21 Luglio 2026
Martedì XVI Settimana T. O.
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Mt 12,46-50
Benedetto XVI (Udienza Generale 23 Marzo 2011): Tutta la attività di san Lorenzo da Brindisi «è stata ispirata da un grande amore per la Sacra Scrittura, che sapeva ampiamente a memoria, e dalla convinzione che l’ascolto e l’accoglienza della Parola di Dio produce una trasformazione interiore che ci conduce alla santità.
“La Parola del Signore – egli afferma – è luce per l’intelletto e fuoco per la volontà, perché l’uomo possa conoscere e amare Dio. Per l’uomo interiore, che per mezzo della grazia vive dello Spirito di Dio, è pane e acqua, ma pane più dolce del miele e acqua migliore del vino e del latte ... È un maglio contro un cuore duramente ostinato nei vizi. È una spada contro la carne, il mondo e il demonio, per distruggere ogni peccato”.
San Lorenzo da Brindisi ci insegna ad amare la Sacra Scrittura, a crescere nella familiarità con essa, a coltivare quotidianamente il rapporto di amicizia con il Signore nella preghiera, perché ogni nostra azione, ogni nostra attività abbia in Lui il suo inizio e il suo compimento. È questa la fonte da cui attingere affinché la nostra testimonianza cristiana sia luminosa e sia capace di condurre gli uomini del nostro tempo a Dio».
Liturgia della Parola
I Lettura: La preghiera di un profeta - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): Questo finale del libro di Michea è una specie di preghiera salmica (Sal 95,7; 100,3; 106,71ss); alla quale si deve assegnare come data un tempo posteriore all’esilio. Il popolo che comincia a tornare deve affrontare la dura realtà delle antiche inimicizie: Dentro e fuori, trova serie difficoltà nel suo scopo di sistemarsi nella terra dei suoi antenati. La nuova «Gerusalemme» del secondo Isaia non si vede neppure all’orizzonte. Il gruppo degli esiliati che era tornato pieno di speranze, continua a guardare davanti a sé, contro il vento e contro la marea, supplicando il suo Dio a trasformare in realtà le sue promesse divine e quelle povere speranze umane. Questo fu lo sfondo della preghiera profetica.
Se il Messia era stato identificato col pastore d’Israele, è perché egli avrebbe guidato il popolo col suo vincastro, esattamente come fa Yahveh. Per questo, il «pasci» di Michea non è solo una preghiera, ma anche una profezia messianica, nata da quel popolo che tentava con tutti i mezzi disponibili - e la preghiera umile e fiduciosa non fu il meno importante - di rifarsi una vita e una storia.
Essi sono «eredità» di Yahveh, sua proprietà particolare, una cosa che egli deve curare come propria e inalienabile. È un’eredità. Il salmista profeta cerca il linguaggio più carico di tradizione per esercitare pressione su Yahveh. Il contenuto della supplica è materiale, concreto, ma, nella letteratura posteriore, sarà ricordato come simbolico. Il Carmelo, simbolo della fertilità del regno del nord; Basan, la fertile regione della Transgiordania, e la lontana Galaad, famosa per le sue querce, i suoi pini e i suoi pascoli, formavano il trio territoriale sospirato da quei rimpatriati immersi nella miseria. Quello che essi chiedevano comportava uno straordinario intervento di Dio. Ma non l’aveva forse fatto col suo popolo quando l’aveva condotto fuori dall’Egitto? E non era questo un nuovo esodo nel quale erano necessari i prodigi di allora?
Unendo i concetti di colpa-schiavitù e perdono-liberazione, egli ricorda a Yahveh che lui solo «toglie l’iniquità e perdona il peccato» non per i loro meriti, ma per la fedeltà divina a Giacobbe, Abramo e tutti i padri. È la fiducia che il popolo non ripone nei propri meriti, ma esclusivamente nello «hesed» = misericordia-fedeltà divina.
