4 Ottobre 2026
 
XXVII Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 5,1-7; Salmo responsoriale dal Salmo 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura
La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele.
 
Il cantico della vigna, sotto i veli dell’allegoria, descrive l’amara delusione di Dio: Egli ha amato senza limiti il popolo d’Israele, lo ha circondato di ogni paterna premura, ma ha raccolto solo frutti di ingratitudine e di infedeltà. L’immagine della vigna è familiare sia all’Antico Testamento che al Nuovo Testamento. Gesù se ne servirà per illustrare il mistero del Regno dei Cieli (Cf. Mt 20,1; Mc 12,1). Il cantico della vigna è stato composto da Isaia all’inizio del suo ministero, «forse ispirandosi a una canzone di vendemmia. Il tema della vigna-Israele, scelta poi rigettata, già preparato da Osea [Is 10,1], sarà ripreso da Geremia [2,21; 5,10; 6,9; 12,10] e da Ezechiele [15,1-8; 17,3-10; 19,10-14]. Gesù lo trasferirà nella parabola dei vignaioli omicidi [Mt 21,33-44p; Cf. anche il fico sterile, Mt 21,18-19p]. In Giovanni [15,1-2], rivelerà il mistero della “vera” vigna» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura - Mettete in pratica queste cose e il Dio della pace sarà con voi: In pochi versetti, San Paolo enuncia «un programma di vita cristiana dalle proporzioni vaste quanto il mondo, in cui confluiscono tutti gli autentici valori “umani”. Niente di quanto umanamente è valido il cristiano disprezza; sia nel campo della conoscenza, sia nel campo della esperienza e dell’amore» (Settimio Cipriani).
 
Vangelo
Darà in affitto la vigna ad altri contadini.
 
La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43
 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a
un popolo che ne produca i frutti».
 
Parola del Signore.
 
Presero il figlio, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero: La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: vv. 33-34, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; vv. 38-41 i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; vv. 42-46, Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento.
Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimone dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi ..., chiara allusione ai profeti mandati da Dio ad Israele. Il raccolto, invece sta ad indicare le opere buone rivendicate dal Signore Dio. L’invio del figlio è l’ultimo tentativo che avrà un esito drammatico. La decisione di uccidere l’erede è in sintonia con la legge ebraica, la quale, nel caso in cui un proselito ebraico moriva, permetteva ai suoi fittavoli di reclamare le sue terre. Ma qui «viene denunciato non tanto un furto di prodotti quanto piuttosto la usurpazione dei diritti di Dio e la pretesa di prendere il suo posto; sta per ripetersi il peccato dei progenitori» (Bruno Barisan).
Alla fine del racconto, i farisei non si accorgono di essere gli accusati (Cf. 2Sam 12,5-7) e rispondendo alla domanda di Gesù, si autodenunciano trasgressori e meritevoli del castigo. La sentenza non tarda ad arrivare: Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Questo affidamento però non suggerisce un’idea di appropriazione; infatti, la vigna viene soltanto affidata alla Chiesa ed essa dovrà dare i frutti a tempo debito. È un dono che non porta il marchio della infallibilità; quindi, rimane possibile, anche per la Chiesa, la probabilità di un ripudio.
L’affermazione può sembrare temeraria, ma «ha il vantaggio di provocare una precisazione. La Chiesa è per sua natura santa perché corpo e sposa di Cristo e animata dallo Spirito Santo. Non potrà mai essere ripudiata perché è indefettibile [Mt 16,18]. Dio non può ripudiare suo Figlio di cui la Chiesa è corpo. Però se non c’è il pericolo del ripudio collettivo, rimane sempre quello del rigetto individuale, tanto più grave quanto maggiori sono i sussidi a disposizione di ognuno» (Vincenzo Raffa).
È la minaccia del Padre di resecare ogni tralcio che in Cristo non porta frutto: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,1-2). Allora la parabola richiama il «bisogno di riacquistare il senso che la Chiesa è anzitutto dono di Dio e che noi stessi lo siamo, che in essa egli ha stabilito con noi un rapporto di amore e di fiducia e che ci domanda il contraccambio di tale rapporto come primo frutto» (Bruno Barisan).
 
