13 Ottobre 2026
 
Martedì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Gal 5,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Lc 11,37-41
 
La libertà è un tesoro che si apprezza realmente solo quando la si perde. Per molti di noi, abituati a vivere nella libertà, spesso appare più come un diritto acquisito che come un dono e un’eredità da custodire. Quanti fraintendimenti intorno al tema della libertà, e quante visioni differenti si sono scontrate nel corso dei secoli! Nel caso dei Galati, l’Apostolo non poteva sopportare che quei cristiani, dopo avere conosciuto e accolto la verità di Cristo, si lasciassero attirare da proposte ingannevoli, passando dalla libertà alle schiavitù: dalla presenza liberante di Gesù alla schiavitù del peccato, alla schiavitù del legalismo e così via. Anche oggi il legalismo è un problema nostro, di tanti cristiani che si rifugiano nel legalismo, nella casistica. Paolo invita quindi i cristiani a rimanere saldi nella libertà che hanno ricevuto col battesimo, senza lasciarsi mettere di nuovo sotto il «giogo della schiavitù» (Gal 5,1). Paolo è giustamente geloso della libertà. (…) Una predicazione che dovesse precludere la libertà in Cristo non sarebbe mai evangelica: sarebbe forse pelagiana o giansenista o cosa del genere, ma non evangelica. Non si può mai forzare nel nome di Gesù, non si può rendere nessuno schiavo in nome di Gesù che ci rende liberi. La libertà... la libertà è un dono che ci è dato nel battesimo. (Francesco - Udienza generale, 6 ottobre 2021)
 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Overview dell’AI: Il brano di Galati 5,1-6 rappresenta il cuore della Lettera ai Galati di san Paolo, dove l’apostolo difende la libertà cristiana contro ogni ritorno alla schiavitù della Legge mosaica (in particolare la circoncisione).
Sintesi del testo e temi principali - libertà e grazia: La salvezza è un dono gratuito e non un traguardo meritocratico legato all’osservanza rituale.
Fede e Amore: La fede autentica non resta un concetto astratto, ma si traduce inevitabilmente in opere di servizio e amore fraterno.
 
Vangelo
 Date in elemosina, ed ecco, per voi tutto sarà puro.
 
La cortese lezione che Gesù dà al fariseo, può essere divisa in due parti, con una breve conclusione. La prima parte mette a nudo l’ipocrisia dei farisei con la quale celavano la loro avidità e la loro cattiveria: Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Naturalmente non tutti erano ipocriti, alcuni sinceramente cercavano nella scritture la verità e la volontà di Dio, e Gesù in più occasioni loda tale amore verso la Parola di Dio.
La seconda parte mette in evidenza la stoltezza delle guide spirituali del popolo d’Israele. Ma più che stoltezza dovremmo parlare di incoerenza di dottrina. Di fatto sapevano che l’uomo era uscito dalle mani del Creatore, ed era chiaro che bisognava attenzionare più la purità delle intenzioni che la purità del corpo: Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Come dire che a Dio interessava di più un cuore puro, scevro da ogni forma di avidità e di cattiveria piuttosto che la pulitura di bicchieri o di stoviglie. Una tentazione strisciante, ancora oggi, assai presente anche nella Chiesa. Gesù, in questo rimprovero si conforma alla predicazione dei profeti: “Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male,  imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,15-17)
Con la conclusione Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro, Gesù vuol suggerire al suo interlocutore che a “una luminosità esteriore” bisogna contrapporre “la luce del dono e della misericordia che viene dal di «dentro»” (Silvano Fausti).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,37-41
 
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».
 
Parola del Signore.
 
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo - Carlo Ghidelli (Luca): un fariseo lo invitò a pranzo... si meravigliò: Gesù accettava volentieri inviti a pranzo (cfr 7,36; 14,1), ma in questo caso non si sottomette alle prescrizioni legalistiche dei Giudei, quali le abluzioni, per far nascere la questione alla quale vuol rispondere. I giudei annettevano grande importanza alle abluzioni (cfr Mc 7,3s), ma Gesù le rifiuta (cfr Mt 15,20) e pure i suoi discepoli non le praticano (Mt 15,2; Mc 7,2-5).
Ma il Signore gli disse: - leggendo nel cuore dell’ospite Gesù si indigna di fronte ad un capovolgimento così radicale e così abnorme: ciò che dovrebbe essere solo un segno viene assolutizzato a scapito della realtà stessa. In altri termini, la minuziosità e la scrupolosità nell’osservanza delle prescrizioni della legge minaccia di compromettere l’impegno nella ricerca della purezza interiore. Gesù dunque si scaglia contro il formalismo farisaico e gli oppone la religione del cuore (cfr 6,45; 10,27; 12,34; 16,15; 21,34; 24,25). Il v. 40 è esclusivo di Luca e ribadisce che bisogna preoccuparsi di tutto quello che Dio ha creato, dell’esterno e dell’interno, la parte visibile e tangibile della nostra esperienza e la parte intima e profonda della nostra vita. Dio non può accontentarsi delle pratiche esteriori, però egli ama vedere impegnato tutto l’uomo nei confronti del Vangelo.
Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro...: l’accenno all’elemosina ce l’ha solo Luca. Lo sappiamo, è
un tema caro a Luca (cfr 12,33; 16,9; 19,8; At 9,36; 10, 2.4.31; 11,29; 24,17 e, in parallelo con Matteo e Marco, anche 6,30; 18,22; 21,1-4). Questo versetto è uno dei più difficili di tutto il vangelo lucano; d’altra parte, dalla sua interpretazione dipende anche il concetto di purezza interiore. L’espressione greca ta enonta può significare quello che c’è dentro, oppure quello che possedete, o infine, come nella Volgata quello che avanza. I significati qui possibili però sembrano soltanto due: - date in elemosina i frutti delle vostre ingiustizie (cfr Lc 16,9) e solo allora tutto sarà puro in voi; - oppure: date in elemosina ciò che possedete, impegnatevi cioè nel precetto della carità, e solo allora potrete dire di aver agito secondo la legge. In ambedue i casi è sempre il comandamento dell’amore (cfr 6,27-36; 10,29-37) che viene ribadito da Gesù e questo amore, per Luca specialmente, esige di tradursi in opere di misericordia.
 
Per approfondire
 
Patrizia Sensoli: «Cristo ci ha liberati per la libertà. State dunque saldi..» (v.1). La salvezza si è compiuta sulla croce di Cristo: qui siamo stati liberati dal peccato. Incontrare il Risorto significa cambiare radicalmente vita, ci ha detto Paolo, ma occorre restare nella vita nuova donata da Cristo, non ricadere nelle dinamiche dell’uomo vecchio, nell’affermazione di sé. Come rimanere allora in questo stato di grazia? L’invito di Paolo a stare saldi è un invito a fissare sempre lo sguardo su Gesù, per entrare nel mistero dell’amore trinitario. «Ecco io Paolo vi dico..»(v.2) ..l’Apostolo è netto, la salvezza o si accoglie come un bene gratuito e incondizionato oppure non c’è salvezza, perché è un dono che riceviamo e non un diritto che ci garantiamo da soli con le opere e le pratiche religiose. Fede e Legge non si possono conciliare, perché partono da due presupposti completamente diversi, quello dell’uomo nuovo che ha fatto esperienza dell’incontro con il Risorto, e che si è lasciato compenetrare dall’amore di Dio attraverso lo Spirito, è disposto a farsi rinnovare continuamente da questo amore e diventa capace di donarlo ai fratelli, e quello dell’uomo vecchio che non riesce ad abbandonare le antiche formule e pratiche, che cerca la giustificazione nella Legge e rimane bloccato, intrappolato dentro i suoi lacci.. un uomo chiuso di fatto alle novità, perché incapace di accogliere completamente la novità più strabiliante, potente e rivoluzionaria, quella di Dio che si fa uomo fino a morire sulla croce per noi. In ogni epoca, ma direi in particolare in questo nostro tempo segnato da cambiamenti così improvvisi e radicali, Cristo risorto ci chiama ad aprirci a sfide sempre nuove nella vita e nella Chiesa, e solo tenendo fisso lo sguardo su di Lui possiamo trovare il coraggio di coglierle e di viverle.
 
