24 LUGLIO 2026

Venerdì della XVI Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 3,14-17; Salmo Responsoriale Ger 31,10-12b.13; Mt  13,18-23
 
Pastores dabo vobis«Vi darò Pastori secondo il mio cuore». Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: «Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi». La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di questo annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e definitivo della promessa di Dio: «Io sono il buon pastore».
Egli, «il Pastore grande delle pecore», ha affidato agli apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio. In particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe vivere quella fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della sua missione nella storia: l’obbedienza al comando di Gesù: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti» e «Fate questo in memoria di me», ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la vita del mondo.
Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può venir meno. Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire la Chiesa di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle vocazioni sacerdotali, che oggi si registrano in alcune parti del mondo, così come rappresenta il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede più grande e di speranza più viva di fronte alla grave scarsità di sacerdoti, che pesa in altre parti del mondo.
Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena nell’ininterrotto compiersi della promessa di Dio, che i Padri sinodali hanno voluto testimoniare in modo chiaro e forte: « Il Sinodo con piena fiducia nella promessa di Cristo che ha detto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” e consapevole dell’attività costante dello Spirito Santo nella Chiesa, intimamente crede che non mancheranno mai completamente nella Chiesa i sacri ministri... Anche se in varie regioni si dà scarsità di clero, tuttavia l’azione del Padre, che suscita le vocazioni, non cesserà mai nella Chiesa ».
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: AI Overview: Questi versetti di Geremia sono una chiamata al pentimento e una promessa di speranza. Dio invita il suo popolo ribelle a tornare a Lui. In cambio, promette guide migliori e un futuro in cui la presenza di Dio non sarà più rinchiusa in un tempio, ma aperta a tutti i popoli.
Analizziamo i punti chiave:
Il perdono (v. 14): Dio chiama il popolo “figli traviati” ma li rassicura offrendo il suo amore. Non li punisce, ma li raccoglie con cura, persino “uno da ogni città e due da ciascuna famiglia” per salvarli.
Buoni pastori (v. 15): Dio promette di dare guide (“pastori”) secondo il suo cuore, che guideranno il popolo con sapienza ed equilibrio. Questo si applica ai profeti, re giusti, e in seguito a Gesù, il “Buon Pastore”.
L’arca dimenticata (v. 16): L’Arca dell’Alleanza era il simbolo sacro più importante per Israele, indicando la presenza di Dio. Geremia dice che verrà il tempo in cui non ci si penserà più. Questo significa che il futuro di Dio è più grande e più spirituale di qualsiasi oggetto sacro.
Un tempio per tutti (v. 17): Gerusalemme diventerà il vero “Trono del Signore” e tutti i popoli vi si raduneranno. Questa è un’anticipazione del messaggio di Gesù, dove la salvezza e l’amore di Dio non sono più riservati solo a Israele, ma sono aperti a tutta l’umanità
 
Vangelo
Colui che ascolta la Parola e la comprende, questi dà frutto.
 
La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (Cf. Lc 24,13ss).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,18-23
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico-Spirituale dei Quattro Vangeli)Matteo distingue l’“ascolto” dalla “comprensione” della Parola. Con l’espressione “ognuno che ascolta” ogni credente è sollecitato all’impegno personale per l’assimilazione profonda della Parola.
Si noti la contrapposizione tra chi “non comprende” la parola (v. 19) e chi la “comprende” (v. 23).
“La parola del regno” (v. 19), un’espressione propria di Matteo, non è identificata con il “seme” come in Marco (v. 14) né in Luca (v. 11).
Si osservi, inoltre, come Matteo usi sempre il singolare. La parabola non è applicata a gruppi di più persone, ma ai singoli uditori, simboleggiati dai diversi terreni. Non sono più i semi ad “essere seminati” bensì gli ascoltatori della parabola: Matteo rivolge il suo interesse all’atteggiamento assunto liberamente da ciascuno, dal quale dipende l’esito della predicazione di Gesù.
I vari tipi di terreno corrispondono alle risposte differenti date alla parola. La via si riferisce a chi ascolta la parola ma non la assimila; perciò Satana la rapisce dal suo cuore, che rappresenta il centro della personalità (v. 19). I terreni rocciosi (v. 20) designano l’uomo che accoglie con gioia la parola, ma soccombe alle prime tribolazioni e persecuzioni, perché la sua fede è superficiale (v. 21). Le spine simboleggiano le preoccupazioni terrene e la seduzione della ricchezza, che soffocano il germe della vita spirituale, rendendo sterile la parola (v. 22). Infine, il terreno buono indica colui che non solo “ascolta” la Parola, ma “la comprende” la interiorizza subordinando ogni altro intere se alla fedeltà al Vangelo.
 
Per approfondire
 
Antonio Bonora: I Vangeli sinottici presentano Gesù che «annuncia la parola» (Mc 4,33). Gesù «insegna la via di Dio secondo verità» (Mt 22,17), ma non come gli scribi e i farisei, bensì «come uno che ha autorità» (Mc 1,22), cioè che prende da sé e non dagli altri le parole che proclama. Gesù ha la consapevolezza che le sue parole «non passeranno» (Mt 24,35), perché egli dice le parole del Padre a come dice Giovanni: «Io non ho parlato da me ... le cose che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me» (Gv 12,49-50).
Gesù annuncia la venuta del Regno con gesti e parole. Dopo che egli ha guarito un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, la gente esclama: «Che mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità» (Mc 1,27). I miracoli sono parole in azione, gesti rivelatori di colui che è la parola incarnata.
Tutta l’esistenza di Gesù è una «parabola» del Padre, esibizione del disegno salvifico di Dio.
Il Vangelo si identifica quindi con Gesù, così perdere la propria vita per Gesù equivale a perderla per il Vangelo (Mc 8,35).
In Gesù si compie l’Antico Testamento, la parola di Dio annunciata dai profeti (cf. per es. Mt 1,33; «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta»). E Gesù assume in sé tutto l’Antico Testamento come parola di Dio: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge e i profeti, ma per dare compimento ... Non passerà neppur un iota a un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto» (Mt 5,17-18).
Gesù è il seminatore che semina la parola del regno di Dio: gli uomini dovranno prendere posizione, accoglierla e farla fruttare oppure trascurarla. «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8,15).
L’atteggiamento nei confronti della parola di Gesù è il criterio discriminante per il giudizio. Gesù dice infatti: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). In Giovanni, lo stesso tema è così espresso da Gesù: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno» (Gv 12,48). Il destino dell’uomo è deciso dall’atteggiamento tenuto nei confronti della parola di Dio annunziata da Gesù. Prendere posizione di fronte al Vangelo è dichiararsi per o contro Gesù stesso.
 
