5 Agosto 2026
Mercoledì XVIII Settimana del Tempo Ordinario
Ger 31,1-7; Salmo Responsoriale Ger 31,10-13; Mt 15,21-28
Catechismo della Chiesa Cattolica - LA FEDE È UNA GRAZIA 153 Quando san Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, Gesù gli dice: «Né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mi 16,17). La fede è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da lui infusa. «Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre, e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia “a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità”».
LA FEDE È UN ATTO UMANO 154 È impossibile credere senza la grazia e gli aiuti interiori dello Spirito Santo. Non è però meno vero che credere è un atto autenticamente umano. Non è contrario né alla libertà né all’intelligenza dell’uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate. Anche nelle relazioni umane non è contrario alla nostra dignità credere a ciò che altre persone ci dicono di sé e delle loro intenzioni, e far credito alle loro promesse (come, per esempio, quando un uomo e una donna si sposano), per entrare così in reciproca comunione. Conseguentemente, ancor meno è contrario alla nostra dignità «prestare, con la fede, la piena sottomissione della nostra intelligenza e della nostra volontà a Dio quando si rivela» ed entrare in tal modo in intima comunione con lui.
155 Nella fede, l’intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina: «Credere est actus intellectus assentientis veritati divinae ex imperio voluntatis a Dea motae per gratiam - Credere è un atto dell’intelletto che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio per mezzo della grazia, dà il proprio consenso alla verità divina».
Liturgia della Parola
I Lettura: La schiavitù del popolo è terminata e si prepara un nuovo esodo, sotto la guida di Dio. Israele si avvia a una dimora di pace, come si faceva per le processioni del re, Dio prepara una strada nel deserto eliminando tutti gli ostacoli per consentire il passaggio del popolo. In questi versetti, Geremia, nel declamare l’amore eterno di Dio, annunzia che Gerusalemme sarà riedificata, e tra le sue mura risuonerà la musica dei tamburelli e il popolo danzerà pervaso di gioia. La gioia sarà grande perché il Signore ha salvato il suo popolo e lo ha liberato dai suoi potenti nemici.
Vangelo
Donna, grande è la tua fede!
La buona notizia ha valicato i confini di Israele, e raggiunge la “zona di Tiro e Sidone”. Ma a leggere bene il brano evangelico si dovrebbe dire che le indicazioni suggerite da Matteo più che geografiche sono teologiche.
Un “espediente” per suggerire l’apertura ai pagani (At 15). L’umiltà della donna cananea, e la sua umile preghiera, infatti è paradigmatico della fede che salva: non conta più l’appartenenza ad un popolo, ciò che conta è la fede, accogliere il Verbo di Dio, mettersi alla sua sequela. La Chiesa quando inizierà a muovere i primi passi dopo l’ascensione di Gesù con fatica si libererà dai ceppi della legge mosaica, occorrerà un concilio per dirimere la questione: “Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi [...]. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!” (At 15,24.28-29). Quindi il brano evangelico è bene rivolto a tutti quei cristiani che credono di innalzare muri, ghetti, credersi padroni della fede, o di vantare illustri antenati: «… non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3,9). Tutto è grazia e la salvezza, dono di Dio, è per tutti gli uomini, nessuno escluso.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore - disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Parola del Signore.
Donna, grande è la tua fede - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): Nelle risposte e nel comportamento con la cananea Gesù si attiene al principio della più pura ortodossia giudaica: la salvezza è per i giudei o almeno (poiché in realtà la concezione dei grandi profeti è più universalistica) prima di tutto per loro. Lo stesso domma si trova in Gv. 4,22 e in Paolo (Rom. 1, 16; 2, 9). Sempre per ottemperare a questa tesi l’evangelista porta la donna [cananea] al di fuori del suo territorio (15,22), nonostante avesse poco prima affermato che Gesù si trovava già «nella regione di Tiro e Sidone» (15, 21). Non si tratta di una contraddizione ma di una esigenza teologica: la grazia che alla fine Gesù concede non esce dai confini sacri della terra promessa, teatro delle azioni salvifiche. La variante geografica serve a salvaguardare l’ortodossia del Cristo. Nonostante questa tesi, Matteo guarda benevolmente alla donna straniera e racconta con compiacimento il miracolo strappato da lei.
