5 Giugno 2026
 
San Bonifacio, Vescovo e Martire
 
​​2Tm 3,10-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 12,28b-34
 
San Bonifacio, vescovo e martire: Uno dei suoi simboli è l’ascia con la quale abbatte una grande quercia perché adorata dai pagani. Bonifacio (il vero nome è Wynfrith) nasce a Crediton (Inghilterra) nel 673 circa, in una famiglia nobile. È un bambino intelligente e dimostra un vero talento negli studi. Ama tantissimo i libri.
La vocazione per il sacerdozio nasce in tenera età. Diventato monaco, Bonifacio parte in missione per la Germania, con il compito di convertire le popolazioni Sassoni. Si reca, poi, a Roma dove papa Gregorio II lo incoraggia, gli infonde fiducia e cambia il suo nome in Bonifacio (dal latino “colui che fa bene”).
Il santo è un predicatore straordinario. Tornato in Germania viaggia senza sosta in Assia, Baviera, Franconia, Frisia e Turingia dove ottiene conversioni e battesimi. Il papa lo nomina, così, vescovo di tutta la Germania. Il vescovo deve superare, però, tante difficoltà: seppure battezzati, tanti ex pagani continuano a compiere riti e incantesimi e ad adorare amuleti. Famoso è l’aneddoto della quercia. Un giorno, in un bosco nei pressi di Fritzlar (Assia), Bonifacio abbatte, con tutta la sua forza, una grande quercia perché adorata dalla popolazione, in quanto ritenuta la dimora del dio pagano Thor. L’attesa punizione con tuoni e fulmini non arriva e tanti dei presenti si convertono definitivamente al Cristianesimo. Si dice che nel luogo dove è stata abbattuta la quercia, Bonifacio abbia fatto costruire la prima chiesa della Germania e che per erigerla sia stato usato il legno dell’albero. Sembra che dal tronco dell’albero sia nato poi un abete. Ecco perché l’abete, per tradizione addobbato a Natale, rammenta nel Nord Europa la nascita di Gesù.
Bonifacio fa edificare anche l’Abbazia di Fulda (Kassel), dove chiede di essere seppellito e dove, ancora oggi, le sue spoglie sono custodite. Il 5 giugno 754 viene ucciso a Dokkum (Olanda) da un gruppo di rapinatori che miravano alle sue casse di libri, credendo custodissero tesori. San Bonifacio è patrono della Germania e dell’Olanda. Protegge birrai, vinai e sarti. Viene invocato contro il tifo. (Autore: Mariella Lentini)
 
Prima Lettura - José Maria Gonzalez-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica):  Timoteo continua a ricordare il suo maestro Paolo nella sua funzione fondamentale e primordiale della «ortoprassi». «Tu mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze ...». In realtà, la pietra di paragone per di scernere l’autenticità  di un atteggiamento veramente profetico è il fatto difficilmente digeribile della persecuzione: «tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati». Il vangelo dovrà sempre essere un «segno di contraddizione» (Lc 2,34). La sua predicazione non garantisce assolutamente una convivenza pacifica fra gli uomini, ma tutto il contrario: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della suocera» (Mt 10,34-36).
Pare che le comunità cristiane, all’inizio dell’ultimo quarto del I secolo, provassero una specie di delusione per il fatto che, nella convivenza umana, non si notava ancora quell’armonia paradisiaca, che molti avevano sognata come immediata conseguenza della predicazione evangelica.
 
Vangelo
Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide?
 
Secondo molti testi dell’Antico Testamento il Messia sarebbe stato un figlio di Davide che sarebbe venuto a restaurare lo stesso regno davidico. Gesù, citando il salmo 109, un salmo messianico, solleva una questione esegetica: se Davide chiama Messia suo Signore, come può essere suo figlio? Il termine Signore era nell’uso liturgico l’equivalente di Iahvè e lo sostituiva, per cui Gesù chiede alla folla che lo ascoltava di entrare più in profondità nei testi messianici per trovare la vera identità del Messia. 
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,35-37
 
In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete  (I Quattro Vangeli): 35 Gesù... prese la parola; il Salvatore stesso prende l’iniziativa per discutere sull’insegnamento degli Scribi intorno all’origine del Messia. A questi maestri in Israele, che pensano ad un Messia umano e di discendenza davidica e che in tal modo istruiscono il popolo, Cristo mostra l’incoerenza della loro opinione con quella della Scrittura. Il Salvatore, che si trovava ad insegnare nel tempio, sentì il dovere d’illuminare gli Scribi e le persone del popolo su un problema che lo riguardava personalmente, Come mai gli Scribi dicono che il Messia è figlio di Davide? Il popolo seguiva ciecamente l’opinione dei propri maestri, gli Scribi. All’entrata trionfale di Gesù nella città santa la folla tutta festante aveva fatto echeggiare nell’aria questa acclamazione: «Benedetto il regno che viene del nostro padre Davide!» (Mc., 11, 10). Figlio di Davide era il titolo più diffuso e popolare per designare il Messia, esso fu ripetuto con vivo entusiasmo dalla folla nel giorno dell’ingresso del Maestro a Gerusalemme (cf. Mt., 22, 42). Molti passi della Scrittura dichiarano che il Messia è figlio o discendente di Davide (cf. Amos, 9, 11; Osea, 3, 5; Isaia, 11; 1; Geremia, 23, 5; 30, 9; 33, 15, 17, 22; Ezechiele, 34, 23; 37, 24, Zaccaria, 12, 8); Gesù non contesta queste affermazioni sull’origine del Messia, ma vuole far riflettere gli ascoltatori sul fatto che la stessa Scrittura presenta il Messia come un personaggio anteriore e superiore a Davide stesso.
36-37 Il Salvatore argomenta con un testo del Salmo, 110, 1 (Volgata: Salmo, 109, 1) per far vedere a tutti che lo stesso Davide riteneva il Messia superiore a sé. Il Signore (ebraico: Jahweh) ha detto al mio Signore (ebr.: Adoni), l’argomento è sviluppato da Gesù nel modo seguente: Davide, scrivendo questo salmo messianico, dichiara che Jahweh (il Signore) chiama il Messia «mio Signore» (Adoni), cioè: «Signore dello stesso Davide», e lo invita ad assidersi alla sua destra (siedi alla mia destra); allora, conclude Gesù, come può il Messia essere soltanto un discendente umano di Davide, quando questo re stesso lo chiama suo «Signore»? La conclusione, formulata dal Maestro a modo di domanda, non può avere che una sola spiegazione: il Messia è in pari tempo Signore di Davide (cioè molto superiore per natura a questo re) e figlio di Davide (cioè discendente, come uomo, dal glorioso monarca, suo lontano antenato). Gesù, pur non dichiarando esplicitamente che il Messia è figlio di Dio, lo lascia facilmente capire poiché Davide, parlando sotto ispirazione divina, lo chiama suo Signore e lo colloca alla destra di Jahweh. La numerosa folla l’ascoltava con piacere; il rilievo dell’evangelista riassume l’impressione riportata dalla folla nell’assistere agli episodi narrati sopra. Queste parole tuttavia potrebbero costituire un’introduzione al severo giudizio che Gesù formulerà subito dopo (cf. verss. 38-40); per tale motivo in alcune traduzioni questa seconda parte del versetto è posta all’inizio della sezione seguente.
 
