22 Febbraio 2026
 
I Domenica di Quaresima
 
Gen 2,7-9; 3,1-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Rm 5,12-19; Mt 4,1-11
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri vivi]: Il tempo della Quaresima è il momento della conversione, dello staccamento dal peccato, il momento del cambiamento del cuore e del modo di pensare. La conversione così concepita esige il sacrificio, il rinnegamento di se stesso, la lotta contro se stesso. Il tempo del pentimento e della conversione è, comunque, anzitutto il tempo del perdono da parte di Dio e il tempo della misericordia di Dio. Dio chiama alla conversione e perdona a chi glielo chiede, è molto paziente verso i peccatori. Da qui sorge la preghiera assidua, piena di fiducia e di speranza. Il tempo della Quaresima, così inteso, è un tempo di intensa vita spirituale, di lotta contro se stessi e contro le forze del male; è il tempo dell’avvicinamento a Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - La creazione dei progenitori e il loro peccato:I due capitoli del libro della Genesi, che formano la lettura odierna, vanno letti separatamente e, allo stesso tempo, in continuità. Il secondo capitolo descrive il progetto di Dio sull’uomo: è una creatura; è il signore, il vertice della creazione, il custode dell’opera di Dio; è stato creato per essere intimo, familiare di Dio; è stato creato come un essere-con, in relazione-con, la comunione sponsale uomo-donna è la prima fondamentale forma di comunità umana. Il terzo capitolo descrive il peccato dell’uomo che, al dire della Bibbia di Gerusalemme, è consistito nella pretesa di «decidere da se stessi ciò che è bene e male, e di agire di conseguenza: una rivendicazione di autonomia morale con la quale l’uomo rinnega il suo stato di creatura [Is 5,20]. Il primo peccato è stato un attentato alla sovranità di Dio, una colpa di orgoglio» (nota a Gen 2,17). Un peccato che ha segnato rovinosamente e per sempre la storia e le sorti dell’uomo.
 
Seconda Lettura - Due Adamo si contrappongono: dal primo Adamo sono venuti il peccato e la morte per tutta l’umanità, con lui solidale; dal secondo Adamo, Gesù Cristo, sono venuti la salvezza e la vita per tutta l’umanità, a lui associata mediante la fede.
 
Acclamazione al Vangelo
 
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
 
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b)
 
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
 
Vangelo
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.
 
Il ministero di Gesù inizia con le tentazioni nel deserto, con le quali il Signore rovescia la sconfitta di Adamo, vincendo il «forte» (Lc 11,21-22) nei confini del suo stesso regno. Subito dopo il battesimo lo Spirito di Dio era sceso sul Cristo (Mt 3,13-17), ora, prima che Egli inizi la sua missione pubblica, lo conduce «nel deserto, per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La menzione dello Spirito, «oltre a stabilire un collegamento intimo con il battesimo del Giordano, conferma soprattutto che è in obbedienza al disegno del Padre che Gesù va a questa battaglia. La via di Gesù porta fin dall’inizio al deserto dove c’è Satana. Come Adamo, Gesù è messo di fronte alla tentazione subito dopo aver ricevuto la missione da Dio: ma a differenza di Adamo, egli supera la prova e ripristina il paradiso» (Maria Ignazia Danieli).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,1-11
 
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
 
Parola del Signore.
 
Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto - Dopo aver ricevuto il Battesimo, Gesù viene condotto dallo Spirito Santo nel deserto per essere tentato dal diavolo. Dal greco diabolos, il diavolo, padre della menzogna (Cf. Gv 8,44), è colui che tenta ed incita l’uomo al male. È il tentatore (Cf. Gen 3,1ss), l’accusatore (Cf. Giob 2,1; Zac 3,1; Sal 109,6; Ap 12,10). È «il principe di questo mondo» (Gv 12,31), l’avversario di Dio e degli uomini. Un «agente oscuro e nemico ... un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa» (Paolo VI, Udienza generale, 15 Novembre 1972).
Il deserto è il luogo dell’incontro con Dio, il luogo dove risuona la Parola di Dio (Cf. Os 2,16). Luogo di purificazione (Cf. Lev 16,21; Ger 31,2; Mt 3,21), nel deserto Israele ha provato la fame e la sete, ha subito la tentazione di rimpiangere le comodità dell’Egitto, ha tentato Dio, ha sperimentato l’amore provvidente di Dio (Cf. Es 15-17). È la dimora del Maligno e delle sue legioni (Cf. Lev 16,8; 17,7; Is 13,21; 34,14; Bar 4,35; Ap 18,2; Mt 8,28; 12,43). In questo luogo, così denso di ricordi, Gesù subisce tre tentazioni, «numero altamente simbolico; indica la pienezza della prova e la perfezione che consegue chi l’ha superata» (Ortensio Da Spinetoli).
Gesù digiuna «quaranta giorni e quaranta notti»: questa nota ricorda il digiuno di Mosè sul monte Sinai (Cf. Es 24,18; 34,28) e quello del profeta Elia nel deserto (Cf. 1Re 19,8), ma forse qui l’evangelista vuole riferirsi ai quarant’anni durante i quali Israele fu tentato nel deserto (Cf. Dt 8,2).
Al termine del digiuno in Gesù insorge la sensazione della fame ed è su questa necessità fisica che fa leva il tentatore suggerendo al «figlio di Maria» (Mc 6,3) di dare una dimostrazione eclatante della sua figliolanza divina trasformando le pietre in pani. Nel pensiero del tentatore, «come del resto nella mente dei Giudei che sotto la croce lanceranno al Crocifisso la stessa sfida [Cf. Mt 27,40], l’espressione “figlio di Dio” non è compresa nel suo senso pieno, ma alla maniera dell’Antico Testamento, cioè nel senso di una figliolanza morale» (Angelo Lancellotti).
La risposta di Gesù è netta e non lascia spazio a una replica. Il ricorso alla Parola di Dio, frequente nei circoli rabbinici, costituiva l’argomento decisivo in ogni discussione. Gesù cita Dt 8,3 e sostanzialmente vuole suggerire al tentatore che il pane «non è l’unico né il principale mezzo per sostenere la vita, ma la parola di Dio è mezzo di sostentamento molto più efficace di qualsiasi pane. Questo infatti non impedisce la morte, la parola di Dio invece dà la vita eterna. Ora l’opera del Messia deve essere diretta non a sostentare una vita destinata a finire, ma a dare la vita eterna» (Benito Camporeale). Nella seconda tentazione, il tentatore fa ricorso alla sacra Scrittura. Se Gesù avesse accettato la proposta del diavolo avrebbe costretto Dio a fare un miracolo per salvarlo da una caduta rovinosa. Gesù respinge questa seconda tentazione citando Dt 6,16: è un chiaro monito a non tentare Dio così come aveva fatto Israele nel suo cammino nel deserto. Stoltamente, il popolo assetato aveva messo alla prova la potenza e la provvidenza di Dio esigendo da lui il miracolo dell’acqua.
Con la terza tentazione, il tentatore getta via la maschera svelando le sue vere intenzioni: poiché l’inaugurazione del Regno di Dio da parte di Gesù avrebbe segnato la dissoluzione dell’impero di Satana, egli tenta di distoglierlo dal portare a compimento la sua missione, offrendogli un messia-nismo politico. Gesù, non prestando alcuna attenzione all’idolatria del potere e della gloria umana, caccia via il tentatore il quale cede alla potenza del Cristo ritirandosi sconfitto, ma, come lascia trasparire l’evangelista Luca, per ritornare al tempo fissato (Cf. Lc 4,13).
Alla fine, gli angeli si accostano a Gesù e lo servono (il significato è proprio del verbo diakoneo, cioè «servire a tavola»). Gli angeli portano a Gesù quel cibo che in precedenza aveva rifiutato di procurarsi cavalcando la spettacolarità del miracolismo (Cf. 1Re 19,5-8).
 
