27 Luglio 2026
 
Lunedì XVII Settimana Del Tempo Ordinario
 
Es 32,15-24.30-34; Salmo Responsoriale Dt 32,18–21; Mt 13,31-35
 
Evangelii gaudium 278: La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia insieme con «quelli che stanno con lui ... i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Ap 17,14). Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr. Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr. Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr. Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: “Dietro il racconto, vi è forse il ricordo d’un atto d’infedeltà nel deserto, atto che non è possibile ricostruire. In sé, questa forma di culto non è propria dei nomadi, ma delle popolazioni sedentarie nella terra fertile di Canaan. Sta comunque a testimoniare un fenomeno che è reale nel deserto e in ogni situazione: l’infedeltà del popolo all’alleanza. Il popolo afferma qui un allontanamento da Dio, come cosa che va facendo fin dalla sua stessa origine” (Angel Gonzales).
 
Vangelo
Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.
 
La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,31-35
 
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Parola del Signore.
 
Basilio Caballero: Il discorso di Gesù continua con due parabole, di marcato parallelismo, intorno al mistero del regno di Dio: il granello di senapa e il lievito nella pasta (che si trovano anche in Lc 13,18ss). Il testo evangelico si conclude con una citazione scritturistica di completamento, in appoggio al linguaggio parabolico di Gesù: «Perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclama o cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” (Sal 78,2)». Le parabole sono una forma di rivelazione e non di occultamento. Entrambe le parabole, come quella del seminatore e del seme che cresce da solo, sono parabole di contrasto; cioè, coincidono nel sottolineare la sproporzioni esistente tra gli inizi insignificanti del regno e il suo splendente finale. Ma anche così, ciascuna delle due parabole ha la sua sfumatura: quella del granello di senapa parla della crescita del regno in estensione, e quel la del lievito in intensità. Come il frondoso arbusto della senapa, che nella regione del lago di Tiberiade può raggiungere anche i tre metri, già sta in germe nel suo minuscolo seme, così il regno di Dio è già presente nel ministero apostolico di Gesù e della Chiesa, malgrado la povertà dei suoi inizi. È l’insegnamento fondamentale della parabola. In questo modo il Salvatore giustifica il suo metodo missionario che non rispondeva alle aspettative di trionfalismo e spettacolarità che, secondo i giudei del tempo, avrebbero dovuto accompagnare l’irruzione del regno di Dio nell’era messianica. Tuttavia, siccome l’evangelista scrive in epoca posteriore al ministero apostolico di Gesù, può già verificare, insieme alla comunità primitiva, la prima espansione del regno e del vangelo. Tra i rami dello snello albero di senapa possono già annidarsi gli uccelli. Evidente allusione all’incorporazione dei popoli pagani alla Chiesa. La seconda parabola è quella del lievito nella pasta, che è capace di far fermentare fino a tre misure di farina, il pane sufficiente per cento persone. Il suo significato e la sua lezione sono paralleli a quelli del granello di senapa. Nella persona e nel messaggio di Cristo sta già agendo efficacemente e irresistibilmente il fermento del regno; questo garantisce il successo finale della missione di Gesù e della Chiesa.
 
Per approfondire
 
La parabola del granello di senapa - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché si tiene sul palmo aperto un granello di senapa, lo si vede appena, eppure, seminato, in poco tempo diventa uno dei più grandi arbusti del campo. Fra il seme e la pianta non c’è davvero proporzione. Da un inizio insignificante si ottiene rapidamente il massimo risultato. Il mistero di questa crescita sbalorditiva risiede nella forza vitale e nel dinamismo interiore del seme. Secondo le parole del Signore tutto ciò è una illustrazione del mistero della Chiesa. Anche qui, da un inizio minimo, in un tempo straordinariamente breve, è uscito il grande risultato. La vita di Gesù, umanamente considerata, è brevissima. Incomincia nella stalla, rimane nascosta per trent’anni, si spiega pubblicamente solo per pochi mesi e termina con la condanna a morte. La Chiesa stessa incomincia con un pugno di contadini e di pescatori assolutamente impari al compito. L’uno passa al campo opposto, l’altro dichiara di non conoscere affatto Cristo. I rimanenti, nel momento culminante, fuggono. Le comunità della Chiesa primitiva sono composte in gran parte di schiavi e di popolino, con un numero insignificante di persone preminenti. Il movimento incomincia in Palestina, in un paese, cioè, che non è neppure una provincia romana indipendente, ma sottomessa a quella della Siria. Un evento totalmente privo di significato nel complesso dell’impero romano. Eppure il messaggio di Gesù ha conquistato il mondo e questa Chiesa è diventata la Chiesa universale, in un tempo incredibilmente breve, nonostante la resistenza delle forze spirituali, politiche e militari. Anche qui la crescita misteriosa si spiega con la virtù del seme, vale a dire con la forza vitale dello stesso Gesù Cristo, la quale non è altro che la forza di Dio. Gesù stesso è il capo di questa Chiesa, di cui lo Spirito Santo è il principio vitale. Visti di fuori, lo sviluppo e la crescita sono incomprensibili, considerati all’interno, della rivelazione, si capiscono perfettamente.
 
