23 SETTEMBRE 2026
San Pio da Pietrelcina, Presbitero
Prv 30,5-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 9,9-13
Giovanni Paolo II (Omelia 16 giugno 2002): 2. “Quanto a me... non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14). Non è forse proprio il “vanto della Croce” ciò che maggiormente risplende in Padre Pio?
Quanto attuale è la spiritualità della Croce vissuta dall’umile Cappuccino di Pietrelcina! Il nostro tempo ha bisogno di riscoprirne il valore per aprire il cuore alla speranza.
In tutta la sua esistenza, egli ha cercato una sempre maggiore conformità al Crocifisso, avendo ben chiara coscienza di essere stato chiamato a collaborare in modo peculiare all’opera della redenzione. Senza questo costante riferimento alla Croce non si comprende la sua santità.
Nel piano di Dio, la Croce costituisce il vero strumento di salvezza per l’intera umanità e la via esplicitamente proposta dal Signore a quanti vogliono mettersi alla sua sequela (cfr Mc 16, 24). Lo ha ben compreso il Santo Frate del Gargano, il quale, nella festa dell’Assunta del 1914, scriveva: “Per arrivare a raggiungere l’ultimo nostro fine bisogna seguire il divin Capo, il quale non per altra via vuol condurre l’anima eletta se non per quella da lui battuta; per quella, dico, dell’abnegazione e della Croce” (Epistolario II, p. 155).
3. “Io sono il Signore che agisce con misericordia” (Ger 9, 23). Padre Pio è stato generoso dispensatore della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza, la direzione spirituale, e specialmente l’amministrazione del sacramento della Penitenza. Il ministero del confessionale, che costituisce uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava folle innumerevoli di fedeli al Convento di San Giovanni Rotondo. Anche quando quel singolare confessore trattava i pellegrini con apparente durezza, questi, presa coscienza della gravità del peccato e sinceramente pentiti, quasi sempre tornavano indietro per l’abbraccio pacificante del perdono sacramentale.
Possa il suo esempio animare i sacerdoti a compiere con gioia e assiduità questo ministero, tanto importante anche oggi, come ho voluto ribadire nella Lettera ai Sacerdoti in occasione del passato Giovedì Santo.
4. “Sei tu Signore, l’unico mio bene”. Così abbiamo cantato nel Salmo Responsoriale. Attraverso queste parole il nuovo Santo ci invita a porre Dio al di sopra di tutto, a considerarlo come il solo e sommo nostro bene.
In effetti, la ragione ultima dell’efficacia apostolica di Padre Pio, la radice profonda di tanta fecondità spirituale si trova in quella intima e costante unione con Dio di cui erano eloquenti testimonianze le lunghe ore trascorse in preghiera. Amava ripetere: “Sono un povero frate che prega”, convinto che “la preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il Cuore di Dio”. Questa fondamentale caratteristica della sua spiritualità continua nei «Gruppi di Preghiera» da lui fondati, che offrono alla Chiesa e alla società il formidabile contributo di una orazione incessante e fiduciosa. Alla preghiera Padre Pio univa poi un’intensa attività caritativa di cui è straordinaria espressione la “Casa Sollievo della Sofferenza”. Preghiera e carità, ecco una sintesi quanto mai concreta dell’insegnamento di Padre Pio, che quest’oggi viene a tutti riproposto.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: AI Overview: Il testo esordisce definendo la Parola di Dio come “purificata” (o affinata col fuoco). Significa che non contiene scorie, falsità o secondi fini. È totalmente affidabile. Questa purezza intrinseca trasforma la Parola in uno “scudo” protettivo: chi si fida della rivelazione divina trova stabilità emotiva e spirituale. Il divieto di manipolazione: L’avvertimento a non “aggiungere nulla” è un richiamo all’umiltà intellettuale e spirituale. L’essere umano ha spesso la tentazione di “correggere” o integrare i comandamenti divini per adattarli alle proprie convenienze o ideologie. Farlo significa contraffare la verità, venendo inevitabilmente smentiti (“trovato bugiardo”) dalla realtà e dal giudizio di Dio.
