9 Marzo 2026
Lunedì III Settimana di Quaresima
2Re 5,1-15a; Salmo Responsoriale Dai Salmi 41-42 (42-43); Lc 4,24-30
Io spero, Signore;attendo la sua parola. Con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione. (Cf. Sal 129 (130),5.7 - Acclamazione al Vangelo)
Io spero - J. Duplacy: Parlare della speranza significa dire il posto che il futuro occupa nella vita religiosa del popolo di Dio, un futuro di fedeltà a cui sono chiamati tutti gli uomini (1 Tim 2, 4). Le promesse di Dio hanno rivelato a poco a poco al suo popolo lo splendore di questo futuro che non sarà una realtà di questo mondo, ma «una patria migliore, cioè celeste» (Ebr 11, 16): «la vita eterna» in cui l’uomo sarà «simile a Dio» (1 Gv 2, 25; 3, 2). La fiducia in Dio e nella sua fedeltà, la fede nelle sue promesse, sono quelle che garantiscono la realtà di questo avvenire (cfr. Ebr 11, 1) e che permettono almeno di intuirne le meraviglie. Da questo momento è allora possibile per il credente desiderare questo avvenire, o per essere più precisi, sperarlo. Infatti, la partecipazione a questo indubbio avvenire resta problematica, perché dipende da un amore fedele e paziente, di per sé difficile esigenza per una libertà peccatrice. Il credente quindi non può assolutamente fidarsi di se stesso per conseguire questo avvenire. Può solo sperarlo, in piena fiducia, da Dio, in cui crede e che è l’unico in grado di rendere la sua libertà capace di amare. Radicata così nella fede e nella fiducia, la speranza può dispiegarsi verso l’avvenire e sollevare con il suo dinamismo tutta la vita del credente. Fede e fiducia, speranza, amore sono quindi aspetti diversi di un atteggiamento spirituale complesso, ma unico. In ebraico le stesse radici esprimono sovente l’una o l’altra di queste nozioni; tuttavia il vocabolario della speranza si collega più specialmente alle radici qawah, jahal e batah, che i traduttori hanno reso del loro meglio in greco (elpizo, elpìs, pèpoitha, hypomèno ...) od in latino (spero, spes, confido, sustineo, exspecto ...). Il NT, probabilmente S. Paolo (1 Tess 1, 3; 1 Cor 13, 13; Gal 5, 5 s), stabilirà in tutta la sua chiarezza la triade: fede, speranza, amore.
Liturgia della Parola
I Lettura: Il tono che l’autore sacro dà al brano è apologetico: Iahvè è l’unico vero Dio, il quale ha rapporti unici di elezione con Israele. Ma risalta anche la rottura di una concezione particolaristica di Dio: l’amore e la misericordia di Iahvè si espandono su tutte le creature fino ad abbracciare anche i pagani. La conversione di Naaman il Siro è siglata e confermata da un impegno preciso, quello di osservare il primo comandamento nel culto esclusivo di Dio (Cf. Es 19,5; 34,14; Dt 5,9).
Vangelo
Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.
Rifiutato dai nazaretani, Gesù volta le spalle alla sua città. Lo sdegno concepisce progetti omicidi, ma anche se ben determinati, i nazaretani non riescono ad uccidere Gesù: falliscono nel loro tentativo perché non era giunta la sua ora. Respinto e rifiutato dai suoi compatrioti, Gesù si mette in cammino per portare altrove l’annuncio della salvezza. Ha inizio così l’opposizione al ministero di Gesù, una opposizione che con il passare i giorni si farà sempre più cieca: l’acme sarà raggiunto quando gli oppositori decideranno di lordarsi le mani del sangue di un innocente.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,24-30
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Parola del Signore.
