12 Settembre 2026
 
Sabato XXIII Settimana T. O
 
1Cor 10,14-22; Salmo Responsoriale dal Salmo 115 (116); Lc 6,43-49
 
 Santissimo Nome di Maria - Chi ci chiama ci ricorda che siamo fatti per amare: Il nostro nome è un dono prezioso, è il suono che ricorda al mondo chi siamo, è un promemoria per ricordarci che il nostro destino, comunque vada, è una storia d’amore. Celebrare il nome di Maria, la Madre di Dio, significa anche questo: ricordarci che la nostra vita è una vocazione, una chiamata, e la prima parola di questa chiamata è proprio il nostro nome. La ricorrenza liturgica odierna fu concessa da Roma nel 1513 alla diocesi spagnola di Cuenca.
Venne però soppressa da san Pio V, anche se in seguito Sisto V la ripristinò. Nel 1671 venne estesa al Regno di Napoli e a Milano. Fu Innocenzo XI a farne una festa per la Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’ottava della Natività come segno di ringraziamento per la vittoria nel 1683 del polacco Giovanni III Sobieski contro i Turchi che assediavano Vienna, minacciando la fede cristiana in tutta Europa. Pio X, infine, riportò la ricorrenza del Santissimo Nome di Maria al 12 settembre. La sua collocazione, in ogni caso, va letta assieme alla celebrazione della Natività della Beata Vergine: è all’inizio di ogni esistenza che viene piantato il seme della vita divina, che poi dev’essere coltivato e fatto fruttificare lungo il cammino dell’esistenza. Perché il nome, in fondo, è vita. (Matteo Liut)
 
-> Concedi, Dio onnipotente,
che la beata Vergine Maria
ottenga i benefici della tua misericordia
a tutti coloro che ricordano con gioia il suo nome glorioso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Miei cari, state lontani dall’idolatria … Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa?  Mangiare le carni degli idolotiti non ha senso e non serve a nulla perché gli idoli sono vuoti e senza vita. Nutrirsi di queste carni significa quindi non ricevere alcun beneficio per il corpo in quanto forza vitale, ma per la vita cristiana è assai distruttivo in quanto si entra in “in comunione con i demòni”. Da qui una evidente scelta: o partecipare alla mensa del Signore o partecipare alla mensa dei demòni. 
O vogliamo provocarla gelosia del Signore? “La gelosia di Dio (Es 20,5; Dt 4,24), che l’AT legava al tema nuziale (Os 2,21s+), ricompare anche nel NT. Qui la parola ha il suo senso pieno, perché l’adorazione del vero Dio esclude ogni comunione con l’idolatria; altrove insiste su una fedeltà che bisogna custodire a qualunque prezzo (2eor 11,2) o sull’ardore nel servizio della fede (At 22,3; Rm 10,2; Gal 1,13-14; Fil 3,6)” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
 
Albero buono, uomo buono, sono immagini del credente che invoca il Signore e fa quello il Signore gli dice di fare. Il vero discepolo di Gesù è colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, e chi mette in pratica la parola di Dio costruisce bene la sua casa, inamovibile e salda contro ogni intemperie.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,43-49
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
 
Parola del Signore
 
Per Gesù, la scollatura tra il dire e il fare pone gli uomini nella condizione di andare incontro a un giudizio avverso: in «quel giorno», nel giorno del giudizio, coloro che conoscendo la volontà di Dio, non avranno disposto o agito secondo la sua volontà (cfr. Lc 12,47), saranno condannati al «fuoco eterno» (Mt 25,41; cfr. Mt 18,8). I falsi profeti e i carismatici millantatori sono «condannati dal giudice non per la mancanza di opere buone: hanno parlato profeticamente, hanno portato gli uomini a Dio, hanno vinto satana secondo lo stile della vittoria di Cristo su di lui [Mt 12,28]; hanno fatto meraviglie ... ma non hanno compiuto la volontà di Dio. Per questo, coloro che si presentano con questa arroganza davanti a Dio sono chiamati operatori di “iniquità”» (Felipe F. Ramos). Fare la volontà di Dio è compiere ciò che Dio Padre chiede ai suoi figli attraverso la vita di ogni giorno: lavoro, famiglia, professione, impegni sociali, politici ... una vita sinceramente cristiana, seria e impegnata, fortemente radicata nella concretezza del quotidiano, non con la testa tra le nuvole di gratificanti sogni. Il brano evangelico si conclude con l’immagine della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia, con la quale Gesù pone il discepolo in modo immediato dinanzi al suo libero discernimento: egli può costruire la sua salvezza come può costruire la sua eterna rovina. In Ez 13,1-16, la furia degli elementi della natura sta ad indicare l’ira di Dio che si abbatte rovinosamente su tutto quanto era stato costruito dai falsi profeti (cfr. Mt 7,15-20): «Di’ a quegli intonacatori di mota: Cadrà! Scenderà una pioggia torrenziale, una grandine grossa, si scatenerà un uragano ed ecco, il muro è abbattuto ... Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore» (Ez 13,11-14). Nella vita del cristiano vi saranno anche tempeste, essere discepoli di Cristo non mette al riparo dalla tempesta! Sul credente potranno cadere le tempeste più tumultuose, ma se la sua vita è costruita sulla roccia che è Cristo, non dovrà temere. La casa non rovinerà e passata la bufera  il discepolo canterà con gioia e gratitudine: “Benedetto il Signore, mia roccia” (Sal 143 [144],1).
 
Per approfondire
 
Miei cari, state lontani dall’idolatria - Giuseppe Barbaglio (Idolatria, in Schede Bibliche Pastorali - Vol. IV):  Il rigido monoteismo del giudaismo del tempo di Gesù spiega come nei vangeli non si parli mai di idolo-idolatria. Il problema invece nasce quando la predicazione apostolica affronta il mondo pagano. Allora essa si caratterizza secondo due polarità, teologica e cristologica: proclamazione dell’unico Dio e annuncio di Cristo morto e risorto. In proposito si rivela preziosa la testimonianza degli Atti degli apostoli e dell’epistolario paolino.
A Iconio cosi Paolo reagisce davanti all’entusiasmo sconsiderato della folla che, sconvolta dalla guarigione di un handicappato compiuta dall’apostolo, pensa di trovarsi alla presenza degli dèi nelle persone di Paolo e di Barnaba: «Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al
Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra e tutte le cose che in essi si trovano» (At 14,15). Nel discorso all’aeropago di Atene con toni irenici eppure decisi Paolo scende sul terreno dell’apologetica religioso per dimostrare l’esistenza di un unico Dio, creatore del mondo, e la falsità dell’idolatria pagana. Basta citare At 17,29: «Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana».
A Efeso poi la predicazione monoteistica dell’apostolo suscita la reazione violenta di quanti erano economicamente interessati al culto della dea Artemide. Ecco le parole di Demetrio, orafo e capo degli artigiani impegnati nell’arte di ricordini sacri del tempio efesino: «Cittadini, voi sapete che da questa industria proviene il nostro benessere; ora potete osservare e sentire come questo Paolo ha convinto e sviato una massa di gente, non solo di Efeso, ma si può dire di tutta l’Asia, affermando che non sono dèi quelli fabbricati da mani di uomo» (At 19,25-26).
Lo stesso Paolo, ricordando l’evangelizzazione di Tessalonica, afferma come i credenti della metropoli macedone si sono «convertiti a Dio, allontanandosi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura» (1Ts 1,9-10). Dunque conversione monoteistica e conversione cristiana. In termini simili l’apostolo descrive la scelta dei cristiani di Galazia: «Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?» (Gal 4,8-9).
Dunque per i credenti è possibile il ritorno alla passata idolatria. In ogni modo l’idolatria costituisce pur sempre una tentazione incombente per i cristiani che vivono in ambiente pagano. Per questo in diversi cataloghi dei vizi si elenca l’idolatria come comportamento da cui guardarsi attentamente (cf. Gal 5,20; Ef 5,5; Col 3,5; Ap 9,20-21; 22,15).
 
