4 Marzo 2026
 
Mercoledì II Settimana di Quaresima
 
Ger 18,18-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 30 (31); Mt 20,17-28
 
Io sono la luce del mondo, dice il Signore; chi segue me, avrà la luce della vita. (Gv 8,12 - Acclamazione al Vangelo)
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): L’affermazione di Gesù è una metafora che designa la sua missione religiosa e spirituale; la luce è il simbolo della salvezza messianica e della vita eterna (cf. Isaia, 9, 1; 42, 6; 49, 6; Baruch, 4, 2); Gesù quindi è il Salvatore e la vita del mondo (degli uomini). L’immagine della luce richiama il concetto di vita, non già quello di dottrina che illumina le menti («avrà la luce della vita»). Chi mi segue non cammina nelle tenebre; l’espressione contiene in pari tempo un invito ed una promessa. Gesù si esprime in termini metaforici: chi lo segue non cammina nelle tenebre, cioè non rimane nella morte. Questo modo di esprimersi fa pensare alla luce che precede e guida colui che si mette al seguito di Gesù; l’immagine richiama quindi il fatto della colonna di fuoco che guidava gli ebrei pellegrinanti nel deserto (cf. Esodo, 13, 21-22; Sapienza, 18, 3-4). Questa affermazione di Cristo riprende la tradizione ed uno dei temi dell’Esodo e mostra in lui la guida del nuovo popolo di Dio che si muove verso la vita (cf. Efesini, 5, 8).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Geremia, il profeta perseguitato, non compreso, non accolto, non ascoltato, è figura di Cristo. Molti anni dopo risuoneranno su un monte parole di luce e di verità che illumineranno la missione di tutti i perseguitati: Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,10).
 
Vangelo
Lo condanneranno a morte.
 
Il terzo annuncio della passione, un vero  e proprio riassunto del racconto della passione, è molto più particolareggiato dei primi due. Con impressionante realismo descrive tutte le sequenze della passione, non mancando di mettere in evidenza i principali fautori della condanna a morte del Figlio dell’uomo. Una profezia chiara, senza ombre, ma la domanda dei figli di Zebedeo, fatta tramite la madre, fa bene intendere come il discorso sulla croce non sia stato recepito. La replica di Gesù non ammette dubbi: i discepoli non devono preoccuparsi di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma di bere il suo calice, di condividere il suo battesimo di sangue. La vera preoccupazione del discepolo deve essere quella di seguirlo, non altro. L’insegnamento di Gesù è rivolto a tutto il gruppo dei discepoli, ma è probabile che l’evangelista Matteo intenda qui rivolgersi soprattutto a coloro che occupano nella comunità posti di autorità. I responsabili delle comunità non si sentano investiti di un potere assoluto. Chi governa impari la carità, l’umile arte del servizio: chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Il valore della vita dei discepoli, e sopra tutto dei responsabili delle comunità, non è determinato dall’affermazione di sé, né dall’auto-esaltazione sia pure in senso legittimo, ma semplicemente in termini del suo valore per gli altri. Proprio come lo schiavo che non era padrone della sua vita e non poteva avere fini suoi personali da realizzare.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,17-28
 
In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà».
Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
 
Parola del Signore.
 
Che cosa vuoi? (Cfr. Mc 10,35-45) - Gesù, mentre è in viaggio verso Gerusalemme, annunzia, in disparte, ai dodici discepoli la sua passione, è la terza volta, e vengono menzionati i pagani come esecutori della morte di Gesù. Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appaiono i più risoluti in questa ricerca. Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando.
Ad avanzare la proposta, quella di sedersi uno alla sinistra e l’altro alla destra di Gesù nel suo regno, è la loro madre. Matteo “mette la richiesta sulle labbra della loro madre, ma lo fa evidentemente per salvare il prestigio dei due fratelli. Marco attribuisce la richiesta agli stessi interessati; e la redazione di Marco è quella che corrisponde meglio alla realtà. Quella di introdurre sulla scena la madre è una iniziativa di Matteo” (Felipe F. Ramos). La richiesta è perentoria. Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28), la madre di Giacomo e Giovanni chiede per i suoi figli questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della sua domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale.
Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue: esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono che lo possono. La risposta non tarda ad arrivare come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, ma sedere alla destra del Cristo è «per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Questa affermazione non è determinismo. Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza ... La risposta di Gesù va a demolire questo pruriginoso modo di ragionare. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss). Con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (Alberto Sisti). Per Gesù servire vuol dire essere obbediente alla volontà del Padre fino alla morte, senza sconti e ripiegamenti, come il Servo di Iahvè, che si fa solidale con il peccato degli uomini. Affermando che è venuto per «dare la propria vita in riscatto per molti», il Cristo dichiara il carattere soteriologico della sua morte. Donandosi alla morte per la salvezza degli uomini e per la loro liberazione dalla schiavitù del peccato, Gesù offre alla Chiesa un modello di amore supremo, che essa è chiamata a inverare e prolungare nella storia.
 
