13 Settembre 2026
 
XXIV Domenica del tempo Ordinario
 
27,33–28,9 (NV) [gr. 27,30 –28,7]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Rm 14,7-9;
 
Serena Foglia (I nostri peccati) - L’etica cristiana, fortemente ascetica e negatrice dei valori terreni, che insegna a perdonare le offese, a dominare l’ira, porgere l’altra guancia, pur predicata negli ultimi due millenni, ha allignato soltanto in qualche raro, anche se sublime, orticello, tanto più raro quanto più questa etica richiede il distacco e il dominio degli istinti.
Persino san Paolo, riportando nella Lettera agli Efesini il comandamento «Nell’ira non peccare», vi aggiunse «Il sole non tramonti sopra la vostra ira», a intendere che la collera può non essere evitabile, ma che bisogna far in modo che non si tramuti in odio.
Il consiglio è stato raccolto e ampliato dalla moderna psicologia che si sforza di indicare le possibili vie per trasformare o, meglio, «sublimare»  la collera in spinta vitale e creativa,
Uno dei rimedi proposti è quello di dar libero sfogo alla carica aggressiva specie con le persone cui si è legati da un rapporto affettivo. Lo suggeriva già William Blake: «ero infuriato col mio amico / Gli dissi la mia rabbia, la mia rabbia cessò / Ero infuriato col mio nemico / Tacqui, la mia rabbia crebbe».
Se ci atteniamo alla cronaca che quotidianamente ci informa su ogni sorta di delitti compiuti nell’ambito familiare da chi è in preda a un accesso di collera, il rimedio sembra tutt’altro che consigliabile.
Se poi ci chiediamo quanto e se le manifestazioni e i moventi della collera si siano modificati dal tempo in cui i Padri del deserto la inclusero nel settenario, dobbiamo rispondere che non paiono gran che mutati.
In quella parte del mondo in cui la società si adegua a modelli lassisti il tradimento è diventato tanto comune da non suscitare né ira né scandalo.
Harold Pinter ne ha dato un’incisiva e sconfortante immagine in Tradimenti: un uomo sposato tradisce il suo miglior amico diventando l’amante della moglie di costui. - La donna tradisce l’amante raccontando tutto al marito. - Il marito tradisce la moglie, intessendo una serie di tresche, per poi comunicarle che vuole il divorzio. - L’amante si sente tradito perché ciò che considerava un segreto è stato divulgato, la moglie perché il marito non è stato sincero come lo era stata lei e come si aspettava che lui fosse. Il cerchio così si chiude: tutti o nessuno sono colpevoli.
Quanto agli altri moventi che provocano lo scatto collerico e che vanno dall’autodifesa, alla paura, alla frustrazione, alla rimozione, alla proiezione, alla compensazione, alla fissazione, sembrano ripetersi da quando mondo è mondo.
Non sono mancate nel corso della storia utopie che hanno sperato o sognato una società in cui regni sovrana la pace, in cui gli uomini vadano tutti d’accordo, in cui ognuno sia splendidamente pacifico, libero e altruista. Ma sono per l’appunto utopie.
A giudicare dalla popolarità di cui gode la violenza, dall’interesse suscitato dalla cronaca nera, dal settarismo con cui si parteggia per l’una o l’altra squadra, partito, fazione, dalla facilità con cui si scatenano risse, si direbbe che gli istinti aggressivi stanno acquattati sotto una lievissima coltre, pronti a esplodere al primo pretesto.
Che cosa fare per contenere quest’ira che cova latente e si innesca per i più disparati, persino futili, motivi?
Un antico apologo indiano potrebbe forse risultare istruttivo. L’apologo racconta la storia di un serpente assai velenoso e feroce che un giorno incontrò un vecchio saggio, il quale lo convinse a diventare mansueto. Non appena gli abitanti del vicino villaggio si accorsero che il serpente se ne stava quieto in un canto, iniziarono a tirargli sassate, a sottoporlo a sempre nuove e più feroci sevizie. Il serpente subiva e sperava che il vecchio saggio tornasse a liberarlo dell’infausta promessa. Il saggio finalmente riapparve per dirgli che aveva travisato consiglio e promessa, che smettere d’iniettare veleno non significava rinunciare a emettere sibili e fischi.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati: Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati, queste parole del sapiente Gesù Ben Sirach nell’Antico Testamento non sono massi erratici. Già la Legge poneva un limite alla vendetta con la regola del taglione (Es 21,25), e vietava anche l’odio per il fratello, la vendetta ed il rancore verso il prossimo (Lev 19,17s). E il libro della Sapienza ricorda al giusto che, nei suoi giudizi, deve prendere come modello la misericordia di Dio (Sap 12,19.22). Come il rancore e l’ira sono peculiarità del peccatore, così la misericordia e la mitezza sono virtù dell’uomo giusto. Gli iracondi e i vendicativi dando sfogo ai loro vizi si rendono degni della vendetta del Signore (Cf. Rom 12,19). In ultima analisi, chi perdona il prossimo sarà perdonato da Dio, e chi non perdona il prossimo non sarà perdonato da Dio. Infine, ricordare la Legge di Dio e riflettere sulle ultime realtà dell’uomo sono ottimi rimedi per vincere il vizio dell’ira e della vendetta; un consiglio sempre attuale e purtroppo sempre dimenticato, soprattutto oggi.
 
Seconda Lettura - Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore: Bisogna tenere conto di tutto il quattordicesimo capitolo da cui sono stati tratti i versetti dell’odierna liturgia. Paolo parla di cristiani ai quali una fede insufficientemente illuminata non offre convinzioni abbastanza ferme per agire con coscienza sicura. Sono i deboli ai quali si contrappongono i forti, coloro che già sono avanti nella fede e ben radicati nelle convinzioni morali. Quest’ultimi devono accogliere i primi perché l’unica cosa che conta è che ciascuno agisca per il Signore secondo la propria coscienza, purché non sia dubbia; un atteggiamento simile è dettato dal fatto che tutti i cristiani appartengono a Cristo e solo lui è il Signore e il Maestro. È un invito molto esplicito alla carità e all’illimitato perdono reciproco.
 
