29 Maggio 2026
 
Venerdì VIII Settimana T. O.
 
1Pt 4,7-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); Mc 11,11-25
 
[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. (Vangelo)
 
Tempio - Karl Pauritsch: Per Israele l’arca dell’alleanza era il luogo dove Dio era vicino, dove si rivelava. Quando essa fu collocata nel santo dei santi del tempio di Gerusalemme, questo assunse e il suo significato. Nel tempio  abitava Dio (shekinah). Qui si rispondeva alla sua vicinanza esperimentata con celebrazioni di culto regolate. Il tempio  era così anche un segno dell’elezione. In Sion, monte del tempio, si vedeva il centro del mondo. Il tempio  costruito da Salomone a Gerusalemme, costituito dal vestibolo, dal Santo e dal Santo dei santi (1Re 6; Ez 40-42), era un tutt’uno col palazzo reale. Anche se per tutto il tempo della sua sussistenza costituì il santuario ufficiale, il centro religioso del popolo, la sua esistenza comportò sempre delle contraddizioni. A ragione si vedeva in esso il pericolo del sincretismo e una deviazione dalla fede pura in JHWH, quella dill tempo del deserto. JHWH non aveva bisogno di alcun luogo di culto (2Sam 7; Is 66,1s; At 7,48). La chiesa sperimenta in Gesù la vicinanza e la salvezza di Dio. Nel tempo escatologico la perfetta comunione d’amore con lui renderà superfluo un tempio  specifico.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Benedikt Schwank (Prima Lettera di Pietro): La fine di tutte le cose è vicina: In genere, quando si parla della fine del mondo, ci si sente facilmente invadere da un senso di pusillanimità e di rassegnazione. Pietro parla della fine di ogni cosa come di un grande avvenimento al quale si fa incontro come al « premio della fede » (1, 9), tremando di timore, sì, ma anche di gioia. Anche le esortazioni precedenti erano state indirizzate alla comunità in vista di questa fine.
Tutta la lettera era caratterizzata da un motivo di fondo, che solo ora viene esplicitamente formulato: il tempo cristiano è tempo escatologico; i cristiani vivono nell’« ultima ora » (1 Gv. 2, 18). Già il termine « eletti » (1, 1) indirizzava in questo senso. Pietro può dire alle comunità, con tutta semplicità, che è iniziata quel l’epoca della storia dell’umanità che da molti era stata ardente mente attesa,Con ciò è vicino anche il grande giudizio.
Il che è motivo di seria riflessione (4, 17) e di gioia al tempo stesso (1, 6; 4, 13), poiché il giudizio non consiste soltanto nell’atto negativo del condannare, ma anche in quello positivo del ristabilire il giusto ordine voluto da Dio. Il cristiano durante la sua vita terrena aspetta il Signore come si attende un regnante che deve realizzare il suo ingresso trionfale in una città per fare giustizia. Il corteo regale si avvicina sempre più. Anche Pietro potrebbe dirci con Giacomo: « Pazientate anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina! » (Giac. 5, 8).
Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera: È necessario quindi stabilire sin d’ora contatti col mondo dell’al di là, al quale ci avviciniamo sempre di più. La preghiera si fa perciò sempre più importante. Ora però non si tratta di pregare per mantenersi assennati e sobri fino al giorno del giudizio, ma, al contrario, di essere assennati e vigilanti per poter pregare bene. Ogni preghiera, non ultima quella liturgica della comunità, richiede preparazione, perché sia fatta bene. Si parla qui di due modi di prepararsi ad essa, che possono essere completati da un terzo. In primo luogo si accenna a quel silenzio interiore che permette all’uomo di formulare pensieri chiari e presuppone salute spirituale e morale. Un’altra cosa importante per pregare bene è la forza che l’anima acquista con la continenza e la sobrietà di cui si è già parlato (1, 13). Più avanti, per lo stato di lotta in cui viviamo, ci sarà ripetuto: « Siate temperanti! Vigilate! » (5, 8). E con ciò si giunge alla terza condizione per pregare bene: l’essere spiritualmente vigilanti. Soltanto chi è sobrio riuscirà ad essere spiritualmente vigilante. Per questo, nell’insegnamento degli apostoli sobrietà e vigilanza sono strettamente connesse.
Paolo esorta: « Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo temperanti » (1 Tess. 5, 6). Saggezza, sobrietà e vigilanza caratterizzano la figura del cristiano che prega, Sono quelle qualità che  Gesù descrisse così vivamente alla folle con le parabola delle dieci vergini (cf. Mt, 23, 119) e degli uomini che attendono lo sposo con i fianchi cinti e le lampade accese (cf. Lc 12, 39.34),
 
Vangelo
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni. Abbiate fede in Dio!
 
Il fico che non porta frutto simboleggia Israele, ma anche ogni cristiano che arido nelle opere rimane senza frutti per la vita eterna. Israele non è più la fonte di salvezza per gli uomini, il regno di Dio è aperto a tutti i popoli. Con questo racconto Marco vuol affermare l’universalità della casa di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 11,11-25
 
[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fama. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispondono loro Gesù: «Abbiate fede in Dio!
In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».
 
Parola del Signore.
 
L’aspirazione al potere distrugge la testimonianza della fede - José Maria-González-Ruiz (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): In primo luogo abbiamo davanti a noi una parabola sceneggiata, come avviene spesso nelle profezie dell’AT. È quindi inutile chiedersi se si tratta d’un fatto reale o della sceneggiatura di una semplice parabola, né è necessario giustificare alcune contraddizioni del racconto. L’unica cosa da cercare è il messaggio inteso dall’evangelista.
È chiaro che questa maledizione, storica o no, deve avere almeno un significato simbolico e far pensare a Israele (cf Ger 8,13; Gio 1,7; Ez 17,24; Mic 7,1; Os 9,10.16). Anzi la parabola sceneggiata costituisce un’opportuna introduzione al racconto seguente, nel quale Gesù si presenta paradossalmente come il profeta geloso del tempio, del quale aveva profetizzato la distruzione.
Per comprendere questo singolare episodio dell’atteggiamento violento di Gesù nel tempio è necessario analizzare attentamente i suoi gesti e le sue parole. Il gesto iniziale è quello di scacciare «quelli che vendevano e compravano nel tempio». Poi «rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe», e in fine «non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio». Di qui si deduce che oggetto dell’ira di Gesù era la trasformazione del tempio in mercato. È difficile determinare i motivi precisi della scelta, cioè, perché i venditori di colombe, ecc. Nell’animo dell’evangelista non ci doveva essere alcun motivo di discriminazione.
L’intervento di Gesù non può essere inteso se non dopo aver letto il capitolo 56 di Isaia e il capitolo 7 di Geremia, che Gesù cita esplicitamente. Nel capitolo 56 di Isaia è presentato un aspetto universale del giudaismo: non si tratta più d’una religione destinata a un’elite biogeografica, ma di portata universale al di sopra di ogni discriminazione di razza, di cultura o di geografia. Quindi l’accesso al monte santo non sarà controllato dai doganieri israeliti che potranno, a volte, consentire a un buon «proselito» (pagano) l’ingresso nel tempio. Per contrasto la realtà contemplata dal profeta era molto diversa: l’egoismo mercantile trascinava i pastori ad azioni vergognose, per le quali rinunziavano al compito superiore della religione che essi rappresentavano e che custodivano.
Geremia parla di coloro che, dopo aver praticato un culto idolatrico, si rifugiano nel tempio di Gerusalemme, pensando di poter avere in questo modo un passaporto di cittadino di prima classe, superiore a ogni sospetto.
Alla luce di questi precedenti, l’episodio si inscrive nell’infedeltà del popolo eletto e nella sua rinunzia a dare alla propria religione un respiro universale. Come Isaia e Geremia, Gesù abbina l’orgoglio religioso con la sordida attività mercantile. I pastori religiosi d’Israele rinunziavano ad aprire il tempio di Dio ai non israeliti, sfruttando così l’orgoglio nazionale giudaico; invece d’offrire Dio gratuitamente a tutti i popoli del mondo, essi si servivano di Dio per scopi mercantili, sfruttando l’ingenuità della povera gente.
Dopo la pulizia fatta nel tempio, l’evangelista riprende il tema del fico sterile, cercando di offrire un’interpretazione della parabola: perché Israele è divenuto sterile? Chiudersi nel proprio orgoglio e nella propria ambizione: queste erano le ragioni della sterilità e della siccità. Secondo i vecchi profeti, il tempio di Gerusalemme sarebbe stato il luogo d’incontro per i credenti di tutto il mondo, ma questo non era avvenuto. Israele aveva perduto la fecondità religiosa alla quale era destinato nel disegno di Dio.
Come si spiega questa sterilità d’Israele? La risposta è questa: Israele non ha più fede. Certo, credere che quel piccolo popolo, dominato dalla superpotenza romana, potesse offrire al mondo intero un messaggio religioso senza l’aiuto delle armi o di altri mezzi bellici e diplomatici era come credere che, al semplice gesto d’un uomo, un monte potesse sollevarsi e buttarsi nel mare. Ma la fede è appunto questo; la fede non è ragionevole
Non crediamo che Gesù, con questa frase, intenda garantire l’automatismo d’una certa magia, data l’estrema attenzione con cui l’evangelista cerca di eliminarne persino l’apparenza; ma certamente Gesù vuole far risaltare la necessità primordiale della fede. Egli contrappone la «casa di preghiera» alla «spelonca di ladri». Forse che in quel tempio non si pregava? Sì, ma allo stesso tempo si sfruttava il prossimo invece di amarlo e servirlo. Perché la preghiera possa ottenere i risultati sorprendenti della fede, è necessario che prima si perdonino i nemici; altrimenti la preghiera non sarà ascoltata.
Israele aveva perso la fecondità religiosa, perché sfruttando la povera gente nel tempio di Dio non amava più l’umanità e, per conseguenza, non poteva correre la meravigliosa avventura della preghiera e della fede.
 
