21 Maggio 2026
 
Giovedì VII Settimana di Pasqua
 
At 22,30; 23,6-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 15 (16); Gv 17,20-26
 
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato (Vangelo)
 
La Bibbia di Navarra: v. 24 Cristo conclude la preghiera al Padre chiedendo la visione beatifica per tutti i cristiani. Il verbo usato dal Signore - “voglio” anziché “prego” - è indice che sta chiedendo la cosa più importante, coincidente con la volontà del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr l Tm 2,4); è, in definitiva, la missione della Chiesa: la salvezza delle anime.
Fino a quando siamo in terra partecipiamo alla vita di Dio mediante la conoscenza (fede) e l’amore (carità); ma solamente nel cielo otterremo la pienezza della vita soprannaturale, contemplando Dio così com’egli è (cfr l Gv 3,2), faccia a faccia (cfr l Cor 13,9-12). Per questo la Chiesa è orientata verso l’eternità, è per sua natura escatologica; ciò vuoi dire che, possedendo in questo mondo tutti i mezzi per insegnare la vera dottrina, tributare a Dio il genuino culto e trasmettere la vita della grazia, la Chiesa mantiene viva la speranza nella pienezza della vita eterna: «La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (cfr At 3,21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo (cfr Ef 1,10; Col 1,20; 2 Pt 3,10-13)» (Lumen gentium, n. 48).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il comandante della coorte arrestando Paolo e facendolo mettere in catene lo aveva salvato dalla furia omicida della folla che lo voleva lapidare (At 21,27ss). Per conoscere il motivo di questa sollevazione decide di metterlo a confronto con “i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio”, feroci accusatori dell’Apostolo.
L’apostolo Paolo gioca d’astuzia: sa che i Sadducei e i Farisei, pur condividendo il potere spirituale e quello del comando, sono divisi per quanto riguarda il loro credo. I Sadducei, un influente gruppo religioso e politico ebraico dell’aristocrazia sacerdotale, attivo dal II sec. a.C. al I sec. d.C., controllavano il Tempio di Gerusalemme e il sinedrio, e a differenza dei Farisei accettavo solo la Torah scritta (Pentateuco) e negavano la risurrezione dei morti, gli angeli e la vita dopo la morte.
Questa disparità gioca a favore dell’apostolo Paolo creando una spaccatura tra i due gruppi, i quali divisi non riescono più a trovare una accusa comune per farlo mettere a morte. Tale era la confusione e la cagnara, che il comandante della coorte “temendo che Paolo venisse linciato ... ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza”.
La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma»: Paolo non terminerà à a Gerusalemme il suo glorioso ministero apostolico, ma a Roma, dove, secondo la tradizione, verrà decapitato in odium fidei.
 
Vangelo
Siano perfetti nell’unità.
 
Gesù prega per la Chiesa, il nuovo Israele, la comunità dei credenti riuniti dalla testimonianza degli Apostoli. Per la Chiesa Gesù chiede il dono dell’unità, cioè quella stessa comunione che lo unisce al Padre. Uniti a lui, i credenti saranno intimamente uniti al Padre, e uniti anche tra loro nell’amore. Ed è grazie a questo legame d’amore che la Chiesa sarà destinata a contemplare la gloria di Cristo e a parteciparvi. Questa è la mèta ultima dei credenti condividere, oltre la morte, la vita eterna del Padre e del Figlio. Dopo la liberazione dalla cattività egiziana e la rivelazione del Sinai, la gloria di Dio dimorava sopra il tabernacolo in mezzo a Israele (Es 40,34), ora questa gloria abita nella comunità dei credenti: Gesù è la gloria di Dio manifestata agli uomini in mezzo ai quali ha piantato la sua tenda (Gv 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26
 
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Giovanni - Commento della Bibbia Liturgica): È l’ultima parte della preghiera sacerdotale di Gesù. In essa sono ricordati tutti quelli che, nel corso della storia crederanno in Gesù attraverso la parola dei suoi discepoli: è una preghiera per tutti i credenti. Anche per essi, si chiede l’unità, un’unità, una comunione che rassomigli a quella che esiste fra il Padre e il Figlio e che sia anzi una partecipazione dell’unità divina.
Come il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, anche i credenti devono essere nel Figlio e nel Padre, perché il mondò creda che Gesù è l’inviato del Padre.
Questa comunione è possibile solo nell’amore, solo con l’amore una persona può essere nell’altra. L’amore e l’ubbidienza, il compimento della volontà del Padre.
Io ho dato loro la tua gloria ... perché siano una cosa sola. Il linguaggio è diverso dal nostro e ci riesce misterioso. La gloria è Dio stesso in quanto si manifesta. La gloria di Dio, Dio stesso, si è manifestato pienamente in Cristo; e Cristo comunica questa gloria ai credenti. I credenti sono associati alla grande famiglia di Dio. Il risultato è descritto come quello d’una mutua inabitazione.
L’incarnazione di Dio in Cristo e nei credenti - la manifestazione della gloria di Dio - dev’essere un argomento di credibilità per il mondo. Il mondo crederà in Dio solo quando lo vedrà in coloro che lo attestano, in quelli in cui si è manifestata la sua gloria, per usare il linguaggio di Giovanni.
Partendo da questo concetto della gloria, è possibile intendere la seguente petizione: «perché contemplino la mia gloria»: la fede in Cristo è presentata come una partecipazione alla sua gloria, una partecipazione alla filiazione divina attraverso la fede.
Padre giusto. Il titolo di «giusto» dato al Padre va veduto in prospettiva della distinzione che è stata fatta fra il mondo e i discepoli. Il mondo non ha conosciuto Dio; i discepoli lo hanno conosciuto.
Tutto il discorso è uno sforzo di penetrazione e di chiarimento del modo con cui Gesù si rende presente nei suoi discepoli dopo la morte e la risurrezione. E stato detto che qualcosa del cielo è stato comunicato ai credenti già in questa vita sulla terra. Il mondo di lassù si avvicina a quello di quaggiù, irrompe e penetra in esso.
Come è possibile? La realtà è troppo misteriosa e inafferrabile per l’uomo. Fu una realtà in Gesù e, con la dovuta distanza, si può affermare anche dei credenti.
Le affermazioni mirano a descrivere la trasformazione della vita per l’influenza della Vita, del mondo di lassù o del mondo di Dio. L’essere umano nella sua esistenza terrena può avere esperienza di Dio, particolarmente attraverso la partecipazione del mistero di Cristo. Esperienza di Dio come culmine del discepolato cristiano.
Oppure il discepolato cristiano è il culmine dell’esperienza di Dio? E come l’ultima petizione di Gesù per i suoi discepoli: «che siano con me dove sono io. perché contemplino la mia gloria».
 
