5 Ottobre 2026
 
Lunedì XXVII Settimana del Tempo Ordinario
 
Gal 1,6-12; Salmo Responsoriale dal Salmo 110 (111); Lc 10,25-37
 
Catechismo degli Adulti - Comunione con Gesù e vita eterna [1192]  Gesù, nella parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro come anche nella promessa al ladrone pentito, mostra di condividere la stessa concezione. La novità è il ruolo decisivo che riveste la sua persona. La comunione con lui è più forte della morte, si prolunga per l’eternità: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6,48-50); «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte» (Gv 8,51). Chi crede nel Figlio di Dio, già adesso possiede la vita eterna e nell’ultimo giorno riceverà la salvezza completa con la risurrezione.[1193] La Chiesa dei primi tempi vive questa gioiosa certezza. Stefano, mentre viene ucciso, esclama: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Paolo è ancora più esplicito: sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore e viviamo insieme a lui; sulla terra ci troviamo in esilio, perché non possiamo vederlo; per noi è molto meglio morire, per «abitare presso il Signore» (2Cor 5,8). La comunione con il Risorto, e attraverso di lui con il Padre, vince ogni ostacolo. Perfino i giusti delle passate generazioni vengono da lui raggiunti, portati alla perfezione e introdotti nel santuario celeste
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Il Vangelo io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo: I cristiani provenienti dal giudaismo forse accusavano Paolo di non obbligare i pagani alla circoncisione per guadagnarli più facilmente. Paolo si meraviglia di questa accusa, il suo non è opportunismo, infatti è noto a tutti che prima della sua conversione, in quanto fariseo, predicava con convinzione la circoncisione. Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità (Gal 5,6). L’accusa è assurda anche perché è noto a tutti che il vangelo che lui annuncia non l’ha ricevuto né l’ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
 
Vangelo
Chi è il mio prossimo?
 
I personaggi del racconto evangelico appartengono a due mondi contrapposti, «l’un contro l’altro armato» (Alessandro Manzoni, Cinque Maggio): da una parte il Samaritano, lo straniero ed eretico (Cf. Gv 8,48; Lc 9,53), dal quale non si attenderebbe normalmente che odio e dall’altra il sacerdote e il levita, coloro che in Israele sono maggiormente tenuti a osservare la legge della carità. Quest’ultimi sono convinti di amare Dio anche se lasciano morire per strada chi ha avuto la disavventura di incappare nei briganti: non si accorgono che è una pura scempiaggine credere di amare Dio disprezzando il prossimo. La religione che separa totalmente il religioso dal profano, che ha cura del rito senza integrarlo con la morale, che non assomma il culto con la carità, è praticamente una religione atea con pericolosi propensioni al fanatismo e all’idolatria.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
 
Parola del Signore.
 
Un uomo scendeva ... - Solo Luca parla di questo episodio. Il «dottore della Legge» che si «alza» per mettere alla prova Gesù è un esperto della Legge e trascinare intenzio­nalmente il giovane maestro di Nazaret in questioni riguardanti la Legge era come spingerlo sulle sabbie mobili. La domanda posta a Gesù, - che devo fare per ereditare la vita eterna? -, era di vitale importanza per ogni ebreo e la preoccupazione del dottore della Legge non è sul piano teorico, ma pratico (Cf. Lc 18,18). Non era facile districarsi in una selva di precetti e trovarvi la via che conduceva alla vita eterna. Basti pensare che il numero dei precetti della Torà era ben 613, di cui 248 precetti positivi e 365 precetti negativi.
Alla domanda del leguleio, Gesù risponde a sua volta con una domanda in modo che sia lo stesso interlocutore a dare la risposta. Quando il dottore della Legge cita la sacra Scrittura, e precisamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza... » (Dt 6,5) e la legge parallela «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18), Gesù gli dice che ha risposto correttamente e lo invita a comportarsi di conseguenza.
Il monito fa’ questo (tu fa’ così) è ripetuto anche alla fine della parabola per sottolineare l’importanza della pratica di vita di cui certamente difettava il borioso dottore della Legge, il quale volendosi giustificare chiede a Gesù: «E chi è mio prossimo?».
La risposta per l’interlocutore era in verità già scontata. In linea di massima, il prossimo, per un Giudeo, era il connazionale o lo straniero che dimorava in Israele (Cf. Lev 19,33-34). Più tardi saranno considerati prossimo i pagani convertiti.
Da questa lista certamente erano esclusi i nemici e sopra tutto i Samaritani. Secondo Rinaldo Fabris, al tempo di Gesù erano state aggiunte altre restrizioni, «per cui praticamente il prossimo era il membro della setta o del gruppo religioso [farisei, esseni, zeloti, ecc.]. È su questo sfondo che deve essere trascritto il racconto magistrale di Gesù».
Gesù, a questo punto, perché sia più chiara la sua esortazione, narra la parabola dell’uomo incappato nei briganti. Di proposito gli attori del racconto sono un sacerdote, un levita e un Samaritano. I primi due, consci di essere gli «eletti» rappresentanti religiosi dell’ebraismo, appartengono al popolo d’Israele; il Samaritano invece a un popolo considerato dai Giudei eretico, pagano. Un’antica ferita che si perdeva nella notte dei tempi quando Sargon re degli Assiri, nel 721 a.C., aveva conquistato il regno del Nord deportando i suoi abitanti e al loro posto erano state trasferite genti di altre nazioni (Cf. 2Re 17) che si erano amalgamate con i pochi rimasti in patria. Anche in campo religioso si era creato un sincretismo che aveva spinto i Giudei scampati all’esilio, e che erano ritornati nella loro terra, a considerare i Samaritani come popolo misto.
Gesù nel raccontare la parabola, di proposito, opera uno spostamento di accento, dall’oggetto al soggetto.
Mentre il dottore della Legge aveva chiesto chi doveva essere oggetto del suo amore, Gesù fa vedere il soggetto, chi è colui che ama veramente; al dottore della Legge che chiedeva chi fosse il prossimo da amare, Gesù gli insegna come lui avrebbe dovuto diventare prossimo. Praticamente, Gesù chiede al dottore della legge di rientrare in se stesso e di verificare in che modo egli si pone nei confronti degli altri, quali relazioni costruisce con gli altri. Al termine della parabola, il saccente custode della Legge scopre il senso dell’insegnamento di Gesù: come il Samaritano deve avere il coraggio di farsi prossimo di chi nell’immediato ha bisogno del suo aiuto senza stare a sofisticare in questioni di lana caprina. Una bella lezione per chi era abituato a «filtrare il moscerino» (Mt 23,24). Non va poi dimenticato il senso cristologico della parabola: il buon Samaritano è Gesù che nell’amare l’umanità rivela e realizza l’infinito amore del Padre per tutti gli uomini. In questa ottica l’amore verso il prossimo, che con la parabola viene comandato a tutti i discepoli, deve essere interpretato come continuazione dell’amore di Gesù, come insegnano le sue stesse parole: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 15,34).
 
