5 Maggio 2026
 
Martedì della V Settimana di Pasqua
 
At 14,19-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Gv 14,27-31a
 
Cristo doveva patire e risorgere dai morti, ed entrare così nella sua gloria. (Cf. Lc 24,46.26 - Acclamazione al Vangelo)
 
Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca, Vol. II): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano di iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è  potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21, 27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22, 29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36)
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica»  (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa medesima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testimonianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.).
Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al   Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando   si legge l’Antico Testamento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso,  perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è  steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Paolo e Barnaba giunti a Listra guariscono “uno storpio sin dalla nascita che non aveva mai camminato” (Atti 14,8). Tanto strepitoso è il prodigio che gli abitanti della città, nel loro entusiasmo, arrivano al punto di chiamare Barnaba Zeus e Paolo Hermes. Intanto, i Giudei, nella loro follia omicida, non si stancano di perseguitare i missionari cristiani. Li seguono dappertutto, e giunti a Listra sollevano la folla contro Paolo e Barnaba.
Riescono nel loro intento, e Paolo è lapidato, e viene trascinato “fuori dalla città, credendolo morto”. Ma per fortuna è soltanto tramortito, e così, ripresosi, il giorno dopo, con Barnaba, riprende il cammino missionario, dirigendosi alla volta di Derbe. Luca segnala quasi con la stessa insistenza il rifiuto dei giudei con la stessa insistenza con cui mette in evidenza la presenza del Signore.
Una nota da ben sottolineare che non conosce tramonto, assai valida anche ai nostri giorni: “Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (At 14,22).
Gli ultimi versetti del brano lucano segnalano “in maniera sintetica la prassi seguita dagli evangelizzatori, che avviano l’organizzazione delle comunità scegliendo all’interno di ciascuna di esse alcuni anziani. Ovviamente non si tralascia di fare assegnamento sulla grazia del Signore: «Dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore». Ad Antiochia, tutta la comunità si riunisce per ascoltare Paolo e Bàrnaba. Dio ha agito: sua è stata l’iniziativa di aprire ai pagani «la porta della fede». Questa espressione, usata da Paolo nelle sue lettere per designare il campo di lavoro che Dio apriva ai predicatori del vangelo, qui indica la grazia che Dio ha concesso ai pagani di poter accogliere la fede cristiana” (Bibbia per la Formazione Cristiana).
 
Vangelo
Vi do la mia pace.
 
Gesù sta per tornare in Cielo, ed esorta i suoi a non turbarsi e a non avere timore. Come caparra lascia ai suoi la pace, perché la paura non devasti il loro cuore.
La pace saluto e addio abituale dei giudei (cf. Lc 10,5p), indica la salvezza, cioè la pienezza dei beni messianici (Gv 14,27), essa però presuppone l’assenza di guerra e la fraterna convivenza tra i popoli.
Dal brano giovanneo, e da molti altri, si evince che l’autore della salvezza e il principio di unità e di pace è solo Gesù, il Figlio di Dio. La pace che Gesù dona ai suoi amici consiste nella perfetta comunione intima tra Dio e l’uomo: Gesù, il Verbo del Padre, è stato mandato nel mondo per questa finalità: “ Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunione con sé, e di realizzare tra gli uomini stessi - che sono peccatori - una unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli uomini dal potere delle tenebre e del demonio ed in lui riconciliare a sé il mondo” (Ad gentes 3).
Viene il prìncipe del mondo Viene il giorno della sua morte ed è il giorno in cui la morte sarà vinta per sempre, il principe del mondo con le sue legioni sarà sbaragliato definitivamente, e pienamente sarà svelato l’amore eterno del Padre verso gli uomini, suoi figli.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,27-31a
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».
 
Parola del Signore.
 
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): v. 27 - Vi lascio la pace ... Non è un augurio (il tradizionale “Shalom” ebraico) e neppure una promessa: è un dono. I verbi al presente indicano imminenza e stabilità.
Non è una pace qualsiasi, tanto meno “come la dà il mondo” è la “sua” (v. “la mia pace”). Quindi dobbiamo pensare meno a una tranquillità psicologica e piuttosto a una forza capace di superare ogni “timore” perché dona l’energia per vincere ogni ostacolo (in questo senso illumina 16,33 dove Gesù parla di pace, tribolazione e vittoria). Di qui l’invito a non avere paura ... Bisogna ricordare che questi discorsi si svolgono in una situazione dove i discepoli avvertono incombenti fatti terribili. L’evangelista riferisce un’esperienza carica di smarrimenti.
v. 28 - vi rallegrerete. Per quanto sia facile avvertire la tristezza di un distacco e il timore di una solitudine, è più vero il contrario. L’attuale e prossima sofferenza è passaggio verso un bene migliore. In questo senso il discepolo dovrebbe conservare la pace e la gioia; anzi, essere contento di quanto sta per accadere, perché implica il ritorno di Gesù al Padre, quindi la sua “gloria”. Il Padre è detto “più grande”; nel quarto vangelo ciò non pare indicare una inferiorità del Figlio, che più volte è affermato come Dio (1,1), colmo della stessa vita (5,26), uguale a lui (10,30-38) ... tuttavia sembra dichiarare una vera subordinazione: tutto proviene dal Padre e torna a Lui anche lo stesso Figlio.
Se la croce è la via, paradossale, per ricondurlo al Padre, i discepoli dovrebbero esserne contenti: infatti è per questo che egli può rinnovare la promessa già udita di un suo ritorno (v. 14,3; 14,18; 14,21; 14,23). Simile è l’affermazione di 16,7: “È bene per voi che io me ne vada”.
v. 29 - perché … crediate. [...] Nel nostro testo Gesù esorta i suoi a non lasciarsi schiacciare dagli eventi spaventosi che stanno per accadere (v. 16,17) ma a reagire con una fede salda, pensando che egli li ha preavvisati.
v. 30 - viene il principe del mondo. L’oscuro personaggio è citato in 12,31 dove però Gesù dice trionfalmente “ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”.
Adesso prevale un senso di sgomento di fronte all’avversario che si avvicina minaccioso. La medesima consapevolezza si legge nei Sinottici: “Ecco, colui che mi tradisce è vicino” (Mc 14,42); “questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53). Ma Giovanni, coerentemente con la sua teologia della passione, sottolinea che la sconfitta è soltanto apparenza; in realtà non è segno di un “potere” del mondo su Gesù, ma della sua libera decisione di manifestare di fronte al mondo un’obbedienza e un amore al Padre che giunge sino alla morte (14,31; si rilegga l’affermazione di 10,18).
 
