7 Settembre 2026
 
XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 1,5-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 5; Lc 6,6-11
 
Guidami, Signore, nella tua giustizia (SalR) - Giustizia di Dio - Catechismo della Chiesa Cattolica: 271 L’onnipotenza divina non è affatto arbitraria: «In Dio la potenza e l’essenza, la volontà e l’intelligenza, la sapienza e la giustizia sono una sola ed identica cosa, di modo che nulla può esserci nella potenza divina che non possa essere nella giusta volontà di Dio o nella sua sapiente intelligenza».  
1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. 
1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.  
1953 La legge morale trova in Cristo la sua pienezza e la sua unità. Gesù Cristo in persona è la via della perfezione. È il termine della Legge, perché egli solo insegna e dà la giustizia di Dio: «Il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede» (Rm 10,4).  
1987 La grazia dello Spirito Santo ha il potere di giustificarci, cioè di mondarci dai nostri peccati e di comunicarci la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo e mediante il Battesimo:
«Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,8-11). 
 
Liturgia della Parola
 
I lettura - AI Overview: 1 Corinzi 1,5-8, l’apostolo Paolo ringrazia Dio perché i cristiani di Corinto sono stati arricchiti in Cristo di ogni dono di parola e di scienza. Egli ricorda che essi non mancano di alcun carisma in attesa della manifestazione del Signore, il quale li renderà saldi e irreprensibili sino alla fine.
Temi principali dei versetti
I doni spirituali: La comunità ha ricevuto pienezza di grazia, parola e conoscenza.
L’attesa del ritorno di Cristo: I credenti vivono orientati alla rivelazione finale del Signore.
La fedeltà di Dio: È Dio che rende saldi i credenti per farli trovare irreprensibili nel giorno del giudizio. [1, 2] 
 
Vangelo
Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.
 
Al centro della ennesima polemica è la violazione del riposo sabbatico. Nel rispondere ai suoi avversari, Gesù sembra riferirsi ad una regola della legge rabbinica secondo cui un grave pericolo di vita permetteva di trasgredire la prescrizione del riposo sabbatico, ma a ferire il suo cuore è l’indifferenza degli astanti, incapaci di avere pietà di un uomo che soffre, altamente invalido. Alla misericordia e alla pietà di Gesù i farisei rispondono con sentimenti d’ira verso la sua persona: Ma essi, fuori di sé dalla collera ..., possiamo dire che questa è la vera immagine dei farisei. Pur essendo uomini dotti e profondi esegeti della Legge sono caduti, nonostante ogni loro merito, in un difetto: nello studio cercano se stessi, non Dio e la sua volontà, e nemmeno la verità.
Ecco perché quando si incontrano con la Verità la loro prima reazione è la polemica, poi il rigetto, infine l’odio impastato di insani progetti: discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù. Il sesto capitolo del Vangelo di Luca si apre con l’odio e si chiude con l’amore verso i nemici: questa è la nuova Legge, quella dell’amore, che mette il discepolo in ascolto di Dio e dell’uomo.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,6-11
 
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Guarendo in giorno di sabato un uomo che aveva la mano paralizzata, Gesù ribadisce quanto appena detto: è il Signore del sabato e subordina al bene dell’uomo la sua osservanza.
Frasi come «il sabato è per l’uomo» si possono trovare anche nel giudaesimo. Si tramanda, ad esempio, un detto di R. Shimon b. Mensaja: «Il sabato è affidato a voi, non voi al sabato». Ma questo detto aveva valore nel caso di imminente pericolo di vita. Era ammesso in giorno di sabato salvare la vita con la fuga, portare aluto a un uomo in pericolo o a una donna colta dai dolori del parto o in caso di incendio, e così Via. Ma nel caso di Gesù non c’è traccia di urgente necessità. Il suo gesto non è un’eccezione alla regola, ma cambia il quadro teologico della regola. Scribi e farisei lo osservano per accusarlo. Gesù conosce i loro pensieri (il tempo verbale suggerisce che li conosceva già da tempo!) e li sfida, guarendo l’ammalato con il massimo di pubblicità: «Sta qui al centro». Nelle precedenti controversie sono gli scribi che pongono domande ai discepoli o direttamente a Gesù, qui è Gesù che pone loro una domanda. Ma non rispondono. Sono persone che non si lasciano interrogare né intendono discutere. Hanno già deciso (6,11).
 
