22 Aprile 2021

 Giovedì III Settimana di Pasqua

 At 8,26-40; Sal 65 (66); Gv 6,44-51

Il Santo del Giorno: 22 Aprile 2021 - Sant’Agapito I, Papa: Fu eletto Papa il 13 maggio 535 ma il suo pontificato durò poco più di undici mesi. Un periodo durante il quale l’imperatore d’Oriente Giustiniano riuscì a conquistare la rimanente parte del Medio Oriente e gran parte dell’Africa nord orientale, già regno dei Goti. Poi inviò il suo generale Belisario in Italia: sbarcato in Sicilia diresse le sue truppe verso Napoli e da li si preparò a sferrare l’attacco finale a Roma. Il principe ostrogoto Teodato riuscì però a costringere papa Agapito, usando la «longa manus» imperiale, ad intraprendere un duro viaggio verso Bisanzio, al fine di riuscire a convincere l’imperatore a desistere dalla sua impresa. Giunto a Costantinopoli, Agapito fu accolto con tutti gli onori ma non riuscì a far desistere Giustiniano dai propositi di riconquista della penisola italica. In compenso però, Agapito inflisse un duro colpo all’eresia monofisita, riuscendo a far allontanare il patriarca Antimo e a insediare il patriarca Menas. Dopo le fatiche del viaggio il Papa si ammalò gravemente. Morì il 22 aprile 536. (Avvenire)

 Colletta: Dio onnipotente ed eterno, che in questi giorni pasquali ci hai rivelato in modo singolare la grandezza del tuo amore, fa’ che accogliamo pienamente il tuo dono, perché, liberati dalle tenebre dell’errore, aderiamo sempre più agli insegnamenti della tua verità. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Disse allora lo Spirito a Filippo... - La missione dello Spirito Santo: Ad Gentes 3-4: Tutto quanto il Signore ha una volta predicato o in lui si è compiuto per la salvezza del genere umano, deve essere annunziato e diffuso fino all’estremità della terra, a cominciare da Gerusalemme. In tal modo quanto una volta è stato operato per la salvezza di tutti, si realizza compiutamente in tutti nel corso dei secoli. Per il raggiungimento di questo scopo, Cristo inviò da parte del Padre lo Spirito Santo, perché compisse dal di dentro la sua opera di salvezza e stimolasse la Chiesa a estendersi. Indubbiamente lo Spirito Santo operava nel mondo prima ancora che Cristo fosse glorificato. Ma fu nel giorno della Pentecoste che esso si effuse sui discepoli, per rimanere con loro in eterno; la Chiesa apparve ufficialmente di fronte alla moltitudine ed ebbe inizio attraverso la predicazione la diffusione del Vangelo in mezzo ai pagani; infine fu prefigurata l’unione dei popoli nell’universalità della fede attraverso la Chiesa della Nuova Alleanza, che in tutte le lingue si esprime e tutte le lingue nell’amore intende e abbraccia, vincendo così la dispersione babelica. Fu dalla Pentecoste infatti che cominciarono gli «atti degli apostoli», allo stesso modo che per l’opera dello Spirito Santo nella vergine Maria Cristo era stato concepito, e per la discesa ancora dello Spirito Santo sul Cristo che pregava questi era stato spinto a cominciare il suo ministero. E lo stesso Signore Gesù, prima di immolare in assoluta libertà la sua vita per il mondo, organizzò il ministero apostolico e promise l’invio dello Spirito Santo, in modo che entrambi collaborassero, sempre e dovunque, nella realizzazione dell’opera della salvezza. Ed è ancora lo Spirito Santo che in tutti i tempi «unifica la Chiesa tutta intera nella comunione e nel ministero e la fornisce dei diversi doni gerarchici e carismatici» vivificando - come loro anima - le istituzioni ecclesiastiche ed infondendo nel cuore dei fedeli quello spirito missionario da cui era stato spinto Gesù stesso. Talvolta anzi previene visibilmente l’azione apostolica, come incessantemente, sebbene in varia maniera, l’accompagna e la dirige.

I Lettura L’Etíope, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, sta leggendo un brano del profeta Isaia (53,7-8), un brano di difficile interpretazione. Per i Giudei la difficoltà stava nel trovare la persona che avrebbe fatto in favore del suo popolo quello che diceva la profezia indicata nel libro di Isaia. Trovarla significava anche darle un nome. La Chiesa trovò la risposta in Cristo Gesù, ed è da qui che inizia l’evangelizzazione dell’eunuco da parte di Filippo. Alla fine, fatta la professione di fede l’Etiope riceve il battesimo, e con il dono dello Spirito Santo il suo cuore si colma di indicibile gioia.

Vangelo Il verbo mangiare usato da Gesù, Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, allude all’eucarestia, ma può essere inteso anche in chiave sapienziale, pane, come cibo spirituale. Colui che va da Gesù si nutre di questo pane e mediante questo cibo spirituale acquisisce la pienezza di vita di Gesù che garantisce e anticipa il dono e il possesso della vita eterna.

 Dal Vangelo secondo Giovanni 6,44-51: In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): La manna di cui si parla nel libro dell’Esodo è figura di questo pane ­ cioè del Signore Gesù - che nutre i cristiani nel loro cammino sulla terra. La Comunione è il convivio meraviglio a nel quale Cristo dona se stesso agli uomini: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondò». Sono le parole con le quali il Signore promette di istituire l’Eucaristia nell’ultima Cena: «Questo è il mio corpo, che è per voi» (1Cor 11,22). Le espressioni “per la vita del mondo per voi alludono al valore redentivo dell’immolazione di Cristo sulla Croce. Già in alcuni sacrifici dell’Antico Testamento, che erano tipo di quello del Signore, una parte della carne offerta veniva successivamente distribuita come cibo e significava la partecipazione dei presenti al rito sacro (cfr Es 11,3-4). Parimenti, quando ci comunichiamo, diveniamo partecipi del sacrificio di Gesù Cristo. Perciò, durante la liturgia delle Ore nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, la Chiesa canta: «Oh sacra mensa in cui Cristo si fa nostro cibo, si celebra il memoriale della sua Passione, l’anima è colmata di grazia e ci vien dato un pegno della futura gloria» (Antifona del “Magnificat ai secondi Vespri).

