28 Ottobre 2026

SANTI SIMONE E GIUDA, APOSTOLI

Ef 2,19-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Lc 6,12-19
 
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 28 Ottobre 2012): Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). È ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.
Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come Teodòro, Teòdoto. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». È una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto.

Liturgia della Parola
 
I Lettura: I cristiani di Efeso che provengono dal mondo pagano un tempo esclusi dalla cittadinanza d’Israele, ora, mediante il battesimo, non sono più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e di profeti. I profeti, qui si tratta di quelli del Nuovo Testamento (Ef 3,5; 4,11; At 11,27), costituiscono con gli apostoli, “la generazione dei primi testimoni che hanno ricevuto la rivelazione del piano divino (Ef 3,5) e che hanno predicato il vangelo [cfr. Lc 11,49, Mt 23,34, Mt 10,41). Sono dunque come il fondamento sul quale si edifica la chiesa” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
 
La preghiera, la vocazione degli Apostoli, le guarigioni degli infermi sono i temi che si intrecciano nel Vangelo odierno. A motivo della festa dei Apostoli Simone e Giuda l’attenzione va spostata sulla chiamata dei Dodici ai quali Gesù diede il nome di apostoli. Apostolos, nell’ellenismo, era un termine tecnico della navigazione, specialmente di quella militare e stava a significare l’invio di una flotta o di un esercito. Con questo termine si designava anche il comandante di una spedizione. In seguito la parola assunse significati diversi, come «lettera di accompagnamento» o «foglio di consegna» o anche «passaporto». Nel giudaismo a significare meglio il termine e il concetto di apostolo, quale avremo nel Nuovo Testamento, è la figura giuridica dello shaliah, che significa servo o ministro. Il termine denota una specie di ambasciatore o rappresentante, incaricato a svolgere con autorità il compito affidatogli, religioso o profano che fosse. Così si stabilisce una relazione profonda tra Gesù e i suoi apostoli: come egli è l’inviato del Padre, così gli apostoli sono i suoi inviati; come il Padre dimora nel Figlio inviato da lui, così anche il Figlio dimora nei suoi apostoli; come il Padre compie in lui le sue opere, così il Figlio compie negli apostoli le sue opere.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,12-19
 
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante.
C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
 
Parola del signore
 
Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Luca): La creazione dei Dodici è la settima azione potente di Gesù, dove si compie e trova riposo tutto il suo lavoro: è il mondo nuovo, l’umanità che nell’ascolto entra nel giorno di Dio e raggiunge il suo riposo. I Dodici sembrano piccola cosa di fronte alla vastità del mondo al quale sono inviati. Ma è stile costante di Dio operare tutto attraverso poco (cf. Gdc 7,1-8). La sua azione è sempre sacramentale: in un piccolo segno d’amore, dona una realtà infinita, se stesso come amore. Questa sacramentalità, per cui l’infinito opera nella piccolezza, è necessaria perché Dio è infinito e l’uomo finito, ma fatto per l’infinito. Ma è anche necessaria per rispettare la libertà dell’uomo che Dio ama e dal quale vuole essere amato in libertà. Il piccolo non si impone: solo si propone e può essere accolto a meno.
Non bisogna mai dimenticare l’efficacia reale e infinita del piccolo segno, né a livello personale né a livello ecclesiale. Si cadrebbe in deliri di onnipotenza, vecchi come il peccato di Gn 3!
La chiamata all’apostolato, mattino della piccola chiesa che sta sorgendo (cf. 12,32), nasce dalla notte di preghiera di Gesù. Come a dire che la chiamata che fonda la chiesa nasce dalla sua comunione con il Padre fin dentro la notte, cioè dall’obbedienza e dall’amore a lui fino alla morte. Ed è una chiamata alla stessa comunione, fine di ogni apostolato.
 
Per approfondire
 
I Dodici: Pastores gregis 6: Il Signore Gesù, durante il suo pellegrinaggio sulla terra, annunciò il Vangelo del Regno e lo inaugurò in se stesso, rivelandone a tutti gli uomini il mistero. Chiamò uomini e donne alla sua sequela e, fra i discepoli, ne scelse Dodici, perché «stessero con Lui» (Mc 3,14). Il Vangelo secondo Luca specifica che Gesù fece questa sua scelta dopo una notte di preghiera trascorsa sulla montagna (cfr. Lc 6,12). Il Vangelo secondo Marco, a sua volta, sembra qualificare tale azione di Gesù come un atto sovrano, un atto costitutivo che dà identità a coloro che ha scelto: «ne costituì Dodici» (Mc 3,14). Si svela, così, il mistero dell’elezione dei Dodici: è un atto di amore, liberamente voluto da Gesù in unione profonda con il Padre e con lo Spirito Santo. La missione affidata da Gesù agli Apostoli deve durare sino alla fine dei secoli (cfr. Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi sono incaricati di trasmettere è la vita per la Chiesa di ogni tempo. Proprio per questo essi hanno avuto cura di costituirsi dei successori, in modo che, come attesta S. Ireneo, la tradizione apostolica fosse manifestata e custodita nel corso dei secoli.
 
I vescovi successori degli apostoli: Lumen gentium 24-25: I vescovi, quali successori degli apostoli, ricevono dal Signore, cui è data ogni potestà in cielo e in terra, la missione d’insegnare a tutte le genti e di predicare il Vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini, per mezzo della fede, del battesimo e dell’osservanza dei comandamenti, ottengano la salvezza (cfr. Mt 28,18-20; Mc 16,15-16; At 26,17ss). Per compiere questa missione, Cristo Signore promise agli apostoli lo Spirito Santo e il giorno di Pentecoste lo mandò dal cielo, perché con la sua forza essi gli fossero testimoni fino alla estremità della terra, davanti alle nazioni e ai popoli e ai re (cfr. At 1,8; 2,1ss; 9,15). L’ufficio poi che il Signore affidò ai pastori del suo popolo, è un vero servizio, che nella sacra Scrittura è chiamato significativamente «diaconia», cioè ministero (cfr. At 1,17 e 25; 21,19; Rm 11,13; 1Tm 1,12). La missione canonica dei vescovi può essere data per mezzo delle legittime consuetudini, non revocate dalla suprema e universale potestà della Chiesa, o per mezzo delle leggi fatte dalla stessa autorità o da essa riconosciute, oppure direttamente dallo stesso successore di Pietro; se questi rifiuta o nega la comunione apostolica, i vescovi non possono essere assunti all’ufficio.
 
