6 Giugno 2026
Sabato IX Settimana del Tempo Ordinario
2Tm 4,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 70 (71); Mc 12,28b-34
Beato Odoardo Focherini - Dalla parte delle vittime di ideologie e totalitarismi: Lì dove ci sono oppressi, perseguitati, vittime di violenza si trova il cuore di Dio. Ed è su queste frontiere dell’umanità ferita che i cristiani sono chiamati a portare in prima persona la testimonianza di un Vangelo che cambia la storia. Si inserisce in questo orizzonte la profezia del beato Odoardo Focherini, testimone che non ebbe paura di opporre la luce del Risorto al buio dei totalitarismi, facendosi carico soprattutto delle vittime delle ideologie del suo tempo. Profezia che ben si coglie nelle parole scritte alla moglie il 3 agosto 1944 dal campo di concentramento in cui si trovava: «In ogni ora nella preghiera ci ritroveremo anche davanti a Dio per pregarlo di aiutarci, di proteggerci di darci luce e forza, coraggio e fede, di santificare e fruttificare a nostro vantaggio e per i nostri bimbi il nostro dolore». Anche nell’ora più buia la fiducia in Dio non era mai venuta meno. Focherini era nato a Carpi nel 1907, era cresciuto in Azione Cattolica e aveva sposato Maria Marchesi, con la quale ebbe sette figli. Era assicuratore ma collaborava con alcuni giornali cattolici come «L’Avvenire d’Italia». Venne arrestato per aver messo su una rete di aiuto per gli ebrei perseguitati dai nazifascisti e fu internato a Fossoli, Gries, Flossenburg e Hersbruck, dove infine morì tra il 24 e il 27 dicembre 1944. È beato dal 2013. (Matteo Liut)
Prima Lettura - Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno - Setttimio Cipriani (Le lettere di Paolo): Il sicuro premio, che l’Apostolo si attende da Cristo al momento della sua «manifestazione» (v. 8) nel giorno della parusia («in quel giorno»: cioè il «giorno» per eccellenza), è detto «corona della giustizia» (v. 8) perché sarà dato solo a chi l’avrà meritato mediante la santità e la «giustizia».
Il passo contiene dunque la dottrina cattolica del «merito», per cui Dio si impegna con obbligo di giustizia («giusto giudice»: v. 8) a premiare coloro che hanno corrisposto alla sua grazia; il «merito» perciò non è una pretesa autonoma e arrogante dell’uomo verso Dio, ma l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di gloria e d’amore liberamente accettati dall’uomo. Ecco come si esprime in un bellissimo passo S. Agostino, interpellando direttamente S. Paolo: «Con quale sicurezza reclama ciò che gli è dovuto, lui, al quale fu rimesso il debito del supplizio? Dillo pure al tuo Signore, dillo senza timore, dillo con certezza, dillo con pienissima fiducia: Io ero prima nella mia malizia, ma ho bene usato della tua misericordia, non dovutami. Corona perciò ora per debito, i tuoi doni. E questo basti» (Sermo 219, 5-6: P. L. 38, 1370-72).
La «corona della giustizia» non è messa in serbo solo per Paolo, a anche per tutti i buoni cristiani che, «amando», vivono nella trepida attesa del «ritorno» di Cristo.
Vangelo
Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
Gesù non teme di accusare palesemente di falso e di disonestà gli scribi notoriamente conosciuti come esperti interpreti della Legge. Sedutosi dinanzi al tesoro sembra prendersi un po’ di riposo contemplando la grandezza del tempio, dimora della gloria di Dio, ma non può non soffermarsi sulla ipocrisia di coloro che sfacciatamente si autoproclamano «maestri in Israele» (Gv 3,10). E questa volta lo fa con garbo, quasi in punta di piedi, evidenziando il gesto generoso di una vedova che mette nelle casse del tesoro tutta la sua sussistenza. È un modo spiccio per insegnare ai suoi discepoli la carità, quella delle occasioni ordinarie che non ha come contraccambio gli applausi degli uomini. La nota - due spiccioli, cioè un quadrante -, stando al testo greco, oltre a mettere in evidenza la miseria della donna, al dire del Ricciotti, fa percepire nel vangelo di Marco «uno spiccato sentore di romanità», perché «più frequenti che presso gli altri due Sinottici vi sono impiegati in greco vocaboli latini, come centurio [15,39.44], spiculator [6,27] [...]. Né si giustificherebbero se non perché indirizzate a lettori latini, precisazioni come queste: due minuzzoli [leptà] che è un quadrante, in cui si nomina la moneta romana equivalente alle due greche [12,42]» (Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo). Questa critica interna del testo darebbe ragione, quindi, a chi vorrebbe che il Vangelo di Marco sia stato scritto a Roma quando infuriava la persecuzione scatenata da Nerone
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,38-44
In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
Parola del Signore.
