16 Febbraio 2026
 
Lunedì VI Settimana T. O.
 
Gc 1,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 8,11-13
 
Io sono la via, la verità e la vita, dice il Signore. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. (Gv 14,6 - Acclamazione al Vangelo)
 
Benedetto Prete: Io sono la via, la verità e la vita; il vers. di una ricchezza dottrinale incommensurabile, ha avuto interpretazioni assai divergenti. Il punto difficile è stabilire quale rapporto intercorra tra i tre sostantivi che il Salvatore applica a se stesso. Molti esegeti e Dottori della Chiesa, come Sant’Agostino e San Tommaso, ritengono che il primo sostantivo sia subordinato ai due ultimi; per questi autori la solenne dichiarazione di Cristo ha il senso seguente: Gesù come uomo è la via che conduce alla verità e alla vita; il sostantivo «via» si riferisce a Cristo come uomo; i sostantivi «verità» e «vita» si riferiscono a lui come Dio. Tale interpretazione tuttavia non incontra l’approvazione degli studiosi, perché la seconda parte del vers. dice: nessuno viene al Padre se non per mezzo di me; ciò significa che l’accento principale della solenne dichiarazione di Cristo va posto sulla prima parte del versetto, cioè: «Io sono la via»; Gesù per il credente è la via verso il Padre, in quanto è la verità e la vita. La «via» indica che il Maestro è il rivelatore del Padre, colui che annunzia la parola del Padre. Il vers. ha un contenuto teologico profondo, che raggiunge il mistero trinitario; esso lascia intravvedere quali misteriose relazioni intercorrono tra il Figlio ed il Padre. Gesù è rivelatore del Padre («via») e può condurre al Padre non come tramite, bensì come la Persona divina che è nel Padre; Gesù infatti non dice le parole da se stesso, ma trasmette le parole del Padre (verss. 10-11); egli conosce il Padre (cf. vers. 7) e fa vedere il Padre (cf. vers. 9); Cristo quindi è verità, perché è la parola del Padre, perché comunica la vita divina. Nel trinomio «via, verità, vita» si compendia il mistero di Cristo, il mistero della sua vita trinitaria. La verità e la vita si trovano abbinate perché la vita eterna (la vita divina che Gesù comunica) consiste nel conoscere il Padre presente nel Figlio (cf. 17, 3).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura -  Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, in questa lettera indirizzata alle dodici tribù che sono nella diaspora suggerisce delle norme pratiche di vita cristiana. Norme assolutamente valide in qualsiasi situazione esistenziale. Norme facili da applicare nel quotidiano, e anche in tempi di difficoltà e di prova.  È però necessaria una fede incrollabile. Chi dubita è paragonato alle onde del mare, che vanno da una parte all’altra. 
Il fratello di umile condizione sia fiero di essere innalzato, il ricco, invece, di essere abbassato: “Il proverbio dice che le apparenze ingannano. Questo è particolarmente valido davanti a Dio. Chi è il ricco o il povero davanti a lui? Evidentemente vi erano nella Chiesa, come vi sono sempre stati e sempre vi saranno, ricchi e poveri. Si tratta però di una apparenza che inganna quando è valutata davanti a Dio. Se davanti a lui non vi sono distinzioni di persone, meno ancora vi possono essere distinzioni di classi sociali. Anzi, il cristianesimo ha introdotto un cambiamento radicale di valori nella valutazione delle apparenze esterne.
Un uomo povero può gloriarsi nella sua ricchezza spirituale, che può accompagnare la “povertà” (secondo la mentalità che ha le sue radici nell’AT, questo appunto doveva avvenire; tanto che «povero» era sinonimo di «pio»). Il ricco deve gloriarsi nella sua umiliazione nel caso che perda improvvisamente le sue ricchezze. Le ricchezze sono un possesso assai precario; per questo deve gloriarsi del suo progresso spirituale e morale, che può provenire dalla privazione dei beni (non dimentichiamo la mentalità, che viene anch’essa dall’AT, secondo la quale «ricco » è sinonimo di empio e oppressore). La situazione precaria della ricchezza è spiegata col ricorso al testo di Isaia (40,6-7). La splendida vegetazione primaverile della Palestina si trasforma in arido deserto quando sopravvengono gli ardori estivi: stupenda immagine per descrivere la caducità della vita umana, particolarmente applicabile ai ricchi” (Felipe F. Ramos)
 
Vangelo
Perché questa generazione chiede un segno?
 
AI Mode: I farisei non cercano la verità, ma un pretesto per discutere e mettere Gesù in difficoltà. Chiedono un segno “dal cielo” (straordinario e cosmico) ignorando i numerosi segni che Gesù ha già compiuto tra la gente, come le guarigioni e la moltiplicazione dei pani.
Gesù nega categoricamente un ulteriore segno a “questa generazione”. La fede non può nascere da una costrizione o da una prova magica, ma solo dall’apertura del cuore alla Sua presenza quotidiana.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,11-13
 
In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

Parola del Signore.
 
La richiesta del segno da parte dei farisei è registrata anche nel Vangelo di Matteo (16,1-4), e nel Vangelo di Luca (Lc 11,29-32), ma con delle differenze. Marco più breve, a differenza di Matteo e Luca, non fa menzione al segno di Giona e alla regina del sud. Il racconto marciano, “è spesso considerato più originario della promessa del «segno di Giona» in Matteo e Luca. Forse però Marco ha omesso questo ricordo biblico perché rischiava di sfuggire ai suoi lettori, e Gesù ha realmente promesso questo segno per annunziare il trionfo della sua liberazione finale, così come Matteo l’ha ben esplicitato [cf. Mt 12,39 +]” (Bibbia di Gerusalemme). I farisei si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova: in verità, ai farisei non interessano i segni, interessa trovare un modo per smentire Gesù di fronte alle folle. E questo è suffragato dal fatto che la domanda del segno avviene nel contesto di una sezione caratterizzata dai due miracoli dei pani (Mc 6,30-44; 8,1-9), due miracoli fra i più spettacolari del vangelo. La richiesta è per mettere alla prova Gesù: l’uomo spesso va in cerca di segni costruiti in base alla propria immaginazione e non s’accorge dei molti segni che Dio ha di sua iniziativa seminato lungo la strada.
 
