27 Aprile 2026
Lunedì IV Settimana di Pasqua
At 11,1-18; Salmo Responsoriale dai Salmi 41 (42) e 42 (43); Gv 10,11-18
Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Alleluia. (Rm 6,9 - Antifona)
La Bibbia di Navarra: 9-10: Gesù volle sottomettersi alle conseguenze del peccato, pur non essendo peccatore. Il laccio della morte fu reciso, per Lui e per tutti i suoi, con la morte volontaria sulla croce e la risurrezione: il dominio della morte è stato vinto per sempre. Cristo, risuscitando nella gloria, ha conseguito il trionfo definitivo: «per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per il timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita» (Eb 2, 14-15). Ha perciò conquistato, per la Umanità e per noi, una vita nuova.
In noi tutti che siamo stati battezzati si riproducono questi medesimi avvenimenti della vita di Cristo.
«I nostri antichi peccati sono stati eliminati per opera della grazia. Ora per restare morti al peccato dopo il battesimo, è necessario lo sforzo personale anche se la grazia di Dio continua a prestare il suo aiuto poderoso» (Omelia sulla Lettera ai Romani, 11).
Questo sforzo personale si concreterà in un proposito: «Non vogliamo mai più morire a causa del peccato. Che la nostra risurrezione spirituale sia eterna» (Il santo Rosario, primo mistero glorioso).
Liturgia della Parola
I Lettura: Pietro con la sua condotta, era entrato in casa di uomini non circoncisi e aveva mangiato insieme con loro, aveva suscitato una ridda di considerazioni abbastanza agitate. Pietro, nel difendere il suo operato, ricorda ai giudeo-cristiani che aveva agito per volontà del Signore, il quale aveva previsto e predetto i tempi della effusione dello Spirito Santo anche sui pagani. A queste parole l’assemblea non può non accogliere con gioia la novità del Vangelo: anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita.
Vangelo
Il buon pastore dà la vita per le pecore
Bibbia per la formazione cristiana: La parabola del buon pastore mette in evidenza la preoccupazione di Gesù per l’unità. Ci sarà un solo gregge e un solo pastore.
E il gregge non sarà formato soltanto dalle pecore disperse della casa di Israele, ma da tutti coloro che ascolteranno la sua voce e lo seguiranno fino alla vita eterna. Il nuovo popolo di Dio non è unito da vincoli di razza, di nazionalità o di cultura, ma dalla fede in Gesù. Tutti sono chiamati a farne parte, e il pastore cerca e conosce tutti. Gesù coglie l’occasione per annunciare che affronterà liberamente la morte per le sue pecore.
Si avvicina l’ora di compiere con amore la volontà del Padre, perché le pecore abbiano la vita.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,11-18
In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Parola del Signore.
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni - Vol. II): Lo scopo dell’incarnazione del Figlio di Dio è donare la vita in abbondanza (Gv 10,10), è portare la salvezza piena a tutta l’umanità (Gv 3,17; 12,47). Egli infatti è la fonte della vita (Gv 1,4; 1Gv 1,ls; 5,11), è l’acqua viva (Gv 4,10ss), è il pane della vita (Gv 6,35.48), ossia è la vita personificata. Quindi Gesù può concedere la vita al mondo e in effetti la porta in abbondanza (Gv 10,10), come dona lo Spirito senza misura (Gv 3,34) e offre il vino della sua rivelazione salvifica in sovrabbondanza (Gv 2,6ss).
Il Verbo incarnato infatti è il buon Pastore che depone la sua vita per le sue pecore (Gv 10,11). Precedentemente il Maestro aveva già insinuato di essere il vero pastore, con un linguaggio alquanto oscuro e allusivo (Gv 10,2ss.7s). In questi passi il significato primo delle espressioni enigmatiche riguardava i pastori d’Israele, i quali per essere veri devono passare per la porta che è il Cristo.
Tuttavia anche qui possiamo trovare una chiara allusione al Verbo incarnato, il pastore escatologico del popolo di Dio. Questi infatti conosce profondamente le sue pecore (Gv 10,3.14) e le conduce fuori dal recinto della sinagoga, mettendosi in testa al suo gregge, che lo segue docilmente (Gv 10,3s; 1,37ss). L’insinuazione che Gesù è il buon Pastore appare più chiaramente ancora nell’antitesi tra il ladro, che causa solo rovina, e il Verbo incarnato che porta vita e salvezza (Gv 10,10).
Questi passi, quindi, possono e debbono essere letti a un duplice livello.
Con la solenne proclamazione Io sono il buon Pastore! (Gv 10,11), il Maestro chiarisce in modo inequivocabile le precedenti allusioni alla sua missione pastorale. Gesù è il vero pastore d’Israele, che realizza pienamente le promesse dell’AT (cf. Ger 3,15; 23,3s; Sal 23), tra le quali l’oracolo di Ez 34,1-25 ricopre un ruolo di primo piano. Anzi nel brano finale di questa pericope profetica, Dio promette il pastore escatologico della discendenza davidica, il Messia che regnerà su Israele (Ez 34,23ss).
