14 Agosto 2026
 
San Massimiliano Maria Kolbe, Presbitero e Martire
 
Ez 16,1-15.60.63 (oppure Ez 16,59-63); Salmo Responsoriale Is 12,1-6; Mt 19,3-12
 
Giovanni Paolo II (Omelia 10 Ottobre 1982): 6. Che cosa è successo nel Bunker della fame nel campo di concentramento ad Oswiecim (Auschwitz), il 14 agosto del 1941?
A questo risponde l’odierna liturgia: ecco “Dio ha provato” Massimiliano Maria “e lo ha trovato degno di sé” (cf. Sap 3,5). L’ha provato “come oro nel crogiuolo / e l’ha gradito come un olocausto” (cf. Sap 3,6).
Anche se “agli occhi degli uomini subì castighi”, tuttavia “la sua speranza è piena di immortalità” poiché “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà”. E quando, umanamente parlando, li raggiungono il tormento e la morte, quando “agli occhi degli uomini parve che morissero...”, quando “la loro dipartita da noi fu ritenuta una sciagura ...”, “essi sono nella pace”: essi provano la vita e la gloria “nelle mani di Dio” (cf. Sap 3,1-4).
Tale vita è frutto della morte a somiglianza della morte di Cristo. La gloria è la partecipazione alla sua risurrezione.
Che cosa dunque successe nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941?
Si compirono le parole rivolte da Cristo agli Apostoli, perché “andassero e portassero frutto e il loro frutto rimanesse” (cf. Gv 15,16).
In modo mirabile perdura nella Chiesa e nel mondo il frutto della morte eroica di Massimiliano Kolbe!
7. A quanto successe nel campo di “Auschwitz” guardavano gli uomini. E anche se ai loro occhi doveva sembrare che “morisse” un compagno del loro tormento, anche se umanamente potevano considerare “la sua dipartita” come “una rovina”, tuttavia nella loro coscienza questa non era solamente “la morte”.
Massimiliano non morì, ma “diede la vita ... per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore.
E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.
“Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Massimo Cicchetti: Ezechièle parla al popolo di Israele, il popolo di Dio. Ne parla a volte con similitudini per far meglio comprendere il messaggio profetico. In questo capitolo Israele è immaginato come una giovane donna dalle radici impure, figlia di un Amorreo e di una Ittita; un popolo semita il primo, fondatore di Babilonia e l’altro indoeuropeo, entrambi adoratori di divinità diverse dal Dio di Israele e quindi popoli nemici, spesso citati nella Bibbia come ad esempio nello scontro di questo popolo contro Giosuè. Questa giovane creatura abbandonata nel proprio sangue al margine di un campo, viene raccolta dal Signore che la accoglie, se ne prende cura e la cresce con il fasto e la dedizione di una regina. La copre con il proprio mantello e la unge di olio prezioso: sono i gesti che lo sposo rivolge alla sposa nel giorno delle nozze, l’unione di Dio con il suo popolo è visto quindi come il paragone di un matrimonio regale tra Dio e la sua regina Israele. I doni preziosi di metalli rari, di vesti nobilissime che Israele riceve, sono il segno tangibile dell’affetto e della stima del Signore Dio nei confronti della sua sposa. Tale sposa però si dimentica di tutte queste attenzioni, inebriata dal potere della propria bellezza, e si prostituisce con i passanti. Le parole del profeta alludono alle alleanze di Israele che Giuda stipula con i popoli vicini, adoratori di idoli che mercificano la sacralità dell’oro e dell’argento per modellare figure da adorare. Dio però è forte di un amore potentissimo, tale che il suo amore per Israele che lo conduce al perdono. Il patto stretto con il suo popolo lui non lo tradisce e continua a porre la sua mano sopra di lui in attesa che questo si ravveda e si vergogni della sua condotta. L’amore di Dio è un amore che non si spezza, semmai si rinforza in una nuova alleanza, in modo che la vergogna, derivata dalla comprensione del gesto efferato del popolo possa essere strumento di un nuovo e duraturo amore da consumarsi nei secoli a venire.

Vangelo
Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così.
 
Il tema del divorzio, al tempo di Gesù, era oggetto di accese discussioni tra due scuole rabbiniche: quella di Shammai, rigorista, e quella di Hillel, lassista. La prima riconosceva legittimo motivo solo il caso di adulterio da parte della moglie, la seconda scuola ammetteva, invece, come valido qualsiasi motivo, anche il più futile.
L’intenzione dei farisei è di costringere Gesù a schierarsi o per la scuola di Shammai o per la scuola di Hillel e così poterlo accusare o ai rigoristi o ai lassisti. L’intenzione era di creargli dei nemici. Gesù capovolge il tutto mettendo la donna e l’uomo sullo stesso piano. Non è solo la moglie colpevole di adulterio verso il marito, ma anche il marito si rende colpevole di adulterio se ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra. I diritti e i doveri sono uguali per la moglie e per il marito e chi li lede commette adulterio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,3-12
 
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Parola del Signore.
 
