11 Maggio 2026
 
Lunedì VI Settimana di Pasqua
 
At 16,11-15; Salmo Responsoriale dal Salmo 149; Gv 15,26-16.4a,7-14
 
Lo Spirito della verità darà testimonianza di me, dice il Signore, e anche voi date testimonianza. (Cf. Gv 15,26b.27a - Acclamazione al Vangelo)
 
Anche voi date testimonianza - Catechismo della Chiesa cattolica - Dovere di rendere testimonianza 1816 Il discepolo di Cristo non deve soltanto custodire la fede e vivere di essa, ma anche professarla, darne testimonianza con franchezza e diffonderla: «Devono tutti essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini, e a seguirlo sulla via della croce attraverso le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa»
2691 Il servizio e la testimonianza della fede sono indispensabili per la salvezza: «Chi [...] mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli» (Mt 10,32-33).  
2087 La nostra vita morale trova la sua sorgente nella fede in Dio che ci rivela il suo amore. San Paolo parla dell’obbedienza alla fede come dell’obbligo primario. Egli indica nell’«ignoranza di Dio» il principio e la spiegazione di tutte le deviazioni morali. Il nostro dovere nei confronti di Dio è di credere in lui e di rendergli testimonianza.  
2471 Davanti a Pilato Cristo proclama di essere venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Il cristiano non deve vergognarsi «della testimonianza da rendere al Signore» (2Tm 1,8). Nelle situazioni in cui si richiede che si testimoni la fede, il cristiano ha il dovere di professarla senza equivoci, come ha fatto san Paolo davanti ai suoi giudici. Il credente deve «conservare una coscienza irreprensibile davanti a Dio e davanti agli uomini» (At 24,16).  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Lo Spirito Santo è la guida divina e perfetta della Chiesa, per lo Spirito Santo la Parola raggiunge anche gli angoli più reconditi dell’impero romano, per lo Spirito Santo le menti si aprono all’ascolto: “C’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia … e il Signore le aprì il cuore per aderire alle  parole di Paolo”.
In questa azione non v’ è coercizione, ma libera adesione dell’uomo: la sua volontà, illuminata dalla luce dirompente dello Spirito Santo, sprofonda nella luce della verità e in questa luce liberamente aderisce all’azione salvifica di Dio. Per questa azione tutta divina, Lidia crede, si fa battezzare, si prodiga a favore degli apostoli, traducendo così in concretezza di opere la sua fede.
 
Vangelo
Chi ha visto me, ha visto il Padre.
 
Le parole di Gesù preannunziano persecuzioni e opposizioni: come Cristo anche il discepolo dovrà sentire sul suo corpo il dolore dei chiodi della croce. È inevitabile, “come hanno perseguitato me, perseguiteranno voi” (Gv 15,20). Il mondo non può non odiare i discepoli di Gesù. Ma l’odio del mondo non tende tanto ai discepoli, ma alla persona di Gesù. I cristiani della prima ora avevano cara l’espressione “essere perseguitati a causa del Nome” di Gesù. C’è un legame indissolubile che lega Gesù e i suoi discepoli, un legame reso forte e inviolabile dallo Spirito Santo che nel giorno di Pentecoste prenderà il timone della Chiesa per renderla forte e audace nella testimonianza del Risorto dinanzi al mondo. Il mondo perseguitando i cristiani crederà di rendere culto a Dio e di distruggere la Chiesa, ma ignora che “il sangue dei martiri genera nuovi cristiani” (Tertulliano).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,26-16,4a
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto».
 
Parola del Signore.
 
Giuseppe Segalla (Giovanni) 26-27: La testimonianza congiunta del Paraclito e dei discepoli viene accomunata come in At 5,32 e 15,28.
Anche nei sinottici la testimonianza dello Spirito ricorre nel contesto della persecuzione dei discepoli ed egli testimonia attraverso di loro (Mt 10,19-20; Mr 13,11), anzi insegna loro quello che devono dire davanti ai tribunali (Lc 12,12). Brown suppone che questo sia il motivo catalizzatore dei detti giovannei sul Paraclito: la sua testimonianza polemica contro il mondo nel contesto della persecuzione di Gesù e dei suoi discepoli. In tal modo l’evangelista avrebbe avuto una ragione plausibile per collocare qui il tema dello Spirito, appunto perché legato, nella tradizione, con quello della persecuzione e della testimonianza dei discepoli perseguitati. A differenza dei sinottici, però, in Gv il Paraclito dà una testimonianza diretta e indipendente.
26: che vi manderò dal Padre: il Paraclito è quindi l’Inviato del Figlio da parte del Padre. - che procede dal Padre: la particella corrispondente a « dal », παρὰ, indica di solito non l’origine, ma la missione. Dai Padri greci però questo testo è stato assunto come prova della processione dello Spirito dal Padre. - lui mi darà testimonianza: qui è solo implicita l’idea che la testimonianza è contro l’odio e l’incredulità del mondo (cfr 16,7-11).
27: perché siete con me fin dall’inizio: il fondamento della testimonianza non è una conoscenza mistica (gnosi), ma l’esperienza storica di Gesù, fin dall’inizio del suo ministero. Per l’importanza di ciò nella Chiesa primitiva.
16.1: Questo vi ho detto: si riferisce a tutto il brano 15,18-27: il preannuncio della persecuzione vuol evitare lo scandalo e quindi l’abbandono della fede.
2-3: Viene riesposto in maniera più precisa e concreta il tema della persecuzione della futura comunità cristiana. Va tenuta presente la situazione storica di persecuzione da parte dei giudei e dei romani delle comunità giovannee verso la fine del I secolo. Quando l’evangelista scriveva queste righe, la persecuzione era un fatto ormai di lunga esperienza.
2: Vi cacceranno fuori dalle sinagoghe: cfr 9,22 e 12,42. Si tratta della persecuzione morale dei giudei, volta soprattutto ai giudeo-cristiani e divenuta molto forte verso la fine del I secolo. - chi vi ucciderà penserà di rendere un culto a Dio: si trovano testi di fonti giudaiche che riportano esempi di uccisione per motivi religiosi da parte di zeloti (Mishna, Sanh 9,6). Il Midrash Rabbah 21,3, che commenta Nm 25,13, dice: « Se uno versa il sangue del malvagio, è come se avesse offerto un sacrificio »,
3: L’ignoranza del Padre (qui stranamente al primo posto) e del Figlio è colpevole (cfr 15,22-25).
 
