31 Maggio 2026
Santissima Trinità
Es 34,4b-6.8-9; Salmo Responsoriale Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): «Santo, santo, santo il Signore, Dio dell’universo», esclamiamo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia. Glorifichiamo il Dio vivo e vero, Dio che vive nei secoli e abita nella luce inaccessibile. Dio che ha dato origine all’universo, che con sapienza e amore ha fatto tutte le sue opere. Dio che ha formato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Unendoci agli angeli, che incessantemente cantano la sua lode, fatti voce di ogni creatura, innalziamo il canto di lode (Preghiera eucaristica IV).
Questo Dio ci ha fatto conoscere la sua vita intima: è l’Unico ma in Tre Persone. Nel proclamare Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone.
I libri della Nuova Alleanza ci introducono nella profondità di questo mistero. Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per salvarlo ed ha mandato lo Spirito Santo per guidarlo alla pienezza della santità. Contemplando il mistero di Dio esclamiamo: sia benedetto Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo. Professare la fede nella Santissima Trinità vuol dire accettare l’amore del Padre, vivere per mezzo della grazia del Figlio ed aprirsi al dono dello Spirito Santo: credere che il Padre ed il Figlio vengono all’uomo attraverso lo Spirito e vi abitano; gioire che il cristiano è il tempio vivo di Dio nel mondo; vivere sulla terra ma nello stesso tempo in Dio, camminare verso Dio con Dio.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso. Dio non può essere veduto dall’uomo. È il Signore a prendere l’iniziativa e solo per sua benevola decisione si manifesta alla sua creatura amando rivelare in modo particolare i suoi attributi di misericordia, di pietà, di benevolenza, di amore e di fedeltà. L’uomo, dinanzi a tanta rivelazione d’amore, si scopre peccatore e infedele. Una scoperta, quella della propria estrema povertà, che non schiaccia l’uomo, ma lo innalza sempre più fino a introdurlo nel mistero svelato di Dio-amore (Cf. 1Gv 4,8.16).
Seconda Lettura: Nella Chiesa «non deve regnare un clima di terrore, neppure di “terrore sacro”, ma piuttosto di distensione. Perciò è necessario che vi sia fra i diversi membri un atteggiamento di vicendevole comprensione: “state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace”. Questo è il linguaggio che deve usare un vero pastore evangelico […]. In definitiva, infatti, l’ultima parola dell’esistenza e della coesistenza della comunità non è il pastore, bensì “il Dio dell’amore e della pace che sarà con voi”. Soli Deo gloria» (José Maria Gonzales-Ruiz).
Vangelo
Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
San Giovanni vuol ricordare ai suoi lettori che la morte di Gesù è la mani festazione suprema dell’amore di Dio per gli uomini: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Tutta la nostra religione è una rivelazione della bontà, della misericordia, della carità di Dio per noi: «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), cioè amore diffusivo che si effonde e si prodiga per il bene di tutte le creature.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
Parola del Signore.
Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei (Gv 3,1), è un membro autorevole del Sinedrio (Gv 7,50). Incontrarsi con Gesù sta a dimostrare che è un uomo che ama la verità e ama cercarla: la sua mente è libera, non è posseduta da quei pregiudizi che assai pesantemente avvelenarono i rapporti tra i sinedriti, Farisei e Sadducei, e il giovane Rabbi di Nazareth. Andò da Gesù di notte ... Tenebre e notte, se prendiamo il discorrere figurato di Giovanni, rappresentano il male (Cf. Gv 9,4; 11,10). Giuda, il discepolo, dopo aver preso il boccone, lascia la luce del Cenacolo ed entra nelle tenebre del Male (Cf. Gv 13,30; 3,19). Nicodèmo, il fariseo, invece lascia le tenebre dell’odio gratuito, della incomprensione scontata, per entrare nella calda intimità della Luce (Cf. Gv 8,12). A Nicodèmo, Gesù fa una rivelazione, densissima di significato teologico: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito. Le parole di Gesù «esaltano l’immensa carità di Dio verso l’umanità; egli ha amato per primo, ha avuto l’iniziativa nell’amore, ha amato gli uomini che l’avevano offeso e si trovavano immersi nel peccato; ha amato fino al punto di donare il suo stesso Figlio unigenito: lo ha dato nel senso che lo ha abbandonato alla passione e alla morte» (Giuseppe Ferraro). Lo ha consegnato alla passione e alla morte per la salvezza degli uomini: una salvezza che inizia già qui nel cammino terreno e che troverà pienezza di beatitudine nel Regno dei Cieli. Gesù è il dono dell’amore di Dio per l’umanità peccatrice, il dono perfetto che viene dal Cielo (Gv Gc 1,17). Non è registrato, ma possiamo pensare che Gesù, con questa affermazione, voglia porre a Nicodèmo la stessa domanda che più avanti porrà alla donna samaritana: Se tu conoscessi il do no di Dio (Gv 4,10). Il più prezioso dono di Dio all’umanità al momento è velato agli occhi degli uomini, sarà svelato soltanto quando il Figlio si sarà assiso sul trono della Croce: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io sono» (Gv 8,28; Cf. Gv 12,32). ... Dio ha dato il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. L’aggettivo eterna «nella traduzione è inevitabile, ma non rende bene il senso della soggiacente espressione ebraica. Parlare di “vita eterna” significa parlare di quella vita che è la sola vera, perché possiede il carattere della “definitività”. Si tratta di quella vita indistruttibile la cui sorgente è in Dio. Chi la possiede, anche se materialmente muore, in realtà non perisce: continua a vivere la vita di Dio che è in lui» (Mario Galizzi). E poi al maestro d’Israele (Gv 3,10), Gesù rivela la segreta intenzione del Padre: Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Se Israele attendeva un Messia giudice e vendicatore nei confronti dei pa gani, qui viene rivelato il vero Cuore di Dio che nel Figlio suo Unigenito indica l’àncora della salvezza: Chi crede in lui non è condannato. Solo chi rifiuta questa àncora (Cf. Gv 3,18) viene condannato: non è Dio a prendere l’iniziativa, ma è l’uomo, con tutta la sua capacità di intendere e volere, a determinare il suo ultimo destino: solo chi accetta di credere nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio può entrare nel numero dei salvati (Cf. Ap 7,13-17). L’uomo è arbitro della sua sorte eterna. Ha intelletto e discernimento, può scegliere o la salvezza o la perdizione. Può e deve, nessuno può sostituirsi a lui. Possiamo ricordare le parole che Dio rivolge al suo popolo: «Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,15ss). Nella Nuova Economia accedere alla salvezza dipende dalla fede in Gesù: tutto è grazia, la salvezza un dono da accogliere. Gesù è la via (Gv 14,6), solo chi pone i propri passi su questa via raggiungerà la vita, quella vera che non tramonta mai.
Per approfondire
Tre persone, unica sostanza - Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Ciò che è il Figlio, è anche il Padre e lo Spirito Santo, perché «tutto quello che il Padre possiede è mio », dice Cristo. Ma tutto quello che ha lo Spirito, lo prende dal Figlio (Gv 16, 4-15). Ciò sta a significare che le tre persone divine, pur essendo distinte fra loro, hanno tuttavia in comune l’unica e identica natura divina.
«Dio è assolutamente uno in se stesso. In lui non esiste pluralità di principi divini. La sua natura, essenza, sostanza è una e indivisa.
Tale unità tuttavia è pienezza di vita, comunicazione e comunione di un “Io” e di un “Tu” in un infinito dialogo di amore. Per esprimere in qualche modo il mistero di Dio uno trino, la tradizione della Chiesa approfondì il concetto di “persona” e di “relazione”.
Le tre persone che sussistono in Dio non sono personalità intese nel senso moderno, bensì correlazioni la cui esistenza reale non distrugge l’unità dell’essere supremo, ma in qualche modo ce lo fa intravedere.
