5 Agosto 2026
 
Mercoledì XVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 31,1-7; Salmo Responsoriale Ger 31,10-13; Mt 15,21-28
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - LA FEDE È UNA GRAZIA 153 Quando san Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mi 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa. «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”».
LA FEDE È UN ATTO UMANO 154 È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità «prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela» ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.
155 Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: «Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Dea motae per gratiam - Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La schiavitù del popolo è terminata e si prepara un nuovo esodo, sotto la guida di Dio. Israele si avvia a una dimora di pace, come si faceva per le processioni del re, Dio prepara una strada nel deserto eliminando tutti gli ostacoli per consentire il passaggio del popolo. In questi versetti, Geremia, nel declamare l’amore eterno di Dio, annunzia che Gerusalemme sarà riedificata, e tra le sue mura risuonerà la musica dei tamburelli e il popolo danzerà pervaso di gioia. La gioia sarà grande perché il Signore ha salvato il suo popolo e lo ha liberato dai suoi potenti nemici.
 
Vangelo
Donna, grande è la tua fede!
 
La buona notizia ha valicato i confini di Israele, e raggiunge  la “zona di Tiro e Sidone”. Ma a leggere bene il brano evangelico si dovrebbe dire che le indicazioni suggerite da Matteo più che geografiche sono teologiche.
Un “espediente” per suggerire l’apertura ai pagani (At 15). L’umiltà della donna cananea, e la sua umile preghiera, infatti è paradigmatico della fede che salva: non conta più l’appartenenza ad un popolo, ciò che conta è la fede, accogliere il Verbo di Dio, mettersi alla sua sequela. La Chiesa quando inizierà a muovere i primi passi dopo l’ascensione di Gesù con fatica si libererà dai ceppi della legge mosaica, occorrerà un concilio per dirimere la questione: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi [...]. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!” (At 15,24.28-29). Quindi il brano evangelico è bene rivolto a tutti quei cristiani che credono di innalzare muri, ghetti, credersi padroni della fede, o di vantare illustri antenati: «… non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3,9). Tutto è grazia e la salvezza, dono di Dio, è per tutti gli uomini, nessuno escluso.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28
 
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 
Parola del Signore.
 
Donna, grande è la tua fede - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): Nelle risposte e nel comportamento con la cananea Gesù si attiene al principio della più pura ortodossia giudaica: la salvezza è per i giudei o almeno (poiché in realtà la concezione dei grandi profeti è più universalistica) prima di tutto per loro. Lo stesso domma si trova in Gv. 4,22 e in Paolo (Rom. 1, 16; 2, 9). Sempre per ottemperare a questa tesi l’evangelista porta la donna [cananea] al di fuori del suo territorio (15,22), nonostante avesse poco prima affermato che Gesù si trovava già «nella regione di Tiro e Sidone» (15, 21). Non si tratta di una contraddizione ma di una esigenza teologica: la grazia che alla fine Gesù concede non esce dai confini sacri della terra promessa, teatro delle azioni salvifiche. La variante geografica serve a salvaguardare l’ortodossia del Cristo. Nonostante questa tesi, Matteo guarda benevolmente alla donna straniera e racconta con compiacimento il miracolo strappato da lei.
Il maestro (e più ancora l’evangelista) ha voluto mettere a dura prova la fede e l’amore di questa infelice; ma nel suo dolore essa non bada a umiliazioni e a sacrifici pur di veder salva la figlia. Dapprima, Gesù l’ignora completamente, non degnandola neppure di una risposta; poi tenta di allontanarla con una ripulsa intollerabile: «Non è bene gettare il pane dei figli ai cani»; ma la donna, nella sua desolazione, non bada al lato offensivo delle parole e cerca di volgerle egualmente a suo vantaggio. Con questo atto eroico piega l’apparente durezza del salvatore e ottiene il miracolo. Egli non aveva ancora trovato tanta fede e tanta umiltà neppure in Israele e tra gli stessi apostoli.
Anche gli antichi profeti, Elia ed Eliseo, avevano operato prodigi tra i pagani della Siria (1Re 17,7-24; 2Re 8,7); l’attuale miracolo era su quella linea ma annunciava un capovolgimento ancora più grave. Come nella disputa precedente Gesù aveva tentato di abolire il ritualismo e quindi il segregazionismo giudaico, ora elimina le barriere ancor più profonde esistenti tra i goim (i cani) e i discendenti di Abramo; tutti sono figli di un medesimo Padre (5,43-48) e per questo hanno diritto a un medesimo trattamento. Il salvatore d’Israele è anche il messia dei gentili. L’evangelista sottolinea la portata teologica del miracolo ma insieme anche la parte e la cooperazione degli apostoli. I discepoli, che Marco neanche ricorda, si sono costituiti avvocati e intermediari della donna pagana. Mentre sembra che Gesù non voglia ascoltarla essi oltrepassano il comportamento di un comune israelita e preannunciano con l’intervento la portata universalistica dell’attività ecclesiale. Compiono un ministero che supera già le strette frontiere israelitiche, precedendo il comando finale di Gesù: «Andate e battezzate tutte le genti» (Mt. 28, 19).
 
Per approfondire
 
Massimo Toschi: L’incontro di Gesù con la siro-fenicia tocca la delicatissima questione della fede. Questa donna non ha pretese nei confronti di Gesù, essa porta solamente il dolore per la figlioletta, posseduta da uno spirito immondo. Non chiede nulla, si accontenta solamente delle briciole, che sono fatte cadere dalla tavola per i cagnolini. Ma proprio in questo sta la grandezza della sua fede, che Gesù stesso le riconosce. La fede non è solamente affidarsi al Signore, ma anche abbandonarsi a Lui, perché basta pochissimo per essere saziati. Questa donna pagana cerca Gesù, attratta dal suo amore per Lui: un amore non costruito su astratte dottrine, ma sul patire della figlia. Questa è davvero la fede dei poveri, non maturata sui libri di teologia, ma su una vita quotidiana fatta di privazioni e di umiliazioni e proprio loro che avrebbero il diritto di pretendere, sono capaci di saziarsi solamente di briciole. È questa la fede con cui dovremmo accogliere l’eucarestia. Essa non è un possesso della chiesa, ma sta in questa straordinaria logica delle briciole, altrimenti è un rito religioso sostanzialmente vuoto. Dunque una fede senza pretese, che si sazia del pochissimo che Dio ogni giorno concede, che in realtà è tantissimo. Invece troppe volte apriamo una trattativa con Dio, rivendichiamo diritti e privilegi, viviamo la fede come esibizione di potenza. Davvero tutto il contrario di quello che il Vangelo esige dai credenti.