Per approfondire
 
Segno - Wolfgang Winter: Nell’uso linguistico greco, il segno in quanto “contrassegno” o “indizio”, è il riferimento a un dato di fatto che ne facilita il riconoscimento. Un concetto formale simile si trova anche nell’Antico Testamento. Per esempio l’“arco sulle nubi” è segno, anzi pegno della fedeltà di Dio all’alleanza con Noè e con i suoi discendenti (Gen 9,12ss). Un rapporto ancora più stretto fra segno e cosa indicata è presupposto nelle “azioni simboliche” dei profeti veterotestamentari: convinzione, derivante dall’ambito del rito sacrale, dell’efficacia operativa dei segni. Il fatto che Ezechiele non faccia alcuna lamentazione funebre per sua moglie è un’anticipazione del futuro destino d’Israele, la cui realizzazione comincia già nel segno. Il segno è inoltre anche annuncio ai contemporanei, una caratteristica, questa, propria della profezia classica. Il segno di Ezechiele non annuncia soltanto la realtà dell’evento futuro; esso è per gli spettatori addirittura una rappresentazione attualizzata di ciò che accadrà. Nei Sinottici prevale la comprensione formale di segno come “indizio” o “contras­segno”. Nell’apocalittica si conosceva l’esistenza di determinati eventi come indizio della fine di “questo eone” e questa concezione è presupposta anche in Me 13, Mt 24 e Le 21. Il signifi­cato di “contrassegno”, “prova” è presente in Mt 12,38ss: Gesù deve legittimarsi agli occhi dei giudei con un segno. Egli però risponde col “segno del profeta Giona”, col segno cioè costituito dalla figura stessa di Giona, vale a dire, come rimando al Dio presente nella sua predicazione penitenziale. In Giovanni si trova una concezione dei segni caratterizzata soprattutto dal contenuto, come prodigi, miracoli che Gesù compie nella sua gloria. Essi, tuttavia, non lo fanno univocamente riconoscere come Figlio di Dio. Essi sono comprensibili soltanto per colui che è a conoscenza dell’“ora” della passione di Gesù, cioè per il credente, come rivelazione dell’amore di Dio per il mondo peccatore (Gv 2,lss).
 
I segni nella vita di Gesù - Paul Ternant (Dizionario di Teologia Biblica): All’epoca del Nuovo Testamento, i Giudei attendevano per i giorni del messia prodigi per lo meno pari a quelli dell’esodo, e connessi a sogni di vittoria sui pagani (cfr. 1Cor 1,22). gesù delude quest’attesa nel suo aspetto carnale. Ma l’appaga spiritualmente, inaugurando la vera salvezza con i suoi miracoli, e apportandola con il suo «esodo» (Lc 9, 31), con il grande segno (Gv 12, 33) della sua elevazione in croce e in gloria. Contraddetto da certuni, Gesù, attraverso tutta la sua missione di servo che assume su di sé le nostre infermità (Mt 8,17 = Is 53,4), è il segno efficace che fa sì che la moltitudine si risollevi (Lc 2, 34), lo stendardo (Is 11,10ss: eb. nes ; gr. semèion) eretto per il raduno dei dispersi (Gv 11,52).
Fedele alla promessa divina di un rinnovamento delle antiche meraviglie (Mt 11,4s = Is 35,5s; 26,19), Gesù moltiplica i miracoli, che, pur accreditandone la parola, rientrano nello stesso tempo nei segni-avvenimenti salvifici e nella mimica profetica (cfr. Mc 823ss): sono soprattutto questi miracoli, uniti alla sua autorità personale e a tutta  la sua attività, a costituire «i segni dei tempi» (Mt 16, 3), cioè gli indizi dell’inizio dell’era messianica. Ma all’opposto di Israele nel deserto (Es 17,2.7; Num 14,22), egli si di rifiuta di tentare Dio, esigendo da lui dei segni a proprio vantaggio (Mt 4,7 = Deut) e di soddisfare quelli che, avidi di spettacolari, gli domandano un segno per tentarlo (Mt 16,1ss). Così i Sinottici, eco della sua riservatezza, evitano a proposito dei miracoli di usare la parola «segni», a cui ricorrono i suoi avversari (Mt 12,38; Lc 23, 8). Certo Dio, fornisce dei segni dell’avvento della salvezza ai poveri, come Maria (Lc 1, 36 ss), o i pastori (2,12). Però offrire ai Giudei i segni che essi si aspettano; ciò significherebbe pervertire la sua missione. Questi ciechi dovrebbero cominciare a prestare attenzione al «segno di Giona» secondo Lc 11,29-32, cioè alla predicazione di penitenza di Gesù. Sarebbero in grado di decifrare i «segni dei tempi», senza pretenderne altri per convenienza e sarebbero preparati a ricevere la testimonianza del più decisivo di essi, il «segno di Giona» secondo Mt 12,40, cioè la risurrezione di Cristo.
Ogni riserbo concernente l’uso della parola semèion scompare nella narrazione giovannea (salvo Gv 4,48), sia negli Atti che lettere. Per Giovanni, la visione dei segni avrebbe dovuto indurre i contemporanei Gesù a credere in lui (Gv 12,37-38): questi segni rendevano manifesta la sua gloria (2,11) a uomini provati (6,6), come Jahve aveva manifestato la propria (Num 14, 22), imponendo al popolo la prova del deserto (Deut 8,2). Essi li preparavano così a vedere (Gv 19,37 = Zac 12,10), grazie alla fede, il segno del Trafitto elevato sulla croce fonte di vita (12,33), che realizza la figura del serpente guaritore eretta da Mose su uno «stendardo» (Num 21,8: ebr. nes; gr. semèion; Gv 3,14), per la salvezza del popolo dell’esodo. Ai cristiani convertiti da questo sguardo di fede (cfr. Gv 20,29) e raffigurati dai Greci che chiesero di vedere Gesù (12,21.32s), il sangue e l’acqua che sgorgano dal Trafitto (19,34) appaiono allora i simboli della vita dello Spirito e della realtà del sacrificio che ce ne apre l’accesso grazie ai sacramenti del battesimo, della penitenza, dell’eucaristia. E di questi gesti salvifici del Risorto, vero tempio da cui scaturisce l’acqua viva (2,19; 7,37ss; 19,34; cfr. Zac 14,8; Ez 47,1s), i segni anteriori di Gesù (5,14; 6; 9; 13,1-10) appariranno a loro volta le prefigurazioni.
 
