21 Maggio 2026
Giovedì VII Settimana di Pasqua
At 22,30; 23,6-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 15 (16); Gv 17,20-26
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato (Vangelo)
La Bibbia di Navarra: v. 24 Cristo conclude la preghiera al Padre chiedendo la visione beatifica per tutti i cristiani. Il verbo usato dal Signore - “voglio” anziché “prego” - è indice che sta chiedendo la cosa più importante, coincidente con la volontà del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr l Tm 2,4); è, in definitiva, la missione della Chiesa: la salvezza delle anime.
Fino a quando siamo in terra partecipiamo alla vita di Dio mediante la conoscenza (fede) e l’amore (carità); ma solamente nel cielo otterremo la pienezza della vita soprannaturale, contemplando Dio così com’egli è (cfr l Gv 3,2), faccia a faccia (cfr l Cor 13,9-12). Per questo la Chiesa è orientata verso l’eternità, è per sua natura escatologica; ciò vuoi dire che, possedendo in questo mondo tutti i mezzi per insegnare la vera dottrina, tributare a Dio il genuino culto e trasmettere la vita della grazia, la Chiesa mantiene viva la speranza nella pienezza della vita eterna: «La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (cfr At 3,21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo (cfr Ef 1,10; Col 1,20; 2 Pt 3,10-13)» (Lumen gentium, n. 48).
Liturgia della Parola
I Lettura - Il comandante della coorte arrestando Paolo e facendolo mettere in catene lo aveva salvato dalla furia omicida della folla che lo voleva lapidare (At 21,27ss). Per conoscere il motivo di questa sollevazione decide di metterlo a confronto con “i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio”, feroci accusatori dell’Apostolo.
L’apostolo Paolo gioca d’astuzia: sa che i Sadducei e i Farisei, pur condividendo il potere spirituale e quello del comando, sono divisi per quanto riguarda il loro credo. I Sadducei, un influente gruppo religioso e politico ebraico dell’aristocrazia sacerdotale, attivo dal II sec. a.C. al I sec. d.C., controllavano il Tempio di Gerusalemme e il sinedrio, e a differenza dei Farisei accettavo solo la Torah scritta (Pentateuco) e negavano la risurrezione dei morti, gli angeli e la vita dopo la morte.
Questa disparità gioca a favore dell’apostolo Paolo creando una spaccatura tra i due gruppi, i quali divisi non riescono più a trovare una accusa comune per farlo mettere a morte. Tale era la confusione e la cagnara, che il comandante della coorte “temendo che Paolo venisse linciato ... ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza”.
La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma»: Paolo non terminerà à a Gerusalemme il suo glorioso ministero apostolico, ma a Roma, dove, secondo la tradizione, verrà decapitato in odium fidei.
Vangelo
Siano perfetti nell’unità.
Gesù prega per la Chiesa, il nuovo Israele, la comunità dei credenti riuniti dalla testimonianza degli Apostoli. Per la Chiesa Gesù chiede il dono dell’unità, cioè quella stessa comunione che lo unisce al Padre. Uniti a lui, i credenti saranno intimamente uniti al Padre, e uniti anche tra loro nell’amore. Ed è grazie a questo legame d’amore che la Chiesa sarà destinata a contemplare la gloria di Cristo e a parteciparvi. Questa è la mèta ultima dei credenti condividere, oltre la morte, la vita eterna del Padre e del Figlio. Dopo la liberazione dalla cattività egiziana e la rivelazione del Sinai, la gloria di Dio dimorava sopra il tabernacolo in mezzo a Israele (Es 40,34), ora questa gloria abita nella comunità dei credenti: Gesù è la gloria di Dio manifestata agli uomini in mezzo ai quali ha piantato la sua tenda (Gv 1,14).
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Parola del Signore.
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Giovanni - Commento della Bibbia Liturgica): È l’ultima parte della preghiera sacerdotale di Gesù. In essa sono ricordati tutti quelli che, nel corso della storia crederanno in Gesù attraverso la parola dei suoi discepoli: è una preghiera per tutti i credenti. Anche per essi, si chiede l’unità, un’unità, una comunione che rassomigli a quella che esiste fra il Padre e il Figlio e che sia anzi una partecipazione dell’unità divina.
