13 Febbraio 2026
 
Venerdì V Settimana T. O.
 
1Re 11,29-32;12,19; Salmo Responsoriale dal Salmo 80 (81); Mc 7,24-30
 
Apri, Signore, il nostro cuore e accoglieremo le parole del Figlio tuo. (Cf. At 16,14b - Acclamazione al Vangelo)
 
Cuore - Gabriele Miller: La parola viene usata relativamente di rado per designare l’organo del corpo, molto spesso invece in senso traslato. Quello di cuore è il concetto collettivo per l’essenza e il carattere dell’uomo. Quando Sansone aprì il suo cuore a Dalila, entrò in suo potere e cadde in disgrazia (Gdc 16,12s). Il cuore abbraccia tutto l’atteggiamento attivo che scaturisce dal carattere degli uomini. Quando a qualcuno viene affidato un incarico importante, egli riceve anche un cuore nuovo, vale a dire viene posto in una situazione completamente nuova che rende possibile l’assolvimento del compito (1Sam 10,9). Difficoltà, disgrazia o colpa spezzano il cuore. Chi è consapevole della sua colpa si avvicina a Dio con un cuore affranto che perciò si rivolge a lui (per es. Sal 34,9). L’uso veterotestamentario della parola è determinante anche per quello neotestamentario.
Anche nel T il cuore è la sorgente del sentimento e del pensiero. Il cuore si riempie di sofferenza (Gv 16,6).
L’amore di Dio è un amore “di tutto cuore” (Mc 12,30). Con il cuore si capisce, si pensa, ci si ricorda (Gv 12,40; At 7,23; Lc 2,51). Il cuore è la sorgente dell’atteggiamento della vita in genere. I “puri di cuore” sono coloro il cui atteggiamento di fondo è integro e che agiscono in conformità ad esso (Mt 5,8).
Un cuore impuro ha delle conseguenze sul comportamento. “Amare Dio di tutto cuore” significa l’affidamento totale a Dio (Mt 22,37). Il termine cuore - come anche nel nostro uso linguistico - viene usato anche nella Bibbia. Nel significato più generale: nocciolo di una cosa, centro, parte più importante.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Scisma politico - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Le differenze culturali e le tensioni politiche fra il nord e il sud furono e continuano a essere frequenti nel mondo a livello nazionale e internazionale. Basterebbe citare i casi d’Italia e di Spagna e gli esempi di Europa e d’America. A dispetto della sua piccolezza, in Palestina questo problema fu sempre presente. A parte molti altri dati e manifestazioni, il fatto forse più significativo in questo senso è la differenza che i testi stabiliscono sempre fra il regno di Giuda e il regno d’Israele, cioè fra il regno del sud e quello del nord, anche quando essi furono uniti nella persona di Davide e di Salomone. Parlando di Davide, per esempio, in 2Sam 5,5, si dice che regnò sette anni e mezzo in Ebron su Giuda e trentatré anni su tutto Israele e su Giuda. Allo  stesso modo, quando designa Salomone come suo successore, Davide lo stabilisce capo su Israele e su Giuda (1Re 1,35). Vale a dire che Salomone è nominato re dei due regni separatamente, come se fossero entità distinte: del regno d’Israele che corrisponde alle tribù del nord, e del regno di Giuda che rappresenta le tribù del sud.
L’autore sacro fa valere anche motivi religiosi, e presenta la divisione come un castigo per l’apostasia idolatrica di Salomone. In più, il racconto della divisione è costruito sullo schema « promessa-adempimento ». C’è l’intervento del profeta Achia di Silo che, in un modo più plastico, come usava spesso fra i profeti, che parlavano a base di gesti, annunzia la divisione del regno in dodici porzioni: dieci per Geroboamo, che dà inizio al regno del nord e a una serie successiva di dinastie, e due che resteranno fedeli alla dinastia davidica. La profezia di Achia si adempì alla lettera: così Israele si ribellò alla casa di Davide fino a oggi.
La restaurazione dell’unità sarà un’aspirazione che si farà sentire principalmente al tempo dell’esilio. Si legga, per esempio, Ez 37,15-28: è un testo pieno di nostalgia ecumenica, e quindi, di piena attualità per i nostri giorni. La divisione del regno dell’Antico Testamento ha un certo parallelismo nella divisione interna della Chiesa cristiana.
 
Vangelo
Fa udire i sordi e fa parlare i muti.
 
Vincent Taylor (Marco): L’effetto della guarigione è che la gente rimane stupita aldilà di ogni misura (huperperissós = «in eccesso»): questo l’unico passo, in tutta la letteratura greca, in cui è usato questo avverbio (invece il verbo huperpisseuó si trova in Rom. 5,20 e 2Cor. 7,4). In nessun’altra parte del vangelo di Marco si parla di una meraviglia così intensa.
«Ha fatto bene ogni cosa»: è forse un indizio che originariamente la storia apparteneva a un gruppo (cfr. il plurale: «sordi... muti»). È probabile che sullo sfondo ci sia Is. 35,5s: «Allora ... si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto» (cfr. Bacon, Lagrange, Rawlinson, Branscomb, Blunt). Se è così, vorrebbe dire che Marco ha rielaborato la conclusione dell’episodio a scopo catechetico … Altri indizi di questo interesse sono il presente poiei («fa udire») e il gioco linguistico alalous lalein («parlare i muti»). Ancor più consistente è l’attività redazionale in Mt. 15,31 dove è detto che la gente si meravigliava e «glorificava il Dio d’Israele» (cfr. Is. 29,23: «e temeranno il Dio d’Israele»; Gen. 1,31; Sir. 39,16).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,31-37
 
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
 
Parola del Signore.
 
