23 SETTEMBRE 2026
 
San Pio da Pietrelcina, Presbitero
 
Prv 30,5-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 9,9-13
 
Giovanni Paolo II (Omelia 16 giugno 2002): 2. “Quanto a me... non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14). Non è forse proprio il “vanto della Croce” ciò che maggiormente risplende in Padre Pio?
Quanto attuale è la spiritualità della Croce vissuta dall’umile Cappuccino di Pietrelcina! Il nostro tempo ha bisogno di riscoprirne il valore per aprire il cuore alla speranza.
In tutta la sua esistenza, egli ha cercato una sempre maggiore conformità al Crocifisso, avendo ben chiara coscienza di essere stato chiamato a collaborare in modo peculiare all’opera della redenzione. Senza questo costante riferimento alla Croce non si comprende la sua santità.
Nel piano di Dio, la Croce costituisce il vero strumento di salvezza per l’intera umanità e la via esplicitamente proposta dal Signore a quanti vogliono mettersi alla sua sequela (cfr Mc 16, 24). Lo ha ben compreso il Santo Frate del Gargano, il quale, nella festa dell’Assunta del 1914, scriveva: “Per arrivare a raggiungere l’ultimo nostro fine bisogna seguire il divin Capo, il quale non per altra via vuol condurre l’anima eletta se non per quella da lui battuta; per quella, dico, dell’abnegazione e della Croce” (Epistolario II, p. 155).
3. “Io sono il Signore che agisce con misericordia” (Ger 9, 23). Padre Pio è stato generoso dispensatore della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza, la direzione spirituale, e specialmente l’amministrazione del sacramento della Penitenza. Il ministero del confessionale, che costituisce uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava folle innumerevoli di fedeli al Convento di San Giovanni Rotondo. Anche quando quel singolare confessore trattava i pellegrini con apparente durezza, questi, presa coscienza della gravità del peccato e sinceramente pentiti, quasi sempre tornavano indietro per l’abbraccio pacificante del perdono sacramentale.
Possa il suo esempio animare i sacerdoti a compiere con gioia e assiduità questo ministero, tanto importante anche oggi, come ho voluto ribadire nella Lettera ai Sacerdoti in occasione del passato Giovedì Santo.
4. “Sei tu Signore, l’unico mio bene”. Così abbiamo cantato nel Salmo Responsoriale. Attraverso queste parole il nuovo Santo ci invita a porre Dio al di sopra di tutto, a considerarlo come il solo e sommo nostro bene.
In effetti, la ragione ultima dell’efficacia apostolica di Padre Pio, la radice profonda di tanta fecondità spirituale si trova in quella intima e costante unione con Dio di cui erano eloquenti testimonianze le lunghe ore trascorse in preghiera. Amava ripetere: “Sono un povero frate che prega”, convinto che “la preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il Cuore di Dio”. Questa fondamentale caratteristica della sua spiritualità continua nei «Gruppi di Preghiera» da lui fondati, che offrono alla Chiesa e alla società il formidabile contributo di una orazione incessante e fiduciosa. Alla preghiera Padre Pio univa poi un’intensa attività caritativa di cui è straordinaria espressione la “Casa Sollievo della Sofferenza”. Preghiera e carità, ecco una sintesi quanto mai concreta dell’insegnamento di Padre Pio, che quest’oggi viene a tutti riproposto.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: AI Overview: Il testo esordisce definendo la Parola di Dio come “purificata” (o affinata col fuoco). Significa che non contiene scorie, falsità o secondi fini. È totalmente affidabile. Questa purezza intrinseca trasforma la Parola in uno “scudo” protettivo: chi si fida della rivelazione divina trova stabilità emotiva e spirituale. Il divieto di manipolazione: L’avvertimento a non “aggiungere nulla” è un richiamo all’umiltà intellettuale e spirituale. L’essere umano ha spesso la tentazione di “correggere” o integrare i comandamenti divini per adattarli alle proprie convenienze o ideologie. Farlo significa contraffare la verità, venendo inevitabilmente smentiti (“trovato bugiardo”) dalla realtà e dal giudizio di Dio.
 
Vangelo
Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
 
I Dodici ricevono i poteri che hanno visto esercitare da Gesù: ... diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. Tale potere è esercitato nel nome di Gesù. I Dodici non dovranno portare nulla, si abbandoneranno fiduciosamente alla Provvidenza (cfr. Lc 12,22-32). Ai Dodici viene chiesta anche la rinuncia a qualsiasi tipo di equipaggiamento, devono rinunciare a tutti i loro averi (cfr. Lc 14,33). Prenderanno con gioia quanto sarà loro offerto, non faranno più distinzione tra cibo puro e impuro: in Gesù è stato abbattuto il muro di separazione che divideva gli uomini (cfr. Ef 2,14). È il tempo della comunione, non vi è più nulla che possa dividere gli uomini. Sarà estromesso da questa comunione il ribelle, il fanatico; saranno tagliati fuori soltanto coloro che amano sbarrare le porte del cuore: Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Con questo gesto i Dodici esprimeranno la rottura completa nei confronti di coloro che non credono. Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), a tutti gli uomini è annunciato il Vangelo (Lc 4,14ss). Ora il tempo si è fatto breve (1Cor 7,29), non si può più tentennare: gli uomini devono decidere da quale parte stare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,1-6
 
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 1 Chiamati i Dodici; oppure; «avendo convocato i Dodici» se si vuole dar rilievo alla particella σύν (con) che fa parte del verbo. Diede loro potere ed autorità; l’abbinamento dei due sostantivi (potere ed autorità) proprio di Luca rafforza la stessa idea e significa che gli apostoli hanno ricevuto un potere per espellere i demoni dai posseduti e guarire le varie infermità. Non si può pensare che i due termini abbinati si riferiscono a due settori distinti cioè: al potere di esorcizzare e di guarire da una parte e all’autorità di annunziare la buona novella dall’altra, poiché di questo secondo mandato conferito agli apostoli si parlerà nel vers. seguente. Per la stessa formula abbinata si veda Lc., 4, 36. Si noti l’espressione fortemente accentuata: «su tutti i demoni»; Marco dice semplicemente: «il potere sopra gli spiriti immondi»; inoltre l’evangelista ha in proprio la dichiarazione «di guarire le malattie», che ripeterà al vers. seguente. Il rilievo gli viene suggerito dalla sua professione di medico come anche dal desiderio di segnalare la compassione che il Salvatore sentiva per le infermità umane. In quanto all’ordine dei fatti Luca segue quello di Marco; egli tuttavia, avendo già parlato della cacciata di Gesù da Nazareth – episodio, questo, riferito da Marco immediatamente prima della missione dei Dodici (cf. Mc., 6, 1-6) non ha bisogno di narrarla nel presente contesto, ma passa subito a trattare l’invio degli apostoli (cf. Mc., 6, 7-13).
2 Li mandò ad annunziare il regno di Dio; i Dodici hanno la missione di annunziare il regno; il loro compito tuttavia, in questo primo invio, consiste nel proclamare la venuta del regno più che manifestarne la dottrina (cf. Mt., 9, 7); essi infatti dovranno disporre gli animi a ricevere la predicazione evangelica. Il gesto del Maestro ha un carattere innovatore nell’ebraismo: i Rabbi raccoglievano intorno a sé dei discepoli per istruirli nella legge, ma ad essi non affidavano nessuna missione, né tantomeno trasmettevano poteri particolari sugli spiriti malvagi e sugli infermi. E ad operare guarigioni; questi miracoli compiuti sugli infermi serviranno per confermare la verità della loro parola. Luca, come anche Marco, tralasciano la raccomandazione che, secondo il testo di Matteo, Gesù ha fatta agli apostoli in quella circostanza («non andate nelle regioni dei pagani...»; Mt., 10, 5), poiché essa poteva urtare la sensibilità dei lettori che provenivano dal paganesimo.
3 Il vers. è parallelo a quello di Matteo e di Marco; in Luca il detto insinua lo spogliamento più assoluto, poiché estende la rinunzia fino alle cose più necessarie per il viaggio. Né bastone: in Marco invece è permesso prendere il bastone (cf. commento a Mc., 6, 8). Né abbiate per ciascuno due tuniche; nell’originale greco la frase è irregolare (letteral.: né di avere per ciascuno due tuniche»). Il presente vers., accentuando fortemente lo spogliamento che devono avere gli inviati di Cristo, fa risaltare la generosità e la totale dedizione con la quale essi si consacrano alla causa del vangelo.
Qui restate e da qui partite; cioè: restate nella casa che vi ha accolti fino alla vostra partenza. La Volgata, seguendo la lettura di un codice, aggiunge nel testo una negazione (ne) che altera il senso della frase; essa legge: et inde ne exeatis. Il consiglio è dato per evitare che si offenda chi ha offerto generosamente l’ospitalità al missionario; lo stesso ammonimento è ripetuto in una forma più chiara in Lc., 10, 7.
5 Quando non vi accolgono...; in greco la proposizione presenta delle irregolarità che non permettono una traduzione fluida e corrente; letteral.: «se quelli non vi accolgono, uscite da quella città...». Scuotete la polvere dai vostri piedi; per il senso dell’immagine si veda la nota a Mc., 6, l1. In testimonianza contro di essi; la preposizione «contro di...» (ἐπί), con la quale Luca integra il testo di Marco che ha il semplice pronome, rileva l’aspetto negativo di questa testimonianza accentuando la colpevolezza di coloro che hanno rigettato il messaggio evangelico.
 
