13 Giugno 2026
 
Cuore Immacolato di Maria
 
Is 66,9-11; Salmo Responsoriale 1Sam 2,1.4; Lc 2,41-51
 
Cuore Immacolato di Maria - Nino Grasso: La vicinanza delle due feste riconduce a S, Giovanni Eudes, il quale nei suoi scritti non separò mai i due Cuori di Gesù e di Maria e sottolinea l’unione profonda della madre col Figlio di Dio fatto carne, la cui vita pulsò per nove mesi ritmicamente con quella del cuore di Maria.
La Liturgia della festa sottolinea il lavorio spirituale del cuore della prima discepola di Cristo e presenta Maria come protesa, nell’intimo del suo cuore, all’ascolto e all’approfondimento della parola di Dio.
Maria medita nel suo cuore gli eventi in cui è coinvolta insieme a Gesù, cercando di penetrare il mistero che sta vivendo: conservare e meditare nel suo cuore tutte le cose, le fa scoprire la volontà del Signore, come un pane che la nutre nell’intimo, come un’acqua zampillante in un fecondo terreno. Con questo suo modo di agire, Maria ci insegna a nutrirci in profondità del Verbo di Dio, a vivere sfamandoci e abbeverandoci di lui e soprattutto a trovare Dio nella meditazione, nella preghiera e nel silenzio. Maria, infine, ci insegna a riflettere sugli avvenimenti della nostra vita quotidiana e a scoprire in essi Dio che si rivela, inserendosi nella nostra storia.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura:  Il testo isaiano, nel contesto della memoria del Cuore Immacolato, viene riferito alla Vergine Maria, e qui va letto come una profezia: “Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, la loro discendenza in mezzo ai popoli” (cfr. Lc 1,48: D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata). Il Magnificat  comincia proprio con una espressione simile a quella contenuta nel testo isaiano: “la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia” (cfr. Lc 1,46-47).
 
Vangelo
Tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo.
 
L’episodio del ritrovamento di Gesù nel tempio, «seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava» (v. 46), chiude la serie degli episodi dell’infanzia. Lo stare seduti era la postura preferita dai maestri israeliti. Con questo racconto, Luca intende mostrare la vera identità di Gesù e la sua missione. Il riferimento cronologico, «dopo tre giorni» (v. 46), con molta probabilità è un’allusione simbolica per indicare, secondo l’uso che ne fa lo stesso evangelista (cf. Lc 9,22; 13,32; 18,33; 24,7), i tre giorni passati da Gesù nel sepolcro. Con la risposta, «devo occuparmi delle cose del Padre mio» (v. 49), in presenza di Giuseppe (v 48), Gesù afferma di avere Dio per Padre (cf. Lc 10,22;  22,29; Gv 20,17) e rivendica nei suoi riguardi rapporti che oltrepassano quelli della famiglia umana (cf. Gv 2,4). È la prima manifestazione della sua coscienza di essere «il Figlio» (cf. Mt 4,3).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,41-51
 
I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
 
Parola del Signore.
 
Quando Gesù ebbe dodici anni - La circoncisione (Lc 2,21), la presentazione di Gesù al tempio, la purificazione della Madre (Lc 2,22), la commemorazione della Pasqua, memoriale del passaggio del Signore «oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le case» degli Israeliti (Es 12,27), celebrata annualmente a Gerusalemme, sono dati che rivelano che la sacra Famiglia era bene inserita nel tessuto sociale e soprattutto in quello religioso. Per Gesù era l’ultima volta che partecipava alla Pasqua come fanciullo. Ai tempi del Nuovo Testamento solo a tredici anni un ragazzo diveniva un «figlio della Legge» («bar Mitzvah») cioè era soggetto alla legge mosaica.
I pellegrini che si recavano nella città santa per la Pasqua viaggiavano in carovane le quali, per ragione di sicurezza, si muovevano quasi sempre di giorno. Per questo motivo Giuseppe e Maria non ebbero motivo di pensare che Gesù si fosse perduto fin quando non si fermarono per la notte. Spuntato il giorno fecero ritorno a Gerusalemme e la mattina successiva lo ritrovarono nel tempio, «seduto in mezzo a dottori, mentre li ascoltava e li interrogava» (Lc 2,46).
Gesù, «seduto in mezzo ai dottori» (lo stare seduti è proprio dei dottori ufficiali), ascolta e interroga i «didascali [dottori], lui che sarà il Didascalo per eccellenza, secondo un titolo che gli è frequentemente dato nel vangelo di Luca. Egli ascolta e risponde, e gli uditori [Luca non precisa formalmente che siano i didascali] rimangono estasiati della sua “intelligenza” e delle sue risposte. La sua qualifica futura di didascalo è dunque riconosciuta: prova glorificante, che prefigura l’avvenire» (René Laurentin, I Vangeli dell’infanzia di Cristo).
E come suggerisce Carlo Ghidelli, qui Luca «intende insistere sul fatto che Gesù non è solo il salvatore, ma anche il rivelatore, il vero, unico Maestro per il nuovo Israele, colui che parla con autorità [cf. Lc 4,32] avendo piena conoscenza di ciò che dice, essendo un autorevole esegeta della Parola di Dio, presentandosi con tutte le carte in regola quanto ad interpretazione delle promesse profetiche [cf. anche Mt 12,1-8; 19,3-9; Lc 11,31]. Abbiamo qui una dimostrazione concreta della  sapienza [vv. 40 e 52] nella quale Gesù cresceva».
Anche Giuseppe e Maria restarono stupiti ed è Maria a prendere la parola. Non muove un rimprovero al figlio, ma chiede la motivazione del suo comportamento, in quanto il gesto era a Giuseppe e a lei incomprensibile e li aveva angosciati oltre misura. La risposta di Gesù può sembrare sibillina, ma in essa un messaggio, chiaro e forte, c’è: contraddicendo Maria che aveva detto «tuo padre ed io», Gesù afferma di avere nel tempio un suo Padre verso cui ha dei doveri speciali: «devo occuparmi delle sue cose». Gesù non sconfessa i legami che lo univano ai suoi genitori terreni, ma rivendica da essi una indipendenza assoluta: una rivendicazione altre volte sottolineata con energia (cf. Mc 3,31-35). La forza della risposta di Gesù sta nel devo, con cui intende affermare che l’obbedienza a Dio ha la precedenza rispetto a quella dovuta ai genitori. In ogni caso, è la prima dichiarazione della sua coscienza di essere «il Figlio».
La domanda di Gesù posta ai genitori terreni - «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» - è anche un velato rimprovero: Maria e Giuseppe avrebbero dovuto sapere dove cercare il figlio.
Pur non comprendendo, Maria «serbava tutte queste cose nel suo cuore». La Madre aveva accolto la parola rivelatrice dell’angelo, aveva sentito «stupita» la testimonianza dei pastori, le profezie di Simeone e di Anna, eppure ancora non comprendeva. Ignora anche in che modo si evolverà la vita del Figlio, quale direzione essa prenderà, se il mondo riconoscerà il suo essere Messia e come lo riconoscerà. Quindi, le rivelazioni e le profezie non sono sufficienti per varcare la soglia del mistero del Cristo. È come se Luca volesse mettere in luce due temi: «da una parte la parola di Gesù è, nel quotidiano, altrettanto difficile da comprendere quanto le rivelazioni; dall’altra, comprendere chi è Gesù non è solo accogliere nella fede, una volta per tutte, i titoli cristologici che gli sono attribuiti. Si ha un graduale processo di comprensione, di cui Luca ci mostrerà le tappe parlando dei discepoli» (Hugues Cousin, Vangelo di Luca).
Tornati a Nazaret, Gesù stava sottomesso a Maria e a Giuseppe e «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (v. 52). L’imperfetto cresceva suggerisce continuità: il fanciullo cresceva in sapienza e questo sta ad indicare uno sviluppo intellettuale e psicologico; in età si potrebbe meglio dire in statura e quindi indicherebbe uno sviluppo del corpo in modo armonioso; e cresceva in grazia, cioè «egli piaceva sempre di più a Dio e agli uomini. Cresceva quindi in se stesso: in sapienza e in statura; e cresceva anche in senso verticale [era sempre più amato da Dio], ma anche in senso orizzontale [era sempre più amato dagli uomini]» (Giovanni Leonardi, L’infanzia di Gesù).
 
