6 Settembre 2026
 
Domenica XXIII del Tempo Ordinario
 
Ez 3,1.7-9; Salmo responsoriale Dal Salmo 94 (95); Rm 13.8-10; Mt 18,15-20
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva) - San Paolo riconduce tutti gli obblighi - tutti i rapporti con i propri simili all’amore (1Cor 13, 1-8; Gal 5, 14), che quindi rappresenta il pieno compimento della legge (II; cfr. col 25 dom. ord.).
Gesù nel vangelo di oggi fa un’applicazione assai importante di questa norma universale e fondamentale, da lui stesso enunciata in modo categorico. (Mt 22, 34-40; Gv 13, 34). Vuole che l’amore per il prossimo si manifesti anche con la correzione fraterna a tutti i livelli: nell’incontro individuale, davanti a testimoni, con l’intervento dell’assemblea. Si tratta di guadagnare il fratello, cioè di operare il suo vero bene (III).
Il disinteressarsi dell’elevazione specialmente morale e spirituale del prossimo è segno di egoismo ed è una negazione del vero amore. Una particolare sollecitudine per il progresso dei singoli e della collettività è quella che deve qualificare quanti hanno un’autorità. L’autorità infatti è un’incombenza che direttamente o indirettamente viene da Dio (Rm 13, 1-7) ed è da lui destinata al bene della comunità e dei singoli.
Chi ha il mandato di curare lo sviluppo dei valori umani nell’ambiente in cui è stato posto, deve farsi tramite chiaro e fedele della voce di Dio, deve ammonire con fermezza a rispettare questa suprema norma di ogni verità, moralità e ordine. Spetta soprattutto a lui poi denunciare coraggiosamente ogni deviazione e, se ne ha i mezzi e la facoltà, farla rientrare.
Chi ha responsabilità su altri e trascura di migliorare ad ogni livello i suoi fratelli, è imputabile in certa misura delle loro deficienze e dei loro errori, e ne deve rendere conto a Dio. È questo il senso del messaggio-oracolo pronunciato per bocca di Ezechiele.
Mosè cd Aronne erano i capi del popolo eletto. Ma nel celebre episodio di Massa e Meriba non seppero rintuzzare con la necessaria energia, l’incredulità e l’infedeltà dei loro connazionali e ciò tornò a scapito dell’onore divino. Furono perciò puniti con l’esclusione dalla terra promessa (Es 17, 1-7; Nm 20, 10-13. 24; 27, 14; Dt 3, 26; 4, 21; 32, 51).
Di questo fatto esemplare e ammonitore vuol essere richiamo il salmo 94, specialmente là dove dice: « Non indurite il vostro cuore come a Meriba ... ». Il riferimento è al popolo, ma anche ai suoi capi. Nella liturgia l’ammonimento vale ugualmente per tutti.
Tutti sono obbligati all’ascolto della parola di Dio (I, SalRs, III). Inoltre il profeta, la guida della comunità ed ogni fratello devono farsi latori efficaci di questa parola a chi non la conosce o a chi non l’ascolta, e devono essere anche amorevoli e prudenti ammonitori per chi non l’osserva, sempre in ordine all’onore di Dio e al bene dei fratelli (I, SalRs, III).
Il vangelo di oggi non parla solo della correzione fraterna, ma riporta anche la celebre frase relativa al conferimento della potestà di legare e di sciogliere. È quel medesimo potere di riconciliare o no con Dio di cui parla san Paolo (cfr. CaVa = 2 Cor 5, 19).
Proseguendo nei suo discorso, Gesù assicura l’esaudimento della preghiera comunitaria in grazia della sua presenza. Egli infatti è il Vivente che si affianca a coloro che pregano insieme nel suo nome, e intercede per loro (Eb 7, 25; 1 Gv 2, 1). L’esortazione all’accordo e affiatamento nella preghiera ci riconduce al tema di fondo dell’amore vicendevole. Troviamo un’illustrazione teologica di questa dottrina nella colletta. Qui si considerano i cristiani tutti figli adottivi di Dio in grazia del Salvatore e dello Spirito Santo. Sono quindi tutti fratelli. L’orazione sulle offerte domanda a Dio di rafforzare. Insieme alla fedeltà, anche la concordia dei suoi figli.
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: Il profeta Ezechiele, come una sentinella, deve vegliare sulla condotta morale e religiosa del suo popolo e deve essere pronto a denunciare ogni trasgressione. E non può disinteressarsi della condotta dei giusti e degli empi poiché la loro sorte, vita o morte, è legata al suo annuncio. Da questa diligenza dipende anche il destino del profeta. Ezechiele non ha il compito di fare il giudice o il censore, ma ha quello di destare l’attenzione, di invitare alla conversione e di responsabilizzare tutti e ciascuno di fronte ai segni dei tempi che manifestano la volontà di Dio.
 