Per approfondire
 
Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi - Günter Stemberger: Scandalo (gr. skandalon = trappola, inciampo).
Significa tutto ciò che è motivo d’incredulità e di peccato. Cristo stesso, il figlio del falegname, è pietra d’inciampo, alla maniera di JHWH (Is 8,14s). Egli non adempie le aspettative del popolo (Lc 2,34), esige una ubbidienza troppo grande (1Pt 2,9), diventando così l’inciampo di molti che non vogliono credere. Israele lo rigetta come un’inutile pietra da costruzione (Mc 12,10). Perfino i suoi discepoli lo abbandonano (Gv 6,66). Lo scandalo di Cristo raggiunge il punto culminante nello scandalo della croce (Gal 5,11). Beato colui che non si scandalizza di lui (Mt 11,6).
Non soltanto Cristo può essere scandalo dell’uomo, ma anche lui stesso con le sue brame, la sua mano, il suo piede, il suo occhio. Tutto ciò può essergli di scandalo, diventare motivo di peccato (Mc 9,43ss). Egli deve allora rinunciare a tutto per non scandalizzarsi. Chiunque però dà scandalo ai piccoli, cioè a quanti credono, meglio sarebbe non fosse nato (Mc 9,42). Questi infatti porta alla perdizione uno per il quale Cristo è morto (Rm 14,15). Gli scandali sono il male del mondo (Mt 18,7). Ciononostante devono avvenire e fanno parte del piano salvifico di Dio. Gesù ha predetto questi scandali in particolare per la fine del mondo (Gv 16,1ss). Ma guai a colui per mezzo del quale essi avvengono.
 
Quando l’apostolo Paolo chiese ai discepoli di Efeso se avevano ricevuto lo Spirito Santo venendo alla fede, essi risposero: «Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo» (At 19,2). Pure ai nostri tempi per molti lo Spirito Santo è il “grande sconosciuto”, mentre è il vero conduttore della nostra vita spirituale e l’anima del corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa (Gv 14,26; LG 7.8). Il Concilio Ecumenico Vaticano II parla a varie riprese di questa funzione “didattica” dello Spirito Santo in rapporto alla parola di Cristo: Egli «guida la Chiesa per tutta intera la verità [cfr. Gv 16,13], la unifica nella comunione e nel ministero, la istruisce e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti» (LG 4; cfr. DV 20). La Tradizione «di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo; cresce infatti la comprensione, sia con la riflessione e lo studio dei credenti... sia con la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità» (DV 8). Quindi, lo Spirito Santo assiste i Vescovi: «I Vescovi sono gli araldi della fede ... che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita, e la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie [Mt 13,52]» (LG 25). Lo Spirito Santo assiste il Papa quando «sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale»: «le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non per il consenso della Chiesa, essendo esse pronunziate con l’assistenza dello Spirito Santo, promessagli nella persona del beato Pietro, per cui non abbisogna di alcuna approvazione di altri, né ammettono appello alcuno ad altro giudizio» (LG 25). Lo Spirito Santo assiste e santifica il Popolo di Dio: «Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, “ma distribuendo a ciascuno i propri doni come piace” [1Cor 12,11], dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: “A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio”» (LG 12). Alla luce di quanto è stato detto, allora si può affermare, con il Patriarca Atenagora, che senza lo Spirito Santo «Dio è lontano, Cristo resta nel passato, il Vangelo è una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un ricordo, e l’agire cristiano una morale di schiavi».
 
Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi: «Vi ho predetto questi avvenimenti affinché non ne siate scandalizzati: giustamente proibisce lo scandalo dopo la promessa dello Spirito Santo; poiché lo Spirito Santo è Amore; e l’amore allontana ogni scandalo, secondo le parole del Salmista: Grande pace per quelli che amano la tua Legge: per essi non vi è inciampo [Sal 118,165]» (Tommaso d’Aquino, In Jo. ev. exp., XVI).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ignazio da Làconi, Religioso: Ignazio nacque nel 1701 a Làconi in Sardegna; nel 1721 vestì l’abito francescano entrando tra i Frati Minori Cappuccini. Si dedicò all’ufficio di questuante per quarant’anni, durante i quali diede a tutti uno splendido esempio di umiltà e di carità. Dio lo arricchì di particolari doni soprannaturali, che lo resero venerando presso ogni classe di persone.  La gente lo chiamava “Padre santo” e anche un pastore protestante, cappellano del reggimento di fanteria tedesco, lo definì ‘un santo vivente’.  Ormai cieco, rese l’anima a Dio l’11 maggio 1781, a Cagliari, e fu canonizzato da Pio XII il 21 ottobre 1951. Alla cerimonia di canonizzazione a Roma, era presente un altro grande questuante cappuccino dello stesso convento di Cagliari, fra’ Nicola da Gesturi (1882-1958) che sarà proclamato beato il 3 ottobre 1999 da papa Giovanni Paolo II.
 
Donaci, Dio misericordioso,
di sperimentare in ogni momento della vita
la fecondità della Pasqua
che celebriamo nei santi misteri.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 10 Maggio 2026
 
VI Domenica di Pasqua
 
At 8,5-8.14-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 65 (66); 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21
 
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male (II Lettura)
 
Enzo Bianchi (Sofferenza, Dizionario di Mistica): La sofferenza nella vita spirituale. È la presenza di Cristo, la sua vita, la sua morte e risurrezione, che apre uno spiraglio di luce e invita a uno sguardo molto più aperto al di là degli schemi filosofici. In fondo, non serve chiedersi il «perché». La sofferenza c’è, il Figlio di Dio ha voluto viverla nel modo più pieno possibile: non ne ha dato una spiegazione, è venuto non per abolire la sofferenza ma per riempirla della sua presenza. È questo il mistero cristiano, è questa la luce che illumina la storia dell’uomo.
S. Paolo arriverà a dire «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24): così la sofferenza umana entra a far parte del mistero di Dio che «spogliò se stesso, ... umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,7-8). Il mistero della sofferenza trova soltanto in Cristo una risposta adeguata, anche per chi non conosce o non si unisce al Cristo.
Per il cristiano il passaggio è logico: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20) è la regola della vita cristiana. Ciò comporta l’unione sempre più profonda con tutta la realtà del Cristo compresa la sua passione, morte e risurrezione dalla quale è iniziata la salvezza. Il cammino che Cristo ha intrapreso diventa il cammino del suo seguace, e la sofferenza che non sarà mai del tutto eliminata dal mondo (l’uomo sarà sempre mortale), diventerà un continuo richiamo alla propria coerenza di fede.  Si capisce così il valore redentivo della sofferenza quando essa viene accolta e offerta per essere unita alla sofferenza di Cristo e si capisce il compito del cristiano nel mondo, quello di offrire, elevare, unire tutta la ricorrente ondata di sofferenza che sommerge il mondo sotto la  croce di Cristo. Il Calvario diventa così il centro del mondo, la croce aperta alle quattro direzioni accoglie ogni sofferenza e la rende feconda, passaggio di risurrezione.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo - Nella prima lettura viene descritta l’attività di Filippo e degli apostoli come predicatori del Vangelo. Annunciano con franchezza e coraggio la Buona Novella. Dio feconda la parola con la grazia interna e i miracoli esterni che prolungano l’opera taumaturgica di Gesù. Il Protagonista principale della evangelizzazione è lo Spirito Santo. L’importanza della missione di Filippo è data dal fatto che con essa si oltrepassano i confini del giudaismo ortodosso.
 
