30 Settembre 2026
 
San Girolamo, Presbitero e Dottore della Chiesa
 
Gb 9,1-12.14-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 87 (88); Lc 9,57-62
 
Benedetto XVI (Udienza Generale): Che cosa possiamo imparare noi da san Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice san Girolamo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, prol.). Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev’essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio per ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio, che si rivolge anche a noi, e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la Liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna.
E così concludo con una parola di san Girolamo a san Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l’eternità, la vita eterna. Dice san Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità, la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Da una parte Dio, il creatore, dall’altra parte l’uomo, la creatura. Solo Dio può chiedere conto all’uomo delle sue azioni, e non viceversa. Questo Giobbe lo sa, e pur nella consapevolezza di essere “giusto”, sa anche che soltanto Dio può emettere sull’uomo un veritiero giudizio o di condanna o di misericordia.
 
Vangelo
Ti seguirò dovunque tu vada.
 
Il Vangelo racconta di tre uomini che dichiarano la loro disponibilità a divenire discepoli di Cristo. Al primo Gesù prospetta la sequela come una rinuncia alla casa, alla famiglia e a tutto ciò che dà sicurezza, dal secondo esige di essere seguito subito e al terzo dice in modo assai esplicito che per i suoi discepoli non c’è spazio per i rimpianti di quanto si lascia. Tre racconti di vocazioni che sono accomunate da una sola esigenza: lasciare tutto, anche gli affetti più cari per seguire Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,57-62
 
In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre».
Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
 
Parola del Signore.
 
Le tre vocazioni sono accomunate da un’unica radicale esigenza: lasciare tutto. Bisogna comunque ammettere che Gesù tale radicalità non l’ha richiesta a tutti i discepoli. Non a tutti chiese l’abbandono dei beni (Cf. Lc 8,13). Per esempio non lo chiese a Zaccheo (Lc 19,1-10). Non a tutti chiese la rinuncia al matrimonio (Mt 19,3-12).
Nella prima scena è un uomo a prendere l’iniziativa e Gesù con la sua risposta, il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo, vuole sottolineare che egli «è profugo e ramingo, peggio degli animali, perché è rifiutato dai suoi compaesani, dai samaritani e infine dai giudei; è ricercato da Erode come pericoloso [Cf. 13,31-33]. La sua vera povertà è l’insicurezza, la situazione precaria in cui si trova, privo di alleanze e di protezioni. Il discepolo che si mette al suo seguito deve sapere che condividerà questo destino in cui non è possibile avere una stabilità o un insediamento protettivo nelle strutture mondane» (Rinaldo Fabris).
Nella seconda e nella terza chiamata le esigenze vocazionali si fanno più radicali: neppure i legami filiali e gli obblighi più sacri, come la sepoltura del padre, possono ritardare la risposta dell’uomo.
Gesù è più esigente degli antichi profeti, e in modo particolare del profeta Elia (cfr. la vocazione di Eliseo: 1Re 19,19ss): per chi vuol farsi discepolo del Cristo tutto deve passare in secondo piano, nessuna cosa al mondo può distrarlo dalla proclamazione del Regno di Dio. Tanto meno, una volta imboccata la strada del discepolato, è possibile tornare indietro.
Gesù «si dimostra assai più esigente dell’antico profeta Elia: egli non vuole solo coraggio e prontezza nel raccogliere l’invito-comando suo, ma esige anche fermezza e costanza nel portare avanti il proprio impegno, senza operare sconti e senza rimpianti o pentimenti. Egli non vuole discepoli nostalgici!» (Carlo Guidelli).
Alla luce della proposta dei figli di Zebedeo, l’insegnamento di Gesù suona come monito anche per chi è già entrato a fare parte del suo entourage.
 
Per approfondire
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio: È significativo che tutte e tre le risposte del Signore riguardino l’abitare in famiglia.
Al primo è detto che non gli è permesso dimorare praticamente in famiglia. Il secondo non deve restare in  famiglia, fino a quando non possa staccarsene, senza dare scandalo. Ed il terzo non deve avere nessun riguardo per la famiglia. Non è un caso che in tutte e tre le risposte venga fuori lo stesso elemento. Poiché i congiunti sono sempre più convinti di poter far valere i loro diritti. E si scandalizzano e si urtano sempre più, quando la chiamata di Dio toglie un membro dalla famiglia. Spesso genitori e fratelli non comprenderanno come un figlio o una figlia possa seguire la chiamata di Dio senza condizioni. Ed il figlio o la figlia devono chiudere un occhio su questa incomprensione e sopportare. Dio è più grande. Quando mette la mano su un uomo, quest’uomo appartiene esclusivamente a lui. Niente mezzi termini, nessuna divisione, nessun compromesso. E proprio perché la rinunzia riesce spesso difficile, e lo strappo è doloroso, Gesù formula la sua risposta in termini secchi e duri. C’è una sola alternativa. Chi vuole andare con lui, deve essere con lui. E lui è essenzialmente solo. Perciò il discepolo deve dividere la sua solitudine.
 
Ti seguirò: Veritatis splendor 21: Seguire Cristo non è una imitazione esteriore, perché tocca l’uomo nella sua profonda interiorità. Essere discepoli di Gesù significa essere resi conformi a Lui, che si è fatto servo fino al dono di sé sulla croce (cf Fil 2,5-8). Mediante la fede, Cristo abita nel cuore del credente (cf Ef 3,17), e così il discepolo è assimilato al suo Signore e a Lui configurato. Questo è frutto della grazia,della presenza operante dello Spirito Santo in noi. Inserito in Cristo, il cristiano diventa membro del suo Corpo, che è la Chiesa (cf 1 Cor 12,13.27). Sotto l’impulso dello Spirito, il Battesimo configura radicalmente il fedele a Cristo nel mistero pasquale della morte e risurrezione, lo «riveste» di Cristo (cfr. Gal 3,27): «Rallegriamoci e ringraziamo - esclama sant’Agostino rivolgendosi ai battezzati -: siamo diventati non solo cristiani, ma Cristo (...). Stupite e gioite: Cristo siamo diventati!». Morto al peccato, il battezzato riceve la vita nuova (cfr. Rm 6,3-11): vivente per Dio in Cristo Gesù, è chiamato a camminare secondo lo Spirito e a manifestarne nella vita i frutti (cfr. Gal 5,16-25). La partecipazione poi all’Eucaristia, sacramento della Nuova Alleanza (cfr. 1Cor 11,23-29), è vertice dell’assimilazione a Cristo, fonte di «vita eterna» (cfr Gv 6,51-58), principio e forza del dono totale di sé, di cui Gesù secondo la testimonianza tramandata da Paolo comanda di far memoria nella celebrazione e nella vita: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga» (1Cor 11,26).
 
