25 Marzo 2026
 
Annunciazione del Signore - Solennità
 
Is 7,10-14.8-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 39 (40); Eb 10,4-10; Lc 1,26-38
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): L’inconcepibile mistero dell’Incarnazione: il Verbo Eterno riceve il corpo umano nel seno di Maria, il Redentore è vero Dio e vero uomo. Si compie il meraviglioso scambio: il Figlio di Dio assume la natura umana, affinché l’uomo possa partecipare alla natura di Dio stesso.
La Chiesa vede nell’Incarnazione del Figlio di Dio l’inizio della propria esistenza. Al centro di questo mistero sta Maria: Ella accoglie con fede le parole dell’angelo, concepirà dallo Spirito Santo e porterà nel suo grembo Colui che adempirà le promesse date ad Israele e sarà la salvezza delle nazioni. Ricordiamo il mistero dell’Incarnazione nel periodo della preparazione alla celebrazione del mistero pasquale del Redentore. Eccomi per fare la Tua volontà: le parole pronunciate da Cristo nel momento dell’Incarnazione si adempiranno sul Calvario. Il mistero dell’Incarnazione è inseparabilmente legato al mistero della Pasqua, con la morte e la risurrezione del Signore.
«Avvenga di me secondo la tua parola»: le parole di Maria di Nazareth la porteranno fino alla Croce di Gesù. Celebrare la solennità dell’Annunciazione significa credere alla parola di Dio, partecipare alla vita portataci da Cristo, sottomettersi all’azione dello Spirito in noi, dire sempre «sì» a Dio.
Ogni giorno, recitando l’«Angelus» ci poniamo di fronte all’avvenimento unico nella storia del mondo, di fronte all’Incarnazione del Figlio di Dio. Tre brevi frasi prese dal Vangelo raccontano ciò che era avvenuto a Nazareth: l’Annunciazione dell’angelo, la disponibilità di Maria piena d’obbedienza e la discesa del Verbo. La preghiera finale esprime l’unione interna tra l’Incarnazione, la Morte e Risurrezione di Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura:  Un segno - Bibbia per la Formazione Cristiana: Ci troviamo di fronte a una delle profezie messianiche più importanti dell’Antico Testamento. Secondo l’interpretazione oggi più diffusa, il segno dato da Dio nonostante l’incredulità del re Acaz è la nascita del figlio di quest’ultimo, il principe Ezechia. Davide ha un successore, e questo fatto ravviva la speranza suscitata a suo tempo dalla profezia di Natan (2Sam 7,1ss).
Questo annuncio tuttavia può avere anche un significato più profondo: al di là delle circostanze presenti, il profeta intravede la nascita del Messia-re, il vero «Dio-con-noi». Il testo ebraico dice che l’Emmanuele nascerà da una «giovane». La tradizione giudaica, ripresa dalla versione greca dei Settanta, darà al termine generico usato dall’autore il significato specifico di «vergine ».
Il Vangelo di Matteo e tutta la tradizione cristiana vedranno realizzarsi questo annuncio di Isaia nella venuta di Gesù, il figlio della vergine Maria (Mt 1,23). Al contrario del re Acaz, Maria è colei che ha saputo veramente confidare in Dio e fare assegnamento su lui solo. Elisabetta la proclama beata perché «ha creduto» (Lc 1,45).
Il libro di Isaia preciserà in seguito il modo in cui questo bambino realizzerà la salvezza (9,1-6: 11,1-9).
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei commenta il salmo 39 (40) citato nella versione dei Settanta, e viene fatto pronunciare dal Figlio, Gesù Cristo, al momento della incarnazione. Solo il sacrificio di Cristo può espiare il peccato del mondo.
 
Vangelo
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
 
Nàzaret, una città della Galilea, posta in territorio che era ritenuto pagano e trascurato da Dio, quella Galilea dalla quale non sorge profeta (Gv 7,52). Da Nàzaret può venire qualcosa di buono? (Gv 1,46), eppure Dio sceglie di iniziare da questo oscuro villaggio il suo viaggio che lo porterà tra gli uomini, Dio sceglie il grembo di una vergine, sceglie ciò che non ha appariscenza, ciò che è umile e disprezzato dagli uomini. La legge dell’incarnazione è questa: Gesù svuotò se stesso... umiliò se stesso (Fil 2,7-8). Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), Dio elegge la sua dimora tra gli uomini (Gv 1,14), e Maria è il nuovo tempio, la nuova città santa, il popolo nuovo in mezzo al quale Dio prende dimora.
 
Dal Vangelo secondo  Luca
Lc 1,26-38
 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 
Parola del Signore.
 
Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù ... Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?»: Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12). Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Per approfondire
 
L’Annunciazione - Catechismo degli Adulti 760: L’angelo dell’annunciazione, rivolge a Maria un invito alla gioia: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). Una parafrasi vicina al senso originale di questo saluto potrebbe essere: «Esulta, tu che sei ricolmata dall’amore gratuito di Dio; il Signore è con te, come salvatore sempre fedele all’alleanza». A fondamento di tutto c’è l’amore gratuito del Padre, la sua grazia, che dona la salvezza «con ogni benedizione spirituale» (Ef 1,3) in Cristo, prima preparandola nell’eternità, poi attuandola nel tempo, infine portandola all’ultimo compimento. Tutti siamo pensati, amati, creati, redenti e glorificati come figli adottivi in comunione con il Figlio unigenito. Il primo atto della grazia del Padre, rivolta a noi in considerazione di Cristo, è l’elezione, la liberissima scelta del suo amore: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi» (Ef 1,4-5). Maria è «piena di grazia», amata e benedetta da Dio insieme a tutti i membri della famiglia umana, ma in modo assolutamente singolare, in quanto è predestinata ad essere la Madre del suo Figlio. «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (Lc 1,42), è il saluto di Elisabetta. Dall’eternità nel disegno del Padre è associata all’evento dell’incarnazione redentrice come Madre di Dio fatto uomo.
 
