7 Agosto 2026
 
Venerdì XVIII Settimana T. O
 
Na 2,1.3; 3,1-3.6-7; Salmo Responsoriale Dt 32,35-41; Mt 16,24-28
 
Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio - Catechismo della Chiesa Cattolica 616: È l’amore sino alla fine che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita. «L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti» (2Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti.
 
617: L’esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l’umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti. «Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit - Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione», insegna il Concilio di Trento sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna. E la Chiesa venera la croce cantando: «O crux, ave, spes unica! - Ave, o croce, unica speranza!».
 
La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo 618: La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo mediatore tra Dio e gli uomini. Ma poiché, nella sua Persona divina incarnata, «si è unito in certo modo ad ogni uomo », egli offre «a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale ». Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice.
«Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: A un messaggero foriero di pace e di buone notizie si contrappone un annuncio che fa presagire giorni di dolore, di desolazione e di morte: è una parola di sventura rivolta a Ninive, una parola che mette a nudo e giudica i peccati che hanno attirato questo castigo. Rappresentando Ninive “come una prostituta, Naum ne prende di mira meno l’idolatria [Ninive non è come Israele la sposa del Signore] e la sua prostituzione sacra che l’avidità e l’abilità con le quali essa ha stabilito il suo potere su tutti i popoli per spogliarli” (Bibbia di Gerusalemme). Ninive immagine dell’alterigia e della prepotenza militare sarà distrutta e nessuno la compiangerà.
 
Vangelo
Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
 
Le parole di Gesù registrate nel vangelo di Matteo ricordano le innumerevoli vocazioni che la sacra Scrittura custodisce nelle sue pagine. Tra le tante vocazioni, per avvicinarci al testo di Matteo, possiamo ricordare la vocazione di Geremia. Dio, quando lo aveva chiamato, gli aveva assicurato la sua difesa, la sua protezione: per vincere il suo impaccio giovanile gli aveva promesso di costituirlo «fortezza [...] muro di bronzo» (Ger 1,18).
E invece lo lascia in balia dei potenti e dei prepotenti. Viene bastonato, offeso, spiato, umiliato, sfacciatamente osteggiato, imprigionato. La sua condizione personale precipita giorno dopo giorno e la situazione del paese è sull’orlo del precipizio: trionfano i traditori, gli empi, i blasfemi, mentre i giusti e i poveri sono oppressi (Ger 12,1). Perfino i suoi fratelli e la casa di suo padre sono sleali con lui (Ger 12,6). Si rivolge a Dio per avere vendetta dei suoi nemici, ma Dio non ascolta (Ger 18,19ss); anche le sue promesse sembrano vane (Ger 17,15). Ora il vaso trabocca: «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese! Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, eppure tutti mi maledicono» (Ger 15,10). Esacerbato, confuso, è attanagliato dal dubbio, tutto viene messo in discussione, anche la sua chiamata. È stato tutto un imbroglio, un inganno. Dio, astutamente approfittando della sua giovane età, l’ha adescato con vani progetti e false promesse. Lo ha ingannato perché gli ha prospettato una missione in discesa, facile, e invece tutto è in salita. Ha forzato la sua volontà; l’ha subornato, come un uomo attira con false lusinghe una giovane donna per poi approfittarne (Ger 20,7). Per Geremia, essere fedele alla vocazione significa rinnegare se stesso; portare l’enorme peso della croce della umiliazione, dell’odio violento e gratuito della persecuzione. Implica seguire il Signore Dio anche quando tace o si nasconde o tarda a intervenire. In questa luce di fedeltà e di dolore, nella storia di Geremia, c’è la comprensione e la chiara esplicitazione della vocazione cristiana: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Con il saggio possiamo dire che sotto il sole non c’è nulla di nuovo, sono gli uomini che vogliono mutare i paradigmi della vocazione cristiana.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,24-28
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».
 
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; Cf. Fil 2,5-9).
Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
Il Figlio dell’uomo sta per venire..., la parusia, il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, è ricorrente nella predicazione di Gesù e ricorrerà frequentemente nella predicazione apostolica. Nel giorno della venuta gloriosa del Cristo, ogni uomo sarà giudicato non in base alle «singole opere buone, secondo una concezione meritocratica, bensì per l’operato di ciascuno: nel giudizio finale, dinanzi al tribunale del Figlio dell’uomo, si svelerà in senso globale come ogni individuo ha agito durante la vita, giunta al suo compimento» (Angelico Poppi).
 
Per approfondire
 
Roberto Tufariello (Sofferenza, in Schede Bibliche Pastorali, Volume VII): Sofferenza e gioia dei cristiani - Soffrire con Cristo. Nella gioia della pasqua, nella fede in colui che è risorto, i credenti potrebbero illudersi che anche nella loro esistenza siano scomparsi il dolore e la morte. La loro vita, invece, rimane costellata di tragiche e dolorose realtà (Cf. 1Ts 4,13). Cristo, con la sua passione, ha posto fine al suo pellegrinaggio terreno ed è entrato nella gloria; noi, invece, siamo ancora in cammino verso la casa del Padre. Per noi, quindi, gli insegnamenti del Vangelo conservano tutta la loro urgenza e attualità: è necessario portare ogni giorno la propria croce per essere autentici discepoli del Crocifisso (Lc 9,23); è necessario vivere personalmente la beatitudine della sofferenza.
La via di Cristo è la via dolorosa della croce; perciò se egli, per entrare nella gloria, ha dovuto soffrire (Lc 24,26), il suo discepolo non può far altro che imitare il maestro e seguirlo nella medesima via (Mt 10,24; Gv 15,18.20). Alla madre stessa del Signore non è stato risparmiato il dolore, secondo la predizione di Simeone (Lc 2,35). Per tutti l’èra messianica è tempo di prova e di tribolazione (Mt 24,8; At 14,22; 1Tm 4,1ss). Tuttavia, non siamo soli e abbandonati nella sofferenza. La certezza che Cristo soffre con noi ci dà coraggio e conforto. Se è vero, infatti, come insegna san Paolo, che non è semplicemente il cristiano a vivere, ma è Cristo a vivere in lui (Gal 2,20), possiamo concludere che la sofferenza del cristiano è quella di Cristo che vive in lui (2Cor 1,5). Col nostro stesso corpo, noi apparteniamo a Cristo e mediante la sofferenza gli diventiamo conformi (Fil 3,10). Così Cristo è sempre intimamente unito a quelli che soffrono (1Cor 12,26-27), è solidale con coloro che seguono la sua via dolorosa. Per questo possiamo affrontare con costanza la prova fissata per noi (Eb 12,1-2), imparando come Cristo «l’obbedienza per le cose patite» (Eb 5,8).
 
