12 Agosto 2026
 
Mercoledì XIX Settimana T. O.
 
Ez 9,1-7;10,18-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 112 (113); Mt 18,1-5.10.12-14
 
 
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo - Catechismo della Chiesa Cattolica 553: Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Il «potere delle chiavi» designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, «il Buon Pastore» (Gv 10,11), ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17). Il potere di «legare e sciogliere» indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il popolo d’Israele è sprofondato nella apostasia, ha dimenticato il suo Creatore, ha profanato l’alleanza, ha donato il suo cuore agli idoli pagani. Per questi peccati Gerusalemme deve essere punita e distrutta, ma tra le piaghe di un annuncio di castigo si nasconde sempre un annuncio di pietà e di perdono: si salverà un resto (Ez 9,4) e presto risplenderà su Gerusalemme il volto misericordioso di Dio: “Così dice il Signore Dio: Vi raccoglierò in mezzo alle genti e vi radunerò dalle terre in cui siete stati dispersi e vi darò la terra d’Israele. Essi vi entreranno e vi elimineranno tutti i suoi idoli e tutti i suoi abomini. Darò loro un cuore nuovo, uno spirito nuovo metterò dentro di loro. Toglierò dal loro petto il cuore di pietra, darò loro un cuore di carne, perché seguano le mie leggi, osservino le mie norme e le mettano in pratica: saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio” (Ez 11,17-20).
 
Vangelo
Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
 
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Per la Bibbia di Gerusalemme la «norma data da Gesù riguarda una colpa grave e pubblica, che non necessariamente è contro colui che la vuol correggere». Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale «va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene. Per cui, se un fratello “pecca” e non si arrende alla “correzione” della Chiesa, questa eserciterà la sua potestà di “legare”, cioè di escludere dalla fraternità il membro ribelle e relegarlo fra “quelli di fuori”, i gentili e i pubblicani» (Angelo Lancellotti). A conclusione del brano evangelico, la promessa divina legata alla preghiera comunitaria: essa verrà esaudita in virtù della presenza di Cristo Gesù nella assemblea cristiana.
 
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
Parola del Signore. 
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 15 Ha commesso un fallo; molti aggiungono: contro di te; quest’aggiunta è sospetta perché introdotta per armonizzare il testo con Mt., 18, 21; l’omissione di essa è criticamente più ragionevole, perché documentata da codici autorevoli (codd. Vaticano e Sinaitico) e perché dà concisione alla frase. Un fallo; si tratta di una colpa grave ed esterna che nuoce alla comunità; chi compie la correzione non è necessariamente la persona offesa (anche per questo motivo l’omissione: contro di te è da preferirsi). La dottrina espressa dalla parabola precedente va completata con l’insegnamento su la correzione fraterna.
16 Gesù richiama un procedimento giuridico della legge antica; cf. Deuteronomio, 19, 15, citato dal versetto evangelico. La situazione non rimane nell’ambito puramente giuridico (provare la colpevolezza), ma rientra in quello morale (convincere il colpevole dell’errore compiuto); non una, ma più persone devono convincere il fratello del suo errore.
17 Dillo alla comunità (τῇ ἐκκλεσία), cioè all’assemblea dei fratelli. Gesù provvede al futuro della società che ha istituito; egli parla di essa come di un corpo giuridico in cui vi è un’autorità che ha il potere di allontanare i ribelli e gli ostinati. Dopo la sentenza di separazione, il colpevole ed ostinato fratello va considerato come un pagano e pubblicano, cioè come un espulso dalla comunità dei credenti (noi diremmo: uno scomunicato). Gesù non precisa la comunità, essa può essere la comunità del luogo dove si trova il colpevole o del centro dal quale dipende la chiesa locale.
18 Gesù si rivolge agli apostoli (cioè: ai grandi, cf., 18, i) ai quali è diretto questo discorso ed estende ad essi i poteri spirituali conferiti a Pietro (cf. Mt., 16, 19), senza tuttavia togliere o limitare al principe degli apostoli il potere sovrano delle chiavi (cf. 16, 17-19). Il contesto indica chiaramente che il legare e lo sciogliere hanno il senso di condannare ed assolvere, di scomunicare e di riconciliare.
19-20 Le parole ricordate da Matteo non sembrano avere uno stretto legame con il contesto. La verità può riguardare gli apostoli quando essi si riuniscono per prendere una decisione (τράγμα) e chiedono l’aiuto divino, ed anche i semplici fedeli. Gesù indica la ragione sulla quale è fondata la certezza dell’aiuto divino: il Figlio, che è amato ed ascoltato dal Padre (cf. Gio., 11, 42), si trova presente anche nella più modesta riunione fatta nel suo nome. Nel mio nome, significa: per invocarmi, per rendermi onore. Alle parole di Gesù può essere avvicinato questo detto rabbinico: «Dove due sono insieme e discutono intorno alla Legge, la Gloria (Dio) è in mezzo a loro».
 
Per approfondire
 
Se il tuo fratello commetterà una colpa ...  - Il precetto evangelico non è nuovo nella sua sostanza, ma è già presente nell’insegnamento veterotestamentario. L’autore del libro dei Maccabei così scrive nella sua opera: «Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo» (2Mac 6,12). E nel libro dei Proverbi leggiamo: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione» (Pro 3,11).
A comprova che tali massime annunciano già la morale del Vangelo, si può notare che questa ultima raccomandazione è ricordata dall’autore della Lettera agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui... È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (12,5-8).
Se chi odia il rimprovero è uno stupido (Pro 12,1), chi ama e accoglie con gioia la correzione dell’Onnipotente è beato: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (Gb 5,17).
Il padre, modellando la sua condotta e la sua autorità su questi esempi divini, non deve risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuote con il bastone non morirà (Prov 23,13), e al dire di Salamone: «La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre» (Pro 29,15).
Dal monito evangelico si evince che i cristiani, come dovere precipuo, devono imparare a praticare la correzione fraterna come comunione di amicizia e aiuto fraterno. È un dovere primario perché la correzione fraterna, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, è una chiave eccellente per spalancare la porta della conversione: «La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale...» (CCC 1435).
Al dire di San Tommaso d’Aquino, la correzione fraterna è una eccellente elemosina spirituale, che aiuta il prossimo a correggere i suoi difetti (cf. Somma Teologica II-II, 28-33). E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che «la carità esige la generosità e la correzione fraterna» (1829).
Certamente, si «richiede molta prudenza nello scegliere il momento opportuno ed i mezzi adatti affinché la correzione raggiunga realmente il suo scopo»  (ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, 262). E se spostiamo questa elemosina spirituale in un ambito prettamente gerarchico, non solo «i superiori sono tenuti ad esercitare questa virtù verso i loro sudditi, ma anche i sudditi verso i loro superiori, purché si osservino le dovute attenzioni e si possa fondatamente sperare qualche frutto; diversamente sono dispensati dalla correzione e debbono astenersi effettivamente dal farla. I superiori invece hanno l’obbligo di correggere i sudditi, applicando le sanzioni del caso a chi resistesse, per salvare l’ordine della giustizia e promuovere il bene comune» (ibidem).
Elemosina spirituale, non un potere selvaggio per strapazzare i fratelli, quindi, no ai giudizi temerari, sì alla carità, alla pazienza e sopra tutto alla dolcezza. In questo modo la correzione fraterna se da una parte fissa dei paletti che non possono essere oltrepassati dall’altra parte scoraggia chi è tentato a trasgredire: «è dannoso condannare temerariamente, così il non punire i peccati manifesti significa aprire la via agli altri che oseranno fare altrettanto» (San Giovanni Crisostomo).
Alla dolcezza si accompagni la prudenza, ma mai si taccia, perché il silenzio è omertà e connivenza. Il cristiano dinanzi al peccato del fratello non può assumere un atteggiamento omertoso né per paura, né per solidarietà, né per difesa di interessi personali. Il frutto più bello della correzione fraterna è l’ordine, la pace: in una parola, edifica la comunità.
 