Per approfondire
 
Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il vangelo di Marco): L’azione simbolica di epurazione compiuta da Gesù non si può ridurre ad un attacco contro la gestione amministrativa del Tempio, ma interessa tutti i «frequentatori» di tutte le epoche. Né può essere interpretata come una semplice riforma liturgica con la denuncia di qualche abuso.
Il suo gesto è anche un «segno premonitore del futuro».
«Gesù purifica il santuario per il Regno di Dio che viene» (G. Bornkamm).
«Il vero tempio sarà la comunità escatologica» (R. Schnackenburg), aperta a tutti i popoli.
Occorre, però evitare due eccessi opposti nell’interpretazione della purificazione del Tempio.
Gesù, per usare un linguaggio oggi di moda, non ha inteso desacralizzare o decultualizzare, ma neppure sacralizzare. Non ha abolito il Tempio e le sue liturgie in nome di un culto puramente spirituale che renderebbe inutile ogni manifestazione esteriore, e che potrebbe essere sostituito da opere di carità e da un impegno sociale. Il Tempio ha una sua validità e deve continuare ad essere frequentato, sia pure in altro modo, con altro spirito. Ma Gesù non ha inteso neppure «sacralizzare» il Tempio, riducendolo a uno spazio rigorosamente riservato, protetto, circondato da un recinto, una specie di cordone sanitario spirituale. Gesù non ha voluto innalzare uno steccato che mettesse il Tempio al riparo dalla vita quotidiana e non lo lasciasse contaminare dal mondo profano. Come ha precisato R. Schnackenburg, «si tratta di un modo nuovo e diverso di adorare Dio, di una conversione morale, del compimento della volontà divina nella vita personale e sociale ...».
Da questo momento, non è più concepibile un culto di Dio staccato dalla vita in mezzo al mondo e dal servizio agli uomini. Si richiede un nuovo modo di pregare mediante un immediato e fiducioso rapporto con il “Padre”, un’adorazione a Dio in “spirito e verità”. Un vero culto di Dio cui devono condurre la preghiera e il canto, la liturgia della Parola e la celebrazione dell’Eucarestia, consiste nella vita cristiana, nella testimonianza dell’amore, nella rinuncia ai propri egoismi. Condurre la propria esistenza materiale come “un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” è il culto spirituale che si esige dai cristiani, una liturgia della vita d’ogni giorno in mezzo al mondo.
Gesù ha liberato il Tempio dalle ipoteche di coloro che lo utilizzavano per i propri interessi egoistici e anche dalle pastoie di una concezione troppo gretta e formalistica della religiosità in cui si annidavano considerazioni non certo conformi alla volontà di Dio, non per sottrarlo alla vita e confinarlo in una zona «neutra», ma al contrario per restituirlo alla vita.
L’epurazione compiuta riguarda gli elementi che non si conciliano con la santità di Dio, non certo tutto ciò che riguarda la vita concreta degli uomini. Un culto, per essere sincero e autentico, ha sempre bisogno della vita all’insegna della serietà. L’adorazione a Dio deve tradursi in un’urgenza di amore verso il prossimo.
 
Abbiate fede … - J. Duplacy: Credere significa innanzitutto accogliere la predicazione dei testimoni, il vangelo (Atti 15,7; 1Cor 15,2), la parola (Atti 2,41; Rom 10,17; 1Piet 2,8), confessando Gesù come Signore (1Cor 12,3; Rom 10,9; cfr. 1Gv 2,22). Questo messaggio iniziale, trasmesso come una tradizione (1Cor 15,1-3), potrà arricchirsi e precisarsi in un insegnamento (1Tim 4,6; 2Tim 4,1-5): questa parola umana sarà sempre, per la fede, la parola stessa di Dio (1Tess 2,13). Riceverla, vuol dire per il pagano abbandonare gli idoli e rivolgersi al Dio vivo e vero (1Tess 1,8ss), significa per tutti riconoscere che il Signore Gesù porta a compimento il disegno di Dio (Atti 5,14; 13,27- 37; cfr. 1Gv 2,24). Significa, ricevendo il battesimo, confessare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (Mt 28,19). Questa fede, come constaterà Paolo, apre all’intelligenza «i tesori di sapienza e di scienza» che sono in Cristo (Col 2,3): la sapienza stessa di Dio rivelata dallo Spirito (1Cor 2), così diversa dalla sapienza umana (1Cor 1,17-31; cfr. Giac 2,1-5; 3,13-18; cfr. Is 29,14) e la conoscenza di Cristo e del suo amore (Fil 3,8; Ef 3,19; cfr. 1Gv 3,16).
La fede e la vita del battezzato. - Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposizione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all’insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2,41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1Cor 1,18): la fede si manifesta nell’obbedienza a questo disegno (Atti 6,7; 2Tess 1,8). Si dispiega nell’attività (1Tess 1,3; Giac 1,21s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6,2; Rom 8,2; Giac 1,25; 2,12); agisce per mezzo dell’amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26). Si conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull’esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in colui «nel quale ha creduto» (2Tim 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, che separa coloro i quali si perdono - l’eretico, per esempio (Tito 3,10) - da coloro che sono salvati (2Tess 1,3-10; 1Piet 2,7s; Mc 16,16).
 