Per approfondire
 
La pace di Cristo - Xavier Léon-Dufour: La speranza dei profeti e dei sapienti diventa realtà concessa in Gesù Cristo, perché il peccato è vinto in lui e per mezzo di lui; ma finché il peccato non è morto in ogni uomo, finché il Signore non sarà venuto nell’ultimo giorno, la pace rimane un bene futuro; il messaggio profetico conserva quindi il suo valore: «il frutto della giustizia si sémina nella pace da coloro che praticano la pace» (Giac 3,18; cfr. Is 32,17). Tale è il messaggio proclamato dal NT, da Luca a Giovanni, passando attraverso Paolo. Luca, nel suo vangelo, traccia in modo speciale il ritratto del re pacifico. Alla sua nascita gli angeli hanno annunziato la pace agli uomini che Dio ama (Lc 2,14); Gerusalemme non vuole accogliere questo messaggio (19,42), ripetuto dai discepoli festanti che scortano il re che entra nella sua città (19,38). Nella bocca del re pacifico l’augurio della pace terrena diventa l’annunzio di una salvezza: come un buon giudeo, Gesù dice: «Va in pace!», ma con questa parola rende la salute alla emorroissa (8,48 par.), rimette i peccati alla peccatrice pentita (7,50), Connotando in tal modo la sua vittoria sul potere della malattia e del peccato. Al pari di lui, i discepoli offrono alle città, con il loro saluto di pace, la salvezza in Gesù (10,5-9). Ma questa salvezza sconvolge la pace di questo mondo: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto la divisione» (12,51). Gesù quindi non si accontenta di proferire le stesse minacce dei profeti contro ogni sicurezza fallace (17,26-36; cfr. 1Tess 5,3), ma separa i membri di una stessa famiglia. Secondo la frase del poeta cristiano, egli non è venuto a distruggere la guerra, ma ad aggiungervi la pace, quella pace di Pasqua che consegue alla vittoria definitiva (Lc 24,36). I discepoli irradieranno quindi fino ai confini del mondo la pax israelitica (cfr. Atti 7,26; 9,31; 15,23) che sul piano religioso è come una trasfigurazione della pax romana (cfr. 24,2), perché Dio ha annunziato la pace per mezzo di Gesù Cristo rivelandosi come «il Signore di tutti» (10,36)
 
San Tommaso in Gv 14,30 scrive: Qui il diavolo viene chiamato principe di questo mondo non perché creatore, né per la sua potenza fisica o naturale, come dicono bestemmiando i manichei, ma a motivo delle colpe del mondo, ossia di coloro che amano il mondo: cosicché egli è denominato principe del mondo e del peccato.
«La nostra battaglia non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i dominatori e i principi di questo mondo di tenebre» (Ef 6,12). Quindi egli non è principe delle creature, ma dei peccatori e delle tenebre, secondo le parole di Giobbe (4,25): «Egli è re su tutti i figli della superbia».
Sulle parole pronunciate da Satana quando tenta il Signore: ‘Tutte queste cose (i regni di questo mondo) io ti darò’ ecco che cosa dice  San Girolamo: ‘Arrogante e superbo, parla con ostentazione: non può infatti dare tutti i regni, poiché sappiamo che molti uomini santi sono stati fatti re da Dio’.
Pertanto Satana si mostra menzognero anche col Signore.
San Giovanni Crisostomo dice che il diavolo non può dare le ricchezze a chi vuole, ma solo a quelli che vogliono riceverle da lui. Egli infatti dà le ricchezze acquisite con il furto o gli spergiuri …
Pertanto il diavolo può aiutare solo per mezzo del peccato. Ma questo aiuto è falso perché lo dà solo per portare alla perdizione eterna.
Infine Satana si è sbagliato tentando il Signore con quelle lusinghe perché Colui che è venuto a portare agli uomini il Regno dei cieli non ha bisogno dei regni della terra.
Satana ha tentato il Signore perché non era ancora certo della sua divinità. Gesù infatti aveva fatto il suo ingresso nel mondo con estrema umiltà.
Inoltre il Signore si è lasciato tentare per insegnarci come si superano le tentazioni: con l’aiuto della parola della sua parola e con la pronta reazione.
Noi non siamo sotto la dittatura di Satana. Sarebbe tragico se fosse così.
Siamo invece sotto il governo di Dio.
E se obbediamo a Lui e ci conserviamo in grazia, teniamo fuori Satana dalla nostra vita.
In questo caso Satana ci teme e fugge, come ci ha insegnato lo Spirito Santo per bocca di Giacomo: “Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Gc 4,7)” (Amici Domenicani).
 
La pace è la tranquillità dell’ordine - Agostino, De civit. Dei, 19, 13 - Perciò, la pace del corpo è l’armonico concatenamento delle sue parti; la pace dell’anima irrazionale è la quiete ben regolata dei suoi appetiti; la pace dell’anima razionale è l’accordo ben ordinato di pensiero e azione; la pace dell’anima e del corpo è la vita e la sanità ben ordinate dell’essere animato; la pace dell’uomo mortale con Dio è l’obbedienza ben ordinata nella fede sotto la legge eterna; la pace degli uomini è la loro ordinata concordia; la pace della casa è la concordia unanime dei suoi abitanti nel comandamento e nell’obbedienza; la pace della città è la concordia ben ordinata dei cittadini nella legge e nell’obbedienza; la pace della città celeste è la comunità perfettamente ordinata e perfettamente armonica nel godimento di Dio e nella mutua gioia in Dio; la pace di tutte le cose è la tranquillità dell’ordine. L’ordine è la disposizione di esseri eguali e ineguali, che stabilisce a ciascuno il posto che gli conviene.
 
