24 Settembre 2026
Giovedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
Qo 1,2-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 89 (90); Lc 9,7-9
Vanità della vanità: Paolo VI (Meditazioni, Pensiero alla morte): L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d’intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all’altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. «Servus inutilis sum». Sono un servo inutile. «Ambulate dum lucem habetis». Camminate finché avete la luce (Jo. 12,35). Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi e quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: «vanitas vanitatum». Vanità della vanità.
Liturgia della Parola - AI MODE: Il brano si apre e si chiude con l’inclusione letteraria più famosa del libro: «Vanità delle vanità, tutto è vanità».
La parola ebraica tradotta con “vanità” è hebel, che letteralmente significa soffio, vapore, fumo.
Qoelet non sta dicendo che la vita è brutta o che non vale nulla, ma che è inafferrabile e passeggera. Come il fumo, la vita si vede, ma se provi a stringerla in mano non resta nulla. È l’inconsistenza del tutto di fronte al passare del tempo. [...].
Qoelet 1,2-11 non è un invito al nichilismo distruttivo, ma un bagno di realismo. Abbattendo le false illusioni (il successo, la fama, l’illusione di controllare il futuro), l’autore libera l’uomo dall’ansia della prestazione esistenziale.
Riconoscere che non possiamo possedere il mondo “sotto il sole” è il primo passo per smettere di idolatrarlo e iniziare ad accogliere la vita, nel seguito del libro, come un dono di Dio da vivere nel presente.
-> Famiglie della Visitazione: Anche la gioia e il piacere si rivelano come “vanità” senza potenza! (vers.1-2).
“Il mio cuore” (otto volte dall’inizio del Libro) sembra essere al centro dell’attenzione di Qoelet: variamente tradotto, con “io dicevo tra me” (ver.1), “ho voluto fare un’esperienza” (ver.3), “dedicandomi con la mente”(ver.3), indica lo stato d’animo dell’uomo mai soddisfatto della sua condizione, sempre alla ricerca e sempre deluso, peraltro senza mai rinunciare al primato e alla guida della sapienza! Ma, “c’è qualche bene per gli uomini che essi possano realizzare sotto il cielo durante i pochi giorni della loro vita” (ver.3)? I vers.4-10 descrivono questo tentativo: “grandi opere…argento e oro…schiavi e schiave … molte donne … opere fatte dalle mie mani”(il verbo “fare” e la parola “opere” sono ripetuti sette volte!)! Ma “tutto è vanità e un correre dietro al vento. Non c’è alcun guadagno sotto il sole” (ver.11)!
Vangelo
Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
L’evangelista Luca, “invece di raccontare l’uccisione di Giovanni Battista, prepara [«cercava di vederlo», v 9] il futuro incontro di Erode e di Gesù [Lc 23,8-12]” (Bibbia di Gerusalemme). Ma non è semplice curiosità, Erode sa di essere al riparo da occhi indiscreti nel suo palazzo, sa di essere al sicuro perché circondato e vegliato da uomini ben armati, ma sa anche che non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto (Eb 4,13). Giovanni e Gesù dalla folla sono venerati come Profeti, e i profeti hanno gli occhi di Dio che penetrano in profondità nel cuore degli uomini. Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo (Mc 6,20), ma cedendo alla lussuria lo fa decapitare, ora vuole vedere Gesù, verrà anche per lui il momento dell’incontro, ma chiuderà il suo cuore. Aspettava miracoli (cfr. Lc 23,8) e non la salvezza come i poveri e i deboli.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,7-9
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 7 Il tetrarca Erode udì tutto quello che accadeva; l’insegnamento, i miracoli, la missione svolta dagli inviati di Cristo avevano suscitato dell’entusiasmo nella folla ed avevano fatto giungere la fama del Maestro agli orecchi di Erode Antipa; tuttavia sulla popolarità del Salvatore circolavano nel popolo le voci più discordanti che Luca, contrariamente a Matteo e Marco, fa giungere fino al tetrarca, causando in questo dell’inquietudine e della perplessità. L’evangelista ritocca notevolmente le espressioni dei testi paralleli degli altri Sinottici (cf. Mt., 14, 1-2; Mc., 6, 14-16) dando al racconto un suo sviluppo personale. «Tetrarca»: titolo più esatto di quello usato da Marco («re»; cf., Mc., 6, 14), poiché ad Erode Antipa non fu riconosciuto da Roma l’appellativo di re, ma quello di tetrarca (capo di una quarta parte del territorio). Ed era molto perplesso; osservazione psicologica determinata dalle circostanze, come queste sono presentate dallo storico; Luca infatti, facendo giungere al tetrarca i vari apprezzamenti che circolavano sul conto di Gesù, doveva anche segnalare la reazione psicologica che essi suscitavano nella mente di Erode.
