21 Giugno 2026
 
XII Domenica del Tempo Ordinario
 
Ger 20,10-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 [69]; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33 
 
San Massimo di Torino, Vescovo: Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli. Nonostante il suo carattere mite, che traspare dalle «Omelie» e dai «Sermoni» che ci sono pervenuti, propose ai sui fedeli un esempio di fermezza. «È figlio ingiusto ed empio - così li spronava a non lasciare la città - colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria». Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio - scriveva con ironia -, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa: avvenne tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Geremia lamenta di essere stato «violentato» da Dio e «costretto» ad annunciare una Parola scomoda. Il profeta medita di abbandonare il campo d’azione, anzi di cancellare Dio dalla sua memoria. Ma nelle traversie scopre la presenza del Signore che sconvolge le congiure degli empi e libera il povero dalle mani dei malfattori. Tutto questo lo apre alla fiducia e gli infonde nuovo coraggio per andare avanti nella missione. Povero, ‘anaw (Ger 22,16), assume qui un significato religioso: colui che è provato in mezzo agli uomini e ripone la sua fiducia in Dio. I «poveri di Jahve» (Sof 2,3) rappresenteranno la posterità spirituale di Geremia.
 
II Lettura: La seconda lettura mette in evidenza uno degli effetti tragici del peccato: la separazione dell’uomo da Dio. Questa separazione è la morte: morte spirituale ed eterna, di cui la morte fisica è il segno (Cf. Sap 1,13; 2,24; Eb 6,1). Per san Paolo, tutti coloro «che non sono entrati in relazione con Cristo mediante la fede continuano nella loro solidarietà con Adamo e la sua discendenza e sono, perciò, in uno stato di morte spirituale. La missione della Chiesa è di annunciare con franchezza e trasmettere con coraggio la salvezza, ottenuta dal sacrificio di Cristo per tutti gli uomini» (Giuseppe D’Anna).
 
Vangelo
Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.
 
I discepoli sono in difficoltà, la Parola sembra che abbia perduto la sua efficacia, la Chiesa stessa è perseguitata; sembra che tutto stia per risolversi in un sonoro fallimento ... eppure Gesù infonde coraggio e dà ai suoi una speranza: Lui sarà sempre con la sua Chiesa e nessuno potrà distruggere quanto Dio stesso ha edificato. Per questa presenza divina i cristiani potranno e dovranno proclamare tutto senza alcun timore, se è necessario affrontando anche il martirio. Questa presenza divina, inoltre, svela ai credenti il vero volto di Dio: il «Dio vicino, previdente e provvidente, che mai fa mancare la sua assistenza; il Dio amico, che infonde coraggio e sostiene nelle avversità: il Dio ch’è sempre accanto all’uomo per difenderlo» (Mons. Marcello Semeraro).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,26-33
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Non abbiate paura degli uomini - Questo invito, che si ripete per ben tre volte, è il tema ricorrente del brano evangelico di questa domenica. Serve da filo conduttore e ad amalgamare gli elementi, di origine diversa, presenti nel Vangelo. È insistente anche la menzione del Padre che «richiama il motivo della paternità divina, emersa nel Padrenostro come novità centrale del messaggio evangelico, che consiste appunto nella proclamazione dell’intervento salvifico di Dio in favore dell’umanità peccatrice» (Angelico Poppi).
Gesù nell’invitare i suoi discepoli a non temere gli uomini, li sollecita ad annunciare il messaggio evangelico alla luce del giorno. Salire sui tetti è una metafora che cela e rivela una profonda verità: la vittoria del Vangelo è sicura; nessuna opposizione umana potrà ridurlo al silenzio per sempre. Da qui la franchezza dell’annuncio.
Il secondo invito, non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima, è rivolto a non temere le angherie e le persecuzioni degli uomini e a porre la propria fiducia nel Padre celeste. Gli uomini arroganti, gli aguzzini possono uccidere il corpo, ma non hanno il potere di «uccidere l’anima». Solo Dio può decidere la sorte ultima del corpo e dell’anima.
L’esortazione è quindi indirizzata a temere il giudizio di Dio.
Nel Nuovo Testamento, con il nome di Geènna, dall’ebraico ghe-hinnom, la valle di Ben-Hinnòm posta a sud di Gerusalemme, viene indicato il luogo del fuoco dove saranno gettati gli empi nel giorno del giudizio (Cf. Mt 5,22). Il sito, nei tempi antichi, era utilizzato per officiare i riti cananei, quali per esempio il sacrificio di vittime umane, in particolare bambini (Cf. 2Re 16,3; 21,6; 23,10; Is 30,33; Ger 7,31; 19,5s; 32,35; Ez 16,21). I sacrifici umani furono successivamente soppressi dal re Giosia, il quale trasformò la valle in una discarica di immondizie e cadaveri a cui non veniva concessa la normale sepoltura, dove il tutto veniva bruciato da un fuoco continuo. La Geènna divenne così sinonimo di inferno.
Durante le prove della persecuzione e del martirio a sostenere i servi della Parola (Cf. Lc 1,1) sarà la memoria della vita, morte e risurrezione del loro Maestro: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Inoltre, nelle torture fisiche, i discepoli saranno assistiti dal Padre che li solleverà dalla prova e li renderà vittoriosi, e nulla permetterà se non per un solo disegno di salvezza.
La conclusione dell’esortazione (v. 31) è «introdotta con un dunque, costituita da un altro detto di Gesù, in cui si contrappongono due scene giudiziarie, l’una al cospetto degli uomini, e l’altra al cospetto di Dio; nell’una e nell’altra alternativa è fra riconoscere e rinnegare, con la differenza che nel tribunale umano è il cristiano ad essere interrogato a riguardo di Gesù, mentre nel tribunale divino le parti si rovesceranno: sarà Gesù ad essere interrogato a riguardo del cristiano, a riconoscerlo o a disconoscerlo» (Vittorio Fusco).
Anche se Matteo non prende in considerazione l’esistenza dell’anima separata dal corpo dopo la morte, possiamo ricordare il Magistero della Chiesa: l’uomo è «unità di anima e corpo» (GS 14) e nel giorno della sua morte «l’anima  viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti» (CCC 1005): «quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna» (Dan 12,2).
Matteo ha voluto sottolineare la certezza che la Provvidenza divina tutto guida e tutto conduce a un porto di bene, nonostante le apparenti vittorie della malvagità e della cattiveria umane. Ma è chiaro che non basta conservare nel cuore queste belle promesse divine, occorre crederci sul serio, e questo non è facile, soprattutto quando la paura attanaglia il cuore; paralizza la mente; brucia, come febbre, sicurezze o certezze sulle quali erano stati costruiti ideali o progetti umani. Solo l’incosciente può ignorare tutto questo. Occorre allora una risposta a questo agire divino, e questa risposta si chiama: filiale e fiducioso abbandono alla volontà di Dio.
 
