16 Febbraio 2026
Lunedì VI Settimana T. O.
Gc 1,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 8,11-13
Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv 14,6 - Acclamazione al Vangelo)
Benedetto Prete: Io sono la via, la verità e la vita; il vers. di una ricchezza dottrinale incommensurabile, ha avuto interpretazioni assai divergenti. Il punto difficile è stabilire quale rapporto intercorra tra i tre sostantivi che il Salvatore applica a se stesso. Molti esegeti e Dottori della Chiesa, come Sant’Agostino e San Tommaso, ritengono che il primo sostantivo sia subordinato ai due ultimi; per questi autori la solenne dichiarazione di Cristo ha il senso seguente: Gesù come uomo è la via che conduce alla verità e alla vita; il sostantivo «via» si riferisce a Cristo come uomo; i sostantivi «verità» e «vita» si riferiscono a lui come Dio. Tale interpretazione tuttavia non incontra l’approvazione degli studiosi, perché la seconda parte del vers. dice: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me; ciò significa che l’accento principale della solenne dichiarazione di Cristo va posto sulla prima parte del versetto, cioè: «Io sono la via»; Gesù per il credente è la via verso il Padre, in quanto è la verità e la vita. La «via» indica che il Maestro è il rivelatore del Padre, colui che annunzia la parola del Padre. Il vers. ha un contenuto teologico profondo, che raggiunge il mistero trinitario; esso lascia intravvedere quali misteriose relazioni intercorrono tra il Figlio ed il Padre. Gesù è rivelatore del Padre («via») e può condurre al Padre non come tramite, bensì come la Persona divina che è nel Padre; Gesù infatti non dice le parole da se stesso, ma trasmette le parole del Padre (verss. 10-11); egli conosce il Padre (cf. vers. 7) e fa vedere il Padre (cf. vers. 9); Cristo quindi è verità, perché è la parola del Padre, perché comunica la vita divina. Nel trinomio «via, verità, vita» si compendia il mistero di Cristo, il mistero della sua vita trinitaria. La verità e la vita si trovano abbinate perché la vita eterna (la vita divina che Gesù comunica) consiste nel conoscere il Padre presente nel Figlio (cf. 17, 3).
Liturgia della Parola
I Lettura - Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, in questa lettera indirizzata alle dodici tribù che sono nella diaspora suggerisce delle norme pratiche di vita cristiana. Norme assolutamente valide in qualsiasi situazione esistenziale. Norme facili da applicare nel quotidiano, e anche in tempi di difficoltà e di prova. È però necessaria una fede incrollabile. Chi dubita è paragonato alle onde del mare, che vanno da una parte all’altra.
Il fratello di umile condizione sia fiero di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato: “Il proverbio dice che le apparenze ingannano. Questo è particolarmente valido davanti a Dio. Chi è il ricco o il povero davanti a lui? Evidentemente vi erano nella Chiesa, come vi sono sempre stati e sempre vi saranno, ricchi e poveri. Si tratta però di una apparenza che inganna quando è valutata davanti a Dio. Se davanti a lui non vi sono distinzioni di persone, meno ancora vi possono essere distinzioni di classi sociali. Anzi, il cristianesimo ha introdotto un cambiamento radicale di valori nella valutazione delle apparenze esterne.
Un uomo povero può gloriarsi nella sua ricchezza spirituale, che può accompagnare la “povertà” (secondo la mentalità che ha le sue radici nell’AT, questo appunto doveva avvenire; tanto che «povero» era sinonimo di «pio»). Il ricco deve gloriarsi nella sua umiliazione nel caso che perda improvvisamente le sue ricchezze. Le ricchezze sono un possesso assai precario; per questo deve gloriarsi del suo progresso spirituale e morale, che può provenire dalla privazione dei beni (non dimentichiamo la mentalità, che viene anch’essa dall’AT, secondo la quale «ricco » è sinonimo di empio e oppressore). La situazione precaria della ricchezza è spiegata col ricorso al testo di Isaia (40,6-7). La splendida vegetazione primaverile della Palestina si trasforma in arido deserto quando sopravvengono gli ardori estivi: stupenda immagine per descrivere la caducità della vita umana, particolarmente applicabile ai ricchi” (Felipe F. Ramos)
Vangelo
Perché questa generazione chiede un segno?
