1 Settembre 2026
 
Martedì della XXII Settimana del Tempo Ordinario

1Cor 2,10b-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Lc 4,31-37
 
Satana - Catechismo degli Adulti - [382] I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte.
Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà ... fino all’ultimo giorno».
Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere. Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».
 
Liturgia della Parola
 
I lettura: A uomini avidi di sapienza umana, Paolo rivolge un accorato monito: abbandonare la conoscenza carnale e aprirsi allo Spirito di Dio. L’uomo lasciato alle sue forze non comprende le cose dello Spirito: esse sono follia; invece l’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa e conosce ciò che Dio gli ha donato. L’eterno dilemma: appoggiarsi alla carne, ma essa conduce alla morte, appoggiarsi allo Spirito di Dio, esso conduce alla vita e alla conoscenza del pensiero del Signore. È ancora in gioco la libertà dell’uomo, è lui, e soltanto lui, che deve discerne e scegliere.
 
Vangelo
Io so chi tu sei: il santo di Dio!
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro: così il giudaismo chiamava i demoni, estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio. Omicida fin da principio (Gv 8,44), Satana è colui che si mette di traverso per rovinare l’uomo e alienarlo da Dio, ma non può resistere alla potenza di Dio, deve retrocedere dinanzi all’autorità del Cristo. Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!: magnifica professione di fede. Poiché Dio è il «santo» per eccellenza, tutto ciò che si ricollega a lui è santo, e in primo luogo Gesù, che gli appartiene per la filiazione divina e l’elezione messianica.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,31-37
 
In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Gesù predica a Cafarnao (4,31-32) Dopo la visita di Gesù a Nazaret, Luca riprende la trama di Marco, ma tralasciando il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli, che riporterà dopo un congruo periodo del suo ministero pubblico (5,1-11).
Per recarsi da Nazaret a Cafarnao, lontana 40 km circa, bisogna discendere: il lago di Tiberiade, sulla cui sponda sorgeva Cafarnao, si trova a 212 m sotto il livello del mare. Anche Luca, come Marco, segnala un prolungato periodo di insegnamento a Cafarnao, il domicilio abituale di Gesù nella prima fa e del ministero.
Egli insegnava nella sinagoga, in occasione della liturgia del sabato. L’evangelista sottolinea lo stupore degli uditori per l’autorevolezza del suo insegnamento, dal quale traspariva una potenza divina (exousia). Luca tralascia il confronto con l’insegnamento degli scribi, che non è noto ai suoi lettori.
Guarigione di un indemoniato (4,33-37) Lc segue quasi letteralmente il testo di Marco per il racconto di questo primo esorcismo compiuto da Gesù. Il «più forte» (3,16) inizia la lotta contro Satana, che aveva già respinto nel deserto. Il demonio conosceva l’identità messianica di Gesù: «So chi sei tu, il Santo di Dio» (4,34). Ma questi gli impose silenzio con un comando perentorio, manifestando così la sua superiorità.
Luca non dà particolare rilievo al tema del «segreto messianico». Sottolinea piuttosto l’autorità di Gesù, annotando come il demonio scaraventò nel mezzo l’uomo posseduto, ma senza potergli nuocere. L’evangelista distingue meglio di Marco (1,27) l’insegnamento di Gesù dalla sua azione, i detti dai fatti (cf. At l,1).
Sopra aveva parlato della parola con autorità (v. 32) in riferimento all’insegnamento di Gesù; ora attribuisce tale exousia alla sua parola taumaturgica, con cui comandava agli spiriti immondi negli esorcismi. Comunque, si tratta sempre dell’efficacia della parola liberatrice di Gesù, nella quale agiva la forza dello Spirito.
 
Per approfondire
 
Taci! Esci da lui! - Per un approfondimento del racconto evangelico si può fare ricorso al Magistero della Chiesa.
L’uomo, incapace di superare efficacemente da sé gli assalti del male, è come se fosse incatenato (Cf. GS 13). Questa estrema povertà è il frutto amaro del peccato originale, in conseguenza del quale «il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimane libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 407).
Per cui ignorare che l’uomo «ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (ibidem).
Sempre per il Catechismo, le «conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l’espressione di san Giovanni “il peccato del mondo” [Gv 1,29]. Con questa espressione viene anche significata l’influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini» (408). Ecco perché è necessario aprirsi a Cristo che con la sua morte e risurrezione ha liberato l’uomo dal potere di Satana, sottraendolo alla sua schiavitù: «Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliato con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’apostolo: il Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” [Gal 2,20]» (GS 22).
Una liberazione già in atto, ma che si farà piena soltanto quando il Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1Cor 15,24).
Ecco perché oggi «tutta  la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS 13). Così come tutta «intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (GS 37).
L’uomo inserito in questa battaglia «deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio» (GS 33).
Per stare saldi contro gli assalti del demonio si può fare ricorso all’autorità della Parola di Dio. Per esempio Ef 6,10-18, con dovizia di particolari, enumera le varie armi che compongono l’armatura spirituale necessaria a rintuzzare gli assalti di Satana. Ma potrebbe servire il monito di Friedrich Wilhelm Nietzsche rivolto all’uomo: «Diventa ciò che sei». E l’uomo non è un animale. L’uomo è immagine di Dio (Cf. Gen 1,27), trono della sua gloria, tempio della santa Trinità creato «per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e mediante questo salvare l’anima sua» (Ignazio di Loyola).
Chi ha il coraggio di essere uomo, e di vivere come tale, ha già vinto Satana!

Rito degli esorcismi (Premesse Generali 6-7): Durante il suo ministero Cristo diede agli Apostoli e agli altri discepoli il potere di scacciare gli spiriti immondi (cfr. Mt l0,1.8; Mc 3,14-15; 6,7.13; Lc 9,1; l0,17.18-20).
Promise loro lo Spirito Santo Paraclito, che procede dal Padre attraverso il Figlio, allo scopo di convincere il mondo quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato (cfr. Gv 16,7-11).
E nel Vangelo la cacciata dei demoni fa parte dei segni che avrebbero accompagnato quelli che credono (cfr. Mc 16,17). Fin dal tempo degli Apostoli la Chiesa ha esercitato il potere ricevuto da Cristo di scacciare i demoni e di respingere il loro influsso (cfr. At 5,16; 8,7; 16,18; 19,12). Perciò essa prega con fiducia e perseveranza «in nome di Gesù» di essere liberata dal Maligno (cfr. Mt 6,13) e, in quello stesso nome, per la forza dello Spirito Santo, comanda in vari modi ai demoni di non ostacolare l’opera di evangelizzazione (cfr 1Ts 2,18) e di restituire «al più Forte» (cfr. Lc 11,21-22) il dominio sul creato e su ogni uomo.
«Quando la Chiesa comanda pubblicamente e con autorità, in nome di Gesù Cristo, che una persona o un oggetto sia protetto contro l’influenza del Maligno e sottratto al suo dominio, si parla di esorcismo».
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro - Il peccato degli angeli - Giovanni Damasceno, De fide orthod., 2, 4: Tra le angeliche virtù il primo angelo dell’ordine terrestre, cui era stata affidata la cura della terra, pur essendo buono per natura e causa di bene e creato senza nessuna impronta di malizia, non tollerando più lo splendore che aveva ricevuto per libera donazione del Creatore, da ciò che era in armonia con la sua natura, si rivolse a ciò che era contro la sua natura, e si oppose al suo Creatore; così per primo si allontanò dal bene e da buono divenne cattivo. Poiché il male non è altro se non la mancanza di un bene, come le tenebre non sono altro che la mancanza di luce. Il bene è una luce spirituale e il male è un buio spirituale. Lui ch’era stato fatto luce dal Creatore e buono - Dio “guardò tutte le cose che aveva fatto, ed erano molto buone” (Gen 1,31) - di sua spontanea volontà si fece tenebre. Con lui si ribellò tutta la moltitudine innumerevole di angeli ch’era sotto di lui. Pur essendo, dunque, della stessa natura di tutti gli altri angeli, per propria scelta, divennero cattivi e di loro spontanea volontà si piegarono al male.
 