Le condizioni poste da Gesù per diventare suoi discepoli - Filosseno di Mabbug (Hom., 9, 306-307.312-313): “Colui che mette mano all’aratro e poi si gira indietro non è adatto per il Regno di Dio” (Lc 9,62). Colui che svolge con cura questo lavoro della natura e guida l’aratro e i buoi secondo le regole umane, non smette mai di guardare davanti a sé; non guarda mai all’indietro perché un tal modo di lavorare non sarebbe farlo con cura, non potrebbe camminare avanti a sé, i suoi solchi non sarebbero aperti in linea diritta, e i buoi non procederebbero innanzi; e questo, per quanto si tratti di lavoro materiale e chi lo vede appartenga del pari all’ordine corporale. Ora, il lavoro del mio discepolo è diverso dall’altro, così come un mondo differisce dall’altro, e una vita dall’altra, e gli esseri immortali dai mortali, e Dio dagli uomini. Se dunque assumi il giogo della mia disciplina nella tua anima e nel tuo corpo, svolgi con cura il lavoro dei miei precetti...
Molti si fanno discepoli per fregiarsi del nome di Cristo e non per onorare Cristo; si lasciano ingaggiare da lui per rimanere nei piaceri corporei e non per portare le austerità dei suoi comandamenti. Altri si avvicinano a questa regola che esige rinuncia, spinti dal desiderio di Mammona, e per acquistare fuori dal mondo quello che non possono avere standovi dentro. Attraverso quell’unico discepolo di cui parla il Vangelo del nostro Salvatore, Gesù ha stigmatizzato questo pensiero iniquo in tutti gli altri: “Maestro, ti seguirò dovunque andrai; e Gesù gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20; Lc 9,58). Lungi da me, discepolo d’iniquità! Io non posso darti quello che tu desideri e tu non puoi ricevere quello che io ti do; conosco ciò che chiedi e io non ti do ciò che cerchi; hai creduto di venire a me per amore della ricchezza; sei andato a cercare le tenebre nella luce, la povertà nel possesso autentico, e la morte nella vita; tu vuoi acquistare venendo a me quanto io chiedo a tutti di lasciare per seguirmi; la porta per la quale sei spinto ad entrare per seguirmi è la stessa per la quale voglio farti uscire. Ecco perché non ti accolgo. Io sono povero per la mia condizione pubblica, e, per tal motivo, non detengo pubbliche ricchezze da elargire nel mondo in cui sono venuto. Io sono visto come uno straniero e non ho né casa né tetto, e chi vuole essere mio discepolo eredita da me la povertà: perché vuoi acquistare da me ciò che ti faccio rinunciare a possedere?
 
Testimoni di Cristo - San Girolamo - Che siano parole o altri strumenti, ciò che conta è portare il Vangelo a tutti: San Girolamo ci offre un interessante spunto di meditazione: oggi, nel XXI secolo, la parola “funziona” ancora come mezzo di trasmissione del Vangelo? La riflessione parte dalla consapevolezza che ogni cristiano ha un’unica chiara vocazione: essere portatore di Dio nel mondo in ogni angolo del pianeta e in ogni tempo, ma oggi sembrano essere efficaci altri linguaggi. In realtà, però, anche se la parola era di certo lo strumento privilegiato per Girolamo, cui si deve la versione “popolare” della Bibbia in latino (la cosiddetta “Vulgata”), a ben guardare la scrittura non è mai stato l’unico mezzo di trasmissione della fede, che passa da un corpo vivo, la Chiesa, con tutte le sue espressioni, dal culto fino alla carità. San Girolamo (o Gerolamo), sacerdote e dottore della Chiesa, allora ci ricorda in realtà che, qualsiasi mezzo scegliamo per portare la Parola di Dio, la preoccupazione dev’essere quella di arrivare a tutti, di toccare le vite di tutti. Era nato in Dalmazia nel 347 e aveva studiato a Roma, spostandosi poi a Treviri. Si trovò in seguito ad Aquileia, dove aveva coltivato anche l’ideale della vita comunitaria. Battezzato nel 366, dal 375 fu eremita in Oriente: visse per qualche tempo nel deserto, per poi trasferirsi ad Antiochia e Costantinopoli. Dopo un periodo a Roma, dove fondò una comunità di vita religiosa femminile, nel 385 s’imbarcò alla volta della Terra Santa: a Betlemme fondò un monastero maschile e uno femminile. Fino alla morte, nel 420, si dedicò alla traduzione della Bibbia. (Matteo Liut)  
 
O Dio, che hai dato al santo presbitero Girolamo
un amore soave e vivo per la Sacra Scrittura,
fa’ che il tuo popolo si nutra sempre più largamente
della tua parola e trovi in essa la fonte della vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 29 SETTEMBRE 2026
 
Santi Michele, Gabriele e Raffaele, Arcangeli
 
Dn 7,9-10.13-14 oppure Ap 12,7-12a; Salmo Responsoriale dal Salmo 137 (136); Gv 1,47-51
 
Ma che cosa è un Angelo? - Benedetto XVI (Omelia, 29 settembre 2007): La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti. Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola “El”, che significa “Dio”. Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui. Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri - angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio.
 
-> L’evangelista ci riferisce che, quando Gesù vede Natanaele avvicinarsi esclama: "Ecco davvero un Israelita, in cui non c’è falsità" (Gv 1, 47). Si tratta di un elogio che richiama il testo di un Salmo: "Beato l’uomo ... nel cui spirito non c’è inganno" (Sal 32, 2), ma che suscita la curiosità di Natanaele, il quale replica con stupore: "Come mi conosci?" (Gv 1, 48a). La risposta di Gesù non è immediatamente comprensibile. Egli dice: "Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico" (Gv 1, 48b). Non sappiamo che cosa fosse successo sotto questo fico. È evidente che si tratta di un momento decisivo nella vita di Natanaele. Da queste parole di Gesù egli si sente toccato nel cuore, si sente compreso e capisce: quest’uomo sa tutto di me, Lui sa e conosce la strada della vita, a quest’uomo posso realmente affidarmi. E così risponde con una confessione di fede limpida e bella, dicendo: "Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele" (Gv 1, 49). In essa è consegnato un primo, importante passo nell’itinerario di adesione a Gesù. (Benedetto XVI, catechesi del 4 ottobre 2006)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: In questa seconda parte del libro di Daniele predominano un linguaggio e uno stile che vengono definiti apocalittici (rivelazione). Le visioni sono caratterizzate da simboli complessi, per questo si ha spesso l’intervento di un angelo che le interpreta per Daniele. I troni che vengono collocati sono i troni dei giudici, i santi di Dio che vengono chiamati a giudicare con lui. Il fiume di fuoco che scorre dinanzi al vegliardo (Dio), simboleggia l’ira di Dio, quale fuoco divorante i suoi nemici. Il titolo Figlio dell’uomo (aramaico bar nasha’, o l’ebraico ben ‘adam) equivale in primo luogo a «uomo» (cfr. Sal 8,5). Ma l’espressione ha qui un senso particolare, eminente, per cui designa un uomo che supera misteriosamente la condizione umana. Nei vangeli indica Gesù. Una lettura delle visioni notturne alla luce del Nuovo Testamento fa comprendere che il testo parla di un futuro molto lontano dal tempo di Daniele, un futuro nel quale i cieli sono aperti.
 
Vangelo
Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo. 
 