Per approfondire
 
Maria Grazia Danieli (Persecuzione in Schede Bibliche Pastorali): Godete e rallegratevi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5,12a) - Il primo verbo usato, khaíro, gioire, essere gioiosi, è quello impiegato più frequentemente per esprimere il sentimento che si prova in una situazione favorevole; il secondo termine, agalliáo, ha un uso più direttamente riserbato al giudaismo e al cristianesimo, e designa non soltanto la gioia che si prova intimamente, ma una gioia che si esteriorizza e si manifesta: sembra cioè che i due vocaboli convergano ad esprimere la completezza della gioia. I cristiani dunque sono chiamati a gioire nel momento stesso in cui soffrono da parte di quelli che li circondano: questo è un tema proprio del cristianesimo primitivo (cf. 1Pt. 4,12ss.; Giac. 1; Ebr. 10,32-36; Rom. 5,3-5; 2Cor. 4,17; 8,2; 1Tess. 1,6).

Giac. 1,2.12: Considerate letizia perfetta, o miei fratelli, quando subite prove d’ogni genere... Beato l’uomo che sopporta la prova, perché una volta approvato riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano...
 
Il paradosso cristiano della gioia nella sofferenza viene dalla immersione nella vita stessa di Gesù: Lui è stato respinto e messo a morte, pur tuttavia è il Cristo fedele, umile, risuscitato dopo le sue sofferenze innocenti, quale hanno predetto i profeti. Nel Cristo la rivolta dell’«empio» contro il creatore, di cui parlava il salterio, si denuncia apertamente: ogni discepolo dovrà tenerne conto (cf. Lc. 14,26-33) e non credersi al di sopra del suo maestro: «Un discepolo non è più del maestro, né un servo più del suo padrone... Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più chiameranno così i familiari!» (Mt. 10, 24-25).
Attraverso le persone dei cristiani, la persecuzione ha di mira la persona viva del Cristo risuscitato. È Gesù che Saul perseguita a Gerusalemme e Damasco; è il suo corpo - la chiesa - in particolare gli apostoli, che sono colpiti a causa di lui: «Saulo... chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se trovasse seguaci di questa via, uomini e donne, li potesse condurre in catene a Gerusalemme ... e cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saul, Saul, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, Signore? E quello: Io sono Gesù che tu perseguiti!...» (Atti 9,1ss).
La chiesa è chiamata in causa per il suo annuncio del Cristo e per questo non deve rattristarsi (cf. 1Pt. 4,15-16): essa sa bene che i suoi persecutori sono alle prese non con lei, ma con il Signore onnipotente, e per questo deve pregare per loro (Mt. 5,44; Rom. 12), pronta ad accoglierli senza timore e senza trionfo nella sua comunione di salvezza (Atti 9,10-17). Vi è poi un altro elemento a fondamento della gioia cristiana nella per­secuzione: Gesù parla di «ricompensa grande nei cieli». Bisogna intendere bene il senso di questa «ricompensa» (alla lettera «misthós» = salario): certo con nessuna opera l’uomo si acquisisce dei meriti in senso stretto presso Dio; le sofferenze non conferiscono un diritto alla beatitudine, ma sono un «titolo» in virtù della predilezione di cui Dio si com­piace di circondare quelli che soffrono (cf. 1Pt. 1,4-5). La ricompensa promessa ai perseguitati è nei cieli, presso Dio, assegnata da lui, «preparata prima» (cf. Mt. 10,40; 20,23; 25; 1Cor. 2,9; 1Pt. 1,5) e tenuta come «in riserva» per gli eletti (cf. 1Pt. 1,4).
 
Rom. 12,14: Benedite quelli che vi perseguitano,  benedite  e  non maledite!
Mt. 25,34: Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, voi benedetti del Padre mio, e ricevete il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo.
 
La ricompensa dei perseguitati sarà molto grande (polýs); Dio ricompenserà con munificenza le loro sofferenze: poiché il minimo di sofferenza attuale, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria (2Cor. 4,17).
 
L’ora delle persecuzioni - Catechismo degli Adulti [487] La fede si propaga in modo capillare da persona a persona per la testimonianza spontanea di ogni credente presso parenti e amici, ospiti e clienti, compagni di lavoro e di viaggio. Un grande apologeta può dire con fierezza: «Siamo di ieri, ma abbiamo già riempito il mondo e tutti i vostri territori, le città, le isole, le fortezze, i municipi, le borgate, gli stessi accampamenti, le tribù, le decurie, la reggia, il senato, il foro». Senza far chiasso, il cristianesimo si diffonde e intanto si libera lentamente della sua matrice ebraica e assume un’espressione greca. Questo processo di trasposizione culturale giunge a maturazione nel III secolo, con i prestigiosi maestri della scuola teologica di Alessandria in Egitto. Tuttavia, dati i rapporti conflittuali con la società, l’incidenza sulla civiltà greco-romana nel suo complesso rimane marginale fino alla svolta costantiniana.
[488] Numerosi sono i màrtiri, eroici e umanissimi, come possiamo rilevare da lettere, atti e passioni. Ma forse più numerosi sono coloro che non resistono al momento della prova.Si tratta dunque di una stagione senz’altro splendida per creatività ed eroismo, ma non certo perfetta e da idealizzare.
[864]  «Beati i perseguitati per causa della giustizia» (Mt 5,10). Si tratta di chi subisce insulti, discriminazioni e violenze a motivo della nuova giustizia evangelica, e quindi a motivo della sua identità cristiana: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11). L’amore appassionato per Cristo e il fascino del suo vangelo danno il coraggio, e anche la gioia, di affrontare le prove, quotidiane o eccezionali che siano, nella consapevolezza di seguire più da vicino il Maestro, ingiustamente perseguitato.
 
La Geénna - Beato Giacomo Alberione (I Novissimi meditati innanzi a Gesù Eucaristico): Attualmente vi è il Paradiso, il Purgatorio, l’inferno. Ora la Chiesa si compone di tre parti: la Chiesa trionfante, che comprende i beati; la Chiesa purgante in cui si trovano le anime che si preparano a salire al cielo; e la Chiesa militante nella quale siamo noi che lottiamo contro il male, guidati dal nostro grande capitano Gesù Cristo. Al giudizio universale sarà chiusa la Chiesa purgante, sarà terminata la Chiesa militante.
Rimarrà soltanto la Chiesa trionfante; e tutti quelli che, essendo macchiati, saranno trovati indegni di entrare a quella beata eternità, andranno lontani da Dio, nel fuoco eterno: in supplicium aetcrnum. Già, là, si trovano Caino, Giuda e tanti seminatori di scandali e di rovine, da anni e secoli ... Vi è tanto da temere che altre anime, ostinandosi nel male, finiscano col cadere là dentro; l’ostinazione è la via che conduce alla perdizione e tanti, purtroppo, la prendono.
L’inferno è «locus tormentorum». Dio è misericordia e giustizia insieme. Sulla terra sentiamo tutta la Sua tenerissima carità di Padre che invita al Paradiso; ma dopo morte il peccatore sentirà tutta la Sua giustizia. Dio accumula sul dannato tutti i mali: pene per lo spirito, pene per il corpo. Dante immagina scritto sulle porte dell’inferno;
Per me si va nella città dolente, per me si va nell’ eterno dolore, per me si va fra la perduta gente.
Come vi era una valle presso Gerusalemme in cui venivano buttati tutti i rifiuti, per essere bruciati, «Gehenna ignis», così vi è moralmente un posto in cui si raccoglieranno tutti i mali. La sorgente del male è unica: il peccato; nell’inferno si raccolgono tutti i peccati e quindi tutte le conseguenze: le pene. «Congregabo super eos mala».
 
