7 Agosto 2026
Venerdì XVIII Settimana T. O
Na 2,1.3; 3,1-3.6-7; Salmo Responsoriale Dt 32,35-41; Mt 16,24-28
Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio - Catechismo della Chiesa Cattolica 616: È l’amore sino alla fine che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita. «L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti» (2Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti.
617: L’esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l’umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti. «Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit - Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione», insegna il Concilio di Trento sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna. E la Chiesa venera la croce cantando: «O crux, ave, spes unica! - Ave, o croce, unica speranza!».
La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo 618: La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo mediatore tra Dio e gli uomini. Ma poiché, nella sua Persona divina incarnata, «si è unito in certo modo ad ogni uomo », egli offre «a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale ». Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice.
«Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo».
Liturgia della Parola
I Lettura: A un messaggero foriero di pace e di buone notizie si contrappone un annuncio che fa presagire giorni di dolore, di desolazione e di morte: è una parola di sventura rivolta a Ninive, una parola che mette a nudo e giudica i peccati che hanno attirato questo castigo. Rappresentando Ninive “come una prostituta, Naum ne prende di mira meno l’idolatria [Ninive non è come Israele la sposa del Signore] e la sua prostituzione sacra che l’avidità e l’abilità con le quali essa ha stabilito il suo potere su tutti i popoli per spogliarli” (Bibbia di Gerusalemme). Ninive immagine dell’alterigia e della prepotenza militare sarà distrutta e nessuno la compiangerà.
Vangelo
Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Le parole di Gesù registrate nel vangelo di Matteo ricordano le innumerevoli vocazioni che la sacra Scrittura custodisce nelle sue pagine. Tra le tante vocazioni, per avvicinarci al testo di Matteo, possiamo ricordare la vocazione di Geremia. Dio, quando lo aveva chiamato, gli aveva assicurato la sua difesa, la sua protezione: per vincere il suo impaccio giovanile gli aveva promesso di costituirlo «fortezza [...] muro di bronzo» (Ger 1,18).
E invece lo lascia in balia dei potenti e dei prepotenti. Viene bastonato, offeso, spiato, umiliato, sfacciatamente osteggiato, imprigionato. La sua condizione personale precipita giorno dopo giorno e la situazione del paese è sull’orlo del precipizio: trionfano i traditori, gli empi, i blasfemi, mentre i giusti e i poveri sono oppressi (Ger 12,1). Perfino i suoi fratelli e la casa di suo padre sono sleali con lui (Ger 12,6). Si rivolge a Dio per avere vendetta dei suoi nemici, ma Dio non ascolta (Ger 18,19ss); anche le sue promesse sembrano vane (Ger 17,15). Ora il vaso trabocca: «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese! Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, eppure tutti mi maledicono» (Ger 15,10). Esacerbato, confuso, è attanagliato dal dubbio, tutto viene messo in discussione, anche la sua chiamata. È stato tutto un imbroglio, un inganno. Dio, astutamente approfittando della sua giovane età, l’ha adescato con vani progetti e false promesse. Lo ha ingannato perché gli ha prospettato una missione in discesa, facile, e invece tutto è in salita. Ha forzato la sua volontà; l’ha subornato, come un uomo attira con false lusinghe una giovane donna per poi approfittarne (Ger 20,7). Per Geremia, essere fedele alla vocazione significa rinnegare se stesso; portare l’enorme peso della croce della umiliazione, dell’odio violento e gratuito della persecuzione. Implica seguire il Signore Dio anche quando tace o si nasconde o tarda a intervenire. In questa luce di fedeltà e di dolore, nella storia di Geremia, c’è la comprensione e la chiara esplicitazione della vocazione cristiana: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Con il saggio possiamo dire che sotto il sole non c’è nulla di nuovo, sono gli uomini che vogliono mutare i paradigmi della vocazione cristiana.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,24-28
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; Cf. Fil 2,5-9).
Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
Il Figlio dell’uomo sta per venire..., la parusia, il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, è ricorrente nella predicazione di Gesù e ricorrerà frequentemente nella predicazione apostolica. Nel giorno della venuta gloriosa del Cristo, ogni uomo sarà giudicato non in base alle «singole opere buone, secondo una concezione meritocratica, bensì per l’operato di ciascuno: nel giudizio finale, dinanzi al tribunale del Figlio dell’uomo, si svelerà in senso globale come ogni individuo ha agito durante la vita, giunta al suo compimento» (Angelico Poppi).
Per approfondire
Roberto Tufariello (Sofferenza, in Schede Bibliche Pastorali, Volume VII): Sofferenza e gioia dei cristiani - Soffrire con Cristo. Nella gioia della pasqua, nella fede in colui che è risorto, i credenti potrebbero illudersi che anche nella loro esistenza siano scomparsi il dolore e la morte. La loro vita, invece, rimane costellata di tragiche e dolorose realtà (Cf. 1Ts 4,13). Cristo, con la sua passione, ha posto fine al suo pellegrinaggio terreno ed è entrato nella gloria; noi, invece, siamo ancora in cammino verso la casa del Padre. Per noi, quindi, gli insegnamenti del Vangelo conservano tutta la loro urgenza e attualità: è necessario portare ogni giorno la propria croce per essere autentici discepoli del Crocifisso (Lc 9,23); è necessario vivere personalmente la beatitudine della sofferenza.
La via di Cristo è la via dolorosa della croce; perciò se egli, per entrare nella gloria, ha dovuto soffrire (Lc 24,26), il suo discepolo non può far altro che imitare il maestro e seguirlo nella medesima via (Mt 10,24; Gv 15,18.20). Alla madre stessa del Signore non è stato risparmiato il dolore, secondo la predizione di Simeone (Lc 2,35). Per tutti l’èra messianica è tempo di prova e di tribolazione (Mt 24,8; At 14,22; 1Tm 4,1ss). Tuttavia, non siamo soli e abbandonati nella sofferenza. La certezza che Cristo soffre con noi ci dà coraggio e conforto. Se è vero, infatti, come insegna san Paolo, che non è semplicemente il cristiano a vivere, ma è Cristo a vivere in lui (Gal 2,20), possiamo concludere che la sofferenza del cristiano è quella di Cristo che vive in lui (2Cor 1,5). Col nostro stesso corpo, noi apparteniamo a Cristo e mediante la sofferenza gli diventiamo conformi (Fil 3,10). Così Cristo è sempre intimamente unito a quelli che soffrono (1Cor 12,26-27), è solidale con coloro che seguono la sua via dolorosa. Per questo possiamo affrontare con costanza la prova fissata per noi (Eb 12,1-2), imparando come Cristo «l’obbedienza per le cose patite» (Eb 5,8).
La glorificazione della sofferenza con Cristo - In questa prospettiva di comunione alla sofferenza di Cristo, possiamo comprendere la sorprendente affermazione di Paolo: a voi credenti è stato concesso di patire per Cristo (Fil 1,29). La sofferenza umana è illuminata qui da una luce nuova: essa è una grazia, un dono divino. Paolo spiega il senso di questa affermazione: noi portiamo nel nostro corpo le sofferenze di morte di Gesù, «perché anche la vita di Gesù sia manifesta nel nostro corpo» (2Cor 4,10). La sofferenza sopportata con Cristo prepara per noi «una quantità smisurata ed eterna di gloria» che supera ogni misura (2Cor 4,17). Veramente, se noi soffriamo con Cristo, siamo certi che saremo con lui glorificati (Rm 8,17). Inoltre, la nostra sofferenza non è confortata solo dalla certezza della gloria futura: essa è consolata fin da ora dalla gioia promessa da Gesù (Gv 15,11; 16,22-23). Gli apostoli esperimentarono subito, dopo la risurrezione del Signore, la verità di questa promessa: perseguitati e percossi dai capi di Israele, «se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5,41). Questo messaggio gioioso essi lo comunicarono ai fedeli, invitandoli alla «perfetta letizia» che viene dalla sofferenza grazie all’azione dello Spirito di Dio (1Pt 4,13-14).