Vangelo
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
 
«Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21-35
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:
«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 
Parola del Signore.
 
Quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro  pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità  fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo chilogrammo d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano ... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
 
Per approfondire
 
Emanuela Ghini (Morte in Schede Bibliche Pastorali) - La morte fisica: Nella luce della risurrezione, anche la morte fisica non è più l’evento che incombe tremendo sull’uomo. Proprio perché, in Cristo, il cristiano è già immortale, per l’accettazione della morte al peccato, operata nel battesimo, la morte non è più il termine nullificante di un susseguirsi di atti vani, ma il compimento del processo già iniziato, la realizzazione ultima delle possibilità più profonde e imperiture dell’uomo, nella piena manifestazione della vita comunicata dal battesimo e realizzata, nella dimensione terrena, soltanto nelle sue prime possibilità. Se il Nuovo Testamento non accetta la concezione greca dell’immortalità dell’anima insegnata dal giudaismo della diaspora è perché, al di là del dualismo tra materia e spirito caratteristico di tutto il pensiero greco, l’uomo intero è riconosciuto immortale di una immortalità che trae origine da Dio, che solo la possiede (1Tim. 6,16). Dopo la trasformazione che investirà tutta la creazione, la nuova terra e il nuovo corpo (2Pt. 3,13; 1Cor. 15,35ss.) non saranno che la terra e il corpo dell’uomo trasformati in Dio, attraverso una mutazione di stato che è come passaggio dal sonno alla veglia, dove la vita non subisce soluzione di continuità ma si potenzia in pienezza di espansione (Mc. 5,39 par.; Mt. 25,5). Vissuto per il Signore, il cristiano muore in lui  (Rom. 14), si addormenta in lui (lTess. 5,10; 1Cor. 15,18); e, se la sua morte è attestazione di fede (Atti 21), glorifica Dio (Fil. 1) e schiude alla beatitudine (Ap. 14).
Rom. 14,7-9: Nessuno di noi vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; ma sia che viviamo, viviamo per il Signore; sia che moriamo, moriamo per il Signore; quindi sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Perché Cristo è morto cd è tornato alla vita per essere il Signore sia dei vivi che dei morti.
Atti 21,13: Paolo rispose: ... In verità io sono pronto non soltanto a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. Cf. Fil. 2,17.
Fil. 1,20: Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che viva, sia che muoia. Cf. Gv. 21,19.
Ap. 14,13: Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposino dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono.
È la testimonianza dei martiri, che «hanno vinto con il sangue dell’Agnello e... non hanno amato la propria anima fino alla morte» (Ap. 12,11; Atti 7,55.59), seguendo il cammino previsto da Cristo (Gv. 16,2), nel quale la morte non solo non separa dal suo amore (Rom. 8) ma raggiunge il massimo della comunione con lui; la fine della vita non è più distacco da essa, ma consumazione in essa.
Rom. 8,35-39: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Sta scritto: Per cagion tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi vinciamo facilmente, in grazia di colui che ci ha amati. Sono persuaso infatti che né morte né vita... ci potrà mai separare dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore.
Oltre che in comunione a Cristo, la morte che, esistenzialmente considerata, è l’evento più isolante e solitario della vita, per il cristiano avviene anche in unione con i fratelli che nella chiesa corpo di Cristo si compongono, attraverso la «comunione» eucaristica, in unità di grazia e di carità (1 Cor. 10,17).
Collegata a quella del salvatore, attraverso un totale coinvolgimento nella vita di lui, la morte del cristiano non è più, come conseguenza del peccato, il peso più opprimente che grava sulla vicenda umana, ma diviene un guadagno (Fil. 1), cui è anteponibile solo la volontà di Dio.
Fil. 1,21-24: Per me ... il vivere è Cristo, e il morire guadagno. Ma se il vivere nella carne porta frutto alla mia opera, non so cosa debba scegliere; sono preso tra le due cose: desidero partire per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne.
È per la morte di Cristo offerta al Padre, che è resa  possibile la signoria dell’uomo sulla sua morte, come incontro d’amore con Cristo, e, in lui che lo porta al Padre, con Dio (1Cor. 3).
1Cor. 3,22-23: Tutto è vostro, e Paolo, e Apollo e Cefa, e il mondo, e la vita, e la morte, e il presente, e il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Da schiavo della morte e succube di essa, il cristiano, attraverso l’atto redentivo di Cristo, ne è divenuto signore. L’effetto annientatore della morte si è mutato in un’opera creatrice che è ripristino della originaria positività delle cose.
Togliendo l’uomo al rischio di acquiescenza a una condizione instabile e transeunte qual è quella umana, la morte lo tiene vigile e desto per il compimento ultimo della sua storia, la salvezza definitiva di tutto l’umano, assunto in virtù dello Spirito nell’eterno rapporto del Figlio col Padre. Divenuta per l’uomo «sorella», la morte è così l’approdo ultimo dove si placa l’ansia della tensione a Dio (2Cor. 5), e tutto ciò che è mortale e caduco è assorbito e trasformato dalla potenza consumante e rinnovatrice della vita (2Cor. 5).
2Cor. 5,6-8: Sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo esuli dal Signore, poiché camminiamo nella fede e non ancora nella visione, siamo pieni di fiducia e preferiamo esulare dal corpo ed abitare presso il Signore.
2Cor. 5,1-5: Sappiamo... che quando si smonterà la tenda di questa abitazione terrena, riceviamo una dimora da Dio, abitazione eterna nei cieli, non costruita da mani di uomo. Perciò sospiriamo in questa tenda, desiderosi di rivestire la nostra dimora celeste ... Sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, affinché ciò che è mortale venga assunto dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo!
 