José Maria Gonzalez-Ruiz: Questo è un secondo miracolo compiuto in terra pagana. Molti critici moderni, partendo dal fatto che questo racconto si trova solo in Marco, pensano che non abbia nessun fondamento storico.
Effettivamente, abbiamo visto come Gesù rifiuti ogni apparenza di magia tanto nei gesti quanto nelle parole.
In questa guarigione del sordomuto pare invece che tutto avvenga come nel caso classico di taumaturgia magica: prende l’infermo in disparte, gli mette le dita nelle orecchie, sputa e con la saliva gli tocca la lingua. Così appunto si comportavano gli antichi taumaturghi.
Occorre tuttavia procedere con una chiave di lettura completamente diversa, non tenendo conto dei pregiudizi apologetici, ma attenendoci ai fatti. Non possiamo dimenticare che si tratta d’un sordomuto, la cui capacità intellettuale era condizionata da questa mutilazione congenita.
Gesù non intende esercitare la magia, ma sollecitare la coscienza di colui che doveva essere l’oggetto del prodigio. In altri casi, bastavano le parole; qui invece trattandosi d’un sordomuto, erano necessari i gesti.
Gesù tocca gli orecchi e la lingua dell’infermo, per dirgli che si trattava della guarigione dal suo male. E, se ricorre all’antico gesto magico di toccare con la sua saliva le parti del corpo che per così dire erano inferme, vuol solo far intendere al sordomuto che è disposto a guarirlo. Probabilmente quell’uomo non avrebbe potuto comprenderlo in un altro modo. Anche oggi siamo soliti indicare ai bambini con questo gesto che si cura loro una ferita.
Come si nota spesso in Marco, anche qui è impartito l’ordine severo di non parlare del miracolo. Gesù continua a operare nel silenzio per indicare che Dio non ama le esibizioni. Tuttavia, la gente non poteva non proclamare la sua meraviglia.
Riferendosi al contenuto di questa proclamazione popolare, Marco mette in rilievo che non si tratta d’un trionfalismo politico-messianico, ma di un riconoscimento gioioso dell’efficacia della presenza del regno di Dio: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti ».
L’efficacia dell’evangelizzazione, in una determinata zona, dev’essere riconosciuta dalla sua concomitanza solidale con la realizzazione di tutto quello che libera l’uomo dalle sue alienazioni. Sognare un’evangelizzazione chimicamente pura - senza impegno col processo liberatore - è la cosa più impura che possa fare una Chiesa o un missionario nel suo dovere essenziale di presentare agli uomini la buona notizia.
 
Per approfondire
 
Gli Apostoli e la Chiesa dinanzi alla malattia - J. Giblet e P. Grelot: 1. Il segno del regno di Dio, costituito dalle guarigioni miracolose, non è rimasto confinato nella vita terrena di Gesù. Egli aveva associato i suoi apostoli, sin dalla loro prima missione, al suo potere di guarire le malattie (Mt 10, 1). Al momento della missione definitiva promette loro una realizzazione continua di questo segno per accreditare l’annunzio del vangelo (Mc 16, 17 s). Perciò gli Atti notano a più riprese le guarigioni miracolose (Atti 3, 1 ss; 8, 7; 9, 32 ss; 14, 8 ss; 28, 8 s) che mostrano la potenza del nome di Gesù e la realtà della sua risurrezione. Così pure Paolo, tra i carismi, ricorda quello di guarigione (1 Cor 12, 9. 28. 30): questo segno permanente continua ad accreditare la Chiesa di Gesù facendo vedere che lo Spirito Santo agisce in essa. Tuttavia la grazia di Dio viene ordinariamente agli ammalati in un modo meno spettacolare. Riprendendo un gesto degli apostoli (Mc 6, 13), i «presbiteri» della Chiesa compiono su di essi, che pregano con fede e confessano i loro peccati, unzioni con olio nel nome del Signore; questa preghiera li salva, perché i peccati sono loro rimessi ed essi possono sperare, se così piace a Dio, la guarigione (Giac 5, 14 ss).
2. Questa guarigione non avviene tuttavia in modo infallibile, come se fosse l’effetto magico della preghiera o del rito. Finché dura il mondo presente, l’umanità deve continuare a portare le conseguenze del peccato. Ma «prendendo su di sé le nostre malattie» al momento della sua passione, Gesù ha dato loro un nuovo senso: come ogni sofferenza, esse hanno ormai un valore di redenzione. Paolo, che ne ha fatto l’esperienza a più riprese (Gal 4, 13; 2 Cor 1, 8 ss; 12, 7- 10), si sa che esse uniscono l’uomo a Cristo sofferente: «Portiamo nei nostri corpi le sofferenze di morte di Gesù, affinché la vita di Gesù sia anch’essa manifestata nel nostro corpo» (2 Cor 4, 10). Mentre Giobbe non arrivava a comprendere il senso della sua prova, il cristiano si rallegra di «completare nella sua carne ciò che manca alle prove di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1, 24). Nell’attesa che giunga questo ritorno al paradiso dove gli uomini saranno guariti per sempre dai frutti dell’albero della vita (Apoc 22, 2; cfr. Ez 47, 12), la malattia stessa è inserita, come la sofferenza e come la morte, nell’ordine della salvezza. Non che essa sia facile da portare: rimane una prova, ed è carità aiutare il malato a sopportarla, visitandolo e consolandolo. «Portate le malattie di tutti», consiglia Ignazio di Antiochia. Ma servire gli ammalati significa servire Gesù stesso nelle sue membra sofferenti: «Ero ammalato e mi avete visitato», dirà nel giorno del giudizio (Mt 25, 36). Il malato, nel mondo cristiano, non è più un maledetto dal quale ci si scosta (cfr. Sal 38, 12; 41, 6-10; 88, 9); è l’immagine ed il segno di Cristo Gesù.
 
I miracoli segni dell’amore di Dio - Gianni Colzani: Per le Scritture il miracolo è un’opera potente di Dio e soprattutto un segno con cui Dio ci parla. Non conta solo il fatto straordinario, ma anche il modo e il contesto in cui il segno si colloca e avviene.
Esso va dunque inquadrato nell’agire potente e salvifico di Dio: Dio è “maestoso in santità, tremendo nello imprese, operatore di prodigi” (Es 15,11). Questa potenza è la rivelazione di un amore fedele, colto nella fede e celebrate nella preghiera. Il miracolo va mantenuto sullo sfondo di questa immagine di Dio: è segno di quel Regno a cui la potenza divina è ordinata e delinea una storia aperta all’agire di Dio, da lui guidata.
Presenti nell’Antico Testamento (il segno più eloquente e straordinario è l’esodo, la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto), i miracoli trovano particolare rilevanza nella vita di Gesù. Lo riconoscono i discepoli, che nella loro predicazione presentano Gesù come “un profeta potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc 2-1,19; cfr. Mt 11,21; At 10,38), lo riconoscono pure gli avversari, che, se mai, contestano il significato messianico di questa sua attività: per essi si tratta di magia diabolica (Mc 3,22-23 ).
 
Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua - Sordi sono coloro che non ascoltano la voce del Vangelo - Lattanzio, Le istituzioni divine 4, 26: Restituì l’udito ai sordi. Fino ad allora non si era mai vista tale opera celestiale, ma con essa il Signore dichiarava che in breve sarebbe avvenuto che coloro che non conoscevano la verità avrebbero udito e compreso le parole divine di Dio. E in verità si possono chiamare sordi coloro che non ascoltano le divine verità e che rifiutano di compiere le azioni dovute.
Fece in modo che le lingue dei muti tornassero a parlare, mirabile potere (cf. Mt 9, 33; Mc 7,37), se si fosse limitato a fare anche solo questo: ma in questo potere vi era un altro significato, che manifestava gli eventi futuri: come fino ad allora ignari delle cose celesti, potevano ora parlare di Dio avendo appreso la scienza e la verità della Sapienza.
 
I testimoni di Cristo -  San Benigno di Todi, Il filo rosso delle radici dona forma alle comunità: Tornare alle radici della fede e sulle tracce di coloro che ce l’hanno trasmessa non è mai un’operazione sterile di archeologia spirituale. Riscoprire le storie dei padri sulla cui eredità sono fondate le Chiese locali, infatti, ricorda che il Vangelo ha sempre a che fare con la vita delle persone e la storia dell’umanità. Oggi, ad esempio, la Chiesa ricorda san Benigno di Todi, sacerdote e martire che morì a cavallo del III e del IV secolo, seguendo la sorte dell’antico pastore sulla cattedra di Todi, san Terenziano, martirizzato forse nell’anno 138. Una figura che riporta alle radici anche culturali della città umbra. La tradizione racconta che Benigno fu scelto e ordinato sacerdote grazie alla sua specchiata moralità e alla sua generosità. Affrontò senza timore la prova estrema del martirio, morendo da testimone nel corso dell’ultima persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Fu poi seppellito lungo la strada tra Todi e il Vicus Martis (Massa Martana): quel luogo prese il nome di San Benigno e vide più tardi sorgere un oratorio e un monastero benedettino. Nel 1440 le benedettine furono trasferite in città e vi portarono pure il corpo dell’antico martire. Dopo diverse traversie, nel 1904 le sue reliquie furono infine spostate nell’altare maggiore della chiesa di San Silvestro, dove sono contenute in un’urna d’argento del 1679.
 
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
12 Febbraio 2026
 
Giovedì V Settimana T. O.
 
1Re 11,4-13; Salmo Responsoriale dal Salmo 105 (106); Mc 7,24-30
 
Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. (Gc 1,21bc - Acclamazione al Vangelo)
 
A. FEUILLET e P. GRELOT: Di fronte alla parola apostolica, si opera la stessa divisione, che si osservava già di fronte a Gesù: rifiuto degli uni (Atti 13,46; 1Piet 2,8; 3,1); accoglienza degli altri (1Tess 1,6), che ricevono la parola (1Tess 2,13), l’ascoltano (Col 1,5; Ef 1,13), la ricevono con docilità per metterla in pratica (Giac 1,21ss), la custodiscono per essere salvati (1Cor 15,2; cfr. Apoc 3,8), la glorificano (Atti 13,48), cosicché essa rimane in essi (Col 3,16; 1Gv 1,10; 2,14). Questi, se è necessario, sostengono per causa sua la prova ed il martirio (Apoc 1,9s; 6,9; 20,4), e grazie ad essa vincono le potenze del male (Apoc 12,11). Si manifesta così nella storia l’azione della parola divina, che ha suscitato negli uomini fede, speranza ed amore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Le ombre del regno- Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Le ombre del regno di Salomone possono essere riassunte in una sola parola: idolatria.
Sotto l’aspetto religioso, l’insediamento delle tribù israelitiche nella terra di Canaan suppose un grave deterioramento. Il contatto coi cananei, i loro santuari, i loro dèi e i loro culti ebbero conseguenze fatali per lo yahvismo. Questo deterioramento religioso si aggravò ancora con l’avvenimento della monarchia. Uno dei pericoli della monarchia, messa in grande evidenza dalla corrente antimonarchica, era la secolarizzazione della teocrazia. Invece di affidarsi alla fede in Yahveh, i re cercavano l’appoggio d’un esercito forte e d’una politica di alleanze.
Nel caso concreto di Salomone la politica delle alleanze fu realizzata, in gran parte, mediante combinazioni matrimoniali; e questo fatto, unito all’ampio harem del sontuoso re, portò a Gerusalemme un buon numero di donne straniere, che esigevano templi pagani per continuare il culto ai loro rispettivi dei. Tali santuari erano frequentati dalle spose del re e dai loro rispettivi seguiti, come anche dalle colonie permanenti o di passaggio che i paesi stranieri avevano nella città santa. Lo stesso Salomone, per compiacere le sue mogli, dovette frequentare, a volte, quei luoghi di culto idolatrico, e forse, andavano con lui altri dignitari della corte e persone del popolo. In altre parole, l’idolatria era favorita dall’alto del potere.
Della gravità dei fatti parlano chiaramente i testi del Deuteronomio che, sebbene scritti più tardi, non sono per questo meno significativi: «Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni ..., non farai con esse alleanza né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe ... Vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio» (Dt 7,1-6).
Riferendosi ai re e, senza dubbio, tenendo presente il caso particolare di Salomone, il Deuteronomio si esprime in questi termini: «Quando sarai entrato nel paese che il tuo Dio sta per darti e ne avrai preso possesso e lo abiterai, se dirai: Voglio costituire sopra di me un re come tutte le nazioni che mi stanno intorno, dovrai costituire sopra di te come re colui che il Signore tuo Dio avrà scelto ... Non dovrà avere un gran numero di mogli, perché il suo cuore non si smarrisca» (Dt 17,14-17).
 
Vangelo
I cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli.
 
Gesù è in terra pagana e questo sottolinea l’universalità del Vangelo, la buona notizia superando i confini del popolo eletto è rivolta a tutte le nazioni. Alla donna pagana, era di lingua greca e di origine siro-fenicia, che chiede la guarigione della figlia, Gesù “enuncia un principio di gradualità: la salvezza deve essere portata prima ai figli, poi [dopo la Pentecoste ai cagnolini ossia ai pagani [cfr. Mt 15,24; Rom 11,11-24]. La donna domanda perciò un’eccezione, un anticipo. E Gesù, ammirando la sua fede, glielo accorda e a distanza.
L’episodio era di consolazione per i lettori di Marco di origine pagana” (Messale dell’Assemblea Cristiana, Feriale, ELLEDICI).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,24-30
 
In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto.
Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia.
Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia».
Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.
 
Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Marco): Non riuscì a rimanere nascosto, colui che ha detto che la lampada non si mette sotto il moggio (4,21). Comunque, non sono le masse che accorrono, ma una sola donna che ha una figlioletta posseduta dal demonio. È una mamma che ama e che non ha trovato tra i guaritori pagani un aiuto. Marco ci tiene ad annotare che si tratta di una donna greca, di origine siro-fenicia, cioè di una pagana, quindi di un essere impuro che rende impuri. Ma non Gesù. Egli, il Santo di Dio (1,24), non può certo rendersi impuro, ma solo purificare come ha fatto con il lebbroso e i peccatori, con gli esattori delle tasse o pubblicani, con l’emorroissa e con gli indemoniati.
Egli, l’abbiamo già annotato, libera chi è impuro purché accolga la sua liberazione.
Ora eccolo a contatto con una donna doppiamente impura: è pagana e vive in terra pagana con una figlia posseduta dal demonio. Eppure è lì ai suoi piedi, e lo supplicava affinché scacciasse il demonio da sua figlia.
Gesù non dice di no. Solo le dice di aspettare, di avere pazienza, di lasciare che prima si sazino i figli perché non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini (7,27).
«Figli - cagnolini» cioè Ebrei - pagani. Questi erano soliti chiamare «cani» i pagani. Gesù ricorre al diminutivo per addolcire l’opposizione e, allo stesso tempo, per far capire che i pagani non sono per sempre esclusi dal banchetto della salvezza, quello dei figli. È di salvezza che qui si tratta e di salvezza per tutti i popoli, come ha annunciato il profeta Isaia (2,2-5; 25,6). Ma c’è un «prima» e un «dopo» che Paolo osserverà nel suo apostolato (Rm 1,16; ecc.; At 13,46), mentre Gesù lo abolì il giorno stesso della sua risurrezione, quando disse: «Adesso possono essere annunziate a tutti i popoli la conversione e la remissione dei peccati» (Lc 24,47).
Comunque il «dopo» è qui anticipato nei segni. Non lo fu forse anche a Gerasa?
La donna infatti sembra capire Gesù e, aggrappandosi a quel termine «cagnolini», gli fa sentire che ci può essere una contemporaneità nel dono, anche se ai cagnolini vanno solo le briciole.
Quanta fede, quanta umiltà, sostenuta dalla carità, e quanta speranza. Oramai è certa che Gesù l’ascolterà. Lo chiama Signore. È il titolo pasquale di Gesù, usato solo da questa donna pagana nel Vangelo di Marco, il quale lo riporta appunto per annotare che quella donna ha fede, e quando c’è la fede, c’è l’ammissione alla mensa dei figli. È quanto Gesù afferma concedendo la grazia: «Va’, il demonio è uscito da tua figlia». Essa accoglie la parola che salva. Oramai è parte del popolo di Dio. Non c’è proprio bisogno che qualche giornalista corra per verificare se davvero è avvenuto il miracolo. L’evangelista, quale credente, lo annota perché sa già che la parola di Gesù si fa evento.
Da questo breve racconto la comunità cristiana impara che per essere ammessi nella Chiesa basta la fede e non c’e bisogno - dice Pietro - di «imporre sul collo dei discepoli un giogo (quello delle tradizioni ebraiche) che né i nostri padri, né noi siamo stati capaci di portare» (A t 15,10). Quant’è bella la libertà che Cristo ci ha donato!
Ma per capirla correttamente bisogna essere capaci di ascoltare Gesù. Ce lo insegna il seguente racconto.
 
Per approfondire
 
Significato di idolatria - C. WIÉNER: Israele non si è accontentato di cercar di rispondere con fedeltà alla chiamata di Dio, ma ha riflettuto sulla natura degli «idoli muti» (1 Cor 12, 2) che lo sollecitano, e progressivamente esprimerà con un linguaggio esatto il nulla degli idoli.
1. Gli «altri dèi». - Con questa espressione corrente fino all’epoca di Geremia, Israele sembra ammettere l’esistenza di altri dèi oltre Jahvè. Non si tratta di sopravvivenze equivoche di altre religioni, mescolate al jahvismo popolare, quali gli «idoli domestici» (terafîm), senza dubbio riservati alle donne (Gen 31, 19-35; 1 Sam 19, 13-16) od il serpente Nekhushtân (2 Re 18, 4); si tratta propriamente dei Baal cananei, che Israele incontra quando si stabilisce nella terra promessa. Ed allora è una lotta a morte contro i Baal: Gedeone ebbe l’onore imperituro di aver sostituito l’altare di Jahvè all’altare dedicato da suo padre a Baal (Giud 6, 25-32). Se quindi Israele parla di «altri dèi» è soltanto per qualificare in tal modo le altre credenze (cfr. 2 Re 5, 17), tuttavia non dubita che Jahvè sia il suo Dio unico (cfr. Es 20, 3-6; Deut 4, 35).
2. Il nulla degli idoli. - La lotta a morte contro gli idoli continua, ma ora nello spirito del fedele di Jahvè, affinché riconosca che «gli idoli non sono nulla» (Sal 81, 10; 1 Cron 16, 26). Elia, con pericolo della vita, si burla degli dèi che non possono consumare l’olocausto (1 Re 18, 18-40); gli esiliati comprendono chiaramente che gli idoli non sanno nulla, perché sono incapaci di annunziare il futuro (Is 48, 5); e neppure salvano (45, 20 ss). «Prima di me non fu formato alcun dio, e non ce ne sarà alcuno dopo di me» (43, 10). Così stando le cose, vuol dire che essi non esistono veramente, sono dei prodotti fabbricati dall’uomo. Quando i profeti lanciano le loro satire contro gli idoli di legno, di pietra o d’oro (Am 5, 26; Os 8, 4-6; Ger 10, 3 ss; Is 41, 6 s; 44, 9-20), non denunciano un’espressione figurativa, ma un pervertimento: invece di adorare il suo creatore, la creatura adora la propria creazione. La sapienza mette in chiaro le conseguenze di questa idolatria (Sap 13 - 14): è un frutto di morte, perché significa l’abbandono di colui che è la vita. Nello stesso tempo offre al credente una spiegazione della genesi di questo pervertimento: si sono divinizzati i defunti o delle persone famose (14, 12-21), oppure si sono adorate forze naturali, destinate invece a condurre l’uomo verso il loro autore (13, 1-10). Paolo continua questa critica dell’idolatria, associandola al culto dei *demoni: sacrificare agli idoli significa sacrificare ai demoni (1 Cor 10, 20 s). Infine, in una requisitoria terribile, denunzia il *peccato universale degli uomini che, invece di riconoscere il creatore attraverso la sua creazione, hanno barattato la gloria del Dio incorruttibile con una rappresentazione delle sue creature; di qui il loro decadimento in tutti i campi (Rom 1, 18-32).
3. L’idolatria, tentazione permanente. - La idolatria non è un atteggiamento superato una volta per sempre, ma rinasce sotto forme diverse: non appena si cessa di servire il Signore, si diventa schiavi di ogni sorta di padroni: denaro (Mt 6, 24 par.), vino (Tito 2, 3), cupidigia, che è volontà di dominare il prossimo (Col 3, 5; Ef 5, 5), potenza politica (Apoc 13, 8), piacere, invidia ed odio (Rom 6, 19; Tito 3, 3), peccato (Rom 6, 6), persino osservanza materiale della legge (Gal 4, 8 s). Tutto ciò porta alla morte (Fil 3, 19), mentre il frutto dello Spirito è vita (Rom 6, 21 s). Dietro questi vizi, che sono idolatria, si nasconde un disconoscimento del Dio unico che, solo, merita la nostra fiducia.
 