José María Álvarez de Toledo: Le decisioni importanti non vengono prese su due piedi. Gesù sapeva che gli apostoli erano chiamati a formare la sua Chiesa e a diffondere il Vangelo in tutto il mondo. Per questo ha passato tutta la notte in preghiera, implorando suo padre Dio di aiutarlo a fare la scelta giusta. Avrebbe fatto lo stesso anni dopo nell'Orto degli Ulivi, chiedendo la forza di fare la volontà di suo Padre.
È nella preghiera, in quel dialogo faccia a faccia con Dio, che anche noi maturiamo le decisioni che segneranno la nostra vita. Cosa mi sta chiedendo il Signor? Come posso affrontare questa situazione? Cosa mi starà dicendo con ciò che mi è appena successo? Le grandi domande che possiamo porci trovano risposta in questi momenti di intimità con Gesù.
Ma avere a che fare con Dio non significa solo parlargli di queste grandi questioni: un padre è interessato anche alle più piccole cose di suo figlio. Per questo cerchiamo di parlare al Signore di quello che succede nel nostro cuore e nella nostra mente: speranze, preoccupazioni, gioie, paure, dubbi, eccetera.
In questo modo, il cristiano trasforma tutta la sua giornata in preghiera. Sa come rivolgersi costantemente a Gesù nelle cose che gli accadono. Impara a gioire con lui quando sente una buona notizia, a soffrire con lui quando ha una difficoltà, a consolarlo quando vede il peccato... E così affronterà ogni giorno sentendo che Dio lo guarda in ogni momento.
 
Ambrogio (In Lucam, V, 41) - … salì sul monte…: sale il monte chi cerca Dio, sale sulla cima chi implora, per la sua ascesa, l’aiuto di Dio. Tutte le anime grandi, tutte le anime levate raggiungono la vetta… Non coi passi del tuo corpo, ma con le tue azioni levate sali questa montagna. Segui Gesù, in modo che tu stesso possa divenire un monte.
 
Testimoni di Cristo - Santi Simone e Giuda, Apostoli - Il cuore che sa amare è aperto alla vita di Dio: Il cuore che sa amare è pronto a riconoscere lo sguardo di Dio e ad ascoltare la sua voce, per questo chi vive nell’amore non teme nulla, perché percepisce l’abbraccio dell’Infinito. È questo il senso della risposta che Gesù dà alla domanda dell’apostolo Giuda Taddeo (o Giuda di Giacomo): “Perché ti sei manifestato a noi e non al mondo?”. Chiunque ami, nota il maestro, è pronto ad accogliere Dio. La Chiesa oggi celebra questo apostolo assieme a Simone, che era di Cana ed era soprannominato “lo zelota”, probabilmente perché aveva militato tra le fila del movimento che sognava una rivolta violenta contro i Romani per cambiare la storia. Sia Giuda (il cui soprannome Taddeo significa “magnanimo”) che Simone per la tradizione morirono martiri, il segno più grande di un amore al quale hanno offerto la propria vita fino alla fine. (Autore Matteo Liut)
 
O Dio, che per mezzo degli apostoli
ci hai fatto giungere alla conoscenza del tuo nome,
per l’intercessione dei santi Simone e Giuda
concedi alla tua Chiesa di crescere sempre
con l’adesione di nuovi popoli alla fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
  27 OTTOBRE 2026
 
Martedì XXX Settimana Del Tempo Ordinario
 
Ef 5.21-33; Salmo Responsoriale dal Salmo 127 (128); Lc 13,18-21
 
C’è (…) una nuova possibilità di vita e di salvezza che proviene dalla fede, perché essa non solo ci aiuta a resistere al male perseverando nel bene, ma trasforma la nostra esistenza tanto da renderla uno strumento della salvezza che Dio ancora oggi vuole operare nel mondo. E, come ci dice Gesù nel Vangelo, si tratta di una forza mite: la fede non si impone con i mezzi della potenza e in modi straordinari; ne basta quanto un granello di senape per fare cose impensabili (cfr Lc 17,6), perché reca in sé la forza dell’amore di Dio che apre vie di salvezza. È una salvezza che si realizza quando ci impegniamo in prima persona e ci prendiamo cura, con la compassione del Vangelo, della sofferenza del prossimo; è una salvezza che si fa strada, silenziosa e apparentemente inefficace, nei gesti e nelle parole quotidiane, che diventano proprio come il piccolo seme di cui ci parla Gesù; è una salvezza che lentamente cresce quando ci facciamo “servi inutili”, cioè quando ci mettiamo al servizio del Vangelo e dei fratelli senza cercare i nostri interessi, ma solo per portare nel mondo l’amore del Signore. (Leone XIV, Omelia nella Santa Messa in occasione del Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti, 5 ottobre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Paolo mette a confronto due coppie: quella degli sposi cristiani e la coppia Cristo-Chiesa. È da questo confronto che scaturiscono i consigli rivolti ai mariti e alle mogli cristiani. L’Apostolo è figlio del suo tempo e la morale familiare di Efesini potrebbe sembrare oggi anacronistica. In verità, noi, «critici verso questa cultura maschilista e coscienti del valore analogico della corrispondenza, affermata dall’Apostolo, tra la coppia sponsale umana e la coppia Cristo-Chiesa, potremmo tradurre l’esortazione suddetta così: mariti e mogli amatevi come Cristo ha amato noi e ha dato la sua vita per noi; mogli e mariti, la fiducia regni nei vostri rapporti come la Chiesa ha fiducia in Cristo» (D.E.-G.B.).
Ma nonostante tutto nell’insegnamento di Paolo risuona tutta la sacralità e la inviolabilità della famiglia.
 
Vangelo
Il granello crebbe e divenne un albero.
 
Israele, i profeti, i giusti avevano atteso con trepidazione il Regno di Dio: era il sogno di tutti, il sogno di ogni uomo, ma le legioni romane avevano travolto tutto, avevano piegato con la violenza ogni resistenza e la pace era stata imposta con le armi. Quando tutto sembrava perduto, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), Gesù, il missionario del Padre, viene ad annunciare la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino (Mc 1,15), è vicino, non possiede gli alamari della potenza romana, è un piccolo seme. Un piccolo seme che può crescere e diventare gigantesco, sconvolgente, immenso e straordinario. Per entrare nel regno e per farlo crescere fino ai confini della terra (At 1,8) bisogna farsi piccoli, occorre farsi seme, lievito, ma il seme deve cadere a terra e morire (Gv 12,24), e il lievito deve impastarsi con la farina. È in questo annichilimento che sta nascosto il tutto, lo straordinario, l’inaspettato, l’assoluto! Il seme diventa albero perché la nostra piccolezza, la nostra limitatezza, il nostro “niente” viene innaffiato dalla potenza di Dio (2Cor 12,9). Ora nel nascondimento, in attesa che giunga alla perfezione, il regno di Dio vive di speranza, e nella luce del Risorto si fa segno di realtà lontane, ma già vicine: è vicino il grande giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi (Sof 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,18-21
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): vv. 8-19 La breve parabola, narrata anche dagli altri due Sinottici, trova in Luca un’esposizione ancora più concisa ed una pointe differente; nel terzo vangelo infatti il contrasto tra la piccolezza del seme e lo sviluppo rigoglioso di esso è passato sotto silenzio. Luca insiste sull’idea della crescita, più che su quella della differenza tra i modesti inizi e la esuberante espansione del regno di Dio (cf. Mt., 13, 31-32; Mc.,4, 30-32 e relativo commento). Nel suo giardino; elemento descrittivo proprio del racconto lucano con il quale l’autore abbellisce l’immagine.
vv. 20-21 Testo parallelo a Matteo, 13, 33; Luca introduce la parabola richiamando la formula usata in quella precedente (cf. vers. 18); questa formula comune stabilisce un nesso più stretto tra le due immagini. Probabilmente, dato l’intimo legame esistente nel terzo vangelo tra le due parabole, il paragone del lievito accentua la stessa idea esposta in quello del chicco di senape, l’idea cioè che il regno dei cieli possiede una forza intrinseca di espansione. In Matteo invece le due parabole illustrano due verità distinte: la prima indica la forza vitale di espansione; la seconda invece, la forza di penetrazione e di trasformazione dell’intera massa di farina.
 