La parabola - Bruno Maggioni: Il carattere intuitivo delle parabole. Lo scopo delle parabole è di far spostare il punto di vista dell’ascoltatore, conducendolo a formulare un giudizio che altrimenti non avrebbe formulate. La parabola non è un’allegoria, nella quale ciascun particolare ha una sua trasposizione nella realtà. La parabola concentra i singoli elementi narrativi in un sol punto, che costituisce il vertice della parabola stessa. È qui che avviene il contatto fra la narrazione fittizia e la realtà che si vuole mostrare.
È per questa concentrazione che la comprensione di una parabola - al di là delle necessarie analisi esegetiche - richiede una intuizione globale, in un certo senso più vicina all’intuizione dell’artista che alla deduzione razionale filosofico-scientifica. L’ultimo passo interpretativo (“chi ha orecchie per intendere, intenda!”) introduce un salto, che spezza la catena delle semplici deduzioni. Per sua natura la comunicazione della parabola non avviene attraverso una definizione che chiude il discorso, ma attraverso un lampo, un’intuizione che permette di andare oltre. La parabola non costringe, ma crea lo spazio per una libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore a intuire e a proseguire. Sta qui gran parte della bellezza delle parabole .
 
Nerses Snorhali, Jesus, 468-469
 
La parabola del seminatore (Mt 13,3-9)
 
Io mi sono indurito come roccia;
Son divenuto simile al sentiero;
Le spine del mondo m’hanno soffocato,
Hanno reso infeconda la mia anima.
 
Ma, o Signore, Seminator del bene,
La pianta del Verbo fa’ in me crescere:
Perché in uno dei tre io porti frutto:
Tra il cento (per cento), il sessanta o anche il trenta.
 
Testimoni di Cristo - San Charbel Makhluf - È nel cuore di Dio che scopriamo ciò che ci manca: È nelle nostra solitudini, nelle distanze, nei distacchi, che Dio non ci abbandona mai. Anzi, nei nostri deserti, lì dove rimaniamo solo noi e lui, ci ritroviamo ancora più immersi nel suo abbraccio d’amore, al centro stesso della vita divina. È lì che capiamo cosa ci manca e dove sta il nostro vero “tesoro”, lì dov’è anche il nostro cuore.
Ed è in questo orizzonte che va letta l’esperienza umana e spirituale di san Charbel (al secolo Youssef Antoun, Giuseppe Antonio) Makhluf. Il percorso di questo santo orientale, infatti, fu un itinerario verso il cuore di Dio.
Era nato nel 1828 nel villaggio di Beqaa Kafra, in Libano, e fin da piccolo aveva sentito la chiamata a una vita ritirata dal mondo. Così nel 1851 lasciò casa per entrare nell’Ordine libanese maronita, il più antico ordine della Chiesa cattolica di rito maronita, fondato nel 1695. Dopo un periodo presso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq, nella regione di Byblos, emise i voti nel monastero di San Marone ad Annaya nel 1853 e sei anni dopo divenne prete. Il desiderio di una vita eremitica lo spinse a chiedere e a ottenere nel 1873 il permesso di ritirarsi in un eremo dove visse fino alla morte nel 1898. Sono numerosi i segni miracolosi che vengono attribuiti alla sua intercessione. Fu Paolo VI a dichiararlo beato nel 1965 e poi santo nel 1977. 
 
O Dio, che hai chiamato
il santo presbitero Charbel [Makhlūf]
al singolare combattimento della vita eremitica
e lo hai colmato di ogni dono di pietà,
fa’ che, associati alla passione del Signore,
possiamo aver parte con lui nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 23 LUGLIO 2026

SANTA BRIGIDA, RELIGIOSA, PATRONA D’EUROPA
 
Gal 2,19-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 15,1-8
 
Benedetto XVI (Udienza Generale, 27 Ottobre 2010): Le Rivelazioni di santa Brigida presentano un contenuto e uno stile molto vari. A volte la rivelazione si presenta sotto forma di dialoghi fra le Persone divine, la Vergine, i santi e anche i demoni; dialoghi nei quali anche Brigida interviene. Altre volte, invece, si tratta del racconto di una visione particolare; e in altre ancora viene narrato ciò che la Vergine Maria le rivela circa la vita e i misteri del Figlio. Il valore delle Rivelazioni di santa Brigida, talvolta oggetto di qualche dubbio, venne precisato dal Venerabile Giovanni Paolo II nella Lettera Spes Aedificandi: “Riconoscendo la santità di Brigida la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l’autenticità complessiva della sua esperienza interiore” (n. 5).
Di fatto, leggendo queste Rivelazioni siamo interpellati su molti temi importanti. Ad esempio, ritorna frequentemente la descrizione, con dettagli assai realistici, della Passione di Cristo, verso la quale Brigida ebbe sempre una devozione privilegiata, contemplando in essa l’amore infinito di Dio per gli uomini. Sulla bocca del Signore che le parla, ella pone con audacia queste commoventi parole: “O miei amici, Io amo così teneramente le mie pecore che, se fosse possibile, vorrei morire tante altre volte, per ciascuna di esse, di quella stessa morte che ho sofferto per la redenzione di tutte” (Revelationes, Libro I, c. 59). Anche la dolorosa maternità di Maria, che la rese Mediatrice e Madre di misericordia, è un argomento che ricorre spesso nelle Rivelazioni.
Ricevendo questi carismi, Brigida era consapevole di essere destinataria di un dono di grande predilezione da parte del Signore: “Figlia mia – leggiamo nel primo libro delle Rivelazioni –, Io ho scelto te per me, amami con tutto il tuo cuore ... più di tutto ciò che esiste al mondo” (c. 1). Del resto, Brigida sapeva bene, e ne era fermamente convinta, che ogni carisma è destinato ad edificare la Chiesa. Proprio per questo motivo, non poche delle sue rivelazioni erano rivolte, in forma di ammonimenti anche severi, ai credenti del suo tempo, comprese le Autorità religiose e politiche, perché vivessero coerentemente la loro vita cristiana; ma faceva questo sempre con un atteggiamento di rispetto e di fedeltà piena al Magistero della Chiesa, in particolare al Successore dell’Apostolo Pietro.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Non vi è mecenatismo catechetico che sappia fabbricare credenti - José Maria González-Ruiz: Nella sua lettera, Paolo riassume i termini della polemica di Antiochia, lasciando intendere che non si trattava di un episodio isolato, ma di cosa fondamentale per il vangelo.
«L’uomo non è giustificato dalle opere della legge»: nel linguaggio biblico usato da Paolo, «giustificare» non significa dichiarare giusto o innocente, ma costituirlo come tale. Il nazionalismo giudaico pareva sostenere che la sola appartenenza al popolo d’Israele e l’accettazione della sua costituzione (la legge) producevano automaticamente la situazione di «giusto davanti a Dio». Paolo insiste ancora una volta sulla sua esperienza fondamentale e iniziale: è Dio che prende l’iniziativa. La «giustificazione» non si ottiene matematicamente con la pratica di determinati comandamenti, anche se essi sono d’origine divina.
Con questo Paolo non si atteggia affatto ad anarchico, la legge continua ad avere il suo valore, ma non può essere rivale di Dio, come era nel caso pratico di tanti giudei, per i quali la «toràh» (legge) era quasi come una emanazione o un’incarnazione divina. Secondo Paolo, soli Deo honor et gloria.
È necessario riconoscere che le espressioni paoline sono difficili e dure, ma possono essere intese. Egli dice che, «vivendo nella legge, morì alla legge per vivere in Dio». Egli era giudeo di destra e credeva che l’accettazione della legge producesse ex opere operata il legame con Dio. Con la sua conversione, egli era morto a questa concezione pelagiana della religione, concezione secondo la quale, nella relazione dell’uomo con Dio, è l’uomo che prende l’iniziativa. È la condanna di molte forme di teodicea.
Al contrario, la vita religiosa è, per così dire, al di sopra dell’«io . «Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Non si tratta assolutamente d’una sostituzione. Paolo non fa dell’antropologia, ma espone una esperienza religiosa. Secondo questa esperienza, la presenza - vita - del trascendente nell’uomo non è un emergere dall’inconscio o dal subconscio né dalla coscienza raziocinante, ma è il risultato d’un fatto inaccessibile alla ragione umana: è la presenza e l’irruzione di Dio nell’uomo.
Paolo termina la sua argomentazione ricorrendo a un metodo «a contrario»: se la presenza di Dio nell’uomo fosse il risultato d’uno sforzo puramente umano, sarebbe «annullata» la grazia di Dio. Purtroppo, nel nostro linguaggio religioso, il termine «grazia» è stato degradato e ha perso la freschezza del suo significato originale di «gratuità». La fede è un «dono gratuito». Per conseguenza, se esistesse un meccanismo catechetico o evangelizzatore che producesse credenti da sé, la «grazia» - la «gratuità» - di Dio sarebbe annullata e, allora, non si tratterebbe più della presenza di Dio.
 