Per approfondire
 
Patrizia Sensoli: La lettera che Paolo scrive agli abitanti della Galazia ha un incipit inconsueto rispetto alle altre lettere dell’apostolo. Non ci sono ringraziamenti o benedizioni ma un ammonimento severo, un forte rimprovero a quelle comunità, un richiamo potente a ritrovare la centralità di Cristo nella loro esperienza di fede.
Gruppi di giudei cristiani inseriti tra i Gàlati (che, ricordiamolo, erano pagani) stavano infatti diffondendo l’idea che per essere cristiani migliori occorresse anche farsi circoncidere e seguire le norme e le leggi della purità rituale giudaica. Quando Paolo parla di alcuni che vogliono turbare e sovvertire il Vangelo di Cristo, parla di questo, parla del pericolo di pensare che la salvezza vada in qualche modo garantita anche dalle opere degli uomini. Si tratta di un pericolo sottile che rimane sotto traccia ma può minare le fondamenta della fede perché ci fa pensare che ci salviamo solo se seguiamo scrupolosamente determinate regole e precetti. Quello di Paolo è un vero e proprio grido di dolore e di orrore che nasce nel cuore tanto da arrivare a maledire chiunque (persino un angelo del cielo, persino se stesso) chiunque annunci un Vangelo diverso da quello di Cristo, l’unico Vangelo, perché il solo a portare agli uomini un messaggio di salvezza. L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! (v.9) L’apostolo nell’ultimo capitolo ci dice di aver scritto la lettera con grossi caratteri, mi immagino in particolare queste righe scritte a lettere grandi, staccate per potenziarne la forza espressiva, parole “gridate” come a voler risvegliare una comunità anestetizzata, assopita, inconsapevole del rischio che sta correndo, quello di perdersi, pur facendo cose buone e opere di bene ma sbagliando direzione, cercando cioè di piacere agli uomini e non a Dio. Questo è il punto: quando il nostro baricentro si sposta da Cristo a noi stessi, ecco, allora può accadere che pensiamo di doverci meritare la salvezza, di dovercela costruire attraverso l’osservanza di pratiche e regole, o di essere noi a salvare attraverso le nostre opere buone, dimenticandoci che la salvezza è sempre e solo dono di Dio, che è sempre e solo Lui che agisce e realizza quel Bene che a volte pensiamo di essere noi a compiere.
 
Prossimo - Xavier Leon-Dufour (Dizionario di teologia Biblica): VECCHIO TESTAMENTO Il termine «prossimo», che rende con molta esattezza il termine greco plesìon, corrisponde imperfettamente al termine ebraico rea’ che gli è soggiaceste. Non dev’essere confuso con il termine «fratello», quantunque sovente vi corrisponda. Etimologicamente esprime l’idea di associarsi con uno, di entrare nella sua compagnia. Al contrario del fratello, al quale si è legati per relazione naturale, il prossimo non appartiene alla casa paterna; se il mio fratello è un altro me stesso, il mio prossimo è diverso da me, un estraneo che per me può rimanere «un altro», ma che può anche diventare un fratello. Un legame può crearsi in tal modo fra due esseri, sia in modo passeggero (Lev 19, 13. 16. 18), sia in modo duraturo e personale, in virtù dell’amicizia (Deut 13, 7) o dell’amore (Ger 3, 1. 20; Cant 1, 9. 15) o della dimestichezza (Giob 30, 29). Nei codici antichi non si faceva questione di «fratelli» ma di «altri» (ad es. Es 20, 16 s): nonostante questa apertura virtuale sull’universalismo, l’orizzonte della legge non andò oltre il popolo di Israele. In seguito, con la loro coscienza più viva della elezione, il Deuteronomio e la legge di santità confondono «gli altri» e «fratello» (Lev 19, 16 s), intendono con ciò i soli Israeliti (17, 3). Non è un restringimento dell’amore del «prossimo» all’amore dei soli «fratelli»; al contrario, questi testi si sforzano di estendere il comandamento dell’amore assimilando all’Israelita lo straniero residente» (17, 8. 10. 13; 19, 34). Dopo l’esilio si fa luce una duplice tendenza. Da una parte, il dovere di amare non concerne più che l’Israelita od il proselito circonciso: la cerchia dei «prossimi» si restringe. Ma dall’altra parte, quando i Settanta rendono l’ebraico rea’ con il greco plesìon, separano «gli altri» da «fratello». Il prossimo che bisogna amare sono gli altri, siano o no un fratello. Non appena due uomini si incontrano, sono l’uno per l’altro il «prossimo», indipendentemente dalle loro relazioni di parentela o da quel che pensano l’uno dell’altro.
NUOVO TESTAMENTO Quando lo scriba domandava a Gesù: «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10, 29), è probabile che assimilasse ancora questo prossimo al suo «fratello», membro del popolo di Israele. Gesù trasformerà definitivamente la nozione di prossimo. Innanzitutto consacra il comandamento dell’amore: «Amerai il prossimo come te stesso». Non soltanto concentra in esso gli altri comandamenti, ma lo collega indissolubilmente al comandamento dell’amore di Dio (Mt 22, 34-40 par.). Sull’esempio di Gesù, Paolo dichiara solennemente che questo comandamento «racchiude tutta la legge» (Gal 5, 14), è la «somma» degli altri (Rom 13, 8 ss), e Giacomo lo qualifica come «legge regale» (Giac 2, 8). In seguito, Gesù universalizza questo comandamento: si devono amare i propri avversari, non soltanto i propri amici (Mt 5, 43-48); ciò suppone che sia stata abbattuta nel proprio cuore ogni barriera, cosicché l’amore può estendersi allo stesso nemico. Infine, nella parabola del buon Samaritano, Gesù scende alle applicazioni pratiche (Lc 10, 29-37). Non spetta a me decidere chi è il mio prossimo. L’uomo in difficoltà, quand’anche mio nemico, mi invita a diventare suo prossimo. L’amore universale conserva così un carattere concreto: si manifesterà nei confronti di ogni uomo che Dio pone sulla mia strada.
 
Il medico ha molti rimedi: «E gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. Questo medico è fornito di molti medicamenti, e con essi suol procurare la guarigione. La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino: egli tiene strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica, come fa il vino, quando minaccia il giudizio» (Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 7,75).
 
Testimoni di Cristo - Santa Maria Faustina Kowalska - I nostri cuori feriti e spezzati hanno bisogno di misericordia: Quello di Dio è un volto di misericordia, cioè di quel sentimento di amore e condivisione la cui massima icona è Cristo crocifisso e risorto. È quando ci troviamo sulle nostre croci, infatti, che abbiamo bisogno di sentirci accolti e amati per quello che siamo, con tutte le nostre sofferenze. Questa è la radice della devozione alla Divina Misericordia, di cui fu apostola santa Maria Faustina Kowalska. È proprio grazie alla testimonianza di questa mistica e religiosa polacca che san Giovanni Paolo II volle istituire la Domenica della Divina Misericordia. D’altra parte Wojtyla aveva conosciuto l’eredità della Kowalska in gioventù, fermandosi a pregare nel santuario dove la santa aveva vissuto, appena fuori Cracovia. Helena Kowalska era nata a Glogowiec nel 1905, terza di dieci figli in una famiglia contadina. A 16 anni lasciò la casa paterna e lavorò come donna di servizio, coltivando però anche il desiderio di consacrarsi a Dio. All’inizio i genitori non le permisero di entrare in convento, finché nel 1925, dopo un percorso spirituale travagliato, a Varsavia riuscì a farsi accogliere nella comunità della Vergine della Misericordia, prendendo il nome di Maria Faustina. Morì nel 1938. Proclamata beata da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993, è stata canonizzata dallo stesso Pontefice il 30 aprile 2000. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. .
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 4 Ottobre 2026
 
XXVII Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 5,1-7; Salmo responsoriale dal Salmo 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura
La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele.
 