Per approfondire
 
Unità della chiesa in Cristo - Roberto Tufariello (Unità in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Gesù unisce quelli che lo amano e che credono in lui. Ad essi dà il suo Spirito (Rm 5,5); ne fa le pietre vive dell’unico tempio di Dio (1Pt 2,4-5), i membri dell’unico ovile (Gv 10,3).
Egli dà la vita per radunare i figli di Dio divisi e dispersi (Gv 10,16; 11,51-52; 18,14).
Per mezzo suo l’unità è restaurata in tutti i campi: unità interna dell’uomo dilaniato dalle passioni (Rm 7,14-15; 8,2.9); unità della coppia coniugale, di cui l’unione di Cristo e della chiesa è il modello (Ef 5,25- 32); unità di tutti gli uomini, che lo Spirito rende figli dello stesso Padre (Rm 8,14).
In Cristo si realizza dunque la perfetta unità del popolo di Dio. In questo senso Paolo chiama il Signore «capo». Paolo riprende continuamente l’immagine del soma per mettere in chiaro come la comunità, pur nella molteplicità dei doni e dei compiti, sia organicamente una (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-14; Col 3,15).
I cristiani costituiscono una nuova «razza» (opposta ai giudei e ai pagani), che nasce dall’identificazione di tutti i suoi membri col corpo di Cristo. In tal modo i credenti hanno un medesimo principio vitale e ricevono un’identica, nuova natura.
Siamo tutti un essere nuovo ed unico in Cristo, ribadisce san Paolo (Gal 3,26-28); ognuno diventa un individuo della nuova razza che Dio va formando. La presenza di Cristo, della sua vita, nel cristiano, o questo «rivestimento di Cristo» che è la vita cristiana, costituisce l’individuo nuovo della nuova razza umana (Col 3,10-11).
La chiesa, dunque, è una comunità di membri uniti nello stesso destino, la quale è sottomessa a Cristo; in essa ciascuno deve agire per l’altro, soffrire con l’altro; con il singolo che cade o si regge, si reggono e cadono tutti (1Cor 12,26; cf. Gal 6,2; 1Cor 4,6).
L’idea dell’unità della chiesa è sviluppata particolarmente nella lettera agli Efesini. Questa sottolinea che con Cristo la storia ha ripreso la propria unità e che ora la salvezza può diventare storia universale. Cristo infatti ha distrutto il vecchio ordinamento di salvezza per unificare ebrei e pagani in un popolo riconciliato con Dio (Ef 2,14-16). Questa nuova situazione, però, si realizza nella misura in cui la chiesa, crede operando, vive seriamente la realtà dell’unità. Per questo il NT esige l’henotès della fede (Ef 4,13), la comunione dell’amore (Gv), l’indissolubile unione nella lotta (Fil 1,27; 2,2-4). Per questo, inoltre, la cosa più importante che gli Atti riferiscono riguardo alla chiesa primitiva è la realtà di «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32; cf. 2,42-46).
Quanto alla moltiplicazione delle chiese locali, essa non è una divisione. In tutte le chiese si realizza la stessa vocazione divina, la stessa adunata dell’unico popolo nuovo.
Paolo, tuttavia, ha dovuto difendere l’unità polemizzando con i giudeo-cristiani e con un certo spirito delle sue chiese. I giudeo­cristiani non volevano accogliere i pagani in un’unica comunità, con perfetta uguaglianza di diritti; non capivano che la giustificazione mediante la fede in Cristo annullava tutte le differenze di razza e di origine. La vittoria di Paolo, col riconoscimento da parte di Gerusalemme dell’uguaglianza di diritti dei greco-cristiani, consacra l’unità delle due frazioni della chiesa.
 
Cirillo d’Alessandria: Perché arrivassimo all’unità con Dio e tra noi - fino ad essere uno solo, pur restando distinti gli uni dagli altri nel corpo e nell’anima - il Figlio di Dio ha escogitato un mezzo concepito dalla sapienza e dal consiglio del Padre che gli appartengono. Benedice quelli che credono in lui facendoli misticamente partecipi di un solo corpo, il suo. Li incorpora così a sé e gli uni agli altri. Chi separerà quelli che sono stati uniti da questo santo corpo nell’unità di Cristo, o li allontanerà da quella unione di natura che hanno tra loro? Infatti se abbiamo parte a un solo pane, noi diveniamo tutti un solo corpo [1Cor 10,17]. Cristo non può essere diviso. Per questo, sia la Chiesa che noi, sue membra diverse, siamo chiamati corpo di Cristo secondo l’espressione di san Paolo [cfr. Ef 5,30]. Siamo tutti riuniti all’unico Cristo per mezzo del suo santo corpo; e poiché lo riceviamo da lui, uno e indivisibile nei nostri corpi, è a lui più che a noi stessi che le nostre membra si uniscono.
 
Testimoni di Cristo - Santi Cristoforo Magallanes e compagni, martiri: Quando lo Stato invade la sfera religiosa le prime “vittime” sono la libertà e la dignità dei suoi cittadini: di fronte a questo abuso i cristiani non possono tacere, proprio come i fedeli messicani non si lasciarono zittire dopo l’introduzione nel loro Paese della Costituzione del 1917, ispirata a principi anticlericali.
Oggi la Chiesa ricorda 25 martiri che versarono il proprio sangue per testimoniare il Vangelo in questo contesto di violenza e repressione. Capofila del gruppo canonizzato nel 2000 è san Cristoforo Magallanes Jara, sacerdote ucciso il 25 maggio 1927 a Colotlán.
Era nato a Totiche nel 1869 e da prete era divenuto parroco del suo paese natale. Nel suo ministero curò l’evangelizzazione degli indigeni, la devozione al Rosario e le vocazioni: forse per questo fu preso di mira: sequestrato dall’esercito, venne fucilato il 25 maggio 1927. (Fonte Avvenire.it)
 
Il tuo Spirito, o Signore,
infonda con potenza i suoi doni,
crei in noi un cuore a te gradito
e ci renda conformi alla tua volontà.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 20 Maggio 2026
 
Mercoledì VII Settimana di Pasqua
 
At 20,28-38; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 17,11b-19
 
La tua parola, Signore, è verità: consacraci nella verità. (Cf. Gv 17,17b.a)
 
Ignace De La Potterie: Terminata la rivelazione al mondo (Gv 12, 50), Gesù annuncia ai suoi discepoli la venuta del Paraclito, lo Spirito di verità (14, 17; 15, 26; 16, 13). Per Giovanni la funzione fondamentale dello Spirito è di rendere testimonianza a Cristo (15, 26; 1 Gv 5, 6), di introdurre i discepoli a tutta intera la verità (16, 13), di richiamare alla loro memoria ciò che Cristo aveva detto, cioè di farne afferrare il vero senso (14, 26). Poiché il suo compito consiste nel far comprendere nella fede la verità di Cristo, lo Spirito è detto anch’esso «la verità» (1 Gv 5, 6); come testimone di Cristo, rende presente la verità nella Chiesa; lo Spirito è per essa «il dottore della verità» (Tertulliano). 
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il discorso di Paolo agli anziani della chiesa di Efeso si conclude con un appello alla generosità e al distacco dai beni. L’esortazione poi si muta in un struggente addio, non avrebbero più rivisto il suo volto.
Paolo si incammina verso la sua ultima meta intrisa di sangue e di sofferenza, ma sa che attenderlo sarà il Giudice giusto che gli consegnerà la corona della vittoria.
 
