4 Maggio 2026
 
Lunedì della V Settimana di Pasqua
 
At 14,5-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 113 B (115); Gv 14,21-26
 
Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa, dice il Signore, e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. (Gv 14,26 - Acclamazione al Vangelo)
 
Sul finire della sua vita terrena, Gesù promette ai suoi amici (Cf. Gv 15,15) il dono dello Spirito Santo: lo Spirito Santo sarà nella vita della Chiesa, e nell’intimo dei credenti, il Consolatore, il Maestro, la memoria.
Dai testi di Giovanni sullo Spirito Santo si possono rilevare i tratti seguenti: lo Spirito Santo verrà quando Gesù se ne sarà «andato» (16,7). Gesù pregherà il Padre ed Egli darà ai discepoli «un altro Consolatore» (14,16.26; 15,26). I discepoli lo conoscono, perché Egli dimora presso di loro e sarà in loro (14,17). Dimorerà in loro (14,17) insegnerà ad essi ogni cosa (14,26) e li guiderà sulla via della verità (16,13). Annunzierà ai discepoli le cose future (16,13). Prenderà da Gesù per dare ai discepoli (16,14), glorificando Gesù (16,14) e rendendo testimonianza di lui, facendo ricordare ai discepoli ciò che Gesù ha fatto e ha detto loro (14,26). Non parlerà da se stesso (16,13), dirà solamente quanto sentirà. Il mondo non lo può accogliere (14,17), non lo vede e non lo conosce (14,17). Lo Spirito darà testimonianza in favore di Gesù di fronte all’incredulità e all’odio del mondo (15,26; 16,8); confuterà il mondo in fatto di peccato, di giustizia e di giudizio (16,8). Dimostrerà ai credenti che il mondo è nel peccato e in errore, e quindi in stato di condanna.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Vi annunciamo che dovete convertirvi da queste vanità al Dio vivente - Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Dopo aver guarito uno storpio (cf Atti 3,2-26), Paolo si vede costretto a prendere la parola per smantellare un equivoco: Paolo e Barnaba vengono considerati come due divinità (cf Atti 28,6). Si offre quindi l’occasione a Paolo di fare il suo primo discorso di fronte ai pagani: li distoglie dall’adorazione degli idoli, ricordando che essi non esistono e perciò non possono portare alcun aiuto all’uomo; li orienta verso l’unico vero Dio, creatore dell’universo e padre di tutti gli uomini (abbiamo qui una teodicea naturale in embrione); li invita infine a far tesoro della continua testimonianza di sé che Iddio offre loro attraverso le meraviglie della creazione per superare l’ignoranza dei tempi passati (cf Atti 17,23.30) e aprirsi alla salvezza.
 
Vangelo
Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa.
 