Testimoni di Cristo - Beata Caterina Cittadini Vergine, Fondatrice: Nasce a Bergamo il 28 settembre 1801 da genitori da poco giunti in città da Villa d’Almè. A sette anni è già orfana e rimane sola con la sorellina Giuditta di cinque anni. Vengono così accolte nell’orfanotrofio del Conventino. In quell’Istituto Caterina Cittadini si diploma maestra nel 1823. Viene invitata da due cugini sacerdoti, Giovanni ed Antonio Cittadini, a trasferirsi a Calolziocorte e nello stesso anno inizia ad insegnare nella scuola elementare del vicino paese di Somasca di Vercurago, dove apre una scuola gratuita per fanciulle povere, una scuola festiva gratuita, seguita da un educandato e da un orfanotrofio. Alcune delle sue ex allieve rimangono con lei per diventare loro stesse educatrici. Da questo nucleo sorge il nuovo Istituto delle Orsoline di Somasca. A 37 anni, nel 1840, muore la sorella Giuditta, suo più valido sostegno. Caterina scrive le Costituzioni del nuovo Istituto e le presenta al vescovo di Bergamo, Luigi Speranza negli anni 1854-55. Verranno approvate sette mesi dopo la morte di madre Cittadini, il 5 maggio 1857. È beata dal 2001. (Avvenire)
 
O Padre, che nella risurrezione di Cristo tuo Figlio
ci rendi creature nuove per la vita eterna,
dona a noi, tuo popolo, di perseverare nella fede e nella speranza,
perché non dubitiamo che si compiano le tue promesse.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 

4 Maggio 2026
 
Lunedì della V Settimana di Pasqua
 
At 14,5-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 113 B (115); Gv 14,21-26
 
Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa, dice il Signore, e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. (Gv 14,26 - Acclamazione al Vangelo)
 
Sul finire della sua vita terrena, Gesù promette ai suoi amici (Cf. Gv 15,15) il dono dello Spirito Santo: lo Spirito Santo sarà nella vita della Chiesa, e nell’intimo dei credenti, il Consolatore, il Maestro, la memoria.
Dai testi di Giovanni sullo Spirito Santo si possono rilevare i tratti seguenti: lo Spirito Santo verrà quando Gesù se ne sarà «andato» (16,7). Gesù pregherà il Padre ed Egli darà ai discepoli «un altro Consolatore» (14,16.26; 15,26). I discepoli lo conoscono, perché Egli dimora presso di loro e sarà in loro (14,17). Dimorerà in loro (14,17) insegnerà ad essi ogni cosa (14,26) e li guiderà sulla via della verità (16,13). Annunzierà ai discepoli le cose future (16,13). Prenderà da Gesù per dare ai discepoli (16,14), glorificando Gesù (16,14) e rendendo testimonianza di lui, facendo ricordare ai discepoli ciò che Gesù ha fatto e ha detto loro (14,26). Non parlerà da se stesso (16,13), dirà solamente quanto sentirà. Il mondo non lo può accogliere (14,17), non lo vede e non lo conosce (14,17). Lo Spirito darà testimonianza in favore di Gesù di fronte all’incredulità e all’odio del mondo (15,26; 16,8); confuterà il mondo in fatto di peccato, di giustizia e di giudizio (16,8). Dimostrerà ai credenti che il mondo è nel peccato e in errore, e quindi in stato di condanna.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente - Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Dopo aver guarito uno storpio (cf Atti 3,2-26), Paolo si vede costretto a prendere la parola per smantellare un equivoco: Paolo e Barnaba vengono considerati come due divinità (cf Atti 28,6). Si offre quindi l’occasione a Paolo di fare il suo primo discorso di fronte ai pagani: li distoglie dall’adorazione degli idoli, ricordando che essi non esistono e perciò non possono portare alcun aiuto all’uomo; li orienta verso l’unico vero Dio, creatore dell’universo e padre di tutti gli uomini (abbiamo qui una teodicea naturale in embrione); li invita infine a far tesoro della continua testimonianza di sé che Iddio offre loro attraverso le meraviglie della creazione per superare l’ignoranza dei tempi passati (cf Atti 17,23.30) e aprirsi alla salvezza.
 
Vangelo
Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa.
 