Seconda Lettura - Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito - Nella seconda lettura san Pietro «esorta i cristiani a porsi in grado di giustificare la loro speranza. La speranza abbraccia tutto il panorama della fede. Questa opera di conferma e di persuasione devono farla sempre con rispetto e cortesia per i non credenti, aggiungendo soprattutto la testimonianza della loro buona condotta, anche quando si trovassero dinanzi a malintenzionati e perfino persecutori. Così imiteranno il loro maestro, Cristo, che soffrì giusto per gli ingiusti al fine di condurre gli uomini a Dio. Come lui guadagneranno più efficacemente gli avversari» (Vincenzo Raffa).
 
Vangelo
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito.
 
Gesù, nel Vangelo, per consolare i discepoli promette lo Spirito Santo: «io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità». Nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo sarà l’evangelizzatore, il missionario, l’operatore di prodigi e di miracoli, il rivelatore di Cristo, il santificatore. Inoltre, «quando [lo Spirito Santo] sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo [Gv 1,10] riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16,8). Questa Persona divina sarà mandata da Dio nel nome del Cristo (Cf. Gv 14,26). Nel brano evangelico vengono rivelati due misteri: quello della Trinità e quello della sua inabitazione nei discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola (Gv 3,11) e il Padre mio lo amerà e noi verremo (Ap 3,20) a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23)».
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanere con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
 
Parola del Signore.
 
I capitoli 13-17 del Vangelo di san Giovanni, intesi come il testamento del Redentore, nella «trama del IV Vangelo segnano la grande manifestazione che Gesù fa ai discepoli dopo i lunghi dibattiti tenuti con i suoi avversari [capitoli V-X] sui suoi personali rapporti con il Padre» (P. Ortensio da Spinetoli). Le promesse che Gesù fa ai suoi discepoli sono pronunziate in un clima saturo di tensione spirituale e di profezie oscure, intrise di sangue. Per la comunità apostolica sta per sorgere un nuovo giorno gravido di tristezza e di sconforto: Simon Pietro rinnegherà il Maestro, nonostante le sue proteste di fedeltà; Giuda lo tradirà per trenta denari d’argento; tutti fuggiranno via, abbandonandolo nelle mani dei carnefici.
Gesù sa che ormai è arrivata «la sua ora di passare da questo mondo al Padre» (Gv 13,1; 17,1), sa che i suoi discepoli si scandalizzeranno della sua morte cruenta e sa anche che alla sua morte le pecore si disperderanno (Cf. Mc 14,27).
In questo clima di addio, Gesù vuole quindi consolare i suoi amici (Cf. Gv 15,15); vuole aprire, nonostante tutto, i loro occhi su un futuro pieno di luce, di vita nuova, di vittoria sul peccato e sulla morte; vuole dare ai loro cuori smarriti una speranza: «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazione, ma abbiate coraggio; io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33).
Se mi amate, Gesù ha già raccomandato l’amore tra i discepoli (Cf. Gv 13,34-355), ora parla dell’amore verso la sua persona.
Quando Dio, nell’Antico Testamento, stringeva un patto con il suo popolo esigeva che lo si amasse e si aderisse a lui «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,5). Ora, Gesù, nel rinnovare l’Alleanza nel suo sangue, si presenta ai suoi discepoli come colui che deve essere amato, così come un tempo richiedeva Dio. Ma aderire a questa alleanza e permanervi, osservando i comandamenti del Signore, non può essere solo frutto di puro sforzo umano: i discepoli hanno bisogno di un supplemento, di un aiuto divino. Hanno bisogno dello Spirito Santo. A questo scopo, il Maestro divino pregherà il Padre, il quale donerà il suo Spirito: è Gesù «colui che otterrà dal Padre il dono dello Spirito. La sua passione e la sua morte, offerte al Padre, costituiscono l’essenza di questa preghiera. Donando lo Spirito, il Padre dona tutto» (I quattro vangeli commentati).
Colui che verrà nel cuore dei credenti è il Paràclito, l’Avvocato: egli difenderà i discepoli dal Maligno, dall’accusatore (Cf. Zac 3,1; Ap 12,10).
Il termine Paràclito, qui nominato per la prima volta, preso dalla terminologia legale, indica l’avvocato o il difensore. Anche Gesù in Gv 2,1 è designato come il Paràclito: «Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto».
Il Paràclito «che verrà continuerà a svolgere l’opera di testimonianza del primo Paràclito [Gesù], assistendo i discepoli nel mettere a frutto la sua eredità d’amore» (Il Nuovo Testamento, Paoline).
Lo Spirito Santo «prenderà le difese del Cristo-Verità, nell’intimo delle coscienze dei credenti, vivendo in loro per sempre [Gv 14,16s], convincendo il mondo intorno al peccato, alla giustizia e al giudizio [Gv 16,8ss]. Lo Spirito Santo quindi è il Paràclito, perché avvocato difensore di Gesù nel processo intentato dalle tenebre contro la luce. Il termine “Paràclito” quindi indica la funzione di difesa della luce contro le tenebre [l’incredulità] e della verità contro la menzogna» (Salvatore Panimolle). Lo Spirito Santo dilaterà il cuore e la mente dei discepoli alla verità e, Maestro interiore, sua opera sarà quella di rievocare, di insegnare, di illustrare ai discepoli l’insegnamento di Cristo. Avvocato difensore parlerà in loro quando saranno trascinati dagli uomini maligni dinanzi ai tribunali per essere giudicati (Cf. Mt 10,17-20).
Il mondo non può ricevere lo Spirito di verità perché non può (non vuole) comprendere la verità di Cristo, perché non può (non vuole) capire lo scandalo della croce, perché ascolta un altro spirito, perché giace sotto il potere del Maligno (Cf. 1Gv 5,19), perché ha per padre il diavolo, il padre della menzogna, e vuole compiere i desideri del padre suo (Cf. Gv 8,44). Il mondo rifiuta di ascoltare il Verbo di Dio, morto svenato in croce per la sua salvezza, perché se l’ascoltasse dovrebbe impostare la sua vita diversamente: il mondo ama una vita senza croce, sprofondato nel più squallido e marcio edonismo, ama vivere nella esaltazione del proprio ingegno, del proprio io.
I cristiani, invece, conoscono lo Spirito, perché ogni giorno sperimentano la sua azione nella propria vita e in quella della comunità cristiana.
Gesù, con lo Spirito Santo, promette ai suoi discepoli anche la sua Presenza: «verrò da voi»; Gesù non li lascerà orfani perché abiterà per sempre nel loro spirito. Il mondo non lo vedrà più perché è accecato dai suoi peccati (Cf. Gv 9,41); invece, i discepoli lo contempleranno Risorto, lo vedranno nell’intimo del loro cuore, lo scorgeranno nei germi di una vita nuova che già ora fiorisce nella loro esistenza (Cf. Is 43,19), lo ravviseranno nella luce divina che accompagna i passi della Chiesa. I discepoli lo vedranno, perché egli vive: «Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap 1,17-18).
In questa dolcissima sperimentazione della presenza del Maestro, i cristiani faranno anche conoscenza dell’intima unione di Gesù con il Padre e di Gesù con loro: «In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi».
Sarà il Paraclito a consentire ai discepoli di partecipare alla vita di Gesù e di essere in comunione con lui, come lui lo è con il Padre. Ma a condizione che essi osservino i comandamenti di Gesù.
Infatti, questa realtà-verità non è soltanto estasi, è innanzi tutto ortoprassi, concretezza di vita, un modo nuovo di vivere che consisterà nell’accettare e nell’osservare le sue parole, i suoi insegnamenti, i suoi comandamenti. In questo modo, e solo in questo modo, la promessa di Gesù si potrà realizzare perfettamente e in pienezza.
 