Josep Boira: Probabilmente quel fariseo era rimasto meravigliato dagli insegnamenti che aveva appena ascoltato ed ebbe l’audacia di invitare a mangiare Gesù, che non potette dir di no all’insistente supplica. Tra i due dovette stabilirsi una tale confidenza che Gesù sospese l’abituale protocollo della purificazione delle sue mani, perché, come egli aveva già detto ad alcuni farisei e scriba, “il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo” (Mt 15, 20). E invece questo piccolo dettaglio scandalizzò il fariseo: la sincera ammirazione per il Maestro e la grandezza della sua dottrina si mutò repentinamente in una severa critica a causa di una inezia. Poi arriva il rimprovero di Gesù, con parole che ricordano l’oracolo del Signore, pronunciato dal profeta: “Anche se tu ti lavassi con soda e molta potassa, resterebbe davanti a me la macchia della tua iniquità” (Ger 2, 22).
Quante volte Gesù s’indigna a causa dell’ipocrisia, mancanza di coerenza nella condotta dell’uomo! Soprattutto quando ci si impegna molto nel curare le apparenze trascurando invece la vita interiore. L’incoerenza spezza l’unità della persona umana, è una sorta di schizofrenia, perché “colui che ha fatto l’esterno ha fatto anche l’interno”. Che senso ha tenere una stoviglia pulita solo all’esterno? Nessuno vorrebbe bere o mangiare in essa, per quanto pulita sia all’esterno. Sarebbe una stoviglia assolutamente inutile per il fine al quale l’aveva prodotta l’artigiano. Gesù si avvale di questa immagine per metterci in guardia da un tremendo pericolo: che in una stessa persona conviva la cattiveria di cuore con una bontà che sia semplice apparenza.
È Dio che ci ha fatti all’interno come all’esterno, e vuole vivere dentro di noi, in modo che il nostro agire rispecchi la nostra vita interiore. Solo dal profondo di un cuore puro possono uscire opere buone, tra le quali si distingue l’elemosina, che “salva dalla morte e purifica da ogni peccato” (Tb 12, 9). Facciamo nostre le parole del salmista: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (Sal 51, 12).
 
L’ipocrisia dei farisei - Gesù insegna la vera purificazione - Cirillo di Alessandria (Commento a Luca, omelia 83): Che cosa ha detto il Salvatore? Egli li ha rimproverati a ragione, dicendo: Ora voi farisei pulite la parte esterna del calice e del piatto, ma questo è in voi pieno di saccheggio e di malvagità. Sarebbe stato facile per il Signore usare altre parole nella prospettiva di istruire l’ottuso fariseo, ma ha trovato un’occasione. Collega il proprio insegnamento a quanto era stato prima davanti ai loro occhi. Visto che era il momento di mangiare e di sedere al tavolo, egli prende come semplice paragone il calice e il piatto. Mostra che coloro h se no Dio eon sincerità devono essere puri e puliti, e non solo dalle impurità del corpo ma anche da ciò che è nascosto dentro la mente. Gli utensili che servono il tavolo devono essere puliti tanto dalle impurità esterne quanto da quelle interne. Egli dice che colui che ha fatto l’esterno ha fatto anche l’interno. Questo significa che colui che ha creato il corpo ha creato anche l’anima. Dal momento che questi sono entrambi opera del solo Dio, amante della virtù, la loro purificazione deve essere analoga
 
Testimoni di Cristo - San Teofilo di Antiochia - E noi abbiamo occhi e cuore per cogliere il vero amore?: Sappiamo percepire l’amore che ci circonda, l’amore di chi ci è accanto? E l’amore di Dio? Abbiamo cuore e occhi pronti ad accogliere la sua presenza? Perché Dio si mostra «a coloro che possono vederlo, quando hanno aperti gli occhi dell’anima e tutti hanno i loro bravi occhi», anche se «qualcuno li ha velati, incapaci di vedere la luce del sole». È questo l’insegnamento, antico quanto prezioso, di san Teofilo di Antiochia. Il vescovo vissuto nel secondo secolo indica la via per trovare Dio e, in particolare nei «Libri ad Autolico», ripercorre la fitta trama di «cercatori della verità» del sapere antico, fino a culminare nell’annuncio del Dio di Gesù Cristo. Si tratta di una via che ognuno può percorrere nella propria anima per raggiungere una meta, appunto, che va solo scoperta con gli occhi giusti e che esiste anche se noi non siamo capaci di vederla. Formatosi alla scuola dei pensatori classici, Teofilo era nato nella regione tra il Tigri e l’Eufrate in una famiglia non cristiana; convertitosi al cristianesimo dopo aver studiato le Scritture, divenne vescovo di Antiochia forse nel 169. Per vedere Dio, scriveva nella lettera indirizzata all’amico pagano, bisogna curare gli occhi dell’anima, troppo spesso oscurati dai peccati. E la cura è Dio stesso, che «per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita».  (Matteo Liut)
 
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
12 Ottobre 2026
 
Lunedì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Gal 4,22-24.26-27.31-5,1; Salmo Responsoriale Dal Salmo 112 (113); Lc 11,29-32
 
La ‘sindrome di Giona’ non ha lo zelo per la conversione della gente, cerca una santità – mi permetto la parola – una santità di ‘tintoria’, tutta bella, tutta benfatta, ma senza quello zelo di andare a predicare il Signore. Ma il Signore di fronte a questa generazione ammalata dalla ‘sindrome di Giona’ promette il segno di Giona. (…) Giona è stato dentro la balena tre notti e tre giorni - riferimento a Gesù nel sepolcro, alla sua morte e alla sua Risurrezione - e quello è il segno che Gesù promette, contro l’ipocrisia, contro questo atteggiamento di religiosità perfetta, contro questo atteggiamento di un gruppo di farisei (…). Il segno di Giona, il vero, è quello che ci dà la fiducia di essere salvati per il sangue di Cristo. Quanti cristiani, quanti ce ne sono, pensano che saranno salvati soltanto per quello che loro fanno, per le loro opere. Le opere sono necessarie, ma sono una conseguenza, una risposta a quell’amore misericordioso che ci salva. Ma le opere sole, senza questo amore misericordioso non servono. (…) Il segno di Giona è la misericordia di Dio in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, per la nostra salvezza. (…) Il segno di Giona ci chiama: seguire il Signore, peccatori, siamo tutti, con umiltà, con mitezza. (Francesco - Omelia Santa Marta, 14 ottobre 2013)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - : L’Antico Testamento è rappresentato da Agar, la schiava che genera nella schiavitù. Sara, la donna libera, invece è simbolo del Nuovo Testamento, e genera nella libertà. Sara rappresenta anche la Chiesa, “la «Gerusalemme» che viene «di lassù» [v. 26], cioè dal cielo, e al cielo ritorna [Eb 12,22; Apoc. 3,12; 21,2.10], di cui i cristiani fin dal presente possiedono la «cittadinanza» [Fil 3,20]. Anch’essa, come Sara, è stata a lungo «sterile» e infeconda: durante tutto il periodo della lunga attesa messianica. Adesso però è «madre» di una prole numerosissima, molto più abbondante che non quella della sinagoga [vv. 26-27]” (Settimio Cipriani, Le lettere di Paolo).
 