La parabola del lievito - Wolfgang Trilling: Il  racconto è semplice e conciso, in un’unica frase. Una donna vuole preparare del pane. Alla grande quantità di farina aggiunge un pezzettino di lievito e lavora il tutto insieme, poi copre l’impasto con un tovagliolo e lo lascia riposare. Dopo un certo tempo, ecco il fatto meraviglioso: tutta la pasta è lievitata. La piccola quantità di lievito nascosto nella farina ha prodotto un vistoso effetto.
Come nella parabola del granello di senapa, anche qui ci interessa notare anzitutto la straordinaria e improvvisa trasformazione avvenuta, la sproporzione sbalorditiva tra il prima e il dopo, tra l’inizio e la fine. Così è del regno di Dio: dai suoi umili inizi nessuno si aspetterebbe tale pienezza di potenza, di sviluppo e di grandezza.
Ma qui l’idea dell’efficacia è ancor più determinante. La piccola porzione di lievito ha in sé una tale forza vitale, capace di fermentare una grande massa di farina e trasformarla in pasta per il pane; il lievito è il principio vitale. Il piccolo numero e la quantità poco appariscente (di lievito) non devono trarci in inganno. Davanti a Dio vale un’altra misura, non solo il rapporto tra grande e piccolo, ma anche tra ciò che è attivo e inerte. Quello che esteriormente appare debole e indigente, interiormente è pieno di forza e di vita. Nella debolezza apparente del messaggero opera e si sviluppa la forza interiore del messaggio. Il cuore nuovo e lo spirito nuovo, promesso da Dio, e che ora - nella pienezza dei tempi - egli vuole creare in noi, sono veramente opera divina. Chi accoglie totalmente il regno di Dio e se ne lascia permeare e trasformare, è un lievito divino nel suo ambiente. La forza vitale che pulsa in lui si espande e si comunica a chi gli vive accanto. Non solo la grande storia, ma anche la nostra piccola storia di ogni giorno ci mostrano questa forza vitale ed efficace - quando si incarna in uomini vivi -; una forza che si irradia anche sugli altri.
A quel piccolo gruppo Gesù ha detto: «Voi siete la luce del mondo»; «voi siete il sale della terra»; «una città collocata sopra monte non può restare nascosta» (5, 14-16). Ci rendiamo conto del tesoro che Dio ha nascosto nella nostra vita? Siamo consapevoli di essere chiamati a comunicare questa forza divina nel nostro ambiente, a esserne il lievito con la vita di Dio? Crediamo nell’efficacia dei nostri sforzi, anche se umili, poco appariscenti e minati dalla nostra debolezza e peccabilità? È la potenza della vita di Dio che vuole operare nella nostra pochezza.
 
L’infinitamente piccolo che diventa infinitamente grande - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo)La terza parabola ha per protagonista ancora una volta il regno dei cieli. Il chicco di senape propriamente non è il seme più piccolo. Ve ne sono di più piccoli, ma la sua piccolezza è proverbiale (cf Mt 17,20): avere fede quanto un granello di senape permette di compiere cose impossibili per la logica umana. È vero però che può sorprendere la sproporzione tra la piccolezza del seme e la grandezza delle dimensioni della pianta che da esso si sviluppa (che può superare addirittura i tre metri!). Da un piccolo seme viene fuori quindi un albero grande e capace di ospitare molti uccelli, disposti a mettere le “tende” tra i suoi rami (il verbo del v. 32 è kataskenóo, composto di skenóo, il verbo che il quarto vangelo impiega per parlare dell’incarnazione di Gesù, cf Gv 1,14).
L’accento non è messo sulla piccolezza del seme ma sull’effetto che esso produce una volta gettato. Il regno è una realtà piccola, quasi nascosta e impercettibile, che porta però in sé un dinamismo e una potenza di vita incredibili e sorprendenti. È la scomparsa del seme di senape nella terra che rende possibile la sua crescita. Gesù insegna così che la crescita del credente è legata al dono totale della propria vita.
 
Giovanni Crisostomo (In Matth. 46,2): Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo” [Mt 13,31]. Siccome Gesù aveva detto che i tre quarti della semente sarebbero andati perduti, che una sola parte si sarebbe salvata e che nella parte restante si sarebbero verificati tanti gravi danni, i suoi discepoli potevano bene chiedergli: Ma quali e quanti saranno i fedeli? Egli allora toglie il loro timore inducendoli alla fede mediante la parabola del granello di senape e mostrando loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra. Sceglie per questo scopo un’immagine che ben rappresenta tale verità. “È vero che esso è il più piccolo di tutti i semi; ma cresciuto che sia, è il più grande di tutti i legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli dell’aria vengono a fare il nido tra i suoi rami” [Mt 13,32]. Cristo voleva presentare il segno, la prova della loro grandezza. Così - egli spiega - sarà anche della predicazione della buona novella. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c’era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa in tutto il mondo.
 
Testimoni di Cristo - San Pantaleone - Curare non è solo sanare il corpo ma è anche prendersi cura dell’anima: Nella tradizione cristiana la cura di una persona non è mai solo quella del corpo, della quale si occupa con ottimi risultati la medicina, ma è quella più ampia che si esprime anche in un’attenzione verso le ferite dell’anima e del cuore. Il Vangelo non nega la scienza medica, ma il suo messaggio ne può però ampliare l’impegno, ricordando che ogni malato è prima di tutto una persona con una dignità da custodire. Questo fu l’orizzonte nel quale san Pantaleone decise di praticare la medicina: una scelta che gli costò la vita. Nato a Nicomedia nel III secolo, fu cresciuto dalla madre cristiana ma avviato dal padre pagano allo studio della medicina. L’incontro con un presbitero che gli parlò di una medicina «più grande», il messaggio del Risorto, lo portò sulla strada della conversione e del Battesimo. Decise quindi di esercitare la propria professione da medico gratuitamente ma questo suscitò il risentimento dei colleghi e gli costò la denuncia. Secondo la tradizione venne quindi martirizzato tra atroci sofferenze forse nell’anno 305. Assieme a Cosma e Damiano è il patrono dei medici e delle ostetriche. Viene considerato uno dei quattordici santi ausiliatori e viene invocato contro le infermità di consunzione. 
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
26 Luglio 2026
 
XVII Domenica del Tempo Ordinario
 
2Cor 4,7-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 125 (126); Mt 20,20-28
 
