6 Novembre 2026
Novembre XXXI Settimana del Tempo Ordinario
Fil 3,17-4,1; Salmo Responsoriale Dal Salmo 121 (122); Lc 16,1-8
Nel racconto vediamo che un amministratore viene chiamato dal padrone a “rendere conto”. Si tratta di un’immagine che ci comunica qualcosa di importante: noi non siamo padroni della nostra vita né dei beni di cui godiamo; tutto ci è stato dato in dono dal Signore e Lui ha affidato questo patrimonio alla nostra cura, alla nostra libertà e responsabilità. Un giorno saremo chiamati a rendere conto di come abbiamo amministrato noi stessi, i nostri beni e le risorse della terra, sia davanti a Dio sia davanti agli uomini, alla società e soprattutto a chi verrà dopo di noi. (…)
Prendendo spunto dal racconto, Gesù ci esorta: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne» (v. 9).
Infatti, l’amministratore della parabola, pur nella gestione della disonesta ricchezza di questo mondo, riesce a trovare un modo per farsi degli amici, uscendo dalla solitudine del proprio egoismo; tanto più noi, che siamo discepoli e viviamo nella luce del Vangelo, dobbiamo usare i beni del mondo e la nostra stessa vita pensando alla ricchezza vera, che è l’amicizia con il Signore e con i fratelli. (Papa Leone XIV, Angelus, 21 settembre 2025)
Liturgia della Parola
I Lettura - Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): Il credente è già «cittadino» dei «cieli» (v. 20), di diritto e anche di fatto, per la inabitazione in lui della SS. Trinità; il suo «corpo» però non è entrato ancora nei confini della città celeste con pienezza di diritti. Nell’ultimo giorno si compirà il grande miracolo di questa nostra totale «municipalità» celeste: Tertulliano rende appunto il termine greco πολίτευμα = diritto di cittadinanza, con l’espressivo termine latino «municipatus» (Adv. Marc. III, 24). L’idea della «cittadinanza» celeste era già stata espressa in 1,27. Il termine πολίτευμα significa anche «colonia di emigranti» che, in esilio, si organizza sul tipo della madre patria: in tal caso si vorrebbe dire che i cristiani, in attesa di entrare nella patria celeste, si devono sforzare di attuarne e anticiparne le condizioni qui sulla terra. Quale meraviglioso programma!
L’espressione «il loro dio è il ventre» (v. 19), secondo qualcuno (p. es. P. Benoit), vorrebbe alludere alle osservanze alimentari inculcate dai Giudaizzanti (cfr. Lev. 11; Rom. c. 14; 16, 18; Gal. 2, 12; Col. 2, 16.20-21; Matt. 5,10.20; 23, 25-26; Atti 15, 20). In questo caso si continuerebbe a parlare dei Giudaizzanti, come nei vv. 2-6. A nostro parere qui si tratta piuttosto di un gruppo di cristiani, forse di tendenze gnosticizzanti (Schmithals), con evidenti risvolti di libertinismo morale. Di qui il «pianto» e il lamento dell’Apostolo (v. 18).
Vangelo
I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.
Oltre a suggerire la sana e onesta avvedutezza, l’insegnamento di Gesù è una lezione circa il buono e cattivo uso del danaro. La ricchezza è detta «disonesta» (v. 9) perché spesso all’origine di quasi tutte le fortune c’è qualche disonestà. Comunque, nell’insegnamento cristiano, non v’è una condanna pregiudizievole del denaro, ma la sottolineatura del suo fascino tanto accattivante da potere catturare e asservire il cuore dell’uomo.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 16,1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».
Parola del Signore.
Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): Curiosamente, dell’economo della nostra parabola non si dice, all’inizio, la verità, ma si denuncia solo l’accusa che grava su di lui di sperperare i beni del padrone (v. 1). Del resto si sa che l’amministratore di un latifondo avesse carta bianca e che fosse fuori da ogni controllo da parte del padrone. Il padrone si basa, insomma, su delle dicerie. Ma non decide in base a quelle e prima vuole sentire la versione dell’uomo di cui aveva avuto fiducia, e per questo lo chiama a rendiconto. Ma la reazione che l’uomo ha dinanzi alle parole del padrone che gli commina di licenziarlo se i conti non fossero tornati, danno al lettore la prova della sua disonestà. Si spaventa a tal punto da vedersi già sulla strada e da questo deriva la sua creatività istintiva per rimediare alla disgrazia prima che accada.
