24 Settembre 2026
 
Giovedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
 
Qo 1,2-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 89 (90); Lc 9,7-9
 
Vanità della vanità: Paolo VI (Meditazioni, Pensiero alla morte): L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d’intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all’altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. «Servus inutilis sum». Sono un servo inutile. «Ambulate dum lucem habetis». Camminate finché avete la luce (Jo. 12,35). Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi e quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: «vanitas vanitatum». Vanità della vanità. 
 
Liturgia della Parola - AI MODE: Il brano si apre e si chiude con l’inclusione letteraria più famosa del libro: «Vanità delle vanità, tutto è vanità».
La parola ebraica tradotta con “vanità” è hebel, che letteralmente significa soffio, vapore, fumo.
Qoelet non sta dicendo che la vita è brutta o che non vale nulla, ma che è inafferrabile e passeggera. Come il fumo, la vita si vede, ma se provi a stringerla in mano non resta nulla. È l’inconsistenza del tutto di fronte al passare del tempo. [...].
Qoelet 1,2-11 non è un invito al nichilismo distruttivo, ma un bagno di realismo. Abbattendo le false illusioni (il successo, la fama, l’illusione di controllare il futuro), l’autore libera l’uomo dall’ansia della prestazione esistenziale.
Riconoscere che non possiamo possedere il mondo “sotto il sole” è il primo passo per smettere di idolatrarlo e iniziare ad accogliere la vita, nel seguito del libro, come un dono di Dio da vivere nel presente.
 
-> Famiglie della Visitazione: Anche la gioia e il piacere si rivelano come “vanità” senza potenza! (vers.1-2).
“Il mio cuore” (otto volte dall’inizio del Libro) sembra essere al centro dell’attenzione di Qoelet: variamente tradotto, con “io dicevo tra me” (ver.1), “ho voluto fare un’esperienza” (ver.3), “dedicandomi con la mente”(ver.3), indica lo stato d’animo dell’uomo mai soddisfatto della sua condizione, sempre alla ricerca e sempre deluso, peraltro senza mai rinunciare al primato e alla guida della sapienza! Ma, “c’è qualche bene per gli uomini che essi possano realizzare sotto il cielo durante i pochi giorni della loro vita” (ver.3)? I vers.4-10 descrivono questo tentativo: “grandi opere…argento e oro…schiavi e schiave … molte donne … opere fatte dalle mie mani”(il verbo “fare” e la parola “opere” sono ripetuti sette volte!)! Ma “tutto è vanità e un correre dietro al vento.  Non c’è alcun guadagno sotto il sole” (ver.11)!
 
Vangelo
Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
 
L’evangelista Luca, “invece di raccontare l’uccisione di Giovanni Battista, prepara [«cercava di vederlo», v 9] il futuro incontro di Erode e di Gesù [Lc 23,8-12]” (Bibbia di Gerusalemme). Ma non è semplice curiosità, Erode sa di essere al riparo da occhi indiscreti nel suo palazzo, sa di essere al sicuro perché circondato e vegliato da uomini ben armati, ma sa anche che non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto (Eb 4,13). Giovanni e Gesù dalla folla sono venerati come Profeti, e i profeti hanno gli occhi di Dio che penetrano in profondità nel cuore degli uomini. Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo (Mc 6,20), ma cedendo alla lussuria lo fa decapitare, ora vuole vedere Gesù, verrà anche per lui il momento dell’incontro, ma chiuderà il suo cuore. Aspettava miracoli (cfr. Lc 23,8) e non la salvezza come i poveri e i deboli.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,7-9
 
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 7 Il tetrarca Erode udì tutto quello che accadeva; l’insegnamento, i miracoli, la missione svolta dagli inviati di Cristo avevano suscitato dell’entusiasmo nella folla ed avevano fatto giungere la fama del Maestro agli orecchi di Erode Antipa; tuttavia sulla popolarità del Salvatore circolavano nel popolo le voci più discordanti che Luca, contrariamente a Matteo e Marco, fa giungere fino al tetrarca, causando in questo dell’inquietudine e della perplessità. L’evangelista ritocca notevolmente le espressioni dei testi paralleli degli altri Sinottici (cf. Mt., 14, 1-2; Mc., 6, 14-16) dando al racconto un suo sviluppo personale. «Tetrarca»: titolo più esatto di quello usato da Marco («re»; cf., Mc., 6, 14), poiché ad Erode Antipa non fu riconosciuto da Roma l’appellativo di re, ma quello di tetrarca (capo di una quarta parte del territorio). Ed era molto perplesso; osservazione psicologica determinata dalle circostanze, come queste sono presentate dallo storico; Luca infatti, facendo giungere al tetrarca i vari apprezzamenti che circolavano sul conto di Gesù, doveva anche segnalare la reazione psicologica che essi suscitavano nella mente di Erode.
L’imperfetto διηπόρει (δι-α-πορέω, verbo composto da διά: da ogni parte; ἀ-πορος: senza via) sintetizza tutto un atteggiamento psicologico; infatti il verbo διαπορέω(sono incerto da ogni parte mi volgo) significa perplessità nel giudizio, ansietà interiore, irrisolutezza nell’agire. Giovanni è risorto da morte; probabilmente questa voce circolava tra i discepoli di Giovanni Battista ai quali l’opera del loro maestro sembrava incompiuta.
v. 8 È riapparso Elia; Marco ha semplicemente: «è Elia»; Luca si spiega meglio (cf. commento a Mc., 6, 15). È da ritenere che questo giudizio esprima la convinzione di alcuni gruppi interamente presi dall’aspettativa messianica; in questi ambienti si riteneva che la venuta del Messia doveva essere preparata da Elia, ridisceso in terra. Uno degli antichi profeti è risuscitato; l’espressione in Luca è più forte di quella di Marco («è un profeta come uno dei profeti»; Mc., 6, 15); l’epoca dei profeti sembrava chiusa da secoli; per questi tempi difficili si attendeva la risurrezione di uno tra i grandi profeti del lontano passato.
v. 9 Chi è dunque costui del quale sento dire tali cose? L’evangelista si distacca sensibilmente dal testo di Marco («Giovanni che ho fatto decapitare; è lui che è risorto»; Mc., 6, 16), perché esprime ancora il dubbio che aveva il tetrarca («Chi è dunque costui...?») e soprattutto afferma chiaramente che Erode non condivideva l’opinione che il Battista fosse risorto, perché lo aveva fatto decapitare. E cercava di vederlo; rilievo che soltanto Luca trasmette con l’esplicito intento di stabilire un nesso con quanto egli narrerà più avanti (cf. Lc., 23, 8).
 
