17 Giugno 2026
Mercoledì XI Settimana del Tempo Ordinario
2Re 2,1.6-14; Salmo Responsoriale dal Salmo 30 (31); Mt 6,1-6.16-18
Beato Pietro Gambacorta: Pietro Gambacorta da Pisa è il fondatore della Congregazione degli Eremiti, o Fratelli Poveri, di S. Girolamo (noti anche con il nome di “girolamiti”). Al tempo della sua giovinezza Pisa era una repubblica e suo padre, che portava il suo stesso nome, ne era il podestà. All’età di venticinque anni Pietro, travestito da penitente, lasciò segretamente la casa paterna andando a vivere in solitudine sul monte Bello, sostenendosi con l’elemosina degli abitanti del villaggio vicino. Là trovò i mezzi per costruire un oratorio e celle per una dozzina di compagni (la tradizione popolare dice che fossero briganti da lui convertiti); scelse Girolamo come patrono della nuova congregazione e redasse una regola, che includeva alcune norme tratte dagli scritti di quel grande dottore. I suoi monaci osservavano quattro quaresime all’anno, digiunando tutti i lunedì, mercoledì, venerdì e ogni notte prolungavano la preghiera di due ore dopo l’Ufficio Mattutino.
Nel 1393 suo padre e i suoi fratelli furono assassinati da nemici politici: l’istinto del legame famigliare lo spingeva a lasciare il suo eremo per compiere la vendetta ma, come la sorella, la B. Chiara Gambacorta (17 aprile), ritenne doveroso perdonare gli assassini. La congregazione approvata da papa Martino V nel 1421 si diffuse presto in varie parti d’Italia (contava a quel tempo quarantasei case nelle sole province di Ancona e Treviso).
Piccoli gruppi di eremiti e terziari si affiliarono alla congregazione, che nel 1668 fu poi unita da papa Clemente IX a quella di S. Girolamo di Fiesole; questo nuovo ordine è sopravvissuto fino al 1933. (Fonte: Il Santo del Giorno)
Liturgia della Parola
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Il pellegrinaggio di Eliseo in compagnia del suo maestro fino al Giordano, fino alle porte della terra promessa, scenario di gloriosi interventi salvifici, fa ricordare il pellegrinaggio di Elia attraverso il deserto verso il monte Oreb. Nei due casi abbiamo un viaggio simbolico che significa ritorno alle fonti e, più ancora, un ritorno in cerca della teofania e dell’incontro con Dio. che è sempre all’origine di ogni vocazione profetica. Questo viaggio verso l’incontro con Dio è orchestrato dal ritmo del racconto, che segna un itinerario durante il quale restano indietro, uno dopo l’altro, coloro che li accompagnano, e solo Elia ed Eliseo attraversano il Giordano fino al luogo del mistero.
La richiesta che fa Eliseo di due terzi dello spirito del maestro significava pretese di primogenitura, anzi comportava un concetto ereditario del profetismo, come se si trattasse d’ereditare la corona reale. Non chieder nulla gli risponde Elia. Infatti, l’elemento specifico del profetismo è il suo carattere carismatico.
Lo spirito soffia dove vuole, e Dio sceglie i suoi profeti da tutti gli ambienti e da tutti gli strati sociali, senza tener conto di privilegi di casta o di linee dinastiche. Questo, probabilmente, è il senso dell’espressione: Se mi vedrai quando sarò rapito lontano da te, ciò ti sarà concesso; in caso contrario non ti sarà concesso. Vale a dire: se Dio concede a Eliseo una sensibilità e una chiaroveggenza che gli permettano di
veder quello che resta nascosto alla comune dei mortali, avrà la prova di essere stato eletto per il ministero profetico. Il profeta è l’uomo chiaroveggente che sa leggere i segni dei tempi: leggere il passato per interpretare il presente e proiettarlo verso il futuro.
L’eredità del mantello di Elia, col quale Eliseo attraversa il Giordano per la seconda volta per andare dai suoi discepoli, è la prova e la garanzia che gli fanno capire che ha realmente ereditato lo spirito profetico di Elia.