Testimoni di Cristo - San Giosuè, Patriarca: Il giovane Giosuè fa il suo tirocinio al servizio di Mosè. Accumula esperienza e conoscenza, diventa un uomo pieno dello spirito di saggezza. Per questa sua sapienza e docilità merita di diventare il successore di Mosè, che guiderà il popolo nell’ingresso nella terra promessa. Il passaggio del Giordano più che un’azione bellica è una processione liturgica da lui guidata.
Al centro dell’evento vi è l’Arca trasportata dai sacerdoti. Non appena essi toccano l’acqua, questa si divide per lasciar passare il popolo all’asciutto. Anche la conquista di Gerico viene presentata come un’azione liturgica di cui sono protagonisti i sacerdoti. Per sei giorni essi aprono il corteo intorno alle mura della città. Il settimo giorno compiono il giro per ben 7 volte, e al termine dell’ultimo, al suono delle trombe, le mura crollano. I due episodi sono accomunati da una premessa teologica: la conquista della terra è un dono di Dio, Giosuè ne è lo strumento. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 30 Agosto 2026
 
XXII Domenica del Tempo Ordinario
 
Ger 20,7-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 62 (63); Rm 12,1-12; Mt 16,21-27
 
Giuseppe Barbaglio (Croce in Schede Bibliche Pastorali - Vol II) - La croce: pena atroce e ignominiosa Paolo non ha certo esagerato nel qualificare Cristo crocifisso, oggetto della predicazione cristiana, «scandalo per i giudei e follia per i pagani» (1Cor 1,23). La crocifissione era infatti pena tremenda, capace di suscitare raccapriccio e orrore. Nella filippica contro il governatore Verre, Cicerone la definisce «crudelissimum taeterrimumque supplicium» (il più crudele e orrido supplizio) (5,64,165) e «servitutis extremum summumque supplicium» (estremo e sommo supplizio degli schiavi) (5,66,169). Per Tacito la morte in croce è «mors turpissima» (Hist. 4,3,11). Seneca, nelle Lettere Morali, chiama il palo cui si affiggeva il condannato «infelix lignum» (101,14). Nessuna meraviglia dunque che il mondo romano tentasse di rimuoverla psicologicamente, come testimonia lo stesso Cicerone: «Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed etiam a cogitatione, oculis, auribus» (il nome stesso della croce sia lontano non solo dal corpo dei cittadini romani, ma anche dal pensiero, dagli occhi e dalle orecchie) (Pro Rabirio 5,16). E facendo una classifica delle pene più terribili comminate ai criminali, il giurista Julius Paulus, verso la fine del 200 d.C., mette al primo posto appunto la croce, seguita dalla condanna al fuoco e dalla decapitazione: crux, crematio, decollatio. Più tardi, la damnatio ad bestias sostituirà la decapitazione, ma il primato resta sempre della croce.
Nel mondo antico la crocifissione come pena era in uso presso i popoli barbari. Da questi passò nel mondo greco e romano, che, benché conscio del suo carattere barbarico di esplosione di violenza e sadismo, se ne servì largamente soprattutto contro i ribelli e gli schiavi per la sua forza deterrente.
A detta dello storico Appiano, in lotta contro Spartaco e il suo movimento d’insurrezione, Crasso fece crocifiggere seimila prigionieri sulla via Appia (Bell. Civ., 1,120). Parimenti, per ordine di Alessandro Magno, migliaia furono i crocifissi tra i valorosi difensori della città di Tiro, come testimonia Curtius Rufus nella sua Storia di Alessandro (4,4,17). Significativo inoltre appare il famoso dialogo tra moglie e marito, riportato da Giovenale nella sua VI Satira: «Fai crocifiggere questo schiavo! - ti grida. - Che cosa ha fatto per essere messo in croce? Chi sono i testimoni? Chi l’ha denunciato? Ascolta: c’è sempre tempo a uccidere un uomo! - Sciocco! Forse che uno schiavo è un uomo? Anche se non ha fatto nulla voglio che sia messo in croce lo stesso; lo comando io! E se lo comando io, basta così!» (219-233).
Invece il popolo d’Israele, di regola, non ricorse mai alla pena della crocifissione. Al massimo si impalava il cadavere dell’empio e del nemico, volendo così esprimere la maledizione divina sul disgraziato, come testimonia il libro del Deuteronomio: «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio» (21,22-23). Di fatto Giosuè fece impalare il re di Ai (Gs 8,29) e i cinque monarchi amorriti della Palestina meridionale coalizzati contro gli ebrei invasori (Gs 10,26). Solo gli Asmonei, molto più tardi, vi faranno ricorso, come testimonia Giuseppe Flavio di Alessandro Ianneo che mise in croce ottocento farisei, suoi avversari (Bell. 1,97s). Si può dunque concludere che la rimozione della croce fu pressoché totale nella storia dell’Israele biblico. Nell’iconografia cristiana la forma costante presentata è quella della crux immissa (palo trasversale fissato a metà circa del palo verticale). Ma allora era conosciuta anche la crux commissa (palo orizzontale fissato in cima al palo verticale). L’affissione di un cartello (titlos, titulus) non era norma fissa. L’esecuzione avveniva normal­mente in un luogo particolare prestabilito, per lo più fuori delle mura cittadine. Il condannato doveva portare la trave trasversale (patibulum) e, giunto sul posto dell’esecuzione capitale, veniva spogliato e flagellato. Quindi lo si legava, o più raramente lo si inchiodava, al patibolo a braccia distese, issandolo poi al palo verticale già ben piantato sul luogo della crocifissione. La morte avveniva lentamente tra sofferenze atroci, per sfinimento o per soffocamento. Infine, salvo rare eccezioni, il cadavere crocifisso non conosceva sepoltura.
 
