27 Febbraio 2026
 
Venerdì I Settimana di Quaresima
 
Ez 18,21-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 129 (130); Mt 5,20-26
 
Liberatevi da tutte le iniquità commesse, dice il Signore, e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. (Cf. Ez 18,31a - Acclamazione al Vangelo)
 
Il cuore nuovo - È questo appunto il disegno di Dio, il cui annuncio conforta Israele. Di fatto il fuoco di Dio è un fuoco d’amore; Dio non può aver di mira la distruzione del suo popolo; a questo solo pensiero il suo cuore si rivolta in lui (Os 11, 8) Se egli ha condotto nel deserto la sua sposa infedele, lo ha fatto per parlare nuovamente al suo cuore (Os 2, 16). Sarà quindi posto un termine alle prove, ed inizierà un’altra epoca, contrassegnata da un rinnovamento interiore che Dio stesso opererà. «Egli circonciderà il tuo cuore ed il cuore della tua posterità, così che tu ami Jahvè tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, affinché tu viva» (Deut 30, 6). Gli Israeliti non saranno più ribelli perché Dio, stabilendo con essi una nuova alleanza, «porrà la sua legge in fondo al loro essere e la scriverà nel loro cuore» (Ger 31, 33). Meglio ancora: Dio darà loro un altro cuore (Ger 32, 39), un cuore per conoscerlo (Ger 24, 7; cfr. Deut 29, 3). Dopo aver aggiunto: «Fatevi un cuore nuovo» (Ez 18, 31), Dio promette di realizzare egli stesso ciò che esige: «Io vi purificherò. Io vi darò un cuore nuovo, io porrò in voi uno spirito nuovo; toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36, 25 s). Così sarà assicurata tra Dio e il suo popolo una unione definitiva. (J. De Fraine e A. Vanhoye)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Questo passo di Ezechiele segna un progresso decisivo nello sviluppo della dottrina morale dell’Antico Testamento (cfr. Ez 14,12-23; 33,10-20). Ai tempi di Gesù sembrava normale che una città o una nazione fosse castigata in blocco, i giusti con i peccatori, e che la sorte dei figli fosse legata alla condotta dei loro padri. La predicazione dei profeti cercava di contrariare questa tesi, e paladino di questa correzione sarà sopra tutto il profeta Ezechiele il quale affermerà con estrema chiarezza che la salvezza di un uomo o la sua rovina non dipendono né dai suoi antenati né dai suoi parenti, e neppure dal suo stesso passato. Solo le disposizioni attuali del cuore contano davanti al Signore. Come sarà espresso anche dal Nuovo Testamento, solo il comportamento attuale determina il giudizio di Dio.  
 
Vangelo
Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello.
 
Se la vostra giustizia... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (cfr. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (cfr. Mt1,19), che si manifesta sopra tutto nei Comandamenti. Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (cfr. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11). Ma io vi dico... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
 
Dal vangelo secondo Matteo
Mt 5,20-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».
 
Parola del Signore.
 
Il brano evangelico oltre a mettere in risalto il valore perenne dell’Antico Testamento, insegna il valore della dottrina di Gesù, la nuova Legge, che porta  a compimento la Legge antica.
In verità io vi dico (= Amen): la parola ebraica che significava in origine stabilità in seguito venne a significare la verità e la fedeltà. Qui sottolinea semplicemente in verità, mettendo in questo modo in evidenza l’autorità e la signoria di Gesù.
Se la vostra giustizia... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (Cf. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (Cf. Mt 1,19), che si manifesta sopra tutto nei Comandamenti. Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (Cf. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11).
Ma io vi dico... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
Stupido... Epiteto ingiurioso cui si accompagnava a un gran disprezzo, che spesso veniva espresso non solo con le parole, ma sputando a terra. Pazzo, ancora più offensivo perché a volte voleva sottintendere un’aperta ribellione alla volontà di Dio.
Per Gesù non bisogna scivolare in una casistica farisaica nella quale il credente si troverebbe a vivere una fede asfittica, lontana dalle vere esigenze evangeliche. Solo l’amore permette al discepolo di Gesù che la sua giustizia superi quella degli scribi e dei farisei: unica condizione per entrare nel regno dei cieli.
 
Per approfondire
 
Se la vostra giustizia… - Odilo Kaiser: 1. Nell’Antico Testamento giustizia designa negli scritti veterotestamentari un comportamento generalizzato dell’uomo che agisce secondo la volontà di Dio (Dt 6,25). Con ciò è presupposta o percepita la subordinazione e l’adeguamento della giustizia alla giustizia di Dio. Proprio quando testi antichi evidenziano l’aspetto giuridico della giustizia, questo fatto non va dimenticato. Anche nell’Antico Testamento, quando si parla della giustizia si tratta spesso delle relazioni di una persona con l’altra (Es 23,6ss; Dt 1,16). Specie nel periodo più tardo, invece, è la rigida osservanza della preghiera (Gb 4) e l’elemosina (Tb 12,9) a “creare” la giustizia.
2. Nel Nuovo Testamento. Generalizzando si può dire: la giustizia si esprime nell’accettazione totale e incondizionata della giustizia di Dio, con l’abbandono perciò di tutte le “sicurezze” umane. Questa nuova giustizia, Dio l’ha offerta agli uomini nell’evento della salvezza attuato in Cristo. Non può essere acquisita attraverso le proprie opere e i propri meriti. L’uomo viene gratuitamente giustificato soltanto nella fede e nell’ubbidiente accettazione del messaggio della salvezza in Cristo. In quanto giustificato ora vive della giustizia di Dio (Rm 3,21-26). La giustizia di Dio è diventata, con ciò stesso, giustizia della propria vita. Quando Fil 1,11 invoca, per la comunità, che sia ripiena dei “frutti della giustizia”, intende dimostrare fino a che punto la giustizia di Dio, di cui la comunità è stata oggetto, sia diventata per essa realmente e concretamente determinante per la sua vita. È questo che l’apostolo spera e invoca.
L’“esercizio della giustizia” si presenta nella teologia di Matteo (6,1ss) con un significato indiscutibilmente personale. Ma proprio la composizione programmatica del discorso della montagna risalta nelle cosiddette antitesi (5,21-48), illustrando al credente (nella figura del discepolo di Gesù) che cosa si debba fare ora per “adempiere ogni giustizia”. Modello è lo stesso Gesù (3,15). Lc 10,25-37 dimostra in quale misura ogni comprensione puramente formale della giustizia nei confronti dell’altro uomo dovrebbe essere eliminata per sempre. L’esigenza assoluta posta dal Dio dell’amore fa di ogni uomo il “prossimo”. Tutte le barriere che separano l’uomo dall’uomo si rivelano contrarie alla volontà di Dio. Tanto più che nella parola di Gesù perfino gli obblighi cultuali e le prescrizioni religiose sono univocamente superati dalla nuova giustizia dell’amore. Giustizia significa realizzazione dell’amore di Dio che in Cristo è dischiuso, come possibilità, a tutti gli uomini.
 
