termine in un modo profondamente umano, e non secondo freddi canoni burocratici. Perciò Paolo moltiplica le ragioni di buon senso perché le coscienze dei corinzi si destino dal letargo, e trovino buoni motivi per decidersi liberamente a fare qualcosa di quello a cui, in qualche modo, erano obbligati dalla professione della comune fede cristiana.
È curioso osservare quello che dice Paolo: « l’adempimento di questo servizio sacro (“leitourgía”) non viene solo a colmare le necessità dei fedeli, ma moltiplica pure i ringraziamenti a Dio (“eucharistias”) ».
La colletta che già era considerata come una « liturgia» era consegnata nel corso d’una celebrazione liturgica; e per questo, Paolo dice che « moltiplica le eucaristie ».
Questo metodo pastorale ci suggerisce due importanti osservazioni. La prima è che Paolo si serviva di quella che, oggi, chiamiamo « pedagogia problematizzante » o «liberatrice ». Egli non intendeva depositare nelle coscienze dei suoi fedeli una catechesi prefabbricata circa la colletta, ma li aiutava a trovare liberamente buoni motivi per agire in questo senso.
La seconda osservazione si riferisce al fatto indubbio che quel primo schema d’istituzione ecclesiale non metteva di fronte il capo e il « gregge » muto e silenzioso, ma poneva fra il capo e il gregge una lunga e complicata mediazione di piccole « comunità » o « gruppi » che impedivano l’enorme rischio del culto della personalità e della dittatura d’un gruppo burocratico che, con arte magica, mirasse a rappresentare quello che chiamiamo il «popolo di Dio».
Occorre evitare il duplice pericolo: a) d’una Chiesa passiva di fronte a una dittatura burocratica o b) d’una Chiesa distaccata dai suoi pastori; è necessario procurare la mediazione dialettica delle comunità, come spazi di dialogo fra i pastori e i fedeli.
Vangelo
Se il chicco di grano muore, produce molto frutto.
Marco Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù parlando del «chicco di grano che muore» e del «perdere la propria vita», parla di sé. Il fraseggiare, però, si è fatto parenetico e questo dice che Gesù non perde di vista i suoi discepoli; anzi, li vuole coinvolgere e, parlando di sé nella speranza, descrive anche il loro destino. Gesù sa che senza il sacrificio ogni missione rimane arida. La missione ha lo scopo di chiamare altri alla salvezza, ma suscita contrasti e opposizioni. Solo chi è disposto a perdere la propria vita in questo mondo non rimarrà solo, avrà per sé e per altri la vita eterna. Sono le fondamentali regole di ogni apostolato, di ogni servizio. Come Gesù-Servo si è consegnato quale agnello alla morte, ed è stato glorificato dal Padre, così chi serve e segue fino in fondo Gesù, il Padre lo onorerà. L’ora della glorificazione vale per il discepolo come per Gesù, che d’ora in poi contempleremo nel compimento della sua ora, che materialmente comporta rifiuto, sofferenza, morte. Anche Gesù è uomo e come tale non può non tremare e avere paura. Che fare?
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 12,24-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (Vangelo secondo Giovanni): 24 Se il chicco di grano non cade in terra e non muore ...; l’immagine, molto chiara in sé, era assai nota (cf. 1Corinti 15,36-37; 1 Clemente , 24, 4 - 5); la novità della metafora consiste nella diretta applicazione che Cristo fa di essa a se stesso. Senza la morte non si dà né fecondità, né produttività. L’immagine tuttavia intende illustrare due particolari aspetti: il seme morendo produce qualcosa di nuovo e rivela una fecondità meravigliosa; la morte di Gesù è preparazione di una vita meravigliosamente nuova e feconda. Il Maestro enunzia un principio: la vita nuova, cioè la salvezza dell’uomo, è conseguenza del suo sacrificio e della sua morte; l’immagine giovannea del chicco che deve morire si ricollega con l’espressione sinottica: bisogna che Cristo soffra e muoia (cf. Mc 8,31; Lc 17,25; 24,26).
25 Chi ama la propria vita la perde ... ; le proposizioni sono strutturate in forma antitetica (amare - perdere; odiare - conservare); lo stesso principio che vale per Cristo e spiega la sua vita (vers. precedente), vale anche per i suoi discepoli e per la loro esistenza: bisogna esser disposti a sacrificare tutto nella vita terrena per ottenere la vita eterna. Chi odia la propria vita... ; iperbole semitica che significa: non amare. Giovanni dà una formulazione incisiva e generale al detto di Cristo, riferito anche dai sinottici (cf. Mt., 10,39; 16,25; Mc., 8,35; Lc 9,24; 17,33); il principio vale per ogni discepolo di Gesù e per ogni tempo.
26 Chi mi vuol servire mi segua; l’espressione «chi mi vuol servire» designa il discepolo di Cristo, come risulta dai testi paralleli (cf. Mt., 16, 24 e paralleli); il servo e il discepolo si equivalgono. «Mi segua» è una formula compendiosa che significa: mi deve seguire portando la croce, imitando la mia morte. Dove io sono , là sarà anche il mio servo ; Gesù si considera nella sua gloria (cf. 14,3; 17,24); quivi, cioè nella gloria del Padre, egli attende i suoi discepoli («il mio servo»). Se qualcuno mi serve, il Padre lo onorerà ; il discepolo di Cristo sarà glorificato dal Padre, cioè sarà associato alla gloria di Cristo.