Gesù, nel Vangelo, per consolare i discepoli promette lo Spirito Santo: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa». Nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo sarà l’evangelizzatore, il missionario, l’operatore di prodigi e di miracoli, il rivelatore di Cristo, il santificatore. Inoltre, «quando [lo Spirito Santo] sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo [Gv 1,10]  riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16,8). Questa Persona divina sarà mandata da Dio nel nome del Cristo (Cf. Gv 14,26). Nel brano evangelico vengono rivelati due misteri: quello della Trinità e quello della sua inabitazione nei discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola [Gv 3,11] e il Padre mio lo amerà e noi verremo [Ap 3,20] a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,21-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».
Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 21 Chi ha i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama; cioè: «chi accoglie i miei comandamenti...»; l’espressione ricorre tre volte nella presente sezione (cf. verss. 15, 23). L’osservanza dei comandamenti è il requisito per beneficiare della presenza di Cristo. E chi mi ama sarà amato dal Padre mio; il linguaggio dell’evangelista richiama quello degli scritti sapienziali; infatti nel presente discorso il Maestro parla allo stesso modo con il quale si esprime la Sapienza nei libri dell’Antico Testamento. «Coloro che amano la Sapienza la contemplano continuamente; essa si lascia trovare da quelli che la cercano... Amarla è osservare le sue leggi» (Sapienza, 6, 12, 18); «io amo quelli che mi amano; chi mi cerca con interesse, mi trova» (Proverbi, 8, 17); «quelli che amano la Sapienza sono amati dal Signore» (Ecclesiastico, 4, 14); da queste citazioni risulta con evidenza come il quarto evangelista ami proporre gli insegnamenti di Cristo con il linguaggio biblico. E mi manifesterò a lui; «manifestare»; il verbo greco ἐμφανίζειν (cf. anche vers. 22) significa: rendere visibile, manifesto; si tratta evidentemente di una «manifestazione» spirituale o di una esperienza religiosa (intima e mistica) riservata al credente che ama Gesù e che è amato dal Padre. Vi è un parallelismo di senso tra i verss. 15-17 ed i verss. 19-21: nei primi si parla della manifestazione dello Spirito di verità (vers. 17); nei secondi della manifestazione di Gesù ai discepoli. Tanto lo Spirito quanto Gesù ritornano nelle anime di coloro che osservano i comandamenti, si manifestano ad essi e pongono in essi la loro dimora.
22 Gli dice Giuda, non l’Iscariota; letture varianti: «Giuda non quello di Kariot»; «Giuda Tommaso»; «Tommaso»; «Giuda il Cananita». L’intervento di Giuda interrompe il discorso di Cristo sul suo ritorno in coloro che osservano i comandamenti; tale intervento, tuttavia, introduce ulteriori spiegazioni da parte del Maestro. Giuda, nella lista degli apostoli trasmessa da Matteo (10, 3) e da Marco (3, 18), figura probabilmente con il nome di Taddeo; secondo Luca (6, 16; Atti, 1, 13) Giuda è fratello di Giacomo il Minore (primo vescovo di Gerusalemme). «Non l’Iscariota»; precisazione con la quale l’evangelista avverte i lettori di non confondere l’apostolo che qui interloquisce con l’apostolo omonimo che tradì il Maestro. Come mai avverrà che tu ti manifesterai a noi e non al mondo?; Giuda, come gli altri apostoli, attendeva una manifestazione imponente a gloriosa del loro Maestro davanti a tutto Israele (cf. Atti, 1, 6); egli quindi si meraviglia come Gesù deluda questa loro speranza (cf. Giov., 7, 3-4). L’apostolo interlocutore non aveva capito che il Maestro parlava loro di una manifestazione spirituale nell’animo dei credenti.
23 Se uno mi ama, osserverà la mia parola; chi ama Gesù osserva la sua parola, cioè i suoi comandamenti; si noti che l’espressione «osservare la mia parola» è parallela all’altra già usata dall’evangelista: «osservare i comandamenti» (verss. 15, 21). E il Padre mio lo amerà; nel credente l’osservanza dei comandamenti è in pari tempo effetto e segno dell’amore del Padre e del Figlio. Verremo a lui e dimoreremo presso di lui; Cristo risponde indirettamente a Giuda dicendogli che la manifestazione di cui si parla si identifica con la presenza del Padre e del Figlio in coloro che amano ed osservano i comandamenti. Si tratta di una presenza divina del tutto particolare e duratura. Nei verss. 15-23 si trovano le affermazioni più caratteristiche del quarto vangelo, concernenti la così detta «escatologia realizzata» (cf. Giov. 3, 18; 5, 25). Nella presente sezione non si parla del ritorno di Cristo, che avrà luogo alla fine dei tempi, come di esso si parla in altri testi giovannei (cf. Giov., 6, 39 ss.; 12, 48), in passi dei vangeli sinottici e in quelli delle prime lettere di San Paolo (cf. 1 Tessalonicesi, 4, 14-18), ma del ritorno che si attua già fin dall’inizio della predicazione evangelica e che si identifica con la abitazione (dimora) di Cristo nell’animo di coloro che osservano i suoi comandamenti; questa presenza di Gesù costituisce la «escatologia realizzata». Da ciò risulta come in questo stesso capitolo vi siano delle prospettive differenti per quanto riguarda l’escatologia; in Giov., 14, 1-3 la prospettiva escatologica è quella tradizionale; in Giov., 14, 18-21 la prospettiva escatologica è quella della «escatologia realizzata».
24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; si ha un parallelismo antitetico con il vers. 23 a. Gesù non può manifestarsi a coloro che non lo amano (cf. 8, 42) e che non accolgono le sue parole (cf. 8, 37, 43, 47; 15, 22-23). E la mia parola non è mia...; lettura più breve da preferirsi alle altre: «la parola che ascoltate»; «la mia parola che ascoltate». L’espressione indica l’unione perfetta che esiste tra il Figlio ed il Padre; la parola del Figlio è la parola stessa del Padre (cf. 7, 16; 12, 44).
25 Queste cose vi ho detto quando ero con voi; il Maestro getta uno sguardo retrospettivo alla sua opera e la considera già compiuta; la sua attività di rivelatore è conclusa; ora i suoi discepoli devono valutarne tutta l’importanza per la loro vita e, di conseguenza, per quella della Chiesa. Questo modo di esprimersi si addice ad un discorso di addio che deve preparare i discepoli alla separazione dal loro Maestro.
26 Lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome, vi insegnerà tutto; Cristo ha compiuto la sua missione dottrinale; i discepoli tuttavia non hanno compreso tutto quanto il Maestro ha detto loro; in tal caso chi provvederà a illuminare la loro intelligenza perché possano comprendere pienamente gli insegnamenti di Cristo? Essi già sanno che avranno «un altro Paraclito» (cf. vers. 16), il quale rimarrà con loro e sarà loro aiuto e sostegno; ora apprendono che questo Paraclito per loro sarà anche guida intellettuale e maestro intimo. «Lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome»; lo Spirito Santo non sarà inviato a sostituire Cristo, ma a compiere la sua opera in stretta unione con lui (cf. Giov., 16, 13-14).
 «Vi insegnerà tutto»; non si precisa come sarà effettuato tale insegnamento; l’azione dello Spirito si esplica nell’intimo per via di illuminazioni interiori, non già per parole esterne (rivelazione storica compiuta da Cristo). E vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto; la formula è di una ricchezza teologica notevole. «Ricordare» non significa il semplice richiamare alla mente, ma il tener vive ed inalterate le parole di Cristo, vale a dire nel ripetere ai discepoli le verità che il Maestro ha loro annunziate. Lo Spirito Santo ripetendo tali verità le fa ricordare ai discepoli. «Tutto ciò che io vi ho detto»; non si tratta semplicemente di ripetere tutti gli insegnamenti di Cristo, ma di farli comprendere in tutta la loro intima ricchezza dottrinale. L’espressione «tutto» (πάντα = tutte le cose) abbraccia l’intero corpo dottrinale della rivelazione apportata da Cristo (cf. Mt., 28, 28). La solenne promessa compiuta qui da Cristo non considera unicamente gli apostoli, ma interessa tutta la Chiesa docente (apostoli e loro successori). A queste solenni consegne di Gesù rimane fedele la Chiesa quando svolge la sua missione dottrinale lungo l’intero corso della storia.
 
Per approfondire
 
Il Paraclito - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Tra gli elementi più caratteristici della pneumatologia di Gv 14,15-31 abbiamo la presentazione dello Spirito santo come Paraclito.
All’inizio della prima sezione di questa pericope Gesù assicura gli amici che non li lascerà soli, perché dietro sua preghiera il Padre donerà loro un altro Paraclito, affinché sia con loro in eterno (Gv 14,16). Questa persona divina sarà mandata da Dio nel nome del Cristo (Gv 14,26). Lo Spirito santo quindi è il secondo Paraclito dei discepoli, cioè il secondo avvocato difensore. Il termine «paraclito» infatti designa colui che in un processo aiuta una persona per difenderla.
Il sostantivo «Paraclito» applicato allo Spirito santo evoca il grande processo tra Gesù e il mondo, nel quale il primo avvocato difensore è stato il Cristo, il testimone della luce e della verità (cf. Gv 3,l1s.32; 18,37). Ma l’azione di Gesù, finché egli è rimasto sulla terra, non si è rivelata efficace; di qui la necessità dell’intervento dello Spirito santo, il quale prenderà le difese del Cristo-verità, nell’intimo delle coscienze dei credenti, vivendo in loro per sempre (Gv 14,16s), convincendo il mondo intorno al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16,8ss).
Lo Spirito santo quindi è il Paraclito, perché avvocato difensore di Gesù nel processo intentato dalle tenebre contro la luce.
Il termine «Paraclito» quindi indica la funzione di difesa della luce contro le tenebre (l’incredulità) e della verità contro la menzogna. In realtà lo Spirito santo svolge la missione di rendere testimonianza al Cristo-verità (Gv 15,26) e di provare all’interno delle coscienze dei discepoli, il grosso peccato e l’enorme ingiustizia commessi dal mondo incredulo contro Gesù, rifiutandogli l’adesione della fede e condannandolo a morte con una sentenza iniqua (Gv 16,7ss).
Il termine «Paraclito» però non esaurisce il suo significato in questa accezione semantica, ma può indicare anche la persona che intercede a favore di un amico. In effetti nel passo di 1Gv 2,1 questo sostantivo è applicato al Cristo glorioso, propiziatorio per i nostri peccati e per quelli di tutto il mondo. In tale contesto l’ espressione «abbiamo UN PARACLITO presso il Padre, Gesù Cristo» non differisce molto dalla locuzione «abbiamo UN tale SOMMO SACERDOTE che si è seduto alla destra del trono» (Eb 8,1).
 