Per approfondire
 
 Richard Gutzwiller: I farisei hanno dimostrato con i loro assalti e le loro difficoltà che a loro non sta a cuore Dio, ma il proprio io. Perciò Gesù, nella sua risposta, ha fatto sempre richiamo a Dio, come al fattore decisivo: ai pieni poteri che ha da Dio, come lo ha testimoniato Giovanni il battezzatore; a Dio, a cui si deve dare ciò che gli spetta, come si deve dare a Cesare il suo; a Dio che è il contenuto della vita eterna così che l’elemento puramente umano non ha più, lassù, alcuna importanza. Così anche ora, nell’ultima domanda che pone loro, egli si spinge a questo punto centrale “devono dare la risposta alla domanda in che rapporto sta il Messia con Dio. Infatti Davide stesso, a cui essi si richiamano continuamente designando il Messia come suo figlio, ne ha fatto parola nel salmo, dicendo che il Messia è il suo Signore, che è cioè il Signore di Davide: «Ha detto il Signore al mio Signore ». E questa signoria del Messia è espressa chiaramente come eguaglianza con Dio, poiché egli siede (come si esprime con immagine metaforica), alla destra di Dio, cioè gli è equiparato in eguale potenza e gloria. Perciò il Messia non è soltanto figlio di Davide, ma, come figlio di Dio, è Signore del mondo. « Figlio di Davide secondo la carne, dimostratosi Figlio di Dio per mezzo dello Spirito Santo ». Dovrebbero così i farisei riconoscerlo e di conseguenza dovrebbero credere in lui. Nella sua parola c’è un secondo pensiero: l’accenno minaccioso alla fine. La parola davidica del salmo rimanda alla grande fine, nella quale i nemici del Messia gli devono servire come sgabello ai piedi. Se dunque i farisei e gli scribi insorgono in lotta contro di lui, devono pensare che incombe su di loro questo pericolo. Adesso si sentono potenti. Ma sono destinati ad essere sgabello dei piedi di lui. La fine del mondo, con il ritorno di Cristo, lo mostrerà come il vero potente. Così la sua domanda e il suo assalto termina con l’accenno minaccioso al pericolo in cui vivono, e alla fine che li sovrasta. Egli guarda attraverso tutti i tempi, al di là di tutte le apparenze, fino a quella grande ora, che cambia tutto e tutto rimette nella giusta proporzione. Allora egli sarà visibile come ciò che essi ora contestano, come Messia, Signore del mondo e Signore su tutti i suoi nemici.
 
Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 18 Agosto 2004): 1. [...] Il testo si presenta come un Salmo regale, legato alla dinastia davidica, e probabilmente rimanda al rito di intronizzazione del sovrano. Tuttavia la tradizione giudaica e cristiana ha visto nel re consacrato il profilo del Consacrato per eccellenza, il Messia, il Cristo. Appunto in questa luce il Salmo diventa un canto luminoso innalzato dalla Liturgia cristiana al Risorto nel giorno festivo, memoria della Pasqua del Signore. 2. Due sono le parti del Salmo 109, entrambe caratterizzate dalla presenza di un oracolo divino. Il primo oracolo (cfr. vv. 1-3) è quello indirizzato al sovrano nel giorno del suo insediamento solenne «alla destra» di Dio, ossia accanto all’Arca dell’Alleanza nel tempio di Gerusalemme. La memoria della «generazione» divina del re faceva parte del protocollo ufficiale della sua incoronazione e assumeva per Israele un valore simbolico di investitura e di tutela, essendo il re il luogotenente di Dio nella difesa della giustizia (cfr v. 3). Naturalmente nella rilettura cristiana quella «generazione» diventa reale e presenta Gesù Cristo come vero Figlio di Dio. Così era accaduto nella ripresa cristiana di un altro celebre Salmo regale-messianico, il secondo del Salterio, ove si legge questo oracolo divino: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Sal 2,7). 3. Il secondo oracolo del Salmo 109 ha, invece, un contenuto sacerdotale (cfr. v. 4). Il re anticamente svolgeva anche funzioni cultuali, non secondo la linea del sacerdozio levitico, ma secondo un’altra connessione: quella del sacerdozio di Melchisedek, il sovrano-sacerdote di Salem, la Gerusalemme preisraelitica (cfr. Gn 14,17-20). Nella prospettiva cristiana il Messia diventa il modello di un sacerdozio perfetto e supremo. Sarà la Lettera agli Ebrei nella sua parte centrale a esaltare questo ministero sacerdotale «alla maniera di Melchisedek» (5,10), vedendolo incarnato in pienezza nella persona di Cristo. 4. Il primo oracolo viene assunto a più riprese nel Nuovo Testamento per celebrare la messianicità di Gesù (cfr. Mt 22,44; 26,64; At 2,34-35; 1Cor 15,25-27; Eb 1,13). Lo stesso Cristo di fronte al sommo sacerdote, e al Sinedrio ebraico, rimanderà esplicitamente al nostro Salmo proclamando che sarà ormai «seduto alla destra della Potenza» divina, proprio come è detto nel Salmo 109,1 (Mc 14,62; cfr. 12,36-37).
 
