30 Marzo 2026
Lunedì della Settimana Santa
Is 42,1-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 12,1-11
Salve, nostro Re: tu solo hai compassione di noi peccatori. (Acclamazione al Vangelo)
Pierre Grelot: La regalità attuale del Signore. - Gesù Cristo risorto è entrato nel suo regno. Ma prima deve far comprendere ai suoi testimoni la natura di questo regno messianico, così diverso da quello che i Giudei si aspettano: non si tratta di restaurare la monarchia a vantaggio di Israele (Atti 1, 6); il suo regno si stabilirà mediante l’annunzio del suo vangelo (Atti 1, 8). Egli, tuttavia, è re, come proclama la predicazione cristiana, che gli applica le Scritture profetiche: il re di giustizia del Sal 45, 7 (Ebr 1, 8), il re-sacerdote del Sal 110, 4 (Ebr 7, 1). Lo era misteriosamente fin dall’inizio della sua vita terrena, come sottolineano gli evangelisti raccontando la sua infanzia (Lc 1, 33; Mt 2, 2). Ma la sua regalità, «che non è di questo mondo» (Gv 18, 36) e che non vi è rappresentata da nessuna monarchia umana cui Gesù abbia delegato i suoi poteri, non fa in alcun modo concorrenza a quella dei re terreni. I cristiani ne diventano sudditi quando Dio li «strappa al potere delle tenebre per trasferirli nel regno del Figlio suo, nel quale hanno la redenzione» (Col l, 13). ciò non impedisce loro di sottomettersi poi ai re di questo mondo e di onorarli (1 Piet 2, 13. 17), anche se questi re sono pagani: depositari dell’autorità, basta che essi non la oppongano all’autorità spirituale di Gesù. Il dramma sta nel fatto che talvolta si levano contro di essa, realizzando la profezia del Sal 2, 2. Ciò avvenne già al momento della passione (Atti 4, 25 ss). Ciò avviene nel corso della storia quando questi re terreni, fornicando con Babilonia (Apoc 17, 2) e lasciandola regnare su di sé (17, 18), per ciò stesso partecipano alla regalità satanica della bestia (17, 12): allora, inebriati del loro potere, diventano i persecutori della Chiesa e dei suoi figli, come la stessa Babilonia che si ubriaca del sangue dei martiri di Gesù (17, 6).
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): In questa settimana privilegiata la liturgia ci offre la possibilità di meditare sulla figura del Servo di Jahvè, la più adatta a prepararci alla contemplazione del Calvario. La sua immagine preannuncia quella di Cristo. Il Servo agirà con fermezza incrollabile, con un’energia che non si arresta fino a che non avrà realizzato il compito che gli è stato assegnato (vv. 3b-4). Eppure non avrà a sua disposizione quei mezzi umani che sembrano indispensabili all’attuazione di un piano così grandioso. Il suo comportamento sarà esattamente il contrario di quello seguito dai grandi della storia che innalzano la loro potenza sulle rovine delle città e sui cadaveri dei nemici. Egli si presenterà con la forza della convinzione, più lenta ad agire ma più sicura negli effetti (vv. 23. È lo spirito che Dio ha posto nel suo Servo a dargli la capacità di comportarsi con mitezza e con forza (v. 1) e ad assicurargli è successo. È la potenza di Dio creatore (v. 5) presente in modo eminente nel suo eletto come lo sarà anche nei tempi futuri in tutti gli aderenti alla nuova alleanza (cf Ger 31,31-34; Ez 36,25-27).
Vangelo
Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura.
La generosità verso il Signore - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La scena dell’unzione di Betania mette in risalto un importante elemento di fede, molto attuale per ogni discepolo di Cristo: la generosità verso il Signore.
L’uomo è spinto dal suo egoismo al calcolo interessato; la munificenza è una virtù assai rara. Maria con il gesto delicato descritto in Gv 12,3 mostra concretamente come ci si deve comportare con il Figlio di Dio. A lui si deve donare il meglio delle nostre cose e soprattutto della nostra persona, delle nostre energie, dell’intelligenza e del cuore.