Per approfondire
 
Maria e la Chiesa - A. George: 1. La vergine. - Maria, tipo del credente, chiamata alla salvezza nella fede dalla grazia di Dio, redenta dal sacrificio del figlio suo come tutti i membri della nostra razza, occupa nondimeno un posto a parte nella Chiesa. In lei non vediamo il mistero della Chiesa vissuto pienamente da un’anima che accoglie la parola divina con tutta la sua fede. La Chiesa è la sposa di Cristo (Ef 5,32), una sposa vergine (cfr. Apoc 21, 2) che Cristo stesso ha santificato purificandola (Ef 5, 25 ss). Ogni anima cristiana, che partecipa a questa vocazione, è «fidanzata a Cristo come una vergine pura» (2 Cor 11, 2). Ora la fedeltà della Chiesa a questa chiamata divina traspare in Maria per prima, e ciò nel modo più perfetto. Questo è tutto il senso della verginità a cui Dio l’ha invitata e che la maternità non ha diminuita ma consacrata. In lei si rivela così, al livello della storia, l’esistenza di questa Chiesa-vergine che, con il suo atteggiamento, fa il contrario di Eva (cfr. 2 Cor 11, 3).
2. La madre. - Maria inoltre, in rapporto a Gesù, si trova in una situazione speciale che non appartiene a nessun altro membro della Chiesa. Essa è la madre di Gesù, e lo è volontariamente. Accetta di procreare il Figlio di Dio per il popolo di Dio, e appunto questo popolo tutto essa rappresenta e impegna in questa accettazione della salvezza propostale da Dio. Questa funzione permette di assimilarla alla figlia di Sion (Sof 3, 14; cfr. Lc 1, 28), alla nuova Gerusalemme nella sua funzione materna. Se la nuova umanità è paragonabile ad una donna di cui Cristo capo è il primogenito (Apoc 12, 5), si può dimenticare che un tale mistero si è compiuto concretamente in Maria, che questa donna e questa madre non è un puro simbolo ma, grazie a Maria, ha avuto un’esistenza personale? Anche su questo punto il legame di Maria e della Chiesa si afferma con una forza tale che, dietro la donna strappata da Dio agli attacchi del serpente (Apoc 12, 13-16), antitesi di Eva ingannata dallo stesso serpente (2 Cor 11, 3; Gen 3, 13), Maria si profila nello stesso tempo che la Chiesa, poiché tale fu il suo compito nel disegno di salvezza. Perciò la tradizione ha visto a buon diritto in Maria e nella Chiesa, congiuntamente, la «nuova Eva», così come Gesù è il «nuovo Adamo».
3. Il mistero di Maria. - Per mezzo di questa connessione con il mistero della Chiesa, il mistero di Maria si illumina nel miglior modo possibile, alla luce della Scrittura. Il primo rivela chiaramente ciò che, nel secondo, fu vissuto in modo nascosto. Da entrambe le parti, c’è un mistero di verginità, mistero nuziale in cui Dio è lo sposo; da entrambe le parti, un mistero di maternità e di filiazione, in cui lo Spirito Santo agisce (Lc 1, 35; Mt 1, 20; cfr. Rom 8, 15), prima nei confronti di Cristo (Lc 1, 31; Apoc 12, 5), poi nei confronti delle membra del suo corpo (Gv 19, 26 s; Apoc 12, 17). Il mistero della verginità implica una purezza totale, frutto della grazia di Cristo, che tocca l’essere alla sua radice, rendendolo «santo ed immacolato» (Ef 5, 27): qui acquista il suo senso la concezione immacolata di Maria. Il mistero della maternità implica un’unione totale al mistero di Gesù, nella sua vita terrena fino alla prova ed alla croce (Lc 2, 35; Gv 19, 25 s; cfr. Apoc 12, 13), nella sua gloria fino alla partecipazione alla sua risurrezione (cfr. Apoc 21). Colei che fu «ripiena di grazia» da parte di Dio (Lc 1, 28) rimane sul piano dei membri della Chiesa, «ripieni di grazia nel diletto» (Ef 1, 6). Ma per la sua mediazione il Figlio di Dio, unico mediatore, si è fatto fratello di tutti gli uomini ed ha stabilito il suo legame organico con essi, così come essi non lo raggiungono senza passare attraverso la Chiesa, che è il suo corpo (Col 1, 18). L’atteggiamento dei cristiani nei confronti di Maria è determinato da questo fatto fondamentale: perciò è in rapporto così diretto con il loro atteggiamento nei confronti della Chiesa loro madre (cfr. Sal 87, 5; Gv 19, 27).
 
