14 Luglio 2026
 
Martedì XV Settima del tempo Ordinario
 
Is 1,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 47 (48); Mt 11,20-24
 
Interiorità morale - Oggi non indurite il cuore - Catechismo degli Adulti [907] La coscienza è una realtà complessa. L’Antico Testamento non usa quasi mai questa parola per indicare il centro intimo dell’uomo; si serve di un termine equivalente: cuore. Il cuore è la sede di pensieri, ricordi, sentimenti, desideri, progetti e decisioni, che poi emergono e traboccano all’esterno. Esso ha grande rilevanza morale. Con il cuore si distingue il bene dal male; si ama il Signore Dio e lo si tradisce; si ascolta la sua parola e la si respinge. Il cuore può essere indurito, traviato, sordo, cieco; oppure al contrario, per la grazia di Dio, può essere contrito, convertito, puro, nuovo.
L’insegnamento di Gesù, in conformità con l’Antico Testamento, pone il cuore al centro della vita morale. Dal cuore vengono i pensieri, le parole e le azioni, buone e cattive. Nel cuore nascono la fede e l’incredulità. La nuova giustizia evangelica trascende l’osservanza esteriore; esige un cuore retto, purificato dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria, da ogni disordine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). La luce interiore deve rischiarare l’intera condotta, come l’occhio limpido rischiara tutto il corpo e la lampada accesa sul candelabro rischiara la casa.
Nell’etica biblica il cuore si identifica in definitiva con l’uomo in quanto soggetto morale. Anche gli scritti apostolici del Nuovo Testamento si pongono su questa linea. Inoltre con lo stesso significato usano frequentemente la parola “coscienza”. La coscienza può essere buona o cattiva, macchiata o purificata, sincera o falsa, debole o forte. Nella coscienza tutti gli uomini, anche i pagani, portano scritta la legge morale: «Quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15). La coscienza cristiana è l’uomo nuovo in Cristo, divenuto consapevole di sé nella fede. Egli vive «la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera» (1Tm 1,5). Attua le esigenze di essa, seguendo i suggerimenti dello Spirito Santo, cercando di «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) nelle situazioni concrete, vigilando su tutta la sua condotta. Nella coscienza si fa sentire la chiamata di Dio, che propone sia i valori e le norme, che orientano il cammino, sia gli appelli personali, che indicano i singoli passi da compiere.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Se non crederete, non resterete saldi - Dal libro del profeta Isaia 7,1-9: La cornice storica nella quale si colloca il testo di Isaia è la guerra siro-efraimita durante il regno di Acaz re di Giuda (736-716): il re di Aram e il re di Israele avevano tentato di conquistare Gerusalemme, la capitale di Giuda, ma il tentativo era fallito. Malgrado gli avvertimenti di Isaia, il re Acaz aveva domandato l’aiuto di Tiglat-Pilèzer, re di Assiria, che aveva attaccato vittoriosamente Damasco e Samaria, ma aveva ridotto Giuda in vassallaggio. Maldestramente Acaz aveva aperto all’Assiria la porta del suo paese (cfr. 2Re 16,5-16). L’ultimo versetto del testo di oggi, Ancora sessantacinque anni, “suppone un paragone tacito tra Giuda, di cui la capitale è Gerusalemme e di cui il vero «capo» è Jahve, e i suoi nemici che non hanno gli stessi privilegi. Inoltre, il profeta annunzia la scomparsa del regno del nord; come condizione di salvezza chiede un atto di fede. La fede, presso i profeti, è meno la credenza astratta che Dio esiste e che è unico, che la fiducia in lui, fondata sull’elezione: Dio ha scelto Israele, è il suo Dio [Dt 7,6]; solo lui può salvarlo. Questa fiducia assoluta, pegno della salvezza [Is 28,16], esclude il ricorso a ogni altro appoggio, degli uomini o, a più forte ragione, dei falsi dèi [cfr. Is 30,15; Ger 17,5; Sal 52,9]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne e la terra di Sòdoma saranno trattate meno duramente di voi.
 
Tiro, Sidone, Sodoma nell’Antico Testamento erano sinonimo di empietà, di immoralità, di idolatria e di crudeltà, ebbene, nel giorno del giudizio universale, saranno “trattate meno duramente” di quelle città che sono rimaste empiamente pagane pur avendo goduto della presenza del Cristo, della sua predicazione e dei suoi miracoli. Non possiamo chiudere questo avvertimento a un periodo storico, ma è un monito che vale per tutti i tempi, pensiamo ai giorni nostri in cui l’Europa ha rigettato le sue radici cristiane.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,20-24
 
In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodòma sarà trattata meno duramente di te!».
 
Parola del Signore.
 
