23 Maggio 2026
 
Sabato VII Settimana di Pasqua
 
At 28.16-20.3031; Salmo Responsoriale dal Salmo 10; Gv 21,20-25
 
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo… (Vangelo)
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 6 settembre 2000): La sequela non è, [...], un viaggio agevole su una strada pianeggiante. Essa può registrare anche momenti di sconforto al punto tale che, in una circostanza “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66), cioè con Gesù, il quale fu costretto a interpellare i Dodici con una domanda decisiva: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). In un’altra circostanza, lo stesso Pietro viene bruscamente ripreso, quando si ribella alla prospettiva della croce, con una parola che, secondo una sfumatura del testo originale, potrebbe essere un invito a rimettersi “dietro” Gesù, dopo aver tentato di rifiutare la meta della croce: “Va dietro a me, satana! Perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mc 8,33). Il rischio del tradimento resterà in agguato per Pietro che, però, alla fine seguirà il suo Maestro e Signore nell’amore più generoso. Infatti lungo le sponde del lago di Tiberiade Pietro farà la sua professione d’amore: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. E Gesù gli annunzierà “con quale morte egli avrebbe glorificato Dio”, aggiungendo per due volte: “Seguimi!” (Gv 21,17.19.22). La sequela si esprime in modo speciale nel discepolo amato, che entra nell’intimità con Cristo, ne riceve in dono la Madre e lo riconosce risorto.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Paolo a Roma tenta la sua difesa, parla con schiettezza ai Giudei, conferma nella fede i cristiani romani, dopo due anni di prigionia, libero riprende la marcia, forse arriva in Spagna (cfr. Rm 15,24). Presto ritornerà a Roma trascinato ancora una volta dinanzi a un tribunale, la sua vita è al termine, decollato darà la massima testimonianza al mondo pagano di Cristo.   
 
Vangelo
Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e la sua testimonianza è vera.
 
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera: Queste ultime parole sono state aggiunte come una specie di autenticazione del vangelo dalla comunità di Giovanni, per affermare che il discepolo che Gesù amava è proprio il responsabile del vangelo. Giovanni ha terminato la sua opera ma il vangelo rimane sempre aperto, vi sono ancora molte cose non scritte e da scoprire con l’aiuto dello Spirito Santo. Giovanni non ha scritto tutto quasi per sottolineare la perenne novità della Parola.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,20-25
 
In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 20 Pietro si voltò e vide che [li] seguiva il discepolo che Gesù amava; il participio ἀκολουθοῦντα occupa l’ultimo posto della proposizione ed è senza complemento: per questo motivo lo abbiamo riferito ai due personaggi di cui si parla (Gesù e Pietro). L’apostolo Pietro si mette a seguire il Maestro e poi si avvede che anche il discepolo prediletto si trova al loro seguito. Siccome il testo inizia a parlare del «discepolo che Gesù amava», si danno di lui più ampi particolari per identificarlo con chiarezza (quello stesso che nella cena si era chinato verso il suo petto e...; cf. Giov., 13, 25).
21 Signore, e di lui che sarà?; Pietro mostra un particolare interesse per il discepolo prediletto; siccome il Maestro ha detto soltanto a lui di seguirlo, egli desidera sapere che cosa avverrà della persona che Gesù amava. L’apostolo quindi con estremo candore e con premuroso interessamento domanda a Cristo quale sorte attenderà il discepolo prediletto; egli desidera sentire da Gesù se anche il discepolo amato avrà una sorte eguale a quella predetta a lui poco dianzi.
22 Se voglio che egli rimanga fino a quando io venga, che ne viene a te?; il Maestro non accondiscende al desiderio dell’apostolo, poiché la conoscenza della sorte concernente il discepolo prediletto non lo riguarda, cioè non ha un particolare interesse per lui; a Pietro infatti basta sapere quale sarà la fine che lo attende, a lui Gesù ha detto chiaramente di seguirlo (Tu seguimi) e su queste parole egli deve riflettere. «Fino a quando io venga»; la venuta di Cristo si riferisce alla sua parusia, cioè al suo ritorno glorioso; tuttavia il Salvatore non intende affermare che il discepolo amato rimarrà in vita fino a quel momento, ma che se egli volesse anche questo per il discepolo prediletto, ciò non avrebbe un interesse particolare per Pietro.
23 Si diffuse... tra i fratelli questa voce che quel discepolo non morirà; «i fratelli» designano i cristiani. Tra i credenti le parole che Cristo aveva dette a Pietro intorno al discepolo prediletto furono intese nel senso che questo discepolo non sarebbe morto, cioè egli sarebbe sopravvissuto fino al ritorno glorioso di Cristo nella parusia. L’autore precisa che questa credenza è fondata su una falsa conclusione tratta dalle parole di Gesù (Gesù tuttavia non aveva detto a Pietro: Egli non morrà, ma...). L’ultima parte del versetto («che te ne riguarda?») è omessa da alcuni codici; per la traduzione essa è richiesta per dare un senso compiuto alla frase. L’accento della spiegazione è posto sul fatto che Gesù si è espresso in forma condizionale (se mi piacesse farlo vivere finché io non ritorni...), non già che egli abbia manifestato una sua volontà positiva. Alcuni autori ritengono che sia stato il discepolo prediletto stesso a rettificare la falsa interpretazione data dai credenti alle parole che il Maestro gli aveva rivolto in quella circostanza; infatti il discepolo amato, una volta divenuto vecchio, non voleva che si pensasse che la sua longevità accreditasse tale credenza, né che si pensasse ad una parusia ormai prossima nel tempo. Di conseguenza, secondo questi interpreti, il presente testo sarebbe stato scritto quando il discepolo prediletto era ancora in vita. Altri studiosi invece opinano che il redattore di questo capitolo abbia inteso chiarire con il presente versetto che alcuni credenti erano caduti in un errore d’interpretazione delle parole rivolte da Cristo al discepolo prediletto, poiché avevano creduto che questo discepolo non dovesse morire prima della parusia, ed invece era morto. Evidentemente per questi esegeti la presente chiarificazione sarebbe stata data dopo la morte del discepolo amato.
24 Questo è il discepolo che dà testimonianza su questi fatti e li ha scritti; i verss. 24-25 formano un nuovo epilogo del vangelo, epilogo aggiunto da un gruppo di discepoli del «discepolo prediletto»; i due versetti quindi non appartengono all’autore del vangelo. Questo gruppo di discepoli si richiamano alla testimonianza del discepolo prediletto, la quale garantisce la verità dei fatti narrati, fatti che egli stesso ha trasmessi per scritto (e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera). L’epilogo rivela una preoccupazione, quella cioè di assicurare i lettori (i credenti della Chiesa primitiva) che le cose narrate sono degne di fede. Probabilmente questo versetto doveva servire di commendatizia del vangelo, quando questo incominciò ad essere divulgato tra le comunità della Chiesa primitiva.
25 Vi sono ancora molte altre opere compiute da Gesù; si richiama un’idea già espressa nella prima conclusione del vangelo (cf. 20, 30-31); in tal modo si riafferma la notevole abbondanza delle opere di bontà compiute dal Salvatore. Se queste fossero scritte una per una...; la formula è manifestamente iperbolica e riflette il gusto letterario degli scrittori del tempo; essa è usata per esaltare i personaggi dei quali si ricordano le gesta compiute; cf. 1 Maccabei, 9, 22; si veda anche Filone, Legatio ad Gaium, III, § 238.
 