Satana - Catechismo degli Adulti 382: I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà... fino all’ultimo giorno». Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere. Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».
 
Isacco della Stella (Sermo 37,1 2-15): O donna, grande è la tua fede!: la fede dal punto di vista che ci interessa, può essere grande sotto quattro aspetti: o per la scienza spirituale, o per la fiducia, o per la devozione o per la perseveranza. La prima forma di fede è quella che illuminata dallo spirito, è grande e capace di rispondere sempre a chiunque domandi spiegazioni della speranza che è in noi (1Pt. 3,15) ... La seconda è grande e potente non solo nei discorsi e nella conoscenza, ma anche nell’efficacia: per mezzo di essa si operano facilmente segni e prodigi ... La terza è grande e capace di suscitare il pentimento e il disgusto del mondo intero, facendo desiderare la visione di Dio ... Infine la quarta è grande ed in grado di vincere col coraggio e con la perseveranza il mondo ... La prima trionfa del mondo con la razionalità, la seconda con i prodigi, la terza col distacco, la quarta con la lotta. Sotto quale aspetto la fede di questa donna sia stata dichiarata grande, lo sa però solo Colui che l’ha lodata per la manifestazione esteriore e l’ha formata nella crescita interiore.
 
I testimoni di Cristo -  Santi Martiri di Abitina. È l’Eucaristia la fonte che trasforma ogni gesto in testimonianza d’Infinito - La comunità cristiana non è una semplice associazione di persone che condividono un ideale di vita, valori buoni per l’esistenza o l’impegno verso i meno fortunati. Essere cristiani significa testimoniare in ogni momento la vita di Dio, e questa testimonianza ha la propria radice nell’Eucaristia.
I santi Martiri di Abitina, ricordati oggi dal Martirologio Romano, rappresentano un profetico richiamo all’irrinunciabile legame tra la vita della comunità cristiana e il sacramento del Sangue e del Corpo di Cristo.
Non si tratta di vivere rifugiati in una dimensione spirituale ma di alimentare i gesti della quotidianità con la forza dell’Infinito, del Totalmente Altro, dell’amore di Dio. Di questo ci parlano i 49 martiri ricordati oggi, uomini e donne di Abitina (o Abitene), città dell’Africa Proconsolare, vissuti tra la fine del III secolo e l’inizio del IV. In quegli anni l’imperatore Diocleziano aveva scatenato una dura repressione contro i cristiani obbligando il clero a consegnare i libri sacri e vietando le riunioni. Ma il gruppo di Abitina, guidato dal sacerdote Saturnino, aveva sfidato il divieto, riunendosi di nascosto per l’Eucaristia. Scoperti, furono arrestati e poi inviati a Cartagine dal proconsole Anulino, davanti al quale tutti dichiararono di non poter rinunciare alla celebrazione domenicale. Per questo vennero incarcerati e poi martirizzati. (Matteo Liut)
 
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 11 Febbraio 2026
 
Mercoledì V Settimana T. O.
 
1Re 10,1-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 36 (37); Mc 7,14-23
 
La tua parola, Signore, è verità: consacraci nella verità. (Cf. Gv 17,17b.a - Acclamazione al Vangelo)
 