Il cantico della vigna, sotto i veli dell’allegoria, descrive l’amara delusione di Dio: Egli ha amato senza limiti il popolo d’Israele, lo ha circondato di ogni paterna premura, ma ha raccolto solo frutti di ingratitudine e di infedeltà. L’immagine della vigna è familiare sia all’Antico Testamento che al Nuovo Testamento. Gesù se ne servirà per illustrare il mistero del Regno dei Cieli (Cf. Mt 20,1; Mc 12,1). Il cantico della vigna è stato composto da Isaia all’inizio del suo ministero, «forse ispirandosi a una canzone di vendemmia. Il tema della vigna-Israele, scelta poi rigettata, già preparato da Osea [Is 10,1], sarà ripreso da Geremia [2,21; 5,10; 6,9; 12,10] e da Ezechiele [15,1-8; 17,3-10; 19,10-14]. Gesù lo trasferirà nella parabola dei vignaioli omicidi [Mt 21,33-44p; Cf. anche il fico sterile, Mt 21,18-19p]. In Giovanni [15,1-2], rivelerà il mistero della “vera” vigna» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura - Mettete in pratica queste cose e il Dio della pace sarà con voi: In pochi versetti, San Paolo enuncia «un programma di vita cristiana dalle proporzioni vaste quanto il mondo, in cui confluiscono tutti gli autentici valori “umani”. Niente di quanto umanamente è valido il cristiano disprezza; sia nel campo della conoscenza, sia nel campo della esperienza e dell’amore» (Settimio Cipriani).
 
Vangelo
Darà in affitto la vigna ad altri contadini.
 
La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43
 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a
un popolo che ne produca i frutti».
 
Parola del Signore.
 
Presero il figlio, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero: La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: vv. 33-34, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; vv. 38-41 i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; vv. 42-46, Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento.
Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimone dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi ..., chiara allusione ai profeti mandati da Dio ad Israele. Il raccolto, invece sta ad indicare le opere buone rivendicate dal Signore Dio. L’invio del figlio è l’ultimo tentativo che avrà un esito drammatico. La decisione di uccidere l’erede è in sintonia con la legge ebraica, la quale, nel caso in cui un proselito ebraico moriva, permetteva ai suoi fittavoli di reclamare le sue terre. Ma qui «viene denunciato non tanto un furto di prodotti quanto piuttosto la usurpazione dei diritti di Dio e la pretesa di prendere il suo posto; sta per ripetersi il peccato dei progenitori» (Bruno Barisan).
Alla fine del racconto, i farisei non si accorgono di essere gli accusati (Cf. 2Sam 12,5-7) e rispondendo alla domanda di Gesù, si autodenunciano trasgressori e meritevoli del castigo. La sentenza non tarda ad arrivare: Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Questo affidamento però non suggerisce un’idea di appropriazione; infatti, la vigna viene soltanto affidata alla Chiesa ed essa dovrà dare i frutti a tempo debito. È un dono che non porta il marchio della infallibilità; quindi, rimane possibile, anche per la Chiesa, la probabilità di un ripudio.
L’affermazione può sembrare temeraria, ma «ha il vantaggio di provocare una precisazione. La Chiesa è per sua natura santa perché corpo e sposa di Cristo e animata dallo Spirito Santo. Non potrà mai essere ripudiata perché è indefettibile [Mt 16,18]. Dio non può ripudiare suo Figlio di cui la Chiesa è corpo. Però se non c’è il pericolo del ripudio collettivo, rimane sempre quello del rigetto individuale, tanto più grave quanto maggiori sono i sussidi a disposizione di ognuno» (Vincenzo Raffa).
È la minaccia del Padre di resecare ogni tralcio che in Cristo non porta frutto: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,1-2). Allora la parabola richiama il «bisogno di riacquistare il senso che la Chiesa è anzitutto dono di Dio e che noi stessi lo siamo, che in essa egli ha stabilito con noi un rapporto di amore e di fiducia e che ci domanda il contraccambio di tale rapporto come primo frutto» (Bruno Barisan).
 