Gli attacchi di Gesù contro le città litoranee del lago di Galilea ricordano lo stile dei profeti dell’Antico Testamento. Costoro non esitavano a lanciare invettive contro le orgogliose città pagane che minacciavano il popolo di Dio. Ma in questo caso le rampogne sono destinate alle località giudaiche, paragonate a loro svantaggio alle città pagane. Questi versetti si trovano anche in Lc 10,12-15, ma in un ordine diverso e riferiti alla missione dei discepoli.
Il v. 20 giustifica i rimproveri: le città prese di mira hanno visto compiere «la maggior parte di miracoli» di Gesù e non si sono convertite. Ci si trova qui davanti a un fatto nuovo: i miracoli servono a favorire la conversione che consente l’accesso al regno (cfr. Mt 4,17). Il testo si snoda poi in due ondate simmetriche:
a) I vv. 21-22 riguardano Corazìn, assai vicina a Cafarnao, e Betsàida, situata di fronte a Corazìn, sulla riva opposta del Giordano. Gesù afferma che Tiro e Sidone, quantunque pagane, avrebbero fatto penitenza davanti ai suoi miracoli e che esse avranno quindi un giudizio meno severo rispetto alle città giudaiche impenitenti.
b) Nei vv. 23-24 egli si scaglia contro Cafarnao, la sua città, sulla base di un identico ragionamento, ma ancora più inesorabile: condannata allo sceòl, la dimora dei morti, la città si vede destinata alla stessa sorte dell’empio re di Babilonia (cfr. Is 14,13-15). Peggio ancora, Gesù la paragona a Sodoma, la città pagana fra tutte maledetta, già ricordata in Mt 10,15.
Ripetiamolo: in questo passo Gesù non esprime una collera personale; egli adotta il modo di parlare di un profeta e vorrebbe essere riconosciuto come tale.
L’episodio stabilisce inoltre una sottile relazione tra i miracoli, letteralmente «gli (atti) di potenza», e il richiamo a credere al regno. Questi atti di potenza sono le rilevanti manifestazioni di un Dio che, per mezzo del suo inviato, passa ora all’azione: esse non violano la libertà umana, che può rifiutarle, e Gesù ne constata allora il rifiuto: ma la libertà non impedisce di arrendersi davanti a un’opportunità che si offre e che i pagani non hanno avuto. Ecco dunque un paragone inquietante tra Israele e i pagani: esso ricorda l’episodio del centurione e annuncia la donna cananea, giustamente venuta da «Tiro e Sidone».
 
Per approfondire
 
Il cuore dell’uomo - J. De Fraine e A. Vanhoye - 1. Cuore ed apparenza. - Nei rapporti tra persone è chiaro che ciò che conta è l’atteggiamento interno. Ma il cuore è sottratto agli sguardi. Normalmente l’esterno dell’uomo deve manifestare ciò che egli ha in cuore. Si conosce così il cuore indirettamente, da ciò che ne esprime il volto (Eccli 13, 25), da ciò che ne dicono le labbra (Prov 16, 23), da ciò che ne attestano gli atti (Lc 6, 44 s). Tuttavia, invece di manifestare il cuore, parole e comportamenti possono anche dissimularlo (Prov 26, 23-26; Eccli 12, 16): l’uomo ha la terribile possibilità della doppiezza. Per ciò stesso anche il suo cuore è doppio, perché è il cuore che comanda una determinata espressione in superficie, pur attenendosi internamente a disposizioni ben diverse. Questa doppiezza è un male profondo che la Bibbia denuncia con forza (Eccli 27, 24; Sal 28, 3 s).
2. Dio ed il cuore. - Alle prese con la chiamata di Dio, l’uomo cerca anche qui di salvarsi con la doppiezza. «Dio è un fuoco divoratore» (Deut 4, 24): come far fronte alle sue esigenze troppo radicali? Lo stesso popolo eletto non cessa di ricorrere a sotterfugi. Per dispensarsi dalla conversione autentica, cerca di accontentare Dio con un culto esteriore (Am 5, 21...) e con belle parole (Sal 78, 36 s). Soluzione illusoria: non si può ingannare Dio come s’inganna l’uomo; «l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore» (1 Sam 16, 7). Dio «scruta il cuore e prova i reni» (Ger 17, 10; Eccli 42, 18) e smaschera la menzogna constatando: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29, 13). Dinanzi a Dio l’uomo si sente così chiamato in causa nel più profondo dell’io (Ebr 4, 2 s). Entrare in relazione con Dio significa «arrischiare il proprio cuore» (Ger 30, 21).
3. Bisogno di un nuovo cuore. - Israele ha sempre più compreso che una religione esteriore non può bastare. Per trovare Dio occorre «cercarlo con tutto il cuore» (Deut 4, 29). Israele ha compreso che deve, una volta per sempre, «fissare il suo cuore in Jahvè» (1 Sam 7, 3) ed «amare Dio con tutto il suo cuore» (Deut 6, 5), vivendo in una profonda docilità alla sua legge. Ma tutta la sua storia attesta la sua sostanziale impotenza a realizzare un simile ideale. E questo perché il male giunge fino al suo cuore. «Questo popolo possiede un cuore traviato e indocile» (Ger 5, 23), «un cuore incirconciso» (Lev 26, 41), «un cuore diviso» (Os 10, 2). Invece di mettere la loro fede in Dio «essi hanno seguito l’inclinazione del loro cuore malvagio» (Ger 7, 24; 18, 12), cosicché calamità senza fine si sono abbattute su di essi. Non rimane più loro che «lacerare il loro cuore» (Gioe 2, 13) e presentarsi dinanzi a Dio con un «cuore contrito, umiliato» (Sal 51, 19), pregando il Signore di «creare loro un cuore mondo» (Sal 51, 12).

Molti cristiani amano giocare con il fuoco. Sono maestri nell’arte del rimandare, oggi non posso, domani... oggi ho tante cose da fare è meglio domani... altri, più che mai incoscienti, decidono di regolare i conti sul letto di morte. Non possiamo approfittare della pazienza di Dio (2Pt 3,8-10). Il libro del Siracide ci suggerisce di essere un po’ più seri e un po’ più cauti, sopra tutto quando siamo presi dalla fregola di strombazzare ai quattro venti “misericordia, misericordia”, che per tanti, sopra tutto ai giorni nostri, è diventata una parola magica: «Non dire: “Ho peccato, e che cosa mi è successo?”, perché il Signore è paziente. Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: “La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati”, perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato”(Sir 5,4-7). Ira, sdegno, castigo, parole che oggi fanno torcere il muso a molti i quali vorrebbero vedere tutti in Paradiso, pure i diavoli. Eppure, l’esperienza dovrebbe suggerirci che ad ogni passo la morte si avvicina e così il giudizio di Dio che non terrà conto delle giustificazioni o scuse che l’uomo potrà portare dinanzi al Giudice: “Considera, come appena l’anima uscirà dal corpo, che sarà condotta innanzi al tribunale di Dio, per essere giudicata. Il giudice è un Dio onnipotente, da te maltrattato, adirato al sommo. Gli accusatori sono i demoni nemici, i processi i tuoi peccati, la sentenza è inappellabile, la pena un inferno. Non vi sono più compagni, non parenti, non amici; fra te e Dio te l’hai da vedere. Allora scorgerai la bruttezza de’ tuoi peccati, né potrai scusarli come ora fai. Sarai esaminato sopra i peccati di pensieri, di parole, di compiacenze, d’opere, d’omissione e di scandalo. Tutto si ha a pesare in quella gran bilancia della divina giustizia, ed in una cosa, in cui ti troverai mancante, sarai perduto.” (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Massime Eterne, Riflessione per il Giovedì, del Giudizio Universale). Attento, dunque, chiunque tu sia, a non giocare con il fuoco, alla fine ti potresti trovare ad essere salato con il fuoco (Mc 9,49).