AI Mode: I farisei non cercano la verità, ma un pretesto per discutere e mettere Gesù in difficoltà. Chiedono un segno “dal cielo” (straordinario e cosmico) ignorando i numerosi segni che Gesù ha già compiuto tra la gente, come le guarigioni e la moltiplicazione dei pani.
Gesù nega categoricamente un ulteriore segno a “questa generazione”. La fede non può nascere da una costrizione o da una prova magica, ma solo dall’apertura del cuore alla Sua presenza quotidiana.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,11-13
In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.
Parola del Signore.
La richiesta del segno da parte dei farisei è registrata anche nel Vangelo di Matteo (16,1-4), e nel Vangelo di Luca (Lc 11,29-32), ma con delle differenze. Marco più breve, a differenza di Matteo e Luca, non fa menzione al segno di Giona e alla regina del sud. Il racconto marciano, “è spesso considerato più originario della promessa del «segno di Giona» in Matteo e Luca. Forse però Marco ha omesso questo ricordo biblico perché rischiava di sfuggire ai suoi lettori, e Gesù ha realmente promesso questo segno per annunziare il trionfo della sua liberazione finale, così come Matteo l’ha ben esplicitato [cf. Mt 12,39 +]” (Bibbia di Gerusalemme). I farisei si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova: in verità, ai farisei non interessano i segni, interessa trovare un modo per smentire Gesù di fronte alle folle. E questo è suffragato dal fatto che la domanda del segno avviene nel contesto di una sezione caratterizzata dai due miracoli dei pani (Mc 6,30-44; 8,1-9), due miracoli fra i più spettacolari del vangelo. La richiesta è per mettere alla prova Gesù: l’uomo spesso va in cerca di segni costruiti in base alla propria immaginazione e non s’accorge dei molti segni che Dio ha di sua iniziativa seminato lungo la strada.
Per approfondire
Segno - Wolfgang Winter: Nell’uso linguistico greco, il segno in quanto “contrassegno” o “indizio”, è il riferimento a un dato di fatto che ne facilita il riconoscimento. Un concetto formale simile si trova anche nell’Antico Testamento. Per esempio l’“arco sulle nubi” è segno, anzi pegno della fedeltà di Dio all’alleanza con Noè e con i suoi discendenti (Gen 9,12ss). Un rapporto ancora più stretto fra segno e cosa indicata è presupposto nelle “azioni simboliche” dei profeti veterotestamentari: convinzione, derivante dall’ambito del rito sacrale, dell’efficacia operativa dei segni. Il fatto che Ezechiele non faccia alcuna lamentazione funebre per sua moglie è un’anticipazione del futuro destino d’Israele, la cui realizzazione comincia già nel segno. Il segno è inoltre anche annuncio ai contemporanei, una caratteristica, questa, propria della profezia classica. Il segno di Ezechiele non annuncia soltanto la realtà dell’evento futuro; esso è per gli spettatori addirittura una rappresentazione attualizzata di ciò che accadrà. Nei Sinottici prevale la comprensione formale di segno come “indizio” o “contrassegno”. Nell’apocalittica si conosceva l’esistenza di determinati eventi come indizio della fine di “questo eone” e questa concezione è presupposta anche in Me 13, Mt 24 e Le 21. Il significato di “contrassegno”, “prova” è presente in Mt 12,38ss: Gesù deve legittimarsi agli occhi dei giudei con un segno. Egli però risponde col “segno del profeta Giona”, col segno cioè costituito dalla figura stessa di Giona, vale a dire, come rimando al Dio presente nella sua predicazione penitenziale. In Giovanni si trova una concezione dei segni caratterizzata soprattutto dal contenuto, come prodigi, miracoli che Gesù compie nella sua gloria. Essi, tuttavia, non lo fanno univocamente riconoscere come Figlio di Dio. Essi sono comprensibili soltanto per colui che è a conoscenza dell’“ora” della passione di Gesù, cioè per il credente, come rivelazione dell’amore di Dio per il mondo peccatore (Gv 2,lss).