Non ucciderai - Evangelium vitae 41: Il comandamento del “non uccidere”, incluso e approfondito in quello positivo dell’amore del prossimo, viene ribadito in tutta la sua validità dal Signore Gesù. Al giovane ricco che gli chiede: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”, risponde: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti” (Mt 19,16-17). E cita, come primo, il “non uccidere” (v. 18). Nel Discorso della Montagna, Gesù esige dai discepoli una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei anche nel campo del rispetto della vita: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio” (Mt 5,21-22). Con la sua parola e i suoi gesti Gesù esplicita ulteriormente le esigenze positive del comandamento circa l’inviolabilità della vita. Esse erano già presenti nell’Antico Testamento, dove la legislazione si preoccupava di garantire e salvaguardare le situazioni di vita debole e minacciata: il forestiero, la vedova, l’orfano, il malato, il povero in genere, la stessa vita prima della nascita (cfr. Es 21,22; 22,20-26). Con Gesù queste esigenze positive acquistano vigore e slancio nuovi e si manifestano in tutta la loro ampiezza e profondità: vanno dal prendersi cura della vita del fratello (familiare, appartenente allo stesso popolo, straniero che abita nella terra di Israele), al farsi carico dell’estraneo, fino all’amare il nemico.
L’estraneo non è più tale per chi deve farsi prossimo di chiunque è nel bisogno fino ad assumersi la responsabilità della sua vita, come insegna in modo eloquente e incisivo la parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,25-37). Anche il nemico cessa di essere tale per chi è tenuto ad amarlo (cf. Mt 5,38-48; Lc 6,27-35) e a «fargli del bene» (cf. Lc 6,27.33.35), venendo incontro alle necessità della sua vita con prontezza e senso di gratuità (cf. Lc 6,34-35). Vertice di questo amore è la preghiera per il nemico, mediante la quale ci si pone in sintonia con l’amore provvidente di Dio: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,44-45; cf. Lc 6,28.35).
Così il comandamento di Dio a salvaguardia della vita dell’uomo ha il suo aspetto più profondo nell’esigenza di venerazione e di amore nei confronti di ogni persona e della sua vita. È questo l’insegnamento che l’apostolo Paolo, facendo eco alla parola di Gesù (cf. Mt 19,17-18), rivolge ai cristiani di Roma: «Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,9-10). 
 
La vera e falsa giustizia: La vera giustizia è accompagnata dalla compassione, la falsa giustizia invece dallo sdegno - quantunque spesso i giusti si sdegnino, a buon diritto, con i peccatori -. Ma altro è ciò che compie lirritazione superba, altro lo zelo per la disciplina. Si sdegnano, ma non sono sdegnati; disperano, ma non sono disperati; perseguitano, ma amando, perché se esteriormente esagerano i rimproveri, per zelo, interiormente sono tutti dolcezza, per amore. Ritengono per lo più superiori, in cuor loro, coloro stessi che correggono, e giudicano migliori di sé quegli stessi che giudicano. Facendo così, custodiscono i sudditi nellosservanza e custodiscono se stessi nellumiltà. Viceversa, coloro che spesso insolentiscono per falsa giustizia, disprezzano gli altri, non conoscono misericordia per le debolezze; e non ritenendosi essi peccatori, diventano perciò stesso peccatori peggiori” (Gregorio Magno, Predica per la III domenica dopo Pentecoste, 34).
 
Testimoni di Cristo - San Gabriele dell’Addolorata - Così una vita piena di vita non si spegne nel dolore:  Una vita piena di vita non può morire, nemmeno quando è soffocata dalla malattia e dal dolore. Ecco perché la morte di un giovane può diventare un canto alla vita. Ne è testimone san Gabriele dell’Addolorata, apostolo della vera gioia evangelica fino alla fine, anche nella prova della sofferenza. La sua vicenda è l’espressione di un Vangelo trasformato in radice di autentica speranza, anche davanti alle prove più ardue. Si chiamava Francesco Possenti ed era nato ad Assisi nel 1838; rimase orfano di madre all’età di 4 anni e il padre gli insegnò a rivolgersi alle “due mamme” in cielo, la sua e Maria. Questa devozione lo accompagnò per tutta la vita. Il padre era un funzionario dello Stato Pontificio e progettava una vita agiata per il futuro del figlio, ma lui a 18 anni, nel 1856, scelse di diventare religioso tra i Passionisti, entrando nel noviziato di Morrovalle (Macerata). Era stato scosso dalla morte della sorella maggiore e da una visione avuta durante l’ottava dell’Assunta a Spoleto. Iniziò il suo cammino verso la consacrazione tra i Passionisti a Loreto e poi continuò, dal 1859, a Isola del Gran Sasso. Tre anni, dopo, però, il suo cammino terreno fu interrotto dalla tubercolosi. Proclamato santo il 13 maggio 1920, nel 1926, Pio XI lo dichiarò Patrono della gioventù cattolica italiana. (Matteo Liut)
 
Concedi, o Signore, alla tua Chiesa
di prepararsi interiormente alla celebrazione della Pasqua,
perché il comune impegno nella mortificazione corporale
porti a tutti noi un vero rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Guarda con bontà, o Signore, il tuo popolo,
e fa’ che le sue opere di penitenza
manifestino una vera conversione interiore.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
26 Febbraio 2026
 
Giovedì I Settimana di Quaresima
 
Est 4,17n.p-r.aa-bb.gg-hh (NV) [gr. 4,17ka.ke.l.s]; Salmo Responsoriale 137 (138); Mt 7,7-12
 
Crea in me, o Dio un cuore puro; rendimi la gioia della tua salvezza. (Sal 50 (51), 12a.14a - Acclamazione al Vangelo)
 
Papa Francesco: Si manifesta in questa preghiera, il vero bisogno dell’uomo: l’unica cosa di cui abbiamo davvero bisogno nella nostra vita è quella di essere perdonati, liberati dal male e dalle sue conseguenze di morte. Purtroppo, la vita ci fa sperimentare tante volte queste situazioni, e anzitutto in esse dobbiamo confidare nella misericordia. Dio è più grande del nostro peccato. Non dimentichiamo questo: Dio è più grande del nostro peccato! ... E il suo amore è un oceano in cui possiamo immergerci senza paura di essere sopraffatti: perdonare per Dio significa darci la certezza che Lui non ci abbandona mai. Qualunque cosa possiamo rimproverarci, Lui è ancora e sempre più grande di tutto (cfr. 1Gv 3,20), perché Dio è più grande del nostro peccato.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Ester, ebrea, andata sposa a un re persiano, viene a conoscere che il suo sposo, su consiglio di un ministro, ha deciso lo sterminio del suo popolo. Nonostante il pericolo, decide di affrontare il re. Vi si prepara attraverso questa preghiera, in cui - come nelle preghiere postesiliche - si intrecciano i motivi della colpevolezza del popolo di Dio, ma anche il ricordo della sua particolare grazia di di popolo amato, consacrato. Di qui il grido di fiducia: «Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso fuori di te».
In una situazione disperata, fosse anche per la propria colpa, non resta che una radicale confidenza nell’aiuto di Dio.
 
Vangelo
Chiunque chiede, riceve.
 