Per approfondire
 
Il Figlio dell’uomo - NUOVO TESTAMENTO - I VANGELI: Nei vangeli, «figlio dell’uomo» (espressione greca ricalcata su una aramaica, che si sarebbe dovuto tradurre «figlio d’uomo») si trova settanta volte. A volte è solo l’equivalente del pronome personale «io» (cfr. Mt 5, 11 e Lc 6, 22; Mt 16, 13-21 e Mc 8, 27-31). Il grido di Stefano che vede «il figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio» (Atti 7, 56) può indicare che questa concezione era viva in certi ambienti della Chiesa nascente. Ma la loro influenza non è sufficiente a spiegare tutti gli usi evangelici di questa espressione. Il fatto che essa compaia esclusivamente sulla bocca di Gesù presuppone che la si sia ritenuta una delle sue espressioni tipiche, mentre la fede postpasquale lo designava con altri titoli. A volte Gesù non si identifica esplicitamente con il figlio dell’uomo (Mt 16, 27; 24, 30 par.); ma altrove è chiaro che parla di se stesso (Mt 8, 20 par.; 11, 19; 16, 13; Gv 3, 13 s; 12, 34). È possibile che abbia scelto l’espressione a motivo della sua ambiguità: suscettibile di un senso banale («l’uomo che io sono»), essa racchiudeva pure una netta allusione all’apocalittica giudaica.
1. I sinottici. a) I quadri escatologici di Gesù si ricollegano alla tradizione apocalittica: il figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo (Mt 24, 30 par.), siederà sul suo trono di gloria (19, 28), giudicherà tutti gli uomini (16, 27 par.). Ora, nel corso del suo processo, interrogato dal sommo sacerdote per sapere se egli è «il messia, figlio del benedetto», Gesù risponde indirettamente alla domanda identificandosi con colui che siede alla destra del Dio (cfr. Sal 110, 1) e viene sulle nubi del cielo (cfr. Dan 7, 13; Mt 26, 64 par.). Questa affermazione lo fa condannare come bestemmiatore. Di fatto, scartando ogni concezione terrena del messia, Gesù ha lasciato apparire la sua trascendenza. Il titolo di figlio dell’uomo, in base ai suoi antecedenti, si prestava a questa rivelazione.
b) Per contro, Gesù ha pure collegato al titolo di figlio dell’uomo un contenuto che la tradizione apocalittica non prevedeva direttamente. Egli viene a realizzare nella sua vita terrena la vocazione del servo di Jahvè, rigettato e messo a morte per essere infine glorificato e salvare le moltitudini. Ora egli deve subire questo destino in qualità di figlio dell’uomo (Mc 8, 31 par.; Mt 17, 9 par. 22 s par.; 20, 18 par.; 26, 2. 24 par. 45 par.). Prima di apparire nella gloria nell’ultimo giorno, il figlio dell’uomo avrà condotto un’esistenza terrena in cui la sua gloria era velata nella umiliazione e nella sofferenza, così come nel libro di Daniele la gloria dei santi dell’altissimo presupponeva la loro persecuzione. Per definire quindi l’insieme della sua carriera, Gesù preferisce il titolo di figlio dell’uomo a quello di messia (cfr. Mc 8, 29 ss), troppo compromesso nelle prospettive temporali della speranza giudaica.
c) Nell’umiltà di questa condizione nascosta (cfr. Mt 8, 20 par.; 11, 19), che può scusare le bestemmie che vengono proferite contro di lui (Mt 12, 32 par.), Gesù incomincia non di meno ad esercitare taluni dei poteri del figlio dell’uomo: potere di rimettere i peccati (Mt 9, 6 par.), padronanza del sabato (Mt 12, 8 par.), annunzio della parola (Mt 13, 37). Questa manifestazione della sua dignità segreta annunzia in qualche misura quella dell’ultimo giorno.
2. Il quarto vangelo. I testi giovannei sul figlio dell’uomo ritrovano a modo loro tutti gli aspetti del tema che si sono notati nei sinottici. L’aspetto glorioso: come figlio dell’uomo il Figlio di Dio eserciterà nell’ultimo giorno il potere di giudicare (Gv 5, 26-29). Allora si vedranno gli angeli salire e scendere su di lui (1, 51), e questa glorificazione finale manifesterà la sua origine celeste (3, 13),poiché «egli risalirà dov’era prima» (6, 62). Ma prima, il figlio dell’uomo deve passare attraverso uno stato di umiliazione, in cui gli uomini avranno difficoltà a scoprirlo per credere in lui (9, 35). Affinché possano «mangiare la sua carne e bere il suo sangue» (6, 53), bisognerà che la sua carne sia «data per la vita del mondo» in sacrificio (cfr. 6, 51). Tuttavia, nella prospettiva giovannea, la croce si confonde con il ritorno al cielo del figlio dell’uomo per costituire la sua elevazione. «Bisogna che il figlio dell’uomo sia innalzato» (3, 14 s; 12, 34); questa elevazione è, in modo paradossale, la sua glorificazione (12, 23; 13, 31), e per mezzo di essa si compie la rivelazione completa del suo mistero: «allora saprete che io sono» (8, 28). Si comprende come, per anticipazione di questa gloria finale, il figlio dell’uomo eserciti fin d’ora taluni dei suoi poteri, specialmente quello di giudicare e vivificare gli uomini (5, 21 s. 25 ss) mediante il dono della sua carne (6, 53), cibo che egli solo può dare, perché il Padre lo ha segnato col suo sigillo (6, 27).
 
Sant’Agostino: “Non c’è discepolo più grande del maestro” (Mt 10,24) ... Tali erano i figli di Zebedeo, i quali, prima di umiliarsi conformandosi alla passione del Signore, già si sceglievano il posto dove sedersi: uno alla sua destra, l’altro alla sua sinistra. Volevano “levarsi prima della luce”, e perciò erano sul cammino verso la vanità. Ascoltando le loro intenzioni, il Signore li richiamò all’umiltà e disse loro: “Potete bere al calice dal quale io berrò?  Io sono venuto ad umiliarmi e voi volete precedermi sognando le altezze? Dove cammino io, là occorre che mi seguiate - disse -; poiché se volete muovervi in una direzione diversa dalla mia, vano è per voi levarvi prima della luce.
 
Testimoni di Cristo - San Casimiro, Principe polacco: Nasce a Cracovia, nel 1458. Figlio del re di Polonia, appartenente alla dinastia degli Jagelloni, di origine lituana. Quando gli Ungheresi si ribellarono al loro re, Mattia Corvino, e offrirono al tredicenne principe Casimiro la corona, questi vi rinunciò appena seppe che il papa si era dichiarato contrario alla deposizione del regnante. Impegnato in una politica di espansione, re Casimiro IV (1440-1492) diede al terzogenito l’incarico di reggente di Polonia e il principe, minato dalla tubercolosi, svolse il compito senza lasciarsi irretire dalle seduzioni del potere. Non si piegò alle ragioni di Stato quando gli venne proposto dal padre il matrimonio con la figlia di Federico III, per allargare i già estesi confini del regno. Il principe Casimiro non voleva venir meno al suo ideale ascetico di purezza per vantaggi materiali cui non ambiva. Di straordinaria bellezza, ammirato e corteggiato, Casimiro aveva riservato il suo cuore alla Vergine. Si spegne a 25 anni a Grodno (in Lituania) il 4 marzo 1484. Nel 1521 papa Leone X lo dichiarò patrono della Polonia e della Lituania. (Avvenire) 
 
Custodisci, o Padre,
la tua famiglia nell’impegno delle buone opere;
confortala con il tuo aiuto
nel cammino della vita
e guidala al possesso dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.  
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Concedi ai tuoi figli, o Padre,
l'abbondanza della tua grazia,
dona loro la salute del corpo e dello spirito,
la pienezza della carità fraterna
e la gioia di esserti sempre fedeli.
Per Cristo nostro Signore.

