8 Marzo 2026
 
III Domenica di Quaresima
 
Es 17,3-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 94 (95); Rm 5,1-2.5-8;
 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura  - Dacci acqua da bere: Il popolo d’Israele, torturato dalla sete, mormora contro Mosè e contro il Signore. Mosè, su comando di Dio, percuote una roccia dalla quale scaturisce acqua che disseterà il popolo. Un gesto che «richiama la provvisione divina primordiale della pioggia e delle sorgenti [Gn 2,4-6; 10-14] e la sua ripresa ordinata, dopo il diluvio, col ciclo delle stagioni [Gn 8,21-22].
Richiama pure l’opera dei Patriarchi, scavatori di pozzi come Giacobbe, intorno ai quali vivono la loro vicenda alimentata dall’altra acqua che è la fede» (Don Bruno Barisan).
 
Seconda Lettura - L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato: L’apostolo Paolo mette in evidenza il sacrificio di Gesù per mezzo del quale l’umanità è riconciliata con Dio: un mirabile dono dal quale scaturiscono la pace, la capacità di accedere al Padre, la speranza rafforzata dalla pazienza che rende virtuosi, l’amore di Dio che è stato riversato nel cuore dell’uomo per mezzo dello Spirito Santo (Cf. Rom 5,5).
 
Vangelo
Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
 
Due erano le vie abituali per andare dalla Giudea alla Galilea. La più breve passava per la città di Samaria. Gesù, forse, intenzionalmente sceglie questa via perché gli avrebbe dato l’opportunità di predicare ai Samaritani. Mentre si sta avvicinando a Samaria, nei pressi di Sicar, Gesù incontra una donna samaritana che era venuta ad attingere l’acqua al pozzo di Giacobbe. Seduto sull’orlo del pozzo, Gesù, stanco, assettato svela alla donna sammaritana i segreti del suo cuore: Egli è venuto nel mondo a salvare quello che era perduto frantumando i confini delle razze, delle religioni e delle ipocrisie. Rivela a una samaritana, come tale odiata dai Giudei, il suo amore grande, immenso quanto il cuore di Dio, un amore che si estende a tutti gli uomini, e per tutti e ciascuno questo amore lo spingerà ad offrirsi su una Croce come purissima vittima gradita al Padre. Su questo tema fondamentale di rivelazione - questi è veramente il salvatore del mondo -, sono modulati tre temi particolari: l’acqua viva (vv. 7-14); il culto autentico (vv. 20-24); la missione e i suoi frutti (vv. 28-42).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 4,5-42
 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
 
Parola del Signore.
 
Dammi da bere - Il racconto della donna Samaritana ruota attorno ad un bisogno naturale dell’uomo, quello dell’acqua. Gesù, stanco del viaggio, siede presso un pozzo e sembra attendere qualcuno ... è ancora Dio che prende l’iniziativa perché Egli «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua e Gesù le chiede da bere.
La sete di Gesù palesa un’altra sete, quella di salvare tutti gli uomini, per l’amore che Egli porta ad essi. Sulla Croce, Gesù, tormentato dalla sete, ripeterà ancora una volta: «Ho sete» (Gv 19,28).
Gesù si fa mendicante: Dammi da bere. Un «buon particolare psicologico per guadagnarsi la benevolenza del nemico è quello di accostarsi a lui in atteggiamento di aiuto. L’umiliazione che suppone questo modo d’agire abbatte barriere e dispone a un possibile dialogo. È quello che fa Gesù in questa occasione» (Felipe F. Ramos).
Una petizione quella del Cristo che sconvolge il cuore della Samaritana: Come mai tu, che sei Giudeo ..., una domanda inusuale perché i «Giudei non mantengono buone relazioni con i Samaritani».
I giudei odiavano i samaritani (Cf. Sir 50,25-26; Mt 10,5; Lc 9,52-55; 10,33; 17,16; Gv 8,48,) e spiegavano la loro origine (Cf. 2Re 17,24-41) con l’immigrazione forzata di cinque popolazioni pagane, rimaste in parte fedeli ai loro dèi. I cinque mariti della samaritana forse alludono a queste cinque divinità.
La richiesta è inusuale e oltremodo scandalosa perché Gesù, infrangendo vecchi pregiudizi, si rivolge a una donna e per di più samaritana; una domanda scandalosa per due motivi: primo perché si rivolge ad una donna la cui vita “poco edificante” è sotto gli occhi di tutti, secondo perché gli ebrei considerano le donne samaritane ritualmente impure ed è quindi loro proibito bere da qualunque recipiente toccato da esse. La risposta della donna samaritana rende possibile il dialogo e «palesa l’accoglienza che l’azione della grazia sta avendo nell’anima della donna: la disponibilità stessa a conversare con Cristo, che era Giudeo, segna il primo passo del mutamento che comincia ad effettuarsi» (La Bibbia di Navarra).
Se tu conoscessi il dono di Dio ..., mentre la donna samaritana resta sul piano delle relazioni umane, Gesù fa “volare” il discorso su realtà divine, di cui l’acqua del pozzo è solo un simbolo. È un forte invito a scoprire il dono di Dio e colui che mendica un po’ d’acqua. La invita a conoscere il dono di Dio: lo Spirito Santo, principio della nuova nascita (Cf. Gv 3,5).
La invita a scoprire Dio in quell’uomo assetato che per amore si è annichilito «assumendo la condizione di servo» (Fil 2,7): Egli è venuto sulla terra per portare all’umanità l’acqua che dà la vita.
La donna, attaccata ancora ai bisogni del corpo, fa un altro passo avanti nel suo aprirsi all’intervento divino: Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe? Una risposta che tradisce una domanda rimasta occultata nel profondo del cuore: Chi è costui che mi parla?
Gesù, partendo da realtà terrene, eleva la donna alla comprensione di grandi misteri: lui è più grande di Giacobbe perché possiede un’acqua viva. E alla sua crescente curiosità, le fa capire chiaramente che conosce il suo intimo, la sua vita, i segreti del suo cuore, il suo peccato.
Gesù legge nel cuore della donna come in un libro aperto. Tutto questo provoca una prima confessione di fede: Vedo che tu sei un profeta. Il cuore della donna pian piano si scioglie al tiepido calore della verità. È ammirabile la docilità di questa donna che, deponendo ogni pregiudizio, si accosta, con sete sempre più crescente, alla fonte della verità.
La donna samaritana, dopo aver constatato che Gesù possiede il dono della profezia, sottopone al suo misterioso interlocutore l’antica questione che divideva Giudei e Samaritani: bisogna adorare Dio sul monte Garizim o nel tempio di Gerusalemme?
 Gesù ne approfitta per rivelare un grande segreto: è già venuto il tempo di Dio, il tempo della salvezza, il tempo in cui i veri adoratori, vivificati dallo Spirito Santo, adoreranno il Padre in spirito e verità, ossia suscitati e illuminati dallo Spirito Santo (Cf. Rom 8,26-27). Nel cuore e nella mente dei nuovi adoratori cadrà ogni barriera di ignoranza e di inimicizia: vivranno in pace e resi sapienti dallo Spirito, la loro preghiera, in Cristo, sarà perfetta e gradita al Padre. La donna, forse sentendosi a disagio, confessa la sua ignoranza su tali argomenti, e, come se volesse rassicurare l’interlocutore sconosciuto, dice di essere a conoscenza della venuta del Messia, il quale avrebbe annunziato loro ogni cosa.
Di fronte a questa favorevole disposizione d’animo Gesù si rivela come il Messia: Sono io, che parlo con te. Sono io, la stessa espressione di cui s’era servito Dio per manifestarsi a Mosè (Cf. Es 3,14), e che in bocca a Gesù è volta alla rivelazione non solo della propria messianicità, ma anche della propria divinità (Cf. Gv 8,24.28.58; 18,6).
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna: ai «maestri ebrei non è permesso parlare con le donne per strada, perché si ritiene che questo li distolga dallo studio della Torah. La riluttanza che manifestano i discepoli nel porre le domande a Gesù dimostra quanto fossero imbarazzati del fatto che, parlando con una donna, egli non tenesse conto di tale divieto» (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline). A questo punto la donna corre a chiamare i suoi concittadini, i quali, con tanta docilità, si mettono ad ascoltare il Maestro aprendosi così alla grazia e alla luce della fede. Superando il loro nazionalismo, riconoscono in Gesù il Salvatore mandato da Dio a salvare il mondo e perché ogni uomo possegga in lui la vita eterna  (Cf. Gv 3,16-18).
Questa conclusione, se con la memoria andiamo all’episodio della sinagoga di Nazareth, lascia in bocca un po’ di amaro. Nella sua casa, Giudei e maestri della sacra Scrittura, tentarono di ammazzarlo per le sue parole di verità; in Samaria, degli eretici, accolgono la Parola e fanno la loro bella professione di fede: «noi crediamo... sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42). Una lezione da meditare!
 