Guariscici dalla ricerca di segni - Adriana Zarri: Guariscici, Signore, da questa ricerca di segni esterni e consacranti, da questa puerilità di camerieri che vogliono il profeta col pennacchio. Tu non avevi pennacchi, tu non amavi lo straordinario e, se facevi miracoli, li facevi soltanto per pietà e domandavi che non se ne parlasse. Eri povero ma volevi questa ricchezza: che la gente ti amasse per te e non per quello che facevi.
Invece noi spesso ti amiamo perché compi miracoli e perché sei straordinario: il Cristo re, con i visceri in mano, che mostra un cuore raggiante, quasi un rubino incastonato nel petto.
E ingioielliamo la tua croce per dimenticare che era un segno d’infamia e farne un simbolo da portare in battaglia: «In hoc signo vinces », Invece tu hai ‘un semplice cuore come il nostro la tua croce era decorata solo di chiodi.
L’unica volta che ti vestirono da grande fu per burla: con una corona finta, fatta però di spine vere.
Dacci, Signore, di amarti cosi, senza bisogno d’altro; e di comprendere che l’incarnazione più grande è proprio questa piccola, calata nei gesti più normali; e di straordinario c’è solo lo straordinario e non i suoi abiti festivi.
Liberaci dalla ricerca dell’eccezionale: facci capire che il santo è povero di orpelli e anche di ori: passa per strada e nessuno lo conosce.
Fa’ che amiamo la povertà di questo anonimato, che amiamo anche noi passare inosservati, scomparire all’angolo della strada e che nessuno ci guardi dietro.
Fa’ che ci rifiutiamo alla facile notorietà, fosse pur quella della virtù titanica, che vorrebbe vestirci da festa e metterei sul palco; che amiamo le sedie di platea, tutte eguali; e la diversità sta in noi, nascosta nel profondo.
Dacci di amare i giorni feriali, in cui non c’è dolce sulla tavola né il vestito di festa, né l’omelia della domenica, ma il pasto normale, la tuta da lavoro, la messa « liscia », e non succede nient’altro che la vita: questo accadere immenso, comprensivo di tutto, che è il precipitare, nel tempo, del tuo vivere eterno
 
La necessità di un segno - Giovanni Crisostomo, Omelie sul VangeLo di Matteo 53, 2-3: Quale segno dal cielo chiedevano? Che arrestasse il sole o frenasse la luna o facesse cadere fulmini o mutasse l’aria o qualcos’altro di simile ... Se facevano riferimento ai segni dell’epoca del Faraone (Es 3 - 15), allora si doveva essere liberati da un nemico e a ragione avvenivano quei segni; ma per chi era venuto tra amici non c’era bisogno di questi segni.
 
I Testimoni di Cristo: Santa Giuliana di Nicodemia - Così la violenza del mondo ci costringe a scegliere: Non sempre la persecuzione si presenta con il suo vero volto, quello di una violenta repressione, perché spesso il mondo cerca di mettere a tacere il Vangelo attraverso metodi subdoli. In ogni caso la scelta è sempre tra la rinuncia alla propria identità di fede e la minaccia di vivere sotto scacco, quando non di dover offrire la propria vita. Davanti a questa scelta fu messa santa Giuliana di Nicomedia, una dei numerosi martiri dei primi secoli della storia della Chiesa. Giuliana era nata nel 287 a Nicomedia (oggi Izmit in Turchia) da genitori pagani: figlia forse di un funzionario imperiale, era l’unica cristiana della sua famiglia. Ancora bimba, all’età di appena nove anni, venne promessa sposa al prefetto della città, Eleusio, ma al momento delle nozze, quando Giuliana aveva 18 anni (forse nell’anno 305), pretese che il futuro marito si battezzasse prima di sposarla. Fu lo stesso promesso sposo a denunciarla alle autorità come cristiana praticante. Giuliana, però, non rinunciò al suo credo e alla richiesta di sposare un uomo battezzato. A nulla valsero le pesanti torture che dovette subire o la condanna a morte: salda nella fede fino all’ultimo, venne decapitata. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai promesso di abitare
in coloro che ti amano con cuore retto e sincero,
donaci la grazia di diventare tua degna dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
15 Febbraio 2026
 
VI Domenica Tempo Ordinario
 
Sir 15,16-21 (NV) [gr.15,5-20]; Salmo Responsoriale 118 (119); 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. (Cf. Mt 11,25 - Acclamazione al Vangelo)
 