Per approfondire
 
Xavier Lèon-Dufour (Pace in Dizionario di Teologia Biblica) - La pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù - La pace di Cristo: Gli oracoli minacciosi dei profeti terminano ordinariamente con un annunzio di restaurazione abbondante (Os 2,20; Am 9,13; ecc.), Isaia sogna il «principe della pace» (Is 9,5) che darà una «pace senza fine» (Is 9,6), aprirà un nuovo paradiso perché «egli sarà la pace» (Mi 5,4). La natura stessa sarà soggetta all’uomo, e i due regni separati si concilieranno, le nazioni vivranno in pace «il giusto fiorirà» (Sal 72,7). Questo Vangelo della pace, la liberazione da Babilonia, è realizzato dal servo sofferente, che con il suo sacrificio annunzia quale sarà il prezzo della pace. Da quel momento pace «a chi è lontano e a chi è vicino»! Le ferite saranno guarite. I governanti del popolo saranno pace e giustizia. «Farò scorrere su di essa la pace come un fiume, e come un torrente straripante la gloria delle nazioni (Is 66,12)». [...]. La speranza dei profeti e dei sapienti diventa realtà concessa in Gesù Cristo, perché il peccato è vinto in lui e per mezzo di lui; ma finché il peccato non è morto in ogni uomo, finché il Signore non sarà venuto nell’ultimo giorno, la pace rimane un bene futuro; il messaggio profetico conserva quindi il suo valore: «il frutto della giustizia si sémina nella pace da coloro che praticano la pace» (Giac 3,18; Cf. Is 32,17).
Tale è il messaggio proclamato dal NT, da Luca a Giovanni, passando attraverso Paolo. Luca, nel suo vangelo, traccia in modo speciale il ritratto del re pacifico. Alla sua nascita gli angeli hanno annunziato la pace agli uomini che Dio ama (Lc 2,14); Gerusalemme non vuole accogliere questo messaggio (19,42), ripetuto dai discepoli festanti che scortano il re che entra nella sua città (19,38). Nella bocca del re pacifico l’augurio della pace terrena diventa l’annunzio di una salvezza: come un buon giudeo, Gesù dice: «Va’ in pace!», ma con questa parola rende la salute alla emorroissa (8,48 par.), rimette i peccati alla peccatrice pentita (7,50), connotando in tal modo la sua vittoria sul potere della malattia e del peccato.
Al pari di lui, i discepoli offrono alle città, con il loro saluto di pace, la salvezza in Gesù (10,5-9). Ma questa salvezza sconvolge la pace di questo mondo: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto la divisione» (12,51). Gesù quindi non si accontenta di proferire le stesse minacce dei profeti contro ogni sicurezza fallace (17,26-36), ma separa i membri di una stessa famiglia. Secondo la frase del poeta cristiano, egli non è venuto a distruggere la guerra, ma ad aggiungervi la pace, quella pace di Pasqua che consegue alla vittoria definitiva (Lc 24,36). I discepoli irradieranno quindi fino ai confini del mondo la pax israelitica (Cf. Atti 7,26; 9,31; 15,23) che sul piano religioso è come una trasfigurazione della pax romana (Cf. 24,2), perché Dio ha annunziato la pace per mezzo di Gesù Cristo rivelandosi come «il Signore di tutti» (10,36). Paolo, unendo ordinariamente nei saluti delle sue lettere la grazia alla pace, ne afferma in tal modo l’origine e la stabilità. Manifesta soprattutto il legame che essa ha con la redenzione. Essendo «la nostra pace», Cristo ha fatto la pace, ha riconciliato i due popoli unendoli in un solo corpo (Ef 2,14-22), Dio si è così « riconciliato tutti gli esseri, sia in terra che nei cieli, facendo pace in virtù del sangue della croce di Cristo» (Col 1,20). Poiché dunque «noi siamo raccolti in uno stesso corpo, la pace di Cristo regna nei nostri cuori» (Col 3,15), grazie allo Spirito che crea tra noi un saldo vincolo (Ef 4,3). Per mezzo di Gesù Cristo ogni credente, giustificato, è in pace con Dio (Rom 5,1), il Dio d’amore e di pace (2Cor 13,11) che lo santifica «a fondo» (1Tess 5,23). Al pari della carità e della gioia, la pace è frutto dello Spirito (Gal 5,22; Rom 14,17), è la vita eterna anticipata quaggiù (Rom 8,6), supera ogni intelligenza (Fil 4,7), sussiste nella tribolazione (Rom 5,1-5), irradia nei nostri rapporti con gli uomini (1Cor 7,15; Rom 12,18; 2Tim 2,22), fino al giorno in cui il Dio di pace che ha risuscitato Gesù (Ebr 13,20), avendo distrutto Satana (Rom 16,20) ristabilirà tutte le cose nella loro integrità originale.
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica) - Vignaioli omicidi: La parabola ci è riferita dai tre sinottici, e ciascuno, come è logico, lascia impressa in essa la sua orma personale. Così come l’abbiamo oggi, più che una parabola, è un’allegoria o una metafora continuata. La veste letteraria, in quanto veicolo di trasmissione dell’insegnamento religioso, è d’una semplicità e d’una plasticità straordinarie. Anche oggi possiamo scoprire in Palestina molti dei particolari che adornano la parabola. Il muro che serve di cinta alla vigna: un muro costruito con pietre a secco, non cementate tra loro, ma disposto con una maestria ammirabile; e anche la torre, che noi però non chiameremmo così. Si tratta piuttosto d’una casetta rotonda e senza tetto, costruita anch’essa con pietre a secco. Al tempo della vendemmia, si copre con fogliame e serve come abitazione permanente per il guardiano della vigna. Il frantoio scavato nella vigna, almeno oggi, sarebbe un puro motivo ornamentale della parabola, e serve a indicare che, nella vigna, non mancava nulla e che il padrone ne aveva avuto tutta la cura possibile.
La parabola contiene alcune anomalie, cose che non avvengono nella vita ordinaria. Per esempio: un uomo, che pianta da se stesso una vigna, non è un signore che possa permettersi il lusso di lunghi viaggi all’estero, col ricavato della rendita della vigna. Però la parabola-allegoria non evita tutte le incongruenze. Semplicemente intende che gli uditori o i lettori pongano attenzione agli elementi principali del suo insegnamento.
Fin dal tempo del profeta Isaia, il tema della vigna compare spesso nella letteratura biblica come simbolo d’Israele (Is 5,1-4). Gesù ricalca la parabola sull’allegoria di Isaia. L’uno e l’altro descrivono la vigna in condizioni ottime per produrre frutti abbondanti, una vigna che dovrebbe essere nel periodo della sua massima produzione.
Nel corso della storia d’Israele, elevarono la loro voce gli araldi dello Spirito. Certo, non tutti furono maltrattati: la vigna non produsse sempre uva selvatica. Ma gli anni di abbondanza non compensano abbastanza il lavoro e le cure del padrone. Nella storia d’Israele - in tutta la storia che descrive la relazione dell’uomo con Dio - pesano di più, molto di più, le infedeltà che i suoi giorni di fervore. I maltrattamenti ricevuti dai servi del padrone della vigna sono giustificati storicamente se pensiamo, per esempio, a Eliseo e Geremia o al Battista.
Infine mandò il suo figlio. Insieme con la missione del Figlio, merita di essere notato l’atteggiamento dei vignaioli che avevano la vigna in affitto.
Tanto Matteo come Marco ci dicono che la parabola fu narrata per i membri del Sinedrio, per gli amministratori della casa di Dio e specialmente per i membri sacerdotali del Consiglio supremo della nazione.
Gli ultimi coloni non servivano la vigna, ma si servivano in essa: si erano tracciati un piano di vita al quale dovevano adattarsi tutti gli altri, Dio compreso. Non potevano tollerare le pretese assurde del Figlio che minacciava di distruggere la casa, il tempio, per sostituirlo egli stesso. Per essi, era blasfemo considerare il regime della legge come transitorio; e così, si opposero alla legge e a Dio. E poiché il Figlio costituiva una minaccia per essi e per la loro sicurezza di ogni genere, decisero di eliminarlo, di ucciderlo. È il riflesso perfetto della sfacciata pretesa dell’uomo che vuole costruirsi la vita da sé e per sé, con autonomia assoluta, escludendo ogni ingerenza estranea o esteriore a se stesso, compresa quella di Dio. La parabola è pienamente attuale, come se fosse stata pensata appositamente per il nostro tempo (anche se attuale per tutti i tempi).
La pazienza raggiunge i suoi limiti: il padrone della vigna, il Padre, non può più tollerare che la vigna del suo amore resti abbandonata e, invece di uva buona, produca uva selvatica. La vigna sarà affidata ad altri, che non rappresentano Israele nel suo destino storico, nazionale, se non in quanto sono oggetto dell’azione benefica di Dio in essi. All’Israele storico succede l’Israele di Dio (Gal 6,16). I nuovi vignaioli sono i cristiani in generale, quelli che sono entrati nel regno, quelli che praticano il bene, i successori spirituali dell’antico Israele. E a tutti sono rivolte le parole del padrone della vigna: «Che cosa potevo fare ancora alla mia vigna che io non l’abbia fatto? Perché, mentre attendevo che facesse uva, essa ha fruttato uva selvatica?».
 
Ambrogio, In Luc. 9, 23-30.33: Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1Re 21,13) ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore. È bensì vero che colui, senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l’erba della malva non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1Re 21,2) materiale; invece tu per noi sei stata piantata per l’eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.
 
Testimoni di Cristo - San Francesco d’Assisi - La lode per le cose meravigliose, l’amore per ciò che è «scomodo»: Lodare: che cosa vuol dire oggi per noi alzare lo sguardo e riconoscere qualcosa di grande, che supera le nostre aspettative? Cosa vuol dire riconoscere la meraviglia che ci circonda? Ne siamo ancora capaci? «Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le creature», recita il famoso Cantico delle creature di san Francesco. Lodato, certo, ma anche per «nostra sorella morte corporale», per coloro che perdona e per quelli che sopportano le sofferenze. Com’è possibile? Altro che santo dell’armonia e della bellezza: san Francesco ci invita alla radicalità, all’essenzialità, alla capacità di cogliere Dio là dove mai si penserebbe possa essere. Questo è lo spirito, folle agli occhi del mondo, del nostro patrono, la cui avventura spirituale parte da una precisa scelta di povertà, come strada che porta a un infinito Amore. Il santo Poverello era nato ad Assisi nel 1181 o 1182, in una famiglia di mercanti, conducendo una gioventù nel segno della mondanità. Nel 1203 visse però un’esperienza di malattia e prigionia che lo cambiò per sempre. La chiamata a «riparare la casa» di Cristo avvenne nella chiesa di San Damiano nel 1205. Era l’inizio di un percorso le cui radici erano il Vangelo e la povertà, che sono ancora oggi le fondamenta della grande famiglia dei religiosi francescani. Francesco morì tra il 3 e il 4 ottobre 1226 presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Canonizzato da Gregorio IX il 16 luglio 1228, il 18 giugno 1939, con santa Caterina da Siena, è stato proclamato patrono d’Italia da Pio XII. (Matteo Liut)
 
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

3 OTTOBRE 2026
 
Sabato XXVI Settimana T. O.
 
