29 Giugno 2026
Santi Pietro e Paolo, Apostoli
At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17; Mt 16,13-19
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri vivi]: La Chiesa di Roma, sin dai tempi più remoti, unisce tra loro questi due grandi apostoli: Pietro e Paolo. Ne danno testimonianza le più antiche scritte nelle catacombe, i mosaici della vecchia basilica di San Pietro oppure della basilica di Santa Maria Maggiore. La prima testimonianza della festa di Pietro e Paolo, il giorno 29 giugno, l’abbiamo a partire dalla metà del III secolo...
Liturgia della Parola
I Lettura: Erode Agrippa, figlio di Erode il Grande, perseguita la Chiesa. Fa giustiziare Giacomo, fratello di Giovanni, e solo per compiacere il popolo fa arrestare Pietro, il quale, alla vigilia del suo processo viene liberato miracolosamente da un angelo. L’intento di Luca è quello di esaltare la provvidenza divina che mai abbandona i giusti. Un racconto che vuole alimentare e sostenere la fede dei primi cristiani sottoposti a persecuzioni e a prove di ogni genere.
II Lettura: L’apostolo Paolo è ormai alla fine del suo lungo e doloroso cammino: pur avendo la profonda consapevolezza che sta «per essere versato in offerta», non ha paura della morte. Il premio che l’Apostolo si attende è la «corona di giustizia che il Signore, giusto» gli consegnerà nel giorno della parusia. Il premio è detto «corona della giustizia, perché sarà dato solo a chi l’avrà meritato mediante la santità e la giustizia. Il passo contiene pertanto la dottrina cattolica del merito, per cui Dio si impegna con obbligo di giustizia [giusto Giudice v. 8] a premiare coloro che hanno corrisposto alla sua grazia: il merito, perciò, non è solo una pretesa dell’uomo davanti a Dio, ma l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di grazia e di amore liberamente accettati dalla sua creatura» (Settimio Cipriani). La stessa corona di giustizia sarà donata a tutti coloro che, come Paolo, avranno atteso con amore la manifestazione di Cristo.
Vangelo
Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli.
Il Vangelo di Matteo pone la “professione di fede” di Pietro nella “regione di Cesarea di Filippo”. Qui Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». La domanda ha un fine maieutico, cioè quello di spingere gli Apostoli a giungere a una verità in maniera autentica semplicemente aiutandoli a darla alla luce. La risposta mette in evidenza le diverse opinioni ma nessuna calza alla vera persona del Cristo. Comunque i pareri espressi dal popolo suggeriscono l’alta considerazione che Gesù aveva presso la folla. All’incalzare della domanda, Pietro si fa avanti, e con estrema sicurezza dà la risposta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non si sa comunque che comprensione Pietro avesse di questa verità espressa su suggerimento non della “carne”, ma del Padre, in ogni caso è il preludio di quella autorità che Pietro eserciterà nella Chiesa a partire dal giorno dell’ascensione del Maestro. Tre sono le promesse: Pietro sarà la pietra sulla quale Gesù edificherà la sua chiesa, a lui saranno date le chiavi del regno dei cieli, e gli sarà conferito il potere di “sciogliere e di legare”. Legare e sciogliere “sono due termini tecnici del linguaggio rabbinico che si applicano innanzitutto al campo disciplinare della scomunica con cui si «condanna» (legare) o si «assolve» (sciogliere) qualcuno, e ulteriormente alle decisioni dottrinali o giuridiche con il senso di «proibire» (legare) o «permettere» (sciogliere). Pietro, quale maggiordomo [di cui le chiavi sono l’insegna, cf. Is 22,22] della casa di Dio, eserciterà il potere disciplinare di ammettere o di escludere come egli crederà meglio, e amministrerà la comunità con tutte le decisioni opportune in materia di dottrina e di morale. Sentenze e decisioni saranno ratificate da Dio nell’alto dei cieli” (Bibbia di Gerusalemme).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-19
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Parola del Signore.
Ma voi, chi dite che io sia? - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): La confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente», contiene la grandezza personale e quella ufficiale di Gesù. Egli è il Cristo, il profeta, re e sacerdote unto da Dio. Ed è ancora più di questo, perché è il Figlio del Dio vivente. Qui tutto viene elevato dall’oggettivo nel personale. Gesù come persona è Figlio del Dio vivo, sicché la fede è l’incontro personale con la persona del Figlio di Dio.
Per approfondire
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Paul Hubert Schüngel: Nel Nuovo Testamento figlio di Dio è il titolo onorifico di Gesù. L’uso di questa espressione non è però generalizzato all’interno del Nuovo Testamento. Manca completamente nelle Lettere pastorali, in Giacomo e 1Pietro e quasi del tutto in Atti e Apocalisse, è invece frequente nei Sinottici, e in Paolo e Giovanni diventa il concetto cristologico centrale, alternato spesso con l’autodenominazione “il Figlio” per antonomasia in bocca a Gesù. La nascita del titolo viene ricercata generalmente nel giudeocristianesimo ellenistico, dove designa il Dio prodigioso apparso in sembianze umane, nella maniera più chiara, per es. in Mc 5,25ss. Questa spiegazione derivante dalle rappresentazioni religiose ellenistiche è la più semplice. Tuttavia già la fonte dei loghia con la storia della tentazione di Gesù (Mt 4; Lc 4) ha criticato questa concezione: il vero figlio di Dio ubbidiente, non è un dio assoluto. Dal giudeocristianesimo palestinese, cioè dalla stessa autentica comunità primitiva, deriva forse l’antica professione di fede citata da Paolo in Rm, l,3s, che relativizza il titolo giudaico di figlio di Davide rispetto al titolo figlio di Dio, laddove come nei racconti del battesimo e della trasfigurazione (Mc 1,11 e 9,7) la figliolanza divina viene intesa secondo il modello di Sal 2 come adozione del re messianico. Da parte dello stesso Gesù è senz’a1tro da escludere l’uso del titolo come autodesignazione. Paolo e Giovanni usano entrambi il titolo nel senso del figlio di Dio preesistente (Rm 8,3; Gv 1,1). Per Paolo Gesù è il figlio di Dio non in base a una particolare conformazione, ma in base all’invio o all’incarico ai quali corrisponde l’ubbidienza del figlio (Rm 5,19). Colui, perciò che ubbidisce nella fede (Rm 1,5) e pure lui figlio di Dio, per adozione, cioè gratuitamente e con ciò stesso coerede di Cristo, come attesta anche la preghiera cristiana (Rm 8,15).
