19 Aprile 2026
 
 III Domenica di Pasqua
 
At 2,14a.22-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 15 (16); 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35 
 
Signore Gesù, facci comprendere le Scritture; arde il nostro cuore mentre ci parli. (Cf. Lc 24,32)
 
Intelligenza della Parola di Dio - Catechismo della Chiesa Cattolica: 108 La fede cristiana tuttavia non è una «religione del Libro». Il cristianesimo è la religione della «Parola» di Dio: di una Parola cioè che non è «una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente». Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ce ne sveli il significato affinché comprendiamo le Scritture.  
119 «È compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare ed interpretare la Parola di Dio».
«Ego vero Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas  Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica». 
1155 Inseparabili in quanto segni e insegnamento, le parole e le azioni liturgiche lo sono anche in quanto realizzano ciò che significano. Lo Spirito Santo non si limita a dare l’intelligenza della Parola di Dio suscitando la fede; attraverso i sacramenti egli realizza anche le «meraviglie» di Dio annunziate dalla Parola; rende presente e comunica l’opera del Padre compiuta dal Figlio diletto.  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere: La prima lettura è una parte del discorso che Pietro pronunciò a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. La risurrezione di Gesù poggia su due solide testimonianze ed è quindi veritiera (Cf. Dt 19,15; Mt 18,16). La prima testimonianza è quella della Sacra Scrittura, la seconda è quella degli Apostoli: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni». Il salmo 15 nel giudaismo veniva letto in chiave messianica e poteva servire, modificando lievemente la versione greca, come argomento per la fede nella risurrezione. Dalla Chiesa apostolica, questa applicazione messianica è stata vista verificata nella risurrezione di Cristo
 
II Lettura - Foste liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia: Nella seconda lettura, Gesù viene presentato come l’Agnello «senza difetti e senza macchia», immolato per la salvezza degli uomini. Il sacrificio di Gesù-Agnello era stato predestinato fin dalla creazione del mondo e manifestato negli ultimi tempi (Cf. Rom 16,25; 1Cor 2,7.10; Gal 4,4; Ef 3,5). Un disegno che prevedeva e predisponeva la salvezza di tutti gli uomini mediante l’incarnazione, la morte e risurrezione di Cristo, nonostante la loro insipienza e il loro abbrutimento nel peccato (Cf. Rom 1-3).
 
Vangelo
Lo riconobbero nello spezzare il pane.
 
L’intelligenza delle Scritture è un dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce (Cf. Gc 1,17): il credente, solo dopo aver incontrato Gesù risorto, può aprirsi alla conoscenza della Parola di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,13-35
 
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
Parola del Signore
 
Gesù in persona apparve in mezzo a loro - L’evangelista Luca non vuole nascondere o minimizzare l’atteggiamento umano dei discepoli di fronte a Gesù risorto. Increduli, stupiti, spaventati (il testo greco ha atterriti), «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16).
Gli «Undici e quelli che erano con loro» trovano difficoltà nel credere alla risurrezione. Pensano di vedere un fantasma (spirito, pnèuma, nel testo greco). Credono di vedere «una persona defunta rievocata dalla loro fantasia allucinata e considerata come reale. Un’immagine illusoria, priva di corrispondenza con la realtà dei fatti» (Zingarelli).
Gesù incalza i discepoli e, dopo aver donato loro la pace, per dissipare le loro difficoltà li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi che portano impresse le ferite dei chiodi e a toccare il suo corpo.
Questi verbi - guardare, toccare - ritornano spesso quando i discepoli devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù. Per esempio, san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss).
L’incredulità si trasforma immediatamente in grande gioia: l’esperienza fisica - vedere, toccare, udire - sfocia nella fede perché la fede è incontro con una Persona. E il Cristo risorto è una Persona, non è l’elucubrazione mentale di visionari o invenzione fantastica di menti malate. Gesù risorto non è un fantasma! È vivo! Palpatemi, toccatemi, «sono proprio io!».
 E indubbiamente il racconto lucano ha anche uno scopo didattico. Per dei cristiani «che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l’anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che Cristo risorto non era uno “spirito” immortale senza corpo [...], perciò san Luca vuole prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è veramente risorto perché adesso vive di nuovo con il suo corpo, quel corpo che era stato dato alla morte sulla croce» (Settimio Cipriani).
Ma poiché per la grande gioia ancora non credono, Gesù, per vincere ogni resistenza li invita a mangiare con lui. Chiede qualcosa da mangiare a compròva che lui è una Persona viva e vera. Anche il verbo mangiare torna spesso nella memoria degli Apostoli quando devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù (Cf. Atti 1,3-4; 10,41).
Il corpo del Risorto è impassibile e di conseguenza non ha più bisogno di nutrirsi, ma il Signore Gesù ricorre a questo espediente per confermare i discepoli nella verità della sua risurrezione.
Ma si trattò di un vero pasto? Al dire di san Tommaso d’Aquino ci sono «dei pasti che sono veri solo come verità figurata: per esempio il mangiare degli Angeli... Ora il mangiare di Cristo dopo la Risurrezione fu vero... tuttavia non c’erano gli effetti conseguenti alla masticazione, perché il cibo non era assimilato da chi ne mangiava, avendo un corpo glorificato e incorruttibile» (In Jo. ev., 122,8).
Se il mangiare è un’azione frequente nelle apparizioni pasquali, questi pasti del Risorto con i discepoli hanno anche una dimensione liturgico-eucaristica: l’Eucaristia è stare a mensa con il Signore risorto. Quindi, san Luca, con mirabili pennellate, vuole dipingere la vita della Chiesa dopo la risurrezione del suo Fondatore: Gesù Cristo mangia e conversa con i suoi discepoli, apre loro l’intelligenza alle Scritture, li istruisce e li dispone a ricevere lo Spirito Santo, la promessa del Padre.
Gesù, fugato ogni dubbio, istruisce i discepoli intorno alla sua missione terrena, una missione di salvezza da sempre pensata dal Padre: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me... Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti».
La necessità della morte orrenda di Gesù sulla croce rivela quindi l’amore infinito del Padre e del Figlio. Quest’ultimo si è offerto volontariamente alla morte di croce per amore e non perché costretto da condizioni esterne alla sua volontà. Non erano stati gli uomini a determinare la fine atroce del Verbo umanato, come erano stati tentati di credere gli stessi discepoli. Il fallimento umano della vicenda umana del Cristo in verità rientrava nel piano di salvezza di Dio: al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, anche degli stessi aguzzini che avevano crocifisso il Figlio, il Padre ha realizzato il suo disegno di amore, «creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di “amare” e di “obbedire” [...]. Il “segno supremo” dell’amore è la sua morte di croce che egli già “sa” da sempre [...]. Proprio perché Cristo “conosce” la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di “obbedienza”. Egli vive e muore non per sé, ma “per gli altri”» (Settimio Cipriani).
Ora, pieni di luce e ricolmi di verità, i discepoli possono accogliere le ultime istruzioni del Risorto: nel suo nome devono andare in tutto il mondo a predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme, che rimane così al centro della storia e della salvezza e di lì diffondersi progressivamente sino agli estremi confini della terra.
 
