23 LUGLIO 2026
SANTA BRIGIDA, RELIGIOSA, PATRONA D’EUROPA
Gal 2,19-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 15,1-8
Benedetto XVI (Udienza Generale, 27 Ottobre 2010): Le Rivelazioni di santa Brigida presentano un contenuto e uno stile molto vari. A volte la rivelazione si presenta sotto forma di dialoghi fra le Persone divine, la Vergine, i santi e anche i demoni; dialoghi nei quali anche Brigida interviene. Altre volte, invece, si tratta del racconto di una visione particolare; e in altre ancora viene narrato ciò che la Vergine Maria le rivela circa la vita e i misteri del Figlio. Il valore delle Rivelazioni di santa Brigida, talvolta oggetto di qualche dubbio, venne precisato dal Venerabile Giovanni Paolo II nella Lettera Spes Aedificandi: “Riconoscendo la santità di Brigida la Chiesa, pur senza pronunciarsi sulle singole rivelazioni, ha accolto l’autenticità complessiva della sua esperienza interiore” (n. 5).
Di fatto, leggendo queste Rivelazioni siamo interpellati su molti temi importanti. Ad esempio, ritorna frequentemente la descrizione, con dettagli assai realistici, della Passione di Cristo, verso la quale Brigida ebbe sempre una devozione privilegiata, contemplando in essa l’amore infinito di Dio per gli uomini. Sulla bocca del Signore che le parla, ella pone con audacia queste commoventi parole: “O miei amici, Io amo così teneramente le mie pecore che, se fosse possibile, vorrei morire tante altre volte, per ciascuna di esse, di quella stessa morte che ho sofferto per la redenzione di tutte” (Revelationes, Libro I, c. 59). Anche la dolorosa maternità di Maria, che la rese Mediatrice e Madre di misericordia, è un argomento che ricorre spesso nelle Rivelazioni.
Ricevendo questi carismi, Brigida era consapevole di essere destinataria di un dono di grande predilezione da parte del Signore: “Figlia mia – leggiamo nel primo libro delle Rivelazioni –, Io ho scelto te per me, amami con tutto il tuo cuore ... più di tutto ciò che esiste al mondo” (c. 1). Del resto, Brigida sapeva bene, e ne era fermamente convinta, che ogni carisma è destinato ad edificare la Chiesa. Proprio per questo motivo, non poche delle sue rivelazioni erano rivolte, in forma di ammonimenti anche severi, ai credenti del suo tempo, comprese le Autorità religiose e politiche, perché vivessero coerentemente la loro vita cristiana; ma faceva questo sempre con un atteggiamento di rispetto e di fedeltà piena al Magistero della Chiesa, in particolare al Successore dell’Apostolo Pietro.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Non vi è mecenatismo catechetico che sappia fabbricare credenti - José Maria González-Ruiz: Nella sua lettera, Paolo riassume i termini della polemica di Antiochia, lasciando intendere che non si trattava di un episodio isolato, ma di cosa fondamentale per il vangelo.
«L’uomo non è giustificato dalle opere della legge»: nel linguaggio biblico usato da Paolo, «giustificare» non significa dichiarare giusto o innocente, ma costituirlo come tale. Il nazionalismo giudaico pareva sostenere che la sola appartenenza al popolo d’Israele e l’accettazione della sua costituzione (la legge) producevano automaticamente la situazione di «giusto davanti a Dio». Paolo insiste ancora una volta sulla sua esperienza fondamentale e iniziale: è Dio che prende l’iniziativa. La «giustificazione» non si ottiene matematicamente con la pratica di determinati comandamenti, anche se essi sono d’origine divina.
Con questo Paolo non si atteggia affatto ad anarchico, la legge continua ad avere il suo valore, ma non può essere rivale di Dio, come era nel caso pratico di tanti giudei, per i quali la «toràh» (legge) era quasi come una emanazione o un’incarnazione divina. Secondo Paolo, soli Deo honor et gloria.
È necessario riconoscere che le espressioni paoline sono difficili e dure, ma possono essere intese. Egli dice che, «vivendo nella legge, morì alla legge per vivere in Dio». Egli era giudeo di destra e credeva che l’accettazione della legge producesse ex opere operata il legame con Dio. Con la sua conversione, egli era morto a questa concezione pelagiana della religione, concezione secondo la quale, nella relazione dell’uomo con Dio, è l’uomo che prende l’iniziativa. È la condanna di molte forme di teodicea.