Abbiate fede in Dio: “Non soltanto noi, che di Cristo portiamo il nome, viviamo la fede. Tutti gli uomini, anche estranei alla Chiesa, possiedono qualcosa di simile alla fede. Vincolo di fede chiamiamo il patto che unisce nelle nozze persone estranee l’una all’altra; sulla fede si fonda anche l’agricoltore fiducioso di raccogliere i frutti, perché nessuno senza fiducia s’assoggetterebbe a fatiche. Per fede gli uomini solcano il mare affidandosi con fiducia a un piccolo legno ... Sulla fede insomma si fonda la maggior parte delle imprese umane; tutti credono a dei principi. La lettura di oggi vi ha però chiamato alla vera fede, e vi ha indicato la via che dovete anche voi seguire per piacere a Dio. Per Daniele, come leggiamo, la fede chiuse la bocca ai leoni [Dn 6,23]. «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» [Ef 6,16] ... La fede dà all’uomo tanta forza da farlo camminare sulle onde [Mt 14,29]. Per il paralitico di Cafarnao ebbero fede quelli che lo portarono e calarono per il tetto [Mt 9,2]. La fede delle sorelle di Lazzaro ebbe tanto potere, che richiamò il morto dalle porte degli inferi [Gv 11] ... Questa fede data gratuitamente dallo Spirito supera tutte le forze umane, per cui chi la possiede può dire a questo monte: «Spostati da qui a lì», ed esso si sposterà” (San Cirillo di Gerusalemme).
 
Testimoni di Cristo - San Paolo VI: Il Papa del Concilio e della Chiesa aperta: Una Chiesa che è casa di Dio in mezzo agli uomini, con la porta sempre aperta, pronta ad accogliere, e le finestre spalancate per far entrare la luce del Vangelo. Potrebbe essere descritto così il progetto di san Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI, pastore nel mondo e per il mondo. Nato a Concesio (Brescia) nel 1897, fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920 e venne destinato alla carriera diplomatica, assumendo diversi incarichi di rilievo nella Curia Romana. Fu assistente ecclesiastico degli universitari cattolici. Entrò a Milano da arcivescovo il 6 gennaio 1955 e venne creato cardinale da Giovanni XXIII nel 1958. Il 21 giugno 1963 venne eletto Papa, annunciando da subito che avrebbe portato avanti il Concilio ecumenico Vaticano II. Si adoperò per applicarne poi le decisioni e dare forma alla Chiesa del post-concilio. Pubblicò il rinnovato Messale Romano; fu attivo nell’impegno ecumenico; compì nove viaggi apostolici fuori dall’Italia; affrontò le contestazioni con carità e fermezza. Morì nella residenza pontificia di Castel Gandolfo il 6 agosto 1978. È santo del 2018. (Matteo Liut)
 
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 28 Maggio 2026
 
Giovedì della VIII Settimana T. O.
 
1Pt 2,2-5.9-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Mc 10,46-52
 
Rabbunì, che io veda di nuovo! (Vangelo)
 
La guarigione di Bartimeo «nell’essenzialità dei suoi passaggi, evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche “Illuminazione”».
La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia. Nei luoghi di antica evangelizzazione, dove è diffuso il Battesimo dei bambini, vengono proposte ai giovani e agli adulti esperienze di catechesi e di spiritualità che permettono di percorrere un cammino di riscoperta della fede in modo maturo e consapevole, per assumere poi un coerente impegno di testimonianza. Quanto è importante il lavoro che i Pastori e i catechisti compiono in questo campo! La riscoperta del valore del proprio Battesimo è alla base dell’impegno missionario di ogni cristiano, perché vediamo nel Vangelo che chi si lascia affascinare da Cristo non può fare a meno di testimoniare la gioia di seguire le sue orme. In questo mese di ottobre, particolarmente dedicato alla missione, comprendiamo ancor più che, proprio in forza del Battesimo, possediamo una connaturale vocazione missionaria» (Benedetto XVI, Angelus 29 Ottobre 2006).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Bibbia per la formazione cristiana: Comincia qui un grande inno che si estende fin quasi alla fine del capitolo 50. L’autore si propone di lodare Dio per le sue opere, cantando la sua grandezza nell’universo delle cose create e nella storia degli uomini. La natura è multiforme e immensa ma è trasparente. L’uomo non finirà mai di scoprire le sue meraviglie, in cui si rivela la gloria di Dio che con la sua parola ha creato tutte le cose. Dio esercita il suo dominio su ogni creatura. Tutte le creature sono belle e utili nella loro diversità. Ciascuna ha la sua funzione, che le è stata assegnata dal Creatore. L’uomo non sarà mai sazio di contemplare la loro bellezza.
 
Vangelo
Rabbunì, che io veda di nuovo!
 
Con l’episodio della guarigione di Bartimèo si conclude la sezione dedicata alla sequela di Gesù. La guarigione del figlio di Timeo segna anche una svolta: Gesù non cerca più di mantenere il segreto della sua identità. Accetta di essere chiamato Figlio di Davide e in seguito all’ingresso in Gerusalemme si designerà apertamente come il Messia. Gesù è detto anche Nazareno ed è chiamato con il titolo di Rabbunì. Il primo - Nazarenos - figura solo in Marco, mentre il secondo titolo è l’equivalente aramaico dell’ebraico rabbi. È usato solo qui e in Gv 20,16. Il significato potrebbe essere “mio Maestro” o “Maestro” (cf. Gv 20,16). La sequela del cieco Bartimèo diventa il prototipo di ogni discepolato: solo la luce della grazia riesce a far sentire all’uomo la presenza di Gesù. Solo il Dio salvatore dell’uomo e la grazia muovono l’uomo a invocare l’intervento liberatore di Dio, l’uomo, a tanta condiscendenza divina, può rispondere all’amore salvifico di Dio solo con la fede.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,46-52
 
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Parola del Signore.
 
Che vuoi che io ti faccia - Gerico è una città della Cisgiordania, posta in prossimità del fiume Giordano. Considerata la più antica città fortificata al mondo, Gerico evoca lutti, guerre e prodigi operati da Dio per la sua conquista. Basti pensare alla sua espugnazione miracolosa da parte di Giosuè quando Israele, dopo l’uscita «a mano alzata dall’Egitto» (Es 14,8), incominciò a conquistare la terra promessa (cf. Gs 6,1-16).
Di Bartimèo, figlio di Timèo, non sappiamo se era cieco dalla nascita, ma il fatto che Marco ne fornisca il nome potrebbe significare che probabilmente era conosciuto nell’ambiente della primitiva comunità cristiana. In ogni caso, se era cieco non era sordo e forse si era appostato in quel luogo di proposito in attesa del passaggio di Gesù.
Il titolo Figlio di Davide è un titolo messianico, ma non è facile intuire che eco avesse sulla bocca e nel cuore di Bartimèo. Con questo grido di fede sembra che il segreto messianico, gelosamente custodito da Marco, si sia ora dileguato.
«Finora nel Vangelo di Marco le proclamazioni messianiche ad alte grida erano state quelle dei demoni e Gesù ha cercato di tacitarle. Qui per la prima volta, è un uomo che grida a tutti la messianità di Cristo: un cieco che lo ha riconosciuto interiormente per grazia divina; e il Maestro non lo ammonisce, lascia che gridi più forte, anzi lo invita a mettersi accanto a lui al centro della folla, quasi a offrirgli una migliore opportunità a testimoniarlo» (P. Gaetano Savoca, s.j.).
In ogni caso, il grido del figlio di Timèo era un appello di aiuto. Essere guariti dalla cecità non stava a significare soltanto la liberazione dalla schiavitù della mendicità, ma un reale ritorno alla vita assaporandone tutti i colori. I soliti tetragoni tutori dell’ordine cercano di farlo tacere, ma il cieco consapevole della posta in gioco non si fa intimorire ed alza la voce gridando più forte. Gesù si ferma e ordina in modo perentorio di chiamarlo. Solo ora i guardiani dell’ordine, all’imprevisto annuncio messianico di un cieco, comprendono la vera identità di Gesù e sulle loro labbra finalmente fiorisce una parola di speranza: «Coraggio! Alzati, ti chiama».
In tre mosse, sottolineate da tre verbi di movimento, gettato via ... balzò ... venne, in modo repentino il cieco si mette alla presenza del Figlio di Davide.
Gesù prende l’iniziativa anche se è scontata la richiesta. Il miracolo è subitaneo. È da notare che Gesù non chiede la fede, ma ne sottolinea il possesso da parte del figlio di Timèo: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Quello che sfugge ai più, non sfugge al Figlio di Dio. Sa scovare in quella richiesta tutta la fede necessaria per ottenere il dono della vista.
D’altronde Gesù dal Padre è stato mandato nel mondo «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il racconto si conclude senza sottolineature di manifestazioni di gioia da parte del miracolato (cf. At 3,8) o note che mettono in risalto lo stupore della folla (cf. Mc 7,37). Ma la nota, prese a seguirlo per la strada, non è priva di importanza perché il termine scelto da Marco indica l’azione del seguire sia in senso fisico sia in senso spirituale, come per gli apostoli e gli altri discepoli.
È in atto un cammino di conversione. Gesù è la Luce del mondo (cf. Gv 8,12) ed è venuto per dare la vista ai ciechi (cf. Gv 9,39), ma è anche la Via (cf. Gv 14,6) che conduce a salvezza. Così qui viene proposto quell’interiore cammino che ogni uomo deve compiere per porsi alla sequela di Gesù Nazareno: pentirsi dei propri peccati, farsi illuminare da Cristo (immergersi nelle acque salutari del Battesimo), prendere ogni giorno sulle spalle la croce del Maestro e seguirlo (cf. Lc 9,23).
È la proposta che risuonerà nella città di Gerusalemme il mattino di Pentecoste: all’udire la predicazione degli Undici molti «si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse loro: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2,37-38).
 
