3 Aprile 2026
Venerdì Santo - Passione del Signore
Is 52,13 - 53,12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1–19,42
Introduzione
Conferenza Episcopale Italiana
«Divenne causa di salvezza eterna per tutti»
Oltre il patire - Le letture della Liturgia della Passione del Signore approfondiscono i temi teologici del mistero pasquale introdotti nella Domenica delle Palme ed esplicitati nella Messa nella Cena del Signore, con particolare riferimento alla figura del servo che ben descrive le modalità dell’azione salvifica di Gesù Cristo. La prima lettura (Is 52,13-53,12) è tratta dal “Quarto canto del servo del Signore” di Isaia. Il testo, riprendendo e sviluppando la descrizione del servo sofferente, amplifica la prospettiva salvifica, superando il momento del dolore e introducendo ad una nuova dimensione di luce. Il brano dà anche il tono alla liturgia del Venerdì Santo, che non va necessariamente vissuta concentrandosi in modo parziale sui patimenti e sulla morte di Gesù, ma in modo più autentico sperimentata come annuncio di una morte vittoriosa: il mistero della passione lascia già intravvedere il riflesso della luce e della vita senza fine. Fin da subito ascoltiamo: «Il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato, innalzato grandemente», come un anticipo dell’annuncio della Risurrezione che ben presto sarà celebrato nella sua pienezza. Il rito ci aiuta a entrare nel paradosso della salvezza divina che oltrepassa e trasfigura il dolore. Infatti, quanto accade al servo sofferente si manifesta come una novità per il mondo, un’azione divina che entra nella storia spalancando una prospettiva di vita nuova. I potenti «vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito»; tale novità pone il credente davanti al l’esigenza di ammettere che Dio rende possibile oltrepassare tutto ciò che sfigura l’umanità. Di fronte a tanta violenza, disprezzo della vita, pur davanti all’abisso del male che si abbatte sul servo, Isaia esprime attraverso la significativa congiunzione avversativa «eppure» il senso di tutto ciò che è accaduto: «Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze» (53,4). Essa è la parola dei profeti, capaci di annunciare che nella storia c’è una realtà diversa da quella che immediatamente appare: non un castigo dell’umanità, ma un intervento salvifico di Dio; essa è la parola del credente, che sa vedere oltre i limiti, oltre il dolore, oltre la morte, per accogliere dal Signore il dono di una vita rinnovata.
Un sommo sacerdote reso perfetto - Il brano della Lettera agli Ebrei della seconda lettura (Eb 4,14-16) interpreta il senso della sofferenza vicaria del servo sofferente secondo la funzione d’intercessione del sommo sacerdote del tempio ebraico. A capo della comunità religiosa del popolo ebraico, il sommo sacerdote presiedeva l’offerta dei sacrifici e, con particolare rilevanza, nel giorno dell’espiazione dei peccati nello Yom Kippur, era l’unico che poteva entrare nello spazio del Santo dei Santi del tempio per presentarsi al cospetto di Dio ad intercedere per il perdono dei peccati del popolo. Si afferma che Cristo è il «sommo sacerdote grande», quasi con una sorta di ripetizione per enfatizzare il ruolo di definitiva intercessione presso il Padre per la remissione ultima dal peccato. A differenza del sacerdote del tempio egli non si erge sopra il popolo per presentarsi a Dio, ma viene dal Cielo per presentarsi agli uomini e, come il servo isaiano che si fa carico delle sofferenze, Cristo colma ogni distanza tra Dio e l’umanità nel «prendere parte alle nostre debolezze». Gesù è la manifestazione della piena solidarietà di Dio con gli uomini e la realizzazione del suo piano di salvezza attraverso la misericordia del perdono. La sua vita è stata una missione sacerdotale nel senso che ha riaffermato, attraverso l’obbedienza alla volontà divina, la sacralità della vita umana. Ancora una volta il passaggio è chiaro: la passione, il dolore e la morte sono trasfigurati dal l’amore dell’offerta di sé. Tale amore oblativo ha «reso perfetto» il sacrificio di Gesù, diventando motivo di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono, ovvero che si lasciano incontrare da questo amore e lo realizzano nella propria esistenza: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia» (v. 16).