Con il Signore si sbaglia, quando si calcola egoisticamente. Il rapporto del vero discepolo con Gesù deve essere ispirato a generosità. Questa virtù è necessaria soprattutto in occasione delle scelte che legano per tutta l’esistenza. Hanno bisogno di generosità in modo speciale coloro che sono chiamati a uno stato di vita, nel quale è richiesta la rinuncia a beni naturali molto apprezzabili. La risposta positiva alla vocazione religiosa e sacerdotale esige il dono totale della propria persona al Signore e al vangelo.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 12,1-11
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Parola del Signore.
Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Introduzione (vv. 1-2). L’introduzione serve da collegamento con quel che precede: sono nominati gli stessi personaggi, lo stesso luogo (Betania) e un tempo molto vicino (11,55 parla della prossimità della Pasqua e 12,1 precisa «sei giorni prima della Pasqua»). Gesù rimane il centro del racconto: il pranzo è servito in suo onore (Marta è descritta nel suo ruolo tradizionale secondo Lc 10,38-42).
Così pure Lazzaro, identificato come colui «che Gesù aveva risuscitato». Giovanni ricorda volentieri i tratti che permettono ai lettori di inquadrare meglio i suoi personaggi.
Il gesto dell’unzione (vv. 3-4). Una libbra corrisponde pressappoco a un terzo di chilogrammo. E un dono inestimabile che manifesta un grande rispetto e un’alta considerazione per Gesù. Si può vedere una nota cristologica nella diffusione del profumo in tutta la casa. Il riconoscimento da parte di Maria della grandezza di Gesù è comunicato a tutti, compresa la comunità cristiana e tutti i lettori che attraverso il racconto gustano a distanza il profumo del Signore. L’unzione dei piedi (e non del capo come in Marco) prepara l’interpretazione funeraria, perché secondo la tradizione giudaica l’unzione dei piedi veniva fatta non per un vivo, ma per un morto.
Interpretazioni (vv. 4-8). La riflessione di Gesù sul senso del gesto della donna mette in rilievo il mistero del suo essere. Davanti alla morte che si avvicina (la sentenza è stata menzionata in Gv 11,53), egli accoglie questo gesto come una prova d’amore. Ma contrapponendo i poveri (che esisteranno sempre) e la propria persona, non solo sottolinea la prevalenza di ogni uomo su ogni valore commerciale, ma lascia trasparire qualcosa della sua dignità eccezionale che autorizza questo eccesso nella spesa: «Me invece non avete sempre».
Sono qui contrapposti due sguardi su Gesù: quello della donna e quello di Giuda. Il primo pone Gesù al di sopra di tutto e indica, poco prima della sua morte, un amore illimitato. Il secondo pone il valore commerciale al di sopra della persona del Cristo. In Matteo sono i discepoli che s’indignano, in Marco soltanto alcuni. Secondo Giovanni, protesta soltanto Giuda, colui «che stava per tradirlo». Con un commento che manca nei sinottici, l’evangelista sottolinea l’attaccamento di Giuda al denaro.
Si noti che Matteo e Marco situano il tradimento di Giuda proprio dopo questa scena (Mt 26,14; Mc 14,10-11) e parlano del denaro del tradimento. Maria simboleggia qui il vero discepolo che riconosce che Gesù vale più di tutto l’oro del mondo. Giuda piange non per Gesù che sta per morire, ma il denaro speso.
Questo racconto non deve essere interpretato come la predominanza del culto sui poveri, come quando si dice: «Nulla è troppo bello per Dio». Il gesto di Maria è rivolto esclusivamente a Gesù e ha un senso soltanto perché
riguarda il Cristo nella sua dignità unica. I vv. 9-11 fanno da transizione e indicano l’opposizione tra i capi che vogliono far morire anche Lazzaro e quei giudei che credono in Gesù. È possibile che Giovanni, raccontando la divisione provocata dal Cristo, evochi anche la situazione della sua Chiesa, allorché molti giudei «erano andati» dalla sinagoga verso la Chiesa perché credevano in Gesù.
