18 Agosto 2026
Martedì XX Settimana del Tempo Ordinario
Ez 28,1-10; Salmo Responsoriale Dt 32,26-36; Matteo 19,23-30
L’orgoglio ed i suoi effetti - M. F. Lacan: - 1. «Odioso al Signore ed agli uomini» (Eccli 10, 7), l’orgoglio è altresì ridicolo nell’uomo «che è terra e cenere» (Eccli 10, 9). Vi sono forme più o meno gravi. C’è il vanitoso che pretende gli onori (Lc 14, 7; Mt 23, 6 s), che aspira alle grandezze, talvolta di ordine spirituale (Rom 12, 16. 3), che è geloso degli altri (Gal 5, 26); l’insolente dallo sguardo altero (Prov 6, 17; 21, 24); il ricco arrogante che ostenta il suo lusso (Am 6, 8) e che la ricchezza rende presuntuoso (Giac 4, 16; 1 Gv 2, 16); l’orgoglioso ipocrita che fa tutto per essere veduto ed il cui cuore è corrotto (Mt 23, 5. 25-28); il fariseo che confida nella sua pretesa giustizia e disprezza gli altri (Lc 18, 9-14). Infine, al vertice, c’è il superbo che, rigettando ogni dipendenza, pretende di essere uguale a Dio (Gen 3, 5; cfr. Fil 2, 6; Gv 5, 18); egli non ama i rimproveri (Prov 15, 12) ed ha in orrore l’umiltà (Eccli 13, 20); pecca sfrontatamente (Num 15, 30 s) e si fa beffe dei servi e delle promesse di Dio (Sal 119, 51; 2 Piet 3, 3 s). Dio maledice l’orgoglioso e lo aborrisce (Sal 119, 21; Lc 16, 15); colui che l’orgoglio contamina (Mt 7, 22) è chiuso alla grazia (1 Piet 5, 5) ed alla fede (Gv 5, 44); cieco per colpa sua (Mt 23, 24; Gv 9, 39 ss), non può trovare la sapienza (Prov 14, 6) che lo chiama alla conversione (Prov 1, 22-28). Frequentandolo, si diventa simili a lui (Eccli 13, 1); perciò beato chi lo fugge (Sal 1, 1).
4. Il castigo degli orgogliosi. - Dio si fa beffe degli orgogliosi (Prov 3, 34) e dei potenti che pretendono di scuotere il suo giogo (Sal 2, 2 ss). Ascoltino la terribile satira del tiranno che marcisce senza sepoltura sul campo di battaglia dove ha fatto massacrare il suo popolo, lui che pretendeva di porre il suo trono sulle stelle, simile all’altissimo (Is 14, 3-20; Ez 28, 17 ss; 31). Gli imperi, come i loro tiranni, saranno abbattuti. Talvolta essi sono gli strumenti di Dio per castigare il suo popolo; ma Dio poi li castiga per l’orgoglio con cui hanno compiuto la loro missione; è il caso di Assur (Is 10, 12) e quello di Babilonia, abbattuta all’improvviso con un colpo inevitabile, imprevedibile (Is 47, 9. 11). Il popolo di Dio e la città santa di Gerusalemme il cui orgoglio si è dispiegato (Ger 13, 9; Ez 7, 10), saranno pure castigati nel giorno di Jahvè. «In quel giorno l’orgoglio dell’uomo sarà abbassato, la sua arroganza umiliata; Jahvè solo sarà esaltato!» (Is 2, 6-22). Jahvè renderà con usura agli orgogliosi ciò che è loro dovuto (Sal 31, 24). Essi, che si sono beffati dei giusti (Sap 5, 4; cfr. Le 16, 14), passeranno come un’ombra (Sap 5, 8-14). La loro elevazione non è che il preludio della loro rovina (Prov 16, 18; Tob 4, 13): «chi s’innalza sarà abbassato» (Mt 23, 12).
Liturgia della Parola
Prima Lettura - AI MODE: Il brano, che condanna l’arroganza del sovrano di Tiro, cita la superbia del principe che si proclama dio, descrive la sua sapienza e ricchezza accumulatesi tramite i traffici e annuncia la sua caduta per mano di nazioni straniere.