Il maestro (e più ancora l’evangelista) ha voluto mettere a dura prova la fede e l’amore di questa infelice; ma nel suo dolore essa non bada a umiliazioni e a sacrifici pur di veder salva la figlia. Dapprima, Gesù l’ignora completamente, non degnandola neppure di una risposta; poi tenta di allontanarla con una ripulsa intollerabile: «Non è bene gettare il pane dei figli ai cani»; ma la donna, nella sua desolazione, non bada al lato offensivo delle parole e cerca di volgerle egualmente a suo vantaggio. Con questo atto eroico piega l’apparente durezza del salvatore e ottiene il miracolo. Egli non aveva ancora trovato tanta fede e tanta umiltà neppure in Israele e tra gli stessi apostoli.
Anche gli antichi profeti, Elia ed Eliseo, avevano operato prodigi tra i pagani della Siria (1Re 17,7-24; 2Re 8,7); l’attuale miracolo era su quella linea ma annunciava un capovolgimento ancora più grave. Come nella disputa precedente Gesù aveva tentato di abolire il ritualismo e quindi il segregazionismo giudaico, ora elimina le barriere ancor più profonde esistenti tra i goim (i cani) e i discendenti di Abramo; tutti sono figli di un medesimo Padre (5,43-48) e per questo hanno diritto a un medesimo trattamento. Il salvatore d’Israele è anche il messia dei gentili. L’evangelista sottolinea la portata teologica del miracolo ma insieme anche la parte e la cooperazione degli apostoli. I discepoli, che Marco neanche ricorda, si sono costituiti avvocati e intermediari della donna pagana. Mentre sembra che Gesù non voglia ascoltarla essi oltrepassano il comportamento di un comune israelita e preannunciano con l’intervento la portata universalistica dell’attività ecclesiale. Compiono un ministero che supera già le strette frontiere israelitiche, precedendo il comando finale di Gesù: «Andate e battezzate tutte le genti» (Mt. 28, 19).
Per approfondire
Massimo Toschi: L’incontro di Gesù con la siro-fenicia tocca la delicatissima questione della fede. Questa donna non ha pretese nei confronti di Gesù, essa porta solamente il dolore per la figlioletta, posseduta da uno spirito immondo. Non chiede nulla, si accontenta solamente delle briciole, che sono fatte cadere dalla tavola per i cagnolini. Ma proprio in questo sta la grandezza della sua fede, che Gesù stesso le riconosce. La fede non è solamente affidarsi al Signore, ma anche abbandonarsi a Lui, perché basta pochissimo per essere saziati. Questa donna pagana cerca Gesù, attratta dal suo amore per Lui: un amore non costruito su astratte dottrine, ma sul patire della figlia. Questa è davvero la fede dei poveri, non maturata sui libri di teologia, ma su una vita quotidiana fatta di privazioni e di umiliazioni e proprio loro che avrebbero il diritto di pretendere, sono capaci di saziarsi solamente di briciole. È questa la fede con cui dovremmo accogliere l’eucarestia. Essa non è un possesso della chiesa, ma sta in questa straordinaria logica delle briciole, altrimenti è un rito religioso sostanzialmente vuoto. Dunque una fede senza pretese, che si sazia del pochissimo che Dio ogni giorno concede, che in realtà è tantissimo. Invece troppe volte apriamo una trattativa con Dio, rivendichiamo diritti e privilegi, viviamo la fede come esibizione di potenza. Davvero tutto il contrario di quello che il Vangelo esige dai credenti.
Ed ecco una donna cananea - Gertrud Herrgott: Cananei. Secondo Gen 9,25ss i discendenti di Canaan, maledetto da Noè.
1. L’Antico Testamento designa come cananei, il più delle volte, l’intera popolazione preisraelitica di Canaan, etnologicamente di natura diversa, molto spesso antica. Gli israeliti recepirono dai cananei per esempio la lingua e la scrittura, e l’arte della costruzione delle mura.
