24 Aprile 2026
Venerdì III Settimana di Pasqua
At 9,1-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 116 (117); Gv 6,52-59
… se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna - Evangelium vitae 37: La vita che il Figlio di Dio è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La vita, che da sempre è «in lui» e costituisce «la luce degli uomini» (Gv 1,4), consiste nell’essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore: «A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,12-13).
A volte Gesù chiama questa vita, che egli è venuto a donare, semplicemente così: «la vita»; e presenta la generazione da Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha creato l’uomo: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). Il dono di questa vita costituisce l’oggetto proprio della missione di Gesù: egli «è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6,33), così che può affermare con piena verità: «Chi segue me... avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Altre volte Gesù parla di «vita eterna», dove l’aggettivo non richiama soltanto una prospettiva sovratemporale. «Eterna» è la vita che Gesù promette e dona, perché è pienezza di partecipazione alla vita dell’ «Eterno». Chiunque crede in Gesù ed entra in comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3,15; 6,40), perché da lui ascolta le uniche parole che rivelano e infondono pienezza di vita alla sua esistenza; sono le «parole di vita eterna» che Pietro riconosce nella sua confessione di fede: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). In che cosa consista poi la vita eterna, lo dichiara Gesù stesso rivolgendosi al Padre nella grande preghiera sacerdotale: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Conoscere Dio e il suo Figlio è accogliere il mistero della comunione d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella propria vita, che si apre già fin d’ora alla vita eterna nella partecipazione alla vita divina.
Liturgia della Parola
I Lettura: Cristo risorto sulla via di Damasco infrange i progetti delittuosi di Saulo, l’anima del persecutore si apre alla fede, e gli occhi si riempiono di luce nuova: la sua mente, pur sconvolta dall’apparizione del Risorto, comprende che Gesù è il Signore, e che vi è perfetta identità tra il Gesù che ora ha incontrato e i cristiani che aveva perseguitato: è il mistero del corpo mistico di Cristo, Gesù è il Capo, i cristiani le membra. Sconvolto, si affida alla preghiera di Anania, recupera la vista ed già in marcia per proclamare che Gesù è il Signore, il Messia che colma le attese delle antiche profezie.
Vangelo
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Gesù è il pane disceso dal cielo, di cui la manna era una pallida idea. Gli ebrei nel deserto avevano mangiato la manna ed erano morti, chi mangia la carne del Figlio dell’uomo e beve il suo sangue avrà la vita eterna. È una chiara allusione al significato redentore e sacrificale dell’Eucarestia.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,52-59
In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Parola del Signore.
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda (v. 55), Un autore del I secolo non avrebbe potuto scrivere le espressioni contenute nei vv. 51-58 senza pensare all’eucarestia. E nessun lettore del tempo le avrebbe intese diversamente. Ma quale concezione dell’eucarestia ci viene data? E quale è il suo rapporto con la tradizione comune del Nuovo Testamento?
I testi eucaristici dei sinottici (Mc 14,22-25; Mt 26,20-29; Lc 22,14-20) e della prima lettera ai Corinti (11,23-26) testimoniano la presenza di elementi costanti, quasi strutture fondamentali nella fede comune: la cornice del tradimento (dei capi, di Giuda, di Pietro e dei discepoli); il gesto del pane spezzato e del vino rosso distribuito; le parole di commento che esplicitano il riferimento all’antica alleanza, al servo di Iahvè e alla croce; la sottolineatura della «vita in dono» (per) come elemento centrale dell’esistenza del Cristo; la sequela come invito a condividere il dono del Cristo «prendete»; «bevete»).
Tutti questi elementi sono presenti in Giovanni, ma a modo suo. Le diversità non meravigliano: Giovanni non
intende raccontarci la cena, ma ci offre una omelia eucaristica Ma si direbbe un omelia costruita sugli elementi comuni: la cornice di incomprensione e di tradimento: i giudei, i discepoli (vv. 61.66), Giuda (v. 70); il riferimento all’antica alleanza (alla manna, al banchetto della Sapienza e al banchetto escatologico); l’affermazione della vita in dono ( per»), che costituisce un chiaro riferimento a Is 53,11-12, alla Croce e alla tradizione neotestamentaria comune: l’invito alla sequela («mangiare» e «bere»).