La signoria dell’amore - Al centro dell’azione liturgica si colloca l’ascolto del racconto della Passione di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni (Gv 18,1-19,42). San Paolo ci ricorda che la fede nasce dall’ascolto (cfr. Rm 10,17) e la proclamazione del Passio ci mette precisamente davanti alla questione religiosa fonda mentale di che cosa sia la fede: certamente essa è aderire ad un deposito dogmatico di verità rivelate, ma anche, e in modo decisivo, è «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Eb 11,1). “Sperare” e “vedere” raccolgono tutta l’esperienza del vivere umano, fondato sulla ricerca del senso di ciò che si vive. La narrazione della passione e della morte di Gesù sono la testimonianza del “come” egli abbia cercato il senso nel dramma dell’esistenza, per arrivare a trovarlo nel contenuto della sua fede: l’alleanza d’amore perfetta con il Padre. A partire dall’ultima cena condivisa con i suoi discepoli, Gesù si consegna all’obbedienza della fede, confidando in ciò che ha intuito come di più vero per la sua vita e che lo sosterrà nella sua ora più tragica. Nel racconto giovanneo la fede di Gesù risalta nella postura di colui che domina ciò che sembra debba essere inesorabilmente subito. Gesù, infatti, si manifesta Signore della passione e Signore della morte; dalla croce domina come vero re che smaschera la vanità dei poteri religiosi e civili del mondo. Egli a testa alta, con lo sguardo fissato su quell’oltre che, per la fede, già contempla come certezza, accoglie la cattura, si sottopone all’interrogatorio sommario di Anna e Caifa, accetta il confronto con l’autorità vuota di Pilato, si consegna alla crocifissione e dalla croce fonda le nuove relazioni ecclesiali della maternità della madre Maria e della figliolanza dei discepoli e porta a compimento la sua missione divina nel dono dello Spirito. Così tutto «è compiuto», ovvero è portato al suo scopo e alla sua pienezza di senso.
Liturgia della Parola
I Lettura: Il Servo sofferente è un uomo che ben conosce il patire, il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di tutti gli uomini. Sebbene non avesse commesso violenza fu eliminato dalla terra dei viventi, per colpa del suo popolo fu percosso a morte, ma “la morte non è il definitivo estuario della vita del Servo. Il giusto, infatti, contempla la luce, si sazia della conoscenza di Dio e davanti al Signore egli riconduce tutti gli uomini che sono stati salvati dal suo sacrificio espiatorio” (Messale Quotidiano, San Paolo).
II Lettura: Gesù, il Figlio di Dio, è il sommo sacerdote che sa ben comprendere le debolezze di tutti gli uomini, infatti anche lui è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Ed è causa di salvezza eterna per le sofferenze e per la morte che egli patì.
Vangelo
Passione del Signore
Giovanni, il figlio di Zebedeo, per la tradizione cristiana è l’autore del quarto Vangelo, è il discepolo che Gesù amava. Il figlio del tuono, così come lo chiamò Gesù (Mc 3,17), nel vergare queste ultime pagine della sua Opera vuole ricordare alla sua comunità gli ultimi momenti della vita del Signore, che lui conosceva bene essendogli stato intimo e vicino fino alla fine. L’immagine che ne esce dal suo ricordo è quella del Maestro che ha insegnato le vie dell’amore al suo popolo, ha fatto segni chiarissimi davanti ad esso, segni che indicavano la sua provenienza dall’alto, ma ora era tragicamente solo davanti alla tortura della passione e alla morte. Passione e morte che non hanno niente di glorioso agli occhi degli uomini. Sembrano una passione e una morte di un malfattore, non degne di essere ricordate e celebrate. Eppure quella morte fu la più alta manifestazione dell’amore di Gesù per tutti gli uomini: In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi (1Gv 3,16). È un amore che venne eternato con la sua risurrezione al terzo giorno e ora può essere sperimentato da chi tiene lo sguardo su di Lui, il Signore, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12,1).
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni
Gv 18,1-19,42
Vedi Lezionario
Che cosa hai fatto? - Pilato è il governatore romano che odiava i giudei a tal punto da provocarli deliberatamente per poi intervenire con mano pesante. Riguardo a questa avversione, una notizia trapela anche dal vangelo di Luca lì dove si parla del sangue dei Galilei che «Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici» (Lc 13,1).
Siamo all’inizio del processo romano contro Gesù e Ponzio Pilato cerca di conoscere la verità su quell’uomo che gli era stato tradotto dinanzi con l’accusa generica di essere un «malfattore» (Gv 18,30). Ma già chiare sono le intenzioni degli accusatori: hanno giudicato reo di morte l’imputato e vogliono la sua morte, pronti a tutto pur di spuntarla (Gv 8,31). Il Sinedrio è alla ricerca dell’avallo supremo del tribunale di Roma perché non ha il potere di eseguire le pene capitali (Gv 8,31). Inconsapevolmente i sinedriti rivolgendosi ai romani per avere la certezza che Gesù sia crocifisso, compiono la profezia secondo la quale egli sarebbe stato innalzato (Gv 3,14; 12,32-33; 18,32).