Per approfondire
 
Il fatto della risurrezione - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Il Signore appare all’improvviso in mezzo agli Apostoli. Questi hanno di nuovo paura e non riescono a comprendere il fatto, sebbene ora sia già preceduto l’annunzio delle donne, di Simone e dei discepoli di Emmaus. Per questi Apostoli l’avvenimento è talmente inconcepibile che Gesù deve proprio farlo toccar loro con mano: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». E poiché neanche ora sono sicuri e ardiscono appena di guardare in faccia la realtà, chiede loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
E allora mangia davanti ai loro occhi. Ora non possono più sottrarsi all’evento. Gesù è presente fisicamente. La sua vita di risuscitato non è una sopravvivenza spirituale, ma un’esistenza corporea.
Si nota qui un altro fatto. Quando si dice: «mostrò loro le mani e i piedi» e quando Gesù aggiunge: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!», si rende chiaro che anche dopo la risurrezione egli ha i segni della crocifissione, le cicatrici. È dunque il crocifisso, che è risorto col suo stesso corpo. L’Apocalisse chiamerà il Signore glorioso «l’Agnello ucciso». Le cicatrici devono ricordare che il suo corpo è un corpo immolato e che la crocifissione è l’offerta di un sacrificio. Così la crocifissione del Signore non è soltanto un fatto storico, che si concentrò nel breve spazio di alcune ore, ma è un evento sempre permanente e sempre operante, poiché perdura l’oblazione. Il Signore glorioso è sempre l’immolato Signore, così che perdura l’efficacia del suo sacrificio.
 
Eucaristia memoria sacramentale - Antonio Donghi: Gesù, durante l’Ultima Cena, ci ha lasciato la memoria della redenzione perché la Chiesa di tutti i tempi vivesse in modo incessante il dono della sua Pasqua. Rivivendo il racconto liturgico dell’ultima cena veniamo introdotti nel cuore di Cristo quando ci ha consegnato il memoriale della sua Pasqua. «Quando fu l’ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui ... E preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio. Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi» (Lc 22,14-20). Questa scarna ed essenziale narrazione è il cuore di ogni messa.
La celebrazione eucaristica costituisce la memoria sacramentale nella quale la Chiesa accoglie e rivive, mediante il segno, la morte del suo Signore in obbedienza al suo volere. In tale atteggiamento essa diviene contemporanea con il gesto di Gesù e assume tutti i suoi significati per essere in lui e con lui e a lui ricongiunta nella luminosità del regno. Questa fecondità celebrativa scaturisce dal fatto che il cristiano nel battesimo ha ricevuto il dono della contemporaneità con il Maestro e nel coinvolgimento celebrativo vive insieme ai fratelli l’essere nella morte di Gesù per crescere nell’esperienza della risurrezione, in attesa del mirabile evento della parusia. Gesù, lasciando il segno della sua continua presenza nell’atteggiamento di offerta al Padre per l’umanità, ci ha comunicato un dono così grande che nel corso della storia il mistero eucaristico è stato sì oggetto di una molteplicità di letture e di interpretazioni, ma ha costruito la vita mistica di ogni discepolo di Gesù. La Chiesa, lasciandosi coinvolgere nella dinamica sacramentale della celebrazione, viene resa partecipe dell’esperienza pasquale del suo Signore e gode d’attenderlo alla fine della storia per essere definitivamente associata al suo mistero di gloria.
 
Guglielmo di Saint-Thierry: De natura et dignitatis amoris, IV, 31: ... aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture ... : perché cominciassero non solo ad avere l’intelligenza, ma anche per così dire a palpare e toccare con quella sorta di mano che è l’esperienza il senso interiore delle Scritture e la potenza dei misteri e dei segreti di Dio. Ciò non avviene se non attraverso un senso della coscienza, un apprendimento dato da un’esperienza in grado di comprendere, più ancora, di leggere entro se stessa e di sentire la bontà e la potenza di Dio che l’azione della grazia opera in bontà sovrana con potenza efficace nei Figli della grazia. Allora finalmente la sapienza compie ciò che è suo; allora essa istruisce su ogni cosa mediante la sua unzione quanti giudica degni; allora dà impronta e forma a tutto ciò che è nostro, pacificato ormai e ingentilito da quest’unzione, ponendovi il sigillo della bontà di Dio. E se trova qualcosa di duro o di rigido lo schiaccia e lo spezza, finché l’anima santa, ricevuta la gioia della salvezza di Dio e sostenuta dallo spirito sovrano della sapienza, lieta canti a Dio: È impressa su di noi, Signore, la luce del tuo volto. hai messo gioia nel mio cuore (Sal 4,7). In tal senso il Signore ha detto: Questa è la vita eterna: conoscere Te, unico vero Dio, e Colui che tu hai inviato: Gesù Cristo (Gv 17,3).
 
