8 Aprile 2026
 
Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 3,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 104 (105); Gv 20,22-28
 
Gioisca il cuore di chi cerca il Signore (Salmo Responsoriale)
 
Eusebio: Che significa cercare Dio? Gustare tutto quanto lo riguarda, pensare sempre a lui, meditare le cose di Dio nel proprio spirito, sempre. Non cessare mai di conversare con lui con la preghiera e le opere buone. Non una volta o due, ma per tutta la vita cercare l’aiuto del cielo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La Bibbia di Navarra (Nuovo testamento Vol. II): Gli apostoli considerano giunto il momento in cui, tramite loro, agisca quella potenza soprannaturale che hanno ricevuto da Dio. Ciò che, durante la sua vita, il Signore operava personalmente e col suo divino potere, lo fanno ora gli apostoli nel nome e con la forza di Cristo. «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano» (Lc 7, 22). Si compie la promessa del Signore, che ha concesso al suoi il potere di fare miracoli, segni visibili dell’arrivo del Regno di Dio. Non sono semplici fatti straordinari che avvengono casualmente o d’improvviso senza la collaborazione dei discepoli. Il Signore li realizza mosso dalla fede degli apostoli, che è condizione essenziale. I discepoli sanno di aver ricevuto un dono e agiscono di conseguenza.
I miracoli del Nuovo Testamento manifestano una situazione particolarmente intensa di grazia divina. Ma non sono un caso unico nell’economia cristiana della salvezza. Si ripetono, in diverse circostanze è con differenti modalità, quando ci sono le buone disposizioni interiori di uomini e donne di fede.
 
Vangelo
Riconobbero Gesù nello spezzare il pane.
 
Giorgio De Capitani: Il racconto dei due discepoli «rivela la maestria di Luca che ha saputo contemperare la suggestione dell’arte narrativa con l’insegnamento del predicatore» (R. Fabris). «Sembra conservare ancora l’eco di un ricordo personale che l’evangelista ha raccolto dalla primissima tradizione se non direttamente dalla voce di una dei protagonisti. Esso tuttavia non va inteso come la semplice cronaca di un fatto sia pure straordinario, in Luca assume anche un chiaro significato simbolico e teologico» (R. Riva). L’attenzione di Luca è posta sulle tappe del cammino di fede dei due discepoli: dalla tristezza e delusione passano alla commozione e alla gioia di aver riconosciuto il Signore. Prima attraverso la parola del Pellegrino misterioso, poi attraverso il Suo gesto di spezzare il pane a tavola. Il cammino di fede non si chiude a Emmaus: i due tornano a Gerusalemme. Torna il tema caro a Luca.
Qui a Gerusalemme, «essi, che dovrebbero dare l’annuncio di Pasqua, lo ricevono da quelli che sono attorno a Simone. Una formula di fede pasquale (“davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”), come risuonava nelle prime comunità cristiane, segna il punto di incontro e di riconoscimento dei discepoli. Non basta la comprensione delle Scritture, né basta spezzare il pane assieme. La fede nel Signore risorto è completa quando può confrontarsi ed esprimersi nella comune professione assieme a Simone e agli Undici» (R. Fabris). -
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,13-35
 
Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. 
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
 
Parola del Signore.
 
Si fermarono, col volto triste - Giuseppe Flavio racconta che l’Imperatore Vespasiano aveva stabilito una colonia di 800 veterani, licenziati dal suo esercito, in una località chiamata Emmaus e che distava da Gerusalemme trenta stadi (Guerra giudaica 7:6,6). Si ritiene che questo sia il luogo della cena di Gesù con i suoi discepoli, anche se la distanza non coincide con quella indicata da Luca.
I discepoli di Emmaus camminavano gemendo sotto il peso della tristezza: vivevano «fondamentalmente una crisi di speranza, provocata da un’errata concezione del Messia, concezione che fa sentire la morte di Gesù come scandalo e fallimento» (Luigi Di Pinto). Non avevano compreso la missione soprannaturale del Cristo perché non avevano interpretato in modo corretto i testi dell’Antico Testamento.
Mentre discorrevano di tutto quello che era accaduto, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Non riconoscendolo, i due discepoli rispondono alla domanda del forestiero raccontando la vita del Crocifisso, la sua missione e la sua morte e la loro vana attesa: è un modo come un altro per sfogare tutta la loro amarezza.
Noi speravano che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele, ma tutto era finito nella più cupa delusione, nonostante i discorsi sconvolgenti di alcune donne, discepole di Gesù; nonostante il sepolcro vuoto e l’ispezione fatta da Pietro e dal discepolo che Gesù amava. Per loro, la vita e la morte di Gesù rimanevano fasciate di mistero, irreale la sua risurrezione, oscure le sue promesse: non riuscivano a trovare la chiave di lettura degli avvenimenti accaduti intorno al Golgota e al sepolcro vuoto perché non avevano poggiato il loro capo sul cuore della Parola di Dio (Cf. Gv 13,26).
Cleopa e il suo compagno, tornavano a casa stanchi, col volto triste, sotto il peso insopportabile dello scandalo e del fallimento. Con il dissolversi della speranza, forse, avevano tagliato i ponti con la comunità e avevano deciso di tornare a casa: la frantumazione della comunione porta sempre con sé tristezza, sfiducia e solitudine.
Quando l’uomo è sull’orlo dell’abisso dello scoramento, Dio allora prende l’iniziativa: Gesù si avvicinò e camminava con loro, si fa trovare sulla strada dei discepoli smarriti per risanare i loro cuori affranti e fasciare le loro ferite (Cf. Sal 147,3).
I due discepoli camminavano e parlavano con Gesù, ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo: non lo riconoscono non perché i loro occhi non vedano, ma perché è loro impedito di vedere. Una sottolineatura tesa ad evidenziare che la fede nella risurrezione è un «dono perfetto che viene dall’alto» (Gc 1,17). Non potevano comprendere le Scritture perché non avevano ancora ricevuto lo Spirito Santo: lo «Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
La domanda di Gesù, Che cosa sono questi discorsi che state facendo lungo il cammino?, ha uno scopo propedeutico e critico: vuole che il discepolo innanzi tutto riveli a se stesso i pensieri segreti che lo agitano, le attese messianiche che avevano animato il suo discepolato, le disillusioni, i suoi errori nel comprendere il mistero del Cristo.
Solo confessando a se stesso l’errate valutazioni si può rendere disponibile a ricevere il dono della rivelazione.
Stolti e lenti di cuore: perché, sognando ad occhi aperti, avevano gustato infantilmente la gloria di un messia terreno e politico e assaporato la disfatta eterna degli odiati nemici che calpestavano le loro più elementari libertà, sciocche speranze umane che si erano dissolte dinanzi a una croce e a un sepolcro sigillato (Cf. Mt 27,66).
Cleopa e il suo compagno non avevano compreso le Scritture perché in esse non avevano cercato Cristo, ma i loro sogni. Non avevano capito le Scritture perché non si rendevano conto che la comprensione della Parola di Dio è frutto soltanto di un impulso manifesto dello Spirito Santo e di un intervento diretto del Cristo. Senza questo impulso e intervento la comprensione, come ricerca umana, rimane molto superficiale, scivolando spesso nell’errore e nel soggettivismo.
Questa verità è supportata da una annotazione che non va trascurata: cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Luca vuol dire ai suoi lettori che è impossibile arrivare alla conoscenza della Sacra Scrittura, e del progetto salvifico, senza che Gesù ne dia l’intelligenza della comprensione.
L’intelligenza della Sacra Scrittura, afferma san Bonaventura, «non nasce da uno sforzo di ricerca umana, ma dalla rivelazione divina, che ci viene dal Padre della luce [...]. Da lui, mediante suo Figlio Gesù Cristo, si diffonde in noi lo Spirito Santo. Per mezzo dello Spirito che comunica i suoi doni, distribuendoli a ciascuno come vuole, ci è donata la fede, e per la fede Cristo abita nei nostri cuori. Da questa conoscenza di Gesù Cristo ha origine, come dal suo principio, la fermezza e l’intelligenza di tutta la Sacra Scrittura» (In Breviloquium prologus).
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro: non si parla in modo esplicito della celebrazione eucaristica, ma queste parole oltre a richiamare la moltiplicazione dei pani (Lc 9,16) ricordano chiaramente l’ultima Cena (Lc 22,19).
Allo spezzare del pane, finalmente lo riconoscono: un’esperienza che «mette a fuoco il cuore dei discepoli, i quali si rendono consapevoli che il fatto della Risurrezione di Gesù li vuole ormai non più dubbiosi spettatori ma testimoni coraggiosi» (Carlo Ghidelli).
Sedotti dall’Amore (Cf. Ger 20,7), i due discepoli ritornano sui loro passi. Incontrandosi con gli Undici, ora, hanno la certezza di non aver incontrato un fantasma e sopra tutto perché la loro esperienza è confermata dalla testimonianza di Pietro (Cf. Lc 22,32): «la fede cristiana non va segregata nell’intimità privata, ma deve essere confrontata sempre con la struttura portante della Chiesa [gli Undici riuniti] sicché possa diventare patrimonio fruibile di tutti» (Alfonso Sidoti).
 