Per approfondire
 
È risorto uno degli antichi profeti - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il profeta atteso  - Secondo la credenza popolare, all’inizio dei tempi messianici, come aveva profetizzato Malachia (3,23), sarebbe tornato il profeta Elia, che era stato rapito in cielo su un carro di fuoco (IX secolo). Elia sarebbe venuto «per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe» (Sir 48,10). Alcuni avevano identificato Elia con il Battista, e ora lo identificano con Gesù di Nazaret. Altri aspettavano un nuovo Mosè. Anche la convinzione del ritorno di un grande profeta faceva parte della speranza escatologica, legata alla venuta del messia. Questi era già presente in Gesù; ma, sorprendentemente, tra tutte le ipotesi che si facevano sulla sua persona, nessuna prendeva in considerazione il suo messianismo. Perché? Perché il messia atteso era di tipo trionfalistico e politico; ed era chiaro che Gesù non aveva queste caratteristiche. Egli incarnava, piuttosto, il servo sofferente del Signore, d’accordo con i canti del profeta Isaia. Tuttavia, Gesù appariva evidentemente come un grande profeta. Tale fu giudicato dal popolo, dai suoi discepoli, da quelli che furono guariti da lui e anche dai suoi nemici dichiarati. Ciò che lo definiva era il suo annuncio del regno di Dio, i segni delle sue guarigioni e i miracoli che avallavano la buona novella della presenza del regno, la sua dedizione ai poveri, il suo invito alla conversione, la sua insistenza sulla fine dei tempi, già in parte compiuti con l’offerta della salvezza di Dio e, soprattutto, la sua fedeltà al messaggio e alla verità fino alla sua morte violenta, avvenuta a Gerusalemme, come quella degli antichi profeti.
Risposta della fede su Gesù - Secondo molti, tutto questo faceva di Gesù il grande profeta atteso. Ma c’era qualcosa di più che passò inosservato a tutti, perfino ai suoi discepoli, fin dopo la morte e risurrezione del Signore: egli era anche il messia annunciato dai profeti. La domanda su Gesù restava in piedi. Bisognerà aspettare la professione di fede di Pietro per superare le ipotesi popolari, come vedremo domani. Ma, soprattutto, bisognerà aspettare la risposta del Padre che risuscita suo Figlio dai morti, per rispondere completamente, alla luce della fede pasquale, alla domanda che poi farà Gesù ai suoi: «Chi sono io per voi? Tu sei il messia, il Figlio di Dio». Alla divinità Gesù univa la pienezza dei valori umani: profondamente umano e semplicemente divino, sublime come uomo e adorabile come Dio. Motivi più che sufficienti per seguire e amare Cristo appassionatamente, perché è una persona di oggi, viva, vicina a noi e nostro intimo amico.
 
Giovanni Battista - M. F. Lacan: Per testimonianza di Gesù, Giovanni è più che un profeta (Lc 7, 26 par.). Messaggero che precede il Signore (Lc 1, 76; Mt 11, 10 par.; cfr. Mal 3, 1), egli inaugura il vangelo (Atti 1, 22; Mc 1, 1-4); «fino a lui furono la legge ed i profeti; da allora il regno di Dio è annunziato» (Lc 16, 16 par.). Profeta senza pari (Mt 11, 11 par.), egli prepara le vie del Signore (Mt 3, 3 par.) di cui è il «.precursore» (Atti 13, 24 s) ed il testimone (Gv 1, 6 s).
1. Il precursore ed il suo battesimo. – Giovanni, ancor prima di nascere da una madre fino allora sterile, è consacrato a Dio e ripieno dello Spirito Santo (Lc 1, 7. 15; cfr. Giud 13, 2-5; 1 Sam 1, 5-11). Colui che deve essere un nuovo Elia (Lc 1, 16 s) evoca il grande profeta con le sue vesti e la vita austera (Mt 3, 4 par.) che conduce nel deserto fin dalla giovinezza (Lc 1, 80). Fu egli formato da una comunità come quella di Qumrân? In ogni caso, giunto il tempo della sua manifestazione ad Israele, accuratamente datato da Luca (3, 1 s), egli appare come un maestro circondato da discepoli (Gv 1, 35), cui insegna a digiunare ed a pregare (Mc 2, 18; Lc 5, 33; 11, 1). La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un bagno rituale accompagnato dalla confessione dei peccati, ma che esige inoltre uno sforzo di rinnovamento (Mc 1, 4 s); infatti è inutile essere figli di Abramo, se non si pratica la giustizia (Mt 3, 8 s par.) di cui egli dà le regole alla folla degli umili (Lc 3, 10-14). Ma i farisei ed i dottori della legge non credono in lui (Mt 21, 25 par. 32); taluni lo trattano da indemoniato (Mt 11, 18; Lc 7, 33); quando perciò, essi vennero a lui, egli annunciò loro che l’ira avrebbe consumato ogni albero sterile (Mt 3, 10 par.). Del re Erode, denunzia l’adulterio e si attira così la prigione, e poi la morte (Mt 14, 3-12 par.; Lc 3, 19 s; 9, 9). Per il suo zelo, Giovanni è appunto il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia (Mt 11, 14); ma non è riconosciuto, e il suo martirio annuncia prefigurandola la passione del figlio dell’uomo (Mc 9, 11 ss par.; Gv 5, 33 ss).
2. Il testimone della luce e l’amico dello sposo. - La testimonianza di Giovanni consiste innanzitutto nel proclamarsi semplice precursore; di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia (Lc 3,15). Ad una inchiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui» (Gv 1, 19-30; Lc 3, 16 s par.). Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito (Mc 1, 8) e nel fuoco (Mt 3, 11 s), è Gesù, sul quale lo Spirito è disceso al momento del battesimo (Gv 1, 31-34). Proclamandolo agnello di Dio che toglie il *peccato del mondo (Gv 1, 29), Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui (Mt 3, 13 ss). Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la figura, il battesimo della sua passione (Mc 10, 38; Lc 12, 50); in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia (Mt 3, 15), non sterminando i peccatori, ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati (cfr. Is 53, 7 s. 11 s). Ancor prima della passione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le profezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi (Mt 11, 2-6 par.; cfr. Is 61, 1). Non soltanto certi discepoli di Giovanni ignoreranno a lungo la portata della venuta di Gesù e il battesimo nello Spirito (cfr. Atti 18, 25; 19, 2), ma una polemica, di cui il vangelo conserva le tracce (cfr. Mc 2, 18) opporrà una setta giovannita alla Chiesa nascente; questa, per dimostrare la superiorità di Cristo, non aveva che da appellarsi alla testimonianza dello stesso Giovanni (Gv 1, 15). Vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si era eclissato dinanzi a lui (3, 27-30) e, con le sue parole, aveva invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo (1, 35 ss). Gesù, in cambio, aveva glorificato il suo testimone, lampada ardente e luminosa (5, 35), il più grande profeta nato da donna (Mt 11, 11); ma aveva aggiunto che il più piccolo nel regno dei cieli è maggiore di lui; collocava la grazia dei figli del regno al di sopra del carisma profetico, senza tuttavia deprezzare la santità di Giovanni. La gloria di questo umile amico dello sposo è proclamata nel prologo del quarto vangelo, che colloca Giovanni in rapporto al Verbo fatto carne: «Giovanni non era la luce, ma il testimone della luce»; ed in rapporto alla Chiesa: «Egli venne per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo» (Gv 1, 7 s).
 