Per approfondire
 
Nella esortazione paolina il matrimonio è concepito come una gerarchia: nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa. Questa idea si basa non soltanto sulla concezione allora comune della posizione sociale della donna, ma anche sulla somiglianza tra il matrimonio e il rapporto di Cristo con la Chiesa, così come viene esposto abbastanza diffusamente in Ef 5,22-33.
Come Cristo ama la Chiesa e dette se stesso perché la Chiesa potesse essere salvata e santificata, così il marito deve amare e assistere teneramente sua moglie, amarla come ama e cura il suo corpo; perché marito e moglie sono un solo corpo, come Cristo e la Chiesa sono un solo corpo. Questo è un grande «mistero»: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! (Ef 5,32).
Il versetto è oscuro ed è interpretato in vario modo. Il mistero in Efesini si riferisce al piano divino di salvezza in Cristo, rivelato in lui (3,3-6). Il termine in 5,32 deve riferirsi a questo mistero di salvezza, e sembra significare che un aspetto del mistero è il rapporto tra Cristo e la sua Chiesa, stabilito dalla sua azione salvifica, un rapporto tanto intimo che è come il rapporto tra moglie e marito. Ciò a sua volta apporta luce sulla natura dell’unione matrimoniale, che raggiunge la sua pienezza nei cristiani solo quando gli sposi si amano e si assistono gli uni gli altri come Cristo e la Chiesa si amano l’un l’altro.
 
Il regno di Dio nella predicazione di Gesù - Bertold Klappert (Regno in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il regno di Dio è trascendente e soprannaturale: proviene solo da Dio, solo dall’alto. Ma allo stesso tempo è completamente immanente. Dove arriva il regno di Dio, là gli affamati vengono saziati, gli afflitti consolati (Mt 5,3-10: le beatitudini), si amano i nemici (Mt 5,38-42) e sull’esempio degli uccelli del cielo e dei fiori del campo non ci si preoccupa più del cibo o del vestito (Mt 6,25-33). Anche qui solo la persona di Gesù può rendere presente il regno di Dio che deve venire, nelle cui parole e opere la sovranità di Dio è un fatto concreto. Il regno è già qui in quanto Gesù cerca la compagnia dei pubblicani e dei peccatori e siede con essi a tavola e a essi dichiara il perdono dei peccati. Come colui che ha preparato il pranzo invita a tavola i mendicanti e i senza tetto (Mt 22,1-10), come l’amore del padre riaccoglie il figlio perduto (Lc 15, 11-32), come il pastore va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7), come la donna ricerca la moneta perduta (Lc 15,8-10), come il padrone dà per sua bontà la paga completa agli operai dell’ultima ora (Mt 20, 1-15), così Gesù va verso i peccatori, per dichiarare loro il perdono, «poiché è per essi il regno dei cieli» (Mt 5,3). Solo i peccatori, coscienti di grosse colpe (Lc 7,41-43), sono in grado di misurare il significato del perdono, della bontà di Dio, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2, 17).
La caratteristica della predicazione di Gesù sul regno di Dio non consiste dunque nel fatto che Gesù abbia portato una nuova dottrina circa il regno di Dio, oppure radicalizzato le attese escatologico-apocalittiche, bensì nel fatto che egli ha creato un rapporto inscindibile tra il regno di Dio e la sua persona. L’aspetto nuovo della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù « è lui stesso, semplicemente la sua persona» (Schniewind).
 
La concezione cristiana del Regno - Bruno Maggioni: Nella concezione cristiana il Regno è al tempo stesso presente e futuro. E già presente nella storia, ma - come dicono le parabole - è un seme posto sotto le zolle. Il presente è il tempo in cui il Regno matura nel segreto della terra.
Importante è ricordare che la pienezza futura non costituisce un regno diverso da quello che è apparso in Gesù. I tratti fondamentali della sua figura - la dedizione, la misericordia, l’universalità - non sono semplicemente i connotati della fase terrena del Regno, ma della sua natura permanente. “Venga il tuo Regno” non esprime il desiderio di una seconda venuta del Signore che capovolga lo stile della prima, sostituendo la dedizione e l’amore con la potenza e la gloria. “Venga il tuo Regno” è il desiderio della piena manifestazione di colui che è già venuto. Ma la medesima invocazione dice anche un’altra importante verità: è il Regno che viene, non l’uomo che lo costruisce, anche se - ovviamente - occorre l’accoglienza da parte dell’uomo. È Dio il protagonista del Regno, non l’uomo. Il Regno è di Dio (il tuo Regno), non cosa dell’uomo. All’uomo spetta accoglierlo, non progettarlo. Dio è il signore del mondo, non l’uomo né la Chiesa. E perciò la prima conseguenza è che l’attesa del Regno dovrà anzitutto esprimersi nel non fare del mondo la nostra proprietà. Le parabole evangeliche sul Regno mostrano che il vero protagonista è il seme, non il seminatore (Mc 4). E la parabola della zizzania nel campo di grano dice che il giudizio sull’appartenenza al Regno spetta a Dio, non agli uomini (Mt 13,24-30). Già la predicazione di Gesù, e successivamente la coscienza della comunità cristiana, hanno messo in luce che fra la Chiesa e il Regno ci sono profonde e strette correlazioni. Tuttavia le due realtà non sono sovrapponibili. La Chiesa non si identifica con il Regno, tanto che prega: “Venga il tuo Regno”. Neppure però semplicemente lo annuncia e lo propone. Ne è la storica anticipazione. Il Regno sovrasta la Chiesa almeno in due direzioni: perché abbraccia tutta l’azione di Dio presente nel mondo, non soltanto quella nella Chiesa e attraverso la Chiesa; e perché la sua pienezza è alla fine, quando Cristo sarà tutto in tutti.  
 