Gb 42,1-3.5-6.12-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Lc 10,17-24
 
Catechismo degli Adulti - Gesù rivela il Padre misericordioso [197]: Gesù sa di essere in totale sintonia con la misericordia del Padre. Dio ama per primo, appassionatamente; va a cercare i peccatori e, quando si convertono, fa grande festa: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15,4-6).
L’unità di Gesù con il Padre è tale, che egli si attribuisce perfino il potere divino di rimettere i peccati, sebbene si levi intorno un mormorio di riprovazione e l’accusa di bestemmia: «Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (Mc 2,9-11).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura -  Giobbe, confessando e riconoscendo che tutto è guidato dalla sapienza e dalla onnipotenza di Dio, ritratta le accuse che aveva precedentemente mosso contro i disegni e la provvidenza di Dio. In conclusione, Giobbe ha saputo con la sua fede dare al lettore la soluzione al problema del giusto che soffre, e al problema del male che nonostante tutto, per permissione di Dio, impera nel mondo.
Giobbe ebbe anche sette figli e tre figlie. Alla prima mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Argentea: I nomi “intendono mettere in luce la bellezza delle tre figlie e si riferiscono al triplice regno: animale, vegetale e minerale. Colomba è l’appellativo che lo sposo, affascinato e innamorato, dà alla sua donna [Ct 2,14; 5,2; 6,9]. Cassia, essenza aromatica derivata da una pianta orientale, è uno dei tre profumi citati dal Sal 45 nel descrivere le vesti di nozze del re [Sal 45,9]. Argentea vorrebbe rendere, per un lettore moderno, il significato di un’espressione ebraica piuttosto oscura, tradotta talvolta con “Fiala di stibio”; lo stibio [o antimonio], minerale dal colore argenteo, veniva usato dalle donne del Vicino oriente per rendere più splendente il loro volto.” (Bibbia di Gerusalemme, nota a Gb 42,14).
 
Vangelo
Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.
 
Il vero motivo della gioia dei missionari non va cercato nel loro potere sulle forze infernali, ma nel fatto che Dio ha scritto i loro nomi nel libro della vita. Pieno di gioia per la venuta del regno testimoniata dalla sconfitta di Satana, Gesù eleva allora un rendimento di grazie al Padre, che si rivela ai piccoli. I sapienti e i dotti sono i rabbini e farisei che per il loro orgoglio religioso restano ciechi di fronte all’annuncio di Gesù, i piccoli, invece, sono gli uomini senza cultura, senza competenza religiosa, i poveri delle beatitudini che per la loro umiltà sanno aprirsi alla novità del Vangelo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,17-24
 
In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
 
Parola del Signore.
 
Vedevo satana cadere dal cielo come la folgore - Javer Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): In questo brano evangelico è chiarito il contenuto della missione dei discepoli di Cristo. Tornano i settantadue inviati (cf 10,1), e Gesù svela tutta la profondità della loro opera. Il tema è sviluppato in due unità differenti, benché leggermente parallele (10,17-20 e 10,21-24). Prescindendo dalle considerazioni letterarie, facciamo solo notare l’unità della tematica sviluppando uno per uno i diversi aspetti del racconto.
a) La missione cristiana (e tutta l’opera di Gesù fra gli uomini) è interpretata partendo dalla caduta di satana (10,18). Il tema appartiene al mito apocalittico nel quale si accenna alla presenza del diavolo in cielo. Certamente, il suo posto e la sua funzione si differenziano dal posto e dalla funzione di Dio, ma si pensa che satana abbia posto il suo trono nelle sfere superiori e domini, di lassù, tutto il movimento degli uomini nel mondo.
Orbene, la predicazione di Gesù e della Chiesa è interpretata come la sconfitta di satana che, detronizzato, cade nel baratro e perde il potere sugli uomini. Ap 12 ha inserito questa caduta nel concetto d’insieme della storia. Luca, trasmettendo forse una vecchia parola di Gesù, si è accontentato di presentare il fatto: la missione cristiana è l’avvenimento cosmico nel quale si sta giocando il destino della realtà (la presenza di Dio, la sconfitta del maligno).
b) Alla luce di questa esperienza si comprende la funzione dei missionari. La loro vittoria su satana si traduce nel fatto che essi sono capaci di vincere (o superare) il male del mondo (10,19). Per questo sono detti fortunati: sono fortunati, perché sperimentano quella pienezza messianica che i vecchi profeti e i re d’Israele avevano sospirata (10,23-24) Però la loro vera grandezza sta nel fatto del loro incontro personale con Dio: i loro nomi appartengono al regno dei cieli (10,20). Questa vittoria dei missionari di Gesù sulla forza di satana svela il contenuto più profondo dell’umano. L’uomo non è schiavo degli elementi cosmici, né è sottomesso al potere irrazionale del male, né può darsi per vinto di fronte alla miseria degli altri uomini o del mondo. Gli inviati di Gesù hanno ricevuto il potere di superare la maledizione della nostra terra; perciò siamo certi che la sorte finale è dalla loro parte.
c) In questa dimensione si scopre la « grandezza » degli uomini. Grandi sono i saggi i quali suppongono che la vita si trovi dalla loro parte, pensano di essere forti e rifiutano l’aiuto che Gesù ha loro offerto. Perciò restano soli. Intanto i piccoli restano aperti al mistero e comprendono (o ricevono) la verità di Gesù Cristo (10,21).
d) Su questo piano si formula una delle rivelazioni definitive del mistero di Gesù. Gesù loda il Padre per il dono concesso ai piccoli (10,21) e scopre l’unione fra sé e il Padre: « Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio, e nessuno sa chi è il Figlio, se non il Padre ... » (10,22). In questo contesto, conoscersi significa essere uniti. Gesù e il Padre costituiscono un mistero d’unità e di dedizione nel quale penetrano tutti coloro che vogliono ricevere il Cristo.
A modo di conclusione possiamo affermare: la missione è strutturata come espansione di amore nel quale si uniscono Dio e il Cristo (Figlio). Nell’amore, rivelato ai piccoli, ha il suo fondamento la sconfitta delle forze distruttrici della storia (le forze sataniche).
 