Santi Gioacchino e Anna - Pensieri di Benedetto XVI: La Chiesa celebra il 26 luglio la festa dei genitori della Vergine, i Santi Anna e Gioacchino, i nonni di Gesù.
“Vecchi”, cioè un peso. Tranne qualche eccezione, improduttivi. Per la loro salute malferma, troppo costosi per le casse pubbliche. Quasi tutti vittime inermi del gap tecnologico tra loro e un progresso che si aggiorna ormai di ora in ora e dunque tagliati fuori dal modo in cui il mondo oggi si muove, parla, comprende.
Sono queste alcune delle immagini con le quali un attuale e diffuso sentire comune etichetta gli anziani.
Non così la Chiesa che invece ha sempre avuto nei riguardi dei nonni un’attenzione particolare, riconoscendo loro una grande ricchezza sotto il profilo umano e sociale, come pure sotto quello religioso e spirituale. In passato i nonni avevano un ruolo importante nella vita e nella crescita della famiglia. Anche quando l’età avanzava, essi continuavano ad essere presenti con i loro figli, con i nipoti e magari i pronipoti, dando viva testimonianza di premura, di sacrificio e di un quotidiano donarsi senza riserve. Erano testimoni di una storia personale e comunitaria che continuava a vivere nei loro ricordi e nella loro saggezza.
Almeno per i cristiani, risplenda l’icona per eccellenza: quella di Anna e Gioacchino che, in qualsiasi interpretazioni artistica li ritragga, appaiono mentre circondano amorevolmente la loro piccola Maria. Non è difficile allora immaginarli circondare con lo stesso amore il “nipotino” Gesù, svolgendo quel ruolo in parte dimenticato da una società ubriacata dal mito dell’eterna efficienza, che con leggerezza lascia che un bambino preferisca la compagnia di un pc a quella di un nonno.
Il compito educativo dei nonni è sempre molto importante, e ancora di più lo diventa quando, per diverse ragioni, i genitori non sono in grado di assicurare un’adeguata presenza accanto ai figli, nell’età della crescita.
Affido alla protezione di Sant’Anna e San Gioacchino tutti i nonni del mondo, indirizzando ad essi una speciale benedizione. La Vergine Maria, che – secondo una bella iconografia – imparò a leggere le Sacre Scritture sulle ginocchia della madre Anna, li aiuti ad alimentare sempre la fede e la speranza alle fonti della Parola di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Salomone, tra i tanti re che si affacciarono sulle vicende politiche del popolo eletto, eccelse per la sua sapienza: ebbe «saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare» (1Re 5,9). Tanta ricchezza intellettuale e spirituale non è il frutto di sforzi umani, ma un dono di Dio. Un dono che non mette l’uomo al riparo da certi errori umani, anche fatali. Se l’avvio del regno di Salomone è glorioso, la sua condotta religiosa ed economica sarà però disastrosa. Alla sua morte (932 a.C.) il regno si divide (Cf. 1Re 12), avviando così il processo di dissoluzione della potenza militare d’Israele.
 
Seconda Lettura: Paolo sintetizza il contenuto del progetto divino. Predestinare qui ha il significato di decidere “fin dall’inizio”: Dio, fin dall’inizio, ha deciso e voluto che l’uomo sia conforme all’immagine del Figlio.
Questa volontà salvifica è un tratto dell’amore del Padre celeste verso le sue creature che vuole salve e reintrodotte come figli nel suo Regno. In ogni caso, l’uomo, per il libero arbitrio, può accettare o rifiutare la volontà salvifica divina.
 
Vangelo
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
 
Nel Vangelo odierno vi è un chiaro nesso tra le due parabole, quella del tesoro e quella della perla, e la prima lettura, che è tratta dal primo libro dei Re: dinanzi al regno bisogna porsi con un atteggiamento sapienziale. È sapiente colui che vende tutto per venire in possesso del regno dei cieli.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,44-52
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Parola del Signore.
 
Il regno dei cieli è simile - Molti, nei tempi passati, per salvare i loro averi da ruberie, soprattutto in periodo di guerre o di calamità naturali, erano soliti nasconderli sottoterra. Un contadino, un salariato, nel vangare il terreno si imbatte proprio in uno di questi tesori nascosti e per venirne in possesso lecitamente, «va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La parabola, comunque, non vuole dare indicazioni morali di sorta.
Nel racconto evangelico, il tesoro è il regno dei cieli per il quale l’uomo deve essere sollecito nel «vendere tutti i suoi averi». Ma il «fulcro dottrinale della parabola... non consiste per sé nei sacrifici affrontati per il regno, ma nell’invito pressante di Gesù agli uditori di riconoscere nella sua opera l’azione di Dio nel mondo per l’attuazione del regno. Questo non esclude, soprattutto nella redazione matteana, un atto decisionale, che comporta per il discepolo una scelta coraggiosa per un orientamento di vita e una condotta esemplare nel presente» (A. Poppi).
Va sottolineata la gioia, che caratterizza i sentimenti di coloro che entrano in possesso del regno.
La parola gioia corrisponde all’ebraico simhah, che vuol dire soddisfazione dell’anima. L’Antico Testamento ama esaltare anche le gioie più umili della vita: quella del cibo, del riposo, del divertimento, del vino (Cf. Sal 104,5; Sir 31,27; Is 24,11).
La gioia di essere genitori di una numerosa prole (Cf. Sal 127,3; Sir 25,7; Gv 16,21). La gioia della fedeltà della sposa, del calore della casa e quella che scaturisce da una vera amicizia. Ma «la gioia vera il giusto la trova in Dio, nella sua parola, nella sua legge, nella sua alleanza indefettibile... La gioia del pio israelita, oltre che nell’intimità con Dio, sgorga dalla contemplazione delle meraviglie da lui operate nell’universo e nella storia del suo popolo. Una delle gioie più intense per Israele proviene dall’esercizio del culto reso al Dio vivo, presente in seno al popolo nel suo tempio» (G. Manzoni).
La vera gioia inonderà il mondo con la nascita del Cristo: Giovanni Battista esulta di gioia nel grembo della madre (Cf. Lc 1,41.44); Maria, la madre di Gesù, erompe in un canto di gioia, che celebra Dio padre dei piccoli e salvatore dei poveri e degli umili (Cf. Lc 1,46-55). La nascita di Giovanni Battista rallegra il cuore degli anziani genitori e dei loro conoscenti (Cf. Lc 1,56-57). La nascita di Gesù viene annunziata ai pastori come «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10).
I motivi di questa gioia sono evidenti: oramai in Gesù, il regno di Dio è in mezzo agli uomini, esso, come testé ci ha ricordato Matteo, è il tesoro per il quale si deve essere disposti a dare tutto gioiosamente, «perfino la vita» (Lc 14,26).
Se, nel ritrovamento del tesoro, la fortuna ha giocato un ruolo predominante, nella parabola della perla è il mercante che va in cerca di essa. Il comportamento di quest’ultimo, comunque, è uguale a quello del salariato: «trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra ».
Per l’Antico Testamento «vale più scoprire la sapienza che le gemme» (Gb 28,18), così per il Nuovo Testamento: Gesù è la sapienza increata fatta carne (Cf. Gv 1,14; 1Cor 1,30) che si fa trovare «da chiunque la ricerca. Previene per farsi conoscere, quanti la desiderano» (Sap 6,12-13). Per porsi alla sua sequela, gli uomini devono essere pronti a rinunciare a tutto quello che possiedono (Cf. Mt 19,16-22). E poi, con somma diligenza, una volta incontrata «la sapienza non lasciarla» (Sir 6,24-31), per non scivolare nel baratro dell’infelicità e dell’eterna tristezza: «Acquista la sapienza [...], non allontanartene mai. Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te. Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi» (Prov 4,5-7).
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10). Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo.
In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.
 