Per approfondire
 
Silenzio profetico, non diplomatico - José Maria-González-Ruiz (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): Non possiamo dimenticare che l’evangelista Marco inquadra questi fatti - fra gli altri, la guarigione del cieco Bartimeo - nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, la città che, nel pensiero del secondo evangelista, non era solo una nozione geografica, ma anche un concetto teologico. È la città santa, la capitale d’Israele, nella quale hanno il loro domicilio i capi del popolo. Sullo sfondo, si sente la tensione della comunità di Cesarea rispetto a quella di Gerusalemme, nella ricerca ingenua d’un accordo col vertice israelita.
Gesù è presentato come un coraggioso profeta, cosciente della sorte che gli è riservata nella città santa; e per questo cammina precedendo gli altri. Il gruppo dei suoi ascoltatori, non conoscendo la situazione, si mostra sorpreso. Tuttavia i discepoli, «quelli che lo seguivano», quelli che erano coscienti dei sentimenti di Gesù, «avevano timore». Gesù si esprime con maggior chiarezza, annunziando senza misteri la sua prossima passione, morte e risurrezione.
Subito dopo aver fatto un altro annunzio della passione, l’evangelista intende chiarire ancora una volta che cosa si intenda per fede e che cosa comporti seguire Gesù.
Il caso del cieco è esemplare: un uomo che prega con perseveranza, che invoca Gesù a dispetto delle difficoltà, è incoraggiato e va incontro a Gesù; è da lui interrogato, gli sono aperti gli occhi ed egli lo segue nel suo viaggio.
Solo con quest’animo è possibile comprendere e seguire la via del Figlio dell’uomo verso la sofferenza. L’evangelista osserva che Bartimeo chiama Gesù «Figlio di Davide» e che «molti lo sgridavano per farlo tacere».
La presenza d’uno straccione avrebbe potuto rovinare l’ingresso trionfale del. Figlio di Davide. Come vediamo, la tentazione del trionfalismo perseguita la chiesa «ab utero»: oseremmo dire che le è consostanziale. Per questo, l’insistenza profetica su quest’argomento non può essere frutto di ossessione, ma d’una semplice lettura dei testi fondamentali della nostra fede cristiana.
Il grande nemico della Chiesa è sempre quella componente umana che ama il potere terreno e tende a quell’aggancio pacifico che soffoca la sua essenza profetica.
 
Cieco / cecità - Maria Stumpf-Konstanzer: Il cieco non può diventare sacerdote (Lv 21,18). Nemmeno animali ciechi possono essere sacrificati, perché soltanto ciò che è senza difetto può avvicinarsi all’altare ed essere posto su di esso. Ma il cieco non è escluso dalla comunità, poiché Dio crea i vedenti e i ciechi. Il cieco sta anzi sotto la protezione particolare di Dio. Avere cura dei ciechi è un comandamento di Dio. In pratica. però, essi facevano parte dei mendicanti.
Hidegard Gollinger: I libri profetici d’AT intendono la cecità soprattutto in senso traslato, come incapacità dell’uomo di riconoscere l’agire e la volontà di Dio e di vivere in conformità ad essi. La cecità mantiene questo significato anche nel NT. I farisei credono di vedere, in realtà sono essi stessi “cieche guide di ciechi” (Mt 15,14; Lc 6,39). Autore di questa cecità è il “dio di questo mondo” cioè Satana (2Cor 4,4). La cecità, dunque, è lo stato, non voluto da Dio, dell’allontanamento dell’uomo da Dio, dell’incredulità. Secondo la promessa dei profeti veterotestamentari il tempo messianico della salvezza è caratterizzato, fra l’altro, dal fatto che i ciechi vedranno. Su questo sfondo vanno viste le guarigioni dei ciechi da parte di Gesù: esse confermano Gesù come il potente realizzatore delle profezie veterotestamentarie e sono il segno della signoria di Dio che in lui irrompe (cf. Mt 11,5). Per questo, Gesù rifiuta l’interpretazione giudaica della cecità come castigo inflitto da Dio: il cieco non viene riconosciuto automaticamente come peccatore grave a partire dalla sua sofferenza, ma diventa occasione per la realizzazione del progetto salvifico di Dio (Gv 9,3). Non la cecità fisica deriva dal peccato, ma l’illusione farisaica che crede di vedere, ma che di fatto è inguaribilmente cieca, essendosi chiusa nei confronti di Dio (Gv 9,41).
 
Cristo è l’autentica luce del mondo - Origene, Hom. in Genesim, 1, 6-7: Cristo è dunque “la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), e la Chiesa, illuminata dalla sua luce, diventa essa stessa “luce del mondo”, che illumina 2coloro che sono nelle tenebre” (Rm 2,19), come Cristo stesso attesta quando dice ai suoi discepoli: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Di qui deriva che Cristo è la luce degli apostoli, e gli apostoli, a loro volta, sono la luce del mondo...
E come il sole e la luna illuminano i nostri corpi, così da Cristo e dalla Chiesa sono illuminate le nostre menti. Quantomeno, le illuminano se noi non siamo dei ciechi spirituali. Infatti, come il sole e la luna non cessano di diffondere la loro luce sui ciechi corporali che però non possono accogliere la luce, così Cristo elargisce la sua luce alle nostre menti, epperò non ci illuminerà di fatto che se non vi si oppone la cecità del nostro spirito. In tal caso, occorre anzitutto che coloro che sono ciechi seguano Cristo dicendo e gridando: “Figlio di David, abbi pietà di noi” (Mt 9,27), affinché, dopo aver ottenuto da Cristo stesso la vista, possano successivamente essere del pari irradiati dallo splendore della sua luce.
Inoltre, non tutti i vedenti sono egualmente illuminati da Cristo, ma ciascuno lo è nella misura in cui egli può ricevere la luce. Gli occhi del nostro corpo non sono egualmente illuminati dal sole: più si salirà in alto, più si alzerà l’osservatorio dal quale lo sguardo contemplerà la sua levata, e meglio si percepirà anche il chiarore e il calore; analogamente, più il nostro spirito, salendo ed elevandosi, si sarà avvicinato a Cristo, esponendosi più da vicino allo splendore della sua luce, più magnificamente e brillantemente si irradierà il suo fulgore, come rivela Dio stesso per mezzo del profeta: “Avvicinatevi a me e io mi avvicinerò a voi, dice il Signore” (Zc 1,3); e dice ancora: “Io sono un Dio vicino e non un Dio lontano” (Ger 23,23).
Non è però che tutti andiamo a lui nella stessa maniera, bensì ciascuno va a lui secondo le proprie possibilità (cf. Mt 25,15). O andiamo a lui insieme alle folle e allora ci ristora in parabole (cf. Mt 13,34), solo perché il prolungato digiuno non ci faccia soccombere lungo la via (cf. Mt 15,32; Mc 8,3); oppure, rimaniamo continuamente e per sempre seduti ai suoi piedi, non preoccupandoci che di ascoltare la sua parola, senza lasciarci turbare “dai molti servizi, scegliendo la parte migliore” che non ci verrà tolta (cf. Lc 10,39s).
Avvicinandosi così a lui (cf. Mt 13,36), si riceve da lui molta più luce. E se, al pari degli apostoli, senza allontanarci da lui sia pure di poco, restiamo sempre con lui in tutte le sue tribolazioni (cf. Lc 22,28), allora egli ci espone e spiega nel segreto ciò che aveva detto alle folle (cf. Mc 4,34) e ci illumina con maggiore chiarezza. E anche se si è capaci di andare a lui fino alla sommità del monte, come Pietro, Giacomo e Giovanni (cf. Mt 17,1-3), non si verrà illuminati solamente dalla luce di Cristo, ma anche dalla voce del Padre in persona.
 