La glorificazione della sofferenza con Cristo - In questa prospettiva di comunione alla sofferenza di Cristo, possiamo comprendere la sorprendente affermazione di Paolo: a voi credenti è stato concesso di patire per Cristo (Fil 1,29). La sofferenza umana è illuminata qui da una luce nuova: essa è una grazia, un dono divino. Paolo spiega il senso di questa affermazione: noi portiamo nel nostro corpo le sofferenze di morte di Gesù, «perché anche la vita di Gesù sia manifesta nel nostro corpo» (2Cor 4,10). La sofferenza sopportata con Cristo prepara per noi «una quantità smisurata ed eterna di gloria» che supera ogni misura (2Cor 4,17). Veramente, se noi soffriamo con Cristo, siamo certi che saremo con lui glorificati (Rm 8,17). Inoltre, la nostra sofferenza non è confortata solo dalla certezza della gloria futura: essa è consolata fin da ora dalla gioia promessa da Gesù (Gv 15,11; 16,22-23). Gli apostoli esperimentarono subito, dopo la risurrezione del Signore, la verità di questa promessa: perseguitati e percossi dai capi di Israele, «se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5,41). Questo messaggio gioioso essi lo comunicarono ai fedeli, invitandoli alla «perfetta letizia» che viene dalla sofferenza grazie all’azione dello Spirito di Dio (1Pt 4,13-14).
Ancora una volta, san Paolo ci da l’esempio perfetto: egli gioisce nella sofferenza, e la sua letizia viene dall’amore e dall’unione a Cristo e al suo corpo, la chiesa (Col 1,24).
 
La croce come contrassegno dei credenti - Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 13,35-36: Il legno della vita è stato piantato nella terra perché questa, dapprima esecrata, ottenesse la benedizione e i morti venissero liberati. Non vergogniamoci allora di confessare il Crocifisso. In qualsiasi occasione, con fede, tracciamo con le dita un segno di croce: quando mangiamo il pane o beviamo, quando entriamo o usciamo, prima di addormentarci, quando siamo coricati e quando ci alziamo, sia che siamo in movimento o rimaniamo al nostro posto. È un aiuto efficace: gratuito, per i poveri e, per chi è debole, non richiede alcuno sforzo. Si tratta infatti duna grazia di Dio: contrassegno dei fedeli e terrore dei demoni. Con questo segno, infatti, il Signore ha trionfato su di essi, esponendoli alla pubblica derisione [cfr. Col 2,15]. Allorché, dunque, vedranno la croce, essi si ricorderanno del Crocifisso e avranno timore di colui che ha abbattuto le teste del dragone. Non disprezzare, perciò, quel segno, soltanto perché è un dono; al contrario, onora per questo ancor di più il tuo benefattore.
 
Testimoni di Cristo - San Sisto II - Misericordia e verità sono i due volti del vero amore: Se il cuore di Dio si fa compagno di chi soffre anche a causa dei propri errori, egli non può accogliere chi sceglie la via della prevaricazione e della violenza. Ed è questo lo stile che i cristiani sono chiamati a mettere in pratica nella loro vita quotidiana. Uno stile di cui testimone san Sisto II, Papa nell’anno 257, descritto da san Cipriano come “uomo buono e pacifico”, che donò la propria vita per il servizio al Vangelo. Successore di Vittore, rimase alla guida della Chiesa di Roma solo per 11 mesi. In questo breve tempo si era fatto mediatore nel dibattito sull’unicità del Battesimo, questione sollevata soprattutto in Africa dove molte persone che avevano abiurato davanti alla persecuzione chiedevano di tornare nella comunione con la Chiesa: la sua decisione fu un gesto di misericordia nei confronti di chi rischiava la scomunica perché affermava la necessità di un secondo Battesimo per chi voleva rientrare nella comunità. Nel 258 l’imperatore Valeriano inasprì la persecuzione ordinando la confisca dei beni della Chiesa e la decapitazione di vescovi, preti e diaconi sorpresi a officiare pubblicamente il culto. Sisto II fu trovato a predicare nel cimitero di San Callisto e per questo venne martirizzato assieme a sei dei sette diaconi di Roma; il settimo, Lorenzo, venne ucciso pochi giorni dopo. (Matteo Liut)
 
-> Il 6 agosto del 258 nel cimitero di san Callisto venne arrestato Sisto con i suoi diaconi. A ricordo di questo evento un autore ha riportato su pietra questa iscrizione, ponendola in bocca allo stesso Sisto: “Al tempo in cui la spada lacerò le viscere sacre della madre chiesa, io, il pastore qui sepolto, insegnavo i comandamenti del cielo. Giungono all’improvviso i soldati e mi afferrano seduto sulla mia cattedra; erano stati inviati e il popolo tese il collo alla loro spada. Il vegliardo subito si rese conto che il suo popolo desiderava ricevere la palma del martirio al suo posto; e fu il primo a offrire la sua testa, affinché l’impaziente furore dei nemici non colpisse nessun altro. Il Cristo, che dona in ricompensa la vita eterna, manifesta il merito del pastore e prende su di sé il gregge”. (Vatican News)

Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 6 Agosto 2026

Trasfigurazione del Signore
 
Dn 7,9-10.13-14 oppure 2Pt 1,16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 96 (97); Mt 17,1-9
 
Un anticipo del Regno: la Trasfigurazione - Catechismo della Chiesa Cattolica 554 Dal giorno in cui Pietro ha confessato che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, il Maestro “cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, e soffrire molto... e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno” (Mt 16,21). Pietro protesta a questo annunzio, gli altri addirittura non lo comprendono. In tale contesto si colloca l’episodio misterioso della Trasfigurazione di Gesù su un alto monte, davanti a tre testimoni da lui scelti: Pietro, Giacomo e Giovanni. Il volto e la veste di Gesù diventano sfolgoranti di luce, appaiono Mosè ed Elia che parlano “della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme” (Lc 9,31). Una nube li avvolge e una voce dal cielo dice: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” (Lc 9,35).
555 Per un istante, Gesù mostra la sua gloria divina, confermando così la confessione di Pietro. Rivela anche che, per “entrare nella sua gloria” (Lc 24,26), deve passare attraverso la croce a Gerusalemme. Mosè ed Elia avevano visto la gloria di Dio sul Monte; la Legge e i profeti avevano annunziato le sofferenze del Messia. La passione di Gesù è proprio la volontà del Padre: il Figlio agisce come Servo di Dio. La nube indica la presenza dello Spirito Santo: “Tota Trinitas apparuit: Pater in voce; Filius in homine, Spiritus in nube clara - Apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo, lo spirito nella nube luminosa”. [...].
556 Alla soglia della vita pubblica: il battesimo; alla soglia della Pasqua: la Trasfigurazione. Col battesimo di Gesù “declaratum fuit mysterium primae regenerationis - fu manifestato il mistero della prima rigenerazione: il nostro Battesimo”; la Trasfigurazione “est sacramentum secundae regenerationis - è il sacramento della seconda rigenerazione: la nostra risurrezione”. Fin d’ora noi partecipiamo alla Risurrezione del Signore mediante lo Spirito Santo che agisce nel sacramento del Corpo di Cristo. La Trasfigurazione ci offre un anticipo della venuta gloriosa di Cristo “il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21). Ma ci ricorda anche che “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio” (At 14,22).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La sua veste era candida come la neve. In questa visione notturna, il Vegliardo, cioè l’Eterno, Dio,  presenta al nuovo mondo e ai fedeli il Figlio dell’uomo capo, modello, rappresentante della nuova umanità. Servito da tutti i popoli, gli vengono dati potere, gloria e regno. Con tale investitura, il Figlio dell’uomo, superando la condizione umana, appartiene alla sfera stessa di Dio. Perciò Gesù, chiamandosi Figlio dell’uomo, evocherà questa dignità divina facendo scattare nei suoi confronti l’accusa di bestemmia durante il processo giudaico.
 