La carità fraterna - Charles Wiener (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20 s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7 s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d’amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
 
Se ti ascolterà ...: «“Se tuo fratello ha mancato contro di te, riprendilo fra te e lui solo”. Se lo avrai trascurato, tu sei peggiore. Egli ti arrecò ingiuria, e ciò facendo inferse a se stesso una grave ferita: tu disprezzi la ferita di tuo fratello? Tu lo vedi perire, od anche che si è già perduto, e lo trascuri? Sei peggiore tu nel tacere che non lui nell’ingiuriare. Perciò, quando qualcuno pecca contro di noi, cerchiamo di avere grande cura, non per noi; infatti è cosa gloriosa dimenticare le ingiurie: ma tu dimentica la tua ingiuria, non la ferita di tuo fratello. Quindi, “riprendilo fra te e lui solo”, con l’intenzione di correggerlo, vincendo ogni pudore. Infatti, preso da forte vergogna, egli comincia a difendere il suo peccato, e tu rendi peggiore colui che volevi correggere. “Riprendilo”, perciò, “fra te e lui solo. Se ti avrà ascoltato, avrai conquistato tuo fratello”: perché sarebbe perduto, se tu non lo facessi» (Sant’Agostino).
 
Testimoni di Cristo - Santa Giovanna Francesca de Chantal - Il volto di Dio nell’opera dei cristiani: Chiediamoci continuamente qual è il volto di Dio che gli altri vedono guardando alla nostra testimonianza, perché è ai nostri gesti, alle nostre Parole e alla nostra capacità di accostarci alle sorelle e ai fratelli bisognosi che Dio stesso si affida per continuare a essere presente nella storia. In questa prospettiva visse santa Giovanna Francesca de Chantal, che fu guidata lungo il cammino della santità da san Francesco di Sales, assieme al quale fondò la congregazione delle Visitandine. Giovanna Frémiot nacque a Digione nel 1572, a 20 anni sposò il barone de Chantal, con il quale ebbe sei figli, due dei quali morirono alla nascita. Si dedicò completamente alla famiglia e per questo veniva chiamata “la dama perfetta”, ma a 29 anni rimase vedova e poco dopo conobbe san Francesco di Sales che fu per lei amico e guida spirituale. Il progetto delle Visitandine, nate per l’assistenza ai malati, conobbe diversi ostacoli ma la forza e il coraggio della fondatrice ne permisero la rapida diffusione. Giovanna Francesca de Chantal morì a Moulins nel 1641.
 
O Dio, che hai fatto risplendere di eccelse virtù
santa Giovanna Francesca [de Chantal]
nella vita familiare e monastica,
per sua intercessione concedi anche a noi
di vivere fedelmente la nostra vocazione,
perché manifestiamo nelle opere la tua luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 11 Agosto 2026
 
Santa Chiara, Vergine
 
Ez 2,8-3,4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 18,1-5.10.12-14
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 15 Settembre 2010): La spiritualità di santa Chiara, la sintesi della sua proposta di santità è raccolta nella quarta lettera a Sant’Agnese da Praga. Santa Chiara adopera un’immagine molto diffusa nel Medioevo, di ascendenze patristiche, lo specchio. Ed invita la sua amica di Praga a riflettersi in quello specchio di perfezione di ogni virtù che è il Signore stesso. Ella scrive: “Felice certamente colei a cui è dato godere di questo sacro connubio, per aderire con il profondo del cuore [a Cristo], a colui la cui bellezza ammirano incessantemente tutte le beate schiere dei cieli, il cui affetto appassiona, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia, la cui soavità ricolma, il cui ricordo risplende soavemente, al cui profumo i morti torneranno in vita e la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. E poiché egli è splendore della gloria, candore della luce eterna e specchio senza macchia, guarda ogni giorno questo specchio, o regina sposa di Gesù Cristo, e in esso scruta continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno… In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità” (Lettera quarta: FF, 2901-2903).
Grati a Dio che ci dona i Santi che parlano al nostro cuore e ci offrono un esempio di vita cristiana da imitare, vorrei concludere con le stesse parole di benedizione che santa Chiara compose per le sue consorelle e che ancora oggi le Clarisse, che svolgono un prezioso ruolo nella Chiesa con la loro preghiera e con la loro opera, custodiscono con grande devozione. Sono espressioni in cui emerge tutta la tenerezza della sua maternità spirituale: “Vi benedico nella mia vita e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni con le quali il Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i figli e le figlie, e con le quali un padre e una madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen” (FF, 2856).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Epifanio Gallego: Esperienza vocazionale: La presente lettura, sorprendente in apparenza, è di una chiarezza cristallina alla luce dello schema vocazionale profetico.
Già in Ger 15,16, udimmo il grande profeta ricordare i primi tempi della sua vocazione profetica in cui le parole di Yahveh erano « la gioia e la letizia del mio cuore» ed egli «le divorava », il suo contemporaneo Ezechiele, partecipe della stessa cultura, si serve di queste medesime immagini quasi alla lettera. Anche lui « apre la bocca e mangia ». In uno stretto parallelismo con « ascolta ciò che ti dico », è la forma più accessibile al pubblico per esprimere la sua ubbidienza alla parola di Yahveh.
Quella che deve mangiare è un rotolo scritto dai due lati contro i costumi del tempo: chiara immagine per far comprendere la sovrabbondanza di oracoli di cui dovrà farsi mediatore, assimilandoli prima e trasmettendoli poi. L’aspetto pietoso del caso è la coscienza che egli aveva di dover trasmettere « lamenti, pianti e guai ». Così era scritto nel rotolo. Trasformarsi in profeta di sventura per il suo popolo, il popolo che con lui condivideva già la pena per il suo peccato.
In una specie di confessione, Ezechiele riconosce che, in un primo momento; nella sua bocca, più o meno come era avvenuto a Geremia, sentì il gusto dì essere inviato, di essere il portavoce di Yahveh, ministro della sua sublime regalità. È come la luna di miele dell’intimità divina, la prima caramella che Dio mette in bocca ai mistici per preparare coloro dai quali esigerà molto.
Ezechiele mangia il rotolo, fa suo il contenuto, la parola di Yahveh. E ora, come vero portavoce, è mandato alla « casa d’Israele », semitismo col quale si indica il popolo dell’esilio.
Se ci si chiedesse una definizione del profeta, difficilmente potremmo trovarne una migliore di questa descrizione in immagini dell’esperienza intima di Ezechiele. La descrizione non è composta di fatti, ma il contenuto, sì. Essi lo compresero, anche se non vollero ascoltarlo. Noi che lo ascoltiamo e che lo comprendiamo già un po’ meglio, dobbiamo forse trovare in lui un eloquente esempio di fedeltà vocazionale, quella del nostro battesimo e quella dell’io vi mando … non pensare a quello ch dovrete rispondere, poiché lo spirito vi dirà, in quell’ora, quello che dovrete dire (Lc 21,14ss).
 
