15 Agosto 2026

Assunzione Beata Vergine Maria

Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Salmo Responsoriale Dal Salmo 44 (45); 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56
 
La Vergine Maria, primizia della Chiesa gloriosa Catechismo degli Adulti [789]Maria accompagna la Chiesa nel suo cammino e la precede alla meta. Assunta in cielo in anima e corpo, vive nella completa e definitiva perfezione della comunione con Dio e costituisce la primizia della Chiesa gloriosa, che si compirà alla risurrezione universale dei morti, ponendosi davanti a noi come modello concreto della speranza cristiana. La verità dell’assunzione di Maria è emersa lentamente lungo i secoli, con crescente chiarezza, nel comune senso della fede del popolo cristiano, in oriente e in occidente. Infine è stata solennemente definita da Pio XII nel 1950: «L’immacolata Madre di Dio e sempre vergine Maria, finito il corso della sua vita terrena, è stata assunta, in corpo e anima, alla gloria celeste». È la Pasqua di Maria, frutto della Pasqua di Gesù. È il compimento di un’unione senza pari con il Signore della vita, il coronamento dei doni di grazia e di santità a partire dall’immacolata concezione, il premio alla sua obbedienza di fede e al suo servizio di carità.
Segno di sicura speranza [790] Per noi, che avanziamo a fatica in mezzo alle prove del tempo presente, la gloriosa Vergine risplende come stella del mattino che annuncia il giorno, come stella del mare che indica il porto ai naviganti: «Brilla quaggiù come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio che è in cammino, fino a quando arriverà il giorno del Signore».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La scena epifanica narrata dall’apostolo Giovanni corrisponde a «Gen 3,15-16. La donna partorisce nel dolore [v 2] colui che sarà il Messia [v 5]. Satana la tenta [v 9; cfr. 20,2], perseguita lei e la sua discendenza [vv 6.13.17]. La donna rappresenta il popolo santo dei tempi messianici [Is 54; 60; 66,7; Mi 4,9-10] e quindi la Chiesa in lotta. È possibile che Giovanni pensi anche a Maria, nuova Eva, la figlia di Sion, che ha dato vita al Messia [cfr. Gv 19,27]» (Bibbia di Gerusalemme). La lettura mariologica suggerisce al lettore di accogliere con fermezza e gioia le persecuzioni, umane e diaboliche, con la stessa fortezza di Maria che se ne stette intrepida e salda nella fede ai piedi della croce: i cristiani raggiungeranno la gloria solo attraverso una grande lotta (cfr. At 14,22).
 
II Lettura: Tra le lettere paoline, la Prima lettera ai Corinzi è considerata una delle più importanti, soprattutto dal punto di vista dottrinale. Nella lettera vi si trovano anche informazioni e decisioni su numerosi problemi fondamentali del Cristianesimo primitivo, sia per la sua vita interna, sia per i rapporti con il mondo pagano. Nel brano odierno, l’apostolo Paolo esprime la sua visione cristocentrica della storia. Essa comporta diverse fasi: prima di tutto la risurrezione di Cristo dai morti, primizia di coloro che sono morti, poi, alla sua venuta, la risurrezione di coloro che sono di Cristo e quindi sarà la fine. In Maria, primizia di tutti i credenti, si è già compiuto perfettamente questo destino storico.
 
Vangelo
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente: ha innalzato gli umili.
 
 Il Vangelo è il canto dei poveri e degli umili: «Maria non si reputa degna di ammirazione. Ma Dio guarda a lei, e non con occhi di giustizia, ma con lo sguardo benigno della predilezione e dell’amore. Nella luce e sotto lo sguardo di Dio [...] la creatura prende piena coscienza di essere essenzialmente “serva”. Questo comporta [...] la piena disponibilità ad un incarico: [...] essere “servi” significa essere pronti alla collaborazione per un progetto definito dal proprio signore» (Richard Gutzwiller).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-56
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Parola del Signore.
 