Forte fu l’influenza dei cananei in campo religioso: Israele mutuò nel suo culto di JHWH le alture, le mazzebot, i pali e alberi sacri (Ashera), molte usanze cultuali e feste. Quando però partecipò anche al culto cananeo della fertilità di Baal, entrarono in scena i profeti, che propugnavano la venerazione del solo JHWH.
Al loro seguito, anche la riforma del culto promossa dal re Giosia cercò di estìrpare da Israele il culto di Baal e la venerazione dei luoghi e dei segni originariamente pagani. D’altra parte, però, la fede dei cananei nel grande dio El e nel dio del tempo e della fertilità Baal arricchì l’immagine di JHWH di tratti essenziali: Osea per esempio, vede JHWH come dispensatore dei doni della terra coltivata e delinea il rapporto di JHWH con Israele come patto matrimoniale (Os 2).
2. Poiché anche nel periodo israelitico, il commercio rimase appannaggio dei cananei, cananeo nell’Antico Testamento è talvolta la denominazione usata per i mercanti.
Beda il Venerabile, Hom. 1,19: Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri” [Mt 15,28]. Sì, aveva davvero una grande fede, lei che, pur non conoscendo gli antichi miracoli, precetti o promesse dei profeti, né quelli recenti dello stesso Signore, al di là del fatto che tante volte viene da lui trattata con indifferenza, persevera nelle preghiere; e non cessa di sollecitare con suppliche colui che, propagandosi la fama, aveva saputo essere un così grande Salvatore. Ed è per questo che la sua richiesta ottiene grande effetto, dal momento che, alle parole del Signore “ti sia fatto come desideri”, da allora sua figlia è risanata... Se qualcuno di noi ha la coscienza macchiata dall’avarizia, dall’impeto [delle passioni], dalla vanagloria, dallo sdegno, dall’ira o dall’invidia, e da tutti gli altri vizi, è come avesse una figlia maltrattata dal demonio, per la cui guarigione può ricorrere supplice al Signore... Sottomesso con la dovuta umiltà, nessuno si giudichi degno della comunanza con le pecore d’Israele, cioè con le anime monde, ma piuttosto che deve subire un confronto, e si ritenga indegno dei doni celesti. E tuttavia, non cessi, per la disperazione, di adoperarsi con preghiera insistente, ma con animo certo confidi nella bontà del sommo donatore: poiché colui che di un ladro poté fare un testimone, di un persecutore un apostolo, di un pubblicano un evangelista, di pietre figli di Abramo, proprio lui può trasformare anche un essere vergognoso come un cane in una pecora del gregge d’Israele.
Testimoni di Cristo - Madonna della Neve. Il sogno di Dio per l’umanità è inaspettato e controcorrente: Il Vangelo è il sogno di Dio per l’umanità, è il desiderio di un padre che ama il mondo senza riserve e che si offre a ogni singolo essere umano come neve che scioglie l’arsura dell’esistenza. E la fede è come una nevicata nel cuore dell’estate a Roma: sorprendente, controcorrente, spesso dai frutti inaspettati. Ecco perché celebrando oggi la dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore, che nella devozione popolare prende il semplice nome di Madonna della Neve, ci viene ricordato che quando l’umanità incontra Dio tutto cambia e tutto può succedere. La Basilica venne edificata da papa Liberio nel IV secolo – e per questo è chiamata anche Liberiana – in seguito a un segno prodigioso: sul monte Esquilino nevicò e il Pontefice fece edificare una chiesa proprio tracciando il perimetro dell’area sulla quale era caduta la neve. La tradizione colloca il miracolo al 5 agosto dell’anno 352 e lo collega a una visione avuta sia da Liberio che da un patrizio romano, Giovanni, che poi finanziò la costruzione: Maria apparve loro chiedendo di costruire l’edificio nel punto che avrebbero trovato ricoperto dal manto bianco. Di fatto si tratta del santuario mariano più antico d’Occidente, custode anche del titolo di «Madre di Dio», solennemente attribuito a Maria nel Concilio di Efeso del 431: una donna che genera al mondo il figlio di Dio, e quindi Dio stesso, è proprio come un manto di neve che ricopre la terra ad agosto.
Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.