II lettura: L’amore è l’unica cosa di cui praticamente si deve occupare il cristiano nel suo comportamento verso il prossimo, ciò perché la carità porta a compimento e allo stesso tempo sintetizza tutta la Legge, sia quella Antico Testamento che quella del Nuovo Testamento.
 
Vangelo
Se ti ascolterà avrai guadagnato il tuo fratello.
 
Il Vangelo vuol suggerire una prassi per riconciliare la comunità con il fratello che ha peccato contro di essa. Con il potere di legare e di sciogliere, viene stabilito il principio dell’autorità della Chiesa locale. Tale potestà si esplica, in primo luogo, nel campo legislativo, al quale va congiunto quello giudiziario: quello, cioè, di costatare e valutare i delitti e applicare le pene.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,15-20
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo.
In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».
 
Parola del Signore.
 
Va’ e ammoniscilo - Il diciottesimo capitolo viene denominato «discorso ecclesiastico», perché raccoglie le direttive date da Gesù ai suoi discepoli atte a regolare la vita della comunità. Questa domenica si proclamano i versetti riguardanti la correzione fraterna e la preghiera in comune che assicura in mezzo ai credenti la presenza del Risorto. Comunione e Presenza che rendono infallibile la preghiera dei cristiani.
Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo... Il brano evangelico mette in evidenza la prassi da seguire nel delicato ma vitale problema della correzione fraterna; essa dovrà rispettare un iter ben preciso: inizialmente, la correzione sarà privata, tra fratello e fratello; se lo scopo non è raggiunto segue quella semipubblica, davanti a una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni; ad un ulteriore fallimento, segue quella pubblica, davanti alla comunità; se anche questo terzo tentativo fallisce, allora, il fratello dovrà essere considerato come il pagano e il pubblicano. In quest’ultima soluzione non vanno colti sentimenti di vendetta o di acrimonia o di disprezzo, ma solo la condanna del peccato e il tentativo di guadagnare il fratello.
Questa prassi si consolidò nella Chiesa. Fu seguita anche dall’Apostolo Paolo quando dovette affrontare il caso dell’incestuoso della comunità di Corinto (Cf. 1Cor 5,5; Cf. Gal 6,1; 2Ts 3,15; 2Tm 2,25).
Il rimprovero o la pena sono finalizzati sempre, anche nei casi estremi come la scomunica, a muovere il colpevole al pentimento e alla salvezza finale (Cf. 2Ts 3,15). Però, vada bene inteso che il potere e l’autorità di correggere vengono sempre e soltanto da Dio, il quale promette di ratificare in Cielo quanto è stato deciso in terra dalla Chiesa.
Quindi non è un potere selvaggio perché vale per tutti, membri e capi, il detto di Gesù: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: “Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6,41-42).
La potestà di sciogliere e di legare, che era stata già conferita a Pietro (Cf. Mt 16,19), è estesa a tutta la comunità locale. Il campo di «questo potere è illimitato e riguarda l’interpretazione autorevole dell’insegnamento di Gesù e la disciplina della Chiesa, con il diritto di escludere uno dalla comunità qualora si renda indegno. Non si tratta quindi di un’autorità puramente dottrinale, ma anche disciplinare. Tale potere risiede interamente nel Cristo, che l’ha ricevuto dal Padre. Ma egli ora trasmette tale potestà ai discepoli. Le loro decisioni sono convalidate in cielo» (Angelico Poppi).
La pericope che chiude il Vangelo ha come tema la «preghiera in comune».
... se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa...: il verbo symphoneo usato qui indica lo spirito di pace e di concordia che si stabilisce tra i fratelli quando si mettono d’accordo per chiedere qualunque cosa al Padre celeste. Tale sinfonia di pace e di concordia dovrà essere l’elemento fondante della preghiera comunitaria, senza tale sinfonia si scivola in una preghiera formale e ipocrita.
L’efficacia della preghiera è garantita dalla presenza di Gesù: la preghiera cristiana è rivolta al Padre che è nei cieli, «ma passa attraverso la mediazione del Cristo, da cui attinge la sua efficacia. La presenza mistica del Cristo in mezzo ai suoi rievoca la dottrina veterotestamentaria della sekinah, “dimora” di Dio in mezzo al suo popolo. Simile a questo detto evangelico è una sentenza rabbinica del sec. II d.C. che dice: “Se due siedono avendo fra loro le parole della Legge, fra essi v’è la sekinah”» (Angelo Lancellotti). Questo ultimo detto riafferma così un principio cardine sul quale poggia l’intera comunità cristiana: solo la comunione fraterna e la preghiera sinfonica fatta nel nome di Gesù assicurano la Presenza del Risorto in mezzo ai suoi discepoli.
 