Maria - Augustin George - Il posto importante che la madre di Gesù occupa nella tradizione cristiana è già stato abbozzato nella rivelazione scritturale. Se i Dodici hanno accentrato il loro interesse sul ministero di Gesù, dal battesimo alla Pasqua (Atti 1,22; 10,37 5S; 13,24ss), lo hanno fatto perché non potevano che parlare dei fatti ai quali avevano assistito e dovevano rispondere a ciò che più premeva alla missione.
Era normale che i racconti sull’infanzia di Gesù non comparissero se non tardivamente; Marco li ignora, accontentandosi di ricordare due volte soltanto la madre di Gesù (Mc 3,31-35; 6,3). Matteo li conosce, ma li accentra su Giuseppe, il discendente di David che riceve i messaggi celesti (Mt 1,20 s; 2, 13. 20. 22) e dà il nome di Gesù al figlio della vergine (1,1-25). Con Luca, Maria entra in piena luce; è lei che, alle origini del vangelo, occupa il primo posto, in una vera personalità; è lei che, alla nascita della Chiesa, partecipa con i discepoli alla preghiera del cenacolo (Atti l, 14). Infine Giovanni inquadra la vita pubblica di Gesù tra due scene mariane (Gv 2,1-12; 19,25 ss): a Cana come sul Calvario, Gesù definisce con autorità la funzione di Maria dapprima come fedele, poi come madre dei suoi discepoli.
Questa progressiva presa di coscienza della funzione di Maria non dev’essere spiegata semplicemente con motivi psicologici: riflette una conoscenza sempre più profonda del mistero stesso di Gesù, inseparabile dalla «donna» dalla quale volle nascere (Gal 4,4).
 
Maria nel progetto salvifico di Dio: Helga Rusche: Il Nuovo Testamento non s’interessa di particolari bio­grafici (a differenza dei racconti dell’infanzia apocrifi del tempo posteriore), ma dell’inserimento di Maria nel progetto di Dio. Se ogni cosa è stata creata in vista di Cristo (Col 1,16), allora anzitutto Maria (vedi la genealogia di Gesù, Mt 1,16). In lei il logos si è fatto carne, cioè uomo (Gv 1,14) e la parola di Dio si è rivolta a lei. Ella è la vergine che partorisce l’Emmanuele (Is 7,14 LXX; Mt 1,23), l’arca dell’alleanza che viene adombrata dalla nube della presenza di Dio (Es 40,35; Le 1,35), e immagine della figlia di Sion del tempo nuovo (Lc 1-2, secondo Sofonia e Michea).
La sua fede: in maniera sovrana, Dio sceglie l’ora del suo intervento (la “pienezza dei tempi”, Gal 4,4). Così Maria deve concepire vergine, già fidanzata con Giuseppe, ma non ancora accolta in casa, senza intervento dell’uomo. Infatti “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37). Queste parole e il modo in cui Maria risponde ricorda Abramo (Gen 18,49 LXX). Entrambi i credenti - ciascuno nel suo tempo - percorrono una strada che essi non conoscono e passano attraverso l’offerta del loro figlio (Gen 22; la croce). A Maria viene sempre richiesto di stare attenta all’ora (Lc 2,40ss; Gv 2,lss). E lei si piega alla determinazione come “serva del Signore”. Dicendo “avvenga di me secondo la tua parola”, ella esprime la fede più profonda. Nel Magnificat ella unisce la sua voce al coro di oranti del tempo passato e professa che Dio l’ha “guardata” per prendersi cura nella sua misericordia di tutti i poveri e gli umili. 
 
Il mistero dell’incarnazione - Redemptoris Mater 11: Nel disegno salvifico della santissima Trinità il mistero dell’incarnazione costituisce il compimento sovrabbondante della promessa fatta da Dio agli uomini, dopo il peccato originale, dopo quel primo peccato i cui effetti gravano su tutta la storia dell’uomo sulla terra (cfr. Gn 3,15). Ecco, viene al mondo un Figlio, la “stirpe della donna”, che sconfiggerà il male del peccato alle sue stesse radici: “Schiaccerà la testa del serpente”. Come risulta dalle parole del protoevangelo, la vittoria del Figlio della donna non avverrà senza una dura lotta, che deve attraversare tutta la storia umana. “L’inimicizia”, annunciata all’inizio, viene confermata nell’Apocalisse, il libro delle realtà ultime della chiesa e del mondo, dove torna di nuovo il segno della “donna”, questa volta “vestita di sole” (Ap 12,1).
Maria, Madre del Verbo incarnato, viene collocata al centro stesso di quella inimicizia, di quella lotta che accompagna la storia dell’umanità sulla terra e la storia stessa della salvezza. In questo posto ella, che appartiene agli “umili e poveri del Signore”, porta in sé, come nessun altro tra gli esseri umani, quella “gloria della grazia” che il Padre “ci ha dato nel suo Figlio diletto”, e questa grazia determina la straordinaria grandezza e bellezza di tutto il suo essere. Maria rimane così davanti a Dio, ed anche davanti a tutta l’umanità, come il segno immutabile ed inviolabile dell’elezione da parte di Dio, di cui parla la Lettera paolina: “In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, ... predestinandoci a essere suoi figli adottivi” (Ep 1,4-5). Questa elezione è più potente di ogni esperienza del male e del peccato, di tutta quella “inimicizia”, da cui è segnata la storia dell’uomo. In questa storia Maria rimane un segno di sicura speranza.
Ave, piena di grazia: “Poiché l’angelo salutò Maria con una formula nuova che non son riuscito a trovare in nessun altro passo delle Scritture sento di dover dire qualcosa a riguardo. Non ricordo dove si possa leggere altrove nelle Scritture la frase pronunciata dall’angelo: Ave, piena di grazia, che in greco si traduce Kecharitoméne. Mai tali parole, «Ave, piena di grazia», furono rivolte ad essere umano; tale saluto doveva essere riservato soltanto a Maria. Se infatti Maria avesse saputo che una formula di tal genere fosse stata indirizzata a qualcuno - ella possedeva infatti la conoscenza della legge, era santa, e conosceva bene, per le sue quotidiane meditazioni, gli oracoli dei profeti - non si sarebbe certo spaventata per quel saluto che le apparve così insolito. Sicché l’angelo le dice: Non temere, Maria, perché tu hai trovato grazia dinanzi al Signore. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli darai il nome di Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo» (Origene, In Luc., 6, 7).
 
