26 Marzo 2026
Giovedì V Settimana di Quaresima
Gen 17,3-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 104 (105); Gv 8,51-59
Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. (Cf. Sal 94 (95),8ab - Acclamazione al Vangelo)
Vincenzo Paglia (I Salmi): «Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto» (v. 8). L’episodio di Massa (tentazione) e Meriba (protesta) lo si legge in Esodo 17,1-7. Il popolo di Israele, privo di acqua, protesta. Non prega (come farà invece Mosè), ma pretende. E dalla protesta si passa alla mormorazione: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto?». Non si mette in discussione una parte del «credo» di Israele, ma il tutto, ossia la fede nella fedeltà dell’amore di Dio. L’interrogativo degli ebrei a Meriba lo si ritrova in altri passi della Bibbia e riemerge in ogni momento in cui debbono affrontare ostacoli e difficoltà. Eppure non sono mai mancate le prove dell’amore di Dio. La voce severa che ammonisce: «Non entreranno nel luogo del mio riposo» (v. 11) non è rivolta a uomini fuori dal tempio, ma a quelli dentro, a coloro che stanno cantando al Signore. Forse il loro cuore è lontano da quello che esce dalle loro labbra. Quante volte i credenti hanno il loro cuore lontano da Dio! È un’accusa che ritorna in ogni tempo, anche oggi. Il salmo ci ricorda che solo ascoltando la parola di Dio e abbandonandosi a essa il credente trova la sua salvezza.
Liturgia della Parola
I Lettura: Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle. La promessa di Dio varca i secoli, nella pienezza dei tempi si compirà in Cristo.
Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo: 17,5. Abramo è il primo uomo nella storia biblica al quale Dio cambia nome. In questo modo l’autore sacro segnala che Dio conferisce al patriarca una nuova personalità e una missione, riflesse nel significato del nuovo nome: «padre di una moltitudine di popoli».
Questo nome è perciò in relazione alla promessa che accompagna l’alleanza; d’ora in poi, la figura del patriarca, tutta la sua personalità, dipendono dall’alleanza con Dio e sono al servizio della stessa. Abramo è «l’uomo dell’alleanza»; alla luce della piena rivelazione del Nuovo Testamento, san Paolo interpreterà quel nuovo nome Abramo in relazione ai pagani convertiti al cristianesimo (cfr Rm 4,17). Quel nome, «padre di una moltitudine di popoli», diventa così l’annuncio profetico del futuro inserimento del mondo non ebraico nel popolo della nuova Alleanza, che è la Chiesa” (La Bibbia di Navarra).
Vangelo
Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno.
I Giudei accusano Gesù di essere indemoniato. E forse anche un esaltato perché pretende di liberare dalla morte i suoi discepoli. Tutti gli uomini sono segnati con il sigillo della morte... Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”... Chi credi di essere?
A questa domanda Gesù risponde ai Giudei istituendo un confronto tra la loro incredulità e la fede di Abramo di cui essi si vantano di essere figli: Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia. Abramo che perseverò nella fede, ha avuto la gioia e la luce interiore per contemplare, al di là del tempo, il giorno del Verbo, un giorno rilucente di gloria divina: In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 8,51-59
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?».
Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia».
Allora i Giudei gli dissero: «Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono».
Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.
Parola del Signore.
La Bibbia di Navarra - Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco: 55. La conoscenza di cui parla il Signore implica qualcosa di più che un mero sapere o capire. Di questa conoscenza già si parla nell’Antico Testamento, dove il verbo “conoscere” esprime amore, fedeltà, generoso dono di sé.
L’amore a Dio è conseguenza della conoscenza certa che abbiamo di lui, così come, al tempo stesso, tanto meglio conosciamo Dio quanto più è da noi amato. Gesù, la cui umanità santissima era congiunta intimamente - pur senza confondersi - con la divinità nell’unica Persona del Verbo, non poteva esimersi dall’affermare la sua conoscenza singolare e ineffabile del Padre. Ma questo linguaggio veritiero diveniva del tutto incomprensibile per quei Giudei che si chiudevano volontariamente alla fede, al punto da ritenerlo blasfemo (cfr v. 59).
56. Gesù si presenta come colui nel quale hanno compimento le speranze dei patriarchi dell’Antico Testamento. Essi si mantennero fedeli, ardentemente desiderosi di vedere il giorno della redenzione. Riferendosi alla fede dei patriarchi, san Paolo esclama: «Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra» (Eb 11,13). Tra di essi spicca Abramo, nostro padre nella fede (cfr Gal 3,7), il quale riceve la promessa che sarebbe stato il progenitore di un popolo numeroso, il popolo eletto, da cui doveva nascere il Messia.