Per approfondire
 
Xavier Lèon-Dufour (Pace in Dizionario di Teologia Biblica) - La pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù - La pace di Cristo: Gli oracoli minacciosi dei profeti terminano ordinariamente con un annunzio di restaurazione abbondante (Os 2,20; Am 9,13; ecc.), Isaia sogna il «principe della pace» (Is 9,5) che darà una «pace senza fine» (Is 9,6), aprirà un nuovo paradiso perché «egli sarà la pace» (Mi 5,4). La natura stessa sarà soggetta all’uomo, e i due regni separati si concilieranno, le nazioni vivranno in pace «il giusto fiorirà» (Sal 72,7). Questo Vangelo della pace, la liberazione da Babilonia, è realizzato dal servo sofferente, che con il suo sacrificio annunzia quale sarà il prezzo della pace. Da quel momento pace «a chi è lontano e a chi è vicino»! Le ferite saranno guarite. I governanti del popolo saranno pace e giustizia. «Farò scorrere su di essa la pace come un fiume, e come un torrente straripante la gloria delle nazioni (Is 66,12)». [...]. La speranza dei profeti e dei sapienti diventa realtà concessa in Gesù Cristo, perché il peccato è vinto in lui e per mezzo di lui; ma finché il peccato non è morto in ogni uomo, finché il Signore non sarà venuto nell’ultimo giorno, la pace rimane un bene futuro; il messaggio profetico conserva quindi il suo valore: «il frutto della giustizia si sémina nella pace da coloro che praticano la pace» (Giac 3,18; Cf. Is 32,17).
Tale è il messaggio proclamato dal NT, da Luca a Giovanni, passando attraverso Paolo. Luca, nel suo vangelo, traccia in modo speciale il ritratto del re pacifico. Alla sua nascita gli angeli hanno annunziato la pace agli uomini che Dio ama (Lc 2,14); Gerusalemme non vuole accogliere questo messaggio (19,42), ripetuto dai discepoli festanti che scortano il re che entra nella sua città (19,38). Nella bocca del re pacifico l’augurio della pace terrena diventa l’annunzio di una salvezza: come un buon giudeo, Gesù dice: «Va’ in pace!», ma con questa parola rende la salute alla emorroissa (8,48 par.), rimette i peccati alla peccatrice pentita (7,50), connotando in tal modo la sua vittoria sul potere della malattia e del peccato.
Al pari di lui, i discepoli offrono alle città, con il loro saluto di pace, la salvezza in Gesù (10,5-9). Ma questa salvezza sconvolge la pace di questo mondo: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto la divisione» (12,51). Gesù quindi non si accontenta di proferire le stesse minacce dei profeti contro ogni sicurezza fallace (17,26-36), ma separa i membri di una stessa famiglia. Secondo la frase del poeta cristiano, egli non è venuto a distruggere la guerra, ma ad aggiungervi la pace, quella pace di Pasqua che consegue alla vittoria definitiva (Lc 24,36). I discepoli irradieranno quindi fino ai confini del mondo la pax israelitica (Cf. Atti 7,26; 9,31; 15,23) che sul piano religioso è come una trasfigurazione della pax romana (Cf. 24,2), perché Dio ha annunziato la pace per mezzo di Gesù Cristo rivelandosi come «il Signore di tutti» (10,36). Paolo, unendo ordinariamente nei saluti delle sue lettere la grazia alla pace, ne afferma in tal modo l’origine e la stabilità. Manifesta soprattutto il legame che essa ha con la redenzione. Essendo «la nostra pace», Cristo ha fatto la pace, ha riconciliato i due popoli unendoli in un solo corpo (Ef 2,14-22), Dio si è così « riconciliato tutti gli esseri, sia in terra che nei cieli, facendo pace in virtù del sangue della croce di Cristo» (Col 1,20). Poiché dunque «noi siamo raccolti in uno stesso corpo, la pace di Cristo regna nei nostri cuori» (Col 3,15), grazie allo Spirito che crea tra noi un saldo vincolo (Ef 4,3). Per mezzo di Gesù Cristo ogni credente, giustificato, è in pace con Dio (Rom 5,1), il Dio d’amore e di pace (2Cor 13,11) che lo santifica «a fondo» (1Tess 5,23). Al pari della carità e della gioia, la pace è frutto dello Spirito (Gal 5,22; Rom 14,17), è la vita eterna anticipata quaggiù (Rom 8,6), supera ogni intelligenza (Fil 4,7), sussiste nella tribolazione (Rom 5,1-5), irradia nei nostri rapporti con gli uomini (1Cor 7,15; Rom 12,18; 2Tim 2,22), fino al giorno in cui il Dio di pace che ha risuscitato Gesù (Ebr 13,20), avendo distrutto Satana (Rom 16,20) ristabilirà tutte le cose nella loro integrità originale.
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica) - Vignaioli omicidi: La parabola ci è riferita dai tre sinottici, e ciascuno, come è logico, lascia impressa in essa la sua orma personale. Così come l’abbiamo oggi, più che una parabola, è un’allegoria o una metafora continuata. La veste letteraria, in quanto veicolo di trasmissione dell’insegnamento religioso, è d’una semplicità e d’una plasticità straordinarie. Anche oggi possiamo scoprire in Palestina molti dei particolari che adornano la parabola. Il muro che serve di cinta alla vigna: un muro costruito con pietre a secco, non cementate tra loro, ma disposto con una maestria ammirabile; e anche la torre, che noi però non chiameremmo così. Si tratta piuttosto d’una casetta rotonda e senza tetto, costruita anch’essa con pietre a secco. Al tempo della vendemmia, si copre con fogliame e serve come abitazione permanente per il guardiano della vigna. Il frantoio scavato nella vigna, almeno oggi, sarebbe un puro motivo ornamentale della parabola, e serve a indicare che, nella vigna, non mancava nulla e che il padrone ne aveva avuto tutta la cura possibile.
La parabola contiene alcune anomalie, cose che non avvengono nella vita ordinaria. Per esempio: un uomo, che pianta da se stesso una vigna, non è un signore che possa permettersi il lusso di lunghi viaggi all’estero, col ricavato della rendita della vigna. Però la parabola-allegoria non evita tutte le incongruenze. Semplicemente intende che gli uditori o i lettori pongano attenzione agli elementi principali del suo insegnamento.
Fin dal tempo del profeta Isaia, il tema della vigna compare spesso nella letteratura biblica come simbolo d’Israele (Is 5,1-4). Gesù ricalca la parabola sull’allegoria di Isaia. L’uno e l’altro descrivono la vigna in condizioni ottime per produrre frutti abbondanti, una vigna che dovrebbe essere nel periodo della sua massima produzione.
Nel corso della storia d’Israele, elevarono la loro voce gli araldi dello Spirito. Certo, non tutti furono maltrattati: la vigna non produsse sempre uva selvatica. Ma gli anni di abbondanza non compensano abbastanza il lavoro e le cure del padrone. Nella storia d’Israele - in tutta la storia che descrive la relazione dell’uomo con Dio - pesano di più, molto di più, le infedeltà che i suoi giorni di fervore. I maltrattamenti ricevuti dai servi del padrone della vigna sono giustificati storicamente se pensiamo, per esempio, a Eliseo e Geremia o al Battista.
Infine mandò il suo figlio. Insieme con la missione del Figlio, merita di essere notato l’atteggiamento dei vignaioli che avevano la vigna in affitto.
Tanto Matteo come Marco ci dicono che la parabola fu narrata per i membri del Sinedrio, per gli amministratori della casa di Dio e specialmente per i membri sacerdotali del Consiglio supremo della nazione.
Gli ultimi coloni non servivano la vigna, ma si servivano in essa: si erano tracciati un piano di vita al quale dovevano adattarsi tutti gli altri, Dio compreso. Non potevano tollerare le pretese assurde del Figlio che minacciava di distruggere la casa, il tempio, per sostituirlo egli stesso. Per essi, era blasfemo considerare il regime della legge come transitorio; e così, si opposero alla legge e a Dio. E poiché il Figlio costituiva una minaccia per essi e per la loro sicurezza di ogni genere, decisero di eliminarlo, di ucciderlo. È il riflesso perfetto della sfacciata pretesa dell’uomo che vuole costruirsi la vita da sé e per sé, con autonomia assoluta, escludendo ogni ingerenza estranea o esteriore a se stesso, compresa quella di Dio. La parabola è pienamente attuale, come se fosse stata pensata appositamente per il nostro tempo (anche se attuale per tutti i tempi).
La pazienza raggiunge i suoi limiti: il padrone della vigna, il Padre, non può più tollerare che la vigna del suo amore resti abbandonata e, invece di uva buona, produca uva selvatica. La vigna sarà affidata ad altri, che non rappresentano Israele nel suo destino storico, nazionale, se non in quanto sono oggetto dell’azione benefica di Dio in essi. All’Israele storico succede l’Israele di Dio (Gal 6,16). I nuovi vignaioli sono i cristiani in generale, quelli che sono entrati nel regno, quelli che praticano il bene, i successori spirituali dell’antico Israele. E a tutti sono rivolte le parole del padrone della vigna: «Che cosa potevo fare ancora alla mia vigna che io non l’abbia fatto? Perché, mentre attendevo che facesse uva, essa ha fruttato uva selvatica?».
 
Ambrogio, In Luc. 9, 23-30.33: Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1Re 21,13) ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore. È bensì vero che colui, senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l’erba della malva non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1Re 21,2) materiale; invece tu per noi sei stata piantata per l’eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.
 
Testimoni di Cristo - San Francesco d’Assisi - La lode per le cose meravigliose, l’amore per ciò che è «scomodo»: Lodare: che cosa vuol dire oggi per noi alzare lo sguardo e riconoscere qualcosa di grande, che supera le nostre aspettative? Cosa vuol dire riconoscere la meraviglia che ci circonda? Ne siamo ancora capaci? «Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le creature», recita il famoso Cantico delle creature di san Francesco. Lodato, certo, ma anche per «nostra sorella morte corporale», per coloro che perdona e per quelli che sopportano le sofferenze. Com’è possibile? Altro che santo dell’armonia e della bellezza: san Francesco ci invita alla radicalità, all’essenzialità, alla capacità di cogliere Dio là dove mai si penserebbe possa essere. Questo è lo spirito, folle agli occhi del mondo, del nostro patrono, la cui avventura spirituale parte da una precisa scelta di povertà, come strada che porta a un infinito Amore. Il santo Poverello era nato ad Assisi nel 1181 o 1182, in una famiglia di mercanti, conducendo una gioventù nel segno della mondanità. Nel 1203 visse però un’esperienza di malattia e prigionia che lo cambiò per sempre. La chiamata a «riparare la casa» di Cristo avvenne nella chiesa di San Damiano nel 1205. Era l’inizio di un percorso le cui radici erano il Vangelo e la povertà, che sono ancora oggi le fondamenta della grande famiglia dei religiosi francescani. Francesco morì tra il 3 e il 4 ottobre 1226 presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Canonizzato da Gregorio IX il 16 luglio 1228, il 18 giugno 1939, con santa Caterina da Siena, è stato proclamato patrono d’Italia da Pio XII. (Matteo Liut)
 
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 

3 OTTOBRE 2026
 
Sabato XXVI Settimana T. O.
 
