25 Agosto 2026
 
Martedì XXI Settimana del Tempo Ordinario
 
2Ts 2,1-3a.13-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); Mt 23,23-26
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 77 «Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come successori i Vescovi, ad essi ‘affidando il loro proprio compito di magistero». Infatti, «la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi».
78 Questa trasmissione viva, compiuta nello Spirito Santo, è chiamata Tradizione, in quanto è distinta dalla Sacra Scrittura, sebbene sia ad essa strettamente legata. Per suo tramite «la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni, tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede». «Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega».
79 In tal modo la comunicazione, che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente e operante nella Chiesa: «Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo».
La Tradizione e le tradizioni - Catechismo della Chiesa Cattolica 83 La Tradizione di cui qui parliamo è quella che viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’’esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. In realtà, la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.
Vanno distinte da questa le «tradizioni» teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali. Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in forme adatte ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste “tradizioni” possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero della Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Mestatori, sedicenti apostoli, e profeti bugiardi, piaghe eternamente onnipresenti in tutte le comunità cristiane. Da qui l’invito a stare saldi e a mantenere le tradizioni che sono state trasmesse dagli Apostoli. Un consiglio che travalica i secoli e giunge fino ai giorni nostri. Solo in un cammino di fedeltà si insinua la consolazione di Dio, e il dono della grazia che rende ferma la fede del discepolo. 
 
Vangelo
Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.
 
Gli scribi e i farisei, guide spirituali del giudaismo, si erano seduti sulla cattedra di Mosè (Mt 23.22), cioè si erano presentati come continuatori del suo magistero: lo ripetevano, lo difendevano, lo interpretavano autorevolmente, lo attualizzavano, ma al loro insegnamento non corrispondeva il loro comportamento.
Avevano un’autorità che anche Gesù riconosce, osservate tutto ciò che vi dicono, ma allo stesso tempo stimmatizza il loro comportamento ipocrita che non doveva essere imitato: dicono e non fanno (Mt 23,3).
Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: innanzi tutto l’incoerenza: legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito e, infine, la ricerca di sé, infatti si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe per essere ammirati dal popolo (Mt 23,4-6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,23-26
 
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 23 Quarta invettiva: rovesciamento dei valori morali. La legge su la decima aveva raggiunto applicazioni minuziose che si estendevano anche alle erbe, come la menta, l’aneto, il comino; il precetto mosaico esigeva che si prelevasse dai prodotti della terra la decima parte (cf. Numeri, 18, 12; Levitico, 27, 30; Deuteronomio, 14, 22-23), i rabbini avevano esteso questo prescrizioni anche alle piante più insignificanti. Gesù non condanna questa pratica, ma rileva con una chiarezza ed un equilibrio rimasti proverbiali che bisogna osservare i precetti più importanti senza tuttavia tralasciare gli altri. La giustizia (κρίσις; ebraico: mishpat) riassume i doveri verso gli altri; la misericordia indica una compassione efficiente verso il prossimo; la fede (πίστις) esprime il senso di fiducia che deve regnare nei rapporti con gli altri.
24 Il detto proverbiale di formulazione iperbolica illustra la condotta degli Scribi e dei Farisei; essi infatti sono preoccupati di filtrare le bevande per timore d’ingoiare; qualche insetto impuro e non si dànno pensiero di trangugiare un cammello.
25-26 Quinta invettiva: il formalismo farisaico. I Farisei avevano una cura meticolosa per non incorrere nella impurità legale (cf. Mc., 7, 4), ma non avevano in pari tempo la stessa cura di evitare la sordidezza morale ed interiore. Prescrizioni ben determinate dovevano essere osservate per la purificazione (lavaggio) rituale degli utensili di cucina ed i Farisei distinguevano tra la parete interna ed esterna delle coppe e dei piatti; Gesù, servendosi del loro stesso linguaggio, oppone all’impurità legale dei recipienti l’impurità morale del contenuto; i piatti possono essere in condizione di purità legale, ma il loro contenuto non è sempre la conseguenza o la causa di bontà interiore; infatti possono essere consumati in piatti e coppe legalmente puri frutti di rapine e cibi abbondanti che fomentano l’intemperanza. (/ quali) all’interno son pieni di rapina e d’intemperanza; alcuni codici latini e la Volgata hanno: voi (cioè: gli Scribi ed i Farisei) siete pieni di rapina...; questa lettura s’ispira a Lc., 11, 39 ed al vers. 28 del presente capitolo. Intemperanza; vari codici hanno altro sostantivo: ingiustizia, impurità, cupidigia. Fariseo cieco, purifica prima l’interno della coppa; molti codici aggiungono: e del piatto. Gesù richiama l’ordine obiettivo dei valori; bisogna preoccuparsi che l’interno (το ἐντός) sia moralmente puro, poiché esso trasmetterà la necessaria purità a tutto ciò che tocca.
 
