16 Luglio 2026
 
Giovedì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 26,7-9.12.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 101 (102); Mt 11,28-30
 
Beata Maria Vergine del monte Carmelo: Alla fine del XII secolo un gruppo di eremiti si riunì sul monte Carmelo, in Palestina, là dove il profeta Elia aveva sconfitto i sacerdoti di Baal, e dove una piccola nuvola salita dal mare aveva posto fine ad una lunga siccità: nuvoletta che San Bernardo interpretò come figura della Madonna. Questi monaci si dedicavano alla preghiera perpetua, ed in particolare alla venerazione di Maria, onorata come Beata Vergine del Carmelo. Nel 1226 i Carmelitani ottennero l’approvazione della loro regola da papa Onorio III, e alla fine del XIII secolo, lasciata la Terra Santa, che era stata riconquistata dagli Arabi, fondarono diversi monasteri in tutta Europa.
Segno particolare della devozione mariana è lo scapolare. Questo termine indica originariamente una parte dell’abito dei monaci benedettini, consistente in due bande di stoffa che coprono le spalle e ricadono davanti e dietro; in seguito divenne, per monaci e laici, una doppia immaginetta racchiusa in due pezzi di stoffa, che si porta appesa al collo sotto gli abiti, ed è nota popolarmente come “abitino della Madonna”. Fu il carmelitano Simone Spock a ricevere dalle mani della Vergine stessa lo scapolare, con la promessa della rapida liberazione dalle pene del Purgatorio per chiunque lo indossi; devozione confermata da papa Pio XII con una bolla dell’11 febbraio 1950.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Callego - La speranza che genera vita: Ispirandosi ai salmi classici (Sal 44,60.74; 60,1ss; 74,1), il profeta comincia con un grido di rettitudine e di giustizia legale che è tutto un programma di vita. A esso la comunità riunita liturgicamente risponde con l’affermazione della fiducia riposta nella giustizia di Yahveh. Non era questo il modo di comportarsi nelle grandi solennità liturgiche? Nella Gerusalemme dei tempi messianici, non poteva mancare il compimento di quello che aveva costituito l’ideale di ogni fedele israelita.
Per questo Isaia, facendo suo qualche salmo dei pellegrini, lo ritocca e lo inserisce nel canto trionfale dei versetti precedenti come conclusione delle sue predizioni messianiche.
La grande aspirazione dei giusti degli ultimi tempi sarà appunto il nome di Yahveh, cioè Yahveh stesso in quanto può essere conosciuto, compreso e amato dall’uomo pur nei suoi limiti. Le circostanze storiche, i limiti sociali e le altre preoccupazioni umane non distrarranno ì giusti dal loro centro di gravità. Quando Paolo, in un rapimento di penetrazione divina, ci garantirà che «in lui viviamo, ci muoviamo e siamo», ci garantirà nel modo migliore che i tempi messianici sono ormai cominciati.
Con un gioco retorico, Agostino scopre Dio in se stesso, nella propria interiorità, dopo aver chiesto a tutte le creature, a una a una, se esse fossero Dio. Ma come dovettero suonare alle orecchie di quel giudei, avvezzi a cercare Yahveh nel fragore dell’uragano, nella pomposità del tempio o nella magnificenza dei sacrifici sul monte santo di Sion, le parole di Isaia, il quale assicurava che i giusti dei tempi nuovi lo avrebbero cercato in se stessi! A modo di corollario profetico, Cristo aggiungerà che il Padre non sarà adorato in Gerusalemme né sul Garizim, ma in spirito e verità. Sarebbe necessario mettersi nel secolo VIII a. C. per comprendere la novità dell’insegnamento profetico.
Da questa prospettiva yahvista e interiorizzante, il popolo comprende che tutta la sua storia è la storia delle grandi opere di Yahveh, che tutto quello che accade è compiuto da Yahveh come arbitro della storia per il bene dei suoi eletti. Lo sguardo resta limitato dentro le frontiere di Giuda. È solo un primo. passo, ma un passo decisivo, aperto al progresso della rivelazione. Le immagini non potrebbero essere più espressive. In uno sforzo sovrumano, paragonato ai dolori del parto, gli uomini, con le loro forze, riuscirono solo a generare vento; vuoto e nulla, e non un briciolo di salvezza, Senza la grazia, dirà Paolo, ci è impossibile anche pronunziare il nome di Gesù con merito.
La visione profetica della risurrezione descritta nel versetto 19 si presenta come un precoce fiore silvestre, esile e fragile, quasi vergognoso della sua solitudine. Non ne troveremo un altro fino a quasi sei secoli più tardi, nei libri di Daniele e dei Maccabei, quando giungerà la pienezza dell’apocalittica timidamente iniziata dai profeti, alla quale appartiene tutta questa sezione di Isaia concernente l’era messianica.
Certo, la risurrezione che Isaia intravede è limitata ai giusti del popolo eletto ed è espressa in un modo poetico, in contrapposizione con gli sforzi che il popolo fa inutilmente per far rivivere la propria nazione; ma il seme era gettato, e la ragione di questa speranza è del tutto convincente. L’azione vivificante di Yahveh sarebbe discesa sui morti, come la rugiada notturna provvidenziale discendeva sull’arida Palestina, costringendo la terra a partorire le ombre contenute nelle sue viscere, i «refraim» che attendevano nello sheol. I morti avrebbero nuovamente lodato Yahveh.
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Il tema del Vangelo è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili (cfr. Mt 23,13ss.).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,28-30
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 Cristo esige l’accettazione della sua legge. Il giogo era una metafora usuale per designare la Legge (cf. Geremia, 5, 5; Ecclesiastico, 51, 34; Atti, 15, 10). Affaticati e carichi; la Legge antica era un giogo pesante ed i Farisei l’avevano ancora aggravato con l’aggiunta d’innumerevoli prescrizioni. Gesù concede il sollievo a chi lo segue, perché egli non impone una religiosità fatta d’infinite e gravose pratiche esterne, come voleva l’ebraismo ufficiale del suo tempo.
29 Prendete su di voi il mio giogo; cioè: prendete la legge che Cristo insegna, oppure: lasciatevi istruire da me. Gesù è il perfetto Maestro nella legge, perché egli la promulga e la spiega con mitezza ed umiltà di cuore. Quella legge che è suggerita dalla bontà porta sollievo alle anime.
30 Cristo impone ai propri sudditi una legge amabile (giogo soave); egli infatti perfezionando la legge antica l’ha resa leggera. In tutto il passo (11, 28-30) il lettore avverte una punta polemica contro l’opprimente legalismo dei Farisei, considerati dal popolo come interpreti e maestri qualificati della legge.
 
Per approfondire
 
Il giogo, nella sacra Scrittura, è simbolo della sottomissione a Dio (Ger 2,20) e dell’obbedienza alla legge (At 15,10; Gal 5,1). Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo “giogo dolce” fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di precetti e di leggi; una giustizia ipocrita, strisciante da sempre in tutte le religioni, anche nel cuore di tanti cristiani. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono «stanchi e oppressi», in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, la «clausola» che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno (cfr. Lc 9,23), senza infingimenti o accomodamenti. È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre «stoltezza» o «scandalo» (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente. Invece, molti cristiani tendono a porre al centro di tutto la loro vita, spesso disordinata; le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o gusti o programmi e tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (cfr. Mc 7,8-9).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa. Il momento sacramentale forte di comunione con il Cristo morto e risorto dopo il battesimo, l’Eucaristia, eppure tutti coloro che si uniscono a celebrarla, lungi dall’avvertire su di sé un carico insopportabile, si sentono invece alleggeriti, L’Eucaristia ci rende commensali di Dio. Perciò più che sudditi costretti a eseguire delle ordinanze superiori, ci sentiamo collaboratori volontari e consapevoli al piano di salvezza, compagni di via nel non facile cammino verso la comune meta della gloria.
La serenità del cuore è ciò che elimina ogni peso.
L’Eucaristia ci rende lieti ospiti di Cristo e ci fa accettare la legge divina come via alla redenzione: «Donaci, o Signore, di rallegrarci sempre per questi misteri pasquali, perché la redenzione che si attua nei tuoi misteri, sia per noi causa di perenne letizia» (cf IV domenica del Tempo pasquale).
Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito, averlo nel cuore. Lo Spirito insegna ad accettare con piacere la legge di Cristo e fornisce tutti i sussidi necessari; facendo evitare gli estremi del lassismo e del rigorismo. L’Eucaristia è dono di Spirito Santo.
 
L’umiltà nasce dalla completa veracità, per la quale l’uomo si stima così come Dio lo valuta. L’umiltà, quindi, non consiste nella ricerca del disprezzo di se stessi, ma nell’assunzione della propria realtà di fronte a Dio e agli uomini. Dio ama gli umili: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola” (Is 66,2). Dio ascolta le preghiere  degli umili e le esaudisce (Gdt 9,11-13), e concede loro grazia: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5). Dio “umilia l’alterigia dei superbi” (Gb 22,29) e innalza gli umili (cfr. Lc 1,52; 18,14; Fil 2,8; 1Pt 5,6: Gc 4,10). Nella sacra Scrittura abbiamo numerosi esempi di umiltà: Mosè (Nm 12,3), Maria, la Madre di Gesù (Lc 1,48), Giovanni Battista (Gv 1,27; 3,30), il centurione romano (Mt 8,8), l’apostolo Paolo (1Cor 15,9; Ef 3,8; 1Tm 1,15). L’umiltà nella vita cristiana ha un posto assai importante perché conserva la carità e l’unità: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,1-4; cfr. Ef 4,2; Col 3,12; 1Pt 5,5).  L’umiltà è condizione per entrare nel regno di Dio (cfr. Mt 10,25; 18,3; Lc 18,17), da qui il credente deve rifuggire da quella falsa umiltà che infetta il cuore dell’ipocrita (cfr. Col 2,16-23).
 
L’umiltà del cuore: «Dice il Salvatore: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre” [Mt 11,29]. E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyfìa, oppure metriòtes. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, “nella condanna del diavolo” - il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; l’Apostolo dice: “Per non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo” [1Tm 3,6].» (Origene, In Luc. 8,5).
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Quel dolce manto protettore che vince l’aridità dei cuori: Come lacrime del cielo che fecondano la terra e generano vita, speranza e futuro: la visione di Elia sul monte Carmelo ci parla di un Dio che si prende cura dell’umanità e, come un manto, la protegge dall’arsura provocata dalle asperità e dalla siccità della storia. Siccità spirituale e asperità esistenziali sono esperienza comune, ecco perché la tradizione ha da sempre visto in quella leggera nube recante pioggia e risalente dal mare un segno della dolcezza divina, la stessa da sempre legata anche alla vicenda e all’icona della Vergine, di Maria, la madre di Dio. Di fronte alla nostra sete interiore d’Infinito la devozione alla Madonna del Carmelo è un invito a lasciarci avvolgere dall’amore delicato e ristoratore di Dio. Un messaggio che arriva dal racconto riportato al capitolo 18 del primo Libro dei Re: sul Monte Carmelo il profeta Elia mostra ad Acab la potenza del Signore, contenuta in una piccola nuvola che porta la pioggia e vince l’arsura. Un’immagine potente nella quale la tradizione ha visto l’opera di Maria, il cui ventre ha donato al mondo l’unica fonte in grado di vincere ogni aridità del cuore. Da questo stesso brano è poi nata l’esperienza dei monaci del Carmelo. La Madonna del Carmine, in seguito, apparve il 16 luglio 1251 a Simone Stock, priore generale dell’Ordine carmelitano, promettendo la salvezza a coloro che avrebbero portato lo scapolare consegnato allo stesso religioso, simbolo di protezione e di totale affidamento a Dio. (Matteo Liut)
 
-> Ci assista, o Padre,
la materna intercessione della gloriosa Vergine Maria,
perché sorretti dalla sua protezione
possiamo giungere felicemente al santo monte,
che è Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 15 Luglio 2026
 
San Bonaventura Vescovo e Dottore della Chiesa
 
Is 10,5-7.13-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 93 (94); Mt 11,25-27
 
San Bonaventura - Benedetto XVI (Catechesi 10 Marzo 2010): (...) per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di Ministro Generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’Ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo.
Di questi suoi scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la strada da percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei menzionarne solo uno, il suo capolavoro, l’Itinerarium mentis in Deum, che è un “manuale” di contemplazione mistica. Questo libro fu concepito in un luogo di profonda spiritualità: il monte della Verna, dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le circostanze che diedero origine a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè la visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad esso conduce” (Itinerario della mente in Dio, Prologo, 2, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 499).
Le sei ali del Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono progressivamente l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del mondo e delle creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue facoltà, fino all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a imitazione di san Francesco d’Assisi. Le ultime parole dell’Itinerarium di san Bonaventura, che rispondono alla domanda su come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio, andrebbero fatte scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere come ciò avvenga, (la comunione mistica con Dio) interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti ... Entriamo dunque nella caligine, tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo con Filippo: ciò mi basta” (ibid., VII, 6).
Cari amici, accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi possiamo intendere la sua Voce divina, che ci attrae verso la vera felicità.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il brano di Isaia forse si riferisce all’invasione assira del 701 a.C., e probabilmente l’oracolo è rivolto a Sennacherib re di Assiria. Sennacherib inconsapevolmente è uno strumento che eseguisce i giudizi di Dio contro un popolo ribelle: “Oh Assiria, verga del mio furore, bastone del mio sdegno! Contro una nazione empia io la mando e la dirigo contro un popolo con cui sono in collera, perché lo saccheggi, lo depredi e lo calpesti come fango di strada”. Ma questo compito, di cui Sennacherib è uno “strumento cieco”, non cancella la sua responsabilità. La sua superbia e la sua crudeltà (cfr. vv. 13-16) saranno castigati nel giorno scelto da Dio:  “Quando il Signore avrà terminato tutta la sua opera sul monte Sion e a Gerusalemme, punirà il frutto orgoglioso del cuore del re d’Assiria e ciò di cui si gloria l’alterigia dei suoi occhi” (v 12).  
 
Vangelo
Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.
 
Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-27
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio ... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
 Giuseppe Barbaglio (Mitezza in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V) - La bontà, la mitezza e la clemenza richieste ai credenti: Anzitutto è doveroso analizzare la beatitudine matteana: «Beati i miti (hóipraéìs), perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il riferimento al salmo 37,11 [...], la mancanza di questa beatitudine nella versione di Luca, la constatazione che essa costituisce un doppione con la prima beatitudine («Beati i poveri in spirito») inducono a credere che si tratti di un passo redazionale, non privo di legittimazione storica. Matteo ha collocato la mitezza nell’elenco delle condizioni necessarie per poter entrare nel regno dei cieli.
Di grande rilievo è poi il passo di Gal 5,22-23 in cui la bontà e la mitezza sono presentate come frutto dello Spirito. Non siamo dunque di fronte, come nel mondo greco, a comportamenti etici e nobili e virtuosi in cui la persona eccelle, ma al risultato dell’animazione dello Spirito. Essere «buoni» e «miti» è grazia, dono: naturalmente grazia che responsabilizza e impegna. Ecco le parole dell’apostolo: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Inoltre 1Cor 13,4 connette così strettamente l’agape con la mitezza da attribuire al dinamismo dell’agape la specificazione della mitezza: «La carità è paziente, è benigna la carità». Si noti che per l’apostolo l’agape non è una virtù tra le altre, ma il principio fontale, il dinamismo soprannaturale che abilita il soggetto ad agire in maniera coerente, nel nostro caso in maniera mansueta.
In questo profondo e vasto orizzonte si devono interpretare le numerose e molteplici esortazioni alla bontà e alla mitezza presenti nel Nuovo Testamento.
Le realtà implicate dello Spirito e dell’agape escludono che sia un discorso puramente moralistico. In Col 3,12 l’autore indica questi comportamenti come doverosi per l’esistenza della comunità cristiana: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Cf. anche il passo parallelo di Ef 4,2, che però collega l’esortazione con il motivo della vocazione cristiana). In Gal 6,1 l’apostolo afferma che l’ammonizione fraterna nella chiesa deve avvenire «con dolcezza». Fil 4,5 esorta all’affabilità.
Tra le doti spirituali e morali necessarie ai ministri della comunità, le lettere pastorali elencano anche la benevolenza, la mitezza: «(l’episcopo) sia benevolo e non litigioso» (1Tm 3,3); «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti» (2Tm 2,25); Timoteo è esortato, come uomo di Dio, a tendere alla mitezza (2Tm 6,11) e Tito a farsi efficace maestro dei credenti perché questi siano mansueti e dimostrino ogni dolcezza con tutti (Tt 3,2).
Gc 1,21 sollecita ad accogliere «con docilità (en praytétì) la parola che è stata seminata» in loro. La stessa lettera afferma che la mitezza e la sapienza superiore sono strettamente connesse (3,13; 3,17).
Ancora una volta emerge che gli autori del Nuovo Testamento restano racchiusi in prospettive puramente moralistiche. La 1Pt fa obbligo ai domestici di stare sottomessi ai padroni, non solo a quelli miti, ma pure a coloro che sono difficili (2,18).  La mitezza poi per lo stesso scritto è preziosa dote dell’anima incorruttibile (3,4). Infine l’autore della 1Pt sollecita i credenti a farsi testimoni autentici della speranza da essi vissuta, ma senza alterigia «con dolcezza» (metà praytètos) (3,15-16).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Esultò nello Spirito - Prima parte del Vangelo. Il vangelo di oggi contiene diversi concetti distinti. Gesù pieno dì esultanza (cfr. Lc 10, 21: « Esultò nello Spirito e disse...») rivolge una sublime preghiera di lode al Padre perché ha decretato il trionfo suo e dei suoi e la sconfitta del principe del male e dei suoi satelliti.
Dio ha stabilito di celare il contenuto della rivelazione con tutti i suoi misteri ed anche la identità divina del Messia ai miscredenti e a tutti gli impettiti adoratori della dea ragione, i quali si autodefiniscono o sono definiti da una mentalità razionalistica sapienti e intelligenti. L’Onnipotente ha voluto occultare il suo mondo di segreti inestimabili a tutti gli autosufficienti che pensano orgogliosamente di non aver bisogno di Dio e del suo inviato.
Gesù dice essere piaciuto a Dio che i misteri del regno dei cieli fossero rivelati ai piccoli, cioè ai veri saggi, agli umili, ai «poveri di Dio», ai suoi discepoli autentici, a quelli che contano sul Signore. È chiaro che la differenza fra gli uni e gli altri non è solo di conoscenza o ignoranza dei segreti divini, ma anche di salvezza o dannazione. Infatti un diverso trattamento non giustificherebbe la gioia di Gesù se non coinvolgesse il compito del Messia e la sorte definitiva dei suoi seguaci (Mt 10, 40-42),
Gesù, dopo la lode al Padre, passa a precisare che il tramite di tutta la rivelazione è egli stesso, come Verbo eterno e Messia, perché dotato di tutta la scienza che Dio ha di sé. La scienza infinita di Dio è posseduta pienamente dal Padre ed è posseduta pienamente anche dal Figlio, perché il Padre è Dio e il Figlio è Dio alla stessa maniera che lo Spirito Santo, e quindi nella loro consustanzialità conoscono l’infinito patrimonio comune.
Esso è reso accessibile anche agli uomini mediante la rivelazione, della quale appunto il brano evangelico illustra natura e metodo.
Ultima parte del vangelo e contesto liturgico. La parte finale del brano evangelico si riferisce alla legge che Cristo propone. Essa è «un giogo dolce e un carico leggero », perché il governo del Messia è caratterizzato da una straordinaria mitezza. Pur avendo un regno universale, glorioso ed eterno, egli è umile e portatore di pace. È «mite ed umile di cuore» perché sottostà perfettamente ai voleri di Dio e perché fa sentire agli uomini la tenerezza divina: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature». Egli porta l’esultanza . Egli « sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto». L’umiltà del Figlio di Dio rialza il mondo prostrato, è causa di santa letizia («gioia pasquale»), di riscatto dalla schiavitù («dalla oppressione della colpa»), di vita eterna. Anzi chi si sottomette al giogo di Cristo sperimenta quanto è soave il Signore («io vi darò ristoro»). Il «ristoro» (testo greco: «riposo»), di cui parla Gesù, è, in pratica, tutta la condizione salvifica che egli dà qui in terra e completa poi in cielo.
Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa.
 
Origene-Gerolamo [E/16]: Fino a quando i peccatori, Signore, fino a quando i peccatori si vanteranno? [Sal 94(93),3]. L’impazienza degli uomini non ammette che Dio abbia pazienza. Poveri noi, che vogliamo Dio paziente con noi, e impaziente con i nostri nemici! Se talora commettiamo peccati, noi desideriamo che sia paziente; se talora invece qualcuno manca contro di noi, non vogliamo che Dio sia paziente con lui. Fino a quando i peccatori si vanteranno? Non gli basta peccare, ma per di più si vantano dei loro peccati. Una prima disgrazia è quella di commettere peccati; la seconda, anzi l’estrema disgrazia, è quella di non convertirsi. Questi peccatori, quindi, non solo non chinano il capo, ma dopo il loro peccato se ne vantano senza ritegno.
 
Testimoni di Cristo - San Bonaventura, Vescovo e Dottore della Chiesa: Giovanni Fidanza nacque a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Bambino fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: «Oh bona ventura». Gli rimase per nome ed egli fu davvero una «buona ventura» per la Chiesa. Studiò a Parigi e durante il suo soggiorno in Francia, entrò nell’Ordine dei Frati Minori. Insegnò teologia all’università di Parigi e formò intorno a sé una reputatissima scuola. Nel 1257 venne eletto generale dell’Ordine francescano, carica che mantenne per diciassette anni con impegno al punto da essere definito secondo fondatore dell’Ordine. Scrisse numerose opere di carattere teologico e mistico ed importante fu la «Legenda maior», biografia ufficiale di San Francesco, a cui si ispirò Giotto per il ciclo delle Storie di San Francesco. Fu nominato vescovo di Albano e cardinale. Partecipò al II Concilio di Lione che, grazie anche al suo contributo, segnò un riavvicinamento fra Chiesa latina e Chiesa greca. Proprio durante il Concilio, morì a Lione, il 15 luglio 1274. (Avvenire)
 
Dio onnipotente, concedi a noi,
che celebriamo la nascita al cielo
del santo vescovo Bonaventura,
di essere illuminati dalla sua eminente sapienza
e di imitare il suo serafico ardore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 14 Luglio 2026
 
Martedì XV Settima del tempo Ordinario
 
Is 1,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 47 (48); Mt 11,20-24
 
Interiorità morale - Oggi non indurite il cuore - Catechismo degli Adulti [907] La coscienza è una realtà complessa. L’Antico Testamento non usa quasi mai questa parola per indicare il centro intimo dell’uomo; si serve di un termine equivalente: cuore. Il cuore è la sede di pensieri, ricordi, sentimenti, desideri, progetti e decisioni, che poi emergono e traboccano all’esterno. Esso ha grande rilevanza morale. Con il cuore si distingue il bene dal male; si ama il Signore Dio e lo si tradisce; si ascolta la sua parola e la si respinge. Il cuore può essere indurito, traviato, sordo, cieco; oppure al contrario, per la grazia di Dio, può essere contrito, convertito, puro, nuovo.
L’insegnamento di Gesù, in conformità con l’Antico Testamento, pone il cuore al centro della vita morale. Dal cuore vengono i pensieri, le parole e le azioni, buone e cattive. Nel cuore nascono la fede e l’incredulità. La nuova giustizia evangelica trascende l’osservanza esteriore; esige un cuore retto, purificato dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria, da ogni disordine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). La luce interiore deve rischiarare l’intera condotta, come l’occhio limpido rischiara tutto il corpo e la lampada accesa sul candelabro rischiara la casa.
Nell’etica biblica il cuore si identifica in definitiva con l’uomo in quanto soggetto morale. Anche gli scritti apostolici del Nuovo Testamento si pongono su questa linea. Inoltre con lo stesso significato usano frequentemente la parola “coscienza”. La coscienza può essere buona o cattiva, macchiata o purificata, sincera o falsa, debole o forte. Nella coscienza tutti gli uomini, anche i pagani, portano scritta la legge morale: «Quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15). La coscienza cristiana è l’uomo nuovo in Cristo, divenuto consapevole di sé nella fede. Egli vive «la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera» (1Tm 1,5). Attua le esigenze di essa, seguendo i suggerimenti dello Spirito Santo, cercando di «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) nelle situazioni concrete, vigilando su tutta la sua condotta. Nella coscienza si fa sentire la chiamata di Dio, che propone sia i valori e le norme, che orientano il cammino, sia gli appelli personali, che indicano i singoli passi da compiere.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Se non crederete, non resterete saldi - Dal libro del profeta Isaia 7,1-9: La cornice storica nella quale si colloca il testo di Isaia è la guerra siro-efraimita durante il regno di Acaz re di Giuda (736-716): il re di Aram e il re di Israele avevano tentato di conquistare Gerusalemme, la capitale di Giuda, ma il tentativo era fallito. Malgrado gli avvertimenti di Isaia, il re Acaz aveva domandato l’aiuto di Tiglat-Pilèzer, re di Assiria, che aveva attaccato vittoriosamente Damasco e Samaria, ma aveva ridotto Giuda in vassallaggio. Maldestramente Acaz aveva aperto all’Assiria la porta del suo paese (cfr. 2Re 16,5-16). L’ultimo versetto del testo di oggi, Ancora sessantacinque anni, “suppone un paragone tacito tra Giuda, di cui la capitale è Gerusalemme e di cui il vero «capo» è Jahve, e i suoi nemici che non hanno gli stessi privilegi. Inoltre, il profeta annunzia la scomparsa del regno del nord; come condizione di salvezza chiede un atto di fede. La fede, presso i profeti, è meno la credenza astratta che Dio esiste e che è unico, che la fiducia in lui, fondata sull’elezione: Dio ha scelto Israele, è il suo Dio [Dt 7,6]; solo lui può salvarlo. Questa fiducia assoluta, pegno della salvezza [Is 28,16], esclude il ricorso a ogni altro appoggio, degli uomini o, a più forte ragione, dei falsi dèi [cfr. Is 30,15; Ger 17,5; Sal 52,9]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne e la terra di Sòdoma saranno trattate meno duramente di voi.
 
Tiro, Sidone, Sodoma nell’Antico Testamento erano sinonimo di empietà, di immoralità, di idolatria e di crudeltà, ebbene, nel giorno del giudizio universale, saranno “trattate meno duramente” di quelle città che sono rimaste empiamente pagane pur avendo goduto della presenza del Cristo, della sua predicazione e dei suoi miracoli. Non possiamo chiudere questo avvertimento a un periodo storico, ma è un monito che vale per tutti i tempi, pensiamo ai giorni nostri in cui l’Europa ha rigettato le sue radici cristiane.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,20-24
 
In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodòma sarà trattata meno duramente di te!».
 
Parola del Signore.
 
Gli attacchi di Gesù contro le città litoranee del lago di Galilea ricordano lo stile dei profeti dell’Antico Testamento. Costoro non esitavano a lanciare invettive contro le orgogliose città pagane che minacciavano il popolo di Dio. Ma in questo caso le rampogne sono destinate alle località giudaiche, paragonate a loro svantaggio alle città pagane. Questi versetti si trovano anche in Lc 10,12-15, ma in un ordine diverso e riferiti alla missione dei discepoli.
Il v. 20 giustifica i rimproveri: le città prese di mira hanno visto compiere «la maggior parte di miracoli» di Gesù e non si sono convertite. Ci si trova qui davanti a un fatto nuovo: i miracoli servono a favorire la conversione che consente l’accesso al regno (cfr. Mt 4,17). Il testo si snoda poi in due ondate simmetriche:
a) I vv. 21-22 riguardano Corazìn, assai vicina a Cafarnao, e Betsàida, situata di fronte a Corazìn, sulla riva opposta del Giordano. Gesù afferma che Tiro e Sidone, quantunque pagane, avrebbero fatto penitenza davanti ai suoi miracoli e che esse avranno quindi un giudizio meno severo rispetto alle città giudaiche impenitenti.
b) Nei vv. 23-24 egli si scaglia contro Cafarnao, la sua città, sulla base di un identico ragionamento, ma ancora più inesorabile: condannata allo sceòl, la dimora dei morti, la città si vede destinata alla stessa sorte dell’empio re di Babilonia (cfr. Is 14,13-15). Peggio ancora, Gesù la paragona a Sodoma, la città pagana fra tutte maledetta, già ricordata in Mt 10,15.
Ripetiamolo: in questo passo Gesù non esprime una collera personale; egli adotta il modo di parlare di un profeta e vorrebbe essere riconosciuto come tale.
L’episodio stabilisce inoltre una sottile relazione tra i miracoli, letteralmente «gli (atti) di potenza», e il richiamo a credere al regno. Questi atti di potenza sono le rilevanti manifestazioni di un Dio che, per mezzo del suo inviato, passa ora all’azione: esse non violano la libertà umana, che può rifiutarle, e Gesù ne constata allora il rifiuto: ma la libertà non impedisce di arrendersi davanti a un’opportunità che si offre e che i pagani non hanno avuto. Ecco dunque un paragone inquietante tra Israele e i pagani: esso ricorda l’episodio del centurione e annuncia la donna cananea, giustamente venuta da «Tiro e Sidone».
 