Per approfondire
 
Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? - Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca, Vol. II): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano d’iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è  potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21, 27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22, 29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36)
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica»  (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa mede­sima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testi­monianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.).
Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al   Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. 
San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando   si legge l’Antico Testa­mento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso,  perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è  steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).
 
Non bisognava... - La morte di Gesù non è la somma di sventurate coincidenze o il coagulo di odi, vendette o risentimenti, ma l’epilogo di un progetto che prevedeva la sua morte a vantaggio di tutti gli uomini (Cf. Eb 2,9). La Croce non è un fallimento, ma la via voluta da Dio (bisognava) per il trionfo definitivo di Cristo sul peccato e sulla morte, e quindi della redenzione di tutti gli uomini. La metodologia usata da Gesù per spiegare tale necessità, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui, vuole indicare ai discepoli la strada maestra per arrivare a comprendere la volontà e le vie di Dio: la Parola di Dio. Ma la Parola non basta: occorre incontrarsi; è necessario fare comunione con Gesù risorto nella frazione del pane, nutrendosi del Pane della Vita che il Risorto dona alla Chiesa; condividendo con i fratelli il pane della carità e della consolazione. Con «somma sapienza cristiana Luca evidenzia il ruolo delle Scritture, ma nello stesso tempo ne esprime anche i limiti. La comprensione introduce nel mistero del Signore, ma non per questo lo dona, perché la partecipazione ad esso non è un fatto di conoscenza razionale, sia pure connotata spiritualmente ... l’esperienza dell’incontro con il Risorto tocca il suo apice nel sacramento, nella “frazione del pane”, nell’eucaristia» (Egidio Caporello).
Quando Luca scrive il racconto, i cristiani già celebravano nelle loro case la cena del Signore (Cf. Atti 2,42.46; 20,7.11). Ed è proprio con l’espressione spezzare il pane che si indicava il memoriale della morte e risurrezione di Gesù. Quindi, Luca ha voluto che il credente, leggendo l’episodio dei discepoli di Emmaus, lo accostasse all’Eucaristia. Usando intenzionalmente un vocabolario eucaristico ha voluto dire ai suoi lettori che la frazione del pane li fa incontrare con il Risorto dando completezza e risonanza all’incontro avvenuto già alla mensa della Parola. Così come avvenne per i discepoli di Emmaus. È quindi una nota liturgica: la comunità cristiana ritrova la presenza del suo Signore nell’ascolto della Parola e nell’Eucaristia celebrata in un convito di fraternità agapica.
 
Guerric d’Igny (Sermones IV per la dom. delle Palme): ... sentivamo il cuore arderci in petto ... : è dunque ben più utile concepire Gesù nel cuore che vederlo con gli occhi o intenderlo parlare, e l’opera dello Spirito Santo è ben più potente nei sensi dell’uomo interiore che l’impressione degli oggetti corporei su quelli dell’uomo esteriore. Che posto rimane, in effetti, al dubbio, quando colui che testimonia e chi riceve la testimonianza non sono che un solo spirito? E se sono un solo spirito sono anche un solo sentimento e un solo consenso.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agabo, Profeta: Si tratta di uno dei personaggi citati dagli Atti degli Apostoli. Vissuto a Gerusalemme nel I secolo. Negli Atti compare la prima volta al capitolo 11, collocato in una più ampia categoria di “profeti” giudeo-cristiani, come erano note alcune figure carismatiche. Questo il racconto: «Alzatosi in piedi, egli annunziò per impulso dello Spirito che sarebbe scoppiata una grave carestia su tutta la terra. Ciò che di fatto avvenne sotto l’impero di Claudio» (11,28). L’annuncio di Agabo aveva una finalità di solidarietà: la più ricca comunità cristiana di Antiochia, infatti, si autotassò per sostenere i fratelli della Giudea (11,29). Agabo riappare poi a Cesarea: «Presa la cintura di Paolo, si legò i piedi e le mani e disse: Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà consegnato quindi nelle mani dei pagani» (At 21,11-13). (Avvenire)
 
O Dio, che ci dai la gioia di rivivere ogni anno
la risurrezione del Signore,
fa’ che mediante la liturgia pasquale
che celebriamo nel tempo
possiamo giungere alla gioia eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
  7 Aprile 2026
 
Martedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 2,36-41; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Gv 20,22-28
 
Croce e risurrezione son figure della vita cristiana: “Tutto ciò che è avvenuto sulla croce di Cristo, nella sepoltura, nella risurrezione il terzo giorno, nell’ascensione al cielo, nel trono alla destra del Padre, sta a raffigurare la vita cristiana, non solo con le parole ma anche con le azioni. Infatti in riguardo a quella croce è detto: Coloro che sono di Gesù Cristo hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e concupiscenze [Gal 5,24]. Per la sua sepoltura: Siamo stati consepolti con Cristo attraverso il Battesimo per la morte. Per la sua risurrezione: Come Cristo risorse dai morti per la gloria del Padre, anche noi comminiamo in novità di vita. Per l’ascensione al cielo e il trono alla destra del Padre: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose del cielo, dove Cristo siede alla destra del Padre gustate le cose del cielo non quelle della terra: siete morti, infatti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Agostino, De spe, fide, caritate, 14,53)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: At 2,36-41 descrive la conclusione del discorso di Pietro nel giorno di Pentecoste e la nascita della prima comunità cristiana. Nel discorso petrino viene affermato con certezza che Dio ha costituito “Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso”.
All’udire queste parole, gli ascoltatori si sentono trafiggere il cuore e chiedono agli apostoli: «Che cosa dobbiamo fare?». Nella risposta, Pietro indica la strada della salvezza: convertirsi e farsi battezzare nel nome di Gesù Cristo per il perdono dei peccati.
Pietro rassicura che la promessa è per loro, per i loro figli e per tutti i “lontani” che il Signore chiamerà.
 
Vangelo
Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.
 
Maria di Magdala, dalla quale Gesù cacciato sette demoni (Mc 16,9), stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva: l’amore la tiene inchiodata al sepolcro, così come era rimasta inchiodata ai piedi della croce. Tutto sembra essere finito per sempre, e la visione degli angeli non la scuote, né la spaventa. Vede Gesù e non lo riconosce, lo scambia per il custode del giardino. Maria non pensa alla risurrezione, ha un solo cruccio: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo.
Dolore si assomma a dolore: hanno ucciso il Maestro, ora lo hanno rubato.
Maria ..., quella voce ... sì quella voce la conosce ... è Gesù ... vorrebbe trattenersi e trattenere il Maestro, ma non può, deve andare: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». E Maria si mette in cammino, non è il tempo di fermarsi, la Buona Novella della Risurrezione non deve fermarsi, ma diffondersi ... Ho visto il Signore ... una testimonianza che travalica il tempo e raggiunge, oggi, fino agli estremi confini della terra tutti gli uomini. Fedeltà, amore, sollecitudine ... come Maria dobbiamo metterci in cammino per annunciare al mondo il Vangelo della misericordia: Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,11-18
 
In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro vangeli): La Maddalena aveva visto (blépei, v. I) la pietra rimossa, ma non era pervenuta alla fede. Tuttavia, il suo attaccamento a Gesù, al contrario dei due discepoli, la fece tornare al sepolcro. Al movimento della prima scena, che descrive la donna affannata che va di corsa ad annunziare la scomparsa del cadavere, si contrappone la staticità della seconda scena: Maria stava presso il sepolcro.
Il suo sguardo si fa più attento e scorge due angeli. Il verbo theòrein, che ricorre due volte in questo brano (vv. 12.14), denota una maggiore attenzione rispetto a blépein.
L’episodio è riportato solo da Giovanni, ma riecheggia l’apparizione alle donne narrata da Mt 28,9-10.
Come nelle altre apparizioni di riconoscimento, emerge la trasformazione avvenuta nel corpo di Gesù, che non è riconosciuto subito da Maria. I due discepoli di Emmaus lo riconobbero allo spezzare il pane, la Maddalena lo riconosce dalla voce. Luca probabilmente intendeva suggerire che la presenza di Gesù si può sperimentare nella frazione del pane eucaristico; per Giovanni questo si verifica soprattutto nell’ascolto della sua Parola, proclamata nelle assemblee cristiane. Sembra comunque che l’evangelista in questo brano voglia rilevare il progresso della fede: una «visione troppo umana del Gesù terrestre deve trasformarsi in una visione di fede» (De la Potterie, pp. 199-200).
 