Chi ripudia la propria moglie … e ne sposa un’altra ... - I farisei, sempre vigilanti, seguono passo passo Gesù attendendo solo il momento opportuno per attaccare, per metterlo alla prova: il verbo greco (peirazontes) «ha un significato peggiorativo, stando ad indicare un tentativo che si compie in tutto malanimo per fare cadere qualcuno per mezzo di un tranello tesogli di nascosto [cf. Mc 8,11; 12,13-15]» (Adalberto Sisti).
Così non sorprende questo ennesimo assalto volto unicamente a mettere in difficoltà Gesù. La domanda è costruita ad arte: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina: Il richiamo all’autorità della sacra Scrittura, che troviamo sovente nell’insegnamento di Gesù (cf. Mt 4,4.6.7; 26,31; Mc 14,21.27; Lc 24,46; ecc.), qui è teso a smascherare l’ipocrisia dei farisei. In verità, il legalismo e la doppiezza erano il complesso dei requisiti utili a delineare l’immagine ideale dei farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti ... Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini ... Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione ... [annullate] così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,6.8-9.13). Una tentazione, quella di annullare la parola di Dio con la tradizione, mai sopita, nemmeno nella Chiesa.
Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla? È vero che il ripudio era ammesso dalla legge di Mosè (cf. Dt 24,1-4), ma la loro interpretazione era abusiva.
Oltre tutto, la domanda non doveva essere nemmeno posta perché i farisei, veri maestri della Parola, conoscevano già la risposta e sapevano che si trovava nel primo libro della Torah, il libro della Genesi, dove tra l’uomo e la donna veniva postulato completa e indissolubile comunione di vita.
Da qui si comprende quanto fosse capziosa la loro domanda. La risposta di Gesù non ammette replica: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così».
La durezza del cuore e della cervice (cf. Es 32,9; 33,3 ecc.) è un rimbrotto che a piè sospinto troviamo nell’Antico Testamento. La durezza di cuore è l’incapacità dell’uomo a comprendere la volontà di Dio ed entrare nei suoi disegni. È chiusura alla parola di Dio. Questo peccato apportò al popolo giudeo fame, lutti, morti, catene ... Per tanta ostinazione, sul popolo d’Israele piombò un terribile castigo: la fame della Parola di Dio (Am 8,11-12).
Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio: questa risposta è chiara a tutti, ai semplici e ai dotti: nessuna reale eccezione alla indissolubilità del matrimonio (cfr. Mc 10,11-12; Lc 16,18; 1Cor 7,10-11). La separazione è possibile solo nel caso di unioni illegittime, cioè le unioni illecite proibite dalla Torah. 
L’interpretazione dell’inciso, se non in caso di unione illegittima, è discussa. Per Angelico Poppi “probabilmente si tratta di una glossa per suggerire l’obbligo della separazione nel caso di un matrimonio irregolare, perché contratto invalidamente contro le prescrizioni di Lv 18. Gnilka annota che la formulazione di Mt per sé non esclude un nuovo matrimonio per l’uomo che ripudia la propria moglie colpevole di adulterio,benché tale interpretazione matteana vada in senso contrario all’insegnamento di Gesù, presupposto dal contesto (II, 231)” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
Questo è il progetto di Dio il quale non ammette disquisizioni teologiche di sorta.
In questa luce si arriva ad una sola conclusione: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Che è equivalente a: «l’uomo non manipoli ciò che Dio ha fatto per essere congiunto, ma ne promuova lo sviluppo armonioso. Chiama durezza di cuore [che è centro della persona più che del sentimento] la ristrettezza di mente e di progetti di chi ha perso la ricchezza della parola di Dio per rinchiudersi nei cavilli giuridici» (Don Bruno Barisan).
Le parole rivolte ai discepoli vogliono aprire le porte al celibato volontario per amore del regno dei cieli. Una vocazione che pochi comprendono.
 
Per approfondire
 
Bibbia di Gerusalemme (nota a Mt 19,9): Data la forma assoluta dei testi paralleli (Mc 10,11s, Lc 16,18 e 1Cor 7,10s), è poco verosimile che tutti e tre abbiano soppresso una clausola restrittiva di Gesù; è più probabile invece che uno degli ultimi redattori del primo Vangelo l’abbia aggiunta per rispondere a una problematica rabbinica (discussione tra Hillel e Shammai sui motivi che legittimano il divorzio), evocata già dal contesto (v 3), e che poteva preoccupare l’ambiente giudeo-cristiano per il quale egli scriveva. Si avrebbe dunque qui una decisione ecclesiastica di portata locale e temporanea, come fu quella del decreto di Gerusalemme riguardante la regione di Antiochia (At 15,23-29). Il significato di porneia orienta la ricerca nella stessa direzione. Alcuni vogliono vedervi la fornicazione nel matrimonio, cioè l’adulterio, e trovano qui il permesso di divorziare in un caso simile; così le chiese ortodosse e protestanti. Ma in questo senso ci si sarebbe aspettati un altro termine, moicheia. Al contrario porneia, nel contesto, sembra avere il senso tecnico della zenût o «prostituzione» degli scritti rabbinici, riguardante qualsiasi unione resa incestuosa da un grado di parentela proibito secondo la legge (Lv 18). Tali unioni, contratte legalmente tra i pagani o tollerate dagli stessi giudei nei confronti dei proseliti, hanno dovuto causare difficoltà, quando queste persone si sono convertite, in ambienti giudeocristiani legalisti come quello di Mt: da qui l’ordine di rompere tali unioni irregolari che poi erano solo falsi matrimoni.
Un’altra soluzione ritiene che la licenza accordata dalla clausola restrittiva non sia quella del divorzio, ma della «separazione» senza seconde nozze. Una tale istituzione era sconosciuta al giudaismo ma le esigenze di Gesù hanno richiesto più di una soluzione nuova e questa è già chiaramente supposta da Paolo in 1Cor 7,11.
 
