23 Agosto 2026
 
XXI Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 22,19-23; Salmo Responsoriale Dal Salmo 137 (138); Rm 11,33-36; Mt 16,13-20
 
Fede di Pietro in Cristo - Catechismo della Chiesa Cattolica 153 Quando san Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa. «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia ‘a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità». 
440 Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell’uomo. Egli ha così svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell’identità trascendente del Figlio dell’uomo «che è disceso dal cielo» (Gv 3,13), come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: «Il Figlio dell’uomo [...] non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall’alto della croce. Solo dopo la risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!» (At 2,36).  
441 Figlio di Dio, nell’Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli, al popolo dell’elezione, ai figli d’Israele e ai loro re. In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto « figlio di Dio », ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d’Israele forse non hanno inteso dire di più.
442 Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), perché Gesù risponde con solennità: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani...» (Gal 1,15-16). «Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio» (At 9,20). Questo sarà fin dagli inizi il centro della fede apostolica professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: L’oracolo di Isaia è l’unico che riguarda un privato. Sebna, forse uno straniero, era giunto alla più alta carica, quella di maggiordomo alla corte del re Ezechia. Forte della sua posizione, uomo amante del prestigio e vanaglorioso, aveva cercato di persuadere il re a ribellarsi contro l’Assiria e chiedere l’aiuto egiziano, opponendosi così alla politica di neutralità del profeta Isaia. Questi intrighi a lungo andare avrebbero portato il paese alla rovina. Dio, per troncare il malgoverno di Sebna, lo destituisce dalla dignità di maggiordomo e al suo posto elegge Eliakìm che sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Sarà Dio stesso a dare al neo eletto le insegne dell’autorità quali erano al tempo di Isaia: la tunica, la sciarpa, le chiavi. L’immagine del piolo conficcato in un luogo solido sta a indicare che il Signore assicura a Eliakìm la sua protezione ai fini di una stabilità e di un esercizio glorioso del mandato.
 
II lettura: L’apostolo Paolo, dopo aver contemplato la misteriosa e gloriosa salvezza dei Gentili, eleva un inno di lode alla bontà infinita di Dio e a tutte le altre sue perfezioni. Esalta la sapienza di Dio, quella che si manifesta nel governo dell’universo, ma anche nel suo piano eterno di salvezza. Un progetto di salvezza dal quale nessuno è escluso, nemmeno l’ostinato popolo d’Israele.
 
Vangelo
Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.
 
Il primato di Pietro è un potere per il bene della Chiesa, e poiché deve durare sino alla fine dei tempi, sarà trasmesso a coloro che gli succederanno nel corso dei secoli. Inferi, alla lettera «Ade» (in ebraico sheol), designa il soggiorno dei morti (Cf. Num 16,33). Le potenze degli inferi, «evocano le potenze del Male che, dopo aver trascinato gli uomini nella morte del peccato, li incatena definitivamente nella morte eterna. Seguendo il suo Signore, morto, “disceso agli inferi” [1Pt 3,19] e risuscitato [At 2,27.31], la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale ed eterna, per farli entrare nel regno dei cieli [Cf. Col 1,3; 1Cor 15,26; Ap 6,8; 20,13]» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-20
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 
Parola del Signore.
 