Per approfondire
 
La carità fraterna -  C. WIENER (Amore, in Dizionario di Teologia Biblica): Se la concezione giudaica poteva lasciar credere che l’amore fraterno si giustapponga su un piano di eguaglianza con altri comandamenti, la visione cristiana gli dà il posto centrale, anzi unico.
I due amori. - Da un capo all’altro del NT l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8 s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): «Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede ... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1 Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia. Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l'amore stesso di Dio (Mt 5,44s; Ef 5,1s.25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)?
Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1 Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s).
In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34 s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
L’amore è dono. - La carità cristiana, soprattutto dai sinottici e da Paolo, è vista ad immagine di Dio che dona gratuitamente il Figlio suo per la salvezza di tutti gli uomini peccatori, senza merito alcuno da parte loro (Mc 10,45; Rom 5,6ss). Essa è quindi universale, e non lascia sussistere nessuna barriera sociale o razziale (Gal 3,28), non disprezza nessuno (Lc 14,13; 7,39); più ancora, esige l’ amore dei nemici (Mt 5,43-47; Lc 10,29-37). L’amore non può scoraggiarsi: ha come espressione il perdono senza limiti (Mt 18,21s; 6,12.14s), il gesto spontaneo verso l’avversario (Mt 5,23s), la pazienza, il rendere bene per male (Rom 12,14-21; Ef 4,25-5,2). Nel matrimonio esso si esprime sotto forma di dono totale, ad immagine del sacrificio di Cristo (Ef 5,25-32). Per tutti infine è una mutua schiavitù (Gal 5,13), in cui l’uomo rinunzia a se stesso con il Cristo crocifisso (Fil 2,1-11). Nel suo «inno alla carità» (1 Cor 13), Paolo manifesta la natura e la grandezza dell’amore. Senza trascurare affatto le sue esigenze quotidiane, egli afferma che, senza la carità, nulla ha valore, che solo essa sopravvivrà a tutto: amando come Cristo, noi viviamo già una realtà divina ed eterna, per mezzo della quale la Chiesa è edificata (1Cor 8,l; Ef 4,16) e l’uomo diventa perfetto per il giorno del Signore (Fil 1,9 ss).
L’amore è comunione. - Certamente anche Giovanni parla della universalità e della gratuità dell’amore divino (Gv 3,16; 15,16; 1Gv 4,10), ma, più sensibile alla comunione del Padre e del Figlio nello Spirito, ne sottolinea le conseguenze per l’amore dei cristiani tra loro. La loro fraternità deve essere una comunione totale, in cui ognuno si impegna con tutta la sua capacità d'amore e di fede, di fronte al mondo in cui non può amare il regno del «maligno» (1Gv 2,14s; Cf. Gv 17,9), il cristiano amerà i suoi fratelli con un amore esigente e concreto (1Gv 3,11-18), in cui vige la legge della rinuncia e della morte, senza la quale non c’è vera fecondità (Gv 12,24 s). Mediante questa carità il credente rimane in comunione con Dio (1Gv 4,7-5,4). Questa era l’ultima preghiera di Gesù: «che l’amore, con cui mi hai amato, sia in essi ed io in essi» (Gv 17,26). Vissuto dai discepoli in mezzo al mondo al quale non appartengono (17,11.15s), questo amore fraterno è la testimonianza attraverso la quale il mondo può riconoscere Gesù come l’inviato del Padre (17,21): «Da questo tutti vi riconosceranno come miei discepoli: dall’amore che avete gli uni per gli altri» (13, 35).
 