Per approfondire
 
La speranza poi non delude … Jean Duplacy - La dottrina paolina della speranza: San Paolo condivide la speranza della Chiesa, ma la ricchezza del suo pensiero e della sua vita spirituale apporta al tesoro comune elementi di grande valore.
Così il posto che egli accorda alla «redenzione del nostro corpo» (Rom 8,23), sia essa trasformazione dei viventi (1Cor 15,51; cfr. 1Tess 4,13-18), oppure soprattutto risurrezione dei morti. Non credere a quest’ultima significa per Paolo essere «senza speranza» (1Tess 4,13; 1Cor 15,19; cfr. Ef 2,12).
La gloria non coronerà che «la costanza nella pratica del bene» (Rom 2,7s; cfr. Ebr 6,12). Ora la libertà umana è fragile (Rom 7,12-25). II cristiano può quindi sperare veramente di aver parte all’eredità promessa (Col 3,24)? Può e deve, come Abramo, «sperare contro ogni speranza», a motivo della sua fede nelle promesse (Rom 4,18-25) e della sua fiducia nella fedeltà di Dio che assicurerà la fedeltà dell’uomo (1Tess 5,24; 1Cor 1,9; cfr. Ebr 10,23) dalla sua chiamata fino alla gloria (Rom 8,28-30).
Il compimento delle promesse in Gesù Cristo (1Cor 1,20) ha una parte fondamentale nella riflessione di Paolo. La gloria attesa è una realtà attuale (2Cor 3,18-4,6), benché invisibile (2Cor 4,18; Rom 8,24 s).
II battezzato è già risuscitato (Rom 6,1-7; Col 3,1); nello Spirito che ha ricevuto come pegno (2Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14) e primizie (Rom 8,11.23) del mondo futuro, possiede già questo mondo, e la sua speranza può così «sovrabbondare» (15,13). Dio ha fatto la sua  grazia della giustificazione a uomini che Adamo trascinava verso la morte; «quanto più» la loro solidarietà con il suo Figlio li condurrà alla vita (Rom 5). Questo compimento in Cristo della speranza di Israele è la rivelazione completa del motivo della speranza cristiana: un amore tale che nulla e nessuno può strappargli il cristiano (Rom 8,31-39).
Infine la speranza personale di Paolo è un esempio mirabile. Essa si dispiega nella sua anima con un’estrema intensità. Geme di non essere ancora appagata (2Cor 5,4s; Rom 8,23) ed esulta al pensiero dell’avvenire che attende (1Cor 15,54ss). Alla sua luce le speranze umane più legittime perdono ogni valore (Fil 3,8). Fondandosi soltanto sulla grazia di Dio e non sulle opere (1Cor 4,4; 15,10; Rom 3,27), essa non di meno anima con il suo dinamismo la corsa (Fil 3,13s) e la lotta (2Tim 4,7) che Paolo conduce per compiere la sua missione, pur evitando di essere «egli stesso squalificato» (1Cor 9,26 s). Essa suscita allora, ma «nel Signore», nuove speranze (Fil 2,19; 2Cor 1,9s; 4,7-18). Quando la morte gli sembra vicina, egli attende il premio (Fil 3,14) che coronerà la sua corsa (2Tim 4,6 ss; cfr. 1Cor 3,8).
Ma sa che la sua ricompensa è Cristo stesso (Fil 3,8). La sua speranza è innanzitutto di essere con lui (Fil 1,23; 2Cor 5,8). L’apostolo non attende più la propria felicità personale, ma semplicemente qualcuno che ama.
Questo profondo disinteresse della sua speranza si manifesta ancora con la sua apertura alla salvezza degli «altri» (2Tim 4,8; 2,7), cristiani (1Tess 2,19) o pagani, ai quali egli vuole rivelare Cristo «speranza della gloria» (Col 1,24-29). La speranza di Paolo abbraccia così, in tutta la sua ampiezza (cfr. Rom 8,19ss), il disegno di Dio e risponde «con amore» (2Tim 4,8) all’amore del Signore.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - Dammi da bere. Questa richiesta, che un giorno Gesù rivolse alla samaritana, oggi il Maestre la rivolge a noi. Il Verbo incarnato ha sete del nostro amore, della nostra fede.
Gesù in quest’istante vuol rivelare sperimentalmente al nostro cuore il mistero della sua persona. Egli vuol mostrare la sua carità infinita per noi, il suo interessamento vivo per le nostre Persone bisognose di salvezza e di gioia: vuol rivelare il suo amore tenero e palpitante al nostro cuore assetato di vita e di felicità. Dalla sua croce, con le mani forate dai chiodi, con il costato squarciato, grondante sangue, Gesù ci sussurra: «Ho sete!» (Gv 19,28). Il figlio di Dio è assetato della nostra fede viva, che orienti la nostra vita verso la sua persona.
Gesù ci domanda da bere, ossia chiede il nostro amore, affinché non abbiamo più sete in eterno (cf. Gv 4,14), anzi viviamo felici, profondamente felici. Il Verbo incarnato vuol rivelarsi a noi nel mistero e nel segno supremo del suo amore, che irraggia dalla croce, per invitarci a un contraccambio di amore, a una vita di fede ardente e profonda, polarizzata dalla sua persona divina.
Se tu conoscessi il dono di Dio! - Quante volte noi ignoriamo il dono che Dio ci fa attraverso il suo Cristo! Gesù desidera rivelarsi a noi in modo sperimentale nelle circostanze quotidiane, ma noi non sfruttiamo la grazia divina di questi momenti.
Il Verbo incarnato spesso ci offre il dono della manifestazione del suo mistero attraverso i nostri fratelli sofferenti, poveri, disprezzati ed emarginati, ma noi non sappiamo scorgere il volto del Cristo in questa umanità sofferente. Quante occasioni mancate nella nostra vital
«Se tu conoscessi il dono di Dio!», esclama Gesù ancora una volta. Abbiamo tra le mani la parola viva di Dio, ma non la facciamo penetrare nel nostro cuore. Il Cristo si rivela a noi nel suo vangelo, ma questo messaggio non trasforma la nostra vita.
Il figlio di Dio attraverso la sua parola ci manifesta il mistero della sua persona e la profondità dell’amore del Padre, ma noi spesso siamo impermeabili a questa rivelazione. «Se tu conoscessi il dono di Dio!».
Chi è Gesù per me? - Abbiamo constatato che una delle tematiche cristologiche maggiori di Gv 4, 1-42 è la scoperta del mistero di Gesù. Il Verbo incarnato si è manifestato ai samaritani come profeta, Messia rivelatore e Salvatore dell’umanità.
Qui possiamo e dobbiamo chiederci: Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta questa persona nella nostra vita? Il Cristo è per noi un estraneo oppure incide profondamente nella nostra esistenza? Lo consideriamo realmente come il  nostro Salvatore e il polo catalizzatore della nostra vita?
Quando siamo oppressi dal peso dei nostri peccati, sappiamo trovare in Gesù il nostro Salvatore? Quando l’egoismo vuole sopraffarci, troviamo liberazione nel figlio di Dio?
Il Verbo incarnato costituisce realmente la fonte della nostra vita, della nostra pace, della nostra gioia, della nostra salvezza?
 