 

 3 Marzo 2026
 
Martedì I Settimana di Quaresima
 
Is 1,10.16-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 (50); Mt 23,1-12
 
Liberatevi da tutte le iniquità commesse, dice il Signore, e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. (Cf. Ez 18,31a - Acclamazione al Vangelo)
 
Bisogno di un nuovo cuore. - Jean De Fraine e Albert Vanhoye: Israele ha sempre più compreso che una religione esteriore non può bastare. Per trovare Dio occorre «cercarlo con tutto il cuore» (Deut 4, 29). Israele ha compreso che deve, una volta per sempre, «fissare il suo cuore in Jahvè» (1 Sam 7, 3) ed «amare Dio con tutto il suo cuore» (Deut 6, 5), vivendo in una profonda docilità alla sua legge. Ma tutta la sua storia attesta la sua sostanziale impotenza a realizzare un simile ideale. E questo perché il male giunge fino al suo cuore. «Questo popolo possiede un cuore traviato e indocile» (Ger 5, 23), «un cuore incirconciso» (Lev 26, 41), «un cuore diviso» (Os 10, 2). Invece di mettere la loro fede in Dio «essi hanno seguito l’inclinazione del loro cuore malvagio» (Ger 7, 24; 18, 12), cosicché calamità senza fine si sono abbattute su di essi. Non rimane più loro che «lacerare il loro cuore» (Gioe 2, 13) e presentarsi dinanzi a Dio con un «cuore contrito, umiliato» (Sal 51, 19), pregando il Signore di «creare loro un cuore mondo» (Sal 51, 12).
Il cuore nuovo - È questo appunto il disegno di Dio, il cui annuncio conforta Israele. Di fatto il fuoco di Dio è un fuoco d’amore; Dio non può aver di mira la distruzione del suo popolo; a questo solo pensiero il suo cuore si rivolta in lui (Os 11, 8) Se egli ha condotto nel deserto la sua sposa infedele, lo ha fatto per parlare nuovamente al suo cuore (Os 2, 16). Sarà quindi posto un termine alle prove, ed inizierà un’altra epoca, contrassegnata da un rinnovamento interiore che Dio stesso opererà. «Egli circonciderà il tuo cuore ed il cuore della tua posterità, così che tu ami Jahvè tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, affinché tu viva» (Deut 30, 6). Gli Israeliti non saranno più ribelli perché Dio, stabilendo con essi una nuova alleanza, «porrà la sua legge in fondo al loro essere e la scriverà nel loro cuore» (Ger 31, 33). Meglio ancora: Dio darà loro un altro cuore (Ger 32, 39), un cuore per conoscerlo (Ger 24, 7; cfr. Deut 29, 3). Dopo aver aggiunto: «Fatevi un cuore nuovo» (Ez 18, 31), Dio promette di realizzare egli stesso ciò che esige: «Io vi purificherò. Io vi darò un cuore nuovo, io porrò in voi uno spirito nuovo; toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36, 25 s). Così sarà assicurata tra Dio e il suo popolo una unione definitiva.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia - Il capitolo1 contiene quasi una sintesi delle tematiche sviluppate poi nel corso del libro. Prima di tutto il profeta presenta l’amore di Dio verso il suo popolo, che risponde con ingratitudine e l’infedeltà (vv. 2-9). Non sono i sacrifici e le pratiche cultuali che possono purificare il popolo (vv. 10-15) ma solo la pratica della giustizia (vv. 16-17) e la misericordia di Dio sempre a pronto a perdonare (vv. 18-20). La triste situazione in cui si trova Gerusalemme è il castigo mandato da Dio per punire i peccati (vv. 21-23) e renderla finalmente una città fedele (vv. 24-31). Ill brano che la liturgia di oggi ci propone forma quasi il fulcro del pensiero profetico di Isaia. Il profeta conosce la realtà umana con le sue debolezze e cattiverie, ma sa che esiste anche la possibilità di un cambiamento di rotta profondo e sincero, al quale risponde il perdono di Dio che trasforma la condizione dell’uomo da peccatore a giusto.
 
Vangelo
Dicono e non fanno.
 
La Chiesa riconosce una sola Guida: Gesù che si è fatto servo di tutti. È un forte richiamo sopra tutto per chi è tentato di strumentalizzare la Chiesa, mettendola al servizio delle proprie idee.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,1-12
 
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito.
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
Parola del Signore.
 
 Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei - La tensione creatasi tra Gesù e le guide spirituali del popolo d’Israele, testimoniata nel vangelo di Matteo a partire dal capitolo 21, sfocia qui in invettive così violente da suscitare stupore.
Possiamo ben dire che il capitolo 23 di Matteo è una seria e incisiva catechesi contro l’ipocrisia.
I peccati sono abbastanza rintracciabili.
Sulla cattedra di Mosè..., sta ad indicare la funzione di insegnare: nelle sinagoghe v’erano dei seggi d’onore, di pietra, riservati ai dottori della Legge che venivano chiamati cattedra di Mosè, perché da essi gli scribi interpretavano per il popolo i testi biblici. In questo modo il loro insegnamento si inseriva nell’alveo magisteriale di Mosé. Ma se erano bravi come maestri, poco meno lo erano nell’osservare la Legge di cui si dicevano sapienti conoscitori. E così finivano coll’essere indulgenti con se stessi, e implacabili giudici con la povera gente tanta da angariarla imponendo fardelli pesanti e difficili da portare, e che loro non volevano muoverli nemmeno con un dito.
Tutte le opere le fanno per essere ammirati... è la lebbra della ipocrisia.
L’ipocrisia, appena accennata qua e là nell’Antico Testamento (Is 29,13; Sir 1,28; 32,15; 36,20), è il ricercare l’approvazione degli altri per mezzo di gesti ostentati di beneficenza, di preghiera e di digiuno (Cf. Mt 6,2), giudica negativamente gli altri uomini (Cf. Mt 7,5) e fa pregare solo con le labbra, ma non col cuore (Cf. Mt 15,7). Gli ipocriti sono pure qualificati da Gesù come sepolcri imbiancati all’esterno “belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume”, vipere, stolti ... (Cf. Mt 23,25-26). Ma gli ipocriti sono sopra tutto dei poveri ciechi.
“L’ipocrisia si avvicina così all’indurimento, poiché l’ipocrita, illudendosi di essere veramente giusto, diventa sordo ad ogni appello alla conversione. Nella sua cecità, egli non può togliere la trave che gli impedisce di vedere, dal momento che pensa solo a togliere la pagliuzza dall’occhio del fratello (Mt 7,4-5). Questa cecità è particolarmente grave quando colpisce coloro che devono essere le guide spirituali del popolo di Dio. Così i  farisei, divenuti delle «guide cieche» [Mt 23,16.17.19.24], ingannano se stessi e guidano anche gli altri alla rovina [Mt 23,13]. Essi, che hanno sostituito alla legge divina le tradizioni umane [Mt 15,6-7], sono ciechi e pretendono di guidare altri ciechi [Mt 15,14], e la loro dottrina non è che un cattivo lievito [Lc 12,1]. Accecati dalla loro stessa malizia, si oppongono alla bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene [Lc 13,15-16]; con le loro accuse a Gesù non fanno che manifestare la loro intima malvagità, poiché la «bocca dice ciò che trabocca dal cuore» [Mt 12,24-34]” (R. Tufariello).
I farisei, tanta era la bramosia di essere reputati ottimi religiosi e osservanti della Legge, arrivavano alla puerilità di allargare i loro filatteri e allungare le frange che ogni Israelita, osservando quanto indicato in Num 15,37-41, portava ai quattro capi della veste e che in aramaico erano chiamate frange di preghiera . I filatteri sono astucci di cuoio, contenenti la riproduzione di alcuni testi biblici, e che venivano allacciate al braccio sinistro e alla fronte con  strisce. Gesù non condanna tali usanze, ma solo lo spirito di ostentazione con cui venivano praticate.
Il brano evangelico si chiude con l’indicare un antidoto a tale veleno: l’umiltà, il servizio disinteressato, la carità e l’amore fraterno. E sopra tutto ognuno impari a stare al suo posto. La Chiesa ha un solo Maestro Cristo Gesù: “Cristo è il modello dei pastori della Chiesa, nell’infaticabile amore con cui ha compiuto la missione, affidatagli dal Padre, di andare in cerca delle “pecore perdute della casa d’Israele” [Mt 15,24]. Per questo nessun altro all’infuori del Cristo può essere chiamato “maestro” dalla comunità dei credenti (A. Lancellotti).
Soltanto Gesù è la Guida: soltanto Lui rivela il Padre e solo Lui può donare la luce necessaria perché il credente entri nel cuore del Padre e ne comprenda la volontà; Lui è la Via (Gv 8,16), l’unica Via che conduce al Padre.
 
Per approfondire
 
Cercate la giustizia - Albert Descamps - La giustizia e la misericordia - La giustizia dell’uomo nell’Antico Testamento: L’identificare la giustizia e l’osservanza della legge costituisce il principio stesso del legalismo, molto anteriore all’esilio. La legge è la norma della vita morale, e la giustizia del fedele è per esso un titolo alla prosperità ed alla gloria. Tanto più importante è quindi mettere in rilievo taluni testi in cui questa giustizia della legge è dichiarata vana od inoperante. Antichi testi evocano la conquista della terra promessa con accenti che annunziano già la concezione paolina della salvezza mediante la fede: «Non dire in cuor tuo ... A causa della mia giustizia Jahvè mi ha fatto prendere possesso di questo paese ...» (Deut 9, 4 ss). Nella stessa luce si spiega il famoso passo della Genesi: «[Abramo] credette a Jahvè e [Jahvè] glielo imputò a giustizia» (Gen 15, 6). Sia che la giustizia indichi qui la condotta gradita a Dio, oppure, secondo la evoluzione già segnalata, la ricompensa e quasi il merito, in entrambi i casi la fede viene celebrata come il mezzo per piacere a Dio. Questo legame essenziale fra la giustizia e l’abbandono a Dio ci allontana, come ben ha sottolineato S. Paolo, da una concezione legalista della giustizia. La formula è citata in 1 Mac 2, 52, e si trova come un’eco di questa concezione particolare della giustizia in 1 Mac 14, 35, dove la giustizia è la fedeltà che Simone conservò verso il suo popolo. Infine si può pensare che le interrogazioni drammatiche di Giobbe, ed il «pessimismo ispirato» di Qohelet, mettendo in dubbio la dottrina della retribuzione, preparino gli spiriti ad una rivelazione più alta. «C’è il giusto che perisce nella sua giustizia...» (Eccle 7, 15; cfr. 8, 14; 9, 1 s). «Come potrebbe l’uomo essere giusto dinanzi a Dio?» (Giob 9, 2; cfr. 4, 17; 9, 20 ...).
Nuovo Testamento - Gesù: Il messaggio di Gesù accorda senza dubbio il significato più decisivo alla fiducia in Dio che non all’osservanza dei comandamenti; ma, senza deviare in una direzione nuova il vocabolario di giustizia, Gesù sembra aver dato piuttosto un senso nuovo ad altri termini quali povero, umile, peccatore. È possibile tuttavia che Gesù abbia chiamato vera giustizia la fede, abbia designato i peccatori come i veri giusti (cfr. Mt 9, 13), ed abbia definito la giustificazione come il perdono promesso agli umili (Lc 18, 14).
 
