9 Giugno 2026
Martedì X Settimana del Tempo Ordinario
1 Re 17,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 4; Mt 5,13-16
Sant’Efrem, Diacono e Dottore della Chiesa - Efrem nacque a Nisibi (Mesopotamia del Nord) intorno al 306. Educato fin dall’infanzia nella meditazione delle Scritture, esercitò il ministero di diacono sia a Nisibi che a Edessa, dove si rifugiò in seguito all’invasione persiana e diacono rimane fino alla morte, rifiutando l’episcopato al quale san Basilio lo chiamava. Aveva scelto la vita dei solitari, dediti all’ascesi, alla preghiera e alla carità.
La sua dedizione assoluta a Dio lo rese maestro nella interpretazione delle Scritture nelle scuole teologiche di Nisibi e di Edessa. Ma la sua ricchezza spirituale si espresse in una fiorente produzione di inni, di stile semplice e insieme ricco di poesia, con i quali, nella liturgia, raggiungeva ogni categoria di persone, anche le più marginali, come in quel tempo le donne.
Per la prima volta, nella chiesa siriaca, egli introdusse cori di ragazze. L’inno era il genere letterario che riteneva più idoneo a narrare i misteri di Dio. Per le sue composizioni utilizzò quelle che lui stesso chiamava le “tre arpe” di Dio: le Scritture ebraiche, il Nuovo Testamento e il libro della natura. Nelle chiese di tradizione siriaca fu tra gli innografi più amati, ma anche le chiese d’occidente riconobbero la sua autorità, proclamandolo dottore e maestro della fede.
Morì nel 373, dopo essersi prodigato fino all’estremo nella carestia di quell’anno. (Fonte: Chiesa di Milano)
Liturgia della Parola
Prima Lettura - La vedova di Sarepta è una “mamma, povera e addolorata, che però può accogliere chi è più povero di lei perché le molte prove vissute le hanno insegnato la ricchezza della gratuità.
È la donna scelta da Dio per aiutare il profeta Elia nel deserto: “Ho dato ordine ad una vedova di sostenerti”. Una scelta paradossale, perché in Sarepta c’erano tante persone facoltose e il Signore sceglie proprio lei, priva di sostegno economico, ferita negli affetti, giunta all’estremo delle sue risorse, per soccorrere un uomo altrettanto povero. Ecco la storia. Elia, assetato e affamato, incontra una donna che raccoglieva la legna e le chiede, inizialmente, «un po’ d’acqua» e poco dopo, scoprendo la sua disponibilità, rincara la domanda: «Un pezzo di pane». La donna non si tira indietro, pur se allo stremo delle forze e delle provviste e alzando lo sguardo al cielo: «Per la vita del Signore tuo Dio» gli offre il nutrimento necessario per sopravvivere. Si trovano così di fronte due poveri: Elia privo di tutto, senza casa, senza meta, senza possibilità di appoggio e la vedova poverissima, vicina alla morte per fame: ha solo un pugno di farina e un po’ d’olio per preparare l’ultimo boccone prima di morire. Elia la esorta ad avere coraggio nella gratuità e a preparare una «piccola focaccia» prima per lui e «poi» per lei e per il figlio, poiché «la farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra».
La donna crede alla promessa e si compie il miracolo: la farina e l’olio non diminuiscono. Il Signore stesso si è preso cura di nutrire la vedova gravata da tante sofferenze. Che non sono finite: il figlio muore. Ed ecco il dono che ricambia a dismisura la generosità di quella madre. Il profeta sale al piano di sopra con il cadavere del bambino e urla al cielo la sua protesta di fronte alla tragedia di quella povera donna generosa. E il bambino viene restituito alla madre. Che ringraziando il profeta conclude: «Ora so che tu sei un uomo di Dio e che la vera parola del Signore è sulla tua bocca».
Come in tanti altri episodi, una pagana riconosce il vero Dio” (Anna Maria del Prete).
Vangelo
Voi siete la luce del mondo.
«Questi versetti sono un richiamo alla missione apostolica di cui ogni cristiano è investito per il fatto di essere tale. Ciascun cristiano è tenuto a lottare per la santificazione personale, ma anche per la santificazione degli altri. È Gesù a insegnarcelo con le analogie del sale e della luce. Come il sale preserva gli alimenti dalla corruzione, dà loro sapore, li rende gradevoli e si dissolve mescolandosi a essi, così il cristiano deve svolgere quelle medesime funzioni tra i propri simili» (La Bibbia di Navarra).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Parola del Signore.
Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo - I cristiani sono per il mondo ciò che il sale è per i cibi: danno sapore, purificano e preservano dalla corruzione. Non va dimenticato che il sale è anche sinonimo di sapienza, per cui i discepoli «sono chiamati a dare un senso nuovo, soprannaturale, cristiano alla vita umana. Senza questa azione gli uomini diventano come dissennati, senza orientazione, fatui» (Ortensio da Spinetoli). Un compito impegnativo che non può essere disatteso se non si vuole spartire la stessa sorte del sale insipido, cioè quello di essere gettato via e calpestato dalla gente.
Poiché non è possibile chimicamente parlando che il sale perda il suo sapore, la sentenza evangelica resta oscura. Ma ai tempi di Gesù come combustibile si usava generalmente lo sterco di cammello e «il sale è il catalizzatore che fa incendiare lo sterco. La sfera di sterco viene posta su un piatto di sale che forma la base della fornace. Passato del tempo, il sale perde la capacità di mantenere vivo il fuoco. Allora... quel sale non è più buono per il forno o per preparare il combustibile per la fornace. Lo si butta via. La sfida lanciata da Gesù ai suoi discepoli... è di essere catalitici, come il sale per la fornace» (John J. Pilch).
Quindi qui si alluderebbe alla vocazione di accendere fuochi, di illuminare, piuttosto che insaporire o conservare cibi. Praticamente, una esplicitazione pratica della seconda massima evangelica: Voi siete la luce del mondo. Un proseguo della missione di Cristo che amò definirsi luce del mondo (Gv 8,12).
Il tema della luce è molto caro alla sacra Scrittura.
L’essere di Dio è luce, in contrasto con l’essere umano che è tenebra. La Parola, l’insegnamento sono luce (Cf. Sal 119,5; Pr 6,23). Possiamo ricordare ancora l’invito rivolto a Israele: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). In Is 42,6 e 49,6 Israele è chiamato «luce delle nazioni». Nel giudaismo l’immagine della luce «veniva riferita volentieri alla Legge o al Tempio, come anche ad eminenti personalità religiose. Qui si vuole insinuare che questa prerogativa passa al nuovo popolo di Dio» (Angelo Lancillotti).
Per i cristiani convertirsi dalle tenebre alla luce (Atti 26,18) per credere alla luce (Gv 12,36) è un imperativo improrogabile, così è un impegno fruttuoso quello di far risplendere la propria luce davanti agli uomini, perché vedano le loro opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli.
Essere sale e luce della terra, ovvero camminare come figli della luce (Ef 5,9), è un servizio di alto valore costruttivo, rivolto a tutto il consorzio umano unicamente per la gloria Dio e non per amore di trionfalismo o per accaparrarsi i primi posti nella Chiesa e in mezzo agli uomini.
Per approfondire
Il sale - Particolarmente necessario a coloro che avevano un regime d’alimentazione vegetale, il sale aveva una grande importanza per gli Israeliti che lo ricevevano principalmente dalle regioni a Sud Ovest del Mar Morto in cui c’erano importanti cave di questa sostanza (Cf. Gen 19,26; Ez 47,11).
Il sale serviva per condire le pietanze (Cf. Gb 6,6), per conservare il pesce secco, le olive e taluni foraggi. Il contadino mescolava talvolta il sale al foraggio delle sue bestie (Cf. Is 30,24).
Ma per comprendere altri impieghi del sale bisogna sapere che mangiare il sale di qualcuno, significa mangiare il suo pane e, quindi, contrarre amicizia con lui: coloro che insieme mangiano il pane e il sale, cioè partecipano ad uno stesso pasto, sono uniti da un legame speciale. Quando, poi, i testi biblici parlano di “sale dell’alleanza” vogliono sottolineare il carattere solenne, solido, irrevocabile della convenzione stabilita (Cf. Lv 2,13; Nm 18,19; 2Cr 13,5). Può darsi che questa espressione derivi dall’obbligo di salare tutte le offerte presentate al santuario (Cf. Lv 2,13; Ez 43,24; Mc 9,49). Questa consuetudine doveva ricordare agli Israeliti la comunione particolare che li unisce al loro Dio, come dice espressamente il Levitico (2,13). Alla luce di questa lettura possiamo dire che il discepolo di Gesù sta nel mondo come “sale dell’alleanza”.
Ai tempi di Gesù si conosceva anche la proprietà purificatrice del sale. Ed è forse a causa di questo potere d’incorruttibilità che il sale si mescolava anche all’incenso (Cf. Es 30,35), di cui facilitava, d’altronde, la combustione. Ad ogni modo, l’uso del sale nel culto obbligava a tenerne in serbo in un locale speciale del Tempio (Cf. Esd 6,9; 7,22).