Vangelo
Non sarà dato alcun segno a questa generazione, se non il segno di Giona.
 
I Giudei cercano un segno, cioè un miracolo che esprima e giustifichi l’autorità di Gesù. Una preoccupazione, quella di cercare un segno, che si annida in tutti i cuori vacillanti. Il segno è stato dato ed è Gesù crocifisso. Lo dirà a chiare lettere Paolo ai cristiani di Corinto: Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio (1Cor 1,22-24). Con un po’ di attenzione in più gli uomini scoprirebbero che in verità Dio ha seminato la storia di segni per condurre gli uomini alla fede e alla salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,29-32
 
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
 
Parola del Signore.
 
La regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà ... per molti cristiani queste parole di Gesù sono da eliminare dal Vangelo, o qualcuno va dicendo che sono parole spurie inserite da qualche maldestro copista. Si grida a squarciagola “Misericordia, misericordia”, e poi le parole di Gesù, che si leggono nel Vangelo di oggi, buttano in faccia agli uomini una verità che fa male, che fa pezzi ogni ragionevolezza, comprime il cuore facendo sprizzare a fiotti lacrime, sospiri, e gemiti. Quindi, a un volto sereno, pacifico, di Gesù, il Gesù misericordioso, vi è un volto severo, il Gesù giudice, e l’uomo al termine della sua povera può incontrarsi o con l’uno o con l’altro. Ma l’incontro, e quindi il giudizio, non è dettato dai capricci di Dio, ma dalle opere e dalla fede dell’uomo. Se la fede è rimasta accesa fino alla fine, se le opere sono state buone allora l’uomo si incontrerà con l’Amore misericordioso, al contrario se il lume della fede non è rimasto acceso, e il bagaglio è colmo di opere cattive allora l’uomo si incontrerà con il Giudice giusto, e come castigo prenderà dimora eterna nel regno di satana. Non basta dire “Misericordia, misericordia, o “Signore, Signore”, o dire abbiamo fatto miracoli nel tuo nome o abbiamo mangiato e bevuto in tua compagnia: sola la fede in Gesù salva, lo si legge spesso nei Vangeli, “Va’ la tua fede ti ha salvato”. Alla fede si devono accompagnare le opere, altrimenti la fede è morta. E non ci vogliono opere mirabolanti, ma il quotidiano spicciolo che deve diventare carità: Consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti; e poi occorre aggiungere: Dar da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, e infine seppellire i morti. Tutto qui, nè più nè meno, perché alla sentenza “Benedetti, venite nella casa del Padre mio”, con orrore l’uomo, a suo dileggio, può sentire anche queste parola: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25, 31ss). In poche parole, l’uomo “raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Gal 6,7-8).
 
Per approfondire
 
Il vangelo della libertà - Giuseppe Barbaglio (Libertà in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V):. Nelle chiese di Galazia Paolo aveva predicato un vangelo sciolto da ogni ipoteca culturale e storica. In concreto, i neoconvertiti provenienti dal paganesimo non dovevano affatto farsi circoncidere e osservare la legge mosaica, ma solo credere in Cristo accogliendo da lui la salvezza come dono gratuito. Ma in seguito, partito Paolo, nelle sue comunità galate erano penetrati missionari giudeo-cristiani tradizionalisti animati da intenti di restaurazione: è necessaria la circoncisione e necessaria l’osservanza della legge giudaica - dicevano - per essere nel cammino della salvezza. L’apostolo risponde con veemenza e passionalità: per ottenere la salvezza finale e entrare ora nel sentiero della vita si richiede e basta la fede in Cristo, con esclusione delle «opere della legge», cioè delle osservanze ebraiche erette a principio autogiustificante davanti a Dio. Nella sua lettera polemica gli fa largo uso del motivo della libertà: libertà dei neofìtì da ogni ipoteca giudaistica; mentre la sottomissione necessaria alla circoncisione e alla legge giudaica viene da lui definita spregiativamente una schiavitù.
Più in dettaglio, Paolo sottolinea anzitutto il fatto di grazia della liberazione operata da Cristo. La libertà del credente libertà in Cristo, afferma in Gal 2,4. «Cristo ci ha liberati», afferma più avanti (5,1). Ai
galati dice: «Siete stati chiamati alla libertà» (5,13). L’apostolo ricorre anche a un’interpretazione allegorica di una pagina della storia patriarcale: Abramo ebbe due donne, Sara e Agar; la prima libera, schiava la seconda; e da esse nacquero due figli, Isacco e Ismaele, l’uno frutto della promessa divina e l’altro della capacità generativa umana. Ebbene, continua Paolo, i credenti liberi dalla legge sono i figli spirituali di Sara, mentre quanti vivono nel culto della legge mosaica sono i figli spirituali di Agar la schiava, essi stessi schiavi come la loro madre (Gal 4,21-31).
La libertà acquisita per merito di Cristo però non è situazione irreversibile e possesso inalienabile. Ecco dunque Paolo esortare i galati a non cadere nella schiavitù della legge, a difendere dunque la loro libertà: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; tate dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (5,1). Ancor più, l’apostolo vuole chiarire ogni possibile equivoco, opponendosi a ogni interpretazione libertaristica e deresponsabilizzante della libertà  cristiana, che non può essere ridotta a giustificazione ideologica di una vita condotta all’insegna dell’egocentrismo. La libertà del credente è anche libertà da se stesso, dal proprio io.
Paradossalmente Paolo giunge a definirla con il termine di «servizio»; ma non si pensi a una contraddizione in terminis, perché si tratta di servizio per amore e di servizio reciproco da fratelli: «Voi infatti, fratelli, siete tati chiamati alla libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (5 13).
Qualcosa di simile troviamo in 1Pt 2,16: «Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio».