Vangelo
Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
I Dodici ricevono i poteri che hanno visto esercitare da Gesù: ... diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. Tale potere è esercitato nel nome di Gesù. I Dodici non dovranno portare nulla, si abbandoneranno fiduciosamente alla Provvidenza (cfr. Lc 12,22-32). Ai Dodici viene chiesta anche la rinuncia a qualsiasi tipo di equipaggiamento, devono rinunciare a tutti i loro averi (cfr. Lc 14,33). Prenderanno con gioia quanto sarà loro offerto, non faranno più distinzione tra cibo puro e impuro: in Gesù è stato abbattuto il muro di separazione che divideva gli uomini (cfr. Ef 2,14). È il tempo della comunione, non vi è più nulla che possa dividere gli uomini. Sarà estromesso da questa comunione il ribelle, il fanatico; saranno tagliati fuori soltanto coloro che amano sbarrare le porte del cuore: Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Con questo gesto i Dodici esprimeranno la rottura completa nei confronti di coloro che non credono. Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), a tutti gli uomini è annunciato il Vangelo (Lc 4,14ss). Ora il tempo si è fatto breve (1Cor 7,29), non si può più tentennare: gli uomini devono decidere da quale parte stare.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,1-6
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 1 Chiamati i Dodici; oppure; «avendo convocato i Dodici» se si vuole dar rilievo alla particella σύν (con) che fa parte del verbo. Diede loro potere ed autorità; l’abbinamento dei due sostantivi (potere ed autorità) proprio di Luca rafforza la stessa idea e significa che gli apostoli hanno ricevuto un potere per espellere i demoni dai posseduti e guarire le varie infermità. Non si può pensare che i due termini abbinati si riferiscono a due settori distinti cioè: al potere di esorcizzare e di guarire da una parte e all’autorità di annunziare la buona novella dall’altra, poiché di questo secondo mandato conferito agli apostoli si parlerà nel vers. seguente. Per la stessa formula abbinata si veda Lc., 4, 36. Si noti l’espressione fortemente accentuata: «su tutti i demoni»; Marco dice semplicemente: «il potere sopra gli spiriti immondi»; inoltre l’evangelista ha in proprio la dichiarazione «di guarire le malattie», che ripeterà al vers. seguente. Il rilievo gli viene suggerito dalla sua professione di medico come anche dal desiderio di segnalare la compassione che il Salvatore sentiva per le infermità umane. In quanto all’ordine dei fatti Luca segue quello di Marco; egli tuttavia, avendo già parlato della cacciata di Gesù da Nazareth – episodio, questo, riferito da Marco immediatamente prima della missione dei Dodici (cf. Mc., 6, 1-6) non ha bisogno di narrarla nel presente contesto, ma passa subito a trattare l’invio degli apostoli (cf. Mc., 6, 7-13).
2 Li mandò ad annunziare il regno di Dio; i Dodici hanno la missione di annunziare il regno; il loro compito tuttavia, in questo primo invio, consiste nel proclamare la venuta del regno più che manifestarne la dottrina (cf. Mt., 9, 7); essi infatti dovranno disporre gli animi a ricevere la predicazione evangelica. Il gesto del Maestro ha un carattere innovatore nell’ebraismo: i Rabbi raccoglievano intorno a sé dei discepoli per istruirli nella legge, ma ad essi non affidavano nessuna missione, né tantomeno trasmettevano poteri particolari sugli spiriti malvagi e sugli infermi. E ad operare guarigioni; questi miracoli compiuti sugli infermi serviranno per confermare la verità della loro parola. Luca, come anche Marco, tralasciano la raccomandazione che, secondo il testo di Matteo, Gesù ha fatta agli apostoli in quella circostanza («non andate nelle regioni dei pagani...»; Mt., 10, 5), poiché essa poteva urtare la sensibilità dei lettori che provenivano dal paganesimo.
3 Il vers. è parallelo a quello di Matteo e di Marco; in Luca il detto insinua lo spogliamento più assoluto, poiché estende la rinunzia fino alle cose più necessarie per il viaggio. Né bastone: in Marco invece è permesso prendere il bastone (cf. commento a Mc., 6, 8). Né abbiate per ciascuno due tuniche; nell’originale greco la frase è irregolare (letteral.: né di avere per ciascuno due tuniche»). Il presente vers., accentuando fortemente lo spogliamento che devono avere gli inviati di Cristo, fa risaltare la generosità e la totale dedizione con la quale essi si consacrano alla causa del vangelo.
