21 Luglio 2026
 
Martedì XVI Settimana T. O.
 
Mi 7,14-15.18-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Mt 12,46-50
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 23 Marzo 2011): Tutta la attività di san Lorenzo da Brindisi «è stata ispirata da un grande amore per la Sacra Scrittura, che sapeva ampiamente a memoria, e dalla convinzione che l’ascolto e l’accoglienza della Parola di Dio produce una trasformazione interiore che ci conduce alla santità.
“La Parola del Signore – egli afferma – è luce per l’intelletto e fuoco per la volontà, perché l’uomo possa conoscere e amare Dio. Per l’uomo interiore, che per mezzo della grazia vive dello Spirito di Dio, è pane e acqua, ma pane più dolce del miele e acqua migliore del vino e del latte ... È un maglio contro un cuore duramente ostinato nei vizi. È una spada contro la carne, il mondo e il demonio, per distruggere ogni peccato”.
San Lorenzo da Brindisi ci insegna ad amare la Sacra Scrittura, a crescere nella familiarità con essa, a coltivare quotidianamente il rapporto di amicizia con il Signore nella preghiera, perché ogni nostra azione, ogni nostra attività abbia in Lui il suo inizio e il suo compimento. È questa la fonte da cui attingere affinché la nostra testimonianza cristiana sia luminosa e sia capace di condurre gli uomini del nostro tempo a Dio».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La preghiera di un profeta - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): Questo finale del libro di Michea è una specie di preghiera salmica (Sal 95,7; 100,3; 106,71ss); alla quale si deve assegnare come data un tempo posteriore all’esilio. Il popolo che comincia a tornare deve affrontare la dura realtà delle antiche inimicizie: Dentro e fuori, trova serie difficoltà nel suo scopo di sistemarsi nella terra dei suoi antenati. La nuova «Gerusalemme» del secondo Isaia non si vede neppure all’orizzonte. Il gruppo degli esiliati che era tornato pieno di speranze, continua a guardare davanti a sé, contro il vento e contro la marea, supplicando il suo Dio a trasformare in realtà le sue promesse divine e quelle povere speranze umane. Questo fu lo sfondo della preghiera profetica.
Se il Messia era stato identificato col pastore d’Israele, è perché egli avrebbe guidato il popolo col suo vincastro, esattamente come fa Yahveh. Per questo, il «pasci» di Michea non è solo una preghiera, ma anche una profezia messianica, nata da quel popolo che tentava con tutti i mezzi disponibili - e la preghiera umile e fiduciosa non fu il meno importante - di rifarsi una vita e una storia.
Essi sono «eredità» di Yahveh, sua proprietà particolare, una cosa che egli deve curare come propria e inalienabile. È un’eredità. Il salmista profeta cerca il linguaggio più carico di tradizione per esercitare pressione su Yahveh. Il contenuto della supplica è materiale, concreto, ma, nella letteratura posteriore, sarà ricordato come simbolico. Il Carmelo, simbolo della fertilità del regno del nord; Basan, la fertile regione della Transgiordania, e la lontana Galaad, famosa per le sue querce, i suoi pini e i suoi pascoli, formavano il trio territoriale sospirato da quei rimpatriati immersi nella miseria. Quello che essi chiedevano comportava uno straordinario intervento di Dio. Ma non l’aveva forse fatto col suo popolo quando l’aveva condotto fuori dall’Egitto? E non era questo un nuovo esodo nel quale erano necessari i prodigi di allora?
Unendo i concetti di colpa-schiavitù e perdono-liberazione, egli ricorda a Yahveh che lui solo «toglie l’iniquità e perdona il peccato» non per i loro meriti, ma per la fedeltà divina a Giacobbe, Abramo e tutti i padri. È la fiducia che il popolo non ripone nei propri meriti, ma esclusivamente nello «hesed» = misericordia-fedeltà divina.
La restaurazione del popolo, l’instaurazione della nuova teocrazia israelita presuppone questo annullamento totale del peccato così plasticamente espresso nelle parole «getterà in fondo al mare tutti i nostri peccati», caso unico in tutto il VT. Il profeta vede il peccato, il male del mondo come la causa principale della separazione dell’inimicizia di Dio nei confronti del suo popolo. Dio e l’uomo non potranno vivere in amicizia feconda e vivificante se non è prima tolto il male dalla terra. Per questo Cristo ci redense, dando compimento a questa preghiera-profezia, uccidendo sulla croce la morte stessa, il male o peccato mortifero che impediva all’uomo d’avere relazioni con Dio.
 