Guardatevi dagli scribi - La Passione è ormai alle porte e Gesù, pur sapendo che gli restano pochi giorni, non smette di insegnare alla folla che benevolmente lo assedia. Questa volta l’insegnamento ha il greve odore del rimprovero: una reprimenda rivolta agli scribi notoriamente conosciuti come ligi esecutori della Legge.
Gli «uomini del libro» vengono colti in tre momenti della loro vita: fra la gente comune, nelle cerimonie ufficiali, culto e banchetti, e nell’intimo della loro coscienza. Una presentazione cruda puntellata da duri epiteti che mettono in evidenza l’ipocrisia, la malevolenza e la disonestà lucida di uomini che invece avrebbero dovuto essere semplici, luminosi, umili, caritatevoli.
La lunga veste, forse il tallit, il mantello a righe bianche e azzurre ancora oggi in uso, e l’incedere fatto di piccoli passi conferiva ai notabili del paese solennità, importanza, ieraticità, quel contegno nobile di chi guarda dall’alto in basso. I luoghi preferiti naturalmente erano quelli più affollati: le piazze, i mercati, per mettersi in mostra, per pavoneggiarsi e ottenere gli applausi del popolo. Amavano anche i primi seggi nelle sinagoghe perché essendo a volte prossimi alla porta d’ingresso costringevano chi entrava a riverirli. Bramavano i primi posti nei banchetti per ostentare la loro amicizia con il padrone di casa ovviamente ricco e anche influente. A tanta ipocrisia aggiungevano la simulazione di una religiosità sterile, vuota e l’odiosa disonestà di predare le vedove divorando i loro beni. Per questi tali il giudizio è senza appello: «Essi riceveranno una condanna più grave». Riceveranno «molte percosse» perché «pur conoscendo la volontà del padrone» non hanno «disposto o agito secondo la sua volontà» (Lc 12,47).
La folla forse avrà applaudito. Certamente non tutti erano così, ma così erano coloro che si accanivano contro la predicazione e l’insegnamento del Cristo. Marco non registra reazioni, sembra che i contestatori abbiano incassato il colpo e si siano dileguati nelle tenebre dei loro vacui ragionamenti per continuare a complottare contro Gesù.
Sgomberato il campo, ora, Gesù sembra essere bene intenzionato a prendersi un po’ di riposo e si siede di fronte al tesoro.
Il tesoro era un locale posto in un atrio del tempio dove erano collocate tredici cassette destinate a raccogliere le elemosine il cui ricavato doveva servire per il buon funzionamento del tempio e del culto. Erano di ferro e il tintinnio della moneta che scivolava dentro, ai buoni intenditori, dava il reale ammontare delle offerte. Sulle cassette erano poste delle targhette su cui era indicata la destinazione dell’obolo. Per cui a volte stazionava lì un addetto del tempio il cui compito era di indicare, soprattutto a chi non sapeva leggere, la buca dove introdurre la moneta. Poi strillava il valore delle offerte, certamente quelle più consistenti, suscitando consensi di ammirazione. La nota di Marco - Tanti ricchi ne gettavano molte (12,41) - forse è esagerata, ma serve bene a mettere in evidenza l’insegnamento etico del seguito del racconto evangelico.