Gb 42,1-3.5-6.12-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Lc 10,17-24
 
Catechismo degli Adulti - Gesù rivela il Padre misericordioso [197]: Gesù sa di essere in totale sintonia con la misericordia del Padre. Dio ama per primo, appassionatamente; va a cercare i peccatori e, quando si convertono, fa grande festa: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta» (Lc 15,4-6).
L’unità di Gesù con il Padre è tale, che egli si attribuisce perfino il potere divino di rimettere i peccati, sebbene si levi intorno un mormorio di riprovazione e l’accusa di bestemmia: «Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (Mc 2,9-11).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura -  Giobbe, confessando e riconoscendo che tutto è guidato dalla sapienza e dalla onnipotenza di Dio, ritratta le accuse che aveva precedentemente mosso contro i disegni e la provvidenza di Dio. In conclusione, Giobbe ha saputo con la sua fede dare al lettore la soluzione al problema del giusto che soffre, e al problema del male che nonostante tutto, per permissione di Dio, impera nel mondo.
Giobbe ebbe anche sette figli e tre figlie. Alla prima mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Argentea: I nomi “intendono mettere in luce la bellezza delle tre figlie e si riferiscono al triplice regno: animale, vegetale e minerale. Colomba è l’appellativo che lo sposo, affascinato e innamorato, dà alla sua donna [Ct 2,14; 5,2; 6,9]. Cassia, essenza aromatica derivata da una pianta orientale, è uno dei tre profumi citati dal Sal 45 nel descrivere le vesti di nozze del re [Sal 45,9]. Argentea vorrebbe rendere, per un lettore moderno, il significato di un’espressione ebraica piuttosto oscura, tradotta talvolta con “Fiala di stibio”; lo stibio [o antimonio], minerale dal colore argenteo, veniva usato dalle donne del Vicino oriente per rendere più splendente il loro volto.” (Bibbia di Gerusalemme, nota a Gb 42,14).
 
Vangelo
Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.
 
Il vero motivo della gioia dei missionari non va cercato nel loro potere sulle forze infernali, ma nel fatto che Dio ha scritto i loro nomi nel libro della vita. Pieno di gioia per la venuta del regno testimoniata dalla sconfitta di Satana, Gesù eleva allora un rendimento di grazie al Padre, che si rivela ai piccoli. I sapienti e i dotti sono i rabbini e farisei che per il loro orgoglio religioso restano ciechi di fronte all’annuncio di Gesù, i piccoli, invece, sono gli uomini senza cultura, senza competenza religiosa, i poveri delle beatitudini che per la loro umiltà sanno aprirsi alla novità del Vangelo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,17-24
 
In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome».
Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
 
Parola del Signore.
 
Vedevo satana cadere dal cielo come la folgore - Javer Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): In questo brano evangelico è chiarito il contenuto della missione dei discepoli di Cristo. Tornano i settantadue inviati (cf 10,1), e Gesù svela tutta la profondità della loro opera. Il tema è sviluppato in due unità differenti, benché leggermente parallele (10,17-20 e 10,21-24). Prescindendo dalle considerazioni letterarie, facciamo solo notare l’unità della tematica sviluppando uno per uno i diversi aspetti del racconto.
a) La missione cristiana (e tutta l’opera di Gesù fra gli uomini) è interpretata partendo dalla caduta di satana (10,18). Il tema appartiene al mito apocalittico nel quale si accenna alla presenza del diavolo in cielo. Certamente, il suo posto e la sua funzione si differenziano dal posto e dalla funzione di Dio, ma si pensa che satana abbia posto il suo trono nelle sfere superiori e domini, di lassù, tutto il movimento degli uomini nel mondo.
Orbene, la predicazione di Gesù e della Chiesa è interpretata come la sconfitta di satana che, detronizzato, cade nel baratro e perde il potere sugli uomini. Ap 12 ha inserito questa caduta nel concetto d’insieme della storia. Luca, trasmettendo forse una vecchia parola di Gesù, si è accontentato di presentare il fatto: la missione cristiana è l’avvenimento cosmico nel quale si sta giocando il destino della realtà (la presenza di Dio, la sconfitta del maligno).
b) Alla luce di questa esperienza si comprende la funzione dei missionari. La loro vittoria su satana si traduce nel fatto che essi sono capaci di vincere (o superare) il male del mondo (10,19). Per questo sono detti fortunati: sono fortunati, perché sperimentano quella pienezza messianica che i vecchi profeti e i re d’Israele avevano sospirata (10,23-24) Però la loro vera grandezza sta nel fatto del loro incontro personale con Dio: i loro nomi appartengono al regno dei cieli (10,20). Questa vittoria dei missionari di Gesù sulla forza di satana svela il contenuto più profondo dell’umano. L’uomo non è schiavo degli elementi cosmici, né è sottomesso al potere irrazionale del male, né può darsi per vinto di fronte alla miseria degli altri uomini o del mondo. Gli inviati di Gesù hanno ricevuto il potere di superare la maledizione della nostra terra; perciò siamo certi che la sorte finale è dalla loro parte.
c) In questa dimensione si scopre la « grandezza » degli uomini. Grandi sono i saggi i quali suppongono che la vita si trovi dalla loro parte, pensano di essere forti e rifiutano l’aiuto che Gesù ha loro offerto. Perciò restano soli. Intanto i piccoli restano aperti al mistero e comprendono (o ricevono) la verità di Gesù Cristo (10,21).
d) Su questo piano si formula una delle rivelazioni definitive del mistero di Gesù. Gesù loda il Padre per il dono concesso ai piccoli (10,21) e scopre l’unione fra sé e il Padre: « Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio, e nessuno sa chi è il Figlio, se non il Padre ... » (10,22). In questo contesto, conoscersi significa essere uniti. Gesù e il Padre costituiscono un mistero d’unità e di dedizione nel quale penetrano tutti coloro che vogliono ricevere il Cristo.
A modo di conclusione possiamo affermare: la missione è strutturata come espansione di amore nel quale si uniscono Dio e il Cristo (Figlio). Nell’amore, rivelato ai piccoli, ha il suo fondamento la sconfitta delle forze distruttrici della storia (le forze sataniche).
 