Erode è preso dalla paura: «Osserva quanto sia grande la virtù, perché ha paura del Battista anche dopo la sua morte e, per effetto di tale paura, pensa alla risurrezione. [...] Così sono le anime irrazionali: spesso recepiscono un miscuglio di passioni opposte. Luca afferma che la gente diceva: Costui è Elia a Geremia a uno degli antichi profeti; Erode invece ha parlato così, come se dicesse qualche cosa di più saggio degli altri. È verosimile che in precedenza, di fronte a coloro che dicevano che quello era Giovanni - molti infatti lo dicevano -, lo negasse e, con orgoglio e facendosene un vanto, dicesse: «Io l’ho fatto uccidere». Marco e Luca affermano che egli diceva: lo ho fatto decapitare Giovanni (Mc 6,16; Lc 9,9). Ma poi, diffusasi questa fama, anche lui dice lo stesso della gente.» (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48, 2 )
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria della MercedeIl giogo delle nostre schiavitù e la libertà donata dal Vangelo - Cosa vuol dire essere liberi? A questa domanda, che di fatto sta alla base della convivenza civile, il Vangelo risponde mostrando un progetto, facendoci conoscere una persona e la sua storia, Gesù e la sua vicenda. Essere liberi per i cristiani, significa poter rispondere a quella chiamata che ognuno porta dentro di sé. Ecco perché celebrare la Beata Vergine Maria della Mercede, protettrice dei Mercedari, fondati da san Pietro Nolasco (1180-1245), oggi ha un valore profetico: ci ricorda che il Vangelo dona la libertà autentica. La notte tra il 1° e il 2 agosto 1218 la Vergine apparve a Nolasco, che decise di fondare una congregazione impegnata nella liberazione degli schiavi, che a quel tempo erano soprattutto i cristiani finiti in mano dei saraceni. Ne parlò, quindi, con il re d’Aragona e con il vescovo di Barcellona: il 10 agosto 1218 Nolasco costituì il nuovo «Ordine Religioso Redentore». Il vescovo consegnò ai membri dell’Ordine la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria. La congregazione diventò il cuore di un movimento a favore della libertà dei cristiani tratti in schiavitù. Il rischio che correvano non era solo quello di rimanere tutta la vita in catene, ma anche di dover rinunciare alla propria fede sotto le pressioni degli stessi saraceni. L’opera di Nolasco e dei Mercedari - ordine che fu approvato da papa Gregorio IX nel 1235 - appare ancora oggi attuale: sono ancora tante, infatti, le forme di schiavitù che minano la dignità umana. (Matteo Liut)
 