Se il tuo fratello commetterà una colpa ...  - Il precetto evangelico non è nuovo nella sua sostanza, ma è già presente nell’insegnamento veterotestamentario. L’autore del libro dei Maccabei così scrive nella sua opera: «Io prego coloro che avranno in mano questo libro di non turbarsi per queste disgrazie e di pensare che i castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo» (2Mac 6,12). E nel libro dei Proverbi leggiamo: «Figlio mio, non disprezzare l’istruzione del Signore e non aver a noia la sua correzione» (Pro 3,11).
A comprova che tali massime annunciano già la morale del Vangelo, si può notare che questa ultima raccomandazione è ricordata dall’autore della Lettera agli Ebrei: «Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui... È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Se invece non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» (12,5-8).
Se chi odia il rimprovero è uno stupido (Pro 12,1), chi ama e accoglie con gioia la correzione dell’Onnipotente è beato: «Perciò, beato l’uomo che è corretto da Dio: non sdegnare la correzione dell’Onnipotente» (Gb 5,17).
Il padre, modellando la sua condotta e la sua autorità su questi esempi divini, non deve risparmiare al fanciullo la correzione, perché se lo percuote con il bastone non morirà (Prov 23,13), e al dire di Salamone: «La verga e la correzione danno sapienza, ma il giovane lasciato a se stesso disonora sua madre» (Pro 29,15).
Dal monito evangelico si evince che i cristiani, come dovere precipuo, devono imparare a praticare la correzione fraterna come comunione di amicizia e aiuto fraterno. È un dovere primario perché la correzione fraterna, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica, è una chiave eccellente per spalancare la porta della conversione: «La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale...» (CCC 1435).
Al dire di San Tommaso d’Aquino, la correzione fraterna è una eccellente elemosina spirituale, che aiuta il prossimo a correggere i suoi difetti (cf. Somma Teologica II-II, 28-33). E il Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che «la carità esige la generosità e la correzione fraterna» (1829).
Certamente, si «richiede molta prudenza nello scegliere il momento opportuno ed i mezzi adatti affinché la correzione raggiunga realmente il suo scopo»  (ROYO MARIN, Teologia della perfezione cristiana, 262). E se spostiamo questa elemosina spirituale in un ambito prettamente gerarchico, non solo «i superiori sono tenuti ad esercitare questa virtù verso i loro sudditi, ma anche i sudditi verso i loro superiori, purché si osservino le dovute attenzioni e si possa fondatamente sperare qualche frutto; diversamente sono dispensati dalla correzione e debbono astenersi effettivamente dal farla. I superiori invece hanno l’obbligo di correggere i sudditi, applicando le sanzioni del caso a chi resistesse, per salvare l’ordine della giustizia e promuovere il bene comune» (ibidem).
Elemosina spirituale, non un potere selvaggio per strapazzare i fratelli, quindi, no ai giudizi temerari, sì alla carità, alla pazienza e sopra tutto alla dolcezza. In questo modo la correzione fraterna se da una parte fissa dei paletti che non possono essere oltrepassati dall’altra parte scoraggia chi è tentato a trasgredire: «è dannoso condannare temerariamente, così il non punire i peccati manifesti significa aprire la via agli altri che oseranno fare altrettanto» (San Giovanni Crisostomo).
Alla dolcezza si accompagni la prudenza, ma mai si taccia, perché il silenzio è omertà e connivenza. Il cristiano dinanzi al peccato dl fratello non può assumere un atteggiamento omertoso né per paura, né per solidarietà, né per difesa di interessi personali. Il frutto più bello della correzione fraterna è l’ordine, la pace: in una parola, edifica la comunità.
 
Agostino (De verb. Dom., serm. 16): ... se tuo fratello pecca nei tuoi confronti, va’ e riprendilo, ma quando siete soli ... : trattato come un malato; risparmia l’amor proprio suo, che lapiaga dell’anima non s’irriti e non rincrudisca. Se egli per ripicca si mette a difendere il male fatto, la correzione malcauta lo fa peggiore.

Testimoni di Cristo - Beato Anastasio Garzon Gonzalez Coadiutore salesiano, martire: Nacque a Madrigal de las Altas Torres, in provincia di Avila, il 7 settembre 1908 e fu battezzato poco dopo. Mentre era allievo delle Scuole Professionali salesiane di Madrid, sentì la vocazione religiosa e ottenne di fare il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), dove emise i voti il 15 agosto 1929 come coadiutore. Per il buono spirito che lo animava e le attitudini alla meccanica, venne inviato in Italia a completare la formazione tecnica e religiosa. Dopo il ritorno in patria ebbe l’incarico del laboratorio di meccanica nel collegio di Madrid. Qui lo sorprese la rivoluzione del 1936. Dopo alterne vicende, riconosciuto come religioso, fu definitivamente imprigionato il 6 settembre e condotto alla fucilazione. È stato beatificato il 28 ottobre 2007.
 
Il tuo aiuto, Signore Dio nostro,
ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 

 5 Settembre 2026

 
Sabato XXII Settimana T. O.
 