Origene, Commento al Vangelo di Giovanni 13,345-346: Gesù rimane con coloro che lo chiedono - Giovanni non ha scritto che i Samaritani gli chiedevano di entrare in Samaria o di entrare in città, ma di rimanere da loro [...]. Nel seguito poi non dice «rimase in quella città due giorni», oppure «rimase in Samaria», bensì rimase là, cioè presso coloro che glielo chiedevano. Gesù, infatti, rimane presso coloro che lo pregano, soprattutto quando chi lo prega esce dalla propria città e si reca da Gesù, in qualche modo sull’esempio di Abramo, che obbedì a Dio che gli diceva: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre (Gen 12, 1).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni di Dio, Religioso e Fondatore: Nato a Montemoro-Novo, poco lontano da Lisbona, nel 1495, Giovanni di Dio - allora Giovanni Ciudad - trasferitosi in Spagna, vive una vita di avventure, passando dalla pericolosa carriera militare alla vendita di libri. Ricoverato nell’ospedale di Granada per presunti disturbi mentali legati alle manifestazioni “eccessive” di fede, incontra la drammatica realtà dei malati, abbandonati a se stessi ed emarginati e decide così di consacrare la sua vita al servizio degli infermi.
Fonda il suo primo ospedale a Granada nel 1539. Muore l’8 marzo del 1550. Nel 1630 viene dichiarato Beato da Papa Urbano VII, nel 1690 è canonizzato da Papa Alessandro VIII. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 viene proclamato Patrono degli ammalati, degli ospedali, degli infermieri e delle loro associazioni e, infine, patrono di Granada. (Avvenire)
 
O Dio, sorgente della vita,
che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia,
concedi al tuo popolo di confessare
che Gesù è il salvatore del mondo
e di adorarti in spirito e verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO

Guida, o Signore, i cuori dei tuoi fedeli:
nella tua bontà concedi loro la grazia
di rimanere nel tuo amore e nella carità fraterna
per adempiere la pienezza dei tuoi comandamenti.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 7 Marzo 2026
 
Sabato II Settimana di Quaresima
 
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 102 (103); Lc 15,1-3.11-32
 
Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te. (Lc 15,18 - Acclamazione al Vangelo)
 