I passeri non cadono senza che Dio lo voglia - Apollinare di Laodicea, Frammento 55: Se queste cose non derivano da Dio, però non sono senza il consenso di lui, che le volge a un fine utile per colui che ha intrapreso a operarle, come dimostra ciò che è accaduto a Giobbe. Bisogna poi sapere che, riguardo ai passeri, questo è detto per iperbole, in quanto Dio non provvede specificamente a queste cose, secondo quanto dice l’apostolo: Dio non si interessa dei buoi. A motivo degli uomini provvede a questi animali, poiché siano dati agli uomini per la loro utilità. L’asse sta a significare in buon prezzo.
 
O Dio, che affidi alla nostra debolezza
l’annuncio profetico della tua parola,
liberaci da ogni paura,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con franchezza
il tuo nome davanti agli uomini.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 20 Giugno 2026
 
Sabato XI Settimana del Tempo Ordinario
 
2Cr 24,17-25; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Mt 6,24-34
 
Sant’Eliseo, profeta - Piero Bargellini: Il profeta Eliseo è il continuatore dell’opera di Elia era un ricco possidente, originario di Abelmeula. Il suo nome, Eliseo (“Dio salva”), risponde bene alla natura della missione svolta tra il popolo di Israele, sotto il regno di Ioram (853 a.C.-842), Iehu (842-815), Ioacaz (814-798) e Ioash (798-783). Eliseo era un uomo deciso e lo dimostra la prontezza con cui rispose al gesto simbolico di Elia che, per ordine di Jahvè, lo consacrava profeta e suo successore. “Elia andò in cerca di Eliseo - si legge al cap. 19 del I libro dei Re - e lo trovò che stava arando: aveva davanti a sé dodici paia di buoi; egli arava col dodicesimo paio. Giunto a lui, Elia gli gettò addosso il proprio mantello. Allora Eliseo, abbandonati i buoi, corse dietro a Elia e gli disse: Permettimi di passare a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò. Elia gli disse: Va’ e torna presto, poiché tu sai ciò che ti ho comunicato. Elise o, allontanatosi, prese un paio di buoi e li immolò, quindi col legno dell’aratro e degli strumenti da tiro dei buoi ne fece cuocere le carni e le dette da mangiare ai suoi compagni di lavoro. Poi partì e seguì Elia, mettendosi al suo servizio”. Il ricco agricoltore, con quel gesto significativo, voleva dire al suo maestro che ormai era disposto a rinunciare a tutto per rispondere in pieno alla vocazione profetica. E con altrettanta prontezza eseguì gli ordini del maestro fino al momento del misterioso commiato, oltre il Giordano, quando Elia scomparve dentro un turbine di fuoco. Elia gli aveva chiesto: “Che cosa vuoi, prima che io parta dalla terra?”. La richiesta di Eliseo non fu di poco conto: “io chiedo che abiti in me uno spirito doppio del tuo”. Gli era stato fedele discepolo per sei anni, ora gli avanzava la sua richiesta di eredità, non in beni materiali, ma in virtù carismatica. La domanda di Eliseo venne esaudita. Egli è, infatti, il più taumaturgico dei profeti. La Bibbia ricorda una lunga serie di prodigi da lui operati: stendendo il mantello di Elia divise le ac que del Giordano; con una manciata di sale rese potabile l’acqua di Gerico; rese inesauribile l’olio d’oliva di una vedova; risuscitò il figlio della sunamita che lo ospitava; moltiplicò i pani sfamando un centinaio di persone; guarì dalla lebbra Naaman, generale del re di Damasco. Operò miracoli anche dopo la morte: un morto, gettato frettolosamente sulla tomba del profeta da un becchino impaurito dall’arrivo di alcuni predoni “risuscitò, si alzò in piedi e se ne andò”. Il profeta Eliseo morì verso il 790 a.C., e venne sepolto nei pressi di Samaria, dove ai tempi di S. Girolamo esisteva ancora il suo sepolcro.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Antonio Gonzaález-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Secondo il cronista, Il regno di Ioas si svolge in due parti. Durante la prima (2Cron 24,1-16), Ioas tiene una condotta esemplare e compie anche una riforma religiosa, e le sue imprese sono accompagnate da successo. Però, morto il sacerdote Ioiada, che era stato suo precettore nella prima metà del regno, Ioas e il popolo abbandonarono Yahveh per correre dietro agli idoli, non diedero ascolto ai profeti, e il re arrivò anche a far uccidere uno di essi, Zaccaria. Tutti questi fatti provocarono la collera di Dio, che consegnò il popolo di Giuda nelle mani degli aramei, i quali ferirono gravemente il re che morì poi per mano dei suoi. E tutto questo era un castigo per aver abbandonato Yahveh.
Questo insegnamento circa una retribuzione così rigida e meccanica appartiene al periodo precristiano della rivelazione, e quindi, porta in sé le imperfezioni e i limiti propri dell’AT. E vero tuttavia che certi ambienti del
NT alimentano ancora gli stessi pensieri. Si ricordi, per esempio, la spontaneità con cui i discepoli chiedono a Gesù, davanti al cieco nato: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco?» (Gv 9,2).
Anzi, l’uomo di tutti i tempi (principalmente se appartiene a una società molto sacralizzata), inclina a lasciarsi guidare da questo concetto meccanico e automatico della retribuzione.
Già nell’AT si sollevarono forti proteste contro questo insegnamento che semplifica eccessivamente le cose, come possono dimostrare i libri di Giobbe e del Qoèlet.
Specialmente noi, che viviamo dopo il mistero dell’Incarnazione e la rivelazione del Figlio di Dio, sappiamo che Dio è amore: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quando eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati. saremo salvi mediante la sua vita» (Rm 5,8-10).
Non possiamo ridurre Dio a un semplice contabile che va annotando nel libro della vita 1’«avere» e il «dare», per poi compensare in modo freddo e meccanico. Dio è certamente giusto e ricompenserà ciascuno secondo le sue opere (Rrn 2,6), ma Dio è soprattutto buono e dà il «denaro» anche a coloro che sono giunti all’ultima ora (Mt 20,1-15).
 