Ancora una volta, san Paolo ci da l’esempio perfetto: egli gioisce nella sofferenza, e la sua letizia viene dall’amore e dall’unione a Cristo e al suo corpo, la chiesa (Col 1,24).
La croce come contrassegno dei credenti - Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 13,35-36: Il legno della vita è stato piantato nella terra perché questa, dapprima esecrata, ottenesse la benedizione e i morti venissero liberati. Non vergogniamoci allora di confessare il Crocifisso. In qualsiasi occasione, con fede, tracciamo con le dita un segno di croce: quando mangiamo il pane o beviamo, quando entriamo o usciamo, prima di addormentarci, quando siamo coricati e quando ci alziamo, sia che siamo in movimento o rimaniamo al nostro posto. È un aiuto efficace: gratuito, per i poveri e, per chi è debole, non richiede alcuno sforzo. Si tratta infatti d’una grazia di Dio: contrassegno dei fedeli e terrore dei demoni. Con questo segno, infatti, il Signore ha trionfato su di essi, esponendoli alla pubblica derisione [cfr. Col 2,15]. Allorché, dunque, vedranno la croce, essi si ricorderanno del Crocifisso e avranno timore di colui che ha abbattuto le teste del dragone. Non disprezzare, perciò, quel segno, soltanto perché è un dono; al contrario, onora per questo ancor di più il tuo benefattore.
Testimoni di Cristo - San Sisto II - Misericordia e verità sono i due volti del vero amore: Se il cuore di Dio si fa compagno di chi soffre anche a causa dei propri errori, egli non può accogliere chi sceglie la via della prevaricazione e della violenza. Ed è questo lo stile che i cristiani sono chiamati a mettere in pratica nella loro vita quotidiana. Uno stile di cui testimone san Sisto II, Papa nell’anno 257, descritto da san Cipriano come “uomo buono e pacifico”, che donò la propria vita per il servizio al Vangelo. Successore di Vittore, rimase alla guida della Chiesa di Roma solo per 11 mesi. In questo breve tempo si era fatto mediatore nel dibattito sull’unicità del Battesimo, questione sollevata soprattutto in Africa dove molte persone che avevano abiurato davanti alla persecuzione chiedevano di tornare nella comunione con la Chiesa: la sua decisione fu un gesto di misericordia nei confronti di chi rischiava la scomunica perché affermava la necessità di un secondo Battesimo per chi voleva rientrare nella comunità. Nel 258 l’imperatore Valeriano inasprì la persecuzione ordinando la confisca dei beni della Chiesa e la decapitazione di vescovi, preti e diaconi sorpresi a officiare pubblicamente il culto. Sisto II fu trovato a predicare nel cimitero di San Callisto e per questo venne martirizzato assieme a sei dei sette diaconi di Roma; il settimo, Lorenzo, venne ucciso pochi giorni dopo. (Matteo Liut)
-> Il 6 agosto del 258 nel cimitero di san Callisto venne arrestato Sisto con i suoi diaconi. A ricordo di questo evento un autore ha riportato su pietra questa iscrizione, ponendola in bocca allo stesso Sisto: “Al tempo in cui la spada lacerò le viscere sacre della madre chiesa, io, il pastore qui sepolto, insegnavo i comandamenti del cielo. Giungono all’improvviso i soldati e mi afferrano seduto sulla mia cattedra; erano stati inviati e il popolo tese il collo alla loro spada. Il vegliardo subito si rese conto che il suo popolo desiderava ricevere la palma del martirio al suo posto; e fu il primo a offrire la sua testa, affinché l’impaziente furore dei nemici non colpisse nessun altro. Il Cristo, che dona in ricompensa la vita eterna, manifesta il merito del pastore e prende su di sé il gregge”. (Vatican News)
Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.