Mi alzerò …: Dives in misericordia 5: Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine “giustizia”, così come, nel testo originale, non è usato quello di “misericordia”; tuttavia, il rapporto della giustizia con l’amore, che si manifesta come misericordia, viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore si trasforma in misericordia, quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta. Il figliol prodigo, consumate le sostanze ricevute dal padre, merita - dopo il ritorno - di guadagnarsi da vivere lavorando nella casa paterna come mercenario, ed eventualmente, a poco a poco, di conseguire una certa provvista di beni materiali, forse però mai più nella quantità, in cui li aveva sperperati. Tale sarebbe l’esigenza dell’ordine di giustizia, tanto più che quel figlio non soltanto aveva dissipato la parte del patrimonio spettantegli, ma inoltre aveva toccato sul vivo ed offeso il padre con la sua condotta. Questa, infatti, che a suo giudizio l’aveva privato della dignità filiale, non doveva essere indifferente al padre. Doveva farlo soffrire. Doveva anche, in qualche modo, coinvolgerlo. Eppure si trattava, in fin dei conti, del proprio figlio, e tale rapporto non poteva essere né alienato, né distrutto da nessun comportamento. Il figliol prodigo ne è consapevole, ed è appunto tale consapevolezza a mostrargli chiaramente la dignità perduta ed a fargli valutare rettamente il posto, che ancora poteva spettargli nella casa del padre.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il nostro Dio viene a salvarci - Il popolo tornato dall’esilio si sente come un gregge “che sta solitario nella foresta tra fertili campagne”. Da questo stato di sconforto nasce la preghiera a Jahvè, pastore d’Israele (cf Mi 2,12; Ez 34): facendo pascolare il tuo gregge nei pascoli ubertosi della Transgiordania, mostraci cose prodigiose come quando sei uscito dalla terra Egitto.
“Dio mostri al suo popolo la sua benevolenza e rinnovi i prodigi dell’esodo! Questa fiducia si fonda sulla misericordia di Jahvè, che perdona le colpe. Essa è oggetto della lode (vv. 18-19), che riecheggia le espressioni dei salmi e dei profeti (cf Es 34,6-7; Sal 29,6; 85,5-15; Ger 3,12), Dio mostra la sua grandezza soprattutto nel perdonare i peccati: li distruggerà, perché non nuocciano più a Israele. Se questo stato infedele, Dio non verrà meno alle sue promesse, che contengono il piano della salvezza” Messale della Assemblea Cristiana [Feriale]).
 
Vangelo
Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita. 
 
Luca, con la parabola del padre misericordioso, vuole annunciare ai suoi lettori la misericordia di Dio per i peccatori: una parabola nella quale «Gesù descrive con vivezza l’infinita e paterna misericordia di Dio, nonché la sua gioia per la conversione del peccatore. Il Vangelo insegna che nessun uomo viene escluso dal perdono, e che i peccatori possono diventare figli diletti di Dio per mezzo del pentimento e della conversione» (La Bibbia di Navarra). La parabola termina con parole che esprimono la grande gioia del padre: bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc  15,1-3.11-32
 
In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
 
Parola del Signore
 
Un uomo aveva due figli - La parabola alla luce del v. 2 (I farisei e gli scribi mormoravano ...), si pone in un contesto polemico: Gesù se ne serve per annunciare la misericordia divina, ma anche per difendere il suo comportamento.
Ai farisei che lo rimproverano di intrattenersi con i pubblicani, uomini e donne ritenuti peccatori pubblici, Gesù narra tre parabole (la dracma e la pecora perdute e ritrovate, il figlio prodigo) per suggerire che Egli, il Figlio, si comporta nei confronti dei peccatori così come si comporta Dio, il Padre.
Che il giovane chieda e ottenga l’eredità è un fatto insolito, ma tenendo conto della finalità della parabola la richiesta serve a porre l’accento sul peccato del giovane che è paurosamente crescente: alla istanza insana si aggiunge l’allontanamento dalla casa paterna, poi la dissipazione dell’eredità, quindi la fame e il degradante lavoro di porcaio.
In questo mestiere, forse, sta celato il vero peccato del giovane avvalorato dal suo grido rivolto al Cielo: «Padre, ho peccato davanti a te», e dal fatto che la parabola è tesa a difendere la benevolenza di Gesù nei confronti dei pubblicani, ritenuti impuri. La Legge faceva distinzione tra animali puri e animali impuri: «Ogni mammifero puro doveva avere l’unghia spaccata ed essere ruminante. Quelli che presentavano solo l’una o l’altra caratteristica erano esclusi, e di essi vengono nominati in modo specifico tre: la lepre, l’irace e il maiale» (George Cansdale).
Forse Luca annotando il fatto che il giovane si era adattato per fame a fare il mandriano di porci, cioè di animali impuri, voleva dare al lettore un messaggio molto più forte: quello dell’apostasia del giovane, un peccato molto più grave dello sperpero dell’eredità.
Tormentato dalla fame, il giovane rientra in se stesso e toccando con mano il fango in cui era caduto si decide di ritornare tra le braccia del Padre.
Qui l’asse della parabola si sposta facendo della parabola del «figlio prodigo» un’icona e una manifestazione piena dell’amore misericordioso del Padre. Ecco perché essa potrebbe essere defini­ta come la «parabola del Padre misericordioso».
In verità a rileggere la parabola il protagonista non è il figlio che se ne va di casa e poi torna abbracciato dal Padre e nemmeno l’altro figlio, quello maggio­re, che non sa accettare il comportamento del Padre, ma lui, il Padre, con il suo amore fatto di trepidante attesa per le sorti del figlio scapestrato.
Soltanto «il cuore di Cristo, che conosce le profondità dell’amore di suo Padre, ha potuto rivelarci l’abisso della sua misericordia in una maniera così piena di semplicità e di bellezza» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1439).
Quindi, l’intento di Cristo, nel raccontare questa parabola, oltre a quello apologetico, è quello di rivelare il cuore e il vero volto del Padre.
A tradire questa intenzione è quel sottolineare, con vibranti sfumature, la compassione di Dio, un sentimento che svela il mistero della sua misericor­dia e della sua bontà: «Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò».
Ebbe compassione... riferito a Dio è un’espressione «molto forte ... infatti, indica il sentimento e l’amore intenso della madre: il verbo nel suo significato originario indica anche il seno o il grembo materno, là dove il figlio prende corpo dal corpo della madre. L’uso di questo verbo spiega perché nella parabola di Luca, manchi la figura della madre. Dio è tutto e nella descrizione che di lui fa la Bibbia attraverso la figura del Padre esaurisce tutto il mondo dell’uomo e tutti gli atteggiamenti che lo qualificano come padre-madre, uomo-donna» (Don Primo Gironi).
Dio è amore infinito, sempre presente; sempre pronto a non lasciare nulla di intentato lì dove c’è un figlio da amare e da perdonare, da custodire e da cercare. Un amore che sa attendere pazientemente anche chi si ostina a non capire l’amore e le sue esigenze (Cf. 2Pt 3,9).
Anche lui, il «figlio maggiore», ritornerà e si convincerà ad entrare in casa, e anche per lui si ammazzerà il vitello grasso e si farà festa. Una speranza che si fa certezza attraverso la Parola di Dio: «l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato [...], perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,25-29). Il vestito più bello è il segno che il Padre ha perdonato i peccati del figlio: ne ha fatto un fagotto e li ha gettati «in fondo al mare» (Mi 7,19); l’anello e i sandali, che non indossavano gli schiavi, sono il segno inequivocabile della ricuperata figliolanza, della libertà di Figlio (Cf. Gc 2,2). La parabola è un chiaro monito per i farisei di tutti i tempi: invece di scandalizzarsi di Dio che ama teneramente anche i peccatori, sarebbe opportuno scandalizzarsi delle proprie grettezze e dei propri pregiudizi.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Michea - I contenuti - Il libro di Michea alterna oracoli di minaccia e di denuncia a parole di consolazione e di promessa. Alcuni passi sono paralleli a brani del profeta Isaia, suo contemporaneo. L’oracolo più celebre è quello che annuncia la venuta del futuro re messianico da Betlemme (5,1), da dove un tempo era uscito Davide. L’oracolo è stato ripreso da Matteo, che lo vede realizzato nella nascita di Gesù a “Betlemme di Giudea” (Mt 2,5-6). Il libro può essere diviso in quattro parti:
Il peccato della casa di Giacobbe e dei suoi capi (1,1-3,12)
La restaurazione di Sion e il Messia (4,1-5,14)
Denuncia dell’ingiustizia e della corruzione generale (6,1-7,7)
Perdono divino e nuova gloria d’Israele (7,8-20).
Le caratteristiche - Tema dominante negli oracoli di minaccia è la condanna dell’ingiustizia sociale, dell’oppressione verso i deboli, della corruzione dei capi e dei magistrati. Questo va di pari passo con la denuncia delle autorità religiose, sacerdoti e profeti, che non predicano secondo la volontà di Dio, ma secondo gli interessi personali. La conseguenza di tutto ciò non può che essere il giudizio divino, che porta alla devastazione del paese e alla sottomissione ai nemici. Da questo quadro desolato, però, emerge un “resto” che, confidando unicamente in Dio, sarà riscattato mediante l’opera di un nuovo re, e vivrà in prosperità e pace. Allora proprio Sion, il monte del Signore, diventerà il luogo della pace per tutti i popoli.
L’origine - Secondo le indicazioni fornite da 1,1, Michea predicò nella stessa epoca di Isaia, gli ultimi decenni del sec. VIII a.C. Era originario di Morèset-Gat, una cittadina a sud-ovest di Gerusalemme. Destinatari degli oracoli di denuncia di Michea furono gli abitanti di Gerusalemme, capitale del regno di Giuda; in particolare i ricchi, i sacerdoti e i (falsi) profeti. Gli oracoli che contengono promesse di salvezza sono, probabilmente, di altra epoca e si indirizzano a persone che avevano visto la devastazione di Giuda nel 587.
 