La fiducia in Dio e nella sua azione pronta è alla radice della preghiera autentica. Avere fiducia in Dio significa avere la certezza che Lui ci ascolta molto di più di quanto possano fare gli uomini ed è sempre pronto a donarci quanto gli chiediamo nella preghiera. Ma a volte questa «fiducia filiale è messa alla prova - e si manifesta - nella tribolazione. La difficoltà principale riguarda la preghiera di domanda, nell’intercessione per sé o per gli altri. Alcuni smettono perfino di pregare perché, pensano, la loro supplica non è esaudita» (CCC 2734). L’ultima raccomandazione di Gesù, Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro, conosciuta come la regola d’oro, era ben nota nell’antichità, specialmente nel giudaismo (cfr. Lev 19,18; Tb 4,15), ma sotto forma negativa: Non fare ad altri quello che non vorresti fatto a te. Gesù, e dopo di lui gli scrittori cristiani, danno a questa massima un senso positivo, che è molto più esigente.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,7-12
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 7-8 Si noti la forza dei tre imperativi, «chiedete», «cercate» e «bussate» (v. 7), rivolti all’orante cui corrisponde una triplice azione benefica di Dio che dona, fa trovare e apre l’accesso ai tesori del regno. Mentre in precedenza prevalevano gli imperativi proibitivi, come «Non accumulatevi tesori», «Non vi affannate», «Non giudicate», «Non date», d’ora in poi ricorrono prescrizioni positive. La triplice motivazione portata nel v. 8, perfettamente simmetrica ai tre imperativi del v. 7, esprime la certezza dell’esaudimento, perché fondata nella fede della signoria di Dio sul mondo. La preghiera insistente, qui comandata da Gesù, non ha lo scopo di «piegare» la volontà di Dio, bensì di stimolare la fiducia dell’orante in lui, di rafforzare la sua fede nel vangelo, incentrato sulla proclamazione della misericordia e volontà salvifica del Padre. Dio è un Padre buono c misericordioso che non rifiuta i beni preziosi del regno a coloro che glieli chiedono con umile insistenza e con fiducia.
La similitudine del padre terreno che offre doni buoni al figlio illustra l’efficacia della preghiera fiduciosa e perseverante. Il pane e il pesce costituivano gli alimenti base della dieta quotidiana dei galilei, dimoranti presso il lago di Genesaret. Ora, se un figlio domanda al padre del pane e del pesce, questi non gli darà certo una pietra o un serpente. L’analogia presuppone che si tratti di un sasso bianco e tondeggiante, simile al pane, e di una serpe che ha la forma di pesce, come l ‘anguilla. Gli esseri umani sono qualificati in linea di massima come malvagi in contrapposizione a Dio, il quale soltanto è «il Buono» (19,17).
Sembra echeggiare qui la dottrina paolina sul peccato originale (Rm 5,12-21), che ha contaminato tutta l’umanità. l doni buoni offerti dal Padre celeste (v. 11) si riferiscono ai beni messianici, al dono del regno. Luca parla dello «Spirito Santo», il dono per eccellenza offerto ai figli del regno di Dio. Si osservi ancora la forma letteraria del logion secondo la regola rabbinica della conclusio a minore ad maius.

La regola d’oro: Nulla di originale: troviamo in questa regola nel giudaismo e in altre religioni e culture. È stata però notata la differenza: nel giudaismo è formulata in una forma negativa: «Non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te». È fuori dubbio che questa differenza può essere importante: il «non fare» è sempre una cosa negativa. La differenza più importante però sta nel fatto che Gesù eleva questa regola a principio universale: così dovete trattare gli altri. È un’enunziazione diversa del precetto della carità e quindi costituisce, come un riassunto della legge e dei profeti, un sommario ben preciso della rivelazione di Dio.

 
-> 7,12 Cfr. Lc 6,31. Questa regola aurea reperibile anche nelle Scritture e in varie fonti ebraiche del tempo di Gesù richiama in particolare Lv 19,18 e Tb 4,15. In essa si riassumono - precisazione tipica di Matteo - tutti gli insegnamenti dell’Antico Testamento.
 
Per approfondire
 
Il Nuovo Testamento è ricco di preghiere di domanda. Ma si deve partire da una povertà: noi non «sappiamo infatti come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26), e quindi occorre farsi guidare dallo Spirito Santo. In Giacomo 4,2-3 si riprovano le domande, fatte male, grondanti di egoismo, tese solo al soddisfacimento dei propri piaceri: «Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni». La preghiera è ben fatta quando l’uomo assoggetta la sua volontà a quella di Dio, praticamente quando le sue richieste sono fatte in sintonia con i desideri divini. Ora, per conoscere i desideri di Dio occorre pregare con il suo Spirito di libertà: «Il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che gliele chiediamo, ma aspetta la nostra domanda perché la dignità dei suoi figli sta nella loro libertà. Pertanto è necessario pregare con il suo Spirito di libertà, per poter veramente conoscere il suo desiderio... Il nostro Dio è “geloso” di noi, e questo è il segno della verità del suo amore. Entriamo nel desiderio del suo Spirito e saremo esauditi» (CCC 2736-2737). Ma a volte, pur avendo rispettato questa regola, Dio tace; un silenzio che scandalizza l’uomo e sconvolge il cuore dell’uomo giusto. Il silenzio di Dio è sempre altamente pedagogico e a volte è teso a spronare i credenti «a ripetere la loro preghiera per scoprire in se stessi il desiderio di ciò che domandano, divenendo in tal modo più ricettivi all’azione di Dio che li esaudirà» (D. E.). E all’uomo triste perché non ha ricevuto quanto aveva chiesto nella preghiera, Evagrio Pontico suggerisce: «Non rammaricarti se non ricevi subito da Dio ciò che gli chiedi; egli vuole beneficiarti molto di più, per la tua perseveranza nel rimanere con lui nella preghiera». Ma c’è un’ultima nota: il cristiano sa che la sua preghiera non può aver valore se non precede il perdono al prossimo: «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati» (Sir 28,2). Più sconvolgente e perentorio l’insegnamento di Gesù: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). La riconciliazione è la buona acqua che impastata con la bianca farina della comunione fraterna fa il pane soave della preghiera, pane profumato da offrire a Dio e a lui tanto gradito (Ap 5,8).

Preghiere di domanda - Giuseppe Barbaglio (Preghiera in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VI):  Il quarto Vangelo, in particolare, adopera frequentemente aùéà, «domando», per introdurre la preghiera di Cristo al Padre o per parlare della preghiera dei cristiani (cf. c. 17).
Sarebbe dunque esagerato escludere ogni domanda dalla preghiera cristiana, col pretesto che la domanda sarebbe una manifestazione di egoismo, o anche semplicemente tollerarla come una forma inferiore di preghiera. D’altra parte, è inammissibile che il cristiano pretenda di cambiare la volontà di Dio e conformarla ai propri desideri, poiché saremmo allora agli antipodi della preghiera e della religione.
In Gc 4,2- si riprovano le domande «cattive», egoiste, che non sono fatte in nome di Cristo, in piena conformità con la sua volontà (cf. 1Gv 5,14-15). È vero, però, che Gesù insegna l’insistenza nella preghiera di domanda, specialmente nelle parabole dell’amico inopportuno e della vedova che ottiene giustizia da un giudice iniquo (Lc 11,5-8; 18,1-18). Poiché sappiamo che la volontà del cristiano deve conformarsi a quella di Dio e che le sue richieste devono essere in armonia col disegno divino, sembra giusto considerare queste due parabole come espressioni della pedagogia di Cristo: egli esorta i suoi discepoli a ripetere la loro preghiera per scoprire in se stessi il desiderio di ciò che domandano, divenendo in tal modo più recettivi all’azione di Dio che li esaudirà.
Tutte le nostre richieste dovrebbero ridursi, in ultima analisi, all’invocazione del Padre nostro: «Venga il tuo regno» (Mt 6,10; Lc 11,2), cioè venga presto l’ora dell’intervento definitivo e ultimo di Dio a rendere giustizia a quelli che giustizia non hanno, a creare cieli nuovi e terra nuova.
 
