26 Marzo 2026
 
Giovedì V Settimana di Quaresima
 
Gen 17,3-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 104 (105); Gv 8,51-59
 
Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. (Cf. Sal 94 (95),8ab - Acclamazione al Vangelo)
 
Vincenzo Paglia (I Salmi): «Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto» (v. 8). L’episodio di Massa (tentazione) e Meriba (protesta) lo si legge in Esodo 17,1-7. Il popolo di Israele, privo di acqua, protesta. Non prega (come farà invece Mosè), ma pretende. E dalla protesta si passa alla mormorazione: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto?». Non si mette in discussione una parte del «credo» di Israele, ma il tutto, ossia la fede nella fedeltà dell’amore di Dio. L’interrogativo degli ebrei a Meriba lo si ritrova in altri passi della Bibbia e riemerge in ogni momento in cui debbono affrontare ostacoli e difficoltà. Eppure non sono mai mancate le prove dell’amore di Dio. La voce severa che ammonisce: «Non entreranno nel luogo del mio riposo» (v. 11) non è rivolta a uomini fuori dal tempio, ma a quelli dentro, a coloro che stanno cantando al Signore. Forse il loro cuore è lontano da quello che esce dalle loro labbra. Quante volte i credenti hanno il loro cuore lontano da Dio! È un’accusa che ritorna in ogni tempo, anche oggi. Il salmo ci ricorda che solo ascoltando la parola di Dio e abbandonandosi a essa il credente trova la sua salvezza.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle. La promessa di Dio varca i secoli, nella pienezza dei tempi si compirà in Cristo. 
Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo17,5. Abramo è il primo uomo nella storia biblica al quale Dio cambia nome. In questo modo l’autore sacro segnala che Dio conferisce al patriarca una nuova personalità e una missione, riflesse nel significato del nuovo nome: «padre di una moltitudine di popoli».
Questo nome è perciò in relazione alla promessa che accompagna l’alleanza; d’ora in poi, la figura del patriarca, tutta la sua personalità, dipendono dall’alleanza con Dio e sono al servizio della stessa. Abramo è «l’uomo dell’alleanza»; alla luce della piena rivelazione del Nuovo Testamento, san Paolo interpreterà quel nuovo nome Abramo in relazione ai pagani convertiti al cristianesimo (cfr Rm 4,17). Quel nome, «padre di una moltitudine di popoli», diventa così l’annuncio profetico del futuro inserimento del mondo non ebraico nel popolo della nuova Alleanza, che è la Chiesa” (La Bibbia di Navarra).
 
Vangelo
 Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno.
 
I Giudei accusano Gesù di essere indemoniato. E forse anche un esaltato perché pretende di liberare dalla morte i suoi discepoli. Tutti gli uomini sono segnati con il sigillo della morte... Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”... Chi credi di essere?
A questa domanda Gesù risponde ai Giudei istituendo un confronto tra la loro incredulità e la fede di Abramo di cui essi si vantano di essere figli: Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia. Abramo che perseverò nella fede, ha avuto la gioia e la luce interiore per contemplare, al di là del tempo, il giorno del Verbo, un giorno rilucente di gloria divina: In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono.
 
Dal Vangelo secondo  Giovanni
Gv 8,51-59
 
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?».
Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».
Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».
Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
 
Parola del Signore.
 
La Bibbia di Navarra - Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco: 55. La conoscenza di cui parla il Signore implica qualcosa di più che un mero sapere o capire. Di questa conoscenza già si parla nell’Antico Testamento, dove il verbo “conoscere” esprime amore, fedeltà, generoso dono di sé.
L’amore a Dio è conseguenza della conoscenza certa che abbiamo di lui, così come, al tempo stesso, tanto meglio conosciamo Dio quanto più è da noi amato. Gesù, la cui umanità santissima era congiunta intimamente - pur senza confondersi - con la divinità nell’unica Persona del Verbo, non poteva esimersi dall’affermare la sua conoscenza singolare e ineffabile del Padre. Ma questo linguaggio veritiero diveniva del tutto incomprensibile per quei Giudei che si chiudevano volontariamente alla fede, al punto da ritenerlo blasfemo (cfr v. 59).
56. Gesù si presenta come colui nel quale hanno compimento le speranze dei patriarchi dell’Antico Testamento. Essi si mantennero fedeli, ardentemente desiderosi di vedere il giorno della redenzione. Riferendosi alla fede dei patriarchi, san Paolo esclama: «Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra» (Eb 11,13). Tra di essi spicca Abramo, nostro padre nella fede (cfr Gal 3,7), il quale riceve la promessa che sarebbe stato il progenitore di un popolo numeroso, il popolo eletto, da cui doveva nascere il Messia.
Il futuro adempimento delle promesse messianiche fu già per Abramo motivo d’immenso audio: «Così Abramo, nostro Padre, scelto in vista del compimento futuro della Promessa, e sperando contro ogni speranza, riceve, fin dalla nascita del figlio Isacco, le primizie profetiche di questa gioia. Essa si trova come trasfigurata attraverso una prova di morte, quando questo figlio unico gli è restituito vivo, prefigurazione della risurrezione di colui che deve venire: il Figlio unico di Dio promesso al sacrificio redentore. Abramo esultò al pensiero di vedere il giorno del Cristo, il giorno della salvezza: egli “lo vide e se ne rallegrò”» (Gaudete in Domino, II).
Gesù si muove su di un piano ben superiore a quello dei patriarchi, poiché questi videro solo in visione profetica, “di lontano” il giorno del Cristo il giorno della salvezza, mentre egli è colui che lo porta a compimento.
58. La risposta di Gesù all’osservazione incredula dei Giudei racchiude la rivelazione della sua divinità. Dicendo “prima che Abramo fosse, Io Sono”, il Signore si riferisce alla sua eternità, attributo peculiare della natura divina. Per questo sant’Agostino può esclamare: «Riconoscete il Creatore, non confondetelo con la creatura. Colui che parlava era discendente di Abramo; ma perché potesse chiamare Abramo all’esistenza doveva esistere prima di lui» (In Ioannis Evang. tractatus, 43,17).
A proposito di queste parole di Gesù, i Santi Padri ricordano la solenne teofania sul monte Sinai: «Io sono colui che sono!» (Es 3,14), nonché la distinzione operata da san Giovanni nel suo Vangelo tra il mondo che “è stato fatto” e il Verbo che “era” fin da tutta quanta l’eternità (cfr Gv 1,1-3). L’espressione “Io Sono” che Gesù fa propria in maniera così risoluta equivale dunque ad affermare la sua eternità e la sua divinità.
 
