9 Marzo 2026
 
Lunedì III Settimana di Quaresima
 
2Re 5,1-15a; Salmo Responsoriale Dai Salmi  41-42 (42-43); Lc 4,24-30
 
Io spero, Signore;attendo la sua parola. Con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione. (Cf. Sal 129 (130),5.7 - Acclamazione al Vangelo)
 
Io spero - J. Duplacy: Parlare della speranza significa dire il posto che il futuro occupa nella vita religiosa del popolo di Dio, un futuro di fedeltà a cui sono chiamati tutti gli uomini (1 Tim 2, 4). Le promesse di Dio hanno rivelato a poco a poco al suo popolo lo splendore di questo futuro che non sarà una realtà di questo mondo, ma «una patria migliore, cioè celeste» (Ebr 11, 16): «la vita eterna» in cui l’uomo sarà «simile a Dio» (1 Gv 2, 25; 3, 2). La fiducia in Dio e nella sua fedeltà, la fede nelle sue promesse, sono quelle che garantiscono la realtà di questo avvenire (cfr. Ebr 11, 1) e che permettono almeno di intuirne le meraviglie. Da questo momento è allora possibile per il credente desiderare questo avvenire, o per essere più precisi, sperarlo. Infatti, la partecipazione a questo indubbio avvenire resta problematica, perché dipende da un amore fedele e paziente, di per sé difficile esigenza per una libertà peccatrice. Il credente quindi non può assolutamente fidarsi di se stesso per conseguire questo avvenire. Può solo sperarlo, in piena fiducia, da Dio, in cui crede e che è l’unico in grado di rendere la sua libertà capace di amare. Radicata così nella fede e nella fiducia, la speranza può dispiegarsi verso l’avvenire e sollevare con il suo dinamismo tutta la vita del credente. Fede e fiducia, speranza, amore sono quindi aspetti diversi di un atteggiamento spirituale complesso, ma unico. In ebraico le stesse radici esprimono sovente l’una o l’altra di queste nozioni; tuttavia il vocabolario della speranza si collega più specialmente alle radici qawah, jahal e batah, che i traduttori hanno reso del loro meglio in greco (elpizo, elpìs, pèpoitha, hypomèno ...) od in latino (spero, spes, confido, sustineo, exspecto ...). Il NT, probabilmente S. Paolo (1 Tess 1, 3; 1 Cor 13, 13; Gal 5, 5 s), stabilirà in tutta la sua chiarezza la triade: fede, speranza, amore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il tono che l’autore sacro dà al brano è apologetico: Iahvè è l’unico vero Dio, il quale ha rapporti unici di elezione con Israele. Ma risalta anche la rottura di una concezione particolaristica di Dio: l’amore e la misericordia di Iahvè si espandono su tutte le creature fino ad abbracciare anche i pagani. La conversione di Naaman il Siro è siglata e confermata da un impegno preciso, quello di osservare il primo comandamento nel culto esclusivo di Dio (Cf. Es 19,5; 34,14; Dt 5,9).
 
Vangelo
Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.
 
Rifiutato dai nazaretani, Gesù volta le spalle alla sua città. Lo sdegno concepisce progetti omicidi, ma anche se ben determinati, i nazaretani non riescono ad uccidere Gesù: falliscono nel loro tentativo perché non era giunta la sua ora. Respinto e rifiutato dai suoi compatrioti, Gesù si mette in cammino per portare altrove l’annuncio della salvezza. Ha inizio così l’opposizione al ministero di Gesù, una opposizione che con il passare i giorni si farà sempre più cieca: l’acme sarà raggiunto quando gli oppositori decideranno di lordarsi le mani del sangue di un innocente.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,24-30
 
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore.
 
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:]: A Nazaret Gesù era cresciuto in «sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Ma nulla era trapelato del grande mistero divino. Proprio per questa conoscenza superficiale gli abitanti di Nazaret sentendo Gesù predicare nella loro sinagoga si meravigliano delle «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Con questa espressione - «parole di grazia» -, Luca allude non a discorsi eruditi, ma a discorsi sapienziali, a parole profetiche, carismatiche, ispirate. Alla meraviglia si mescola l’ incredulità.
I nazaretani conoscono Giuseppe, Maria e il loro parentado (cfr. Mt 13,55-56), per cui nulla fa ritenere veritiero di quanto avevano ascoltato. Perciò per credere esigono un segno perché, come era scritto nella Legge di Mosè (cfr. Dt 13,2), solo un miracolo poteva attestare le presunte qualità messianiche di Gesù. A queste aspettative, Gesù risponde in modo caustico citando un proverbio ebraico attestato nei midrashìm: «Medico, cura te stesso».
La risposta di Gesù va verso altre direzioni. Dio non opera miracoli per compiacere le curiosità degli uomini. A muovere l’azione miracolosa di Dio è la fede e se a Nazaret non accade quanto era accaduto a Cafarnao è per l’incredulità dei suoi abitanti (cfr. Mt 13, 58).
Per accostarsi al mistero del Cristo, per conoscerlo, per entrarvi dentro, occorre la fede, non i miracoli. La fede non chiede segni, perché una fede che esige miracoli non è una vera fede (cfr. Gv 20,29).
Alle difficoltà e alla incomprensione dei nazaretani, Gesù risponde con un excursus biblico.
Al tempo del profeta Elia il cielo si era chiuso perché Israele aveva apostatato. Solo una donna pagana aveva potuto beneficiare dell’azione miracolosa di Dio (cfr. 1Re 17,1-6). E al tempo del profeta Eliseo solo Naaman il Siro, un pagano, un cane (epiteto che gli ebrei davano ai pagani cfr. Mt 15,26; Fil 3,3), un dannato agli occhi degli Israeliti, che si ritenevano giusti dinanzi a Dio (cfr. Lc 16,15), poté essere guarito perché aveva creduto alle parole del profeta (cfr. 2Re 5,1-14).
Queste parole di Gesù suonano come un’accusa insopportabile e fa saltare i nervi agli Israeliti convenuti nella sinagoga: «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno». Un sentimento acido che nasceva dal fatto che i congregati nella sinagoga avevano compreso bene che la missione di Gesù «superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane» (Angelico Poppi).
E poiché lo sdegno è a un passo dalla follia, così l’azione precipita e Luca lo sottolinea con un inarrestabile crescendo: si alzarono ... lo cacciarono fuori della città ... lo condussero fin sul ciglio del monte ... per gettarlo giù dal precipizio.
Ma al di là delle reazioni concitate dei nazaretani, nelle parole di Gesù si possono cogliere alcune sfumature.
Innanzi tutto, l’universalità della Buona Notizia: essa è rivolta a tutti gli uomini e non contano affatto parentele o appartenenze a clan o a gruppi. La preferenza data a Cafarnao entra dentro questa logica divina. Di fatto, di lì a poco, abbandonando Nazaret Gesù ritornerà a Cafarnao, il «paese di Zàbulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,13).
Poi, alcuni particolari fanno pensare ad un annuncio della passione del Cristo. L’annotazione - «lo cacciarono fuori della città» - fa ricordare la parabola dei vignaioli omicidi i quali cacciarono il figlio unigenito «fuori della vigna e l’uccisero» (Lc 20,9ss). Gesù morirà crocifisso fuori le mura della città di Gerusalemme. Il rifiuto dei nazaretani è una spaventosa anteprima di quanto accadrà al Cristo: vi è celata quella dura opposizione a cui andrà incontro Gesù e che segnerà la sua orrenda morte.
Al tentativo di precipitarlo giù dal precipizio, Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non compie un miracolo, che d’altronde si era rifiutato di compiere, ma vuol fare capire ai suoi oppositori che lui andrà avanti per la sua strada, gli uomini potranno ritardare il suo progetto, ma non potranno impedire il suo compimento. Una verità che troviamo espressa soprattutto nel vangelo di Giovanni: i nemici del Cristo non possono attentare alla sua vita, finché «la sua ora non è giunta» (cfr. Gv 7,30; 8,20.59; 10,39; 11,54).
 