Pio Jörg: I farisei - La critica di Gesù - Considerata la potenza della corrente farisaica, solo uno spirito eccezionale avrebbe osato mettersi contro. Gesù ha manifestato subito questo coraggio e, cosciente della sua missione divina, affrontò anche questo gruppo con il suo nuovo messaggio. Dapprima rivolse ai farisei il suo invito alla penitenza. I sinottici parlano frequentemente di questi contatti di Gesù con i farisei. Con bontà e pazienza accettava i loro inviti a cena. Per loro raccontò parecchie parabole. In un certo senso si può dire che i farisei, sostenendo l’importanza dominante della religione in tutta la vita dell’uomo, potevano sembrare il gruppo religioso più vicino alle sue idee. Invece ne divennero i più accaniti avversari, perché egli cercò di riformarne lo spirito. Infatti il formalismo religioso falsificava i rapporti dell’uomo con Dio. Presso certe categorie di giudei si sentiva il bisogno di spezzare il giogo di certi complessi di inferiorità creati dai farisei. Ma il nuovo messaggio non era gradito ai farisei, che respinsero Gesù e lo accusarono di violare la legge, di rinnegarla tradizione, d’essere indemoniato e nemico del popolo e, con il loro influsso presso il sinedrio e il popolo, condurranno l’opposizione fino alla condanna capitale (Cf. Mt 12,24.38; 16,1; 22,15.34-35; Mc 3,6).
In verità Gesù non si è mai messo contro la legge, mentre i farisei si perdevano nel numerare, soppesare e misurare i precetti, egli poneva al centro della morale la purezza dei sentimenti e la trasparenza dell’animo, non permettendo nessun vuoto tra la conoscenza e l’azione, nessuna dissonanza tra  l’interno e l’esterno dell’uomo, sottomettendo ogni osservanza al valore supremo della carità.
In un’epoca tanto diversa da quella anteriore all’esilio, si poteva considerare il fariseismo come uno sforzo di aggiornamento della legge a una situazione nuova. Invece non gli si può perdonare d’aver dimenticato tutto l’approfondimento compiuto sulla legge dal profetismo per quattro secoli. I farisei preferirono agganciarsi alla tradizione della «halakà», un’interpretazione legale, giuridica della Torah, assurta a valore normativo uguale alla legge.
Mentre una volta la legge era gioia e corona dell’esistenza, e si diceva: «Tutto può crollare, si può perdere anche la patria, ma la legge nessuno può rapire, perché dove c’è la legge, là c’è vita eterna» (Pirkê Aboth 11,7), ora il fariseismo la riduceva a una maglia ferrea senza rotture, e ogni filo aveva la stessa importanza normativa per le azioni. Non ci fu uno sforzo per stabilire un rapporto interiore con essa. Era logico, dato che la legge era considerata manifestazione insondabile della volontà di Dio.
Ora, i comandi di Dio cadevano semplicemente sotto la considerazione di un esercizio di volontà.
Importante era la sottomissione, non lo spirito con cui questa era eseguita. I punti principali su cui i farisei esercitarono maggiormente la loro attività giuridica furo­no tre: il sabato, la purità legale, il pagamento delle decime. Essi li interpretavano in modo rigorista, elencando con minuziosità una casistica onerosa. Ma proprio qui si esercitò la critica di Gesù. Per cui la legge del sabato viene dopo l’esigenza del bene dell’uomo (Mc 2,23-28; 3,1-6 e par.). Quanto alle prescrizioni sul puro e l’impuro, la tradizione evangelica ci ha conservato un suo detto che incentra tutta l’attenzione sul «cuore», vera sede profonda da cui scaturisce l’azione, che porta a una prassi creatrice di morte: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15). Parimenti Gesù contesta il massimalismo farisaico circa il dovere di pagare le decime: «Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l’amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre» (Lc 11,42; cf. Mt 23,23). Soprattutto, egli ha contestato l’ipocrisia farisaica. In proposito basta leggere, nel discorso antifarisaico di Mt 23, i sette «guai» agli scribi e farisei ipocriti (Cf. anche Mt 6,2.5.16).
Certo, Gesù ha anche riconosciuto il loro magistero, ma nello stesso tempo ne ha messo sotto processo la prassi incoerente: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno» (Mt 23,2-3)
 
Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me: «“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei: osservate dunque e fate tutto ciò che essi vi dicono, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno; legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle degli uomini, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23,2-1) … Il Signore non condannava ... la legge di Mosè, dal momento che li invitava ad osservarla fintanto che sussistesse Gerusalemme: ma erano [i Farisei] che egli biasimava, perché, pur proclamando le parole della Legge, erano vuoti d’amore e, per questo, violatori della Legge rispetto a Dio e al prossimo. Come dice Isaia: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me, è invano che mi rendono culto, mentre insegnano dottrine e comandamenti di uomini” (Is 29,13)» (Ireneo di Lione, Adv. Haer. IV, 12,1-4).
 
Testimoni di Cristo - Santa Cunegonda - La santità è esperienza che trasforma se condivisa: La santità è “contagiosa”: vivere come testimoni trasparenti della vita di Dio, affascina il mondo e sparge i semi del Vangelo, trasformando le vite. È di questa dimensione condivisa della santità, che ci parla la vicenda di santa Cunegonda, il cui marito, l’imperatore Enrico II appare come lei nell’elenco dei santi. E fu sicuramente l’imperatrice a mettere il seme della testimonianza eroica di fede nel proprio matrimonio, perché proprio il suo modo di vivere il Vangelo spinse Enrico a non ripudiarla, quando si accorse della sterilità della consorte. Nata in Lussemburgo nel 978, a 20 anni Cunegonda sposò Enrico, che nel 1002 fu incoronato re di Germania e nel 1014 imperatore. Poiché la moglie non poteva dargli una discendenza, il sovrano avrebbe potuto ripudiare la donna, secondo il diritto germanico, ma decise di condividere con lei questo stile di vita. Nel 1007 i due coniugi sovrani fecero costruire il Duomo di Bamberga e un’abbazia benedettina. Con la propria dote poi Cunegonda fece erigere il monastero benedettino di Kaufungen nel 1021. Fu qui, che nel 1025, un anno dopo essere rimasta vedova e aver retto l’Impero per qualche mese, Cunegonda si ritirò infine a vita monastica. Morì nel 1033 o, secondo alcune fonti, nel 1039. (Matteo Liut)
 