Come il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, anche i credenti devono essere nel Figlio e nel Padre, perché il mondò creda che Gesù è l’inviato del Padre.
Questa comunione è possibile solo nell’amore, solo con l’amore una persona può essere nell’altra. L’amore e l’ubbidienza, il compimento della volontà del Padre.
Io ho dato loro la tua gloria ... perché siano una cosa sola. Il linguaggio è diverso dal nostro e ci riesce misterioso. La gloria è Dio stesso in quanto si manifesta. La gloria di Dio, Dio stesso, si è manifestato pienamente in Cristo; e Cristo comunica questa gloria ai credenti. I credenti sono associati alla grande famiglia di Dio. Il risultato è descritto come quello d’una mutua inabitazione.
L’incarnazione di Dio in Cristo e nei credenti - la manifestazione della gloria di Dio - dev’essere un argomento di credibilità per il mondo. Il mondo crederà in Dio solo quando lo vedrà in coloro che lo attestano, in quelli in cui si è manifestata la sua gloria, per usare il linguaggio di Giovanni.
Partendo da questo concetto della gloria, è possibile intendere la seguente petizione: «perché contemplino la mia gloria»: la fede in Cristo è presentata come una partecipazione alla sua gloria, una partecipazione alla filiazione divina attraverso la fede.
Padre giusto. Il titolo di «giusto» dato al Padre va veduto in prospettiva della distinzione che è stata fatta fra il mondo e i discepoli. Il mondo non ha conosciuto Dio; i discepoli lo hanno conosciuto.
Tutto il discorso è uno sforzo di penetrazione e di chiarimento del modo con cui Gesù si rende presente nei suoi discepoli dopo la morte e la risurrezione. E stato detto che qualcosa del cielo è stato comunicato ai credenti già in questa vita sulla terra. Il mondo di lassù si avvicina a quello di quaggiù, irrompe e penetra in esso.
Come è possibile? La realtà è troppo misteriosa e inafferrabile per l’uomo. Fu una realtà in Gesù e, con la dovuta distanza, si può affermare anche dei credenti.
Le affermazioni mirano a descrivere la trasformazione della vita per l’influenza della Vita, del mondo di lassù o del mondo di Dio. L’essere umano nella sua esistenza terrena può avere esperienza di Dio, particolarmente attraverso la partecipazione del mistero di Cristo. Esperienza di Dio come culmine del discepolato cristiano.
Oppure il discepolato cristiano è il culmine dell’esperienza di Dio? E come l’ultima petizione di Gesù per i suoi discepoli: «che siano con me dove sono io. perché contemplino la mia gloria».
Per approfondire
Unità della chiesa in Cristo - Roberto Tufariello (Unità in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Gesù unisce quelli che lo amano e che credono in lui. Ad essi dà il suo Spirito (Rm 5,5); ne fa le pietre vive dell’unico tempio di Dio (1Pt 2,4-5), i membri dell’unico ovile (Gv 10,3).
Egli dà la vita per radunare i figli di Dio divisi e dispersi (Gv 10,16; 11,51-52; 18,14).
Per mezzo suo l’unità è restaurata in tutti i campi: unità interna dell’uomo dilaniato dalle passioni (Rm 7,14-15; 8,2.9); unità della coppia coniugale, di cui l’unione di Cristo e della chiesa è il modello (Ef 5,25- 32); unità di tutti gli uomini, che lo Spirito rende figli dello stesso Padre (Rm 8,14).
In Cristo si realizza dunque la perfetta unità del popolo di Dio. In questo senso Paolo chiama il Signore «capo». Paolo riprende continuamente l’immagine del soma per mettere in chiaro come la comunità, pur nella molteplicità dei doni e dei compiti, sia organicamente una (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-14; Col 3,15).
I cristiani costituiscono una nuova «razza» (opposta ai giudei e ai pagani), che nasce dall’identificazione di tutti i suoi membri col corpo di Cristo. In tal modo i credenti hanno un medesimo principio vitale e ricevono un’identica, nuova natura.
Siamo tutti un essere nuovo ed unico in Cristo, ribadisce san Paolo (Gal 3,26-28); ognuno diventa un individuo della nuova razza che Dio va formando. La presenza di Cristo, della sua vita, nel cristiano, o questo «rivestimento di Cristo» che è la vita cristiana, costituisce l’individuo nuovo della nuova razza umana (Col 3,10-11).