Per approfondire
 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà - Ceslas Spicq e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse.
Le sue parole non passano (Is 40,8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14,4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25,1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55,11); Dio non muta (Mal 3,6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2,22) senza la quale non si può conoscere Dio (4,2).
Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36,6), né proclamarla per invocarla (Sal 143,1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89,1-9.25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8,56ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9,33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85,5.11ss).
2. Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24,14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1Sam 2,35). Se Abramo e Mosè (Neem 9,8; Eccli 45,4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78,8 ss.36s; 106,6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9,2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20,6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42,18s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42,1ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50,4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49,5). Il servo fedele così annunciato è Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio, il vero ed il fedele, che viene a compiere la Scrittura e l’opera del Padre suo (Mc 10,45; Lc 24, 4; Gv 19, 8. 30; Apoc 19, 11ss). Per mezzo suo sono mantenute tutte le promesse di Dio (2Cor 1,20); in lui sono la salvezza e la gloria degli eletti (2Tm 2,10); con lui, gli uomini sono chiamati dal Padre ad entrare in comunione; e per mezzo suo i credenti saranno confermati e resi fedeli alla loro vocazione fino al termine (1Cor 1,8s). In Cristo quindi si manifesta in pienezza la fedeltà di Dio (1Tess 5,23s) e il fedele viene rassicurato (2Tess 3,3ss): i doni di Dio sono irrevocabili (Rom 11,29). Dobbiamo imitare la fedeltà di Cristo, tenendo duro fino alla morte, e contare sulla sua fedeltà per vivere e regnare con lui (2Tim 2,11s). Più ancora, anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele; perché, se può rinnegarci, non può rinnegare se stesso (2Tim 2,13); oggi, come ieri e per sempre, egli rimane ciò che è (Ebr 13,8), il sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebr 2,17) che permette di accedere con sicurezza al trono della grazia (Ebr 4,14 ss) a coloro che, fondandosi sulla fedeltà della promessa divina, conservano una fede ed una speranza indefettibili (Ebr 10,23).
 
Trascurate aspetti più importanti della Legge: «Egli redarguisce i pensieri nascosti del loro spirito e l’iniquità occultata delle loro volontà. Essi infatti compiono ciò che la Legge prescrive circa la decima della menta e dell’aneto per apparire agli occhi degli uomini osservanti della Legge, ma trascurano il dovere proprio dell’uomo, la misericordia, la giustizia, la fedeltà, e ogni sentimento di benevolenza. La decima di queste erbe, che era utile come prefigurazione del futuro, non doveva essere omessa. Ma bisognava fare in modo che, esercitando il nostro dovere di uomini fedeli, giusti e misericordiosi, rendessimo la nostra condotta gradita non mediante l’imitazione apparente di una volontà ma attraverso un modo veritiero di comportarsi. E poiché sarebbe una colpa meno grave trascurare la decima delle erbe piuttosto che il dovere di essere benevoli, deride la cura messa nel filtrare il moscerino da parte di coloro che non si preoccupano di ingoiare un cammello: di coloro, cioè, che evitano i peccati leggeri e divorano i grandi.» (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 24, 7).
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe Calasanzio - Educare i giovani, profezia di futuro: L’educazione e l’istruzione sono due opere cariche di profezia, perché accolgono lo spirito del presente, l’anima delle nuove generazioni, e lo proiettano nel futuro, preparando i giovani a costruire il mondo secondo i valori che contano di più. Tra i testimoni di questo impegno profetico fu san Giuseppe Calasanzio, che decise di dedicare la propria vita ai ragazzi e al loro futuro dopo aver visto con i propri occhi le condizioni di abbandono in cui molti di essi vivevano per le strade di Roma. Un’opera che poi decise di affidare a una congregazione religiosa: i Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie, detti comunemente Padri scolopi o piaristi. Calasanzio era nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, fu ordinato sacerdote a 26 anni, vivendo poi la prima parte del suo ministero in diverse diocesi spagnole, ricoprendo vari incarichi. A Roma nel 1597 fondò la prima scuola popolare gratuita d’Europa: chi si occupa dell’educazione dei ragazzi, scriveva, «compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode». Morì il 25 agosto 1648 a Roma, fu canonizzato da papa Clemente XIII il 16 luglio 1767. Nel 1948 Pio XII lo proclamò «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo».  (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che hai dato al santo presbitero Giuseppe [Calasanzio]
doni straordinari di carità e pazienza
per dedicare la vita a istruire i giovani
e a formarli in ogni virtù,
concedi a noi, che lo veneriamo come maestro di sapienza,
di essere come lui cooperatori della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 24 Agosto 2026
 