Catechismo degli Adulti - Partecipi dell’amore sponsale di Cristo [735]: Qual è il significato specificamente cristiano del matrimonio? Porsi questa domanda significa interrogarsi sul dono di grazia proprio di questo sacramento.
Gli sposi sono ministri del sacramento e al tempo stesso coloro che lo ricevono. Con una scelta libera, ispirata dall’amore, l’uomo e la donna si legano l’uno all’altro, impegnando la propria persona e l’intera esistenza: «Io prendo te come mio sposo (mia sposa) e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita». È il consenso nuziale, progetto globale di vita, donazione personale totale, che include come sua espressione propria la reciproca totale donazione dei corpi. I due promettono di essere reciprocamente fedeli per tutta la vita, di amarsi e onorarsi, di accogliere con responsabilità i figli che Dio donerà loro e di educarli nella fede cristiana. Il loro stesso consenso è elevato a sacramento, segno che esprime, contiene e comunica l’amore di Cristo per la Chiesa. Il Signore Gesù dà loro lo Spirito Santo, per renderli capaci di amarsi con carità coniugale, partecipando alla sua donazione pasquale. Li consacra come coppia, non più solo come singoli; li chiama a edificare insieme il regno di Dio, modellando la loro comunione di vita sulla nuova alleanza di Dio con il suo popolo. Il matrimonio cristiano è una specifica vocazione alla santità, all’interno della comune vocazione battesimale; è una modalità della sequela di Cristo.
 
Aderire a Cristo è come unirsi alla sposa in matrimonio: “Qualsiasi anima che aderisce a Cristo è come una moglie che vive fedelmente con suo marito. Anche in un matrimonio casto lei può addolorarsi delle intenzioni di suo marito, ma preserva la fede del letto matrimoniale con casta purezza. Prudentemente e con modestia mette in ordine la casa del marito. Anche quando non riesce a soddisfare i suoi bisogni, vive castamente e fedelmente con lui. Sebbene la fragilità umana spesso la spinge a trasgredire contro di lui, la castità coniugale la fa aderire con piacere a suo marito.” (Fulgenzio, L’incarnazione 41).
 
Testimoni di Cristo - Santa Balsamia: In Francia, nella diocesi di Reims, Balsamia viene onorata come nutrice di San Remigio, vescovo di quella città. Un dato che la rende particolarmente importante per l’Oltralpe.
San Remigio, infatti, convertì nel V secolo la regina Clotilde e il marito Clodoveo. E con la conversione del re franco iniziò la storia cristiana della Francia. La figura di Balsamia si accosta a quella della madre di Remigio, Celina, anch’essa santa. Il nome della balia, però, appare tardivamente, nel X secolo quando oltre che nutrice viene identificata anche come madre di santi: san Celsino sarebbe stato, infatti, uno dei suoi figli. La leggenda dice che, benché venerata in Francia, Balsamia sarebbe stata di origine italiana. Da Roma sarebbe giunta a Reims proprio in tempo per svolgere la sua delicata mansione di nutrice. Una lettura della storia che stabilisce un legame forte tra Roma e la Francia: il latte, come un «balsamo», che ha nutrito il «padre della Chiesa francese», sarebbe venuto da Roma. (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
  26 OTTOBRE 2026
 
Lunedì XXX Settimana Del Tempo Ordinario
 
Ef 4,32-5,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 1; Lc 13,10-17
 
Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita – possiamo dire le cose fondamentali – non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita. E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti. (Leone XIV, Omelia nella Santa Messa con gli studenti delle Università Pontificie, 27 ottobre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’imperativo è netto: i cristiani della chiesa di Efeso devono sfuggire ogni forma di fornicazione. Per il cristiano ogni specie di impurità o di cupidigia, di volgarità, insulsaggini, trivialità, sono cose sconvenienti ed è bene che sappiano che chi le compie non entrerà nel regno di Dio. In passato gli Efesini avevano compiuto tali cose perché erano tenebra, ora rigenerati nel fonte battesimale sono luce nel Signore, e di conseguenza devono vivere e comportarsi come figli della luce.
 
Vangelo
Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?
 
Il miracolo della donna curva ha molti tratti in comune con la guarigione dell’uomo che aveva la mano destra paralizzata (Lc 6,6-11). È un giorno di sabato, Gesù sta insegnando nella sinagoga e guarisce di sua iniziativa una donna inferma da diciotto anni. Lo sdegno del capo della sinagoga è per Gesù ipocrisia profonda: il Sabato era memoria del riposo di Dio (Es 20,11), era un giorno donato al riposo, alla preghiera e alla lode, un giorno per celebrare la misericordia di Dio, la sua potenza, per ricordare i prodigi operati da Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù del Faraone. La donna inferma era oppressa da uno spirito, allora perché  il capo della sinagoga ritiene che liberare una persona da una situazione di schiavitù sia una violazione del Sabato? Compiere un gesto di liberazione è la vera celebrazione del Sabato, non la sua violazione! Qui sta la novità del Vangelo: osservare la legge non è una spinta verso la disperazione o verso la schiavitù del legalismo, ma è aprire il cuore alla gioia. Osservare la Legge di Dio è una conquista per l’umanità e non una nuova oppressione: in poche parole, è un immergerci nella volontà di Dio, e vedere che ogni momento può essere una occasione di grazia, un momento favorevole perché la nostra vita cambi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,10-17
 
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Parola del Signore.
 