... io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi: un’espressione difficile da interpretare e che “in questo contesto può alludere a un luogo di riposo, simbolicamente evocativo della prosperità e della pace messianica [cfr. 1Re 4,25; Is 36,16; Mi 4,4; Zc 3,10], oppure a un luogo di raccoglimento per la meditazione delle Scritture e per la preghiera” (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline). Ma al di là di queste interpretazioni, è da sottolineare come Gesù conosca soprannaturalmente gli uomini e gli avvenimenti: Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo (Gv 2,24-25). Allo stupore segue la professione di fede: Rabbi, tu sei figlio di Dio. Gesù replica a Natanaele ricordando la visione di Giacobbe: gli Angeli sono sempre al servizio del Figlio dell’uomo, ma anche al servizio degli uomini. Essi ci aiutano ad avere un senso più profondo della santità e maestà Dio e contemporaneamente un senso di grande fiducia in quanto sono nostri amici e inseparabili compagni di viaggio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,47-51
 
In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi?
Vedrai cose più grandi di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
 
Parola del Signore
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): L’incontro Gesù-Natanaele è ben descritto. Gesù gli fa capire che lo conosce in profondità; anzi, che l’ha conosciuto e visto, e perciò scelto, prima ancora che Filippo lo chiamasse. Gesù già sapeva che Natanaele era un vero israelita, cioè che apparteneva a quel resto di Israele, povero e umile, che viveva, alimentandosi alle Scritture, l’ansiosa attesa del Messia.
Di fronte a questa esperienza Natanaele pronuncia il suo atto di fede, premettendo di riconoscersi discepolo. Egli chiama Gesù «Rabbi», cioè «Maestro», e poi aggiunge: «Tu sei il Figlio di Dio; tu sei il re d’Israele». Il suo atto di fede è unicamente fondato sulle Scritture ed è strettamente legato alle profezie messianiche davidiche. L’espressione «Figlio di Dio» non ha qui la solennità di 1,34. Qui è spiegata dall’espressione: «Tu sei il re d’Israele». Il Messia, attese come discendente di Davide, era, secondo la promessa, chiamato «Figlio di Dio» (2Sam 7,14; Sal 89,4-5.27-28). Natanaele si mantiene come Filippo, in un orizzonte puramente nazionalistico. È Gesù che lo porta a conoscere il di più: «Vedrai cose maggiori di queste»; e poi passa all’uso del plurale, chiaro indizio che qui Natanaele è visto come tipo di un gruppo: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (l,51).
Natanaele, sentendo Gesù, è subito riportato alle Scritture, a quanto scrisse Mosè; in particolare al sogno di Giacobbe (Gn 28,10-22). Ora però, si parla di «cielo aperto», e non si parla di «terra»; perciò non si può dire con Giacobbe: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è la casa di Dio; questa è la porta del cielo». Ora questo luogo, questa casa, questa porta è il Figlio dell’uomo, come ama chiamarsi Gesù; ed è lui che apre la via del cielo.
È difficile dire che cosa, quel giorno, abbia capito Natanaele, ma è certo che per l’evangelista e la comunità cristiana Gesù è il tempio di Dio, il luogo di incontro tra Dio e l’umanità, tra Dio e ciascun uomo. Certamente le Scritture (per noi cristiani l’ Antico Testamento) ci parlano e ci conducono a Gesù, come hanno condotto Filippo e Natanaele. Il compimento delle Scritture, però, va oltre il previsto: la realtà supera sempre la promessa.
 
Per approfondire
 
Angelo - Gottfried Hermann: Gli scritti biblici conoscono diversi angeli, che si distinguono per il modo di apparire e soprattutto di agire. La maggior parte delle volte gli angeli appaiono come messaggeri e portavoce di Dio: il malak JHWH comanda ad Abramo di risparmiare suo figlio (Gen 22,11). Questo angelo di JHWH a volte non è distinguibile dallo stesso JHWH (Gen 18). Agli angeli viene spesso attribuito un potere di devastazione o di castigo, per es. all’angelo sterminatore, oppure allo spirito che causa dissidi politici, Gdc 9,23. In questo caso non si possono separare gli angeli dalla sventura che essi portano; questo è particolarmente chiaro nel Sal 78,49. Talvolta gli angeli sono visti come cherubim, cioè esseri ibridi alati, come quelli noti soprattutto a Babilonia: Gen 3,24 è uno di questi angeli che fa la guardia all’albero della vita; nel Sal 18,11 esso è colui che accompagna JHWH che discende dai cieli. Ezechiele si è servito in modo particolare di questa immagine. Altri angeli costituiscono una corte celeste che celebra JHWH (Is 6), a lo consiglia (Gb l,6ss). Soltanto più tardi gli angeli hanno un nome (Daniele, Tobia) e sono visti ora come angeli custodi personali (Raffaele per Tobia), come protettori dei popoli (On 10,11ss), come intercessori presso Dio (Zc 3), come interpreti dei progetti divini (Zc l,9.11ss). Nell’apocalittica tardogiudaica, ma anche nell’Apocalisse neotestamentaria, essi svolgono un ruolo molto importante. La credenza veterotestamentaria negli angeli è una mescolanza variopinta e disarmonica di antica fede popolare (cf. Gen 6,1-4), dèi stranieri denigrati (Lv 16,8ss)e divinità sbiadite (serpente di rame) d’influenza babilonese e (più tardi) iraniana. Come dimostra Rm 8,38s, Paolo condivide ancora la concezione degli angeli di sventura; parlando di “troni” e “dominazioni” (Col 1,16) Paolo intende angeli dei popoli, cioè soprattutto la potenza della Roma pagana. Soltanto nei Sinottici gli angeli, in quanto messaggeri di Dio e interpreti dell’evento della salvezza (Le 1; 2; At l,10s), vengono separati dai demoni quali cause di malattia e di possessione (Mc 3,23-27). Gesù, manifestandosi padrone dei demoni dimostra di essere colui che possiede la potenza del creatore e introduce il regno di Dio escatologico (Mc 3,27).
 
1. Gli angeli di Iahve e l’Angelo di Iahve - Pierre-Marie Galopin e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica):  Riprendendo un elemento corrente nelle mitologie orientali, ma adattandolo alla rivelazione del Dio unico, il VT rappresenta sovente Dio come un sovrano orientale (1 Re 22,19; Is 6,1 ss). I membri della sua corte sono pure i suoi servi (Giob 4,18); sono anche chiamati i santi (Giob 5,1; 15,15; Sal 89,6; Dan 4, io: oppure i figli di Dio (Sal 29,1; 89,7; Deut 32,8). Tra essi, i Cherubini (il cui nome è di origine mesopotamica) sostengono il suo trono (Sal 80,2; 99,1), tirano il suo carro (Ez 10,1 s), gli servono da cavalcatura (Sal 18,11) oppure custodiscono l’ingresso del suo dominio per interdirlo ai profani (Gen 3,24); i serafini (gli «ardenti») cantano la sua gloria (Is 6,2s), ed uno di essi purifica le labbra di Isaia durante la sua visione inaugurale (Is 6,7). Si ritrovano i cherubini nella iconografia del tempio, dove riparano l’arca con le loro ali (1Re 6,23-29; Es 25,18s). Tutto un esercito celeste (1Re 22,19; Sal 148,2; Neem 9,6) fa cosi risaltare la gloria di Dio, ed è a sua disposizione per governare il mondo ed eseguire i suoi ordini (Sal 103,20); stabilisce un legame tra il cielo e la terra (Gen 28,12).
Tuttavia, a fianco di questi messaggeri enigmatici, gli antichi racconti biblici conoscono pure un Angelo di Jahve (Gen 16,7; 22,11; Es 3,2; Giud 2,1), che non è diverso da Jahve stesso, manifestato quaggiù in una forma visibile (Gen 16, 13; Es 3,2): abitando in una luce inaccessibile (1Tim 6,16), Dio non può lasciar vedere la sua faccia (Es 33,20); gli uomini non ne scorgono mai se non un misterioso riflesso. L’ Angelo di Jahve dei testi antichi serve quindi ad esprimere una teologia ancora arcaica che, con l’appellativo «Angelo del Signore» lascia tracce fin nel NT (Mt 1,20.24; 2,13.19; Lc 1, 11; 2,9), e persino nella patristica.
Tuttavia, a misura che la rivelazione progredisce, la sua funzione è sempre più devoluta agli angeli, messaggeri ordinari di Dio.
 
