9 Aprile 2026
 
Giovedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 3,11-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 8; Lc 24,35-48
 
Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi (Salmo Responsoriale),
 
Baldovino Di Ford (Tr. de sacr. alt., S. C. 93 p. 97): All’ origine della creazione, Dio aveva coronato l’uomo di gloria e di onore e l’aveva posto a capo delle opere delle sue mani. Egli aveva posto tutto sotto i suoi piedi, animali piccoli e grandi, e anche animali selvatici. Ma poi lo ha coperto di vergogna; e colui che era di poco inferiore agli angeli, si trova ora più in basso delle bestie selvagge.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La Bibbia di Navarra (Nuovo Testamento Vol II): Questo secondo discorso di san Pietro si divide in due parti: nella prima (vv. 12-16) l’Apostolo spiega che il miracolo si è verificato nel nome di Gesù e per la fede nel suo nome; nella seconda (vv. 17-26) invita alla penitenza la folla riunita, colpevole in qualche modo della morte di Gesù.
Queste parole mirano al medesimo fine di quelle pronunciate il giorno di Pentecoste: most rare il potere di Dio manifestato in Gesù Cristo, far comprendere agli Ebrei la gravità del lora crimine e indurii alla penitenza. In entrambi i discorsi si fa riferimento anche alla seconda venuta del Signore e soprattutto si mette in risalto l’importanza di proclamare la risurrezione di Gesù, di cui il Collegio apostolico si presenta come testimone.
 
Vangelo
Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.
 
L’intelligenza delle Scritture è un dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce (Cf. Gc 1,17): il credente, solo dopo aver incontrato Gesù risorto, può aprirsi alla conoscenza della Parola di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,35-48
 
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.
Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
 
Parola del Signore.
 
Gesù in persona apparve in mezzo a loro - L’evangelista Luca non vuole nascondere o minimizzare l’atteggiamento umano dei discepoli di fronte a Gesù risorto. Increduli, stupiti, spaventati (il testo greco ha atterriti), «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16).
Gli «Undici e quelli che erano con loro» trovano difficoltà nel credere alla risurrezione. Pensano di vedere un fantasma (spirito, pnèuma, nel testo greco). Credono di vedere «una persona defunta rievocata dalla loro fantasia allucinata e considerata come reale. Un’immagine illusoria, priva di corrispondenza con la realtà dei fatti» (Zingarelli).
Gesù incalza i discepoli e, dopo aver donato loro la pace, per dissipare le loro difficoltà li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi che portano impresse le ferite dei chiodi e a toccare il suo corpo.
Questi verbi - guardare, toccare - ritornano spesso quando i discepoli devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù. Per esempio, san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss).
L’incredulità si trasforma immediatamente in   grande gioia: l’esperienza fisica - vedere, toccare, udire - sfocia nella fede perché la fede è incontro con una Persona. E il Cristo risorto è una Persona, non è l’elucubrazione mentale di visionari o invenzione fantastica di menti malate. Gesù risorto non è un fantasma! È vivo! Palpatemi, toccatemi, «sono proprio io!».
 E indubbiamente il racconto lucano ha anche uno scopo didattico. Per dei cristiani «che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l’anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che Cristo risorto non era uno “spirito” immortale senza corpo [...], perciò san Luca vuole prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è veramente risorto perché adesso vive di nuovo con il suo corpo, quel corpo che era stato dato alla morte sulla croce» (S. Cipriani).
Ma poiché per la grande gioia ancora non credono, Gesù, per vincere ogni resistenza li invita a mangiare con lui. Chiede qualcosa da mangiare a compròva che lui è una Persona viva e vera. Anche il verbo mangiare torna spesso nella memoria degli Apostoli quando devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù (Cf. Atti 1,3-4; 10,41).
Il corpo del Risorto è impassibile e di conseguenza non ha più bisogno di nutrirsi, ma il Signore Gesù ricorre a questo espediente per confermare i discepoli nella verità della sua risurrezione.
Ma si trattò di un vero pasto? Al dire di san Tommaso d’Aquino ci sono «dei pasti che sono veri solo come verità figurata: per esempio il mangiare degli Angeli... Ora il mangiare di Cristo dopo la Risurrezione fu vero... tuttavia non c’erano gli effetti conseguenti alla masticazione, perché il cibo non era assimilato da chi ne mangiava, avendo un corpo glorificato e incorruttibile» (In Jo. ev., 122,8).
Se il mangiare è un’azione frequente nelle apparizioni pasquali, questi pasti del Risorto con i discepoli hanno anche una dimensione liturgico-eucaristica: l’Eucaristia è stare a mensa con il Signore risorto. Quindi, san Luca, con mirabili pennellate, vuole dipingere la vita della Chiesa dopo la risurrezione del suo Fondatore: Gesù Cristo mangia e conversa con i suoi discepoli, apre loro l’intelligenza alle Scritture, li istruisce e li dispone a ricevere lo Spirito Santo, la promessa del Padre.
Gesù, fugato ogni dubbio, istruisce i discepoli intorno alla sua missione terrena, una missione di salvezza da sempre pensata dal Padre: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me... Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti».
La necessità della morte orrenda di Gesù sulla croce rivela quindi l’amore infinito del Padre e del Figlio. Quest’ultimo si è offerto volontariamente alla morte di croce per amore e non perché costretto da condizioni esterne alla sua volontà. Non erano stati gli uomini a determinare la fine atroce del Verbo umanato, come erano stati tentati di credere gli stessi discepoli. Il fallimento umano della vicenda umana del Cristo in verità rientrava nel piano di salvezza di Dio: al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, anche degli stessi aguzzini che avevano crocifisso il Figlio, il Padre ha realizzato il suo disegno di amore, «creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di “amare” e di “obbedire” [...]. Il “segno supremo” dell’amore è la sua morte di croce che egli già “sa” da sempre [...]. Proprio perché Cristo “conosce” la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di “obbedienza”. Egli vive e muore non per sé, ma “per gli altri”» (S. Cipriani).
Ora, pieni di luce e ricolmi di verità, i discepoli possono accogliere le ultime istruzioni del Risorto: nel suo nome devono andare in tutto il mondo a predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme, che rimane così al centro della storia e della salvezza e di lì diffondersi progressivamente sino agli estremi confini della terra.
 