Giuliano Vigini (Dizionario del Nuovo Testamento): Nel concetto di verità (aletheia) del NT confluiscono, sia l’idea veterotestamentaria di ciò che è stabile, permanente e fedele, sia l’idea greco-ellenistica di ciò che si conosce in modo perfetto, nella sua realtà di fatto (Mc 5,33) o di insegnamento (Mt 22,16; Mc 12,14.32; Lc 20,21). Nel pensiero di Paolo prevale l’accezione di verità dell’AT di ogni cosa buona e giusta secondo l’ordine della creazione, che si deve perseguire e a cui bisogna restare fedeli (Rm 2,8; Gal 5,7; 2Ts 2,12).
Nella sua interezza, la verità è però strettamente collegata a Dio (Rm 1,25; 3,7; 15,8), a Cristo (2Cor 11,10; Ef 4,21) e al vangelo (Gal 2,5.14; Col 1,5): parola di verità (Col 1,15) in quanto parola di salvezza (2Cor 4,2-3; Ef 1,13; Col 1,5; 2Tm 2,15). II vangelo, infatti, è la buona notizia che annuncia Gesù morto e risorto (1Cor 15,1.3.5); non c’è un altro vangelo (2Cor 11,4; Gal 1,8-9). Questa è la verità della “sana dottrina” da cercare e difendere (1Tm 1,10; 2,4; 6,3; 2Tm 2,25; 3,7; 4,3; Tt 4,1.1.9; 2,1); questa è la verità di cui la Chiesa è “colonna e sostegno” (1Tm 3,15) contro tutti i falsi maestri (1Tm 1,4; 4,7; 2Tm 4,3-4; Tt 1,9.14) che la rifiutano o la deturpano (1Tm 6,5; 2Tm 2,18; 3,8; 4,4; Tt 1,14).
L’identificazione della verità nella persona di Gesù Io sono la via, la verità e la vita Gv 14,6) si caratterizza come una delle peculiarità del vangelo di Giovanni. Gesù è la rivelazione perfetta del Padre e della vita che procede da lui, ed è anche la strada per camminare verso di lui. Egli dice (Gv 8,40.45-46; 16,7) e testimoniare la verità di Dio (Gv 18,37), manifestandola nell’amore e nell’offerta di sé. Per mezzo dello Spirito Santo, “Spirito di verità” (Gv 14,17; 15,26; 16,13), il cristiano cammina nella verità (2Gv 4; 3Gv 3,4) e di essa vive (1Gv 1,8; 2Gv 1-2; 3Gv 1,8).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): I  grandi capi d’Israele usavano radunare i figli prima di morire, per manifestare la loro ultima volontà e pronunziare su di essi la benedizione finale. Si ricordino le benedizioni di Giacobbe (Gn 49) e di Mosè (Dt 33); e si ricordino anche i testamenti di Giosuè (Gs 23-34) e di Samuele (1Sam 12).
Il testamento di Davide non corrisponde alla grandezza del primo re di Gerusalemme. I versetti raccolti dal nostro testo mancano d’originalità: furono redatti senza dubbio dalla scuola deuteronomista, che ripete sempre le stesse idee in modo stereotipato. Al deuteronomista sono dovute anche le ultime raccomandazioni di Mosè a Giosuè: «Sii forte e fatti animo, poiché tu introdurrai gl’israeliti nel paese che ho giurato di dar loro, e io sarò con te» (Dt 31,23). « Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dar loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge ... (e) porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? ... Chiunque disprezzerà i tuoi ordini, e non ubbidirà alle tue parole in quanto comanderai, sarà messo a morte. Solo sii forte e coraggioso» (Gs 1,6-18). La scuola deuteronomista non solo diede forma letteraria al testamento di Davide, ma lasciò impressa in esso un’orma della sua teologia. Essa fa dipendere la permanenza d’un successore sul trono d’Israele dall’osservanza dei comandamenti e dei precetti della legge di Mosè, mentre la formulazione della profezia di Natan era espressamente priva di condizioni (2Sam 7,14-16).
La conclusione che se ne deduce è che il nostro testo fu redatto durante l’esilio e costituisce un invito implicito alla conversione. Vuol far sapere alla generazione dell’esilio che la continuità dinastica era  subordinata all’osservanza delle clausole dell’alleanza.
In altre parole, l’unica via per giungere alla restaurazione della monarchia passava attraverso la fedeltà alla legge di Mosè.
 
Vangelo
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.
 
Per la comprensione del Vangelo è opportuno richiamare alla memoria le norme di purità che gli Ebrei ritenevano di dover osservare prima di prestare il culto liturgico a Dio. Essi distinguevano tra cose, persone, creature, azioni pure e impure . Chi veniva a contatto con ciò che era considerato impuro doveva purificarsi, prima di entrare in contatto con Dio. Per la Bibbia di Gerusalemme, «i rabbini facevano risalire la tradizione orale, attraverso gli “anziani”, a Mosè ... A proposito dell’impurità delle mani, obiettata dai Farisei, Gesù prende in considerazione la questione più generale dell’impurità attribuita dalla legge a certi alimenti [Lev 11]  e insegna a posporre l’impurità legale a quella morale, la sola che importa veramente ([cf. At 10,9-16; 10,28 ...]».
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,14-23
 
In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
 
Parola del Signore.
 
Pietro Aliquò (La bella notizia del Regno): Nuova controversia e nuova polemica da parte di farisei e scribi. Nuova presa di posizione da parte di Gesù.
Al centro della questione il fatto che i discepoli non rispettano la tradizione perché mangiano «con mani immonde» e cioè non lavate. Per capire, bisogna ricordare che la legge di Mosè proibiva ogni contatto con perso­ne a alimenti dichiarati «impuri» (Lv 11-16).
«Nella vita quotidiana, al ritorno da luoghi aperti al pubblico o dai mercati, gli israeliti si sentono ritualmente “impuri”: non hanno forse sfiorato dei peccatori e dei pagani (venditori e occupanti romani)? Da questo, le loro accurate purificazioni prima di prendere il pasto e la domanda posta a Gesù riguardo alla noncuranza dei suoi amici in relazione a queste norme».
Gesù denuncia con forza l’ipocrisia e la falsità dei farisei e degli scribi. Ai farisei e agli scribi che si rifanno alla tradizione, richiama l’ osservazione lamento del profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Is 29,13). Gesù accusa farisei e scribi di sostituire tradizioni umane alla parola di Dio. Per dare forza e concretezza all’accusa, Gesù porta l’esempio dei voti. «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12).
Questa la volontà di Dio. Ma i farisei, dichiarando korbàn (cioè offerta sacra destinata al tempio) ciò che è dovuto ai genitori, vengono meno a un punto fondamentale della legge. Per ottenere offerte a favore del tempio eludono abilmente la parola di Dio. Parlano di tradizioni, ma tradiscono la legge. Non davvero ipocrisia più grande.
Chiamata la folla, Gesù dice: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; son invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». Parabola stringata ed essenziale.
Ma i discepoli, al solito, non capiscono. Hanno bisogno ancora una volta di una chiave di lettura. E Gesù gliela dà: ciò che contamina l’uomo non sono gli alimenti, ma i pensieri che escono dal cuore. Il cuore è la sede dei pensieri e degli affetti. Nel cuore nascono i sentimenti, le idee, le aspirazioni, i sogni e le intenzioni. In pratica: se il cuore è buono, l’uomo è buono; se il cuore è cattivo, l’uomo è cattivo. Alla religione delle tradizioni e della divisione tra puri (farisei) e impuri (peccatori), Gesù sostituisce quella del cuore.
Si può dire che l’uomo vale quanto il suo cuore.
Teofilatto scrive: «I discepoli del Signore, istruiti ad abbracciare la sola virtù e a non essere superstiziosi nelle altre pratiche, mangiavano con mani non lavate, con semplicità e non con cura eccessiva. Ma i farisei, cercando una occasiona di accusa, li rimproveravano di questo, e non in quanto trasgressori della Legge, ma delle tradizioni degli anziani. Non stava scritto infatti nella Legge: “Bisogna lavarsi per un cubito” cioè fino al gomito, ma questa norma era stata trasmessa dagli anziani.
«Per rimproverare più gravemente i giudei, Gesù aggiunge anche le parole del profeta da cui sono contestati.
Infatti essi rimproverano i discepoli di avere trasgredito le disposizioni degli anziani, ma il Signore pronuncia su di loro un giudizio ancora più grave, cioè di aver prevaricato la Legge di Mosè ...
«Il Signore, insegnando agli uomini che non dobbiamo intendere in senso corporale le osservanze che la Legge prescrive, comincia a questo punto ad aprire la comprensione della Legge dicendo che niente di ciò che entra può rendere profano, cioè può inquinare qualcuno, ma ciò che esce dal cuore. Quelle, sono le cose che lo inquinano e le enumera tutte.
«L’occhio cattivo - dice - ovvero l’invidia o l’intemperanza. Infatti l’invidioso rivolge un occhio cattivo e maligno all’oggetto dell’invidia e l’intemperante che guarda attraverso il suo occhio attira il male. Intende poi come bestemmia l’accusa contro Dio, come se uno dicesse: Non c’ è provvidenza! Questa è bestemmia. Quindi aggiunge la superbia; la superbia infatti è come dire disprezzo di Dio, quando uno opera il bene e non lo attribuisce a Dio, ma alla propria virtù.
È stoltezza poi la contesa verso gli uomini. Tutte quelle affezioni contaminano l’anima, scaturiscono ed escono da essa» (Esposizione sul Vangelo di Marco 7).
Sul piano pastorale e spirituale bisogna puntare sulla formazione all’interiorità. Il cuore, biblicamente inteso, è il criterio di discernimento della bontà o meno di pensieri, parole scelte e azioni. Da qui la preghiera incessante al Signore perché crei in noi «un cuore puro» e rinnovi «uno spirito saldo» (Sal 5 0,12). Qualcuno ha scritto che non si vede bene se non con il cuore.
 