San Michele: “Per quanto frammentarie, le notizie della Rivelazione sulla personalità ed il ruolo di San Michele sono molto eloquenti. Egli è l’Arcangelo che rivendica i diritti inalienabili di Dio. È uno dei principi del Cielo eletto alla custodia del Popolo di Dio, da cui uscirà il Salvatore. Ora il nuovo popolo di Dio è la Chiesa. Ecco la ragione per cui Essa lo considera come proprio protettore e sostenitore in tutte le sue lotte per la difesa e la diffusione del regno di Dio sulla terra. È vero che «le porte degli inferi non prevarranno», secondo l’assicurazione del Signore, ma questo non significa che siamo esenti dalle prove e dalle battaglie contro le insidie del maligno. In questa lotta, l’Arcangelo Michele è a fianco della Chiesa per difenderla contro tutte le nequizie del secolo, per aiutare i credenti a resistere al Demonio che «come leone ruggente va in giro cercando chi divorare». Questa lotta contro il Demonio, che contraddistingue la figura dell’Arcangelo Michele, è attuale anche oggi, perché il Demonio è tuttora vivo ed operante nel mondo. Infatti il male che è in esso, il disordine che si riscontra nella società, l’incoerenza dell’uomo, la frattura interiore della quale è vittima non sono solo le conseguenze del peccato originale, ma anche effetto dell’azione infestatrice ed oscura del Satana, di questo insidiatore dell’equilibrio morale dell’uomo, che San Paolo non esita a chiamare «il dio di questo mondo», in quanto si manifesta come astuto incantatore, che sa insinuarsi nel gioco del nostro operare per introdurvi deviazioni tanto nocive, quanto all’apparenza conformi alle nostre istintive aspirazioni. Per questo l’Apostolo delle Genti mette i cristiani in guardia dalle insidie del Demonio e dei suoi innumerevoli satelliti, quando esorta gli abitanti di Efeso a rivestirsi «dell’armatura di Dio per poter affrontare le insidie del Diavolo, poiché la nostra lotta non è soltanto col sangue e con la carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i Dominatori delle tenebre, contro gli spiriti maligni dell’aria».” (Giovanni Paolo II, Discorso, 24 maggio 1987).

San Gabriele: “Gabriele [forza di Dio] è il messaggero della buona novella e viene inviato per annunciare agli uomini gli interventi straordinari dell’Eterno. A Daniele svela il piano di Dio [Dn 8,16; 9,21s];  a Zaccaria annuncia la nascita di Giovanni Battista [Lc 1,11-20]; a Maria, il mistero dell’Incarnazione [Lc 1,26-38] nella mirabile icona lucana della casa di Nazareth. In merito all’annunciazione, «era ben giusto che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi… Gabriele veniva per annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Dove dunque essere annunziato da “fortezza” colui che veniva quale signore degli eserciti e forte guerriero» [S. Gregorio Magno]. «Come sono belli i passi di colui che reca un lieto annunzio», esclamiamo con parole bibliche. Il nostro pensiero va certamente a Gabriele, ma anche a tutte le persone che disseminano parole e sentimenti di pace e di speranza. Esse ci ricordano anche che ciascuno di noi cristiano è inviato a portare il lieto annuncio della liberazione da ogni forma di schiavitù, specialmente morale. Mi sovviene un canto intitolato «Meraviglioso» dove si parla di un angelo vestito da passante. Quando lungo le strade, nelle nostre piazze vediamo dei poliziotti ci sentiamo più sicuri e protetti. Sappiamo tuttavia che la loro presenza, mentre rassicura noi scatena in alcuni reazioni che rendono sempre più pericoloso il loro ministero. Ma, a parte questo, dovremmo essere tutti, l’un per l’altro, motivo di rassicurazione e di aiuto, differentemente da come la logica dominante e la prassi imperante ci costringe: sparlare, calunniare, trinciare giudizi, spargere parole amare. Se riscoprissimo la forza liberante vivificante e trasfigurante delle parole benevoli!” (Mons. Lucio A. M. Renna, Vescovo Emerito, Omelia, 29 Settembre 2013).

San Raffaele: “San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore. Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie. Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere «l’angelo» risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso” (Benedetto XVI (Omelia, 29 Settembre 2007).
 
La presenza degli angeli - Origene, Comment. in Luc., 23, 8-9: Quanto a me, non esito affatto a pensare che gli angeli siano presenti anche nella nostra assemblea, in quanto essi vegliano non soltanto su tutta la Chiesa presa nel suo insieme, ma anche su ciascuno di noi. È di essi che parla il Salvatore, quando dice: I loro angeli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10). Ci sono qui due Chiese: quella degli uomini e quella degli angeli. Se quanto noi diciamo è conforme al pensiero divino e all’intenzione delle Scritture, gli angeli ne godono e pregano per noi. Ed è perché gli angeli sono presenti nelle Chiese, in tutte, o almeno in quelle che lo meritano e che appartengono a Cristo, che è prescritto alle donne, durante la preghiera, di avere un velo sulla testa a causa degli angeli (1Cor 11,10). Di quali angeli si tratta? Senza alcun dubbio degli angeli che assistono i santi e si rallegrano nella Chiesa; angeli che noi non vediamo perché il fango del peccato ci copre gli occhi, ma che vedono gli apostoli di Gesù ai quali il Signore dice: In verità, in verità vi dico: voi vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio che salgono e discendono sul Figlio dell’uomo (Gv l,51).
Se io avessi la grazia di vederli come gli apostoli e di guardarli come li contemplò Paolo, scorgerei senza dubbio ora la folla di angeli che vedeva Eliseo e che Gihezi, che era al suo fianco, non vedeva affatto. Gihezi aveva paura di essere catturato dai nemici, perché vedeva Eliseo tutto solo. Ma Eliseo, in quanto era profeta del Signore, si mise a pregare e disse: O Signore, apri gli occhi di questo servo in modo che egli veda che ci sono più con noi che con loro (2Re 6,17). E subito, alla preghiera di quel santo, Gihezi vide gli angeli che non vedeva prima.
 
Testimoni di Cristo - 29 Settembre 2022: Festa dei santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli - Volti, voci e segni di un Dio che è vicino: La fede, come l’amore, ha bisogno di segni, ha bisogno di essere comunicata e prendere forma nella storia dell’umanità, così come dentro le nostre storie personali. Le parole, i gesti, le relazioni: tutto è il segno di un Dio che si fa compagno di strada e che abita nella nostra quotidianità. È questo il potente messaggio che oggi ci offro le figure dei santi Michele, Gabriele e Raffaele. Da sempre presenti nella devozione popolare, essi sono coloro che mediano, che portano le parole di Dio fino alle nostre orecchie e ci ricordano chi è il Signore. Ma essi sono anche gli amici che raccolgono le nostre suppliche e le portano al cospetto di Dio. E i nomi tre arcangeli contengono i tratti del volto e del cuore divini: ci dicono che Dio è unico (Michele l’avversario del maligno), che ha un progetto di salvezza da offrire a tutto il mondo (Gabriele il messaggero) e ci sostiene a ogni nostro passo, anche il più incerto e doloroso (Raffaele il soccorritore). Il culto ha radici antiche che affondano nella tradizione veterotestamentaria e trovano alimento anche nel Nuovo Testamento (Gabriele è l’angelo che annuncia a Maria la nascita di Gesù). La loro identità porta un messaggio di speranza: Dio ci parla, sta a noi saperlo ascoltare davvero. (Matteo Liut)
 
