22 OTTOBRE 2026
GIOVEDÌ DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
Ef 3,14-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 12,49-53
Papa Francesco (Angelus 14 Agosto 2016): Il Vangelo di questa domenica (Lc 12,49-53) fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.
Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (v.49). Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso - il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.
Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: L’apostolo Paolo prega per la comunità cristiana di Efeso perché possa comprendere quanto sconfinato è l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza. Paolo prega per gli Efesini perché siano ricolmi di tutta la pienezza di Dio. San Paolo prega e rende grazie perché, fondato nella carità, ha conosciuto l’amore salvifico di Gesù: soltanto chi ha esperimentato profondamente l’amore di Gesù che salva può spalancare l’anima alla preghiera di lode.
Vangelo
Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.
Gesù è in cammino verso Gerusalemme e parla ai suoi discepoli della sua missione che porterà al mondo pace e salvezza, ma che dovrà passare attraverso il crogiuolo della abnegazione, della rinunzia e della sofferenza.
La pace che Gesù dona agli uomini non è pacifismo, ma è un frutto che si può cogliere soltanto sull’albero della croce. Il Vangelo è tutt’altro che comodo: accoglierlo comporta il rinnegamento di sé, la piena vittoria sul peccato e l’esigenza di fedeltà alla parola data a Dio e al suo Cristo.
Il battesimo che Gesù deve ricevere è la sua Passione. Egli è angosciato «non per timore della propria morte, ma per il ritardo del compimento della nostra redenzione» (Sant’Ambrogio).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,49-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
Parola del Signore.
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra - Il brano si divide distintamente in due parti. Nella prima Gesù parla ai discepoli del significato profondo della sua missione sulla terra; nella seconda mette in evidenza che non c’è più posto per atteggiamenti neutrali, per questo ci saranno divisioni: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”.
Gesù ‘sale’ verso la Città santa dove l’attendono la morte ignominiosa di croce e la gloria, durante questo tragitto ammaestra e prepara i discepoli al compimento del suo mistero pasquale.
Il fuoco nelle manifestazioni divine «è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il duplice aspetto, attraente e terribile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità» (Roberto Tufariello). Invece, il fuoco che Gesù ha portato sulla terra è un po’ più misterioso: può essere il fuoco del giudizio escatologico, che purifica o castiga secondo ci si schiera pro o contro il Cristo.
Potrebbe essere invece il fuoco dello Spirito Santo che discende sui credenti immersi nelle acque salutari del Battesimo: un dono promesso e inviato da Gesù a compimento della sua missione di salvezza (cfr. At 1,5).
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella del fuoco purificatore della Passione e della morte attraverso il quale Gesù brama di passare per portare a compimento la sua missione di salvezza. In questo modo fuoco e battesimo si saldano in un binomio inscindibile. Infatti, il battesimo che Gesù deve ricevere va inteso nel senso generico del termine battesimo, che in greco significa «immersione». Nella Passione, Gesù sarà come immerso in un mare indicibile di dolori.
Il linguaggio di Gesù ricorda «quello di Giovanni Battista, quando presentava il Messia appunto come colui che avrebbe battezzato i credenti “in Spirito Santo e fuoco” [Gv 3,16]. È tuttavia difficile sapere se in questo caso è al giudizio o allo Spirito che si riferisce il fuoco, per quanto concerne il testo di Luca. Ma un battesimo di nuovo tipo attende il Messia: il martirio. Gesù non ha certo un desiderio di morte; però il martirio non gli fa paura. E gli va incontro, perché la prova che segnerà la fine della sua missione terrena è indispensabile perché possa venire lo Spirito Santo - sotto forma di lingue di fuoco: At 2,3 - e possa continuare il tempo della Chiesa, un tempo di prova per tutti coloro che crederanno in lui» (Hugues Cousin).
La pace che Gesù dona al mondo non è una pace a buon mercato, perché comporta lacerazioni, divisioni, rotture di relazioni con gli amici, con i familiari, anche con i più intimi: «Gesù è un “segno di contraddizione” (Lc 2,34) che, senza volere le discordie, le provoca necessariamente per le esigenze di scelta che richiede» (Bibbia di Gerusalemme).