Per approfondire
 
Non darmi ricchezze né povertà - Antonio González-Lamadrid: I due primi versetti (5-6) sono una riflessione sulla parola di Dio.
Gli altri tre (7-9) riproducono una preghiera sapienziale.
Di fronte alla parola menzognera dell’uomo si erge la parola immacolata di Dio. Si veda il salmo 12 e specialmente il versetto 7: «I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo, purificato nel fuoco sette volte».
L’immagine dello «scudo» per simboleggiare la protezione di Dio in favore dei suoi fedeli è frequente nella Bibbia, e specialmente nei salmi: «Ti amo, Signore, mia Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; i Ma Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza» (Sal 18,2-3).
Dio ha l’ultima parola. L’unica cosa che l’uomo deve fare di fronte alla parola di Dio è ascoltarla con docilità e metterla in pratica: «Ognuno sia pronto ad ascoltare e lento a parlare» (Gc 1,19-25).
La preghiera sapienziale chiede due cose semplici e fondamentali allo stesso tempo: la sincerità nel parlare e il pane di ogni giorno, cioè l’aurea mediocritas dei classici. La Bibbia segnala il pericolo degli estremi: la sovrabbondanza che può degenerare in orgoglio e autosufficienza (Dt 8,12ss), e la miseria che può condurre al furto e alla disperazione (Pr 6,30; Is 8,21).
 
Gli inviati del Figlio - Joseph Pierron e Pierre Grelot: 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli. Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale. Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16); come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20, 21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28, 19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Così la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22,21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahvè (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1 Cor 15,8s; Gal 1,12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1,5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo (10,14s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10,17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
 
La missione della Chiesa - Ad Gentes n. 5Il Signore Gesù, fin dall’inizio «chiamò presso di sé quelli che voleva e ne costituì dodici che stessero con lui e li mandò a predicare» (Mc 3,13; cfr. Mt 10,1-42). Gli apostoli furono dunque ad un tempo il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia. In seguito, una volta completati in se stesso con la sua morte e risurrezione i misteri della nostra salvezza e dell’universale restaurazione, il Signore, a cui competeva ogni potere in cielo ed in terra, prima di salire al cielo, fondò la sua Chiesa come sacramento di salvezza ed inviò i suoi apostoli nel mondo intero, come egli a sua volta era stato inviato dal Padre e comandò loro: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20); «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non crederà, sarà condannato» (Mc 16,15). Da qui deriva alla Chiesa l’impegno di diffondere la fede e la salvezza del Cristo, sia in forza dell’esplicito mandato che l’ordine episcopale, coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro, supremo pastore della Chiesa, ha ereditato dagli apostoli, sia in forza di quell’influsso vitale che Cristo comunica alle sue membra: « Da lui infatti tutto quanto il corpo, connesso e compaginato per ogni congiuntura e legame, secondo l’attività propria di ciascuno dei suoi organi cresce e si autocostruisce nella carità» (Ef 4,16).
Pertanto la missione della Chiesa si esplica attraverso un’azione tale, per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l’influsso della grazia e della carità dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo. Questa missione continua, sviluppando nel corso della storia la missione del Cristo, inviato appunto a portare la buona novella ai poveri; per questo è necessario che la Chiesa, sempre sotto l’influsso dello Spirito di Cristo, segua la stessa strada seguita da questi, la strada cioè della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio di se stesso fino alla morte, da cui poi, risorgendo, egli uscì vincitore. Proprio con questa speranza procedettero tutti gli apostoli, che con le loro molteplici tribolazioni e sofferenze completarono quanto mancava ai patimenti di Cristo a vantaggio del suo corpo, la Chiesa. E spesso anche il sangue dei cristiani fu seme fecondo.
 
Non possedere due tuniche - Origene, In Evang. Luc., 23, 3: È infatti un dovere proprio degli apostoli, piuttosto che del popolo, che se uno ha due tuniche, una la dia a chi non ne ha. E perché tu sappia che questo consiglio conviene agli apostoli più che alle folle, ascolta ciò che il Salvatore dice loro: “Non portate per via due tuniche” (Mt 10,10).
Sta di fatto che questi due abiti, dei quali uno serve a vestirci e l’altro ci vien consigliato di darlo a chi non ne ha, hanno un altro significato. Insomma il Salvatore, così come noi «non dobbiamo servire due padroni» (cf. Lc 16,3; Mt 6,24), vuole che non possediamo due tuniche e non siamo avvolti in un duplice abito, in quanto uno è l’abito del vecchio uomo e l’altro l’abito dell’uomo nuovo. Egli al contrario desidera vivamente che noi «ci spogliamo del vecchio uomo per rivestirci dell’uomo nuovo» (cf. Col 3,9-10). Fin qui la spiegazione è facile.
Ma ci si chiede soprattutto perché, alla luce di questa interpretazione, venga ordinato di dare una tunica a chi non ne ha. Qual è l’uomo che non ha sul suo corpo neppure un abito, che è nudo, che non è coperto assolutamente da nessuna veste? Io non dico in verità che con questo precetto non ci venga comandato di essere generosi, di avere pietà per i poveri e di possedere una bontà illimitata, tanto da spingerci a coprire coloro che sono nudi coll’altra nostra tunica; ma affermo che questo passo ammette un’interpretazione più profonda. Noi dobbiamo donare una tunica a chi ne è completamente sprovvisto: chi è quest’uomo senza tunica? È colui che è assolutamente privo di Dio. Noi dobbiamo spogliarci e dare la tunica a chi è nudo. Uno possiede Dio, e l’altro, cioè il potere avversario, ne è del tutto privo. E così come sta scritto: “precipitiamo i nostri delitti in fondo al mare” (Mi 7,19), nello stesso senso dobbiamo buttar via lontano da noi i vizi e i peccati e gettarli su colui che è stato per noi la causa di essi.
 
Testimoni di Cristo -  San Pio da Pietrelcina - La misericordia infinita di Dio consola e guarisce le nostre ferite: È il bisogno di essere amati, accolti e rialzati ad accomunarci tutti. Una necessità dell’anima che attraversa tutta la nostra esistenza e che nel Crocifisso, ferito, morente ma poi risorto e portatore di luce, trova una fonte inesauribile di speranza. Sono i testimoni della misericordia come san Pio da Pietrelcina a ricordarcelo costantemente: nei cuori di chi si rivolgeva a lui, padre Pio, al secolo Francesco Forgione, sapeva depositare la saggezza e l’amore di Dio, toccando le persone nel profondo e portandole alla conversione. Una missione che trovò non pochi ostacoli, ma che ha fatto di san Pio uno dei santi del XX secolo più cari alla devozione popolare. Nato a Pietrelcina, in provincia e diocesi di Benevento, il 25 maggio 1887, era figlio dei contadini Grazio Forgione e Giuseppa De Nunzio. Il 22 gennaio 1903 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini al convento di Morcone, prendendo il nome di fra Pio da Pietrelcina. Il 10 agosto 1910 venne ordinato sacerdote, passando i successivi sei anni in famiglia per motivi di salute. Nel 1916 arrivò a San Giovanni Rotondo, nel convento di Santa Maria delle Grazie, dove per più di 50 anni visse il proprio ministero dedicandosi in particolare alle confessioni. Nel 1918 ricevette sul proprio corpo i segni della passione e poi accolse con pazienza le tante ispezioni disposte dalle autorità ecclesiastiche. Morì il 23 settembre 1968; beatificato nel 1999, è santo 2002. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
per grazia singolare
hai concesso al santo presbitero Pio [da Pietrelcina]
di partecipare alla croce del tuo Figlio,
e per mezzo del suo ministero
hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia;
per sua intercessione concedi a noi,
uniti costantemente alla passione di Cristo,
di poter giungere felicemente alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 
22 SETTEMBRE 2026
 
Martedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
 
Prv 21,1-6.10-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 9,9-13

Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti - Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 12 marzo 1997): Stando ai Vangeli, Maria ha avuto modo di ascoltare suo Figlio anche in altre circostanze. Anzitutto a Cafarnao, dove Gesù si reca, dopo le nozze di Cana, “insieme con sua madre, i fratelli e i suoi discepoli” (Gv 2,12). Inoltre, è probabile che lo abbia potuto seguire anche a Gerusalemme, in occasione della Pasqua, nel Tempio, che Gesù qualifica come casa del Padre suo, per la quale Egli arde di zelo (cfr. Gv 2,16-17). Ella, poi, si trova tra la folla, allorché non riuscendo ad avvicinarsi a Gesù, lo sente rispondere a chi gli annunzia la presenza sua e dei parenti: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Con tale espressione il Cristo, pur relativizzando i legami familiari, rivolge un grande elogio alla Madre, affermando un vincolo ben più alto con Lei. Maria, infatti, ponendosi in ascolto del Figlio, accoglie tutte le sue parole e le mette fedelmente in pratica. Si può pensare che Maria, pur non seguendo Gesù nel suo cammino missionario, si sia informata sullo svolgimento dell’attività apostolica del Figlio, raccogliendo con amore e trepidazione le notizie sulla sua predicazione dalla bocca di coloro che lo avevano incontrato. La separazione non significava lontananza del cuore, come pure non impediva alla madre di seguire spiritualmente il Figlio, conservando e meditando il suo insegnamento, come già aveva fatto nella vita nascosta di Nazaret. La sua fede, infatti, le permetteva di cogliere il significato delle parole di Gesù prima e meglio dei suoi discepoli, che spesso non comprendevano i suoi insegnamenti e specialmente i riferimenti alla futura Passione (cfr. Mt 16,21-23; Mc 9,32; Lc 9,45).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Dizionario sintetico di Teologia (G.O Collins, E.G. Farrugia): Per la Bibbia, è il centro interiore della conoscenza, dei sentimenti e delle decisioni dell’uomo (Is 65,14; Ger 24,7; Lc 2,19). Il cuore è la sede dei pensieri buoni e cattivi (Mc 7,21; Lc 6,45), e può essere la sede della sapienza (1 Re 3,12) e lo strumento della fede (Rm 10,10). Lo Spirito Santo abita nel cuore dei giustificati (Rm 5,5). Questo tema è sviluppato dai Padri ed è tuttora un concetto fondamentale per l’antropologia orientale. La Scolastica occidentale, pure apprezzando il valore biblico del termine, lo ritenne tuttavia troppo generico e preferì esprimersi in termini di facoltà dell’anima (intelletto, volontà, passioni). 
 
Vangelo
Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica.
 
Andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli di Gesù: l’episodio è ricordato anche da Matteo e da Marco, ma gli Evangelisti non rivelano il motivo, forse vanno a cercarlo per sottrarlo alla vita che aveva intrapreso, portatrice di non pochi inconvenienti. Ma non possono avvicinarlo a causa della folla. Allora qualcuno si incarica di far sapere a Gesù che ci sono sua madre e i suoi fratelli che lo aspettano fuori. È da notare che i parenti di Gesù stanno fuori dal gruppo di coloro che ascoltano. La risposta di Gesù è oltremodo chiara: Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica. In questo modo si istaurano nuovi rapporti familiari con Gesù che non hanno più attinenza con i legami parentali. Chi sta fuori, anche se parente secondo la carne, non fa parte della sua famiglia. La famiglia di Gesù non poggia sui legami naturali, ma su quelli ben più saldi della carità e dell’ascolto della Parola di Dio. Sono legami nuovi che lo Spirito Santo crea nella Chiesa di Gesù. Ma non basta ascoltare la Parola di Dio, è necessario conservarla nel cuore e metterla in pratica. Appunto, come faceva Maria, la Madre di Gesù, la prima dei credenti, beata perché lei per prima ha creduto nell’adempimento della Parola del Signore (cfr. Lc 1,45).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,19-21
 
In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli)La sua madre ed i suoi fratelli vennero allora a (trovar)lo; l’evangelista colloca l’episodio che interessa la madre ed i fratelli di Gesù nel presente contesto perché egli vuole rilevare un nesso concettuale tra la spiegazione della parabola del seminatore (cf. Lc., 8,15) e la dichiarazione conclusiva del fatto che si accinge a narrare (cf. vers. 21: «coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica»). Infatti il presente episodio può essere considerato come un’illustrazione di ciò che Gesù aveva detto riguardo a coloro che ascoltano la parola di Dio con cuore buono e generoso. «I suoi fratelli» sono i prossimi parenti del Maestro [...].
Desiderano vederti; per Luca la presenza dei congiunti di Gesù (la sua madre ed i suoi parenti) è unicamente ricordata per offrire una circostanza storica al detto conclusivo dell’episodio che lo interessa maggiormente. Infatti l’espressione «desiderano vederti» è molto generica e non palesa nulla sul vero scopo di quella venuta (Matteo dice: «ti cercano per parlarti»: Marco ha: «ti cercano»; espressioni assai concrete). Il vero motivo è indicato dal testo del secondo evangelista (cf. Mc., 3,20-21) che Luca ha intenzionalmente omesso, perché poco rispettoso per la dignità del Maestro.
Ma egli rispose loro; il racconto è abbreviato dall’evangelista, il quale non ha interesse a dar rilievo alla parentela umana di Gesù, ma vuole principalmente insistere su quella spirituale; perciò egli omette alcuni particolari ricordati da Marco (cf. Mc., 3,33-34), i quali danno vivezza e movimento alla narrazione. La risposta di Gesù ha così un senso più distaccato dalle circostanze e, conseguentemente, assume un valore più universale. Sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica; gli altri due Sinottici hanno: «chi fa la volontà del Padre (opp. di Dio)»; l’espressione del vers. lucano «ascoltare e fare la parola di Dio» richiama direttamente quella ricordata al vers. 15, stabilendo così un nesso ideale tra l’insegnamento racchiuso nella spiegazione della parabola del seminatore e quello concernente i veri parenti di Cristo. «La parola di Dio» è un’espressione cara all’evangelista (cf. Lc., 5,1; 8,11; 11,28; Atti, passim) con la quale egli caratterizza la predicazione del Maestro, concepita come una manifestazione della volontà di Dio agli uomini.
 
