25 Febbraio 2026
Mercoledì I Settimana di Quaresima
Gio 3,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Lc 11,29-32
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo)
Dovendo compiere il disegno divino, Gesù ha voluto «diventare simile in tutto ai suoi fratelli», per esperimentare la stessa miseria di coloro che veniva a salvare. Perciò tutti i suoi atti manifestano la misericordia divina, anche se non sono così qualificati dagli evangelisti. Luca ha avuto una cura tutta speciale di mettere in rilievo questo punto. I prediletti di Gesù sono i «poveri» (Lc 4, 18, 7, 22); i peccatori trovano in lui un «amico» (7, 34), che non ha paura di frequentarli (5, 27. 30; 15, 1 s; 19, 7). La misericordia, che Gesù testimoniava in modo generale alle folle (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32), in Luca assume un volto più personale: concerne il «figlio unico» di una vedova (Lc 7, 13) od un determinato padre piangente (8, 42; 9, 38. 42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. In tal modo l’universalismo è portato a compimento: «ogni carne vede la salvezza di Dio» (3, 6). Se Gesù ha così compassione di tutti, si comprende come gli afflitti si rivolgano a lui come a Dio stesso, ripetendo: «Kyrie eleison!» (Mt 15, 22; 17, 15; 20, 30 s). (J. Cambier e X- Léon Dufour)
Liturgia della Parola
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): I Niniviti si convertirono dalla loro condotta malvagia: La parola di Dio interpella non solo Gerusalemme, ma anche Ninive; non solo la Chiesa, ma il mondo. La «grande città» è colpevole: frode, rapina e prepotenza sono i delitti rinfacciati ad essa dai profeti (Nah 3,1).
La distruzione che Giona è inviato ad annunciare, non è una fatalità o un arbitrio: la santità di Dio non può tollerare il peccato e il «suo ardente sdegno» (v. 9; cf Ger 4,8.26; 30,235; 49,37) si abbatte sui malvagi. È ovvio che le minacce di Dio siano condizionate e abbiano di mira la conversione e la salvezza (cf. Ger 18,75). La prontezza con cui i Niniviti si danno alla penitenza contrasta con l’ostinazione d’Israele, che non solo i profeti (Ez 3,3ss), ma anche Gesù rimprovererà (Mt 12,41). Il «pentimento» di Dio (v. 10) mostra che egli tiene in serbo per i peccatori la possibilità della riconciliazione e di un nuovo futuro.
Vangelo
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.
Rinaldo Fabris: Il tema del «segno» si ricollega con il brano precedente dove, in un inciso, si ricorda la domanda di un «segno dal cielo», 11,16. Gesù si rifiuta di dare un segno, una prova spettacolare ed evidente che dispensi la gente dal prendere una decisione libera, che la metta al sicuro dal rischio di scegliere. L’unico segno che rispetti la libertà di Dio e dell’uomo è Gesù stesso. Egli è segno mediante la sua parola, che è un appello alla conversione molto più urgente di quello rivolto dal profeta Giona agli abitanti pagani di Ninive, e rivela la sapienza di Dio in una forma molto più autorevole di quella di Salomone, ricercato perfino dalla regina di Saba venuta dal lontano sud. Con forme e stile profetico le parole di Gesù assumono un tono di giudizio e di minaccia nei confronti dei suoi contemporanei. Dietro l’immagine del Figlio dell’uomo si profila il giudizio di Dio. Gesù ha la coscienza di portare l’ultimo appello alla conversione come possibilità salvifica.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,29-32
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 29 Quando le folle si erano raccolte in massa; indicazione generica che serve come introduzione all’episodio che l’evangelista si appresta a narrare; egli infatti, avendo accennato in precedenza al presente racconto (cf. vers. 16), si accontenta di introdurlo con una breve riflessione, sufficiente tuttavia a indicare il passaggio da un fatto all’altro, anche se non precisa ulteriormente le circostanze che lo hanno determinato; Matteo invece menziona la presenza degli Scribi e dei Farisei e la loro esplicita richiesta di un segno (cf. Mt., 12, 38). Questa generazione è una generazione malvagia; lo storico entra subito in argomento riferendo questa esclamazione che non ha preparato, né giustificato al lettore con nessuna premessa. Nel primo vangelo si legge: «O generazione malvagia e adultera!» (Mt., 12, 39); Luca omette «adultera», aggettivo non chiaro per i suoi lettori (cf. Lc., 9, 26), perché richiama il linguaggio del Vecchio Testamento, nel quale questo termine riveste un significato religioso (cioè: generazione infedele a Dio). Essa cerca un segno: l’espressione lascia capire che in antecedenza da parte dei presenti era stata rivolta un’esplicita richiesta a Gesù perché egli operasse un «segno» portentoso davanti ad essi per giustificare la propria missione con una prova che rivelasse in modo schiacciante ed inequivocabile il suo misterioso potere. Se non il segno di Giona; «di Giona»: forma di genitivo epesegetico che significa: il segno che è Giona.