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Cesarea di Filippo è l’antica città di Paneas al nord della Palestina, sulle pendici del monte Ermon. Quando Augusto nel 20 a.C. consegnò la regione al governo di Erode il grande, questi vi eresse un tempio in onore dell’imperatore romano. La costruzione della cittadina è da attribuire a Filippo, figlio di Erode, che la chiamò Cesarea in onore di Tiberio Cesare e vi si aggiungeva “di Filippo” per distinguerla da Cesarea marittima. Vi era adorato il Dio Pan, una divinità dalla sembianza caprina. In questa località che grondava di imperio e rimandava a sovrani che si autoproclamavano dèi, Gesù manifesta ai suoi discepoli la sua identità divina.
Ma voi, chi dite che io sia? Per Giovanni Papini «Gesù non interroga per sapere, ma perché i suoi fedeli, finalmente sappiano anch’essi [...] il suo vero nome». Ed è Simone, primo tra i Dodici e primo tra i cristiani, a esprimere in termini umani la realtà soprannaturale del figlio di Maria: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Un’espressione che spesso si trova nell’Antico Testamento (Cf. Gs 3,10; Sal 42,3; 84,3; Os 2,1) ed esprime la presenza operante di Dio.
La risposta di Pietro pone almeno una domanda: egli intendeva professare la divinità di Gesù oppure si riferiva soltanto alla sua messianicità? Se si propende per quest’ultima soluzione, si restituisce alla espressione il semplice senso messianico che essa ha nell’Antico Testamento. Sulla base della risposta del Cristo, né carne né sangue te lo hanno rivelato, si può invece pensare che Pietro abbia voluto professare la divinità del suo Maestro: un’illuminazione che veniva dall’alto e non era frutto di investigazione umana.
La risposta di Gesù a questa professione di fede ha una portata di notevolissima importanza. In primo luogo, egli proclama: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il termine semitico che traduce Chiesa, ekklêsia, significa assemblea. La «Chiesa» nell’Antico Testamento è la comunità del popolo eletto (Cf. Dt 4,10; At 7,38). Nei vangeli non appare che due volte e designa la nuova comunità che Gesù stava per fondare e che egli presenta come una realtà non solo stabile, ma indistruttibile: «[...] le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». La locuzione, invece, è frequente nelle lettere paoline. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù usando «il termine “Chiesa” parallelamente all’espressione “regno dei cieli” (Mt 4,17), sottolinea che questa comunità escatologica comincerà già sulla terra mediante una società organizzata di cui stabilisce il capo».
La Chiesa è edificata su Simone, che a motivo di questo ruolo riceve qui il nome di Pietro. Il mutamento del nome sta a indicare la nuova missione di Simon Pietro: egli sarà la roccia, quindi elemento di coesione, di unità e di stabilità.
A questo punto, Gesù indica i poteri conferiti a Simon Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Il senso di questa immagine, nota alla sacra Scrittura e all’antico Oriente, suggerisce l’incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare ed amministrare la casa. Nel mandato di Simon Pietro, il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, ma la sua comprensione non va limitata a questo significato: esso, infatti, comprende tutta un’attività di decisione e di legislazione, nella dottrina come nella condotta pratica, che coincide con l’amministrazione della Chiesa in generale.
Sempre per la Bibbia di Gerusalemme, l’esegesi cattolica «ritiene che queste promesse eterne valgano non soltanto per la persona di Pietro, ma anche per i suoi successori; sebbene tale conseguenza non sia esplicitamente indicata nel testo, è tuttavia legittima in ragione dell’intenzione manifesta che ha Gesù di provvedere all’avvenire della sua Chiesa con una istituzione che la morte di Pietro non può rendere effimera».
Luca (22,31s) e Giovanni (21,15s) sottolineano che il primato di Pietro, sempre per mandato divino, deve essere esercitato particolarmente nell’ordine della fede e che tale primato lo rende capo, non solo della Chiesa futura, ma già degli altri Apostoli. Infine, c’è da sottolineare che la professione petrina avviene nella regione di Cesarea di Filippo. Possiamo dire che non è «ricordato a caso il quadro geografico: la confessione del Messia e l’investitura di Pietro avvengono fuori dalla Palestina, in un territorio pagano. Le future direzioni della saviezza sono ormai chiare» (Ortenso da Spinetoli).
 
Per approfondire
 
Tu sei Pietro - Il primato di Pietro è fondante per la Chiesa, una santa cattolica e apostolica, ed è abbondantemente testimoniato dal Magistero.
Gesù, fin dagli inizi della vita pubblica, scelse dodici uomini perché stessero con lui e prendessero parte alla sua missione, facendoli partecipi della sua autorità e mandandoli ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli ammalati (CCC 551).
Ma tra i Dodici soltanto a Pietro venne assegnato un posto preminente: «Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” [Mt 16,16]. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” [Mt 16,18]. Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (CCC 552).
E a tanto Gesù aggiunge l’autorità di governare la casa di Dio, che è la Chiesa e l’incarico “di legare e di sciogliere”, un mandato che «risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito al suo capo» (LG 22). Tale incarico indica «l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno» (CCC 553).
Ora, questo «ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa ed è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa» (CCC 881).
Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ibi Deus, in tempi così burrascosi tale verità è l’unica ancora di salvezza: noi vogliamo stare con Pietro, perché con lui c’è la Chiesa, con lui c’è Dio.
 
Il primato, pietra di inciampo? - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il brano della professione di fede e del primato di Pietro, insieme agli annunci del messia sofferente, le condizioni della sequela di cristo e la sua trasfigurazione costituiscono il prologo al discorso ecclesiale (Mt 18). Nel vangelo di oggi, partendo dalle domande di Gesù ai discepoli, distinguiamo queste quattro sezioni: identificazione di Gesù da parte della gente; professione di fede di Pietro; primato ecclesiale dell’apostolo; reazione di questi all’annuncio del messia sofferente fatto da Gesù.
La professione di Pietro nel testo di Matteo non si limita al messianismo di Gesù, come in Marco e Luca, ma arriva alla sua divinità: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Affermazione cristologica che implica la rivelazione del padre, come dice Gesù. Qui è già anticipatala fede pasquale degli apostoli e della comunità cristiana dopo la risurrezione del Signore. La quarta parte, la reazione negativa di Pietro, dimostra che la sua fede messianica e cristologica - come quella dei suoi compagni - era meno certa di quanto suggerissero le parole.
La terza sezione, il primato di Pietro, è esclusiva di Matteo. Pur essendo importante, non è menzionata nei brani paralleli degli altri due sinottici (Mc 8,27ss e Lc 9,18ss). Se in questi due evangelisti il protagonista assoluto della scena è Cristo, e Pietro resta in secondo piano come interlocutore, in Matteo, invece viene dato molto rilievo alla persona di Pietro.
Non possiamo ignorare che il testo del primato ha suscitato polemiche nella storia della Chiesa e nel campo della esegesi biblica e della teologia. Polemica che raggiunge il suo apice su queste parole di Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il testo ha un’enorme importanza per le basi bibliche e teologiche della cattedra di Pietro, per il suo primato e la sua relazione con il collegio apostolico dei vescovi, come pure con le Chiese dei fratelli separati.
La tradizione cattolica ha sempre accettato il testo come autentico, ma i biblisti protestanti della fine del XIX secolo e dell’inizio del XX lo considerarono aggiunto nel II secolo dalla comunità di Roma a favore del papato. Oggi è opinione comune tra gli specialisti che il brano sia autentico, cioè parola di Gesù; sebbene la maggioranza pensi che debba essere situato durante le apparizioni pasquali (cfr. Gv 21,15ss: venerdì, VII settimana di Pasqua).