Per approfondire
 
Gli uomini retti, Signore, contempleranno il tuo volto (SR) -  L’uomo di fronte al volto di Dio - Salvatore Panimolle (Volto in Schede Bibliche - Vol VIII): Dio si rivela e si comunica all’uomo, ossia mostra il suo volto, quindi la creatura può e deve cercare il Signore.
a) Cercare il volto di Dio. Il pio israelita ricerca il volto del Signore (Sal 27,8s), ossia la presenza speciale di Dio, la sua benevolenza. Infatti chi cerca il volto del Signore avrà successo e riceverà benedizioni celesti (Sal 24,5). Perciò il salmista invita caldamente a ricercare il volto del Signore (Sal 105,4). Nell’èra escatologica perfino le genti andranno a Gerusalemme per ricercare il volto del Signore, supplicando Dio di usare loro misericordia e benevolenza (Zc 8,21s).
b) Parlare con Dio faccia a faccia. Poter parlare con Dio faccia a faccia rappresenta uno dei favori concessi a quelle persone particolarmente privilegiate, che furono intime del Signore. Mosè ottenne tale grazia (Nm 12,6ss), essendo il profeta più grande mai sorto in Israele (Dt 34,10), l’amico di Dio (Es 33,11). Non solo a Mosè, ma anche a tutto il popolo di Dio fu concesso tale privilegio sul monte Horeb (Dt 5,4).
c) Vedere il volto di Dio. Il volto di Dio può essere visto dall’uomo? Su tale problema specifico le varie tradizioni del Pentateuco e in genere gli agiografi veterotestamentari prendono posizioni diverse. La tradizione jahvista non concede neppure al più grande dei profeti di vedere il volto di Dio; per un eccesso della benevolenza divina a Mosè sarà dato di vedere il dorso di Dio, perché nessun vivente può rimanere in vita dopo aver visto il volto del Signore (Es 33,20-23). Al contrario il deuteronomista ritiene che JHWH si facesse conoscere da Mosè faccia a faccia (Dt 34,10).
Nelle teofanie il gesto più naturale dello spettatore è cadere faccia a terra per adorare il Signore e per non vedere la sua gloria: così fece Mosè nella teofania del roveto ardente (Es 3,6), altrettanto Giosuè (Gs 5,14) ed Ezechiele (Ez 1,28). Persino i serafini, secondo la descrizione di Isaia, si velano il volto per non vedere il Santo per eccellenza (Is 6,1-2). Anche gli apostoli, spettatori della trasfigurazione di Gesù nel la meravigliosa teofania del Tabor, caddero faccia a terra (Mt 17,6).
Secondo i pii salmisti il volto di Dio si vede nel tempio (Sal 95,2), ossia in questo luogo santo si sperimenta una presenza speciale del Signore. Di qui l’anelito ardente del salmista di vedere il volto di Dio (Sal 42,2-3), ossia di sperimentare nel tempio la dolcezza della presenza divina.
Il volto di Dio sarà contemplato solo dai giusti (Sal 11,7), quando saranno simili agli angeli che vedono sempre il volto di Dio (Mt 18,10). Infatti nell’èra escatologica i salvati vedranno Dio faccia a faccia (1Cor 13,12).
Il volto di Gesù nei discepoli - Il volto divino di Gesù durante la passione poté essere oltraggiato con schiaffi e
sputi (Mt 26,67; Mc 14,65), però dopo la risurrezione fu trasformato, giacché la gloria divina rifulse d’allora in poi su di esso (2Cor 4,6).
Tale splendore, visto dai tre apostoli privilegiati per breve ora sul Tabor durante la trasfigurazione di Gesù (Mt 17,2; Lc. 9,29), si riflette sui discepoli (2Cor 3,18).
Infatti il cristiano con la sua adesione di fede a Gesù è illuminato non in modo passeggero come Mosè (2Cor 3,7.13), ma permanentemente (2Cor 4,6); anzi nella Gerusalemme celeste potrà vedere l’Agnello ed il volto di Dio (Ap 22,3-4).
 
Tommaso d’Aquino, In Jo, ev. exp., XXI: Se lo voglio che egli rimanga sino al mio ritorno... : qui il Signore, parlando di Giovanni, ossia della vita contemplativa, afferma: Io voglio che egli rimanga, ossia che attenda, sino al mio ritorno, cioè sino alla fine del mondo, oppure sino alla morte di ogni contemplativo. Perciò la vita contemplativa che viene iniziata in terra non giunge a compimento, ma resta in divenire in attesa del ritorno di Cristo, che la renderà perfetta.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Battista de’ Rossi. Oltre i limiti della malattia una luce per gli ultimi: Spesso ciò che al mondo appare imperfetto e limitato è in realtà portatore di un messaggio di speranza e di luce per l’umanità. Ma solo usando gli occhi del Vangelo è possibile cogliere questa profezia dell’imperfezione. È questo il messaggio contenuto nella vicenda umana e spirituale di san Giovanni Battista de’ Rossi. Nella sua condizione di sofferenza dovuta dalla epilessia, infatti, questo sacerdote vissuto nel XVIII secolo è salito agli onori degli altari, testimoniando come l’amore e la cura degli ultimi superino qualsiasi limitazione e ferita. Nato a Voltaggio (Genova) nel 1698 in un famiglia nobile ormai decaduta, a 13 anni si spostò a Roma per studio, andando a vivere da uno zio sacerdote, canonico a Santa Maria in Cosmedin e frequentando il liceo dai Gesuiti del Collegio Romano. In quel periodo si manifestarono i primi sintomi della malattia, che non gli impedì di diventare prete nel 1721. Dedicò il suo ministero alla cura degli studenti, dei poveri, dei malati e degli emarginati, dando vita alla Pia Unione dei sacerdoti secolari di Santa Galla. Fondò anche un ospizio per le donne, dedicato a san Luigi Gonzaga, di cui de’ Rossi era particolarmente devoto. Divenne canonico anche lui, ma fu dispensato dall’obbligo del coro per poter continuare a stare in mezzo agli ultimi. Morì il 23 maggio 1764.  (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
ai tuoi figli, che hanno celebrato con gioia le feste pasquali,
concedi, per tua grazia, di testimoniare
nella vita e nelle opere la loro forza salvifica.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
22 Maggio 2026
 