Per approfondire
 
La risurrezione e il discepolo - I frutti della risurrezione hanno inizio con la comunione vitale con il Signore Gesù, mediante il battesimo, per terminare con la comunione totale alla sua gloria nel Regno del Padre. Coloro che ascoltano Pietro, nel giorno di Pentecoste, nel sentirsi “trafiggere il cuore” (“compúncti sunt corde” Atti 2,37), chiedono: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. Pietro risponde loro di fare penitenza e farsi battezzare. Coloro che acquisivano la fede nella Buona Novella non potevano che entrare immediatamente in una “comunità di salvezza” mediante il battesimo. Ma non si trattava più di un battesimo di penitenza, come quello di Giovanni Battista, ma di un battesimo “in Spirito santo e fuoco” (Mt 3,11). Le acque salutari del battesimo cristiano immergono l’uomo nella vita di Cristo facendogli fruire abbondantemente dei frutti dell’incarnazione, della morte e della risurrezione del Verbo di Dio. Nella lettera ai Romani, Paolo fornisce una spiegazione teologica di questo nesso. “Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rom 6,4). San Paolo, con queste parole, tenendo presente che l’immersione era la modalità del battesimo delle origini, vuole affermare che il battesimo seppellisce realmente il peccatore nella morte del Cristo (Col 2,12), da dove esce realmente, mediante la resurrezione con lui (Rm 8,11), come “nuova creatura” (2Cor 5,17), “uomo nuovo” (Ef 2,15), membro del corpo unico animato dall’unico Spirito (1Cor 12,13; Ef 4,4s). Questa resurrezione che sarà totale e definitiva solo alla fine dei tempi (1Cor 15,12s), si realizza già fin d’ora mediante una vita nuova secondo lo Spirito (Rom 8,2s; Gal 5,16-24).
 
Apparizione a Maria Maddalena - Felipe F. Ramos: Un giovane vestito di bianco (Marco), un angelo (Matteo), due uomini vestiti di bianco (Luca), due angeli (Giovanni). Come conciliare i quattro racconti evangelici sull’annunziatore o sugli annunziatori della risurrezione? Il nostro modo di raccontare ci porta facilmente sul terreno dell’alternativa: se è vero un racconto, non è vero l’altro. In verità, possono essere veritieri tutti e quattro. I quattro evangelisti, infatti, cercano di dirci la stessa cosa: gli angeli o gli uomini vestiti di bianco ci portano sul terreno del soprannaturale. Questo intendono dire gli evangelisti: presentare la risurrezione come un fatto strettamente soprannaturale, rappresentato tanto dagli angeli come dagli uomini biancovestiti ... Il «come» resta sempre misterioso. Il «come », che tende piuttosto a soddisfare la nostra curiosità, non fa parte di quello che Dio vuol comunicare all’uomo.
Maria Maddalena comprese che era il Signore quando lo udì pronunziare il suo nome. La scena ha il sapore duna relazione viva e convincente e, allo stesso tempo, è stata stilizzata e ridotta all’essenziale. Pare comunque chiaro che Gesù, per farsi conoscere, le ricordi il passato, come fece con altri, per esempio coi due discepoli di Emmaus. Il ricordo del passato indicava, allo stesso tempo, la continuità di Gesù dopo la sua risurrezione (coincidenza con quello che aveva conosciuto prima della sua morte), Maria, sentendo pronunziare il suo nome da colui che stimava un giardiniere, sentì l’evocazione di scene precedenti che avevano anch’esse Gesù per protagonista, e lo riconobbe.
Maria si gettò ai, piedi del Signore. Allora sorse in lei la fede vera, scoprì che Gesù è il Signore e si prostrò davanti, al suo Signore in atteggiamento d’adorazione. Pare che l’evangelista voglia far vedere, in tutta questa scena, un atto d’adorazione più diretto, personale e privilegiato che quello offerto più tardi dai credenti. Una specie di programma di come dev’essere l’adorazione dei credenti?
Il Cristo che il credente adora è quello che è asceso al Padre. Questa ascensione è descritta con categorie spaziali, come avviene abitualmente nel quarto vangelo. Perciò, si potrebbe dire che Maria avesse compiuto l’atto di culto prima che avvenisse l’ascensione al Padre; e questa sarebbe la ragione per cui Gesù le limita il tempo: «Non sono ancora salito al Padre mio».
Il senso più profondo, quello che è al di sopra della presentazione ingenua, è mettere in rilievo l’esperienza personale di Maria, esperienza avvenuta nel tempo e nello spazio, che la convinse pienamente del fatto della risurrezione di Gesù e che deve convincere anche gli altri. D’altra parte si rileva che Maria non è più privilegiata degli altri credenti; che rendono, culto al Signore.
Va’ dai miei fratelli. Gesù chiama «fratelli» i suoi seguaci, lo dicono espressamente i sinottici (Mc 3,14; Mt 28,10). Nel quarto vangelo, questa espressione si trova qui per la prima volta.
Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Giovanni mette qui il racconto dell’ascensione, come se fosse avvenuta nello stesso giorno di Pasqua. Nelle parole di Gesù si sente; da una parte, la differenza fra lui e i suoi discepoli: «mio» e «vostro» Padre (egli è il Figlio eterno di Dio, essi ne sono i figli adottivi), e dall’altra, la solidarietà e l’unione con Gesù: Gesù e i discepoli hanno relazione, con un unico Padre e un unico Dio.
 
Giovanni da Beirut, Hom. in Pascha: Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d’amore con il sepolcro del Maestro, esse attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un “sepolcro tagliato nella roccia” [Lc 23,53]. A queste donne in lacrime [cfr. Gv 20,11.13.15], due angeli luminosi [cfr. Gv 20,12; Lc 24,4] e abbaglianti come lampi di luce [cfr. Lc 24,4], davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente, mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita [cfr. Gv 11,25; 14,6] potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti [cfr. Lc 24,5]. Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” [Lc 24,5]. Fino a quando rimarrete così nell’errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e dispensatore di vita? La Luce [cfr. Gv 8,12; 1,4] è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno [cfr. Mt 27,63]. Il sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo [cfr. Gen 1,6-8]. Egli non è più avvolto dalle fasce [cfr. Lc 2,7-12]; egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte [cfr. Gv 11,43-44]. Andate via gioiose, correte ad annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione. Queste donne dunque, portate per il loro sesso al pessimismo e tuttora affezionate, per l’amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre di Paolo, con le quali anch’io, a mia volta, grido a voi nella letizia: “Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte” [1Cor 15,20]. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.».
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Battista de la Salle: Nasce a Reims il 30 aprile 1651 da genitori nobili, ma non ricchi, e con dieci figli. Si laurea in lettere e filosofia; è sacerdote nel 1678, e a Reims assume vari incarichi, collaborando anche all’attività delle scuole fondate da Adriano Nyel, un laico votato all’istruzione popolare. Scuole gestite però da maestri ignoranti e senza stimoli. E proprio dai maestri parte la sua opera. Riunisce quelli di Nyel in una casa comune, vive con loro, studia e li fa studiare, osserva metodi e organizzazione di altre scuole. Insegna un metodo e abolisce le lezioni in latino, introducendo in ogni disciplina la lingua francese. Nel 1680 nasce la comunità dei «Fratelli delle Scuole Cristiane». In genere non sono preti, vestono una tonaca nera con pettorina bianca, con un mantello contadino e gli zoccoli, e sotto la guida del La Salle aprono altre scuole. Nel 1687 hanno già un loro noviziato. Nel 1688 sono chiamati a insegnare a Parigi dove in un solo anno i loro allievi superano il migliaio. A causa di critiche e ostacoli esterni da Parigi dovrà portare la sua comunità nel paesino di Saint-Yon, presso Rouen, dove morirà il 7 aprile 1719. (Avvenire)
 
O Dio, che ci hai donato i sacramenti pasquali,
assisti questo popolo con la tua grazia,
perché, raggiunta la libertà perfetta,
possa godere in cielo
quella gioia che ora pregusta sulla terra.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
  6 Aprile 2026
 
Lunedì fra l’Ottava di Pasqua
 
At 2,14.22-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 15 (16); Mt 28,8-15
 
Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo.  (Sal 117,24 - Acclamazione al Vangelo).
 