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito - Gregorio Magno: ... voglio considerare quale Artista sia questo Spirito Santo, ma mentre sono intento a ciò sento che non riesco. Infatti [questo Artista] riempie un fanciullo che suonava la cetra e lo fa diventare il Salmista [Cf. 1Sam 16,18], riempie un pastore d’armenti che sbucciava fichi selvatici, e ne fa un profeta [Cf. Am 7,14]; riempie un fanciullo dedito all’astinenza, e ne fa un giudice di vecchi [Cf. Dn 13,46s]; riempie un pescatore, e ne fa un predicatore [Cf. Mt 4,19]; riempie un persecutore, e ne fa il Dottore delle genti [Cf. At 9,1s]; riempie un pubblicano, e ne fa un evangelista [Cf. Lc 5,27-28]. Quale Artista è questo Spirito! Tutto ciò che vuole avviene senza indugio. Appena tocca la mente, insegna, e il suo solo tocco è già insegnare. Appena illumina l’animo umano, lo cambia; subito gli fa rinnegare ciò che era, subito lo rende ciò che non era.

Testimoni di Cristo - Santa Antonina di Nicea, Martire: Nel Martirologio Romano questa santa è menzionata tre volte: il 1 marzo, il 4 maggio e il 12 giugno, e ogni volta in maniera diversa, come se si trattasse di tre persone distinte. Si tratta invece della stessa persona, il cui “dies natalis” è il 4 maggio, come appare nel Martirologio Siriaco del IV secolo. Gli elogi del Martirologio Romano rispecchiano un’antica “passio” perduta.
Secondo queste fonti Antonina, cristiana di Nicea in Bitinia, durante la persecuzione di Diocleziano arrestata per ordine del prefetto Priscilliano, fu battuta con le verghe, sospesa al cavalletto, dilaniata ai fianchi e infine arsa viva. Qualche codice del Geronimiano aggiunge che Antonina fu uccisa di spada. Alcuni documenti dicono che fu rinchiusa in un sacco e gettata in una palude; sembra, però, che queste circostanze non appaiano nei documenti più antichi. Secondo il Martirologio Siriaco e molti codici del Martirologio Geronimiano il martirio sarebbe avvenuto a Nicomedia, mentre altri codici lo pongono a Nicea in Bitinia. Questo dato sembra essere abbastanza certo. (Avvenire)

La tua mano, o Padre,
protegga sempre questa famiglia,
perché, liberata da ogni male
per la risurrezione del tuo Figlio unigenito,
con il tuo aiuto possa camminare sulle tue vie.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 3 Maggio 2026
 
V Domenica di Pasqua
 
At 6,1-7; Salmo Responsoriale dal Salmo 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12
 
«Io e il Padre siamo una cosa sola» - Didimo di Alessandria, De Trinit. III, 2, 8: Se, come scrive Paolo agli Ebrei, l’Unigenito è lo splendore della gloria, il carattere della sostanza e l’immagine del Dio incorruttibile, invisibile ed eterno (cf. Rm 1,20; 1Tm 1,17), e se egli è verace quando afferma “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9) e “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), certamente è consustanziale eterno e uguale, al punto che è simile in tutto a Dio Padre e in nulla differisce da lui. Infatti, luce da luce e non «eterousio» (cioè con “diversità di sostanza”) è generato, né inferiore. Il carattere della sostanza indica l’identità ed esclude ogni diversità di natura, di gloria e di onnipotenza; l’immagine razionale denota l’uguaglianza e la somiglianza; e chi vede una creatura, non vede l’Increato. Afferma infatti che le ipostasi sono una cosa sola per la divinità, e distingue le persone nell’unità dell’essenza.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo: Per superare alcune frizioni, sorte a motivo di una cattiva gestione dei beni destinati ai poveri e alle vedove, gli Apostoli decidono di consacrare sette diaconi. Nel nome dei Dodici presiederanno al servizio delle mense e ai bisogni degli indigenti della comunità, in maniera tale che tale servizio sia compiuto nel migliore dei modi e con equità, senza discriminazioni. Diacono significa servo e servizio significa mettersi a disposizione della missione della Chiesa con tutte le proprie forze e con le proprie doti. Tutto l’operare del cristiano, nella Chiesa e nel mondo, l’annuncio della parola, la cura dei poveri, dei malati o la più modesta delle attività professionali è servizio.
 
Seconda Lettura - Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale: San Pietro tratteggia con parole efficaci la dignità sacerdotale di tutti i cristiani. Possiamo così riassumere i rapporti dei cristiani sacerdoti con Cristo sacerdote: «Cristo fu sacerdote in croce per l’umanità e tutti i cristiani devono portare la propria croce per i fratelli [Mt 20,22; 26,39]. Tutti devono divenire come Cristo “sacrificio e oblazione” [Fil 2,17] mediante la fede e offrire se stessi come ostia vivente, santa e gradita a Dio [Rom 12,1]. Ma tutti sono sacerdoti anche perché capaci di un ministero liturgico nella partecipazione attiva al sacrificio eucaristico, ai sacramenti, alla preghiera liturgica» (Vincenzo Raffa).
 
Vangelo
Io sono la via, la verità e la vita.
 