O Dio, che con ordine mirabile
affidi agli angeli e agli uomini la loro missione,
fa’ che la nostra vita sia difesa sulla terra
da coloro che in cielo
stanno sempre davanti a te per servirti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 28 SETTEMBRE 2026
 
LUNEDÌ DELLA XXVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Gb 1,6-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 16 (17); Lc 9,46-50
 
Gesù (…) dopo aver parlato del primato del servizio, compie un gesto. Abbiamo visto che i gesti di Gesù sono più forti delle parole che usa. E qual è il gesto? Prende un bambino e lo pone in mezzo ai discepoli, al centro, nel luogo più importante. Il bambino, nel Vangelo, non simboleggia tanto l’innocenza, quanto la piccolezza.
Perché i piccoli, come i bambini, dipendono dagli altri, dai grandi, hanno bisogno di ricevere. Gesù abbraccia quel bambino e dice che chi accoglie un piccolo, un bambino, accoglie Lui. Ecco anzitutto chi servire: quanti hanno bisogno di ricevere e non hanno da restituire. (…) Accogliendo chi è ai margini, trascurato, accogliamo Gesù, perché Egli sta lì. E in un piccolo, in un povero che serviamo riceviamo anche noi l’abbraccio tenero di Dio.
Cari fratelli e sorelle, interpellati dal Vangelo, facciamoci delle domande: io, che seguo Gesù, mi interesso a chi è più trascurato? Oppure, come i discepoli quel giorno, vado in cerca di gratificazioni personali? Intendo la vita come una competizione per farmi spazio a discapito degli altri oppure credo che primeggiare significa servire? E, concretamente: dedico tempo a qualche “piccolo”, a una persona che non ha i mezzi per contraccambiare? Mi occupo di qualcuno che non può restituirmi o solo dei miei parenti e amici? (Papa Francesco, Angelus del 19 settembre 2021)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il Libro di Giobbe narra la vita di un uomo ricco, onesto, un uomo che vive nella terra di Uz, fuori dalla Palestina e che appare un esempio di vita esemplare, sia dal punto di vista religioso, che dal punto di vista umano. Il Satana (l’ebraico ha l’articolo), però, mette in dubbio la sua virtù e la sua fede, non è convinto che la religiosità di Giobbe sia autentica, così ottiene da Dio il potere di metterla alla prova: Giobbe deve perdere tutto quello che possiede, tutto, anche i propri figli. Ciò nonostante Giobbe non viene meno alla sua fede. Un messaggio assai chiaro valido per tutti i tempi: tutto quello che la Provvidenza dispone per l’uomo è ben fatto, anche le difficoltà dolorose, non solo non spezzano il legame con Dio, ma lo rafforzano e diventano preghiera e inni di benedizioni.
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro: Una nota per suggerirci che Dio riceve o dà udienza in determinati giorni come farebbe un sovrano.
Un giorno i figli di Dio (cfr. Gb 2,1; 38,7; Gen 6,1-4; Sal 29,1; 82,1; 89,7), si tratta di esseri superiori all’uomo, che formano la corte di Jahve e il suo consiglio. Vengono identificati con gli angeli (i LXX traducono: «gli angeli di Dio»; cfr. Tb 5,4).
Satana: Secondo l’etimologia ebraica, indica «l’avversario» (cfr. 2Sam 19,23; 1Re 5,18; 11,14.23.25a) oppure «l’accusatore» (Sal 109,6); qui però la sua parte è piuttosto quella di una spia. Si tratta di una figura equivoca, distinta dai figli di Dio, scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a coglierlo in fallo, capace di scatenare su di lui ogni sorta di mali e perfino di spingerlo al male (cfr. anche 1Cr 21,1). Anche se non è deliberatamente ostile a Dio, mette in dubbio però la riuscita della sua opera nella creazione dell’uomo.
Al di là del satana cinico, dall’ironia fredda e malevola, si profila l’immagine di un essere pessimista, che se la prende con l’uomo perché ha motivi per esserne invidioso. Il testo però non approfondisce i motivi del suo atteggiamento. Per tutti questi aspetti, si può accostare ad altri abbozzi o figurazioni dello spirito del male, in particolare del serpente di Gen 3, con cui in definitiva finirà per fondersi (cfr. Sap 2,24; Ap 12,9; 20,2) per incarnare la potenza diabolica (cfr. Lc 10,18). (Fonte: Bibbia di Gerusalemme, nota Gb 1,6)
 
Vangelo
Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.
 
I discepoli, per via si infervorano a discutere «tra loro chi fosse il più grande». Forse pensavano ai seggi da occupare nel regno di Gesù, ma la loro non è rozzezza perché questi discorsi nei loro paesi da sempre animavano riunioni o convìvi. Gesù approfitta del fatto per dare loro una lezione di vita cristiana: prende un bambino, se lo mette vicino e dice ai discepoli: Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande. In altre parole, chi si fa piccolo dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini sarà grande nel Regno di Dio. Gesù ancora una volta rovescia i modelli sui quali tanti maestri avevano costruito l’identikit del vero figlio della Legge (cfr. Lc 15,25-32).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,46-50
 
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande.
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
 
Parola del Signore.
 
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. La discussione dei discepoli, nell’ambiente giudaico, era d’obbligo e di grande importanza quando più uomini si venivano a trovare insieme. L’imbarazzo dei discepoli è dovuto dal fatto che essi comprendevano che tali discorsi erano contrari agli insegnamenti di Gesù. I bambini da accogliere nel nome di Gesù sono gli uomini più reietti, gli infelici, quelli che hanno bisogno di tutto: nel debole, nel povero risplende il volto del Cristo. Imitare Cristo significa sopra tutto “comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,6). E Gesù ha amato e privilegiato i poveri, gli ultimi, gli indifesi, tanto da identificarsi con essi. Chi accoglie un sofferente, un indifeso nel nome di Cristo onora Cristo e, in lui, Dio Padre: “È veramente giusto renderti grazie, Padre misericordioso: tu ci hai donato il tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro fratello e redentore. In lui ci hai manifestato il tuo amore per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi. Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli. Con la vita e la parola annunziò al mondo che tu sei Padre e hai cura di tutti i tuoi figli” (Preghiera Eucaristica V/c). Gesù ha voluto ritenersi presente nei bambini e in tutti i bisognosi, ma “vuole che anche le tenerezze verso queste categorie di persone siano dettate dall’amore verso di lui e che le premure siano usate a causa sua. In lui v’è il Padre. La carità verso il prossimo perciò diviene un atto religioso fondamentale, un rito cultuale verso Dio” (Vincenzo Raffa).
 