L’intelligenza dell’amministratore sta nel capire che, a questo punto, deve giocare con la vera ricchezza, quella morale. Così egli dimostra di non essere un amministratore sciocco che assolutizza la ricchezza materiale e che, al momento opportuno, è pronto a rinunciare alla sua parte nel debito che alcuni avevano verso il suo padrone. Di fatto egli elimina da esso la percentuale che spettava a lui! Sentire le parole di un economo che, senza remore, dice ai debitori: invece di cento scrivi cinquanta, o scrivi ottanta (vv. 6-7) potrebbe sembrare un orrore dal punto di vista dell’onestà economica, ma l’elogio imprevedibile che il padrone gli rivolge proprio per quello che considera “scaltrezza” e non furto, induce a fare una riflessione adeguata. Innanzitutto c’è che l’amministratore si riconosce debitore nei confronti del suo padrone e si mette, dunque, sullo stesso piano di chi lo era formalmente e che doveva pagare a lui il suo debito. L’amministratore scende dal suo scranno di creditore e si siede a terra insieme ai debitori: tutti sono debitori verso un unico padrone. Bisogna, dunque, pagare il debito. Non è facile per i debitori che non ne abbiano piena disponibilità. Allora occorre aiutarli e l’amministratore lo fa mettendoci del suo. Il debito verrà pagato al padrone e i debitori saranno sgravati di un prezzo insostenibile. Essi se ne ricorderanno quando avrà bisogno del loro aiuto. L’astuzia (frónimos) sta nel manipolare i beni materiali al fine di creare beni spirituali: condividere il debito per creare crediti di amore, crediti morali e spirituali. Essa consiste in un atto di giudizio intelligente (frónesis) sulla vera ricchezza di cui la ricchezza materiale può diventare teatro, occasione, palestra. È l’unico motivo positivo che Luca concede alla ricchezza materiale, che, in tutti gli altri casi, è vista come un grande ostacolo alla sequela ed alla fedeltà a Gesù (cf. 18,24).
Per approfondire
La Bibbia di Navarra - L’amministratore infedele si ingegna per porre rimedio al suo futuro di indigenza. Gesù dà per scontato - ovviamente - l’immoralità di una tale condotta. Tuttavia, il Signore segnala e loda l’acume e l’impegno che quest’uomo dimostra nel saper trarre giovamento materiale dalla sua antica posizione di amministratore. Gesù vuole che nella salvezza dell’anima e nella diffusione del regno di Dio facciamo valere, se non altro, la medesima accortezza e la stessa tenacia che gli uomini pongono nelle loro attività temporali o nella lotta per il trionfo di un ideale umano. Il fatto di fondare le nostre speranze sulla grazia di Dio non ci dispensa in alcun modo dal ricorrere a ogni possibile mezzo umano onesto, anche se ciò esiga ardua fatica e sacrificio eroico.
«Quanti affanni riservano gli uomini ai loro affari terreni! Sogni di gloria, ambizione di ricchezze, preoccupazioni di sensualità. - Uomini e donne, ricchi e poveri, vecchi e uomini maturi e giovani e perfino bambini: tutti uguali. |
« - Quando tu e io ci affanneremo allo stesso modo negli affari della nostra anima, avremo una fede viva e operante: e non vi sarà ostacolo che non vinciamo nelle nostre imprese d’apostolato» (Cammino, n. 317).