J. Cambier e X. Léon Dufour - Il volto della misericordia divina - 1. Gesù, «sommo sacerdote misericordioso» (Ebr 2, 17). - Dovendo compiere il disegno divino, Gesù ha voluto «diventare simile in tutto ai suoi fratelli», per esperimentare la stessa miseria di coloro che veniva a salvare. Perciò tutti i suoi atti manifestano la misericordia divina, anche se non sono così qualificati dagli evangelisti. Luca ha avuto una cura tutta speciale di mettere in rilievo questo punto. I prediletti di Gesù sono i «poveri» (Lc 4, 18, 7, 22); i peccatori trovano in lui un «amico» (7, 34), che non ha paura di frequentarli (5, 27. 30; 15, 1 s; 19, 7). La misericordia, che Gesù testimoniava in modo generale alle folle (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32), in Luca assume un volto più personale: concerne il «figlio unico» di una vedova (Lc 7, 13) od un determinato padre piangente (8, 42; 9, 38. 42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. In tal modo l’universalismo è portato a compimento: «ogni carne vede la salvezza di Dio» (3, 6). Se Gesù ha così compassione di tutti, si comprende come gli afflitti si rivolgano a lui come a Dio stesso, ripetendo: «Kyrie eleison!» (Mt 15, 22; 17, 15; 20, 30 s).
2. Il cuore di Dio Padre. - Di questo volto della misericordia divina che mostrava attraverso i suoi atti, Gesù ha voluto dipingere per sempre i tratti. Ai peccatori, che si vedevano esclusi dal regno di Dio dalla grettezza dei farisei, proclama il vangelo della misericordia infinita, nella linea diretta degli annunzi autentici del VT. Coloro che rallegrano il cuore di Dio non sono gli uomini che si credono giusti, ma i peccatori pentiti, paragonabili alla pecora od alla dramma perduta e ritrovata (Lc 15, 7. 10); il Padre spia il ritorno del figliol prodigo, e quando lo scorge di lontano, è «mosso da compassione» e corre ad incontrarlo (15, 20). Dio ha atteso a lungo, attende ancora con pazienza Israele che non si converte, come un fico sterile (13, 6-9).
3. La sovrabbondanza della misericordia. - Dio dunque è il «Padre delle misericordie» (2 Cor 1, 3; Giac 5, 11), che accordò la sua misericordia a Paolo (1 Cor 7, 25; 2 Cor 4, l; 1 Tim 1, 13) e la promette a tutti i credenti (Mt 5, 7; 1 Tim 1, 2; 2 Tim 1, 2; Tito 1, 4; 2 Gv 3). Del compimento del disegno di misericordia nella salvezza e nella pace, quale era annunziato dai cantici all’aurora del vangelo (Lc 1, 50. 54. 72. 78), Paolo manifesta chiaramente l’ampiezza e la sovrabbondanza. Il culmine della lettera ai Romani sta in questa rivelazione. Mentre i Giudei finivano per disconoscere la misericordia divina, in quanto pensavano di procurarsi la giustizia con le loro opere, con la loro pratica della legge, Paolo dichiara che anch’essi sono peccatori, e quindi anch’essi hanno bisogno della misericordia mediante la giustizia della fede. Di fronte ad essi i pagani, ai quali Dio non aveva promesso nulla, sono a loro volta attratti nell’orbita immensa della misericordia. Tutti devono quindi riconoscersi peccatori per beneficiare tutti della misericordia: «Dio ha racchiuso tutti gli uomini nella disobbedienza per fare a tutti misericordia» (Rom 11, 32).
«Siate misericordiosi ...» - La «perfezione» che, secondo Mt 5, 48, Gesù esige dai suoi discepoli, secondo Lc 6, 36 consiste nel dovere di essere misericordiosi «com’è misericordioso il Padre vostro». È una condizione essenziale per entrare nel regno dei cieli (Mt 5, 7), che Gesù riprende sull’esempio del profeta Osea (Mt 9, 13; 12, 7). Questa tenerezza deve rendermi prossimo al misero che incontro sulla mia strada, come il buon Samaritano (Lc 10, 30-37), pieno di pietà nei confronti di colui che mi ha offeso (Mt 18, 23-35), perché Dio ha avuto pietà di me (18, 32 s). Saremo quindi giudicati in base alla misericordia che avremo esercitata, forse inconsciamente, nei confronti di Gesù in persona (Mt 25, 31-46). Mentre la mancanza di misericordia nei pagani scatena l’ira divina (Rom 1, 31), il cristiano deve amare e «simpatizzare» (Fil 2, 1), avere in cuore una buona compassione (Ef 4, 32; 1 Piet 3, 8); non può «chiudere le sue viscere» dinanzi ad un fratello che si trova nella necessità: 1’amore di Dio non rimane che in coloro che esercitano la misericordia (1 Gv 3, 17).
 
