7 Febbraio 2026
 
Sabato IV Settimana T. O.
 
1Re 3,4-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 6,30-34
 
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo)
 
Gabriele Miller: L’immagine del pastore ha un grande ruolo nella Bibbia. Guardando all’indietro, la professione diventa un grande ideale: i padri erano stati pastori. Perciò si sottolinea che Davide era stato chiamato e distolto dal gregge per diventare re (2Sam 7,8) e Amos per diventare profeta (Am l,l; 7,14). Anche nella storia della nascita di Gesù, i primi testimoni sono pastori (Lc 2,8ss). In diversi passi della Bibbia (per es. Is 44,28; Ger 3,15), i principi del popolo (come presso i sumeri, i babilonesi, gli assiri e i greci) sono paragonati a pastori. Si distingue, frattanto, tra pastori buoni (Es 34,11-16) e cattivi (Is 56,11; Es 34,2ss) a seconda se curavano soltanto i propri interessi o quelli del popolo. Anche di Dio si parla usando l’immagine del pastori (Sal 23; Is 40,11; Ger 31,10).
Egli intende occuparsi del suo popolo meglio di quanto facciano i pastori d’Israele, vuole raccogliere ciò che è andato perduto e offrire ai suoi ciò di cui hanno bisogno. Su questo sfondo va visto il Vangelo di Gv quando interpreta il servizio di Gesù servendosi dell’immagine del buon pastore (Gv 10; cf. lPt 2,25; Eb 13,20) e contrapponendolo al mercenario che abbandona il gregge non appena lo vede minacciato. L’immagine del pastore viene usata, infine, anche per i discepoli e i responsabili di particolari servizi nella comunità: Pietro deve pascere le pecore (Gv 21,15ss), e come nell’AT (Ger 3,15; 23,2) anche le guide delle comunità sono chiamate pastori (At 20,28; Ef 4,11). I pastori della comunità vivono curando con fedeltà e dedizione totale gli uomini loro affidati.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo: Salomone si presenta a Dio non con la sfrontatezza di un sapiente, ma con l’umiltà di chi è consapevole della propria fragilità: Io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi
Invece di chiedere ricchezza o successi militari, Salomone chiede un cuore docile. Il termine ebraico richiama un cuore che “ascolta” la voce di Dio per poter esercitare la giustizia e distinguere il bene dal male.
La preghiera di Salomone è esaudita, e  Dio gli concede il discernimento richiesto, rendendolo il re più sapiente della storia (Sap 8,19-9,12). E nella sua infinita liberalità, Dio gli concede anche ciò che non aveva chiesto: ricchezza e gloria. 
L’umiltà, la consapevolezza dei propri limiti, non umilia l’uomo ma lo innalza all’ascolto della Parola, fonte di ogni di sapienza, e come bambino svezzato lo mette tra le braccia di Dio acquistando stabilità e sicurezza (Sal 131 [130]). Per chi è chiamato a governare o a guidare gli altri, l’attitudine più importante non è il comando, ma l’ascolto. 
 
Vangelo
Erano come pecore che non hanno pastore.
 
Alla malvagità dei pastori denunciata pedissequamente dai profeti, il Vangelo contrappone la compassione di Gesù. La pericope marciana presenta Gesù mentre compie i suoi primi viaggi dentro e fuori i confini della Galilea. Questi movimenti sono scanditi da catechesi e interventi prodigiosi. I Dodici assumono sempre più l’identità di Chiesa che si raccoglie attorno a Gesù suo pastore messianico.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34
 
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete: 30 Gli apostoli si raccolsero intorno a Gesù; Marco riprende la narrazione interrotta al vers. 14. Soltanto in questo passo l’evangelista usa il termine «apostoli» (= inviati), nome ben appropriato perché i Dodici erano appena rientrati da una missione compiuta in qualità di «inviati». Gli apostoli, dopo le prime esperienze del ministero, avevano molto da dire al Maestro e da parte sua anche Gesù desiderava intrattenersi con loro.
31 Venite voi pure in solitudine; cioè in un luogo appartato, in una campagna isolata, non già in un deserto che non si trova nelle vicinanze del lago. Voi pure (ὑμεῖζ αὐτοί): forse Gesù allude alla vita ritirata e solitaria che aveva condotto durante l’assenza dei discepoli. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano; forma idiomatica per indicare l’accorrere della folla intorno agli apostoli. Marco, secondo il suo modo di presentare gli avvenimenti, segnala a cose compiute la causa che le ha determinate (cf. Mc., 6, 17-18); infatti egli soltanto, a questo punto del racconto, ricorda che l’attività missionaria svolta dai Dodici aveva fatto accorrere nuova gente intorno a loro. L’invito di Gesù, ricordato in questo versetto che è proprio di Marco, mostra l’affettuoso e tenero interessamento del Salvatore per i suoi discepoli.
32-33 Partirono in barca; il modo più spiccio per sottrarsi alla folla era quello di prendere una barca e di portarsi in un’altra località rivierasca. Luca precisa che il Maestro, insieme con gli apostoli, si diresse con la barca verso una sponda solitaria nelle vicinanze di Bethsaida (cf. Lc., 9, 10). Il testo evangelico non dice se quella partenza sia stata determinata da una misura prudenziale che faceva ritenere opportuno a Gesù l’abbandono del territorio di Erode Antipa, turbato dalla fama crescente del Maestro (cf. vers. 14), per rifugiarsi in quello del tetrarca Filippo, altro figlio di Erode il Grande. La folla che vide la direzione presa dalla barca, s’incamminò lungo la sponda verso il luogo dell’approdo. Dalla regione di Cafarnao, donde era partito il gruppo dei discepoli con il Maestro, ai dintorni di Bethsaida dov’esso sbarcò, vi sono appena una decina di chilometri; la folla non esitò a percorrere a piedi quella distanza. Vi giunsero prima di essi; Marco soltanto ha questo particolare cronologico e lo ricorda con semplicità senza preoccuparsi dell’apparente inverosimiglianza. La folla precedette l’arrivo della barca al luogo dell’approdo; probabilmente la navigazione fu lenta a motivo della stanchezza dei rematori o del caldo che sottraeva energie alle loro braccia.
34 Vide quella gran folla e ne ebbe compassione; il Maestro dimentica il desiderio di solitudine e di pace che gli aveva fatto intraprendere quel viaggio sul lago; egli, alla vista della numerosa folla che ha voluto raggiungerlo a piedi, si commuove intimamente, poiché nota che nella innocente curiosità di tutte quelle persone accorse a lui vi era un segreto e indistinto desiderio di trovare una guida ed un maestro. La constatazione di Gesù (perché erano come pecore senza pastore) rievoca numerosi passi biblici (cf. soprattutto Ezechiele, 34, 5). Nell’Antico Testamento Jahvè si era proclamato pastore d’Israele ed aveva delegato altri pastori nelle persone dei re, ma questi non avevano curato il gregge. Il Messia, secondo Ezechiele 34, 23, sarebbe stato il vero ed unico pastore del gregge; Cristo a compimento di questa profezia, si mise a curarlo e ad istruirlo, (ed incominciò ad istruirle su molte [verità]).
 
