20 Febbraio 2026
Venerdì dopo le Ceneri
Is 58,1-9a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 9,14-15
Cercate il bene e non il male, se volete vivere, e il Signore sarà con voi. (Cf. Am 5,14 - Acclamazione al Vangelo)
Luomo ha scelto, fin dall’origine, il male - Jules De Vaulx: Sedotto dal maligno, l’uomo ha fin dall’origine scelto il male. Ha cercato il suo bene in creature: «buone da mangiare e seducenti da vedere» (Gen 3, 6), ma fuori della volontà di Dio, il che costituisce l’essenza stessa del peccato. Non vi ha trovato che i frutti amari della sofferenza e della morte (Gen 3, 16-19). A causa del suo peccato il male si è dunque introdotto nel mondo, poi vi ha proliferato. I figli di Adamo sono diventati talmente cattivi che Dio si pente di averli fatti (Gen 6, 5 ss): nessuno che faccia il bene quaggiù (Sal 14, 1 ss; Rom 3, 10 ss). Questa è l’esperienza dell'uomo: si sente frustrato nei suoi desideri insaziabili (Eccle 5, 9 ss; 6, 7), impedito di godere pienamente dei beni della terra (Eccle 5, 14; 11, 2-6), incapace persino di «fare il bene senza mai peccare» (Eccle 7, 20), perché il male esce dal suo stesso cuore (Gen 6, 5; Sal 28, 3; Ger 7, 24; Mt 15, 19 s). È colpito nella sua libertà (Rom 7, 19), schiavo del peccato (6, 17): la sua ragione stessa è compromessa: viziando l’ordine delle cose, egli chiama male il bene e bene il male (Is 5, 20; Rom 1, 21-25). Infine, apatico e deluso, si accorge che «tutto è vanità» (Eccle 1, 2); esperimenta duramente che «il mondo intero è in potere del maligno» (1 Gv 5, 19; cfr. Gv 7, 7). Di fatto il male non è una semplice assenza di bene, ma una forza positiva che asservisce l’uomo e corrompe l’universo (Gen 3, 17 s). Dio non l’ha creato, ma ora che è apparso, esso gli si oppone. Incomincia una guerra incessante, che durerà quanto la storia: per salvare l’uomo, il Dio onnipotente dovrà trionfare del male e del maligno (Ez 38 - 39; Apoc 12, 7-17).
Liturgia della Parola
I Lettura: È forse questo il digiuno che bramo? - Il brano si presenta come una apologia di Dio, messo sotto accusa dalle parole del popolo come se fosse lontano (v. 3a). Il comportamento del popolo appare a prima vista esemplare sotto l’aspetto religioso: ricerca di Dio, desiderio di conoscerne la volontà, fedeltà nel compimento dei precetti (v. 2). La mancata protezione divina sarebbe dunque da attribuire ad una infedeltà di Jahvè (cf Ger 4,10.18). Il profeta ritorce l’accusa sul popolo. Sulla scia dei suoi grandi predecessori (1,10-23; Am 5,25s; Ger 7,21ss), dà atto al popolo di una religiosità inappuntabile ma troppo esterna. Dio cerca l’uomo nella sua realtà più profonda. L’interiorità proclamata dai profeti richiede soprattutto una corrispondenza tra convinzione e comportamento (Ez 36,27). Il profeta non vuole che sia eliminato il digiuno penitenziale: precisa soltanto il suo vero contenuto ed eleva alla dignità di atto religioso quelle che saremmo tentati di vedere unicamente come virtù sociali (vv. 3b-7) (Messale dell’Assemblea Cristiana)
Vangelo
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.
