17 Febbraio 2026
 
Martedì VI Settimana T. O.
 
Gc 1,12-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 93 (94); Mc 8,14-21
 
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui. (Gv 14,23 - Acclamazione al Vangelo)
 
Noi verremo a lui … Solo chi ama osserva la Parola del Signore Gesù, e a sua volta chi ascolta la Parola è amato dal Padre il quale con il Figlio prende stabile dimora nel credente.
L’inabitazione divina è una peculiarità del cristianesimo: il credente è la dimora di Dio (Cf. Ef 2,22); è il tempio, il tabernacolo dello Spirito Santo (Cf. 1Cor 3,16); la casa di Cristo (Cf. Ef 3,17). Quindi il cristiano è «il tempio vivente della santissima Trinità. In effetti Gesù vuole rimanere nel cuore dei suoi amici [Gv 15,4ss] e a motivo della sua inscindibile unità con Dio [Cf. Gv 10,30.38; 14,9ss], nel suo soggiorno nell’intimo dei loro cuori non è solo, ma viene con il Padre [Gv 14,23]. Per il quarto evangelista il tempio di Dio per eccellenza nel quale si deve adorare il Padre nello Spirito e nella Verità, è il Verbo incarnato [Gv 2,19ss; 2,23ss]: egli infatti è la rivelazione di Dio, per cui il Padre è visibile nella sua persona [Gv 14,6-10]. Ma anche il suo discepo­lo, che mostra un amore concreto, vivendo la sua parola, diventa tempio della santissima Trinità» (Salvatore Alberto Panimolle).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Non è Dio a tentare l’uomo, perché egli non tenta nessuno: la tentazione è retaggio di tutti gli uomini a motivo del peccato consumato da Adamo ed Eva nel Giardino di Dio ed ha un volto: satana. L’uomo come non è preservato dai disagi, dalla malattia, dalla sofferenza, così la tentazione fa parte della sua vita, ma confidando in Dio trova la forza per sfuggire agli assalti del Nemico: “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1Cor 10,13). 
È beato l’uomo che resiste alla tentazione: il suo premio sarà la corona della vita: la vita eterna, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
 
Vangelo
Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode.
 
Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!: l’evangelista Matteo (16,12) interpreta il lievito dei farisei come l’insegnamento dei farisei e dei sadducei e Luca (12,1) come la loro ipocrisia. Alla base di entrambe le interpretazioni possiamo pensare che originariamente il detto deve essere stato riferito all’atteggiamento ostile dei farisei e dei sadducei nei confronti di Gesù e del suo messaggio. Le parole di Gesù però non vengono comprese dai discepoli: la preoccupazione per il cibo materiale impediva loro di comprendere che Gesù, che da poco aveva nutrito le folle operando un miracolo, era il Messia atteso dai Profeti, il vero Pane disceso dal Cielo in grado di nutrirli con il pane della vita. È “un invito per i discepoli a superare le preoccupazioni materiali per riflettere alla missione di Gesù illuminata dai suoi miracoli” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,11-13
 
In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».
Parola del Signore.
 
Rinaldo Fabris (I Vangeli, Marco): All’ottusità dei farisei, che pretendono da Gesù un segno di autenticazione, segue l’incomprensione dei discepoli che non sanno cogliere la portata dei segni già compiuti da Gesù.
L’attuale racconto si adatta molto bene  alla «sezione del pane», perché il dialogo chiarificatore tra Gesù e i discepoli prende avvio dalla dimenticanza della provvista di pane, 8,14. La sentenza di Gesù sul lievito dei farisei e di Erode è stata associata a questo contesto per la sua affinità tematica. Nel vangelo di Marco i farisei e gli aderenti al partito di Erode sono associati nei loro progetti contro Gesù, M 3,6; 12,13. La paura di perdere il prestigio religioso, per farisei, o la paura di compromettere il potere o successo politico, per gli erodiani, alimenta il comune sospetto e la comune ostilità nei confronti di Gesù. Questa paura è come una fonte nascosta di corruzione, «il lievito», che impedisce di comprendere e accogliere il progetto di Gesù.
È un pericolo al quale i discepoli non sono per nulla estranei. Anzi la loro cecità e sordità spirituale, a paragone di quelli che stanno fuori, hanno radici in un cuore indurito, cioè nel centro della personalità chiusa ai progetti di Dio. L’invito insistente di Gesù ai discepoli di penetrare nella comprensione del miracolo dei pani fa intuire che quel gesto, nel progetto di Gesù, non è stato un gioioso picnic popolare, ma un preciso momento di rivelazione del suo compito e della sua persona.
Il miracolo del cieco guarito, che segue immediatamente, 8,22-26, e corrisponde al miracolo del sordomuto della sezione parallela, 7,31-37, è in questa linea di rivelazione salvifica: c’è una sordità e cecità dell’uomo più grave e profonda di quella fisica; essa non può essere guarita da nessun miracolo fino a quando il cuore non è cambiato. A questo precisamente punta Gesù con la sua azione e parola.
 
Per approfondire
 
Giacomo - Bibbia Edu: I contenuti - Il tema centrale della lettera di Giacomo, sviluppato nello stile di una omelia e senza il rigore di una esposizione dottrinale, è quello della vera sapienza (3,13-18), dono di Dio, capace di elevare tutta la vita del credente. Questa sapienza cristiana ispira alcuni comportamenti: tradurre in atto la Parola ascoltata, evitare i favoritismi, compiere buone opere come prova di una fede viva, saper frenare la lingua e rifiutare l’uso ingiusto della ricchezza. L’insistenza di Giacomo sulle opere (necessarie per le situazioni vissute nella sua comunità) non è in contraddizione con la tesi di Paolo sulla giustificazione per la fede (vedi Gc 2,14-26 e Rm 3,28). Paolo dichiara superflue le opere della legge; Giacomo proclama necessarie le opere della carità. La lettera presenta questo schema: Saluto (1,1-18) // Fede e opere (1,19-2,26) // La vera sapienza (3,1-5,6) //Il Signore è vicino (5,7-20).
Le caratteristiche: Questo scritto, che si presenta all’inizio come lettera, diventa poi un’omelia di stile sapienziale e profetico. Vi ricorrono ben 43 imperativi; il nome di Gesù è menzionato due volte. Certe somiglianze con la prima lettera di Pietro si spiegano con la presumibile dipendenza da una tradizione comune. È un testo assente dai più antichi elenchi di libri ispirati ed è sconosciuto a molti Padri della Chiesa. Soltanto verso la fine del IV sec. esso viene comunemente accettato nel NT.
L’origine - L’autore della lettera è un giudeo-cristiano che ripropone in modo originale gli insegnamenti della sapienza ebraica. Egli si presenta come “Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo” (1,1), personaggio comunemente identificato con quel “Giacomo fratello del Signore”, che viene ricordato in Mt 13,55; At 12,17; Gal 1,19. Figura di primo piano nella chiesa di Gerusalemme (At 21,18), una delle “colonne”, come scrive Paolo in Gal 2,9, venne fatto lapidare dal sommo sacerdote Anano nell’anno 62. Diversi autori considerano questa attribuzione un caso di pseudonimia; l’autore della lettera sarebbe stato in realtà un anonimo cristiano autorevole, il quale avrebbe scritto verso gli anni 80/85 usando lo pseudonimo di Giacomo. Indirizzando la lettera “alle dodici tribù che sono nella diaspora” (1,1), egli si rivolge probabilmente a gruppi di cristiani di origine ebraica, di lingua greca, abitanti in Fenicia, Cipro, Antiòchia di Siria e forse anche in Egitto.
 