Il futuro adempimento delle promesse messianiche fu già per Abramo motivo d’immenso audio: «Così Abramo, nostro Padre, scelto in vista del compimento futuro della Promessa, e sperando contro ogni speranza, riceve, fin dalla nascita del figlio Isacco, le primizie profetiche di questa gioia. Essa si trova come trasfigurata attraverso una prova di morte, quando questo figlio unico gli è restituito vivo, prefigurazione della risurrezione di colui che deve venire: il Figlio unico di Dio promesso al sacrificio redentore. Abramo esultò al pensiero di vedere il giorno del Cristo, il giorno della salvezza: egli “lo vide e se ne rallegrò”» (Gaudete in Domino, II).
Gesù si muove su di un piano ben superiore a quello dei patriarchi, poiché questi videro solo in visione profetica, “di lontano” il giorno del Cristo il giorno della salvezza, mentre egli è colui che lo porta a compimento.
58. La risposta di Gesù all’osservazione incredula dei Giudei racchiude la rivelazione della sua divinità. Dicendo “prima che Abramo fosse, Io Sono”, il Signore si riferisce alla sua eternità, attributo peculiare della natura divina. Per questo sant’Agostino può esclamare: «Riconoscete il Creatore, non confondetelo con la creatura. Colui che parlava era discendente di Abramo; ma perché potesse chiamare Abramo all’esistenza doveva esistere prima di lui» (In Ioannis Evang. tractatus, 43,17).
A proposito di queste parole di Gesù, i Santi Padri ricordano la solenne teofania sul monte Sinai: «Io sono colui che sono!» (Es 3,14), nonché la distinzione operata da san Giovanni nel suo Vangelo tra il mondo che “è stato fatto” e il Verbo che “era” fin da tutta quanta l’eternità (cfr Gv 1,1-3). L’espressione “Io Sono” che Gesù fa propria in maniera così risoluta equivale dunque ad affermare la sua eternità e la sua divinità.
Per approfondire
La pienezza della fede cristiana - Lumen fidei 15: «Abramo […] esultò nella speranza di vedere il mio giorno, lo vide e fu pieno di gioia» (Gv 8,56). Secondo queste parole di Gesù, la fede di Abramo era orientata verso di Lui, era, in un certo senso, visione anticipata del suo mistero. Così lo intende sant’Agostino, quando afferma che i Patriarchi si salvarono per la fede, non fede in Cristo già venuto, ma fede in Cristo che stava per venire, fede tesa verso l’evento futuro di Gesù. La fede cristiana è centrata in Cristo, è confessione che Gesù è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti (cfr. Rm 10,9). Tutte le linee dell’Antico Testamento si raccolgono in Cristo, Egli diventa il “sì” definitivo a tutte le promesse, fondamento del nostro “Amen” finale a Dio (cfr. 2Cor 1,20). La storia di Gesù è la manifestazione piena dell’affidabilità di Dio. Se Israele ricordava i grandi atti di amore di Dio, che formavano il centro della sua confessione e aprivano lo sguardo della sua fede, adesso la vita di Gesù appare come il luogo dell’intervento definitivo di Dio, la suprema manifestazione del suo amore per noi. Quella che Dio ci rivolge in Gesù non è una parola in più tra tante altre, ma la sua Parola eterna (cfr. Eb 1,1-2). Non c’è nessuna garanzia più grande che Dio possa dare per rassicurarci del suo amore, come ci ricorda san Paolo (cfr. Rm 8,31-39). La fede cristiana è dunque fede nell’Amore pieno, nel suo potere efficace, nella sua capacità di trasformare il mondo e di illuminare il tempo. «Abbiamo conosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16). La fede coglie nell’amore di Dio manifestato in Gesù il fondamento su cui poggia la realtà e la sua destinazione ultima.
La fede nell’Io Sono - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Nel dramma grandioso di Gv 8,12-59, Gesù si rivela come il Signore, il vero Dio. I piloni portanti di questo dialogo, dalle scene così vive e polemiche, sono costituiti dalle tre proclamazioni del Maestro di essere 1’Io SONO (Gv 8,24.28.58). In questi passi, il Maestro si rivela come il Signore, per invitare i suoi interlocutori a una fede esistenziale nella sua persona divina. Questo è l’elemento essenziale e caratterizzante della fede cristiana.
I giudei purtroppo si ostinano nel rifiuto della luce, preferiscono le tenebre dell’incredulità, si lasciano soggiogare completamente dal padre dell’odio e della menzogna; quindi rigettano il loro Dio, 1’io SONO. Il tentativo di lapidazione sigilla bene questo atteggiamento ostile dei nemici del Cristo (Gv 8,59).