Il cuore immacolato di Maria: un messaggio per noi oggi - Come dimenticare papa Francesco che, il 25 marzo 2022 – in comunione con i vescovi di tutto il mondo – ha consacrato la Russia e l’Ucraina al cuore immacolato di Maria? E, pregando per la pace, ha detto: «Signore Gesù, morto in braccio alla mamma in un bunker di Kharkiv, abbi pietà di noi».
Le sue parole ci aiutano a capire il senso, l’importanza e tutta l’attualità della memoria che la Chiesa propone il [13] giugno: il cuore immacolato della beata Vergine Maria. Non è solo un ricordo, non è solo qualcosa da onorare, non è qualcosa di lontano, che “non ci tocca”, è un messaggio vivo ancora oggi ed è una parola che dice di sperare oltre ogni speranza e di rispondere all’odio con l’amore.
«Il mio cuore immacolato trionferà!». È questa la promessa che la Vergine, nel 1917, ha fatto ai tre pastorelli di Fatima e, con loro, a noi tutti; è una promessa che insegna uno sguardo di speranza e che risuona, in tutta la sua bellezza, ancora oggi.
Nel 2000, Joseph Ratzinger, lo spiegava con queste parole, riportate da “Vatican News”: «Che cosa significa? Il cuore aperto a Dio, purificato dalla contemplazione di Dio è più forte dei fucili e delle armi di ogni specie. Il “fiat” di Maria, la parola del suo cuore, ha cambiato la storia del mondo, perché essa ha introdotto in questo mondo il Salvatore; perché grazie a questo “sì” Dio poteva diventare uomo nel nostro spazio e tale ora rimane per sempre. Il maligno ha potere in questo mondo, lo vediamo e lo sperimentiamo continuamente; […] Ma da quando Dio stesso ha un cuore umano e ha così rivolto la libertà dell’uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l’ultima parola. Da allora vale la parola: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16,33). Il messaggio di Fatima ci invita ad affidarci a questa promessa».
La preghiera può vincere per il mondo e nel mondo - E allora, se ci chiediamo che cosa possiamo fare oggi, nel nostro piccolo, per il mondo e nel mondo; che cosa possiamo fare per essere propagatori di pace, la risposta più immediata è: coltivare la preghiera e questo spirito di speranza invincibile che ci insegna la Vergine Maria, lei che sa custodire nel cuore ogni cosa e ogni cosa offre al Signore. (Autore: Editrice Shalom)
 
Bernardo da Chiaravalle (Hom. I sup. Miss.): Chi era sottomesso? E a chi? Dio agli uomini; Dio - dico -a cui gli Angeli sono sudditi, a cui i Principati e le Potestà obbediscono. Era sottomesso a Maria, ma non soltanto a Maria, bensì anche a Giuseppe, a causa di Maria. Ammira quindi e scegli se venerare di più la benigna degnazione del Figlio o la sublime dignità della Madre ... Impara, uomo, ad obbedire; impara, terra, a sottometterti; impara, polvere, a ottemperare ... Dio si umilia e tu, uomo, ti esalti? Dio si sottomette agli uomini e tu vuoi dominarli mettendoti al di sopra del tuo Autore? Se tu, o uomo, rifiuterai di imitare l’esempio dell’uomo, certo non ti sarà più spregevole seguire il tuo Creatore.
 
O Dio,
che hai preparato una degna dimora dello Spirito Santo
nel cuore della beata Vergine Maria,
per sua intercessione concedi a noi
di essere tempio vivo della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 
 
 12 Giugno 2026
 
Sacratissimo Cuore di Gesù
 
Dt 7,6-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); 1Gv 4,7-16;  Mt 11,25-30
 
La devozione al Cuore di Gesù risale al Medioevo, ma a influire maggiormente sulla diffusione della festa sono le rivelazioni di santa Maria Margherita Alacoque (Borgogna 1647 / Paray-le-Monial 17 ottobre 1690). Nonostante “le numerose richieste indirizzate alla Sede Apostolica, Roma esita a lungo. Dopo la rinnovata richiesta dei vescovi polacchi, Clemente XIII, nel 1765, dà il permesso di celebrare la festa del Cuore di Gesù il venerdì dopo l’ottava del Corpus Christi e così essa entra nel ciclo delle feste cristiane. Pio IX, nel 1856, estende la festa su tutta la Chiesa; Leone XIII, consacra al Cuore di Gesù tutto il genere umano, Pio X, raccomanda di farlo ogni anno. Nel popolo cristiano si è comunemente diffusa la pratica della Comunione nei primi nove venerdì del mese. Il Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia del soldato, rimane per sempre il simbolo del grande ed inconcepibile amore di Dio verso l’uomo. Dio è amore. Lui ci ha amati per primo ed ha mandato il suo Figlio per salvarci. Non c’è amore più grande che dare la propria vita per qualcuno - disse il Signore - ed ha messo in pratica infatti queste parole. Dal costato trafitto di Cristo nasce la Chiesa. Dal costato trafitto di Cristo scorre sangue ed acqua, simbolo dei due Sacramenti: Battesimo ed Eucaristia. La chiave di lettura di tutta la storia della salvezza e della redenzione compiuta da Cristo è l’amore. Rendendo oggi il culto al Cuore di Gesù, ci rendiamo più che mai conto che «l’amore non è amato». Perciò dobbiamo desiderare che i nostri cuori siano infiammati dal fuoco dell’amore di Dio, e vedendo quanti rimangono indifferenti alla chiamata del Signore, dobbiamo riparare alla loro mancanza di amore” (La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri vivi]).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: “Come in Dt 14,2, abbiamo qui l’affermazione dell’elezione di Israele. Dio è andato a «cercarsi un popolo» con mezzi miracolosi (Dt 4,34; cf. Dt 4,20; 26,7-8). I motivi di tale scelta vengono indicati qui nei vv 7-8: l’amore e la fedeltà alle promesse fatte gratuitamente ai padri (cf. Dt 4,37, 8,18, 9,5, 10,15). Questa scelta è suggellata dall’alleanza (qui, v 9 e Dt 26,19). Una simile teologia dell’elezione, che si trova espressa così fortemente nel Dt, pervade tutto l’AT, dove Israele è un popolo separato (Nm 23,9), il popolo di Dio (Gdc 5,13), a lui consacrato (Es 19,6+), che è entrato nella sua alleanza (Es 19,1+), suo figlio (Dt 1,31+), la nazione dell’Emmanuele, «Dio con noi» (Is 8,8.10). Tale elezione fa di Israele un popolo separato, ma i profeti annunziano il riconoscimento di Jahve da parte di tutte le nazioni e l’universalismo della salvezza (Is 49,6; 45,14+, Zc 14,16). È l’era messianica aperta dalla venuta di Gesù” (Bibbia di Gerusalemme).
 