Un giorno di sabato - Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Il miracolo della guarigione della donna sofferente da diciotto anni ha molti tratti in comune con il miracolo della guarigione dell’uomo che aveva la mano paralizzata, già letto nel contesto delle controversie galilaiche (7,6-11): è un giorno di sabato, Gesù sta insegnando nella sinagoga, la folla lo circonda, Gesù interviene di sua iniziativa senza che la persona ammalata glielo chieda, pone una domanda che cade nel vuoto; l’interesse non indugia sul miracolo ma sulla polemica che esso suscita.
Ma ci sono anche importanti differenze. La descrizione è qui più particolareggiata e incisiva, e con più chiarezza gioca sul doppio significato del tema schiavitù-libertà. La donna è descritta come rattrappita, piegata, legata nei suoi movimenti.
Per dire la sua malattia si ricorre al termine astheneia che, più che la sofferenza come tale, sottolinea il tedio, la debolezza, la prostrazione fisica e morale, l’assenza di voglia di vivere.
Gesù la chiama a voce alta (prosfonéo) presso di sé e non le dice «sei guarita», ma «sei stata liberata». Il verbo greco apoluo significa al passivo essere liberato da una condizione che imprigiona, essere sciolto da una catena, come è detto esplicitamente in 13,16. Il tempo perfetto del verbo sottende poi una liberazione duratura. Lo spirito di Satana incatena (13,16), la parola di Gesù libera.
Lo sdegno del capo della sinagoga è per Gesù ipocrisia, che però non è solo lui a meritare. Infatti Gesù rimprovera al plurale: «Ipocriti». Si tratta di una ipocrisia profonda: non perché con la scusa di onorare Dio si finisce (sembra) col dare più peso agli animali che a una persona, ma perché si svuota alla radice proprio ciò che si dice di voler celebrare. L’ osservanza del sabato non è forse la memoria della liberazione di Israele dalla schiavitù del Faraone? E allora perché si ritiene che liberare una persona da una situazione di schiavitù sia, al contrario, una violazione del sabato? Compiere un gesto di liberazione è la vera celebrazione del sabato, non la sua violazione! Ragionare diversamente è pura ipocrisia, che succede ogni volta che l’ osservanza del sabato si riduce a un precetto del tutto svuotato della sua verità.
 
Per approfondire
 
Miguel Ángel Torres-Dulce: La donna della quale narra il Vangelo da quasi vent’anni viveva incurvata, resa incapace di raddrizzarsi; si avvicina comunque a Dio, va alla sinagoga e la malattia la rende umile. Cristo, che penetra i cuori, vede in quella donna un’anima semplice e purificata. Si rivolge a lei imponendole le mani e le dice: “Sei liberata dalla tua malattia”. È una splendida immagine del sacramento della misericordia di Dio, della confessione, nella quale Gesù ci libera dai legami del peccato, benedicendoci con le sue mani per liberarci dal male. Quale profonda gioia provò quella donna! Ora poteva drizzarsi e alzare facilmente lo sguardo al cielo. Il suo sguardo s’incontrò con lo sguardo del Signore e lacrime di gratitudine solcarono il suo volto.
Il Vangelo riferisce poi della reazione adirata del capo della sinagoga, che pone innanzi alla misericordia l’osservanza di un precetto. Una reazione che mascherava l’ipocrisia e che contrasta con la gioia della folla nel vedere le meraviglie che compiva Gesù. Il nemico della nostra santità non vuole il dialogo, non vuole che ci avviciniamo al Cuore misericordioso di Gesù e pone ogni tipo di ostacoli - persino citando la Parola di Dio! -; ma noi dobbiamo reagire con fermezza, andando dal Signore e mostrandogli con semplicità i nodi che tengono stretta la nostra anima, affinché la sua misericordia li sciolga.
Se conservassimo qualche propensione al peccato, vivremmo incurvati, incapaci di levare lo sguardo al cielo, ma tenendolo basso, occupati solamente dalle cose della terra, come se Dio non esistesse. La propensione al peccato attanaglia, produce un ripiegamento in noi stessi: l’orizzonte della vita si restringe e i migliori talenti vanno in rovina. Il cuore dell’uomo è nato da Dio e ha aneliti di infinito, di Lui. Può accontentarsi di ciò che è effimero, ma questo non calma la sua sete profonda, cammina come in un cerchio senza fare un passo avanti, tradisce se stesso e i tentativi di rendere utile in qualche modo la propria vita si vanno vanificando e rimangono dei castelli di sabbia. Riempiamo, invece, i nostri cuori con i veri aneliti che ci danno pienezza e ci fanno camminare eretti, con lo sguardo rivolto al cielo.
 
Le donne del Vangelo - Mulieris dignitatem 13: Scorrendo le pagine del Vangelo, passa davanti ai nostri occhi un gran numero di donne, di diversa età e di diverso stato. Incontriamo donne colpite da malattia o da sofferenze fisiche, come la donna che aveva «uno spirito che la teneva inferma, era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo» (cf. Lc 13,11), o come la suocera di Simone che era «a letto con la febbre» (Mc 1,30), o come la donna «affetta da emorragia» (cf. Mc 5,25-34), che non poteva toccare nessuno, perché si riteneva che il suo tocco rendesse l’uomo «impuro». Ciascuna di loro fu guarita, e l’ultima, l’emorroissa, che toccò il mantello di Gesù «tra la folla» (Mc 5,27), fu da lui lodata per la grande fede: «La tua fede ti ha salvata» (Mc 5,34). C’è poi la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita, rivolgendosi a lei con tenerezza: «Fanciulla, io ti dico, alzati!» (Mc 5, 41). E ancora c’è la vedova di Nain, alla quale Gesù fa ritornare in vita l’unico figlio, accompagnando il suo gesto con un’espressione di affettuosa pietà: «Ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!"» (Lc 7, 13). E infine c’è la Cananea, una donna che merita da parte di Cristo parole di speciale apprezzamento per la sua fede, la sua umiltà e per quella grandezza di spirito, di cui è capace soltanto un cuore di madre: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (Mt 15,28). La donna cananea chiedeva la guarigione della figlia.
A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni». Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8,1-3).
A volte figure di donne compaiono nelle parabole, con le quali Gesù di Nazareth illustrava ai suoi ascoltatori la verità sul Regno di Dio. Così è nelle parabole della dramma perduta (cf. Lc 15, 8-10), del lievito (cf. Mt 13,33), delle vergini sagge e delle vergini stolte (cf. Mt 25,1-13). Particolarmente eloquente è il racconto dell’obolo della vedova. Mentre «i ricchi (...) gettavano le loro offerte nel tesoro (...), una vedova povera vi gettò due spiccioli». Allora Gesù disse: «Questa vedova, povera, ha messo più di tutti (...), nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere» (Lc 21,1-4). In questo modo Gesù la presenta come modello per tutti e la difende, poiché, nel sistema socio-giuridico di allora, le vedove erano esseri totalmente indifesi (cf. anche Lc 18,1-7).
In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13,16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23,28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante
 