San Bartolomeo, Apostolo
 
Ap 21,9b-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Gv 1,45-51
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 4 Ottobre 2006): … quando Gesù vede Natanaele avvicinarsi esclama: “Ecco davvero un Israelita, in cui non c’è falsità” (Gv 1, 47). Si tratta di un elogio che richiama il testo di un Salmo: “Beato l’uomo ... nel cui spirito non c’è inganno” (Sal 32, 2), ma che suscita la curiosità di Natanaele, il quale replica con stupore: “Come mi conosci?” (Gv 1, 48a). La risposta di Gesù non è immediatamente comprensibile. Egli dice: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico” (Gv 1, 48b).
Non sappiamo che cosa fosse successo sotto questo fico. È evidente che si tratta di un momento decisivo nella vita di Natanaele. Da queste parole di Gesù egli si sente toccato nel cuore, si sente compreso e capisce: quest’uomo sa tutto di me, Lui sa e conosce la strada della vita, a quest’uomo posso realmente affidarmi. E così risponde con una confessione di fede limpida e bella, dicendo: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele” (Gv 1, 49). In essa è consegnato un primo, importante passo nell’itinerario di adesione a Gesù. Le parole di Natanaele pongono in luce un doppio complementare aspetto dell’identità di Gesù: Egli è riconosciuto sia nel suo rapporto speciale con Dio Padre, di cui è Figlio unigenito, sia in quello con il popolo d’Israele, di cui è dichiarato re, qualifica propria del Messia atteso. Non dobbiamo mai perdere di vista né l’una né l’altra di queste due componenti, poiché se proclamiamo di Gesù soltanto la dimensione celeste, rischiamo di farne un essere etereo ed evanescente, e se al contrario riconosciamo soltanto la sua concreta collocazione nella storia, finiamo per trascurare la dimensione divina che propriamente lo qualifica.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La promessa sposa, la sposa dell’Agnello, è la Gerusalemme sognata da Tobia (Tb 13,13), da Isaia (60,2), da Ezechiele (45,31; 47,12). La città ha dodici porte secondo le dodici tribù che rappresentano non l’Israele etnico, ma l’Israele di Dio (Gal 6,16), aperto a tutti popoli nel vincolo della fede in Cristo. I dodici angeli indicano l’assistenza angelica (cfr. Is 62,6). La città poggia sul fondamento dei dodici apostoli (cfr. Ef  2,20). Il numero dodici, come i suoi multipli, sta ad indicare la perfezione nella totalità del nuovo popolo che succede a quello antico.
 
Vangelo
Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità.
 
Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi: Questa annotazione non è affatto insignificante. Il fico è un albero citato molto spesso nella sacra Scrittura; assieme alla vite è considerato un albero che dà  buoni e dolci frutti e all’ombra dei suoi rami si può trovare riposo e ristoro dall’arsura, nonché leggere e meditare. Probabilmente, quando Gesù lo intravvede sotto al fico, Natanaele era proprio  assorto nello studio delle Scritture. Se così è dobbiamo presumere che Natanaele fosse con tutta probabilità uno scriba, ossia uno studioso della Legge. Dall’elogio che gli rivolge Gesù sappiamo che era un uomo “senza falsità”, cioè un uomo che cercava la Verità, un uomo che scrutava le Scritture per conoscere il vero volto Dio, e il Messia promesso e atteso, che gli viene presentato da Filippo con la definizione: “Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth”.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,45-51
 