Spirito Rinaudo: Per gli Ebrei, erano giorni memorabili, di gran festa e di gioia, quelli nei quali vedevano rinascere la loro nazione e la città santa dopo le tristezze dell’esilio e la rovina delle guerre; ciò significava per essi un nuovo inizio della loro storia, la riconferma della loro elezione da parte di Dio e la continuazione dell’alleanza. Per il mondo e per tutta l’umanità, il giorno della risurrezione di Cristo da morte segna veramente l’inizio di una èra nuova. La Chiesa saluta il sorgere di questo giorno con il canto celeste dell’alleluia e con il salmo 117.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Mode:  La citazione At 2,14.22-33 si riferisce a un passaggio fondamentale degli Atti degli Apostoli. Si tratta di una parte del primo grande discorso pubblico di san Pietro a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. 
Ecco i punti salienti del brano:
Il Discorso di Pietro: L’annuncio iniziale (v. 14): Pietro, insieme agli altri undici apostoli, si rivolge alla folla spiegando gli eventi prodigiosi appena accaduti con la discesa dello Spirito Santo.
Gesù il Nazareno (vv. 22-24): Pietro presenta Gesù come un uomo accreditato da Dio attraverso miracoli e prodigi. Nonostante sia stato consegnato e ucciso per mano di pagani, Dio lo ha risuscitato, sciogliendo i legami della morte.
La profezia di Davide (vv. 25-31): Viene citato un salmo di Davide per dimostrare che il patriarca aveva previsto la risurrezione del Cristo. Pietro spiega che Davide è morto e sepolto, dunque non parlava di se stesso, ma del Messia la cui carne non avrebbe conosciuto la corruzione.
Testimonianza e Spirito (vv. 32-33): Gli apostoli si dichiarano testimoni oculari della risurrezione di Gesù. Egli, ora innalzato alla destra di Dio, ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso e lo ha effuso sui credenti. 
 
Vangelo
Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno.
 
Maria di Màgdala e l’altra Maria, all’alba, vanno al sepolcro, non per ungere o imbalsamare il corpo di Gesù, come dicono Marco e Luca, ma per visitarlo. Matteo, infatti, ha già dato notizia delle guardie poste a custodia del sepolcro che impedivano a chiunque l’accesso, quindi le donne non potevano entrare nella tomba per ungere il corpo di Gesù. Al gran terremoto segue l’apparizione dell’angelo del Signore dall’aspetto come la folgore e in vesti bianche come neve. Sono elementi simbolici, derivati dalle teofanie apocalittiche (cfr. Dan7,9 e 10,6.8-9). Sono tutti motivi che si collegano ai temi della manifestazione di Dio e del giudizio. Con questi tratti Matteo ci offre un codice di lettura e ci apre il senso della risurrezione stessa: è il gesto escatologico finale di salvezza che impegna gli uomini in una risposta di fede. So che cercate Gesù, il crocifisso. “Non è qui…”, l’angelo del Signore non si limita ad affermare che il Cristo è risorto, ma attira l’attenzione sulla croce: la risurrezione è la vittoria della croce, ne svela il senso positivo e salvifico. La via dell’amore percorsa da Gesù non è dunque vana: contrariamente al giudizio degli uomini, essa è la via che porta alla vita e costruisce il mondo nuovo. Il giudizio di Dio è diverso da quello degli uomini. Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli (Mt 28,8): questo è il frutto più bello della Pasqua, chi ha incontrato il Risorto non può non correre per le vie del mondo per annunciare con grande gioia che la morte è stata ingoiata nella vittoria (1Cor 15,54). La pericope si conclude con il tentativo da parte del Sinedrio di mascherare la Risurrezione con il goffo suggerimento dato alle guardie di dire che il corpo del Crocifisso è stato trafugato mentre esse dormivano. Un goffo suggerimento che goffamente e maliziosamente si perpetua come litania a danno degli sprovveduti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 28,8-15
 
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
 
Parola del Signore.
 
I capi ebrei corrompono le guardie - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 8 Con timore e grande gioia; rilievo appropriato che indica lo stato psicologico delle pie donne, le quali, dopo le cose viste e sentite, provano un senso misto di turbamento e di contentezza. Si allontanarono... dal sepolcro; vari codici portano un altro verbo: uscirono (dal sepolcro), per armonizzare il testo di Matteo con quello di Marco (16, 8).
versetti 9-10 L’apparizione di cui parla Matteo va identificata molto probabilmente con quella riferita da Giovanni (20, 11-18); il quarto evangelista narra con ricchezza di particolari l’apparizione di Gesù risorto ad una sola donna: Maria Maddalena. Matteo attribuisce all’intero gruppo (venne loro incontro) ciò che è accaduto ad una sola donna: Maria di Magdala, usando il così detto «plurale di categoria» (cf. Mt., 2, 20; 24, 8; 27, 44). Gli strinsero i piedi; l’evangelista narra con affrettata sobrietà questa apparizione. Gesù prende l’iniziativa con le parole del saluto; le donne non dicono nulla, ma compiono un gesto pieno di rispettoso amore, esse si prostrano ai piedi del risorto per cercare di toccarli e baciarli. Non temete; il Maestro parla nuovamente per dissipare gli ultimi resti di turbamento. Ai miei fratelli, come in Gio., 5, 17; fino a quel momento Gesù non aveva mai usato quel termine per indicare i discepoli. Vadano in Galilea, là mi vedranno; l’espressione non indica che Gesù apparve ai discepoli soltanto in Galilea; Luca e Giovanni, come già è stato detto, narrano le apparizioni di Gesù ai discepoli avvenute in Giudea. Dal confronto con il passo di S. Paolo (1 Corinti, 15, 5-7), nel quale sono enumerate le varie apparizioni di Cristo, risulta che nessuno degli evangelisti ha inteso narrare tutte le apparizioni di Gesù risorto.
versetto 11 Alcuni dei soldati di guardia; alcune sentinelle si affrettarono più delle altre a raggiungere i gran sacerdoti per riferire l’accaduto. Matteo si limita a riportare il fatto senza indicare le modalità del rapporto compiuto dai soldati di guardia. La situazione era imbarazzante per gli uomini incaricati della vigilanza alla tomba. Non è necessario pensare che i soldati abbiano dato una spiegazione soprannaturale allo straordinario evento (questa spiegazione sarebbe stata derisa dai gran sacerdoti), ma è presumibile ritenere che le guardie, dal fatto che non sono accusate di diserzione, abbiano lasciato capire che gli avvenimenti di cui erano stati spettatori avevano una portata eccezionale.
versetti 12-14 Deliberarono di dare ai soldati molto denaro; la notizia di Matteo svela la bassezza morale dei nemici di Gesù. I gran sacerdoti e gli anziani, pur di nascondere l’evidenza dei fatti, non rifuggono dal corrompere i soldati con il denaro. Voi direte: i suoi discepolivenuti di nottelo rubarono mentre noi dormivamo; i sacerdoti con gli anziani istruiscono anche i soldati sul modo di spiegare il fatto; essi devono parlare di trafugamento della salma, non già di risurrezione. Indubbiamente la fragile diceria del trafugamento doveva essere detta alla gente, cioè a quella massa che, non riflettendo e non possedendo un potere discriminante, accoglie anche le notizie più impensabili; per l’autorità la diceria della rimozione notturna della salma non poteva costituire un argomento valevole. Noi lo convinceremo e non vi faremo aver noie; nel caso che il governatore venisse a conoscere la notizia ed aprisse un’inchiesta su la diserzione delle guardie, i sacerdoti assicurano alle sentinelle fuggite di evitare loro ogni noia. La sicurezza con la quale i sacerdoti parlano lascia intravedere che tra essi ed il procuratore vi erano mezzi d’intesa. Lo convinceremo (πείσομεν); alcuni esegeti ritengono che πείθω abbia qui il senso di: persuadere con denaro, cioè: corrompere con esso (cf. 2Maccabei, 4,45; 10,20).
versetto 15 I soldati accondiscendono ed accettano volentieri il denaro. Con quell’accomodamento e quell’assicurazione le sentinelle furono tranquillizzate; tirando le somme il loro servizio di vigilanza, fatta eccezione per la gran paura avuta, si chiudeva in attivo. Questa diceria si è sparsa tra i Giudei fino al giorno d’oggi; l’evangelista indica la fonte della sua informazione; egli ha appreso la notizia da circoli ebraici nei quali era corrente quella spiegazione dei fatti; anche S. Giustino (Contro Trifone, 108) attesta l’esistenza di questa diceria del trafugamento. Matteo, che probabilmente ha avuto un intento apologetico nel riportare l’episodio (28, 11-15), non nasconde una punta d’ironia nel suo racconto: i rappresentanti dell’ebraismo (i gran sacerdoti e gli anziani) ricorrono alla testimonianza di persone addormentate. S. Agostino rilevava la fragilità di questa diceria con una formula incisiva e mordacemente ironica: dormientes testes adhibes.
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Questo brano disorienta più di quello della costituzione del corpo di guardia (27,62-66). Tutto sembra predisposto e ponderato con prudenza. Ma quando avviene l’imprevisto, lo si deforma con una menzogna evidente. Delle guardie, quando mai possono ammettere di aver dormito? E se Pilato ne viene a conoscenza, come potrebbe passar sopra a una mancanza così grave? Che interesse dovrebbero avere le guardie a diffondere questa storiella? Eppure questa fama ha resistito per decenni tra i giudei.
E come potrà portar frutti il seme sparso, se il terreno viene “guastato” in questo modo? L’annuncio di quanto gli apostoli hanno visto e udito, come può trovare cuori pronti al accoglierlo, se questi sono stati già induriti?
Il discorso vale in primo luogo certamente per le guide del popolo, che hanno diretto il processo contro Gesù, disposto ed eseguito in tutte le sue fasi, fino a quest’ultima. Ma la menzogna si divulga e avvelena il popolo, e rende difficile diffondere la fede del messaggio della risurrezione! Benché abbia già fatto irruzione il tempo nuovo di Dio, satana può continuare la sua opera.
 
La risurrezione di Gesù: un avvenimento diverso: Catechismo degli Adulti 269: La risurrezione di Gesù può essere considerata un fatto storico? È questa una domanda importante per la fede. La risurrezione di Gesù si riflette nella storia con dei segni: il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto, la conversione e la testimonianza dei discepoli, i miracoli e altre manifestazioni dello Spirito. Tuttavia si tratta di un avvenimento non osservabile direttamente come i normali fatti storici: un avvenimento reale senza dubbio, ma di ordine diverso. I Vangeli narrano le sue manifestazioni, ma non lo raccontano in se stesso, perché non può essere raccontato. Le sue modalità rimangono ignote. Con la risurrezione, Gesù non è tornato alla vita mortale di prima, come Lazzaro, la figlia di Giàiro o il figlio della vedova di Nain; è entrato in una dimensione superiore, ha raggiunto in Dio la condizione perfetta e definitiva di esistenza. Non è tornato indietro, ma è andato avanti e adesso non muore più. Il nostro linguaggio non può descriverlo come veramente è: i risorti sono «come angeli nei cieli» (Mc 12,25) e il loro corpo è un «corpo spirituale» (1Cor 15,44), trasfigurato secondo lo Spirito, vero ma diverso da quello terrestre, come la pianta è diversa dal seme
 
Omelia per la santa Risurrezione del nostro Salvatore - Giovanni da Beirut (Hom. in Pascha): “Il pio coro delle donne amiche di Dio custodiva un legame d’amore con il sepolcro del Maestro, esse attendevano di veder risplendere di bel nuovo la Vita che sarebbe uscita da un ‘sepolcro tagliato nella roccia’ [Lc 23,53]. A queste donne in lacrime [cfr. Gv 20,11.13.15], due angeli luminosi [cfr. Gv 20,12; Lc 24,4] e abbaglianti come lampi di luce [cfr. Lc 24,4], davano il lieto annuncio. Con il loro aspetto radioso e sorridente, mostravano che la Gioia del mondo era risuscitata, e rimproveravano le donne di pensare a torto che la Vita [cfr. Gv 11,25; 14,6] potesse essere ancora nascosta nel sepolcro e di cercare colui che è vivo in mezzo ai morti [cfr. Lc 24,5]. Muovevano loro dei rimproveri e gridavano verso di loro: «“Perché cercate tra i morti colui che è vivo?’ [Lc 24,5]. Fino a quando rimarrete così nell’errore, a piangere? Fino a quando riterrete morto colui che è vivo e dispensatore di vita? La Luce [cfr. Gv 8,12; 1,4] è risorta, come aveva predetto, al terzo giorno [cfr. Mt 27,63]. Il sepolcro non ricopre più colui che aveva ricoperto la terra con il cielo [cfr. Gen 1,6-8]. Egli non è più avvolto dalle fasce [cfr. Lc 2,7-12]; egli che con una sola parola ha sciolto i lacci della morte [cfr. Gv 11,43-44]. Andate via gioiose, correte ad annunciare agli apostoli la buona novella della Risurrezione». Queste donne dunque, portate per il loro sesso al pessimismo e tuttora affezionate, per l’amore che portavano a Dio, eccole consolate da un messaggio tanto importante, trasmesso loro da angeli, e bastante a rasserenarle dal loro sconforto. Peraltro, oggi, i pastori della grazia annunciano la buona novella alle chiese del Crocifisso sparse su tutta la terra, servendosi delle parole sacre di Paolo, con le quali anch’io, a mia volta, grido a voi nella letizia: ‘Cristo è risuscitato dai morti, primizia di quelli che si sono addormentati nella morte’ [1Cor 15,20]. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Testimoni di Cristo - Santa Nicoletta Boylet, Vergine: È nata quando ormai i genitori - il carpentiere Roberto Boylet e sua moglie Caterina - non speravano più di avere figli. L’hanno chiamata Nicoletta (familiarmente Colette) in onore di Nicola di Bari, alla cui intercessione si attribuiva la sua nascita. Colette intraprende la sua complicata esperienza religiosa a 18 anni, dopo la morte dei genitori. E la conclude a 25 su consiglio del francescano Enrico di Baume, tornando fra le Clarisse, perché si sente chiamata alla riforma degli Ordini istituiti da san Francesco. Nel 1406, a Nizza, riceve il velo da Benedetto XIII, che l’autorizza a riformare i monasteri dell’Ordine e a fondarne di nuovi. Per alcuni anni, lei vede fallire gli sforzi di riforma, e solo nel 1410 ha il suo primo monastero rinnovato a Besançon, seguito poi da altri 16. Colette muore a Gand nel 1447. (Avvenire)

O Padre, che fai crescere la tua Chiesa
donandole sempre nuovi figli,
concedi ai tuoi fedeli di custodire nella vita
il sacramento che hanno ricevuto nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 5 Aprile 2026
 
DOMENICA DI PASQUA «RESURREZIONE DEL SIGNORE»

At 10,34a.37-43; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); Col  3,1-4; Gv 20,1-9

 
Prima Lettura
Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
 
 «Il discorso che Pietro rivolge a Cornelio è una sintesi della trama evangelica: la predicazione del Battista, il battesimo di Gesù, il suo ministero pubblico segnato dalla lotta contro il male, la crocifissione, la risurrezione, le apparizioni pasquali ai discepoli e la missione nel mondo. È l’annuncio che i primi predicatori proclamavano suscitando conversioni a Cristo ... Nella scena di Cornelio si ha quasi l’emblema di questa azione missionaria» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).
 