Bussate e vi sarà aperto: Cromazio di Aquileia (Comm. in Matth., 33,4): Quando dice bussate, non si deve intendere alla lettera, materialmente, quasi si trattasse delle porte di un edificio; no: non la porta della casa di qualcuno, ma le porte della Vita, le porte del Regno dei cieli. Se dunque busseremo alle porte della Vita con la fede nel cuore e con le opere di giustizia nelle mani, si degnerà di aprirci Colui che ha spalancato le porte del Regno dei cieli a coloro che hanno creduto in Lui. Anche Giovanni, nell’Apocalisse, parla di una porta di tal genere; porta della Vita, ossia porta del Regno dei cieli, alla quale egli assicura d ‘avere bussato con i meriti della sua fede, per cui la porta si spalancò; scrive: Ebbi una visione: una porta aperta nel Cielo (Ap. 4,1-2).
 
Testimoni di Cristo -  San Ludgero di Munster Vescovo (Frisia, c. 745 - 26 marzo 809): Nato verso il 745 in Frisia è legato all’evangelizzazione della Germania transrenana, come discepolo di Gregorio e di Alcuino di York. Dopo l’ordinazione sacerdotale, ricevuta a Colonia nel 777, si dedicò alla evangelizzazione della regione pagana della Frisia. Nel 776, durante la prima spedizione in questa zona, Carlo Magno impose il battesimo a tutti i guerrieri vinti; ma la rivolta di Widukindo fu accompagnata da un’apostasia generale. Ludgero fuggì e raggiunse Montecassino. La rivolta di Widukindo venne domata nel 784. Lo stesso Carlo Magno andò a incontrare Ludgero a Montecassino e lo rimandò in patria, incaricandolo di riprendere la missione nella Frisia. Prese il posto dell’abate Bernardo nel territorio della Sassonia. Nel 795 Ludgero vi eresse il monastero, attorno al quale sorse l’attuale città di Munster. Il territorio apparteneva alla circoscrizione ecclesiastica di Colonia, poiché Ludgero accettò soltanto nell’804 di essere consacrato vescovo della nuova diocesi. A lui si deve anche la fondazione del monastero benedettino di Werden, dove è sepolto. Morì nell’anno 809. (Avvenire)
 
Ispiraci, o Padre, pensieri e propositi santi
e donaci la forza di attuarli prontamente,
e poiché non possiamo esistere senza di te,
fa’ che viviamo secondo il tuo volere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Scenda, o Signore, la tua misericordia
su coloro che ti supplicano;
la sapienza che viene dall’alto
ispiri la loro preghiera,
perché possano ottenere
i doni che invocano con fiducia.
Per Cristo nostro Signore.
 
 25 Febbraio 2026
 
Mercoledì I Settimana di Quaresima
 
Gio 3,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Lc 11,29-32
 
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo)
 
Dovendo compiere il disegno divino, Gesù ha voluto «diventare simile in tutto ai suoi fratelli», per esperimentare la stessa miseria di coloro che veniva a salvare. Perciò tutti i suoi atti manifestano la misericordia divina, anche se non sono così qualificati dagli evangelisti. Luca ha avuto una cura tutta speciale di mettere in rilievo questo punto. I prediletti di Gesù sono i «poveri» (Lc 4, 18, 7, 22); i peccatori trovano in lui un «amico» (7, 34), che non ha paura di frequentarli (5, 27. 30; 15, 1 s; 19, 7). La misericordia, che Gesù testimoniava in modo generale alle folle (Mt 9, 36; 14, 14; 15, 32), in Luca assume un volto più personale: concerne il «figlio unico» di una vedova (Lc 7, 13) od un determinato padre piangente (8, 42; 9, 38. 42). Gesù infine testimonia una benevolenza particolare verso le donne e gli stranieri. In tal modo l’universalismo è portato a compimento: «ogni carne vede la salvezza di Dio» (3, 6). Se Gesù ha così compassione di tutti, si comprende come gli afflitti si rivolgano a lui come a Dio stesso, ripetendo: «Kyrie eleison!» (Mt 15, 22; 17, 15; 20, 30 s). (J. Cambier e X- Léon Dufour)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): I Niniviti si convertirono dalla loro condotta malvagia: La parola di Dio interpella non solo Gerusalemme, ma anche Ninive; non solo la Chiesa, ma il mondo. La «grande città» è colpevole: frode, rapina e prepotenza sono i delitti rinfacciati ad essa dai profeti (Nah 3,1).
La distruzione che Giona è inviato ad annunciare, non è una fatalità o un arbitrio: la santità di Dio non può tollerare il peccato e il «suo ardente sdegno» (v. 9; cf Ger 4,8.26; 30,235; 49,37) si abbatte sui malvagi. È ovvio che le minacce di Dio siano condizionate e abbiano di mira la conversione e la salvezza (cf. Ger 18,75). La prontezza con cui i Niniviti si danno alla penitenza contrasta con l’ostinazione d’Israele, che non solo i profeti (Ez 3,3ss), ma anche Gesù rimprovererà (Mt 12,41). Il «pentimento» di Dio (v. 10) mostra che egli tiene in serbo per i peccatori la possibilità della riconciliazione e di un nuovo futuro.
 
Vangelo
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.
 
Rinaldo Fabris: Il tema del «segno» si ricollega con il brano precedente dove, in un inciso, si ricorda la domanda di un «segno dal cielo», 11,16. Gesù si rifiuta di dare un segno, una prova spettacolare ed evidente che dispensi la gente dal prendere una decisione libera, che la metta al sicuro dal rischio di scegliere. L’unico segno che rispetti la libertà di Dio e dell’uomo è Gesù stesso. Egli è segno mediante la sua parola, che è un appello alla conversione molto più urgente di quello rivolto dal profeta Giona agli abitanti pagani di Ninive, e rivela la sapienza di Dio in una forma molto più autorevole di quella di Salomone, ricercato perfino dalla regina di Saba venuta dal lontano sud. Con forme e stile profetico le parole di Gesù assumono un tono di giudizio e di minaccia nei confronti dei suoi contemporanei. Dietro l’immagine del Figlio dell’uomo si profila il giudizio di Dio. Gesù ha la coscienza di portare l’ultimo appello alla conversione come possibilità salvifica.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,29-32
 