Per approfondire
 
Dio rivela la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono - Jean Giblet e Marc-François Lacan: Nella Bibbia, il peccatore è un debitore cui Dio, col suo perdono, rimette il debito (ebr. salah: Num 14, 19); remissione così efficace che Dio non vede più il peccato che è come gettato dietro le sue spalle (Is 38, 17), è tolto (ebr. nasa’: Es 32, 32), espiato, distrutto (ebr. kipper: Is 6, 7). Cristo, usando lo stesso vocabolario, sottolinea che la remissione è gratuita ed il debitore insolvibile (Lc 7, 42; Mt 18, 25 ss). La predicazione primitiva ha come oggetto, insieme al dono dello Spirito, la remissione dei peccati, che ne è il primo effetto, e che essa chiama «àfesis» (Lc 24, 47; Atti 2, 38; cfr. il Post-communio del martedì di Pentecoste). Altri termini: purificare, lavare, giustificare, compaiono negli scritti apostolici che insistono sull’aspetto positivo del perdono, riconciliazione e riunione.
IL DIO DI PERDONO - Proprio di fronte al peccato il Dio geloso (Es 20, 5) si rivela un Dio di perdono. La apostasia, che segue all’alleanza e che meriterebbe la distruzione del popolo (Es 32, 30 ss), è per Dio l’occasione di proclamarsi «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà... che tollera colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia nulla impunito...»; Mosè quindi può pregare con sicurezza: «È un popolo di dura cervice. Ma perdona le nostre colpe ed i nostri peccati, e fa’ di noi la tua eredità!» (Es 34, 6-9). Umanamente e giuridicamente, il perdono non trova giustificazione. Il Dio santo non deve rivelare la sua santità mediante la sua giustizia (Is 5, 16) e colpire coloro che lo disprezzano (5, 24)? Come potrebbe contare sul perdono la sposa infedele all’alleanza che non arrossisce della sua prostituzione (Ger 3, l-5)? Ma il cuore di Dio non è quello dell’uomo, ed il Santo non si compiace nel distruggere (Os 11, 8 s); lungi dal volere la morte del peccatore, egli ne vuole la conversione (Ez 18, 23) per poter prodigare il suo perdono; infatti «le sue vie non sono le nostre vie», e «i suoi pensieri superano i nostri pensieri» di tutta l’altezza del cielo (Is 55, 7 ss). Questo appunto rende così fiduciosa la preghiera dei salmisti: Dio perdona al peccatore che si accusa (Sal 32, 5; cfr. 2 Sam 12, 13); lungi dal volere la sua perdita (Sal 78, 38), lungi dal disprezzarlo, egli lo ricrea, purificando e colmando di gioia il suo cuore contrito ed umiliato (Sal 51, 10-14. 19; cfr. 32, 1-11); fonte abbondante di redenzione, egli è un padre che perdona tutto ai suoi figli (Sal 103, 3. 8-14). Dopo l’esilio non si cessa di invocare il «Dio dei perdoni» (Neem 9, 17) e «delle misericordie» (Dan 9, 9), sempre pronto a pentirsi del male di cui ha minacciato il peccatore, se questi si converte (Gioe 2, 13); ma Giona, che è il tipo del particolarismo di Israele, è sconcertato nel vedere questo perdono offerto a tutti gli uomini (Giova 3, 10; 4, 2); al contrario, il libro della Sapienza canta il Dio che ama tutto ciò che ha fatto ed ha pietà di tutti, che chiude gli occhi sui peccati degli uomini affinché si pentano, li castiga a poco a poco e ricorda loro ciò in cui essi peccano affinché credano in lui (Sap 11, 23 - 12, 2); manifesta in tal modo di essere l’onnipotente di cui è proprio il perdonare (Sap 11, 23. 26; cfr. la colletta della domenica X dopo Pentecoste e l’Oremus delle litanie dei santi).
IL PERDONO DI DIO PER MEZZO DI CRISTO - Al pari di Israele (Lc 1, 77), Giovanni Battista attende quindi la remissione dei peccati e predica un battesimo che ne è la condizione: «Fate penitenza, altrimenti colui che viene vi battezzerà nel fuoco»; per lui questo fuoco è quello dell’ira e del giudizio, quello che consuma la pula, una volta separato il buon grano (Mt 3, 1-12). Questa prospettiva rimane quella dei discepoli di Giovanni che hanno seguito Gesù; essi vogliono far cadere il fuoco dal cielo su coloro che si chiudono alla predicazione del maestro (Lc 9, 54). E Giovanni Battista si pone un interrogativo (cfr. Lc 7, 19-23), sentendo che Gesù non soltanto invita i peccatori a convertirsi ed a credere (Mt 1, 15), ma proclama di essere venuto soltanto per guarire e perdonare.
L’annunzio del perdono - Di fatto Gesù, pur essendo venuto a gettare il fuoco sulla terra (Lc 12, 49), non è mandato dal Padre suo come giudice, ma come salvatore (Gv 3, 17 s; 12, 47).Egli chiama alla conversione tutti coloro che ne hanno bisogno (Lc 5, 32 par.) e suscita questa conversione (Lc 19, 1-10) rivelando che Dio è un Padre la cui gioia sta nel perdonare (Lc 15) e la cui volontà è che nessuno si perda (Mt 18, 12 ss). Gesù non annunzia soltanto questo perdono al quale si apre l’umile fede, mentre l’orgoglio vi si chiude (Lc 7, 47-50; 18, 9-14), ma lo esercita ed attesta mediante le sue opere che dispone di questo potere riservato a Dio (Mc 2, 5- 11 par.; cfr. Gv 5, 21).
 
L’aiuto ci viene da Cristo - Constitutiones Apostolor., VIII, 1, 3 s.: “Non rallegratevi però perché i demoni vi obbediscono; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti in cielo” (Lc 10,20); quando invero questo avvenga per opera sua (di Cristo), anche se con la nostra volontà ed impegno, dobbiamo esser convinti che siamo stati aiutati da lui. Non dunque è necessario che ogni fedele scacci i demoni o susciti i morti o parli le lingue, bensì colui che è fatto degno di un carisma per una causa utile in vista della salvezza degli infedeli, i quali, spesso, non per la esatta spiegazione mediante discorsi ma ad opera di segni si convertono, e quelli che precisamente sono degni di salvezza.
 
Testimoni di Cristo - San Dionigi l’Areopagita - Oltre le logiche della ragione, Dio “ribalta” le nostre attese: Si può “capire Dio” con le categorie della ragione? Si può incasellare la vita divina dentro le categorie della scienza? Cosa porta il Vangelo dentro a una società che pare bastare a se stessa nella ricerca della verità? Sono queste le domande che accompagnano da sempre chi si mette alla ricerca di quell’Altro che dia un senso alla vita e che alla fine si accorgono che Dio non rientra nelle nostre categorie, non è delimitabile dentro precise caselle e ribalta ogni nostra logica, mostrandoci le radici dell’infinito dentro la nostra quotidianità. Da queste radici si fece affascinare san Dionigi l’Areopagita, che incontrò il Risorto grazie all’annuncio di san Paolo ad Atene. Secondo il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli, infatti, l’apostolo aveva parlato davanti ai saggi sull’Areopago. All’inizio il suo discorso aveva affascinato i presenti, esponenti di una cultura da sempre sinonimo di impegno nella ricerca della verità con i mezzi della ragione e ben disposti verso tradizioni religiose diverse, ma poi Paolo era stato deriso quando aveva cominciato a parlare di Risurrezione. Dionigi, invece, fu tra coloro che si unirono all’Apostolo delle genti e la tradizione lo vorrebbe primo vescovo di Atene. Per alcuni il santo celebrato oggi, invece, sarebbe un teologo del V secolo che usò il nome di Dionigi come pseudonimo.
 
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.    
 
 
 2 OTTOBRE 2026
 
SANTI ANGELI CUSTODI – MEMORIA
 
Es 23,20-23a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 90 (91); Mt 18,1-5.10
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri Vivi]: La Chiesa conosce il culto degli angeli sin dai primi secoli san Giustino lo menziona nella sua «Apologia» (c. 155), Origene (+ 254) si oppone a coloro che nel culto degli angeli vedono l’idolatria; san Clemente di Alessandria (+ c. 212) parla della cura che gli angeli hanno di tutto il creato. Il culto reso agli angeli non assumeva una particolare forma, ma la Chiesa, celebrando la liturgia, si univa spiritualmente alla liturgia celeste dei cori degli angeli. Fino ad oggi, questo rimane vivissimo nella coscienza della Chiesa orientale, come pure continua a essere vivo in Oriente il culto degli angeli. [...].
Gli innumerevoli eserciti degli angeli stanno davanti al volto di Dio e incessantemente gli rendono onore. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e glorifichiamo Dio nel prefazio per le sue grandi opere, noi radunati sulla terra c’inseriamo nel perenne cantico di lode che risuona in Cielo. Con tutti gli angeli e gli arcangeli, uniti a tutti i cori celesti esclamiamo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti. L’uomo di fede, riconoscente a Dio per la sua bontà, acclama con le parole del salmo: «A te voglio cantare davanti agli angeli» (137, 1) e sapendo che da solo non è capace di esprimere il cantico di gratitudine invoca gli angeli: «Benedite [con me], angeli del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dn 3,58).
La Chiesa crede che gli angeli non soltanto circondano il trono di Dio nel sacro servizio, ma che Dio anche per loro, come per noi, in modo mirabile, ha stabilito dei doveri. L’angelo fu mandato a Maria per annunciarle il mistero dell’Incarnazione. L’angelo incoraggia Cristo prima della Passione; tramite l’angelo fu annunciata la notizia della Risurrezione del Signore. Anche oggi, gli angeli sono presenti nella Chiesa, perché essa possa annunciare a tutti l’Incarnazione, la Passione e la Risurrezione del Signore. La Chiesa crede che gli angeli proteggono la nostra vita terrena, hanno cura di noi, ci sostengono sulla via che porta alla salvezza. Nella loro cura, troviamo la difesa e, grazie a loro, evitiamo i pericoli.
In comunione con tutta la Chiesa, benediciamo gli angeli del Signore e glorifichiamo Dio perché ci permette di sperimentare la loro custodia. Poiché attendiamo la nostra unione con loro, quando il Signore verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli.
 