Liturgia della parola
 
Prima Lettura: La parola del Signore è diventata per me causa di vergogna. Il brano odierno fa parte di quella sezione nota come «Confessioni». Per la Bibbia di Gerusalemme, «queste immagini di seduzione e di lotta sottolineano l’opera di Jahve sul profeta. Quest’ultimo sembra qui ribellarsi contro un Dio che ritiene responsabile della sua sventura. Espressioni di una simile disperazione sono rare nella bibbia (cf. tuttavia Gb 3,1s; Sal 88). Però Geremia conserva la certezza che Jahve è il Dio della grazia e nel momento stesso in cui è afferrato dall’angoscia lancia un grido di speranza».
 
Seconda Lettura: Israele adorava Dio in un tempio fatto di pietre, il cristiano l’adora nel suo cuore costituito tempio vivente dalla inabitazione della Trinità. Il cristiano onora Dio mettendo la propria vita a sua disposizione, sacrificandola interamente come nel vecchio regime si bruciavano le vittime sull’altare. Per questo, Paolo può parlare del cristiano come una vittima vivente, offerta, consumata per una causa santa che è la salvezza dei fratelli.
 
Vangelo
Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso.
 
Alla professione di Pietro, segue il primo annuncio della passione: al compito glorioso di Messia, Gesù aggiunge la missione dolorosa del servo sofferente. Pietro, decidendo di mettersi di traverso nella via che deve seguire Gesù, si trasforma in «ostacolo» e diventa il collaboratore, certamente incosciente, di Satana il cui intento primario è quello di demolire il piano di salvezza. Protestando, Pietro, svolge lo stesso ruolo di Satana «che all’inizio del ministero pubblico “tentò” di portare Gesù sulla via del messianismo terreno [Cf. Mt 4,1-10]. Qui, non è più il Padre che è “nei cieli”, ma “la carne e il sangue” a suggerire a Pietro sentimenti umani» (Angelo Lancellotti).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,21-27
 
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
 
Parola del Signore.
 
Va’ dietro a me, Satana! - Subito dopo la solenne confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (Cf. Mt 16,13-20), Gesù, per la prima volta, cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi. Costoro facevano parte del Sinedrio, l’organo preposto all’emanazione delle leggi ed alla gestione della giustizia. Stranamente non sono nominati i farisei.
All’annuncio della morte violenta viene associato quello della risurrezione al terzo giorno. A questa prima profezia ne seguiranno altre due: la seconda subito dopo la trasfigurazione (Cf. Mt 17,22-23; Mc 9,30-32; Lc 9,44-45), la terza mentre Gesù saliva Gerusalemme. In questo terzo annuncio, i particolari della passione sono di una drammatica ed estrema esattezza: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà” (Mt 20,17-19).
In verità, Gesù aveva già fatto cenno in altre occasioni, più o meno velatamente, alla sua morte violenta. La prima volta è in occasione di una discussione sul digiuno avuta con i discepoli di Giovanni Battista (Cf. Mt 9,14-17; Mc 2,18-22; Lc 5,33-39), ove paragona la sua vita terrena a una festa nuziale in cui lo sposo è lui stesso, che però sarà tolto (cioè ucciso) nel bel mezzo della festa. In un’altra occasione, Gesù, in modo ancora velato, annuncia la sua fine violenta quando narra la parabola dei vignaioli omicidi i quali per accaparrarsi la vigna uccideranno il figlio prediletto del padrone della vigna (Cf. Mc 12,1-12).
Alla profezia segue immediatamente la reazione di Pietro. Per amore verso il Maestro, ma anche perché si allineava al comune sentire di molti che attendevano un Messia politico e allo stesso tempo liberatore e restauratore della potenza d’Israele. La morte violenta, pertanto, non poteva fare parte della  missione del Figlio del Dio vivente (Mt 16,16).
In questa ottica, l’annuncio di Gesù è teso a rivelare la vera missione del Messia. Sarà quella del servo sofferente preconizzata dal profeta Isaia: Egli sarà trafitto per i delitti dell’umanità, schiacciato per le sue iniquità; per le sue piaghe gli uomini saranno riconciliati con Dio (Is 53,1ss). Il ministero del Cristo non sarà glorioso, ma di dolore, di sofferenza e di morte. Da qui la reazione di Pietro e il disappunto degli altri, che mettono a nudo la difficoltà di comprendere le misteriose vie di Dio: la protesta di Pietro conferma che la via della sofferenza e della morte è estranea alle aspettative degli uomini.
La risposta di Gesù, Va’ dietro a me, satana!, sta a significare che i sentimenti e i progetti degli uomini, quando sono in contrasto con quelli di Dio, diventano tentazioni sataniche, situazioni scandalose, pietra d’inciampo: l’uomo, anche se in modo incosciente, diventa il migliore alleato del demonio il cui principale obiettivo è quello di demolire il piano divino di salvezza. Collaborando con Satana, l’uomo si mette di traverso impedendo o ritardando il compimento della volontà salvifica di Dio.
Nella reazione di Pietro e nella risposta di Gesù si può cogliere un messaggio ancora più profondo. Se la sequela cristiana si traduce sinteticamente nell’invito Venite dietro a me, allora nel «rimprovero di Pietro, che precede quello così audace di Gesù in Marco 8,2, c’è la presunzione di chi ritiene d’avere già superato le fasi della sequela, di chi non ha nulla da imparare. E di fronte a questa sorta di scavalcamento della condizione di discepolo, di cui Pietro è simbolo, Gesù non allontana il presuntuoso da sé, dicendogli: “Lungi da me...”, ma lo ricolloca nella sua condizione [“Vieni dietro a me”]: per fargli comprendere che il suo discepolato non si chiude con la professione di fede, anche se si trattasse della più bella o completa, bensì con l’accoglienza della croce e della vita donata per gli altri» (Roberto Beretta - Antonio Pitta).
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; Cf. Fil 2,5-9).
Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
Il Figlio dell’uomo sta per venire ..., la parusia, il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, è ricorrente nella predicazione di Gesù e ricorrerà frequentemente nella predicazione apostolica. Nel giorno della venuta gloriosa del Cristo, ogni uomo sarà giudicato non in base alle «singole opere buone, secondo una concezione meritocratica, bensì per l’operato di ciascuno: nel giudizio finale, dinanzi al tribunale del Figlio dell’uomo, si svelerà in senso globale come ogni individuo ha agito durante la vita, giunta al suo compimento» (Angelico Poppi).
 
Per approfondire
 
Jean Audusseau e Xavier Léon-Dufour (Croce in Dizionario di Teologia Biblica) - La croce segno del cristiano - 1. La croce di Cristo - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11, 8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli e quella del maestro. Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10, 33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23, 34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12, 26).
2. La vita crocifissa - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3, 1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2, 19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6, 14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3, 18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6, 6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2, 1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (I Piet 2, 21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6, 6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6, 14).
 