Testimoni di Cristo - Beato Giacomo Duckett Martire († Tyburn, Inghilterra, 19 aprile 1602): Nasce a Gilfortrigs in Inghilterra e cresce nella fede protestante. Da giovane diventa apprendista stampatore a Londra e venendo a contatto con il libro «Il fondamento della religione cattolica», che lo porta alla conversione. Affrontando con coraggio tutte le difficoltà viene mandato in prigione per due volte ed entrambe le volte lo stampatore presso cui lavora lo aiuta ad uscire, ma alla fine gli chiede di trovarsi un altro lavoro.
Dopo essere stato accolto dalla Chiesa cattolica sposa una vedova. Dal matrimonio nascerà un figlio che si farà monaco. James si impegna a fondo per la diffusione della stampa cattolica. A causa di questa attività passa nove, dei suoi dodici anni di matrimonio, in prigione. Alla fine viene condannato a morte a causa di un testimone che dichiara di aver procurato libri cattolici a Duckett. Ma la testimonianza costerà la vita a entrambi: James Duckett venne impiccato nel 1602. (Avvenire)
 
O Dio, che in questo giorno santo
raduni la tua Chiesa pellegrina nel mondo,
donaci di riconoscere il Cristo crocifisso e risorto
che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture
e si rivela a noi nello spezzare il pane.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 18 Aprile 2026
 
Sabato II Settimana di Pasqua
 
At 6,1-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Gv 6,16-21
 
Cristo è risorto, lui che ha creato il mondo, e ha salvato gli uomini nella sua misericordia.
 
Ha salvato gli uomini - Catechismo della Chiesa Cattolica: 389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, «il rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.
846 Come bisogna intendere questa affermazione spesso ripetuta dai Padri della Chiesa? Formulata in modo positivo, significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa che è il suo corpo:  
Il santo Concilio «insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante
Il santo Concilio «insegna, appoggiandosi sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione, che questa Chiesa pellegrinante è necessaria alla salvezza. Infatti solo Cristo, presente per noi nel suo corpo, che è la Chiesa, è il Mediatore e la Via della salvezza; ora egli, inculcando espressamente la necessità della fede e del Battesimo, ha insieme confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano mediante il Battesimo come per la porta. Perciò non potrebbero salvarsi quegli uomini, i quali, non ignorando che la Chiesa cattolica è stata da Dio per mezzo di Gesù Cristo fondata come necessaria, non avessero tuttavia voluto entrare in essa o in essa perseverare». 
1019 Gesù, il Figlio di Dio, ha liberamente subìto la morte per noi in una sottomissione totale e libera alla volontà di Dio, suo Padre. Con la sua morte ha vinto la morte, aprendo così a tutti gli uomini la possibilità della salvezza.  
1359 L’Eucaristia, sacramento della nostra salvezza realizzata da Cristo sulla croce, è anche un sacrificio di lode in rendimento di grazie per l’opera della creazione. Nel sacrificio eucaristico, tutta la creazione amata da Dio è presentata al Padre attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. Per mezzo di Cristo, la Chiesa può offrire il sacrificio di lode in rendimento di grazie per tutto ciò che Dio ha fatto di buono, di bello e di giusto nella creazione e nell’umanità.  
1507 Il Signore risorto rinnova questo invio («Nel mio nome [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno»: Mc 16,17-18) e lo conferma per mezzo dei segni che la Chiesa compie invocando il suo nome. Questi segni manifestano in modo speciale che Gesù è veramente «Dio che salva».  
1584 Poiché in definitiva è Cristo che agisce e opera la salvezza mediante il ministro ordinato, l’indegnità di costui non impedisce a Cristo di agire. Sant’Agostino lo dice con forza:   «Un ministro superbo va messo assieme al diavolo; ma non per questo viene contaminato il dono di Cristo, che attraverso di lui continua a fluire nella sua purezza e per mezzo di lui arriva limpido a fecondare la terra. [...] La virtù spirituale del sacramento è infatti come la luce: giunge pura a coloro che devono essere illuminati e, anche se deve passare attraverso esseri immondi, non viene contaminata».  
1741 Liberazione e salvezza. Con la sua croce gloriosa Cristo ha ottenuto la salvezza di tutti gli uomini. Li ha riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù. «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1). In lui abbiamo comunione con la verità che ci fa liberi.2659 Ci è stato donato lo Spirito Santo e, come insegna l’Apostolo, «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17). Fin d’ora ci gloriamo della libertà dei figli di Dio.
1846 Il Vangelo è la rivelazione, in Gesù Cristo, della misericordia di Dio verso i peccatori. L’angelo lo annunzia a Giuseppe: «Tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). La stessa cosa si può dire dell’Eucaristia, sacramento della redenzione: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Per superare alcune frizioni, sorte a motivo di una cattiva gestione dei beni destinati ai poveri e alle vedove, gli Apostoli decidono di consacrare sette diaconi. Nel nome dei Dodici presiederanno al servizio delle mense e ai bisogni degli indigenti della comunità, in maniera tale che tale servizio sia compiuto nel migliore dei modi e con equità, senza discriminazioni. Diacono significa servo e servizio significa mettersi a disposizione della missione della Chiesa con tutte le proprie forze e con le proprie doti. Tutto l’operare del cristiano, nella Chiesa e nel mondo, l’annuncio della parola, la cura dei poveri, dei malati o la più modesta delle attività professionali è servizio.  
 
Vangelo
Videro Gesù che camminava sul mare.
 
... il mare era agitato, perché soffiava un forte vento: i discepoli di Gesù, provetti pescatori, conoscevano le insidie del mare di Tiberiade, un lago soggetto a tempeste improvvise, e avventurarsi sulle acque denota in loro un certo coraggio, ma questa volta hanno paura. Gesù non abbandona la barca di Pietro, e così va incontro ai suoi discepoli camminando sul mare. I discepoli nel vederlo ebbero paura, ma la calma e la gioia ritornerà nel loro cuore quando sentiranno la voce del Maestro: Sono Io, non temete abbiate coraggio. Il significato di un tale miracolo nell’ambito della natura, come quello della moltiplicazione dei pani, non mira, in Giovanni, e nemmeno nei sinottici, a presentarci Gesù un operatore di prodigi, ma il Maestro che ama i suoi discepoli, ed è sempre presente, anche nelle traversie di una traversata burrascosa. E poiché il potere di Dio sul mare è un tema comunissimo nell’Antico Testamento (Gen 1,2ss.; Sal 74,12-15; 93,3s.), è chiara l’affermazione della divinità di Gesù. Una intuizione suffragata dall’uso del nome di Dio, “Sono io”: un chiaro riferimento alla rivelazione di Iahvè sul monte Sinai e sulla bocca di Gesù è un’autorevole rivelazione. Ancora una volta, Giovanni ha visto un profondo significato spirituale in una semplice risposta.
 
Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,16-21
 
Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao.
Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento.
Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!».
Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 16-17 Il nuovo racconto della deambulazione di Gesù sulle acque del lago è introdotto con due versetti che indicano il tempo e le circostanze dell’episodio. Fattasi sera; rilievo cronologico che stabilisce soltanto un nesso narrativo con il racconto precedente. I suoi discepoli scesero [sulla riva] del mare; il particolare fa supporre che il miracolo avvenne in un luogo elevato (cf. vers. 3). Partirono per l’altra riva del mare; i discepoli da soli se ne partono per raggiungere l’altra riva del lago, verso Cafarnao. Non è possibile stabilire i motivi per i quali i discepoli non attesero il ritorno di Gesù e se ne partirono da soli verso l’altra sponda. Giovanni infatti segue una sua linea narrativa; Matteo e Marco (cf; Mt., 14, 22; Mc., 6, 45) osservano che Gesù non partì con i discepoli perché doveva congedare la folla. Non è necessario tuttavia vedere in queste notizie delle indicazioni esatte intorno ai tempi, luoghi e circostanze, poiché l’interesse dello storico non consisteva nel fissare le circostanze, bensì nel porre una premessa al nuovo racconto. Si era già fatto buio; altra indicazione cronologica che riprende la precedente («fattasi sera»). E Gesù non li aveva ancora raggiunti; non è detto come il Maestro doveva raggiungerli; l’indeterminazione lascia sospeso il lettore, il quale dall’intero racconto della deambulazione sulle acque trae una profonda impressione di mistero.
18 Particolare descrittivo pieno di effetto; il testo greco ha una formulazione linguistica accurata; si noti il genitivo assoluto (letteral.: «soffiando un vento gagliardo»). Matteo e Marco rilevano che il vento era contrario.
19 Per circa venticinque o trenta stadi ; una distanza che si aggira tra 14-5 km. Secondo i sinottici, la navigazione fu assai faticosa a motivo delle onde. Quando videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca; la descrizione, estremamente semplice e disadorna, si limita a ricordare gli elementi essenziali del fatto; la prima impressione è che Gesù cammina sull’acqua e la seconda che egli si dirige verso la barca dei discepoli. Essi ebbero paura; sentimento naturale davanti ad un fatto inatteso e soprannaturale. Secondo Matteo e Marco gli apostoli ebbero paura perché credevano che si trattasse di un fantasma (cf. Mt., 14, 26; Mc.,6,49).
20 Sono io; Gesù li rassicura facendosi conoscere. Non abbiate paura; l’espressione è omessa dalla versione siriaca-curetoniana; si può ritenere che queste parole si trovino nei presente testo di Giovanni per un fatto di armonizzazione con il racconto sinottico (cf. Mt., 14, 25; Mc., 6, 49). Se si accetta l’omissione il passo diventa molto più efficace, perché più conciso.
21 Volevano quindi prenderlo nella barca; vari commentatori pensano con San Giovanni Crisostomo che l’imperfetto «volevano» sia un imperfetto di conato; essi quindi ritengono che nel momento in cui i discepoli vogliono far salire in barca il Maestro, questi scompare e la barca in pochi istanti tocca prodigiosamente la sponda di approdo. Non si può negare che il racconto presenti lo svolgimento dei fatti in modo assai conciso e misterioso. Tuttavia, prendendo in considerazione i dati dei sinottici, si può spiegare il fatto nel modo seguente: passato il primo momento di stupore e di sorpresa, i discepoli pensano di prendere Gesù in barca; infatti essi compiono quanto hanno divisato di fare. Gesù sale quindi in barca con loro e la barca rapidamente raggiunge la riva. Secondo Mt., 14, 32 e Mc., 6, 51, appena il Maestro si trovò sulla barca, il vento si acquetò; siccome poi la barca non era molto lontana dalla riva, fu facile raggiungerla in breve tempo. L’avverbio εὐθέως qui non significa: all’istante, ma: celermente, subito.
 
Per approfondire
 
Gesù cammina sulle acque - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Questo brano è alquanto enigmatico: quale rapporto ha con quel che procede e quel che segue? Nei sinottici (Mt 14,22) è Gesù stesso che «ordina ai discepoli di salire in fretta sulla barca e precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato le folle». Possiamo considerare questo passo come un racconto di transizione nel senso proprio della parola, ma vi si ritrova lo stesso tema presente all’inizio del racconto: il cammino alla sequela di Cristo è fallito; i discepoli sono soli, abbandonati a se stessi; la folla continua a cercare Gesù (6,24). Sulla identità misteriosa di Gesù comincia ad alzarsi un velo: la scena si svolge di notte (v. 17), il tempo favorevole alla rivelazione. Gesù si avvicina camminando sulle acque e si affranca così dalle leggi della natura: l’acqua che separa diventa un cammino che riunisce. Possiamo vedere in ciò un’ulteriore allusione all’esodo, in particolare alla traversata del Mar Rosso: anche lì l’acqua si era trasformata in strada per i figli d’Israele (Es 14).
Un altro dettaglio conferma questa lettura: «I discepoli ebbero paura» (v. 19), segno che hanno letto in quest’episodio l’intervento di Dio. Ma Gesù li tranquillizza cominciando col dire: «Sono io»; in greco: Ego eimi, «Io sono». Con queste due parole il Secondo Isaia ha sovente espresso il nome di Jhwh. Così, nella rivelazione progressiva di Gesù, è introdotto un elemento supplementare, fugace ma importante: egli è il nuovo Mosè, il nuovo Eliseo, ma anche un essere divino, che si appropria il nome di Dio e, come Dio nelle sue rivelazioni, libera dalla paura. Nel Salmo 77,20 è detto:
S’aprì nel mare la tua vita,
i tuoi sentieri nella massa d’acqua;
ma rimasero invisibili le tue orme.
 