-> Catechismo degli Adulti - Creazione degli angeli [368]: Dio ha creato anche gli angeli, che sono creature personali, puri spiriti, immortali, più intelligenti e potenti degli uomini. La libertà umana non è sola nell’universo e il mondo è più vasto e profondo di quanto la mentalità razionalista possa supporre. Peraltro appare del tutto plausibile che gli esseri materiali della natura e gli uomini, esseri materiali e spirituali nello stesso tempo, abbiano al di sopra di sé altri esseri puramente spirituali. Anche questi sono stati creati per mezzo di Cristo e in vista di lui; sono stati chiamati a vivere in comunione con lui e a cooperare per l’avvento del regno di Dio.
Servitori di Dio e di Cristo [378] Nella nostra cultura dubbi e negazioni riguardo agli angeli e ai demòni coesistono con il fascino dell’occulto. Occorre chiarire e chiedersi: ci sono davvero queste presenze nella storia? quale incidenza hanno?La rivelazione attesta la creazione dei puri spiriti e la loro chiamata alla comunione con Cristo. Creati liberi, possono liberamente accogliere o rifiutare il disegno di Dio. Una parte di essi lo accoglie: sono gli angeli santi. Ora stanno davanti a Dio per servirlo, contemplano la gloria del suo volto e giorno e notte cantano la sua lode. «Potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103,20), intervengono nella storia, a servizio del suo disegno di salvezza.
[379]  Cristo è il loro capo ed essi sono «i suoi angeli» (Mt 25,31); gli sono accanto come servitori in alcuni momenti decisivi della sua vita. Un angelo porta a Maria e a Giuseppe l’annuncio dell’incarnazione del Figlio di Dio; una moltitudine di angeli loda Dio per la sua nascita; un angelo lo protegge dalla persecuzione di Erode; gli angeli lo servono nel deserto; un angelo lo conforta nell’agonia del Getsemani; gli angeli annunciano la sua risurrezione; infine, saranno ancora gli angeli ad assisterlo nell’ultimo giudizio.
Protettori della Chiesa [380]  In modo analogo gli angeli accompagnano e aiutano la Chiesa nel suo cammino. Incoraggiano gli apostoli; li liberano dalla prigione; li sostengono nell’evangelizzazione. Proteggono tutti i fedeli e li guidano alla salvezza: «Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita». Si comprende così la tradizionale e bella devozione agli angeli custodi.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti: l’angelo inviato dal Signore precederà il popolo nel suo viaggio verso la terra promessa per custodirlo e guidarlo. Nel brano che oggi leggiamo, l’angelo di Dio si identifica con Dio, il mio nome è in lui, per cui ubbidire o ribellarsi a lui è come ubbidire o ribellarsi a Dio. Il nome degli angeli (ebr. mal’ak, gr. ànghelos), non è un nome di natura ma di funzione: significa «messaggero». Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: di adorazione e di lode a Dio; di messaggeri divini nelle incombenze degli uomini; di custodi degli uomini, dei loro beni, case, campi, animali, e delle nazioni. Sfuggendo alla nostra percezione ordinaria, essi costituiscono un mondo misterioso, ma non mitico in quanto l’esistenza degli angeli è una verità di fede.
 
Vangelo
I loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
 
Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?: Gesù risponde che il criterio sono i piccoli. I discepoli devono diventare bambini. Invece di crescere verso l’alto, devono crescere verso il basso, la vera grandezza del discepolo si costruisce sul trono dell’umiltà. Questi piccoli non devono essere disprezzati, in quanto i loro angeli in cielo difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,1-5.10
 
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Matteo): Gesù comanda di farsi come bambini. Quando si esprime così, non pensa alla proverbiale innocenza dei bambini, ma pensa principalmente alla loro umiltà. Il bambino non ha pretese: sa di essere bambino e si accetta come è; accetta la sua incapacità di fronte alla vita e il bisogno che ha dei genitori per sopravvivere. I bambini vivono nell’umiltà, non stimandosi meno di quello che sono - non sarebbe umiltà - ma riconoscendo quello che sono. L’uomo ha forse bisogno di stimarsi di meno di quello che è per essere umile?
Se passiamo dalla famiglia umana a quella cristiana - la famiglia di Gesù o di Dio - l’argomentazione acquista molta maggior efficacia. Che cos’è l’uomo davanti a Dio? L’umiltà cristiana è causata appunto dalla gioia di essere figli di Dio (5,3ss; 11,25).
La filiazione divina richiede la conversione, come dice espressamente il versetto 3. Le parole che aprono il vangelo esigendo la conversione (3,2; 4,17) si applicano ora ai discepoli di Gesù. Se questi discepoli devono essere i dirigenti della comunità cristiana, devono comportarsi, di fronte a essa, con quell’umiltà di cui abbiamo parlato. E devono farlo per due ragioni: per quello che sono essi - aspetto che già abbiamo esposto - e per quello che sono. gli altri. Gli altri sono figli di Dio: «i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio».
Ma la frase non si occupa minimamente degli angeli e non ha il minimo interesse per essi. Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: a) di adorazione e di lode a Dio; b) di agenti o messaggeri divini negli affari umani; c) di custodi degli uomini delle nazioni (At 12,15). Secondo una credenza che si era molto diffusa fra i giudei, erano pochi gli angeli che avevano accesso diretto a Dio. Tenendo conto di questi particolari, l’insegnamento fa pensare alla dignità dei piccoli che credono in Gesù: se i loro angeli hanno questa dignità, quanto maggiore sarà la dignità dei credenti che gli angeli stessi son destinati a servire!
 
Per approfondire
 
Angelo - Paul Hubert Schüngel: Gli scritti biblici conoscono diversi angeli, che si distinguono per il modo di apparire e soprattutto di agire. La maggior parte delle volte gli angeli appaiono come messaggeri e portavoce di Dio: il malak JHWH comanda ad Abramo di risparmiare suo figlio (Gen 22,11). Questo angelo  di JHWH a volte non è distinguibile dallo stesso JHWH (Gen 18). Agli angeli  viene spesso attribuito un potere di devastazione o di castigo, per es. all’angelo sterminatore, oppure allo spirito che causa dissidi politici, Gdc 9,23. In questo caso non si possono separare gli aneli dalla sventura che essi portano; questo è particolarmente chiaro nel Sal 78,49. Talvolta gli angeli  sono visti come cherubini, cioè esseri ibridi alati, come quelli noti soprattutto a Babilonia: Gen 3,24 è uno di questi angeli che fa la guardia all’albero della vita; nel Sal 18,11 esso è colui che accompagna JHWH che discende dai cieli. Ezechiele si è servito in modo particolare di questa immagine. Altri angeli costituiscono una corte celeste che celebra JHWH (Is 6), o lo consiglia (Gb 1,6ss). Soltanto più tardi gli angeli hanno un nome (Dn, Tb) e sono visti ora come angeli custodi personali (Raffaele per Tobia), come protettori di popoli (Dn 10,l1ss), come intercessori presso Dio (Zc 3), come interpreti dei progetti divini (Zc 1,9.11ss). Nell’apocalittica tardogiudaica, ma anche nell’Apocalisse neotestamentaria, essi svolgono un ruolo molto importante. La credenza veterotestamentaria negli angeli è una mescolanza variopinta e disarmonica di antica fede popolare (cf. Gen 6,1-4), dèi stranieri denigrati (Lv 16,8ss) e divinità sbiadite (serpente di rame) d’influenza babilonese e (più tardi) iraniana. Come dimostra Rm 8,38s, Paolo condivide ancora la concezione degli angeli di sventura; parlando di “troni” e “dominazioni” (Col 1,16) Paolo intende angeli dei popoli, cioè soprattutto la potenza della Roma pagana. Soltanto nei Sinottici gli angeli, in quanto messaggeri di Dio e interpreti dell’evento della salvezza (Lc 1; 2; At 1,10s), vengono separati dai demoni quali cause di malattia e di possessione (Mc 3,23-27). Gesù, manifestandosi padrone dei demoni, dimostra di essere colui che possiede la potenza del creatore e introduce il regno di Dio escatologico (Mc 3,27).
 