Gesù, nel Vangelo, per consolare i discepoli promette lo Spirito Santo: «Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa». Nella vita della Chiesa, lo Spirito Santo sarà l’evangelizzatore, il missionario, l’operatore di prodigi e di miracoli, il rivelatore di Cristo, il santificatore. Inoltre, «quando [lo Spirito Santo] sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo [Gv 1,10]  riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16,8). Questa Persona divina sarà mandata da Dio nel nome del Cristo (Cf. Gv 14,26). Nel brano evangelico vengono rivelati due misteri: quello della Trinità e quello della sua inabitazione nei discepoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola [Gv 3,11] e il Padre mio lo amerà e noi verremo [Ap 3,20] a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,21-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Gli disse Giuda, non l’Iscariòta: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».
Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 21 Chi ha i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama; cioè: «chi accoglie i miei comandamenti...»; l’espressione ricorre tre volte nella presente sezione (cf. verss. 15, 23). L’osservanza dei comandamenti è il requisito per beneficiare della presenza di Cristo. E chi mi ama sarà amato dal Padre mio; il linguaggio dell’evangelista richiama quello degli scritti sapienziali; infatti nel presente discorso il Maestro parla allo stesso modo con il quale si esprime la Sapienza nei libri dell’Antico Testamento. «Coloro che amano la Sapienza la contemplano continuamente; essa si lascia trovare da quelli che la cercano... Amarla è osservare le sue leggi» (Sapienza, 6, 12, 18); «io amo quelli che mi amano; chi mi cerca con interesse, mi trova» (Proverbi, 8, 17); «quelli che amano la Sapienza sono amati dal Signore» (Ecclesiastico, 4, 14); da queste citazioni risulta con evidenza come il quarto evangelista ami proporre gli insegnamenti di Cristo con il linguaggio biblico. E mi manifesterò a lui; «manifestare»; il verbo greco ἐμφανίζειν (cf. anche vers. 22) significa: rendere visibile, manifesto; si tratta evidentemente di una «manifestazione» spirituale o di una esperienza religiosa (intima e mistica) riservata al credente che ama Gesù e che è amato dal Padre. Vi è un parallelismo di senso tra i verss. 15-17 ed i verss. 19-21: nei primi si parla della manifestazione dello Spirito di verità (vers. 17); nei secondi della manifestazione di Gesù ai discepoli. Tanto lo Spirito quanto Gesù ritornano nelle anime di coloro che osservano i comandamenti, si manifestano ad essi e pongono in essi la loro dimora.
22 Gli dice Giuda, non l’Iscariota; letture varianti: «Giuda non quello di Kariot»; «Giuda Tommaso»; «Tommaso»; «Giuda il Cananita». L’intervento di Giuda interrompe il discorso di Cristo sul suo ritorno in coloro che osservano i comandamenti; tale intervento, tuttavia, introduce ulteriori spiegazioni da parte del Maestro. Giuda, nella lista degli apostoli trasmessa da Matteo (10, 3) e da Marco (3, 18), figura probabilmente con il nome di Taddeo; secondo Luca (6, 16; Atti, 1, 13) Giuda è fratello di Giacomo il Minore (primo vescovo di Gerusalemme). «Non l’Iscariota»; precisazione con la quale l’evangelista avverte i lettori di non confondere l’apostolo che qui interloquisce con l’apostolo omonimo che tradì il Maestro. Come mai avverrà che tu ti manifesterai a noi e non al mondo?; Giuda, come gli altri apostoli, attendeva una manifestazione imponente a gloriosa del loro Maestro davanti a tutto Israele (cf. Atti, 1, 6); egli quindi si meraviglia come Gesù deluda questa loro speranza (cf. Giov., 7, 3-4). L’apostolo interlocutore non aveva capito che il Maestro parlava loro di una manifestazione spirituale nell’animo dei credenti.
23 Se uno mi ama, osserverà la mia parola; chi ama Gesù osserva la sua parola, cioè i suoi comandamenti; si noti che l’espressione «osservare la mia parola» è parallela all’altra già usata dall’evangelista: «osservare i comandamenti» (verss. 15, 21). E il Padre mio lo amerà; nel credente l’osservanza dei comandamenti è in pari tempo effetto e segno dell’amore del Padre e del Figlio. Verremo a lui e dimoreremo presso di lui; Cristo risponde indirettamente a Giuda dicendogli che la manifestazione di cui si parla si identifica con la presenza del Padre e del Figlio in coloro che amano ed osservano i comandamenti. Si tratta di una presenza divina del tutto particolare e duratura. Nei verss. 15-23 si trovano le affermazioni più caratteristiche del quarto vangelo, concernenti la così detta «escatologia realizzata» (cf. Giov. 3, 18; 5, 25). Nella presente sezione non si parla del ritorno di Cristo, che avrà luogo alla fine dei tempi, come di esso si parla in altri testi giovannei (cf. Giov., 6, 39 ss.; 12, 48), in passi dei vangeli sinottici e in quelli delle prime lettere di San Paolo (cf. 1 Tessalonicesi, 4, 14-18), ma del ritorno che si attua già fin dall’inizio della predicazione evangelica e che si identifica con la abitazione (dimora) di Cristo nell’animo di coloro che osservano i suoi comandamenti; questa presenza di Gesù costituisce la «escatologia realizzata». Da ciò risulta come in questo stesso capitolo vi siano delle prospettive differenti per quanto riguarda l’escatologia; in Giov., 14, 1-3 la prospettiva escatologica è quella tradizionale; in Giov., 14, 18-21 la prospettiva escatologica è quella della «escatologia realizzata».
24 Chi non mi ama non osserva le mie parole; si ha un parallelismo antitetico con il vers. 23 a. Gesù non può manifestarsi a coloro che non lo amano (cf. 8, 42) e che non accolgono le sue parole (cf. 8, 37, 43, 47; 15, 22-23). E la mia parola non è mia...; lettura più breve da preferirsi alle altre: «la parola che ascoltate»; «la mia parola che ascoltate». L’espressione indica l’unione perfetta che esiste tra il Figlio ed il Padre; la parola del Figlio è la parola stessa del Padre (cf. 7, 16; 12, 44).
25 Queste cose vi ho detto quando ero con voi; il Maestro getta uno sguardo retrospettivo alla sua opera e la considera già compiuta; la sua attività di rivelatore è conclusa; ora i suoi discepoli devono valutarne tutta l’importanza per la loro vita e, di conseguenza, per quella della Chiesa. Questo modo di esprimersi si addice ad un discorso di addio che deve preparare i discepoli alla separazione dal loro Maestro.
26 Lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome, vi insegnerà tutto; Cristo ha compiuto la sua missione dottrinale; i discepoli tuttavia non hanno compreso tutto quanto il Maestro ha detto loro; in tal caso chi provvederà a illuminare la loro intelligenza perché possano comprendere pienamente gli insegnamenti di Cristo? Essi già sanno che avranno «un altro Paraclito» (cf. vers. 16), il quale rimarrà con loro e sarà loro aiuto e sostegno; ora apprendono che questo Paraclito per loro sarà anche guida intellettuale e maestro intimo. «Lo Spirito Santo che il Padre invierà nel mio nome»; lo Spirito Santo non sarà inviato a sostituire Cristo, ma a compiere la sua opera in stretta unione con lui (cf. Giov., 16, 13-14).
 «Vi insegnerà tutto»; non si precisa come sarà effettuato tale insegnamento; l’azione dello Spirito si esplica nell’intimo per via di illuminazioni interiori, non già per parole esterne (rivelazione storica compiuta da Cristo). E vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto; la formula è di una ricchezza teologica notevole. «Ricordare» non significa il semplice richiamare alla mente, ma il tener vive ed inalterate le parole di Cristo, vale a dire nel ripetere ai discepoli le verità che il Maestro ha loro annunziate. Lo Spirito Santo ripetendo tali verità le fa ricordare ai discepoli. «Tutto ciò che io vi ho detto»; non si tratta semplicemente di ripetere tutti gli insegnamenti di Cristo, ma di farli comprendere in tutta la loro intima ricchezza dottrinale. L’espressione «tutto» (πάντα = tutte le cose) abbraccia l’intero corpo dottrinale della rivelazione apportata da Cristo (cf. Mt., 28, 28). La solenne promessa compiuta qui da Cristo non considera unicamente gli apostoli, ma interessa tutta la Chiesa docente (apostoli e loro successori). A queste solenni consegne di Gesù rimane fedele la Chiesa quando svolge la sua missione dottrinale lungo l’intero corso della storia.
 
Per approfondire
 
Il Paraclito - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Tra gli elementi più caratteristici della pneumatologia di Gv 14,15-31 abbiamo la presentazione dello Spirito santo come Paraclito.
All’inizio della prima sezione di questa pericope Gesù assicura gli amici che non li lascerà soli, perché dietro sua preghiera il Padre donerà loro un altro Paraclito, affinché sia con loro in eterno (Gv 14,16). Questa persona divina sarà mandata da Dio nel nome del Cristo (Gv 14,26). Lo Spirito santo quindi è il secondo Paraclito dei discepoli, cioè il secondo avvocato difensore. Il termine «paraclito» infatti designa colui che in un processo aiuta una persona per difenderla.
Il sostantivo «Paraclito» applicato allo Spirito santo evoca il grande processo tra Gesù e il mondo, nel quale il primo avvocato difensore è stato il Cristo, il testimone della luce e della verità (cf. Gv 3,l1s.32; 18,37). Ma l’azione di Gesù, finché egli è rimasto sulla terra, non si è rivelata efficace; di qui la necessità dell’intervento dello Spirito santo, il quale prenderà le difese del Cristo-verità, nell’intimo delle coscienze dei credenti, vivendo in loro per sempre (Gv 14,16s), convincendo il mondo intorno al peccato, alla giustizia e al giudizio (Gv 16,8ss).
Lo Spirito santo quindi è il Paraclito, perché avvocato difensore di Gesù nel processo intentato dalle tenebre contro la luce.
Il termine «Paraclito» quindi indica la funzione di difesa della luce contro le tenebre (l’incredulità) e della verità contro la menzogna. In realtà lo Spirito santo svolge la missione di rendere testimonianza al Cristo-verità (Gv 15,26) e di provare all’interno delle coscienze dei discepoli, il grosso peccato e l’enorme ingiustizia commessi dal mondo incredulo contro Gesù, rifiutandogli l’adesione della fede e condannandolo a morte con una sentenza iniqua (Gv 16,7ss).
Il termine «Paraclito» però non esaurisce il suo significato in questa accezione semantica, ma può indicare anche la persona che intercede a favore di un amico. In effetti nel passo di 1Gv 2,1 questo sostantivo è applicato al Cristo glorioso, propiziatorio per i nostri peccati e per quelli di tutto il mondo. In tale contesto l’ espressione «abbiamo UN PARACLITO presso il Padre, Gesù Cristo» non differisce molto dalla locuzione «abbiamo UN tale SOMMO SACERDOTE che si è seduto alla destra del trono» (Eb 8,1).
 