In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v.47 «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è inganno». Gesù loda Natanaele, dimostrando di conoscerlo, ancora prima di parlargli, con una scienza sovrumana. Natanaele è un rappresentante del nuovo Israele, che non imiterà la scaltrezza dell’antenato Giacobbe (cf. Gn 25,29ss.), ma si aprirà progressivamente alla rivelazione della «verità».
v. 48 Alla domanda di Natanaele, «Donde mi conosci?», Gesù gli manifesta la sua conoscenza soprannaturale. Donde rende il greco póthen, un avverbio usato 13 volte in Gv, connesso con l’origine trascendente di Gesù. È difficile precisare a che cosa si riferisca la menzione dell’albero di fico. Forse si tratta semplicemente di «un’immagine biblica» per indicare il contesto quotidiano e familiare della chiamata di Natanaele (l Re 4,25; Mi 4,4; cf. Fabris, p. 198).
Tuttavia è possibile un’allusione simbolica: «essere sotto il fico» era un’espressione corrente, che corrispondeva a «studiare la legge». Natanaele si era preparato all’incontro con il Messia con la riflessione della Scrittura.
v. 49 «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». È una solenne professione di fede messianica. Sulle labbra di Natanaele «Figlio di Dio» va inteso in senso messianico tradizionale. come indica il titolo successivo, «re d’Israele» (cf. Sal 2,7). Ma in Gv assume un significato più pregnante con un riferimento alla confessione postpasquale della divinità di Gesù, che ritornerà alla fine del vangelo per bocca di Tommaso (20,28).
Natanaele e Tommaso sono descritti come persone pratiche, che volevano rendersi conto della realtà, ma poi finiscono per «vedere», cioè per credere nel Figlio unigenito di Dio, da veri israeliti, senza doppiezza e inganno.
v. 50 «Vedrai cose più grandi di queste». Gesù con queste parole allude ai «segni» successivi, che culmineranno nell’opera suprema del Cristo, la sua passione-morte-risurrezione, quando la sua gloria si sarebbe manifestata pienamente ai discepoli. II versetto funge da transizione al primo segno, quello di Cana, che sarà occasione per la prima manifestazione della gloria di Gesù.
v. 51 «In verità, in verità vi dico, vedrete il cielo aperto». Si ha un ‘allusione alla visione di Giacobbe a Betel ( n 28,12).
Al posto della scala che univa la terra al cielo, sulla quale «salivano e scendevano» gli angeli di Dio, subentrerà il «Figlio dell’uomo»: in lui si renderà presente la gloria di Dio.
«Attraverso di lui la comunicazione dei credenti con Dio si realizzerà in maniera stabile ... La sua persona è il luogo in cui Dio si manifesta e si comunica agli uomini» (Léon-Dufour, I, pp. 275-276).
Natanaele aveva salutato Gesù come re d’Israele, Gesù promette ai discepoli di manifestarsi loro quale «Figlio dell’uomo», come farà dinanzi a Caifa durante il processo (Mt 26,64), riferendosi alla sua glorificazione, attraverso I’innalzamento in croce.
«La piena e definitiva rivelazione di Dio si avrà nel Figlio dell’uomo, il messia storico glorificato e intronizzato nel cielo, dove salgono e scendono gli angeli di 5[0» ( Fabris, p. 200).
L’espressione «in verità, in verità» è propria del quarto vangelo, dove ricorre venticinque volte con il senso di proclamazione solenne, oracolare. È una reminiscenza storica. - «Vedrete»: Gesù si rivolge al gruppo dei discepoli come rappresentanti di tutti i seguaci futuri, e non soltanto a Natanaele. - Gli angeli non sono nominati in Gv durante il ministero pubblico di Gesù, bensì accanto alla tomba vuota (20,12; cf. però Gv 12,29 in riferimento alla gente). - Figlio dell’uomo è un titolo derivato da Daniele 7,13 ed esprime nel presente contesto la gloria futura del Cristo risorto.
Infatti in Gv è quasi sempre associato alla glorificazione di Gesù e non alla sua sofferenza, come avviene nei sinottici. Tale titolo ricorre tredici volte in Gv (di cui 12 nel libro dei segni). - Qualche esegeta considera questo versetto estrapolato dal contesto originale, data la sua affinità con il logion pronunciato da Gesù durante il processo dinanzi al sinedrio, secondo la tradizione sinottica (cf. Mc 14,62 e parr.).
 
Per approfondire
 
Vatican News: san Bartolomeo, Apostolo: Nei Vangeli sinottici viene chiamato Bartolomeo; in quello di Giovanni, invece, in ebraico, Natanaele. Gli studiosi affermano che sia la stessa persona: un “dono di Dio”, come racconta l’etimologia del suo nome e come lo sono per la Chiesa tutti i Santi.
La chiamata nel Vangelo di Giovanni - Tutto quello che sappiamo di certo sulla vita di Bartolomeo ci viene dai testi evangelici, soprattutto dal Vangelo di Giovanni che racconta nei dettagli la sua chiamata. Bartolomeo è un pescatore di Cana, ma conosce bene Nazareth, che dista solo 8 km, e non si fida di quei montanari: perciò si mostra scettico quando l’amico Filippo gli parla di Gesù, ma lui gli risponde semplicemente “vieni e vedi”.
E in effetti Bartolomeo va, e appena Gesù lo vede gli dimostra una fiducia che non ha uguali: finalmente un israelita sincero, lo accoglie, ma lui riesce solo a rispondere domandando come fa Gesù a conoscerlo. È un uomo concreto, lui, attaccato alla tradizione, che medita quotidianamente la Bibbia come vuole la legge. Ma dopo tutta questa diffidenza, l’adesione di Bartolomeo a Gesù sarà totale: “Tu sei il re di Israele!”, esclama. Data la sua provenienza, si ipotizza che Bartolomeo possa essere stato presente alle nozze di Cana, teatro del primo miracolo di Gesù, ma non ci sono riscontri nei testi.
Apostolo in India, martire in Armenia - Dopo la morte di Cristo, sappiamo quali apostoli fossero riuniti in preghiera perché ce lo dicono gli Atti con un preciso elenco di nomi. Tra questi c’è anche Bartolomeo. Cosa fa dopo non è certo storicamente, ma pare vada a predicare la Parola in diverse regioni orientali, dalla Mesopotamia fino in India, operando miracoli e guarigioni prodigiose. Finché non giunge in Armenia. Qui, oltre a convertire le popolazioni di ben 12 città, riesce a evangelizzare anche il re Polimio e sua moglie, mandando su tutte le furie i sacerdoti delle divinità locali. Alla fine Astiage, il fratello del re, sobillato proprio dai sacerdoti, riesce a condannarlo a morte. Il martirio si compie ad Albanopoli intorno all’anno 68, poi nei secoli le sue reliquie, dopo mille peripezie, arriveranno a Roma per intervento dell’imperatore Ottone III per riposare nella basilica a lui dedicata sull’Isola Tiberina.
 