30 Poiché come Giona fu un segno per i Niniviti...; il vers. è molto arduo, poiché non si riesce a precisare l’aspetto specifico di segno, aspetto comune a Giona ed a Cristo. Le difficoltà d’interpretazione sono determinate da vari motivi: prima di tutto dal confronto del testo di Luca con quello di Matteo – quest’ultimo è molto più chiaro di Luca perché attribuisce ad un preciso evento della vita di Giona il valore di segno («poiché come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino, così il Figlio dell’uomo rimarrà tre giorni e tre notti nel seno della terra», Mt., 12, 40) – poi dalle relazioni che esistono tra il testo di Luca e di Matteo da una parte e quello di Marco, 8, 11-13 dall’altra (cf. Mt., 16, 1-4); infine da ciò che afferma in seguito Luca stesso (vers. 32) e che in Matteo si trova in posizione invertita (l’ordine dei verss. 31-32 di Luca in Matteo è capovolto, cioè il vers. 32 precede il vers, 31; cf. Mt., 12, 41-42). Cercheremo di indicare gli elementi che, a nostro avviso, sembrano chiarire il senso della misteriosa affermazione di Gesù e di precisare l’intenzione che egli ha avuto nel rievocare la figura di Giona. Non bisogna intendere il «segno» come una realtà che, verificatasi in Giona, si ripete in forma identica in Cristo; per salvare la nozione di «segno» è sufficiente una semplice analogia tra i due personaggi; l’esegeta quindi richiederebbe troppo dal testo se volesse scoprire ad ogni costo una perfetta somiglianza tra il segno e la realtà da esso prefigurata. Anche la spiegazione offerta da Matteo si fonda sopra una vaga analogia, non già sopra una perfetta e stretta somiglianza tra Giona e Gesù (Giona, ribelle alla vocazione profetica, vuol fuggire lontano da Jahweh; il profeta, è gettato in mare e, divorato da un cetaceo, rimane vivo nel ventre di esso; soltanto quest’ultimo particolare presenta un’analogia con il destino di Gesù). Inoltre, contrariamente a quanto propongono vari studiosi, il testo di Luca non è anteriore a quello di Matteo, né rappresenta una formulazione più vicina a quella primitiva, ma è posteriore e rivela alcuni ritocchi compiuti dall’evangelista allo scopo di dare alla dichiarazione del Maestro un valore più universale e valevole per tutti. Matteo ha visto l’aspetto profetico dell’affermazione di Cristo ed egli, nell’intento di offrire ai suoi lettori provenienti dall’ebraismo, un argomento biblico ben determinato e chiaro parla di Giona «profeta» e richiama esplicitamente il testo profetico ricordando che «(Giona) stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino» (Giona, 2, 1); Luca invece spoglia l’importante dichiarazione da questi particolari che interessavano l’Ambiente ebraico e lo lascia in una indeterminatezza, che in un primo momento può apparire come un oscuramento della profezia, ma in realtà essa, con la sua brevità, acquista in efficacia e suscita maggior interesse, Per il terzo evangelista quindi il regno di Giona è la persona stessa di Cristo che ha una missione straordinaria come quella di Giona, profeta suscitato da Jahweh. Le parole del Maestro tuttavia non costituiscono soltanto una decisa affermazione della sua missione, ma racchiudono anche un accento comminatorio che deve far riflettere gli uomini di quella «generazione malvagia». Giona ha predicato la penitenza ai Niniviti ed è stato ascoltato; Gesù invece, che ha annunziato agli uomini della sua generazione il messaggio della salvezza, ha trovato in essi maggiore ostilità. Il verbo al futuro con cui è espressa questa dichiarazione (così anche il Figlio dell’uomo [lo] sarà per questa generazione) indica che in avvenire si avranno manifestazioni ancora più convincenti di ciò che Gesù è e può compiere.