2Pt 1,16-19: Pur nella freschezza dei primi anni del cristianesimo, già sedicenti maestri intorbidavano chiese e coscienze con le loro gratuite speculazioni gravide di errori dottrinali. Pietro, nel rispondere a questi falsi maestri, impastati di menzogne, ricorda ai più sprovveduti che gli apostoli trasmettono invece fatti di cui sono stati testimoni oculari e che Dio stesso ha attestato.
 
Acclamazione al Vangelo
 
Vangelo
Il suo volto brillò come il sole.
 
In tutte le antiche religioni il monte è il luogo privilegiato dove Dio si manifesta agli uomini. Per esempio, il monte Sinai o la montagna delle «Beatitudini». Prima della Passione, Gesù, su «un alto monte», si manifesta ai suoi discepoli in tutto il suo fulgore divino. Gesù è il Verbo incarnato - «a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15) -; ma, allo stesso tempo, è il Signore che si manifesta ai discepoli. È una realtà unica con due forme di esistenza: l’umana e la divina: «Gesù Cristo ha due nature, la divina e l’umana, non confuse, ma unite nell’unica Persona del Figlio di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica 482). Il Vangelo ha anche l’intenzione di mostrare Gesù come l’erede di tutto l’Antico Testamento e come colui che lo porta a compimento.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,1-9
 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
 
Parola del Signore.
 
Fu trasfigurato ... - La mitologia greca con il termine trasfigurazione indica il mutare forma o aspetto degli dèi. Nei Vangeli il termine non ha nessuna relazione con il suo uso mitologico, perché «questa scena di gloria, per quanto passeggera, manifesta ciò che è realmente e ciò che sarà presto in modo definitivo colui che deve conoscere per un certo periodo l’abbassamento del servo sofferente» (Bibbia di Gerusalemme).
Il racconto della Trasfigurazione è presente soltanto nei Vangeli sinottici (Mt 17,1-8; Mc 9,2-8; Lc 9,28-36). Anche se il racconto è sostanzialmente identico, gli evangelisti si diversificano nella lettura dell’avvenimento: «Mentre Matteo fa della Trasfigurazione una proclamazione di Gesù nuovo Mosè (Cf. Mt 17,1) e Luca vi insiste sulla preparazione alla passione vicina (Cf. Lc 9,28), Marco vi vede soprattutto una epifania gloriosa del Messia nascosto, in conformità al tema dominante del suo vangelo» (Bibbia di Gerusalemme). Soltanto Luca precisa che Gesù salì sul monte «per pregare» e che stava pregando quando avvenne la Trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29).
Gesù sale «su un alto monte» accompagnato da Pietro, Giacomo e Giovanni: i tre Apostoli che lo accompagneranno nel campo del Getsemani.
Sembra così che Gesù intenzionalmente abbia voluto rivelare la sua gloria a coloro che avrebbero assistito più direttamente al suo annichilimento. La Trasfigurazione quindi, al dire di san Leone Magno, «mirava soprattutto a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l’umiliazione della Passione volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta di Cristo».
L’«alto monte» potrebbe essere il Tabor, ma non è escluso che tale monte sia l’Hermon dal quale nasce il fiume Giordano. Altri optano per il monte dove Gesù fu trasportato da Satana nell’episodio delle tentazioni (Cf. Mt 4,8). Ma al di là di queste congetture, il significato della annotazione è teologico più che geografico, ricordando forse la rivelazione a Mosè sul monte Sinai (Cf. Es 24,12-18) e ad Elia nello stesso luogo (Cf. 1Re 19,8-18).
Al fianco di Gesù appaiono Mosè ed Elia, i rappresentanti rispettivamente della Legge e dei Profeti.
Matteo, a differenza di Luca, mette prima Mosè per ricordare che Gesù, il nuovo Mosè, è venuto a promulgare la legge della Nuova Alleanza.
Pietro disse... Signore... Se vuoi, farò qui tre capanne... È un esplicito riferimento alla festa delle capanne (Cf. Gv 7,2). Con la celebrazione di questa festa il popolo eletto voleva ricordare il soggiorno nel deserto dei suoi avi durante il viaggio dall’Egitto verso la terra promessa (Cf. Lev 23,39-42).
... una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Nel libro dell’Esodo (13,21) la nube e l’ombra stanno ad indicare la presenza e la protezione di Dio verso il popolo: «la shekina, la nube misteriosa nella quale si incontra e si ode Dio» (Benedict T. Viviano).
... furono presi da grande timore. Lo smarrimento degli Apostoli proviene da ciò che vedono, ma ancor più da ciò che odono. È chiara l’intenzione di affermare che Gesù è la Parola di Dio - Ascoltatelo (Cf. Dt 18,15) -, che riunisce in sé la Legge e i Profeti e li porta a compimento. La voce del Padre, come avvenne per il Battesimo, conferma la filiazione divina di Gesù.
La teofania fa precipitare i discepoli con la faccia a terra, ma il Maestro li invita ad alzarsi senza timore; quando alzarono gli occhi, videro che Gesù era rimasto solo, questo perché basta lui come dottore della legge perfetta e definitiva.
L’ordine di Gesù - Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti - fa bene intendere che il senso della sua vita e della sua missione si comprendono soltanto nella luce della risurrezione.
Sul monte si manifesta la «gloria» del figlio incarnato. Questa gloria appartiene di diritto al Verbo (Gv 1,lss), ma Egli vi rinuncia volontariamente per rendersi in tutto simile ai fratelli (Eb 2,17): la «teologia della Trasfigurazione è tutt’uno con la teologia di Fil 2,6-11, in cui Paolo scruta il significato dell’annullamento di se stesso operato da Gesù, il significato del fatto che Dio abbia assunto su di sé la condizione umana» (John McKenzie). Nella seconda lettera di Pietro (Cf. 2Pt 1,16-18) si fa esplicito riferimento alla Trasfigurazione, ma con intenzioni che superano il significato del semplice ricordo; infatti, è inteso «a scalzare le obiezioni mosse contro la parusia, mostrando, sulla testimonianza dei testi oculari apostolici, che Gesù possiede già le qualità essenziali che saranno manifestate alla sua parusia: maestà, onore e gloria dal Padre, figliolanza messianica e divina» (T. W. Leaby).
 
