23 Aprile 2026
Giovedì della III Settimana di Pasqua
At 8,26-40; Salmo Responsoriale dal Salmo 65 (66); Gv 6,44-51
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51 - Acclamazione al Vangelo)
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»: Gesù è «pane» in quanto fonte di vita. Ma questa affermazione, appena uscita dalla bocca di Gesù, provoca immediatamente sconcerto e disapprovazione tra la folla. I Giudei conoscevano il racconto del miracolo della manna che nel deserto aveva saziato i loro Padri e li aveva sostenuti nella lunga e faticosa marcia nel deserto (Cf. Es 16,1ss; Sal 78,24; Sap 16,20-21). I Giudei mormorano proprio perché quello del pane disceso dal cielo era un linguaggio fin troppo familiare e non riescono a comprendere il discorrere di Gesù e sopra tutto non capiscono dove voglia andare a parare col suo dire.
In ogni caso, non possono accettare la supponenza di Gesù che si autodefinisce «pane disceso dal cielo», se lo facessero le conseguenze sarebbero immediate: dovrebbero accettare Gesù come il Messia. E questo per dei cuori spenti è impossibile (Cf. Lc 4,16-30).
Liturgia della Parola
I Lettura: L’Etíope, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, sta leggendo un brano del profeta Isaia (53,7-8), un brano di difficile interpretazione. Per i Giudei la difficoltà stava nel trovare la persona che avrebbe fatto in favore del suo popolo quello che diceva la profezia indicata nel libro di Isaia. Trovarla significava anche darle un nome. La Chiesa trovò la risposta in Cristo Gesù, ed è da qui che inizia l’evangelizzazione dell’eunuco da parte di Filippo. Alla fine, fatta la professione di fede l’Etiope riceve il battesimo, e con il dono dello Spirito Santo il suo cuore si colma di indicibile gioia.
Vangelo
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Il brano giovanneo è di una ricchezza non comune, e puntualizza punti cardini per la fede cristiana. Innanzi tutto, non andiamo a Gesù per iniziativa nostra e per mezzo della buona volontà. Ci deve essere la chiamata e il dono del Padre. Gesù è il dono del Padre, e allo stesso tempo Gesù si dona a noi nel mistero del pane. Il verbo mangiare usato da Gesù, Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno..., allude all’eucarestia, ma può essere inteso anche in chiave sapienziale, pane, come cibo spirituale. Colui che va da Gesù si nutre di questo pane e mediante questo cibo spirituale acquisisce la pienezza di vita di Gesù che garantisce e anticipa il dono e il possesso della vita eterna.
... il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo: con questa affermazione Gesù “precisa in che modo egli è pane di vita: per mezzo della sua carne donata per noi. Nel linguaggio biblico la carne è una componente dell’uomo, il segno della sua fragilità, cioè del suo divenire votato alla morte. Il Verbo fatto carne ha preso la condizione umana sino alla fine. Malgrado la sua impotenza, la carne è principio di comunione. Giovanni dice del Verbo fatto carne: «Venne ad abitare in mezzo a noi» (1,14). Il primo uomo dice della donna che Dio gli presenta: «È ossa della mia ossa, carne della mia carne» (Genesi 2,23). È più di una parentela: è un’origine, un destino, una sostanza comune. Assumendo la nostra debolezza umana, unendosi a noi, Gesù diventa nostro pane”.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,44-51
In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Parola del Signore.
I Giudei sono ciechi, malintenzionati, e sordi ad ogni appello divino. Gesù dinanzi a tanta cecità e incapacità investigativa («Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» Gv 14,11) non disarma, ma cerca di dare una mano ai Giudei perché comprendano e così trasporta i contestatori sul piano della fede: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare?
L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5). Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia. Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo». Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». E il termine carne (sàrx), che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, vuole rimandare sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2). Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice un antico adagio, e i Giudei, di ieri e di oggi, a queste parole fanno spallucce, e così molti, come dirà più avanti l’evangelista, andranno via abbandonando il Maestro. Una brutta storia di malafede e di incredulità che come gramigna cresce da sempre nel campo di Dio.