Per approfondire
 
J. Guillet (Giustificazione, in Dizionario di Teologia Biblica): Giustificati in Gesù Cristo - 1. L’impotenza della legge - Il legalismo giudaico in cui fu educato il fariseo Paolo credeva, se non proprio di conseguire ciò che forse il Vecchio Testamento fa presentire, almeno di dovervi tendere: poiché la legge è l’espressione della volontà di Dio ed è alla portata dell’uomo (Cf. Deut 30,11 - infatti, alla portata della sua intelligenza: intelligibile e facile da conoscere), basta che l’uomo la osservi integralmente per potersi presentare davanti a Dio ed essere giustificato. L’errore del fariseo non sta in questo sogno di poter trattare Dio secondo la giustizia, come merita di essere trattato; sta nell’illusione di credere di potervi giungere con le proprie risorse, di voler trarre da se stesso l’atteggiamento che raggiunge Dio e che Dio attende da noi. Questa perversione essenziale del cuore, che vuole avere «il diritto di gloriarsi di fronte a Dio» (Rom 3,27), si traduce in un errore fondamentale nell’interpretazione dell’alleanza, che dissocia la legge dalle promesse, scorgendo nella legge il mezzo di essere giusto di fronte a Dio e dimenticando che questa stessa fedeltà non può essere se non opera di Dio, attuazione della sua parola.
2. Gesù Cristo - Ora Gesù Cristo fu realmente «il giusto» (Atti 3,14); fu davanti a Dio esattamente ciò che Dio attendeva, il servo nel quale il Padre poté finalmente compiacersi (Is 42,1; Mt 3,17); seppe sino alla fine «compiere ogni giustizia» (Mt 3,15) e morì affinché Dio fosse glorificato (Gv 17,1.4), cioè apparisse dinanzi al mondo in tutta la sua grandezza ed il suo merito, degno di tutti i sacrifici e capace d’essere amato più d’ogni altra cosa (Gv 14,31). In questa morte, che sembrò quella di un reprobo (Is 53,4; Mt 27,43-46), Gesù trovò in realtà la sua giustificazione, il riconoscimento da parte di Dio dell’opera compiuta (Gv 16,10), che questi proclamò risuscitandolo e mettendolo nel pieno possesso dello Spirito Santo (1Tim 3,16).
3. La grazia - Ma la risurrezione di Gesù Cristo ha come scopo la «nostra giustificazione» (Rom 4,25).
Ciò che la legge non poteva operare, anzi presentava come categoricamente escluso, ci viene donato dalla grazia di Dio, nella redenzione di Cristo (Rom 3, 23s). Questo dono non è un semplice «come se», una condiscendenza indulgente con cui Dio, vedendo il suo Figlio unico perfettamente giustificato dinanzi a sé, accetterebbe di considerarci come giustificati, per i nostri legami con lui. Per designare un semplice verdetto di grazia e di assoluzione, Paolo non avrebbe usato la parola giustificazione, che significa invece il riconoscimento positivo del diritto contestato, la conferma della giustezza della posizione presa. Non avrebbe attribuito l’atto con cui Dio ci giustifica alla sua giustizia, ma alla sua pura misericordia. Ora la verità è questa: Dio, in Cristo, «ha voluto mostrare così la sua giustizia... ed essere giusto col giustificare chi si fonda sulla fede in Gesù» (Rom 3,26).
4. Figli di Dio - Evidentemente Dio manifesta la sua giustizia in primo luogo verso il Figlio suo «consegnato per i nostri peccati» (Rom 4,25), il quale con la sua obbedienza e la sua giustizia ha meritato per una moltitudine di uomini la giustificazione e la giustizia (Rom 5,16-19). Ma se Dio concede a Gesù Cristo di meritare la nostra giustificazione, ciò non vuol dire soltanto che acconsente, per riguardo verso di lui, a trattarci come giusti: vuol dire che in Gesù Cristo ci rende capaci di assumere l’atteggiamento esatto che egli attende da noi, di trattarlo com’egli merita, di rendergli effettivamente la giustizia alla quale egli ha diritto, in una parola di essere realmente giustificati di fronte a lui. Così Dio è giusto verso se stesso, non rinunciando in nulla all’onore ed alla gloria cui ha diritto, ed è pure giusto verso le Creature, alle quali concede per pura grazia, ma per una grazia che le tocca nel più intimo del loro essere, di trovare verso di lui l’atteggiamento giusto, di trattarlo da Padre quale egli è, di essere cioè realmente suoi figli (Rom 8,1417; 1Gv 3,1s).
 
Piccolo Dizionario Biblico - Regno di Dio - Non è un luogo ma un termine per indicare un nuovo rapporto fra Dio e l’uomo. «Entrare nel Regno» non significa perciò andare in qualche parte. Il potere regale di Dio nell’Antico Testamento era provvisorio; esso si realizza definitivamente in Cristo. Perciò la predicazione del Regno di Dio è il tema centrale della predicazione di Gesù, come essa è descritta nei primi tre vangeli. Il Regno di Dio comprende pure l’appagamento di quei desideri umani che sono destati dai movimenti non cristiani. Per esempio si oppongono al Regno di Dio la malattia, la morte, la povertà opprimente, la fatica, l’oppressione politica e sociale, la guerra. Poiché il concetto di Regno di Dio è molto generale, è difficile spiegarlo con altri concetti. Ciò che è « cristianamente tipico» nel Regno di Dio è questo: la realizzazione del fine ideale non è sperata in quanto frutto dell’opera umana, ma come dono che Dio ha promesso definitivamente per mezzo di Cristo; per esso però i cristiani possono porre le premesse, e possono prepararne l’avvento per mezzo di una vita e di una condotta che siano secondo le intenzioni del Regno di Dio Alcuni passi ne parlano come di un fatto che sta per venire (Mc 1,15), altri come di un fatto già presente (Lc 17,21; Mt 12,28). Il cristianesimo si trova ancor oggi in questa tensione: il principio è già posto, il fine non è stato ancora raggiunto.
Nel Padre Nostro i cristiani pregano: «Venga il tuo regno» (Mt 6,10). Il compito della Chiesa è creare delle vie nel mondo perché venga il Regno di Dio (cfr. Col 4,11).
 