4 Qui restate e da qui partite; cioè: restate nella casa che vi ha accolti fino alla vostra partenza. La Volgata, seguendo la lettura di un codice, aggiunge nel testo una negazione (ne) che altera il senso della frase; essa legge: et inde ne exeatis. Il consiglio è dato per evitare che si offenda chi ha offerto generosamente l’ospitalità al missionario; lo stesso ammonimento è ripetuto in una forma più chiara in Lc., 10, 7.
5 Quando non vi accolgono...; in greco la proposizione presenta delle irregolarità che non permettono una traduzione fluida e corrente; letteral.: «se quelli non vi accolgono, uscite da quella città...». Scuotete la polvere dai vostri piedi; per il senso dell’immagine si veda la nota a Mc., 6, l1. In testimonianza contro di essi; la preposizione «contro di...» (ἐπί), con la quale Luca integra il testo di Marco che ha il semplice pronome, rileva l’aspetto negativo di questa testimonianza accentuando la colpevolezza di coloro che hanno rigettato il messaggio evangelico.
Per approfondire
Non darmi ricchezze né povertà - Antonio González-Lamadrid: I due primi versetti (5-6) sono una riflessione sulla parola di Dio.
Gli altri tre (7-9) riproducono una preghiera sapienziale.
Di fronte alla parola menzognera dell’uomo si erge la parola immacolata di Dio. Si veda il salmo 12 e specialmente il versetto 7: «I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo, purificato nel fuoco sette volte».
L’immagine dello «scudo» per simboleggiare la protezione di Dio in favore dei suoi fedeli è frequente nella Bibbia, e specialmente nei salmi: «Ti amo, Signore, mia Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; i Ma Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza» (Sal 18,2-3).
Dio ha l’ultima parola. L’unica cosa che l’uomo deve fare di fronte alla parola di Dio è ascoltarla con docilità e metterla in pratica: «Ognuno sia pronto ad ascoltare e lento a parlare» (Gc 1,19-25).
La preghiera sapienziale chiede due cose semplici e fondamentali allo stesso tempo: la sincerità nel parlare e il pane di ogni giorno, cioè l’aurea mediocritas dei classici. La Bibbia segnala il pericolo degli estremi: la sovrabbondanza che può degenerare in orgoglio e autosufficienza (Dt 8,12ss), e la miseria che può condurre al furto e alla disperazione (Pr 6,30; Is 8,21).
Gli inviati del Figlio - Joseph Pierron e Pierre Grelot: 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli. Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale. Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16); come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20, 21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28, 19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Così la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22,21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahvè (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1 Cor 15,8s; Gal 1,12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1,5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo (10,14s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10,17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
La missione della Chiesa - Ad Gentes n. 5: Il Signore Gesù, fin dall’inizio «chiamò presso di sé quelli che voleva e ne costituì dodici che stessero con lui e li mandò a predicare» (Mc 3,13; cfr. Mt 10,1-42). Gli apostoli furono dunque ad un tempo il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia. In seguito, una volta completati in se stesso con la sua morte e risurrezione i misteri della nostra salvezza e dell’universale restaurazione, il Signore, a cui competeva ogni potere in cielo ed in terra, prima di salire al cielo, fondò la sua Chiesa come sacramento di salvezza ed inviò i suoi apostoli nel mondo intero, come egli a sua volta era stato inviato dal Padre e comandò loro: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20); «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non crederà, sarà condannato» (Mc 16,15). Da qui deriva alla Chiesa l’impegno di diffondere la fede e la salvezza del Cristo, sia in forza dell’esplicito mandato che l’ordine episcopale, coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro, supremo pastore della Chiesa, ha ereditato dagli apostoli, sia in forza di quell’influsso vitale che Cristo comunica alle sue membra: « Da lui infatti tutto quanto il corpo, connesso e compaginato per ogni congiuntura e legame, secondo l’attività propria di ciascuno dei suoi organi cresce e si autocostruisce nella carità» (Ef 4,16).
Pertanto la missione della Chiesa si esplica attraverso un’azione tale, per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l’influsso della grazia e della carità dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo. Questa missione continua, sviluppando nel corso della storia la missione del Cristo, inviato appunto a portare la buona novella ai poveri; per questo è necessario che la Chiesa, sempre sotto l’influsso dello Spirito di Cristo, segua la stessa strada seguita da questi, la strada cioè della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio di se stesso fino alla morte, da cui poi, risorgendo, egli uscì vincitore. Proprio con questa speranza procedettero tutti gli apostoli, che con le loro molteplici tribolazioni e sofferenze completarono quanto mancava ai patimenti di Cristo a vantaggio del suo corpo, la Chiesa. E spesso anche il sangue dei cristiani fu seme fecondo.