Per approfondire
 
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù - L’ira dell’uomo - Condanna dell’ira - Xavier Léon-Dufour (Diionario di Teologia Biblica): Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro, sia egli geloso come Caino (Gen 4,5), furioso come Esaù (Gen 27,44s), o come Simeone e Levi che vendicano in modo eccessivo l’oltraggio fatto alla loro sorella (Gen 49,5ss; cfr. 34,7-26; Giudit 9,2): quest’ira porta ordinariamente all’omicidio.
A loro volta i sapienziali biasimano la stoltezza dell’iracondo (Prov 29,11) che non controlla il «soffio delle narici», secondo l’immagine originale, ma ammirano il sapiente che ha «il fiato lungo», in opposizione all’impaziente «dal fiato corto» (Prov 14,29; 15,18).
L’ira genera l’ingiustizia (Prov 14,17; 29,22; cfr. Giac 1,19s) Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’ira al suo effetto abituale, l’omicidio (Mt 5,22). Paolo quindi la giudica incompatibile con la carità (lCor 13,5): è un male puro e semplice (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio (1Tim 2,8; Tito 1,7).
Le sante ire - Tuttavia, mentre gli stoici riprovavano ogni impeto di collera in nome del loro ideale di «apàtheia», la Bibbia conosce «ire sante» che esprimono in concreto la reazione di Dio contro la ribellione dell’uomo. Così Mosè contro gli Ebrei quando mancano di fede (Es 16,20), apostatano all’Horeb (Es 32,19.22), trascurano i riti (Lev 10,16) o non osservano l’anatema sul bottino (Lev 31,14); così Finehes di cui Dio loda lo zelo (Num 25,11); Così Elia che massacra i falsi profeti (1Re 18,40) o fa cadere il fuoco sugli emissari del re (2Re 1,10.12); così Paolo ad Atene (Atti 17,16). Dinanzi agli idoli, dinanzi al peccato, questi uomini di Dio sono, al pari di Geremia, «ripieni dell’ira di Jahve» (Ger 6,11; 15,17), annunziando imperfettamente l’ira di Gesù (Mc 3,5). Senza paradosso, Dio solo può adirarsi. Così, nell’Antico Testamento, i termini di ira sono usati per Dio circa cinque volte più che per l’uomo. Paolo, che tuttavia dovette incollerirsi più d’una volta (Atti 15,39), consiglia con saggezza: «Non fatevi giustizia da soli; lasciate fare all’ira divina, perché sta scritto: a me la vendetta, io darò la giusta paga, dice il Signore» (Rom 12,19). L’ira non è compito dell’uomo, ma di Dio.
L’ira di Gesù - Ma più terribile di questo linguaggio ispirato, più tragica dell’esperienza dei profeti schiacciati tra Dio santo ed il popolo peccatore, c’è la reazione d’un uomo che è Dio stesso. In Gesù l’ira di Dio si rivela. Gesù non si comporta come uno stoico che non si turba mai (Gv 11, 33); egli comanda con violenza a Satana (MI 4,10; 16,23), minaccia duramente i demoni (Mc 1,25), è fuori di sé di fronte all’astuzia diabolica degli uomini (Gv 8,44), e specialmente dei Farisei (Mt 12,34), di coloro che uccidono i profeti (Mt 23,33), degli ipocriti (Mt 15,7). Come Jahve, Gesù si adira contro chiunque si leva contro Dio. Gesù rimprovera pure i disobbedienti (Mc 1,43; Mt 9,30), i discepoli di poca fede (Mt 17,17). Soprattutto si adira contro coloro che, come il fratello maggiore geloso del prodigo accolto dal Padre delle misericordie (Lc 15,28), non si mostrano misericordiosi (Mc 3,5). Infine Gesù manifesta l’ira del giudice: come il signore del banchetto (Lc 14,21), come il padrone del servo spietato (Mt 12,34), egli preannunzia sventura alle città che non si pentono (Mt 11,20s), scaccia i venditori dal tempio (Mt 21,12s), maledice il fico sterile (Mc 11,21). Come l’ira di Dio, così anche quella dell’agnello non è una parola vana (Apoc 6,16; Ebr 10,31).
 