Per approfondire
 
Dio rivela la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono - Jean Giblet e Marc-François Lacan: Nella Bibbia, il peccatore è un debitore cui Dio, col suo perdono, rimette il debito (ebr. salah: Num 14, 19); remissione così efficace che Dio non vede più il peccato che è come gettato dietro le sue spalle (Is 38, 17), è tolto (ebr. nasa’: Es 32, 32), espiato, distrutto (ebr. kipper: Is 6, 7). Cristo, usando lo stesso vocabolario, sottolinea che la remissione è gratuita ed il debitore insolvibile (Lc 7, 42; Mt 18, 25 ss). La predicazione primitiva ha come oggetto, insieme al dono dello Spirito, la remissione dei peccati, che ne è il primo effetto, e che essa chiama «àfesis» (Lc 24, 47; Atti 2, 38; cfr. il Post-communio del martedì di Pentecoste). Altri termini: purificare, lavare, giustificare, compaiono negli scritti apostolici che insistono sull’aspetto positivo del perdono, riconciliazione e riunione.
IL DIO DI PERDONO - Proprio di fronte al peccato il Dio geloso (Es 20, 5) si rivela un Dio di perdono. La apostasia, che segue all’alleanza e che meriterebbe la distruzione del popolo (Es 32, 30 ss), è per Dio l’occasione di proclamarsi «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà... che tollera colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia nulla impunito...»; Mosè quindi può pregare con sicurezza: «È un popolo di dura cervice. Ma perdona le nostre colpe ed i nostri peccati, e fa’ di noi la tua eredità!» (Es 34, 6-9). Umanamente e giuridicamente, il perdono non trova giustificazione. Il Dio santo non deve rivelare la sua santità mediante la sua giustizia (Is 5, 16) e colpire coloro che lo disprezzano (5, 24)? Come potrebbe contare sul perdono la sposa infedele all’alleanza che non arrossisce della sua prostituzione (Ger 3, l-5)? Ma il cuore di Dio non è quello dell’uomo, ed il Santo non si compiace nel distruggere (Os 11, 8 s); lungi dal volere la morte del peccatore, egli ne vuole la conversione (Ez 18, 23) per poter prodigare il suo perdono; infatti «le sue vie non sono le nostre vie», e «i suoi pensieri superano i nostri pensieri» di tutta l’altezza del cielo (Is 55, 7 ss). Questo appunto rende così fiduciosa la preghiera dei salmisti: Dio perdona al peccatore che si accusa (Sal 32, 5; cfr. 2 Sam 12, 13); lungi dal volere la sua perdita (Sal 78, 38), lungi dal disprezzarlo, egli lo ricrea, purificando e colmando di gioia il suo cuore contrito ed umiliato (Sal 51, 10-14. 19; cfr. 32, 1-11); fonte abbondante di redenzione, egli è un padre che perdona tutto ai suoi figli (Sal 103, 3. 8-14). Dopo l’esilio non si cessa di invocare il «Dio dei perdoni» (Neem 9, 17) e «delle misericordie» (Dan 9, 9), sempre pronto a pentirsi del male di cui ha minacciato il peccatore, se questi si converte (Gioe 2, 13); ma Giona, che è il tipo del particolarismo di Israele, è sconcertato nel vedere questo perdono offerto a tutti gli uomini (Giova 3, 10; 4, 2); al contrario, il libro della Sapienza canta il Dio che ama tutto ciò che ha fatto ed ha pietà di tutti, che chiude gli occhi sui peccati degli uomini affinché si pentano, li castiga a poco a poco e ricorda loro ciò in cui essi peccano affinché credano in lui (Sap 11, 23 - 12, 2); manifesta in tal modo di essere l’onnipotente di cui è proprio il perdonare (Sap 11, 23. 26; cfr. la colletta della domenica X dopo Pentecoste e l’Oremus delle litanie dei santi).
IL PERDONO DI DIO PER MEZZO DI CRISTO - Al pari di Israele (Lc 1, 77), Giovanni Battista attende quindi la remissione dei peccati e predica un battesimo che ne è la condizione: «Fate penitenza, altrimenti colui che viene vi battezzerà nel fuoco»; per lui questo fuoco è quello dell’ira e del giudizio, quello che consuma la pula, una volta separato il buon grano (Mt 3, 1-12). Questa prospettiva rimane quella dei discepoli di Giovanni che hanno seguito Gesù; essi vogliono far cadere il fuoco dal cielo su coloro che si chiudono alla predicazione del maestro (Lc 9, 54). E Giovanni Battista si pone un interrogativo (cfr. Lc 7, 19-23), sentendo che Gesù non soltanto invita i peccatori a convertirsi ed a credere (Mt 1, 15), ma proclama di essere venuto soltanto per guarire e perdonare.
L’annunzio del perdono - Di fatto Gesù, pur essendo venuto a gettare il fuoco sulla terra (Lc 12, 49), non è mandato dal Padre suo come giudice, ma come salvatore (Gv 3, 17 s; 12, 47).Egli chiama alla conversione tutti coloro che ne hanno bisogno (Lc 5, 32 par.) e suscita questa conversione (Lc 19, 1-10) rivelando che Dio è un Padre la cui gioia sta nel perdonare (Lc 15) e la cui volontà è che nessuno si perda (Mt 18, 12 ss). Gesù non annunzia soltanto questo perdono al quale si apre l’umile fede, mentre l’orgoglio vi si chiude (Lc 7, 47-50; 18, 9-14), ma lo esercita ed attesta mediante le sue opere che dispone di questo potere riservato a Dio (Mc 2, 5- 11 par.; cfr. Gv 5, 21).
 
L’aiuto ci viene da Cristo - Constitutiones Apostolor., VIII, 1, 3 s.: “Non rallegratevi però perché i demoni vi obbediscono; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti in cielo” (Lc 10,20); quando invero questo avvenga per opera sua (di Cristo), anche se con la nostra volontà ed impegno, dobbiamo esser convinti che siamo stati aiutati da lui. Non dunque è necessario che ogni fedele scacci i demoni o susciti i morti o parli le lingue, bensì colui che è fatto degno di un carisma per una causa utile in vista della salvezza degli infedeli, i quali, spesso, non per la esatta spiegazione mediante discorsi ma ad opera di segni si convertono, e quelli che precisamente sono degni di salvezza.
 
Testimoni di Cristo - San Dionigi l’Areopagita - Oltre le logiche della ragione, Dio “ribalta” le nostre attese: Si può “capire Dio” con le categorie della ragione? Si può incasellare la vita divina dentro le categorie della scienza? Cosa porta il Vangelo dentro a una società che pare bastare a se stessa nella ricerca della verità? Sono queste le domande che accompagnano da sempre chi si mette alla ricerca di quell’Altro che dia un senso alla vita e che alla fine si accorgono che Dio non rientra nelle nostre categorie, non è delimitabile dentro precise caselle e ribalta ogni nostra logica, mostrandoci le radici dell’infinito dentro la nostra quotidianità. Da queste radici si fece affascinare san Dionigi l’Areopagita, che incontrò il Risorto grazie all’annuncio di san Paolo ad Atene. Secondo il capitolo 17 degli Atti degli Apostoli, infatti, l’apostolo aveva parlato davanti ai saggi sull’Areopago. All’inizio il suo discorso aveva affascinato i presenti, esponenti di una cultura da sempre sinonimo di impegno nella ricerca della verità con i mezzi della ragione e ben disposti verso tradizioni religiose diverse, ma poi Paolo era stato deriso quando aveva cominciato a parlare di Risurrezione. Dionigi, invece, fu tra coloro che si unirono all’Apostolo delle genti e la tradizione lo vorrebbe primo vescovo di Atene. Per alcuni il santo celebrato oggi, invece, sarebbe un teologo del V secolo che usò il nome di Dionigi come pseudonimo.
 
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.    
 