Il pane quotidiano - Daniel Sesboüé (Pane in Dizionario di Teologia Biblica): 1. Nella vita corrente si caratterizza una situazione dicendo il gusto che essa dà al pane.
Colui che soffre e che Dio sembra abbandonare mangia un pane «di lacrime», di angoscia o «di cenere» (Sal 42,4; 80,6; 102,10; Is 30,20); chi è lieto lo mangia nella gioia (Eccle 9,7). Del peccatore si dice che mangia un pane di empietà o di menzogna (Prov 4, 17) e del pigro, un pane di ozio (Prov 31,27). D’altra parte il pane non è soltanto un mezzo di sussistenza: è destinato ad essere diviso. Ogni pasto suppone una riunione e quindi una comunione. Mangiare il pane regolarmente con uno, significa essergli amico, quasi intimo (Sal 41,10; Gv 13,18). Il dovere dell’ospitalità è sacro e fa del pane di ognuno il pane del viandante mandato da Dio (Gen 18,5; Lc 1,5.11).
Soprattutto a partire dall’esilio, l’accento posto sulla necessità di condividere il proprio pane con l’affamato: la pietà giudaica trova qui l’espressione migliore della carità fraterna (Prov 22,9; Ez 18, 7. 16; Giob 31,17; Is 58,7; Tob 4,16). Paolo, quando raccomanda ai Corinti la colletta in favore dei «santi», ricorda loro che ogni dono viene da Dio, a cominciare dal pane (2 Cor 9,10). Nella Chiesa cristiana, la «frazione del pane» designa infine il rito eucaristico spezzato in favore di tutti: il corpo del Signore diventa la fonte stessa dell’unità della Chiesa (Atti 2,42; 1 Cor 10,17).
2. Il pane, dono di Dio. - Dio, dopo aver creato l’uomo (Gen 1,29), e nuovamente dopo il diluvio (9,3) gli fa conoscere ciò che può mangiare; e l’uomo peccatore si assicurerà il necessario a prezzo di una dura fatica: «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (3,19). Da quel momento abbondanza o penuria di pane avranno valore di segno: l’abbondanza sarà benedizione di Dio (Sal 37,25; 1 2,15; Prov 12,11), e la penuria castigo del peccato (Ger 5,17; Ez 4,16s: Lam 1,11; 2,12). L’uomo deve quindi chiedere umilmente il suo pane a Dio ed aspettarlo con fiducia. A questo riguardo i racconti di moltiplicazione dei pani sono significativi. Il miracolo compiuto da Eliseo (2 Re 4,42ss) esprime bene la sovrabbondanza del dono divino: «Si mangerà e se ne avanzerà». L’umile fiducia è quindi la prima lezione dei racconti evangelici; desumendo da un salmo (78,25) la formula: «Tutti mangiarono e furono sazi» (Mr 14,20 par.; 15,37 par.; cfr. Gv 6,12), essi evocano il «pane dei forti» con cui Dio saziò il suo popolo nel deserto. In un identico contesto di pensiero Gesù ha invitato i suoi discepoli a chiedergli «il pane quotidiano» (Mt 6, 11), come figli che con fiducia attendono tutto dal loro Padre celeste (cfr. Mt 6,25 par.).
Infine il pane è il dono supremo dell’epoca escatologica, sia per ciascuno in particolare (Is 30,23), sia nel banchetto messianico promesso agli eletti (Ger 31,12). I pasti di Gesù con i suoi erano così preludio al banchetto escatologico (Mr 11,19 par.), e soprattutto il pasto eucaristico in cui il pane che Cristo dà ai suoi discepoli è il suo corpo, vero dono di Dio (Lc 22,19).
 
Non capite ancora? - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 53,3 - Il duro rimprovero: Hai visto la sua grande irritazione?
In nessun’altra occasione lo si vede rimproverarli così. Perché lo fa? Per eliminare ancora il pregiudizio relativo ai cibi ... Non va bene in ogni caso la mitezza; come infatti li rendeva partecipi della sua familiarità, così li rimprovera anche ... Perciò indica il numero di coloro che erano stati nutriti e degli avanzi, al tempo stesso per far ricordare loro il passato e per renderli più attenti verso il futuro.
 