Ed ecco una donna cananea - Gertrud Herrgott: Cananei. Secondo Gen 9,25ss i discendenti di Canaan, maledetto da Noè.
1. L’Antico Testamento designa come cananei, il più delle volte, l’intera popolazione preisraelitica di Canaan, etnologicamente di natura diversa, molto spesso antica. Gli israeliti recepirono dai cananei per esempio la lingua e la scrittura, e l’arte della costruzione delle mura.
Forte fu l’influenza dei cananei in campo religioso: Israele mutuò nel suo culto di JHWH le alture, le mazzebot, i pali e alberi sacri (Ashera), molte usanze cultuali e feste. Quando però partecipò anche al culto cananeo della fertilità di Baal, entrarono in scena i profeti, che propugnavano la venerazione del solo JHWH.
Al loro seguito, anche la riforma del culto promossa dal re Giosia cercò di estìrpare da Israele il culto di Baal e la venerazione dei luoghi e dei segni originariamente pagani. D’altra parte, però, la fede dei cananei nel grande dio El e nel dio del tempo e della fertilità Baal arricchì l’immagine di JHWH di tratti essenziali: Osea per esempio, vede JHWH come dispensatore dei doni della terra coltivata e delinea il rapporto di JHWH con Israele come patto matrimoniale (Os 2).
2. Poiché anche nel periodo israelitico, il commercio rimase appannaggio dei cananei, cananeo nell’Antico Testamento è talvolta la denominazione usata per i mercanti.
 
Beda il Venerabile, Hom. 1,19Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri” [Mt 15,28]. Sì, aveva davvero una grande fede, lei che, pur non conoscendo gli antichi miracoli, precetti o promesse dei profeti, né quelli recenti dello stesso Signore, al di là del fatto che tante volte viene da lui trattata con indifferenza, persevera nelle preghiere; e non cessa di sollecitare con suppliche colui che, propagandosi la fama, aveva saputo essere un così grande Salvatore. Ed è per questo che la sua richiesta ottiene grande effetto, dal momento che, alle parole del Signore “ti sia fatto come desideri”, da allora sua figlia è risanata... Se qualcuno di noi ha la coscienza macchiata dall’avarizia, dall’impeto [delle passioni], dalla vanagloria, dallo sdegno, dall’ira o dall’invidia, e da tutti gli altri vizi, è come avesse una figlia maltrattata dal demonio, per la cui guarigione può ricorrere supplice al Signore... Sottomesso con la dovuta umiltà, nessuno si giudichi degno della comunanza con le pecore d’Israele, cioè con le anime monde, ma piuttosto che deve subire un confronto, e si ritenga indegno dei doni celesti. E tuttavia, non cessi, per la disperazione, di adoperarsi con preghiera insistente, ma con animo certo confidi nella bontà del sommo donatore: poiché colui che di un ladro poté fare un testimone, di un persecutore un apostolo, di un pubblicano un evangelista, di pietre figli di Abramo, proprio lui può trasformare anche un essere vergognoso come un cane in una pecora del gregge d’Israele.
 
Testimoni di Cristo - Madonna della Neve. Il sogno di Dio per l’umanità è inaspettato e controcorrente: Il Vangelo è il sogno di Dio per l’umanità, è il desiderio di un padre che ama il mondo senza riserve e che si offre a ogni singolo essere umano come neve che scioglie l’arsura dell’esistenza. E la fede è come una nevicata nel cuore dell’estate a Roma: sorprendente, controcorrente, spesso dai frutti inaspettati. Ecco perché celebrando oggi la dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, che nella devozione popolare prende il semplice nome di Madonna della Neve, ci viene ricordato che quando l’umanità incontra Dio tutto cambia e tutto può succedere. La Basilica venne edificata da papa Liberio nel IV secolo – e per questo è chiamata anche Liberiana – in seguito a un segno prodigioso: sul monte Esquilino nevicò e il Pontefice fece edificare una chiesa proprio tracciando il perimetro dell’area sulla quale era caduta la neve. La tradizione colloca il miracolo al 5 agosto dell’anno 352 e lo collega a una visione avuta sia da Liberio che da un patrizio romano, Giovanni, che poi finanziò la costruzione: Maria apparve loro chiedendo di costruire l’edificio nel punto che avrebbero trovato ricoperto dal manto bianco. Di fatto si tratta del santuario mariano più antico d’Occidente, custode anche del titolo di «Madre di Dio», solennemente attribuito a Maria nel Concilio di Efeso del 431: una donna che genera al mondo il figlio di Dio, e quindi Dio stesso, è proprio come un manto di neve che ricopre la terra ad agosto.  
 
Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 4 Agosto 2026
 
San Giovanni Maria Vianney, Presbitero
 
Ger 30,1-2.12-15.18-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 101 (102); Mt 15,1-2.10-14
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 5 Agosto 2009): I metodi pastorali di san Giovanni Maria Vianney potrebbero apparire poco adatti alle attuali condizioni sociali e culturali. Come potrebbe infatti imitarlo un sacerdote oggi, in un mondo tanto cambiato? Se è vero che mutano i tempi e molti carismi sono tipici della persona, quindi irripetibili, c’è però uno stile di vita e un anelito di fondo che tutti siamo chiamati a coltivare. A ben vedere, ciò che ha reso santo il Curato d’Ars è stata la sua umile fedeltà alla missione a cui Iddio lo aveva chiamato; è stato il suo costante abbandono, colmo di fiducia, nelle mani della Provvidenza divina. Egli riuscì a toccare il cuore della gente non in forza delle proprie doti umane, né facendo leva esclusivamente su un pur lodevole impegno della volontà; conquistò le anime, anche le più refrattarie, comunicando loro ciò che intimamente viveva, e cioè la sua amicizia con Cristo. Fu “innamorato” di Cristo, e il vero segreto del suo successo pastorale è stato l’amore che nutriva per il Mistero eucaristico annunciato, celebrato e vissuto, che è divenuto amore per il gregge di Cristo, i cristiani e per tutte le persone che cercano Dio. La sua testimonianza ci ricorda, cari fratelli e sorelle, che per ciascun battezzato, e ancor più per il sacerdote, l’Eucaristia “non è semplicemente un evento con due protagonisti, un dialogo tra Dio e me. La Comunione eucaristica tende ad una trasformazione totale della propria vita. Con forza spalanca l’intero io dell’uomo e crea un nuovo noi” (Joseph Ratzinger, La Comunione nella Chiesa, p. 80).
Lungi allora dal ridurre la figura di san Giovanni Maria Vianney a un esempio, sia pure ammirevole, della spiritualità devozionale ottocentesca, è necessario al contrario cogliere la forza profetica che contrassegna la sua personalità umana e sacerdotale di altissima attualità. Nella Francia post-rivoluzionaria che sperimentava una sorta di “dittatura del razionalismo” volta a cancellare la presenza stessa dei sacerdoti e della Chiesa nella società, egli visse, prima - negli anni della giovinezza - un’eroica clandestinità percorrendo chilometri nella notte per partecipare alla Santa Messa. Poi - da sacerdote – si contraddistinse per una singolare e feconda creatività pastorale, atta a mostrare che il razionalismo, allora imperante, era in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Israele è in catene, bandito in terra straniera, esiliato in Babilonia dopo la disfatta militare, il popolo d’Israele geme, piange il suo peccato e spera. E a questa speranza il profeta Geremia dà speranza: il Signore Dio cambierà la sorte delle tende di Giacobbe e avrà compassione delle sue dimore. Gerusalemme sarà ricostruita e vi risuoneranno inni di lode, voci di gente in festa. L’amore di Dio è più forte del peccato e muterà la triste sorte di Israele: Dio li farà crescere e non diminuiranno, li onererà e non saranno mai più disprezzati.
 
Vangelo
Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata.
 
Le parole di Gesù , Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo, sono di facile comprensione: ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore, è dal cuore che provengono i desideri malvagi. Nel linguaggio biblico il cuore è il luogo delle decisioni, è la coscienza, è la mente, e allora, è il cuore che va tenuto in ordine. I farisei non sono più la pianta di Dio, sono ciechi e guide di ciechi, è giunto il tempo di rompere con il giudaismo, il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi (Lc 5,38).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,1-2.10-14
 
In quel tempo alcuni farisei e alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Infatti quando prendono cibo non si lavano le mani!».
Riunita la folla, Gesù disse loro: «Ascoltate e comprendete bene! Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo!».
Allora i discepoli si avvicinarono per dirgli: «Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?».
Ed egli rispose: «Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!».
 
Parola del Signore.
 
Per comprendere il vangelo di oggi bisogna leggerlo interamente, e cioè Mt 15,1-14.
Il tema della discussione è quello del «lavarsi le mani» che non era un norma igienica, ma una prescrizione rituale della purificazione secondo la «tradizione degli antichi».
I farisei, tutori della legge, consideravano Gesù e i suoi discepoli, a motivo del loro atteggiamento insubordinato, sovvertitori della legge e questo per la nazione intera poteva avere conseguenze inimmaginabili (Gv 11,48). La loro disubbidienza, poi, era sotto gli occhi di tutti; quindi, era urgente fermarli prima che fosse troppo tardi. Così si capisce perché la «casa madre», Gerusalemme, si premura di inviare a Genèsaret alcuni esperti della legge.
Sotto il rimprovero capzioso rivolto a Gesù, si può cogliere quella mentalità dura a morire la quale nasceva dalla considerazione che la legge, e sopra tutto la sua osservanza, bastava a giustificare il Giudeo: chi non osservava la legge era gente dannata (Gv 7,49), tagliata fuori dal progetto salvifico. Gesù, agli occhi dei Farisei, non soltanto sovvertiva la tradizione degli antichi, ma fuorviava il popolo introducendolo in sentieri che lo avrebbe portato molto lontano dalla salvezza. Accuse quindi molto pesanti che andavano al di là della banalità di lavarsi le mani prima di prendere cibo.
Nel testo mancante nel vangelo di oggi, Gesù, prima di rivolgersi alla folla, rispondendo ai farisei e agli scribi, si rifà agli insegnamenti dei Profeti in eterno conflitto con il potere deviante dei governanti e con il posticcio culto che la nazione rendeva a Dio (cfr, Mt 15,3-9). I re, sovente idolatri, sguazzavano nella melma della sensualità (Sir 47,19) e non si facevano scrupolo di ammazzare pur di possedere la donna oggetto delle loro brame (2Sam 11,1-27).
Il popolo da par suo era abilissimo nell’emulare le sue guide: da una parte l’incenso e dall’altra una vita scellerata (Is 1,11-13); da una parte le preghiere nel tempio e dall’altra parte le mani lorde di sangue fraterno (Is 1,15); da una parte l’osservanza del Sabato e dall’altra la bramosia che tutto passasse in fretta perché si potesse riprendere a vendere rubando e truffando sul peso (Amos 8,5-6).
La risposta di Gesù è molto aspra, la sua è infatti una controaccusa: i toni sono forti perché Egli sta rimproverando gente molto abile nell’eludere i comandamenti di Dio contrapponendovi la tradizione umana (Mc 7,9) e molto brava da apparire «giusti all’esterno davanti agli uomini» (Mt 23,28).
Per cui Gesù senza mezzi termini li taccia di ipocrisia:  “Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia” (Mt 15,7). Il termine hipokrites descrive gli attori con il volto nascosto da una maschera.
Riunita la folla… Gesù chiama la folla e qui il discorso ha la forma di didascalia, cioè di insegnamento; un insegnamento rivolto a tutti, discepoli e no, e che da tutti doveva essere ritenuto. Gesù non è un rivoluzionario: la legge va osservata anche nei più piccoli particolari perché lui non è venuto per abolirla, ma per renderla perfetta (Mt 5,17-19).
È un invito a guardarsi dentro: la creazione di per sé è buona e c’è un solo tipo di impurità che allontana l’uomo da Dio ed è quella che scaturisce dal suo cuore, cioè dai pensieri e dalle intenzioni. È l’uomo, se non ha un cuore puro, a rendere impure anche le cose buone. E poi, ora, nella pienezza del tempo, non è la legge e la sua osservanza a giustificare l’uomo, ma la fede in Cristo (Rom 5,1s).
 
Per approfondire
 
Pierre Grelot Tradizione in Dizionario di Teologia Biblica): Nuovo Testamento - La tradizione alle origini cristiane - 1. Gesù e la «tradizione degli antichi». - Fin dall’inizio Gesù accentua la propria indipendenza  nei confronti della tradizione giudaica del suo tempo. L’essenziale del legato tradizionale conservato nelle Scritture non è in causa: la legge ed i profeti non devono essere aboliti ma portati a compimento (Mt 5, 17). Per contro, la «tradizione degli antichi» non fruisce dello stesso privilegio: è cosa completamente umana, che minaccia persino di annullare la legge (Mc 7, 8- 13); Gesù quindi permette ai suoi discepoli di liberarsene e ne proclama egli stesso la caducità. Ma nello stesso tempo si comporta anch’egli come un maestro che insegna, non a modo degli scribi - ripetendo una tradizione ricevuta, ma da persona rivestita di autorità (cfr. Mc 1, 22. 27); ed i suoi discepoli ricevono la missione di ripetere i suoi insegnamenti (Mt 28, 19 s). Più ancora, egli innova sin nei suoi atti: perdona i peccati (Mt 9, 1-8), comunica agli uomini la grazia della salvezza, inaugura nuovi segni che comanda di ripetere dopo di lui (1 Cor 11, 23 ss). Con le sue parole e con i suoi atti egli sta così all’origine di una tradizione nuova, che si sostituisce a quella degli antichi come base di interpretazione delle scritture.
2. La tradizione apostolica. - Effettivamente si constata nella Chiesa l’esistenza di questa tradizione, definita con un vocabolario desunto dal giudaismo. Il fatto si nota soprattutto in Paolo, che per la sua formazione primitiva è esperto delle tecniche della pedagogia giudaica. Ai Tessalonicesi, egli ha «dato istruzioni» da parte del Signore Gesù (1 Tess 4, 2), ed essi hanno «ricevuto il suo insegnamento» (1 Tess 4, 1). Li scongiura di «custodire fedelmente le tradizioni (paradòseis) che hanno appreso da lui, oralmente o per lettera» (2 Tess 2, 15). Dice ai Filippesi: «Ciò che avete appreso, ricevuto, sentito da me, e constatato in me, ecco ciò che dovete praticare» (Fil 4, 9). Precisa ai Corinzi: «Vi ho trasmesso anzitutto ciò che io stesso avevo ricevuto» (1 Cor 15, 3), «Ho ricevuto dal Signore ciò che a mia volta vi ho trasmesso» (11, 23); nel primo caso si tratta di un sommario dottrinale relativo alla morte e alla risurrezione di Cristo; nel secondo, di un racconto liturgico della cena. L’oggetto della tradizione apostolica consiste quindi sia in atti che in parole. Tali fatti permettono di pensare che i materiali essenziali di questa tradizione, sia già prima di Paolo che poi nella cornice della sua predicazione, sono stati sottoposti ad una tecnica di trasmissione analoga a quella della tradizione giudaica. Ora questi materiali costituiscono la sostanza stessa della vita della Chiesa e la materia del vangelo, regola della fede e della condotta cristiana. Luca può quindi scrivere nella prefazione alla sua opera che «molti hanno posto mano a comporre un racconto degli avvenimenti [evangelici], quali sono stati trasmessi da coloro che furono fin dall’inizio testimoni e servi della parola» (Lc 1, 2). Le raccolte evangeliche non fanno quindi altro che consegnare per iscritto una tradizione già esistente. Parallelamente ad esse la vita della Chiesa conserva gli atti e gli usi trasmessi da Cristo e praticati dagli apostoli.
3. Dalla tradizione alla Scrittura. - La tradizione apostolica ha i suoi organi di trasmissione. In primo luogo gli apostoli, che l’hanno ricevuta da Cristo stesso; tra essi è Paolo, grazie alla rivelazione della via di Damasco (Gal 1, l. 16). Poi i maestri, che gli apostoli inviano ed ai quali commettono l’autorità nelle comunità cristiane (1 Tim 1, 3 ss; 4, 11; 2 Tim 4, 2; Tito 1, 9; 2, l; 3, 1. 8). Questa tradizione riveste forme varie in rapporto con la sua natura e con le diverse funzioni che svolge nelle comunità cristiane: dai racconti su Gesù alle professioni di fede (1 Cor 15, 1 ss), dai formulari liturgici (1 Cor 11, 23 ss; Mt 28, 19) alle preghiere comuni (Mt 6, 9-13) ed agli inni cristiani (Fil 2, 6-11; Ef 5, 14; 1 Tim 3, 16;Apoc 7, 12; ecc.), dalle regole di vita provenienti da Gesù agli schemi di omelie battesimali (1 Piet 1, 13...), e così via. Lo studio della tradizione apostolica esige quindi un’attenzione costante ai generi letterari attestati nel NT. Di fatto questo, nella sua diversità, ne è la redazione occasionale, effettuata in modo definitivo sotto il carisma della ispirazione. Come nel VT, la tradizione partita da Cristo e trasmessa dagli apostoli finisce così nella Scrittura.
 
Giuseppe Ghiberti (Peccato in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Uno dei più arcaici ricordi storici che caratterizzano Gesù è la sua predicazione di penitenza e la sua dichiarazione d’essere venuto per i peccatori: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15): «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17).
Dunque, non si capisce Gesù se non tenendo conto della realtà dalla quale egli vuole liberare gli uomini, il peccato: per questo egli richiede una conversione totale e si mette completamente a disposizione dei peccatori.
È nei confronti di questa realtà che gli evangelisti caratterizzano l’entrata di Gesù nel mondo e la sua morte.
Così Mt precisa il significato del nome di Gesù: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (1,21) e accentua la portata soteriologica della morte del Cristo: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (26,28).
Quando il versamento del sangue sarà compiuto, sarà ottenuto l’effetto del riconoscimento delle colpe, secondo quanto Lc 23 nota alla morte di Gesù: «Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto» (v. 48).
Fra questi due estremi tutta la vita di Gesù si mostra preoccupata del contatto con i peccatori e dell’elaborazione d’un insegnamento adatto a loro. Significativa in proposito l’accusa degli avversari che lo definiscono amico dei peccatori e dei pubblicani (Lc 7,34). Sempre Luca testimonia il perdono di Gesù accordato alla peccatrice pubblica (c. 7, soprattutto v. 47), introduce le tre parabole della misericordia annotando che tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinano a Cristo per ascoltarlo, suscitando lo scandalo dei benpensanti del tempo, i farisei e gli scribi (15,1-2). Al terzo evangelista poi dobbiamo il racconto dell’incontro tra Gesù e Zaccheo (19,1-10).
L’esemplificazione della molteplicità dei peccati si trova poi nelle cosiddette liste dei peccati, di cui i sinottici già offrono qualche esempio: cf. Mc 7,20-23: «Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: prostituzioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo».
Si può quindi concludere che esistenza del peccato e vita di Gesù sono due termini prettamente correlativi e la realtà dell’uno getta luce sulla realtà dell’altro. 
 
