17 Febbraio 2026
Martedì VI Settimana T. O.
Gc 1,12-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 93 (94); Mc 8,14-21
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui. (Gv 14,23 - Acclamazione al Vangelo)
Noi verremo a lui … Solo chi ama osserva la Parola del Signore Gesù, e a sua volta chi ascolta la Parola è amato dal Padre il quale con il Figlio prende stabile dimora nel credente.
L’inabitazione divina è una peculiarità del cristianesimo: il credente è la dimora di Dio (Cf. Ef 2,22); è il tempio, il tabernacolo dello Spirito Santo (Cf. 1Cor 3,16); la casa di Cristo (Cf. Ef 3,17). Quindi il cristiano è «il tempio vivente della santissima Trinità. In effetti Gesù vuole rimanere nel cuore dei suoi amici [Gv 15,4ss] e a motivo della sua inscindibile unità con Dio [Cf. Gv 10,30.38; 14,9ss], nel suo soggiorno nell’intimo dei loro cuori non è solo, ma viene con il Padre [Gv 14,23]. Per il quarto evangelista il tempio di Dio per eccellenza nel quale si deve adorare il Padre nello Spirito e nella Verità, è il Verbo incarnato [Gv 2,19ss; 2,23ss]: egli infatti è la rivelazione di Dio, per cui il Padre è visibile nella sua persona [Gv 14,6-10]. Ma anche il suo discepolo, che mostra un amore concreto, vivendo la sua parola, diventa tempio della santissima Trinità» (Salvatore Alberto Panimolle).
Liturgia della Parola
I Lettura: Non è Dio a tentare l’uomo, perché egli non tenta nessuno: la tentazione è retaggio di tutti gli uomini a motivo del peccato consumato da Adamo ed Eva nel Giardino di Dio ed ha un volto: satana. L’uomo come non è preservato dai disagi, dalla malattia, dalla sofferenza, così la tentazione fa parte della sua vita, ma confidando in Dio trova la forza per sfuggire agli assalti del Nemico: “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1Cor 10,13).
È beato l’uomo che resiste alla tentazione: il suo premio sarà la corona della vita: la vita eterna, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
Vangelo
Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode.
Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!: l’evangelista Matteo (16,12) interpreta il lievito dei farisei come l’insegnamento dei farisei e dei sadducei e Luca (12,1) come la loro ipocrisia. Alla base di entrambe le interpretazioni possiamo pensare che originariamente il detto deve essere stato riferito all’atteggiamento ostile dei farisei e dei sadducei nei confronti di Gesù e del suo messaggio. Le parole di Gesù però non vengono comprese dai discepoli: la preoccupazione per il cibo materiale impediva loro di comprendere che Gesù, che da poco aveva nutrito le folle operando un miracolo, era il Messia atteso dai Profeti, il vero Pane disceso dal Cielo in grado di nutrirli con il pane della vita. È “un invito per i discepoli a superare le preoccupazioni materiali per riflettere alla missione di Gesù illuminata dai suoi miracoli” (Bibbia di Gerusalemme).
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,11-13
In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».
Parola del Signore.
Rinaldo Fabris (I Vangeli, Marco): All’ottusità dei farisei, che pretendono da Gesù un segno di autenticazione, segue l’incomprensione dei discepoli che non sanno cogliere la portata dei segni già compiuti da Gesù.
L’attuale racconto si adatta molto bene alla «sezione del pane», perché il dialogo chiarificatore tra Gesù e i discepoli prende avvio dalla dimenticanza della provvista di pane, 8,14. La sentenza di Gesù sul lievito dei farisei e di Erode è stata associata a questo contesto per la sua affinità tematica. Nel vangelo di Marco i farisei e gli aderenti al partito di Erode sono associati nei loro progetti contro Gesù, M 3,6; 12,13. La paura di perdere il prestigio religioso, per farisei, o la paura di compromettere il potere o successo politico, per gli erodiani, alimenta il comune sospetto e la comune ostilità nei confronti di Gesù. Questa paura è come una fonte nascosta di corruzione, «il lievito», che impedisce di comprendere e accogliere il progetto di Gesù.
È un pericolo al quale i discepoli non sono per nulla estranei. Anzi la loro cecità e sordità spirituale, a paragone di quelli che stanno fuori, hanno radici in un cuore indurito, cioè nel centro della personalità chiusa ai progetti di Dio. L’invito insistente di Gesù ai discepoli di penetrare nella comprensione del miracolo dei pani fa intuire che quel gesto, nel progetto di Gesù, non è stato un gioioso picnic popolare, ma un preciso momento di rivelazione del suo compito e della sua persona.