Il digiuno, oltre ad essere una pratica ascetica, era praticato in segno di lutto (1Sam 31,13; 1Cr 10,12), oppure per impetrare l’aiuto di Dio nella lotta contro spietati nemici (2Cr 20,3). I discepoli di Giovanni, come i farisei, praticavano digiuni supplementari per affrettare con la pietà la venuta del Regno. Ora il Regno è già venuto (Lc 17,21), e quindi sarebbe inopportuno da parte dei discepoli praticarlo nel tempo in cui lo Sposo è con loro. Sarà opportuno invece praticarlo quando lo sposo sarà loro tolto: cioè quando Gesù non sarà più con i suoi discepoli, perché asceso al Padre.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,14-15
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Parola del Signore
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 14 Il fatto non segue necessariamente la chiamata di Matteo-Levi; tuttavia è posto in relazione con essa a motivo dell’affinità degli argomenti (partecipare al convito; digiunare). I discepoli di Giovanni non sono i protagonisti dell’azione, bensì i Farisei; questi infatti amano sfruttare ogni occasione per attaccare la dottrina e la condotta di Gesù. I discepoli di Giovanni si associano al gruppo dei Farisei attaccanti. Il digiuno aveva un posto preminente nella pietà farisaica; i Farisei al digiuno prescritto dalla Legge aggiungevano dei digiuni supererogatori (cf. Lc., 18, 12). Inoltre i discepoli di Giovanni ed i Farisei compivano molti digiuni per affrettare con la loro pietà la venuta del regno.
15 Conosciamo già l’atteggiamento che assumevano i Farisei quando digiunavano (cf. Mt., 6, 16). Gesù rileva che i suoi discepoli non possono essere tristi mentre egli si trova in mezzo a loro. La risposta di Cristo è espressa con un’immagine, quella dello sposo; i compagni dello sposo (letteralmente: i figli della camera nuziale) indicano in senso proprio o letterale gli amici dello sposo che preparavano le nozze e vi partecipavano; in senso traslato designano i discepoli del Maestro. Verrà il giorno in cui sarà ad essi tolto lo sposo; il Precursore aveva indicato Gesù come lo sposo (cf. Gio., 3, 29); Cristo stesso ora applica a sé questa designazione (cf. Mt., 22, 2-14). Il versetto contiene il primo accenno alla passione; esso quindi ha carattere profetico.
Per approfondire
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno - Raymond Girad: Il digiuno consiste nel privarsi di qualsiasi cibo e bevanda, eventualmente dei rapporti sessuali, per uno o più giorni, da un tramonto del sole all’altro. Gli occidentali, oggigiorno, anche cristiani, in pratica non lo apprezzano. Se pure apprezzano la moderazione nel bere e nel mangiare, il digiuno appare loro pericoloso per la salute, e non ne vedono l’utilità spirituale. Questo atteggiamento è l’opposto di quello che gli storici delle religioni incontrano un po’ dovunque; per motivi di ascetismo, di purificazione, di lutto, di supplica, il digiuno occupa un posto importante nei riti religiosi. Nell’Islamismo, ad esempio, è il mezzo per eccellenza per riconoscere la trascendenza divina. La Bibbia, che qui sta alla base dell’atteggiamento della Chiesa, su questo punto va d’accordo con tutte le altre correnti religiose. Ma precisa il significato del digiuno e ne regola la pratica; con la preghiera e l’elemosina, essa ne fa uno degli atti essenziali che esprimono dinanzi a Dio l’umiltà, la speranza e l’amore dell’uomo.
1. Senso del digiuno. - Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, l’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo. Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16, 31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16, 29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20, 26; 2 Sam 12, 16 s; Giona 3, 7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8, 3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali. Ci si rivolge al Signore (Dan 9, 3; Esd 8, 21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20, 26; Est 4, 16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1 Re 21, 27), sollecitare una guarigione (2 Sam 12, 16. 22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1 Sam 31, 13; 2 Sam 1, 2), dopo una vedovanza (Giudit 8, 5; Lc 2, 27) o in seguito a una sventura nazionale (1 Sam 7, 6; 2 Sam 1, 12; Bar 1, 5; Zac 8, 19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gioe 2, 12-17; Giudit 4, 9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10, 12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13, 2 s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34, 28; Dan 9, 3). Le occasioni ed i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere l’azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34, 28) e da Elia (1 Re 19, 8). Quanto ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4, 1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4, 14).