Giona - Mons. Francesco Spadafora: Nel libro omonimo, quinto dei profeti minori, Giona è detto figlio di Amittai (1, 1), suggerendo così l’identità col profeta originario di Gat di Hefer (villaggio del territorio di Zabulon, Ios. 19, 13), che vaticinò a Ieroboam II (787-746) il ritorno glorioso del regno ai suoi primitivi confini (2Reg. 14, 25). Altre notizie fornisce la leggenda giudaica che ne fa un figlio della vedova di Sarefta (I Reg: 17, 17 ss.).
Il libro inizia, senza introduzione, con l’ordine di Iahweh a Giona di andare a predicare la penitenza a Ninive.
Il profeta, che vede in Assur il nemico capitale di Israele, e conosce la misericordia di Dio che facilmente perdona (cf. 4, 2), si ricusa e cerca sottrarsi all’ordine divino con la fuga verso Tarsis, imbarcandosi a Ioppe su una nave fenicia.
Scoppia la tempesta e le sorti indicano in Giona il colpevole che l’ha attirata. Viene gettato in mare e inghiottito da un grosso pesce (c. 1). Giona rimane tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, e compone il cantico (2, 9-10), che è piuttosto un inno di grazie e presenta affinità letterarie con Ioel e diversi salmi (30, 23; 41, 8; 68, 3); quindi è vomitato illeso sulla costa palestinese (c. 2). Iahweh gli rinnova l’ordine, e Giona reca a Ninive il messaggio di distruzione: «Ancora 40 giorni e Ninive sarà distrutta» (3, 4). La penitenza degli abitanti ottiene da Dio il perdono (c. 3).
Invece di rallegrarsene, Giona se ne adira; è avvenuto proprio quanto egli deprecava; e invoca la morte. Iahweh gli rimprovera questo sentimento di odio; anche i Gentili, sue creature, sono oggetto della sua misericordia: Iahweh fa crescere un ricino che s’alza a coprire la testa del profeta e a fargli ombra; il sole è scottante e quell’ombra reca immenso refrigerio a Giona; ma la pianta a un tratto perisce e questi profondamente afflitto ne lamenta la scomparsa. Dio da questo episodio trae lo spunto per inculcar gli la suddetta lezione (c. 4).
È qui manifesta la dottrina che l’autore vuole insegnare: il disegno salvifico di Dio non si restringe ai soli Giudei, ma abbraccia anche i Gentili. Tale insegnamento costituisce l’essenza del piccolo libro tra i più conosciuti; e ne fa una delle perle della letteratura ebraica.
 
La fede non dipende dai miracoli - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): I giudei esigono un grande segno per convertirsi e credere a Gesù; quelli che faceva in continuazione per loro non erano sufficienti. Questo dimostra, ancora una volta, che la fede non dipende dai miracoli, ma viceversa. Anzi, l’uomo attuale diffida dei miracoli.
È certo che i miracoli di Dio invitano a credere, ma non danno automaticamente la fede. Perché questa non è la conclusione inevitabile di un sillogismo o di un ragionamento, e nemmeno di un’evidenza; senza che per questo smetta di essere «ragionevole» credere e fidarsi di Dio. Però la fede è dono del suo Spirito al cuore dell’uomo sincero.
Alcuni si chiedono a volte perché Dio non dà agli atei segni schiaccianti, perché non scrive il suo nome in cielo con tanta chiarezza da rendere impossibile rifiutarsi di credere. Non lo fa per la stessa ragione per cui Cristo non volle offrire portenti, né in questa occasione, né al tentatore nel deserto, né ai suoi nemici quando moriva sulla croce. Questi richiami pubblicitari non servirebbero a niente, al massimo a suscitare un consenso forzoso, cioè una falsa fede.
«Non scendesti dalla croce, Signore, perché non volevi fare gli uomini schiavi con un portento, perché desideravi un amore libero e non quello che nasce da un miracolo. Avevi sete d’amore volontario, non di incanto servile/davanti al potere, che ispira timore agli schiavi» (F. Dostoevskij, La leggenda del grande inquisitore). Nel suo prezioso libro Pratica di amar Gesù Cristo, sant’Alfonso Maria de’ Liguori dice che Dio vuole una risposta dello stesso livello della sua offerta, cioè d’amore libero; per questo Cristo non obbliga l’uomo con un segno schiacciante, ma preferisce guadagnarsi il suo amore morendo per lui. Gesù stesso, nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione, è il grande segno dell’amore di Dio per noi; se non capiamo questo, la fede è impossibile, per quanti miracoli si possano accumulare davanti ai nostri occhi.
Il vero credente non chiede, né ha bisogno di miracoli, per credere e convertirsi a Dio. Gli basta vedere l’ubbidienza incondizionata e l’amore senza misura di Gesù.
 
Cirillo d’Alessandria: Egli non vi concederà un altro segno per non dare ciò che è santo ai cani o gettare perle ai porci [...] Egli ha detto che solo il segno di Giona sarà dato loro. Questo indica la passione e la Croce e la risurrezione dei morti.
 
Testimoni di Cristo - San Carlo Acutis - La santità “quotidiana” non conosce età o tempo: Quanta vita può esserci nel Vangelo, quanta luce può sprigionare la fede in ogni dimensione della vita, a ogni età. Anche nel XXI secolo, anche nell’epoca in cui la tecnologia sembra allontanarci delle “cose del cielo”. È forse questo il messaggio più affascinante, che rende il beato Carlo Acutis un esempio e un testimone per la nostra epoca. Viene ricordato come un vero e propri apostolo del web, ma di fatto la sua testimonianza va ben oltre questo tratto e si manifesta in uno stile autenticamente cristiano. Nato a Londra il 3 maggio 1991, dove la famiglia si trovava per lavoro, Carlo è cresciuto a Milano, frequentando le scuole delle suore Marcelline e poi il liceo classico all’Istituto Leone XIII. Particolarmente attivo nella sua parrocchia, fin da piccolo coltivò l’esperienza di fede, curando la preghiera, specie quella del Rosario e la partecipazione alla liturgia. Definiva l’Eucaristia «la mia autostrada per il Cielo» e il modo di fare solare e accogliente sapeva contagiare tutti. Tra i suoi interessi c’era anche quello del computer e della rete: strumenti che sfruttò per esprimere la propria fede (è ancora online, ad esempio, la sua mostra sui miracoli eucaristici). Morì per una leucemia fulminante il 12 ottobre 2006. (Matteo Liut)
 
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
11 Ottobre 2026
 
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Is 25,6-10a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
 
Prima Lettura - Il Signore preparerà un banchetto, e asciugherà le lacrime su ogni volto: Dio sta preparando per Israele un tempo di prosperità, di pace e di benessere e attraverso Israele per tutti i popoli. L’immagine per esprimere tanta gioia è quella di un banchetto nuziale che sarà allestito sul monte Sion, verso cui affluiranno, alla fine dei tempi, tutte le nazioni e i beni della terra. L’annuncio di Isaia è profezia, ma anche un inno di ringraziamento che celebra l’azione provvidenziale del Signore a favore del suo popolo: Dio risiede in Gerusalemme, che per questo è chiamata santa, vive e opera con il suo popolo ed è sempre vigile per venire in suo aiuto. Perché la gioia sia piena, Isaia annunzia anche la fine di quanto si oppone alla felicità, prima di ogni altra cosa, la morte (Cf. Gen 3,19; Ap 7,17; 21,4). Un annuncio che si realizzerà perfettamente nella «pienezza del tempo», quando Dio manderà «il suo Figlio per riscattare coloro che erano sotto la Legge» (Gal 4,4-5).
 
Seconda Lettura - Tutto posso in colui che mi dà forza: L’apostolo Paolo ha accettato i doni che i cristiani di Filippi generosamente gli hanno inviati, ma allo stesso tempo fa presente ai suoi benefattori che egli tiene all’indipendenza della sua missione: quello che veramente conta è il bene spirituale di tutti (Cf. Fil 1,5; 1Cor 9,11).
 
