29 APRILE 2026
 
Santa Caterina da Siena, Vergine e Dotto re della Chiesa, Patrona d’Italia e d’Europa
 
1Gv 1,5-2,2; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Mt 11,25-30
 
Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1,7)
 
La vita dei figli della luce. - Andrè Feuillet e Pierre Grelot: Era già stata una raccomandazione di Gesù (cfr. Gv 12, 35 s): bisogna che l’uomo non lasci oscurare la sua luce interiore, e così pure bisogna che vegli sul suo occhio, lampada del corpo (Mt 6, 22 s par.). In Paolo la raccomandazione diventa abituale. Bisogna rivestirsi delle armi di luce e rigettare le opere delle tenebre (Rom 13, 12 s) per tema che il giorno del Signore ci sorprenda (1 Tess 5, 4-8). Tutta la morale entra facilmente in questa prospettiva: il «frutto della luce» è tutto ciò che è buono, giusto e vero; le «opere sterili delle tenebre» comprendono i peccati di ogni specie (Ef 5, 9-14). Giovanni non parla diversamente. Bisogna «camminare nella luce» per essere in comunione con il Dio che è luce (1 Gv 1, 5 ss). Il criterio è l’amore fraterno: da questo si riconosce se si è nelle tenebre o nella luce (2, 8-11). Colui che vive in tal modo, da vero figlio della luce, fa risplendere tra gli uomini la luce divina di cui è diventato depositario. Divenuto a sua volta la luce del mondo (Mt 5, 14 ss), egli risponde alla missione che Cristo gli ha dato.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Avere comunione con Dio e camminare nella luce non sono sinonimi di possedere l’impeccabilità.
Anche il cristiano pecca e ha coscienza di farlo. Non riconoscerlo sarebbe un inganno; la verità non sarebbe in lui. Anche qui, le affermazioni del nostro autore fanno pensare che tenesse presente la mentalità degli gnostici, i quali dicevano di possedere lo spirito e di essere del tutto liberi dal peccato. Questa pretesa è contraddetta dall’esperienza cristiana e dalla natura dell’uomo. La novità della vita cristiana non elimina la vecchia condizione umana con la sua propensione al peccato. È necessario, invece, confessare i propri peccati, È l’atteggiamento che Dio esige dal peccatore per diffondere su di lui la sua grazia. Dio è presentato qui come giusto e fedele. Ancora una volta, egli dimostrerà la sua proverbiale fedeltà all’alleanza e la giustizia che deve rendere al sangue del suo Figlio sparso in favore del peccatore.
La Chiesa non è una comunità di puri e di perfetti che non abbiano mai peccato, ma una comunità che crede che i suoi peccati non sono un ostacolo permanente per accostarsi a Dio, È possibile trasformare la lontananza in vicinanza.
Chi dice di non avere peccati non solo è un menzognero che inganna se stesso, ma che fa menzognero anche Dio. La rivelazione di Dio in Cristo fa conoscere quello che è il peccato. Anzi questa rivelazione .afferma molto chiaramente che tutti, senza eccezioni, partecipano dello stesso denominatore comune di colpevolezza (la lettera ai Romani ha come punto essenziale di partenza questa colpevolezza universale alla quale Dio ha posto rimedio in Cristo. Cf principalmente Rm 3,20b; Gal 3,22.24). La stessa parola di Dio è contraria alla pretesa innocenza umana. Pensare alla propria innocenza equivale a camminare sulla propria strada e non su quella di Dio.
Il peccato è una realtà nella vita cristiana, una realtà infelice che può essere superata solo per l’azione di Dio in Cristo. Però appunto da questa azione sorge l’imperativo della lotta contro il peccato: non peccate. La comunione con Dio può essere rotta dal peccato. Quando avviene questo, il cristiano deve ricordare che Gesù Cristo è il suo intercessore e il suo avvocato davanti al Padre. Anzi, Cristo è il mezzo di espiazione per i peccati commessi.
 
Vangelo
Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
 
Bibbia di Gerusalemme: 11,25 Poiché questo brano (vv 25:27) è senza un chiaro nesso con il contesto in cui Matteo l’ha inserito (cf. il suo posto diverso in Luca), queste cose non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei «misteri del regno» in generale (13,10, rivelati ai piccoli, i discepoli (cf. 10,42), ma tenuti nascosti ai «sapienti», i farisei e i loro dottori.
11,27 La professione di relazioni intime con Dio (vv 26-27) e l’invito a diventare discepoli (vv 28-30) evocano parecchi passi dei libri sapienziali (Pr 8,22-36: Sir 24,3-9.19-20; Sap 8,3-4: 9,9-18: ecc.). Gesù si attribuisce anche il ruolo della sapienza (cf. 11,19+), ma in una maniera eminente, non più come una personificazione, ma come una persona; il «Figlio» per eccellenza del «Padre» (cf. 4.3+), Questo passo, di tono giovanneo (cf. Gv 1,18; 3,11.35; 6,46; 10,15; ecc.), esprime nel fondo più primitive della tradizione sinottica, come in Giovanni, la coscienza chiara che Gesù aveva della sua filiazione divina. La struttura di questo passo potrebbe essere stata influenzata da Sir 51 sul tema delle relazioni privilegiate con Dio (cf. anche Es 33,12-23).
11,28 stanchi e oppresse allusione alla Legge, il cui «fardello» è talvolta appesantito da alcune osservanze aggiunte successivamente (soprattutto dai farisei). Il «giogo della Legge»  è una metafora frequente presso i rabbini (cf. già Sof 3,9 LXX; Lam 3,27; Ger 2,20; 5,5; Is 14,251; Sir 6,24-30; 51,26-27) l’utilizza già in un contesto di sapienze. con l’idea di lavoro facile e riposante.
11,29 mite e umile di cuore: epiteti classici dei «poveri» dell’AT (cf. Sof 2,3+; On 3,87). Gesù rivendica per sé il loro atteggiamento religioso e se ne avvale per farsi loro maestro di sapienza, come era annunciato del «servo» (Is 61,1-2: Lc 4,18: cf. ancora Mt 12,18-21; 21,5), Per essi infatti egli ha pronunciato le beatitudini (5,3+) e molte altre istruzioni della buona novella.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me … - Catechismo della Chiesa Cattolica 459 Il Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità: « Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me ...» (Mt 11,29). «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). E il Padre, sul monte della trasfigurazione, comanda: «Ascoltatelo» (Mc 9,7). In realtà, egli è il modello delle beatitudini e la norma della Legge nuova: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Questo amore implica l’effettiva offerta di se stessi alla sua sequela.
520 Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello: è «l’uomo perfetto » che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, con la sua preghiera, attira alla preghiera, con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni.
521 Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo». Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello: «Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi c in tutta la sua Chiesa. [ ... ] Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un’estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso suoi misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi».
 