I dodici apostoli - Xavier Léon Dufour (Apostoli in Dizionario di Teologia Biblica): Prima di dar diritto ad un titolo, l’apostolato fu una funzione. Di fatto soltanto al termine di una lenta evoluzione alla cerchia ristretta dei Dodici fu attribuito in modo privilegiato il titolo di apostolo (Mt 10, 2), messo poi, in epoca tarda, sulle labbra di Gesù (Lc 6, 13). Ma se questo titolo di onore non appartiene che ai Dodici, si vede pure che altri esercitano con essi una funzione che può essere qualificata come «apostolica».
Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perché siano pescatori d’uomini (Mt 4, 18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni ( Mc 3, 14 par. ); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6, 6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14, 19 par), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16, 18; 18, 18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19, 28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28, 18 ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1, 15-26). Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1, 8. 21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’ agnello» ( Apoc 21, 14).
 
Ecco un vero Israelita ... : «Israelita può avere due significati: “rettissimo” ... oppure “uomo che teme Dio”. In entrambi i sensi Natanaèle era un vero Israelita ... Perciò è come se Gesù dicesse: “Tu rappresenti davvero la tua stirpe, perché sei retto e senza falsità”. D’altra parte l’uomo è in grado di vedere Dio solo mediante la purezza e la semplicità; perciò lo può fare solo un vero Israelita. Vale a dire: “Tu sei davvero un uomo che vede Dio, essendo semplice e senza malizia”» (Tommaso d’Aquino, In Jo. Ev. exp., I).
 
Testimoni di Cristo - San Bartolomeo, Apostolo. Quando Dio stesso ci guarda dentro ci sentiamo amati, accolti, compresi: C’è un moto di gioia nel cuore ogni volta che qualcuno si ferma, ci guarda e ci dice: io ti conosco, so cosa porti dentro, so cosa puoi fare per il mondo. Un moto di gioia che si moltiplica fino a diventare un travolgente fiume di luce, se a pronunciare quelle parole è Dio stesso. Perché in fondo sentirsi riconosciuti e amati per ciò che si è rappresenta l’aspirazione più profonda di ogni essere umano. Fa da piccoli, infatti, cerchiamo un braccio forte in grado di sostenerci nel difficile cammino dell’esistenza e allo stesso una mano amica che ci spinga verso orizzonti più ampi. Si sentì così, compreso, amato ed esaltato, san Bartolomeo davanti allo sguardo profondo e accogliente di Gesù: quell’incontro cambiò la vita del futuro apostolo. Il racconto evangelico è il ritratto di un percorso di conversione, che parte dall’iniziale diffidenza per arrivare a una totale offerta di sé. Bastarono poche parole di Gesù, al quale era stato portato da Filippo, per conquistare Bartolomeo (o Natanaele, come viene chiamato nel testo giovanneo) e trasformarlo in un discepolo pronto al martirio: nell’incontro Gesù lo descrisse come «israelita in cui non c’è falsità». Bartolomeo quasi non credeva alle proprie orecchie, ma dopo il breve scambio dichiarò senza indugio: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio!». Non si conosce il destino di questo apostolo dopo la nascita della prima comunità cristiana a Gerusalemme, ma di certo il suo esempio è oggi per noi stimolo a «lasciarci leggere l’anima» da Gesù.  