Pregherò il Padre e vi darà un altro Paràclito - Gregorio Magno: ... voglio considerare quale Artista sia questo Spirito Santo, ma mentre sono intento a ciò sento che non riesco. Infatti [questo Artista] riempie un fanciullo che suonava la cetra e lo fa diventare il Salmista [Cf. 1Sam 16,18], riempie un pastore d’armenti che sbucciava fichi selvatici, e ne fa un profeta [Cf. Am 7,14]; riempie un fanciullo dedito all’astinenza, e ne fa un giudice di vecchi [Cf. Dn 13,46s]; riempie un pescatore, e ne fa un predicatore [Cf. Mt 4,19]; riempie un persecutore, e ne fa il Dottore delle genti [Cf. At 9,1s]; riempie un pubblicano, e ne fa un evangelista [Cf. Lc 5,27-28]. Quale Artista è questo Spirito! Tutto ciò che vuole avviene senza indugio. Appena tocca la mente, insegna, e il suo solo tocco è già insegnare. Appena illumina l’animo umano, lo cambia; subito gli fa rinnegare ciò che era, subito lo rende ciò che non era.

Testimoni di Cristo - Santa Antonina di Nicea, Martire: Nel Martirologio Romano questa santa è menzionata tre volte: il 1 marzo, il 4 maggio e il 12 giugno, e ogni volta in maniera diversa, come se si trattasse di tre persone distinte. Si tratta invece della stessa persona, il cui “dies natalis” è il 4 maggio, come appare nel Martirologio Siriaco del IV secolo. Gli elogi del Martirologio Romano rispecchiano un’antica “passio” perduta.
Secondo queste fonti Antonina, cristiana di Nicea in Bitinia, durante la persecuzione di Diocleziano arrestata per ordine del prefetto Priscilliano, fu battuta con le verghe, sospesa al cavalletto, dilaniata ai fianchi e infine arsa viva. Qualche codice del Geronimiano aggiunge che Antonina fu uccisa di spada. Alcuni documenti dicono che fu rinchiusa in un sacco e gettata in una palude; sembra, però, che queste circostanze non appaiano nei documenti più antichi. Secondo il Martirologio Siriaco e molti codici del Martirologio Geronimiano il martirio sarebbe avvenuto a Nicomedia, mentre altri codici lo pongono a Nicea in Bitinia. Questo dato sembra essere abbastanza certo. (Avvenire)

La tua mano, o Padre,
protegga sempre questa famiglia,
perché, liberata da ogni male
per la risurrezione del tuo Figlio unigenito,
con il tuo aiuto possa camminare sulle tue vie.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 3 Maggio 2026
 
V Domenica di Pasqua
 
At 6,1-7; Salmo Responsoriale dal Salmo 32 (33); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12
 
«Io e il Padre siamo una cosa sola» - Didimo di Alessandria, De Trinit. III, 2, 8: Se, come scrive Paolo agli Ebrei, l’Unigenito è lo splendore della gloria, il carattere della sostanza e l’immagine del Dio incorruttibile, invisibile ed eterno (cf. Rm 1,20; 1Tm 1,17), e se egli è verace quando afferma “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9) e “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30), certamente è consustanziale eterno e uguale, al punto che è simile in tutto a Dio Padre e in nulla differisce da lui. Infatti, luce da luce e non «eterousio» (cioè con “diversità di sostanza”) è generato, né inferiore. Il carattere della sostanza indica l’identità ed esclude ogni diversità di natura, di gloria e di onnipotenza; l’immagine razionale denota l’uguaglianza e la somiglianza; e chi vede una creatura, non vede l’Increato. Afferma infatti che le ipostasi sono una cosa sola per la divinità, e distingue le persone nell’unità dell’essenza.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo: Per superare alcune frizioni, sorte a motivo di una cattiva gestione dei beni destinati ai poveri e alle vedove, gli Apostoli decidono di consacrare sette diaconi. Nel nome dei Dodici presiederanno al servizio delle mense e ai bisogni degli indigenti della comunità, in maniera tale che tale servizio sia compiuto nel migliore dei modi e con equità, senza discriminazioni. Diacono significa servo e servizio significa mettersi a disposizione della missione della Chiesa con tutte le proprie forze e con le proprie doti. Tutto l’operare del cristiano, nella Chiesa e nel mondo, l’annuncio della parola, la cura dei poveri, dei malati o la più modesta delle attività professionali è servizio.
 
Seconda Lettura - Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale: San Pietro tratteggia con parole efficaci la dignità sacerdotale di tutti i cristiani. Possiamo così riassumere i rapporti dei cristiani sacerdoti con Cristo sacerdote: «Cristo fu sacerdote in croce per l’umanità e tutti i cristiani devono portare la propria croce per i fratelli [Mt 20,22; 26,39]. Tutti devono divenire come Cristo “sacrificio e oblazione” [Fil 2,17] mediante la fede e offrire se stessi come ostia vivente, santa e gradita a Dio [Rom 12,1]. Ma tutti sono sacerdoti anche perché capaci di un ministero liturgico nella partecipazione attiva al sacrificio eucaristico, ai sacramenti, alla preghiera liturgica» (Vincenzo Raffa).
 
Vangelo
Io sono la via, la verità e la vita.
 
Per una migliore comprensione delle parole di Gesù il brano evangelico si può dividere in due parti.
Nella prima parte vengono messi in risalto i seguenti punti: Gesù ritorna alla casa del Padre per preparare un posto ai suoi amici; Gesù tornerà dai suoi amici, dopo la sua morte, per stare insieme con loro per sempre. Nella seconda parte Giovanni vuol suggerire almeno due cose: Gesù è l’unico rivelatore del Padre; Gesù è l’unica via che conduce al Padre e in questo senso è anche l’unica via che congiunge Cielo e terra. Seguire Gesù-Via è porsi alla sua sequela, comportarsi come Lui si è comportato (Cf. 1Gv 2,6), avere i suoi stessi sentimenti (Cf. Fil 2,5) e questo è il mezzo eccellente per arrivare alla casa del Padre.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,1-12
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando andrò e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se mi avete conosciuto, avete conosciuto anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?
Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
 
Parola del Signore.
 