Basilio il Grande: Abbi timore della geenna, o uomo, e fa’ di tutto per renderti meritevole del regno. Non disprezzare l’invito che ti è stato rivolto. Non presentare giustificazioni (cf. Lc 14,18), ricorrendo a questo o a quell’altro pretesto. Non riesco a frenare le lacrime, quando penso fra me e me al fatto che, scegliendo le opere turpi piuttosto che la sfolgorante gloria di Dio e abbracciando senza esitazione il peccato per soddisfare la tua libidine, escludi te stesso dai beni promessi sì da impedirti di contemplare i beni della Gerusalemme celeste (cfr. Sal 127,5; Ap 21,1ss). Qui si trovano le infinite schiere di angeli, le moltitudini dei primogeniti, i troni degli apostoli, i seggi dei profeti, si ammirano gli scettri dei patriarchi, le corone dei martiri, si cantano le lodi dei giusti: fa’ nascere in te stesso il desiderio di essere annoverato anche tu in mezzo a tutti costoro, dopo esser stato purificato e santificato dai doni del Cristo.

 
Testimoni di Cristo - San Camillo de Lellis  - La profezia della cura, volto di un Dio che guarisce: È la profezia della cura il messaggio più prezioso dell’eredità umana e spirituale lasciataci da san Camillo de Lellis. Nel suo apostolato fu testimone di un Dio che si fa compagno dell’umanità, soprattutto nei momenti di sofferenza e difficoltà. Nato a Bucchianico (Chieti) nel 1550 in una famiglia nobile intraprese la carriera militare, ma a causa di una piaga al piede per un periodo fu ricoverato a Roma. Riprese le armi, fu rovinato dal vizio del gioco, che lo portò a perdere tutti i suoi averi. Si ritrovò così al servizio dei frati cappuccini di San Giovannni Rotondo. Nel 1575 fu ricoverato nuovamente all’ospedale di San Giacomo degli Incurabili a Roma e lì finalmente trovò la sua strada: si mise a servire con dedizione e delicatezza i compagni malati ed ebbe l’idea di fondare una congregazione votata a questa attività. Nacquero così nel 1582 i Ministri degli Infermi, i Camilliani: l’esperienza militare del fondatore fu una risorsa preziosa per modernizzare l’assistenza ai malati, che prese così una forma più organizzata. De Lellis morì nel 1614 a Roma. Fu beatificato il 7 aprile 1742 e canonizzato il 29 giugno 1746 da Benedetto XIV. Con san Giovanni di Dio, tra l’altro, è patrono degli ospedali e dei malati dal 1886 e degli infermieri dal 1930. (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che hai dato al santo presbitero Camillo [de Lellis]
la grazia singolare della carità verso gli infermi,
per i suoi meriti infondi in noi lo spirito del tuo amore,
perché, servendoti nei fratelli, possiamo,
nell’ora della morte, presentarci fiduciosi al tuo cospetto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 13 Luglio 2026
 
Lunedì XV Settimana del tempo Ordinario
 
Is 1,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 (50); Mt 10,34-11,1
 
Avversione al male  - Cessate di fare il male - Catechismo della Chiesa cattolica: 1427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.  
1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato «animi cruciatus [afflizione dello spirito]», «compunctio cordis [contrizione del cuore]». 
1706 Con la sua ragione l’uomo conosce la voce di Dio che lo «chiama sempre [...] a fare il bene e a fuggire il male». Ciascuno è tenuto a seguire questa legge che risuona nella coscienza e che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. L’esercizio della vita morale attesta la dignità della persona.  
1776 «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore [...]. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore [...]. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria»
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni - Dal libro del profeta Isaia 1,10-17 - Manuel Semprini: Isaia fa ascoltare al popolo d’Israele la voce di Dio, che sembra non ammettere repliche quanto è sferzante e dura. A Dio non piacciono le “offerte inutili” di coloro le cui “mani grondano sangue”. Che senso può avere il culto reso a Dio, se poi alla perfetta liturgia non seguono azioni appropriate nella vita di tutti i giorni? Questa ipocrisia cultuale ricorda un po’ quella che denuncia Gesù nel vangelo di Matteo, quando, rivolgendosi alla folla, sottolinea con forza e biasimo il comportamento falso e subdolo degli scribi e dei farisei: «all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,28). 
Celebrare messe solenni, moltiplicare preghiere e litanie, cantare inni, non assumono un significato vero di fede se non sono accompagnati dall’apprendere “a fare il bene”. Non si tratta di partecipare con convinzione e autenticità alla Messa. Quello che il Signore mi chiede è ben altro. Devo imparare a vivere con e per gli altri, che non sono estranei, ma fratelli. Devo ricercare la giustizia, che non è un astratto principio etico, ma un agire in modo che chi è oppresso, abbandonato e solo sia raggiunto, sollevato e protetto.
Se agirò così, se la mia vita sarà ricca di amore, allora il mio sacrificio sarà gradito a Dio.
 