Testimoni di Cristo -  Annunciazione del Signore - Marco Rossetti sdb: La vicenda unica dell’Annunciazione a Maria di Nazareth (Lc 1,26-37) ha molto da insegnarci su cosa possa scaturire dall’incontro tra il Signore ed una sua creatura. Tale annuncio, che è come uno spartiacque nella storia della salvezza, è il modo nuovo che Egli inaugura per rapportarsi con le persone.
Un incontro unico - Maria e Nazareth: nomi accomunati dalla caratteristica di un’apparente insignificanza, a riprova del fatto che Dio ama incontrare ciò che è piccolo, sconosciuto. Questo privilegio fa parte della sua misericordia. Proprio in quel luogo, proprio per quella giovane donna, l’incontro è segnato da un saluto del tutto speciale: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. Ci troviamo ad un livello di saluto profondo che rinsalda il cuore e squaderna orizzonti nuovi. Il Signore sta dicendo a Maria di averle dato la sua grazia, vale a dire la totalità dei doni che una volta ricevuti non lasciano come prima, ma trasformano, fanno nuovi, abilitano a compiere quanto Lui stesso chiede. Maria percepisce la grandezza dell’incontro, per questo è “turbata”: di cosa sarà portatore quell’incontro e saluto? Ella sente il bisogno di riservarsi un tempo. Scrive bene l’Evangelista appuntando che la Vergine non risponde immediatamente, ma invoca per sé un tempo di prolungata riflessione, come se si raccogliesse in un dialogo amoroso col suo Signore.
Un incontro che crea sconcerto - Attraverso il suo Angelo, è Dio in persona che viene nuovamente incontro a Maria, mostrando un’iniziativa che non la schiaccia, ma la corrobora. Le assicura di essere al suo fianco e di averle già garantito la sua grazia perché possa concepire un figlio, darlo alla luce e chiamarlo Gesù (cfr. il v. 31): egli “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo”. L’Angelo parla dando compimento alle profezie di Isaia (7,14) e di Natan (2Sam 7,12-16): il re che doveva discendere dalla casa di Davide, sta per venire nel mondo! Dio, che non poteva prima essere neppure visto, sta per essere concepito. La promessa si fa ora realtà per la nostra salvezza. Il Signore garantisce, spiega, e Maria, così come è proprio di un incontro, senza voler oscurare l’iniziativa del suo Dio, chiede spiegazione: “Come avverrà questo?”. Non pare proprio di poter leggere in ciò una qualche difficoltà da parte sua, quanto piuttosto l’esplicitazione di un sentimento di totale spoliazione di sé per amore: Dio crea sconcerto anche in chi lo accoglie e decide per Lui!
Il frutto dell’incontro - Il dialogo, nota tipica di questo incontro, continua. Il Signore mediante il suo Angelo delinea ora la potenza della propria azione che si compirà per mezzo dello Spirito Santo, che è Spirito creatore e datore di vita; è la sua onnipotenza creatrice che avvolge di sé una creatura! Come unico è l’intervento dell’Onnipotente nella vita della donna di Nazareth che per sempre sarà detta beata, altrettanto unica è la santità del Bambino promesso: Santo è il nome di colui che nascerà, perché costui è Dio stesso che si fa uomo. Il Signore crea in Maria un cuore immune da ogni macchia: ora in quel cuore purissimo Egli chiede, non impone, di poter porre la propria dimora, riversando lì tutto il bene che serbava in cuor suo. Di fronte alla richiesta del Signore, Maria “piena di grazia” si proclama sua “serva” e dichiara completa disponibilità: “Avvenga per me secondo la tua parola”. Ecco come si conclude questo incontro che non smette di sorprenderci, malgrado lo conosciamo quasi a memoria! A quel meraviglioso “Voglio” di Maria, Dio scende in lei con la forza dello Spirito Santo, la rende feconda ed esaltandone la verginità la rende Madre del Cristo. A tanto Ella arriva perché permette al Signore di incontrarla e perché ascoltandolo entra in intimo dialogo con Lui! L’ascolto e la pratica della Parola, fanno sì che ogni suo incontro non rimanga infruttuoso. In Maria il frutto è ineguagliabile: è Gesù, il Frutto Benedetto del suo grembo.
 
O Padre, tu hai voluto che il tuo Verbo
si facesse carne nel grembo della Vergine Maria:
concedi a noi, che professiamo la fede nel nostro redentore,
vero Dio e vero uomo,
di essere partecipi della sua natura divina.
Egli è Dio, e vive e regna con te. 
 

 

 

 

 24 Marzo 2023
 
Martedì V Settimana di Quaresima
 
Nm 21,4-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 101 [102]; Gv 8,21-30
 
Il seme è la parola di Dio, il seminatore è Cristo: chiunque trova lui, ha la vita eterna. (Acclamazione al Vangelo)
 