Lazzaro associato a Gesù (vv. 9-11). Il cammino di Lazzaro finisce qui. I sacerdoti-capi decidono di farlo sparire. La minaccia è reale e non sapremo nulla del seguito; il narratore non si lascia distogliere dal personaggio centrale del suo racconto: Gesù. Il segno di Lazzaro ha portato i suoi frutti. Gli uni hanno creduto; altri si sono ostinati nella loro incredulità.
Per approfondire
Il servo di Javhé: Catechismo della Chiesa Cattolica 713: I tratti del Messia sono rivelati soprattutto nei canti del Servo. Questi canti annunziano il significato della passione di Gesù, e indicano così in quale modo egli avrebbe effuso lo Spirito Santo per vivificare la moltitudine: non dall’esterno, ma assumendo la nostra «condizione di servi» (Fil 2,7). Prendendo su di sé la nostra morte, può comunicarci il suo Spirito di vita.
Decisero di uccidere anche Làzzaro: Catechismo della Chiesa Cattolica 597: Tenendo conto della complessità storica del processo di Gesù espressa nei racconti evangelici, e quale possa essere il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all’insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata e i rimproveri collettivi contenuti negli appelli alla conversione dopo la Pentecoste. Gesù stesso perdonando sulla croce e Pietro sul suo esempio, hanno riconosciuto l’“ignoranza” (At 3,17) degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi. Ancor meno si può, a partire dal grido del popolo: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25) che è una formula di ratificazione, estendere la responsabilità agli altri Ebrei nel tempo e nello spazio: Molto bene la Chiesa ha dichiarato nel Concilio Vaticano II: “Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo... Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura”.
Xavier Léon-Dufour: La morte salutare di Gesù. - Di fronte allo scandalo della morte ignominiosa di Gesù, la fede pasquale ricerca nelle sacre Scritture il senso che essa può avere. Gesù, durante la vita terrena, aveva, sia pur velatamente, interpretato il proprio destino basandosi sulla profezia del servo sofferente ed esaltato. La Chiesa primitiva attribuisce al Signore il titolo di servo (Atti 3, 26; 4, 25-30) ed esprime il senso degli avvenimenti passati con le parole di Isaia (52, 13 - 53, 12). Gesù è stato esaltato (Atti 2, 33; 5, 31), «glorificato» (3, 13); la passione viene evocata in questo modo, in un testo anteriore all’epistola di Pietro (1 Piet 2, 21-25) e nella catechesi di Filippo (Atti 8, 30-35).
Infine, una delle più antiche formule di fede dichiara che «Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15, 3). La preposizione hypèr, qui come altrove (Gal 1, 4; 2 Cor 5, 14 s. 21; 1 Cor 11, 24) serve ad esprimere il valore salutare della morte di Gesù. Subentrano poi altri appellativi, di significato analogo a quello assunto dal titolo di servo, che esprimono la stessa realtà. Gesù è «il giusto» (Atti 3, 14), colui che conduce alla vita (3, 15; cfr. 5, 31), l’agnello di Dio senza macchia (1 Piet 1, 19 s; cfr. Gv 29, 36). È il sommo sacerdote immacolato, mediatore della nuova alleanza (Ebr 2, 14-18; 4, 14).
A partire da qui, sotto l’influsso congiunto delle religioni ellenistiche, nelle ultime lettere paoline si legge l’appellativo di «salvatore» (Tito 1, 4; 2, 13; 3, 6; 2 Tim 1, 10). Sempre a partire di qui, si sviluppa la mistica paolina del battezzato associato alla morte e alla risurrezione di Cristo (Gal 2, 19; Rom 6, 3-11), di cui viene approfondita la dottrina della propiziazione, e così via (Rom 3, 23 s...).
Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura - Cirillo di Alessandria, Spiegazione del credo niceno, 24-25 - Il Figlio di Dio, per quanto attiene alla sua propria natura, è notoriamente incapace di soffrire; nessuno infatti sarebbe così stolto da pensare che la natura su tutte sublime possa essere soggetta alla sofferenza. Soltanto egli è diventato uomo in quanto ha fatto sua la carne dalla Vergine santa. Riguardo all’Incarnazione noi insegniamo dunque che egli, in quanto Dio, era libero da ogni sofferenza, come uomo, egli ha invece sofferto nella sua carne. Pur essendo Dio, egli si è fatto uomo senza per questo abdicare alla sua divinità: è divenuto una parte della creazione ma è rimasto superiore a questa; Dio legislatore si è sottomesso alla legge, ma è rimasto legislatore; Dio Signore, ha assunto la natura di servo, ma ha mantenuto in modo stabile la dignità di Signore; primogenito, è divenuto «primogenito tra tanti fratelli» ma è rimasto l’Unigenito. Quale miracolo che egli, come uomo, abbia sofferto nella carne, mentre come Dio era incapace di patire!
Il molto saggio Paolo insegna che il Verbo, pur sussistendo nella natura di Dio Padre e simile a lui, si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). E in un’altra lettera scrive di lui: Egli è l’immagine dell’invisibile Dio, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui tutto è stato creato, e nei cieli e sulla terra... egli va innanzi a tutte le cose e tutte sussistono in lui. Ed egli, dice, è il capo del corpo che è la Chiesa, il principio, il primogenito dai morti (Col 1,15-18). Certo il Verbo, uscito da Dio Padre, è la Vita e il dispensatore della vita, generato dalla vita di colui che lo ha generato. Ma come può accadere - ci si potrebbe chiedere - che egli sia stato il principio, il primogenito dai morti? Ora, dal momento che egli ha assunto la carne si è assoggettato alla morte, per grazia divina, come dice il molto saggio Paolo, ha patito la morte per ognuno (Eb 2,9), in quanto egli nella carne poteva soffrire, ma non per questo ha cessato di essere Vita. Sebbene dunque si dica che egli ha sofferto nella carne, ciò prova che egli non ha patito nella sua natura divina, ma, come ho già detto, è rimasto soggetto alla sofferenza nella sua carne.
Testimoni di Cristo - San Leonardo Murialdo. Laici e sacerdoti insieme con gli ultimi La visione di una Chiesa «di popolo»: Lo stile sinodale e l’impegno nella cura dell’ascolto e della condivisione hanno in diversi santi dei veri e proprio precursori, profeti del loro tempo la cui eredità parla ancora ai giorni nostri. Come nel caso di san Leonardo Murialdo, la cui attualità appare evidente nelle parole con le quali ricordava che «il laico, di qualsiasi ceto sociale, può essere oggi un apostolo non meno del prete e, per alcuni ambienti, più del prete», anticipando così l’idea di una Chiesa “di popolo” che avrebbe preso forma nel Concilio Vaticano II. Questo testimone della santità sociale torinese del XIX secolo era nato nel 1828 in una famiglia benestante ed era rimasto orfano di padre a cinque anni. Nel 1851, dopo gli studi nel Collegio degli Scolopi di Savona e alla Facoltà teologica a Torino, venne ordinato sacerdote, lavorando per 14 anni nell’oratorio di San Luigi a Porta Nuova. Gran parte del suo ministero lo dedicò ai giovani e agli operai, che anche allora erano le maggiori emergenze sociali, come oggi lo sono il lavoro e l’educazione. Tra il 1865 e il 1866 si trovò a studiare a Parigi e soggiornò per un periodo anche a Londra. Nel 1867 diede vita alla confraternita laicale di San Giuseppe, per l’aiuto ai ragazzi poveri e abbandonati; nel 1871 fondò l’Unione operai cattolici. Lavorò alla nascita dell’Associazione della Buona stampa e del giornale «La voce dell’operaio». Colpito da polmonite morì il 30 marzo 1900; beatificato nel 1963, è santo dal 1970. (Matteo Liut)
Guarda, Dio onnipotente,
l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale,
e fa’ che riprenda vita per la passione del tuo unigenito Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
La tua protezione, o Signore, soccorra gli umili
e sostenga sempre coloro che confidano nella tua misericordia,
perché si preparino alla celebrazione delle feste pasquali
non solo con la mortificazione del corpo
ma, ancor di più, con la purezza dello spirito.
Per Cristo nostro Signore.