Testimoni di Cristo -  Beata Maria Bartolomea Bagnesi Domenicana (Firenze, 1514 - 1577): La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell’esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo morta, compì un miracolo in favore di un’altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de’ Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio). Quest’ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a diciott’anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede.
A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l’abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato approvato dal 1804. (Avvenire)
 
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 27 Maggio 2026
 
Mercoledì della VIII Settimana T. O.
 
1Pt 1,18-25; Salmo Responsoriale dal Salmo 147; Mc 10,32-45
 
  
... il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire (Vangelo)
 
Papa Francesco (Discorso, 8 maggio 2013): ... non dobbiamo mai dimenticare che il vero potere, a qualunque livello, è il servizio, che ha il suo vertice luminoso sulla Croce. Benedetto XVI, con grande sapienza, ha richiamato più volte alla Chiesa che se per l’uomo spesso autorità è sinonimo di possesso, di dominio, di successo, per Dio autorità è sempre sinonimo di servizio, di umiltà, di amore; vuol dire entrare nella logica di Gesù che si china a lavare i piedi agli Apostoli (cfr. Angelus, 29 gennaio 2012), e che dice ai suoi discepoli: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse... Tra voi non sarà così; proprio il motto della vostra assemblea, “tra voi non sarà così” - ma chi vuole essere grande tra voi, sarà il vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27).
Pensiamo al danno che arrecano al Popolo di Dio gli uomini e le donne di Chiesa che sono carrieristi, arrampicatori, che “usano” il popolo, la Chiesa, i fratelli e le sorelle – quelli che dovrebbero servire -, come trampolino per i propri interessi e le ambizioni personali. Ma questi fanno un danno grande alla Chiesa. Sappiate sempre esercitare l’autorità accompagnando, comprendendo, aiutando, amando; abbracciando tutti e tutte, specialmente le persone che si sentono sole, escluse, aride, le periferie esistenziali del cuore umano. Teniamo lo sguardo rivolto alla Croce: lì si colloca qualunque autorità nella Chiesa, dove Colui che è il Signore si fa servo fino al dono totale di sé.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’apostolo Pietro espone ai destinatari della sua lettera le esigenze della nuova vita che deve essere contrassegnata dall’amore fraterno: Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri. Questa nuova vita è voluta da due motivi fondanti: innanzitutto perché i credenti  sono stati liberati dalla loro vuota condotta ereditata dai loro padri  non a prezzo di cose effimere, come l’argento e l’oro, ma   con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia, e, infine perché rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna: “Germe di vita, la parola di Dio è all’origine della nostra rinascita divina e ci dà la possibilità di agire secondo la volontà di Dio [1Pt 1,22-25; Gc 1,18+; Gv 1,12s; 1Gv 3,9; cfr. 1Gv 2,13s; 5,18], perché essa è piena di potenza (1Cor 1,18; 1Ts 2,13; Eb 4,12). Per Giacomo, la Parola è ancora la legge mosaica [Gc 1,25]; per 1Pt è la predicazione evangelica [1Pt 1,25; cfr. Mt 13,18-23p]; per Giovanni, è il Figlio di Dio in persona (Gv 1,1+). Paolo vede nello Spirito il principio che ci costituisce figli di Dio (Rm 6,4+), ma lo Spirito è il dinamismo della Parola” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato.
 
Gesù per la terza volta predice ai Dodici la sua Morte e la sua Risurrezione. Giacomo e Giovanni, forse credendo che la loro avventura stava per finire per sempre, pensano di accaparrarsi un futuro sicuro, e così chiedono a Gesù: Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra. I due fratelli forse avevano pensato alla sequela come a una gita fuori porta, e, alla fine, allegramente, arrivare ai primi posti. Gesù non rimprovera i due Apostoli perché non sanno quello che chiedono, ma fa loro ben comprendere che porsi alla sua sequela ha dei costi altissimi: Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato? E poi gettando uno sguardo nel futuro, Gesù predice il loro martirio per il Vangelo. Per Giacomo il martirio si realizzerà nell’anno 44 per opera d’Erode Agrippa, Giovanni invece avrà la sua parte di sofferenze e di tribolazioni, così come ricorda il libro dell’Apocalisse. Mettersi dietro a Gesù occorre tenacia, fermezza, coraggio, e non dimenticare mai che la sequela è un dono non una scelta umana (Gv 15,16), ecco perché il discepolo ha sulle sue labbra le parole del Siracide: “Ricompensa coloro che perseverano in te, i tuoi profeti siano trovati degni di fede” (Sir 36,18).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,32-45
 
 In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti.
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo e Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore.
 
Cosa volete che io faccia per voi - Il racconto evangelico odierno è posto tra il terzo annuncio della passione (Mc 10,32-34) e la guarigione del mendicante cieco Bartimeo, figlio di Timeo (Mc 10,46-52). Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appàiono i più risoluti in questa ricerca.
Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è perentoria: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28 ), i figli di Zebedeo, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo è «per coloro per i quali è stato preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci si sdegnarono». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.
 