Il miracolo del cieco guarito, che segue immediatamente, 8,22-26, e corrisponde al miracolo del sordomuto della sezione parallela, 7,31-37, è in questa linea di rivelazione salvifica: c’è una sordità e cecità dell’uomo più grave e profonda di quella fisica; essa non può essere guarita da nessun miracolo fino a quando il cuore non è cambiato. A questo precisamente punta Gesù con la sua azione e parola.
Per approfondire
Giacomo - Bibbia Edu: I contenuti - Il tema centrale della lettera di Giacomo, sviluppato nello stile di una omelia e senza il rigore di una esposizione dottrinale, è quello della vera sapienza (3,13-18), dono di Dio, capace di elevare tutta la vita del credente. Questa sapienza cristiana ispira alcuni comportamenti: tradurre in atto la Parola ascoltata, evitare i favoritismi, compiere buone opere come prova di una fede viva, saper frenare la lingua e rifiutare l’uso ingiusto della ricchezza. L’insistenza di Giacomo sulle opere (necessarie per le situazioni vissute nella sua comunità) non è in contraddizione con la tesi di Paolo sulla giustificazione per la fede (vedi Gc 2,14-26 e Rm 3,28). Paolo dichiara superflue le opere della legge; Giacomo proclama necessarie le opere della carità. La lettera presenta questo schema: Saluto (1,1-18) // Fede e opere (1,19-2,26) // La vera sapienza (3,1-5,6) //Il Signore è vicino (5,7-20).
Le caratteristiche: Questo scritto, che si presenta all’inizio come lettera, diventa poi un’omelia di stile sapienziale e profetico. Vi ricorrono ben 43 imperativi; il nome di Gesù è menzionato due volte. Certe somiglianze con la prima lettera di Pietro si spiegano con la presumibile dipendenza da una tradizione comune. È un testo assente dai più antichi elenchi di libri ispirati ed è sconosciuto a molti Padri della Chiesa. Soltanto verso la fine del IV sec. esso viene comunemente accettato nel NT.
L’origine - L’autore della lettera è un giudeo-cristiano che ripropone in modo originale gli insegnamenti della sapienza ebraica. Egli si presenta come “Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo” (1,1), personaggio comunemente identificato con quel “Giacomo fratello del Signore”, che viene ricordato in Mt 13,55; At 12,17; Gal 1,19. Figura di primo piano nella chiesa di Gerusalemme (At 21,18), una delle “colonne”, come scrive Paolo in Gal 2,9, venne fatto lapidare dal sommo sacerdote Anano nell’anno 62. Diversi autori considerano questa attribuzione un caso di pseudonimia; l’autore della lettera sarebbe stato in realtà un anonimo cristiano autorevole, il quale avrebbe scritto verso gli anni 80/85 usando lo pseudonimo di Giacomo. Indirizzando la lettera “alle dodici tribù che sono nella diaspora” (1,1), egli si rivolge probabilmente a gruppi di cristiani di origine ebraica, di lingua greca, abitanti in Fenicia, Cipro, Antiòchia di Siria e forse anche in Egitto.
Il pane quotidiano - Daniel Sesboüé (Pane in Dizionario di Teologia Biblica): 1. Nella vita corrente si caratterizza una situazione dicendo il gusto che essa dà al pane.
Colui che soffre e che Dio sembra abbandonare mangia un pane «di lacrime», di angoscia o «di cenere» (Sal 42,4; 80,6; 102,10; Is 30,20); chi è lieto lo mangia nella gioia (Eccle 9,7). Del peccatore si dice che mangia un pane di empietà o di menzogna (Prov 4, 17) e del pigro, un pane di ozio (Prov 31,27). D’altra parte il pane non è soltanto un mezzo di sussistenza: è destinato ad essere diviso. Ogni pasto suppone una riunione e quindi una comunione. Mangiare il pane regolarmente con uno, significa essergli amico, quasi intimo (Sal 41,10; Gv 13,18). Il dovere dell’ospitalità è sacro e fa del pane di ognuno il pane del viandante mandato da Dio (Gen 18,5; Lc 1,5.11).
Soprattutto a partire dall’esilio, l’accento posto sulla necessità di condividere il proprio pane con l’affamato: la pietà giudaica trova qui l’espressione migliore della carità fraterna (Prov 22,9; Ez 18, 7. 16; Giob 31,17; Is 58,7; Tob 4,16). Paolo, quando raccomanda ai Corinti la colletta in favore dei «santi», ricorda loro che ogni dono viene da Dio, a cominciare dal pane (2 Cor 9,10). Nella Chiesa cristiana, la «frazione del pane» designa infine il rito eucaristico spezzato in favore di tutti: il corpo del Signore diventa la fonte stessa dell’unità della Chiesa (Atti 2,42; 1 Cor 10,17).