-> Gerd Theiβen
 
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito
 
Paraclito (greco colui che è chiamato a sé). Designa qualcuno che si pone in favore di un altro: l’intercessore, l’aiutante, il mediatore, più raramente l’avvocato. In 1Gv, Cristo è chiamato il nostro paraclito presso Dio, che intercede per i nostri peccati. Nei discorsi di addio di Gv (14-16) si parla invece di un “altro Paraclito” che viene identificato con lo “Spirito di verità”. Il suo compito nella comunità è la conservazione e il compimento della rivelazione in Cristo; il suo compito nei confronti del mondo è emettere l’accusa del peccato e il giudizio sul “principe di questo mondo”. Gv afferma di lui le stesse cose dette di Cristo: è inviato dal Padre, manifesto soltanto alla fede, insegna la verità. Questa posizione parallela offre una risposta all’interrogativo: come possono i cristiani, in quanto appartenenti a Cristo, continuare a vivere in questo mondo, se Cristo ha lasciato questo mondo e il suo ritorno è uscito dal campo visivo della comunità? Qui e ora, al posto di Cristo, subentra il Paraclito, lo Spirito, ma non come un surrogato di rango inferiore. Il Paraclito infatti guiderà a quella verità tutta intera della quale i discepoli, quando Gesù era ancora in vita, non erano capaci di portare il peso. Dal momento che il Paraclito prosegue l’opera di Cristo, è bene per i discepoli che Gesù ritorni al Padre, affinché venga il Paraclito (16,7s). Sembra quasi che si parli di rivelatori che si susseguono. Per questo si è supposto che questa idea sia stata qui ripresa e modificata: il Paraclito
 
Per approfondire
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (14,15). È la prima volta che Gesù parla dell’amore che i discepoli debbono avere per lui, ma si noti anche qui che non è affatto un amore che accentra, è sempre diffusivo. Non si ama infatti il Signore, se non si osserva quanto egli ha comandato, soprattutto il comandamento dell’amore vicendevole. Come si vede, le esigenze apostoliche vanno crescendo e, di pari passo, le esigenze di un maggiore aiuto. L’apostolo non ce la fa con le sue sole forze umane. Ha però un grande intercessore in cielo che così ha loro promesso: «E io pregherò il Padre, ed egli vi darà un altro difensore (letteralmente: Paraclito) affinché rimanga con voi per sempre» (14,16).
Quanto si è discusso sul «Paraclito». Alcuni l’hanno tradotto con «Consolatore», ma forse non hanno capito che, dal contesto, è la promessa che Gesù fa del Paraclito a consolare i discepoli, non il Paraclito. Etimologicamente la parola, come il latino «advocatus», ha senso passivo e significa «chiamato in (aiuto)» ed è generalmente usato in un contesto giuridico, come apparirà più avanti. Perciò il senso attivo di «Difensore» o «Sostenitore», da noi scelto, ci sembra il più adatto. Egli si presenta ai discepoli, anzitutto come il Difensore della causa di Gesù. Sarà sempre accanto ai discepoli ed essi ne percepiranno la presenza nella loro funzione di testimoni della Verità.
È infatti chiamato «Spirito della Verità» perché li aiuterà a continuare l’opera di Gesù-Verità, vero rivelatore del Padre e del suo piano di salvezza.
I discepoli se ne accorgeranno perché si sentiranno in urto con il mondo. Questo infatti, inteso come forza ostile a Dio, non può accogliere lo Spirito, suo vero antagonista, né riconoscerne la sua presenza. La riconosceranno invece i discepoli per il semplice fatto che neppure loro saranno accolti dal mondo.
Un terzo motivo di consolazione dà loro Gesù: «Non vi lascerò orfani, tornerò da voi» (14,18). La sua assenza sarà momentanea. E anche in ciò i discepoli avranno quella gioia che il mondo non può avere. Il mondo infatti non lo vedrà più, essi invece lo vedranno perché, come dice loro, «io vivo e voi vivrete». La morte per Gesù è solo un passaggio, anche se doloroso; la vita che egli possiede con il Padre continuerà e finalmente sarà comunicata anche ai suoi discepoli. Alcuni di loro, suoi contemporanei, lo vedranno risorto; tutti lo vedranno in un’esperienza di fede. La risurrezione sarà il momento che rivelerà ad essi la vera realtà di Cristo; allora finalmente, come già aveva loro detto (14,10-11; vedi 10,38), conosceranno che il Padre è veramente nel Figlio e il Figlio nel Padre; che Gesù realmente è «la Verità», perché rivela perfettamente chi è il Padre e perché continua ad essere in mezzo a loro.
 
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): L’annuncio di un altro Paràclito era fondata nel v. l6a su una richiesta di Gesù al Padre, il Donatore, poi essa si è dispiegata secondo il suo particolare contenuto. Nel v. 18, ritorna con forza l’IO del Figlio: il Maestro che se ne va riprende la parola su se stesso: egli stesso ritornerà ai discepoli ed essi vivranno della sua vita, a immagine del legame che lo unisce al Padre:
 
18 Non vi lascerò orfani, vengo a voi. 19 Ancora un poco, e il mondo non mi vedrà più; ma voi vedrete che io vivo e anche voi vivrete. 20 In quel giorno conoscerete anche voi che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi.
 