2. Pratica del digiuno. - La liturgia giudaica conosceva un «grande digiuno» nel giorno dell’espiazione (cfr. Atti 27, 9); la sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio (Lev 23, 29). Cerano pure altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali. Inoltre i Giudei pii digiunavano per devozione personale (Lc 2, 37); così i discepoli di Giovanni Battista ed i Farisei (Mc 2, 18), taluni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18, 12). Con ciò si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti. Se Gesù non prescrive nulla del genere ai suoi discepoli (Mc 2, 18), non è perché disprezzi questa giustizia oppure voglia abolirla; ma viene a compierla; e perciò vieta di ostentarla ed invita, su taluni punti, a superarla (Mt 5, 17. 20; 6, 1). Gesù insiste maggiormente sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19, 21), sulla continenza volontaria (Mt 19, 12) e soprattutto sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mt 10, 38-39). Di fatto la pratica del digiuno non è esente da taluni pericoli: pericolo di formalismo, già denunciato dai profeti (Am 5, 21; Ger 14, 12); pericolo di orgoglio e di ostentazione, se si digiuna «per essere visti dagli uomini» (Mt 6, 16). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all’amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58, 2-11); esso non è separabile né dall’elemosina, né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore di Dio (Zac 7, 5). Gesù quindi invita a farlo con una perfetta discrezione: noto a Dio solo, questo digiuno sarà la pura espressione della speranza in lui, un digiuno umile che aprirà il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede ed agisce nel segreto (Mt 6, 17 s). In materia di digiuno la Chiesa apostolica conservò le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (Atti 13, 2 ss; 14, 23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontenta di soffrire la fame e la sete quando lo esigono le circostanze; vi aggiunge ripetuti digiuni (2 Cor 6, 5; 11, 27). La Chiesa è rimasta fedele a questa tradizione, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all’attesa di Israele, il tempo che consegue alla sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto. Difendendo, contro i farisei, i suoi discepoli che non digiunavano, Gesù stesso ha detto: «Possono forse digiunare gli amici dello sposo, finché lo sposo è con essi? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora in quei giorni digiuneranno» (Mc 2, 19 s par.). In attesa che lo sposo ritorni a noi, il digiuno penitenziale ha il suo posto nelle pratiche della Chiesa.
Digiuno - Catechismo della Chiesa Cattolica: Digiuno come forma di penitenza 434: La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che «copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8).
1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa. Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).
2043 Il quarto precetto («In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno») assicura i tempi di ascesi e di penitenza, che ci preparano alle feste liturgiche e a farci acquisire il dominio sui nostri istinti e la libertà di cuore.
Il quinto precetto («Sovvieni alle necessità della Chiesa») enuncia che i fedeli sono tenuti a venire incontro alle necessità materiali della Chiesa, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Catechismo degli Adulti [695] D'altra parte si comprende come senza le dovute disposizioni la comunione sacramentale sarebbe inautentica. Già san Paolo esortava i cristiani: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso ... perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,28-29). Chi è consapevole di aver commesso peccato mortale, prima di accostarsi alla comunione eucaristica, deve pentirsi e tornare in grazia di Dio. Più precisamente deve recarsi dal sacerdote e ricevere l’assoluzione; non può limitarsi a fare il proposito di confessarsi al più presto, a meno che in una particolare situazione non sopravvengano motivi gravi. Desta preoccupazione la disinvoltura, con cui alcune persone, che non si confessano da lungo tempo, vanno a fare la comunione, soprattutto in occasione di feste solenni, di matrimoni e di funerali. Sono doverosi anche alcuni segni esteriori di rispetto: osservare la legge del digiuno eucaristico, che obbliga a non prendere cibi e bevande, eccetto l’acqua, durante l’ora che precede la comunione; rispondere: «Amen» alle parole del ministro; presentare le mani pulite per ricevere il pane eucaristico; essere attenti ad eventuali frammenti, in modo da metterli in bocca e non lasciarli cadere.
Significato del Digiuno - Crisostomo Giovanni, Omelie sul Genesi, 10: Non è male mangiare - non sia mai! -, ma la gola è dannosa: riempirsi più del bisogno, sino a che il ventre scoppi; ciò rovina lo stesso piacere del cibo. Così, non è male bere moderatamente del vino, ma lo è abbandonarsi all’ubriachezza e lasciare che la smoderatezza ci sconvolga il giudizio e la ragione. Se per la debolezza, o carissimo, non puoi osservare il digiuno per tutto il giorno, nessuno che sia intelligente potrà fartene un rimprovero. Il nostro Signore, poi, è mansueto e amorevole e non ci chiede nulla al di sopra delle nostre forze; non ci chiede l’astinenza dal cibo e il digiuno per se stessi, o semplicemente perché noi restiamo privi di mangiare, ma perché rinunciamo alle faccende della vita e dedichiamo tutto il nostro impegno alle realtà spirituali.