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 23 SETTEMBRE 2026
 
San Pio da Pietrelcina, Presbitero
 
Prv 30,5-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 9,9-13
 
Giovanni Paolo II (Omelia 16 giugno 2002): 2. “Quanto a me... non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14). Non è forse proprio il “vanto della Croce” ciò che maggiormente risplende in Padre Pio?
Quanto attuale è la spiritualità della Croce vissuta dall’umile Cappuccino di Pietrelcina! Il nostro tempo ha bisogno di riscoprirne il valore per aprire il cuore alla speranza.
In tutta la sua esistenza, egli ha cercato una sempre maggiore conformità al Crocifisso, avendo ben chiara coscienza di essere stato chiamato a collaborare in modo peculiare all’opera della redenzione. Senza questo costante riferimento alla Croce non si comprende la sua santità.
Nel piano di Dio, la Croce costituisce il vero strumento di salvezza per l’intera umanità e la via esplicitamente proposta dal Signore a quanti vogliono mettersi alla sua sequela (cfr Mc 16, 24). Lo ha ben compreso il Santo Frate del Gargano, il quale, nella festa dell’Assunta del 1914, scriveva: “Per arrivare a raggiungere l’ultimo nostro fine bisogna seguire il divin Capo, il quale non per altra via vuol condurre l’anima eletta se non per quella da lui battuta; per quella, dico, dell’abnegazione e della Croce” (Epistolario II, p. 155).
3. “Io sono il Signore che agisce con misericordia” (Ger 9, 23). Padre Pio è stato generoso dispensatore della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza, la direzione spirituale, e specialmente l’amministrazione del sacramento della Penitenza. Il ministero del confessionale, che costituisce uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava folle innumerevoli di fedeli al Convento di San Giovanni Rotondo. Anche quando quel singolare confessore trattava i pellegrini con apparente durezza, questi, presa coscienza della gravità del peccato e sinceramente pentiti, quasi sempre tornavano indietro per l’abbraccio pacificante del perdono sacramentale.
Possa il suo esempio animare i sacerdoti a compiere con gioia e assiduità questo ministero, tanto importante anche oggi, come ho voluto ribadire nella Lettera ai Sacerdoti in occasione del passato Giovedì Santo.
4. “Sei tu Signore, l’unico mio bene”. Così abbiamo cantato nel Salmo Responsoriale. Attraverso queste parole il nuovo Santo ci invita a porre Dio al di sopra di tutto, a considerarlo come il solo e sommo nostro bene.
In effetti, la ragione ultima dell’efficacia apostolica di Padre Pio, la radice profonda di tanta fecondità spirituale si trova in quella intima e costante unione con Dio di cui erano eloquenti testimonianze le lunghe ore trascorse in preghiera. Amava ripetere: “Sono un povero frate che prega”, convinto che “la preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il Cuore di Dio”. Questa fondamentale caratteristica della sua spiritualità continua nei «Gruppi di Preghiera» da lui fondati, che offrono alla Chiesa e alla società il formidabile contributo di una orazione incessante e fiduciosa. Alla preghiera Padre Pio univa poi un’intensa attività caritativa di cui è straordinaria espressione la “Casa Sollievo della Sofferenza”. Preghiera e carità, ecco una sintesi quanto mai concreta dell’insegnamento di Padre Pio, che quest’oggi viene a tutti riproposto.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: AI Overview: Il testo esordisce definendo la Parola di Dio come “purificata” (o affinata col fuoco). Significa che non contiene scorie, falsità o secondi fini. È totalmente affidabile. Questa purezza intrinseca trasforma la Parola in uno “scudo” protettivo: chi si fida della rivelazione divina trova stabilità emotiva e spirituale. Il divieto di manipolazione: L’avvertimento a non “aggiungere nulla” è un richiamo all’umiltà intellettuale e spirituale. L’essere umano ha spesso la tentazione di “correggere” o integrare i comandamenti divini per adattarli alle proprie convenienze o ideologie. Farlo significa contraffare la verità, venendo inevitabilmente smentiti (“trovato bugiardo”) dalla realtà e dal giudizio di Dio.
 
Vangelo
Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
 
I Dodici ricevono i poteri che hanno visto esercitare da Gesù: ... diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. Tale potere è esercitato nel nome di Gesù. I Dodici non dovranno portare nulla, si abbandoneranno fiduciosamente alla Provvidenza (cfr. Lc 12,22-32). Ai Dodici viene chiesta anche la rinuncia a qualsiasi tipo di equipaggiamento, devono rinunciare a tutti i loro averi (cfr. Lc 14,33). Prenderanno con gioia quanto sarà loro offerto, non faranno più distinzione tra cibo puro e impuro: in Gesù è stato abbattuto il muro di separazione che divideva gli uomini (cfr. Ef 2,14). È il tempo della comunione, non vi è più nulla che possa dividere gli uomini. Sarà estromesso da questa comunione il ribelle, il fanatico; saranno tagliati fuori soltanto coloro che amano sbarrare le porte del cuore: Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Con questo gesto i Dodici esprimeranno la rottura completa nei confronti di coloro che non credono. Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), a tutti gli uomini è annunciato il Vangelo (Lc 4,14ss). Ora il tempo si è fatto breve (1Cor 7,29), non si può più tentennare: gli uomini devono decidere da quale parte stare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,1-6
 
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 1 Chiamati i Dodici; oppure; «avendo convocato i Dodici» se si vuole dar rilievo alla particella σύν (con) che fa parte del verbo. Diede loro potere ed autorità; l’abbinamento dei due sostantivi (potere ed autorità) proprio di Luca rafforza la stessa idea e significa che gli apostoli hanno ricevuto un potere per espellere i demoni dai posseduti e guarire le varie infermità. Non si può pensare che i due termini abbinati si riferiscono a due settori distinti cioè: al potere di esorcizzare e di guarire da una parte e all’autorità di annunziare la buona novella dall’altra, poiché di questo secondo mandato conferito agli apostoli si parlerà nel vers. seguente. Per la stessa formula abbinata si veda Lc., 4, 36. Si noti l’espressione fortemente accentuata: «su tutti i demoni»; Marco dice semplicemente: «il potere sopra gli spiriti immondi»; inoltre l’evangelista ha in proprio la dichiarazione «di guarire le malattie», che ripeterà al vers. seguente. Il rilievo gli viene suggerito dalla sua professione di medico come anche dal desiderio di segnalare la compassione che il Salvatore sentiva per le infermità umane. In quanto all’ordine dei fatti Luca segue quello di Marco; egli tuttavia, avendo già parlato della cacciata di Gesù da Nazareth – episodio, questo, riferito da Marco immediatamente prima della missione dei Dodici (cf. Mc., 6, 1-6) non ha bisogno di narrarla nel presente contesto, ma passa subito a trattare l’invio degli apostoli (cf. Mc., 6, 7-13).
2 Li mandò ad annunziare il regno di Dio; i Dodici hanno la missione di annunziare il regno; il loro compito tuttavia, in questo primo invio, consiste nel proclamare la venuta del regno più che manifestarne la dottrina (cf. Mt., 9, 7); essi infatti dovranno disporre gli animi a ricevere la predicazione evangelica. Il gesto del Maestro ha un carattere innovatore nell’ebraismo: i Rabbi raccoglievano intorno a sé dei discepoli per istruirli nella legge, ma ad essi non affidavano nessuna missione, né tantomeno trasmettevano poteri particolari sugli spiriti malvagi e sugli infermi. E ad operare guarigioni; questi miracoli compiuti sugli infermi serviranno per confermare la verità della loro parola. Luca, come anche Marco, tralasciano la raccomandazione che, secondo il testo di Matteo, Gesù ha fatta agli apostoli in quella circostanza («non andate nelle regioni dei pagani...»; Mt., 10, 5), poiché essa poteva urtare la sensibilità dei lettori che provenivano dal paganesimo.
3 Il vers. è parallelo a quello di Matteo e di Marco; in Luca il detto insinua lo spogliamento più assoluto, poiché estende la rinunzia fino alle cose più necessarie per il viaggio. Né bastone: in Marco invece è permesso prendere il bastone (cf. commento a Mc., 6, 8). Né abbiate per ciascuno due tuniche; nell’originale greco la frase è irregolare (letteral.: né di avere per ciascuno due tuniche»). Il presente vers., accentuando fortemente lo spogliamento che devono avere gli inviati di Cristo, fa risaltare la generosità e la totale dedizione con la quale essi si consacrano alla causa del vangelo.
Qui restate e da qui partite; cioè: restate nella casa che vi ha accolti fino alla vostra partenza. La Volgata, seguendo la lettura di un codice, aggiunge nel testo una negazione (ne) che altera il senso della frase; essa legge: et inde ne exeatis. Il consiglio è dato per evitare che si offenda chi ha offerto generosamente l’ospitalità al missionario; lo stesso ammonimento è ripetuto in una forma più chiara in Lc., 10, 7.
5 Quando non vi accolgono...; in greco la proposizione presenta delle irregolarità che non permettono una traduzione fluida e corrente; letteral.: «se quelli non vi accolgono, uscite da quella città...». Scuotete la polvere dai vostri piedi; per il senso dell’immagine si veda la nota a Mc., 6, l1. In testimonianza contro di essi; la preposizione «contro di...» (ἐπί), con la quale Luca integra il testo di Marco che ha il semplice pronome, rileva l’aspetto negativo di questa testimonianza accentuando la colpevolezza di coloro che hanno rigettato il messaggio evangelico.
 