Il contenuto del v. 18 comanda quello degli altri due che, iniziando ciascuno con una nota temporale, esplicitano il frutto della venuta di Gesù ai credenti.
Dietro a questi testi c’è una comunità in cui alcuni, sicuri di possedere ormai lo Spirito e di essere entrati in un’era nuova ritenevano che il ruolo di Gesù fosse superato?
Le lettere giovannee testimoniano della crisi che divideva a questo proposito la comunità, minacciando di compromettere il fondamento stesso della fede cristiana. Senza menzionare qualche interpretazione deviante né prendere un accento polemico, l’evangelista espone il ruolo sovraeminente del Figlio glorificato, cui rimane subordinata l’attività dello Spirito.
Il termine «orfani» evoca la partenza o piuttosto la morte, ma i discepoli non resteranno abbandonati: «Io vengo (verrò) a voi», dice Gesù. Non lo dice come quando annunciava loro che sarebbe ritornato per condurli là dove egli è, nella casa del Padre (14,3).
Certamente questa parola significava, già per il lettore avvertito una venuta costante del Figlio nel corso dei secoli, ma ora non è più questione di un altrove per il discepolo, né di un ritornare di Gesù; la sua venuta è affermata in senso assoluto ed è del tutto vicina: avrà luogo dopo un breve intervallo, più precisamente «in quel giorno».
Questa espressione tradizionale designa nel Primo Testamento il momento di un grande intervento divino e, nel Nuovo, la parusia di Cristo (Parousia deriva dal verbo pareimi che significa sia «essere presente» [Gv 11,28], sia «essere arrivato» [per esempio Atti 10,21])».
Gesù se ne serve per evocare il giorno della propria risurrezione dai morti. Di fatto, Giovanni è l’unico evangelista che usa il verbo «venire» nei racconti delle apparizioni pasquali (Cf. 20,19.24).
Qui Gesù annuncia: «Voi vedrete che io vivo», riferendosi in primo luogo a tali incontri e confermando che la prospettiva è quella della vittoria sulla morte. In un certo senso, si può dire che Giovanni anticipa la parusia di Cristo al giorno di Pasqua; tuttavia solo i discepoli, e non il mondo, riconosceranno Gesù vivente. Si aggiunge subito: «ed anche voi vivrete»: grazie alla venuta di colui che ha attraversato la morte, i credenti avranno parte alla comunione divina.
Le apparizioni pasquali non sono un termine, ma l’inizio di una Presenza che dura:
20 Conoscerete anche voi che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi.
Da «quel giorno», i discepoli conosceranno in verità chi era Gesù di Nazaret: il Figlio, uno con il Padre, il Vivente per eccellenza (Cf. 5,26), e scopriranno che cosa significa per loro credere in lui.
Il primo stico del v. 20 ricorda l’immanenza reciproca di Gesù e del Padre che è stata affermata in 14,10-11 come oggetto di fede; la rivelazione dell’immanenza reciproca del Figlio e dei discepoli, annuncio nuovo in Gv, è letterariamente in continuità con essa. Si sostituisce lo schema della interiorità, della inabitazione, allo schema della esteriorità che, a causa della visione e anche dell’audizione, rimane quello dei racconti di apparizione. Ogni distanza, ogni faccia-a-faccia sono soppressi: nella relazione personale dell’ amore la dualità diventa unione.
Malgrado il suo carattere non-rappresentabile, l’immanenza reciproca dei discepoli e del Figlio troverà una spiegazione nell’immagine della vite e dei tralci nel c. 15.
Anche dello Spirito era stato annunciate: «egli sarà in voi» (14,17), e questo solleva la questione del rapporto di Gesù con lo Spirito. Ma la reciprocità vale solo per la relazione tra il Figlio ed il credente.
 
Non vi lascerò orfani: Guerric d’Igny (II Sermone per l’Avvento): Tre sono le venute del Signore. La prima è quella della grazia (compiuta con la sua Incarnazione); l’ultima sarà quella della gloria (alla fine del mondo) ... mentre la seconda è una visita intima, il cui tempo varia secondo il merito e la diligenza di ciascuno. Questa venuta ci rende conformi alla prima e ci prepara alla seconda ... se nella prima Egli è apparso disprezzabile e se nell’ultima apparirà terribile, in quest’avvento intermedio appare contemporaneamente amorevole e amabile ... Momento meraviglioso e amabile quello in cui Dio-amore penetra nell’anima che ama, in cui cioè lo Sposo si unisce alla sposa in unità di spirito, in modo che essa si trovi trasformata in quella stessa immagine in cui essa contempla, come in uno specchio, la gloria del Signore. Beati coloro la cui ardente carità ha già meritato d’onore questa sublime condizione!
 
Testimoni di Cristo - San Frodoino, Abate: “Frodoino figlio di un nobile franco (Magafredo), giovanissimo fu “oblato” al monastero dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa, ove poi fu anche monaco. Il 10 febbraio 773, alla morte dell’abate Asinario, assunse il governo. Egli resse l’abbazia in uno dei tempi di maggior splendore. Era amico di Carlo Magno, il quale stabilì presso la Novalesa il quartiere generale nella battaglia delle Chiuse (presso la Sacra di San Michele) che gli aprì la via verso Roma, immortalata nell’Adelchi manzoniano. Carlo Magno non dimenticò l’amicizia e l’aiuto dell’abate, determinanti per l’esito della guerra e concesse numerose franchigie e donazioni all’abbazia. Occupata l’Italia, incoronato in Roma nell’aprile 774 re dei Longobardi, Carlo Magno sulla via del ritorno si soffermò nuovamente in Novalesa, dove affidò a Frodoino il figlio Ugo in tenera età, affinché ne facesse un buon monaco. Frodoino fu uomo di grande saggezza e di grande attività: diede valido incremento agli studi presso i suoi monaci. Sotto di lui lavorò il monaco Atteperto, famoso copista di cui si conserva ancora un magnifico evangeliario. Dopo quarantatre anni di governo, Frodoino, celebre per nobiltà e splendore di virtù, morì in fama di santità nell’anno 816” (www.santiebeati.it).
 
O Padre, che per la preghiera del tuo Figlio
ci hai donato lo Spirito della verità,
ravviva in noi con la sua potenza
il ricordo delle parole di Gesù,
perché siamo pronti a rispondere
a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 9 Maggio 2026
 
Sabato V Settimana di Pasqua
 
At 16,1-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 99 (100); Gv 15,18-21
 
Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. (Vangelo)
 
Un mondo buono ma incompiuto - Catechismo degli Adulti [365]: Se il mondo dipende interamente da Dio, non dovrebbe essere perfetto? Come mai insieme ad aspetti di meravigliosa bellezza presenta aspetti di disordine e di male? È governato da Dio o da un destino cieco? Il male può ricevere un senso?
Dio ha creato «il cielo e la terra» (Gen 1,1), cioè l’universo, tutto ciò che esiste fuori di lui. Il mondo creato è buono e bello, nelle singole creature e ancor più nella loro interdipendenza e nell’ordine complessivo: «Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza» (Sal 104,24). Il solo fatto che una cosa o una persona esista è segno che è amata: «Tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?» (Sap 11,24-25). Dio non dimentica neppure l’erba del campo e i piccoli uccelli del cielo. Disprezzare il mondo, quasi fosse intrinsecamente inconsistente e senza valore, non è un atteggiamento cristiano.
Le creature ricevono il dono di esistere e quello di agire. Dio fa sì che le cose si facciano, interagiscano tra loro e cooperino con lui. Crea un mondo buono e bello, ma incompiuto, perché possa muoversi attivamente verso la perfezione definitiva: un mondo complesso, dinamico, misterioso. La parte più elevata di esso è costituita da soggetti personali, gli uomini e gli angeli, in grado di tendere al fine liberamente e di interpretare e governare le altre creature.
 