Vangelo
Tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli!».
 
L’evangelista Matteo non dice il motivo della venuta di Maria e dei fratelli di Gesù. Forse sono preoccupati per la sua salute a motivo della spossante attività, o impensieriti a motivo della sua incondizionata disponibilità. Forse pensavano che esagerasse, forse ..., ma in ogni caso l’episodio ci suggerisce che spesso all’uomo manca qualsiasi comprensione del misterioso operare di Dio. Spesso tutto ciò che ci supera, ci sorprende e ci disturba, lo definiamo privo di senso, lo riteniamo esagerato. Ai latori della richiesta dei parenti Gesù risponde in modo chiaro, sono parole che non possono essere equivocate: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre.”. Gesù non rinnega la sua parentela naturale ma la subordina a un legame più alto, più nobile, più spirituale. Il regno di Dio richiede un impegno personale del discepolo il quale, a volte, deve trascendere tutti i legami naturali di famiglia o di gruppo etnico.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,46-50
 
In quel tempo, mentre Gesù parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli.
Qualcuno gli disse: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti».
Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre».
 
Parola del Signore.
 
Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Di fronte a queste parole severe, che sono più un grido d’allarme che un verdetto senza appello, si profila un gruppo di persone che richiamerà in modo particolare l’attenzione di Gesù negli episodi che seguiranno. 1. Con questo gruppo, Gesù tesse una relazione privilegiata svincolandosi dai propri legami «naturali»: già la sua famiglia si trova simbolicamente «fuori» (vv. 46,47). Marco sottolinea maggiormente l’ostilità dei congiunti di Gesù nei confronti della sua missione. Questa scelta tra la famiglia e i discepoli riflette in anticipo alcune tensioni nella Chiesa, quando i «fratelli» di Gesù (cfr. Mt 13,55; 1Cor 15,7) faranno pesare la loro autorità. 2. Ma l’evangelista in questo caso cerca soprattutto di definire «i discepoli» della sua Chiesa e di tutti i tempi come quelli che fanno la volontà del Padre di Gesù secondo l’insegnamento del discorso della montagna (v. 50; cfr. Mc 3,35: «Chi fa la volontà di Dio»). Avendo ricordato solo «la madre e i fratelli» di Gesù, Matteo si accorda tuttavia con Marco per includere la parola «sorella» nella cerchia dei discepoli, segno dell’importanza delle donne nella vita delle prime Chiese. Figlio di Davide, più grande di Salomone, profeta più grande di Giona e operante grazie allo Spirito di Dio, chi è dunque quell’uomo e chi lo scoprirà? Così, la prima parte ha proposto la questione essenziale. La seconda parte della sezione presenta un complesso di elementi tra i più importanti: infatti, se Marco collocava il «discorso in parabole» verso l’inizio del ministero di Gesù, Matteo lo pone nel pieno della sua attività e la «citazione riepilogativa» che si era abituati a leggere sotto forma di conclusione si trova qui esattamente a metà del discorso.
 
