28 Luglio 2026
Martedì XVII Settimana T. O.
Ger 14,17b-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 78 (79); Mt 13,36-43
Giovanni Paolo II (Omelia 19 Luglio 1987): [...] ciò che tormenta di più l’intelligenza dell’uomo è la presenza del male nella storia, la sua origine e la sua finalità; solo dalla risposta a questi interrogativi l’uomo può trarre luce per la soluzione del problema della sua esistenza.
Gesù con la parabola del buon grano e della zizzania, da lui stesso poi interpretata e spiegata, rivela il motivo e il senso di questa tragica realtà.
Egli prima di tutto afferma chiaramente che il male c’è, è presente ed è dinamico nella storia degli uomini. Esso però non può venire da Dio, il creatore, che per essenza è Bene infinito ed eterno.
Dio è il seminatore del buon grano; innanzitutto con la creazione stessa, che è radicalmente e metafisicamente positiva, e poi con la Redenzione, perché “colui che semina il buon seme è figlio dell’uomo. Il seme buono sono i figli del regno”. Il male viene dal “nemico” e da coloro che lo seguono: “La zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo”.
Ci troviamo qui di fronte alla libertà, che Dio ha dato alle creature razionali: questa è la realtà più sublime e più tragica perché, usata male, è la causa della germinazione della zizzania nella vita del singolo e nella storia dell’umanità.
Il dramma della storia consiste proprio in questa convivenza del buon grano con la zizzania fino al termine della storia, fino alla mietitura: non è possibile, oggi, pensare la storia umana senza zizzania; e cioè - come dice Gesù stesso - non è possibile sradicare totalmente la zizzania, perché essa è commista al bene.
La zizzania vive e cresce nel campo del mondo; ma vive e prospera anche il buon grano; cresce e si sviluppa anche il grano di senape, che diventa un albero frondoso e ospitale; cresce e fermenta anche il lievito del bene nascosto nella posta dell’umanità.
Con estrema semplicità, ma con suprema autorità Gesù ci fa capire che l’intera storia umana, per quanto lunga e tribolata, ha come vertice la “mietitura” finale: ciò che conta veramente non è la storia che passa, ma l’eternità che ci attende.
Liturgia della Parola
I Lettura - Epifanio Gallego - Gerusalemme, la vergine profanata - Chi ascoltasse solo le diatribe e gli oracoli minacciosi di Geremia, correrebbe il rischio di formarsi un concetto molto errato di questo profeta. Così accadde ai suoi amici di Anatot, e così dovette accadere anche ai dirigenti e a gran parte del popolo di Gerusalemme. Lo consideravano come un nemico del popolo, del culto e della sicurezza politica e sociale.
Geremia non era questo. Lui solo sapeva quanto amasse il suo popolo e con quanto impegno cercasse di evitarne la rovina. Lui solo sapeva quanto sforzo gli costasse predicare le sventure che lo avrebbero inevitabilmente colpito.
Non sappiamo se, in occasione d’una liturgia penitenziale per una guerra o realmente durante l’assedio di Gerusalemme, Geremia sentì il bisogno di sfogarsi davanti al popolo e lo fece con la coscienza di compiere la volontà di Yahveh.
La situazione descritta dal profeta è più che tragica, e si avverò alla lettera negli ultimi giorni che precedettero la caduta di Gerusalemme nelle mani dell’esercito di Na-bucodonosor. Nelle campagne, morti di spada; nella città, morti di fame. Sacerdoti e profeti vagano come ubriachi senza meta e senza risposta. Gerusalemme è una giovane donzella ferita a morte. Gli occhi accusatori di tutti si rivolgono a Geremia. Ormai, poteva sentirsi soddisfatto: le sue minacce si stavano avverando.
Ma Geremia dice loro che si strugge in lacrime giorno e notte, che è il primo a soffrire per quello che avviene e per quello che deve annunziare. Egli ama il suo popolo; non vuole la sua rovina, ma la sua salvezza. È colpa sua se Yahveh lo castiga per i suoi peccati? È sadico se cerca la sua liberazione minacciandogli il castigo se non si converte?