Card. Jean-Marie Lustiger - Alla fine del sedicesimo capitolo di san Matteo ci troviamo ad un punto centrale del Vangelo. Tocchiamo con mano la cosa più incomprensibile per ognuno di noi: il mistero del Messia che soffre, e l’enigma inspiegabile e ripugnante della sofferenza.
Quando Cristo ci propone di portare la nostra croce, lo ascoltiamo come si ascolta una parola che colpisce e ferisce, una parola che invita quasi alla più vile rassegnazione, alla resa dell’uomo nella sua lotta contro la sofferenza. Come se, di fronte a questo enigma della condizione umana, non esistesse nell’uomo che il grido dell’animale che soffre e che chiede di non soffrire più, come se nell’uomo non esistessero, che la sofferenza o l’assenza di sofferenza, il dolore o la guarigione! Ora, vi è nell’uomo un mistero: quello della sua libertà, libertà incatenata al male o aperta a Dio.
Cerchiamo di capire ciò che questo momento solenne del Vangelo ci permette di vedere e accettiamo che Dio guarisca la cecità del nostro cuore.
«Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Quando Gesù parla così ai suoi discepoli, parla prima di tutto per se stesso. Se ci chiede di portare la nostra croce è perché lui per primo porterà la croce. Che significa la profezia di Gesù riguardo alla sofferenza che aspetta il Figlio dell’uomo? «Doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno». È per il peccatore, prigioniero del male e del peccato, un annuncio incomprensibile («Questo non ti accadrà mai», grida Pietro) di salvezza, che Cristo sta mettendo in atto.
Cristo è la vita, offre la sua vita per darci la Vita. Entra nella nostra morte per liberarcene, non come un uomo che si rassegna alla fatalità ma come colui che, Figlio di Dio fatto uomo, rovescia la fatalità.
Il sacrificio della croce è precisamente la negazione di ogni fatalità della condizione umana e l’affermazione suprema dell’onnipotenza liberatrice di Dio. Il sacrificio della croce è proprio la negazione del destino implacabile dell’uomo e l’affermazione sovrana della sua libertà quando questa libertà viene assunta nella condizione di Gesù.
L’albero della croce è « rimedio al male dell’albero antico » di cui l’uomo e la donna morsero il frutto proibito, come canta l’inno del « Pange lingua ». Il sacrificio della croce apre la porta chiusa, e diventa gesto d’offerta e d’amore attraverso il quale la vita può entrare.
Lo schiavo non sa cosa sia la libertà fino a quando non l’ha provata, e non sa cosa sia la sua schiavitù sino a quando non se ne è liberato.
L’uomo peccatore non sa cosa sia l’offerta sacrificale che gli varrà l’essere affrancato dal suo peccato fino a quando non abbia finalmente accettato di ricevere il perdono. È normale che noi siamo ciechi, abbagliati da tanta luce.
Ma Cristo vuole aprire gli occhi del nostro cuore, liberarci nel più profondo di noi stessi. Ci chiede di fare, secondo le nostre capacità, ciò che egli ha fatto perfettamente. E ci chiede molto di più: di lavorare con lui per la liberazione del mondo intero. La vocazione descritta in questa pagina del Vangelo non consiste nella sofferenza per la sofferenza, ma nel seguire Gesù nella sua opera di redenzione, nell’offerta, fino all’obbedienza della croce, del suo amore per l’uomo peccatore al fine di liberarlo. Se dobbiamo portare la nostra croce, è per seguire Gesù, per prendere parte con lui a questa stessa lotta e per trionfare con lui; non solo per noi stessi, trionfo che ci è concesso come una grazia, ma anche per la salvezza del mondo intero. Ormai, noi lo sappiamo, nella storia dell’umanità non vi è più fatalità, perché il più piccolo dei discepoli di Cristo può, con Cristo, far saltare questa gogna, lasciare che la Vita si diffonda, raccogliere il perdono di Dio e comunicare il suo amore, al soffio dello Spirito che vivifica.
Fratelli miei, preghiamo Dio di unirci a Cristo, che offre la sua vita per darci la Vita. Preghiamo Dio di farci ricevere la Vita accettando di donare la nostra vita. Preghiamo Dio che vede nei cuori ciò che l’uomo non può vedere, di infondere in noi la vera luce, quella della fede in Gesù Cristo, il Verbo di Dio, «la luce vera che, venendo nel mondo, illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
 
M. Eckhart (Sermoni latini, 464-8): Si deve prendere la croce di Cristo e la nostra in quattro modi. Il primo è il frequente e devoto ricordo della Passione del Signore: poiché Cristo ha resistito alle sofferenze della carne, anche voi armatevi dello stesso modo di pensare ( lPt. 4,1) ... In secondo luogo dobbiamo prendere la croce detestando i peccati: coloro che sono di Cristo hanno crocefisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri (Gal. 5,24). In terzo luogo si prende la croce rinunciando ai piaceri mondani. Dice Agostino in un sermone di Quaresima: “Si addice alla nostra devozione che noi, celebrando la Passione del Signore crocefisso, prendiamo la croce del reprimere i desideri carnali”. In quarto luogo si prende la croce con la mortificazione della carne e con la compassione del prossimo.
 
Testimoni di Cristo - Beato Alfredo Ildefonso Schuster, Vescovo: Nacque a Roma il 18 gennaio 1880, divenne monaco esemplare e, il 19 marzo 1904, venne ordinato sacerdote nella basilica di San Giovanni in Laterano. Gli furono affidati incarichi gravosi, che manifestavano però la stima e la fiducia nei suoi confronti. A soli 28 anni era maestro dei novizi, poi procuratore generale della Congregazione cassinese, poi priore claustrale e infine abate ordinario di San Paolo fuori le mura. L’amore per lo studio, che fanno di lui un vero figlio di san Benedetto, non verrà meno a causa dei suoi impegni che sempre più occuperanno il suo tempo e il suo ministero. Grande infatti fu la sua passione per l’archeologia, l’arte sacra, la storia monastica e liturgica. Il 15 luglio 1929 fu creato cardinale da papa Pio XI e il 21 luglio fu consacrato arcivescovo di Milano nella suggestiva cornice della Cappella Sistina. Ebbe inizio così il suo ministero di vescovo nella Chiesa ambrosiana fino al 30 agosto 1954, data della sua morte, avvenuta presso il seminario di Venegono, da lui fatto costruire come un’abbazia in cima ad un colle. Fu proclamato beato da Giovanni Paolo II il 12 maggio 1996. (Avvenire)
 
O Padre, che guardi con amore ai tuoi figli, 
ispiraci pensieri secondo il tuo cuore, 
perché non ci conformiamo
alla mentalità di questo mondo,
ma, seguendo le orme di Cristo,
scegliamo sempre le vie che accrescono la vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 29 Agosto 2026
 