Vangelo
Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto.
 
La vigna, come segno di benedizione, nell’Antico Testamento, soprattutto nei libri profetici, raffigurava il popolo d’Israele. Ma poiché la vigna-Israele aveva prodotto «uva selvatica», dal Signore sarà trasformata in pascolo e calpestata dai suoi nemici. Il popolo eletto da Dio, «scelto come vigna scelta, tutta di vitigni genuini» (Ger 2,21), sarà abbandonato alla ferocia degli invasori che invaderanno il paese e devasteranno la vigna (Cf. Ger 2,10). Pur tuttavia, «sebbene i profeti abbiano utilizzato la vigna come immagine che serviva ad esprimere con forza e vivacità poetica il castigo divino, l’immagine rimaneva comunque aperta ad un ulteriore sviluppo che, sulla linea del Salmo 80, si sarebbe operato in un orizzonte di speranza e di salvezza», spingendo in questo modo «il credente a guardare in avanti, verso quel futuro nel quale rifulgerà in tutta la sua pienezza l’azione imprevedibile, ma sempre amorosa, di Dio» (G. Odasso).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Parola del Signore.
 
Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Il termine «puri» fa assonanza nell’originale con il verbo «ripulire», quasi a dire: Avendo voi accolto la mia parola, questa parola vi ha resi disponibili per essere innestati in me. Perciò «rimanete in me e io in voi», cioè: continuate a rimanere uniti a me, non si perda la nostra intimità. Qui si sente davvero tutta la responsabilità che pesa su ogni discepolo, il quale deve convincersi di quello che Gesù gli dice e agire in conseguenza.
Infatti, continua Gesù: «Così come ogni tralcio non può portare frutto se non rimane nella vite, così voi se non rimanete in me» (15,4). Non si potrebbe dire con più chiarezza che solo Cristo è fonte di vita per il discepolo. Non c’è possibilità di bene e di vita se manca l’unione con lui. E Gesù insiste, riprendendo l’immagine iniziale, ma distinguendo la vite dai tralci. Dice così: «Io sono la vite (e la vite può vivere senza i tralci), voi i tralci». Questa distinzione serve a mettere i discepoli di fronte alle loro responsabilità.
Come il mutuo amore è diffusivo: ci si ama per amare gli altri; così il mutuo «rimanere in»: non è per formare un cerchio chiuso, una comunità ripiegata su se stessa, ma per aprirsi a un agire benefico nella storia, ed è una necessità assoluta per l’azione. Gesù qui è categorico: «Senza di me non potete fare niente» (14,5). Niente! Sterilità assoluta se si interrompe l’unione con Gesù. Perché «se qualcuno non rimane in me, è gettato via» (15,6), letteralmente: «gettato fuori», fuori dalla vigna, fuori dalla comunità, inutile per il suo apostolato, perché Gesù, il principale artefice di ogni apostolato, non può più agire in coloro che non rimangono in lui. E la sorte di costoro è tragica; basta leggere i verbi che si susseguono a ritmo serrato: «come il tralcio si secca; poi li raccolgono, li buttano nel fuoco, e bruciano» (15,6b). È la fine.
 
Per approfondire
 
La vera e i tralci - Grande Commentario Biblico (Queriniana): Il tema di questo ininterrotto discorso è la relazione dei cristiani con Cristo, la comunione di vita che essi condividono, e la vita di Cristo quale sorgente delle loro opere buone. La metafora della vite e dei tralci presuppone che la vita cristiana sia essenzialmente attiva e fruttifera: l’unione con Cristo esige tali frutti oltre che esserne la condizione. Il discorso riunisce qui espressioni e pensieri del precedente 13 ,31-14 ,31 con nuove accentuazioni.
1. Io sono la vera vite: L’immagine della vite o della vigna per designare il popolo di Dio è frequentemente usata nel VT (cr. Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 15; Sal 80,9-16), e non c’è affatto bisogno di far dipendere Gv da un «mito dell’albero-della-vita» (Bultmann, Schweizer). Il fatto che Cristo concretizzi in se stesso ciò che si applicava a Israele nel VT è paragonabile al suo uso del titolo di «Figlio dell’Uomo». Tenendo conto del fatto che questo discorso è inquadrato nell’ultima cena, ci potrebbe anche essere un’allusione eucaristica; cfr. «frutto della vite» in Mc 14,25 e «il vino santo di Davide tuo servo» nella liturgia della Didachè 9.1. il Padre mio è l’agricoltore: Un concetto analogo è espresso in 1 Cor 3,9. Quale che possa essere l’immagine che Gesù utilizza per esprimere la sua opera salvifica, egli caratterizza sempre se stesso come lo strumento del Padre (cfr. 10,14 s., 29 s.).
2. lo taglia ... lo pota: L’immagine usata da Gesù è allegorica, un vero e proprio paragone. I tralci della vite sono i discepoli di Gesù (v. 5); se non portano frutto il Padre li taglia via, e d’altra parte è soltanto in virtù del suo potere che essi possono produrre frutti. I verbi, in greco, sono un gioco di parole (airei e kathairei).
3. Un ulteriore gioco di parole. già voi siete puri: Come li chiamò puri (katharoi) in Dio, sotto un’altra immagine. in virtù della parola che vi ho annunziata: Il riferimento non è ad alcuna «parola» (logos) specifica, ma all’insieme della sua rivelazione di Dio, che è un messaggio di vita eterna (cfr. 5,24, ecc.).
4-6. Viene ora espresso il messaggio principale che la metafora intende portare al cristiano: la comunione di vita con Cristo è la condizione per produrre dei frutti, per piacere a Dio (v. 8). Colui che non rimane in Cristo è come un tralcio morto, che viene gettato nel fuoco (cfr. Mt 13,40).
7. se rimanete in me e rimangono in voi le mie parole: L’efficacia della preghiera cristiana fu chiaramente spiegata in 14,13; come fu fatto rilevare allora, «nel mio nome» comporta ciò che qui viene espresso in altre parole.
8. Come fu pure messo in risalto in 14,13, il Padre è glorificato nelle opere dei discepoli di Cristo. L’immagine della vite e dei tralci in Gv si presta al confronto con la dottrina paolina di Cristo, il capo del suo Corpo, la Chiesa. Il concetto paolino, comunque, molto più sviluppato; benché il vangelo di Giovanni sia stato pubblicato molto più tardi rispetto alle lettere paoline, Giovanni si mantiene fedele al periodo storico nel quale è ambientato il suo vangelo e non sviluppa pertanto l’immagine al di là dell’applicazione intesa da Gesù.
 