Al contrario, la vita religiosa è, per così dire, al di sopra dell’«io . «Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Non si tratta assolutamente d’una sostituzione. Paolo non fa dell’antropologia, ma espone una esperienza religiosa. Secondo questa esperienza, la presenza - vita - del trascendente nell’uomo non è un emergere dall’inconscio o dal subconscio né dalla coscienza raziocinante, ma è il risultato d’un fatto inaccessibile alla ragione umana: è la presenza e l’irruzione di Dio nell’uomo.
Paolo termina la sua argomentazione ricorrendo a un metodo «a contrario»: se la presenza di Dio nell’uomo fosse il risultato d’uno sforzo puramente umano, sarebbe «annullata» la grazia di Dio. Purtroppo, nel nostro linguaggio religioso, il termine «grazia» è stato degradato e ha perso la freschezza del suo significato originale di «gratuità». La fede è un «dono gratuito». Per conseguenza, se esistesse un meccanismo catechetico o evangelizzatore che producesse credenti da sé, la «grazia» - la «gratuità» - di Dio sarebbe annullata e, allora, non si tratterebbe più della presenza di Dio.
Vangelo
Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto.
La vigna, come segno di benedizione, nell’Antico Testamento, soprattutto nei libri profetici, raffigurava il popolo d’Israele. Ma poiché la vigna-Israele aveva prodotto «uva selvatica», dal Signore sarà trasformata in pascolo e calpestata dai suoi nemici. Il popolo eletto da Dio, «scelto come vigna scelta, tutta di vitigni genuini» (Ger 2,21), sarà abbandonato alla ferocia degli invasori che invaderanno il paese e devasteranno la vigna (Cf. Ger 2,10). Pur tuttavia, «sebbene i profeti abbiano utilizzato la vigna come immagine che serviva ad esprimere con forza e vivacità poetica il castigo divino, l’immagine rimaneva comunque aperta ad un ulteriore sviluppo che, sulla linea del Salmo 80, si sarebbe operato in un orizzonte di speranza e di salvezza», spingendo in questo modo «il credente a guardare in avanti, verso quel futuro nel quale rifulgerà in tutta la sua pienezza l’azione imprevedibile, ma sempre amorosa, di Dio» (G. Odasso).
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Parola del Signore.
Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Il termine «puri» fa assonanza nell’originale con il verbo «ripulire», quasi a dire: Avendo voi accolto la mia parola, questa parola vi ha resi disponibili per essere innestati in me. Perciò «rimanete in me e io in voi», cioè: continuate a rimanere uniti a me, non si perda la nostra intimità. Qui si sente davvero tutta la responsabilità che pesa su ogni discepolo, il quale deve convincersi di quello che Gesù gli dice e agire in conseguenza.
Infatti, continua Gesù: «Così come ogni tralcio non può portare frutto se non rimane nella vite, così voi se non rimanete in me» (15,4). Non si potrebbe dire con più chiarezza che solo Cristo è fonte di vita per il discepolo. Non c’è possibilità di bene e di vita se manca l’unione con lui. E Gesù insiste, riprendendo l’immagine iniziale, ma distinguendo la vite dai tralci. Dice così: «Io sono la vite (e la vite può vivere senza i tralci), voi i tralci». Questa distinzione serve a mettere i discepoli di fronte alle loro responsabilità.
Come il mutuo amore è diffusivo: ci si ama per amare gli altri; così il mutuo «rimanere in»: non è per formare un cerchio chiuso, una comunità ripiegata su se stessa, ma per aprirsi a un agire benefico nella storia, ed è una necessità assoluta per l’azione. Gesù qui è categorico: «Senza di me non potete fare niente» (14,5). Niente! Sterilità assoluta se si interrompe l’unione con Gesù. Perché «se qualcuno non rimane in me, è gettato via» (15,6), letteralmente: «gettato fuori», fuori dalla vigna, fuori dalla comunità, inutile per il suo apostolato, perché Gesù, il principale artefice di ogni apostolato, non può più agire in coloro che non rimangono in lui. E la sorte di costoro è tragica; basta leggere i verbi che si susseguono a ritmo serrato: «come il tralcio si secca; poi li raccolgono, li buttano nel fuoco, e bruciano» (15,6b). È la fine.