31 La regina del Mezzogiorno si leverà...; tra l’affermazione del vers. precedente e le dichiarazioni dei verss. 31-32 bisogna supporre qualche altra espressione di sutura, non riportata dall’evangelista, con la quale il Salvatore ha rimproverato l’ostinazione degli uomini di quella «generazione malvagia» e sorda ai suoi richiami. Così si spiega meglio l’ordine seguito da Luca nel riferire i due presenti versetti; infatti l’evangelista prima ricorda l’esempio della regina di Sheba (cf. 1 Re, 10, 1) e poi quello dei Niniviti, attenendosi in ciò ad una successione di immagini logicamente migliore, perché disposte secondo un crescendo logico (in primo luogo viene considerato il caso di una persona ed in secondo luogo quello di una intera città). In Matteo invece l’ordine è inverso: il segno di Giona richiama subito all’autore l’esempio dei Niniviti presso i quali il profeta aveva predicato la penitenza.
Per approfondire
Bibbia Edu - Giona: I contenuti - A differenza degli altri libri profetici, Giona non contiene oracoli né visioni. Non è nemmeno da classificare tra i libri che trasmettono ricordi “storici”. È piuttosto un racconto didattico, una novella, che ha per protagonista un profeta, Giona appunto, che si oppone alla missione affidatagli da Dio. Si distingue dal contesto narrativo il c. 2, una preghiera simile ad alcune di quelle che si trovano nel libro dei Salmi. La preghiera presenta Giona nel “profondo degli inferi” (2,3), cioè come morto, e poi liberato da Dio che gli ha ridonato la vita. Per questo, nei vangeli, Gesù parla del “segno di Giona”, per preannunciare la propria morte e risurrezione (Mt 12,38-42; Lc 11,29-32). Il contenuto del libro di Giona può essere così riassunto:
Missione di Giona e suo rifiuto (1,1-16)
Preghiera di Giona (2,1-11)
Predicazione a Ninive e conversione dei suoi abitanti (3,1-10)
Ira di Giona e misericordia di Dio (4,1-11).
Le caratteristiche - Il libro di Giona è pervaso da un tono ironico, dovuto all’abilità narrativa dell’autore. L’originalità dello scrittore sacro appare anche nella conclusione interlocutoria (4,10-11): si tratta di una domanda a cui il lettore è chiamato a rispondere. Essa fa emergere l’universalità dell’amore e della misericordia di Dio. Diventa così chiaro che la parola divina di condanna, anche quella rivolta ai popoli nemici d’Israele (“Ninive sarà distrutta”: 3,4), non mira tanto alla punizione, quanto alla conversione.
L’origine - L’autore dello scritto non è certamente Giona, che ne è piuttosto il protagonista. Alcuni indizi all’interno dell’opera fanno pensare che l’epoca di composizione sia tra il V e il IV sec. a.C. Un profeta di nome Giona, figlio di Amittài, è ricordato nella Bibbia (2Re 14,25), ma è difficile pensare che il libro sia una narrazione storica delle sue vicende; piuttosto l’autore potrebbe essersi liberamente ispirato a quella figura per costruire il proprio racconto. È anche difficile stabilire con precisione le circostanze di composizione del libro. Sembra, però, che esso intenda criticare posizioni di chiusura presenti tra gli Ebrei, preoccupati soltanto di preservare le proprie tradizioni; l’autore li inviterebbe a una missione nei confronti delle genti.