Chi ha visto me, ha visto il Padre - Ai discepoli turbati, Gesù rivela di essere il Figlio di Dio, uguale al Padre e invita i discepoli ad avere fede in lui.
Non sia turbato il vostro cuore: la passione è imminente, Gesù ha preconizzato il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro; l’atmosfera è satura di tristezza, di domande alle quali i discepoli non sanno dare risposte convincenti, si avverte un futuro prossimo gravido di dolore e di angoscia, si respira un clima di attesa e di stupore. Le parole di Gesù ricordano le parole che Mosè, prima di morire, rivolse agli israeliti nel momento di entrare nella Terra promessa: non spaventatevi e non abbiate paura dei nemici (Dt 1,29). Qui il nemico è il mondo sottomesso a Satana (Cf. Gv 13,27; 16,33).
Nell’espressione Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me (Credete in Dio, e credete anche in me), tra le traduzioni possibili, i due verbi (credere) possono essere tradotti con il presente indicativo: Voi credete (già) in Dio e credete anche in me.
Se così è, Gesù vuol dire ai suoi amici (Cf. Gv 15,15): voi già avete la fede, dovete semplicemente continuare a credere, non fermatevi davanti a quanto vi ho preannunziato (i due tradimenti e la sua morte) e a quello che sto per svelarvi. Per Giovanni «la fede in Dio e in Gesù è una sola: se si scuote la fede in Dio, cede anche quella in Gesù. I discepoli sono invitati a continuare a tenersi saldi al Padre di Gesù. Gesù torna presso di Lui per preparare loro un posto» (Gianfranco Nolli).
Vado a prepararvi un posto: Gesù non si discosta dal linguaggio comune dei suoi conterranei. Gli ebrei credono che in cielo vi siano le dimore dei giusti (Cf. Lc 16,9; Mc 10,40).
Gesù fa due promesse agli Apostoli: quella di preparare loro un posto nella casa del Padre e quella di ritornare per prenderli per sempre con lui. Anche questa promessa può avere diverse traduzioni: Gesù ritornerà alla morte di ogni singolo apostolo, giorno in cui ciascuno sarà accolto dal Signore e introdotto nella visione di Dio; oppure alla fine dei tempi (sarebbe un raro richiamo alla parusia [Cf. Gv 2, 28]); oppure dopo la morte, con la risurrezione. Probabilmente tutti e tre questi significati sono contemporaneamente presenti, secondo lo stile pregnante del quarto evangelista. Ma al di là del significato, Gesù sta assicurando ai suoi discepoli che sarà con loro e rimarrà ad essi unito «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Una promessa che si realizza nella Chiesa e soprattutto nel cuore di chi si apre a Lui, per mezzo della fede.
Voi conoscete la via: alla perplessità di Tommaso, Gesù si proclama la via, cioè l’unico mediatore per giungere al Padre. Non si può incontrare Dio e vivere in comunione con lui se non per mezzo di Gesù, in quanto è il Rivelatore definitivo che dona la vita per la salvezza del mondo.
Io sono via, la verità e la vita. Queste parole hanno valore epesegetico: come ci suggerisce Ignace de la Potterie il senso della dichiarazione di Gesù è «Io sono la via, perché sono la verità e quindi anche la vita». Gesù è la via, «cioè il mediatore verso il Padre, perché ne è la rivelazione totale, l’epifania del suo amore salvifico [aletheia = verità]», ed è la vita in quanto «comunica ai credenti la vita stessa del Padre, di cui è in pieno possesso» (Angelico Poppi).
Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio ... Tommaso, l’apostolo incredulo (Gv 20,27), dice di non conoscere la via della verità e della vita pur avendola davanti. I sensi sono inutili, occorre mettere in campo la fede: bisogna «conoscere che Gesù è l’Unigenito del Padre per riconoscere che Dio è il Padre che ci ama [Gv 3,14]» (Bibbia di Gerusalemme). Allo stupore segue la rivelazione. Gesù e il Padre sono una «cosa sola» (Gv 10,30): «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me». Chi vede Gesù vede il Padre. È il vedere della fede, non della visione. Ma lo stesso testo giovanneo afferma che il Padre e il Figlio sono due persone distinte: Gesù dichiara di recarsi dal Padre per preparare un posto ai suoi discepoli, è la via che conduce gli uomini al Padre, infine i seguaci devono credere in Lui e nel Padre. Il Padre e il Figlio, pur vivendo l’uno nell’altro, sono due Persone distinte e quindi non vanno confuse. Gesù è pertanto vero Uomo e vero Dio. Un’affermazione che aveva precedentemente provocato un tentativo di lapidazione, perché considerata blasfema dai Giudei (Cf. Gv 10,30-31).
Gesù chiede ai suoi Apostoli un supplemento di fede che può essere rinforzata dalla memoria delle opere da lui compiute. È un invito a leggere la vita del Maestro alla luce della fede, una lettura però attualmente ardua perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: il «Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26). Solo quando riceveranno lo Spirito Santo comprenderanno la personalità misteriosa del Cristo: come egli ha compiuto le Scritture (Cf. Gv 5,39), quale sia il senso delle sue parole e dei suoi insegnamenti (Cf. Gv 2,19), dei suoi atti, dei suoi «segni», delle sue opere (Cf. Gv 14,16; 16,13; 1Gv 2,20s), della sua passione, morte e risurrezione (Cf. Lc 24,25-26).
Chi crede in me, anch’egli compirà le opere ... Non si intenda che il discepolo sarà più grande del Maestro. Queste opere grandi sono il molto frutto che i discepoli porteranno restando uniti a Gesù: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). Solo la fede in Gesù, e la comunione con lui, donerà al discepolo di partecipare al suo potere di rimettere i peccati e di dare la vera vita attraverso l’opera dello Spirito Santo.
 