Vangelo
Nono venuto a portare non pace, ma una spada
 
Il Vangelo ci mette dinanzi a una scomoda e scorticante verità: per seguire il Maestro occorre rinnegarsi e per guadagnare la vita eterna bisogna rischiare la vita terrena. Seguire Gesù, fedeli fino alla morte, comporta privazioni e «spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli di un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui» (Felipe F. Ramos). L’ospitalità esaltata da Cristo, si farà cristiana quando nei pellegrini, spesso bisognosi di tutto, si coglieranno i tratti di Gesù (Eb 13,2). Un favore fatto ai piccoli, anche il più umile come un bicchiere d’acqua fresca, è da ritenersi fatto a Cristo. Nelle comunità cristiane, l’ospitalità sarà richiesta per essere iscritti nel «catalogo delle vedove» (1Tm 5,9-10).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,34-11,1
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
 
Parola del Signore.
 
Pace e spada -  Felipe F. Ramos: Abbiamo davanti a noi uno dei paradossi più vistosi. Sembrano parole in contrasto con le speranze nel Messia che doveva essere il principe della pace (Is 9,5); sono contrarie alle speranze di tutti gli uomini che lottano e lavorano per la pace; sono contrarie alla stessa parola di Gesù che ha proclamato beati tutti quelli che lavorano per la pace (5,9: saranno chiamati figli di Dio) e ha ordinato ai suoi discepoli di annunziare la pace.
È agevole uscire da questo tremendo paradosso? Naturalmente no, se lo si prende nel senso che gli è stato dato talvolta per giustificare la «guerra santa» o aspirazioni umane o intransigenze religiose. La spada o lotta portata da Gesù non è dichiarazione di guerra contro il resto dei mortali che non accettano la fede cristiana. I figli del tuono furono ripresi duramente per questa mentalità: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9,54-55) dissero; ma egli li rimproverò. Non si tratta della lotta dei discepoli contro altri uomini, ma di questi uomini contro i discepoli.
La spada-divisione è implicita nelle esigenze della presenza di Gesù. Lo stesso messaggio porta alla divisione: esige la rinunzia alle cose più amate, esige che nessuno e nulla sia al di sopra di lui nella scala dei valori che l’uomo deve trattare. Gerarchizzando questi valori, egli intende stare alla vetta; e non tutti, e anzi pochi sono disposti ad accettare questo criterio. Solo una fede profonda può farlo accettare. La divisione di cui si parla nel testo era già stata vissuta come esperienza nella Chiesa, subito dopo che il giudaismo ufficiale aveva lanciato il decreto di scomunica contro tutti quelli che avessero ammesso che Gesù era il Messia. Questo portò nelle famiglie la divisione a cui accenna il testo. Ma, al di sopra e al di là di questo livello sta l’esperienza della Chiesa, dei discepoli di Gesù che vogliono essere pienamente coerenti con la loro vocazione, con la chiamata del Signore e con le esigenze cristiane. L’esigenza che, a volte, è imposta ai discepoli di Gesù, di rinunziare a tutto e a tutti, anche alle cose più amate (8,22), va incontro all’incomprensione, alla divisione, alla lotta, la spada in azione, che è la stessa parola di Dio (Eb 4,12).
 
Per approfondire
 
Dio trionfa del male - Jules De Vaux (Dizionario di Teologia Biblica): Rivelandosi come salvatore, Dio annunziava già la sua futura vittoria sul male. Era ancora necessario che questa si affermasse in una forma definitiva, rendendo l’uomo buono e sottraendolo al potere del maligno (1 Gv 5, 18 s), «principe di questo mondo» (Lc 4, 6; Gv 12, 31; 14, 30).
1. Certamente Dio aveva già dato la legge, che era buona e destinata alla vita (Rom 7, 12 ss): praticando i comandamenti, l’uomo farebbe il bene ed otterrebbe la vita eterna (Mt 19, 16 s). Ma questa legge rimaneva per sé inefficace finché il cuore dell’uomo, prigioniero del peccato, non era mutato. Volere il bene è alla portata dell’uomo, ma non il compierlo: egli non fa il bene che vuole, fa il male che non vuole (Rom 7, 18 ss). La concupiscenza lo trascina quasi suo malgrado, e la legge, fatta per il suo bene, si volge in definitiva a suo danno (Rom 7,7. 12 s; Gal 3, 19). Questa lotta interiore lo lascia infinitamente infelice; chi dunque lo libererà (Rom 7,14-24)?
2. Solo «Gesù Cristo nostro Signore» (Rom 7,25) può cogliere il male alla radice, trionfandone nel cuore stesso dell’uomo (cfr. Ez 36,26 s). Egli è il nuovo Adamo (Rom 5,12-21), senza peccato (Gv 8,46), su cui Satana non ha alcun potere. Egli si è fatto obbediente fino alla morte di croce (Fil 2, 8). Ha dato la vita affinché le sue pecore trovino pascolo (Gv 10,9-18). Si è fatto «maledizione per noi, affinché mediante la fede ricevessimo lo Spirito promesso» (Gal 3,13s).
3. I frutti dello Spirito. - Rinunziando alla vita e ai beni terreni (Ebr 12, 2) ed inviandoci lo Spirito Santo, Cristo ci ha procurato così le «cose buone» che dobbiamo domandare al Padre (Mi 7, 11; cfr. Lc 11, 13). Non si tratta più dei beni materiali, come quelli che erano promessi un tempo agli Ebrei; sono i «frutti dello Spirito» in noi (Gal 5,22-25). Ormai l’uomo, trasformato dalla grazia, può «fare il bene» (Gal 6, 9 s), «fare opere buone» (Mt 5, 16; 1 Tim 6, 18 s; Tito 3, 8. 14), «vincere il male con il bene» (Rom 12, 21). Per divenire capace di questi beni nuovi, egli deve passare attraverso la spogliazione,«vendere i suoi beni» e seguire Cristo (Mt 19,21), «rinunziare a se stesso e portare la sua croce con lui» (Mt 10, 38 s; 16, 24 ss).
4. La vittoria del bene sul male. - Scegliendo di vivere in tal modo con Cristo per obbedire agli incitamenti dello Spirito Santo, il cristiano rompe la sua solidarietà con la opzione di Adamo. Quindi il male morale è veramente vinto in lui. Certamente le sue conseguenze fisiche e psicologiche rimangono finché durerà il mondo presente, ma egli si gloria delle sue tribolazioni, acquistando per mezzo di esse la pazienza (Rom 5, 4), stimando che «le sofferenze del tempo presente non sono da paragonarsi alla  gloria che deve rivelarsi» (8, 18).
Così, mediante la fede e la speranza, egli è già in possesso delle ricchezze incorruttibili (Lc 12, 33 s) che sono accordate per la mediazione di Cristo, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Ebr 9, 11; 10, 1).
Questo è soltanto un inizio, perché credere non è vedere; ma la fede garantisce i beni sperati (Ebr 11, 1), quelli della patria migliore (Ebr 11,16), quelli del mondo nuovo che Dio creerà per i suoi eletti (Apoc 21, 1 ss).
 