1Cor 4,6b-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Lc 5,33-39
 
Papa Francesco (Omelia 4 Settembre 2016): Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. Si è impegnata in difesa della vita proclamando incessantemente che «chi non è ancora nato è il più debole, il più piccolo, il più misero». Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! - della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza.
La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri. Oggi consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità! Penso che, forse, avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla Santa Teresa: la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle “Madre Teresa”. Questa instancabile operatrice di misericordia ci aiuti a capire sempre più che l’unico nostro criterio di azione è l’amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo e riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione. Madre Teresa amava dire: «Forse non parlo la loro lingua, ma posso sorridere». Portiamo nel cuore il suo sorriso e doniamolo a quanti incontriamo nel nostro cammino, specialmente a quanti soffrono. Apriremo così orizzonti di gioia e di speranza a tanta umanità sfiduciata e bisognosa di comprensione e di tenerezza.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview: In 1 Corinzi 4,6b-15, san Paolo usa l’ironia per smascherare l’orgoglio e le divisioni della comunità di Corinto. L’apostolo contrappone la finta grandezza e la ricchezza spirituale esibita dai cristiani di Corinto alla dura realtà della croce, vissuta dagli apostoli attraverso la debolezza, la sofferenza e il disprezzo del mondo.
Contesto e umiltà - Fine dell’orgoglio: Paolo invita a non esaltarsi facendo fazioni a favore di un capo o di un altro. Tutto è dono: Ricorda che ogni qualità o bene posseduto è ricevuto da Dio, e non un mérito personale di cui vantarsi.
Re per finta: Paolo critica i Corinzi che si sentono già sazi, ricchi e arrivati spiritualmente.
Ultimi nel mondo: Gli apostoli sono messi all’ultimo posto, come condannati a morte e disprezzati da tutti.
Sofferenza quotidiana: Soffrono la fame, la sete, la nudità e i maltrattamenti senza ribellarsi.
Paternità spirituale: Paolo si pone come un padre amorevole che genera alla fede attraverso il Vangelo e l’imitazione di Cristo.
 
Vangelo
Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?
 
I farisei, scrupolosi osservanti della legge, non rimproverano ai discepoli di Gesù di cogliere le spighe passando nei campi altrui (Dt 23,26 lo permetteva), ma di farlo nel giorno di sabato. Un rimprovero motivato dal fatto che i farisei vi vedevano un lavoro proibito dalla legge (Es 34,21). Il sabato era giorno di riposo, giorno in cui si faceva memoria del riposo di Dio: “Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando” (Gen 2,2-3). Gesù, nella risposta, rimanda gli avversari alla stessa Scrittura a cui essi si appellano e ricorda loro che anche Davide mangiò, non alcuni chicchi di grano ma tutti i pani, il cui uso era proibito dalla legge. Per Gesù la verità della legislazione sul giorno di riposo non è una questione di osservanze rituali puramente esteriori, ma è quella di mettersi totalmente e pienamente al servizio del Signore e degli uomini, sopra tutto se bisognosi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,1-5
 
Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani.
Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?».
Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?».
E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Un giorno di sabato; vari codici presentano una strana variante per questa indicazione cronologica, poiché hanno: «un giorno di sabato secondo-primo» (ἐν σαββάτῳ δευτεροπρωτῳ; Volgata: in sabbato secundo primo). Molti tentativi sono stati compiuti dagli studiosi per chiarire questa curiosa ed enigmatica lettura. Per alcuni l’aggettivo composto δευτερόπρωτος è considerato come il risultato di correzioni apportate successivamente al testo: un primo copista all’indicazione generica ἐν σαββάτῳ avrebbe aggiunto πρωτῳ per indicare il nesso cronologico con l’altro sabato segnalato in Lc., 6, 6; un secondo copista invece, volendo riallacciare il presente episodio accaduto di sabato con l’altra indicazione di Lc., 4, 31, ha scritto δευτέρῳ un ultimo scriba infine, non comprendendo più le due correzioni, le ha unite formando così l’aggettivo composto δευτεροπρωτῳ che egli ha inserito materialmente nel testo. Recentemente l’Audet, in uno studio penetrante del problema, ha pensato che l’aggettivo di cui si è servito il glossatore in questo vers., richiami il computo del sabato fatto secondo un calendario antico, che si distingueva dal calendario ufficiale e che è attestato dal libro dei Giubilei e dai documenti di Qumran. Il sabato δευτερόπρωτος della glossa designa il sabato che serve a determinare la festa delle sette settimane o Pentecoste (cf. Levitico, 23, 15-16); il glossatore quindi conoscendo l’uso di questo calendario antico ebraico, chiama δευτερόπρωτος tale sabato perché, secondo questo calendario, il computo delle sette settimane dopo Pasqua, necessario per stabilire la festa della Pentecoste, si faceva partendo dal sabato del 25° giorno del 1° mese, cioè dal sabato che, da due differenti punti di vista, può essere chiamato egualmente bene primo o secondo. Tale sabato infatti è il primo (πρῶτος) della serie di sette settimane che precedono la festa delle primizie o Pentecoste (festa che cadeva al 150 giorno del 3° mese) ed è il secondo (δεύτερος) dopo la Pasqua (festa che cadeva il 150 giorno del 1° mese, sempre secondo il calendario antico seguito a Qumran). In greco bisognava designare un tale sabato con l’aggettivo composto δευτερόπρωτος. Il glossatore ha inserito questo aggettivo per motivi liturgici che lo studioso sopra ricordato illustra largamente nella sua trattazione (cf. J. P. Audet, Jesus et le «Calendrier sacerdotal ancien». Autour d’une variante de Luc 6, 1; in Sciences Ecclésiastiques X, 1958, p. 361-383). 
Sgranandole con le mani; l’evangelista per segnalare con maggiore chiarezza l’occasione che ha determinato l’intervento dei Farisei accenna al fatto dei discepoli che «con le mani» ripulivano i chicchi di grano; per i Farisei tale atto costituiva un’aperta infrazione del riposo sabatico. L’episodio è parallelo a quello narrato da Matteo e Marco; per le spiegazioni si veda il commento a Mt., 12, 1-8 e Mc., 2, 23-28.
4 Come egli entrò nella casa di Dio; Luca omette l’indicazione di Marco, 2, 26 «al tempo del gran sacerdote Abiatar», perché non facilmente intelligibile per i suoi lettori provenienti dal paganesimo, i quali non conoscevano questi particolari della storia ebraica.
5 Il Figlio dell’uomo è signore del sabato; per «il Figlio del l’uomo» vedi commento a Lc., 5, 24. L’evangelista tralascia la prima parte della solenne risposta di Gesù sul senso e valore del riposo sabatico, riferita da Mc., 2, 27. Dal modo con cui sono narrati i fatti appare che il Maestro manifesta in forma progressiva i poteri di cui è dotato; d’altra parte, anche l’ostilità dei Farisei è presentata dall’evangelista in modo crescente e sempre più aggressivo. Secondo questa esposizione dei fatti risulta che Gesù prima opera dei miracoli, poi afferma di avere il potere di condonare i peccati (cf. Lc., 5, 20), in seguito si presenta come restauratore religioso (cf. Lc., 5; 34-39) ed infine, nell’episodio delle spighe raccolte in giorno di sabato, dichiara solennemente di disporre con autorità suprema di una istituzione divina come quella del sabato. Il codice D, invece del vers. 5 che esso riporta dopo il vers. 10, ha il seguente logion: «Lo stesso giorno (Gesù) avendo visto qualcuno che lavorava in giorno di sabato, gli disse: Uomo, se sai quello che fai, tu sei beato; se invece non lo sai, tu sei maledetto e trasgressore della Legge». Il detto, che non è un insegnamento autentico di Gesù, presenta una interpretazione cristiana del precetto ebraico sui riposo sabatico; l’interpolatore intende rilevare questo principio: chi lavora di sabato, giorno del Signore, sapendo che è dispensato dalla Legge, non commette nessuna colpa; chi invece lavora sapendo di trasgredire la Legge è colpevole. Il logion pone come norma fondamentale della moralità dell’atto la convinzione interiore dell’uomo, secondo l’esplicita parola di S. Paolo: «Io so e son persuaso nel Signor Gesù che nessuna cosa è impura in se stessa; tuttavia se uno stima che una cosa è impura, per lui è impura» (Romani, 14, 14; cf. anche ibid., 14, 20-23). Questo logion, come si è già accennato, non poté esser pronunziato dal Maestro agli Ebrei suoi contemporanei che non conoscevano altra legge se non quella mosaica del riposo sabatico, alla quale essi dovevano obbedire
 