Vangelo
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.
I bambini sono i discepoli, sono gli uomini ridiventati bambini per la semplicità. Ed è questa ultima virtù a spalancare le porte del Cielo. Guai quindi a chi scandalizza uno solo di questi piccoli. La parabola della pecora smarrita è rivolta ai farisei e agli scribi i quali si scandalizzavano di Gesù perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro. La parabola mette in relazione il perdono e la gioia, la conversione e la festa: come la pecora perduta è causa di gioia per chi la ritrova, così in cielo il Padre, con i suoi angeli, esulta di gioia quando uno dei suoi figli ritorna a lui. Un racconto per cantare l’amore gratuito di Dio, incommensurabile e senza condizioni.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,1-5.10.12-14
 
In  quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Chi... è più grande nel regna dei cieli? La domanda riguarda la dignità su la terra, non già il grado del merito e della conseguente ricompensa nel cielo. Il regno dei cieli si riporta al regno come è attuato in terra; l’intero capitolo infatti s’interessa dell’aspetto terrestre del regno dei cieli.
3 Piccolo fanciullo (παιδίον), va notato il diminutivo; il tenero fanciullo costituisce una parabola vivente e reale: l’ambizione non turba, né agita l’animo dei piccoli. Se voi non tornerete e non diverrete come fanciulli; è un endiadi. La Volgata ha: se non vi convertirete (nisi conversi fueritis); la traduzione latina dà un senso morale al verbo greco (στραφῆτε: tornare, volgersi).
4 Il versetto svela il vero significato dell’incidente e gioca sul doppio significato (fisico-morale) di «piccolo fanciullo». Chi si farà spiritualmente piccolo (ταπεινόω, cf. Lc., 3, 5) avrà una vera grandezza avanti a Dio. Il detto, a colorito paradossale, acquista questo valore per gli apostoli: chi occupa nel regno di Dio (nella Chiesa) un posto eminente non è dispensato dal nutrire nel proprio animo sentimenti di profonda umiltà.
5 Un fanciullo come questo, cioè un uomo tornato fanciullo per la semplicità, come è detto nel passo precedente. Il versetto serve di passaggio dai veri fanciulli, che nella propria semplicità non nutrono ambizioni, ai fanciulli nello spirito, cioè agli umili, ai “piccoli” (dei quali si parla anche nei verss. 6, 10, 16) che sono nella Chiesa, verso i quali gli Apostoli devono avere una particolare attenzione. La cura usata verso questi piccoli, che appartengono a Cristo (ἐπί τῷ ὀνόματί μου) poiché egli li ha eletti, è un atto di devozione e di rispetto a Gesù stesso.
10 «Questi piccoli» non devono essere disprezzati, poiché hanno degli esseri spirituali in cielo che difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro. Il linguaggio è ispirato al cerimoniale delle corti dell’antico oriente; veggono continuamente la faccia del Padre mio: cioè gli angeli, come i personaggi della corte, stanno sempre alla presenza del sovrano e lo servono (cf. 2 Samuele, 14, 24; 2 Re, 25, 19; Lc., 1, 19). Da questo passo la Chiesa deduce l’esistenza degli angeli custodi, cioè degli angeli deputati alla guida di ciascun uomo; se ogni “piccolo” ha un rappresentante celeste davanti a Dio, questo rappresentante si occuperà del suo protetto anche in terra.
12-14 La breve parabola racchiude in forma velata un insegnamento per gli apostoli. Se Dio cura e segue con tanto amore uno di questi piccoli, gli apostoli, da parte loro non lo potranno disprezzare o trascurare. L’immagine con i suoi elementi descrittivi molto accentuati (lascia le novantanove,.., va in cerca di quella smarrita..., si rallegra per questa più che per le novantanove le quali non si sono smarrite) illustra mirabilmente la cura del Padre celeste per i “piccoli”. Il dovere degli apostoli rimane definito in modo chiaro: essi non devono soltanto evitare lo scandalo di questi piccoli (parte negativa), ma ricondurli, all’occorrenza, all’ovile (parte positiva). Non è volere del Padre vostro.., forma impersonale, ritenuta più rispettosa per la maestà divina, che andrebbe tradotta liberamente: il vostro Padre celeste non vuole che...; il traduttore greco ha rispettato la forma aramaica originale.
 
Per approfondire
 
In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli -  Felipe F. Ramos (Matteo, Commento della Bibbia Liturgica): Gesù comanda di farsi come bambini.
Quando si esprime così, non pensa alla proverbiale innocenza dei bambini, ma pensa principalmente alla loro umiltà. Il bambino non ha pretese: sa di essere bambino e si accetta come è; accetta la sua incapacità di fronte alla vita c il bisogno che ha dei genitori per sopravvivere. I bambini vivono nell’umiltà, non stimandosi meno di quello che sono - non sarebbe umiltà - ma riconoscendo quello che sono. L’uomo ha forse bisogno di stimarsi meno di quello che è per essere umile?
Se passiamo dalla famiglia umana a quella cristiana - la famiglia di Gesù o di Dio - l’argomentazione acquista molta maggior efficacia. Che cos’è l’uomo davanti a Dio? L’umiltà cristiana è causata appunto dalla gioia di essere figli di Dio (5,3ss; 11.25).
La filiazione divina richiede la conversione, come dice espressamente il v. 3. Le parole che aprono il vangelo esigendo la conversione (3,2; 4,17) si applicano ora ai discepoli di Gesù. Se questi discepoli devono essere i dirigenti della comunità cristiana, devono comportarsi, di fronte a essa, con quell’umiltà di cui abbiamo parlato. E devono farlo per due ragioni: per quello che sono essi - aspetto che già abbiamo esposto - e per quello che sono, gli altri. Gli altri sono figli di Dio: « i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio ». Ma la frase non si occupa minimamente degli angeli e non ha il minimo interesse per essi. Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: a) di adorazione e di lode a Dio; b) di agenti o messaggeri divini negli affari umani; c) di custodi degli uomini e delle nazioni (At 12,15). Secondo una credenza che si era molto diffusa fra i giudei, erano pochi gli angeli che avevano accesso diretto a Dio. Tenendo conto di questi particolari, l’insegnamento fa pensare alla dignità dei piccoli che credono in Gesù: se i loro angeli hanno questa dignità, quanto maggiore sarà la dignità dei credenti che gli angeli stessi son destinati a servire!
La sezione termina con la parabola della pecorella smarrita che, in Matteo, non ha l’importanza che ha in Luca (c. 15) ed è esposta in una prospettiva diversa. Luca mette particolarmente in rilievo la gioia del pastore che ha ritrovato la pecorella smarrita; Matteo fa rilevare la sua responsabilità. Matteo ha adattato la parabola ai dirigenti della comunità cristiana. E questo spiega come egli abbia spostato leggermente, ma intenzionalmente, il centro di gravità della parabola.
 