La presenza degli angeli - Origene Comment. in Luc., 23, 8-9: Quanto a me, non esito affatto a pensare che gli angeli siano presenti anche nella nostra assemblea, in quanto essi vegliano non soltanto su tutta la Chiesa presa nel suo insieme, ma anche su ciascuno di noi. È di essi che parla il Salvatore, quando dice: I loro angeli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10). Ci sono qui due Chiese: quella degli uomini e quella degli angeli. Se quanto noi diciamo è conforme al pensiero divino e all’intenzione delle Scritture, gli angeli ne godono e pregano per noi. Ed è perché gli angeli sono presenti nelle Chiese, in tutte, o almeno in quelle che lo meritano e che appartengono a Cristo, che è prescritto alle donne, durante la preghiera, di avere un velo sulla testa a causa degli angeli (1Cor 11,10). Di quali angeli si tratta? Senza alcun dubbio degli angeli che assistono i santi e si rallegrano nella Chiesa; angeli che noi non vediamo perché il fango del peccato ci copre gli occhi, ma che vedono gli apostoli di Gesù ai quali il Signore dice: In verità, in verità vi dico: voi vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio che salgono e discendono sul Figlio dell’uomo (Gv l,51).
Se io avessi la grazia di vederli come gli apostoli e di guardarli come li contemplò Paolo, scorgerei senza dubbio ora la folla di angeli che vedeva Eliseo e che Gihezi, che era al suo fianco, non vedeva affatto. Gihezi aveva paura di essere catturato dai nemici, perché vedeva Eliseo tutto solo. Ma Eliseo, in quanto era profeta del Signore, si mise a pregare e disse: O Signore, apri gli occhi di questo servo in modo che egli veda che ci sono più con noi che con loro (2Re 6,17). E subito, alla preghiera di quel santo, Gihezi vide gli angeli che non vedeva prima.
 
Testimoni di Cristo - Santi Angeli custodi - Antonio Borrelli: L’angelo nella Bibbia - Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.
L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.
L’Angelo Custode - Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene. Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.

O Dio, che con ineffabile provvidenza
mandi i tuoi santi angeli
perché siano nostri custodi,
dona a noi, che ti supplichiamo,
di essere sempre difesi dalla loro protezione
e di godere in eterno della loro compagnia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
1 Ottobre 2026
 
Santa Teresa di Gesù Bambino, Vergine e Dottore della Chiesa
 
Gb 19,21-27b; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Lc 10,1-12
 
Santa Teresa del Bambino Gesù, Dottore della Chiesa: Giovanni Paolo II (Omelia, 19 Ottobre 1997): Santa Teresa di Lisieux non ha potuto frequentare una Università e neppure studi sistematici. Morì in giovane età: e tuttavia da oggi in poi sarà onorata come Dottore della Chiesa, qualificato riconoscimento che la innalza nella considerazione dell’intera comunità cristiana ben al di là di quanto possa farlo un “titolo accademico”. Quando, infatti, il Magistero proclama qualcuno Dottore della Chiesa, intende segnalare a tutti i fedeli, e in modo speciale a quanti rendono nella Chiesa il fondamentale servizio della predicazione o svolgono il delicato compito della ricerca e dell’insegnamento teologico, che la dottrina professata e proclamata da una certa persona può essere un punto di riferimento, non solo perché conforme alla verità rivelata, ma anche perché porta nuova luce sui misteri della fede, una più profonda comprensione del mistero di Cristo. Il Concilio ci ha ricordato che, sotto l’assistenza dello Spirito Santo, cresce continuamente nella Chiesa la comprensione del “depositum fidei”, e a tale processo di crescita contribuisce non solo lo studio ricco di contemplazione cui sono chiamati i teologi, né solo il Magistero dei Pastori, dotati del “carisma certo di verità”, ma anche quella “profonda intelligenza delle cose spirituali” che è data per via di esperienza, con ricchezza e diversità di doni, a quanti si lasciano guidare docilmente dallo Spirito di Dio (cfr. Dei Verbum, 8). La Lumen gentium, da parte sua, insegna che nei Santi “Dio stesso ci parla” (n. 50). È per questo che, al fine dell’approfondimento dei divini misteri, che rimangono sempre più grandi dei nostri pensieri, va attribuito speciale valore all’esperienza spirituale dei Santi, e non a caso la Chiesa sceglie unicamente tra essi quanti intende insignire del titolo di “Dottore”. Tra i “Dottori della Chiesa” Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo è la più giovane, ma il suo cammino spirituale è così maturo ed ardito, le intuizioni di fede presenti nei suoi scritti sono così vaste e profonde, da meritarle un posto tra i grandi maestri dello spirito. 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica):  Questi versetti costituiscono il punto dialoghi fra Giobbe e i suoi amici.
Nel corso dei loro successivi interventi tanto Giobbe quanto i suoi amici hanno difeso con tenacia e fermezza le loro rispettive posizioni. Giobbe proclama con forza e persino con violenza la sua innocenza, e arriva persino ad affrontare Dio e accusarlo d’essere prepotente e arbitrario (9,1-14; 16,12; cf 23,8-13). Gli amici, ognuno secondo il proprio stile, si riconfermano nella loro tesi di sempre: le contrarietà e le disgrazie che lo hanno colpito dimostrano che Giobbe è peccatore, perché il giusto non può essere castigato.
Nell’impossibilità di dimostrare la sua innocenza a base di discorsi e ragionamenti, Giobbe in primo luogo vorrebbe lasciare scritta la sua difesa perché, un giorno, le generazioni future gli facciano giustizia (vv. 23-24), poi, si appella all’ultimo e supremo vendicatore (vv. 25-27). Il senso dei primi versetti è chiaro: di fronte alla minaccia della morte che prevede inevitabile e imminente, Giobbe intende lasciare una testimonianza scritta della sua innocenza affinché, un giorno, possa essere rivendicata la sua memoria. I versetti 25-27 sono invece i più discussi di tutto il libro. Il problema principale consiste nel sapere se il giudizio, al quale Giobbe si riferisce, debba aver luogo qui sulla terra prima della sua morte o nella vita futura dopo la sua morte. Abbracciare quest’ultima interpretazione equivarrebbe a sostenere che Giobbe spera di essere liberato dallo sheol, per godere d’una vita felice presso Dio. Dato che la fede nella risurrezione e la dottrina dell’immortalità sono assai posteriori al libro di Giobbe, pare difficile poter seguire questa interpretazione.
Il filo logico di questi versetti sarebbe, quindi, il seguente: Giobbe è convinto della sua innocenza e l’ha difesa vigorosamente davanti agli amici e persino davanti a Dio, che ha osato invocare come arbitro. Ma né gli amici né Dio hanno riconosciuto la sua giustizia; quindi, Giobbe si sente abbandonato e ridotto all’impotenza. Nel suo abbandono, gli viene in mente una soluzione: lasciare scritta la difesa perché, un giorno, in futuro, la sua innocenza sia riconosciuta. Ma questa soluzione postuma non  lo convince del tutto, e chiede l’intervento d’un ultimo e supremo vendicatore che gli faccia giustizia qui sulla terra e subito. L’intervento di questo vendicatore convincerebbe tutti, a cominciare da Dio e dai suoi amici, della sua innocenza; e, una volta dichiarato innocente, egli sarà riabilitato anche nel suo aspetto fisico e potrà «vedere Dio», nel senso che Dio cesserà di essere il suo avversario e si trasformerà in un suo amico affezionato.
La figura del «vendicatore» (in ebraico, «go’el») è presa dal diritto israelita. È il termine tecnico per designare il «vendicatore del sangue», cioè il parente più stretto della vittima sul quale ricade l’obbligo di vendicarla (Gn 4,15; 9,6; Dt 19,12). Il «go’el» è anche il protettore ufficiale dei suoi parenti, e specialmente delle vedove e dei minorenni (Lv 25,23-25; Rt 4,3-4). Per astensione il termine è applicato spesso anche a Dio, salvatore del popolo e protettore degli oppressi (Is 41,14; Ger 50, 34; Sal 19,15).
 