I segni nella vita di Gesù - Paul Ternant (Dizionario di Teologia Biblica): All’epoca del Nuovo Testamento, i Giudei attendevano per i giorni del messia prodigi per lo meno pari a quelli dell’esodo, e connessi a sogni di vittoria sui pagani (cfr. 1Cor 1,22). gesù delude quest’attesa nel suo aspetto carnale. Ma l’appaga spiritualmente, inaugurando la vera salvezza con i suoi miracoli, e apportandola con il suo «esodo» (Lc 9, 31), con il grande segno (Gv 12, 33) della sua elevazione in croce e in gloria. Contraddetto da certuni, Gesù, attraverso tutta la sua missione di servo che assume su di sé le nostre infermità (Mt 8,17 = Is 53,4), è il segno efficace che fa sì che la moltitudine si risollevi (Lc 2, 34), lo stendardo (Is 11,10ss: eb. nes ; gr. semèion) eretto per il raduno dei dispersi (Gv 11,52).
Fedele alla promessa divina di un rinnovamento delle antiche meraviglie (Mt 11,4s = Is 35,5s; 26,19), Gesù moltiplica i miracoli, che, pur accreditandone la parola, rientrano nello stesso tempo nei segni-avvenimenti salvifici e nella mimica profetica (cfr. Mc 823ss): sono soprattutto questi miracoli, uniti alla sua autorità personale e a tutta la sua attività, a costituire «i segni dei tempi» (Mt 16, 3), cioè gli indizi dell’inizio dell’era messianica. Ma all’opposto di Israele nel deserto (Es 17,2.7; Num 14,22), egli si di rifiuta di tentare Dio, esigendo da lui dei segni a proprio vantaggio (Mt 4,7 = Deut) e di soddisfare quelli che, avidi di spettacolari, gli domandano un segno per tentarlo (Mt 16,1ss). Così i Sinottici, eco della sua riservatezza, evitano a proposito dei miracoli di usare la parola «segni», a cui ricorrono i suoi avversari (Mt 12,38; Lc 23, 8). Certo Dio, fornisce dei segni dell’avvento della salvezza ai poveri, come Maria (Lc 1, 36 ss), o i pastori (2,12). Però offrire ai Giudei i segni che essi si aspettano; ciò significherebbe pervertire la sua missione. Questi ciechi dovrebbero cominciare a prestare attenzione al «segno di Giona» secondo Lc 11,29-32, cioè alla predicazione di penitenza di Gesù. Sarebbero in grado di decifrare i «segni dei tempi», senza pretenderne altri per convenienza e sarebbero preparati a ricevere la testimonianza del più decisivo di essi, il «segno di Giona» secondo Mt 12,40, cioè la risurrezione di Cristo.
Ogni riserbo concernente l’uso della parola semèion scompare nella narrazione giovannea (salvo Gv 4,48), sia negli Atti che lettere. Per Giovanni, la visione dei segni avrebbe dovuto indurre i contemporanei Gesù a credere in lui (Gv 12,37-38): questi segni rendevano manifesta la sua gloria (2,11) a uomini provati (6,6), come Jahve aveva manifestato la propria (Num 14, 22), imponendo al popolo la prova del deserto (Deut 8,2). Essi li preparavano così a vedere (Gv 19,37 = Zac 12,10), grazie alla fede, il segno del Trafitto elevato sulla croce fonte di vita (12,33), che realizza la figura del serpente guaritore eretta da Mose su uno «stendardo» (Num 21,8: ebr. nes; gr. semèion; Gv 3,14), per la salvezza del popolo dell’esodo. Ai cristiani convertiti da questo sguardo di fede (cfr. Gv 20,29) e raffigurati dai Greci che chiesero di vedere Gesù (12,21.32s), il sangue e l’acqua che sgorgano dal Trafitto (19,34) appaiono allora i simboli della vita dello Spirito e della realtà del sacrificio che ce ne apre l’accesso grazie ai sacramenti del battesimo, della penitenza, dell’eucaristia. E di questi gesti salvifici del Risorto, vero tempio da cui scaturisce l’acqua viva (2,19; 7,37ss; 19,34; cfr. Zac 14,8; Ez 47,1s), i segni anteriori di Gesù (5,14; 6; 9; 13,1-10) appariranno a loro volta le prefigurazioni.