Per approfondire
Filippo e l’etiope - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il vangelo continua a diffondersi. Dopo la sua apertura ai samaritani, metà giudei e metà pagani, ecco un racconto che ci descrive la sua penetrazione in un terreno doppiamente proibito. L’etiope impersona questa duplice conquista della Chiesa nascente, duplice, perché si tratta d’un eunuco che, come tale, era escluso dall’assemblea d’Israele (Dt 23,2). In più, con ogni probabilità, quest’eunuco era pagano, uno dei tanti simpatizzanti per il giudaismo che ne accettavano in gran parte i principi religiosi, ma senza essere stato ammesso a far parte della comunità giudaica. Se questa probabilità risponde alla realtà delle cose, siamo di fronte al primo pagano convertito al cristianesimo, anche se Luca non lo fa notare.
Evidentemente questo nuovo progresso del vangelo non poteva nascere dall’iniziativa umana. L’ellenista Filippo si mise in contatto con l’etiope per un ordine del Signore. È detto molto chiaramente in due frasi parallele per il loro grande significato: « l’angelo del Signore disse a Filippo », e « lo Spirito disse a Filippo ». L’iniziativa divina si rivela molto bene nell’itinerario che l’angelo indica a Filippo: «Va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta ». Era molto improbabile, quasi impossibile, che Filippo potesse trovare qualcuno su quella strada. D’altra parte, è difficile localizzare questa via del deserto, perché nessuna delle vie che uniscono Gerusalemme a Gaza attraversa il deserto. L’antica Gaza era stata distrutta da Alessandro Magno; più tardi, fu una città fiorente fino a che fu nuovamente distrutta nell’anno 66 della nostra era. Si può parlare di strada deserta sia perché Gaza era considerata, allora, come un deserto e sia perché era l’ultima città in cui cominciava la via del deserto verso l’Egitto. Comunque, difficilmente la storia raccontata si poté svolgere nel deserto, data l’acqua che essi trovano sulla loro strada.
L’etiope non era oriundo dall’attuale Etiopia, ma da un territorio equivalente ora al Sudan. Per la mentalità greca, e forse anche per Luca, questo paese era considerato come il limite estremo del mondo; e quindi, avremmo qui un’altra espressione dell’universalismo del vangelo, che arriva fino alle estremità della terra, fino all’Etiopia (Sal 68,32). L’Etiopia era un popolo ben noto per la politica e per il commercio. Candace era il titolo della regina madre, che conservava il suo vero potere anche quando suo figlio era sovrano effettivo. Che l’etiope fosse eunuco non ha nulla di straordinario, dato che era al servizio della regina.
Gli etiopi parlavano una propria lingua, ma non è per nulla sorprendente che un alto funzionario conoscesse anche il greco. La lettura della Bibbia è fatta su una versione greca. Ed egli legge ad alta voce, come usavano leggere gli antichi. Sono state esposte tutte le circostanze perché possa aver luogo l’intervento di Filippo. L’interpretazione del passo che l’eunuco leggeva (Is 53,7-8) fu sempre difficile. Noi ne tentiamo una spiegazione analizzando il senso delle parole e tentando di scoprire il pensiero dell’autore e le sue circostanze storiche ... I giudei, davanti a un’affermazione come quella che stava leggendo l’eunuco nella Bibbia, si chiedevano chi fosse quella persona che avrebbe compiuto esattamente tutto quello che la profezia contiene. Il problema era trovare nel passato, nel presente o nel futuro una persona che facesse in favore del suo popolo quello che dice la profezia. La Chiesa cristiana trovò questa persona nella figura di Gesù di Nazaret. Per Filippo, questo fu il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’etiope.
Che cosa mi impedisce di essere battezzato? Probabilmente, Luca usa una formula che riflette un’usanza posteriore della Chiesa, che esaminava attentamente la preparazione dei candidati al battesimo, i quali dovevano essere ben istruiti e convinti della fede che il battesimo supponeva. Fatta la professione di fede: «credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio », Filippo lo ammette al battesimo; e l’etiope torna gioioso alla sua terra. La gioia, sotto la penna di Luca si unisce spesso al possesso dello Spirito. Filippo scompare misteriosamente e continua la sua instancabile missione evangelizzatrice.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo - Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): Sono io il pane vivente disceso dal cielo (v. 51). Gesù ha moltiplicato i pani e ha sfamato la folla, abbondantemente. Ma il gesto non ha il significato che gli ha attribuito la folla. È invece un «segno», e nel linguaggio di Giovanni questo significa che è capace di svelare la realtà profonda di Gesù, «chi egli è per noi». Ecco il punto: chi è Gesù? Che cosa è per noi? La risposta: Questo è il pane vivente disceso dal cielo e capace di darci la vita. Due aspetti, dunque: l’origine celeste e la dimensione salvifica. La chiara risposta del v. 51 è già stata preparata, ed è quindi carica di tutte le risonanze delle affermazioni precedenti: vv. 27.33.35.48. Noi sappiamo che in queste formule lo Io Sono c’è una concentrazione su Gesù. La fede è adesione a lui, prima e più che a una dottrina. Ma c’è anche un comprendere, e precisamente un riconoscere la sua origine (viene dal Padre) e la sua capacità di salvezza (dono per noi). Sappiamo che qui c’è una polemica: il vero pane è Gesù, non le altre offerte di salvezza, che tutt’al più sono avvio e preparazione ma in nessun modo meta e conclusione.