I Testimoni di Cristo: Santi Sette Fondatori - Così in comunità la nostra esistenza è icona della relazione che ci unisce a Dio: La nostra è sempre una storia di comunità: nasciamo, cresciamo e viviamo in una rete di relazioni che dà senso al nostro cammino esistenziale. Il Risorto ci ricorda che questa rete è animata ed è testimonianza di quel legame profondo che ci unisce a Dio. I Santi Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine Maria potremmo considerarli così: icone viventi di quel legame d’amore profondo che è la radice del Regno di Dio. Intorno al 1233, mentre Firenze era sconvolta da lotte fratricide, Bonfilio, Bartolomeo, Giovanni, Benedetto, Gerardino, Ricovero e Alessio, tutti mercanti, membri di una compagnia laica di fedeli devoti della beata Vergine, legati tra loro dell’ideale evangelico della comunione fraterna e del servizio ai poveri, decisero di ritirarsi per vivere un’esperienza comunitaria dedicandosi alla penitenza e alla contemplazione.
Lasciarono quindi attività, case e beni ai poveri e verso il 1245 si ritirarono sul Monte Senario, nei pressi di Firenze, dove costruirono una piccola dimora e un oratorio dedicato a santa Maria. Nasceva così l’ordine dedicato alla Vergine, basato sulla Regola di sant’Agostino. Il 1° dicembre 1717 Clemente XI confermò il culto di Alessio Falconieri; il 30 luglio 1725 Benedetto XIII fece lo stesso riguardo gli altri sei. Il 15 gennaio 1888 Leone XIII canonizzò i sette uomini, sepolti, insieme, a Monte Senario. Con la riforma del Calendario romano la loro memoria è stata spostata dal 12 al 17 febbraio, anniversario della morte del più longevo dei fondatori, sant’Alessio Falconieri. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai promesso di abitare
in coloro che ti amano con cuore retto e sincero,
donaci la grazia di diventare tua degna dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 16 Febbraio 2026
 
Lunedì VI Settimana T. O.
 
Gc 1,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 8,11-13
 
Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv 14,6 - Acclamazione al Vangelo)
 
Benedetto Prete: Io sono la via, la verità e la vita; il vers. di una ricchezza dottrinale incommensurabile, ha avuto interpretazioni assai divergenti. Il punto difficile è stabilire quale rapporto intercorra tra i tre sostantivi che il Salvatore applica a se stesso. Molti esegeti e Dottori della Chiesa, come Sant’Agostino e San Tommaso, ritengono che il primo sostantivo sia subordinato ai due ultimi; per questi autori la solenne dichiarazione di Cristo ha il senso seguente: Gesù come uomo è la via che conduce alla verità e alla vita; il sostantivo «via» si riferisce a Cristo come uomo; i sostantivi «verità» e «vita» si riferiscono a lui come Dio. Tale interpretazione tuttavia non incontra l’approvazione degli studiosi, perché la seconda parte del vers. dice: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me; ciò significa che l’accento principale della solenne dichiarazione di Cristo va posto sulla prima parte del versetto, cioè: «Io sono la via»; Gesù per il credente è la via verso il Padre, in quanto è la verità e la vita. La «via» indica che il Maestro è il rivelatore del Padre, colui che annunzia la parola del Padre. Il vers. ha un contenuto teologico profondo, che raggiunge il mistero trinitario; esso lascia intravvedere quali misteriose relazioni intercorrono tra il Figlio ed il Padre. Gesù è rivelatore del Padre («via») e può condurre al Padre non come tramite, bensì come la Persona divina che è nel Padre; Gesù infatti non dice le parole da se stesso, ma trasmette le parole del Padre (verss. 10-11); egli conosce il Padre (cf. vers. 7) e fa vedere il Padre (cf. vers. 9); Cristo quindi è verità, perché è la parola del Padre, perché comunica la vita divina. Nel trinomio «via, verità, vita» si compendia il mistero di Cristo, il mistero della sua vita trinitaria. La verità e la vita si trovano abbinate perché la vita eterna (la vita divina che Gesù comunica) consiste nel conoscere il Padre presente nel Figlio (cf. 17, 3).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura -  Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, in questa lettera indirizzata alle dodici tribù che sono nella diaspora suggerisce delle norme pratiche di vita cristiana. Norme assolutamente valide in qualsiasi situazione esistenziale. Norme facili da applicare nel quotidiano, e anche in tempi di difficoltà e di prova.  È però necessaria una fede incrollabile. Chi dubita è paragonato alle onde del mare, che vanno da una parte all’altra. 
Il fratello di umile condizione sia fiero di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato: “Il proverbio dice che le apparenze ingannano. Questo è particolarmente valido davanti a Dio. Chi è il ricco o il povero davanti a lui? Evidentemente vi erano nella Chiesa, come vi sono sempre stati e sempre vi saranno, ricchi e poveri. Si tratta però di una apparenza che inganna quando è valutata davanti a Dio. Se davanti a lui non vi sono distinzioni di persone, meno ancora vi possono essere distinzioni di classi sociali. Anzi, il cristianesimo ha introdotto un cambiamento radicale di valori nella valutazione delle apparenze esterne.
Un uomo povero può gloriarsi nella sua ricchezza spirituale, che può accompagnare la “povertà” (secondo la mentalità che ha le sue radici nell’AT, questo appunto doveva avvenire; tanto che «povero» era sinonimo di «pio»). Il ricco deve gloriarsi nella sua umiliazione nel caso che perda improvvisamente le sue ricchezze. Le ricchezze sono un possesso assai precario; per questo deve gloriarsi del suo progresso spirituale e morale, che può provenire dalla privazione dei beni (non dimentichiamo la mentalità, che viene anch’essa dall’AT, secondo la quale «ricco » è sinonimo di empio e oppressore). La situazione precaria della ricchezza è spiegata col ricorso al testo di Isaia (40,6-7). La splendida vegetazione primaverile della Palestina si trasforma in arido deserto quando sopravvengono gli ardori estivi: stupenda immagine per descrivere la caducità della vita umana, particolarmente applicabile ai ricchi” (Felipe F. Ramos)
 
Vangelo
Perché questa generazione chiede un segno?
 
AI Mode: I farisei non cercano la verità, ma un pretesto per discutere e mettere Gesù in difficoltà. Chiedono un segno “dal cielo” (straordinario e cosmico) ignorando i numerosi segni che Gesù ha già compiuto tra la gente, come le guarigioni e la moltiplicazione dei pani.
Gesù nega categoricamente un ulteriore segno a “questa generazione”. La fede non può nascere da una costrizione o da una prova magica, ma solo dall’apertura del cuore alla Sua presenza quotidiana.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,11-13
 
In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Parola del Signore.
 
