11 Marzo 2026
 
Mercoledì III Settimana di Quaresima
 
Dt 4,1.5-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 147; Mt 5,17-19
 
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita; tu hai parole di vita eterna. (Cf. Gv 6,63c.68c - Acclamazione al Vangelo)
 
Adolf Smitmans: Come nell’AT, anche negli scritti neotestamentari la parola è la potenza che opera nella globalità: essa chiama sia Israele che il singolo nella sua storia particolare; essa sostiene la creazione. La novità sta nel fatto che la  parola è stata pronunciata in maniera definitiva in Gesù Cristo. “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose ... egli sostiene tutto con la potenza della sua parola” (Eb 1,1-3). Gesù è lui stesso la  parola (Gv 1,1-5.10s) che si è fatta carne (Gv 1,14) e si è così “espressa” all’uomo in maniera riconoscibile. In lui si riassume tutto il parlare di Dio che crea, promette, giudica, salva, porta a compimento, che è sempre anche azione (cf. l’arco che si stende fra Gv 1,1 e Ap 19,13). Egli adempie la parola veterotestamentaria (Lc 4,21), ma al tempo stesso la dimostra come superabile. “La legge fu data per mezzo di Mosè, / e la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17).
Per questo la legislazione veterotestamentaria può venir criticata (cf. Mt 5,17-48 e la disputa sul divorzio Mc 10,1-12) e l’attesa veterotestamentaria del messia non solo viene adempiuta, ma anche corretta grazie al cammino di Gesù verso la croce. 
Se in Gesù Cristo la parola è stata definitivamente pronunciata, essa va anche conservata e proclamata in maniera sempre nuova nella chiesa. In quanto servi di Dio gli apostoli annunciano la parola (At 4,29). Ma essi non annunciano una parola passata, che è stata trasmessa. È Dio stesso, infatti, che parla attraverso di loro e perciò la loro parola concede il suo perdono (2Cor 5,18-20). In questo senso l’annuncio apostolico è “parola non parola di uomini” (l Ts 2,13). Esso avviene grazie all’assistenza promessa alla chiesa per il tempo postpasquale (Gv 14,27). Come tuttavia l’annuncio stesso viene dall’ascolto di Gesù Cristo (lGv 1,1-5), esso porta frutto soltanto dove viene ascoltato e recepito (Mc 4,20).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La Bibbia di Navarra: Il principale argomento per spingere all’adempimento della Legge è la singolare presenza di Dio in mezzo al suo popolo (vv. 7-8).
4,6-8. Il tema qui sviluppato è tipicamente sapienziale. D’altronde, la vita stessa d’Israele, plasmata dalla osservanza della Legge, sarà il più eloquente insegnamento per gli altri popoli. popoli. Si coglie nel tema una sorprendente ampiezza di orizzonti, nonché la latente missione universale del popolo eletto, che proietta la sua  prospettiva verso tempi futuri, quando essa giungerà a pienezza con l’espansione della Chiesa tra i popoli della terra.
 
Vangelo
Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
 
Bibbia di Gerusalemme: 5,17 Gesù non viene né a distruggere la Legge (Dt 4,8+) e tutta l’economia antica, né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la Legge stessa era avviata. Ciò si applica in particolare alla «giustizia» (v 20, cf. 3,15; Lv 19,15; Rm 1,16+), «giustizia perfetta. (v 48), di cui le sentenze dei vv 21-48 danno parecchi esempi significativi. Il precetto antico diventa interiore e raggiunge il desiderio e il movente segreto (cf. 12,34; 23,25-28). Nessun punto particolare della Legge deve essere dunque omesso, a meno che non sia stato portato così al suo compimento (vv 1 -19; cf. 13,521). Si tratta meno di alleggerimento che di approfondimento (11,28). L’amore, in cui già si riassumeva la Legge antica (7,12; 22.34-40p), diviene il comandamento nuovo di Gesù (Gv 13,34) e compie tutta la legge (Rm 13,8-10; Gal 5,14; cf. Col 3,14+).
Mt 5,18 Introducendo con amen (= in verità, cf. Sal 41,14 e Rm 1,25+) alcune sue parole, Gesù ne sottolinea l’autorità (Mt 6,2.5.16, ecc.; Gv 1,51, ecc.). neppure un iota o un segno dalla legge: alla lettera «non uno iota, non un piccolo tratto»; BJ traduce: «un puntino sull’i».
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,17-19
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 17 Non sono venuto ad abrogare, ma a compiere: Gesù dichiara la sua posizione nei confronti dell’Antico Testamento (la Legge ed i Profeti); egli afferma di non voler abrogare quanto era stato detto dalla Legge e dai Profeti, ma di perfezionarlo. Quest’opera di perfezionamento, come risulta dagli esempi esplicativi che seguiranno (5, 21-48), si rivolge alla parte morale e consiste nell’inserire uno spirito nuovo nei precetti dell’antica legge.
18 Una sola trattina, così abbiamo tradotto il termine κεραία (letteralmente: cornuncolo); il vocabolo può esprimere quella piccola trattina che distingue nella scrittura ebraica quadrata la consonante kaph dal beth. In linguaggio moderno si direbbe: non passerà un i, né un punto sopra l’i. Il senso del detto di Gesù è il seguente: tutti i precetti morali della Legge antica saranno elevati alla perfezione evangelica la quale, essendo definitiva, non passerà mai.
19 Chi dunque avrà trasgredito ... Il nuovo spirito che perfeziona l’antica legge non dispensa dalle opere. Anche la minima inadempienza di un precetto sarà notata e condizionerà l’appartenenza più o meno fervida al regno.
 