Per approfondire
La vera e i tralci - Grande Commentario Biblico (Queriniana): Il tema di questo ininterrotto discorso è la relazione dei cristiani con Cristo, la comunione di vita che essi condividono, e la vita di Cristo quale sorgente delle loro opere buone. La metafora della vite e dei tralci presuppone che la vita cristiana sia essenzialmente attiva e fruttifera: l’unione con Cristo esige tali frutti oltre che esserne la condizione. Il discorso riunisce qui espressioni e pensieri del precedente 13 ,31-14 ,31 con nuove accentuazioni.
1. Io sono la vera vite: L’immagine della vite o della vigna per designare il popolo di Dio è frequentemente usata nel VT (cr. Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 15; Sal 80,9-16), e non c’è affatto bisogno di far dipendere Gv da un «mito dell’albero-della-vita» (Bultmann, Schweizer). Il fatto che Cristo concretizzi in se stesso ciò che si applicava a Israele nel VT è paragonabile al suo uso del titolo di «Figlio dell’Uomo». Tenendo conto del fatto che questo discorso è inquadrato nell’ultima cena, ci potrebbe anche essere un’allusione eucaristica; cfr. «frutto della vite» in Mc 14,25 e «il vino santo di Davide tuo servo» nella liturgia della Didachè 9.1. il Padre mio è l’agricoltore: Un concetto analogo è espresso in 1 Cor 3,9. Quale che possa essere l’immagine che Gesù utilizza per esprimere la sua opera salvifica, egli caratterizza sempre se stesso come lo strumento del Padre (cfr. 10,14 s., 29 s.).
2. lo taglia ... lo pota: L’immagine usata da Gesù è allegorica, un vero e proprio paragone. I tralci della vite sono i discepoli di Gesù (v. 5); se non portano frutto il Padre li taglia via, e d’altra parte è soltanto in virtù del suo potere che essi possono produrre frutti. I verbi, in greco, sono un gioco di parole (airei e kathairei).
3. Un ulteriore gioco di parole. già voi siete puri: Come li chiamò puri (katharoi) in Dio, sotto un’altra immagine. in virtù della parola che vi ho annunziata: Il riferimento non è ad alcuna «parola» (logos) specifica, ma all’insieme della sua rivelazione di Dio, che è un messaggio di vita eterna (cfr. 5,24, ecc.).
4-6. Viene ora espresso il messaggio principale che la metafora intende portare al cristiano: la comunione di vita con Cristo è la condizione per produrre dei frutti, per piacere a Dio (v. 8). Colui che non rimane in Cristo è come un tralcio morto, che viene gettato nel fuoco (cfr. Mt 13,40).
7. se rimanete in me e rimangono in voi le mie parole: L’efficacia della preghiera cristiana fu chiaramente spiegata in 14,13; come fu fatto rilevare allora, «nel mio nome» comporta ciò che qui viene espresso in altre parole.
8. Come fu pure messo in risalto in 14,13, il Padre è glorificato nelle opere dei discepoli di Cristo. L’immagine della vite e dei tralci in Gv si presta al confronto con la dottrina paolina di Cristo, il capo del suo Corpo, la Chiesa. Il concetto paolino, comunque, molto più sviluppato; benché il vangelo di Giovanni sia stato pubblicato molto più tardi rispetto alle lettere paoline, Giovanni si mantiene fedele al periodo storico nel quale è ambientato il suo vangelo e non sviluppa pertanto l’immagine al di là dell’applicazione intesa da Gesù.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano: Un’allusione chiara al giudizio particolare prima e universale dopo: «Nel giorno del giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia. Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia» (CCC 680-681). Gli uomini, lasciata la vita terrena, vanno incontro al giudizio divino (cfr. Mt 25,31-46) e qui conoscono il loro ultimo destino: se sono rimasti uniti alla vite vera ricevono il regno preparato per loro fin dalla creazione del mondo; se sono rami secchi sono gettati nel fuoco eterno, preparato per i diavoli e per i suoi angeli. Un monito che non deve atterrirci e non deve essere considerato fuori moda. Il giudizio finale è «una realtà, un evento al quale saremo sottoposti anche noi. Se la nostra vita è contrassegnata dalla sterilità di fede, se noi siamo tralci infruttuosi, veniamo già ammoniti sulla sorte che ci attende alla fine dei nostri giorni. Sempre, ma soprattutto nei momenti forti della vita dobbiamo riflettere sul giudizio, non per rattristarci o disperarci, ma per stimolarci a una conversione sincera e profonda» (Salvatore Alberto Panimolle). Dove poi vengono gettati i rami secchi è ben conosciuto: «Gesù parla ripetutamente del fuoco inestinguibile che è riservato a chi, fino alla fine della vita, rifiuta di credere e di convertirsi. La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita, e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (CCC 1034-1035). Un discorso altamente magistrale che richiama l’uomo ad una precisa responsabilità e a un sapienziale discernimento: l’uomo se ha scelto di restare unito a Cristo nella vita terrena, lo sarà per sempre nella vita eterna; diversamente la separazione terrena sarà eterna nella più drammatica disperazione.