Per approfondire
 
A. Barucq e P. Grelot: La ricerca della sapienza è comune a tutte le civiltà dell’Oriente antico. Raccolte di letteratura sapienziale ci sono state lasciate sia dall’Egitto che dalla Mesopotamia, ed i sette sapienti erano leggendari nella Grecia antica. Questa sapienza ha una mira pratica: si tratta per l’uomo di comportarsi con prudenza ed abilità per riuscire nella vita. Ciò implica una certa riflessione sul mondo e porta pure alla elaborazione di una morale, in cui non manca il riferimento religioso (specialmente in Egitto). Nella Grecia del sec. VI la riflessione prenderà un indirizzo più speculativo e la sapienza si trasformerà in filosofia. Accanto ad una scienza embrionale ed a tecniche che si sviluppano, la sapienza costituisce quindi un elemento importante della civiltà. È l’umanesimo dell’antichità. Nella rivelazione biblica, la parola di Dio assume pure forma di sapienza. Fatto importante, ma che bisogna interpretare correttamente. Esso non significa che la rivelazione, ad un certo stadio del suo sviluppo, si trasformi in umanesimo. La sapienza ispirata, anche quando integra il meglio della sapienza umana, è di natura diversa. Già sensibile nel VT, questo fatto appare evidente nel NT. [...].
Aspetti della sapienza cristiana - 1. Sapienza e rivelazione. - La sapienza cristiana, qual è stata descritta, presenta nette affinità con le apocalissi giudaiche: non è in primo luogo regola di vita, ma rivelazione del mistero di Dio (1 Cor 2, 6 ss), vertice della conoscenza religiosa che Paolo chiede a Dio per i fedeli (Col 1, 9) e di cui questi possono istruirsi reciprocamente (3, 16), «con un linguaggio insegnato dallo Spirito» (1 Cor 2, 13).
2. Sapienza e vita morale. - Tuttavia l’aspetto morale della sapienza non è eliminato. Alla luce della rivelazione di Cristo, sapienza di Dio, tutte le regole di condotta, che il VT collegava alla sapienza secondo Dio, acquistano al contrario la pienezza del loro significato. Non soltanto ciò che deriva dalle funzioni apostoliche (1 Cor 3, 10; 2 Piet 3, 15); ma anche ciò che concerne la vita cristiana di ogni giorno (Ef 5, 15; Col 4, 5), in cui bisogna imitare la condotta delle vergini prudenti, non quella delle vergini stolte (Mt 5, 1-12). I consigli di morale pratica, enunziati da S. Paolo nelle finali delle sue lettere, sostituiscono qui l’insegnamento dei sapienti antichi. Il fatto è ancora più evidente per la lettera di Giacomo, che, su questo preciso punto, oppone la falsa sapienza alla «sapienza dall’alto» (Giac 3, 13-17). Quest’ultima implica una perfetta rettitudine morale. Bisogna sforzarsi di conformarvi i propri atti, pur domandandola a Dio come un dono (Giac 1, 5). Questa è la sola prospettiva in cui le conquiste dell’umanesimo possono inserirsi nella vita e nel pensiero cristiani. L’uomo peccatore deve lasciarsi crocifiggere con la sua sapienza orgogliosa, se vuol rinascere in Cristo. Se lo fa, tutto il suo sforzo umano assumerà un senso nuovo, perché si effettuerà sotto la guida dello spirito.