Per approfondire
 
Roberto Tufariello - Il Servo di Iahvè - Figura escatologica e messianica - Diverse sono le interpretazioni degli esegeti sulla figura del Servo del Deuteroisaia. Qualcuno sostiene l’interpretazione collettiva (il Servitore si identifica con l’Israele storico o con quello ideale); altri preferiscono l’interpretazione individuale non messianica (il Servitore si identifica con un personaggio del passato, come Mosè o Geremia, o del presente: un contemporaneo del Deuteroisaia o il Deuteroisaia stesso); altri danno di questo personaggio una esegesi individuale messianica (l’autore, ispirandosi a un personaggio storico - come Ioakin, re esiliato, o Giosia, re riformatore e giusto, o uno dei maggiori profeti, - avrebbe delineato un uomo del futuro, mediatore di salvezza); altri esegeti, infine, si rifanno alla concezione della personalità corporativa, che permette di vedere nel Servo un personaggio preciso, che però simboleggia e riassume in sé tutto il suo popolo.
Tra i diversi aspetti della figura del Servo, vogliamo qui sottolineare le sue caratteristiche messianiche ed escatologiche. Il Deuteroisaia era stato testimone di gravi insuccessi subiti dal popolo eletto: il ritorno dall’esilio si era compiuto senza prodigi e per un numero limitato di persone (cf. Esdra 8, che si riferisce a circa cent’anni più tardi); le nazioni pagane non si erano convertite come si attendeva (cf. Is. 45,22-24; 54,5). Il ritorno dall’esilio e la conversione dei pagani rimanevano un oggetto di attesa e di speranza per il futuro (Is. 57,18-19; Ag. 2,7-8.22; Zac. 2,15; 8,7; 10,10).
Ora il Deuteroisaia riprende questi elementi essenziali del disegno di Dio e li esprime in una prospettiva totalmente nuova.
Questa volta - assicura l’autore sacro - il disegno di Dio non mancherà di realizzarsi: «Ma a Iahvè è piaciuto prostrarlo con dolori; - poiché offrirà se stesso in espiazione, - vedrà una discendenza longeva, - la volontà di Iahvè si effettuerà per mezzo suo» (Is. 53,10).
Lo strumento di quest’opera di salvezza sarà un personaggio escatologico: non più Ciro (Is. 44,28; 45,1), ma un uomo scelto in mezzo a Israele, che incarnerà e riassumerà in sé il vero popolo di Dio: «Mi disse: Mio servo tu sei, Israele, - attraverso il quale manifesterò la mia gloria» (Is. 49,3).
Questo personaggio viene descritto con elementi che richiamano le figure di Mosè, Ezechiele e soprattutto Geremia: gli è affidato il ministero della parola, dell’intercessione, dell’Alleanza, ministero che lo pone in lotta contro il peccato (cf. Is. 42,1.6-7; 50,4). Egli, però, porterà realmente nella sua carne le stimmate del peccato: «Pertanto egli ha portato i nostri affanni, - egli si è addossato i nostri dolori - e noi lo abbiamo ritenuto come un castigato, - percosso da Dio e umiliato. - Egli è stato trafitto per i nostri delitti, - schiacciato per le nostre iniquità. Il nostro castigo salutare si abbattè su di lui; - per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is. 53,4-5).
Non solo rischierà il martirio, come Geremia, ma lo affronterà effettivamente (Is. 53,10). L’efficacia di questo martirio viene indicata mediante la terminologia liturgica: è un sacrificio di «espiazione» (cf. Lev. 6). Alcuni elementi, desunti dal mes-sianesimo regale (cf. Is. 42,1 e 11,2; 53,12 e 9,2), dicono con sufficiente chiarezza che si tratta di una figura messianica, si tratta però del messia-profeta, e non del messia-re. La sua figura è quella di un salvatore di Israele e dell’umanità, è quella di un «redentore» che espia mediante la sua sofferenza i peccati degli uomini. Questa interpretazione messianica ed escatologica dei carmi del Servo di Iahvè nel NT diventa chiaramente cristologica: il profeta annuncia la realtà futura orientando gli spiriti nella direzione più giusta. Nel NT è a Gesù che viene riferita la figura del Servo; Gesù stesso applica a sé Is. 53,12 (cf. Lc. 22,37). Giovanni Battista allude indubbiamente a Is. 53 (Gv. 1,29), quando chiama Gesù: «Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». Tutto Is. 53 è giustamente considerato la più meravigliosa e completa anticipazione profetica dell’opera espiatrice di Cristo, che muore e risorge per la salvezza del suo popolo.
 
Pseudo Macario, Omelie spirituali, 12,4-5: Tutti i giusti hanno percorso una strada angusta e aspra, sopportando persecuzioni, angustiati e maltrattati... costretti a rifugiarsi nelle spelonche e nelle caverne scavate nella terra [Eb 11,37-38]. Anche gli apostoli, non diversamente, dicono: Sino a questo momento noi soffriamo la fame, la sete, la nudità; siamo schiaffeggiati e non abbiamo ove poterci stabilire [1Cor 4,11]. Alcuni di loro furono decapitati, altri crocifissi, altri ancora sottoposti alle più diverse torture. E il Signore stesso dei profeti e degli apostoli, dimentico, per così dire, della sua divina gloria, che testimonianza ci ha lasciato? Mostrando a noi il modello da imitare, sopportò l’onta gravissima di recare sul capo la corona di spine, subendo gli sputi, le percosse e la croce. Se Dio, su questa terra, si è comportato a quel modo, a noi toccherà di imitarlo; se gli apostoli e i profeti, poi, non sono stati da meno, anche noi, se abbiamo in animo di costruire sulle fondamenta che il Signore e gli apostoli ci hanno lasciato, dobbiamo seguirli lungo la stessa strada. Raccomanda, infatti, l’Apostolo, dietro suggerimento dello Spirito Santo: Siate miei imitatori, come io stesso lo sono di Cristo [1Cor 11,1]. Se, al contrario, aspiri alla gloria umana e desideri ricevere onori ed essere rispettato e vai cercando una vita comoda, significa che hai già smarrito la strada che dovevi seguire. Occorre infatti che tu sia crocifisso assieme a colui che è stato crocifisso e soffra con chi ha sofferto, per esser glorificato in unione a colui che è stato glorificato [cfr. Rm 8,17]... Non è concesso, insomma, se non a prezzo di sofferenze e procedendo lungo un sentiero aspro, angusto e impervio, di entrare nella città dei santi, per riposare e regnare insieme con il re, nell’infinità dei secoli.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Atanasio Bazzekuketta Martire (Uganda, 1866 - Nakiwubo, 27 maggio 1886): Atanasio Bazzekuketta fa parte del gruppo - venerato oggi con la dizione Carlo Lwanga e compagni - di 22 martiri ugandesi. Questi furono uccisi in diverse fasi sotto il re Muanga, durante una persecuzione che costò la vita in poco più di un anno, dal novembre 1885 al febbraio 1887, a un centinaio di cristiani. Muanga e il predecessore, re Mutesa, avevano accolto favorevolmente l’annuncio del Vangelo da parte dei missionari Padri Bianchi. Ma l’erede, salito al trono, mutò tragicamente parere. Atanasio era il custode del regio tesoro e fu ucciso il 3 giugno del 1886 a soli 20 anni. Si offrì ai carnefici che durante una marcia di trasferimento dei cristiani imprigionati ne uccidevano uno a ogni crocicchio per incutere terrore agli altri. I martiri ugandesi sono stati beatificati nel 1920 da Benedetto XV e canonizzati nel 1964 da Paolo VI, che nel 1969 consacrò il santuario a loro dedicato nella località ugandese di Namugongo. (Avvenire)
 
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 26 Maggio 2026
 
San Filippo Neri, Presbitero
 
1Pt 1,10-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Mc 10,28-31
 
Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno((Cf. Mt 11,25 - Acclamazione al Vangelo)
 
I misteri del Regno di Dio  -  R. Deville e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Il regno di Dio è una realtà misteriosa di cui soltanto Gesù può far conoscere la natura. Ed ancora, egli non la rivela se non agli umili ed ai piccoli, non ai sapienti ed agli scaltri di questo mondo (Mt 11, 25); ai suoi discepoli, non alle persone estranee, per le quali tutto rimane enigmatico (Mc 4, 11 par.). La pedagogia dei vangeli è costituita in gran parte dalla rivelazione progressiva dei misteri del regno, specialmente nelle parabole. Dopo la risurrezione questa pedagogia sarà completata (Atti 1, 3) e l’azione dello Spirito Santo la porterà a termine (cfr. Gv 14, 26; 16, 13 ss).
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaIl testo si articola in due tematiche principali: A) L’attesa dei profeti: l’apostolo Pietro ricorda come i profeti dell’Antico Testamento abbiano indagato a lungo sulla salvezza, cercando di comprendere quando e come si sarebbero realizzate le sofferenze e la gloria del Messia
B) Il privilegio dei credenti: a quei profeti fu rivelato che le loro fatiche servivano per preparare l’annuncio del Vangelo. Ora, quella grazia tanto attesa è pienamente manifestata ai cristiani. 
L’espressione “cingendo i fianchi della vostra mente” è un’immagine che richiama l’essere pronti per un cammino. Significa scacciare le distrazioni, mantenere la sobrietà e orientare tutta la propria esistenza verso la speranza nella rivelazione di Cristo. 
Come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta: come figli ubbidienti, i credenti sono chiamati a non conformarsi ai desideri di un tempo. Il modello di vita deve essere Dio stesso: Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo (Levitico 11,44). La santità qui è vista come un’adesione totale all’amore e alla purezza di Dio. (Fonte AI Overview)
 
Vangelo
Riceverete in questo tempo cento volte tanto insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.
 