La restaurazione del popolo, l’instaurazione della nuova teocrazia israelita presuppone questo annullamento totale del peccato così plasticamente espresso nelle parole «getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati», caso unico in tutto il VT. Il profeta vede il peccato, il male del mondo come la causa principale della separazione dell’inimicizia di Dio nei confronti del suo popolo. Dio e l’uomo non potranno vivere in amicizia feconda e vivificante se non è prima tolto il male dalla terra. Per questo Cristo ci redense, dando compimento a questa preghiera-profezia, uccidendo sulla croce la morte stessa, il male o peccato mortifero che impediva all’uomo d’avere relazioni con Dio.
Vangelo
Tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!».
L’evangelista Matteo non dice il motivo della venuta di Maria e dei fratelli di Gesù. Forse sono preoccupati per la sua salute a motivo della spossante attività, o impensieriti a motivo della sua incondizionata disponibilità. Forse pensavano che esagerasse, forse ..., ma in ogni caso l’episodio ci suggerisce che spesso all’uomo manca qualsiasi comprensione del misterioso operare di Dio. Spesso tutto ciò che ci supera, ci sorprende e ci disturba, lo definiamo privo di senso, lo riteniamo esagerato. Ai latori della richiesta dei parenti Gesù risponde in modo chiaro, sono parole che non possono essere equivocate: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.”. Gesù non rinnega la sua parentela naturale ma la subordina a un legame più alto, più nobile, più spirituale. Il regno di Dio richiede un impegno personale del discepolo il quale, a volte, deve trascendere tutti i legami naturali di famiglia o di gruppo etnico.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,46-50
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
Parola del Signore.
Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Di fronte a queste parole severe, che sono più un grido d’allarme che un verdetto senza appello, si profila un gruppo di persone che richiamerà in modo particolare l’attenzione di Gesù negli episodi che seguiranno. 1. Con questo gruppo, Gesù tesse una relazione privilegiata svincolandosi dai propri legami «naturali»: già la sua famiglia si trova simbolicamente «fuori» (vv. 46,47). Marco sottolinea maggiormente l’ostilità dei congiunti di Gesù nei confronti della sua missione. Questa scelta tra la famiglia e i discepoli riflette in anticipo alcune tensioni nella Chiesa, quando i «fratelli» di Gesù (cfr. Mt 13,55; 1Cor 15,7) faranno pesare la loro autorità. 2. Ma l’evangelista in questo caso cerca soprattutto di definire «i discepoli» della sua Chiesa e di tutti i tempi come quelli che fanno la volontà del Padre di Gesù secondo l’insegnamento del discorso della montagna (v. 50; cfr. Mc 3,35: «Chi fa la volontà di Dio»). Avendo ricordato solo «la madre e i fratelli» di Gesù, Matteo si accorda tuttavia con Marco per includere la parola «sorella» nella cerchia dei discepoli, segno dell’importanza delle donne nella vita delle prime Chiese. Figlio di Davide, più grande di Salomone, profeta più grande di Giona e operante grazie allo Spirito di Dio, chi è dunque quell’uomo e chi lo scoprirà? Così, la prima parte ha proposto la questione essenziale. La seconda parte della sezione presenta un complesso di elementi tra i più importanti: infatti, se Marco collocava il «discorso in parabole» verso l’inizio del ministero di Gesù, Matteo lo pone nel pieno della sua attività e la «citazione riepilogativa» che si era abituati a leggere sotto forma di conclusione si trova qui esattamente a metà del discorso.
Per approfondire
Discernere la volontà di Dio. - Edmond Jacquemin e Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica: 1. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi Comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26). Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, Ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12,2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef 1,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. - A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21), in opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 4,2; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1Tess 4,3), ringraziamento (5,18); pazienza (1Piet 3,l7) e buona condotta (2,15). Questa pratica è possibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2,13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà.