Gesù si mise a insegnare alla folla molte cose - Roberto Tufariello (Insegnare Schede Bibliche Pastorali): Cristo è il maestro per eccellenza. Durante la sua vita pubblica, l’insegnamento costituisce un aspetto essenziale della sua attività. Nei brevi passi che riassumono la sua azione durante i viaggi in Galilea, si dice in primo luogo che egli insegnava, poi che annunziava la buona novella del regno e infine che guariva i malati (Mt 4,23).
L’insegnamento aveva luogo generalmente nelle sinagoghe (Mt 9,35; 12,9ss; 13,54; Mc 1,21; Lc 4,15; Gv 18,20); a Gerusalemme però aveva luogo nel tempio (Mc 12,35; Lc 21,37; Mt 26,55; Gv 7,14ss; 8,20). Egli però ha insegnato anche in piena campagna, presso la riva di un lago, per strada, o in casa. Insegnava quotidianamente (Mt 26,55) e in modo speciale in occasione delle feste (Gv 8,20).
«Con questi dati dei vangeli concorda il fatto che gran parte di quanto ci è stato tramandato su Gesù è costituito da insegnamenti» (Kittel).
Come si comportasse Gesù nella sua azione didattica, possiamo vederlo dal racconto della visita nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-21): dopo aver letto in piedi un passo biblico (Is 61,1-2), Gesù siede alla maniera di coloro che spiegavano la scrittura (Cf. Lc 2,46), e stando così seduto parla riferendosi al testo letto (Cf. Mt 13,53ss; Mc 6,2-3).
La forma del suo insegnamento, quindi, non differisce da quella usata dai maestri di Israele, tra i quali si è confuso fin nella sua giovinezza (Lc 2, 46) e che spesso lo hanno interrogato per essere illuminati (Cf. Mt 22,16; Gv 3,10). A lui, come ad essi, viene dato il titolo di rabbi, cioè maestro, ed egli lo accetta (Gv 13,13); rimprovera però agli scribi e ai farisei di ricercare questo titolo, dimenticando che per gli uomini c’è un solo maestro, Dio (Mt 23,6-8).
Tuttavia, se appare alle folle come un maestro tra gli altri, Gesù se ne distingue in diversi modi. Egli si presenta come l’interprete autorizzato della legge, che vuole portare alla perfezione (Mt 5,17). A tale riguardo egli insegna con una autorità singolare, a differenza degli scribi, così pronti a nascondersi dietro l’autorità degli antichi (Mt 7,28-29). Non dalla tradizione dei padri, ma dalla propria persona egli fa derivare la propria autorità: «Io vi dico...» (Mt 5,21-22.27-28.31-32; ecc.).
Inoltre la sua dottrina presenta un carattere di novità che colpisce gli ascoltatori (Mc 1,27), sia che si tratti del suo annuncio del regno, sia delle regole di vita che egli dà; trascurando le questioni di scuola, oggetto di una tradizione farisaica che respinge (Cf. Mt 15,1-9), egli vuol far conoscere il messaggio autentico di Dio e portare gli uomini ad accoglierlo.
Il segreto dell’atteggiamento così nuovo di Gesù è nella sua stessa persona, nella sua coscienza di essere il figlio di Dio. A differenza dei maestri umani, la sua dottrina non è «sua», ma di colui che lo ha mandato (Gv 7,16-17): egli dice soltanto ciò che il Padre gli rivela e gli ispira (Gv 8,28). Il Padre infatti «ammaestra» Gesù, cioè plasma la sua volontà in piena conformità alla propria, perché possa parlare in suo nome. Accogliere l’insegnamento di Gesù, quindi, significa essere docili a Dio stesso.
L’insegnamento di Gesù comporta un appello rivolto da Dio a tutto l’uomo; esso quindi non si riduce all’aspetto dottrinale, ma mira a educare e a configurare l’uomo secondo la volontà di Dio (Cf. Mt 5,48). Già i maestri di Israele avevano accentrato la loro attività didattica nella legge perché la concepivano come la via sulla quale l’uomo si affatica per giungere a Dio. Gesù è l’erede e il termine di questo insegnamento (Rom 10,4). Ora egli, con ognuna delle sue parole, porta gli ascoltatori nel vivo della volontà di Dio, perché la conoscano e vi aderiscano (Gv 7,17). Per giungere a tanto, bisogna aver ricevuto quella grazia interiore che, secondo la promessa dei profeti, rende l’uomo docile all’insegnamento di Dio (Gv 6,44-45).
Non tutti accolgono questa grazia: la parola di Cristo urta contro l’accecamento volontario di coloro che pretendono di possedere la luce, mentre sono ciechi (Cf. Gv 9,39-41).
 
Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore: «Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: “Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati” [Mt 14,14]. Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo» (Beda il Venerabile).
 
I Testimoni di Cristo: Beato Anselmo Polanco Fontecha Vescovo e martire: Nacque nel 1881 a BuenaVista de Valdavia (Palencia- Spagna). A 15 anni entrò nell’Ordine agostiniano nel convento di Valadolid, dove nel 1897 emise i primi voti, poi passò a quello di La Vid (Burgos), dove completò gli studi e celebrò la prima Messa nel 1904. Negli anni 1922-1932 fu nominato priore e provinciale del suo Ordine. Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel. Durante la guerra civile spagnola il vescovo Polanco divenne per la città di Turel un punto di riferimento per molti fedeli. L’8 gennaio 1938 la città fu occupata dall’esercito repubblicano e venne arrestato monsignor Polanco. Per 13 mesi sopportò con pazienza il carcere, organizzando con i suoi compagni di prigionia una intensa vita spirituale, e il 7 febbraio 1939, insieme al suo fedele vicario Filippo Ripoll, fu fucilato e poi dato alle fiamme. Ripoll e Polanco sono stati beatificati da Giovanni Paolo II il primo ottobre 1995. I resti mortali dei due martiri riposano nella cattedrale di Teurel. (Avvenire)
 
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 6 Febbraio 2026
 
Santi Paolo Miki, Presbitero e Compagni Martiri
 
Sir 47,2-13 (NV) [gr. 47,2-11]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 17 (18); Mc 6,14-29
 
Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza. (Cf. Lc 8,15 - Acclamazione al Vangelo)
 
Nel NT la perseveranza è definita soprattutto dal sostantivo hypomenē, usato nei vangeli soltanto da Lc, sia a proposito della Parola di Dio da rendere feconda con perseveranza (8,15), sia in merito alla necessità di resistere alle prove e di continuare a lottare fino alla fine per seguire Gesù (21,19). A quest’ultimo senso fanno riferimento anche Mt (10,22; 24,13) e Mc (13,13), utilizzando però il verbo hypomenō. [...].
La perseveranza si può definire la virtù dei forti, che tali sono, però, non perché contano sulle proprie qualità, ma perché ripongono interamente la loro fiducia nel Signore. Alla base della perseveranza c’è infatti l’affidamento alla misericordia e alla grazia di Dio, che dà la costanza nella fede (Eb 10,36), la quale genera il coraggio, la pazienza e la speranza necessarie a sopportare le prove (Rm 5,3-4; Gc 1,3) e a continuare la corsa (Eb 12,1-2), fino al traguardo della salvezza (1Tm 4,16). L’esempio di perseveranza di Paolo - attestato da numerosi episodi in At e nelle lettere - è in questo senso un modello per ogni apostolo di Cristo. (Giuliano Vigini, Dizionario del Nuovo Testamento)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Siracide tesse le lodi del re Davide. In evidenza la sua attività di liturgo, ma in primo piano spicca la sua umiltà, una virtù assai rara in chi detiene potere e governo di popoli. Una umiltà per la quale il Signore perdonò i suoi peccati, innalzò la sua potenza per sempre, gli concesse un’alleanza regale e un trono di gloria in Israele.
 
Vangelo
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.
 