L’imperfetto διηπόρει (δι-α-πορέω, verbo composto da διά: da ogni parte; ἀ-πορος: senza via) sintetizza tutto un atteggiamento psicologico; infatti il verbo διαπορέω(sono incerto da ogni parte mi volgo) significa perplessità nel giudizio, ansietà interiore, irrisolutezza nell’agire. Giovanni è risorto da morte; probabilmente questa voce circolava tra i discepoli di Giovanni Battista ai quali l’opera del loro maestro sembrava incompiuta.
v. 8 È riapparso Elia; Marco ha semplicemente: «è Elia»; Luca si spiega meglio (cf. commento a Mc., 6, 15). È da ritenere che questo giudizio esprima la convinzione di alcuni gruppi interamente presi dall’aspettativa messianica; in questi ambienti si riteneva che la venuta del Messia doveva essere preparata da Elia, ridisceso in terra. Uno degli antichi profeti è risuscitato; l’espressione in Luca è più forte di quella di Marco («è un profeta come uno dei profeti»; Mc., 6, 15); l’epoca dei profeti sembrava chiusa da secoli; per questi tempi difficili si attendeva la risurrezione di uno tra i grandi profeti del lontano passato.
v. 9 Chi è dunque costui del quale sento dire tali cose? L’evangelista si distacca sensibilmente dal testo di Marco («Giovanni che ho fatto decapitare; è lui che è risorto»; Mc., 6, 16), perché esprime ancora il dubbio che aveva il tetrarca («Chi è dunque costui...?») e soprattutto afferma chiaramente che Erode non condivideva l’opinione che il Battista fosse risorto, perché lo aveva fatto decapitare. E cercava di vederlo; rilievo che soltanto Luca trasmette con l’esplicito intento di stabilire un nesso con quanto egli narrerà più avanti (cf. Lc., 23, 8).
Per approfondire
È risorto uno degli antichi profeti - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il profeta atteso - Secondo la credenza popolare, all’inizio dei tempi messianici, come aveva profetizzato Malachia (3,23), sarebbe tornato il profeta Elia, che era stato rapito in cielo su un carro di fuoco (IX secolo). Elia sarebbe venuto «per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe» (Sir 48,10). Alcuni avevano identificato Elia con il Battista, e ora lo identificano con Gesù di Nazaret. Altri aspettavano un nuovo Mosè. Anche la convinzione del ritorno di un grande profeta faceva parte della speranza escatologica, legata alla venuta del messia. Questi era già presente in Gesù; ma, sorprendentemente, tra tutte le ipotesi che si facevano sulla sua persona, nessuna prendeva in considerazione il suo messianismo. Perché? Perché il messia atteso era di tipo trionfalistico e politico; ed era chiaro che Gesù non aveva queste caratteristiche. Egli incarnava, piuttosto, il servo sofferente del Signore, d’accordo con i canti del profeta Isaia. Tuttavia, Gesù appariva evidentemente come un grande profeta. Tale fu giudicato dal popolo, dai suoi discepoli, da quelli che furono guariti da lui e anche dai suoi nemici dichiarati. Ciò che lo definiva era il suo annuncio del regno di Dio, i segni delle sue guarigioni e i miracoli che avallavano la buona novella della presenza del regno, la sua dedizione ai poveri, il suo invito alla conversione, la sua insistenza sulla fine dei tempi, già in parte compiuti con l’offerta della salvezza di Dio e, soprattutto, la sua fedeltà al messaggio e alla verità fino alla sua morte violenta, avvenuta a Gerusalemme, come quella degli antichi profeti.