E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa - Agostino (Sermo 76,1): La pietra poi può essere intesa come il Cristo stesso, mentre Pietro rappresenta il popolo cristiano. Pietra è infatti il nome primitivo; Pietro quindi deriva da “pietra”, non pietra da “Pietro”, come il nome di Cristo non deriva da cristiano, ma il no - me cristiano deriva da Cristo. Tu, dice dunque, sei Pietro e su questa pietra che tu hai riconosciuta pubblicamente, su questa pietra che tu hai riconosciuta come vera, dicendo: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Io edificherò la mia Chiesa, cioè sopra Me stesso ... Edificherò te su di Me, non Me sopra di te.

Testimoni di Cristo - Santa Rosa da Lima - L’amore di Dio rende la vita un giardino della speranza L’amore di Dio rende la vita un giardino della speranza - Vivere alla luce dell’amore di Dio rende la vita un giardino, dove trovano casa i fiori più delicati della cura delle sorelle e dei fratelli bisognosi o feriti dalla vita. A questo giardino della speranza si dedicò Isabel Flores de Oliva, che, figlia di una nobile famiglia di origine spagnola a Lima, nota con il nome che le venne attribuito proprio in virtù della sua bellezza: Rosa. La prima santa dell’America Latina era nata nel 1586, decima di tredici figli, e aveva coltivato la propria vita spirituale fin da piccola, sognando la consacrazione, nonostante la famiglia preferisse per lei un buon matrimonio, che avrebbe magari aiutato la famiglia a risollevarsi dai problemi economici nei quali si era trovata a causa di un tracollo finanziario. Di fronte alle difficoltà, però, Rosa non si scoraggiò e si diede da fare lavorando per aiutare la famiglia, senza dimenticare, al contempo, di fare quello che poteva per i poveri e i bisognosi, specie gli indios. Allestì quindi nella casa materna una specie di ricovero pensato soprattutto per i bambini e gli anziani poveri. Guardando al modello di Caterina da Siena, vestì l’abito del Terz’Ordine Domenicano, visse in una sorta di cella nella casa materna da penitente e, per cinque anni, da reclusa. Nel 1614, provata dalle privazioni, lasciò la “cella”; morì nel 1617, è santa dal 1672.

 
O Padre, fonte di sapienza,
che sulla solida fede dell’apostolo Pietro
hai posto il fondamento della tua Chiesa,
dona a quanti riconoscono in Gesù di Nazaret
il Figlio del Dio vivente
di diventare pietre vive
per l’edificazione del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 22 Agosto 2026
 