Ira - L’ira o collera è, in senso stretto, il desiderio disordinato della viene detta.
Considerata in senso largo, la collera è una viva commozione dell’animo, che ci fa respingere con forza e sdegno ciò che ci dispiace. Chi è pazzo, parla ed opera senza riflettere; può recare del male a sè ed agli altri. Non è però responsabile del suo agire. Chi si lascia dominare dalla collera, finché è in preda alla passione, è come un pazzo: non sa ciò che dice o fa.
L’ira è un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reazione contro ciò che contrasta con le proprie attese e desideri, contro sofferenze e contrarietà fisiche o morali. Si scatena allora una forte emozione che mobilita le forze allo scopo di vincere le suddette difficoltà e talvolta anche di vendicarsene. Per cui, ad esempio, se si è ricevuto un torto o una umiliazione da qualcuno, l’ira fa insorgere un desiderio violento di controbattere quel tale e di ritorcere su di lui il torto o l’accusa subiti.
Dall’ira proviene ogni sorta di mali: dalle orribili bestemmie, alle risse, dalla asocialità ai delitti più gravi. “Mantice per il carbone e legna per il fuoco, tale è l’attaccabrighe per attizzare le liti” (Pr 26, 21).
 
“L’ira è un disordinato desiderio di vendetta. Se questo desiderio è ordinato, è virtù, per esempio rimproverare certi difetti quando sono persistenti e vi è ostinazione. Così come Gesù scacciò i venditori del Tempio, come il padre castiga il figlio, e il padrone il servo; è virtù quando si fa con giustizia. Molti peccano perché non vengono rimproverati e castigati. È ira, quando si fa per amor proprio e non perché si deve fare. Può essere peccato grave quando si oppone direttamente alla carità e anche alla giustizia: per esempio il giudice irato contro S. Agnese romana. È peccato veniale quando è solamente eccesso nel modo. Le figlie dell’ira sono lo sdegno, il turbamento, le parole offensive, le risse” (Beato Giacomo Alberione).
 
Come uscirne: il primo passo è ricercare la verità, accettando il proprio piccolo posto nel creato, tra i figli di un Dio creatore e padre. Sentirsi chiamati con gli altri a rendergli grazie per il dono gratuito dell’esistenza.
Il secondo passo è ripristinare un rapporto genuino con Dio e gli altri nel quotidiano. Imparare a controllare l’egoismo, saper collaborare, imparare ad accettare i successi come i fallimenti. Infine bisogna riabilitare la virtù contraria al vizio, l’umiltà: essa è la consapevolezza dei propri limiti, è la riconoscenza della nostra dipendenza da Dio, è l’apprezzare le proprie qualità come doni, è la volontà di obbedienza a Dio, è il desiderio di imitare Cristo. È mediante l’ascolto e l’accoglienza del Vangelo che noi ci salviamo, cioè mediante l’obbedienza della fede che ci permette di entrare in comunione con il Padre e il Figlio (Leggi: Mt 11,25s; Mc 10,35ss; 1Cor,20ss; Rm,11,17-21) 
Rimedio fondante: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore!” (Mt 21,29).
La mitezza o mansuetudine è la virtù tipicamente e luminosamente evangelica, che frena i moti disordinati dell’ira ed imprime in noi i tratti fisionomici di Gesù, Agnello mansueto di Dio. È la virtù dell’ordine, dell’armonia, della bellezza spirituale, vero e prezioso frutto dello Spirito Santo in noi: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”(Gal 5,22).
Per questo l’Apostolo non si stancava di raccomandare ai primi cristiani (e a noi): “Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!” (Col 3,12-15).
In una parola: la mansuetudine è il ”biglietto da visita del vero cristiano”. E si riconosce dai seguenti tratti: alle ingiurie e alle offese che eventualmente riceve non risponde, non si risente esternamente e nel cuore non perde la pace, anzi si sforza di superare ogni risentimento. Risponde sempre con amorevolezza, pacatezza e cortesia. È pronto a ricambiare col bene chi gli fa del male. Nelle traversie fisiche e morali mantiene costantemente serenità e pazienza.
La via per la conquista della mansuetudine “passa attraverso l’educazione all’autocontrollo, la crescita nell’umiltà, la fuga dalle occasioni e naturalmente il ricorso a quella fortezza interiore che può venire solo dalla fede e dall’intimità con Dio” (G. Gatti).
 