Per approfondire
 
Il cuore dell’uomo - J. De Fraine e A. Vanhoye: 1. Cuore ed apparenza. - Nei rapporti tra persone è chiaro che ciò che conta è l’atteggiamento interno. Ma il cuore è sottratto agli sguardi. Normalmente l’esterno dell’uomo deve manifestare ciò che egli ha in cuore. Si conosce così il cuore indirettamente, da ciò che ne esprime il volto (Eccli 13, 25), da ciò che ne dicono le labbra (Prov 16, 23), da ciò che ne attestano gli atti (Lc 6, 44 s). Tuttavia, invece di manifestare il cuore, parole e comportamenti possono anche dissimularlo (Prov 26, 23-26; Eccli 12, 16): l’uomo ha la terribile possibilità della doppiezza. Per ciò stesso anche il suo cuore è doppio, perché è il cuore che comanda una determinata espressione in superficie, pur attenendosi internamente a disposizioni ben diverse. Questa doppiezza è un male profondo che la Bibbia denuncia con forza (Eccli 27, 24; Sal 28, 3 s).
2. Dio ed il cuore. - Alle prese con la chiamata di Dio, l’uomo cerca anche qui di salvarsi con la doppiezza. «Dio è un fuoco divoratore» (Deut 4, 24): come far fronte alle sue esigenze troppo radicali? Lo stesso popolo eletto non cessa di ricorrere a sotterfugi. Per dispensarsi dalla conversione autentica, cerca di accontentare Dio con un culto esteriore (Am 5, 21...) e con belle parole (Sal 78, 36 s). Soluzione illusoria: non si può ingannare Dio come s’inganna l’uomo; «l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore» (1 Sam 16, 7). Dio «scruta il cuore e prova i reni» (Ger 17, 10; Eccli 42, 18) e smaschera la menzogna constatando: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29, 13). Dinanzi a Dio l’uomo si sente così chiamato in causa nel più profondo dell’io (Ebr 4, 12 s). Entrare in relazione con Dio significa «arrischiare il proprio cuore» (Ger 30, 21).
3. Bisogno di un nuovo cuore. - Israele ha sempre più compreso che una religione esteriore non può bastare. Per trovare Dio occorre «cercarlo con tutto il cuore» (Deut 4, 29). Israele ha compreso che deve, una volta per sempre, «fissare il suo cuore in Jahvè» (1 Sam 7, 3) ed «amare Dio con tutto il suo cuore» (Deut 6, 5), vivendo in una profonda docilità alla sua legge. Ma tutta la sua storia attesta la sua sostanziale impotenza a realizzare un simile ideale. E questo perché il male giunge fino al suo cuore. «Questo popolo possiede un cuore traviato e indocile» (Ger 5, 23), «un cuore incirconciso» (Lev 26, 41), «un cuore diviso» (Os 10, 2). Invece di mettere la loro fede in Dio «essi hanno seguito l’inclinazione del loro cuore malvagio» (Ger 7, 24; 18, 12), cosicché calamità senza fine si sono abbattute su di essi. Non rimane più loro che «lacerare il loro cuore» (Gioe 2, 13) e presentarsi dinanzi a Dio con un «cuore contrito, umiliato» (Sal 51, 19), pregando il Signore di «creare loro un cuore mondo» (Sal 51, 12).
 
Don Franco Mastrolonardo: Cos’ha a che fare Gesù con la sua famiglia d’origine? Proviamo ad analizzare brevemente attraverso i Vangeli la relazione intrigante e complessa tra Gesù, sua Madre e i suoi fratelli.
Partiamo allora da Nazareth, quando Gesù esce allo scoperto e abbandonando la bottega del falegname comincia a predicare in Sinagoga come i maestri, i grandi maestri del tempo. Subito gli viene contestato questo inedito ruolo di profeta: "Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di loses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?» (Mc 6,3)
Cosa succede qui? Gli si ricorda la sua appartenenza al clan, alla famiglia d’origine. Tutti si scandalizzano perché Gesù è uscito senza preavvisi dal ruolo prestabilito dal clan. Da parte di Gesù c’è un atto di trasgressione pubblico. Anche i suoi si scandalizzano. Lo deduciamo dalla conclusione del discorso di Gesù che cita il famoso adagio: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”.
Così Gesù se ne va da Nazareth, ma passa appena un capitolo e nel Vangelo di Marco troviamo questa scena: Gesù entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: “È fuori di se”.
Qui la cosa diventa lampante: la famiglia di Gesù reagisce al suo successo popolare e cerca di recuperarlo prima che sia troppo tardi. La vocazione di Gesù è per loro qualche cosa di estraneo. Magari lo vogliono preservare, ma Gesù non si fa agganciare in nessun modo. È così netto nei confronti della famiglia, che non esita a pronunciare quelle parole così brucianti: “… chi non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo”.
Così nel Vangelo di Giovanni al cap. 7 leggiamo che “i suoi stessi fratelli non credevano più in lui”. Perché un atteggiamento di così tesa distanza?
Beh, la risposta l’abbiamo proprio nel Vangelo di oggi. All’ennesima invadenza affettiva dei suoi, Gesù risponde: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.
Gesù è uomo libero e liberante. Niente lo imprigiona: né la legge religiosa degli scribi e dei farisei e né la legge naturale della madre e dei fratelli. Ma non che sia contro la legge di Dio o contro la famiglia. No certamente. Gesù supera entrambe per entrare in una logica spirituale, in una logica di amore che le integra. Di fatto chi meglio della madre, di Maria,  ha saputo ascoltare e vivere la parola di Dio?
 
Vivere di fede - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Di coloro che con viva fede «ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» Gesù dice qualche cosa di inaudito, di ardito e di straordinario: «Essi sono per me madre e fratelli». Essi quindi appartengono a Gesù e fanno con Lui una sola famiglia. Egli li ama come ama sua madre, li tratta come si trattano i fratelli e le sorelle. Essi gli sono vicini, abitano nella sua dimora spirituale, mangiano alla sua tavola, hanno con Lui un’intimità familiare. Vivere di fede significa vivere con Dio e quindi in continua unione con Lui. La fede non è l’obbedienza strappata a stento per una quasi forzata sottomissione della volontà alla parola di Dio. Credere non significa neppure andare a tastoni nelle tenebre di una notte cupa e dolorosa che incute spavento. Né indica la reazione di una flebile, impercettibile voce, che chiama da lontano. Credere significa vivere accanto a Dio, significa fidarsi del suo amore, camminare nella sua luce, stare ogni giorno insieme con Lui.
I dommi di fede e l’insegnamento di Gesù non si esauriscono in discussioni teoriche e in trattati di teologia, ma si concretizzano in paragoni di efficacia rappresentativa e conducono ad una realtà piena di calore, di bontà e di affascinante bellezza.
 
Chi fa la volontà di Dio diventa fratello e madre del Signore - Gregorio Magno, Hom. in Ev., 3, 2: Non costituisce meraviglia che colui che fa la volontà del Padre sia detto fratello e sorella del Signore; per entrambi i sessi è infatti la chiamata alla fede. La meraviglia cresce piuttosto per il fatto che quegli venga anche detto «madre». Invero, (Gesù) si è degnato di chiamare fratelli i suoi fedeli discepoli, dicendo: "Andate, annunziate ai miei fratelli" (Mt 28,10). Ora però è il caso di chiedersi: Come può diventare sua madre chi, venendo alla fede, ha potuto divenire fratello del Signore? Quanto a noi, dobbiamo sapere che chi si fa nella fede fratello e sorella di Cristo, diventa sua madre nella predicazione. Quasi partorisce il Signore, chi lo ha infuso nel cuore dell’ascoltatore. E si fa sua madre, se attraverso la di lui voce l’amore di Dio viene generato nella mente del prossimo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Maurizio, Candido, Essuperio e Vittore, Martiri - Impegnati nel mondo ma al servizio del Signore: I fedeli di Cristo prendono sul serio i loro compiti ma sanno che tutto ha un senso solo in Dio, il principio e il fine di tutto. La vicenda dei santi Maurizio, Candido, Essuperio, Vittore e dei loro compagni soldati racconta una fede coraggiosa, sostenuta da una comunità capace di andare controcorrente.
Erano membri della legione tebea, che secondo la tradizione era composta tutta da cristiani egiziani in servizio ai confini orientali dell’impero romano. Alla fine del III secolo furono inviati da Massimiano nell’Europa centrale per contenere le rivolte dei Bagaudi e gli assalti di altri gruppi come i Quadi e i Marcomanni. Quando però venne loro richiesto di uccidere le popolazioni cristiane nel Vallese essi si rifiutarono, non accettando neppure di sacrificare agli dei. «Siamo tuoi soldati, ma anche servi di Dio – dissero all’imperatore –. A te dobbiamo il servizio militare, a lui l’integrità e la salute, da te abbiamo percepito il salario, da lui il principio della vita». Per questo andarono incontro a una punizione terribile: la decimazione, l’uccisione di un soldato ogni dieci. Maurizio, che comandava la legione, e i suoi compagni Candido ed Essuperio, da Agaunum riuscirono a fuggire, ma furono raggiunti dai commilitoni e vennero uccisi. Il Martirologio ricorda assieme a loro anche il «veterano Vittore».
 