Venuta intanto la sera, i  discepoli di Gesù scesero al mare, salirono sulla barca, probabilmente la barca di Pietro, nella quale la tradizione cristiana unanimemente vede l’immagine della Chiesa. La barca è ancora distante da terra ed è scossa dalle onde, il mare era agitato e soffiava un forte vento. In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la tempra dei discepoli, ma anche la loro natura tutta umana. I discepoli sono uomini rotti ad ogni tipo di fatica, ma pur sempre uomini, con le loro paure, con la loro stanchezza, con quella ottusa capacità di conoscere, di capire, di cogliere in tutta la sua interezza la verità. Non riconoscono Gesù che cammina sulle acque, forse credono di vedere un fantasma. Ebbero paura, ma la voce del Maestro ricolma il loro cuore di gioia e di speranza. Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti. Nell’Antico Testamento il potere camminare sulle acque, così come quello di calmare le tempeste, è attribuito a Iahvé (cfr. Sal 65,7; 77,20; 89,9-10; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sir 24,5-6; Is 43,16). Intenzionalmente è una professione di fede della comunità primitiva nella divinità di Gesù. Al di là della storicità dell’episodio, si può cogliere un messaggio altamente parenetico: Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua Presenza, la quale rende possibile la prosecuzione della navigazione. A tutti i naviganti più o meno esperti, Gesù continua a ripetere, «Sono Io, non abbiate paura!». Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti.
 
Sono io, non abbiate paura: «[Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento]: voleva abituarli a non cercar subito di essere liberati dalle difficoltà, ma a sopportare gli avvenimenti con coraggio. Ma quando sembra che siano fuori pericolo, ecco che sono colti di nuovo dalla paura … Dio agisce sempre così: quando sta per liberarci da prove terribili, ne fa sorgere altre più gravi e spaventose. E così accade anche in questa occasione. Insieme alla tempesta, l’apparizione del Maestro turba ancor di più i discepoli. Ma neppure ora Gesù dissipa l’oscurità, né si rivela immediatamente perché vuol prepararli con questa continua sequela di prove a sostenere altre lotte e indurli a essere pazienti e costanti. Così Dio … agì con Abramo, ponendogli come ultima prova il sacrificio del figlio [cfr. Gen 22,1]. Così le prove più intollerabili si fanno sopportabili: esse, infatti, quando sono giunte al limite della sopportazione hanno prossima la liberazione. In tal modo Cristo si comporta qui con gli apostoli. Si rivela loro solo dopo che si sono messi a gridare. Così, quanto più grande è stato il terrore che li ha assaliti, tanto più gioiscono nel vederlo” (Giovanni Crisostomo).
 
Testimoni di Cristo - Beato Andrea da Montereale (Mascioni [L’Aquila], 1402/04 - Montereale, 18 aprile 1479): Nato a Mascioni (L’Aquila) da una modesta famiglia intorno al 1403, a quattordici anni entrò nel vicino monastero degli agostiniani di Montereale. Nel 1431 fu studente di teologia a Rimini, e negli anni successivi a Padova e Ferrara, ottenendo prima i gradi scolastici di lettore e baccelliere e poi quello di maestro in sacra teologia. Nel 1453 e nel 1471 fu eletto provinciale dell’Umbria. In più occasioni il generale dell’Ordine lo nominò suo vicario per ristabilire l’osservanza nei conventi di Norcia, di Amatrice e di Cerreto di Spoleto. Superate alcune incomprensioni e ingiuste accuse che lo spinsero a lasciare gli incarichi il beato Andrea nel 1471 fu eletto di nuovo provinciale. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel convento di Montereale, dove morì nell’aprile del 1479 e dove, nella chiesa che fu dell’Ordine, si venerano le sue spoglie mortali. Il suo culto fu approvato da Clemente XIII l’11 maggio 1764. (Avvenire)
 
Cancella, o Padre,
il documento scritto contro di noi per la legge del peccato,
già revocato nel mistero pasquale
con la risurrezione del Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 17 Aprile 2026
 
Venerdì II Settimana di Pasqua
 
At 5,34-42; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 3,31-33
 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)
 
Non di solo pane vivrà l’uomo ... questo versetto è tratto dal libro del Deuteronomio 8,3. Il contesto è il racconto delle tentazioni di Gesù (Mt 4,1-11)
Questa affermazione sottolinea che la vera vita dell’uomo non dipende solo dai beni materiali, ma dal fiducioso abbandono alla volontà divina, e nell’ascolto sapiente della Parola di Dio.
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio: “Ecco il vero cibo a cui tutti dovremmo fare riferimento per vincere le tentazioni, e cioè leggere e meditare la Parola di Dio con perseveranza; leggere e meditare in modo particolare il Vangelo. La Parola di Dio, se letta e meditata bene, è veramente Luce che illumina il cammino che stiamo facendo e forza per rimanere fedeli ai nostri doveri.
Importante e veramente efficace per tutti, è vivere e stabilire in termini concreti un vero e sincero rapporto con Dio. A volte non si arriva a una sincera comunione con Dio perché non vediamo realizzarsi certe grazie. Dio ha tempi e modi diversi dai nostri. Noi abbiamo un modo di pensare limitato, pertanto dovremmo avere fiducia in Dio anche quando non comprendiamo l’andamento di certi eventi storici e di altri che ci riguardano personalmente. I problemi comunque avranno buon fine se aspettiamo con santa pazienza i tempi di Dio, senza perdere la fiducia in Lui” (Adorazione Perpetua Prato).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): In mezzo al sinedrio che sta per deliberare la morte degli apostoli (v. 33) si eleva una voce sapiente, quella di Gamaliele. Egli si rifà alla storia recente, e ne ricava un principio assai illuminante non solo per quelle circostanze storiche, ma per ogni momento della storia della Chiesa. L’esperienza insegna che il dilemma proposto da Gamaliele (vv. 38-39) è sempre valido. In questo brano Luca ci rivolge un discreto invito a leggere la Sacra Scrittura con attenzione all’oggi e ad applicare alle presenti circostanze storiche quella perenne lezione di vita che proviene dalla parola di Dio.
 