Martirio san Giovanni Battista
 
Ger 1,17-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 70 (71); Mt 6,17-19
 
Giovanni Battista - Alice Baum: Secondo il Nuovo Testamento è il precursore di Gesù. Consacrato a Dio sin dall’infanzia, fu destinato ad annunciare l’irruzione della signoria di Dio. La sua comparsa pubblica fu preceduta da una lunga permanenza “nel deserto”. Sono possibili relazioni con Qumran. Verso il 28 d.C. (Lc 3,1ss) è raggiunto dalla chiamata di Dio. Predica un battesimo per la remissione dei peccati ed esorta insistentemente alla conversione radicale, perché il giudizio di Dio è imminente. L’affluenza della gente è massiccia, molti si convertono e si fanno battezzare. Giovanni però è rifiutato nelle cerchie dei farisei e dei sacerdoti. Quando stigmatizza pubblicamente l’adulterio del re Erode, viene da questi arrestato e poi decapitato. Anche Giovanni, che dal popolo era considerato un profeta e che Gesù chiama il “più grande fra i nati di donna” dovette sperimentare la lotta interiore per la fede (Mt 11,2-6). Alcuni dei suoi discepoli seguirono Gesù, altri si fecero battezzare più tardi “nel nome di Gesù” (At 19,5). Un gruppo di discepoli di Giovanni, che vedevano nel Battista il messia, sopravvisse come setta fino al II sec. I brani neotestamentari sull’opera di Giovanni e sul suo rapporto con Gesù vanno compresi sullo sfondo della controversia della comunità cristiana con questi discepoli di Giovanni Se i discepoli del Battista potevano richiamarsi al fatto che Gesù si era fatto battezzare da Giovanni - secondo loro - e sottomettendosi in tal modo a lui, la chiesa replicava che lo stesso Giovanni non considerava se stesso messia, ma sviando da sé, indirizzava verso il più grande che doveva venire (Mc 1,7-8 par.), e che egli stesso proclamò espressamente Gesù come questo “più grande” (Mt 13,14; Gv 1,19.34).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview : Geremia 1,17-19 rappresenta la solenne chiamata e il mandato di incoraggiamento che Dio rivolge al profeta Geremia, esortandolo a non temere le opposizioni politiche e religiose del suo stesso popolo, poiché il Signore sarà con lui come una roccaforte invincibile a difenderlo.
Il testo: Il testo biblico (versetti 17-19) esorta il profeta a farsi coraggio, poiché Dio farà di lui una fortezza e un muro di bronzo contro re, capi, sacerdoti e popolo, promettendogli protezione nonostante la guerra mossa contro di lui.
Significato del brano:
Il coraggio richiesto: L’invito a cingersi i fianchi simboleggia la prontezza all’azione, ammonendo il profeta a non temere per non perdere l’autorevolezza del proprio mandato.
La protezione divina: La fragilità di Geremia viene superata grazie all’intervento di Dio, che lo rende saldo come il bronzo contro l’opposizione dell’intera società giudaica.
La promessa finale: Pur garantendo l’inevitabilità del conflitto, il testo ribadisce che la presenza del Signore assicura la salvezza finale del profeta.
 
Vangelo
«Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
 
La morte di Giovanni il Battista non è un incidente di percorso, il suo martirio è il salario di un odio, è una azione delittuosa studiata fin nei minimi particolari. La regina Erodiade odiava il figlio di Zaccaria: Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava. Erodiade voleva farlo uccidere, ma scaltra come una volpe attende il giorno propizio, tutto deve avvenire in una cornice di legalità, in un giorno di festa perché tra i fumi dell’alcool e le risa sguaiate di uomini e donne avvinazzati non si sentisse il colpo secco di una spada che calava sul collo di un innocente.
Tre messaggi che stanno tra le fila di chi ha il potere e crede di avere il diritto di morte e di vita del prossimo: la sfrontatezza della figlia di Erodiade, infelice fotocopia della madre: Voglio che tu mi dia adesso …, lo vuole il mio corpo che ti ha sedotto, lo vuole la tua debolezza: lo voglio perche sei infradiciato dalla passione e ti sei reso incapace di arrestare una azione delittuosa.
La vendetta di una donna che occupava il seggio di regina che non le spettava, di una donna vendicativa, di una donna incapace di fare un esame di coscienza e dire: “questo è vero, questo è giusto, questo è sbagliato … così devo orientare la mia vita secondo verità”. Una donna che sa attendere il giorno propizio per vendicarsi.
Un uomo che portava sulla testa una corona regale, corrotto dalle passioni, licenzioso, bramoso di possedere il corpo di una fanciulla, una somma di debolezze che lo spingeranno a fare decapitare un innocente.
Sfrontatezza, vendetta, sensualità: tre messaggi che ancora oggi corrono veloci nei corridoi dei potenti, e dei meno potenti.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,17-29
 
In quel tempo, Erode aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
Parola del Signore.
 
La Chiesa non è opera d’un grande profeta, ma di Dio - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Lo storico giudaico Giuseppe Flavio narra, nel libro diciottesimo della sua «Archeologia giudaica», che Erode Antipa, per timore dei disordini politici che avrebbe potuto causare il movimento suscitato dal Battista, lo imprigionò nella fortezza di Macheronte, nel sud della Perea, dove lo fece decapitare. Il racconto del secondo vangelo riferisce evidentemente l’aspetto più soggettivo dell’avvenimento che Giuseppe Flavio racconta oggettivamente. Ecco dunque quello che diceva il popolo: quest’uomo di Dio è stato vittima della vendetta d’una donna irritata. Ha dovuto pagare con la morte il coraggio d’aver parlato chiaro ai grandi di questo mondo.
Del resto, il racconto è ricco delle inesattezze che sono caratteristiche delle storie trasmesse di bocca in bocca. La seconda moglie di Antipa, Erodiade, non aveva sposato Filippo, come dice Marco, ma un altro fratello del re, chiamato Erode, che per il resto non ebbe nulla a che vedere con questa storia. È anche possibile che questo Erode avesse il soprannome di Filippo; e, in questo caso, il nostro testo non sarebbe in contraddizione con quello che sappiamo da altre fonti.
Una cosa è sicura: la donna che vediamo ballare e che si chiama Salomè - come riferisce con maggior precisione Giuseppe Flavio, mentre i vangeli ne tacciono il nome - era figlia del primo matrimonio di Erodiade e divenne moglie di Filippo, fratello di Antipa, che regnò nel nord della Palestina fino all’anno 34. L’incertezza dei dati cronologici che abbiamo non consente di stabilire se essa era già sposata al momento della scena descritta. Nel nostro testo, è chiamata «ragazza», e pare che, al tempo della festa qui ricordata, avesse vent’anni.
Antipa aveva spinto Erodiade a lasciare suo fratello Erode e l’aveva sposata dopo essersi liberato della sua prima moglie, figlia del principe arabo Areta. Questo matrimonio era dunque il risultato d’un adulterio, anche se coperto dalle formalità giuridiche. In più, andava contro le prescrizioni della legge giudaica (Lv 18,16) secondo le quali il matrimonio fra cognati era invalido.
Perché l’evangelista ha inserito nel suo scritto questo vivace racconto popolare? In primo luogo, per mettere in rilievo l’atteggiamento ridicolo di quel discusso monarca, schiavo, da una parte, delle sue passioni, e dall’altra, interessato alla figura austera del Battista. In fin dei conti, quell’Erode era più coerente con se stesso che non i farisei benpensanti i quali collaboravano con lui, simulando un’estrema dignità morale.
In secondo luogo possiamo pensare che l’evangelista, inserendo questo racconto nel contesto teologico della proclamazione del regno di Dio (4,1-6.29), abbia voluto presentare lo scioglimento del gruppo del Battista per indicare che la comunità creata da Gesù era totalmente nuova, pur conservando la veneranda memoria del grande profeta scomparso.