Beata Vergine Maria Regina
 
Is 9,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 112 (113); Lc 1,26-38
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 23 Luglio 1997): 2. Il mio Venerato Predecessore Pio XII, nell’Enciclica Ad coeli Reginam, cui fa riferimento il testo della Costituzione Lumen gentium, indica quale fondamento della regalità di Maria, oltre alla maternità, la cooperazione all’opera della redenzione. L’Enciclica ricorda il testo liturgico: “Stava Santa Maria, Regina del cielo e Sovrana del mondo, nel dolore, presso la Croce del Signore nostro Gesù Cristo” (AAS 46 [1954] 634). Essa stabilisce poi un’analogia tra Maria e Cristo, che ci aiuta a comprendere il significato della regalità della Vergine. Cristo è re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché Redentore; Maria è regina non solo perché Madre di Dio, ma anche perché, associata come nuova Eva al nuovo Adamo, cooperò all’opera della redenzione del genere umano (AAS 46 [1954] 635).
Nel Vangelo di Marco leggiamo che nel giorno dell’Ascensione il Signore Gesù “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio” (Mc 16, 19). Nel linguaggio biblico “sedere alla destra di Dio” significa condividerne il potere sovrano. Sedendo “alla destra del Padre”, Egli instaura il suo regno, il Regno di Dio. Assunta in Cielo, Maria viene associata al potere di suo Figlio e si dedica all’estensione del Regno, partecipando alla diffusione della grazia divina nel mondo.
Guardando all’analogia fra l’Ascensione di Cristo e l’Assunzione di Maria, possiamo concludere che, in dipendenza da Cristo, Maria è la regina che possiede ed esercita sull’universo una sovranità donatale dallo stesso suo Figlio.
3. Il titolo di Regina non sostituisce certo quello di Madre: la sua regalità rimane un corollario della sua peculiare missione materna, ed esprime semplicemente il potere che le è stato conferito per svolgere tale missione.
Citando la Bolla Ineffabilis Deus di Pio IX, il Sommo Pontefice Pio XII pone in evidenza questa dimensione materna della regalità della Vergine: “Avendo per noi un affetto materno e assumendo gli interessi della nostra salvezza, Ella estende a tutto il genere umano la sua sollecitudine. Stabilita dal Signore Regina del cielo e della terra, elevata al di sopra di tutti i cori degli Angeli e di tutta la gerarchia celeste dei Santi, sedendo alla destra del suo unico Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, Ella ottiene con grande certezza quello che chiede con le sue materne preghiere; quello che cerca lo trova e non le può mancare” (AAS 46 [1954] 636-637).
4. I cristiani guardano dunque con fiducia a Maria Regina e questo non soltanto non diminuisce, bensì esalta il loro abbandono filiale in colei che è madre nell’ordine della grazia.
Anzi, la sollecitudine di Maria Regina per gli uomini può essere pienamente efficace proprio in virtù dello stato glorioso conseguente all’Assunzione. Ben lo mette in luce san Germano di Costantinopoli, il quale pensa che tale stato assicura l’intima relazione di Maria con suo Figlio e rende possibile la sua intercessione a nostro favore. Egli aggiunge, rivolgendosi a Maria: Cristo ha voluto, “avere, per così dire, la prossimità delle tua labbra e del tuo cuore; così egli acconsente a tutti i desideri che gli esprimi, quando soffri per i tuoi figli, ed egli esegue, con la sua potenza divina, tutto quello che gli chiedi” (San Germano di Costantinopoli, Hom. 1, PG 98, 348).
5. Si può concludere che l’Assunzione favorisce la piena comunione di Maria non solo con Cristo, ma con ciascuno di noi: Ella è accanto a noi, perché il suo stato glorioso le permette di seguirci nel nostro quotidiano itinerario terreno. Come leggiamo ancora in san Germano: “Tu abiti spiritualmente con noi e la grandezza della tua vigilanza su di noi fa risaltare la tua comunità di vita con noi” (Hom. 1, PG 98, 344).
Lungi pertanto dal creare distanza tra noi e Lei, lo stato glorioso di Maria suscita una vicinanza continua e premurosa. Ella conosce tutto ciò che accade nella nostra esistenza e ci sostiene con amore materno nelle prove della vita.
Assunta alla gloria celeste, Maria si dedica totalmente all’opera della salvezza per comunicare ad ogni vivente la felicità che le è stata concessa. È una Regina che dà tutto ciò che possiede, partecipando soprattutto la vita e l’amore di Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Verso il 732 a.C., Tiglat-Pilèzer III, re d’Assiria, aveva sottomesso la Galilea unendola al suo impero e deportandone gli abitanti. Nel mezzo di questi eventi drammatici, Dio conforta e consola il suo popolo per bocca del profeta Isaia il quale annunzia agli sfiduciati e ai disperati (Cf. Gdt 9,11) un messaggio di speranza e di gioia. Il Signore Dio cancellerà la vergogna della disfatta e gli abitanti di quella regione, su cui era piombata l’oppressione assira e la schiavitù, recupereranno la libertà, paragonata dal profeta Isaia a una grande luce. Una profezia che troverà il suo pieno compimento in Cristo Gesù, il quale darà la luce ai ciechi e farà uscire «dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7).
 
Vangelo
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,26-38
 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 
Parola del Signore.
 
Rallègrati, piena di grazia - Il testo lucano è pieno di sorprese. Innanzi tutto, contrariamente alle attese popolari, la realizzazione del progetto salvifico, svelato nelle parole dell’angelo, non parte da Gerusalemme, ma da un paese sconosciuto, Nazaret, situato in una regione posta in periferia e semipagana (Cf. Mt 4,15). Ma la sorpresa più grande è che la realizzazione del progetto salvifico prevede come condizione necessaria il sì di una donna. Il nome della donna è Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele le rivolge esce dall’ambito di un comune saluto: «Rallègrati, piena di grazia». In egual modo, i profeti invitavano la «vergine figlia di Sion» (Is 37,22) a rallegrarsi a motivo della prossima venuta del Signore Dio in mezzo al suo popolo: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...]. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3,13; Cf. Is 49,13; Gl 2,21). Un singolare accostamento: Maria è la nuova Figlia di Sion, nel cui seno, come nel Tempio, verrà a dimorare Dio stesso (Cf. v. 33: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»). Dio «prende veramente possesso del grembo di Maria, che diviene la sua dimora vivente, quale figlia di Sion, cioè rappresentante del nuovo popolo eletto» (A. Poppi).
E ancora, a Maria, l’angelo Gabriele promette l’assistenza di Dio, la sua vicinanza, la sua forza, la sua consolazione: «Il Signore è con te». Tutto il favore di Dio è riversato su di lei, lei è la piena di grazia: Dio l’ha colmata di grazia, ella è «la “graziata”, la “gratificata” per eccellenza. L’appellativo che sta per il nome proprio fa pensare che la “grazia” fa come parte del suo essere, la possiede per sempre, fin dalla nascita» (Ortensio Da Spinetoli).
L’annunzio turba Maria in quanto decisa a rimanere vergine: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Come fa notare Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù), la «più comune interpretazione tra gli esegeti cattolici è la seguente. Maria obietterebbe: “Come posso diventare madre dal momento che ho l’intenzione o il proposito di non conoscere uomo?”, cioè qualsiasi uomo, vale a dire di restare vergine. Maria cioè obietterebbe il suo proposito di castità perfetta». Tali esegeti fondano la loro tesi sul presente greco, io non conosco uomo, usato da Maria e che indica azione continua.
René Laurentin, che segue questa interpretazione, porta questa esemplificazione: «Portiamo un esempio moderno per illustrare questi due termini astratti: se qualcuno, a cui si offre una sigaretta, risponde: “non fumo”, si capisce che questo significa “io non fumo mai” e non “io non sono nell’atto di fumare”». Il proposito di restare vergine per quei tempi era qualcosa di inusitato, in quanto la verginità era equiparata alla sterilità (Cf. Gen 30,23; Gdc 11,37; 2Sam 13,20); una condizione sfavorevole, a volte intesa come castigo di Dio, che poneva la donna agli ultimi gradini della società civile. Una donna senza figli era una donna in balia di tutti soprattutto se alla sterilità si assommava la disgrazia della vedovanza. Ma da molte testimonianze storiche si evince che nell’antichità la verginità era anche praticata: per esempio, gli Esseni di Qumran si astenevano dall’uso matrimoniale, vivendo praticamente come celibi, per conservare la purità legale, in vista dell’avvento del Regno di Dio.
Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12). Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Per approfondire
 
Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): L’obiezione di Maria costituisce semplicemente un elemento redazionale narrativo, previsto nei racconti biblici degli annunci. Lc e ne serve per approfondire l’identità del nascituro e non per descrivere lo stato d’animo di Maria. Mentre nei vv. 31-33 ha affermato il fatto della nascita del Messia, rifacendosi alle attese giudaiche del messianismo davidico, ora nei vv. 34-35 illustra il modo del suo concepimento secondo una concezione cristiana, rilevando la sua origine trascendente per mezzo dell’azione diretta dello Spirito Santo.
Questo implica un rapporto speciale del nascituro con Dio, una filiazione divina intesa in senso non semplicemente messianico, ma più profondo e trascendente.
L’evangelista quindi non trasmette il dialogo tra l’angelo e Maria come da registrazione, ma approfondisce il senso della concezione verginale di Gesù. Si tratta soltanto di un montaggio redazionale, secondo il modello letterario degli annunzi, che «prevede un’obiezione da parte di colui che riceve la visione» (R. Brown, p. 412).
Con l’artificio del dialogo Lc non intende rilevare l’atteggiamento psicologico di Maria, bensì l’ascendenza davidica di Gesù (vv. 31-33) e la sua origine soprannaturale, suggerendone pure la filiazione divina (vv. 34-35), dal momento che Dio con un atto creativo rende fecondo il grembo della madre. Perciò l’attenzione dell’evangelista non si concentra sulla verginità di Maria, ma sull’origine divina di Gesù. Tuttavia, benché l’interesse del racconto sia cristologico, viene pure evidenziato il ruolo importante della Vergine: è attraverso il suo consenso che avvenne l’incarnazione del Figlio di Dio.

Maria nel Vangelo d’infanzia di Luca - Giuseppe  Barbaglio (Maria in Schede Bibliche Pastorali - Vol V): Più ricco dal punto di vista mariologico è senz’altro il vangelo d’infanzia lucano nel quale Maria trascende i limiti della sua individualità per assurgere a figura rappresentativa e ideale della comunità cristiana specchio dei credenti.
Nel primo dittico della sezione lucana dei cc. 1-2, annuncio della nascita del Battista e annuncio della nascita di Gesù, l’incredulità di Zaccaria per contrasto evidenzia l’adesione di Maria: «L’angelo gli (a Zaccaria) rispose: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a suo tempo» (1,19-20). «Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (1,38). Ancor più esplicita in proposito la dichiarazione ispirata di Elisabetta: «È beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore» (1,45). Preso poi in se stesso, il racconto dell’annuncio dell’angelo a Maria (l,26ss) documenta anzitutto la credenza della chiesa lucana nella verginità di Maria che concepisce per opera dello Spirito santo e per intervento della potenza dell’Altissimo. Di rilievo è pure l’appellativo «piena grazia» (kecharitómené), cioè oggetto del beneplacito di Dio che l’ha scelta come madre del suo figlio: «Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo». Né possiamo passare sotto silenzio l’allusione alla figlia di Sion, che un celebre oracolo di Sofonia esortava così alla gioia: «Gioisci (chaire), figlia di Sion, esulta, Israele, rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!... Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (3,14-15); allusione presente in 1,28: «Gioisci (chaire), o piena di grazia, il Signore è con te».
Tale accostamento di motivi, invito alla gioia, motivato dalla presenza Dio rispettivamente nel suo popolo e in Maria, evidenzia l’intenzione di Luca di mostrare Maria come personificazione del popolo di Dio dei tempi ultimi, luogo della presenza salvifica di Dio. Il mistero della madre del figlio di Dio, poi, appare al centro del brano successivo della visita di Maria ad Elisabetta, che pronuncia queste parole profetiche: «Bene­detta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (1,42-43). L’inno del Magnificat, messo sulla bocca di Maria, da parte sua esprime un motivo caro a Luca: Dio si è piegato verso gli umili e i poveri con sguardo di benevolenza e di promozione. Maria impersona qui il destino di grazia del mondo dei disprezzati, in concreto della comunità lucana, la cui causa è stata abbracciata da Dio.
Nel racconto della nascita di Gesù (2,1-22) significativa per il nostro tema è l’annotazione dell’evangelista in 2,19: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Non c’è dubbio che essa rappresenta la comunità dei credenti intenta nella meditazione ad approfondire e rivivere nel suo intimo la valenza salvifica dell’evento di Cristo. Si veda anche l’annotazione parallela di 2,51b: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore». Il testo si riferisce alla risposta di Gesù che per la sua taciuta permanenza a Gerusalemme aveva addotto il motivo di doversi dedicare alla causa del Padre celeste. Non molto dissimile però appare anche 2,33: «Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Lo stupore qualifica la reazione umana davanti alle meraviglie dell’azione divina nella storia. Maria però non è solo spettatrice, né solo emotivamente partecipe alla vicenda del figlio. In realtà ella vi è coinvolta, soprattutto nel destino di croce di Gesù, come preannuncia l’oracolo profetico di Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (2,34-36).
Infine, figlio di Maria, Gesù nondimeno è figlio di Dio, votato al progetto salvifico del Padre suo celeste. Lo illustra il racconto conclusivo del vangelo d’infanzia: pellegrino nella città santa e prolungata la sua permanenza a Gerusalemme all’insaputa di genitori, egli rivendica la sua autonomia da loro e la sua dedizione alle cose del Padre celeste. Giuseppe e Maria non riescono a comprendere il figlio nella sua presa di distanza dalla famiglia terrena (2,41ss).
 