Vangelo
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
 
La parabola del banchetto nuziale è facilmente comprensibile da tutti, illetterati e letterati: il re è Dio; il convito nuziale è la felicità messianica; i messi sono gli apostoli; gli invitati che insultano e uccidono i servi del re sono i giudei; i chiamati dalla strada sono i peccatori e i pagani; l’incendio della città sta a significare la rovina di Gerusalemme. La generosità del re verso gli ultimi che affollano la sala del banchetto ha però un limite, espresso dalla parabola della veste nuziale. L’uomo che risponde all’invito deve portare sempre la veste nuziale, questo significa che le opere della giustizia devono accompagnare la fede (Cf. Mt 3,8; 5,20; 7,21s; 13,47s; 21,28s).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
 
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
Parola del Signore.
 
Il banchetto nuziale è pronto
 
La cornice della parabola del banchetto nuziale è l’ennesima lite con i farisei e i capi dei sacerdoti incontrati nel tempio all’indomani del solenne ingresso nella città santa (Cf. Mt 21,18-23). A costoro è rivolto anche l’attuale discorso parabolico.
Il protagonista della parabola evangelica non è un benestante qualsiasi, ma un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Sembrano particolari messi a caso nel racconto e invece racchiudono un profondo significato teologico: la salvezza è vista non solo come un banchetto di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6), ma anche come unione nuziale tra Dio e il suo popolo (Cf. Os 1-3; Ger 2,1-2,20; Ez 16; ecc.). Nella prospettiva neotestamentaria lo sposo è Gesù, il Figlio, e la sposa è la Chiesa (Cf. Mt 8,1; Ef 5,21-23; Ap 19,7; 21,9; ecc.).
L’invito è rivolto innanzi tutto al popolo d’Israele, il quale rifiuta di partecipare alla festa di nozze. Il re insiste, ma alcuni invitati non se ne curano e altri addirittura insultano e uccidono i servi. Per tutta risposta, il re fa uccidere gli assassini e distrugge la loro città, tramutando in questo modo le «reiterate pressioni esercitate presso gli invitati in gesti di spietata severità e giustizia» (Ortensio da Spinetoli).
E poiché il banchetto è ancora preparato, il re, non rinunciando alla sua decisione, dà ai suoi servi un comando ben preciso: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Gli invitati che riempiono la sala del banchetto sono ora gente raccogliticcia, cattivi e buoni, un’espressione con la quale si vuole esprimere la totalità (Cf. Gen 2,17).
Ma prima che la festa abbia inizio il re entra per vedere i commensali e trovando un invitato senza l’abito nuziale lo esclude dalla festa. Il senso è patente: le porte della Chiesa sono state spalancate a tutti gli uomini, cattivi e buoni, ma guai ad illudersi che la salvezza sia scontata o che sia garantita dal fatto di essere entrati nella sala del banchetto. Se è facile entrare, è altrettanto facile ritrovarsi fuori nelle tenebre. Un messaggio, quindi, per tutti i credenti: non basta il battesimo, ma occorrono la fede e i sacramenti, accompagnati dalle opere (Cf. Mc 16,16; Gc 2,14s). L’abito sta così a significare un impegno etico serio e radicale: «Prima di entrare nel regno di Dio si può essere dei comuni peccatori, ma una volta entrati dentro bisogna tendere a diventare giusti, santi, perfetti» (Ortensio da Spinetoli): «“... Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi» (Ap 19,8).
L’invito alla festa e l’accesso alla sala del banchetto sono doni gratuiti (Cf. Mt 21,31; Lc 22,29; Eb 12,28) che impegnano fortemente chi l’ha ricevuti (Cf. Mt 6,33). Per cui entra nella sala del banchetto chi fa a se stesso violenza e chi rinuncia a tutto (Cf. Mt 11,12; 13,44-45). Vi entrano soltanto coloro che resistono radicalmente al potere della seduzione (Cf. Mt 18,8). Non vi entra chi dice: Signore, Signore, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli (Cf. Mt 7,21). Vi entra colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Cf. Mt 7,24ss). Vi entra e vi resta chi vive in pienezza il discorso della Montagna (Mt 5,1-12). In definitiva, essere invitati come contropartita esige dedizione piena e assoluta a Gesù fino all’odio della propria vita e della propria famiglia (Cf. Mt 10,37-39). In questa luce, il messaggio della parabola non è quello della chiamata degli invitati al banchetto nuziale, ma che il Regno, nella sua fase terrena, contiene sia i giusti che i cattivi, praticamente lo stesso tema sottolineato nelle parabole della zizzania e della rete (Cf. Mt 13,23-30; 13,47-50). Nel regno di Dio tutti, cattivi e buoni, sono in cammino, solo alla fine, chi non porta addosso la veste di lino (Ap 19,8), la veste nuziale, sarà escluso dal banchetto: sarà gettato fuori nelle tenebre, lontano da Dio, nello stagno di fuoco (Ap 20,15).
È insito anche un forte invito alla vigilanza: «Ma poiché non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna vegliare assiduamente, come ci ammonisce il Signore, affinché, terminato l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [Cf. Mt 25,31-46], anziché essere mandati, perché servi malvagi e pigri [Cf. Mt 25,26], nel fuoco eterno [Cf. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e disperazione”» (LG 48).
L’assioma, molti sono chiamati, ma pochi eletti, sta ad esprimere tutta l’amarezza di Gesù nel constatare «come il suo appello di salvezza rivolto a tutti avesse trovato così scarsa corrispondenza. Riportato qui a conclusione della parabola del convito nuziale, va riferito principalmente al rifiuto dei “primi” invitati: i “molti chiamati” sono dunque gli Israeliti che non hanno risposto all’appello divino: è su questa triste realtà che si accentua tutta l’amarezza del detto di Gesù» (Angelo Lancellotti).
Ma il monito è rivolto anche ai cristiani: la scortesia dei primi invitati e l’insolenza dell’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia dell’uomo, anche nella storia della Chiesa.
 