Custodisci con continua benevolenza, o Padre, la tua Chiesa
e poiché, a causa della debolezza umana,
non può sostenersi senza di te,
il tuo aiuto la liberi sempre da ogni pericolo
e la guidi alla salvezza eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Accogli con benevolenza, o Signore,
le suppliche dei tuoi fedeli
e guarisci le loro debolezze,
perché, ottenuta la grazia del perdono,
gioiscano sempre della tua benedizione.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 2 Marzo 2026
 
Lunedì della II settimana di Quaresima
 
Dn 9,4b-10; Salmo responsoriale Dal Salmo 78 (79); Lc 6,36-38
 
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita; tu hai parole di vita eterna. (Cf. Gv 6,63c.68c - Acclamazione al Vangelo)
 
 «Tu hai parole di vita eterna» - Agostino, Comment. in Ioan., 11, 5; 27, 9: L’evangelista ci racconta che il Signore restò con dodici discepoli, i quali gli dissero: “Ecco, Signore, quelli ti hanno abbandonato”. E Gesù rispose: “Anche voi ve ne volete andare?” (Gv 6,67), volendo dimostrare che egli era necessario a loro, e non loro erano necessari a Cristo.
Nessuno s’immagini d’intimorire Cristo, rimandando di farsi cristiano, quasi che Cristo sarà più beato se ti farai cristiano. Diventare cristiano, è bene per te: perché, se non lo diverrai, con ciò non farai del male a Cristo. Ascolta la voce del salmo: “Ho detto al Signore: Tu sei il mio Dio, poiché non hai bisogno dei miei beni” (Sal 15,2). Perciò «Tu sei il mio Dio, poiché non hai bisogno dei miei beni». Se tu non sarai con Dio, ne sarai diminuito; ma Dio non sarà più grande, se tu sarai con lui. Tu non lo fai più grande, ma senza di lui tu diventi più piccolo. Cresci dunque in lui, non ritrarti, quasi ne ricavasse una diminuzione. Se ti avvicini a lui, ne guadagnerai; ti distruggi, se ti allontani da lui. Egli non subisce mutamento, sia che tu ti avvicini, sia che tu ti allontani.
Quando, dunque, egli disse ai discepoli: «Anche voi ve ne volete andare?», rispose Pietro, quella famosa pietra, e a nome di tutti disse: “Signore, a chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68) ...
Il Signore si rivolse a quei pochi che erano rimasti: “Perciò Gesù disse ai dodici” - cioè a quei pochi che erano rimasti -: «”Anche voi ve ne volete andare?”» (Gv 6,67). Anche Giuda era rimasto. La ragione per cui era rimasto era già chiara al Signore, mentre a noi sarà chiara solo più tardi. Pietro rispose per tutti, uno per molti, l’unità per la molteplicità: “Gli rispose Simone Pietro: «Signore, a chi andremo?”» (Gv 6,68). Se ci scacci da te, dacci un altro simile a te. «A chi andremo?». Se ce ne andiamo da te, da chi andremo?
“Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Vedete in qual modo Pietro, con la grazia di Dio, vivificato dallo Spirito Santo, ha capito le parole di Cristo. In che modo ha capito se non perché ha creduto? «Tu hai parole di vita eterna». Cioè, tu ci dai la vita eterna, nell’offrirci la tua carne e il tuo sangue.
“E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto” (Gv 6,69). Non dice Pietro, abbiamo conosciuto e abbiamo creduto, ma «abbiamo creduto e abbiamo conosciuto». Abbiamo creduto per poter conoscere; infatti se prima volessimo sapere e poi credere, non saremmo capaci né di conoscere né di credere. Che cosa abbiamo creduto e che cosa abbiamo conosciuto? “Che tu sei il Cristo Figlio di Dio (ibid.)”, cioè che tu sei la stessa vita eterna, e tu ci dai, nella carne e nel sangue tuo, ciò che tu stesso sei.                                
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Epifanio Gallego: Ci troviamo davanti a questa bella preghiera detta di Daniele, ma che, con tutta sicurezza, non ha nulla a che vedere col protagonista, né con l’autore del libro. Come fiore esotico di colori vivi e naturali, essa racchiude in sé l’aroma di tutta la tradizione biblica con la freschezza d’un ebraico puro e limpido, molto superiore a quello di tutto il resto dell’opera.
Composta con frasi tipiche dei profeti, degli agiografi e dei salmi, essa riflette un modello comune di preghiera comunitaria che può datare dai tempi lontani dell’esilio. Il suo stile è cultuale, unitario, completo in sé. Non è, quindi, un mosaico di brani presi qua e là, ma un’autentica preghiera liturgica che ha una vita di secoli.
In essa, fanno contrasto il riconoscimento della colpa e l’accettazione delle sue dolorose circostanze come castigo meritato per il peccato. Per il suo autore, la situazione precaria in cui si trovano i figli d’Israele non è frutto dei loro peccati, ma della malizia e della perversità dei loro oppressori.
La preghiera consta di tre parti differenziate con tutta precisione: riconoscimento e confessione della propria colpevolezza, supplica basata sulla misericordia di Dio e nostalgia per la restaurazione di Gerusalemme, dove si dovrà manifestare il nome e la gloria di Yahveh.
La presente lettura riflette solo la prima parte della preghiera, la confessione dei peccati. Più che d’un commento, il lettore di tutti i tempi sente il bisogno di riflettere e di rendersi consapevole dei sentimenti della pietà tradizionale giudaica che in essa si riflettono, per sentirsi solidale con la colpa storica di tutte le generazioni e con la ferma speranza che è del « Signore Dio nostra la misericordia e il perdono ».

Vangelo
Perdonate e sarete perdonati.
 