Vangelo
Siano una cosa sola, come noi.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni . Vol. III): L’aspetto più caratteristico dell’ecclesiologia di Gv 17 è rappresentato dall’unità dei cristiani. Gesù vuole che i membri della sua famiglia vivano in perfetta unione e armonia, per tale ragione prega il Padre, domandandogli di custodirli nel suo nome, affinché siano una cosa sola, come Dio e il Figlio suo (Gv 17,11).
Il Maestro chiede il dono dell’unità non solo per gli amici presenti al cenacolo, ma anche e soprattutto per i futuri credenti, «affinché tutti siano una cosa sola», come il Padre e il Figlio (Gv 17,21). Gesù ha comunicato ai discepoli la sua gloria divina, affinché possano realizzare l’ideale di unità perfetta vissuto dalle persone della Trinità (Gv 17,22). Quest’unità deve tendere alla perfezione, per favorire la fede del mondo nella missione divina del Cristo (Gv 17,21.23). L’unità dei credenti però non è un semplice risultato di un accordo umano, ma deve essere visto come il frutto della morte di Gesù (Gv 11,52): morendo sulla croce il Cristo ha radunato in unità i dispersi figli di Dio.
Luca negli Atti degli apostoli mostra che la comunità delle origini aveva realizzato quest’ideale di unità e di concordia perfetta. Non solo i discepoli mettevano a disposizione dei fratelli tutti i loro averi, vendendo le loro sostanze per sovvenire alle necessità della chiesa (At 2,44s: 4,34s), ma questi credenti erano «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,11b-19
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Parola del Signore.
 
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): v. 11 - perché siano una cosa sola, come noi. Il maggiore pericolo dei discepoli sembra essere costituito dal non conservare tra loro unità. Gesù si è preoccupato di questo finora (17,12). Adesso chiede al Padre che continui tale protezione e anzi la porti al livello della medesima unità che esiste tra le persone divine. Questa domanda nasce anche dal fatto che il cap. 17 non conosce il tema del Consolatore: nessuno prende il posto di Gesù.
v. 12 - perché si adempisse la Scrittura. Come gli altri evangelisti il quarto vede negli avvenimenti la realizzazione delle profezie: non insinua l’idea che l’azione di Giuda sia da intendere come fatale, e quindi non libera; tuttavia sottolinea che quel gesto quasi assurdo era già previsto dalle Scritture (v. 13,18).
v. 13 - perché abbiano ... la pienezza della mia gioia. Nei discorsi d’addio è ricorrente il motivo della gioia, che una volta è collegato a quello della pace (v. 14,27-28; 15,11; 16,20; 16,21; 16,22; 16,24).
v . 14 - il mondo li ha odiati. Ripetendo frasi già viste, il testo afferma che Gesù ha comunicato ai discepoli la “parola” del Padre (v. 17,8); rimane implicito il loro accogliere-credere (v. 17,6-8); di conseguenza, diventano estranei al “mondo”e sono odiati da esso (v. già 15,18-19) .
v. 15 - Non chiedo che tu li tolga dal mondo. Essere nel mondo, pur non appartenendo al mondo, è la condizione concreta del credente anche dopo Pasqua, prima della fine. Il tono è realista, contro eventuali misticismi. Gesù non chiede che i suoi siano esonerati dall’esperienza di vivere in ambiente ambiguo e ostile; addirittura li “manda” nel mondo (17,18), ambito della loro missione che continua la sua. Tuttavia domanda al Padre che li protegga e difenda dal male (o dal maligno) che regna nel mondo, perché anch’essi siano vittoriosi (v. 16,33).
v. 16 - Essi non sono del mondo. Il testo greco indica anche provenienza-origine. La non origine ‘mondana’ dei discepoli è già stata affermata (v. 15,19); qui due frasi vicine e quasi identiche (v, anche 17,14 b) precisano che la loro estraneità al mondo è come quella di Gesù.
v. 17 - Consacrali nella verità. Dopo la domanda di custodirli dal maligno (17,15), ora si chiede un positivo rafforzamento dei discepoli. “Consacrare” qui sembra indicare un legame solido e stabile. La “verità” per Giovanni è quella della rivelazione, quindi l’essenza stessa di Dio. “Consacrare nella verità” significa introdurre definitivamente nella sfera di Dio. Lo strumento che realizza tale consacrazione è la “parola” del Padre, quella che Gesù ha udito e comunicato (v. 15,15; 17,14): essa deve rimanere nei discepoli come forza che li mantiene a servizio della verità.
v. 18 - tu mi hai mandato ... io li ho mandati ... La ‘catena’ Dio-Gesù-discepoli si manifesta anche come missione (l’idea ritorna esplicita in 20,21).
v . 19 - consacro me stesso. Qui la frase indica l’atteggiamento dell’offrirsi in sacrificio. Gesù viene inteso come vittima e sacerdote (il verbo “consacrare” è usato per entrambi nell’A.T.) il cui gesto ha come effetto la consacrazione dei suoi. Il Figlio, già “consacrato e mandato nel mondo” (10,36), ora porta a termine l’incarico ricevuto e lo trasmette ai discepoli: il loro invio e la loro aggregazione alla fera di Dio sono opera di Gesù e del Padre allo stesso tempo. Non i parla di “Spirito”.
 