Gesù e i bambini - Giuseppe Manzoni e Giuseppe Barbaglio (Bambino in Schede Bibliche Pastorali Vol I): Anzitutto i vangeli dell’infanzia s’interessano di Gesù bambino. Matteo ne sottolinea la messianicità, affermando che in lui si è compiuta la profezia di Isaia; egli è l’Emmanuele, «Dio con noi» (1,18-25). Nel c. 2 poi il termine paidion (= bambino) dà unità ai racconti dell’adorazione dei magi (vv. 8.9.11), della fuga in Egitto (vv. 13.14), dell’uccisione dei bambini betlemiti (v. 16: hoi paides), del ritorno dall’Egitto (vv. 20.21). Da parte sua, Luca racconta in parallelo l’infanzia di Gesù e di Giovanni, rilevando la superiorità del primo, che è il Figlio di Dio, e la funzionalità del secondo, che sarà il suo precursore (cc. 1-2).
La tradizione evangelica sinottica, inoltre, ha conservato il ricordo di un episodio significativo dell’esistenza di Cristo, che ha benedetto alcuni bambini, imponendo loro le mani (leggere Mc 10,13-16 e par.). Il suo comportamento contrasta con la mentalità dell’ambiente riflessa nella reazione dei discepoli che si oppongono all’incontro. È probabile che la chiesa primitiva, alle prese con il problema del battesimo dei bambini, vi si sia ispirata, motivando così la sua prassi di ammissione al sacramento e a riti sacri come l’imposizione delle mani e l’uso di formule d’invocazione.
Un bambino sta di nuovo al centro di un gesto profetico e di una solenne dichiarazione di Gesù. Questi contesta i sogni di grandezza dei discepoli che si contendevano il primato e, per dare plasticità alla sua esortazione all’umiltà, prende un fanciullo, lo mette in mezzo a loro e afferma paradossalmente che il più grande è il più piccolo (Lc 9,46-48 e par.). Marco e Luca poi fanno seguire un detto di Cristo sull’accoglienza dei bambini che equivale ad accogliere lui stesso (Mc 9,37 e Lc 9,48b).
Come i bambini - In alcuni detti del Signore i bambini sono stati presi come termine di paragone per evidenziare precisi atteggiamenti esi|stenziali richiesti agli adulti. Concordemente i tre vangeli sinottici collegano all’episodio dell’accoglienza dei bambini da parte di Gesù la seguente affermazione di principio: «Il regno dei cieli è degli uomini che sono diventati come loro» (Mt 19,14 e par.; nostra traduzione). Marco e Luca vi aggiungono: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15 e Lc 18,17).
Matteo si rifà invece in 18,3: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». I tre detti hanno in comune di porre come condizione indispensabile d’ingresso nel regno un atteggiamento globale di piccolezza spirituale e umiltà di fronte a Dio, piccolezza e umiltà significate appunto dai bambini.
C’è infine da notare la sezione 18,5-14 del Vangelo di Matteo che trova unità letteraria e tematica nel motivo dei «piccoli» (= hoi mikroi). Si tratta di piccoli in senso traslato; in realtà, l’evangelista parla di credenti adulti modesti e di nessuna rilevanza all’interno della comunità matteana. Attualizzando qui detti del Signore, egli esorta la sua chiesa ad accoglierli fraternamente (v 5), a dimostrare loro premurosa attenzione (vv. 6-9) e rispetto (v. 10), c a impegnarsi insonnemente perché, una volta smarriti, non abbiano a perdersi del tutto (vv. 12-14).
 
Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 59, 4: Vedi in quanti modi ci spinge ad aver cura dei fratelli che sono di poco conto? Non dire quindi: quel tale è un fabbro, un calzolaio, un contadino, uno sciocco, e non disprezzarlo. Perché tu non abbia questo atteggiamento, vedi in quanti modi ti persuade ad essere misurato e ti induce ad aver cura di questi. Ha posto in mezzo un bambino e dice: Siate come i bambini, e: Chi accoglie un bambino come questo, accoglie me, e: Chi lo scandalizza, subirà i più gravi castighi. Non si è limitato all’esempio della macina, ma ha aggiunto anche: Guazi, e ha ordinato di estirpare persone siffatte, anche se sono per noi come le mani e gli occhi. E d’altra parte, facendo riferimento agli angeli a cui sono stati affidati questi stessi fratelli di poco conto, li rende degni di rispetto, e anche rifacendosi alla propria volontà e alla sua passione - infatti quando dice: Il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto, indica la croce, come dice anche Paolo a proposito di un fratello per il quale Cristo è morto -, e al Padre, perché neppure lui vuole che si perdano, e alla consuetudine comune, perché il pastore, lasciando le pecore che sono in salvo, cerca quella perduta e quando trova quella che si era smarrita, si rallegra molto per averla trovata e per la sua salvezza.
 
Testimoni di Cristo - Santa Chiara d’Assisi - Come l’amore chiama amore la santità chiama santità: Santità chiama santità così come amore chiama amore, perché la passione che abita nel cuore, quando è alimentata dalla vita divina, non può restare un bene individuale, ma diventa sempre testimonianza che affascina e cambia le vite. Così avvenne per santa Chiara d’Assisi, la cui testimonianza evangelica si alimentò del gesto di san Francesco, quando scelse di rinunciare a tutto ciò che possedeva nel mondo per mettersi alla ricerca dell’unico tesoro che conta. Nel 1206 quando Francesco si spogliò dei propri abiti come segno di affidamento totale a Dio, infatti, Chiara, ragazza dodicenne, rimase profondamente colpita da quella scelta. Era nata nel 1194 ed era figlia del conte Favarone di Offreduccio degli Scifi. Nel 1213 fuggì da casa per consacrarsi a Dio sotto la guida di Francesco, che, alla Porziuncola, le tagliò i capelli e le fece indossare il saio francescano. La portò poi al monastero benedettino di San Paolo, a Bastia Umbra, dove però il padre la raggiunse per cercare invano di persuaderla a tornare a casa. Rifugiatasi nella Chiesa di San Damiano, vi fondò l’Ordine delle Sorelle Povere, nella cui prima regola, dettata da Francesco, partì dalla scelta di riporre ogni propria certezza nel cuore di Dio e formulò l’invito a dare alla propria vita la «forma del Vangelo». Chiara morì nel 1253 e fu canonizzata nel 1255.
 
O Dio, che nella tua misericordia hai ispirato a santa Chiara
l’amore per la povertà evangelica,
per sua intercessione concedi a noi
di seguire Cristo in povertà di spirito,
per contemplarti un giorno nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
  10 Agosto 2026
 
San Lorenzo, Diacono e Martire
 
2Cor 9,6-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 111 (112); Gv 12,24-26
 
La forza del martirio nasce ...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 11 agosto 2010): Da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr. 2Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Una pedagogia liberatrice non puramente depositaria - José Maria González-Ruiz: La colletta in favore della comunità di Gerusalemme dev’essere portata a termine in un modo profondamente umano, e non secondo freddi canoni burocratici. Perciò Paolo moltiplica le ragioni di buon senso perché le coscienze dei corinzi si destino dal letargo, e trovino buoni motivi per decidersi liberamente a fare qualcosa di quello a cui, in qualche modo, erano obbligati dalla professione della comune fede cristiana.
È curioso osservare quello che dice Paolo: « l’adempimento di questo servizio sacro (“leitourgía”) non viene solo a colmare le necessità dei fedeli, ma moltiplica pure i ringraziamenti a Dio (“eucharistias”) ».
La colletta che già era considerata come una « liturgia» era consegnata nel corso d’una celebrazione liturgica; e per questo, Paolo dice che « moltiplica le eucaristie ».
Questo metodo pastorale ci suggerisce due importanti osservazioni. La prima è che Paolo si serviva di quella che, oggi, chiamiamo « pedagogia problematizzante » o «liberatrice ». Egli non intendeva depositare nelle coscienze dei suoi fedeli una catechesi prefabbricata circa la colletta, ma li aiutava a trovare liberamente buoni motivi per agire in questo senso.
La seconda osservazione si riferisce al fatto indubbio che quel primo schema d’istituzione ecclesiale non metteva di fronte il capo e il « gregge » muto e silenzioso, ma poneva fra il capo e il gregge una lunga e complicata mediazione di piccole « comunità » o « gruppi » che impedivano l’enorme rischio del culto della personalità e della dittatura d’un gruppo burocratico che, con arte magica, mirasse a rappresentare quello che chiamiamo il «popolo di Dio».
Occorre evitare il duplice pericolo: a) d’una Chiesa passiva di fronte a una dittatura burocratica o b) d’una Chiesa distaccata dai suoi pastori; è necessario procurare la mediazione dialettica delle comunità, come spazi di dialogo fra i pastori e i fedeli.
 