Per approfondire
 
La pienezza della fede cristiana - Lumen fidei 15«Abramo […] esultò nella speranza di vedere il mio giorno, lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). Secondo queste parole di Gesù, la fede di Abramo era orientata verso di Lui, era, in un certo senso, visione anticipata del suo mistero. Così lo intende sant’Agostino, quando afferma che i Patriarchi si salvarono per la fede, non fede in Cristo già venuto, ma fede in Cristo che stava per venire, fede tesa verso l’evento futuro di Gesù. La fede cristiana è centrata in Cristo, è confessione che Gesù è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr. Rm 10,9). Tutte le linee dell’Antico Testamento si raccolgono in Cristo, Egli diventa il “sì” definitivo a tutte le promesse, fondamento del nostro “Amen” finale a Dio (cfr. 2Cor 1,20). La storia di Gesù è la manifestazione piena dell’affidabilità di Dio. Se Israele ricordava i grandi atti di amore di Dio, che formavano il centro della sua confessione e aprivano lo sguardo della sua fede, adesso la vita di Gesù appare come il luogo dell’intervento definitivo di Dio, la suprema manifestazione del suo amore per noi. Quella che Dio ci rivolge in Gesù non è una parola in più tra tante altre, ma la sua Parola eterna (cfr. Eb 1,1-2). Non c’è nessuna garanzia più grande che Dio possa dare per rassicurarci del suo amore, come ci ricorda san Paolo (cfr. Rm 8,31-39). La fede cristiana è dunque fede nell’Amore pieno, nel suo potere efficace, nella sua capacità di trasformare il mondo e di illuminare il tempo. «Abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16). La fede coglie nell’amore di Dio manifestato in Gesù il fondamento su cui poggia la realtà e la sua destinazione ultima.
 
La fede nell’Io Sono - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Nel dramma grandioso di Gv 8,12-59, Gesù si rivela come il Signore, il vero Dio. I piloni portanti di questo dialogo, dalle scene così vive e polemiche, sono costituiti dalle tre proclamazioni del Maestro di essere 1’Io SONO (Gv 8,24.28.58). In questi passi, il Maestro si rivela come il Signore, per invitare i suoi interlocutori a una fede esistenziale nella sua persona divina. Questo è l’elemento essenziale e caratterizzante della fede cristiana.
I giudei purtroppo si ostinano nel rifiuto della luce, preferiscono le tenebre dell’incredulità, si lasciano soggiogare completamente dal padre dell’odio e della menzogna; quindi rigettano il loro Dio, 1’io SONO. Il tentativo di lapidazione sigilla bene questo atteggiamento ostile dei nemici del Cristo (Gv 8,59).
Noi, pur condannando l’incredulità dei giudei, pur aderendo con la mente alla verità rivelata dal Verbo incarnato, con la nostra vita pratica tante volte rigettiamo il Signore della gloria e preferiamo il nostro egoismo, adoriamo i nostri idoli di carne o d’oro. Quante volte una creatura soggioga il nostro cuore e lo rende chiavo!
Quante volte il successo, il guadagno il danaro ci tiranneggiano e prendono il posto dell’IO SONO! Eppure sappiamo di dover adorare solo il Signore, di dover orientare la nostra esistenza unicamente verso di lui, il Figlio di Dio che si è fatto nostro fratello.
 
Gesù Cristo è nostro Signore secondo le due nature (Catechismo Tridentino Art. II, 304 40): Le sacre Scritture attribuiscono al Salvatore molteplici qualità, di cui alcune chiaramente gli spettano come Dio, altre come uomo, avendo Egli in sé, con la duplice natura, le proprietà rispettive. Rettamente dunque dicevamo che Gesù Cristo, per la sua natura divina, è onnipotente, eterno, immenso; mentre per la sua natura umana, diciamo che ha patito, è morto, è risorto. Ma, oltre questi, altri attributi convengono a entrambe le nature, come quando, in questo articolo, lo diciamo nostro Signore; a buon diritto del resto, potendosi riferire tale qualifica all’una e all’altra natura. Infatti egli è Dio eterno come il Padre; cosi pure è Signore di tutte le cose quanto il Padre. E come egli e il Padre non sono due distinti Dei, ma assolutamente lo stesso Dio, così non sono due Signori distinti. Ma anche come uomo, per molte ragioni è chiamato Signore nostro. Innanzi tutto perché fu nostro Redentore e ci liberò dai nostri peccati, giustamente ricevette la potestà di essere vero nostro Signore e meritarne il nome. Insegna infatti l’Apostolo: Si umiliò, fattosi ubbidiente fino alla morte e morte di croce; per cui Dio lo ha esaltato, conferendogli un nome, che è sopra ogni altro, onde al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra, nell’inferno; e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre (Fil 2,8-11). Egli stesso disse di sé dopo la risurrezione: Mi è stato conferito ogni potere in cielo e sulla terra (Mt 28,18). Inoltre è chiamato Signore per aver riunito in una sola Persona due nature, la divina e l’umana. Per questa mirabile unione merito, anche senza morire per noi, d’essere costituito quale Signore, sovrano di tutte le creature in genere, e specialmente dei fedeli che gli obbediscono e lo servono con intimo affetto.  
 