Seme - Anselm Urban: Il seme che nasconde in sé la pienezza della vita futura lascia intravedere qualcosa della potenza creatrice di Dio (Gen l,l1s); Dio promise anche ad Abramo che avrebbe reso il suo “seme” (discendenza) numeroso come le stelle del cielo (Gen 15,5). La sua benedizione poggia sul seme dei giusti, ma il seme degli empi perirà ( Sal 37,2 .2).
Poiché Israele è diventato un seme di scellerati (Is 1,4) va tagliato fino a lasciare solo un ceppo che è “seme santo” (6,13).
Nel Deuteroisaia il seme che germoglia è immagine della salvezza che cresce (Is 45,8; 55,10) bagnata dalla pioggia fecondante della parola di Dio. Su questo sfondo vanno viste le parabole di Gesù riguardanti la crescita. La parola (“del regno” Mt 13,19) è ora essa stessa il seme gettato che si manifesta mirabilmente fecondo (Mt 13,8.20) senza che il seminatore intervenga ulteriormente (Mc 4,35ss): fiducioso nella forza divina del suo messaggio, Gesù può lasciare tranquillamente il raccolto ad altri (Gv 4,35-38). Anzi. è necessario che lui si ritiri: lui stesso è il seme che deve cadere nella terra e morire per portare molto frutto (Gv 12,24). Per Paolo il seme che germoglia è immagine del corpo della risurrezione (1Cor 15,36ss).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’episodio narrato dal Libro dei Numeri “deve essere in relazione con le miniere di rame dell’Araba, dove il metallo era già sfruttato nel XIII sec. a.C. A Meneijeh (oggi Timna) si sono rinvenuti parecchi piccoli serpenti di rame che forse erano utilizzati, come quello di Mosè, per proteggersi contro i serpenti velenosi. Questa regione mineraria dell’Araba si trova sulla via da Kades ad Aqaba” (Bibbia di Gerusalemme). Al di là di ogni puntualizzazione storica il brano mette in evidenza la fede del popolo nell’onnipotenza di Dio che attraverso un “segno” dona abbondantemente la salvezza agli Ebrei. Il serpente di bronzo, la cui vista guarisce dai morsi dei serpenti brucianti, diventa il simbolo di Cristo, Colui che è morto per il mondo e la cui contemplazione dona a tutti gli uomini vita e grazia: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).
 
Vangelo
Avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono.
 
Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo, con queste parole Gesù svela la sua identità che trascende l’orizzonte terreno perché le sue origini sono oltre il tempo e lo spazio. Ma i Giudei non hanno occhi per vedere al di là del velo della carne del Cristo, perché non hanno fede. Gesù così indica loro un percorso che inevitabilmente dovrà giungere alla sommità del Calvario: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono. Inchiodato sulla Croce, svelerà a tutti la sua divinità e solo questa grande rivelazione sarà capace di suscitare la fede nel cuore degli uomini. Chi non accetterà questa testimonianza, chi non saprà cogliere il mistero della sua Persona morirà nei suoi peccati; è la morte eterna che porta con sé l’eterna separazione da Colui che è la risurrezione e la vita (Gv 11,25): Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.
 
Dal Vangelo secondo  Giovanni
Gv  8,21-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi non potete venire”?».
E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.
Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati».
Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». Non capirono che egli parlava loro del Padre.
Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.
 
Parola del Signore.
 
La dipartita di Gesù - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Ritroviamo il tema dell’incomprensione: una nuova controversia nella quale ciascuna delle parti contendenti si attesta su un terreno diverso. Un’ottica puramente umana di Gesù fa sì ‘che il suo linguaggio risulti incomprensibile e scandaloso.
Gesù parla della sua dipartita, e lo fa per la seconda volta. In un primo tempo avevano intuito che sarebbe andato « all’estero », fuori della Palestina (7,35). Questa volta, pensano che voglia uccidersi. Nei due casi si tratta d’una incomprensione totale, incomprensione- inevitabile finché, non si conoscono la vera origine e il destino di Gesù.
Origine e destino di Gesù, realtà misteriosa, difficile da sondare. L’evangelista la descrive ricorrendo nuovaente a - categorie spaziali: « di laggiù - di quaggiù ». E queste categorie spaziali non corrispondono alla forma mentis dei giudei. Essi esprimevano queste realtà con categorie temporali: il mondo o l’era presente e il mondo o l’era futura.
Quello che essi attendevano per il futuro espresso nel quarto vangelo con la categoria spaziale « di lassù» è già avvenuto; è una realtà presente, sebbene essi non lo credano, perché non ne hanno esperienza. E non hanno questa esperienza; perché non appartengono al mondo di lassù, a quello di Dio, ma a quello di quaggiù, a quello degli uomini. Il loro atteggiamento d’incredulità li esclude da questo mondo di lassù. Per il loro razionalismo religioso, continuano ad appartenere al mondo di quaggiù, dove la morte continua ad avere piena giurisdizione.
Tu chi sei? È l’eterna domanda di chi si trova con Gesù. Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo? Le risposte date dall’uomo sono state molteplici e logiche almeno fino a un certo punto. Ma la domanda, così come è formulata, manca completamente di senso, semplicemente perché Gesù si è già presentato. Egli è di lassù, viene da Dio, è la luce, il pane della vita... La vera presentazione di Gesù può avvenire solo in questi termini o in altri simili. Chi non accetta questa presentazione che Gesù, fa di sé, come facevano i giudei, si chiude completamente alla comprensione del mistero implicito, nella persona di Gesù.
Per questo, Gesù risponde: « Proprio, ciò che vi dico ».
Il peccato dei giudei consiste nel non credere. Morirete nei vostri peccati-, perché non credete che « Io sono »: frase enigmatica e straordinariamente frequente nel quarto vangelo. Che significa e di dove viene?
a) In molti passi della letteratura antica, è usata dagli dèi, per esempio, dalla dea Iside, per descrivere le proprie virtù e i propri attributi: « Io sono la bontà... ».
b) La frase compare nell’AT per presentare la maestà e la personalità del Dio unico (Es. 3,14; Is -51,12) ed è messa anche in unione con la sapienza.
c) Questa formula caratteristica di Giovanni ha un punto di riferimento in altre espressioni che troviamo nei sinottici: Io sono venuto... Io dico... Il regno dei cieli è... Giovanni formula e raccoglie in questa frase tutti i possibili significati di Gesù.
La frase più vicina dell’AT e più atta a chiarire la nostra si trova in Is 43,11: « Io, io sono il Signore; fuori di me, non vi è salvatore ». Il verbo « essere » nella prima persona singolare, « sono », dev’essere inteso qui in senso stretto. Indica qualcosa o qualcuno che non ha principio, né fine. Quindi, è collocato al livello di Dio, di colui che attendevano per il futuro e che è già presente in mezzo a loro.
Gesù continua a parlare dell’unità del Padre e del Figlio. Il Padre ha inviato il Figlio. E parla anche dell’impossibilità di comprenderlo da parte dei giudei. Lo conosceranno quando innalzeranno il Figlio dell’uomo.
Quando questo avverrà, Gesù apparirà come il ponte fra i due mondi: quello di quaggiù e quello di lassù. In questo modo, si potrà vedere o almeno intuire che Gesù appartiene ai due mondi.
In conseguenza di queste parole, molti credettero in lui; ma la debolezza e l’insufficienza della loro fede si sarebbero rivelate assai presto.
 