Naturalmente questi elementi della fede comune sono sviluppati, come al solito, all’interno di un pensiero for
temente originale. I tratti eucaristici non riguardano soltanto l’eucarestia-sacramento, e neppure - più ampiamente - la parola e la fede: ma è tutta l’esistenza di Cristo, è l’incarnazione che viene spiegata nel suo significato di fondo. Espressioni come «disceso dal cielo» (vv. 33.50.58), «dato dal Padre» (v. 32), «mandato dal Padre» (v. 57) si riferiscono all’incarnazione. E altre come «sangue» e «dato» si riferiscono alla Passione e alla Croce. È dunque tutta l’esistenza del Cristo che ci viene svelata nel suo profondo.
Possiamo indicare altre particolarità: l’insistenza e il realismo del «mangiare» e del «bere» (vv. 53-55); l’affermazione che la partecipazione al sacramento è condizione indispensabile per avere la vita (v. 53); l’esplicita dimensione universale del dono di Cristo (e per la vita del mondo»: v. 51); la dichiarazione che frutto della comunione con Cristo è la vita, nel suo aspetto presente e futuro e da intendere come estensione a noi della medesima vita che unisce il Padre e il Figlio (v. 57); infine il ricorso al termine «carne» anziché «corpo» (una polemica antidoceta? Oppure, più semplicemente, una traduzione giovannea del comune termine aramaico?).
Per approfondire
Come il Padre, ha la vita ... - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 57 La proposizione istituisce un parallelo, differentemente articolato nelle sue due parti, tra la vita di Cristo e quella del credente. Come Gesù trova nel Padre la fonte ed il fine della sua vita, così anche il credente trova in Cristo la fonte ed il fine della sua esistenza. Questa duplice considerazione deriva dalla preposizione διά (per), la quale designa il principio efficiente (in forza di ...) e il motivo finale (in favore di ...). L’evangelista intende proporre questa ricchezza di senso (io vivo per il Padre; così anche colui che mi mangia vivrà per me); come Gesù vive dal Padre e per il Padre, così il suo discepolo vive da lui e per lui. Il parallelismo non si esaurisce in questo insegnamento; il testo indica che l’Eucaristia comunica ai credenti la vita divina che Gesù riceve dal Padre; il Padre infatti ha dato al Figlio di disporre della vita divina in favore dei credenti (cf. Giov., 5, 26).
versetto 58 Gesù applica all’Eucaristia le espressioni che ricorrono nei verss. 49-50; si ha così unainclusio, cioè si conclude una sezione allo stesso modo con il quale è stata introdotta. Non è come quello che hanno mangiato i padri; questa sembra essere la lezione criticamente più sicura; molti codici offrono una lettura più ampia per desiderio di maggiore chiarezza e di armonizzazione con i testi precedenti (essi aggiungono le parole: manna, vostri, oppure: nostri, nel deserto); la Volgata offre la seguente lettura: non sicut manducaverunt patres vestri manna et mortui sunt.
versetto 59 Insegnando nella sinagoga; espressione che conclude l’intero discorso di Gesù. L’evangelista rileva che il discorso fu tenuto nella sinagoga per sottolinearne l’importanza; le verità rivelate da Cristo furono esposte durante un’istruzione sinagogale. La formula quindi «nella sinagoga» (letteral.: in sinagoga) non ha un senso esclusivamente locale che richiama l’attenzione su una circostanza esterna al discorso, ma riveste un senso più determinato, perché designa una circostanza che qualifica il discorso, perché esso fu tenuto in un’assemblea sinagogale ed ebbe il carattere di insegnamento autorevole e qualificato. Il codice D ed altri codici minuscoli, dopo le parole «a Cafarnao», aggiungono la precisazione «di sabato».
La vocazione di Saulo (9,1-19a) - Richard J. Dillon e Joseph A. Fitzmyer (Atti, Grande Commentario Biblico): Avendo prefigurato la propagazione della Parola ai gentili nell’episodio dell’eunuco della regina etiopica, Luca ritorna ora alla persona che sarà l’eroe della seconda parte del suo libro.
Prima che venga ufficialmente iniziata la missione ai pagani, è necessario che Luca incorpori il suo eroe nella Chiesa primitiva. Viene perciò introdotto a questo punto il racconto della conversione di Saulo.
Non è semplicemente un racconto di conversione, poiché ci informa su qualcosa che va oltre la semplice descrizione della conversione psicologica di Saulo; abbiamo qui piuttosto il racconto della sua vocazione ad essere «lo strumento da me scelto per portare il mio nome dinanzi alle nazioni» (9,15). Questo è soltanto il primo dei tre racconti della conversione di Saulo registrati in At (v. 22,1-6; 26,9-18). I tentativi fatti per mettere questi racconti in relazione con le varie fonti a cui attinse Luca (cap. 9 dalla chiesa antiochena; cap. 22 dalla chiesa gerosolimitana; cap. 26 da Paolo), non sono riusciti a convincere molto. (Per commenti sulle somiglianze e divergenze nelle tre narrazioni lucane della conversione di Saulo, Vita di Paolo, 46: 17-18).