Per approfondire
 
Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo - La Bibbia di Navarra (Vol. II): 1-6. Comincia una nuova sezione del libro, introdotta dalla presentazione di due gruppi di cristiani convertiti, distinti secondo la loro provenienza Ellenisti ed Ebrei. A partire da questo capitolo i cristiani vengono designati con il nome di discepoli. In questo modo il termine «discepoli» viene applicato non più solamente ai dodici apostoli e a coloro che avevano seguito assiduamente il Signore durante la sua vita terrena, ma a tutti i battezzati. Gesù è infatti il Signore della sua Chiesa e il Maestro di tutti: dopo la sua ascensione al cielo insegna, santifica e governa i cristiani, dapprima attraverso il ministero desti apostoli e, successivamente, mediante il ministero dei loro successori, il Papa e i vescovi, coadiuvati dai presbiteri.
Gli ellenisti erano Ebrei nati e vissuti per qualche tempo fuori della Palestina. Parlavano il greco e utilizzavano proprie sinagoghe, in cui si adoperavano versioni greche della Sacra Scrittura. Possedevano una certa cultura greca, alla quale gli Ebrei non erano del tutto estranei. Gli Ebrei erano Giudei nati in Palestina, parlavano l’aramaico e usavano la Bibbia ebraica per il culto nelle sinagoghe. Questa distinzione in gruppi secondo la provenienza perdurò per un certo tempo nella comunità cristiana; ma non si deve parlare di divisione, e ancor meno di opposizione tra due frazioni del cristianesimo primitivo. Prima che fosse fondata la Chiesa, esisteva già a Gerusalemme una comunità ebraico-ellenistica ben organizzata, influente e relativamente numerosa. Il capitolo espone l'istituzione, da parte degli apostoli, dei diaconi, che è il secondo gruppo definito di discepoli - il primo è formato dai Dodici - al quale è dato un ministero nella Chiesa. [...].
5. Tutti i designati hanno nomi greci, uno di essi è un proselito, cioè un pagano per nascita inserito nel giudaismo mediante la circoncisione e l’osservanza delle Legge mosaica.
6. Gli apostoli costituiscono i sette diaconi nel loro ministero mediante la preghiera e l'imposizione delle mani. Il gesto dell’imposizione delle mani si trova diverse volte nell'Antico Testamento, specialmente come rito per l’istituzione dei leviti (cfr Nm 8, 10) e mezzo per trasmettere potere e spirito di sapienza a Giosuè, successore di Mosè a capo di Israele (Nm 27, 20; Dt 13, 9). I cristiani hanno conservato questo rito, che appare con una certa frequenza nel libro degli Atti. A volte è un gesto di guarigione (9, 12, 17; 28, 8), secondo la falsariga di quanto ha fatto il Signore in Luca 4, 40; altre volte costituisce un rito di benedizione, come nel commiato di Paolo e Barnaba per il loro primo viaggio apostolico (13, 3). Si usa anche come rito dopo il battesimo per l’effusione dello Spirito Santo (8, 17; 19, 5). In questo caso si tratta di un rito per l’istituzione di ministri della Chiesa ed è una vera sacra ordinazione, la prima riferita dal libro degli Atti (cfr 1 Tm 4, 14; 5,22; 2 Tm S, 22). «San Luca è breve: non dice come sono stati ordinati, ma semplicemente che ciò è avvenuto per mezzo della preghiera, poiché di una ordinazione si trattava. Un uomo impone le mani, ma è Dio che fa tutto. È sua la mano che tocca il capo dell’ordinato» (Om. sugli Atti, 14).
Il rito essenziale dell’ordinazione dei diaconi consiste nell’imposizione delle mani, fatta in silenzio, sul capo del candidato e in una preghiera perché Dio effonda lo Spirito Santo sulla persona dell’ordinando.
7. San Luca segnala di nuovo, come nei capitoli precedenti, la crescita della Chiesa. Si riferisce ora alla conversione di «un gran numero di sacerdoti». Si è pensato che forse questi sacerdoti appartenevano alla classe più modesta, come Zaccaria (cfr Lc 1, 5), e non alle grandi famiglie sacerdotali che aderivano al partito dei sadducei, nemici della Chiesa nascente (cfr 4, 1; 5, 17). Qualche esegeta ha suggerito la possibilità che fra quei sacerdoti se ne annoverassero alcuni della setta giudaica di Qumran. Nulla di sicuro è possibile dire e dobbiamo accontentarci della sobria menzione di san Luca.
 
Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso - Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali): Di regola, il Nuovo Testamento ha riletto i passi del tema della pietra d’inciampo, con una rilettura di carattere soprattutto cristologico, ma anche ecclesiologico. I motivi della pietra d’inciampo e della pietra angolare sono stati così ripresi in chiave nuovissima, con applicazioni originali. A volte più passi veterotestamentari sono stati abbinati per indicare dialetticamente il senso positivo e quello negativo della metafora della pietra.
Premettiamo il detto della fonte Q e testimoniato da Mt 3,9 e da Lc 3,8: Dio può suscitare figli suoi dalle pietre. Il Battista si rivolge così a quei giudei che fanno affidamento sulla loro discendenza da Abramo e si sottraggono pertanto all’esigenza di una rigorosa conversione di vita. Forse c’è allusione a Is 51,1-2: la grazia di Dio è azione liberamente sovrana e non legata a titoli di autoassicurazione di carattere religioso.
Nel Nuovo Testamento di grande rilievo è l’immagine della pietra angolare. Il Vangelo di Marco conclude la parabola dei vignaioli omicidi con la citazione del Sal 118,22: «Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete forse letto questa scrittura: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri» (Mc 12,9-11). Il riferimento dell’evangelista, sia pure allusivo, è alla glorificazione del crocifisso dopo la morte, in pratica alla sua risurrezione.
Dio reagirà al rifiuto omicida dei vignaioli, in cui sono raffigurati quanti tramano per la morte di Gesù, glorificando il suo figlio. Da parte sua Luca cita sì la prima parte del passo del Salmo 118, ma prosegue parlando del simbolo della pietra nella sua funzione giudicatrice e condannatrice: «Chiunque cadrà su quella pietra si sfracellerà e a chi cadrà addosso, lo stritolerà» (20,18).
At 4,10-11 si riferisce anch’esso al Salmo 118 ed espressamente applica il motivo allegorico della pietra scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo alla morte e risurrezione di Gesù.
In Ef 2,20-22 si sviluppa il tema figurativo dell’edificio, che è il popolo di Dio dei nuovi tempi, il quale ha come fondamento gli apostoli e i profeti e come pietra angolare Cristo Gesù, fonte della crescita della costruzione che diventa tempio santo di Dio.
In Rm 9,32-33 ritorna il tema della pietra d’inciampo, con citazione di Is 8,14, cui però Paolo abbina una allusione a Is 28,16 sulla fede come realtà che rende saldi: «Hanno urtato [i giudei increduli] così contro la pietra d’inciampo, come sta scritto: Ecco io pongo in Sion una pietra di scanda­lo e un sasso d’inciampo; ma chi crede in lui non sarà deluso».
Comunque il passo neotestamentario che più sviluppa l’immagine della pietra angolare e dell’edificio è senz’altro 1Pt 2,4-8: «Stringendovi a lui [Cristo], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo; per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso. Onore dunque a voi che credete; ma per gli increduli la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra angolare, sasso di inciampo e pietra di scandalo. Loro v’inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati». Si noti che qui sono citati Is 28,16-8;14-15 e Salmo 118,32 e viene presentata la duplice funzione dell’immagine della pietra, positiva e negativa in rapporto stretto con la fede e l’incredulità. Inoltre questo passo unisce all’interpretazione cristologica dei passi veterotestamentari un’interpretazione ecclesiologica: i credenti sono pietre vive, in forza della pietra viva che è Cristo, dell’edificio nuovo che la grazia di Dio innalza, cioè del popolo dei nuovi tempi.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Il conforto per la separazione (v. 1-15). Il fine del Signore e dei suoi è l’al di là; il cielo è la casa del Padre e quindi la dimora di Cristo. Essere presso il Padre è lo stato di gloria.
La morte di Gesù non è che un rimpatrio, un ritorno là, donde era partito. Quella è la casa paterna non solo per lui, ma anche per i suoi, perché il divino Maestro afferma che colà ci sono molte dimore e che egli va a preparare una abitazione anche per loro. Questa preparazione non dipende, dunque solo dalla sua intercessione, ma dalla sua andata in cielo. Tutti quelli che sono uniti a Cristo, hanno diritto di cittadinanza in cielo. La società con lui porta con sé, fondato in lui e ottenuto da lui, il diritto comune alla casa paterna alla gloria celeste.
I suoi discepoli devono ancora rimanere sulla terra, ma Gesù verrà a prenderli per portarli a casa, uno per uno nell’ora della morte, e tutti insieme nella comunità dei suoi nel giorno della sua seconda venuta.
Vedere nel cielo la patria dell’anima, ha un’importanza essenziale. Il più delle volte gli uomini pensano il contrario; si aggrappano alla terra, considerandola come la loro patria e vedendo nella morte un viaggio verso l’ignoto.
In realtà per il credente è vero proprio l’opposto. Questi sa di essere in esilio quaggiù come un emigrante, uno straniero, un pellegrino. La morte è la strada che riconduce in patria non solo le singole anime, ma l’intera umanità. Il termine greco da cui deriva la parola parrocchia, «paroikia» significa appunto: esilio, luogo ove non si è casa propria.
La teologia della morte non è stata ancora sufficientemente sviluppata e la bellissima preghiera liturgica: «Profìciscere, anima christiana» («parti, o anima cristiana»), ci dà solo una pallida idea della grandezza di questo ritorno in patria. A causa della debole fede dei credenti la morte è stata rappresentata a tinte troppo fosche, nell’arte come nelle prediche, nelle pietre sepolcrali come nei canti funebri.
Certo, la violenta separazione dell’anima dal corpo è una tremenda conseguenza del peccato, ma questo è solo il lato esteriore, più appariscente. In realtà la morte non è che uno stadio di transizione dall’esilio alla patria, destinato ad essere superato nella risurrezione della carne, quando l’anima si ricongiungerà al corpo.
La via che conduce al fine è Cristo. Questo secondo tema viene introdotto dalla domanda di Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via?». Gesù risponde maestosamente: «Io sono la via, la verità e la vita». È la via perché solo attraverso di lui si va al Padre: è la verità, perché addita quella via; la vita perché egli stesso batte quella via, conducendovi anche i suoi verso la vita. Perciò le tre parole: «via, verità e vita» sono interdipendenti. Chi è nel Cristo possiede la verità sulla vita eterna, è sulla strada della vita, ha già un’anticipazione di quella vita di cui godrà un giorno nella pienezza. Ogni altra concezione della vita è una via sbagliata o - nella migliore delle ipotesi - una via traversa. Solo Cristo è la via giusta per andare alla vita.
Egli afferma inoltre di essere l’unica via: «Nessuno può venire al Padre mio se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma d’ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto».
Sono parole stupefacenti: finora i discepoli hanno visto lui, ma Egli e il Padre sono una cosa sola.
Questa dichiarazione, che approfondisce la verità che Cristo è l’unica via, è stata provocata dalla richiesta di Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», a cui Gesù ha risposto: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, o Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre».
Dunque lui e il Padre sono una cosa sola: chi vede lui, vede anche il Padre; chi è in lui è anche nel Padre; chi va con lui, va al Padre. Chiaro quindi che Egli sia la via, l’unica, la sola.
Tutto ciò si può comprendere solo nella luce della fede: «Credete a me, che io sono nel Padre e il Padre è in me».
Il cristianesimo non è dunque una religione tra tante altre, o - nella migliore delle ipotesi - la più perfetta forma di religione, ma è la religione. Cristo infatti è l’unico Figlio del Padre celeste e quindi la divina manifestazione del Padre.
 
Noi siamo il regno di Cristo - Ambrogio, De fide, V, 12, 150: Il Figlio dunque consegnerà al Padre il suo regno? Non vien meno a Cristo il regno che egli dà, ma anzi progredisce. Siamo noi il regno, poiché è stato detto a noi: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21). E siamo prima regno di Cristo, poi del Padre; poiché sta scritto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Mentre sono in cammino, sono di Cristo; quando arriverò, sarò del Padre: ma ovunque per Cristo, e ovunque sotto Cristo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Filippo e Giacomo. Apostoli, la loro testimonianza incoraggiamento nella prova - «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi». In questo tempo in cui tutti ci sentiamo provati san Giacomo nella sua lettera ci ricorda che per i cristiani tutto va vissuto alla luce della fede, con gli occhi di Dio. Oggi la liturgia ricorda l’autore di questo testo, san Giacomo il Minore, assieme a un altro apostolo, san Filippo. Quest’ultimo era originario della città di Betsaida ed era stato discepolo del Battista, divenendo uno dei primi discepoli di Gesù. S’impegnò poi per portare il Vangelo tra gli Sciti e dei Parti. A Giacomo il Minore è attribuita una parentela con Gesù, di cui forse era cugino: guidò la Chiesa di Gerusalemme alla morte di Giacomo il Maggiore. (Autore Matteo Liut)
 
O Padre, che in Cristo, via, verità e vita,
riveli a noi il tuo volto,
fa’ che aderendo a lui, pietra viva,
veniamo edificati come tempio della tua gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 2 Maggio 2026
 
Sant’Atanasio, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
At 5,34-42; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 6,1-15
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 20 Giugno 2007): L’opera dottrinale più famosa di sant’Atanasio «è il trattato su L’incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest’opera Atanasio, con un’affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L’idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant’Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi».
Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa – che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana – ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all’amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all’inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell’Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità»
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il ragionamento di Gamaliele è molto semplice e lineare: ogni falso movimento messianico si distrugge da sé, e a sostegno di questa tesi ricorda  due movimenti messianici capitanati da certi Teuda e Giuda il Galileo che pretendevano di essere il Messia. Due movimenti falsi, finiti nel sangue nel giro di pochi anni.
La stessa cosa accadrà al movimento cristiano: se è falso finirà nel nulla, se viene da Dio è inutile opporsi alla sua diffusione, anzi i Sinedriti potrebbero correre il rischio di contendere con Dio. Il Sinedrio accetta il consiglio di Gamaliele, ma non teme di castigare severamente gli Apostoli: Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù.
La punizione corporale e le minacce verbali non intimoriscono affatto gli Apostoli, e l’onta ricevuto dagli uomini è valutata da essi come un onore che Dio ha loro concesso: Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.
I castighi, le denunce, i flagelli, il carcere non cassano l’entusiasmo degli Apostoli, ma si rivelano come forze misteriose che danno maggiore vigore e rapida diffusione della Buona Notizia: E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo.
 