II rapimento misterioso di Elia su un carro trainato da cavalli di fuoco offrì l’occasione per feconde speculazioni escatologiche, delle quali si fanno eco molti libri apocrifi e persino il libro biblico di Malachia.
Dal punto di vista cristiano, la questione è stata chiarita dalle parole di Cristo stesso: «Elia è già venuto» (Mc 17,12).
Egli interpreta il ritorno di Elia in un senso spirituale: Elia doveva tornare, ma non personalmente, bensì in una forma spirituale, in una persona rivestita di doti e caratteristiche simili a quelle di Elia. E questa persona fu Giovanni Battista.
Di rimbalzo, questa interpretazione spiritualista del ritorno di Elia ci autorizza a intendere nello stesso senso il suo misterioso rapimento. Come nel caso di Enoch (Gn 5.24), si vuole far intendere che Elia era gradito a Dio.
Il domma della risurrezione e dell’immortalità gloriosa nella casa di Dio è abbastanza tardivo nella teologia dell’Antico Testamento. Tuttavia, quelle morti speciali di Enoch e di Elia, come anche alcuni passi dei salmi (16,11; 49,16; 73,24), costituiscono una specie di presagio che annunzia una morte privilegiata per gli amici di Dio.
Vangelo
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Gesù esamina tre pilastri della pietà dei farisei: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù non li condanna, saranno pilastri anche per i cristiani, ma condanna l’ostentazione farisaica. L’elemosina, la preghiera e il digiuno saranno autentici solo se compiuti per piacere a Dio.
Quando pregate: con l’esempio (Mt 14,23), come con le istruzioni, Gesù ha insegnato ai suoi discepoli il dovere e la maniera di pregare. La preghiera deve essere umile davanti a Dio (Lc 18,10-14) e davanti agli uomini (Mt 6,5-6;12,40p), fatta con il cuore piuttosto che con le labbra (Mt 6,7), fiduciosa nella bontà del Padre (Mt 6,8;7,7-11p) e insistente fino all’importunità (Lc 11,5-8;18,1-8).
È esaudita se è fatta con fede (Mt 21,22p), in nome di Gesù (Mt 18,19-20, Gv 14,13-14;15,7;5,16;16,23-27), e chiede cose buone (Mt 7,11) come lo Spirito santo (Lc 11,13), il perdono (Mc 11,25), il bene dei persecutori (Mt 5,44p; cf. Lc 23,24), soprattutto l’avvento del regno di Dio e la perseveranza al momento della prova escatologica (Mt 24,20p; 26,41p, Lc 21,36; cf. Lc 22,31-32): vi è tutta la sostanza della preghiera-modello, insegnata da Gesù (Mt 6,9-15p). (Bibbia di Gerusalemme nota a Mt 6,5)
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,1-6.16-18
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Parola del Signore.
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Era già stato sancito da Gesù il principio: la legge dev’essere osservata dai discepoli con una perfezione superiore a quella degli scribi e dei farisei (5,20). Ora giunge il momento di applicare il principio ad alcune delle pratiche religiose più importanti in quei tempi: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù conserva, di fronte a queste pratiche, l’atteggiamento che aveva assunto di fronte alla legge: non le critica in sé, ma nel modo e con le finalità con le quali sono compiute particolarmente dai farisei, ipocriti, i quali su queste pratiche insistevano maggiormente. Le pratiche religiose sono presentate in base al principio della retribuzione: chi le compie per gli uomini, per essere stimato e lodato per esse, ha già ricevuto la sua ricompensa; chi le compie per Dio, riceverà la ricompensa da lui.