Vangelo
Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.
 
La moltiplicazione di pani ha come obiettivo quella di svelare la vera identità di Gesù: Gesù è il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. Per questo l’evangelista Giovanni ha relegato sullo sfondo i discepoli per incentrare tutta la sua narrazione sulla possente personalità di Gesù che dirige gli avvenimenti e li interpreta.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,1-15
 
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 
Parola del Signore.
 
Era vicina la Pasqua - I capitoli 6-12 del Vangelo di Giovanni formano il ‘Libro dei segni’. Contiene il racconto di sette miracoli che dall’evangelista vengono chiamati ‘segni’ perché hanno lo scopo di svelare in modo progressivo il mistero della identità di Gesù. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è il quarto ‘segno’ ed è presente anche in Matteo, Marco e Luca.
È incerto il luogo dove avviene il miracolo, ma più che il luogo è importante sottolineare alcune indicazioni che Giovanni non trascura di registrare: la traversata di Gesù, «Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea»; la sua salita sul monte dove «si pose a sedere con i suoi discepoli»; il contesto liturgico nel quale viene collocato il ‘segno’, «Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei».
Questi particolari stabiliscono un chiaro parallelismo tra Gesù e Mosé: rievocando il passaggio del mar Rosso in occasione della Pasqua di liberazione dalla cattività egiziana, Gesù, nuovo Mosè, sale sul monte e sfama miracolosamente «circa cinquemila uomini». A ridosso di queste considerazioni, possiamo dire che le intenzioni dell’evangelista sono oltremodo chiare: Gesù è la nuova guida spirituale e con la moltiplicazione prodigiosa dei pani dà inizio al nuovo esodo. Nel deserto, dove la Chiesa si è rifugiata per sfuggire all’ira di satana (Cf. Ap 12,14), Colui che è «disceso dal cielo» (Gv 3,16; 6,41-42.51.58) sfamerà il suo popolo non con un pane corruttibile, ma con un Pane misterioso: il suo Corpo offerto e inchiodato sulla croce per la salvezza di tutto il mondo (Cf. Gv 2,2).
La folla bracca Gesù ed è mesto il motivo adotto dallo stesso evangelista: «una grande folla» inseguiva Gesù «vedendo i segni che faceva sugli infermi». Non è dunque la fede a muovere la folla, ma la fame di pane e di miracoli.
Giovanni non fa cenno della pietà di Gesù dinanzi alla moltitudine sfinita e affamata, ma è lui a prendere l’iniziativa. Pur sapendo quello che stava per fare, il Signore interpella il discepolo Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
La libera e spontanea iniziativa del Signore non esclude la fattiva e operosa collaborazione del discepolo. Egli deve imparare, con grande umiltà, a mettere al servizio del Signore tutto ciò che ha pur se gli sembra insignificante o inutile. Gesù saprà moltiplicare l’efficacia di quei mezzi poveri. Deve imparare ad avere fede non in se stesso o nei suoi mezzi, ma in Gesù. Solo la fede, anche se piccolissima come un granellino di senape, è capace di operare grandi miracoli (Cf. Lc 17,5-6). La fede, che Gesù richiede fin dall’inizio del suo ministero apostolico (Cf. Mc 1,15), e che richiederà incessantemente, è un movimento di fiducia e di abbandono per il quale l’uomo rinunzia a far affidamento sulle proprie forze, per rimettersi alla Parola e alla potenza di Colui nel quale crede (Cf. Mt 21,25.32; Lc 1,20.45).
Se il sesto capitolo del Vangelo di Giovanni è una profonda e incisiva catechesi sull’Eucaristia, allora il miracolo della prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci va colto in questa prospettiva. A comprova di questo è da sottolineare che il verbo eucharisteo (essere grato, ringraziare) usato da Giovanni per iniziare il racconto del miracolo è lo stesso verbo usato dai Vangeli sinottici nel racconto dell’ultima cena (Cf. Gv 6,11; Mt 26,26-27; Mc 14,22-23; Lc 22,29; 1Cor 11,24,). Tale coincidenza sta ad indicare che il miracolo è tipo della santa Eucaristia, di cui il Signore Gesù parlerà alla folla più in avanti (Cf. Gv 6,26-59).
Il miracolo compiuto da Gesù non poteva non evocare il ricordo della manna e le promesse messianiche: Israele per il tempo messianico, tra i tanti segni, attendeva anche il rinnovarsi del miracolo della manna. Così si comprende perché la folla entusiasta, alla vista del prodigioso moltiplicarsi del pane, riconosce in Gesù il «profeta, colui che viene nel mondo!» (Gv 6,14). Questo è il motivo che spingerà la folla, dopo lo strepitoso prodigio, a tentare di rapire Gesù per farlo re. Per stroncare sul nascere questo progetto, Gesù si ritira  sul monte. Ma in ogni caso, «non poteva accogliere tale pretesa, perché la sua regalità presupponeva la salita sul Golgota. Il suo ritorno “sulla montagna, tutto solo”, sembra alludere «alla morte in croce. Il suo messianismo, sulla linea del Servo sofferente, escludeva ogni trionfalismo e grandezza mondana, in contrasto con la mentalità generale del tempo» (Angelico Poppi).
Ma a tutti è piaciuto il miracolo compiuto da Gesù? O qualcuno avrà visto in quel gesto una sfida? Un pericolo per la propria incolumità fisica?
Giovanni non ne fa cenno, ma è plausibile che mescolate tra la folla si trovassero anche le onnipresenti spie dei Farisei. Per le guide spirituali d’Israele, riconoscere Gesù come Messia da opporre a Roma sarebbe stato un passo insensato e i Farisei certamente non avrebbero incoraggiato questo tentativo maldestro. La mossa avventata della folla poteva spingere i Romani, gli odiati padroni della Palestina, ad un duro giro di vite e i guai sarebbero piovuti su Israele come un temporale estivo. I Farisei hanno sempre temuto i Romani e la folla che seguiva il Maestro di Nazaret, ecco perché possiamo pensarli, anche in questa occasione, appostati nell’ombra per spiare Gesù e i suoi discepoli pronti ad intervenire al momento più opportuno. Sarà un altro miracolo, la risurrezione di Lazzaro (Cf. Gv 11,1ss), a spingere i Farisei ad agire con determinazione e spietatezza. Siamo alla seconda pasqua, ancora un anno e i maggiorenti della nazione ebraica avrebbero consegnato Gesù a Pilato e inevitabilmente alla terrificante morte di croce.
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos: La difesa di Pietro davanti al Sinedrio aveva svuotato la duplice accusa sollevata contro gli apostoli. La responsabilità giudaica della morte di Gesù era evidente, come era evidente che la disubbidienza degli apostoli era postulata da una esigenza superiore, l’ubbidienza a Dio. E tuttavia la difesa di Pietro provocò indignazione, come era logico, poiché era divenuta una gravissima accusa lanciata contr i suoi accusatori. La reazione immediata fu l’idea d’uccidere gli apostoli.
Si impose la moderazione grazie all’intervento di Gamaliele, un rabbino discendente del celebre Hillel, che aveva raggiunto una grande celebrità. Secondo il libro degli Atti (22,3) egli fu maestro di Paolo. Come fariseo, vedeva con simpatia il movimento cristiane per la sua predicazione sulla risurrezione. La sua posizione contra­
sta con l’aperta ostilità dei sadducei che la negavano, anche se, forse, Luca esagera questa simpatia. A parte la presentazione di Luca, l’atteggiamento di Gamaliele corrisponde a quello d’un fariseo dotto. Il cristianesimo si
presentava come l’adempimento della Scrittura; quindi, sarebbe stato del tutto arbitrario che un fariseo lo escludesse semplicemente: era consigliabile attendere per vederci chiaro.
Ogni falso movimento messianico si distrugge da sé.
Così ragiona Gamaliele, fondando il suo ragionamento sulla esperienza storica. Egli ricorda due movimenti messianici capitanati da certi Teuda e Giuda che pretendevano d’essere il Messia. Giuda, il galileo, è molto conosciuto. Egli guidò una ribellione contro Roma in conseguenza d’una imposta, quando era governatore della Siria Cirino, nell’anno 6-7 della nostra era. Il movimento da lui iniziato fu continuato dagli zeloti. Anche Teuda era assai noto quando Luca scrisse il suo libro; ma la ribellione da lui capeggiata avvenne circa trent’anni dopo l’intervento di Gamaliele. Luca non tiene conto di questa circostanza - che non perdoneremmo a uno storico moderno - adducendo i due esempi più clamorosi di movimenti messianici falliti e non esita a mettere anche il secondo esempio sulle labbra di Gamaliele.
La stessa cosa avverrà del movimento cristiano. Se è falso, cadrà da sé; in questo caso l’opposizione sarebbe inutile. Però, se questo movimento è opera di Dio, l’opposizione non è solo inutile, ma empia. Questo ragionamento di Gamaliele fu accettalo dal Sinedrio. Gli apostoli furono rimessi in libertà, ma solo dopo essere stati flagellati, severamente ammoniti e nuovamente diffidati dal parlare ancora di quel «nome». Il disonore ricevuto dagli uomini è interpretato da essi come un onore che Dio ha loro concesso. Erano divenute realtà in essi le persecuzioni annunziate da Gesù per i suoi discepoli (Mt 10,17; 23,34); erano stati oggetto d’una delle beatitudini di Gesù (Mt 5,11-12); erano stati equiparati a Gesù (Mc 15,15; Gv 19,1). Invece d’intimorirli, le difficoltà e le persecuzioni diedero loro nuovo vigore per continuare a predicare che Gesù è il Messia. Il vangelo si diffondeva a dispetto degli ostacoli umani: questa è sempre la tesi di Luca.
 