Jean Audusseau e Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica) - La croce, segno del cristiano - 1. La croce di Cristo. - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11, 8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli a quella del maestro.
Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10, 33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23, 34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12, 26).
2. La vita crocifissa. - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3, 1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2, 19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6, 14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3, 18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano. - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6, 6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2, 1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che
 
Giovanni Cassiano (Collationes XVIII, 1 6.4): ... nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua: e chi è più intimo di casa mia del mio proprio cuore? E tuttavia nessuno mi è più nemico di lui.
Ma se fossimo vigilanti i nostri nemici interiori non potrebbero colpirci, e se quelli di casa nostra cessassero di combatterci, la nostra anima pacificata potrebbe possedere il Regno di Dio. Infatti un altro uomo non riuscirebbe a ferirmi interiormente se il mio cuore privo di pace non mi mettesse in guerra contro me stesso. E se io vengo coinvolto dall’aggressività altrui, la colpa è solo della mia mancanza di serenità.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Enrico Imperatore - Enrico II è un esempio di rettitudine nell’arte del governare: per questo oltre che santo è patrono delle teste coronate. Nato nel 973 vicino a Bamberga, in Baviera, crebbe in un ambiente cristiano. Il fratello Bruno divenne vescovo di Augsburg (Augusta), una sorella si fece monaca e l’altra sposò un futuro santo, il re d’Ungheria Stefano. Enrico venne educato prima dai canonici di Hildesheim e, in seguito, dal vescovo di Regensburg (Ratisbona), san Wolfgang. Si preparò così all’esercizio del potere, cosa che avvenne dapprima quando divenne Duca di Baviera, e poi nel 1014 quando “già re di Germania e d’Italia” Papa Benedetto VIII, lo incoronò a guida del Sacro Romano Impero. Tra i consiglieri ebbe Odilone, abate di Cluny, centro di riforma della Chiesa. Enrico morì nel 1024. Fu lui a sollecitare l’introduzione del Credo nella Messa domenicale. (Avvenire)
 
-> O Dio, che con l’abbondanza della tua grazia
hai mirabilmente innalzato sant’Enrico
dall’esercizio della regalità terrena alla gloria celeste,
concedi, per sua intercessione, che tra le vicende
del mondo corriamo incontro a te con cuore puro.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 12 Luglio 2026
 
XV Domenica Del Tempo Ordinario
 
Is 55,10-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23
 
Il diavolo e il Magistero della Chiesa - Va subito detto che l’esistenza degli esseri spirituali incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, e il diavolo è un angelo, è una verità di fede (CCC 328) e in «quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali» (CCC 330).
Creati naturalmente buoni, da se stessi si sono trasformati in malvagi (Concilio Lateranense IV, 1215). Non sappiamo come, ma la Scrittura «parla di un peccato di questi angeli [Cf. 2Pt 2,4 ]. Tale “caduta” consiste nell’avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: “Diventerete come Dio” [Gen 3,5]. “Il diavolo è peccatore fin dal principio” [1Gv 3,8], “padre della menzogna” [Gv 8,44]» (CCC 392). Un peccato che non sarà mai perdonato, infatti a «far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell’infinita misericordia divina. “Non c’è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta come non c’è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte” [San Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2,4: PG 94, 877C]» (CCC 393).
Nella Bibbia e nel Magistero di Gesù si può cogliere la nefasta influenza (CCC 394) del principe di questo mondo (Gv 12,31; 16,11) e soprattutto della sua capacità di agire, e a volte con prepotenza e proditoria arroganza, anche se questa potenza non è infinita. Infatti, egli «non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del Regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo Regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni - di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica - per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina Provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma “noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” [Rm 8,28]» (CCC 395). Possono entrare nel raggio dell’azione diabolica sia uomini, animali e cose inanimate. Tra gli uomini agisce con la tentazione, l’ossessione o la possessione o attraverso altre manifestazioni tese ad atterrire o sfiancare la vittima. Può infestare case, campagne, stalle, conventi... A tanto spiegamento di forze l’uomo, rivestendosi dell’armatura di Dio (Ef 6,10ss), trova, sopra tutto, nella preghiera l’arma più potente per rigettare gli astuti assalti di Satana. Tra le preghiere eccelle il Padre nostro, lì dove chiediamo di essere liberati dal male, infatti, in «questa richiesta, il male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l’angelo che si oppone a Dio» (CCC 2851).
Ma a volte è necessario e utile fare ricorso all’esorcismo: «Quando la Chiesa domanda pubblicamente e con autorità in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influenza del maligno e sottratto al suo dominio, si parla di esorcismo ... L’esorcismo mira a scacciare i demoni o a liberare dall’influenza demoniaca, e ciò mediante l’autorità spirituale che Gesù ha affidato alla sua Chiesa» (CCC 1673).
I veri guai iniziano quando si nega o si prende sottogamba l’azione nefanda di Satana o quando ci si dimentica che Gesù ha dato alla sua Chiesa autorità e potenza per scacciare i demoni.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - La pioggia fa germogliare la terra. - «Al popolo di Dio in esilio, seriamente esposto a scoraggiamento e delusione nella sua fede, non bastava una vaga esortazione alla fedeltà. Proprio perché esistevano dubbi sulla potenza di Dio, il profeta ricorda la forza della parola-promessa di Dio salvatore e creatore, signore della storia come lo è della natura. Il c. 55 è tutto un invito di Dio ad Israele perché abbia fiducia nel Signore e si converta a lui, riprendendo coscienza dell’alleanza di Dio con lui e di lui con Dio» (Secondo Migliasso).
 