Per approfondire
 
Giuseppe Tosatto (Risurrezione Schede Bibliche Pastorali): Apparizioni di Gesù a testimoni ufficiali - Sono narrazioni che, nonostante le differenze, manifestano evidenti somiglianze di struttura.
Costituiscono come una esplicitazione della proclamazione primitiva, che intendono giustificare ed approfondire nel suo oggetto essenziale; per questo in esse gli intenti biografico-aneddotici passano in seconda linea per lasciar posto alle preoccupazioni kerygmatiche. Dal lato letterario troviamo in tutti uno schema pressoché identico, in cui diversi elementi vengono ripetuti in maniera stereotipa: 1) la situazione dei discepoli (nel Cenacolo, sul monte, ecc.); 2) l’apparizione ed il saluto; 3) il dubbio-timore degli apostoli, seguito dal riconoscimento del maestro; 4) la missione di Gesù agli apostoli, accompagnata da una promessa.
Dal punto di vista teologico queste apparizioni convergono su un interesse fondamentale: la realtà del risorto e la missione degli apostoli. Dal lato storico invece va notata la corrispondenza con l’elemento centrale del kerygma apostolico: il fatto della risurrezione e le apparizioni del Risorto testimoniate dagli apostoli.
Risulta quindi chiara l’importanza di questi racconti, confermata dall’or­ganizzazione che gli evangelisti danno al ciclo della risurrezione: al primo posto pongono cronologicamente l’esperienza del sepolcro vuoto; poi vengono le apparizioni a gruppi particolari unitamente all’episodio delle angelologie al sepolcro (apparizioni alle donne ed alla Maddalena) oppure con le apparizioni ai discepoli (ad es. il fatto di Emmaus); infine abbiamo le cosiddette apparizioni ufficiali, ove non è tanto l’ordine cronologico che viene seguito, quanto piuttosto l’intento teologico di presentare il fatto pasquale come a coronamento delle manifestazioni di Cristo, in quanto inaugurano il mistero della chiesa mediante l’invio in missione ed il dono dello Spirito.
Appartengono a questa serie di racconti:
1) l’apparizione di Gesù presso il lago di Tiberiade (Gv. 21,1-23): raccoglie ricordi vari che un discepolo di Giovanni ha letterariamente strutturato e posto a conclusione del quarto vangelo;
2) il mandato di Cristo risorto agli apostoli (Mt. 28,16-20): narrazione molto schematica, spoglia di qualsiasi elemento aneddotico;
3) l’apparizione al gruppo apostolico (Mc. 16,14-18): brano comunemente attribuito a Marco, ma che risale alla tradizione primitiva; questo racconto è tra i più storicamente fondati, a motivo del suo aggancio alla tradizione pre-evangelica e all’accordo «sostanziale» con gli altri vangeli;
4) l’apparizione nel cenacolo (Lc. 24,36-49): troviamo qui una presentazione più elaborata in cui, alle preoccupazioni teologiche di sempre, si aggiungono (oltre il tema del dubbio) i motivi apologetici, quali la prova della realtà del corpo risuscitato (vv. 39-43) e l’interpretazione delle scritture (vv. 44-47); i lettori di Lc. erano greci: era difficile per essi ammettere una risurrezione del corpo; di qui l’insistenza dell’evangelista per provare la realtà «fisica» di Cristo risorto dimostrata con i gesti del palpare e del mangiare; segue la missione, che Lc. compendia nella predicazione della penitenza e della remissione dei peccati;
5) la duplice apparizione di Gesù ai dodici (Gv. 20,19-23 e 24-29): il racconto, nella sua sobrietà, si avvicina alla tematica di Lc. e sottolinea un motivo specificamente giovanneo: quello della fede al di là dei sensi. Anche qui la missione apostolica è vista come remissione dei peccati.
In conclusione, attraverso l’esame dei caratteri letterari e dei contenuti storici e dottrinali delle varie testimonianze bibliche relative alla risur­rezione, si raggiunge la certezza che la fede pasquale sta alla base del­l’intero messaggio cristiano; essa si presenta fondata su due serie di fatti: l’esperienza del sepolcro vuoto e le apparizioni di Cristo risorto.
Tali elementi, che troviamo già presenti nello stadio pre-evangelico della tradizione, sono ripresi dagli evangelisti che, servendosi sia dei racconti di tipo ufficiale strettamente connessi con il kerygma primitivo, sia delle descrizioni sul sepolcro vuoto di genere narrativo, sia infine di tradizioni particolari, hanno sviluppato il cosiddetto ciclo della risurrezione su uno schema cronologico parzialmente artificiale, che presenta la realtà delle testimonianze pasquali secondo una certa qual gradazione tematica.
 
Lo stato dell’umanità di Cristo risuscitata - Catechismo della Chiesa Cattolica 645 Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto e la condivisione del pasto. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma, ma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole: poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l’aspetto di un giardiniere o «sotto altro aspetto» (Mc 16,12) diverso da quello che era familiare ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede.
646 La risurrezione di Cristo non fu un ritorno alla vita terrena, come lo fu per le risurrezioni che egli aveva compiute prima della pasqua: quelle della figlia di Giairo, del giovane di Naim, di Lazzaro. Questi fatti erano avvenimenti miracolosi, ma le persone miracolate ritrovavano, per il potere di Gesù, una vita terrena «ordinaria». Ad un certo momento esse sarebbero morte di nuovo. La risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il corpo di Gesù è, nella risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, si che san Paolo può dire di Cristo che egli è l’uomo celeste.
 
Avete ucciso l’autore della vita - Il discorso di Pietro è un discorso coraggioso che individua senza sconti gli autori materiali della morte del Cristo.
Ma chi è il vero mandante di quella morte orrenda? Senza ombra di dubbi possiamo rispondere che è stato il peccato degli uomini a crocifiggere il Figlio di Dio. Anche il nostro peccato: «La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che “ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle [...] sofferenze” del divino Redentore. Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù» (Catechismo della Chiesa Cattolica 598).
 «Peccato è tutto ciò che oscura l’anima», questa affermazione dello scrittore francese André Gide, premio Nobel nel 1947, è, per noi credenti, una verità inconfutabile. La Rivelazione, infatti, ha sempre affermato che Gesù è morto perché nella nostra anima ritornasse lo splendore della grazia.
Alla luce di questa semplicissima verità è chiaro, allora, «che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Se infatti le nostre colpe hanno condotto Cristo al supplizio della croce, coloro che si immergono nell’iniquità crocifiggono nuovamente, per quanto sta in loro, il Figlio di Dio e lo scherniscono con un delitto ben più grave in loro che non negli Ebrei» (Catechismo Romano). E alla luce di questa considerazione, la bilancia sfavorevolmente pende dalla parte dei cristiani. Perché i pagani, gli Ebrei, il Sinedrio, Giuda, Pilato, la folla subornata dai sinedriti hanno agito per ignoranza: «infatti, [gli Ebrei] se l’avessero conosciuto, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (1Cor 2,8). Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici» (Catechismo Romano).
Avete ucciso l’autore della vita, queste parole di Pietro, oggi, dovrebbero conficcarsi nel nostro cuore e come lame taglienti ridurre a brandelli la nostra coscienza di ipocriti cristiani. È arrivato il momento di riconoscere il proprio peccato, di odiarlo, di detestarlo cordialmente, di bandirlo per sempre dalla nostra vita. Chi ama il peccato morirà nel peccato: «Quelli infatti che sono stati una volta illuminati... e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro... se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia» (Ebr 6,4-6).
Chiunque tu sia, non puoi accampare scuse; o come diceva san Francesco d’Assisi: non dire sono stati i demoni a crocifiggerlo, «ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati».
E i tuoi vizi e i tuoi peccati ti trascineranno dinanzi al Giudice divino e a lui ti accuseranno.
 