Il pane, dono di Dio - Adriana Zarri (Pane in Schede Bibliche Pastorali): Il pane è per gli uomini un mezzo di sussistenza, una necessaria sorgente di energia (Sal. 104,14-15); mancare del pane vuol dire mancare di tutto (Am. 4, 6; Cf. Gen. 28, 20).
Nella bibbia Dio, dopo avere creato l’uomo e dopo il diluvio (Gen. 1,29; 9,3), indica alla sua creatura ciò che può costituire il suo cibo. Ma solo a prezzo di una dura fatica l’uomo peccatore può procurarselo (Gen. 3,17-19). Dunque, se il pane per il suo carattere di necessità ricorda all’uomo che è una creatura (Cf. Dt. 8,10-18), per il faticoso lavoro che esige è il simbolo della maledizione alla quale egli è soggetto. Israele vede normalmente nell’abbondanza di pane il segno della benedizione di Dio (Sal. 37,25; Prov. 12,11) e nella mancanza di pane il segno del castigo per il peccato (Ger. 5,17; Ez. 4,16-17; Lam. 1,11; 2,12; 2Sam. 3,29).
In questa visione religiosa delle cose, è naturale che l’uomo chieda umilmente a Dio il pane, cioè tutto ciò che gli è necessario, e lo attenda con fiducia. Sono significativi, a questo riguardo, gli episodi di moltiplicazione dei pani dell’antico e del nuovo Testamento. La moltiplicazione operata da Eliseo vuole indicare la sovrabbondanza del dono divino («mangiarono e ne avanzarono», 2Re 4, 42-44). La stessa cosa nelle narrazioni evangeliche: come Iahvé nel deserto aveva nutrito il suo popolo distribuendo «il pane dei forti» (Sal. 78,25), così ora Gesù nutre sovrabbondantemente i suoi discepoli e ascoltatori: «Gesù dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt. 14,19-21; Cf. testi par.; Mt. 15,37 e par.; Gv. 6,12.).
In questo contesto di idee può essere posto l’invito di Gesù a chiedere nella preghiera «il pane quotidiano» (Mt. 6,11; Lc. 11,3). Il pane sembra riassumere qui tutti i doni che ci sono necessari.
Epioùsion vuol dire appunto, probabilmente, «necessario alla sussistenza». Ma comunque si traduca questo termine difficile, la cui etimologia e il cui significato sono discussi dagli esegeti, il pensiero di Gesù è chiaro: si deve chiedere a Dio l’alimento indispensabile alla vita. La maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti qui proprio dell’alimento materiale; tuttavia è evidente il carattere «spirituale» della preghiera: i credenti attendono tutto dalla bontà del loro Padre celeste e lo chiedono in vista del regno di Dio (Mt. 6, 24-34).
Se il pane è un dono di Dio ed è necessario alla vita, esso deve essere condiviso con chi non l’ha.
Nell’ospitalità, il pane di ognuno diventa il pane dell’ospite inviato da Dio (Gen. 18,5; Lc. 11,5-8).
In Israele, soprattutto a partire dall’esilio, si insiste sulla necessità di condividere il pane con l’affamato: questa è la espressione migliore della carità fraterna (Prov. 22,9; Ez. 18,7.16; Is. 58,7; Giob. 31,17; Tob. 4,16).
Il pane è presentato anche come uno dei doni caratteristici dei tempi escatologici: un pane «sostanzioso» sarà donato a tutta la comunità degli eletti raccolta nel banchetto messianico: «Egli darà la pioggia per la semente con cui avrai seminato il suolo; il pane, prodotto della terra, sarà pingue e sostanzioso...» (Is. 30,23; Cf. Ger. 31,12). È un pane che si potrà ottenere senza fatica e senza spesa. La manna, che si otteneva nel deserto senza fatica, era già un segno di questo pane: era un dono di Iahvé, un «pane (proveniente) dal cielo» (Es. 16,4.15). Anche i pasti di Gesù con i suoi amici e discepoli preludevano già al banchetto escatologico (Mt. 11,19); in particolare, il pasto eucaristico, dove si riceve in cibo il corpo stesso di Cristo, è l’anticipazione dell’autentico dono di Dio, riservato per gli ultimi tempi: «Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Questo è il mio corpo che viene dato per voi; fate questo in memoria di me”» (Lc. 22,19).
 