E come uomo toccato come gli altri dalla sciagura nazionale, egli si rivolge a Dio per supplicarlo con un linguaggio non meno forte e audace di quello usato per farsi ascoltare dal suo popolo. « Perché?... perché? » Pare quasi che voglia attribuire a Yahveh la responsabilità della caotica fine del suo popolo.
Sapendo molto bene dove stesse il rimedio, egli è il primo a riconoscere il peccato collettivo del suo popolo, condizione indispensabile per giungere alla riconciliazione. Padre, dirà il figlio prodigo, ho peccato contro il cielo e contro di te. Geremia ricorda a Yahveh la sua alleanza. Se il popolo perisce, perisce Yahveh; se è disprezzato il suo trono, Gerusalemme, il disprezzo ricadrà su colui che è assiso sul trono, Yahveh. Per amore del suo nome, Egli non poteva scacciarli da sé.
È davvero una bella preghiera di solidarietà col popolo, di riconoscimento della debolezza umana e di totale fiducia in Yahveh che si è impegnato con la sua alleanza.
Vangelo
Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.
Il Vangelo oggi offre alle nostre povere orecchie alcune verità che non vorremmo sentire. Innanzi tutto, nel mondo degli umani operano i figli del maligno, insonni, stacanovisti, furbi e molto intelligenti. I figli del maligno proditoriamente provocano sciagure, tragedie, seminano lutti, ingolfano le menti umane di false verità, ingozzano le anime di peccato, fanno tutto questo, e a volte, senza trovare ostacoli, perché, come ci suggerisce la sacra Scrittura, i figli delle tenebre, in fatto di iniziative, sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16,8).
Se gli spiriti maligni si aggirano nel mondo, se il peccato è sempre in agguato, e gli stolti abboccano, le porte dell’Inferno saranno sempre spalancate, si chiuderanno il giorno del giudizio universale quando Satana accoglierà tra le sue calde braccia l’ultimo dannato (Mt 25,31-46).
Queste sono dunque le verità che vorremmo bandire dal nostro cuore e dalla nostra mente: noi siamo venduti al peccato (Rm 7,14), l’Inferno c’è, e i custodi infernali, notte e giorno, come leone ruggente vanno in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8), tutti ci presenteremo al tribunale di Dio (Rm 14,10). Come si può sfuggire a questo tsunami di disgrazie? Cercando di essere grano buono, anche dovendo stare accanto a cattive compagnie; mettendosi alle orecchie la buona cera della pazienza per non sentire le sirene che assediano il cuore e l’anima, e spendere ogni giorno almeno cinque minuti per meditare sulla morte, che, prima o dopo, chiederà il conto, senza sconti.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,36-43
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
Parola del Signore.
Spiegaci la parabola della zizzania nel campo - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): Due terzi delle parabole evangeliche sul regno (41 su 63) sono spiegate da Gesù ai suoi discepoli. Quella della zizzania frammista al grano, che abbiamo letto sabato scorso, è una di queste. Allo stesso modo di quella del seminatore, la spiegazione della parabola della zizzania deve essere attribuita all’evangelista che, a sua volta, rispecchia la lettura che ne fece la comunità primitiva.
Nell’interpretazione della parabola della zizzania notiamo due parti.