Venerdì VII Settimana di Pasqua
 
At 25,13-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Gv 21,15-19
 
In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». (Vangelo)
 
Gesù ha affidato a Pietro una missione unica: Catechismo della Chiesa Cattolica 552-553: Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). Cristo, “Pietra viva” (1Pt 2,4), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli. Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, “il Buon Pastore” (Gv 10,11) ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21,15-17). Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Festo, nuovo procuratore, illustra al re Agrippa II il caso del prigioniero Paolo, precedentemente lasciato da Felice. Egli riferisce delle accuse mosse dai capi dei sacerdoti e dagli anziani dei Giudei e sottolinea il suo rifiuto di condannare un cittadino senza un equo processo. Inoltre, Festo nota che le controversie non riguardavano crimini civili o politici, ma dispute teologiche su “un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo.
Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto: Per evitare un processo non sicuro a Gerusalemme, Paolo si avvale del suo diritto di cittadino romano, richiedendo di essere giudicato direttamente a Roma dall’imperatore,
 
Vangelo
Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.
 
Gesù offre a Pietro, con una triplice professione d’amore, l’opportunità di controbilanciare il triplice rinnegamento (cfr. Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,54-62; Gv 18,25-27). E solo alla fine di questa triplice professione di amore, Pietro, da Gesù, viene rinvestito nel suo mandato, quello di reggere e di pascere in suo nome il gregge (cfr. Mt 16,18; Lc 22,31s). È da notare che il racconto della riabilitazione di Pietro abbonda di sinonimi, due diversi verbi per amare; due verbi per pascere; due nomi per pecore e agnelli; due verbi per sapere; come a voler esaltare l’episodio dell’investitura. Ormai purificato e rinnovato nel cuore e nella mente, Pietro può conoscere «con quale morte egli avrebbe glorificato Dio»: «...quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Una profezia che si compirà a Roma, luogo della sua morte violenta: morirà crocifisso come il suo Signore.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,15-19
In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Dopo aver mangiato Gesù chiede a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?». Il pasto preso insieme li ha affiatati; ha rinsaldato la loro amicizia. Gesù, il Signore risorto, si è reso a loro presente come servo e amico insieme. Ma Pietro è ora disposto ad accogliere un Signore così? Uno che ama donandosi, servendo? È disposto a corrispondere a questo amore, imitando Gesù? La domanda di Gesù va in questo senso.
Gli chiede infatti: «Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?». Lo chiama «Simone di Giovanni» come la prima volta (1,42), quando gli aveva promesso, cambiandogli il nome, di affidargli una missione. Ora, terminata la sua opera, Gesù compie la sua promessa, ma prima vuole vagliare se il discepolo è sulla stessa lunghezza d’onda. La risposta di Pietro è sfumata, umile.
Pietro non usa il verbo «amare». Dopo quanto gli è capita può affermare con sicurezza un amore incondizionato che esige un totale dono di sé? E neppure osa dire che lo ama più degli altri. Egli ha rinnegato il Maestro, gli altri no! Si limita ad usare il verbo dell’amicizia, ma anche questo con umiltà, affidandosi finalmente al giudizio del suo Signore: «Tu sai che ti voglio bene». E Gesù sapeva che ora Pietro era sintonia con lui e pronuncia quella formula che è conferimento di missione: «Pascola i miei agnelli».
Siamo in un linguaggio pastorale. Dire «pascola» significa affidargli il gregge perché vada avanti e il gregge lo segua come si segue il pastore di cui le pecore conoscono la voce (10,4); significa preoccuparsi perché non manchi al gregge il necessario, incominciando dagli «agnelli», cioè dai piccoli, dai più deboli; significa difenderli dai pericoli disposto a dare la propria vita perché abbiano la vita (10,10.11).
A questo compito è innanzitutto chiamato Pietro, e ad altro ...
Di nuovo per la seconda volta gli chiede: «Simone di Giovanni, mi ami?». Il confronto con gli altri è scomparso. Ora Gesù, gli chiede solo una totale adesione a sé, un amore davvero incondizionato, un rendersi simile a lui. Quello che Gesù gli chiede - e Pietro deve già saperlo - non è un amare che accentra, ma un’ubbidienza alla sua parola: «Chi mi ama è colui che fa suoi i miei comandamenti e li osserva ... E questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri» (14,21; 15,12). Pietro si è collocato sul piano dell’amicizia e perciò vale anche questa parola di Gesù: «Nessuno ha più amore di questo: dare la vita per i propri amici» (15,13).
Ora Gesù chiede a Pietro quello che Pietro voleva fare, ma non gli riuscì: dare la vita (13,37), darla come lui l’ha data, per gli altri, per quelli che gli saranno affidati. Gesù non ci chiede di dare la vita per lui, ma con lui e come lui, per salvare altri. A Pietro, in pratica, chiede se è disposto a fare il pastore e non il mercenario (vedi 10,11-12). E Pietro, non fidandosi delle sue forze, ma affidandosi alla conoscenza che Gesù ha di lui, risponde: «Signore, sì; tu sai che ti voglio bene». E Gesù a lui: «Pasci le mie pecore». Il verbo è cambiato. Gesù non solo gli affida il gregge, perché lo conduca al pascolo, ma gli affida il governo sul gregge; li dà pieni poteri sul nuovo popolo di Dio. Tale è nella Bibbia il senso pieno di «pascere» (Sal 78,71; Mic 5,3). E gli affida non solo gli agnelli, ma anche le pecore, cioè la totalità del gregge di Dio. Sarà lui che visibilmente, nel suo ministero, dovrà unire in Cristo tutti i figli di Dio dispersi (11,52), fare di tutti un solo gregge, un solo popolo (10,16). È l’autorità di Gesù sul suo popolo che il ministero di Pietro dovrà rendere visibile nella storia.
 