Il realismo della Parola: Verbum Domini 10Chi conosce la divina Parola conosce pienamente anche il significato di ogni creatura. Se tutte le cose, infatti, «sussistono» in Colui che è «prima di tutte le cose» (cfr. Col 1,17), allora chi costruisce la propria vita sulla sua Parola edifica veramente in modo solido e duraturo. La Parola di Dio ci spinge a cambiare il nostro concetto di realismo: realista è chi riconosce nel Verbo di Dio il fondamento di tutto. Di ciò abbiamo particolarmente bisogno nel nostro tempo, in cui molte cose su cui si fa affidamento per costruire la vita, su cui si è tentati di riporre la propria speranza, rivelano il loro carattere effimero. L’avere, il piacere e il potere si manifestano prima o poi incapaci di compiere le aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo. Egli, infatti, per edificare la propria vita ha bisogno di fondamenta solide, che rimangano anche quando le certezze umane vengono meno. In realtà, poiché «per sempre, o Signore, la tua parola è stabile nei cieli» e la fedeltà del Signore dura «di generazione in generazione» (Sal 119,89-90), chi costruisce su questa Parola edifica la casa della propria vita sulla roccia (cfr. Mt 7,24). Che il nostro cuore possa dire ogni giorno a Dio: «Tu sei mio rifugio e mio scudo: spero nella Tua parola» (Sal119,114) e come san Pietro possiamo agire ogni giorno affidandoci al Signore Gesù: «sulla Tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
 
La disposizione del cuore determina la natura del frutto - Beda, Omelie sul Vangelo 2, 25: L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore, e l’ uomo cattivo il male dal suo cuore cattivo. Il tesoro del cuore è l’intenzione del cuore, dalla quale il giudice interiore valuta il provento dell’opera buona. [ ... ].
Ciò il testo spiega subito dopo affermando chiaramente che le buone parole non giovano senza la testimonianza delle opere.
Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quello che dico? Invocare il Signore è dono del buon tesoro, frutto dell’ albero buono. Infatti ognuno che invocherà il nome del Signore sarà salvo (cf. Rm 10,13). Ma se colui che invoca il nome del Signore contrasta coi precetti del Signore perché si comporta in modo cattivo, allora è chiaro che ciò che di bene ha fatto risuonare la lingua non è stato tirato fuori dal buon tesoro del cuore: il frutto di tale professione non l’ha prodotto la radice del fico, ma la pianta spinosa, cioè la coscienza deturpata dai vizi e non ricolma della dolcezza dell’amore del Signore.
 
Testimoni di Cristo -  La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Maria, esaltata sopra tutti gli angeli e gli uomini quale santissima Madre di Dio, riceve dalla Chiesa una venerazione particolare. Durante l’anno liturgico, la Chiesa riflette prima di tutto sulla partecipazione di Maria al mistero della salvezza. Ma ci sono anche diverse feste mariane, che indicano quanto Maria è vicina a coloro che camminano lungo la via mostrata dal Figlio suo. La Chiesa celebra la Natività della Madonna; la pietà secolare commemora la sua Presentazione al tempio, fatta da Gioacchino ed Anna (21 settembre), nonché venera il suo Cuore Immacolato, totalmente dedito a Dio (sabato dopo la Solennità del Sacro Cuore di Gesù).
Maria resta nell’ombra durante l’attività pubblica di Gesù ma «medita nel suo cuore» le grandi opere di Dio: abbiamo davanti agli occhi il suo silenzio e la sua contemplazione quando celebriamo il giorno della Beata Maria Vergine del Rosario (7 ottobre). La pietà non poteva fare a meno di Maria sotto la Croce e perciò subito dopo la festa dell’Esaltazione della Croce ricordiamo nella liturgia la Beata Vergine Maria Addolorata (15 settembre).
Nel calendario liturgico troviamo anche la commemorazione della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, il tempio mariano più bello dell’Occidente (5 agosto). I monaci del Monte Carmelo si affidano alla particolare protezione di Maria Vergine, la venerano quale Madre di Dio sul Monte Carmelo (16 luglio), e questa commemorazione si diffonde in tutto il mondo. Le rivelazioni della Madre di Dio a Lourdes (1858) rendono questa località uno dei centri principali dei pellegrinaggi e ciò determinò Pio X a costituire una speciale festa (11 febbraio).
Quasi ogni Chiesa locale ha un suo santuario mariano dove si recano i pellegrini; quasi in ogni calendario locale troviamo una festa mariana propria. E un’antica tradizione della Chiesa che risale ai tempi carolingi glorificare Maria in ogni sabato nel messale troviamo la Messa di «Santa Maria in sabato».
Una volta, Maria cantò nella casa di Elisabetta le parole profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1,48-49a). La Chiesa «in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della Redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere» (Sacrosanctum Concilium 103). Essa invita i fedeli a venerare la Madre di Gesù, poiché ella è per tutti il modello del culto reso a Dio, è la maestra della vera pietà.
 
Ave, regina dei cieli,
ave, signora degli angeli;
porta e radice di salvezza,
rechi nel mondo la luce.
 
Godi, vergine gloriosa,
bella fra tutte le donne;
salve, o tutta santa,
prega per noi Cristo Signore.
 
Liturgia Horarum, I: Ad Completorium, Antiph. fin. de B.V.M.
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 11 Settembre 2026
 