Erode tende l’orecchio ai tanti giudizi che riguardano Gesù. Gesù era diventato famoso. Alcuni dicevano addirittura che Gesù fosse Giovanni il Battista redivivo, ma Erode non si faceva abbindolare da queste chiacchiere, anche se restava dubbioso. Erode, al sentire queste cose, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Aveva fatto decapitare il Battista, l’aveva tolto di mezzo perché il figlio di Zaccaria e di Elisabetta lo rimproverava di adulterio. Una accusa che bruciava sopra tutto a Erodiade, l’adultera, la compagna di Erode. E così in una festa di compleanno, si festeggiava il compleanno di Erode, Erodiade con perfida astuzia ha ragione della debolezza di Erode e come dono della sua malvagità chiese e ottenne su un vassoio la testa mozzata di Giovanni il Battista.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,14-29
 
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
 
Parola del Signore.
 
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni anche Giuseppe Flavio “parla della prigionia e dell’uccisione di Giovanni nella fortezza del Macheronte, ma per motivi politici e non per la sua protesta. Erodìade era figlia di Aristobulo (figlio di Erode il Grande e di Marianne). Fu dapprima moglie di Erode, fratellastro di Antipa, dimorante a Roma. Forse questo Erode aveva un secondo nome, Filippo; oppure Mc lo confonde con Filippo tetrarca dell’Iturea e Traconitide, che in seguito sposò Salomè, figlia di Erodiade. Lo scandalo denunciato dal Battista non riguardava il divorzio di Antipa dalla figlia di Areta, ma la convivenza incestuosa con la cognata, proibita dalla Legge (cf. Lv 18,16; 20,21)” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello … una denuncia che non ammetteva deroghe, e proprio per questo Erodìade odiava Giovanni Battista.
Erodìade macchinava di uccidere Giovanni Battista, ed attendeva il momento propizio, e questo arrivò quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea.
Erodìade conosce molto bene il re Erode, un uomo violento e lussurioso, e così nella sua festa di compleanno, sapendo che nei banchetti spesso c’era poco di lecito, come esca usa la propria figlia facendola danzare davanti ai convitati, in Erode le movenze voluttuose della fanciulla suscitano passioni innominabili. Il re inebetito, anche a causa del vino, fa una promessa folle alla giovane danzatrice: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno.
La richiesta da parte della fanciulla era chiara fin dall’inizio: la testa di Giovanni Battista.
Erode “cade in una spirale di peccati (amore illegale, orgoglio, paura, giuramento) che lo portano a uccidere Giovanni, mostrando come un vizio ne attiri altri”.
La morte di Giovanni Battista, precursore di Gesù, è il destino di chi testimonia la verità, una testimonianza intrisa di sangue. Nel Nuovo Testamento il martirio non è fine a se stesso, ha come obiettivo la testimonianza: Ascoltate: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Perciò siate prudenti come serpenti e semplici come colombe. State in guardia, perché vi porteranno nei tribunali e nelle sinagoghe e vi tortureranno. Sarete trascinati davanti a governatori e re per causa mia, e sarete miei testimoni di fronte a loro e di fronte ai pagani (Mt 10,16-18).
Nonostante la malvagità e il peccato dell’uomo, l’opera di salvezza continua, perché le vie di Dio non sono le vie degli uomini: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. (Is 55,8-9).
 
Per approfondire
 
Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco): Giuseppe Flavio - nelle sue Antichità Giudaiche - attribuisce l’esecuzione di Giovanni a ragioni politiche. Marco, evidentemente, preferisce accreditare la versione popolare del fattaccio. E non si può neppure escludere che le due cause (intrighi familiari e ragioni di stato, capriccio di una donna e timore di un’insurrezione) si siano sovrapposte.
Stupisce l’assolo di danza di una principessa come Salomè. Erano le prostitute, normalmente, che assicuravano quel tipo di esibizione. Qui, evidentemente, c’è la perfida regìa di Erodiade (insospettisce, infatti, il particolare che non sia stata colta di sorpresa dalla domanda della figlia, ma abbia avuto subito pronta la scelta). La donna, tra l’altro, conosce gli effetti del vino sul marito.
Uno degli aspetti che colpisce di più nel racconto è l’ambientazione: una festa. Quella che, normalmente, è occasione di gioia (e trattandosi di un sovrano dovrebbe essere contrassegnata da magnanimità nei confronti dei prigionieri), diventa la cornice di un’esecuzione spietata. Un altro elemento significativo è la contrapposizione tra attesa e rapidità …
«Venne il giorno propizio ...» (v. 21). Erodiade ha saputo aspettare, il suo odio freddo ha resistito a lungo.
E quando si è presentata l’occasione, non se l’è lasciata sfuggire. Non c’è più tempo da perdere. Da questo momento, la scena vien scandita secondo un ritmo implacabile. Sembra si sia messo in moto un meccanismo inesorabile. I «subito» si alternano alla «fretta». La ragazza torna «subito», in «tutta fretta» dal re. Vuole «subito» la testa del profeta. Erode manda «subito» il carnefice a eseguire la sentenza.
Si scopre un dinamismo che ha come punto di partenza e di arrivo Erodiade. Dalla madre, alla ragazza, al re, allo sbirro. Dal boia, alla ragazza, alla madre. Sembra che la testa di Giovanni viaggi prima ancora di essere spiccata dal collo. L’unica nota umana in questo quadro macabro è data dai discepoli che vengono a prelevare il cadavere per comporlo nel sepolcro (v. 29). E, con l’accenno alla sepoltura, forse Marco ci rimanda a un’altra vicenda che non si concluderà però in una tomba.
I discepoli di Giovanni devono limitarsi a occuparsi della sepoltura. Quelli di Cristo dovranno annunciare la risurrezione del Maestro.
Il legame tra le due vicende, comunque, è abbastanza evidente: Giovanni è stato precursore di Cristo anche nel martirio. E i discepoli vengono invitati a riflettere che la missione loro affidata può sfociare nella persecuzione. Non a caso, il prossimo «sondaggio d’opinione» su Cristo (8, 27-30), si concluderà con l’annuncio della Passione. Gesù non potrà mai essere semplicemente oggetto di curiosità.
 