Per approfondire
 
Paul LamarcheIl primato di Pietro è fondato sulla sua missione, espressa in parecchi testi evangelici.
a) Mt 16, 13-23. - Nuovo Abramo, cava da cui vengono estratte pietre viventi (cfr. Is 51, 1 ss e Mt 3, 9), fondamento sul quale Cristo edifica la propria comunità escatologica, Pietro riceve una missione di cui deve beneficiare tutto il popolo. Contro le forze del male, che sono potenze di morte, la Chiesa edificata su Pietro ha l’assicurazione della vittoria. Così la missione suprema di radunare gli uomini in una comunità, in cui ricevono la vita beata ed eterna, è affidata a Pietro, che ha riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Come in un corpo una funzione vitale non può fermarsi, così nella Chiesa, organismo vivente e vivificatore, bisogna che Pietro, in un modo o nell’altro, sia sempre presente per comunicare senza sosta ai fedeli la vita di Cristo.
b) Lc 22, 31s e Atti. - Alludendo senza dubbio al suo nome, Gesù annuncia a Pietro che dovrà «confermare» i suoi fratelli, dopo essersi ravveduto del suo rinnegamento; la sua fede, grazie alla preghiera di Cristo, non verrà meno. Questa è appunto la missione di Pietro, descritta da Luca negli Atti: egli sta alla testa del gruppo riunito nel cenacolo (Atti 1, 13); presiede all’elezione di Mattia (1, 15); giudica Anania e Safira (5, 1-11); in nome degli altri apostoli, che sono con lui, proclama alle folle la glorificazione messianica di Cristo risorto ed annunzia il dono dello Spirito (2, 14-36); invita al battesimo tutti gli uomini (2, 37-41), compresi i «pagani» (10, 1- 11, 18) ed ispeziona tutte le chiese (9, 32). Come segni del suo potere sulla vita, in nome di Gesù guarisce gli ammalati (3, 1-10) e risuscita un morto (9, 36-42). D’altra parte, il fatto che Pietro sia tenuto a giustificare la sua condotta in occasione del battesimo di Cornelio (11, l-18), lo svolgimento del concilio di Gerusalemme (15, 1-35), nonché le allusioni di Paolo nella lettera ai Galati (Gal 1, 28 - 2, 14), rivelano che nella direzione, in gran parte collegiale, della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo aveva una posizione importante ed il suo accordo era fondamentale. Ma questi fatti e la loro relazione, lungi dal creare ostacolo al primato ed alla missione di Pietro, ne illuminano il senso profondo. Di fatto l’autorità di Giacomo non ha le stesse radici, né la stessa espressione di quella di Pietro: è a titolo particolare che questi ha ricevuto, con tutto quello che ciò comporta, la missione di trasmettere una regola di fede integra (cfr. Gal 1, 18), ed è il depositario delle promesse di vita (Mt 16, 18 s).
c) Gv 21. - In forma solenne, e forse giuridica, Cristo risorto per tre volte affida a Pietro la cura di tutto il gregge, agnelli e pecore. Questa missione deve essere intesa alla luce della parabola del buon pastore (Gv 10, 1-28). Il buon pastore salva le sue pecore, raccolte in un sol gregge (10, 16; 11, 52), e queste hanno la vita in abbondanza; egli dà anche la propria vita per le sue pecore (10, 11); perciò Cristo, annunziando a Pietro il suo futuro martirio, aggiunge: «Seguimi». Egli deve camminare sulle orme del suo maestro, non soltanto dando la vita, ma comunicando la vita eterna alle sue pecore, affinché non periscano mai (10, 28). «Seguendo» Cristo, roccia, pietra vivente (1 Piet 2, 4), pastore che ha il potere di ammettere nella Chiesa, cioè di salvare dalla morte i fedeli e di comunicare loro la vita divina, Pietro, inaugurando una funzione essenziale alla Chiesa, è veramente il «vicario» di Cristo. Questa è la sua missione e la sua grandezza.
 
Sant’Agostino: Ma, prima, il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza se Pietro lo ama, e da Pietro altrettante volte si sente rispondere che lo ama; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Alla sua triplice negazione fa riscontro la triplice confessione damore, in modo che la sua parola non obbedisca allamore meno di quanto ha obbedito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu dinanzi alla minaccia di morte. Sia dunque prova del suo amore pascere il gregge del Signore, come rinnegare il pastore costituì la prova del suo timore (Sant’Agostino)
 
Testimoni di Cristo - Santa Rita da Cascia. L’ostinazione del bene cambia le vite e la storia: L’ostinazione del bene produce miracoli, converte i cuori e cambia la storia: è questa resistenza dell’umiltà che ci viene testimoniata da santa Rita da Cascia, la «santa degli impossibili». E impossibile, infatti, poteva sembrare l’intento di cambiare il cuore del marito, ma con umile determinazione e la forza del Vangelo Rita ci riuscì.
Nata a Roccaporena nel 1381, figlia unica, Margherita Lotti - questo il suo nome di Battesimo - per volontà della famiglia fu destinata al matrimonio con un uomo violento. La pazienza e l’amore della moglie lo cambiarono, ma la sua vita alla fine fu spezzata dalla violenza: morì assassinato. Morti anche i due figli di malattia, Rita, che convinse la famiglia del marito a non vendicarsi, decise di seguire il desiderio giovanile entrando nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia. Qui visse per quarant’anni nella preghiera e nella penitenza e dedicandosi a opere di carità. Nel 1432, dopo aver chiesto in preghiera di essere unita alla Passione di Cristo, le apparve sulla fronte una ferita, come quelle della corona di spine di Gesù. Morì nel 1447 (o forse nel 1457). (Matteo Liut)
 
O Dio, che con la glorificazione del tuo Figlio 
e con l’effusione dello Spirito Santo
ci hai aperto il passaggio alla vita eterna,
fa’ che, partecipi di così grandi doni, 
progrediamo nella fede e nel tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 21 Maggio 2026
 
Giovedì VII Settimana di Pasqua
 
At 22,30; 23,6-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 15 (16); Gv 17,20-26
 
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato (Vangelo)
 