Per approfondire
 
Non darmi ricchezze né povertà - Antonio González-Lamadrid: I due primi versetti (5-6) sono una riflessione sulla parola di Dio.
Gli altri tre (7-9) riproducono una preghiera sapienziale.
Di fronte alla parola menzognera dell’uomo si erge la parola immacolata di Dio. Si veda il salmo 12 e specialmente il versetto 7: «I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo, purificato nel fuoco sette volte».
L’immagine dello «scudo» per simboleggiare la protezione di Dio in favore dei suoi fedeli è frequente nella Bibbia, e specialmente nei salmi: «Ti amo, Signore, mia Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; i Ma Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza» (Sal 18,2-3).
Dio ha l’ultima parola. L’unica cosa che l’uomo deve fare di fronte alla parola di Dio è ascoltarla con docilità e metterla in pratica: «Ognuno sia pronto ad ascoltare e lento a parlare» (Gc 1,19-25).
La preghiera sapienziale chiede due cose semplici e fondamentali allo stesso tempo: la sincerità nel parlare e il pane di ogni giorno, cioè l’aurea mediocritas dei classici. La Bibbia segnala il pericolo degli estremi: la sovrabbondanza che può degenerare in orgoglio e autosufficienza (Dt 8,12ss), e la miseria che può condurre al furto e alla disperazione (Pr 6,30; Is 8,21).
 
Gli inviati del Figlio - Joseph Pierron e Pierre Grelot: 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli. Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale. Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16); come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20, 21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28, 19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Così la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22,21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahvè (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1 Cor 15,8s; Gal 1,12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1,5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo (10,14s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10,17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
 
La missione della Chiesa - Ad Gentes n. 5Il Signore Gesù, fin dall’inizio «chiamò presso di sé quelli che voleva e ne costituì dodici che stessero con lui e li mandò a predicare» (Mc 3,13; cfr. Mt 10,1-42). Gli apostoli furono dunque ad un tempo il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia. In seguito, una volta completati in se stesso con la sua morte e risurrezione i misteri della nostra salvezza e dell’universale restaurazione, il Signore, a cui competeva ogni potere in cielo ed in terra, prima di salire al cielo, fondò la sua Chiesa come sacramento di salvezza ed inviò i suoi apostoli nel mondo intero, come egli a sua volta era stato inviato dal Padre e comandò loro: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20); «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non crederà, sarà condannato» (Mc 16,15). Da qui deriva alla Chiesa l’impegno di diffondere la fede e la salvezza del Cristo, sia in forza dell’esplicito mandato che l’ordine episcopale, coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro, supremo pastore della Chiesa, ha ereditato dagli apostoli, sia in forza di quell’influsso vitale che Cristo comunica alle sue membra: « Da lui infatti tutto quanto il corpo, connesso e compaginato per ogni congiuntura e legame, secondo l’attività propria di ciascuno dei suoi organi cresce e si autocostruisce nella carità» (Ef 4,16).
Pertanto la missione della Chiesa si esplica attraverso un’azione tale, per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l’influsso della grazia e della carità dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo. Questa missione continua, sviluppando nel corso della storia la missione del Cristo, inviato appunto a portare la buona novella ai poveri; per questo è necessario che la Chiesa, sempre sotto l’influsso dello Spirito di Cristo, segua la stessa strada seguita da questi, la strada cioè della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio di se stesso fino alla morte, da cui poi, risorgendo, egli uscì vincitore. Proprio con questa speranza procedettero tutti gli apostoli, che con le loro molteplici tribolazioni e sofferenze completarono quanto mancava ai patimenti di Cristo a vantaggio del suo corpo, la Chiesa. E spesso anche il sangue dei cristiani fu seme fecondo.
 
Non possedere due tuniche - Origene, In Evang. Luc., 23, 3: È infatti un dovere proprio degli apostoli, piuttosto che del popolo, che se uno ha due tuniche, una la dia a chi non ne ha. E perché tu sappia che questo consiglio conviene agli apostoli più che alle folle, ascolta ciò che il Salvatore dice loro: “Non portate per via due tuniche” (Mt 10,10).
Sta di fatto che questi due abiti, dei quali uno serve a vestirci e l’altro ci vien consigliato di darlo a chi non ne ha, hanno un altro significato. Insomma il Salvatore, così come noi «non dobbiamo servire due padroni» (cf. Lc 16,3; Mt 6,24), vuole che non possediamo due tuniche e non siamo avvolti in un duplice abito, in quanto uno è l’abito del vecchio uomo e l’altro l’abito dell’uomo nuovo. Egli al contrario desidera vivamente che noi «ci spogliamo del vecchio uomo per rivestirci dell’uomo nuovo» (cf. Col 3,9-10). Fin qui la spiegazione è facile.
Ma ci si chiede soprattutto perché, alla luce di questa interpretazione, venga ordinato di dare una tunica a chi non ne ha. Qual è l’uomo che non ha sul suo corpo neppure un abito, che è nudo, che non è coperto assolutamente da nessuna veste? Io non dico in verità che con questo precetto non ci venga comandato di essere generosi, di avere pietà per i poveri e di possedere una bontà illimitata, tanto da spingerci a coprire coloro che sono nudi coll’altra nostra tunica; ma affermo che questo passo ammette un’interpretazione più profonda. Noi dobbiamo donare una tunica a chi ne è completamente sprovvisto: chi è quest’uomo senza tunica? È colui che è assolutamente privo di Dio. Noi dobbiamo spogliarci e dare la tunica a chi è nudo. Uno possiede Dio, e l’altro, cioè il potere avversario, ne è del tutto privo. E così come sta scritto: “precipitiamo i nostri delitti in fondo al mare” (Mi 7,19), nello stesso senso dobbiamo buttar via lontano da noi i vizi e i peccati e gettarli su colui che è stato per noi la causa di essi.
 