Martire - C. Augrain: Martire (gr. màrtys) significa etimologicamente testimone, sia che si tratti di una testimonianza sul piano storico, o giuridico, o religioso. Ma nell’uso stabilito dalla tradizione cristiana, il nome di martire si applica esclusivamente a colui che offre la testimonianza del sangue. Quest’uso è già attestato nel NT (Atti 22, 20; Apoc 2, 13; 6,9; 17, 6): il martire è colui che dà la propria vita per fedeltà alla testimonianza resa a Gesù (cfr. Atti 7, 55-60). [...].
Il martire cristiano. - Il glorioso martirio di Cristo ha fondato la Chiesa: «Quando sarò innalzato da terra, aveva detto Gesù, attirerò a me tutti gli uomini» (Gv 12, 32). La Chiesa, corpo di Cristo, è chiamata a sua volta a dare a Dio la testimonianza del sangue per la salvezza degli uomini. La comunità ebraica aveva già avuto i suoi martiri, specialmente all’epoca dei Maccabei (2 Mac 6 - 7). Ma nella Chiesa cristiana il martirio assume un senso nuovo, che Gesù stesso rivela: è la piena imitazione di Cristo, la partecipazione perfetta alla sua testimonianza ed alla sua opera di salvezza: «Il servo non è maggiore del padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi!» (Gv 51, 20). Ai suoi tre intimi Gesù annunzia che lo seguiranno nella passione (Mc 10, 39 par.; Gv 21, 18 ss); ed a tutti rivela che soltanto il seme che muore in terra porta molto *frutto (Gv 12, 24). Così il martirio di Stefano - che evoca con tanta forza la passione - determinò la prima espansione della Chiesa (Atti 8, 4 s; 11, 19) e la conversione di Paolo (22, 20). L’Apocalisse, infine, è veramente il Libro dei Martiri, di coloro che sulle orme del Testimone fedele e veridico (Apoc 3, 14) hanno dato alla Chiesa e al mondo la testimonianza del loro sangue. L’intero libro ne celebra la prova e la gloria, di cui la passione e la glorificazione dei due testimoni del Signore sono il simbolo (Apoc 6, 9 s; 7, 14-17; 11, 11 s; 20, 4 ss).
 
La schiavitù dei desideri incontrollati - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48, 3: Tanto stimava il suo potere, era così prigioniero del tutto della passione da cederlo per una danza. Perché ti meravigli se allora accadeva questo, dal momento che anche ora, dopo una così grande filosofia, per una danza di questi giovani effeminati molti danno anche la loro ani. ma, senza avere neppure necessità di un giuramento? Divenuti prigionieri del piacere, vengono condotti come mandrie dove il lupo li trascina.
 
Testimoni di Cristo -  Santi Paolo Miki, Presbitero e Compagni Martiri: Testimoni di un Amore che non delude mai: Se i “capricci” dei potenti mutano al mutare delle stagioni, l’amore di Dio è l’unica cosa che non delude mai. E fu proprio all’abbraccio di Dio che si affidò san Paolo Miki, mentre andava verso il supplizio che lo attendeva a Osaka nel 1597. Con lui venivano crocifissi tre gesuiti, cinque francescani missionari e 17 giapponesi terziari di San Francesco. Paolo Miki fu il primo religioso giapponese, nato a Kyoto nel 1556 e battezzato all’età di 5 anni. A 22 anni entrò tra i Gesuiti, dedicandosi da subito alla predicazione: un impegno che includeva anche il dialogo con i buddhisti, nel quale Miki si distinse in maniera particolare. Tra il 1582 e il 1584 compì una visita a Roma assieme a una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi. Ma fu per volere dello stesso Shogun - diventato persecutore dei cristiani per motivi politici e culturali - che Miki fu arrestato nel dicembre 1596 a Nagasaki e ucciso poche settimane dopo. Le sue ultime parole furono pronunciate a latino: nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito. (Matteo Liut)
 
O Dio, forza di tutti i santi,
che hai chiamato alla gloria eterna san Paolo [Miki]
e i suoi compagni attraverso il martirio della croce,
concedi a noi, per loro intercessione,
di testimoniare con coraggio fino alla morte
la fede che professiamo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 5 Febbraio 2026
 
Sant’Agata, Vergine e Martire
 
1Re 2,1-4.10-12; Salmo Responsoriale 1Cr 29, 10-12; Mc 6,7-13
 
Il regno di Dio è vicino, dice il Signore: convertitevi e credete nel Vangelo. (Mc 1,15 - Acclamazione al Vangelo)
 
«La conversione si configura più volte come un “tornare indietro” (epistrephō), perché ci si ravvede e ci si pente, si cambia strada e si prende un’altra direzione di marcia, che conduce gradualmente al traguardo della vera fede in Gesù. La  conversione può anche avvenire in modo folgorante come nel caso di Paolo sulla via di Damasco (At 9,1-22), per iniziativa sovrana e misericordiosa di Dio (Gal 1,15-16) -, ma esige poi che essa prosegua il proprio cammino, perché non si torni a vivere nel peccato e nelle tenebre, lontani dalla verità e dall’amore di Cristo.
Seguendo la missione di Gesù, venuto non a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano (Lc 5,32), i discepoli pongono al centro del loro annuncio la necessità della penitenza, del perdono e della conversione come passaggio obbligato per credere e rimanere in Gesù (cfr., ad es., At 2,38; 3,19; 5,31; 8,22; 11,18; 17,30; 20,21; 26,18.20; 2 Tm 2,25; Eb 6,1)» (Giuliano Vigini, Dizionario del Nuovo Testamento).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Davide consegna a Salomone il regno. Il re aveva vissuto mille pericoli, sfiorato tragedie e provocato rovine, aveva amato intensamente Dio e si era sempre fidato di Lui, ora si fida di un uomo, di suo figlio. Lo sa intelligente, ponderato, ma non sa di aver consegnato il popolo d’Israele alla rovina. Davide muore con gli occhi pieni di gloria, e con le mani sporche di sangue, ora tocca a Salomone consolidare ulteriormente il regno d’Israele.
 
 
Vangelo
Prese a mandarli.
 