Per approfondire
 
Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ... ma per compiere - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): L’espressione «Non crediate che (io) sia venuto» ricorre con formule affini altrove (Mt 9,13; 10,34-35; 20,28) e sembra premunire il lettore con un tono polemico da una falsa interpretazione delle sei antitesi seguenti (Cf. Gnilka, I, p. 218). Benché Gesù non si sia attenuto alle prescrizioni halakiche dei rabbini, non ha invalidato la Legge mosaica. Al contrario, con il suo insegnamento l’ha portata a compimento,  cioè  alla perfezione, unificandola nel precetto fondamentale dell’amore di Dio e del prossimo, che ne costituisce il cuore, il comandamento principale.
L’espressione «la Legge o i Profeti» (derivata dall’uso sinagogale, che non prevedeva la lettura liturgica dei Ketubin, cioè dei libri sapienziali) indica l’intero Antico Testamento.
Infatti, mentre la Legge (Toràh) designa il Pentateuco, i Profeti includono in senso generico tutti gli altri libri, che erano considerati come una interpretazione della Legge.
Abolire (katalysat) in senso dottrinale significa dichiarare nullo un precetto. Compiere non ha un senso puramente normativo ma assume in Matteo una valenza più pregnante.
Con il verbo pleróo l’evangelista si riferisce una decina di volte all’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento.
Gesù non è venuto soltanto a perfezionare la Legge mosaica, ma a portarla a compimento nelle sue potenzialità nascoste e nel suo valore di rivelazione profetica.
Come è suggerito anche in Mt 11,13, tutto l’Antico Testamento converge verso Cristo, che lo attua piena­mente, rendendo presente il regno di Dio. Gesù non fa altro che sviluppare il senso profondo della Legge, rap­portandola al comandamento essenziale dell’amore, il centro focale del discorso della montagna. Mediante la proclamazione e la realizzazione del regno, Gesù provoca la conversione del cuore e l’irradiazione della bontà salvifica di Dio nel mondo, che consente all’es­sere umano il pieno adempimento delle esigenze più autentiche della Legge. Ecco perché non solo completa la Legge, ma la «compie».
I singoli precetti dell’Antico Testamento conservano il loro valore, ma solo in quanto sono rapportabili alla legge dell’amore.
La Scrittura per Matteo rappresenta un’anticipazione del progetto salvifico di Dio, che il suo Inviato definitivo avrebbe «compiuto» in adesione totale al volere del Padre.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 1967 La Legge evangelica «dà compimento» alla Legge antica, la purifica, la supera e la porta alla perfezione. Nelle beatitudini essa compie le promesse divine, elevandole ed ordinandole al «regno dei cieli». Si rivolge a coloro che sono disposti ad accogliere con fede questa speranza nuova: i poveri, gli umili, gli afflitti, i puri di cuore, i perseguitati a causa di Cristo, tracciando in tal modo le sorprendenti vie del Regno
1968 La Legge evangelica dà compimento ai comandamenti della Legge. Il discorso del Signore sulla montagna, lungi dall’abolire o dal togliere valore alle prescrizioni morali della Legge antica, ne svela le virtualità nascoste e ne fa scaturire nuove esigenze: ne mette in luce tutta la verità divina e umana. Esso non aggiunge nuovi precetti esteriori, ma arriva a riformare la radice delle azioni, il cuore, là dove l’uomo sceglie tra il puro e l’impuro, dove si sviluppano la fede, la speranza e la carità e, con queste, le altre virtù. Così il Vangelo porta la Legge alla sua pienezza mediante l’imitazione della perfezione del Padre celeste, il perdono dei nemici e la preghiera per i persecutori, sull’esempio della magnanimità divina.
1969 La Legge nuova pratica gli atti della religione: l’elemosina, la preghiera e il digiuno, ordinandoli al «Padre che vede nel segreto», in opposizione al desiderio di «essere visti dagli uomini». La sua preghiera è il «Padre nostro».
1970 La Legge evangelica implica la scelta decisiva tra «le due vie»2808 e mettere in pratica le parole del Signore; essa si riassume nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12).
Tutta la Legge evangelica è racchiusa nel comandamento nuovo di Gesù, di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati.
 