La lode cristiana - A. Ridouard: Nel suo movimento essenziale la lode rimane identica dall’uno all’altro Testamento. Essa tuttavia è ormai cristiana, anzitutto perché è suscitata dal dono di Cristo, in occasione della potenza redentrice manifestata in Cristo. È il senso della lode degli angeli e dei pastori a Natale (Lc 2, 13 s. 20), nonché della lode delle folle dopo i miracoli (Mc 7, 36 s; Lc 18, 43; 19, 37); è pure il senso fondamentale dell’Hosanna della domenica delle palme (cfr. Mt 21, 16 = Sal 8, 2 s), ed anche del cantico dell’agnello nell’Apocalisse (cfr. Apoc 15, 3).
Alcuni frammenti di inni primitivi, conservati nelle lettere, rimandano l’eco di questa lode cristiana rivolta a Dio Padre, che ha già rivelato il mistero della pietà (1 Tim 3, 16), e farà rifulgere il ritorno di Cristo (1 Tim 6, 15 s); lode che confessa il mistero di Cristo (Fil 2, 5...; Col 1, 15... ), od il mistero della salvezza (2 Tim 2, 11 ss), diventando così talvolta vera confessione della fede e della vita cristiana (Ef 5, 14).
Fondata sul dono di Cristo, la lode del NT è cristiana anche nel senso che sale a Dio con Cristo ed in Cristo (cfr. Ef 3, 21); lode filiale sull’esempio della preghiera stessa di Cristo (cfr. Mt 11, 25); lode rivolta anche direttamente a Cristo in persona (Mt 21, 9; Atti 19, 17; Ebr 13, 21; Apoc 5, 9). In tutti i sensi è giusto affermare: ormai la nostra lode è il Signore Gesù. Fiorendo così sulla base della Scrittura, la lode doveva sempre rimanere primordiale nel cristianesimo, ritmando la preghiera liturgica con gli Alleluia ed i Gloria Patri, animando gli spiriti in preghiera sino a permearli ed a trasformarli in una pura «lode di gloria» (cfr. Ef 1, 12).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - A nessuno ha comandato di essere empio: Il brano sapienziale alla luce di Sir 15,14 è una solenne affermazione della libertà umana: «Da principio Dio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere». È la libertà dell’uomo che spiega il peccato e non è Dio a indurre al peccato: «Non dire: “Egli mi ha tratto in errore” perché non ha bisogno di un peccatore» (Sir 15,12; Cf. Rom 5,12; Gc 1,13). Dinanzi all’uomo Dio ha posto fuoco e acqua, vita e morte: là dove vuole egli tende la sua mano. Osservare i comandamenti è scegliere la vita (Cf. Sal 32,13-19; 3,13ss), opporvisi è una scelta di morte (Cf. Rom 2,6-11).
Per l’autore del libro del Siracide la morte è inerente alla natura umana (Cf. Sir 14,17), ma diventa castigo per chi si oppone a Dio.
 
Seconda Lettura - Dio ha stabilito una sapienza prima dei secoli per la nostra gloria: Si può parlare della sapienza divina solo tra i cristiani perfetti, cioè maturi, ben saldi nella fede. È un rimprovero, non tanto velato, che Paolo muove ai cristiani di Corinto: sono proprio le divisioni provocate dalla loro immaturità e dalla loro sapienza carnale che impediscono loro di comprendere la sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta, ma oggi rivelata ai credenti in Cristo mediante lo Spirito. Dividersi è precipitare nella insipienza umana: è in pratica ottundersi nella mente e impedire alla propria intelligenza di conoscere il mistero di Dio rivelatosi in Gesù crocifisso, che ha lo scopo di condurre a Cristo e di rendere Cristo speranza della gloria per tutti: «... ai suoi santi ...  Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria. È lui infatti che noi annunciamo, ammonendo ogni uomo e istruendo ciascuno con ogni sapienza, per rendere ogni uomo perfetto in Cristo» (Col 1,26-27). Dividersi è associarsi con coloro che hanno crocifisso Gesù il Signore della gloria.
 
Vangelo
Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.
 
«Gesù non viene né a distruggere la legge (Dt 4,8) e tutta l’economia antica né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la legge stessa era avviata» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 
Mt 5,17-37
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno»
 
Parola del Signore.
 
Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti
 
Io vi dico ... i versetti 21-48 propongono sei antitesi. Si apre con Es 20,13.
La formulazione «con l’indicativo futuro “non ucciderai” ricalca un uso tipico del linguaggio giuridico dell’Antico Testamento. Il significato è identico al più usuale “non uccidere”» (LA BIBBIA, Via Verità e Vita, Ed. Paoline). Questa sezione è preceduta da una introduzione (versetti 17-19), la quale oltre a mettere in risalto il valore perenne dell’Antico Testamento, insegna il valore della dottrina di Gesù, la nuova Legge, che porta  a compimento la Legge antica.
In verità io vi dico (= Amen): la parola ebraica che significava in origine stabilità in seguito venne a significare la verità e la fedeltà. Qui sottolinea semplicemente in verità, mettendo in questo modo in evidenza l’autorità e la signoria di Gesù.
Se la vostra giustizia ... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (Cf. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (Cf. Mt 1,19), che si manifesta soprattutto nei Comandamenti.
Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (Cf. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11).
Ma io vi dico ... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
Stupido ... Epiteto ingiurioso cui si accompagnava a un gran disprezzo, che spesso veniva espresso non solo con le parole, ma sputando a terra.
Pazzo, ancora più offensivo perché a volte voleva sottintendere un’aperta ribellione alla volontà di Dio.
Non commetterai adulterio ... alla formalità giuridica, Gesù oppone una pulizia interiore con la quale si rende luminoso lo sguardo, puro il cuore e fermamente decisi a non peccare: Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. La Legge proibiva non soltanto l’adulterio (Es 20,14; Dt 5,18) ma anche il desiderio di possedere la moglie del prossimo. Tuttavia nessuno aveva pensato dal mettere sullo stesso piano la duplice proibizione. Gesù invece arriva a considerare il desiderio un vero adulterio consumato nel cuore (Es 20,17; Dt 5,21). In questo modo, si «insiste, oltre che sull’espressione esterna della bramosia libidinosa, sull’aspetto morale dell’adulterio. Anche quando la brama non si esprime attraverso l’occhio, è ugualmente disordinata. Per il semita lo sguardo è un’azione che procede da una decisione di volontà; esso tradisce il grado di disordine a cui l’uomo è arrivato» (Ortensio da Spinetoli).
Anche il matrimonio va vissuto in questa cornice di purezza e, sopra tutto, di stima reciproca: alla facilità del divorzio si oppone la seria legge dell’amore.
La clausola eccetto il caso di unione illegittima, quasi «sicuramente fa riferimento a certe unioni ammesse come matrimonio presso alcuni popoli pagani, ma proibite, perché incestuose, nella Legge mosaica [Cf. Lv 18] e nella tradizione rabbinica. Si tratta, dunque di unioni nulle fin dall’origine per qualche impedimento. Quando le persone in situazioni siffatte si convertivano alla vera fede, la loro unione non veniva sciolta, ma si dichiarava che esse non erano state mai congiunte in vero matrimonio. Pertanto questa clausola non contraddice all’indissolubilità del matrimonio, ma la riafferma» (La Bibbia di Navarra).
È da notare che Gesù supera la mentalità dei suoi tempi per la quale solo l’infrazione della donna era considerata adulterio e punita con pene severissime, ora nella Nuova Legge l’uomo e la donna sono sullo stesso piano, hanno gli stessi diritti e doveri ed hanno le stesse responsabilità morali.
L’ultimo insegnamento, Non giurerai il falso ... il vostro parlare ..., riguarda l’integrità interiore dell’uomo, questa viene violata e divisa quando l’uomo si abbandona allo spergiuro e alla menzogna: l’uomo diventa doppio. Una divisione che mette a repentaglio le relazioni sociali e umane, le quali devono essere sempre approntate da mutua fiducia, onestà e sincerità. Il giuramento, in alcuni casi, era lecito per i Giudei: «Se giurerai per la vita del Signore, con verità, rettitudine e giustizia, allora le nazioni si diranno benedette in te e in te si glorieranno» (Ger 4,2). Gesù non condanna il giuramento in sé, ma la pessima e volgare abitudine di velare la propria disonestà ricorrendo al giuramento. Dio non può essere chiamato in causa come testimone per simili volgari obiettivi.
Per ritornare ai primi versetti, possiamo domandarci in che senso Gesù dà pieno compimento alla Legge e ai Profeti? Al di là delle tante risposte, si può rispondere facendo ricorso al comandamento dell’amore dal quale tutti gli altri comandamenti traggono il loro significato e la loro forza: «Allora i farisei, avendo udito che egli [Gesù] aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”» (Mt 22,34-40).
Se non si fa ricorso a questa soluzione si corre il rischio di scivolare in una casistica nella quale il credente si troverebbe a vivere una fede asfittica, lontana dalle vere esigenze evangeliche. Solo l’amore permette al discepolo di Gesù che la sua giustizia superi quella degli scribi e dei farisei: unica condizione per entrare nel regno dei cieli.
 