Si mise in viaggio - Maria si mette in viaggio verso la montagna e raggiunge una città di Giuda, oggi preferibilmente identificata con Ain-Karim, 6 Km a ovest di Gerusalemme. La fretta con la quale Maria si avvia a trovare Elisabetta, l’anziana sposa di Zaccaria miracolosamente rimasta incinta (Lc 1,5-25), mette in evidenza la sua pronta disponibilità al progetto di Dio. Entrata in casa, il saluto della Vergine raggiunge per vie misteriose il bambino che sussulta nel grembo della madre la quale, «piena di Spirito Santo», saluta con parole profetiche la Madre del Signore.
Con un’espressione semitica che equivale a un superlativo, Elisabetta proclama Maria «benedetta fra le donne»; la Vergine è benedetta «per la presen­za di un frutto benedetto [eulogémenos] nel suo seno: benedetta dunque perché madre del Benedet­to, perché madre del suo Signore [vv. 42-43;]; la proclama, ancora, beata [makaria] per la fede con la quale ha reagito alla proposta divina: beata dunque perché fedele, perché uditrice della parola del Signore [v. 45]» (Carlo Ghidelli).
Il saluto dell’angelo, - «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28) - e il saluto dell’anziana donna, - «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno» - (Lc 1,42), fusi insieme, saranno ripetuti nei secoli da milioni di credenti: l’Ave Maria è «una delle preghiere più belle e profonde, nella quale Elisabetta, e quindi l’Antico Testamento, si collega con Maria, cioè col Nuovo Testamento» (Richard Gutzwiller).
Il racconto della visitazione ricorda, con evidenti allusioni e coincidenze, il racconto biblico del trasferimento dell’arca dell’alleanza a Gerusalemme operato dal re Davide (2Sam 6,1 ss).
L’arca sale verso Gerusalemme, Maria sale verso la montagna. L’arca entra nella casa di Obed- Edom e Maria entra nella casa di Zaccaria. La gioia del nascituro e il suo trasalimento nel grembo dell’anziana madre ricordano la gioia di Davide e la sua danza festosa dinanzi all’arca. L’espressa indegnità di Elisabetta dinanzi alla Madre del Signore ricorda ancora l’indegnità del re David di fronte all’arca del Signore. Questi accostamenti, molto precisi nei particolari, ben difficilmente possono essere accidentali.
L’identificazione dei due racconti va allora verso una chiara proclamazione: Maria, la Madre del Signore, è la nuova arca del Signore, e suo figlio, Gesù, è il Signore abitante in quel tempio vivo.
L’anziana sposa di Zaccaria nel proclamare senza indugi Maria «la Madre del Signore» non fa che raccogliere e ripetere le parole del nunzio celeste.
Nella tradizione biblica il Signore è Iahvé, ma anche il grande sovrano (1Cr 29,11; 2Mac 5,20; Sal 48,3), il re (Sir 51,1; Sal 99,4). L’angelo aveva annunciato a Maria che il promesso figlio sarebbe stato chiamato «Figlio dell’Altissimo» (Lc 1,31) e avrebbe regnato per sempre «sul trono di Davide suo padre» (Lc 1,32-33): nel suo annuncio profeti­co, Elisabetta non fa che ricordare e confermare le parole del messaggero celeste.
Alla fine, sulle labbra di Elisabetta si coglie un’ultima parola di lode che viene rivolta con gioia alla Vergine di Nazaret: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Maria è beata perché «madre del Signore», ed è beata perché perfetta discepola: Ella ha accolto nel suo cuore, prima che nel suo grembo, la Parola viva feconda di vita e di salvezza.
Anche il cantico della Vergine ha un riscontro nell’Antico Testamento (cfr. 1Sam l-10). Ma sulle labbra di Maria il Magnificat ha risonanze e signifi­cati molto più profondi. La Vergine non risponde ad Elisabetta, ma si rivolge a Dio lodandolo per la sua misericordiosa accondiscendenza. Egli «mi ha guardato - dice Maria - perché sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento... così come lo stesso Salvatore, che ha detto: Imparate da Me che sono mite e umile di cuore e troverete pace per le vostre anime» (Origene).
 
Per approfondire
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Maria saluta Elisabetta in casa di Zaccaria. Non sappiamo se si tratta di un semplice saluto o anche della comunicazione del messaggio angelico sull’avvenimento miracoloso. Comunque, le parole di Maria hanno l’effetto di suscitare in Elisabetta e nel piccolo, che portava in grembo, un entusiasmo e un sussulto naturale e al tempo stesso proveniente dallo Spirito Santo. Fu così che profondamente commossa Elisabetta rispose: « Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo ».
La prima parte dell’Ave Maria fu detta dall’angelo stesso di Dio, la seconda fu aggiunta da Elisabetta e in lei dall’umanità stupita. La terza parte fu formulata dalla Chiesa secondo il bisogno dell’uomo peccatore. L’Ave Maria ha così un’origine insieme biblica ed ecclesiale, è una delle preghiere più belle e profonde, nella quale Elisabetta, e quindi l’ Antico Testamento, si collega con Maria, cioè col Nuovo Testamento; entrambe poi unite nella parola della Chiesa in cui si fondono l’Antico e il Nuovo Testamento.
Il frutto del seno della Vergine è causa di benedizione. Proprio perché il frutto del suo seno è benedetto, essa è benedetta fra le donne. La maternità di Maria è il mistero della sua grandezza e conseguentemente del culto a Maria, per tutti coloro che pensano e credono secondo lo spirito della Bibbia.
« A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? », Elisabetta è più anziana, eppure qui si vede e si riconosce umilmente come più piccola, loda ammirata e felice la grandezza della più giovane. « Madre del mio Signore ». Essa sa perciò quale bambino riposa nel seno della Vergine. Sa che questo Bambino è il suo Signore per un doppio motivo; perché è il Signore di tutti gli uomini e quindi anche suo, e perché è Re e Signore del precursore che essa porta nel suo seno.
« E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore ». Alla grandezza vera ed ufficiale di Maria, come Madre del Signore, si aggiunge anche la sua grandezza personale per la fede nella forza e nella potenza della parola di Dio. All’incredulità dell’uomo si contrappone la fede di Maria. In questo modo, fin dall’inizio dell’avvenimento della salvezza, la fede è richiesta come l’adesione alla parola che incoraggia e dona, che chiama e benefica, che genera e crea. La salvezza parte da Dio ed è un atto di Dio. Ma l’uomo deve contribuire con il sì della sua disposizione interiore, perché l’azione di Dio resta inefficace senza la collaborazione dell’uomo. L’azione di Dio esige la collaborazione dell’uomo. Questa collaborazione è la fede che si esplica nelle opere, la fede viva come adesione di tutto l’uomo alla parola di Dio. La lode di Dio per bocca di Elisabetta è la lode della Chiesa per bocca di Israele, è il riconoscimento del Nuovo Testamento da parte dell’Antico Testamento, è l’omaggio dell’antico popolo di Dio al nuovo popolo di Dio.
In tutta questa scena c’è il motivo del culto a Maria che ha appunto il suo fondamento nella parola e nel racconto biblico. Racconto che implica due elementi: la grandezza di Maria che proviene dalla sua missione e la sua grandezza personale, la sua maternità e il suo grande spirito di fede. La lode uscita dalle labbra di Elisabetta viene ad integrare la lode uscita dalle labbra dell’angelo. L’una e l’altra si perpetuano attraverso la voce della Chiesa e di tutti quelli che, sensibili alla parola e allo spirito della Bibbia e della Chiesa, ripetono la lode della Madre di Gesù.
 