Il racconto della conversione di Paolo che si trova in Gal 1,11-16 è assai simile a quello lucano del cap. 26. La triplice ripetizione del racconto in At è inserita in momenti decisivi nella storia della propagazione della Parola da Gerusalemme, e l’accento che Luca pone su quella conversione in quei particolari momenti sembra deliberatamente voluto. Nel cap. 9 il racconto è posto in relazione con la predicazione della Parola ai gentili (inserito tra l’episodio dell’eunuco etiopico e quello della conversione di Cornelio); nel cap. 22 esso è posto in relazione alla grande battaglia sostenuta dal cristianesimo per emanciparsi e liberarsi dalla sua matrice giudaica; nel cap. 26 la conversione è raccontata in un tempo in cui l’autorità di Roma è stata invocata per proteggere il cristianesimo, e sotto tale protezione esso s’incammina simbolicamente verso l’«estremità della terra».
Un’altra differenza che si potrebbe notare nei tre racconti riguarda il modo in cui viene presentato Saulo nelle varie edizioni. Benché Luca sia riluttante nell’assegnare a Saulo l’appellativo di «apostolo» (soltanto in 14,4.14), la descrizione della sua vocazione all’evangelizzazione dei gentili nel cap. 9 gli ascrive certe qualità peculiari che erano state già sperimentate dagli apostoli. Raffronta 9,15-17 con At 1,9; 2,4.40: egli ha visto il Kyrios; è ripieno dello Spirito; e ha iniziato a proclamare Gesù. Luca suggerisce implicitamente una certa uguaglianza tra Saulo e gli apostoli, anche se egli non s’esprimerebbe mai esplicitamente in tale modo. Nel cap. 22 si nota un accento posto sul ruolo di Saulo in quanto testimone; si può notare nello stesso racconto l’uso abbondante di termini quali martys, martyrein, ecc. (22,5.12.15.18.20) e il riferimento a Stefano (22,20). Ciò spiega la maggiore accentuazione della visione della luce, della doxa, e del «Giusto» (22,14). Infine, nel cap. 26 il ruolo di Saulo è quello del profeta. Nei vv. 16-1 ci sono allusioni alle visioni inaugurali di Ez 2,1.6; Ger 1,8, e in modo ancor più chiaro a Is 35,5; 42, 7; 61,1. Mosè e i profeti confermano il suo messaggio riguardante il Cristo (26,21); infine egli interroga Agrippa se crede nei profeti (26,27). In tutto questo si nota la tendenza lucana di presentare Saulo come colui che sta continuando l’opera di Gesù, il Kyrios; egli è all’opera nella persona di Saulo. Saulo diventa in tal modo un degno successore dei Dodici.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno: “Occorre notare che c’è un nutrirsi spirituale e un nutrirsi sacramentale. Quello spirituale avviene con la fede e la carità, quello sacramentale col sacramento. Senza il cibo sacramentale ci può essere salvezza, perché non è indispensabile quel che si riferisce all’istituzione sacramentale; invece il cibo spirituale è indispensabile. Agostino dice che il credere è già un mangiare: «Perché prepari denti e stomaco? Basta che tu creda e hai già mangiato!»” (Bonaventura, In Io., VI).
I Testimoni di Cristo - San Benedetto Menni, Sacerdote - Benedetto Menni al secolo Angelo Ercole è stato il restauratore dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) in Spagna, nonché il fondatore nel 1881 delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici. Nato nel 1841, lasciò il posto in banca per dedicarsi, come barelliere, ai feriti della battaglia di Magenta. Entrato tra i Fatebenefratelli, fu inviato a soli 26 anni in Spagna con l’improbo compito di far rinascere l’Ordine, che era stato soppresso. Ci riuscì tra mille difficoltà – tra cui un processo per presunti abusi a una malata di mente, concluso con la condanna dei calunniatori – e in 19 anni da provinciale fondò 15 opere.
Su suo impulso la famiglia religiosa rinacque anche in Portogallo e Messico. Fu poi visitatore apostolico dell’Ordine e anche superiore generale. Morì a Dinan in Francia nel 1914, ma riposa a Ciempozuelos, nella sua Spagna. È santo dal 1999. (Avvenire)
Dio onnipotente,
che ci hai fatto conoscere la grazia della risurrezione del Signore,
donaci di rinascere a vita nuova
per la forza del tuo Spirito di amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.