4 Febbraio 2026
Mercoledì della IV Settimana T. O
2Sam 24,2.9-17; Salmo Responsoriale 31 [32]; Mc 6,1-6
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo)
Gesù, il buon pastore. - C. Lesquivit e X. Léon-Dufour: I sinottici presentano numerosi tratti che annunziano l’allegoria giovannea. La nascita di Gesù a Betlemme ha realizzato la profezia di Michea (Mt 2, 6 = Mi 5, 1); la sua misericordia rivela in lui il pastore voluto da Mosè (Num 27, 17), perché egli viene in aiuto alle pecore senza pastore (Mt 9, 36; Mc 6, 34). Gesù si considera come inviato alle pecore perdute di Israele (Mt 15, 24; 10, 6; Lc 19, 10). Il «piccolo gregge» dei discepoli che egli ha radunato (Lc 12, 32) rappresenta la comunità escatologica alla quale è promesso il regno dei santi (cfr. Dan 7, 27); esso sarà perseguitato dai lupi esterni (Mt 10, 16; Rom 8, 36) e da quelli interni, travestiti da pecore (Mt 7, 15). Sarà disperso, ma, secondo la profezia di Zaccaria, il pastore che sarà stato colpito lo radunerà nella Galilea delle nazioni (Mt 26, 31 s; cfr. Zac 13, 7).
Infine, al termine del tempo, il Signore delle pecore separerà nel gregge i buoni ed i cattivi (Mt 25, 31 s). In questo spirito altri scrittori del NT presentano «il grande pastore delle pecore» (Ebr 13, 20), maggiore di Mosè, il «capo dei pastori» (1 Piet 5, 4), «il pastore ed il guardiano» che ha ricondotto le anime smarrite guarendole con le sue stesse lividure (1 Piet 2, 24 s). Infine nell’Apocalisse, che sembra seguire una tradizione apocrifa sul messia conquistatore, Cristo-agnello diventa il pastore che conduce alle fonti della vita (Apoc 7, 17) e che colpisce i pagani con uno scettro di ferro (19, 15; 12, 5).
Nel quarto vangelo queste indicazioni sparse formano un quadro grandioso che presenta la Chiesa vivente sotto il vincastro dell’unico pastore (Gv 10). C’è tuttavia una sfumatura: non si tratta tanto del re, signore del gregge, quanto del Figlio di Dio che rivela ai suoi l’amore del Padre. Il discorso di Gesù riprende i dati anteriori e li approfondisce. come in Ezechiele (Ez 34, 17), si tratta di un giudizio (Gv 9, 39). Israele rassomiglia a pecore spremute (Ez 34, 3), in balìa «dei ladri, dei predoni» (Gv 10, l. 10), disperse (Ez 34, 5 s. 12; Gv 10, 12). Gesù, come Jahvè, le «fa uscire» e le «guida al buon pascolo» (Ez 34, 10-14; Gv 10, 11. 3. 9. 16); allora esse conosceranno il Signore (Ez 34, 15. 30; Gv 10, 15) che le ha salvate (Ez 34, 22; Gv 10, 9).
L’«unico pastore» annunziato (Ez 34, 23), «sono io», dice Gesù (Gv 10, 11). Gesù precisa ancora. Egli è il mediatore unico, la porta per accedere alle pecore (10, 7) e per andare ai pascoli (10, 9 s). Egli solo delega il potere pastorale (cfr. 21, 15 ss); egli solo dà la vita nella piena libertà dell’uscire e dell’entrare (cfr. Num 27, 17). Una nuova esistenza è fondata sulla mutua conoscenza del pastore e delle pecore (10, 3 s. 14 s), amore reciproco fondato sull’amore che unisce il Padre ed il Figlio (14, 20; 15, 10; 17, 8 s. 18-23). Infine Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore (10, 15. 17 s); egli non è soltanto «percosso» (Mt 26, 31; Zac 13, 7), ma dà spontaneamente la propria vita (10, 18); le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto di Israele che delle nazioni (10, 16; 11, 52). Infine il gregge unico così radunato è unito per sempre, perché l’amore del Padre onnipotente lo custodisce e gli assicura la vita eterna (10, 27-30).
Liturgia della Parola
I Lettura: Davide ordina un censimento che suscita l’ira di Dio il quale punisce severamente Davide. Un censimento era considerato “un’empietà, perché ledeva le prerogative di Dio, perché è lui che tiene i registri di coloro che devono vivere o morire [Es 32,32-33; cf. Es 30,12]” (Bibbia di Gerusalemme). Da notare la bontà e la misericordia di Dio il quale fa scegliere al colpevole il castigo con il quale sarà castigato, e Davide sceglie di “cadere nelle mani di Dio”, proprio perché punta sul suo amore misericordioso; e dall’altra parte l’umiltà di Davide che lo spinge a riconoscere prontamente il peccato commesso, e ad intercedere a favore del popolo perché il Signore ritiri presto il castigo.
Vangelo
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione all’animosità e all’insulto. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, ingrata, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà serva dell’odio dei farisei (cfr. Mt 27,11-26).
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
Parola del Signore.
Senza la fede, non vi sono miracoli - Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): La venuta di Gesù a Nazaret, la sua patria, non è ricordata dal secondo evangelista in base a un ordine cronologico, bensì in base a un ordine teologico. L’evangelista ha cura di non presentarlo come un mago, ma come il Figlio di Dio che libera l’uomo dalla sua contingenza: il peccato, le malattie, la morte. Ma questa salvezza avviene in un solo ambito: l’ambito della fede. I suoi compaesani non riescono a rendersi conto della sua condizione divina. Per essi, Gesù non è altro che «il carpentiere, il figlio di Maria e il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone».