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 21 SETTEMBRE 2026
 
SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA – FESTA
 
Ef 4,1-7.11-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 9,9-13

Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo ...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 30 agosto 2006): Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). È proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Il cristiano è colui che ha la passione per l’unità e per realizzarla asseconderà l’azione dello Spirito Santo e metterà come base al suo cammino di fede e alle sue relazioni umane l’umiltà, la mansuetudine, la carità, la pazienza e l’amore. Beato perché operatore di pace, sarà chiamato figlio di Dio (cfr. Mt 5,9). Pur fisicamente lontano dai suoi discepoli a motivo della sua ascensione al cielo, Gesù, in quanto Dio, «può dare alla Chiesa, con lo Spirito Santo, le strutture e le potenzialità necessarie al suo processo di crescita [«Ascendendo in cielo ... Ha distribuito doni agli uomini» creandoli apostoli, profeti, evangelisti, pastori ecc.]. La Chiesa, così dotata ha tutto ciò che le occorre per arrivare alla piena maturità del Cristo e diventare “uomo perfetto”, cioè far sua la pienezza del Cristo e di Dio, il quale in tal modo verrà a trovarsi “tutto in tutti” [1Cor 15,28]» (Vincenzo Raffa).
 
Vangelo
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
 
Matteo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: essa chiama alla sequela l’esattore di tasse Matteo muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva; ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri. Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,9-13
 
In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
 
Parola del Signore.
 
Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo - Il racconto della vocazione di Matteo si incunea in una sezione che va dal capitolo 8,1 fino al capitolo 9,34 nella quale, l’evangelista, mette in risalto l’autorità di Gesù che emana non solo dalle sue parole, ma anche dalle sue azioni. Gesù ammaestra con autorità e agisce con signoria: «le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7,28-29; Cf. Mc 1,2; Lc 4,32-26).
La chiamata di Matteo introduce due controversie sul comportamento di Gesù: una con i farisei sul suo atteggiamento verso pubblicani e peccatori (Cf. Mt 9,10-13) e una con i discepoli di Giovanni Battista sul digiuno (Cf. Mt 9,14-17). Ognuna di esse diventa per Gesù occasione per presentarsi come autorità superiore e definitiva. Egli è il medico dell’umanità (Cf. Mt 9,12-13) e lo sposo messianico (Cf. Mt 9,15).
La vocazione di Matteo è raccontata anche da Marco (2,13-14) e da Luca (5,27-28), ma con una differenza degna di nota: nei vangeli di Marco e di Luca il nome del vocato è Levi. Le soluzioni di tale diversità sono varie: o il gabelliere aveva due nomi o Gesù gli diede il soprannome di Matteo, che significa dono di Dio, oppure, come alcuni credono, sono stati «Marco e Luca a sostituire il nome di Matteo con Levi per non offuscare la dignità di uno dei Dodici, trattandosi di un pubblicano» (Angelico Poppi). Ma, alla fine, come sostengono altri, può darsi che «si tratti effettivamente di due persone diverse, e che Levi sia stato sostituito per il ruolo che questi svolse nell’evangelizzazione delle comunità matteane, dove ebbe origine il nostro vangelo, anche se Matteo non ne fu necessariamente il redattore» (Angelico Poppi).
Il mestiere di Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esacrato dal popolo perché creduto ladro (Cf. Lc 3,11) e disprezzato dai Farisei i quali, considerandolo peccatore pubblico perché impuro, lo ritenevano hic et nunc un condannato alla Geenna. Forse al soldo di Erode Antipa o degli odiati Romani, Matteo, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto che ha trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Cf. Mt 13,45-46). Per san Beda Venerabile non «c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con una invisibile spinta a seguirlo».
Non viene specificato se la casa dove viene apparecchiato il banchetto è quella di Matteo o quella di Gesù dove dimorava da quando aveva abbandonato Nazaret (Cf. Mt 4,13). Nel testo parallelo di Luca (5, 27-32) è il pubblicano divenuto discepolo che prepara in casa sua un banchetto per Gesù al quale invita anche i suoi pari. Per Angelo Lancellotti «è probabilmente il banchetto d’addio che il nuovo “apostolo” dà ai suoi ex-colleghi per sottolineare la serietà e il carattere definitivo della sua risposta alla singolare chiamata del Maestro di Nazaret».
In ogni caso mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori significa rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente e con una citazione veterotestamentaria tratta da Osea 6,6, qui certamente non al suo posto (Cf. Mt 12,7). Nella citazione fatta dall’evangelista Matteo vi si trova una notevole e sostanziale differenza: mentre in Osea l’oggetto diretto della religiosità fatta di «amore e conoscenza» è Dio, nel Vangelo è il peccatore.
Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (Cf. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25; Cf. seconda lettura).
Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (Cf. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (Cf. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinente gli ha dato.
 
Per approfondire
 
La misericordia di Dio e del Salvatore - Carlo Tomasini (Misericordia in Schede Bibliche Pastorali): Sul tema della misericordia di Dio, il NT riprende l’insegnamento dell’AT. Anzi, nel NT l’attributo divino della misericordia acquista particolare rilievo, perché la buona novella, l’evento salvifico giunto al suo compimento in Cristo, è appunto una rivelazione di misericordia. Maria, nel Magnificat, canta con le parole dei salmi la misericordia divina manifestatasi in lei (Lc. 1,50); questa misericordia viene legata alla sua fedeltà, e quindi richiama l’idea del patto: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc. 1,54).
Di questa misericordia si dice che Dio è “ricco” (Ef. 2,4); questa misericordia viene detta “grande” (1Pt. 1,3). La misericordia divina si manifesta con l’aiuto nelle necessità fisiche; così l’uomo che era stato indemoniato viene esortato ad annunciare come frutto della misericordia divina la sua guarigione (Mc. 5,19). Il ministero a postolico di Paolo viene più volte descritto come un frutto della divina misericordia, che liberamente lo ha chiamato e lo ha scelto per fare di lui una manifestazione di essa (1Cor. 7,25; 2Cor. 4,1); uno scorcio particolarmente suggestivo di questa riflessione di Paolo su se stesso come oggetto di misericordia e sul significato di questa misericordia lo troviamo nella 1Tim 1.
 
1Tim. 1,13-16: Io che per l’innanzi ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo lontano dalla fede; e la grazia del nostro Signore ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che sono in Cristo Gesù. È sicura questa affermazione e degna di essere accettata: Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io! Ma fu usata misericordia con me, perché Gesù Cristo volle dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
 
La misericordia divina è vista qui in quella che ne è la manifestazione più tipica, il perdono dei peccati. Ne viene vista l’espressione fondamentale, l’evento salvifico della redenzione di Cristo; e la chiamata dell’apostolo che era stato persecutore viene vista come un esempio di questo appello misericordioso ai peccatori.
Una più profonda riflessione teologica sulle caratteristiche della misericordia divina si trova in Rom. 9,15-22. Si riprendono qui dei testi e delle tematiche dell’AT per mostrare che la misericordia divina è assolutamente gratuita, si esercita secondo il divino beneplacito, e non le si può chiedere conto dei criteri secondo i quali sceglie i suoi eletti. Tutta la storia della salvezza è vista da Paolo sotto il segno della divina misericordia (Rom. 11,30-32; 15,8; Tito 3,5).
II giudizio finale viene visto come momento di misericordia per i giusti (Mt. 5,7).
Cristo viene detto “misericordioso” in Ebr. 2,11.
Tutto il suo atteggiamento si manifesta come una rivelazione della misericordia divina. L’idea del NT, che presenta Cristo come il rivelatore di Dio, si manifesta particolarmente per quanto riguarda questa caratteristica della misericordia.
Tutto il NT può essere considerato una rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo attraverso la morte redentrice che libera i peccatori dal loro stato di inimicizia con Dio.
Ricordiamo solo un passo che ci manifesta in maniera tipica questo atteggiamento di Gesù verso gli uomini. Richiesto indirettamente dai farisei sulle motivazioni del suo stare a mensa coi pubblicani e coi peccatori, Gesù risponde in Mt. 9,12-13: «Non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa significhi: Voglio la misericordia e non il sacrificio; non sono venuto infatti a chiamare i giusti ma i pec­catori».
Una sintesi sul pensiero e i sentimenti di Gesù verso l’umana miseria ci è data nel cap. 15° da Luca, noto come «il vangelo della misericordia».
 