Segno - Wolfgang Winter: Nell’uso linguistico greco, il segno in quanto “contrassegno” o “indizio” è il riferimento a un dato di fatto che ne facilita il riconoscimento. Un concetto formale simile si trova anche nell’AT. Per es. l’“arco sulle nubi” è segno, anzi pegno della fedeltà di Dio all’alleanza con Noè e con i suoi discendenti (Gen 9,12ss). Un rapporto ancora più stretto fra segno e cosa indicata è presupposto nelle “azioni simboliche” dei profeti veterotestamentari: convinzione, derivante dall’ambito del rito sacrale, dell’efficacia operativa dei segni. Il fatto che il profeta Ezechiele non faccia alcuna lamentazione funebre per sua moglie è un’anticipazione del futuro destino d’Israele, la cui realizzazione comincia già nei segni. Il segno è inoltre anche annuncio ai contemporanei, una caratteristica, questa, propria della profezia classica. Il segno del profeta Ezechiele non annuncia soltanto la realtà dell’evento futuro; esso è per gli spettatori addirittura una rappresentazione attualizzata di ciò che accadrà. Nei Sinottici prevale la comprensione formale di segno come “indizio” o “contrassegno”. Nell’apocalittica si conosceva l’esistenza di determinati eventi come indizio della fine di “questo eone” e questa concezione è presupposta anche in Mc 13; Mt 24 e Lc 21. Il significato di “contrassegno prova” è presente in Mt 12,38ss: Gesù deve legittimarsi agli occhi dei giudei con un segno Egli però risponde col “segno del profeta Giona”, col segno cioè costituito “dalla figura stessa di Giona”, vale a dire, come rimando al Dio presente nella sua predicazione penitenziale. In Gv si trova una concezione dei segni caratterizzata soprattutto dal contenuto, come prodigi, miracoli che Gesù compie nella sua gloria. Essi, tuttavia, non lo fanno univocamente riconoscere come Figlio di Dio. Essi sono comprensibili soltanto per colui che è a conoscenza dell’“ora” della passione di Gesù, cioè per il credente, come rivelazione dell’amore di Dio per il mondo peccatore (Gv 2,lss).
Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona: “Convinti come tutto ciò che è necessario alla salvezza veniva donato loro dal Signore, gli apostoli giunsero a chiedergli il dono della fede dicendo: Signore, aumenta in noi la fede! [Lc 17,5]. Non presumevano dunque di poter ottenere la salvezza col loro libero arbitrio, ma erano convinti che doveva venir elargita loro per dono di Dio. E lo stesso autore della salvezza umana ci insegna quanto la nostra fede sia labile e debole, e quanto poco possa bastare a se stessa, se non fosse sorretta dall’aiuto di Dio, dicendo a Pietro: Simone, Simone: ecco che Satana vi ha ricercati per vagliarvi come grano; ma io ho pregato il Padre mio perché la tua fede non venga meno [Lc 22,31-32]. Se perfino in Pietro, dunque, alla fede era necessario l’aiuto del Signore per non venir meno, chi sarà tanto presuntuoso e cieco che ritenga di non necessitare del soccorso quotidiano del Signore per poterla custodire?” (Giovanni Cassiano).
Testimoni di Cristo - Sant’Adelmo di Engelberg, Abate: Sant’Adelmo di Engelberg, nacque nel XII secolo in una famiglia di nobili. Sin da giovane sentì la chiamata alla vita monastica e si ritirò presso il monastero benedettino di San Biagio, nella Foresta Nera. Qui si distinse per la sua pietà, la sua obbedienza e la sua carità verso i poveri. Nel 1120, su richiesta del barone Corrado di Seldenburen, Adelelmo fu inviato a fondare una nuova abbazia nell’Unterwalden, nella Svizzera. La nuova abbazia, dedicata a Nostra Signora degli Angeli, fu chiamata Engelberg. Adelelmo ne divenne priore e poi abate. Adelmo guidò l’abbazia di Engelberg con saggezza e sapienza. Si impegnò per la diffusione della fede cristiana e per l’aiuto ai bisognosi. Fu anche un grande costruttore e fece costruire numerosi edifici nell’abbazia, tra cui la chiesa abbaziale, il refettorio e la biblioteca. Morì il 25 febbraio 1131, all’età di circa 50 anni. Le sue reliquie furono riesumate nel 1611 e sono ancora oggi conservate nell’abbazia di Engelberg. (Autore: Franco Dieghi)
Guarda, o Signore,
il popolo a te consacrato,
e fa’ che, mortificando il corpo con l’astinenza,
si rinnovi con il frutto delle buone opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Proteggi, o Signore, il tuo popolo
e nella tua clemenza purificalo da ogni peccato,
poiché nulla potrà nuocergli
se sarà libero dal dominio del male.
Per Cristo nostro Signore.