Il dono delle lacrime: Un tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Esse «esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Maria e di Marta, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 21: Ad uno il cui nome si tace). Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo. La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363). Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa» (Benedetto XVI Udienza Generale, 24 Novembre 2010).
 
Nessuno conosce il Padre se non il Figlio - Ilario di Poitiers (Commento a Matteo 11, 12): E affinché non si pensi che in lui ci sia qualcosa in meno di ciò che c’è in Dio, afferma che tutto gli è stato dato dal Padre, che solo il Padre lo conosce e che il Padre è conosciuto solo da lui a da colui al quale egli avrà voluto rivelarlo.
Ed egli lo avrebbe rivelato a colui che gli avesse chiesto di rivelarlo. Questa rivelazione ci insegna che l’identità di sostanza dell’uno e dell’altro è fondata sulla mutua conoscenza. Così chiunque conosce il Figlio deve riconoscere anche il Padre nel Figlio, poiché tutto gli è stato dato dal Padre. E ciò che gli è stato dato non è altro che ciò che nel Figlio è conosciuto solo dal Padre, e ciò che è conosciuto solo dal Figlio è ciò che appartiene al Padre. E così in questo segreto della loro mutua conoscenza si comprende che nel Figlio non è manifestato nient’altro se non ciò che è inconoscibile nel Padre.
 
Testimoni di Cristo - Santa Caterina da Siena. Portare il «fuoco» in tutta Italia, profezia e missione affidata alla Chiesa - Mettere «fuoco in tutta Italia»: non è una minaccia ma l’auspicio che la patrona del nostro Paese, Caterina da Siena, oggi consegna in modo particolare alla comunità dei credenti. Chi, se non i cristiani, testimoni del Vangelo del Risorto, infatti, sa riconoscere le «cose grandi»? «Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi», ci ammonisce ancora oggi santa Caterina. Era nata nel 1347 e non aveva frequentato scuole, anche se fin da piccola aveva coltivato un’intensa vita spirituale. Rifiutò il matrimonio cui voleva destinarla la famiglia e chiese solo di poter avere una stanzetta, la sua “cella” dove viveva da terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). Lì si ritrovavano artisti, intellettuali, religiosi (che poi si chiamarono «Caterinati») trasformando quel luogo in un “cenacolo”. Lì arrivavano persone in cerca di ascolto, consolazione e incoraggiamento. Con i suoi messaggi (che venivano dettati, anche se lei aveva imparato a leggere e a scrivere) raggiungeva tutti: i potenti, così come i semplici, il popolo, gli ultimi, come i carcerati. Fu anche ambasciatrice presso il Papa ad Avignone per conto dei fiorentini e poi fu chiamata a Roma, dove morì nel 1380. Fu canonizzata da papa Pio II nel 1461 e nel 1939, per iniziativa di Pio XII, fu proclamata patrona principale d’Italia. Paolo VI nel 1970 la annoverò tra i dottori della Chiesa e nel 1999 Giovanni Paolo II la dichiarò compatrona d’Europa, indicandone così l’esempio a tutto il Continente. (Matteo Liut)
 
O Dio, che in santa Caterina [da Siena],
ardente del tuo Spirito di amore,
hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso
e il servizio della Chiesa,
per sua intercessione concedi al tuo popolo
di essere partecipe del mistero di Cristo,
per esultare quando si manifesterà nella sua gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te
 
 
 28 Aprile 2026
 
Martedì della IV Settimana di Pasqua
 
At 11, 19-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 86 (87); Gv 10,22-30
 
 
«Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (Vangelo).
 
Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, ma non senza riserve ...: Catechismo della Chiesa Cattolica 438: La consacrazione messianica di Gesù rivela la sua missione divina. «È, d’altronde, ciò che indica il suo stesso nome, perché nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l’unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l’unzione». La sua consacrazione messianica eterna si è rivelata nel tempo della sua vita terrena nel momento in cui fu battezzato da Giovanni, quando Dio lo «consacrò in Spirito Santo e potenza» (At 10,38) «perché egli fosse fatto conoscere a Israele» (Gv 1,31) come suo Messia. Le sue opere e le sue parole lo riveleranno come «il Santo di Dio». Numerosi ebrei ed anche alcuni pagani che condividevano la loro speranza hanno riconosciuto in Gesù i tratti fondamentali del «figlio di Davide» messianico promesso da Dio a Israele. Gesù ha accettato il titolo di Messia cui aveva diritto, ma non senza riserve, perché una parte dei suoi contemporanei lo intendevano secondo una concezione troppo umana, essenzialmente politica.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La Chiesa amplia sempre più i suoi confini, complice la persecuzione scatenata dal Sinedrio contro i discepoli di Gesù. Il brano  introduce l’episodio della fondazione della chiesa di Antiochia, come conseguenza diretta del martirio di Stefano ed è ad Antiochia che i credenti vengono chiamati cristiani: ossia adepti e seguaci di Christus. I pagani di Antiochia, coniando questo appellativo hanno preso il titolo «Cristo» (unto) per un nome proprio.
 