Gesù chiama i peccatori - Crisostomo Giovanni, In Matth. 30, 1: Gesù, compiuto il miracolo, non rimane là per non accendere ancora di più, con la sua presenza, l’invidia dei farisei, ma cede di fronte ad essi e si ritira smorzando così la loro passione. Anche noi imitiamo il suo esempio, non trattenendoci con i nostri avversari; cerchiamo di lenire la loro ferita, cedendo e allentando la tensione.
Ma perché - voi mi chiederete - Cristo non chiamò Matteo insieme con Pietro, Giovanni e gli altri? Il Signore si era presentato a quegli apostoli quando sapeva che essi avrebbero risposto alla sua chiamata. Così chiama Matteo, quando è ben sicuro che lo seguirà. Per lo stesso motivo pescherà Paolo dopo la sua risurrezione. Colui che conosce i cuori e i segreti pensieri di ognuno, ben sapeva il momento in cui ciascuno di questi avrebbe ascoltato la sua chiamata. Perciò Gesù non chiamò Matteo all’inizio, quando ancora non era ben disposto, ma lo chiama ora dopo tanti miracoli, quando ormai la sua fama s’è diffusa e sa che il pubblicano è meglio preparato a rispondere al suo invito .
Ma è anche giusto ammirare la filosofia dell’apostolo che non nasconde la sua vita passata, e precisa anzi il suo nome mentre gli altri evangelisti lo sostituiscono con un altro nome (cf. Mc 2,14; Lc 5,27).
Perché Matteo riferisce che era seduto al banco dei gabellieri? Lo fa per porre in risalto la potenza di colui che lo chiama prima ancora ch’egli abbia rinunziato e abbandonato la sua disonorante professione e lo trascina fuori dalle indegne attività in cui era immerso. In modo analogo il Signore convertirà anche il beato Paolo, mentre pieno di furore e di rabbia getta fuoco contro i cristiani... Del resto, il Signore chiamò anche i pescatori mentre erano occupati nel loro lavoro. Il loro mestiere, però, non aveva niente di disonorevole, ma era l’occupazione di uomini rustici, schietti e del tutto semplici. L’attività del pubblicano era invece assai vergognosa e veniva esercitata con arroganza; si trattava di un impudente traffico che procacciava un illecito guadagno, di un vero e proprio furto, praticato sotto la protezione della legge. Malgrado questo, Cristo non si vergogna di chiamare Matteo. E perché stupirci che Cristo non abbia avuto vergogna di chiamare un pubblicano, quando non solo non si vergognò di chiamare una donna peccatrice, ma le permise anche di baciare i suoi piedi e di bagnarli con le sue lacrime? (cf. Lc 7,36-50). Proprio per questo Gesù era venuto: non solo per curare i corpi dalle loro infermità, ma per guarire anche le anime dalle loro iniquità .
 
Testimoni di Cristo - San Matteo, Apostolo e Evangelista - Accantonare gli affanni per trovare il vero amore: Se solo sapessimo lasciare per un attimo da parte le preoccupazioni e gli impegni quotidiani forse saremmo in grado di cogliere lo sguardo di chi ci ama davvero e che può cambiarci la vita. Proprio come il passaggio di Gesù davanti al banco delle imposte di Matteo per l’esattore delle tasse divenne un’occasione di conversione. A lui fu rivolta una sola parola, “Seguimi”, ma questo bastò per infrangere ogni difesa. Il senso di questa scena è chiaro: Cristo ci cerca lì dove siamo, superando ogni distanza, ogni distacco, ogni rifiuto. Levi, come viene chiamato Matteo nel Vangelo di Marco e di Luca, era un esattore, uomo del potere, di certo mal visto dal popolo, eppure Cristo scelse proprio lui lanciando così un messaggio rivoluzionario: Dio cerca i più lontani per farne i suoi testimoni. A sua volta la risposta di Matteo non si fece attendere: si alzò immediatamente e abbandonò il lavoro e tutto il resto per seguire quel maestro che l’aveva affascinato con una semplice singola chiamata. I gesti, gli sguardi, le parole cambiano e aprono a un futuro diverso, fatto di speranza e amore per il prossimo. Tutto il passato acquisisce una luce nuova, proprio come fa l’Antico Testamento nel Vangelo di san Matteo, che lega e intesse tra loro le vicende di Israele e quelle di Cristo. Mancano i dati biografici su san Matteo, ma secondo la tradizione morì martire. (Matteo Liut)  
 
O Dio, che con ineffabile misericordia hai scelto san Matteo
e da pubblicano lo hai costituito apostolo,
sostienici con il suo esempio e la sua intercessione perché,
seguendo te, possiamo aderire fermamente alla tua parola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 20 Settembre 2026
 
XXV Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 55,6-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Fil 1,20c-24.27a; Mt 20,1-16
 
J. CAMBIER e X- LÉON DUFOUR - IL VOLTO DELLA MISERICORDIA DIVINA: 1. Gesù, «sommo sacerdote misericordioso» (Ebr 2, 17). - Dovendo compiere il disegno divino, Gesù ha voluto «diventare simile in tutto ai suoi fratelli», per esperimentare la stessa miseria di coloro che veniva a salvare. Perciò tutti i suoi atti manifestano la misericordia divina, anche se non sono così qualificati dagli evangelisti. Luca ha avuto una cura tutta speciale di mettere in rilievo questo punto. I prediletti di Gesù sono i «poveri» (Lc 4, 18, 7, 22); i peccatori trovano in lui un «amico» (7, 34), che non ha paura di frequentarli (5, 27. 30; 15, 1 s; 19, 7). La misericordia, che Gesù testimoniava in modo generale alle folle (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32), in Luca assume un volto più personale: concerne il «figlio unico» di una vedova (Lc 7, 13) od un determinato padre piangente (8, 42; 9, 38. 42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. In tal modo l’universalismo è portato a compimento: «ogni carne vede la salvezza di Dio» (3, 6). Se Gesù ha così compassione di tutti, si comprende come gli afflitti si rivolgano a lui come a Dio stesso, ripetendo: «Kyrie eleison!» (Mt 15, 22; 17, 15; 20, 30 s).
2. Il cuore di Dio Padre. - Di questo volto della misericordia divina che mostrava attraverso i suoi atti, Gesù ha voluto dipingere per sempre i tratti. Ai peccatori, che si vedevano esclusi dal regno di Dio dalla grettezza dei farisei, proclama il vangelo della misericordia infinita, nella linea diretta degli annunzi autentici del VT. Coloro che rallegrano il cuore di Dio non sono gli uomini che si credono giusti, ma i peccatori pentiti, paragonabili alla pecora od alla dramma perduta e ritrovata (Lc 15, 7. 10); il Padre spia il ritorno del figliol prodigo, e quando lo scorge di lontano, è «mosso da compassione» e corre ad incontrarlo (15, 20). Dio ha atteso a lungo, attende ancora con pazienza Israele che non si converte, come un fico sterile (13, 6-9).
3. La sovrabbondanza della misericordia. - Dio dunque è il «Padre delle misericordie» (2 Cor 1, 3; Giac 5, 11), che accordò la sua misericordia a Paolo (1 Cor 7, 25; 2 Cor 4, l; 1 Tim 1, 13) e la promette a tutti i credenti (Mt 5, 7; 1 Tim 1, 2; 2 Tim 1, 2; Tito 1, 4; 2 Gv 3). Del compimento del disegno di misericordia nella salvezza e nella pace, quale era annunziato dai cantici all’aurora del vangelo (Lc 1, 50. 54. 72. 78), Paolo manifesta chiaramente l’ampiezza e la sovrabbondanza. Il culmine della lettera ai Romani sta in questa rivelazione. Mentre i Giudei finivano per disconoscere la misericordia divina, in quanto pensavano di procurarsi la giustizia con le loro opere, con la loro pratica della legge, Paolo dichiara che anch’essi sono peccatori, e quindi anch’essi hanno bisogno della misericordia mediante la giustizia della fede. Di fronte ad essi i pagani, ai quali Dio non aveva promesso nulla, sono a loro volta attratti nell’orbita immensa della misericordia. Tutti devono quindi riconoscersi peccatori per beneficiare tutti della misericordia: «Dio ha racchiuso tutti gli uomini nella disobbedienza per fare a tutti misericordia» (Rom 11, 32).
«SIATE MISERICORDIOSI ...» - La «perfezione» che, secondo Mt 5, 48, Gesù esige dai suoi discepoli, secondo Lc 6, 36 consiste nel dovere di essere misericordiosi «com’è misericordioso il Padre vostro». È una condizione essenziale per entrare nel regno dei cieli (Mt 5, 7), che Gesù riprende sull’esempio del profeta Osea (Mt 9, 13; 12, 7). Questa tenerezza deve rendermi prossimo al misero che incontro sulla mia strada, come il buon Samaritano (Lc 10, 30-37), pieno di pietà nei confronti di colui che mi ha offeso (Mt 18, 23-35), perché Dio ha avuto pietà di me (18, 32 s). Saremo quindi giudicati in base alla misericordia che avremo esercitata, forse inconsciamente, nei confronti di Gesù in persona (Mt 25, 31-46). Mentre la mancanza di misericordia nei pagani scatena l’ira divina (Rom 1, 31), il cristiano deve amare e «simpatizzare» (Fil 2, 1), avere in cuore una buona compassione (Ef 4, 32; 1 Piet 3, 8); non può «chiudere le sue viscere» dinanzi ad un fratello che si trova nella necessità: 1’amore di Dio non rimane che in coloro che esercitano la misericordia (1 Gv 3, 17).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - I miei pensieri non sono i vostri pensieri: Siamo all’epilogo della seconda parte del libro di Isaia, nota col nome di Deuteroisaia. I versetti odierni sono un chiaro invito alla fede nella potenza salvifica della Parola di Dio. È il gioioso momento della liberazione, il ritorno dall’esilio; il popolo deve accogliere questo dono con la conversione e la fede. L’intervento salvifico mette in evidenza la potenza, la trascendenza e allo stesso tempo l’immanenza di Dio: Egli può farsi vicino all’uomo, ricreare e dare un nuovo inizio a quanto sembrava perduto, finito per sempre.
 