La Bibbia di Navarra: v. 24 Cristo conclude la preghiera al Padre chiedendo la visione beatifica per tutti i cristiani. Il verbo usato dal Signore - “voglio” anziché “prego” - è indice che sta chiedendo la cosa più importante, coincidente con la volontà del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr l Tm 2,4); è, in definitiva, la missione della Chiesa: la salvezza delle anime.
Fino a quando siamo in terra partecipiamo alla vita di Dio mediante la conoscenza (fede) e l’amore (carità); ma solamente nel cielo otterremo la pienezza della vita soprannaturale, contemplando Dio così com’egli è (cfr l Gv 3,2), faccia a faccia (cfr l Cor 13,9-12). Per questo la Chiesa è orientata verso l’eternità, è per sua natura escatologica; ciò vuoi dire che, possedendo in questo mondo tutti i mezzi per insegnare la vera dottrina, tributare a Dio il genuino culto e trasmettere la vita della grazia, la Chiesa mantiene viva la speranza nella pienezza della vita eterna: «La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (cfr At 3,21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo (cfr Ef 1,10; Col 1,20; 2 Pt 3,10-13)» (Lumen gentium, n. 48).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il comandante della coorte arrestando Paolo e facendolo mettere in catene lo aveva salvato dalla furia omicida della folla che lo voleva lapidare (At 21,27ss). Per conoscere il motivo di questa sollevazione decide di metterlo a confronto con “i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio”, feroci accusatori dell’Apostolo.
L’apostolo Paolo gioca d’astuzia: sa che i Sadducei e i Farisei, pur condividendo il potere spirituale e quello del comando, sono divisi per quanto riguarda il loro credo. I Sadducei, un influente gruppo religioso e politico ebraico dell’aristocrazia sacerdotale, attivo dal II sec. a.C. al I sec. d.C., controllavano il Tempio di Gerusalemme e il sinedrio, e a differenza dei Farisei accettavo solo la Torah scritta (Pentateuco) e negavano la risurrezione dei morti, gli angeli e la vita dopo la morte.
Questa disparità gioca a favore dell’apostolo Paolo creando una spaccatura tra i due gruppi, i quali divisi non riescono più a trovare una accusa comune per farlo mettere a morte. Tale era la confusione e la cagnara, che il comandante della coorte “temendo che Paolo venisse linciato ... ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza”.
La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma»: Paolo non terminerà à a Gerusalemme il suo glorioso ministero apostolico, ma a Roma, dove, secondo la tradizione, verrà decapitato in odium fidei.
 
Vangelo
Siano perfetti nell’unità.
 
Gesù prega per la Chiesa, il nuovo Israele, la comunità dei credenti riuniti dalla testimonianza degli Apostoli. Per la Chiesa Gesù chiede il dono dell’unità, cioè quella stessa comunione che lo unisce al Padre. Uniti a lui, i credenti saranno intimamente uniti al Padre, e uniti anche tra loro nell’amore. Ed è grazie a questo legame d’amore che la Chiesa sarà destinata a contemplare la gloria di Cristo e a parteciparvi. Questa è la mèta ultima dei credenti condividere, oltre la morte, la vita eterna del Padre e del Figlio. Dopo la liberazione dalla cattività egiziana e la rivelazione del Sinai, la gloria di Dio dimorava sopra il tabernacolo in mezzo a Israele (Es 40,34), ora questa gloria abita nella comunità dei credenti: Gesù è la gloria di Dio manifestata agli uomini in mezzo ai quali ha piantato la sua tenda (Gv 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26
 
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Giovanni - Commento della Bibbia Liturgica): È l’ultima parte della preghiera sacerdotale di Gesù. In essa sono ricordati tutti quelli che, nel corso della storia crederanno in Gesù attraverso la parola dei suoi discepoli: è una preghiera per tutti i credenti. Anche per essi, si chiede l’unità, un’unità, una comunione che rassomigli a quella che esiste fra il Padre e il Figlio e che sia anzi una partecipazione dell’unità divina.
Come il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, anche i credenti devono essere nel Figlio e nel Padre, perché il mondò creda che Gesù è l’inviato del Padre.
Questa comunione è possibile solo nell’amore, solo con l’amore una persona può essere nell’altra. L’amore e l’ubbidienza, il compimento della volontà del Padre.
Io ho dato loro la tua gloria ... perché siano una cosa sola. Il linguaggio è diverso dal nostro e ci riesce misterioso. La gloria è Dio stesso in quanto si manifesta. La gloria di Dio, Dio stesso, si è manifestato pienamente in Cristo; e Cristo comunica questa gloria ai credenti. I credenti sono associati alla grande famiglia di Dio. Il risultato è descritto come quello d’una mutua inabitazione.
L’incarnazione di Dio in Cristo e nei credenti - la manifestazione della gloria di Dio - dev’essere un argomento di credibilità per il mondo. Il mondo crederà in Dio solo quando lo vedrà in coloro che lo attestano, in quelli in cui si è manifestata la sua gloria, per usare il linguaggio di Giovanni.
Partendo da questo concetto della gloria, è possibile intendere la seguente petizione: «perché contemplino la mia gloria»: la fede in Cristo è presentata come una partecipazione alla sua gloria, una partecipazione alla filiazione divina attraverso la fede.
Padre giusto. Il titolo di «giusto» dato al Padre va veduto in prospettiva della distinzione che è stata fatta fra il mondo e i discepoli. Il mondo non ha conosciuto Dio; i discepoli lo hanno conosciuto.
Tutto il discorso è uno sforzo di penetrazione e di chiarimento del modo con cui Gesù si rende presente nei suoi discepoli dopo la morte e la risurrezione. E stato detto che qualcosa del cielo è stato comunicato ai credenti già in questa vita sulla terra. Il mondo di lassù si avvicina a quello di quaggiù, irrompe e penetra in esso.
Come è possibile? La realtà è troppo misteriosa e inafferrabile per l’uomo. Fu una realtà in Gesù e, con la dovuta distanza, si può affermare anche dei credenti.
Le affermazioni mirano a descrivere la trasformazione della vita per l’influenza della Vita, del mondo di lassù o del mondo di Dio. L’essere umano nella sua esistenza terrena può avere esperienza di Dio, particolarmente attraverso la partecipazione del mistero di Cristo. Esperienza di Dio come culmine del discepolato cristiano.
Oppure il discepolato cristiano è il culmine dell’esperienza di Dio? E come l’ultima petizione di Gesù per i suoi discepoli: «che siano con me dove sono io. perché contemplino la mia gloria».
 
