18 Aprile 2026
 
Sabato II Settimana di Pasqua
 
At 6,1-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Gv 6,16-21
 
Cristo è risorto, lui che ha creato il mondo, e ha salvato gli uomini nella sua misericordia.
 
Ha salvato gli uomini - Catechismo della Chiesa Cattolica: 389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, «il rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.
846 Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo corpo:  
Il santo Concilio «insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante
Il santo Concilio «insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare». 
1019 Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.  
1359 L’Eucaristia, sacramento della nostra salvezza realizzata da Cristo sulla croce, è anche un sacrificio di lode in rendimento di grazie per l’opera della creazione. Nel sacrificio eucaristico, tutta la creazione amata da Dio è presentata al Padre attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Per mezzo di Cristo, la Chiesa può offrire il sacrificio di lode in rendimento di grazie per tutto ciò che Dio ha fatto di buono, di bello e di giusto nella creazione e nell’umanità.  
1507 Il Signore risorto rinnova questo invio («Nel mio nome [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno»: Mc 16,17-18) e lo conferma per mezzo dei segni che la Chiesa compie invocando il suo nome. Questi segni manifestano in modo speciale che Gesù è veramente «Dio che salva».  
1584 Poiché in definitiva è Cristo che agisce e opera la salvezza mediante il ministro ordinato, l’indegnità di costui non impedisce a Cristo di agire. Sant’Agostino lo dice con forza:   «Un ministro superbo va messo assieme al diavolo; ma non per questo viene contaminato il dono di Cristo, che attraverso di lui continua a fluire nella sua purezza e per mezzo di lui arriva limpido a fecondare la terra. [...] La virtù spirituale del sacramento è infatti come la luce: giunge pura a coloro che devono essere illuminati e, anche se deve passare attraverso esseri immondi, non viene contaminata».  
1741 Liberazione e salvezza. Con la sua croce gloriosa Cristo ha ottenuto la salvezza di tutti gli uomini. Li ha riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù. «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1). In lui abbiamo comunione con la verità che ci fa liberi.2659 Ci è stato donato lo Spirito Santo e, come insegna l’Apostolo, «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17). Fin d’ora ci gloriamo della libertà dei figli di Dio.
1846 Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. L’angelo lo annunzia a Giuseppe: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). La stessa cosa si può dire dell’Eucaristia, sacramento della redenzione: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Per superare alcune frizioni, sorte a motivo di una cattiva gestione dei beni destinati ai poveri e alle vedove, gli Apostoli decidono di consacrare sette diaconi. Nel nome dei Dodici presiederanno al servizio delle mense e ai bisogni degli indigenti della comunità, in maniera tale che tale servizio sia compiuto nel migliore dei modi e con equità, senza discriminazioni. Diacono significa servo e servizio significa mettersi a disposizione della missione della Chiesa con tutte le proprie forze e con le proprie doti. Tutto l’operare del cristiano, nella Chiesa e nel mondo, l’annuncio della parola, la cura dei poveri, dei malati o la più modesta delle attività professionali è servizio.  
 
Vangelo
Videro Gesù che camminava sul mare.
 
... il mare era agitato, perché soffiava un forte vento: i discepoli di Gesù, provetti pescatori, conoscevano le insidie del mare di Tiberiade, un lago soggetto a tempeste improvvise, e avventurarsi sulle acque denota in loro un certo coraggio, ma questa volta hanno paura. Gesù non abbandona la barca di Pietro, e così va incontro ai suoi discepoli camminando sul mare. I discepoli nel vederlo ebbero paura, ma la calma e la gioia ritornerà nel loro cuore quando sentiranno la voce del Maestro: Sono Io, non temete abbiate coraggio. Il significato di un tale miracolo nell’ambito della natura, come quello della moltiplicazione dei pani, non mira, in Giovanni, e nemmeno nei sinottici, a presentarci Gesù un operatore di prodigi, ma il Maestro che ama i suoi discepoli, ed è sempre presente, anche nelle traversie di una traversata burrascosa. E poiché il potere di Dio sul mare è un tema comunissimo nell’Antico Testamento (Gen 1,2ss.; Sal 74,12-15; 93,3s.), è chiara l’affermazione della divinità di Gesù. Una intuizione suffragata dall’uso del nome di Dio, “Sono io”: un chiaro riferimento alla rivelazione di Iahvè sul monte Sinai e sulla bocca di Gesù è un’autorevole rivelazione. Ancora una volta, Giovanni ha visto un profondo significato spirituale in una semplice risposta.
 
Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,16-21
 
Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao.
Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».
Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 16-17 Il nuovo racconto della deambulazione di Gesù sulle acque del lago è introdotto con due versetti che indicano il tempo e le circostanze dell’episodio. Fattasi sera; rilievo cronologico che stabilisce soltanto un nesso narrativo con il racconto precedente. I suoi discepoli scesero [sulla riva] del mare; il particolare fa supporre che il miracolo avvenne in un luogo elevato (cf. vers. 3). Partirono per l’altra riva del mare; i discepoli da soli se ne partono per raggiungere l’altra riva del lago, verso Cafarnao. Non è possibile stabilire i motivi per i quali i discepoli non attesero il ritorno di Gesù e se ne partirono da soli verso l’altra sponda. Giovanni infatti segue una sua linea narrativa; Matteo e Marco (cf; Mt., 14, 22; Mc., 6, 45) osservano che Gesù non partì con i discepoli perché doveva congedare la folla. Non è necessario tuttavia vedere in queste notizie delle indicazioni esatte intorno ai tempi, luoghi e circostanze, poiché l’interesse dello storico non consisteva nel fissare le circostanze, bensì nel porre una premessa al nuovo racconto. Si era già fatto buio; altra indicazione cronologica che riprende la precedente («fattasi sera»). E Gesù non li aveva ancora raggiunti; non è detto come il Maestro doveva raggiungerli; l’indeterminazione lascia sospeso il lettore, il quale dall’intero racconto della deambulazione sulle acque trae una profonda impressione di mistero.
18 Particolare descrittivo pieno di effetto; il testo greco ha una formulazione linguistica accurata; si noti il genitivo assoluto (letteral.: «soffiando un vento gagliardo»). Matteo e Marco rilevano che il vento era contrario.
19 Per circa venticinque o trenta stadi ; una distanza che si aggira tra 14-5 km. Secondo i sinottici, la navigazione fu assai faticosa a motivo delle onde. Quando videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca; la descrizione, estremamente semplice e disadorna, si limita a ricordare gli elementi essenziali del fatto; la prima impressione è che Gesù cammina sull’acqua e la seconda che egli si dirige verso la barca dei discepoli. Essi ebbero paura; sentimento naturale davanti ad un fatto inatteso e soprannaturale. Secondo Matteo e Marco gli apostoli ebbero paura perché credevano che si trattasse di un fantasma (cf. Mt., 14, 26; Mc.,6,49).
20 Sono io; Gesù li rassicura facendosi conoscere. Non abbiate paura; l’espressione è omessa dalla versione siriaca-curetoniana; si può ritenere che queste parole si trovino nei presente testo di Giovanni per un fatto di armonizzazione con il racconto sinottico (cf. Mt., 14, 25; Mc., 6, 49). Se si accetta l’omissione il passo diventa molto più efficace, perché più conciso.
21 Volevano quindi prenderlo nella barca; vari commentatori pensano con San Giovanni Crisostomo che l’imperfetto «volevano» sia un imperfetto di conato; essi quindi ritengono che nel momento in cui i discepoli vogliono far salire in barca il Maestro, questi scompare e la barca in pochi istanti tocca prodigiosamente la sponda di approdo. Non si può negare che il racconto presenti lo svolgimento dei fatti in modo assai conciso e misterioso. Tuttavia, prendendo in considerazione i dati dei sinottici, si può spiegare il fatto nel modo seguente: passato il primo momento di stupore e di sorpresa, i discepoli pensano di prendere Gesù in barca; infatti essi compiono quanto hanno divisato di fare. Gesù sale quindi in barca con loro e la barca rapidamente raggiunge la riva. Secondo Mt., 14, 32 e Mc., 6, 51, appena il Maestro si trovò sulla barca, il vento si acquetò; siccome poi la barca non era molto lontana dalla riva, fu facile raggiungerla in breve tempo. L’avverbio εὐθέως qui non significa: all’istante, ma: celermente, subito.
 