Parola del Signore
 
Per approfondire
 
Bibbia per la formazione cristiana - Il serpente: Il fatto che l’autore sacro introduca nel racconto la figura del serpente non sembra casuale. Perché proprio un serpente? Si possono indicare due motivi: il serpente è il simbolo del male.
Gli israeliti, che hanno esperienza del deserto, lo conoscono come un animale insidioso, astuto e pericoloso, che scompare dopo aver morso e provoca la morte.
Il serpente è un idolo molto comune nell’antica religione cananea, che vede in esso un simbolo della vita, della fecondità e della sapienza.
L’autore sacro afferma che si tratta di una creatura (è una delle bestie selvatiche fatte dal Signore) e che di conseguenza non bisogna adorarlo. Le sue parole sono false e ingannatrici.
Lasciarsi convincere da esse è come aderire a un culto idolatrico.
II serpente promette la vita e dà la morte; promette la sapienza e provoca umiliazione e ignoranza; promette la fecondità e genera sterilità, dolore e menzogna.
In questo racconto, il serpente raffigura un personaggio nemico di Dio e invidioso della felicità dell’uomo. La Tradizione biblica ha riconosciuto in esso il diavolo, l’avversario, satana (Sap 2,24; Gv 8,44; Ap 12,9).
Diventereste come Dio È la tentazione e il miraggio dell’uomo; è la grande menzogna. Pretendere di essere come Dio significa voler godere di una situazione di vita in cui tutti i nostri desideri si realizzino e tutti i nostri bisogni siano soddisfatti. È la tentazione dell’«onnipotenza» a cui non rinunciamo con facilità. È duro per l’uomo scontrarsi tutti i giorni con la realtà della vita. Per questo egli cerca di sottrarsi ad essa, prestando orecchio alle voci che lo invitano a tornare a una condizione primitiva, a una situazione analoga a quella dell’infanzia, in cui tutti i suoi desideri erano soddisfatti. Non è questo, in fondo, lo scopo dei nostri gesti, dei nostri disperati tentativi di spiegarci tutto ciò che avviene, della febbrile attività con cui cerchiamo di sfuggire ai nostri limiti?
Gesù invece, anche se era Dio, ha assunto la povertà e i limiti della condizione umana per condurre gli uomini a Dio attraverso la via sconcertante della croce (Fil 2,6-9).
Nudo Con l’immagine della nudità, l’autore intende descrivere le conseguenze del peccato.
L’uomo vede con chiarezza la propria situazione di fronte a Dio, di fronte a se stesso e di fronte al resto della creazione: è nudo.
Ormai non riflette più la gloria del Creatore e si è separato dalla sorgente di acqua viva (Ger 2,13). Ha perduto la sua dignità. E la paura entra nella sua vita. Teme Dio.
Fugge il suo sguardo. Teme gli uomini. Non vuole far vedere l’umiliazione che porta in fondo al proprio cuore. Per questo vive nella menzogna, nascondendosi dietro all’apparenza.
Dio vuole porre fine alla fuga dell’uomo, liberandolo dalla paura.
Dio vuole avvicinarsi a lui con amore e arriva a fino a porre la propria dimora in mezzo agli uomini (Gv 1,14). Dio vuole restituire alla sua «immagine ... la trasparenza che aveva in principio; vuole donarci la vita eterna, cioè la conoscenza del Padre e del suo inviato, Gesù Cristo (Gv 17,3). Queste manifestazioni dell’amore di Dio costituiscono quella che noi chiamiamo la «storia della salvezza».
 