Per approfondire
 
La rivelazione della salvezza - Gesù Cristo salvatore degli uomini - Colomban Lesquivit e Pierre Grelot (Salvezza in Dizionario di Teologia Biblica): a) Gesù si rivela come salvatore dapprima con atti significativi. Salva i malati guarendoli (Mt 9,21 par.; Mc 3,4; 5,23; 6,56); salva Pietro che cammina sulle acque ed i discepoli in balia della tempesta (Mt 8,25; 14,30). L’essenziale è credere in lui: a salvare gli ammalati è la loro fede (Lc 8,48; 17, 19; 18,42), ed i discepoli vengono rimproverati per aver dubitato (Mt 8,26; 14,31). Questi fatti mostrano già qual è la economia della salvezza. Tuttavia bisogna vedere più in là della salvezza corporale.
Gesù apporta agli uomini una salvezza molto più importante: la peccatrice è salvata perché egli le rimette i peccati (Lc 7,48 ss), e la salvezza entra nella casa di Zaccheo penitente (L 19,9). Per essere salvati, occorre dunque accogliere con fede il vangelo del regno (cfr. Lc 8,12). Quanto a Gesù, la salvezza è lo scopo della sua vita: egli è venuto in terra per salvare ciò che era perduto (Lc 9,6; 19,l0), per salvare il mondo e non per condannarlo (Gv 3,17; 12,47). Se parla, lo fa per salvare gli uomini (Gv 5,34). Egli è la porta: chi entra per lui sarà salvato (Gv 10,9).
b) Queste parole fanno vedere che la salvezza degli uomini è il problema essenziale. Il peccato li espone al pericolo della perdizione.
Satana è pronto a tutto tentare per perderli e per impedire che siano salvati (Lc 8,12). Sono pecore perdute (Le 15,4.7); ma Gesù è stato proprio mandato per esse (Mt 15,24): non si perderanno più, se entrano nel suo gregge (Gv 10,28; cfr. 6,39; 17,12; 18,9). Tuttavia la salvezza che egli offre ha una contropartita: per chi non ne afferra l’occasione, il rischio di perdizione è imminente ed irreparabile. Bisogna fare penitenza in tempo, se non si vuole andare alla perdizione (Lc 13, 3. 15). Bisogna entrare per la porta stretta, se si vuole appartenere al numero di salvati (Lc 13,23s). Bisogna perseverare in questa via sino alla fine (Mt 24, 13). L’obbligo del distacco è tale che i discepoli si domandano: «Ma allora chi sarà salvato?». Effettivamente ciò sarebbe im­possibile agli uomini, occorre un atto della onnipotenza di Dio (Mt 19,25s par.). Infine la salvezza che Gesù offre si presenta sotto la forma di un paradosso. Chi vuole salvarsi, si perderà; chi accetta di perdersi, si salverà per la vita eterna (Mt 10,39; Lc 9,24; Gv 12,25). Questa è la legge, e Gesù stesso vi si sottomette: egli, che ha salvato gli altri, non salva se stesso nell’ora della croce (Mc 15,30s). Certamente il Padre potrebbe salvarlo dalla morte (Ebr 5,7); ma proprio per quest’ora egli è venuto in terra (Gv 12,27). Chi cercherà la salvezza nella fede in lui, dovrà dunque seguirlo fin là.
 
La salvezza di Dio non è un monopolio - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nella prima lettura è raccontata la guarigione del lebbroso Naaman, generale dell’esercito del re di Siria.
Dopo essersi lavato sette volte nel fiume Giordano, su indicazione del profeta Eliseo, egli fu completamente guarito dalla lebbra. Anche se al principio si era mostrato riluttante, vedendosi guarito proclamò come unico Dio il Dio d’Israele. Nel vangelo Gesù sottolinea che Naaman non era giudeo, ma pagano; cosa che non gli fu di ostacolo per ottenere il favore di Dio per mezzo del suo profeta.
Come Eliseo ed Elia, neanche Gesù è stato mandato solo ai figli di Abramo, ma a tutti gli uomini per salvarli.
Questa sua affermazione nella sinagoga di Nazaret risvegliò l’ira dei suoi concittadini che cercarono, senza successo, di gettarlo in un precipizio. Si stava verificando esattamente quello che Gesù aveva detto all’inizio: «In verità vi dico; nessun profeta è bene accetto in patria », rispondendo così alla domanda che, con diffidenza, si facevano su di lui: « Non è il figlio di Giuseppe? ».
I concittadini di Gesù, come tutti gli altri giudei, erano convinti che la salvezza di Dio fosse loro monopolio; le nazioni pagane ne erano escluse. Pensavano che Dio fosse solo per gli israeliti. E Gesù dice loro che si sbagliano, perché Dio ha orizzonti più ampi. La redenzione di Cristo è per tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le razze e tutte le nazioni.
S avessero imparato la lezione della storia, per esempio, e avessero compreso gli interventi dei profeti Elia ed Elìseo tra i pagani, a favore della vedova di Zarepta il primo, e di Naaman il siro il secondo, avrebbero capito che Dio si dà a ogni uomo e a ogni donna che cerchi il bene e la verità con buona volontà e onestà assoluta.
 
Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova - Bruno di Segni (In Luc., 1, 5): “In verità vi dico: C’erano molte vedove al tempo di Elia in Israele, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, quando venne una gran fame su tutta la terra; e a nessuna di loro fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone” (Lc 4,25). Non sono stato mandato a voi, dice; non son venuto per guarire voi, perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo significava la sua condotta; lui era un segno, io sono la realtà. Io son venuto a curare, a saziare di cibo spirituale, a strappare dalla fame e dall’indigenza quella vedova di cui è scritto: “Benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri” (Sal 131,15). Questa vedova è la santa Chiesa ma può essere anche qualunque anima dei fedeli. Il Signore, infatti, venne per chiamare tutti e a liberare tutti dalla fame. Se non fosse venuto e non avesse parlato, non avrebbero commesso peccato; ma ora non hanno una giustificazione per i loro peccati.
 
Testimoni di Cristo - Beato Anton Zogaj, Sacerdote e Martire: Anton Zogaj nacque il 26 luglio 1908 a Khtellë in Albania, precisamente nel distretto di Mirdita, ma crebbe nel territorio dell’attuale Kosovo.
Studiò al Pontificio Seminario di Scutari e proseguì la formazione in Austria.
Al momento della presa di potere da parte del partito comunista, era parroco della cattedrale di Durazzo e segretario dell’arcivescovo, monsignor Vinçenc Prennushi.
Fu arrestato nel 1945 e, come accaduto anche ad altri, venne torturato quasi a morte. Il suo ultimo desiderio, ossia che almeno i bottoni della sua talare venissero conservati, venne realizzato proprio dal suo vescovo, che era detenuto con lui: riuscì a farli uscire dalla prigione. Il segretario venne quindi fucilato presso il porto romano di Durazzo, in località Spitalla, il 9 marzo 1948.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Anton Zogaj è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Dello stesso gruppo fanno parte altri diciannove sacerdoti diocesani. (Autore: Emilia Flocchini)
 
Nella tua continua misericordia, o Padre,
purifica e rafforza la tua Chiesa,
e poiché non può vivere senza di te,
guidala sempre con la tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

La tua mano, o Signore,
protegga questo popolo in preghiera,
lo purifichi e lo guidi,
perché con la tua consolante presenza
giunga ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.
 
 8 Marzo 2026
 
III Domenica di Quaresima
 
Es 17,3-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 94 (95); Rm 5,1-2.5-8;
 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura  - Dacci acqua da bere: Il popolo d’Israele, torturato dalla sete, mormora contro Mosè e contro il Signore. Mosè, su comando di Dio, percuote una roccia dalla quale scaturisce acqua che disseterà il popolo. Un gesto che «richiama la provvisione divina primordiale della pioggia e delle sorgenti [Gn 2,4-6; 10-14] e la sua ripresa ordinata, dopo il diluvio, col ciclo delle stagioni [Gn 8,21-22].
Richiama pure l’opera dei Patriarchi, scavatori di pozzi come Giacobbe, intorno ai quali vivono la loro vicenda alimentata dall’altra acqua che è la fede» (Don Bruno Barisan).
 
Seconda Lettura - L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato: L’apostolo Paolo mette in evidenza il sacrificio di Gesù per mezzo del quale l’umanità è riconciliata con Dio: un mirabile dono dal quale scaturiscono la pace, la capacità di accedere al Padre, la speranza rafforzata dalla pazienza che rende virtuosi, l’amore di Dio che è stato riversato nel cuore dell’uomo per mezzo dello Spirito Santo (Cf. Rom 5,5).
 
Vangelo
Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
 
Due erano le vie abituali per andare dalla Giudea alla Galilea. La più breve passava per la città di Samaria. Gesù, forse, intenzionalmente sceglie questa via perché gli avrebbe dato l’opportunità di predicare ai Samaritani. Mentre si sta avvicinando a Samaria, nei pressi di Sicar, Gesù incontra una donna samaritana che era venuta ad attingere l’acqua al pozzo di Giacobbe. Seduto sull’orlo del pozzo, Gesù, stanco, assettato svela alla donna sammaritana i segreti del suo cuore: Egli è venuto nel mondo a salvare quello che era perduto frantumando i confini delle razze, delle religioni e delle ipocrisie. Rivela a una samaritana, come tale odiata dai Giudei, il suo amore grande, immenso quanto il cuore di Dio, un amore che si estende a tutti gli uomini, e per tutti e ciascuno questo amore lo spingerà ad offrirsi su una Croce come purissima vittima gradita al Padre. Su questo tema fondamentale di rivelazione - questi è veramente il salvatore del mondo -, sono modulati tre temi particolari: l’acqua viva (vv. 7-14); il culto autentico (vv. 20-24); la missione e i suoi frutti (vv. 28-42).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 4,5-42
 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
 
Parola del Signore.
 