Veritatis splendor 15: Nel «Discorso della Montagna», che costituisce la magna charta della morale evangelica, Gesù dice: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Cristo è la chiave delle Scritture: «Voi scrutate le Scritture: esse parlano di me» (cfr. Gv 5,39); è il centro dell’economia della salvezza, la ricapitolazione dell’Antico e del Nuovo Testamento, delle promesse della Legge e del loro compimento nel Vangelo; è il legame vivente ed eterno tra l’Antica e la Nuova Alleanza. [...]. Gesù porta a compimento i comandamenti di Dio, in particolare il comandamento dell’amore del prossimo, interiorizzando e radicalizzando le sue esigenze: l’amore del prossimo scaturisce da un cuore che ama, e che, proprio perché ama, è disposto a vivere le esigenze più alte. Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi come un limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l’amore (cfr. Col 3,14). Così il comandamento «Non uccidere» diventa l’appello ad un amore sollecito che tutela e promuove la vita del prossimo; il precetto che vieta l’adulterio diventa l’invito ad uno sguardo puro, capace di rispettare il significato sponsale del corpo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio... Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda ad una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,21-22.27-28). È Gesù stesso il «compimento» vivo della Legge in quanto egli ne realizza il significato autentico con il dono totale di sé: diventa Lui stesso Legge vivente e personale, che invita alla sua sequela, dà mediante lo Spirito la grazia di condividere la sua stessa vita e il suo stesso amore e offre l’energia per testimoniarlo nelle scelte e nelle opere (cfr. Gv 13,34-35).
 
Agostino (Esposizioni sui Salmi, 118): Chi ama la legge di Dio, onora anche ciò che in essa non comprende. Ciò che gli pare poco logico, giudica piuttosto di non averlo compreso e pensa che vi si trovi celato qualcosa di grande. Non gli è dunque di scandalo la legge del Signore; e per non soffrire scandalo, soprattutto egli non bada agli uomini - per quanto sia santa la loro vocazione -, tanto da far dipendere la loro fede dai loro costumi. Perciò, se alcuni di loro cadono, egli non se ne scandalizza e non rovina così se stesso. Al contrario, egli ama la legge del Signore per se stessa, e in lui vi è sempre grande pace e mai scandalo. L’ama senza preoccupazioni, perché sa che anche se molti peccano contro la legge, essi non peccano certo a causa della legge.
 
I Testimoni di Cristo - San Sofronio di Gerusalemme. Difensore del popolo minacciato dagli invasori e dal pericolo delle eresie: Custodire la verità della dottrina e difendere il popolo: i pastori della comunità cristiana sono chiamati a tenere insieme questo duplice compito, al cui centro c’è la relazione tra Dio e l’umanità. E proprio su questi due fronti, distinti ma integrati, s’impegnò san Sofronio di Gerusalemme, che dovette combattere la diffusione delle eresie ma anche resistere alla minaccia del califfato che gravava al tempo sulla Città Santa. Siriano di Damasco, fu eletto patriarca di Gerusalemme nel 634, quando la Palestina si trovava a vivere sotto la paura dell’imminente invasione da parte di Abu-Bekr, suocero di Maometto e del califfo Omar. Ma da patriarca Sofronio dovette affrontare anche l’eresia del monotelismo che, affermandone la sola volontà divina, di fatto indeboliva la figura di Cristo, svilendo di fatto la sua natura umana. Assieme a Massimo il Confessore, Sofronio cercò di combattere con vari scritti l’eresia che usciva dalla stessa corte imperiale di Costantinopoli. Nel 637 dovette consegnare la città al califfo Omar, ottenendo però la libertà di culto per i cristiani. Morì di lì a poco. Di lui ci sono pervenute alcune poesie e lettere. (Avvenire)
 
Concedi a noi, o Signore,
che, nutriti dalla tua parola
e formati nell’impegno quaresimale,
ti serviamo con purezza di cuore
e siamo sempre concordi nella preghiera.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Concedi al tuo popolo, o Signore,
di desiderare ciò che ti è gradito,
perché solo nella conformità al tuo volere
sarà ricolmato di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 10 Marzo 2026
 
Martedì III Settimana di Quaresima
 
Dn 3,25.34-43; Salmo Responsoriale Dal Salmo 24 (25); Lc 4,24-30
 
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo )
 