II Lettura: La prima lettera di san Giovanni è costituita da tre grandi sezioni: camminare nella luce (1,5-2,29), vivere da figli di Dio (3,1-4,6) e alle fonti della carità e della fede (4,7-5,4). Il brano odierno, in cui troviamo l’esaltante affermazione «Dio è amore», ci introduce alle sorgenti della carità: Dio ha l’iniziativa della carità e la manifesta inviando e donando il suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-30
 
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9). Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
Cuore - Gabriele Miller - La parola viene usata relativamente di rado per designare l’organo del corpo, molto spesso invece in senso traslato. Quello di cuore è il concetto collettivo per l’essenza e il carattere dell’uomo. Quando Sansone aprì il suo cuore a Dalila, entrò in suo potere e cadde in disgrazia (Gdc 16,12s). Il cuore abbraccia tutto l’atteggiamento attivo che scaturisce dal carattere degli uomini. Quando a qualcuno viene affidato un incarico importante, egli riceve anche un cuore nuovo, vale a dire viene posto in una situazione completamente nuova che rende possibile l’assolvimento del compito (lSam 10,9). Difficoltà, disgrazia o colpa spezzano il cuore. Chi è consapevole della sua colpa si avvicina a Dio con un cuore affranto che perciò si rivolge a lui (per es. al 34,9).
L’uso veterotestamentario della parola è determinante anche per quello neotestamentario.
Anche nel NT il cuore è la sorgente del sentimento e del pensiero. Il cuore si riempie di sofferenza (Gv 16,6).
L’amore di Dio è un amore “di tutto cuore” (Mc 12,30). Con il cuore si capisce, si pensa, ci si ricorda (Gv 12,40; At 7,23; Lc 2,51). Il cuore è la sorgente dell’atteggiamento della vita in genere. I “puri di cuore” sono coloro il cui atteggiamento di fondo è integro e che agiscono in conformità ad esso (Mt 5,8).
Un cuore impuro ha delle conseguenze sul comportamento. “Amare Dio di tutto cuore” significa l’affidamento totale a Dio (Mt 22,37). Il termine cuore - come anche nel nostro uso linguistico - viene usato anche nella Bibbia. Nel significato più generale: nocciolo di una cosa, centro, parte più importante. .
 
La bontà, la mitezza e la clemenza richieste ai credenti - Giuseppe Barbaglio (Mitezza in Schede Bibliche Pastorali, Volume V): Anzitutto è doveroso analizzare la beatitudine matteana: «Beati i miti (hóipraéìs), perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il riferimento al salmo 37,11 [...], la mancanza di questa beatitudine nella versione di Luca, la constatazione che essa costituisce un doppione con la prima beatitudine («Beati i poveri in spirito») inducono a credere che si tratti di un passo redazionale, non privo di legittimazione storica. Matteo ha collocato la mitezza nell’elenco delle condizioni necessarie per poter entrare nel regno dei cieli.
Di grande rilievo è poi il passo di Gal 5,22-23 in cui la bontà e la mitezza sono presentate come frutto dello Spirito. Non siamo dunque di fronte, come nel mondo greco, a comportamenti etici e nobili e virtuosi in cui la persona eccelle, ma al risultato dell’animazione dello Spirito. Essere «buoni» e «miti» è grazia, dono: natu­ralmente grazia che responsabilizza e impe­gna. Ecco le parole dell’apostolo: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Inoltre 1Cor 13,4 connette così strettamente l’agape con la mitezza da attribuire al dinamismo dell’agape la specificazione del­la mitezza: «La carità è paziente, è benigna la carità». Si noti che per l’apostolo l’agape non è una virtù tra le altre, ma il principio fontale, il dinamismo soprannaturale che abilita il soggetto ad agire in maniera coe­rente, nel nostro caso in maniera mansueta.
In questo profondo e vasto orizzonte si devono interpretare le numerose e molteplici esortazioni alla bontà e alla mitezza presenti nel Nuovo Testamento.
Le realtà implicate dello Spirito e dell’agape escludono che sia un discorso puramente moralistico. In Col 3,12 l’autore indica questi comportamenti come doverosi per l’esistenza della comunità cristiana: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Cf. anche il passo parallelo di Ef 4,2, che però collega l’esortazione con il motivo della vocazione cristiana). In Gal 6,1 l’apostolo afferma che l’ammonizione fraterna nella chiesa deve avvenire «con dolcezza». Fil 4,5 esorta all’affabilità.
Tra le doti spirituali e morali necessarie ai ministri della comunità, le lettere pasto­rali elencano anche la benevolenza, la mitezza: «(l’episcopo) sia benevolo e non litigioso» (1Tm 3,3); «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti» (2Tm 2,25); Timoteo è esortato, come uomo di Dio, a tendere alla mitezza (2Tm 6,11) e Tito a farsi efficace maestro dei credenti perché questi siano mansueti e dimostrino ogni dolcezza con tutti (Tt 3,2).
Gc 1,21 sollecita ad accogliere «con docilità (en praytétì) la parola che è stata seminata» in loro. La stessa lettera afferma che la mitezza e la sapienza superiore sono strettamente connesse (3,13; 3,17).
Ancora una volta emerge che gli autori del Nuovo Testamento restano racchiusi in prospettive puramente moralistiche.
La 1Pt fa obbligo ai domestici di stare sottomessi ai padroni, non solo a quelli miti, ma pure a coloro che sono difficili (2,18).  La mitezza poi per lo stesso scritto è preziosa dote dell’anima incorruttibile (3,4). Infine l’autore della 1Pt sollecita i credenti a farsi testimoni autentici della speranza da essi vissuta, ma senza alterigia «con dolcezza» (metà praytètos) (3,15-16).
 
... perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. - Solo i piccoli possono accogliere la Buona Novella, e scivolare in profondità nei misteri del Regno.
I piccoli, oltre ad avere lo sguardo acuto della fede, agli occhi di Dio, possiedono una grandezza che tout court li fa cittadini dei cieli. Sembrerebbe una contraddizione, ma per il Vangelo il piccolo, proprio perché piccolo, è grande (Cf. Mt 11,11).
Un giorno, a Gesù posero questa domanda: Chi dunque è più grande nel regno dei cieli? Il Maestro rispose con un’azione simbolica, tipica dei profeti nell’Antico Testamento: prende un bambino, lo mette in mezzo a loro e dice: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno di Dio» (Mt 18,1ss).
Il messaggio è chiaro: ciò che i bambini, i piccoli, sono per se stessi, esseri umili e deboli, deve diventare un tratto della condotta e del sentire interno delle persone. E non soltanto un tratto della condotta, ma un atteggiamento da assumere dinanzi alla Parola divina che si rivela agli uomini nella Carne di un Figlio d’ Uomo, Gesù di Nazaret.
Sembra così che il Maestro divino voglia tracciare una via a tutti gli uomini, credenti o no: è la piccola via dell’infanzia spirituale. Una via non comune.
Scoperto il posto che, per divina disposizione, le spettava nella Chiesa, Teresa di Lisieux cercò i modi e gli strumenti adatti per realizzare la sua missione. Praticamente, bisognava individuare «il mezzo per essere maggiormente agevolati nell’impresa. Occorreva imboccare la via che conducesse più sicuramente alla meta. La trova, in tutta semplicità, nella via dell’infanzia spirituale. Gli asceti o gli studiosi di spiritualità l’avrebbero chiamata la via regia, la via maestra. Ella, invece, si accontenta di ritenerla “la piccola via: una via ben diritta, molto breve, tutta nuova”» (Arnaldo Pedrini).
Si adeguava così al Vangelo, che essa portava notte e giorno sul cuore. Occorreva seguire nell’amore la via dei piccoli, la via dell’infanzia spirituale. Un cammino di piena confidenza, di totale pacificante abbandono.
A Madre Agnese di Gesù che le chiedeva, il 6 agosto 1897, pochi mesi prima della sua morte, ciò che intendesse per piccola via, ovvero per restare piccoli, fanciulli davanti a Dio, ella rispose: «È riconoscere il proprio niente, attendere tutto da Dio, come un piccolo bimbo attende tutto da suo padre; non inquietarsi di niente; non cercare alcunché dalla fortuna. Essere piccoli è ancora non attribuirsi le virtù che si praticano o credersi capaci di qualcosa di buono; non scoraggiarsi degli sbagli o mancanze, perche i piccoli sogliono cadere facilmente, e sovente, ma essi sono troppo piccoli per farsi troppo del male... ».
Teresa così realizzava quanto dice il profeta Isaia: «Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is 66,12-13). E procedeva sicura sulla via tracciata dal Maestro.
In questa luce, la via dell’infanzia spirituale più che teoria è prassi ed è scorticante, perché occorre spogliarsi del proprio io, della propria volontà, o gusto o progetto, anche il più virtuoso.
L’ispirazione di santa Teresa di Lisieux la troviamo anche nell’insegnamento di san Francesco di Sales: «Fare tutto per amore e niente per forza!».
Massima che per tutti i piccoli diventerà la regola d’oro. In pratica, «saper comprendere e gustare “le bon plaisir de Dieu” ovvero il suo beneplacito. Attuare ciò che piace a Dio, ed ancora come a Lui piace» (Arnaldo Pedrini).
Santa Teresa lo traduce: «Non si deve lavorare per diventare santi, ma solo piacere a Dio». E ancora: «Se il Signore mi lasciasse la scelta, io non sceglierei niente: solo quello che Lui vuole».
Allora si comprende come la strada indicata da Gesù è veramente in salita: è la salita del Calvario dove, per spalancarsi alla conoscenza dei misteri del Regno di Dio, la povera umanità non ha altra scelta se non quella di farsi crocifiggere alla Croce di Cristo, non intesa però come strumento di tortura e di morte, ma come il giogo di Dio dolce e leggero che conduce alla gioia perfetta e alla vera vita.
 
Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero: «A chi si immerge nell’eterna volontà di Dio, rinunziando a sé e ad ogni creatura, a chi facesse ciò e vi perseverasse, il peso di Dio sarebbe leggero, così leggero che se su quest’uomo si mettessero tutti i pesi che porta il mondo intero, quel peso gli diventerebbe tanto lieve da essere per lui come un puro nulla. Sarebbe per lui una delizia, una soddisfazione, una gioia, un cielo, perché Dio porterebbe il peso e l’uomo sarebbe libero, uscirebbe da se stesso e Dio entrerebbe completamente in tutta la sua condotta» (Johannes Tauler, Predica per la Prima Domenica di Settuagesima).
 