Comunione con Cristo e con il Padre - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Tutti i sacramenti della Chiesa hanno una relazione con la nuova vita donata da Dio. Il Battesimo la conferisce, la Cresima la stabilizza, la Penitenza la restituisce a chi l’ha perduta, l’Ordinazione sacerdotale dà la capacità di donarla agli altri, il Matrimonio congiunge due vite, naturali e soprannaturali, per la generazione naturale e soprannaturale, l’Unzione degli infermi rafforza la vita naturale ed assicura l’eterna. Al vertice sta l’autentico Sacramento di vita, il cibo vivificante della carne di Cristo, la bevanda vivificante del sangue di Cristo. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui». Nella santa Comunione l’uomo si unisce a Cristo e Cristo si unisce a chi si nutre di lui. È questo un processo di assimilazione, che indicato simbolicamente dal mangiare e dal bere, sarà consumato nella realtà invisibile di un’unione soprannaturale. La corrente di vita ha la sua scaturigine nel Padre: «Come il Padre che vive ha mandato me, ed io vivo per il Padre, così chi mangia me, vivrà anch’egli per me». La generazione del Figlio dal Padre è comunicazione di vita. Ricevere il Figlio, mangiando la sua carne ed il suo sangue, significa partecipare a questa comunicazione di vita. Così si completa l’unità vitale: dal Padre attraverso Cristo si passa all’uomo, dall’uomo attraverso Cristo si torna al Padre. Quel pane non ha solo un’efficacia transitoria come la manna, ma chi ne mangia vivrà in eterno. «Non come la manna che mangiarono i vostri padri e morirono». La vera manna è Cristo: chi ne mangia non muore più, perché - anche se muore nel suo elemento esterno, corporalmente - ha pur sempre in sé una vita, che non può esser distrutta dalla morte e per di più sarà risuscitato anche nel suo elemento esterno corporalmente, nell’ultimo giorno.

… pieno di gioia, proseguiva la sua strada (I Lettura): Evangelii gaudium 5: Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: «Rallegrati» è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr. Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: «Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29). Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai discepoli: «Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia» (Gv 16,20). E insiste: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, «gioirono» (20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (At 2,46). Dove i discepoli passavano «vi fu grande gioia» (At 8.8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, «erano pieni di gioia» (At 13,52). Un eunuco, appena battezzato, «pieno di gioia seguiva la sua strada» (At 8,39), e il carceriere «fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio» (At 16,34). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? 

In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna - Sant’Agostino: Ha voluto rivelare la sua natura. Avrebbe potuto dire più brevemente: Chi crede in me avrà me stesso. Cristo è infatti vero Dio e vita eterna. Chi crede in me, egli dice, viene in me; e chi viene in me, ha me stesso. Cosa intende, Cristo, dicendo «ha me stesso»? Intende, avere la vita eterna. Colui che è vita eterna accettò la morte, ha voluto morire: ma nella tua natura, non nella sua. Egli ha ricevuto la natura carnale da te, in modo da morire per te. Ha preso la carne dagli uomini, ma non nel modo in cui la prendono gli uomini. Egli, che ha il Padre nel cielo, scelse una madre in terra: in cielo è nato senza madre, in terra è nato senza padre. La vita ha accettato la morte, affinché la vita uccidesse la morte. Dunque «chi crede in me - dice - ha la vita eterna»; non la vita che appare manifesta, ma quella che sta nascosta. Perché la vita eterna, cioè il Verbo, «in principio era presso Dio, ed era Dio il Verbo, e la vita era la luce degli uomini». Lui che è vita eterna, ha dato la vita eterna alla carne che aveva assunto. È venuto per morire e nel terzo giorno è risuscitato. Tra il Verbo che accetta di farsi carne, e la carne che risuscita, la morte è annientata.

Dio onnipotente,
fa’ che, sostenuti dalla forza di questo sacramento,
impariamo a cercare sempre te sopra ogni cosa
e a portare in questa vita
l’immagine dell’uomo nuovo.
Per Cristo nostro Signore.

 

 21 Aprile 2021
 
Mercoledì III Settimana di Pasqua
 
At 8,1b-8, Sal 65 (66); Gv 6,35-40
 
Il Santo del Giorno: 21 Aprile 2021 - Sant’Anselmo d’Aosta, Vescovo e Dottore della Chiesa: Nasce verso il 1033 ad Aosta da madre piemontese, entrambi nobili e ricchi. Travagliato il rapporto con la famiglia che lo invia da un parente per l’educazione. Sarà solo con i benedettini d’Aosta che Anselmo trova il suo posto: a quindici anni sente il desiderio di farsi monaco. Contrastato dai genitori decide di andarsene: dopo tre anni tra la Borgogna e la Francia centrale, va ad Avranches, in Normandia, dove si trova l’abbazia del Bec con la scuola, fondata nel 1034. Qui conosce il priore Lanfranco di Pavia che ne cura il percorso di studio. Nel 1060 Anselmo entra nel seminario benedettino del Bec, di cui diventerà priore. Qui avvierà la sua attività di ricerca teologica che lo porterà ad essere annoverato tra i maggiori teologi dell’Occidente. Nel 1076 pubblica il «Monologion». Nel 1093 diventa arcivescovo di Canterbury. A causa di dissapori con il potere politico è costretto all’esilio a Roma due volte. Muore a Canterbury nel 1109. (Avvenire)
 
Colletta: Assisti, o Padre, la tua famiglia, e a quanti nella tua bontà hai donato la grazia della fede concedi di aver parte all’eredità eterna nella risurrezione del tuo Figlio unigenito. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
La gioia cristiana: Benedetto XVI (Omelia, 27 Aprile 2008): La prima Lettura, tratta dal capitolo VIII degli Atti degli Apostoli, narra la missione del diacono Filippo in Samaria. Vorrei attirare immediatamente l’attenzione sulla frase che chiude la prima parte del testo: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8). Questa espressione non comunica un’idea, un concetto teologico, ma riferisce un avvenimento circostanziato, qualcosa che ha cambiato la vita delle persone: in una determinata città della Samaria, nel periodo che seguì la prima violenta persecuzione contro la Chiesa a Gerusalemme (cfr. At 8,1), venne ad accadere qualcosa che causò “grande gioia”. Che cosa era dunque successo? Narra l’Autore sacro che, per sfuggire alla persecuzione scoppiata a Gerusalemme contro coloro che si erano convertiti al cristianesimo, tutti i discepoli, tranne gli Apostoli, abbandonarono la Città santa e si dispersero all’intorno. Da questo evento doloroso scaturì, in maniera misteriosa e provvidenziale, un rinnovato impulso alla diffusione del Vangelo. Fra coloro che si erano dispersi c’era anche Filippo, uno dei sette diaconi della Comunità [...]. Or avvenne che gli abitanti della località samaritana, di cui si parla in questo capitolo degli Atti degli Apostoli, accolsero unanimi l’annuncio di Filippo e, grazie alla loro adesione al Vangelo, egli poté guarire molti malati. In quella città della Samaria, in mezzo a una popolazione tradizionalmente disprezzata e quasi scomunicata dai Giudei, risuonò l’annuncio di Cristo che aprì alla gioia il cuore di quanti l’accolsero con fiducia. Ecco perché dunque - sottolinea san Luca - in quella città “vi fu grande gioia”. Cari amici, questa è anche la vostra missione: recare il Vangelo a tutti, perché tutti sperimentino la gioia di Cristo e ci sia gioia in ogni città. Che cosa ci può essere di più bello di questo? Che cosa di più grande, di più entusiasmante, che cooperare a diffondere nel mondo la Parola di vita, che comunicare l’acqua viva dello Spirito Santo?
 