Evoluzione del sabato - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali Vol VII): Negli antichi testi storici e profetici, il sabato è giorno di riposo e di festa gioiosa (cf. Is 1,13; Os 2,13), in cui si va al santuario o si visita un uomo di Dio (2Re 4,23); grossi lavori ordinari sono interrotti (Es 20,9-10 e Dt 5,13-14; Es 23,12 e 34,21), e così pure le contrattazioni commerciali (Am 8,5); i piccoli viaggi sono permessi (cf. 2Re 4,23).
Distrutto il tempio e iniziato l’esilio poiché le altre feste non possono più essere celebrate, l’importanza del sabato cresce: è allora che esso viene considerato come segno distintivo dell’alleanza (cf. Es 20).
Dopo l’esilio, il sabato è chiamato giorno «delizioso» e «venerando» (Is 58 13); speciali sacrifici vengono offerti nel tempio (Nm 28,9-10; Ez 46,1-5) da parte della «convocazione santa», cioè della comunità raccolta in assemblea (Lv 23,3).
Fuori di Gerusalemme, questi riti sono sostituiti da un’adunanza consacrata alla preghiera comune e alla lettura commentata della s. scrittura. Aumentano però le severe osservanze cui sono legati gli individui: non trattare affari e non fare viaggi (Is 58,13), non portare pesi, non fare alcun lavoro (Ger 17,21-22). Tali prescrizioni spesso non vengono osservate (cf. Ne 13,15-16) e perciò si devono prendere dei provvedimenti (cf. Ne 13,19-22; 10,32). Le regole diventano col tempo sempre più rigorose. Si considera proibito anche il difendersi, in giorno di sabato, dagli attacchi nemici (cf. 1Mac 2,32-38; 2Mac 6,11; 15,1-3; 8,25-28). Il libro dei Giubilei (50,8-12) proibisce in tal giorno l’uso del matrimonio, l’accensione del fuoco, la preparazione dei cibi (cf. Es 35,3; 16,23; Nm 15,32; ecc). Secondo Giuseppe, gli esseni «si astengono dal lavoro il sabato più rigorosamente che qualunque giudeo; non soltanto preparano i loro alimenti nella vigilia allo scopo di non accendere il fuoco in quel giorno, ma non osano muovere qualsiasi utensile né andare di corpo» (Bellum judo Il,8-9).
Al tempo di Gesù, i farisei proibivano di portare un letto (Gv 5,10), di curare un malato (Mc 3,2; Lc 13,14), di raccogliere qualche spiga (Mt 12,2), di camminare per più di duemila passi («il cammino di un sabato», At 1,12).
La prassi della Chiesa primitiva - Nei confronti del sabato e delle altre pratiche giudaiche la chiesa primitiva non ha assunto un atteggiamento comune e uniforme. Le comunità palestinesi di lingua aramaica continuarono a restare fedeli alla legge di Mosé, mentre i giudeo-cristiani di lingua greca del gruppo di Stefano si mostrarono subito innovatori: Gesù costituisce la fine della pratica giudaica (At c. 7). In ogni modo il giorno della riunione ecclesiale di carattere cultuale è la domenica, chr però viene chiamata «il giorno dopo il sabato» (At 20,7; 1,10), esattamente il giorno della risurrezione (Mt 28,1-2; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1.19).
In termini polemici contro l’osservanza del riposo sabatico si esprime la lettera ai Colossesi, che lo valuta una realtà anacronistica, essendo venuto Cristo, la realtà dei nuovi tempi: «Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo a di bevanda, a riguardo a feste, a noviluni e a sabati; tutte queste cose che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo!» (2,16-17).
La lettera agli Ebrei invece presenta un’interpretazione escatologica del riposo sabatico. Il sabato che il popolo della nuova alleanza è esortato a celebrare è quello del riposo eterno, nella gloria di Dio (cf. Eb 3,7-4,11).
 
Il miracolo del sabato - Dio permette a Satana e al peccato di soggiogare questa donna - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 96: C’era nella sinagoga una donna che per diciotto anni era stata tenuta inferma. La sua situazione può essere di grande beneficio per coloro che hanno discernimento. Noi dobbiamo raccogliere da ogni fonte quello che viene a nostro vantaggio.
Sulla base di quanto è accaduto a lei, possiamo vedere che Satana spesso riceve autorità su certe persone che cadono nel peccato e che sono cresciute trascurate nei loro sforzi nei confronti della religione. Egli può trascinare in malattie del corpo chiunque prenda in proprio potere, dal momento che si diletta della punizione ed è spietato. […] Il maledetto Satana è la causa dell’infermità dei corpi umani, e davvero affermiamo che la trasgressione di Adamo è stata opera sua, e che in seguito ad essa le nostre strutture corporee sono divenute esposte alla debolezza e al declino.
 
Testimoni di Cristo - San Folco Scotti di Piacenza e Pavia - Costruire la pace vera, impegno nel quotidiano: Costruire la pace è un impegno che riguarda tutti e comincia dalla vita quotidiana, dalle nostre relazioni, dai luoghi dove viviamo. Si tratta di un impegno spirituale ma incarnato nel tempo, che rappresenta il cuore del percorso di san Folco Scotti di Piacenza e Pavia, che fece riconciliare tra loro due città da sempre rivali. I suoi resti sono custoditi nella Cattedrale di Pavia, città della quale fu vescovo nel XIII secolo. Folco (o Fulco) secondo la tradizione nacque intorno al 1165 a Piacenza da una celebre famiglia, quella degli Scotti, originari dell’Irlanda, che allora veniva identificata come patria degli “scoti”, ovvero degli scozzesi. All’età di 20 anni entrò tra i canonici regolari di Sant’Eufemia, che vivevano come monaci. Venne poi inviato a Parigi per continuare il percorso di formazione e compiere gli studi di teologia. Al rientro fu eletto priore di Sant’Eufemia, poi canonico, poi arciprete della Cattedrale. Nel 1210 venne scelto come vescovo di Piacenza. Sei anni dopo venne designato vescovo anche di Pavia: Piacentino e vescovo della comunità pavese, egli fu il paciere dei due centri divisi da un’aspra rivalità, dovuta anche agli antagonismi tra le famiglie dei due centri. Non solo: il suo impegno si estese anche alla pacificazione interna delle due singole comunità cittadine. Morì nel 1229. (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
  25 OTTOBRE 2026
 
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Es 22,20-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40
 
Deus caritas est 20: L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato. La coscienza di tale compito ha avuto rilevanza costitutiva nella Chiesa fin dai suoi inizi: « Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno » (At 2, 44-45).
Luca ci racconta questo in connessione con una sorta di definizione della Chiesa, tra i cui elementi costitutivi egli annovera l’adesione all’« insegnamento degli Apostoli », alla « comunione » (koinonia), alla « frazione del pane » e alla « preghiera » (cfr At 2, 42). L’elemento della « comunione » (koinonia), qui inizialmente non specificato, viene concretizzato nei versetti sopra citati: essa consiste appunto nel fatto che i credenti hanno tutto in comune e che, in mezzo a loro, la differenza tra ricchi e poveri non sussiste più (cfr anche At 4, 32-37). Con il crescere della Chiesa, questa forma radicale di comunione materiale non ha potuto, per la verità, essere mantenuta. Il nucleo essenziale è però rimasto: all’interno della comunità dei credenti non deve esservi una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni necessari per una vita dignitosa.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Non molesterai il forestiero né lo opprimerai... Questo «stralcio di legislazione sociale non è una serie di imperativi a sé stanti; lo si può comprendere a fondo soltanto nel suo contesto vitale: l’alleanza [Es., cc.19-24]. Le leggi d’Israele sono conseguenza dell’iniziativa gratuita del Signore verso il suo popolo» (L. Di Pinto). Saranno queste norme, con il decalogo, a regolare la vita religiosa e morale del popolo d’Israele, norme comunque imperfette perché edificate non sulla pura oblazione, ma sul timore del castigo divino.
 