Il significato della moltiplicazione dei pani - «Cristo ha condotto la folla in un luogo deserto, perché il miracolo non sia assolutamente sospetto, e nessuno pensi che sia stato portato del cibo da qualche villaggio vicino. Per tale motivo l’evangelista ricorda anche l’ora, e non solo il luogo del miracolo. Ma in questa circostanza noi apprendiamo anche un’altra cosa: l’austerità cioè degli apostoli nelle necessità della vita e il loro disprezzo per il lusso e per ogni delicatezza. Sono dodici e hanno soltanto cinque pani e due pesci. Tanto trascurabile e secondario è per loro ciò che riguarda il corpo, e tanto presi e interessati sono esclusivamente delle cose spirituali. E neppure tengono per sé quel poco che hanno, ma lo donano a chi lo chiede loro. Da ciò dobbiamo imparare che per quanto poco noi abbiamo, pure questo dobbiamo dare a chi ne ha bisogno. Infatti, quando Gesù chiede agli apostoli di portargli quei cinque pani, non rispondono: E da che parte verrà il cibo per noi? come potremo calmare la nostra fame?, ma obbediscono immediatamente. Mi sembra inoltre che Gesù moltiplichi quei pochi pani che gli portano i discepoli, piuttosto che crearne altri dal niente, per spinger loro a credere, dato che la loro fede è ancora molto debole. Anche per questo il Signore leva gli occhi al cielo. Degli altri miracoli essi avevano molti esempi, ma del miracolo che ora sta per compiere, nessuno. Presi e spezzati i pani, li distribuisce per mano dei discepoli, onorandoli con tale incarico. Ma non solo intende render loro questo onore; vuole pure che al momento del miracolo non dubitino e che in seguito non se ne dimentichino, in quanto le loro stesse mani ne sono state testimoni. Per tale motivo permette anche, prima del miracolo, che la folla senta fame, e attende che gli apostoli si avvicinino e gli parlino. Per mezzo loro fa sedere tutti sull’erba e fa distribuire il pane, volendo prevenire sia gli uni che gli altri mediante le loro stesse dichiarazioni e i loro atti. Sempre per tale motivo prende dalle loro mani i pani, in modo che vi siano molte testimonianze del fatto ed essi abbiano molti ricordi del miracolo. Se infatti, dopo tante prove gli apostoli si dimenticano del miracolo, che avrebbero mai fatto se Gesù non avesse preso tali precauzioni? Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba, dando così una lezione di vita semplice, senza tante esigenze, poiché non vuole solo nutrire i corpi ma anche istruire le anime» (Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 49, 2).
 
Testimoni di Cristo - Beata Chiara Gambacorti, Religiosa: Originaria del potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; nasce nel 1362 forse a Firenze. È conosciuta con il nome di Tora. Già da bambina viene inclusa nei progetti politici e finanziari del padre, che nel 1374 la dà in sposa a un giovane di famiglia importante, Simone Massa. Ma resta vedova tre anni dopo. Dopo aver incontrato a Pisa nel 1375 Caterina da Siena decide di ritirarsi presso le monache Clarisse. Ma non diventerà una di loro, ostacolata dalla famiglia. Entrerà più tardi nel monastero domenicano di Santa Croce, dove prenderà il nome di suor Chiara. Sarà poi madre abbadessa, e farà della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell’Ordine. I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. Un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell’uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. Troveranno piena accoglienza. Morirà, acclamata santa, nel 1420. Nel 1830, Pio VIII ne ha confermato il culto come beata. (Avvenire)
 
O Dio, speranza e luce di chi ti cerca con cuore sincero,
donaci di innalzare una preghiera a te gradita
e di esaltarti sempre con il servizio della lode.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.