Vangelo
 
Gesù non dice di imitare i clochard, ma invita l’uomo a mettere Dio al centro della sua vita. Il credente ha fiducia nella Provvidenza, ma non è una fiducia passiva, tantomeno non è disprezzo delle necessità materiali. Fidarsi di Dio per il cristiano significa ricercare nella vita ciò che è essenziale, tenendo ben piantati i piedi sulla terra con lo sguardo fisso al Cielo. Ciò che rovina tutto sono le preoccupazioni e gli affanni per il domani, così come insegna Gesù: la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto (cfr. Mt 13,22).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,24-34
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano.
Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
 
Parola del Signore.
 
Non preoccupatevi per la vostra vita ... - Il brano evangelico di Matteo può essere diviso in due parti: la prima parte (v. 24), una nota negativa sulla ricchezza presentata come padrone, fa da introduzione alla seconda parte (vv. 25-34) nella quale Gesù invita i suoi discepoli a non affannarsi per i beni terreni e, affidandosi alla Provvidenza divina, a cercare anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia.
  Senza voler scendere nei particolari, la ricchezza (in ebraico mammôn) e la prosperità, generalmente, erano ritenute come segni della benevolenza divina. Era comune sentire credere, anche ai tempi di Gesù, che Dio elargisse abbondanti beni ai giusti e li negasse agli empi, anche se la realtà quotidiana molto spesso contraddiceva questo assunto.
Quindi, la ricchezza non era ritenuta cattiva in se stessa, ma diventava malvagia invece se invadeva il cuore dell’uomo permettendole di distorcere le relazioni con il prossimo, sopra tutto se indigente, e con Dio: «È meglio la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia, che la ricchezza con l’ingiustizia. Meglio praticare l’elemosina che accumulare oro» (Tb 12,8).
Agli empi, maledetti perché confidano nella loro forza e si vantano della loro grande ricchezza (Sal 49,7; Cf. Sal 52,9), spesso viene rivolto questo consiglio: «Non confidate nella violenza, non illudetevi della rapina; alla ricchezza, anche se abbonda, non attaccate il cuore» (Sal 62,11).
Poiché la ricchezza rende perfidi (Ab 2,5), prima o poi chi confida nella propria ricchezza, assoggettandosi al suo fascino, cadrà, mentre i giusti rinverdiranno come foglie (Pro 11,28).
Molto vicino a questa affermazione è l’insegnamento che il credente trae dalla parabola del seminatore: «Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto» (Cf. Mt 13,22).
E poiché in medio stat virtus, il vero anelito dell’uomo giusto può essere racchiuso in questa preghiera: «Signore, io ti domando due cose, non negarmele prima che io muoia: tieni lontano da me falsità e menzogna, non darmi né povertà né ricchezza, ma fammi avere il mio pezzo di pane» (Pro 30,8).
Da questa breve introduzione possiamo comprendere la brutta fama che si era rovesciata sulla ricchezza e il suo accumulo nella riflessione veterotestamentaria. L’esortazione che Gesù rivolge ai suoi discepoli verrà raccomandata con insistenza ai cristiani soprattutto se convertiti di fresco: poiché l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali; e alcuni presi da questo desiderio, hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti... a «quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera» (1Tm 6,9-10.17-19).
Nella seconda parte, Gesù per fare veicolare il suo insegnamento usa due similitudini: quella degli uccelli del cielo e quella dei gigli del campo.
Gli uccelli del cielo non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai eppure il Padre celeste li nutre. Quanto più egli provvederà ai discepoli di Gesù. La vita è nelle mani di Dio e nessuno, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita. La similitudine dei gigli del campo si riferisce alla preoccupazione del vestito.
I discepoli, anziché affannarsi per le necessità materiali, devono imparare ad avere fiducia in Dio che conosce i bisogni dell’uomo e di accontentarsi quando hanno di che mangiare e di che coprirsi (1Tm 6,8). Una essenzialità, quest’ultima, non fine a se stessa ma tesa a liberare la mente e il cuore da tante preoccupazioni, molto spesso inutili, per donarsi totalmente alla causa del Vangelo.
L’insegnamento si conclude con una massima sapienziale con la quale Gesù invita i suoi discepoli a mettere al bando ogni forma di ansia, perché ad ogni giorno basta la sua pena.
 
Per approfondire
 
M. F. Lacan: La provvidenza è fondamento della fiducia certa. - Il disegno di Dio, disegno d’amore, si realizzerà infallibilmente (Sal 33, 11); l’uomo quindi deve vivere nella fiducia. Dio veglia sull’ordine del mondo (Gen 8, 22) assicura la fecondità della terra (Atti 14, 17), donando sole e pioggia a tutti, buoni e cattivi (Mt 5, 45); dispone tutto affinché tutti lo cerchino (Atti 17, 24-28).
a) Se Dio veglia sui patriarchi (Gen 20, 6 s; 28, 15), la sua azione misteriosa e sovrana, che fa servire persino il male al suo disegno di salvezza, viene sottolineata soprattutto nella storia di Giuseppe. «Non siete voi, che mi avete mandato qui, dice Giuseppe ai suoi fratelli, è Dio; ... il male che avevate in progetto di farmi, il disegno di Dio l’ha volto in bene al fine di ... salvare la vita a un numeroso popolo» (Gen 45, 8; 50, 20).
Il popolo eletto può quindi affrontare il deserto; Dio lo nutrirà ogni giorno «secondo le sue necessità» (Es 16, 15-18). I profeti proclamano questo dominio di Dio, che sa eternamente tutto quanto avverrà (Is 44, 7) e da cui dipende felicità o sventura (Am 3, 6; Is 45, 7), che dispone di tutto e concede il potere a chi vuole (Ger 27, 5 s). Secondo i sapienti, inoltre, l’uomo propone e Dio dispone (Prov 16, 13; 19, 21; 20, 24); bene e male, vita e morte, povertà e ricchezza, tutto viene dal Signore (Eccli 11, 14), che governa il mondo e di cui tutto esegue gli ordini (Eccli 10, 4; 39, 31). Questa convinzione ispira la preghiera: Dio, che domina la sua creazione e la rende feconda (Sal 65, 7-14), custodisce il suo popolo in tutto e per sempre (Sal 121); senza di lui, vani sono lo sforzo e la vigilanza degli uomini (Sal 126, 1); grazie a lui, buon pastore, nel cuore delle tenebre, camminano sicure verso la felicità (Sal 23). In poche parole, «conta sul Signore, e lui agirà» (Sal 37, 5).
b) Gesù rinnova questo insegnamento rivelando agli uomini le qualità paterne di Dio; essi devono limitarsi a pregarlo: «Padre nostro, dacci oggi il nostro pane quotidiano» (Mt 6, 11) e non si preoccupino del domani, né temano per la loro vita; perché «il Padre sa» tutto ciò di cui hanno bisogno e tutto ciò che capita loro (Mt 6, 25-34; 10, 28-31; Lc 6, 34; 12, 22-32; 21,18). Questa basta a mantenere il credente saldo in un’incrollabile speranza; perché, come dice l’apostolo Paolo, «Dio farà cooperare ogni cosa al suo bene» e nulla potrà separarlo dall’amore che Dio gli testimonia in Gesù Cristo (Rom 8, 28. 31-39), neppure le prove peggiori. Al contrario, grazie a queste, potrà mostrare ai suoi fratelli il vero volto della provvidenza del Padre.
 