Giovanni Crisostomo (In Matth 61,5.): Questa parabola cerca di ottenere due cose: che noi riconosciamo e condanniamo i nostri peccati, e che perdoniamo quelli degli altri. E il condannare è in funzione del perdonare, affinché cioè il perdonare diventi più facile. Colui infatti che riconosce i propri peccati, sarà più disposto a perdonare al proprio fratello. E non solo a perdonare con la bocca, ma di cuore. Altrimenti noi rivolgeremo la spada contro noi stessi. Che male può farti il tuo nemico che possa essere paragonato a quello che tu fai a te stesso, accendendo la tua ira e attirando contro di te la sentenza di condanna da parte di Dio? Se infatti tu sei vigilante e vivi filosoficamente, tutto il male ricadrà sulla testa di chi ti offende e sarà lui a pagare il malfatto; ma se ti ostini nella tua indignazione e nel risentimento, allora sarai tu stesso a riportare il danno: non quello che ti procurerà l’offesa del nemico, ma quello che ti deriverà dal tuo rancore. Non dire che t’insultò e che ti calunniò e ti fece mille mali, quanti più oltraggi tu enumeri, tanto più dimostri che egli è tuo benefattore. Egli infatti ti ha dato modo di espiare i tuoi peccati. Quanto più infatti egli ti ha offeso tanto più è diventato per te causa di perdono. Infatti se noi vogliamo, nessuno potrà danneggiarci; anzi i nostri stessi nemici saranno per noi causa di bene immenso. Ma perché parlo soltanto degli uomini? C’è qualcosa di più perverso del demonio? Eppure anche lui può essere per noi occasione di grande gloria, come lo dimostra Giobbe. Se dunque il diavolo può essere per te occasione di ricompensa, perché temi un uomo, tuo nemico? Considera infatti quanto tu guadagni sopportando con mansuetudine gli attacchi dei tuoi nemici. Il primo e più grande vantaggio è il perdono dei tuoi peccati. In secondo luogo tu acquisti costanza e pazienza e inoltre mitezza e misericordia: infatti chi non sa adirarsi contro coloro che l’offendono, tanto più sarà mite verso gli amici. Infine, sradicheremo per sempre da noi l’ira: e non vi è bene pari a questo. Chi infatti è libero dall’ira, evidentemente sarà libero dalla tristezza di cui l’ira è fonte e non consumerà la sua vita in vani affanni e dolori. Chi non s’adira né odia, non sa neppure essere triste, ma godrà di gioia e di beni infiniti. Odiando infatti gli altri, noi puniamo noi stessi; e, al contrario, benefichiamo noi stessi, amando. Oltre a tutto questo, tu sarai rispettato persino dai tuoi nemici, anche se essi sono demoni; anzi, con questo tuo atteggiamento non avrai più neppure un nemico. Infine, ciò che vale più di tutto ed è prima di tutto: tu ti guadagnerai la benevolenza di Dio; se hai peccato, otterrai il perdono; e se hai praticato il bene, aggiungerai nuovi motivi di fiducia e di speranza.
Sforziamoci dunque di non odiare nessuno, affinché Dio ci ami. Anche se noi siamo debitori di mille talenti, egli avrà misericordia di noi e ci perdonerà. Ma tu dici che sei stato offeso dal tuo nemico . Ebbene, abbi compassione di lui e non odiarlo; compiangilo vivamente, non disprezzarlo. Infatti, non sei stato tu ad offendere Dio, ma lui; tu, invece, hai acquistato gloria se hai sopportato con pazienza il suo odio. Ricorda che Cristo, quando stava per essere crocifisso, si rallegrò per sè e pianse per i suoi crocifissori. Tale deve essere la nostra disposizione d’animo; e quanto più noi siamo offesi, tanto più dobbiamo piangere per coloro che ci offendono. A noi provengono molti beni da questo fatto mentre a loro accade tutto il contrario. Costui - tu replichi - mi ha oltraggiato e schiaffeggiato dinanzi a tutti. E io ti dico che egli si è disonorato davanti a tutti ed ha aperto la bocca di mille accusatori; per te invece ha intrecciato più grandi e splendide corone e ha aumentato il numero degli araldi della tua pazienza. Ma egli mi ha insultato davanti agli altri - tu obietti ancora. E che è questo, quando Dio solo sarà il tuo giudice e non coloro che hanno inteso quelle calunnie? Per sé, infatti, ha aggiunto nuovo motivo di castigo, cosicché egli dovrà render conto non solo dei propri atti, ma anche delle parole che pronunciò contro di te. Se ti ha accusato presso gli uomini, egli però si è screditato davanti a Dio. Se poi queste considerazioni non ti bastano, pensa che anche il tuo Dio è stato calunniato non solo da Satana, ma anche dagli uomini e da quelli che amava sopra tutti.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Crisostomo: Giovanni, nato ad Antiochia (probabilmente nel 349), dopo i primi anni trascorsi nel deserto, fu ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano e ne diventò collaboratore. Grande predicatore, nel 398 fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla cattedra di Costantinopoli.
L’attività di Giovanni fu apprezzata e discussa: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni anti-ariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili alla ricchezza. Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da Teofilo di Alessandria, ed esiliato, venne richiamato quasi subito dall’imperatore Arcadio. Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero. Qui il 14 settembre 407, Giovanni morì. Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438. (Avvenire)
 
-> O Dio, forza di chi spera in te,
che hai fatto risplendere il santo vescovo Giovanni Crisostomo
per la mirabile eloquenza e la perseveranza nella tribolazione,
fa’ che, illuminati dai suoi insegnamenti,
siamo rafforzati dal suo esempio di eroica costanza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono,
crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio,
un cuore più grande di ogni offesa,
più luminoso di ogni ombra,
per ricordare al mondo il tuo amore senza misura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 12 Settembre 2026
 
Sabato XXIII Settimana T. O
 
1Cor 10,14-22; Salmo Responsoriale dal Salmo 115 (116); Lc 6,43-49
 
 Santissimo Nome di Maria - Chi ci chiama ci ricorda che siamo fatti per amare: Il nostro nome è un dono prezioso, è il suono che ricorda al mondo chi siamo, è un promemoria per ricordarci che il nostro destino, comunque vada, è una storia d’amore. Celebrare il nome di Maria, la Madre di Dio, significa anche questo: ricordarci che la nostra vita è una vocazione, una chiamata, e la prima parola di questa chiamata è proprio il nostro nome. La ricorrenza liturgica odierna fu concessa da Roma nel 1513 alla diocesi spagnola di Cuenca.
Venne però soppressa da san Pio V, anche se in seguito Sisto V la ripristinò. Nel 1671 venne estesa al Regno di Napoli e a Milano. Fu Innocenzo XI a farne una festa per la Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’ottava della Natività come segno di ringraziamento per la vittoria nel 1683 del polacco Giovanni III Sobieski contro i Turchi che assediavano Vienna, minacciando la fede cristiana in tutta Europa. Pio X, infine, riportò la ricorrenza del Santissimo Nome di Maria al 12 settembre. La sua collocazione, in ogni caso, va letta assieme alla celebrazione della Natività della Beata Vergine: è all’inizio di ogni esistenza che viene piantato il seme della vita divina, che poi dev’essere coltivato e fatto fruttificare lungo il cammino dell’esistenza. Perché il nome, in fondo, è vita. (Matteo Liut)
 