La donna - Anna Maria Canopi: In antico la donna appariva come una creatura enigmatica, portatrice di un tremendo mistero. A motivo dei suoi cicli di fecondità veniva assimilata alla terra la quale era adorata come «dea-madre». Dopo l’epoca matriarcale della civiltà agricola, si ebbe però una netta affermazione del maschio, che si pose quale soggetto sovrano della storia e impresse alla civiltà la propria fisionomia.
La donna, considerata inferiore per natura, venne tenuta in stato di soggezione. La sacra scrittura risente dell’influenza del mondo orientale, ma - al di là delle immagini di cui sono rivestiti - i dati della rivelazione presentano una concezione della donna sostanzialmente positiva.
Creata come l’uomo a immagine di Dio e messagli accanto come «aiuto a lui corrispondente», la donna inizia con l’uomo la vita sociale fondata sull’amore e sulla reciproca complementarietà. La colpa originale introduce il disordine nel rapporto della coppia umana, e la donna ne porta le conseguenze particolarmente nella sua funzione sponsale e materna; soltanto procreando nel dolore ella può assicurare la continuità della vita al genere umano sottoposto alla morte. Per divino volere, ella entra dinamicamente nel piano della salvezza e diviene un potente strumento di vittoria nelle mani di Dio.
A cominciare da Sara, sposa di Abramo, la bibbia testimonia dell’importanza decisiva che ebbe la presenza di non poche donne nella storia del popolo eletto. Insieme all’influenza benefica delle madri e delle eroine di Israele, documenta però anche l’influenza nociva delle donne straniere e perverse.
Costantemente viva si fa sentire l’esigenza, da parte dell’uomo, di trovare la donna ideale. Di questa si arriva a fare una personificazione della Sapienza. L’immagine della femminilità serve ad esprimere anche il ruolo del popolo eletto nel suo rapporto con Iahvé.
Al giungere della pienezza dei tempi, nasce Maria, la donna annunciata da Dio quale nuova Eva, madre del Salvatore, vincitore della morte. In Maria, vergine-madre, la donna è già totalmente riabilitata ed emancipata. Ma è Cristo a inaugurare storicamente la promozione di tutte le donne, mediante il suo insegnamento e ancor più mediante il suo comportamento. E ciò per il fatto stesso che egli, salvandola, promuove tutta l’umanità.
In seno alla Chiesa primitiva la donna gode di una posizione privilegiata in confronto alla posizione che ha nell’ambito giuridico-sociale del mondo pagano, ancora impregnato degli antichi pregiudizi. Tra i battezzati, rinati in Cristo, non conta più, infatti, la distinzione di sesso. La donna, insieme con l’uomo, è chiamata all’eredità della vita eterna; ed ella può realizzarsi pienamente quale persona anche al di fuori del matrimonio: nella verginità, come «sposa» di Cristo, per una fecondità spirituale non meno ricca e autentica di quella naturale.
In questo senso la donna partecipa intimamente del mistero della Chiesa - sposa di Cristo e madre dei credenti - e continua a rendere il suo insostituibile servizio alla vita, e a dare il suo prezioso contributo per una più umana e cristiana società.
 
Ciò che Dio ha unito - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 62, 1: Poi per far sì che lanciare accuse contro questa legislazione fosse un atto temibile e per rafforzare tale Legge, non ha detto: Non dividete dunque, non separate, ma: Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi. Se opponi Mosè, io ti parlo del Signore di Mosè e inoltre lo affermo anche in base al tempo. Dio infatti fin dal principio li creò maschio e femmina; questa Legge è più antica, anche se sembra che sia introdotta ora da me ed è stata stabilita con grande cura. Non ha soltanto. condotto la donna dall’uomo, ma ha anche ordinato di lasciare madre e padre, e non ha soltanto prescritto all’uomo di andare dalla donna, ma anche di unirsi a lei, per indicare, con l’uso di questa espressione, la loro indivisibilità. E non si è limitato neppure a questo, ma ha ricercato anche un’altra unione più grande: I due, dice, saranno una carne sola.
 