Figlio di Davide e Signore di Davide - Agostino (Commento Dal Vangelo di Giovanni 8, 9): Moriva non il Verbo per mezzo del quale Maria era stata creata, ma la carne che Maria aveva plasmato, non moriva Dio che è eterno, ma la carne che è debole. Con quella risposta, dunque il Signore vuole aiutare i credenti a distinguere, nella loro fede, la sua persona dalla sua origine temporale. È venuto per mezzo di una donna, che gli è madre, egli che è Dio e Signore del cielo e della terra. In quanto Signore del mondo, Signore del cielo e della terra, certamente egli è anche Signore di Maria; in quanto creatore del cielo e della terra, è anche creatore di Maria; ma in quanto nato da donna e fatto sotto la legge (Gal 4,4) - secondo l’espressione dell’apostolo -, egli è il figlio di Maria. È ad un tempo Signore e figlio di Maria, ad un tempo creatore e creatura di Maria. Non meravigliarti del fatto che è ad un tempo figlio e Signore: vien detto figlio di Maria come vien detto figlio di Davide, cd è figlio di Davide perché è figlio di Maria.
Ascolta la testimonianza esplicita dell’apostolo: Egli è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne (Rm 1,3); ma egli è altresì il Signore di Davide. E lo stesso Davide che lo afferma. Ascolta: Parola del Signore al mio Signore: Siedi alla destra (Sal 109, 1). Gesù per i giudei di fronte a questa testimonianza, e con essa li ridusse al silenzio (cf. Mt 22,41-46; Mc 12, 35-37; Lc 20, 41-44). Come dunque egli è insieme figlio e Signore di Davide, figlio secondo la carne Signore secondo la divinità, così è figlio di Maria secondo la carne, Signore di Maria secondo la maestà. E poiché Maria non era madre della divinità, e il miracolo che ella chiedeva doveva compiersi in virtù della divinità, per questo disse: Che c’è tra me e te, donna? (Gv 2,4). Non credere però, o Maria, che io voglia rinnegarti come madre; è che non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4); allora, quando l’infermità di cui sei madre penderà dalla croce, io ti riconoscerò.
 
Interceda per noi, o Signore, il santo martire Bonifacio,
perché custodiamo con fermezza e professiamo con coraggio
la fede che egli ha insegnato con la parola
e testimoniato con il sangue.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 4 Giugno 2026
 
 Giovedì IX Settimana T. O.
 
2Tm 2,8-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 24 (25); Mc 12,28b-34
 
Filippo Smaldone. Visse il proprio servizio accanto ai sordomuti: Vivere la profezia significa ascoltare i segni dei tempi e dare risposta con il Vangelo, vuol dire prendersi cura dell’umanità nei suoi bisogni, aiutando tutti a realizzare la propria vocazione. Per san Filippo Smaldone la “profezia” si realizzò accanto ai sordomuti, per i quali fu padre, amico e accompagnatore. Era nato a Napoli nel 1848 e visse in uno dei momenti più turbolenti della storia della Penisola: gli anni dell’unità d’Italia e della difficile costruzione di un’identità nazionale. Nella sua città già da studente di teologia iniziò a prendersi cura dei sordi, di cui di fatto nessuno si occupava. Dopo aver vissuto per un periodo a Rossano Calabro, venne ordinato prete nel 1871 a Napoli. Ammalatosi durante una grave epidemia si affidò alla Vergine di Pompei e fu guarito miracolosamente. Nel 1885 partì per Lecce per fondare con don Lorenzo Apicella un istituto per sordi.
Radunando alcune religiose fondò poi la Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Fu consigliere e confessore di molti sacerdoti e seminaristi; morì a Lecce nel 1923 ed è santo dal 2006. (Matteo Liut)
 
Prima Lettura: È un invito ad avere gli stessi “sentimenti di Cristo”, e di partecipare alla sua passione. Se il cristiano con Cristo affronta e sopporta la morte avrà come lui e con lui la vita e il felice accesso al regno del Padre. Se il cristiano non è fedele a questo “programma di vita” da Cristo sarà rinnegato. La fedeltà alla vocazione esige la fedeltà al ministero della Parola.
 
Vangelo
Non c’è altro comandamento più grande di questi.
 
Gesù risponde allo scriba unendo due precetti che nella Legge mosaica erano collocati in sezioni separate: l’amore verso l’unico Signore Dio (cfr. Dt 6,4-5) e l’amore verso il prossimo (cfr. Lev 19,18). Assommando i due comandamenti ne fa un solo precetto dandogli la precedenza assoluta su tutti gli altri precetti. Come l’amore di Dio si palesa e si verifica nell’amore per il prossimo così il vero amore per il prossimo non è mai separato dal vero amore verso Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,28b-34
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il re tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
 
Parola del Signore.
 
Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): La risposta di Gesù, per una volta, soddisfa completamente il suo interlocutore. Al versetto 22, l’uomo non fa che ripetere, con parole assai simili, le due citazioni di Gesù, che ne approfitta per insistere sulla portata di carattere monoteistico del primo: «Il Signore è Dio; all’infuori di lui non ce n’è altri» (Dt 4,35). Quindi conclude che l’amore di Dio e del prossimo è preferibile a tutti i sacrifici del culto giudaico (v. 33), a che concorda perfettamente col pensiero dei profeti quando Dio dichiara: «Io voglio l’amore, non i sacrifici» (Os 6,6). Per uno scriba, si tratta di una presa di posizione tanto più degna di nota perché ci si trova nel vestibolo del tempio (da 11,27). Queste parole non passano inosservate agli  occhi di Gesù che parla di «risposta saggia» e rivolge al suo autore questo insolito elogio: «Non sei lontano dal regno di Dio» (v. 34a). Ci si rende dunque conto che anche tra gli scribi ostili a Gesù decisamente fin dall’inizio (2,16; 3,22, ecc.) si trovano degli uomini in cammino verso la luce. In pratica, Marco ha fatto di questo incontro un episodio costruttivo: secondo lui - e al contrario di Matteo (22,35) e di Luca (10,25) - non si tratta di tornare alle vecchie dispute come in precedenza. Al di là del gioco di domanda e risposta, qui si tratta di un intenso dialogo fra Gesù e un fariseo particolarmente disponibile, senza alcun secondo fine; la conclusione in merito a questo incontro è degna di nota: nessuno osava più interrogare Gesù (v. 34b); ciò significa che il tempo delle dispute è finito.
 