DANIEL J. HARRINGTON (Il Vangelo di Matteo): La fonte di Matteo per la trasfigurazione e la conversazione su Elia (17,1-13) è Mc 9,2-13. Le modifiche che vi apporta sono di poco conto. Le principali sono: Pietro si rivolge a Gesù con il titolo di «Signore» invece di «Rabbi» (17,4), la lunga descrizione della reazione dei discepoli (17,6-7), la caratterizzazione dell’esperienza vissuta come «visione» (17,9), l’omissione dei suggerimenti di Marco circa l’adempimento delle Scritture (17,11.12) e l’identificazione di Elia con Giovanni Battista (17,13).
Con il suo lavoro di revisione (in particolare 17,6-7) Matteo ha conferito all’episodio della trasfigurazione una struttura più nitida. Dopo la scena introduttiva (quando?, chi?, dove?,), Matteo presenta un episodio visivo (17,2-3) e la reazione di Pietro (17,4) e poi un episodio auditivo (17,5) e la reazione dei discepoli (17,6-7) e una conclusione spicciola (17,8). Il collegamento con la conversazione su Elia (già presente in Marco) lega l’anticipazione della glorificazione di Gesù nella trasfigurazione alla passione e alla venuta del regno di Dio (associata ad Elia)
L’esatto genere letterario della storia della trasfigurazione è difficile da definire. I tentativi di interpretarla come un’apparizione dopo la risurrezione non stanno in piedi. Matteo in 17,9 la chiama una «visione» (horama). Il contenuto (anticipazione della glorificazione escatologica di Gesù) ed alcune caratteristiche letterarie (specialmente la reazione dei discepoli in 17,6-7) fanno pensare che si tratti di una visione apocalittica.
Il racconto della trasfigurazione (17,1-8) è una combinazione di caratteristiche della teofania sul Sinai (Esodo 24) e delle visioni apocalittiche del libro di Daniele. Le caratteristiche riconducibili al Sinai comprendono l’alto monte, il tempo «sei giorni dopo», il volto splendente di Gesù (vedi Es 34,29), la figura di Mosè e la nube luminosa. E vi potrebbe essere pure un collegamento con Mosè e i suoi tre compagni (Aronne, Nadab e Abiu).
I tratti apocalittici si riconoscono innanzitutto nel contenuto: l’anticipazione della futura gloria di Gesù. In una visione apocalittica il veggente (Daniele, Enoch, ecc.) ha una visione di ciò che sta accadendo in cielo o di ciò che accadrà in futuro. Così, mentre sono avviati verso Gerusalemme, i discepoli di Gesù hanno una visione di ciò che egli veramente è e di ciò che sarà nel regno di Dio. Matteo s’è dato un gran da fare per sottolineare questo aspetto della trasfigurazione assimilando la reazione dei discepoli in 17,6-7 a quelle di Daniele in Dn 8,17-18; 10,7-9 e definendo l’evento una «visione» (17,9).
Il personaggio di Elia unisce tra loro i due episodi.
Correggendo l’ordine in modo da avere «Mosè ed Elia» al posto di «Elia con Mosè» di Marco, Matteo ha fatto dei due personaggi i rappresentanti della Legge (Mosè) e dei Profeti (Elia). Queste due figure bibliche hanno anche una valenza apocalittica, poiché la loro morte era avvolta nel mistero e si speculava riguardo al loro ruolo in futuro. Così essi erano gli interlocutori ideali per Gesù in una visione apocalittica che era un’anteprima della sua futura gloria.
Le speculazioni circa il ruolo di Elia nel regno di Dio che deve venire sono espresse in Ml 4,5 (= 3,23 nella Bibbia ebraica): «Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore». Matteo è d’accordo con altri primi cristiani che questa profezia si è adempiuta nella persona di Giovanni il Battista il cui vestito e modo di vivere erano quelli di Elia (vedi Mt 3,4).
Nella diatriba con i Giudei non cristiani la trasfigurazione stabilisce il legame tra Gesù da una parte e Mosè ed Elia dall’altra. Nel contesto matteano l’episodio fa parte del progetto di Matteo di dimostrare che Gesù è venuto a dar compimento alla Legge e ai Profeti (vedi Mt 5,17). Tra questi tre personaggi esiste una perfetta armonia.
 
Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche - Il lavandaio divino: “I lavandai della terra sono probabilmente i sapienti di questo secolo (1Cor 3,19), quelli che si prendono cura di un’espressione letterale e la ritengono così brillante e pura, da credere che la loro arte da lavandai, per così dire, possa rendere belli anche i pensieri indecenti e le dottrine false. Chi invece mostra a quelli ascesi in alto le sue vesti splendenti c più luminose di quanto potrebbe fare la loro arte di lavandai, è il Logos: è lui che nelle espressioni delle Scritture, che molti disprezzano, mostra lo splendore dei pensieri, giacché è la veste di Gesù che, stando a Luca, diventa bianca e sfolgorante [cfr. Lc 9,29]” (Origene, Commento al Vangelo di Matteo, 12,39).
 