Stanislas Lyonnet (Dizionario di Teologia Biblica) - Il peccato: La Bibbia parla spesso, quasi ad ogni pagina, di questa realtà che noi chiamiamo comunemente il peccato. I termini con cui il VT lo designa sono molteplici e desunti ordinariamente dalle relazioni umane: mancanza, iniquità, ribellione, ingiustizia, ecc.; il giudaismo aggiungerà quello di debito, di cui si servirà anche il NT; più generalmente ancora il peccatore è presentato come «colui che fa il male agli occhi di Dio», ed «al giusto» (saddiq) si oppone normalmente il «malvagio» (rasa’). Ma la vera natura del peccato, la sua malizia e le sue dimensioni appaiono soprattutto attraverso la storia biblica; e noi vi apprendiamo pure che questa rivelazione sull’uomo è nello stesso tempo una rivelazione su Dio, sul suo amore, al quale il peccato si oppone, e sulla sua misericordia, alla quale esso permette di esercitarsi; infatti la storia della salvezza non è altro che la storia dei tentativi instancabilmente ripetuti dal Dio creatore per strappare l’uomo al suo peccato.
Il peccato delle origini - Tra tutti i racconti del VT, quello della caduta con cui si apre la storia dell’umanità offre già un insegnamento di straordinaria ricchezza. Da esso bisogna partire per comprendere ciò che è il peccato, anche se il termine non vi è pronunziato.
Il peccato di Adamo vi si manifesta essenzialmente come una disobbedienza, un atto con cui l’uomo si oppone coscientemente e deliberatamente a Dio, violando uno dei suoi precetti (Gen 3,3); ma al di là di questo atto esterno di ribellione, la Scrittura menziona espressamente un atto interno da cui quello procede: Adamo ed Eva hanno disobbedito perché, cedendo alla suggestione del serpente, hanno voluto «essere come dèi che conoscono il bene ed il male» (3,5), cioè, secondo l’interpretazione più comune, sostituirsi a Dio per decidere del bene e del male: prendendo se stessi per misura, essi pretendono essere i soli padroni del loro destino e disporre di se stessi a modo loro; rifiutano di dipendere da colui che li ha creati, pervertendo in tal modo la relazione che univa l’uomo a Dio.
Ora, secondo Gen 2, questa relazione non era soltanto di dipendenza, ma di amicizia.
All’uomo creato «a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26s), il Dio della Bibbia non aveva rifiutato nulla; non aveva riservato a se stesso nulla, neppure la vita (cfr. Sap 2,23) (ad es. Gilgamesh X, 3). Ed ecco che, per istigazione del serpente, prima Eva, poi Adamo incominciano a dubitare di questo Dio infinitamente generoso: il precetto dato per il bene dell’uomo (cfr. Rom 7,10) non sarebbe che uno strattagemma escogitato da Dio per salvaguardare i propri privilegi, e la minaccia aggiunta al precetto non sarebbe che una menzogna: «No! Voi non morrete! Ma Dio sa che il giorno in cui mangerete di questo frutto, sarete come dèi che conoscono il bene ed il male» (Gen 3,4s). L’uomo diffida di Dio diventato suo rivale. La nozione stessa di Dio viene ad essere pervertita: alla nozione del Dio sovranamente disinteressato perché sovranamente perfetto, che non manca di nulla e non può che donare, è sostituita quella di un essere indigente, interessato, tutto occupato a proteggersi contro la sua creatura. Prima di provocare l’atto dell’uomo, il peccato ha corrotto il suo spirito; e poiché lo tocca nella sua stessa relazione con Dio, di cui è l’immagine, non si potrebbe concepire perversione più radicale né meravigliarsi che essa comporti conseguenze così gravi.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Il peccato originale - Disobbedienza a Dio come origine del peccato originale 215 «La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia» (Sal 119,160). «Ora, Signore, tu sei Dio, e le tue parole sono verità» (2 Sam 7,28); per questo le promesse di Dio si realizzano sempre. Dio è la stessa verità, le sue parole non possono ingannare. Proprio per questo ci si può affidare con piena fiducia alla verità e alla fedeltà della sua parola in ogni cosa. L’origine del peccato e della caduta dell’uomo fu una menzogna del tentatore, che indusse a dubitare della parola di Dio, della sua bontà e della sua fedeltà.
Peccato originale come verità di fede 388 Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il popolo di Dio dell’Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere «il mondo quanto al peccato» (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.
Significato della dottrina del peccato originale 389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, «il rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.
Racconto del peccato originale 390 Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo.
Peccato originale come prova della libertà dell’uomo 396 Dio ha creato l’uomo a sua immagine e l’ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l’uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all’uomo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, «perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,17). «L’albero della conoscenza del bene e del male» (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l’uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L’uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l’uso della libertà.
397 L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.
398 Con questo peccato, l’uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente «divinizzato» da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare «come Dio» (Gn 3,5), ma «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio».
Trasmissione del peccato originale a tutti gli uomini 404 In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo «sicut unum corpus unius hominis come un unico corpo di un unico uomo».
Perché Dio ha permesso il peccato originale 412 Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: «L’ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l’invidia del demonio ci aveva privati». E san Tommaso d’Aquino: «Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata de-stinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: ‘Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia’ (Rm 5,20). Perciò nella benedizione del cero pasquale si dice: ‘O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!’».
492 La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori.
521 Per questa «unità del genere umano» tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutto il genere umano: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato «peccato» in modo analogico: è un peccato «contratto» e non «commesso», uno stato e non un atto.
 
Cirillo (Catech. V Mistag. 17): «E non c’indurre in tentazione» Signore. C’insegna forse il Signore a pregare di non essere mai tentati? Perché dice altrove: L’uomo non tentato non è provato (Sir 34,10; Rm 5,3-4) e di nuovo: Considerate fratelli suprema gioia quando cadete in diverse tentazioni [(Gc 1,2)? Però entrare in tentazione non è farsi sommergere dalla tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si lasciano sommergere l’attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente; gli altri che tali non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio, Giuda entrato nella tentazione dell’avarizia non la superò, ma sommerso materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò (il torrente) con coraggio e non ne fu trascinato.
 
Testimoni di Cristo -  Cattedra di Pietro. Sul punto più alto per poter servire tutti: La festa odierna, dedicata alla Cattedra di San Pietro, ci offre uno spunto prezioso per riflettere sul significato dell’autorità e della testimonianza: solo chi è fedele al proprio compito è davvero autorevole e diventa un esempio per gli altri. Si tratta di una strada che porta alla santità, ma che ha un valore prezioso anche nella vita civile e pubblica. Il mandato che Cristo affida a Pietro di "pascere" il suo popolo, infatti, è un vero e proprio servizio, non un privilegio. In questo Pietro è un modello per tutti i pastori ma anche per gli amministratori: la sua posizione più elevata sulla cattedra (prima ad Antiochia poi a Roma), infatti, non è quella da cui egli può essere visto e ammirato, ma quella che gli permette di vedere e servire tutti. Un servizio che gli ha richiesto anche l’offerta estrema del proprio sangue. (Matteo Liut)
 
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana
ferita dal peccato,
concedi al tuo popolo
di intraprendere con la forza della tua parola
il cammino quaresimale,
per vincere le tentazioni del maligno
e giungere alla Pasqua rigenerato nello Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO
 
Scenda, o Signore, sul tuo popolo
l’abbondanza della tua benedizione,
perché cresca la sua speranza nella prova,
sia rafforzato il suo vigore nella tentazione
e gli sia donata la salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 21 Febbraio 2026
 
Sabato dopo le Ceneri
 
           Is 58,9b-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 85 (86); Lc 5,27-32
 
 
Io non godo della morte del malvagio, dice il Signore, ma che si converta dalla sua malvagità e viva. (Ez 33,11 - Acclamazione al Vangelo)
 