M. Eckhart, Exp. Jo. ev. (VIII): .... prima che Abramo fosse creato, IO SONO!: ovvero “Io, la Sapienza increata, il Verbo di Dio che è Dio, sono prima del mondo creato, prima che il mondo fosse creato”. Bisogna quindi notare che la creazione, prima di essere manifesta, fu, ma immanifesta, non ancora visibile; infatti l’Apostolo dice: Il mondo è stato preparato, perché dall’invisibile avesse luogo il l’invisibile”.
 
Testimoni di Cristo - San Ludgero di Munster Vescovo - Nato verso il 745 in Frisia è legato all’evangelizzazione della Germania transrenana, come discepolo di Gregorio e di Alcuino di York. Dopo l’ordinazione sacerdotale, ricevuta a Colonia nel 777, si dedicò alla evangelizzazione della regione pagana della Frisia. Nel 776, durante la prima spedizione in questa zona, Carlo Magno impose il battesimo a tutti i guerrieri vinti; ma la rivolta di Widukindo fu accompagnata da una postasia generale. Ludgero fuggì e raggiunse Montecassino. La rivolta di Widukindo venne domata nel 784. Lo stesso Carlo Magno andò a incontrare Ludgero a Montecassino e lo rimandò in patria, incaricandolo di riprendere la missione nella Frisia. Prese il posto dell’abate Bernardo nel territorio della Sassonia. Nel 795 Ludgero vi eresse il monastero, attorno al quale sorse l’attuale città di Munster. Il territorio apparteneva alla circoscrizione ecclesiastica di Colonia, poiché Ludgero accettò soltanto nell’804 di essere consacrato vescovo della nuova diocesi. A lui si deve anche la fondazione del monastero benedettino di Werden, dove è sepolto. Morì nell’anno 809. (Avvenire)
 
Ascolta, o Padre, coloro che ti supplicano
e custodisci con amore
quanti ripongono ogni speranza nella tua misericordia,
perché, purificati dalla corruzione del peccato,
permangano in una vita santa
e siano fatti eredi della tua promessa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Sii propizio, o Signore, verso il tuo popolo
perché, rinunciando di giorno in giorno a ciò che non ti è gradito,
trovi la sua gioia nei tuoi comandamenti.
Per Cristo nostro Signore.
 
 25 Marzo 2026
 
Annunciazione del Signore - Solennità
 
Is 7,10-14.8-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 39 (40); Eb 10,4-10; Lc 1,26-38
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): L’inconcepibile mistero dell’Incarnazione: il Verbo Eterno riceve il corpo umano nel seno di Maria, il Redentore è vero Dio e vero uomo. Si compie il meraviglioso scambio: il Figlio di Dio assume la natura umana, affinché l’uomo possa partecipare alla natura di Dio stesso.
La Chiesa vede nell’Incarnazione del Figlio di Dio l’inizio della propria esistenza. Al centro di questo mistero sta Maria: Ella accoglie con fede le parole dell’angelo, concepirà dallo Spirito Santo e porterà nel suo grembo Colui che adempirà le promesse date ad Israele e sarà la salvezza delle nazioni. Ricordiamo il mistero dell’Incarnazione nel periodo della preparazione alla celebrazione del mistero pasquale del Redentore. Eccomi per fare la Tua volontà: le parole pronunciate da Cristo nel momento dell’Incarnazione si adempiranno sul Calvario. Il mistero dell’Incarnazione è inseparabilmente legato al mistero della Pasqua, con la morte e la risurrezione del Signore.
«Avvenga di me secondo la tua parola»: le parole di Maria di Nazareth la porteranno fino alla Croce di Gesù. Celebrare la solennità dell’Annunciazione significa credere alla parola di Dio, partecipare alla vita portataci da Cristo, sottomettersi all’azione dello Spirito in noi, dire sempre «sì» a Dio.
Ogni giorno, recitando l’«Angelus» ci poniamo di fronte all’avvenimento unico nella storia del mondo, di fronte all’Incarnazione del Figlio di Dio. Tre brevi frasi prese dal Vangelo raccontano ciò che era avvenuto a Nazareth: l’Annunciazione dell’angelo, la disponibilità di Maria piena d’obbedienza e la discesa del Verbo. La preghiera finale esprime l’unione interna tra l’Incarnazione, la Morte e Risurrezione di Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura:  Un segno - Bibbia per la Formazione Cristiana: Ci troviamo di fronte a una delle profezie messianiche più importanti dell’Antico Testamento. Secondo l’interpretazione oggi più diffusa, il segno dato da Dio nonostante l’incredulità del re Acaz è la nascita del figlio di quest’ultimo, il principe Ezechia. Davide ha un successore, e questo fatto ravviva la speranza suscitata a suo tempo dalla profezia di Natan (2Sam 7,1ss).
Questo annuncio tuttavia può avere anche un significato più profondo: al di là delle circostanze presenti, il profeta intravede la nascita del Messia-re, il vero «Dio-con-noi». Il testo ebraico dice che l’Emmanuele nascerà da una «giovane». La tradizione giudaica, ripresa dalla versione greca dei Settanta, darà al termine generico usato dall’autore il significato specifico di «vergine ».
Il Vangelo di Matteo e tutta la tradizione cristiana vedranno realizzarsi questo annuncio di Isaia nella venuta di Gesù, il figlio della vergine Maria (Mt 1,23). Al contrario del re Acaz, Maria è colei che ha saputo veramente confidare in Dio e fare assegnamento su lui solo. Elisabetta la proclama beata perché «ha creduto» (Lc 1,45).
Il libro di Isaia preciserà in seguito il modo in cui questo bambino realizzerà la salvezza (9,1-6: 11,1-9).
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei commenta il salmo 39 (40) citato nella versione dei Settanta, e viene fatto pronunciare dal Figlio, Gesù Cristo, al momento della incarnazione. Solo il sacrificio di Cristo può espiare il peccato del mondo.
 