Per approfondire
Sono venuto a gettare fuoco - Roberto Tufariello (Schede Bibliche): Il fuoco è un elemento presente fin dal tempo di Abramo nella storia delle relazioni tra Dio e il suo popolo; esso però «ha soltanto valore di segno, che bisogna superare per trovare Dio». Nelle teofanie, il fuoco è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il suo duplice aspetto, attraente e temibile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità.
Nei sacrifici, il fuoco è il segno della benevolenza e dell’amore di Dio, che accetta e gradisce l’offerta della creatura e la sua volontà di purificazione.
Il fuoco è anche il simbolo della collera divina, il fuoco dell’ira che divora gli empi e punisce il popolo eletto, quando si comporta da peccatore impenitente.
Gesù è annunciato da Giovanni Battista come il vagliatore che getta la paglia nel fuoco e come colui che battezza nello Spirito santo e nel fuoco: «Io vi battezzo con l’acqua per farvi convertire; ma colui che viene dopo di me è più potente di me ed io non sono degno neanche di portargli i calzari; lui vi battezzerà con lo Spirito santo e col fuoco. Ha in mano il suo ventilabro e monderà la sua aia, e raccoglierà il suo grano nel granaio e brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt. 3,11-12).
Giovanni, nella sua predicazione, presentava il regno dei cieli, ormai imminente (Mt. 3,1-2), come una discriminazione ed un giudizio che si compiono in base alle opere di ognuno. L’era messianica è un tempo di discriminazione che purifica l’aia, ammassando il grano da una parte e gettando invece la paglia nel fuoco. Il messia dunque è il vagliatore; è il santificatore e, nello stesso tempo, il giudice. Egli inaugura il giorno di Iahvé, che porta la salvezza ai credenti, ma che riserva il fuoco della geenna a chi rifiuta la grazia. Dopo questa attestazione del Battista in suo favore, Gesù riceve il battesimo nel Giordano.
Questo atto dà inizio alla sua azione redentrice, ed è anche un segno precursore della sua passione e morte sulla croce, l’altro battesimo che egli attende di ricevere (Mc. 10, 38).
Nel vangelo di Luca, il battesimo di sangue che Gesù deve ricevere è accostato alla sua missione di portare il fuoco sulla terra (Lc. 12,49-50). È questo il solo testo in cui Gesù paragona la sua opera all’azione del fuoco. Il battesimo che egli riceverà sulla croce, accenderà un fuoco nel mondo.
L’offerta sul Calvario, infatti, è la prova del fuoco, in cui la vittima pura viene consumata e diviene purificante per gli uomini, ai quali porta il dono della grazia e della vita nuova. Attraverso il batte-simo di sangue di Gesù, «il fuoco è acceso»; esso diventerà operante per i credenti grazie all’azione dello Spirito. Per questo occorre essere battezzati nello Spirito santo e nel fuoco.
La chiesa ormai vive di questo fuoco che infiamma il mondo grazie al sacrificio di Cristo.
Tale fuoco ardeva nel cuore dei pellegrini di Emmaus, mentre ascoltavano il Maestro risorto: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc. 24,32). È disceso sui discepoli nel giorno della Pentecoste (Atti 2,3), realizzando per essi il battesimo nello Spirito e nel fuoco (cfr. Atti 1,5).
La vita cristiana è anch’essa sotto il segno del fuoco: non più quello del Sinai, ma quello che consuma l’olocausto delle nostre vite in un culto accetto a Dio (Ebr. 12,18.28-29).
Per coloro che hanno accolto il fuoco dello Spirito, la distanza tra l’uomo e Dio è superata da Dio stesso, che si è interiorizzato perfettamente nell’uomo. In questo senso è necessario essere «salati» per mezzo del fuoco, il fuoco del giudizio e quello dello Spirito, attraverso i quali si condanna l’uomo vecchio e si entra a far parte del regno come fedeli: «Perché ciascuno sarà salato col fuoco. Buona cosa è il sale: ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace tra voi» (Mc. 9,49-50).
Gesù causa di dissenso: Paolo VI (Udienza Generale, 25 Luglio 1973): Siamo realisti: la vita cristiana, a volerla vivere autenticamente, è difficile. Chi cercasse di negare, ovvero di sopprimere indebitamente questo aspetto difficile, deformerebbe e forse anche tradirebbe l’autenticità della vita cristiana stessa. Oggi questo tentativo di renderla facile, agevole, senza sforzo, senza sacrificio, è in pieno svolgimento, dottrinale e pratico.