Testimoni di Cristo - Santi Giusto e Pastore - Sono i piccoli le prime vere vittime delle ideologie: Sono i primi a cogliere la forza della verità ma sono anche i primi a subire le conseguenze della violenza del mondo: il coraggio dei bambini, però, resta per gli adulti sempre una scuola di vita, uno specchio della purezza che dovrebbe animare ogni relazione. La storia dei santi Giusto e Pastore, della quale mancano di fatto riferimenti storici biografici certi, anche se la devozione è documentata, ci parla di due bambini cristiani, figli di una famiglia cristiana, che viveva a Complutum, oggi Alcalà de Henares (Madrid). Allo scoppio della persecuzione scatenata da Diocleziano, all’inizio del IV secolo, i due piccoli erano venuti a sapere, mentre erano impegnati nello studio, che era arrivato il governatore Daciano e che stava cercando i cristiani per arrestarli e condannarli a morte. Giusto e Pastore, senza esitazione, abbandonarono i libri e andarono dalle autorità, dichiarandosi cristiani. Il gesto, ovviamente, costò loro il martirio, nonostante la giovane età. L’esecuzione, avvenuta senza un processo, avvenne fuori dalla città, dove furono anche sepolti i loro corpi. La loro morte ci ricorda proprio che sono sempre gli innocenti le vittime delle ideologie e delle guerre dei “grandi”. Nel 391 il vescovo Asturio trovò i luoghi di sepoltura di alcuni martiri a Complutum, un dato che fornisce una base storica al martirio dei Giusto e Pastore. (Matteo Liut)
 
O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione
del tuo Figlio unigenito
hai confermato i misteri della fede
con la testimonianza di Mosè ed Elia, nostri padri,
e hai mirabilmente preannunciato
la nostra definitiva adozione a tuoi figli,
fa’ che, ascoltando la parola del tuo amato Figlio,
diventiamo coeredi della sua gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 
 5 Agosto 2026
 
Mercoledì XVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 31,1-7; Salmo Responsoriale Ger 31,10-13; Mt 15,21-28
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - LA FEDE È UNA GRAZIA 153 Quando san Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mi 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa. «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”».
LA FEDE È UN ATTO UMANO 154 È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità «prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela» ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.
155 Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: «Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Dea motae per gratiam - Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La schiavitù del popolo è terminata e si prepara un nuovo esodo, sotto la guida di Dio. Israele si avvia a una dimora di pace, come si faceva per le processioni del re, Dio prepara una strada nel deserto eliminando tutti gli ostacoli per consentire il passaggio del popolo. In questi versetti, Geremia, nel declamare l’amore eterno di Dio, annunzia che Gerusalemme sarà riedificata, e tra le sue mura risuonerà la musica dei tamburelli e il popolo danzerà pervaso di gioia. La gioia sarà grande perché il Signore ha salvato il suo popolo e lo ha liberato dai suoi potenti nemici.
 
Vangelo
Donna, grande è la tua fede!
 
La buona notizia ha valicato i confini di Israele, e raggiunge  la “zona di Tiro e Sidone”. Ma a leggere bene il brano evangelico si dovrebbe dire che le indicazioni suggerite da Matteo più che geografiche sono teologiche.
Un “espediente” per suggerire l’apertura ai pagani (At 15). L’umiltà della donna cananea, e la sua umile preghiera, infatti è paradigmatico della fede che salva: non conta più l’appartenenza ad un popolo, ciò che conta è la fede, accogliere il Verbo di Dio, mettersi alla sua sequela. La Chiesa quando inizierà a muovere i primi passi dopo l’ascensione di Gesù con fatica si libererà dai ceppi della legge mosaica, occorrerà un concilio per dirimere la questione: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi [...]. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!” (At 15,24.28-29). Quindi il brano evangelico è bene rivolto a tutti quei cristiani che credono di innalzare muri, ghetti, credersi padroni della fede, o di vantare illustri antenati: «… non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3,9). Tutto è grazia e la salvezza, dono di Dio, è per tutti gli uomini, nessuno escluso.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28
 
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 
Parola del Signore.
 
Donna, grande è la tua fede - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): Nelle risposte e nel comportamento con la cananea Gesù si attiene al principio della più pura ortodossia giudaica: la salvezza è per i giudei o almeno (poiché in realtà la concezione dei grandi profeti è più universalistica) prima di tutto per loro. Lo stesso domma si trova in Gv. 4,22 e in Paolo (Rom. 1, 16; 2, 9). Sempre per ottemperare a questa tesi l’evangelista porta la donna [cananea] al di fuori del suo territorio (15,22), nonostante avesse poco prima affermato che Gesù si trovava già «nella regione di Tiro e Sidone» (15, 21). Non si tratta di una contraddizione ma di una esigenza teologica: la grazia che alla fine Gesù concede non esce dai confini sacri della terra promessa, teatro delle azioni salvifiche. La variante geografica serve a salvaguardare l’ortodossia del Cristo. Nonostante questa tesi, Matteo guarda benevolmente alla donna straniera e racconta con compiacimento il miracolo strappato da lei.
Il maestro (e più ancora l’evangelista) ha voluto mettere a dura prova la fede e l’amore di questa infelice; ma nel suo dolore essa non bada a umiliazioni e a sacrifici pur di veder salva la figlia. Dapprima, Gesù l’ignora completamente, non degnandola neppure di una risposta; poi tenta di allontanarla con una ripulsa intollerabile: «Non è bene gettare il pane dei figli ai cani»; ma la donna, nella sua desolazione, non bada al lato offensivo delle parole e cerca di volgerle egualmente a suo vantaggio. Con questo atto eroico piega l’apparente durezza del salvatore e ottiene il miracolo. Egli non aveva ancora trovato tanta fede e tanta umiltà neppure in Israele e tra gli stessi apostoli.
Anche gli antichi profeti, Elia ed Eliseo, avevano operato prodigi tra i pagani della Siria (1Re 17,7-24; 2Re 8,7); l’attuale miracolo era su quella linea ma annunciava un capovolgimento ancora più grave. Come nella disputa precedente Gesù aveva tentato di abolire il ritualismo e quindi il segregazionismo giudaico, ora elimina le barriere ancor più profonde esistenti tra i goim (i cani) e i discendenti di Abramo; tutti sono figli di un medesimo Padre (5,43-48) e per questo hanno diritto a un medesimo trattamento. Il salvatore d’Israele è anche il messia dei gentili. L’evangelista sottolinea la portata teologica del miracolo ma insieme anche la parte e la cooperazione degli apostoli. I discepoli, che Marco neanche ricorda, si sono costituiti avvocati e intermediari della donna pagana. Mentre sembra che Gesù non voglia ascoltarla essi oltrepassano il comportamento di un comune israelita e preannunciano con l’intervento la portata universalistica dell’attività ecclesiale. Compiono un ministero che supera già le strette frontiere israelitiche, precedendo il comando finale di Gesù: «Andate e battezzate tutte le genti» (Mt. 28, 19).
 
