20 Aprile 2026
Lunedì III Settimana di Pasqua
At 6,8-15; Salmo Responsoriale 118 [119]; Gv 6,22-29
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)
Catechismo della Chiesa Cattolica - « Dacci oggi il nostro pane quotidiano » 2828 « Dacci »: è bella la fiducia dei figli che attendono tutto dal loro Padre. Egli « fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Mt 5,45) e dà a tutti i viventi « il cibo in tempo opportuno » (Sal 104,27). Gesù ci insegna questa domanda, che in realtà glorifica il Padre nostro perché è il riconoscimento di quanto egli sia buono al di sopra di ogni bontà.
2829 « Dacci » è anche l’espressione dell’Alleanza: noi siamo suoi ed egli è nostro, è per noi. Questo « noi » però lo riconosce anche come il Padre di tutti gli uomini, e noi lo preghiamo per tutti, solidali con le loro necessità e le loro sofferenze.
2830 « Il nostro pane ». Il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni « convenienti », materiali e spirituali. Nel discorso della montagna Gesù insiste su questa fiducia filiale che coopera con la provvidenza del Padre nostro. Egli non ci spinge alla passività, ma vuole liberarci da ogni affanno e da ogni preoccupazione. Tale è l’abbandono filiale dei figli di Dio:
« A chi cerca il regno di Dio e la sua giustizia egli promette di dare tutto in aggiunta. In realtà, tutto appartiene a Dio e nulla manca all’uomo che possiede Dio, se egli stesso non manca a Dio ».
2835 Questa domanda e la responsabilità che comporta, valgono anche per un’altra fame di cui gli uomini soffrono: « Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio » (Mt 4,4), cioè della sua Parola e del suo Spirito.
I cristiani devono mobilitare tutto il loro impegno per « annunziare il Vangelo ai poveri ». C’è una fame sulla terra, « non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la Parola di Dio » (Am 8,11). Perciò il senso specificamente cristiano di questa quarta domanda riguarda il Pane di vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell’Eucaristia.
Liturgia della Parola
I Lettura: Stefano è un uomo pieno di fede e di Spirito Santo, e con parole ispirate annuncia al popolo il Vangelo della risurrezione. È un uomo pieno di grazia e di forza, e con coraggio respinge le accuse che gli vengono mosse dalla “sinagoga detta dei «liberti». incurante della morte. È un taumaturgo, e con generosità, guarendo ogni sorta di malattie, testimonia la compassione e la misericordia di Gesù, Verbo di Dio. Stefano è innanzi tutto testimone intrepido di Gesù risorto. Contro di lui viene formulata una duplice accusa: ha peccato contro la legge di Mosè (Cf. At 21,28) e contro il tempio (Cf. Mc 14,58), perciò deve morire.
Pur di abbattere il nemico spesso si usano anche mezzi disonesti, come quello di avvalersi di falsi testimoni.
Così per Gesù, così per Stefano. Il volto di Stefano si mostra luminoso come quello di un angelo. Questo particolare ricorda il volto trasfigurato di Gesù e la luminosità del volto di Mosè, che discendendo dal monte, rifletteva lo splendore della gloria di Dio. I membri del sinedrio assistono a una trasfigurazione di Stefano, che vede la gloria di Dio (At 7,55-56).
Il sinedrio condannando Stefano alla pena capitale, inconsapevolmente, lo associa al destino di colui nel quale ha creduto e per il quale ha testimoniato. La vicenda di Stefano, protomartire, non è altro che la vicenda di Cristo che continua nella vita della Chiesa.
Vangelo
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna.
Gesù, invitando i giudei a darsi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, li esorta a darsi da fare a credere in Lui, pane vero disceso del cielo. Come la Sapienza invita gli uomini a mangiare il suo pane e a bere il suo vino (Pr 9,1-6; Sir 24,19-22), così Gesù invita a mangiare la sua carne, il pane vero che dà la vita al mondo e a bere il suo sangue, «versato per tutti gli uomini, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,22-29
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Parola del Signore.
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 26 «In verità, in verità, vi dico, (voi) mi cercate non perché avete visto dei segni ...». Gesù, più che dare una risposta a coloro che lo cercavano (vv. 24-25), li rimprovera per la loro incomprensione. Infatti, essi non avevano colto il vero significato dei «segni» da lui operati, che rappresentavano nella loro globalità la rivelazione dell’amore del Padre in favore dell’umanità. Invece di riconoscere in Gesù il mistero della Sapienza di Dio incarnata, operante nel mondo attraverso la sua azione, avevano intravisto in lui il messia terreno, che poteva risolvere i loro problemi materiali, guarendo gli infermi, procurando il cibo in modo quasi magico. Il discorso sul pane di vita è agganciato all’intermezzo precedente con il termine sapienziale cercare (zètein, vv. 24.26).