Jean Giblet e Pierre Grelot: Fedele alla tradizione profetica, Ezechiele incentra il suo messaggio, nel momento in cui si compiono le minacce di Dio, sulla conversione necessaria: «Gettate lontano da voi le trasgressioni che avete commesso, e fatevi un cuore nuovo ed uno spirito nuovo. Perché vorreste morire, o casa di Israele? Io non desidero la morte di alcuno! Convertitevi e vivrete» (Ez 18,31s). Quando precisa le esigenze divine, il profeta assegna indubbiamente alle prescrizioni cultuali un posto più ampio che non i suoi predecessori (22,1-31); ma insiste pure più di essi sul carattere strettamente personale della conversione: ciascuno risponderà soltanto per sé, ciascuno sarà ricompensato secondo la sua condotta (3,16-21; 18; 33,10-20). Ed Israele è senza dubbio una «genia di ribelli» (2,4-8). Ma a questi uomini dal cuore duro Dio può dare come una grazia ciò che esige da essi in modo così imperioso: nella nuova alleanza darà loro un cuore nuovo e metterà il suo spirito in essi, cosicché essi aderiranno alla sua legge e si dorranno della loro cattiva condotta (36,26-21; cfr. 11,19s).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La vera religione - Epifanio Gallego: Continuando l’idea centrale della pericope precedente, il terzo Isaia dice più chiaramente in che cosa consista la vera religione. Il principio è la sintesi di quanto è stato detto in precedenza. Via tutto quello che è giogo e peso insopportabile per la persona umana! Scompaiano i gesti minacciosi e i discorsi arroganti in omaggio a una vera uguaglianza e fraternità. Si arrivi alla pratica, alla vita, a spartire il pane, realtà e simbolo allo stesso tempo di tutto quello che alcuni possiedono e che manca ad altri, così che il ricco provi quello che vuol dire essere povero e riceva dal povero bisognoso lo spirito della confidenza in Dio. Quando tutto questo sarà divenuto realtà, allora cominceranno davvero i tempi messianici, descritti qui con le tipiche immagini di prosperità materiale. L’oscurità sarà luminosa come il meriggio e Yahveh, come un esperto pastore, guiderà il suo popolo attraverso verdi praterie e fra cristalline fonti di acque. Anzi, gli stessi israeliti saranno orti irrigati e fonti di acque perenni, perché porteranno dentro di sé la forza e la vitalità dello spirito di Yahveh.
Fra queste benedizioni, non poteva mancare quella che costituiva l’ossessione dei rimpatriati, la ricostruzione del tempio e delle mura della città. Anche questo sarà loro concesso da Yahveh come premio a una autentica religione. Il tempio fu ricostruito nel 515, ai tempi di Esdra Neemia. Le mura della città furono terminate nell’anno 445. Tempio e mura furono poi abbattuti e ricostruiti da Erode il Grande. Gesù darà il vero senso a questa profezia identificandosi col tempio. Nell’anno 70 della nostra era, l’esercito di Tito distrusse e incendiò il tempio, e le mura di Erode. Oggi, del tempio, resta solo quel pezzo chiamato Muro del pianto, segno visibile del tempio invisibile che è il Cristo totale.
La santificazione del sabato era un’altra fra le grandi istituzioni d’Israele. Come Sion era il luogo santo, così il sabato era il tempo santo: luogo e tempo che non sono santi per se stessi, per arte di magia o per gesti di questo genere, ma nella misura in cui l’uomo li rende santi col suo comportamento umano. Né il luogo né il tempo santificano l’uomo, ma l’uomo santifica il luogo e il tempo.
E conosciamo anche il modo con cui li può santificare: dedicandoli al Signore, e non alle cose di quaggiù, liberando il tempo dalle preoccupazioni per dedicarlo a Yahveh in una comunione festosa con Lui e coi suoi fratelli. In questo consiste la vera santificazione. La pura osservanza esterna, nella quale manca la dedicazione a Dio, diciamolo apertamente, è una vera profanazione, anche se simulata. L’esaltazione alla destra del Padre sarà la ricompensa a questa fedeltà, espressa dal profeta con l’immagine, di sapore cananeo, di far loro calcare le alture della terra per gustare l’eredità di Giacobbe ed essere eredi delle promesse messianiche.
 
Vangelo
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano.
 
Il Vangelo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: essa chiama alla sequela l’esattore di tasse Levi-Matteo muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva; ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri. Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati. 
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,27-32
 
In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.
Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27-28 Dopo questi fatti; indicazione cronologica, segnalata unicamente dal terzo evangelista, con la quale l’episodio della chiamata di Levi è collegato al precedente. Osservò un pubblicano di nome Levi; con finezza psicologica Luca indica soltanto il nome del futuro apostolo, omettendo l’ulteriore precisazione «figlio di Alfeo» che si trova in Marco (Mc., 2, 14). Levi va identificato con l’apostolo Matteo (cf. Mt., 9, 9); i pubblicani erano profondamente disprezzati dai Farisei, a motivo della loro professione che li esponeva di continuo ad infrangere le prescrizioni sulla purità legale per i contatti che avevano con i pagani ed a commettere ingiustizie per la loro esosità nella riscossione delle gabelle (cf. Lc., 3,12-13). Su uno di questi pubblicani il Maestro fissò attentamente lo sguardo («osservò»: ἐθεάσατο), quasi per far capire all’interessato che egli aveva dei piani su di lui. E questi, lasciata ogni cosa ..., lo seguì; Luca, in conformità alla sua concezione dell’ideale evangelico che consiste nello spogliamento assoluto, non manca di rilevare che Matteo abbandonò «ogni cosa» per seguire Gesù.
 29 Ora Levi gli fece un grande convito; l’evangelista mette in stretta relazione la chiamata di Levi narrata precedentemente e la scena del convito; per questo precisa che Levi stesso prepara un convito per onorare Gesù che gli aveva rivolto l’appello a seguirlo. Altre persone; l’espressione corregge il sostantivo «peccatori», usato dagli altri due Sinottici; Luca preferisce servirsi di una formula generica («altre persone»; cf. vers. seguente), perché il termine «peccatori» riusciva difficile e suonava male per i suoi lettori convertiti dal paganesimo.
30 Perché voi mangiate e bevete con i pubblicani ed i peccatori? Il termine «peccatori», evitato dall’evangelista nel vers. precedente, qui invece è mantenuto, perché è pronunziato dagli avversari del Maestro; per i Farisei e gli Scribi erano «peccatori» coloro che non osservavano la Legge mosaica e la interpretazione che essi stessi ne davano. Luca attenua il tono dell’accusa ricorrendo ad una formulazione differente dalla frase; nel terzo vangelo l’accusa non è rivolta direttamente a Gesù, come fanno Matteo e Marco («Perché egli mangia e beve con i pubblicani e con i peccatori?», Mc., 2, 16), bensì ai suoi discepoli («perché voi mangiate e bevete con...»).
31 Gesù ... disse loro: Non sono i sani etc.; è il Salvatore che prende la parola, non già i discepoli ai quali, secondo Luca, gli Scribi ed i Farisei avevano diretto l’accusa. «Non sono i sani ...»; l’espressione è solenne e categorica come quelle che erano soliti fare i dottori della Legge. In questa prima parte della risposta è richiamato un fatto di constatazione comune, fatto che servirà a Cristo per dichiarare le finalità della sua missione.
 