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso: la misericordia è l’amore ostinato, che rimane saldo anche se non corrisposto, addirittura anche se tradito. Un amore che dà sempre, anche se non riceve nulla in contraccambio. Si è veramente figli di Dio solo se si imitano i sentimenti del Padre. Il figlio assomiglia al Padre: la parentela con Dio, una realtà che non è visibile, è resa concreta e visibile dalla qualità dei nostri comportamenti verso gli altri. I detti che seguono, non giudicate e non sarete giudicati, date e vi sarà dato, con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio, sembrano contraddire quanto è stato affermato poco sopra: infatti sembrano riportare l’agire cristiano verso un ideale di giustizia che ha gli angusti confini della parità del dare e dell’avere. Ma, in verità, Luca vuole semplicemente affermare che anche il comportamento cristiano che si basa sulla semplice parità, non è improduttiva e nemmeno impossibile, e il Padre ricambierà con una abbondanza che va oltre la misura.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,36-38
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il vostro Padre; il vers. conclude in pari tempo la sezione precedente ed introduce quella seguente. In Matteo il vers. suona: «siate perfetti, come è perfetto etc.», in Luca al contrario si parla di misericordia. Dio è il modello della misericordia al quale si devono ispirare i discepoli; in Dio la misericordia deriva dalla sua bontà essenziale che si comunica a tutti gli esseri. Il seguace di Cristo sarà misericordioso con tutti, senza considerare chi ne è degno o meno. Anche i rabbini dicevano: «come il nostro Padre è misericordioso in cielo, così voi dovete essere misericordiosi sulla terra».
37 Non giudicate e non sarete giudicati; il precetto è formulato alla stessa maniera del primo evangelista; Luca tuttavia non si limita a questo semplice divieto in sé molto chiaro ed esplicito, ma lo sviluppa per tutto l’intero versetto e parte del seguente. In Matteo si legge una sola proibizione, in Luca invece si hanno due divieti e due precetti. La proibizione di giudicare il prossimo è considerata come un’applicazione della misericordia, della bontà e della dolcezza da usare verso gli altri. Non condannate; come per il giudizio, così anche per la condanna non si tratta di un procedimento giudiziario, ma di una critica negativa e di una condanna personale del prossimo. Rimettete e vi sarà rimesso, vale a dire: assolvete e sarete assolti; scagionate gli altri e sarete scagionati.
38 Date e vi sarà dato; siate generosi verso gli altri e Dio lo sarà verso di voi. Anche il dare si deve ispirare alla misericordia. Una misura piena, pressata etc.; il principio è illustrato con un’immagine, tratta dal mondo agricolo, che indica la sovrabbondanza della retribuzione nel cielo; la ricompensa celeste è così piena e abbondante come una misura che deborda per l’eccessiva quantità di grano riposto in essa. Vi sarà versata nelle pieghe (della vostra tunica); letteral.: nel vostro seno. Le pieghe della tunica o del mantello, formate dalla cintura, servivano da tasche per mettervi denaro e provviste. Poiché con la misura con la quale misurate etc.; la stessa affermazione ricorre anche in Matteo; tuttavia nei due testi paralleli il detto ha una differente puntualizzazione: in Matteo esso indica la severità del giudizio per colui che ha giudicato senza carità il prossimo; in Luca invece si mette in rilievo la sovrabbondanza della ricompensa promessa a coloro che hanno dato con larga generosità.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Daniele - I contenuti: Nella Bibbia ebraica, il libro di Daniele non è collocato tra i Profeti, ma tra gli Altri Scritti (Ketubìm). Il testo è redatto ora in ebraico (1,1-2,4a; 8,1-12,13), ora in aramaico (2,4b-7,28); non si è ancora trovata una spiegazione pienamente convincente per questa presenza delle due lingue.
Nella prima parte del libro (cc. 1-6), si narrano le vicende di un gruppo di giovani ebrei, tra cui spicca Daniele, presso la corte babilonese e persiana. Nella seconda parte (cc. 7-12) si hanno delle visioni piene di simboli, che appartengono al genere “apocalittico”. Nelle antiche versioni greche dei LXX si trova infine anche una terza parte, composta da racconti diversi (cc. 13-14). Questa terza parte, che manca nel testo ebraico usato in sinagoga, appartiene agli scritti deuterocanonici; così anche la preghiera di Azaria e il cantico dei tre giovani nella fornace (3,24-90). Il libro può essere suddiviso così:
Daniele e i giovani ebrei alla corte del re (1,1-6,29)
Visioni di Daniele (7,1-12,13)
Susanna, Bel e il drago (13,1-14,42).
Le caratteristiche: Benché si presenti come scritto in Babilonia, all’epoca babilonese-persiana (VI-V sec. a.C.), in realtà il libro di Daniele è stato composto al tempo della persecuzione di Antioco IV Epìfane, rispecchia il clima di quell’epoca e ne testimonia la fede. Sia con i racconti, sia con le visioni, il libro di Daniele proclama il dominio assoluto di Dio nelle vicende storiche del mondo e la sua sollecitudine per coloro che credono in lui. Deve essere smascherato l’orgoglio del potere umano, che pretende di porsi come punto di riferimento assoluto; con questa pretesa, l’autorità politica diventa una potenza di male, si oppone alla realizzazione dei disegni divini e, in tal modo, provoca la propria rovina. Nel libro vengono esaltate le virtù del credente: Daniele è modello di fede, di preghiera, di giustizia, di sapienza; egli riconosce le proprie doti come doni di Dio. Vi si nota anche una certa ironia nei confronti dei culti idolatrici.
L’origine: Il nome “Daniele” richiama quello di un personaggio leggendario, esempio proverbiale di giustizia e di sapienza, ricordato sia nella Bibbia (Ez 14,14.20; 28,3) sia nei testi di Ugarit, risalenti al II millennio a.C.
Tra le due figure vi è però solo un’identità di nome (con una leggera variante nella loro grafia nel testo ebraico). Il libro di Daniele, infatti, nella sua redazione finale risale al II sec. a.C., al periodo delle persecuzioni compiute dal re di Siria Antioco IV e delle lotte maccabaiche. Ne sono destinatari Ebrei di quell’epoca, sottoposti a persecuzione e, a volte, costretti sotto minaccia di morte a rinnegare la propria fede. A costoro vengono presentati racconti esemplari e visioni profetiche, nelle quali la storia passata è riproposta in chiave simbolica, per aprire l’animo alla speranza. Sono così invitati a rimanere saldi nella fede, anche di fronte alle minacce di morte, perché Dio non abbandona i giusti che confidano in lui.
 