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:]: A Nazaret Gesù era cresciuto in «sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Ma nulla era trapelato del grande mistero divino. Proprio per questa conoscenza superficiale gli abitanti di Nazaret sentendo Gesù predicare nella loro sinagoga si meravigliano delle «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Con questa espressione - «parole di grazia» -, Luca allude non a discorsi eruditi, ma a discorsi sapienziali, a parole profetiche, carismatiche, ispirate. Alla meraviglia si mescola l’ incredulità.
I nazaretani conoscono Giuseppe, Maria e il loro parentado (cfr. Mt 13,55-56), per cui nulla fa ritenere veritiero di quanto avevano ascoltato. Perciò per credere esigono un segno perché, come era scritto nella Legge di Mosè (cfr. Dt 13,2), solo un miracolo poteva attestare le presunte qualità messianiche di Gesù. A queste aspettative, Gesù risponde in modo caustico citando un proverbio ebraico attestato nei midrashìm: «Medico, cura te stesso».
La risposta di Gesù va verso altre direzioni. Dio non opera miracoli per compiacere le curiosità degli uomini. A muovere l’azione miracolosa di Dio è la fede e se a Nazaret non accade quanto era accaduto a Cafarnao è per l’incredulità dei suoi abitanti (cfr. Mt 13, 58).
Per accostarsi al mistero del Cristo, per conoscerlo, per entrarvi dentro, occorre la fede, non i miracoli. La fede non chiede segni, perché una fede che esige miracoli non è una vera fede (cfr. Gv 20,29).
Alle difficoltà e alla incomprensione dei nazaretani, Gesù risponde con un excursus biblico.
Al tempo del profeta Elia il cielo si era chiuso perché Israele aveva apostatato. Solo una donna pagana aveva potuto beneficiare dell’azione miracolosa di Dio (cfr. 1Re 17,1-6). E al tempo del profeta Eliseo solo Naaman il Siro, un pagano, un cane (epiteto che gli ebrei davano ai pagani cfr. Mt 15,26; Fil 3,3), un dannato agli occhi degli Israeliti, che si ritenevano giusti dinanzi a Dio (cfr. Lc 16,15), poté essere guarito perché aveva creduto alle parole del profeta (cfr. 2Re 5,1-14).
Queste parole di Gesù suonano come un’accusa insopportabile e fa saltare i nervi agli Israeliti convenuti nella sinagoga: «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno». Un sentimento acido che nasceva dal fatto che i congregati nella sinagoga avevano compreso bene che la missione di Gesù «superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane» (Angelico Poppi).
E poiché lo sdegno è a un passo dalla follia, così l’azione precipita e Luca lo sottolinea con un inarrestabile crescendo: si alzarono ... lo cacciarono fuori della città ... lo condussero fin sul ciglio del monte ... per gettarlo giù dal precipizio.
Ma al di là delle reazioni concitate dei nazaretani, nelle parole di Gesù si possono cogliere alcune sfumature.
Innanzi tutto, l’universalità della Buona Notizia: essa è rivolta a tutti gli uomini e non contano affatto parentele o appartenenze a clan o a gruppi. La preferenza data a Cafarnao entra dentro questa logica divina. Di fatto, di lì a poco, abbandonando Nazaret Gesù ritornerà a Cafarnao, il «paese di Zàbulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,13).
Poi, alcuni particolari fanno pensare ad un annuncio della passione del Cristo. L’annotazione - «lo cacciarono fuori della città» - fa ricordare la parabola dei vignaioli omicidi i quali cacciarono il figlio unigenito «fuori della vigna e l’uccisero» (Lc 20,9ss). Gesù morirà crocifisso fuori le mura della città di Gerusalemme. Il rifiuto dei nazaretani è una spaventosa anteprima di quanto accadrà al Cristo: vi è celata quella dura opposizione a cui andrà incontro Gesù e che segnerà la sua orrenda morte.