Considerate i gigli dei campi … - Ambrogio, Hexamer. 3, 36: Ma quale spettacolo è quello di un campo in pieno rigoglio, quale profumo, quale attrattiva, quale soddisfazione per i contadini! Come potremmo spiegarlo degnamente con le nostre parole? Ma abbiamo la testimonianza della Scrittura dalla quale vediamo paragonata la bellezza della campagna alla benedizione e alla grazia dei santi, quando Isacco dice: “L’odore di mio figlio è l’odore d’un campo rigoglioso” (Gen 27,27). Perché descrivere le viole dal cupo colore purpureo, i candidi gigli, le rose vermiglie, le campagne tinte ora di fiori color d’oro ora variopinti ora color giallo zafferano, nelle quali non sapresti se rechi maggior diletto il colore dei fiori o il loro profumo penetrante? Gli occhi si pascono di questa gradevole visione e intorno ampiamente si sparge il profumo che ci riempie del suo piacevole effluvio. Perciò giustamente il Signore dice: E la bellezza del campo è con me” (Sal 49,11). È con lui, perché ne è l’autore: quale altro artefice infatti avrebbe potuto esprimere una così grande bellezza nelle singole creature? “Considerate i gigli del campo” (Mt 6,28), quale sia il candore dei loro petali, come questi, l’uno stretto all’altro, si rizzino dal basso verso l’alto in modo da riprodurre la forma d’un calice, come nell’interno di questo risplenda quasi un bagliore d’oro che, difeso tutt’intorno dalla protezione dei petali, non è esposto ad alcuna offesa. Se si cogliesse questo fiore e si sfogliassero i suoi petali, quale mano di artista sarebbe così abile da ridargli la forma del giglio? Nessuno saprebbe imitare la natura con tanta perfezione da presumere di ricostituire questo fiore, cui il Signore diede un riconoscimento così eccezionale da dire: “Nemmeno Salomone in tutta la sua gloria vestiva come uno di questi” (Mt 6,29). Un sovrano ricchissimo e sapientissimo è giudicato da meno della bellezza di questo fiore.
 
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 19 Giugno 2026
 
Venerdì XI Settimana del Tempo Ordinario
 
2Re 11,1-4.9-18.20; Salmo Responsoriale dal Salmo 131 (132); Mt 6,1-6.16-18
 
Santa Candida Martire, venerata a Milazzo: Tra le figure sante venerate a Milazzo, spicca la luminosa presenza di Santa Candida Martire, il cui corpo riposa in una cappella laterale del Santuario di San Francesco di Paola. La sua storia, seppur frammentaria, intreccia indissolubilmente il mistero del martirio con la devozione secolare dei fedeli milazzesi.
Nel cuore del Santuario di San Francesco di Paola, custodita in un’urna di cristallo, si trova un’insigne reliquia: lo scheletro di Santa Candida Martire. Le sue spoglie, estratte dalla Catacomba romana di Ciriaca nella seconda metà del 1700, appaiono in buono stato di conservazione e sono composte in un simulacro reliquiario che riproduce la figura di una giovinetta dormiente.
L’autenticità del corpo santo è attestata da un prezioso documento: l’atto di autentica delle reliquie, redatto da Fra’ Xaverio Cristiani, Vescovo di Porfiria, il 19 giugno 1784. Questo documento storico colloca il martirio di Santa Candida entro il primo decennio del IV secolo, epoca in cui le persecuzioni contro i cristiani erano ancora in corso.
Sebbene le informazioni sulla vita e sul martirio di Santa Candida siano limitate, la sua devozione a Milazzo vanta radici profonde e antiche. (Autore; Franco Dieghi)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Antonio Gonzaález-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Figlia della fenicia Gezabele, sposa di Acab e promotrice del baalismo nel regno del nord, Atalia seguì le orme della madre e sostenne, nel regno di Giuda, una politica anti-yahvista e pro-baalista; anzi, nell’uccisione di tutta la stirpe reale, pare che si possa scoprire la sua intenzione di detronizzare la dinastia davidica per sostituirla, qualora fosse possibile, con una fenicia.
In altre parole, i due temi teologici soggiacenti a tutta la storia di Atalia sono il pericolo in cui si trovano lo yahvismo e la dinastia davidica, e la loro salvezza dovuta all’iniziativa del sommo sacerdote e del personale del tempio. Questo aspetto clericale e cultuale si trova espresso molto più chiaramente nella versione del cronista (2Cron 22,9-23,31).
I due temi sono l’oggetto della duplice alleanza che viene a coronate il racconto: un’alleanza fra Yahveh, il re e il popolo. e un’altra fra il re e il popolo. Il popolo giura nuovamente fedeltà al re, e così è riconfermata la dinastia davidica; e il popolo e il re giurano fedeltà a Yahveh, cosa che costituisce una solenne professione di yahvismo.
Fin dalla sua origine (2Sam 7,12-16), la dinastia davidica aveva avuto l’autenticazione da parte di Yahveh; e l’episodio di Atalia dimostra che Dio mantiene la sua parola ed è fedele.
Alcuni autori credono che vi fosse un rinnovamento annuale dell’alleanza come festa indipendente o, più probabilmente, come parte di qualche altra festa. Non è altro che un’ipotesi. È certo, invece, che in certi momenti di emergenza, quando lo yahvismo attraversava una grave crisi, il popolo si riuniva in assemblea per rinnovare i suoi impegni con Dio. Sono casi tipici quello che è ricordato nel nostro racconto e il rinnovamento dell’alleanza presieduto da Giosia (2Re 23).
 
Vangelo
Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
 
Senza dubbio la Parola di Dio ci mette in difficoltà, non tanto per il mucchietto di denari che teniamo ben nascosti in qualche angolo della casa, ma per quella sana armonia che dovrebbe regnare nel nostro povero cuore, e che spesso è latitante. L’uomo deve lavorare ed essere oculato, e questo significa che deve mettere da parte qualcosa per fronteggiare un futuro che spesso si manifesta minaccioso. E questo non è un problema, il problema nasce quando si diventa avari, quando la nostra vita dipende dalle ricchezze, quando il denaro diventa padre-padrone, quando tutto si riduce nel nascondere in una cassetta di sicurezza tutte le risorse economiche, quando l’avidità corrode la mente e il cuore, sradicando la carità, e l’attenzione ai bisogni del prossimo si riduce al lumicino. Ma v’è ancora qualcosa di più grave, e lo suggerisce san Paolo nella lettera ai Colossesi: “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!” (Col 3,1-3). Se dunque siete risorti, chi si fa schiavizzare dal denaro non vive da risorto, è un morto che cammina, un uomo senza speranza e senza futuro. Da qui si comprende la necessità di accendere nella nostra vita la lampada della fede e allora la nostra povera vita sarà tutta luminosa. Il denaro, l’avidità, la spilorceria sono coltri pesanti che oscurano la mente e il cuore, e tutto diventa cattivo, tutto diventa tenebroso. Nel leggere il brano evangelico ci vengono in mente i “novissimi”: accumulare per noi tesori in cielo, significa slanciarci alla conquista del Paradiso; farci mettere le manette dell’avidità delle ricchezze, significa avviarci verso l’Inferno, e lì “quanto è grande la tenebra”!
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,19-23
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».
 