Per approfondire
 
Vocazione dei discepoli e vocazione dei cristiani - Jean Guillet: Se Gesù, per suo conto, non sente la chiamata di Dio, in compenso moltiplica le chiamate a seguirlo; la vocazione è il mezzo mediante il quale egli raggruppa attorno a sé i Dodici (Mc 3, 13), ma fa sentire anche ad altri un’analoga chiamata (Mc 10, 21; Lc 9, 59-62); e tutta la sua predicazione ha qualcosa che comporta una vocazione; una chiamata a seguirlo in una via nuova di cui egli possiede il segreto: «Chi vuol venire dietro di me...» (Mt 16, 24; cfr. Gv 7, 17). E se «molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti», si è perché l’invito al regno è una chiamata personale, alla quale taluni rimangono sordi (Mt 22, 1-14). La Chiesa nascente ha subito inteso la condizione cristiana come una vocazione. La prima predicazione di Pietro a Gerusalemme è un appello ad Israele, simile a quello dei profeti, e cerca di suscitare un passo personale: «Salvatevi da questa generazione perversa!» (Atti 2, 40). Per Paolo c’è un parallelismo reale tra lui, «apostolo per vocazione», e i cristiani di Roma o di Corinto «santi per vocazione» (Rom 1, 1. 7; 1Cor 1, 1 s). Per rimettere i Corinzi nella verità, egli li riporta alla loro chiamata, perché essa costituisce la comunità di Corinto così com’è: «Considerate la vostra chiamata, non ci sono molti sapienti secondo la carne» (1Cor 1, 26). Per dar loro una regola di condotta in questo mondo la cui figura passa, li impegna a rimanere ciascuno «nella condizione in cui l’ha trovato la sua chiamata» (7, 24). La vita cristiana è una vocazione perché è una vita nello Spirito, perché lo Spirito è un nuovo universo, perché «si unisce al nostro spirito» (Rom 8, 16) per farci sentire la parola del Padre e risveglia in noi la risposta filiale. Poiché la vocazione cristiana è nata dallo Spirito, e poiché lo Spirito è uno solo che anima tutto il Corpo di Cristo, in seno a quest’unica vocazione c’è «diversità di doni ... di ministeri ... di operazioni...», ma in questa varietà di carismi non c’è infine che un solo corpo ed un solo Spirito (1Cor 12, 4-13). Poiché la Chiesa, la comunità dei chiamati, è essa stessa la Ekklesìa, «la chiamata» , come è la Eklektè, «l’eletta» (2 Gv 1), tutti coloro che in essa sentono la chiamata di Dio rispondono, ognuno al suo posto, all’unica vocazione della Chiesa che sente la voce dello sposo e gli risponde: «Vieni, o Signore Gesù!» (Apoc 22, 20).
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Varie forme di Penitenza e conversione 1430 Come già nei profeti, l’appello di Gesù alla conversione e alla penitenza non riguarda anzitutto opere esteriori, «il sacco e la cenere», i digiuni e le mortificazioni, ma la conversione del cuore, la penitenza interiore. Senza di essa, le opere di penitenza rimangono sterili e menzognere; la conversione interiore spinge invece all’espressione di questo atteggiamento in segni visibili, gesti e opere di penitenza.
1431 La penitenza interiore è un radicale nuovo orientamento di tutta la vita, un ritorno, una conversione a Dio con tutto il cuore, una rottura con il peccato, un’avversione per il male, insieme con la riprovazione nei confronti delle cattive azioni che abbiamo commesse. Nello stesso tempo, essa comporta il desiderio e la risoluzione di cambiare vita con la speranza nella misericordia di Dio e la fiducia nell’aiuto della sua grazia. Questa conversione del cuore è accompagnata da un dolore e da una tristezza salutari, che i Padri hanno chiamato «animi cruciatus [afflizione dello spirito]», «compunctio cordis [contrizione del cuore]».
1432 Il cuore dell’uomo è pesante e indurito. Bisogna che Dio conceda all’uomo un cuore nuovo.2274 La conversione è anzitutto un’opera della grazia di Dio che fa ritornare a lui i nostri cuori: «Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo» (Lam 5,21). Dio ci dona la forza di ricominciare. È scoprendo la grandezza dell’amore di Dio che il nostro cuore viene scosso dall’orrore e dal peso del peccato e comincia a temere di offendere Dio con il peccato e di essere separato da lui. Il cuore umano si converte guardando a colui che è stato trafitto dai nostri peccati.  
«Teniamo fisso lo sguardo sul sangue di Cristo, e consideriamo quanto sia prezioso per Dio, suo Padre; infatti, sparso per la nostra salvezza, offrì al mondo intero la grazia della conversione».
1434 La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che «copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8).  
1435 La conversione si realizza nella vita quotidiana attraverso gesti di riconciliazione, attraverso la sollecitudine per i poveri, l’esercizio e la difesa della giustizia e del diritto, attraverso la confessione delle colpe ai fratelli, la correzione fraterna, la revisione di vita, l’esame di coscienza, la direzione spirituale l’accettazione delle sofferenze, la perseveranza nella persecuzione a causa della giustizia. Prendere la propria croce, ogni giorno, e seguire Gesù è la via più sicura della penitenza.
 
