19 Luglio 2026
XVI Domenica del Tempo Ordinario
Sap 12,13.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
Benedetto XVI (Angelus 17 Luglio 2011): Le parabole evangeliche sono brevi narrazioni che Gesù utilizza per annunciare i misteri del Regno dei cieli. Utilizzando immagini e situazioni della vita quotidiana, il Signore “vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose. Egli ci mostra … il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano” (Gesù di Nazaret. I, Milano, 2007, 229). Con tale genere di discorsi, il divino Maestro invita a riconoscere anzitutto il primato di Dio Padre: dove Lui non c’è, niente può essere buono. È una priorità decisiva per tutto. Regno dei cieli significa, appunto, signoria di Dio, e ciò vuol dire che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il tema contenuto nel Vangelo di questa domenica è proprio il Regno dei cieli. Il “cielo” non va inteso soltanto nel senso dell’altezza che ci sovrasta, poiché tale spazio infinito possiede anche la forma dell’interiorità dell’uomo. Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
Cari amici, il Libro della Sapienza – da cui è tratta oggi la prima Lettura – evidenzia questa dimensione dell’Essere divino e dice: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose ... La tua forza infatti è principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (Sap 12,13.16); e il Salmo 85 lo conferma: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca” (v. 5). Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di assomigliare a Lui! Era questo lo scopo che Gesù si prefiggeva con la sua predicazione; diceva infatti a chi lo ascoltava: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Israele spesso fu tentato di invocare la vendetta del Signore Dio sui suoi nemici. Una richiesta mai esaudita perché Dio «non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio d’uomo su cui si possano esercitare pressioni» (Gdt 8,16; Cf. Num 23,19; 1Sam 15,29; Gb 33,12; Os 11,9). Il Signore Dio, nei suoi giudizi, non si farà mai guidare dalla vendetta, ma dall’amore e dal perdono. Dio è misericordioso e castiga il peccato, mettendo però in campo tutta la sua pazienza, per dare possibilità a tutti di pentirsi. In tal modo Dio si presenta come modello dell’agire umano.
Seconda Lettura: Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili. Paolo vuol dare ai cristiani una parola di speranza che vinca la paura della impotenza: soltanto se si affideranno allo Spirito Santo, che abita in loro (Cf. 1Cor 3,16; 6,19; 2Cor 6,16; Ef 2,22), trionferanno sui nemici e troveranno la forza di arrivare al sicuro porto della salvezza.
Vangelo
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.
Il tema del Vangelo è quello della pazienza. Se l‟uomo è impaziente, Dio invece dà un‟impostazione più ampia e più tollerante al suo piano di salvezza: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9).
Dal Vangelo secondo Matteo (Forma Breve)
Mt 13,24-43
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Parola del Signore.
Il nemico ha fatto questo - La parabola della zizzania è propria di Matteo e forma una coppia con quella del seminatore, con la quale è affine per il contenuto. La parabola del granello di senapa è comune a tutti e tre i Sinottici. La spiegazione della parabola della zizzania è data dallo stesso evangelista: l‟uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo è il Cristo, il campo è il mondo e il buon seme i figli del regno, la mietitura è il tempo del giudizio (Cf. Ger 51,33; Gl 4,13; Os 6,11). Il nemico è il diavolo, il quale, a differenza dei servi che dormono, è l‟irrequieto, l‟insonne, colui che «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). Il Figlio dell‟uomo semina di giorno, il nemico di notte. Da qui si deduce che lì dove semina Dio, semina anche Satana: bisogna arrendersi «alla Parola di Dio e alle prove che la storia e la cronaca offrono ad ogni istante attraverso le edicole dei giornali, le vetrine delle librerie, il piccolo e il grande schermo. I “fiori del male” sono visibili in tutte queste aiuole; se ci sono gli effetti, ci sarà una causa, ci sarà un seminatore di zizzania e un coltivatore di malerba» (Rosario F. Esposito). Conoscere ciò è un ottimo antidoto a un falso ottimismo. La parabola, al di là del suo vero intento, dà diversi spunti di riflessione. È un invito alla vigilanza, una buona virtù che può limitare efficacemente l’azione nefanda del «nemico» nel mondo e nella Chiesa. Ma è anche vero che i «figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8), da qui il monito evangelico sempre attuale: noi «non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,5-6). Forse nella