Per approfondire
 
AI Mode: Il passo di Atti 20,28-38 costituisce la parte conclusiva del celebre discorso di Mileto, l’unico grande discorso che l’apostolo Paolo rivolge esclusivamente a responsabili cristiani (gli anziani/presbiteri di Efeso) negli Atti degli Apostoli. Questo testo rappresenta il testamento spirituale e pastorale di Paolo, offrendo linee guida fondamentali sull’ecclesiologia, sul ministero ordinato e sulla gratuità del servizio.
Struttura e Analisi Teologica: 1. Il mandato ai pastori e la natura della Chiesa (v. 28) «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge»: L’esortazione comincia dalla cura personale del pastore. Non si può guidare una comunità senza vigilare costantemente sulla propria fede e condotta.
Istituzione divina: È lo Spirito Santo a costituire i custodi (episcopoi, da cui “vescovi”). L’autorità nella Chiesa non è un potere politico o umano, ma un carisma di servizio derivante da Dio.
Il valore del gregge: La Chiesa viene definita come qualcosa che Dio «si è acquistata con il sangue del proprio Figlio». Questo evidenzia l’immensa preziosità di ogni singolo fedele agli occhi di Dio, riscattato a prezzo del sacrificio di Cristo.
2. La minaccia delle eresie e la vigilanza (vv. 29-31): I lupi rapaci: Paolo profetizza l’arrivo di pericoli sia esterni sia interni alla comunità stessa. Falsi dottori cercheranno di sviare i discepoli per legarli a sé anziché a Cristo.
Il modello di Paolo: L’apostolo ricorda le sue lacrime e i tre anni di vigilanza ininterrotta come esempio di dedizione totale e affetto paterno verso la comunità. [1, 2, 3, 4]
3. L’affidamento a Dio e la gratuità del ministero (vv. 32-35): «Vi affido a Dio e alla parola della sua grazia»: Consapevole di non poter più proteggere fisicamente il gregge, Paolo lo consegna nelle mani dell’unico che ha il potere di edificare la fede e donare l’eredità eterna.
Distacco dai beni materiali: Paolo rivendica con forza la propria indipendenza economica. Ha lavorato manualmente per provvedere a se stesso e ai suoi collaboratori, senza desiderare l’oro o l’argento di nessuno.
Il Logion inedito di Gesù: Al versetto 35 viene citata una massima di Gesù non presente nei quattro Vangeli canonici: «Si è più beati nel dare che nel ricevere». La vera gioia cristiana e l’autenticità del ministero si misurano sulla capacità di farsi dono disinteressato per i deboli.
4. Il commiato e la preghiera (vv. 36-38): La preghiera comunitaria: Il discorso si chiude in ginocchio, sottolineando che ogni separazione e ogni scelta ecclesiale devono essere immerse nella preghiera.
La dimensione degli affetti: Il pianto, gli abbracci e i baci dei presenti mostrano il profondo legame umano e spirituale che univa Paolo alle sue comunità. La tristezza è acuita dalla consapevolezza dello Spirito: non vedranno più il suo volto, poiché Paolo è ormai diretto verso il martirio.
 
Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge - Bibbia per la formazione cristiana: L’intenzione di Luca nel comporre questo brano è quella di offrire ai suoi lettori un modello esemplare di ciò che deve essere un responsabile della chiesa e, in una certa misura, ogni credente. Dobbiamo riconoscere che Paolo, con tutti i suoi difetti, ha saputo realizzare questo modello.
Nel suo testamento, l’apostolo ricorda il passato, guarda al presente e si preoccupa del futuro della comunità .
La sua vita è stata un servizio al Signore Gesù, con l’unico scopo di condurre tutti, giudei e greci, a convertirsi a Dio e a credere in lui. Paolo ha svolto questo servizio con umiltà, con coraggio nell’annunciare in pubblico e in privato la verità del mistero del Cristo e con pazienza nel sopportare le sofferenze e le prove che gli sono state inflitte dai giudei.
Ora l’apostolo si reca a Gerusalemme per fedeltà allo Spirito.
L’unica cosa di cui è certo è che parteciperà alla passione del Cristo. Non è un fallimento, ma il mistero di Dio che in questo modo ci rende testimoni del vangelo.
Quando egli lascerà questo mondo (la «partenza» a cui allude è la sua morte), i responsabili della comunità dovranno vegliare su se stessi e sul gregge loro affidato. L’espressione «lupi rapaci» si riferisce chiaramente alla presenza di eretici. Questi potranno venire da fuori ma anche dall’interno della comunità. I responsabili dovranno difendere il bene dei fedeli, e soprattutto dei più deboli, di fronte a qualsiasi nemico.
Paolo ha fatto tutto quello che ha potuto; nessuno può accusarlo di aver contribuito con il suo esempio a con la sua predicazione allo sviluppo delle false dottrine. (Ricordiamo che l’eresia gnostica minacciava la chiesa anche dall’interno).
Paolo conclude il suo testamento con la citazione di una frase di Gesù che non si trova nei Vangeli. Chi dà con gioia e condivide liberamente quello che ha con i più bisognosi dimostra di vivere già nel mondo nuovo scaturito dalla risurrezione del Signore.
 
Guerric d’lgny: Sermones (III per la festa degli Apostoli Pietro e Paolo) - Essi non sono del mondo …: in effetti l’anima umana si trova in una situazione mediana: al di sotto di lei si trova il mondo; al di sopra Dio. Al di sopra di lei, Colui dal quale, per il quale e a causa del quale è stata fatta; al di sotto di lei, quello che è stato fatto a causa di lei. Perché, come il corpo è stato fatto per l’anima, così per il corpo è stata fatta la sua casa, che è il mondo. Così dunque, quando essa si curva verso le cose materiali che sono di questo mondo, le ombre, venendo dal basso, salgono verso di lei; quando si eleva verso le realtà divine ... usciamo dall’ombra della morte. Perché la Luce e la Vita sono in Cielo, la morte nell’inferno, e l’ombra della morte in questo luogo terrestre e tenebroso.
 
Testimoni di Cristo - Santa Lidia di Tiatira: Vissuta nel primo secolo, non si ha la certezza se Lidia fosse il suo nome o indicasse piuttosto le sue origini. Nacque infatti a Tiatira, città della Lidia, regione dell’Asia minore. Abitò a Filippi, in Macedonia, e non si sa se fosse nubile o maritata. Commerciava la costosa porpora e aveva quindi una posizione sociale ed economica importante. Gli affari terreni non le avevano impedito di dedicarsi anche allo spirito. Apparteneva ai «timorati di Dio», quei pagani che si erano convertiti alla fede dei Giudei. Fino a quando incontrò Paolo di Tarso, nella sua prima missione in Europa. L’episodio è narrato negli Atti degli Apostoli: san Paolo giunse a Filippi con Timoteo, Sila e Luca. Fu allora che Lidia si convertì e sul suo esempio tutti i familiari chiesero di essere battezzati. Prima discepola di Paolo, Lidia ospitò a casa sua il santo e i suoi compagni per tutto il tempo della missione. In quei giorni di predicazione ci furono conversioni, e si formò una comunità di cristiani. Nella casa di Lidia nacque così la prima Chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso. (Avvenire)
 
Padre misericordioso,
nella tua bontà dona alla Chiesa, radunata dallo Spirito Santo,
di servirti con piena dedizione
e di formare in te un cuore solo e un’anima sola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 19 Maggio 2026
 