Vangelo
Se il chicco di grano muore, produce molto frutto.
 
Marco Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù parlando del «chicco di grano che muore» e del «perdere la propria vita», parla di sé. Il fraseggiare, però, si è fatto parenetico e questo dice che Gesù non perde di vista i suoi discepoli; anzi, li vuole coinvolgere e, parlando di sé nella speranza, descrive anche il loro destino. Gesù sa che senza il sacrificio ogni missione rimane arida. La missione ha lo scopo di chiamare altri alla salvezza, ma suscita contrasti e opposizioni. Solo chi è disposto a perdere la propria vita in questo mondo non rimarrà solo, avrà per sé e per altri la vita eterna. Sono le fondamentali regole di ogni apostolato, di ogni servizio. Come Gesù-Servo si è consegnato quale agnello alla morte, ed è stato glorificato dal Padre, così chi serve e segue fino in fondo Gesù, il Padre lo onorerà. L’ora della glorificazione vale per il discepolo come per Gesù, che d’ora in poi contempleremo nel compimento della sua ora, che materialmente comporta rifiuto, sofferenza, morte. Anche Gesù è uomo e come tale non può non tremare e avere paura. Che fare?
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 12,24-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (Vangelo secondo Giovanni): 24 Se il chicco di grano non cade in terra e non muore ...; l’immagine, molto chiara in sé, era assai nota (cf. 1Corinti 15,36-37; 1 Clemente , 24, 4 - 5); la novità della metafora consiste nella diretta applicazione che Cristo fa di essa a se stesso. Senza la morte non si dà né fecondità, né produttività. L’immagine tuttavia intende illustrare due particolari aspetti: il seme morendo produce qualcosa di nuovo e rivela una fecondità meravigliosa; la morte di Gesù è preparazione di una vita meravigliosamente nuova e feconda. Il Maestro enunzia un principio: la vita nuova, cioè la salvezza dell’uomo, è conseguenza del suo sacrificio e della sua morte; l’immagine giovannea del chicco che deve morire si ricollega con l’espressione sinottica: bisogna che Cristo soffra e muoia (cf. Mc 8,31; Lc 17,25; 24,26).
25 Chi ama la propria vita la perde ... ; le proposizioni sono strutturate in forma antitetica (amare - perdere; odiare - conservare); lo stesso principio che vale per Cristo e spiega la sua vita (vers. precedente), vale anche per i suoi discepoli e per la loro esistenza: bisogna esser disposti a sacrificare tutto nella vita terrena per ottenere la vita eterna. Chi odia la propria vita... ; iperbole semitica che significa: non amare. Giovanni dà una formulazione incisiva e generale al detto di Cristo, riferito anche dai sinottici (cf. Mt., 10,39; 16,25; Mc., 8,35; Lc 9,24; 17,33); il principio vale per ogni discepolo di Gesù e per ogni tempo.
26 Chi mi vuol servire mi segua; l’espressione «chi mi vuol servire» designa il discepolo di Cristo, come risulta dai testi paralleli (cf. Mt., 16, 24 e paralleli); il servo e il discepolo si equivalgono. «Mi segua» è una formula compendiosa che significa: mi deve seguire portando la croce, imitando la mia morte. Dove io sono , là sarà anche il mio servo ; Gesù si considera nella sua gloria (cf. 14,3; 17,24); quivi, cioè nella gloria del Padre, egli attende i suoi discepoli («il mio servo»). Se qualcuno mi serve, il Padre lo onorerà ; il discepolo di Cristo sarà glorificato dal Padre, cioè sarà associato alla gloria di Cristo.
 
Per approfondire
 
L’immagine del seme è usata molte volte nelle parabole dei vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca: il seme che cade in diversi terreni (cfr. Mt 12,3-8; Mc 4,3-9; Lc 8,5-8), il grano di senapa (cf Mt 12,31-32; Mc 4,30-32; Lc 13,18-21), il seme che spunta da solo (Mc 4,26-29). Per i tre evangelisti il seme è la parola di Dio oppure il Regno di Dio, ma per il quarto vangelo il seme è Gesù stesso. Con queste parole Gesù illustra la sua drammatica morte e dà inizio all’ora dell’abbandono. Sarà abbandonato dal suo popolo da lui tanto amato e beneficato (cfr. At 10,38); sarà abbandonato alla nequizia dei capi del Sinedrio, ubriachi e travolti da una ferocia bestiale che li rende incapaci di vedere nei segni compiuti da Gesù il dito di Dio (cfr. Lc 11,20). Sarà abbandonato dai suoi discepoli che lo lasceranno solo, immerso in una mortale agonia, a lottare contro il terrore della morte (cfr. Mt 26,36-46). Gesù si sentirà abbandonato anche dal Padre: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?» (Gv 12,27). È l’ora delle tenebre. Il mistero dell’iniquità (cfr. 2Ts 2,7) sembra palesarsi in tutta la sua bruttura. Viscido, come un torrente di liquami, sembra scivolare nelle coscienze degli uomini, violentandole, catturandole, rendendole schiave di progetti infernali: Gesù «intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui [...]. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27-30). Gesù sa che il Sinedrio ha emesso già una sentenza di morte, ma lui non cessa di amare. Anzi, parla della sua morte come “una necessità”: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E la sua dolorosissima morte porterà molto frutto. Questa è la lezione più bella che viene dall’intero brano evangelico. La sua morte, la sua elevazione sulla Croce, sarà la prova suprema del suo amore e della sua fedeltà al Padre e agli uomini. Egli morirà crocifisso, elevato su una Croce si siederà su un trono di amore e di là, dall’alto della Croce, epifania della misericordia della santissima Trinità, Gesù riaccenderà l’amore là dove era spento e irradierà misericordia, comunione e bontà dove c’era solo odio, inimicizia, peccato e maledizione. Questo il frutto del seme caduto in terra!
 
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna: Deus caritas est, 6: Come deve essere vissuto l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la possiamo trovare nel Cantico dei Cantici, uno dei libri dell’Antico Testamento ben noto ai mistici. Secondo l’interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro sono originariamente canti d’amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l’amore coniugale. In tale contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due parole diverse per indicare l’«amore». Dapprima vi è la parola «dodim» - un plurale che esprime l’amore ancora insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola «ahabà», che nella traduzione greca dell’Antico Testamento è resa col termine di simile suono «agape» che, come abbiamo visto, diventò l’espressione caratteristica per la concezione biblica dell’amore. In opposizione all’amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca. Fa parte degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività - «solo quest’unica persona» - e nel senso del «per sempre». L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì, amore è «estasi», ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33), dice Gesù - una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in diverse varianti (cfr. Mt 10,39; 16,25; Mc 8,35; Lc 9,24; Gv 12,25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell’amore che in esso giunge al suo compimento, egli con queste parole descrive anche l’essenza dell’amore e dell’esistenza umana in genere.
 