comunità cristiana, alla quale si indirizzava il Vangelo di Matteo, il «lievito dei farisei e dei sadducei» (Mt 16,6) aveva fatto fermentare un po’ di farina e i cristiani, emuli delle «guide cieche» del popolo di Dio (Cf. Mt 23,16.24), avevano preso gusto a tranciare giudizi, mettendo da una parte i buoni, qualificati così chissà da quali metri di giudizio, e dall’altra i cattivi, chissà per quali falli o peccati, occulti o manifesti. Proprio da tanto spettacolo di nequizia nasceva il desiderio di voler anticipare il giudizio finale di Dio. Una cosa, invece, è certa: il regno, finché dura questo mondo, è composto da grano e zizzania. In questa luce, nell’insegnamento evangelico della parabola del grano e della zizzania è nascosta «una lezione di pazienza perché non sta a noi decidere chi è il buono e chi è il cattivo, anche perché la parabola ci sottolinea l’aspetto escatologico della crescita, quando si realizzerà il vero discernimento; ma vi è anche la consapevolezza del valore del “seme”, da parte del padrone, perché sa bene che alla “fine” la zizzania sarà estirpata e bruciata» (G. Carata). A conclusione, il discepolo deve imparare ad avere e ad usare pazienza, predicare il pentimento e il perdono, imitando il buon Dio, il quale non gode «della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11). La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
Per approfondire
J. Giblet e M. F. Lacan (Perdono in Dizionario di Teologia Biblica) - Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca: Nella Bibbia, il peccatore è un debitore cui Dio, col suo perdono, rimette il debito (ebr. salah: Num 14,19); remissione così efficace che Dio non vede più il peccato che è come gettato dietro le sue spalle (Is 38,17), è tolto (ebr. nasa‟: Es 32,32), espiato, distrutto (ebr. kipper: Is 6,7). Cristo, usando lo stesso vocabolario, sottolinea che la remissione è gratuita ed il debitore insolvibile (Lc 7,42; Mt 18,25ss). La predicazione primitiva ha come oggetto, insieme al dono dello Spirito, la remissione dei peccati, che ne è il primo effetto, e che essa chiama «àfesis» (Lc 24,47; Atti 2,38). Altri termini: purificare, lavare, giustificare, compaiono negli scritti apostolici che insistono sull‟aspetto positivo del perdono, riconciliazione e riunione. Proprio di fronte al peccato il Dio geloso (Es 20,5) si rivela un Dio di perdono. L’apostasia, che segue all‟alleanza e che meriterebbe la distruzione del popolo (Es 32,30ss), è per Dio l’occasione di proclamarsi «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà ... che tollera colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia nulla impunito ...»; Mosè quindi può pregare con sicurezza: «È un popolo di dura cervice. Ma perdona le nostre colpe ed i nostri peccati, e fa’ di noi la tua eredità!» (Es 34,6-9). Umanamente e giuridicamente, il perdono non trova giustificazione. Il Dio santo non deve rivelare la sua santità mediante la sua giustizia (Is 5,16) e colpire coloro che lo disprezzano (5,24)? Come potrebbe contare sul perdono la sposa infedele all‟alleanza che non arrossisce della sua prostituzione (Ger 3,l-5)? Ma il cuore di Dio non è quello dell’uomo, ed il Santo non si compiace nel distruggere (Os 11,8s); lungi dal volere la morte del peccatore, egli ne vuole la conversione (Ez 18,23) per poter prodigare il suo perdono; infatti «le sue vie non sono le nostre vie», e «i suoi pensieri superano i nostri pensieri» di tutta l’altezza del cielo (Is 55,7ss), Questo appunto rende così fiduciosa la preghiera dei salmisti: Dio perdona al peccatore che si accusa (Sal 32,5; Cf. 2Sam 12,13); lungi dal volere la sua perdita (Sal 78,38), lungi dal disprezzarlo, egli lo ricrea, purificando e colmando di gioia il suo cuore contrito ed umiliato (Sal 51,10-14.19; Cf. 32,l-11); fonte abbondante di redenzione, egli è un padre che perdona tutto ai suoi figli (Sal 103,3.8-14). Dopo l’esilio non si cessa di invocare il «Dio dei perdoni» (Neem 9,17) e «delle misericordie» (Dan 9,9), sempre pronto a pentirsi del male di cui ha minacciato il peccatore, se questi si converte (Gioe 2,13); ma Giona, che è il tipo del particolarismo di Israele, è sconcertato nel vedere questo perdono offerto a tutti gli uomini (Giona 3,10; 4, 2); al contrario, il libro della Sapienza canta il Dio che ama tutto ciò che ha fatto ed ha pietà di tutti, che chiude gli occhi sui peccati degli uomini affinché si pentano, li castiga a poco a poco e ricorda loro ciò in cui essi peccano affinché credano in lui (Sap 11,23-12,2); manifesta in tal modo di essere l’onnipotente di cui è proprio il perdonare (Sap 11,23.26; Cf. la colletta della domenica X dopo Pentecoste e l‟Oremus delle litanie dei santi).