Per approfondire
 
SABATO - C. SPICQ e P. GRELOT - VECCHIO TESTAMENTO 1. L’istituzione del sabato. - Il termine sabato designa un riposo effettuato con intenzione religiosa. La sua pratica appare già negli strati più antichi della legge (Es 20, 8; 23, 12; 34, 21). Ha probabilmente un’origine premosaica, che rimane oscura. Nella Bibbia è legato al ritmo sacro della settimana, che chiude con un giorno di riposo, di gioia e di riunione cultuale (Os 2, 13; 2 Re 4, 23; Is 1, 13).
2. I motivi del sabato. - Il codice dell’alleanza sottolineava il lato umanitario di questo riposo, che permetteva agli schiavi di riprendere fiato (Es 23, 12). Tale è ancora il punto di vista del Deuteronomio (5, 12 ...). Ma la legislazione sacerdotale gli conferisce un altro senso. Con il suo lavoro l’uomo imita l’attività del Dio creatore. Con il riposo del settimo giorno, imita il riposo sacro di Dio (Es 31, 13 ...; Gen 2, 2 s). Dio ha dato così il sabato ad Israele come un segno, affinché sappia che Dio lo santifica (Ez 20, 12).3.
La pratica del sabato. - Il riposo del sabato era concepito dalla legge in modo molto stretto: divieto di accendere il fuoco (Es 35, 3), di raccogliere legna (Num 15, 32 ...), di preparare il cibo (Es 16, 23...). Su testimonianza dei profeti, la sua osservanza condizionava la realizzazione delle promesse escatologiche (Ger 17, 19-27; Is 58, 13 s). Si vede quindi Neemia tener duro nella sua pratica integrale (Neem 13, 15-22). Per «santificare» questo giorno (Deut 5, 12), c’è una «convocazione santa» (Lev 23, 3), offerta di sacrifici (Num 28, 9 s), rinnovamento dei pani della proposizione (Lev 24, 8; 1 Cron 9, 32). Fuori di Gerusalemme, questi riti sono sostituiti da un’adunanza singolare, consacrata alla preghiera comune ed alla lettura commentata della Sacra Scrittura. All’epoca dei Maccabei, la fedeltà al riposo del sabato è tale che gli Asidei si lasciano massacrare piuttosto che violarlo prendendo le armi (1 Mac 2, 32-38). Verso l’epoca del NT si sa che gli Esseni lo osservano in tutto il suo rigore, mentre i dottori farisei elaborano in proposito una casistica minuziosa.
NUOVO TESTAMENTO 1. Gesù. - Gesù non abroga esplicitamente la legge del sabato: in questo giorno egli frequenta la sinagoga e ne approfitta per annunciare il vangelo (Lc 4, 16...). Ma trova a ridire al rigorismo formalistico dei dottori farisei: «Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2, 27), ed il dovere della carità prevale sull’osservanza materiale del riposo (Mt 12, 5; Lc 13, 10-16; 14, 1- 5). Inoltre Gesù si attribuisce un potere sul sabato: il figlio dell’uomo ne è padrone (Mc 2, 28). È questo uno degli appunti che i dottori gli muovono (cfr. Gv 5, 9...). Ma, facendo del bene nel giorno di sabato, non imita egli il Padre suo che, entrato nel suo riposo al termine della creazione, continua a governare il mondo ed a vivificare gli uomini (Gv 5, 17)?
2. I discepoli di Gesù. - I discepoli di Gesù in un primo tempo hanno continuato ad osservare il sabato (Mt 28, 1; Mc 15, 42; 16, l; Gv 19, 42). Anche dopo l’ascensione le riunioni sabbatiche servono ad annunziare il vangelo in ambiente ebraico (Atti 13, 14; 16, 13; 17, 2; 18, 4). Ma ben presto il primo giorno della settimana, giorno della risurrezione di Gesù, diventa il giorno di culto della Chiesa, in quanto giorno del Signore (Atti 20, 7; Apoc 1, 10). Vi si trasferiscono le pratiche che gli Ebrei collegavano volentieri al sabato, come l’elemosina (1 Cor 16, 2) e la lode divina. In questa nuova prospettiva l’antico sabato giudaico acquista un significato figurativo, come molte altre istituzioni del VT. Con il loro riposo, gli uomini commemoravano in esso il riposo di Dio nel settimo giorno. Ora Gesù è entrato in questo riposo divino con la sua risurrezione, e noi abbiamo ricevuto la promessa di entrarvi dietro di lui (Ebr 4, 1-11). Sarà questo il vero sabato, in cui gli uomini si riposeranno dalle loro fatiche, ad immagine di Dio che si riposa dalle sue opere (Ebr 4, 10; Apoc 14, 13).
 