Per approfondire

Io Sono: Catechismo della Chiesa Cattolica N. 211: Il nome divino «Io Sono» o «Egli È» esprime la fedeltà di Dio il quale, malgrado l’infedeltà degli uomini e il castigo che il loro peccato merita, «conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,7). Dio rivela di essere «ricco di misericordia» (Ef 2,4) arrivando a dare il suo Figlio. Gesù, donando la vita per liberarci dal peccato, rivelerà che anch’egli porta il nome divino: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che “Io Sono”» (Gv 8,28).
Gesù è Dio: Catechismo della Chiesa Cattolica N. 653: La verità della divinità di Gesù è confermata dalla sua risurrezione. Egli aveva detto: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono» (Gv 8,28). La risurrezione del Crocifisso dimostrò che egli era veramente «Io Sono», il Figlio di Dio e Dio egli stesso. San Paolo ha potuto dichiarare ai Giudei: «La promessa fatta ai nostri padri si è compiuta, poiché Dio l’ha attuata per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: Mio Figlio sei tu, oggi ti ho generato» (At 13,32-33). La risurrezione di Cristo è strettamente legata al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Ne è il compimento secondo il disegno eterno di Dio.
In perfetta comunione con il Padre: Catechismo della Chiesa Cattolica N. 1693: Cristo Gesù ha sempre fatto ciò che era gradito al Padre. Egli ha sempre vissuto in perfetta comunione con lui. Allo stesso modo i suoi discepoli sono invitati a vivere sotto lo sguardo del Padre «che vede nel segreto» (Mt 6,6) per diventare «perfetti come è perfetto il Padre [...] celeste» (Mt 5,47).
 
Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite: La Bibbia di Navarra: «Colui che mi ha mandato»: è un’espressione che si rinviene assai di frequente nel Vangelo di san Giovanni per indicare Dio Padre (cfr Gv 5,37; 6,44; 7,28; 8,16).
I Giudei che ascoltavano Gesù non capivano a chi il Signore si riferisse nel dire “colui che mi ha mandato”; san Giovanni però, narrando l’episodio, spiega che Cristo parla di Dio Padre, dal quale procede.
«Parlava loro del Padre»: è la lettura proposta dalla maggior parte dei codici greci. Tra cui quelli più importanti. Altri codici e alcune versioni, come la Vulgata, leggono “chiamava Dio Padre suo”.
«Le cose che ho udito da lui»: Gesù ha del Padre una conoscenza connaturale, ed è alla luce di tale conoscenza che parla agli uomini; non conosce per rivelazione o per ispirazione, come i profeti o gli autori sacri, ma secondo una modalità infinitamente superiore. Perciò può affermare che nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare (cfr Mt 11,27).
 
Molti credettero in lui - L’umiltà del discorso li convince - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Giovanni 53,2: Quando riportò il discorso a un tono più dimesso molti credettero. Tu chiedi ancora perché parla con tanta umiltà? Eppure l’evangelista ce ne ha indicato chiaramente il motivo, dicendo: Mentre diceva queste cose, molti credettero in lui; come se le sue stesse opere gridassero: “Non turbarti, ascoltatore, se senti parole umili”. Quelli infatti che, dopo tanti insegnamenti, non erano ancora convinti che lui veniva dal Padre, molto a proposito ascoltarono discorsi più dimessi, per essere incoraggiati a credere. E viene data in anticipo questa giustificazione per ciò che dirà successivamente con umiltà. Costoro dunque credettero: non tuttavia con l’intensità che sarebbe stata necessaria, ma fiaccamente, adagiandosi tranquillamente sull’umiltà delle sue parole. Che essi non avessero una fede perfetta ce lo mostra l’evangelista nel passo seguente, in cui essi gli rivolgono un insulto.
 
I Testimoni di Cristo - Sant’Oscar Arnulfo Romero y Galdámez - Donare la vita per i deboli, profezia d’amore vero: Óscar Arnulfo Romero y Galdámez nacque il 15 marzo 1917 a Ciudad Barrios, nello Stato di El Salvador. Approfondì gli studi in vista del sacerdozio a Roma e venne ordinato lì il 4 aprile 1942. Dopo vari incarichi diocesani, divenne vescovo ausiliare della diocesi di El Salvador. Nel 1970 fu nominato vescovo titolare di Santiago de María. Quell’esperienza segnò l’inizio del suo impegno a favore degli oppressi del suo Paese. Quattro anni dopo divenne vescovo di San Salvador. L’uccisione del padre gesuita Rutilio Grande, unita ad altri eventi, lo condusse a schierarsi apertamente per i poveri: non solo tramite la parola scritta e le omelie, diffuse tramite i mezzi di comunicazione sociale, ma anche con la presenza fisica. Il 24 marzo 1980, monsignor Romero stava celebrando la Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza di San Salvador, dove viveva. Al momento dell’Offertorio, un sicario gli sparò un solo proiettile, che l’uccise. È stato beatificato il 23 maggio 2015, a San Salvador, sotto il pontificato di papa Francesco. Lo stesso Pontefice lo ha canonizzato il 14 ottobre 2018 in piazza San Pietro a Roma. La memoria liturgica di monsignor Romero cade il 24 marzo, giorno della sua nascita al Cielo, in cui ricorre, dal 1992, la Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta della cattedrale del Divino Salvatore del Mondo a San Salvador.
 