Chi mi vuoi servire, segua Me … - Tauler (Prediche per la Domenica dopo i Santi e per l’esaltazione della santa Croce): qui è dato di riconoscere apertamente quali siano i veri servitori che servono Dio in verità: sono coloro che seguano Dio e lo seguono dove e come Egli li attira. Dio non attira i suoi servitori per una sola via né ad una sola opera né in un unico modo, ma li attira dove è Lui, cioè a tutte le opere, per tutte le vie e in tutti i modi; perché Dio è in tutte le cose purché buone. E non lo serve chi vuol servirlo in un modo da lui stesso prefissato ... ma chi va dietro a Lui, non secondo la propria volontà, ma secondo la volontà del Signore.
 
Testimoni di Cristo - San Lorenzo - Lorenzo. Il fuoco del Vangelo e i poveri, il vero tesoro della Chiesa: Secondo la tradizione - forse leggendaria - san Lorenzo fu martirizzato con il fuoco, bruciato sopra una graticola che il diacono romano affrontò con incredibile coraggio e determinazione. In realtà la biografia di questo antico testimone della fede è carente di dati storici certi, anche se quasi sicuramente la sua morte avvenne nel 258 durante la persecuzione anticristiana voluta dall’imperatore Valeriano. L’impero vacillava e si decise di colpire i pastori cristiani, sequestrando i beni della Chiesa. Ma Lorenzo, di fronte alla richiesta di consegnare il “tesoro” della comunità romana alle autorità, mostrò i poveri: essi, disse, sono l’unica ricchezza della Chiesa.
Era evidente che in lui ardeva un fuoco, quello del Vangelo, ben più grande di quello della graticola cui fu sottoposto.  (Autore: Matteo Liut)
 
O Dio, l’ardore della tua carità
ha reso san Lorenzo fedele nel ministero
e glorioso nel martirio:
fa’ che amiamo ciò che egli ha amato
e viviamo ciò che ha insegnato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 9 Agosto 2026
 
XIX Domenica del Tempo Ordinario
 
1Re 19,9a.11-13a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Rm 9,1-5;
 
 Compostella (Messale per la vita cristiana, Vol. III, XIX Domenica Anno A - T. O.): La paura e la mancanza di coraggio rappresentano un notevole ostacolo ad una vita di fede e d’amore.
Anche noi, proprio come gli apostoli sulla barca, possiamo lasciarci paralizzare dalla paura, che ci impedisce di vedere quanto Cristo ci sia vicino. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ed è anche il Dio della natura, che comanda alle tempeste e a tutte le forze distruttrici: « Egli annunzia la pace ... La sua salvezza è vicina a chi lo teme» (Sal 84,9-10); anche quando ci sembra di essere su una barca a «qualche miglio da terra e ... agitata dalle onde, a causa del vento contrario», egli non è mai lontano da ognuno di noi.
Come san Pietro, dobbiamo essere pronti a rischiare la nostra sicurezza e l’eccessiva preoccupazione per noi stessi, se vogliamo che la nostra fede si rafforzi. Cristo dice ad ognuno di noi: «Vieni». Per rispondere e per andare a lui, a volte, dobbiamo attraversare le acque della sofferenza. Che cosa succede, allora, quando, sentendo la forza del vento, cominciamo ad avere paura e ad affondare? Per superare la paura si deve seguire l’esempio di Gesù: «Salì sul monte, solo, a pregare». La fede si rafforza solo con una pratica regolare della preghiera.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Fèrmati sul monte alla presenza del Signore: Elia minacciato di morte dalla regina Gezabele (Cf. 1Re 19,1-3), impaurito e scoraggiato, fugge via verso il monte Oreb, il monte di Dio.
L’uragano, il terremoto, i lampi, che manifestavano in Es 19 la presenza del Signore Dio, sono qui solo i segni precursori del suo passaggio: «il mormorio di un vento tranquillo simbolizza l’intimità della sua conversazione con i profeti, ma non la dolcezza della sua azione: gli ordini terribili dati nei vv. 15-17 provano la falsità di questa interpretazione pur tanto comune» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura - Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli: Paolo, «Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rom 11,1; Cf. 2Cor 11,22), ama il suo popolo, lo stima, anche se, proprio dai suoi connazionali, dovrà subire persecuzioni e umiliazioni. L’Apostolo tenterà il tutto per il tutto per convincere Israele ad aderire al Vangelo, ma il rifiuto, sopra tutto dei capi, sarà netto (Cf. Atti 13,44-46). Paolo, però, dinanzi a tanta testardaggine, non disarma: pur di salvare Israele è disponibile ad essere anche anàtema, cioè di essere maledetto, separato da Cristo, raschiato dal libro della vita (Cf. Es 32,32). La parola greca anáthema traduce nella versione dei Settanta quella ebraica herem che indica una cosa offerta a Dio (Cf. Dt 7,26; Lev 27,28). Solo successivamente arrivò a diventare sinonimo di maledizione (Cf. Zac 14,11). In questo modo, stando al primo significato, il gettito della vita, da parte dell’Apostolo, suona come un’offerta totale sull’esempio del Cristo (Cf. Gal 3,13; 2Tm 4,6). La lezione è per tutti i credenti: invece di maledire e creare steccati, dovrebbero seguire l’esempio dell’apostolo delle Genti.
 
Vangelo
Comandami di venire verso di te sulle acque.
 
Rudolf Pesch: Come il racconto della tempesta sedata, anche il camminare di Gesù sulle acque è considerato dall’indagine odierna una storia prodigiosa di un’epifania alla cui stesura ha portato non tanto (o affatto) un ricordo storico, quanto l’adesione a Cristo e l’interesse legato alla predicazione. La pericope ci è trasmessa in due diverse versioni, in Mc 6,45-52 e Gv 6,16-21; Mt 14,22-23 è un’elaborazione redazionale dell’originale di Mc con l’aggiunta del racconto di Pietro che cammina sul lago.
II taglio dato dalla predicazione al racconto originario, riconoscibile in entrambe le versioni (Mc e Gv), mira chiaramente a celebrare Gesù come il Signore che come JHWH stesso incede da signore sulle profondità del mare, sull’elemento caotico (cf. riguardo a Mc 6,48/Gv 6,19: Gb 9,8; Sal 77,20; Is 43,16). Con la formula rivelatoria “sono io” (Mc 6,50/Gv 6,20) Gesù si presenta ai discepoli e viene incontro alla loro paura, dovuta all’epifania del divino, con l’antico incoraggiamento “non temete”. Questa storia kerygmatica di un prodigio, i cui singoli elementi sono posti totalmente al servizio dell’affermazione centrale che si vuole annunciare (“Gesù come divino Signore”), non dovrebbe essere ritenuta un racconto pasquale predatato nella vita di Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,22-33
 
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
 
Parola del Signore.
 