Venerdì XXIII Settimana T. O
 
1Cor 9,16-19.22b-27; Salmo Responsoriale dal Salmo 83 [84]; Lc 6,39-42
 
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! - Christifideles laici 33: I fedeli laici, proprio perché membri della Chiesa, hanno la vocazione e la missione di essere annunciatori del Vangelo: per quest’opera sono abilitati e impegnati dai sacramenti dell’iniziazione cristiana e dai doni dello Spirito Santo. Leggiamo in un testo limpido e denso del Concilio Vaticano II: «In quanto partecipi dell’ufficio di Cristo sacerdote, profeta e re, i laici hanno la loro parte attiva nella vita e nell’azione della Chiesa (...). Nutriti dell’attiva partecipazione alla vita liturgica della propria comunità, partecipano con sollecitudine alle opere apostoliche della medesima; conducono alla Chiesa gli uomini che forse ne vivono lontani; cooperano con dedizione nel comunicare la parola di Dio, specialmente mediante l’insegnamento del catechismo; mettendo a disposizione la loro competenza rendono più efficace la cura delle anime ed anche l’amministrazione dei beni della Chiesa». Ora è nella evangelizzazione che si concentra e si dispiega l’intera missione della Chiesa, il cui cammino storico si snoda sotto la grazia e il comando di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16, 15); «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). «Evangelizzare - scrive Paolo VI - è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda». Dalla evangelizzazione la Chiesa viene costruita e plasmata come comunità di fede: più precisamente, come comunità di una fede confessata nell’adesione alla Parola di Dio, celebrata nei sacramenti, vissuta nella carità, quale anima dell’esistenza morale cristiana. Infatti, la «buona novella» tende a suscitare nel cuore e nella vita dell’uomo la conversione e l’adesione personale a Gesù Cristo Salvatore e Signore; dispone al Battesimo e all’Eucaristia e si consolida nel proposito e nella realizzazione della vita nuova secondo lo Spirito. Certamente l’imperativo di Gesù: «Andate e predicate il Vangelo» mantiene sempre vivo il suo valore ed è carico di un’urgenza intramontabile. Tuttavia la situazione attuale, non solo del mondo ma anche di tante parti della Chiesa, esige assolutamente che la parola di Cristo riceva un’obbedienza più pronta e generosa. Ogni discepolo è chiamato in prima persona; nessun discepolo può sottrarsi nel dare la sua propria risposta: «Guai a me, se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Per l’apostolo Paolo annunziare il vangelo non è motivo di vanto, ma un obbligo che gli è stato imposto in forza della vocazione ricevuta. Perciò guai a lui se non evangelizza: verrebbe meno all’incarico specifico che gli è stato affidato in occasione della sua chiamata. E perché il Vangelo raggiungesse i cuori di tutti gli uomini, Paolo si è fatto servo di tutti rinunciando a qualsiasi diritto o guadagno. Gli interessi del vangelo sono dunque al di sopra dei suoi interessi personali.
 
Vangelo
Può forse un cieco guidare un altro cieco?
 
Due insegnamenti fanno da cornice al Vangelo di oggi. Il primo è riferito ai farisei del tempo di Gesù, ma può essere applicato anche ai discepoli successivi, ai maestri di oggi, che non devono essere guide cieche, ma discepoli della Parola dell’unico Maestro. Il secondo insegnamento vuol suggerire che nella correzione fraterna non bisogna usare due pesi e due misure, una per gli altri e una per sé; più indulgenti verso se stessi e più rigidi verso gli altri. Prima di correggere il prossimo, occorre incominciare la critica da se stessi. È nella critica di sé che si trova la giusta misura su cui regolare la nostra critica verso gli altri.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-42
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».
 
Parola del Signore
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Primo paragone (6,39-40): se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadono in un fosso. Matteo si è ricordato che l’espressione in bocca a Gesù aveva un esplicito riferimento ai farisei del suo tempo: guai a voi, guide cieche (23,16). Per Luca, invece, il paragone non si riferisce soltanto ai farisei del tempo di Gesù, ma viene applicato direttamente ai discepoli successivi, ai maestri di oggi.
Non devono essere guide cieche. È un rischio reale. Vi incorrono tutti coloro che pensano di essere maestri che superano il maestro Gesù. Mentre devono invece ricordarsi che nessuno è al di sopra di Lui. Anche se sono maestri, che hanno completato interamente la loro formazione, devono ripetere fedelmente ciò che Gesù ha detto. La verità della parola del discepolo non sta nella sua abilità personale, ma nella sua fedeltà.
Secondo paragone (6,41-42): la pagliuzza e la trave. Mettere in pratica le parole di Gesù significa anche trovare il coraggio della correzione fraterna. Ma si può incorrere in alcuni pericoli: quello, ad esempio, di usare due pesi e due misure, una per gli altri e una per sé; e quello di essere nei confronti degli altri più rigidi, più puntigliosi, più impazienti di Gesù stesso. Si tratta, in tutti e due i casi, di una manifestazione di profonda ipocrisia.
La conclusione del paragone è che occorre l’accortezza di incominciare la critica da se stesso. È nella critica di sé che si trova la giusta misura, la giusta impazienza, su cui regolare la nostra critica verso gli altri. E poi, iniziare la critica da se stessi non è soltanto un fatto di coerenza. È la condizione indispensabile per creare un «luogo ermeneutico» in cui sia possibile intuire la verità, la giusta misura, i tempi e i modi della critica. Solo chi si mette in discussione ha la lucidità per vedere e capire.
 
Per approfondire
 
Non ha senso aggiungere un commento alle parole di Gesù, il suo insegnamento è così chiaro che non ammette repliche. Ma forse qualcosa possiamo aggiungere, così per mettere in evidenza qualcosa, in punta di piedi.
Innanzitutto, due ciechi …, sì, in questo povero mondo molti dicono di vedere, si autoproclamano guide, condottieri, e il secolo passato ha avuto tante manifestazioni di simili nefandi personaggi ... quanti lutti, quante tragedie. Una catastrofe immane. Ma se a tale calamità è stato posto come rimedio la ricostruzione, e il riagguantare la dignità di popoli liberi, sovrani, diversamente c’è poco rimedio quando questi personaggi si autoproclamano maestri e si vantano di essere al di sopra di Dio, l’unico maestro. In questo caso, spesso, i danni spirituali sono irreparabili. La ricostruzione una mera chimera. Ricordiamo i tanti cristiani, europei e no, che pigiati sotto il balcone sul quale era apparso Sai Baba, travestito da Gesù bambino, gli cantavano tu scendi dalle stelle … povero sant’Alfonso Maria de Liguori!
L’ultima nota è l’ipocrisia. Qui siamo sulle sabbie mobili. Forse ai tempi di Gesù era facile stanare l’ipocrita, snidarlo e costringerlo a buttare la maschera, oggi è quasi impossibile perché sembra che il mondo intero sia sprofondato in questo malanno. Qualcuno subito penserà alla politica, e non va tanto lontano, ma guardiamo anche in casa nostra. In tempi non molti lontani Joseph Ratzinger, oggi papa emerito, ebbe a dire: “Che cosa può dirci la terza caduta di Gesù sotto il peso della croce? Forse ci fa pensare alla caduta dell’uomo in generale, all’allontanamento di molti da Cristo, alla deriva verso un secolarismo senza Dio. Ma non dobbiamo pensare anche a quanto Cristo debba soffrire nella sua stessa Chiesa? A quante volte si abusa del santo sacramento della sua presenza, in quale vuoto e cattiveria del cuore spesso egli entra! Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispettiamo il sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta, per rialzarci dalle nostre cadute!” (Via Crucis, Colosseo, 25 Marzo 2005).
In questa cornice, ritornando alle prime battute, dobbiamo ammettere che l’insegnamento di Gesù è chiaro, non ammette né commenti né repliche, ma oltremodo è terribilmente attuale!
 