Per approfondire
 
Martire - Charles Augrain: Martire (gr. màrtys) significa etimologicamente testimone, sia che si tratti di una testimonianza sul piano storico, o giuridico, o religioso. Ma nell’uso stabilito dalla tradizione cristiana, il nome di martire si applica esclusivamente a colui che offre la testimonianza del sangue. Quest’uso è già attestato nel NT (Atti 22, 20; Apoc 2, 13; 6,9; 17, 6): il martire è colui che dà la propria vita per fedeltà alla testimonianza resa a Gesù (cfr. Atti 7, 55-60).
1. Cristo martire. - Gesù stesso è, a titolo eminente, il martire di Dio, e per conseguenza il tipo del martire.
Nel suo sacrificio volontariamente accettato, egli dà effettivamente la testimonianza suprema della sua fedeltà alla missione affidatagli dal Padre. Secondo S. Giovanni Gesù non ha soltanto conosciuto in anticipo, ma ha accettato liberamente la morte come perfetto omaggio reso al Padre (Gv 10, 18); e nel momento della condanna, proclama: «Io sono nato e sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità» (18, 37; cfr. Apoc 1, 5; 3, 14). Nella passione di Gesù, S. Luca mette in rilievo i tratti che caratterizzeranno ormai il martire: conforto della grazia divina nel momento dell’angoscia (Lc 22,43); silenzio e pazienza dinanzi alle accuse ed agli oltraggi (23, 9); innocenza riconosciuta da Pilato e da Erode (23, 4. 14 s. 22); dimenticanza delle proprie sofferenze (23, 28; accoglienza fatta al ladrone pentito (23, 43); perdono accordato a Pietro (22, 61) ed agli stessi persecutori (22, 51; 23, 34). Più profondamente ancora, l’insieme del NT riconosce in Gesù il servo sofferente annunziato da Isaia. In questa prospettiva la passione di Gesù appare come essenziale alla sua missione.
Di fatto, come il servo deve soffrire e morire «per giustificare moltitudini» (Is 53, 11), così Gesù deve passare attraverso la morte «per apportare a moltitudini la redenzione dai peccati» (Mt 20, 28 par.). Tale è il senso del «bisogna» che Gesù ripete a più riprese: il disegno di salvezza di Dio passa attraverso la sofferenza e la morte del suo testimone (Mt 16, 21 par.; 26, 54. 56; Lc 17, 25; 22, 37; 24, 7. 26. 44).
D’altronde tutti i profeti non sono forse stati perseguitati e messi a morte (Mt 5, 12 par.; 23, 30 ss par.; Atti 7, 52; 1 Tess 2, 15; Ebr 11, 36 ss)? Non può trattarsi di un incontro casuale; Gesù vi riconosce un piano divino che trova in lui il suo compimento (Mt 23, 31 s). Perciò cammina «risolutamente» verso Gerusalemme (Lc 9, 51), «perché non conviene che un profeta perisca fuori di Gerusalemme» (13, 33).
Questa passione fa di Gesù la vittima espiatoria che sostituisce tutte le vittime antiche (Ebr 9, 12 ss). Il fedele vi scopre la legge del martirio: «Senza effusione di sangue, non vi può essere redenzione» (Ebr 9, 22). Si comprende come Maria, così strettamente associata alla passione del figlio suo (Gv 19, 25; cfr. 2, 35) sia salutata più tardi come la regina dei martiri cristiani.
2. Il martire cristiano. - Il glorioso martirio di Cristo ha fondato la Chiesa: «Quando sarò innalzato da terra, aveva detto Gesù, attirerò a me tutti gli uomini» (Gv 12, 32). La Chiesa, corpo di Cristo, è chiamata a sua volta a dare a Dio la testimonianza del sangue per la salvezza degli uomini. La comunità ebraica aveva già avuto i suoi martiri, specialmente all’epoca dei Maccabei (2 Mac 6 - 7). Ma nella Chiesa cristiana il martirio assume un senso nuovo, che Gesù stesso rivela: è la piena imitazione di Cristo, la partecipazione perfetta alla sua testimonianza ed alla sua opera di salvezza: «Il servo non è maggiore del padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi!» (Gv 51, 20). Ai suoi tre intimi Gesù annunzia che lo seguiranno nella passione (Mc 10, 39 par.; Gv 21, 18 ss); ed a tutti rivela che soltanto il seme che muore in terra porta molto frutto (Gv 12, 24). Così il martirio di Stefano - che evoca con tanta forza la passione - determinò la prima espansione della Chiesa (Atti 8, 4 s; 11, 19) e la conversione di Paolo (22, 20). L’Apocalisse, infine, è veramente il Libro dei Martiri, di coloro che sulle orme del Testimone fedele e veridico (Apoc 3, 14) hanno dato alla Chiesa e al mondo la testimonianza del loro sangue. L’intero libro ne celebra la prova e la gloria, di cui la passione e la glorificazione dei due testimoni del Signore sono il simbolo (Apoc 6, 9 s; 7, 14-17; 11, 11 s; 20, 4 ss).
 