I Lettura I Samaritani, popolo disprezzato dai Giudei, accolgono con gioia il Vangelo, si vengono così a frantumare gli angusti confini dell’asfittico nazionalismo giudaico in cui era stata rinchiusa la fede nell’unico e vero Dio. La Parola di Dio prende il largo e Filippo, novello campione di questa evangelizzazione, nel nome di Gesù compie miracoli, guarigioni, liberazione di indemoniati: è una nuova Pentecoste che semina nei cuori degli uomini semi di gioia, di contentezza, di intelligenza del mistero nascosto per secoli e ora rivelato in Cristo.
 
Vangelo Gesù rivela alla folla di essere il Pane della vita e rivela anche la volontà del Padre: Egli vuole che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. Gli uomini che crederanno in Gesù si salveranno perché nessuna potenza, in cielo, in terra o sottoterra, potrà strapparli dalle sue mani.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,35-40: In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): «Io sono il pane della vita» (6,35). È la prima definizione che Gesù dà di sé. Ne leggeremo altre sei in Giovanni. Qui Gesù si premura subito di spiegare che cosa ciò significhi per chi lo accoglie: «Chi viene a me non avrà più fame; chi crede in me non avrà più sete» (6,35). Sono due frasi sinonime. Il loro senso è ovvio: Gesù, nella totalità della sua persona, è quel nutrimento che solo può sostenere, saziare e dare quella vita che ha il carattere della definitività; insomma, ancora una volta si ripete che egli è per l’uomo sorgente vera della vita: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio la possibilità di avere la vita in se stesso» (5,26) e «il Figlio fa vivere chi vuole» (5,21).
Non è quindi possibile avere la vita senza Gesù. Il Padre infatti lo ha mandato «affinché chiunque crede in lui ... abbia la vita eterna» (3,16).
Gesù si è rivelato come «Pane, sorgente di vita». Ma coloro che lo hanno ascoltato sono disposti ad accoglierlo? Gesù già una volta aveva detto ai dirigenti giudei: «Voi non volete venire a me per avere la vita» (5,40). Ora dice alla gente: «Voi mi avete visto (cioè avete visto me e i segni, i miracoli, che ho compiuto) eppure non credete» (6,36). È una constatazione che si cala nella concreta situazione storica in cui Gesù ha operato e predicato: la maggioranza dei testimoni oculari non lo hanno accolto.
 
Gerlando Lentini (Gli Atti degli Apostoli oggi): [I cristiani] Costretti a lasciare Gerusalemme, incominciano ad invadere la vicina Samaria; particolarmente perseguitati, è da notare, sono i cristiani ellenisti cui apparteneva Stefano i quali si distinguevano, nella loro predicazione, per una particolare accentuazione dell’aspetto universalistico del messaggio di Cristo e conseguentemente per un abbandono più o meno immediato delle istituzioni strettamente giudaiche. Gli Apostoli restano nella città santa che rimane ancora il centro di diffusione del Vangelo, in attesa che lo Spirito si manifesti sul da farsi. In questo momento balza all’attenzione della comunità un altro giovane, Filippo, che con lo stesso ardore del martire Stefano predica Cristo in una città della Samaria. Non ci viene riportato di lui alcun discorso. D’altronde quel che importava ai predicatori del Vangelo era una sola cosa: dire a tutti che Gesù è il Cristo, il Salvatore; e questa verità così semplice e profonda la dicevano con tale convinzione e con una parola così piena di divina unzione che le folle restavano incantate e innamorate di Lui. Tanto più che la potenza dello Spirito si manifestava con segni straordinari: da molti indemoniati uscivano spiriti immondi, emettendo alte grida di disperata sconfitta; e molti paralitici e storpi venivano sanati. Comunque non tutti quelli che ascoltavano venivano guariti nel corpo e nell’anima. La libertà di rifiutare l’annunzio della salvezza non viene mai soppressa: è tutto nelle mani di Dio, ma anche nelle nostre. In quella città, conclude Luca, vi fu una grande gioia. La Chiesa non è stata mandata per celebrare i funerali, per piangere sulla morte, per fare i lamenti. La Chiesa annunzia Cristo; e Cristo è gioia: il sangue dei martiri l’accresce e la proietta nella pienezza eterna.
 
E vi fu grande gioia in quella città (I Lettura) - A. Ridouard e M.-F. Lacan: La gioia è un frutto dello Spirito (Gal 5,22) ed una nota caratteristica del regno di Dio (Rom 14,17). Non si tratta dell’entusiasmo passeggero che la parola suscita e la tribolazione distrugge (cfr. Mc 4,16), ma della gioia spirituale dei fedeli che, nella prova, sono di esempio (1Tess l,6s) e che, con la loro generosità gioiosa (2Cor 8,2; 9,7), con la loro perfezione (2Cor 13,9), con la loro unione (Fil 2,2), con la loro docilità (Ebr 13,17) e la loro fedeltà alla verità (2Gv 4; 3Gv 3s), sono presentemente e saranno nel giorno del Signore la gioia dei loro apostoli (1Tess 2,19s). La carità che rende i fedeli partecipi della verità (1Cor 13,6) procura loro una gioia costante che è alimentata dalla preghiera e dal ringraziamento incessanti (1Tess 5,16; Fil 3,1; 4,4ss). Come rendere grazie al Padre di essere trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, senza essere nella gioia (Col 1,11ss)? E la preghiera assidua è fonte di gioia perché la anima la speranza e perché il Dio della speranza vi risponde colmando di gioia il fedele (Rom 12,12; 15,13). Pietro lo invita quindi a benedire Dio con esultanza; la sua fede, che l’afflizione mette alla prova, ma che è sicura di ottenere la salvezza, gli procura una gioia ineffabile che è la pregustazione della gloria (1Piet 1,3-9).
Ma questa gioia non appartiene che alla fede provata. Per essere nella letizia al momento della rivelazione della gloria di Cristo, bisogna che il suo discepolo si rallegri nella misura in cui partecipa alle sue sofferenze (1Piet 4,13). Come il suo maestro, egli preferisce in terra la croce alla gioia (Ebr 12,2); accetta con gioia di essere spogliato dei suoi beni (Ebr 10,34), considerando come gioia suprema l’essere messo alla prova in tutti i modi (Giac 1,2). Per gli apostoli, come per Cristo, la povertà e la persecuzione portano alla gioia perfetta. Nel suo ministero apostolico, Paolo gusta questa gioia della croce, che è un elemento della sua testimonianza: «afflitti», i ministri di Dio sono «sempre lieti» (2Cor 6,10). L’apostolo sovrabbonda di gioia nelle sue tribolazioni (2Cor 7,4); con un disinteresse totale egli si rallegra purché Cristo sia annunciato (Fil 1,17s) e trova la sua gioia nel soffrire per i suoi fedeli e per la Chiesa (Col 1,24). Invita persino i Filippesi a condividere la gioia che egli avrebbe nel versare il proprio sangue come suprema testimonianza di fede (Fil 2,17s).
Ma la prova avrà fine e Dio vendicherà il sangue dei suoi servi giudicando Babilonia che se n’è ubriacata; ci sarà allora letizia in cielo (Apoc 18,20; 19,1-4) dove si celebreranno le nozze dell’agnello; coloro che vi prenderanno parte, renderanno gloria a Dio nella letizia (19,7ss). Sarà la manifestazione della gioia perfetta che è sin d’ora il retaggio dei figli di Dio; perché lo Spirito, che è stato dato loro, fa sì che essi abbiano comunione con il Padre e con il suo Figlio Gesù Cristo (1Gv 1,2ss; 3,1s.24).
 