Per approfondire
 
Ascolta, o Israele - Questa espressione diventerà l’inizio della preghiera detta Shema, la più cara al cuore degli Ebrei. Preghiera e amore, culto e carità, unità che Gesù non ha scisso. La carità senza preghiera diventa narcisismo, l’amore senza culto diventa filantropia. Oggi nel mondo cristiano la preghiera sembra essere un po’ negletta. È più facile per molti correre sulle ali del servizio sociale in quanto gratifica, perché mette l’operatore al centro dell’attenzione pubblica accendendo abbacinanti riflettori, perché apparecchia elettrizzanti talk show... la preghiera invece si fa compagna del nascondimento, tiene lontano dalle piazze (Mt 6,4-5) e a molti non piace.
Per il Catechismo della Chiesa Cattolica (2697), la preghiera è «la vita del cuore nuovo. Deve animarci in ogni momento. Noi, invece, dimentichiamo colui che è la nostra Vita e il nostro Tutto. Per questo i Padri della vita spirituale, nella tradizione del Deuteronomio e dei profeti, insistono sulla preghiera come “ricordo di Dio”, risveglio frequente della “memoria del cuore”: “È necessario ricordarsi di Dio più spesso di quanto si respiri”».
Se nell’inconscio «di molti cristiani, pregare è un’occupazione incompatibile con tutto ciò che hanno da fare» (ibidem 2726), pochissimi sanno che quando i casi si aggrovigliano, quando tutto sembra svanire, quando i problemi si assommano o diventano disperati allora è il caso di piegare le ginocchia: «Intercedere, chiedere in favore di un altro, dopo Abramo, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio. Nel tempo della Chiesa, l’intercessione cristiana partecipa a quella di Cristo: è espressione della comunione dei santi. Nell’intercessione, colui che prega non cerca solo “il proprio interesse, ma anche quello degli altri” [Fil 2,4], fino a pregare per coloro che gli fanno del male [Cf Stefano che prega per i suoi uccisori, come Gesù: cf At 7,60; Lc 23,28; Lc 23,34]. Le prime comunità cristiane hanno intensamente vissuto questa forma di condivisione [Cf At 12,5]. L’Apostolo Paolo le rende così partecipi del suo ministero del Vangelo [Cf Ef 6,18-20; Col 4,3-4; 1Ts 5,25], ma intercede anche per esse [Cf Fil 1,3-4; Col 1,3; 2Ts 1,11]. L’intercessione dei cristiani non conosce frontiere: “per tutti gli uomini [...] per tutti quelli che stanno al potere” [1Tm 2,1], per coloro che perseguitano [Cf Rom 12,14], per la salvezza di coloro che rifiutano il Vangelo [Cf  Rom 10,1]» (ibidem 2635-2636).
Prima di lanciarsi in molteplici attività caritative, il credente dovrebbe imparare a farle precedere, accompagnare, seguire dalla preghiera. L’esempio l’ha dato Gesù: Egli prega prima di iniziare la vita pubblica, prima di scegliere i suoi compagni, prega prima di trasfigurarsi sul monte, prega nell’Orto degli ulivi prima di consegnarsi nelle mani degli aguzzini, quando è issato sulla Croce prega per i suoi crocifissori, per il mondo intero.
 Ivan Turgenev, lo scrittore russo più apprezzato e conosciuto nell’Europa del XIX secolo, ebbe a dire: «Per qualunque cosa un uomo preghi, egli prega per un miracolo. Ogni preghiera si riduce a questo: “Dio onnipotente, fai che due per due non faccia quattro”». Per il credente questa preghiera è vera, perché il buon Dio, nell’operare nella storia dell’uomo, spesso ignora la tavola pitagorica.
 
«Credo in un solo Dio» - Catechismo della Chiesa Cattolica 200: Con queste parole incomincia il Simbolo niceno-costantinopolitano. La confessione dell’unicità di Dio, che ha la sua radice nella rivelazione divina dell’Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell’esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale. Dio è uno: non c’è che un solo Dio: «La fede cristiana crede e professa un solo Dio, uno per natura, per sostanza e per essenza».
201: A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri... davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza”» (Is 45,22-24).
202: Gesù stesso conferma che Dio è «l’unico Signore» e che lo si deve amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze. Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è «il Signore». Confessare che «Gesù è Signore» è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Uno. Credere nello Spirito Santo «che è Signore e dà la vita» non introduce alcuna divisione nel Dio Uno:
«Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice».
 
Amore di Dio e amore del prossimo - Colombano Abate, Praecepta, 11, 1-4: Mosè scrisse nella legge: “Dio fece l’uomo a immagine e somiglianza sua” (Gen 1,26). Considerate, di grazia, la dignità di queste parole. Dio onnipotente, invisibile, incomprensibi!e ineffabile, inestimabile, fa l’uomo con del limo, e lo nobilita con la dignità della sua somiglianza. Qual è il rapporto tra il limo e Dio? Quale, quello tra il limo e lo spirito? Dio infatti, è spirito (Gv 4,24). Enorme degnazione di Dio, il quale donò all’uomo l’impronta della sua eternità e la somiglianza dei suoi costumi! Enorme dignità per l’uomo la sua somiglianza con Dio, se questa vien conservata, ma anche poi tremenda rovina, qualora venga profanata l’immagine di Dio!...
Tutte le virtù che Dio seminò in noi nella nostra condizione primitiva, ci ha insegnato, poi, coi suoi precetti, a restituirgliele. Questa è la prima: “Amare il nostro Dio con tutto il cuore” (Mt 22,37; Mc 12,30), “perché lui per primo ci ha amati” (1Gv 4,10), dal principio, prima ancora che fossimo. L’amor di Dio è la rinnovazione della sua immagine. Ama Dio chi ne osserva le leggi; disse infatti: “Se mi amate, osservate i miei precetti” (Gv 13,34). Il vero amore non è fatto di parole, ma di opere (cf. 1Gv 3,23). Restituiamo perciò a Dio, nostro Padre, la sua immagine inviolata nella santità, perché lui è santo (“Siate santi, perché io sono santo, Lv 11,44; 1Pt 1,16), inviolata nella carità, perché lui è amore (1Gv 4,8: Dio è amore), inviolata nella pietà e nella verità, perché lui è pio e verace.
Evitiamo di farci un ‘immagine diversa da quella di Dio; infatti sarebbe a immagine di un tiranno, chi fosse superbo, iracondo, feroce...
Perché, dunque non ci diamo delle immagini di tiranni, dipinga in noi Cristo la sua immagine, lui che dipinse un’immagine, quando disse: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace” (Gv 14,27). Ma che cosa vale sapere che la pace è un bene, se poi questa pace non è ben conservata? Di solito quanto più una cosa è buona, tanto più è fragile, e quanto più è preziosa, tanto più accortamente dev’essere custodita; è veramente troppo fragile ciò che si può sciupare con una sola parola o con un piccolo sgarbo...
Purtroppo niente è più gradito agli uomini che interessarsi delle cose altrui, parlar di cose inutili e dir male degli assenti; perciò coloro che non possono dire: “Il Signore mi ha dato una lingua raffinata, per sostener con la mia parola colui che è stanco” (Is 50,4) tacciano e, se vogliono dir qualcosa, sia detto solo al fine di fomentar la pace...
Chi non ama sta nella morte” (1Gv 3,14). Dunque, o non si deve far altro che amare, o non ci si può aspettar altro che la morte. “La pienezza della legge, infatti, “sta nell’amore” (Rm 13,8). E che questo amore si degni ispirarci abbondantemente il Signor nostro e Salvatore Gesù Cristo, che ci è stato donato da Dio, autore della pace e dell’amore.
 