Uomo di poca fede, perché hai dubitato? - La pericope fa seguito alla prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mt 14,13-21) e appartiene alla sezione narrativa che l’evangelista Matteo dedica alla Chiesa (Cf. Mt 13,53-18,35). Questa collocazione ci offre la chiave di lettura del brano evangelico. Gesù è solo sul monte a pregare. In verità, non ci sono propriamente monti nelle immediate vicinanze del lago di Genesaret, per cui la nota può avere forse una indicazione meramente teologica.
Gli evangelisti, in modo particolare Luca, amano ricordare la preghiera di Gesù, la quale, oltre a manifestare il suo essere sempre in comunione col Padre, è sempre preludio di qualche avvenimento importante. Gesù, al suo battesimo, prega e riceve l’unzione dello Spirito Santo (Cf. Lc 3,22). Prega prima della missione in Galilea (Cf. Mc 1,35), prima della istituzione dei Dodici e del discorso inaugurale (Cf. Lc 6,12-13). Prega prima e dopo la moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,41.46; Mt 14,29.23), prima della professione di fede di Pietro (Cf. Lc 9,18) e perché la fede di Pietro, capo degli Apostoli, non venga meno nella tentazione (Cf. Lc 22,32). Prega prima di insegnare il Padre nostro (Cf. Lc 9,18) e in occasione della trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29). Prega prima di realizzare, mediante la sua passione, il disegno di salvezza del Padre (Cf. Lc 22,41-44). Tale insistenza certamente si prefigge di educare i credenti alla preghiera: «Non è forse anzitutto contemplando il suo Maestro orante che nel discepolo di Cristo nasce il desiderio di pregare? Può allora impararlo dal Maestro della preghiera. È contemplando ed ascoltando il Figlio che i figli apprendono a pregare il Padre» (CCC 2601).
Subito dopo l’attenzione si sposta sulla barca di Pietro nella quale la tradizione cristiana unanimemente vede l’immagine della Chiesa. Una barca distante molte miglia da terra ed agitata dalle onde, a causa del vento contrario. In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la figura di Pietro il quale chiede di andare incontro al Maestro camminando sulle acque. Il dialogo che intercorre tra Simone e Gesù indica ai discepoli il cammino necessario per conseguire la fede. Dal dubbio, se sei tu, con la catastrofica conseguenza di fare naufragio, occorre passare alla fede sic et simpliciter confidando unicamente nella potenza della parola di Dio. Solo questa fede permette di andare verso Gesù sfidando anche le leggi della natura! Il titolo di Signore (Kyrios), che troviamo sulle labbra di Pietro, è il più idoneo ad esprimere la fede della Chiesa in Gesù e nella sua origine divina. Appena saliti sulla barca, il vento cessò.
Nell’Antico Testamento il potere di calmare le tempeste, così come di camminare sulle acque è attribuito a Iahvé (Cf. Sal 65,7; 77,20; 89,9-10; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sir 24,5-6; Is 43,16). Intenzionalmente è una professione di fede della comunità primitiva nella divinità di Gesù. Tornata la calma nella barca di Pietro, si svolge una specie di liturgia: i discepoli si prostrano dinanzi al Signore confessando la loro fede: Davvero tu sei Figlio di Dio! Questa affermazione è propria di Matteo «e conclude il racconto del cammino di Gesù sulle acque con una professione corale di fede nella sua divinità... Si tratta di una risposta positiva dei discepoli alla parola rivelatrice di Gesù [Coraggio, sono io, non abbiate paura! v. 27]» (Angelico Poppi).
Al di là della storicità dell’episodio, si può cogliere un messaggio altamente parenetico: Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua parola, la quale tacitando la tempesta, fa ritornare la calma e rende possibile la prosecuzione della navigazione. Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti. Oggi, Domenica, Pasqua del Signore, la presenza del Risorto si fa accessibile al credente nel mistero del sacramento dell’Eucaristia. Solo la fede di Pietro può far cogliere ai nostri cuori questa presenza viva.
 
Per approfondire
 
Pierre Sandevoir (Anatema in Dizionario di Teologia Biblica) - Anatema: La radice semitica da cui proviene herem, anatema, significa «mettere a parte», «interdire all’uso profano». Le sue applicazioni bibliche designano essenzialmente una consacrazione a Dio.
 
Antico Testamento - Nei testi più antichi, l’usanza dell’anatema, che Israele condivide con i suoi vicini, come Moab, non è il semplice massacro del nemico vinto, ma una delle regole religiose della guerra santa. Al fine di ottenere la vittoria, Israele, che conduce le guerre di Jahvè, vota il bottino all’anatema, cioè rinuncia ad appropriarsene i profitti e si impegna per voto a consacrarlo a Jahvè (Num 21, 2 s; Gios 6). Questa consacrazione implica la totale distruzione del bottino, esseri viventi e oggetti materiali; la sua mancata esecuzione viene castigata (1 Sam 15), così come la sua sacrilega violazione, che provoca la sconfitta (Gios 7).
Nella realtà, la sua applicazione sembra essere stata piuttosto rara; la maggior parte delle città cananee sono state occupate da Israele (Gios 24, 13; Giud 1, 27-35), come Gezer (Gios 16, 10; 1 Re 9, 16) o Gerusalemme (Giud 1, 21; 2 Sam 5, 6 s). Alcune hanno persino concluso delle alleanze, come Gabaon (Gios 9) e Sichem (Gen 34). Gli storici deuteronomici sapevano che al momento della conquista l’anatema non era stato applicato (Giud 3, 1-6; 1 Re 9, 21). Ne hanno tuttavia formulato la legge generale per reagire contro la seduzione esercitata dalla religione cananea su Israele e per riaffermare la santità del popolo eletto (Deut 7, 1-6). Di qui una presentazione rigidamente sistematica della storia della conquista: si è trasferita nel passato una reazione religiosa la cui posta in gioco era la sovranità esclusiva di Jahvè sulla terra santa e i suoi abitanti.
L’evoluzione del termine herem sembra aver comportato la dissociazione dei suoi due elementi: da una parte la distruzione e il castigo che colpiscono soprattutto l’infedeltà verso Jahvè (Deut 13, 13- 18; Ger 25, 9); dall’altra, nella letteratura sacerdotale, la consacrazione a Dio di un essere umano o di un oggetto, senza possibilità di riscatto (Lev 27, 28 s; Num 18, 14).
 
Nuovo Testamento - Nel NT non si tratta più di intraprendere una guerra santa, né di votare dei nemici all’anatema. Ma la parola sussiste per significare la maledizione (e, in Lc 21, 5, per le offerte votive nel tempio di Gerusalemme).
In bocca ai Giudei, nelle formule di giuramento (Mc 14, 71 par.; Atti 23, 12) designa la maledizione che si rivolge a se stessi nel caso si fosse spergiuri.
In Paolo, è una formula di maledizione che esprime il giudizio di Dio sugli infedeli (Gal 1, 8 s; 1Cor 16, 22). È impossibile che un cristiano la pronunci contro Gesù (1 Cor 12, 3). Quando l’apostolo afferma che desidererebbe ricadesse su di lui l’anatema se, con questo mezzo, i suoi fratelli secondo la carne potessero ottenere la salvezza, precisa che per lui questo significherebbe essere separato da Cristo (Rom 9, 3). Questa formula paradossale definisce così la maledizione per eccellenza.
 