Dammi da bere - Il racconto della donna Samaritana ruota attorno ad un bisogno naturale dell’uomo, quello dell’acqua. Gesù, stanco del viaggio, siede presso un pozzo e sembra attendere qualcuno ... è ancora Dio che prende l’iniziativa perché Egli «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua e Gesù le chiede da bere.
La sete di Gesù palesa un’altra sete, quella di salvare tutti gli uomini, per l’amore che Egli porta ad essi. Sulla Croce, Gesù, tormentato dalla sete, ripeterà ancora una volta: «Ho sete» (Gv 19,28).
Gesù si fa mendicante: Dammi da bere. Un «buon particolare psicologico per guadagnarsi la benevolenza del nemico è quello di accostarsi a lui in atteggiamento di aiuto. L’umiliazione che suppone questo modo d’agire abbatte barriere e dispone a un possibile dialogo. È quello che fa Gesù in questa occasione» (Felipe F. Ramos).
Una petizione quella del Cristo che sconvolge il cuore della Samaritana: Come mai tu, che sei Giudeo ..., una domanda inusuale perché i «Giudei non mantengono buone relazioni con i Samaritani».
I giudei odiavano i samaritani (Cf. Sir 50,25-26; Mt 10,5; Lc 9,52-55; 10,33; 17,16; Gv 8,48,) e spiegavano la loro origine (Cf. 2Re 17,24-41) con l’immigrazione forzata di cinque popolazioni pagane, rimaste in parte fedeli ai loro dèi. I cinque mariti della samaritana forse alludono a queste cinque divinità.
La richiesta è inusuale e oltremodo scandalosa perché Gesù, infrangendo vecchi pregiudizi, si rivolge a una donna e per di più samaritana; una domanda scandalosa per due motivi: primo perché si rivolge ad una donna la cui vita “poco edificante” è sotto gli occhi di tutti, secondo perché gli ebrei considerano le donne samaritane ritualmente impure ed è quindi loro proibito bere da qualunque recipiente toccato da esse. La risposta della donna samaritana rende possibile il dialogo e «palesa l’accoglienza che l’azione della grazia sta avendo nell’anima della donna: la disponibilità stessa a conversare con Cristo, che era Giudeo, segna il primo passo del mutamento che comincia ad effettuarsi» (La Bibbia di Navarra).
Se tu conoscessi il dono di Dio ..., mentre la donna samaritana resta sul piano delle relazioni umane, Gesù fa “volare” il discorso su realtà divine, di cui l’acqua del pozzo è solo un simbolo. È un forte invito a scoprire il dono di Dio e colui che mendica un po’ d’acqua. La invita a conoscere il dono di Dio: lo Spirito Santo, principio della nuova nascita (Cf. Gv 3,5).
La invita a scoprire Dio in quell’uomo assetato che per amore si è annichilito «assumendo la condizione di servo» (Fil 2,7): Egli è venuto sulla terra per portare all’umanità l’acqua che dà la vita.
La donna, attaccata ancora ai bisogni del corpo, fa un altro passo avanti nel suo aprirsi all’intervento divino: Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe? Una risposta che tradisce una domanda rimasta occultata nel profondo del cuore: Chi è costui che mi parla?
Gesù, partendo da realtà terrene, eleva la donna alla comprensione di grandi misteri: lui è più grande di Giacobbe perché possiede un’acqua viva. E alla sua crescente curiosità, le fa capire chiaramente che conosce il suo intimo, la sua vita, i segreti del suo cuore, il suo peccato.
Gesù legge nel cuore della donna come in un libro aperto. Tutto questo provoca una prima confessione di fede: Vedo che tu sei un profeta. Il cuore della donna pian piano si scioglie al tiepido calore della verità. È ammirabile la docilità di questa donna che, deponendo ogni pregiudizio, si accosta, con sete sempre più crescente, alla fonte della verità.
La donna samaritana, dopo aver constatato che Gesù possiede il dono della profezia, sottopone al suo misterioso interlocutore l’antica questione che divideva Giudei e Samaritani: bisogna adorare Dio sul monte Garizim o nel tempio di Gerusalemme?
 Gesù ne approfitta per rivelare un grande segreto: è già venuto il tempo di Dio, il tempo della salvezza, il tempo in cui i veri adoratori, vivificati dallo Spirito Santo, adoreranno il Padre in spirito e verità, ossia suscitati e illuminati dallo Spirito Santo (Cf. Rom 8,26-27). Nel cuore e nella mente dei nuovi adoratori cadrà ogni barriera di ignoranza e di inimicizia: vivranno in pace e resi sapienti dallo Spirito, la loro preghiera, in Cristo, sarà perfetta e gradita al Padre. La donna, forse sentendosi a disagio, confessa la sua ignoranza su tali argomenti, e, come se volesse rassicurare l’interlocutore sconosciuto, dice di essere a conoscenza della venuta del Messia, il quale avrebbe annunziato loro ogni cosa.
Di fronte a questa favorevole disposizione d’animo Gesù si rivela come il Messia: Sono io, che parlo con te. Sono io, la stessa espressione di cui s’era servito Dio per manifestarsi a Mosè (Cf. Es 3,14), e che in bocca a Gesù è volta alla rivelazione non solo della propria messianicità, ma anche della propria divinità (Cf. Gv 8,24.28.58; 18,6).
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna: ai «maestri ebrei non è permesso parlare con le donne per strada, perché si ritiene che questo li distolga dallo studio della Torah. La riluttanza che manifestano i discepoli nel porre le domande a Gesù dimostra quanto fossero imbarazzati del fatto che, parlando con una donna, egli non tenesse conto di tale divieto» (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline). A questo punto la donna corre a chiamare i suoi concittadini, i quali, con tanta docilità, si mettono ad ascoltare il Maestro aprendosi così alla grazia e alla luce della fede. Superando il loro nazionalismo, riconoscono in Gesù il Salvatore mandato da Dio a salvare il mondo e perché ogni uomo possegga in lui la vita eterna  (Cf. Gv 3,16-18).
Questa conclusione, se con la memoria andiamo all’episodio della sinagoga di Nazareth, lascia in bocca un po’ di amaro. Nella sua casa, Giudei e maestri della sacra Scrittura, tentarono di ammazzarlo per le sue parole di verità; in Samaria, degli eretici, accolgono la Parola e fanno la loro bella professione di fede: «noi crediamo... sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42). Una lezione da meditare!
 