Per approfondire
 
Discernere la volontà di Dio. - Edmond Jacquemin e Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica: 1. - Il discernimento e la pratica della volontà divina si condizionano a vicenda: bisogna compiere la volontà di Dio per apprezzare la dottrina di Gesù (Gv 7,17), ma d’altra parte bisogna riconoscere in Gesù e nei suoi Comandamenti i comandamenti stessi di Dio (14,23s). Ciò rientra nel mistero dell’incontro delle due volontà, quella dell’uomo peccatore e quella di Dio: per andare a Gesù, bisogna essere «attratti» dal Padre (6,44), attrazione che, secondo la parola greca, è ad un tempo costrizione e dilettazione (giustificando l’espressione di S. Agostino: «Dio che mi è più intimo di me stesso»). Per discernere la volontà di Dio non basta conoscere la lettera della legge (Rom 2,18), ma occorre aderire ad una persona, e ciò può avvenire solo per mezzo dello Spirito Santo che Gesù dona (Gv 14,26). Allora il giudizio rinnovato permette di «discernere qual è la volontà di Dio, Ciò che è bene, ciò che gli piace, ciò che è perfetto» (Rom 12,2). Questo discernimento non riguarda soltanto la vita quotidiana; perviene alla «piena conoscenza della sua volontà, sapienza ed intelligenza spirituale» (Col 1,9): questa è la condizione di una vita che piaccia al Signore (1,10; cfr. Ef 5,17). Anche la preghiera non può più essere che una preghiera «secondo la sua volontà» (1Gv 5,14), e la formula classica «se Dio lo vuole» assume una risonanza totalmente diversa (Atti 18,21; 1Cor 4,19; Giac 4,15), perché suppone un riferimento costante al «mistero della volontà di Dio» (Ef 1,3-14).
2. Praticare la volontà di Dio. - A che pro conoscere ciò che il padrone vuole, se non lo si mette in pratica (Lc 12,47; Mt 7,21; 21,31)? Questa «pratica» costituisce propriamente la vita cristiana (Ebr 13,21), in opposizione alla vita secondo le passioni umane (1Piet 4,2; Ef 6,6). Più precisamente, la volontà di Dio a nostro riguardo è santità (1Tess 4,3), ringraziamento (5,18); pazienza (1Piet 3,l7) e buona condotta (2,15). Questa pratica è possibile, perché «è Dio che suscita in noi e il volere e l’operare per l’esecuzione del suo beneplacito» (Fil 2,13). Allora c’è comunione delle volontà, accordo della grazia e della libertà.
 
Nell’Antico Testamento il nome fratello per estensione viene dato anche a quelli che, pur non partecipando alla stessa comunità di sangue, fanno parte della stessa tribù, nazione o regno. La parola fratello può designare anche un rapporto morale fondato sulla mutua simpatia, sulla partecipazione ala stessa professione, sulla conclusione di una alleanza. Così David e Gionata si chiamano fratelli a causa della mutua amicizia che esiste tra loro (2Sam 1,26; cfr. Pr 17,17). L’alleanza stretta tra Salomone e Hiram, re di Tiro, unisce i due monarchi con legami fraterni (1Re 9,12-13). Anche negli scritti neotestamentari troviamo abbondantemente questo uso della parola fratello. Così la Chiesa è una comunità di fratelli. In particolare, scrivendo alle sue chiese, Paolo usa spesso il vocativo «o fratelli»/«fratelli miei». Si tratta, certo, di fraternità motivata dalla comune fede; ma non manca una nota affettiva, come appare nella formula «fratelli miei carissimi (agapètoi) (1Cor 15,58; Fil 4,1). Ma altrettanto si può affermare delle lettere della tradizione paolina (2Ts 1,3; 2,1.13.15 ecc.; Col 1,2; 4,9) e delle lettere cattoliche (Gc 1,2; 2,1.14 ecc.; 2Pt 1,10; 1Gv 3,13). L’apostolo poi chiama, di regola, fratelli i suoi collaboratori: Apollo (1Cor 16,12), Epafrodito (Fil 2,25), Quarto (Rm 16,23), Sostene (1Cor 1,1), Timoteo (2Cor 1,1; 1Ts 3,2; Fm 1), Tito (2Cor 2,13). Da parte loro, gli Atti degli Apostoli indicano spesso i cristiani con l’appellativo fratelli (9,30; 10,23; 11,1; 12,17 ecc.). Nella conoscenza di questo uso è assai evidente quindi che nel testo di Matteo i fratelli di Gesù non sono figli di Maria, ma parenti prossimi. Inoltre si possono portare innumerevoli altre testimonianze oltre che quelle linguistiche, pensiamo allo storico cristiano Egesippo che scrive intorno alla metà del II secolo. Comunque, la questione dei fratelli di Gesù non è affatto marginale, in quanto tocca un punto fondamentale della dottrina della Chiesa, ovvero la perpetua verginità di Maria, affermata e dichiarata dogmaticamente dal Concilio di Costantinopoli II nel 553 con la formula «Maria sempre vergine» che ritroviamo spesso ancora nelle liturgie orientali e occidentali. La perpetua verginità di Maria, prima, cioè durante e dopo il parto, obbliga, per così dire, a intendere in senso indiretto l’espressione «fratelli» di Gesù (vuoi cugini o parenti o fratellastri secondo le diverse interpretazioni.).
 
