14 Aprile 2026
Martedì II Settimana di Pasqua
At 4,32-37; Salmo Responsoriale Dal Salmo 92 (93); Gv 3,7-15
Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. (Cf. Gv 3,15 - Acclamazione al Vangelo)
Come Mosè innalzò su una asta un serpente di bronzo per guarire gli Israeliti dal morso dei “serpenti brucianti” (Numeri 21,4-9; Deuteronomio 8,15), così Gesù sarà innalzato sulla croce per guarire e salvare gli uomini dal morso del “nemico infernale”. Guardare a Gesù crocifisso non è solo un atto di devozione, ma la fonte della salvezza e della vita eterna per chi crede.
Liturgia della Parola
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Il secondo « riassunto » della vita dei primi cristiani caratterizza rispetto agli altri per i seguenti elementi; una forte comunione affettiva ed effettiva tra i membri della Chiesa nascente; la messa in comune dei beni materiali per un senso molto vivo di solidarietà fraterna, umana e cristiana, che proviene dalle fede in Cristo Gesù e dalla conversione-convergenza in una unica comunità di credenti. L’esempio positivo di Giuseppe (vv. 36-37) e quello negativo di Anania e Saffira (Atti 5,1-11) stanno a dimostrare la necessità e l’urgenza di una libera ma generosa adesione a questa vita ecclesiale.
Vangelo
Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo.
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): L’episodio descrive un incontro e riporta un dialogo; ma sfocia in un monologo di Gesù, o in una serie di riflessioni dell’evangelista. Nicodemo svanisce. Qualcosa di simile accade anche in una pagina vicina (v. 3,16-21 e 3,31-36). Probabilmente si deve pensare che brani come 3,16-21 (qualcuno allarga e indica invece 3,13-21) non fanno parte del racconto, ma sono sintesi di parole di Gesù e di pensieri cristiani molto antichi; nella stesura del vangelo, essi sono stati collocati nel luogo che sembrava migliore, anche se lasciano intravedere un’origine diversa dal contesto. L’evangelista non si interessa a Nicodemo come personaggio; gli basta un accenno alla sua incapacità di capire e alla sua fatica a credere ... ; non racconta come finisce la sua storia; preferisce allargare lo sguardo su temi più generali, che coinvolgano anche il lettore. Infatti, dopo la pittoresca e realistica prima parte, tipica descrizione di un fariseo, il vangelo svolge considerazioni teologiche di valore universale: la generosa iniziativa di Dio per la salvezza del mondo, la presenza del Figlio, la fede e non fede che sono come luce e tenebre, il sicuro giudizio ... Tuttavia non bisogna pensare che Nicodemo sia inteso come tipico rappresentante del giudaismo ufficiale, avverso a Gesù; egli non rappresenta l’incredulità pre-concetta e irrimediabile; piuttosto, è un esempio del giudaismo talmente legato alla propria tradizione (le Scritture, la spiritualità, i pregiudizi ...) da non trovare facilmente in Gesù la risposta accettabile alle sincere domande che lo percorrono (v. in Mc 10,17 e par. la domanda di un ebreo: “Maestro buono, che devo fare per avere la vita eternà?”). In seguito, Nicodemo è nominato ancora (v. 7,50-51; 19,39); questo fa pensare che poi, non sappiamo come, egli è diventato discepolo di Gesù.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,7-15
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Parola del Signore.
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni - Vol. I) L’ascesa al cielo e la discesa dal cielo: Nella terza sezione della pericope in esame il quarto evangelista presenta Gesù come l’unico rivelatore escatologico, perché nessuno è salito al cielo e disceso da esso se non il figlio dell’uomo (Gv 3,11-13).
Ora, appare molto probabile che qui il nostro agiografo polemizzi contro le speculazioni giudaiche, le quali esaltavano Mosè, presentandolo come il mediatore della rivelazione divina, depositario di verità se rete, apprese durante la sua salita al cielo.
Per molti autori ebrei infatti non solo Mosè, ma anche altri famosi personaggi, erano saliti al cielo, dove avevano conosciuto i divini misteri; si pensi soprattutto all’ascensione di Enoc (cf. 1Enoc 70, Iss; 71, Iss).
L’evangelista Giovanni, dichiarando che nessuno è salito al cielo e che solo il figlio dell’uomo è disceso da esso, quasi certamente vuole sconfessare la dottrina giudaica che descriveva l’ascesa al cielo di questi personaggi.