Per approfondire
 
Gesù e i bambini - Giuseppe Manzoni e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): Anzitutto i vangeli dell’infanzia s’interessano di Gesù bambino. Matteo ne sottolinea la messianicità, affermando che in lui si è compiuta la profezia di Isaia; egli è l’Emmanuele, «Dio con noi» (1,18-25). Nel c. 2 poi il termine paidion (= bambino) dà unità ai racconti dell’adorazione dei magi (vv. 8.9.11), della fuga in Egitto (vv. 13.14), dell’uccisione dei bambini betlemiti (v. 16: hoi paides), del ritorno dall’Egitto (vv. 20.21). Da parte sua, Luca racconta in parallelo l’infanzia di Gesù e di Giovanni, rilevando la superiorità del primo, che è il Figlio di Dio, e la funzionalità del secondo, che sarà il suo precursore (cc. 1-2).
La tradizione evangelica sinottica, inoltre, ha conservato il ricordo di un episodio significativo dell’esistenza di Cristo, che ha benedetto alcuni bambini, imponendo loro le mani (leggere Mc 10,13-16 e par.). Il suo comportamento contrasta con la mentalità dell’ambiente riflessa nella reazione dei discepoli che si oppongono all’incontro. È probabile che la chiesa primitiva, alle prese con il problema del battesimo dei bambini, vi si sia ispirata, motivando così la sua prassi di ammissione al sacramento e a riti sacri come l’imposizione delle mani e l’uso di formule d’invocazione.
Un bambino sta di nuovo al centro di un gesto profetico e di una solenne dichiarazione di Gesù. Questi contesta i sogni di grandezza dei discepoli che si contendevano il primato e, per dare plasticità alla sua esortazione all’umiltà, prende un fanciullo, lo mette in mezzo a loro e afferma paradossalmente che il più grande è il più piccolo (Lc 9,46-48 e par.). Marco e Luca poi fanno seguire un detto di Cristo sull’accoglienza dei bambini che equivale ad accogliere lui stesso (Mc 9,37 e Lc 9,48b).
Come i bambini - In alcuni detti del Signore i bambini sono stati presi come termine di paragone per evidenziare precisi atteggiamenti esistenziali richiesti agli adulti. Concordemente i tre vangeli sinottici collegano all’episodio dell’accoglienza dei bambini da parte di Gesù la seguente affermazione di principio: «Il regno dei cieli è degli uomini che "sono diventati come loro» (Mt 19,14 e par.; nostra traduzione). Marco e Luca vi aggiungono: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso» (Mc 10,15 e Lc 18,17). Matteo si rifà invece in 18,3: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». I tre detti hanno in comune di porre come condizione indispensabile d’ingresso nel regno un atteggiamento globale di piccolezza spirituale e umiltà di fronte a Dio, piccolezza e umiltà significate appunto dai bambini.
C’è infine da notare la sezione 18,5-14 del Vangelo di Matteo che trova unità letteraria e tematica nel motivo dei «piccoli» (= hoi mikroi). Si tratta di piccoli in senso traslato; in realtà, l’evangelista parla di credenti adulti modesti e di nessuna rilevanza all’interno della comunità matteana. Attualizzando qui detti del Signore, egli esorta la sua chiesa ad accoglierli fraternamente (v. 5), a dimostrare loro premurosa attenzione (vv. 6-9) e rispetto (v. 10), e a impegnarsi insonnemente perché, una volta smarriti, non abbiano a perdersi del tutto (vv. 12-14).
 
Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi: Nostra Aetate 5: Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: «Chi non ama, non conosce Dio» (1Gv 4,8). Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano. In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, «mantenendo tra le genti una condotta impeccabile» (1 Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli.
 
I cristiani devono gareggiare solo in umiltà: «Da ciò comprendiamo che con l’umiltà si giunge al regno, con la semplicità si entra in cielo. Chiunque desidera di conquistare il vertice della Divinità, cerchi l’umiltà più profonda; chiunque vuole superare il fratello nel regno, prima lo superi nell’ossequio, come dice l’ Apostolo: Superandovi vicendevolmente nel rendervi onore (Rm 12,10), lo superi nel servizio, per poterlo superare nella santità. Se infatti il fratello non ti ha offeso, merita l’ossequio quale manifestazione di amore; se invece forse ti ha offeso, merita maggiormente l’ossequio perché tu sia superiore a lui. Questa è l’essenza del nostro cristianesimo: rendere il contraccambio a quelli che ci amano, ripagare con pazienza quelli che ci offendono. Colui dunque che sarà stato più paziente di fronte a un’offesa diventerà più potente nel regno» (Massimo di Torino, Sermoni 48,1-2).
 
Testimoni di Cristo - San Venceslao - Il vero segno di un amore che non è del mondo: Anche se la violenza del mondo sembra prevalere, alla fine sarà solo l’amore a dire l’ultima parola, perché è nel cuore che abita ciò che ci rende davvero umani. Testimoniare il Vangelo significa diventare apostoli del cuore, mostrando al mondo la vera origine di tutto ciò che possediamo: Dio stesso. Nello scontro tra questo stile controcorrente e la mentalità del mondo sono tante le persone che hanno pagato con la vita. Come san Venceslao, sovrano boemo vissuto nel X secolo, che ebbe il coraggio di opporsi alle dinamiche dei potenti. Era nato a Praga forse nel 907, in un tempo in cui nella sua terra la fede cristiana era osteggiata dalla forte presenza pagana. Figlio del duca di Boemia, fu cresciuto alla luce del Vangelo dalla nonna paterna, Ludmilla. Dopo la morte del padre Venceslao si ritrovò, giovanissimo, a governare, impegnandosi, tra l’altro, a diffondere la fede. La sua opera di evangelizzazione, però, trovò l’opposizione della nobiltà pagana, che era appoggiata dal fratello di Venceslao, Boleslao. E fu proprio quest’ultimo, assieme a un gruppo di sicari ad attaccare Venceslao una mattina dell’anno 935, mentre si recava in chiesa a Stara Boleslav: difesosi dalla spada del fratello, il duca fu ucciso dagli altri nobili.
 
-> O Dio, che al santo martire Venceslao hai insegnato
ad anteporre il regno dei cieli al potere terreno,
per le sue preghiere fa’ che, rinnegando noi stessi,
aderiamo a te con tutto il cuore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
27 Settembre 2026
 
XXVI Domenica del Tempo Ordinario
 
Ez 18,25-28; Salmo Responsoriale dal Salmo 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21-28-32
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Se il malvagio si converte dalla sua malvagità, egli fa vivere se stesso: Ai sedicenti sapienti d’Israele che accusavano Dio di non essere retto nel suo agire, il profeta Ezechiele ricorda il principio della responsabilità individuale. Da questa controversia scaturisce anche una novità: l’uomo non è condizionato dal suo passato; se è stato un malvagio, se vuole, può convertirsi e godere della salvezza. Ma come il perverso può diventare buono, così il giusto può diventare cattivo. Ogni uomo è costruttore del proprio destino, o di morte o di vita. Nessuno, quindi, disperi della salvezza e nessuno sia così arrogante da sentirsi già salvo: timore e tremore sono per tutti (Cf. Fil 2,12).
 
Seconda lettura - Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: I versetti 6-11 da molti sono ritenuti un inno cristologico anteriore a Paolo. Mette in evidenza le diverse tappe del mistero del Cristo: la preesistenza divina, l’umiliazione della incarnazione, l’abbassamento ulteriore della morte, la glorificazione celeste, l’adorazione dell’universo, il titolo nuovo del Cristo. Si tratta del Cristo storico, Dio e uomo, nell’unità della sua personalità concreta che Paolo non divide mai, sebbene distingua i suoi diversi stati di esistenza (Cf. Col 1,13s).
Additando il Cristo come servo, Paolo vuole evidenziare il fatto che il Figlio di Dio, fatto uomo, ha adottato una via di umiliazione e di obbedienza. Forse Paolo pensa al «servo sofferente» di Isaia (42,1; 52,13-53,12).
Le affermazioni paoline sull’incarnazione di Gesù fanno intendere a chiare lettere che il Cristo non fu soltanto un vero uomo, ma un uomo «come gli altri», condividendo tutte le debolezze della condizione umana, «escluso il peccato» (Eb 4,15).
 
Vangelo
Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio.
 