Testimoni di Cristo - San Massimiliano Maria Kolbe - Donare la vita è il gesto d’amore più grande: Non c’è amore più grande di chi dona la vita per le sorelle e i fratelli, soprattutto quando questo gesto avviene nel segno del Risorto. Ce lo ricorda la storia di san Massimiliano Maria Kolbe, martire del nazismo. Nato l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola, nella Polonia centrale, Rajmund Kolbe nel 1910 entrò tra i Frati Minori Conventuali, assumendo il nome di fra Massimiliano. Dal 1912 si trovò a Roma per completare la propria formazione. Nel 1917 fondò la «Milizia di Maria Immacolata» e nel 1918 fu ordinato prete nella chiesa di Sant’Andrea della Valle. Nel 1919 tornò in patria e nel 1922, per far conoscere la Milizia, fondò la rivista «Il cavaliere dell’Immacolata», che arrivò a diffondere milioni di copie. Malato di tubercolosi, per un periodo fu anche missionario tra Giappone e India. Imprigionato dai nazisti nel febbraio 1941 a causa dell’origine del suo nome, venne inviato ad Auschwitz e destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al forno crematorio. Offrì la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. (Matteo Liut)
 
O Dio, che al santo presbitero e martire
Massimiliano Maria [Kolbe],
ardente di amore per la Vergine Immacolata,
hai dato un grande zelo per le anime
e un amore eroico verso il prossimo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di impegnarci senza riserve
al servizio degli uomini per la tua gloria
e di conformarci fino alla morte a Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

13 Agosto 2026
 
Mercoledì XIX Settimana T. O.
 
Ez 12,1-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 77 (78); Mt 18,21-19,1
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Effetti del perdono dei peccati 1443 Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l’effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio2291 e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.
1473 Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’«uomo vecchio» e a rivestire «l’uomo nuovo».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La pantomima dei lavori - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): La visione precedente relativa all’esodo della gloria di Yahveh, sebbene avesse tranquillizzato il popolo, non aveva ottenuto l’effetto desiderato. II popolo era ancora dominato dall’idea d’una presenza speciale di Yahveh nel tempio, e, per conseguenza, dell’immunità del tempio stesso. Sempre ottimisti, essi continuavano a pensare che, se Yahveh li aveva accompagnati nell’esilio, non aveva però lasciato Gerusalemme e che, molto presto, li avrebbe riaccompagnati in patria.
Ezechiele insiste nella sua battaglia contro simili illusioni. Ora, egli si serve di due azioni simboliche: una è narrata nella presente lettura e un’altra che si trova nei versetti che seguono. Il motivo per cui egli ricorre a questa pantomima è chiaro: il suo popolo è una «genia di ribelli che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono»; ed egli deve ricorrere a tutto per cercare di ottenere qualcosa. È un esempio assai forte dell’accondiscendenza divina.
Ezechiele, come un attore, fa la parte dell’esule: prepara il bagaglio, fora il muro, si copre il volto ed esce come un bandito al tramonto e in presenza di molti che lo osservano con curiosità e con disprezzo, come se fosse
un malato di mente. Sul momento non si fanno commenti; solo il mattino seguente scoppia la tempesta delle domande: «Che stavi facendo?».
La risposta è risoluta: «Io son un simbolo per voi ... quello che ho fatto a te, sarà fatto a loro». Ezechiele pensò agli abitanti di Gerusalemme: sarebbero andati tutti in esilio. Ma quando, alcuni anni più tardi, gli avvenimenti confermarono le parole del profeta, e il re Sedecia fuggì di notte e attraverso il muro alla volta di Gerico dove fu catturato dai soldati di Nabucodonosor, l’azione simbolica di Ezechiele acquistò un nuovo significato più particolare, quale il profeta in un primo momento non aveva certo immaginato.
Per comprendere meglio i particolari dell ‘azione simbolica, si ricordi il dettaglio di «coprirsi il volto», segno d’umiliazione e di vergogna e che è applicato all’Unto di Yahveh; si ricordi che fugge vestito da mendicante colui che è re, vicario sulla terra del Signore degli eserciti, Sedecia; che lo fa di notte e nell’oscurità, nel’lora del potere delle tenebre. L’impatto dovette essere duro in quegli uomini che vivevano queste realtà. Dio non risparmia i mezzi per farsi comprendere e farsi credere all’uomo.
 
Vangelo
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
 
Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): La domanda di Pietro e, soprattutto, la risposta di Gesù esemplificano lo spirito di comprensione e di misericordia che deve presiedere all’agire dei cristiani.
La cifra di settanta volte sette equivale, nel linguaggio ebraico, all’avverbio “sempre” (cfr Gn 4,24): «Il Signore non prescrisse di perdonare un certo numero di volte, ma fece capire che bisogna perdonare di continuo e sempre» (Omelia sul Vangelo di san Matteo, 61). In questo passo si può osservare anche il contrasto tra l’atteggiamento gretto degli uomini, ben poco abituati a perdonare, e la misericordia infinita di Dio.
La nostra condizione di debitori nei confronti di Dio è assai ben riflessa nella parabola. Un talento equivaleva a seimila denari, e un denaro costituiva la paga giornaliera di un lavoratore. Un debito di diecimila talenti è enorme: tale cifra dà un’idea approssimata del valore immenso che ha il perdono che riceviamo da Dio. A motivo di ciò, l’insegnamento finale della parabola è quello di perdonare sempre, e di cuore, i nostri fratelli. «Sforzati, se è necessario, di perdonare sempre coloro che ti offendono, fin dal primo istante, perché, per quanto grande sia il danno o l’offesa che ti fanno, molto di più ti ha perdonato Iddio» (JOSEMARÍA ESCRIVÁ Cammino, n. 452).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21-19,1
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.
 