Per approfondire
 
Gesù cammina sulle acque - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Questo brano è alquanto enigmatico: quale rapporto ha con quel che procede e quel che segue? Nei sinottici (Mt 14,22) è Gesù stesso che «ordina ai discepoli di salire in fretta sulla barca e precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato le folle». Possiamo considerare questo passo come un racconto di transizione nel senso proprio della parola, ma vi si ritrova lo stesso tema presente all’inizio del racconto: il cammino alla sequela di Cristo è fallito; i discepoli sono soli, abbandonati a se stessi; la folla continua a cercare Gesù (6,24). Sulla identità misteriosa di Gesù comincia ad alzarsi un velo: la scena si svolge di notte (v. 17), il tempo favorevole alla rivelazione. Gesù si avvicina camminando sulle acque e si affranca così dalle leggi della natura: l’acqua che separa diventa un cammino che riunisce. Possiamo vedere in ciò un’ulteriore allusione all’esodo, in particolare alla traversata del Mar Rosso: anche lì l’acqua si era trasformata in strada per i figli d’Israele (Es 14).
Un altro dettaglio conferma questa lettura: «I discepoli ebbero paura» (v. 19), segno che hanno letto in quest’episodio l’intervento di Dio. Ma Gesù li tranquillizza cominciando col dire: «Sono io»; in greco: Ego eimi, «Io sono». Con queste due parole il Secondo Isaia ha sovente espresso il nome di Jhwh. Così, nella rivelazione progressiva di Gesù, è introdotto un elemento supplementare, fugace ma importante: egli è il nuovo Mosè, il nuovo Eliseo, ma anche un essere divino, che si appropria il nome di Dio e, come Dio nelle sue rivelazioni, libera dalla paura. Nel Salmo 77,20 è detto:
S’aprì nel mare la tua vita,
i tuoi sentieri nella massa d’acqua;
ma rimasero invisibili le tue orme.
 
Venuta intanto la sera, i  discepoli di Gesù scesero al mare, salirono sulla barca, probabilmente la barca di Pietro, nella quale la tradizione cristiana unanimemente vede l’immagine della Chiesa. La barca è ancora distante da terra ed è scossa dalle onde, il mare era agitato e soffiava un forte vento. In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la tempra dei discepoli, ma anche la loro natura tutta umana. I discepoli sono uomini rotti ad ogni tipo di fatica, ma pur sempre uomini, con le loro paure, con la loro stanchezza, con quella ottusa capacità di conoscere, di capire, di cogliere in tutta la sua interezza la verità. Non riconoscono Gesù che cammina sulle acque, forse credono di vedere un fantasma. Ebbero paura, ma la voce del Maestro ricolma il loro cuore di gioia e di speranza. Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti. Nell’Antico Testamento il potere camminare sulle acque, così come quello di calmare le tempeste, è attribuito a Iahvé (cfr. Sal 65,7; 77,20; 89,9-10; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sir 24,5-6; Is 43,16). Intenzionalmente è una professione di fede della comunità primitiva nella divinità di Gesù. Al di là della storicità dell’episodio, si può cogliere un messaggio altamente parenetico: Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua Presenza, la quale rende possibile la prosecuzione della navigazione. A tutti i naviganti più o meno esperti, Gesù continua a ripetere, «Sono Io, non abbiate paura!». Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti.
 
Sono io, non abbiate paura: «[Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento]: voleva abituarli a non cercar subito di essere liberati dalle difficoltà, ma a sopportare gli avvenimenti con coraggio. Ma quando sembra che siano fuori pericolo, ecco che sono colti di nuovo dalla paura … Dio agisce sempre così: quando sta per liberarci da prove terribili, ne fa sorgere altre più gravi e spaventose. E così accade anche in questa occasione. Insieme alla tempesta, l’apparizione del Maestro turba ancor di più i discepoli. Ma neppure ora Gesù dissipa l’oscurità, né si rivela immediatamente perché vuol prepararli con questa continua sequela di prove a sostenere altre lotte e indurli a essere pazienti e costanti. Così Dio … agì con Abramo, ponendogli come ultima prova il sacrificio del figlio [cfr. Gen 22,1]. Così le prove più intollerabili si fanno sopportabili: esse, infatti, quando sono giunte al limite della sopportazione hanno prossima la liberazione. In tal modo Cristo si comporta qui con gli apostoli. Si rivela loro solo dopo che si sono messi a gridare. Così, quanto più grande è stato il terrore che li ha assaliti, tanto più gioiscono nel vederlo” (Giovanni Crisostomo).
 