Vangelo
 Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.
 
Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): A partire da oggi e fino al sabato della settimana prossima leggeremo il capitolo 6 del vangelo di Giovanni, che comprende la moltiplicazione dei pani - testo di oggi - e il discorso sul pane della vita. Questi otto giorni sono una buona occasione per approfondire il tema della fede in Gesù come vero pane della vita e pane eucaristico.
La moltiplicazione dei pani è l’unico miracolo del ministero apostolico di Gesù narrato da tutti i quattro evangelisti, e con notevoli coincidenze. Anzi, sono sei le narrazioni che abbiamo di questo fatto, che secondo i biblisti fu unico, perché Matteo e Marco riportano ognuno due moltiplicazioni, probabilmente corrispondenti a due tradizioni parallele primitive che non furono sincronizzate nella redazione finale dei vangeli.
Ciò prova l’importanza che la Chiesa apostolica attribuì a tale miracolo per il suo grande valore di segno, come vedremo in seguito. Di fatto, il segno dei pani e dei pesci ebbe sin dall’inizio un posto rilevante nell’iconografia cristiana: si vedano affreschi e mosaici nelle catacombe e nelle basiliche .
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,1-15
 
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv.5-7 Gesù ... dice a Filippo ... L’iniziativa del miracolo è presa da Gesù, secondo Gv, che mette pure in risalto la sua preconoscenza soprannaturale. Filippo e Andrea, nominati qui solo da Gv, erano di Betsaida, nei cui dintorni secondo Lc (9,10) avvenne il prodigio.
In Gv i due discepoli compaiono abbinati in altre due circostanze (1,44; 12,22), mentre nei sinottici sono menzionati soltanto negli elenchi dei Dodici. L’osservazione di Filippo (v. 7) esprime l’impossibilità dei discepoli a soddisfare le esigenze vitali degli uomini; mentre Gesù con il suo potere divino provvederà il pane a tutti e in abbondanza, e non soltanto un pane materiale, ma un pane vivo, disceso dal cielo, che dà la vita al mondo.
vv. 8-9 Andrea segnala la presenza di un ragazzetto con cinque pani d’ orzo e due pesci. I pani d’orzo erano a più buon mercato, il cibo dei poveri; ma forse Gv con questo dettaglio intende alludere al miracolo di Eliseo, che moltiplicò pani d’ orzo (cf. 2Re 4,42-44).
vv. 10-13 Dopo le piogge primaverili le colline desertiche orientali del lago si ammantavano di un tenue strato d’erba. È qui probabile un riferimento al pastore di Israele che conduce il suo gregge all’erba verdeggiante (Sal 23,2; cf. Ez 34,14). La benedizione del cibo era una consuetudine ordinaria presso gli ebrei.
Forse la redazione di Gv è qui influenzata dalla liturgia eucaristica, come si pu dedurre dai termini «distribuire», «rendere grazie» eucharistésas in Gv e Lc, in lCor 1,24; eulogésas in Mt e Mc), e l’ordine di raccogliere i frammenti avanzati (synàgein ... klàsmata = radunare i pezzi o frammenti ). In Gv è solo Gesù che distribuisce il cibo miracoloso; ma la mediazione dei discepoli, indicata dai sinottici, è più aderente alla realtà storica.
vv. 14-15 «Questi è davvero il Profeta ...», Questa annotazione di Gv rappresenta la prima interpretazione del miracolo, che non poteva non evocare alla folla presente le promesse del tempo messianico. I presenti riconoscono in Gesù il profeta escatologico predetto da Mosè (Dt 18, 15ss.), perciò cercano di «rapirlo per farlo re», benché il suo umile servizio di distribuire personalmente il cibo escludesse ogni atteggiamento regale. Ma l’entusiasmo della folla per il segno compiuto da Gesù scaturiva da una falsa concezione del Messia venturo, d’impronta politica e nazionalistica, che era inaccettabile, perché la sua regalità doveva passare attraverso la croce.
«La salita di Gesù al monte è in relazione con la croce. È lì e in tale modo che Gesù sarà re» (Mateos-Barreto, p. 298). La folla non aveva colto il vero significato simbolico del segno e Gesù è costretto a ritirarsi «di nuovo sul monte lui solo». Si avverte in questa espressione redazionale una certa tensione con il v. 3, perché il miracolo era avvenuto sul monte. All’evangelista interessa soltanto rilevare l’incomprensione e la fede inadeguata della gente, ancora fondata sui segni spettacolari (cf. 2,23-25; 4,48).
 