Liturgia della parola
 
I Lettura: Paolo non si ferma, il suo cuore arde di zelo e vorrebbe portare a tutti gli uomini il Vangelo di Cristo, ma in verità è lo Spirito a sospingerlo a correre per le vie del mondo. Lo Spirito Santo gli impedisce di  predicare la parola nella provincia di Asia e attraverso un sogno gli fa intendere che ormai è giunto il tempo di raggiungere la Macedonia. La docilità e l’obbedienza di Paolo è assoluta e subito cerca di partire, l’azione dello Spirito Santo, forte e potente, si spegne soltanto nei cuori pavidi, riottosi e testardi. Nel brano odierno iniziano le cosiddette sezioni-noi attraverso le quali Luca accenna discretamente alla sua presenza come compagno di viaggio di Paolo.
 
Vangelo
Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo.
 
Il mondo, in questa pericope, è “il complesso delle potenze tenebrose che combattono contro la luce; è il dominio di Satana, simbolo e manifestazione del male” (Paul Marie de La Croix). Quindi, non è l’universo o il complesso degli uomini, ma la congrega di coloro che si oppongono a Dio. In questa cornice si comprende il perché dell’odio violento contro il Cristo, la sua Chiesa, e contro tutti i cristiani: il mondo esecra, ammazza i credenti, li perseguita perché odia Gesù e perché non conosce colui che mandato Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,18-21
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che io vi ho detto: "Un servo non è più grande del suo padrone". Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».
 
Parola del Signore.
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): 18: L’odio del mondo accomuna Gesù con la sua comunità per il legame essenziale che li unisce. Mentre la caratteristica essenziale del credente è l’ amore, quella del mondo è invece l’odio. Il mondo non può che odiare.
19: Il v. spiega il motivo dell’odio verso i discepoli. È perché non appartengono al mondo, e non vi appartengono perché Gesù li ha tratti fuori dal mondo (in senso negativo) mediante la sua elezione-costituzione. L’odio del mondo si trasforma perciò in criterio di autenticità del discepolo di Gesù, non più appartente al mondo.
20 Non più grande del suo padrone: il richiamo è a 13,16, è un po’ stonato dopo 15, dopo 15,15, dove Gesù chiama i discepoli « amici ». La difficoltà può essere in parte superata come abbiamo notato, si tratta di una similitudine, che modifica il rapporto di amicizia in modo che Gesù rimane sempre « colui che offre l’amicizia e comanda » (cfr nota a 15,14-15). Il servo non può essere superiore al padrone né il discepolo al maestro (Mr 10,24). Toccherà perciò al servo-discepolo la stessa sorte del padrone-maestro. Questa sorte è espressa in modo dialettico: da una parte la persecuzione come espressione concreta dell’odio (cfr 16,l-3); dall’altra l’osservanza della parola.
21 a causa del mio nome: è una formula stereotipa, usata nel N.T. per indicare la causa della persecuzione dei cristiani (Mt 10,22; 24,9; Mr 13,13; Lc 2l,17; At 5,41; 1Pt 4,14). Forse il nome cui allude Gv è quello divino di « Figlio di Dio ». È infatti per la rivelazione della sua divinità, che Gesù viene perseguitato e cosi i suoi discepoli, nell’ambiente giudaico. Il motivo ultimo però della persecuzione è l’ignoranza del Padre in quanto Mandante.
 
Per approfondire
 
Il cristiano e il mondo - Colmban Lesquivit e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): In rapporto al mondo i cristiani si trovano nella stessa situazione complessa in cui si trovava Cristo durante il suo passaggio in terra. Non sono del mondo (Gv 1519; 17, 16); e tuttavia sono nel mondo (17,11), e Gesù non prega il Padre di ritirarneli, ma soltanto di custodirli dal maligno (17,15).
La loro separazione nei confronti del mondo malvagio lascia intatto il loro compito positivo nei confronti del mondo da redimere (cfr. 1Cor 5,10).
1. Separati dal mondo. - Anzitutto separazione: il cristiano deve al custodirsi immacolato dal mondo (Giac 1,27); non deve amare il mondo (1Gv 2,15), perché l’amicizia per il mondo è inimicizia contro Dio (Giac 4,4) e porta ai peggiori abbandoni (2 Tim 4,10).
Evitando di modellarsi sul secolo presente (Rom 12,2), rinunzierà quindi alle concupiscenze che ne definiscono lo spirito (1Gv 2,16). In una parola, il mondo sarà un crocifisso per lui ed egli per il mondo (Gal 6,14): se ne servirà come se non se ne servisse (1Cor 7,29ss). Distacco profondo, che evidentemente non esclude un uso dei beni di questo mondo conforme alle esigenze della carità fraterna (1Gv 3,17): tale è la santità che è richiesta al cristiano.
2. Testimoni di Cristo dinanzi al mondo. - Ma da un altro lato, ecco la missione positiva del cristiano dinanzi al mondo attualmente prigioniero del peccato. Come Cristo vi è venuto per rendere testimonianza alla verità (Gv 18,37), cosi il cristiano è inviato nel mondo (17,18) per rendere una testimonianza che è quella di Cristo stesso (1Gv 4,17). L’esistenza cristiana, che è tutto l’opposto di una manifestazione spettacolare alla quale Gesù stesso si è rifiutato (Gv 7,3s; 14,22; cfr. Mt 4,5ss), rivelerà agli uomini il vero volto di Dio (cfr. Gv 17,21.23). Vi si aggiungerà la testimonianza della parola. Infatti i predicatori del vangelo hanno ricevuto l’ordine di annunziarlo al mondo intero (Mc 14,9; 16,15): vi brilleranno come altrettanti luminari (Fil 2,15).
Ma il mondo si leverà contro di essi, come già contro Gesù (Gv 15,18), cercando di riconquistare coloro che fossero sfuggiti alla sua corruzione (2Piet 2,19s). In questa guerra inevitabile l’arma della lotta e della vittoria sarà la  fede (1Gv 5,4s): la nostra fede condannerà il mondo (Ebr 11,7; Gv 15,22). Per nulla stupito di essere odiato ed incompreso (1Gv 3,13; Mt 10,14 par.) ed anche perseguitato dal mondo (Gv 15,18ss), il cristiano è confortato dal Paraclito, lo Spirito di verità, inviato in terra per confondere il mondo: lo Spirito attesta nel cuore del fedele che il mondo commette peccato rifiutando di credere in Gesù, che la causa di Gesù è giusta poiché egli è presso il Padre ed il principe di questo mondo è già condannato (16,8-11). Benché il mondo non lo veda né lo conosca (14,17), questo Spirito rimarrà nel fedele, e lo farà trionfare degli anticristi (1Gv 4,4ss).
Ed a poco a poco, grazie alla testimonianza, quelli, tra gli uomini, il cui destino non è definitivamente legato al mondo, riprenderanno posto nell’universo redento che ha Cristo per capo.
3. In attesa dell’ultimo giorno. - Finché durerà il secolo presente, non c’è da sperare che questa tensione tra il mondo ed i cristiani sparisca. Fino al giorno della separazione definitiva, sudditi del regno e sudditi del maligno rimarranno mescolati come la zizzania ed il grano nel campo di Dio, che è il mondo (Mt 13,38ss). Ma fin d’ora incomincia ad operarsi il giudizio nel segreto dei cuori (Gv 3,18-21); avrà soltanto più da esser reso pubblico, nel giorno in cui Dio giudicherà il mondo (Rom 3,6) associando i suoi fedeli alla sua attività di giudice (1Cor 6,2). Allora il mondo presente sparirà in modo definitivo, conformemente agli oracoli profetici, mentre l’umanità rigenerata troverà la gioia di un universo rimesso a nuovo (cfr. Apoc 21).
 