La prima: spiegazione allegorica delle sette parole più importanti del racconto; è un piccolo lessico di termini allegorici. La spiegazione, richiesta dai discepoli, viene posta sulle labbra di Gesù che si trova già in casa: «“Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli”». La seconda parte dell’interpretazione contrappone il destino divergente della zizzania e del grano, cioè dei peccatori e dei giusti, nel giudizio finale che è descritto con la classica terminologia apocalittica della Bibbia: fornace ardente, pianto e stridore di denti. Anche qui, come nella parabola del seminatore, si produce uno slittamento d’accento, perché la spiegazione non tocca il punto centrale della parabola, come l’ha raccontata Gesù, che è la pazienza tollerante di Dio. Invece dell’inevitabile coesistenza del grano e della zizzania, del bene e del male, di giusti e di peccatori, nel mondo e perfino dentro la Chiesa - che è l’accento teologico-kerigmatico principale della parabola in sé - la sua interpretazione mette in risalto la diversa sorte dei buoni e dei cattivi alla fine dei tempi. Per i primi c’è il regno del Padre, per i secondi la fornace ardente. Da tutto questo è implicitamente dedotta una esortazione: non abusare della pazienza di Dio, perché alla fine arriverà il suo giudizio.
Per approfondire
Spiegazione della parabola della zizzania - Angelico Poppi (Sinossi e Commento): La seconda parte del discorso in parabole è rivolta esclusivamente ai discepoli. Infatti Gesù rientrò “nella casa” (di Pietro?). Matteo con il termine “casa” (oikia) forse allude al luogo abituale della catechesi cristiana in dimore private.
Richiesto dai discepoli, Gesù spiega loro la parabola della zizzania. Dapprima illustra il significato simbolico d’ogni termine (vv. 37-39); poi con un linguaggio dalle forti tinte apocalittiche fa riferimento al giudizio finale, nel quale avrà luogo la condanna dei malvagi e la glorificazione dei giusti (vv. 40-43). Nella spiegazione il ruolo del seminatore e del giudice non viene attribuito a Dio come nel racconto della parabola (v. 27), bensì al “Figlio dell’uomo”.
Mentre la parabola era focalizzata sul rinvio della separazione dei buoni dai cattivi nel giorno del giudizio, la spiegazione si riferisce alla loro sorte finale, indugiando sul destino orribile degli iniqui. L’impronta cristologica ed ecclesiale di tutto il brano evidenzia la rilettura postpasquale della parabola.
Matteo intende scuotere i cristiani tiepidi e rilassati, prospettando la sorte drammatica che attende i peccatori nel giorno del giudizio con la dannazione eterna. Il regno di Dio è già operante tra gli uomini: la collocazione tra i “figli del regno” oppure tra i “figli del malvagio” dipende dall’atteggiamento assunto da ciascuno nei confronti del Vangelo e dalla sua condotta.
v.37 Il seminatore è il Figlio dell’uomo, cui è attribuita pure la funzione di giudice con la mediazione dei “suoi angeli”.
v. 38 Il campo designa “il mondo”. Emerge così la prospettiva universale della missione della Chiesa.
vv. 39-40 La mietitura si riferisce al giudizio finale.
Il grano e la zizzania - «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! [...]. Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa» (Joseph Ratzinger, Via Crucis, Venerdì Santo 2005).
Con queste parole l’illustre porporato, eletto Papa il 19 aprile 2005, volle mettere a nudo i peccati degli uomini di Chiesa, però è sottinteso che lo scandalo di una Chiesa peccatrice, pur lontana dall’ideale evangelico della purezza e della santità, non può e non deve turbare il cuore dei credenti. È quasi un dato di fatto. Essendo costituita di uomini e vivendo nel mondo, la Chiesa è semper convertenda e semper reformanda. La distinzione fra la Chiesa e gli uomini di Chiesa - come suggerisce Antonio Socci - è doverosa e «non è una furbizia tattica. La Chiesa infatti non è la somma dei cristiani [questo potrebbe essere casomai un partito]. La Chiesa è invece costituita dal mistero di Cristo realmente e misteriosamente fra loro» (Il segreto di Padre Pio).
Alcuni cristiani vorrebbero ricorrere a mezzi violenti e sbrigativi: tagliare la testa agli infedeli, scomunicare i membri non allineati, bruciare sul rogo gli eretici, gettare con violenza le istanze del Vangelo in faccia a cristiani e non cristiani con il diktat dell’aut-aut, o con me o contro di me.