Jules Cambier e Xavier Léon-Dufour (Misericordia in Dizionario di Teologia Biblica): Il linguaggio corrente, determinato indubbiamente dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia con la compassione od il perdono. Questa identificazione, quantunque valida, minaccia di velare la ricchezza concreta che Israele, in virtù della sua esperienza, poneva nel termine.
Per esso infatti la misericordia si trova alla confluenza di due correnti di pensiero: la compassione e la fedeltà.
Il primo termine ebraico (rahamim) esprime l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti questo sentimento ha sede nel seno materno (rehem: 1 Re 3, 26), nelle viscere (rahamim) - noi diremmo: il cuore - di un padre (Ger 31, 20; Sal 103, 13), o di un fratello (Gen 43, 30): è la tenerezza; esso si traduce subito in atti: in compassione, in occasione di una situazione tragica (Sal 106, 45), od in perdono delle offese (Dam 9, 9).
Il secondo termine (hesed), tradotto ordinariamente in greco con una parola che significa anch’essa misericordia (èleos), designa per sé la pietà, relazione che unisce due esseri ed implica fedeltà. Per tale fatto la misericordia riceve una base solida: non è più soltanto l’eco d’un istinto di bontà, che può ingannarsi circa il suo oggetto e la sua natura, ma una bontà cosciente, voluta; è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stesso. Le traduzioni in lingue moderne delle parole ebraiche e greche oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia (ebr. hen) che tuttavia ha un’accezione molto più ampia. Nonostante questa varietà, non è impossibile definire la concezione biblica della misericordia. Dall’inizio alla fine Dio manifesta la sua tenerezza in occasione della miseria umana; l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo, ad imitazione del suo creatore.
VT - Il Dio delle misericordie - Quando l’uomo acquista coscienza di essere sventurato o peccatore, allora gli si rivela, più o meno netto, il volto della misericordia infinita.
In soccorso al misero - Incessanti risuonano le grida del salmista: «Pietà di me, o Signore!» (Sal 4, 2; 6, 3; 9, 14; 25, 16), oppure le proclamazioni di ringraziamento: «Rendete grazie a Jahve, perché eterno è il suo amore (hesed)» (Sal 107, 1), quella misericordia che egli non cessa di dimostrare nei confronti di coloro che gridano a lui nella loro miseria, i naviganti in pericolo, ad esempio (Sal 107, 23), nei confronti dei «figli di Adamo», chiunque essi siano. Egli infatti si presenta come il difensore del povero, della vedova e dell’orfano: sono i suoi privilegiati. Questa convinzione incrollabile degli uomini pii sembra trarre origine dall’esperienza che fece Israele in occasione dell’esodo. Quantunque il termine misericordia non si trovi nel racconto del fatto, la liberazione dall’Egitto è descritta come un atto della misericordia divina. La prime tradizioni sulla vocazione di Mosè lo suggeriscono nettamente: «Ho visto la miseria del mio popolo. Ho ascoltato le sue grida di aiuto... Conosco le sue angosce. Sono deciso a liberarlo» (Es 3, 7s. 16s). Più tardi, il redattore sacerdotale spiegherà la decisione di Dio con la sua fedeltà all’alleanza (6, 5). Nella sua misericordia Dio non può sopportare la miseria del suo eletto; è come se, contraendo alleanza con esso, egli ne avesse fatto un essere «della sua stirpe» (cfr. Atti 17, 28s): un istinto di tenerezza lo unisce a lui per sempre.
La salvezza del peccatore - Ma che avverrà se questo eletto si separa da lui con il peccato? La misericordia prevarrà ancora, purché egli non si indurisca; infatti, sconvolto dal castigo che il peccato esige, Dio vuol salvare il peccatore. Così, in occasione del peccato, l’uomo entra ancora più profondamente nel mistero nella tenerezza divina.
 
Asterio d’Amasea: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro» [Lc 6,36]. Se volete imitare Dio, a immagine del quale siete stati creati, conformatevi al vostro modello. Voi cristiani, voi che portate un nome che significa amore, imitate la carità di Cristo. Osservate la ricchezza del suo amore per gli uomini. Sul punto di manifestarsi a loro nella sua umanità, ha mandato Giovanni per invitarli alla penitenza e condurli al pentimento e, ancora prima di lui, ha inviato tutti i profeti che hanno insegnato la conversione. Quando poi, poco tempo dopo, si è presentato Cristo stesso, ha gridato con la propria voce facendosi avanti in persona: Venite a me tutti voi che siete affaticati e oppressi e io vi consolerò [Mt 11,28]. E quelli che hanno accolto l’invito, come li ha ricevuti? Ha concesso loro, senza difficoltà, il perdono dei peccati e immediatamente li ha liberati dalle loro afflizioni. Il Verbo li ha resi santi, lo Spirito ha impresso su di loro il suo sigillo. L’uomo vecchio è stato sepolto ed è nata la nuova creatura, rigenerata per grazia. Di conseguenza l’uomo, che era estraneo, è diventato un intimo, da straniero è diventato figlio; prima escluso, ora è stato introdotto nel mistero, e da empio che era è diventato santo.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agnese, Principessa, Badessa: Figlia del sovrano boemo Otakar I, Agnese nacque a Praga nel 1211. Nel 1220, essendo promessa sposa di Enrico VII, figlio di Federico Barbarossa, Agnese fu condotta a Vienna ove visse sino al 1225 quando, rotto il fidanzamento, tornò a Praga per consacrarsi a Dio. Grazie ai Frati Minori, venne a conoscenza della vita spirituale di Chiara d’Assisi. Rimase affascinata da questo modello e decise di imitarne l’esempio. Fondò il monastero di San Francesco per le «Sorelle Povere o Damianite» nel 1234. Insieme a Santa Chiara si adoperò per ottenere l’approvazione di una nuova ed apposita regola che ricevette e professò. Agnese divenne badessa del monastero, ufficio che conservò per tutta la vita. Morì il 2 marzo 1282. Numerosi miracoli furono attribuiti alla principessa badessa che venne beatificata da Pio IX nel 1874 e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1989. (Avvenire)
 
O Dio, che hai ordinato la penitenza del corpo
come medicina dell’anima,
fa’ che ci asteniamo da ogni peccato
per avere la forza di osservare
i comandamenti del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Conferma, o Signore, i cuori dei tuoi fedeli
e sostienili con il vigore della tua grazia
perché siano perseveranti nella preghiera
e sinceri nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore.