3 Maggio 2026
V Domenica di Pasqua
At 6,1-7; Salmo Responsoriale dal Salmo 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12
«Io e il Padre siamo una cosa sola» - Didimo di Alessandria, De Trinit. III, 2, 8: Se, come scrive Paolo agli Ebrei, l’Unigenito è lo splendore della gloria, il carattere della sostanza e l’immagine del Dio incorruttibile, invisibile ed eterno (cf. Rm 1,20; 1Tm 1,17), e se egli è verace quando afferma “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9) e “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), certamente è consustanziale eterno e uguale, al punto che è simile in tutto a Dio Padre e in nulla differisce da lui. Infatti, luce da luce e non «eterousio» (cioè con “diversità di sostanza”) è generato, né inferiore. Il carattere della sostanza indica l’identità ed esclude ogni diversità di natura, di gloria e di onnipotenza; l’immagine razionale denota l’uguaglianza e la somiglianza; e chi vede una creatura, non vede l’Increato. Afferma infatti che le ipostasi sono una cosa sola per la divinità, e distingue le persone nell’unità dell’essenza.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo: Per superare alcune frizioni, sorte a motivo di una cattiva gestione dei beni destinati ai poveri e alle vedove, gli Apostoli decidono di consacrare sette diaconi. Nel nome dei Dodici presiederanno al servizio delle mense e ai bisogni degli indigenti della comunità, in maniera tale che tale servizio sia compiuto nel migliore dei modi e con equità, senza discriminazioni. Diacono significa servo e servizio significa mettersi a disposizione della missione della Chiesa con tutte le proprie forze e con le proprie doti. Tutto l’operare del cristiano, nella Chiesa e nel mondo, l’annuncio della parola, la cura dei poveri, dei malati o la più modesta delle attività professionali è servizio.
Seconda Lettura - Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale: San Pietro tratteggia con parole efficaci la dignità sacerdotale di tutti i cristiani. Possiamo così riassumere i rapporti dei cristiani sacerdoti con Cristo sacerdote: «Cristo fu sacerdote in croce per l’umanità e tutti i cristiani devono portare la propria croce per i fratelli [Mt 20,22; 26,39]. Tutti devono divenire come Cristo “sacrificio e oblazione” [Fil 2,17] mediante la fede e offrire se stessi come ostia vivente, santa e gradita a Dio [Rom 12,1]. Ma tutti sono sacerdoti anche perché capaci di un ministero liturgico nella partecipazione attiva al sacrificio eucaristico, ai sacramenti, alla preghiera liturgica» (Vincenzo Raffa).
Vangelo
Io sono la via, la verità e la vita.
Per una migliore comprensione delle parole di Gesù il brano evangelico si può dividere in due parti.
Nella prima parte vengono messi in risalto i seguenti punti: Gesù ritorna alla casa del Padre per preparare un posto ai suoi amici; Gesù tornerà dai suoi amici, dopo la sua morte, per stare insieme con loro per sempre. Nella seconda parte Giovanni vuol suggerire almeno due cose: Gesù è l’unico rivelatore del Padre; Gesù è l’unica via che conduce al Padre e in questo senso è anche l’unica via che congiunge Cielo e terra. Seguire Gesù-Via è porsi alla sua sequela, comportarsi come Lui si è comportato (Cf. 1Gv 2,6), avere i suoi stessi sentimenti (Cf. Fil 2,5) e questo è il mezzo eccellente per arrivare alla casa del Padre.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Parola del Signore.
Chi ha visto me, ha visto il Padre - Ai discepoli turbati, Gesù rivela di essere il Figlio di Dio, uguale al Padre e invita i discepoli ad avere fede in lui.
Non sia turbato il vostro cuore: la passione è imminente, Gesù ha preconizzato il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro; l’atmosfera è satura di tristezza, di domande alle quali i discepoli non sanno dare risposte convincenti, si avverte un futuro prossimo gravido di dolore e di angoscia, si respira un clima di attesa e di stupore. Le parole di Gesù ricordano le parole che Mosè, prima di morire, rivolse agli israeliti nel momento di entrare nella Terra promessa: non spaventatevi e non abbiate paura dei nemici (Dt 1,29). Qui il nemico è il mondo sottomesso a Satana (Cf. Gv 13,27; 16,33).
Nell’espressione Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Credete in Dio, e credete anche in me), tra le traduzioni possibili, i due verbi (credere) possono essere tradotti con il presente indicativo: Voi credete (già) in Dio e credete anche in me.
Se così è, Gesù vuol dire ai suoi amici (Cf. Gv 15,15): voi già avete la fede, dovete semplicemente continuare a credere, non fermatevi davanti a quanto vi ho preannunziato (i due tradimenti e la sua morte) e a quello che sto per svelarvi. Per Giovanni «la fede in Dio e in Gesù è una sola: se si scuote la fede in Dio, cede anche quella in Gesù. I discepoli sono invitati a continuare a tenersi saldi al Padre di Gesù. Gesù torna presso di Lui per preparare loro un posto» (Gianfranco Nolli).
Vado a prepararvi un posto: Gesù non si discosta dal linguaggio comune dei suoi conterranei. Gli ebrei credono che in cielo vi siano le dimore dei giusti (Cf. Lc 16,9; Mc 10,40).
Gesù fa due promesse agli Apostoli: quella di preparare loro un posto nella casa del Padre e quella di ritornare per prenderli per sempre con lui. Anche questa promessa può avere diverse traduzioni: Gesù ritornerà alla morte di ogni singolo apostolo, giorno in cui ciascuno sarà accolto dal Signore e introdotto nella visione di Dio; oppure alla fine dei tempi (sarebbe un raro richiamo alla parusia [Cf. Gv 2, 28]); oppure dopo la morte, con la risurrezione. Probabilmente tutti e tre questi significati sono contemporaneamente presenti, secondo lo stile pregnante del quarto evangelista. Ma al di là del significato, Gesù sta assicurando ai suoi discepoli che sarà con loro e rimarrà ad essi unito «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Una promessa che si realizza nella Chiesa e soprattutto nel cuore di chi si apre a Lui, per mezzo della fede.
Voi conoscete la via: alla perplessità di Tommaso, Gesù si proclama la via, cioè l’unico mediatore per giungere al Padre. Non si può incontrare Dio e vivere in comunione con lui se non per mezzo di Gesù, in quanto è il Rivelatore definitivo che dona la vita per la salvezza del mondo.
Io sono via, la verità e la vita. Queste parole hanno valore epesegetico: come ci suggerisce Ignace de la Potterie il senso della dichiarazione di Gesù è «Io sono la via, perché sono la verità e quindi anche la vita». Gesù è la via, «cioè il mediatore verso il Padre, perché ne è la rivelazione totale, l’epifania del suo amore salvifico [aletheia = verità]», ed è la vita in quanto «comunica ai credenti la vita stessa del Padre, di cui è in pieno possesso» (Angelico Poppi).
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio ... Tommaso, l’apostolo incredulo (Gv 20,27), dice di non conoscere la via della verità e della vita pur avendola davanti. I sensi sono inutili, occorre mettere in campo la fede: bisogna «conoscere che Gesù è l’Unigenito del Padre per riconoscere che Dio è il Padre che ci ama [Gv 3,14]» (Bibbia di Gerusalemme). Allo stupore segue la rivelazione. Gesù e il Padre sono una «cosa sola» (Gv 10,30): «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me». Chi vede Gesù vede il Padre. È il vedere della fede, non della visione. Ma lo stesso testo giovanneo afferma che il Padre e il Figlio sono due persone distinte: Gesù dichiara di recarsi dal Padre per preparare un posto ai suoi discepoli, è la via che conduce gli uomini al Padre, infine i seguaci devono credere in Lui e nel Padre. Il Padre e il Figlio, pur vivendo l’uno nell’altro, sono due Persone distinte e quindi non vanno confuse. Gesù è pertanto vero Uomo e vero Dio. Un’affermazione che aveva precedentemente provocato un tentativo di lapidazione, perché considerata blasfema dai Giudei (Cf. Gv 10,30-31).
Gesù chiede ai suoi Apostoli un supplemento di fede che può essere rinforzata dalla memoria delle opere da lui compiute. È un invito a leggere la vita del Maestro alla luce della fede, una lettura però attualmente ardua perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: il «Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Solo quando riceveranno lo Spirito Santo comprenderanno la personalità misteriosa del Cristo: come egli ha compiuto le Scritture (Cf. Gv 5,39), quale sia il senso delle sue parole e dei suoi insegnamenti (Cf. Gv 2,19), dei suoi atti, dei suoi «segni», delle sue opere (Cf. Gv 14,16; 16,13; 1Gv 2,20s), della sua passione, morte e risurrezione (Cf. Lc 24,25-26).