La Parabola - Alice Baum: Genere retorico nel quale un determinato pensiero viene illustrato servendosi di un’immagine. Il termine greco parabolē usato nel Nuovo Testamento significa accostamento. Nelle parabole vengono accostate due realtà, una religiosa, la “metà oggettiva”, e una tratta dalla vita quotidiana dell’uomo, la “metà illustrativa”. Laddove la metà oggettiva, ciò che veramente la parabola vuol dire, rimane il più delle volte inespressa. L’uditore, o il lettore, la deve ricavare lui stesso dalla metà illustrativa. Così per esempio nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29) la metà oggettiva va completata con l’immagine: il regno di Dio viene in maniera così inarrestabile come la messe dopo la semina. - La parabola va distinta dall’allegoria. Mentre in un’allegoria ogni tratto deIl’immagine ha un significato proprio, a ciò che è presentato neIla parabola corrisponde un’unica realtà religiosa. Nei discorsi di Gesù in parabola possiamo distinguere tre diverse forme. La parabola vera e propria si serve di un procedimento, o di un dato di fatto per esprimere una verità religiosa (parabola del granello di senape, la pecora smarrita e altre). La cosiddetta parabola è una storia inventata che racconta un caso singolo, talvolta fuori del comune (dieci vergini, Mt 25,1-13; figlio prodigo - o meglio: padre amorevole -, Lc 15,11- 32). Nel racconto esemplare non viene traslata un’immagine o una storia nella realtà religiosa, “ma un pensiero religioso-morale viene illustrato per mezzo di un caso singolo”. Non si tratta tanto della conoscenza deIla verità, quanto del retto agire (buon samaritano, Lc 10,30-37; fariseo e pubblicano, Lc 18,9-14). Le parabole di Gesù fanno parte dello “strato originario deIla tradizione”. Per i suoi uditori non erano nulla di nuovo.
Le si trovano anche nell’Antico Testamento e neIl’insegnamento rabbinico. Nuovo era il contenuto: il regno di Dio che viene e la pretesa di Gesù di esserne il portatore. Le parabole rispecchiano l’ambiente palestinese in maniera così chiara che non si può dubitare della loro autenticità. Una spiegazione obiettiva non è tuttavia possibile se non si tiene presente che le parabole hanno un triplice Sitz im Leben, vale a dire vanno comprese a partire da tre diverse situazioni: l’annuncio di Gesù, la vita della chiesa primitiva e la prospettiva teologica del singolo evangelista.
Giovanni Crisostomo: “Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che l’errore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche l’esperienza dei fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo l’anticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il trenta per uno intraprende un’altra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.
Testimoni di Cristo - Beato Achille (Achilles Josef) Puchała, Sacerdote e Martire: Nacque il 18 marzo 1911 in Polonia nel villaggio di Kosin, diocesi di Przemy. Terminata la scuola elementare, nel 1924 entrò a Leopoli nel seminario minore dei Frati minori conventuali. La sua formazione religiosa culminò il 22 maggio 1932 con la professione dei voti solenni ed il 5 luglio 1936 venne ordinato sacerdote. I primi anni di ministero furono nel convento di Grodno. Trasferito poi a Iwieniec, diocesi di Pilsk, fu sorpreso dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Il 19 giugno 1943 si verificò un’insurrezione contro i nazisti. Quando il parroco della vicina Pierszaje fuggì, padre Achilles vi si trasferì nei primi anni 40 per reggere la sede vacante.
Un mese dopo giunse a Pierszaje la Gestapo, che perquisì anche la canonica. Secondo un testimone oculare, il comandante locale della gendarmeria tedesca, cattolico praticante che abitava nella canonica, propose ai due sacerdoti di rifugiarsi in un nascondiglio, ma Achilles non abbandonò i fedeli e si unì agli arrestati. Fu ucciso in un fienile a cui poi fu dato fuoco il 19 luglio 1943. (Avvenire)
Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno,
fruttifichi in noi
e ravvivi la speranza
di veder crescere l’umanità nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.