10 Marzo 2026
Martedì III Settimana di Quaresima
Dn 3,25.34-43; Salmo Responsoriale Dal Salmo 24 (25); Lc 4,24-30
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo )
J. Cmbier e X- Léon Dufour: Il linguaggio corrente, determinato indubbiamente dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia con la compassione o il perdono. Questa identificazione, quantunque valida, minaccia di velare la ricchezza concreta che Israele, in virtù della sua esperienza, poneva nel termine. Per esso infatti la misericordia si trova alla confluenza di due correnti di pensiero: la compassione e la fedeltà. II primo termine ebraico (rahamîm) esprime l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti questo sentimento ha sede nel seno materno (rehem: 1 Re 3, 26), nelle viscere (rabamîm) - noi diremmo: il cuore - di un padre (Ger 31, 20; Sal 103, 13), o di un fratello (Gen 43, 30): è la tenerezza; esso si traduce subito in atti: in compassione, in occasione di una situazione tragica (Sal 106, 45), od in perdono delle offese (Dan 9, 9). Il secondo termine (hesed), tradotto ordinariamente in greco con una parola che significa anch’essa misericordia (èleos), designa per sé la pietà, relazione che unisce due esseri ed implica fedeltà. Per tale fatto la misericordia riceve una base solida: non è più soltanto l’eco d’un istinto di bontà, che può ingannarsi circa il suo oggetto e la sua natura, ma una bontà cosciente, voluta; è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stesso. Le traduzioni in lingue moderne delle parole ebraiche e greche oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia (ebr. hen) che tuttavia ha un’accezione molto più ampia. Nonostante questa varietà, non è impossibile definire la concezione biblica della misericordia. Dall’inizio alla fine Dio manifesta la sua tenerezza in occasione della miseria umana; l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo, ad imitazione del suo creatore.
Liturgia della Parola
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana [Feriale]: Invocazione a Dio da parte di Israele disperso (v. 34), affinché il Signore ne abbia misericordia (v. 42) e gli conceda la libertà (v. 43). L’orante ricorda a Dio le promesse di un tempo (v. 36; cf Gen 15,5; 22,17), la benevolenza portata ai patriarchi (v. 35; cf Is 41,8; Giac 2,23) e l’alleanza stretta con il suo popolo (v. 34). Descrive a lungo la situazione tragica in cui è piombato Israele (3,32-33.37-38), chiedendo perdono (3,29.39) e riconoscendo la giustizia di Dio (3,26-31). È un complesso di tematiche non rare nelle preghiere dell’età postesilica, soprattutto in quelle che provengono da ambienti sacerdotali o levitici (cf ancora 9,4-19; Esd 9,6-15; Neem 9,6-37). Posta sulle labbra di un condannato al rogo, che soffre a causa della sua fedeltà verso il Signore, qual è Azaria (3,1-25), questa supplica nazionale è una ammirabile e intensa preghiera.
Vangelo
Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà.
«Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
Dal Vangelo secondo Mateo
Mt 18,21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: "“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore.
... quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo Kg d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superfice, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
Per approfondire
Guidami nella tua fedeltà - C. Spicq e M. F. Lacan: La fedeltà (ebr. ‘emet), che caratterizza Dio (Es 34, 6), è associata sovente alla sua bontà paterna (ebr. hesed) verso il popolo dell’alleanza. Questi due attributi complementari indicano che l’alleanza è nello stesso tempo un dono gratuito ed un legame la cui saldezza è a prova di secoli (Sal 119, 90).
A questi due atteggiamenti, in cui sono riassunte le vie di Dio (Sal 25, 10), l’uomo deve rispondere conformandovisi; la pietà filiale, che egli deve a Dio, avrà come prova della sua verità la fedeltà nell’osservare i precetti dell’alleanza. Lungo la storia della salvezza, la fedeltà divina si rivela immutabile dinanzi alla costante infedeltà dell’uomo, fino a che Cristo, testimone fedele della verità (Gv 18, 37; Apoc 3, 14), comunichi agli uomini la grazia di cui è ripieno (Gv 1, 14. 16) e li renda capaci di meritare la corona della vita, imitando la sua fedeltà fino alla morte (Apoc 2, 10).
Antico Testamento 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse. Le sue parole non passano (Is 40, 8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14, 4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25, 1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55, 11); Dio non muta (Mal 3, 6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2, 22) senza la quale non si può conoscere Dio (4, 2). Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36, 6), né proclamarla per invocarla (Sal 143, 1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89, 1-9. 25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8, 56 ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9, 33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85, 5. 11 ss).
2. Fedeltà dell’uomo. - Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24, 14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1 Sam 2, 35). Se Abramo e Mosè (Neem 9, 8; Eccli 45, 4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78, 8 ss. 36 s; 106, 6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9, 2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20, 6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42, 18 s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42, 1 ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50, 4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49, 5).
Il perdono di Dio e il perdono dell’uomo - Giuseppe Barbaglio (Perdono in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Nella preghiera di gruppo insegnata da Gesù ai suoi discepoli una supplica è: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); «Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Lc 11,4).
C’è dunque un inscindibile nesso tra il perdono concessoci da Dio e il perdono nostro al prossimo.
La cosa sta particolarmente a cuore a Matteo che fa seguire al Padre nostro, in particolare all’invocazione del perdono divino, la seguente affermazione: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (6,14-15). Si noti che il perdono atteso da Dio e condizionato al perdono del prossimo sembra in prospettiva escatologica; in altre parole, saremo accolti misericordiosamente nel regno di Dio il giorno ultimo, se nella storia avremo perdonato i torti del nostro prossimo.
Da parte sua, Marco che non ha il Padre nostro conosce però il detto seguente di Cristo: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25).