La richiesta del segno da parte dei farisei è registrata anche nel Vangelo di Matteo (16,1-4), e nel Vangelo di Luca (Lc 11,29-32), ma con delle differenze. Marco più breve, a differenza di Matteo e Luca, non fa menzione al segno di Giona e alla regina del sud. Il racconto marciano, “è spesso considerato più originario della promessa del «segno di Giona» in Matteo e Luca. Forse però Marco ha omesso questo ricordo biblico perché rischiava di sfuggire ai suoi lettori, e Gesù ha realmente promesso questo segno per annunziare il trionfo della sua liberazione finale, così come Matteo l’ha ben esplicitato [cf. Mt 12,39 +]” (Bibbia di Gerusalemme). I farisei si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova: in verità, ai farisei non interessano i segni, interessa trovare un modo per smentire Gesù di fronte alle folle. E questo è suffragato dal fatto che la domanda del segno avviene nel contesto di una sezione caratterizzata dai due miracoli dei pani (Mc 6,30-44; 8,1-9), due miracoli fra i più spettacolari del vangelo. La richiesta è per mettere alla prova Gesù: l’uomo spesso va in cerca di segni costruiti in base alla propria immaginazione e non s’accorge dei molti segni che Dio ha di sua iniziativa seminato lungo la strada.
 
Per approfondire
 
Segno - Wolfgang Winter: Nell’uso linguistico greco, il segno in quanto “contrassegno” o “indizio”, è il riferimento a un dato di fatto che ne facilita il riconoscimento. Un concetto formale simile si trova anche nell’Antico Testamento. Per esempio l’“arco sulle nubi” è segno, anzi pegno della fedeltà di Dio all’alleanza con Noè e con i suoi discendenti (Gen 9,12ss). Un rapporto ancora più stretto fra segno e cosa indicata è presupposto nelle “azioni simboliche” dei profeti veterotestamentari: convinzione, derivante dall’ambito del rito sacrale, dell’efficacia operativa dei segni. Il fatto che Ezechiele non faccia alcuna lamentazione funebre per sua moglie è un’anticipazione del futuro destino d’Israele, la cui realizzazione comincia già nel segno. Il segno è inoltre anche annuncio ai contemporanei, una caratteristica, questa, propria della profezia classica. Il segno di Ezechiele non annuncia soltanto la realtà dell’evento futuro; esso è per gli spettatori addirittura una rappresentazione attualizzata di ciò che accadrà. Nei Sinottici prevale la comprensione formale di segno come “indizio” o “contras­segno”. Nell’apocalittica si conosceva l’esistenza di determinati eventi come indizio della fine di “questo eone” e questa concezione è presupposta anche in Me 13, Mt 24 e Le 21. Il signifi­cato di “contrassegno”, “prova” è presente in Mt 12,38ss: Gesù deve legittimarsi agli occhi dei giudei con un segno. Egli però risponde col “segno del profeta Giona”, col segno cioè costituito dalla figura stessa di Giona, vale a dire, come rimando al Dio presente nella sua predicazione penitenziale. In Giovanni si trova una concezione dei segni caratterizzata soprattutto dal contenuto, come prodigi, miracoli che Gesù compie nella sua gloria. Essi, tuttavia, non lo fanno univocamente riconoscere come Figlio di Dio. Essi sono comprensibili soltanto per colui che è a conoscenza dell’“ora” della passione di Gesù, cioè per il credente, come rivelazione dell’amore di Dio per il mondo peccatore (Gv 2,lss).
 
I segni nella vita di Gesù - Paul Ternant (Dizionario di Teologia Biblica): All’epoca del Nuovo Testamento, i Giudei attendevano per i giorni del messia prodigi per lo meno pari a quelli dell’esodo, e connessi a sogni di vittoria sui pagani (cfr. 1Cor 1,22). gesù delude quest’attesa nel suo aspetto carnale. Ma l’appaga spiritualmente, inaugurando la vera salvezza con i suoi miracoli, e apportandola con il suo «esodo» (Lc 9, 31), con il grande segno (Gv 12, 33) della sua elevazione in croce e in gloria. Contraddetto da certuni, Gesù, attraverso tutta la sua missione di servo che assume su di sé le nostre infermità (Mt 8,17 = Is 53,4), è il segno efficace che fa sì che la moltitudine si risollevi (Lc 2, 34), lo stendardo (Is 11,10ss: eb. nes ; gr. semèion) eretto per il raduno dei dispersi (Gv 11,52).
Fedele alla promessa divina di un rinnovamento delle antiche meraviglie (Mt 11,4s = Is 35,5s; 26,19), Gesù moltiplica i miracoli, che, pur accreditandone la parola, rientrano nello stesso tempo nei segni-avvenimenti salvifici e nella mimica profetica (cfr. Mc 823ss): sono soprattutto questi miracoli, uniti alla sua autorità personale e a tutta  la sua attività, a costituire «i segni dei tempi» (Mt 16, 3), cioè gli indizi dell’inizio dell’era messianica. Ma all’opposto di Israele nel deserto (Es 17,2.7; Num 14,22), egli si di rifiuta di tentare Dio, esigendo da lui dei segni a proprio vantaggio (Mt 4,7 = Deut) e di soddisfare quelli che, avidi di spettacolari, gli domandano un segno per tentarlo (Mt 16,1ss). Così i Sinottici, eco della sua riservatezza, evitano a proposito dei miracoli di usare la parola «segni», a cui ricorrono i suoi avversari (Mt 12,38; Lc 23, 8). Certo Dio, fornisce dei segni dell’avvento della salvezza ai poveri, come Maria (Lc 1, 36 ss), o i pastori (2,12). Però offrire ai Giudei i segni che essi si aspettano; ciò significherebbe pervertire la sua missione. Questi ciechi dovrebbero cominciare a prestare attenzione al «segno di Giona» secondo Lc 11,29-32, cioè alla predicazione di penitenza di Gesù. Sarebbero in grado di decifrare i «segni dei tempi», senza pretenderne altri per convenienza e sarebbero preparati a ricevere la testimonianza del più decisivo di essi, il «segno di Giona» secondo Mt 12,40, cioè la risurrezione di Cristo.
Ogni riserbo concernente l’uso della parola semèion scompare nella narrazione giovannea (salvo Gv 4,48), sia negli Atti che lettere. Per Giovanni, la visione dei segni avrebbe dovuto indurre i contemporanei Gesù a credere in lui (Gv 12,37-38): questi segni rendevano manifesta la sua gloria (2,11) a uomini provati (6,6), come Jahve aveva manifestato la propria (Num 14, 22), imponendo al popolo la prova del deserto (Deut 8,2). Essi li preparavano così a vedere (Gv 19,37 = Zac 12,10), grazie alla fede, il segno del Trafitto elevato sulla croce fonte di vita (12,33), che realizza la figura del serpente guaritore eretta da Mose su uno «stendardo» (Num 21,8: ebr. nes; gr. semèion; Gv 3,14), per la salvezza del popolo dell’esodo. Ai cristiani convertiti da questo sguardo di fede (cfr. Gv 20,29) e raffigurati dai Greci che chiesero di vedere Gesù (12,21.32s), il sangue e l’acqua che sgorgano dal Trafitto (19,34) appaiono allora i simboli della vita dello Spirito e della realtà del sacrificio che ce ne apre l’accesso grazie ai sacramenti del battesimo, della penitenza, dell’eucaristia. E di questi gesti salvifici del Risorto, vero tempio da cui scaturisce l’acqua viva (2,19; 7,37ss; 19,34; cfr. Zac 14,8; Ez 47,1s), i segni anteriori di Gesù (5,14; 6; 9; 13,1-10) appariranno a loro volta le prefigurazioni.
 