Cromazio di Aquileia (In Matth., Tract., 53, 1s.): Dio, infatti, non richiede dall’uomo se mentre sta per mangiare si lava le mani, ma se ha il cuore puro e la coscienza monda dalle impurità dei peccati. In effetti, cosa giova lavare le mani ed avere la coscienza macchiata? Quindi i discepoli del Signore poiché erano puri di cuore e preferivano una coscienza monda ed immacolata, non davano importanza a lavarsi le mani, che con tutto il corpo, insieme, nel battesimo avevano lavato, mentre il Signore diceva a Pietro: “Chi una volta è lavato, non ha bisogno di lavarsi di nuovo, ma è tutto puro, come siete voi” (Gv 13,10). Invece, che quel lavacro dei Giudei fosse necessario al popolo, il Signore da tempo lo aveva mostrato per mezzo del profeta, dicendo: “Lavatevi, siate puri, togliete l’iniquità dai vostri cuori” (Is 1,16). Con questo lavacro, quindi, fu prescritto non che si lavassero le mani, ma che togliessero le iniquità dai loro cuori. Per questo, se gli scribi e i farisei, avessero voluto capire o accettare questa celeste purificazione non si lamenterebbero mai delle mani impure.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Maria Vianney, Presbitero: Giovanni Maria Vianney nacque l’8 maggio 1786 a Dardilly, Lione, in Francia. Di famiglia contadina e privo della prima formazione, riuscì, nell’agosto 1815, ad essere ordinato sacerdote. Per farlo sacerdote, ci volle tutta la tenacia dell’abbé Charles Balley, parroco di Ecully, presso Lione: lo avviò al seminario, lo riaccolse quando venne sospeso dagli studi. Giovanni Maria Vianney, appena prete, tornò a Ecully come vicario dell’abbé Balley. Alla morte di Balley, fu mandato ad Ars-en-Dombes, un borgo con meno di trecento abitanti. Giovanni Maria Vianney, noto come il curato d’Ars, si dedicò all’evangelizzazione, attraverso l’esempio della sua bontà e carità. Ma fu sempre tormentato dal pensiero di non essere degno del suo compito. Trascorreva le giornate dedicandosi a celebrare la Messa e a confessare, senza risparmiarsi. Morì nel 1859. Papa Pio XI lo proclamerà santo nel 1925. Verrà indicato modello e patrono del clero parrocchiale. (Avvenire)  
 
Dio onnipotente e misericordioso,
che hai fatto di san Giovanni Maria [Vianney]
un pastore mirabile per lo zelo apostolico,
per la sua intercessione e il suo esempio
fa’ che con la nostra carità guadagniamo a Cristo i fratelli
e godiamo, insieme con loro, la gloria senza fine.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 3 Agosto 2026
 
Lunedì XVIII Settimana Del Tempo Ordinario
 
Ger 28,1-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 14,22-36
 
 
San Pietro di Anagni - La riforma, cammino paziente e “testardo”: La riforma, cioè il cambiamento, è un’opera perenne, un cammino che si compie a piccoli passi, giorno dopo giorno, scelta dopo scelta. Un percorso che non si arrende davanti alle difficoltà o a ciò che sembra impossibile, ma che con costanza e determinazione supera ogni ostacolo. Con questo stile san Pietro di Anagni portò la riforma nella sua comunità, in fedeltà al mandato di tutta la Chiesa a darsi la forma più efficace nella storia per diventare autorevole testimone del Vangelo. Pietro era nato nell’XI secolo nella famiglia longobarda dei principi di Salerno; rimasto orfano, fu affidato ai monaci del monastero salernitano di San Benedetto. Il cardinale Ildebrando di Soana, poi, lo scelse per diventare cappellano per papa Alessandro II. E fu proprio quest’ultimo Pontefice a volerlo vescovo di Anagni e a consacrarlo. Lo stesso Papa, poi, lo scelse per una missione delicata e lo inviò come apocrisario (una sorta di messaggero, mediatore e ambasciatore) presso l’imperatore d’Oriente Michele VII. Nella città laziale, in particolare, si dedicò alla costruzione della Cattedrale e, soprattutto, alla riforma della vita del clero, ravvivò il culto del martire san Magno e difese i beni ecclesiastici da indebite ingerenze esterne. Morì nel 1105 e il culto fu autorizzato già nel 1110 da papa Pasquale II.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Ananìa, il Signore non ti ha mandato e tu induci questo popolo a confidare nella menzogna. - Epifanio Gallego: Anania, il giogo e il ridicolo - Uno degli interrogativi ai quali è più difficile rispondere è come si possa distinguere il vero dal falso profeta. In questo racconto biografico, dovuto alla penna di Baruc, non si dà una risposta teorica, ma un esempio concreto del trionfo del vero profeta di Yahveh su colui che tale si diceva senza esserlo: un vero confronto diretto fra Geremia e Anania.
A Gerusalemme, era stata concordata una coalizione di piccoli re per cospirare contro Babilonia. Geremia, con una parodia irritante, si mette al collo uno dei gioghi con cui si legano gli animali agli strumenti di lavoro, e si presenta in questo modo a quegli ambasciatori nel tempio per annunziare loro, proprio contro tutti i loro piani, come sarebbero stati trattati da Nabucodonosor: avrebbero portato sul loro collo il giogo babilonese. L’impressione non poteva essere più forte.
Anania, profeta cultuale e cortigiano, non può permettere quello che considera come un insulto alle istituzioni nazionali e internazionali là riunite. Con parole identiche a quelle di Geremia, egli garantisce che, entro due anni, i deportati torneranno da Babilonia coi tesori del tempio e con Ieconia alla loro testa. Oggi sappiamo che Ieconia, nell’esilio, era ancora considerato come il vero re di Giuda dalla maggioranza.
Geremia, ironico e prudente allo stesso tempo, gli risponde con un « amen » o un « fosse vero quello che dici tu, ma... ». Era il ma di tutta la tradizione profetica che era contro l’oracolo di Anania. Egli annunzia la pace; i veri profeti hanno annunziato di preferenza il castigo, perché non cercavano l’adulazione, ma la conversione.
Gli annunziatori di prosperità devono provare la loro veracità coi fatti. Anania, sotto la spinta d’un impulso umano, prende il giogo dal collo di Geremia, lo spezza sulle sue ginocchia come simbolo della rottura del giogo babilonese entro due anni. Geremia, prudente, si ritira in silenzio: non comprende con sicurezza quale sia la volontà di Yahveh.
«Poi ...», la parola del Signore fu rivolta a Geremia, una parola meravigliosamente precisa. Il vero profeta non mira a imporsi, neppure per conservare il suo prestigio: in tutto quello che fa, è guidato da Dio. Geremia, riflettendo, comprese come fosse falso il vaticinio di Anania e andò nuovamente in cerca di lui.
Egli ha rotto un giogo di legno; Yahveh ne porrà uno di ferro sul collo di tutte le nazioni.
« Ascolta, Anania! Yahveh non ti ha mandato e tu induci questo popolo a confidare nella menzogna; perciò dice Yahveh: Ecco, ti mando via dal paese; quest’anno tu morirai ». Anania morì dopo due mesi. Era come la pena di morte a cui erano condannati i falsi profeti, pena eseguita, questa volta, direttamente da Dio.
Di fronte a questi avvenimenti, non raccontati da Geremia, ma dal suo discepolo, perché non possiamo dubitare della loro verità, non si potrà mai più dire che i profeti sono i teorici della religione. In molte occasioni, essi giocarono la vita a testa e croce. In questa decisione di non parlare, se non quando Yahveh dà loro la coscienza di possedere la parola di Dio, l’avveramento inconfutabile di certe loro predizioni, la loro condotta irreprensibile e il loro disinteresse personale spinto agli estremi di disprezzare la propria vita: ecco quello che distinse sempre i veri profeti dai falsi. Non sempre si disponeva o si dispone di tutti questi elementi di giudizio; e quindi, prima di canonizzare qualcuno come profeta del suo tempo, dobbiamo andar molto cauti e analizzare oggettivamente e disinteressatamente le circostanze in cui egli agisce.
Guarigione della piaga incurabile
 
