30 Settembre 2026
San Girolamo, Presbitero e Dottore della Chiesa
Gb 9,1-12.14-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 87 (88); Lc 9,57-62
Benedetto XVI (Udienza Generale): Che cosa possiamo imparare noi da san Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice san Girolamo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, prol.). Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev’essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio per ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio, che si rivolge anche a noi, e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la Liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna.
E così concludo con una parola di san Girolamo a san Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l’eternità, la vita eterna. Dice san Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità, la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).
Liturgia della Parola
I Lettura: Da una parte Dio, il creatore, dall’altra parte l’uomo, la creatura. Solo Dio può chiedere conto all’uomo delle sue azioni, e non viceversa. Questo Giobbe lo sa, e pur nella consapevolezza di essere “giusto”, sa anche che soltanto Dio può emettere sull’uomo un veritiero giudizio o di condanna o di misericordia.
Vangelo
Ti seguirò dovunque tu vada.
Il Vangelo racconta di tre uomini che dichiarano la loro disponibilità a divenire discepoli di Cristo. Al primo Gesù prospetta la sequela come una rinuncia alla casa, alla famiglia e a tutto ciò che dà sicurezza, dal secondo esige di essere seguito subito e al terzo dice in modo assai esplicito che per i suoi discepoli non c’è spazio per i rimpianti di quanto si lascia. Tre racconti di vocazioni che sono accomunate da una sola esigenza: lasciare tutto, anche gli affetti più cari per seguire Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,57-62
In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre».
Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
Parola del Signore.
Le tre vocazioni sono accomunate da un’unica radicale esigenza: lasciare tutto. Bisogna comunque ammettere che Gesù tale radicalità non l’ha richiesta a tutti i discepoli. Non a tutti chiese l’abbandono dei beni (Cf. Lc 8,13). Per esempio non lo chiese a Zaccheo (Lc 19,1-10). Non a tutti chiese la rinuncia al matrimonio (Mt 19,3-12).
Nella prima scena è un uomo a prendere l’iniziativa e Gesù con la sua risposta, il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, vuole sottolineare che egli «è profugo e ramingo, peggio degli animali, perché è rifiutato dai suoi compaesani, dai samaritani e infine dai giudei; è ricercato da Erode come pericoloso [Cf. 13,31-33]. La sua vera povertà è l’insicurezza, la situazione precaria in cui si trova, privo di alleanze e di protezioni. Il discepolo che si mette al suo seguito deve sapere che condividerà questo destino in cui non è possibile avere una stabilità o un insediamento protettivo nelle strutture mondane» (Rinaldo Fabris).
Nella seconda e nella terza chiamata le esigenze vocazionali si fanno più radicali: neppure i legami filiali e gli obblighi più sacri, come la sepoltura del padre, possono ritardare la risposta dell’uomo.
Gesù è più esigente degli antichi profeti, e in modo particolare del profeta Elia (cfr. la vocazione di Eliseo: 1Re 19,19ss): per chi vuol farsi discepolo del Cristo tutto deve passare in secondo piano, nessuna cosa al mondo può distrarlo dalla proclamazione del Regno di Dio. Tanto meno, una volta imboccata la strada del discepolato, è possibile tornare indietro.
Gesù «si dimostra assai più esigente dell’antico profeta Elia: egli non vuole solo coraggio e prontezza nel raccogliere l’invito-comando suo, ma esige anche fermezza e costanza nel portare avanti il proprio impegno, senza operare sconti e senza rimpianti o pentimenti. Egli non vuole discepoli nostalgici!» (Carlo Guidelli).
Alla luce della proposta dei figli di Zebedeo, l’insegnamento di Gesù suona come monito anche per chi è già entrato a fare parte del suo entourage.
Per approfondire
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio: È significativo che tutte e tre le risposte del Signore riguardino l’abitare in famiglia.
Al primo è detto che non gli è permesso dimorare praticamente in famiglia. Il secondo non deve restare in famiglia, fino a quando non possa staccarsene, senza dare scandalo. Ed il terzo non deve avere nessun riguardo per la famiglia. Non è un caso che in tutte e tre le risposte venga fuori lo stesso elemento. Poiché i congiunti sono sempre più convinti di poter far valere i loro diritti. E si scandalizzano e si urtano sempre più, quando la chiamata di Dio toglie un membro dalla famiglia. Spesso genitori e fratelli non comprenderanno come un figlio o una figlia possa seguire la chiamata di Dio senza condizioni. Ed il figlio o la figlia devono chiudere un occhio su questa incomprensione e sopportare. Dio è più grande. Quando mette la mano su un uomo, quest’uomo appartiene esclusivamente a lui. Niente mezzi termini, nessuna divisione, nessun compromesso. E proprio perché la rinunzia riesce spesso difficile, e lo strappo è doloroso, Gesù formula la sua risposta in termini secchi e duri. C’è una sola alternativa. Chi vuole andare con lui, deve essere con lui. E lui è essenzialmente solo. Perciò il discepolo deve dividere la sua solitudine.