O Dio, che nella tua provvidenza
tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza,
ascolta la nostra umile preghiera:
allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 3 Giugno 2026
 
Santi Carlo L e Compagni, Martiri
 
2Tm 1,1-3.6-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 122 (123); Mc 12,18-27
 
  Santi Carlo Lwanga e Compagni Martiri: Tra il 1885 e il 1887, in Uganda i cristiani subirono una violenta persecuzione. Le vittime furono un centinaio. Tra loro Carlo, domestico del re Muanga dell’antico regno indipendente del Buganda, bruciato vivo insieme a dodici compagni il 3 giugno 1886. Carlo Lwanga, capo dei paggi reali, era stato battezzato durante l’evangelizzazione attuata dai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie. Inizialmente la loro opera, avviata nel 1879, venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Muanga, che però si fece influenzare dal cancelliere del regno e dal capotribù. Tanto che decise la soppressione fisica dei cristiani, alcuni dei quali uccise con le proprie mani. Oggi il calendario ricorda ventidue martiri dell’Uganda, beatificati il 6 giugno 1920 da Benedetto XV e canonizzati da Paolo VI l’8 ottobre 1964. A loro è stato inoltre dedicato un grande santuario a Namugongo consacrato da Paolo VI nel 1969. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Tutta la lettera ha la forma di un testamento spirituale e pastorale rivolto al diletto figlio Timoteo. L’apostolo Paolo, riferendosi al messaggio da lui predicato e trasmesso a Timoteo, raccomanda al suo discepolo di “rendere testimonianza” a Cristo con l’aiuto dello Spirito Santo.
 
Vangelo
Non è Dio dei morti, ma dei viventi!
 
Gesù giunto in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante, scaccia i mercanti dal tempio aprendo così l’ennesimo fronte conflittuale con i detentori del potere religioso. Come per l’inizio del Vangelo in Galilea, Marco ha ricordato cinque conflitti (cfr. Mc 2,1-3.6), così ora in Gerusalemme, alla fine del suo ministero pubblico, l’evangelista raccoglie cinque questioni, intramezzate dalla parabola dei vignaioli: l’autorità di Gesù, Dio e Cesare, la risurrezione, il comandamento più grande, il rapporto Cristo-Davide. Il brano odierno si colloca all’interno di questo conflitto ed è teso ad enunciare l’unicità di Dio Signore. Qui, sulla bocca di Gesù l’unicità di Dio si basa sullo Shema (cfr. Dt 6,4-5). 
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,18-27
 
In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».
 
Parola del Signore.
 
Il racconto odierno è comune a Matteo (22,23-33) e a Luca (20,27-38). I sadducèi per dottrina erano in contrapposizione con i farisei. Si ritroveranno amici quando sarà necessario far fronte comune per neutralizzare Gesù. Inoltre, a differenza dei farisei, i sadducéi consideravano valido soltanto quanto era scritto nella Torah e non trovando in essa alcun testo che affermasse una nuova vita nell’aldilà non credevano nella risurrezione. Non credevano nemmeno nell’esistenza degli angeli (Cf. At 23,8).
Nell’interrogare Gesù, per dare maggior autorità alle loro parole e screditare la dottrina dei farisei, citano la legge del levirato (Dt 25,5ss). Secondo questa legge se un uomo moriva senza lasciare figli, il fratello era obbligato a sposare la vedova per dare una discendenza al defunto.
I sadducèi, «setta più rozza di quella farisaica» (san Giovanni Crisostomo), con la storia dei sette fratelli non soltanto vogliono mettere in difficoltà Gesù, ma puntano a ridicolizzare la fede nella risurrezione dei morti professata dai farisei, loro acerrimi nemici. Infatti, con accenti tra il grottesco e l’ironico, alla fine del loro racconto, chiedono a Gesù: «La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Ma al di là dei toni e degli intenti si può pensare ragionevolmente che al ragionamento dei sadducèi «sottende una concezione materialistica della risurrezione, come se la vita dei risorti potesse essere valutata alla stregua di quei valori d’oggi: matrimonio, appartenenza di una persona all’altra, morte» (Carlo Ghidelli).
Gesù risponde affermando inequivocabilmente la realtà della risurrezione e illustrando i requisiti dei corpi risorti confuta sapientemente l’argomento dei sadducèi: se in questo mondo gli uomini contraggono nozze per assicurare la continuità della specie,  «nella risurrezione» cesserà questa necessità: gli uomini «giudicati degni della vita futura e della risurrezione», partecipando a una nuova vita, saranno «uguali agli angeli» e non potranno più morire. L’evangelista Luca dicendo saranno uguali agli angeli non vuole fare un paragone, ma spiegare in cosa consiste la risurrezione: non in una «rianimazione di un cadavere, bensì nella spiritualizzazione di tutto l’essere umano, reso simile agli angeli in cielo, per partecipare alla vita di Dio, come dono sublime della sua liberalità» (Angelico Poppi).
Gesù per affermare il mistero della risurrezione cita la Parola di Dio, così come avevano fatto i suoi interlocutori per negarla. È infatti la Sacra Scrittura a dimostrare il grave errore dei sadducèi: il Signore, nella teofania del roveto ardente, dichiarandosi «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6) rivela una comunione vera con degli esseri che anche dopo la morte continuano a vivere.
«Vivono per sempre» (Sap 5,15) perché da Dio sono stati creati per l’immortalità: «Dio non ha creato la morte; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale [...]. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo ha fatto a immagine della propria natura» (Sap 1,13.15-2,23).
 La morte non può spezzare la comunione di coloro che si addormentano nel Signore con il Dio vivo e fedele (Cf. Rom 6,10): Dio, non intendendo lasciare i suoi amici nella corruzione del sepolcro (Cf. Sal 16,10s), saprà trarli col suo Spirito dalla polvere (Cf. Ez 37,3; Gv 11,24s).
Una comunione che coinvolgerà interamente l’uomo: nel giorno della risurrezione dei morti i corpi si ricongiungeranno alle anime per godere eternamente.
La risposta di Gesù zittisce i sadducèi e appaga i farisei i quali plaudono con vero entusiasmo: una volta tanto si sono trovati d’accordo con il giovane rabbi di Nazaret.
 