Parola del Signore.
 
... quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro  pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità  fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo Kg d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano ... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato ... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
 
Per approfondire
 
Il perdono nella Bibbia - Eleonore Beck: La Bibbia usa diversi termini per perdono, i quali spesso sono tradotti in maniera diversa: annullare, allontanare, rimettere, coprire, velare, togliere, riconciliare, cancellare, pagare, estinguere, a) Il problema del perdono si fa grave soltanto sullo sfondo della colpa nella quale l’uomo incorre in rapporto agli altri, e con ciò stesso nei confronti di Dio. La colpa fa indissolubilmente parte dell’esistenza dell’uomo, nessuno può liberarsene da solo. La colpa distorce il rapporto dialogico fra gli uomini e il rapporto con Dio; il perdono lo ristabilisce, b) L’Antico Testamento riserva il perdono a Dio (Es 34,9; Ger 5,1 ecc.); la sua misericordia è maggiore di ogni colpa, egli rinuncia al castigo, il suo perdono copre la colpa (Sal 32,1; 103,8-18). Egli perdona a chi si converte, e gli dona una vita nuova. I sacrifici possono ottenere la riconciliazione e conseguire il perdono per il peccatore, c) Nel Nuovo Testamento il perdono non è più riservato solo a Dio. Gesù ha il potere sulla terra di rimettere i peccati (Mt 2,5.10s ecc.). Egli frequenta pubblicani e peccatori (Mt 9,9-13 ecc.). Sulla croce egli implora perdono per colon che lo perseguitano (Lc 23,34), dalla croce il suo perdono dei peccati vale per giudei (At 13,38) e per i pagani (At 10,34 ecc.). Nella vita e nella morte di Gesù avviene la riconciliazione definitiva e insopprimibile (Mc 10,45) d) Il potere di rimettere i peccati è conferito agli apostoli (Gv 20,23) presupposto del perdono è la conversione e la confessione del peccato (Lc 24,47; At 2,38 ecc.). Il perdono è reso possibile dal fatto che Gesù, soffrendo e morendo, ha ottenuto da Dio la riconciliazione. Senza spargimento di sangue non si dà riconciliazione (Eb 9,22). Noi otteniamo il perdono in Cristo (Ef 1,7), per mezzo del suo nome (At 10,43), mediante il battesimo (At 2,38). e) Il perdono viene offerto a tutti gli uomini mediante l’annuncio delle azioni salvifiche di Dio. Coloro che personalmente hanno ottenuto il perdono hanno il compito di trasmettere il messaggio (Gv 21,15-17; 1Tm 1,1216) a tutti gli uomini (Lc 24,47). A loro s’impone anche di perdonarsi vicendevolmente, così come essi ricevono perdono (Mt 18,21; Ef 4,32; Col 3,12ss; ecc.). L’uomo che si rifiuta di perdonare non può ottenere il perdono da Dio (Mi 6,12.14-15; 18,23ss).
 