Le ragioni del nuovo dogma - Munificentissimus Deus: Poiché la chiesa universale nella quale vive lo Spirito di verità e la conduce infallibilmente alla conoscenza delle verità rivelate, nel corso dei secoli ha manifestato in molti modi la sua fede, e poiché tutti i vescovi dell’orbe cattolico con quasi unanime consenso chiedono che sia definita come dogma di fede divina e cattolica la verità dell’assunzione corporea della beatissima vergine Maria al cielo - verità fondata sulla s. Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli, confermata dal culto ecclesiastico fin dai tempi remotissimi, sommamente consona con altre verità rivelate, splendidamente illustrata e spiegata dallo studio della scienza e sapienza dei teologi - riteniamo giunto il momento prestabilito dalla provvidenza di Dio per proclamare solennemente questo privilegio di Maria vergine. [...].
La solenne definizione - «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.
Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.
 
Don Giorgio Basadonna (Litanie Lauretane): In questi nostri giorni, in cui sembra che la vita dell’uomo si concentri e si esaurisca nel suo divenire e nella ricerca di un benessere e di un godimento immediato, la certezza di una vita eterna viene poco considerata o messa in dubbio: così nascono comportamenti e teorie che vorrebbero chiudere l’esperienza umana nel piccolo e povero limite dei giorni terreni, ma così nascono anche tutte quelle realtà feroci e tragiche frutto di una disperazione più o meno cosciente.
Ecco un’altra efficacia della devozione alla Madonna: la possibilità di superare la mentalità generale e ritrovare nella fede e nella profondità del proprio essere la proposta dell’eterno come criterio per misurare le scelte quotidiane e verificarne il valore autentico.
Invocare la Madonna “assunta in cielo” diventa il richiamo ad altre esigenze, altre realtà, altri traguardi verso i quali si cammina giorno per giorno; infonde il coraggio di liberarci da legami e visuali meschine che apparentemente sembrano soddisfare i desideri più profondi e di l’ano scavano dei vuoti sempre più abissali.
È proprio del cristiano essere «nel» mondo e non «del» mondo, come ha pregato Gesù (Gv 17,16), cioè vivere la vita umana secondo quei criteri che vengono dall’insegnamento di Gesù, sempre tesi verso il domani definitivo: così il cristiano diventa profeta, testimone concreto visibile di un altro mondo che già inizia su questa terra. La difficoltà di questa vocazione non esonera dall’impegno e la devozione alla Madonna diventa una forza e un aiuto per riuscire a realizzare il Regno, il mondo redento e rinnovato.
Invocare la Madonna “assunta in cielo” apre il cuore a uno slancio coraggioso e riempie di quella gioia che regna nei cieli e che è destinata fin da ora all’uomo.
 
Maria proclama la sua umiltà e la santità di Dio: “Dimostra di essere stata, a suo giudizio, umile ancella di Cristo, ma quanto alla grazia celeste afferma di essere stata d’improvviso innalzata e glorificata, al punto che la sua singolare beatitudine è a ragione esaltata dalla voce di tutte le generazioni. Aggiunge anche i doni della pietà divina che ha ricevuto in modo meraviglioso, lodandoli con degno rendimento di grazie [...]. Non attribuisce niente ai suoi meriti ma riporta tutta la sua grandezza al dono di colui che, potente e grande per natura, rende i suoi fedeli, da piccoli e deboli, grandi e forti. Giustamente aggiunge: e santo è il suo nome per ammonire gli ascoltatori, anzi per istruire tutti coloro ai quali sarebbero giunte le sue parole, ad accorrere alla fede e all’invocazione del suo nome, per poter essere partecipi della santità eterna e della vera salvezza, secondo le parole del profeta: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo [Gl 3,5; Rm l0,13]: è lo stesso nome di cui dice sopra: e il mio spirito gioisce in Dio mio Salvatore.” (Beda, Omelie sul Vangelo, 1,4).
 
Testimoni di Cristo - Assunzione della Beata Vergine Maria: Assunzione della Beata Vergine Maria. Così le distanze spariranno e ci ritroveremo nel vero amore: Quando ci vengono tolte le persone che amiamo, quando le distanze appaiono ormai incolmabili, il cuore affoga nella mancanza e facciamo fatica a trovare un senso alle cose. Come sempre, la fede ha qualcosa da dirci anche davanti a questa esperienza tutta umana. L’Assunzione di Maria oggi, in particolare, ci ricorda che il distacco, per chi crede, non è mai definitivo e che c’è un luogo, il cuore di Dio, dove ci ritroveremo tutti. Un luogo che è casa per tutte le anime, anche di quelle che non incroceremo più nel nostro cammino terreno. Perché non è la sofferenza a definirci, ma come la viviamo. E anche questa dimensione può diventare una via per la santità, un modo per essere giorno per giorno ancora più testimoni dell’amore infinito di Dio, radice di ogni nostro singolo umano amore. Anche per questo, forse, la solennità dell’Assunzione di Maria, una delle feste mariane più antiche, è da sempre particolarmente cara alla devozione popolare. Il dogma dell’Assunzione di Maria fu definito solennemente da Pio XII nel 1950: si trattò di rendere solo “ufficiale” ciò che veniva celebrato già da molti secoli e che la comunità dei credenti sentiva come una preziosa verità universale: tutto di noi è destinato a trovare casa in Dio e Maria ci precede in questo viaggio.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima
l’immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio,
fa’ che viviamo in questo mondo
costantemente rivolti ai beni eterni,
per condividere la sua stessa gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 14 Agosto 2026
 