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda perseveranti nel tuo servizio,
perché anche nel nostro tempo
la tua Chiesa si accresca di nuovi membri
e si rinnovi sempre nello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

O Dio, lento all’ira e grande nella misericordia
verso coloro che sperano in te,
concedi ai tuoi fedeli di piangere i mali commessi,
per ottenere la grazia della tua consolazione.
Per Cristo nostro Signore.

 

 

 

 

 23 Marzo 2026
 
 Lunedì V Settimana di Quaresima
 
 Dn 13,1-9.15-17.19-30.33-62; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Gv 8,1-11 
 
Io non godo della morte del malvagio, dice il Signore, ma che si converta dalla sua malvagità e viva (Ez 33,11 - Acclamazione al Vangelo)
 
 I. Giblet e P. Grelot: Fedele alla stessa tradizione profetica, Ezechiele incentra il suo messaggio, nel momento in cui si compiono le minacce di Dio, sulla conversione necessaria: «Gettate lontano da voi le trasgressioni che avete commesso, e fatevi un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Perché vorreste morire, o casa di Israele? Io non desidero la morte di alcuno! Convertitevi e vivrete» (Ez 18, 31 s). Quando precisa le esigenze divine, il profeta assegna indubbiamente alle prescrizioni cultuali un posto più ampio che non i suoi predecessori (22, 1-31); ma insiste pure più di essi sul carattere strettamente personale della conversione: ciascuno risponderà soltanto per sé, ciascuno sarà ricompensato secondo la sua condotta (3, 16-21; 18; 33, 10-20). Ed Israele è senza dubbio una «genia di ribelli» (2, 4-8). Ma a questi uomini dal cuore duro Dio può dare come una grazia ciò che esige da essi in modo così imperioso: nella nuova alleanza darà loro un cuore nuovo e metterà il suo spirito in essi, cosicché essi aderiranno alla sua legge e si dorranno della loro cattiva condotta (36, 26-21; cfr. 11, 19 s).

Liturgia della Parola

Prima Lettura - Messale dell’Assemblea Cristiana [Feriale]: Innocenza di Susanna. Tentata dapprima dagli anziani (vv. 5-21), cioè da due fra i capi dei deportati (cf Ez 8,1; 14,1; 20,14), eletti per di più a giudici (v. 5), Susanna, priva di ogni appoggio umano, è in seguito condannata a morte proprio per intervento loro (vv. 28-34). Nonostante l’opera perversa di coloro che avrebbero dovuto sostenerne la virtù, essa rimane fedele al suo Dio (vv. 22-23,35.42-43). V’è nel racconto un’amara condanna dei capi che portano alla colpa i loro sudditi indifesi (vv. 24-41), condanna che riecheggia parole assai dure dei profeti (cf Is 3,14-15; Ger 23,1-6; Ez 34,1-10). Ma v’è anche una profondissima fiducia nel Dio fedele che non lascia mai solo chi pone in lui la propria speranza (cf 44.60.03).

Vangelo
 Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei.

Da molti esegeti, per motivi di critica testuale e letteraria, la storia dell’“adultera perdonata” è ritenuta un masso erratico proveniente dalla tradizione sinottica. La pericope, al di là della questione dell’adulterio, mette in risalto la misericordia di Gesù perfettamente in sintonia con l’amore misericordioso del Padre celeste: «Io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva» (Ez 33,11). Gesù non è venuto «per condannare il mondo, ma per salvare il mondo» (Gv 12,47; Cf. Gv 8,15): l’invito perentorio rivolto alla donna adultera di non peccare più è una forte spinta a uscire fuori dalla miseria del peccato per incominciare una vita nuova. In questa luce, il racconto giovanneo, è un appello rivolto a tutti gli uomini perché, smettendo di giudicarsi a vicenda, sentano il bisogno di essere salvati da Dio.

Dal Vangelo secondo  Giovanni
Gv 8,1-11
 
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una a sorpresa in adultèrio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
 Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». 

Parola del Signore. 