Cipriano di Cartagine (Lettere, 12 [ai presbiteri e diaconi]): Si abbia grande cura e grandi attenzioni anche per i corpi di tutti coloro che, sebbene non torturati, in carcere giungono al glorioso passo della morte. Il loro valore infatti e il loro onore non sono troppo piccoli, perché anche essi non vengano annoverati fra i beati martiri. Per quanto fu in loro, sostennero tutto ciò che erano pronti e preparati a sostenere. Chi sotto gli occhi di Dio si è offerto ai tormenti e alla morte, ha sofferto tutto ciò che intendeva soffrire. Non furono essi che vennero meno ai tormenti, ma i tormenti vennero meno a loro. Chi mi confesserà davanti agli uomini, io lo confesserò davanti al Padre mio [Mt 10,32], dice il Signore: essi lo hanno confessato. Chi persevererà sino alla fine questi si salverà [Mt 10,22]; dice ancora il Signore: hanno perseverato, e hanno conservati integri e immacolati sino alla fine i loro meriti e il loro valore. Sta scritto ancora: Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita [Ap 2,10]: sono giunti fino alla morte fedeli, saldi e inespugnabili. Quando alla nostra volontà e alla nostra confessione di fede si aggiunge anche la morte in carcere e tra i ceppi, allora la gloria del martirio è perfetta. Perciò prendete nota del giorno in cui essi ci lasciano, perché ci sia dato di celebrare il loro ricordo tra le memorie dei martiri.
 
Testimoni di Cristo - Martirio di Giovanni Battista. Il coraggio di  resistere alla violenza del mondo: La memoria di oggi, dedicata al martirio di san Giovanni Battista, dovrebbe spingerci a riflettere sul nostro coraggio di dirci cristiani in un mondo dove pare vincere l’indifferenza, la convinzione che si può vivere senza Dio e che la Chiesa non ha nulla da offrire. Abbiamo la forza per resistere alla prepotenza di questo mondo, o ci comportiamo come Erode Antipa, che ascoltava Giovanni, ma non aveva il coraggio di fare sue le parole del profeta? Così facendo, infatti, il sovrano “tiepido” lasciò spazio alle logiche del mondo, basate su rapporti di forza, che portarono al martirio del cugino di Gesù, ultimo dei profeti e primo degli apostoli. La storia è nota: il re si sentì minacciato dal Battista, che lo accusò di aver compiuto un atto illecito sposando Erodiade, moglie di suo fratello. Erode lo imprigionò a Macheronte ma in qualche modo continuava a sentirne l’autorevolezza, riconosciuta dallo stesso popolo. A eliminare il “pericolo” ci pensò la stessa Erodiade che, alla festa di compleanno del sovrano, spinse la figlia, che aveva ammaliato Erode con la sua danza, a chiedere la testa di Giovanni, ottenendola. «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista», fu la richiesta. «Il re si rattristò – annota il Vangelo di Matteo –, ma a motivo del giuramento e dei commensali lo mandò a decapitare».  (Matteo Liut)
 
O Dio, che a Cristo tuo Figlio hai dato come precursore,
nella nascita e nella morte, san Giovanni Battista,
concedi anche a noi di lottare con coraggio
per la testimonianza della tua parola,
come egli morì martire per la verità e la giustizia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 28 Agosto 2026
 
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
1Cor 1,17-25; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Mt 24,42-51
 
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - I «confessionalismi» intendono manipolare - José Maria Gonzalez-Ruiz: Questi passi di Paolo formano come l’infrastruttura di qualsiasi teologia nel corso dei secoli. La «teologia» è un «parlare di Dio». Dio ha l’iniziativa; quindi ogni tentativo di assimilarla alla «gnosi», alla conoscenza razionale e verificabile dall’uomo, è apertamente sacrilego.
Paolo è duro nelle sue espressioni. Egli è stato mandato a «evangelizzare». Ora, l’evangelizzazione non è altro che la comunicazione d’una «parola» che è fuori del senso corrente della ragione e della forza.
La parola evangelica è una «parola della croce»; è un’impostazione che procede da un insuccesso riconosciuto, per il quale non si trova nessuna giustificazione razionale o scientifica. Questa «parola della croce», quando è comunicata a «coloro che sono sulle vie della perdizione», è presa come una «stoltezza», ma «per coloro che sono sulle vie della salvezza - per noi - è una forza di Dio».
Paolo parte sempre da una situazione esistenziale precedente l’evangelizzazione che viene di fuori: vi è chi è preparato volontariamente e chi non è preparato. L’evangelizzazione non ha in sé nessun argomento di giustificazione che possa e debba abbagliare l’evangelizzato. Costui è già previamente situato in un atteggiamento di fronte a Dio. Perché? Paolo non ne dà una spiegazione semplicemente perché non l’ha: è il «mistero».
Subito dopo, Paolo critica radicalmente ogni tentativo di teodicea compiuto tanto in ambito pagano come in ambito giudaico: né sapienti, né rabbini, né sofisti. La «sapienza del mondo» è stata confusa da Dio: gli uomini hanno preteso di essere essi quelli che prendevano l’iniziativa di cercare e trovare Dio, é hanno costruito una «teodicea» che, invece di essere una giustificazione di Dio, era una giustificazione dei loro progetti egoistici: dovevano incasellare Dio negli organigrammi della società umana, perché non li rovinasse con le sue sorprendenti e inattese teofanie.
La risposta di Dio all’orgoglio «religioso» dell’uomo è appunto la «parola della croce», la «evangelizzazione». Quindi, Paolo distingue finalmente la diversa posizione del teologo pagano e del teologo giudaico di fronte al fenomeno sconcertante dell’evangelizzazione.
I giudei «chiedono i miracoli»: essi, possessori d’una tradizione teologica venerabile, boicottano l’evangeliz-zazione col pretesto che Dio non si manifesta attraverso di essa. E per essi, la manifestazione di Dio dovrebbe avvenire attraverso segni prodigiosi. In questo modo cercano di tranquillizzare la loro coscienza di fronte al fenomeno inquietante del cristianesimo nascente.  I pagani - i greci - «cercano la sapienza»: esigerebbero che il cristianesimo si presentasse nelle vesti di un’altissima filosofia, che potesse almeno competere degnamente con l’antica tradizione dei loro saggi. Ma gli apostoli non danno altro che questo: «Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani». Però, «per quelli che sono stati chiamati - siano essi giudei o greci - Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio».
Non vi è la possibilità di un razionalismo apologetico: l’uomo non si lascia vincere di fronte allo splendore di un’altissima teologia né di fronte ai bagliori di segni sorprendenti. L’uomo è già stato vinto in precedenza: prima è avvenuto il fenomeno gratuito della «vocazione divina», e solo più tardi vengono la teologia e i segni.
Così si spiegano i «capricci» di Dio, il quale «ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti e ciò che nel mondo è debole per confondere i forti». L’importante è che l’uomo non si presenti davanti a Dio «in atteggiamento orgoglioso». Dio non è un frutto dell’uomo; Dio è molto più in alto ed è sempre inafferrabile, In una parola, la realtà della comunità cristiana è «una iniziativa di Dio» e non la conseguenza di un’abile pianificazione pastorale dei soci fondatori del cristianesimo.
Tenendo conto di questo, ogni «confessionalismo» è un tentativo sacrilego di corrompere Dio con le nostre miserabili onorificenze per manipolarlo a nostro piacimento.
 
Vangelo
Ecco lo sposo! Andategli incontro!
 