Vangelo
Io e il Padre siamo una cosa sola.
 
Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente: chi vola basso non vedrà mai il cielo, chi non abbandona la carne e il sangue (Mt 16,17)  non potrà entrare nel mistero del Cristo. I Giudei avevano tutto, prove inoppugnabili, morti risuscitati, paralitici risanati, lebbrosi purificati, ciechi che avevano ricuperato la vista, muti la favella, sordi l’udito..., eppure non capivano ancora. L’evangelista svela il perché: non avevano fede, e non erano pecore di Cristo. Due condizioni necessarie perché vengano nettati gli occhi dell’anima, e aprirsi alla luce folgorante della rivelazione: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio (Mt 16,16; Gv 6,69).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10, 22-30
 
Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».
 
Parola del Signore.
 
Gesù-Pastore conosce le sue pecore: una conoscenza che supera il campo dell’intelletto e sconfina nell’amore (cfr. Os 6,6; 1Gv 1,3). Nel vangelo di Giovanni «conoscenza e amore crescono insieme, per cui è difficile dire se l’amore è il frutto della conoscenza o la conoscenza è frutto di amore [...]. L’amore è unito alla conoscenza quando il rapporto tra Gesù e il Padre è descritto come una reciproca conoscenza [Gv 7,29; 8,55; 10,15). La stessa reciproca conoscenza è il vincolo tra Gesù e i suoi discepoli [Gv 10,14ss]» (John L. McKenzie). Questa profonda intimità genera nel cuore dei credenti il frutto della vita eterna: essendo stati «rigenerati non da un seme corruttibile ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna» (1Pt 1,23), i credenti gustano la gioia della vita eterna già d’adesso, nelle pieghe di una quotidianità a volte impastata di peccato e di acute contraddizioni. Questa intensa comunione di amore con il Cristo sarà portata perfettamente a compimento nel Regno dei Cieli: solo nel Regno i credenti, strappati dalla contingenza della vita terrena, non «avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna ... Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7,16-17). In attesa di questi beni, la comunione amorosa con il Buon Pastore dona ai discepoli già ora pace, serenità e sicurezza. «Colui che si affida a Gesù con la fede trova in lui quella sicurezza assoluta che non trova mai in alcuna sicurezza o protezione umana. In lui infatti è presente il potere divino. Lo stesso potere viene poi attribuito al Padre e la stessa sicurezza proviene dalla certezza che “ciò che mi ha dato” [cfr. 6,36-40] nessuno lo può rapire dalla mano del Padre [cfr. Is 43,13; Sap 3,1). In questi due versetti 28-29 si riflette la serena esperienza della comunità giovannea che si sentiva il gregge protetto dal Figlio di Dio e che nessuno poteva rapire: né le persecuzioni [16,4] né le eresie [1Gv]» (Giuseppe Segalla). Questa sicurezza è significata anche dalle parole di Gesù che rivelano l’identità di sostanza tra lui e il Padre: «Io e il Padre siamo una cosa sola».
 
Per approfondire
 
Il buon pastore - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il vangelo di oggi si apre con l’invito perentorio dei giudei a Gesù durante la festa della dedicazione del tempio di Gerusalemme: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». La risposta di Cristo inizia con il riferimento alle sue opere, prova eloquente della sua identità. «Ma voi non credete, perché non siete mie pecore».
Così Gesù introduce di nuovo il tema della parabola di ieri, tornando su alcune idee che aveva già espresso. Ma ora mette in risalto la comunione intima che egli costituisce con i suoi fedeli. Due sono le disposizioni fondamentali per questa comunione di vita: la conoscenza del pastore e l’ascolto della sua voce, perché Gesù si identifica con Dio fino al punto di dire: «io e il Padre siamo una cosa sola ».
Nel vangelo di ieri Gesù dichiarava di essere la porta delle pecore. Ma dopo fa ancora di più: si definisce come il buon pastore, l’unico e autentico pastore per un solo gregge. E lo è per tre ragioni che lo differenziano dal pastore mercenario.
Primo: perché è disposto a dare la vita per le sue pecore nel momento del pericolo. «Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore».
Secondo: perché conosce le sue pecore ed è conosciuto da loro. «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre cono e me e io cono co il Padre». In senso biblico, il verbo «conoscere» non è ristretto al piano concettuale a puramente intellettivo, ma significa una conoscenza che crea comunione di vita, una relazione personale, attiva, amorosa, reciproca. Nel caso di Gesù con i suoi questa conoscenza è tanto profonda, che la paragona alla sua mutua conoscenza con il Padre.
Terzo: perché, di fatto, dà la vita per i suoi. «E offro la vita per le pecore. Per questo il Padre mi ama perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso».
Questa è la migliore garanzia della premura pastorale di Gesù.
 
Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente - Marida Nicolaci (Vangelo secondo Giovanni): La domanda dei Giudei (v. 24) - Il linguaggio con cui i Giudei esprimono a parole la brama che il loro «accerchiare» Gesù esprime fisicamente non potrebbe essere più chiaro. La frase che in senso figurato significa «fino a quando ci terrai col fiato sospeso?» letteralmente suona: «fino a quando ci toglierai l’anima/vita (psyché)?». Il contesto prossimo della scena spinge a valorizzare tale linguaggio: a Gesù, buon pastore, nessuno può «togliere la psyché» perché lui è già disponibile a donarla per il gregge per obbedire al comando del Padre. I Giudei, invece, più gli si avvicinano e se ne sentono attirati più lo considerano come una minaccia per la loro vita nella misura in cui egli non si concede a loro così come lo vorrebbero. Ciò che li anima nel muoversi verso Gesù è un desiderio di possesso violento che non trova, però, la soddisfazione che cerca. Essi vogliono che Gesù si riveli proprio a loro come messia, se lo è veramente («dillo a noi»)! Dal suo dichiararsi messia la loro stessa vita potrebbe dipendere e non aspettano da lui che una dichiarazione chiara, senza più enigmi, allusioni e ambiguità di linguaggio. Il loro atteggiamento possessivo appare, però, come una negazione della dedizione totale all’unico Dio richiesta dalla legge: come i martiri stessi del giudaismo avevano e avrebbero dimostrato, amare Dio con tutto il cuore, l’anima (psyché) e le forze (Dt 6,4-5) significa amarlo anche se questo dovesse «togliere l’anima/vita tpsyché)» (Mishnah Berakot 9,5; Talmud babilonese Berakot 61b).
Davanti alla prova di fede cui li mette Gesù con il suo strano messianismo e con il suo strarto concetto del regno di Dio, questi Giudei mostrerebbero di non essere disposti, nonostante tutto illoro zelo per Dio, la legge, la nazione ed il tempio, a lasciarsi «togliere la vita». Gesù, ai loro occhi rischia di fare la parte che i farisei e i sommi sacerdoti attribuiranno ai romani (cf 11,47s)!
 
Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Giovanni 61,2: Le pecore difese da un’unica potenza Proprio perché tu comprenda che la frase il Padre me le ha date venne pronunciata da lui perché non lo chiamassero nuovamente “avversario di Dio” dopo aver detto nessuno le può strappare dalle mie mani, prosegue dimostrando che la mano sua e quella del Padre sono una cosa sola. Se le cose non stessero così, avrebbe detto: “Il Padre me le ha date, è più grande di tutti, e nessuno le può rapire dalle mie mani”. Non disse però così, ma: dalle mani del Padre mio. Quindi, perché tu non pensi che egli sia debole e che le pecore siano al sicuro solo grazie alla potenza del Padre, aggiunse: Io e il Padre siamo una cosa sola. È come se dicesse: “Non ho detto che nessuno rapirà le pecore grazie alla potenza del Padre, nel senso che io non sia capace di difenderle. Infatti io e il Padre siamo una cosa sola”; cioè, secondo la potenza, in quanto è di essa che qui si parla. Se poi la potenza è identica, è evidente che anche la sostanza è identica.
 
Testimoni di Cristo - Beato Lucchese, Terziario: Lucchese nacque presso Poggibonsi (SI) lo stesso anno di S. Francesco d’Assisi (1181). In gioventù combatté per il partito dei Guelfi; ma poi, abbandonata la vita militare, si sposò con Bona Segni e si mise a commerciare in granaglie e fare il cambiavalute approfittando dei pellegrini che si recavano a Roma lungo la via Francigena. Nell’ottobre1212 Lucchese ebbe modo di ascoltare una predica di S. Francesco a S. Gimignano e da lì iniziò la sua conversione: risarcì tutti coloro che aveva impoveriti con i suoi traffici, fece penitenza, si mise al servizio dei frati, donò tutti i suoi beni e insieme alla moglie trasformò la sua casa in ospedale. Oltre all’amore verso il prossimo si distinse nella pratica della povertà e dell’umiltà. Quando S. Francesco tornò in Valdelsa, nel 1221, donò a questa coppia di sposi l’abito della Penitenza, facendone i primi Terziari francescani. Morì a Poggibonsi il 28 aprile 1260.
 
Dio onnipotente,
che ci dai la grazia di celebrare
il mistero della risurrezione del tuo Figlio,
concedi a noi di testimoniare con la vita
la gioia di essere salvati.
 

 27 Aprile 2026
 
Lunedì IV Settimana di Pasqua
 
At 11,1-18; Salmo Responsoriale dai Salmi 41 (42) e 42 (43); Gv 10,11-18
 
Cristo risorto dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Alleluia. (Rm 6,9 - Antifona)
 
La Bibbia di Navarra: 9-10: Gesù volle sottomettersi alle conseguenze del peccato, pur non essendo peccatore. Il laccio della morte fu reciso, per Lui e per tutti i suoi, con la morte volontaria sulla croce e la risurrezione: il dominio della morte è stato vinto per sempre. Cristo, risuscitando nella gloria, ha conseguito il trionfo definitivo: «per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per il timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita» (Eb 2, 14-15). Ha perciò conquistato, per la Umanità e per noi, una vita nuova.
In noi tutti che siamo stati battezzati si riproducono questi medesimi avvenimenti della vita di Cristo.
«I nostri antichi peccati sono stati eliminati per opera della grazia. Ora per restare morti al peccato dopo il battesimo, è necessario lo sforzo personale anche se la grazia di Dio continua a prestare il suo aiuto poderoso»  (Omelia sulla Lettera ai Romani, 11).
Questo sforzo personale si concreterà in un proposito: «Non vogliamo mai più morire a causa del peccato. Che la nostra risurrezione spirituale sia eterna» (Il santo Rosario, primo mistero glorioso).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Pietro con la sua condotta, era entrato in casa di uomini non circoncisi e aveva mangiato insieme con loro, aveva suscitato una ridda di considerazioni abbastanza agitate. Pietro, nel difendere il suo operato, ricorda ai giudeo-cristiani che aveva agito per volontà del Signore, il quale aveva previsto e predetto i tempi della effusione dello Spirito Santo anche sui pagani. A queste parole l’assemblea non può non accogliere con gioia la novità del Vangelo: anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita.
 