Parola del Signore.
 
Il Vangelo di oggi mette in evidenza due temi: il primo indica ai cristiani il vero tesoro, che è il Cielo, il secondo tema individua l’occhio come lampada del corpo. Sia l’Antico Testamento che il Nuovo sono concordi nel rimproverare l’accumulo di ricchezza, sopra tutto quando scivola nella avarizia e nell’egoismo. Siracide 29,8-10, invita ad essere generosi verso chi è in difficoltà: “Sii paziente con il misero, e non fargli attendere troppo a lungo l’elemosina. Per amore del comandamento soccorri chi ha bisogno, secondo la sua necessità non rimandarlo a mani vuote. Perdi pure denaro per un fratello e un amico, non si arrugginisca inutilmente sotto una pietra”. Per Giacomo le ricchezze malamente accumulate ed egoisticamente custodite sono fonte di castighi divini: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi!  Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme.  Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!” (Gc 5,1-3). 
La lampada del corpo è l’occhio … la “luce spirituale che si irradia dall’anima è paragonata alla luce materiale di cui l’occhio, sano o malato, dispensa o rifiuta il beneficio al corpo: se anch’essa si trova oscurata, l’accecamento sarà ben peggiore della stessa cecità fisica” (Bibbia di Gerusalemme, nota a Mt 6,23)
L’esortazione di Gesù a non accumulare tesori sulla terra ha come fulcro due ragioni: tutto è effimero, e tutto passa, anche le ricchezze, e, quello che è più grave, i tesori terreni, spesso oscurando il cuore e annebbiando la mente, pervertono l’uomo, lo fanno deviare da un sano giudizio morale, spegnendo in lui ogni barlume di umanità. Solo nella conquista del Paradiso c’è tutta la vita dell’uomo credente.
 
Per approfondire
 
Dio e il denaro - Évode Beaucamp e Jacques Guillet: 1. La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è brutale. Il «Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione» (Lc 6 24) ha l’accento di una condanna assoluta.
Questa assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini e delle maledizioni del discorso della montagna, le benedizioni e le maledizioni promesse dal Deuteronomio (in occasione della grandiosa scena di Sichem), a seconda che Israele sarà, oppure no, fedele alla legge (Deut 28). Qui la distanza tra il VT ed il NT è una delle maggiori.
E questo perché il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto.
Per acquistare la perla preziosa, il tesoro unico, occorre vendere tutto (Mt 13,45 s), perché non si può servire due padroni (Mt 6, 24), ed il denaro è un padrone spietato: soffoca nel cupido la parola del vangelo (Mt 13,22); fa dimenticare l’essenziale, la sovranità di Dio (Lc 12,15-21); blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti (Mt 19,21 s). Èuna legge assoluta, e che non pare ammettere né eccezioni né attenuazioni: «Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33; cfr. 12, 33). Il ricco, che ha in questo mondo «i suoi beni» (Lc 16,25) e «la sua consolazione» (6,24), non può entrare nel regno; sarebbe «più facile ad un cammello passare attraverso la cruna di un ago» (Mt 19,23s par.). Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella (Is 61,1 = Lc 4,18; Lc 1,53) e proprio facendosi povero per noi il Signore ha potuto arricchirci (2 Cor 8,9) con la sua «insondabile ricchezza » (Ef 3,8).
2. Dare ai poveri. - Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate, e proprio un ricco uomo di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba (Mt 27,57). Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante, ma esige che la si distribuisca ai poveri (Mt 19,21 par.; Lc 12,33; 19,8); facendosi degli amici con il «denaro disonesto» - quale fortuna infatti è, nel mondo, immune da ogni ingiustizia? - i ricchi possono quindi sperare che Dio aprirà loro la via difficile della salvezza (Lc 16,9). Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un povero Lazzaro, ma che Lazzaro, «pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco» (Le 16,21), non ne ricevesse nulla. Il ricco è responsabile del povero; colui che serve Dio dà il suo denaro ai poveri, colui che serve Mammona lo conserva per appoggiarsi su di esso.
Infine la vera ricchezza non è quella che si possiede, ma quella che si dà, perché questo dono chiama la generosità di Dio, unisce nel ringraziamento colui che dà e colui che riceve (2 Cor 9,11) e permette al ricco di esperimentare anch’egli che c’è «più felicità nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35).
 
Cuore - J. De Fraine e A. Vanhoye: Le risonanze destate dalla parola «cuore» non sono identiche in ebraico e nelle lingue moderne. Certo, il significato fisiologico è lo stesso (2 Sam 18, 14; Os 13, 8), però le altre utilizzazioni della parola differiscono sensibilmente. Nel nostro attuale modo di esprimerci, in pratica «cuore» non evoca che la vita affettiva. L’ebreo concepisce il cuore come l’«interno» dell’uomo, in un senso molto più lato. Oltre ai sentimenti (2 Sam 15, 13; Sal 21, 3; Is 65, 14), il cuore comprende anche i ricordi e le idee, i progetti e le decisioni. Dio ha dato agli uomini «un cuore per pensare» (Eccli 17, 6); il salmista evoca «i pensieri del cuore» di Dio stesso, cioè il suo programma di salvezza che sussiste di epoca in epoca (Sal 33, 11).
«Larghezza di cuore» (1 Re 5, 9), esprime l’ampiezza del sapere; «dammi il tuo cuore» può significare «prestami attenzione» (Prov 23, 26) e «cuore indurito» esprime il concetto di mente ottusa. A seconda del contesto, il significato può limitarsi all’aspetto intellettuale (Mc 8, 17) o dilatarsi (Atti 7, 51). Bisogna spesso risalire oltre le distinzioni psicologiche fino al centro dell’essere, là dove l’uomo dialoga con se stesso (Gen 17, 17; Deut 7, 17), si assume le proprie responsabilità, si apre o si chiude a Dio. Nell’antropologia concreta e globale della Bibbia, il cuore dell’uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, il centro delle sue opzioni decisive, quello della legge non scritta (Rom 2, 15) e dell’azione misteriosa di Dio.
Nel AT, come nel NT, il cuore è il luogo in cui l’uomo incontra Dio, incontro che diventa pienamente fattivo nel cuore umano del Figlio di Dio.
 