Colletta
O Dio fedele e misericordioso,
che hai mandato nel mondo il tuo Figlio
perché gli uomini abbiano la vita,
fa’ che alla scuola di Cristo, mite e umile di cuore,
impariamo ad amarci gli uni gli altri
per dimorare in te che sei l’amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 11 Giugno 2026
 
San Barnaba
 
At 11,21b-26; 13,1-3; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Mt 10,7-13
 
San Barnaba, il figlio della consolazione: San Barnaba, pur non essendo uno dei dodici Apostoli scelti direttamente da Gesù, è stato riconosciuto come Apostolo a tutti gli effetti già dai primi Padri della Chiesa e da San Luca. Questo riconoscimento gli fu attribuito non solo per una vocazione speciale ispirata dallo Spirito Santo, ma anche per il ruolo importante che ebbe nella diffusione del cristianesimo, collaborando attivamente con gli altri Apostoli.
Barnaba era originario dell’isola di Cipro e apparteneva alla tribù di Levi. All’inizio si chiamava Giosuè o Giuseppe, ma gli venne dato il nome di Barnaba, che significa “Figlio della consolazione”, per la sua straordinaria capacità di confortare e sostenere le persone in difficoltà. Questo nome descrive bene la sua personalità e il suo ruolo.
Una delle sue prime missioni importanti fu quella di Antiochia, dove venne inviato per rafforzare la fede dei nuovi cristiani e organizzare la giovane comunità. Resosi conto dell’importanza della missione e delle sfide che comportava, Barnaba decise di coinvolgere San Paolo. Insieme, svolsero un lavoro fondamentale, costruendo le basi di quella che sarebbe diventata una delle più importanti comunità cristiane del mondo antico.
La collaborazione tra Barnaba e Paolo diede inizio a un’intensa attività missionaria. I due viaggiarono in molte regioni, annunciando il Vangelo a genti di culture e tradizioni diverse. La loro amicizia fu decisiva per espandere il cristianesimo oltre i confini del mondo ebraico, portandolo verso nuovi popoli, raggiungendo i Gentili e fondando Chiese in diverse città.
Ad un certo punto, San Barnaba e San Paolo decisero di separarsi per coprire più terreno e raggiungere più persone con il loro ministero. Questa separazione permise di moltiplicare gli sforzi apostolici e di diffondere più largamente la fede cristiana. Barnaba tornò a Cipro, la sua isola natale, per continuare il suo lavoro missionario.
Alla fine della sua vita, Barnaba si trovava nella città di Salamina, nell’isola di Cipro. Ormai in età avanzata, fu lapidato da una folla ostile, dopo aver subito torture. Lasciò un’impronta profonda e duratura nella storia della Chiesa. Il suo esempio fu di grande sostegno per i cristiani dei primi secoli, che spesso vivevano tempi difficili e perseguitati. (Fonte: vaticanstate.va)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - C’erano nella Chiesa di Antiòchia profeti e maestri: il carisma proprio del dottore o didascalo lo rende adatto a dare ai fratelli un insegnamento morale e dottrinale basato normalmente sulla Scrittura (cf. 1Cor 12-14). I cinque profeti e dottori qui enumerati, Bàrnaba, Simeone detto Niger, Lucio di Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo, rappresentano il governo della chiesa di Antiochia.
Barnaba, uomo virtuoso, pieno di Spirito e di fede, molto stimato dalla Chiesa, sarà il mentore dell’apostolo Paolo nei suoi viaggi apostolici.
Ad Antiochia  per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani: i discepoli di Gesù vengono, così, identificati come quelli che sono di Cristo/Messia. In un certo senso, li riconoscono messianici, consacrati.  
 
Vangelo
 Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Il programma missionario dei Dodici corrisponde esattamente a quello di Gesù e consiste nella predicazione della vicinanza del regno e nelle guarigioni. Anch’essi devono annunciare l’avvicinarsi del regno di Dio (v. 7), conforme al messaggio iniziale del Battista e di Gesù stesso (3,2; 4,7).
Non si accenna però alla necessità della conversione, forse per sottolineare la presenzialità della salvezza nella chiesa, attraverso il kerygma apostolico. Le guarigioni rappresentavano una conferma dell’avvento del regno, in quanto contrassegno del tempo messianico: come avevano predetto i profeti, la parola del Messia è convali­data dal suo potere miracoloso, ora partecipato anche ai Dodici. Mt accentua questo aspetto taumaturgico gli apostoli ricevono il potere non solo di scacciare i demoni, ma di compiere prodigi ancora più grandi, come la risurrezione di morti e la guarigione di lebbrosi.
L’attività missionaria nella chiesa avrebbe implicato sempre questi due elementi essenziali: la proclamazione del vangelo e la promozione sociale in favore delle persone più indigenti e emarginate.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,7-13
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi».
 
Parola del Signore.
 