-> Concedi, Dio onnipotente,
che la beata Vergine Maria
ottenga i benefici della tua misericordia
a tutti coloro che ricordano con gioia il suo nome glorioso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Miei cari, state lontani dall’idolatria … Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa?  Mangiare le carni degli idolotiti non ha senso e non serve a nulla perché gli idoli sono vuoti e senza vita. Nutrirsi di queste carni significa quindi non ricevere alcun beneficio per il corpo in quanto forza vitale, ma per la vita cristiana è assai distruttivo in quanto si entra in “in comunione con i demòni”. Da qui una evidente scelta: o partecipare alla mensa del Signore o partecipare alla mensa dei demòni. 
O vogliamo provocarla gelosia del Signore? “La gelosia di Dio (Es 20,5; Dt 4,24), che l’AT legava al tema nuziale (Os 2,21s+), ricompare anche nel NT. Qui la parola ha il suo senso pieno, perché l’adorazione del vero Dio esclude ogni comunione con l’idolatria; altrove insiste su una fedeltà che bisogna custodire a qualunque prezzo (2eor 11,2) o sull’ardore nel servizio della fede (At 22,3; Rm 10,2; Gal 1,13-14; Fil 3,6)” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
 
Albero buono, uomo buono, sono immagini del credente che invoca il Signore e fa quello il Signore gli dice di fare. Il vero discepolo di Gesù è colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, e chi mette in pratica la parola di Dio costruisce bene la sua casa, inamovibile e salda contro ogni intemperie.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,43-49
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
 
Parola del Signore
 
Per Gesù, la scollatura tra il dire e il fare pone gli uomini nella condizione di andare incontro a un giudizio avverso: in «quel giorno», nel giorno del giudizio, coloro che conoscendo la volontà di Dio, non avranno disposto o agito secondo la sua volontà (cfr. Lc 12,47), saranno condannati al «fuoco eterno» (Mt 25,41; cfr. Mt 18,8). I falsi profeti e i carismatici millantatori sono «condannati dal giudice non per la mancanza di opere buone: hanno parlato profeticamente, hanno portato gli uomini a Dio, hanno vinto satana secondo lo stile della vittoria di Cristo su di lui [Mt 12,28]; hanno fatto meraviglie ... ma non hanno compiuto la volontà di Dio. Per questo, coloro che si presentano con questa arroganza davanti a Dio sono chiamati operatori di “iniquità”» (Felipe F. Ramos). Fare la volontà di Dio è compiere ciò che Dio Padre chiede ai suoi figli attraverso la vita di ogni giorno: lavoro, famiglia, professione, impegni sociali, politici ... una vita sinceramente cristiana, seria e impegnata, fortemente radicata nella concretezza del quotidiano, non con la testa tra le nuvole di gratificanti sogni. Il brano evangelico si conclude con l’immagine della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia, con la quale Gesù pone il discepolo in modo immediato dinanzi al suo libero discernimento: egli può costruire la sua salvezza come può costruire la sua eterna rovina. In Ez 13,1-16, la furia degli elementi della natura sta ad indicare l’ira di Dio che si abbatte rovinosamente su tutto quanto era stato costruito dai falsi profeti (cfr. Mt 7,15-20): «Di’ a quegli intonacatori di mota: Cadrà! Scenderà una pioggia torrenziale, una grandine grossa, si scatenerà un uragano ed ecco, il muro è abbattuto ... Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore» (Ez 13,11-14). Nella vita del cristiano vi saranno anche tempeste, essere discepoli di Cristo non mette al riparo dalla tempesta! Sul credente potranno cadere le tempeste più tumultuose, ma se la sua vita è costruita sulla roccia che è Cristo, non dovrà temere. La casa non rovinerà e passata la bufera  il discepolo canterà con gioia e gratitudine: “Benedetto il Signore, mia roccia” (Sal 143 [144],1).
 
Per approfondire
 
Miei cari, state lontani dall’idolatria - Giuseppe Barbaglio (Idolatria, in Schede Bibliche Pastorali - Vol. IV):  Il rigido monoteismo del giudaismo del tempo di Gesù spiega come nei vangeli non si parli mai di idolo-idolatria. Il problema invece nasce quando la predicazione apostolica affronta il mondo pagano. Allora essa si caratterizza secondo due polarità, teologica e cristologica: proclamazione dell’unico Dio e annuncio di Cristo morto e risorto. In proposito si rivela preziosa la testimonianza degli Atti degli apostoli e dell’epistolario paolino.
A Iconio cosi Paolo reagisce davanti all’entusiasmo sconsiderato della folla che, sconvolta dalla guarigione di un handicappato compiuta dall’apostolo, pensa di trovarsi alla presenza degli dèi nelle persone di Paolo e di Barnaba: «Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al
Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra e tutte le cose che in essi si trovano» (At 14,15). Nel discorso all’aeropago di Atene con toni irenici eppure decisi Paolo scende sul terreno dell’apologetica religioso per dimostrare l’esistenza di un unico Dio, creatore del mondo, e la falsità dell’idolatria pagana. Basta citare At 17,29: «Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana».
A Efeso poi la predicazione monoteistica dell’apostolo suscita la reazione violenta di quanti erano economicamente interessati al culto della dea Artemide. Ecco le parole di Demetrio, orafo e capo degli artigiani impegnati nell’arte di ricordini sacri del tempio efesino: «Cittadini, voi sapete che da questa industria proviene il nostro benessere; ora potete osservare e sentire come questo Paolo ha convinto e sviato una massa di gente, non solo di Efeso, ma si può dire di tutta l’Asia, affermando che non sono dèi quelli fabbricati da mani di uomo» (At 19,25-26).
Lo stesso Paolo, ricordando l’evangelizzazione di Tessalonica, afferma come i credenti della metropoli macedone si sono «convertiti a Dio, allontanandosi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura» (1Ts 1,9-10). Dunque conversione monoteistica e conversione cristiana. In termini simili l’apostolo descrive la scelta dei cristiani di Galazia: «Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?» (Gal 4,8-9).
Dunque per i credenti è possibile il ritorno alla passata idolatria. In ogni modo l’idolatria costituisce pur sempre una tentazione incombente per i cristiani che vivono in ambiente pagano. Per questo in diversi cataloghi dei vizi si elenca l’idolatria come comportamento da cui guardarsi attentamente (cf. Gal 5,20; Ef 5,5; Col 3,5; Ap 9,20-21; 22,15).
 