Il pericolo permanente dell’ipocrisia - Roberto Tufariello (Ipocrita, Schede Bibliche Pastorali, Vol. IV): L’accusa di ipocrisia, nel NT, equivale alla denuncia di una frattura tra l’esterno e l’interno, di una disarmonia tra il cuore e le labbra; tale frattura o disarmonia non si riduce solo al vizio della simulazione, ma corrisponde a un conflitto che si svolge nell’intimo della persona e che si conclude con un rifiuto decisivo in materia di fede. In questo senso s. Paolo considera «ipocrisia» il fatto che Pietro e i giudeo-cristiani non abbiano voluto sedere a tavola con i cristiani venuti dal paganesimo. Questo contegno infatti, facendo sembrare che la legge sia ancora in vigore, è un allontanamento dalla verità del vangelo, la verità della salvezza mediante la fede (Gal 2,11-14). C’è in Pietro un conflitto tra l’interno e l’esterno, e ne scaturisce un comportamento che, secondo Paolo, è una finzione che si oppone alla verità. Il comportamento dei cristiani deve concordare con la loro coscienza illuminata (Gal 2,16). L’episodio inoltre dimostra che se i farisei sono stati l’esempio tipico dell’ipocrisia, questa però è un pericolo permanente anche per i cristiani. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12,56; 13,15), e Giovanni intendeva designare col termine di «giudei» gli increduli di tutti i tempi, ciechi e ipocriti come i capi religiosi di Israele. In particolare, il vangelo di Matteo, con i frequenti richiami all’ipocrisia, vuol mettere in guardia la comunità cristiana da questo comportamento che consiste nel cercare l’approvazione degli uomini e non quella di Dio. Anche s. Pietro raccomanda ai fedeli di vivere nella semplicità, come neonati, sapendo che l’ipocrisia costituirà per essi una pericolosa tentazione (1Pt 2,1-3). Per tutta la comunità dei credenti valgono le ammonizioni che l’apostolo Paolo rivolge ai suoi connazionali, i quali possiedono la conoscenza della volontà divina, sono orgogliosi della legge e pretendono di esserne maestri presso gli altri; ma, non praticando quanto conoscono, cadono nell’ipocrisia: «Ebbene, come mai tu che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? Tu che proibisci l’adulterio, sei adultero? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge?» (Rm 2,21-23). Si tratta di una chiara dissociazione tra il dire e il fare, tra le proprie proclamazioni e la prassi.
 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave...: Giovanni Paolo II (Omelia, 25 Febbraio 2001): Con queste parole Gesù ci fornisce un’utile indicazione, che potremmo dire “pastorale”. La tentazione spesso è, purtroppo, quella di condannare i difetti e i peccati altrui, senza riuscire a vedere i propri con altrettanta lucidità. Come allora rendersi conto se il proprio occhio è libero o se è impedito da una trave? Gesù risponde: “Ogni albero si riconosce dal suo frutto” (Lc 6,44). Tale sano discernimento è dono del Signore, e va implorato con preghiera incessante. È al tempo stesso conquista personale che domanda umiltà e pazienza, capacità di ascolto e sforzo di comprensione degli altri. Queste caratteristiche debbono essere di ogni vero discepolo e comportano impegno nonché spirito di sacrificio. Se talora può sembrare arduo seguire il Signore su questo cammino, ricorriamo al sostegno e all’intercessione di Maria. Ci aiuti Lei, la Vergine del silenzio e dell’ascolto, ad essere coraggiosi testimoni e annunciatori del Vangelo; ci faccia guardare agli altri con occhi di comprensione e di bontà; ci ottenga il dono di una saggia prudenza pastorale.
 
Gli ipocriti non vedono la trave nei loro occhi: “Egli ci aveva già mostrato che giudicare gli altri è profondamente sbagliato e pericoloso; è causa della condanna finale. Non giudicate, dice, e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati. Con l’argomentazione conclusiva ci persuade ad evitare anche il desiderio di giudicare gli altri. Prima liberate voi stessi dai grandi crimini e dalle vostre passioni ribelli e poi potrete rendere giusto colui che è colpevole solo di offese minori.” (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 33).
 
Testimoni di Cristo - Santi Proto e Giacinto - Un messaggio potente, donato a tutti da chi sta ai margini: L’annuncio della salvezza può arrivare anche da chi sta “ai margini”, anzi è proprio nelle periferie esistenziali che la vita divina si fa più presente e il messaggio di Cristo acquista più corpo e carne. Oggi la liturgia ci aiuta a riflettere su questa dinamica della fede proponendoci la storia dei santi Proto e Giacinto, che pur appartenendo a un ceto umile ed emarginato divennero segni di conversione per i “potenti” del loro tempo. Secondo il racconto sulla loro vita – a tratti leggendario – Proto e Giacinto erano schiavi, forse fratelli, eunuchi, al servizio della figlia di un nobile romano prefetto di Alessandria d’Egitto, Eugenia, che grazie a loro si convertì al cristianesimo. Quando vennero ceduti dalla padrona alla nobile Bassilla, anche quest’ultima scelse il Vangelo grazie alla loro testimonianza. Tanto bastò perché essi venissero denunciati dal fidanzato della donna. Catturati e condannati, furono martirizzati a Roma. Vennero quindi sepolti uno accanto all’altro nel cimitero di Bassilla (poi di Sant’Ermete) in un cubicolo che venne alla luce nel 1845 e che papa Damaso, nel quarto secolo, fece ripulire, apponendovi una lapide che ricordava come i due martiri fossero fratelli. 
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 10 Settembre 2026
 
Giovedì XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 8,1b-7.11-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 138 (139); Lc 6,27-38
 
La coscienza secondo Paolo - Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): a) La parola syneìdesis è stata desunta da Paolo non già da qualche fonte letteraria né dalla filosofia stoica (il termine non compare in Epitteto, né in Plutarco né in Marco Aurelio), ma dal linguaggio religioso dell’epoca. Ai suoi occhi doveva esprimere il giudizio riflesso e autonomo insito nella nozione biblica di cuore. Il passaggio da un concetto all’altro è nettamente sottolineato nel consiglio che dà a Timoteo: «Promuovere la carità che procede da un cuore puro, da una coscienza retta e da una fede senza incertezze» (1 Tim 1, 5).
Cuore, coscienza e fede sono su basi diverse alla fonte dell’azione caritatevole. Se l’intenzione è retta, se la fede assicura una solida convinzione, allora la coscienza sarà soddisfatta. Così il cristiano obbedisce all’autorità civile «non soltanto per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza», perché la sua fede gli suggerisce che questa autorità «è al servizio di Dio» (Rom 13, 4 s). Così Paolo dichiara spesso di reputare la propria coscienza «irreprensibile» (2 Cor 1, 12; cfr. Atti 23, 1; 24, 16).
Non ne consegue che questa coscienza sia autonoma alla maniera degli stoici: per essi, la coscienza è libera in virtù della scienza che si ha delle leggi della natura. Per Paolo, il giudizio della coscienza è sempre soggetto a quello di Dio: «La mia coscienza, è vero, non mi rimprovera nulla, ma io non sono tuttavia giustificato; il mio giudice è il Signore» (1 Cor 4, 4). Le sue affermazioni di buona coscienza sono in genere accompagnate dall’accenno a Dio (2 Cor 4, 2) o alla testimonianza dello Spirito Santo (Rom 9, 1).
La coscienza è «teonoma». Qualificata come «buona» e «pura» è radicalmente illuminata dalla fede autentica (1 Tim 1, 5. 19; 3, 9; 4, 1s; 2 Tim 1, 3; cfr. Ebr 13, 18; 1 Piet 3, 16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: Il brano di 1 Cor 8,1b-7.11-13 affronta il problema etico e comunitario del consumo di carni sacrificate agli idoli, contrapponendo la conoscenza teorica alla responsabilità dell’amore fraterno.
Conoscenza, Orgoglio e Amore: Paolo spiega che «la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica». I cristiani “forti" sanno che gli idoli pagani non sono reali e che mangiare quella carne non ha di per sé valore religioso. Tuttavia, vantare questa superiorità culturale o intellettuale rischia di ferire e dividere la comunità.
L’Unicità di Dio: Il fondamento della fede cristiana è l’affermazione di un solo Dio (il Padre) e un solo Signore (Gesù Cristo). Proprio perché si conosce la verità su Dio, non si deve cadere nel tranello di trattare gli idoli come se avessero un potere reale.
Lo scandalo del fratello: Mangiare carni offerte agli idoli incuranti della coscienza altrui può diventare una pietra d’inciampo. Se un cristiano con una coscienza debole vede il “forte” mangiare nei templi pagani, potrebbe imitarlo ferendo la propria coscienza e rovinando il suo cammino di fede.
La scelta dell’amore: Paolo conclude con una forte assunzione di responsabilità personale: se un alimento è occasione di caduta per un fratello, lui preferirà non mangiare mai più carne per non scandalizzarlo. L’amore per il prossimo vale più della propria libertà materiale.
 