Per approfondire
 
Massimo Toschi: L’incontro di Gesù con la siro-fenicia tocca la delicatissima questione della fede. Questa donna non ha pretese nei confronti di Gesù, essa porta solamente il dolore per la figlioletta, posseduta da uno spirito immondo. Non chiede nulla, si accontenta solamente delle briciole, che sono fatte cadere dalla tavola per i cagnolini. Ma proprio in questo sta la grandezza della sua fede, che Gesù stesso le riconosce. La fede non è solamente affidarsi al Signore, ma anche abbandonarsi a Lui, perché basta pochissimo per essere saziati. Questa donna pagana cerca Gesù, attratta dal suo amore per Lui: un amore non costruito su astratte dottrine, ma sul patire della figlia. Questa è davvero la fede dei poveri, non maturata sui libri di teologia, ma su una vita quotidiana fatta di privazioni e di umiliazioni e proprio loro che avrebbero il diritto di pretendere, sono capaci di saziarsi solamente di briciole. È questa la fede con cui dovremmo accogliere l’eucarestia. Essa non è un possesso della chiesa, ma sta in questa straordinaria logica delle briciole, altrimenti è un rito religioso sostanzialmente vuoto. Dunque una fede senza pretese, che si sazia del pochissimo che Dio ogni giorno concede, che in realtà è tantissimo. Invece troppe volte apriamo una trattativa con Dio, rivendichiamo diritti e privilegi, viviamo la fede come esibizione di potenza. Davvero tutto il contrario di quello che il Vangelo esige dai credenti.

Ed ecco una donna cananea - Gertrud Herrgott: Cananei. Secondo Gen 9,25ss i discendenti di Canaan, maledetto da Noè.
1. L’Antico Testamento designa come cananei, il più delle volte, l’intera popolazione preisraelitica di Canaan, etnologicamente di natura diversa, molto spesso antica. Gli israeliti recepirono dai cananei per esempio la lingua e la scrittura, e l’arte della costruzione delle mura.
Forte fu l’influenza dei cananei in campo religioso: Israele mutuò nel suo culto di JHWH le alture, le mazzebot, i pali e alberi sacri (Ashera), molte usanze cultuali e feste. Quando però partecipò anche al culto cananeo della fertilità di Baal, entrarono in scena i profeti, che propugnavano la venerazione del solo JHWH.
Al loro seguito, anche la riforma del culto promossa dal re Giosia cercò di estìrpare da Israele il culto di Baal e la venerazione dei luoghi e dei segni originariamente pagani. D’altra parte, però, la fede dei cananei nel grande dio El e nel dio del tempo e della fertilità Baal arricchì l’immagine di JHWH di tratti essenziali: Osea per esempio, vede JHWH come dispensatore dei doni della terra coltivata e delinea il rapporto di JHWH con Israele come patto matrimoniale (Os 2).
2. Poiché anche nel periodo israelitico, il commercio rimase appannaggio dei cananei, cananeo nell’Antico Testamento è talvolta la denominazione usata per i mercanti.
 
Beda il Venerabile, Hom. 1,19Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri” [Mt 15,28]. Sì, aveva davvero una grande fede, lei che, pur non conoscendo gli antichi miracoli, precetti o promesse dei profeti, né quelli recenti dello stesso Signore, al di là del fatto che tante volte viene da lui trattata con indifferenza, persevera nelle preghiere; e non cessa di sollecitare con suppliche colui che, propagandosi la fama, aveva saputo essere un così grande Salvatore. Ed è per questo che la sua richiesta ottiene grande effetto, dal momento che, alle parole del Signore “ti sia fatto come desideri”, da allora sua figlia è risanata... Se qualcuno di noi ha la coscienza macchiata dall’avarizia, dall’impeto [delle passioni], dalla vanagloria, dallo sdegno, dall’ira o dall’invidia, e da tutti gli altri vizi, è come avesse una figlia maltrattata dal demonio, per la cui guarigione può ricorrere supplice al Signore... Sottomesso con la dovuta umiltà, nessuno si giudichi degno della comunanza con le pecore d’Israele, cioè con le anime monde, ma piuttosto che deve subire un confronto, e si ritenga indegno dei doni celesti. E tuttavia, non cessi, per la disperazione, di adoperarsi con preghiera insistente, ma con animo certo confidi nella bontà del sommo donatore: poiché colui che di un ladro poté fare un testimone, di un persecutore un apostolo, di un pubblicano un evangelista, di pietre figli di Abramo, proprio lui può trasformare anche un essere vergognoso come un cane in una pecora del gregge d’Israele.
 
Testimoni di Cristo - Madonna della Neve. Il sogno di Dio per l’umanità è inaspettato e controcorrente: Il Vangelo è il sogno di Dio per l’umanità, è il desiderio di un padre che ama il mondo senza riserve e che si offre a ogni singolo essere umano come neve che scioglie l’arsura dell’esistenza. E la fede è come una nevicata nel cuore dell’estate a Roma: sorprendente, controcorrente, spesso dai frutti inaspettati. Ecco perché celebrando oggi la dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, che nella devozione popolare prende il semplice nome di Madonna della Neve, ci viene ricordato che quando l’umanità incontra Dio tutto cambia e tutto può succedere. La Basilica venne edificata da papa Liberio nel IV secolo – e per questo è chiamata anche Liberiana – in seguito a un segno prodigioso: sul monte Esquilino nevicò e il Pontefice fece edificare una chiesa proprio tracciando il perimetro dell’area sulla quale era caduta la neve. La tradizione colloca il miracolo al 5 agosto dell’anno 352 e lo collega a una visione avuta sia da Liberio che da un patrizio romano, Giovanni, che poi finanziò la costruzione: Maria apparve loro chiedendo di costruire l’edificio nel punto che avrebbero trovato ricoperto dal manto bianco. Di fatto si tratta del santuario mariano più antico d’Occidente, custode anche del titolo di «Madre di Dio», solennemente attribuito a Maria nel Concilio di Efeso del 431: una donna che genera al mondo il figlio di Dio, e quindi Dio stesso, è proprio come un manto di neve che ricopre la terra ad agosto.  
 
Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 4 Agosto 2026
 
San Giovanni Maria Vianney, Presbitero
 
Ger 30,1-2.12-15.18-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 101 (102); Mt 15,1-2.10-14
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 5 Agosto 2009): I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi irripetibili, c’è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu “innamorato” di Cristo, e il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote, l’Eucaristia “non è semplicemente un evento con due protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi” (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80).
Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la sua personalità umana e sacerdotale di altissima attualità. Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una sorta di “dittatura del razionalismo” volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa. Poi - da sacerdote – si contraddistinse per una singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Israele è in catene, bandito in terra straniera, esiliato in Babilonia dopo la disfatta militare, il popolo d’Israele geme, piange il suo peccato e spera. E a questa speranza il profeta Geremia dà speranza: il Signore Dio cambierà la sorte delle tende di Giacobbe e avrà compassione delle sue dimore. Gerusalemme sarà ricostruita e vi risuoneranno inni di lode, voci di gente in festa. L’amore di Dio è più forte del peccato e muterà la triste sorte di Israele: Dio li farà crescere e non diminuiranno, li onererà e non saranno mai più disprezzati.
 