Noi, pur condannando l’incredulità dei giudei, pur aderendo con la mente alla verità rivelata dal Verbo incarnato, con la nostra vita pratica tante volte rigettiamo il Signore della gloria e preferiamo il nostro egoismo, adoriamo i nostri idoli di carne o d’oro. Quante volte una creatura soggioga il nostro cuore e lo rende chiavo!
Quante volte il successo, il guadagno il danaro ci tiranneggiano e prendono il posto dell’IO SONO! Eppure sappiamo di dover adorare solo il Signore, di dover orientare la nostra esistenza unicamente verso di lui, il Figlio di Dio che si è fatto nostro fratello.
Gesù Cristo è nostro Signore secondo le due nature (Catechismo Tridentino Art. II, 304 40): Le sacre Scritture attribuiscono al Salvatore molteplici qualità, di cui alcune chiaramente gli spettano come Dio, altre come uomo, avendo Egli in sé, con la duplice natura, le proprietà rispettive. Rettamente dunque dicevamo che Gesù Cristo, per la sua natura divina, è onnipotente, eterno, immenso; mentre per la sua natura umana, diciamo che ha patito, è morto, è risorto. Ma, oltre questi, altri attributi convengono a entrambe le nature, come quando, in questo articolo, lo diciamo nostro Signore; a buon diritto del resto, potendosi riferire tale qualifica all’una e all’altra natura. Infatti egli è Dio eterno come il Padre; cosi pure è Signore di tutte le cose quanto il Padre. E come egli e il Padre non sono due distinti Dei, ma assolutamente lo stesso Dio, così non sono due Signori distinti. Ma anche come uomo, per molte ragioni è chiamato Signore nostro. Innanzi tutto perché fu nostro Redentore e ci liberò dai nostri peccati, giustamente ricevette la potestà di essere vero nostro Signore e meritarne il nome. Insegna infatti l’Apostolo: Si umiliò, fattosi ubbidiente fino alla morte e morte di croce; per cui Dio lo ha esaltato, conferendogli un nome, che è sopra ogni altro, onde al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra, nell’inferno; e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre (Fil 2,8-11). Egli stesso disse di sé dopo la risurrezione: Mi è stato conferito ogni potere in cielo e sulla terra (Mt 28,18). Inoltre è chiamato Signore per aver riunito in una sola Persona due nature, la divina e l’umana. Per questa mirabile unione merito, anche senza morire per noi, d’essere costituito quale Signore, sovrano di tutte le creature in genere, e specialmente dei fedeli che gli obbediscono e lo servono con intimo affetto.
M. Eckhart, Exp. Jo. ev. (VIII): .... prima che Abramo fosse creato, IO SONO!: ovvero “Io, la Sapienza increata, il Verbo di Dio che è Dio, sono prima del mondo creato, prima che il mondo fosse creato”. Bisogna quindi notare che la creazione, prima di essere manifesta, fu, ma immanifesta, non ancora visibile; infatti l’Apostolo dice: Il mondo è stato preparato, perché dall’invisibile avesse luogo il l’invisibile”.
Testimoni di Cristo - San Ludgero di Munster Vescovo - Nato verso il 745 in Frisia è legato all’evangelizzazione della Germania transrenana, come discepolo di Gregorio e di Alcuino di York. Dopo l’ordinazione sacerdotale, ricevuta a Colonia nel 777, si dedicò alla evangelizzazione della regione pagana della Frisia. Nel 776, durante la prima spedizione in questa zona, Carlo Magno impose il battesimo a tutti i guerrieri vinti; ma la rivolta di Widukindo fu accompagnata da una postasia generale. Ludgero fuggì e raggiunse Montecassino. La rivolta di Widukindo venne domata nel 784. Lo stesso Carlo Magno andò a incontrare Ludgero a Montecassino e lo rimandò in patria, incaricandolo di riprendere la missione nella Frisia. Prese il posto dell’abate Bernardo nel territorio della Sassonia. Nel 795 Ludgero vi eresse il monastero, attorno al quale sorse l’attuale città di Munster. Il territorio apparteneva alla circoscrizione ecclesiastica di Colonia, poiché Ludgero accettò soltanto nell’804 di essere consacrato vescovo della nuova diocesi. A lui si deve anche la fondazione del monastero benedettino di Werden, dove è sepolto. Morì nell’anno 809. (Avvenire)
Ascolta, o Padre, coloro che ti supplicano
e custodisci con amore
quanti ripongono ogni speranza nella tua misericordia,
perché, purificati dalla corruzione del peccato,
permangano in una vita santa
e siano fatti eredi della tua promessa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Sii propizio, o Signore, verso il tuo popolo
perché, rinunciando di giorno in giorno a ciò che non ti è gradito,
trovi la sua gioia nei tuoi comandamenti.
Per Cristo nostro Signore.