Vangelo
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
 
Nàzaret, una città della Galilea, posta in territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale non sorge profeta (Gv 7,52). Da Nàzaret può venire qualcosa di buono? (Gv 1,46), eppure Dio sceglie di iniziare da questo oscuro villaggio il suo viaggio che lo porterà tra gli uomini, Dio sceglie il grembo di una vergine, sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: Gesù svuotò se stesso... umiliò se stesso (Fil 2,7-8). Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), Dio elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14), e Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale Dio prende dimora.
 
Dal Vangelo secondo  Luca
Lc 1,26-38
 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 
Parola del Signore.
 
Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù ... Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?»: Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12). Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Per approfondire
 
L’Annunciazione - Catechismo degli Adulti 760: L’angelo dell’annunciazione, rivolge a Maria un invito alla gioia: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). Una parafrasi vicina al senso originale di questo saluto potrebbe essere: «Esulta, tu che sei ricolmata dall’amore gratuito di Dio; il Signore è con te, come salvatore sempre fedele all’alleanza». A fondamento di tutto c’è l’amore gratuito del Padre, la sua grazia, che dona la salvezza «con ogni benedizione spirituale» (Ef 1,3) in Cristo, prima preparandola nell’eternità, poi attuandola nel tempo, infine portandola all’ultimo compimento. Tutti siamo pensati, amati, creati, redenti e glorificati come figli adottivi in comunione con il Figlio unigenito. Il primo atto della grazia del Padre, rivolta a noi in considerazione di Cristo, è l’elezione, la liberissima scelta del suo amore: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi» (Ef 1,4-5). Maria è «piena di grazia», amata e benedetta da Dio insieme a tutti i membri della famiglia umana, ma in modo assolutamente singolare, in quanto è predestinata ad essere la Madre del suo Figlio. «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42), è il saluto di Elisabetta. Dall’eternità nel disegno del Padre è associata all’evento dell’incarnazione redentrice come Madre di Dio fatto uomo.
 
Maria - Augustin George - Il posto importante che la madre di Gesù occupa nella tradizione cristiana è già stato abbozzato nella rivelazione scritturale. Se i Dodici hanno accentrato il loro interesse sul ministero di Gesù, dal battesimo alla Pasqua (Atti 1,22; 10,37 5S; 13,24ss), lo hanno fatto perché non potevano che parlare dei fatti ai quali avevano assistito e dovevano rispondere a ciò che più premeva alla missione.
Era normale che i racconti sull’infanzia di Gesù non comparissero se non tardivamente; Marco li ignora, accontentandosi di ricordare due volte soltanto la madre di Gesù (Mc 3,31-35; 6,3). Matteo li conosce, ma li accentra su Giuseppe, il discendente di David che riceve i messaggi celesti (Mt 1,20 s; 2, 13. 20. 22) e dà il nome di Gesù al figlio della vergine (1,1-25). Con Luca, Maria entra in piena luce; è lei che, alle origini del vangelo, occupa il primo posto, in una vera personalità; è lei che, alla nascita della Chiesa, partecipa con i discepoli alla preghiera del cenacolo (Atti l, 14). Infine Giovanni inquadra la vita pubblica di Gesù tra due scene mariane (Gv 2,1-12; 19,25 ss): a Cana come sul Calvario, Gesù definisce con autorità la funzione di Maria dapprima come fedele, poi come madre dei suoi discepoli.
Questa progressiva presa di coscienza della funzione di Maria non dev’essere spiegata semplicemente con motivi psicologici: riflette una conoscenza sempre più profonda del mistero stesso di Gesù, inseparabile dalla «donna» dalla quale volle nascere (Gal 4,4).
 