Per approfondire
 
La potenza della risurrezione - Jean Radermakers e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): La risurrezione di Gesù risolve il problema della salvezza quale si pone a ciascuno di noi. Oggetto primo della nostra fede, essa è pure la base della nostra speranza, di cui determina il fine. Gesù è risorto «come primizie di coloro che dormono» (1Cor 15,20); ciò motiva la nostra attesa della risurrezione nell’ultimo giorno. Più ancora, egli è in persona «la risurrezione e la vita: chi crede in lui, anche se è morto, vivrà» (Gv 11,25); questo motiva la nostra certezza di partecipare fin d’ora al mistero della nuova vita, che Cristo ci rende accessibile attraversa segni sacramentali.
1. La risurrezione nell’ultimo giorno. - La fede giudaica nella risurrezione dei corpi è stata avallata da Gesù con le sue prospettive di integrità ritrovata e di radicale trasformazione (Mt 22,30ss par.); se questo tratto manca al quadro dell’ultimo giorno delineato dall’apocalisse sinottica (Mt 24 par.), ciò è accidentale. Tuttavia questa fede non acquista il suo significato definitivo se non dopo la risurrezione personale di Gesù. La comunità primitiva ha coscienza di rimanere fedele, su questo punto, alla fede giudaica (Atti 23,6; 24,15; 26,6ss); ma è la risurrezione di Gesù a darle ormai una base oggettiva. Noi tutti risusciteremo, perché Gesù è risuscitato: «Colui che ha risuscitato Cristo Gesù di tra i morti, darà pure la vita ai vostri corpi mortali mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rom 8,11; cfr. 1Tess 4,14; 1Cor 6,14; 15,12-22; 2Cor 4,14). Nel vangelo di Matteo il racconto della risurrezione di Gesù sottolinea già questo punto in modo concreto: nel momento in cui Gesù, disceso agli inferi, ne risale vittorioso, i giusti, che vi attendevano il loro accesso alla gioia celeste, sorgono per fargli un corteo trionfale (Mt 27,52s). Non si tratta di un ritorno alla vita terrena, ed il racconto non parla che di apparizioni strane. Ma è un’anticipazione simbolica di ciò che avverrà nell’ultimo giorno. Non è forse questo anche il senso delle risurrezioni miracolose operate da Gesù durante la sua vita? S. Paolo sviluppa ancor più lo scenario della risurrezione generale: voce dell’angelo, tromba per radunare gli eletti, nubi della parusia, processione degli eletti... (1Tess 4,15ss; 2Tess 1,7s; 1Cor 15,52). Questa cornice convenzionale è classica nelle apocalissi giudaiche; ma il fatto fondamentale è più importante delle sue modalità. Contrariamente alle concezioni greche, in cui l’anima umana liberata dai legami del corpo va sola verso l’immortalità, la speranza cristiana implica una restaurazione integrale della persona; suppone nello stesso tempo una trasformazione totale del corpo, divenuto spirituale, incorruttibile ed immortale (1Cor 15,35- 53). Nella prospettiva in cui si pone, Paolo non affronta d’altronde il problema della risurrezione degli empi; non pensa che a quella dei giusti, partecipazione all’ingresso di Gesù in gloria (cfr. 1Cor 15,12 ...). L’attesa di questa «redenzione del corpo» (Rom 8,23) è tale che, per esprimerla, il linguaggio cristiano conferisce alla risurrezione una specie di imminenza perpetua (cfr. 1Tess 4,17). Tuttavia, l’impazienza della speranza cristiana (cfr. 2 Cor 5,1-10) non deve portare a vane speculazioni sulla data del giorno del Signore. L’Apocalisse delinea un quadro splendido della risurrezione dei morti (Apoc 20,11-15). La morte e l’Ade li restituiscono tutti, affinché compaiano dinanzi al giudice, sia i cattivi che i buoni. Mentre i cattivi sprofondano nella «seconda morte», gli eletti entrano in una nuova vita, in seno ad un universo trasformato che si identifica col paradiso primitivo e con la Gerusalemme celeste (Apoc 21-22). Come esprimere altrimenti che sotto forma di simboli una realtà indicibile, che l’esperienza umana non può afferrare? Questo affresco non è ripreso nel quarto vangelo. Ma costituisce lo sfondo di due brevi allusioni che sottolineano soprattutto il compito affidato al figlio dell’uomo: i morti risorgeranno al suo appello (Gv 5,28; 6,40.44), gli uni per la vita eterna, gli altri per la condanna (Gv 5,29).
2. La vita cristiana, risurrezione anticipata. - Se Giovanni sviluppa così poco il quadro della risurrezione finale, si è perché lo vede realizzato in anticipo già nel tempo presente. Lazzaro che esce dal sepolcro rappresenta in concreto i fedeli strappati alla morte dalla voce di Gesù (cfr. Gv 11,25s). Anche il discorso sull’opera di vivificazione del figlio dell’uomo contiene affermazioni esplicite: «Viene l’ora, ed è adesso che i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e tutti coloro che l’avranno ascoltata, vivranno» (Gv 5,25). Questa netta dichiarazione sintetizza l’esperienza cristiana qual è espressa dalla prima lettera di Giovanni: «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita...» (1Gv 3,14). chiunque possiede questa vita non cadrà mai in potere della morte (Gv 6,50; 11,26; cfr. Rom 5,8s). certamente una simile certezza non sopprime l’attesa della risurrezione finale; ma trasfigura fin d’ora una vita che è entrata nella sfera d’azione di Cristo. S. Paolo diceva già la stessa cosa sottolineando il carattere pasquale della vita cristiana, partecipazione reale alla vita di Cristo risorto. Sepolti con lui al momento del battesimo, noi siamo pure risorti con lui, perché abbiamo creduto alla forza di Dio che lo ha risuscitato dai morti (Col 2,12; Rom 6,4ss). La nuova vita in cui allora siamo entrati non è altro che la sua vita di risorto (Ef 2,5s). Di fatto, in quel momento, ci è stato detto: «Svegliati, o tu che dormi! sorgi di tra i morti, e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14). Questa certezza fondamentale dirige tutta l’esistenza cristiana. Domina la morale che ormai si impone all’uomo nuovo, nato in Cristo: «Risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto, là dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1ss). Essa è pure la fonte della sua speranza. Infatti, se il cristiano attende con impazienza la trasformazione finale del suo corpo di miseria in corpo di gloria (Rom 8,22 ; Fil 3,10s.20s), si è perché possiede già il pegno di questo stato futuro (Rom 8,23; 2Cor 5,5). La sua risurrezione finale non farà che manifestare chiaramente ciò che egli è già nella realtà segreta del mistero (Col 3,4).
 