La povertà degli apostoli è necessaria, ma molto più essenziale è la povertà della stessa missione: quando la Chiesa fa dipendere il suo annuncio unicamente dai mezzi, «è una Chiesa che si è indebolita nella sua fede» (José Maria Gonzáles-Ruiz). Essere mandati a due a due è in sintonia con la tradizione biblica, secondo la quale solo la testimonianza di due testimoni (o più) garantisce la veridicità di un fatto (cf. Dt 19,15). Il potere sugli spiriti, che Gesù conferisce ai Dodici, è un potere teso a liberare l’uomo nella sua totalità come persona umana: in modo specifico è finalizzato a liberarlo dal peccato, dalla morte corporale e da quella spirituale.
Scuotere la polvere dai piedi era un gesto con il quale gli Ebrei esprimevano il distacco dal mondo pagano e la messa sotto accusa di chi si chiudeva al messaggio del vero e unico Dio. L’unzione con l’olio è bene testimoniata nel mondo pagano e in quello biblico. In quest’ultimo l’unzione compare come segno messianico con il quale si evidenzia quanto la forza di Dio è capace di operare sul corpo e sullo spirito dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,7-13
 
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
 
Parola del Signore.
Prese a mandarli a due a due … per la legge mosaica la testimonianza doveva esser essere avvalorata da due o più testimoni (Dt 17,6; 19,15), tale criterio sarà normativo anche per la comunità cristiana delle origini (Mt 18,16; 2Cor 13,1; 1Tm 5,19). L’invio a due a due sottolinea che la missione cristiana “non si svolge in solitudine, ma in comunità. La coppia rappresenta una testimonianza vissuta, non solo un annuncio teorico, rispecchiando la comunione con Cristo” (AI Overview).
Dava loro potere sugli spiriti impuri … Gli spiriti impuri sono i demòni, sono detti impuri perché in contrasto con la santità di Dio. I vangeli testimoniano la loro presenza, e il loro operare nefando, avverso agli uomini.
Ma nulla possono davanti al potere e all’autorità di Gesù. Numerosi sono gli episodi di guarigione di indemoniati (Mt 8,28-34; mc 5,1-6; Lc 8,26-33; ecc.).
E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone Matteo e Luca sono più radicali cassando anche il bastone (Mt 10,1.9-14); Lc 9,1-6). È un invito ad abbracciare generosamente la povertà, ad avere fiducia in Dio ed essere distaccati dai beni materiali. In Marco “sandali e bastone” evocano il testo di Esodo 12,11: “Ecco in qual modo mangerete [l’agnello]: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore!”.
Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì ...: Gli Apostoli se ospitati, devono rimanere in quella casa; se non accolti, devono scuotere la polvere dai piedi come testimonianza.
“Quando il Signore chiede agli apostoli di scuotere la polvere uscendo da una casa o da una città che non li ha accolti usa una metafora: vuol dire che compiendo quell’azione simbolica gli Apostoli indicano la fine di ogni rapporto con coloro che li hanno trattati male e che la responsabilità della mancata accoglienza del Vangelo è tutta di quella casa o città” (Padre Angelo).
Ungevano con olio molti infermi e li guarivano l’olio nell’antichità era considerato un potente farmaco per curare ferite (Lc 10,34), malattie cutanee e molte altre infermità (Gc 5,14). Nell’invito a ungere i malati, la Chiesa “ha visto un forma iniziale del sacramento dell’«unzione dei malati»” (Bibbia di Gerusalemme nota a Gc 5,14).
 
Per approfondire
 
Gli inviati del Figlio - Joseph Perron e Pierre Grelot: La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli. Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale. Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16); come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20,21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28,19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Così la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22,21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahvè (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1Cor 15,8s; Gal 1,12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1,5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo (10,14 s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10,17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
 
L’unzione degli infermi - Catechismo della Chiesa cattolica 1511 La Chiesa crede e professa che esiste, tra i sette sacramenti, un sacramento destinato in modo speciale a confortare coloro che sono provati dalla malattia: l’Unzione degli infermi:
«Questa Unzione sacra dei malati è stata istituita come vero e proprio sacramento del Nuovo Testamento dal Signore nostro Gesù Cristo. Accennato da Marco,  è stato raccomandato ai fedeli e promulgato da Giacomo, apostolo e fratello del Signore».
1512 Nella tradizione liturgica, tanto in Oriente quanto in Occidente, si hanno fin dall’antichità testimonianze di unzioni di infermi praticate con olio benedetto. Nel corso dei secoli, l’Unzione degli infermi è stata conferita sempre più esclusivamente a coloro che erano in punto di morte. Per questo motivo aveva ricevuto il nome di «Estrema Unzione». Malgrado questa evoluzione, la liturgia non ha mai tralasciato di pregare il Signore affinché il malato riacquisti la salute, se ciò può giovare alla sua salvezza.
1513 La Costituzione apostolica «Sacram Unctionem infirmorum» (30 novembre 1972), in linea con il Concilio Vaticano II 123 ha stabilito che, per l’avvenire, sia osservato nel rito romano quanto segue:
«Il sacramento dell’Unzione degli infermi viene conferito ai malati in grave pericolo, ungendoli sulla fronte e sulle mani con olio debitamente benedetto - olio di oliva o altro olio vegetale - dicendo una sola volta: “Per questa santa Unzione e per la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo e, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi”». 
 