Norme per la missione - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): I discepoli di Gesù devono continuare l’opera del Maestro: devono annunziare la presenza del regno; e i miracoli che hanno il potere di operare devono essere l’argomento della verità della presenza del regno di Dio che essi annunziano. Tanto la predicazione dei discepoli come le loro opere devono annunziare l’imminenza del regno di Dio. L’annunzio del regno, l’invocazione di Dio come Padre rendono presente il regno.
Questo contenuto della predicazione dei discepoli è espresso nella nostra lettura dalle affermazioni relative alla pace. L’augurio di pace era il saluto abituale fra i giudei; ma qui è qualcosa di più. La pace è descritta col grado di efficienza della parola di Dio: se Dio comanda qualcosa, questo si realizza; se pronunzia una parola, questa non torna a lui vuota (Is 45,23; 55,11). Là dove si augura la pace, si realizza quello che si è chiesto. Si tratta quindi della pace che equivale al regno di Dio, la pace eterna, quella di Dio, la piena armonia fra Dio e l’uomo, fra l’uomo e l’uomo... la riconciliazione: tutto questo è divenuto realtà nella presenza del Cristo (Mc 5,34; Rm 5,1; Ef 2,14: Cristo nostra pace). Per questo, l’annunzio della pace è l’annunzio di Cristo e di tutto quello che egli significa per l’uomo. Una pace che resterà fra i degni e che si allontanerà dagli indegni.
Questa personificazione della pace mette in rilievo il duplice atteggiamento di fronte alla parola-pace di Dio: atteggiamento di accoglienza o di rigetto. Non si tratta d’una maledizione: semplicemente la pace non resta con coloro che la rigettano. Quello che l’AT aveva detto del Messia, che sarebbe stato il principe della pace (Is 9,5), ora è detto utilizzando solo la parola di saluto normale, ma con una maggiore profondità di senso.
Scuotete la polvere dai vostri piedi. Anche questa frase esclude ogni genere di maledizione: sta semplicemente a simboleggiare l’esclusione dal regno di coloro che si sono esclusi da sé rigettando la pace loro offerta: essi non avranno parte nel regno. Questo gesto di scuotere la polvere dai sandali era abituale quando un giudeo tornava in patria: si scuoteva la polvere dai piedi per indicare che i gentili non avevano parte nel destino del  popolo eletto, nel possesso della terra promessa. Ma questo gesto, nelle parole di Gesù, ha un significato trascendente: l’atteggiamento di rigetto della parola di Dio, della pace, ha come conseguenza inevitabile la parola «condanna», esclusione definitiva dal regno, una sorte peggiore che quella di Sodoma e Gomorra.
Le norme di privazione assoluta che sono imposte ai discepoli: non porterete né oro né argento né sandali né bastone ... paiono assolutamente impraticabili. Si chiedeva loro davvero tutto questo? Pare che queste esigenze siano prese da norme stabilite per assistere al culto di Dio nel tempio: «che nessuno entri nel tempio con bastone, sandali o con borsa di denaro...». Partendo da questa norma giudaica, si direbbe semplicemente che i discepoli, nel compimento della loro missione evangelizzatrice, sono davanti a Dio (come nel tempio) e devono comportarsi come chi sta alla presenza di Dio, sapendo che il risultato della loro missione dipende da Dio. Diremmo che si ordina ai discepoli di andare «disarmati» per mettere in evidenza che si tratta dell’opera di Dio, dell’annunzio della sua parola, e non d’un’opera umana. Come norme di assoluto ascetismo, sono inspiegabili. Come può un uomo camminare senza sandali e senza bastone nel deserto...?
In fine, i discepoli sono presentati come operai mandati nella vigna del Signore, e quindi sono degni del loro salario. Il NT ripete in altre occasioni queste parole di Gesù (1Cor 9,14; lTm 5,18). San Paolo, che cita le parole di Gesù, rinunziò a questo privilegio (1Cor 9,12; 1Ts 2,9; 2Ts 3,7-8...) per godere d’una maggior libertà nella predicazione e per poter rispondere adeguatamente ai possibili correligionari giudei. Egli si gloria di essersi guadagnato da vivere col lavoro delle sue mani.
 
Per approfondire
 
I discepoli cominciano a essere chiamati cristiani - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): La dispersione causata dalla persecuzione scatenata in occasione del martirio di Stefano fu uno degli atti più provvidenziali nella vita della Chiesa primitiva. Essa fece sì che il vangelo cominciasse ad aprirsi una via nelle regioni pagane. Alcuni uomini di Cipro e di Cirene presero a predicare ai pagani di Antiochia I. Nella lista che abbiamo nel c. 13, si parla di Lucio di Cirene, col quale è ricordato anche Simeone soprannominato Niger. Probabilmente, l’uno e l’altro si erano stabiliti in Antiochia e divennero i promotori della predicazione e anche i capi della comunità. Naturalmente, si tratta di congetture. Conviene però dire che i pionieri della Chiesa antiochena, come avvenne anche ad Efeso (18,21), ad Alessandria (18,24) e a Roma (28,14), furono uomini sconosciuti, innominati, missionari anonimi. L’esistenza di queste e di altre comunità cristiane è, per se stessa, un monumento a quei missionari oscuri che compirono il loro lavoro di evangelizzatori senza una missione ufficiale, senza organizzazione e senza propaganda.
Nel racconto, vediamo Barnaba come tratto d’unione di questa missione ad Antiochia con l’autorità ufficiale della Chiesa di Gerusalemme. Barnaba sarebbe il rappresentante della Chiesa madre. Luca aveva ricevuto dalla tradizione tre notizie importanti su Barnaba. Il gesto con cui aveva venduto il suo campo e ne aveva consegnato il ricavato agli apostoli (4,36-37). Questo fa supporre che Barnaba fosse a Gerusalemme già da tempo e che fosse un membro influente di quella comunità. La seconda notizia è che Barnaba fu uno degli evangelizzatori di Antiochia (13,1). E pare logico che Luca pensi che fosse stato mandato colà dai dirigenti della Chiesa di Gerusalemme. In terzo luogo, aveva saputo che Barnaba accompagnò Paolo, come delegato della Chiesa d’Antiochia insieme con lui, al concilio di Gerusalemme.
Il contenuto essenziale della predicazione è riassunto nella frase « Gesù è il Signore ». Questo fu l’unico programma di quegli uomini straordinari, anche se anonimi. Gesù è il Signore è la forma più breve e stilizzata della professione cristiana della fede e del kerygma primitivo, formula che ha le sue radici nella comunità di Gerusalemme. Non comparve per la prima volta nel mondo ellenista, anche se già in questo mondo erano stati scoperti tutto il suo significato e la sua forza d’attrazione.
Nel mondo ellenista nel quale vi erano tanti « signori », la formula sta a indicare l’intento della fede cristiana di presentare Gesù come superiore a tutti i « signori » e a tutte le divinità, come l’unico Signore.
Intendiamo far notare, in questa sezione, una notizia che può parere di poca importanza: ad Antiochia, i discepoli cominciarono a essere chiamati cristiani. La notizia ha grande interesse principalmente dal punto di vista storico-teologico. In essa, si dice implicitamente che, a partire da questo momento, si stabilisce con tutta chiarezza che il cristianesimo non è una specie di giudaismo o una setta più o meno aperta del giudaismo stesso. Il cristianesimo ha acquistato la sua maggiore età e ha ormai una personalità e un’esistenza proprie. Il nuovo nome dato ai discepoli di Gesù afferma eloquentemente che si tratta anche d’una realtà nuova. Si ricordi la mentalità semitica secondo la quale le cose che non hanno nome non esistono.
È importante, in questa sezione, anche la notizia che ci è data riguardo a Barnaba. Egli andò a T’arso, in cerca di Paolo (v. 25). Questa notizia dà come noto che Paolo si trova a Tarso fin dai primi giorni della sua conversione. Era stato inviato colà dai fratelli (9,30). Comunque si tratta di incorporare alla grande missione un uomo di statura eccezionale, come era Paolo. L’autore degli Atti ci presenta Paolo e Barnaba in stretta collaborazione; anzi, Barnaba è molto meglio informato che gli altri apostoli su tutto quello che si riferisce a Paolo. Non ci è data la ragione, ma si dice che fu lui che lo presentò agli apostoli (9,27).
Il punto di vista di Luca, nel presentare Barnaba come il punto o il tratto d’unione fra gli. apostoli e Paolo è la legittimazione della missione di Paolo.
 