I versetti di Marco extrapolati dal suo contesto risultano poco comprensibili. Gesù ha parlato dell’inganno delle ricchezze, e per far bene intendere quanto sia difficile per i ricchi entrare nel regno di Dio si serve di un paradosso, “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,25).  Pietro, “allora, da portavoce dei suoi ricorda a Gesù che loro hanno lasciato ogni cosa per seguirlo (il lasciare, infatti - le reti/il padre -, era stato un gesto emblematico e programmatico della loro chiamata; cf 1,16-20) e Gesù, insieme, conforta Pietro di un presente e di un avvenire di pienezza inimmaginabile e assolutamente sovrabbondante rispetto alle rinunce (il centuplo di case, fratelli, sorelle, madri. .. ), ma non nasconde un duplice “allegato”: «Insieme a persecuzioni, e nel tempo a venire la vita eterna» (v. 30). Beata chiarezza! Il dolore, la sofferenza, la morte a se stessi, da un lato; l’esperienza del bisogno e della dipendenza, dall’altro, non sono evitabili se si desidera realmente realizzare la sequela in vista del regno, dove si compirà quel capovolgimento totale delle attese e delle primazie del mondo e dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, con una promessa di pienezza grande (la vita eterna). Soltanto: questa promessa basterà a superare la paura?” (Annalisa Guida, Vangelo secondo Marco).
 
Vangelo secondo Marco
Mc 10,28-31
 
In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 L’episodio narrato da Marco in questo passo (verss. 28-31) è strettamente connesso con le due sezioni precedenti. Pietro prende la parola per dichiarare che l’atteggiamento degli apostoli è stato ben diverso da quello del ricco che si era poco prima allontanato da Gesù con l’animo amareggiato. Noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito; le parole del primo apostolo non sono un autoelogio, ma la constatazione di un fatto; i Dodici avevano abbandonato tutto, averi e famiglia, per mettersi al seguito del Maestro. L’evangelista omette le parole di Matteo: «che avremo noi dunque?» (Mt., 19, 27).
29-30 Marco, seguito in ciò da Luca, ci ha conservato la risposta del Salvatore in una forma chiara e distinta. Per causa mia e per quella del vangelo; il Maestro pone in particolare rilievo la sua persona ed il vangelo. Luca ha invece: «per causa del regno di Dio», poiché dà all’espressione un senso più universale, che abbraccia tutti i seguaci di Cristo. Marco predilige la formula: «a causa del vangelo», che ricorre otto volte nel suo scritto, mentre Matteo l’usa soltanto quattro volte e Luca mai. L’evangelista distingue chiaramente tra: in questo tempo e nell’èra futura. La ricompensa consiste nel promettere ai discepoli il centuplo in questa vita; evidentemente l’espressione non va presa in senso quantitativo o matematico, ma in quello qualitativo e spirituale. Il Salvatore non fa una transazione commerciale tra ciò che si dà e ciò che si deve avere. Chi entra nella società di Cristo gode di tutto quello che hanno portato con sé coloro che già vi appartengono. Nel regno di Dio, cioè nella Chiesa, che è la società dei credenti vi è una comunicazione di beni e di aiuti. Il seguace di Cristo è sicuro di trovare nella Chiesa il regno della carità per cui quello che hanno gli altri può essere considerato come proprio.
Nella Chiesa primitiva questo era un fatto assai frequente e visibile perché le comunità cristiane erano ristrette ed i suoi membri, vivendo in centri pagani o ebraici, si sentivano molto più vicini e solidali. Gli Atti (2, 44; 4, 22) ricordano che molti cristiani mettevano i propri beni in comune; testimonianze antiche elogiano la carità che regnava nei seguaci della nuova religione predicata da Cristo. Le parole del Maestro accentuano l’aspetto spirituale della ricompensa; esse quindi vanno considerate e spiegate in questa prospettiva. Si osservino due fatti: Cristo non promette come ricompensa delle mogli, eppure parla di fratelli, sorelle, madri e figli, né una vita umanamente tranquilla e beata. Il seguace di Cristo non avrà il centuplo in mogli, perché il termine non si presta per una prospettiva spirituale (Luca nel passo parallelo accenna alla moglie abbandonata a causa del regno di Dio, cf. Lc., 18, 29), né vivrà pacifico e beato perché dovrà sostenere delle persecuzioni. L’allusione alle persecuzioni (insieme con persecuzioni) indica chiaramente che il discepolo subirà nell’esistenza terrena delle prove nelle quali dovrà mostrare il suo spirito evangelico.
Questa promessa quindi non prospetta una felicità terrena, né l’instaurazione di un regno beato, quasi nuovo paradiso terrestre, come pensavano i Millenaristi.
31 Non sembra che il versetto contenga un monito rivolto ai discepoli, come se Gesù avesse detto loro: ora voi siete ai primi posti, ma state attenti a non perdere questa posizione privilegiata presumendo di voi stessi o decadendo dal vostro spirito di distacco. Le parole del versetto vanno riferite agli Ebrei del tempo e possono essere così parafrasate: le guide spirituali del popolo ebraico (scribi, farisei sacerdoti), che sono chiamati «primi», perché occupano gli alti ranghi della società, diverranno ultimi; gli apostoli invece, che sono considerati ultimi, perché si trovano in una posizione umile e comune, diverranno primi.
 
Per approfondire
 
Non si fanno i conti in tasca a Dio - R. Schnackenburg (Vangelo secondo Marco): Non si potrebbe però obiettare che questo motivo della ricompensa è poco onorevole e quasi inaccettabile? Non serve forse a incoraggiare quell’atteggiamento rinunciatario, per cui si subiscono quaggiù privazioni e « sacrifici » allo scopo di ottenere un premio celeste più grande possibile nella « felicità eterna »? Non conduce forse a quella fuga dal mondo, a quell’isolamento delle comunità in una sorta di ghetto, che noi oggi riconosciamo come falso e perverso in quanto induce la Chiesa a rinunciare ad ogni cosa, sottraendosi ai suoi impegni nel mondo, alla sua azione sociale e ai necessari interventi contro l’oppressione in atto da parte di alcuni gruppi privilegiati? Pensiamo all’America Latina!
In realtà, tali pericoli non si possono negare e dobbiamo anzi ammettere molte colpe storiche da parte della Chiesa.
Anche le parole di Gesù sono esposte al pericolo di false interpretazioni. Se ben riflettiamo però alla sua originaria intenzione, l’ansiosa ricerca della ricompensa è da escludere.
Egli si serve dell’immagine di una mercede centuplicata per incoraggiare i discepoli a impiegare i beni della terra secondo l’esigenza evangelica. Egli mira a distogliere i suoi seguaci dalla sete del denaro e della proprietà, affinché si dedichino totalmente a Dio; essi devono impiegare i terreni come Dio comanda, ossia per i poveri e gli indigenti. Del resto, con ciò non guadagnano dei diritti nei confronti di Dio e non è loro lecito far altro che attendere da lui la restituzione, sotto forma di dono, di tutto ciò a cui hanno rinunciato.
La concezione giudaica della ricompensa, nell’annuncio di Gesù, non viene semplicemente corretta, ma addirittura capovolta. Gesù infatti esclude categoricamente l’aspirazione a un premio sempre maggiore, come pure il menar vanto delle proprie prestazioni. Gesù si allaccia al pensiero ebraico (« avrai un tesoro in cielo »), ma lo supera appellandosi alla grandezza e alla liberalità di Dio, il quale come non si lascia riscattare, così non si lascia vincere in bontà. Chi gli dà tutto, riceverà da lui doni in abbondanza. Chi invece guarda al premio, facendo a Dio i conti in tasca e operando il bene per un calcolo, non ha ancora attuato il dono di sé alla Divinità.
 