Il realismo della Parola: Verbum Domini 10Chi conosce la divina Parola conosce pienamente anche il significato di ogni creatura. Se tutte le cose, infatti, «sussistono» in Colui che è «prima di tutte le cose» (cfr. Col 1,17), allora chi costruisce la propria vita sulla sua Parola edifica veramente in modo solido e duraturo. La Parola di Dio ci spinge a cambiare il nostro concetto di realismo: realista è chi riconosce nel Verbo di Dio il fondamento di tutto. Di ciò abbiamo particolarmente bisogno nel nostro tempo, in cui molte cose su cui si fa affidamento per costruire la vita, su cui si è tentati di riporre la propria speranza, rivelano il loro carattere effimero. L’avere, il piacere e il potere si manifestano prima o poi incapaci di compiere le aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo. Egli, infatti, per edificare la propria vita ha bisogno di fondamenta solide, che rimangano anche quando le certezze umane vengono meno. In realtà, poiché «per sempre, o Signore, la tua parola è stabile nei cieli» e la fedeltà del Signore dura «di generazione in generazione» (Sal 119,89-90), chi costruisce su questa Parola edifica la casa della propria vita sulla roccia (cfr. Mt 7,24). Che il nostro cuore possa dire ogni giorno a Dio: «Tu sei mio rifugio e mio scudo: spero nella Tua parola» (Sal119,114) e come san Pietro possiamo agire ogni giorno affidandoci al Signore Gesù: «sulla Tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
 
La disposizione del cuore determina la natura del frutto - Beda, Omelie sul Vangelo 2, 25: L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore, e l’ uomo cattivo il male dal suo cuore cattivo. Il tesoro del cuore è l’intenzione del cuore, dalla quale il giudice interiore valuta il provento dell’opera buona. [ ... ].
Ciò il testo spiega subito dopo affermando chiaramente che le buone parole non giovano senza la testimonianza delle opere.
Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quello che dico? Invocare il Signore è dono del buon tesoro, frutto dell’ albero buono. Infatti ognuno che invocherà il nome del Signore sarà salvo (cf. Rm 10,13). Ma se colui che invoca il nome del Signore contrasta coi precetti del Signore perché si comporta in modo cattivo, allora è chiaro che ciò che di bene ha fatto risuonare la lingua non è stato tirato fuori dal buon tesoro del cuore: il frutto di tale professione non l’ha prodotto la radice del fico, ma la pianta spinosa, cioè la coscienza deturpata dai vizi e non ricolma della dolcezza dell’amore del Signore.
 
Testimoni di Cristo -  La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Maria, esaltata sopra tutti gli angeli e gli uomini quale santissima Madre di Dio, riceve dalla Chiesa una venerazione particolare. Durante l’anno liturgico, la Chiesa riflette prima di tutto sulla partecipazione di Maria al mistero della salvezza. Ma ci sono anche diverse feste mariane, che indicano quanto Maria è vicina a coloro che camminano lungo la via mostrata dal Figlio suo. La Chiesa celebra la Natività della Madonna; la pietà secolare commemora la sua Presentazione al tempio, fatta da Gioacchino ed Anna (21 settembre), nonché venera il suo Cuore Immacolato, totalmente dedito a Dio (sabato dopo la Solennità del Sacro Cuore di Gesù).
Maria resta nell’ombra durante l’attività pubblica di Gesù ma «medita nel suo cuore» le grandi opere di Dio: abbiamo davanti agli occhi il suo silenzio e la sua contemplazione quando celebriamo il giorno della Beata Maria Vergine del Rosario (7 ottobre). La pietà non poteva fare a meno di Maria sotto la Croce e perciò subito dopo la festa dell’Esaltazione della Croce ricordiamo nella liturgia la Beata Vergine Maria Addolorata (15 settembre).
Nel calendario liturgico troviamo anche la commemorazione della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, il tempio mariano più bello dell’Occidente (5 agosto). I monaci del Monte Carmelo si affidano alla particolare protezione di Maria Vergine, la venerano quale Madre di Dio sul Monte Carmelo (16 luglio), e questa commemorazione si diffonde in tutto il mondo. Le rivelazioni della Madre di Dio a Lourdes (1858) rendono questa località uno dei centri principali dei pellegrinaggi e ciò determinò Pio X a costituire una speciale festa (11 febbraio).
Quasi ogni Chiesa locale ha un suo santuario mariano dove si recano i pellegrini; quasi in ogni calendario locale troviamo una festa mariana propria. E un’antica tradizione della Chiesa che risale ai tempi carolingi glorificare Maria in ogni sabato nel messale troviamo la Messa di «Santa Maria in sabato».
Una volta, Maria cantò nella casa di Elisabetta le parole profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1,48-49a). La Chiesa «in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della Redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere» (Sacrosanctum Concilium 103). Essa invita i fedeli a venerare la Madre di Gesù, poiché ella è per tutti il modello del culto reso a Dio, è la maestra della vera pietà.
 
Ave, regina dei cieli,
ave, signora degli angeli;
porta e radice di salvezza,
rechi nel mondo la luce.
 
Godi, vergine gloriosa,
bella fra tutte le donne;
salve, o tutta santa,
prega per noi Cristo Signore.
 