Chi crede in me, anch’egli compirà le opere ... Non si intenda che il discepolo sarà più grande del Maestro. Queste opere grandi sono il molto frutto che i discepoli porteranno restando uniti a Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Solo la fede in Gesù, e la comunione con lui, donerà al discepolo di partecipare al suo potere di rimettere i peccati e di dare la vera vita attraverso l’opera dello Spirito Santo.
Per approfondire
Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo - La Bibbia di Navarra (Vol. II): 1-6. Comincia una nuova sezione del libro, introdotta dalla presentazione di due gruppi di cristiani convertiti, distinti secondo la loro provenienza Ellenisti ed Ebrei. A partire da questo capitolo i cristiani vengono designati con il nome di discepoli. In questo modo il termine «discepoli» viene applicato non più solamente ai dodici apostoli e a coloro che avevano seguito assiduamente il Signore durante la sua vita terrena, ma a tutti i battezzati. Gesù è infatti il Signore della sua Chiesa e il Maestro di tutti: dopo la sua ascensione al cielo insegna, santifica e governa i cristiani, dapprima attraverso il ministero desti apostoli e, successivamente, mediante il ministero dei loro successori, il Papa e i vescovi, coadiuvati dai presbiteri.
Gli ellenisti erano Ebrei nati e vissuti per qualche tempo fuori della Palestina. Parlavano il greco e utilizzavano proprie sinagoghe, in cui si adoperavano versioni greche della Sacra Scrittura. Possedevano una certa cultura greca, alla quale gli Ebrei non erano del tutto estranei. Gli Ebrei erano Giudei nati in Palestina, parlavano l’aramaico e usavano la Bibbia ebraica per il culto nelle sinagoghe. Questa distinzione in gruppi secondo la provenienza perdurò per un certo tempo nella comunità cristiana; ma non si deve parlare di divisione, e ancor meno di opposizione tra due frazioni del cristianesimo primitivo. Prima che fosse fondata la Chiesa, esisteva già a Gerusalemme una comunità ebraico-ellenistica ben organizzata, influente e relativamente numerosa. Il capitolo espone l'istituzione, da parte degli apostoli, dei diaconi, che è il secondo gruppo definito di discepoli - il primo è formato dai Dodici - al quale è dato un ministero nella Chiesa. [...].
5. Tutti i designati hanno nomi greci, uno di essi è un proselito, cioè un pagano per nascita inserito nel giudaismo mediante la circoncisione e l’osservanza delle Legge mosaica.
6. Gli apostoli costituiscono i sette diaconi nel loro ministero mediante la preghiera e l'imposizione delle mani. Il gesto dell’imposizione delle mani si trova diverse volte nell'Antico Testamento, specialmente come rito per l’istituzione dei leviti (cfr Nm 8, 10) e mezzo per trasmettere potere e spirito di sapienza a Giosuè, successore di Mosè a capo di Israele (Nm 27, 20; Dt 13, 9). I cristiani hanno conservato questo rito, che appare con una certa frequenza nel libro degli Atti. A volte è un gesto di guarigione (9, 12, 17; 28, 8), secondo la falsariga di quanto ha fatto il Signore in Luca 4, 40; altre volte costituisce un rito di benedizione, come nel commiato di Paolo e Barnaba per il loro primo viaggio apostolico (13, 3). Si usa anche come rito dopo il battesimo per l’effusione dello Spirito Santo (8, 17; 19, 5). In questo caso si tratta di un rito per l’istituzione di ministri della Chiesa ed è una vera sacra ordinazione, la prima riferita dal libro degli Atti (cfr 1 Tm 4, 14; 5,22; 2 Tm S, 22). «San Luca è breve: non dice come sono stati ordinati, ma semplicemente che ciò è avvenuto per mezzo della preghiera, poiché di una ordinazione si trattava. Un uomo impone le mani, ma è Dio che fa tutto. È sua la mano che tocca il capo dell’ordinato» (Om. sugli Atti, 14).
Il rito essenziale dell’ordinazione dei diaconi consiste nell’imposizione delle mani, fatta in silenzio, sul capo del candidato e in una preghiera perché Dio effonda lo Spirito Santo sulla persona dell’ordinando.
7. San Luca segnala di nuovo, come nei capitoli precedenti, la crescita della Chiesa. Si riferisce ora alla conversione di «un gran numero di sacerdoti». Si è pensato che forse questi sacerdoti appartenevano alla classe più modesta, come Zaccaria (cfr Lc 1, 5), e non alle grandi famiglie sacerdotali che aderivano al partito dei sadducei, nemici della Chiesa nascente (cfr 4, 1; 5, 17). Qualche esegeta ha suggerito la possibilità che fra quei sacerdoti se ne annoverassero alcuni della setta giudaica di Qumran. Nulla di sicuro è possibile dire e dobbiamo accontentarci della sobria menzione di san Luca.
Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali): Di regola, il Nuovo Testamento ha riletto i passi del tema della pietra d’inciampo, con una rilettura di carattere soprattutto cristologico, ma anche ecclesiologico. I motivi della pietra d’inciampo e della pietra angolare sono stati così ripresi in chiave nuovissima, con applicazioni originali. A volte più passi veterotestamentari sono stati abbinati per indicare dialetticamente il senso positivo e quello negativo della metafora della pietra.
Premettiamo il detto della fonte Q e testimoniato da Mt 3,9 e da Lc 3,8: Dio può suscitare figli suoi dalle pietre. Il Battista si rivolge così a quei giudei che fanno affidamento sulla loro discendenza da Abramo e si sottraggono pertanto all’esigenza di una rigorosa conversione di vita. Forse c’è allusione a Is 51,1-2: la grazia di Dio è azione liberamente sovrana e non legata a titoli di autoassicurazione di carattere religioso.
Nel Nuovo Testamento di grande rilievo è l’immagine della pietra angolare. Il Vangelo di Marco conclude la parabola dei vignaioli omicidi con la citazione del Sal 118,22: «Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete forse letto questa scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri» (Mc 12,9-11). Il riferimento dell’evangelista, sia pure allusivo, è alla glorificazione del crocifisso dopo la morte, in pratica alla sua risurrezione.
Dio reagirà al rifiuto omicida dei vignaioli, in cui sono raffigurati quanti tramano per la morte di Gesù, glorificando il suo figlio. Da parte sua Luca cita sì la prima parte del passo del Salmo 118, ma prosegue parlando del simbolo della pietra nella sua funzione giudicatrice e condannatrice: «Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà» (20,18).
At 4,10-11 si riferisce anch’esso al Salmo 118 ed espressamente applica il motivo allegorico della pietra scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo alla morte e risurrezione di Gesù.
In Ef 2,20-22 si sviluppa il tema figurativo dell’edificio, che è il popolo di Dio dei nuovi tempi, il quale ha come fondamento gli apostoli e i profeti e come pietra angolare Cristo Gesù, fonte della crescita della costruzione che diventa tempio santo di Dio.
In Rm 9,32-33 ritorna il tema della pietra d’inciampo, con citazione di Is 8,14, cui però Paolo abbina una allusione a Is 28,16 sulla fede come realtà che rende saldi: «Hanno urtato [i giudei increduli] così contro la pietra d’inciampo, come sta scritto: Ecco io pongo in Sion una pietra di scandalo e un sasso d’inciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso».
Comunque il passo neotestamentario che più sviluppa l’immagine della pietra angolare e dell’edificio è senz’altro 1Pt 2,4-8: «Stringendovi a lui [Cristo], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo; per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra angolare, sasso di inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati». Si noti che qui sono citati Is 28,16-8;14-15 e Salmo 118,32 e viene presentata la duplice funzione dell’immagine della pietra, positiva e negativa in rapporto stretto con la fede e l’incredulità. Inoltre questo passo unisce all’interpretazione cristologica dei passi veterotestamentari un’interpretazione ecclesiologica: i credenti sono pietre vive, in forza della pietra viva che è Cristo, dell’edificio nuovo che la grazia di Dio innalza, cioè del popolo dei nuovi tempi.
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Il conforto per la separazione (v. 1-15). Il fine del Signore e dei suoi è l’al di là; il cielo è la casa del Padre e quindi la dimora di Cristo. Essere presso il Padre è lo stato di gloria.
La morte di Gesù non è che un rimpatrio, un ritorno là, donde era partito. Quella è la casa paterna non solo per lui, ma anche per i suoi, perché il divino Maestro afferma che colà ci sono molte dimore e che egli va a preparare una abitazione anche per loro. Questa preparazione non dipende, dunque solo dalla sua intercessione, ma dalla sua andata in cielo. Tutti quelli che sono uniti a Cristo, hanno diritto di cittadinanza in cielo. La società con lui porta con sé, fondato in lui e ottenuto da lui, il diritto comune alla casa paterna alla gloria celeste.
I suoi discepoli devono ancora rimanere sulla terra, ma Gesù verrà a prenderli per portarli a casa, uno per uno nell’ora della morte, e tutti insieme nella comunità dei suoi nel giorno della sua seconda venuta.