Pilato non teme Gesù, ma le idee nazionalistiche che avrebbero potuto portare ad una sommossa: Roma non poteva permettersi rivali, la pace poteva albergare soltanto sotto i labari imperiali. Perciò investiga sulla presunta regalità dell’imputato.
Sei tu il re dei Giudei?... Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto? Alla domanda di Pilato Gesù risponde con un’altra domanda per fare emergere innanzi tutto l’incongruenza della delazione; poi per sapere «se il giudice romano ponga in discussione la regalità del Cristo, di sua iniziativa o dietro suggerimento dei giudei [Gv 18,34], per sapere se la sua regalità è intesa in senso politico o in senso messianico» (Salvatore Alberto Panimolle).
Sono io forse Giudeo? Una risposta che mette a nudo tutto il ribrezzo che Pilato provava per i Giudei. Il governatore vuol sapere perché il Sinedrio lo ha consegnato alla giustizia romana e soprattutto gli preme sapere se chi gli sta dinanzi può costituire veramente un serio pericolo per la sicurezza dell’Impero romano.
All’insistenza del procuratore, Gesù risponde che il suo regno «non è di questo mondo» e ne porta le prove: l’assenza di un esercito che armato avrebbe combattuto per liberare il suo re.
Cosa abbia capito Pilato non è difficile da comprendere. Per un romano non vi poteva essere che un solo potere, Roma; tutto il resto era poco meno che paglia. Ecco perché, forse tra lo stupore e il faceto, il governatore romano ritorna a chiedere: «Dunque tu sei re?». Pilato disprezza Gesù come Giudeo anche se, come suggeriscono gli evangelisti, nel corso del processo rimarrà colpito dalla dignità e dalla franchezza delle sue risposte arrivando al punto di tentare di salvarlo (Mt 27,14; Mc 15,12-14; Lc 23,16; Gv 18,38-39; 19,12-15).
La domanda non ammette deroghe e il procuratore romano sembra seccato e vuole una risposta chiara che dipani ogni dubbio e Gesù lo accontenta ammettendo con estrema franchezza: «Tu lo dici: io sono re».
È chiaro, a questo punto, che il brano giovanneo vuole evidenziare la regalità del Cristo ed è teso quindi intenzionalmente a offrire alcuni spunti di riflessione ai credenti.
Innanzi tutto, Gesù è re ed è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità.
In questa affermazione si coglie tutta la decisione divina di attuare il progetto salvifico che doveva avere inizio con l’incarnazione di Dio: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio [...]. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,1.14) e trovare la sua pienezza di fecondità nella orrenda morte di croce.
Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Questo vuole dire che il Verbo di Dio si è fatto carne per manifestare autorevolmente e infallibilmente le realtà celesti che vede e ascolta (Gv 3,11.32). E chiunque è dalla verità, ascolta la sua voce, cioè accetta la sua testimonianza come vera, accoglie docilmente la sua Parola e decide liberamente di fare parte del suo regno: quindi, essere dalla verità «significa avere l’origine della vita religiosa dalla Parola, cioè essere animati profondamente dalla rivelazione del Cristo, per cui non si subisce alcun influsso malefico del Maligno. I Giudei che non fanno penetrare nel cuore la parola di Gesù, sono dal diavolo, non sono da Dio, in quanto non ascoltano il Verbo rivelatore [Gv 8,42-47]. Perciò il discepolo del Cristo, partecipe del suo regno, trova l’origine della sua esistenza nella rivelazione di Gesù, nella sua verità e quindi si mostra docile alla sua voce [Gv 18,37]» (S. Panimolle).
Per approfondire
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Il titolo richiama l’epilogo della vita terrena di Gesù. Ma non siamo di fronte a un racconto di morte. Giovanni, pur sempre radicato nella tradizione, ha ancora incomparabili ricchezze da donarci. Egli vuole solo approfondire per noi il senso rivelatore dell’evento. Perciò non parla degli insulti; nulla dice delle tenebre e neppure della profonda angoscia di Gesù. Fa notare, come i Sinottici, che Gesù è stato abbeverato con aceto, ma non dice chi gliel’ha dato. L’unica persona che possiamo contemplare in questo quadro è Gesù. L’evangelista vuole che fissiamo gli sguardi su Gesù: è di lui e solo di lui che vuole parlare.
Ed eccolo annotare per la quarta volta (vedi 13,1.2; 18,4) la coscienza con cui Gesù si avvicina al suo destino: sapendo. Gesù sa; Gesù è pienamente cosciente di quanto avviene. Non è un moribondo disidratato che chiede da bere. Egli chiede coscientemente ai suoi nemici un atto di bontà, ma ecco che gli danno aceto. Come là presso il pozzo di Giacobbe (4,7) non è stato dissetato.