È il Verbo incarnato questo pastore perfetto, perché non solo conduce il suo gregge ad acque tranquille e lo fa riposare in pascoli di erbe fresche, preparandogli una mensa abbondante ( Sal 23,ls.5), ma, per la salvezza delle sue pecore, giunge anche a privarsi della vita (Gv 10,10 ). Gesù dona la sua persona a favore del suo popolo; la sua carne è per la vita del mondo (Gv 6.51). Con l’espressione deporre l’anima a favore di qualcuno è indicato il dono della vita, il sacrificio supremo di una persona per salvare un amico. L’uso della preposizione «hypér», in riferimento al dono della vita (Gv 6,51; 10,11.15.17s; cf. Gv 11,50), insinua l’allusione alla morte redentrice di Cristo, come si può costatare nelle formule dell’istituzione dell’eucaristia (cf. Mc 14,24; Lc 22,19s; 1Cor 11,24).
Il verbo deporre («tithénai») in Gv 10,11.15.17s indica l’estrema libertà del Cristo nel sacrificare la sua persona a favore del suo gregge. Egli dispone pienamente della sua vita e può deporla come un vestito (cf. Gv 13,4), per riaverla a suo piacimento (Gv 10,18): egli è il Signore della vita e della morte.
Per approfondire
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): La vittima. Il pastore dà la propria vita per le sue pecore. Cristo ha sacrificato agli uomini il suo tempo, le sue forze ed infine la sua vita. La vittima della croce si è immolata per tutti. Perciò S. Paolo scrive: «Mi ha amato e si è donato per me». Ciascuno di noi può e deve ripetere queste parole applicandole a se stesso, perché Cristo si è immolato personalmente per lui. Del pari, anche tutti coloro ai quali è stata affidata la salvezza altrui devono essere pronti a sacrificarsi per gli altri: il dono disinteressato di sé per gli altri è lo spirito di Cristo.
Per tutti. Non si tratta solo di un piccolo gregge, di pochi prescelti, previa abbandono o addirittura disprezzo degli altri. Il cristianesimo non è una società segreta: la chiamata è rivolta a tutti, la salvezza è fondamentalmente aperta a tutti. Nelle parole di Gesù c’è una sfumatura di inquietudine e di ansia: «Ed ho altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicchè si avrà un solo gregge ed un solo pastore». Pensa a tutti, conosce tutti, vuole difendere tutti e si immola per tutti. Su quest’affermazione si profila l’universalità del regno di Dio.
La figura del «pastor bonus» ha una grande importanza soprattutto per coloro che sono detti «pastores ecclesiae». Proprio oggi, nell’epoca della partecipazione dei laici al lavoro apostolico, essa assume per tutti un significate che non è puramente passivo, consistente cioè nella coscienza di sentirsi protetti da Cristo, ma è anche attivo, ossia ci mostra il compito e la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri.
Le immagini della Chiesa - Lumen gentium 6: Come già nell’Antico Testamento la rivelazione del regno viene spesso proposta in figure, così anche ora l’intima natura della Chiesa ci si fa conoscere attraverso immagini varie, desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali, e che si trovano già abbozzate nei libri dei profeti.
La Chiesa infatti è un ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo (cfr. Gv 10,1-10). È pure un gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore (cfr. Is 40,11; Ez 34,11 ss), e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il buon Pastore e principe dei pastori (cfr. Gv 10,11; 1 Pt 5,4), il quale ha dato la vita per le pecore (cfr. Gv 10,11-15).
Testimoni di Cristo - Santa Zita. La straordinaria santità vissuta in casa con la porta sempre aperta ai bisognosi: È tra le mura domestiche, nelle relazioni quotidiane, nelle pieghe della vita ordinaria che si rivela la profondità della vita divina, la ricchezza dell’amore infinito di Dio. Santa Zita è icona, modello e testimone di questa «santità casalinga» vissuta sulla soglia di casa. La sua dedizione al lavoro quotidiano da domestica, unita a un amore profondo per gli ultimi e i bisognosi, l’hanno resa particolarmente cara ai lucchesi e non solo.
Era nata nel 1218 da una famiglia povera di Monsagrati, in diocesi di Lucca, e da quando aveva dodici anni si trovò al servizio come domestica della nobile famiglia dei Fatinelli, che all’inizio non lesinarono angherie e rimproveri. Il senso del dovere, assieme al carattere gioioso e umile, oltre alla capacità di esprimere nei gesti e nelle parole la propria fede cristiana, le fecero guadagnare la fiducia dei padroni di casa, che alla fine le affidarono la direzione della casa. Tutto questo, però, le costò anche l’invidia degli altri domestici. A chi aveva bisogno dava sempre ciò che possedeva, senza mai sottrarre nulla dal posto di lavoro, e copriva le mancanze dei colleghi. Morì nel 1278 e venne da subito venerata come santa dai lucchesi. Dal 1955 è patrona dei domestici e di coloro che sono addetti alla cura della casa. (Matteo Liut)
O Dio, luce perfetta dei santi,
che ci hai donato di celebrare sulla terra i misteri pasquali,
fa’ che possiamo godere nella vita eterna
la pienezza della tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.