Cirillo di Alessandria, Commento a Luca (PG 72, 950): Una volta che ebbe placato i loro pensieri con quanto aveva detto loro, con il tocco delle loro mani e con il cibo, egli aprì allora le loro menti alla comprensione del fatto che aveva dovuto soffrire, anche sul legno della croce. li Signore ricorda ai discepoli quanto aveva detto. Aveva preannunciato loro le sue sofferenze sulla croce, secondo ciò che i profeti avevano detto molto tempo prima. Apre anche gli occhi dei loro cuori affinché comprendano le antiche profezie.
 
Testimoni di Cristo - San Liborio Vescovo di Le Mans (Sec. IV): Secondo alcune fonti antiche Liborio sarebbe stato il quarto vescovo di Le Mans in Francia, ma non è possibile tracciarne una cronologia precisa. Il suo pontificato durò 49 anni, intorno al 380. Secondo alcuni documenti un suo successore, il vescovo Aldrico, consacrando la cattedrale nell’835 volle che uno degli altari fosse dedicato ai santi di Le Mans fra cui Liborio.
Nell’836 il vescovo di Paderborn inviò una delegazione a Le Mans per avere delle reliquie del santo. In occasione della traslazione avvennero dei miracoli. San Liborio divenne così patrono anche di Paderborn.
L’iconografia lo rappresenta come un vescovo anziano, caratterizzato dalla presenza di piccole pietre: è, infatti, protettore dei malati di calcolosi renale. Viene raffigurato anche assieme a un pavone o a qualche penna di pavone in ricordo del leggendario uccello che accompagnò la traslazione delle reliquie. Il culto è particolarmente diffuso in Francia, Germania, Spagna e Italia. (Avvenire)
 
O Padre, che da ogni parte della terra
hai riunito i popoli nella confessione del tuo nome,
concedi che tutti i tuoi figli,
nati a nuova vita nelle acque del Battesimo
e animati dall’unica fede, 
esprimano nelle opere l’unico amore. 
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

 8 Aprile 2026
 
Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 3,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 104 (105); Gv 20,22-28
 
Gioisca il cuore di chi cerca il Signore (Salmo Responsoriale)
 
Eusebio: Che significa cercare Dio? Gustare tutto quanto lo riguarda, pensare sempre a lui, meditare le cose di Dio nel proprio spirito, sempre. Non cessare mai di conversare con lui con la preghiera e le opere buone. Non una volta o due, ma per tutta la vita cercare l’aiuto del cielo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La Bibbia di Navarra (Nuovo testamento Vol. II): Gli apostoli considerano giunto il momento in cui, tramite loro, agisca quella potenza soprannaturale che hanno ricevuto da Dio. Ciò che, durante la sua vita, il Signore operava personalmente e col suo divino potere, lo fanno ora gli apostoli nel nome e con la forza di Cristo. «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano» (Lc 7, 22). Si compie la promessa del Signore, che ha concesso al suoi il potere di fare miracoli, segni visibili dell’arrivo del Regno di Dio. Non sono semplici fatti straordinari che avvengono casualmente o d’improvviso senza la collaborazione dei discepoli. Il Signore li realizza mosso dalla fede degli apostoli, che è condizione essenziale. I discepoli sanno di aver ricevuto un dono e agiscono di conseguenza.
I miracoli del Nuovo Testamento manifestano una situazione particolarmente intensa di grazia divina. Ma non sono un caso unico nell’economia cristiana della salvezza. Si ripetono, in diverse circostanze è con differenti modalità, quando ci sono le buone disposizioni interiori di uomini e donne di fede.
 
Vangelo
Riconobbero Gesù nello spezzare il pane.
 
Giorgio De Capitani: Il racconto dei due discepoli «rivela la maestria di Luca che ha saputo contemperare la suggestione dell’arte narrativa con l’insegnamento del predicatore» (R. Fabris). «Sembra conservare ancora l’eco di un ricordo personale che l’evangelista ha raccolto dalla primissima tradizione se non direttamente dalla voce di una dei protagonisti. Esso tuttavia non va inteso come la semplice cronaca di un fatto sia pure straordinario, in Luca assume anche un chiaro significato simbolico e teologico» (R. Riva). L’attenzione di Luca è posta sulle tappe del cammino di fede dei due discepoli: dalla tristezza e delusione passano alla commozione e alla gioia di aver riconosciuto il Signore. Prima attraverso la parola del Pellegrino misterioso, poi attraverso il Suo gesto di spezzare il pane a tavola. Il cammino di fede non si chiude a Emmaus: i due tornano a Gerusalemme. Torna il tema caro a Luca.
Qui a Gerusalemme, «essi, che dovrebbero dare l’annuncio di Pasqua, lo ricevono da quelli che sono attorno a Simone. Una formula di fede pasquale (“davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”), come risuonava nelle prime comunità cristiane, segna il punto di incontro e di riconoscimento dei discepoli. Non basta la comprensione delle Scritture, né basta spezzare il pane assieme. La fede nel Signore risorto è completa quando può confrontarsi ed esprimersi nella comune professione assieme a Simone e agli Undici» (R. Fabris). -
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,13-35
 
Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
Parola del Signore.
 