Don Dolindo Ruotolo (I Quattro Vangeli): Non è senza una profonda ragione che il Sacro Testo dice ripieni di rabbia quelli che complottavano contro Gesù. È questa infatti una caratteristica dei persecutori, una nota inequivocabile che li distingue: sono presi da vera pazzia, non ragionano, sono violenti, sono crudeli, e con le loro stesse mani si rovinano e rovinano i loro popoli. La pazzia non di rado, e diremmo quasi sempre, è un frutto diabolico, o per lo meno è sfruttata da satana per i suoi loschi fini. I pazzi portano spiccati i segni particolari di satana: l’orgoglio, la malignità, l’ira, l’irruenza e l’impurità.
Ora i persecutori della Chiesa sono orgogliosi perché pretendono d’imporre le loro stoltissime idee; maligni perché ricorrono a tutti i mezzi della seduzione; iracondi, perché irrompono internamente con l’odio implacabile contro ciò che è bene, ed irruenti perché si servono della forza barbaramente.
La loro vita, poi, è tutta un cumulo di impurità, e proprio per questo avversano la Chiesa, fiera condannatrice d’ogni degradazione. Come satana, essi avversano il bene e promuovono il male, odiano la virtù e sublimano il vizio, amano il sangue e sono omicidi scellerati sotto l’ orpello delle leggi da essi stessi formate per dare un’ apparenza giuridica alle loro malvagità.
Dio però li confonde, e si serve spesso delle più umili forze per gettarli giù da un piedistallo che sembrava loro tetragono ad ogni potenza.
Uno sguardo solo della sua giustizia basta a sgominarli ed essi presto o tardi pagano il filo dei loro delitti e finiscono nell’ obbrobrio.
Oggi che i persecutori della Chiesa dolorosamente sono molti, e spesso più violenti e sanguinosi degli antichi, non dobbiamo scoraggiarci ma pregare, perché la preghiera o li converte o li elimina. Dio mostra fino all’evidenza proprio nelle persecuzioni che Egli è padrone dei tempi e degli uomini, ed al momento opportuno si leva, compie i suoi disegni, e come vasi di creta riduce in frantumi i disegni dei perfidi.
 
Gesù respinge l’interpretazione dei farisei - Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 5,39: Vi sdegnate contro di me, perché di sabato ho risanato un uomo intero? (Gv 7,23). Perciò in questo punto fece scorrere gli umori salutari di opere buone entro quella mano, che Adamo aveva steso per spiccare i frutti dell’albero proibito, affinché essa, inariditasi per il peccato, fosse guarita dalle buone opere. E su tale argomento Cristo redarguisce i Giudei, perché profanavano con interpretazioni distorte i comandamenti della Legge, giudicando che di sabato bisognasse riposare anche dalle opere buone, mentre la Legge ha anticipato nel presente l’immagine del futuro, quando senza dubbio ci sarà lavoro non per le azioni cattive, ma per quelle buone. Infatti, benché le opere di questo mondo stiano in riposo fu tuttavia il riposare nella lode di Dio non è un atto privo di opera buona.
 
Testimoni di Cristo - Beato Claude-Barnabas Laurent de Mascloux, Sacerdote e Martire: Claude-Barnabas Laurent de Mascloux nacque a Dorat, con tutta sicurezza l’11 giugno 1735, giorno in cui fu battezzato. Fu ordinato sacerdote nel 1759 e venne nominato canonico della collegiata della sua città natale, come due suoi fratelli.
Lo scoppio della Rivoluzione francese portò, tra l’altro, alla soppressione dei capitoli religiosi. I fratelli Laurent si rifiutarono di prestare giuramento sulla Costituzione Civile del Clero, per cui il Consiglio generale del distretto di Dorat ordinò d’imprigionare loro e molti altri sacerdoti il 14 maggio 1793.
Vennero tutti condotti a Limoges e detenuti a La Visitation, da cui, più tardi, Claude venne condotto a La Regle. Tutti i suoi beni, mobili e immobili, gli vennero confiscati. Condannato alla deportazione, partì con i fratelli verso Rochefort il 25 febbraio 1794.
Venne imbarcato sulla nave-deposito, impropriamente detta pontone, «Les Deux-Associés». L’imbarcazione non partì mai, sia perché fatiscente, sia perché il blocco navale imposto dall’esercito francese impediva di salpare in mare aperto.
Morì nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1794, affrontando la morte con calma e rassegnazione.
Fu beatificato dal Papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, compreso in un elenco di sessantaquattro sacerdoti e religiosi, i soli, fra quanti erano deceduti nei pontoni di Rochefort, di cui si era potuta reperire sufficiente documentazione. (Autore: Emilia Flocchini)
 
Il tuo aiuto, Signore Dio nostro,
ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 6 Settembre 2026
 