La coscienza della risurrezione - Cirillo di Gerusalemme, Catech., 18, 5-7: Se la risurrezione dei morti per te non esiste, perché condanni i violatori dei sepolcri? Se il corpo si dissolve e la risurrezione è senza speranza, perché chi viola il sepolcro incorre in una pena? Vedi che anche se tu neghi con le labbra, rimane piena in te la coscienza della risurrezione.
Un albero abbattuto rifiorisce e l’uomo abbattuto non rifiorisce? Ciò che è stato seminato e mietuto rimane sull’aia e l’uomo reciso da questo mondo non rimane sull’aia? I tralci della vite e i rami degli alberi completamente tagliati, trapiantati ricevono la vita e portano frutto, l’uomo, poi, per il quale le piante esistono, una volta sotterrato non risorgerà? Al confronto delle fatiche, quale è più grande, plasmare una statua che da principio non c’era, o rifare di nuovo con la stessa forma una che si era rotta? Dio che ci fece dal nulla, non potrà di nuovo far risorgere quelli che c’erano e sono morti?
Ma tu non credi a quanto è scritto sulla risurrezione perché sei greco. Contempla dalla natura questo e rifletti sulle cose che sino ad oggi si vedono. Si semina il frumento, se piace, o qualsiasi genere di semi. Appena cade, come se morisse, va in putrefazione ed è inutile al nutrimento. Ma quello putrefatto risorge verdeggiante e caduto piccolo risorge bellissimo. Il frumento è fatto per noi. Per il nostro uso il frumento e i semi sono fatti, non per se stessi. Quelle cose che per noi sono state create, morte rivivono, e noi, motivo per i quali esse vivono, morti non risorgeremo?
È tempo d’inverno, come vedi. Gli alberi sono come morti. Dove ora le foglie del fico? Dove i grappoli della vite? Nell’inverno questi sono morti e nella primavera verdeggianti e quando viene il tempo, allora, come dalla morte, rinasce la forza della vita. Dio guardando la tua infedeltà in queste cose fenomeniche opera ogni anno la risurrezione perché, vedendo ciò nell’inanimato, lo ritieni anche sull’animato.
 
O Dio,
che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani,
concedi che il campo della tua Chiesa,
irrigato dal sangue di san Carlo [Lwanga
e dei suoi compagni,
produca una messe sempre più abbondante
a gloria del tuo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
2 Giugno 2026
 
Martedì IX Settimana del Tempo Ordinario
 
2Pt 3,11b-15a.17-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Mc 12,13-17
 
Marcellino e Pietro Martiri - La violenza e la prepotenza non avranno l’ultima parola: Morire da cristiani significa lasciare al mondo un segno, una testimonianza che affascina e mostra il vero volto dell’amore. Significa svuotare da dentro la logica della prepotenza, che da sempre cerca di mettere a tacere la voce di chi porta all’umanità la speranza del Dio di Gesù Cristo. Una prepotenza alla quale non si arresero i santi Marcellino e Pietro, sacerdote il primo, esorcista (che allora era una sorta di ministero a sé) il secondo. La loro vicenda si colloca durante la persecuzione voluta da Diocleziano: era l’anno 304 e il prete Marcellino era stato arrestato a Roma per la sua fede. In carcere conobbe un esorcista, Pietro, e insieme si misero a predicare, annunciando il Vangelo di Gesù. Per questo essi furono portati in un bosco e vennero costretti a scavarsi la fossa dove vennero sepolti dopo essere stati decapitati: l’intento era quello di farli sparire senza lasciare traccia, ma il piano non riuscì. Grazie a una matrona, infatti, i corpi dei due santi ebbero una degna sepoltura sulla Via Labicana. La storia del sacerdote e dell’esorcista uccisi nella selva venne tramandata grazie all’esecutore della sentenza, che, colpito dalla loro testimonianza, l’aveva raccontata al futuro papa Damaso.  (Matteo Liut)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La speranza che la “venuta del giorno di Dio” era dietro l’angolo era svanita, e così l’apostolo Pietro con le sue lettere cerca di rassicurare i cuori smarriti. Il “giorno di Dio” verrà e bisogna attenderlo “nella santità della condotta e nelle preghiere”. In quel giorno, che soltanto Dio conosce, “i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno”. Alla Chiesa Gesù ha promesso la sua venuta nella gloria, e in quel giorno vi saranno “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”. Bisogna puntare tutto su questa promessa infallibile.
Ora, invece di perdere il tempo a fare calcoli o a frignare come bambini impauriti, l’apostolo Pietro invita i cristiani a vivere “in pace, senza colpa e senza macchia”. E invece di porgere l’orecchio a millantatori e a falsi profeti è bene vivere il presente “nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo”.
 
Vangelo
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio.
 
I Farisei cercano di screditare Gesù dinanzi al popolo. La moneta presentata a Gesù era quella del tributo e se avesse detto che era lecito pagarlo avrebbero potuto tacciarlo di essere amico dei Romani. Accettare quella moneta e consegnarla agli esattori dello Stato straniero era come riconoscere a questi il diritto di governare e automaticamente rinunziare alla potestà di Dio e del suo messia. Sarebbe stato un atto formale di apostasia.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,13-17
 
In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.
 
Parola del Signore.
 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia - Ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, che avevano contestato l’autorità di Gesù, ora subentrano altri interlocutori (Cf. Mt 21,23-27), i discepoli dei farisei e gli erodiani.
Quest’ultimi, partigiani di Erode il grande e dei suoi discendenti, in particolare di Erode Antipa, a differenza dei farisei, erano a favore del pagamento del tributo a Cesare. Le due fazioni sempre in lite a motivo delle innumerevoli divergenze religiose e politiche, si ritrovano in questa disputa alleate per osteggiare Gesù, declarato nemico comune: la combutta, quindi, la dice lunga sulla buona intenzione e sull’onestà di questi approcci, che come denuncia l’evangelista Luca erano suscitati unicamente per tendergli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca  (Lc 11,54).
Le leggi di Roma, pur essendo assai repressive e spesso disumane, erano da quasi tutti gli Israeliti accettate obtorto collo e la questione del tributo a Cesare non era cosa da prendere sottogamba, perché pagarlo «costituiva un tacito riconoscimento del dominio straniero e la rinunzia implicita alla speranza messianica. Si trattava di un problema di coscienza, data la persistente concezione teocratica in Israele, che determinò la ribellione di alcuni rivoluzionari, contrari al versamento del tributo» (Angelico Poppi).
Alla domanda se era lecito, naturalmente secondo la Legge di Dio, pagare il tributo a Cesare, Gesù risponde in modo da evitare la trappola che gli era stata tesa. Rispondendo, infatti, che quelli che usano la moneta di Cesare sono tenuti a restituirla, Gesù evita di prendere posizione sulla liceità o meno del pagamento del tributo.
Il tranello preparato dagli interlocutori ipocriti era comunque molto evidente: se, infatti, avesse risposto che non era lecito, l’avrebbero accusato di disprezzare le leggi di Roma, se invece avesse risposto che era lecito «l’imputazione sarebbe quella esattamente contraria. Gesù si rivelerebbe un pessimo israelita, un collaborazionista, un fiancheggiatore dei romani. E Gesù se ne libera con una risposta ad hominem: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Risposta che tutto sommato lascia assolutamente aperto il problema, benché si sia soliti ascrivere a questo logion il principio nuovo e inedito della separazione del potere temporale da quello religioso» (Cettina Militello).
Dalla risposta si evince come Gesù, rifiutando di entrare in questioni prettamente politiche, abbia voluto impartire alle guide spirituali d’Israele «un profondo insegnamento teologico circa la priorità assoluta di Dio su ogni dominatore terreno, anche se usurpava titoli divini. Riguardo alle disquisizioni teologiche e giuridiche nella storia della Chiesa dei rapporti tra il potere civile e quello religioso sulla base della sentenza di Gesù, si tratta di deduzioni dottrinali posteriori, talvolta discutibili, che non riguardano direttamente l’esegesi» (Angelico Poppi). Quindi la risposta va al di là della mera questione di pagare il tributo a Cesare, per il quale, oltre tutto, la Chiesa non ha avuto mai dubbi, così come insegna l’apostolo Paolo: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (Rom 13,7).
E quello che bisogna dare a Dio era oltremodo chiaro ai farisei e agli erodiani, bisogna dare tutto; tutto se stessi, senza infingimenti e riserve: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo dei comandamenti» (Mt 22,37-38).
La risposta di Gesù supera «l’orizzonte umano dei suoi tentatori; si pone aldilà del sì e del no che avrebbero voluto carpirgli. La dottrina di Gesù Cristo trascende qualsiasi concezione politica, e se i fedeli, nell’esercizio della loro libertà, scelgono una determinata soluzione per le questioni temporali, “ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente
 