Il testo di Marco non si presta ad argomentazioni né prò né contro la verginità di Maria. Il fatto che si parli dei fratelli di Gesù può indicare molto bene un adattarsi all’uso biblico, secondo il quale qualsiasi grado di parentela poteva essere designato col termine «fratello» (Gn 13,8). Ma il testo evangelico in sé non tradisce in alcun modo questo tipo di preoccupazioni, che ebbero poi tanto spazio nella storia ecclesiastica posteriore.
Gesù si sentì come bloccato nel suo paese natale, appunto perché lì mancava praticamente la fede: «E si meravigliava della loro incredulità». I «fratelli» e i compaesani, forse, avrebbero accettato di buon grado un Gesù «superuomo», nelle vesti di capo carismatico in lotta contro i romani; ma la realtà che avevano sotto gli occhi era per essi una delusione. Anche riconoscendo alcuni elementi della sua azione benefica, non riuscivano a leggere in essa il messaggio di salvezza e di liberazione del quale era segno. In una parola, mancavano di fede.
Secondo lo scrittore cristiano Egesippo, l’imperatore Domiziano fece venire a Roma alcuni discendenti di Giuda, «fratelli» di Gesù, perché gli dessero informazioni su quegli avvenimenti; ma, una volta ricevute le informazioni dai parenti, l’imperatore si convinse che politicamente non potevano dargli fastidio, e li lasciò tornare in Giudea.
L’autore del secondo vangelo ha cura di far notare che la nuova comunità avrebbe dovuto essere convocata unicamente dallo Spirito nell’ambito della fede e che, per conseguenza, era inutile cercare in essa certi vincoli dinastici, come pare succedesse già nella comunità di Gerusalemme, che aveva come capo Giacomo, «il fratello del Signore».
Comunque, la nota fondamentale di questo testo decisivo è che la fede precede i miracoli e non il contrario, perciò, è inutile montare un’apologetica, secondo la quale «si prova» la divinità di Cristo attraverso l’esistenza di alcuni miracoli superiori alle forze della natura.
Per approfondire
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua: Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (cfr. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (cfr. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti. Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo. Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17). Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (cfr. Gc 2,14-17). Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa. Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio. Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss). Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (cfr. Sal 68 [67],19). Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), la presenza di Gesù, profeta del Padre, uomo tra uomini, è il segno inequivocabile della fedeltà e dell’amore di Dio. In Cristo Gesù l’amore del Padre ha raggiunto il «vertice più alto. E questo non solo perché Cristo è il dono più prezioso dell’amore del Padre, ma anche perché in lui il rifiuto e la “durezza” di cuore degli uomini raggiungeranno il punto più alto di drammaticità e di sofferenza. Amore e infedeltà purtroppo, si inseguono e si commisurano a vicenda» (Settimio Cipriani).
Profezia: la Chiesa. - P. Beauchamp: «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio.
Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s).
Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione.
L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.
Dio è l’autore di tutto: “Vediamo, dunque, da quale fonte abbia origine questo nostro sole! Come è vero nasce da Dio, che ne è l’autore. È figlio pertanto della divinità; dico, della divinità non soggetta a corruzione, intatta, senza macchia. Capisco il mistero facilmente. Perciò la seconda nascita per mezzo della immacolata Maria, poiché in un primo tempo era rimasta illibata a causa della divinità, la prima nascita fu gloriosa, affinché la seconda non diventasse ingiuriosa, cioè come vergine la divinità lo aveva generato, così anche la Vergine Maria lo generasse. È scritto di avere un padre presso gli uomini, come leggiamo nel Vangelo ai Farisei che dicevano: «Non è questi figlio di Giuseppe il falegname, e Maria non è sua Madre?» [Mt 13,55]. In questo anche avverto il mistero. Il padre di Gesù è chiamato falegname; è pienamente fabbro Dio Padre, che ha creato le opere di tutto il mondo” (Massimo di Torino, Sermo, 62,4).
Testimoni di Cristo - San Giovanni de Britto - Oltre i confini nelle culture: il Vangelo è saper amare: Chi crede ama, e chi ama non ha paura: non teme la violenza del mondo, non teme i confini, non di perdere se stesso e di offrirsi per Dio al prossimo, ovunque si trovi, in qualsiasi luogo viva. Fu proprio questa consapevolezza, radice di coraggio e determinazione, ad animare l’opera di san Giovanni de Britto, religioso gesuita e missionario in India, dove morì martire. Nato a Lisbona nel 1647, João de Brito crebbe a corte, ma dovette allontanarsi a causa di una malattia: la madre fece il voto di vestirlo con l’abito dei gesuiti per un anno se si fosse salvato. Giovanni, però, decise di diventare davvero gesuita ed entrò nella Compagnia a 16 anni. Nel 1647 era prete e, coltivando il sogno di imitare san Francesco Saverio e portare il Vangelo in Oriente, partì per l’India. Si dedicò all’evangelizzazione nei regni di Tangiore e Gingia, facendo propri lingue e costumi locali per poter conoscere meglio le persone a cui annunciava la fede cristiana. Giunto nel regno di Marava venne cacciato, ma, dopo un breve periodo in patria, vi ritornò, continuando a essere tramite di numerose conversioni, tra le quali anche quelle, eccellenti e “scomode” di un principe. Arrestato e condannato, fu decapitato a Oriur nel 1693. Fu beatificato da Pio IX il 21 agosto del 1853 e venne canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947. (Matteo Liut)
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.