Per approfondire
 
Dicastero per la cultura e l’educazione -  Il Signore Dio eliminerà la morte per sempre: È noto che il “rotolo” di Isaia è, per così dire, scritto con più inchiostri e a più mani: diversi, infatti, sono gli autori profetici che vi prendono parte e differenti sono i temi, le tonalità e le coordinate storiche. Ora noi abbiamo ritagliato un versetto da una sorta di fascicolo di oracoli, intrecciati a suppliche e inni, che occupa i capitoli 24-27 del libro del grande Isaia e che gli studiosi danno denominato l’“Apocalisse di Isaia”. Le immagini, lo stile, i soggetti, infatti, hanno le caratteristiche di quella particolare letteratura chiamata “apocalittica” (dal greco apokálypsis, “rivelazione”) che ha il suo avvio col profeta Ezechiele, il suo trionfo con Daniele e con Zaccaria e che approda nel Nuovo Testamento con l’Apocalisse di Giovanni.
È significativo che proprio quest’ultimo libro citi esplicitamente il nostro passo isaiano nel suo glorioso ritratto della Gerusalemme nuova e perfetta e lo faccia ben due volte: «L’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il pastore [degli eletti] e li guiderà alle fonti dell’acqua della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi … E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 7,17; 21,4). Ritorniamo ora al testo originario, quello presente nel libro di Isaia. Esso fa parte di un canto più ampio (25,6-10a) che ha al centro un simbolo divenuto celebre nella tradizione giudaica e cristiana.
Lasciamo la parola al profeta: «Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (25,6). Dio, quindi, entra in scena come un re che imbandisce un pranzo ufficiale dal menù prelibato. Sappiamo che la mensa è un segno di amicizia e di intimità in tutte le civiltà. Il Signore, perciò, vuole unirsi idealmente all’intera umanità, ma lo fa nella sua sede che è il monte Sion a Gerusalemme.
Per rendere agevole questo afflusso universale egli deve togliere il velo di nubi che separa quella vetta, deve eliminare la coltre di tenebra che come un sudario di morte si stende sulla terra, così che possa brillare la luce e tutti possano camminare al suo fulgore. Quando tutti si sono accomodati ai loro posti attorno alla mensa, il Signore passa in mezzo a loro per tergere i segni della sofferenza e della fatica che contaminano i volti. È un atto di ospitalità suprema che sfocia in una promessa assolutamente unica che solo Dio può fare: «Eliminerà la morte per sempre!».
A questo punto sboccia dalle labbra di tutti un canto festoso: «Ecco il nostro Dio! In lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza!» (25,9). È facile comprendere come questa scena luminosa e gioiosa sia divenuta il quadro ideale per raffigurare l’ingresso glorioso del Messia nella storia. Ma sia anche la rappresentazione della meta ultima della vicenda umana così come l’attende la fede biblica, un approdo nella vita piena e perfetta. È ciò che aveva già annunziato un altro profeta, Osea, e le sue parole erano state riprese da san Paolo: «Li strapperò dalla mano degli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio?» (13,14). Ma il profeta era ancora scettico; l’Apostolo, invece, non avrà esitazioni perché commenterà quel passo così: «Questo corpo corruttibile si rivestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità» (1Corinzi 15, 54-57).
 
La Bibbia per la Formazione Cristiana - Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?: Il banchetto di nozze del figlio del re: Il significato della terza parabola è analogo a quello delle precedenti, ma in una prospettiva più ampia. Il re invita ripetutamente al banchetto di suo figlio. È un banchetto nuziale, il simbolo per eccellenza della comunione gioiosa di Dio col suo popolo. I primi invitati si rifiutano di partecipare: non hanno voglia di staccarsi dalle loro occupazioni e dai loro pensieri per condividere la gioia del re. Allora quest’ultimo rivolge il suo invito a tutti. Rifiutato dai primi invitati, il regno dei cieli viene offerto a chiunque, «buono o cattivo» che sia.
La seconda parte del racconto in origine era forse un’altra parabola, inserita qui perché tratta il medesimo tema delle nozze.
La sala è piena di commensali. Uno non indossa un abito adatto alla festa e viene punito. Il trattamento che riceve ci lascia perplessi. Era colpevole?
La parabola intende sottolineare la necessità di dare una risposta personale all’invito di Dio. L’invito è gratuito, ma bisogna accettarlo.
Notiamo che entrambe le parabole mettono l’accento sul rifiuto, nel primo caso di partecipare al banchetto e nel secondo di indossare l’abito nuziale. La chiesa di Gesù non sarà distrutta, e neppure verranno altri a prendere il suo posto. Ma dovrà essere sempre attenta e vigile, pronta ad ascoltare le voci dei «profeti» che ancora oggi le ricordano le disposizioni necessarie per partecipare al banchetto del re. Essere attenti alla chiamata a indossare l’abito nuziale è uno degli atteggiamenti fondamentali del cristiano in cammino sulla terra.
 
Agostino (Sermo 90,4-6): Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito di nozze?: chi lo interrogava infatti era tale che l’altro non poteva addurre alcun pretesto, poiché era quello l’abito che si vedeva nel cuore, non già nel corpo; se infatti fosse stato indossato sopra il corpo, non sarebbe potuto rimanere nascosto neppure ai servi ... L’abito di nozze è senza dubbio quell’abito che possono avere solo i buoni... cioè la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera (lTm. 1 ,5) ... Questo è l’abito di nozze! Esaminate voi stessi: se lo avete, starete sicuri al convito del Signore ... ma voi non avete ancora un tale abito da indossare in onore dello sposo, poiché andate in cerca dei vostri interessi e non di quelli di Cristo.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni XXIII - Il dialogo e la tenerezza per dare speranza: «La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è luce di Cristo»: era la sera dell’11 ottobre 1962, il giorno in cui si aprì il Concilio ecumenico Vaticano II e così san Giovanni XXIII salutava la folla che aveva partecipato alla fiaccolata organizzata per l’evento di quel giorno. E poi pronunciò parole rimaste nella storia: «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”». E poi: «Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza». In queste parole si coglie il senso della santità di Angelo Giuseppe Roncalli, Papa del dialogo con il mondo, Papa dalla tenerezza infinita. Era nato a Sotto il Monte, nella Bergamasca, il 25 novembre 1881; prete nel 1905, fu cappellano militare nel primo conflitto mondiale. Nel 1921 era visitatore apostolico in Bulgaria e poi in Turchia; nel 1944 arrivò a Parigi come nunzio. Nel 1953 divenne patriarca di Venezia e 5 anni più tardi diventava il 261° Pontefice. Firmò otto encicliche, tra le quali anche la «Mater et magistra» del 1961, sulla Dottrina sociale della Chiesa, e la «Pacem in terris» del 1963, contenente un potente appello «a tutti gli uomini di buona volontà» per la costruzione della pace e del giusto ordine sociale. Morì il 3 giugno 1963, è beato dal 2000 e santo il 27 aprile 2014. 
 
O Padre,
che inviti tutti gli uomini alle nozze del tuo Figlio,
rivestici dell’abito nuziale
e donaci di accogliere sempre le sorprese del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 
 
 
 
 
 
10 Ottobre 2026
 
Sabato XXVII Settima T. O.
 