Giovanni Taulero (Omelie 7): Il vignaiolo andrà a potare sulla vite i rami selvatici. Se non lo facesse e li lasciasse crescere sulla pianta buona, la sua vite non darebbe nulla se non un vino aspro e cattivo. Così conviene fare all’uomo nobile: deve togliere in sé quanto in lui è disordine, sradicare in profondità ogni sua inclinazione e abitudine, sia essa gioia o sofferenza, cioè tagliare ogni difetto, e questo non spezza né il capo, né il braccio, né la gamba. Trattieni tuttavia il coltello finché tu non abbia visto ciò che occorre tagliare. Se il vignaiolo non conoscesse l’arte della potatura, poterebbe tutto, la pianta buona che sta per dare l’uva, come il legno cattivo, e rovinerebbe la vigna. Così fanno alcuni. Non se ne intendono. Lasciano i vizi, le cattive inclinazioni con la radice, potando e tagliando la povera stessa natura. In se stessa la natura è buona e nobile: cosa vuoi tagliare? Quando verrà il tempo dei frutti, cioè della vita divina, non avresti più nulla se non una natura rovinata.
Testimoni di Cristo - Brigida di Svezia. Il sogno di un’Europa in pace, unita nel segno del Vangelo: Pace e unità sono il segno più evidente di un’Europa che ha saputo dare forma nella storia ai valori del Vangelo. Pace e unità, che oggi sono messi in crisi da molti fattori: le conseguenze della pandemia, la crisi economica, la guerra in Ucraina. È in momenti come questo che il Vecchio Continente dovrebbe tornare alle radici, riscoprire l’eredità lasciata dai suoi padri e dalle sue madri: testimoni del messaggio del Risorto, che hanno gettato le fondamenta di una società basata sulla dignità umana e sulla capacità di aprirsi all’Infinito. Così, da donna innamorata di Cristo, Brigida ci indica la Passione di Cristo come riflesso della cura di Dio nei confronti dell’umanità. A partire da questa convinzione, Brigida per l’Europa aveva una visione ben precisa, proponendo un’unità spirituale basata sul Vangelo e sui valori cristiani. Nata nel 1303 in Svezia, aveva sposato il governatore dell’Östergötland, con il quale ebbe otto figli, condividendo con lui l’intenzione di dedicarsi alla vita religiosa e adottando insieme la regola dei Terziari francescani. Dopo 20 anni di matrimonio rimase vedova e, lasciati i propri beni, si ritirò nel monastero di Alvastra. In seguito alle «Rivelazioni» – raccolte poi in 8 libri – fondò un nuovo ordine monastico dedicato al Santissimo Salvatore. Dal 1349 al 1373, anno della morte, visse a Roma, dove si era recata per ottenerne l’approvazione. Nel 1999 fu dichiarata compatrona d’Europa. (Matteo Liut)
O Dio, che hai guidato santa Brigida
nelle varie condizioni della sua vita,
e nella contemplazione della passione del tuo Figlio
le hai rivelato la sapienza della croce,
concedi a noi di cercare te in ogni cosa,
seguendo fedelmente la tua chiamata.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.