Maria nel progetto salvifico di Dio: Helga Rusche: Il Nuovo Testamento non s’interessa di particolari bio­grafici (a differenza dei racconti dell’infanzia apocrifi del tempo posteriore), ma dell’inserimento di Maria nel progetto di Dio. Se ogni cosa è stata creata in vista di Cristo (Col 1,16), allora anzitutto Maria (vedi la genealogia di Gesù, Mt 1,16). In lei il logos si è fatto carne, cioè uomo (Gv 1,14) e la parola di Dio si è rivolta a lei. Ella è la vergine che partorisce l’Emmanuele (Is 7,14 LXX; Mt 1,23), l’arca dell’alleanza che viene adombrata dalla nube della presenza di Dio (Es 40,35; Le 1,35), e immagine della figlia di Sion del tempo nuovo (Lc 1-2, secondo Sofonia e Michea).
La sua fede: in maniera sovrana, Dio sceglie l’ora del suo intervento (la “pienezza dei tempi”, Gal 4,4). Così Maria deve concepire vergine, già fidanzata con Giuseppe, ma non ancora accolta in casa, senza intervento dell’uomo. Infatti “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). Queste parole e il modo in cui Maria risponde ricorda Abramo (Gen 18,49 LXX). Entrambi i credenti - ciascuno nel suo tempo - percorrono una strada che essi non conoscono e passano attraverso l’offerta del loro figlio (Gen 22; la croce). A Maria viene sempre richiesto di stare attenta all’ora (Lc 2,40ss; Gv 2,lss). E lei si piega alla determinazione come “serva del Signore”. Dicendo “avvenga di me secondo la tua parola”, ella esprime la fede più profonda. Nel Magnificat ella unisce la sua voce al coro di oranti del tempo passato e professa che Dio l’ha “guardata” per prendersi cura nella sua misericordia di tutti i poveri e gli umili. 
 
Il mistero dell’incarnazione - Redemptoris Mater 11: Nel disegno salvifico della santissima Trinità il mistero dell’incarnazione costituisce il compimento sovrabbondante della promessa fatta da Dio agli uomini, dopo il peccato originale, dopo quel primo peccato i cui effetti gravano su tutta la storia dell’uomo sulla terra (cfr. Gn 3,15). Ecco, viene al mondo un Figlio, la “stirpe della donna”, che sconfiggerà il male del peccato alle sue stesse radici: “Schiaccerà la testa del serpente”. Come risulta dalle parole del protoevangelo, la vittoria del Figlio della donna non avverrà senza una dura lotta, che deve attraversare tutta la storia umana. “L’inimicizia”, annunciata all’inizio, viene confermata nell’Apocalisse, il libro delle realtà ultime della chiesa e del mondo, dove torna di nuovo il segno della “donna”, questa volta “vestita di sole” (Ap 12,1).
Maria, Madre del Verbo incarnato, viene collocata al centro stesso di quella inimicizia, di quella lotta che accompagna la storia dell’umanità sulla terra e la storia stessa della salvezza. In questo posto ella, che appartiene agli “umili e poveri del Signore”, porta in sé, come nessun altro tra gli esseri umani, quella “gloria della grazia” che il Padre “ci ha dato nel suo Figlio diletto”, e questa grazia determina la straordinaria grandezza e bellezza di tutto il suo essere. Maria rimane così davanti a Dio, ed anche davanti a tutta l’umanità, come il segno immutabile ed inviolabile dell’elezione da parte di Dio, di cui parla la Lettera paolina: “In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, ... predestinandoci a essere suoi figli adottivi” (Ep 1,4-5). Questa elezione è più potente di ogni esperienza del male e del peccato, di tutta quella “inimicizia”, da cui è segnata la storia dell’uomo. In questa storia Maria rimane un segno di sicura speranza.
Ave, piena di grazia: “Poiché l’angelo salutò Maria con una formula nuova che non son riuscito a trovare in nessun altro passo delle Scritture sento di dover dire qualcosa a riguardo. Non ricordo dove si possa leggere altrove nelle Scritture la frase pronunciata dall’angelo: Ave, piena di grazia, che in greco si traduce Kecharitoméne. Mai tali parole, «Ave, piena di grazia», furono rivolte ad essere umano; tale saluto doveva essere riservato soltanto a Maria. Se infatti Maria avesse saputo che una formula di tal genere fosse stata indirizzata a qualcuno - ella possedeva infatti la conoscenza della legge, era santa, e conosceva bene, per le sue quotidiane meditazioni, gli oracoli dei profeti - non si sarebbe certo spaventata per quel saluto che le apparve così insolito. Sicché l’angelo le dice: Non temere, Maria, perché tu hai trovato grazia dinanzi al Signore. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli darai il nome di Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo» (Origene, In Luc., 6, 7).
 