Pietro Crisologo (Sermo 30, 3-5): Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori”? (Mt 9,11). E chi è peccatore, se non chi nega di essere peccatore? Anzi, è maggiormente peccatore, o per meglio dire e lo stesso peccato, chi non si conosce come peccatore. E chi è ingiusto, se non chi si ritiene giusto? Tu hai letto, o fariseo: “Nessun vivente è giusto al tuo cospetto” (Sal 142,2). Finché rimaniamo “nel nostro corpo mortale” (Rm 6,12), e prevale in noi la fragilità, anche se vinciamo i peccati di azione, non siamo però in grado di vincere i peccati di pensiero e di fuggire le ingiustizie. E anche supponendo di evitare la soggezione del corpo, nonché di pervenire al dominio della cattiva coscienza, come possiamo abolire le colpe di negligenza e i peccati di ignoranza? O fariseo, confessa il peccato, perché tu possa accedere alla mensa di Cristo; perché Cristo ti sia pane, e quel pane si spezzi in perdono dei peccati; perché sia bevanda Cristo, che viene effusa in remissione dei tuoi delitti. O fariseo, siedi a pranzo con i peccatori, perché tu possa desinare con Cristo. Riconosciti peccatore, affinché Cristo pranzi con te. Entra con i peccatori al convito del tuo Signore, perché tu possa non esser più peccatore. Entra nella casa della misericordia con il perdono di Cristo, perché tu non venga con la tua giustizia punito e buttato fuori dalla casa della misericordia. Conosci Cristo, ascolta Cristo, ascolta il tuo Signore, ascolta il Medico celeste che confuta perentoriamente le tue calunnie: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati” (Mt 9,12). Se vuoi la cura, riconosci il malanno. “Non son venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Se aneli alla misericordia, confessa il peccato.
 
Testimoni di Cristo - San Pier Damiani - È dalla vita quotidiana che inizia la riforma: Condividere il cammino dell’umanità per accompagnarla verso il cuore di Dio, testimoniando con la propria vita l’essenzialità del Vangelo. La vicenda umano di san Pier Damiani, dottore della Chiesa dal 1828, ci parla di un pastore che fece delle proprie umili origini una risorsa per alimentare una preziosa opera riformatrice. Nato a Ravenna nel 1007, ultimo figlio di una famiglia numerosa di nobili origini, era rimasto orfano e in principio fu mandato da un fratello a fare il guardiano dei porci. Il fratello maggiore Damiano (al quale si deve forse il nome “Damiani”) colse però le doti intellettuali di Pier e decise di indirizzarlo agli studi, mandandolo prima a Faenza e poi a Parma. Dopo un periodo di insegnamento a Ravenna, entrò nel monastero camaldolese di Fonte Avellana di cui poi diventò priore, governando con saggezza. Nel 1057 papa Stefano IX lo chiamò a Roma perché lo aiutasse ad affrontare la crisi provocata dal dilagare di discordie e comportamenti non consoni, come la simonia, all’interno della Chiesa. Nominato vescovo di Ostia e creato cardinale, portò avanti una preziosa opera di ritorno a usi più consoni al Vangelo tra i religiosi, il clero, come pure tra i fedeli al fianco di ben sei diversi Papi. Morì a Faenza nel 1072.
 
Dio onnipotente ed eterno,
guarda con paterna bontà la nostra debolezza,
e stendi la tua mano potente a nostra protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Nella tua bontà soccorri, o Signore, questo popolo
che ha partecipato ai santi misteri,
perché non sia sopraffatto dai pericoli
chi si affida alla tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.
 

20 Febbraio 2026
 
Venerdì dopo le Ceneri
 
           Is 58,1-9a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 9,14-15
 
Cercate il bene e non il male, se volete vivere, e il Signore sarà con voi.  (Cf. Am 5,14 - Acclamazione al Vangelo)
 
Luomo ha scelto, fin dall’origine, il male - Jules De VaulxSedotto dal maligno, l’uomo ha fin dall’origine scelto il male. Ha cercato il suo bene in creature: «buone da mangiare e seducenti da vedere» (Gen 3, 6), ma fuori della volontà di Dio, il che costituisce l’essenza stessa del peccato. Non vi ha trovato che i frutti amari della sofferenza e della morte (Gen 3, 16-19). A causa del suo peccato il male si è dunque introdotto nel mondo, poi vi ha proliferato. I figli di Adamo sono diventati talmente cattivi che Dio si pente di averli fatti (Gen 6, 5 ss): nessuno che faccia il bene quaggiù (Sal 14, 1 ss; Rom 3, 10 ss). Questa è l’esperienza dell'uomo: si sente frustrato nei suoi desideri insaziabili (Eccle 5, 9 ss; 6, 7), impedito di godere pienamente dei beni della terra (Eccle 5, 14; 11, 2-6), incapace persino di «fare il bene senza mai peccare» (Eccle 7, 20), perché il male esce dal suo stesso cuore (Gen 6, 5; Sal 28, 3; Ger 7, 24; Mt 15, 19 s). È colpito nella sua libertà (Rom 7, 19), schiavo del peccato (6, 17): la sua ragione stessa è compromessa: viziando l’ordine delle cose, egli chiama male il bene e bene il male (Is 5, 20; Rom 1, 21-25). Infine, apatico e deluso, si accorge che «tutto è vanità» (Eccle 1, 2); esperimenta duramente che «il mondo intero è in potere del maligno» (1 Gv 5, 19; cfr. Gv 7, 7). Di fatto il male non è una semplice assenza di bene, ma una forza positiva che asservisce l’uomo e corrompe l’universo (Gen 3, 17 s). Dio non l’ha creato, ma ora che è apparso, esso gli si oppone. Incomincia una guerra incessante, che durerà quanto la storia: per salvare l’uomo, il Dio onnipotente dovrà trionfare del male e del maligno (Ez 38 - 39; Apoc 12, 7-17).
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaÈ forse questo il digiuno che bramo? - Il brano si presenta come una apologia di Dio, messo sotto accusa dalle parole del popolo come se fosse lontano (v. 3a). Il comportamento del popolo appare a prima vista esemplare sotto l’aspetto religioso: ricerca di Dio, desiderio di conoscerne la volontà, fedeltà nel compimento dei precetti (v. 2). La mancata protezione divina sarebbe dunque da attribuire ad una infedeltà di Jahvè (cf Ger 4,10.18). Il profeta ritorce l’accusa sul popolo. Sulla scia dei suoi grandi predecessori (1,10-23; Am 5,25s; Ger 7,21ss), dà atto al popolo di una religiosità inappuntabile ma troppo esterna. Dio cerca l’uomo nella sua realtà più profonda. L’interiorità proclamata dai profeti richiede soprattutto una corrispondenza tra convinzione e comportamento (Ez 36,27). Il profeta non vuole che sia eliminato il digiuno penitenziale: precisa soltanto il suo vero contenuto ed eleva alla dignità di atto religioso quelle che saremmo tentati di vedere unicamente come virtù sociali (vv. 3b-7) (Messale dell’Assemblea Cristiana)
 
Vangelo
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.
 