San Massimiliano Maria Kolbe, Presbitero e Martire
 
Ez 16,1-15.60.63 (oppure Ez 16,59-63); Salmo Responsoriale Is 12,1-6; Mt 19,3-12
 
Giovanni Paolo II (Omelia 10 Ottobre 1982): 6. Che cosa è successo nel Bunker della fame nel campo di concentramento ad Oswiecim (Auschwitz), il 14 agosto del 1941?
A questo risponde l’odierna liturgia: ecco “Dio ha provato” Massimiliano Maria “e lo ha trovato degno di sé” (cf. Sap 3,5). L’ha provato “come oro nel crogiuolo / e l’ha gradito come un olocausto” (cf. Sap 3,6).
Anche se “agli occhi degli uomini subì castighi”, tuttavia “la sua speranza è piena di immortalità” poiché “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà”. E quando, umanamente parlando, li raggiungono il tormento e la morte, quando “agli occhi degli uomini parve che morissero...”, quando “la loro dipartita da noi fu ritenuta una sciagura ...”, “essi sono nella pace”: essi provano la vita e la gloria “nelle mani di Dio” (cf. Sap 3,1-4).
Tale vita è frutto della morte a somiglianza della morte di Cristo. La gloria è la partecipazione alla sua risurrezione.
Che cosa dunque successe nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941?
Si compirono le parole rivolte da Cristo agli Apostoli, perché “andassero e portassero frutto e il loro frutto rimanesse” (cf. Gv 15,16).
In modo mirabile perdura nella Chiesa e nel mondo il frutto della morte eroica di Massimiliano Kolbe!
7. A quanto successe nel campo di “Auschwitz” guardavano gli uomini. E anche se ai loro occhi doveva sembrare che “morisse” un compagno del loro tormento, anche se umanamente potevano considerare “la sua dipartita” come “una rovina”, tuttavia nella loro coscienza questa non era solamente “la morte”.
Massimiliano non morì, ma “diede la vita ... per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore.
E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.
“Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Massimo Cicchetti: Ezechièle parla al popolo di Israele, il popolo di Dio. Ne parla a volte con similitudini per far meglio comprendere il messaggio profetico. In questo capitolo Israele è immaginato come una giovane donna dalle radici impure, figlia di un Amorreo e di una Ittita; un popolo semita il primo, fondatore di Babilonia e l’altro indoeuropeo, entrambi adoratori di divinità diverse dal Dio di Israele e quindi popoli nemici, spesso citati nella Bibbia come ad esempio nello scontro di questo popolo contro Giosuè. Questa giovane creatura abbandonata nel proprio sangue al margine di un campo, viene raccolta dal Signore che la accoglie, se ne prende cura e la cresce con il fasto e la dedizione di una regina. La copre con il proprio mantello e la unge di olio prezioso: sono i gesti che lo sposo rivolge alla sposa nel giorno delle nozze, l’unione di Dio con il suo popolo è visto quindi come il paragone di un matrimonio regale tra Dio e la sua regina Israele. I doni preziosi di metalli rari, di vesti nobilissime che Israele riceve, sono il segno tangibile dell’affetto e della stima del Signore Dio nei confronti della sua sposa. Tale sposa però si dimentica di tutte queste attenzioni, inebriata dal potere della propria bellezza, e si prostituisce con i passanti. Le parole del profeta alludono alle alleanze di Israele che Giuda stipula con i popoli vicini, adoratori di idoli che mercificano la sacralità dell’oro e dell’argento per modellare figure da adorare. Dio però è forte di un amore potentissimo, tale che il suo amore per Israele che lo conduce al perdono. Il patto stretto con il suo popolo lui non lo tradisce e continua a porre la sua mano sopra di lui in attesa che questo si ravveda e si vergogni della sua condotta. L’amore di Dio è un amore che non si spezza, semmai si rinforza in una nuova alleanza, in modo che la vergogna, derivata dalla comprensione del gesto efferato del popolo possa essere strumento di un nuovo e duraturo amore da consumarsi nei secoli a venire.

Vangelo
Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così.
 
Il tema del divorzio, al tempo di Gesù, era oggetto di accese discussioni tra due scuole rabbiniche: quella di Shammai, rigorista, e quella di Hillel, lassista. La prima riconosceva legittimo motivo solo il caso di adulterio da parte della moglie, la seconda scuola ammetteva, invece, come valido qualsiasi motivo, anche il più futile.
L’intenzione dei farisei è di costringere Gesù a schierarsi o per la scuola di Shammai o per la scuola di Hillel e così poterlo accusare o ai rigoristi o ai lassisti. L’intenzione era di creargli dei nemici. Gesù capovolge il tutto mettendo la donna e l’uomo sullo stesso piano. Non è solo la moglie colpevole di adulterio verso il marito, ma anche il marito si rende colpevole di adulterio se ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra. I diritti e i doveri sono uguali per la moglie e per il marito e chi li lede commette adulterio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,3-12
 
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Parola del Signore.
 