Antonio da Padova (Sermones): L ‘Angelo disse: “Ave, Gratia piena”. Invece noi diciamo: “Ave, Maria”, cioè “stella del mare”, perché siamo in mezzo al mare, sbattuti dai flutti, sommersi dalla tempesta e perciò invochiamo la stella del mare per raggiungere. mediante Lei, il porto dell’eterna salute. È Lei infatti che strappa dalla tempesta e conduce al porto quelli che la invocano. Ma gli Angeli non hanno bisogno d’essere liberati dal naufragio, perché sono in patria sicuri. illuminati dalla chiarezza di Dio, e l’Agnello è la loro lucerna. Per questo motivo l’Angelo non disse: Ave, Maria. Ma noi miseri, proiettati nel mare dinanzi gli occhi di Dio, ogni ora sbattuti da tempeste, posti nel confine della morte, gridiamo ogni ora: Ave, Maria!
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria Regina. La guida verso il Cielo si fa carico del mondo: Per “reggere” il mondo bisogna farsene carico, portarlo sulle spalle e averne la massima cura: chi più di Maria, donna del servizio e dell’amore senza fine, può compiere meglio questo incarico? È proprio per questo che la Chiesa la celebra con il titolo di Regina, riportato nel calendario alla data odierna. Il “governo” di Maria è in realtà un esempio per tutti coloro che desiderano realizzare il Regno di Dio offrendo la propria stessa vita per questo progetto. È in realtà un compito che spetta a tutti coloro che ricevono il Battesimo, che vengono cioè immersi nella vita di quel Creatore, che grazie al “sì” di una giovane donna ha potuto condividere fino in fondo la vita delle sue creature. La ricorrenza odierna fu istituita nel 1955 da Pio XII e fissata al 31 maggio come culmine del mese dedicato alla Madonna. Venne poi spostata alla data odierna dalla riforma liturgica, che la avvicinò così alla solennità di sette giorni prima, l’Assunzione, ricordando così che Maria è regina anche perché ci fa da guida sulla strada che porta al Cielo. (Matteo Liut)
 
O Padre, che ci hai dato come Madre e Regina
la Vergine Maria,
dalla quale nacque Cristo tuo Figlio,
per sua intercessione concedi a noi
la gloria promessa ai tuoi figli nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
21 Agosto 2026
 
San Pio X, Papa
 
Ez 37,1-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 106 (107); Mt 22,34-40

Benedetto XVI (Udienza Generale 18 Agosto 2010): Il Pontificato di san Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e fu caratterizzato da un notevole sforzo di riforma, sintetizzata nel motto Instaurare omnia in Christo, “Rinnovare tutte le cose in Cristo”. I suoi interventi, infatti, coinvolsero i diversi ambiti ecclesiali. Fin dagli inizi si dedicò alla riorganizzazione della Curia Romana; poi diede avvio ai lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, promulgato dal suo Successore Benedetto XV. Promosse, poi, la revisione degli studi e dell’“iter” di formazione dei futuri sacerdoti, fondando anche vari Seminari regionali, attrezzati con buone biblioteche e professori preparati. Un altro settore importante fu quello della formazione dottrinale del Popolo di Dio. Fin dagli anni in cui era parroco aveva redatto egli stesso un catechismo e durante l’Episcopato a Mantova aveva lavorato affinché si giungesse ad un catechismo unico, se non universale, almeno italiano. Da autentico pastore aveva compreso che la situazione dell’epoca, anche per il fenomeno dell’emigrazione, rendeva necessario un catechismo a cui ogni fedele potesse riferirsi indipendentemente dal luogo e dalle circostanze di vita. Da Pontefice approntò un testo di dottrina cristiana per la diocesi di Roma, che si diffuse poi in tutta Italia e nel mondo. Questo Catechismo chiamato “di Pio X” è stato per molti una guida sicura nell’apprendere le verità della fede per il linguaggio semplice, chiaro e preciso e per l’efficacia espositiva.
Fedele al compito di confermare i fratelli nella fede, san Pio X, di fronte ad alcune tendenze che si manifestarono in ambito teologico alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, intervenne con decisione, condannando il “Modernismo”, per difendere i fedeli da concezioni erronee e promuovere un approfondimento scientifico della Rivelazione in consonanza con la Tradizione della Chiesa. Il 7 maggio 1909, con la Lettera apostolica Vinea electa, fondò il Pontificio Istituto Biblico. Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. L’appello ai cattolici del mondo, lanciato il 2 agosto 1914 per esprimere «l’acerbo dolore» dell’ora presente, era il grido sofferente del padre che vede i figli schierarsi l’uno contro l’altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 37,1-14 contiene la celebre visione delle ossa aride, una delle metafore più potenti dell’intero Antico Testamento sul tema della rinascita spirituale e nazionale.
Struttura del testo
Il brano si divide in due momenti principali guidati dall’azione dello Spirito di Dio:
La valle della morte (vv. 1-3): Il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa umane calcinate, secche e senza vita, che simboleggiano la totale disperazione del popolo.
La prima profezia (vv. 4-8): Ezechiele ordina alle ossa di ricomporsi. I tendini, la carne e la pelle ricoprono lo scheletro, ricostruendo i corpi che restano però ancora inanimati.
La seconda profezia (vv. 9-10): Il profeta invoca lo “spirito” (in ebraico ruah, che significa anche vento o soffio) dai quattro venti. I corpi riprendono vita e si alzano in piedi, formando un esercito immenso.
La spiegazione teologica (vv. 11-14): Dio interpreta la visione direttamente per Ezechiele. Le ossa sono la casa d’Israele in esilio a Babilonia, che si sente ormai perduta e “morta”.
Significato principale
Il messaggio centrale del testo non è in prima battuta una dottrina sulla risurrezione dei corpi alla fine dei tempi, ma una profezia di speranza storica. Dio promette di liberare Israele dalla tomba dell’esilio babilonese, di infondere nuovamente il suo Spirito vitale nel popolo e di ricondurlo nella terra dei padri. Nella tradizione cristiana successiva, il testo è stato letto anche come prefigurazione della risurrezione di Cristo e della rinascita interiore dell’uomo attraverso lo Spirito Santo.
 
