8 Maggio 2026
Venerdì V Settimana di Pasqua
At 15,22-31; Salmo Responsoriale dal Salmo 56 (57); Gv 15,12-17
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Vangelo)
Amoris laetitia 99. Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere». Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano». Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».
100. Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.
Liturgia della PAROLA
I Lettura: Nel racconto lucano abbiamo il frutto del Concilio di Gerusalemme: il decreto apostolico che viene accolto dai credenti. La norma di astenersi dal sangue dagli animali soffocati non va presa come un compromesso con i cristiani giudaizzanti, ma era stata dettata dal fatto che allora si credeva il sangue come sede del principio vitale (Gen 9,4; cfr. Dt 12,16.23; Sal 30,10), e quindi inviolabile. L’essere arrivati ad un accordo accettato da tutti i credenti segna il trionfo della verità del vangelo della carità.
Vangelo
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
La pericope evangelica odierna è tratta dai «discorsi dell’addio»: Gesù, prima della morte, rivela ai discepoli i misteri più grandi della vita divina. Il brano svolge il tema della carità fraterna, dell’osservanza dei comandamenti, della gioia che ne deriva nell’osservarli e dell’elezione divina. Il brano evangelico, dopo aver ricordato che il discepolo è chiamato ad essere familiare con il Cristo, si chiude ricordando il dovere di portare frutto che si concretizza nell’impegno missionario e nell’amore vicendevole.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,12-17
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Parola del Signore.
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 12-13 Gesù sviluppa il tema dell’amore: «Il mio comandamento è questo, che vi amiate gli uni gli altri, come (io) vi ho amati» (cf. 13,34). L’amore che unisce Gesù al Padre non è solo il modello, ma anche il fondamento dell’amore che unisce i discepoli tra di loro. Egli ha (de)posto, cioè donato la propria vita per compiere la volontà del Padre (10,11ss.); i discepoli devono fare altrettanto per i fratelli. L’elemento caratteristico dell’amore cristiano consiste nella misura illimitata e nel modello cristologico da cui scaturisce. Gesù con l’ oblazione della propria vita ha dato la prova suprema dell’amore del Padre, rendendo possibile ai discepoli, divenuti suoi amici, di amarsi reciprocamente con la stessa intensità.
Si noti la distinzione tra i «miei comandamenti» v. 10) e il «mio comandamento» (v. 12), che corrisponde al «comandamento nuovo», nel quale si riassume tutto l’insegnamento di Gesù (13,34).
vv. 14-15 «Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando». Gesù offre la sua amicizia ai discepoli, se rimangono nel suo amore. Chi persevera nel comandamento dell’amore, è suo amico. Gesù chiama i discepoli amici (philoi), perché ha rivelato ad essi tutto quello che ha udito dal Padre, rendendoli partecipi della vita divina.
Solo agli amici vengono confidati i segreti di famiglia, mentre i servi ne sono tenuti all’oscuro. Ora, Gesù ha svelato ai discepoli, in quanto suoi amici, i segreti più intimi di Dio, la conoscenza del Padre, la sua bontà salvifica.
v. 16 «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituito affinché andiate e portiate frutto ... ». Il rapporto di amicizia che lega i discepoli al Maestro non dipende da una loro scelta spontanea, ma è frutto del dono gratuito e della libera iniziativa di Gesù, che li ha scelti per sé (eklégesthai) e li ha costituiti (tithénai) per associarli intimamente alla sua vita in una profonda comunione di amore e per farli continuatori della sua opera. Il verbo tithèmi (costituire), è un termine tecnico per designare un mandato (cf. Nm 8,10, per l’ordinazione dei leviti); veniva usato anche per l’istituzione dei rabbini. Gesù «ha costituito» i discepoli affinché vadano (thina hymeis hypàgète) e portino frutto e il loro frutto rimanga; egli assicura che il Padre concederà ad essi quanto chiederanno nel suo nome. L’efficacia della loro preghiera dipenderà dalla loro amicizia e intima unione con Gesù. Giovanni presenta come in retrospettiva la scelta dei Dodici, descritta dai sinottici (Mc 3,13-19 e parr.).
v. 17 Viene qui ribadito il comando dell’amore vicendevole espresso nel v. 12, formando una inclusione.