Ilario di Poitiers (Comm. Matth., XIII, 7): Il Regno dei cieli si può paragonare ad un tesoro nascosto in un campo ... : Dio è stato trovato in un Uomo, per comprare il quale devono essere vendute tutte le ricchezze di questo mondo. Così si acquisteranno le ricchezze eterne del tesoro celeste ... Ma bisogna osservare che il tesoro è stato trovato e nascosto, mentre certo colui che lo ha trovato avrebbe potuto portarlo via in segreto nel tempo impiegato per nasconderlo. E portandoselo via avrebbe potuto evitare la necessità di comprarlo ... Il tesoro è stato nascosto, perché doveva essere comprato anche il campo. Col tesoro nel campo infatti, come abbiamo già detto, si intende il Cristo incarnato, che viene trovato gratuitamente ... Ma non può esserci altro modo di utilizzare e di possedere questo tesoro con il campo se non pagando, poiché non si possiedono le ricchezze celesti senza sacrificare il mondo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Gioacchino e Anna - Nel legame tra generazioni il cammino verso il futuro: Siamo un anello, un tratto d’unione di quel legame profondo che avvicina le generazioni, le tiene insieme e costruisce il futuro. È di questa relazione tra anziani e giovani che parla la storia dei santi Gioacchino e Anna, i nonni di Gesù, che sono per la Chiesa il volto concreto di un popolo in cammino, capace di cogliere i veri segni della speranza attorno a noi ma anche i valori da custodire. La vicenda umana di questi due testimoni è narrata nei Vangeli apocrifi, non appare nei testi canonici, ma ci ricorda che anche Gesù aveva una famiglia, segnata dalle stesse difficoltà delle altre famiglie, eppure capace di aprirsi agli altri e di lasciarsi guidare dalla luce di Dio. Secondo la tradizione, infatti, i due non avevano figli ma un angelo annunciò loro la nascita di Maria, che poi, secondo la tradizione, venne presentata al Tempio secondo le norme di allora. I due nonni santi, quindi, sono anche i testimoni della grandezza e della potenza del Vangelo: nel Risorto si riconciliano le generazioni e si realizza il vero Regno dell’amore, unica vera destinazione comune per l’intera umanità. La devozione per Gioacchino e Anna – celebrati nello stesso giorno solo al 1969 in seguito alla riforma liturgica dopo il Concilio Vaticano II – si è diffusa prima in Oriente per giungere in Occidente alla fine del primo millennio. (Matteo Liut)
 
-> O Signore, Dio dei nostri padri,
che ai santi Gioacchino e Anna
hai dato la grazia di generare
la Madre del tuo Figlio fatto uomo,
per le loro preghiere concedi anche a noi
la salvezza promessa al tuo popolo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Padre, fonte di sapienza,
che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto
e ci hai donato la perla preziosa,
concedi a noi un cuore saggio e intelligente,
perché, fra le cose del mondo, sappiamo apprezzare
il valore inestimabile del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

 25 Luglio 2026
 
San Giacomo, Apostolo - Festa
 
2Cor 4,7-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 125 (126); Mt 20,20-28
 
Potete bere il calice che io sto per bere? - Giovanni Paolo II (Omelia, 9 novembre 1982)San Giacomo era fratello di Giovanni Evangelista. Essi furono i due discepoli a cui - in uno dei dialoghi più impressionanti che riporta il Vangelo - Gesù fece quella famosa domanda: “«Potete bere il calice che io sto per bere?». Ed essi risposero: «Possiamo»” (Mt 20,23). Era la parola della disponibilità, del coraggio; un atteggiamento tipico dei giovani, però non loro esclusivo, ma di tutti i cristiani, ed in particolare di coloro che accettano di essere apostoli del Vangelo. La generosa risposta dei due discepoli fu accettata da Gesù. Egli disse loro: “Il mio calice lo berrete” (Mt 20,23). Queste parole si compirono in Giacomo, figlio di Zebedeo, che col suo sangue diede testimonianza della risurrezione di Cristo a Gerusalemme. Gesù aveva fatto la domanda sul calice che avrebbero dovuto bere i due fratelli, quando la loro madre, come abbiamo letto nel Vangelo, si avvicinò al Maestro, per chiedergli un posto di speciale rilievo per entrambi nel Regno. Però Cristo dopo aver costatato la loro disponibilità a bere il calice, disse loro: “Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio” (Mt 20, 23). La disputa per conseguire il primo posto nel futuro Regno di Cristo, che i suoi discepoli immaginavano in modo troppo umano, suscitò l’indignazione degli altri Apostoli. Gesù approfittò allora dell’occasione per spiegare a tutti che la vocazione al suo Regno non è una vocazione al potere ma al servizio, “appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Nella Chiesa, l’evangelizzazione, l’apostolato, il ministero, il sacerdozio, l’episcopato, il papato, sono servizio.
 
I Lettura: Il servizio apostolico cresce in vasi di creta - José Maria Gonzalez-Lamadrid: Qui Paolo passa a una magistrale descrizione delle vicissitudini del servizio apostolico. Per prima cosa, egli mette in rilievo ancora una volta quello che, per lui, è la cosa principale: il « tesoro » di questo ministero apostolico « è portato in vasi di creta »; e la ragione è molto semplice: « perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi ». Quando, agli occhi degli uomini, il ministero apostolico non si presenta in vasi di creta, ma in ricche strutture di potere economico e politico e compare persino nelle forme abbaglianti di liturgie sontuose e splendide, è difficile comprendere che la « potenza straordinaria » viene da Dio, ma si insinua piuttosto che venga da quelle figure ieratiche, anche se esse usano, per abitudine, un linguaggio - certamente poco o punto intelligibile - col quale si salva la formalità della dipendenza rispetto a Dio.
Paolo continua a presentare l’aspetto paradossale dei « servizio apostolico »: « tribolati, ma non schiacciati, perseguitati, ma non abbandonati, colpiti, ma non uccisi ». Egli non pensa a una situazione ideale nella quale scompaia la parte sgradevole del ministero apostolico; perciò, non avrebbe mai sognato un patto o un concordato con i poteri di questo mondo, per evitare questo molesto aspetto dialettico dell’apostolato.
Al contrario, egli vede il servizio apostolico come una specie di « nekrosis », una « situazione di morte » che si porta avanti « per causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale ». Paolo, dunque, non sogna una situazione trionfalistica della Chiesa, ma anzi, una realtà sempre ambigua fra la vita e la morte. Naturalmente per esercitare questo ministero apostolico - che è primordialmente una proclamazione - è necessario essere fondamentalmente credente: « ho creduto, perciò ho parlato; anche noi crediamo e perciò parliamo ».
E la fede, in san Paolo, è sempre la stessa: la morte di Cristo è valida solo per il fatto che conduce a una risurrezione (cf 1Cor 15).
 