Si fermarono, col volto triste - Giuseppe Flavio racconta che l’Imperatore Vespasiano aveva stabilito una colonia di 800 veterani, licenziati dal suo esercito, in una località chiamata Emmaus e che distava da Gerusalemme trenta stadi (Guerra giudaica 7:6,6). Si ritiene che questo sia il luogo della cena di Gesù con i suoi discepoli, anche se la distanza non coincide con quella indicata da Luca.
I discepoli di Emmaus camminavano gemendo sotto il peso della tristezza: vivevano «fondamentalmente una crisi di speranza, provocata da un’errata concezione del Messia, concezione che fa sentire la morte di Gesù come scandalo e fallimento» (Luigi Di Pinto). Non avevano compreso la missione soprannaturale del Cristo perché non avevano interpretato in modo corretto i testi dell’Antico Testamento.
Mentre discorrevano di tutto quello che era accaduto, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Non riconoscendolo, i due discepoli rispondono alla domanda del forestiero raccontando la vita del Crocifisso, la sua missione e la sua morte e la loro vana attesa: è un modo come un altro per sfogare tutta la loro amarezza.
Noi speravano che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele, ma tutto era finito nella più cupa delusione, nonostante i discorsi sconvolgenti di alcune donne, discepole di Gesù; nonostante il sepolcro vuoto e l’ispezione fatta da Pietro e dal discepolo che Gesù amava. Per loro, la vita e la morte di Gesù rimanevano fasciate di mistero, irreale la sua risurrezione, oscure le sue promesse: non riuscivano a trovare la chiave di lettura degli avvenimenti accaduti intorno al Golgota e al sepolcro vuoto perché non avevano poggiato il loro capo sul cuore della Parola di Dio (Cf. Gv 13,26).
Cleopa e il suo compagno, tornavano a casa stanchi, col volto triste, sotto il peso insopportabile dello scandalo e del fallimento. Con il dissolversi della speranza, forse, avevano tagliato i ponti con la comunità e avevano deciso di tornare a casa: la frantumazione della comunione porta sempre con sé tristezza, sfiducia e solitudine.
Quando l’uomo è sull’orlo dell’abisso dello scoramento, Dio allora prende l’iniziativa: Gesù si avvicinò e camminava con loro, si fa trovare sulla strada dei discepoli smarriti per risanare i loro cuori affranti e fasciare le loro ferite (Cf. Sal 147,3).
I due discepoli camminavano e parlavano con Gesù, ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non lo riconoscono non perché i loro occhi non vedano, ma perché è loro impedito di vedere. Una sottolineatura tesa ad evidenziare che la fede nella risurrezione è un «dono perfetto che viene dall’alto» (Gc 1,17). Non potevano comprendere le Scritture perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: lo «Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
La domanda di Gesù, Che cosa sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino?, ha uno scopo propedeutico e critico: vuole che il discepolo innanzi tutto riveli a se stesso i pensieri segreti che lo agitano, le attese messianiche che avevano animato il suo discepolato, le disillusioni, i suoi errori nel comprendere il mistero del Cristo.
Solo confessando a se stesso l’errate valutazioni si può rendere disponibile a ricevere il dono della rivelazione.
Stolti e lenti di cuore: perché, sognando ad occhi aperti, avevano gustato infantilmente la gloria di un messia terreno e politico e assaporato la disfatta eterna degli odiati nemici che calpestavano le loro più elementari libertà, sciocche speranze umane che si erano dissolte dinanzi a una croce e a un sepolcro sigillato (Cf. Mt 27,66).
Cleopa e il suo compagno non avevano compreso le Scritture perché in esse non avevano cercato Cristo, ma i loro sogni. Non avevano capito le Scritture perché non si rendevano conto che la comprensione della Parola di Dio è frutto soltanto di un impulso manifesto dello Spirito Santo e di un intervento diretto del Cristo. Senza questo impulso e intervento la comprensione, come ricerca umana, rimane molto superficiale, scivolando spesso nell’errore e nel soggettivismo.
Questa verità è supportata da una annotazione che non va trascurata: cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Luca vuol dire ai suoi lettori che è impossibile arrivare alla conoscenza della Sacra Scrittura, e del progetto salvifico, senza che Gesù ne dia l’intelligenza della comprensione.
L’intelligenza della Sacra Scrittura, afferma san Bonaventura, «non nasce da uno sforzo di ricerca umana, ma dalla rivelazione divina, che ci viene dal Padre della luce [...]. Da lui, mediante suo Figlio Gesù Cristo, si diffonde in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito che comunica i suoi doni, distribuendoli a ciascuno come vuole, ci è donata la fede, e per la fede Cristo abita nei nostri cuori. Da questa conoscenza di Gesù Cristo ha origine, come dal suo principio, la fermezza e l’intelligenza di tutta la Sacra Scrittura» (In Breviloquium prologus).
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro: non si parla in modo esplicito della celebrazione eucaristica, ma queste parole oltre a richiamare la moltiplicazione dei pani (Lc 9,16) ricordano chiaramente l’ultima Cena (Lc 22,19).
Allo spezzare del pane, finalmente lo riconoscono: un’esperienza che «mette a fuoco il cuore dei discepoli, i quali si rendono consapevoli che il fatto della Risurrezione di Gesù li vuole ormai non più dubbiosi spettatori ma testimoni coraggiosi» (Carlo Ghidelli).
Sedotti dall’Amore (Cf. Ger 20,7), i due discepoli ritornano sui loro passi. Incontrandosi con gli Undici, ora, hanno la certezza di non aver incontrato un fantasma e sopra tutto perché la loro esperienza è confermata dalla testimonianza di Pietro (Cf. Lc 22,32): «la fede cristiana non va segregata nell’intimità privata, ma deve essere confrontata sempre con la struttura portante della Chiesa [gli Undici riuniti] sicché possa diventare patrimonio fruibile di tutti» (Alfonso Sidoti).
 
Per approfondire
 
Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? - Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca, Vol. II): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano d’iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è  potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21, 27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22, 29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36)
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica»  (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa mede­sima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testi­monianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.).
Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al   Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. 
San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando   si legge l’Antico Testa­mento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso,  perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è  steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).
 
Non bisognava... - La morte di Gesù non è la somma di sventurate coincidenze o il coagulo di odi, vendette o risentimenti, ma l’epilogo di un progetto che prevedeva la sua morte a vantaggio di tutti gli uomini (Cf. Eb 2,9). La Croce non è un fallimento, ma la via voluta da Dio (bisognava) per il trionfo definitivo di Cristo sul peccato e sulla morte, e quindi della redenzione di tutti gli uomini. La metodologia usata da Gesù per spiegare tale necessità, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui, vuole indicare ai discepoli la strada maestra per arrivare a comprendere la volontà e le vie di Dio: la Parola di Dio. Ma la Parola non basta: occorre incontrarsi; è necessario fare comunione con Gesù risorto nella frazione del pane, nutrendosi del Pane della Vita che il Risorto dona alla Chiesa; condividendo con i fratelli il pane della carità e della consolazione. Con «somma sapienza cristiana Luca evidenzia il ruolo delle Scritture, ma nello stesso tempo ne esprime anche i limiti. La comprensione introduce nel mistero del Signore, ma non per questo lo dona, perché la partecipazione ad esso non è un fatto di conoscenza razionale, sia pure connotata spiritualmente ... l’esperienza dell’incontro con il Risorto tocca il suo apice nel sacramento, nella “frazione del pane”, nell’eucaristia» (Egidio Caporello).
Quando Luca scrive il racconto, i cristiani già celebravano nelle loro case la cena del Signore (Cf. Atti 2,42.46; 20,7.11). Ed è proprio con l’espressione spezzare il pane che si indicava il memoriale della morte e risurrezione di Gesù. Quindi, Luca ha voluto che il credente, leggendo l’episodio dei discepoli di Emmaus, lo accostasse all’Eucaristia. Usando intenzionalmente un vocabolario eucaristico ha voluto dire ai suoi lettori che la frazione del pane li fa incontrare con il Risorto dando completezza e risonanza all’incontro avvenuto già alla mensa della Parola. Così come avvenne per i discepoli di Emmaus. È quindi una nota liturgica: la comunità cristiana ritrova la presenza del suo Signore nell’ascolto della Parola e nell’Eucaristia celebrata in un convito di fraternità agapica.
 