Liturgia Horarum, I: Ad Completorium, Antiph. fin. de B.V.M.
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 11 Settembre 2026
 
Venerdì XXIII Settimana T. O
 
1Cor 9,16-19.22b-27; Salmo Responsoriale dal Salmo 83 [84]; Lc 6,39-42
 
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! - Christifideles laici 33: I fedeli laici, proprio perché membri della Chiesa, hanno la vocazione e la missione di essere annunciatori del Vangelo: per quest’opera sono abilitati e impegnati dai sacramenti dell’iniziazione cristiana e dai doni dello Spirito Santo. Leggiamo in un testo limpido e denso del Concilio Vaticano II: «In quanto partecipi dell’ufficio di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell’azione della Chiesa (...). Nutriti dell’attiva partecipazione alla vita liturgica della propria comunità, partecipano con sollecitudine alle opere apostoliche della medesima; conducono alla Chiesa gli uomini che forse ne vivono lontani; cooperano con dedizione nel comunicare la parola di Dio, specialmente mediante l’insegnamento del catechismo; mettendo a disposizione la loro competenza rendono più efficace la cura delle anime ed anche l’amministrazione dei beni della Chiesa». Ora è nella evangelizzazione che si concentra e si dispiega l’intera missione della Chiesa, il cui cammino storico si snoda sotto la grazia e il comando di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15); «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). «Evangelizzare - scrive Paolo VI - è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda». Dalla evangelizzazione la Chiesa viene costruita e plasmata come comunità di fede: più precisamente, come comunità di una fede confessata nell’adesione alla Parola di Dio, celebrata nei sacramenti, vissuta nella carità, quale anima dell’esistenza morale cristiana. Infatti, la «buona novella» tende a suscitare nel cuore e nella vita dell’uomo la conversione e l’adesione personale a Gesù Cristo Salvatore e Signore; dispone al Battesimo e all’Eucaristia e si consolida nel proposito e nella realizzazione della vita nuova secondo lo Spirito. Certamente l’imperativo di Gesù: «Andate e predicate il Vangelo» mantiene sempre vivo il suo valore ed è carico di un’urgenza intramontabile. Tuttavia la situazione attuale, non solo del mondo ma anche di tante parti della Chiesa, esige assolutamente che la parola di Cristo riceva un’obbedienza più pronta e generosa. Ogni discepolo è chiamato in prima persona; nessun discepolo può sottrarsi nel dare la sua propria risposta: «Guai a me, se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Per l’apostolo Paolo annunziare il vangelo non è motivo di vanto, ma un obbligo che gli è stato imposto in forza della vocazione ricevuta. Perciò guai a lui se non evangelizza: verrebbe meno all’incarico specifico che gli è stato affidato in occasione della sua chiamata. E perché il Vangelo raggiungesse i cuori di tutti gli uomini, Paolo si è fatto servo di tutti rinunciando a qualsiasi diritto o guadagno. Gli interessi del vangelo sono dunque al di sopra dei suoi interessi personali.
 
Vangelo
Può forse un cieco guidare un altro cieco?
 
Due insegnamenti fanno da cornice al Vangelo di oggi. Il primo è riferito ai farisei del tempo di Gesù, ma può essere applicato anche ai discepoli successivi, ai maestri di oggi, che non devono essere guide cieche, ma discepoli della Parola dell’unico Maestro. Il secondo insegnamento vuol suggerire che nella correzione fraterna non bisogna usare due pesi e due misure, una per gli altri e una per sé; più indulgenti verso se stessi e più rigidi verso gli altri. Prima di correggere il prossimo, occorre incominciare la critica da se stessi. È nella critica di sé che si trova la giusta misura su cui regolare la nostra critica verso gli altri.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-42
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
 
Parola del Signore
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Primo paragone (6,39-40): se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadono in un fosso. Matteo si è ricordato che l’espressione in bocca a Gesù aveva un esplicito riferimento ai farisei del suo tempo: guai a voi, guide cieche (23,16). Per Luca, invece, il paragone non si riferisce soltanto ai farisei del tempo di Gesù, ma viene applicato direttamente ai discepoli successivi, ai maestri di oggi.
Non devono essere guide cieche. È un rischio reale. Vi incorrono tutti coloro che pensano di essere maestri che superano il maestro Gesù. Mentre devono invece ricordarsi che nessuno è al di sopra di Lui. Anche se sono maestri, che hanno completato interamente la loro formazione, devono ripetere fedelmente ciò che Gesù ha detto. La verità della parola del discepolo non sta nella sua abilità personale, ma nella sua fedeltà.
Secondo paragone (6,41-42): la pagliuzza e la trave. Mettere in pratica le parole di Gesù significa anche trovare il coraggio della correzione fraterna. Ma si può incorrere in alcuni pericoli: quello, ad esempio, di usare due pesi e due misure, una per gli altri e una per sé; e quello di essere nei confronti degli altri più rigidi, più puntigliosi, più impazienti di Gesù stesso. Si tratta, in tutti e due i casi, di una manifestazione di profonda ipocrisia.
La conclusione del paragone è che occorre l’accortezza di incominciare la critica da se stesso. È nella critica di sé che si trova la giusta misura, la giusta impazienza, su cui regolare la nostra critica verso gli altri. E poi, iniziare la critica da se stessi non è soltanto un fatto di coerenza. È la condizione indispensabile per creare un «luogo ermeneutico» in cui sia possibile intuire la verità, la giusta misura, i tempi e i modi della critica. Solo chi si mette in discussione ha la lucidità per vedere e capire.
 
Per approfondire
 
Non ha senso aggiungere un commento alle parole di Gesù, il suo insegnamento è così chiaro che non ammette repliche. Ma forse qualcosa possiamo aggiungere, così per mettere in evidenza qualcosa, in punta di piedi.
Innanzitutto, due ciechi …, sì, in questo povero mondo molti dicono di vedere, si autoproclamano guide, condottieri, e il secolo passato ha avuto tante manifestazioni di simili nefandi personaggi ... quanti lutti, quante tragedie. Una catastrofe immane. Ma se a tale calamità è stato posto come rimedio la ricostruzione, e il riagguantare la dignità di popoli liberi, sovrani, diversamente c’è poco rimedio quando questi personaggi si autoproclamano maestri e si vantano di essere al di sopra di Dio, l’unico maestro. In questo caso, spesso, i danni spirituali sono irreparabili. La ricostruzione una mera chimera. Ricordiamo i tanti cristiani, europei e no, che pigiati sotto il balcone sul quale era apparso Sai Baba, travestito da Gesù bambino, gli cantavano tu scendi dalle stelle … povero sant’Alfonso Maria de Liguori!
L’ultima nota è l’ipocrisia. Qui siamo sulle sabbie mobili. Forse ai tempi di Gesù era facile stanare l’ipocrita, snidarlo e costringerlo a buttare la maschera, oggi è quasi impossibile perché sembra che il mondo intero sia sprofondato in questo malanno. Qualcuno subito penserà alla politica, e non va tanto lontano, ma guardiamo anche in casa nostra. In tempi non molti lontani Joseph Ratzinger, oggi papa emerito, ebbe a dire: “Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!” (Via Crucis, Colosseo, 25 Marzo 2005).
In questa cornice, ritornando alle prime battute, dobbiamo ammettere che l’insegnamento di Gesù è chiaro, non ammette né commenti né repliche, ma oltremodo è terribilmente attuale!
 