L’elemosina era tenuta in onore fra i giudei come opera di carità. Gesù è d’accordo con questa mentalità. Al suo tempo era divenuto generale l’uso di annunziare nelle riunioni della sinagoga e persino per le strade qualsiasi elemosina importante. Il «suonare la tromba» sarebbe una metafora per indicare la pubblicità fatta alle elemosine. Invece di invanirsi per le proprie opere buone e di farne pubblicità, Gesù comanda di conservarne il segreto. Questo è il significato delle parole: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
La stessa norma è data per la preghiera. 1 sacrifici nel tempio erano accompagnati da preghiere pubbliche. Le sinagoghe erano considerate come un prolungamento del tempio agli effetti della preghiera; quando giungeva l’ora della preghiera, si usava pregare anche per le strade. Questo si prestava all’ostentazione, specialmente per il fatto che si potevano ammirare coloro che sapevano recitare lunghe formule a memoria. Di fronte a questa usanza Gesù comanda che i suoi discepoli si rivolgano al Padre con preghiere semplici, in segreto, senza ostentazione. Naturalmente, queste affermazioni non privilegiano assolutamente un atteggiamento di Gesù che sarebbe contrario al culto pubblico: egli stesso vi prendeva parte nel tempio di Gerusalemme.
Lo stesso schema è seguito per il tema del digiuno, che era considerato una concretizzazione o manifestazione della penitenza-conversione. Già nell’Antico Testamento vi era stata una distinzione tra il digiuno vero e il falso (Is 58,5-6). Il vero comporta l’autentica conversione a Dio; e questo, per Gesù, è un motivo di gioia, poiché la conversione stessa è una gioia. Il digiuno dev’essere praticato come fa intendere il testo, in modo festivo e gioioso. E poiché la conversione di cui si parla è un rapporto personale fra Dio e il peccatore, dev’essere conservato segreto, con la certezza che Dio ricompenserà quello che nessuno conosce fuori di Dio e dell’interessato.
Per approfondire
Dunque, quando fai l’elemosina … - Claude Wiéner (Dizionario di Teologia Biblica): Con la venuta di Cristo l’elemosina conserva il suo valore, ma è collocata in una nuova economia che le conferisce un nuovo senso.
1. La pratica dell’elemosina. - Essa è ammirata dai fedeli, soprattutto quando è praticata da stranieri, da «persone che temono Dio», che manifestano in tal modo la loro simpatia per la fede (Lc 7,5; Atti 9,36; 10,2).
Del resto Gesù l’aveva annoverata, assieme con il digiuno e con la preghiera, come uno dei tre pilastri della vita religiosa (Mt 6,1-18).
Ma, raccomandandola, Gesù esige che sia fatta con un perfetto disinteresse, senza alcuna ostentazione (Mt 6,1-4), «senza nulla aspettare in cambio » (Lc 6,35; 14,14), e persino senza misura (Lc 6,30). Di fatto non ci si potrebbe accontentare di raggiungere una «tariffa» codificata per quanto elevata: alla decima tradizionale Giovanni Battista sembra sostituire una divisione a metà (Lc 3, 11), che di fatto Zaccheo realizza (Lc 19, 8), ma quel che Cristo si aspetta dai suoi è che non restino sordi a nessun appello (Mt 5,42 par.),. perché i poveri sono
sempre in mezzo a noi (Mt 26,11 par.); infine, se non si ha più niente di proprio (cfr. Atti 2, 44), rimane il dovere di comunicare almeno i doni di Cristo (Atti 3,6) e di lavorare per sovvenire a coloro che sono nel bisogno (Ef 4.28).
2. L’elemosina e Cristo. - L’elemosina è un dovere così radicale perché trova il suo significato nella fede in Cristo, questo in misura più a meno profonda.
a) Se Gesù, con la tradizione giudaica, insegna che l’elemosina è fonte di retribuzione celeste (Mt 6,2 ss), costituisce un tesoro in cielo (Lc 12,21.33 s), grazie agli amici che uno vi si fa (Le 16,9), non è a motivo di un calcolo interessato, ma perché attraverso i nostri fratelli disgraziati noi raggiungiamo Gesù in persona: «Ciò che avete fatto ad uno di questi piccoli ...» (Mt 25,31-46).
b) Se il discepolo deve dare tutto in elemosina (Lc 11,41; 12,33; 18,22), è anzitutto per poter seguire Gesù senza rimpiangere i suoi beni (Mt 19,21 s par.); e poi per essere liberale come Gesù stesso, che «da ricco qual era si è fatto povero per voi, per arricchirvi mediante la sua povertà» (2 Cor 8,9).