Chi ripudia la propria moglie … e ne sposa un’altra ... - I farisei, sempre vigilanti, seguono passo passo Gesù attendendo solo il momento opportuno per attaccare, per metterlo alla prova: il verbo greco (peirazontes) «ha un significato peggiorativo, stando ad indicare un tentativo che si compie in tutto malanimo per fare cadere qualcuno per mezzo di un tranello tesogli di nascosto [cf. Mc 8,11; 12,13-15]» (Adalberto Sisti).
Così non sorprende questo ennesimo assalto volto unicamente a mettere in difficoltà Gesù. La domanda è costruita ad arte: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina: Il richiamo all’autorità della sacra Scrittura, che troviamo sovente nell’insegnamento di Gesù (cf. Mt 4,4.6.7; 26,31; Mc 14,21.27; Lc 24,46; ecc.), qui è teso a smascherare l’ipocrisia dei farisei. In verità, il legalismo e la doppiezza erano il complesso dei requisiti utili a delineare l’immagine ideale dei farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti ... Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini ... Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione ... [annullate] così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,6.8-9.13). Una tentazione, quella di annullare la parola di Dio con la tradizione, mai sopita, nemmeno nella Chiesa.
Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla? È vero che il ripudio era ammesso dalla legge di Mosè (cf. Dt 24,1-4), ma la loro interpretazione era abusiva.
Oltre tutto, la domanda non doveva essere nemmeno posta perché i farisei, veri maestri della Parola, conoscevano già la risposta e sapevano che si trovava nel primo libro della Torah, il libro della Genesi, dove tra l’uomo e la donna veniva postulato completa e indissolubile comunione di vita.
Da qui si comprende quanto fosse capziosa la loro domanda. La risposta di Gesù non ammette replica: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così».
La durezza del cuore e della cervice (cf. Es 32,9; 33,3 ecc.) è un rimbrotto che a piè sospinto troviamo nell’Antico Testamento. La durezza di cuore è l’incapacità dell’uomo a comprendere la volontà di Dio ed entrare nei suoi disegni. È chiusura alla parola di Dio. Questo peccato apportò al popolo giudeo fame, lutti, morti, catene ... Per tanta ostinazione, sul popolo d’Israele piombò un terribile castigo: la fame della Parola di Dio (Am 8,11-12).
Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio: questa risposta è chiara a tutti, ai semplici e ai dotti: nessuna reale eccezione alla indissolubilità del matrimonio (cfr. Mc 10,11-12; Lc 16,18; 1Cor 7,10-11). La separazione è possibile solo nel caso di unioni illegittime, cioè le unioni illecite proibite dalla Torah. 
L’interpretazione dell’inciso, se non in caso di unione illegittima, è discussa. Per Angelico Poppi “probabilmente si tratta di una glossa per suggerire l’obbligo della separazione nel caso di un matrimonio irregolare, perché contratto invalidamente contro le prescrizioni di Lv 18. Gnilka annota che la formulazione di Mt per sé non esclude un nuovo matrimonio per l’uomo che ripudia la propria moglie colpevole di adulterio,benché tale interpretazione matteana vada in senso contrario all’insegnamento di Gesù, presupposto dal contesto (II, 231)” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
Questo è il progetto di Dio il quale non ammette disquisizioni teologiche di sorta.
In questa luce si arriva ad una sola conclusione: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Che è equivalente a: «l’uomo non manipoli ciò che Dio ha fatto per essere congiunto, ma ne promuova lo sviluppo armonioso. Chiama durezza di cuore [che è centro della persona più che del sentimento] la ristrettezza di mente e di progetti di chi ha perso la ricchezza della parola di Dio per rinchiudersi nei cavilli giuridici» (Don Bruno Barisan).
Le parole rivolte ai discepoli vogliono aprire le porte al celibato volontario per amore del regno dei cieli. Una vocazione che pochi comprendono.
 
Per approfondire
 
Bibbia di Gerusalemme (nota a Mt 19,9): Data la forma assoluta dei testi paralleli (Mc 10,11s, Lc 16,18 e 1Cor 7,10s), è poco verosimile che tutti e tre abbiano soppresso una clausola restrittiva di Gesù; è più probabile invece che uno degli ultimi redattori del primo Vangelo l’abbia aggiunta per rispondere a una problematica rabbinica (discussione tra Hillel e Shammai sui motivi che legittimano il divorzio), evocata già dal contesto (v 3), e che poteva preoccupare l’ambiente giudeo-cristiano per il quale egli scriveva. Si avrebbe dunque qui una decisione ecclesiastica di portata locale e temporanea, come fu quella del decreto di Gerusalemme riguardante la regione di Antiochia (At 15,23-29). Il significato di porneia orienta la ricerca nella stessa direzione. Alcuni vogliono vedervi la fornicazione nel matrimonio, cioè l’adulterio, e trovano qui il permesso di divorziare in un caso simile; così le chiese ortodosse e protestanti. Ma in questo senso ci si sarebbe aspettati un altro termine, moicheia. Al contrario porneia, nel contesto, sembra avere il senso tecnico della zenût o «prostituzione» degli scritti rabbinici, riguardante qualsiasi unione resa incestuosa da un grado di parentela proibito secondo la legge (Lv 18). Tali unioni, contratte legalmente tra i pagani o tollerate dagli stessi giudei nei confronti dei proseliti, hanno dovuto causare difficoltà, quando queste persone si sono convertite, in ambienti giudeocristiani legalisti come quello di Mt: da qui l’ordine di rompere tali unioni irregolari che poi erano solo falsi matrimoni.
Un’altra soluzione ritiene che la licenza accordata dalla clausola restrittiva non sia quella del divorzio, ma della «separazione» senza seconde nozze. Una tale istituzione era sconosciuta al giudaismo ma le esigenze di Gesù hanno richiesto più di una soluzione nuova e questa è già chiaramente supposta da Paolo in 1Cor 7,11.
 