Il pericolo permanente dell’ipocrisia - Roberto Tufariello (Ipocrita, Schede Bibliche Pastorali, Vol. IV): L’accusa di ipocrisia, nel NT, equivale alla denuncia di una frattura tra l’esterno e l’interno, di una disarmonia tra il cuore e le labbra; tale frattura o disarmonia non si riduce solo al vizio della simulazione, ma corrisponde a un conflitto che si svolge nell’intimo della persona e che si conclude con un rifiuto decisivo in materia di fede. In questo senso s. Paolo considera «ipocrisia» il fatto che Pietro e i giudeo-cristiani non abbiano voluto sedere a tavola con i cristiani venuti dal paganesimo. Questo contegno infatti, facendo sembrare che la legge sia ancora in vigore, è un allontanamento dalla verità del vangelo, la verità della salvezza mediante la fede (Gal 2,11-14). C’è in Pietro un conflitto tra l’interno e l’esterno, e ne scaturisce un comportamento che, secondo Paolo, è una finzione che si oppone alla verità. Il comportamento dei cristiani deve concordare con la loro coscienza illuminata (Gal 2,16). L’episodio inoltre dimostra che se i farisei sono stati l’esempio tipico dell’ipocrisia, questa però è un pericolo permanente anche per i cristiani. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12,56; 13,15), e Giovanni intendeva designare col termine di «giudei» gli increduli di tutti i tempi, ciechi e ipocriti come i capi religiosi di Israele. In particolare, il vangelo di Matteo, con i frequenti richiami all’ipocrisia, vuol mettere in guardia la comunità cristiana da questo comportamento che consiste nel cercare l’approvazione degli uomini e non quella di Dio. Anche s. Pietro raccomanda ai fedeli di vivere nella semplicità, come neonati, sapendo che l’ipocrisia costituirà per essi una pericolosa tentazione (1Pt 2,1-3). Per tutta la comunità dei credenti valgono le ammonizioni che l’apostolo Paolo rivolge ai suoi connazionali, i quali possiedono la conoscenza della volontà divina, sono orgogliosi della legge e pretendono di esserne maestri presso gli altri; ma, non praticando quanto conoscono, cadono nell’ipocrisia: «Ebbene, come mai tu che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? Tu che proibisci l’adulterio, sei adultero? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge?» (Rm 2,21-23). Si tratta di una chiara dissociazione tra il dire e il fare, tra le proprie proclamazioni e la prassi.
 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave...: Giovanni Paolo II (Omelia, 25 Febbraio 2001): Con queste parole Gesù ci fornisce un’utile indicazione, che potremmo dire “pastorale”. La tentazione spesso è, purtroppo, quella di condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Come allora rendersi conto se il proprio occhio è libero o se è impedito da una trave? Gesù risponde: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto” (Lc 6,44). Tale sano discernimento è dono del Signore, e va implorato con preghiera incessante. È al tempo stesso conquista personale che domanda umiltà e pazienza, capacità di ascolto e sforzo di comprensione degli altri. Queste caratteristiche debbono essere di ogni vero discepolo e comportano impegno nonché spirito di sacrificio. Se talora può sembrare arduo seguire il Signore su questo cammino, ricorriamo al sostegno e all’intercessione di Maria. Ci aiuti Lei, la Vergine del silenzio e dell’ascolto, ad essere coraggiosi testimoni e annunciatori del Vangelo; ci faccia guardare agli altri con occhi di comprensione e di bontà; ci ottenga il dono di una saggia prudenza pastorale.
 
Gli ipocriti non vedono la trave nei loro occhi: “Egli ci aveva già mostrato che giudicare gli altri è profondamente sbagliato e pericoloso; è causa della condanna finale. Non giudicate, dice, e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati. Con l’argomentazione conclusiva ci persuade ad evitare anche il desiderio di giudicare gli altri. Prima liberate voi stessi dai grandi crimini e dalle vostre passioni ribelli e poi potrete rendere giusto colui che è colpevole solo di offese minori.” (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 33).
 
Testimoni di Cristo - Santi Proto e Giacinto - Un messaggio potente, donato a tutti da chi sta ai margini: L’annuncio della salvezza può arrivare anche da chi sta “ai margini”, anzi è proprio nelle periferie esistenziali che la vita divina si fa più presente e il messaggio di Cristo acquista più corpo e carne. Oggi la liturgia ci aiuta a riflettere su questa dinamica della fede proponendoci la storia dei santi Proto e Giacinto, che pur appartenendo a un ceto umile ed emarginato divennero segni di conversione per i “potenti” del loro tempo. Secondo il racconto sulla loro vita – a tratti leggendario – Proto e Giacinto erano schiavi, forse fratelli, eunuchi, al servizio della figlia di un nobile romano prefetto di Alessandria d’Egitto, Eugenia, che grazie a loro si convertì al cristianesimo. Quando vennero ceduti dalla padrona alla nobile Bassilla, anche quest’ultima scelse il Vangelo grazie alla loro testimonianza. Tanto bastò perché essi venissero denunciati dal fidanzato della donna. Catturati e condannati, furono martirizzati a Roma. Vennero quindi sepolti uno accanto all’altro nel cimitero di Bassilla (poi di Sant’Ermete) in un cubicolo che venne alla luce nel 1845 e che papa Damaso, nel quarto secolo, fece ripulire, apponendovi una lapide che ricordava come i due martiri fossero fratelli. 
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.