Dagli Atti degli Apostoli
At 10,34a.37-43
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Parola di Dio.
 
Benito Marconcini (Atti degli Apostoli)
 
La verità fondamentale di questo passo è l’imparzialità di Dio.
L’affermazione è gradita ai pagani che vi vedono la strada per entrare nella comunità e accettata dagli Ebrei che la conoscevano dal Deuteronomio.
In base ad essa si era operato un primo allargamento, l’equiparazione dei proseliti, in tutti i diritti e privilegi, agli Israeliti. La definizione di Gesù qualificato come «Signore di tutti» (10,36) è un’estensione della formula «Gesù è Signore» (2,36) rivolta ai soli Giudei. L’adesione a Cristo nella fede è possibile a qualsiasi uomo, e unisce i vari gruppi etnici. Gesù diventa allora un principio ermeneutico, capace di dare il giusto significato all’AT. Può apparire strano che Luca si riferisca all’AT, parlando a pagani che non hanno avuto come via di preparazione a Cristo la rivelazione storica. La giustificazione è da ritrovare nella convinzione lucana che ogni evento importante della vita della Chiesa, come l’ammissione dei pagani, doveva essere preannunciato. I testi ricercati per questa verità sono quelli di respiro ecumenico, contenenti il superamento di ogni privilegio di razza e di cultura: la risurrezione è connotata al «terzo giorno» come in Paolo (1Cor 15,3-4) e in alcuni testi evangelici (Lc 9,22; 18,33). È rievocata poi la vita pubblica dalla prima comparsa in Galilea per il battesimo, e si insiste sul valore dei miracoli (10,38) visti come segni manifestativi della potenza di Dio e soprattutto come autenticazione della missione di Gesù: egli è l’Unto di cui parlava Isaia (61,1), ripieno dello Spirito e capace di annunciare la pace. La sua forza salvifica derivante dal mistero della risurrezione è trasmessa attraverso la testimonianza apostolica. Noi siamo testimoni di quanto fece (10,39), testimoni prescelti che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la risurrezione (10,41), ci ha ordinato di testimoniare (10,42): Dio ha voluto legare in qualche modo la salvezza di tutti in Cristo alla mediazione umana.
Come la Parola consegnata ai figli di Israele non limitò ad essi l’annuncio della pace, anche ora la testimonianza apostolica è solo di aiuto al raggiungimento della salvezza da parte di tutti: errato sarebbe parlare di un diritto del testimone chiamato solo a svolgere un servizio che, preceduto dalla testimonianza profetica, si prolunga in quella di tutte le generazioni.
Il primo catechista di Cornelio è Dio stesso: per questo Pietro può dire «voi sapete» (10,37) e può omettere la consueta esortazione finale, superflua a chi già possiede le qualità per una conversione. Rettitudine morale e apertura religiosa a Dio sono già una pre-evangelizzazione.
Su questo buon terreno cade la libera azione di Dio che effonde il suo Spirito. Questo, pur agendo all’interno dell’istituzione, ne rimane sovranamente libero. Unito sempre alla fede, lo Spirito è indipendente dal battesimo: la fede infatti è sempre richiesta; mentre il battesimo, che sanziona esteriormente l’appartenenza alla comunità, è l’ultima tappa del cammino di conversione, o, se vogliamo, ne è una condizione esterna necessaria. La gratuità dell’effusione dello Spirito è assoluta. Sarebbe errato pensare che sia dovuta alla mediazione del discorso di Pietro. Se infatti secondo 10,44 si potrebbe pensare a una causalità della parola (Pietro stava ancora pronunciando queste parole), la relazione che l’apostolo fa alla Chiesa di Gerusalemme non lascia alcun dubbio in proposito: avevo appena iniziato a parlare, quando lo Spirito Santo discese su di loro (11,15).
 
 
Salmo Responsoriale
Dal Salmo 117 (118)
 
R. Questo è il giorno che ha fatto il Signore:
rallegriamoci ed esultiamo.
 
Oppure:
 
R. Alleluia, alleluia, alleluia.
 
Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre». R.
La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore. R.
La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi. R.
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 5 dicembre 2001)
 
Canto di gioia e di vittoria 
 
1. Quando il cristiano, in sintonia con la voce orante di Israele, canta il Salmo 117 che abbiamo appena sentito risuonare, prova dentro di sé un fremito particolare. Egli trova, infatti, in questo inno di forte impronta liturgica due frasi che echeggeranno all’interno del Nuovo Testamento con una nuova tonalità. La prima è costituita dal v. 22: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Questa frase è citata da Gesù, che la applica alla sua missione di morte e di gloria, dopo aver narrato la parabola dei vignaioli omicidi (cfr Mt 21, 42). La frase è richiamata anche da Pietro negli Atti degli Apostoli: “Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 11-12). Commenta Cirillo di Gerusalemme: “Uno solo diciamo il Signore Gesù Cristo, affinché la filiazione sia unica; uno solo diciamo, perché tu non pensi che ve ne sia un altro … Infatti è chiamato pietra, non inanimata né tagliata da mani umane, ma pietra angolare, perché colui che avrà creduto in essa non rimarrà deluso” (Le Catechesi, Roma 1993, pp. 312-313).
La seconda frase che il Nuovo Testamento desume dal Salmo 117 è proclamata dalla folla nel solenne ingresso messianico di Cristo in Gerusalemme: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9; cfr Sal 117, 26). L’acclamazione è incorniciata da un “Osanna” che riprende l’invocazione ebraica hoshiac na’, “deh, salvaci!”.
 
2. Questo splendido inno biblico è collocato all’interno della piccola raccolta di Salmi, dal 112 al 117, detta lo “Hallel pasquale”, cioè la lode salmica usata dal culto ebraico per la Pasqua e anche per le principali solennità dell’anno liturgico. Il filo conduttore del Salmo 117 può essere considerato il rito processionale, scandito forse da canti per il solista e per il coro, sullo sfondo della città santa e del suo tempio. Una bella antifona apre e chiude il testo: “Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia” (vv. 1.29).
La parola “misericordia” traduce la parola ebraica hesed, che designa la fedeltà generosa di Dio nei confronti del suo popolo alleato e amico. A cantare questa fedeltà sono coinvolte tre categorie di persone: tutto Israele, la “casa di Aronne”, cioè i sacerdoti, e “chi teme Dio”, una locuzione che indica i fedeli e successivamente anche i proseliti, cioè i membri delle altre nazioni desiderosi di aderire alla legge del Signore (cfr vv. 2-4).
 
3. La processione sembra snodarsi per le vie di Gerusalemme, perché si parla delle “tende dei giusti” (cfr v. 15). Si leva, comunque, un inno di ringraziamento (cfr vv. 5-18), il cui messaggio è essenziale: anche quando si è nell’angoscia bisogna conservare alta la fiaccola della fiducia, perché la mano potente del Signore conduce il suo fedele alla vittoria sul male e alla salvezza.
Il poeta sacro usa immagini forti e vivaci: gli avversari crudeli sono paragonati ad uno sciame d’api o a un fronte di fiamme che avanza riducendo tutto in cenere (cfr v. 12). Ma la reazione del giusto, sostenuto dal Signore, è veemente; per tre volte si ripete: “Nel nome del Signore li ho sconfitti” e il verbo ebraico evidenzia un intervento distruttivo nei confronti del male (cfr vv. 10.11.12). Alla radice, infatti, c’è la destra potente di Dio, cioè la sua opera efficace, e non certo la mano debole e incerta dell’uomo. Ed è per questo che la gioia per la vittoria sul male si apre ad una professione di fede molto suggestiva: “Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza” (v. 14).
 
4. La processione sembra essere giunta al tempio, alle “porte della giustizia” (v. 19), cioè alla porta santa di Sion. Qui si intona un secondo canto di ringraziamento, che è aperto da un dialogo tra l’assemblea e i sacerdoti per essere ammessi al culto. “Apritemi le porte della giustizia: entrerò a rendere grazie al Signore”, dice il solista a nome dell’assemblea processionale. “È questa la porta del Signore, per essa entrano i giusti” (v. 20), rispondono altri, probabilmente i sacerdoti.
Una volta entrati si può dar voce all’inno di gratitudine al Signore, che nel tempio si offre come “pietra” stabile e sicura su cui edificare la casa della vita (cfr Mt 7, 24-25). Una benedizione sacerdotale scende sui fedeli, che sono entrati nel tempio per esprimere la loro fede, elevare la loro preghiera e celebrare il culto.
 
5. L’ultima scena che si apre davanti ai nostri occhi è costituita da un rito gioioso di danze sacre, accompagnate da un festoso agitare di fronde: “Ordinate il corteo con rami frondosi fino ai lati dell’altare” (v. 27). La liturgia è gioia, incontro di festa, espressione dell’intera esistenza che loda il Signore. Il rito delle fronde fa pensare alla solennità ebraica delle Capanne, memoria del pellegrinaggio di Israele nel deserto, solennità nella quale si compiva una processione con rami di palme, mirto e salice.
Questo stesso rito evocato dal Salmo si ripropone al cristiano nell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, celebrato nella liturgia della Domenica delle Palme. Cristo è osannato come “figlio di Davide” (cfr Mt 21, 9) dalla folla che, “venuta per la festa … prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!” (Gv 12, 12-13). In quella celebrazione festosa che, però, prelude all’ora della passione e morte di Gesù, si attua e comprende in senso pieno anche il simbolo della pietra angolare, proposto in apertura, acquisendo un valore glorioso e pasquale.
Il Salmo 117 rincuora i cristiani a riconoscere nell’evento pasquale di Gesù “il giorno fatto dal Signore”, in cui “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”. Col Salmo essi possono quindi cantare pieni di gratitudine: “Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza”(v. 14); “Questo è il giorno fatto dal Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso” (v. 24).
 
 
Seconda Lettura
Cercate le cose di lassù, dove è Cristo.
 
Il credente è già risorto con Cristo, partecipando realmente alla sua vita celeste: «Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù» (Ef 2,6-7).
Questa certezza deve far sì che il credente orienti decisamente la sua vita alla conquista del Cielo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Col 3,1-3). Un orientamento sostenuto da una attesa: «Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria» (Col 3,4). Una certezza sostenuta e alimentata da una vita azzima, cioè da una vita preservata dal lievito del male.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési
Col 3,1-4
 
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
 
Parola di Dio.
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo)
 
La partecipazione alla «morte» di Cristo è solo un aspetto del battesimo; l’altro aspetto è anche più radioso e consolante, ed è la partecipazione alla sua «resurrezione». Difatti Cristo non è più morto, ma ora è l’eterno Vivente (cfr. Rom. 6,9-10). I cristiani perciò devono vivere la vita di colui che è ormai la loro «vita» (v. 4); la loro «mente» non deve più avere il gusto delle cose terrene, ma di quelle «celesti» (v. 2).
Il «corpo» però non può essere separato dalla sua testa. Questa vita spirituale, che non si vale di lustro a di clamori a di pratiche esteriori, come insegnavano i falsi dottori di Colossi, partecipa attualmente allo stato di «nascondimento» di Cristo (v. 3), invisibile ai nostri occhi e inafferrabile, anche se realissimo. Proprio per questo il mondo, che cerca il luccichio e la esibizione, non sa apprezzare il pregio dell’autentica vita cristiana. Al ritorno «glorioso» di Cristo (v. 4) però anche i cristiani saranno ammantati, nel loro stesso corpo, del suo splendore di «gloria» e «rifulgeranno» quasi «stelle» per tutta l’eternità (cfr. Sap. 3,7).
In questo «intermezzo» la creatura si strugge nell’attesa della perfetta «rivelazione della gloria dei figli di Dio» (Rom. 8,19.21). Tuttavia rimane la sostanza del fatto: anche al presente il cristiano già «siede nei cieli in Cristo Gesù» (Efes. 2,6), partecipando realmente alla sua «vita». Cristo è «vita nostra» (v. 4) anche in questa opaca fase terrena.
 
Oppure  
 
Seconda Lettura
Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova.
 
L’esortazione è a togliere dalla vita ciò che non è stato ancora purificato.
Il riferimento è alla festa degli azzimi, durante la quale veniva eliminata dalle case ogni traccia di lievito vecchio e si mangiava solo pane non lievitato (simbolo di purezza e integrità). Da qui Paolo prende lo spunto per ricordare che la morte di Cristo - agnello pasquale immolato per la nostra salvezza - continua nella novità e nella purezza di vita della comunità cristiana.
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 5,6-8
 
Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi.
E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!
Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.
 
Parola di Dio.
 
Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo)
 
La scomunica dell’incestuoso, oltre che per il male in sé, si impone anche per impedirne l’effettiva possibilità di contagio: infatti basta un po’ di lievito per «far fermentare tutta la pasta» (v.6).
Questo proverbio, che ritorna anche in Gal. 5,9, suggerisce all’Apostolo lo spunto per un’applicazione morale, resa più facile dall’imminenza della Pasqua ebraica di quell’anno (la lettera, come sappiamo, dovette essere scritta all’incirca nella primavera del 56 o del 57). Infatti, secondo le prescrizioni dell’Esodo (12, 15-20; 13,7), durante tutto il periodo della festa di Pasqua gli Ebrei dovevano mangiare solo «pane azzimo» (vv.7-8), cioè non fermentato, e gettar via qualsiasi residuo di precedente «fermento».
Per i cristiani però la «Pasqua» vera è Cristo che, con la sua «immolazione» cruenta» (v. 7), ha sostituito per sempre l’antico Agnello pasquale (cfr. Giov. 19,36). È giusto perciò «celebrare» questa nuova «festa» pasquale con gli «azzimi della sincerità e della verità», invece che con il vecchio «lievito» (v. 8), simbolo della perversità e della malizia della vita passata.
Come si vede, S. Paolo prende il «lievito» quale simbolo del male, come aveva fatto anche Gesù parlando del «lievito dei Farisei e di Erode» (Mar. 8, 15), da cui dovevano ben guardarsi i suoi discepoli; per naturale contrasto gli «azzimi» rappresentano la genuinità, la «sincerità», la freschezza del bene e dei sentimenti dell’animo, la gioia della festa pasquale. «Pasta novella» è il cristiano (v.7), «nuova creatura» (2Cor. 5, 17), fresca ancora del contatto plasmante delle mani del Padre celeste.
A parte il fatto che il pensiero della Pasqua e l’applicazione morale siano stati suggeriti all’Apostolo dall’imminente festa ebraica, egli intende dire ai cristiani che la loro «Pasqua», cioè la loro adesione al Cristo morto e risorto, non finisce mai, né mai conseguentemente finisce il loro impegno di essere sempre «azzimi» (v. 7).
Già S. Giovanni Crisostomo scriveva: «Ogni tempo è festa per i cristiani» (P. G. 60, 125). Più bella ancora l’espressione di Clemente Alessandrino: «Tutta la vita del cristiano è una santa festività» (Stromata, 7,7: P. G. 9, 469).
Meravigliosa questa tonalità e festosità pasquale di cui vive e si adorna la vita dei redenti!
 
 
SEQUENZA
 
Alla vittima pasquale,
s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’Agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato
noi peccatori col Padre.
 
 Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa.
 
«Raccontaci, Maria:
che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente,
la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni,
il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto:
precede i suoi in Galilea».
Sì, ne siamo certi:
Cristo è davvero risorto.
Tu, Re vittorioso,
abbi pietà di noi.
 
Acclamazione al Vangelo
 
Alleluia, alleluia.
 
Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato:
facciamo festa nel Signore. (Cf. 1Cor 5,7-8)
Alleluia.
 
 
Vangelo
Egli doveva risuscitare dai morti.
 
Nonostante che siano state le donne, e in modo particolare Maria di Magdala, le prime a recarsi alla tomba, sono tuttavia Pietro e Giovanni i primi ad entrarvi e ad osservare «i teli posati là, e il sudario ... avvolto in un luogo a parte», segni che rivelano tangibilmente la risurrezione di Cristo: infatti, era «inammissibile che un ladro lasciasse le cose così in ordine. La conclusione non andava certo troppo lontano» (Felipe F. Ramos). Che sia Pietro ad entrare, e non l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, lascia intravedere che già allora a Pietro era riconosciuta una certa preminenza (Cf. Gv 21,15-17).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
 
Parola del Signore.
 