Analisi e Significato del Passo - Il peccato di superbia: Tiro, ricca città commerciale inespugnabile, riflette nel suo sovrano l’arroganza di chi dimentica la propria natura mortale attribuendo il successo solo a se stesso.
L’ironia su Daniele: Il riferimento ironico alla sapienza di “Daniele” sottolinea la presunzione del sovrano di possedere una conoscenza assoluta.
La caduta e il giudizio: La punizione divina, descritta nei vv. 7-10, smaschera l’illusione del re, che morirà tragicamente “non circonciso” per mano di stranieri.
Lettura teologica e spirituale: Il brano è interpretato spesso anche come metafora della caduta di Lucifero, mosso dall’orgoglio di uguagliarsi a Dio.
Vangelo
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.
Il “tale”, che si era incontrato con Gesù, aveva rifiutato di mettersi alla sua sequela perché gli era stata posta una condizione radicale, prontamente rifiutata: «Se vuoi essere perftto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un teso nel cielo; e vieni! Seguimi!». Condizione rifiutata perché possedeva molte ricchezze (Mt 19,16-22).
Da qui, il tema del brano di oggi è “il pericolo delle ricchezze”. Per il sentire comune ricchezza e prosperità passavano come segni della benedizione divina. La ricchezza, quindi, in sé non è cattiva, ma lo diventa per il fascino malvagio che esercita sugli incauti. Il frutto amaro della “disonesta ricchezza” è l’avarizia, e ancora di più l’egoismo. L’egoismo è una sorta di cecità che impedisce di cogliere le necessità dei poveri, dei bisognosi (Lc 16,19-32).
L’avido che cade nella melma della ricchezza non entrerà nel regno di Dio. Ma Gesù fa intendere che quello che “impossibile agli uomini” a “Dio tutto è possibile”, anche salvare un peccatore impenitente (Lc 23,39-43).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,23-30
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».
Parola del Signore
Chiunque avrà lasciato case, o fratelli … Gesù non impone l’indigenza o di rompere con il nucleo familiare, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. L’evangelista Matteo ci suggerisce che la proposta fatta al giovane ricco andò a vuoto, cosicché sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni (Mt 10,17-22).
Ma rimangono sconcertati anche i discepoli. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cf. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8).
Pietro torna sul discorso. Vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso.
Gesù rispondendo - in verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni.
Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna. Lasciare case, fratelli… è il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
Per approfondire
Nei vangeli frequentemente si legge che i discepoli spesso rimangono molto stupiti alle parole di Gesù. E così per l’insegnamento sulla ricchezza. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cfr. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr. Fil 2,8).
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito... Pietro vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso. Gesù rispondendo - in verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni. Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna. È il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
La ricchezza nel Nuovo Testamento - Costante Brovetto: Il Nuovo Testamento, in cui dominano le preoccupazioni di salvezza, bolla ancor di più chi confida solo nella sua ricchezza, come si vede nelle invettive di Giacomo contro i ricchi pasciuti e la loro ricchezza imputridita (Gc 5,1-5). La parola di Gesù è sferzante: “Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione” (Lc 6,24). L’invettiva è in diretta opposizione con la beatitudine della povertà. Viene soprattutto bollato l’attaccamento che trasforma la ricchezza in idolo (mammona, cfr. Mt 6,24): “L’avarizia insaziabile è idolatria!” (Col 3,5); “Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Le 12,34); “Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli!” (Mt 19,23s.).
Per salvarsi è determinante la legge della carità: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35); “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Questa severa e incondizionata ingiunzione vale anzitutto nell’ordine spirituale. I primi cristiani, mettendo liberamente in comune tutti i beni (At 4,32), hanno indicato anche per il futuro la priorità della destinazione comunitaria dei beni rispetto alla proprietà privata. Con equilibrio la dottrina sociale della Chiesa dichiara “naturale” il diritto di proprietà privata, considerandolo fondamentale per l’autonomia e lo sviluppo della persona, ma con altrettanta forza ne rivendica la “naturale” funzione sociale. È riconosciuta positiva anche la funzione del profitto, indice del buon andamento economico. Ma la finalità ultima della ricchezza non può però essere di ordine quantitativo, bensì qualitativo. I cristiani auspicano uno stile di vita che permetta lo sviluppo della ricchezza su scala universale, evitando le concentrazioni parassitarie di essa e i guasti ecologici che ne possono derivare.