Seconda Lettura - L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. - Il mondo materiale, creato per l’uomo, partecipa al destino di quest’ultimo. Maledetto a causa del peccato di Adamo e di Eva (Cf. Gen 3,17) viene a trovarsi in una situazione di caducità e di finitezza. Ma come il corpo dell’uomo è destinato alla risurrezione e alla gloria, così anche il mondo sarà oggetto di redenzione e parteciperà alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. La filosofia greca «voleva liberare lo spirito dalla materia considerata come cattiva; il cristianesimo libera la stessa materia» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Il seminatore uscì a seminare.
 
La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (Cf. Lc 24,13ss).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,1-23
 
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono.
Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: 
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, 
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
 
Parola del Signore.
 
Ecco, il seminatore uscì a seminare - Il XIII capitolo di Matteo, con sette parabole, espone sotto diversi aspetti il mistero del regno e le sue vicissitudini. Il numero sette, che indica pienezza, è un numero molto caro a Matteo (Cf. 1,17; 5,3.5; 6,9; 18,22; 23,1). La parabola, nella Bibbia, è un racconto fittizio, ma verosimile, il cui intento è quello di illustrare un insegnamento morale o una verità dottrinale mediante un paragone. Da qui la possibile incomprensione del racconto parabolico da parte di molti, ma, sopra tutto, da parte di chi è mal disposto. L’accoglienza «positiva da parte del credente, come il rifiuto da parte del non credente, nei confronti del messaggio di Gesù, è in fondo l’effetto di intime disposizioni personali che condizionano l’ascolto. Si respinge il Signore non perché non si capisca il senso delle sue parabole, ma perché in ultima analisi manca la volontà di capirlo, si è mal disposto verso la persona stessa di Gesù» (A. S.- R. S). In questo modo, per «le anime ben disposte, al possesso dell’antica alleanza si aggiungerà il perfezionamento della nuova (Cf. Mt 5,17.20); alle anime mal disposte, verrà tolto anche quello che hanno, cioè la stessa legge giudaica che, lasciata a se stessa, diverrà caduca» (Bibbia di Gerusalemme).
La parabola del seminatore va intesa ricordando che l’aratura e la semina spesso costituivano un’unica operazione. Il seme «era sparso prendendolo da un cesto che veniva rifornito da un sacco legato sulla schiena di un asino [...]. Il seme veniva quindi fatto penetrare nel terreno con l’aratro, per evitare che fosse portato via dagli uccelli [Mt 13,4]. Questo sistema di semina sta alla base della parabola del seminatore in Matteo 13, dove si parla di un sentiero duro di rovi non ancora arati» (R. Gower).
Nella parabola del seminatore, Gesù suggerisce quattro tipi di terreno. Il primo è la strada: è l’immagine di colui che ascolta la parola, non la comprende e, a motivo della sua stoltezza, fa sì che il diavolo rubi ciò che è stato seminato. Il diavolo, il «dio di questo mondo» (2Cor 4,4), ha un progetto: non vuole che l’uomo si salvi e conoscendo la potenza della Parola di Dio è pronto a scendere in campo. Ma la parabola mette a nudo l’estrema impotenza del diavolo: infatti, egli riesce a rubare «ciò che è stato seminato nel cuore», non perché capace di farlo, ma per la negligenza dell’uomo.
L’affermazione, Quello che è stato seminato sul terreno sassoso, mette in relazione l’incostanza con la tribolazione o la persecuzione a causa della Parola. Praticamente, quando si vive una vita cristiana ovattata tutto va bene, si può essere anche gioiosi, ma quando la croce incomincia a far capolino, allora tutto cambia repentinamente. La parabola ritorna così a ricordarci una profonda comunione tra la fede e la croce. Il credente non può essere così ingenuo da pensare che gli verrà risparmiata la croce proprio da Colui che liberamente in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce (Eb 12,2) per la salvezza degli uomini. Cristo «chiama i suoi discepoli a prendere la croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice. Al di fuori della croce non vi è altra salvezza» (CCC 618).
Il seme caduto tra i rovi, mette in evidenza il ruolo negativo della preoccupazione del mondo e della seduzione della ricchezza nella vita dei discepoli: un ruolo negativo perché di fatto «soffocano la Parola ed essa non porta frutto» (Mt 13,28). È una condanna senza appello! Mentre per i due primi casi l’uomo può sempre mettersi in carreggiata, nel caso della preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza la creatura si avvia alla morte per soffocamento. Il Signore Dio concede la grazia e non violenta l’uomo, il quale deve corrispondere liberamente. Chi risponde con generosità riceve ulteriore grazia, arricchendosi così ogni giorno di più in grazia e santità. Chi invece la respinge, muore soffocato nel suo egoismo.
Alla fine c’è il terreno buono. Con questa immagine Gesù vuol dirci che l’uomo può farcela perché Dio lo vuole. Basta aprirsi al suo Amore, basta credere alla sua Parola. Basta accogliere con fiducia la Parola che Dio, per bocca del profeta Isaia, rivolge al suo popolo: «Credetemi, pare che voglia dire Yahveh, la mia parola è efficace. Tutto quello che vi dico, è vero. Come la pioggia che scende dal cielo non torna lassù senza aver inzuppato e fecondato la terra, così la mia parola non torna a me senza aver adempiuto il suo compito. La parola di Dio è il piano di Dio, i suoi eterni disegni di salvezza, piano e disegni che si sono realizzati in Cristo, sua parola incarnata» (Epifanio Callego).
Se per il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel «l’essere degli uomini coincide con la loro produzione», per Cristo coincide nella capacità di ascoltare la Parola di Dio, nella capacità di farsi dono, nella capacità di non farsi soffocare dal mondo per puntare decisamente sulle cose che non passano, sui valori eterni: la grandezza dell’uomo sta nel sapere ascoltare e nell’accogliere la Parola che lo fa «officina omnium, medietas, adunatio [elaborazione, mediazione, sintesi di ogni cosa]» (Massimo il Confessore).
 