Seconda Lettura: L’apostolo Paolo loda i Tessalonicesi perché hanno accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo. La Parola è il «messaggio di Dio agli uomini, l’annunzio della salvezza mediante Gesù Cristo. Esso è stato predicato con virtù e segni compiuti nello Spirito e accolto in forza dell’aiuto del medesimo. Lo Spirito agisce nei predicatori evangelici, ma prepara ed attua anche l’adesione dei fedeli» (Pietro Rossano).
 
Vangelo
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
 
Per rispondere alla domanda di un rabbino, Gesù, cita due testi della “Legge antica”: un passo del Deuteronomio (Dt 6,5) e uno del Levitico (19,18). Attribuisce però ad essi il senso estensivo confermato dall’intero insegnamento evangelico: ogni uomo è il prossimo che la legge divina ordina di amare e non solo il compagno, l’amico o il figlio dello stesso popolo. In questo modo, nella risposta, fa intendere che con la “Nuova Legge” è infranto il confine strettamente etnico per allargarsi a un orizzonte universale.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40
 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
 
Parola del Signore.
 
Il più grande comandamento della legge - I farisei per mettere alla prova Gesù, questa volta, si alleano con i sadducei, loro naturali nemici. Una coalizione anomala che mette in evidenza l’esasperazione dei farisei. Un’alleanza atipica perché i sadducei, diversamente dai farisei, riconoscevano come legittima solo la Legge scritta, non l’interpretazione che era stata fatta dalla tradizione orale in corrispondenza alle esigenze dei tempi; rifiutavano come normativi anche gli scritti dei Profeti; inoltre, negavano l’esistenza degli angeli, la risurrezione del corpo e la continuazione della vita dopo la morte (Cf. Mt 22,23-32). Predominanti nel sinedrio erano aperti al mondo orientato verso l’ellenismo. Interessati a cercare un compromesso con Roma, la loro influenza decadde dopo la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (70 d.C.). In Atti 23,6ss si narra come Paolo abbia sfruttato a suo favore i dissidi che c’erano tra queste due sette.
Il racconto della controversia è comune a Marco (12,28-31) e a Luca (10,25-28). Matteo e Luca attribuiscono alla domanda del dottore della Legge un’intenzione non corretta. Al contrario, Marco presenta lo scriba come una persona posata, intelligente, aperta al dialogo, meritevole di lode, quindi, non lontano dal regno di Dio (Mc 12,34).
La disputa ha come sfondo i precetti della legge mosaica, ripartiti dai rabbini in 613 norme, 248 precetti positivi (come il numero delle membra del corpo umano) e 365 negativi (come i giorni dell’anno). In questa cornice, la domanda posta dal dottore della legge non è capziosa, poiché, in tale selva di comandamenti, era di capitale importanza statuire una gerarchia per stabilire un primo ed un ultimo. E in questo senso va compresa la domanda che viene posta a Gesù, anche se le intenzioni degli interlocutori erano ben altre.
Gesù nel rispondere salda due precetti, il primo tratto dal libro del Deuteronomio (6,5), il secondo dal libro del Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore».
Quest’ultimo brano biblico descrive l’orizzonte strettamente etnico che l’amore verso il prossimo aveva per l’israelita: l’amore del prossimo prendeva senso dalla solidarietà che doveva legare nell’unità del popolo tutti i discendenti di Israele.
Il secondo poi è simile, il senso di questa affermazione non è chiaro perché l’aggettivo omoios (simile) nella sacra Scrittura ha diverse valenze. Può designare «una somiglianza lontana [Cf. Cant 2,9; Prov 19,22; Gv 9,9; Ap 1,13)] o più stretta [tra esseri della stessa natura: Cf. Gen 2,20, la donna è simile all’uomo], come un’identità assoluta [Cf. Sap 18,11]. Altre volte l’omoios introduce una qualifica d’eccellenza. Per esaltare un patriarca [Cf. Prov 44,19], un giusto [Cf. Giob 1,8; 2,3], i re d’Israele [Cf. 1Sam 10,24; 1Re 3,12-13, ecc.], Dio [Cf. Es 15,11; Sal 35,10, ecc.]. L’ebreo ricorre a una frase stereotipa: “Chi è come te? Nessuno ti assomiglia, nessuno è a te simile. Tu sei senza eguali, ecc.”. In considerazione di quest’uso si può ritenere che il secondo comandamento è della medesima natura o della medesima portata del primo. Costituisce col primo una classe, una categoria di precetti assolutamente distinta da tutti gli altri» (O. da Spinetoli).
Ma Gesù, saldando i due precetti, voleva far comprendere ben altro al suo interlocutore; una sfumatura che il dottore della Legge certamente non sapeva cogliere ed era la sua Persona: Colui che gli stava dinanzi non era venuto «per abolire la Legge o i Profeti..., ma per dare compimento» (Mt 5,17). Praticamente, i comandamenti mosaici devono essere letti alla luce della sua Persona e del suo insegnamento: soltanto se si effettua questa operazione, allora, la risposta di Gesù, anche per i credenti, diventa dirompente, di una novità assoluta rispetto alla mentalità giudaica. In concreto, essendo Cristo Gesù il sacramento dell’amore del Padre, il prossimo va amato come il Padre ama gli uomini (Cf. Gv 3,16). E poiché Lui si è fatto «carne» per amore degli uomini (Cf. Gv 1,14), il prossimo va amato come il Padre ama il Figlio, perché nel Figlio v’è ogni uomo (Cf. Gv 17,21).
 