Rafforza in noi, o Padre,
e per sua intercessione fa’ che la tua Chiesa
sia per tutti i popoli sacramento di salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
la fede che spinse il santo apostolo Bartolomeo
ad aderire con animo sincero a Cristo tuo Figlio,
 
 
 
 
 
 
 23 Agosto 2026
 
XXI Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 22,19-23; Salmo Responsoriale Dal Salmo 137 (138); Rm 11,33-36; Mt 16,13-20
 
Fede di Pietro in Cristo - Catechismo della Chiesa Cattolica 153 Quando san Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa. «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia ‘a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità». 
440 Gesù ha accettato la professione di fede di Pietro che lo riconosceva quale Messia, annunziando la passione ormai vicina del Figlio dell’uomo. Egli ha così svelato il contenuto autentico della sua regalità messianica, nell’identità trascendente del Figlio dell’uomo «che è disceso dal cielo» (Gv 3,13), come pure nella sua missione redentrice quale Servo sofferente: «Il Figlio dell’uomo [...] non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Per questo il vero senso della sua regalità si manifesta soltanto dall’alto della croce. Solo dopo la risurrezione, la sua regalità messianica potrà essere proclamata da Pietro davanti al popolo di Dio: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!» (At 2,36).  
441 Figlio di Dio, nell’Antico Testamento, è un titolo dato agli angeli, al popolo dell’elezione, ai figli d’Israele e ai loro re. In tali casi ha il significato di una filiazione adottiva che stabilisce tra Dio e la sua creatura relazioni di una particolare intimità. Quando il Re-Messia promesso è detto « figlio di Dio », ciò non implica necessariamente, secondo il senso letterale di quei testi, che egli sia più che umano. Coloro che hanno designato così Gesù in quanto Messia d’Israele forse non hanno inteso dire di più.
442 Non è la stessa cosa per Pietro quando confessa Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), perché Gesù risponde con solennità: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,17). Parallelamente Paolo, a proposito della sua conversione sulla strada di Damasco, dirà: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani...» (Gal 1,15-16). «Subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio» (At 9,20). Questo sarà fin dagli inizi il centro della fede apostolica professata prima di tutti da Pietro quale fondamento della Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: L’oracolo di Isaia è l’unico che riguarda un privato. Sebna, forse uno straniero, era giunto alla più alta carica, quella di maggiordomo alla corte del re Ezechia. Forte della sua posizione, uomo amante del prestigio e vanaglorioso, aveva cercato di persuadere il re a ribellarsi contro l’Assiria e chiedere l’aiuto egiziano, opponendosi così alla politica di neutralità del profeta Isaia. Questi intrighi a lungo andare avrebbero portato il paese alla rovina. Dio, per troncare il malgoverno di Sebna, lo destituisce dalla dignità di maggiordomo e al suo posto elegge Eliakìm che sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Sarà Dio stesso a dare al neo eletto le insegne dell’autorità quali erano al tempo di Isaia: la tunica, la sciarpa, le chiavi. L’immagine del piolo conficcato in un luogo solido sta a indicare che il Signore assicura a Eliakìm la sua protezione ai fini di una stabilità e di un esercizio glorioso del mandato.
 
II lettura: L’apostolo Paolo, dopo aver contemplato la misteriosa e gloriosa salvezza dei Gentili, eleva un inno di lode alla bontà infinita di Dio e a tutte le altre sue perfezioni. Esalta la sapienza di Dio, quella che si manifesta nel governo dell’universo, ma anche nel suo piano eterno di salvezza. Un progetto di salvezza dal quale nessuno è escluso, nemmeno l’ostinato popolo d’Israele.
 
Vangelo
Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.
 
Il primato di Pietro è un potere per il bene della Chiesa, e poiché deve durare sino alla fine dei tempi, sarà trasmesso a coloro che gli succederanno nel corso dei secoli. Inferi, alla lettera «Ade» (in ebraico sheol), designa il soggiorno dei morti (Cf. Num 16,33). Le potenze degli inferi, «evocano le potenze del Male che, dopo aver trascinato gli uomini nella morte del peccato, li incatena definitivamente nella morte eterna. Seguendo il suo Signore, morto, “disceso agli inferi” [1Pt 3,19] e risuscitato [At 2,27.31], la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale ed eterna, per farli entrare nel regno dei cieli [Cf. Col 1,3; 1Cor 15,26; Ap 6,8; 20,13]» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-20
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
 
Parola del Signore.
 