Per approfondire
 
Il cuore dell’uomo - J. De Fraine e A. Vanhoye - 1. Cuore ed apparenza. - Nei rapporti tra persone è chiaro che ciò che conta è l’atteggiamento interno. Ma il cuore è sottratto agli sguardi. Normalmente l’esterno dell’uomo deve manifestare ciò che egli ha in cuore. Si conosce così il cuore indirettamente, da ciò che ne esprime il volto (Eccli 13, 25), da ciò che ne dicono le labbra (Prov 16, 23), da ciò che ne attestano gli atti (Lc 6, 44 s). Tuttavia, invece di manifestare il cuore, parole e comportamenti possono anche dissimularlo (Prov 26, 23-26; Eccli 12, 16): l’uomo ha la terribile possibilità della doppiezza. Per ciò stesso anche il suo cuore è doppio, perché è il cuore che comanda una determinata espressione in superficie, pur attenendosi internamente a disposizioni ben diverse. Questa doppiezza è un male profondo che la Bibbia denuncia con forza (Eccli 27, 24; Sal 28, 3 s).
2. Dio ed il cuore. - Alle prese con la chiamata di Dio, l’uomo cerca anche qui di salvarsi con la doppiezza. «Dio è un fuoco divoratore» (Deut 4, 24): come far fronte alle sue esigenze troppo radicali? Lo stesso popolo eletto non cessa di ricorrere a sotterfugi. Per dispensarsi dalla conversione autentica, cerca di accontentare Dio con un culto esteriore (Am 5, 21...) e con belle parole (Sal 78, 36 s). Soluzione illusoria: non si può ingannare Dio come s’inganna l’uomo; «l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore» (1 Sam 16, 7). Dio «scruta il cuore e prova i reni» (Ger 17, 10; Eccli 42, 18) e smaschera la menzogna constatando: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29, 13). Dinanzi a Dio l’uomo si sente così chiamato in causa nel più profondo dell’io (Ebr 4, 2 s). Entrare in relazione con Dio significa «arrischiare il proprio cuore» (Ger 30, 21).
3. Bisogno di un nuovo cuore. - Israele ha sempre più compreso che una religione esteriore non può bastare. Per trovare Dio occorre «cercarlo con tutto il cuore» (Deut 4, 29). Israele ha compreso che deve, una volta per sempre, «fissare il suo cuore in Jahvè» (1 Sam 7, 3) ed «amare Dio con tutto il suo cuore» (Deut 6, 5), vivendo in una profonda docilità alla sua legge. Ma tutta la sua storia attesta la sua sostanziale impotenza a realizzare un simile ideale. E questo perché il male giunge fino al suo cuore. «Questo popolo possiede un cuore traviato e indocile» (Ger 5, 23), «un cuore incirconciso» (Lev 26, 41), «un cuore diviso» (Os 10, 2). Invece di mettere la loro fede in Dio «essi hanno seguito l’inclinazione del loro cuore malvagio» (Ger 7, 24; 18, 12), cosicché calamità senza fine si sono abbattute su di essi. Non rimane più loro che «lacerare il loro cuore» (Gioe 2, 13) e presentarsi dinanzi a Dio con un «cuore contrito, umiliato» (Sal 51, 19), pregando il Signore di «creare loro un cuore mondo» (Sal 51, 12).

Molti cristiani amano giocare con il fuoco. Sono maestri nell’arte del rimandare, oggi non posso, domani... oggi ho tante cose da fare è meglio domani... altri, più che mai incoscienti, decidono di regolare i conti sul letto di morte. Non possiamo approfittare della pazienza di Dio (2Pt 3,8-10). Il libro del Siracide ci suggerisce di essere un po’ più seri e un po’ più cauti, sopra tutto quando siamo presi dalla fregola di strombazzare ai quattro venti “misericordia, misericordia”, che per tanti, sopra tutto ai giorni nostri, è diventata una parola magica: «Non dire: “Ho peccato, e che cosa mi è successo?”, perché il Signore è paziente. Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: “La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati”, perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato”(Sir 5,4-7). Ira, sdegno, castigo, parole che oggi fanno torcere il muso a molti i quali vorrebbero vedere tutti in Paradiso, pure i diavoli. Eppure, l’esperienza dovrebbe suggerirci che ad ogni passo la morte si avvicina e così il giudizio di Dio che non terrà conto delle giustificazioni o scuse che l’uomo potrà portare dinanzi al Giudice: “Considera, come appena l’anima uscirà dal corpo, che sarà condotta innanzi al tribunale di Dio, per essere giudicata. Il giudice è un Dio onnipotente, da te maltrattato, adirato al sommo. Gli accusatori sono i demoni nemici, i processi i tuoi peccati, la sentenza è inappellabile, la pena un inferno. Non vi sono più compagni, non parenti, non amici; fra te e Dio te l’hai da vedere. Allora scorgerai la bruttezza de’ tuoi peccati, né potrai scusarli come ora fai. Sarai esaminato sopra i peccati di pensieri, di parole, di compiacenze, d’opere, d’omissione e di scandalo. Tutto si ha a pesare in quella gran bilancia della divina giustizia, ed in una cosa, in cui ti troverai mancante, sarai perduto.” (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Massime Eterne, Riflessione per il Giovedì, del Giudizio Universale). Attento, dunque, chiunque tu sia, a non giocare con il fuoco, alla fine ti potresti trovare ad essere salato con il fuoco (Mc 9,49).

Basilio il Grande: Abbi timore della geenna, o uomo, e fa’ di tutto per renderti meritevole del regno. Non disprezzare l’invito che ti è stato rivolto. Non presentare giustificazioni (cf. Lc 14,18), ricorrendo a questo o a quell’altro pretesto. Non riesco a frenare le lacrime, quando penso fra me e me al fatto che, scegliendo le opere turpi piuttosto che la sfolgorante gloria di Dio e abbracciando senza esitazione il peccato per soddisfare la tua libidine, escludi te stesso dai beni promessi sì da impedirti di contemplare i beni della Gerusalemme celeste (cfr. Sal 127,5; Ap 21,1ss). Qui si trovano le infinite schiere di angeli, le moltitudini dei primogeniti, i troni degli apostoli, i seggi dei profeti, si ammirano gli scettri dei patriarchi, le corone dei martiri, si cantano le lodi dei giusti: fa’ nascere in te stesso il desiderio di essere annoverato anche tu in mezzo a tutti costoro, dopo esser stato purificato e santificato dai doni del Cristo.

 
Testimoni di Cristo - San Camillo de Lellis  - La profezia della cura, volto di un Dio che guarisce: È la profezia della cura il messaggio più prezioso dell’eredità umana e spirituale lasciataci da san Camillo de Lellis. Nel suo apostolato fu testimone di un Dio che si fa compagno dell’umanità, soprattutto nei momenti di sofferenza e difficoltà. Nato a Bucchianico (Chieti) nel 1550 in una famiglia nobile intraprese la carriera militare, ma a causa di una piaga al piede per un periodo fu ricoverato a Roma. Riprese le armi, fu rovinato dal vizio del gioco, che lo portò a perdere tutti i suoi averi. Si ritrovò così al servizio dei frati cappuccini di San Giovannni Rotondo. Nel 1575 fu ricoverato nuovamente all’ospedale di San Giacomo degli Incurabili a Roma e lì finalmente trovò la sua strada: si mise a servire con dedizione e delicatezza i compagni malati ed ebbe l’idea di fondare una congregazione votata a questa attività. Nacquero così nel 1582 i Ministri degli Infermi, i Camilliani: l’esperienza militare del fondatore fu una risorsa preziosa per modernizzare l’assistenza ai malati, che prese così una forma più organizzata. De Lellis morì nel 1614 a Roma. Fu beatificato il 7 aprile 1742 e canonizzato il 29 giugno 1746 da Benedetto XIV. Con san Giovanni di Dio, tra l’altro, è patrono degli ospedali e dei malati dal 1886 e degli infermieri dal 1930. (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che hai dato al santo presbitero Camillo [de Lellis]
la grazia singolare della carità verso gli infermi,
per i suoi meriti infondi in noi lo spirito del tuo amore,
perché, servendoti nei fratelli, possiamo,
nell’ora della morte, presentarci fiduciosi al tuo cospetto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 13 Luglio 2026
 