Guariscici dalla ricerca di segni - Adriana Zarri: Guariscici, Signore, da questa ricerca di segni esterni e consacranti, da questa puerilità di camerieri che vogliono il profeta col pennacchio. Tu non avevi pennacchi, tu non amavi lo straordinario e, se facevi miracoli, li facevi soltanto per pietà e domandavi che non se ne parlasse. Eri povero ma volevi questa ricchezza: che la gente ti amasse per te e non per quello che facevi.
Invece noi spesso ti amiamo perché compi miracoli e perché sei straordinario: il Cristo re, con i visceri in mano, che mostra un cuore raggiante, quasi un rubino incastonato nel petto.
E ingioielliamo la tua croce per dimenticare che era un segno d’infamia e farne un simbolo da portare in battaglia: «In hoc signo vinces », Invece tu hai ‘un semplice cuore come il nostro la tua croce era decorata solo di chiodi.
L’unica volta che ti vestirono da grande fu per burla: con una corona finta, fatta però di spine vere.
Dacci, Signore, di amarti cosi, senza bisogno d’altro; e di comprendere che l’incarnazione più grande è proprio questa piccola, calata nei gesti più normali; e di straordinario c’è solo lo straordinario e non i suoi abiti festivi.
Liberaci dalla ricerca dell’eccezionale: facci capire che il santo è povero di orpelli e anche di ori: passa per strada e nessuno lo conosce.
Fa’ che amiamo la povertà di questo anonimato, che amiamo anche noi passare inosservati, scomparire all’angolo della strada e che nessuno ci guardi dietro.
Fa’ che ci rifiutiamo alla facile notorietà, fosse pur quella della virtù titanica, che vorrebbe vestirci da festa e metterei sul palco; che amiamo le sedie di platea, tutte eguali; e la diversità sta in noi, nascosta nel profondo.
Dacci di amare i giorni feriali, in cui non c’è dolce sulla tavola né il vestito di festa, né l’omelia della domenica, ma il pasto normale, la tuta da lavoro, la messa « liscia », e non succede nient’altro che la vita: questo accadere immenso, comprensivo di tutto, che è il precipitare, nel tempo, del tuo vivere eterno
La necessità di un segno - Giovanni Crisostomo, Omelie sul VangeLo di Matteo 53, 2-3: Quale segno dal cielo chiedevano? Che arrestasse il sole o frenasse la luna o facesse cadere fulmini o mutasse l’aria o qualcos’altro di simile ... Se facevano riferimento ai segni dell’epoca del Faraone (Es 3 - 15), allora si doveva essere liberati da un nemico e a ragione avvenivano quei segni; ma per chi era venuto tra amici non c’era bisogno di questi segni.
I Testimoni di Cristo: Santa Giuliana di Nicodemia - Così la violenza del mondo ci costringe a scegliere: Non sempre la persecuzione si presenta con il suo vero volto, quello di una violenta repressione, perché spesso il mondo cerca di mettere a tacere il Vangelo attraverso metodi subdoli. In ogni caso la scelta è sempre tra la rinuncia alla propria identità di fede e la minaccia di vivere sotto scacco, quando non di dover offrire la propria vita. Davanti a questa scelta fu messa santa Giuliana di Nicomedia, una dei numerosi martiri dei primi secoli della storia della Chiesa. Giuliana era nata nel 287 a Nicomedia (oggi Izmit in Turchia) da genitori pagani: figlia forse di un funzionario imperiale, era l’unica cristiana della sua famiglia. Ancora bimba, all’età di appena nove anni, venne promessa sposa al prefetto della città, Eleusio, ma al momento delle nozze, quando Giuliana aveva 18 anni (forse nell’anno 305), pretese che il futuro marito si battezzasse prima di sposarla. Fu lo stesso promesso sposo a denunciarla alle autorità come cristiana praticante. Giuliana, però, non rinunciò al suo credo e alla richiesta di sposare un uomo battezzato. A nulla valsero le pesanti torture che dovette subire o la condanna a morte: salda nella fede fino all’ultimo, venne decapitata. (Matteo Liut)
O Dio, che hai promesso di abitare
in coloro che ti amano con cuore retto e sincero,
donaci la grazia di diventare tua degna dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.