Domenica XXIII del Tempo Ordinario
 
Ez 3,1.7-9; Salmo responsoriale Dal Salmo 94 (95); Rm 13.8-10; Mt 18,15-20
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - San Paolo riconduce tutti gli obblighi - tutti i rapporti con i propri simili all’amore (1Cor 13, 1-8; Gal 5, 14), che quindi rappresenta il pieno compimento della legge (II; cfr. col 25 dom. ord.).
Gesù nel vangelo di oggi fa un’applicazione assai importante di questa norma universale e fondamentale, da lui stesso enunciata in modo categorico. (Mt 22, 34-40; Gv 13, 34). Vuole che l’amore per il prossimo si manifesti anche con la correzione fraterna a tutti i livelli: nell’incontro individuale, davanti a testimoni, con l’intervento dell’assemblea. Si tratta di guadagnare il fratello, cioè di operare il suo vero bene (III).
Il disinteressarsi dell’elevazione specialmente morale e spirituale del prossimo è segno di egoismo ed è una negazione del vero amore. Una particolare sollecitudine per il progresso dei singoli e della collettività è quella che deve qualificare quanti hanno un’autorità. L’autorità infatti è un’incombenza che direttamente o indirettamente viene da Dio (Rm 13, 1-7) ed è da lui destinata al bene della comunità e dei singoli.
Chi ha il mandato di curare lo sviluppo dei valori umani nell’ambiente in cui è stato posto, deve farsi tramite chiaro e fedele della voce di Dio, deve ammonire con fermezza a rispettare questa suprema norma di ogni verità, moralità e ordine. Spetta soprattutto a lui poi denunciare coraggiosamente ogni deviazione e, se ne ha i mezzi e la facoltà, farla rientrare.
Chi ha responsabilità su altri e trascura di migliorare ad ogni livello i suoi fratelli, è imputabile in certa misura delle loro deficienze e dei loro errori, e ne deve rendere conto a Dio. È questo il senso del messaggio-oracolo pronunciato per bocca di Ezechiele.
Mosè cd Aronne erano i capi del popolo eletto. Ma nel celebre episodio di Massa e Meriba non seppero rintuzzare con la necessaria energia, l’incredulità e l’infedeltà dei loro connazionali e ciò tornò a scapito dell’onore divino. Furono perciò puniti con l’esclusione dalla terra promessa (Es 17, 1-7; Nm 20, 10-13. 24; 27, 14; Dt 3, 26; 4, 21; 32, 51).
Di questo fatto esemplare e ammonitore vuol essere richiamo il salmo 94, specialmente là dove dice: « Non indurite il vostro cuore come a Meriba ... ». Il riferimento è al popolo, ma anche ai suoi capi. Nella liturgia l’ammonimento vale ugualmente per tutti.
Tutti sono obbligati all’ascolto della parola di Dio (I, SalRs, III). Inoltre il profeta, la guida della comunità ed ogni fratello devono farsi latori efficaci di questa parola a chi non la conosce o a chi non l’ascolta, e devono essere anche amorevoli e prudenti ammonitori per chi non l’osserva, sempre in ordine all’onore di Dio e al bene dei fratelli (I, SalRs, III).
Il vangelo di oggi non parla solo della correzione fraterna, ma riporta anche la celebre frase relativa al conferimento della potestà di legare e di sciogliere. È quel medesimo potere di riconciliare o no con Dio di cui parla san Paolo (cfr. CaVa = 2 Cor 5, 19).
Proseguendo nei suo discorso, Gesù assicura l’esaudimento della preghiera comunitaria in grazia della sua presenza. Egli infatti è il Vivente che si affianca a coloro che pregano insieme nel suo nome, e intercede per loro (Eb 7, 25; 1 Gv 2, 1). L’esortazione all’accordo e affiatamento nella preghiera ci riconduce al tema di fondo dell’amore vicendevole. Troviamo un’illustrazione teologica di questa dottrina nella colletta. Qui si considerano i cristiani tutti figli adottivi di Dio in grazia del Salvatore e dello Spirito Santo. Sono quindi tutti fratelli. L’orazione sulle offerte domanda a Dio di rafforzare. Insieme alla fedeltà, anche la concordia dei suoi figli.
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: Il profeta Ezechiele, come una sentinella, deve vegliare sulla condotta morale e religiosa del suo popolo e deve essere pronto a denunciare ogni trasgressione. E non può disinteressarsi della condotta dei giusti e degli empi poiché la loro sorte, vita o morte, è legata al suo annuncio. Da questa diligenza dipende anche il destino del profeta. Ezechiele non ha il compito di fare il giudice o il censore, ma ha quello di destare l’attenzione, di invitare alla conversione e di responsabilizzare tutti e ciascuno di fronte ai segni dei tempi che manifestano la volontà di Dio.
 