Agostino (Commento al Vangelo di san Giovanni, 22,15): Non cerco il mio volere, ma il volere di colui che mi ha mandato (Gv 5,30). Il Figlio unigenito dice: «Non cerco il mio volere» e gli uomini pretendono di fare la propria volontà! Egli, che è uguale al Padre, di così tanto si umilia, mentre di tanto si inorgoglisce colui che giace nel profondo, e che non potrebbe certo sollevarsi se nessuno gli porgesse una mano! Facciamo dunque la volontà del Padre, la volontà del Figlio, la volontà dello Spirito Santo: poiché questa Trinità non ha che una sola volontà, una sola potestà, una sola maestà. Per questo il Figlio dice: «Non sono venuto per fare il mio volere, ma il volere di colui che mi ha mandato».
 
Guida con bontà, o Signore, la tua Chiesa,
nutrita da questo santo convito,
perché, retta dalla tua mano sicura,
cresca nella libertà
e perseveri nell’integrità della vita cristiana.
Per Cristo nostro Signore.

 

 

 

 

 20 Aprile 2021
 
Martedì III Settimana di Pasqua
 
At 7,51-8,1a; Sal 30 (31); Gv 6,30-35
 
 Il Santo del Giorno: 20 Aprile 2021 - Beato Simone da Todi: Nacque a Todi verso la fine del secolo XIII. Entrato nell’Ordine agostiniano ne ricevette una formazione intensa di santità di vita, d’amore per lo studio, soprattutto della Sacra Scrittura, di impegno nell’evangelizzazione e nella formazione spirituale e culturale, di ricerca di solitudine, ascesi, preghiera e penitenza. Si dedicò particolarmente allo studio della teologia ed esercitò con frutto l’apostolato della predicazione. Nel capitolo generale di Rimini del 1318 fu accusato ingiustamente ma sopportò tutto con grande rassegnazione e umiltà. Morì a Bologna il 20 aprile 1322 nel convento di S. Giacomo Maggiore dove oggi venerano le sue reliquie
 
Colletta: O Dio, che apri la porta del regno dei cieli a coloro che sono rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, accresci nei tuoi fedeli la grazia del Battesimo, perché liberati da ogni peccato possano ereditare i beni da te promessi. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La Chiesa vive dell’Eucarestia: Ecclesia De Eucharistia (Lettera Enciclica di Giovanni Paolo II, 1): La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa. Con gioia essa sperimenta in molteplici forme il continuo avverarsi della promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20); ma nella sacra Eucaristia, per la conversione del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore, essa gioisce di questa presenza con un’intensità unica. Da quando, con la Pentecoste, la Chiesa, Popolo della Nuova Alleanza, ha cominciato il suo cammino pellegrinante verso la patria celeste, il Divin Sacramento ha continuato a scandire le sue giornate, riempiendole di fiduciosa speranza. Giustamente il Concilio Vaticano II ha proclamato che il Sacrificio eucaristico è «fonte e apice di tutta la vita cristiana». «Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini». Perciò lo sguardo della Chiesa è continuamente rivolto al suo Signore, presente nel Sacramento dell’Altare, nel quale essa scopre la piena manifestazione del suo immenso amore. 
 
I Lettura Il popolo, gli anziani e gli scribi sono furibondi in cuor loro e digrignano i denti contro Stefano. Non potendo controbattere alle sue parole, come belve assetate di sangue, lo trascinano fuori dalla città e lo lapidano, e così “invece di un regolare giudizio da parte del sinedrio si assiste a un linciaggio popolare. Forse è la realtà storica, che Luca avrà presentato come un processo regolare, per rendere la morte del primo martire simile a quella di Gesù” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo Come la sapienza (Pr 9,1s), Gesù invita gli uomini a convito. Per Giovanni, Gesù è la sapienza di Dio che la rivelazione biblica tendeva a personificare [cfr. Gv 1,1+]. Tale convinzione poggia sull’insegnamento del Cristo, che emerge già nei sinottici [Mt 11,19; Lc 11,31p), ma qui è molto più accentuato: la sua origine è misteriosa [Gv 7,27-29; 8,14.19; cfr. Gb 28,20-28]; lui solo conosce i misteri di Dio e li rivela agli uomini [Gv 3,11-12.31-32; cfr. Mt 11,25-27p; Sap 9,13-18; Bar 3,29-38]; egli è pane vivo che sazia la fame [Gv 6,35; cf. Pr 9,1-6; Sir 24,19-22: Mt 4,4p; cfr. Dt 8,3]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,30-35: In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Io sono il pane della vita; l’incomprensione degli interlocutori induce il Maestro a compiere delle dichiarazioni più esplicite e dirette; la richiesta degli ebrei accelera il movimento dialogico e fa compiere al discorso un sensibile progresso nella rivelazione della verità; tale metodo è abituale nei discorsi riferiti dal quarto evangelista. La solenne affermazione «Io sono il pane della vita» rappresenta una di quelle formule, chiamate appunto formule γώ εἰμι (Io sono), che caratterizzano il quarto vangelo. Queste dichiarazioni affermano le qualità divine che Gesù possiede e che esplica nell’opera di salvezza; tali dichiarazioni ricorrono con frequenza nel quarto vangelo; Gesù infatti dice di sé: «io sono il pane di vita disceso dal cielo» (6,35, 41,48,51), «la luce del mondo» (8,12; 9,5), «la porta delle pecore» (10,7,9), «il buon pastore» (10,11,14), «la risurrezione e la vita» (11,25), «la vera vite» (15,1,5). Alle dichiarazioni elencate si può aggiungere anche quella di «acqua viva»; cf. Giov., 4,10,14 (per una informazione compendiosa su queste espressioni metaforiche, cf. A. Wikenhauser, L’evangelo secondo Giovanni, trad. ital., Brescia, 1959, pp. 185-187). Nella formula «il pane della vita» l’accento si porta su «la vita»; il pane di cui si parla è il pane che dà la vita; l’espressione va messa in confronto con altre espressioni simili, come «la luce del mondo» (8,12), «la parola della vita» (1Giov., 1,1), «l’acqua della vita» (Apocalisse, 21,6; 22,1). L’origine di questa importante dichiarazione va ricercata in alcuni dati biblici dei quali il quarto evangelista ne approfondisce il senso. Il pane della vita richiama l’albero della vita (cf. Genesi, 2,9; 3,22-24; Proverbi, 3,18; 11,30; 13,12; 15,14), che è il simbolo dell’immortalità (cf. Giov., 6,51,58). Chi viene a me non avrà fame; siccome la vita (eterna) è inesauribile, così il cibo e la bevanda che la alimentano sono inesauribili. Chi crede in me non avrà mai sete; le espressioni «chi viene a me» e «chi crede in me» sono equipollenti (cf. verss. 37,44-45, 65), poiché andare a Gesù è credere a lui. L’ultima dichiarazione: «chi crede in me non avrà mai sete» non deriva dall’immagine del pane della vita, ma da un’altra parallela non indicata esplicitamente; tale dichiarazione denota un ulteriore sviluppo della verità affermata. L’invito di Cristo «chi viene a me non avrà fame» riecheggia lo stile sapienziale dell’Antico Testamento, particolarmente quello degli inviti che la Sapienza, nei testi veterotestamentari, rivolge agli uomini perché prendano parte al banchetto che essa ha loro preparato (cfProverbi, 9,5-6; Ecclesiastico, 24,19[26],21[29]). Tale invito è più volte ripetuto nella presente sezione giovannea; cf. Giov., 6,35,37, 44,56. Questo richiamo sapienziale mostra che il pane della vita designa ed in parte si identifica con la dottrina che Gesù stesso rivela, come inviato dal Padre.
 