Testimoni di Cristo - Beato Andrea da Montereale (Mascioni [L’Aquila], 1402/04 - Montereale, 18 aprile 1479): Nato a Mascioni (L’Aquila) da una modesta famiglia intorno al 1403, a quattordici anni entrò nel vicino monastero degli agostiniani di Montereale. Nel 1431 fu studente di teologia a Rimini, e negli anni successivi a Padova e Ferrara, ottenendo prima i gradi scolastici di lettore e baccelliere e poi quello di maestro in sacra teologia. Nel 1453 e nel 1471 fu eletto provinciale dell’Umbria. In più occasioni il generale dell’Ordine lo nominò suo vicario per ristabilire l’osservanza nei conventi di Norcia, di Amatrice e di Cerreto di Spoleto. Superate alcune incomprensioni e ingiuste accuse che lo spinsero a lasciare gli incarichi il beato Andrea nel 1471 fu eletto di nuovo provinciale. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel convento di Montereale, dove morì nell’aprile del 1479 e dove, nella chiesa che fu dell’Ordine, si venerano le sue spoglie mortali. Il suo culto fu approvato da Clemente XIII l’11 maggio 1764. (Avvenire)
 
Cancella, o Padre,
il documento scritto contro di noi per la legge del peccato,
già revocato nel mistero pasquale
con la risurrezione del Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 17 Aprile 2026
 
Venerdì II Settimana di Pasqua
 
At 5,34-42; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 3,31-33
 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)
 
Non di solo pane vivrà l’uomo ... questo versetto è tratto dal libro del Deuteronomio 8,3. Il contesto è il racconto delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11)
Questa affermazione sottolinea che la vera vita dell’uomo non dipende solo dai beni materiali, ma dal fiducioso abbandono alla volontà divina, e nell’ascolto sapiente della Parola di Dio.
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio: “Ecco il vero cibo a cui tutti dovremmo fare riferimento per vincere le tentazioni, e cioè leggere e meditare la Parola di Dio con perseveranza; leggere e meditare in modo particolare il Vangelo. La Parola di Dio, se letta e meditata bene, è veramente Luce che illumina il cammino che stiamo facendo e forza per rimanere fedeli ai nostri doveri.
Importante e veramente efficace per tutti, è vivere e stabilire in termini concreti un vero e sincero rapporto con Dio. A volte non si arriva a una sincera comunione con Dio perché non vediamo realizzarsi certe grazie. Dio ha tempi e modi diversi dai nostri. Noi abbiamo un modo di pensare limitato, pertanto dovremmo avere fiducia in Dio anche quando non comprendiamo l’andamento di certi eventi storici e di altri che ci riguardano personalmente. I problemi comunque avranno buon fine se aspettiamo con santa pazienza i tempi di Dio, senza perdere la fiducia in Lui” (Adorazione Perpetua Prato).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): In mezzo al sinedrio che sta per deliberare la morte degli apostoli (v. 33) si eleva una voce sapiente, quella di Gamaliele. Egli si rifà alla storia recente, e ne ricava un principio assai illuminante non solo per quelle circostanze storiche, ma per ogni momento della storia della Chiesa. L’esperienza insegna che il dilemma proposto da Gamaliele (vv. 38-39) è sempre valido. In questo brano Luca ci rivolge un discreto invito a leggere la Sacra Scrittura con attenzione all’oggi e ad applicare alle presenti circostanze storiche quella perenne lezione di vita che proviene dalla parola di Dio.
 
Vangelo
Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.
 
La moltiplicazione di pani ha come obiettivo quella di svelare la vera identità di Gesù: Gesù è il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. Per questo l’evangelista Giovanni ha relegato sullo sfondo i discepoli per incentrare tutta la sua narrazione sulla possente personalità di Gesù che dirige gli avvenimenti e li interpreta.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,1-15
 
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 
Parola del Signore.
 