Martedì VII Settimana di Pasqua
 
At 20,17-27; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 16,29-33
 
Padre, è venuta l’ora (Vangelo)
 
Il Padre di Gesù - Paul Ternant: 1. Per mezzo di Gesù, Dio si è rivelato come Padre di un Figlio unico. - Che Dio sia suo Padre in un senso unico, Gesù lo fa comprendere col suo modo di distinguere «il mio Padre» (ad es. Mt 7, 21; 11, 27 par.; Lc 2, 49; 22, 29) ed «il vostro Padre» (ad es. Mt 5, 45; 6, 1; 7, 11; Lc 12, 32), di presentarsi talvolta come «il Figlio» (Mc 13, 32), il Figlio diletto, cioè unico (Mc 12, 6 par.; cfr. 1, 11 par.; 9, 7 par.), e soprattutto di esprimere la coscienza di un’unione così stretta tra loro, che egli penetra tutti i segreti del Padre e li può, egli solo, rivelare (Mt 11, 25 ss). La portata trascendente di queste parole, «Padre» e «Figlio», che (almeno nella formula «Figlio di Dio», evitata del resto da Gesù) non è per sé evidente e non era percepita dai suoi interlocutori (in Lc 4, 41 Figlio di Dio equivale a Cristo), è confermata da quella del titolo «figlio dell’uomo» e dalla rivendicazione di un’autorità che trascende il creato. Lo è pure dalla preghiera di Gesù, che si rivolge al Padre dicendo «Abba» (Mc 14, 36), equivalente del nostro «Papà»: familiarità di cui non c’è esempio prima di lui, e che manifesta un’intimità senza pari.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Mode: Il brano di Atti 20,17-27 contiene la prima parte del celebre “discorso di Mileto”, considerato il testamento spirituale di San Paolo rivolto agli anziani (presbiteri) della Chiesa di Efeso.
In questo passaggio, Paolo non parla per vanità, ma per offrire un modello di vita e di ministero, ripercorrendo il suo operato e preparandosi al distacco finale.
Punti chiave del commento:
Il servizio umile (vv. 18-19): Paolo ricorda come abbia servito il Signore “con tutta umiltà”, tra lacrime e prove. Il suo non è stato un ministero di potere, ma di dedizione totale e sofferenza condivisa con la comunità.
La coerenza dell’annuncio (vv. 20-21): L’Apostolo sottolinea di non essersi mai tirato indietro dal predicare “ciò che era utile”, sia in pubblico che nelle case, esortando tutti (Giudei e Greci) alla conversione e alla fede in Gesù.
La “costrizione” dello Spirito (vv. 22-24): Paolo si sente “avvinto” dallo Spirito Santo a recarsi a Gerusalemme, pur sapendo che lo attendono catene e tribolazioni. La sua vita non ha valore per se stesso, se non per portare a termine la missione ricevuta da Cristo.
La libertà del pastore (vv. 25-27): Paolo dichiara di essere “innocente del sangue di tutti”, perché non ha omesso nulla nel comunicare il disegno di Dio. Si congeda con la pace di chi non è sceso a compromessi con il Vangelo.
 
Vangelo
Padre, glorifica il Figlio tuo.
 
Gesù e Paolo sono accomunati da uno stesso destino: è venuta l’ora, la morte è vicina. Paolo non ritiene in nessun modo preziosa la sua vita, purché conduca a termine la sua corsa e il servizio che gli fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al vangelo della grazia di Dio. Momenti prima che il carnefice calasse la spada sul suo capo per decapitarlo, l’Apostolo scriverà a Timoteo, a tutti i suoi amici: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7). Gesù, prima che i chiodi lacerassero la sua carne, alzàti gli occhi al cielo, prega il Padre domandando che la sua volontà si compia totalmente. Gesù, con la sua preghiera si rivela inseparabile dal Padre in quello che è e vive. Prega anche per i suoi amici, quelli che hanno accolto la sua Parola. Gesù ritorna al Padre, ora comincia il tempo della Chiesa, e la preghiera di Gesù nei secoli sosterrà la sua missione apostolica che si spingerà fino agli estremi confini della terra.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,1-11a
 
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse:
«Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato.
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse.
Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato.
Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te».
 
Parola del Signore.
 
La gloria al termine del suo percorso (17,1-8) - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): La preghiera di Gesù inizia con un’invocazione filiale: la parola «Padre» potrebbe essere la trascrizione dell’aramaico ‘abba’, termine familiare per dire «papà», poco usato nel giudaismo e abituale a Gesù (Lc 11,2; Mc 14,36).
La gloria del Figlio e la gloria del Padre sono interdipendenti (13,31-32). L’esaltazione in croce segna l’avvento dell’ ora. Portando a compimento la missione che il Padre gli ha affidato, Gesù glorifica Dio. Colui che accoglie questa gloria di Dio presente in Gesù crocifisso riceve la vita eterna, vale a dire entra nell’intimità (la «conoscenza») del vero Dio e di suo Figlio Gesù Cristo. Stranamente, pur parlando egli stesso, Gesù è indicato con il suo nome: «Colui che tu hai mandato, Gesù Cristo».
Possiamo scorgere in ciò un evidente elemento redazionale, per cui Giovanni mescola il discorso della comunità con le parole del Cristo. I vv. 6-8 sottolineano che, nella glorificazione del Padre, l’opera di Gesù fu di «manifestare il nome di Dio».
L’insistenza di Gesù sulla «conoscenza di Dio» come sorgente della vita è stata considerata da alcuni come un’influenza gnostica. Ma alla gnosi mancano due tratti presenti in Giovanni, anzitutto questa conoscenza è trasmessa attraverso un evento concreto e singolare: la morte e la risurrezione di Gesù; in secondo luogo la vita eterna è data fin d’ora su questa terra, che la gnosi invece esorta a disertare.
La gloria di Gesù qui manifestata e riconosciuta esisteva «prima che il mondo fosse», nell’ amore eterno che uni ce il Padre e il Figlio (17,24), a immagine della sapienza che, «costituita prima dei primordi della terra) era la delizia del Signore» (Pro 8,23-31).
 