Testimoni di Cristo -  Annunciazione del Signore - Marco Rossetti sdb: La vicenda unica dell’Annunciazione a Maria di Nazareth (Lc 1,26-37) ha molto da insegnarci su cosa possa scaturire dall’incontro tra il Signore ed una sua creatura. Tale annuncio, che è come uno spartiacque nella storia della salvezza, è il modo nuovo che Egli inaugura per rapportarsi con le persone.
Un incontro unico - Maria e Nazareth: nomi accomunati dalla caratteristica di un’apparente insignificanza, a riprova del fatto che Dio ama incontrare ciò che è piccolo, sconosciuto. Questo privilegio fa parte della sua misericordia. Proprio in quel luogo, proprio per quella giovane donna, l’incontro è segnato da un saluto del tutto speciale: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Ci troviamo ad un livello di saluto profondo che rinsalda il cuore e squaderna orizzonti nuovi. Il Signore sta dicendo a Maria di averle dato la sua grazia, vale a dire la totalità dei doni che una volta ricevuti non lasciano come prima, ma trasformano, fanno nuovi, abilitano a compiere quanto Lui stesso chiede. Maria percepisce la grandezza dell’incontro, per questo è “turbata”: di cosa sarà portatore quell’incontro e saluto? Ella sente il bisogno di riservarsi un tempo. Scrive bene l’Evangelista appuntando che la Vergine non risponde immediatamente, ma invoca per sé un tempo di prolungata riflessione, come se si raccogliesse in un dialogo amoroso col suo Signore.
Un incontro che crea sconcerto - Attraverso il suo Angelo, è Dio in persona che viene nuovamente incontro a Maria, mostrando un’iniziativa che non la schiaccia, ma la corrobora. Le assicura di essere al suo fianco e di averle già garantito la sua grazia perché possa concepire un figlio, darlo alla luce e chiamarlo Gesù (cfr. il v. 31): egli “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo”. L’Angelo parla dando compimento alle profezie di Isaia (7,14) e di Natan (2Sam 7,12-16): il re che doveva discendere dalla casa di Davide, sta per venire nel mondo! Dio, che non poteva prima essere neppure visto, sta per essere concepito. La promessa si fa ora realtà per la nostra salvezza. Il Signore garantisce, spiega, e Maria, così come è proprio di un incontro, senza voler oscurare l’iniziativa del suo Dio, chiede spiegazione: “Come avverrà questo?”. Non pare proprio di poter leggere in ciò una qualche difficoltà da parte sua, quanto piuttosto l’esplicitazione di un sentimento di totale spoliazione di sé per amore: Dio crea sconcerto anche in chi lo accoglie e decide per Lui!
Il frutto dell’incontro - Il dialogo, nota tipica di questo incontro, continua. Il Signore mediante il suo Angelo delinea ora la potenza della propria azione che si compirà per mezzo dello Spirito Santo, che è Spirito creatore e datore di vita; è la sua onnipotenza creatrice che avvolge di sé una creatura! Come unico è l’intervento dell’Onnipotente nella vita della donna di Nazareth che per sempre sarà detta beata, altrettanto unica è la santità del Bambino promesso: Santo è il nome di colui che nascerà, perché costui è Dio stesso che si fa uomo. Il Signore crea in Maria un cuore immune da ogni macchia: ora in quel cuore purissimo Egli chiede, non impone, di poter porre la propria dimora, riversando lì tutto il bene che serbava in cuor suo. Di fronte alla richiesta del Signore, Maria “piena di grazia” si proclama sua “serva” e dichiara completa disponibilità: “Avvenga per me secondo la tua parola”. Ecco come si conclude questo incontro che non smette di sorprenderci, malgrado lo conosciamo quasi a memoria! A quel meraviglioso “Voglio” di Maria, Dio scende in lei con la forza dello Spirito Santo, la rende feconda ed esaltandone la verginità la rende Madre del Cristo. A tanto Ella arriva perché permette al Signore di incontrarla e perché ascoltandolo entra in intimo dialogo con Lui! L’ascolto e la pratica della Parola, fanno sì che ogni suo incontro non rimanga infruttuoso. In Maria il frutto è ineguagliabile: è Gesù, il Frutto Benedetto del suo grembo.
 
O Padre, tu hai voluto che il tuo Verbo
si facesse carne nel grembo della Vergine Maria:
concedi a noi, che professiamo la fede nel nostro redentore,
vero Dio e vero uomo,
di essere partecipi della sua natura divina.
Egli è Dio, e vive e regna con te. 
 

 

 

 

 24 Marzo 2023
 
Martedì V Settimana di Quaresima
 
Nm 21,4-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 101 [102]; Gv 8,21-30
 
Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna. (Acclamazione al Vangelo)
 
Seme - Anselm Urban: Il seme che nasconde in sé la pienezza della vita futura lascia intravedere qualcosa della potenza creatrice di Dio (Gen l,l1s); Dio promise anche ad Abramo che avrebbe reso il suo “seme” (discendenza) numeroso come le stelle del cielo (Gen 15,5). La sua benedizione poggia sul seme dei giusti, ma il seme degli empi perirà ( Sal 37,2 .2).
Poiché Israele è diventato un seme di scellerati (Is 1,4) va tagliato fino a lasciare solo un ceppo che è “seme santo” (6,13).
Nel Deuteroisaia il seme che germoglia è immagine della salvezza che cresce (Is 45,8; 55,10) bagnata dalla pioggia fecondante della parola di Dio. Su questo sfondo vanno viste le parabole di Gesù riguardanti la crescita. La parola (“del regno” Mt 13,19) è ora essa stessa il seme gettato che si manifesta mirabilmente fecondo (Mt 13,8.20) senza che il seminatore intervenga ulteriormente (Mc 4,35ss): fiducioso nella forza divina del suo messaggio, Gesù può lasciare tranquillamente il raccolto ad altri (Gv 4,35-38). Anzi. è necessario che lui si ritiri: lui stesso è il seme che deve cadere nella terra e morire per portare molto frutto (Gv 12,24). Per Paolo il seme che germoglia è immagine del corpo della risurrezione (1Cor 15,36ss).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’episodio narrato dal Libro dei Numeri “deve essere in relazione con le miniere di rame dell’Araba, dove il metallo era già sfruttato nel XIII sec. a.C. A Meneijeh (oggi Timna) si sono rinvenuti parecchi piccoli serpenti di rame che forse erano utilizzati, come quello di Mosè, per proteggersi contro i serpenti velenosi. Questa regione mineraria dell’Araba si trova sulla via da Kades ad Aqaba” (Bibbia di Gerusalemme). Al di là di ogni puntualizzazione storica il brano mette in evidenza la fede del popolo nell’onnipotenza di Dio che attraverso un “segno” dona abbondantemente la salvezza agli Ebrei. Il serpente di bronzo, la cui vista guarisce dai morsi dei serpenti brucianti, diventa il simbolo di Cristo, Colui che è morto per il mondo e la cui contemplazione dona a tutti gli uomini vita e grazia: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).
 