Al tentativo di precipitarlo giù dal precipizio, Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non compie un miracolo, che d’altronde si era rifiutato di compiere, ma vuol fare capire ai suoi oppositori che lui andrà avanti per la sua strada, gli uomini potranno ritardare il suo progetto, ma non potranno impedire il suo compimento. Una verità che troviamo espressa soprattutto nel vangelo di Giovanni: i nemici del Cristo non possono attentare alla sua vita, finché «la sua ora non è giunta» (cfr. Gv 7,30; 8,20.59; 10,39; 11,54).
Per approfondire
La rivelazione della salvezza - Gesù Cristo salvatore degli uomini - Colomban Lesquivit e Pierre Grelot (Salvezza in Dizionario di Teologia Biblica): a) Gesù si rivela come salvatore dapprima con atti significativi. Salva i malati guarendoli (Mt 9,21 par.; Mc 3,4; 5,23; 6,56); salva Pietro che cammina sulle acque ed i discepoli in balia della tempesta (Mt 8,25; 14,30). L’essenziale è credere in lui: a salvare gli ammalati è la loro fede (Lc 8,48; 17, 19; 18,42), ed i discepoli vengono rimproverati per aver dubitato (Mt 8,26; 14,31). Questi fatti mostrano già qual è la economia della salvezza. Tuttavia bisogna vedere più in là della salvezza corporale.
Gesù apporta agli uomini una salvezza molto più importante: la peccatrice è salvata perché egli le rimette i peccati (Lc 7,48 ss), e la salvezza entra nella casa di Zaccheo penitente (L 19,9). Per essere salvati, occorre dunque accogliere con fede il vangelo del regno (cfr. Lc 8,12). Quanto a Gesù, la salvezza è lo scopo della sua vita: egli è venuto in terra per salvare ciò che era perduto (Lc 9,6; 19,l0), per salvare il mondo e non per condannarlo (Gv 3,17; 12,47). Se parla, lo fa per salvare gli uomini (Gv 5,34). Egli è la porta: chi entra per lui sarà salvato (Gv 10,9).
b) Queste parole fanno vedere che la salvezza degli uomini è il problema essenziale. Il peccato li espone al pericolo della perdizione.
Satana è pronto a tutto tentare per perderli e per impedire che siano salvati (Lc 8,12). Sono pecore perdute (Le 15,4.7); ma Gesù è stato proprio mandato per esse (Mt 15,24): non si perderanno più, se entrano nel suo gregge (Gv 10,28; cfr. 6,39; 17,12; 18,9). Tuttavia la salvezza che egli offre ha una contropartita: per chi non ne afferra l’occasione, il rischio di perdizione è imminente ed irreparabile. Bisogna fare penitenza in tempo, se non si vuole andare alla perdizione (Lc 13, 3. 15). Bisogna entrare per la porta stretta, se si vuole appartenere al numero di salvati (Lc 13,23s). Bisogna perseverare in questa via sino alla fine (Mt 24, 13). L’obbligo del distacco è tale che i discepoli si domandano: «Ma allora chi sarà salvato?». Effettivamente ciò sarebbe impossibile agli uomini, occorre un atto della onnipotenza di Dio (Mt 19,25s par.). Infine la salvezza che Gesù offre si presenta sotto la forma di un paradosso. Chi vuole salvarsi, si perderà; chi accetta di perdersi, si salverà per la vita eterna (Mt 10,39; Lc 9,24; Gv 12,25). Questa è la legge, e Gesù stesso vi si sottomette: egli, che ha salvato gli altri, non salva se stesso nell’ora della croce (Mc 15,30s). Certamente il Padre potrebbe salvarlo dalla morte (Ebr 5,7); ma proprio per quest’ora egli è venuto in terra (Gv 12,27). Chi cercherà la salvezza nella fede in lui, dovrà dunque seguirlo fin là.
La salvezza di Dio non è un monopolio - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nella prima lettura è raccontata la guarigione del lebbroso Naaman, generale dell’esercito del re di Siria.