Catechismo degli Adulti [147] La preoccupazione del benessere va ridimensionata. Ci sono valori più importanti e decisivi che non il cibo e il vestito: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,26-33). Occorre certo seminare e mietere, filare e tessere, progettare e lavorare, ma senza ansia per il domani. Bisogna possedere senza essere posseduti, senza preferire il benessere alla solidarietà.
Il vangelo comanda di distribuire e mettere in circolazione i propri beni: «Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33). Condanna il possesso egoistico, che non tiene conto delle necessità altrui. Non chiede però di vivere nella miseria. Valore assoluto è la fraternità, non la povertà materiale. Lo conferma l’esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme, dove i credenti avevano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), mettevano le loro cose in comune e così «nessuno tra loro era bisognoso» (At 4,34).
Clemente Alessandrino, Il pedagogo, 3, 34,1-36,3: La ricchezza mi sembra simile a un serpente; quando non si sa come afferrarlo senza averne danno, lo si prende, per evitare il pericolo, in fondo alla coda: ma esso si avvinghia intorno alla mano e morde. Anche per le ricchezze vi è il pericolo che esse, a seconda che si trattino con perizia o senza perizia, si attorciglino, si aggrappino e mordano. Ma se qualcuno ne sa usare con saggezza e magnanimità, cantando l’inno incantatore del Verbo, dominerà la bestia e resterà illeso. Del resto, a quanto pare, non consideriamo abbastanza che è ricco solo chi possiede veri valori. Ma un vero valore non sono le gemme, non l’argento, non le vesti o la bellezza del corpo, ma la virtù… Una ricchezza più grande non si dà. Vere ricchezze sono dunque la giustizia e la sapienza, più preziose di ogni tesoro; una ricchezza che non aumenta col possesso di animali e di terreni, ma viene donata da Dio; una ricchezza che non viene derubata - l’anima sola è il forziere in cui viene custodita -, un possesso che è il migliore per il suo possessore e che rende realmente felici gli uomini. Chi giunge al punto di non desiderare ciò che non è in nostro potere e di ottenere tutto ciò che desidera - perché con le sue preghiere ottiene da Dio ciò cui egli tende con animo santo - come non possiederà costui tutto, dato che possiede un tesoro che mai viene meno, cioè possiede Dio?
Testimoni di Cristo - Santa Elena - La memoria da curare stando accanto ai bisognosi: Curare la memoria e i segni della fede, ma piegarsi sempre sulle ferite e sulle sofferenze dell’umanità: questa doppia attenzione è fondamentale per una testimonianza autorevole del Vangelo nel mondo, come ci ricorda la storia di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. L’esemplarità di questa donna sta prima di tutto nella sua capacità di farsi carico delle necessità di chi viveva ai margini. Uno stile che fu il cuore di tutta la sua eredità, la cui parte più manifesta fu la scoperta e la valorizzazione di molti luoghi legati alla storia terrena di Gesù. Flavia Giulia Elena era nata in Bitinia tra il 248 e il 250 e aveva sposato il tribuno Costanzo Cloro, ma nel 293 l’imperatore Diocleziano volle che il marito la ripudiasse. Il figlio, Costantino, divenne imperatore nel 306 ed Elena usò la sua posizione di prestigio per compiere opere di bene a favore dei bisognosi. Forse fu proprio grazie alla sua testimonianza che Costantino si convertì, dopo aver concesso libertà di culto ai cristiani nel 313.
Nel 326 Elena fece un pellegrinaggio in Terra Santa, dove cominciò anche un prezioso lavoro di salvaguardia dei luoghi santi. La tradizione dice che la Croce di Gesù fu trovata sotto ai suoi occhi. Elena, infine, che morì tra il 329 e il 330, s’impegnò anche per la costruzione delle Basiliche della Natività e dell’Ascensione. (Matteo Liut)
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.