Gli conducono una donna sorpresa in adulterio - Il conflitto tra i farisei, gli scribi e Gesù non è ancora esploso in tutta la sua violenza, sarà la risurrezione di Lazzaro a fare precipitare irreversibilmente la situazione: «... quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,53). Pur tuttavia i rapporti sono molto tesi e i sinedriti tallonano il giovane Rabbi, lo spiano per coglierlo in fallo «per poi accusarlo» (Mc 3,2). Per raggiungere il loro obiettivo, gli scribi e i farisei, conducono, quindi, a Gesù una donna sorpresa in adulterio, un reato che la Legge mosaica condannava con la pena capitale (Dt 22,22; Lev 20,10). In genere, la Legge mosaica non determina­va il modo, la morte veniva inferta o per strangola­mento o per spada o per lapidazione; solo per la fidanzata infedele categoricamente veniva intimata la pena della lapidazione (Cf. Dt 22,23 ss).
I farisei pongono l’adultera nel mezzo perché sia ben visibile a tutti. Mostrano in questo modo la loro poca sensibilità verso i loro simili: la donna, anche se colta in flagrante adulterio, ai loro occhi, doveva restare pur sempre una persona. Si autodenunciano come uomini gretti, abietti, disposti a tutto pur di raggiungere i loro obiettivi illeciti.
La povera donna è solo un’esca, perché, come ci suggerisce il Vangelo, le reali squallide intenzioni dei farisei sono tese unicamente a cogliere in fallo Gesù, «per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo» (Gv 8,6).
Il gioco maligno, d’altronde mai riuscito (Cf. Mt 22,15-22), era di una estrema semplicità: se Gesù avesse assolto la donna l’avrebbero accusato di infrangere la Legge di Mosè; se l’avesse condannata, oltre a perdere la sua buona fama di uomo misericordioso, avrebbe infranto la legge di Roma in quanto soltanto i suoi tribunali avevano il diritto di comminare pene capitali. In ogni caso, avrebbero avuto modo di accusarlo o al Sinedrio o a Pilato.
I farisei da Gesù già rimproverati in altre simili occasioni, avevano dimenticato prestamente il monito loro rivolto: imparate «che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifici» (Mt 9,13).
La lezione non l’avevano imparata tanto d’insistere in pratiche disumane come la lapidazione. Nonostante l’arroganza e l’insistenza degli interlocutori, Gesù è tranquillo, imperturbabile, lo dimostra chinandosi e mettendosi a scrivere col dito per terra (Gv 8,6). Inutile investigare per conoscere cosa scrivesse Gesù: il verbo katagraph significa tracciare segni, disegnare, ma anche mettere per iscritto un’accusa. I Padri della Chiesa interpretano questo gesto con Geremia 17,13, dove è minacciata la rovina per quanti sono infedeli a Dio: «O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi; quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato il Signore, fonte di acqua viva».
Poiché gli accusatori della donna non si rassegnano, Gesù dà prova della sua saggezza e della sua misericordia con una risposta lapidaria: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Gv 8,7). Se tutti siamo peccatori (Cf. Rom 3,9ss; 5,12) e «tale è la condizione dell’uomo, come può un peccatore infierire contro chi è stato vittima della stessa debolezza umana? [...]. L’espressione scagli per primo una pietra riecheggia Dt 13,1 dove si ordina che i testimoni oculari devono dar inizio all’esecuzione della condanna a morte. Dopo una risposta tanto saggia, Gesù non guarda più gli accusatori, ma di nuovo si china per scrivere sulla terra. Evidentemente il Maestro ha sconcertato gli avversari; essi aspettavano che prendesse posizione sulla questione legale; invece ha ricordato ai giudici che non sono senza peccato e quindi non possono condannare. Il gesto del Maestro, di chinarsi per non fissare gli accusatori, vuol porre i giudici dinanzi alle loro responsabilità e invitarli a una decisone sincera e libera» (S. Panimolle).
 I farisei e gli scribi, disorientati e disarmati dalla sapienza divina, non possono fare altro che allontanarsi, cominciando «dai più anziani»: questo particolare sembra ispirarsi alla storia di Susanna e dei «due anziani pieni di perverse intenzioni» (Dan 13,1ss). Sgombrato il campo, Gesù rimane solo con l’adultera: è l’incontro «dell’innocenza con chi ha commesso peccato: la scena diventa una illustrazione plastica dell’invito al pentimento. Dio odia il peccato e ama il peccatore; tale atteggiamento si attua in Gesù. Il quale, benché non giudichi e non condanni, invita la donna a non peccare più [...]. La legge condanna il peccato non perché gli uomini si giudichino a vicenda, ma perché essi sentano il bisogno di essere salvati da Dio. Gesù porta in sé questa salvezza: odia infinitamente il peccato, ama infinitamente il peccatore. Questo è possibile soltanto a Dio» (P. Giuseppe Ferraro s.j.).
 La storia dell’adultera, posta alla fine del cammino quaresimale, suggerisce ai credenti l’esperienza gioiosa che essi fanno nel sacramento della Penitenza. Un invito pressante a fare Pasqua.

Per approfondire 

… i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio - M.-F. Lacan: Se il decalogo, e, dopo di esso, i profeti condannano in modo assoluto l’adulterio, la fedeltà che si esige dai due sposi nel matrimonio sarà pienamente rivelata solo da Cristo. Ma la fedeltà totale che si esigeva dalla donna fin dall’antica alleanza può simboleggiare quella che Dio si aspetta dal suo popolo; così i profeti condannano l’infedeltà all’alleanza come un adulterio spirituale.
1. Matrimonio e adulterio. - Interdetto (Es 20,14; Deut 5,18; Ger 7,9; Mal 3, 5), l’adulterio riceve nella legge una definizione limitata: è l’atto che viola l’appartenenza di una donna al marito o al fidanzato (Lev 20,10; Deut 22,22 ss). La donna appare come cosa dell’uomo (Es 20, 17) piuttosto che come persona con la quale egli non fa che uno, nella fedeltà di un amore reciproco (Gen 2,23s). Questo abbassamento della donna è legato alla comparsa della poligamia, che si ricollega a un discendente di Caino, caratterizzato dalla violenza (Gen 4,19). La poligamia verrà tollerata per molto tempo (Deut 21,15; cfr. 17,17; Lev 18,18); tuttavia i saggi, che mettono in evidenza la gravità dell’adulterio (Prov 6,24-29; Eccli 23, 22- 26), invitano l’uomo a riservare il proprio amore alla donna della sua giovinezza (Prov 5,15-19; Mal 2,14 s). Per di più, condannano la frequentazione delle prostitute, benché essa non renda l’uomo adultero (Prov 23, 27; Eccli 9, 3. 6).
Gesù, la cui misericordia salva la donna adultera, pur condannandone il peccato (Gv 8,1-11), rivela tutte le dimensioni della fedeltà coniugale (Mt 5,27s.31s; 19, 9 par.); essa lega sia l’uomo che la donna (Mc 10,11); li lega indissolubilmente (Mt 19,6) e intimamente (Mt 5,28); sposarsi dopo un divorzio è commettere adulterio; è essere adultero nel proprio cuore desiderare di unirsi a un altro che non sia il proprio coniuge. Per evitare questo peccato che esclude dal regno (1 Cor 6, 9), Paolo ricorda che bisogna cercare nell’amore la fonte della fedeltà (Rom 13, 9 s). Si eviterà così di deturpare la santità del matrimonio (Ebr 13, 4).
2. Alleanza e adulterio. - L’alleanza che deve unire l’uomo a Dio con un legame di amore fedele è presentata dai profeti sotto il simbolo di un matrimonio indissolubile (Os 2,21s; Is 54,5s); così, l’infedeltà del popolo è a sua volta stigmatizzata come un adulterio e una prostituzione (Os 2,4), perché il popolo si abbandona al culto degli idoli come una prostituta si dà ai propri amanti, per interesse (Os 2,7; 4,10; Ges 5,7; 13,27; Ez 23,43ss; Is 57,3).
Gesù riprende l’immagine per condannare la mancanza di fede; chiama «generazione adultera» gli increduli che esigono dei segni e gli infedeli che arrossiscono di lui e del suo vangelo (Mt 12,39; 16,4; Mc 8,38). San Giacomo, a sua volta, definisce adulterio ogni compromesso tra l’amore di Dio e quello del mondo (Giac 4, 4). Attraverso queste condanne, viene messa in luce la fedeltà assoluta che è nello stesso tempo il frutto e l’esigenza dell’amore. 
 