Vangelo
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
 
Quanto chiesto dai farisei a Gesù sembra una domanda superflua, una discussione di lana caprina, invece per i farisei è una domanda vitale sopra tutto perché erano costretti a districarsi tra una miriade di precetti, di norme e di comandamenti. La risposta di Gesù è lapalissiana: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». I due comandamenti devono essere ambedue osservati, ma la loro congiunzione è fondamentale perché l’amore verso il prossimo palesa che l’amore verso Dio è veramente genuino: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1Gv 4,20).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40
 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 36 Quale è il più grande comandamento della Legge? Forse il problema era agitato nelle scuole rabbiniche, le quali avevano raccolto i precetti legali e li avevano divisi in precetti gravi e leggeri, piccoli e grandi. L’interrogante non domanda di sapere quali sono i grandi precetti, ma qual è il più grande di tutti.
37 Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ... con tutta la mente tua; queste parole sono una citazione del Deuteronomio 6, 5; il comandamento era ben noto agli Ebrei, poiché iniziava la preghiera dello Shema’ (ascolta) che essi recitavano quotidianamente (cf. Mc., 12, 29). Il comandamento richiede la soggezione del cuore (nel linguaggio ebraico il cuore è la sede dell’intelligenza) e dell’anima (la sede dei sentimenti) a Dio, fatta con una totale dedizione dell’uomo. Con tutta la mente tua; la parola “mente” (διάνοια) è dovuta probabilmente al traduttore greco, il testo ebraico del Deuteronomio ha: con tutta la tua forza.
39 Amerai il tuo prossimo come te stesso; citazione del Levitico, 19, 18. La presentazione dell’amore del prossimo come il secondo comandamento da non disgiungersi dal primo (il secondo gli è equivalente) rivela apertamente il pensiero di Cristo. Egli, quantunque non richiesto, afferma che l’amore di Dio è la fonte dell’amore del prossimo e che, di conseguenza, i due precetti sono inseparabili; l’amore del prossimo infatti va considerato come una ridondanza dell’amore di Dio; chi ama il creatore, ama anche le sue creature. Il tuo prossimo; Gesù non spiega il termine (cf. Lc., 10, 25-37), ma ad esso va dato il senso più ampio, cioè: ogni uomo che ha bisogno di noi.
40 A questi due comandamenti si riallacciano tutta la Legge e i Profeti; il testo greco, che si ispira all’aramaico, suggerisce l’idea di pendere (κρέμαται); la Legge ed i Profeti pendono da questi due comandamenti. L’immagine non è espressiva per la nostra lingua; noi diremmo: la Legge ed i Profeti poggiano su questi due comandamenti. La frase richiama Mt., 5, 17 e ne conferma il principio; Gesù è venuto a perfezionare l’insegnamento contenuto nella Legge e nei Profeti con la promulgazione dei due precetti della carità.
 