Tra i tanti paludati, applauditi a scena aperta, si fa spazio una povera vedova che getta nel tesoro «due monetine, che fanno un soldo». E così accade che il suono delle monete e lo strillone, denunciando l’esigua offerta, suscitano tra i presenti brontolii e mugolii di disapprovazione. Il tintinnio, lo strillo e i mugugni non sono sfuggiti nemmeno a Gesù ma con una risonanza nel suo cuore molto, molto diversa. Gesù a questo punto chiama a sé i discepoli che forse si erano allontanati per cicalare con i detrattori della povera donna. Li chiama per insegnare loro come Dio vede, valuta e giudica i gesti degli uomini, a differenza degli umani spesso prigionieri della loro effimera sapienza. Quello che conta agli occhi di Dio è il valore morale del dono non quello commerciale, perché Dio guarda il cuore (cfr. 1Re 16,7). È anche una lezione sulla carità. Quella spicciola, quella di tutti i giorni che non porta lo sporco della bava della superbia.
Ma c’è un altro insegnamento che dovrebbe lasciare insonni tutti i credenti. La vedova, facendo scivolare nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere», compie un atto di fede pieno, totale. Dando tutto ha manifestato di fidarsi di Dio e lo ha fatto in un modo molto pratico, lo ha fatto non riservando nulla per sé e il suo futuro. Ha abbandonato tutte le sue sicurezze e si è affidata completamente a Dio sostenuta dalla certezza che il Signore, «Padre dei poveri e difensore delle vedove» (Sal 68,6), non l’avrebbe abbandonata. Questo gesto così diventa per la comunità cristiana un serio esame di coscienza: la mia fede è vissuta veramente come adesione totale a Dio? Tale adesione è tanto sconvolgente da impregnare tutto il mio cuore, tutta la mia mente, tutta la mia vita?
Per approfondire
Nella sua povertà, vi ha messo tutto - A Zarepta una vedova si fida del profeta Elia, a Gerusalemme una povera vedova si fida di Dio: entrambe danno tutto quello che avevano. Maestre impareggiabili: non con le parole, ma con la vita testimoniano di credere nella Provvidenza. Per una sua definizione si può ricordare quella di san Giovanni Damasceno: «La provvidenza consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento» (Esposizione della fede ortodossa, 2,29). E il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata “in stato di via” verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione. Dio conserva e governa con la sua Provvidenza tutto ciò che ha creato, “essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa” [Sap 8,1]. Infatti “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” [Eb 4,13], anche quello che sarà fatto dalla libera azione delle creature» (302).
È Gesù a chiedere ai suoi discepoli un filiale abbandono alla Provvidenza del Padre celeste: «Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?... Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,31-33; cfr. Mt 10,29-31).
In questo modo la Provvidenza diventa colonna portante dell’essere cristiani: essa è la porta perfetta che conduce il credente alla comunione personale con Dio e lo spinge ad amarlo come Padre provvidente che si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli. Una vita cristiana che non crede alla Provvidenza è una vita pagana; se non è animata dalla Provvidenza è una vita atea, cioè senza Dio.
Un uomo che non crede alla Provvidenza crede al caso, al destino ... invece di credere che è immagine di Dio crede che è figlio di una scimmia ... ma il caso «non esiste... perché il caso è la Provvidenza degli imbecilli, e la Giustizia vuole che gli imbecilli non abbiano Provvidenza» (Léon-Marie Bloy, scrittore, filosofo, cattolico, 1847-1917).
E sempre Bloy, che certamente non era un imbecille, ebbe a scrivere: «Se si fosse capaci di raccogliere in un unico sguardo, come fanno gli angeli, tutti gli aspetti di un avvenimento e le concordanze o coincidenze, quasi sempre inosservate di un insieme di fatti, se si potesse, a forza di attenzione e di amore, riuscire a tenere insieme tutti i fili sparsi, si finirebbe certamente per intravedere il piano di Dio» (Diario, 28 maggio 1899).
Il segreto sta proprio lì, in quel saper cogliere tutti gli aspetti di un avvenimento e purtroppo non è cosa che possano fare gli imbecilli!