Vangelo
Comandami di venire verso di te sulle acque.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,22-36
 
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Compiuta la traversata, approdarono a Gennèsaret. E la gente del luogo, riconosciuto Gesù, diffuse la notizia in tutta la regione; gli portarono tutti i malati e lo pregavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello.
E quanti lo toccarono furono guariti.
 
Parola del Signore.
 
Uomo di poca fede, perché hai dubitato? - La pericope fa seguito alla prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mt 14,13-21) e appartiene alla sezione narrativa che l’evangelista Matteo dedica alla Chiesa (Cf. Mt 13,53-18,35). Questa collocazione ci offre la chiave di lettura del brano evangelico.
Gesù è solo sul monte a pregare. In verità, non ci sono propriamente monti nelle immediate vicinanze del lago di Genesaret, per cui la nota può avere forse una indicazione meramente teologica.
Gli evangelisti, in modo particolare Luca, amano ricordare la preghiera di Gesù, la quale, oltre a manifestare il suo essere sempre in comunione col Padre, è sempre preludio di qualche avvenimento importante. Gesù, al suo battesimo, prega e riceve l’unzione dello Spirito Santo (Cf. Lc 3,22). Prega prima della missione in Galilea (Cf. Mc 1,35), prima della istituzione dei Dodici e del discorso inaugurale (Cf. Lc 6,12-13). Prega prima e dopo la moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,41.46; Mt 14,29.23), prima della professione di fede di Pietro (Cf. Lc 9,18) e perché la fede di Pietro, capo degli Apostoli, non venga meno nella tentazione (Cf. Lc 22,32). Prega prima di insegnare il Padre nostro (Cf. Lc 9,18) e in occasione della trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29). Prega prima di realizzare, mediante la sua passione, il disegno di salvezza del Padre (Cf. Lc 22,41-44).
Tale insistenza certamente si prefigge di educare i credenti alla preghiera: «Non è forse anzitutto contemplando il suo Maestro orante che nel discepolo di Cristo nasce il desiderio di pregare? Può allora impararlo dal Maestro della preghiera. È contemplando ed ascoltando il Figlio che i figli apprendono a pregare il Padre» (CCC 2601).
Subito dopo l’attenzione si sposta sulla barca di Pietro nella quale la tradizione cristiana unanimemente vede l’immagine della Chiesa. Una barca distante molte miglia da terra ed agitata dalle onde, a causa del vento contrario.
In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la figura di Pietro il quale chiede di andare incontro al Maestro camminando sulle acque. Il dialogo che intercorre tra Simone e Gesù indica ai discepoli il cammino necessario per conseguire la fede. Dal dubbio, se sei tu, con la catastrofica conseguenza di fare naufragio, occorre passare alla fede sic et simpliciter confidando unicamente nella potenza della parola di Dio.
Solo questa fede permette di andare verso Gesù sfidando anche le leggi della natura!
Il titolo di Signore (Kyrios), che troviamo sulle labbra di Pietro, è il più idoneo ad esprimere la fede della Chiesa in Gesù e nella sua origine divina.
Appena saliti sulla barca, il vento cessò.
Nell’Antico Testamento il potere di calmare le tempeste, così come di camminare sulle acque è attribuito a Iahvé (Cf. Sal 65,7; 77,20; 89,9-10; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sir 24,5-6; Is 43,16). Intenzionalmente è una professione di fede della comunità primitiva nella divinità di Gesù.
Tornata la calma nella barca di Pietro, si svolge una specie di liturgia: i discepoli si prostrano dinanzi al Signore confessando la loro fede: Davvero tu sei Figlio di Dio! Questa affermazione è propria di Matteo «e conclude il racconto del cammino di Gesù sulle acque con una professione corale di fede nella sua divinità... Si tratta di una risposta positiva dei discepoli alla parola rivelatrice di Gesù [Coraggio, sono io, non abbiate paura! v. 27]» (Angelico Poppi). Al di là della storicità dell’episodio, si può cogliere un messaggio altamente parenetico: Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua parola, la quale tacitando la tempesta, fa ritornare la calma e rende possibile la prosecuzione della navigazione. Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti. La presenza del Risorto si fa accessibile al credente nel mistero del sacramento dell’Eucaristia. Solo la fede di Pietro può far cogliere ai nostri cuori questa presenza viva.
 