Il riposo di Dio: Dies Domini 11: Il «riposo» di Dio non può essere banalmente interpretato come una sorta di «inattività» di Dio. L’atto creatore che è a fondamento del mondo è infatti di sua natura permanente e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso si preoccupa di ricordare proprio in riferimento al precetto del sabato: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5, 17). Il riposo divino del settimo giorno non allude a un Dio inoperoso, ma sottolinea la pienezza della realizzazione compiuta e quasi esprime la sosta di Dio di fronte all’opera «molto buona» (Gn 1,31) uscita dalle sue mani, per volgere ad essa uno sguardo colmo di gioioso compiacimento: uno sguardo «contemplativo», che non mira più a nuove realizzazioni, ma piuttosto a godere la bellezza di quanto è stato compiuto; uno sguardo portato su tutte le cose, ma in modo particolare sull’uomo, vertice della creazione. È uno sguardo in cui si può in qualche modo già intuire la dinamica «sponsale» del rapporto che Dio vuole stabilire con la creatura fatta a sua immagine, chiamandola ad impegnarsi in un patto di amore. È ciò che egli realizzerà progressivamente, nella prospettiva della salvezza offerta all’intera umanità, mediante l’alleanza salvifica stabilita con Israele e culminata poi in Cristo: sarà proprio il Verbo incarnato, attraverso il dono escatologico dello Spirito Santo e la costituzione della Chiesa come suo corpo e sua sposa, ad estendere l’offerta di misericordia e la proposta dell’amore del Padre all’intera umanità.
 
Gregorio Magno, Lettera a Teoctista sorella dell’imperatore: Ho amato la bellezza della vita contemplativa, come se fosse Rachele sterile, ma bella e di buona vista; che, se nella sua solitudine genera di meno, scorge meglio tuttavia la luce. Ma non so per quale nascosto giudizio, nella notte si è unita a me Lia, cioè la vita attiva: è feconda, ma ammalata d’occhi: vede di meno, anche se partorisce di più. Mi sono affrettato di sedere ai piedi del Signore insieme con Maria, per ascoltare le parole della sua bocca; ed ecco che, insieme con Marta, vengo costretto ai servizi esterni, a molte preoccupazioni. Dopo che è stata cacciata da me una legione di demoni, come ritengo, ho desiderato di dimenticare ciò che sapevo e di riposarmi ai piedi del Salvatore; ma, allontanato contro mia voglia, mi si dice: Ritorna a casa tua e annuncia quanto ha operato per te il Signore [Mc 5,19]. Ma chi potrebbe, fra tante cure terrene, annunciare i miracoli di Dio, che mi è già difficile solamente ricordare? Oppresso, in questa mia dignità, dal tumulto delle faccende mondane, mi sembra di essere uno di coloro di cui sta scritto: Li hai abbattuti mentre venivano innalzati [Sal 72,18]. E non dice: Li hai abbattuti dopo che furono innalzati, ma: mentre venivano innalzati, perché gli uomini cattivi, mentre sospinti dall’onore temporale sembrano esteriormente innalzarsi, interiormente cadono. L’elevazione è la loro rovina e, mentre si appoggiano sulla gloria falsa, perdono la gloria vera.
 
Testimoni di Cristo -  Santa Teresa di Calcutta - Se la potenza del Vangelo passa dalla fragilità: Dio ci parla nelle fragilità, nelle ferite, negli angoli bui, nelle nostre gabbie, nelle nostre sofferenze. E la sua parola è un gesto di vicinanza, è una condivisione profonda, è un prenderci per mano per camminare assieme. E ricordando le mani di Madre Teresa di Calcutta viene in mente proprio questa enorme potenza di luce, scaturita da una donna fragile agli occhi del mondo, ma forte come una roccia alla luce del Vangelo. Dietro a quella “piccola testimone”, infatti, si nascondeva la potenza dirompente e gigantesca dell’amore del Dio di Gesù Cristo, che ha scelto di condividere in tutto e per tutto, tranne il peccato, la nostra esperienza esistenziale. Agnes Gonxha Bojaxiu era nata in Macedonia nel 1910 ed era entrata nella Congregazione delle Suore Missionarie di Nostra Signora di Loreto. A 19 anni si trovò in India dove emise i voti e cominciò a dedicarsi all’insegnamento. Nel 1946, mentre si trovava in treno, ebbe la sua “seconda chiamata”: avrebbe dovuto dare vita a una nuova congregazione che si dedicasse agli ultimi tra gli ultimi. Fu così che quella fragile donna portò tra le vie di Calcutta, con l’aiuto delle sue Missionarie della Carità, l’amore di Dio e la forza del Vangelo. Negli anni coltivò una profonda amicizia umana e spirituale con Giovanni Paolo II. Madre Teresa morì il 5 settembre 1997 ed è santa dal 2016.
 
O Dio,
che hai chiamato santa Teresa [di Calcutta], vergine,
a rispondere all’amore del tuo Figlio,
assetato sulla croce,
con sublime carità verso i più poveri,
concedi a noi, per sua intercessione,
di servire Cristo nei fratelli sofferenti.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
a rispondere all’amore del tuo Figlio,
assetato sulla croce,
con sublime carità verso i più poveri,
concedi a noi, per sua intercessione,
di servire Cristo nei fratelli sofferenti.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.