Per approfondire
 
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza - Roberto Tufariello (Invidia, Schede Bibliche Pastorali): Nel Nuovo Testamento l’invidia è indicata col termine fthónos e talvolta con zêlos.
Gesù, nel corso della sua vita, è stato oggetto di invidia da parte dei sommi sacerdoti e dei farisei a causa del successo che otteneva tra le folle (Mt. 27,18; Gv. 11,45-57). Egli ha spiegato che l’origine di questa tendenza cattiva, come delle altre, è nel cuore dell’uomo; è lì quindi che bisogna vincerla: «Escono infatti dal cuore degli uomini le intenzioni cattive, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono fuori e contaminano l’uomo» (Mc. 7,21-31).
Gesù ha accennato all’invidia anche in alcune parabole. Nella parabola degli operai della vigna si rimprovera 1’«occhio cattivo» di coloro che mormorano perché i chiamati dell’ultima ora ricevono la paga dell’intera giornata. Il padrone della vigna afferma che non c’è ragione di dolersi dei doni che la sua bontà vuole elargire, oltre il giusto salario, indipendentemente dai meriti dei lavoratori (Mt. 20,13-14). Ugualmente, il figlio fedele della nota parabola lucana non avrebbe motivo di infuriarsi per il trattamento di bontà e di generosità che viene fatto al fratello prodigo, pentito e tornato alla casa del padre (Lc. 15,29-32).
Nelle lettere di s. Paolo, l’invidia compare in vari elenchi di vizi; essa è tra i peccati che caratterizzano la vita dei pagani che colpevolmente non riconoscono Dio (Rom. 1,29); è una delle «opere della carne» che possono escludere dal regno di Dio e che non si accordano con la vita «secondo lo Spirito» (Gal. 5,21.26); è una delle «opere delle tenebre» che il cristiano deve respingere (cf. Rom. 13,13).
I credenti, prima di ricevere il battesimo, vivevano immersi nella malizia e nell’invidia, odiosi, nemici a vicenda» (Tito 3,3-4). Ma poi, dopo l’immersione battesimale, hanno rinunciato a ogni forma di malizia, compresa l’invidia, per vivere una vita nuova (1Pt. 2,1-2). Anche dopo il battesimo, uno può lasciarsi prendere dall’invidia (1Cor. 3,3; 2Cor. 12,20); ma se vuole, può superarla mediante la carità, la quale sa rallegrarsi del bene altrui (1Cor. 13,4-5).
In qualche testo, l’invidia viene indicata come un pericolo anche per i pastori del gregge di Cristo.
Essa è una delle caratteristiche dei falsi dottori, la cui azione pastorale è guidata dall’orgoglio e dall’avarizia (1Tim. 6,3-5).
Alcuni predicatori annunciano il vangelo esclusivamente per spirito di rivalità e di invidia verso Paolo o altri apostoli, allo scopo di rovinarne l’autorità presso i fedeli e di soppiantarla. S. Paolo ritiene che questa motivazione faziosa non faccia perdere al vangelo il suo valore; tuttavia non può che disapprovare i predicatori che si lasciano guidare da tali sentimenti: «Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno con carità...; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene. Che importa? Purché in ogni maniera, sia nella ipocrisia che nella verità, Cristo venga annunciato, me ne rallegro e rallegrerò» (Fil. 1,15-18).
San Giacomo spiega che l’invidia ha un ruolo non piccolo nella genesi delle contese e delle lotte tra gli uomini (Giac. 4,1-2). Egli definisce «amaro» questo peccato, che è il frutto di una falsa sapienza, chiamata «carnale» e « diabolica» perché ha la sua origine nel padre della menzogna. A questa sapienza si contrappone quella «dall’alto», di origine divina, che porta frutti di pace, di mitezza, di misericordia: «Ma se avete nel vostro cuore dell’invidia amara e spirito di contesa, non gloriatevi e non mentite contro la verità. Questa non è sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è invidia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di male. Ma la sapienza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia» (Giac. 3,14-17)
 