Seconda Lettura - Per me il vivere è Cristo: L’apostolo Paolo, esaminando con serenità la sua condizione, ha l’intima consapevolezza che tutto sta per andare verso una tragica soluzione. In questa situazione drammatica, rivela che non sa bene che cosa desiderare e addirittura invocare nella preghiera: se la possibilità di continuare la missione ricevuta da Dio e l’opera intrapresa, oppure il vantaggio personale rappresentato dalla fine del lavoro e dalla morte con il conseguente dono della vita eterna. Paolo, comunque vadano le cose, è sereno dinanzi alla morte, anzi essa per l’apostolo sarà un guadagno: sarà per sempre con il Signore risorto. Per tutti i credenti l’unione ineffabile con il Risorto ha origine e inizio nel battesimo e raggiunge il suo acme nell’eucaristia per compirsi perfettamente nella morte. In ogni caso, Paolo è convinto, anzi ha la certezza che resterà in vita per continuare a spendersi per il Vangelo. La sua vita, il suo zelo per il Regno di Dio, le sue sofferenze, tutto è offerto a modello per ogni cristiano.
 
Vangelo
Sei invidioso perché io sono buono?
 
La ricompensa che i discepoli di Gesù devono attendersi non poggia sui parametri della meritocrazia, ma unicamente sulla sovrabbondante bontà e misericordia di Dio. «Assumendo fino a sera operai disoccupati e dando a tutti un salario intero, il padrone della vigna dà prova di una bontà che va oltre la giustizia, senza, d’altra parte, lederla. Tale è Dio, che introduce nel suo regno anche uomini chiamati tardi come i peccatori e i pagani» (Bibbia di Gerusalemme). I Giudei, i chiamati della prima ora, non se ne devono scandalizzare.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”.
Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
Parola del Signore.
 
Andate anche voi nella vigna - Nella parabola degli operai mandati nella vigna, il regno dei cieli è simile al modo di agire del padrone di casa, cioè al suo comportamento libero e gratuito.
La ricompensa che viene destinata agli operai della prima ora è di un denaro. Ai secondi viene assicurato quello che è giusto. Agli ultimi non viene detto nulla. Ma è sottinteso che essi riceveranno una paga corrispondente alle ore di lavoro consumate. Occorre notare che quest’ultimi vengono assunti verso le cinque di pomeriggio: un particolare in sé inverosimile, ma che serve a mettere in evidenza «la bontà del padrone che nel dare lavoro è spinto non dal suo utile ma dalla sua generosità verso gli operai» (Giuseppe Ferraro).
Alla fine della giornata, quando fu sera, il padrone della vigna regola i conti. Questo fare riflette la legge mosaica: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo» (Lev 19,13). E ancora: «Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato» (Dt 24,15).
Il padrone di casa vuole che si inizi dagli ultimi fino ai primi. Un altro particolare che non combacia con la realtà: forse il padrone della vigna voleva che gli operai assunti all’alba fossero presenti e si rendessero conto del suo modo di agire.
L’equità del giusto compenso viene stravolta dalla liberalità del padrone di casa, il quale dà a tutti, primi ed ultimi, come salario un denaro, provocando l’indignazione degli operai presi a giornata all’alba. Quello che «fa mormorare gli operai della prima ora contro il padrone non è tanto il fatto che si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato solo una moneta d’argento. Essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica» (Tiziano Lorenzin). Il disappunto nasce, quindi, dal fatto di non vedersi stimati, di non vedere valorizzata la loro fatica. È la rovente polemica che accompagnerà il ministero di Gesù e quello di Paolo. La giustificazione per mezzo delle opere era una mentalità che si era incollata alla religiosità ebraica e con la quale si pretendeva di condizionare Dio al momento del giudizio e della retribuzione. Questo modo di pensare aveva spaccato in due il mondo: da una parte i giusti perché osservavano la Legge, dall’altra gli empi sulla cui testa incombeva irreversibilmente l’ira di Dio. Invece la salvezza è un dono gratuito che nessuno può pretendere di accaparrarsi con le sue sole forze o con le sue buone opere. Tutto è grazia: quando l’uomo si rapporta con Cristo affidandosi alla sua opera e ai suoi meriti, mutando vita e ravvedendosi dai suoi peccati, Dio, allora, nella sua infinita misericordia tratta il peccatore come se fosse giusto.
La risposta del padrone è repentina. L’accusa di essere ingiusto viene rigettata sulla base di due ragioni: prima, il padrone della vigna ha rispettato i patti, ha dato quanto era stato concordato; seconda, se ha dato di più agli ultimi perché è buono e allo stesso tempo libero di disporre della sua volontà e dei suoi averi. In filigrana si può cogliere l’agire di Dio verso gli uomini: Egli è libero di accordare la sua grazia sia ai giusti che ai peccatori.
Il proverbio che conclude la parabola, Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi, noto anche nella letteratura giudaica, è riferito più volte dagli evangelisti con applicazioni diverse secondo il contesto (Cf. Mc 10,30; Lc 13,30). Va ricordato che queste parole «erano già state dette nel capitolo precedente [19,30] quando Gesù aveva assicurato una ricompensa enorme “sproporzionata” [cento volte tanto e in eredità la vita eterna] ai discepoli: quasi a sottolineare il capovolgimento degli abituali criteri umani fondati sul merito. In questo contesto la parabola diventa non solo una chiara illustrazione di tale principio, ma altresì una certezza consegnata alla comunità dei discepoli. Dio riserva la sua elezione a questi uomini spogli di tutto, di averi e di pretese [gli ultimi!]» (Adriano Schenker - Rosario Scognamiglio).
 