L’ispirazione all’Antico Testamento - La pericope dell’adultera perdonata contiene alcuni motivi veterotestamentari; qualcuno è particolarmente appariscente.
1. La storia di Susanna - Gv 8,1-11 sembra ispirarsi molto da vicino alla storia della casta Susanna (Dn 13): tra i due episodi notiamo elementi di contrasto e di somiglianza. Nei due brani è sul tappeto il peccato di adulterio: nel caso di Susanna si tratta di una calunnia, mentre nella pericope evangelica abbiamo una vera infedelta coniugale (Dn 13,30ss; Gv 8,3s). Ma in entrambi i casi viene intentato un processo.
 Parimenti nei due racconti le due donne stanno per essere condotte a morte, ad opera dei capi spirituali dei giudei (Dn 13,34.45; Gv 8,3) e si parla degli anziani (Dn 13,5ss; Gv 8,9).
 Infine nei due brani le due donne trovano un salvatore in un uomo di Dio: Daniele per Susanna (Dn 13,45ss) e Gesù per l’adultera (Gv 8,7-11), i quali smascherano e confondono i giudici spietati (Dn 13,51ss; Gv 8,7ss).
Quindi la pericope dell’adultera perdonata, per struttura e per tematica, appare molto simile alla storia di Susanna.
2. Ispirazione a Geremia 17,13 - Secondo alcuni esegeti, il gesto del Maestro di scrivere sulla terra (Gv 8,6.8) sarebbe di carattere profetico e rievocherebbe l’oracolo di Ger 17,13, nel quale è minacciata la rovina per quanti sono infedeli a Jahvé: «Quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore».
«Gesù rimanda i suoi interlocutori, che condannano la donna con tutta la durezza della legge, al giudizio di Dio, di fronte al quale tutti gli uomini sono peccatori. Dio dovrebbe scrivere nella polvere i nomi di tutti loro».”.
 R. Eisler e J. Jeremias sostengono che Gesù, scrivendo sulla terra, vuole invitare i dottori della legge alla conversione, ricordando loro un fatto della Scrittura: gli infedeli sono essi!
 Con questo gesto profetico avremmo non tanto un’allusione ai peccati dei presenti, quanto un richiamo all’infedeltà di tutto il popolo ebraico; e quindi anche un pressante invito alla conversione, un invito che, attraverso le pagine del vangelo, ci riguarda tutti personalmente.
 
 Clemente di Roma, La seconda lettera ai Corinti, 5-6 - Il mondo induce all’adulterio - Voi sapete, fratelli, che il nostro pellegrinaggio in questa carne, su questo mondo, è breve e dura pochi giorni; la promessa di Cristo, invece, è grande, meravigliosa, come grande e meraviglioso è il riposo nella vita eterna. Che cos’altro dovremo compiere, allora, per conseguire questi beni, se non perseverare a vivere nella santità e nella giustizia, tenendo ben presente che tutti i valori riconosciuti tali da parte di questo mondo sono estranei a noi cristiani? Poiché è quando desideriamo possedere tali beni che disertiamo la via della giustizia.
 Ammonisce, infatti, il Signore: Nessuno può servire due padroni (Mt 6,24; Lc 16,13). Se noi, pertanto, avremo la pretesa di servire sia Dio che Mammona, ne riceveremo un grave danno: Che cosa giova, infatti, guadagnare tutto il mondo, se poi si perde la propria anima? (Mt 16,26; Mc 8,36; Lc 9,25).
 Questo mondo e l’altro sono due nemici: l’uno induce all’adulterio, alla corruzione, all’avidità di ricchezze, all’inganno; l’altro, al contrario, impone la rinuncia a tutti questi vizi. Non possiamo pertanto essere contemporaneamente amici di tutti e due. L’unica strada per noi possibile consiste nel rinunciare a questo mondo e nel servire quell’altro, detestando i beni terreni, meschini e fugaci e corruttibili, e amando i beni celesti, che sono incorruttibili. Sarà unicamente compiendo la volontà di Cristo, infatti, che troveremo il riposo eterno; qualora invece ci mostreremo disobbedienti ai suoi comandamenti, non vi sarà nulla che sarà in grado di liberarci dall’eterno castigo.
 
Testimoni di Cristo -  San Turibio de Mogrovejo, Vescovo: Turibio de Mogrovejo (1538-1606) fu chiamato all’episcopato da laico, mentre era giurista all’Università di Salamanca e alla corte di Filippo II di Spagna. Su richiesta di questi Gregorio XIII nel 1580 lo inviò a Lima, in Perù. Aveva 42 anni. Giunse alla sede l’anno dopo e iniziò subito un’intensa attività missionaria. Nei suoi 25 anni di episcopato organizzò la Chiesa peruviana in otto diocesi e indisse dieci sinodi diocesani e tre provinciali. Nel 1591 a Lima sorgeva per sua volontà il primo seminario del continente americano. Incentivò la cura parrocchiale anche da parte dei religiosi e fu molto severo con i sacerdoti proni ai conquistadores. Fu, infatti, strenuo difensore degli indios. Morì tra loro in una sperduta cappellina al nord del Paese. È santo dal 1726. (Avvenire)

O Padre, che con il dono del tuo amore
ci riempi di ogni benedizione, trasformaci in creature nuove,
per essere preparati alla Pasqua gloriosa del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 

ORAZIONE SUL POPOLO

O Signore, libera dai peccati il popolo che ti supplica,
perché conduca una vita santa
e non sia oppresso da alcuna avversità.
Per Cristo nostro Signore.