Caratteristiche del cristiano - A. Feuillet (Cristiano in Dizionario di Teologia Biblica):  Benché apparentemente identico ai dottori ebrei del suo tempo, Gesù aveva per i suoi discepoli delle esigenze uniche.
a) Vocazione. - Ciò che conta, per diventare suo discepolo, non sono le attitudini intellettuali e neppure morali; è una chiamata, di cui Gesù ha l’iniziativa (Mc 1, 17-20; Gv 1, 38-50) e, dietro di lui, il Padre che «dà» a Gesù i suoi discepoli (Gv 6, 39; 10, 29; 17, 6. 12).
b) Attaccamento personale a Cristo. - Per diventare discepolo di Gesù non è necessario essere una persona superiore; di fatto, il rapporto che unisce il discepolo ed il maestro non è esclusivamente, e neppure in primo luogo, di ordine intellettuale. Gesù disse: «Seguimi!». Nei vangeli il verbo seguire esprime sempre l’attaccamento alla persona di Gesù (ad es. Mt 8, 19 ...). Seguire Gesù significa romperla con il passato, con una rottura totale. Seguire Gesù significa ricalcare la propria condotta sulla sua, ascoltare le sue lezioni e conformare la propria vita a quella del salvatore (Mc 8, 34 s; 10, 21. 42-45; Gv 12, 26). A differenza dei discepoli dei dottori ebrei che, una volta istruiti nella legge, potevano staccarsi dal loro maestro ed insegnare a loro volta, il discepolo di Gesù si è legato non ad una dottrina, ma ad una persona: non può più lasciare colui che ormai è per lui più che padre e madre (Mt 10, 37; Lc 14, 25 s).
c) Sorte e dignità. - Il discepolo di Gesù è quindi chiamato a condividere la sorte stessa del maestro: portare la sua croce (Mc 8, 34 par.), bere il suo calice (Mc 10, 38 s), ricevere infine da lui il regno (Mt 19, 28 s; Lc 22, 28 ss; Gv 14, 3). Quindi, fin d’ora, chiunque gli dà un semplice bicchiere d’acqua in qualità di discepolo, non perderà la sua ricompensa (Mt 10, 42 par.); per contro, quale colpa «scandalizzare uno solo di questi piccoli» (Mc 9, 42 par.)!
Discepoli di Gesù e discepoli di Dio. - Se i discepoli di Gesù sono in tal modo distinti da quelli dei dottori ebrei, ciò è dovuto al fatto che, attraverso il Figlio suo, Dio stesso parla agli uomini. I dottori non trasmettevano che tradizioni umane, che talvolta «annullavano la parola di Dio» (Mc 7, 1 ss); Gesù è la sapienza divina incarnata, che promette ai suoi discepoli il riposo delle loro anime (Mt 11, 29). Quando Gesù parla, si compie la profezia del VT: si sente Dio stesso, ed in tal modo tutti possono diventare «discepoli di Dio» (Gv 6, 45).

Giovanni Crisostomo, In Matth. 32, 2-4: “Cammin facendo predicate: «È vicino il regno dei cieli»” (Mt 10,7). Considerate la dignità degli apostoli e la grandezza del loro ministero? Gesù non comanda loro di predicare l’avvento di qualcosa di terreno o di sensibile e neppure quanto avevano un tempo predicato Mosè e i profeti; essi devono predicare realtà nuove e al di là di ogni aspettativa. I profeti promettevano soltanto la terra e i beni terreni: gli apostoli annunziano invece il regno dei cieli, e tutti i beni che ad esso appartengono. Non è poi la superiorità della loro predicazione che pone gli apostoli su un piano più alto dei profeti, ma è l’obbedienza pronta che essi manifestano a Cristo. Non tentano di sottrarsi al loro compito, non cercano di resistere agli ordini divini, come tentarono di fare alcuni degli antichi. Nonostante essi conoscano i pericoli, le lotte e gli intollerabili mali che dovranno sopportare, non esitano a obbedire con completa sottomissione a quanto vien loro ordinato, come appunto debbono fare i predicatori del regno dei cieli. Ma cosa c’è da stupirsi - voi mi direte - se essi obbediscono subito, senza difficoltà, dal momento che non devono annunziare niente di doloroso e di triste? Ma che dite? La loro missione non era difficile? Non avete forse sentito parlare del carcere, delle torture, della guerra da parte dei loro connazionali, dell’odio universale e di tutte le altre sciagure che cadranno sopra gli apostoli? Gesù li manda come messaggeri per promettere agli altri infiniti beni, ma promette e preannunzia loro soltanto tribolazioni e sofferenze.
Per far sì che essi abbiano pieno credito ovunque, dice loro: “Sanate infermi, risuscitate morti, mondate lebbrosi, scacciate demoni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). Notate: Gesù ha cura di formarli non meno che di far compiere loro quei miracoli; perciò mostra loro che i prodigi non sono niente se non sono accompagnati da una vita onesta: «Gratuitamente avete ricevuto «- egli dice -» gratuitamente date».
Con queste parole reprime la loro vanità e provvede a tenerli lontani dall’avidità dei beni.
Perché non pensino che così grandi miracoli siano opera loro, e quindi non se ne glorino, egli sottolinea: «Gratuitamente avete ricevuto»: cioè voi non darete niente di vostro a coloro che riceveranno la vostra opera, e i miracoli che compirete non saranno frutto e ricompensa delle vostre fatiche. È per mia grazia che li farete; e questa grazia ricevuta da me gratuitamente, gratuitamente dovrete distribuirla agli altri. D’altra parte non è possibile trovare e ottenere un prezzo degno dei doni che voi darete.
 
O Dio,
che hai voluto riservare san Barnaba,
pieno di fede e di Spirito Santo,
per la conversione dei popoli pagani,
fa’ che sia annunciato fedelmente con la parola e con le opere
il Vangelo di Cristo che egli predicò con indomito coraggio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.