In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone.
Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 29 Quando le folle si erano raccolte in massa; indicazione generica che serve come introduzione all’episodio che l’evangelista si appresta a narrare; egli infatti, avendo accennato in precedenza al presente racconto (cf. vers. 16), si accontenta di introdurlo con una breve riflessione, sufficiente tuttavia a indicare il passaggio da un fatto all’altro, anche se non precisa ulteriormente le circostanze che lo hanno determinato; Matteo invece menziona la presenza degli Scribi e dei Farisei e la loro esplicita richiesta di un segno (cf. Mt., 12, 38). Questa generazione è una generazione malvagia; lo storico entra subito in argomento riferendo questa esclamazione che non ha preparato, né giustificato al lettore con nessuna premessa. Nel primo vangelo si legge: «O generazione malvagia e adultera!» (Mt., 12, 39); Luca omette «adultera», aggettivo non chiaro per i suoi lettori (cf. Lc., 9, 26), perché richiama il linguaggio del Vecchio Testamento, nel quale questo termine riveste un significato religioso (cioè: generazione infedele a Dio). Essa cerca un segno: l’espressione lascia capire che in antecedenza da parte dei presenti era stata rivolta un’esplicita richiesta a Gesù perché egli operasse un «segno» portentoso davanti ad essi per giustificare la propria missione con una prova che rivelasse in modo schiacciante ed inequivocabile il suo misterioso potere. Se non il segno di Giona; «di Giona»: forma di genitivo epesegetico che significa: il segno che è Giona.
30 Poiché come Giona fu un segno per i Niniviti...; il vers. è molto arduo, poiché non si riesce a precisare l’aspetto specifico di segno, aspetto comune a Giona ed a Cristo. Le difficoltà d’interpretazione sono determinate da vari motivi: prima di tutto dal confronto del testo di Luca con quello di Matteo – quest’ultimo è molto più chiaro di Luca perché attribuisce ad un preciso evento della vita di Giona il valore di segno («poiché come Giona stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino, così il Figlio dell’uomo rimarrà tre giorni e tre notti nel seno della terra», Mt., 12, 40) – poi dalle relazioni che esistono tra il testo di Luca e di Matteo da una parte e quello di Marco, 8, 11-13 dall’altra (cf. Mt., 16, 1-4); infine da ciò che afferma in seguito Luca stesso (vers. 32) e che in Matteo si trova in posizione invertita (l’ordine dei verss. 31-32 di Luca in Matteo è capovolto, cioè il vers. 32 precede il vers, 31; cf. Mt., 12, 41-42). Cercheremo di indicare gli elementi che, a nostro avviso, sembrano chiarire il senso della misteriosa affermazione di Gesù e di precisare l’intenzione che egli ha avuto nel rievocare la figura di Giona. Non bisogna intendere il «segno» come una realtà che, verificatasi in Giona, si ripete in forma identica in Cristo; per salvare la nozione di «segno» è sufficiente una semplice analogia tra i due personaggi; l’esegeta quindi richiederebbe troppo dal testo se volesse scoprire ad ogni costo una perfetta somiglianza tra il segno e la realtà da esso prefigurata. Anche la spiegazione offerta da Matteo si fonda sopra una vaga analogia, non già sopra una perfetta e stretta somiglianza tra Giona e Gesù (Giona, ribelle alla vocazione profetica, vuol fuggire lontano da Jahweh; il profeta, è gettato in mare e, divorato da un cetaceo, rimane vivo nel ventre di esso; soltanto quest’ultimo particolare presenta un’analogia con il destino di Gesù). Inoltre, contrariamente a quanto propongono vari studiosi, il testo di Luca non è anteriore a quello di Matteo, né rappresenta una formulazione più vicina a quella primitiva, ma è posteriore e rivela alcuni ritocchi compiuti dall’evangelista allo scopo di dare alla dichiarazione del Maestro un valore più universale e valevole per tutti. Matteo ha visto l’aspetto profetico dell’affermazione di Cristo ed egli, nell’intento di offrire ai suoi lettori provenienti dall’ebraismo, un argomento biblico ben determinato e chiaro parla di Giona «profeta» e richiama esplicitamente il testo profetico ricordando che «(Giona) stette tre giorni e tre notti nel ventre del mostro marino» (Giona, 2, 1); Luca invece spoglia l’importante dichiarazione da questi particolari che interessavano l’Ambiente ebraico e lo lascia in una indeterminatezza, che in un primo momento può apparire come un oscuramento della profezia, ma in realtà essa, con la sua brevità, acquista in efficacia e suscita maggior interesse, Per il terzo evangelista quindi il regno di Giona è la persona stessa di Cristo che ha una missione straordinaria come quella di Giona, profeta suscitato da Jahweh. Le parole del Maestro tuttavia non costituiscono soltanto una decisa affermazione della sua missione, ma racchiudono anche un accento comminatorio che deve far riflettere gli uomini di quella «generazione malvagia». Giona ha predicato la penitenza ai Niniviti ed è stato ascoltato; Gesù invece, che ha annunziato agli uomini della sua generazione il messaggio della salvezza, ha trovato in essi maggiore ostilità. Il verbo al futuro con cui è espressa questa dichiarazione (così anche il Figlio dell’uomo [lo] sarà per questa generazione) indica che in avvenire si avranno manifestazioni ancora più convincenti di ciò che Gesù è e può compiere.
31 La regina del Mezzogiorno si leverà...; tra l’affermazione del vers. precedente e le dichiarazioni dei verss. 31-32 bisogna supporre qualche altra espressione di sutura, non riportata dall’evangelista, con la quale il Salvatore ha rimproverato l’ostinazione degli uomini di quella «generazione malvagia» e sorda ai suoi richiami. Così si spiega meglio l’ordine seguito da Luca nel riferire i due presenti versetti; infatti l’evangelista prima ricorda l’esempio della regina di Sheba (cf. 1 Re, 10, 1) e poi quello dei Niniviti, attenendosi in ciò ad una successione di immagini logicamente migliore, perché disposte secondo un crescendo logico (in primo luogo viene considerato il caso di una persona ed in secondo luogo quello di una intera città). In Matteo invece l’ordine è inverso: il segno di Giona richiama subito all’autore l’esempio dei Niniviti presso i quali il profeta aveva predicato la penitenza.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Giona: I contenuti - A differenza degli altri libri profetici, Giona non contiene oracoli né visioni. Non è nemmeno da classificare tra i libri che trasmettono ricordi “storici”. È piuttosto un racconto didattico, una novella, che ha per protagonista un profeta, Giona appunto, che si oppone alla missione affidatagli da Dio. Si distingue dal contesto narrativo il c. 2, una preghiera simile ad alcune di quelle che si trovano nel libro dei Salmi. La preghiera presenta Giona nel “profondo degli inferi” (2,3), cioè come morto, e poi liberato da Dio che gli ha ridonato la vita. Per questo, nei vangeli, Gesù parla del “segno di Giona”, per preannunciare la propria morte e risurrezione (Mt 12,38-42; Lc 11,29-32). Il contenuto del libro di Giona può essere così riassunto:
Missione di Giona e suo rifiuto (1,1-16)
Preghiera di Giona (2,1-11)
Predicazione a Ninive e conversione dei suoi abitanti (3,1-10)
Ira di Giona e misericordia di Dio (4,1-11).
Le caratteristiche - Il libro di Giona è pervaso da un tono ironico, dovuto all’abilità narrativa dell’autore. L’originalità dello scrittore sacro appare anche nella conclusione interlocutoria (4,10-11): si tratta di una domanda a cui il lettore è chiamato a rispondere. Essa fa emergere l’universalità dell’amore e della misericordia di Dio. Diventa così chiaro che la parola divina di condanna, anche quella rivolta ai popoli nemici d’Israele (“Ninive sarà distrutta”: 3,4), non mira tanto alla punizione, quanto alla conversione.
L’origine - L’autore dello scritto non è certamente Giona, che ne è piuttosto il protagonista. Alcuni indizi all’interno dell’opera fanno pensare che l’epoca di composizione sia tra il V e il IV sec. a.C. Un profeta di nome Giona, figlio di Amittài, è ricordato nella Bibbia (2Re 14,25), ma è difficile pensare che il libro sia una narrazione storica delle sue vicende; piuttosto l’autore potrebbe essersi liberamente ispirato a quella figura per costruire il proprio racconto. È anche difficile stabilire con precisione le circostanze di composizione del libro. Sembra, però, che esso intenda criticare posizioni di chiusura presenti tra gli Ebrei, preoccupati soltanto di preservare le proprie tradizioni; l’autore li inviterebbe a una missione nei confronti delle genti.
 