Era vicina la Pasqua - I capitoli 6-12 del Vangelo di Giovanni formano il ‘Libro dei segni’. Contiene il racconto di sette miracoli che dall’evangelista vengono chiamati ‘segni’ perché hanno lo scopo di svelare in modo progressivo il mistero della identità di Gesù. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è il quarto ‘segno’ ed è presente anche in Matteo, Marco e Luca.
È incerto il luogo dove avviene il miracolo, ma più che il luogo è importante sottolineare alcune indicazioni che Giovanni non trascura di registrare: la traversata di Gesù, «Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea»; la sua salita sul monte dove «si pose a sedere con i suoi discepoli»; il contesto liturgico nel quale viene collocato il ‘segno’, «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei».
Questi particolari stabiliscono un chiaro parallelismo tra Gesù e Mosé: rievocando il passaggio del mar Rosso in occasione della Pasqua di liberazione dalla cattività egiziana, Gesù, nuovo Mosè, sale sul monte e sfama miracolosamente «circa cinquemila uomini». A ridosso di queste considerazioni, possiamo dire che le intenzioni dell’evangelista sono oltremodo chiare: Gesù è la nuova guida spirituale e con la moltiplicazione prodigiosa dei pani dà inizio al nuovo esodo. Nel deserto, dove la Chiesa si è rifugiata per sfuggire all’ira di satana (Cf. Ap 12,14), Colui che è «disceso dal cielo» (Gv 3,16; 6,41-42.51.58) sfamerà il suo popolo non con un pane corruttibile, ma con un Pane misterioso: il suo Corpo offerto e inchiodato sulla croce per la salvezza di tutto il mondo (Cf. Gv 2,2).
La folla bracca Gesù ed è mesto il motivo adotto dallo stesso evangelista: «una grande folla» inseguiva Gesù «vedendo i segni che faceva sugli infermi». Non è dunque la fede a muovere la folla, ma la fame di pane e di miracoli.
Giovanni non fa cenno della pietà di Gesù dinanzi alla moltitudine sfinita e affamata, ma è lui a prendere l’iniziativa. Pur sapendo quello che stava per fare, il Signore interpella il discepolo Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
La libera e spontanea iniziativa del Signore non esclude la fattiva e operosa collaborazione del discepolo. Egli deve imparare, con grande umiltà, a mettere al servizio del Signore tutto ciò che ha pur se gli sembra insignificante o inutile. Gesù saprà moltiplicare l’efficacia di quei mezzi poveri. Deve imparare ad avere fede non in se stesso o nei suoi mezzi, ma in Gesù. Solo la fede, anche se piccolissima come un granellino di senape, è capace di operare grandi miracoli (Cf. Lc 17,5-6). La fede, che Gesù richiede fin dall’inizio del suo ministero apostolico (Cf. Mc 1,15), e che richiederà incessantemente, è un movimento di fiducia e di abbandono per il quale l’uomo rinunzia a far affidamento sulle proprie forze, per rimettersi alla Parola e alla potenza di Colui nel quale crede (Cf. Mt 21,25.32; Lc 1,20.45).
Se il sesto capitolo del Vangelo di Giovanni è una profonda e incisiva catechesi sull’Eucaristia, allora il miracolo della prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci va colto in questa prospettiva. A comprova di questo è da sottolineare che il verbo eucharisteo (essere grato, ringraziare) usato da Giovanni per iniziare il racconto del miracolo è lo stesso verbo usato dai Vangeli sinottici nel racconto dell’ultima cena (Cf. Gv 6,11; Mt 26,26-27; Mc 14,22-23; Lc 22,29; 1Cor 11,24,). Tale coincidenza sta ad indicare che il miracolo è tipo della santa Eucaristia, di cui il Signore Gesù parlerà alla folla più in avanti (Cf. Gv 6,26-59).
Il miracolo compiuto da Gesù non poteva non evocare il ricordo della manna e le promesse messianiche: Israele per il tempo messianico, tra i tanti segni, attendeva anche il rinnovarsi del miracolo della manna. Così si comprende perché la folla entusiasta, alla vista del prodigioso moltiplicarsi del pane, riconosce in Gesù il «profeta, colui che viene nel mondo!» (Gv 6,14). Questo è il motivo che spingerà la folla, dopo lo strepitoso prodigio, a tentare di rapire Gesù per farlo re. Per stroncare sul nascere questo progetto, Gesù si ritira  sul monte. Ma in ogni caso, «non poteva accogliere tale pretesa, perché la sua regalità presupponeva la salita sul Golgota. Il suo ritorno “sulla montagna, tutto solo”, sembra alludere «alla morte in croce. Il suo messianismo, sulla linea del Servo sofferente, escludeva ogni trionfalismo e grandezza mondana, in contrasto con la mentalità generale del tempo» (Angelico Poppi).
Ma a tutti è piaciuto il miracolo compiuto da Gesù? O qualcuno avrà visto in quel gesto una sfida? Un pericolo per la propria incolumità fisica?
Giovanni non ne fa cenno, ma è plausibile che mescolate tra la folla si trovassero anche le onnipresenti spie dei Farisei. Per le guide spirituali d’Israele, riconoscere Gesù come Messia da opporre a Roma sarebbe stato un passo insensato e i Farisei certamente non avrebbero incoraggiato questo tentativo maldestro. La mossa avventata della folla poteva spingere i Romani, gli odiati padroni della Palestina, ad un duro giro di vite e i guai sarebbero piovuti su Israele come un temporale estivo. I Farisei hanno sempre temuto i Romani e la folla che seguiva il Maestro di Nazaret, ecco perché possiamo pensarli, anche in questa occasione, appostati nell’ombra per spiare Gesù e i suoi discepoli pronti ad intervenire al momento più opportuno. Sarà un altro miracolo, la risurrezione di Lazzaro (Cf. Gv 11,1ss), a spingere i Farisei ad agire con determinazione e spietatezza. Siamo alla seconda pasqua, ancora un anno e i maggiorenti della nazione ebraica avrebbero consegnato Gesù a Pilato e inevitabilmente alla terrificante morte di croce.
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos: La difesa di Pietro davanti al Sinedrio aveva svuotato la duplice accusa sollevata contro gli apostoli. La responsabilità giudaica della morte di Gesù era evidente, come era evidente che la disubbidienza degli apostoli era postulata da una esigenza superiore, l’ubbidienza a Dio. E tuttavia la difesa di Pietro provocò indignazione, come era logico, poiché era divenuta una gravissima accusa lanciata contr i suoi accusatori. La reazione immediata fu l’idea d’uccidere gli apostoli.
Si impose la moderazione grazie all’intervento di Gamaliele, un rabbino discendente del celebre Hillel, che aveva raggiunto una grande celebrità. Secondo il libro degli Atti (22,3) egli fu maestro di Paolo. Come fariseo, vedeva con simpatia il movimento cristiane per la sua predicazione sulla risurrezione. La sua posizione contra­
sta con l’aperta ostilità dei sadducei che la negavano, anche se, forse, Luca esagera questa simpatia. A parte la presentazione di Luca, l’atteggiamento di Gamaliele corrisponde a quello d’un fariseo dotto. Il cristianesimo si
presentava come l’adempimento della Scrittura; quindi, sarebbe stato del tutto arbitrario che un fariseo lo escludesse semplicemente: era consigliabile attendere per vederci chiaro.
Ogni falso movimento messianico si distrugge da sé.
Così ragiona Gamaliele, fondando il suo ragionamento sulla esperienza storica. Egli ricorda due movimenti messianici capitanati da certi Teuda e Giuda che pretendevano d’essere il Messia. Giuda, il galileo, è molto conosciuto. Egli guidò una ribellione contro Roma in conseguenza d’una imposta, quando era governatore della Siria Cirino, nell’anno 6-7 della nostra era. Il movimento da lui iniziato fu continuato dagli zeloti. Anche Teuda era assai noto quando Luca scrisse il suo libro; ma la ribellione da lui capeggiata avvenne circa trent’anni dopo l’intervento di Gamaliele. Luca non tiene conto di questa circostanza - che non perdoneremmo a uno storico moderno - adducendo i due esempi più clamorosi di movimenti messianici falliti e non esita a mettere anche il secondo esempio sulle labbra di Gamaliele.
La stessa cosa avverrà del movimento cristiano. Se è falso, cadrà da sé; in questo caso l’opposizione sarebbe inutile. Però, se questo movimento è opera di Dio, l’opposizione non è solo inutile, ma empia. Questo ragionamento di Gamaliele fu accettalo dal Sinedrio. Gli apostoli furono rimessi in libertà, ma solo dopo essere stati flagellati, severamente ammoniti e nuovamente diffidati dal parlare ancora di quel «nome». Il disonore ricevuto dagli uomini è interpretato da essi come un onore che Dio ha loro concesso. Erano divenute realtà in essi le persecuzioni annunziate da Gesù per i suoi discepoli (Mt 10,17; 23,34); erano stati oggetto d’una delle beatitudini di Gesù (Mt 5,11-12); erano stati equiparati a Gesù (Mc 15,15; Gv 19,1). Invece d’intimorirli, le difficoltà e le persecuzioni diedero loro nuovo vigore per continuare a predicare che Gesù è il Messia. Il vangelo si diffondeva a dispetto degli ostacoli umani: questa è sempre la tesi di Luca.
 