Vangelo
Il mio calice, lo berrete.
 
La domanda della madre dei figli di Zebedeo, e la reazione scomposta degli Apostoli, mostra con chiarezza come il discorso sulla croce non sia stato recepito. La replica di Gesù è chiara: i discepoli non devono preoccuparsi di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma di bere il suo calice. Gli uomini a volte, per brama di onore e di potere, agognano occupare nella società i primi posti, nella Chiesa tutto questo deve essere bandito: i capi della Chiesa devono essere servi. Gesù si pone ancora una volta come modello da imitare: come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Chi nella Chiesa occupa i primi posti lo deve fare con spirito di servizio, la fecondità dell’autorità non è determinata dall’affermazione di sé, ma nel farsi schiavo, come il Figlio dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,20-28
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
 
Parola del Signore.
 
Cosa volete che io faccia per voi Il racconto evangelico odierno è posto tra il terzo annuncio della morte e risurrezione di Gesù (cf. Mt 20,17-19; cfr. Mc 10,32-34; Lc 18,31-34) e la guarigione dei due ciechi di Gerico (Mt 20,29-34; cfr Mc 10,45-52; Lc 18.35-43). Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appàiono i più risoluti in questa ricerca.
Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (cf. Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è perentoria: «Maestro, noi vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28), i figli di Zebedeo, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono: «Lo possiamo».
La risposta alla loro richiesta non tarda ad arrivare ed arriva come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, «però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Questa affermazione non è determinismo.
Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss).
... chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo, con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos: Il lettore del vangelo [di Matteo] conosce già le ambizioni dei discepoli riguardo al regno che il loro Maestro predicava, e le loro discussioni sulle questioni di precedenza (18,1-5). Le stesse ambizioni compaiono ora personificate nei due figli di Zebedeo [...]
Le ambizioni riguardo al regno suppongono una radicale carenza di conoscenza del regno stesso; e si possono giustificare solo se lo si considera alla stregua di tutti gli altri regni della terra. Ma il regno di Dio è molto diverso: in esso, il principio determinante è il servizio del prossimo. Quindi le ambizioni devono essere determinate dalla responsabilità e dalla capacità di sacrificarsi nel servizio stesso, dalla decisione di « bere il calice » che beve il Maestro, di subire la sua sorte e di fare della vita una donazione al prossimo. Pensare diversamente vuol dire equiparare il regno di Dio ai regni della terra. E questa equiparazione è stata condannata radicalmente da Gesù, perché equivale a travisare completamente la natura delle cose, abbassare Dio al proprio livello e trasformarsi in satana (16,22-23).
Il discepolo deve seguire la via del Maestro, che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto della vita degli altri; cosa che non doveva essere sconosciuta ai discepoli. La morte del giusto era considerata, nel giudaismo, come un riscatto per Israele, un riscatto che già nell’Antico Testamento era inteso come riparazione-espiazione (Is 53,11-12). La vita di Gesù fu data per il riscatto di «molti». È un semitismo nel quale «molti» è sinonimo di «tutti». Parlando di molti si intende mettere in risalto la sproporzione fra colui che dà la vita, che è uno solo, e quelli per cui la dà, che sono molti, tutti. Questa piena solidarietà con l’uomo e la donazione della vita per lui sono il programma permanente dei discepoli di Gesù. La loro vita è come un servizio al regno.
 
Servire Dio servendo gli uomini - Charles Augrain e Marc-François Lacan: 1. Il servizio di Gesù. - Inviato da Dio per coronare l’opera dei servi del VT (Mt 21,33 ... par.), il Figlio diletto viene a servire. Fin dall’infanzia afferma che deve occuparsi delle cose del Padre suo (Lc 2,49). Il corso di tutta la sua vita sta sotto il segno di un «bisogna» che esprime la sua dipendenza ineluttabile dalla volontà del Padre (Mt 16,21 par.; Lc 24,26); ma, dietro questa necessità del servizio che lo conduce alla croce, Gesù rivela l’amore che, solo, gli dà la sua dignità ed il suo valore: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e che agisco come il Padre mi ha ordinato» (Gv 14,30).
Servendo Dio, Gesù salva gli uomini di cui ripara il rifiuto di servire, e rivela loro come il Padre vuole essere servito: vuole che essi si dedichino al servizio dei loro fratelli come ha fatto Gesù stesso, loro Signore e maestro: « II figlio dell’uomo non è venuto per essere servito. ma per servire e dare la sua vita» (Mc 10,45 par.): «Io vi ho dato l’esempio ... il servo non è maggiore del padrone» (Gv 13,15 s); «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
2. La grandezza del servizio cristiano - I servi di Cristo sono anzitutto i servi della parola (Atti 6,4; Lc 1,2), coloro che annunciano il vangelo, compiendo così un servizio sacro (Rom 15,16; Col. 23; Fil 2,22), «in tutta umiltà» e, se occorre, «nelle lacrime ed in mezzo alle prove» (Atti 20,19).
Quanto a coloro che servono la comunità, su immagine del Sette scelti dagli apostoli (Atti 6,1-4), Paolo Insegna loro a quali condizioni questo servizio sarà degno del Signore (Rom 12,7.9-13). D’altronde, tutti i cristiani
per mezzo del battesimo sono passati dal servizio del peccato e della legge, che era una schiavitù, al servizio della giustizia e di Cristo, che è la libertà (Gv 8,31-36; Rom 6-7; cfr. 1Cor 7,22; Ef 6,6). Essi servono Dio come figli e non come schiavi (Gal 4), perché lo servono nella novità dello spirito (Rom 7,6). La grazia, che li ha fatti passare dalla condizione di servi a quelli di amici di Cristo (Gv 15,15), permette loro di servire così fedelmente il loro Signore da essere certi di partecipare alla sua gioia (Mt 25,14-23; Gv 15,l0s).
 