Vangelo
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
 
 Il brano evangelico di oggi, dal punto di vista del contenuto, «si presenta collegato all’ultima beatitudine e all’ultima maledizione. Ecco la struttura del brano: - prima il superamento della legge del taglione [vv. 27-31], - poi segue l’invito alla carità sul modello di Dio [vv. 32-36], - il tutto si chiude con una sollecitudine a non giudicare [vv. 37-38]. Sarà utile notare che come la seconda parte termina con un’affermazione solenne di Gesù [v. 36] così anche la prima si chiude con la cosiddetta regola d’oro [v. 31]» (Carlo Ghidelli).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,27-38
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
 
Parola del Signore
 
Amate i vostri nemici - Non sempre l’amore ha animato le relazioni tra gli uomini. Raramente anche in Israele. Nell’Antico Testamento, incalzante è il monito rivolto agli Israeliti ad amare tutti, anche i forestieri: «Amerai [il forestiero] come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lev 19,34). Un tesoro sciupato perché, il più delle volte, rimase incastonato solamente nella dorata cornice liturgica: un memoriale perché ogni generazione ricordasse il peccato del popolo, la sua dura schiavitù in terra straniera e la liberazione potente operata da Dio misericordioso.
A dilapidare questo tesoro ci pensò poi la tradizione umana che con il tempo aveva preso il sopravvento sulla legge di Dio (Mt 15,1-9).
Gesù, Parola del Padre, viene a purificare il fondo del cuore dell’uomo liberandolo dall’odio, dalla grettezza della mente, dall’usura, dal giudizio temerario, dalla incapacità del perdono.
Opere della carne (Gal 5,19-21: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere) alle quali Gesù contrappone le opere dell’amore e che troviamo codificate nell’insegnamento paolino come opere dello Spirito: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).
Questa liberazione dall’egoismo e dalla grettezza della carne operata dal Verbo è piena risposta all’angosciante grido di Paolo: «Chi potrà liberarmi da questo corpo votato alla morte?» (Rom 7,24).
Tutto è grazia, ma anche fatica e sollecita risposta umana. È perentorio corrispondere al dono di Dio.
Nel brano evangelico, Gesù indica esplicitamente due strade per arrivare a questa liberazione. Innanzi tutto, guardare al Padre, - Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre -; guardare a Lui, fissare gli occhi sul suo cuore: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Poi, offrire il proprio corpo marcio alla incisione del divino chirurgo perché il pietoso medico possa incidere la carne in putrefazione e fare scaturire il pus che avvelena il cuore e la mente dell’uomo.
Perché nulla resti nel campo della teoria, Gesù chiede praticamente che l’uomo, vincendo se stesso, ami i suoi nemici; domanda di fare del bene e prestare senza sperare nulla in contraccambio; di essere misericordioso, di non giudicare, di non condannare, di perdonare, di dare abbondantemente: proposte tutte terribilmente concrete, opere che attraversano il quotidiano dell’uomo: «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo» (Rom 10,8).
Cristo non chiede cose spirituali o straordinarie, come la penitenza o la mortificazione, ma atteggiamenti concreti: la capacità nobile di relazionarsi con il prossimo; una vittoria totale sull’io e, infine, aprire il cuore, la mente, l’anima alla potente, vivificante azione dello Spirito Santo.
In tal modo, Luca, con questa impareggiabile pagina, educa i missionari di tutti i tempi: coloro che portano la Parola non stiano a fantasticare, ma annuncino la vera, Buona Notizia che vuole sanare globalmente l’uomo: il Vangelo che promette il Paradiso e la beatitudine della pace già in questa terra, pace con se stessi, pace con il mondo circostante, pace con Dio (Lc 1,79; 2,14).
Il servo della Parola, colui che è mandato ad annunciare la Parola di Dio sino agli estremi confini della terra, se vuole assolvere fedelmente il suo mandato deve essere un uomo riconciliato con se stesso, con i fratelli e con Dio. E la riconciliazione ha unicamente il fragrante sapore dell’amore.
Per approfondire
 
P. Rosario Messina: Dio Padre, paziente e misericordioso. È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza. Infatti in una preghiera liturgica la Chiesa ci fa pregare: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio infatti sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso “Paziente e Misericordioso” è il binomio che ricorre spesso sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento per descrivere la natura di Dio.
Nel Salmo 103,3-4 è scritto:” Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia”. Nel Salmo 146,7-9: “Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite …  Il Signore sostiene i poveri, ma sconvolge le vie dei malvagi”. Inoltre il ritornello: “Eterna è la sua misericordia” viene ripetuto ad ogni versetto del Salmo 136, mentre si narra la storia della rivelazione di Dio. Dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”(Es.34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina.
Gesù Cristo, volto della misericordia del Padre. Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona ci ha rivelato la misericordia di Dio. La missione che ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. “Dio è amore” (1Gv 4,8-16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Gesù, dinanzi alle moltitudini di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt.9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt.14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt.15,37). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affidò questa missione: “Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te” (Mc 5,19). Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù ha rivelato la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quella della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono. Ma da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano. Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt.18,22). E questo per imitare il Padre che ci perdona sempre; infatti Gesù conclude, riferendosi al credente che non è disposto a perdonare: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”(Mt 18,35).
 