Guerric d’Igny (Sermones IV per la dom. delle Palme): ... sentivamo il cuore arderci in petto ... : è dunque ben più utile concepire Gesù nel cuore che vederlo con gli occhi o intenderlo parlare, e l’opera dello Spirito Santo è ben più potente nei sensi dell’uomo interiore che l’impressione degli oggetti corporei su quelli dell’uomo esteriore. Che posto rimane, in effetti, al dubbio, quando colui che testimonia e chi riceve la testimonianza non sono che un solo spirito? E se sono un solo spirito sono anche un solo sentimento e un solo consenso.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agabo, Profeta: Si tratta di uno dei personaggi citati dagli Atti degli Apostoli. Vissuto a Gerusalemme nel I secolo. Negli Atti compare la prima volta al capitolo 11, collocato in una più ampia categoria di “profeti” giudeo-cristiani, come erano note alcune figure carismatiche. Questo il racconto: «Alzatosi in piedi, egli annunziò per impulso dello Spirito che sarebbe scoppiata una grave carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio» (11,28). L’annuncio di Agabo aveva una finalità di solidarietà: la più ricca comunità cristiana di Antiochia, infatti, si autotassò per sostenere i fratelli della Giudea (11,29). Agabo riappare poi a Cesarea: «Presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà consegnato quindi nelle mani dei pagani» (At 21,11-13). (Avvenire)
 
O Dio, che ci dai la gioia di rivivere ogni anno
la risurrezione del Signore,
fa’ che mediante la liturgia pasquale
che celebriamo nel tempo
possiamo giungere alla gioia eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
  7 Aprile 2026
 
Martedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 2,36-41; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Gv 20,22-28
 
Croce e risurrezione son figure della vita cristiana: “Tutto ciò che è avvenuto sulla croce di Cristo, nella sepoltura, nella risurrezione il terzo giorno, nell’ascensione al cielo, nel trono alla destra del Padre, sta a raffigurare la vita cristiana, non solo con le parole ma anche con le azioni. Infatti in riguardo a quella croce è detto: Coloro che sono di Gesù Cristo hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e concupiscenze [Gal 5,24]. Per la sua sepoltura: Siamo stati consepolti con Cristo attraverso il Battesimo per la morte. Per la sua risurrezione: Come Cristo risorse dai morti per la gloria del Padre, anche noi comminiamo in novità di vita. Per l’ascensione al cielo e il trono alla destra del Padre: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose del cielo, dove Cristo siede alla destra del Padre gustate le cose del cielo non quelle della terra: siete morti, infatti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Agostino, De spe, fide, caritate, 14,53)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: At 2,36-41 descrive la conclusione del discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste e la nascita della prima comunità cristiana. Nel discorso petrino viene affermato con certezza che Dio ha costituito “Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”.
All’udire queste parole, gli ascoltatori si sentono trafiggere il cuore e chiedono agli apostoli: «Che cosa dobbiamo fare?». Nella risposta, Pietro indica la strada della salvezza: convertirsi e farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati.
Pietro rassicura che la promessa è per loro, per i loro figli e per tutti i “lontani” che il Signore chiamerà.
 
Vangelo
Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.
 
Maria di Magdala, dalla quale Gesù cacciato sette demoni (Mc 16,9), stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva: l’amore la tiene inchiodata al sepolcro, così come era rimasta inchiodata ai piedi della croce. Tutto sembra essere finito per sempre, e la visione degli angeli non la scuote, né la spaventa. Vede Gesù e non lo riconosce, lo scambia per il custode del giardino. Maria non pensa alla risurrezione, ha un solo cruccio: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo.
Dolore si assomma a dolore: hanno ucciso il Maestro, ora lo hanno rubato.
Maria ..., quella voce ... sì quella voce la conosce ... è Gesù ... vorrebbe trattenersi e trattenere il Maestro, ma non può, deve andare: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». E Maria si mette in cammino, non è il tempo di fermarsi, la Buona Novella della Risurrezione non deve fermarsi, ma diffondersi ... Ho visto il Signore ... una testimonianza che travalica il tempo e raggiunge, oggi, fino agli estremi confini della terra tutti gli uomini. Fedeltà, amore, sollecitudine ... come Maria dobbiamo metterci in cammino per annunciare al mondo il Vangelo della misericordia: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,11-18
 
In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro vangeli): La Maddalena aveva visto (blépei, v. I) la pietra rimossa, ma non era pervenuta alla fede. Tuttavia, il suo attaccamento a Gesù, al contrario dei due discepoli, la fece tornare al sepolcro. Al movimento della prima scena, che descrive la donna affannata che va di corsa ad annunziare la scomparsa del cadavere, si contrappone la staticità della seconda scena: Maria stava presso il sepolcro.
Il suo sguardo si fa più attento e scorge due angeli. Il verbo theòrein, che ricorre due volte in questo brano (vv. 12.14), denota una maggiore attenzione rispetto a blépein.
L’episodio è riportato solo da Giovanni, ma riecheggia l’apparizione alle donne narrata da Mt 28,9-10.
Come nelle altre apparizioni di riconoscimento, emerge la trasformazione avvenuta nel corpo di Gesù, che non è riconosciuto subito da Maria. I due discepoli di Emmaus lo riconobbero allo spezzare il pane, la Maddalena lo riconosce dalla voce. Luca probabilmente intendeva suggerire che la presenza di Gesù si può sperimentare nella frazione del pane eucaristico; per Giovanni questo si verifica soprattutto nell’ascolto della sua Parola, proclamata nelle assemblee cristiane. Sembra comunque che l’evangelista in questo brano voglia rilevare il progresso della fede: una «visione troppo umana del Gesù terrestre deve trasformarsi in una visione di fede» (De la Potterie, pp. 199-200).
 
Per approfondire
 
La risurrezione e il discepolo - I frutti della risurrezione hanno inizio con la comunione vitale con il Signore Gesù, mediante il battesimo, per terminare con la comunione totale alla sua gloria nel Regno del Padre. Coloro che ascoltano Pietro, nel giorno di Pentecoste, nel sentirsi “trafiggere il cuore” (“compúncti sunt corde” Atti 2,37), chiedono: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. Pietro risponde loro di fare penitenza e farsi battezzare. Coloro che acquisivano la fede nella Buona Novella non potevano che entrare immediatamente in una “comunità di salvezza” mediante il battesimo. Ma non si trattava più di un battesimo di penitenza, come quello di Giovanni Battista, ma di un battesimo “in Spirito santo e fuoco” (Mt 3,11). Le acque salutari del battesimo cristiano immergono l’uomo nella vita di Cristo facendogli fruire abbondantemente dei frutti dell’incarnazione, della morte e della risurrezione del Verbo di Dio. Nella lettera ai Romani, Paolo fornisce una spiegazione teologica di questo nesso. “Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,4). San Paolo, con queste parole, tenendo presente che l’immersione era la modalità del battesimo delle origini, vuole affermare che il battesimo seppellisce realmente il peccatore nella morte del Cristo (Col 2,12), da dove esce realmente, mediante la resurrezione con lui (Rm 8,11), come “nuova creatura” (2Cor 5,17), “uomo nuovo” (Ef 2,15), membro del corpo unico animato dall’unico Spirito (1Cor 12,13; Ef 4,4s). Questa resurrezione che sarà totale e definitiva solo alla fine dei tempi (1Cor 15,12s), si realizza già fin d’ora mediante una vita nuova secondo lo Spirito (Rom 8,2s; Gal 5,16-24).
 