v. 27 «Operate per il cibo che non perisce ... », Gesù esorta la folla a procurarsi il cibo che dà la vita piena e imperitura, «che lui solo, in quanto Figlio dell’uomo in perfetta comunione con il mondo di Dio, può comunicare» (Fabris, p. 388). Il termine «operare» (ergázomaiy) è una parola-chiave nel brano 27-30. Gesù contrappone il cibo materiale, che perisce, a quello che rimane per la vita eterna: è un altro esempio del «dualismo giovanneo». Soltanto lui, in quanto Figlio dell’uomo, può procurare questo cibo duraturo, che rimane (ménein, verbo tecnico in Gv), poiché dà la vita eterna. Precedentemente Gesù aveva promesso alla samaritana un’acqua viva zampillante per la vita eterna (4,14); ora, in modo analogo, parla di un cibo che rimane per la vita eterna. Il cibo (pane) e l’acqua sono associati pure in Is 55,1, dove il profeta esorta gli esiliati ebrei ad avere fiducia in Dio.
«Operate»: Gesù invita all’adesione di fede nella sua rivelazione. Egli promette un cibo misterioso, che consiste, come spiegherà più avanti, nel dono della sua «carne», cioè del suo corpo immolato in croce.
Il titolo «Figlio dell’uomo» orienta verso questo senso, perché in Gv si riferisce generalmente al Verbo in quanto uomo, che sarà elevato in croce, per redimere l’umanità fragile e debole, incapace di salvarsi senza l’aiuto di Dio. Gesù può comunicare la vita eterna, perché «Dio l’ha segnato con il suo sigillo», cioè accreditato per la sua missione salvifica. Esphrágisen (lett. sigillò) esprime un’azione istantanea e storica. L’uso dell’aoristo indicherebbe secondo qualche esegeta il momento dell’incarnazione del Verbo oppure della consacrazione messianica di Gesù al Giordano (Gv 1,32-34); meglio riferire il verbo a tutta la sua esistenza terrena, considerata ormai conclusa (cf. Fabris, p, 399).
v. 28 «Che dobbiamo fare per operare le opere di Dio?». Gesù aveva parlato in modo enigmatico e la folla l’aveva frainteso. Il malinteso esigeva una replica, che come di consueto segna un’ ulteriore progresso nella rivelazione. Le opere di Dio è un’espressione che riflette la mentalità pragmatica dei giudei, basata sull’osservanza degli innumerevoli precetti della Legge per ottenere la salvezza.
v. 29 «L’opera di Dio è questa crediate in colui che egli ha mandato». La riposta di Gesù è limpida: alla molteplicità delle opere, cioè degli sforzi umani, oppone un’unica opera, cioè il compimento della volontà di Dio, che consiste «nel credere in lui come inviato di Dio» (Fabris, p. 400). Questo detto si avvicina al concetto paolino della giustificazione: «L’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge» (Rm 3,28), Benché la fede sia un dono di Dio (Gv 6,44), tuttavia presuppone l’ascolto e l’adesione alla parola del Cristo. Dio rispetta la libertà dell’uomo e, pertanto, per comunicargli il suo amore, esige l’accettazione spontanea del suo disegno salvifico, manifestato e attuato da Gesù. «Il credere, che è l’azione più personale, la decisione più radicale dell’uomo e coinvolge al massimo la sua libertà, è opera di Dio, che diventa, accolta dall’uomo, opera dell’uomo “in Dio e con Dio”» (Segalla, p. 234).
Per approfondire
… su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo - Henri van den Bussche (Giovanni): Dio ha segnato Gesù col «sigillo» di Figlio dell’Uomo.
Pensiamo ai miracoli che hanno confermato che Gesù diceva la verità, al battesimo nel Giordano (1, 33-34), che ha autenticato la sua missione di Messia, all’incarnazione stessa nella quale l’umanità di Gesù è segnata col sigillo della divinità, o ancora alla filiazione divina che fa del Figlio l’immagine perfetta del Padre. Tutte queste considerazioni non si accordano col contesto che mette questo sigillo in rapporto col Figlio dell’Uomo. Il sigillo non è un’approvazione generale data alla persona di Gesù (3, 33); esso riconosce la legittimità della sua funzione di Figlio dell’Uomo e gli concede il potere e la giurisdizione. Nello stesso senso Aggeo 2, 23 (cfr. Eccli. 49, 11) dice a Zorobabele che egli diverrà il sigillo di Iahvé. Fare di qualcuno il proprio sigillo può significare: segnarlo come possesso inalienabile (Gr. 22, 24) o riconoscergli il potere annesso al sigillo (Agg. 2, 23). Nell’Antico Testamento il sigillo ha spesso un significato escatologico. I servi di Iahvé sono segnati per essere risparmiati nella catastrofe finale. Il libro che contiene i segreti del tempo escatologico è sigillato fino all’inizio di questo tempo (Dn. 12, 4-9; Ap. 5-6). Quando nel battesimo il cristiano è «segnato» dallo Spirito diventa, certo, mediante lo Spirito, possesso definitivo di Dio, ma soprattutto è destinato, messo da parte per il trionfo escatologico. Lo Spirito è il garante (2 Co. 1, 22; Ef. 1, 13) del giorno che vedrà la liberazione escatologica (Ef. 4, 30). Quando Dio mette su Gesù il suo sigillo, Gesù diventa Figlio dell’Uomo ed è investito di una funzione escatologica. Non sono le opere che segnano Gesù, perché il sigillo è precedente ad esse (il verbo è all’aoristo), è contemporaneo alla mi sione. Le opere di Gesù rivelano questo sigillo, questo potere escatologico. In virtù del sigillo che conferma la sua missione di Figlio dell’Uomo, Gesù può compiere le opere. Il sigillo è parallelo e ha lo stesso valore della santificazione in Gv. 10, 36, che è trasmissione di potere divino.