Guariscici dalla ricerca di segni - Adriana Zarri: Guariscici, Signore, da questa ricerca di segni esterni e consacranti, da questa puerilità di camerieri che vogliono il profeta col pennacchio. Tu non avevi pennacchi, tu non amavi lo straordinario e, se facevi miracoli, li facevi soltanto per pietà e domandavi che non se ne parlasse. Eri povero ma volevi questa ricchezza: che la gente ti amasse per te e non per quello che facevi.
Invece noi spesso ti amiamo perché compi miracoli e perché sei straordinario: il Cristo re, con i visceri in mano, che mostra un cuore raggiante, quasi un rubino incastonato nel petto.
E ingioielliamo la tua croce per dimenticare che era un segno d’infamia e farne un simbolo da portare in battaglia: «In hoc signo vinces », Invece tu hai ‘un semplice cuore come il nostro la tua croce era decorata solo di chiodi.
L’unica volta che ti vestirono da grande fu per burla: con una corona finta, fatta però di spine vere.
Dacci, Signore, di amarti cosi, senza bisogno d’altro; e di comprendere che l’incarnazione più grande è proprio questa piccola, calata nei gesti più normali; e di straordinario c’è solo lo straordinario e non i suoi abiti festivi.
Liberaci dalla ricerca dell’eccezionale: facci capire che il santo è povero di orpelli e anche di ori: passa per strada e nessuno lo conosce.
Fa’ che amiamo la povertà di questo anonimato, che amiamo anche noi passare inosservati, scomparire all’angolo della strada e che nessuno ci guardi dietro.
Fa’ che ci rifiutiamo alla facile notorietà, fosse pur quella della virtù titanica, che vorrebbe vestirci da festa e metterei sul palco; che amiamo le sedie di platea, tutte eguali; e la diversità sta in noi, nascosta nel profondo.
Dacci di amare i giorni feriali, in cui non c’è dolce sulla tavola né il vestito di festa, né l’omelia della domenica, ma il pasto normale, la tuta da lavoro, la messa « liscia », e non succede nient’altro che la vita: questo accadere immenso, comprensivo di tutto, che è il precipitare, nel tempo, del tuo vivere eterno
 
La necessità di un segno - Giovanni Crisostomo, Omelie sul VangeLo di Matteo 53, 2-3: Quale segno dal cielo chiedevano? Che arrestasse il sole o frenasse la luna o facesse cadere fulmini o mutasse l’aria o qualcos’altro di simile ... Se facevano riferimento ai segni dell’epoca del Faraone (Es 3 - 15), allora si doveva essere liberati da un nemico e a ragione avvenivano quei segni; ma per chi era venuto tra amici non c’era bisogno di questi segni.
 
I Testimoni di Cristo: Santa Giuliana di Nicodemia - Così la violenza del mondo ci costringe a scegliere: Non sempre la persecuzione si presenta con il suo vero volto, quello di una violenta repressione, perché spesso il mondo cerca di mettere a tacere il Vangelo attraverso metodi subdoli. In ogni caso la scelta è sempre tra la rinuncia alla propria identità di fede e la minaccia di vivere sotto scacco, quando non di dover offrire la propria vita. Davanti a questa scelta fu messa santa Giuliana di Nicomedia, una dei numerosi martiri dei primi secoli della storia della Chiesa. Giuliana era nata nel 287 a Nicomedia (oggi Izmit in Turchia) da genitori pagani: figlia forse di un funzionario imperiale, era l’unica cristiana della sua famiglia. Ancora bimba, all’età di appena nove anni, venne promessa sposa al prefetto della città, Eleusio, ma al momento delle nozze, quando Giuliana aveva 18 anni (forse nell’anno 305), pretese che il futuro marito si battezzasse prima di sposarla. Fu lo stesso promesso sposo a denunciarla alle autorità come cristiana praticante. Giuliana, però, non rinunciò al suo credo e alla richiesta di sposare un uomo battezzato. A nulla valsero le pesanti torture che dovette subire o la condanna a morte: salda nella fede fino all’ultimo, venne decapitata. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai promesso di abitare
in coloro che ti amano con cuore retto e sincero,
donaci la grazia di diventare tua degna dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
15 Febbraio 2026
 
VI Domenica Tempo Ordinario
 
Sir 15,16-21 (NV) [gr.15,5-20]; Salmo Responsoriale 118 (119); 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. (Cf. Mt 11,25 - Acclamazione al Vangelo)
 