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Per approfondire
 
Bibbia Edu - Siracide - I contenuti - Il libro del Siracide è chiamato così dal suo autore, che in 50,27 viene presentato come “Gesù, figlio di Sira”. Seguendo l’antica traduzione latina, esso viene anche indicato con il titolo di Ecclesiastico (“libro da leggere nell’assemblea”), perché l’opera era molto letta nella  comunità ecclesiale, a motivo del suo ricco insegnamento sapienziale, rivolto a ogni categoria di persone e valido per le diverse situazioni  della vita. Il libro non ha uno schema preciso, ma si apre su un ampio orizzonte che abbraccia i molteplici aspetti positivi e negativi  dell’esistenza umana: l’amicizia, la morte, l’avarizia, il creato e i  suoi elementi, il prestito, il governo, le donne, l’uso della lingua, il  giuramento, l’adulterio, la libertà, i figli, la salute, il vino, i  banchetti, gli schiavi, i viaggi, il lavoro intellettuale e quello manuale. Nella sua descrizione, il Siracide non si pone gli interrogativi angosciosi di Giobbe, né assume l’atteggiamento provocatorio di Qoèlet, ma presenta una visione serena del mondo e della vita, sorretta dalla  presenza di Dio e dalla bontà della sua provvidenza. I cinquantuno capitoli di questo libro si possono così suddividere: Prologo (del traduttore greco) // La sapienza guida la vita dell’uomo (1,1-23,28) // L’elogio della sapienza (24,1-42,14) // La sapienza di Dio nella creazione (42,15-43,33) // La sapienza di Dio nella storia d’Israele (44,1-50,29) // Preghiera di Gesù figlio di Sira (51,1-30).
Le caratteristiche - Nel proporre la sua riflessione, il Siracide rimane profondamente radicato nella tradizione religiosa dei padri, vedendo nella legge del Signore (la Torah) il fondamento e la fonte prima della vera sapienza, data a Israele (24,23-34). In ciò appare anche l’unicità d’Israele nei confronti della cultura ellenistica, con la quale doveva confrontarsi l’ebraismo del  III-II sec. a.C. Nei cc. 44-50 gli antenati d’Israele fedeli a Dio sono presentati come testimoni esemplari di un’umanità guidata dalla  sapienza, verso la sua piena realizzazione. Quelli, invece, che non  furono fedeli, che cioè non seguirono la sapienza, vengono indicati come meritevoli del castigo e della punizione di Dio, che culminò nella  distruzione di Gerusalemme e nell’esilio babilonese (47,19-25; 49,4-7). Nella rivelazione della sapienza, che pianta la tenda in Gerusalemme, la lettura cristiana vede la manifestazione che Dio fa di se stesso all’umanità nell’incarnazione di Gesù (24,1-22; Gv 1,1-18).
L’origine - L’autore  probabilmente ha steso l’opera nei primi decenni del II sec. a.C. Il libro era destinato agli Ebrei che sperimentarono, nella loro terra, la  dominazione dei Tolomei prima e dei Seleucidi dopo. Composto originariamente in lingua ebraica, il Siracide si è conservato completo soltanto nella versione greca (vedi il Prologo). Tra il 1896 e il 1964 sono stati ritrovati diversi manoscritti, prima al Cairo, poi presso il Mar Morto (Qumran e Masada), contenenti buona parte del testo  originario ebraico.
Il Siracide è un libro deuterocanonico.
NOTA EDITORIALE - Quando sul finire del I secolo d.C. venne stabilito il canone ebraico dei libri sacri, Il Siracide ne venne escluso e, di conseguenza, l’originale  ebraico, non più letto in sinagoga, un po’ alla volta andò perduto. Dalla fine del secolo XIX in poi, tuttavia, se ne sono riportare in luce  ampie sezioni, attraverso manoscritti medievali trovati in Egitto, presso una sinagoga del Vecchio Cairo, e frammenti diversi scoperti in  Palestina, e più precisamente a Qumran e Masada. Si è ininterrottamente conservata, invece, dall’antichità ad oggi, la versione greca del Siracide, della quale la Chiesa si è sempre giovata.
Tra i manoscritti greci alcuni conservano una forma testuale più corta (testo breve), mentre altri vi inseriscono qua e là aggiunte e amplificazioni (testo lungo). Allo stato attuale degli studi, il testo greco breve del Siracide è considerato più autorevole dal punto di vista critico e per questo motivo esso era stato preferito nelle precedenti edizioni della traduzione italiana della Bibbia per l’uso liturgico (1971 e 1974).
La  Chiesa latina, però, ha costantemente privilegiato il testo lungo del Siracide: così nella Vetus Latina, nella Vulgata e oggi nella Vulgata (1979, 1986).
Il Santo Padre Giovanni Paolo II ha dichiarato la Nova Vulgata “tipica”soprattutto per l’uso liturgico. In questa terza edizione della Bibbia liturgica italiana è stato pertanto tradotto dal greco non il testo breve del Siracide, ma quello lungo. È sembrato doveroso anche  dare il giusto rilievo al testo breve, segnalandone al lettore l’estensione: per questo motivo esso viene stampato in carattere tondo, mentre stanno in corsivo le aggiunte proprie del testo lungo. Le  varianti più significative dell’ebraico vengono segnalate nelle note di commento. In un apparato specifico a fondo pagina del testo, invece, sono riportate le varianti più significative con cui la Nova Vulgata (NVg) si distacca dal testo critico di uso più corrente curato da J. Ziegler, che è seguito nella presente traduzione.
 
Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno - Werner Wiskirchen - Demóni: Nella credenza popolare greca designa esseri con forze divine che minacciano l’uomo e dalle quali egli cerca di proteggersi con formule magiche: “Essi sono ovunque, compenetrano tutto, non li tiene né porta né catenaccio, coprono la terra come erba” (preghiera magica). La LXX equipara demóni e /nullità divine pagane.
I demóni  acquisiscono una relativa autonomia. Con il crescente influsso persiano al tempo dell’esilio (cf. Libro di Tobia),i demóni vengono subordinati a Satana, in quanto spiriti decaduti (immagine in Is 14,12).
Nel NT i demóni  servono a mettere in evidenza la dimensione profonda dell’azione redentrice di Gesù. Nei Vangeli, si menzionano spiriti immondi soltanto in rapporto alla possessione. Va notato di volta in volta lo scarto esistente fra contenuto dell’affermazione e modalità rappresentativa.
I demóni imperversano là dove le realtà sperimentabili nell’ambito intramondano hanno una profondità che l’uomo non è più in grado di governare. Si camuffano perfettamente. La loro potenza è l’unità e al tempo stesso la molteplicità (Mc 5,9). Essi incatenano l’uomo nella riluttanza di una vita anonima e schizofrenica che si nega in modo cosciente allo splendore del Creatore. Gesù stesso era considerato demoniaco da coloro che traevano vita da Satana, (cf. Gv 8,44 ss). I demóni, al contrario, conoscono il potere che Gesù ha di annientarli (Mc 1,24).
Nel corpo morente di Gesù sulla croce, ogni arbitrio umano e ogni potere satanico alienante vengono assunti e distrutti nell’amore obbediente del Figlio (Col 2,15). Là dove negli uomini che agiscono responsabilmente il male prende il sopravvento ed estromette il bene, la storia viene esposta al potere del demoniaco.
Il discernimento degli spiriti che trascinano nell’imbroglio e nell’inganno (1Cor 12,1 ss) è possibile soltanto con la forza dello Spirito Santo. Il male apparentemente onnipotente è radicalmente esautorato dallo Spirito di Cristo.
 
L’intenzione del cuore - Ambrogio, De Paenit. 1, 70-71: Ammettiamolo pure: l’occhio si casualmente posato. L’animo, però non si soffermi con desiderio. Non è colpa il vedere, ma dobbiamo guardarci che da esso scaturisca il peccato. L’occhio corporale vede, il pudore dell’animo, tuttavia, tenga a freno gli occhi del cuore. Abbiamo il Signore maestro di spiritualità e, a un tempo, di dolcezza. Il profeta ha detto: "Non guardare alla bellezza di una cortigiana" (Pr 5,3). Il Signore, tuttavia, ha affermato: "Chiunque guarderà una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28). Non ha detto: «Chiunque guarderà» ha commesso adulterio, ma «chiunque guarderà per desiderarla». Non vuole imporre limiti di sorta alla vista, bensì fa questione di sentimento. Santo il pudore che ama tenere a freno gli occhi del corpo, così che spesso non vediamo addirittura ciò che ci è innanzi. Apparentemente, l’occhio vede ogni cosa che gli si pari davanti, ma se non si aggiunge l’intenzione, questo nostro vedere, di cui la carne ci dà la possibilità, riesce vano.
Dunque, vediamo con la mente più che con il corpo. La carne abbia pure veduto il fuoco, non teniamoci, però, la fiamma stretta in grembo, nel segreto, cioè, della mente nell’intimo dell’animo. Non facciamo penetrare il fuoco nelle ossa, non incateniamoci da noi stessi, non parliamo con gente da cui emani ardente la fiamma della colpa. L’eloquio della ragazza è nodo che avvince i giovani. Le parole dell’adolescente sono lacci d’amore per la giovinetta.
 
I Testimoni di Cristo - Santi Faustino e Giovita - Il Vangelo è quell’amore che sovverte l’ordine: È un amore radicale che sovverte l’ordine costituito, quello portato dai testimoni del Vangelo. Ecco perché fin dal principio i cristiani sono stati vittime di persecuzioni e di violenze da parte dei potenti, che si sono sentiti minacciati dal potere dell’amore del Risorto. È di questo amore che ci parla la storia dei due santi martiri Faustino e Giovita, uccisi nel II secolo a Brescia. Secondo la tradizione essi erano entrambi di famiglia pagana ed erano cavalieri dell’impero. Vennero convertiti al cristianesimo, però, dal vescovo Apollonio che in seguito ordinò Faustino prete e Giovita diacono. Il loro successo nella predicazione a Brescia suscitò l’ira dei “tutori” dell’ordine e della vita pubblica della città. Venne quindi chiesto al governatore della Rezia, Italico, di intervenire. Egli quindi denunciò i due come nemici della religione pagana (e quindi dell’impero) davanti allo stesso imperatore Adriano, approfittando di una sua visita a Milano. Alla richiesta di rinnegare la propria fede e di sacrificare al dio sole, essi rifiutarono. Vennero quindi condannati a morte, ma furono salvati da diversi prodigi. Furono quindi allontanati da Brescia e portati a Milano, Roma e Napoli: in nessun luogo fu possibile, però, dare loro la morte. Riportati a Brescia furono decapitati il 15 febbraio di un anno tra il 120 e il 134. (Avvenire)
 