Desiderare tesori è contrario alla nostra fede - Cromazio di Aquileia (Commento al Vangelo di Matteo 30, 1, 1-4): Il Signore ci proibisce di accumulare tesori sulla terra, perché tutto vi è fragile e transitorio. Desiderare tali tesori si oppone decisamente alla nostra fede ed alla nostra salvezza; e così si deve dire di tutte le altre realtà caduche, come ricercare le ricchezze del secolo, correre dietro alle sostanze del mondo; le tarme possono intaccarle, la ruggine demolirle, i ladri sottrarcele. E poiché chi avrà pensato di mettere più in serbo su questa terra che non in cielo, perderà di sicuro quei tesori della vita eterna e celeste; dice difatti il Signore: Poiché difficilmente il ricco entrerà nel regno dei cieli (Mt 19,23). Similmente anche l’Apostolo: Poiché quelli che ambiscono diventare ricchi cadono nella tentazione e nella trappola del diavolo (1Tm 6, 9). Richiamiamoci alla mente la figura di quel ricco che aveva posto ogni sua speranza nei tesori di questo mondo e nell’ubertà delle sue campagne. Era stato un anno di abbondanza straordinaria; andava pensando come ampliare i suoi granai; si riprometteva di viver da nababbo, dietro la sicurezza dell’abbondanza di beni. Non dirò che sia venuto il ladro a portarglieli via tutti quei beni; no; ma la notte stessa perse anche l’ anima per la quale aveva messo in serbo tutto quel ben di Dio.
 
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 18 Giugno 2026
 
Giovedì XI Settimana del Tempo Ordinario
 
Sir 48,1-14 (NV) [gr. 48,1-14]; Salmo Responsoriale dal Salmo 96 (97); Mt 6,7-15
 
San Gregorio Giovanni Barbarigo - Sapersi mettere al servizio: ecco il vero segno dell’autorità: La porpora cardinalizia ci ricorda che nella Chiesa a chi ha un ruolo guida spetta prima di tutto il compito di mettersi al servizio, di farsi compagno di strada di tutti, soprattutto degli ultimi. E fu proprio in quest’orizzonte che san Gregorio Giovanni Barbarigo visse il mandato ricevuto assieme alla porpora, facendosi un autentico pastore in mezzo alla gente. Il suo è l’esempio di un uomo che seppe testimoniare la fede piegandosi sulle ferite dell’umanità, amando la Chiesa, guidando con saggezza il clero e facendo della propria vita un dono per il bene di tutti. Era nato a Venezia nel 1625 e aveva conosciuto in Germania il futuro Alessandro VII, che poi lo avrebbe chiamato a Roma per organizzare l’aiuto agli appestati nel 1657. Un anno dopo il Papa lo volle vescovo di Bergamo e nel 1660 lo creò cardinale. Nel suo ministero si ispirò all’esempio di Carlo Borromeo: camminava con il suo popolo e avviò diverse riforme. Nel 1664 divenne vescovo di Padova, dove curò in particolare il Seminario e la formazione dei preti. «Mangia con la servitù e non lascia mai d’insegnare la dottrina cristiana, di fare missioni e assistenza a’ moribondi», raccontava un testimone che lo vide all’opera. Morì nel 1697, fu beatificato nel 1761 ed è stato proclamato santo da papa Giovanni XXIII nel 1960. (Matteo Liut)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): In strettissime relazioni fra loro, Elia ed Eliseo sono le due figure religiose che maggiormente si distinguono nel secolo IX a. C. Uno dopo l’altro, essi esercitano il ministero nel regno del nord in un momento critico per lo yahvismo.
Elia potrebbe essere detto il profeta del fuoco. Questo termine, o qualche suo sinonimo, compare almeno una mezza dozzina di volte nella nostra lettura. E in realtà, tutta la persona e l’attività di Elia bruciano in uno zelo ardente per la causa dello yahvismo.
La figura di Elia è una di quelle che il Siracide ricorda con maggior affetto, come si può notare anche nella forma letteraria. La situazione religiosa che viveva Ben Sirach era molto simile a quella del secolo IX a. C; e per questo, il ricordo di Elia e della sua vita al servizio dell’ortodossia yahvista era un richiamo implicito agli avvenimenti contemporanei.
Il Siracide ricorda brevemente una decina di episodi della vita di Elia: la carestia in cui morirono molti israeliti; la celebre siccità; per tre volte fece discendere il fuoco dal cielo, e una di queste, sul monte Carmelo alla presenza dei sacerdoti di Baal; la risurrezione del figlio della vedova di Zarepta; fece scendere re nella tomba a e fece precipitare dai loro giacigli uomini insigni (si riferisce ad Acab, Acazia e Ioram); sul Sinai, udì la voce di Dio che lo riprendeva per la sua timidezza e gli ordinava di annunziare castighi; unse re e profeti; fu rapito al cielo su un carro di fuoco; fu designato come precursore del Messia per placare l’ira prima che scoppiasse (Ml 3,23-24). In generale, tutte queste notizie su Elia sono prese da 1Re 17 e ss.
L’elogio di Elia termina con un invito alla speranza messianica. Pare che la versione greca pensi anche alla speranza nella beatitudine futura; ma questa speranza non è in armonia col resto del libro, che ignora ancora i dommi dell’oltretomba.
Lo spirito di Elia fu ereditato dal suo discepolo Eliseo, celebre per la sua attività taumaturgica. Coraggioso e intrepido, Eliseo non si lasciò intimidire né dominare da nessuno, anche se si trattava di prìncipi. Sotto questo aspetto, anche Eliseo, e non solo Elia, fa pensare alla figura del Battista che non si lascia intimidire dalle minacce di Erode. L’accenno ai prìncipi mette in rilievo l’intervento di Eliseo anche nelle questioni politiche del regno. La sua efficacia profetica e taumaturgica rimase attiva anche dopo la sua morte (2Re 13,20-21). Per inquadrare nel suo contesto quello che il Siracide dice di Eliseo, è necessario leggere 2Re 2-13.
 
Vangelo
Voi dunque pregate così.
 