Il pane, dono di Dio - Adriana Zarri (Pane in Schede Bibliche Pastorali): Il pane è per gli uomini un mezzo di sussistenza, una necessaria sorgente di energia (Sal. 104,14-15); mancare del pane vuol dire mancare di tutto (Am. 4, 6; Cf. Gen. 28, 20).
Nella bibbia Dio, dopo avere creato l’uomo e dopo il diluvio (Gen. 1,29; 9,3), indica alla sua creatura ciò che può costituire il suo cibo. Ma solo a prezzo di una dura fatica l’uomo peccatore può procurarselo (Gen. 3,17-19). Dunque, se il pane per il suo carattere di necessità ricorda all’uomo che è una creatura (Cf. Dt. 8,10-18), per il faticoso lavoro che esige è il simbolo della maledizione alla quale egli è soggetto. Israele vede normalmente nell’abbondanza di pane il segno della benedizione di Dio (Sal. 37,25; Prov. 12,11) e nella mancanza di pane il segno del castigo per il peccato (Ger. 5,17; Ez. 4,16-17; Lam. 1,11; 2,12; 2Sam. 3,29).
In questa visione religiosa delle cose, è naturale che l’uomo chieda umilmente a Dio il pane, cioè tutto ciò che gli è necessario, e lo attenda con fiducia. Sono significativi, a questo riguardo, gli episodi di moltiplicazione dei pani dell’antico e del nuovo Testamento. La moltiplicazione operata da Eliseo vuole indicare la sovrabbondanza del dono divino («mangiarono e ne avanzarono», 2Re 4, 42-44). La stessa cosa nelle narrazioni evangeliche: come Iahvé nel deserto aveva nutrito il suo popolo distribuendo «il pane dei forti» (Sal. 78,25), così ora Gesù nutre sovrabbondantemente i suoi discepoli e ascoltatori: «Gesù dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt. 14,19-21; Cf. testi par.; Mt. 15,37 e par.; Gv. 6,12.).
In questo contesto di idee può essere posto l’invito di Gesù a chiedere nella preghiera «il pane quotidiano» (Mt. 6,11; Lc. 11,3). Il pane sembra riassumere qui tutti i doni che ci sono necessari.
Epioùsion vuol dire appunto, probabilmente, «necessario alla sussistenza». Ma comunque si traduca questo termine difficile, la cui etimologia e il cui significato sono discussi dagli esegeti, il pensiero di Gesù è chiaro: si deve chiedere a Dio l’alimento indispensabile alla vita. La maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti qui proprio dell’alimento materiale; tuttavia è evidente il carattere «spirituale» della preghiera: i credenti attendono tutto dalla bontà del loro Padre celeste e lo chiedono in vista del regno di Dio (Mt. 6, 24-34).
Se il pane è un dono di Dio ed è necessario alla vita, esso deve essere condiviso con chi non l’ha.
Nell’ospitalità, il pane di ognuno diventa il pane dell’ospite inviato da Dio (Gen. 18,5; Lc. 11,5-8).
In Israele, soprattutto a partire dall’esilio, si insiste sulla necessità di condividere il pane con l’affamato: questa è la espressione migliore della carità fraterna (Prov. 22,9; Ez. 18,7.16; Is. 58,7; Giob. 31,17; Tob. 4,16).
Il pane è presentato anche come uno dei doni caratteristici dei tempi escatologici: un pane «sostanzioso» sarà donato a tutta la comunità degli eletti raccolta nel banchetto messianico: «Egli darà la pioggia per la semente con cui avrai seminato il suolo; il pane, prodotto della terra, sarà pingue e sostanzioso...» (Is. 30,23; Cf. Ger. 31,12). È un pane che si potrà ottenere senza fatica e senza spesa. La manna, che si otteneva nel deserto senza fatica, era già un segno di questo pane: era un dono di Iahvé, un «pane (proveniente) dal cielo» (Es. 16,4.15). Anche i pasti di Gesù con i suoi amici e discepoli preludevano già al banchetto escatologico (Mt. 11,19); in particolare, il pasto eucaristico, dove si riceve in cibo il corpo stesso di Cristo, è l’anticipazione dell’autentico dono di Dio, riservato per gli ultimi tempi: «Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Questo è il mio corpo che viene dato per voi; fate questo in memoria di me”» (Lc. 22,19).
 
Il significato della moltiplicazione dei pani - «Cristo ha condotto la folla in un luogo deserto, perché il miracolo non sia assolutamente sospetto, e nessuno pensi che sia stato portato del cibo da qualche villaggio vicino. Per tale motivo l’evangelista ricorda anche l’ora, e non solo il luogo del miracolo. Ma in questa circostanza noi apprendiamo anche un’altra cosa: l’austerità cioè degli apostoli nelle necessità della vita e il loro disprezzo per il lusso e per ogni delicatezza. Sono dodici e hanno soltanto cinque pani e due pesci. Tanto trascurabile e secondario è per loro ciò che riguarda il corpo, e tanto presi e interessati sono esclusivamente delle cose spirituali. E neppure tengono per sé quel poco che hanno, ma lo donano a chi lo chiede loro. Da ciò dobbiamo imparare che per quanto poco noi abbiamo, pure questo dobbiamo dare a chi ne ha bisogno. Infatti, quando Gesù chiede agli apostoli di portargli quei cinque pani, non rispondono: E da che parte verrà il cibo per noi? come potremo calmare la nostra fame?, ma obbediscono immediatamente. Mi sembra inoltre che Gesù moltiplichi quei pochi pani che gli portano i discepoli, piuttosto che crearne altri dal niente, per spinger loro a credere, dato che la loro fede è ancora molto debole. Anche per questo il Signore leva gli occhi al cielo. Degli altri miracoli essi avevano molti esempi, ma del miracolo che ora sta per compiere, nessuno. Presi e spezzati i pani, li distribuisce per mano dei discepoli, onorandoli con tale incarico. Ma non solo intende render loro questo onore; vuole pure che al momento del miracolo non dubitino e che in seguito non se ne dimentichino, in quanto le loro stesse mani ne sono state testimoni. Per tale motivo permette anche, prima del miracolo, che la folla senta fame, e attende che gli apostoli si avvicinino e gli parlino. Per mezzo loro fa sedere tutti sull’erba e fa distribuire il pane, volendo prevenire sia gli uni che gli altri mediante le loro stesse dichiarazioni e i loro atti. Sempre per tale motivo prende dalle loro mani i pani, in modo che vi siano molte testimonianze del fatto ed essi abbiano molti ricordi del miracolo. Se infatti, dopo tante prove gli apostoli si dimenticano del miracolo, che avrebbero mai fatto se Gesù non avesse preso tali precauzioni? Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba, dando così una lezione di vita semplice, senza tante esigenze, poiché non vuole solo nutrire i corpi ma anche istruire le anime» (Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 49, 2).
 