Per approfondire
 
La preghiera di Gesù -  E. Beaucamp - La sua preghiera e la sua missione - Nel vangelo nulla rivela la necessità assoluta della preghiera meglio del posto che essa occupa nella vita di Gesù. Egli prega spesso sul monte (Mt 14,23), solo (ibid.), in disparte (Lc 9,18), anche quando «tutti [lo] cercano» (Mc 1, 37). Si avrebbe torto di ridurre questa preghiera al solo desiderio dell’intimità silenziosa con il Padre: essa concerne la missione di Gesù o l’educazione dei discepoli, che sono menzionate in quattro citazioni della preghiera proprie di Luca: nel battesimo (3, 21), prima della scelta dei dodici (6, 12), al momento della trasfigurazione (9, 29), prima dell’insegnamento del Parer (11, 1). La sua preghiera è il segreto che attira coloro che gli sono più vicini ed in cui egli li fa sempre più entrare (9,18). Essa li concerne: egli ha pregato per la fede dei suoi. Il legame tra la sua preghiera e la sua missione è evidente nei quaranta giorni che la inaugurano nel deserto, perché fanno rivivere, superandolo, l’esempio di Mosè. Questa preghiera è una prova perforante: Gesù, meglio di Mosè, trionferà del progetto satanico di tentare Dio (Mt 4, 7 = Deut 6, 16: Massa), ed ancor prima della sua passione ci fa vedere di quali ostacoli dovrà trionfare la nostra stessa preghiera.
 
Gesù è il Signore - Bruno Maggione: Una ricostruzione della figura di Gesù Cristo, così come si può leggerla nelle testimonianze di fede delle comunità cristiane delle origini, deve attirare l’attenzione su un’espressione brevissima, e molto antica, che bene esprime la fede e l’attesa dei primi cristiani. La formula è “Signore Gesù”. due semplici parole che dicono molte cose. Il nome Gesù rinvia alla storia di Gesù di Nazaret - una storia vera, non un mito, accaduta in un tempo preciso e in un luogo preciso - che Pietro nel suo discorso in casa del pagano Cornelio centra in poche battute (At 10,38-41): “... Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e sanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perchè Dio era con Lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da Lui compiute nella regione dei giudei e di Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giunto e volle che apparisse, non a tutto il popolo ma a testimoni prescelti, a noi che abbia mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione”.
“Signore”, non dice soltanto che Gesù di Nazaret è risorto, ma che continua ora a vivere nella sua comunità e nel mondo. Salvatore di tutti gli uomini e Signore della storia, come suggerisce un antichissimo inno liturgico che si legge nella lettera di Paolo ai Filippesi (2,6-11): “Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signori a gloria di Dio Padre”.
 
Gesù tende la mano a Pietro - Agostino, Discorsi 75, 10: Ma siccome il Signore non è tentato dalla lode umana, mentre spesso gli uomini nella Chiesa si turbano per le lodi e gli onori umani e quasi quasi annegano, | per questo Pietro si allarmò nel mare, spaventato dalla grande violenza della tempesta. Chi infatti non ha paura di quelle parole: Coloro i quali vi chiamano felici vi traggono fuori strada e confondono i sentieri dei vostri piedi? E poiché l’anima è impegnata nella lotta contro la brama di ricevere la lode degli uomini, è ’ bene che in un pericolo siffatto ricorra al. le preghiere e alle suppliche per paura che, lasciandosi sedurre dal fascino delle lodi, non corra il rischio di vacillare e annegate sotto il peso del biasimo. In mezzo alla tempesta Pietro impaurito grida: Signore, salvami! Il Signore infatti gli stende la mano dicendogli, sia pure rimproverandolo: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?, cioè: perché guardando dirittamente a colui che cercavi di raggiungere non ti sei vantato solo di quel che sei di fronte al Signore? Tuttavia trae fuori dalle onde del mare e non permette che perisca colui che aveva riconosciuto la propria debolezza e aveva implorato il suo aiuto.
 
Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
 
 
 
 1 Agosto 2026
 
Sant’Alfonso Maria de Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
Ger 26,11-16.24; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 (69); Mt 14,1-12
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 11 Marzo 2011): Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera» ... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia.
“Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi ... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede ... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione).
La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina.
Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il Signore mi ha veramente inviato a voi per dire ai vostri orecchi tutte queste parole - Le parole profetiche di Geremia suscitano imbarazzo nella classe dirigente, e i sacerdoti e i profeti sono disgustati. Sono stanchi di sentire castighi, o imminenti rovine, e per far tacere Geremia l’unica soluzione è quella di ammazzarlo. Ma occorre che la condanna a morte sia ratificata dal popolo, “strumento cieco di occhiuta rapina” (Giuseppe Giusti, Sant’Ambrogio). Geremia si difende dalle accuse, e ripete, quasi con ostinata innocenza, che la distruzione di Gerusalemme e del tempio è condizionata alla conversione di Israele. Possono fare di lui quello che vogliono, ma stiano ben attenti perché da Dio saranno ritenuti responsabili del sangue innocente. Il popolo accoglie la difesa di Geremia e ne decreta la liberazione: “Non ci deve essere condanna a morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore, nostro Dio”. Qualche volta il buon senso prevale sulla arrogante stupidità di credere di sapere tutto e di avere sempre ragione.
 
Vangelo
Erode mandò a decapitare Giovanni e i suoi discepoli andarono a informare Gesù.
Erode Antipa, figlio di Erode il Grande  e della sua quarta moglie, la samaritana Maltace, governava la Galilea e Perea come tetrarca, titolo di ciascuno dei re che, sotto il controllo di Roma, governavano una delle quattro sezioni in cui era divisa la provincia di Siria. Erode Antipa infrangendo la Legge (Lv 20,21) aveva sposato Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Per poterla sposare, Erode Antipa aveva ripudiato la moglie, figlia del re nabateo Areta IV. Giovanni il Battista non ebbe paura di condannare pubblicamente Erode Antipa accusandolo di incesto e di adulterio (Es 20,14). Il Vangelo suggerisce che il martirio di Giovanni il Battista scaturì da questa accusa pubblica, ma secondo lo storico Giuseppe Flavio, Erode Antipa temeva l’influenza di Giovanni il Battista sul popolo, che poteva portare a una ribellione. Per questo lo aveva fatto imprigionare nella fortezza di Macheronte, e qui, molto probabilmente, lo aveva fatto decapitare. Plausibilmente le due versioni si intrecciano mettendo in rilievo la crudeltà di Erode Antipa, al pari di quella di Erode il Grande, suo padre.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,1-12
 
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».
Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre.
I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Parola del Signore.
 