O Dio, che hai rivelato la pienezza della legge
nel comandamento dell’amore,
dona al tuo popolo di conoscere le profondità
della sapienza e della giustizia,
per entrare nel tuo regno
di riconciliazione e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 

14 Febbraio 2026
 
Santi Cirillo, Monaco e Metodio, Vescovo, Patroni d’Europa
 
At 13,46-49; Salmo Responsoriale Dal Salmo 116 (117); Lc 10,1-9
 
Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione. (Lc 4,18 - Acclamazione al Vangelo)
 
Giovanni Paolo II (Lettera Apostolica 1980): 2 Cento anni fa il papa Leone XIII con l’enciclica «Grande Munus» ricordò a tutta la Chiesa gli straordinari meriti dei santi Cirillo e Metodio per la loro opera di evangelizzazione degli slavi. Dato però che in quest’anno la Chiesa ricorda solennemente il 1500° anniversario della nascita di san Benedetto, proclamato nel 1964 dal mio venerato predecessore, Paolo VI, patrono d’Europa, è parso che questa protezione nei riguardi di tutta l’Europa sarà meglio messa in risalto, se alla grande opera del santo patriarca d’occidente aggiungeremo i particolari meriti dei due santi fratelli, Cirillo e Metodio. A favore di questo ci sono molteplici ragioni di natura storica, sia di quella passata come di quella contemporanea, che hanno la loro garanzia sia teologica che ecclesiale, come pure culturale nella storia del nostro continente europeo. E perciò prima ancora che si chiuda quest’anno dedicato al particolare ricordo di san Benedetto, desidero che per il centenario della enciclica leoniana, si valorizzino tutte queste ragioni, mediante la presente proclamazione dei santi Cirillo e Metodio a compatroni d’Europa.
3. L’Europa, infatti, nel suo insieme geografico è per così dire frutto dell’azione di due correnti di tradizioni cristiane, alle quali si aggiungono anche due diverse, ma al tempo stesso profondamente complementari, forme di cultura. San Benedetto, il quale con il suo influsso ha abbracciato non solo l’Europa, prima di tutto occidentale e centrale, ma mediante i centri benedettini è arrivato anche negli altri continenti, si trova al centro stesso di quella corrente che parte da Roma, dalla sede dei successori di san Pietro. I santi fratelli da Tessalonica mettono in risalto prima il contributo dell’antica cultura greca e, in seguito, la portata dell’irradiazione della Chiesa di Costantinopoli e della tradizione orientale, la quale si è così profondamente iscritta nella spiritualità e nella cultura di tanti popoli e nazioni nella parte orientale del continente europeo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: È sottolineato con forza l’universalismo della salvezza. Il testimone è passato ad un altro popolo: il Signore ha dato la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo (cfr. Mt 21,41). A motivo del rifiuto provvidenziale da parte d’Israele, la parola di Dio si diffonde tra i pagani. Ma il rifiuto del vangelo da parte dei Giudei non è mai totale: Luca ama sottolineare le conversioni avvenute tra i Giudei a Gerusalemme (At 2,41.47; 4,4; 6,1.7; 18,8; 28,24). Anche per Israele v’è un progetto di salvezza: «Quanto al vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,28-29). I Giudei in quanto hanno rifiutato il Cristo «sono diventati nemici di Dio, e Dio ha permesso questo per favorire la conversione dei pagani (cfr. Rom 9,22; 11,11); ma essi rimangono l’oggetto della speciale dilezione che Dio ha manifestato ai loro padri prima del Cristo, nel tempo in cui il loro popolo era l’unico depositario dell’elezione» (Bibbia di Gerusalemme). La Chiesa muove i suoi passi tra mille difficoltà e infide persecuzioni le quali però non spengono l’entusiasmo dei neo convertiti, la diffusione sorprendente della Parola e la gioia dei missionari nel portare al mondo la Buona Novella.
 
Vangelo
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
 
È proprio di Luca il fatto che non sono stati inviati in missione solo gli apostoli (9,1-2), ma anche altri discepoli, come agnelli in mezzo ai lupi. I missionari non possono contare sulla forza, sul potere e la violenza. Sono disarmati, esposti alla mercé dei lupi. Motivo di questo invio è la penuria di operai. Le consegne sono esplicite: mitezza, povertà, essere portatori di pace, sapersi accontentare, guarire gli ammalati. A coloro che accolgono il missionario si rammenta che l’operaio ha diritto al suo salario, una regola ben consolidata delle comunità cristiane: “I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano considerati meritevoli di un duplice riconoscimento, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento. Dice infatti la Scrittura: Non metterai la museruola al bue che trebbia, e: Chi lavora ha diritto alla sua ricompensa.” (1Tm 5,17-18).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,1-9
 
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: È vicino a voi il regno di Dio».
 
Parola del Signore.
 
Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi - Dopo la missione dei Dodici (Cf. Lc 9,3-5), Gesù manda settantadue discepoli ad annunziare il regno di Dio che è già vicino. Il numero dei discepoli forse è intenzionale. Gen 10, nella versione dei Settanta, elenca settantadue nazioni, se Luca si attiene a questo dato il numero dei discepoli inviati vuole indicare l’universalità della missione: la salvezza supera gli angusti confini d’Israele per raggiungere tutti gli uomini. Sono mandati a due a due perché, per la legge mosaica, sono necessari due testimoni per attestare la veridicità di un avvenimento (Cf. Dt 19,15).
I settantadue discepoli sono mandati davanti a Gesù (Lc 9,52), quindi come precursori, e il Regno di Dio che essi annunziano è in relazione con la persona di Gesù.
La missione già si presenta ardua in quanto le forze sono impari: «vi mando come agnelli in mezzo a lupi». I discepoli si trovano come pecore tra i denti affilati dei lupi. E i lupi quando azzannano scarnificano la preda. Una missione tutta in salita. La persecuzione sarà sempre in agguato (Cf. Lc 6,22-23).
Gli inviati avranno in eredità il destino di Colui che li manda nel mondo: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Non è una probabilità, è pura certezza: «Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio» (Gv 16,2). Gli inviati dalla loro parte avranno soltanto lo Spirito Santo: «Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire: perche lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire» (Lc 12,11-12)».
Il loro sangue non sarà sparso invano, testimonierà contro i carnefici, cosicché ricadrà su di essi «tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare» (Mt 23,35).
Gesù esige, data l’urgenza della missione, la massima povertà e anche essenzialità nelle relazioni: non bisogna perdersi in chiacchiere inutili.
Gesù poi tratteggia il bon ton del missionario.
Innanzi tutto egli è un uomo di pace: è colui che porta la pace che per un israelita è la pienezza dei doni divini. Non bisogna vagabondare di casa in casa e di buon grado mangiare quello che sarà messo dinanzi. Una regola d’oro con la quale viene abrogata la distinzione mosaica tra cibi puri e impuri (Cf. Mc 7,19). Ridonare la salute agli infermi entra nell’opera missionaria: con essa si attesta il potere affidato agli inviati.
I settantadue torneranno pieni di gioia (Lc 10,17): gli inviati tornano pieni di gioia per avere esperimentato la potenza del Nome di Gesù. Ma il Maestro smorza un po’ la loro contentezza. Possono soltanto rallegrarsi per il fatto che i loro nomi «sono scritti nei cieli». Come ricorda san Paolo, la croce, e soltanto la croce, è la ricompensa e la forza del discepolo. Invece di aggrapparsi alla gratificazione del loro lavoro apostolico, i cristiani, «abbandonandosi al Padre come il Cristo nel momento supremo della croce [Cf. Lc 23,46; Atti 7,59], restano saldi nella edificazione della Chiesa che il Cristo opera proprio attraverso la loro stessa tribolazione» (Maria Ignazia Danieli). E se questo è l’unico metodo che Cristo usa per edificare la sua Chiesa allora si può comprendere perché scarseggiano gli operai per il suo regno.
 
Per approfondire
 
Gli inviati del Figlio - J. Pierron e P. Grelot: 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli. Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10, 1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9, 1 s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale. Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9, 38 par.; cfr. Gv 4, 38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22, 3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13, 16); come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10, 24 s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10, 16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23, 34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10, 16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13, 20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20, 21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16, 15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28, 19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1, 8). Così la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22, 21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahvè (Atti 26, 17; cfr. Is 42, 7. 16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15, 24). Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1 Cor 15, 8 s; Gal 1, 12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1, 5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo (10, 14 s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10, 17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
 
Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa: “L’operaio è degno della sua mercede” (Lc 10,7), perché gli alimenti fanno parte della mercede, in modo che qui cominci la mercede della fatica della predicazione, che sarà compiuta in cielo con la visione della Verità. Il nostro lavoro, dunque, ha due mercedi, una qui nel viaggio e un’altra nella patria: una che ci sostiene nel lavoro, l’altra che ci premia nella risurrezione. La mercede che riceviamo qui però ci deve rendere più forti per la seconda. Il predicatore perciò non deve predicare per ricevere una mercede temporale, ma deve accettare la mercede, perché possa continuare a predicare. E chiunque predica per una mercede di lode o di danaro, si priva della mercede eterna. Colui invece che, quando parla, desidera di piacere, non perché lui sia amato, ma perché il Signore sia amato, e accetta uno stipendio solo perché non venga poi meno la voce della predicazione, certamente questi non sarà premiato meno nella patria perché ha accettato un compenso in questa vita.
Ma che facciamo noi pastori, non posso dirlo senza dolore, che facciamo noi che prendiamo la mercede dei pastori e non ne facciamo il lavoro? Mangiamo ogni giorno il pane della santa Chiesa, ma non lavoriamo affatto per la Chiesa eterna. Riflettiamo quale titolo di dannazione sia il prendere il salario d’un lavoro senza fare il lavoro. Viviamo con le offerte dei fedeli, ma dov’è il lavoro per le loro anime? Prendiamo come paga ciò che i fedeli danno in sconto dei loro peccati, ma non ci diamo da fare con l’impegno della preghiera e della predicazione, come sarebbe giusto, contro quegli stessi peccati” (Gregorio Magno, Hom., 17, 1-4.7 s.).
 
I Testimoni di Cristo - Santi Cirillo Monaco e Metodio Vescovo: «Desiderarono diventare simili sotto ogni aspetto a coloro ai quali recavano il vangelo» (Giovanni Paolo II).
Cirillo (il nome di battesimo è Costantino) e Metodio (si chiamava Michele) sono figli di un alto funzionario dell’impero orientale; studiano a Bisanzio, ove Cirillo è ordinato prete mentre il fratello maggiore Metodio si fa monaco. Ambedue, mossi dal desiderio di evangelizzare, sono inviati in Moravia, ove sono già falliti vari tentativi di missionari latini. Traducono in lingua slava (creando i caratteri «cirillici») la Bibbia, il Messale e il Rituale liturgico: una novità assoluta che, se da un lato facilita l’evangelizzazione, dall’altro crea non poche difficoltà negli altri missionari, perché da sempre le uniche lingue usate nella liturgia erano l’ebraico, il greco e il latino. Papa Adriano II comprende l’audacia apostolica dei due fratelli, l’approva e chiede che in sua presenza siano celebrati i santi misteri in lingua slava.
Cirillo muore a Roma (869), Metodio è ordinato vescovo e parte come legato apostolico, per la Pannonia e la Moravia (Austria orientale e Ungheria occidentale). Osteggiato dalle crescenti lotte tra Oriente e Occidente e dai conflitti fra principi slavi e germanici, è calunniato, viene imprigionato e poi esiliato nelle deserte e fredde regioni della Svevia. Muore in Boemia nell’885. AI suo funerale i molti vescovi accorsi celebrano il rito funebre in latino, greco e slavo.
II 31 dicembre 1980 Giovanni Paolo II proclama i santi Cirillo e Metodio compatroni d’Europa insieme a san Benedetto da Norcia. (Messale dell’Assemblea Cristiana - Feriale - ELLEDICI)
 
O Dio, che per mezzo dei santi fratelli Cirillo e Metodio
hai dato ai popoli slavi la luce del Vangelo,
concedi ai nostri cuori di accogliere il tuo insegnamento
e fa’ di noi un popolo
concorde nella vera fede e coerente nella testimonianza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.