Testimoni di Cristo - Beata Chiara Gambacorti, Religiosa: Originaria del potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; nasce nel 1362 forse a Firenze. È conosciuta con il nome di Tora. Già da bambina viene inclusa nei progetti politici e finanziari del padre, che nel 1374 la dà in sposa a un giovane di famiglia importante, Simone Massa. Ma resta vedova tre anni dopo. Dopo aver incontrato a Pisa nel 1375 Caterina da Siena decide di ritirarsi presso le monache Clarisse. Ma non diventerà una di loro, ostacolata dalla famiglia. Entrerà più tardi nel monastero domenicano di Santa Croce, dove prenderà il nome di suor Chiara. Sarà poi madre abbadessa, e farà della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell’Ordine. I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. Un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell’uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. Troveranno piena accoglienza. Morirà, acclamata santa, nel 1420. Nel 1830, Pio VIII ne ha confermato il culto come beata. (Avvenire)
 
O Dio, speranza e luce di chi ti cerca con cuore sincero,
donaci di innalzare una preghiera a te gradita
e di esaltarti sempre con il servizio della lode.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 16 Aprile 2026
 
Giovedì II Settimana di Pasqua
 
At 5,27-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 3,31-33
 
Perché mi hai veduto, Tommaso, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! (Gv 20,29  - Acclamazione al Vangelo)
 
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): beati quelli che pur non avendo visto crederanno. Andando oltre il caso concreto di Tommaso, Gesù (e con lui Giovanni) risponde a una difficoltà probabilmente espressa già tra i cristiani della seconda generazione. Qual è il rapporto tra esperienza diretta e fede? La prima è riservata a pochi testimoni diretti; tuttavia, anche per loro non è sempre facile credere (molti dubbiosi, incerti ... ). Gli altri dipendono da loro.
Gesù risorto è vivo e presente per tutti; ma la sua nuova presenza non ha più le modalità dell’esprienza sensibile. Eppure, non per questo è meno reale. Tutti i credenti sono dichiararti “beati” non meno dei primi che hanno visto: tutti possono incontrare Cristo, ascoltare la sua parola, ricevere i suoi doni. Il futuro del verbo credere indica bene l’apertura dell’evangelista ai tempi successivi.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La Bibbia di Navarra (Nuovo Testamento Vol II): La resistenza degli apostoli a obbedire ai comandi del sinedrio non è dovuta, logicamente, né a orgoglio né al disconoscimento della propria condizione di sudditi. Deriva semplicemente dal fatto che si vogliono imporre loro comandi ingiusti, contrari alla legge di Dio e alla loro coscienza.
Gli apostoli ricordano ai loro giudici, con umile fermezza, che l’obbedienza a Dio viene per prima. Sanno che molti membri del sinedrio sono uomini religiosi, buoni israeliti capaci di comprenderli; e non cercano tanto di difendersi dalle accuse quanto di farli riflettere. Pensano più alla salvezza spirituale dei loro giudici che a sé stessi. «Dio ha permesso», commenta san Giovanni Crisostomo, «che gli apostoli venissero portati in giudizio perché i loro persecutori, volendolo, venissero istruiti [ ... ]. Gli apostoli non si irritano davanti ai giudici, ma li supplicano con compassione, versano lacrime e cercano solo il modo di liberarli dall’errore e dalla collera divina» (Dm. sugli Atti, 13). Sono convinti che «non esiste pericolo per chi teme Dio, ma per chi non lo teme» (ibid.) e che commettere ingiustizia è cosa peggiore che subirla.
Gli apostoli dimostrano con la loro condotta la profondità delle convinzioni che la grazia di Dio e la fede in Gesù Cristo hanno risvegliato in essi e il valore che ha nella loro vita l’onore di Dio. Amano e servono Dio fino al disprezzo di sé stessi. È la vera maturità cristiana.
 
Vangelo
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa.
 
Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Riprendendo il tema sospeso al v. 21, l’evangelista dà in questo brano un commento al colloquio con Nicodemo con frasi difficili da comprendere perché unite insieme dal tipico legame della tradizione orale, la parola chiave. Nel v. 31 si ha « dall’alto» come nel v. 3; nel v. 32 «testimonianza » come nel v. 11 e nel v. 34 «parole» che corrisponde al «parlare» del v. 12. Vi è però un chiaro insegnamento: Gesù si presenta come il «rivelatore del Padre», come colui che dona lo Spirito dal quale, nel battesimo, nasce il discepolo; come colui che dà la vita eterna. Ancora una volta il discepolo deve decidersi per la fede o la non fede.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,31-33
Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra.
Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.
 
Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Il discorso diretto non sembra interrompersi tra 3,30 e 3,31; il linguaggio però si trasforma radicalmente e si fa contemplazione. Ci si accorge subito che risuonano parole che già abbiamo letto nel dialogo tra Gesù e Nicodemo, e soprattutto in 3,11-21: terra-cielo; dare testimonianza di ciò che si è visto e udito; venire dal cielo, colui che Dio ha inviato, chi crede nel Figlio, ecc.
Ci sembra fin troppo chiaro che qui non è il Battista che parla, ma l’evangelista che, senza ripetersi troppo, riflette sulla trascendenza di Gesù e, come nella precedente meditazione (3,16-21), ci parla del Padre quale mandante, del Figlio quale inviato e degli uomini in relazione alla missione di Gesù, il Figlio.
Prima si era detto: «Tanto Dio ha amato il mondo»; ora si dice: Dio ama il Figlio e ha posto tutto nelle sue mani, un’affermazione che avrà ampi sviluppi nei seguenti capitoli, ma che trova già qui una prima applicazione.
Il Figlio vi appare rivestito di ogni potere e dotato della pienezza dello Spirito. È perciò perfettamente qualificato per il suo compito messianico. Tanto più che egli, a differenza di coloro che sono dalla terra, viene dal cielo, e quale Figlio di Dio è davvero al di sopra di tutti. Venendo dal cielo, egli può davvero dare testimonianza di ciò che ha visto e udito; quale inviato può davvero comunicarci le parole di Dio (3,32.34). Egli infatti quale Figlio unigenito è sempre accanto al Padre ed è l’unico che può rivelarci il Padre (1,18).
L’evangelista lo contempla in questa sua attività e, osservando la reazione degli uomini, usa, come ha fatto in 1,11 e 3,19, una frase assoluta e dice: Nessuno accoglie lo sua testimonianza (3,32), ma subito, come nei due passi precedenti, si corregge, e qui aggiunge: Chi però l’accoglie certifica che Dio è veritiero (3,33). La fede non è solo adesione e accoglienza di Gesù, l’inviato: è anche riconoscimento dell’amore del Padre, dichiarazione solenne, contrassegnata dal proprio sigillo (per rendere meglio l’originale), che Dio è veritiero, cioè leale, fedele, perché in Gesù rivela pienamente la sua fedeltà alle promesse e si rivela come «un Dio di vita»: Chi infatti crede nel Figlio ha lo vita eterna, cioè partecipa fin d’ora alla vita divina.
Non così chi non crede. Costui viene definito come colui che non ubbidisce al Figlio (3,36). Di lui si è detto in 3,18 che è già condannato (vedi commento), qui si dice che su di lui rimane l’ira di Dio, cioè la riprovazione di Dio e, usando il futuro, si afferma che non vedrà lo vita, cioè: finché rimane nella disubbidienza, è tagliato fuori dalla vita.
Il Figlio quindi non si presenta soltanto come l’unico e definitivo rivelatore, ma anche come l’unico Salvatore. È il tema del capitolo 4.
 
Per approfondire
 
Ubbidienza a Dio - Felipe F. Ramos: L’arresto e l’imprigionamento degli apostoli era in potere del sommo sacerdote, istigato dal resto dell’aristocrazia sacerdotale, nella quale si distinguevano per la loro bile i sadducei. L’esame delle accuse sollevate tocca al Sinedrio che era competente in tutto ciò che aveva rela­zione con la legge, e particolarmente con la sua dimensione religiosa.
II sommo sacerdote, in presenza del Sinedrio accusa gli apostoli di due cose: disubbidienza agli ordini che avevano ricevuti e di diffamazione per averli considerati responsabili della morte di Gesù. In primo luogo, essi hanno disubbidito agli ordini ricevuti (4,18-19). Avevano disprezzato l’autorità, e quindi potevano essere puniti come prevedeva il il codice giudaico. Luca non dà importanza a questa accusa che è eccessivamente tecnica.
La ricorda per offrire a Pietro l’occasione di esporre, in sua difesa, il principio basilare secondo il quale doveva essere valutata a quella proibizione: l’ubbidienza a Dio è superiore alla ubbidienza dovuta agli uomini. Ed essi ubbidiscono a Dio accettando di predicare quello che Dio ha fatto in Gesù in favore degli uomini.
Pietro, rappresentante degli apostoli, dà maggiore importanza alla seconda accusa, quella di diffamazione per aver loro attribuito la responsabilità della morte di Gesù.
La prima cosa che richiama l’attenzione è l’allergia che gli accusatori mostrano di avere per il nome di Gesù. Essi parlano di «quell’uomo». In secondo luogo, essi devono però riconoscere che «quell’uomo» ha fatto strada: tutta la città parla di lui in conseguenza della predicazione degli apostoli. Era il riconoscimento e la glorificazione di Gesù; ma questo implicava, allo stesso tempo, la condanna di coloro che lo avevano messo a morte.
La risposta diretta di Pietro alla seconda accusa è in centrata sull’essenziale del kerygma cristiano: la morte e la risurrezione di Gesù. E, come è abituale nel libro degli Atti, Pietro lo espone con la contrapposizione fra «quello che avete fatto voi e quello che ha fatto Dio». Certo, essi non hanno crocifisso Gesù. La crocifissione era un modo tipicamente romano di applicare la pena capitale. Tuttavia, essi ne sono responsabili. In più, la stessa legge (Dt 21,22) permetteva che un malfattore fosse appeso a un legno. Orbene, il rigetto di Gesù da parte loro non fu solo una colpa, ma un formidabile errore, che Dio stesso s’è incaricato di mettere in luce, risuscitando Gesù. D’altra parte il Dio che ha risuscitato Gesù è «il Dio dei nostri padri». Se essi lo riconoscono come il loro Dio, dovrebbero anche accettare la predicazione degli apostoli.
Con la risurrezione Dio ha costituito «quell’uomo» principe e salvatore: principe nel senso di capo e guida del nuovo popolo, come fu Mosè per il popolo antico, Il titolo di salvatore è dato poche volte a Gesù. In tutto il NT è Luca che lo usa con maggior frequenza tanto nel vangelo come negli Atti. La morte e l’esaltazione di Gesù avevano lo scopo di ottenere il pentimento e la remissione dei peccati. È una illustrazione pratica della parola che Gesù pronunziò sulla croce: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). Si noti che questo pentimento - che è presentato non semplicemente come un atto umano, ma come grazia di - e la conversione costituiscono il centro di gravità del vangelo di Luca.
Pietro termina la sua difesa presentandosi - insieme agli altri apostoli; e per questo, usa il «noi» - come testimone oculare del vangelo che predica. E per il caso che questo argomento non fosse riconosciuto, egli adduce la testimonianza dello Spirito Santo che è stato effuso su coloro che hanno accettato la fede.
 