Vangelo
Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata.
 
Le parole di Gesù , Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo, sono di facile comprensione: ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, è dal cuore che provengono i desideri malvagi. Nel linguaggio biblico il cuore è il luogo delle decisioni, è la coscienza, è la mente, e allora, è il cuore che va tenuto in ordine. I farisei non sono più la pianta di Dio, sono ciechi e guide di ciechi, è giunto il tempo di rompere con il giudaismo, il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi (Lc 5,38).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,1-2.10-14
 
In quel tempo alcuni farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani!».
Riunita la folla, Gesù disse loro: «Ascoltate e comprendete bene! Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo!».
Allora i discepoli si avvicinarono per dirgli: «Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?».
Ed egli rispose: «Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!».
 
Parola del Signore.
 
Per comprendere il vangelo di oggi bisogna leggerlo interamente, e cioè Mt 15,1-14.
Il tema della discussione è quello del «lavarsi le mani» che non era un norma igienica, ma una prescrizione rituale della purificazione secondo la «tradizione degli antichi».
I farisei, tutori della legge, consideravano Gesù e i suoi discepoli, a motivo del loro atteggiamento insubordinato, sovvertitori della legge e questo per la nazione intera poteva avere conseguenze inimmaginabili (Gv 11,48). La loro disubbidienza, poi, era sotto gli occhi di tutti; quindi, era urgente fermarli prima che fosse troppo tardi. Così si capisce perché la «casa madre», Gerusalemme, si premura di inviare a Genèsaret alcuni esperti della legge.
Sotto il rimprovero capzioso rivolto a Gesù, si può cogliere quella mentalità dura a morire la quale nasceva dalla considerazione che la legge, e sopra tutto la sua osservanza, bastava a giustificare il Giudeo: chi non osservava la legge era gente dannata (Gv 7,49), tagliata fuori dal progetto salvifico. Gesù, agli occhi dei Farisei, non soltanto sovvertiva la tradizione degli antichi, ma fuorviava il popolo introducendolo in sentieri che lo avrebbe portato molto lontano dalla salvezza. Accuse quindi molto pesanti che andavano al di là della banalità di lavarsi le mani prima di prendere cibo.
Nel testo mancante nel vangelo di oggi, Gesù, prima di rivolgersi alla folla, rispondendo ai farisei e agli scribi, si rifà agli insegnamenti dei Profeti in eterno conflitto con il potere deviante dei governanti e con il posticcio culto che la nazione rendeva a Dio (cfr, Mt 15,3-9). I re, sovente idolatri, sguazzavano nella melma della sensualità (Sir 47,19) e non si facevano scrupolo di ammazzare pur di possedere la donna oggetto delle loro brame (2Sam 11,1-27).
Il popolo da par suo era abilissimo nell’emulare le sue guide: da una parte l’incenso e dall’altra una vita scellerata (Is 1,11-13); da una parte le preghiere nel tempio e dall’altra parte le mani lorde di sangue fraterno (Is 1,15); da una parte l’osservanza del Sabato e dall’altra la bramosia che tutto passasse in fretta perché si potesse riprendere a vendere rubando e truffando sul peso (Amos 8,5-6).
La risposta di Gesù è molto aspra, la sua è infatti una controaccusa: i toni sono forti perché Egli sta rimproverando gente molto abile nell’eludere i comandamenti di Dio contrapponendovi la tradizione umana (Mc 7,9) e molto brava da apparire «giusti all’esterno davanti agli uomini» (Mt 23,28).
Per cui Gesù senza mezzi termini li taccia di ipocrisia:  “Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia” (Mt 15,7). Il termine hipokrites descrive gli attori con il volto nascosto da una maschera.
Riunita la folla… Gesù chiama la folla e qui il discorso ha la forma di didascalia, cioè di insegnamento; un insegnamento rivolto a tutti, discepoli e no, e che da tutti doveva essere ritenuto. Gesù non è un rivoluzionario: la legge va osservata anche nei più piccoli particolari perché lui non è venuto per abolirla, ma per renderla perfetta (Mt 5,17-19).
È un invito a guardarsi dentro: la creazione di per sé è buona e c’è un solo tipo di impurità che allontana l’uomo da Dio ed è quella che scaturisce dal suo cuore, cioè dai pensieri e dalle intenzioni. È l’uomo, se non ha un cuore puro, a rendere impure anche le cose buone. E poi, ora, nella pienezza del tempo, non è la legge e la sua osservanza a giustificare l’uomo, ma la fede in Cristo (Rom 5,1s).
 