Testimoni di Cristo -  San Pio da Pietrelcina - La misericordia infinita di Dio consola e guarisce le nostre ferite: È il bisogno di essere amati, accolti e rialzati ad accomunarci tutti. Una necessità dell’anima che attraversa tutta la nostra esistenza e che nel Crocifisso, ferito, morente ma poi risorto e portatore di luce, trova una fonte inesauribile di speranza. Sono i testimoni della misericordia come san Pio da Pietrelcina a ricordarcelo costantemente: nei cuori di chi si rivolgeva a lui, padre Pio, al secolo Francesco Forgione, sapeva depositare la saggezza e l’amore di Dio, toccando le persone nel profondo e portandole alla conversione. Una missione che trovò non pochi ostacoli, ma che ha fatto di san Pio uno dei santi del XX secolo più cari alla devozione popolare. Nato a Pietrelcina, in provincia e diocesi di Benevento, il 25 maggio 1887, era figlio dei contadini Grazio Forgione e Giuseppa De Nunzio. Il 22 gennaio 1903 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini al convento di Morcone, prendendo il nome di fra Pio da Pietrelcina. Il 10 agosto 1910 venne ordinato sacerdote, passando i successivi sei anni in famiglia per motivi di salute. Nel 1916 arrivò a San Giovanni Rotondo, nel convento di Santa Maria delle Grazie, dove per più di 50 anni visse il proprio ministero dedicandosi in particolare alle confessioni. Nel 1918 ricevette sul proprio corpo i segni della passione e poi accolse con pazienza le tante ispezioni disposte dalle autorità ecclesiastiche. Morì il 23 settembre 1968; beatificato nel 1999, è santo 2002. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
per grazia singolare
hai concesso al santo presbitero Pio [da Pietrelcina]
di partecipare alla croce del tuo Figlio,
e per mezzo del suo ministero
hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia;
per sua intercessione concedi a noi,
uniti costantemente alla passione di Cristo,
di poter giungere felicemente alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 
22 SETTEMBRE 2026
 
Martedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
 
Prv 21,1-6.10-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 9,9-13

Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti - Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 12 marzo 1997): Stando ai Vangeli, Maria ha avuto modo di ascoltare suo Figlio anche in altre circostanze. Anzitutto a Cafarnao, dove Gesù si reca, dopo le nozze di Cana, “insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli” (Gv 2,12). Inoltre, è probabile che lo abbia potuto seguire anche a Gerusalemme, in occasione della Pasqua, nel Tempio, che Gesù qualifica come casa del Padre suo, per la quale Egli arde di zelo (cfr. Gv 2,16-17). Ella, poi, si trova tra la folla, allorché non riuscendo ad avvicinarsi a Gesù, lo sente rispondere a chi gli annunzia la presenza sua e dei parenti: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Con tale espressione il Cristo, pur relativizzando i legami familiari, rivolge un grande elogio alla Madre, affermando un vincolo ben più alto con Lei. Maria, infatti, ponendosi in ascolto del Figlio, accoglie tutte le sue parole e le mette fedelmente in pratica. Si può pensare che Maria, pur non seguendo Gesù nel suo cammino missionario, si sia informata sullo svolgimento dell’attività apostolica del Figlio, raccogliendo con amore e trepidazione le notizie sulla sua predicazione dalla bocca di coloro che lo avevano incontrato. La separazione non significava lontananza del cuore, come pure non impediva alla madre di seguire spiritualmente il Figlio, conservando e meditando il suo insegnamento, come già aveva fatto nella vita nascosta di Nazaret. La sua fede, infatti, le permetteva di cogliere il significato delle parole di Gesù prima e meglio dei suoi discepoli, che spesso non comprendevano i suoi insegnamenti e specialmente i riferimenti alla futura Passione (cfr. Mt 16,21-23; Mc 9,32; Lc 9,45).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Dizionario sintetico di Teologia (G.O Collins, E.G. Farrugia): Per la Bibbia, è il centro interiore della conoscenza, dei sentimenti e delle decisioni dell’uomo (Is 65,14; Ger 24,7; Lc 2,19). Il cuore è la sede dei pensieri buoni e cattivi (Mc 7,21; Lc 6,45), e può essere la sede della sapienza (1 Re 3,12) e lo strumento della fede (Rm 10,10). Lo Spirito Santo abita nel cuore dei giustificati (Rm 5,5). Questo tema è sviluppato dai Padri ed è tuttora un concetto fondamentale per l’antropologia orientale. La Scolastica occidentale, pure apprezzando il valore biblico del termine, lo ritenne tuttavia troppo generico e preferì esprimersi in termini di facoltà dell’anima (intelletto, volontà, passioni). 
 
Vangelo
Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.
 
Andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli di Gesù: l’episodio è ricordato anche da Matteo e da Marco, ma gli Evangelisti non rivelano il motivo, forse vanno a cercarlo per sottrarlo alla vita che aveva intrapreso, portatrice di non pochi inconvenienti. Ma non possono avvicinarlo a causa della folla. Allora qualcuno si incarica di far sapere a Gesù che ci sono sua madre e i suoi fratelli che lo aspettano fuori. È da notare che i parenti di Gesù stanno fuori dal gruppo di coloro che ascoltano. La risposta di Gesù è oltremodo chiara: Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. In questo modo si istaurano nuovi rapporti familiari con Gesù che non hanno più attinenza con i legami parentali. Chi sta fuori, anche se parente secondo la carne, non fa parte della sua famiglia. La famiglia di Gesù non poggia sui legami naturali, ma su quelli ben più saldi della carità e dell’ascolto della Parola di Dio. Sono legami nuovi che lo Spirito Santo crea nella Chiesa di Gesù. Ma non basta ascoltare la Parola di Dio, è necessario conservarla nel cuore e metterla in pratica. Appunto, come faceva Maria, la Madre di Gesù, la prima dei credenti, beata perché lei per prima ha creduto nell’adempimento della Parola del Signore (cfr. Lc 1,45).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,19-21
 
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli)La sua madre ed i suoi fratelli vennero allora a (trovar)lo; l’evangelista colloca l’episodio che interessa la madre ed i fratelli di Gesù nel presente contesto perché egli vuole rilevare un nesso concettuale tra la spiegazione della parabola del seminatore (cf. Lc., 8,15) e la dichiarazione conclusiva del fatto che si accinge a narrare (cf. vers. 21: «coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»). Infatti il presente episodio può essere considerato come un’illustrazione di ciò che Gesù aveva detto riguardo a coloro che ascoltano la parola di Dio con cuore buono e generoso. «I suoi fratelli» sono i prossimi parenti del Maestro [...].
Desiderano vederti; per Luca la presenza dei congiunti di Gesù (la sua madre ed i suoi parenti) è unicamente ricordata per offrire una circostanza storica al detto conclusivo dell’episodio che lo interessa maggiormente. Infatti l’espressione «desiderano vederti» è molto generica e non palesa nulla sul vero scopo di quella venuta (Matteo dice: «ti cercano per parlarti»: Marco ha: «ti cercano»; espressioni assai concrete). Il vero motivo è indicato dal testo del secondo evangelista (cf. Mc., 3,20-21) che Luca ha intenzionalmente omesso, perché poco rispettoso per la dignità del Maestro.
Ma egli rispose loro; il racconto è abbreviato dall’evangelista, il quale non ha interesse a dar rilievo alla parentela umana di Gesù, ma vuole principalmente insistere su quella spirituale; perciò egli omette alcuni particolari ricordati da Marco (cf. Mc., 3,33-34), i quali danno vivezza e movimento alla narrazione. La risposta di Gesù ha così un senso più distaccato dalle circostanze e, conseguentemente, assume un valore più universale. Sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica; gli altri due Sinottici hanno: «chi fa la volontà del Padre (opp. di Dio)»; l’espressione del vers. lucano «ascoltare e fare la parola di Dio» richiama direttamente quella ricordata al vers. 15, stabilendo così un nesso ideale tra l’insegnamento racchiuso nella spiegazione della parabola del seminatore e quello concernente i veri parenti di Cristo. «La parola di Dio» è un’espressione cara all’evangelista (cf. Lc., 5,1; 8,11; 11,28; Atti, passim) con la quale egli caratterizza la predicazione del Maestro, concepita come una manifestazione della volontà di Dio agli uomini.
 
Per approfondire
 
Il cuore dell’uomo - J. De Fraine e A. Vanhoye: 1. Cuore ed apparenza. - Nei rapporti tra persone è chiaro che ciò che conta è l’atteggiamento interno. Ma il cuore è sottratto agli sguardi. Normalmente l’esterno dell’uomo deve manifestare ciò che egli ha in cuore. Si conosce così il cuore indirettamente, da ciò che ne esprime il volto (Eccli 13, 25), da ciò che ne dicono le labbra (Prov 16, 23), da ciò che ne attestano gli atti (Lc 6, 44 s). Tuttavia, invece di manifestare il cuore, parole e comportamenti possono anche dissimularlo (Prov 26, 23-26; Eccli 12, 16): l’uomo ha la terribile possibilità della doppiezza. Per ciò stesso anche il suo cuore è doppio, perché è il cuore che comanda una determinata espressione in superficie, pur attenendosi internamente a disposizioni ben diverse. Questa doppiezza è un male profondo che la Bibbia denuncia con forza (Eccli 27, 24; Sal 28, 3 s).
2. Dio ed il cuore. - Alle prese con la chiamata di Dio, l’uomo cerca anche qui di salvarsi con la doppiezza. «Dio è un fuoco divoratore» (Deut 4, 24): come far fronte alle sue esigenze troppo radicali? Lo stesso popolo eletto non cessa di ricorrere a sotterfugi. Per dispensarsi dalla conversione autentica, cerca di accontentare Dio con un culto esteriore (Am 5, 21...) e con belle parole (Sal 78, 36 s). Soluzione illusoria: non si può ingannare Dio come s’inganna l’uomo; «l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore» (1 Sam 16, 7). Dio «scruta il cuore e prova i reni» (Ger 17, 10; Eccli 42, 18) e smaschera la menzogna constatando: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29, 13). Dinanzi a Dio l’uomo si sente così chiamato in causa nel più profondo dell’io (Ebr 4, 12 s). Entrare in relazione con Dio significa «arrischiare il proprio cuore» (Ger 30, 21).
3. Bisogno di un nuovo cuore. - Israele ha sempre più compreso che una religione esteriore non può bastare. Per trovare Dio occorre «cercarlo con tutto il cuore» (Deut 4, 29). Israele ha compreso che deve, una volta per sempre, «fissare il suo cuore in Jahvè» (1 Sam 7, 3) ed «amare Dio con tutto il suo cuore» (Deut 6, 5), vivendo in una profonda docilità alla sua legge. Ma tutta la sua storia attesta la sua sostanziale impotenza a realizzare un simile ideale. E questo perché il male giunge fino al suo cuore. «Questo popolo possiede un cuore traviato e indocile» (Ger 5, 23), «un cuore incirconciso» (Lev 26, 41), «un cuore diviso» (Os 10, 2). Invece di mettere la loro fede in Dio «essi hanno seguito l’inclinazione del loro cuore malvagio» (Ger 7, 24; 18, 12), cosicché calamità senza fine si sono abbattute su di essi. Non rimane più loro che «lacerare il loro cuore» (Gioe 2, 13) e presentarsi dinanzi a Dio con un «cuore contrito, umiliato» (Sal 51, 19), pregando il Signore di «creare loro un cuore mondo» (Sal 51, 12).
 