Il discepolo deve rifiutare ogni ricorso all’astuzia - Roberto Tufariello: Pur essendo il centro delle più subdole e delittuose manovre da parte dei suoi avversari, che gli tendono tranelli (Mt 22,15), Gesù, il cui sguardo divino penetra sin nelle pieghe più riposte di quelle anime tenebrose (Mt 9,4; Mc 3,16; Lc 11,17; Gv 2,23-25), rifiuta ogni ricorso non solo all’astuzia, ma anche a quello che il mondo chiama «politica» (Gv 5,9-47), affermando sempre serenamente e apertamente il suo pensiero (Mt 26,55). Egli è veramente «l’Amen di Dio» (2Cor 1,19), «il Santo, il Verace» (Ap 3,14). D’altronde egli sa che i suoi nemici non potranno nuocergli (Mt 12,14-15; Gv 7,44-53; 8,24-39) finché non sarà giunta la sua «ora», che è anche l’ora dell’apparente trionfo del potere delle tenebre (Lc 22,53), ma è - e ciò conta per lui al di sopra di ogni altra cosa - l’ora prestabilita dal Padre (Gv 13,1; 14,29-31; 17,1).
Come i Bambini - Dai propri discepoli Cristo esige un atteggiamento conforme al suo. Le astute manovre dei «figli di questo mondo» potranno anche servir loro di esempio, purché sappiano trasferirle nella prospettiva del regno dei cieli, come documenta la parabola lucana dell’astuto amministratore (leggere Lc 16,1-8).
Nella consapevolezza di essere figli del Padre celeste, che si prende cura anche delle creature più infime (Mt 10,29-31), i cristiani non devono escogitare astute manovre per controbattere le insidie dei loro nemici, ma possono vivere con la serena e limpida fiducia del fanciullo, che gioca ignaro nella casa paterna, anche se l’antico Avversario e i suoi adepti congiureranno contro di loro sino alla fine dei tempi (Mt 7,15;Lc 10,3). È questa la vera prudenza «che viene dall’alto» e che si oppone a quella «terrena, carnale, diabolica», come afferma la lettera di Giacomo (3,15). La prima lettera di Pietro perciò esorta i destinatari in questi termini: «Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza» (2,1-2). E l’apostolo Paolo, da autentico discepolo di Cristo, può offrire ai cristiani di Corinto la testimonianza di una condotta limpida: «... al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio» (2Cor 4,2).
La parabola dell’amministratore prudente - Dio riscrive le nostre lettere del peccato - Origene, Omelie sulla Genesi 13, 4 - Di questo fatto è immagine anche ciò che si dice nel Vangelo dell’attore iniquo, il quale dice a ciascun debitore: Prendi le tue lettere, e siedi e scrivi ottanta, e il resto che viene riferito. Da questo si capisce che le nostre sono lettere del peccato; invece le lettere della giustizia le scrive Dio. Così infatti dice l’Apostolo: Voi siete la lettera scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne, sul cuore (2 Cor 3,2-3). Dunque hai in te le lettere di Dio e le lettere dello Spirito Santo. Se poi tu pecchi, da te stesso ti scrivi la condanna del peccato. Ma considera che, quando ti sei avvicinato una volta per tutte alla croce del Cristo e alla grazia del battesimo, la tua condanna è stata inchiodata alla croce, ed è stata cancellata nel fonte del battesimo.
Non tornare a scrivere quello che è stato cancellato, non ristabilire quello che è stato distrutto, conserva in te soltanto la scrittura dello Spirito Santo.
Testimoni di Cristo - Beata Cristina di Stommeln: Dopo aver avuto nel 1247 - a 5 anni - una visione di Gesù Bambino, la beata Cristina di Stommeln, vicino a Colonia, sfuggì dodicenne a un matrimonio combinato ed entrò in un convento di Beghine. Quindicenne ricevette le stimmate a mani e piedi e i segni della corona di spine sul capo. Fu tentata più volte dal demonio, fin sull’orlo del suicidio. I segni esteriori di tali esperienze fecero credere alle Beghine che fosse pazza, perciò la allontanarono. Ebbe poi come guida spirituale Pietro di Dacia, un Domenicano allievo di Alberto Magno (anche un fratello di Cristina entrò nell’ordine). Nell’anno della morte di Pietro gli assalti del demonio cessarono e Cristina visse in pace fino al 1312, sempre indossando l’abito delle Beghine. (Avvenire)
Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.