A volte si cede al sonno per sfinimento, per stanchezza, ed è nel DNA dell’uomo. Così le cinque vergini sagge cedono al sonno, potrebbe essere una debolezza colpevole a motivo che erano in attesa dello sposo, ma non lo è: si chiudono i loro occhi, ma il cuore resta sveglio, vigile: è un cuore in attesa del suo sposo e non può addormentarsi. Così al grido Ecco lo sposo! Andategli incontro! prontamente balzano in piedi, e con le lampade accese entrano con le sposo alle nozze.
Le cinque stolte restano fuori, non soltanto il corpo ha ceduto al sonno, ma anche il cuore ha ceduto al sonno. Si era spento in esse l’olio dell’amore.
A volte l’uomo fa esperienza della stanchezza, il peccato esige la sua parte, tutto diventa scialbo, tutto sembra inutile, tutto, ma resta sempre accesa la lampada della fede, dell’umiltà, della consapevolezza dei propri limiti.
La risposta è pronta: Ti basta la mia grazia (2Cor 12,9), non avere paura, partecipa al banchetto delle nozze: hai confessato umilmente il tuo peccato, e hai pianto lacrime di amore, ti ho perdonato, e ora facciamo festa (Lc 15,11-32)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Parola del Signore.
 
Poiché lo sposo tardava ... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Le dieci vergini sono presentate con un aggettivo, cinque sono dette stolte, insensate, moraì; e cinque sagge, accorte, frónimoi.
L’aggettivo moròs, nella terminologia biblica, non indica soltanto lo sciocco, ma anche l’empio che è così insensato da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a negare l’esistenza di Dio. Ecco perché nella sacra Scrittura, il «concetto di stolto acquista il significato di empio, bestemmiatore [passi tipici sono: Sal 14,1 e 53,2; però anche Sal 74,18.22; Gb 2,10; Is 32,5s; cf. Sir 50,26]. Lo stolto si ribella a Dio, distrugge in pari tempo la comunità umana: fa mancare il necessario agli affamati [Is 32,6], accumula ricchezze ingiuste [Ger 17,11] e calunnia il suo prossimo [Sal 39,9]. Anche nella letteratura sapienziale posteriore, dove il concetto è meno duro, rimane il senso della colpevolezza» (J. Goetzmann). Se accettiamo anche questa sfumatura, allora le cinque vergini stolte della parabola non sono soltanto delle sempliciotte, o ragazzotte sprovvedute, ma veri e propri oppositori della legge divina; sono coloro che non entrano nel Regno di Dio a motivo della loro empietà e così l’accusa contro i farisei si fa più pesante: essi sono religiosi nelle parole, ma empi perché di fatto ribelli alla volontà divina, «dicono e non fanno» (Mt 23,3), e tanto stolti da respingere la proposta di salvezza che Dio fa loro nella persona del suo Figlio unigenito.
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.
 
Per approfondire
 
Marcel Didier (Vegliare in Dizionario di Teologia Biblica): Vegliare, in senso proprio, significa rinunziare al sonno della notte; lo si può fare per prolungare il proprio lavoro (Sap 6,15) o per evitare di essere sorpresi dal nemico (Sal 127,1s). Di qui un senso metaforico: vegliare significa essere vigilante, lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla meta prefissa (Prov 8, 34).
Per il credente la meta è d’essere pronto ad accogliere il Signore, quando verrà il suo giorno; per questo egli veglia ed è vigilante, per vivere nella notte senza essere della notte.
I. TENERSI PRONTI PER IL RITORNO DEL SIGNORE 1. Nei vangeli sinottici l’esortazione alla vigilanza è la raccomandazione principale che Gesù rivolge ai suoi discepoli a conclusione del discorso sui fini ultimi e sull’avvento del figlio dell’uomo (Mc 13,33-37). «Vegliate dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore verrà» (Mt 24,42). Per esprimere che il suo ritorno è imprevedibile, Gesù si serve di diversi paragoni e parabole che stanno all’origine dell’uso del verbo vegliare (astenersi dal dormire). La venuta del figlio dell’uomo sarà imprevista come quella di un ladro notturno (Mt 24,43s), come quella del padrone che rientra durante la notte senza avere preavvisato i suoi servi (Mc 13,35 s). Come il padre di famiglia prudente, oppure il buon servo, il cristiano non deve lasciarsi vincere dal sonno, deve vegliare, cioè stare in guardia e tenersi pronto per accogliere il Signore. La vigilanza caratterizza quindi l’atteggiamento del discepolo che spe­
ra ed attende il ritorno di Gesù; consiste innanzitutto nell’essere sempre all’erta, e per ciò stesso esige il distacco dai piaceri e dai beni terreni (Lc 21,34 ss). Poiché l’ora della parusia è imprevedibile, bisogna prendere le proprie disposizioni per il caso che si faccia attendere: è l’insegnamento della parabola delle vergini (Mt 25,1-13).
2. Nelle prime lettere paoline, dominate dalla prospettiva escatologica, si trova l’eco dell’esortazione evangelica alla vigilanza, specialmente in 1Tess 5,1-7. «Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri» (5,5s). Il cristiano, essendosi convertito a Dio, è «figlio della luce», quindi deve rimanere sveglio e resistere alle tenebre, simbolo del male, altrimenti corre il rischio di essere sorpreso dalla parusia. Questo atteggiamento vigilante esige la sobrietà, cioè la rinuncia agli eccessi «notturni» ed a tutto ciò che può distrarre dall’attesa del Signore: esige nello stesso tempo che si indossi l’armatura spirituale: «rivestiamoci della fede e della carità come di corazza, e della speranza della salvezza come di elmo» (5,8). In una lettera posteriore S. Paolo, temendo che i cristiani abbandonino il loro fervore primitivo, li invita a risvegliarsi, ad uscire dal loro sonno ed a prepararsi per ricevere la salvezza definitiva (Rom 13,11-14).
3. Nell’Apocalisse il messaggio che il giudice della fine dei tempi rivolge alla comunità di Sardi è una esortazione pressante alla vigilanza (3,1ss), Questa Chiesa dimentica che Cristo deve ritornare; se non si risveglia, egli la sorprenderà come un ladro. Viceversa, beato «colui che veglia e conserva le sue vesti» (16,15); egli potrà partecipare al corteo trionfale del Signore.
 
Forse non sarà sufficiente per noi e per voi: “Così le vergini si alzarono e prepararono le loro lampade. Ma le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono (Mt 25,8). La loro verginità spirituale si stava esaurendo e spegnendo, poiché non avevano opere di devozione religiosa e di compassione. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi, andate piuttosto dai venditori e compratevene. Infatti nel giorno della risurrezione e del giudizio, per quanto uno possa essere ricco di opere sante, temerà sempre di non averne a sufficienza.” (Epifanio Latino, Interpretazione dei Vangeli 36).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
 
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.