Jean Fraine e Pierre Grelot - Numeri, significati simbolici: L’oriente antico ha dato molta importanza al simbolismo dei numeri. In Mesopotamia, dove le matematiche erano relativamente sviluppate, si attribuivano agli dèi taluni numeri sacri. Secondo le speculazioni pitagoriche, 1 e 2 erano maschili, 3 e 4 femminili, 7 verginale, ecc. Queste concezioni si incontrano talvolta negli scritti giudaici e presso i Padri, ma sono estranee alla Bibbia, dove nessuna cifra per sé è sacra. In compenso, in base a taluni usi convenzionali o per influsso laterale delle civiltà vicine, vi si incontrano in gran numero usi simbolici od anche «gematrie».
Usi simbolici. - Il 4, cifra della totalità cosmica (che sta ancora sullo sfondo dei «quattro viventi» in Ez 1,5 ...; Apoc 4,6) finisce per designare tutto ciò ghe ha carattere di pienezza: quattro flagelli in Ez 14,21; quattro beatitudini in Lc 6,20 ss (e 8 in Mi 5,1-10).
Il 7 designa tradizionalmente una serie completa: sette aspersioni con il sangue (Lev 4,6.17;8, 11; 14,17; Num 19,4; 2Re 5,10), immolazione di sette animali (Num 28,11; Ez 45,23; Giob 42,8; 2Cron 29,21). È collegato volentieri ad oggetti sacrosanti: i sette angeli di Tob 12,15; i sette occhi sulla pietra in Zac 3,9. È soprattutto la cifra dei giorni della settimana, e caratterizza il sabato, giorno santo per eccellenza (Gen 2,2). Di qui le speculazioni apocalittiche di Dan 9,2.24, dove le settanta settimane di anni (10 giubilei di sette volte sette anni) terminano nel giorno della salvezza, indipendentemente da ogni cronologia reale.
Cifra di perfezione divisibile in 3+4, il sette figura a questo titolo nelle visioni profetiche (Is 30,26; Zac 4,2) e soprattutto nelle apocalissi (Apoc 1,12.16; 3,1; 4,5; 5,1.6; 8,2; 10,3; 15,1; 17,9), ma si menziona pure la sua metà, tre e mezzo (Dan 7,25; 8,14; 9,27; 12,8.11s; Apoc 11,2s.9ss; 12,6.14; 13,5). Viceversa, 6 (7-1) è il tipo della perfezione non raggiunta (Apoc 13,18: 666).
Il 12, in quanto cifra delle dodici tribù, è anch’esso una cifra perfetta, che si applica simbolicamente al popolo di Dio. Di qui il suo uso significativo per i dodici apostoli di Gesù, che governeranno le dodici tribù del nuovo Israele (Mt 19,28 par.). Anche la nuova Gerusalemme dell’Apocalisse ha dodici porte su cui sono incisi i nomi delle dodici tribù (Apoc 21,12), e dodici basamenti che portano i nomi dei dodici apostoli (21,14). Così pure il popolo salvato è un numero di 144.000, dodici migliaia per ogni tribù di Israele (7,4-8). Ma le dodici stelle che coronano la donna (altro simbolo della nuova umanità) potrebbero fare allusione alle dodici costellazioni zodiacali (12,1).
 
Fare i conti con i propri servi: «Nel fare i conti con i servi, il padrone esige anche da coloro che hanno preso prestiti dai suoi servi, si tratti delle cento misure di grana, dei cento barili di olio, o di qualunque altra cosa ricevuta da quanti non fanno parte della cerchia domestica. Stando alla parabola infatti, non si trova un collega dell’ amministratore disonesto, a dover le cento misure di grano e i cento barili d’olio, come risulta evidente dalle parole: Quanto devi al mio padrone? “Non disse: al nostro padrone?” Ora, devi intendere che ogni azione buona e conveniente somiglia ad un guadagno con aumento, ed ogni azione cattiva ad un deficit. E come c’è un guadagno di più, un altro di meno di monete d’argento, e come variamente si realizza il guadagno di più o di meno (monete d’argento), allo stesso modo per le azioni buone avviene una specie di bilancio relativo ai maggiori e ai minori guadagni.» (Origene, Commento al Vangelo di Matteo 14, 8).
 
Testimoni di Cristo - Santi Ponziano e Ippolito - La comunione ritrovata davanti alle prove: Quando siamo messi alla prova e la sofferenza sembra vincere su tutto: è lì che torniamo all’essenziale e superiamo i muri che ci dividono dagli altri e ci riscopriamo sorelle e fratelli. La vicenda dei santi Ponziano e Ippolito (Papa il primo, sacerdote scismatico il secondo) ci offre la testimonianza di una comunione ritrovata di fronte alla prova. Vissuti nel III secolo e divisi da questioni tutte umane, si riunirono nella piena comunione davanti alla prova del martirio. L’episodio si colloca nel 235 in Sardegna, dove i due si trovarono a condividere la condanna ai lavori forzati inflitta dall’imperatore Massimino il Trace. Ponziano, romano, era stato eletto Papa il 21 luglio 230 e, dopo essere stato deportato a causa dell’inasprimento della persecuzione, abdicò perché la Chiesa di Roma non restasse senza un pastore, essendo ben consapevole del destino che lo attendeva. La sua scelta però potrebbe essere stata dettata anche dalla volontà di tendere una mano verso la fazione di Ippolito. Lo scisma del sacerdote Ippolito, infatti, era iniziato con l’elezione di papa Callisto (217-222), accusato ingiustamente dallo stesso Ponziano di essere eretico già quando era un semplice diacono al fianco di papa Zefirino. All’imperatore, però, non importava che Ippolito fosse scismatico e lo condannò assieme a Ponziano per colpire l’intera comunità cristiana.  (Matteo Liut)
 
La preziosa passione dei santi martiri Ponziano e Ippolito
ottenga a noi, o Signore, l’abbondanza del tuo amore
e rinsaldi sempre più la fede nei nostri cuori.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
12 Agosto 2026
 
Mercoledì XIX Settimana T. O.
 