Risposta della fede su Gesù - Secondo molti, tutto questo faceva di Gesù il grande profeta atteso. Ma c’era qualcosa di più che passò inosservato a tutti, perfino ai suoi discepoli, fin dopo la morte e risurrezione del Signore: egli era anche il messia annunciato dai profeti. La domanda su Gesù restava in piedi. Bisognerà aspettare la professione di fede di Pietro per superare le ipotesi popolari, come vedremo domani. Ma, soprattutto, bisognerà aspettare la risposta del Padre che risuscita suo Figlio dai morti, per rispondere completamente, alla luce della fede pasquale, alla domanda che poi farà Gesù ai suoi: «Chi sono io per voi? Tu sei il messia, il Figlio di Dio». Alla divinità Gesù univa la pienezza dei valori umani: profondamente umano e semplicemente divino, sublime come uomo e adorabile come Dio. Motivi più che sufficienti per seguire e amare Cristo appassionatamente, perché è una persona di oggi, viva, vicina a noi e nostro intimo amico.
Giovanni Battista - M. F. Lacan: Per testimonianza di Gesù, Giovanni è più che un profeta (Lc 7, 26 par.). Messaggero che precede il Signore (Lc 1, 76; Mt 11, 10 par.; cfr. Mal 3, 1), egli inaugura il vangelo (Atti 1, 22; Mc 1, 1-4); «fino a lui furono la legge ed i profeti; da allora il regno di Dio è annunziato» (Lc 16, 16 par.). Profeta senza pari (Mt 11, 11 par.), egli prepara le vie del Signore (Mt 3, 3 par.) di cui è il «.precursore» (Atti 13, 24 s) ed il testimone (Gv 1, 6 s).
1. Il precursore ed il suo battesimo. – Giovanni, ancor prima di nascere da una madre fino allora sterile, è consacrato a Dio e ripieno dello Spirito Santo (Lc 1, 7. 15; cfr. Giud 13, 2-5; 1 Sam 1, 5-11). Colui che deve essere un nuovo Elia (Lc 1, 16 s) evoca il grande profeta con le sue vesti e la vita austera (Mt 3, 4 par.) che conduce nel deserto fin dalla giovinezza (Lc 1, 80). Fu egli formato da una comunità come quella di Qumrân? In ogni caso, giunto il tempo della sua manifestazione ad Israele, accuratamente datato da Luca (3, 1 s), egli appare come un maestro circondato da discepoli (Gv 1, 35), cui insegna a digiunare ed a pregare (Mc 2, 18; Lc 5, 33; 11, 1). La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un bagno rituale accompagnato dalla confessione dei peccati, ma che esige inoltre uno sforzo di rinnovamento (Mc 1, 4 s); infatti è inutile essere figli di Abramo, se non si pratica la giustizia (Mt 3, 8 s par.) di cui egli dà le regole alla folla degli umili (Lc 3, 10-14). Ma i farisei ed i dottori della legge non credono in lui (Mt 21, 25 par. 32); taluni lo trattano da indemoniato (Mt 11, 18; Lc 7, 33); quando perciò, essi vennero a lui, egli annunciò loro che l’ira avrebbe consumato ogni albero sterile (Mt 3, 10 par.). Del re Erode, denunzia l’adulterio e si attira così la prigione, e poi la morte (Mt 14, 3-12 par.; Lc 3, 19 s; 9, 9). Per il suo zelo, Giovanni è appunto il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia (Mt 11, 14); ma non è riconosciuto, e il suo martirio annuncia prefigurandola la passione del figlio dell’uomo (Mc 9, 11 ss par.; Gv 5, 33 ss).