Per approfondire
 
Amerai il prossimo tuo come te stesso - Giuseppe Barbaglio (Amore, in Schede Bibliche, Volume I): Nel Nuovo Testamento s’impone subito all’attenzio­ne nostra un detto di Gesù che, risponden­do alla domanda di un rabbino circa il comandamento più importante, anzitutto ri­porta letteralmente dal libro del Dt il co­mandamento dell’amore totale di Dio, ma poi aggiunge la citazione del comandamen­to dell’amore del prossimo di Lv 19,18 (Cf. Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28). La conclusione del dialogo appare diversa nei tre sinottici: Luca esorta alla pratica dei due comandamenti necessaria per la vita eterna (10,28). Marco fa sussumere il rabbino che mostra il suo accordo con la risposta di Gesù e ne riceve un lusinghiero encomio (12,32-34). Matteo invece riporta il seguente detto conclusivo di Gesù: «Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti» (22,40).
Già nell’Antico Testamento era presente la problematica del comandamento più importante. Nel­lo schema della conclusione dell’alleanza era prevista la proclamazione della stipula­zione fondamentale che precedeva l’elenco delle condizioni secondarie. Nel Dt il comandamento dell’amore di Dio era inteso appunto come stipulazione principale. Gesù dunque nella prima parte della sua risposta non fa che ripetere un luogo tradizionale. Più originale invece si mostra nell’abbinare il comandamento dell’amore del prossimo. Infatti, è vero che nel giudaismo questa prescrizione del Lv era intesa come sintesi di tutta la legge e che non erano mancate voci che avevano accostato i due comandamenti.
Ma prima di Gesù nessuno li aveva equiparati con tanta chiarezza e forza.
Ma che cosa significa di fatto parlare del comandamento più grande? Vuol dire che le esigenze divine sono ricondotte ad unità. Cristo è venuto come portavoce autorizzato della parola definitiva del Padre all’umani­tà: parola che, a suo giudizio, ruota attorno al perno dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Il confronto di chi si apre nella fede alla prospettiva del regno annunciato da Cristo non avviene sulla base di numero­se prescrizioni e proibizioni, ma in rapporto a un atteggiamento fondamentale capace di dare coesione alla vita religiosa ed etica della persona. Nella stessa visuale si colloca la cosiddetta regola d’oro dell’azione umana, testimo­niata da Matteo e da Luca: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; Cf. Lc 6,31). Sia pure in forma negativa, era già nota nel mondo giudaico. Gesù l’ha fatta propria dandole forma positiva. Non si pensi però che questo sia un cambiamento di grande importanza. Più significativo nella parola di Cristo è invece l’orizzonte in cui è fatta valere: il regno di Dio viene incontro all’uomo e lo provoca ad un atteggiamento di apertura e disponibilità. Ebbene, l’amore fattivo del prossimo costituisce la quintessenza della conversione dell’uomo al lieto annuncio del messia. Non è poi senza peso che nella regola d’oro l’amore sia inteso come un fare: si tratta di amore che chiama in causa la prassi dell’uomo.
Infine, non deve passare inosservato che si tratta di un comandamento. Ci si meraviglierà che l’amore sia comandato: il proverbio popolare non dice forse che al cuore non si comanda? Ma in questo modo non si comprende il significato vero dell’amore. In realtà, la Bibbia mette a confronto la volontà dell’uomo con la volontà di Dio. L’amore del prossimo esprime la nostra obbedienza al Padre, che vuole catturare la nostra volontà, ma per volgerne la prassi verso gli altri.
Resta da determinare chi è il prossimo per Gesù.
Soprattutto Luca ci aiuta a dare una risposta.
Infatti il terzo evangelista ci ha conservato il seguito del dialogo tra Gesù e il rabbino riguardante appunto l’identità del prossimo da amare. Alla domanda: «E chi è il mio prossimo?» Gesù risponde con una parabola incentrata sul diverso atteggiamento assunto da tre persone emblematiche di fronte alla vittima di un’aggressione: un sacerdote e un levita passano oltre, mentre un samaritano si cura del poveretto. Poi, a sua volta, domanda all’interrogante quale dei tre è stato il prossimo. Riferendosi al samarita­no, il rabbino da una descrizione precisa del prossimo: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù allora conclude esortandolo a fare altrettanto. Sono così superati i confini del particolarismo religioso ed etnico del comandamento di Lv 19, ma soprattutto sono superati i limiti di un discorso teorico. In primo piano Cristo mette l’agire concreto da prossimo. Il concetto di prossimo cessa di essere una categoria più o meno comprensiva del mondo circostante e diventa esigenza operativa di amore  rivolta a ciascuno di noi.
 
M. Eckhart (Predica: “Omne datum optirnum …”): Ama il prossimo tuo come te stesso: ci sembra difficile quello che ci ha comandato Nostro Signore: amare gli altri come noi stessi. Le persone rozze dicono comunemente: ciò significa che bisogna amare gli altri in vista dello stesso bene per il quale si ama noi stessi. No, non è così. Bisogna amarli quanto noi stessi, e ciò non è poi così difficile. Se volete riflettervi, l’amore è più una ricompensa che non un comandamento. Il comandamento sembra difficile, la ricompensa è desiderabile.
Chi ama Dio come deve e come bisogna amarlo, che lo voglia o no, e come lo amano tutte le creature, deve amare il prossimo come sè stesso, rallegrarsi delle sue gioie come delle proprie, desiderare il suo onore come il proprio, considerare lo straniero come il suo vicino. In questo modo l’uomo è sempre nella gioia, nell’onore e nel vantaggio, lo è davvero come nel Regno dei cieli, e ha cosi gioie maggiori che se si rallegrasse soltanto del proprio bene. Sappilo in verità: se il tuo proprio onore ti rende più felice di quello di un altro, ciò non è bene.
 
Testimoni di Cristo - San Gaudenzio di Brescia: Annunciare il messaggio dirompente di Cristo è missione che appartiene a tutti i battezzati e per alcuni diventa una strada verso la santità. E questa fu la via seguita dall’ottavo vescovo di Brescia, san Gaudenzio, che – quasi “novello Giona” – fu quasi “trascinato” sulla cattedra episcopale della città, dopo la morte di Filastrio, per insistenza dei fedeli e grazie all’intervento di sant’Ambrogio che nel 390 lo ordinò vescovo. Non c’è biografia, ma a noi sono giunti una ventina di sermoni di Gaudenzio, trascritti su richiesta di diverse voci, che sentivano in quelle parole tutta la profondità del Vangelo. Quando venne scelto come vescovo fu persino inviata una delegazione in Terra Santa, dove egli era pellegrino. Esperto della vita dell’Oriente cristiano, nel 406 fu incaricato da papa Innocenzo I di recarsi a Costantinopoli assieme ad altri quattro vescovi. Il patriarca Giovanni Crisostomo, infatti, era stato mandato in esilio per la seconda volta e il Pontefice inviò una delegazione per incontrare l’imperatore Arcadio, promuovere un Concilio e ottenere la libertà per il patriarca. L’impresa fallì, ma Gaudenzio tornò con delle reliquie, che divennero il cuore della basilica da lui chiamata “Concilio dei santi”. Morì tra il 411 e il 412, venendo da subito indicato come santo dai fedeli della comunità bresciana. (Avvenire)
 
O Padre, che per amore
continuamente crei e rinnovi il mondo,
donaci la gioia di un cuore libero e pacificato,
capace di amare te sopra ogni cosa
e il prossimo come noi stessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.