19 Luglio 2026
 
XVI Domenica del Tempo Ordinario
 
Sap 12,13.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
 
Benedetto XVI (Angelus 17 Luglio 2011): Le parabole evangeliche sono brevi narrazioni che Gesù utilizza per annunciare i misteri del Regno dei cieli. Utilizzando immagini e situazioni della vita quotidiana, il Signore “vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose. Egli ci mostra … il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano” (Gesù di Nazaret. I, Milano, 2007, 229). Con tale genere di discorsi, il divino Maestro invita a riconoscere anzitutto il primato di Dio Padre: dove Lui non c’è, niente può essere buono. È una priorità decisiva per tutto. Regno dei cieli significa, appunto, signoria di Dio, e ciò vuol dire che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il tema contenuto nel Vangelo di questa domenica è proprio il Regno dei cieli. Il “cielo” non va inteso soltanto nel senso dell’altezza che ci sovrasta, poiché tale spazio infinito possiede anche la forma dell’interiorità dell’uomo. Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
Cari amici, il Libro della Sapienza – da cui è tratta oggi la prima Lettura – evidenzia questa dimensione dell’Essere divino e dice: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose ... La tua forza infatti è principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (Sap 12,13.16); e il Salmo 85 lo conferma: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca” (v. 5). Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di assomigliare a Lui! Era questo lo scopo che Gesù si prefiggeva con la sua predicazione; diceva infatti a chi lo ascoltava: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Israele spesso fu tentato di invocare la vendetta del Signore Dio sui suoi nemici. Una richiesta mai esaudita perché Dio «non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio duomo su cui si possano esercitare pressioni» (Gdt 8,16; Cf. Num 23,19; 1Sam 15,29; Gb 33,12; Os 11,9). Il Signore Dio, nei suoi giudizi, non si farà mai guidare dalla vendetta, ma dallamore e dal perdono. Dio è misericordioso e castiga il peccato, mettendo però in campo tutta la sua pazienza, per dare possibilità a tutti di pentirsi. In tal modo Dio si presenta come modello dell’agire umano.
 
Seconda Lettura: Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili. Paolo vuol dare ai cristiani una parola di speranza che vinca la paura della impotenza: soltanto se si affideranno allo Spirito Santo, che abita in loro (Cf. 1Cor 3,16; 6,19; 2Cor 6,16; Ef 2,22), trionferanno sui nemici e troveranno la forza di arrivare al sicuro porto della salvezza.
 
Vangelo
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.
 
Il tema del Vangelo è quello della pazienza. Se l‟uomo è impaziente, Dio invece dà un‟impostazione più ampia e più tollerante al suo piano di salvezza: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9).
 
Dal Vangelo secondo Matteo (Forma Breve)
Mt 13,24-43
 
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
 
Parola del Signore. 
 
Il nemico ha fatto questo - La parabola della zizzania è propria di Matteo e forma una coppia con quella del seminatore, con la quale è affine per il contenuto. La parabola del granello di senapa è comune a tutti e tre i Sinottici. La spiegazione della parabola della zizzania è data dallo stesso evangelista: l‟uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo è il Cristo, il campo è il mondo e il buon seme i figli del regno, la mietitura è il tempo del giudizio (Cf. Ger 51,33; Gl 4,13; Os 6,11). Il nemico è il diavolo, il quale, a differenza dei servi che dormono, è l‟irrequieto, l‟insonne, colui che «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). Il Figlio dell‟uomo semina di giorno, il nemico di notte. Da qui si deduce che lì dove semina Dio, semina anche Satana: bisogna arrendersi «alla Parola di Dio e alle prove che la storia e la cronaca offrono ad ogni istante attraverso le edicole dei giornali, le vetrine delle librerie, il piccolo e il grande schermo. I “fiori del male” sono visibili in tutte queste aiuole; se ci sono gli effetti, ci sarà una causa, ci sarà un seminatore di zizzania e un coltivatore di malerba» (Rosario F. Esposito). Conoscere ciò è un ottimo antidoto a un falso ottimismo. La parabola, al di là del suo vero intento, dà diversi spunti di riflessione. È un invito alla vigilanza, una buona virtù che può limitare efficacemente l’azione nefanda del «nemico» nel mondo e nella Chiesa. Ma è anche vero che i «figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8), da qui il monito evangelico sempre attuale: noi «non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,5-6). Forse nella comunità cristiana, alla quale si indirizzava il Vangelo di Matteo, il «lievito dei farisei e dei sadducei» (Mt 16,6) aveva fatto fermentare un po’ di farina e i cristiani, emuli delle «guide cieche» del popolo di Dio (Cf. Mt 23,16.24), avevano preso gusto a tranciare giudizi, mettendo da una parte i buoni, qualificati così chissà da quali metri di giudizio, e dall’altra i cattivi, chissà per quali falli o peccati, occulti o manifesti. Proprio da tanto spettacolo di nequizia nasceva il desiderio di voler anticipare il giudizio finale di Dio. Una cosa, invece, è certa: il regno, finché dura questo mondo, è composto da grano e zizzania. In questa luce, nell’insegnamento evangelico della parabola del grano e della zizzania è nascosta «una lezione di pazienza perché non sta a noi decidere chi è il buono e chi è il cattivo, anche perché la parabola ci sottolinea l’aspetto escatologico della crescita, quando si realizzerà il vero discernimento; ma vi è anche la consapevolezza del valore del “seme”, da parte del padrone, perché sa bene che alla “fine” la zizzania sarà estirpata e bruciata» (G. Carata). A conclusione, il discepolo deve imparare ad avere e ad usare pazienza, predicare il pentimento e il perdono, imitando il buon Dio, il quale non gode «della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11). La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
 
Per approfondire
 
J. Giblet e M. F. Lacan (Perdono in Dizionario di Teologia Biblica) - Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca: Nella Bibbia, il peccatore è un debitore cui Dio, col suo perdono, rimette il debito (ebr. salah: Num 14,19); remissione così efficace che Dio non vede più il peccato che è come gettato dietro le sue spalle (Is 38,17), è tolto (ebr. nasa‟: Es 32,32), espiato, distrutto (ebr. kipper: Is 6,7). Cristo, usando lo stesso vocabolario, sottolinea che la remissione è gratuita ed il debitore insolvibile (Lc 7,42; Mt 18,25ss). La predicazione primitiva ha come oggetto, insieme al dono dello Spirito, la remissione dei peccati, che ne è il primo effetto, e che essa chiama «àfesis» (Lc 24,47; Atti 2,38). Altri termini: purificare, lavare, giustificare, compaiono negli scritti apostolici che insistono sull‟aspetto positivo del perdono, riconciliazione e riunione. Proprio di fronte al peccato il Dio geloso (Es 20,5) si rivela un Dio di perdono. L’apostasia, che segue all‟alleanza e che meriterebbe la distruzione del popolo (Es 32,30ss), è per Dio l’occasione di proclamarsi «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà ... che tollera colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia nulla impunito ...»; Mosè quindi può pregare con sicurezza: «È un popolo di dura cervice. Ma perdona le nostre colpe ed i nostri peccati, e fa’ di noi la tua eredità!» (Es 34,6-9). Umanamente e giuridicamente, il perdono non trova giustificazione. Il Dio santo non deve rivelare la sua santità mediante la sua giustizia (Is 5,16) e colpire coloro che lo disprezzano (5,24)? Come potrebbe contare sul perdono la sposa infedele all‟alleanza che non arrossisce della sua prostituzione (Ger 3,l-5)? Ma il cuore di Dio non è quello dell’uomo, ed il Santo non si compiace nel distruggere (Os 11,8s); lungi dal volere la morte del peccatore, egli ne vuole la conversione (Ez 18,23) per poter prodigare il suo perdono; infatti «le sue vie non sono le nostre vie», e «i suoi pensieri superano i nostri pensieri» di tutta l’altezza del cielo (Is 55,7ss), Questo appunto rende così fiduciosa la preghiera dei salmisti: Dio perdona al peccatore che si accusa (Sal 32,5; Cf. 2Sam 12,13); lungi dal volere la sua perdita (Sal 78,38), lungi dal disprezzarlo, egli lo ricrea, purificando e colmando di gioia il suo cuore contrito ed umiliato (Sal 51,10-14.19; Cf. 32,l-11); fonte abbondante di redenzione, egli è un padre che perdona tutto ai suoi figli (Sal 103,3.8-14). Dopo l’esilio non si cessa di invocare il «Dio dei perdoni» (Neem 9,17) e «delle misericordie» (Dan 9,9), sempre pronto a pentirsi del male di cui ha minacciato il peccatore, se questi si converte (Gioe 2,13); ma Giona, che è il tipo del particolarismo di Israele, è sconcertato nel vedere questo perdono offerto a tutti gli uomini (Giona 3,10; 4, 2); al contrario, il libro della Sapienza canta il Dio che ama tutto ciò che ha fatto ed ha pietà di tutti, che chiude gli occhi sui peccati degli uomini affinché si pentano, li castiga a poco a poco e ricorda loro ciò in cui essi peccano affinché credano in lui (Sap 11,23-12,2); manifesta in tal modo di essere l’onnipotente di cui è proprio il perdonare (Sap 11,23.26; Cf. la colletta della domenica X dopo Pentecoste e l‟Oremus delle litanie dei santi).
 
La Parabola - Alice Baum: Genere retorico nel quale un determinato pensiero viene illustrato servendosi di un’immagine. Il termine greco parabolē usato nel Nuovo Testamento significa accostamento. Nelle parabole vengono accostate due realtà, una religiosa, la “metà oggettiva”, e una tratta dalla vita quotidiana dell’uomo, la “metà illustrativa”. Laddove la metà oggettiva, ciò che veramente la parabola vuol dire, rimane il più delle volte inespressa. L’uditore, o il lettore, la deve ricavare lui stesso dalla metà illustrativa. Così per esempio nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29) la metà oggettiva va completata con l’immagine: il regno di Dio viene in maniera così inarrestabile come la messe dopo la semina. - La parabola va distinta dall’allegoria. Mentre in un’allegoria ogni tratto deIl’immagine ha un significato proprio, a ciò che è presentato neIla parabola corrisponde un’unica realtà religiosa. Nei discorsi di Gesù in parabola possiamo distinguere tre diverse forme. La parabola vera e propria si serve di un procedimento, o di un dato di fatto per esprimere una verità religiosa (parabola del granello di senape, la pecora smarrita e altre). La cosiddetta parabola è una storia inventata che racconta un caso singolo, talvolta fuori del comune (dieci vergini, Mt 25,1-13; figlio prodigo - o meglio: padre amorevole -, Lc 15,11- 32). Nel racconto esemplare non viene traslata un’immagine o una storia nella realtà religiosa, “ma un pensiero religioso-morale viene illustrato per mezzo di un caso singolo”. Non si tratta tanto della conoscenza deIla verità, quanto del retto agire (buon samaritano, Lc 10,30-37; fariseo e pubblicano, Lc 18,9-14). Le parabole di Gesù fanno parte dello  “strato originario deIla tradizione”. Per i suoi uditori non erano nulla di nuovo.
Le si trovano anche nell’Antico Testamento e neIl’insegnamento rabbinico. Nuovo era il contenuto: il regno di Dio che viene e la pretesa di Gesù di esserne il portatore. Le parabole rispecchiano l’ambiente palestinese in maniera così chiara che non si può dubitare della loro autenticità. Una spiegazione obiettiva non è tuttavia possibile se non si tiene presente che le parabole hanno un triplice Sitz im Leben, vale a dire vanno comprese a partire da tre diverse situazioni: l’annuncio di Gesù, la vita della chiesa primitiva e la prospettiva teologica del singolo evangelista.
 
Giovanni Crisostomo: “Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che lerrore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche lesperienza dei fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo lanticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il trenta per uno intraprende unaltra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.

Testimoni di Cristo - Beato Achille (Achilles Josef) Puchała, Sacerdote e Martire: Nacque il 18 marzo 1911 in Polonia nel villaggio di Kosin, diocesi di Przemy. Terminata la scuola elementare, nel 1924 entrò a Leopoli nel seminario minore dei Frati minori conventuali. La sua formazione religiosa culminò il 22 maggio 1932 con la professione dei voti solenni ed il 5 luglio 1936 venne ordinato sacerdote. I primi anni di ministero furono nel convento di Grodno. Trasferito poi a Iwieniec, diocesi di Pilsk, fu sorpreso dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Il 19 giugno 1943 si verificò un’insurrezione contro i nazisti. Quando il parroco della vicina Pierszaje fuggì, padre Achilles vi si trasferì nei primi anni 40 per reggere la sede vacante.
Un mese dopo giunse a Pierszaje la Gestapo, che perquisì anche la canonica. Secondo un testimone oculare, il comandante locale della gendarmeria tedesca, cattolico praticante che abitava nella canonica, propose ai due sacerdoti di rifugiarsi in un nascondiglio, ma Achilles non abbandonò i fedeli e si unì agli arrestati. Fu ucciso in un fienile a cui poi fu dato fuoco il 19 luglio 1943. (Avvenire)  
 
Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno, 
fruttifichi in noi
e ravvivi la speranza
di veder crescere l’umanità nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
18 Luglio 2026
 
Sabato della XV Settimana T. O.
 
Mi 2,1-5; Salmo Responsoriale Dal Salmo 9 (10); Mt 12,14-21
 
Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXXII Giornata del Malato (11 febbraio 2024): Fratelli e sorelle, la prima cura di cui abbiamo bisogno nella malattia è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza. Per questo, prendersi cura del malato significa anzitutto prendersi cura delle sue relazioni, di tutte le sue relazioni: con Dio, con gli altri – familiari, amici, operatori sanitari –, col creato, con sé stesso. È possibile? Si, è possibile e noi tutti siamo chiamati a impegnarci perché ciò accada. Guardiamo all’icona del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37), alla sua capacità di rallentare il passo e di farsi prossimo, alla tenerezza con cui lenisce le ferite del fratello che soffre.
Ricordiamo questa verità centrale della nostra vita: siamo venuti al mondo perché qualcuno ci ha accolti, siamo fatti per l’amore, siamo chiamati alla comunione e alla fraternità. Questa dimensione del nostro essere ci sostiene soprattutto nel tempo della malattia e della fragilità, ed è la prima terapia che tutti insieme dobbiamo adottare per guarire le malattie della società in cui viviamo.
A voi, che state vivendo la malattia, passeggera o cronica, vorrei dire: non abbiate vergogna del vostro desiderio di vicinanza e di tenerezza! Non nascondetelo e non pensate mai di essere un peso per gli altri. La condizione dei malati invita tutti a frenare i ritmi esasperati in cui siamo immersi e a ritrovare noi stessi.
In questo cambiamento d’epoca che viviamo, specialmente noi cristiani siamo chiamati ad adottare lo sguardo compassionevole di Gesù. Prendiamoci cura di chi soffre ed è solo, magari emarginato e scartato. Con l’amore vicendevole, che Cristo Signore ci dona nella preghiera, specialmente nell’Eucaristia, curiamo le ferite della solitudine e dell’isolamento. E così cooperiamo a contrastare la cultura dell’individualismo, dell’indifferenza, dello scarto e a far crescere la cultura della tenerezza e della compassione.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Guai ai capitalisti! - Epifanio Gallego: Questa lettura, fra le più originali e genuine del profeta Michea, è un’aperta denunzia dei peccati sociali caratteristici del suo tempo, ma che sono sempre d’attualità. È un duro attacco al capitalismo, quale che ne sia l’espressione, colpevole di sfruttamento e di corruzione. Le azioni specifiche che egli ricorda non sono una lista esauriente, ma riflettono solo, a modo di esempio, la malizia imperdonabile degli oppressori del debole, quali che siano i mezzi di cui si servono.
Nel secolo VIII, la ricchezza consisteva principalmente, come ai nostri giorni, in beni immobili, per quanto questi fossero quasi esclusivamente terreni, così che la ricchezza d’una persona era misurata in base alle terre e ai capi di bestiame che possedeva. Il possesso dei terreni divenne, per conseguenza, il sogno di coloro che avevano la possibilità di procurarseli. Si noti che Michea non denunzia il possesso di detti terreni, ma il modo di procurarselo; non la proprietà privata, per quanto essa fosse estesa, ma l’uso dell’ingiustizia e della violenza per rubare a man salva. Quello che essi vanno macchinando, tramando e facendo ai margini della legge è detto, senza sottintesi, malvagità e iniquità.
Nel decalogo (Dt 5,21), era severamente proibita la cupidigia. Nulla di quello che appartiene al prossimo può essere oggetto di cupidigia; e fra i beni del prossimo, del paterfamilias, era inclusa anche la moglie o le mogli.
Dall’accusa di Michea vediamo quale sia il vero senso di cupidigia: non semplicemente « desiderare ardentemente una cosa », ma appagare questo desiderio in tutti i modi possibili, anche, se è necessario, ricorrendo al furto, alla violenza, all’oppressione e all’uso della giustizia. Questo era il grande peccato che già Elia aveva rinfacciato ad Acaz, che aveva spogliato Nabot della vigna che egli aveva ereditata (1Re 21,1-4). Questo fu il peccato dell’alta società israelita del secolo VIII, il peccato di ogni società, a dispetto della denunzia dei suoi profeti.
Con la metafora del giogo, fatto di ignominia, tirannia ed esilio, il profeta minaccia « questa genia » e tutto il popolo. Il principio dell’individualità colpevole era ancora assai lontano. Una minaccia nella quale tutta la forza del potente di fronte all’indifeso si trasforma in totale impotenza di fronte ai disegni di Dio espressi in castigo.
«In quel tempo », il tempo, il giorno concreto che non tarderà a divenire escatologico, la loro calamità si trasformerà in tema di satire e lamentazioni: contro di essi si intoneranno elegie. Sarà l’umiliazione totale. Perderanno la loro terra promessa, quella che aveva loro assegnata Giosuè (13-21). È una quasi-scomunica del popolo eletto, un anatema contro i monopolizzatori. Quello che essi si attribuiscono con rapina, violenza e oppressione, altri se l’attribuiranno senza che essi possano avere parte nella divisione, È il castigo di Dio coniato a misura del peccato dell’uomo.
 
Vangelo
Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto.
 
All’odio dei farisei Gesù risponde con l’amore, sanando compassionevolmente tutti i malati. L’imposizione di non divulgare il miracolo forse potrebbe far pensare al segreto messianico, in verità raramente presente nel Vangelo di Matteo (cfr. Mt 8,4). La citazione, con la quale si chiude il brano evangelico, è  tratta dal libro del profeta Isaia (42,1-4), e si riferisce non solo alla missione del Servo del Signore a favore dei pagani, ma è intesa come una forte contrapposizione all’accusa dei farisei riportata nel brano successivo dove Gesù verrà accusato di  scacciare i demòni per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,14-21
 
In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».
 
Parola del Signore.
 
Speranza delle nazioni - Felipe F. Ramos: La scena ha origine da una guarigione compiuta da Gesù in giorno di sabato. Il legalismo giudaico, per salvaguardare la santità del sabato, era giunto a estremi ridicoli. Non si poteva guarire un uomo di sabato, ma si potevano invece soccorrere gli animali che ne avessero bisogno. Certo, dal loro punto di vista, era logico questo atteggiamento, poiché si era giunti persino ad affermare che l’uomo era stato creato per il sabato, per santificare quel giorno santo. Gesù non la pensava così. La cosa più importante è sempre l’uomo e tutto, compreso il sabato, dev’essere al suo servizio (Mr 2,27).
Poco mancò che questo atteggiamento scandaloso di Gesù, in quell’occasione, gli costasse la vita. Lo avrebbero ucciso per osservare la legge! Gesù si ritira per scongiurare il pericolo, ma continua ad agire per portare a compimento l’opera di liberazione dell’uomo. A quelli che sono stati i beneficiari del suo potere e della sua misericordia chiede solo di non denunziarlo. Egli impone il silenzio a quelli che hanno ricevuto i suoi benefici.
Perché? Nel vangelo di Marco, questa raccomandazione di silenzio è attribuita esplicitamente al celebre «segreto messianico». Matteo ci offre un punto di vista diverso: Gesù vuole passare inosservato per due ragioni: a) vuole evitare, per ora, le controversie con i farisei, nelle quali dovrebbe necessariamente esporre le ragioni del suo modo d’agire che erano inseparabili dalle sue pretese messianiche. Questo provocava indignazione e persecuzione. Una ragione di prudenza consigliava, per il momento, di evitare quegli scontri diretti.
b) La seconda ragione è teologica: Gesù è il servo di Dio per eccellenza, e come tale intende agire segretamente. Questo comporta che sia citato qui il testo di Isaia (41,4): Non farà udire la sua voce sulle piazze (v. 19); appoggerà i deboli e cercherà i prodighi (v. 20). Come il servo di Yahveh, Gesù concederà la sua giustizia a tutti, compresi i pagani (vv. 18-21). In Gesù si realizzano le speranze giudaiche che erano legate al servo di Yahveh. Gesù è il servo di Dio che visse nascosto, nel mistero, e la cui vita fu determinata dalla sua morte-risurrezione, per la sua piena solidarietà con l’uomo che veniva a salvare.
 
Per approfondire
 
... egli li guarì tutti - Daniel J. Harrington (Il Vangelo di Matteo): Il sommario delle guarigioni operate da Gesù presso il Mare di Galilea presentato da Marco (3,7-12) è stato notevolmente condensato da Matteo (Mt 12,15-16) e trasformato in un’occasione per presentare una citazione di adempimento (Mt 12,17-21 = Is 42,1-4). In un contesto incentrato sul rifiuto di Gesù (Mt 12,1-4.22-50) Mt 12,15-21 ha la funzione di ricordare quale sia la vera identità di Gesù come Servo/Figlio di Dio, così come Mt 11,25-30 aveva messo Gesù in relazione alla sapienza di Dio.
La citazione riguardo al mite e benigno Servo di Dio (Is 42,1-4) spiega perché Gesù si sia semplicemente allontanato dalla sinagoga dei farisei (vedi Mt 12,9) e perché abbia voluto di proposito evitare di rendere pubblica la sua vera identità: questo è il modo di operare del mite e benigno Servo di Dio. Da questo punto di vista la parte più importante della citazione l’abbiamo in Mt 12,19 («non contesterà né griderà»). Tuttavia, vi sono anche altri elementi nel libero adattamento fatto da Matteo del testo biblico (la sua versione non coincide esattamente con nessun ltro testo antico) che contribuiscono a completare il quadro che l’evangelista fa di Gesù.
Gesù è il Servo e il Figlio di Dio, poiché il termine greco pais è ambiguo, avendo il senso sia di servo che di figlio; e tale ambiguità è stata probabilmente sfruttata di proposito da Matteo che in altri passi si preoccupa di presentare Gesù come Figlio di Dio. L’altra parte di Mt 12,18a («mio prediletto, nel quale ho posto il mio amore») ricorda la voce dal cielo in occasione del battesimo di Gesù (vedi Mt 3,17) e prelude alla voce dal cielo al momento della trasfigurazione (vedi Mt 17,5). La citazione serve anche a identificare Gesù con il portatore dello Spirito Santo («Porrò il mio spirito sopra di lui»), forse in contrasto con quelli che comandano «nella loro sinagoga» (12,9). Infine, la citazione contiene due elementi che evidenziano la rilevanza di Gesù per i non Giudei: «annunzierà ai popoli la giustizia» (12,18); e «nel suo nome spereranno i popoli» (12,21).
Per gli appartenenti alla comunità matteana, Mt 12,15-21 doveva servire a sottolineare i poteri di Gesù come guaritore già evidenziati nei capitoli 8-9 in 12,9-14. Doveva anche completare il quadro che avevano dell’identità di Gesù in base alle caratteristiche accennate nel capoverso precedente. Nel contesto polemico del capitolo 12 (e dei capitoli 11-14 nel loro insieme) questo testo si prestava anche ad essere inteso come una critica ai farisei e alla «loro sinagoga» per la loro incapacità di riconoscere in Gesù il Servo di Dio e il portatore dello Spirito Santo.
Nell’applicazione di questo testo è importante distinguere il Cantico del Servo (Is 42,1-4) citato qui dagli altri Cantici del Servo, in particolare Is 52,13-53,12, con la loro chiara enfasi sulle sofferenze del Servo. In Mt 12,15-21 l’accento è posto sulla mitezza e bontà del Servo, assieme ad altri temi cristologici: Servo/Figlio, il prediletto da Dio, il portatore dello Spirito Santo, e la rilevanza di Gesù per i non Giudei.
 
Egli non griderà - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 40, 2: Con tali parole il profeta canta l’ineffabile mitezza e il potere di Cristo, apre alle genti una porta larga e spaziosa, mentre predice ai giudei le sciagure che un giorno li colpiranno. Manifesta inoltre la perfetta armonia di Gesù che è con il Padre. Ecco - dice - il mio servo che mi sono scelto, non è certo per opporsi a lui che egli abroga la legge, né come nemico del legislatore, ma lo fa in pieno accordo con il Padre. E per proclamare la sua mansuetudine, il profeta dice: Non contenderà né parlerà forte (Is 42, 2). Gesù intendeva personalmente prendersi cura degli uomini; ma poiché lo respingono, egli se ne fa senza resistenza.
 
Testimoni di Cristo - San Ruffillo di Forlimpopoli, Vescovo: Un antico sermone del secolo XI ci dà alcune informazioni su Ruffillo, primo vescovo di Forlimpopoli. Il documento racconta che fra Forlimpopoli e Forlì, si annidava un mostruoso drago, che col solo fiato ammorbava l’aria, provocando la morte di diverse persone. Il vescovo Ruffillo esortò i fedeli della diocesi a fare digiuni e pregare, affinché la zona venisse liberata dal mostro, nel contempo invitò il vescovo di Forlì Mercuriale (anch’egli poi santo) a partecipare all’impresa. Si recarono ambedue alla tana del drago, qui gli strinsero attorno alla gola le loro stole e lo gettarono in un profondo pozzo, chiudendone l’imboccatura con un «memoriale» (un monumento o un’iscrizione). Questo episodio è raccontato anche nella «Vita» di san Mercuriale e in quella dei santi Grato e Marcello. Il dragone rappresentò il simbolo dell’idolatria ancora abbastanza diffusa, che vide il protovescovo di Forlimpopoli impegnato a debellarla insieme all’opera di altri santi vescovi della regione, suoi contemporanei. Si può fissare il periodo del suo episcopato nella prima metà del secolo V. (Avvenire)  
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

 

 17 Luglio 2026
 
Venerdì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 38,1-6.21-22.7-8; Salmo Responsoriale Is 38,10-12.16; Mt 12,1-8
 
Santa Marcellina Vergine - Sorella maggiore di S. Satiro e S. Ambrogio, nacque a Treviri nel 330, dove si trovava il padre in qualità di altro funzionario imperiale. S. Ambrogio attesta che la sorella Marcellina avrebbe ricevuto il velo verginale da Papa Liberio nella Basilica di San Pietro in Vaticano, nel Natale del 353, così com’era d’usanza per le donne che si consacravano. Ambrogio morì nel 397, Marcellina invece spirò il 17 Luglio del 400 e venne sepolta presso la tomba del fratello, nella Basilica di S. Ambrogio; San Simpliciano sarebbe l’autore dell’iscrizione sepolcrale della Santa. Nel 1722 i resti di Marcellina vennero tolti dal sepolcro e custoditi in sacrestia, ma nel 1812 vennero solennemente traslati nell’apposita Cappella in suo onore, nel frattempo fatta erigere all’interno della Basilica di S. Ambrogio. Sono rimaste a noi tre lettere inviate a Marcellina dal fratello Ambrogio; inoltre nel discorso funebre per il fratello Satiro, Ambrogio mette in risalto il grande dolore provato dalla sorella in quella circostanza. Nel 1838 Monsignor Biraghi fondava a Cernusco sul Naviglio, l’Istituto religioso delle marcelline, in onore della Santa; il nuovo Istituto si concentrava sull’educazione culturale e morale della gioventù. Nella Certosa di Pavia si trova un dipinto di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, che raffigura la Santa in compagnia di San Satiro, San Gervasio e San Protasio, patroni di Milano, davanti al trono vescovile in cui siede Ambrogio; il dipinto mette in luce un carattere distintivo di Marcellina, quello di educatrice dei fratelli minori Satiro e Ambrogio. Inoltre agli Invalides di Parigi esisteva una statua della Santa, scomparsa però, durante gli scempi della rivoluzione francese. (fonte:santiebeati.it)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Gallego - La pericope presente è un caso concreto del fatto che Isaia dovette confermare i suoi vaticini con risposte concrete e persino con segni razionalmente inesplicabili. In questo modo la sua parola acquistava la certezza della conferma divina.
Ezechia si ammalò gravemente. Il profeta gli confermò da parte di Dio che era spacciato: « Morirai », gli disse. Ezechia interpretò questa sua morte precoce come un castigo di Dio. Dunque, non era stato fedele a Yahveh? Non aveva riparato a tutto il male operato da suo padre Acaz? Come può morire il giusto nel fiore degli anni? Yahveh ritorna sulla sua decisione e aggiunge alla vita del re quindici anni.
Sarebbe esagerato voler fare di questa prima parte del racconto un problema teologico medievale di prescienza e di volubilità divina. È certo che Isaia si esprime in un modo assoluto, ma sappiamo che, nella Bibbia, la minaccia divina non è mai assoluta, nonostante i termini con cui è espressa, bensì condizionata dalla risposta umana. È una delle caratteristiche del genere letterario semita.
La promessa divina va oltre il prolungamento della vita del re: tanto lui come la città saranno liberati dall’oppressione del re degli assiri. Il re, infatti, ricupera la salute grazie a un cataplasma di fichi preparato dallo stesso profeta. Ma la liberazione? Il re esige un segno. Non è in gioco la sua vita, ma quella del popolo. D’altra parte, egli ha motivi per dubitare. Il profeta non gli aveva detto, in un primo momento, che sarebbe morto; e poi aveva cambiato opinione e gli aveva promesso la vita? E non poteva cambiare opinione anche ora riguardo alla sua liberazione dalle mani degli assiri?
Isaia gli offre un vero miracolo, un fatto umanamente inspiegabile: l’ombra sarebbe retrocessa di dieci gradi nell’orologio da sole, che suo padre Acaz aveva importato da Damasco. Erodoto ci racconta che furono proprio i babilonesi gli inventori dell’orologio solare. Il miracolo si compì e avvenne anche la liberazione.
Abbiamo qui un bello scontro fra il re e il profeta, scontro nel quale l’unico vincitore è Yahveh. In questo caso, fu necessario un segno straordinario. La norma è che i segni siano ordinari e persino volgari. Comunque sia, la cosa veramente importante è saperli intendere secondo la volontà di Dio. Il cristiano ha oggi la via spianata con la garanzia che gli offre la Chiesa, interprete fedele della  rivelazione.
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato.
 
Gesù non vuole trasgredire la Legge, e non ha intenzione di suggerirlo ai suoi discepoli. Tantomeno, la Legge non è la tana dei cristiani-coniglio, di coloro che arrossiscono se devono fare il segno di croce in un locale pubblico prima della colazione o del pranzo. La Legge non è una tana per nascondersi e malaffare nel buio, illudendosi di essere lontani dagli occhi di Dio, e, poi, dire a se stessi ho la coscienza a posto perché ogni giorno dico le preghiere del buon cristiano, e la Domenica vado a Messa. Gesù vuol dire ai farisei di tutti i tempi che l’albero della Legge è bene innaffiato quando la misericordia è il suo frutto, succoso, buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare salvezza (cfr. Gen 3,6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,1-8
 
In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma solo ai sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato»
 
Bibbia di Navarra: 12,2. «Sabato»: per i Giudei era il giorno della settimana dedicato al culto divino. Era stato Dio stesso a istituirlo (Gn 2,3), comandando che il popolo eletto si astenesse da determinati lavori in quel giorno (Es 20,8-11; 21,13; Dt 5,14) per poter dedicarsi con zelo maggiore a onorare Dio. Col pasasare del tempo i rabbini resero oltremodo complicato il precetto divino, e all’epoca di Gesù avevano redatto un elenco in cui si enumeravano addirittura trentanove tipi di lavori proibiti.
I farisei accusavano i discepoli di Gesù di violare il sabato. Secondo la casistica degli scribi e dei farisei, infatti, cogliere spighe equivaleva a mietere; confricarle, o trebbiare: tutti lavori agricoli vietati nel giorno di sabato.
3-8. Gesù respinge l’accusa dei farisei con quattro argomentazioni: l’esempio di Davide, quello dei sacerdoti, il senso della misericordia divina e il potere di Gesù sul sabato.
Il primo esempio, conosciuto dal popolo abituato ad ascoltare la lettura della Bibbia, è desunto da lSam 21,2-7: Davide, fuggendo dal re Saul che lo perseguitava, chiede al sacerdote del santuario di Nob cibo per i suoi uomini; il sacerdote, non avendo se non i “sacri pani della proposizione glieli diede”: erano dodici pani che si ponevano ogni settimana sulla tavola d’oro del santuario, come omaggio perpetuo delle dodici tribù d’Israele al Signore (Lv 24,5-
9. Il secondo esempio si riferisce al ministero dei sacerdoti: per attendere al culto divino erano tenuti a compiere il sabato una serie di lavori, senza per questo disobbedire alla legge del riposo (cfr Nm 28,9).
 
Per approfondire
 
Sabato - Nuovo Testamento - C. Spicq e P. Grelot: 1. Gesù non abroga esplicitamente la legge del sabato: in questo giorno egli frequenta la sinagoga e ne approfitta per annunciare il vangelo (Lc 4, 16 ...). Ma trova a ridire al rigorismo formalistico dei dottori farisei: «Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2, 27), ed il dovere della carità prevale sull’osservanza materiale del riposo (Mt 12, 5; Lc 13, 10-16; 14, 1- 5). Inoltre Gesù si attribuisce un potere sul sabato: il figlio dell’uomo ne è padrone (Mc 2, 28). È questo uno degli appunti che i dottori gli muovono (cfr. Gv 5, 9 ...). Ma, facendo del bene nel giorno di sabato, non imita egli il Padre suo che, entrato nel suo riposo al termine della creazione, continua a governare il mondo ed a vivificare gli uomini (Gv 5, 17)?
2. I discepoli di Gesù.  - I discepoli di Gesù in un primo tempo hanno continuato ad osservare il sabato (Mt 28, 1; Mc 15, 42; 16, l; Gv 19, 42). Anche dopo l’ascensione le riunioni sabbatiche servono ad annunziare il vangelo in ambiente ebraico (Atti 13, 14; 16, 13; 17, 2; 18, 4). Ma ben presto il primo giorno della settimana, giorno della risurrezione di Gesù, diventa il giorno di culto della Chiesa, in quanto giorno del Signore (Atti 20, 7; Apoc 1, 10). Vi si trasferiscono le pratiche che gli Ebrei collegavano volentieri al sabato, come l’elemosina (1 Cor 16, 2) e la lode divina. In questa nuova prospettiva l’antico sabato giudaico acquista un significato figurativo, come molte altre istituzioni del VT. Con il loro riposo, gli uomini commemoravano in esso il riposo di Dio nel settimo giorno. Ora Gesù è entrato in questo riposo divino con la sua risurrezione, e noi abbiamo ricevuto la promessa di entrarvi dietro di lui (Ebr 4, 1-11). Sarà questo il vero sabato, in cui gli uomini si riposeranno dalle loro fatiche, ad immagine di Dio che si riposa dalle sue opere (Ebr 4, 10; Apoc 14, 13).
 
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato - Jean Delorme: Nei vangeli, «figlio dell’uomo» (espressione greca ricalcata su una aramaica, che si sarebbe dovuto tradurre «figlio d’uomo») si trova settanta volte. A volte è solo l’equivalente del pronome personale «io» (cfr, Mt 5,11 e Lc 6,22; Mt 16,13-21 e Mc 8,27-31). Il grido di Stefano che vede «il figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio» (Atti 7,56) può indicare che questa concezione era viva in certi ambienti della Chiesa nascente. Ma la loro influenza non è sufficiente a spiegare tutti gli usi evangelici di questa espressione. Il fatto che essa compaia esclusivamente sulle bocca di Gesù presuppone che la si sia ritenuta una delle sue espressioni tipiche, mentre la fede postpasquale lo designava con altri titoli. A volte Gesù non si identifica esplicitamente con il figlio dell’uomo (Mt 16,27; 24,30 par.); ma altrove è chiaro che parla di se stesso (Mt 8,20 par.; 11,19; 16,13; Gv 3,13s; 12,34). È possibile che abbia scelto l’espressione a motivo della sua ambiguità: suscettibile di un senso banale («l’uomo che io sono»), essa racchiudeva pure una netta allusione all’apocalittica giudaica.
1. I sinottici. a) I quadri escatologici di Gesù si ricollegano alla tradizione apocalittica: il figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo (Mt 24,30 par.), siederà sul suo trono di gloria (19,28), giudicherà tutti gli uomini (1.6,27 par.). Ora, nel corso del suo processo, interrogato dal sommo sacerdote per sapere se egli è «il messia, figlio del benedetto», Gesi risponde indirettamente alla domanda  identificandosi con colui che siede alla destra del Dio e viene sulle nubi del cielo (cfr. Dan 7,13; Mt 26,64 par.). Questa affermazione lo fa condannare come bestemmiatore. Di fatto, scartando ogni concezione terrena del messia, Gesù ha lasciato apparire la sua trascendenza. Il titolo di figlio dell’uomo, in base ai suoi antecedenti, si prestava a questa rivelazione.
b) Per contro, Gesù ha pure collegato al titolo di figlio dell’uomo un contenuto che la tradizione apocalittica non prevedeva direttamente. Egli viene a realizzare nella sua vita terrena la vocazione del servo di Jahve, rigettato e messo a morte per essere infine glorificato e salvare le moltitudini. Ora egli deve subire questo destino in qualità di figlio dell’uomo (Mc 8,31 par.; Mt 17,9 par. 22 spar.; 20, 18 par.; 26,2.24 par. 45 par.).
Prima di apparire in gloria nell’ultimo giorno, il figlio dell’uomo avrà condotto un’esistenza terrena in cui la sua gloria era velata nella umiliazione e nella sofferenza, cosi come nel libro di Daniele la gloria dei santi dell’altissimo presupponeva la loro persecuzione. Per definire quindi l’insieme della sua carriera, Gesù preferisce il titolo di figlio dell’uomo a quello di messia (cfr. Mc 8,29 ss), troppo compromesso nelle prospettive temporali della speranza giudaica.
c) Nell’umiltà di questa condizione nascosta (cfr. Mt 8,20 par.; 11, 19), che può scusare le bestemmie che vengono proferite contro di lui (Mt 12,32 par.), Gesù incomincia non di meno ad esercitare taluni dei poteri del figlio dell’uomo: potere di rimettere i peccati (Mt 9,6 par.), padronanza del sabato (Mt 12,8 par.), annunzio della parola (Mt 13,37). Questa manifestazione della sua dignità segreta annunzia in qualche misura quella dell’ultimo giorno.
 
Amore per la legge di Dio: “Chi ama la legge di Dio, onora anche ciò che in essa non comprende. Ciò che gli pare poco logico, giudica piuttosto di non averlo compreso e pensa che vi si trovi celato qualcosa di grande. Non gli è dunque di scandalo la legge del Signore; e per non soffrire scandalo, soprattutto egli non bada agli uomini - per quanto sia santa la loro vocazione -, tanto da far dipendere la loro fede dai loro costumi. Perciò, se alcuni di loro cadono, egli non se ne scandalizza e non rovina così se stesso. Al contrario, egli ama la legge del Signore per se stessa, e in lui vi è sempre grande pace e mai scandalo. L’ama senza preoccupazioni, perché sa che anche se molti peccano contro la legge, essi non peccano certo a causa della legge” (Agostino, Esposizioni sui Salmi, 118).
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 



 16 Luglio 2026
 
Giovedì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 26,7-9.12.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 101 (102); Mt 11,28-30
 
Beata Maria Vergine del monte Carmelo: Alla fine del XII secolo un gruppo di eremiti si riunì sul monte Carmelo, in Palestina, là dove il profeta Elia aveva sconfitto i sacerdoti di Baal, e dove una piccola nuvola salita dal mare aveva posto fine ad una lunga siccità: nuvoletta che San Bernardo interpretò come figura della Madonna. Questi monaci si dedicavano alla preghiera perpetua, ed in particolare alla venerazione di Maria, onorata come Beata Vergine del Carmelo. Nel 1226 i Carmelitani ottennero l’approvazione della loro regola da papa Onorio III, e alla fine del XIII secolo, lasciata la Terra Santa, che era stata riconquistata dagli Arabi, fondarono diversi monasteri in tutta Europa.
Segno particolare della devozione mariana è lo scapolare. Questo termine indica originariamente una parte dell’abito dei monaci benedettini, consistente in due bande di stoffa che coprono le spalle e ricadono davanti e dietro; in seguito divenne, per monaci e laici, una doppia immaginetta racchiusa in due pezzi di stoffa, che si porta appesa al collo sotto gli abiti, ed è nota popolarmente come “abitino della Madonna”. Fu il carmelitano Simone Spock a ricevere dalle mani della Vergine stessa lo scapolare, con la promessa della rapida liberazione dalle pene del Purgatorio per chiunque lo indossi; devozione confermata da papa Pio XII con una bolla dell’11 febbraio 1950.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Callego - La speranza che genera vita: Ispirandosi ai salmi classici (Sal 44,60.74; 60,1ss; 74,1), il profeta comincia con un grido di rettitudine e di giustizia legale che è tutto un programma di vita. A esso la comunità riunita liturgicamente risponde con l’affermazione della fiducia riposta nella giustizia di Yahveh. Non era questo il modo di comportarsi nelle grandi solennità liturgiche? Nella Gerusalemme dei tempi messianici, non poteva mancare il compimento di quello che aveva costituito l’ideale di ogni fedele israelita.
Per questo Isaia, facendo suo qualche salmo dei pellegrini, lo ritocca e lo inserisce nel canto trionfale dei versetti precedenti come conclusione delle sue predizioni messianiche.
La grande aspirazione dei giusti degli ultimi tempi sarà appunto il nome di Yahveh, cioè Yahveh stesso in quanto può essere conosciuto, compreso e amato dall’uomo pur nei suoi limiti. Le circostanze storiche, i limiti sociali e le altre preoccupazioni umane non distrarranno ì giusti dal loro centro di gravità. Quando Paolo, in un rapimento di penetrazione divina, ci garantirà che «in lui viviamo, ci muoviamo e siamo», ci garantirà nel modo migliore che i tempi messianici sono ormai cominciati.
Con un gioco retorico, Agostino scopre Dio in se stesso, nella propria interiorità, dopo aver chiesto a tutte le creature, a una a una, se esse fossero Dio. Ma come dovettero suonare alle orecchie di quel giudei, avvezzi a cercare Yahveh nel fragore dell’uragano, nella pomposità del tempio o nella magnificenza dei sacrifici sul monte santo di Sion, le parole di Isaia, il quale assicurava che i giusti dei tempi nuovi lo avrebbero cercato in se stessi! A modo di corollario profetico, Cristo aggiungerà che il Padre non sarà adorato in Gerusalemme né sul Garizim, ma in spirito e verità. Sarebbe necessario mettersi nel secolo VIII a. C. per comprendere la novità dell’insegnamento profetico.
Da questa prospettiva yahvista e interiorizzante, il popolo comprende che tutta la sua storia è la storia delle grandi opere di Yahveh, che tutto quello che accade è compiuto da Yahveh come arbitro della storia per il bene dei suoi eletti. Lo sguardo resta limitato dentro le frontiere di Giuda. È solo un primo. passo, ma un passo decisivo, aperto al progresso della rivelazione. Le immagini non potrebbero essere più espressive. In uno sforzo sovrumano, paragonato ai dolori del parto, gli uomini, con le loro forze, riuscirono solo a generare vento; vuoto e nulla, e non un briciolo di salvezza, Senza la grazia, dirà Paolo, ci è impossibile anche pronunziare il nome di Gesù con merito.
La visione profetica della risurrezione descritta nel versetto 19 si presenta come un precoce fiore silvestre, esile e fragile, quasi vergognoso della sua solitudine. Non ne troveremo un altro fino a quasi sei secoli più tardi, nei libri di Daniele e dei Maccabei, quando giungerà la pienezza dell’apocalittica timidamente iniziata dai profeti, alla quale appartiene tutta questa sezione di Isaia concernente l’era messianica.
Certo, la risurrezione che Isaia intravede è limitata ai giusti del popolo eletto ed è espressa in un modo poetico, in contrapposizione con gli sforzi che il popolo fa inutilmente per far rivivere la propria nazione; ma il seme era gettato, e la ragione di questa speranza è del tutto convincente. L’azione vivificante di Yahveh sarebbe discesa sui morti, come la rugiada notturna provvidenziale discendeva sull’arida Palestina, costringendo la terra a partorire le ombre contenute nelle sue viscere, i «refraim» che attendevano nello sheol. I morti avrebbero nuovamente lodato Yahveh.
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Il tema del Vangelo è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili (cfr. Mt 23,13ss.).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,28-30
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 Cristo esige l’accettazione della sua legge. Il giogo era una metafora usuale per designare la Legge (cf. Geremia, 5, 5; Ecclesiastico, 51, 34; Atti, 15, 10). Affaticati e carichi; la Legge antica era un giogo pesante ed i Farisei l’avevano ancora aggravato con l’aggiunta d’innumerevoli prescrizioni. Gesù concede il sollievo a chi lo segue, perché egli non impone una religiosità fatta d’infinite e gravose pratiche esterne, come voleva l’ebraismo ufficiale del suo tempo.
29 Prendete su di voi il mio giogo; cioè: prendete la legge che Cristo insegna, oppure: lasciatevi istruire da me. Gesù è il perfetto Maestro nella legge, perché egli la promulga e la spiega con mitezza ed umiltà di cuore. Quella legge che è suggerita dalla bontà porta sollievo alle anime.
30 Cristo impone ai propri sudditi una legge amabile (giogo soave); egli infatti perfezionando la legge antica l’ha resa leggera. In tutto il passo (11, 28-30) il lettore avverte una punta polemica contro l’opprimente legalismo dei Farisei, considerati dal popolo come interpreti e maestri qualificati della legge.
 
Per approfondire
 
Il giogo, nella sacra Scrittura, è simbolo della sottomissione a Dio (Ger 2,20) e dell’obbedienza alla legge (At 15,10; Gal 5,1). Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo “giogo dolce” fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di precetti e di leggi; una giustizia ipocrita, strisciante da sempre in tutte le religioni, anche nel cuore di tanti cristiani. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono «stanchi e oppressi», in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, la «clausola» che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno (cfr. Lc 9,23), senza infingimenti o accomodamenti. È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre «stoltezza» o «scandalo» (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente. Invece, molti cristiani tendono a porre al centro di tutto la loro vita, spesso disordinata; le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o gusti o programmi e tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (cfr. Mc 7,8-9).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa. Il momento sacramentale forte di comunione con il Cristo morto e risorto dopo il battesimo, l’Eucaristia, eppure tutti coloro che si uniscono a celebrarla, lungi dall’avvertire su di sé un carico insopportabile, si sentono invece alleggeriti, L’Eucaristia ci rende commensali di Dio. Perciò più che sudditi costretti a eseguire delle ordinanze superiori, ci sentiamo collaboratori volontari e consapevoli al piano di salvezza, compagni di via nel non facile cammino verso la comune meta della gloria.
La serenità del cuore è ciò che elimina ogni peso.
L’Eucaristia ci rende lieti ospiti di Cristo e ci fa accettare la legge divina come via alla redenzione: «Donaci, o Signore, di rallegrarci sempre per questi misteri pasquali, perché la redenzione che si attua nei tuoi misteri, sia per noi causa di perenne letizia» (cf IV domenica del Tempo pasquale).
Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito, averlo nel cuore. Lo Spirito insegna ad accettare con piacere la legge di Cristo e fornisce tutti i sussidi necessari; facendo evitare gli estremi del lassismo e del rigorismo. L’Eucaristia è dono di Spirito Santo.
 
L’umiltà nasce dalla completa veracità, per la quale l’uomo si stima così come Dio lo valuta. L’umiltà, quindi, non consiste nella ricerca del disprezzo di se stessi, ma nell’assunzione della propria realtà di fronte a Dio e agli uomini. Dio ama gli umili: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola” (Is 66,2). Dio ascolta le preghiere  degli umili e le esaudisce (Gdt 9,11-13), e concede loro grazia: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5). Dio “umilia l’alterigia dei superbi” (Gb 22,29) e innalza gli umili (cfr. Lc 1,52; 18,14; Fil 2,8; 1Pt 5,6: Gc 4,10). Nella sacra Scrittura abbiamo numerosi esempi di umiltà: Mosè (Nm 12,3), Maria, la Madre di Gesù (Lc 1,48), Giovanni Battista (Gv 1,27; 3,30), il centurione romano (Mt 8,8), l’apostolo Paolo (1Cor 15,9; Ef 3,8; 1Tm 1,15). L’umiltà nella vita cristiana ha un posto assai importante perché conserva la carità e l’unità: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,1-4; cfr. Ef 4,2; Col 3,12; 1Pt 5,5).  L’umiltà è condizione per entrare nel regno di Dio (cfr. Mt 10,25; 18,3; Lc 18,17), da qui il credente deve rifuggire da quella falsa umiltà che infetta il cuore dell’ipocrita (cfr. Col 2,16-23).
 
L’umiltà del cuore: «Dice il Salvatore: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre” [Mt 11,29]. E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyfìa, oppure metriòtes. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, “nella condanna del diavolo” - il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; l’Apostolo dice: “Per non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo” [1Tm 3,6].» (Origene, In Luc. 8,5).
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Quel dolce manto protettore che vince l’aridità dei cuori: Come lacrime del cielo che fecondano la terra e generano vita, speranza e futuro: la visione di Elia sul monte Carmelo ci parla di un Dio che si prende cura dell’umanità e, come un manto, la protegge dall’arsura provocata dalle asperità e dalla siccità della storia. Siccità spirituale e asperità esistenziali sono esperienza comune, ecco perché la tradizione ha da sempre visto in quella leggera nube recante pioggia e risalente dal mare un segno della dolcezza divina, la stessa da sempre legata anche alla vicenda e all’icona della Vergine, di Maria, la madre di Dio. Di fronte alla nostra sete interiore d’Infinito la devozione alla Madonna del Carmelo è un invito a lasciarci avvolgere dall’amore delicato e ristoratore di Dio. Un messaggio che arriva dal racconto riportato al capitolo 18 del primo Libro dei Re: sul Monte Carmelo il profeta Elia mostra ad Acab la potenza del Signore, contenuta in una piccola nuvola che porta la pioggia e vince l’arsura. Un’immagine potente nella quale la tradizione ha visto l’opera di Maria, il cui ventre ha donato al mondo l’unica fonte in grado di vincere ogni aridità del cuore. Da questo stesso brano è poi nata l’esperienza dei monaci del Carmelo. La Madonna del Carmine, in seguito, apparve il 16 luglio 1251 a Simone Stock, priore generale dell’Ordine carmelitano, promettendo la salvezza a coloro che avrebbero portato lo scapolare consegnato allo stesso religioso, simbolo di protezione e di totale affidamento a Dio. (Matteo Liut)
 
-> Ci assista, o Padre,
la materna intercessione della gloriosa Vergine Maria,
perché sorretti dalla sua protezione
possiamo giungere felicemente al santo monte,
che è Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.