II lettura: L’amore è l’unica cosa di cui praticamente si deve occupare il cristiano nel suo comportamento verso il prossimo, ciò perché la carità porta a compimento e allo stesso tempo sintetizza tutta la Legge, sia quella Antico Testamento che quella del Nuovo Testamento.
 
Vangelo
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.
 
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
Parola del Signore.
 
Va’ e ammoniscilo - Il diciottesimo capitolo viene denominato «discorso ecclesiastico», perché raccoglie le direttive date da Gesù ai suoi discepoli atte a regolare la vita della comunità. Questa domenica si proclamano i versetti riguardanti la correzione fraterna e la preghiera in comune che assicura in mezzo ai credenti la presenza del Risorto. Comunione e Presenza che rendono infallibile la preghiera dei cristiani.
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo... Il brano evangelico mette in evidenza la prassi da seguire nel delicato ma vitale problema della correzione fraterna; essa dovrà rispettare un iter ben preciso: inizialmente, la correzione sarà privata, tra fratello e fratello; se lo scopo non è raggiunto segue quella semipubblica, davanti a una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni; ad un ulteriore fallimento, segue quella pubblica, davanti alla comunità; se anche questo terzo tentativo fallisce, allora, il fratello dovrà essere considerato come il pagano e il pubblicano. In quest’ultima soluzione non vanno colti sentimenti di vendetta o di acrimonia o di disprezzo, ma solo la condanna del peccato e il tentativo di guadagnare il fratello.
Questa prassi si consolidò nella Chiesa. Fu seguita anche dall’Apostolo Paolo quando dovette affrontare il caso dell’incestuoso della comunità di Corinto (Cf. 1Cor 5,5; Cf. Gal 6,1; 2Ts 3,15; 2Tm 2,25).
Il rimprovero o la pena sono finalizzati sempre, anche nei casi estremi come la scomunica, a muovere il colpevole al pentimento e alla salvezza finale (Cf. 2Ts 3,15). Però, vada bene inteso che il potere e l’autorità di correggere vengono sempre e soltanto da Dio, il quale promette di ratificare in Cielo quanto è stato deciso in terra dalla Chiesa.
Quindi non è un potere selvaggio perché vale per tutti, membri e capi, il detto di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: “Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,41-42).
La potestà di sciogliere e di legare, che era stata già conferita a Pietro (Cf. Mt 16,19), è estesa a tutta la comunità locale. Il campo di «questo potere è illimitato e riguarda l’interpretazione autorevole dell’insegnamento di Gesù e la disciplina della Chiesa, con il diritto di escludere uno dalla comunità qualora si renda indegno. Non si tratta quindi di un’autorità puramente dottrinale, ma anche disciplinare. Tale potere risiede interamente nel Cristo, che l’ha ricevuto dal Padre. Ma egli ora trasmette tale potestà ai discepoli. Le loro decisioni sono convalidate in cielo» (Angelico Poppi).
La pericope che chiude il Vangelo ha come tema la «preghiera in comune».
... se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa...: il verbo symphoneo usato qui indica lo spirito di pace e di concordia che si stabilisce tra i fratelli quando si mettono d’accordo per chiedere qualunque cosa al Padre celeste. Tale sinfonia di pace e di concordia dovrà essere l’elemento fondante della preghiera comunitaria, senza tale sinfonia si scivola in una preghiera formale e ipocrita.
L’efficacia della preghiera è garantita dalla presenza di Gesù: la preghiera cristiana è rivolta al Padre che è nei cieli, «ma passa attraverso la mediazione del Cristo, da cui attinge la sua efficacia. La presenza mistica del Cristo in mezzo ai suoi rievoca la dottrina veterotestamentaria della sekinah, “dimora” di Dio in mezzo al suo popolo. Simile a questo detto evangelico è una sentenza rabbinica del sec. II d.C. che dice: “Se due siedono avendo fra loro le parole della Legge, fra essi v’è la sekinah”» (Angelo Lancellotti). Questo ultimo detto riafferma così un principio cardine sul quale poggia l’intera comunità cristiana: solo la comunione fraterna e la preghiera sinfonica fatta nel nome di Gesù assicurano la Presenza del Risorto in mezzo ai suoi discepoli.
 