Questa legittimazione di Gesù come Figlio dell’Uomo è un passo verso la rivelazione del Figlio. Perché il potere concesso al Figlio dell’Uomo è tale da parte di Dio, che è precisamente il Padre di Gesù. Il procedimento giovanneo che orienta la rivelazione del Figlio dell’Uomo verso la rivelazione del Figlio qui è appena abbozzato. ma sarà ripreso con insistenza nelle sezioni seguenti.
Non siamo nati per vivere in eterno quaggiù: “Ci rattristiamo per la morte di qualcuno: ma siamo forse nati per vivere eternamente qui? Abramo, Mosè, Isaia, Pietro, Giacomo e Giovanni, Paolo - il vaso d’elezione - e perfino il Figlio di Dio, tutti sono morti; e proprio noi restiamo indignati quando qualcuno lascia il suo corpo? E pensare che probabilmente, proprio affinché il male non riuscisse a forviare la sua ragione, è stato portato via! La sua anima, infatti, era gradita a Dio; per questo s’è affrettato a toglierla di mezzo all’iniquità [Sap 4,11.14] in modo che durante il lungo viaggio della vita non si smarrisse in sentieri traversi. Piangiamoli, sì, i morti; ma solo quelli che piombano nella geenna, quelli divorati dall’inferno, quelli per i quali è acceso un fuoco eterno! Ma se noi, quando lasciamo questa vita, siamo accompagnati da una schiera di angeli, se Cristo ci viene incontro, rattristiamoci piuttosto se ha da prolungarsi la nostra permanenza in questa residenza sepolcrale. E poiché, effettivamente, per il tempo che qui ci attardiamo, siamo come degli esiliati che camminano lontani dal Signore, il desiderio, l’unico, che ci deve trascinare, è questo: Me infelice! Il mio esilio si prolunga; abito tra i cittadini di Cedar, e da troppo tempo l’anima mia è in esilio [Sal 119,5-6]. Ora, se dire «Cedar» è dire «tenebre», se questo mondo è tenebre - nelle tenebre, infatti, la luce risplende, ma le tenebre non l’accolsero [Gv 1,5] - rallegriamoci con la nostra Blesilla che è passata dalle tenebre alla luce, e mentre ancora era lanciata nella fede appena accolta, ha ricevuto la corona di un’opera compiuta” (Girolamo, Le Lettere, I, 39,3 [a Paola]).
Testimoni di Cristo - Beato Anastasio Giacomo Pankiewicz Sacerdote dei Frati Minori, martire (Nagórzany, Polonia, 9 luglio 1882 - Linz, Austria, 20 aprile 1942): Jakub Pankiewicz nacque a Nagorzanach, in Polonia, il 9 luglio 1882. Fu accolto dai Frati Minori nella Provincia dell’Immacolata Concezione nel 1900. Emise la Professione solenne il 24 febbraio 1904, assumendo il nome di Anastazy. Ordinato sacerdote nel 1906, fu Guardiano in varie Fraternità, costruì il Seminario minore nella città industriale di Lodz e fu tra i fondatori della Congregazione delle Suore Antoniane di Cristo Re. Arrestato il 10 ottobre 1941, fu internato a Dachau. Morì il 20 aprile 1942, sulla strada che conduce al crematorio di Hartheim nei pressi di Linz in Austria. Preparatosi alla morte con il sacramento della Riconciliazione, mentre aiutava un compagno di prigionia a salire sulla macchina un soldato tedesco chiuse la porta della vettura tagliandogli entrambe le mani. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri vennero disperse. Giovanni Paolo II lo beatificò a Varsavia il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi. (Avvenire)
Dio onnipotente,
fa’ che, spogliati dell’uomo vecchio con le sue passioni ingannevoli,
viviamo come veri discepoli di Cristo,
al quale ci hai resi conformi con i sacramenti pasquali.
Egli è Dio, e vive e regna con te.