Vedove - Pierre Sandevoir (Dizionario di Teologia Biblica): Sola (Bar 4, 12-16), la vedova rappresenta un caso tipico di sventura (Is 47, 9). La sua condizione rende manifesto un duplice lutto: a meno di contrarre un nuovo matrimonio, essa ha perduto la speranza della fecondità; è rimasta senza difesa.
1. L’assistenza alle vedove. - Come l’orfano e lo straniero, la vedova è oggetto di una particolare protezione da parte della legge (Es 22, 20-23; Deut 14, 28-29; 24, 17-22) e di Dio (Deut 10, 17 s) che ascolta il suo lamento (Eccli 35, 14 s) e si fa il suo difensore e vendicatore (Sal 96, 6-10). Guai a coloro che abusano della sua debolezza (Is 10, 2; Mt 12, 40 par.). Gesù, come Elia, restituisce a una vedova il suo unico figlio (Lc 7, 11-15; 1 Re 17, 17-24) e affida Maria al discepolo prediletto (Gv 19, 26 s).
Nel servizio quotidiano della Chiesa primitiva, ci si preoccupa di sovvenire alle necessità delle vedove (Atti 6, 1). Se non hanno più parenti (1 Tim5, 16; cfr. Atti 9, 36-39), la comunità deve assumersene la responsabilità, come esige la pietà autentica (Giac 1, 27; cfr. Deut 26, 12 s; Giob 31, 16).
2. Valore riconosciuto alla vedovanza. - Già verso la fine del VT, si assiste alla nascita di una particolare stima per la vedovanza definitiva di Giuditta (Giudit 8, 4-8; 16, 22) e di Anna la profetessa (Lc 2, 36 s), consacrata a Dio nella preghiera e nella penitenza. In Giuditta balza agli occhi il contrasto tra la naturale debolezza e la forza attinta in Dio. Allo stesso modo Paolo, pur tollerando un secondo matrimonio, per evitare i pericoli di una cattiva condotta (1 Cor 7, 9. 39), e arrivando fino ad auspicarlo per le giovani vedove (1 Tim 5, 13-15), considera però migliore la vedovanza (1 Cor 7, 8) e vi vede una provvidenziale indicazione della necessità di rinunciare al matrimonio (7, 17. 24). Infatti, la vedovanza, al pari della verginità, è un ideale spirituale che apre all’azione di Dio e libera per il suo servizio (7, 34).
3. L’istituzione delle vedove. - Nella Chiesa, tutte le vedove devono essere irreprensibili (1 Tim 5, 7. 14). Certune, veramente sole, libere da ogni impegno familiare e aliene da ogni dissipazione, si dedicheranno alla preghiera (5, 5 s). Esiste anche un impegno ufficiale alla vedovanza permanente (5, 12). Vi sono ammesse solo vedove che siano state sposate una volta sola e abbiano raggiunto i sessant’anni (5, 9); è probabile che esercitassero funzioni caritative, perché dovevano fornire per il passato garanzie di dedizione (5, 10). L’ideale proposto alle vedove all’ultima tappa della loro esistenza si riassume quindi nella preghiera, nella castità e nella carità.
Il canto dei serafini - Girolamo, Lettera a Furia 54, 17: Passo ora alla vedova del Vangelo, una vedova che per quanto poveretta era più ricca di tutto il popolo d’Israele (cf. Me 12, 43; Lc 21, 3-4). Prendendo un piccolo seme di senape e mettendo il lievito in tre misure di farina, ha fatto sì che la grazia dello Spirito Santo le rendesse più facile accogliere la rivelazione del Padre e del Figlio. Mise pure due spiccioli nella cassetta del Tesoro: era tutta quanta la consistenza dei suoi beni; ma diede con essi la testimonianza della sua fede nei due Testamenti. Sono appunto questi i due serafini che incessantemente dicono i tre «Santo» alla Trinità (cf. Is 6, 2-3); sono nascosti nel tesoro della Chiesa e di lì si prende, con le molle formate dalle branche dei due Testamenti, il carbone ardente che purifica le labbra del peccatore (cf. Is 6,6-7).
O Dio, che nella tua provvidenza
tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza,
ascolta la nostra umile preghiera:
allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.