Per approfondire
 
Giorgio Giordani e Sergio Lanza (Satana in Schede Bibliche Pastorali Vol. VII) - Satana il ribelle e il mentitore - Nell’AT la figura di Satana viene appena abbozzata (anzi lascia aperti numerosi interrogativi circa la propria identità, circa le relazioni che lo legano alle altre potenze demoniache nominate nell’AT) e non si presenta come un essere fondamentalmente cattivo, tanto che il motivo stesso della sua avversione rimane nell’oscurità più completa. Nel NT invece la sua figura assume i tratti di un essere radicalmente negativo, e alla domanda perché egli lotti contro Dio e le sue opere si dà una risposta precisa: è il ribelle e il mentitore.
Il combattimento che egli ingaggia per trascinare l’uomo con sé nell’avversione a Dio non è altro che il proseguimento sulla terra di una furiosa battaglia tra Michele e i suoi angeli e il Dragone e la sua corte: «Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: ... Ma guai a voi terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo» (Ap 12,7-10a.12b).
Il motivo della sua ribellione sta nel fatto che «non si è attenuto alla verità» (Gv 8,44), cioè non ha accettato la propria condizione di creatura «perché la verità non era in lui. Quando dice il falso parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna» (Gv 8,44).
Ciò non significa, evidentemente, che Dio abbia creato un essere malvagio perché egli, chiamando tutte le cose all’esistenza, le ha dichiarate buone (Gn 1,3ss; Sap 14). Ciò significa piuttosto che egli si è opposto al piano di Dio, perché ha rifiutato la parola della rivelazione rivolta a lui, si è posto a capo degli «angeli che non conservarono la loro dignità, ma lasciarono la propria dimora ... così come Sodoma e Gomorra e le città circonvicine» (Gd 6-8). Il suo stile si riconosce nelle opere negative degli uomini che «hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore» (Rm 1,25), coloro che si pongono nella condizione di non poter ascoltare la parola di Cristo perché hanno per padre il diavolo (cf. Gv 8,44).
«Egli è stato omicida fin dal principio» (Gv 8,44). L’intima connessione tra Satana peccato-morte appare in numerosi testi del NT, di cui quello di Giovanni or ora citato costituisce l’esempio più significativo nella sua formulazione lapidaria e sintetica. Già verso la fine della rivelazione veterotestamentaria si era introdotto un pensiero di questo tipo, quando l’autore del libro della Sapienza, rileggendo il testo di Gn 3, dopo aver detto che «Dio creò l’uomo per l’immortalità, lo fece a immagine della propria natura» (Sap 2,23; cf. 1,13), afferma: «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24).
In questa prospettiva si può capire l’esortazione di Cristo ai discepoli: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28), e la raccomandazione di Giovanni a non seguire l’esempio di Caino «che era maligno e uccise suo fratello».
Ma è soprattutto nelle lettere di Paolo che questo pensiero viene ripreso e sviluppato, con la costante preoccupazione di far risaltare la vittoria di Cristo su Satana peccato-morte. Notissima è il testo di Rm 5,12ss che presenta uno schizzo della storia della salvezza: rileggendo Gn 3 e Sap 2,24, Paolo sottolinea la relazione peccato-morte, mettendone in risalto il rapporto di stretta causalità. Ma egli è soprattutto preoccupato di mettere in evidenza la ricchezza sovrabbondante della redenzione operata da Cristo: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato ... Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,12 e 15).
La missione di Cristo è quella di sconfiggere Satana e esautorare il suo dominio sul regno della morte. Egli si è fatto uomo, ha assunto in tutto la condizione umana, «ne è divenuto partecipe, al fine di ridurre all’impotenza mediante la morte colui che ha il potere della morte, cioè il diavolo, e rendere liberi quelli che per timore della morte erano soggetti a servitù per tutta la vita» (Eb 2,14- 15). Per questo Paolo può esclamare con una speranza che è già fiduciosa certezza: «Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno» (2Ts 3,3).
Ancora più radicale Giovanni che considera i cristiani come coloro che, sebbene ancora sollecitati da tante tentazioni e difficoltà, pure possono considerarsi legittimamente vincitori, perché hanno conosciuto «colui che è dal principio» e hanno «vinto il maligno» (lGv 2,13-14).
 