Per approfondire
 
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio - Vincent Taylor (Marco): La risposta di Gesù non vuol dire che il mondo della politica e quello della religione sono sfere separate, ognuno con i propri principi e le proprie direttive. Gesù è convinto che i diritti di Dio abbracciano tutto (cfr. Mc. 12, 29 s); ma egli riconosce che le obbligazioni dovute allo Stato appartengono all’ordine divino. In particolare, accettazione e uso della moneta di Cesare sono il riconoscimento implicito della sua autorità e quindi dell’obbligo di pagare i tributi; cfr. M t. 17, 27. Questo dovere non è in conflitto con l’esigenza di rendere a Dio tutto ciò che gli è dovuto, né semplicemente parallelo a quest’esigenza. Radicalmente diverso fu l’atteggiamento di Giuda di Galilea nel 6 d. C.; costui, al tempo del censimento ordinato da Quirino, affermò che si trattava né più né meno che «di una introduzione alla schiavitù», ed esortò la popolazione ad affermare la propria libertà (cfr. Giuseppe Flavio, Ant. 18, 1, 1).
Nella cristianità primitiva l’atteggiamento nei confronti dello Stato, descritto in Rom. 13,7 e in 1Pt. 2,13s, concorda in pieno con l’insegnamento di Gesù; e trovava la sua giustificazione nella pace, nella giustizia e nella tolleranza di cui il mondo godette nei giorni migliori dell’Impero. Nel tempo in cui venne scritta l’Apocalisse di Giovanni la situazione era cambiata: cfr. Apoc. 18,1 ss. [...].
La storia marciana s’interrompe sull’accenno alla grande meraviglia di coloro che avevano interrogato Gesù.
Gli altri evangelisti sviluppano il racconto. Matteo dice che, all’udire queste parole, essi stupirono, lo lasciarono e se ne andarono (22,22). Luca spiega che essi non riuscirono a prendere in fallo Gesù davanti al popolo, e che meravigliati della sua risposta tacquero (20,26).
 
Albert Descamps: Il termine giustizia evoca anzitutto un ordine giuridico: il giudice amministra la giustizia facendo rispettare l’usanza o la legge. La nozione morale è più ampia: la giustizia rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, anche se questo non è fissato dall’usanza o dalla legge; nel diritto naturale l’obbligo di giustizia si riduce in definitiva ad una eguaglianza realizzata dallo scambio o dalla distribuzione. In senso religioso, cioè quando si tratta dei rapporti tra l’uomo e Dio, il vocabolario della giustizia non conosce, nelle nostre lingue, che applicazioni limitate. Senza dubbio è cosa corrente l’evocare Dio come giusto giudice, ed il chiamare giudizio l’ultimo confronto tra l’uomo e Dio. Ma quest’uso religioso delle parole di giustizia appare singolarmente ristretto nei confronti del linguaggio della Bibbia. Benché affine a parecchi altri termini (rettitudine, santità, dirittura, perfezione, ecc.), il termine è al centro di un gruppo di vocaboli ben delimitato, tradotto regolarmente nelle nostre lingue con giusto, giustizia, giustificare, giustificazione (ebr. sdq; gr. dìkaios). Secondo una prima corrente di pensiero, presente in tutta la Bibbia, la giustizia è la virtù morale che noi conosciamo, estesa fino a designare l’osservanza integrale di tutti i comandamenti divini, ma sempre concepita come un titolo da far valere come giustizia dinanzi a Dio. correlativamente Dio si rivela giusto in quanto è un modello di integrità, anzitutto in quella funzione giudiziaria che è il governo del popolo e degli individui, poi come Dio della retribuzione che punisce o ricompensa secondo le opere. Questo è l’oggetto di una prima parte: la giustizia nella prospettiva del giudizio. Un’altra corrente del pensiero biblico, o forse una visione più profonda dell’ordine che Dio vuol far regnare nella sua creazione, dà alla giustizia un senso più largo ed un valore più immediatamente religioso. L’integrità dell’uomo non è mai se non l’eco ed il frutto della giustezza sovrana di Dio, della meravigliosa delicatezza con cui egli dirige l’universo e colma di favori le sue creature. Questa giustizia di Dio, che l’uomo percepisce mediante la fede, coincide in definitiva con la sua misericordia e designa, al pari di essa, ora un attributo divino, ora i doni concreti della salvezza che questa generosità effonde.
 
Bonaventura: Sermones dominicales, 49,4: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità: perciò a Cristo soltanto e non ad un altro va attribuita l’autorità del ministero, cosi da essere definito a titolo tutto speciale il solo Maestro, perché lui stesso è il principio e l’origine di qualsivoglia scienza. E cosi, come unico è il sole, eppure emette molti raggi, così da un solo maestro, Cristo, sole spirituale, procedono multiformi e svariate scienze. E come, benché diversi, molteplici e distinti ruscelli scaturiscono da una unica sorgente, e tuttavia unica è la fonte che si moltiplica in tanti ruscelli senza nulla perdere in se stessa, così, da un ‘unica sorgente eterna, da un solo mare infinito, da un solo Maestro, Cristo, non soggetto ad alcuna defettibilità in se stesso, promanano i diversi ruscelli delle scienze. Ed è quanto afferma Agostino: “Come la terra non si può vedere se non illuminata dalla luce, così le cose che vengono insegnate nelle scienze, benché ciascuna si presenti come verissima, priva di ogni dubbio, bisogna credere che non possano essere conosciute se non vengono illuminate da Cristo, sole spirituale”.
 
O Dio, che attraverso la stoltezza della croce
hai donato al santo martire Giustino
la sublime conoscenza di Gesù Cristo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di respingere gli inganni dell’errore
per conseguire fermezza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.