J. Cmbier e X- Léon Dufour: Il linguaggio corrente, determinato indubbiamente dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia con la compassione o il perdono. Questa identificazione, quantunque valida, minaccia di velare la ricchezza concreta che Israele, in virtù della sua esperienza, poneva nel termine. Per esso infatti la misericordia si trova alla confluenza di due correnti di pensiero: la compassione e la fedeltà. II primo termine ebraico (rahamîm) esprime l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti questo sentimento ha sede nel seno materno (rehem: 1 Re 3, 26), nelle viscere (rabamîm) - noi diremmo: il cuore - di un padre (Ger 31, 20; Sal 103, 13), o di un fratello (Gen 43, 30): è la tenerezza; esso si traduce subito in atti: in compassione, in occasione di una situazione tragica (Sal 106, 45), od in perdono delle offese (Dan 9, 9). Il secondo termine (hesed), tradotto ordinariamente in greco con una parola che significa anch’essa misericordia (èleos), designa per sé la pietà, relazione che unisce due esseri ed implica fedeltà. Per tale fatto la misericordia riceve una base solida: non è più soltanto l’eco d’un istinto di bontà, che può ingannarsi circa il suo oggetto e la sua natura, ma una bontà cosciente, voluta; è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stesso. Le traduzioni in lingue moderne delle parole ebraiche e greche oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia (ebr. hen) che tuttavia ha un’accezione molto più ampia. Nonostante questa varietà, non è impossibile definire la concezione biblica della misericordia. Dall’inizio alla fine Dio manifesta la sua tenerezza in occasione della miseria umana; l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo, ad imitazione del suo creatore.  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana [Feriale]: Invocazione a Dio da parte di Israele disperso (v. 34), affinché il Signore ne abbia misericordia (v. 42) e gli conceda la libertà (v. 43). L’orante ricorda a Dio le promesse di un tempo (v. 36; cf Gen 15,5; 22,17), la benevolenza portata ai patriarchi (v. 35; cf Is 41,8; Giac 2,23) e l’alleanza stretta con il suo popolo (v. 34). Descrive a lungo la situazione tragica in cui è piombato Israele (3,32-33.37-38), chiedendo perdono (3,29.39) e riconoscendo la giustizia di Dio (3,26-31). È un complesso di tematiche non rare nelle preghiere dell’età postesilica, soprattutto in quelle che provengono da ambienti sacerdotali o levitici (cf ancora 9,4-19; Esd 9,6-15; Neem 9,6-37). Posta sulle labbra di un condannato al rogo, che soffre a causa della sua fedeltà verso il Signore, qual è Azaria (3,1-25), questa supplica nazionale è una ammirabile e intensa preghiera.
 
Vangelo
Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà.
 
«Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
 
Dal Vangelo secondo Mateo
Mt 18,21-35
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: "“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 
Parola del Signore.
 
... quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro  pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità  fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo Kg d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superfice, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
 
Per approfondire

Guidami nella tua fedeltà - C. Spicq e M. F. Lacan: La fedeltà (ebr. ‘emet), che caratterizza Dio (Es 34, 6), è associata sovente alla sua bontà paterna (ebr. hesed) verso il popolo dell’alleanza. Questi due attributi complementari indicano che l’alleanza è nello stesso tempo un dono gratuito ed un legame la cui saldezza è a prova di secoli (Sal 119, 90).
A questi due atteggiamenti, in cui sono riassunte le vie di Dio (Sal 25, 10), l’uomo deve rispondere conformandovisi; la pietà filiale, che egli deve a Dio, avrà come prova della sua verità la fedeltà nell’osservare i precetti dell’alleanza. Lungo la storia della salvezza, la fedeltà divina si rivela immutabile dinanzi alla costante infedeltà dell’uomo, fino a che Cristo, testimone fedele della verità (Gv 18, 37; Apoc 3, 14), comunichi agli uomini la grazia di cui è ripieno (Gv 1, 14. 16) e li renda capaci di meritare la corona della vita, imitando la sua fedeltà fino alla morte (Apoc 2, 10).
Antico Testamento 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse. Le sue parole non passano (Is 40, 8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14, 4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25, 1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55, 11); Dio non muta (Mal 3, 6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2, 22) senza la quale non si può conoscere Dio (4, 2). Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36, 6), né proclamarla per invocarla (Sal 143, 1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89, 1-9. 25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8, 56 ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9, 33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85, 5. 11 ss).
2. Fedeltà dell’uomo. - Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24, 14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1 Sam 2, 35). Se Abramo e Mosè (Neem 9, 8; Eccli 45, 4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78, 8 ss. 36 s; 106, 6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9, 2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20, 6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42, 18 s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42, 1 ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50, 4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49, 5).
 
Il perdono di Dio e il perdono dell’uomo - Giuseppe Barbaglio (Perdono in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Nella preghiera di gruppo insegnata da Gesù ai suoi discepoli una supplica è: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); «Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Lc 11,4).
C’è dunque un inscindibile nesso tra il perdono concessoci da Dio e il perdono nostro al prossimo.
La cosa sta particolarmente a cuore a Matteo che fa seguire al Padre nostro, in particolare all’invocazione del perdono divino, la seguente affermazione: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (6,14-15). Si noti che il perdono atteso da Dio e condizionato al perdono del prossimo sembra in prospettiva escatologica; in altre parole, saremo accolti misericordiosamente nel regno di Dio il giorno ultimo, se nella storia avremo perdonato i torti del nostro prossimo.
Da parte sua, Marco che non ha il Padre nostro conosce però il detto seguente di Cristo: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25).
Si deve allora ritenere che il perdono di Dio sia in tutto condizionato al nostro perdono accordato al prossimo?
Nella parabola del servo spietato, attestata in Mt 18,23-35, Gesù illustra il dovere del perdono illimitato da concedere al fratello. Il racconto parabolico tiene dietro al dialogo tra Gesù e Pietro: alla domanda del disce­polo quante volte dovrà perdonare al fratello, sino a sette volte, il maestro risponde: sino a 77 volte (Mt 18,21-22).
Il primo evangelista allude qui al feroce Lamec e alla sua vendetta indiscriminata, per dire che il comandamento di Gesù (perdono illimitato, sino a 77 volte) annulla la legge della giungla instaurata dalla stirpe dei cainiti (Cf. Gn 4,23-24). Nella versione di Luca, più fedele al detto originario di Gesù, si parla di perdono sino a 7 volte, numero simbolico di pienezza e di completezza, dunque indicante perdono illimitato (Lc 17,4).
Nella parabola poi Gesù mette in stretto rapporto il condono ricevuto e il condono da accordare. Il servo spietato, che ha ottenuto, al di là di ogni attesa, il condono di un debito enorme (il prezzo di sessanta milioni di giornate lavorative), è moralmente obbligato a condonare al suo collega un debito normale, corrispondente al prezzo di cento giornate lavorative: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?» (18,33).
Ma colui che è stato perdonato non sa essere «perdonatore» del fratello; perciò sarà condannato con durezza.
Ed ecco la conclusione redazionale dell’evangelista: «Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi [= giudizio di condanna], se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (v. 35).
La prospettiva è senza dubbio quella escatologica del rendiconto, precisamente della condanna, se nella storia non si avrà perdonato di cuore al fratello.
Ma nella parabola di Gesù l’accento sta sulla connessione tra perdono ricevuto e perdono da accordare; in altre parole, chi è stato beneficiario del perdono divino dovrà coerentemente sentirsi obbligato a perdonare a sua volta al prossimo.
Dunque all’inizio c’è il perdono di Dio, perdono ricevuto senza alcun merito. Quest’esperienza poi suscita e fonda il dovere di perdonare al fratello e nel giudizio ultimo infine il perdono di Dio sarà condizionato dal perdono nostro al prossimo. In breve, il perdono da accordare al fratello sta tra due perdoni di Dio, quello storico e quello escatologico; dal primo esso è fondato e giustificato, riguardo al secondo si pone come condizione sine qua non.
 
Non dovevi farse anche tu aver pietà del tuo compagno? - Pietà e mancanza di pietà - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 61, 4: Hai visto la crudeltà del servo? Ascoltate, voi che vi comportate così per denaro. Se infatti non si deve agire così per i peccati, a maggior ragione per il denaro. E quello che rispose? Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. L’altro non ebbe riguardo delle parole per mezzo delle quali era stato salvato: difatti egli stesso, dopo averle dette, fu liberato dal debito dei diecimila talenti; non riconobbe il porto, mediante il quale era sfuggito al naufragio; il modo della supplica non gli richiamò alla mente la bontà del padrone, ma, scacciando tutto ciò per avidità, crudeltà e rancore, più feroce di ogni belva soffocava il suo compagno di servitù. Che fai, a uomo? Non ti accorgi di chiedere a te stesso, di spingere la spada contro te stesso e di revocare la sentenza e il dono del padrone? Ma non pensò a nulla di questo, non si ricordò della propria situazione, né accondiscese; eppure, la supplica non riguardava lo stesso debito. L’uno infatti supplicava per diecimila talenti, l’altro per cento denari; l’uno pregava il suo compagno di servitù, l’altro il padrone; l’uno ottenne un condono completo, l’altro chiedeva una dilazione. Ma quello non concesse nemmeno questa: difatti lo fece gettare in carcere.
 
Testimoni di Cristo - San Simplicio. Tra Vangelo e storia un “impasto” di speranza: Vangelo e storia, fede e politica sono dimensioni che s’intrecciano e si impastano: è compito dei cristiani fare in modo che da questo intreccio nasca un cammino fatto di giustizia e di solidarietà. Ecco il forte messaggio che ci arriva ancora oggi dalla vicenda di san Simplicio. Nato a Tivoli, questo antico testimone della fede fu Pontefice dal 468 al 483, negli anni in cui cadde l’Impero Romano d’Occidente, con la deposizione nel 476 dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo da parte di Odoacre, esponente dell’eresia ariana. Nello stesso momento, però, anche la Chiesa di Oriente viveva un momento difficile, a causa della diffusione dell’eresia monofisita, secondo la quale in Cristo c’era unicamente la natura divina: Basilisco fece leva proprio su questa eresia per animare una rivolta contro l’imperatore d’Oriente, Zenone. Simplicio prese netta posizione contro l’eresia e non esitò neppure a condannare il tentativo di mediazione dello stesso imperatore, consapevole che il Vangelo non è uno strumento della politica ma un faro che tutto illumina e tutti guida. Il Papa, inoltre, prestò particolare cura alla vita della Chiesa di Roma, stabilendo turni di presbiteri nelle principali basiliche cimiteriali, restaurando e dedicando chiese; rispettoso della vera arte, salvò dalla distruzione i mosaici pagani della chiesa di Sant’Andrea. (Avvenire)
 
Non ci abbandoni mai la tua grazia, o Signore,
ci renda fedeli al tuo santo servizio
e ci ottenga sempre il tuo aiuto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

O Dio, maestro e guida del tuo popolo,
allontana da questi tuoi figli
i peccati che li opprimono,
perché vivano conformi alla tua volontà
e sicuri della tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.
 

9 Marzo 2026
 
Lunedì III Settimana di Quaresima
 
2Re 5,1-15a; Salmo Responsoriale Dai Salmi  41-42 (42-43); Lc 4,24-30
 
Io spero, Signore;attendo la sua parola. Con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione. (Cf. Sal 129 (130),5.7 - Acclamazione al Vangelo)
 
Io spero - J. Duplacy: Parlare della speranza significa dire il posto che il futuro occupa nella vita religiosa del popolo di Dio, un futuro di fedeltà a cui sono chiamati tutti gli uomini (1 Tim 2, 4). Le promesse di Dio hanno rivelato a poco a poco al suo popolo lo splendore di questo futuro che non sarà una realtà di questo mondo, ma «una patria migliore, cioè celeste» (Ebr 11, 16): «la vita eterna» in cui l’uomo sarà «simile a Dio» (1 Gv 2, 25; 3, 2). La fiducia in Dio e nella sua fedeltà, la fede nelle sue promesse, sono quelle che garantiscono la realtà di questo avvenire (cfr. Ebr 11, 1) e che permettono almeno di intuirne le meraviglie. Da questo momento è allora possibile per il credente desiderare questo avvenire, o per essere più precisi, sperarlo. Infatti, la partecipazione a questo indubbio avvenire resta problematica, perché dipende da un amore fedele e paziente, di per sé difficile esigenza per una libertà peccatrice. Il credente quindi non può assolutamente fidarsi di se stesso per conseguire questo avvenire. Può solo sperarlo, in piena fiducia, da Dio, in cui crede e che è l’unico in grado di rendere la sua libertà capace di amare. Radicata così nella fede e nella fiducia, la speranza può dispiegarsi verso l’avvenire e sollevare con il suo dinamismo tutta la vita del credente. Fede e fiducia, speranza, amore sono quindi aspetti diversi di un atteggiamento spirituale complesso, ma unico. In ebraico le stesse radici esprimono sovente l’una o l’altra di queste nozioni; tuttavia il vocabolario della speranza si collega più specialmente alle radici qawah, jahal e batah, che i traduttori hanno reso del loro meglio in greco (elpizo, elpìs, pèpoitha, hypomèno ...) od in latino (spero, spes, confido, sustineo, exspecto ...). Il NT, probabilmente S. Paolo (1 Tess 1, 3; 1 Cor 13, 13; Gal 5, 5 s), stabilirà in tutta la sua chiarezza la triade: fede, speranza, amore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il tono che l’autore sacro dà al brano è apologetico: Iahvè è l’unico vero Dio, il quale ha rapporti unici di elezione con Israele. Ma risalta anche la rottura di una concezione particolaristica di Dio: l’amore e la misericordia di Iahvè si espandono su tutte le creature fino ad abbracciare anche i pagani. La conversione di Naaman il Siro è siglata e confermata da un impegno preciso, quello di osservare il primo comandamento nel culto esclusivo di Dio (Cf. Es 19,5; 34,14; Dt 5,9).
 
Vangelo
Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.
 
Rifiutato dai nazaretani, Gesù volta le spalle alla sua città. Lo sdegno concepisce progetti omicidi, ma anche se ben determinati, i nazaretani non riescono ad uccidere Gesù: falliscono nel loro tentativo perché non era giunta la sua ora. Respinto e rifiutato dai suoi compatrioti, Gesù si mette in cammino per portare altrove l’annuncio della salvezza. Ha inizio così l’opposizione al ministero di Gesù, una opposizione che con il passare i giorni si farà sempre più cieca: l’acme sarà raggiunto quando gli oppositori decideranno di lordarsi le mani del sangue di un innocente.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,24-30
 
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore.
 
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:]: A Nazaret Gesù era cresciuto in «sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Ma nulla era trapelato del grande mistero divino. Proprio per questa conoscenza superficiale gli abitanti di Nazaret sentendo Gesù predicare nella loro sinagoga si meravigliano delle «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Con questa espressione - «parole di grazia» -, Luca allude non a discorsi eruditi, ma a discorsi sapienziali, a parole profetiche, carismatiche, ispirate. Alla meraviglia si mescola l’ incredulità.
I nazaretani conoscono Giuseppe, Maria e il loro parentado (cfr. Mt 13,55-56), per cui nulla fa ritenere veritiero di quanto avevano ascoltato. Perciò per credere esigono un segno perché, come era scritto nella Legge di Mosè (cfr. Dt 13,2), solo un miracolo poteva attestare le presunte qualità messianiche di Gesù. A queste aspettative, Gesù risponde in modo caustico citando un proverbio ebraico attestato nei midrashìm: «Medico, cura te stesso».
La risposta di Gesù va verso altre direzioni. Dio non opera miracoli per compiacere le curiosità degli uomini. A muovere l’azione miracolosa di Dio è la fede e se a Nazaret non accade quanto era accaduto a Cafarnao è per l’incredulità dei suoi abitanti (cfr. Mt 13, 58).
Per accostarsi al mistero del Cristo, per conoscerlo, per entrarvi dentro, occorre la fede, non i miracoli. La fede non chiede segni, perché una fede che esige miracoli non è una vera fede (cfr. Gv 20,29).
Alle difficoltà e alla incomprensione dei nazaretani, Gesù risponde con un excursus biblico.
Al tempo del profeta Elia il cielo si era chiuso perché Israele aveva apostatato. Solo una donna pagana aveva potuto beneficiare dell’azione miracolosa di Dio (cfr. 1Re 17,1-6). E al tempo del profeta Eliseo solo Naaman il Siro, un pagano, un cane (epiteto che gli ebrei davano ai pagani cfr. Mt 15,26; Fil 3,3), un dannato agli occhi degli Israeliti, che si ritenevano giusti dinanzi a Dio (cfr. Lc 16,15), poté essere guarito perché aveva creduto alle parole del profeta (cfr. 2Re 5,1-14).
Queste parole di Gesù suonano come un’accusa insopportabile e fa saltare i nervi agli Israeliti convenuti nella sinagoga: «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno». Un sentimento acido che nasceva dal fatto che i congregati nella sinagoga avevano compreso bene che la missione di Gesù «superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane» (Angelico Poppi).
E poiché lo sdegno è a un passo dalla follia, così l’azione precipita e Luca lo sottolinea con un inarrestabile crescendo: si alzarono ... lo cacciarono fuori della città ... lo condussero fin sul ciglio del monte ... per gettarlo giù dal precipizio.
Ma al di là delle reazioni concitate dei nazaretani, nelle parole di Gesù si possono cogliere alcune sfumature.
Innanzi tutto, l’universalità della Buona Notizia: essa è rivolta a tutti gli uomini e non contano affatto parentele o appartenenze a clan o a gruppi. La preferenza data a Cafarnao entra dentro questa logica divina. Di fatto, di lì a poco, abbandonando Nazaret Gesù ritornerà a Cafarnao, il «paese di Zàbulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,13).
Poi, alcuni particolari fanno pensare ad un annuncio della passione del Cristo. L’annotazione - «lo cacciarono fuori della città» - fa ricordare la parabola dei vignaioli omicidi i quali cacciarono il figlio unigenito «fuori della vigna e l’uccisero» (Lc 20,9ss). Gesù morirà crocifisso fuori le mura della città di Gerusalemme. Il rifiuto dei nazaretani è una spaventosa anteprima di quanto accadrà al Cristo: vi è celata quella dura opposizione a cui andrà incontro Gesù e che segnerà la sua orrenda morte.
Al tentativo di precipitarlo giù dal precipizio, Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non compie un miracolo, che d’altronde si era rifiutato di compiere, ma vuol fare capire ai suoi oppositori che lui andrà avanti per la sua strada, gli uomini potranno ritardare il suo progetto, ma non potranno impedire il suo compimento. Una verità che troviamo espressa soprattutto nel vangelo di Giovanni: i nemici del Cristo non possono attentare alla sua vita, finché «la sua ora non è giunta» (cfr. Gv 7,30; 8,20.59; 10,39; 11,54).
 
Per approfondire
 
La rivelazione della salvezza - Gesù Cristo salvatore degli uomini - Colomban Lesquivit e Pierre Grelot (Salvezza in Dizionario di Teologia Biblica): a) Gesù si rivela come salvatore dapprima con atti significativi. Salva i malati guarendoli (Mt 9,21 par.; Mc 3,4; 5,23; 6,56); salva Pietro che cammina sulle acque ed i discepoli in balia della tempesta (Mt 8,25; 14,30). L’essenziale è credere in lui: a salvare gli ammalati è la loro fede (Lc 8,48; 17, 19; 18,42), ed i discepoli vengono rimproverati per aver dubitato (Mt 8,26; 14,31). Questi fatti mostrano già qual è la economia della salvezza. Tuttavia bisogna vedere più in là della salvezza corporale.
Gesù apporta agli uomini una salvezza molto più importante: la peccatrice è salvata perché egli le rimette i peccati (Lc 7,48 ss), e la salvezza entra nella casa di Zaccheo penitente (L 19,9). Per essere salvati, occorre dunque accogliere con fede il vangelo del regno (cfr. Lc 8,12). Quanto a Gesù, la salvezza è lo scopo della sua vita: egli è venuto in terra per salvare ciò che era perduto (Lc 9,6; 19,l0), per salvare il mondo e non per condannarlo (Gv 3,17; 12,47). Se parla, lo fa per salvare gli uomini (Gv 5,34). Egli è la porta: chi entra per lui sarà salvato (Gv 10,9).
b) Queste parole fanno vedere che la salvezza degli uomini è il problema essenziale. Il peccato li espone al pericolo della perdizione.
Satana è pronto a tutto tentare per perderli e per impedire che siano salvati (Lc 8,12). Sono pecore perdute (Le 15,4.7); ma Gesù è stato proprio mandato per esse (Mt 15,24): non si perderanno più, se entrano nel suo gregge (Gv 10,28; cfr. 6,39; 17,12; 18,9). Tuttavia la salvezza che egli offre ha una contropartita: per chi non ne afferra l’occasione, il rischio di perdizione è imminente ed irreparabile. Bisogna fare penitenza in tempo, se non si vuole andare alla perdizione (Lc 13, 3. 15). Bisogna entrare per la porta stretta, se si vuole appartenere al numero di salvati (Lc 13,23s). Bisogna perseverare in questa via sino alla fine (Mt 24, 13). L’obbligo del distacco è tale che i discepoli si domandano: «Ma allora chi sarà salvato?». Effettivamente ciò sarebbe im­possibile agli uomini, occorre un atto della onnipotenza di Dio (Mt 19,25s par.). Infine la salvezza che Gesù offre si presenta sotto la forma di un paradosso. Chi vuole salvarsi, si perderà; chi accetta di perdersi, si salverà per la vita eterna (Mt 10,39; Lc 9,24; Gv 12,25). Questa è la legge, e Gesù stesso vi si sottomette: egli, che ha salvato gli altri, non salva se stesso nell’ora della croce (Mc 15,30s). Certamente il Padre potrebbe salvarlo dalla morte (Ebr 5,7); ma proprio per quest’ora egli è venuto in terra (Gv 12,27). Chi cercherà la salvezza nella fede in lui, dovrà dunque seguirlo fin là.
 
La salvezza di Dio non è un monopolio - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nella prima lettura è raccontata la guarigione del lebbroso Naaman, generale dell’esercito del re di Siria.
Dopo essersi lavato sette volte nel fiume Giordano, su indicazione del profeta Eliseo, egli fu completamente guarito dalla lebbra. Anche se al principio si era mostrato riluttante, vedendosi guarito proclamò come unico Dio il Dio d’Israele. Nel vangelo Gesù sottolinea che Naaman non era giudeo, ma pagano; cosa che non gli fu di ostacolo per ottenere il favore di Dio per mezzo del suo profeta.
Come Eliseo ed Elia, neanche Gesù è stato mandato solo ai figli di Abramo, ma a tutti gli uomini per salvarli.
Questa sua affermazione nella sinagoga di Nazaret risvegliò l’ira dei suoi concittadini che cercarono, senza successo, di gettarlo in un precipizio. Si stava verificando esattamente quello che Gesù aveva detto all’inizio: «In verità vi dico; nessun profeta è bene accetto in patria », rispondendo così alla domanda che, con diffidenza, si facevano su di lui: « Non è il figlio di Giuseppe? ».
I concittadini di Gesù, come tutti gli altri giudei, erano convinti che la salvezza di Dio fosse loro monopolio; le nazioni pagane ne erano escluse. Pensavano che Dio fosse solo per gli israeliti. E Gesù dice loro che si sbagliano, perché Dio ha orizzonti più ampi. La redenzione di Cristo è per tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le razze e tutte le nazioni.
S avessero imparato la lezione della storia, per esempio, e avessero compreso gli interventi dei profeti Elia ed Elìseo tra i pagani, a favore della vedova di Zarepta il primo, e di Naaman il siro il secondo, avrebbero capito che Dio si dà a ogni uomo e a ogni donna che cerchi il bene e la verità con buona volontà e onestà assoluta.
 
Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova - Bruno di Segni (In Luc., 1, 5): “In verità vi dico: C’erano molte vedove al tempo di Elia in Israele, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, quando venne una gran fame su tutta la terra; e a nessuna di loro fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone” (Lc 4,25). Non sono stato mandato a voi, dice; non son venuto per guarire voi, perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo significava la sua condotta; lui era un segno, io sono la realtà. Io son venuto a curare, a saziare di cibo spirituale, a strappare dalla fame e dall’indigenza quella vedova di cui è scritto: “Benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri” (Sal 131,15). Questa vedova è la santa Chiesa ma può essere anche qualunque anima dei fedeli. Il Signore, infatti, venne per chiamare tutti e a liberare tutti dalla fame. Se non fosse venuto e non avesse parlato, non avrebbero commesso peccato; ma ora non hanno una giustificazione per i loro peccati.
 
Testimoni di Cristo - Beato Anton Zogaj, Sacerdote e Martire: Anton Zogaj nacque il 26 luglio 1908 a Khtellë in Albania, precisamente nel distretto di Mirdita, ma crebbe nel territorio dell’attuale Kosovo.
Studiò al Pontificio Seminario di Scutari e proseguì la formazione in Austria.
Al momento della presa di potere da parte del partito comunista, era parroco della cattedrale di Durazzo e segretario dell’arcivescovo, monsignor Vinçenc Prennushi.
Fu arrestato nel 1945 e, come accaduto anche ad altri, venne torturato quasi a morte. Il suo ultimo desiderio, ossia che almeno i bottoni della sua talare venissero conservati, venne realizzato proprio dal suo vescovo, che era detenuto con lui: riuscì a farli uscire dalla prigione. Il segretario venne quindi fucilato presso il porto romano di Durazzo, in località Spitalla, il 9 marzo 1948.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Anton Zogaj è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Dello stesso gruppo fanno parte altri diciannove sacerdoti diocesani. (Autore: Emilia Flocchini)
 
Nella tua continua misericordia, o Padre,
purifica e rafforza la tua Chiesa,
e poiché non può vivere senza di te,
guidala sempre con la tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

La tua mano, o Signore,
protegga questo popolo in preghiera,
lo purifichi e lo guidi,
perché con la tua consolante presenza
giunga ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.