Quindi qui troviamo un parallelismo fortemente antitetico: solo Gesù è disceso dal cielo e quindi egli solo è il rivelatore escatologico. « Gesù e solo Gesù può rivelare le cose celesti ».
Lo sguardo al serpente: Lo sguardo degli israeliti al serpente di bronzo da Sap 16, 6s è visto in rapporto con il ricordo dei comandamenti della legge. La salvezza dai morsi dei serpenti velenosi era concessa dal Signore - salvatore di tutti - a coloro che si ricordavano dei decreti della legge mosaica ossia a quanti si convertivano alla legge sinaitica.
Non sembra quindi inverosimile che il quarto evangelista in sordina voglia polemizzare contro questa interpretazione sapienziale dell’episodio in Nm 21, 8s, allorché proclama che la vita eterna dipende dallo sguardo di fede al figlio dell’uomo esaltato sulla croce (Gv 3, 14). La salvezza non si ottiene ricordandosi della legge mosaica e convertendosi ad essa, ma orientando la propria esistenza verso la persona del Figlio di Dio (Gv 3,14-18).
Per approfondire
Solo nel Crocifisso v’è la salvezza. È quanto Pietro, pieno di Spirito Santo, con franchezza annunzierà ai capi del popolo d’Israele e agli anziani, irritati per il fatto che l’Apostolo, con Giovanni, insegnava al popolo e annunziava in Gesù la risurrezione dai morti: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).
«Non possiamo negare - scrive Vincenzo Raffa - anche se inclinati all’ottimismo e contrari ad ogni drammatizzazione, che il cristiano nel mondo moderno si trova, come gli Ebrei, in un deserto infestato di serpenti pericolosi alla vita morale e spirituale. Dappertutto si possono incontrare sollecitazioni alle famose concupiscenze della carne, dell’ambizione e della ricchezza, l’indifferenza morale, la fobia del religioso, il materialismo, i molteplici scandali in alto e in basso, il marcio nella letteratura e nei mezzi di comunicazione».
A questo uomo, esposto a tutti pericoli e perennemente minacciato dai morsi velenosi del serpente, a lui, oggi (Eb 3,7-11), nel Figlio dell’uomo, Parola di salvezza (At 13,26), innalzato sulla croce, viene offerta la vita eterna. Questa vita, come ci suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, è detta eterna, perché «denota una qualità propriamente divina per la quale la vita è al di là di ciò che è corporeo e del tempo, di durata misurabile [Cf. Gen 21,33; Is 40,28; Sal 90,2; Sap 5,15-16 ecc.]».
Chiunque crede in lui abbia la vita eterna: Benedetto XVI (Omelia 4 Novembre 2010): L’espressione «vita eterna» ... designa il dono divino concesso all’umanità: la comunione con Dio in questo mondo e la sua pienezza in quello futuro. La vita eterna ci è stata aperta dal Mistero Pasquale di Cristo e la fede è la via per raggiungerla. È quanto emerge dalle parole rivolte da Gesù a Nicodemo e riportate dall’evangelista Giovanni: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15). Qui vi è l’esplicito riferimento all’episodio narrato nel libro dei Numeri (21,1-9), che mette in risalto la forza salvifica della fede nella parola divina. Durante l’esodo, il popolo ebreo si era ribellato a Mosè e a Dio, e venne punito con la piaga dei serpenti velenosi. Mosè chiese perdono, e Dio, accettando il pentimento degli Israeliti, gli ordina: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo esser stato morso lo guarderà, resterà in vita». E così avvenne. Gesù, nella conversazione con Nicodemo, svela il senso più profondo di quell’evento di salvezza, rapportandolo alla propria morte e risurrezione: il Figlio dell’uomo deve essere innalzato sul legno della Croce perché chi crede in Lui abbia la vita. San Giovanni vede proprio nel mistero della Croce il momento in cui si rivela la gloria regale di Gesù, la gloria di un amore che si dona interamente nella passione e morte. Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza.
Il serpente di rame, simbolo di Cristo - Gregorio di Nissa (Vita Moysis, nn. 269-277): La strada traversa nuovamente il deserto, e il popolo, nella disperazione dei beni promessi, è esausto per la sete. E Mosè fa di nuovo scaturire per lui l’acqua nel deserto dalla Roccia. Questo termine ci dice cos’è, sul piano spirituale, il sacramento della penitenza. Difatti, coloro che, dopo aver gustato dalla Roccia, si sono sviati verso il ventre, la carne e i piaceri degli Egiziani, sono condannati alla fame e vengono privati dei beni di cui godevano. Ma è data loro la possibilità di ritrovare con il pentimento la Roccia che avevano abbandonato e di riaprire per loro il rivolo d’acqua, per dissetarsi alla sorgente...