Per approfondire
 
La speranza poi non delude … Jean Duplacy - La dottrina paolina della speranza: San Paolo condivide la speranza della Chiesa, ma la ricchezza del suo pensiero e della sua vita spirituale apporta al tesoro comune elementi di grande valore.
Così il posto che egli accorda alla «redenzione del nostro corpo» (Rom 8,23), sia essa trasformazione dei viventi (1Cor 15,51; cfr. 1Tess 4,13-18), oppure soprattutto risurrezione dei morti. Non credere a quest’ultima significa per Paolo essere «senza speranza» (1Tess 4,13; 1Cor 15,19; cfr. Ef 2,12).
La gloria non coronerà che «la costanza nella pratica del bene» (Rom 2,7s; cfr. Ebr 6,12). Ora la libertà umana è fragile (Rom 7,12-25). II cristiano può quindi sperare veramente di aver parte all’eredità promessa (Col 3,24)? Può e deve, come Abramo, «sperare contro ogni speranza», a motivo della sua fede nelle promesse (Rom 4,18-25) e della sua fiducia nella fedeltà di Dio che assicurerà la fedeltà dell’uomo (1Tess 5,24; 1Cor 1,9; cfr. Ebr 10,23) dalla sua chiamata fino alla gloria (Rom 8,28-30).
Il compimento delle promesse in Gesù Cristo (1Cor 1,20) ha una parte fondamentale nella riflessione di Paolo. La gloria attesa è una realtà attuale (2Cor 3,18-4,6), benché invisibile (2Cor 4,18; Rom 8,24 s).
II battezzato è già risuscitato (Rom 6,1-7; Col 3,1); nello Spirito che ha ricevuto come pegno (2Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14) e primizie (Rom 8,11.23) del mondo futuro, possiede già questo mondo, e la sua speranza può così «sovrabbondare» (15,13). Dio ha fatto la sua  grazia della giustificazione a uomini che Adamo trascinava verso la morte; «quanto più» la loro solidarietà con il suo Figlio li condurrà alla vita (Rom 5). Questo compimento in Cristo della speranza di Israele è la rivelazione completa del motivo della speranza cristiana: un amore tale che nulla e nessuno può strappargli il cristiano (Rom 8,31-39).
Infine la speranza personale di Paolo è un esempio mirabile. Essa si dispiega nella sua anima con un’estrema intensità. Geme di non essere ancora appagata (2Cor 5,4s; Rom 8,23) ed esulta al pensiero dell’avvenire che attende (1Cor 15,54ss). Alla sua luce le speranze umane più legittime perdono ogni valore (Fil 3,8). Fondandosi soltanto sulla grazia di Dio e non sulle opere (1Cor 4,4; 15,10; Rom 3,27), essa non di meno anima con il suo dinamismo la corsa (Fil 3,13s) e la lotta (2Tim 4,7) che Paolo conduce per compiere la sua missione, pur evitando di essere «egli stesso squalificato» (1Cor 9,26 s). Essa suscita allora, ma «nel Signore», nuove speranze (Fil 2,19; 2Cor 1,9s; 4,7-18). Quando la morte gli sembra vicina, egli attende il premio (Fil 3,14) che coronerà la sua corsa (2Tim 4,6 ss; cfr. 1Cor 3,8).
Ma sa che la sua ricompensa è Cristo stesso (Fil 3,8). La sua speranza è innanzitutto di essere con lui (Fil 1,23; 2Cor 5,8). L’apostolo non attende più la propria felicità personale, ma semplicemente qualcuno che ama.
Questo profondo disinteresse della sua speranza si manifesta ancora con la sua apertura alla salvezza degli «altri» (2Tim 4,8; 2,7), cristiani (1Tess 2,19) o pagani, ai quali egli vuole rivelare Cristo «speranza della gloria» (Col 1,24-29). La speranza di Paolo abbraccia così, in tutta la sua ampiezza (cfr. Rom 8,19ss), il disegno di Dio e risponde «con amore» (2Tim 4,8) all’amore del Signore.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - Dammi da bere. Questa richiesta, che un giorno Gesù rivolse alla samaritana, oggi il Maestre la rivolge a noi. Il Verbo incarnato ha sete del nostro amore, della nostra fede.
Gesù in quest’istante vuol rivelare sperimentalmente al nostro cuore il mistero della sua persona. Egli vuol mostrare la sua carità infinita per noi, il suo interessamento vivo per le nostre Persone bisognose di salvezza e di gioia: vuol rivelare il suo amore tenero e palpitante al nostro cuore assetato di vita e di felicità. Dalla sua croce, con le mani forate dai chiodi, con il costato squarciato, grondante sangue, Gesù ci sussurra: «Ho sete!» (Gv 19,28). Il figlio di Dio è assetato della nostra fede viva, che orienti la nostra vita verso la sua persona.
Gesù ci domanda da bere, ossia chiede il nostro amore, affinché non abbiamo più sete in eterno (cf. Gv 4,14), anzi viviamo felici, profondamente felici. Il Verbo incarnato vuol rivelarsi a noi nel mistero e nel segno supremo del suo amore, che irraggia dalla croce, per invitarci a un contraccambio di amore, a una vita di fede ardente e profonda, polarizzata dalla sua persona divina.
Se tu conoscessi il dono di Dio! - Quante volte noi ignoriamo il dono che Dio ci fa attraverso il suo Cristo! Gesù desidera rivelarsi a noi in modo sperimentale nelle circostanze quotidiane, ma noi non sfruttiamo la grazia divina di questi momenti.
Il Verbo incarnato spesso ci offre il dono della manifestazione del suo mistero attraverso i nostri fratelli sofferenti, poveri, disprezzati ed emarginati, ma noi non sappiamo scorgere il volto del Cristo in questa umanità sofferente. Quante occasioni mancate nella nostra vital
«Se tu conoscessi il dono di Dio!», esclama Gesù ancora una volta. Abbiamo tra le mani la parola viva di Dio, ma non la facciamo penetrare nel nostro cuore. Il Cristo si rivela a noi nel suo vangelo, ma questo messaggio non trasforma la nostra vita.
Il figlio di Dio attraverso la sua parola ci manifesta il mistero della sua persona e la profondità dell’amore del Padre, ma noi spesso siamo impermeabili a questa rivelazione. «Se tu conoscessi il dono di Dio!».
Chi è Gesù per me? - Abbiamo constatato che una delle tematiche cristologiche maggiori di Gv 4, 1-42 è la scoperta del mistero di Gesù. Il Verbo incarnato si è manifestato ai samaritani come profeta, Messia rivelatore e Salvatore dell’umanità.
Qui possiamo e dobbiamo chiederci: Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta questa persona nella nostra vita? Il Cristo è per noi un estraneo oppure incide profondamente nella nostra esistenza? Lo consideriamo realmente come il  nostro Salvatore e il polo catalizzatore della nostra vita?
Quando siamo oppressi dal peso dei nostri peccati, sappiamo trovare in Gesù il nostro Salvatore? Quando l’egoismo vuole sopraffarci, troviamo liberazione nel figlio di Dio?
Il Verbo incarnato costituisce realmente la fonte della nostra vita, della nostra pace, della nostra gioia, della nostra salvezza?
 
Origene, Commento al Vangelo di Giovanni 13,345-346: Gesù rimane con coloro che lo chiedono - Giovanni non ha scritto che i Samaritani gli chiedevano di entrare in Samaria o di entrare in città, ma di rimanere da loro [...]. Nel seguito poi non dice «rimase in quella città due giorni», oppure «rimase in Samaria», bensì rimase là, cioè presso coloro che glielo chiedevano. Gesù, infatti, rimane presso coloro che lo pregano, soprattutto quando chi lo prega esce dalla propria città e si reca da Gesù, in qualche modo sull’esempio di Abramo, che obbedì a Dio che gli diceva: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre (Gen 12, 1).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni di Dio, Religioso e Fondatore: Nato a Montemoro-Novo, poco lontano da Lisbona, nel 1495, Giovanni di Dio - allora Giovanni Ciudad - trasferitosi in Spagna, vive una vita di avventure, passando dalla pericolosa carriera militare alla vendita di libri. Ricoverato nell’ospedale di Granada per presunti disturbi mentali legati alle manifestazioni “eccessive” di fede, incontra la drammatica realtà dei malati, abbandonati a se stessi ed emarginati e decide così di consacrare la sua vita al servizio degli infermi.
Fonda il suo primo ospedale a Granada nel 1539. Muore l’8 marzo del 1550. Nel 1630 viene dichiarato Beato da Papa Urbano VII, nel 1690 è canonizzato da Papa Alessandro VIII. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 viene proclamato Patrono degli ammalati, degli ospedali, degli infermieri e delle loro associazioni e, infine, patrono di Granada. (Avvenire)
 
O Dio, sorgente della vita,
che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia,
concedi al tuo popolo di confessare
che Gesù è il salvatore del mondo
e di adorarti in spirito e verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO

Guida, o Signore, i cuori dei tuoi fedeli:
nella tua bontà concedi loro la grazia
di rimanere nel tuo amore e nella carità fraterna
per adempiere la pienezza dei tuoi comandamenti.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 7 Marzo 2026
 
Sabato II Settimana di Quaresima
 
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 102 (103); Lc 15,1-3.11-32
 
Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te. (Lc 15,18 - Acclamazione al Vangelo)
 
Mi alzerò …: Dives in misericordia 5: Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine “giustizia”, così come, nel testo originale, non è usato quello di “misericordia”; tuttavia, il rapporto della giustizia con l’amore, che si manifesta come misericordia, viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore si trasforma in misericordia, quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita - dopo il ritorno - di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità, in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l’esigenza dell’ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l’aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fin dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato, né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto, che ancora poteva spettargli nella casa del padre.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il nostro Dio viene a salvarci - Il popolo tornato dall’esilio si sente come un gregge “che sta solitario nella foresta tra fertili campagne”. Da questo stato di sconforto nasce la preghiera a Jahvè, pastore d’Israele (cf Mi 2,12; Ez 34): facendo pascolare il tuo gregge nei pascoli ubertosi della Transgiordania, mostraci cose prodigiose come quando sei uscito dalla terra Egitto.
“Dio mostri al suo popolo la sua benevolenza e rinnovi i prodigi dell’esodo! Questa fiducia si fonda sulla misericordia di Jahvè, che perdona le colpe. Essa è oggetto della lode (vv. 18-19), che riecheggia le espressioni dei salmi e dei profeti (cf Es 34,6-7; Sal 29,6; 85,5-15; Ger 3,12), Dio mostra la sua grandezza soprattutto nel perdonare i peccati: li distruggerà, perché non nuocciano più a Israele. Se questo stato infedele, Dio non verrà meno alle sue promesse, che contengono il piano della salvezza” Messale della Assemblea Cristiana [Feriale]).
 
Vangelo
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita. 
 
Luca, con la parabola del padre misericordioso, vuole annunciare ai suoi lettori la misericordia di Dio per i peccatori: una parabola nella quale «Gesù descrive con vivezza l’infinita e paterna misericordia di Dio, nonché la sua gioia per la conversione del peccatore. Il Vangelo insegna che nessun uomo viene escluso dal perdono, e che i peccatori possono diventare figli diletti di Dio per mezzo del pentimento e della conversione» (La Bibbia di Navarra). La parabola termina con parole che esprimono la grande gioia del padre: bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc  15,1-3.11-32
 
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
 
Parola del Signore
 
Un uomo aveva due figli - La parabola alla luce del v. 2 (I farisei e gli scribi mormoravano ...), si pone in un contesto polemico: Gesù se ne serve per annunciare la misericordia divina, ma anche per difendere il suo comportamento.
Ai farisei che lo rimproverano di intrattenersi con i pubblicani, uomini e donne ritenuti peccatori pubblici, Gesù narra tre parabole (la dracma e la pecora perdute e ritrovate, il figlio prodigo) per suggerire che Egli, il Figlio, si comporta nei confronti dei peccatori così come si comporta Dio, il Padre.
Che il giovane chieda e ottenga l’eredità è un fatto insolito, ma tenendo conto della finalità della parabola la richiesta serve a porre l’accento sul peccato del giovane che è paurosamente crescente: alla istanza insana si aggiunge l’allontanamento dalla casa paterna, poi la dissipazione dell’eredità, quindi la fame e il degradante lavoro di porcaio.
In questo mestiere, forse, sta celato il vero peccato del giovane avvalorato dal suo grido rivolto al Cielo: «Padre, ho peccato davanti a te», e dal fatto che la parabola è tesa a difendere la benevolenza di Gesù nei confronti dei pubblicani, ritenuti impuri. La Legge faceva distinzione tra animali puri e animali impuri: «Ogni mammifero puro doveva avere l’unghia spaccata ed essere ruminante. Quelli che presentavano solo l’una o l’altra caratteristica erano esclusi, e di essi vengono nominati in modo specifico tre: la lepre, l’irace e il maiale» (George Cansdale).
Forse Luca annotando il fatto che il giovane si era adattato per fame a fare il mandriano di porci, cioè di animali impuri, voleva dare al lettore un messaggio molto più forte: quello dell’apostasia del giovane, un peccato molto più grave dello sperpero dell’eredità.
Tormentato dalla fame, il giovane rientra in se stesso e toccando con mano il fango in cui era caduto si decide di ritornare tra le braccia del Padre.
Qui l’asse della parabola si sposta facendo della parabola del «figlio prodigo» un’icona e una manifestazione piena dell’amore misericordioso del Padre. Ecco perché essa potrebbe essere defini­ta come la «parabola del Padre misericordioso».
In verità a rileggere la parabola il protagonista non è il figlio che se ne va di casa e poi torna abbracciato dal Padre e nemmeno l’altro figlio, quello maggio­re, che non sa accettare il comportamento del Padre, ma lui, il Padre, con il suo amore fatto di trepidante attesa per le sorti del figlio scapestrato.
Soltanto «il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1439).
Quindi, l’intento di Cristo, nel raccontare questa parabola, oltre a quello apologetico, è quello di rivelare il cuore e il vero volto del Padre.
A tradire questa intenzione è quel sottolineare, con vibranti sfumature, la compassione di Dio, un sentimento che svela il mistero della sua misericor­dia e della sua bontà: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò».
Ebbe compassione... riferito a Dio è un’espressione «molto forte ... infatti, indica il sentimento e l’amore intenso della madre: il verbo nel suo significato originario indica anche il seno o il grembo materno, là dove il figlio prende corpo dal corpo della madre. L’uso di questo verbo spiega perché nella parabola di Luca, manchi la figura della madre. Dio è tutto e nella descrizione che di lui fa la Bibbia attraverso la figura del Padre esaurisce tutto il mondo dell’uomo e tutti gli atteggiamenti che lo qualificano come padre-madre, uomo-donna» (Don Primo Gironi).
Dio è amore infinito, sempre presente; sempre pronto a non lasciare nulla di intentato lì dove c’è un figlio da amare e da perdonare, da custodire e da cercare. Un amore che sa attendere pazientemente anche chi si ostina a non capire l’amore e le sue esigenze (Cf. 2Pt 3,9).
Anche lui, il «figlio maggiore», ritornerà e si convincerà ad entrare in casa, e anche per lui si ammazzerà il vitello grasso e si farà festa. Una speranza che si fa certezza attraverso la Parola di Dio: «l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato [...], perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,25-29). Il vestito più bello è il segno che il Padre ha perdonato i peccati del figlio: ne ha fatto un fagotto e li ha gettati «in fondo al mare» (Mi 7,19); l’anello e i sandali, che non indossavano gli schiavi, sono il segno inequivocabile della ricuperata figliolanza, della libertà di Figlio (Cf. Gc 2,2). La parabola è un chiaro monito per i farisei di tutti i tempi: invece di scandalizzarsi di Dio che ama teneramente anche i peccatori, sarebbe opportuno scandalizzarsi delle proprie grettezze e dei propri pregiudizi.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Michea - I contenuti - Il libro di Michea alterna oracoli di minaccia e di denuncia a parole di consolazione e di promessa. Alcuni passi sono paralleli a brani del profeta Isaia, suo contemporaneo. L’oracolo più celebre è quello che annuncia la venuta del futuro re messianico da Betlemme (5,1), da dove un tempo era uscito Davide. L’oracolo è stato ripreso da Matteo, che lo vede realizzato nella nascita di Gesù a “Betlemme di Giudea” (Mt 2,5-6). Il libro può essere diviso in quattro parti:
Il peccato della casa di Giacobbe e dei suoi capi (1,1-3,12)
La restaurazione di Sion e il Messia (4,1-5,14)
Denuncia dell’ingiustizia e della corruzione generale (6,1-7,7)
Perdono divino e nuova gloria d’Israele (7,8-20).
Le caratteristiche - Tema dominante negli oracoli di minaccia è la condanna dell’ingiustizia sociale, dell’oppressione verso i deboli, della corruzione dei capi e dei magistrati. Questo va di pari passo con la denuncia delle autorità religiose, sacerdoti e profeti, che non predicano secondo la volontà di Dio, ma secondo gli interessi personali. La conseguenza di tutto ciò non può che essere il giudizio divino, che porta alla devastazione del paese e alla sottomissione ai nemici. Da questo quadro desolato, però, emerge un “resto” che, confidando unicamente in Dio, sarà riscattato mediante l’opera di un nuovo re, e vivrà in prosperità e pace. Allora proprio Sion, il monte del Signore, diventerà il luogo della pace per tutti i popoli.
L’origine - Secondo le indicazioni fornite da 1,1, Michea predicò nella stessa epoca di Isaia, gli ultimi decenni del sec. VIII a.C. Era originario di Morèset-Gat, una cittadina a sud-ovest di Gerusalemme. Destinatari degli oracoli di denuncia di Michea furono gli abitanti di Gerusalemme, capitale del regno di Giuda; in particolare i ricchi, i sacerdoti e i (falsi) profeti. Gli oracoli che contengono promesse di salvezza sono, probabilmente, di altra epoca e si indirizzano a persone che avevano visto la devastazione di Giuda nel 587.
 
J. Cambier e X. Léon Dufour - Il volto della misericordia divina - 1. Gesù, «sommo sacerdote misericordioso» (Ebr 2, 17). - Dovendo compiere il disegno divino, Gesù ha voluto «diventare simile in tutto ai suoi fratelli», per esperimentare la stessa miseria di coloro che veniva a salvare. Perciò tutti i suoi atti manifestano la misericordia divina, anche se non sono così qualificati dagli evangelisti. Luca ha avuto una cura tutta speciale di mettere in rilievo questo punto. I prediletti di Gesù sono i «poveri» (Lc 4, 18, 7, 22); i peccatori trovano in lui un «amico» (7, 34), che non ha paura di frequentarli (5, 27. 30; 15, 1 s; 19, 7). La misericordia, che Gesù testimoniava in modo generale alle folle (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32), in Luca assume un volto più personale: concerne il «figlio unico» di una vedova (Lc 7, 13) od un determinato padre piangente (8, 42; 9, 38. 42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. In tal modo l’universalismo è portato a compimento: «ogni carne vede la salvezza di Dio» (3, 6). Se Gesù ha così compassione di tutti, si comprende come gli afflitti si rivolgano a lui come a Dio stesso, ripetendo: «Kyrie eleison!» (Mt 15, 22; 17, 15; 20, 30 s).
2. Il cuore di Dio Padre. - Di questo volto della misericordia divina che mostrava attraverso i suoi atti, Gesù ha voluto dipingere per sempre i tratti. Ai peccatori, che si vedevano esclusi dal regno di Dio dalla grettezza dei farisei, proclama il vangelo della misericordia infinita, nella linea diretta degli annunzi autentici del VT. Coloro che rallegrano il cuore di Dio non sono gli uomini che si credono giusti, ma i peccatori pentiti, paragonabili alla pecora od alla dramma perduta e ritrovata (Lc 15, 7. 10); il Padre spia il ritorno del figliol prodigo, e quando lo scorge di lontano, è «mosso da compassione» e corre ad incontrarlo (15, 20). Dio ha atteso a lungo, attende ancora con pazienza Israele che non si converte, come un fico sterile (13, 6-9).
3. La sovrabbondanza della misericordia. - Dio dunque è il «Padre delle misericordie» (2 Cor 1, 3; Giac 5, 11), che accordò la sua misericordia a Paolo (1 Cor 7, 25; 2 Cor 4, l; 1 Tim 1, 13) e la promette a tutti i credenti (Mt 5, 7; 1 Tim 1, 2; 2 Tim 1, 2; Tito 1, 4; 2 Gv 3). Del compimento del disegno di misericordia nella salvezza e nella pace, quale era annunziato dai cantici all’aurora del vangelo (Lc 1, 50. 54. 72. 78), Paolo manifesta chiaramente l’ampiezza e la sovrabbondanza. Il culmine della lettera ai Romani sta in questa rivelazione. Mentre i Giudei finivano per disconoscere la misericordia divina, in quanto pensavano di procurarsi la giustizia con le loro opere, con la loro pratica della legge, Paolo dichiara che anch’essi sono peccatori, e quindi anch’essi hanno bisogno della misericordia mediante la giustizia della fede. Di fronte ad essi i pagani, ai quali Dio non aveva promesso nulla, sono a loro volta attratti nell’orbita immensa della misericordia. Tutti devono quindi riconoscersi peccatori per beneficiare tutti della misericordia: «Dio ha racchiuso tutti gli uomini nella disobbedienza per fare a tutti misericordia» (Rom 11, 32).
«Siate misericordiosi ...» - La «perfezione» che, secondo Mt 5, 48, Gesù esige dai suoi discepoli, secondo Lc 6, 36 consiste nel dovere di essere misericordiosi «com’è misericordioso il Padre vostro». È una condizione essenziale per entrare nel regno dei cieli (Mt 5, 7), che Gesù riprende sull’esempio del profeta Osea (Mt 9, 13; 12, 7). Questa tenerezza deve rendermi prossimo al misero che incontro sulla mia strada, come il buon Samaritano (Lc 10, 30-37), pieno di pietà nei confronti di colui che mi ha offeso (Mt 18, 23-35), perché Dio ha avuto pietà di me (18, 32 s). Saremo quindi giudicati in base alla misericordia che avremo esercitata, forse inconsciamente, nei confronti di Gesù in persona (Mt 25, 31-46). Mentre la mancanza di misericordia nei pagani scatena l’ira divina (Rom 1, 31), il cristiano deve amare e «simpatizzare» (Fil 2, 1), avere in cuore una buona compassione (Ef 4, 32; 1 Piet 3, 8); non può «chiudere le sue viscere» dinanzi ad un fratello che si trova nella necessità: 1’amore di Dio non rimane che in coloro che esercitano la misericordia (1 Gv 3, 17).
 
Sant’Ambrogio: “Venne la carestia in quella regione” [Lc 15,14]: carestia non di pane e cibo, ma di buone opere e di virtù. Esiste un digiuno peggiore di questo? In verità chi si allontana dalla Parola di Dio è affamato, perché “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola di Dio” [Lc 4,4]. Se ci si allontana dalla fonte siamo colti dalla sete, si diventa poveri se ci si allontana dal tesoro, si diviene sciocchi se ci si allontana dalla sapienza, si distrugge infine se stessi allontanandosi dalla virtù. È quindi naturale che costui cominciò a sentirsi in gravi ristrettezze, in quanto aveva abbandonato i tesori della sapienza e della scienza di Dio e la profondità delle ricchezze celesti [cfr. Col 2,3]. Egli cominciò a sentire la miseria e a soffrire la fame, perché niente è abbastanza per la prodiga voluttà. Sempre patisce la fame, chi non si sa nutrire degli alimenti eterni.
 
Testimoni di Cristo - Sante Perpetua e Felicita. Quell’antico coraggio, profezia per l’oggi: «Fummo condotti in carcere, ed ero spaventata, perché non avevo mai avuto a che fare con una simile oscurità. Un giorno sinistro. Calore intenso a causa dell’affollamento, estorsioni da parte dei soldati. A tormentarmi era però la preoccupazione per la sorte del mio bambino»: con queste parole la giovane Tibia Perpetua, martire del III secolo, ci descrive la terribile esperienza della prigionia. Il suo diario – contenuto nella Passione di Perpetua e Felicita, opera di Tertulliano – è un documento straordinario e prezioso che ci racconta la vicenda di una giovane donna di buona famiglia, arrestata nel 203 all’età di 22 anni circa, al tempo dell’imperatore Settimio Severo, a Cartagine a causa della sua fede e poi condannata a essere sbranata dalle belve assieme a un gruppo di cristiani. Perpetua è una madre di un piccolo che ancora allatta e con gli occhi di donna racconta quelle sofferenze, condivise con la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, che è incinta. Con loro ci sono anche Saturnino, Revocato e Secondulo che non sono ancora stati battezzati e il martirio diventerà il loro Battesimo. «Capii che non dovevo combattere con le fiere, ma contro il demonio – scrive santa Perpetua nel suo diario –. Però sapevo che mia sarebbe stata la vittoria». Una vittoria che è per i cristiani di tutti i tempi, specie quelli perseguitati, un vero incoraggiamento. (Avvenire) 
 
Dio onnipotente e misericordioso,
O Dio, che con i tuoi gloriosi doni di salvezza
ci rendi partecipi sulla terra dei beni del cielo,
guidaci nelle vicende della vita
e accompagnaci alla splendida luce della tua dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Nella tua misericordia, o Signore, porgi l’orecchio
alla voce di coloro che ti supplicano,
e perché tu possa esaudire i loro desideri,
fa’ che chiedano quanto ti è gradito.
Per Cristo nostro Signore.