Vedere nel cielo la patria dell’anima, ha un’importanza essenziale. Il più delle volte gli uomini pensano il contrario; si aggrappano alla terra, considerandola come la loro patria e vedendo nella morte un viaggio verso l’ignoto.
In realtà per il credente è vero proprio l’opposto. Questi sa di essere in esilio quaggiù come un emigrante, uno straniero, un pellegrino. La morte è la strada che riconduce in patria non solo le singole anime, ma l’intera umanità. Il termine greco da cui deriva la parola parrocchia, «paroikia» significa appunto: esilio, luogo ove non si è casa propria.
La teologia della morte non è stata ancora sufficientemente sviluppata e la bellissima preghiera liturgica: «Profìciscere, anima christiana» («parti, o anima cristiana»), ci dà solo una pallida idea della grandezza di questo ritorno in patria. A causa della debole fede dei credenti la morte è stata rappresentata a tinte troppo fosche, nell’arte come nelle prediche, nelle pietre sepolcrali come nei canti funebri.
Certo, la violenta separazione dell’anima dal corpo è una tremenda conseguenza del peccato, ma questo è solo il lato esteriore, più appariscente. In realtà la morte non è che uno stadio di transizione dall’esilio alla patria, destinato ad essere superato nella risurrezione della carne, quando l’anima si ricongiungerà al corpo.
La via che conduce al fine è Cristo. Questo secondo tema viene introdotto dalla domanda di Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via?». Gesù risponde maestosamente: «Io sono la via, la verità e la vita». È la via perché solo attraverso di lui si va al Padre: è la verità, perché addita quella via; la vita perché egli stesso batte quella via, conducendovi anche i suoi verso la vita. Perciò le tre parole: «via, verità e vita» sono interdipendenti. Chi è nel Cristo possiede la verità sulla vita eterna, è sulla strada della vita, ha già un’anticipazione di quella vita di cui godrà un giorno nella pienezza. Ogni altra concezione della vita è una via sbagliata o - nella migliore delle ipotesi - una via traversa. Solo Cristo è la via giusta per andare alla vita.
Egli afferma inoltre di essere l’unica via: «Nessuno può venire al Padre mio se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma d’ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto».
Sono parole stupefacenti: finora i discepoli hanno visto lui, ma Egli e il Padre sono una cosa sola.
Questa dichiarazione, che approfondisce la verità che Cristo è l’unica via, è stata provocata dalla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», a cui Gesù ha risposto: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, o Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre».
Dunque lui e il Padre sono una cosa sola: chi vede lui, vede anche il Padre; chi è in lui è anche nel Padre; chi va con lui, va al Padre. Chiaro quindi che Egli sia la via, l’unica, la sola.
Tutto ciò si può comprendere solo nella luce della fede: «Credete a me, che io sono nel Padre e il Padre è in me».
Il cristianesimo non è dunque una religione tra tante altre, o - nella migliore delle ipotesi - la più perfetta forma di religione, ma è la religione. Cristo infatti è l’unico Figlio del Padre celeste e quindi la divina manifestazione del Padre.
Noi siamo il regno di Cristo - Ambrogio, De fide, V, 12, 150: Il Figlio dunque consegnerà al Padre il suo regno? Non vien meno a Cristo il regno che egli dà, ma anzi progredisce. Siamo noi il regno, poiché è stato detto a noi: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). E siamo prima regno di Cristo, poi del Padre; poiché sta scritto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Mentre sono in cammino, sono di Cristo; quando arriverò, sarò del Padre: ma ovunque per Cristo, e ovunque sotto Cristo.
Testimoni di Cristo - Santi Filippo e Giacomo. Apostoli, la loro testimonianza incoraggiamento nella prova - «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi». In questo tempo in cui tutti ci sentiamo provati san Giacomo nella sua lettera ci ricorda che per i cristiani tutto va vissuto alla luce della fede, con gli occhi di Dio. Oggi la liturgia ricorda l’autore di questo testo, san Giacomo il Minore, assieme a un altro apostolo, san Filippo. Quest’ultimo era originario della città di Betsaida ed era stato discepolo del Battista, divenendo uno dei primi discepoli di Gesù. S’impegnò poi per portare il Vangelo tra gli Sciti e dei Parti. A Giacomo il Minore è attribuita una parentela con Gesù, di cui forse era cugino: guidò la Chiesa di Gerusalemme alla morte di Giacomo il Maggiore. (Autore Matteo Liut)
O Padre, che in Cristo, via, verità e vita,
riveli a noi il tuo volto,
fa’ che aderendo a lui, pietra viva,
veniamo edificati come tempio della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.