Sant’Ambrogio: “Venne la carestia in quella regione” [Lc 15,14]: carestia non di pane e cibo, ma di buone opere e di virtù. Esiste un digiuno peggiore di questo? In verità chi si allontana dalla Parola di Dio è affamato, perché “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola di Dio” [Lc 4,4]. Se ci si allontana dalla fonte siamo colti dalla sete, si diventa poveri se ci si allontana dal tesoro, si diviene sciocchi se ci si allontana dalla sapienza, si distrugge infine se stessi allontanandosi dalla virtù. È quindi naturale che costui cominciò a sentirsi in gravi ristrettezze, in quanto aveva abbandonato i tesori della sapienza e della scienza di Dio e la profondità delle ricchezze celesti [cfr. Col 2,3]. Egli cominciò a sentire la miseria e a soffrire la fame, perché niente è abbastanza per la prodiga voluttà. Sempre patisce la fame, chi non si sa nutrire degli alimenti eterni.
 
Testimoni di Cristo - Sante Perpetua e Felicita. Quell’antico coraggio, profezia per l’oggi: «Fummo condotti in carcere, ed ero spaventata, perché non avevo mai avuto a che fare con una simile oscurità. Un giorno sinistro. Calore intenso a causa dell’affollamento, estorsioni da parte dei soldati. A tormentarmi era però la preoccupazione per la sorte del mio bambino»: con queste parole la giovane Tibia Perpetua, martire del III secolo, ci descrive la terribile esperienza della prigionia. Il suo diario – contenuto nella Passione di Perpetua e Felicita, opera di Tertulliano – è un documento straordinario e prezioso che ci racconta la vicenda di una giovane donna di buona famiglia, arrestata nel 203 all’età di 22 anni circa, al tempo dell’imperatore Settimio Severo, a Cartagine a causa della sua fede e poi condannata a essere sbranata dalle belve assieme a un gruppo di cristiani. Perpetua è una madre di un piccolo che ancora allatta e con gli occhi di donna racconta quelle sofferenze, condivise con la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, che è incinta. Con loro ci sono anche Saturnino, Revocato e Secondulo che non sono ancora stati battezzati e il martirio diventerà il loro Battesimo. «Capii che non dovevo combattere con le fiere, ma contro il demonio – scrive santa Perpetua nel suo diario –. Però sapevo che mia sarebbe stata la vittoria». Una vittoria che è per i cristiani di tutti i tempi, specie quelli perseguitati, un vero incoraggiamento. (Avvenire) 
 
Dio onnipotente e misericordioso,
O Dio, che con i tuoi gloriosi doni di salvezza
ci rendi partecipi sulla terra dei beni del cielo,
guidaci nelle vicende della vita
e accompagnaci alla splendida luce della tua dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Nella tua misericordia, o Signore, porgi l’orecchio
alla voce di coloro che ti supplicano,
e perché tu possa esaudire i loro desideri,
fa’ che chiedano quanto ti è gradito.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
6 Marzo 2026
 
Venerdì II Settimana di Quaresima

Gn 37,3-4.12-13a.17b-28; Salmo Responsoriale dal Salmo 104 (105); 21,33-43.45-46
 
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito; chiunque crede in lui ha la vita eterna. (Cf. Gv 3,16 - Acclamazione al Vangelo)
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): L’inizio è un vero atto di contemplazione: Tanto Dio ha amato il  mondo. Si tratta di un amore che si fa dono, perché si concretizza nel dare e mandare il proprio figlio, l’Unigenito. Sono espressioni che richiamano la parabola sinottica dei vignaioli omicidi. In essa si parla del Padrone della vigna, cioè di Dio che, dopo aver mandato inutilmente molti servi, decide di mandare il proprio Figlio. Nella redazione di Marco (12,8) si legge: «Ne aveva ancora uno, il figlio che tanto amava; lo mandò per ultimo pensando: Avranno rispetto almeno di mio figlio». All’inizio quindi dell’entrata del Figlio nel mondo, nel momento dell’Incarnazione, c’è Dio come mandante, ricco di un amore che va oltre la persona del Figlio per estendersi, senza riserve, al mondo intero. Dio ama tutti, e li ama nella situazione concreta in cui si trovano. Sono lontani da lui e corrono il pericolo di «perire» (3,16) e di cadere sotto il giudizio di condanna (3,18-19). Ecco allora il compito che Dio affida al Figlio: impedire che il mondo perisca, far sì che abbia la vita eterna, salvarlo.
Avere la vita eterna. L’aggettivo «eterna» nella traduzione è inevitabile, ma non rende bene il senso della soggiacente espressione ebraica. Parlare di «vita eterna» significa parlare di quella vita che è la sola vera, perché possiede il carattere della «definitività». Si tratta di quella vita indistruttibile la cui sorgente è in Dio. Chi la possiede, anche se materialmente muore, in realtà non perisce: continua a vivere la vita di Dio che è in lui.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La storia di Giuseppe, il signore dei sogni, è gravida di disgrazie, di inaudite sofferenze generate dalla  gelosia, dalla invidia, dalla avversione gratuita. Sentimenti malvagi seminano dolore e morte, e tuttavia i progetti umani non sono mai decisivi, perché Dio ne capovolge l’esito, cavando il bene anche dal male.
 