Henri van den Bussche (Giovanni): Si è già scritto molto, si è scritto troppo sulla formula che Gesù usa per rivelare la sua persona « io sono (ego eimi)», sul suo significato nel quarto vangelo e soprattutto sulla sua origine. È una deviazione inutile andare a cercare l’origine di questa formula nello gnosticismo o in altre correnti religiose del tempo. L’affermazione giovannea «io sono» non comprende in sé tutta una serie di titoli che appaiono altrove: generalmente non esprime che un solo titolo. Osserviamo inoltre che questi titoli non sono propri dell’una a dell’altra corrente religiosa, ma sono simboli di valori umani universali: pane, luce, acqua, ecc., valori che la Bibbia cita frequentemente. L’affermazione «io sono» non oppone la cristianità o il Cristo a una corrente religiosa, pagana a pseudo cristiana, ma ai valori di vita del giudaismo.
Nel loro senso assoluto, le formule «Io sono» (8,24.28.58; 13,19) sono direttamente ispirate aile espressioni che il Dio dell’Antico Testamento usa per farsi conoscere (Es. 3,14; Os. 1,9; ecc). Dicendo «Io sono», Gesù afferma di essere quello che Iahvé aveva rivelato di se stesso al popolo giudaico. Per Giovanni queste affermazioni di Gesù esprimono, non vi è da dubitarne, altrettante accuse contro la cattiva volontà giudaica e altrettanta insistenza sull’unicità del suo caso (Io sono e Io solo) quante non ne comprenderanno le affermazioni profetiche dello stesso vigore contro le pratiche idolatriche in Israele. SenZ dubbio l’affermazione «Io sono» ha le sue origini nel giudaismo.
 
Io sono il pane della vita: Papa Francesco (Angelus, 22 Giugno 2014): Il Vangelo di Giovanni presenta il discorso sul “pane di vita”, tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, nel quale afferma: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Gesù sottolinea che non è venuto in questo mondo per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in Lui. Questa nostra comunione con il Signore impegna noi, suoi discepoli, ad imitarlo, facendo della nostra esistenza, con i nostri atteggiamenti, un pane spezzato per gli altri, come il Maestro ha spezzato il pane che è realmente la sua carne. Per noi, invece, sono i comportamenti generosi verso il prossimo che dimostrano l’atteggiamento di spezzare la vita per gli altri [...]. Gesù, Pane di vita eterna, è disceso dal cielo e si è fatto carne grazie alla fede di Maria Santissima. Dopo averlo portato in sé con ineffabile amore, Ella lo ha seguito fedelmente fino alla croce e alla risurrezione. Chiediamo alla Madonna di aiutarci a riscoprire la bellezza dell’Eucaristia, a farne il centro della nostra vita, specialmente nella Messa domenicale e nell’adorazione.
 
Baldovino di Ford: Per coloro che credono in lui, Cristo è cibo e bevanda, pane e vino. Pane che fortifica e rinvigorisce, del quale Pietro dice: “Il Dio di ogni grazia, che ci ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, ci ristabilirà lui stesso dopo breve sofferenza, ci rafforzerà e ci renderà saldi” [1Pt 5,10]. Bevanda e vino che allieta; è ad esso che si richiama il Profeta in questi termini: “Allieta l’anima del tuo servo; verso di te, infatti, o Signore, ho innalzato la mia anima” [Sal 85,4]. Tutto ciò che in noi è forte, robusto e solido, gioioso e allegro, per adempiere i comandamenti di Dio, sopportare la sofferenza, eseguire l’obbedienza, difendere la giustizia, tutto questo è forza di quel pane o gioia di quel vino. Beati coloro che agiscono fortemente e gioiosamente! E siccome nessuno può farlo di suo, beati coloro che desiderano avidamente di praticare ciò che è giusto e onesto, ed essere in ogni cosa fortificati e allietati da Colui che ha detto: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5,6). Se Cristo è il pane e la bevanda che assicurano fin da ora la forza e la gioia dei giusti, quanto di più egli lo sarà in cielo, quando si donerà ai giusti senza misura! 
 
Nella tua misericordia, o Padre,
donaci la grazia di adorare con fede viva,
in questi santi misteri, il Signore Gesù,
nel cui nome hai voluto che ogni ginocchio si pieghi
e ogni uomo trovi la salvezza.
Per Cristo nostro Signore

 

   19 Aprile 2021
 
Lunedì III Settimana di Pasqua
 
At 6,8-15; Sal 118; Gv 6,22-29
 
 Il Santo del Giorno 19 Aprile 2021 - Santo Espedito di Melitene, Martire: Tra tutti i componenti del gruppo dei martiri di Melitene del III secolo celebrati il 19 aprile insieme con Ermogene, Espedito solo ha goduto di un culto popolare assai diffuso. Non vi sono notizie precise sull’epoca della sua vita e sul suo martirio. L’iconografia tradizionale lo rappresenta vestito da soldato romano mentre tenta di scacciare un corvo il cui grido è simile alla parola latina cras che significa domani, mentre il santo mostra un orologio che indica hodie, che significa oggi. Il messaggio iconografico è quindi abbastanza chiaro. In raffigurazioni più tardi l’orologio viene sostituito dalla croce, che il santo tiene in mano.
 