Ti seguirò: Veritatis splendor 21: Seguire Cristo non è una imitazione esteriore, perché tocca l’uomo nella sua profonda interiorità. Essere discepoli di Gesù significa essere resi conformi a Lui, che si è fatto servo fino al dono di sé sulla croce (cf Fil 2,5-8). Mediante la fede, Cristo abita nel cuore del credente (cf Ef 3,17), e così il discepolo è assimilato al suo Signore e a Lui configurato. Questo è frutto della grazia,della presenza operante dello Spirito Santo in noi. Inserito in Cristo, il cristiano diventa membro del suo Corpo, che è la Chiesa (cf 1 Cor 12,13.27). Sotto l’impulso dello Spirito, il Battesimo configura radicalmente il fedele a Cristo nel mistero pasquale della morte e risurrezione, lo «riveste» di Cristo (cfr. Gal 3,27): «Rallegriamoci e ringraziamo - esclama sant’Agostino rivolgendosi ai battezzati -: siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo (...). Stupite e gioite: Cristo siamo diventati!». Morto al peccato, il battezzato riceve la vita nuova (cfr. Rm 6,3-11): vivente per Dio in Cristo Gesù, è chiamato a camminare secondo lo Spirito e a manifestarne nella vita i frutti (cfr. Gal 5,16-25). La partecipazione poi all’Eucaristia, sacramento della Nuova Alleanza (cfr. 1Cor 11,23-29), è vertice dell’assimilazione a Cristo, fonte di «vita eterna» (cfr Gv 6,51-58), principio e forza del dono totale di sé, di cui Gesù secondo la testimonianza tramandata da Paolo comanda di far memoria nella celebrazione e nella vita: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1Cor 11,26).
Le condizioni poste da Gesù per diventare suoi discepoli - Filosseno di Mabbug (Hom., 9, 306-307.312-313): “Colui che mette mano all’aratro e poi si gira indietro non è adatto per il Regno di Dio” (Lc 9,62). Colui che svolge con cura questo lavoro della natura e guida l’aratro e i buoi secondo le regole umane, non smette mai di guardare davanti a sé; non guarda mai all’indietro perché un tal modo di lavorare non sarebbe farlo con cura, non potrebbe camminare avanti a sé, i suoi solchi non sarebbero aperti in linea diritta, e i buoi non procederebbero innanzi; e questo, per quanto si tratti di lavoro materiale e chi lo vede appartenga del pari all’ordine corporale. Ora, il lavoro del mio discepolo è diverso dall’altro, così come un mondo differisce dall’altro, e una vita dall’altra, e gli esseri immortali dai mortali, e Dio dagli uomini. Se dunque assumi il giogo della mia disciplina nella tua anima e nel tuo corpo, svolgi con cura il lavoro dei miei precetti...
Molti si fanno discepoli per fregiarsi del nome di Cristo e non per onorare Cristo; si lasciano ingaggiare da lui per rimanere nei piaceri corporei e non per portare le austerità dei suoi comandamenti. Altri si avvicinano a questa regola che esige rinuncia, spinti dal desiderio di Mammona, e per acquistare fuori dal mondo quello che non possono avere standovi dentro. Attraverso quell’unico discepolo di cui parla il Vangelo del nostro Salvatore, Gesù ha stigmatizzato questo pensiero iniquo in tutti gli altri: “Maestro, ti seguirò dovunque andrai; e Gesù gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20; Lc 9,58). Lungi da me, discepolo d’iniquità! Io non posso darti quello che tu desideri e tu non puoi ricevere quello che io ti do; conosco ciò che chiedi e io non ti do ciò che cerchi; hai creduto di venire a me per amore della ricchezza; sei andato a cercare le tenebre nella luce, la povertà nel possesso autentico, e la morte nella vita; tu vuoi acquistare venendo a me quanto io chiedo a tutti di lasciare per seguirmi; la porta per la quale sei spinto ad entrare per seguirmi è la stessa per la quale voglio farti uscire. Ecco perché non ti accolgo. Io sono povero per la mia condizione pubblica, e, per tal motivo, non detengo pubbliche ricchezze da elargire nel mondo in cui sono venuto. Io sono visto come uno straniero e non ho né casa né tetto, e chi vuole essere mio discepolo eredita da me la povertà: perché vuoi acquistare da me ciò che ti faccio rinunciare a possedere?
Testimoni di Cristo - San Girolamo - Che siano parole o altri strumenti, ciò che conta è portare il Vangelo a tutti: San Girolamo ci offre un interessante spunto di meditazione: oggi, nel XXI secolo, la parola “funziona” ancora come mezzo di trasmissione del Vangelo? La riflessione parte dalla consapevolezza che ogni cristiano ha un’unica chiara vocazione: essere portatore di Dio nel mondo in ogni angolo del pianeta e in ogni tempo, ma oggi sembrano essere efficaci altri linguaggi. In realtà, però, anche se la parola era di certo lo strumento privilegiato per Girolamo, cui si deve la versione “popolare” della Bibbia in latino (la cosiddetta “Vulgata”), a ben guardare la scrittura non è mai stato l’unico mezzo di trasmissione della fede, che passa da un corpo vivo, la Chiesa, con tutte le sue espressioni, dal culto fino alla carità. San Girolamo (o Gerolamo), sacerdote e dottore della Chiesa, allora ci ricorda in realtà che, qualsiasi mezzo scegliamo per portare la Parola di Dio, la preoccupazione dev’essere quella di arrivare a tutti, di toccare le vite di tutti. Era nato in Dalmazia nel 347 e aveva studiato a Roma, spostandosi poi a Treviri. Si trovò in seguito ad Aquileia, dove aveva coltivato anche l’ideale della vita comunitaria. Battezzato nel 366, dal 375 fu eremita in Oriente: visse per qualche tempo nel deserto, per poi trasferirsi ad Antiochia e Costantinopoli. Dopo un periodo a Roma, dove fondò una comunità di vita religiosa femminile, nel 385 s’imbarcò alla volta della Terra Santa: a Betlemme fondò un monastero maschile e uno femminile. Fino alla morte, nel 420, si dedicò alla traduzione della Bibbia. (Matteo Liut)
O Dio, che hai dato al santo presbitero Girolamo
un amore soave e vivo per la Sacra Scrittura,
fa’ che il tuo popolo si nutra sempre più largamente
della tua parola e trovi in essa la fonte della vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.