Si deve allora ritenere che il perdono di Dio sia in tutto condizionato al nostro perdono accordato al prossimo?
Nella parabola del servo spietato, attestata in Mt 18,23-35, Gesù illustra il dovere del perdono illimitato da concedere al fratello. Il racconto parabolico tiene dietro al dialogo tra Gesù e Pietro: alla domanda del discepolo quante volte dovrà perdonare al fratello, sino a sette volte, il maestro risponde: sino a 77 volte (Mt 18,21-22).
Il primo evangelista allude qui al feroce Lamec e alla sua vendetta indiscriminata, per dire che il comandamento di Gesù (perdono illimitato, sino a 77 volte) annulla la legge della giungla instaurata dalla stirpe dei cainiti (Cf. Gn 4,23-24). Nella versione di Luca, più fedele al detto originario di Gesù, si parla di perdono sino a 7 volte, numero simbolico di pienezza e di completezza, dunque indicante perdono illimitato (Lc 17,4).
Nella parabola poi Gesù mette in stretto rapporto il condono ricevuto e il condono da accordare. Il servo spietato, che ha ottenuto, al di là di ogni attesa, il condono di un debito enorme (il prezzo di sessanta milioni di giornate lavorative), è moralmente obbligato a condonare al suo collega un debito normale, corrispondente al prezzo di cento giornate lavorative: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?» (18,33).
Ma colui che è stato perdonato non sa essere «perdonatore» del fratello; perciò sarà condannato con durezza.
Ed ecco la conclusione redazionale dell’evangelista: «Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi [= giudizio di condanna], se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (v. 35).
La prospettiva è senza dubbio quella escatologica del rendiconto, precisamente della condanna, se nella storia non si avrà perdonato di cuore al fratello.
Ma nella parabola di Gesù l’accento sta sulla connessione tra perdono ricevuto e perdono da accordare; in altre parole, chi è stato beneficiario del perdono divino dovrà coerentemente sentirsi obbligato a perdonare a sua volta al prossimo.
Dunque all’inizio c’è il perdono di Dio, perdono ricevuto senza alcun merito. Quest’esperienza poi suscita e fonda il dovere di perdonare al fratello e nel giudizio ultimo infine il perdono di Dio sarà condizionato dal perdono nostro al prossimo. In breve, il perdono da accordare al fratello sta tra due perdoni di Dio, quello storico e quello escatologico; dal primo esso è fondato e giustificato, riguardo al secondo si pone come condizione sine qua non.
Non dovevi farse anche tu aver pietà del tuo compagno? - Pietà e mancanza di pietà - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 61, 4: Hai visto la crudeltà del servo? Ascoltate, voi che vi comportate così per denaro. Se infatti non si deve agire così per i peccati, a maggior ragione per il denaro. E quello che rispose? Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. L’altro non ebbe riguardo delle parole per mezzo delle quali era stato salvato: difatti egli stesso, dopo averle dette, fu liberato dal debito dei diecimila talenti; non riconobbe il porto, mediante il quale era sfuggito al naufragio; il modo della supplica non gli richiamò alla mente la bontà del padrone, ma, scacciando tutto ciò per avidità, crudeltà e rancore, più feroce di ogni belva soffocava il suo compagno di servitù. Che fai, a uomo? Non ti accorgi di chiedere a te stesso, di spingere la spada contro te stesso e di revocare la sentenza e il dono del padrone? Ma non pensò a nulla di questo, non si ricordò della propria situazione, né accondiscese; eppure, la supplica non riguardava lo stesso debito. L’uno infatti supplicava per diecimila talenti, l’altro per cento denari; l’uno pregava il suo compagno di servitù, l’altro il padrone; l’uno ottenne un condono completo, l’altro chiedeva una dilazione. Ma quello non concesse nemmeno questa: difatti lo fece gettare in carcere.
Testimoni di Cristo - San Simplicio. Tra Vangelo e storia un “impasto” di speranza: Vangelo e storia, fede e politica sono dimensioni che s’intrecciano e si impastano: è compito dei cristiani fare in modo che da questo intreccio nasca un cammino fatto di giustizia e di solidarietà. Ecco il forte messaggio che ci arriva ancora oggi dalla vicenda di san Simplicio. Nato a Tivoli, questo antico testimone della fede fu Pontefice dal 468 al 483, negli anni in cui cadde l’Impero Romano d’Occidente, con la deposizione nel 476 dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo da parte di Odoacre, esponente dell’eresia ariana. Nello stesso momento, però, anche la Chiesa di Oriente viveva un momento difficile, a causa della diffusione dell’eresia monofisita, secondo la quale in Cristo c’era unicamente la natura divina: Basilisco fece leva proprio su questa eresia per animare una rivolta contro l’imperatore d’Oriente, Zenone. Simplicio prese netta posizione contro l’eresia e non esitò neppure a condannare il tentativo di mediazione dello stesso imperatore, consapevole che il Vangelo non è uno strumento della politica ma un faro che tutto illumina e tutti guida. Il Papa, inoltre, prestò particolare cura alla vita della Chiesa di Roma, stabilendo turni di presbiteri nelle principali basiliche cimiteriali, restaurando e dedicando chiese; rispettoso della vera arte, salvò dalla distruzione i mosaici pagani della chiesa di Sant’Andrea. (Avvenire)
Non ci abbandoni mai la tua grazia, o Signore,
ci renda fedeli al tuo santo servizio
e ci ottenga sempre il tuo aiuto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
O Dio, maestro e guida del tuo popolo,
allontana da questi tuoi figli
i peccati che li opprimono,
perché vivano conformi alla tua volontà
e sicuri della tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.