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Cesarea di Filippo è l’antica città di Paneas al nord della Palestina, sulle pendici del monte Ermon. Quando Augusto nel 20 a.C. consegnò la regione al governo di Erode il grande, questi vi eresse un tempio in onore dell’imperatore romano. La costruzione della cittadina è da attribuire a Filippo, figlio di Erode, che la chiamò Cesarea in onore di Tiberio Cesare e vi si aggiungeva “di Filippo” per distinguerla da Cesarea marittima. Vi era adorato il Dio Pan, una divinità dalla sembianza caprina. In questa località che grondava di imperio e rimandava a sovrani che si autoproclamavano dèi, Gesù manifesta ai suoi discepoli la sua identità divina.
Ma voi, chi dite che io sia? Per Giovanni Papini «Gesù non interroga per sapere, ma perché i suoi fedeli, finalmente sappiano anch’essi [...] il suo vero nome». Ed è Simone, primo tra i Dodici e primo tra i cristiani, a esprimere in termini umani la realtà soprannaturale del figlio di Maria: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Un’espressione che spesso si trova nell’Antico Testamento (Cf. Gs 3,10; Sal 42,3; 84,3; Os 2,1) ed esprime la presenza operante di Dio.
La risposta di Pietro pone almeno una domanda: egli intendeva professare la divinità di Gesù oppure si riferiva soltanto alla sua messianicità? Se si propende per quest’ultima soluzione, si restituisce alla espressione il semplice senso messianico che essa ha nell’Antico Testamento. Sulla base della risposta del Cristo, né carne né sangue te lo hanno rivelato, si può invece pensare che Pietro abbia voluto professare la divinità del suo Maestro: un’illuminazione che veniva dall’alto e non era frutto di investigazione umana.
La risposta di Gesù a questa professione di fede ha una portata di notevolissima importanza. In primo luogo, egli proclama: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il termine semitico che traduce Chiesa, ekklêsia, significa assemblea. La «Chiesa» nell’Antico Testamento è la comunità del popolo eletto (Cf. Dt 4,10; At 7,38). Nei vangeli non appare che due volte e designa la nuova comunità che Gesù stava per fondare e che egli presenta come una realtà non solo stabile, ma indistruttibile: «[...] le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». La locuzione, invece, è frequente nelle lettere paoline. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù usando «il termine “Chiesa” parallelamente all’espressione “regno dei cieli” (Mt 4,17), sottolinea che questa comunità escatologica comincerà già sulla terra mediante una società organizzata di cui stabilisce il capo».
La Chiesa è edificata su Simone, che a motivo di questo ruolo riceve qui il nome di Pietro. Il mutamento del nome sta a indicare la nuova missione di Simon Pietro: egli sarà la roccia, quindi elemento di coesione, di unità e di stabilità.
A questo punto, Gesù indica i poteri conferiti a Simon Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Il senso di questa immagine, nota alla sacra Scrittura e all’antico Oriente, suggerisce l’incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare ed amministrare la casa. Nel mandato di Simon Pietro, il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, ma la sua comprensione non va limitata a questo significato: esso, infatti, comprende tutta un’attività di decisione e di legislazione, nella dottrina come nella condotta pratica, che coincide con l’amministrazione della Chiesa in generale.
Sempre per la Bibbia di Gerusalemme, l’esegesi cattolica «ritiene che queste promesse eterne valgano non soltanto per la persona di Pietro, ma anche per i suoi successori; sebbene tale conseguenza non sia esplicitamente indicata nel testo, è tuttavia legittima in ragione dell’intenzione manifesta che ha Gesù di provvedere all’avvenire della sua Chiesa con una istituzione che la morte di Pietro non può rendere effimera».
Luca (22,31s) e Giovanni (21,15s) sottolineano che il primato di Pietro, sempre per mandato divino, deve essere esercitato particolarmente nell’ordine della fede e che tale primato lo rende capo, non solo della Chiesa futura, ma già degli altri Apostoli. Infine, c’è da sottolineare che la professione petrina avviene nella regione di Cesarea di Filippo. Possiamo dire che non è «ricordato a caso il quadro geografico: la confessione del Messia e l’investitura di Pietro avvengono fuori dalla Palestina, in un territorio pagano. Le future direzioni della saviezza sono ormai chiare» (Ortenso da Spinetoli).
 
Per approfondire
 
Tu sei Pietro - Il primato di Pietro è fondante per la Chiesa, una santa cattolica e apostolica, ed è abbondantemente testimoniato dal Magistero.
Gesù, fin dagli inizi della vita pubblica, scelse dodici uomini perché stessero con lui e prendessero parte alla sua missione, facendoli partecipi della sua autorità e mandandoli ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli ammalati (CCC 551).
Ma tra i Dodici soltanto a Pietro venne assegnato un posto preminente: «Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” [Mt 16,16]. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” [Mt 16,18]. Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (CCC 552).
E a tanto Gesù aggiunge l’autorità di governare la casa di Dio, che è la Chiesa e l’incarico “di legare e di sciogliere”, un mandato che «risulta essere stato pure concesso al collegio degli Apostoli, unito al suo capo» (LG 22). Tale incarico indica «l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno» (CCC 553).
Ora, questo «ufficio pastorale di Pietro e degli altri Apostoli costituisce uno dei fondamenti della Chiesa ed è continuato dai Vescovi sotto il primato del Papa» (CCC 881).
Ubi Petrus, ibi Ecclesia, ibi Deus, in tempi così burrascosi tale verità è l’unica ancora di salvezza: noi vogliamo stare con Pietro, perché con lui c’è la Chiesa, con lui c’è Dio.
 