Forse era anche per stabilire una alleanza di sale tra la divinità e il bambino che questi alla sua nascita veniva strofinato col sale o poteva anche trattarsi d’un semplice espediente per renderlo più forte (Cf. Ez 16,4), come anche oggi pensano i Beduini; ma forse anche tutt’e due le cose insieme.
Si sa che la parola «salario» designava al principio l’indennità concessa ai soldati romani per l’acquisto del sale.
Poiché il sale rende la terra improduttiva, i Semiti ne spargevano volentieri sull’area delle città che avevano distrutto, per colpirle - magicamente forse - di sterilità, per segnare il loro decadimento (Cf. Gdc 9,45; Dt 29,23; Gb 39,9; Sal 107,34; ecc.).
Da quanto è stato appena detto possiamo desumere che il sale è un felice simbolismo, di grande ricchezza espressiva, per inquadrare la missione del discepolo di Gesù in mezzo alla società in cui vive.
Ora se vogliamo fare un inventario del come essere sale della terra e luce del mondo, possiamo dire che si è sale e luce quando si spezza il pane con l’affamato; quando si apre la casa e il cuore ai senza tetto, ai bisognosi, ai miseri; quando tra le pareti della propria casa domestica si è facitori di pace, di comunione; quando il cuore si apre alla grazia; quando si smette di tranciare giudizi, di condannare, di pettegolare, di ordire trame, di impastare la vita con la menzogna, la disonestà; quando si smette di parlare sporco, di usare parole equivoche, quando si smette di essere abili nel dire e nel non dire, nel dire sì e pensare no; quando si è onesti nell’andare al cuore del messaggio evangelico: “Gesù Cristo, e questi crocifisso”; quando si fonda la fede non “sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. Sono praticamente le buone opere che devono essere viste dagli uomini.
Non si è sale e luce quando per abulia si evitano incarichi, servizi, responsabilità, nascondendosi dietro il velo di una farisaica umiltà; quando non si vuol capire che la propria vita è per Dio, per il bene di tutti gli uomini; quando si tiene la bocca chiusa e non si è capaci di gridare al mondo le meraviglie, la bontà, l’amore del Padre che tanto “ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16); quando si accumulano peccati di omissione come i punti premio del supermercato; quando non si vuol intendere che Cristo ci viene incontro negli uomini, nostri fratelli.
Certo l’elenco non è completo, per completarlo occorre l’assidua meditazione della Parola di Dio e l’attenzione alla storia che stiamo vivendo. Oggi, alla luce della Parola di Dio, ognuno di noi si deve chiedere in che modo si possano trafficare i talenti ricevuti da Dio, come andare dentro un mondo che ha un disperato bisogno della testimonianza cristiana, della nostra vita, delle nostre opere buone, per conoscere e benedire Dio.
«Non possiamo perdere il sapore e la luminosità del cristianesimo diluendoli in chiacchiere, e neanche in semplici pratiche pie. Vedendo la nostra fede religiosa e la nostra condotta orientate alla fratellanza e all’amore, la gente ci riconoscerà come portatori della luce di Cristo e darà gloria al Padre. Come il sale e la luce, la nostra fede e la nostra condizione cristiana non ammettono mezzi termini: o trasformano e illuminano la vita, o non servono a niente» (Basilio Caballero).
Il sale, dice Gesù, non deve perdere il suo sapore.
Qualora lo perdesse a null’altro servirebbe che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
«Vi è in queste parole la dolorosa storia di chi ha perduto il “sapore” della fede e della grazia e così, “scomunicato all’interno”, vive un’esistenza randagia e nel disamore. Il “sapore” è fedeltà alla divina rivelazione e alla tradizione viva della chiesa, alla sua prassi sacramentale e alla disciplina pastorale. Occorre custodire, preservare il sale dalla corruzione” (Benvenuto Matteucci).