San Leone Magno: Preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi santi (Sal 115,5). Nessun genere di crudeltà può distruggere una religione fondata nel mistero della croce di Cristo. La Chiesa non è indebolita dalle persecuzioni, al contrario, ne è rafforzata. E il campo del Signore si riveste di una messe sempre più ricca, poiché i grani, che cadono ad uno ad uno, rinascono moltiplicati. Quanto fecondi siano stati Pietro e Paolo, questi due splendidi germogli del seme divino, lo attesta il numero immenso dei santi martiri, che, emuli del trionfo dei due apostoli, hanno circondato la nostra città di schiere rivestite di porpora e circonfuse di viva luce. Essi l’hanno come coronata di un unico diadema formato da molte pietre preziose.
 
Testimoni di Cristo - San Giacomo il Maggiore, Apostolo: Detto il Maggiore (per distinguerlo dall’omonimo apostolo detto il Minore), Giacomo figlio di Zebedeo e Maria Sàlome e fratello dall’apostolo Giovanni Evangelista, nacque a Betsàida. Fu presente ai principali miracoli del Signore (Mc 5,37), alla Trasfigurazione di Gesù sul Tabor (Mt 17,1.) e al Getsemani alla vigilia della Passione. Pronto e impetuoso di carattere, come il fratello, con lui viene soprannominato da Gesù «Boànerghes» (figli del tuono) (Mc 3,17; Lc 9,52-56). Primo tra gli apostoli, fu martirizzato con la decapitazione in Gerusalemme verso l’anno 43/44 per ordine di Erode Agrippa. Il sepolcro contenente le sue spoglie, traslate da Gerusalemme dopo il martirio, sarebbe stato scoperto al tempo di Carlomagno, nel 814. La tomba divenne meta di grandi pellegrinaggi medioevali, tanto che il luogo prese il nome di Santiago (da Sancti Jacobi, in spagnolo Sant-Yago) e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa basilica a lui dedicata. (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
tu hai voluto che san Giacomo, primo tra gli apostoli,
sacrificasse la vita per il Vangelo;
per il suo martirio conferma nella fede la tua Chiesa
e sostienila con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 24 LUGLIO 2026

Venerdì della XVI Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 3,14-17; Salmo Responsoriale Ger 31,10-12b.13; Mt  13,18-23
 
Pastores dabo vobis«Vi darò Pastori secondo il mio cuore». Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: «Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi». La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di questo annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e definitivo della promessa di Dio: «Io sono il buon pastore».
Egli, «il Pastore grande delle pecore», ha affidato agli apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio. In particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe vivere quella fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della sua missione nella storia: l’obbedienza al comando di Gesù: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti» e «Fate questo in memoria di me», ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la vita del mondo.
Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può venir meno. Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire la Chiesa di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle vocazioni sacerdotali, che oggi si registrano in alcune parti del mondo, così come rappresenta il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede più grande e di speranza più viva di fronte alla grave scarsità di sacerdoti, che pesa in altre parti del mondo.
Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena nell’ininterrotto compiersi della promessa di Dio, che i Padri sinodali hanno voluto testimoniare in modo chiaro e forte: « Il Sinodo con piena fiducia nella promessa di Cristo che ha detto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” e consapevole dell’attività costante dello Spirito Santo nella Chiesa, intimamente crede che non mancheranno mai completamente nella Chiesa i sacri ministri... Anche se in varie regioni si dà scarsità di clero, tuttavia l’azione del Padre, che suscita le vocazioni, non cesserà mai nella Chiesa ».
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: AI Overview: Questi versetti di Geremia sono una chiamata al pentimento e una promessa di speranza. Dio invita il suo popolo ribelle a tornare a Lui. In cambio, promette guide migliori e un futuro in cui la presenza di Dio non sarà più rinchiusa in un tempio, ma aperta a tutti i popoli.
Analizziamo i punti chiave:
Il perdono (v. 14): Dio chiama il popolo “figli traviati” ma li rassicura offrendo il suo amore. Non li punisce, ma li raccoglie con cura, persino “uno da ogni città e due da ciascuna famiglia” per salvarli.
Buoni pastori (v. 15): Dio promette di dare guide (“pastori”) secondo il suo cuore, che guideranno il popolo con sapienza ed equilibrio. Questo si applica ai profeti, re giusti, e in seguito a Gesù, il “Buon Pastore”.
L’arca dimenticata (v. 16): L’Arca dell’Alleanza era il simbolo sacro più importante per Israele, indicando la presenza di Dio. Geremia dice che verrà il tempo in cui non ci si penserà più. Questo significa che il futuro di Dio è più grande e più spirituale di qualsiasi oggetto sacro.
Un tempio per tutti (v. 17): Gerusalemme diventerà il vero “Trono del Signore” e tutti i popoli vi si raduneranno. Questa è un’anticipazione del messaggio di Gesù, dove la salvezza e l’amore di Dio non sono più riservati solo a Israele, ma sono aperti a tutta l’umanità
 
Vangelo
Colui che ascolta la Parola e la comprende, questi dà frutto.
 
La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (Cf. Lc 24,13ss).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,18-23
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico-Spirituale dei Quattro Vangeli)Matteo distingue l’“ascolto” dalla “comprensione” della Parola. Con l’espressione “ognuno che ascolta” ogni credente è sollecitato all’impegno personale per l’assimilazione profonda della Parola.
Si noti la contrapposizione tra chi “non comprende” la parola (v. 19) e chi la “comprende” (v. 23).
“La parola del regno” (v. 19), un’espressione propria di Matteo, non è identificata con il “seme” come in Marco (v. 14) né in Luca (v. 11).
Si osservi, inoltre, come Matteo usi sempre il singolare. La parabola non è applicata a gruppi di più persone, ma ai singoli uditori, simboleggiati dai diversi terreni. Non sono più i semi ad “essere seminati” bensì gli ascoltatori della parabola: Matteo rivolge il suo interesse all’atteggiamento assunto liberamente da ciascuno, dal quale dipende l’esito della predicazione di Gesù.
I vari tipi di terreno corrispondono alle risposte differenti date alla parola. La via si riferisce a chi ascolta la parola ma non la assimila; perciò Satana la rapisce dal suo cuore, che rappresenta il centro della personalità (v. 19). I terreni rocciosi (v. 20) designano l’uomo che accoglie con gioia la parola, ma soccombe alle prime tribolazioni e persecuzioni, perché la sua fede è superficiale (v. 21). Le spine simboleggiano le preoccupazioni terrene e la seduzione della ricchezza, che soffocano il germe della vita spirituale, rendendo sterile la parola (v. 22). Infine, il terreno buono indica colui che non solo “ascolta” la Parola, ma “la comprende” la interiorizza subordinando ogni altro intere se alla fedeltà al Vangelo.
 