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano: Un’allusione chiara al giudizio particolare prima e universale dopo: «Nel giorno del giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia. Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia» (CCC 680-681). Gli uomini, lasciata la vita terrena, vanno incontro al giudizio divino (cfr. Mt 25,31-46) e qui conoscono il loro ultimo destino: se sono rimasti uniti alla vite vera ricevono il regno preparato per loro fin dalla creazione del mondo; se sono rami secchi sono gettati nel fuoco eterno, preparato per i diavoli e per i suoi angeli. Un monito che non deve atterrirci e non deve essere considerato fuori moda. Il giudizio finale è «una realtà, un evento al quale saremo sottoposti anche noi. Se la nostra vita è contrassegnata dalla sterilità di fede, se noi siamo tralci infruttuosi, veniamo già ammoniti sulla sorte che ci attende alla fine dei nostri giorni. Sempre, ma soprattutto nei momenti forti della vita dobbiamo riflettere sul giudizio, non per rattristarci o disperarci, ma per stimolarci a una conversione sincera e profonda» (Salvatore Alberto Panimolle). Dove poi vengono gettati i rami secchi è ben conosciuto: «Gesù parla ripetutamente del fuoco inestinguibile che è riservato a chi, fino alla fine della vita, rifiuta di credere e di convertirsi. La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita, e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (CCC 1034-1035). Un discorso altamente magistrale che richiama l’uomo ad una precisa responsabilità e a un sapienziale discernimento: l’uomo se ha scelto di restare unito a Cristo nella vita terrena, lo sarà per sempre nella vita eterna; diversamente la separazione terrena sarà eterna nella più drammatica disperazione.
 
Giovanni Taulero (Omelie 7): Il vignaiolo andrà a potare sulla vite i rami selvatici. Se non lo facesse e li lasciasse crescere sulla pianta buona, la sua vite non darebbe nulla se non un vino aspro e cattivo. Così conviene fare all’uomo nobile: deve togliere in sé quanto in lui è disordine, sradicare in profondità ogni sua inclinazione e abitudine, sia essa gioia o sofferenza, cioè tagliare ogni difetto, e questo non spezza né il capo, né il braccio, né la gamba. Trattieni tuttavia il coltello finché tu non abbia visto ciò che occorre tagliare. Se il vignaiolo non conoscesse l’arte della potatura, poterebbe tutto, la pianta buona che sta per dare l’uva, come il legno cattivo, e rovinerebbe la vigna. Così fanno alcuni. Non se ne intendono. Lasciano i vizi, le cattive inclinazioni con la radice, potando e tagliando la povera stessa natura. In se stessa la natura è buona e nobile: cosa vuoi tagliare? Quando verrà il tempo dei frutti, cioè della vita divina, non avresti più nulla se non una natura rovinata.
 
Testimoni di Cristo - Brigida di Svezia. Il sogno di un’Europa in pace, unita nel segno del Vangelo: Pace e unità sono il segno più evidente di un’Europa che ha saputo dare forma nella storia ai valori del Vangelo. Pace e unità, che oggi sono messi in crisi da molti fattori: le conseguenze della pandemia, la crisi economica, la guerra in Ucraina. È in momenti come questo che il Vecchio Continente dovrebbe tornare alle radici, riscoprire l’eredità lasciata dai suoi padri e dalle sue madri: testimoni del messaggio del Risorto, che hanno gettato le fondamenta di una società basata sulla dignità umana e sulla capacità di aprirsi all’Infinito. Così, da donna innamorata di Cristo, Brigida ci indica la Passione di Cristo come riflesso della cura di Dio nei confronti dell’umanità. A partire da questa convinzione, Brigida per l’Europa aveva una visione ben precisa, proponendo un’unità spirituale basata sul Vangelo e sui valori cristiani. Nata nel 1303 in Svezia, aveva sposato il governatore dell’Östergötland, con il quale ebbe otto figli, condividendo con lui l’intenzione di dedicarsi alla vita religiosa e adottando insieme la regola dei Terziari francescani. Dopo 20 anni di matrimonio rimase vedova e, lasciati i propri beni, si ritirò nel monastero di Alvastra. In seguito alle «Rivelazioni» – raccolte poi in 8 libri – fondò un nuovo ordine monastico dedicato al Santissimo Salvatore. Dal 1349 al 1373, anno della morte, visse a Roma, dove si era recata per ottenerne l’approvazione. Nel 1999 fu dichiarata compatrona d’Europa. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai guidato santa Brigida
nelle varie condizioni della sua vita,
e nella contemplazione della passione del tuo Figlio
le hai rivelato la sapienza della croce,
concedi a noi di cercare te in ogni cosa,
seguendo fedelmente la tua chiamata.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 22 Luglio 2026
 
Santa Maria Maddalena
 
Ct 3,1-4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 62 (63); Gv 20,1-2.11-18
 