La donna - Anna Maria Canopi: In antico la donna appariva come una creatura enigmatica, portatrice di un tremendo mistero. A motivo dei suoi cicli di fecondità veniva assimilata alla terra la quale era adorata come «dea-madre». Dopo l’epoca matriarcale della civiltà agricola, si ebbe però una netta affermazione del maschio, che si pose quale soggetto sovrano della storia e impresse alla civiltà la propria fisionomia.
La donna, considerata inferiore per natura, venne tenuta in stato di soggezione. La sacra scrittura risente dell’influenza del mondo orientale, ma - al di là delle immagini di cui sono rivestiti - i dati della rivelazione presentano una concezione della donna sostanzialmente positiva.
Creata come l’uomo a immagine di Dio e messagli accanto come «aiuto a lui corrispondente», la donna inizia con l’uomo la vita sociale fondata sull’amore e sulla reciproca complementarietà. La colpa originale introduce il disordine nel rapporto della coppia umana, e la donna ne porta le conseguenze particolarmente nella sua funzione sponsale e materna; soltanto procreando nel dolore ella può assicurare la continuità della vita al genere umano sottoposto alla morte. Per divino volere, ella entra dinamicamente nel piano della salvezza e diviene un potente strumento di vittoria nelle mani di Dio.
A cominciare da Sara, sposa di Abramo, la bibbia testimonia dell’importanza decisiva che ebbe la presenza di non poche donne nella storia del popolo eletto. Insieme all’influenza benefica delle madri e delle eroine di Israele, documenta però anche l’influenza nociva delle donne straniere e perverse.
Costantemente viva si fa sentire l’esigenza, da parte dell’uomo, di trovare la donna ideale. Di questa si arriva a fare una personificazione della Sapienza. L’immagine della femminilità serve ad esprimere anche il ruolo del popolo eletto nel suo rapporto con Iahvé.
Al giungere della pienezza dei tempi, nasce Maria, la donna annunciata da Dio quale nuova Eva, madre del Salvatore, vincitore della morte. In Maria, vergine-madre, la donna è già totalmente riabilitata ed emancipata. Ma è Cristo a inaugurare storicamente la promozione di tutte le donne, mediante il suo insegnamento e ancor più mediante il suo comportamento. E ciò per il fatto stesso che egli, salvandola, promuove tutta l’umanità.
In seno alla Chiesa primitiva la donna gode di una posizione privilegiata in confronto alla posizione che ha nell’ambito giuridico-sociale del mondo pagano, ancora impregnato degli antichi pregiudizi. Tra i battezzati, rinati in Cristo, non conta più, infatti, la distinzione di sesso. La donna, insieme con l’uomo, è chiamata all’eredità della vita eterna; ed ella può realizzarsi pienamente quale persona anche al di fuori del matrimonio: nella verginità, come «sposa» di Cristo, per una fecondità spirituale non meno ricca e autentica di quella naturale.
In questo senso la donna partecipa intimamente del mistero della Chiesa - sposa di Cristo e madre dei credenti - e continua a rendere il suo insostituibile servizio alla vita, e a dare il suo prezioso contributo per una più umana e cristiana società.
 
Ciò che Dio ha unito - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 62, 1: Poi per far sì che lanciare accuse contro questa legislazione fosse un atto temibile e per rafforzare tale Legge, non ha detto: Non dividete dunque, non separate, ma: Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi. Se opponi Mosè, io ti parlo del Signore di Mosè e inoltre lo affermo anche in base al tempo. Dio infatti fin dal principio li creò maschio e femmina; questa Legge è più antica, anche se sembra che sia introdotta ora da me ed è stata stabilita con grande cura. Non ha soltanto. condotto la donna dall’uomo, ma ha anche ordinato di lasciare madre e padre, e non ha soltanto prescritto all’uomo di andare dalla donna, ma anche di unirsi a lei, per indicare, con l’uso di questa espressione, la loro indivisibilità. E non si è limitato neppure a questo, ma ha ricercato anche un’altra unione più grande: I due, dice, saranno una carne sola.
 
Testimoni di Cristo - San Massimiliano Maria Kolbe - Donare la vita è il gesto d’amore più grande: Non c’è amore più grande di chi dona la vita per le sorelle e i fratelli, soprattutto quando questo gesto avviene nel segno del Risorto. Ce lo ricorda la storia di san Massimiliano Maria Kolbe, martire del nazismo. Nato l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola, nella Polonia centrale, Rajmund Kolbe nel 1910 entrò tra i Frati Minori Conventuali, assumendo il nome di fra Massimiliano. Dal 1912 si trovò a Roma per completare la propria formazione. Nel 1917 fondò la «Milizia di Maria Immacolata» e nel 1918 fu ordinato prete nella chiesa di Sant’Andrea della Valle. Nel 1919 tornò in patria e nel 1922, per far conoscere la Milizia, fondò la rivista «Il cavaliere dell’Immacolata», che arrivò a diffondere milioni di copie. Malato di tubercolosi, per un periodo fu anche missionario tra Giappone e India. Imprigionato dai nazisti nel febbraio 1941 a causa dell’origine del suo nome, venne inviato ad Auschwitz e destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al forno crematorio. Offrì la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. (Matteo Liut)
 
O Dio, che al santo presbitero e martire
Massimiliano Maria [Kolbe],
ardente di amore per la Vergine Immacolata,
hai dato un grande zelo per le anime
e un amore eroico verso il prossimo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di impegnarci senza riserve
al servizio degli uomini per la tua gloria
e di conformarci fino alla morte a Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

13 Agosto 2026
 
Mercoledì XIX Settimana T. O.
 
Ez 12,1-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 77 (78); Mt 18,21-19,1
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Effetti del perdono dei peccati 1443 Durante la sua vita pubblica, Gesù non ha soltanto perdonato i peccati; ha pure manifestato l’effetto di questo perdono: egli ha reintegrato i peccatori perdonati nella comunità del popolo di Dio, dalla quale il peccato li aveva allontanati o persino esclusi. Un segno chiaro di ciò è il fatto che Gesù ammette i peccatori alla sua tavola; più ancora, egli stesso siede alla loro mensa, gesto che esprime in modo sconvolgente il perdono di Dio2291 e, nello stesso tempo, il ritorno in seno al popolo di Dio.
1473 Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato. Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato; deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e le varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’«uomo vecchio» e a rivestire «l’uomo nuovo».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La pantomima dei lavori - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): La visione precedente relativa all’esodo della gloria di Yahveh, sebbene avesse tranquillizzato il popolo, non aveva ottenuto l’effetto desiderato. II popolo era ancora dominato dall’idea d’una presenza speciale di Yahveh nel tempio, e, per conseguenza, dell’immunità del tempio stesso. Sempre ottimisti, essi continuavano a pensare che, se Yahveh li aveva accompagnati nell’esilio, non aveva però lasciato Gerusalemme e che, molto presto, li avrebbe riaccompagnati in patria.
Ezechiele insiste nella sua battaglia contro simili illusioni. Ora, egli si serve di due azioni simboliche: una è narrata nella presente lettura e un’altra che si trova nei versetti che seguono. Il motivo per cui egli ricorre a questa pantomima è chiaro: il suo popolo è una «genia di ribelli che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono»; ed egli deve ricorrere a tutto per cercare di ottenere qualcosa. È un esempio assai forte dell’accondiscendenza divina.
Ezechiele, come un attore, fa la parte dell’esule: prepara il bagaglio, fora il muro, si copre il volto ed esce come un bandito al tramonto e in presenza di molti che lo osservano con curiosità e con disprezzo, come se fosse
un malato di mente. Sul momento non si fanno commenti; solo il mattino seguente scoppia la tempesta delle domande: «Che stavi facendo?».
La risposta è risoluta: «Io son un simbolo per voi ... quello che ho fatto a te, sarà fatto a loro». Ezechiele pensò agli abitanti di Gerusalemme: sarebbero andati tutti in esilio. Ma quando, alcuni anni più tardi, gli avvenimenti confermarono le parole del profeta, e il re Sedecia fuggì di notte e attraverso il muro alla volta di Gerico dove fu catturato dai soldati di Nabucodonosor, l’azione simbolica di Ezechiele acquistò un nuovo significato più particolare, quale il profeta in un primo momento non aveva certo immaginato.
Per comprendere meglio i particolari dell ‘azione simbolica, si ricordi il dettaglio di «coprirsi il volto», segno d’umiliazione e di vergogna e che è applicato all’Unto di Yahveh; si ricordi che fugge vestito da mendicante colui che è re, vicario sulla terra del Signore degli eserciti, Sedecia; che lo fa di notte e nell’oscurità, nel’lora del potere delle tenebre. L’impatto dovette essere duro in quegli uomini che vivevano queste realtà. Dio non risparmia i mezzi per farsi comprendere e farsi credere all’uomo.
 