2. Il pane, dono di Dio. - Dio, dopo aver creato l’uomo (Gen 1,29), e nuovamente dopo il diluvio (9,3) gli fa conoscere ciò che può mangiare; e l’uomo peccatore si assicurerà il necessario a prezzo di una dura fatica: «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (3,19). Da quel momento abbondanza o penuria di pane avranno valore di segno: l’abbondanza sarà benedizione di Dio (Sal 37,25; 1 2,15; Prov 12,11), e la penuria castigo del peccato (Ger 5,17; Ez 4,16s: Lam 1,11; 2,12). L’uomo deve quindi chiedere umilmente il suo pane a Dio ed aspettarlo con fiducia. A questo riguardo i racconti di moltiplicazione dei pani sono significativi. Il miracolo compiuto da Eliseo (2 Re 4,42ss) esprime bene la sovrabbondanza del dono divino: «Si mangerà e se ne avanzerà». L’umile fiducia è quindi la prima lezione dei racconti evangelici; desumendo da un salmo (78,25) la formula: «Tutti mangiarono e furono sazi» (Mr 14,20 par.; 15,37 par.; cfr. Gv 6,12), essi evocano il «pane dei forti» con cui Dio saziò il suo popolo nel deserto. In un identico contesto di pensiero Gesù ha invitato i suoi discepoli a chiedergli «il pane quotidiano» (Mt 6, 11), come figli che con fiducia attendono tutto dal loro Padre celeste (cfr. Mt 6,25 par.).
Infine il pane è il dono supremo dell’epoca escatologica, sia per ciascuno in particolare (Is 30,23), sia nel banchetto messianico promesso agli eletti (Ger 31,12). I pasti di Gesù con i suoi erano così preludio al banchetto escatologico (Mr 11,19 par.), e soprattutto il pasto eucaristico in cui il pane che Cristo dà ai suoi discepoli è il suo corpo, vero dono di Dio (Lc 22,19).
Non capite ancora? - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 53,3 - Il duro rimprovero: Hai visto la sua grande irritazione?
In nessun’altra occasione lo si vede rimproverarli così. Perché lo fa? Per eliminare ancora il pregiudizio relativo ai cibi ... Non va bene in ogni caso la mitezza; come infatti li rendeva partecipi della sua familiarità, così li rimprovera anche ... Perciò indica il numero di coloro che erano stati nutriti e degli avanzi, al tempo stesso per far ricordare loro il passato e per renderli più attenti verso il futuro.
I Testimoni di Cristo: Santi Sette Fondatori - Così in comunità la nostra esistenza è icona della relazione che ci unisce a Dio: La nostra è sempre una storia di comunità: nasciamo, cresciamo e viviamo in una rete di relazioni che dà senso al nostro cammino esistenziale. Il Risorto ci ricorda che questa rete è animata ed è testimonianza di quel legame profondo che ci unisce a Dio. I Santi Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine Maria potremmo considerarli così: icone viventi di quel legame d’amore profondo che è la radice del Regno di Dio. Intorno al 1233, mentre Firenze era sconvolta da lotte fratricide, Bonfilio, Bartolomeo, Giovanni, Benedetto, Gerardino, Ricovero e Alessio, tutti mercanti, membri di una compagnia laica di fedeli devoti della beata Vergine, legati tra loro dell’ideale evangelico della comunione fraterna e del servizio ai poveri, decisero di ritirarsi per vivere un’esperienza comunitaria dedicandosi alla penitenza e alla contemplazione.
Lasciarono quindi attività, case e beni ai poveri e verso il 1245 si ritirarono sul Monte Senario, nei pressi di Firenze, dove costruirono una piccola dimora e un oratorio dedicato a santa Maria. Nasceva così l’ordine dedicato alla Vergine, basato sulla Regola di sant’Agostino. Il 1° dicembre 1717 Clemente XI confermò il culto di Alessio Falconieri; il 30 luglio 1725 Benedetto XIII fece lo stesso riguardo gli altri sei. Il 15 gennaio 1888 Leone XIII canonizzò i sette uomini, sepolti, insieme, a Monte Senario. Con la riforma del Calendario romano la loro memoria è stata spostata dal 12 al 17 febbraio, anniversario della morte del più longevo dei fondatori, sant’Alessio Falconieri. (Matteo Liut)
O Dio, che hai promesso di abitare
in coloro che ti amano con cuore retto e sincero,
donaci la grazia di diventare tua degna dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.