Catechesi del Santo Padre Francesco (1 Febbraio 2025): Il Giubileo è per le persone e per la Terra un nuovo inizio; è un tempo dove tutto va ripensato dentro il sogno di Dio. E sappiamo che la parola “conversione” indica un cambiamento di direzione. Tutto si può vedere, finalmente, da un’altra prospettiva e così anche i nostri passi vanno verso mete nuove. Così sorge la speranza che mai delude. La Bibbia racconta questo in molti modi. E anche per noi l’esperienza della fede è stata stimolata dall’incontro conpersone che nella vita hanno saputo cambiare e sono, per così dire, entrate nei sogni Dio. Infatti, anche se nel mondo c’è tanto male, noi possiamo distinguere chi è diverso: la sua grandezza, che coincide spesso con la piccolezza, ci conquista.
Nei Vangeli, la figura di Maria Maddalena emerge per questo su tutte le altre. Gesù l’ha guarita con la misericordia (cfr Lc 8,2) e lei è cambiata. Sorelle e fratelli, la misericordia cambia, la misericordia cambia il cuore. E Maria Maddalena, la misericordia l’ha riportata nei sogni di Dio e ha dato nuove mete al suo cammino.
Il Vangelo di Giovanni racconta il suo incontro con Gesù Risorto in un modo che ci fa pensare. Più volte è ripetuto che Maria si voltò. L’Evangelista sceglie bene le parole! In lacrime, Maria guarda dapprima dentro il sepolcro, quindi si volta: il Risorto non è dalla parte della morte, ma dalla parte della vita. Può essere scambiato per una delle persone che incontriamo ogni giorno. Poi, quando sente pronunciare il proprio nome, il Vangelo dice che di nuovo Maria si volta. È così che cresce la sua speranza: ora vede il sepolcro, ma non più come prima. Può asciugare le sue lacrime, perché ha ascoltato il proprio nome: solo il suo Maestro lo pronuncia così. Il mondo vecchio sembra ci sia ancora, ma non c’è più. Quando noi sentiamo che lo Spirito Santo agisce nel nostro cuore e sentiamo che il Signore ci chiama per nome, sappiamo distinguere la voce del Maestro?
Cari fratelli e sorelle, da Maria Maddalena, che la tradizione chiamò “apostola degli apostoli”, impariamo la speranza. Si entra nel mondo nuovo convertendosi più di una volta. Il nostro cammino è un costante invito a cambiare prospettiva. Il Risorto ci porta nel suo mondo, passo dopo passo, a condizione che non pretendiamo di sapere già tutto.
Chiediamoci oggi: io so voltarmi a guardare le cose diversamente, con uno sguardo diverso? Ho il desiderio di conversione?
Un io troppo sicuro, troppo orgoglioso ci impedisce di riconoscere Gesù Risorto: anche oggi, infatti, il suo aspetto è quello di persone comuni che rimangono facilmente alle nostre spalle. Persino quando piangiamo e ci disperiamo, lo lasciamo alle spalle. Invece di guardare nel buio del passato, nel vuoto di un sepolcro, da Maria Maddalena impariamo a voltarci verso la vita. Lì il nostro Maestro ci attende. Lì il nostro nome è pronunciato. Perché nella vita reale c’è un posto per noi, sempre e dovunque. C’è un posto per te, per me, per ciascuno. Nessuno può prenderlo, perché è stato pensato da sempre per noi. È brutto, come si dice nel parlato volgare, è brutto lasciare la sedia vuota. Questo posto è per me, se io non ci vado … Ognuno può dire: io ho un posto, io sono una missione! Pensate questo: qual è il mio posto? Qual è la missione che il Signore mi dà? Che questo pensiero ci aiuti a prendere un atteggiamento coraggioso nella vita. Grazie.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Antonio González-Lamadrid: Ciascuna delle poesie che compongono il Cantico dei Cantici, e lo stesso Cantico nella sua totalità, presenta una serie successiva di ricerche e di incontri e di separazioni fra lo sposo e la sposa, che seguono una linea ascendente e culminano nel definitivo possesso finale. La nostra lettura riproduce una di queste ricerche col corrispondente incontro. Mentre la sposa era sul suo letto durante la notte, avvertì la presenza dello sposo che vi avvicinava e arrivò persino a udire la sua voce che la invitava ad alzarsi, per incontrarsi con lui intimamente nella solitudine del deserto (2,8-17), Ma lo sposo è scomparso misteriosamente lasciando la sposa immersa nella sofferenza e nella solitudine, Dopo averlo cercato intorno alla casa è nelle vicinanze senza trovarlo, la sposa decide di uscire in cerca di lui per le vie e sulle piazze della città. Il suo amore è così appassionato e la lontananza dell’amato è così dolorosa, che non la lasciano riposare. La sua uscita avviene esattamente nell’ora in cui le sentinelle si danno il cambio intorno alle mura. Ossessionata dal pensiero dell’amato, essa si rivolge senza preamboli alle guardie e chiede loro: Avete visto l’amato del mio cuore?
Improvvisamente e nel modo più impensato essa trova l’amato del suo cuore. Come e dove l’ha trovato? Che stava facendo? La stava attendendo? Il poeta non dà spiegazioni. L’unica cosa che lo interessa è provocare quella tensione di ricerche, d’incontri e di nuove separazioni di cui abbiamo detto più sopra. Perciò qui l’importante è che, dopo la drammatica ricerca, la sposa abbia trovato lo sposo ed essi si possiedano nuovamente.
Si tratta sempre dell’amore umano e naturale, e insieme, dell’amore divino soprannaturale? Dell’uno e dell’altro, si dovrebbe dire. Anzi l’esegesi moderna insiste assai sulla dimensione umana dell’amore del Cantico dei Cantici. E questo non crea la minima difficoltà. È Dio che ha creato l’uomo per la donna e la donna per l’uomo; e non v’è cosa più naturale di questa: che un libro sacro sia destinato a cantare l’amore coniugale.
Tuttavia la tradizione giudaica e cristiana ha sempre creduto che il Cantico abbia presente anche l’amore divino e soprannaturale, Perciò, in questa sequenza di ricerche, di incontri e di nuove separazioni è simboleggiato il ritmo delle relazioni fra Dio e il suo popolo, fra Cristo e la sua Chiesa, fra Cristo e il cristiano. L’immagine dell’unione coniugale come espressione delle relazioni fra Dio e Israele fu introdotta nella storia della rivelazione da Osea (1-3) e utilizzata più tardi dagli autori sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento.
 
Vangelo
Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose.
 
Maria Maddalena riconosce il Signore quando sente pronunziare il suo nome. Pervasa dalla gioia accoglie con entusiasmo la missione che dal Risorto le viene affidata: va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Queste parole di Gesù segnano un netto confine fra lui e i discepoli: mio e vostro Padre, Gesù è il Figlio amato, l’unigenito, il Figlio eterno di Dio, i discepoli sono figli adottivi. Ho visto il signore: l’annuncio di Maria Maddalena ricorda quanto scriverà Giovanni nella sua prima lettera: quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita ...  noi lo annunciamo anche a voi (1Gv 1,1ss). L’apostolo è colui che ha incontrato il Risorto.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-2.11-18
 
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
 
Parola del Signore.
 
 La Bibbia di Navarra 20,1-2: I quattro Vangeli raccolgono le prime testimonianze delle sante donne e dei discepoli in merito alla Risurrezione gloriosa di Cristo. Tali testimonianze vertono, in un primo momento, sulla realtà del sepolcro vuoto (cfr Mt 28,1-15; Mc 16,1 ss.; Lc 24,1-12). Successivamente, gli autori ispirati daranno notizia di numerose apparizioni di Gesù risorto.
Maria di Màgdala è una delle donne che assistevano il Signore nei suoi viaggi per la Palestina (Lc 8,1-3); insieme alla Vergine Maria l’aveva seguito intrepidamente fino alla Croce (Gv 19,25). Adesso, cessato l’obbligo del riposo sabatico, va a visitare la tomba di Gesù. Si noti il particolare evangelico: «Di buon mattino, quand’ancora era buio»; l’amore e la venerazione inducono la donna a recarsi senza indugio presso il corpo del Signore.
11-18: L’affetto e la delicatezza di [Maria Maddalena] , preoccupata per le sorti del corpo morto di Gesù, sono commoventi. Fedele nella Passione, l’amore di colei che era stata posseduta da sette demòni (cfr Lc 8,2) continua ad essere grande e ardente Il Signore l’aveva liberata dal maligno, e quella grazia diede frutti di corrispondenza umile e generosa.
Dopo aver consolato Maria di Màgdala, Gesù le dà un messaggio per gli apostoli, che chiama con tenerezza “fratelli”. Questo messaggio sottintende un Padre comune, sebbene i modi della paternità siano differenti: «Io salgo al Padre mio [tale per natura] e Padre vostro», a cagione dell’adozione che vi ho guadagnato con la mia morte. Grandi sono la misericordia e la comprensione di Gesù, che da buon Pastore, si preoccupa di radunare i discepoli che l’avevano abbandonato durante la Passione e che se ne stavano nascosti per timore dei Giudei (Gv 20,19} L’esempio di Maria Maddalena, che persevera nella fedeltà al Signore nei momenti della prova, ci insegna che chi cerca con sincerità e costanza Cristo Gesù finisce col trovarlo. L’atteggiamento familiare del Maestro, che chiama “fratelli” i discepoli benché l’abbiano abbandonato, ci deve colmare di speranza quando commettiamo atti d’infedeltà verso il Signore.
15: Il dialogo di Gesù con Maria di Màgdala riflette lo stato d’animo di tutti i discepoli, che non si attendevano la risurrezione del Signore.
17: «Non mi trattenere»: il verbo greco, nella forma dell’imperativo negativo riflessa nella Neovulgata (“noli me tenere”) e nella presente traduzione, esprime la continuità dell’azione che si compie. Il Signore comanda a Maria di Magdala che smetta di trattenerlo, che lo lasci andare, perché avrà ancora occasione di vederlo prima di ascendere definitivamente al cielo,
 