Per approfondire
 
Pierre Grelot Tradizione in Dizionario di Teologia Biblica): Nuovo Testamento - La tradizione alle origini cristiane - 1. Gesù e la «tradizione degli antichi». - Fin dall’inizio Gesù accentua la propria indipendenza  nei confronti della tradizione giudaica del suo tempo. L’essenziale del legato tradizionale conservato nelle Scritture non è in causa: la legge ed i profeti non devono essere aboliti ma portati a compimento (Mt 5, 17). Per contro, la «tradizione degli antichi» non fruisce dello stesso privilegio: è cosa completamente umana, che minaccia persino di annullare la legge (Mc 7, 8- 13); Gesù quindi permette ai suoi discepoli di liberarsene e ne proclama egli stesso la caducità. Ma nello stesso tempo si comporta anch’egli come un maestro che insegna, non a modo degli scribi - ripetendo una tradizione ricevuta, ma da persona rivestita di autorità (cfr. Mc 1, 22. 27); ed i suoi discepoli ricevono la missione di ripetere i suoi insegnamenti (Mt 28, 19 s). Più ancora, egli innova sin nei suoi atti: perdona i peccati (Mt 9, 1-8), comunica agli uomini la grazia della salvezza, inaugura nuovi segni che comanda di ripetere dopo di lui (1 Cor 11, 23 ss). Con le sue parole e con i suoi atti egli sta così all’origine di una tradizione nuova, che si sostituisce a quella degli antichi come base di interpretazione delle scritture.
2. La tradizione apostolica. - Effettivamente si constata nella Chiesa l’esistenza di questa tradizione, definita con un vocabolario desunto dal giudaismo. Il fatto si nota soprattutto in Paolo, che per la sua formazione primitiva è esperto delle tecniche della pedagogia giudaica. Ai Tessalonicesi, egli ha «dato istruzioni» da parte del Signore Gesù (1 Tess 4, 2), ed essi hanno «ricevuto il suo insegnamento» (1 Tess 4, 1). Li scongiura di «custodire fedelmente le tradizioni (paradòseis) che hanno appreso da lui, oralmente o per lettera» (2 Tess 2, 15). Dice ai Filippesi: «Ciò che avete appreso, ricevuto, sentito da me, e constatato in me, ecco ciò che dovete praticare» (Fil 4, 9). Precisa ai Corinzi: «Vi ho trasmesso anzitutto ciò che io stesso avevo ricevuto» (1 Cor 15, 3), «Ho ricevuto dal Signore ciò che a mia volta vi ho trasmesso» (11, 23); nel primo caso si tratta di un sommario dottrinale relativo alla morte e alla risurrezione di Cristo; nel secondo, di un racconto liturgico della cena. L’oggetto della tradizione apostolica consiste quindi sia in atti che in parole. Tali fatti permettono di pensare che i materiali essenziali di questa tradizione, sia già prima di Paolo che poi nella cornice della sua predicazione, sono stati sottoposti ad una tecnica di trasmissione analoga a quella della tradizione giudaica. Ora questi materiali costituiscono la sostanza stessa della vita della Chiesa e la materia del vangelo, regola della fede e della condotta cristiana. Luca può quindi scrivere nella prefazione alla sua opera che «molti hanno posto mano a comporre un racconto degli avvenimenti [evangelici], quali sono stati trasmessi da coloro che furono fin dall’inizio testimoni e servi della parola» (Lc 1, 2). Le raccolte evangeliche non fanno quindi altro che consegnare per iscritto una tradizione già esistente. Parallelamente ad esse la vita della Chiesa conserva gli atti e gli usi trasmessi da Cristo e praticati dagli apostoli.
3. Dalla tradizione alla Scrittura. - La tradizione apostolica ha i suoi organi di trasmissione. In primo luogo gli apostoli, che l’hanno ricevuta da Cristo stesso; tra essi è Paolo, grazie alla rivelazione della via di Damasco (Gal 1, l. 16). Poi i maestri, che gli apostoli inviano ed ai quali commettono l’autorità nelle comunità cristiane (1 Tim 1, 3 ss; 4, 11; 2 Tim 4, 2; Tito 1, 9; 2, l; 3, 1. 8). Questa tradizione riveste forme varie in rapporto con la sua natura e con le diverse funzioni che svolge nelle comunità cristiane: dai racconti su Gesù alle professioni di fede (1 Cor 15, 1 ss), dai formulari liturgici (1 Cor 11, 23 ss; Mt 28, 19) alle preghiere comuni (Mt 6, 9-13) ed agli inni cristiani (Fil 2, 6-11; Ef 5, 14; 1 Tim 3, 16;Apoc 7, 12; ecc.), dalle regole di vita provenienti da Gesù agli schemi di omelie battesimali (1 Piet 1, 13...), e così via. Lo studio della tradizione apostolica esige quindi un’attenzione costante ai generi letterari attestati nel NT. Di fatto questo, nella sua diversità, ne è la redazione occasionale, effettuata in modo definitivo sotto il carisma della ispirazione. Come nel VT, la tradizione partita da Cristo e trasmessa dagli apostoli finisce così nella Scrittura.
 
Giuseppe Ghiberti (Peccato in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Uno dei più arcaici ricordi storici che caratterizzano Gesù è la sua predicazione di penitenza e la sua dichiarazione d’essere venuto per i peccatori: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15): «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17).
Dunque, non si capisce Gesù se non tenendo conto della realtà dalla quale egli vuole liberare gli uomini, il peccato: per questo egli richiede una conversione totale e si mette completamente a disposizione dei peccatori.
È nei confronti di questa realtà che gli evangelisti caratterizzano l’entrata di Gesù nel mondo e la sua morte.
Così Mt precisa il significato del nome di Gesù: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (1,21) e accentua la portata soteriologica della morte del Cristo: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (26,28).
Quando il versamento del sangue sarà compiuto, sarà ottenuto l’effetto del riconoscimento delle colpe, secondo quanto Lc 23 nota alla morte di Gesù: «Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto» (v. 48).
Fra questi due estremi tutta la vita di Gesù si mostra preoccupata del contatto con i peccatori e dell’elaborazione d’un insegnamento adatto a loro. Significativa in proposito l’accusa degli avversari che lo definiscono amico dei peccatori e dei pubblicani (Lc 7,34). Sempre Luca testimonia il perdono di Gesù accordato alla peccatrice pubblica (c. 7, soprattutto v. 47), introduce le tre parabole della misericordia annotando che tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinano a Cristo per ascoltarlo, suscitando lo scandalo dei benpensanti del tempo, i farisei e gli scribi (15,1-2). Al terzo evangelista poi dobbiamo il racconto dell’incontro tra Gesù e Zaccheo (19,1-10).
L’esemplificazione della molteplicità dei peccati si trova poi nelle cosiddette liste dei peccati, di cui i sinottici già offrono qualche esempio: cf. Mc 7,20-23: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo».
Si può quindi concludere che esistenza del peccato e vita di Gesù sono due termini prettamente correlativi e la realtà dell’uno getta luce sulla realtà dell’altro. 
 
Cromazio di Aquileia (In Matth., Tract., 53, 1s.): Dio, infatti, non richiede dall’uomo se mentre sta per mangiare si lava le mani, ma se ha il cuore puro e la coscienza monda dalle impurità dei peccati. In effetti, cosa giova lavare le mani ed avere la coscienza macchiata? Quindi i discepoli del Signore poiché erano puri di cuore e preferivano una coscienza monda ed immacolata, non davano importanza a lavarsi le mani, che con tutto il corpo, insieme, nel battesimo avevano lavato, mentre il Signore diceva a Pietro: “Chi una volta è lavato, non ha bisogno di lavarsi di nuovo, ma è tutto puro, come siete voi” (Gv 13,10). Invece, che quel lavacro dei Giudei fosse necessario al popolo, il Signore da tempo lo aveva mostrato per mezzo del profeta, dicendo: “Lavatevi, siate puri, togliete l’iniquità dai vostri cuori” (Is 1,16). Con questo lavacro, quindi, fu prescritto non che si lavassero le mani, ma che togliessero le iniquità dai loro cuori. Per questo, se gli scribi e i farisei, avessero voluto capire o accettare questa celeste purificazione non si lamenterebbero mai delle mani impure.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Maria Vianney, Presbitero: Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d’Ars, si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito. Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale. (Avvenire)  
 
Dio onnipotente e misericordioso,
che hai fatto di san Giovanni Maria [Vianney]
un pastore mirabile per lo zelo apostolico,
per la sua intercessione e il suo esempio
fa’ che con la nostra carità guadagniamo a Cristo i fratelli
e godiamo, insieme con loro, la gloria senza fine.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.