Segno - Wolfgang Winter: Nell’uso linguistico greco, il segno in quanto “contrassegno” o “indizio” è il riferimento a un dato di fatto che ne facilita il riconoscimento. Un concetto formale simile si trova anche nell’AT. Per es. l’“arco sulle nubi” è segno, anzi pegno della fedeltà di Dio all’alleanza con Noè e con i suoi discendenti (Gen 9,12ss). Un rapporto ancora più stretto fra segno e cosa indicata è presupposto nelle “azioni simboliche” dei profeti veterotestamentari: convinzione, derivante dall’ambito del rito sacrale, dell’efficacia operativa dei segni. Il fatto che il profeta Ezechiele non faccia alcuna lamentazione funebre per sua moglie è un’anticipazione del futuro destino d’Israele, la cui realizzazione comincia già nei segni. Il segno è inoltre anche annuncio ai contemporanei, una caratteristica, questa, propria della profezia classica. Il segno del profeta Ezechiele non annuncia soltanto la realtà dell’evento futuro; esso è per gli spettatori addirittura una rappresentazione attualizzata di ciò che accadrà. Nei Sinottici prevale la comprensione formale di segno come “indizio” o “contrassegno”. Nell’apocalittica si conosceva l’esistenza di determinati eventi come indizio della fine di “questo eone” e questa concezione è presupposta anche in Mc 13; Mt 24 e Lc 21. Il significato di “contrassegno prova” è presente in Mt 12,38ss: Gesù deve legittimarsi agli occhi dei giudei con un segno Egli però risponde col “segno del profeta Giona”, col segno cioè costituito “dalla figura stessa di Giona”, vale a dire, come rimando al Dio presente nella sua predicazione penitenziale. In Gv si trova una concezione dei segni caratterizzata soprattutto dal contenuto, come prodigi, miracoli che Gesù compie nella sua gloria. Essi, tuttavia, non lo fanno univocamente riconoscere come Figlio di Dio. Essi sono comprensibili soltanto per colui che è a conoscenza dell’“ora” della passione di Gesù, cioè per il credente, come rivelazione dell’amore di Dio per il mondo peccatore (Gv 2,lss).
 
Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona: “Convinti come tutto ciò che è necessario alla salvezza veniva donato loro dal Signore, gli apostoli giunsero a chiedergli il dono della fede dicendo: Signore, aumenta in noi la fede! [Lc 17,5]. Non presumevano dunque di poter ottenere la salvezza col loro libero arbitrio, ma erano convinti che doveva venir elargita loro per dono di Dio. E lo stesso autore della salvezza umana ci insegna quanto la nostra fede sia labile e debole, e quanto poco possa bastare a se stessa, se non fosse sorretta dall’aiuto di Dio, dicendo a Pietro: Simone, Simone: ecco che Satana vi ha ricercati per vagliarvi come grano; ma io ho pregato il Padre mio perché la tua fede non venga meno [Lc 22,31-32]. Se perfino in Pietro, dunque, alla fede era necessario l’aiuto del Signore per non venir meno, chi sarà tanto presuntuoso e cieco che ritenga di non necessitare del soccorso quotidiano del Signore per poterla custodire?” (Giovanni Cassiano).
 
Testimoni di Cristo -  Sant’Adelmo di Engelberg, Abate:  Sant’Adelmo di Engelberg, nacque nel XII secolo in una famiglia di nobili. Sin da giovane sentì la chiamata alla vita monastica e si ritirò presso il monastero benedettino di San Biagio, nella Foresta Nera. Qui si distinse per la sua pietà, la sua obbedienza e la sua carità verso i poveri. Nel 1120, su richiesta del barone Corrado di Seldenburen, Adelelmo fu inviato a fondare una nuova abbazia nell’Unterwalden, nella Svizzera. La nuova abbazia, dedicata a Nostra Signora degli Angeli, fu chiamata Engelberg. Adelelmo ne divenne priore e poi abate. Adelmo guidò l’abbazia di Engelberg con saggezza e sapienza. Si impegnò per la diffusione della fede cristiana e per l’aiuto ai bisognosi. Fu anche un grande costruttore e fece costruire numerosi edifici nell’abbazia, tra cui la chiesa abbaziale, il refettorio e la biblioteca. Morì il 25 febbraio 1131, all’età di circa 50 anni. Le sue reliquie furono riesumate nel 1611 e sono ancora oggi conservate nell’abbazia di Engelberg. (Autore: Franco Dieghi)
 
Guarda, o Signore,
il popolo a te consacrato,
e fa’ che, mortificando il corpo con l’astinenza,
si rinnovi con il frutto delle buone opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Proteggi, o Signore, il tuo popolo
e nella tua clemenza purificalo da ogni peccato,
poiché nulla potrà nuocergli
se sarà libero dal dominio del male.
Per Cristo nostro Signore.
 
 24 Febbraio 2026
 
Martedì I Settimana di Quaresima
 
Is 55,10-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Mt 6,7-15
 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)
 
All’inizio della vita pubblica, Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Le parole dell’Acclamazione al Vangelo ricordano la prima tentazione che “è respinta con un testo del Deuteronomto (8,3). Quel testo intendeva inculcare la gratitudine degli israeliti a Dio per i benefici da lui ricevuti, fra i quali è ricordata la manna del deserto. Si metteva in evidenza l’onnipotenza di Dio nel caso concreto della manna nel deserto, ma si poteva vedere ugualmente in altre occasioni. Gesù utilizza le parole del Deuteronomio in questo senso: la fiducia nell’onnipotenza divina in funzione di un’altra alla quale occorre tendere di preferenza. Se la vita corporale fu sostentata con la manna, grazie al mandato dell’onnipotenza di Dio, vi è un’altra vita spirituale che è necessario vivere nell’ubbidienza alle sue leggi e ai suoi comandamenti, nell’accettazione della sua parola vivificante” (Felipe F. Ramos).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Le vie dell’uomo non sono quelle di Dio (vv. 8-9), ribadisce il profeta agli esuli sfiduciati per un ritorno che sembra ancora lontano e a quelli che ripongono nei mezzi umani la loro fiducia (vv. 1-2). Solo l’ascolto attento della parola di Dio (v. 3) e una vera conversione del cuore porteranno (vv.6-7) alla nuova alleanza eterna e universale (vv. 3b-5) che ha il suo prologo necessario nel ritorno a Gerusalemme (vv.12-13). Dubitare che questo avvenga è dubitare di Dio, della sua potenza e della sua veracità.
Il paragone con le forze ostili della natura (vv. 10-11) deve  portare alla fede incrollabile che le promesse di salvezza fatte da Dio attraverso i profeti (Ger 31,31-33; Ez 37,26-28) si realizzeranno.
 