Per approfondire
 
Unità della chiesa in Cristo - Roberto Tufariello (Unità in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Gesù unisce quelli che lo amano e che credono in lui. Ad essi dà il suo Spirito (Rm 5,5); ne fa le pietre vive dell’unico tempio di Dio (1Pt 2,4-5), i membri dell’unico ovile (Gv 10,3).
Egli dà la vita per radunare i figli di Dio divisi e dispersi (Gv 10,16; 11,51-52; 18,14).
Per mezzo suo l’unità è restaurata in tutti i campi: unità interna dell’uomo dilaniato dalle passioni (Rm 7,14-15; 8,2.9); unità della coppia coniugale, di cui l’unione di Cristo e della chiesa è il modello (Ef 5,25- 32); unità di tutti gli uomini, che lo Spirito rende figli dello stesso Padre (Rm 8,14).
In Cristo si realizza dunque la perfetta unità del popolo di Dio. In questo senso Paolo chiama il Signore «capo». Paolo riprende continuamente l’immagine del soma per mettere in chiaro come la comunità, pur nella molteplicità dei doni e dei compiti, sia organicamente una (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-14; Col 3,15).
I cristiani costituiscono una nuova «razza» (opposta ai giudei e ai pagani), che nasce dall’identificazione di tutti i suoi membri col corpo di Cristo. In tal modo i credenti hanno un medesimo principio vitale e ricevono un’identica, nuova natura.
Siamo tutti un essere nuovo ed unico in Cristo, ribadisce san Paolo (Gal 3,26-28); ognuno diventa un individuo della nuova razza che Dio va formando. La presenza di Cristo, della sua vita, nel cristiano, o questo «rivestimento di Cristo» che è la vita cristiana, costituisce l’individuo nuovo della nuova razza umana (Col 3,10-11).
La chiesa, dunque, è una comunità di membri uniti nello stesso destino, la quale è sottomessa a Cristo; in essa ciascuno deve agire per l’altro, soffrire con l’altro; con il singolo che cade o si regge, si reggono e cadono tutti (1Cor 12,26; cf. Gal 6,2; 1Cor 4,6).
L’idea dell’unità della chiesa è sviluppata particolarmente nella lettera agli Efesini. Questa sottolinea che con Cristo la storia ha ripreso la propria unità e che ora la salvezza può diventare storia universale. Cristo infatti ha distrutto il vecchio ordinamento di salvezza per unificare ebrei e pagani in un popolo riconciliato con Dio (Ef 2,14-16). Questa nuova situazione, però, si realizza nella misura in cui la chiesa, crede operando, vive seriamente la realtà dell’unità. Per questo il NT esige l’henotès della fede (Ef 4,13), la comunione dell’amore (Gv), l’indissolubile unione nella lotta (Fil 1,27; 2,2-4). Per questo, inoltre, la cosa più importante che gli Atti riferiscono riguardo alla chiesa primitiva è la realtà di «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32; cf. 2,42-46).
Quanto alla moltiplicazione delle chiese locali, essa non è una divisione. In tutte le chiese si realizza la stessa vocazione divina, la stessa adunata dell’unico popolo nuovo.
Paolo, tuttavia, ha dovuto difendere l’unità polemizzando con i giudeo-cristiani e con un certo spirito delle sue chiese. I giudeo­cristiani non volevano accogliere i pagani in un’unica comunità, con perfetta uguaglianza di diritti; non capivano che la giustificazione mediante la fede in Cristo annullava tutte le differenze di razza e di origine. La vittoria di Paolo, col riconoscimento da parte di Gerusalemme dell’uguaglianza di diritti dei greco-cristiani, consacra l’unità delle due frazioni della chiesa.
 
Cirillo d’Alessandria: Perché arrivassimo all’unità con Dio e tra noi - fino ad essere uno solo, pur restando distinti gli uni dagli altri nel corpo e nell’anima - il Figlio di Dio ha escogitato un mezzo concepito dalla sapienza e dal consiglio del Padre che gli appartengono. Benedice quelli che credono in lui facendoli misticamente partecipi di un solo corpo, il suo. Li incorpora così a sé e gli uni agli altri. Chi separerà quelli che sono stati uniti da questo santo corpo nell’unità di Cristo, o li allontanerà da quella unione di natura che hanno tra loro? Infatti se abbiamo parte a un solo pane, noi diveniamo tutti un solo corpo [1Cor 10,17]. Cristo non può essere diviso. Per questo, sia la Chiesa che noi, sue membra diverse, siamo chiamati corpo di Cristo secondo l’espressione di san Paolo [cfr. Ef 5,30]. Siamo tutti riuniti all’unico Cristo per mezzo del suo santo corpo; e poiché lo riceviamo da lui, uno e indivisibile nei nostri corpi, è a lui più che a noi stessi che le nostre membra si uniscono.
 
Testimoni di Cristo - Santi Cristoforo Magallanes e compagni, martiri: Quando lo Stato invade la sfera religiosa le prime “vittime” sono la libertà e la dignità dei suoi cittadini: di fronte a questo abuso i cristiani non possono tacere, proprio come i fedeli messicani non si lasciarono zittire dopo l’introduzione nel loro Paese della Costituzione del 1917, ispirata a principi anticlericali.
Oggi la Chiesa ricorda 25 martiri che versarono il proprio sangue per testimoniare il Vangelo in questo contesto di violenza e repressione. Capofila del gruppo canonizzato nel 2000 è san Cristoforo Magallanes Jara, sacerdote ucciso il 25 maggio 1927 a Colotlán.
Era nato a Totiche nel 1869 e da prete era divenuto parroco del suo paese natale. Nel suo ministero curò l’evangelizzazione degli indigeni, la devozione al Rosario e le vocazioni: forse per questo fu preso di mira: sequestrato dall’esercito, venne fucilato il 25 maggio 1927. (Fonte Avvenire.it)
 
Il tuo Spirito, o Signore,
infonda con potenza i suoi doni,
crei in noi un cuore a te gradito
e ci renda conformi alla tua volontà.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 20 Maggio 2026
 
Mercoledì VII Settimana di Pasqua
 
At 20,28-38; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 17,11b-19
 
La tua parola, Signore, è verità: consacraci nella verità. (Cf. Gv 17,17b.a)
 
Ignace De La Potterie: Terminata la rivelazione al mondo (Gv 12, 50), Gesù annuncia ai suoi discepoli la venuta del Paraclito, lo Spirito di verità (14, 17; 15, 26; 16, 13). Per Giovanni la funzione fondamentale dello Spirito è di rendere testimonianza a Cristo (15, 26; 1 Gv 5, 6), di introdurre i discepoli a tutta intera la verità (16, 13), di richiamare alla loro memoria ciò che Cristo aveva detto, cioè di farne afferrare il vero senso (14, 26). Poiché il suo compito consiste nel far comprendere nella fede la verità di Cristo, lo Spirito è detto anch’esso «la verità» (1 Gv 5, 6); come testimone di Cristo, rende presente la verità nella Chiesa; lo Spirito è per essa «il dottore della verità» (Tertulliano). 
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il discorso di Paolo agli anziani della chiesa di Efeso si conclude con un appello alla generosità e al distacco dai beni. L’esortazione poi si muta in un struggente addio, non avrebbero più rivisto il suo volto.
Paolo si incammina verso la sua ultima meta intrisa di sangue e di sofferenza, ma sa che attenderlo sarà il Giudice giusto che gli consegnerà la corona della vittoria.
 