La ricchezza - Genericamente la sacra Scrittura, in quanto abbastanza guardinga verso la ricchezza, invita a non attaccare ad essa il cuore «anche se abbonda» (Sal 62,11) perché «l’oro ha corrotto molti e ha fatto deviare il cuore dei re» (Sir 8,2).
Ed è sotto gli occhi di tutti come gli empi, la cui unica preoccupazione è quella di ammassare ricchezze (Sal 73,12), prosperano e forti della loro potenza economica scherniscono, parlano con malizia, minacciano dall’alto con prepotenza (Sal 73,8). La bramosia di denaro incattivisce l’uomo trascinandolo nel baratro della morte: «Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà ogni loro parvenza: gli inferi saranno la loro dimora» (Sal 49,15).
Sfumature negative che si devono addebitare alla convinzione che il desiderio sfrenato della ricchezza non è mai esente dal peccato: «Chi ama l’oro non sarà esente da colpa, chi insegue il denaro per esso peccherà. Molti sono andati in rovina a causa dell’oro, il loro disastro era davanti a loro. È una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni insensato vi resta preso» (Sir 31,5-7).
La condanna della ricchezza poi è senza appello se diventa una sirena affascinante, se l’uomo poggia tutta la sua vita unicamente sul denaro. Se si fanno catturare da esso gli uomini condividono la stessa sorte delle bestie: «L’uomo nella prosperità non  comprende, è come gli animali che periscono» (Sal 49,13). Se per san Giovanni Crisostomo il denaro e il piacere sono la pietra d’inciampo che fa cadere gli uomini, per la Bibbia l’insonnia «per la ricchezza logora il corpo» (Sir 31,1).
Allora, si tratta di stoltezza, di una profonda incapacità nel gestire la potenza del denaro: una incapacità che fa assurgere il denaro a dio-padrone che tiranneggia l’uomo in ogni modo.
Ma il peggiore dei mali è l’apostasia. Quando il luccichio della ricchezza riesce a schiavizzare l’uomo lo rende idolatra spingendolo ad apostatare dalla vera fede. Per cui san Paolo può ben dire che l’attaccamento «al denaro è la radice di tutti i mali» in quanto «per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori» (1Tm 6,10).
Ma queste affermazioni, e tante altre, non devono far pensare che la Bibbia condanni tout court la ricchezza. In verità, essa condanna la passione per il denaro che inevitabilmente stravolge il cuore e il destino dell’uomo. Così, la «ricchezza è buona se è senza peccato» (Sir 13,24) ed è beato «il ricco, che si trova senza macchia e che non corre dietro all’oro» (Sir 31,8). E per il suo popolo Dio prepara un avvenire ricolmo di ricchezza e di benessere: farà scorrere verso di esso «come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli» (Is 66,12).
 Per il Vangelo se «la vita di un uomo non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15), nella parabola dei talenti Gesù premia il servo che sa far fruttare il denaro avuto in consegna e condanna il servo fannullone che restituisce al padrone la stessa somma che aveva ricevuto (Mt 25,14-30). Non è peccato, dunque, investire il proprio denaro purché il cuore resti libero e non si distolga lo sguardo dal cielo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-2).
Per il Nuovo, come per il Vecchio Testamento, a impedire la salvezza non è il possesso della ricchezza, ma è il cuore dell’uomo quando trasforma il denaro in idolo dinanzi al quale prostrarsi (cf. Mt 6,24; Lc 16,13) perché è stoltezza guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria vita (cf. Mc 8,36). In questa ottica, proprio perché le ricchezze costituiscono un potenziale pericolo, il consiglio di disfarsi dei propri beni e di praticare l’elemosina rimane in cima ai valori evangelici: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33-34).
 
La ricchezza e la povertà sono semplici strumenti per il bene e per il male - Teodoreto di Ciro (La provvidenza divina, 6): Se dicessimo che le ricchezze sono cattive, la bestemmia ricadrebbe sul loro elargitore; ma la ricchezza e la povertà sono state proposte agli uomini dal Creatore come materia, come strumenti, tramite i quali gli uomini, quali artefici, plasmano il simulacro della virtù o scolpiscono la statua del vizio. Ma con le ricchezze a stento qualcuno riesce a scolpire artisticamente qualche membro appena della virtù, mentre con la povertà a tutti è possibile plasmarla completamente. Non disprezziamo dunque la povertà, madre della virtù; e non biasimiamo la ricchezza, ma accusiamo coloro che ne fanno un uso sconveniente. Anche il ferro è stato dato agli uomini per edificare case, coltivare la terra, costruire navi e facilitare le altre attività necessarie alla vita umana; ma quelli che infieriscono l’uno contro l’altro fanno sì che esso non serva solo agli usi necessari, dato che per suo mezzo si danno l’un l’altro la morte. Non per questo però accusiamo il ferro, bensì la malvagità di coloro che l’usano male. Così il vino è stato dato agli uomini per la gioia del cuore, non per oscurargli la mente; ma coloro che si abbandonano all’intemperanza e si danno all’ubriachezza, rendono padre di demenza questo genitore di gioia. Noi tuttavia, giudicando rettamente, chiamiamo alcolizzati, ubriaconi e abbietti quelli che fanno uso cattivo di questo dono divino, mentre ammiriamo il vino come dono di Dio. Allo stesso modo giudichiamo, dunque, le ricchezze e coloro che ne usano: quelle preserviamole da ogni accusa, questi, se le amministrano con giustizia, incoroniamoli con le lodi più belle; se invece, invertendo il retto ordine, essi mostrano di essere schiavi del denaro compiendo tutto ciò che esso pretende, eseguendone ogni comando perverso, lanciamo contro di loro l’accusa di malvagità; essi, essendo stati eletti come padroni, hanno rovinato la loro autorità e hanno mutato il potere in schiavitù.
 
Testimoni di Cristo - San Filippo Neri Sacerdote - Dalla gioia del Risorto un “metodo” educativo: Non è un ingenuo buonismo quello testimoniato da san Filippo Neri, il santo della gioia, il «giullare di Dio», ma uno stato d’animo che attingeva la propria forza dalla consapevolezza che l’umanità e salva grazie al Risorto. La sua missione, infatti, prese forma concreta là dove Dio sembra assente, nelle strade di una Roma decadente e abbandonata. Ma lì lui seppe portare la luce di Cristo, con pazienza, dedizione e, soprattutto, allegria. Il suo non fu certo un percorso facile, segnato da invidie e incomprensioni, sbeffeggiamenti e burle, ma il patrimonio che ha lasciato alla Chiesa romana e a quella di tutto il mondo ha un valore inestimabile. Era nato nel 1515 a Firenze, figlio di notaio, orfano di madre a 5 anni. Venne poi avviato alla professione di commerciante, ma lui sentiva crescere la vocazione alla vita religiosa. Nel 1534 arrivò da pellegrino a Roma, che divenne il campo di un lungo apostolato soprattutto accanto ai tanti ragazzi di strada: li riusciva a coinvolgere con l’allegria, il buon umore e il messaggio positivo del Vangelo, donando loro un futuro diverso. Nel 1551 divenne prete: attorno a lui si radunò il nucleo di quella che nel 1575 divenne la Congregazione dell’Oratorio, per la quale costruì una nuova chiesa a Santa Maria in Vallicella. Morì nel 1595 ed è santo dal 1622. (Matteo Liut)
 
O Dio, che sempre esalti i tuoi servi fedeli
con la gloria della santità,
infondi in noi il tuo santo Spirito,
che infiammò mirabilmente il cuore di san Filippo [Neri].
Per il nostro Signore Gesù Cristo.