La fine del Battista - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): È la prima volta che Erode Antipa appare nella storia evangelica. Nessuna meraviglia che egli abbia sentito parlare di Gesù. Tiberiade, il luogo della sua residenza galilaica, non è molto distante da Cafarnao. Questa sua improvvisa apparizione apre la fila degli avversari di Cristo che si avvicendano nel IV libro. La sua presenza non è di buon auspicio. Sia per il nome che porta, che per le personali imprese, fa prevedere tristi ore per il futuro della salvezza. Quasi per mettere in guardia, ma più ancora per far comprendere il senso della rievocazione, Matteo ricorda una delle più delittuose azioni del tetrarca contro gli uomini del regno: l’uccisione del Battista, ordinata nel corso di un banchetto, per istigazione di Erodiade: contemporaneamente «moglie», nipote e cognata del re.
Il racconto del martirio del precursore è letterariamente un’abbreviazione di quelli più dettagliati e più originali di Marco e di Giuseppe Flavio. Esso costituisce una specie di digressione nella trama del IV libro, ma nel quadro dell’intero vangelo è un tratto che completa le precedenti apparizioni del Battista (cfr. 3,1-12; 11,2-14) e mette definitivamente in luce la sua missione. Giovanni è stato inviato a preannunciare il Cristo (è perciò un profeta), ma anche a precedere la sua venuta e le sue operazioni. Il destino dell’uno fa prevedere quello dell’altro. Anche il Battista, una volta libero predicatore di penitenza (3, 1-12), era stato catturato, imprigionato (4,12; 11,2) e infine ucciso (14,3-12). Gesù ha cominciato a percorrere la stessa strada; annuncia lo stesso messaggio; incontra le stesse opposizioni può darsi che avrà anche da subire la stessa fine. Le apparizioni del Battista diventano così gesti simbolici oltre che fatti reali, profezie in azione. Egli è un precursore in tutta la sua persona e con tutta la sua vita. Forse meno evidentemente che in Marco anche in Matteo Giovanni è il «tipo di Cristo», di cui anticipa prefigurativamente la missione. La sua cattura non è un’incarcerazione ma una «consegna» (paradosis) (4,12) come quella del salvatore (Mt. 17,22). Come al messia (cfr. Mt. 17,22; 20,17-19), anche al precursore hanno fatto «quello che hanno voluto» (Mt. 17,13). Il parallelismo è confermato da Gesù stesso: «Così anche il figlio dell’uomo ha da patire da loro» (Mt. 17,13). Su questa linea la morte di Giovanni è un anticipo di quella di Gesù, come la diceria della sua risurrezione (Mt. 14,2) prelude alla vera risurrezione di Cristo. In questa maniera il discorso sul precursore è documentativo e insieme profetico. Il ministero galilaico si sta chiudendo con un bilancio fallimentare. La morte del Battista e la fuga di Gesù segnano un punto in vantaggio del tetrarca e dei nemici del regno
 
Per approfondire
 
Martirio / Martiri - Alfonso Colzani (Enciclopedia del Cristianesimo): Nella storia cristiana, soprattutto dei primi secoli, i due termini designano la testimonianza e i testimoni della fede. II termine martirio deriva dal greco martyrion: testimonianza resa sotto giuramento con valore di prova.
Con questo significato di documento probatorio (dell’Alleanza o della Torà ) il termine ricorre frequentemente nella versione greca dcll’Antico Testamento e  in alcuni luoghi del Nuovo Testamento, caratterizzato dal riferimento a Cristo.
L’evangelista Luca introduce un nuovo significato: negli Atti degli apostoli martirio significa rendere testimonianza. inteso come predicare Cristo, compito caratteristico degli apostoli che “con grande forza rendevano testimonianza” (At 4,33). Martiri a partire da Luca 24,48, sono designati i testimoni del Risorto, i quali sono incaricati di essere testimoni fra le genti. Questo compito è chiaramente marcato dalla sofferenza e dal rischio della morte (Stefano, il primo martire cristiano è chiamato in Atti degli Apostoli 22,20 “il testimone fedele”), ma non è caratterizzato dalla concezione più tardiva di martirio come testimonianza del sangue, quanto dall’inalterata c completa proclamazione del messaggio di Cristo.
Per l’evangelista Giovanni martyrion è per definizione testimonianza di Cristo, anticipata da Giovanni Battista, testimonianza che lo stesso Cristo rende a se stesso e che i discepoli proclamano e confermano. Giovanni usa il vocabolario dell’esperienza della fede e della testimonianza, che ha il senso di conferma della verità di Dio: i discepoli che hanno visto rendono testimonianza e annunciano la vita eterna resasi visibile (1Gv 1,2).
Tale processo si realizza con l’aiuto dello Spirito Paraclito, che è colui che rende testimonianza a Gesù (Gv 15,26), ma non sostituisce la testimonianza dei discepoli: “e anche voi mi renderete testimonianza” (v. 27).
 
Beda, il Venerabile (Om. 23: CCL 122, 354): “San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza delle catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).
 
Sant’Alfonso Maria De’ Liguori. Alla ricerca di Dio nel cuore degli ultimi: Dio s’incontra nello sguardo dei semplici e nelle profondità del cuore dell’uomo ed è lì che lo cercò sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa. Fulcro della sua missione fu la cura degli ultimi e degli emarginati, che si prese a cuore dopo l’incontro con i pastori delle montagne sopra Amalfi. Era nato a Napoli il 27 settembre 1696 da una famiglia nobile e, dopo gli studi di filosofia e diritto, decise di diventare sacerdote.
Ordinato nel 1726, quattro anni dopo incontrò i pastori durante un momento di forzato riposo; si convinse così della necessità di farsi apostolo in mezzo a loro e a tutti i poveri. Per questo scopo, guidato dal vescovo di Castellammare di Stabia, fondò la Congregazione del Santissimo Redentore (i Redentoristi). Nel 1760 divenne vescovo di Sant’Agata dei Goti. Morì nel 1787. (Avvenire)
 
O Dio, che fai sorgere nella tua Chiesa
forme sempre nuove di santità,
fa’ che imitiamo l’ardore apostolico
del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori],
per ricevere la sua stessa ricompensa nei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.