Vangelo
Il buon pastore dà la vita per le pecore

Bibbia per la formazione cristiana: La parabola del buon pastore mette in evidenza la preoccupazione di Gesù per l’unità. Ci sarà un solo gregge e un solo pastore.
E il gregge non sarà formato soltanto dalle pecore disperse della casa di Israele, ma da tutti coloro che ascolteranno la sua voce e lo seguiranno fino alla vita eterna. Il nuovo popolo di Dio non è unito da vincoli di razza, di nazionalità o di cultura, ma dalla fede in Gesù. Tutti sono chiamati a farne parte, e il pastore cerca e conosce tutti. Gesù coglie l’occasione per annunciare che affronterà liberamente la morte per le sue pecore.
Si avvicina l’ora di compiere con amore la volontà del Padre, perché le pecore abbiano la vita.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,11-18
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
 
Parola del Signore.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni - Vol. II): Lo scopo dell’incarnazione del Figlio di Dio è donare la vita in abbondanza (Gv 10,10), è portare la salvezza piena a tutta l’umanità (Gv 3,17; 12,47). Egli infatti è la fonte della vita (Gv 1,4; 1Gv 1,ls; 5,11), è l’acqua viva (Gv 4,10ss), è il pane della vita (Gv 6,35.48), ossia è la vita personificata. Quindi Gesù può concedere la vita al mondo e in effetti la porta in abbondanza (Gv 10,10), come dona lo Spirito senza misura (Gv 3,34) e offre il vino della sua rivelazione salvifica in sovrabbondanza (Gv 2,6ss).
Il Verbo incarnato infatti è il buon Pastore che depone la sua vita per le sue pecore (Gv 10,11). Precedentemente il Maestro aveva già insinuato di essere il vero pastore, con un linguaggio alquanto oscuro e allusivo (Gv 10,2ss.7s). In questi passi il significato primo delle espressioni enigmatiche riguardava i pastori d’Israele, i quali per essere veri devono passare per la porta che è il Cristo.
Tuttavia anche qui possiamo trovare una chiara allusione al Verbo incarnato, il pastore escatologico del popolo di Dio. Questi infatti conosce profondamente le sue pecore (Gv 10,3.14) e le conduce fuori dal recinto della sinagoga, mettendosi in testa al suo gregge, che lo segue docilmente (Gv 10,3s; 1,37ss). L’insinuazione che Gesù è il buon Pastore appare più chiaramente ancora nell’antitesi tra il ladro, che causa solo rovina, e il Verbo incarnato che porta vita e salvezza (Gv 10,10).
Questi passi, quindi, possono e debbono essere letti a un duplice livello.
Con la solenne proclamazione Io sono il buon Pastore! (Gv 10,11), il Maestro chiarisce in modo inequivocabile le precedenti allusioni alla sua missione pastorale. Gesù è il vero pastore d’Israele, che realizza pienamente le promesse dell’AT (cf. Ger 3,15; 23,3s; Sal 23), tra le quali l’oracolo di Ez 34,1-25 ricopre un ruolo di primo piano. Anzi nel brano finale di questa pericope profetica, Dio promette il pastore escatologico della discendenza davidica, il Messia che regnerà su Israele (Ez 34,23ss).
È il Verbo incarnato questo pastore perfetto, perché non solo conduce il suo gregge ad acque tranquille e lo fa riposare in pascoli di erbe fresche, preparandogli una mensa abbondante ( Sal 23,ls.5), ma, per la salvezza delle sue pecore, giunge anche a privarsi della vita (Gv 10,10 ). Gesù dona la sua persona a favore del suo popolo; la sua carne è per la vita del mondo (Gv 6.51). Con l’espressione deporre l’anima a favore di qualcuno è indicato il dono della vita, il sacrificio supremo di una persona per salvare un amico. L’uso della preposizione «hypér», in riferimento al dono della vita (Gv 6,51; 10,11.15.17s; cf. Gv 11,50), insinua l’allusione alla morte redentrice di Cristo, come si può costatare nelle formule dell’istituzione dell’eucaristia (cf. Mc 14,24; Lc 22,19s; 1Cor 11,24).
Il verbo deporre («tithénai») in Gv 10,11.15.17s indica l’estrema libertà del Cristo nel sacrificare la sua persona a favore del suo gregge. Egli dispone pienamente della sua vita e può deporla come un vestito (cf. Gv 13,4), per riaverla a suo piacimento (Gv 10,18): egli è il Signore della vita e della morte.
 
Per approfondire
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): La vittima. Il pastore dà la propria vita per le sue pecore. Cristo ha sacrificato agli uomini il suo tempo, le sue forze ed infine la sua vita. La vittima della croce si è immolata per tutti. Perciò S. Paolo scrive: «Mi ha amato e si è donato per me». Ciascuno di noi può e deve ripetere queste parole applicandole a se stesso, perché Cristo si è immolato personalmente per lui. Del pari, anche tutti coloro ai quali è stata affidata la salvezza altrui devono essere pronti a sacrificarsi per gli altri: il dono disinteressato di sé per gli altri è lo spirito di Cristo.
Per tutti. Non si tratta solo di un piccolo gregge, di pochi prescelti, previa abbandono o addirittura disprezzo degli altri. Il cristianesimo non è una società segreta: la chiamata è rivolta a tutti, la salvezza è fondamentalmente aperta a tutti. Nelle parole di Gesù c’è una sfumatura di inquietudine e di ansia: «Ed ho altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle bisogna che io guidi; e daranno ascolto alla mia voce, sicchè si avrà un solo gregge ed un solo pastore». Pensa a tutti, conosce tutti, vuole difendere tutti e si immola per tutti. Su quest’affermazione si profila l’universalità del regno di Dio.
La figura del «pastor bonus» ha una grande importanza soprattutto per coloro che sono detti «pastores ecclesiae». Proprio oggi, nell’epoca della partecipazione dei laici al lavoro apostolico, essa assume per tutti un significate che non è puramente passivo, consistente cioè nella coscienza di sentirsi protetti da Cristo, ma è anche attivo, ossia ci mostra il compito e la responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri.
 
Le immagini della Chiesa - Lumen gentium 6: Come già nell’Antico Testamento la rivelazione del regno viene spesso proposta in figure, così anche ora l’intima natura della Chiesa ci si fa conoscere attraverso immagini varie, desunte sia dalla vita pastorale o agricola, sia dalla costruzione di edifici o anche dalla famiglia e dagli sponsali, e che si trovano già abbozzate nei libri dei profeti.
La Chiesa infatti è un ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo (cfr. Gv 10,1-10). È pure un gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che ne sarebbe il pastore (cfr. Is 40,11; Ez 34,11 ss), e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il buon Pastore e principe dei pastori (cfr. Gv 10,11; 1 Pt 5,4), il quale ha dato la vita per le pecore (cfr. Gv 10,11-15).
 