Per approfondire
 
Antonio Bonora: I Vangeli sinottici presentano Gesù che «annuncia la parola» (Mc 4,33). Gesù «insegna la via di Dio secondo verità» (Mt 22,17), ma non come gli scribi e i farisei, bensì «come uno che ha autorità» (Mc 1,22), cioè che prende da sé e non dagli altri le parole che proclama. Gesù ha la consapevolezza che le sue parole «non passeranno» (Mt 24,35), perché egli dice le parole del Padre a come dice Giovanni: «Io non ho parlato da me ... le cose che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me» (Gv 12,49-50).
Gesù annuncia la venuta del Regno con gesti e parole. Dopo che egli ha guarito un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, la gente esclama: «Che mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità» (Mc 1,27). I miracoli sono parole in azione, gesti rivelatori di colui che è la parola incarnata.
Tutta l’esistenza di Gesù è una «parabola» del Padre, esibizione del disegno salvifico di Dio.
Il Vangelo si identifica quindi con Gesù, così perdere la propria vita per Gesù equivale a perderla per il Vangelo (Mc 8,35).
In Gesù si compie l’Antico Testamento, la parola di Dio annunciata dai profeti (cf. per es. Mt 1,33; «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta»). E Gesù assume in sé tutto l’Antico Testamento come parola di Dio: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge e i profeti, ma per dare compimento ... Non passerà neppur un iota a un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto» (Mt 5,17-18).
Gesù è il seminatore che semina la parola del regno di Dio: gli uomini dovranno prendere posizione, accoglierla e farla fruttare oppure trascurarla. «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8,15).
L’atteggiamento nei confronti della parola di Gesù è il criterio discriminante per il giudizio. Gesù dice infatti: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). In Giovanni, lo stesso tema è così espresso da Gesù: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno» (Gv 12,48). Il destino dell’uomo è deciso dall’atteggiamento tenuto nei confronti della parola di Dio annunziata da Gesù. Prendere posizione di fronte al Vangelo è dichiararsi per o contro Gesù stesso.
 
La parabola - Bruno Maggioni: Il carattere intuitivo delle parabole. Lo scopo delle parabole è di far spostare il punto di vista dell’ascoltatore, conducendolo a formulare un giudizio che altrimenti non avrebbe formulate. La parabola non è un’allegoria, nella quale ciascun particolare ha una sua trasposizione nella realtà. La parabola concentra i singoli elementi narrativi in un sol punto, che costituisce il vertice della parabola stessa. È qui che avviene il contatto fra la narrazione fittizia e la realtà che si vuole mostrare.
È per questa concentrazione che la comprensione di una parabola - al di là delle necessarie analisi esegetiche - richiede una intuizione globale, in un certo senso più vicina all’intuizione dell’artista che alla deduzione razionale filosofico-scientifica. L’ultimo passo interpretativo (“chi ha orecchie per intendere, intenda!”) introduce un salto, che spezza la catena delle semplici deduzioni. Per sua natura la comunicazione della parabola non avviene attraverso una definizione che chiude il discorso, ma attraverso un lampo, un’intuizione che permette di andare oltre. La parabola non costringe, ma crea lo spazio per una libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore a intuire e a proseguire. Sta qui gran parte della bellezza delle parabole .
 
Nerses Snorhali, Jesus, 468-469
 
La parabola del seminatore (Mt 13,3-9)
 
Io mi sono indurito come roccia;
Son divenuto simile al sentiero;
Le spine del mondo m’hanno soffocato,
Hanno reso infeconda la mia anima.
 
Ma, o Signore, Seminator del bene,
La pianta del Verbo fa’ in me crescere:
Perché in uno dei tre io porti frutto:
Tra il cento (per cento), il sessanta o anche il trenta.
 
Testimoni di Cristo - San Charbel Makhluf - È nel cuore di Dio che scopriamo ciò che ci manca: È nelle nostra solitudini, nelle distanze, nei distacchi, che Dio non ci abbandona mai. Anzi, nei nostri deserti, lì dove rimaniamo solo noi e lui, ci ritroviamo ancora più immersi nel suo abbraccio d’amore, al centro stesso della vita divina. È lì che capiamo cosa ci manca e dove sta il nostro vero “tesoro”, lì dov’è anche il nostro cuore.
Ed è in questo orizzonte che va letta l’esperienza umana e spirituale di san Charbel (al secolo Youssef Antoun, Giuseppe Antonio) Makhluf. Il percorso di questo santo orientale, infatti, fu un itinerario verso il cuore di Dio.
Era nato nel 1828 nel villaggio di Beqaa Kafra, in Libano, e fin da piccolo aveva sentito la chiamata a una vita ritirata dal mondo. Così nel 1851 lasciò casa per entrare nell’Ordine libanese maronita, il più antico ordine della Chiesa cattolica di rito maronita, fondato nel 1695. Dopo un periodo presso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq, nella regione di Byblos, emise i voti nel monastero di San Marone ad Annaya nel 1853 e sei anni dopo divenne prete. Il desiderio di una vita eremitica lo spinse a chiedere e a ottenere nel 1873 il permesso di ritirarsi in un eremo dove visse fino alla morte nel 1898. Sono numerosi i segni miracolosi che vengono attribuiti alla sua intercessione. Fu Paolo VI a dichiararlo beato nel 1965 e poi santo nel 1977. 
 
O Dio, che hai chiamato
il santo presbitero Charbel [Makhlūf]
al singolare combattimento della vita eremitica
e lo hai colmato di ogni dono di pietà,
fa’ che, associati alla passione del Signore,
possiamo aver parte con lui nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.