Gal 3,22-29; Salmo Responsoriale dal Salmo 104 (105); Lc 11,27-28
 
Queste sono le due condizioni per seguire Gesù: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Questa è la vita cristiana, niente di più. Semplice, semplice. Forse noi l’abbiamo fatta un po’ difficile, con tante spiegazioni che nessuno capisce, ma la vita cristiana è così: ascoltare la Parola di Dio e praticarla. […] Ogni volta che noi facciamo questo – apriamo il Vangelo e leggiamo un passo e ci domandiamo: ‘Con questo Dio mi parla, dice qualcosa a me? E se dice qualcosa, cosa mi dice?’ – questo è ascoltare la Parola di Dio, ascoltarla con le orecchie e ascoltarla con il cuore. Aprire il cuore alla Parola di Dio. I nemici di Gesù ascoltavano la Parola di Gesù, ma gli erano vicini per cercare di trovare uno sbaglio, per farlo scivolare, e che perdesse autorità. Ma mai si domandavano: ‘Cosa dice Dio per me in questa Parola?’ E Dio non parla solo a tutti: sì, parla a tutti, ma parla ad ognuno di noi. Il Vangelo è stato scritto per ognuno di noi. […] Il Signore sempre semina la sua Parola, soltanto chiede un cuore aperto per ascoltarla e buona volontà per metterla in pratica. Per questo allora la preghiera di oggi, che sia quella del Salmo: ‘Guidami Signore sul sentiero dei tuoi comandi’, cioè sul sentiero della tua Parola, e perché io impari con la tua guida a metterla in pratica. (Francesco - Omelia Santa Marta, 23 settembre 2014)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview: In Galati 3,22-29, l’apostolo Paolo spiega che la Legge è stata un “pedagogo” temporaneo che ha custodito l’umanità fino all’arrivo della fede in Cristo, inaugurando una nuova era di uguaglianza e filiazione divina per tutti i battezzati.
La Scrittura e il peccato (v. 22): La Scrittura mostra che l’essere umano è debole e prigioniero del peccato. Questo serve a fare spazio alla promessa di Dio, che si ottiene solo credendo in Gesù Cristo.
Il pedagogo (vv. 23-24): Prima dell’arrivo di Cristo, la Legge ha fatto da “pedagogo” (il custode e accompagnatore dei ragazzi nel mondo antico). Non era la meta finale, ma una guida educativa temporanea per condurre il popolo verso la maturità della fede.
La fine del tutoraggio (v. 25): Con l’arrivo della fede, il ruolo del pedagogo si conclude; si passa da una regola esterna alla libertà interiore dello Spirito.
Figli di Dio e nuovi in Cristo (vv. 26-29) - Il Battesimo (vv. 26-27): Mediante la fede e il battesimo, i credenti si “rivestono di Cristo” e diventano a tutti gli effetti figli di Dio.
L’abolizione delle barriere (v. 28): Nel corpo di Cristo scompaiono le divisioni sociali, etniche e di genere (“Non c’è Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio e femmina”). Tutti formano un’unità nuova e profonda.
L’eredità di Abramo (v. 29): Chi appartiene a Cristo fa parte della vera discendenza di Abramo ed è erede della promessa divina, non per meriti propri o per opere della legge, ma per grazia.
 
Vangelo
Beato il grembo che ti ha portato! Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,27-28
 
Carrol Stuhlmueller, C.P.: Questi versetti SI trovano soltanto in Lc. Gesù dà ora il vero segno della santità: ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica. Non era sufficiente neppure il più grande degli onori esteriori, quello di essere la madre di Gesù; Maria è «beata» perché ascolta e mette in pratica la parola di Dio (1,28-29.42-45).
 
In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
 
Parola del Signore.

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27 Una donna... gli disse; Matteo e Marco, dopo l’eloquente accenno al ritorno dello spirito immondo, con il quale il Salvatore ammonisce gli Ebrei (Scribi e Farisei) di non rifiutare il suo aiuto per non cadere sotto il dominio tirannico di Satana, narrano la venuta dei parenti del Maestro e la dichiarazione che egli, in quella stessa occasione, ha fatto per designare coloro che ritiene suoi veri parenti (cf. Mt., 12, 46-50; Mc., 3, 31-35; Lc., 8, 19-20). Luca invece, avendo già descritto questa scena, inserisce nell’attuale contesto un episodio analogo ad essa, cioè quello della donna che proclama beata la madre del Redentore. Beato il seno che ti ha portato ...; la donna dichiara fortunata la madre che ha generato ed allattato Gesù. L’espressione di questa donna, presa da profonda ammirazione per le parole e le opere del Maestro, rivela in modo trasparente sentimenti di una delicata sensibilità femminile e di un sincero compiacimento materno; nell’ebraismo la maternità costituiva una segnalata benedizione di Dio ed un motivo di gioioso orgoglio per la donna.
28 Beati piuttosto coloro...; il Salvatore non rigetta il complimento rivoltogli dalla donna, ma preferisce correggerlo indicando alla folla una prospettiva religiosa superiore: la semplice parentela umana non ha importanza per lui; invece gli è cara, poiché ha sommo valore religioso, la parentela spirituale che consiste nell’ascoltare e praticare la parola di Dio. La parola di Dio: espressione preferita dal terzo evangelista; gli altri due Sinottici nel testo parallelo hanno: «la volontà di Dio». L’episodio, che ha una sua particolare suggestività, è riferito unicamente da Luca; questo scrittore, come già sappiamo, ama segnalare la presenza delle donne ed i loro sentimenti pieni di benevola attenzione e di delicatezza verso il Maestro.
 
Per approfondire
 
Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. Nelle famiglie greche e romane, il pedagogo “non era precisamente un educatore nel senso che diamo oggi a questa parola. Era uno schiavo incaricato di accompagnare i bambini a scuola, di sorvegliarli e di mantenere la disciplina. In genere non era né amato né rispettato. Spesso ricorreva al rimprovero e al castigo. Definendo la legge come il pedagogo di Israele, Paolo allude specialmente al suo carattere transitorio e alla schiavitù che essa impone all’uomo.
Quando Gesù Cristo ha instaurato il regime della fede, gli uomini hanno cessato di essere soggetti al dominio della legge che li sorvegliava tenendoli prigionieri, perché da schiavi sono passati a essere «figli»: figli di Dio per mezzo della fede nel Cristo Gesù. Il loro nuovo rapporto col Cristo è l’unica ed esclusiva ragione del loro essere figli di Dio.
In virtù del battesimo tutti gli uomini, giudei e pagani (senza che questi ultimi debbano farsi giudei), sono una cosa sola nel Cristo; appartengono al Cristo e di conseguenza sono liberi figli di Dio ed eredi dei beni promessi ad Abramo, cioè della salvezza messianica.
Vi siete rivestiti di Cristo. Con questa strana immagine che presenta il Cristo come un vestito divino preparato
per tutti, l’apostolo sottolinea la comune partecipazione dei credenti all’essere stesso del Cristo. Ciò si realizza nel battesimo, con la nascita in tutti e in ciascuno del nuovo io, il Cristo, l’uomo interiore.
In virtù di questo inserimento nel Cristo, le differenze storiche e naturali del vecchio mondo perdono definitivamente il loro valore: stanno per passare e non possono più essere motivo di separazione fra gli uomini.
Tutti i battezzati, giudei e pagani, sono una cosa sola nel Cristo Gesù, sono il Cristo stesso. Tutti insieme sono il Cristo, e ciascuno di loro è il Cristo per il proprio fratello.
Questa appartenenza del battezzato al Cristo non è soltanto di ordine morale. È fondata sulla comune partecipazione allo Spirito del Cristo attraverso la celebrazione del battesimo nella chiesa” (Bibbia per la formazione cristiana).
 