Relazione tra Dio e il mondo - Catechismo della Chiesa Cattolica 212 Lungo i secoli, la fede d’Israele ha potuto sviluppare ed approfondire le ricchezze contenute nella rivelazione del nome divino. Dio è unico, fuori di lui non ci sono dei. Egli trascende il mondo e la storia. È lui che ha fatto il cielo e la terra: «Essi periranno, ma tu rimani, tutti si logorano come veste [...] ma tu resti lo stesso e i tuoi anni non hanno fine» (Sal 102,27-28). In lui «non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1,17). Egli è «colui che è» da sempre e per sempre, e perciò resta sempre fedele a se stesso ed alle sue promesse.  
300 Dio è infinitamente più grande di tutte le sue opere: «Sopra i cieli si innalza» la sua «magnificenza» (Sal 8,2), «la sua grandezza non si può misurare» (Sal 145,3). Ma poiché egli è il Creatore sovrano e libero, causa prima di tutto ciò che esiste, egli è presente nell’intimo più profondo delle sue creature: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). Secondo le parole di sant’Agostino, egli è «interior intimo meo et superior summo meo» più intimo della mia parte più intima, più alto della mia parte più alta».
Relazione tra l’uomo e il mondo - 373 Nel disegno di Dio, l’uomo e la donna sono chiamati a dominare la terra come «amministratori» di Dio. Questa sovranità non deve essere un dominio arbitrario e distruttivo. A immagine del Creatore, «che ama tutte le cose esistenti» (Sap 11,24), l’uomo e la donna sono chiamati a partecipare alla Provvidenza divina verso le altre creature. Da qui la loro responsabilità nei confronti del mondo che Dio ha loro affidato.
377 Il «dominio» del mondo che Dio, fin dagli inizi, aveva concesso all’uomo, si realizzava innanzi tutto nell’uomo stesso come padronanza di sé. L’uomo era integro e ordinato in tutto il suo essere, perché libero dalla triplice concupiscenza che lo rende schiavo dei piaceri dei sensi, della cupidigia dei beni terreni e dell’affermazione di sé contro gli imperativi della ragione. 
 
Il mondo - Isacco di Ninive, Vita virtuosa, 2: La parola «mondo» è quasi il nome collettivo di tutte le passioni. Quando noi vogliamo designarle a una a una, invece, usiamo il loro nome particolare. Le passioni sono una parte del meccanismo del mondo; ove esse sono spente, anche la mondanità è cessata. Tra di queste enumeriamo lamore alla ricchezza, lansia di accumulare possedimenti, la crapula che riempie il corpo e da cui sorgono le passioni impure, lambizione che è la sorgente dellinvidia, il desiderio di potere, la superbia e la boria per la propria posizione, la brama di notorietà tra gli uomini, che è causa di inimicizie, e il timore di pericoli corporei. Ove il corso di tutte queste cessa ed esse svaniscono, in egual grado cessa la situazione mondana, e giunge a termine, come avvenne per alcuni santi, che col corpo erano morti. Vivevano nel corpo, ma non secondo la carne. Guarda dunque in quante di queste passioni tu ancora vivi, e saprai in quali parti del mondo tu stai ancora e in quali tu sei morto.
 
Testimoni di Cristo - San Pacomio Abate: Nacque nell’Alto Egitto, nel 287, da genitori pagani. Arruolato a forza nell’esercito imperiale all’età di vent’anni, finì in prigione a Tebe con tutte le reclute. Protetti dall’oscurità, la sera alcuni cristiani recarono loro un po’ di cibo. Il gesto degli sconosciuti commosse Pacomio, che domandò loro chi li spingesse a far questo. «Il Dio del cielo» fu la risposta dei cristiani. Quella notte Pacomio pregò il Dio dei cristiani di liberarlo dalle catene, promettendogli in cambio di dedicare la propria vita al suo servizio. Tornato in libertà, adempì al voto aggregandosi a una comunità cristiana di un villaggio del sud, l’attuale Kasr-es-Sayad, dove ebbe l’istruzione necessaria per ricevere il battesimo. Per qualche tempo condusse vita da asceta, dedicandosi al servizio della gente del luogo, poi si mise per sette anni sotto la guida di un vecchio monaco, Palamone. Durante una parentesi di solitudine nel deserto, una voce misteriosa lo invitò a fissare la sua dimora in quel luogo, al quale presto sarebbero convenuti numerosi discepoli. Alla morte dell’abate Pacomio, i monasteri maschili erano nove, più uno femminile. Del santo restò sconosciuto il luogo della sepoltura. (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che nella rigenerazione battesimale
ci hai comunicato la tua stessa vita,
concedi a coloro che hai reso giusti con la tua grazia,
disponendoli alla vita immortale,
di giungere da te guidati alla pienezza della gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 
 8 Maggio 2026
 
Venerdì V Settimana di Pasqua
 
At 15,22-31; Salmo Responsoriale dal Salmo 56 (57); Gv 15,12-17
 
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Vangelo)
 
Amoris laetitia 99. Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere». Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano». Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».
100. Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.
 
Liturgia della PAROLA
 
I Lettura: Nel racconto lucano abbiamo il frutto del Concilio di Gerusalemme: il decreto apostolico che viene accolto dai credenti. La norma di astenersi dal sangue dagli animali soffocati non va presa come un compromesso con i cristiani giudaizzanti, ma era stata dettata dal fatto che allora si credeva il sangue come sede del principio vitale (Gen 9,4; cfr. Dt 12,16.23; Sal 30,10), e quindi inviolabile. L’essere arrivati ad un accordo accettato da tutti i credenti segna il trionfo della verità del vangelo della carità.
 