Si noti però che, secondo Giovanni, la spugna è stata assicurata a un ramo di issopo, la pianta che si usava per spruzzare il sangue dell’agnello liberatore vedi Es 12 21. Un autore commenta: «La spugna offre a Gesù l’odio degli omicidi (8,44); verrà così versato il sangue dell’ Agnello di Dio (1,29). L’issopo raccoglierà questo sangue che libererà l’umanità dalla morte. Ha inizio il tema della nuova Pasqua, in relazione con l’Alleanza del Messia».
Siamo così passati dall’evento materiale al suo profondo significato, che può essere approfondito pensando che anche qui, come nel dialogo con la Samaritana, colui che chiede da bere è in realtà colui che dà da bere (4,10). «Chi ha sete venga a me, e colui che crede in me beva. Allora, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». L’evangelista commenta: «Questo lo disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti; ancora infatti non c’era lo Spirito perché Gesù non era ancora stato glorificato» (7,37-38).
Ora però lo è. Egli ha detto: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). Ciò ha avuto inizio: accanto alla sua croce c’è il primo nucleo di credenti. Ha pure detto: «Quando me ne sarò andato, vi manderò lo Spirito» (16,17). Ciò sta per avvenire. Tutto infatti si è realizzato. Lo dice egli stesso: «Tutto è compiuto», e perciò può donare lo Spirito. Chinò il capo e consegnò lo spirito. Gesù non muore senza scopo.
Muore per salvare l’uomo, per donargli il suo Spirito, lo Spirito della nuova Alleanza.
L’espressione giovannea «consegnò lo spirito» non può essere intesa in un senso puramente materiale. In nessun passo della letteratura antica si usa una forma simile per dire che una persona «spirò». Se Giovanni ha coniato una formula nuova l’ha fatto per indicare il dono di Gesù. In nessun momento i suoi discepoli sono rimasti orfani. Nel momento del suo innalzamento e del suo ritorno al Padre ci ha consegnato lo Spirito e ha rivelato chi è, come aveva detto: «Quando innalzerete il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono» (8,28): è colui che fedelmente e coscientemente ha compiuto sino in fondo la sua missione; è colui che ci ha amato sino alla fine, e ci ama; è il Figlio che ritorna dal Padre.
Alberto Magno (In ev. Jo. exp ., XI): - Di dove vieni?: cioè, qual è la tua origine: Divina od umana? Cristo aveva già risposto a questa domanda: Voi siete di quaggiù, Io sono di lassù. Voi siete di questo mondo, Io non sono di questo mondo (Gv. 8,23).9 Ma Gesù non gli diede risposta: tre sono i motivi di questo silenzio. Il primo è che Gesù voleva dimostrare nella Passione la sua natura mansueta, simile a quella dell’agnello. Il secondo è che era ormai tempo di Passione, nella quale doveva dimostrare la debolezza dell’umanità e non la potenza della Divinità ... per cui se avesse risposto di essere Figlio di Dio, la sua risposta sarebbe stata giudicata falsa, perché in quel momento appariva davanti a loro con i limiti dell’uomo. Il terzo motivo è che essi erano indegni di una risposta così profonda.
Testimoni di Cristo - San Giuseppe l’Innografo, Monaco: Nacque in Sicilia nell’816 e al tempo dell’invasione araba dell’827, con la sua famiglia si rifugiò nella Grecia Meridionale.
Nell’831 si recò a Tessalonica nella Macedonia, entrando nel monastero di Latomia. Consacrato sacerdote, ebbe come maestro spirituale San Gregorio il Decapolita, che verso l’840 lo condusse a Costantinopoli. L’anno successivo Giuseppe fu inviato a Roma dal papa Gregorio IV, per chiedere il suo aiuto nella lotta contro l’eresia iconoclasta.
La nave su cui era imbarcato, cadde però nelle mani di pirati arabi che lo condussero a Creta; riscattato e liberato nell’843 tornò a Costantinopoli dove trovò il suo maestro morto. Coinvolto nella vicenda della deposizione del patriarca Ignazio, nell’858, fu esiliato a Cherson in Crimea, dove rimase probabilmente fino al reintegro di Ignazio nell’867. L’imperatore Basilio I il Macedone (812-886) gli affidò la custodia di Santa Sofia a Costantinopoli. Morì nel 886. Sono celebri i suoi inni sacri da cui è derivato il nome «Innografo». (Avvenire)
O Dio, che nella passione di Cristo nostro Signore
ci hai liberati dalla morte,
eredità dell’antico peccato
trasmessa a tutto il genere umano,
rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio;
e come abbiamo portato in noi,
per la nostra nascita,
l’immagine dell’uomo terreno,
così per l’azione del tuo Spirito
fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste.
Per Cristo nostro Signore.
R/. Amen.