Ez 9,1-7;10,18-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 112 (113); Mt 18,1-5.10.12-14
 
 
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo - Catechismo della Chiesa Cattolica 553: Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Il «potere delle chiavi» designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, «il Buon Pastore» (Gv 10,11), ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17). Il potere di «legare e sciogliere» indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il popolo d’Israele è sprofondato nella apostasia, ha dimenticato il suo Creatore, ha profanato l’alleanza, ha donato il suo cuore agli idoli pagani. Per questi peccati Gerusalemme deve essere punita e distrutta, ma tra le piaghe di un annuncio di castigo si nasconde sempre un annuncio di pietà e di perdono: si salverà un resto (Ez 9,4) e presto risplenderà su Gerusalemme il volto misericordioso di Dio: “Così dice il Signore Dio: Vi raccoglierò in mezzo alle genti e vi radunerò dalle terre in cui siete stati dispersi e vi darò la terra d’Israele. Essi vi entreranno e vi elimineranno tutti i suoi idoli e tutti i suoi abomini. Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, perché seguano le mie leggi, osservino le mie norme e le mettano in pratica: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio” (Ez 11,17-20).
 
Vangelo
Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
 
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Per la Bibbia di Gerusalemme la «norma data da Gesù riguarda una colpa grave e pubblica, che non necessariamente è contro colui che la vuol correggere». Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale «va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene. Per cui, se un fratello “pecca” e non si arrende alla “correzione” della Chiesa, questa eserciterà la sua potestà di “legare”, cioè di escludere dalla fraternità il membro ribelle e relegarlo fra “quelli di fuori”, i gentili e i pubblicani» (Angelo Lancellotti). A conclusione del brano evangelico, la promessa divina legata alla preghiera comunitaria: essa verrà esaudita in virtù della presenza di Cristo Gesù nella assemblea cristiana.
 
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
Parola del Signore. 
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 15 Ha commesso un fallo; molti aggiungono: contro di te; quest’aggiunta è sospetta perché introdotta per armonizzare il testo con Mt., 18, 21; l’omissione di essa è criticamente più ragionevole, perché documentata da codici autorevoli (codd. Vaticano e Sinaitico) e perché dà concisione alla frase. Un fallo; si tratta di una colpa grave ed esterna che nuoce alla comunità; chi compie la correzione non è necessariamente la persona offesa (anche per questo motivo l’omissione: contro di te è da preferirsi). La dottrina espressa dalla parabola precedente va completata con l’insegnamento su la correzione fraterna.
16 Gesù richiama un procedimento giuridico della legge antica; cf. Deuteronomio, 19, 15, citato dal versetto evangelico. La situazione non rimane nell’ambito puramente giuridico (provare la colpevolezza), ma rientra in quello morale (convincere il colpevole dell’errore compiuto); non una, ma più persone devono convincere il fratello del suo errore.
17 Dillo alla comunità (τῇ ἐκκλεσία), cioè all’assemblea dei fratelli. Gesù provvede al futuro della società che ha istituito; egli parla di essa come di un corpo giuridico in cui vi è un’autorità che ha il potere di allontanare i ribelli e gli ostinati. Dopo la sentenza di separazione, il colpevole ed ostinato fratello va considerato come un pagano e pubblicano, cioè come un espulso dalla comunità dei credenti (noi diremmo: uno scomunicato). Gesù non precisa la comunità, essa può essere la comunità del luogo dove si trova il colpevole o del centro dal quale dipende la chiesa locale.
18 Gesù si rivolge agli apostoli (cioè: ai grandi, cf., 18, i) ai quali è diretto questo discorso ed estende ad essi i poteri spirituali conferiti a Pietro (cf. Mt., 16, 19), senza tuttavia togliere o limitare al principe degli apostoli il potere sovrano delle chiavi (cf. 16, 17-19). Il contesto indica chiaramente che il legare e lo sciogliere hanno il senso di condannare ed assolvere, di scomunicare e di riconciliare.
19-20 Le parole ricordate da Matteo non sembrano avere uno stretto legame con il contesto. La verità può riguardare gli apostoli quando essi si riuniscono per prendere una decisione (τράγμα) e chiedono l’aiuto divino, ed anche i semplici fedeli. Gesù indica la ragione sulla quale è fondata la certezza dell’aiuto divino: il Figlio, che è amato ed ascoltato dal Padre (cf. Gio., 11, 42), si trova presente anche nella più modesta riunione fatta nel suo nome. Nel mio nome, significa: per invocarmi, per rendermi onore. Alle parole di Gesù può essere avvicinato questo detto rabbinico: «Dove due sono insieme e discutono intorno alla Legge, la Gloria (Dio) è in mezzo a loro».
 