La preghiera del Padre Nostro nel testo di Matteo è più vicina al linguaggio di Gesù, e possiamo trovare qualche assonanza nella preghiera del Qaddisch (Santo). La preghiera del Qaddisch si recitava al termine della liturgia del sabato: “Venga riconosciuto grande e santo il Nome eccelso nel mondo che Egli ha creato, e regni nel Suo dominio nella vita e nei giorni della casa di Israele, e sia tra breve, e si dica amen. Sia il Nome eccelso in eterno benedetto, esaltato, glorificato, il Nome santo, sia benedetto. E sia al di sopra di ogni benedizione, canto, venerazione che si possa mai pronunciare, e si dica amen”. Espressioni, quelle del Padre nostro e del Qaddisch, che rivelano il cuore bruciato dall’amore di un popolo avviluppato misteriosamente dalla santità di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,7-15
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
 
La preghiera del Regno - Il perdono che riceviamo e diamo - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno) Gesù ci dice che non c’è bisogno di importunare Dio con lunghe preghiere fatte di chiacchiere vuote, alla stregua dei pagani con i loro idoli. «Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». E poi propone il grande modello di preghiera, il «Padre nostro», con le sue sette invocazioni, secondo l’evangelista Matteo (cinque secondo Luca 11,1ss). Le tre prime invocazioni si riferiscono direttamente a Dio, che sin dall’inizio chiamiamo «Padre nostro»: santificazione del suo nome, cioè della sua persona; venuta del suo regno nel mondo degli uomini, e compimento della sua volontà sulla terra come in cielo.
La seconda parte del «Padre nostro» è composta da quattro invocazioni per noi: il pane quotidiano, cioè il sostentamento materiale, il pane della parola e il pane eucaristico; il perdono delle nostre offese a Dio, condizionato al perdono che noi concediamo ai fratelli; la perseveranza per vincere le tentazioni di ogni giorno, e soprattutto nella grande prova finale dell’assalto del maligno, per non rinnegare Dio e Cristo e, infine, la libertà da ogni male per poter servire Dio e il prossimo fedelmente ogni giorno della nostra vita.
La conclusione del testo evangelico torna sulla quinta invocazione, quella del perdono, per ribadire la riconciliazione fraterna. Poiché Dio ci perdona gratuitamente e personalmente, possiamo e dobbiamo imitare questa generosità divina perdonando il fratello che ci ha offeso. Con il perdono avviene come con l’amore: dobbiamo amare gli altri con l’amore con cui Dio Padre ci ama in Cristo, così dobbiamo anche perdonare con l’amore con cui Dio ci perdona. Poiché egli ci dà, con la sua grazia e il suo Spirito, l’essere e l’operare, il potere e il volere di fare il bene.
 
Parola del Signore.
 
Gesù ha insegnato la preghiera del Padre nostro per ricordare all’uomo che il «combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall’inizio e nell’ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente. La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo Nome. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale» (CCC 2849). Non abbandonarci alla tentazione: una richiesta che mette a nudo l’estrema fragilità dell’uomo e rivela, allo stesso tempo, la sguaiata ferocia di Satana, ma anche tutta la sua infernale debolezza: un leone affamato che gira continuamente attorno ai credenti cercando chi divorare (1Pt 5,8), ma già abbattuto e vinto dal Cristo. Una preghiera che punta diritto al cuore di Dio, l’Arbitro che ha in mano le sorti della partita: «Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi» (Rom 16,20). «Il primato nella storia non è, infatti, quello demoniaco, ma è la signoria divina ad avere l’ultima parola e la scena finale dell’Apocalisse [capp. 21-22] ne è la raffigurazione più luminosa» (Gianfranco Ravasi).
 
Per approfondire
 
Il Padre dei cristiani - Paul Ternant - Gli uomini hanno il potere di diventare figli di Dio (Gv 1, 12), perché Gesù lo è per natura. Il Cristo dei sinottici apporta i primi barlumi su questo punto, identificandosi con i suoi (ad es. Mt 18, 5; 25, 40), dicendosi loro fratello (28, 10) ed una volta designandosi persino con essi sotto l’appellativo comune di «figli» (17, 26). Ma la piena luce ci viene da Paolo, secondo il quale Dio ci libera dalla schiavitù e ci adotta come figli (Gal 4, 5 ss; Rom 8, 14-17; Ef 1, 5) mediante la fede battesimale, che fa di noi un solo essere in Cristo (Gal 3, 26 ss), e di Cristo un figlio primogenito, che divide con i suoi fratelli l’eredità paterna (Rom 8, 17. 29; Col 1, 18). Lo Spirito, essendo l’agente interno di questa adozione, ne è pure il testimone; e l’attesta ispirandoci la preghiera stessa di Cristo al quale ci conforma: Abba (Gal 4, 6; Rom 8, 14 ss. 29). Dalla Pasqua la Chiesa, recitando il «Padre nostro», esprime la coscienza di essere amata dello stesso amore di cui Dio circonda il suo Figlio unico (cfr. 1 Gv 3, 1); ed è questo che Luca indubbiamente suggerisce facendoci dire soltanto: «Padre!» (Lc 11, 2), come Cristo. La nostra vita filiale, manifestata nella preghiera, si esprime pure con la carità fraterna; infatti se amiamo il nostro Padre, non possiamo non amare anche tutti i suoi figli, nostri fratelli: «chiunque ama colui che ha generato, ama anche il generato da lui» (1 Gv 5, 1).
 
La preghiera: Benedetto XVI (Udienza Generale, 20 Giugno 2012): La nostra preghiera molto spesso è richiesta di aiuto nelle necessità. Ed è anche normale per l’uomo, perché abbiamo bisogno di aiuto, abbiamo bisogno degli altri, abbiamo bisogno di Dio. Così per noi è normale richiedere da Dio qualcosa, cercare aiuto da Lui; e dobbiamo tenere presente che la preghiera che il Signore ci ha insegnato, il «Padre nostro», è una preghiera di richiesta, e con questa preghiera il Signore ci insegna le priorità della nostra preghiera, pulisce e purifica i nostri desideri e così pulisce e purifica  il nostro cuore. Quindi se di per sé è normale che nella preghiera richiediamo qualcosa, non dovrebbe essere esclusivamente così. C’è anche motivo di ringraziamento, e se siamo un po’ attenti vediamo che da Dio riceviamo tante cose buone: è così buono con noi che conviene, è necessario, dire grazie. E deve essere anche preghiera di lode: se il nostro cuore è aperto, vediamo nonostante tutti i problemi anche la bellezza della sua creazione, la bontà che si mostra nella sua creazione. Quindi, dobbiamo non solo richiedere, ma anche lodare e ringraziare: solo così la nostra preghiera è completa.
 
Avvicinarsi a Dio con grande confidenza - Anonimo (Opera incompleta su Matteo, omelia 14): Dio ha voluto essere chiamato Padre piuttosto che Signore per infonderci grande fiducia nel chiedere e grande speranza di ottenere ciò che chiediamo.
Infatti i servi non sempre ottengono ciò che chiedono perché non sempre chiedono cose giuste secondo buona coscienza. Spesso non badano all’utilità del proprio signore ma alla loro; dunque non meritano di essere sempre ascoltati.
I figli invece vengono sempre ascoltati perché chiedono cose giuste con buona coscienza né badano alloro utile più che a quello del padre; per questo meritano sempre ascolto. E tu, se credi di essere figlio di Dio, chiedi ciò che a te giova ricevere e che a lui è conveniente accordare: nel caso perciò che tu chieda beni carnali e terreni o sarà difficile che li ottenga o forse non li otterrai per niente.
Come può Dio accordare volentieri a te che ne sei privo quei beni che, quando anche tu li abbia, sempre ti ammonisce a disprezzarli?
 
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.