Vangelo
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
 
La pericope evangelica odierna è tratta dai «discorsi dell’addio»: Gesù, prima della morte, rivela ai discepoli i misteri più grandi della vita divina. Il brano svolge il tema della carità fraterna, dell’osservanza dei comandamenti, della gioia che ne deriva nell’osservarli e dell’elezione divina. Il brano evangelico, dopo aver ricordato che il discepolo è chiamato ad essere familiare con il Cristo, si chiude ricordando il dovere di portare frutto che si concretizza nell’impegno missionario e nell’amore vicendevole.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,12-17
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 12-13 Gesù sviluppa il tema dell’amore: «Il mio comandamento è questo, che vi amiate gli uni gli altri, come (io) vi ho amati» (cf. 13,34). L’amore che unisce Gesù al Padre non è solo il modello, ma anche il fondamento dell’amore che unisce i discepoli tra di loro. Egli ha (de)posto, cioè donato la propria vita per compiere la volontà del Padre (10,11ss.); i discepoli devono fare altrettanto per i fratelli. L’elemento caratteristico dell’amore cristiano consiste nella misura illimitata e nel modello cristologico da cui scaturisce. Gesù con l’ oblazione della propria vita ha dato la prova suprema dell’amore del Padre, rendendo possibile ai discepoli, divenuti suoi amici, di amarsi reciprocamente con la stessa intensità.
Si noti la distinzione tra i «miei comandamenti» v. 10) e il «mio comandamento» (v. 12), che corrisponde al «comandamento nuovo», nel quale si riassume tutto l’insegnamento di Gesù (13,34).
vv. 14-15 «Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando». Gesù offre la sua amicizia ai discepoli, se rimangono nel suo amore. Chi persevera nel comandamento dell’amore, è suo amico. Gesù chiama i discepoli amici (philoi), perché ha rivelato ad essi tutto quello che ha udito dal Padre, rendendoli partecipi della vita divina.
Solo agli amici vengono confidati i segreti di famiglia, mentre i servi ne sono tenuti all’oscuro. Ora, Gesù ha svelato ai discepoli, in quanto suoi amici, i segreti più intimi di Dio, la conoscenza del Padre, la sua bontà salvifica.
v. 16 «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituito affinché andiate e portiate frutto ... ». Il rapporto di amicizia che lega i discepoli al Maestro non dipende da una loro scelta spontanea, ma è frutto del dono gratuito e della libera iniziativa di Gesù, che li ha scelti per sé (eklégesthai) e li ha costituiti (tithénai) per associarli intimamente alla sua vita in una profonda comunione di amore e per farli continuatori della sua opera. Il verbo tithèmi (costituire), è un termine tecnico per designare un mandato (cf. Nm 8,10, per l’ordinazione dei leviti); veniva usato anche per l’istituzione dei rabbini. Gesù «ha costituito» i discepoli affinché vadano (thina hymeis hypàgète) e portino frutto e il loro frutto rimanga; egli assicura che il Padre concederà ad essi quanto chiederanno nel suo nome. L’efficacia della loro preghiera dipenderà dalla loro amicizia e intima unione con Gesù. Giovanni presenta come in retrospettiva la scelta dei Dodici, descritta dai sinottici (Mc 3,13-19 e parr.).
v. 17 Viene qui ribadito il comando dell’amore vicendevole espresso nel v. 12, formando una inclusione.
 
Per approfondire
 
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi - Giuseppe Barbaglio (Amore in Schede Bibliche Pastorali - Vol I): Giovanni ha saputo anche approfondire il legame indissolubile che unisce i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Si è detto che il Padre si rende presente nella storia con la carica del suo amore e con l’esigenza di comprometterci totalmente. Credendo noi vi aderiamo con libera scelta e facciamo nostra la sua esigenza. Ebbene, Giovanni chiama amore proprio tale adesione, intendendolo però, sulla scia del deuteronomista, in termini di obbedienza. Ne consegue che amare Dio comporta necessariamente amarci gli uni gli altri: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: Chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,21); «Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore» (lGv 4,20); «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17). Si badi bene: non c’è né confusione, né riduzione di un comandamento all’altro, ma connessione inscindibile. Amare Dio vuol dire fare la sua volontà; ed egli vuole che ci amiamo gli uni gli altri.
Infine a Giovanni dobbiamo la presentazione dell’amore come vincolo che unisce tra loro il Padre, Cristo e i credenti. Nella sua prima lettera egli intende rispondere al seguente interrogativo: come possiamo entrare in comunione con Dio? La risposta non lascia dubbi: credendo e amando, meglio amando con un amore radicato nell’adesione di fede. Ecco l’espressa dichiarazione dell’ evangelista: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Giovanni usa anche altre formule per esprimere la stessa realtà salvifica di cui l’amore è elemento costitutivo: «dimorare nella luce», «essere da Dio», «passare dalla morte alla vita», «nascere da Dio», «conoscere Dio». Ecco i passi più significativi: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce ... Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre» (lGv 2,10-11); «Chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello» (1Gv 3,10); «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14); «Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,7-8). In altre parole, la salvezza dell’uomo consiste nell’amore; è amando che l’uomo giunge all’autenticità del suo essere. Siamo vivi veramente se amiamo i fratelli come Cristo ci ha amati e con lo stesso amore che ha il Padre. Siamo vittime della morte invece se siamo estranei all’amore. Allo stesso modo, è l’amore dei fratelli che determina la verità della nostra «religione» di conoscenza del Padre di Gesù Cristo. Non sarà sfuggito che Giovanni parla esclusivamente di amore vicendevole e fraterno. Si può imputargli di essere settario, chiuso all’interno dei rapporti caldi della comunità cristiana? Ci sembra di poter dire che il suo particolarismo non assurge ad affermazione di principio, ma è solo un dato di fatto. La sua prospettiva è intra-ecclesiale. Egli intende infatti difendere la fede cristiana minacciata soprattutto da tendenze gnosticizzanti, dal potere corrosivo di una mistica contemplativa ed evasiva. La teologia giovannea è senz’altro parziale, perché non porta alcuna attenzione al carattere universale dell’amore del prossimo. Ma non è deformante, perché non nega questo, lo passa solo sotto silenzio. Si tratta di un limite che la lettura di tutto il NT ci permette di superare.
 
Come «mai Cristo, che è venuto a dare la sua vita per i nemici, dice che il maggior amore è quello che dà la vita per gli amici? Si può rispondere che tanta è la forza dell’amore da conquistare a sé i nemici e rendere utile a sé la persecuzione, in modo che i nemici divengono amici e ci sono d’aiuto ... Così, in effetti, chi possiede la Carità, in quanto tale conosce solo persone care e amiche» (M. Eckhart, Exp. ev. Jo., XV).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agazio (Acacio) Soldato e martire (m. 304): Sant’Acacio (o Agazio) morì martire intorno al 304. Centurione cappadoce dell’esercito romano di stanza in Tracia, fu accusato dal tribuno Firmo e dal Proconsole Bibiano di essere cristiano e, dopo aspre torture e tormenti, fu decapitato a Bisanzio sotto Diocleziano e Massimiano. L’imperatore Costantino il Grande costruì una chiesa-santuario in suo onore alla Karìa di Costantinopoli. Da almeno tredici secoli (dopo l’introduzione del rito bizantino nella diocesi di Squillace a seguito della soggezione della stessa al patriarcato di Costantinopoli) è Patrono della città e della diocesi di Squillace (ora arcidiocesi di Catanzaro-Squillace). (Avvenire)
 
Donaci, o Signore, di conformare la nostra vita
al mistero pasquale che celebriamo nella gioia,
perché con la sua forza perenne
ci protegga e ci salvi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.