Se guidassimo la nostra vita con impegno di sobrietà e spendessimo tutte le nostre energie per le realtà spirituali e se prendessimo cibo solo quanto richiede la pura necessità e impegnassimo tutta la nostra vita nelle opere buone, non avremmo bisogno di aiutarci col digiuno. Ma poiché la natura umana è indolente e si abbandona facilmente alla distrazione e al godimento, per questo il nostro buon Signore, come un padre amoroso, ha pensato per noi alla medicina del digiuno, perché così il piacere ci fosse tolto e noi fossimo spinti a trasferire le nostre preoccupazioni dalle necessità della vita alle opere spirituali. Perciò, se vi è qui qualcuno che per debolezza fisica non può digiunare, non può privarsi del pasto, lo esorto a curare questa sua debolezza organica, ma per questo non si privi della dottrina spirituale, ma vi si dedichi con maggior impegno.
Davvero, davvero, molte sono le vie che ci possono aprire le porte nella fiducia nel Signore: molte più che il semplice digiuno! Perciò chi si ciba e non può digiunare, dia prova di sé con elemosine più abbondanti, con preghiere ferventi, con l’alacrità nell’ascolto della parola divina: a tutto ciò la debolezza del corpo non è di impedimento; e si riconcili con i nemici ed elimini dall’animo ogni sentimento di vendetta. Se farà così, osserverà il vero digiuno, quello che il Signore soprattutto ci richiede. Perché questo è lo scopo per cui egli ci comanda di astenerci dal cibo: frenare la petulanza della carne, rendendola docile all’adempimento della legge di Dio.
Testimoni di Cristo - Santa Giacinta Marto - Giacinta (ha appena 7 anni, perché è nata l’11 marzo 1910), mentre è al pascolo con il fratello Francesco e la cuginetta Lucia. È quest’ultima (morta il 13 febbraio 2005 sulla soglia dei 98 anni) a testimoniare che Giacinta fino a quel giorno è una bambina come tutte le altre: le piace giocare, come a tutti i bambini di quell’età; è un pò permalosa, fa il broncio per un nonnulla e non si rassegna tanto facilmente a perdere; le piace ballare e basta il suono di un piffero rudimentale per far fremere e roteare il suo piccolo corpo.
La Madonna irrompe nella sua vita e la cambia radicalmente: medita a lungo sull’eternità dell’inferno e «prende sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori», si priva anche della merenda per soccorrere i bambini di due famiglie bisognose, si innamora del Papa che vorrebbe tanto incontrare a tu per tu, la sorprendono spesso in preghiera fatta con uno slancio di amore sicuramente superiore alla sua età. Qualsiasi sofferenza offerta per la conversione dei peccatori è sempre accompagnato da un amore che si riscontra solo nei più grandi mistici.
Il 23 dicembre 1918, 14 mesi dopo l’ultima apparizione, lei e Francesco vengono colpiti dalla “spagnola”, ma mentre quest’ultimo si spegne in pochi mesi, per Giacinta il calvario è più tormentato perché sopraggiunge una pleurite purulenta, da lei sopportata e offerta «per la conversione dei peccatori e per riparare gli oltraggi che si fanno al cuore immacolato di Maria».
Un ultimo grande sacrificio le viene chiesto: staccarsi dai suoi e soprattutto dalla cugina Lucia, per un ricovero nell’ospedale di Lisbona. Dove si tenta di tutto, anche un intervento chirurgico senza anestesia per tentare di strapparla dalla morte, ma dove la Madonna viene serenamente a prenderla il 20 febbraio 1920, come aveva promesso. (Autore: Gianpiero Pettiti)
Accompagna con la tua benevolenza,
Padre misericordioso,
i primi passi del nostro cammino penitenziale,
perché all’osservanza esteriore
corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Orazione sul popolo ad libitum
Dio misericordioso,
il tuo popolo ti renda continuamente grazie
per le tue grandi opere,
e ripercorra nel suo pellegrinaggio le vie della penitenza,
per giungere alla contemplazione del tuo volto.
Per Cristo nostro Signore.