Per approfondire
 
La carità fraterna -  C. WIENER (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede ... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l'amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d'amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
 
Se il tuo fratello commetterà una colpa ...  - Il precetto evangelico non è nuovo nella sua sostanza, ma è già presente nell’insegnamento veterotestamentario. L’autore del libro dei Maccabei così scrive nella sua opera: «Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo» (2Mac 6,12). E nel libro dei Proverbi leggiamo: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione» (Pro 3,11).
A comprova che tali massime annunciano già la morale del Vangelo, si può notare che questa ultima raccomandazione è ricordata dall’autore della Lettera agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui... È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (12,5-8).
Se chi odia il rimprovero è uno stupido (Pro 12,1), chi ama e accoglie con gioia la correzione dell’Onnipotente è beato: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (Gb 5,17).
Il padre, modellando la sua condotta e la sua autorità su questi esempi divini, non deve risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuote con il bastone non morirà (Prov 23,13), e al dire di Salamone: «La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre» (Pro 29,15).
Dal monito evangelico si evince che i cristiani, come dovere precipuo, devono imparare a praticare la correzione fraterna come comunione di amicizia e aiuto fraterno. È un dovere primario perché la correzione fraterna, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, è una chiave eccellente per spalancare la porta della conversione: «La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale...» (CCC 1435).
Al dire di San Tommaso d’Aquino, la correzione fraterna è una eccellente elemosina spirituale, che aiuta il prossimo a correggere i suoi difetti (cf. Somma Teologica II-II, 28-33). E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che «la carità esige la generosità e la correzione fraterna» (1829).
Certamente, si «richiede molta prudenza nello scegliere il momento opportuno ed i mezzi adatti affinché la correzione raggiunga realmente il suo scopo»  (ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, 262). E se spostiamo questa elemosina spirituale in un ambito prettamente gerarchico, non solo «i superiori sono tenuti ad esercitare questa virtù verso i loro sudditi, ma anche i sudditi verso i loro superiori, purché si osservino le dovute attenzioni e si possa fondatamente sperare qualche frutto; diversamente sono dispensati dalla correzione e debbono astenersi effettivamente dal farla. I superiori invece hanno l’obbligo di correggere i sudditi, applicando le sanzioni del caso a chi resistesse, per salvare l’ordine della giustizia e promuovere il bene comune» (ibidem).
Elemosina spirituale, non un potere selvaggio per strapazzare i fratelli, quindi, no ai giudizi temerari, sì alla carità, alla pazienza e sopra tutto alla dolcezza. In questo modo la correzione fraterna se da una parte fissa dei paletti che non possono essere oltrepassati dall’altra parte scoraggia chi è tentato a trasgredire: «è dannoso condannare temerariamente, così il non punire i peccati manifesti significa aprire la via agli altri che oseranno fare altrettanto» (San Giovanni Crisostomo).
Alla dolcezza si accompagni la prudenza, ma mai si taccia, perché il silenzio è omertà e connivenza. Il cristiano dinanzi al peccato dl fratello non può assumere un atteggiamento omertoso né per paura, né per solidarietà, né per difesa di interessi personali. Il frutto più bello della correzione fraterna è l’ordine, la pace: in una parola, edifica la comunità.
 
Agostino (De verb. Dom., serm. 16): ... se tuo fratello pecca nei tuoi confronti, va’ e riprendilo, ma quando siete soli ... : trattato come un malato; risparmia l’amor proprio suo, che lapiaga dell’anima non s’irriti e non rincrudisca. Se egli per ripicca si mette a difendere il male fatto, la correzione malcauta lo fa peggiore.

Testimoni di Cristo - Beato Anastasio Garzon Gonzalez Coadiutore salesiano, martire: Nacque a Madrigal de las Altas Torres, in provincia di Avila, il 7 settembre 1908 e fu battezzato poco dopo. Mentre era allievo delle Scuole Professionali salesiane di Madrid, sentì la vocazione religiosa e ottenne di fare il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), dove emise i voti il 15 agosto 1929 come coadiutore. Per il buono spirito che lo animava e le attitudini alla meccanica, venne inviato in Italia a completare la formazione tecnica e religiosa. Dopo il ritorno in patria ebbe l’incarico del laboratorio di meccanica nel collegio di Madrid. Qui lo sorprese la rivoluzione del 1936. Dopo alterne vicende, riconosciuto come religioso, fu definitivamente imprigionato il 6 settembre e condotto alla fucilazione. È stato beatificato il 28 ottobre 2007.
 
Il tuo aiuto, Signore Dio nostro,
ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.