Don Franco Mastrolonardo: Cos’ha a che fare Gesù con la sua famiglia d’origine? Proviamo ad analizzare brevemente attraverso i Vangeli la relazione intrigante e complessa tra Gesù, sua Madre e i suoi fratelli.
Partiamo allora da Nazareth, quando Gesù esce allo scoperto e abbandonando la bottega del falegname comincia a predicare in Sinagoga come i maestri, i grandi maestri del tempo. Subito gli viene contestato questo inedito ruolo di profeta: "Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di loses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?» (Mc 6,3)
Cosa succede qui? Gli si ricorda la sua appartenenza al clan, alla famiglia d’origine. Tutti si scandalizzano perché Gesù è uscito senza preavvisi dal ruolo prestabilito dal clan. Da parte di Gesù c’è un atto di trasgressione pubblico. Anche i suoi si scandalizzano. Lo deduciamo dalla conclusione del discorso di Gesù che cita il famoso adagio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.
Così Gesù se ne va da Nazareth, ma passa appena un capitolo e nel Vangelo di Marco troviamo questa scena: Gesù entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di se”.
Qui la cosa diventa lampante: la famiglia di Gesù reagisce al suo successo popolare e cerca di recuperarlo prima che sia troppo tardi. La vocazione di Gesù è per loro qualche cosa di estraneo. Magari lo vogliono preservare, ma Gesù non si fa agganciare in nessun modo. È così netto nei confronti della famiglia, che non esita a pronunciare quelle parole così brucianti: “… chi non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo”.
Così nel Vangelo di Giovanni al cap. 7 leggiamo che “i suoi stessi fratelli non credevano più in lui”. Perché un atteggiamento di così tesa distanza?
Beh, la risposta l’abbiamo proprio nel Vangelo di oggi. All’ennesima invadenza affettiva dei suoi, Gesù risponde: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.
Gesù è uomo libero e liberante. Niente lo imprigiona: né la legge religiosa degli scribi e dei farisei e né la legge naturale della madre e dei fratelli. Ma non che sia contro la legge di Dio o contro la famiglia. No certamente. Gesù supera entrambe per entrare in una logica spirituale, in una logica di amore che le integra. Di fatto chi meglio della madre, di Maria,  ha saputo ascoltare e vivere la parola di Dio?
 
Vivere di fede - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Di coloro che con viva fede «ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» Gesù dice qualche cosa di inaudito, di ardito e di straordinario: «Essi sono per me madre e fratelli». Essi quindi appartengono a Gesù e fanno con Lui una sola famiglia. Egli li ama come ama sua madre, li tratta come si trattano i fratelli e le sorelle. Essi gli sono vicini, abitano nella sua dimora spirituale, mangiano alla sua tavola, hanno con Lui un’intimità familiare. Vivere di fede significa vivere con Dio e quindi in continua unione con Lui. La fede non è l’obbedienza strappata a stento per una quasi forzata sottomissione della volontà alla parola di Dio. Credere non significa neppure andare a tastoni nelle tenebre di una notte cupa e dolorosa che incute spavento. Né indica la reazione di una flebile, impercettibile voce, che chiama da lontano. Credere significa vivere accanto a Dio, significa fidarsi del suo amore, camminare nella sua luce, stare ogni giorno insieme con Lui.
I dommi di fede e l’insegnamento di Gesù non si esauriscono in discussioni teoriche e in trattati di teologia, ma si concretizzano in paragoni di efficacia rappresentativa e conducono ad una realtà piena di calore, di bontà e di affascinante bellezza.
 
Chi fa la volontà di Dio diventa fratello e madre del Signore - Gregorio Magno, Hom. in Ev., 3, 2: Non costituisce meraviglia che colui che fa la volontà del Padre sia detto fratello e sorella del Signore; per entrambi i sessi è infatti la chiamata alla fede. La meraviglia cresce piuttosto per il fatto che quegli venga anche detto «madre». Invero, (Gesù) si è degnato di chiamare fratelli i suoi fedeli discepoli, dicendo: "Andate, annunziate ai miei fratelli" (Mt 28,10). Ora però è il caso di chiedersi: Come può diventare sua madre chi, venendo alla fede, ha potuto divenire fratello del Signore? Quanto a noi, dobbiamo sapere che chi si fa nella fede fratello e sorella di Cristo, diventa sua madre nella predicazione. Quasi partorisce il Signore, chi lo ha infuso nel cuore dell’ascoltatore. E si fa sua madre, se attraverso la di lui voce l’amore di Dio viene generato nella mente del prossimo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Maurizio, Candido, Essuperio e Vittore, Martiri - Impegnati nel mondo ma al servizio del Signore: I fedeli di Cristo prendono sul serio i loro compiti ma sanno che tutto ha un senso solo in Dio, il principio e il fine di tutto. La vicenda dei santi Maurizio, Candido, Essuperio, Vittore e dei loro compagni soldati racconta una fede coraggiosa, sostenuta da una comunità capace di andare controcorrente.
Erano membri della legione tebea, che secondo la tradizione era composta tutta da cristiani egiziani in servizio ai confini orientali dell’impero romano. Alla fine del III secolo furono inviati da Massimiano nell’Europa centrale per contenere le rivolte dei Bagaudi e gli assalti di altri gruppi come i Quadi e i Marcomanni. Quando però venne loro richiesto di uccidere le popolazioni cristiane nel Vallese essi si rifiutarono, non accettando neppure di sacrificare agli dei. «Siamo tuoi soldati, ma anche servi di Dio – dissero all’imperatore –. A te dobbiamo il servizio militare, a lui l’integrità e la salute, da te abbiamo percepito il salario, da lui il principio della vita». Per questo andarono incontro a una punizione terribile: la decimazione, l’uccisione di un soldato ogni dieci. Maurizio, che comandava la legione, e i suoi compagni Candido ed Essuperio, da Agaunum riuscirono a fuggire, ma furono raggiunti dai commilitoni e vennero uccisi. Il Martirologio ricorda assieme a loro anche il «veterano Vittore».
 
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.