Dopo essersi lavato sette volte nel fiume Giordano, su indicazione del profeta Eliseo, egli fu completamente guarito dalla lebbra. Anche se al principio si era mostrato riluttante, vedendosi guarito proclamò come unico Dio il Dio d’Israele. Nel vangelo Gesù sottolinea che Naaman non era giudeo, ma pagano; cosa che non gli fu di ostacolo per ottenere il favore di Dio per mezzo del suo profeta.
Come Eliseo ed Elia, neanche Gesù è stato mandato solo ai figli di Abramo, ma a tutti gli uomini per salvarli.
Questa sua affermazione nella sinagoga di Nazaret risvegliò l’ira dei suoi concittadini che cercarono, senza successo, di gettarlo in un precipizio. Si stava verificando esattamente quello che Gesù aveva detto all’inizio: «In verità vi dico; nessun profeta è bene accetto in patria », rispondendo così alla domanda che, con diffidenza, si facevano su di lui: « Non è il figlio di Giuseppe? ».
I concittadini di Gesù, come tutti gli altri giudei, erano convinti che la salvezza di Dio fosse loro monopolio; le nazioni pagane ne erano escluse. Pensavano che Dio fosse solo per gli israeliti. E Gesù dice loro che si sbagliano, perché Dio ha orizzonti più ampi. La redenzione di Cristo è per tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le razze e tutte le nazioni.
S avessero imparato la lezione della storia, per esempio, e avessero compreso gli interventi dei profeti Elia ed Elìseo tra i pagani, a favore della vedova di Zarepta il primo, e di Naaman il siro il secondo, avrebbero capito che Dio si dà a ogni uomo e a ogni donna che cerchi il bene e la verità con buona volontà e onestà assoluta.
Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova - Bruno di Segni (In Luc., 1, 5): “In verità vi dico: C’erano molte vedove al tempo di Elia in Israele, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, quando venne una gran fame su tutta la terra; e a nessuna di loro fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone” (Lc 4,25). Non sono stato mandato a voi, dice; non son venuto per guarire voi, perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo significava la sua condotta; lui era un segno, io sono la realtà. Io son venuto a curare, a saziare di cibo spirituale, a strappare dalla fame e dall’indigenza quella vedova di cui è scritto: “Benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri” (Sal 131,15). Questa vedova è la santa Chiesa ma può essere anche qualunque anima dei fedeli. Il Signore, infatti, venne per chiamare tutti e a liberare tutti dalla fame. Se non fosse venuto e non avesse parlato, non avrebbero commesso peccato; ma ora non hanno una giustificazione per i loro peccati.
Testimoni di Cristo - Beato Anton Zogaj, Sacerdote e Martire: Anton Zogaj nacque il 26 luglio 1908 a Khtellë in Albania, precisamente nel distretto di Mirdita, ma crebbe nel territorio dell’attuale Kosovo.
Studiò al Pontificio Seminario di Scutari e proseguì la formazione in Austria.
Al momento della presa di potere da parte del partito comunista, era parroco della cattedrale di Durazzo e segretario dell’arcivescovo, monsignor Vinçenc Prennushi.
Fu arrestato nel 1945 e, come accaduto anche ad altri, venne torturato quasi a morte. Il suo ultimo desiderio, ossia che almeno i bottoni della sua talare venissero conservati, venne realizzato proprio dal suo vescovo, che era detenuto con lui: riuscì a farli uscire dalla prigione. Il segretario venne quindi fucilato presso il porto romano di Durazzo, in località Spitalla, il 9 marzo 1948.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Anton Zogaj è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Dello stesso gruppo fanno parte altri diciannove sacerdoti diocesani. (Autore: Emilia Flocchini)
Nella tua continua misericordia, o Padre,
purifica e rafforza la tua Chiesa,
e poiché non può vivere senza di te,
guidala sempre con la tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
La tua mano, o Signore,
protegga questo popolo in preghiera,
lo purifichi e lo guidi,
perché con la tua consolante presenza
giunga ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.