Testimoni di Cristo -  Santa Zita. La straordinaria santità vissuta in casa con la porta sempre aperta ai bisognosi: È tra le mura domestiche, nelle relazioni quotidiane, nelle pieghe della vita ordinaria che si rivela la profondità della vita divina, la ricchezza dell’amore infinito di Dio. Santa Zita è icona, modello e testimone di questa «santità casalinga» vissuta sulla soglia di casa. La sua dedizione al lavoro quotidiano da domestica, unita a un amore profondo per gli ultimi e i bisognosi, l’hanno resa particolarmente cara ai lucchesi e non solo.
Era nata nel 1218 da una famiglia povera di Monsagrati, in diocesi di Lucca, e da quando aveva dodici anni si trovò al servizio come domestica della nobile famiglia dei Fatinelli, che all’inizio non lesinarono angherie e rimproveri. Il senso del dovere, assieme al carattere gioioso e umile, oltre alla capacità di esprimere nei gesti e nelle parole la propria fede cristiana, le fecero guadagnare la fiducia dei padroni di casa, che alla fine le affidarono la direzione della casa. Tutto questo, però, le costò anche l’invidia degli altri domestici. A chi aveva bisogno dava sempre ciò che possedeva, senza mai sottrarre nulla dal posto di lavoro, e copriva le mancanze dei colleghi. Morì nel 1278 e venne da subito venerata come santa dai lucchesi. Dal 1955 è patrona dei domestici e di coloro che sono addetti alla cura della casa. (Matteo Liut)
 
O Dio, luce perfetta dei santi,
che ci hai donato di celebrare sulla terra i misteri pasquali,
fa’ che possiamo godere nella vita eterna
la pienezza della tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 26 Aprile 2026
 
IV Domenica di Pasqua
 
At 2,14.36-41; Salmo responsoriale Dal Salmo 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10
 
Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14 - Acclamazione al Vangelo)
 
Colomban Lesquivit e X. Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Secondo Giovanni, il discorso del buon pastore inaugurava la Chiesa: Gesù accoglie il cieco-nato guarito, scacciato dalla sinagoga dai capi malvagi di Israele. Pietro, dopo la risurrezione, riceve la missione di pascere tutta la Chiesa (21, 16). Altri «pastori» (Ef 4, 11) sono incaricati di vegliare sulle chiese: gli «anziani» e gli «episcopi» (1 Piet 5, 1 ss; Atti 20, 28). Sull’esempio del Signore, essi devono cercare la pecora smarrita (Mt 18, 12 ss), vegliare contro i lupi rapaci che non risparmieranno il gregge, contro i falsi dottori che trascinano nell’eresia (Atti 20; 28 ss).
L’appellativo di «pastore» deve evocare da solo le loro qualità ed il comportamento di Jahvè nel VT; il NT ne ricorda alcuni tratti: bisogna pascere la Chiesa di Dio con lo slancio del cuore, in modo disinteressato (cfr. Ez 34, 2 s), diventando i modelli del gregge; allora «sarete ricompensati dal capo dei pastori» (1 Piet 5, 3 s).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Dio lo ha costituito Signore e Cristo: La prima lettura è la conclusione del discorso di Pietro tenuto il giorno di Pentecoste. La parola di Pietro è particolarmente efficace: toccando il cuore della folla, la dispone ad accogliere con gioia il dono della salvezza.
Ritroviamo l’atmosfera degli inizi del Vangelo, quando Giovanni Battista invitava il popolo d’Israele alla conversione, alla penitenza, al battesimo (Cf. Lc 3,10).
 
Seconda Lettura - Siete stati ricondotti al pastore delle vostre anime: Pietro esorta gli schiavi a sopportare pazientemente la sofferenza, soprattutto quando è inflitta ingiustamente. Umanamente impossibile, è possibile se si tiene fisso lo sguardo su Gesù, il quale, per la salvezza degli uomini, «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore» (Eb 12,2; Cf. Eb 12,3). Soffrire pazientemente è gradito a Dio e fa parte della vocazione cristiana: è l’unica via maestra che conduce il discepolo al possesso della gloria eterna.
 
Vangelo
Io sono la porta delle pecore.
 
Gesù, con l’allegoria evangelica della «Porta delle pecore», si presenta anche come «il Pastore grande» (Eb 13,20) del popolo eletto e del mondo intero: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16).
Egli si rivolge alle guide spirituali del popolo eletto e contro di esse riprende le accuse che i profeti rivolgevano ai cattivi pastori i quali, pascendo se stessi, disperdevano il gregge loro affidato: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge”» (Ez 34,2; Ger 23,1).
Gesù è il buon pastore che le pecore seguono perché ne conoscono la voce come egli le conosce una ad una. L’immagine della porta è usata nella sacra Scrittura per designare l’accesso al mondo di Dio (Cf. Gen 28,17).
Qui, affermando di essere la porta, Gesù dà all’immagine lo stesso significato positivo: passando attraverso di lui, e soltanto attraverso di lui, si accede alla salvezza, alla vita. Cristo Gesù è dunque il pastore-messia atteso dal popolo d’Israele, è «il pastore che finalmente redimerà il gregge di Iahvé e lo renderà giusto e santo agli occhi di Dio» (Giorgio Fornasari).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,1-10
 
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
 
Parola del Signore.
 