La chiesa, dunque, è una comunità di membri uniti nello stesso destino, la quale è sottomessa a Cristo; in essa ciascuno deve agire per l’altro, soffrire con l’altro; con il singolo che cade o si regge, si reggono e cadono tutti (1Cor 12,26; cf. Gal 6,2; 1Cor 4,6).
L’idea dell’unità della chiesa è sviluppata particolarmente nella lettera agli Efesini. Questa sottolinea che con Cristo la storia ha ripreso la propria unità e che ora la salvezza può diventare storia universale. Cristo infatti ha distrutto il vecchio ordinamento di salvezza per unificare ebrei e pagani in un popolo riconciliato con Dio (Ef 2,14-16). Questa nuova situazione, però, si realizza nella misura in cui la chiesa, crede operando, vive seriamente la realtà dell’unità. Per questo il NT esige l’henotès della fede (Ef 4,13), la comunione dell’amore (Gv), l’indissolubile unione nella lotta (Fil 1,27; 2,2-4). Per questo, inoltre, la cosa più importante che gli Atti riferiscono riguardo alla chiesa primitiva è la realtà di «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32; cf. 2,42-46).
Quanto alla moltiplicazione delle chiese locali, essa non è una divisione. In tutte le chiese si realizza la stessa vocazione divina, la stessa adunata dell’unico popolo nuovo.
Paolo, tuttavia, ha dovuto difendere l’unità polemizzando con i giudeo-cristiani e con un certo spirito delle sue chiese. I giudeocristiani non volevano accogliere i pagani in un’unica comunità, con perfetta uguaglianza di diritti; non capivano che la giustificazione mediante la fede in Cristo annullava tutte le differenze di razza e di origine. La vittoria di Paolo, col riconoscimento da parte di Gerusalemme dell’uguaglianza di diritti dei greco-cristiani, consacra l’unità delle due frazioni della chiesa.
Cirillo d’Alessandria: Perché arrivassimo all’unità con Dio e tra noi - fino ad essere uno solo, pur restando distinti gli uni dagli altri nel corpo e nell’anima - il Figlio di Dio ha escogitato un mezzo concepito dalla sapienza e dal consiglio del Padre che gli appartengono. Benedice quelli che credono in lui facendoli misticamente partecipi di un solo corpo, il suo. Li incorpora così a sé e gli uni agli altri. Chi separerà quelli che sono stati uniti da questo santo corpo nell’unità di Cristo, o li allontanerà da quella unione di natura che hanno tra loro? Infatti se abbiamo parte a un solo pane, noi diveniamo tutti un solo corpo [1Cor 10,17]. Cristo non può essere diviso. Per questo, sia la Chiesa che noi, sue membra diverse, siamo chiamati corpo di Cristo secondo l’espressione di san Paolo [cfr. Ef 5,30]. Siamo tutti riuniti all’unico Cristo per mezzo del suo santo corpo; e poiché lo riceviamo da lui, uno e indivisibile nei nostri corpi, è a lui più che a noi stessi che le nostre membra si uniscono.
Testimoni di Cristo - Santi Cristoforo Magallanes e compagni, martiri: Quando lo Stato invade la sfera religiosa le prime “vittime” sono la libertà e la dignità dei suoi cittadini: di fronte a questo abuso i cristiani non possono tacere, proprio come i fedeli messicani non si lasciarono zittire dopo l’introduzione nel loro Paese della Costituzione del 1917, ispirata a principi anticlericali.
Oggi la Chiesa ricorda 25 martiri che versarono il proprio sangue per testimoniare il Vangelo in questo contesto di violenza e repressione. Capofila del gruppo canonizzato nel 2000 è san Cristoforo Magallanes Jara, sacerdote ucciso il 25 maggio 1927 a Colotlán.
Era nato a Totiche nel 1869 e da prete era divenuto parroco del suo paese natale. Nel suo ministero curò l’evangelizzazione degli indigeni, la devozione al Rosario e le vocazioni: forse per questo fu preso di mira: sequestrato dall’esercito, venne fucilato il 25 maggio 1927. (Fonte Avvenire.it)
Il tuo Spirito, o Signore,
infonda con potenza i suoi doni,
crei in noi un cuore a te gradito
e ci renda conformi alla tua volontà.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.