La notte è avanzata, il giorno è vicino (Rom 13,12)
 
Quando si compivano i tragici fatti del Calvario, in quell’anno, la festa di Pasqua cadeva di sabato: Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il Sabato - era infatti un giorno solenne quel sabato - chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via (Gv 19,31).
Il sabato, giorno di riposo settimanale, era consacrato al Signore Dio che aveva riposato nel settimo giorno della creazione (Cf. Es 20,8-11; Gen 2,2-3).
Per non violare il sabato che imponeva il riposo e l’astensione da ogni lavoro manuale, Maria di Magdala attende il primo giorno della settimana per recarsi al sepolcro.
L’espressione il primo giorno della settimana richiama il giorno primo della creazione, quando Dio separò le tenebre dalla luce (Gen 1,3-5). Con la risurrezione di Gesù ha inizio una nuova settimana, una nuova creazione: il primo giorno di questa nuova ricreazione è diventato «per i cristiani, il primo di tutti i giorni, la prima di tutte le feste, il giorno del Signore [“dies dominica”], la “Domenica”» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2174).
L’evangelista Giovanni non specifica il motivo per cui Maria di Magdala va alla tomba. Matteo dice per visitare il sepolcro (Mt 28,1). Marco, invece, riferisce che Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome, avendo comprato degli oli aromatici, si erano recate al sepolcro per ungere il corpo di Gesù (Mc 16,1; Cf. Lc 24,1).
Quando era ancora buio, una nota che mette in evidenza l’attesa trepida di Maria di Magdala: stare lontano da quella tomba doveva essere un vero martirio e così quando la Legge permise di riprendere il cammino, Maria, si reca immantinente al sepolcro per riabbracciare il corpo esanime del Maestro.
Molto probabilmente, secondo gli usi del tempo, la pietra del sepolcro era stata intonacata (Cf. Mt 23,27) e quindi era ben visibile al buio. Qui, come nel caso di Nicodemo (Cf. Gv 3,2) e di Giuda (Cf. Gv 13,30), «l’indicazione delle tenebre esteriori non è priva di valenze simboliche. Nel cuore di Maria di Magdala regna ancora il buio dell’angoscia. In realtà, nel vedere il sepolcro vuoto, reagisce col credere che l’abbiano portato via [Gv 20,2.13] e col pianto [Gv 20,1]. Ecco un “vedere” che si ferma al di qua della fede pasquale, rimanendo nel buio della incomprensione» (Adrian  Schenker - Rosario Scognamiglio).
Hanno portato via il Signore dal sepolcro ... Maria di Màgdala pensa che il corpo di Gesù sia stato rubato. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava: all’annuncio della  donna, i due discepoli corrono al sepolcro.
La tradizione ha ravvisato nel compagno di Pietro l’apostolo Giovanni, l’autore del quarto Vangelo.
L’altro discepolo, giunto per primo, si china, per entrare nel sepolcro, vede i teli posati là, ma non entra. Sarà Pietro ad entrare, una nota, forse, per sottolineare la sua autorità, ma non è opportuno forzare il senso del testo giovanneo per provare il primato di Pietro. I teli attirano immediatamente l’attenzione dei due discepoli in quanto non sono abbandonati in disordine, ma posati, «come un involucro sgonfio, dopo aver perso il proprio contenuto. Il dettaglio ripetuto due volte, è importante per l’evangelista: lascia intendere che con la risurrezione, il corpo di Gesù ha lasciato i teli che lo racchiudevano» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).
Dai teli, l’attenzione si sposta al sudario, in quanto non era stato posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Un indizio che «indica con chiarezza che la salma del Maestro non è stata rubata, perché i ladri non si sarebbero affatto preoccupati di piegare il sudario. Quindi Gesù si è liberato da solo dalle lenzuola e dal sudario che lo avvolgevano, mentre Lazzaro dovette essere sciolto da altri [Gv 11,44], segno che non ha raggiunto la risurrezione finale» (Alberto Salvatore Panimolle).
Dopo Pietro anche l’altro discepolo entra e vide e credette. Il “vedere” è un tema caratteristico di tutta l’opera giovannea. Si riferisce anzitutto «all’esperienza fisica dei sensi, vista, udito, tatto ... approfondita poi col guardar dentro e l’ascoltare intentamente gli intimi significati [1Gv 1,1.3], ma che giunge al suo traguardo solo con la contemplazione della Vita che si autorivela [1Gv 1,2]. Questo sviluppo di “visione” porta all’annuncio e ad un parallelo sviluppo di “comunione”, koinonia, umano-divina [1Gv 1,3.6-7; Cf. Gv 1,39.50-51]» (Bruno Barisan).
Dal contesto si può comunque pensare a una fede iniziale, forse basata sul «segno» della tomba vuota, dei lini ben ordinati giacenti a terra, della pietra rovesciata. Giovanni, stupito per l’assenza del corpo di Gesù, non capisce, non sa ancora che il Maestro è risuscitato da morte. Ciò spiega il senso del versetto che conclude la pericope: Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura.
La Scrittura potrebbe essere intesa in generale oppure a un testo specifico.
Nella predicazione, gli Apostoli fanno ricorso al Salmo 16,9-10 (Cf. At 2,27.31) oppure a Osea 6,2. La fede dei discepoli, comunque, doveva essere portata a compimento dall’apparizione del Risorto e, allora, dolce si farà il rimprovero: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29).
 
 
Gregorio Magno, Hom. 26, 10-11
 
La festa degli uomini e la festa eterna
 
Ecco, noi stiamo celebrando le feste pasquali; ma dobbiamo vivere in modo tale da meritare di giungere alla festa eterna. Passano tutte le feste che si celebrano nel tempo. Cercate, voi che siete presenti a queste solennità, di non essere esclusi dalla solennità eterna. Cosa giova partecipare alle feste degli uomini, se poi si è costretti ad essere assenti dalle feste degli angeli? La presente solennità è solo un’ombra di quella futura. Noi celebriamo questa una volta l’anno per giungere a quella che non è d’una volta l’anno, ma perpetua. Quando, al tempo stabilito, noi celebriamo questa, la nostra memoria si risveglia al desiderio dell’altra. Con la partecipazione, dunque, alle gioie temporali, l’anima si scaldi e si accenda verso le gioie eterne, affinché goda in patria quella vera letizia che, nel cammino terreno, considera nell’ombra del gaudio. Perciò, fratelli, riordinate la vostra vita e i vostri costumi. Pensate come verrà severo, al giudizio, colui che mite risuscitò da morte. Certamente nel terribile giorno dell’esame finale egli apparirà con gli angeli, gli arcangeli, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà, allorché i cieli e la terra andranno in fiamme e tutti gli elementi saranno sconvolti dal terrore in ossequio a lui. Abbiate davanti agli occhi questo giudice così tremendo; temete questo giudice che sta per venire, affinché, quando giungerà, lo possiate guardare non tremanti ma sicuri. Egli infatti dev’essere temuto per non suscitare paura. Il terrore che ispira ci eserciti nelle buone opere, il timore di lui freni la nostra vita dall’iniquità. Credetemi, fratelli: più ci affannerà ora la vista delle nostre colpe, più saremo sicuri un giorno alla sua presenza.
Certamente, se qualcuno di voi dovesse comparire in giudizio dinanzi a me domani insieme al suo avversario, passerebbe tutta la notte insonne, pensando con animo inquieto a cosa gli potrebbe essere detto, a come controbattere, verrebbe assalito da un forte timore di trovarmi severo, avrebbe paura di apparirmi colpevole. Ma chi sono io? o cosa sono io? Io, tra non molto, dopo essere stato un uomo, diventerò un verme, e dopo ancora, polvere. Se dunque con tanta ansia si teme il giudizio della polvere, con quale attenzione si dovrà pensare, e con quale timore si dovrà prevedere il giudizio di una così grande maestà?
 
O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio unigenito,
hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna,
concedi a noi, che celebriamo la risurrezione del Signore,
di rinascere nella luce della vita,
rinnovati dal tuo Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.