Per approfondire
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo) - La parabola degli operai mandati nella vigna dimostra che Dio impiega la libertà per il bene. Allorché dice: « Non posso forse fare del mio quello che voglio? » aggiunge anche: « O vedi tu con occhio maligno che io son buono? ».
Questa bontà della libertà di Dio si rivela nel fatto ch’egli chiama tutti.
Non esiste più un unico, e per di più piccolo, popolo eletto. Ora il Vangelo dev’essere annunziato a ogni creatura (Mc., 16, 15) e tutti i popoli devono essere chiamati al discepolato (Mt., 28, 19-20). Anche i peccatori vengono chiamati. Ancora una volta è confermata la parola di san Paolo che Dio ha abbandonato tutti al peccato per avere misericordia di tutti.
La bontà della libertà divina si rivela nella grandezza a cui l’uomo è chiamato, ch’è la partecipazione eterna alla magnificenza di Dio. L’uomo deve sollevarsi sopra la propria esistenza naturale e il proprio modo di essere per diventare realmente immagine di Dio. Deve camminare nella luce di Dio, procedere nella forza di Dio e partecipare alla vita di Dio. Il peccatore diventa membro della comunione dei santi.
La bontà della libertà di Dio è dimostrata anche dal fatto che Dio chiama sempre, costantemente. Non si tratta di un’occasione unica, la quale, se trascurata, è irrimediabilmente perduta. L’appello della grazia si ripete di continuo; di continuo all’uomo vengono offerte possibilità.
È proprio la grazia che rivela all’uomo la grandezza di Dio. La libertà può venir usata a piacimento. Dio l’impiega per largire la grazia, nella pienezza del suo amore, che non cessa mai d’affluire. Dio dà senza contare. Per questa ragione l’uomo non dev’essere invidioso e meschino, ma deve accogliere nella propria ristrettezza di cuore qualcosa della magnanimità e della generosità di Dio. Gli apostoli, che hanno ricevuto in modo particolare, devono saper anche distribuire in modo particolare. Una grazia maggiore è appello a una missione più vasta. L’umiltà della consapevolezza d’aver ricevuto dalla generosità del donatore, deve risvegliare la grandezza spirituale di largire lietamente a propria volta. Gli operai scontenti e mormoranti della parabola, che si lamentano di aver sopportato la fatica e il caldo di tutta la giornata, non devono esistere nel regno di Dio, perché la sopportazione della fatica e del caldo non è una penitenza, ma una concessione fatta a chi segue Cristo. Non è un dovere, ma una grazia. È la possibilità di rivelare e donare un amore più grande. È anche il dono ricevuto d’un amore più grande, perché si è stati chiamati già prima e si sarebbe potuto fare di più. L’uomo deve gettar via le piccole misure umane, deve pensare e giudicare in modo diverso. La misura ora è l’amore, che non conta e non pesa. L’uomo che si affida alla libertà e quindi all’infinità dell’amore di Dio, deve impiegare la propria libertà per donare amore.
Perciò questa parabola è assai importante per capire lo spirito che deve animare ogni cristiano. Essa insegna a conoscere meglio Dio, che impiega la libertà per mostrare il proprio amore.
 
Adriana Foglia (I nostri sette peccati) - L’invidia: GRAVE QUANTO LA SUPERBIA e a essa collegata per sottile parentela, l’invidia è un peccato imputabile in primo luogo a Lucifero.
Indotto da uno smisurato orgoglio a ribellarsi a Dio, cacciato dal Regno dei Cieli, all’angelo più bello, al «portatore di luce», non restò che tormentarsi per quanto aveva perduto, schiumare di rabbia per la possibilità concessa agli esseri umani di riscattarsi, di ritornare a quel paradiso a lui per sempre precluso, dar sfogo alla sua feroce invidia tentandoci in ogni modo.
L’opera del Maligno nell’instillarci invidia si è dimostrata così valida e frequente che sull’argomento hanno discettato non solo pensatori e moralisti ma anche il volgo, condensandone le malefatte in una serie di proverbi. E poiché i proverbi puntualizzano i punti dolenti dei nostri vizi, ne userò alcuni per tratteggiare le componenti dell’invidia.
L’erba del vicino è sempre più verde. Non potendo più gettare l’invidioso sguardo sul giardino della casa accanto - il cemento si è mangiato i praticelli - dobbiamo accontentarci di spiare i vicini da un anonimo, spesso squallido pianerottolo. Il mutar del luogo non ha tuttavia cambiato l’intenzione che riamane di non benevolo confronto.
Perché di confronto sempre si tratta: condizione essenziale dell’invidia è il rapporto societario, un rapporto che Francis Bacon definiva di prossimità: «I parenti stretti e i colleghi di ufficio, nonché coloro che sono stati educati insieme sono particolarmente inclini a invidiare i loro pari quando questi progrediscono. La ragione è da ricercarsi nel fatto che ciò costituisce per loro un rimprovero, poiché essi pure hanno avuto occasioni favorevoli che ritornano spesso alla loro memoria; si stabilisce così la spinta a compararsi con gli altri»!
Il confronto sollecita tanta più invidia quanto più stretta è la relazione (la prossimità) tra chi invidia e chi è invidiato; è infatti improbabile che un calzolaio invidi uno scienziato o che un commerciante invidi un poeta, mentre è normale che chi coltiva il proprio orto guardi con dispetto quello accanto se è o gli appare più rigoglioso.
Se ne deduce che l’invidia si innesca soprattutto nelle fasce orizzontali della società, dando ragione a Bacon che sosteneva che i re possono invidiare solo i re.
Non si può tuttavia dimenticare che nel significato attribuitole dalla Chiesa l’invidia fu nei primi tempi un «peccato di maldicenza, commesso dagli umili, che, essendo irrimediabilmente esclusi dagli agi e da ogni forma di potere, cercavano di alleviare l’ineluttabilità della loro condizione «sparlando» di coloro che stavano in cima alla scala sociale o erano i loro superiori.
La maldicenza è un venticello che, come argutamente osserva Chaucer, porta sulle sue ali i rancorosi livori dell’invidia.
Può esprimersi nella malafede di chi loda il prossimo intercalando dei se e dei ma che tolgono ogni valore ai precedenti elogi. Può invece sminuire con sistematica insistenza le qualità dell’invidiato, sottolineandone i difetti, spregiandone il successo, esaltando allo stesso tempo i pregi di qualcun altro, eretto a perfetto modello. Atteggiamento quest’ultimo abbastanza comune quando l’invidia si insinua tra coniugi, e produce come conseguenza la richiesta di divorzio «per crudeltà mentale».
C’è infine chi si rallegra delle insinuazioni e delle critiche, tanto meglio se rivolte ai più stretti parenti, oppure riferisce discorsi confidenziali distorcendone malevolmente il significato.
Quando la maldicenza si estende a un gruppo, a una categoria, a una classe - diventando così verticale - può limitarsi al mugugno o trasformarsi in protesta, in aperta ribellione. L’invidia dei «poveri» per i «ricchi», antica quanto il mondo, ne è un esempio.
 
Agostino (Sermo 87, 4.6) … ricevettero un denaro ciascuno: il quale rappresenta la Vita eterna, che sarà uguale per tutti. Anche se alcuni risplenderanno di più, e altri di meno, secondo i propri meriti, tuttavia, per quanto riguarda la Vita eterna, essa sarà uguale per tutti ... Il premio degli uni sarà più elevato di quello degli altri, tuttavia, per quanto riguarda il vivere in eterno, quello non vivrà più a lungo d’un altro, né questo più a lungo di quello.
 
Testimoni di Cristo - Martiri coreani. Dai laici la linfa vitale per il Vangelo nella storia: Ogni battezzato è “responsabile” del Vangelo, ognuno è volto di una fede che può cambiare la storia. È questo il messaggio che oggi ci arriva dalla storia della Chiesa in Corea e dai suoi martiri. Qui la fede cristiana arrivò nel 1784 grazie a un laico che partecipava alle delegazioni inviate a Pechino. Ma da subito in Corea i cristiani cominciarono a essere considerati con sospetto, tanto che fino al 1882 il Paese fu segnato da una violenta persecuzione contro i cristiani, portatori, a dire del governo coreano, di una “follia”. Per questo la comunità locale perse anche l’unico prete, che era giunto dalla Cina. Solo nel 1837 dei ministri ordinati poterono rimettere piede nel Paese, ma anche questi furono martirizzati. Nel 1984 papa Wojtyla canonizzò 103 martiri coreani. E tra queste “radici viventi” della fede in Corea vi fu anche il primo sacerdote coreano Andrea Kim Taegon (1821-1846) e Paolo Chong (1795-1839), apostolo laico, che si adoperò per far arrivare missionari dalla Cina. Il primo era nato da una nobile famiglia coreana cristiana (il padre morì martire a 44 anni) ed era stato mandato a studiare a Macao da uno dei missionari “clandestini”. Rientrato in patria fu ordinato prete nel 1844 dal vescovo francese Jean-Joseph Ferréol, anch’egli clandestino, con il quale lavorò a stretto contatto.
Taegon venne individuato, arrestato e decapitato nel settembre 1846.  (Matteo Liut)
 
O Padre, le tue vie sovrastano le nostre vie
quanto il cielo sovrasta la terra:
concedi a noi la gioia semplice
di essere operai della tua vigna
senza contare meriti e fatiche,
lieti solo di portare frutti buoni
per la speranza del mondo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.