Non possedere due tuniche - Origene, In Evang. Luc., 23, 3: È infatti un dovere proprio degli apostoli, piuttosto che del popolo, che se uno ha due tuniche, una la dia a chi non ne ha. E perché tu sappia che questo consiglio conviene agli apostoli più che alle folle, ascolta ciò che il Salvatore dice loro: “Non portate per via due tuniche” (Mt 10,10).
Sta di fatto che questi due abiti, dei quali uno serve a vestirci e l’altro ci vien consigliato di darlo a chi non ne ha, hanno un altro significato. Insomma il Salvatore, così come noi «non dobbiamo servire due padroni» (cf. Lc 16,3; Mt 6,24), vuole che non possediamo due tuniche e non siamo avvolti in un duplice abito, in quanto uno è l’abito del vecchio uomo e l’altro l’abito dell’uomo nuovo. Egli al contrario desidera vivamente che noi «ci spogliamo del vecchio uomo per rivestirci dell’uomo nuovo» (cf. Col 3,9-10). Fin qui la spiegazione è facile.
Ma ci si chiede soprattutto perché, alla luce di questa interpretazione, venga ordinato di dare una tunica a chi non ne ha. Qual è l’uomo che non ha sul suo corpo neppure un abito, che è nudo, che non è coperto assolutamente da nessuna veste? Io non dico in verità che con questo precetto non ci venga comandato di essere generosi, di avere pietà per i poveri e di possedere una bontà illimitata, tanto da spingerci a coprire coloro che sono nudi coll’altra nostra tunica; ma affermo che questo passo ammette un’interpretazione più profonda. Noi dobbiamo donare una tunica a chi ne è completamente sprovvisto: chi è quest’uomo senza tunica? È colui che è assolutamente privo di Dio. Noi dobbiamo spogliarci e dare la tunica a chi è nudo. Uno possiede Dio, e l’altro, cioè il potere avversario, ne è del tutto privo. E così come sta scritto: “precipitiamo i nostri delitti in fondo al mare” (Mi 7,19), nello stesso senso dobbiamo buttar via lontano da noi i vizi e i peccati e gettarli su colui che è stato per noi la causa di essi.
Testimoni di Cristo - San Pio da Pietrelcina - La misericordia infinita di Dio consola e guarisce le nostre ferite: È il bisogno di essere amati, accolti e rialzati ad accomunarci tutti. Una necessità dell’anima che attraversa tutta la nostra esistenza e che nel Crocifisso, ferito, morente ma poi risorto e portatore di luce, trova una fonte inesauribile di speranza. Sono i testimoni della misericordia come san Pio da Pietrelcina a ricordarcelo costantemente: nei cuori di chi si rivolgeva a lui, padre Pio, al secolo Francesco Forgione, sapeva depositare la saggezza e l’amore di Dio, toccando le persone nel profondo e portandole alla conversione. Una missione che trovò non pochi ostacoli, ma che ha fatto di san Pio uno dei santi del XX secolo più cari alla devozione popolare. Nato a Pietrelcina, in provincia e diocesi di Benevento, il 25 maggio 1887, era figlio dei contadini Grazio Forgione e Giuseppa De Nunzio. Il 22 gennaio 1903 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini al convento di Morcone, prendendo il nome di fra Pio da Pietrelcina. Il 10 agosto 1910 venne ordinato sacerdote, passando i successivi sei anni in famiglia per motivi di salute. Nel 1916 arrivò a San Giovanni Rotondo, nel convento di Santa Maria delle Grazie, dove per più di 50 anni visse il proprio ministero dedicandosi in particolare alle confessioni. Nel 1918 ricevette sul proprio corpo i segni della passione e poi accolse con pazienza le tante ispezioni disposte dalle autorità ecclesiastiche. Morì il 23 settembre 1968; beatificato nel 1999, è santo 2002. (Matteo Liut)
Dio onnipotente ed eterno,
per grazia singolare
hai concesso al santo presbitero Pio [da Pietrelcina]
di partecipare alla croce del tuo Figlio,
e per mezzo del suo ministero
hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia;
per sua intercessione concedi a noi,
uniti costantemente alla passione di Cristo,
di poter giungere felicemente alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.