 Helen Schüngel - Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. - Preghiera. a) Nell’Antico Testamento: nell’Antico testamento non esiste, in un primo tempo, una parola che indichi il pregare; vengono usati diversi verbi, impiegati anche nella vita quotidiana, come “invocare implorare lodare piangere” ecc. per designare le varie modalità del pregare. Accanto alla preghiera esistono ancora particolari azioni di preghiera, come il voto, la confessione di peccato, canti di pellegrinaggio e inni. La  si rivolge a JHWH, il Dio della alleanza.
Si prega sia al santuario, soprattutto all’altare, che in altri luoghi, sia nei tempi di preghiera che in altre occasioni, sia da soli che nella comunità di culto o di vita.
L’israelita implora nella preghiera soprattutto la vita nel senso pieno della parola, egli ringrazia volgendo lo sguardo a ritroso ai prodigi storici di salvezza di JHWH. Alla preghiera si uniscono spesso l’offerta di sacrifici.
Nel tempo originario d’Israele ci sono mediatori carismatici che con la loro intercessione intervengono efficacemente presso Dio (Es 32,30; 1Re 17,20); qualcosa di analogo viene detto anche di Am, Ger, Ez e anche del servo del Signore (Is 53). È un segno dell’estrema ira di Dio quando egli rifiuta questa intercessione (Am 7; Ez 9.8ss). Nel post esilio è il sommo sacerdote a un angelo dal cielo a rivestire questo ruolo di intercessore (Zc 3); il sommo sacerdote compie il rito del giorno dell’espiazione.
La raccolta dei Salmi comprende soprattutto preghiere nella forma linguistica e nella struttura fortemente poetiche, di natura molto varia; i Salmi sono anche il libro di preghiere delle chiese cristiane. Talune preghiere per noi molto sconcertanti, come per es. desideri di vendetta (2Sam 3,39; Ger 18,18ss), o addirittura maledizioni (Sal 93,10s ) da una parte, oppure autocelebrazioni come Sal 86,2 e Sal l, vanno intese da un lato sulla base del riferimento al culto tipico di queste preghiere (Sal 15) e dall’altro sulla base della certezza dell’alleanza con JHWH che non fa venir meno la sua benevolenza.
b) In Gesù: la preghiera di Gesù è menzionata molto spesso e questo ha indubbiamente impressionato profondamente i suoi discepoli e la prima chiesa.
Mt 6,5; Mc 14,34 e altri passi tramandano indicazioni di Gesù sulla preghiera; in Mt 7,9-11 e Mc 11,23 egli assicura che la preghiera sarà esaudita, in Lc 18,lss usando addirittura un paragone molto ardito. La parabola in Lc 18,9ss contrappone la preghiera erronea, vanagloriosa a quello verace e giustificante. Infine da Gesù deriva l’appellativo di Dio come padre, soprattutto nel Padrenostro.
c) La chiesa primitiva ha sperimentato la propria preghiera come qualcosa di nuovo, di inaudito. Supportata dalla fede di essere “liberata dal potere delle tenebre e trasferita nel regno dell’amore del Figlio” (Col 1,13), sapeva di esser autorizzata a pregare “nel nome del Signore” (1Cor 1,10) o “per Cristo”. Tutte le promesse di Dio sono state confermate e adempiute in Gesù e per mezzo suo; nel momento in cui i credenti dicono l’“amen”, rendono a Dio l’onore di essere fedele, poiché essi lo fanno nella speranza di sperimentare lo stesso adempimento delle promesse (2Cor 1,20). Così può pregare soltanto colui al quale Dio si è rivelato, mediante Gesù, come il Dio fedele e salvatore e che rimane in questo rapporto con Dio (Gv 15,16).
Credere significa dunque saper pregare ed essere certi dell’adempimento (Gv 15,7; 6,23ss).
La preghiera cristiana ha perciò la sua motivazione nell’azione salvifica di Dio, ma allo stesso modo rimane orientata verso l’estrema azione di Dio: è un pregare escatologico; nell’invocazione liturgica Maranà tha la comunità prega per la venuta definitiva del suo Signore.
Pregando, il cristiano sperimenta la sua distanza dal mondo, soprattutto anche dai propri desideri più vari; egli sa che la sua preghiera, come la sua vita in genere, è determinata dal “non aver nulla e invece possedere tutto” (2Cor 6,10).
Una tale preghiera avviene nello Spirito Santo “perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26); in questa preghiera ci uniamo al “genere della Creazione” (Rm 8,22s).
Questa preghiera dunque, che libera dal mondo, è al tempo stesso la forma più profonda di solidarietà con il mondo.
 
Cromazio di Aquileia (Trattati sul Vangelo di Matteo 52,5): Per cui dobbiamo prestare attenzione per sapere che significato rivesta la quarta veglia della notte, durante la quale il Signore venne in aiuto ai discepoli che erano in difficoltà a motivo del mare grosso. Osserviamo come si elenchino le quattro vigilie. La prima vigilia della notte (e cioè del secolo presente) è quella che va dai tempi di Adamo ai tempi di Noè. La seconda vigilia è quella che copre gli anni da Noè a Mosè; è in questa che fu fatto il dono della Legge. La terza vigilia va dai tempi di Mosè all’avvento del Signore e Salvatore. Va detto che, durante queste tre vigilie, il Signore, anche prima di rendersi visibile in carne umana, difese gli accampamenti dei suoi santi, proteggendoli dalle insidie dei nemici; in una parola: dal diavolo e dai suoi angeli malvagi, che fin dall’origine del mondo non hanno smesso mai di tendere insidie alla salvezza ricercata dai giusti. Le sentinelle di cui si servì poi il Signore sono gli angeli fedeli. Ecco i giusti protetti dal Signore nella prima vigilia: Abele, Set, Enos, Enoc, Matusalemme, Noè. Nella seconda: Abramo, Melchisedek, Isacco, Giacobbe, Giuseppe l’ebreo. Nella terza: Mosè, Aronne, Gesù figlio di Nave, e poi tutti gli altri giusti e profeti. Nella quarta vigilia si deve riconoscere rappresentato il nostro tempo, quando cioè il Figlio di Dio si degnò di nascere e patire in carne mortale. È il tempo in cui il Signore promette ai suoi discepoli e alla sua Chiesa una veglia eterna; dopo la sua risurrezione difatti assicura loro: lo sarò con voi sino alla fine del mondo.
 
Testimoni di Cristo - Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Aprirsi all’altro per far spazio alla sua anima - Aprirsi all’altro per far spazio alla sua anima: è questo il primo passo per costruire una civiltà di sorelle e fratelli pronta a camminare assieme verso Dio. Quello che oggi ci affida santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, è un invito a ripartire dall’empatia per dare forma a un’Europa di pace. Non a caso questa filosofa, ricercatrice di Dio e carmelitana di origine ebraica è copatrona del nostro Continente. Nata nel 1891 a Breslavia da una famiglia ebrea, a 14 anni scelse l’ateismo, anche se non rinunciò mai alla ricerca della verità. Per questo si dedicò agli studi filosofici (fu assistente di Husserl) ma si diede da fare anche come volontaria infermiera al fronte durante la Prima guerra mondiale. Nel 1921 leggendo la vita di santa Teresa d’Avila scoprì l’esperienza cristiana e nel 1922 si fece battezzare a Bad Bergzabern, dedicandosi per all’insegnamento a Spira. Nel 1934 entrò nel monastero carmelitano di Colonia. Fin dal 1933 si era opposta all’ideologia nazista; a fine luglio 1942 fu arrestata dalla Gestapo in Olanda a causa delle suo origini ebraiche. Morì nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau il 9 agosto 1942.  (Avvenire)
 
O Dio, Signore del cielo e della terra, 
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.