Apparizione a Maria Maddalena - Felipe F. Ramos: Un giovane vestito di bianco (Marco), un angelo (Matteo), due uomini vestiti di bianco (Luca), due angeli (Giovanni). Come conciliare i quattro racconti evangelici sull’annunziatore o sugli annunziatori della risurrezione? Il nostro modo di raccontare ci porta facilmente sul terreno dell’alternativa: se è vero un racconto, non è vero l’altro. In verità, possono essere veritieri tutti e quattro. I quattro evangelisti, infatti, cercano di dirci la stessa cosa: gli angeli o gli uomini vestiti di bianco ci portano sul terreno del soprannaturale. Questo intendono dire gli evangelisti: presentare la risurrezione come un fatto strettamente soprannaturale, rappresentato tanto dagli angeli come dagli uomini biancovestiti ... Il «come» resta sempre misterioso. Il «come », che tende piuttosto a soddisfare la nostra curiosità, non fa parte di quello che Dio vuol comunicare all’uomo.
Maria Maddalena comprese che era il Signore quando lo udì pronunziare il suo nome. La scena ha il sapore duna relazione viva e convincente e, allo stesso tempo, è stata stilizzata e ridotta all’essenziale. Pare comunque chiaro che Gesù, per farsi conoscere, le ricordi il passato, come fece con altri, per esempio coi due discepoli di Emmaus. Il ricordo del passato indicava, allo stesso tempo, la continuità di Gesù dopo la sua risurrezione (coincidenza con quello che aveva conosciuto prima della sua morte), Maria, sentendo pronunziare il suo nome da colui che stimava un giardiniere, sentì l’evocazione di scene precedenti che avevano anch’esse Gesù per protagonista, e lo riconobbe.
Maria si gettò ai, piedi del Signore. Allora sorse in lei la fede vera, scoprì che Gesù è il Signore e si prostrò davanti, al suo Signore in atteggiamento d’adorazione. Pare che l’evangelista voglia far vedere, in tutta questa scena, un atto d’adorazione più diretto, personale e privilegiato che quello offerto più tardi dai credenti. Una specie di programma di come dev’essere l’adorazione dei credenti?
Il Cristo che il credente adora è quello che è asceso al Padre. Questa ascensione è descritta con categorie spaziali, come avviene abitualmente nel quarto vangelo. Perciò, si potrebbe dire che Maria avesse compiuto l’atto di culto prima che avvenisse l’ascensione al Padre; e questa sarebbe la ragione per cui Gesù le limita il tempo: «Non sono ancora salito al Padre mio».
Il senso più profondo, quello che è al di sopra della presentazione ingenua, è mettere in rilievo l’esperienza personale di Maria, esperienza avvenuta nel tempo e nello spazio, che la convinse pienamente del fatto della risurrezione di Gesù e che deve convincere anche gli altri. D’altra parte si rileva che Maria non è più privilegiata degli altri credenti; che rendono, culto al Signore.
Va’ dai miei fratelli. Gesù chiama «fratelli» i suoi seguaci, lo dicono espressamente i sinottici (Mc 3,14; Mt 28,10). Nel quarto vangelo, questa espressione si trova qui per la prima volta.
Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Giovanni mette qui il racconto dell’ascensione, come se fosse avvenuta nello stesso giorno di Pasqua. Nelle parole di Gesù si sente; da una parte, la differenza fra lui e i suoi discepoli: «mio» e «vostro» Padre (egli è il Figlio eterno di Dio, essi ne sono i figli adottivi), e dall’altra, la solidarietà e l’unione con Gesù: Gesù e i discepoli hanno relazione, con un unico Padre e un unico Dio.
 
Giovanni da Beirut, Hom. in Pascha: Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d’amore con il sepolcro del Maestro, esse attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un “sepolcro tagliato nella roccia” [Lc 23,53]. A queste donne in lacrime [cfr. Gv 20,11.13.15], due angeli luminosi [cfr. Gv 20,12; Lc 24,4] e abbaglianti come lampi di luce [cfr. Lc 24,4], davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente, mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita [cfr. Gv 11,25; 14,6] potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti [cfr. Lc 24,5]. Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” [Lc 24,5]. Fino a quando rimarrete così nell’errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e dispensatore di vita? La Luce [cfr. Gv 8,12; 1,4] è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno [cfr. Mt 27,63]. Il sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo [cfr. Gen 1,6-8]. Egli non è più avvolto dalle fasce [cfr. Lc 2,7-12]; egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte [cfr. Gv 11,43-44]. Andate via gioiose, correte ad annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione. Queste donne dunque, portate per il loro sesso al pessimismo e tuttora affezionate, per l’amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre di Paolo, con le quali anch’io, a mia volta, grido a voi nella letizia: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” [1Cor 15,20]. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.».
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Battista de la Salle: Nasce a Reims il 30 aprile 1651 da genitori nobili, ma non ricchi, e con dieci figli. Si laurea in lettere e filosofia; è sacerdote nel 1678, e a Reims assume vari incarichi, collaborando anche all’attività delle scuole fondate da Adriano Nyel, un laico votato all’istruzione popolare. Scuole gestite però da maestri ignoranti e senza stimoli. E proprio dai maestri parte la sua opera. Riunisce quelli di Nyel in una casa comune, vive con loro, studia e li fa studiare, osserva metodi e organizzazione di altre scuole. Insegna un metodo e abolisce le lezioni in latino, introducendo in ogni disciplina la lingua francese. Nel 1680 nasce la comunità dei «Fratelli delle Scuole Cristiane». In genere non sono preti, vestono una tonaca nera con pettorina bianca, con un mantello contadino e gli zoccoli, e sotto la guida del La Salle aprono altre scuole. Nel 1687 hanno già un loro noviziato. Nel 1688 sono chiamati a insegnare a Parigi dove in un solo anno i loro allievi superano il migliaio. A causa di critiche e ostacoli esterni da Parigi dovrà portare la sua comunità nel paesino di Saint-Yon, presso Rouen, dove morirà il 7 aprile 1719. (Avvenire)
 
O Dio, che ci hai donato i sacramenti pasquali,
assisti questo popolo con la tua grazia,
perché, raggiunta la libertà perfetta,
possa godere in cielo
quella gioia che ora pregusta sulla terra.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
  6 Aprile 2026
 
Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 2,14.22-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 15 (16); Mt 28,8-15
 
Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo.  (Sal 117,24 - Acclamazione al Vangelo).
 