Per una migliore comprensione delle parole di Gesù il brano evangelico si può dividere in due parti.
Nella prima parte vengono messi in risalto i seguenti punti: Gesù ritorna alla casa del Padre per preparare un posto ai suoi amici; Gesù tornerà dai suoi amici, dopo la sua morte, per stare insieme con loro per sempre. Nella seconda parte Giovanni vuol suggerire almeno due cose: Gesù è l’unico rivelatore del Padre; Gesù è l’unica via che conduce al Padre e in questo senso è anche l’unica via che congiunge Cielo e terra. Seguire Gesù-Via è porsi alla sua sequela, comportarsi come Lui si è comportato (Cf. 1Gv 2,6), avere i suoi stessi sentimenti (Cf. Fil 2,5) e questo è il mezzo eccellente per arrivare alla casa del Padre.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,1-12
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
 
Parola del Signore.
 
Chi ha visto me, ha visto il Padre - Ai discepoli turbati, Gesù rivela di essere il Figlio di Dio, uguale al Padre e invita i discepoli ad avere fede in lui.
Non sia turbato il vostro cuore: la passione è imminente, Gesù ha preconizzato il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro; l’atmosfera è satura di tristezza, di domande alle quali i discepoli non sanno dare risposte convincenti, si avverte un futuro prossimo gravido di dolore e di angoscia, si respira un clima di attesa e di stupore. Le parole di Gesù ricordano le parole che Mosè, prima di morire, rivolse agli israeliti nel momento di entrare nella Terra promessa: non spaventatevi e non abbiate paura dei nemici (Dt 1,29). Qui il nemico è il mondo sottomesso a Satana (Cf. Gv 13,27; 16,33).
Nell’espressione Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Credete in Dio, e credete anche in me), tra le traduzioni possibili, i due verbi (credere) possono essere tradotti con il presente indicativo: Voi credete (già) in Dio e credete anche in me.
Se così è, Gesù vuol dire ai suoi amici (Cf. Gv 15,15): voi già avete la fede, dovete semplicemente continuare a credere, non fermatevi davanti a quanto vi ho preannunziato (i due tradimenti e la sua morte) e a quello che sto per svelarvi. Per Giovanni «la fede in Dio e in Gesù è una sola: se si scuote la fede in Dio, cede anche quella in Gesù. I discepoli sono invitati a continuare a tenersi saldi al Padre di Gesù. Gesù torna presso di Lui per preparare loro un posto» (Gianfranco Nolli).
Vado a prepararvi un posto: Gesù non si discosta dal linguaggio comune dei suoi conterranei. Gli ebrei credono che in cielo vi siano le dimore dei giusti (Cf. Lc 16,9; Mc 10,40).
Gesù fa due promesse agli Apostoli: quella di preparare loro un posto nella casa del Padre e quella di ritornare per prenderli per sempre con lui. Anche questa promessa può avere diverse traduzioni: Gesù ritornerà alla morte di ogni singolo apostolo, giorno in cui ciascuno sarà accolto dal Signore e introdotto nella visione di Dio; oppure alla fine dei tempi (sarebbe un raro richiamo alla parusia [Cf. Gv 2, 28]); oppure dopo la morte, con la risurrezione. Probabilmente tutti e tre questi significati sono contemporaneamente presenti, secondo lo stile pregnante del quarto evangelista. Ma al di là del significato, Gesù sta assicurando ai suoi discepoli che sarà con loro e rimarrà ad essi unito «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Una promessa che si realizza nella Chiesa e soprattutto nel cuore di chi si apre a Lui, per mezzo della fede.
Voi conoscete la via: alla perplessità di Tommaso, Gesù si proclama la via, cioè l’unico mediatore per giungere al Padre. Non si può incontrare Dio e vivere in comunione con lui se non per mezzo di Gesù, in quanto è il Rivelatore definitivo che dona la vita per la salvezza del mondo.
Io sono via, la verità e la vita. Queste parole hanno valore epesegetico: come ci suggerisce Ignace de la Potterie il senso della dichiarazione di Gesù è «Io sono la via, perché sono la verità e quindi anche la vita». Gesù è la via, «cioè il mediatore verso il Padre, perché ne è la rivelazione totale, l’epifania del suo amore salvifico [aletheia = verità]», ed è la vita in quanto «comunica ai credenti la vita stessa del Padre, di cui è in pieno possesso» (Angelico Poppi).
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio ... Tommaso, l’apostolo incredulo (Gv 20,27), dice di non conoscere la via della verità e della vita pur avendola davanti. I sensi sono inutili, occorre mettere in campo la fede: bisogna «conoscere che Gesù è l’Unigenito del Padre per riconoscere che Dio è il Padre che ci ama [Gv 3,14]» (Bibbia di Gerusalemme). Allo stupore segue la rivelazione. Gesù e il Padre sono una «cosa sola» (Gv 10,30): «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me». Chi vede Gesù vede il Padre. È il vedere della fede, non della visione. Ma lo stesso testo giovanneo afferma che il Padre e il Figlio sono due persone distinte: Gesù dichiara di recarsi dal Padre per preparare un posto ai suoi discepoli, è la via che conduce gli uomini al Padre, infine i seguaci devono credere in Lui e nel Padre. Il Padre e il Figlio, pur vivendo l’uno nell’altro, sono due Persone distinte e quindi non vanno confuse. Gesù è pertanto vero Uomo e vero Dio. Un’affermazione che aveva precedentemente provocato un tentativo di lapidazione, perché considerata blasfema dai Giudei (Cf. Gv 10,30-31).
Gesù chiede ai suoi Apostoli un supplemento di fede che può essere rinforzata dalla memoria delle opere da lui compiute. È un invito a leggere la vita del Maestro alla luce della fede, una lettura però attualmente ardua perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: il «Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Solo quando riceveranno lo Spirito Santo comprenderanno la personalità misteriosa del Cristo: come egli ha compiuto le Scritture (Cf. Gv 5,39), quale sia il senso delle sue parole e dei suoi insegnamenti (Cf. Gv 2,19), dei suoi atti, dei suoi «segni», delle sue opere (Cf. Gv 14,16; 16,13; 1Gv 2,20s), della sua passione, morte e risurrezione (Cf. Lc 24,25-26).
Chi crede in me, anch’egli compirà le opere ... Non si intenda che il discepolo sarà più grande del Maestro. Queste opere grandi sono il molto frutto che i discepoli porteranno restando uniti a Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Solo la fede in Gesù, e la comunione con lui, donerà al discepolo di partecipare al suo potere di rimettere i peccati e di dare la vera vita attraverso l’opera dello Spirito Santo.
 