Vangelo
Avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono.
 
Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo, con queste parole Gesù svela la sua identità che trascende l’orizzonte terreno perché le sue origini sono oltre il tempo e lo spazio. Ma i Giudei non hanno occhi per vedere al di là del velo della carne del Cristo, perché non hanno fede. Gesù così indica loro un percorso che inevitabilmente dovrà giungere alla sommità del Calvario: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono. Inchiodato sulla Croce, svelerà a tutti la sua divinità e solo questa grande rivelazione sarà capace di suscitare la fede nel cuore degli uomini. Chi non accetterà questa testimonianza, chi non saprà cogliere il mistero della sua Persona morirà nei suoi peccati; è la morte eterna che porta con sé l’eterna separazione da Colui che è la risurrezione e la vita (Gv 11,25): Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.
 
Dal Vangelo secondo  Giovanni
Gv  8,21-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?».
E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.
Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».
Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». Non capirono che egli parlava loro del Padre.
Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.
 
Parola del Signore.
 
La dipartita di Gesù - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Ritroviamo il tema dell’incomprensione: una nuova controversia nella quale ciascuna delle parti contendenti si attesta su un terreno diverso. Un’ottica puramente umana di Gesù fa sì ‘che il suo linguaggio risulti incomprensibile e scandaloso.
Gesù parla della sua dipartita, e lo fa per la seconda volta. In un primo tempo avevano intuito che sarebbe andato « all’estero », fuori della Palestina (7,35). Questa volta, pensano che voglia uccidersi. Nei due casi si tratta d’una incomprensione totale, incomprensione- inevitabile finché, non si conoscono la vera origine e il destino di Gesù.
Origine e destino di Gesù, realtà misteriosa, difficile da sondare. L’evangelista la descrive ricorrendo nuovaente a - categorie spaziali: « di laggiù - di quaggiù ». E queste categorie spaziali non corrispondono alla forma mentis dei giudei. Essi esprimevano queste realtà con categorie temporali: il mondo o l’era presente e il mondo o l’era futura.
Quello che essi attendevano per il futuro espresso nel quarto vangelo con la categoria spaziale « di lassù» è già avvenuto; è una realtà presente, sebbene essi non lo credano, perché non ne hanno esperienza. E non hanno questa esperienza; perché non appartengono al mondo di lassù, a quello di Dio, ma a quello di quaggiù, a quello degli uomini. Il loro atteggiamento d’incredulità li esclude da questo mondo di lassù. Per il loro razionalismo religioso, continuano ad appartenere al mondo di quaggiù, dove la morte continua ad avere piena giurisdizione.
Tu chi sei? È l’eterna domanda di chi si trova con Gesù. Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo? Le risposte date dall’uomo sono state molteplici e logiche almeno fino a un certo punto. Ma la domanda, così come è formulata, manca completamente di senso, semplicemente perché Gesù si è già presentato. Egli è di lassù, viene da Dio, è la luce, il pane della vita... La vera presentazione di Gesù può avvenire solo in questi termini o in altri simili. Chi non accetta questa presentazione che Gesù, fa di sé, come facevano i giudei, si chiude completamente alla comprensione del mistero implicito, nella persona di Gesù.
Per questo, Gesù risponde: « Proprio, ciò che vi dico ».
Il peccato dei giudei consiste nel non credere. Morirete nei vostri peccati-, perché non credete che « Io sono »: frase enigmatica e straordinariamente frequente nel quarto vangelo. Che significa e di dove viene?
a) In molti passi della letteratura antica, è usata dagli dèi, per esempio, dalla dea Iside, per descrivere le proprie virtù e i propri attributi: « Io sono la bontà... ».
b) La frase compare nell’AT per presentare la maestà e la personalità del Dio unico (Es. 3,14; Is -51,12) ed è messa anche in unione con la sapienza.
c) Questa formula caratteristica di Giovanni ha un punto di riferimento in altre espressioni che troviamo nei sinottici: Io sono venuto... Io dico... Il regno dei cieli è... Giovanni formula e raccoglie in questa frase tutti i possibili significati di Gesù.
La frase più vicina dell’AT e più atta a chiarire la nostra si trova in Is 43,11: « Io, io sono il Signore; fuori di me, non vi è salvatore ». Il verbo « essere » nella prima persona singolare, « sono », dev’essere inteso qui in senso stretto. Indica qualcosa o qualcuno che non ha principio, né fine. Quindi, è collocato al livello di Dio, di colui che attendevano per il futuro e che è già presente in mezzo a loro.
Gesù continua a parlare dell’unità del Padre e del Figlio. Il Padre ha inviato il Figlio. E parla anche dell’impossibilità di comprenderlo da parte dei giudei. Lo conosceranno quando innalzeranno il Figlio dell’uomo.
Quando questo avverrà, Gesù apparirà come il ponte fra i due mondi: quello di quaggiù e quello di lassù. In questo modo, si potrà vedere o almeno intuire che Gesù appartiene ai due mondi.
In conseguenza di queste parole, molti credettero in lui; ma la debolezza e l’insufficienza della loro fede si sarebbero rivelate assai presto.
 