Il primato, pietra di inciampo? - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il brano della professione di fede e del primato di Pietro, insieme agli annunci del messia sofferente, le condizioni della sequela di cristo e la sua trasfigurazione costituiscono il prologo al discorso ecclesiale (Mt 18). Nel vangelo di oggi, partendo dalle domande di Gesù ai discepoli, distinguiamo queste quattro sezioni: identificazione di Gesù da parte della gente; professione di fede di Pietro; primato ecclesiale dell’apostolo; reazione di questi all’annuncio del messia sofferente fatto da Gesù.
La professione di Pietro nel testo di Matteo non si limita al messianismo di Gesù, come in Marco e Luca, ma arriva alla sua divinità: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Affermazione cristologica che implica la rivelazione del padre, come dice Gesù. Qui è già anticipatala fede pasquale degli apostoli e della comunità cristiana dopo la risurrezione del Signore. La quarta parte, la reazione negativa di Pietro, dimostra che la sua fede messianica e cristologica - come quella dei suoi compagni - era meno certa di quanto suggerissero le parole.
La terza sezione, il primato di Pietro, è esclusiva di Matteo. Pur essendo importante, non è menzionata nei brani paralleli degli altri due sinottici (Mc 8,27ss e Lc 9,18ss). Se in questi due evangelisti il protagonista assoluto della scena è Cristo, e Pietro resta in secondo piano come interlocutore, in Matteo, invece viene dato molto rilievo alla persona di Pietro.
Non possiamo ignorare che il testo del primato ha suscitato polemiche nella storia della Chiesa e nel campo della esegesi biblica e della teologia. Polemica che raggiunge il suo apice su queste parole di Gesù: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Il testo ha un’enorme importanza per le basi bibliche e teologiche della cattedra di Pietro, per il suo primato e la sua relazione con il collegio apostolico dei vescovi, come pure con le Chiese dei fratelli separati.
La tradizione cattolica ha sempre accettato il testo come autentico, ma i biblisti protestanti della fine del XIX secolo e dell’inizio del XX lo considerarono aggiunto nel II secolo dalla comunità di Roma a favore del papato. Oggi è opinione comune tra gli specialisti che il brano sia autentico, cioè parola di Gesù; sebbene la maggioranza pensi che debba essere situato durante le apparizioni pasquali (cfr. Gv 21,15ss: venerdì, VII settimana di Pasqua).

E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa - Agostino (Sermo 76,1): La pietra poi può essere intesa come il Cristo stesso, mentre Pietro rappresenta il popolo cristiano. Pietra è infatti il nome primitivo; Pietro quindi deriva da “pietra”, non pietra da “Pietro”, come il nome di Cristo non deriva da cristiano, ma il no - me cristiano deriva da Cristo. Tu, dice dunque, sei Pietro e su questa pietra che tu hai riconosciuta pubblicamente, su questa pietra che tu hai riconosciuta come vera, dicendo: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Io edificherò la mia Chiesa, cioè sopra Me stesso ... Edificherò te su di Me, non Me sopra di te.

Testimoni di Cristo - Santa Rosa da Lima - L’amore di Dio rende la vita un giardino della speranza L’amore di Dio rende la vita un giardino della speranza - Vivere alla luce dell’amore di Dio rende la vita un giardino, dove trovano casa i fiori più delicati della cura delle sorelle e dei fratelli bisognosi o feriti dalla vita. A questo giardino della speranza si dedicò Isabel Flores de Oliva, che, figlia di una nobile famiglia di origine spagnola a Lima, nota con il nome che le venne attribuito proprio in virtù della sua bellezza: Rosa. La prima santa dell’America Latina era nata nel 1586, decima di tredici figli, e aveva coltivato la propria vita spirituale fin da piccola, sognando la consacrazione, nonostante la famiglia preferisse per lei un buon matrimonio, che avrebbe magari aiutato la famiglia a risollevarsi dai problemi economici nei quali si era trovata a causa di un tracollo finanziario. Di fronte alle difficoltà, però, Rosa non si scoraggiò e si diede da fare lavorando per aiutare la famiglia, senza dimenticare, al contempo, di fare quello che poteva per i poveri e i bisognosi, specie gli indios. Allestì quindi nella casa materna una specie di ricovero pensato soprattutto per i bambini e gli anziani poveri. Guardando al modello di Caterina da Siena, vestì l’abito del Terz’Ordine Domenicano, visse in una sorta di cella nella casa materna da penitente e, per cinque anni, da reclusa. Nel 1614, provata dalle privazioni, lasciò la “cella”; morì nel 1617, è santa dal 1672.

 
O Padre, fonte di sapienza,
che sulla solida fede dell’apostolo Pietro
hai posto il fondamento della tua Chiesa,
dona a quanti riconoscono in Gesù di Nazaret
il Figlio del Dio vivente
di diventare pietre vive
per l’edificazione del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.