Vangelo
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
 
Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): La domanda di Pietro e, soprattutto, la risposta di Gesù esemplificano lo spirito di comprensione e di misericordia che deve presiedere all’agire dei cristiani.
La cifra di settanta volte sette equivale, nel linguaggio ebraico, all’avverbio “sempre” (cfr Gn 4,24): «Il Signore non prescrisse di perdonare un certo numero di volte, ma fece capire che bisogna perdonare di continuo e sempre» (Omelia sul Vangelo di san Matteo, 61). In questo passo si può osservare anche il contrasto tra l’atteggiamento gretto degli uomini, ben poco abituati a perdonare, e la misericordia infinita di Dio.
La nostra condizione di debitori nei confronti di Dio è assai ben riflessa nella parabola. Un talento equivaleva a seimila denari, e un denaro costituiva la paga giornaliera di un lavoratore. Un debito di diecimila talenti è enorme: tale cifra dà un’idea approssimata del valore immenso che ha il perdono che riceviamo da Dio. A motivo di ciò, l’insegnamento finale della parabola è quello di perdonare sempre, e di cuore, i nostri fratelli. «Sforzati, se è necessario, di perdonare sempre coloro che ti offendono, fin dal primo istante, perché, per quanto grande sia il danno o l’offesa che ti fanno, molto di più ti ha perdonato Iddio» (JOSEMARÍA ESCRIVÁ Cammino, n. 452).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21-19,1
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.
 
Parola del Signore.
 
... quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro  pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità  fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo Kg d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano ... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato ... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
 
Per approfondire
 
Il perdono nella Bibbia - Eleonore Beck: La Bibbia usa diversi termini per perdono, i quali spesso sono tradotti in maniera diversa: annullare, allontanare, rimettere, coprire, velare, togliere, riconciliare, cancellare, pagare, estinguere, a) Il problema del perdono si fa grave soltanto sullo sfondo della colpa nella quale l’uomo incorre in rapporto agli altri, e con ciò stesso nei confronti di Dio. La colpa fa indissolubilmente parte dell’esistenza dell’uomo, nessuno può liberarsene da solo. La colpa distorce il rapporto dialogico fra gli uomini e il rapporto con Dio; il perdono lo ristabilisce, b) L’Antico Testamento riserva il perdono a Dio (Es 34,9; Ger 5,1 ecc.); la sua misericordia è maggiore di ogni colpa, egli rinuncia al castigo, il suo perdono copre la colpa (Sal 32,1; 103,8-18). Egli perdona a chi si converte, e gli dona una vita nuova. I sacrifici possono ottenere la riconciliazione e conseguire il perdono per il peccatore, c) Nel Nuovo Testamento il perdono non è più riservato solo a Dio. Gesù ha il potere sulla terra di rimettere i peccati (Mt 2,5.10s ecc.). Egli frequenta pubblicani e peccatori (Mt 9,9-13 ecc.). Sulla croce egli implora perdono per colon che lo perseguitano (Lc 23,34), dalla croce il suo perdono dei peccati vale per giudei (At 13,38) e per i pagani (At 10,34 ecc.). Nella vita e nella morte di Gesù avviene la riconciliazione definitiva e insopprimibile (Mc 10,45) d) Il potere di rimettere i peccati è conferito agli apostoli (Gv 20,23) presupposto del perdono è la conversione e la confessione del peccato (Lc 24,47; At 2,38 ecc.). Il perdono è reso possibile dal fatto che Gesù, soffrendo e morendo, ha ottenuto da Dio la riconciliazione. Senza spargimento di sangue non si dà riconciliazione (Eb 9,22). Noi otteniamo il perdono in Cristo (Ef 1,7), per mezzo del suo nome (At 10,43), mediante il battesimo (At 2,38). e) Il perdono viene offerto a tutti gli uomini mediante l’annuncio delle azioni salvifiche di Dio. Coloro che personalmente hanno ottenuto il perdono hanno il compito di trasmettere il messaggio (Gv 21,15-17; 1Tm 1,1216) a tutti gli uomini (Lc 24,47). A loro s’impone anche di perdonarsi vicendevolmente, così come essi ricevono perdono (Mt 18,21; Ef 4,32; Col 3,12ss; ecc.). L’uomo che si rifiuta di perdonare non può ottenere il perdono da Dio (Mi 6,12.14-15; 18,23ss).
 