c) Infine, per dimostrare che l’elemosina cristiana soggiace ad altre leggi oltre a quelle della semplice filantropia, Gesù non si è peritato di difendere contro Giuda il gesto gratuito della donna che aveva «sprecato» il valore di trecento giornate di lavoro, versando il suo prezioso profumo: «I poveri li avrete sempre con voi, ma non avrete sempre me» (Mt 26,11 par.). I poveri appartengono all’economia ordinaria (Deut 15,11), naturale in una umanità peccatrice; Gesù, invece, significa l’economia messianica soprannaturale; e la prima non trova il suo vero senso se non per mezzo della seconda: i poveri non sono cristianamente soccorsi se non in riferimento all’amore di Dio manifestato nella passione e morte di Gesù Cristo.
3. L’elemosina nella Chiesa. - Anche se taluni atti gratuiti rimangono necessari per evitare di confondere il vangelo del regno e l’estinzione del pauperismo, rimane vero che per raggiungere lo «sposo che ci è stato tolto» (cfr. Mt 9,15) bisogna soccorrere il nostro prossimo: «In che modo l’amore di Dio potrà dimorare in colui che rifiuta ogni pietà dinanzi al fratello nel bisogno?) (1Gv 3,17; cfr. Giac 2,15). Come celebrare il sacramento della comunione eucaristica senza dividere fraternamente i propri beni (1Cor 11,20ss)?
Ora l’elemosina può avere una portata ancora più ampia, e significare l’unione delle Chiese. È quel che Paolo vuol dire quando dà un nome sacro alla questua, alla colletta, che fa in favore della Chiesa-madre di Gerusalemme: è un «ministero» (2Cor 8,4; 9,1. 12 s), «una liturgia» (9,12). Di fatto, per colmare il fosso che incominciava a scavarsi tra la Chiesa d’origine pagana e la Chiesa d’origine giudaica, Paolo si preoccupa di manifestare mediante elemosine materiali l’unione di queste due categorie di membra dello stesso corpo di Cristo (cfr. Atti 11,29; Gal 2,l0; Rom 15,26s; 1Cor 16,1-4); con quale ardore egli pronunzia un vero «sermone di carità» all’indirizzo dei Corinti (2Cor 8 - 9)! Bisogna mirare a stabilire l’uguaglianza tra i fratelli (8,13), imitando la liberalità di Cristo (8,9); affinché Dio sia glorificato (9,11-14), bisogna «seminare con larghezza», perché «Dio ama chi dà con gioia» (9,6s).
Agostino (De Sermone Domini in Monte, II, 12-4): Tu invece, quando digiuni, profumati il capo e lavati il viso ...: sebbene abitualmente ogni giorno ci laviamo, non si potrebbe ragionevolmente comandare che dobbiamo stare col capo profumato quando digiuniamo. E se tutti ammettono che la faccenda è molto sconveniente, si deve intendere che l’ingiunzione di profumarsi il capo e di lavarsi il viso è relativa all’uomo interiore. Quindi il profumarsi il capo è relativo alla gioia e il lavarsi il viso alla pulizia e perciò si profuma chi gioisce nell’interiorità con un atto del pensiero ... Colui dunque che secondo questo comando desidera avere il capo profumato, goda nell’interiorità durante il suo digiuno, per il fatto stesso che così digiunando si distoglie dai piaceri del mondo per essere sottomesso a Cristo. Così laverà anche il viso, cioè renderà pulito il cuore, con cui vedrà Dio, poiché non si verificherà l’offuscamento per la precarietà proveniente dalle sozzure, ma egli sarà sicuro e stabile, perché pulito e schietto»
O Dio, fortezza di chi spera in te,
ascolta benigno le nostre invocazioni,
e poiché nella nostra debolezza nulla possiamo senza il tuo aiuto,
soccorrici sempre con la tua grazia,
perché fedeli ai tuoi comandamenti
possiamo piacerti nelle intenzioni e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.