Vangelo
Siano una cosa sola, come noi.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni . Vol. III): L’aspetto più caratteristico dell’ecclesiologia di Gv 17 è rappresentato dall’unità dei cristiani. Gesù vuole che i membri della sua famiglia vivano in perfetta unione e armonia, per tale ragione prega il Padre, domandandogli di custodirli nel suo nome, affinché siano una cosa sola, come Dio e il Figlio suo (Gv 17,11).
Il Maestro chiede il dono dell’unità non solo per gli amici presenti al cenacolo, ma anche e soprattutto per i futuri credenti, «affinché tutti siano una cosa sola», come il Padre e il Figlio (Gv 17,21). Gesù ha comunicato ai discepoli la sua gloria divina, affinché possano realizzare l’ideale di unità perfetta vissuto dalle persone della Trinità (Gv 17,22). Quest’unità deve tendere alla perfezione, per favorire la fede del mondo nella missione divina del Cristo (Gv 17,21.23). L’unità dei credenti però non è un semplice risultato di un accordo umano, ma deve essere visto come il frutto della morte di Gesù (Gv 11,52): morendo sulla croce il Cristo ha radunato in unità i dispersi figli di Dio.
Luca negli Atti degli apostoli mostra che la comunità delle origini aveva realizzato quest’ideale di unità e di concordia perfetta. Non solo i discepoli mettevano a disposizione dei fratelli tutti i loro averi, vendendo le loro sostanze per sovvenire alle necessità della chiesa (At 2,44s: 4,34s), ma questi credenti erano «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,11b-19
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Parola del Signore.
 
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): v. 11 - perché siano una cosa sola, come noi. Il maggiore pericolo dei discepoli sembra essere costituito dal non conservare tra loro unità. Gesù si è preoccupato di questo finora (17,12). Adesso chiede al Padre che continui tale protezione e anzi la porti al livello della medesima unità che esiste tra le persone divine. Questa domanda nasce anche dal fatto che il cap. 17 non conosce il tema del Consolatore: nessuno prende il posto di Gesù.
v. 12 - perché si adempisse la Scrittura. Come gli altri evangelisti il quarto vede negli avvenimenti la realizzazione delle profezie: non insinua l’idea che l’azione di Giuda sia da intendere come fatale, e quindi non libera; tuttavia sottolinea che quel gesto quasi assurdo era già previsto dalle Scritture (v. 13,18).
v. 13 - perché abbiano ... la pienezza della mia gioia. Nei discorsi d’addio è ricorrente il motivo della gioia, che una volta è collegato a quello della pace (v. 14,27-28; 15,11; 16,20; 16,21; 16,22; 16,24).
v . 14 - il mondo li ha odiati. Ripetendo frasi già viste, il testo afferma che Gesù ha comunicato ai discepoli la “parola” del Padre (v. 17,8); rimane implicito il loro accogliere-credere (v. 17,6-8); di conseguenza, diventano estranei al “mondo”e sono odiati da esso (v. già 15,18-19) .
v. 15 - Non chiedo che tu li tolga dal mondo. Essere nel mondo, pur non appartenendo al mondo, è la condizione concreta del credente anche dopo Pasqua, prima della fine. Il tono è realista, contro eventuali misticismi. Gesù non chiede che i suoi siano esonerati dall’esperienza di vivere in ambiente ambiguo e ostile; addirittura li “manda” nel mondo (17,18), ambito della loro missione che continua la sua. Tuttavia domanda al Padre che li protegga e difenda dal male (o dal maligno) che regna nel mondo, perché anch’essi siano vittoriosi (v. 16,33).
v. 16 - Essi non sono del mondo. Il testo greco indica anche provenienza-origine. La non origine ‘mondana’ dei discepoli è già stata affermata (v. 15,19); qui due frasi vicine e quasi identiche (v, anche 17,14 b) precisano che la loro estraneità al mondo è come quella di Gesù.
v. 17 - Consacrali nella verità. Dopo la domanda di custodirli dal maligno (17,15), ora si chiede un positivo rafforzamento dei discepoli. “Consacrare” qui sembra indicare un legame solido e stabile. La “verità” per Giovanni è quella della rivelazione, quindi l’essenza stessa di Dio. “Consacrare nella verità” significa introdurre definitivamente nella sfera di Dio. Lo strumento che realizza tale consacrazione è la “parola” del Padre, quella che Gesù ha udito e comunicato (v. 15,15; 17,14): essa deve rimanere nei discepoli come forza che li mantiene a servizio della verità.
v. 18 - tu mi hai mandato ... io li ho mandati ... La ‘catena’ Dio-Gesù-discepoli si manifesta anche come missione (l’idea ritorna esplicita in 20,21).
v . 19 - consacro me stesso. Qui la frase indica l’atteggiamento dell’offrirsi in sacrificio. Gesù viene inteso come vittima e sacerdote (il verbo “consacrare” è usato per entrambi nell’A.T.) il cui gesto ha come effetto la consacrazione dei suoi. Il Figlio, già “consacrato e mandato nel mondo” (10,36), ora porta a termine l’incarico ricevuto e lo trasmette ai discepoli: il loro invio e la loro aggregazione alla fera di Dio sono opera di Gesù e del Padre allo stesso tempo. Non i parla di “Spirito”.
 