Jean Fraine e Pierre Grelot - Numeri, significati simbolici: L’oriente antico ha dato molta importanza al simbolismo dei numeri. In Mesopotamia, dove le matematiche erano relativamente sviluppate, si attribuivano agli dèi taluni numeri sacri. Secondo le speculazioni pitagoriche, 1 e 2 erano maschili, 3 e 4 femminili, 7 verginale, ecc. Queste concezioni si incontrano talvolta negli scritti giudaici e presso i Padri, ma sono estranee alla Bibbia, dove nessuna cifra per sé è sacra. In compenso, in base a taluni usi convenzionali o per influsso laterale delle civiltà vicine, vi si incontrano in gran numero usi simbolici od anche «gematrie».
Usi simbolici. - Il 4, cifra della totalità cosmica (che sta ancora sullo sfondo dei «quattro viventi» in Ez 1,5 ...; Apoc 4,6) finisce per designare tutto ciò ghe ha carattere di pienezza: quattro flagelli in Ez 14,21; quattro beatitudini in Lc 6,20 ss (e 8 in Mi 5,1-10).
Il 7 designa tradizionalmente una serie completa: sette aspersioni con il sangue (Lev 4,6.17;8, 11; 14,17; Num 19,4; 2Re 5,10), immolazione di sette animali (Num 28,11; Ez 45,23; Giob 42,8; 2Cron 29,21). È collegato volentieri ad oggetti sacrosanti: i sette angeli di Tob 12,15; i sette occhi sulla pietra in Zac 3,9. È soprattutto la cifra dei giorni della settimana, e caratterizza il sabato, giorno santo per eccellenza (Gen 2,2). Di qui le speculazioni apocalittiche di Dan 9,2.24, dove le settanta settimane di anni (10 giubilei di sette volte sette anni) terminano nel giorno della salvezza, indipendentemente da ogni cronologia reale.
Cifra di perfezione divisibile in 3+4, il sette figura a questo titolo nelle visioni profetiche (Is 30,26; Zac 4,2) e soprattutto nelle apocalissi (Apoc 1,12.16; 3,1; 4,5; 5,1.6; 8,2; 10,3; 15,1; 17,9), ma si menziona pure la sua metà, tre e mezzo (Dan 7,25; 8,14; 9,27; 12,8.11s; Apoc 11,2s.9ss; 12,6.14; 13,5). Viceversa, 6 (7-1) è il tipo della perfezione non raggiunta (Apoc 13,18: 666).
Il 12, in quanto cifra delle dodici tribù, è anch’esso una cifra perfetta, che si applica simbolicamente al popolo di Dio. Di qui il suo uso significativo per i dodici apostoli di Gesù, che governeranno le dodici tribù del nuovo Israele (Mt 19,28 par.). Anche la nuova Gerusalemme dell’Apocalisse ha dodici porte su cui sono incisi i nomi delle dodici tribù (Apoc 21,12), e dodici basamenti che portano i nomi dei dodici apostoli (21,14). Così pure il popolo salvato è un numero di 144.000, dodici migliaia per ogni tribù di Israele (7,4-8). Ma le dodici stelle che coronano la donna (altro simbolo della nuova umanità) potrebbero fare allusione alle dodici costellazioni zodiacali (12,1).
 
Fare i conti con i propri servi: «Nel fare i conti con i servi, il padrone esige anche da coloro che hanno preso prestiti dai suoi servi, si tratti delle cento misure di grana, dei cento barili di olio, o di qualunque altra cosa ricevuta da quanti non fanno parte della cerchia domestica. Stando alla parabola infatti, non si trova un collega dell’ amministratore disonesto, a dover le cento misure di grano e i cento barili d’olio, come risulta evidente dalle parole: Quanto devi al mio padrone? “Non disse: al nostro padrone?” Ora, devi intendere che ogni azione buona e conveniente somiglia ad un guadagno con aumento, ed ogni azione cattiva ad un deficit. E come c’è un guadagno di più, un altro di meno di monete d’argento, e come variamente si realizza il guadagno di più o di meno (monete d’argento), allo stesso modo per le azioni buone avviene una specie di bilancio relativo ai maggiori e ai minori guadagni.» (Origene, Commento al Vangelo di Matteo 14, 8).
 
Testimoni di Cristo - Santi Ponziano e Ippolito - La comunione ritrovata davanti alle prove: Quando siamo messi alla prova e la sofferenza sembra vincere su tutto: è lì che torniamo all’essenziale e superiamo i muri che ci dividono dagli altri e ci riscopriamo sorelle e fratelli. La vicenda dei santi Ponziano e Ippolito (Papa il primo, sacerdote scismatico il secondo) ci offre la testimonianza di una comunione ritrovata di fronte alla prova. Vissuti nel III secolo e divisi da questioni tutte umane, si riunirono nella piena comunione davanti alla prova del martirio. L’episodio si colloca nel 235 in Sardegna, dove i due si trovarono a condividere la condanna ai lavori forzati inflitta dall’imperatore Massimino il Trace. Ponziano, romano, era stato eletto Papa il 21 luglio 230 e, dopo essere stato deportato a causa dell’inasprimento della persecuzione, abdicò perché la Chiesa di Roma non restasse senza un pastore, essendo ben consapevole del destino che lo attendeva. La sua scelta però potrebbe essere stata dettata anche dalla volontà di tendere una mano verso la fazione di Ippolito. Lo scisma del sacerdote Ippolito, infatti, era iniziato con l’elezione di papa Callisto (217-222), accusato ingiustamente dallo stesso Ponziano di essere eretico già quando era un semplice diacono al fianco di papa Zefirino. All’imperatore, però, non importava che Ippolito fosse scismatico e lo condannò assieme a Ponziano per colpire l’intera comunità cristiana.  (Matteo Liut)
 
La preziosa passione dei santi martiri Ponziano e Ippolito
ottenga a noi, o Signore, l’abbondanza del tuo amore
e rinsaldi sempre più la fede nei nostri cuori.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.