Per approfondire

Io Sono: Catechismo della Chiesa Cattolica N. 211: Il nome divino «Io Sono» o «Egli È» esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l’infedeltà degli uomini e il castigo che il loro peccato merita, «conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,7). Dio rivela di essere «ricco di misericordia» (Ef 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch’egli porta il nome divino: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che “Io Sono”» (Gv 8,28).
Gesù è Dio: Catechismo della Chiesa Cattolica N. 653: La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua risurrezione. Egli aveva detto: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono» (Gv 8,28). La risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente «Io Sono», il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: «La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato» (At 13,32-33). La risurrezione di Cristo è strettamente legata al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.
In perfetta comunione con il Padre: Catechismo della Chiesa Cattolica N. 1693: Cristo Gesù ha sempre fatto ciò che era gradito al Padre. Egli ha sempre vissuto in perfetta comunione con lui. Allo stesso modo i suoi discepoli sono invitati a vivere sotto lo sguardo del Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,6) per diventare «perfetti come è perfetto il Padre [...] celeste» (Mt 5,47).
 
Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite: La Bibbia di Navarra: «Colui che mi ha mandato»: è un’espressione che si rinviene assai di frequente nel Vangelo di san Giovanni per indicare Dio Padre (cfr Gv 5,37; 6,44; 7,28; 8,16).
I Giudei che ascoltavano Gesù non capivano a chi il Signore si riferisse nel dire “colui che mi ha mandato”; san Giovanni però, narrando l’episodio, spiega che Cristo parla di Dio Padre, dal quale procede.
«Parlava loro del Padre»: è la lettura proposta dalla maggior parte dei codici greci. Tra cui quelli più importanti. Altri codici e alcune versioni, come la Vulgata, leggono “chiamava Dio Padre suo”.
«Le cose che ho udito da lui»: Gesù ha del Padre una conoscenza connaturale, ed è alla luce di tale conoscenza che parla agli uomini; non conosce per rivelazione o per ispirazione, come i profeti o gli autori sacri, ma secondo una modalità infinitamente superiore. Perciò può affermare che nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (cfr Mt 11,27).
 
Molti credettero in lui - L’umiltà del discorso li convince - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Giovanni 53,2: Quando riportò il discorso a un tono più dimesso molti credettero. Tu chiedi ancora perché parla con tanta umiltà? Eppure l’evangelista ce ne ha indicato chiaramente il motivo, dicendo: Mentre diceva queste cose, molti credettero in lui; come se le sue stesse opere gridassero: “Non turbarti, ascoltatore, se senti parole umili”. Quelli infatti che, dopo tanti insegnamenti, non erano ancora convinti che lui veniva dal Padre, molto a proposito ascoltarono discorsi più dimessi, per essere incoraggiati a credere. E viene data in anticipo questa giustificazione per ciò che dirà successivamente con umiltà. Costoro dunque credettero: non tuttavia con l’intensità che sarebbe stata necessaria, ma fiaccamente, adagiandosi tranquillamente sull’umiltà delle sue parole. Che essi non avessero una fede perfetta ce lo mostra l’evangelista nel passo seguente, in cui essi gli rivolgono un insulto.
 
I Testimoni di Cristo - Sant’Oscar Arnulfo Romero y Galdámez - Donare la vita per i deboli, profezia d’amore vero: Óscar Arnulfo Romero y Galdámez nacque il 15 marzo 1917 a Ciudad Barrios, nello Stato di El Salvador. Approfondì gli studi in vista del sacerdozio a Roma e venne ordinato lì il 4 aprile 1942. Dopo vari incarichi diocesani, divenne vescovo ausiliare della diocesi di El Salvador. Nel 1970 fu nominato vescovo titolare di Santiago de María. Quell’esperienza segnò l’inizio del suo impegno a favore degli oppressi del suo Paese. Quattro anni dopo divenne vescovo di San Salvador. L’uccisione del padre gesuita Rutilio Grande, unita ad altri eventi, lo condusse a schierarsi apertamente per i poveri: non solo tramite la parola scritta e le omelie, diffuse tramite i mezzi di comunicazione sociale, ma anche con la presenza fisica. Il 24 marzo 1980, monsignor Romero stava celebrando la Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza di San Salvador, dove viveva. Al momento dell’Offertorio, un sicario gli sparò un solo proiettile, che l’uccise. È stato beatificato il 23 maggio 2015, a San Salvador, sotto il pontificato di papa Francesco. Lo stesso Pontefice lo ha canonizzato il 14 ottobre 2018 in piazza San Pietro a Roma. La memoria liturgica di monsignor Romero cade il 24 marzo, giorno della sua nascita al Cielo, in cui ricorre, dal 1992, la Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta della cattedrale del Divino Salvatore del Mondo a San Salvador.
 
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda perseveranti nel tuo servizio,
perché anche nel nostro tempo
la tua Chiesa si accresca di nuovi membri
e si rinnovi sempre nello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

O Dio, lento all’ira e grande nella misericordia
verso coloro che sperano in te,
concedi ai tuoi fedeli di piangere i mali commessi,
per ottenere la grazia della tua consolazione.
Per Cristo nostro Signore.