Colletta: Dio onnipotente, fa’ che, spogliati dell’uomo vecchio con le sue passioni ingannevoli, viviamo come veri discepoli di Cristo, al quale ci hai resi conformi con i sacramenti pasquali. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato - Benedetto XVI (Udienza Generale 24 Ottobre 2012): La fede è dono di Dio, ma è anche atto profondamente libero e umano. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice con chiarezza: «È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo» (n. 154). Anzi, le implica e le esalta, in una scommessa di vita che è come un esodo, cioè un uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze, dai propri schemi mentali, per affidarsi all’azione di Dio che ci indica la sua strada per conseguire la vera libertà, la nostra identità umana, la gioia vera del cuore, la pace con tutti. Credere è affidarsi in tutta libertà e con gioia al disegno provvidenziale di Dio sulla storia, come fece il patriarca Abramo, come fece Maria di Nazaret. La fede allora è un assenso con cui la nostra mente e il nostro cuore dicono il loro «sì» a Dio, confessando che Gesù è il Signore. E questo «sì» trasforma la vita, le apre la strada verso una pienezza di significato, la rende così nuova, ricca di gioia e di speranza affidabile.
 
I Lettura Pur di abbattere il nemico spesso si usano anche mezzi disonesti, come quello di avvalersi di falsi testimoni. Così per Gesù, così per Stefano, che sarà venerato dalla Chiesa come protomartire. Il volto di Stefano si mostra luminoso come quello di un angelo. Questo particolare ricorda il volto trasfigurato di Gesù e la luminosità del volto di Mosè, che discendendo dal monte, rifletteva lo splendore della gloria di Dio. I membri del sinedrio assistono a una trasfigurazione di Stefano, che vede la gloria di Dio (At 7,55-56).
 
Vangelo Gesù, invitando i giudei a darsi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, li esorta a darsi da fare a credere in Lui, pane vero disceso del cielo. Come la Sapienza invita gli uomini a mangiare il suo pane e a bere il suo vino (Pr 9,1-6; Sir 24,19-22), così Gesù invita a mangiare la sua carne, il pane vero che dà la vita al mondo e a bere il suo sangue, «versato per tutti gli uomini, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,22-29: Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 27 «Operate per il cibo che non perisce ...». Gesù esorta la folla a procurarsi il cibo che dà la vita piena e imperitura, «che lui solo, in quanto Figlio dell’uomo in perfetta comunione con il mondo di Dio, può comunicare» (Fabris, p. 388). Il termine «operare» (ergàzomai) è una parola-chiave nel brano 27-30. Gesù contrappone il cibo materiale, che perisce, a quello che rimane per la vita eterna: è un altro esempio del «dualismo giovanneo». Soltanto lui, in quanto Figlio dell’ uomo, può procurare questo cibo duraturo, che rimane (ménein, verbo tecnico in Gv), poiché dà la vita eterna. Precedentemente Gesù aveva promesso alla samaritana un’acqua viva zampillante per la vita eterna (4,14); ora, in modo analogo, parla di un cibo che rimane per la vita eterna. Il cibo (pane) e l’acqua sono associati pure in Is 55,l, dove il profeta esorta gli esiliati ebrei ad avere fiducia in Dio.
«Operate»: Gesù invita all’adesione di fede nella sua rivelazione. Egli promette un cibo misterioso, che consiste, come spiegherà più avanti, nel dono della sua «carne», cioè del suo corpo immolato in croce. Il titolo «Figlio dell’uomo» orienta verso questo senso, perché in Gv si riferisce generalmente al Verbo in quanto uomo, che sarà elevato in croce, per redimere l’umanità fragile e debole, incapace di salvarsi senza l’aiuto di Dio. Gesù può comunicare la vita eterna, perché «Dio l’ha segnato con il suo sigillo», cioè accreditato per la sua missione salvifica. Esphràgisen (lett. sigillo) esprime un’azione istantanea e storica. L’uso dell’aoristo indicherebbe secondo qualche esegeta il momento dell’incarnazione del Verbo oppure della consacrazione messianica di Gesù al Giordano (Gv 1,32-34); meglio riferire il verbo a tutta la sua esistenza terrena, considerata ormai conclusa (cf. Fabris, p. 399).
v. 28 «Che dobbiamo fare per operare le opere di Dio?», Gesù aveva parlato in modo enigmatico e la folla l’aveva frainteso. Il malinteso esigeva una replica, che come di consueto segna un ‘ulteriore progresso nella rivelazione. Le opere di Dio è un ‘espressione che riflette la mentalità pragmatica dei giudei, basata sull’osservanza degli innumerevoli precetti della Legge per ottenere la salvezza.
v. 29 «L’opera di Dio è questa, che crediate in colui che egli ha mandato», La risposta di Gesù è limpida: alla molteplicità delle opere, cioè degli sforzi umani, oppone un’unica opera, cioè il compimento della volontà di Dio, che consiste «nel credere in lui come inviato di Dio» (Fabris, p. 400). Questo detto si avvicina al concetto paolino della giustificazione: «L’uomo è giustificato per la fede indipendentemente é dalle opere della legge» (Rm 3,28). Benché la fede sia un dono di Dio (Gv 6,44), tuttavia presuppone l’ascolto e l ‘adesione alla parola del Cristo. Dio rispetta la libertà dell’uomo e, pertanto, per comunicargli il suo amore, esige l’accettazione spontanea del suo disegno salvi fico, manifestato e attuato da Gesù. «Il credere che è l’azione più personale, la decisione più radicale dell’uomo e coinvolge al massimo la sua libertà, è opera di Dio, che diventa, accolla dall’uomo, opera dell’uomo “in Dio e con Dio”» (Segall a, p. 234).
 
Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna -  L’uomo ha sempre temuto la morte, e così tutti «i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo; il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore» (GS 18). Di fronte alla morte, solo la Chiesa può dare una risposta alle ansietà dell’uomo circa la sua sorte futura: infatti, «la Chiesa... istruita dalla rivelazione, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene» (GS 18). E per raggiungere questo fine di felicità, la Chiesa addita, come mezzo eccellente, l’Eucarestia, «medicina di immortalità, antidoto contro la morte, alimento dell’eterna vita in Gesù Cristo» (Sant’Ignazio di Antiochia). Non si può dire che si tratti di una pura metafora. Il suo significato pieno e autentico è fondato nel Vangelo: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Si può affermare, come suggerisce padre Raniero Cantalamessa, che l’Eucaristia «permette di assaporare le primizie della vita eterna e per questo è la fonte in cui si rinnovano costantemente “la speranza e la gioia” del cristiano». Ma cos’è la vita eterna? Una risposta la si può trovare nel Compendio: «La vita eterna è quella che inizierà subito dopo la morte. Essa non avrà fine. Sarà preceduta per ognuno da un giudizio particolare ad opera di Cristo, giudice dei vivi e dei morti, e sarà sancita dal giudizio finale» (207). I cristiani hanno sempre creduto che «le anime di tutti coloro che muoiono nella grazia di Cristo […] costituiscono il popolo di Dio nell’al di là della morte, la quale sarà definitivamente sconfitta nel giorno della risurrezione, quando queste anime saranno riunite ai propri corpi» (Paolo VI, Credo del popolo di Dio, 28). Detto questo si può affermare che per «il cristiano, che unisce la propria morte a quella di Gesù, la morte è come un andare verso di lui ed entrare nella vita eterna. Quando la Chiesa ha pronunciato, per l’ultima volta, le parole di perdono dell’assoluzione di Cristo sul cristiano morente, l’ha segnato, per l’ultima volta, con una unzione fortificante e gli ha dato Cristo nel viatico come nutrimento per il viaggio, a lui si rivolge con queste dolci e rassicuranti parole: “Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente che ti ha creato, nel nome di Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, che è morto per te sulla croce, nel nome dello Spirito Santo, che ti è stato dato in dono; la tua dimora sia oggi nella pace della santa Gerusalemme, con la Vergine Maria, Madre di Dio, con san Giuseppe, con tutti gli angeli e i santi. […]. Tu possa tornare al tuo Creatore, che ti ha formato dalla polvere della terra. Quando lascerai questa vita, ti venga incontro la Vergine Maria con gli angeli e i santi. […]. Mite e festoso ti appaia il volto di Cristo e possa tu contemplarlo per tutti i secoli in eterno” [Sacramento dell’unzione e cura pastorale degli infermi, Raccomandazione dei moribondi, 236-237]» (CCC 1020). La Chiesa, quindi, a coloro che stanno per lasciare questa vita, offre, oltre all’Unzione degli infermi, Cristo nel viatico come nutrimento per l’ultimo viaggio. Ricevuta in questo momento di passaggio al Padre, la Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo ha un significato e un’importanza particolari: è seme di vita eterna e potenza di risurrezione, è «pegno sicuro» (CCC 1405) di vita eterna. Poiché «Cristo, che è passato da questo mondo al Padre, nell’Eucaristia ci dona il pegno della gloria futura presso di lui: la partecipazione al suo sacrificio ci identifica con il suo cuore, sostiene le nostre forze lungo il pellegrinaggio di questa vita, ci fa desiderare la vita eterna e già ci unisce alla Chiesa del Cielo, alla beatissima Vergine e a tutti i santi» (CCC 1419). Ma non possono essere taciute le condizioni  necessarie per conquistare la vita eterna: solo chi si converte «a Cristo mediante la penitenza e la fede [...]» passa dalla morte alla vita “e non va incontro al giudizio” [Gv 5,24]» (CCC 1470).
 
L’oggetto della Fede - Afraate Siro, La fede: La fede consiste in ciò: che luomo creda in Dio Signore di tutto, che ha creato il cielo e la terra, il mare e tutto ciò che contiene; che ha fatto Adamo a sua immagine, che ha dato la legge a Mosè, che ha comunicato il suo Spirito ai profeti e ha poi mandato il suo Cristo nel mondo. Inoltre, che luomo creda alla risurrezione dei morti e al sacramento del battesimo. Questa è la fede della Chiesa di Dio. Ma essa richiede anche che luomo si liberi dalle osservanze dei tempi, dei sabati, dei noviluni e delle feste, dalla magia e dalla negromanzia, dalle superstizioni caldee e dallinganno demoniaco, dallimpurità e dalle gozzoviglie, dalle false dottrine degli strumenti del demonio e dallallettamento dei discorsi ingannatori, dalla bestemmia e dalladulterio, dalla falsa testimonianza e dalla doppiezza. Queste sono le opere della fede fondata su Cristo, la roccia vera, su cui si eleva tutto ledificio.
 
Guida con bontà, o Signore, la tua Chiesa,
nutrita da questo santo convito,
perché, retta dalla tua mano sicura,
cresca nella libertà
e perseveri nell’integrità della vita cristiana.
Per Cristo nostro Signore 
 
 18 Aprile 2021
 
III Domenica di Pasqua
 
At 3,13-15.17-19; Sal 4; 1Gv 2,1-5a;  Lc 24,35-48
 
Il Santo del Giorno 18 Aprile 2021 - San Calogero: Secondo gli Atti dei santi Faustino e Giovita, Calogero, che fonti agiografiche chiamano anche col nome romano di Caio, era un bresciano che, convertito al cristianesimo dalla costanza dei due martiri, fu poi martirizzato ad Albenga sotto Adriano (117-138). Il martire, la cui festa ricorre il 18 aprile, ebbe culto limitato alle diocesi di Brescia, Milano, Asti, Ivrea e Tortona. Le sue reliquie, verso la metà del sec. IX, sarebbero state trasferite nel monastero di S. Pietro al Monte, a Civate (Como).
 
Colletta: O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri i nostri cuori all’intelligenza delle Scritture, perché diventiamo i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 
Gesù in persona…: Benedetto XVI (Udienza Generale, 11 Aprile 2007): Nel prologo degli Atti degli Apostoli, san Luca afferma che il Signore risorto “si mostrò (agli apostoli) vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni” (1,3). Occorre capire bene: quando l’autore sacro dice che “si mostrò vivo” non vuole dire che Gesù fece ritorno alla vita di prima, come Lazzaro. La Pasqua che noi celebriamo, osserva san Bernardo, significa “passaggio” e non “ritorno”, perché Gesù non è tornato nella situazione precedente, ma “ha varcato una frontiera verso una condizione più gloriosa”, nuova e definitiva. Per questo, egli aggiunge, “ora, il Cristo è veramente passato a una vita nuova” (cfr Discorso sulla Pasqua).
 
I Lettura Dal sermone di Pietro si evince che già i cristiani della prima ora riconoscevano in Gesù il misterioso «servo» di Is 52,13-53,12 citato parzialmente in At 8,32-33. L’annuncio pasquale è molto asciutto: bisogna convertirsi a Gesù che è il capo che guida i suoi discepoli alla vita, comunicando loro quella vita che gli appartiene. L’appello alla conversione è rivolto ai pagani e ai giudei: i primi debbono ritornare al vero Dio, abbandonando gli idoli; invece, i Giudei debbono convertirsi al Signore, riconoscendo Gesù come Signore.
 
II Lettura Le parole di Giovanni hanno il sapore della fiducia: i credenti che hanno peccato possono sempre appellarsi alla misericordia di Gesù, redentore e salvatore di tutti gli uomini, certi di ottenere il perdono. Parole che sembrano ricordare san Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5,6-10).
 