Papa Francesco (Udienza Generale 21 Settembre 2016): Ci domandiamo: Che cosa significa per i discepoli essere misericordiosi? Viene spiegato da Gesù con due verbi: «perdonare» (v. 37) e «donare» (v. 38).
La misericordia si esprime, anzitutto, nel perdono: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (v. 37). Gesù non intende sovvertire il corso della giustizia umana, tuttavia ricorda ai discepoli che per avere rapporti fraterni bisogna sospendere i giudizi e le condanne. È il perdono infatti il pilastro che regge la vita della comunità cristiana, perché in esso si mostra la gratuità dell’amore con cui Dio ci ha amati per primo. Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella propria vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare. Lo recitiamo tutti i giorni nel Padre Nostro: “Perdona i nostri peccati; perdona i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori”. Cioè perdonare le offese, perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati da tante offese, da tanti peccati. E così è facile perdonare: se Di ha perdonato me, perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio? Questo pilastro del perdono ci mostra la gratuità dell’amore di Dio, che ci ha amato per primi. Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione.
Alla sua Chiesa, a noi, Gesù indica anche un secondo pilastro: “donare”. Perdonare è il primo pilastro; donare è il secondo pilastro. «Date e vi sarà dato […] con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v. 38). Dio dona ben al di là dei nostri meriti, ma sarà ancora più generoso con quanti qui in terra saranno stati generosi. Gesù non dice cosa avverrà a coloro che non donano, ma l’immagine della “misura” costituisce un ammonimento: con la misura dell’amore che diamo, siamo noi stessi a decidere come saremo giudicati, come saremo amati. Se guardiamo bene, c’è una logica coerente: nella misura in cui si riceve da Dio, si dona al fratello, e nella misura in cui si dona al fratello, si riceve da Dio!
L’amore misericordioso è perciò l’unica via da percorrere. Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non “spiumare” gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie. Dobbiamo perdonare, essere misericordiosi, vivere la nostra vita nell’amore. Questo amore permette ai discepoli di Gesù di non perdere l’identità ricevuta da Lui, e di riconoscersi come figli dello stesso Padre. Nell’amore che essi praticano nella vita si riverbera così quella Misericordia che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,1-12). Ma non dimenticatevi di questo: misericordia e dono; perdono e dono. Così il cuore si allarga, si allarga nell’amore. Invece l’egoismo, la rabbia, fanno il cuore piccolo, che si indurisce come una pietra. Cosa preferite voi? Un cuore di pietra o un cuore pieno di amore? Se preferite un cuore pieno di amore, siate misericordiosi!
 
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo: “La misura di cui si parla in questo passo del Vangelo è il corpo di gloria, che ha quattro qualità: luminosità, immaterialità, sottigliezza e incorruttibilità; esso infatti è più luminoso del sole, più immateriale del vento, più sottile delle scintille e non può essere corrotto da lesione alcuna. Il Signore assunse la luminosità sul monte Tabor; l’immaterialità cam minando sul mare; la sottigliezza quando se ne andò passando in mezzo agli Apostoli; l’incorruttibilità quando era assunto dai discepoli sotto la specie del pane, senza patire tuttavia alcunché di male. Altra spiegazione: vi sarà versata una misura buona: gioia senza dolore; pigiata: pienezza senza vacuità; scossa: saldezza senza dissoluzione (ciò che si scuote diventa solido); traboccante: amore senza simulazione (uno godrà del premio dell’altro e così l’amore sovrabbonderà). Il seno in cui sarà data questa misura rappresenta la quiete e la gloria della Vita eterna” (Antonio da Padova Sermones IV domenica dopo Pentecoste).
 
Testimoni di Cristo -  San Nicola da Tolentino: Nacque nel 1245 a Castel Sant’Angelo in Pontano nella diocesi di Fermo. A 14 anni entrò fra gli eremitani di sant’Agostino di Castel Sant’Angelo come oblato, cioè ancora senza obblighi e voti. Più tardi entrò nell’ordine e nel 1274 venne ordinato sacerdote a Cingoli. La comunità agostiniana di Tolentino diventò la sua «casa madre» e suo campo di lavoro il territorio marchigiano con i vari conventi dell’Ordine, che lo accoglievano nell’itinerario di predicatore. Dedicava buona parte della sua giornata a lunghe preghiere e digiuni. Un asceta che diffondeva sorriso, un penitente che metteva allegria. Lo sentivano predicare, lo ascoltavano in confessione o negli incontri occasionali, ed era sempre così: veniva da otto-dieci ore di preghiera, dal digiuno a pane e acqua, ma aveva parole che spargevano sorriso. Molti venivano da lontano a confessargli ogni sorta di misfatti, e andavano via arricchiti dalla sua fiducia gioiosa. Sempre accompagnato da voci di miracoli, nel 1275 si stabilì a Tolentino dove resterà fino alla morte il 10 settembre 1305. (Avvenire)
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 9 Settembre 2026
 
Mercoledì XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 7,25-31; Salmo Responsoriale Dal Salmo 44 (45); Lc 6,20-26
 
 
Pedro Claver Corberó, nato a Verdù, in Catalogna (Spagna), il 25 giugno 1581, non proveniva da una famiglia nobile. Fece il noviziato a Tarragona, gli studi filosofici a Palma di Maiorca e iniziò quelli teologici a Barcellona. Non li aveva ancora terminati, quando venne destinato alla missione di Nuova Granada, come allora veniva chiamata l’attuale Colombia.
Il giovane sbarcò a Cartagena nel 1610 e venne ordinato sacerdote nel 1616, nella missione dove per 44 anni operò tra gli schiavi afroamericani, in un periodo in cui ferveva la tratta.
Educato alla scuola del missionario Alfonso de Sandoval, con un voto, Pietro si rese schiavo dei negri per sempre, “Aethiopum semper servus”, giacché all’epoca tutti i neri venivano chiamati etiopi. Le coste dove a migliaia venivano riversate persone, strappate senza alcun riguardo alla propria vita e alla propria terra, divennero per il giovane gesuita campo di apostolato.
Ogni mese, quando veniva segnalato l’arrivo di nuovi schiavi, stipati nelle navi, Pietro Claver usciva in mare con il suo battello per incontrarli, portando loro cibo, soccorso e conforto. Svegliava in ciascuno il senso della propria dignità umana, portava alla fede i non battezzati, elevava tutti alla conoscenza e alla pratica delle virtù evangeliche. Curava le loro ferite, per sfamarli e vestirli chiedeva l’elemosina a tutte le porte, per istruirli aveva appreso la lingua degli angolani e per le altre si era equipaggiato con un gruppo di 18 interpreti.
Per la sua opera instancabile, fu accusato di incauto zelo e di avere profanato i sacramenti, dandoli a creature che “a malapena possedevano un’anima”.
Nel 1650 si ammalò di peste: sopravvisse, ma per il resto della vita non poté più lavorare. Gli ultimi quattro anni della sua esistenza terrena, egli li trascorse immobilizzato nell’infermeria del convento. L’uomo che era stato l’anima della città, padre dei poveri e consolatore di tante sventure, venne completamente dimenticato da tutti, trascorrendo il tempo nella preghiera. Pietro Claver si spense l’8 settembre 1654.
Fu innalzato agli onori degli altari il 16 luglio 1850 dal beato Pio IX e canonizzato il 15 gennaio 1888 da Leone XIII, insieme con Alfonso Rodriguez. Il 7 luglio 1896 fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: In 1 Corinzi 7,25-31, l'apostolo Paolo consiglia di mantenere la propria condizione di vita a causa delle “presenti difficoltà” e perché “il tempo si è fatto breve”, invitando a vivere le realtà terrene con il giusto distacco in vista del ritorno di Cristo.
Il valore relativo delle cose terrene - Il consiglio sulla condizione: Paolo chiarisce di non avere un comando diretto da parte del Signore sul tema delle vergini, ma offre il suo parere di uomo che gode di misericordia e fiducia. Suggerisce che, viste le difficoltà del momento (l'imminente avversità), conviene rimanere nello stato in cui ci si trova, sia esso legato a una donna o liberi.
Matrimonio e libertà: Sposarsi non rappresenta un peccato, ma comporta inevitabili tribolazioni materiali che Paolo vorrebbe evitare ai credenti.
La prospettiva escatologica: Il fulcro del brano è l'affermazione “il tempo si è fatto breve”. Paolo usa paradossi forti (chi ha moglie viva come se non l'avesse, chi piange come se non piangesse) per spiegare che nulla al mondo - gioie, dolori o beni materiali - deve essere assolutizzato. Tutto va vissuto nella consapevolezza della fugacità del mondo presente e in attesa del Signore.
 