Vangelo
Voi dunque pregate così.
 
Il Padre  nostro è “la preghiera cristiana fondamentale. San Luca ne dà un testo breve [di cinque richieste], san Matteo una versione più ampia [di sette richieste]. La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di san Matteo” (CCC 2759). Il numero sette è caro all’evangelista Matteo: “tre volte 7+7 generazioni nella genealogia [Mt 1,17]; sette beatitudini [Mt 5,3+, Mt 5,5]; sette parabole [Mt 13,3+]; perdonare non sette volte, ma settanta volte sette [Mt 18,22]; sette maledizioni dei farisei [Mt 23,13+]; sette parti del Vangelo. Forse per ottenere questo numero sette Matteo ha aggiunto al testo-base [Lc 11,2-4] la terza [cfr. Mt 7,21, Mt 21,31, Mt 26,42] e la settima domanda (cfr. il «maligno»: Mt 13,19, Mt 13,38)” (Bibbia di Gerusalemme). Questo non significa che la preghiera del Padre nostro sia uscita dalla penna di Matteo, perché la preghiera del Padre nostro “ci è insegnata e donata dal Signore Gesù. Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è “del Signore” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2765).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,7-15
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos: Era usanza del tempo che ogni gruppo o setta religiosa avesse le sue preghiere specifiche. Il «Padre nostro» è la preghiera specificamente cristiana. Nel testo parallelo di Luca (11,1-4), la cosa è molto chiara: i discepoli di Gesù chiedono al Maestro una preghiera propria, come il Battista aveva insegnato preghiere proprie ai suoi discepoli. Nel testo di Matteo, questa idea è contenuta implicitamente nelle parole di Gesù: «Voi pregate così».
Padre nostro, che sei nei cieli. L’invocazione di Dio come padre era frequente nelle religioni antiche. Fra i greci Dio era chiamato così perché è il padre di tutto, cioè creatore. Nell’Antico Testamento Dio è chiamato padre d’Israele per la sua speciale relazione col suo popolo, che ha fatto uscire dalla schiavitù d’Egitto e ha protetto con miracoli evidenti. Quale senso ha il nome Padre nella nostra preghiera? Gesù è il Figlio di Dio; quelli che lo seguono e sono uniti a lui partecipano di questa filiazione. Probabilmente abbiamo qui la caratteristica della predicazione di Gesù che impressionò maggiormente i primi cristiani; tanto è vero che il titolo di padre, abba, fu semplicemente trascritto, non tradotto, per questa impressione e per rispetto, e così è giunto fino a noi nei testi del Nuovo Testamento. Quindi, il Padre nostro è la preghiera dei figli di Dio.
Sia santificato il tuo nome. Nel linguaggio della Bibbia il nome di Dio è Dio stesso, poiché il nome si identifica con la persona. Dio è il santo per eccellenza, il tre volte santo, il totalmente altro, il trascendente. Ma questo Dio trascendente si è manifestato e si è fatto conoscere. Dicendo « sia santificato il tuo nome », chiediamo che egli si manifesti, che si faccia conoscere, che mantenga le sue promesse e che tutto questo si estenda e si allarghi sempre più. Le due petizioni seguenti insistono su questa stessa idea.
Venga il tuo regno. Nei sinottici la predicazione di Gesù gira intorno al regno, regno che significa il nuovo ordine o il nuovo stato di cose nel quale sia riconosciuta e accettata la sua sovranità; è il nuovo eone, i cieli nuovi e la terra nuova nel quale sono vinti i poteri ostili a Dio. Questo regno è attualità e presenza a partire dalla presenza di Gesù; ma si chiede il suo riconoscimento nel momento presente e se ne attende la piena realizzazione nel futuro.
Sia fatta la tua volontà. Siamo sulla stessa linea delle due petizioni precedenti. In questa, si manifesta il grande desiderio che la volontà di Dio sia compiuta sulla terra come avviene in cielo.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il domani è nelle mani di Dio: l’uomo deve lavorare senza il complesso del salariato. Si chiede a Dio di poter soddisfare i bisogni di ogni giorno e, probabilmente, si chiede a Dio un altro pane che è mezzo di comunione, il pane che è Cristo stesso assimilato per mezzo della fede e il pane dell’eucaristia.
Rimetti a noi i nostri debiti ... I «debiti» di cui si parla devono essere intesi nel senso di colpe o peccati; lo mette in evidenza il contrappunto della petizione: come noi li rimettiamo ai nostri «debitori», che sono quelli sui quali abbiamo qualche diritto per il fatto che ci hanno offesi. Verso Dio abbiamo debiti dal momento che viviamo sotto la sua «grazia» e a essa non siamo stati fedeli. Ma questo perdono che chiediamo è condizionato dal perdono che concediamo o non concediamo ai nostri «debitori».
Non ci indurre in tentazione. La tentazione dev’essere intesa qui nel senso di prova. La Bibbia considera come prova di Dio tutto quello che accade all’uomo a qualunque livello, le contrarietà di qualsiasi tipo. E l’uomo sarà giudicato tenendo conto delle sue reazioni nelle prove.
Liberaci dal male. Vi sono due modi di tradurre questa petizione: «dal male» e «dal maligno». Ai tempi di Cristo, era naturale che, in un senso come nell’altro, si pensasse al maligno, al demonio dietro qualsiasi male.
La nostra mentalità è cambiata, ma l’esperienza dell’impatto col demonio è cosa che viviamo ogni giorno.
 
Per approfondire
 
Giuseppe Manzoni: La misericordia del Padre - Una delle richieste del «Padre nostro» pone esplicitamente l’accento sul rapporto tra l’amore fraterno e quello del Padre: «... e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). E Matteo commenta la domanda con due frasi significative: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).
Il commento di Matteo al «Padre nostro» probabilmente non aveva la sua collocazione originale in questo punto, ma al termine della parabola del servitore spietato (Mt 18,23-36).
In quell’occasione Pietro chiede a Gesù quante volte si debba perdonare l’offesa ricevuta. Il maestro fa suo il canto di vendetta di Lamec (Gn 4,24), ma lo interpreta nel senso del perdono (Mt 18,21-22), che non ha mai fine. Al determinismo sociologico della vendetta Gesù oppone il perdono fraterno: soltanto questo può salvare la nostra comunità di credenti dalla rovina.
Nella parabola tutto sembra inverosimile: il debito del primo servo, il verdetto di misericordia del re, la violenza dell’uomo condonato verso un suo sottoposto che gli deve pochi denari, la reazione finale del re. Però la conclusione che rappresenta la morale della parabola risulta molto chiara: il re rappresenta il Padre e i servi sono i fratelli della comunità: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18,35). È chiaro che l’evangelista intende sottolineare i due aspetti della vita del discepolo: la gratuità assoluta del perdono divino grazie al quale i credenti sono entrati nella chiesa e l’esigenza solenne del perdono fraterno indispensabile nella comunità messianica: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25).
Ora possiamo capire anche la portata di Mt 6,15.
L’amore fraterno non è la condizione della salvezza, ma la sua conseguenza.
Dio, il Padre del Cristo, ha perdonato per primo i nostri errori ed esige a sua volta che l’uomo mostri misericordia verso gli altri: è quanto ci dice 1Gv 4,19-21. Con il perdono il Padre celeste fonda una comunità di fratelli che devono la loro esistenza a un atto di grazia. È nel legame familiare tra il Padre e i fratelli nella chiesa che bisogna cercare la ragione per cui il perdono da parte di Dio include, suppone ed esige il perdono reciproco tra fratelli.
Colui che non è fratello agli altri non potrà avere Dio come Padre! Il perdono è quindi indivisibile, in esso si realizza pienamente la volontà riconciliatrice di Dio.
Un aspetto che non va trascurato nella tematica del perdono del Padre è il risalto dato dagli evangelisti all’amore di Dio verso i peccatori. Interessano questo atteggiamento le parabole della pecora smarrita e del figlio prodigo (Mt 18,10-14; Lc 15,11-32).
Se dovessimo considerare quest’ultima parabola come esempio di pedagogia paterna, dovremmo dire che il Padre non è né prudente né buon educatore. Naturalmente il significato va ben oltre il comportamento dei padri terreni. Nella parabola viene annunciato che il Padre celeste nutre un amore sconfinato verso coloro che si considerano perduti, verso i peccatori, amore che costituisce scandalo per i sapienti di questo mondo. La storia della salvezza segue un tracciato che non è quello della giustizia dell’uomo (Cf. Is 55,8). Costui si è separato da Dio. Ha voltato le spalle alla casa paterna per cercare altrove la felicità e non ha saputo approfittare dei beni che il Padre ha concesso: la ragione e la volontà libera. La miseria, la fame, il disprezzo fanno ormai parte della sua condizione. Dio ha permesso che l’uomo facesse le sue esperienze, non ha voluto costringerlo, ma nella sua sapienza ha concepito un altro piano. Colui che è morto deve rinascere ad una nuova vita perché tutti i torti saranno perdonati, ogni dolore sarà trasformato in gioia.
 