Vangelo L’intelligenza delle Scritture è un dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce (cfr. Gc 1,17): il credente, solo dopo aver incontrato Gesù risorto, può aprirsi alla conoscenza della Parola di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48: In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
 
Gesù in persona stette in mezzo a loro - L’evangelista Luca non vuole nascondere o minimizzare l’atteggiamento umano dei discepoli di fronte a Gesù risorto. Increduli, stupiti, spaventati (il testo greco ha atterriti), «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16).
Gli «Undici e quelli che erano con loro» trovano difficoltà nel credere alla risurrezione. Pensano di vedere un fantasma (spirito, pnèuma, nel testo greco). Credono di vedere «una persona defunta rievocata dalla loro fantasia allucinata e considerata come reale. Un’immagine illusoria, priva di corrispondenza con la realtà dei fatti» (Zingarelli).
Gesù incalza i discepoli e, dopo aver donato loro la pace, per dissipare le loro difficoltà li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi che portano impresse le ferite dei chiodi e a toccare il suo corpo.
Questi verbi - guardare, toccare - ritornano spesso quando i discepoli devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù. Per esempio, san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss).
L’incredulità si trasforma immediatamente in grande gioia: l’esperienza fisica - vedere, toccare, udire - sfocia nella fede perché la fede è incontro con una Persona. E il Cristo risorto è una Persona, non è l’elucubrazione mentale di visionari o invenzione fantastica di menti malate. Gesù risorto non è un fantasma! È vivo! Palpatemi, toccatemi, «sono proprio io!».
E indubbiamente il racconto lucano ha anche uno scopo didattico. Per dei cristiani «che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l’anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che Cristo risorto non era uno “spirito” immortale senza corpo [...], perciò san Luca vuole prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è veramente risorto perché adesso vive di nuovo con il suo corpo, quel corpo che era stato dato alla morte sulla croce» (Settimio Cipriani).
Ma poiché per la grande gioia ancora non credono, Gesù, per vincere ogni resistenza li invita a mangiare con lui. Chiede qualcosa da mangiare a compròva che lui è una Persona viva e vera. Anche il verbo mangiare torna spesso nella memoria degli Apostoli quando devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù (Cf. Atti 1,3-4; 10,41).
Il corpo del Risorto è impassibile e di conseguenza non ha più bisogno di nutrirsi, ma il Signore Gesù ricorre a questo espediente per confermare i discepoli nella verità della sua risurrezione.
Ma si trattò di un vero pasto? Al dire di san Tommaso d’Aquino ci sono «dei pasti che sono veri solo come verità figurata: per esempio il mangiare degli Angeli... Ora il mangiare di Cristo dopo la Risurrezione fu vero... tuttavia non c’erano gli effetti conseguenti alla masticazione, perché il cibo non era assimilato da chi ne mangiava, avendo un corpo glorificato e incorruttibile» (In Jo. ev., 122,8).
Se il mangiare è un’azione frequente nelle apparizioni pasquali, questi pasti del Risorto con i discepoli hanno anche una dimensione liturgico-eucaristica: l’Eucaristia è stare a mensa con il Signore risorto. Quindi, san Luca, con mirabili pennellate, vuole dipingere la vita della Chiesa dopo la risurrezione del suo Fondatore: Gesù Cristo mangia e conversa con i suoi discepoli, apre loro l’intelligenza alle Scritture, li istruisce e li dispone a ricevere lo Spirito Santo, la promessa del Padre.
Gesù, fugato ogni dubbio, istruisce i discepoli intorno alla sua missione terrena, una missione di salvezza da sempre pensata dal Padre: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me... Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti».
La necessità della morte orrenda di Gesù sulla croce rivela quindi l’amore infinito del Padre e del Figlio. Quest’ultimo si è offerto volontariamente alla morte di croce per amore e non perché costretto da condizioni esterne alla sua volontà. Non erano stati gli uomini a determinare la fine atroce del Verbo umanato, come erano stati tentati di credere gli stessi discepoli. Il fallimento umano della vicenda umana del Cristo in verità rientrava nel piano di salvezza di Dio: al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, anche degli stessi aguzzini che avevano crocifisso il Figlio, il Padre ha realizzato il suo disegno di amore, «creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di “amare” e di “obbedire” [...]. Il “segno supremo” dell’amore è la sua morte di croce che egli già “sa” da sempre [...]. Proprio perché Cristo “conosce” la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di “obbedienza”. Egli vive e muore non per sé, ma “per gli altri”» (Settimio Cipriani).
Ora, pieni di luce e ricolmi di verità, i discepoli possono accogliere le ultime istruzioni del Risorto: nel suo nome devono andare in tutto il mondo a predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme, che rimane così al centro della storia e della salvezza e di lì diffondersi progressivamente sino agli estremi confini della terra.
 
Il fatto della risurrezione - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Il Signore appare all’improvviso in mezzo agli Apostoli. Questi hanno di nuovo paura e non riescono a comprendere il fatto, sebbene ora sia già preceduto l’annunzio delle donne, di Simone e dei discepoli di Emmaus. Per questi Apostoli l’avvenimento è talmente inconcepibile che Gesù deve proprio farlo toccar loro con mano: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». E poiché neanche ora sono sicuri e ardiscono appena di guardare in faccia la realtà, chiede loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
E allora mangia davanti ai loro occhi. Ora non possono più sottrarsi all’evento. Gesù è presente fisicamente. La sua vita di risuscitato non è una sopravvivenza spirituale, ma un’esistenza corporea.
Si nota qui un altro fatto. Quando si dice: «mostrò loro le mani e i piedi» e quando Gesù aggiunge: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!», si rende chiaro che anche dopo la risurrezione egli ha i segni della crocifissione, le cicatrici. È dunque il crocifisso, che è risorto col suo stesso corpo. L’Apocalisse chiamerà il Signore glorioso «l’Agnello ucciso». Le cicatrici devono ricordare che il suo corpo è un corpo immolato e che la crocifissione è l’offerta di un sacrificio. Così la crocifissione del Signore non è soltanto un fatto storico, che si concentrò nel breve spazio di alcune ore, ma è un evento sempre permanente e sempre operante, poiché perdura l’oblazione. Il Signore glorioso è sempre l’immolato Signore, così che perdura l’efficacia del suo sacrificio.
 
In pace mi corico e subito mi addormento: «Com’è bello, fratelli, e quale beatitudine, non solo rimanere sicuri di fronte alla morte, ma altresì trionfare con gloria per la testimonianza della coscienza... So che è della condizione umana essere turbati al momento decisivo della partenza; quando anche i perfetti non vogliono essere spogliati, ma rivestire il loro vestito di gloria sull’altro, e coloro che non si sentono colpevoli, poiché non per questo si trovano giustificati, sono costretti a temere un giudizio di cui ignorano il contenuto. Ma che la mia anima sia turbata a motivo della sua condizione, o per mancanza di santità, o per timore del giudizio, dice il giusto: “Tu, o Signore, ricordati della tua misericordia, invia la tua misericordia e la tua verità, e libera la mia anima dai lioncelli, e io che prima ero turbato, poi in pace mi corico e subito mi addormento”» (Guerric d’Igny).
 
Guarda con bontà, o Signore, il tuo popolo
che ti sei degnato di rinnovare con questi sacramenti di vita eterna,
e donagli di giungere alla risurrezione incorruttibile del corpo,
destinato alla gloria.
Per Cristo nostro Signore.