Sant’Agostino ha espresso questo pensiero nella formula: Egli (il Padre) viene chiamato Padre non in relazione a sé, ma solo in relazione al Figlio. Considerato in se stesso egli è semplicemente Dio (De Trinitate, 5, 6).
Così il Figlio nei confronti del Padre e lo Spirito rispetto alle altre due persone. La distinzione delle tre persone sta dunque nella diversità delle relazioni. E le relazioni personali in Dio non sono qualcosa che si aggiunge alla natura divina, ma sono le stesse persone, ciascuna delle quali coincide con l’essere assoluto di Dio e si distingue solo in riferimento alle altre.
Questa visione così alta è frutto di un costante approfondimento della verità rivelata ed espressa dai padri e dai concili. Essa testimonia l’impegno della Chiesa nell’approfondire, otto l’azione illuminante dello Spirito, il mistero di Dio per proclamarlo, viverlo e testimoniarlo. Con la consapevolezza tuttavia espressa dall’apostolo Giovanni, che solo quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1Gv 3, 2).
La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo) 11-12 Dopo tutti i balenamenti e le schermaglie dei capitoli precedenti, un epilogo sereno e riposante, quasi la quiete dopo la tempesta. Si noti come le esortazioni convergano tutte sul tema dominante della lettera, e cioè spirito di pace, di concordia, di amore e di docilità: «Lasciatevi esortare» (v. 11). E in questa maniera che i suoi lettori potranno raggiungere «la perfezione» e «rallegrarsi» nel «Dio dell’amore e della pace» (v. 11). Anche in Fil. 4, 4 l’Apostolo esorta a essere lieti nel Signore: «Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto ancora: siate allegri» (cfr. 3, 1). La vera gioia nasce solo dal possedere in noi il «Dio della pace». Il «bacio santo» (v. 12) è il bacio liturgico che sta a simboleggiare la fraternità cristiana (Rom. 16, 16; 1Cor. 16, 20; 1Tess. 5, 26). 13 Di particolare interesse è l’augurio finale rivolto a «tutti» senza distinzione, perché contiene una esplicita affermazione trinitaria, come già avevano notato i Padri, soprattutto nella lotta anti-ariana e anti-macedoniana. I tre genitivi sono da intendere come genitivi soggettivi e di autore (contrariamente a quanto pensano altri esegeti): l’Apostolo augura ai suoi lettori la «grazia» che ci ha meritato Gesù Cristo con la sua Redenzione, «l’amore» del Padre, dal quale soltanto dipende il disegno salvifico universale (Efes. 1, 5; Rom. 5, 8), la «comunione» e distribuzione che lo Spirito Santo fa di se stesso e dei suoi doni perché completiamo così l’opera della nostra divinizzazione. La santificazione del cristiano dipende dunque da tutte e tre le divine Persone, anche se con attribuzioni diverse: la causa diretta e immediata ne è Cristo Signore, anche se la fonte di tutto è il Padre e il perfezionatore lo Spirito Santo. Avendo appunto davanti a sé questo ordine genetico, Paolo ha invertito o, comunque, non ha seguito l’ordine trinitario tradizionale. Si presuppone che il cristiano accetti di entrare nel ritmo di questa via trinitaria. Anche oggi qualcuno (p. e. Schweitzer) è tentato di ridurre lo «Spirito Santo» a una forza impersonale, che caratterizzerebbe le azioni di Dio e di Cristo; è ovvio però, dal testo, che Paolo colloca sullo stesso piano di azione e di distinzione Cristo, Dio-Padre e lo Spirito Santo. Tanto più che anche altrove egli attribuisce azioni pienamente «personali» allo Spirito Santo: è lui che intercede per noi (Rom. 8, 26-27) al pari di Cristo (ivi 8, 34), che grida nei nostri cuori «Abbà, Padre» (Gal. 4, 6), che rende testimonianza che siamo figli di Dio (Rom. 8, 16), che scruta perfino le profondità di Dio (1Cor. 2, 10), che preannuncia il futuro (l Tim. 4, 1), che abita nei cristiani come in un tempio (1Cor. 12, 4-11). E del resto sono assai numerosi i testi paolini nei quali, in forma esplicita o implicita, con accentuazioni diverse secondo i contesti, l’Apostolo usa siffatte formule trinitarie (Rom. 1, 4; 15, 16.20; 1Cor. 2, 10-16; 6, 11,14 15.19; 12, 4-6; 2Cor. 1, 21-22; Gal. 4, 6; Fil. 2, 1; Efes. 1, 3-14; 2, 18.22; 4,4-6; Tit. 3, 5-6; Ebr. 9, 14). Per Paolo tutto viene da «Dio» (Rom. 11, 36); ma Dio ormai, dopo che Cristo ce lo ha rivelato, è soltanto «grazia», «amore», «comunione» di vita per sempre, cioè il Dio-Trinità.