L’ira di Dio nel Nuovo Testamento - Xavier Lèon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Dal messaggio del precursore (Mt 3,7 par.) fino alle ultime pagine del Nuovo Testamento (Apoc 14,10), il vangelo della grazia conserva l’ira di Dio come un dato fondamentale del suo messaggio. Sarebbe rinnovare l’eresia di Marcione l’eliminarne l’ira, per voler conservare soltanto un fallace concetto di «buon Dio». Tuttavia la venuta di Gesù Cristo trasforma i dati del Vecchio Testamento portandoli a compimento.
I. La realtà e le immagini.
1. Dalla passione divina agli effetti dell’ira. -L’accento si sposta. Certamente le immagini del Vecchio Testamento sopravvivono ancora: fuoco (Mt 5,22;  1Cor 3,13.15), soffio sterminatore (2Tess 1,8; 2,8), vino, calice, tino, trombe dell’ira (Apoc 14,10.8; 16,1ss). Ma non intendono più descrivere psicologicamente la passione di Dio, quanto piuttosto rivelarne gli effetti. Siamo entrati negli ultimi tempi. Giovanni Battista annunzia il fuoco del giudizio (Mt 3,12), e Gesù gli fa eco nella parabola degli invitati indegni (Mt 22,7); anche per lui il nemico e l’infedele saranno annientati (Lc 19,27; 12,46), gettati nel fuoco inestinguibile (Mt 13,42; 25,41).
2. L’ira di Gesù. - Ma più terribile di questo linguaggio ispirato, più tragica dell’esperienza dei profeti schiacciati tra Dio santo ed il popolo peccatore, c’è la reazione d’un uomo che è Dio stesso. In Gesù l’ira di Dio si rivela. Gesù non si comporta come uno stoico che non si turba mai (Gv 11,33); egli comanda con violenza a Satana (Mt 4,10; 16,23), minaccia duramente i demoni (Mc 1,25), è fuori di sé di fronte all’astuzia diabolica degli uomini (Gv 8,44), e specialmente dei Farisei (Mt 12,34), di coloro che uccidono i profeti (Mt 23,33), degli ipocriti (Mt 15,7). Come Jahve, Gesù si adira contro chiunque si leva contro Dio.
Gesù rimprovera pure i disobbedienti (Mc 1,43; Mt 9,30), i discepoli di poca fede (Mt 17,17). Soprattutto si adira contro coloro che, come il fratello maggiore geloso del prodigo accolto dal Padre delle misericordie (Lc 15,28), non si mostrano misericordiosi (Mc 3,5). Infine Gesù manifesta l’ira del giudice: come il signore del banchetto (Lc 14,21), come il padrone del servo spietato (Mt 12,34), egli preannunzia sventura alle città che non si pentono (Mt ll,20s), scaccia i venditori dal tempio (Mt 21,12 s), maledice il fico sterile (Me 11,21). Come l’ira di Dio, così anche quella dell’agnello non è una parola vana (Apoc 6,16; Ebr 10,31).
II. Il tempo dell’ira.
1. La giustizia e l’ira. - Con la sua venuta in terra il Signore ha determinato due ere nella storia della salvezza. Paolo è il teologo di questa novità: rivelando la giustizia di Dio in favore dei credenti, Cristo rivela pure l’ira su ogni incredulo. Quest’ira, analoga al castigo concreto di cui parlava il Vecchio Testamento, anticipa l’ira definitiva. Mentre Giovanni Battista poneva assieme nella sua prospettiva la venuta del Messia in terra e la sua venuta alla fine dei tempi, tanto che il ministero di Gesù avrebbe dovuto essere il giudizio ultimo, Paolo insegna che Cristo ha inaugurato un tempo intermedio, durante il quale sono pienamente rivelate le due dimensioni dell’attività divina: la giustizia e l’ira. Paolo conserva talune concezioni del Vecchio Testamento, ad es. quando vede nel potere civile uno strumento di Dio «per esercitare la repressione vendicativa dell’ira divina sui malfattori» (Rom 13,4), ma si studia soprattutto di rivelare la nuova condizione dell’uomo dinanzi a Dio.
2. Dall’ira alla misericordia. - Fin dalle origini l’uomo è peccatore e merita la morte (Rom 1,18-32; 3,20); è di diritto oggetto dell’ira divina, è «vaso di ira» pronto per la perdizione (9,22; Ef 2, 3), il che Giovanni traduce dicendo: «l’ira di Dio rimane sull’incredulo» (Gv 3,36). Se l’uomo è così congenitamente peccatore, le più sante istituzioni divine sono state pervertite al suo contatto, ad es. la legge santa «produce l’ira» (Rom 4,15). Ma il disegno di Dio è un disegno di misericordia ed i vasi dell’ira possono, convertendosi, diventare «vasi di misericordia» (Rom 9,23); e ciò, qualunque sia la loro origine, pagana o giudaica, «perché Dio ha racchiuso tutti gli uomini nella disobbedienza per far misericordia a tutti» (11,32). Come nel Vecchio Testamento, Dio non dà libero corso alla sua ira, manifestando in tal modo la sua potenza (in quanto tollera il peccatore), ma rivelando pure la sua bontà (in quanto invita alla conversione).
Dio risuscitò Gesù - Non disprezzo, ma compassione - Giovanni Crisostomo, Omelie sugli Atti degli Apostoli 13: Le parole degli Apostoli non mostravano disprezzo. Erano infatti maestri. Chi, con il sostegno di un’intera città e godendo di tale grazia, non avrebbe detto qualcosa di grande? Ma non questi uomini. Essi non erano in collera, ma provavano compassione e piangevano cercando un modo per liberarli dal loro errore e dalla collera. Non dissero più: Giudicatelo voi stessi (At 4, 19), ma dichiararono: «Colui che Dio risuscitò, quest’uomo noi proclamiamo». È per volontà di Dio che accadono queste cose, dicono e non: «Non vi abbiamo forse detto questo, cioè che non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato (At 4, 20)?» Perché non aspirano a trarne onore. Ripetono le stesse cose: croce, risurrezione. E non dicono il motivo per cui fu crocifisso per noi, ma alludono a ciò, anche se non apertamente, perché vogliono indurli al timore. Che tipo di retorica è questa? Non è retorica; solo, predicavano il vangelo della vita.
 
Testimoni di Cristo - Santa Bernadetta Soubirous: Quando, l’11 febbraio del 1858, la Vergine apparve per la prima volta a Bernadette presso la rupe di Massabielle, sui Pirenei francesi, questa aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844. A lei, povera e analfabeta, ma dedita con il cuore al Rosario, appare più volte la «Signora». Nell’apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela il suo nome: «Io sono l’Immacolata Concezione». Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l’Immacolata Concezione di Maria un dogma, ma questo Bernadette non poteva saperlo. La lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, dopo un’accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous decide di rifugiarsi dalla fama a Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. Ci rimarrà 13 anni. Costretta a letto da asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio, all’età di 35 anni, Bernadette si spegne il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua. (Avvenire)
 
O Dio, che hai compiuto il sacrificio della Pasqua
per la salvezza del mondo,
ascolta le preghiere del tuo popolo:
Cristo, Sommo Sacerdote che intercede per noi,
come vero uomo ci doni la riconciliazione
e come vero Dio ci liberi dal peccato.
Egli è Dio, e vive e regna con te.