Compostella (Messale per la vita cristiana). La parabola deì vignaioli omicidi è di un realismo tale che potremmo considerarla come una teologia della storia, L’omicidio è l’apogeo di una infedeltà continua, che nasconde naturalmente ingratitudine. È la storia dell’umanità e quella di ogni uomo, con i nostri limiti, le nostre ingiustizie, la nostra avarizia, le nostre ambizioni. Noi reagiamo spesso così davanti al bene che riceviamo dai nostri simili. Noi agiamo spesso così davanti alla bontà di Dio.
Siamo dei cattivi amministratori, che cominciano commettendo il grave errore di credersi padroni del regno e il minimo potere ci disturba, anche quello di Dio, assoluto ma non dominatore. Noi non ci troviamo al posto che dovremmo occupare, e ci piacerebbe vietare l’ingresso nel regno a coloro che vogliono entrarci. L’atteggiamento di Dio differisce completamente dal nostro. Ci ama allo stesso modo; ma non tollera che i suoi figli non mangino il pane che egli offre loro e che per di più si ostinino ad impedire agli altri di mangiarlo. Noi ci sbagliamo in tutto. E proprio quando ci sentiremo più sicuri, verremo privati dei nostri doni, perché non possediamo, anche se lo crediamo, alcuna esclusività.
È necessario che scopriamo Cristo come pietra angolare dell’edificio in pietre vive che è la Chiesa, alla quale siamo stati introdotti con il battesimo. Cerchiamo con coraggio di produrre frutti per raggiungere il regno dei cieli.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,28-32
 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
 
Parola del Signore.
 
Un uomo aveva due figli - La parabola dei due figli appartiene solo a Matteo. In modo esplicito annunzia l’imminente giudizio divino e la conseguente condanna dei capi del popolo d’Israele. Lo stesso tema lo si trova nelle due parabole che seguono: quella dei vignaioli omicidi (21,33-46) e quella del banchetto nuziale (22,1-14).
I due figli rappresentano, da una parte, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo che si ritenevano giusti davanti agli uomini (Cf. Lc 16,15); dall’altra, gli ultimi, gli emarginati, i peccatori i quali, nonostante tutto, si erano dimostrati disposti ad accogliere il Vangelo. I capi dei sacerdoti e gli anziani erano generalmente mal visti dal popolo e spesso additati come uomini ipocriti: non nel senso «più grossolano della parola, gente che finge, che conduce una doppia vita, ma in un senso molto più profondo, sdoppiati e insinceri innanzi tutto con se stessi. In realtà essi si sforzano di obbedire, prendono sul serio la Legge, si sforzano di adempierla fin nelle prescrizioni più piccole, persino quelle non obbligatorie [Mt 23,23; Cf. Lc 18,11s]. Eppure, nonostante tutto questo affannarsi, la loro obbedienza non è autentica» (Vittorio Fusco). Prova ne sia che al momento decisivo essi non hanno saputo cogliere gli appelli che Dio rivolgeva loro, attraverso Giovanni il Battista e Gesù di Nazaret.
Respingendo quegli appelli, essi rivelarono una radicale disobbedienza alla volontà salvifica di Dio. I due figli rappresentano queste due categorie di persone con i loro rispettivi modi di rispondere agli inviti pressanti di Dio.
La risposta dei due figli, che passano dal sì al no e dal no al sì, collima con la dottrina della responsabilità individuale del profeta Ezechiele (Cf. prima lettura): ogni uomo è libero come è libera la sua risposta agli appelli di Dio e con la sua risposta determina in modo irreversibile il suo futuro terreno ed eterno.
I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno. Non è una debolezza squisitamente divina che porta questa “gente poco onorabile” a salire vertiginosamente i gradini della salvezza, ma è la loro disponibilità ad aprirsi alla Buona Novella e a comportarsi di conseguenza mettendo in campo anche scelte che fanno sanguinare. In quest’ottica, la parabola dei due figli mette in luce la categoria di uomini sui quali si posano le preferenze divine: «Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Lc 6,46; Mt 7,21).
La ferma intenzione dell’empio a volgersi al bene apre un nuovo rapporto non soltanto con il futuro, ma anche con il passato. Se ha deciso di ritornare nella casa del Padre la vita passata non lo condiziona più, perché nel momento in cui si slancia tra le braccia di Dio, il Signore, una volta per sempre, straccia il documento scritto del suo debito, le cui condizioni gli erano sfavorevoli (Cf. Col 1,14).
Quindi, la bilancia del giudizio divino «non pende verso l’obbedienza o la disobbedienza come tali [non basta aver obbedito una volta per essere salvi, né aver disobbedito una volta per essere condannati], e neppure su una comparazione quantitativa [tanti anni di vita buona contro tanti anni di vita cattiva] ma pende sempre verso la scelta più recente, l’ultima compiuta» (Vittorio Fusco).
Nelle parole di Gesù è sottinteso così un importante messaggio ascetico; praticamente, l’uomo si costruisce momento per momento attraverso le sue scelte. La destinazione finale, Inferno o Paradiso, non è stata già determinata da una volontà superiore quanto capricciosa, ma è il frutto di un sì o di un no liberamente offerti ad una proposta di salvezza e mantenuti poi perpetuamente nel tempo.
Era venuto Giovanni a preparare la venuta del Messia e la sua predicazione, in perfetta sintonia con la predicazione profetica dell’Antico Testamento, aveva sollecitato gli uomini a camminare sulla «via della giustizia», ovvero a cercare il bene e ad abbandonare le strade tortuose del male e del peccato. A questa predicazione i peccatori avevano risposto in massa immergendosi nelle acque del Giordano per ricevere un battesimo di penitenza; invece, le guide spirituali del popolo eletto, all’inizio, avevano nicchiato e alla fine avevano opposto un netto rifiuto. Tanta ostinazione li smascherava palesemente come disobbedienti alla voce del Signore e di fatto si escludevano dal progetto salvifico di Dio. Solo chi fa la volontà di Dio è giusto e si incammina nella via della salvezza.
 