Per approfondire
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): io prego per loro ...: In questo versetto sono messi in contrasto radicale discepoli e mondo. Il mondo, in quanto chiuso in se stesso ed alla rivelazione, anche se avesse dei valori mondani, è già escluso dalla salvezza. L’unica condizione, come dice il Barrett, per diventare oggetto della preghiera di Gesù per il mondo sarebbe quella di cessare di essere «mondo». Gesù è venuto per salvare il mondo (3,14-16), ma solo se esso accetta di uscire dalle tenebre, se accetta di non poter darsi la luce e la salvezza, di essere messo in questione e di abbandonare le sue sicurezze per un’ altra sicurezza. Bisogna tener presente questa concezione negativa di «mondo» in tutto il brano 17,9-16.
La teologia di Gv è a favore di una critica al mondo ed è lontana da un atteggiamento positivo verso il mondo, come è oggi un po’di moda.
10: Viene sottolineata ancora l’unità del Padre e del Figlio, nella missione di salvezza (10,30; 16,15). - e io sono stato glorificato in loro: nel senso dei vv, 7-8, in quanto gli apostoli hanno accolto con fede le sue parole come parole del Padre e hanno perciò riconosciuta l’unità del Padre e del Figlio.
11 E io non sono più nel mondo: ciò sembra in contrasto con quanto è detto al v. 13 («mentre sono nel mondo») e dà ragione a coloro che mettono questa preghiera in bocca al Signore risorto. Ma si può pensare che Gesù si consideri già anticipatamente fuori del mondo, mentre è sul punto di ritornare al Padre. - Padre santo, conservali: il Padre «santo» deve conservare i discepoli nella santità, cioè nella costante appartenenza a lui, pur rimanendo nel mondo.
 
La Chiesa, proprietà di Dio, è stata donata a Gesù - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Un elemento interessante dell’ecclesiologia di Gv 17 è l’insinuazione che la comunità dei credenti appartiene a Dio, è sua proprietà; essa però è stata affidata al Cristo. I discepoli infatti sono stati donati al Figlio dal Padre (Gv 17,2). Il Maestro ha rivelato il nome di Dio agli uomini che questi gli ha dato dal mondo, perché erano suoi e sono stati donati a lui (Gv 17,6). Gesù prega per il gruppo dei suoi amici, perché essi sono del Padre, anche se sono stati dati a lui (Gv 17,9). In realtà i discepoli non appartengono al mondo, come Gesù non è del mondo (Gv 17,14.16), perché sono proprietà di Dio e sono stati donati al Cristo (Gv 17,24). Per tale ragione il Figlio può pregare il Padre di custodire la sua comunità nel suo nome divino (Gv 17,11), di preservarla dagli influssi malefici del Maligno (Gv 17,15), di santificarla nella verità (Gv 17,17.19), affinché tutti i credenti siano una cosa sola e tendano alla perfezione dell’unità (Gv 17,20ss). La chiesa è proprietà del Padre ed è stata affidata alle cure del Figlio, quindi essa forma realmente la famiglia di Dio, perché è inserita vitalmente nel mistero della Trinità. Una tematica ecclesiologica analoga l’abbiamo già riscontrata nella pagina consacrata alla porta e al buon pastore; qui però le pecore del gregge sono presentate come proprietà di Gesù (Gv 10,3s.11ss.26ss), tuttavia nel passo di Gv 10,28s è insinuato con sufficiente chiarezza che le pecore del buon pastore sono state donate al Cristo dal Padre.
 
Tommaso d’Aquino: In Jo. ev. exp ., XVI.: Padre, è venuta l’ora: manifesta la gloria del Figlio tuo ... : ma poiché il Figlio di Dio è la stessa Sapienza (1Cor. 1,24), e questa possiede il sommo di chiarezza e di gloria (Sap. 6,1 3), in che modo la gloria potrà essere glorificata, soprattutto essendo Egli (Eb. 1,3) lo splendore del Padre? Si risponde che Cristo chiedeva di essere glorificato dal Padre in tre modi.
Primo nella sua Passione: e questo per i molti prodigi che allora dovevano prodursi (oscuramento del sole, squarcio del velo del Tempio, apertura dei sepolcri) ... E su questa linea Gesù Cristo domanda che nella Passione venga manifestato che Egli è il Figlio di Dio. Secondo nella sua Resurrezione… Terzo, nella notorietà presso tutti i popoli... E in questo senso Egli domanda: Manifesta a tutto il mondo che Io sono il Figlio tuo proprio per generazione, non pee creazione.
 
Testimoni di Cristo - Beata Pina Suriano: Nasce a Partinico, centro agricolo della provincia di Palermo il 18 febbraio 1915. Nel 1922 fa il suo ingresso nelle file dell’Azione Cattolica Femminile come beniamina, poi aspirante e quindi giovane. Nel 1938 viene nominata delegata delle sezioni minori femminili e per nove anni, dal 1939 al 1948 è segretaria della Sezione di Azione Cattolica, nel contempo dal 1945 al 1948 è presidente delle Giovani. Istituisce in parrocchia l’associazione delle «Figlie di Maria», diventandone la presidente dal 1948. Il 29 aprile 1932 nella chiesetta delle «Figlie della Misericordia e della Croce», che era la sede sociale della Gioventù Femminile di Ac di Partinico, emette il voto di castità. Seguendo il desiderio, mai realizzato, di vivere da religiosa, il 30 marzo 1948, insieme ad altre tre compagne, si offre come vittima per la santificazione dei sacerdoti. In quello stesso anno si presentano i disturbi di una violenta forma di artrite reumatica, che le portò come conseguenza un difetto cardiaco. Muore improvvisamente per un infarto il 19 maggio 1950. È beata dal 2004. (Avvenire)   
 
Dio onnipotente e misericordioso,
fa’ che lo Spirito Santo venga ad abitare in noi
e ci trasformi in tempio della sua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 

 18 Maggio 2026

 
Lunedì VII Settimana di Pasqua
 
At 19,1-8; Salmo Responsoriale dal Salmo 67 (68); Gv 16,29-33
 
Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio. (Col 3,1 - Acclamazione al Vangelo)
 
Il credente è già risorto con Cristo, partecipando realmente alla sua vita celeste: «Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Ef 2,6-7).
Questa certezza deve far sì che il credente orienti decisamente la sua vita alla conquista del Cielo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1-3). Un orientamento sostenuto da una attesa: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,4). Una certezza sostenuta e alimentata da una vita azzima, cioè da una vita preservata dal lievito del male.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Ad Efeso l’apostolo Paolo incontra alcuni uomini definiti “discepoli”, ma che ignorano l’esistenza dello Spirito Santo. Alla domanda dell’apostolo Paolo, Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?, i “discepoli” rispondono di avere ricevuto il battesimo di Giovanni e di non aver nemmeno sentito parlare dello Spirito Santo.
Paolo per fugare ogni errore e confusione tra il battesimo di Giovanni e quello di Gesù, sottolinea che il battesimo di Giovanni era un rito di conversione, mentre il battesimo nel nome di Gesù conferisce il dono dello Spirito, segnando l’ingresso effettivo nella nuova alleanza.
L’imposizione delle mani e il dono delle lingue: Dopo il battesimo nel nome di Gesù, l’apostolo Paolo impone le mani e i “discepoli” iniziano a parlare in lingue e a profetizzare. Questo evento è considerato una sorta di “Pentecoste efesina”, che conferma l’estensione della missione apostolica e la legittimità del ministero dell’apostolo Paolo.
Paolo rimane per tre mesi nella città di Efeso, parlando con franchezza nella sinagoga e cercando di persuadere gli ascoltatori riguardo al Regno di Dio. Questo riflette la sua strategia costante: annunciare il compimento delle promesse prima ai Giudei.
 