Spirito Rinaudo: Per gli Ebrei, erano giorni memorabili, di gran festa e di gioia, quelli nei quali vedevano rinascere la loro nazione e la città santa dopo le tristezze dell’esilio e la rovina delle guerre; ciò significava per essi un nuovo inizio della loro storia, la riconferma della loro elezione da parte di Dio e la continuazione dell’alleanza. Per il mondo e per tutta l’umanità, il giorno della risurrezione di Cristo da morte segna veramente l’inizio di una èra nuova. La Chiesa saluta il sorgere di questo giorno con il canto celeste dell’alleluia e con il salmo 117.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Mode:  La citazione At 2,14.22-33 si riferisce a un passaggio fondamentale degli Atti degli Apostoli. Si tratta di una parte del primo grande discorso pubblico di san Pietro a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. 
Ecco i punti salienti del brano:
Il Discorso di Pietro: L’annuncio iniziale (v. 14): Pietro, insieme agli altri undici apostoli, si rivolge alla folla spiegando gli eventi prodigiosi appena accaduti con la discesa dello Spirito Santo.
Gesù il Nazareno (vv. 22-24): Pietro presenta Gesù come un uomo accreditato da Dio attraverso miracoli e prodigi. Nonostante sia stato consegnato e ucciso per mano di pagani, Dio lo ha risuscitato, sciogliendo i legami della morte.
La profezia di Davide (vv. 25-31): Viene citato un salmo di Davide per dimostrare che il patriarca aveva previsto la risurrezione del Cristo. Pietro spiega che Davide è morto e sepolto, dunque non parlava di se stesso, ma del Messia la cui carne non avrebbe conosciuto la corruzione.
Testimonianza e Spirito (vv. 32-33): Gli apostoli si dichiarano testimoni oculari della risurrezione di Gesù. Egli, ora innalzato alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo ha effuso sui credenti. 
 
Vangelo
Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.
 
Maria di Màgdala e l’altra Maria, all’alba, vanno al sepolcro, non per ungere o imbalsamare il corpo di Gesù, come dicono Marco e Luca, ma per visitarlo. Matteo, infatti, ha già dato notizia delle guardie poste a custodia del sepolcro che impedivano a chiunque l’accesso, quindi le donne non potevano entrare nella tomba per ungere il corpo di Gesù. Al gran terremoto segue l’apparizione dell’angelo del Signore dall’aspetto come la folgore e in vesti bianche come neve. Sono elementi simbolici, derivati dalle teofanie apocalittiche (cfr. Dan7,9 e 10,6.8-9). Sono tutti motivi che si collegano ai temi della manifestazione di Dio e del giudizio. Con questi tratti Matteo ci offre un codice di lettura e ci apre il senso della risurrezione stessa: è il gesto escatologico finale di salvezza che impegna gli uomini in una risposta di fede. So che cercate Gesù, il crocifisso. “Non è qui…”, l’angelo del Signore non si limita ad affermare che il Cristo è risorto, ma attira l’attenzione sulla croce: la risurrezione è la vittoria della croce, ne svela il senso positivo e salvifico. La via dell’amore percorsa da Gesù non è dunque vana: contrariamente al giudizio degli uomini, essa è la via che porta alla vita e costruisce il mondo nuovo. Il giudizio di Dio è diverso da quello degli uomini. Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli (Mt 28,8): questo è il frutto più bello della Pasqua, chi ha incontrato il Risorto non può non correre per le vie del mondo per annunciare con grande gioia che la morte è stata ingoiata nella vittoria (1Cor 15,54). La pericope si conclude con il tentativo da parte del Sinedrio di mascherare la Risurrezione con il goffo suggerimento dato alle guardie di dire che il corpo del Crocifisso è stato trafugato mentre esse dormivano. Un goffo suggerimento che goffamente e maliziosamente si perpetua come litania a danno degli sprovveduti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 28,8-15
 
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
 
Parola del Signore.
 
I capi ebrei corrompono le guardie - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 8 Con timore e grande gioia; rilievo appropriato che indica lo stato psicologico delle pie donne, le quali, dopo le cose viste e sentite, provano un senso misto di turbamento e di contentezza. Si allontanarono... dal sepolcro; vari codici portano un altro verbo: uscirono (dal sepolcro), per armonizzare il testo di Matteo con quello di Marco (16, 8).
versetti 9-10 L’apparizione di cui parla Matteo va identificata molto probabilmente con quella riferita da Giovanni (20, 11-18); il quarto evangelista narra con ricchezza di particolari l’apparizione di Gesù risorto ad una sola donna: Maria Maddalena. Matteo attribuisce all’intero gruppo (venne loro incontro) ciò che è accaduto ad una sola donna: Maria di Magdala, usando il così detto «plurale di categoria» (cf. Mt., 2, 20; 24, 8; 27, 44). Gli strinsero i piedi; l’evangelista narra con affrettata sobrietà questa apparizione. Gesù prende l’iniziativa con le parole del saluto; le donne non dicono nulla, ma compiono un gesto pieno di rispettoso amore, esse si prostrano ai piedi del risorto per cercare di toccarli e baciarli. Non temete; il Maestro parla nuovamente per dissipare gli ultimi resti di turbamento. Ai miei fratelli, come in Gio., 5, 17; fino a quel momento Gesù non aveva mai usato quel termine per indicare i discepoli. Vadano in Galilea, là mi vedranno; l’espressione non indica che Gesù apparve ai discepoli soltanto in Galilea; Luca e Giovanni, come già è stato detto, narrano le apparizioni di Gesù ai discepoli avvenute in Giudea. Dal confronto con il passo di S. Paolo (1 Corinti, 15, 5-7), nel quale sono enumerate le varie apparizioni di Cristo, risulta che nessuno degli evangelisti ha inteso narrare tutte le apparizioni di Gesù risorto.
versetto 11 Alcuni dei soldati di guardia; alcune sentinelle si affrettarono più delle altre a raggiungere i gran sacerdoti per riferire l’accaduto. Matteo si limita a riportare il fatto senza indicare le modalità del rapporto compiuto dai soldati di guardia. La situazione era imbarazzante per gli uomini incaricati della vigilanza alla tomba. Non è necessario pensare che i soldati abbiano dato una spiegazione soprannaturale allo straordinario evento (questa spiegazione sarebbe stata derisa dai gran sacerdoti), ma è presumibile ritenere che le guardie, dal fatto che non sono accusate di diserzione, abbiano lasciato capire che gli avvenimenti di cui erano stati spettatori avevano una portata eccezionale.
versetti 12-14 Deliberarono di dare ai soldati molto denaro; la notizia di Matteo svela la bassezza morale dei nemici di Gesù. I gran sacerdoti e gli anziani, pur di nascondere l’evidenza dei fatti, non rifuggono dal corrompere i soldati con il denaro. Voi direte: i suoi discepolivenuti di nottelo rubarono mentre noi dormivamo; i sacerdoti con gli anziani istruiscono anche i soldati sul modo di spiegare il fatto; essi devono parlare di trafugamento della salma, non già di risurrezione. Indubbiamente la fragile diceria del trafugamento doveva essere detta alla gente, cioè a quella massa che, non riflettendo e non possedendo un potere discriminante, accoglie anche le notizie più impensabili; per l’autorità la diceria della rimozione notturna della salma non poteva costituire un argomento valevole. Noi lo convinceremo e non vi faremo aver noie; nel caso che il governatore venisse a conoscere la notizia ed aprisse un’inchiesta su la diserzione delle guardie, i sacerdoti assicurano alle sentinelle fuggite di evitare loro ogni noia. La sicurezza con la quale i sacerdoti parlano lascia intravedere che tra essi ed il procuratore vi erano mezzi d’intesa. Lo convinceremo (πείσομεν); alcuni esegeti ritengono che πείθω abbia qui il senso di: persuadere con denaro, cioè: corrompere con esso (cf. 2Maccabei, 4,45; 10,20).
versetto 15 I soldati accondiscendono ed accettano volentieri il denaro. Con quell’accomodamento e quell’assicurazione le sentinelle furono tranquillizzate; tirando le somme il loro servizio di vigilanza, fatta eccezione per la gran paura avuta, si chiudeva in attivo. Questa diceria si è sparsa tra i Giudei fino al giorno d’oggi; l’evangelista indica la fonte della sua informazione; egli ha appreso la notizia da circoli ebraici nei quali era corrente quella spiegazione dei fatti; anche S. Giustino (Contro Trifone, 108) attesta l’esistenza di questa diceria del trafugamento. Matteo, che probabilmente ha avuto un intento apologetico nel riportare l’episodio (28, 11-15), non nasconde una punta d’ironia nel suo racconto: i rappresentanti dell’ebraismo (i gran sacerdoti e gli anziani) ricorrono alla testimonianza di persone addormentate. S. Agostino rilevava la fragilità di questa diceria con una formula incisiva e mordacemente ironica: dormientes testes adhibes.
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Questo brano disorienta più di quello della costituzione del corpo di guardia (27,62-66). Tutto sembra predisposto e ponderato con prudenza. Ma quando avviene l’imprevisto, lo si deforma con una menzogna evidente. Delle guardie, quando mai possono ammettere di aver dormito? E se Pilato ne viene a conoscenza, come potrebbe passar sopra a una mancanza così grave? Che interesse dovrebbero avere le guardie a diffondere questa storiella? Eppure questa fama ha resistito per decenni tra i giudei.
E come potrà portar frutti il seme sparso, se il terreno viene “guastato” in questo modo? L’annuncio di quanto gli apostoli hanno visto e udito, come può trovare cuori pronti al accoglierlo, se questi sono stati già induriti?
Il discorso vale in primo luogo certamente per le guide del popolo, che hanno diretto il processo contro Gesù, disposto ed eseguito in tutte le sue fasi, fino a quest’ultima. Ma la menzogna si divulga e avvelena il popolo, e rende difficile diffondere la fede del messaggio della risurrezione! Benché abbia già fatto irruzione il tempo nuovo di Dio, satana può continuare la sua opera.
 
La risurrezione di Gesù: un avvenimento diverso: Catechismo degli Adulti 269: La risurrezione di Gesù può essere considerata un fatto storico? È questa una domanda importante per la fede. La risurrezione di Gesù si riflette nella storia con dei segni: il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto, la conversione e la testimonianza dei discepoli, i miracoli e altre manifestazioni dello Spirito. Tuttavia si tratta di un avvenimento non osservabile direttamente come i normali fatti storici: un avvenimento reale senza dubbio, ma di ordine diverso. I Vangeli narrano le sue manifestazioni, ma non lo raccontano in se stesso, perché non può essere raccontato. Le sue modalità rimangono ignote. Con la risurrezione, Gesù non è tornato alla vita mortale di prima, come Lazzaro, la figlia di Giàiro o il figlio della vedova di Nain; è entrato in una dimensione superiore, ha raggiunto in Dio la condizione perfetta e definitiva di esistenza. Non è tornato indietro, ma è andato avanti e adesso non muore più. Il nostro linguaggio non può descriverlo come veramente è: i risorti sono «come angeli nei cieli» (Mc 12,25) e il loro corpo è un «corpo spirituale» (1Cor 15,44), trasfigurato secondo lo Spirito, vero ma diverso da quello terrestre, come la pianta è diversa dal seme
 
Omelia per la santa Risurrezione del nostro Salvatore - Giovanni da Beirut (Hom. in Pascha): “Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d’amore con il sepolcro del Maestro, esse attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un ‘sepolcro tagliato nella roccia’ [Lc 23,53]. A queste donne in lacrime [cfr. Gv 20,11.13.15], due angeli luminosi [cfr. Gv 20,12; Lc 24,4] e abbaglianti come lampi di luce [cfr. Lc 24,4], davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente, mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita [cfr. Gv 11,25; 14,6] potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti [cfr. Lc 24,5]. Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: «“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?’ [Lc 24,5]. Fino a quando rimarrete così nell’errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e dispensatore di vita? La Luce [cfr. Gv 8,12; 1,4] è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno [cfr. Mt 27,63]. Il sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo [cfr. Gen 1,6-8]. Egli non è più avvolto dalle fasce [cfr. Lc 2,7-12]; egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte [cfr. Gv 11,43-44]. Andate via gioiose, correte ad annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione». Queste donne dunque, portate per il loro sesso al pessimismo e tuttora affezionate, per l’amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre di Paolo, con le quali anch’io, a mia volta, grido a voi nella letizia: ‘Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte’ [1Cor 15,20]. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Testimoni di Cristo - Santa Nicoletta Boylet, Vergine: È nata quando ormai i genitori - il carpentiere Roberto Boylet e sua moglie Caterina - non speravano più di avere figli. L’hanno chiamata Nicoletta (familiarmente Colette) in onore di Nicola di Bari, alla cui intercessione si attribuiva la sua nascita. Colette intraprende la sua complicata esperienza religiosa a 18 anni, dopo la morte dei genitori. E la conclude a 25 su consiglio del francescano Enrico di Baume, tornando fra le Clarisse, perché si sente chiamata alla riforma degli Ordini istituiti da san Francesco. Nel 1406, a Nizza, riceve il velo da Benedetto XIII, che l’autorizza a riformare i monasteri dell’Ordine e a fondarne di nuovi. Per alcuni anni, lei vede fallire gli sforzi di riforma, e solo nel 1410 ha il suo primo monastero rinnovato a Besançon, seguito poi da altri 16. Colette muore a Gand nel 1447. (Avvenire)

O Padre, che fai crescere la tua Chiesa
donandole sempre nuovi figli,
concedi ai tuoi fedeli di custodire nella vita
il sacramento che hanno ricevuto nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.