Per approfondire
 
Suore Apostoline - Ezechiele è il profeta dell’esilio che vive il dramma della deportazione insieme al popolo di Israele per il quale e dal quale è stato scelto come profeta e come sacerdote. Quelle che è chiamato a dire sono sempre parole scomode come scomodo e pieno di contraddizioni è il tempo che egli stesso vive insieme alla sua gente. In ballo qui c’è la responsabilità di Dio e la responsabilità di ciascuno nel vivere le conseguenze delle proprie azioni. Infatti il punto è che gli uomini e le donne di Israele pensano di essere stati puniti per le colpe dei propri padri («I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» Ez 18,2) e che quindi ingiustamente Dio applichi la sua giustizia di generazione in generazione, dai figli ai padri. Di fronte a queste accuse reagisce Dio stesso che prende la parola per definire meglio il suo concetto di giustizia. Ognuno, sia il giusto, che il malvagio, indipendentemente dalle colpe dei padri hanno possibilità di allontanarsi dalla giustizia uno e dal male l’altro. Per descrivere la posizione del malvagio ci sono due versetti (18,27-28) che, nella lingua originale sono molto musicali, pieni di giochi di parole e termini e verbi ripetuti, potrebbe suonare così: «Se si converte il malvagio dalla malvagità che ha fatto e fa ciò che è retto e giusto, fa vivere sé stesso (la propria anima). Ha visto, ha voltato le spalle a ogni trasgressione che ha fatto e certamente vivrà e non morirà». Il posto centrale viene dato a questo verbo «convertirsi» che è «voltarsi indietro», «cambiare passo» ma anche al verbo «fare». Il malvagio “fa” azioni a cui è meglio voltare le spalle. Il risultato è la possibilità di vivere una seconda volta e non morire a sé stessi. Questo a dimostrazione del fatto che possiamo arrivare tutti, al di là del punto di partenza, a Dio e alla sua Vita.
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo) - vv. 5-11 La prima e fondamentale virtù sociale è «l’umiltà», di cui il più luminoso esempio ci viene fornito dal capo stesso del corpo mistico: le membra perciò non possono fare a meno di nutrire «gli stessi sentimenti» del loro capo (v. 5).
Convinto di quanto difficile fosse il programma spirituale e morale proposto ai suoi fedeli, l’Apostolo vuol dimostrare che tuttavia è possibile, se imiteranno «l’esempio» di Cristo: infatti lo stato di umiltà assunto da Cristo presuppone una rinuncia infinitamente più grande di quella che ogni cristiano deve fare nei confronti del proprio fratello.
«Pur essendo nella forma di Dio» (v. 6), Cristo rinunciò a tutto lo splendore e alla gloria che competevano a questa sua condizione, per assumere la ordinaria «forma di servo, diventando (in tutto) simile agli uomini» (v. 7). Nella sua umanità, esclusa la parentesi della trasfigurazione, mai rifulse lo «splendore» accecante della divinità; anzi, questo apparve come eclissato, cancellato, addirittura «svuotato» (v. 7). E ciò non bastò a Cristo: dopo l’umiliazione dell’incarnazione, ecco l’umiliazione della morte di croce, accettata in piena «obbedienza» alla volontà del Padre (v. 8).
Come ricompensa però di questa catena di umiliazioni, Iddio «sovra-esaltò» (v. 9) la «umanità» di Cristo nella resurrezione, dandole una dignità, una gloria e uno splendore («nome») che la pone al di sopra di ogni altro essere creato (v. 9), umano, angelico o demoniaco (v. 10. Cfr. Efes. 1, 21; Ebr. 1, 4; 1Piet. 3, 22). E questo perché è l’«umanità» dello stesso Verbo di Dio, che tutti gli esseri ragionevoli finalmente proclameranno a piena voce «Signore» (Kùrios: v. 11), Dio eterno e immutabile, dominatore dei secoli e «giudice dei vivi e dei morti» (2Tim. 4, 1).
Tale «confessione» di fede costituirà la «gloria» più grande che si potrà dare al «Dio Padre» (v. 11), perché, implica la piena accettazione del suo disegno di amore e di saggezza.
Anche se una espressa conclusione di carattere ascetico-morale manca, essa è implicita nel contesto: come Cristo dalla sua «umiliazione» ha ricavato la massima «gloria», anche i cristiani ritrarranno dalle loro rinunce una grande gloria e ricompensa per se stessi e per tutto il corpo mistico, il quale, proprio dai buoni sentimenti di tutti, crescerà più splendente e vitale. Questo è il senso generale del passo.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo) - La parabola è un monito contro l’indurimento spirituale, la presunzione religiosa e la falsa sicurezza interiore, ed è un incitamento ad ascoltare Iddio, a seguire il suo richiamo. L’uomo deve sempre convertirsi e lasciarsi convertire, perché corre sempre il pericolo di battere strade sbagliate per colpa d’un contegno interiore sbagliato. Il pericolo è particolarmente grave allorché tutto, esteriormente, sembra in ordine. Vi è qualcosa di stupefacente nel fatto che Cristo preferisca i pubblicani e le meretrici ai farisei e agli scribi. Per le orecchie giudaiche è addirittura scandaloso. Ma Cristo guarda all’interno dell’uomo, e un peccatore conscio del proprio stato di colpa, che si converte nell’ora della grazia, è incomparabilmente più meritevole d’un devoto conscio della propria religiosità, che si sottrae al richiamo della grazia.
Considerata così, la parabola è di particolare importanza e gravità non tanto per quelli che stanno di fuori, quanto per coloro che stanno dentro.
Non è il no iniziale che vien lodato, ma la conversione, così come non viene biasimato il sì iniziale, ma la falsa «conversione» Esiste una falsa conversione dal sì al no; ne esiste una giusta dal no al sì. L’uomo vive costantemente in pericolo di rispondere con un no alla richiesta di Dio, perciò è importante che sia sempre disposto alla conversione, e che la realizzi totalmente.
 
Fulgenzio di Ruspe, De fide ad Petr. 38 - È solo questo il tempo della conversione: Il tempo per guadagnare la vita eterna Dio lo assegnò agli uomini solo in questa vita, nella quale volle che ci fosse anche una fruttuosa penitenza.
Pertanto, la fruttuosa penitenza è qui, perché qui l’uomo, deposta la malizia, può vivere bene, e, mutato il volere, mutare insieme i meriti e le opere e nel timor di Dio compiere le cose che piacciono a Dio. E chi non avrà fatto ciò in questa vita, subirà di certo la pena delle sue colpe nel secolo avvenire, ma non troverà indulgenza al cospetto di Dio; poiché sebbene lì ci sarà lo stimolo della penitenza, mancherà la correzione della volontà. Da questi infatti viene talmente biasimata la loro colpa, che in nessun modo da essi può essere amata o desiderata la giustizia. Infatti, la loro volontà sarà tale, da aver sempre in sé il supplizio della propria malvagità, e da non poter mai ricevere un desiderio di bontà. Poiché come coloro che con Cristo regneranno, non avranno in sé alcun residuo di cattiva volontà, così coloro che saranno condannati al supplizio del fuoco eterno col diavolo e i suoi angeli, come non avranno più alcun refrigerio, così non potranno in alcun modo avere una buona volontà. E come ai coeredi di Cristo sarà concessa la perfezione della grazia per l’eterna gloria, così a coloro che partecipano della stessa sorte del diavolo, la stessa malizia aumenterà la pena; allorché cacciati nelle tenebre esteriori, non saranno illuminati da nessuna luce interiore della verità.
 
Testimoni di Cristo - San Vincenzo de’ Paoli - Gesti d’amore che mostrano la “forma” del Vangelo: Che “forma” ha la fede nella storia? Come mostrare al mondo il volto di un Dio che si piega sulle nostre ferite e condivide la nostra sofferenza? Non c’è dubbio che proprio dalla capacità di amare si riconoscano i testimoni del Vangelo. Un’esperienza che passa prima di tutto dalla vicinanza e dalla cura di chi è nel bisogno, di chi è nel dolore, di chi si trova nel buio. Tra i tanti maestri su questa via troviamo anche san Vincenzo de’ Paoli.
Nato a Pouy in Guascogna il 24 aprile 1581, da giovane era stato guardiano dei porci. Prete a 19 anni, nel 1605, mentre era in viaggio da Marsiglia a Narbona, fu fatto prigioniero dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi. Nel 1607 venne liberato dal suo stesso «padrone», che grazie a lui si era convertito al cristianesimo. Arrivò quindi a Roma e poi a Parigi: divenne parroco nel 1612 nei pressi della città, dedicandosi in particolare ai bisognosi. Alla sua scuola si formarono sacerdoti, religiosi e laici che divennero poi gli animatori della Chiesa francese. Promosse una forma semplice e popolare di evangelizzazione. Fondò i Preti della Missione (Lazzaristi) e, insieme a santa Luisa de Marillac, le Figlie della Carità (1633). Per lui la regina di Francia inventò il Ministero della Carità. E da insolito «ministro» organizzò gli aiuti ai poveri su scala nazionale. Morì a Parigi il 27 settembre 1660 e fu canonizzato nel 1737. (Matteo Liut)
 
O Padre, che prometti vita e salvezza
a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia,
donaci gli stessi sentimenti di Cristo,
perché possiamo donare la nostra vita
e camminare con i fratelli verso il tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.