Il digiuno, oltre ad essere una pratica ascetica, era praticato in segno di lutto (1Sam 31,13; 1Cr 10,12), oppure per impetrare l’aiuto di Dio nella lotta contro spietati nemici (2Cr 20,3). I discepoli di Giovanni, come i farisei, praticavano digiuni supplementari per affrettare con la pietà la venuta del Regno. Ora il Regno è già venuto (Lc 17,21), e quindi sarebbe inopportuno da parte dei discepoli praticarlo nel tempo in cui lo Sposo è con loro. Sarà opportuno invece praticarlo quando lo sposo sarà loro tolto: cioè quando Gesù non sarà più con i suoi discepoli, perché asceso al Padre.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,14-15
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 14 Il fatto non segue necessariamente la chiamata di Matteo-Levi; tuttavia è posto in relazione con essa a motivo dell’affinità degli argomenti (partecipare al convito; digiunare). I discepoli di Giovanni non sono i protagonisti dell’azione, bensì i Farisei; questi infatti amano sfruttare ogni occasione per attaccare la dottrina e la condotta di Gesù. I discepoli di Giovanni si associano al gruppo dei Farisei attaccanti. Il digiuno aveva un posto preminente nella pietà farisaica; i Farisei al digiuno prescritto dalla Legge aggiungevano dei digiuni supererogatori (cf. Lc., 18, 12). Inoltre i discepoli di Giovanni ed i Farisei compivano molti digiuni per affrettare con la loro pietà la venuta del regno.
15 Conosciamo già l’atteggiamento che assumevano i Farisei quando digiunavano (cf. Mt., 6, 16). Gesù rileva che i suoi discepoli non possono essere tristi mentre egli si trova in mezzo a loro. La risposta di Cristo è espressa con un’immagine, quella dello sposo; i compagni dello sposo (letteralmente: i figli della camera nuziale) indicano in senso proprio o letterale gli amici dello sposo che preparavano le nozze e vi partecipavano; in senso traslato designano i discepoli del Maestro. Verrà il giorno in cui sarà ad essi tolto lo sposo; il Precursore aveva indicato Gesù come lo sposo (cf. Gio., 3, 29); Cristo stesso ora applica a sé questa designazione (cf. Mt., 22, 2-14). Il versetto contiene il primo accenno alla passione; esso quindi ha carattere profetico.
 
Per approfondire
 
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno - Raymond Girad: Il digiuno consiste nel privarsi di qualsiasi cibo e bevanda, eventualmente dei rapporti sessuali, per uno o più giorni, da un tramonto del sole all’altro. Gli occidentali, oggigiorno, anche cristiani, in pratica non lo apprezzano. Se pure apprezzano la moderazione nel bere e nel mangiare, il digiuno appare loro pericoloso per la salute, e non ne vedono l’utilità spirituale. Questo atteggiamento è l’opposto di quello che gli storici delle religioni incontrano un po’ dovunque; per motivi di ascetismo, di purificazione, di lutto, di supplica, il digiuno occupa un posto importante nei riti religiosi. Nell’Islamismo, ad esempio, è il mezzo per eccellenza per riconoscere la trascendenza divina. La Bibbia, che qui sta alla base dell’atteggiamento della Chiesa, su questo punto va d’accordo con tutte le altre correnti religiose. Ma precisa il significato del digiuno e ne regola la pratica; con la preghiera e l’elemosina, essa ne fa uno degli atti essenziali che esprimono dinanzi a Dio l’umiltà, la speranza e l’amore dell’uomo.
1. Senso del digiuno. - Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, l’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo. Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16, 31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16, 29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20, 26; 2 Sam 12, 16 s; Giona 3, 7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8, 3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali. Ci si rivolge al Signore (Dan 9, 3; Esd 8, 21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20, 26; Est 4, 16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1 Re 21, 27), sollecitare una guarigione (2 Sam 12, 16. 22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1 Sam 31, 13; 2 Sam 1, 2), dopo una vedovanza (Giudit 8, 5; Lc 2, 27) o in seguito a una sventura nazionale (1 Sam 7, 6; 2 Sam 1, 12; Bar 1, 5; Zac 8, 19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gioe 2, 12-17; Giudit 4, 9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10, 12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13, 2 s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34, 28; Dan 9, 3). Le occasioni ed i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere l’azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34, 28) e da Elia (1 Re 19, 8). Quanto ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4, 1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4, 14).
2. Pratica del digiuno. - La liturgia giudaica conosceva un «grande digiuno» nel giorno dell’espiazione (cfr. Atti 27, 9); la sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio (Lev 23, 29). Cerano pure altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali. Inoltre i Giudei pii digiunavano per devozione personale (Lc 2, 37); così i discepoli di Giovanni Battista ed i Farisei (Mc 2, 18), taluni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18, 12). Con ciò si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti. Se Gesù non prescrive nulla del genere ai suoi discepoli (Mc 2, 18), non è perché disprezzi questa giustizia oppure voglia abolirla; ma viene a compierla; e perciò vieta di ostentarla ed invita, su taluni punti, a superarla (Mt 5, 17. 20; 6, 1). Gesù insiste maggiormente sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19, 21), sulla continenza volontaria (Mt 19, 12) e soprattutto sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mt 10, 38-39). Di fatto la pratica del digiuno non è esente da taluni pericoli: pericolo di formalismo, già denunciato dai profeti (Am 5, 21; Ger 14, 12); pericolo di orgoglio e di ostentazione, se si digiuna «per essere visti dagli uomini» (Mt 6, 16). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all’amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58, 2-11); esso non è separabile né dall’elemosina, né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore di Dio (Zac 7, 5). Gesù quindi invita a farlo con una perfetta discrezione: noto a Dio solo, questo digiuno sarà la pura espressione della speranza in lui, un digiuno umile che aprirà il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede ed agisce nel segreto (Mt 6, 17 s). In materia di digiuno la Chiesa apostolica conservò le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (Atti 13, 2 ss; 14, 23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontenta di soffrire la fame e la sete quando lo esigono le circostanze; vi aggiunge ripetuti digiuni (2 Cor 6, 5; 11, 27). La Chiesa è rimasta fedele a questa tradizione, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all’attesa di Israele, il tempo che consegue alla sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto. Difendendo, contro i farisei, i suoi discepoli che non digiunavano, Gesù stesso ha detto: «Possono forse digiunare gli amici dello sposo, finché lo sposo è con essi? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora in quei giorni digiuneranno» (Mc 2, 19 s par.). In attesa che lo sposo ritorni a noi, il digiuno penitenziale ha il suo posto nelle pratiche della Chiesa.
 