La legge e i cristiani - Le polemiche asfissianti sull’osservanza della legge tra Farisei e cristiani andranno avanti ancora per molti anni. La Chiesa apostolica dovrà fare i conti sopra tutto con i credenti provenienti dal giudaismo, i quali, fanatici e per nulla rinnovati nel cuore, cercheranno di imporre il giogo della legge mosaica ai cristiani in modo particolare a quelli che provenivano dal paganesimo. Una lotta estenuante che imporrà all’apostolo Paolo di prendere spesso carta e penna per difendere con forza l’affrancamento dalla legge mosaica: «Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali «Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne» (Col 2,20-23). E non pago scriverà agli stolti Galati: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla» (Gal 5,1-2).
La libertà è un anelito che trova radici profonde nel cuore dell’uomo. È il frutto di lotte, di conquiste pagate a caro prezzo ... ma cosa significa libertà per l’uomo di oggi? Che valore ha? Cosa significa vivere da uomini liberi? Il Magistero della Chiesa risponde a queste domande e lo fa dicendo innanzi tutto che la libertà dell’uomo è «finita e fallibile».
«Di fatto, l’uomo ha sbagliato. Liberamente ha peccato. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, si è ingannato da sé; è divenuto schiavo del peccato. Questa prima alienazione ne ha generate molte altre. La storia dell’umanità, a partire dalle origini, sta a testimoniare le sventure e le oppressioni nate dal cuore dell’uomo, in conseguenza di un cattivo uso della libertà» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1739). Quindi, l’uomo, nel gustare il dono della libertà, deve partire dalla sincera consapevolezza che nel cuore porta una profonda ferita inferta dal peccato dei Progenitori e dal suo peccato attuale: un vulnus che lo spinge al male (Rom 7,14-25). Per cui se la libertà non è incanalata nell’alveo di veri valori può diventare libertinaggio e paradossalmente mera schiavitù. Per cui, l’esercizio della libertà «non può implicare il diritto di dire e di fare qualsiasi cosa».
«È falso pretendere che l’uomo, soggetto della libertà, sia un “individuo sufficiente a se stesso ed avente come fine il soddisfacimento del proprio interesse nel godimento dei beni terrestri”. Peraltro, le condizioni d’ordine economico e sociale, politico e culturale richieste per un retto esercizio della libertà troppo spesso sono misconosciute e violate. Queste situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità. Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina» (ibidem 1740).
Solo Cristo ha veramente reso liberi gli uomini perché con la sua croce gloriosa li ha «riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù». Noi siamo liberi perché Cristo ci ha liberato dal peccato. La vera libertà consiste nel non essere più schiavi del peccato: in Cristo «abbiamo comunione con “la verità” che ci fa liberi [Gv 8,32]. Ci è stato donato lo Spirito e, come insegna l’Apostolo , “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” [2Cor 3,17]» (ibidem 1741). E non è vero che la «grazia di Cristo si pone in concorrenza con la nostra libertà», soprattutto «quando questa è in sintonia con il senso della verità  del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo» (ibidem 1742).
Celiando, George Orwell diceva ai suoi amici: «La libertà è poter affermare che due più due fa quattro. Se ciò è garantito, tutto il resto segue». Sarà vero, ma la libertà inizia ad essere realtà solo quando l’uomo accoglie con amore il «Dono-Gesù che viene dall’alto e discende dal Padre della luce».
 
Le cose che macchiano l’uomo - Cromazio di Aquileia, In Matth., Tract., 53, 1 s.: Dio, infatti, non richiede dall’uomo se mentre sta per mangiare si lava le mani, ma se ha il cuore puro e la coscienza monda dalle impurità dei peccati.
In effetti, cosa giova lavare le mani ed avere la coscienza macchiata?
Quindi i discepoli del Signore poiché erano puri di cuore e preferivano una coscienza monda ed immacolata, non davano importanza a lavarsi le mani, che con tutto il corpo, insieme, nel battesimo avevano lavato, mentre il Signore diceva a Pietro: “Chi una volta è lavato, non ha bisogno di lavarsi di nuovo, ma è tutto puro, come siete voi” (Gv 13,10). Invece, che quel lavacro dei Giudei fosse necessario al popolo, il Signore da tempo lo aveva mostrato per mezzo del profeta, dicendo: “Lavatevi, siate puri, togliete l’iniquità dai vostri cuori” (Is 1,16). Con questo lavacro, quindi, fu prescritto non che si lavassero le mani, ma che togliessero le iniquità dai loro cuori. Per questo, se gli scribi e i farisei, avessero voluto capire o accettare questa celeste purificazione non si lamenterebbero mai delle mani impure.
Per mostrare ancora più ampiamente inutile il rimprovero degli scribi e dei farisei sulle mani non lavate, il Signore, chiamata a sé la folla disse: “Non ciò che entra nella bocca macchia l’uomo, ma ciò che esce lo rende impuro” (Mt 15,11) dimostrando che non dal cibo che entra per la bocca, ma piuttosto dai cattivi pensieri dell’anima, che provengono dal cuore, l’uomo si rende immondo. I cibi, infatti, che prendiamo da ingerire, sono stati creati da Dio per l’uso della vita umana e benedetti, e perciò non possono macchiare l’uomo.
Ma i cattivi e contrari pensieri che provengono dal cuore, come lo stesso Signore ha interpretato, cioè, “gli omicidi, gli adulteri, le impurità, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19) e tutte le altre azioni malvagie, che provengono dal demonio, che ne è l’autore, queste sono le cose che veramente macchiano l’uomo.
 
I testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria di Lourdes. In quei passi di speranza l’autentica guarigione: Ciò che tutti desideriamo è non soffrire, ma l’esperienza del dolore fa parte della vita. Ciò che può fare la differenza è il modo in cui viviamo questa esperienza: anche l’ora più buia, in fondo, può diventare spazio per far entrare nella vita la luce della speranza e incamminarsi così verso la guarigione autentica, quella dell’anima. La celebrazione di oggi, dedicata alla Beata Vergine Maria di Lourdes e alla Giornata mondiale del malato, ci ricorda proprio questo: la salute autentica è la salvezza che solo Dio può donare, non in un futuro imperscrutabile, ma nella concretezza della nostra vita quotidiana, che è il luogo in cui è già presente l’Infinito, l’Eterno. Un mistero profondo e affascinante, affidato a una giovane, Bernadette Soubirous, che incontrò la Madonna per 18 volte tra l’11 febbraio 1858 e il 16 luglio successivo nella grotta sul fiume Gave, ai piedi dei Pirenei.
Maria si presentò alla ragazza come l’Immacolata e per Bernadette, cagionevole di salute, poverissima, analfabeta, non fu facile comprendere l’immensità di quelle parole. Eppure ebbe il coraggio di mettersi in ascolto e di farsi testimone del Vangelo davanti ai suoi contemporanei. Lo sgorgare della sorgente sotto a quella grotta fu il segno più grande, che ancora oggi attrae milioni di fedeli: Dio è la fonte della vita vera, in lui bisogna immergersi, è lui che ci salva. (Avvenire)
 
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.