Vangelo
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.
 
Luca riporta quattro beatitudini e le fa seguire da quattro maledizioni antitetiche, contrapposte alle beatitudini. A differenza di Matteo, Luca rifugge dal dare alle beatitudini una connotazione spirituale. Essendo il premio fissato nella vita ultraterrena, l’uomo deve stare sempre saldo nella fede confidando nella promessa di Dio, come Abramo, il quale «credette, stando saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rom 4,18).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,20-26
 
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
 
Parola del Signore.
 
Beati - La pericope lucana delle Beatitudini è presente anche nel vangelo di Matteo (Cf. 5,1-12), ma con nette divergenze.
Luca, a differenza di Matteo, fa scendere Gesù in un luogo pianeggiante, una possibile allusione alla discesa di Mosè dal monte Sinai per comunicare al popolo d’Israele la parola di Dio (Cf. Es 19; 32; 34).
Mentre in Matteo (Cf. 5,1) Gesù rivolge il discorso alla folla, in Luca lo indirizza ai discepoli, a quanti cioè hanno già fatto una scelta, ponendosi alla sua sequela. Si doveva «trattare di credenti che vivevano in situazioni di povertà materiale e di oppressione, come testimoniano le maledizioni rivolte agli oppressori. Ebbene Luca dice: proprio loro si devono considerare beati e felici» (G. BE).
Inoltre, il testo lucano contiene quattro beatitudini, a differenza delle otto riportate da Matteo, e quattro guai. Questa opposizione, beati-guai, che ricorda le due vie «Vita e bene, morte e male» (Cf. Dt 30,15-20), mette il discepolo di fronte a una radicale scelta a cui seguono precise conseguenze: o la benedizione o la maledizione (Cf. Mt 12,30).
La concisione della pericope può attestare che probabilmente Luca, a differenza di Matteo, descrive l’insegnamento di Gesù in una forma che verosimilmente è molto più vicina allo stile del Maestro.
Anche per quanto riguarda il messaggio i due evangelisti si diversificano. Mentre Matteo «compone le beatitudini in vista soprattutto di una catechesi che vuole descrivere le condizioni etiche per entrare nel regno dei cieli, Luca considera piuttosto la situazione del mondo nel quale la Chiesa si trova a vivere: il punto di vista sociale sta per Luca in primo piano [Cf. beati voi poveri]. Anche l’opposizione tra adesso dei vv. 21 e 25, che indica appunto un’epoca storica ben determinata, e in quel giorno del v. 23, oltre ai futuri, è degna di essere sottolineata: essa infatti mette in grande rilievo il carattere messianico ed escatologico delle beatitudini-maledizioni per Luca» (Carlo Ghidelli).
Le beatitudini lucane sono simmetriche alle condanne o guai: da una parte i poveri, dall’altra i ricchi; da una parte quelli che piangono, dall’altra i gaudenti, ecc. I poveri, a cui allude Luca, sono coloro ai quali è destinata la buona novella della liberazione, dell’anno di grazia, del perdono (Cf. Is 61,1; Lc 4,14ss). Essi, insieme agli storpi, agli zoppi, ai ciechi, ecc., sono i veri privilegiati di Dio.
Il povero «è caratterizzato non solo da uno stato d’indigenza o di afflizione ma soprattutto dall’umile consapevolezza di poter confidare in Dio, da una insoddisfazione nei confronti dei beni del mondo, dalla tristezza a causa delle miserie proprie e degli uomini, per cui orienta tutte le sue attese verso Dio. In questo senso i poveri si oppongono ai sazi, a coloro che si sentono contenti di se stessi, autosufficienti e paghi dei loro attuali godimenti» (P. Rosario Scognamiglio).
I guai rivolti ai ricchi non devono fare pensare a una condanna tout court della ricchezza. Per il mondo biblico, la ricchezza è semplicemente un dono di Dio (Cf. Gn 31,5-9; Dt 28,3-7) e nella letteratu­ra sapienziale a volte è lodata. Infatti, grandi sono i vantaggi che la ricchezza porta con sé: amicizie (Pro 14,20; 19,4), onore (Sir 10,30), pace (Sir 44,6), una vita beata e piena di sicurezza (Pro 10,5; 18,11.16; Sir 31,8.11), possibilità di praticare l’elemosina (Tb 12,8). Le condanne sono rivolte ai ricchi avari, rapaci e senza scrupoli nei loro affari.
La condanna è per chi idolatra la ricchezza ponendola al posto di Dio. E in questo senso, va compreso l’insegnamento di Paolo: «... Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tm 6,10).
Nelle parole di Gesù si viene ad evidenziare così un conflitto tra il discepolo, il credente, il quale pone la sua fiducia unicamente in Dio, e l’empio, il miscredente, colui che ha posto la speranza nei beni caduchi e transitori, come il denaro, il piacere. Nelle Beatitudini, ancora una volta, emerge il modo di agire di Dio che stride formalmente e sostanzialmente con l’agire del mondo: l’uomo è beato non a motivo di una felice sorte, ma a motivo di una cattiva sorte quale la povertà, la persecuzione, il dolore.
Ma tutto sopportato per Cristo e il suo regno, altrimenti si scivolerebbe in un dolorismo inutile.
 