Io sono la porta delle pecore - La similitudine della Porta delle pecore (Gv 10,1-10) segue il racconto del miracolo del cieco nato (Cf. Gv 9,1-41) e quindi fa ben intendere a chi è rivolta.
... chi non entra nel recinto ... L’ovile, costruito in luogo soleggiato, era una costruzione bassa, ad arcate, con un recinto costituito quasi sempre da un muro a secco. Il pastore si sdraiava attraverso l’apertura e fungeva da porta per le pecore. A custodire il gregge era posto un guardiano per impedire ai ladri di rubare le pecore.
Solo chi entrava dalla porta veniva riconosciuto dal guardiano e dalle pecore. Il vivere con le pecore «in un luogo isolato fa sì che crei un rapporto speciale tra il pastore e le pecore. I pastori conoscono talmente bene le loro pecore che queste rispondono istantaneamente alla loro voce. Il pastore chiama ogni pecora per nome, e il nome indica qualcosa del carattere e del modo di comportarsi della pecora» (Ralph Gower).
A questa intimità si riferisce Gesù quando dice di conoscere le sue pecore, per cui quando sono chiamate rispondono alla sua voce.
Il termine recinto (greco aulè) nella versione greca dei Settanta è usato per indicare il vestibolo del tempio. Forse, idealmente, Gesù vuole trasportare i suoi ascoltatori in questo luogo santo, tanto amato dal popolo eletto ed emblema e centro spirituale del giudaismo: così facendo, Gesù dà alle sue parole una valenza altamente pregnante di significato teologico-pastorale.
Il recinto aveva una porta, o un cancello. Gesù è la porta per la quale entrano i veri pastori e dalla quale si esce per trovare il pascolo, cioè per essere salvi e per avere la vita in abbondanza. Applicando a sé l’immagine della porta, Gesù «esprime in maniera unitaria due fondamentali verità: da una parte, egli è mediatore della salvezza, via di accesso unica ai beni messianici; dall’altra, egli stesso è il nuovo Tempio, che si sostituisce definitivamente a quello vecchio materiale [Cf. Gv 2,13-22], cioè non più tramite ma luogo stesso in cui il nuovo Popolo trova la sua salvezza. Così si spiegano le promesse di una comunione piena e senza ostacoli tra Lui e i credenti [espressa mediante i termini contrari di entrare e di uscire], di pascolo e di nutrimento, anzi di vita data loro in abbondanza» (P. Adriano Schenker, o.p. - Rosario Scognamiglio, o.p.).
Gesù disse loro questa similitudine. Similitudine (paroimía) è un termine esclusivo di Giovanni, che ricorre ancora in 16,25.29, mentre i Sinottici parlano di parabola (parabolè), ma il senso è lo stesso. Gesù, palesemente, si rivolge ai farisei, guide cieche del popolo d’Israele: un duro rimprovero se la parabola è letta sopra tutto alla luce dei testi di Ez 34,1ss e di Zac 23,1-3.
In verità, in verità io vi dico ... traslitterazione dell’ebraico amen e sta per certamente, veramente, sinceramente. Il suo uso dà autorevolezza al discorso. Gesù insegna con autorità (Cf. Lc 4,31) al contrario degli scribi (Cf. Mt 7,29) e dei profeti che usavano le parole “Dice il Signore”.
... io sono la porta delle pecore, questa affermazione riporta il lettore-credente a tutta una serie di analoghe affermazioni costruite con il verbo «Io sono», uniche nel discorrere giovanneo: il pane della vita (Gv 6,35.48.51), la luce del mondo (Gv 8,12), la risurrezione e la vita (Gv 11,25), la via, la verità e la vita (Gv 14,6), la vera vite (Gv 15,15).
Queste affermazioni nelle menti occluse dei farisei avevano un effetto devastante.
Gesù nei suoi insegnamenti si appropriava di questo attributo tipico di YHWH (Cf. Es 3,14; Is 43,25) per manifestare la sua natura divina. Per le guide cieche d’Israele non poteva non essere che intollerabile e inaccettabile: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). Scandalizzandosi e non accettando la rivelazione del Cristo, i farisei si pongono tra le fila di tutti coloro che sono venuti prima di lui, autodichiarandosi ladri e briganti. Chi si arroga il diritto di pascere le pecore di Dio rifiutando di passare dall’unica porta piomba nel mondo delle tenebre che, per così dire, è anteriore all’apparire di Cristo, luce del mondo. Vi è un solo modo per reggere legittimamente il gregge: bisogna passare per Gesù (Cf. Gv 21,15-17).
Io sono la porta ... Gesù è la porta delle pecore: è l’unico mediatore della salvezza, «in nessun altro c’è salvezza» (Atti 4,12). Chi cerca «vita e felicità fuori e lungi dal Cristo, si illude: troverà solo amarezza e rovina. Chi si allontana dalla fonte d’acqua viva, si scava cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua (Ger 2,13), o si abbevera ad acque limacciose e inquinate. Chi vuole conseguire la salvezza, servendosi di altri mediatori, giungerà alla perdizione. L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo [1Tm 2,5]. Egli è l’unico salvatore del genere umano, il sigillo dell’amore del Padre per il mondo [Gv 3,16s; 1Gv 4,14-16]» (Salvatore A. Panimolle).
 