Per approfondire
 
Il pane, dono di Dio - Adriana Zarri (Pane in Schede Bibliche Pastorali): Il pane è per gli uomini un mezzo di sussistenza, una necessaria sorgente di energia (Sal. 104,14-15); mancare del pane vuol dire mancare di tutto (Am. 4, 6; Cf. Gen. 28, 20).
Nella bibbia Dio, dopo avere creato l’uomo e dopo il diluvio (Gen. 1,29; 9,3), indica alla sua creatura ciò che può costituire il suo cibo. Ma solo a prezzo di una dura fatica l’uomo peccatore può procurarselo (Gen. 3,17-19). Dunque, se il pane per il suo carattere di necessità ricorda all’uomo che è una creatura (Cf. Dt. 8,10-18), per il faticoso lavoro che esige è il simbolo della maledizione alla quale egli è soggetto. Israele vede normalmente nell’abbondanza di pane il segno della benedizione di Dio (Sal. 37,25; Prov. 12,11) e nella mancanza di pane il segno del castigo per il peccato (Ger. 5,17; Ez. 4,16-17; Lam. 1,11; 2,12; 2Sam. 3,29).
In questa visione religiosa delle cose, è naturale che l’uomo chieda umilmente a Dio il pane, cioè tutto ciò che gli è necessario, e lo attenda con fiducia. Sono significativi, a questo riguardo, gli episodi di moltiplicazione dei pani dell’antico e del nuovo Testamento. La moltiplicazione operata da Eliseo vuole indicare la sovrabbondanza del dono divino («mangiarono e ne avanzarono», 2Re 4, 42-44). La stessa cosa nelle narrazioni evangeliche: come Iahvé nel deserto aveva nutrito il suo popolo distribuendo «il pane dei forti» (Sal. 78,25), così ora Gesù nutre sovrabbondantemente i suoi discepoli e ascoltatori: «Gesù dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt. 14,19-21; Cf. testi par.; Mt. 15,37 e par.; Gv. 6,12.).
In questo contesto di idee può essere posto l’invito di Gesù a chiedere nella preghiera «il pane quotidiano» (Mt. 6,11; Lc. 11,3). Il pane sembra riassumere qui tutti i doni che ci sono necessari.
Epioùsion vuol dire appunto, probabilmente, «necessario alla sussistenza». Ma comunque si traduca questo termine difficile, la cui etimologia e il cui significato sono discussi dagli esegeti, il pensiero di Gesù è chiaro: si deve chiedere a Dio l’alimento indispensabile alla vita. La maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti qui proprio dell’alimento materiale; tuttavia è evidente il carattere «spirituale» della preghiera: i credenti attendono tutto dalla bontà del loro Padre celeste e lo chiedono in vista del regno di Dio (Mt. 6, 24-34).
Se il pane è un dono di Dio ed è necessario alla vita, esso deve essere condiviso con chi non l’ha.
Nell’ospitalità, il pane di ognuno diventa il pane dell’ospite inviato da Dio (Gen. 18,5; Lc. 11,5-8).
In Israele, soprattutto a partire dall’esilio, si insiste sulla necessità di condividere il pane con l’affamato: questa è la espressione migliore della carità fraterna (Prov. 22,9; Ez. 18,7.16; Is. 58,7; Giob. 31,17; Tob. 4,16).
Il pane è presentato anche come uno dei doni caratteristici dei tempi escatologici: un pane «sostanzioso» sarà donato a tutta la comunità degli eletti raccolta nel banchetto messianico: «Egli darà la pioggia per la semente con cui avrai seminato il suolo; il pane, prodotto della terra, sarà pingue e sostanzioso...» (Is. 30,23; Cf. Ger. 31,12). È un pane che si potrà ottenere senza fatica e senza spesa. La manna, che si otteneva nel deserto senza fatica, era già un segno di questo pane: era un dono di Iahvé, un «pane (proveniente) dal cielo» (Es. 16,4.15). Anche i pasti di Gesù con i suoi amici e discepoli preludevano già al banchetto escatologico (Mt. 11,19); in particolare, il pasto eucaristico, dove si riceve in cibo il corpo stesso di Cristo, è l’anticipazione dell’autentico dono di Dio, riservato per gli ultimi tempi: «Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Questo è il mio corpo che viene dato per voi; fate questo in memoria di me”» (Lc. 22,19).
 
Questi è davvero il profeta … - Paul Beauchamp (Dizionario di Teologia Biblica): «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio. Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s). Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione. L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.

Il significato della moltiplicazione dei pani - «Cristo ha condotto la folla in un luogo deserto, perché il miracolo non sia assolutamente sospetto, e nessuno pensi che sia stato portato del cibo da qualche villaggio vicino. Per tale motivo l’evangelista ricorda anche l’ora, e non solo il luogo del miracolo. Ma in questa circostanza noi apprendiamo anche un’altra cosa: l’austerità cioè degli apostoli nelle necessità della vita e il loro disprezzo per il lusso e per ogni delicatezza. Sono dodici e hanno soltanto cinque pani e due pesci. Tanto trascurabile e secondario è per loro ciò che riguarda il corpo, e tanto presi e interessati sono esclusivamente delle cose spirituali. E neppure tengono per sé quel poco che hanno, ma lo donano a chi lo chiede loro. Da ciò dobbiamo imparare che per quanto poco noi abbiamo, pure questo dobbiamo dare a chi ne ha bisogno. Infatti, quando Gesù chiede agli apostoli di portargli quei cinque pani, non rispondono: E da che parte verrà il cibo per noi? come potremo calmare la nostra fame?, ma obbediscono immediatamente. Mi sembra inoltre che Gesù moltiplichi quei pochi pani che gli portano i discepoli, piuttosto che crearne altri dal niente, per spinger loro a credere, dato che la loro fede è ancora molto debole. Anche per questo il Signore leva gli occhi al cielo. Degli altri miracoli essi avevano molti esempi, ma del miracolo che ora sta per compiere, nessuno. Presi e spezzati i pani, li distribuisce per mano dei discepoli, onorandoli con tale incarico. Ma non solo intende render loro questo onore; vuole pure che al momento del miracolo non dubitino e che in seguito non se ne dimentichino, in quanto le loro stesse mani ne sono state testimoni. Per tale motivo permette anche, prima del miracolo, che la folla senta fame, e attende che gli apostoli si avvicinino e gli parlino. Per mezzo loro fa sedere tutti sull’erba e fa distribuire il pane, volendo prevenire sia gli uni che gli altri mediante le loro stesse dichiarazioni e i loro atti. Sempre per tale motivo prende dalle loro mani i pani, in modo che vi siano molte testimonianze del fatto ed essi abbiano molti ricordi del miracolo. Se infatti, dopo tante prove gli apostoli si dimenticano del miracolo, che avrebbero mai fatto se Gesù non avesse preso tali precauzioni? Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba, dando così una lezione di vita semplice, senza tante esigenze, poiché non vuole solo nutrire i corpi ma anche istruire le anime» (Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 49, 2).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Atanasio. Pagò di persona la difesa della vera fede: Sant’Atanasio fu come un ponte per la Chiesa antica: sulle spalle, infatti, portò il “peso” della retta dottrina, dell’ortodossia, traghettandola attraverso un periodo difficile, nel quale sembrava che l’eresia ariana dovesse trionfare. Era nato ad Alessandria nel 295 e nel 325 era al Concilio di Nicea come diacono del vescovo Alessandro. Lì si stabilì che il Figlio era della stessa sostanza del Padre, Cristo non era “come” Dio, ma era Dio.
Una verità che gli ariani tentavano di negare, mettendo in campo una lotta aspra, spesso fatta di calunnie e strategie politiche. Nel 328 la gente volle Atanasio come nuovo vescovo di Alessandria e lui, nei suoi 46 anni di episcopato, si dimostrò un saldo difensore della verità. Ma dovette subire attacchi personali e anche esili prima di essere riabilitato. Ebbe come maestro sant’Antonio abate di cui scrisse una Vita. Morì nel 373. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che hai suscitato nella Chiesa il vescovo sant’Atanasio,
insigne assertore della divinità del tuo Figlio,
fa’ che, per il suo insegnamento e la sua intercessione,
cresciamo sempre più nella tua conoscenza e nel tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.