La lode cristiana - A. Ridouard: Nel suo movimento essenziale la lode rimane identica dall’uno all’altro Testamento. Essa tuttavia è ormai cristiana, anzitutto perché è suscitata dal dono di Cristo, in occasione della potenza redentrice manifestata in Cristo. È il senso della lode degli angeli e dei pastori a Natale (Lc 2, 13 s. 20), nonché della lode delle folle dopo i miracoli (Mc 7, 36 s; Lc 18, 43; 19, 37); è pure il senso fondamentale dell’Hosanna della domenica delle palme (cfr. Mt 21, 16 = Sal 8, 2 s), ed anche del cantico dell’agnello nell’Apocalisse (cfr. Apoc 15, 3).
Alcuni frammenti di inni primitivi, conservati nelle lettere, rimandano l’eco di questa lode cristiana rivolta a Dio Padre, che ha già rivelato il mistero della pietà (1 Tim 3, 16), e farà rifulgere il ritorno di Cristo (1 Tim 6, 15 s); lode che confessa il mistero di Cristo (Fil 2, 5...; Col 1, 15... ), od il mistero della salvezza (2 Tim 2, 11 ss), diventando così talvolta vera confessione della fede e della vita cristiana (Ef 5, 14).
Fondata sul dono di Cristo, la lode del NT è cristiana anche nel senso che sale a Dio con Cristo ed in Cristo (cfr. Ef 3, 21); lode filiale sull’esempio della preghiera stessa di Cristo (cfr. Mt 11, 25); lode rivolta anche direttamente a Cristo in persona (Mt 21, 9; Atti 19, 17; Ebr 13, 21; Apoc 5, 9). In tutti i sensi è giusto affermare: ormai la nostra lode è il Signore Gesù. Fiorendo così sulla base della Scrittura, la lode doveva sempre rimanere primordiale nel cristianesimo, ritmando la preghiera liturgica con gli Alleluia ed i Gloria Patri, animando gli spiriti in preghiera sino a permearli ed a trasformarli in una pura «lode di gloria» (cfr. Ef 1, 12).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - A nessuno ha comandato di essere empio: Il brano sapienziale alla luce di Sir 15,14 è una solenne affermazione della libertà umana: «Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere». È la libertà dell’uomo che spiega il peccato e non è Dio a indurre al peccato: «Non dire: “Egli mi ha tratto in errore” perché non ha bisogno di un peccatore» (Sir 15,12; Cf. Rom 5,12; Gc 1,13). Dinanzi all’uomo Dio ha posto fuoco e acqua, vita e morte: là dove vuole egli tende la sua mano. Osservare i comandamenti è scegliere la vita (Cf. Sal 32,13-19; 3,13ss), opporvisi è una scelta di morte (Cf. Rom 2,6-11).
Per l’autore del libro del Siracide la morte è inerente alla natura umana (Cf. Sir 14,17), ma diventa castigo per chi si oppone a Dio.
 
Seconda Lettura - Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli per la nostra gloria: Si può parlare della sapienza divina solo tra i cristiani perfetti, cioè maturi, ben saldi nella fede. È un rimprovero, non tanto velato, che Paolo muove ai cristiani di Corinto: sono proprio le divisioni provocate dalla loro immaturità e dalla loro sapienza carnale che impediscono loro di comprendere la sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta, ma oggi rivelata ai credenti in Cristo mediante lo Spirito. Dividersi è precipitare nella insipienza umana: è in pratica ottundersi nella mente e impedire alla propria intelligenza di conoscere il mistero di Dio rivelatosi in Gesù crocifisso, che ha lo scopo di condurre a Cristo e di rendere Cristo speranza della gloria per tutti: «... ai suoi santi ...  Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo» (Col 1,26-27). Dividersi è associarsi con coloro che hanno crocifisso Gesù il Signore della gloria.
 
Vangelo
Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.
 
«Gesù non viene né a distruggere la legge (Dt 4,8) e tutta l’economia antica né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la legge stessa era avviata» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 
Mt 5,17-37
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno»
 
Parola del Signore.
 
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti
 
Io vi dico ... i versetti 21-48 propongono sei antitesi. Si apre con Es 20,13.
La formulazione «con l’indicativo futuro “non ucciderai” ricalca un uso tipico del linguaggio giuridico dell’Antico Testamento. Il significato è identico al più usuale “non uccidere”» (LA BIBBIA, Via Verità e Vita, Ed. Paoline). Questa sezione è preceduta da una introduzione (versetti 17-19), la quale oltre a mettere in risalto il valore perenne dell’Antico Testamento, insegna il valore della dottrina di Gesù, la nuova Legge, che porta  a compimento la Legge antica.
In verità io vi dico (= Amen): la parola ebraica che significava in origine stabilità in seguito venne a significare la verità e la fedeltà. Qui sottolinea semplicemente in verità, mettendo in questo modo in evidenza l’autorità e la signoria di Gesù.
Se la vostra giustizia ... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (Cf. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (Cf. Mt 1,19), che si manifesta soprattutto nei Comandamenti.
Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (Cf. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11).
Ma io vi dico ... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
Stupido ... Epiteto ingiurioso cui si accompagnava a un gran disprezzo, che spesso veniva espresso non solo con le parole, ma sputando a terra.
Pazzo, ancora più offensivo perché a volte voleva sottintendere un’aperta ribellione alla volontà di Dio.
Non commetterai adulterio ... alla formalità giuridica, Gesù oppone una pulizia interiore con la quale si rende luminoso lo sguardo, puro il cuore e fermamente decisi a non peccare: Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. La Legge proibiva non soltanto l’adulterio (Es 20,14; Dt 5,18) ma anche il desiderio di possedere la moglie del prossimo. Tuttavia nessuno aveva pensato dal mettere sullo stesso piano la duplice proibizione. Gesù invece arriva a considerare il desiderio un vero adulterio consumato nel cuore (Es 20,17; Dt 5,21). In questo modo, si «insiste, oltre che sull’espressione esterna della bramosia libidinosa, sull’aspetto morale dell’adulterio. Anche quando la brama non si esprime attraverso l’occhio, è ugualmente disordinata. Per il semita lo sguardo è un’azione che procede da una decisione di volontà; esso tradisce il grado di disordine a cui l’uomo è arrivato» (Ortensio da Spinetoli).
Anche il matrimonio va vissuto in questa cornice di purezza e, sopra tutto, di stima reciproca: alla facilità del divorzio si oppone la seria legge dell’amore.
La clausola eccetto il caso di unione illegittima, quasi «sicuramente fa riferimento a certe unioni ammesse come matrimonio presso alcuni popoli pagani, ma proibite, perché incestuose, nella Legge mosaica [Cf. Lv 18] e nella tradizione rabbinica. Si tratta, dunque di unioni nulle fin dall’origine per qualche impedimento. Quando le persone in situazioni siffatte si convertivano alla vera fede, la loro unione non veniva sciolta, ma si dichiarava che esse non erano state mai congiunte in vero matrimonio. Pertanto questa clausola non contraddice all’indissolubilità del matrimonio, ma la riafferma» (La Bibbia di Navarra).
È da notare che Gesù supera la mentalità dei suoi tempi per la quale solo l’infrazione della donna era considerata adulterio e punita con pene severissime, ora nella Nuova Legge l’uomo e la donna sono sullo stesso piano, hanno gli stessi diritti e doveri ed hanno le stesse responsabilità morali.
L’ultimo insegnamento, Non giurerai il falso ... il vostro parlare ..., riguarda l’integrità interiore dell’uomo, questa viene violata e divisa quando l’uomo si abbandona allo spergiuro e alla menzogna: l’uomo diventa doppio. Una divisione che mette a repentaglio le relazioni sociali e umane, le quali devono essere sempre approntate da mutua fiducia, onestà e sincerità. Il giuramento, in alcuni casi, era lecito per i Giudei: «Se giurerai per la vita del Signore, con verità, rettitudine e giustizia, allora le nazioni si diranno benedette in te e in te si glorieranno» (Ger 4,2). Gesù non condanna il giuramento in sé, ma la pessima e volgare abitudine di velare la propria disonestà ricorrendo al giuramento. Dio non può essere chiamato in causa come testimone per simili volgari obiettivi.
Per ritornare ai primi versetti, possiamo domandarci in che senso Gesù dà pieno compimento alla Legge e ai Profeti? Al di là delle tante risposte, si può rispondere facendo ricorso al comandamento dell’amore dal quale tutti gli altri comandamenti traggono il loro significato e la loro forza: «Allora i farisei, avendo udito che egli [Gesù] aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”» (Mt 22,34-40).
Se non si fa ricorso a questa soluzione si corre il rischio di scivolare in una casistica nella quale il credente si troverebbe a vivere una fede asfittica, lontana dalle vere esigenze evangeliche. Solo l’amore permette al discepolo di Gesù che la sua giustizia superi quella degli scribi e dei farisei: unica condizione per entrare nel regno dei cieli.
 