L’unzione con l’olio: «Cose simili a queste sono anche in Luca. Guarivano i malati ungendoli di olio è un particolare del solo Marco [Mc 6,13], ma c’è qualcosa di simile nella lettera Cattolica di Giacomo ove dice: “Sta male qualcuno in mezzo a voi, ecc.” [Gc 5,14-15]. L’olio è un rimedio per la stanchezza ed è fonte di luce e di gioia. L’unzione dell’olio, quindi, significa la misericordia di Dio, il rimedio delle malattie e l’illuminazione del cuore. Che la preghiera faccia tutto questo lo sanno tutti; l’olio, come credo, è simbolo di queste cose» (Cirillo di Alessandria, In Marcum comment. 6,13).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agata - L’autentica bellezza si vede solo con occhi che amano Dio: Non c’è vera bellezza senza sguardo all’Infinito, non c’è fascino se il cuore non cerca Dio, perché è lui a dare senso a tutto ciò che ci circonda. Era proprio questa la bellezza di cui sant’Agata, martire del III secolo, decise di essere testimone. Nata a Catania in una famiglia nobile di fede cristiana, verso i 15 anni si consacrò a Dio: il vescovo le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il proconsole di Catania, Quinziano, ebbe l’occasione di vederla e se ne invaghì, così, in forza dell’editto di persecuzione dell’imperatore Decio, l’accusò di vilipendio della religione di Stato e ordinò che la portassero al Palazzo pretorio. I tentativi di seduzione da parte del proconsole, però, non ebbero alcun risultato. Venne quindi processata, interrogata e torturata: Quinziano al colmo del furore per la resistenza e il rifiuto della giovane, le fece anche strappare i seni con enormi tenaglie. Questo particolare del suo martirio entrò poi nell’iconografia tradizionale legata ad Agata. La giovane santa, però, dopo una visione, fu guarita. Fu ordinato allora che venisse bruciata, ma un forte terremoto evitò l’esecuzione. Tolta dalla brace, Agata venne portata agonizzante in cella, dove morì. Era il 251. Le sue reliquie sono conservate nella Cattedrale di Catania. (Matteo Liut)
 
Donaci, o Signore, la tua misericordia
per intercessione di sant’Agata, vergine e martire,
che sempre ti fu gradita
per la forza del martirio e la gloria della verginità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 4 Febbraio 2026
 
Mercoledì della IV Settimana T. O
 
2Sam 24,2.9-17; Salmo Responsoriale 31 [32]; Mc 6,1-6
  
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo)
 
Gesù, il buon pastore. - C. Lesquivit e X. Léon-Dufour: I sinottici presentano numerosi tratti che annunziano l’allegoria giovannea. La nascita di Gesù a Betlemme ha realizzato la profezia di Michea (Mt 2, 6 = Mi 5, 1); la sua misericordia rivela in lui il pastore voluto da Mosè (Num 27, 17), perché egli viene in aiuto alle pecore senza pastore (Mt 9, 36; Mc 6, 34). Gesù si considera come inviato alle pecore perdute di Israele (Mt 15, 24; 10, 6; Lc 19, 10). Il «piccolo gregge» dei discepoli che egli ha radunato (Lc 12, 32) rappresenta la comunità escatologica alla quale è promesso il regno dei santi (cfr. Dan 7, 27); esso sarà perseguitato dai lupi esterni (Mt 10, 16; Rom 8, 36) e da quelli interni, travestiti da pecore (Mt 7, 15). Sarà disperso, ma, secondo la profezia di Zaccaria, il pastore che sarà stato colpito lo radunerà nella Galilea delle nazioni (Mt 26, 31 s; cfr. Zac 13, 7).
Infine, al termine del tempo, il Signore delle pecore separerà nel gregge i buoni ed i cattivi (Mt 25, 31 s). In questo spirito altri scrittori del NT presentano «il grande pastore delle pecore» (Ebr 13, 20), maggiore di Mosè, il «capo dei pastori» (1 Piet 5, 4), «il pastore ed il guardiano» che ha ricondotto le anime smarrite guarendole con le sue stesse lividure (1 Piet 2, 24 s). Infine nell’Apocalisse, che sembra seguire una tradizione apocrifa sul messia conquistatore, Cristo-agnello diventa il pastore che conduce alle fonti della vita (Apoc 7, 17) e che colpisce i pagani con uno scettro di ferro (19, 15; 12, 5).
Nel quarto vangelo queste indicazioni sparse formano un quadro grandioso che presenta la Chiesa vivente sotto il vincastro dell’unico pastore (Gv 10). C’è tuttavia una sfumatura: non si tratta tanto del re, signore del gregge, quanto del Figlio di Dio che rivela ai suoi l’amore del Padre. Il discorso di Gesù riprende i dati anteriori e li approfondisce. come in Ezechiele (Ez 34, 17), si tratta di un giudizio (Gv 9, 39). Israele rassomiglia a pecore spremute (Ez 34, 3), in balìa «dei ladri, dei predoni» (Gv 10, l. 10), disperse (Ez 34, 5 s. 12; Gv 10, 12). Gesù, come Jahvè, le «fa uscire» e le «guida al buon pascolo» (Ez 34, 10-14; Gv 10, 11. 3. 9. 16); allora esse conosceranno il Signore (Ez 34, 15. 30; Gv 10, 15) che le ha salvate (Ez 34, 22; Gv 10, 9).
L’«unico pastore» annunziato (Ez 34, 23), «sono io», dice Gesù (Gv 10, 11). Gesù precisa ancora. Egli è il mediatore unico, la porta per accedere alle pecore (10, 7) e per andare ai pascoli (10, 9 s). Egli solo delega il potere pastorale (cfr. 21, 15 ss); egli solo dà la vita nella piena libertà dell’uscire e dell’entrare (cfr. Num 27, 17). Una nuova esistenza è fondata sulla mutua conoscenza del pastore e delle pecore (10, 3 s. 14 s), amore reciproco fondato sull’amore che unisce il Padre ed il Figlio (14, 20; 15, 10; 17, 8 s. 18-23). Infine Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore (10, 15. 17 s); egli non è soltanto «percosso» (Mt 26, 31; Zac 13, 7), ma dà spontaneamente la propria vita (10, 18); le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto di Israele che delle nazioni (10, 16; 11, 52). Infine il gregge unico così radunato è unito per sempre, perché l’amore del Padre onnipotente lo custodisce e gli assicura la vita eterna (10, 27-30).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Davide ordina un censimento che suscita l’ira di Dio il quale punisce severamente Davide. Un censimento era considerato “un’empietà, perché ledeva le prerogative di Dio, perché è lui che tiene i registri di coloro che devono vivere o morire [Es 32,32-33; cf. Es 30,12]” (Bibbia di Gerusalemme). Da notare la bontà e la misericordia di Dio il quale fa scegliere al colpevole il castigo con il quale sarà castigato, e Davide sceglie di “cadere nelle mani di Dio”, proprio perché punta sul suo amore misericordioso; e dall’altra parte l’umiltà di Davide che lo spinge a riconoscere prontamente il peccato commesso, e ad intercedere a favore del popolo perché il Signore ritiri presto il castigo.
 