Vangelo
La vostra pace scenderà su di lui.
 
Gesù è venuto a portare la pace destinandola a tutti gli uomini. Lo fa intendere anche col numero dei missionari inviati ad annunciare la Parola: secondo i Giudei, i popoli della terra erano settantadue e presumibilmente l’evangelista Luca vuol prefigurare la missione universale alla quale sarà inviata la Chiesa. La missione ha le note della massima sollecitudine svolgendosi «sotto il segno di un’urgenza escatologica: si deve annunziare che il Regno è vicino; non è consentito attardarsi per via negli interminabili saluti caratteristici degli Orientali.
È scoccata ormai l’ora della mietitura: tradizionale immagine del “Giorno di Jahvé”, l’intervento definitivo Dio, salvifico e giudiziale al tempo stesso» (Vittorio Fusco).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,1-12
 
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.
Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».
 
Parola del Signore.
 
Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): In questo testo, con materiale proprio di Luca, Gesù chiama a collaborare alla sua missione ben settantantadue altri d scepoli. La ragione è che la messe (= probabilmente la gente che segue Gesù con domande e bisogni urgenti) è aumentata e Gesù non vuole che il buon annuncio non arrivi a chi lo sta cercando. Benché non venga esplicitamente affermato, i settantadue mostrano di avere forza, autorità e compiti analoghi a quelli degli apostoli e non sono in nulla subordinati a loro.  Gesù li manda due a due, “davanti” a lui: sono degli apri pista all’annuncio di Gesù. La loro principale caratteristica è la mitezza, “pecore in mezzo ai lupi”. L’immagine ripresa dalla tradizione giudaica può indicare la persecuzione degli apostoli (cf At 20,29 e i capitoli 7 e 12). La loro parola dovrà affrontare resistenze e, probabilmente, violenze, ciò non di meno non dovranno attrezzarsi di nulla di materiale. Perché saranno ospiti di chi li accoglie e potranno godere di quanto gli viene dato. La loro ricchezza sta nel fatto che non sono soli. Due a due perché «non è bene che l’essere umano sia solo»; due a due per sorreggersi a vicenda nelle tribolazioni missionarie; due a due perché «dove due o più saranno unii i nel mio nome, là ci sarò io». Con loro, non solo Gesù, ma anche “il padrone della messe”, cioè il Padre del cielo. Forti dei loro legami, essi non si volgeranno indietro, né indugeranno, voltandosi a destra o a sinistra (cf Pr 4,27; 9,13-16), ma avranno single mind, una convinzione ed una direzione che non potrà essere bloccata da nessuno, neppure da chi li perseguitasse. Inoltre andranno in fretta, data l’urgenza della salvezza di cui si fanno portatori. Non per nulla la metafora utilizzata è quella della mietitura che richiede molta  manodopera e che occorre fare in un tempo preciso per cui tutti ne hanno urgenza e bisogno (cf Gl 4,13). L’invito che Giesù fa a “non salutare” è dettato ugualmente dall’urgenza del lavoro, considerando che nel Vicino Oriente il saluto aveva un lungo e complesso rituale (cf 2Re 4,29). Il numero potrebbe avere una prima valenza simbolica ed evocare una chiesa universale. Il settanta potrebbe far pensare, infatti, alle nazioni della terra (cf Gen 10) e allora il gruppo segnerebbe simbolicamente l’anticipazione della missione cristiana fuori della Palestina. Luca è, del resto, molto sensibile a questo allargamento apostolico, basti pensare alla geografia propulsiva dell’evangelizzazione nel libro degli Atti che da Gerusalemme giungerà fino a Roma.
A tutti viene annunciata la possibilità di entrare a far parte del regno di Dio. Un retroterra biblico interessante potrebbe essere, però, l’istituzione dei settanta anziani come collaboratori di Mosè nel libro dei Numeri (cf Nm 11,16ss). Un gruppo di uomini su cui viene condiviso lo spirito mosaico della profezia. Una crescita di presenza divina in mezzo al popolo, un impulso espansivo che non può essere chiuso in nessun “circolo magico” fosse anche quello dei Dodici. Il moltiplicarsi del numero degli apostoli è connaturato al vangelo ed alla Chiesa.
Essa è una realtà che sorge da “due o più” e poi avanza a cerchi sempre più grandi, fino ad avvolgere il mondo. Un terzo valore del numero potrebbe essere quello simbolico circa l’identità degli apostoli: essi verranno numerosi aggiungendosi a quelli che già sono stati chiamati da Gesù. Tra essi Paolo, o tanti altri i cui nomi sono scritti nella storia.
 
Per approfondire
 
Xavier Léon-Dufour: La pace, felicità perfetta: Per apprezzare nel suo pieno valore la realtà indicata dalla parola, occorre sentire il sapore locale che sussiste nell’espressione semitica sin nella sua concezione più spirituale, e nella Bibbia sin nell’ultimo libro del NT.
1. Pace e benessere. - La parola ebraica šalôm deriva da una radice che, secondo i suoi usi, designa il fatto di essere intatto, completo (Giob 9,4), ad es. terminare una casa (1Re 9,25), o l’atto di ristabilire le cose nel loro stato primitivo, nella loro integrità, ad es. «pacificare» un creditore (Es 21, 34), compiere un voto (Sal 50,14).
Perciò la pace biblica non è soltanto il «patto» che permette una vita tranquilla, né il «tempo della pace» in opposizione al «tempo della guerra» (Eccle 3,8; Apoc 6,4); designa il benessere dell’esistenza quotidiana, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio; in concreto è benedizione, riposo, gloria, ricchezza, salvezza, vita.
2. Pace e felicità. - «Essere in buona salute» ed «essere in pace» sono due espressioni parallele (Sal 38,4); per domandare come sta uno, se sta bene, si dice: «È in pace?» (2Sam 18,32; Gen 43,27); Abramo che morì in una vecchiaia felice e sazio di giorni (Gen 25,8) se ne andò in pace (Gen 15,15; cfr. Lc 2,29). In senso più largo, la pace è la sicurezza. Gedeone non deve più temere la morte dinanzi alla apparizione celeste (Giud 6,23; cfr. Dan 10,19); Israele non ha più da temere i nemici, grazie a Giosuè vincitore (Gios 21,44; 23,1), a David (2Sam 7,1), a Salomone (1Re 5,4; 1Cron 22,9; Eccli 47,13). Infine la pace è concordia in una vita fraterna: il mio familiare, il mio amico, è «l’uomo della mia pace» (Sal 41,10; Ger 20,10); è mutua fiducia sanzionata sovente da una alleanza (Num 25,12; Eccli 45,24) o da un trattato di buona vicinanza (Gios 9,15; Giud 4,17; 1Re 5, 26; Lc 14,32; Atti 12,20).
3. Pace e salvezza. - Tutti questi beni materiali e spirituali sono compresi nel saluto, nell’augurio di pace (in arabo, il salamelecco) mediante il quale, nel VT e nel NT, si dice «buon giorno», ed «addio», sia nella conversazione (Gen 26,29; 2Sam 18,29), sia nelle lettere (ad es. Dan 3,98; Filem 3). Ora, se è conveniente augurare la pace o porsi la domanda circa le disposizioni pacifiche del visitatore (2Re 9,18), si è perché la pace è uno stato da conquistare o da difendere; è vittoria su un qualche nemico. Gedeone od Achab sperano di ritornare in pace, cioè vincitori della guerra (Giud 8,9; 1Re 22,27s); allo stesso modo si augura il successo di una esplorazione (Giud 18,5s), il trionfo sulla sterilità di Anna (1Sam 1,17), la guarigione delle ferite (Ger 6,14; Is 57,18s); infine si offrono «sacrifici pacifici» (salutaris hostia) che significano la comunione tra Dio e l’uomo (Lev 3,1).
4. Pace e giustizia. - Infine la pace è ciò che è bene in opposizione a ciò che è male (Prov 12,20; Sal 28,3; cfr. Sal 34,15). «Non c’è pace per i malvagi» (Is 48,22), viceversa, «guardare l’uomo giusto: c’è una posterità per l’uomo di pace» (Sal 37,37); «gli umili possederanno la terra e gusteranno le delizie di una pace senza fine» (Sal 37,11; cfr. Prov 3,2). La pace è la somma dei beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a sazietà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi (Lev 26,1-13). Lungi, quindi, dall’essere soltanto una assenza di guerra, la pace è pienezza della felicità.
 