Vangelo
Costui è l’erede. Su, uccidiamolo!
 
La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43.45-46
 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Udite queste parabole, i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla, perché lo considerava un profeta.
 
Parola del Signore.
 
Presero il figlio, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero - La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: vv. 33-34, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; vv. 38-41 i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; vv. 42-46, Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento.
Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimòne dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi ..., chiara allusione ai profeti mandati da Dio ad Israele. Il raccolto, invece sta ad indicare le opere buone rivendicate dal Signore Dio. L’invio del figlio è l’ultimo tentativo che avrà un esito drammatico. La decisione di uccidere l’erede è in sintonia con la legge ebraica, la quale, nel caso in cui un proselito ebraico moriva, permetteva ai suoi fittavoli di reclamare le sue terre. Ma qui «viene denunciato non tanto un furto di prodotti quanto piuttosto la usurpazione dei diritti di Dio e la pretesa di prendere il suo posto; sta per ripetersi il peccato dei progenitori» (Bruno Barisan).
Alla fine del racconto, i farisei non si accorgono di essere gli accusati (Cf. 2sam 12,5-7) e rispondendo alla domanda di Gesù, si autodenunciano trasgressori e meritevoli del castigo. La sentenza non tarda ad arrivare: Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Questo affidamento però non suggerisce un’idea di appropriazione; infatti, la vigna viene soltanto affidata alla Chiesa ed essa dovrà dare i frutti a tempo debito. È un dono che non porta il marchio della infallibilità; quindi, rimane possibile, anche per la Chiesa, la probabilità di un ripudio.
L’affermazione può sembrare temeraria, ma «ha il vantaggio di provocare una precisazione. La Chiesa è per sua natura santa perché corpo e sposa di Cristo e animata dallo Spirito Santo. Non potrà mai essere ripudiata perché è indefettibile [Mt 16,18]. Dio non può ripudiare suo Figlio di cui la Chiesa è corpo. Però se non c’è il pericolo del ripudio collettivo, rimane sempre quello del rigetto individuale, tanto più grave quanto maggiori sono i sussidi a disposizione di ognuno» (Vincenzo Raffa).
È la minaccia del Padre di resecare ogni tralcio che in Cristo non porta frutto: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,1-2). Allora la parabola richiama il «bisogno di riacquistare il senso che la Chiesa è anzitutto dono di Dio e che noi stessi lo siamo, che in essa egli ha stabilito con noi un rapporto di amore e di fiducia e che ci domanda il contraccambio di tale rapporto come primo frutto» (Bruno Barisan).
 
-> Ortensio da Spinetoli (Matteo): L’aggiunta del v. 43 (vi sarà tolto il regno e sarà dato ad altri) da parte del primo evangelista mostra l’attualizzazione che egli sta facendo del testo. La promessa si è concretizzata nella storia con l’instaurazione del regno di Dio; esso è stato annunciato e proposto innanzitutto a Israele (cfr. 3, 2; 4, 17; 10, 7) ma poiché questi l’ha rifiutato, Iddio non ha desistito dal suo proposito, solo l’ha offerto a un popolo (ethnei) che ha preso il posto dell’antico. I cristiani non debbono sentirsi forestieri e stranieri, ma il vero popolo di Dio, il vero Israele. Essi non sono entrati per caso o abusivamente nella salvezza, ma chiamati dallo stesso Dio che aveva eletto Israele e ora l’ha rigettato per le sue colpe. Sono essi che compongono attualmente “il popolo” degli eletti (cfr. Dn 7, 27) «la gente (ethnos) santa» (1Pt 2, 9), regale, sacerdotale, si potrebbe aggiungere. Matteo non si preoccupa di segnalare i componenti del nuovo popolo di Dio quanto la sua missione salvifica. Con questa prospettiva ecclesiologica termina la parabola, ma l’evangelista non può chiudere senza un’applicazione parenetica.
 
Per approfondire
 
Matteo - I contenuti - Il vangelo secondo Matteo, per la ricchezza dei suoi contenuti, ha goduto di una larga diffusione lungo tutta la storia della Chiesa. Matteo dà grande importanza all’insegnamento di Gesù. Secondo il parere di molti studiosi, questo vangelo è articolato sulla base di cinque grandi discorsi. Per il resto, Matteo segue il racconto di Marco. Il libro si apre con uno scorcio sull’infanzia di Gesù, seguito dal racconto dei fatti essenziali che precedettero il suo ministero pubblico. Le pagine conclusive si riferiscono all’evento pasquale. Il materiale unisce discorsi e parti narrative e può essere disposto secondo questo schema:
Origini di Gesù (1,1-2,23)
Inizi della vita pubblica (3,1-4,11)
Gesù in Galilea (4,12-25)
Il discorso sul monte (5,1-7,29)
Miracoli di Gesù (8,1-9,34)
Il discorso sulla missione (9,35-11,1)
Discussioni su Gesù (11,2-12,50)
Il discorso delle parabole (13,1-52)
Rivelazione di Gesù: rifiuto e fede (13,53-17,27)
Il discorso sulla comunità dei discepoli (18,1-35)
Dalla Galilea alla Giudea (19,1-20,34)
Gesù a Gerusalemme (21,1-23,39)
Il discorso sugli ultimi tempi (24,1-25,46)
Passione e morte di Gesù (26,1-27,66)
Risurrezione di Gesù (28,1-20).
Le caratteristiche - In questo vangelo Gesù è presentato come colui che porta a compimento la storia e le speranze di Israele: la sua figura viene infatti collegata ai grandi personaggi dell’AT, in particolare a Mosè. Egli è il Maestro che insegna la nuova dottrina della salvezza; con la sua attività pubblica inaugura l’avvento del regno di Dio; chiamando i discepoli, dà inizio alla Chiesa, popolo di Dio; con la sua morte e risurrezione si manifesta come messia, il Figlio di Dio, annunciato dai Profeti, e ciò trova conferma nelle molte citazioni, tratte dalle Scritture ebraiche.
L’origine - La tradizione unanime della Chiesa antica attribuisce questo vangelo a Matteo, detto anche Levi, l’apostolo che Gesù chiamò al suo seguito dalla professione di pubblicano, cioè di esattore delle imposte (9,9). Con i vangeli di Marco e Luca, è uno dei tre vangeli sinottici. I destinatari immediati del vangelo di Matteo erano cristiani di origine ebraica, che probabilmente abitavano nella zona di Antiòchia di Siria. Forse un primo nucleo di questo vangelo, scritto in lingua aramaica, fu pubblicato tra il 40 e il 50 (e alcuni studiosi pensano di riconoscere in esso una fonte di Marco, altri la cosiddetta fonte Q). A noi è pervenuta soltanto una redazione greca, già conosciuta nel I sec. Per la stesura definitiva di questa redazione l’autore sembra abbia seguito da vicino soprattutto il vangelo di Marco.
 