Alla base di questi atteggiamenti c’è una distorsione. È l’arroganza di imporre un Dio frutto di una fantasia molto personalistica e anche malata: un Dio geloso degli uomini, pronto a scagliare i suoi fulmini; quindi un Dio gretto, meschino, non il Padre misericordioso. Un Dio simile non può che generare sfiducia, paura e incertezze. Ma vi è il rischio di passare dall’intolleranza al buonismo. Alla politica della pacca sulle spalle. Il Vangelo, infatti, non ci suggerisce una accettazione passiva degli eventi e neppure una qualunquistica bonomia, ma un atteggiamento positivo, costruttivo, che richiede anche pazienza e rispetto dei tempi di crescita. Dolcezza e misericordia che devono esigere il deciso abbandono di una vita peccaminosa, la riparazione e la conversione, «senza la quale non si può entrare nel regno» (Catechismo della Chiesa Cattolica 545).
Se l’annuncio evangelico non richiedesse scelte esigenti, pur rispettando i personali tempi di crescita, si lascerebbe il peccatore nel suo peccato e in un infantilismo peggiore dello stesso peccato. Sarebbe bello una Chiesa senza penitenza, senza inferno, senza ascesi, senza diavoli, senza peccato, senza mortificazioni e senza conversione. Ma il regno di Dio non è la terra di Bengodi!
Se la Chiesa, istruita dallo Spirito Santo, e facendo suo il progetto di Dio, concede a tutti gli uomini, con longanimità e pazienza, la possibilità di pentirsi dei peccati, lo fa perché l’uomo si decida a convertirsi immantinente. E tutti gli uomini, anche i discepoli del Cristo, hanno bisogno di convertirsi e fare penitenza. Infatti, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (827), tutti «i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione: “La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo”».
La santità è solo alla conclusione del regno sulla terra: «Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (Sir 11,28). E prima della fine c’è il sudore della conquista, la spossatezza della vigilanza, la carità della pazienza e il fuoco della missione. Anche se a raccogliere i frutti saranno altri.
Origene: In Matth., X, 3: Allora i giusti splenderanno come sole nel Regno del Padre loro: e per chi splenderanno se non per quelli che saranno inferiori e che trarranno profitto dalla loro luce? ... Non è certo per se stessi che brilleranno ... La luce dei discepoli di Gesù brilla, da ora, davanti al resto degli uomini; essa brillerà ancora ... ottenendo la resurrezione: e, dopo la resurrezione fino a che tutti perverranno “all’uomo perfetto” e diverranno tutti un unico sole.
Testimoni di Cristo - Santi Nazario e Celso - La testimonianza di un maestro che affascina e guida il discepolo: Ognuno di noi ha avuto i proprio maestri, guide che hanno segnato la nostra strada, che ci hanno aiutato a compiere le scelte fondamentali per la nostra vita. Oggi la liturgia ci presenta la figura di un maestro e del suo discepolo: la storia dei santi Nazario e Celso ci mostra chiaramente come “funziona” la trasmissione e la diffusione della fede cristiana. Nazario era cittadino romano e la tradizione lo vuole discepolo di san Pietro, forse battezzato da Lino prima che diventasse Papa. A causa della persecuzione, però, dovette fuggire da Roma, dirigendosi verso nord. Una volta superate le Alpi gli fu presentato un ragazzino di 9 anni, Celso, per il quale divenne maestro, guida e mentore: lo educò alla fede cristiana e lo battezzò. Insieme portarono il Vangelo a Treviri, dove vennero arrestati e poi mandati a Roma da Nerone: l’imperatore tentò di farli abiurare entrambi ma senza successo. Furono così condannati a essere gettati in mare, ma si salvarono miracolosamente e arrivarono così a Genova, per poi dirigersi verso Milano. Qui Nazario portò conforto in carcere ai due fratelli Gervasio e Protasio, ma il gesto costò il martirio a lui e a Celso. Vennero infatti arrestati e furono condannati dal prefetto Antolino alla decapitazione. (Matteo Liut)
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.