Lunedì XV Settimana del tempo Ordinario
 
Is 1,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 (50); Mt 10,34-11,1
 
Avversione al male  - Cessate di fare il male - Catechismo della Chiesa cattolica: 1427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.  
1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato «animi cruciatus [afflizione dello spirito]», «compunctio cordis [contrizione del cuore]». 
1706 Con la sua ragione l’uomo conosce la voce di Dio che lo «chiama sempre [...] a fare il bene e a fuggire il male». Ciascuno è tenuto a seguire questa legge che risuona nella coscienza e che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. L’esercizio della vita morale attesta la dignità della persona.  
1776 «Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore [...]. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore [...]. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria»
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni - Dal libro del profeta Isaia 1,10-17 - Manuel Semprini: Isaia fa ascoltare al popolo d’Israele la voce di Dio, che sembra non ammettere repliche quanto è sferzante e dura. A Dio non piacciono le “offerte inutili” di coloro le cui “mani grondano sangue”. Che senso può avere il culto reso a Dio, se poi alla perfetta liturgia non seguono azioni appropriate nella vita di tutti i giorni? Questa ipocrisia cultuale ricorda un po’ quella che denuncia Gesù nel vangelo di Matteo, quando, rivolgendosi alla folla, sottolinea con forza e biasimo il comportamento falso e subdolo degli scribi e dei farisei: «all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità» (Mt 23,28). 
Celebrare messe solenni, moltiplicare preghiere e litanie, cantare inni, non assumono un significato vero di fede se non sono accompagnati dall’apprendere “a fare il bene”. Non si tratta di partecipare con convinzione e autenticità alla Messa. Quello che il Signore mi chiede è ben altro. Devo imparare a vivere con e per gli altri, che non sono estranei, ma fratelli. Devo ricercare la giustizia, che non è un astratto principio etico, ma un agire in modo che chi è oppresso, abbandonato e solo sia raggiunto, sollevato e protetto.
Se agirò così, se la mia vita sarà ricca di amore, allora il mio sacrificio sarà gradito a Dio.
 
Vangelo
Nono venuto a portare non pace, ma una spada
 
Il Vangelo ci mette dinanzi a una scomoda e scorticante verità: per seguire il Maestro occorre rinnegarsi e per guadagnare la vita eterna bisogna rischiare la vita terrena. Seguire Gesù, fedeli fino alla morte, comporta privazioni e «spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli di un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui» (Felipe F. Ramos). L’ospitalità esaltata da Cristo, si farà cristiana quando nei pellegrini, spesso bisognosi di tutto, si coglieranno i tratti di Gesù (Eb 13,2). Un favore fatto ai piccoli, anche il più umile come un bicchiere d’acqua fresca, è da ritenersi fatto a Cristo. Nelle comunità cristiane, l’ospitalità sarà richiesta per essere iscritti nel «catalogo delle vedove» (1Tm 5,9-10).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,34-11,1
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Quando Gesù ebbe terminato di dare queste istruzioni ai suoi dodici discepoli, partì di là per insegnare e predicare nelle loro città.
 
Parola del Signore.
 
Pace e spada -  Felipe F. Ramos: Abbiamo davanti a noi uno dei paradossi più vistosi. Sembrano parole in contrasto con le speranze nel Messia che doveva essere il principe della pace (Is 9,5); sono contrarie alle speranze di tutti gli uomini che lottano e lavorano per la pace; sono contrarie alla stessa parola di Gesù che ha proclamato beati tutti quelli che lavorano per la pace (5,9: saranno chiamati figli di Dio) e ha ordinato ai suoi discepoli di annunziare la pace.
È agevole uscire da questo tremendo paradosso? Naturalmente no, se lo si prende nel senso che gli è stato dato talvolta per giustificare la «guerra santa» o aspirazioni umane o intransigenze religiose. La spada o lotta portata da Gesù non è dichiarazione di guerra contro il resto dei mortali che non accettano la fede cristiana. I figli del tuono furono ripresi duramente per questa mentalità: «Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9,54-55) dissero; ma egli li rimproverò. Non si tratta della lotta dei discepoli contro altri uomini, ma di questi uomini contro i discepoli.
La spada-divisione è implicita nelle esigenze della presenza di Gesù. Lo stesso messaggio porta alla divisione: esige la rinunzia alle cose più amate, esige che nessuno e nulla sia al di sopra di lui nella scala dei valori che l’uomo deve trattare. Gerarchizzando questi valori, egli intende stare alla vetta; e non tutti, e anzi pochi sono disposti ad accettare questo criterio. Solo una fede profonda può farlo accettare. La divisione di cui si parla nel testo era già stata vissuta come esperienza nella Chiesa, subito dopo che il giudaismo ufficiale aveva lanciato il decreto di scomunica contro tutti quelli che avessero ammesso che Gesù era il Messia. Questo portò nelle famiglie la divisione a cui accenna il testo. Ma, al di sopra e al di là di questo livello sta l’esperienza della Chiesa, dei discepoli di Gesù che vogliono essere pienamente coerenti con la loro vocazione, con la chiamata del Signore e con le esigenze cristiane. L’esigenza che, a volte, è imposta ai discepoli di Gesù, di rinunziare a tutto e a tutti, anche alle cose più amate (8,22), va incontro all’incomprensione, alla divisione, alla lotta, la spada in azione, che è la stessa parola di Dio (Eb 4,12).
 