Cristo pietra angolare, ed i cristiani pietre viventi. - La salvezza apportata da Cristo deve compiersi attraverso le prove ed il fallimento apparente: «La pietra rigettata dai costruttori è diventata la testa d’angolo», annunziava già il Sal 118, 22. Rigettato dai suoi, come egli stesso predice nella parabola dei vignaioli omicidi, Cristo diventa la pietra angolare, cioè le fondamenta dell’edificio o più probabilmente la pietra principale della costruzione (Mt 21, 42 par.; Atti 4, 11; 1 Piet 2, 4. 7). Assicura così la coesione del sacro tempio; in esso si edifica e si ingrandisce la dimora di Dio (Ef 2, 20 s). Secondo un’altra metafora, Cristo è una pietra incrollabile (Is 28, 16; Rom 9, 33; 1 Cor 3, 11; 1 Piet 2, 6), sulla quale ci si può appoggiare con fede, di modo che i fedeli, simili a pietre viventi (1 Piet 2, 5), sono inseriti nella costruzione della dimora di Dio (Ef 2, 21).
Cristo, pietra d’inciampo e di distruzione - Con la rivelazione dell’amore e della santità di Dio, Cristo obbliga l’uomo a scegliere la luce o le tenebre. Per gli orgogliosi increduli, diventa una pietra di inciampo (Is 8, 14; Rom 9, 33; 1 Piet 2, 8), una pietra di scandalo. Ed i nemici di Cristo sono alla fine schiacciati; l’immagine della pietra rigettata, diventata pietra angolare, è in effetti continuata da Luca: «Chiunque cadrà su questa pietra, vi si sfracellerà, e colui sul quale essa cadrà, sarà schiacciato» (20, 17 s). Forse qui si fa allusione alla pietra con cui Daniele simboleggia il messia e il suo regno che trionfano delle potenze di questo mondo: «Ed ecco si staccò una pietra, senza l’intervento di una mano, e venne a colpire la statua, i suoi piedi di ferro e di argilla, e li stritolò ... E la pietra che aveva colpito la statua divenne un grande monte che riempi tutta la terra» (Dan 2, 34 s).
 
Ilario di Poitiers (Comm. Matth., XXII, l): Si può intendere il padrone come Dio Padre, il quale ha piantato il vigneto del popolo d’Israele in vista della raccolta di frutti eccellenti ... e, grazie ai meriti di Abramo, Isacco e Giacobbe, lo ha tenuto rinchiuso nel suo territorio come nel recinto di una protezione particolare. Ha disposto anche i Profeti, come una specie di buca per pigiare l’uva, dove scorresse per così dire la fecondità dello Spirito Santo, che fermenta come il vino nuovo. Ha poi costruito in forma di torre l’eminenza della Legge, che, innalzata dal suolo, si elevasse fino al cielo e dalla quale si potesse osservare la venuta di Cristo. I contadini invece sono figura dei capi dei sacerdoti e dei farisei, ai quali è stato concesso un potere sul popolo, perché fosse ammaestrato. I servi poi, che sono stati mandati a ritirare il raccolto, designano l’invio, sotto diverse forme e ripetuto spesso, dei Profeti … Essi, in epoche diverse, sono stati bastonati, lapidati e uccisi, poiché cercavano di ritirare il raccolto di un popolo formato e istruito. Il figlio, mandato per ultimo, designa la venuta e la Passione di nostro Signore, il quale è stato cacciato fuori da Gerusalemme, come dalla vigna, per subire una sentenza di condanna. La decisione dei vignaioli e il loro desiderio di avere l’eredità, dopo aver ucciso l’erede, rappresentano la speranza inconsistente che la gloria della Legge possa essere conservata dopo aver messo a morte Gesù. Il ritorno del padrone indica la gloria, al tempo del giudizio, della maestà del Padre che risiede nel Figlio. La risposta data ai capi dei sacerdoti e dei farisei (Mt. 2 1,41-43) indica che l’eredità della Legge viene data più meritatamente agli Apostoli.
Quanto poi alla pietra scartata dai costruttori, innalzata come testata d ‘angolo, mirabile agli occhi di tutti e punto di ricongiungimento tra la Legge e i pagani, che unisce all’edificio entrambi i lati, essa è il Figlio.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ansovino di Camerino, Vescovo: Sant’Ansovino fu vescovo di Camerino, di cui è patrono, alla metà del IX secolo, precisamente dall’850 all’868, presumibile data della sua morte. Di origini probabilmente longobarde, fu educato presso la scuola della cattedrale di Pavia. Prima di essere scelto come vescovo della località marchigiana, fu consigliere dell’imperatore Ludovico II sempre a Pavia. La sua carità e la visione netta del proprio ruolo pastorale lo portarono a contestare con coraggio proprio il sovrano: infatti, non accettò l’episcopato fin quando non ebbe da Ludovico l’assicurazione che non gli sarebbe stato chiesto di impugnare le armi, come purtroppo spesso accadeva ai vescovi del tempo. (Avvenire) 
 
Dio onnipotente e misericordioso,
donaci di essere intimamente purificati
dall’impegno penitenziale della Quaresima
per giungere alla Pasqua con spirito rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Dona al tuo popolo, o Signore,
la salvezza dell’anima e del corpo,
perché, perseverando nelle opere buone,
sia sempre difeso dalla tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.