Per approfondire
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi - Giuseppe Barbaglio (Amore in Schede Bibliche Pastorali - Vol I): Giovanni ha saputo anche approfondire il legame indissolubile che unisce i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Si è detto che il Padre si rende presente nella storia con la carica del suo amore e con l’esigenza di comprometterci totalmente. Credendo noi vi aderiamo con libera scelta e facciamo nostra la sua esigenza. Ebbene, Giovanni chiama amore proprio tale adesione, intendendolo però, sulla scia del deuteronomista, in termini di obbedienza. Ne consegue che amare Dio comporta necessariamente amarci gli uni gli altri: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: Chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,21); «Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore» (lGv 4,20); «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17). Si badi bene: non c’è né confusione, né riduzione di un comandamento all’altro, ma connessione inscindibile. Amare Dio vuol dire fare la sua volontà; ed egli vuole che ci amiamo gli uni gli altri.
Infine a Giovanni dobbiamo la presentazione dell’amore come vincolo che unisce tra loro il Padre, Cristo e i credenti. Nella sua prima lettera egli intende rispondere al seguente interrogativo: come possiamo entrare in comunione con Dio? La risposta non lascia dubbi: credendo e amando, meglio amando con un amore radicato nell’adesione di fede. Ecco l’espressa dichiarazione dell’ evangelista: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Giovanni usa anche altre formule per esprimere la stessa realtà salvifica di cui l’amore è elemento costitutivo: «dimorare nella luce», «essere da Dio», «passare dalla morte alla vita», «nascere da Dio», «conoscere Dio». Ecco i passi più significativi: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce ... Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre» (lGv 2,10-11); «Chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello» (1Gv 3,10); «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14); «Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,7-8). In altre parole, la salvezza dell’uomo consiste nell’amore; è amando che l’uomo giunge all’autenticità del suo essere. Siamo vivi veramente se amiamo i fratelli come Cristo ci ha amati e con lo stesso amore che ha il Padre. Siamo vittime della morte invece se siamo estranei all’amore. Allo stesso modo, è l’amore dei fratelli che determina la verità della nostra «religione» di conoscenza del Padre di Gesù Cristo. Non sarà sfuggito che Giovanni parla esclusivamente di amore vicendevole e fraterno. Si può imputargli di essere settario, chiuso all’interno dei rapporti caldi della comunità cristiana? Ci sembra di poter dire che il suo particolarismo non assurge ad affermazione di principio, ma è solo un dato di fatto. La sua prospettiva è intra-ecclesiale. Egli intende infatti difendere la fede cristiana minacciata soprattutto da tendenze gnosticizzanti, dal potere corrosivo di una mistica contemplativa ed evasiva. La teologia giovannea è senz’altro parziale, perché non porta alcuna attenzione al carattere universale dell’amore del prossimo. Ma non è deformante, perché non nega questo, lo passa solo sotto silenzio. Si tratta di un limite che la lettura di tutto il NT ci permette di superare.
Come «mai Cristo, che è venuto a dare la sua vita per i nemici, dice che il maggior amore è quello che dà la vita per gli amici? Si può rispondere che tanta è la forza dell’amore da conquistare a sé i nemici e rendere utile a sé la persecuzione, in modo che i nemici divengono amici e ci sono d’aiuto ... Così, in effetti, chi possiede la Carità, in quanto tale conosce solo persone care e amiche» (M. Eckhart, Exp. ev. Jo., XV).
Testimoni di Cristo - Sant’Agazio (Acacio) Soldato e martire (m. 304): Sant’Acacio (o Agazio) morì martire intorno al 304. Centurione cappadoce dell’esercito romano di stanza in Tracia, fu accusato dal tribuno Firmo e dal Proconsole Bibiano di essere cristiano e, dopo aspre torture e tormenti, fu decapitato a Bisanzio sotto Diocleziano e Massimiano. L’imperatore Costantino il Grande costruì una chiesa-santuario in suo onore alla Karìa di Costantinopoli. Da almeno tredici secoli (dopo l’introduzione del rito bizantino nella diocesi di Squillace a seguito della soggezione della stessa al patriarcato di Costantinopoli) è Patrono della città e della diocesi di Squillace (ora arcidiocesi di Catanzaro-Squillace). (Avvenire)
Donaci, o Signore, di conformare la nostra vita
al mistero pasquale che celebriamo nella gioia,
perché con la sua forza perenne
ci protegga e ci salvi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.