Nell’Antico Testamento il nome fratello per estensione viene dato anche a quelli che, pur non partecipando alla stessa comunità di sangue, fanno parte della stessa tribù, nazione o regno. La parola fratello può designare anche un rapporto morale fondato sulla mutua simpatia, sulla partecipazione ala stessa professione, sulla conclusione di una alleanza. Così David e Gionata si chiamano fratelli a causa della mutua amicizia che esiste tra loro (2Sam 1,26; cfr. Pr 17,17). L’alleanza stretta tra Salomone e Hiram, re di Tiro, unisce i due monarchi con legami fraterni (1Re 9,12-13). Anche negli scritti neotestamentari troviamo abbondantemente questo uso della parola fratello. Così la Chiesa è una comunità di fratelli. In particolare, scrivendo alle sue chiese, Paolo usa spesso il vocativo «o fratelli»/«fratelli miei». Si tratta, certo, di fraternità motivata dalla comune fede; ma non manca una nota affettiva, come appare nella formula «fratelli miei carissimi (agapètoi) (1Cor 15,58; Fil 4,1). Ma altrettanto si può affermare delle lettere della tradizione paolina (2Ts 1,3; 2,1.13.15 ecc.; Col 1,2; 4,9) e delle lettere cattoliche (Gc 1,2; 2,1.14 ecc.; 2Pt 1,10; 1Gv 3,13). L’apostolo poi chiama, di regola, fratelli i suoi collaboratori: Apollo (1Cor 16,12), Epafrodito (Fil 2,25), Quarto (Rm 16,23), Sostene (1Cor 1,1), Timoteo (2Cor 1,1; 1Ts 3,2; Fm 1), Tito (2Cor 2,13). Da parte loro, gli Atti degli Apostoli indicano spesso i cristiani con l’appellativo fratelli (9,30; 10,23; 11,1; 12,17 ecc.). Nella conoscenza di questo uso è assai evidente quindi che nel testo di Matteo i fratelli di Gesù non sono figli di Maria, ma parenti prossimi. Inoltre si possono portare innumerevoli altre testimonianze oltre che quelle linguistiche, pensiamo allo storico cristiano Egesippo che scrive intorno alla metà del II secolo. Comunque, la questione dei fratelli di Gesù non è affatto marginale, in quanto tocca un punto fondamentale della dottrina della Chiesa, ovvero la perpetua verginità di Maria, affermata e dichiarata dogmaticamente dal Concilio di Costantinopoli II nel 553 con la formula «Maria sempre vergine» che ritroviamo spesso ancora nelle liturgie orientali e occidentali. La perpetua verginità di Maria, prima, cioè durante e dopo il parto, obbliga, per così dire, a intendere in senso indiretto l’espressione «fratelli» di Gesù (vuoi cugini o parenti o fratellastri secondo le diverse interpretazioni.).
Chi fa la volontà di Dio diventa fratello e madre del Signore: «Non costituisce meraviglia che colui che fa la volontà del Padre sia detto fratello e sorella del Signore; per entrambi i sessi è infatti la chiamata alla fede. La meraviglia cresce piuttosto per il fatto che quegli venga anche detto “madre”. Invero, [Gesù] si è degnato di chiamare fratelli i suoi fedeli discepoli, dicendo: “Andate, annunziate ai miei fratelli” [Mt 28,10]. Ora però è il caso di chiedersi: Come può diventare sua madre chi, venendo alla fede, ha potuto divenire fratello del Signore? Quanto a noi, dobbiamo sapere che chi si fa nella fede fratello e sorella di Cristo, diventa sua madre nella predicazione. Quasi partorisce il Signore, chi lo ha infuso nel cuore dell’ascoltatore. E si fa sua madre, se attraverso la di lui voce l’amore di Dio viene generato nella mente del prossimo.» (Gregorio Magno, Hom. in Ev., 3, 2).
Testimoni di Cristo - San Lorenzo da Brindisi, Sacerdote e Dottore della Chiesa: Giulio Cesare Russo (questo era il suo vero nome) nacque a Brindisi - sul luogo in cui egli stesso volle che sorgesse la chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli - il 22 luglio 1559, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.
Perse il padre da bambino e la madre ch’era appena adolescente. A 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all’Ordine dei Minori Cappuccini. Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote. Nel 1602 fu eletto Vicario generale. Nel 1618, sentendosi prossimo alla fine, voleva tornare a Brindisi, ma i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna Filippo III, per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna. Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona, forse avvelenato. Fu beatificato nel 1783 da Pio VI; canonizzato nel 1881 da Leone XIII; proclamato dottore della Chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. (Avvenire)
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.