Anche a questo punto è importante avere le idee chiare. Dobbiamo fare quanto è possibile per conservare alla professione cristiana il senso di libertà, e di letizia, che le è proprio. Non dobbiamo appesantirla con leggi gravi e superflue (cfr. Matth. 23, 4). Dobbiamo infondere in noi e negli altri il gusto delle cose vere, pure, giuste, sante, amabili, oneste, diritte, come ci insegna S. Paolo (cfr. Phil. 4,8); e col gusto la facilità di immetterle nella nostra condotta. Ma appunto per questo dobbiamo avere il senso dell’assoluto, che percorre da cima a fondo la concezione religiosa cattolica: assoluto per la verità, est-est; non-non, dice il Vangelo (cfr. Matth. 5,37; cfr. Iac. 5,12; 2 Cor. 1,17), senza concederci le volontarie blandizie del dubbio, o le illusorie comodità d’un pluralismo capriccioso; assoluto per la moralità, che non può prescindere dalle esigenze delle leggi di vita impresse da Dio nell’uomo (cfr. Matth. 5, 17 e tutto il Discorso della montagna; Rom. 2,14); assoluto per l’opera della redenzione, che reclama da noi l’applicazione della legge sovrana dell’amore, con le sue conseguenze di obbedienza, di dedizione, di espiazione, di sacrificio (cfr. Matth. 22,36; Io. 12,24; 13,34; etc.). Questa fedeltà essenziale a Cristo e alla sua croce dà alla vita cristiana il timbro dell’autenticità, che assume talvolta uno stile d’avventura imprevista e rischiosa (cfr. 2 Cor. 11,26), e perfino d’eroismo, di cui la storia della Chiesa ci offre innumerevoli e magnifici esempi, nei martiri, nei santi, nei veri fedeli. Sì, la vita cristiana è difficile, perché è logica, perché è fedele, perché è forte, perché è militante, perché è grande. Così ci conceda il Signore di comprenderla e di viverla.
Il fuoco e il battesimo si riferiscono alla morte e risurrezione di Gesù: «Egli ci insegna dicendo: C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto. Con questo battesimo egli intende la sua morte nella carne. Il fatto che ne fosse angosciato significa che era rattristato e preoccupato fin tanto che tale battesimo non fu compiuto. Il messaggio salvifico del Vangelo non sarebbe stato annunciato solo in Giudea. Paragonandolo con il fuoco, egli ha detto: Sono venuto per portare il fuoco sulla terra - ma questo ora dovrebbe essere proclamato anche in tutto il mondo. Prima della croce preziosa e della sua risurrezione dai morti, si parlava dei suoi comandamenti e della gloria dei suoi miracoli divini solo in Giudea.» (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 94).
Testimoni di Cristo - San Giovanni Paolo II - Con gesti e parole insegnò al mondo la vera misericordia e la speranza - All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. È amore che converte i cuori e dona la pace: era il 3 aprile 2005, Domenica della Divina Misericordia, quando queste parole di san Giovanni Paolo II vennero lette al Regina Coeli. La sera prima Karol Wojtyla si era spento ma la sua forza aveva subito invaso il mondo, suscitando ovunque una profonda commozione. La Chiesa intera sentiva il dovere di coltivare la sua eredità, così ben sintetizzata in quelle parole postume. Il suo ministero petrino, iniziato il 22 ottobre 1978, si era aperto con l’invito a non avere paura e a spalancare le porte a Cristo. Un invito che oggi conserva tutta la sua profezia. D’altra parte Karol Wojtyla, con i suoi gesti intensi e le sue parole profonde, ha mostrato a tutti cosa vuol dire essere ovunque coraggiosi testimoni del Vangelo. Così come ovunque, in effetti, arrivò il suo vulcanico pontificato, che lo vide impegnato a strigliare i potenti, a mettere in guardia dalle ideologie, a piegarsi sulle ferite dell’umanità. Wojtyla era nato a Wadowice il 18 maggio 1920 ed era stato operaio, poeta, attore. Prete nel 1946, vescovo nel 1958 e arcivescovo di Cracovia nel 1964, cardinale nel 1967, infine eletto Papa il 16 ottobre 1978. Un Papa che non temeva di mostrare la propria umanità rimanendo sempre una guida salda e autorevole. Anche nella malattia. È morto il 2 aprile 2005 ed è stato canonizzato il 27 aprile 2014. (Matteo Liut)
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.