Vangelo
Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!
 
Gesù ha annunciato la sua morte, e i discepoli, confidando nella carne, sono sicuri di condividere il destino del loro Maestro, morendo con lui. Ma Gesù li disillude, e lo dice apertamente: fuggiranno via, scandalizzati, impauriti, la loro fuga vergognosa lascerà solo Gesù ad affrontare l’immane battaglia contro la morte e il mondo.
Gesù li avverte perché passata la tormenta, possano avere il perdono e la pace in lui, partecipando alla sua vittoria sulla morte e sul mondo.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,29-33
 
In quel tempo, dissero i discepoli a Gesù: «Ecco, ora parli apertamente e non più in modo velato. Ora sappiamo che tu sai tutto e non hai bisogno che alcuno t’interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio».
Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto suo e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!».
Parola del Signore.

Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Il linguaggio del Maestro nel passo in esame, dai discepoli è giudicato chiaro (Gv 16,29) e mostra che egli conosce tutti i pensieri, prima che siano espressi, perciò suscita la loro professione di fede nella sua onniscienza e nella sua origine divina (Gv 16,30). Che Gesù sappia tutto e conosca tutti, è un elemento caratteristico della cristologia giovannea (cf. Gv 2,24s; 21,17). Il Maestro però non si lascia lusingare da questa professione di fede (Gv 16,31), anzi prende motivo da essa per predire l’imminente defezione dei discepoli durante il suo arresto (Gv 16,32): costoro non crederanno più e torneranno ai propri interessi, abbandonando il Cristo. Come abbiamo mostrato nel paragrafo immediatamente precedente, questa notizia fa parte della tradizione evangelica antica, perché è riportata anche dai tre sinottici e per di più nel medesimo contesto (cfr. Mc 14,27 e par.). Giovanni tuttavia nel racconto dell’arresto di Gesù non descrive la fuga dei discepoli, come invece narrano Marco e Matteo (cfr. Mc 14,50 e par.). Il Cristo però, nonostante l’abbandono dei suoi amici, non rimane solo, perché il Padre è sempre con lui (Gv 16,32). Gesù è sempre unito «ontologicamente» a Dio, per cui può giudicare con verità (Gv 8,16); il Padre non lo lascia mai solo (Gv 8,29). In realtà il Maestro vive con Dio, anzi forma una cosa sola con il Padre (Gv 10,30.38). Al termine del suo discorso Gesù ritorna sul tema della gioia e della sofferenza dei discepoli, per invitare gli amici alla fiducia: nel mondo essi sperimenteranno dolore e tribolazione, però non debbono perdersi d’animo, perché la vittoria finale è del Cristo e dei suoi seguaci (Gv 16,33). Con questo grido di vittoria termina il secondo ed ultimo discorso di Gesù all’ultima cena.
 
Per approfondire
 
La creazione trasformata in «mondo» - Fausto Longo (Mondo in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V): Su tale mondo viene pronunciata la sentenza che è malvagio e che sarebbe «perduto» senza la venuta del Figlio. Esso è oggetto della condanna, perché «tutto il mondo si trova nel maligno» (1Gv 5,19).
Perciò esso è pure bisognoso di salvezza. La frase: «La luce vera ... veniva nel mondo» (1,9) corrisponde all’altra: «La luce brilla nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno compresa» (1,5).
Perciò il mondo è nelle tenebre, non per un determinismo di origine, ma per propria decisione e colpa. Le tenebre esistono perché è stata data la luce. In quanto il mondo si chiude alla luce e si oppone a Dio, cercando l’autonomia del creatore, diventa tenebra, cioè menzogna; vive fuori dalla verità. In seguito alla colpa di origine, si consuma la «crisi» nel suo doppio significato: la discriminazione tra gli uomini che compiono liberamente la loro decisione, ma anche il giudizio di Dio.
Il mondo vive nel peccato, rifiutando la rivelazione che Dio ha fatto in Cristo.
E peccato fondamentale del mondo è l’incredulità (Gv 16,8-9). Vi si esprime un continuo presente che indica la continua incredulità del mondo il quale così è coinvolto da Dio in un grande processo. Il mondo che rifiuta Cristo che è la vita, è destinato alla schiavitù e alla morte (Gv 8,21). Dominatore di questo mondo è satana, il quale però è già stato spodestato (Gv 16,33).
Quando Giovanni afferma che il mondo non riconosce il figlio di Dio esso viene personificato con il grande antagonista del redentore nella storia della salvezza. È quasi una potente personalità collettiva, rappresentata dal «principe di questo mondo»; esso tiene sotto la sua servitù, mentre la conoscenza della verità che è Cristo dà la liberazione (8,32-34).
Proprio questo scegliere la menzogna invece della verità ha trasformato la creazione in «mondo». Esso non è cattivo dall’origine, ma lo è diventato per colpa dell’uomo che si è chiuso e si chiude di fronte alla parola, alla luce e alla vita di Dio. C’è netta opposizione tra Dio e il mondo. Non si tratta di un dualismo «ontologico» come in altre religioni; esso è piuttosto di carattere «etico»: l’opposizione tra Dio e il mondo è diventata una vicenda storica attraverso la decisione dell’uomo.
Perciò il mondo costruisce la sua sicurezza e fiducia fuori di Dio. La presenza di Gesù lo sconcerta e gli fa dire: «Come può accadere questo?». Oppure interroga con tanti altri «come»: cf. 6,42; 7,1; 8,33; 12,34.
Perciò Cristo che è venuto in questo mondo (3,19) non è di questo mondo (Gv 8,23). Non lo è nemmeno il suo regno (18,36). Invece i suoi discepoli derivano dal mondo (17,11s) e devono restare nel mondo (13,1; 15,18s). Cristo però li «ha scelti dal mondo» (15,19) e li manda nel mondo (17,8) ove devono dare testimonianza per il
Figlio e per il Padre (17,21.23). Come si è accanito contro Cristo l’odio del mondo si rivolgerà pure contro i discepoli (15,18-20; 17,14; 1Gv 3,13). Essi sono solitari e stranieri nel mondo; il quale troverà sempre «scandalo» nella comunità dei discepoli che mettono in crisi la sicurezza con cui il mondo vive nel peccato.
Per accogliere lo spirito di verità (14,17) il mondo dovrebbe mutare se stesso con una nuova nascita (3,3), ma allora non sarebbe più mondo.
Così, mondo nel dualismo etico di Giovanni è il mondo che ha rigettato Cristo e sul quale già è stato pronunciato il giudizio.