José Antonio Fortea (Summa Daemoniaca) - Questione 54: I demoni possono unire e concentrare i loro sforzi per influire in una società? Il grande potere del demonio è la tentazione. E dato che i demoni comunicano tra di loro, possono mettersi d’accordo per tentare nella stessa direzione. Nel 1932 i demoni si resero perfettamente conto che per portare a termine i loro piani la cosa migliore era tentare la gente per far sì che desse il suo voto a quel candidato abbastanza sconosciuto, che era Hitler. Questo significa che la sua ascesa al potere avvenne grazie ai demoni? No, ma senza dubbio ricevette il loro aiuto.
Allo stesso modo, bisogna ricordare che i santi Padri dei primi secoli della Chiesa, quando trattavano il tema delle persecuzioni contro i Cristiani, segnalarono come prima e principale causa della persecuzione l’influenza dei demoni tanto sulle masse popolari che sui governanti.
Un altro esempio, ma ce ne sarebbero in abbondanza, su quanto stiamo dicendo, è quello del cardinale Nasalli Rocca quando scrisse nella sua Lettera Pastorale di quaresima (Bologna, 1946) che il segretario del Papa, monsignore Rinaldo Angeli, gli aveva raccontato varie volte come Leone XIII aveva avuto una visione degli spiriti infernali che si concentravano su Roma, e che questa fu l’origine della preghiera che volle si recitasse in tutta la Chiesa, e che fu trasmessa agli Ordinari nel 1886.
Sì, effettivamente anche i demoni hanno le loro strategie e si mettono d’accordo per portarle a termine.
Possono concentrarsi in un luogo determinato. Fanno nascere ambizioni in tutte le anime, ma sanno bene, molto bene, che alcune persone hanno la facoltà di trascinarne altre, grazie alla loro cultura, al loro potere o al loro denaro. E pertanto le forze del male sono coscienti del fatto che queste elites sono in particolar modo desiderabili.
In politica i demoni non sono mai neutrali, analizzano la situazione e sono sicuri di quali siano le persone che più favoriscono le loro strategie.
Fortunatamente il bene ha dalla sua gli angeli e tutte le persone che con la loro preghiera mandano all’aria i piani delle tenebre. Per questo l’orazione e il sacrificio sono così importanti.
I monasteri, le persone che pregano, sono le forze indivisibili che non solo contrasteranno il potere dell’inferno in questo mondo, ma che invieranno, in sovrabbondanza, ogni tipo di benedizione su di noi.
Questa lotta invisibile tra i poteri spirituali, non ci deve però farci dimenticare che gli autori della nostra storia siamo noi. Tutte queste forze invisibili del male sono solo un’influenza. Alla fine ognuno di noi uomini fa ciò che vuole ed è responsabile delle proprie azioni. Neanche tutti i demoni del mondo, uniti, possono obbligare qualcuno, anche se peccatore, a prendere una decisione, quando egli abbia già deciso di fare diversamente.
Il potere della preghiera è forte come quello degli eserciti più grandi, o delle fortune più incredibili.
Una sola persona umile e sconosciuta, con la sua preghiera può evitare guerre, può evitare che ideologie politiche maligne arrivino al potere, etc., etc. Solo i demoni sanno fino a che punto sia temibile per loro il semplice fatto di pregare.
 
Tommaso d’Aquino (Super ev. Matth., XIII, 1085): Il seminatore è il Figlio che uscì dal Padre per venire a seminare nel mondo (Gv. 16,28). Cristo uscì in tre modi: dal segreto del Padre, pur continuando a rimanere in Lui; dalla Giudea alle genti, e dal profondo della Sapienza alla predicazione pubblica della dottrina, che è il seme della Parola di Dio.
 
Testimoni di Cristo - Ermagora e Fortunato Martiri - Fu san Marco evangelista, inviato da san Pietro ad Aquileia, a portare Ermagora - neo convertito - a Roma da san Pietro, convinto che fosse di «vir christianissimus et elegans persona» (uomo di salda fede e persona corretta). Ritornato in patria, Ermagora continuò a predicare con fervore, compiendo miracoli, battezzando, ordinando sacerdoti e diaconi, inviando missionari nelle città della regione aquileiese. Insediatosi il nuovo preside, Sebasto, i sacerdoti pagani gli chiesero di intervenire nei confronti di Ermagora, colpevole di sedurre il popolo con la nuova religione e di allontanarlo dai templi degli dei romani.
Ermagora venne così arrestato e invitato ad offrire agli idoli: di fronte al suo rifiuto, fu torturato a tal punto che il popolo stesso chiese di sospendere tale crudeltà. Durante la prigionia egli non smise mai di parlare di Cristo tanto che Ponziano, suo carceriere, chiese il battesimo. Considerando che ormai sentiva vicina la sua fine, indicò il suo diacono Fortunato quale suo successore, ma alla fine il preside Sebasto li martirizzò entrambi. I loro corpi furono raccolti da Ponziano, Gregorio e Alessandria e sepolti nel recinto funerario di quest’ultima, in un cimitero non lontano dalle mura della città. Tutti i malati che si recavano a venerarne la tomba riacquistavano la salute.
Il racconto della vita dei santi Ermagora e Fortunato è oggi custodito nella cripta della basilica di Aquileia da affreschi del XII secolo, dove in venti episodi è narrata la passio dei santi martiri. (Vatican News)
 
O Padre, che continui a seminare
la tua parola nei solchi dell’umanità,
accresci in noi, con la potenza del tuo Spirito,
la disponibilità ad accogliere il Vangelo,
per portare frutti di giustizia e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.