Per approfondire
 
Amerai il prossimo tuo come te stesso - Nel Nuovo Testamento s’impone subito all’attenzione nostra un detto di Gesù che, rispondendo alla domanda di un rabbino circa il comandamento più importante, anzitutto riporta letteralmente dal libro del Dt il comandamento dell’amore totale di Dio, ma poi aggiunge la citazione del comandamento dell’amore del prossimo di Lv 19,18 (Cf. Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28).
Già nell’Antico Testamento era presente la problematica del comandamento più importante. Nello schema della conclusione dell’alleanza era prevista la proclamazione della stipulazione fondamentale che precedeva l’elenco delle condizioni secondarie. Nel Dt il comandamento dell’amore di Dio era inteso appunto come stipulazione principale. Gesù dunque nella prima parte della sua risposta non fa che ripetere un luogo tradizionale. Più originale invece si mostra nell’abbinare il comandamento dell’amore del prossimo. Infatti, è vero che nel giudaismo questa prescrizione del Lv era intesa come sintesi di tutta la legge e che non erano mancate voci che avevano accostato i due comandamenti.
Ma prima di Gesù nessuno li aveva equiparati con tanta chiarezza e forza.
Ma che cosa significa di fatto parlare del comandamento più grande? Vuol dire che le esigenze divine sono ricondotte ad unità. Cristo è venuto come portavoce autorizzato della parola definitiva del Padre all’umanità: parola che, a suo giudizio, ruota attorno al perno dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Il confronto di chi si apre nella fede alla prospettiva del regno annunciato da Cristo non avviene sulla base di numerose prescrizioni e proibizioni, ma in rapporto a un atteggiamento fondamentale capace di dare coesione alla vita religiosa ed etica della persona. Nella stessa visuale si colloca la cosiddetta regola d’oro dell’azione umana, testimoniata da Matteo e da Luca: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; Cf. Lc 6,31). Sia pure in forma negativa, era già nota nel mondo giudaico. Gesù l’ha fatta propria dandole forma positiva. Non si pensi però che questo sia un cambiamento di grande importanza. Più significativo nella parola di Cristo è invece l’orizzonte in cui è fatta valere: il regno di Dio viene incontro all’uomo e lo provoca ad un atteggiamento di apertura e disponibilità. Ebbene, l’amore fattivo del prossimo costituisce la quintessenza della conversione dell’uomo al lieto annuncio del messia. Non è poi senza peso che nella regola d’oro l’amore sia inteso come un fare: si tratta di amore che chiama in causa la prassi dell’uomo.
Infine, non deve passare inosservato che si tratta di un comandamento. Ci si meraviglierà che l’amore sia comandato: il proverbio popolare non dice forse che al cuore non si comanda? Ma in questo modo non si comprende il significato vero dell’amore. In realtà, la Bibbia mette a confronto la volontà dell’uomo con la volontà di Dio. L’amore del prossimo esprime la nostra obbedienza al Padre, che vuole catturare la nostra volontà, ma per volgerne la prassi verso gli altri.
Resta da determinare chi è il prossimo per Gesù.
 
I due amori - Claude Wiener (Dizionario di Teologia Biblica)Da un capo all’altro del Nuovo Testamento l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2 Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia.
Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44 s; Ef 5,1s. 25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)? Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s). In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli imi gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
 
La Legge e i profeti in breve - Origene, Commento a Matteo 4In seguito ti chiederai in che senso tutta la Legge e i profeti dipendono da questi due comandamenti. Sembra infatti che il testo voglia dire che qualunque cosa sia scritta nell’Esodo, nel Levitico, nei Numeri o nel Deuteronomio dipenda da questi due comandamenti. Ma come può una legge stabilita per i lebbrosi, per quelli che soffrono flusso di sangue, o per le donne durante le mestruazioni, dipendere da questi due comandamenti? Ed inoltre, come una profezia pronunciata sulla presa di Gerusalemme (cf. Is 5, 1-30), una visione dell’Egitto presso Isaia (cf. Is 19, 1-25) e gli altri profeti, come una visione di Tiro (cf. Is 23, 1-18) o qualunque profezia su Tiro o sul suo principe (cf. Ez 28,12-19), e come una visione di quadrupedi nel deserto in Isaia (cf. Is 30,6-7), possono dipendere da questi due comandamenti? Ecco il mio parere su questo punto. Colui che ha compiuto tutte le prescrizioni riguardanti l’amore di Dio e del prossimo merita di ricevere da Dio i più grandi favori.
 
Testimoni di Cristo - San Pio X - Il dialogo con il mondo non è seguire le mode: I cristiani nel mondo sono chiamati a essere «segno di contraddizione», testimoni, cioè, di un mistero che non può essere incasellato nelle logiche del mondo, né tantomeno seguire un generico “senso comune” o delle mode. Ecco perché, se inteso in modo errato, il dialogo con il mondo può portare alla paradossale negazione dell’identità della comunità dei credenti. Parlare all’umanità, infatti, significa proporre il “totalmente altro”, la vita di Dio, con un linguaggio comprensibile ma senza temere di andare controcorrente. Fu questa consapevolezza a guidare la preoccupazione di san Pio X, che nella «Pascendi Dominici gregis» affrontò con chiarezza il nodo fondamentale del rapporto tra Chiesa e modernità. Nato a Riese (Treviso) nel 1835, ordinato prete nel 1858 e scelto come vescovo di Mantova nel 1884, Giuseppe Sarto era di origini contadine e percorse tutte le tappe del ministero pastorale, da cappellano a Papa. Nel 1893 divenne patriarca di Venezia e 10 anni dopo venne eletto Papa, mettendo mano a una rigorosa riforma della Chiesa a partire dall’organizzazione della Curia Romana. Suo il catechismo che per molti decenni ha formato i cristiani. Pio X promosse, tra l’altro, la riforma liturgica e la redazione di un Codice di diritto canonico. Morì nel 1914. (Matteo Liut)
 
O Dio, che per difendere la fede cattolica
e ristabilire ogni cosa in Cristo
hai colmato di celeste sapienza
e di apostolica fortezza il santo papa Pio X,
fa’ che, seguendo il suo insegnamento e il suo esempio,
giungiamo al premio eterno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.