Digiuno - Catechismo della Chiesa Cattolica: Digiuno come forma di penitenza  434: La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che «copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8).  
1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa. Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).  
2043 Il quarto precetto («In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno») assicura i tempi di ascesi e di penitenza, che ci preparano alle feste liturgiche e a farci acquisire il dominio sui nostri istinti e la libertà di cuore.  
Il quinto precetto («Sovvieni alle necessità della Chiesa») enuncia che i fedeli sono tenuti a venire incontro alle necessità materiali della Chiesa, ciascuno secondo le proprie possibilità. 
 
Catechismo degli Adulti [695] D'altra parte si comprende come senza le dovute disposizioni la comunione sacramentale sarebbe inautentica. Già san Paolo esortava i cristiani: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso ... perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,28-29). Chi è consapevole di aver commesso peccato mortale, prima di accostarsi alla comunione eucaristica, deve pentirsi e tornare in grazia di Dio. Più precisamente deve recarsi dal sacerdote e ricevere l’assoluzione; non può limitarsi a fare il proposito di confessarsi al più presto, a meno che in una particolare situazione non sopravvengano motivi gravi. Desta preoccupazione la disinvoltura, con cui alcune persone, che non si confessano da lungo tempo, vanno a fare la comunione, soprattutto in occasione di feste solenni, di matrimoni e di funerali. Sono doverosi anche alcuni segni esteriori di rispetto: osservare la legge del digiuno eucaristico, che obbliga a non prendere cibi e bevande, eccetto l’acqua, durante l’ora che precede la comunione; rispondere: «Amen» alle parole del ministro; presentare le mani pulite per ricevere il pane eucaristico; essere attenti ad eventuali frammenti, in modo da metterli in bocca e non lasciarli cadere.
 
Significato del Digiuno - Crisostomo Giovanni, Omelie sul Genesi, 10: Non è male mangiare - non sia mai! -, ma la gola è dannosa: riempirsi più del bisogno, sino a che il ventre scoppi; ciò rovina lo stesso piacere del cibo. Così, non è male bere moderatamente del vino, ma lo è abbandonarsi all’ubriachezza e lasciare che la smoderatezza ci sconvolga il giudizio e la ragione. Se per la debolezza, o carissimo, non puoi osservare il digiuno per tutto il giorno, nessuno che sia intelligente potrà fartene un rimprovero. Il nostro Signore, poi, è mansueto e amorevole e non ci chiede nulla al di sopra delle nostre forze; non ci chiede l’astinenza dal cibo e il digiuno per se stessi, o semplicemente perché noi restiamo privi di mangiare, ma perché rinunciamo alle faccende della vita e dedichiamo tutto il nostro impegno alle realtà spirituali.
Se guidassimo la nostra vita con impegno di sobrietà e spendessimo tutte le nostre energie per le realtà spirituali e se prendessimo cibo solo quanto richiede la pura necessità e impegnassimo tutta la nostra vita nelle opere buone, non avremmo bisogno di aiutarci col digiuno. Ma poiché la natura umana è indolente e si abbandona facilmente alla distrazione e al godimento, per questo il nostro buon Signore, come un padre amoroso, ha pensato per noi alla medicina del digiuno, perché così il piacere ci fosse tolto e noi fossimo spinti a trasferire le nostre preoccupazioni dalle necessità della vita alle opere spirituali. Perciò, se vi è qui qualcuno che per debolezza fisica non può digiunare, non può privarsi del pasto, lo esorto a curare questa sua debolezza organica, ma per questo non si privi della dottrina spirituale, ma vi si dedichi con maggior impegno.
Davvero, davvero, molte sono le vie che ci possono aprire le porte nella fiducia nel Signore: molte più che il semplice digiuno! Perciò chi si ciba e non può digiunare, dia prova di sé con elemosine più abbondanti, con preghiere ferventi, con l’alacrità nell’ascolto della parola divina: a tutto ciò la debolezza del corpo non è di impedimento; e si riconcili con i nemici ed elimini dall’animo ogni sentimento di vendetta. Se farà così, osserverà il vero digiuno, quello che il Signore soprattutto ci richiede. Perché questo è lo scopo per cui egli ci comanda di astenerci dal cibo: frenare la petulanza della carne, rendendola docile all’adempimento della legge di Dio.
 
Testimoni di Cristo - Santa Giacinta Marto - Giacinta (ha appena 7 anni, perché è nata l’11 marzo 1910), mentre è al pascolo con il fratello Francesco e la cuginetta Lucia. È quest’ultima (morta il 13 febbraio 2005 sulla soglia dei 98 anni) a testimoniare che Giacinta fino a quel giorno è una bambina come tutte le altre: le piace giocare, come a tutti i bambini di quell’età; è un pò permalosa, fa il broncio per un nonnulla e non si rassegna tanto facilmente a perdere; le piace ballare e basta il suono di un piffero rudimentale per far fremere e roteare il suo piccolo corpo.
La Madonna irrompe nella sua vita e la cambia radicalmente: medita a lungo sull’eternità dell’inferno e «prende sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori», si priva anche della merenda per soccorrere i bambini di due famiglie bisognose, si innamora del Papa che vorrebbe tanto incontrare a tu per tu, la sorprendono spesso in preghiera fatta con uno slancio di amore sicuramente superiore alla sua età. Qualsiasi sofferenza offerta per la conversione dei peccatori è sempre accompagnato da un amore che si riscontra solo nei più grandi mistici.
Il 23 dicembre 1918, 14 mesi dopo l’ultima apparizione, lei e Francesco vengono colpiti dalla “spagnola”, ma mentre quest’ultimo si spegne in pochi mesi, per Giacinta il calvario è più tormentato perché sopraggiunge una pleurite purulenta, da lei sopportata e offerta «per la conversione dei peccatori e per riparare gli oltraggi che si fanno al cuore immacolato di Maria».
Un ultimo grande sacrificio le viene chiesto: staccarsi dai suoi e soprattutto dalla cugina Lucia, per un ricovero nell’ospedale di Lisbona. Dove si tenta di tutto, anche un intervento chirurgico senza anestesia per tentare di strapparla dalla morte, ma dove la Madonna viene serenamente a prenderla il 20 febbraio 1920, come aveva promesso. (Autore: Gianpiero Pettiti)
 
Accompagna con la tua benevolenza,
Padre misericordioso,
i primi passi del nostro cammino penitenziale,
perché all’osservanza esteriore
corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Orazione sul popolo ad libitum

Dio misericordioso,
il tuo popolo ti renda continuamente grazie
per le tue grandi opere,
e ripercorra nel suo pellegrinaggio le vie della penitenza,
per giungere alla contemplazione del tuo volto.
Per Cristo nostro Signore.