Catechismo degli Adulti - Edificare la pace [1040] La pace non si riduce all’assenza di guerra. È una costruzione politica e prima ancora un fatto spirituale. È dovere dei politici organizzare la pace: eliminare le armi di distruzione di massa e tenere a basso livello le altre, destinare le risorse risparmiate con il disarmo allo sviluppo dei popoli, sostituire sempre più la collaborazione alla concorrenza. È dovere di tutti i cittadini educare se stessi alla pace: rispettare il pluralismo politico, sociale, culturale e religioso, favorire il dialogo e la solidarietà in ambito locale e a dimensione planetaria, tenere un sobrio tenore di vita che consenta di condividere con gli altri i beni della terra. «Non è possibile che la pace sussista se non prospera prima la virtù». In questo contesto risalta il significato educativo che può avere la scelta degli obiettori di coscienza di testimoniare il valore della non violenza sostituendo il servizio civile a quello militare, senza peraltro recare pregiudizio al valore e alla dignità del servizio dei militari quando operano come «servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli».Le contese tra gli uomini non cesseranno; la pace perfetta verrà al di là della storia. Il cristiano sa di non avere soluzioni definitive; ma si impegna ugualmente con totale serietà, per attuare un’anticipazione profetica della salvezza: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
 
Operatori di pace [1165] Il cristiano costruisce la pace a partire dal suo ambiente personale. Sceglie di non percorrere mai la via della violenza per affermare la verità e il bene: sa che non è lecito servirsi del male in vista di obiettivi positivi. Al più potrebbe essere costretto all’uso della forza per necessità di legittima difesa. Non fa ritorsioni per le offese subite; non solo perdona ogni singola volta, ma accetta gli altri così come sono, con il rischio di dover subire ulteriori danni dalla convivenza con loro.Educa se stesso e gli altri al rispetto del pluralismo religioso, culturale, sociale e politico. Assume un sobrio tenore di vita, per poter condividere i beni della terra. Fa il possibile per attivare il dialogo e la solidarietà a tutti i livelli, dai rapporti interpersonali ai complessi problemi internazionali dello sviluppo e del disarmo.«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). I cristiani con impegno perseverante edificano la pace, come immagine, anticipo e profezia di quella del regno di Dio. Testimoni operosi e credibili di Cristo «nostra pace» (Ef 2,14), gli consentono di manifestarsi come Salvatore presente nella storia fino a quando giungerà il compimento completo e definitivo.
 
Gregorio Magno, Hom., 17, 1-4.7 s.: “L’operaio è degno della sua mercede” (Lc 10,7), perché gli alimenti fanno parte della mercede, in modo che qui cominci la mercede della fatica della predicazione, che sarà compiuta in cielo con la visione della Verità. Il nostro lavoro, dunque, ha due mercedi, una qui nel viaggio e un’altra nella patria: una che ci sostiene nel lavoro, l’altra che ci premia nella risurrezione. La mercede che riceviamo qui però ci deve rendere più forti per la seconda. Il predicatore perciò non deve predicare per ricevere una mercede temporale, ma deve accettare la mercede, perché possa continuare a predicare. E chiunque predica per una mercede di lode o di danaro, si priva della mercede eterna. Colui invece che, quando parla, desidera di piacere, non perché lui sia amato, ma perché il Signore sia amato, e accetta uno stipendio solo perché non venga poi meno la voce della predicazione, certamente questi non sarà premiato meno nella patria perché ha accettato un compenso in questa vita.
Ma che facciamo noi pastori, non posso dirlo senza dolore, che facciamo noi che prendiamo la mercede dei pastori e non ne facciamo il lavoro? Mangiamo ogni giorno il pane della santa Chiesa, ma non lavoriamo affatto per la Chiesa eterna. Riflettiamo quale titolo di dannazione sia il prendere il salario d’un lavoro senza fare il lavoro. Viviamo con le offerte dei fedeli, ma dov’è il lavoro per le loro anime? Prendiamo come paga ciò che i fedeli danno in sconto dei loro peccati, ma non ci diamo da fare con l’impegno della preghiera e della predicazione, come sarebbe giusto, contro quegli stessi peccati.
 
Testimoni di Cristo - Santa Teresa di Lisieux. È piccola la strada che conduce al cuore di Dio e dell’umanità: Elogio di ciò che è piccolo, maestoso canto alla vita e alla fiducia smisurata che arriva all’abbandono nel cuore di Dio: tutto questo, e molto di più, è il tesoro prezioso che ci dona santa Teresa di Gesù Bambino, o di Lisieux. “Piccola” è la via che porta a Dio, appunto, nella visione spirituale di questa santa, che ha camminato nella vita lungo un percorso non sempre facile, segnato dalla fatica e dalla sofferenza fisica e spirituale. Un percorso che la condusse fino al cuore di Dio e che è l’icona dell’impresa che ogni cristiano è chiamato a compiere. Paradossalmente furono proprio gli ostacoli e le difficoltà, come viene narrato in «Storia di un’anima», che aiutarono Teresa a trovare la sua “piccola via” verso il Signore: è nelle imperfezioni della vita che è possibile cogliere con più forza l’amore del Signore. Nata nel 1873 ad Alençon in Francia, Teresa era cresciuta in una famiglia “santa” (anche i genitori, Luigi e Zelia Martin, sono stati canonizzati) e a 8 anni cominciò a frequentare la scuola presso le Benedettine di Lisieux, dove si era trasferita nel 1877, dopo la morte della madre. Pian piano crebbe il desiderio di farsi carmelitana, ma per lei non fu semplice, vista la giovane età: solo il 9 aprile 1888 entrò nel Carmelo di Lisieux. La sua ricerca spirituale sui passi della santità venne interrotto dalla tubercolosi: morì nel 1897 all’età di 24 anni. Nel 1997 è stata proclamata dottore della Chiesa. (Matteo Liut)
 
O Dio, che apri le porte del tuo regno agli umili e ai piccoli,
fa’ che seguiamo con fiducia
la via tracciata da santa Teresa [di Gesù Bambino],
perché, per sua intercessione, ci sia rivelata la tua gloria eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.