Vangelo
 
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione all’animosità e all’insulto. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, ingrata, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà serva dell’odio dei farisei (cfr. Mt 27,11-26).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
 
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
 
Parola del Signore.
 
Senza la fede, non vi sono miracoli - Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): La venuta di Gesù a Nazaret, la sua patria, non è ricordata dal secondo evangelista in base a un ordine cronologico, bensì in base a un ordine teologico. L’evangelista ha cura di non presentarlo come un mago, ma come il Figlio di Dio che libera l’uomo dalla sua contingenza: il peccato, le malattie, la morte. Ma questa salvezza avviene in un solo ambito: l’ambito della fede. I suoi compaesani non riescono a rendersi conto della sua condizione divina. Per essi, Gesù non è altro che «il carpentiere, il figlio di Maria e il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone».
Il testo di Marco non si presta ad argomentazioni né prò né contro la verginità di Maria. Il fatto che si parli dei fratelli di Gesù può indicare molto bene un adattarsi all’uso biblico, secondo il quale qualsiasi grado di parentela poteva essere designato col termine «fratello» (Gn 13,8). Ma il testo evangelico in sé non tradisce in alcun modo questo tipo di preoccupazioni, che ebbero poi tanto spazio nella storia ecclesiastica posteriore.
Gesù si sentì come bloccato nel suo paese natale, appunto perché lì mancava praticamente la fede: «E si meravigliava della loro incredulità». I «fratelli» e i compaesani, forse, avrebbero accettato di buon grado un Gesù «superuomo», nelle vesti di capo carismatico in lotta contro i romani; ma la realtà che avevano sotto gli occhi era per essi una delusione. Anche riconoscendo alcuni elementi della sua azione benefica, non riuscivano a leggere in essa il messaggio di salvezza e di liberazione del quale era segno. In una parola, mancavano di fede.
Secondo lo scrittore cristiano Egesippo, l’imperatore Domiziano fece venire a Roma alcuni discendenti di Giuda, «fratelli» di Gesù, perché gli dessero informazioni su quegli avvenimenti; ma, una volta ricevute le informazioni dai parenti, l’imperatore si convinse che politicamente non potevano dargli fastidio, e li lasciò tornare in Giudea.
L’autore del secondo vangelo ha cura di far notare che la nuova comunità avrebbe dovuto essere convocata unicamente dallo Spirito nell’ambito della fede e che, per conseguenza, era inutile cercare in essa certi vincoli dinastici, come pare succedesse già nella comunità di Gerusalemme, che aveva come capo Giacomo, «il fratello del Signore».
Comunque, la nota fondamentale di questo testo decisivo è che la fede precede i miracoli e non il contrario, perciò, è inutile montare un’apologetica, secondo la quale «si prova» la divinità di Cristo attraverso l’esistenza di alcuni miracoli superiori alle forze della natura.
 
Per approfondire
 
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua: Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (cfr. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (cfr. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti. Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo. Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17). Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (cfr. Gc 2,14-17). Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa. Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio. Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss). Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (cfr. Sal 68 [67],19). Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), la presenza di Gesù, profeta del Padre, uomo tra uomini, è il segno inequivocabile della fedeltà e dell’amore di Dio. In Cristo Gesù l’amore del Padre ha raggiunto il «vertice più alto. E questo non solo perché Cristo è il dono più prezioso dell’amore del Padre, ma anche perché in lui il rifiuto e la “durezza” di cuore degli uomini raggiungeranno il punto più alto di drammaticità e di sofferenza. Amore e infedeltà purtroppo, si inseguono e si commisurano a vicenda» (Settimio Cipriani).
 
Profezia: la Chiesa. - P. Beauchamp: «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio.
Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s).
Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione.
L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.
 
Dio è l’autore di tutto: “Vediamo, dunque, da quale fonte abbia origine questo nostro sole! Come è vero nasce da Dio, che ne è l’autore. È figlio pertanto della divinità; dico, della divinità non soggetta a corruzione, intatta, senza macchia. Capisco il mistero facilmente. Perciò la seconda nascita per mezzo della immacolata Maria, poiché in un primo tempo era rimasta illibata a causa della divinità, la prima nascita fu gloriosa, affinché la seconda non diventasse ingiuriosa, cioè come vergine la divinità lo aveva generato, così anche la Vergine Maria lo generasse. È scritto di avere un padre presso gli uomini, come leggiamo nel Vangelo ai Farisei che dicevano: «Non è questi figlio di Giuseppe il falegname, e Maria non è sua Madre?» [Mt 13,55]. In questo anche avverto il mistero. Il padre di Gesù è chiamato falegname; è pienamente fabbro Dio Padre, che ha creato le opere di tutto il mondo” (Massimo di Torino, Sermo, 62,4).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni de Britto - Oltre i confini nelle culture: il Vangelo è saper amare: Chi crede ama, e chi ama non ha paura: non teme la violenza del mondo, non teme i confini, non di perdere se stesso e di offrirsi per Dio al prossimo, ovunque si trovi, in qualsiasi luogo viva. Fu proprio questa consapevolezza, radice di coraggio e determinazione, ad animare l’opera di san Giovanni de Britto, religioso gesuita e missionario in India, dove morì martire. Nato a Lisbona nel 1647, João de Brito crebbe a corte, ma dovette allontanarsi a causa di una malattia: la madre fece il voto di vestirlo con l’abito dei gesuiti per un anno se si fosse salvato. Giovanni, però, decise di diventare davvero gesuita ed entrò nella Compagnia a 16 anni. Nel 1647 era prete e, coltivando il sogno di imitare san Francesco Saverio e portare il Vangelo in Oriente, partì per l’India. Si dedicò all’evangelizzazione nei regni di Tangiore e Gingia, facendo propri lingue e costumi locali per poter conoscere meglio le persone a cui annunciava la fede cristiana. Giunto nel regno di Marava venne cacciato, ma, dopo un breve periodo in patria, vi ritornò, continuando a essere tramite di numerose conversioni, tra le quali anche quelle, eccellenti e “scomode” di un principe. Arrestato e condannato, fu decapitato a Oriur nel 1693. Fu beatificato da Pio IX il 21 agosto del 1853 e venne canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947.  (Matteo Liut)
 
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.