Sappiamo infine che c’è una pretesa, quella di offrire all’uomo quel dono di cui, lo sappia a no, egli ha unicamente bisogno.
Tutto questo ci è noto, ed è ben chiaro nel nostro discorso. Però il v. 51 precisa che il pane non è soltanto parola di Gesù, ma la sua «carne» in dono. Certo è un’allusione al sacramento, ma ancora prima una rivelazione del significato profondo del Cristo (e perciò dell’uomo): una esistenza in dono. È di questo che abbiamo bisogno, e sotto due aspetti. Noi siamo alla ricerca del dono di Dio per noi, ma siamo anche alla ricerca di qualcuno che ci faccia divenire dono, perché questo è il progetto per cui siamo fatti. Abbiamo bisogno del dono di Dio (di un Dio che si dona a noi), ma abbiamo anche bisogno di qualcuno che ci aiuti a donarci.
Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre - Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi 6, 6 - Solo le membra della divinità vedono Dio nella sua pienezza: Gli angeli quindi lo vedono secondo il loro grado di comprensione, gli arcangeli secondo la potenza che è loro propria, i troni e le dominazioni più degli ordini precedenti ma in misura sempre inferiore a quanto richiederebbe la visione esaustiva che ha assieme al Figlio lo Spirito Santo.
Questi infatti scruta tutto e conosce le profondità di Dio (1Cor 2,10). Sicché, come disse Gesù, conoscono il Padre, adeguatamente e alla stessa maniera, il Figlio unigenito e lo Spirito Santo: Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato (Mt 11,27; cf. Lc 10,22). Il Figlio unigenito che vede esaustivamente il Padre lo rivela a tutti secondo le capacità di ciascuno assieme allo Spirito e per mezzo dello Spirito, perché solo lui assieme allo Spirito Santo partecipa della divinità del Padre: generato senza passione prima dei secoli eterni, conosce chi lo genera come il genitore conosce il generato.
Dunque, poiché gli angeli non conoscono il Padre nella misura in cui l’unico generato lo conosce, ce lo rivelerà l’Unigenito che assieme allo Spirito Santo - come già detto - rivela Dio a ciascuno secondo le sue capacità per mezzo del medesimo Spirito: nessun uomo si potrebbe vergognare della propria ignoranza.
Testimoni di Cristo - San Giorgio - Non siamo soli a combattere i nostri oscuri “draghi”: Ognuno ha i suoi personali “draghi”, da combattere, ombre minacciose che ci isolano e ci annientano, ma anche nel momento più buio non siamo soli ad affrontarli. Perché se Dio è sceso nella morte per portare la sua luce, anche nelle nostre piccole “morti quotidiane” c’è sempre spazio per la speranza. Icona di questa battaglia vittoriosa è san Giorgio, che secondo la tradizione uccise il drago che minacciava Silene. Il racconto è leggendario ma esprime la grandezza di un santo che di fatto è venerato in tutto il mondo e ha ispirato movimenti e associazioni. La sua biografia ci è giunta confusa e arricchita da racconti senza fondamento storico. Secondo un antico racconto della passione, una «Passio», Giorgio era nato in Cappadocia e fu educato nella fede dai genitori. Divenne poi tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, anche se altre versioni lo indicano come membro dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore romano, che nel 303 diede vita a una feroce persecuzione contro i cristiani. Giorgio si ribellò: strappò l’editto dell’imperatore e si dichiarò cristiano. Per questo fu arrestato, torturato, incarcerato e poi ucciso. Aveva vinto la violenza offrendo la propria vita. (Matteo Liut)
Dio onnipotente ed eterno,
che in questi giorni pasquali ci hai rivelato in modo singolare
la grandezza del tuo amore,
fa’ che accogliamo pienamente il tuo dono,
perché, liberati dalle tenebre dell’errore,
aderiamo sempre più agli insegnamenti della tua verità.