Per approfondire
 
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): Io sono la porta ... Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti … La proclamazione iniziale «Io sono la porta delle pecore» può essere compresa in due maniere: Gesù è la porta per la quale si accede alle pecore, oppure è la porta attraverso la quale passano le pecore. La porta è destinata a coloro che vanno verso le pecore, oppure essa è destinata all’entrata e uscita delle pecore. Secondo la prima lettura, la più comune tra i commentatori, Gesù affermerebbe di essere il solo mediatore per arrivare efficacemente alle pecore, e questo è stato interpretato come l’esigenza di fedeltà a Gesù da parte dei pastori della Chiesa. Ma il contesto dei vv. 7-10 si oppone a questa lettura: qui non è questione di molti pastori ma di uno solo, e i personaggi diversi da lui non vengono nell’ovile per pascolare le pecore, essi le uccidono. È totale il contrasto tra il pericolo che essi rappresentano per le pecore e la vita alla quale Gesù dona loro di accedere. Del resto, Gesù non dice che egli è «la porta dell’ovile», ma «delle pecore». Gli sforzi dei critici per legittimare la prima lettura si basano in definitiva su una indebita allegorizzazione della porta menzionata nel quadro simbolico. Gesù non si presenta come il mediatore dei futuri pastori; questa estensione avverrà solo più tardi nella letteratura ecclesiastica. Il v. 8 presenta una difficoltà: chi sono coloro che sono «venuti prima di me», bollati come ladri e briganti? Gesù non si riferisce certamente ai patriarchi e ai profeti d’Israele, di cui ha fatto i suoi testimoni o ha ricordato gli annunci, né al precursore che pure è venuto prima di lui. Costoro, i credenti li hanno ascoltati! D’altra parte, l’esclusione è radicale. Per comprenderla conviene partire dal contesto, dove la Porta, che è Gesù, apre l’ingresso alla vita; Gesù esclude che chiunque altro, all’infuori di lui, possa condurre alla vita sovrabbondante; questo è il senso di «prima di me». Ma per qual motivo qualificare questi intrusi come ladri e briganti?
Il termine «ladro» assume il suo vero significato se, ancora una volta, si tiene conto del contesto.
Non si tratta di colui che ruba al suo simile qualcosa che gli appartiene; in questo testo ciò che viene rubato sono le pecore, ed esse appartengono a Dio stesso. Se Gesù le ha chiamate «sue», l’ha detto in quanto gliele ha donate il Padre (v. 29), e il Padre e il Figlio hanno tutto in comune. Il ladro qui è uno che ruba a Dio: ruba a Dio le sue pecore; è un tentativo estremo di usurpazione. Ora Dio è un Dio geloso, dice la Scrittura (Es 20,5; 34,14); e Gesù, il cui zelo per la casa del Padre lo condurrà alla morte (2,17), lo sa bene.
Venendo per derubare ciò che appartiene a Dio, questi intrusi non possono che «farle perire» (apollymi) - termine che designa la perdizione definitiva in senso spirituale (Cf. per es. 12,25) - per il fatto che essi le allontanano dalla voce del Figlio.
Quanto al verbo «sacrificare» (thyo, spesso qui mal tradotto con sgozzare), si adatta a uno che ruba a Dio, poiché evoca una parodia di sacrificio.
Inversamente Gesù, che al versetto 9 si designa non più come «la porta delle pecore» ma come «la Porta» semplicemente, conduce alla vita. La «salvezza», ottenuta da colui che passa attraverso il Figlio, è dipinta mediante immagini. L’una deriva dalla metafora della porta, l’altra dalla vita pastorale. L’espressione «entrare e uscire», senza indicazione di luogo, significa per se stessa la libertà di qualcuno nella vita ordinaria, dato che la coppia di termini opposti indica una totalità. La si incontra in Nm 27,17 in connessione col tema del gregge di Jhwh. Nel nostro testo essa dice la piena libertà del credente. I «pascoli», simbolo di vita opulenta, preparano la sovrabbondanza su cui si chiude il v. 10 dove si può cogliere un’eco del Salmo 23.
Questa parola di Gesù non dice una cosa diversa da ciò che abbiamo già letto in precedenza, per es. al capitolo 6 nel discorso sul Padrone della vita. Qui però è sottolineata la situazione di pericolo per le pecore che potrebbero andare perdute se non interviene il Figlio e se esse non ascoltano lui solo.
 
Clemente di Alessandria, Protrepticon, I, 10, 2-3 - Le porte del Logos: Quanto a voi, se desiderate davvero vedere Dio, prendete parte a cerimonie di purificazione degne di Dio, senza foglie di lauro, né nastri ornati di lana e di porpora; essendovi coronati di giustizia e con la fronte cinta delle foglie della continenza, occupatevi con cura di Cristo; poiché “io sono la porta” (Gv 10,9), dice egli in un certo passo; porta che occorre imparare a conoscere, se si vuol conoscere Dio, in modo tale che egli apra davanti a noi tutte le porte del cielo.
Sono infatti ragionevoli, le porte del Logos, che la chiave della fede ci apre: “Nessuno conosce Dio, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato” (Mt 11,27). Questa porta chiusa fino ad ora, ne sono sicuro, rivela inoltre a chi la apre ciò che sta all’interno e mostra quel che non si poteva conoscere in precedenza, senza essere passati per il Cristo, unico intermediario che conferisce l’iniziazione rivelatrice di Dio.
 
Testimoni di Cristo - Beata Alda (Aldobrandesca) da Siena Vedova (Siena, 28 febbraio 1245 - Siena, 26 aprile 1309): Nacque a Siena il 28 febbraio 1245 dal nobile Pietro Francesco Ponzi e da Agnese Bulgarini. Alda, dopo una buona educazione, fu data in sposa al concittadino Bindo Bellanti, uomo «virtutibus ornatissimus», dal quale, però, non ebbe figli. Dopo la morte prematura del marito, Alda vestì l’abito del Terz’ordine degli Umiliati e si diede a vita penitente nella solitudine di una sua piccola proprietà.
Passò gli ultimi anni nell’ospedale di Sant’Andrea, in seguito detto di Sant’Onofrio, dedicandosi al servizio dei poveri, degli infermi e dei pellegrini. Morì il 26 aprile 1309 e fu sepolta nella chiesa di San Tommaso in Siena, appartenente agli Umiliati. Il suo culto ebbe diffusione nell’Ordine degli Umiliati. (Avvenire)
 
O Dio, nostro Padre,
che hai inviato il tuo Figlio, porta della nostra salvezza, 
infondi in noi la sapienza dello Spirito,
perché sappiamo riconoscere la voce di Cristo,
buon pastore, che ci dona la vita in abbondanza.
Egli è Dio, e vive e regna con te.