I figli della luce - A. Feuillet e P. Grelot (Luce - Dizionario di Teologia Biblica) - 1. Gli uomini tra le tenebre e la luce. - La rivelazione di Gesù come luce del mondo conferisce un chiaro rilievo all’antitesi delle tenebre e della luce, non in una prospettiva metafisica, ma su un piano morale: la luce qualifica il regno di Dio e di Cristo come regno del bene e della giustizia, le tenebre qualificano il regno di Satana come quello del male e dell’empietà (cfr. 2 Cor 6, 14 s), benché Satana, per sedurre l’uomo, si travesta talvolta da angelo di luce (11, 14). L’uomo si trova preso tra i due, e deve scegliere, in modo da divenire «figlio delle tenebre» o «figlio della luce». La setta di Qumrân ricorreva già a questa rappresentazione per descrivere la guerra escatologica. Gesù se ne serve per distinguere il mondo presente dal regno che inaugura: gli uomini si dividono ai suoi occhi in «figli di questo mondo» ed in «figli della luce» (Lc 16, 8). Tra gli uni e gli altri si opera una divisione quando appare Cristo-luce: coloro che fanno il male fuggono la luce, affinché le loro opere non siano rivelate; coloro che agiscono nella verità vengono alla luce (Gv 3, 19 ss) e credono nella luce per divenire figli della luce (Gv 12, 36).
2. Dalle tenebre alla luce. - Tutti gli uomini appartenevano per nascita al regno delle tenebre, specialmente i pagani «dai pensieri ottenebrati» (Ef 4, 18). È stato Dio «a chiamarci dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1 Piet 2, 9). Strappandoci al dominio delle tenebre, ci ha trasferiti nel regno del Figlio suo affinché condividiamo la sorte dei santi nella luce (Col 1, 12 s): grazia decisiva, esperimentata al momento del battesimo, quando «Cristo brillò su noi» (Ef 5, 14) e noi fummo «illuminati» (Ebr 6, 4). Un tempo eravamo tenebre, ma ora siamo luce nel Signore (Ef 5, 8). Ciò determina per noi una linea di condotta: «vivere da figli della luce» (Ef 5, 8; cfr. 1 Tess 5, 5).
3. La vita dei figli della luce. - Era già stata una raccomandazione di Gesù (cfr. Gv 12, 35 s): bisogna che l’uomo non lasci oscurare la sua luce interiore, e così pure bisogna che vegli sul suo occhio, lampada del corpo (Mt 6, 22 s par.). In Paolo la raccomandazione diventa abituale. Bisogna rivestirsi delle armi di luce e rigettare le opere delle tenebre (Rom 13, 12 s) per tema che il giorno del Signore ci sorprenda (1 Tess 5, 4-8). Tutta la morale entra facilmente in questa prospettiva: il «frutto della luce» è tutto ciò che è buono, giusto e vero; le «opere sterili delle tenebre» comprendono i peccati di ogni specie (Ef 5, 9-14). Giovanni non parla diversamente. Bisogna «camminare nella luce» per essere in comunione con il Dio che è luce (1 Gv 1, 5 ss). Il criterio è l’amore fraterno: da questo si riconosce se si è nelle tenebre o nella luce (2, 8-11). Colui che vive in tal modo, da vero figlio della luce, fa risplendere tra gli uomini la luce divina di cui è diventato depositario. Divenuto a sua volta la luce del mondo (Mt 5, 14 ss), egli risponde alla missione che Cristo gli ha dato.
4. Verso la luce eterna. - Impegnato in questa via, l’uomo può sperare la meravigliosa trasfigurazione che Dio ha promesso ai giusti nel suo regno (Mt 13, 43). Di fatto la Gerusalemme celeste, dove essi infine giungeranno, rifletterà su di sé la luce divina, conformemente ai testi profetici (Apoc 21, 23 ss; cfr. Is 60); allora gli eletti, contemplando la faccia di Dio, saranno illuminati da questa luce (Apoc 22, 4 s). Tale è la speranza dei figli della luce; tale è pure la preghiera che la Chiesa rivolge a Dio per quelli tra loro che hanno lasciato la terra: «Possano le anime dei fedeli defunti non essere immerse nelle tenebre, ma S. Michele arcangelo le introduca nella santa luce! Faccia brillare su di esse la luce eterna!» (Liturgia dei defunti).
Ilario di Poitiers: Comm. Matth., IV, 12: Una città posta sopra un monte non può restare nascosta: Egli chiama città la carne di cui si era rivestito poiché, come una città consiste in una varietà e in un gran numero di abitanti, così in Lui la natura del Corpo assunto contiene in qualche modo l’intero genere umano. Per il nostro essere riuniti in Lui, Egli diventa una città e noi, mediante l’unione alla sua carne, ne siamo gli abitanti. Egli non può più essere nascosto perché, posto all’altezza della maestà di Dio, per l’ammirazione suscitata dalle sue opere, viene offerto alla contemplazione e alla comprensione di tutti.
O Dio, sorgente di ogni bene,
ispiraci propositi giusti e santi
e donaci il tuo aiuto,
perché possiamo attuarli nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.