Per approfondire
 
Gesù le disse: «Maria!» - Xavier Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Iniziativa, riconoscimento, missione, sono i tre aspetti comuni a tutti i racconti, che permettono di penetrare concretamente nell’intendimento degli autori. a) Mostrando che Gesù interviene personalmente presso o in mezzo a gente che non se l’aspetta, gli evangelisti (salvo Lc 24,34) vogliono dimostrare che non si tratta di un’invenzione soggettiva degli interessati, originata da una fede esasperata o da una fantasia sbrigliata. Questo tema dell’iniziativa del risorto (che a suo modo esprime il verbo ofthe, «si è fatto vedere», nella lista di 1Cor 15) sta a significare che i racconti di apparizioni descrivono esperienze realmente vissute dai discepoli. Questo aspetto dei racconti corrisponde ai modi di vedere della predicazione primitiva: Dio è intervenuto per risuscitare Gesù, gli ha concesso di mostrarsi vivo dopo la morte. La fede è una conseguenza di questo incontro. b) Seconda caratteristica, il riconoscimento. I discepoli scoprono l’identità dell’essere che si impone loro; è quel Gesù di Nazareth di cui hanno conosciuto la vita e la morte. Lui che era morto è vivo. In lui, si compie la profezia. In un certo qual modo, non hanno più nulla da «vedere», in futuro, perché è stato loro dato tutto nel risorto. Il modo in cui avviene questo riconoscimento è progressivo: nell’uomo che viene verso di loro, i discepoli vedono in un primo tempo un personaggio comune, un viaggiatore (Lc 24,15s; Gv 21,4s), un giardiniere (Gv 20,15); poi riconoscono il Signore. Questo riconoscimento è libero, perché secondo il tema dell’incredulità, che fa parte del complesso della tradizione (Mt 28,17; Mc 16,11.13 s; Lc 24,37.41; Gv 20,25-29), essi avrebbero potuto rifiutarsi di credere. Infine, poiché il Signore in genere appare ad un gruppo di persone, ne viene facilitata la verifica. Per elaborare dal punto di vista letterario questo dato fondamentale, i narratori hanno voluto mettere in evidenza contemporaneamente due aspetti. Il risorto è sottratto alle normali condizioni della vita terrena come Dio nelle teofanie del VT (Gen 18,2; Num 12,5; Gios 5,13; 1Cron 21,15 s; Zac 2,7; 3,5; Dati 8,15; 12,5...) appare e scompare a suo piacere. D’altra parte, non è un fantasma; di qui l’insistenza sui contatti sensibili. Questi due aspetti devono essere presi in considerazione simultaneamente se non si vuole incorrere in errore. Il corpo del risorto è vero corpo, ma, per dirlo con S. Paolo in una formula apparentemente paradossale, è un «corpo spirituale» (1Cor 15,44-49), perché è un corpo trasformato dallo Spirito (cfr. Rom 1,4). c) Un terzo aspetto, di ordine uditivo, caratterizza il racconto. Riconoscendo il Signore, i discepoli anticipano la visione che sarà prerogativa del cielo; con l’ascolto della parola, sono riportati alla condizione terrena. Odono così la promessa di una presenza eterna (M’i 28,20) e l’invito a continuare l’opera di Gesù in una missione propriamente detta (Mt 28,19; Mc 16,15-18; Lc 24,48s; Gv 20,22s; cfr. Mt 28,10; Gv 20,17). La presenza di Gesù non è statica, ma missionaria. Questi tre aspetti devono rimanere in rapporto dinamico. Il presente è senza posa rinnovato dall’iniziativa del risorto; il discepolo è invitato ad assumere il passato nella persona di Gesù di Nazareth, che lo incita allora a costruire l’avvenire che è la Chiesa.
 
Decreto 10 Giugno 2016: Per un lato [Maria Maddalena], ha l’onore di essere la «prima testis» della risurrezione del Signore (Hymnus, Ad Laudes matutinas), la prima a vedere il sepolcro vuoto e la prima ad ascoltare la verità della sua risurrezione. Cristo ha una speciale considerazione e misericordia per questa donna, che manifesta il suo amore verso di Lui, cercandolo nel giardino con angoscia e sofferenza, con «lacrimas humilitatis», come dice Sant’Anselmo [...].
Proprio perché fu testimone oculare del Cristo Risorto, fu anche, per altro lato, la prima a darne testimonianza davanti agli apostoli. Adempie al mandato del Risorto: «Va’ dai miei fratelli e di’ loro … Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!” e ciò che le aveva detto» (Gv 20,17-18). In tal modo ella diventa, come già notato, evangelista, ossia messaggera che annuncia la buona notizia della risurrezione del Signore; o come dicevano Rabano Mauro e San Tommaso d’Aquino, «apostolorum apostola», poiché annuncia agli apostoli quello che, a loro volta, essi annunceranno a tutto il mondo (cf. Rabano Mauro, De vita beatae Mariae Magdalenae, c. XXVII; S. Tommaso d’Aquino,In Ioannem Evangelistam Expositio, c. XX, L. III, 6). A ragione il Dottore Angelico usa questo termine applicandolo a Maria Maddalena: ella è testimone del Cristo Risorto e annuncia il messaggio della risurrezione del Signore, come gli altri Apostoli. Perciò è giusto che la celebrazione liturgica di questa donna abbia il medesimo grado di festa dato alla celebrazione degli apostoli nel Calendario Romano Generale e che risalti la speciale missione di questa donna, che è esempio e modello per ogni donna nella Chiesa.
 
San Alberto Magno (In ev. Jo.exp., XX): Perché la donna che parlava con gli Angeli non attende la loro risposta ma si volta indietro? ... È per far capire che ... si giunge davvero a vedere il Cristo solo se ci si volge totalmente a lui con l’amore. In senso mistico ciò sta a significare che questa donna aveva prima volto le spalle al Cristo con l’incredulità; ma quando volge il suo animo per riconoscerlo, si volta indietro ... e vide Gesù che stava ritto in piedi ... perché non si curvò, né si piegò per la debolezza della morte ... E Gesù le disse: Donna perché piangi? Consolandola e, nello stesso tempo, istruendola e riprendendola ... La istruisce in quanto, con la sua domanda, Gesù la riconduce a se stessa e a quello che aveva visto e udito ... La riprende in quanto ella, ignorando, col dubbio della Risurrezione, quella che avrebbe dovuto essere per lei causa di letizia, si abbandonava alla tristezza.
 