Essere un’anima sola in Dio - Agostino, In Ioan. 39, 5: State attenti, fratelli, perché riconoscerete qui il mistero della Trinità, in qual modo cioè si possa dire: il Padre è, il Figlio è, lo Spirito Santo è, e tuttavia Padre, Figlio e Spirito Santo sono un solo Dio. Ecco che quelli erano molte migliaia, ma avevano un solo cuore; erano molte migliaia, ma avevano una sola anima. Ma dove avevano un solo cuore e una sola anima? (cf. At 2,32). In Dio. A maggior ragione questa unità si deve trovare in Dio. Forse sbaglio nell’esprimermi, quando dico che due uomini hanno due anime e tre uomini ne hanno tre, e molti uomini ne hanno molte? Di certo mi esprimo giustamente. Ma se essi si avvicinano a Dio, avranno una sola anima. Se coloro che si avvicinano a Dio, per mezzo della carità, di molte anime diventano un’anima sola e di molti cuori un cuore solo, che cosa non farà la stessa fonte della carità nel Padre e nel Figlio? La Trinità non è dunque, a più forte ragione, un solo Dio? È da essa infatti che ci viene la carità, dallo stesso Spirito Santo, così come dice l’Apostolo: “La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5).
Se dunque «la carità è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» e di molte anime fa un’anima sola e di molti cuori fa un cuore solo, a quanta maggior ragione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dovranno essere un solo Dio, una sola luce, e un solo principio?
Testimoni di Cristo - Visitazione di Maria. Ecco la fretta di andare verso l’amore autentico: La nostra anima sa cogliere il luogo dove si trova il nostro tesoro più prezioso e guida le nostre gambe verso il nostro bene. E la strada ci porta dritti al cuore di Dio, la fonte dell’amore più grande. Lasciarci portare da questa “fretta” è la testimonianza più bella della grandezza del messaggio di Cristo. Proprio di questa ci parla l’episodio della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta, oggi al centro della liturgia nel giorno che chiude il mese tradizionalmente dedicato alla Madre di Dio. L’episodio, narrato dal Vangelo di Luca, ci mostra due madri che si ritrovano portando dentro di loro il dono inatteso del Signore. Due nuove vite, segno affascinante della potenza di Dio ma anche della sua delicatezza. E il canto del Magnificat è l’inno a tutto questo, invocazione dell’unica vera forza che cambia il mondo: la misericordia. Maria è evangelizzatrice ancora prima di conoscere Cristo, perché lo porta in grembo, lo genera al mondo, è l’icona della potenza che sceglie il nascondimento, l’umiltà, le logiche dell’amore. Nell’incontro tra Maria ed Elisabetta, insomma, scorgiamo la possibilità che il Regno di Dio si realizzi davvero in mezzo a noi; un regno non basato sulla legge del più forte ma sulla capacità di andare incontro al prossimo. (Avvenire)
Padre fedele e misericordioso,
che ci hai rivelato il mistero della tua vita
donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore,
sostieni la nostra fede
e ispiraci sentimenti di pace e di speranza,
perché, amandoci come fratelli,
rendiamo gloria al tuo santo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.