 
 2 OTTOBRE 2026
 
SANTI ANGELI CUSTODI – MEMORIA
 
Es 23,20-23a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 90 (91); Mt 18,1-5.10
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri Vivi]: La Chiesa conosce il culto degli angeli sin dai primi secoli san Giustino lo menziona nella sua «Apologia» (c. 155), Origene (+ 254) si oppone a coloro che nel culto degli angeli vedono l’idolatria; san Clemente di Alessandria (+ c. 212) parla della cura che gli angeli hanno di tutto il creato. Il culto reso agli angeli non assumeva una particolare forma, ma la Chiesa, celebrando la liturgia, si univa spiritualmente alla liturgia celeste dei cori degli angeli. Fino ad oggi, questo rimane vivissimo nella coscienza della Chiesa orientale, come pure continua a essere vivo in Oriente il culto degli angeli. [...].
Gli innumerevoli eserciti degli angeli stanno davanti al volto di Dio e incessantemente gli rendono onore. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e glorifichiamo Dio nel prefazio per le sue grandi opere, noi radunati sulla terra c’inseriamo nel perenne cantico di lode che risuona in Cielo. Con tutti gli angeli e gli arcangeli, uniti a tutti i cori celesti esclamiamo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio degli eserciti. L’uomo di fede, riconoscente a Dio per la sua bontà, acclama con le parole del salmo: «A te voglio cantare davanti agli angeli» (137, 1) e sapendo che da solo non è capace di esprimere il cantico di gratitudine invoca gli angeli: «Benedite [con me], angeli del Signore, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dn 3,58).
La Chiesa crede che gli angeli non soltanto circondano il trono di Dio nel sacro servizio, ma che Dio anche per loro, come per noi, in modo mirabile, ha stabilito dei doveri. L’angelo fu mandato a Maria per annunciarle il mistero dell’Incarnazione. L’angelo incoraggia Cristo prima della Passione; tramite l’angelo fu annunciata la notizia della Risurrezione del Signore. Anche oggi, gli angeli sono presenti nella Chiesa, perché essa possa annunciare a tutti l’Incarnazione, la Passione e la Risurrezione del Signore. La Chiesa crede che gli angeli proteggono la nostra vita terrena, hanno cura di noi, ci sostengono sulla via che porta alla salvezza. Nella loro cura, troviamo la difesa e, grazie a loro, evitiamo i pericoli.
In comunione con tutta la Chiesa, benediciamo gli angeli del Signore e glorifichiamo Dio perché ci permette di sperimentare la loro custodia. Poiché attendiamo la nostra unione con loro, quando il Signore verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli.
 
-> Catechismo degli Adulti - Creazione degli angeli [368]: Dio ha creato anche gli angeli, che sono creature personali, puri spiriti, immortali, più intelligenti e potenti degli uomini. La libertà umana non è sola nell’universo e il mondo è più vasto e profondo di quanto la mentalità razionalista possa supporre. Peraltro appare del tutto plausibile che gli esseri materiali della natura e gli uomini, esseri materiali e spirituali nello stesso tempo, abbiano al di sopra di sé altri esseri puramente spirituali. Anche questi sono stati creati per mezzo di Cristo e in vista di lui; sono stati chiamati a vivere in comunione con lui e a cooperare per l’avvento del regno di Dio.
Servitori di Dio e di Cristo [378] Nella nostra cultura dubbi e negazioni riguardo agli angeli e ai demòni coesistono con il fascino dell’occulto. Occorre chiarire e chiedersi: ci sono davvero queste presenze nella storia? quale incidenza hanno?La rivelazione attesta la creazione dei puri spiriti e la loro chiamata alla comunione con Cristo. Creati liberi, possono liberamente accogliere o rifiutare il disegno di Dio. Una parte di essi lo accoglie: sono gli angeli santi. Ora stanno davanti a Dio per servirlo, contemplano la gloria del suo volto e giorno e notte cantano la sua lode. «Potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103,20), intervengono nella storia, a servizio del suo disegno di salvezza.
[379]  Cristo è il loro capo ed essi sono «i suoi angeli» (Mt 25,31); gli sono accanto come servitori in alcuni momenti decisivi della sua vita. Un angelo porta a Maria e a Giuseppe l’annuncio dell’incarnazione del Figlio di Dio; una moltitudine di angeli loda Dio per la sua nascita; un angelo lo protegge dalla persecuzione di Erode; gli angeli lo servono nel deserto; un angelo lo conforta nell’agonia del Getsemani; gli angeli annunciano la sua risurrezione; infine, saranno ancora gli angeli ad assisterlo nell’ultimo giudizio.
Protettori della Chiesa [380]  In modo analogo gli angeli accompagnano e aiutano la Chiesa nel suo cammino. Incoraggiano gli apostoli; li liberano dalla prigione; li sostengono nell’evangelizzazione. Proteggono tutti i fedeli e li guidano alla salvezza: «Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita». Si comprende così la tradizionale e bella devozione agli angeli custodi.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti: l’angelo inviato dal Signore precederà il popolo nel suo viaggio verso la terra promessa per custodirlo e guidarlo. Nel brano che oggi leggiamo, l’angelo di Dio si identifica con Dio, il mio nome è in lui, per cui ubbidire o ribellarsi a lui è come ubbidire o ribellarsi a Dio. Il nome degli angeli (ebr. mal’ak, gr. ànghelos), non è un nome di natura ma di funzione: significa «messaggero». Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: di adorazione e di lode a Dio; di messaggeri divini nelle incombenze degli uomini; di custodi degli uomini, dei loro beni, case, campi, animali, e delle nazioni. Sfuggendo alla nostra percezione ordinaria, essi costituiscono un mondo misterioso, ma non mitico in quanto l’esistenza degli angeli è una verità di fede.
 
Vangelo
I loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
 
Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?: Gesù risponde che il criterio sono i piccoli. I discepoli devono diventare bambini. Invece di crescere verso l’alto, devono crescere verso il basso, la vera grandezza del discepolo si costruisce sul trono dell’umiltà. Questi piccoli non devono essere disprezzati, in quanto i loro angeli in cielo difendono davanti a Dio la loro causa e chiedono che Egli intervenga a riparare le offese fatte loro.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,1-5.10
 
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Matteo): Gesù comanda di farsi come bambini. Quando si esprime così, non pensa alla proverbiale innocenza dei bambini, ma pensa principalmente alla loro umiltà. Il bambino non ha pretese: sa di essere bambino e si accetta come è; accetta la sua incapacità di fronte alla vita e il bisogno che ha dei genitori per sopravvivere. I bambini vivono nell’umiltà, non stimandosi meno di quello che sono - non sarebbe umiltà - ma riconoscendo quello che sono. L’uomo ha forse bisogno di stimarsi di meno di quello che è per essere umile?
Se passiamo dalla famiglia umana a quella cristiana - la famiglia di Gesù o di Dio - l’argomentazione acquista molta maggior efficacia. Che cos’è l’uomo davanti a Dio? L’umiltà cristiana è causata appunto dalla gioia di essere figli di Dio (5,3ss; 11,25).
La filiazione divina richiede la conversione, come dice espressamente il versetto 3. Le parole che aprono il vangelo esigendo la conversione (3,2; 4,17) si applicano ora ai discepoli di Gesù. Se questi discepoli devono essere i dirigenti della comunità cristiana, devono comportarsi, di fronte a essa, con quell’umiltà di cui abbiamo parlato. E devono farlo per due ragioni: per quello che sono essi - aspetto che già abbiamo esposto - e per quello che sono. gli altri. Gli altri sono figli di Dio: «i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio».
Ma la frase non si occupa minimamente degli angeli e non ha il minimo interesse per essi. Secondo la letteratura giudaica, la funzione degli angeli è triplice: a) di adorazione e di lode a Dio; b) di agenti o messaggeri divini negli affari umani; c) di custodi degli uomini delle nazioni (At 12,15). Secondo una credenza che si era molto diffusa fra i giudei, erano pochi gli angeli che avevano accesso diretto a Dio. Tenendo conto di questi particolari, l’insegnamento fa pensare alla dignità dei piccoli che credono in Gesù: se i loro angeli hanno questa dignità, quanto maggiore sarà la dignità dei credenti che gli angeli stessi son destinati a servire!
 