Padre Silvano Fausti: Beato il grembo, il ventre che ti portò e le mammelle che succhiasti.
Risponde a quanto disse Elisabetta all’inizio del vangelo, cap. 1°, v. 45 che quando vede Maria dice: come mai viene a me Maria, la mamma del mio Signore? Dice: beata te che hai creduto alla parola.
Maria è madre del Signore perché è colei che crede alla parola. E lì subito comincia il tema di Maria nostro modello, cioè lei è madre perché ha accolto la parola, la concepisce, dice sì.
Nel capitolo 2° pure si presenta Maria; quando vanno i pastori e le raccontano che cosa
Risponde a quanto disse Elisabetta all’inizio del vangelo, cap. 1°, v. 45 che quando vede Maria dice: come mai viene a me Maria, la mamma del mio Signore? Dice: beata te che hai creduto alla parola.
Maria è madre del Signore perché è colei che crede alla parola. E lì subito comincia il tema di Maria nostro modello, cioè lei è madre perché ha accolto la parola, la concepisce, dice sì.
Nel capitolo 2° pure si presenta Maria; quando vanno i pastori e le raccontano che cosa hanno detto gli angeli e spiegano cos’è quel bambino che è nato a lei, si dice che Maria custodisce tutte queste parole confrontandole nel suo cuore.
Maria è madre non solo perché ha generato Gesù, perché uno non è figlio semplicemente perché è stato generato. Uno è figlio quando è accolto, custodito, ascoltato e amato.
Tra l’altro una persona qund’è che la concepisci?
Ci sono due modi di concepire. Una è la concezione animale e il nostro modo di concepire è uguale a quello degli animali, ma uno lo concepisci quando lo ascolti, lo accogli dentro di te, gli lasci spazio e ti entra, e diventa lui la tua vita.
Tra l’altro la parola “concetto” è da concepire. La realtà tu la concepisci quando la ascolti. Così le persone: davvero sei madre se ascolti uno. Tu scompari, lasci tutto il vuoto, tutto spazio: questo è il grembo, l’utero e l’orecchio. Infatti un antico inno siriaco dice che Maria era tutta orecchio perché la sua maternità, prima che nel ventre, consiste nell’orecchio.
La vera maternità è ascoltare, che è la forma fondamentale di accogliere. Normalmente non ascoltiamo mai gli altri, non li accogliamo. Quando uno parla penso subito male: cosa rispondergli, cosa contrapporgli. Non lo lasci entrare, non ti scalfisce!
C’è questo ascoltare. E Dio è parola. Con la parola ha fatto il mondo e riesce a fare tutto. Una sola cosa non riesce a fare. Ci riesce solo se lo lasciamo libero: a fare l’uomo nuovo, a fare l’uomo suo figlio, perché noi diventiamo figli di Dio, cioè uguali a Dio, ascoltando la sua parola.
Se tu ascolti una persona, la lasci entrare in te, il suo modo di pensare, il suo modo di sentire, il suo modo di agire diventa il tuo. E Dio davvero con la sua Parola ci comunica tutto se stesso. Come ciascuno di noi quando parla, o mente per imbrogliare l’altro, o comunica se stesso.
Chi comunica si espone al bisogno di essere accolto, fosse anche un “padre eterno”, ha bisogno di essere accolto, accolto maternamente dall’altro. E tu quando accogli l’altro hai davvero tutta la ricchezza dell’altro. Così ascoltando Dio hai tutta la ricchezza di Dio, il suo modo di pensare, di sentire, di amare, di agire. Il suo stesso essere perché la parola determina l’essere della persona.
Quando Dio ha creato l’uomo non dice che lo ha creato secondo la sua specie. L’uomo non ha specie; è come Dio, è immagine e somiglianza di Dio, che è amore, che è parola, che è comunione. E diventa come Dio se ascolta Dio. Per cui la nostra specie è la specie della parola che ascoltiamo.
 
Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano! Ascoltare e osservare significa compiere ciò che Dio Padre chiede ai suoi figli attraverso la vita di ogni giorno: lavoro, famiglia, professione, impegni sociali, politici ... una vita sinceramente cristiana, seria e impegnata, fortemente radicata nella concretezza del quotidiano, non con la testa tra le nuvole di gratificanti sogni. Il brano evangelico ci ricorda la “casa costruita sulla roccia o sulla sabbia” (Mt 7,21-27): chi ascolta la parola di Gesù costruisce la sua casa sulla roccia, ed è beato; come dire che la “beatitudine”, la salvezza eterna, dipende dall’ascolto della Parola; se non ascolta l’uomo costruisce la sua eterna rovina. La furia degli elementi della natura, ricordata nel racconto della “casa costruita sulla roccia”, in Ez 13,1-16 sta ad indicare l’ira di Dio che si abbatte rovinosamente su tutto quanto era stato costruito dai falsi profeti (cfr. Mt 7,15-20): «Di’ a quegli intonacatori di mota: Cadrà! Scenderà una pioggia torrenziale, una grandine grossa, si scatenerà un uragano ed ecco, il muro è abbattuto ... Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore» (Ez 13,11-14). Ritornando al nostro brano, allora, si può dire: colui che non ascolta va incontro all’ira di Dio! Per l’evangelista Luca  l’ascolto delle parole di Gesù e il metterle in pratica è fonte di beatitudine, praticamente è la condizione per entrare nel regno dei cieli. Si può dire che Luca crea volutamente un nesso strettissimo tra l’insegnamento di Gesù, la sua Parola e l’ascolto, ma non più della Torah (Dt 6,4-9), bensì del Vangelo. In questo emerge la novità della concezione della salvezza, il quale, benché in sintonia con la mentalità pragmatica dei giudei insista sul “fare” più che sull’ascolto della parola, ripone il conseguimento della vita eterna nell’ascolto-accoglienza della Parola, la seconda Persona della Trinità. Si può così dire che Gesù mette al centro del suo insegnamento l’uomo e lo riveste con il manto regale della libertà, è libero di ascoltare o di non ascoltare; è libero di imboccare la strada della beatitudine, o di imboccare la via delle eterna perdizione.
 
Maria è benedetta per la sua fede: «Allorché il Signore, attraverso i segni e i prodigi che compiva, andava rivelando ciò che nascondeva nella carne fino a riempire tutti di stupore e di ammirazione, qualcuno in mezzo alla folla, particolarmente preso dall’entusiasmo, esclamò: Beato il seno che ti ha portato. E lui: Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono. Come a dire: «Anche mia madre, che tu chiami beata, è beata appunto perché custodisce la parola di Dio, non perché in lei il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi [Gv l, 14]; ma perché custodisce il Verbo stesso di Dio per mezzo del quale è stata fatta, e che in lei si è fatto carne. Non si limitino gli uomini al godimento della prole temporale; godano piuttosto di congiungersi spiritualmente con Dio.» (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni 10,3).
 
Testimoni di Cristo - San Daniele Comboni - La luce del Vangelo per il cuore dell’Africa: Il Vangelo è fonte di liberazione, perché indica la strada per diventare a pieno esseri umani. Nella storia però in molti, hanno cercato di farne uno strumento per soggiogare e “colonizzare”. Per l’Africa sono tanti i testimoni della fede che hanno lottato per fare della Parola una radice di dignità in mezzo alle popolazioni sfruttate e ridotte troppe volte in schiavitù. Fu proprio in questa prospettiva che visse e agì san Daniele Comboni, autentico padre nella fede per l’Africa. Nato nel 1831 a Limone del Garda, nel 1857, tre anni dopo essere diventato prete, Comboni partì verso il Sudan assieme a cinque compagni: questa prima missione però fallì a causa della inesperienza dei missionari ma anche per l’aspra opposizione dei mercanti di schiavi. Comboni si mise così a pensare a un grande progetto di evangelizzazione per l’Africa, da cui nacque la famiglia religiosa comboniana (i padri Comboniani fondati nel 1867, le Pie Madri della Nigrizia nel 1872). Nel 1867 ripartì, stabilendo la propria base al Cairo e si mise al lavoro non solo per portare il Vangelo ma anche per offrire istruzione ed emancipazione agli studenti di colore, guidati da insegnanti di colore. Fondatore della rivista «Nigrizia», morì nel 1881 a Khartum. Beato nel 1996, è stato canonizzato a Roma da Giovanni Paolo II il 5 ottobre 2003
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.