Per approfondire
L’immagine del seme è usata molte volte nelle parabole dei vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca: il seme che cade in diversi terreni (cfr. Mt 12,3-8; Mc 4,3-9; Lc 8,5-8), il grano di senapa (cf Mt 12,31-32; Mc 4,30-32; Lc 13,18-21), il seme che spunta da solo (Mc 4,26-29). Per i tre evangelisti il seme è la parola di Dio oppure il Regno di Dio, ma per il quarto vangelo il seme è Gesù stesso. Con queste parole Gesù illustra la sua drammatica morte e dà inizio all’ora dell’abbandono. Sarà abbandonato dal suo popolo da lui tanto amato e beneficato (cfr. At 10,38); sarà abbandonato alla nequizia dei capi del Sinedrio, ubriachi e travolti da una ferocia bestiale che li rende incapaci di vedere nei segni compiuti da Gesù il dito di Dio (cfr. Lc 11,20). Sarà abbandonato dai suoi discepoli che lo lasceranno solo, immerso in una mortale agonia, a lottare contro il terrore della morte (cfr. Mt 26,36-46). Gesù si sentirà abbandonato anche dal Padre: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?» (Gv 12,27). È l’ora delle tenebre. Il mistero dell’iniquità (cfr. 2Ts 2,7) sembra palesarsi in tutta la sua bruttura. Viscido, come un torrente di liquami, sembra scivolare nelle coscienze degli uomini, violentandole, catturandole, rendendole schiave di progetti infernali: Gesù «intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui [...]. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27-30). Gesù sa che il Sinedrio ha emesso già una sentenza di morte, ma lui non cessa di amare. Anzi, parla della sua morte come “una necessità”: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E la sua dolorosissima morte porterà molto frutto. Questa è la lezione più bella che viene dall’intero brano evangelico. La sua morte, la sua elevazione sulla Croce, sarà la prova suprema del suo amore e della sua fedeltà al Padre e agli uomini. Egli morirà crocifisso, elevato su una Croce si siederà su un trono di amore e di là, dall’alto della Croce, epifania della misericordia della santissima Trinità, Gesù riaccenderà l’amore là dove era spento e irradierà misericordia, comunione e bontà dove c’era solo odio, inimicizia, peccato e maledizione. Questo il frutto del seme caduto in terra!
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna: Deus caritas est, 6: Come deve essere vissuto l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la possiamo trovare nel Cantico dei Cantici, uno dei libri dell’Antico Testamento ben noto ai mistici. Secondo l’interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro sono originariamente canti d’amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l’amore coniugale. In tale contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due parole diverse per indicare l’«amore». Dapprima vi è la parola «dodim» - un plurale che esprime l’amore ancora insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola «ahabà», che nella traduzione greca dell’Antico Testamento è resa col termine di simile suono «agape» che, come abbiamo visto, diventò l’espressione caratteristica per la concezione biblica dell’amore. In opposizione all’amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca. Fa parte degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività - «solo quest’unica persona» - e nel senso del «per sempre». L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì, amore è «estasi», ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33), dice Gesù - una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in diverse varianti (cfr. Mt 10,39; 16,25; Mc 8,35; Lc 9,24; Gv 12,25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell’amore che in esso giunge al suo compimento, egli con queste parole descrive anche l’essenza dell’amore e dell’esistenza umana in genere.
Chi mi vuoi servire, segua Me … - Tauler (Prediche per la Domenica dopo i Santi e per l’esaltazione della santa Croce): qui è dato di riconoscere apertamente quali siano i veri servitori che servono Dio in verità: sono coloro che seguano Dio e lo seguono dove e come Egli li attira. Dio non attira i suoi servitori per una sola via né ad una sola opera né in un unico modo, ma li attira dove è Lui, cioè a tutte le opere, per tutte le vie e in tutti i modi; perché Dio è in tutte le cose purché buone. E non lo serve chi vuol servirlo in un modo da lui stesso prefissato ... ma chi va dietro a Lui, non secondo la propria volontà, ma secondo la volontà del Signore.
Testimoni di Cristo - San Lorenzo - Lorenzo. Il fuoco del Vangelo e i poveri, il vero tesoro della Chiesa: Secondo la tradizione - forse leggendaria - san Lorenzo fu martirizzato con il fuoco, bruciato sopra una graticola che il diacono romano affrontò con incredibile coraggio e determinazione. In realtà la biografia di questo antico testimone della fede è carente di dati storici certi, anche se quasi sicuramente la sua morte avvenne nel 258 durante la persecuzione anticristiana voluta dall’imperatore Valeriano. L’impero vacillava e si decise di colpire i pastori cristiani, sequestrando i beni della Chiesa. Ma Lorenzo, di fronte alla richiesta di consegnare il “tesoro” della comunità romana alle autorità, mostrò i poveri: essi, disse, sono l’unica ricchezza della Chiesa.
Era evidente che in lui ardeva un fuoco, quello del Vangelo, ben più grande di quello della graticola cui fu sottoposto. (Autore: Matteo Liut)
O Dio, l’ardore della tua carità
ha reso san Lorenzo fedele nel ministero
e glorioso nel martirio:
fa’ che amiamo ciò che egli ha amato
e viviamo ciò che ha insegnato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.