Per approfondire
 
Angelo - Paul Hubert Schüngel: Gli scritti biblici conoscono diversi angeli, che si distinguono per il modo di apparire e soprattutto di agire. La maggior parte delle volte gli angeli appaiono come messaggeri e portavoce di Dio: il malak JHWH comanda ad Abramo di risparmiare suo figlio (Gen 22,11). Questo angelo  di JHWH a volte non è distinguibile dallo stesso JHWH (Gen 18). Agli angeli  viene spesso attribuito un potere di devastazione o di castigo, per es. all’angelo sterminatore, oppure allo spirito che causa dissidi politici, Gdc 9,23. In questo caso non si possono separare gli aneli dalla sventura che essi portano; questo è particolarmente chiaro nel Sal 78,49. Talvolta gli angeli  sono visti come cherubini, cioè esseri ibridi alati, come quelli noti soprattutto a Babilonia: Gen 3,24 è uno di questi angeli che fa la guardia all’albero della vita; nel Sal 18,11 esso è colui che accompagna JHWH che discende dai cieli. Ezechiele si è servito in modo particolare di questa immagine. Altri angeli costituiscono una corte celeste che celebra JHWH (Is 6), o lo consiglia (Gb 1,6ss). Soltanto più tardi gli angeli hanno un nome (Dn, Tb) e sono visti ora come angeli custodi personali (Raffaele per Tobia), come protettori di popoli (Dn 10,l1ss), come intercessori presso Dio (Zc 3), come interpreti dei progetti divini (Zc 1,9.11ss). Nell’apocalittica tardogiudaica, ma anche nell’Apocalisse neotestamentaria, essi svolgono un ruolo molto importante. La credenza veterotestamentaria negli angeli è una mescolanza variopinta e disarmonica di antica fede popolare (cf. Gen 6,1-4), dèi stranieri denigrati (Lv 16,8ss) e divinità sbiadite (serpente di rame) d’influenza babilonese e (più tardi) iraniana. Come dimostra Rm 8,38s, Paolo condivide ancora la concezione degli angeli di sventura; parlando di “troni” e “dominazioni” (Col 1,16) Paolo intende angeli dei popoli, cioè soprattutto la potenza della Roma pagana. Soltanto nei Sinottici gli angeli, in quanto messaggeri di Dio e interpreti dell’evento della salvezza (Lc 1; 2; At 1,10s), vengono separati dai demoni quali cause di malattia e di possessione (Mc 3,23-27). Gesù, manifestandosi padrone dei demoni, dimostra di essere colui che possiede la potenza del creatore e introduce il regno di Dio escatologico (Mc 3,27).
 
La presenza degli angeli - Origene Comment. in Luc., 23, 8-9: Quanto a me, non esito affatto a pensare che gli angeli siano presenti anche nella nostra assemblea, in quanto essi vegliano non soltanto su tutta la Chiesa presa nel suo insieme, ma anche su ciascuno di noi. È di essi che parla il Salvatore, quando dice: I loro angeli vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli (Mt 18,10). Ci sono qui due Chiese: quella degli uomini e quella degli angeli. Se quanto noi diciamo è conforme al pensiero divino e all’intenzione delle Scritture, gli angeli ne godono e pregano per noi. Ed è perché gli angeli sono presenti nelle Chiese, in tutte, o almeno in quelle che lo meritano e che appartengono a Cristo, che è prescritto alle donne, durante la preghiera, di avere un velo sulla testa a causa degli angeli (1Cor 11,10). Di quali angeli si tratta? Senza alcun dubbio degli angeli che assistono i santi e si rallegrano nella Chiesa; angeli che noi non vediamo perché il fango del peccato ci copre gli occhi, ma che vedono gli apostoli di Gesù ai quali il Signore dice: In verità, in verità vi dico: voi vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio che salgono e discendono sul Figlio dell’uomo (Gv l,51).
Se io avessi la grazia di vederli come gli apostoli e di guardarli come li contemplò Paolo, scorgerei senza dubbio ora la folla di angeli che vedeva Eliseo e che Gihezi, che era al suo fianco, non vedeva affatto. Gihezi aveva paura di essere catturato dai nemici, perché vedeva Eliseo tutto solo. Ma Eliseo, in quanto era profeta del Signore, si mise a pregare e disse: O Signore, apri gli occhi di questo servo in modo che egli veda che ci sono più con noi che con loro (2Re 6,17). E subito, alla preghiera di quel santo, Gihezi vide gli angeli che non vedeva prima.
 
Testimoni di Cristo - Santi Angeli custodi - Antonio Borrelli: L’angelo nella Bibbia - Specifici episodi del Vecchio e Nuovo Testamento, indicano la presenza degli Angeli: la lotta con l’angelo di Giacobbe (Genesi 32, 25-29); la scala percorsa dagli angeli, sognata da Giacobbe (Genesi, 28, 12); i tre angeli ospiti di Abramo (Genesi, 18); l’intervento dell’angelo che ferma la mano di Abramo che sta per sacrificare Isacco; l’angelo che porta il cibo al profeta Elia nel deserto.
L’annuncio ai pastori della nascita di Cristo; l’angelo che compare in sogno a Giuseppe, suggerendogli di fuggire con Maria e il Bambino; gli angeli che adorano e servono Gesù dopo le tentazioni nel deserto; l’angelo che annunciò alla Maddalena e alle altre donne, la resurrezione di Cristo; la liberazione di s. Pietro, dal carcere e dalle catene a Roma; senza dimenticare la cosmica e celeste simbologia angelica dell’Apocalisse di s. Giovanni Evangelista.
L’Angelo Custode - Infine l’Angelo Custode, l’esistenza di un angelo per ogni uomo, che lo guida, lo protegge, dalla nascita fino alla morte, è citata nel Libro di Giobbe, ma anche dallo stesso Gesù, nel Vangelo di Matteo, quando indicante dei fanciulli dice: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
La Sacra Scrittura parla di altri compiti esercitati dagli angeli, come quello di offrire a Dio le nostre preghiere e sacrifici, oltre quello di accompagnare l’uomo nella via del bene. Il nome di ‘angelo’ nel discorrere corrente, ha assunto il significato di persona di eccezionale virtù, di bontà, di purezza, di bellezza angelica e indica perfezione.

O Dio, che con ineffabile provvidenza
mandi i tuoi santi angeli
perché siano nostri custodi,
dona a noi, che ti supplichiamo,
di essere sempre difesi dalla loro protezione
e di godere in eterno della loro compagnia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.