Per approfondire
 
Gesù e i poveri - Roberto Tufariello (Povero in Schede Bibliche Pastorali, Vol VI): Spesso il Vangelo ci mostra i poveri attorno a Gesù. Si tratta di mendicanti, di infermi, di vedove... che si rivolgono a lui. A loro riguardo, Gesù in primo luogo ha ripreso l’insegnamento tradizionale sul dovere di assistenza ai poveri. Egli stesso pratica l’elemosina (Gv 13,29) e vede in essa un’opera tipica della «giustizia» (Mt 6,1-4); la loda nella povera vedova del tempio (Mc 12,41-44) e in Zaccheo (Lc19,8-9); la raccomanda ai suoi discepoli (Mc 10,21; Lc 11,41; 12,33; 16,9; Cf. 14,13.21).
Al di là del dovere di assistenza, Gesù ha dato alla povertà effettiva un altro valore. Sapendo che ci saranno sempre dei poveri sulla terra (Mc 14,7; Mt 26,11; Cf. Dt 15,11), ha insegnato a vedere in essi un sacramento della propria presenza: attraverso i diversi volti della povertà, noi giungiamo misteriosamente a lui. Nell’evocazione dell’ultimo giudizio, ha anticipato ciò che sarà detto a ognuno di noi, in base al comportamento che avremo tenuto nei riguardi dei poveri: ciò che avremo fatto a un piccolo, a un bisognoso, lo avremo fatto a lui (Mt 25,34-40).
Questo testo indica la grande dignità dei poveri, destinati ad essere un segno perenne della presenza del Signore, il quale nell’incarnazione, nella vita pubblica, nella passione ha voluto assumere la povertà, la sofferenza e l’insuccesso per dare loro un senso nuovo.
La beatitudine dei poveri - Abbiamo due versioni di questa beatitudine, ambientata nel discorso del monte: quella lucana, caratterizzata dal discorso diretto e dalla menzione dei poveri senza alcuna aggiunta: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20).
In altre parole: mi congratulo con voi che versate in situazione obiettiva di disagio, miseria, oppressione, distretta, perché Dio sta per diventare re, difensore e protettore vostro. Si tratta di una proclamazione messianica di gioia, per l’imminente intervento regale e liberatore di Dio.
La versione di Matteo invece si caratterizza per il discorso in terza persona e soprattutto per la precisazione dei destinatari: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). La beatitudine viene così spiritualizzata: beneficiari sono quanti realizzano la virtù della povertà spirituale, cioè dell’umiltà: essere curvi da­vanti a Dio. A loro è promesso l’ingresso nel regno finale di Dio.
La dimensione messianica della beatitu­dine dei poveri, presente a livello di Gesù di Nazaret, emerge di nuovo nel detto testi­moniato da Mt 11,6 e Lc 7,23, in cui rispondendo alla delegazione del Battista, Gesù rimanda ai segni da lui compiuti, segni messianici preannunciati da Isaia: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano; il tutto sintetizzato nel lieto annuncio proclamato ai poveri: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5; Lc 1,11). Il Vangelo (euaggelizesthai) proclamato da Gesù ha quali destinatari e beneficiari i poveri, intesi come persone bisognose, che l’intervento di grazia di Dio, mediato da Gesù, toglie dal bisogno e dalla miseria, in concreto dalla cecità, dall’essere storpio, dalla lebbra, dalla sordità, dalla morte.
Analogo è il pronunciamento profetico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il brano isaiano: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’un­zione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19), afferma: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21).
In breve, il messaggio di gioia proclamato ai poveri non consiste in una parola consolatoria, destinata a rafforzare la rassegnazione, ma in un’azione efficace di liberazione e di giustizia resa a coloro che giustizia non hanno.
 
La cupidigia di ricchezze è insaziabile - Basilio di Cesarea, Adversus divites, 5: Tu chiami te stesso povero, ed io son d’accordo. Povero infatti, è colui che ha bisogno di molte cose. Tuttavia, non è altro che l’insaziabile cupidigia a rendervi tali. A dieci talenti cerchi di aggiungerne altri dieci; diventati venti, ne vuoi altrettanti e ciò che tu ammassi, lungi dal calmare il tuo appetito, lo stimola ancor di più. Infatti, come per gli ubriaconi il continuare a ingerire vino costituisce uno stimolo al bere, parimenti le persone che si arricchiscono, dopo aver messo insieme delle ricchezze, ne desiderano ardentemente delle altre ancora, in tal modo, continuando sempre a nutrirsi, aggravano la loro malattia ed il loro desiderio ottiene l’effetto contrario a quello auspicato. Le ricchezze materiali, infatti, anche quando siano abbondanti, non rallegrano tanto i loro detentori quanto invece li rattristano le cose di cui son privi, quelle, cioè, di cui essi ritengono di avere bisogno. Così il loro animo è costantemente tormentato dalle preoccupazioni, poiché si danno da fare per raccogliere profitti sempre maggiori.
E al posto di essere lieti e di pensare che sono meglio piazzati rispetto a molti altri, sono abbattuti e tristi poiché sono messi in ombra da questa o da quest’altra persona più ricca. Una volta però che abbiano raggiunto anche quest’ultima, subito si dan da fare per diventare pari ad un’altra più ricca ancora salvo poi, eguagliata questa, puntare su di un’altra la loro cupidigia. Come coloro che salgono delle scale, con il piede sempre proteso verso il gradino superiore, non trovano pace prima di aver guadagnato la cima; similmente anche costoro non cessano di aspirare alla potenza, fino a quando, pervenuti alla vetta, non precipitino con una lunga caduta.
A beneficio degli uomini il Creatore di tutte le cose stabilì che l’uccello seleucide fosse insaziabile; tu, invece, è a danno di molti che hai reso insaziabile l’anima tua. Tutto ciò che l’occhio vede, l’avaro lo desidera grandemente. “L’occhio non si sazierà di vedere” (Qo 1,8), né l’avaro si sazierà di arraffare. L’inferno non ha mai detto: Basta; e l’avaro neppure ha mai detto: Basta (cf. Pr 27,20; 30,16). Quando dunque potrai servirti delle ricchezze presenti? Quando potrai goderne tu, che sempre ti affanni a procurartene ancora? “Guai a coloro che uniscono casa a casa e congiungono campo a campo, togliendo qualcosa al vicino” (Is 5,8). E tu cosa fai?
 
Testimoni di Cristo - San Pietro Claver, Sacerdote: Nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Tra il 1605 e il 1608 studia filosofia a Palma di Maiorca e viene ordinato sacerdote a Cartagena nel 1616 e, diventato missionario, presta le sue cure pastorali agli schiavi neri, deportati dall’Africa. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere «sempre schiavo degli Etiopi» (all’epoca si chiamavano «etiopi» tutti i neri) e per comprendere i loro problemi impara anche la lingua dell’Angola. Ammalatosi di peste, sopporta perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che è un nero. Morto a 74 anni e canonizzato nel 1888 insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico, è stato proclamato patrono delle missioni per i neri da Papa Leone XIII. (Avvenire)
 
Giovanni Paolo II (Messaggio 26 Giugno 1980): A voi, cari fratelli di Cartagena e della Colombia intera, che avete la fortuna di poterlo considerare specialmente vostro, serva di conforto e guida, d’ispirazione nella vita personale, professionale e sociale.
Voglio inoltre segnalare un altro aspetto particolarmente significativo della sua vita; egli è l’uomo dell’offerta totale di sé in una vocazione sacerdotale per gli altri. Infatti, di fronte alle necessità pressanti che scopre intorno a sé, egli non si risparmia, ma si offre interamente a tutti per tentare di alleviarli e liberarli dalla loro oppressione e per dare loro la dimensione completa della loro esistenza.
Vedendo i risultati stupendi conseguiti, con frutti che solo un amore illimitato e saldamente fondato in Dio è capace di raggiungere, ci accorgiamo che siamo di fronte ad una vita feconda, degna di essere imitata.
Vi propongo dunque questo esempio di uomo e di religioso sacerdote, affinché serva di modello a coloro che non si accontentano di piccoli ideali e vogliono realizzarsi in una generosa consegna agli altri. Voglia il cielo che, come frutto particolare di questo centenario, l’esempio di San Pedro Claver fosse seguito da numerosi giovani, disposti a consacrarsi a Dio e ai fratelli con una vocazione di consegna totale.
 
-> O Dio, che hai reso san Pietro [Claver] servo degli ultimi
donandogli costanza e carità ammirevoli
nel dare loro soccorso,
concedi anche a noi, per sua intercessione,
che, cercando fedelmente Cristo Signore,
amiamo i fratelli con le opere e nella verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.