2. Il testimone della luce e l’amico dello sposo. - La testimonianza di Giovanni consiste innanzitutto nel proclamarsi semplice precursore; di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia (Lc 3,15). Ad una inchiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui» (Gv 1, 19-30; Lc 3, 16 s par.). Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito (Mc 1, 8) e nel fuoco (Mt 3, 11 s), è Gesù, sul quale lo Spirito è disceso al momento del battesimo (Gv 1, 31-34). Proclamandolo agnello di Dio che toglie il *peccato del mondo (Gv 1, 29), Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui (Mt 3, 13 ss). Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la figura, il battesimo della sua passione (Mc 10, 38; Lc 12, 50); in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia (Mt 3, 15), non sterminando i peccatori, ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati (cfr. Is 53, 7 s. 11 s). Ancor prima della passione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le profezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi (Mt 11, 2-6 par.; cfr. Is 61, 1). Non soltanto certi discepoli di Giovanni ignoreranno a lungo la portata della venuta di Gesù e il battesimo nello Spirito (cfr. Atti 18, 25; 19, 2), ma una polemica, di cui il vangelo conserva le tracce (cfr. Mc 2, 18) opporrà una setta giovannita alla Chiesa nascente; questa, per dimostrare la superiorità di Cristo, non aveva che da appellarsi alla testimonianza dello stesso Giovanni (Gv 1, 15). Vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si era eclissato dinanzi a lui (3, 27-30) e, con le sue parole, aveva invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo (1, 35 ss). Gesù, in cambio, aveva glorificato il suo testimone, lampada ardente e luminosa (5, 35), il più grande profeta nato da donna (Mt 11, 11); ma aveva aggiunto che il più piccolo nel regno dei cieli è maggiore di lui; collocava la grazia dei figli del regno al di sopra del carisma profetico, senza tuttavia deprezzare la santità di Giovanni. La gloria di questo umile amico dello sposo è proclamata nel prologo del quarto vangelo, che colloca Giovanni in rapporto al Verbo fatto carne: «Giovanni non era la luce, ma il testimone della luce»; ed in rapporto alla Chiesa: «Egli venne per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo» (Gv 1, 7 s).
Erode è preso dalla paura: «Osserva quanto sia grande la virtù, perché ha paura del Battista anche dopo la sua morte e, per effetto di tale paura, pensa alla risurrezione. [...] Così sono le anime irrazionali: spesso recepiscono un miscuglio di passioni opposte. Luca afferma che la gente diceva: Costui è Elia a Geremia a uno degli antichi profeti; Erode invece ha parlato così, come se dicesse qualche cosa di più saggio degli altri. È verosimile che in precedenza, di fronte a coloro che dicevano che quello era Giovanni - molti infatti lo dicevano -, lo negasse e, con orgoglio e facendosene un vanto, dicesse: «Io l’ho fatto uccidere». Marco e Luca affermano che egli diceva: lo ho fatto decapitare Giovanni (Mc 6,16; Lc 9,9). Ma poi, diffusasi questa fama, anche lui dice lo stesso della gente.» (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48, 2 )
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria della Mercede. Il giogo delle nostre schiavitù e la libertà donata dal Vangelo - Cosa vuol dire essere liberi? A questa domanda, che di fatto sta alla base della convivenza civile, il Vangelo risponde mostrando un progetto, facendoci conoscere una persona e la sua storia, Gesù e la sua vicenda. Essere liberi per i cristiani, significa poter rispondere a quella chiamata che ognuno porta dentro di sé. Ecco perché celebrare la Beata Vergine Maria della Mercede, protettrice dei Mercedari, fondati da san Pietro Nolasco (1180-1245), oggi ha un valore profetico: ci ricorda che il Vangelo dona la libertà autentica. La notte tra il 1° e il 2 agosto 1218 la Vergine apparve a Nolasco, che decise di fondare una congregazione impegnata nella liberazione degli schiavi, che a quel tempo erano soprattutto i cristiani finiti in mano dei saraceni. Ne parlò, quindi, con il re d’Aragona e con il vescovo di Barcellona: il 10 agosto 1218 Nolasco costituì il nuovo «Ordine Religioso Redentore». Il vescovo consegnò ai membri dell’Ordine la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria. La congregazione diventò il cuore di un movimento a favore della libertà dei cristiani tratti in schiavitù. Il rischio che correvano non era solo quello di rimanere tutta la vita in catene, ma anche di dover rinunciare alla propria fede sotto le pressioni degli stessi saraceni. L’opera di Nolasco e dei Mercedari - ordine che fu approvato da papa Gregorio IX nel 1235 - appare ancora oggi attuale: sono ancora tante, infatti, le forme di schiavitù che minano la dignità umana. (Matteo Liut)
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.