Per approfondire
 
Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo - La Bibbia di Navarra (Vol. II): 1-6. Comincia una nuova sezione del libro, introdotta dalla presentazione di due gruppi di cristiani convertiti, distinti secondo la loro provenienza Ellenisti ed Ebrei. A partire da questo capitolo i cristiani vengono designati con il nome di discepoli. In questo modo il termine «discepoli» viene applicato non più solamente ai dodici apostoli e a coloro che avevano seguito assiduamente il Signore durante la sua vita terrena, ma a tutti i battezzati. Gesù è infatti il Signore della sua Chiesa e il Maestro di tutti: dopo la sua ascensione al cielo insegna, santifica e governa i cristiani, dapprima attraverso il ministero desti apostoli e, successivamente, mediante il ministero dei loro successori, il Papa e i vescovi, coadiuvati dai presbiteri.
Gli ellenisti erano Ebrei nati e vissuti per qualche tempo fuori della Palestina. Parlavano il greco e utilizzavano proprie sinagoghe, in cui si adoperavano versioni greche della Sacra Scrittura. Possedevano una certa cultura greca, alla quale gli Ebrei non erano del tutto estranei. Gli Ebrei erano Giudei nati in Palestina, parlavano l’aramaico e usavano la Bibbia ebraica per il culto nelle sinagoghe. Questa distinzione in gruppi secondo la provenienza perdurò per un certo tempo nella comunità cristiana; ma non si deve parlare di divisione, e ancor meno di opposizione tra due frazioni del cristianesimo primitivo. Prima che fosse fondata la Chiesa, esisteva già a Gerusalemme una comunità ebraico-ellenistica ben organizzata, influente e relativamente numerosa. Il capitolo espone l'istituzione, da parte degli apostoli, dei diaconi, che è il secondo gruppo definito di discepoli - il primo è formato dai Dodici - al quale è dato un ministero nella Chiesa. [...].
5. Tutti i designati hanno nomi greci, uno di essi è un proselito, cioè un pagano per nascita inserito nel giudaismo mediante la circoncisione e l’osservanza delle Legge mosaica.
6. Gli apostoli costituiscono i sette diaconi nel loro ministero mediante la preghiera e l'imposizione delle mani. Il gesto dell’imposizione delle mani si trova diverse volte nell'Antico Testamento, specialmente come rito per l’istituzione dei leviti (cfr Nm 8, 10) e mezzo per trasmettere potere e spirito di sapienza a Giosuè, successore di Mosè a capo di Israele (Nm 27, 20; Dt 13, 9). I cristiani hanno conservato questo rito, che appare con una certa frequenza nel libro degli Atti. A volte è un gesto di guarigione (9, 12, 17; 28, 8), secondo la falsariga di quanto ha fatto il Signore in Luca 4, 40; altre volte costituisce un rito di benedizione, come nel commiato di Paolo e Barnaba per il loro primo viaggio apostolico (13, 3). Si usa anche come rito dopo il battesimo per l’effusione dello Spirito Santo (8, 17; 19, 5). In questo caso si tratta di un rito per l’istituzione di ministri della Chiesa ed è una vera sacra ordinazione, la prima riferita dal libro degli Atti (cfr 1 Tm 4, 14; 5,22; 2 Tm S, 22). «San Luca è breve: non dice come sono stati ordinati, ma semplicemente che ciò è avvenuto per mezzo della preghiera, poiché di una ordinazione si trattava. Un uomo impone le mani, ma è Dio che fa tutto. È sua la mano che tocca il capo dell’ordinato» (Om. sugli Atti, 14).
Il rito essenziale dell’ordinazione dei diaconi consiste nell’imposizione delle mani, fatta in silenzio, sul capo del candidato e in una preghiera perché Dio effonda lo Spirito Santo sulla persona dell’ordinando.
7. San Luca segnala di nuovo, come nei capitoli precedenti, la crescita della Chiesa. Si riferisce ora alla conversione di «un gran numero di sacerdoti». Si è pensato che forse questi sacerdoti appartenevano alla classe più modesta, come Zaccaria (cfr Lc 1, 5), e non alle grandi famiglie sacerdotali che aderivano al partito dei sadducei, nemici della Chiesa nascente (cfr 4, 1; 5, 17). Qualche esegeta ha suggerito la possibilità che fra quei sacerdoti se ne annoverassero alcuni della setta giudaica di Qumran. Nulla di sicuro è possibile dire e dobbiamo accontentarci della sobria menzione di san Luca.
 
Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali): Di regola, il Nuovo Testamento ha riletto i passi del tema della pietra d’inciampo, con una rilettura di carattere soprattutto cristologico, ma anche ecclesiologico. I motivi della pietra d’inciampo e della pietra angolare sono stati così ripresi in chiave nuovissima, con applicazioni originali. A volte più passi veterotestamentari sono stati abbinati per indicare dialetticamente il senso positivo e quello negativo della metafora della pietra.
Premettiamo il detto della fonte Q e testimoniato da Mt 3,9 e da Lc 3,8: Dio può suscitare figli suoi dalle pietre. Il Battista si rivolge così a quei giudei che fanno affidamento sulla loro discendenza da Abramo e si sottraggono pertanto all’esigenza di una rigorosa conversione di vita. Forse c’è allusione a Is 51,1-2: la grazia di Dio è azione liberamente sovrana e non legata a titoli di autoassicurazione di carattere religioso.
Nel Nuovo Testamento di grande rilievo è l’immagine della pietra angolare. Il Vangelo di Marco conclude la parabola dei vignaioli omicidi con la citazione del Sal 118,22: «Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete forse letto questa scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri» (Mc 12,9-11). Il riferimento dell’evangelista, sia pure allusivo, è alla glorificazione del crocifisso dopo la morte, in pratica alla sua risurrezione.
Dio reagirà al rifiuto omicida dei vignaioli, in cui sono raffigurati quanti tramano per la morte di Gesù, glorificando il suo figlio. Da parte sua Luca cita sì la prima parte del passo del Salmo 118, ma prosegue parlando del simbolo della pietra nella sua funzione giudicatrice e condannatrice: «Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà» (20,18).
At 4,10-11 si riferisce anch’esso al Salmo 118 ed espressamente applica il motivo allegorico della pietra scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo alla morte e risurrezione di Gesù.
In Ef 2,20-22 si sviluppa il tema figurativo dell’edificio, che è il popolo di Dio dei nuovi tempi, il quale ha come fondamento gli apostoli e i profeti e come pietra angolare Cristo Gesù, fonte della crescita della costruzione che diventa tempio santo di Dio.
In Rm 9,32-33 ritorna il tema della pietra d’inciampo, con citazione di Is 8,14, cui però Paolo abbina una allusione a Is 28,16 sulla fede come realtà che rende saldi: «Hanno urtato [i giudei increduli] così contro la pietra d’inciampo, come sta scritto: Ecco io pongo in Sion una pietra di scanda­lo e un sasso d’inciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso».
Comunque il passo neotestamentario che più sviluppa l’immagine della pietra angolare e dell’edificio è senz’altro 1Pt 2,4-8: «Stringendovi a lui [Cristo], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo; per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra angolare, sasso di inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati». Si noti che qui sono citati Is 28,16-8;14-15 e Salmo 118,32 e viene presentata la duplice funzione dell’immagine della pietra, positiva e negativa in rapporto stretto con la fede e l’incredulità. Inoltre questo passo unisce all’interpretazione cristologica dei passi veterotestamentari un’interpretazione ecclesiologica: i credenti sono pietre vive, in forza della pietra viva che è Cristo, dell’edificio nuovo che la grazia di Dio innalza, cioè del popolo dei nuovi tempi.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Il conforto per la separazione (v. 1-15). Il fine del Signore e dei suoi è l’al di là; il cielo è la casa del Padre e quindi la dimora di Cristo. Essere presso il Padre è lo stato di gloria.
La morte di Gesù non è che un rimpatrio, un ritorno là, donde era partito. Quella è la casa paterna non solo per lui, ma anche per i suoi, perché il divino Maestro afferma che colà ci sono molte dimore e che egli va a preparare una abitazione anche per loro. Questa preparazione non dipende, dunque solo dalla sua intercessione, ma dalla sua andata in cielo. Tutti quelli che sono uniti a Cristo, hanno diritto di cittadinanza in cielo. La società con lui porta con sé, fondato in lui e ottenuto da lui, il diritto comune alla casa paterna alla gloria celeste.
I suoi discepoli devono ancora rimanere sulla terra, ma Gesù verrà a prenderli per portarli a casa, uno per uno nell’ora della morte, e tutti insieme nella comunità dei suoi nel giorno della sua seconda venuta.
Vedere nel cielo la patria dell’anima, ha un’importanza essenziale. Il più delle volte gli uomini pensano il contrario; si aggrappano alla terra, considerandola come la loro patria e vedendo nella morte un viaggio verso l’ignoto.
In realtà per il credente è vero proprio l’opposto. Questi sa di essere in esilio quaggiù come un emigrante, uno straniero, un pellegrino. La morte è la strada che riconduce in patria non solo le singole anime, ma l’intera umanità. Il termine greco da cui deriva la parola parrocchia, «paroikia» significa appunto: esilio, luogo ove non si è casa propria.
La teologia della morte non è stata ancora sufficientemente sviluppata e la bellissima preghiera liturgica: «Profìciscere, anima christiana» («parti, o anima cristiana»), ci dà solo una pallida idea della grandezza di questo ritorno in patria. A causa della debole fede dei credenti la morte è stata rappresentata a tinte troppo fosche, nell’arte come nelle prediche, nelle pietre sepolcrali come nei canti funebri.
Certo, la violenta separazione dell’anima dal corpo è una tremenda conseguenza del peccato, ma questo è solo il lato esteriore, più appariscente. In realtà la morte non è che uno stadio di transizione dall’esilio alla patria, destinato ad essere superato nella risurrezione della carne, quando l’anima si ricongiungerà al corpo.
La via che conduce al fine è Cristo. Questo secondo tema viene introdotto dalla domanda di Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via?». Gesù risponde maestosamente: «Io sono la via, la verità e la vita». È la via perché solo attraverso di lui si va al Padre: è la verità, perché addita quella via; la vita perché egli stesso batte quella via, conducendovi anche i suoi verso la vita. Perciò le tre parole: «via, verità e vita» sono interdipendenti. Chi è nel Cristo possiede la verità sulla vita eterna, è sulla strada della vita, ha già un’anticipazione di quella vita di cui godrà un giorno nella pienezza. Ogni altra concezione della vita è una via sbagliata o - nella migliore delle ipotesi - una via traversa. Solo Cristo è la via giusta per andare alla vita.
Egli afferma inoltre di essere l’unica via: «Nessuno può venire al Padre mio se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma d’ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto».
Sono parole stupefacenti: finora i discepoli hanno visto lui, ma Egli e il Padre sono una cosa sola.
Questa dichiarazione, che approfondisce la verità che Cristo è l’unica via, è stata provocata dalla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», a cui Gesù ha risposto: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, o Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre».
Dunque lui e il Padre sono una cosa sola: chi vede lui, vede anche il Padre; chi è in lui è anche nel Padre; chi va con lui, va al Padre. Chiaro quindi che Egli sia la via, l’unica, la sola.
Tutto ciò si può comprendere solo nella luce della fede: «Credete a me, che io sono nel Padre e il Padre è in me».
Il cristianesimo non è dunque una religione tra tante altre, o - nella migliore delle ipotesi - la più perfetta forma di religione, ma è la religione. Cristo infatti è l’unico Figlio del Padre celeste e quindi la divina manifestazione del Padre.
 
Noi siamo il regno di Cristo - Ambrogio, De fide, V, 12, 150: Il Figlio dunque consegnerà al Padre il suo regno? Non vien meno a Cristo il regno che egli dà, ma anzi progredisce. Siamo noi il regno, poiché è stato detto a noi: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). E siamo prima regno di Cristo, poi del Padre; poiché sta scritto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Mentre sono in cammino, sono di Cristo; quando arriverò, sarò del Padre: ma ovunque per Cristo, e ovunque sotto Cristo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Filippo e Giacomo. Apostoli, la loro testimonianza incoraggiamento nella prova - «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi». In questo tempo in cui tutti ci sentiamo provati san Giacomo nella sua lettera ci ricorda che per i cristiani tutto va vissuto alla luce della fede, con gli occhi di Dio. Oggi la liturgia ricorda l’autore di questo testo, san Giacomo il Minore, assieme a un altro apostolo, san Filippo. Quest’ultimo era originario della città di Betsaida ed era stato discepolo del Battista, divenendo uno dei primi discepoli di Gesù. S’impegnò poi per portare il Vangelo tra gli Sciti e dei Parti. A Giacomo il Minore è attribuita una parentela con Gesù, di cui forse era cugino: guidò la Chiesa di Gerusalemme alla morte di Giacomo il Maggiore. (Autore Matteo Liut)
 
O Padre, che in Cristo, via, verità e vita,
riveli a noi il tuo volto,
fa’ che aderendo a lui, pietra viva,
veniamo edificati come tempio della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.