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Per approfondire
 
Bibbia Edu - Siracide - I contenuti - Il libro del Siracide è chiamato così dal suo autore, che in 50,27 viene presentato come “Gesù, figlio di Sira”. Seguendo l’antica traduzione latina, esso viene anche indicato con il titolo di Ecclesiastico (“libro da leggere nell’assemblea”), perché l’opera era molto letta nella  comunità ecclesiale, a motivo del suo ricco insegnamento sapienziale, rivolto a ogni categoria di persone e valido per le diverse situazioni  della vita. Il libro non ha uno schema preciso, ma si apre su un ampio orizzonte che abbraccia i molteplici aspetti positivi e negativi  dell’esistenza umana: l’amicizia, la morte, l’avarizia, il creato e i  suoi elementi, il prestito, il governo, le donne, l’uso della lingua, il  giuramento, l’adulterio, la libertà, i figli, la salute, il vino, i  banchetti, gli schiavi, i viaggi, il lavoro intellettuale e quello manuale. Nella sua descrizione, il Siracide non si pone gli interrogativi angosciosi di Giobbe, né assume l’atteggiamento provocatorio di Qoèlet, ma presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla  presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. I cinquantuno capitoli di questo libro si possono così suddividere: Prologo (del traduttore greco) // La sapienza guida la vita dell’uomo (1,1-23,28) // L’elogio della sapienza (24,1-42,14) // La sapienza di Dio nella creazione (42,15-43,33) // La sapienza di Dio nella storia d’Israele (44,1-50,29) // Preghiera di Gesù figlio di Sira (51,1-30).
Le caratteristiche - Nel proporre la sua riflessione, il Siracide rimane profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vedendo nella legge del Signore (la Torah) il fondamento e la fonte prima della vera sapienza, data a Israele (24,23-34). In ciò appare anche l’unicità d’Israele nei confronti della cultura ellenistica, con la quale doveva confrontarsi l’ebraismo del  III-II sec. a.C. Nei cc. 44-50 gli antenati d’Israele fedeli a Dio sono presentati come testimoni esemplari di un’umanità guidata dalla  sapienza, verso la sua piena realizzazione. Quelli, invece, che non  furono fedeli, che cioè non seguirono la sapienza, vengono indicati come meritevoli del castigo e della punizione di Dio, che culminò nella  distruzione di Gerusalemme e nell’esilio babilonese (47,19-25; 49,4-7). Nella rivelazione della sapienza, che pianta la tenda in Gerusalemme, la lettura cristiana vede la manifestazione che Dio fa di se stesso all’umanità nell’incarnazione di Gesù (24,1-22; Gv 1,1-18).
L’origine - L’autore  probabilmente ha steso l’opera nei primi decenni del II sec. a.C. Il libro era destinato agli Ebrei che sperimentarono, nella loro terra, la  dominazione dei Tolomei prima e dei Seleucidi dopo. Composto originariamente in lingua ebraica, il Siracide si è conservato completo soltanto nella versione greca (vedi il Prologo). Tra il 1896 e il 1964 sono stati ritrovati diversi manoscritti, prima al Cairo, poi presso il Mar Morto (Qumran e Masada), contenenti buona parte del testo  originario ebraico.
Il Siracide è un libro deuterocanonico.
NOTA EDITORIALE - Quando sul finire del I secolo d.C. venne stabilito il canone ebraico dei libri sacri, Il Siracide ne venne escluso e, di conseguenza, l’originale  ebraico, non più letto in sinagoga, un po’ alla volta andò perduto. Dalla fine del secolo XIX in poi, tuttavia, se ne sono riportare in luce  ampie sezioni, attraverso manoscritti medievali trovati in Egitto, presso una sinagoga del Vecchio Cairo, e frammenti diversi scoperti in  Palestina, e più precisamente a Qumran e Masada. Si è ininterrottamente conservata, invece, dall’antichità ad oggi, la versione greca del Siracide, della quale la Chiesa si è sempre giovata.
Tra i manoscritti greci alcuni conservano una forma testuale più corta (testo breve), mentre altri vi inseriscono qua e là aggiunte e amplificazioni (testo lungo). Allo stato attuale degli studi, il testo greco breve del Siracide è considerato più autorevole dal punto di vista critico e per questo motivo esso era stato preferito nelle precedenti edizioni della traduzione italiana della Bibbia per l’uso liturgico (1971 e 1974).
La  Chiesa latina, però, ha costantemente privilegiato il testo lungo del Siracide: così nella Vetus Latina, nella Vulgata e oggi nella Vulgata (1979, 1986).
Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha dichiarato la Nova Vulgata “tipica”soprattutto per l’uso liturgico. In questa terza edizione della Bibbia liturgica italiana è stato pertanto tradotto dal greco non il testo breve del Siracide, ma quello lungo. È sembrato doveroso anche  dare il giusto rilievo al testo breve, segnalandone al lettore l’estensione: per questo motivo esso viene stampato in carattere tondo, mentre stanno in corsivo le aggiunte proprie del testo lungo. Le  varianti più significative dell’ebraico vengono segnalate nelle note di commento. In un apparato specifico a fondo pagina del testo, invece, sono riportate le varianti più significative con cui la Nova Vulgata (NVg) si distacca dal testo critico di uso più corrente curato da J. Ziegler, che è seguito nella presente traduzione.
 
Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno - Werner Wiskirchen - Demóni: Nella credenza popolare greca designa esseri con forze divine che minacciano l’uomo e dalle quali egli cerca di proteggersi con formule magiche: “Essi sono ovunque, compenetrano tutto, non li tiene né porta né catenaccio, coprono la terra come erba” (preghiera magica). La LXX equipara demóni e /nullità divine pagane.
I demóni  acquisiscono una relativa autonomia. Con il crescente influsso persiano al tempo dell’esilio (cf. Libro di Tobia),i demóni vengono subordinati a Satana, in quanto spiriti decaduti (immagine in Is 14,12).
Nel NT i demóni  servono a mettere in evidenza la dimensione profonda dell’azione redentrice di Gesù. Nei Vangeli, si menzionano spiriti immondi soltanto in rapporto alla possessione. Va notato di volta in volta lo scarto esistente fra contenuto dell’affermazione e modalità rappresentativa.
I demóni imperversano là dove le realtà sperimentabili nell’ambito intramondano hanno una profondità che l’uomo non è più in grado di governare. Si camuffano perfettamente. La loro potenza è l’unità e al tempo stesso la molteplicità (Mc 5,9). Essi incatenano l’uomo nella riluttanza di una vita anonima e schizofrenica che si nega in modo cosciente allo splendore del Creatore. Gesù stesso era considerato demoniaco da coloro che traevano vita da Satana, (cf. Gv 8,44 ss). I demóni, al contrario, conoscono il potere che Gesù ha di annientarli (Mc 1,24).
Nel corpo morente di Gesù sulla croce, ogni arbitrio umano e ogni potere satanico alienante vengono assunti e distrutti nell’amore obbediente del Figlio (Col 2,15). Là dove negli uomini che agiscono responsabilmente il male prende il sopravvento ed estromette il bene, la storia viene esposta al potere del demoniaco.
Il discernimento degli spiriti che trascinano nell’imbroglio e nell’inganno (1Cor 12,1 ss) è possibile soltanto con la forza dello Spirito Santo. Il male apparentemente onnipotente è radicalmente esautorato dallo Spirito di Cristo.
 
L’intenzione del cuore - Ambrogio, De Paenit. 1, 70-71: Ammettiamolo pure: l’occhio si casualmente posato. L’animo, però non si soffermi con desiderio. Non è colpa il vedere, ma dobbiamo guardarci che da esso scaturisca il peccato. L’occhio corporale vede, il pudore dell’animo, tuttavia, tenga a freno gli occhi del cuore. Abbiamo il Signore maestro di spiritualità e, a un tempo, di dolcezza. Il profeta ha detto: "Non guardare alla bellezza di una cortigiana" (Pr 5,3). Il Signore, tuttavia, ha affermato: "Chiunque guarderà una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28). Non ha detto: «Chiunque guarderà» ha commesso adulterio, ma «chiunque guarderà per desiderarla». Non vuole imporre limiti di sorta alla vista, bensì fa questione di sentimento. Santo il pudore che ama tenere a freno gli occhi del corpo, così che spesso non vediamo addirittura ciò che ci è innanzi. Apparentemente, l’occhio vede ogni cosa che gli si pari davanti, ma se non si aggiunge l’intenzione, questo nostro vedere, di cui la carne ci dà la possibilità, riesce vano.
Dunque, vediamo con la mente più che con il corpo. La carne abbia pure veduto il fuoco, non teniamoci, però, la fiamma stretta in grembo, nel segreto, cioè, della mente nell’intimo dell’animo. Non facciamo penetrare il fuoco nelle ossa, non incateniamoci da noi stessi, non parliamo con gente da cui emani ardente la fiamma della colpa. L’eloquio della ragazza è nodo che avvince i giovani. Le parole dell’adolescente sono lacci d’amore per la giovinetta.
 
I Testimoni di Cristo - Santi Faustino e Giovita - Il Vangelo è quell’amore che sovverte l’ordine: È un amore radicale che sovverte l’ordine costituito, quello portato dai testimoni del Vangelo. Ecco perché fin dal principio i cristiani sono stati vittime di persecuzioni e di violenze da parte dei potenti, che si sono sentiti minacciati dal potere dell’amore del Risorto. È di questo amore che ci parla la storia dei due santi martiri Faustino e Giovita, uccisi nel II secolo a Brescia. Secondo la tradizione essi erano entrambi di famiglia pagana ed erano cavalieri dell’impero. Vennero convertiti al cristianesimo, però, dal vescovo Apollonio che in seguito ordinò Faustino prete e Giovita diacono. Il loro successo nella predicazione a Brescia suscitò l’ira dei “tutori” dell’ordine e della vita pubblica della città. Venne quindi chiesto al governatore della Rezia, Italico, di intervenire. Egli quindi denunciò i due come nemici della religione pagana (e quindi dell’impero) davanti allo stesso imperatore Adriano, approfittando di una sua visita a Milano. Alla richiesta di rinnegare la propria fede e di sacrificare al dio sole, essi rifiutarono. Vennero quindi condannati a morte, ma furono salvati da diversi prodigi. Furono quindi allontanati da Brescia e portati a Milano, Roma e Napoli: in nessun luogo fu possibile, però, dare loro la morte. Riportati a Brescia furono decapitati il 15 febbraio di un anno tra il 120 e il 134. (Avvenire)
 
O Dio, che hai rivelato la pienezza della legge
nel comandamento dell’amore,
dona al tuo popolo di conoscere le profondità
della sapienza e della giustizia,
per entrare nel tuo regno
di riconciliazione e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.