Per approfondire
 
Dio trionfa del male - Jules De Vaux (Dizionario di Teologia Biblica): Rivelandosi come salvatore, Dio annunziava già la sua futura vittoria sul male. Era ancora necessario che questa si affermasse in una forma definitiva, rendendo l’uomo buono e sottraendolo al potere del maligno (1 Gv 5, 18 s), «principe di questo mondo» (Lc 4, 6; Gv 12, 31; 14, 30).
1. Certamente Dio aveva già dato la legge, che era buona e destinata alla vita (Rom 7, 12 ss): praticando i comandamenti, l’uomo farebbe il bene ed otterrebbe la vita eterna (Mt 19, 16 s). Ma questa legge rimaneva per sé inefficace finché il cuore dell’uomo, prigioniero del peccato, non era mutato. Volere il bene è alla portata dell’uomo, ma non il compierlo: egli non fa il bene che vuole, fa il male che non vuole (Rom 7, 18 ss). La concupiscenza lo trascina quasi suo malgrado, e la legge, fatta per il suo bene, si volge in definitiva a suo danno (Rom 7,7. 12 s; Gal 3, 19). Questa lotta interiore lo lascia infinitamente infelice; chi dunque lo libererà (Rom 7,14-24)?
2. Solo «Gesù Cristo nostro Signore» (Rom 7,25) può cogliere il male alla radice, trionfandone nel cuore stesso dell’uomo (cfr. Ez 36,26 s). Egli è il nuovo Adamo (Rom 5,12-21), senza peccato (Gv 8,46), su cui Satana non ha alcun potere. Egli si è fatto obbediente fino alla morte di croce (Fil 2, 8). Ha dato la vita affinché le sue pecore trovino pascolo (Gv 10,9-18). Si è fatto «maledizione per noi, affinché mediante la fede ricevessimo lo Spirito promesso» (Gal 3,13s).
3. I frutti dello Spirito. - Rinunziando alla vita e ai beni terreni (Ebr 12, 2) ed inviandoci lo Spirito Santo, Cristo ci ha procurato così le «cose buone» che dobbiamo domandare al Padre (Mi 7, 11; cfr. Lc 11, 13). Non si tratta più dei beni materiali, come quelli che erano promessi un tempo agli Ebrei; sono i «frutti dello Spirito» in noi (Gal 5,22-25). Ormai l’uomo, trasformato dalla grazia, può «fare il bene» (Gal 6, 9 s), «fare opere buone» (Mt 5, 16; 1 Tim 6, 18 s; Tito 3, 8. 14), «vincere il male con il bene» (Rom 12, 21). Per divenire capace di questi beni nuovi, egli deve passare attraverso la spogliazione,«vendere i suoi beni» e seguire Cristo (Mt 19,21), «rinunziare a se stesso e portare la sua croce con lui» (Mt 10, 38 s; 16, 24 ss).
4. La vittoria del bene sul male. - Scegliendo di vivere in tal modo con Cristo per obbedire agli incitamenti dello Spirito Santo, il cristiano rompe la sua solidarietà con la opzione di Adamo. Quindi il male morale è veramente vinto in lui. Certamente le sue conseguenze fisiche e psicologiche rimangono finché durerà il mondo presente, ma egli si gloria delle sue tribolazioni, acquistando per mezzo di esse la pazienza (Rom 5, 4), stimando che «le sofferenze del tempo presente non sono da paragonarsi alla  gloria che deve rivelarsi» (8, 18).
Così, mediante la fede e la speranza, egli è già in possesso delle ricchezze incorruttibili (Lc 12, 33 s) che sono accordate per la mediazione di Cristo, «sommo sacerdote dei beni futuri» (Ebr 9, 11; 10, 1).
Questo è soltanto un inizio, perché credere non è vedere; ma la fede garantisce i beni sperati (Ebr 11, 1), quelli della patria migliore (Ebr 11,16), quelli del mondo nuovo che Dio creerà per i suoi eletti (Apoc 21, 1 ss).
 
Jean Audusseau e Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica) - La croce, segno del cristiano - 1. La croce di Cristo. - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11, 8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli a quella del maestro.
Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10, 33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23, 34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12, 26).
2. La vita crocifissa. - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3, 1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2, 19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6, 14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3, 18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano. - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6, 6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2, 1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che
 
Giovanni Cassiano (Collationes XVIII, 1 6.4): ... nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua: e chi è più intimo di casa mia del mio proprio cuore? E tuttavia nessuno mi è più nemico di lui.
Ma se fossimo vigilanti i nostri nemici interiori non potrebbero colpirci, e se quelli di casa nostra cessassero di combatterci, la nostra anima pacificata potrebbe possedere il Regno di Dio. Infatti un altro uomo non riuscirebbe a ferirmi interiormente se il mio cuore privo di pace non mi mettesse in guerra contro me stesso. E se io vengo coinvolto dall’aggressività altrui, la colpa è solo della mia mancanza di serenità.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Enrico Imperatore - Enrico II è un esempio di rettitudine nell’arte del governare: per questo oltre che santo è patrono delle teste coronate. Nato nel 973 vicino a Bamberga, in Baviera, crebbe in un ambiente cristiano. Il fratello Bruno divenne vescovo di Augsburg (Augusta), una sorella si fece monaca e l’altra sposò un futuro santo, il re d’Ungheria Stefano. Enrico venne educato prima dai canonici di Hildesheim e, in seguito, dal vescovo di Regensburg (Ratisbona), san Wolfgang. Si preparò così all’esercizio del potere, cosa che avvenne dapprima quando divenne Duca di Baviera, e poi nel 1014 quando “già re di Germania e d’Italia” Papa Benedetto VIII, lo incoronò a guida del Sacro Romano Impero. Tra i consiglieri ebbe Odilone, abate di Cluny, centro di riforma della Chiesa. Enrico morì nel 1024. Fu lui a sollecitare l’introduzione del Credo nella Messa domenicale. (Avvenire)
 
-> O Dio, che con l’abbondanza della tua grazia
hai mirabilmente innalzato sant’Enrico
dall’esercizio della regalità terrena alla gloria celeste,
concedi, per sua intercessione, che tra le vicende
del mondo corriamo incontro a te con cuore puro.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.