Per approfondire
 
Se il tuo fratello commetterà una colpa ...  - Il precetto evangelico non è nuovo nella sua sostanza, ma è già presente nell’insegnamento veterotestamentario. L’autore del libro dei Maccabei così scrive nella sua opera: «Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo» (2Mac 6,12). E nel libro dei Proverbi leggiamo: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione» (Pro 3,11).
A comprova che tali massime annunciano già la morale del Vangelo, si può notare che questa ultima raccomandazione è ricordata dall’autore della Lettera agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui... È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (12,5-8).
Se chi odia il rimprovero è uno stupido (Pro 12,1), chi ama e accoglie con gioia la correzione dell’Onnipotente è beato: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (Gb 5,17).
Il padre, modellando la sua condotta e la sua autorità su questi esempi divini, non deve risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuote con il bastone non morirà (Prov 23,13), e al dire di Salamone: «La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre» (Pro 29,15).
Dal monito evangelico si evince che i cristiani, come dovere precipuo, devono imparare a praticare la correzione fraterna come comunione di amicizia e aiuto fraterno. È un dovere primario perché la correzione fraterna, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, è una chiave eccellente per spalancare la porta della conversione: «La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale...» (CCC 1435).
Al dire di San Tommaso d’Aquino, la correzione fraterna è una eccellente elemosina spirituale, che aiuta il prossimo a correggere i suoi difetti (cf. Somma Teologica II-II, 28-33). E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che «la carità esige la generosità e la correzione fraterna» (1829).
Certamente, si «richiede molta prudenza nello scegliere il momento opportuno ed i mezzi adatti affinché la correzione raggiunga realmente il suo scopo»  (ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, 262). E se spostiamo questa elemosina spirituale in un ambito prettamente gerarchico, non solo «i superiori sono tenuti ad esercitare questa virtù verso i loro sudditi, ma anche i sudditi verso i loro superiori, purché si osservino le dovute attenzioni e si possa fondatamente sperare qualche frutto; diversamente sono dispensati dalla correzione e debbono astenersi effettivamente dal farla. I superiori invece hanno l’obbligo di correggere i sudditi, applicando le sanzioni del caso a chi resistesse, per salvare l’ordine della giustizia e promuovere il bene comune» (ibidem).
Elemosina spirituale, non un potere selvaggio per strapazzare i fratelli, quindi, no ai giudizi temerari, sì alla carità, alla pazienza e sopra tutto alla dolcezza. In questo modo la correzione fraterna se da una parte fissa dei paletti che non possono essere oltrepassati dall’altra parte scoraggia chi è tentato a trasgredire: «è dannoso condannare temerariamente, così il non punire i peccati manifesti significa aprire la via agli altri che oseranno fare altrettanto» (San Giovanni Crisostomo).
Alla dolcezza si accompagni la prudenza, ma mai si taccia, perché il silenzio è omertà e connivenza. Il cristiano dinanzi al peccato del fratello non può assumere un atteggiamento omertoso né per paura, né per solidarietà, né per difesa di interessi personali. Il frutto più bello della correzione fraterna è l’ordine, la pace: in una parola, edifica la comunità.
 
La carità fraterna - Charles Wiener (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20 s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7 s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d’amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
 
Se ti ascolterà ...: «“Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo”. Se lo avrai trascurato, tu sei peggiore. Egli ti arrecò ingiuria, e ciò facendo inferse a se stesso una grave ferita: tu disprezzi la ferita di tuo fratello? Tu lo vedi perire, od anche che si è già perduto, e lo trascuri? Sei peggiore tu nel tacere che non lui nell’ingiuriare. Perciò, quando qualcuno pecca contro di noi, cerchiamo di avere grande cura, non per noi; infatti è cosa gloriosa dimenticare le ingiurie: ma tu dimentica la tua ingiuria, non la ferita di tuo fratello. Quindi, “riprendilo fra te e lui solo”, con l’intenzione di correggerlo, vincendo ogni pudore. Infatti, preso da forte vergogna, egli comincia a difendere il suo peccato, e tu rendi peggiore colui che volevi correggere. “Riprendilo”, perciò, “fra te e lui solo. Se ti avrà ascoltato, avrai conquistato tuo fratello”: perché sarebbe perduto, se tu non lo facessi» (Sant’Agostino).
 
Testimoni di Cristo - Santa Giovanna Francesca de Chantal - Il volto di Dio nell’opera dei cristiani: Chiediamoci continuamente qual è il volto di Dio che gli altri vedono guardando alla nostra testimonianza, perché è ai nostri gesti, alle nostre Parole e alla nostra capacità di accostarci alle sorelle e ai fratelli bisognosi che Dio stesso si affida per continuare a essere presente nella storia. In questa prospettiva visse santa Giovanna Francesca de Chantal, che fu guidata lungo il cammino della santità da san Francesco di Sales, assieme al quale fondò la congregazione delle Visitandine. Giovanna Frémiot nacque a Digione nel 1572, a 20 anni sposò il barone de Chantal, con il quale ebbe sei figli, due dei quali morirono alla nascita. Si dedicò completamente alla famiglia e per questo veniva chiamata “la dama perfetta”, ma a 29 anni rimase vedova e poco dopo conobbe san Francesco di Sales che fu per lei amico e guida spirituale. Il progetto delle Visitandine, nate per l’assistenza ai malati, conobbe diversi ostacoli ma la forza e il coraggio della fondatrice ne permisero la rapida diffusione. Giovanna Francesca de Chantal morì a Moulins nel 1641.
 
O Dio, che hai fatto risplendere di eccelse virtù
santa Giovanna Francesca [de Chantal]
nella vita familiare e monastica,
per sua intercessione concedi anche a noi
di vivere fedelmente la nostra vocazione,
perché manifestiamo nelle opere la tua luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.