Però il popolo non ha ancora imparato a seguire le tracce della grandezza di Mosè. È ancora attratto dai desideri servili e inclinato alle voluttà egiziane. La storia dimostra con ciò che la natura umana è portata a questa passione più che ad altre, accessibile com’è alla malattia per mille aspetti. Ecco perché, alla stregua di un medico che con la sua arte impedisce alla malattia di progredire, Mosè non lascia che il male domini gli uomini fino alla morte. E siccome i loro desideri sregolati suscitavano dei serpenti il cui morso inoculava un veleno mortale in coloro che ne restavano vittime, il grande Legislatore rese vano il potere dei serpenti veri con un serpente in effigie. Sarà però il caso di chiarire l’enigma. Vi è un solo antidoto contro le cattive infezioni ed è la purezza trasmessa alle nostre anime dal mistero della religione. Ora, l’elemento principale contenuto nel mistero della fede è appunto il guardare verso la Passione di colui che ha accettato di soffrire per noi. E Passione vuol dire croce. Così, chi guarda verso di lei, come indica la Scrittura, resta illeso dal veleno del desiderio. Rivolgersi verso la croce vuol dire rendere tutta la propria vita morta al mondo e crocifissa (cf. Gal 6,14), tanto da essere invulnerabile ad ogni peccato; vuol dire, come afferma il Profeta, inchiodare la propria carne con il timore di Dio (cf. Sal 118,120). Ora, il chiodo che trattiene la carne è la continenza. Poiché quindi il desiderio disordinato fa uscire dalla terra serpenti mortali - e ogni germoglio della concupiscenza cattiva è un serpente -, a motivo di ciò, la Legge ci indica colui che si manifesta sul legno. Si tratta, in questo caso, non del serpente, ma dell’immagine del serpente, secondo la parola del beato Paolo: “A somiglianza della carne di peccato” (Rm 8,3). E colui che si rivolge al peccato, riveste la natura del serpente. Ma l’uomo viene liberato dal peccato da colui che ha preso su di se la forma del peccato, che si è fatto simile a noi che ci eravamo rivolti verso la forma del serpente; per causa sua la morte che consegue al morso è fermata, però i serpenti stessi non vengono distrutti. Infatti, coloro che guardano alla Croce non sono più soggetti alla morte nefasta dei peccati, ma la concupiscenza che agisce nella loro carne (cf. Gal 5,17) contro lo Spirito non è interamente distrutta. E, in effetti, i morsi del desiderio si fanno spesso sentire anche tra i fedeli; ma l’uomo che guarda a colui che è stato elevato sul legno, respinge la passione, dissolvendo il veleno con il timore del comandamento, quasi si trattasse di una medicina. Che il simbolo del serpente innalzato nel deserto sia simbolo del mistero della croce, la parola stessa del Signore lo insegna chiaramente, quando dice: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (Gv 3,14).
Testimoni di Cristo - Santa Liduina, Vergine: Sta pattinando con giovani e ragazze sulle distese ghiacciate presso il villaggio di Schiedam, in Olanda dove è nata nel 1380, e a un tratto cade. C’è una costola fratturata, forse con lesioni interne. Portata a casa, la mettono subito a letto. Lei ha quindici anni: e in quel letto rimarrà per altri 38. Per sempre, fino alla morte. Dopo l’incidente sopraggiungono altre malattie, in una disgraziata successione che trova impotenti i medici. Non guarisce, non muore, i dolori incrudeliscono, Liduina è a un passo dalla disperazione. Trova un senso però alle sue sofferenze grazie alle parole di un prete, Giovanni de Pot. Liduina decide di offrire il proprio dolore per la salvezza degli altri ma chiede un segno dall’alto che confermi la volontà divina: sopra il suo capo appare splendente l’Ostia eucaristica. E la vedono anche i parenti. Da quel giorno la sua casa diventa meta di pellegrinaggi da tutto il Nord Europa. La sua opera di ascolto e aiuto dei sofferenti che vanno da lei si conclude il martedì di Pasqua del 1433. (Avvenire)
Dio onnipotente,
donaci di proclamare la potenza del Signore risorto,
per possedere in pienezza
i doni che abbiamo ricevuto come pegno di vita nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.