Un illustre sconosciuto - I motivi di una dimenticanza - Basilio Caballero (La Parola Ogni Giorno): Lo Spirito Santo sembra essere il grande sconosciuto o dimenticato, colui che per i cristiani non è assente, ma passa sotto silenzio. Ai nostri giorni succede in parte quello che viene riferito dalla prima lettura.
Quando san Paolo arrivò a Efeso, chiese a un piccolo gruppo di discepoli di Giovanni Battista, che trovò lì, se avevano ricevuto lo Spirito Santo, accettando la fede di Cristo. La risposta non poteva essere più desolante: non abbiamo nemmeno sentito dire che ci sia uno Spirito Santo. La maggioranza dei cristiani attuali non potrebbe affermare questo; però se fossero spinti a spiegare che cosa significa per loro lo Spirito Santo, il problema sarebbe senza dubbio imbarazzante.
Tra le possibili cause che fanno dello Spirito un illustre sconosciuto possiamo indicare queste: a) Mancanza di formazione e catechesi prima e dopo i sacramenti dell’iniziazione cristiana. b) Mancanza di esperienza vissuta della sua presenza e azione nella nostra vita personale e comunitaria, a causa di un basso livello di fede e vitalità cristiana. c) Abuso delle applicazioni della sua efficacia e della sua azione quasi magica nei sacramenti e nell’ambito spirituale. d) La difficoltà stessa racchiusa nella comprensione dei simboli, delle immagini e delle espressioni che, per mancanza di vocabolario e di definizioni precise, vengono applicati nella Bibbia alla forza e all’azione dello Spirito Santo.
Lo Spirito, la terza persona della santissima Trinità, di solito non appare, secondo i testi biblici, nell’intimità della vita trinitaria, ma nella sua azione esteriore. Spirito significa quasi sempre presenza e azione di Dio, tanto nella persona e vita di Gesù, dall’incarnazione alla risurrezione (come è narrato nei vangeli), quanto nella vita interiore e nell’attività apostolica della comunità ecclesiale (come è narrato negli Atti e nelle Lettere degli apostoli).
Nella sacra Scrittura non troviamo, quindi, una definizione dello Spirito in termini concettuali, ma in immagini e simboli che sono segni della sua realtà, presenza e azione, come vento, fuoco, lingue, acqua, colomba, difensore, consolatore, amore, ispirazione profetica, frutti, doni e carismi, spirito di adozione e di libertà ecc.
Se vogliamo definire lo Spirito con un’espressione attuale e biblica, vitale e unica, dovremo dire: è il dono di Cristo risorto alla Chiesa, che è il suo corpo; è lo Spirito dello stesso Gesù in noi; è il «noi» trinitario e la coscienza ecclesiale; è l’amore che Dio ha per noi, amore effuso nei nostri cuori; è la nostra nuova dimensione personale e comunitaria di discepoli di Gesù, cristiani, figli di Dio, e fratelli tra di noi.
 
La Chiesa con il suo insegnamento è la salvezza del mondo: “Asseriamo che il mondo assomiglia al mare. Come il mare, se non avesse i fiumi e le sorgenti che vi si versano per nutrirlo e rifornirlo, già da tempo si sarebbe seccato, a causa della salsedine, così il mondo, se non avesse la legge di Dio e i profeti che scaturiscono e vi riversano la dolcezza, la misericordia, la giustizia e la conoscenza dei precetti santi di Dio, a causa della cattiveria e del peccato che in esso abbonda, da tempo sarebbe ormai andato in rovina. E come nel mare vi sono isole abitabili, fertili, ricche di acqua, munite di porti e di approdi che offrono rifugio ai naviganti sorpresi dalla burrasca, così Dio ha offerto al mondo sconvolto dalla tempesta, dall’uragano dei peccati, i centri di riunione detti sante Chiese, in cui, come in sicuri porti insulari, vi è l’insegnamento della verità; qui vi si rifugiano coloro che vogliono salvarsi, coloro che si sono innamorati della verità e desiderano sfuggire al giudizio di Dio e alla sua ira. E come vi sono altre isole, pietrose, aride, sterili, infestate dalle fiere e inabitabili, che sono la rovina dei naviganti e di coloro che sono colti dalla tempesta, dove le navi che sopraggiungono vanno distrutte, così vi sono le dottrine dell’errore, parlo cioè delle eresie, che mandano in rovina coloro che vi approdano. Loro guida infatti non è il Verbo della verità. Come i pirati quando le loro navi sono piene di passeggeri le mandano ad incagliarsi nei luoghi che abbiamo detto perché vadano distrutte, così succede a coloro che si allontanano dalla verità: dall’errore vengono travolti nella perdizione” (Teofilo di Antiochia, Ad Autolico, 2,14).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni I. La politica non manipoli il messaggio del Risorto: Il principio dell’incarnazione ci parla di un Dio che condivide il cammino dell’uomo e si affianca a lui nel dare forma alla storia: ecco perché i cristiani sono chiamati a un impegno concreto nella vita politica. Ma quando, invece, è la politica a voler deformare il messaggio del Risorto per difendere propri interessi e vantaggi allora i cristiani devono far sentire la propria voce. Un richiamo a cui oggi ci rimanda la storia di san Giovanni I, Papa dal 523 al 526 e venerato come martire, testimone coerente che non si lasciò usare per gli scopi politici del re d’Italia e re degli Ostrogoti, Teodorico. Toscano d’origine, Giovanni fu scelto come Pontefice in età avanzata; Teodorico, ariano, lo costrinse a recarsi a Bisanzio, alla guida di una delegazione di cui facevano parte legati romani ma anche alcuni vescovi come quelli di Fano, di Ravenna e di Capua, per chiedere la restituzione agli ariani d’Oriente delle chiese che erano state loro sequestrate dall’imperatore Giustino, difensore dell’ortodossia. Il 19 aprile 526 Giovanni fu il primo Papa a celebrare la Pasqua a Costantinopoli, ma al ritorno, avendo scelto di non soddisfare le richieste del re che l’aveva mandato, fu incarcerato a Ravenna dove morì pochi giorni dopo, il 18 o 19 maggio 526. In seguito le sue reliquie vennero traslate nella Basilica di San Pietro. 
 
Venga su di noi, o Signore, la potenza dello Spirito Santo,
perché aderiamo pienamente alla tua volontà
e la possiamo testimoniare con una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.