Per approfondire
 
AI Mode: Il passo di Atti 20,28-38 costituisce la parte conclusiva del celebre discorso di Mileto, l’unico grande discorso che l’apostolo Paolo rivolge esclusivamente a responsabili cristiani (gli anziani/presbiteri di Efeso) negli Atti degli Apostoli. Questo testo rappresenta il testamento spirituale e pastorale di Paolo, offrendo linee guida fondamentali sull’ecclesiologia, sul ministero ordinato e sulla gratuità del servizio.
Struttura e Analisi Teologica: 1. Il mandato ai pastori e la natura della Chiesa (v. 28) «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge»: L’esortazione comincia dalla cura personale del pastore. Non si può guidare una comunità senza vigilare costantemente sulla propria fede e condotta.
Istituzione divina: È lo Spirito Santo a costituire i custodi (episcopoi, da cui “vescovi”). L’autorità nella Chiesa non è un potere politico o umano, ma un carisma di servizio derivante da Dio.
Il valore del gregge: La Chiesa viene definita come qualcosa che Dio «si è acquistata con il sangue del proprio Figlio». Questo evidenzia l’immensa preziosità di ogni singolo fedele agli occhi di Dio, riscattato a prezzo del sacrificio di Cristo.
2. La minaccia delle eresie e la vigilanza (vv. 29-31): I lupi rapaci: Paolo profetizza l’arrivo di pericoli sia esterni sia interni alla comunità stessa. Falsi dottori cercheranno di sviare i discepoli per legarli a sé anziché a Cristo.
Il modello di Paolo: L’apostolo ricorda le sue lacrime e i tre anni di vigilanza ininterrotta come esempio di dedizione totale e affetto paterno verso la comunità. [1, 2, 3, 4]
3. L’affidamento a Dio e la gratuità del ministero (vv. 32-35): «Vi affido a Dio e alla parola della sua grazia»: Consapevole di non poter più proteggere fisicamente il gregge, Paolo lo consegna nelle mani dell’unico che ha il potere di edificare la fede e donare l’eredità eterna.
Distacco dai beni materiali: Paolo rivendica con forza la propria indipendenza economica. Ha lavorato manualmente per provvedere a se stesso e ai suoi collaboratori, senza desiderare l’oro o l’argento di nessuno.
Il Logion inedito di Gesù: Al versetto 35 viene citata una massima di Gesù non presente nei quattro Vangeli canonici: «Si è più beati nel dare che nel ricevere». La vera gioia cristiana e l’autenticità del ministero si misurano sulla capacità di farsi dono disinteressato per i deboli.
4. Il commiato e la preghiera (vv. 36-38): La preghiera comunitaria: Il discorso si chiude in ginocchio, sottolineando che ogni separazione e ogni scelta ecclesiale devono essere immerse nella preghiera.
La dimensione degli affetti: Il pianto, gli abbracci e i baci dei presenti mostrano il profondo legame umano e spirituale che univa Paolo alle sue comunità. La tristezza è acuita dalla consapevolezza dello Spirito: non vedranno più il suo volto, poiché Paolo è ormai diretto verso il martirio.
 
Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge - Bibbia per la formazione cristiana: L’intenzione di Luca nel comporre questo brano è quella di offrire ai suoi lettori un modello esemplare di ciò che deve essere un responsabile della chiesa e, in una certa misura, ogni credente. Dobbiamo riconoscere che Paolo, con tutti i suoi difetti, ha saputo realizzare questo modello.
Nel suo testamento, l’apostolo ricorda il passato, guarda al presente e si preoccupa del futuro della comunità .
La sua vita è stata un servizio al Signore Gesù, con l’unico scopo di condurre tutti, giudei e greci, a convertirsi a Dio e a credere in lui. Paolo ha svolto questo servizio con umiltà, con coraggio nell’annunciare in pubblico e in privato la verità del mistero del Cristo e con pazienza nel sopportare le sofferenze e le prove che gli sono state inflitte dai giudei.
Ora l’apostolo si reca a Gerusalemme per fedeltà allo Spirito.
L’unica cosa di cui è certo è che parteciperà alla passione del Cristo. Non è un fallimento, ma il mistero di Dio che in questo modo ci rende testimoni del vangelo.
Quando egli lascerà questo mondo (la «partenza» a cui allude è la sua morte), i responsabili della comunità dovranno vegliare su se stessi e sul gregge loro affidato. L’espressione «lupi rapaci» si riferisce chiaramente alla presenza di eretici. Questi potranno venire da fuori ma anche dall’interno della comunità. I responsabili dovranno difendere il bene dei fedeli, e soprattutto dei più deboli, di fronte a qualsiasi nemico.
Paolo ha fatto tutto quello che ha potuto; nessuno può accusarlo di aver contribuito con il suo esempio a con la sua predicazione allo sviluppo delle false dottrine. (Ricordiamo che l’eresia gnostica minacciava la chiesa anche dall’interno).
Paolo conclude il suo testamento con la citazione di una frase di Gesù che non si trova nei Vangeli. Chi dà con gioia e condivide liberamente quello che ha con i più bisognosi dimostra di vivere già nel mondo nuovo scaturito dalla risurrezione del Signore.
 
Guerric d’lgny: Sermones (III per la festa degli Apostoli Pietro e Paolo) - Essi non sono del mondo …: in effetti l’anima umana si trova in una situazione mediana: al di sotto di lei si trova il mondo; al di sopra Dio. Al di sopra di lei, Colui dal quale, per il quale e a causa del quale è stata fatta; al di sotto di lei, quello che è stato fatto a causa di lei. Perché, come il corpo è stato fatto per l’anima, così per il corpo è stata fatta la sua casa, che è il mondo. Così dunque, quando essa si curva verso le cose materiali che sono di questo mondo, le ombre, venendo dal basso, salgono verso di lei; quando si eleva verso le realtà divine ... usciamo dall’ombra della morte. Perché la Luce e la Vita sono in Cielo, la morte nell’inferno, e l’ombra della morte in questo luogo terrestre e tenebroso.
 
Testimoni di Cristo - Santa Lidia di Tiatira: Vissuta nel primo secolo, non si ha la certezza se Lidia fosse il suo nome o indicasse piuttosto le sue origini. Nacque infatti a Tiatira, città della Lidia, regione dell’Asia minore. Abitò a Filippi, in Macedonia, e non si sa se fosse nubile o maritata. Commerciava la costosa porpora e aveva quindi una posizione sociale ed economica importante. Gli affari terreni non le avevano impedito di dedicarsi anche allo spirito. Apparteneva ai «timorati di Dio», quei pagani che si erano convertiti alla fede dei Giudei. Fino a quando incontrò Paolo di Tarso, nella sua prima missione in Europa. L’episodio è narrato negli Atti degli Apostoli: san Paolo giunse a Filippi con Timoteo, Sila e Luca. Fu allora che Lidia si convertì e sul suo esempio tutti i familiari chiesero di essere battezzati. Prima discepola di Paolo, Lidia ospitò a casa sua il santo e i suoi compagni per tutto il tempo della missione. In quei giorni di predicazione ci furono conversioni, e si formò una comunità di cristiani. Nella casa di Lidia nacque così la prima Chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso. (Avvenire)
 
Padre misericordioso,
nella tua bontà dona alla Chiesa, radunata dallo Spirito Santo,
di servirti con piena dedizione
e di formare in te un cuore solo e un’anima sola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.