Beato sei tu, Simone, figlio di Giona - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Pietro aveva parlato in nome dei discepoli, ora gli viene rivolta la parola in modo diretto e personale. La sua confessione valeva per tutti, la risposta di Gesù è per lui solo. Gesù comincia con il dichiararlo beato. «Beati i poveri in spirito» (5,3), «beato colui che non si scandalizza di me» (11,6), «beati i vostri occhi perché vedono» (13,16): espressioni che conosciamo. Ora viene detto beato uno solo, il primo degli apostoli, per la sua testimonianza. La “conoscenza” della vera dignità di Gesù e del mistero della sua persona non viene dal basso, ma dall’alto; non è frutto di «carne sangue», cioè delle capacità dell’uomo. Dio stesso l’ha partecipata dall’alto. «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza» (13,12). Pietro aveva fatto il passo dall’ascoltare al credere e si era avventurato sulle acque; nonostante la sua «poca fede», era sulla via della fede piena. Ora gli viene dato il vero sapere e la piena conoscenza: e li è veramente beato perché conosce nell’intimo «i misteri del regno dei cieli» (13,11). La lode di Pietro è anche una lode di Dio, che ha rivelato i suoi misteri ai piccoli, mentre li ha tenuti nascosti ai sapienti e intelligenti (cf. 11,25). Così è piaciuto al Padre, e il fatto di Cesarea di Filippo lo comprova.
L’unità della Chiesa - Cipriano di Cartagine, De Eccl. unitate, 4-5: Il Signore dice a Pietro: “Io ti dico: tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: ciò che tu legherai sulla terra, sarà legato anche in cielo, e cio che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo” (Mt 16,18s). Su uno solo egli edifica la Chiesa, quantunque a tutti gli apostoli, dopo la sua risurrezione, abbia donato uguali poteri dicendo: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20,21-23). Tuttavia, per manifestare l’unità, costituì una cattedra sola, e dispose con la sua parola autoritativa che il principio di questa unità derivasse da uno solo. Quello che era Pietro, certo, lo erano anche gli altri apostoli: egualmente partecipi all’onore e al potere; ma l’esordio procede dall’unità, affinché la fede di Cristo si dimostri unica. E a quest’unica Chiesa di Cristo allude lo Spirito Santo nel Cantico dei Cantici quando, nella persona del Signore, dice: “Unica è la colomba mia, la perfetta mia, unica di sua madre, la prediletta della sua genitrice” (Ct 6,9). Chi non conserva quest’unità della Chiesa, crede forse di conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, confida forse di essere nella Chiesa? Eppure è anche il beato apostolo Paolo che lo insegna, e svela il sacro mistero dell’unità dicendo: “Un solo corpo e un solo spirito, una sola speranza della vostra vocazione un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio” (Ef 4,4-6).
Testimoni di Cristo - Santi Pietro e Paolo. Quell’amicizia tra “imperfetti” che porta in dono Dio al mondo: Due volti, due storie, due vite, ma un battito del cuore condiviso, una radice di santità comune e una missione unica: mostrare al mondo la profezia del Vangelo e cambiare la storia. I santi Pietro e Paolo, autentici pilastri della vita della Chiesa nel tempo, non si potrebbero pensare uno senza l’altro. Non si può immaginare l’uno senza l’altro: i santi Pietro e Paolo sono il volto storico di una Chiesa aperta al mondo, legata al mandato del Risorto, missionaria nella storia. Essi, però, non sono solo esempio concreto e pionieri dell’opera evangelizzatrice della Chiesa, sono anche i testimoni di una fede condivisa tra “amici” e compagni di cammino. Sono la voce e l’espressione di quella relazione fondamentale tra Dio e l’uomo, che vive e s’incarna nella relazione tra coloro che sono chiamati ad annunciarlo al mondo. Portatori “imperfetti”, che sbagliano ma sanno fare della proprie debolezze una breccia dalla quale lasciare entrare Dio nelle loro vite. Secondo i racconti evangelici Pietro era fratello di Andrea e aveva incontrato Gesù sul lago di Galilea, rimanendo con lui fino alla fine. La sua autorevolezza è chiara nei Vangeli, così come la sua debolezza, che lo porta a rinnegare Gesù per poi offrire però la propria vita per il Risorto. Paolo, originario di Tarso, invece, era un persecutore dei cristiani quando sulla via per Damasco incontrò Cristo. Dopo la conversione divenne araldo dell’universalità del messaggio di Cristo. Sia Pietro che Paolo morirono martiri a Roma tra il 64 e il 67. (Avvenire)
O Dio, che ci doni la grande gioia
di celebrare in questo giorno
la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa
segua sempre l’insegnamento degli apostoli,
dai quali ha ricevuto il primo annuncio della fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.