Non abbandonarci nella tentazione - Chi recita questa preghiera si affida alla bontà del Padre perché non venga abbandonato alla tentazione del male e alla prova della fede: tradurre «con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in”; “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” [Gc 1,13]; al contrario vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza» (CCC 2846).
 La  radice della tentazione è nel cuore dell’uomo: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto» (Gen 4,7). È inevitabile: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). È fascino che seduce: «Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,14-15).
La tentazione mette a nudo l’estrema debolezza dell’uomo (Cf. Rom 7,1 ss). Smaschera la subdola azione di Satana: un essere ostile a Dio e nemico dell’uomo fin dalle origini: per «l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo» (Sap 2,24; Cf. Gen 3,6; 1Cr 21,1; Zac 3,1-2). Un tristo figuro, una spia (Cf. Gb 1,6-12), un ladro (Cf. Mt 13,19), una figura equivoca e scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a coglierlo in fallo, abile nel porre nel suo cuore pensieri malvagi (Cf. Gv 13,2.27; Atti 5,3; 1Gv 3,8), capace di scatenare su di lui mali di tutte le specie e perfino di spingerlo al male (Cfr. 1Cr 21,1). È colui che conosce bene l’arte dell’accusatore (Cf. Ap 12,10), è il tenebroso «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11; Ef 2,2; 6,12) che regna su un impero di tenebra (Cf. Atti 26,18), è un abile trasformista che sa cangiarsi in angelo di luce (Cf. 2Cor 11,14) per ingannare, «se fosse possibile, anche gli eletti» (Mc 13,21).
Gesù ha insegnato la preghiera del Padre nostro per ricordare all’uomo che il «combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall’inizio e nell’ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente. La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo Nome. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale» (CCC 2849).
Non abbandonarci alla tentazione: una richiesta che mette a nudo l’estrema fragilità dell’uomo e rivela, allo stesso tempo, la sguaiata ferocia di Satana, ma anche tutta la sua infernale debolezza: un leone affamato che gira continuamente attorno ai credenti cercando chi divorare (1Pt 5,8), ma già abbattuto e vinto dal Cristo.
Una preghiera che punta diritto al cuore di Dio, l’Arbitro che ha in mano le sorti della partita: «Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi» (Rom 16,20).
«Il primato nella storia non è, infatti, quello demoniaco, ma è la signoria divina ad avere l’ultima parola e la scena finale dell’Apocalisse [capp. 21-22] ne è la raffigurazione più luminosa» (Gianfranco Ravasi).
 
Padre nostro: «Padre: Su questa invocazione facciamo due riflessioni: in che senso Egli è Padre e quali siano i nostri doveri verso di Lui in quanto Padre. Viene detto nostro Padre innanzitutto in ragione del modo speciale con cui ci ha creati, perché ci ha creati a sua immagine e somiglianza [cfr. Gen 1,26]: il che non fece invece con le altre creature. Così infatti la Scrittura: “É lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito” [Dt 32,6]. Viene poi detto Padre per il modo speciale con cui ci governa. Governa, è vero, anche tutti gli altri esseri, ma governa noi lasciandoci padroni di noi stessi. Gli altri, invece, li governa come schiavi. Questa cosa è bene espressa dal Libro della Sapienza: “Tutto è governato, o Padre, dalla tua Provvidenza... Tu ci tratti con grande riverenza” [Sap 14,3; 12,18]. Viene detto Padre anche per averci adottati. Se, infatti, alle altre creature egli ha fatto dei regalini, a noi invece ha dato l’eredità. E questo perché siamo suoi figli, e “se figli, siamo anche eredi” [Rm 8,17]. Sicché l’Apostolo può dire: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi e di paura, ma avete ricevuto lo Spirito dei figli adottivi che ci fa esclamare ‘Abbà, Padre’” [Rm 8,15]» (Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro).
 
Testimoni di Cristo -  San Sergio di Cesarea - La profezia dell’amore vince le logiche del mondo: Quanto deboli sono le nostre divinità personali? Immagini sbiadite di Dio, di quel Dio che non ci vuole schiavi delle nostre ideologie ma testimoni di un amore infinito. Troppe volte, però, la violenza delle ideologie cerca di prendere il sopravvento. La soluzione è affidarsi alla forza profetica del Vangelo, così come fece, tra gli altri, anche san Sergio di Cesarea. Secondo una «Passio» latina, Sergio era un anziano magistrato, che aveva abbandonato la toga per ritirarsi a vita da eremita. Al tempo dell’imperatore Diocleziano, però, il governatore dell’Armenia e della Cappadocia, Sapricio, trovandosi in città, convocò tutti i cristiani di Cesarea, perché prendessero parte alle celebrazioni pagane in onore di Giove. Tra loro c’era anche Sergio, ma quando apparve in mezzo alla gente i fuochi accesi per rendere onore alla divinità pagana si spensero improvvisamente. Subito la colpa dello strano fenomeno venne data ai cristiani, ma Sergio spiegò che lo spegnersi di quei fuochi era il segno dell’impotenza e della vacuità degli dei pagani davanti al Dio dei cristiani, l’unico e vero Dio. Per questo l’anziano venne subito arrestato, condannato e decapitato.  (Matteo Liut)
 
Volgi il tuo sguardo, o Signore,
a questa tua famiglia,
e fa’ che, superando con la penitenza
ogni forma di egoismo,
risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Conferma i tuoi fedeli, o Dio, con la tua benedizione
e sii per loro sollievo nel dolore,
pazienza nella tribolazione,
difesa nel pericolo.
Per Cristo nostro Signore.