Testimoni di Cristo - Santa Maria Maddalena - Prima testimone del Risorto, fu l’«apostola degli apostoli»: Dovrebbe bastare il fatto che fu una donna, santa Maria Maddalena, il primo testimone della risurrezione di Gesù a farci capire la “rivoluzione” portata dal messaggio di Cristo. In una società dove le donne non avevano alcun ruolo, alla Maddalena è affidato il compito più importante nella diffusione del Vangelo: il primo annuncio della risurrezione. «Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro – scrive il Vangelo di Giovanni –. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava». Quell’esperienza, l’aver «visto il Signore», è un dono e una grazia che cambia il cuore e rende missionari, così come ha trasformato anche quello della Maddalena. Per questa sua testimonianza sant’Ippolito di Roma, sacerdote, teologo e scrittore la definì «apostola degli Apostoli». La sua vicenda era iniziata con l’incontro con Gesù e la liberazione dai «sette demoni»: da quel giorno Maria Maddalena entrò nel gruppo dei discepoli, seguendo il Maestro fino alla fine, fino al momento doloroso del Calvario e della Croce, anche quando tutti erano scappati e si erano nascosti per paura della persecuzione. Il coraggio della Maddalena è il «coraggio missionario» a cui è chiamato ogni cristiano: l’aver incontrato l’amore di Gesù spinge a diventarne testimoni e rende profeti davanti a un mondo che fatica a credere e a seguire la strada che porta a Dio.  (Matteo Liut)
 
O Dio, il tuo Figlio ha voluto affidare a Maria Maddalena
il primo annuncio della gioia pasquale;
fa’ che, per il suo esempio e la sua intercessione,
proclamiamo al mondo il Signore risorto,
per contemplarlo accanto a te nella gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

 

 

 

 

 21 Luglio 2026
 
Martedì XVI Settimana T. O.
 
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Mt 12,46-50
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 23 Marzo 2011): Tutta la attività di san Lorenzo da Brindisi «è stata ispirata da un grande amore per la Sacra Scrittura, che sapeva ampiamente a memoria, e dalla convinzione che l’ascolto e l’accoglienza della Parola di Dio produce una trasformazione interiore che ci conduce alla santità.
“La Parola del Signore – egli afferma – è luce per l’intelletto e fuoco per la volontà, perché l’uomo possa conoscere e amare Dio. Per l’uomo interiore, che per mezzo della grazia vive dello Spirito di Dio, è pane e acqua, ma pane più dolce del miele e acqua migliore del vino e del latte ... È un maglio contro un cuore duramente ostinato nei vizi. È una spada contro la carne, il mondo e il demonio, per distruggere ogni peccato”.
San Lorenzo da Brindisi ci insegna ad amare la Sacra Scrittura, a crescere nella familiarità con essa, a coltivare quotidianamente il rapporto di amicizia con il Signore nella preghiera, perché ogni nostra azione, ogni nostra attività abbia in Lui il suo inizio e il suo compimento. È questa la fonte da cui attingere affinché la nostra testimonianza cristiana sia luminosa e sia capace di condurre gli uomini del nostro tempo a Dio».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La preghiera di un profeta - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): Questo finale del libro di Michea è una specie di preghiera salmica (Sal 95,7; 100,3; 106,71ss); alla quale si deve assegnare come data un tempo posteriore all’esilio. Il popolo che comincia a tornare deve affrontare la dura realtà delle antiche inimicizie: Dentro e fuori, trova serie difficoltà nel suo scopo di sistemarsi nella terra dei suoi antenati. La nuova «Gerusalemme» del secondo Isaia non si vede neppure all’orizzonte. Il gruppo degli esiliati che era tornato pieno di speranze, continua a guardare davanti a sé, contro il vento e contro la marea, supplicando il suo Dio a trasformare in realtà le sue promesse divine e quelle povere speranze umane. Questo fu lo sfondo della preghiera profetica.
Se il Messia era stato identificato col pastore d’Israele, è perché egli avrebbe guidato il popolo col suo vincastro, esattamente come fa Yahveh. Per questo, il «pasci» di Michea non è solo una preghiera, ma anche una profezia messianica, nata da quel popolo che tentava con tutti i mezzi disponibili - e la preghiera umile e fiduciosa non fu il meno importante - di rifarsi una vita e una storia.
Essi sono «eredità» di Yahveh, sua proprietà particolare, una cosa che egli deve curare come propria e inalienabile. È un’eredità. Il salmista profeta cerca il linguaggio più carico di tradizione per esercitare pressione su Yahveh. Il contenuto della supplica è materiale, concreto, ma, nella letteratura posteriore, sarà ricordato come simbolico. Il Carmelo, simbolo della fertilità del regno del nord; Basan, la fertile regione della Transgiordania, e la lontana Galaad, famosa per le sue querce, i suoi pini e i suoi pascoli, formavano il trio territoriale sospirato da quei rimpatriati immersi nella miseria. Quello che essi chiedevano comportava uno straordinario intervento di Dio. Ma non l’aveva forse fatto col suo popolo quando l’aveva condotto fuori dall’Egitto? E non era questo un nuovo esodo nel quale erano necessari i prodigi di allora?
Unendo i concetti di colpa-schiavitù e perdono-liberazione, egli ricorda a Yahveh che lui solo «toglie l’iniquità e perdona il peccato» non per i loro meriti, ma per la fedeltà divina a Giacobbe, Abramo e tutti i padri. È la fiducia che il popolo non ripone nei propri meriti, ma esclusivamente nello «hesed» = misericordia-fedeltà divina.
La restaurazione del popolo, l’instaurazione della nuova teocrazia israelita presuppone questo annullamento totale del peccato così plasticamente espresso nelle parole «getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati», caso unico in tutto il VT. Il profeta vede il peccato, il male del mondo come la causa principale della separazione dell’inimicizia di Dio nei confronti del suo popolo. Dio e l’uomo non potranno vivere in amicizia feconda e vivificante se non è prima tolto il male dalla terra. Per questo Cristo ci redense, dando compimento a questa preghiera-profezia, uccidendo sulla croce la morte stessa, il male o peccato mortifero che impediva all’uomo d’avere relazioni con Dio.
 
Vangelo
Tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!».
 
L’evangelista Matteo non dice il motivo della venuta di Maria e dei fratelli di Gesù. Forse sono preoccupati per la sua salute a motivo della spossante attività, o impensieriti a motivo della sua incondizionata disponibilità. Forse pensavano che esagerasse, forse ..., ma in ogni caso l’episodio ci suggerisce che spesso all’uomo manca qualsiasi comprensione del misterioso operare di Dio. Spesso tutto ciò che ci supera, ci sorprende e ci disturba, lo definiamo privo di senso, lo riteniamo esagerato. Ai latori della richiesta dei parenti Gesù risponde in modo chiaro, sono parole che non possono essere equivocate: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.”. Gesù non rinnega la sua parentela naturale ma la subordina a un legame più alto, più nobile, più spirituale. Il regno di Dio richiede un impegno personale del discepolo il quale, a volte, deve trascendere tutti i legami naturali di famiglia o di gruppo etnico.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,46-50
 
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
 
Parola del Signore.
 
Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Di fronte a queste parole severe, che sono più un grido d’allarme che un verdetto senza appello, si profila un gruppo di persone che richiamerà in modo particolare l’attenzione di Gesù negli episodi che seguiranno. 1. Con questo gruppo, Gesù tesse una relazione privilegiata svincolandosi dai propri legami «naturali»: già la sua famiglia si trova simbolicamente «fuori» (vv. 46,47). Marco sottolinea maggiormente l’ostilità dei congiunti di Gesù nei confronti della sua missione. Questa scelta tra la famiglia e i discepoli riflette in anticipo alcune tensioni nella Chiesa, quando i «fratelli» di Gesù (cfr. Mt 13,55; 1Cor 15,7) faranno pesare la loro autorità. 2. Ma l’evangelista in questo caso cerca soprattutto di definire «i discepoli» della sua Chiesa e di tutti i tempi come quelli che fanno la volontà del Padre di Gesù secondo l’insegnamento del discorso della montagna (v. 50; cfr. Mc 3,35: «Chi fa la volontà di Dio»). Avendo ricordato solo «la madre e i fratelli» di Gesù, Matteo si accorda tuttavia con Marco per includere la parola «sorella» nella cerchia dei discepoli, segno dell’importanza delle donne nella vita delle prime Chiese. Figlio di Davide, più grande di Salomone, profeta più grande di Giona e operante grazie allo Spirito di Dio, chi è dunque quell’uomo e chi lo scoprirà? Così, la prima parte ha proposto la questione essenziale. La seconda parte della sezione presenta un complesso di elementi tra i più importanti: infatti, se Marco collocava il «discorso in parabole» verso l’inizio del ministero di Gesù, Matteo lo pone nel pieno della sua attività e la «citazione riepilogativa» che si era abituati a leggere sotto forma di conclusione si trova qui esattamente a metà del discorso.
 
Per approfondire
 
Discernere la volontà di Dio. - Edmond Jacquemin e Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica: 1. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi Comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26). Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, Ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12,2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef 1,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. - A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21), in opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 4,2; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1Tess 4,3), ringraziamento (5,18); pazienza (1Piet 3,l7) e buona condotta (2,15). Questa pratica è possibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2,13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà.
 
Nell’Antico Testamento il nome fratello per estensione viene dato anche a quelli che, pur non partecipando alla stessa comunità di sangue, fanno parte della stessa tribù, nazione o regno. La parola fratello può designare anche un rapporto morale fondato sulla mutua simpatia, sulla partecipazione ala stessa professione, sulla conclusione di una alleanza. Così David e Gionata si chiamano fratelli a causa della mutua amicizia che esiste tra loro (2Sam 1,26; cfr. Pr 17,17). L’alleanza stretta tra Salomone e Hiram, re di Tiro, unisce i due monarchi con legami fraterni (1Re 9,12-13). Anche negli scritti neotestamentari troviamo abbondantemente questo uso della parola fratello. Così la Chiesa è una comunità di fratelli. In particolare, scrivendo alle sue chiese, Paolo usa spesso il vocativo «o fratelli»/«fratelli miei». Si tratta, certo, di fraternità motivata dalla comune fede; ma non manca una nota affettiva, come appare nella formula «fratelli miei carissimi (agapètoi) (1Cor 15,58; Fil 4,1). Ma altrettanto si può affermare delle lettere della tradizione paolina (2Ts 1,3; 2,1.13.15 ecc.; Col 1,2; 4,9) e delle lettere cattoliche (Gc 1,2; 2,1.14 ecc.; 2Pt 1,10; 1Gv 3,13). L’apostolo poi chiama, di regola, fratelli i suoi collaboratori: Apollo (1Cor 16,12), Epafrodito (Fil 2,25), Quarto (Rm 16,23), Sostene (1Cor 1,1), Timoteo (2Cor 1,1; 1Ts 3,2; Fm 1), Tito (2Cor 2,13). Da parte loro, gli Atti degli Apostoli indicano spesso i cristiani con l’appellativo fratelli (9,30; 10,23; 11,1; 12,17 ecc.). Nella conoscenza di questo uso è assai evidente quindi che nel testo di Matteo i fratelli di Gesù non sono figli di Maria, ma parenti prossimi. Inoltre si possono portare innumerevoli altre testimonianze oltre che quelle linguistiche, pensiamo allo storico cristiano Egesippo che scrive intorno alla metà del II secolo. Comunque, la questione dei fratelli di Gesù non è affatto marginale, in quanto tocca un punto fondamentale della dottrina della Chiesa, ovvero la perpetua verginità di Maria, affermata e dichiarata dogmaticamente dal Concilio di Costantinopoli II nel 553 con la formula «Maria sempre vergine» che ritroviamo spesso ancora nelle liturgie orientali e occidentali. La perpetua verginità di Maria, prima, cioè durante e dopo il parto, obbliga, per così dire, a intendere in senso indiretto l’espressione «fratelli» di Gesù (vuoi cugini o parenti o fratellastri secondo le diverse interpretazioni.).
 
Chi fa la volontà di Dio diventa fratello e madre del Signore: «Non costituisce meraviglia che colui che fa la volontà del Padre sia detto fratello e sorella del Signore; per entrambi i sessi è infatti la chiamata alla fede. La meraviglia cresce piuttosto per il fatto che quegli venga anche detto “madre”. Invero, [Gesù] si è degnato di chiamare fratelli i suoi fedeli discepoli, dicendo: “Andate, annunziate ai miei fratelli” [Mt 28,10]. Ora però è il caso di chiedersi: Come può diventare sua madre chi, venendo alla fede, ha potuto divenire fratello del Signore? Quanto a noi, dobbiamo sapere che chi si fa nella fede fratello e sorella di Cristo, diventa sua madre nella predicazione. Quasi partorisce il Signore, chi lo ha infuso nel cuore dell’ascoltatore. E si fa sua madre, se attraverso la di lui voce l’amore di Dio viene generato nella mente del prossimo.» (Gregorio Magno, Hom. in Ev., 3, 2).
 
Testimoni di Cristo - San Lorenzo da Brindisi, Sacerdote e Dottore della Chiesa: Giulio Cesare Russo (questo era il suo vero nome) nacque a Brindisi - sul luogo in cui egli stesso volle che sorgesse la chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli - il 22 luglio 1559, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.
Perse il padre da bambino e la madre ch’era appena adolescente. A 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all’Ordine dei Minori Cappuccini. Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote. Nel 1602 fu eletto Vicario generale. Nel 1618, sentendosi prossimo alla fine, voleva tornare a Brindisi, ma i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna Filippo III, per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna. Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona, forse avvelenato. Fu beatificato nel 1783 da Pio VI; canonizzato nel 1881 da Leone XIII; proclamato dottore della Chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. (Avvenire)
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.