Chi fa la volontà di Dio diventa fratello e madre del Signore: «Non costituisce meraviglia che colui che fa la volontà del Padre sia detto fratello e sorella del Signore; per entrambi i sessi è infatti la chiamata alla fede. La meraviglia cresce piuttosto per il fatto che quegli venga anche detto “madre”. Invero, [Gesù] si è degnato di chiamare fratelli i suoi fedeli discepoli, dicendo: “Andate, annunziate ai miei fratelli” [Mt 28,10]. Ora però è il caso di chiedersi: Come può diventare sua madre chi, venendo alla fede, ha potuto divenire fratello del Signore? Quanto a noi, dobbiamo sapere che chi si fa nella fede fratello e sorella di Cristo, diventa sua madre nella predicazione. Quasi partorisce il Signore, chi lo ha infuso nel cuore dell’ascoltatore. E si fa sua madre, se attraverso la di lui voce l’amore di Dio viene generato nella mente del prossimo.» (Gregorio Magno, Hom. in Ev., 3, 2).
 
Testimoni di Cristo - San Lorenzo da Brindisi, Sacerdote e Dottore della Chiesa: Giulio Cesare Russo (questo era il suo vero nome) nacque a Brindisi - sul luogo in cui egli stesso volle che sorgesse la chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli - il 22 luglio 1559, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.
Perse il padre da bambino e la madre ch’era appena adolescente. A 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all’Ordine dei Minori Cappuccini. Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote. Nel 1602 fu eletto Vicario generale. Nel 1618, sentendosi prossimo alla fine, voleva tornare a Brindisi, ma i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna Filippo III, per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna. Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona, forse avvelenato. Fu beatificato nel 1783 da Pio VI; canonizzato nel 1881 da Leone XIII; proclamato dottore della Chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. (Avvenire)
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 20 Luglio 2026
 
Lunedì XVI Settimana del Tempo Ordinario
 
Mi 6,1-4.6-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 [50]; Mt 12,38-42
 
Come infatti Giona rimase ...: Catechismo della Chiesa Cattolica 627: La morte di Cristo è stata una vera morte in quanto ha messo fine alla sua esistenza umana terrena. Ma a causa dell’unione che la Persona del Figlio ha mantenuto con il suo Corpo, non si è trattato di uno spogliamento mortale come gli altri, perché “non era possibile che” la morte “lo tenesse in suo potere” e perciò “la virtù divina ha preservato il Corpo di Cristo dalla corruzione”. Di Cristo si può dire contemporaneamente: “Fu eliminato dalla terra dei viventi” (Is 53,8) e: “Il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione” (Sal 16,9-10). La Risurrezione di Gesù “il terzo giorno” (1Cor 15,4; Lc 24,46) ne era il segno, anche perché si credeva che la corruzione si manifestasse a partire dal quarto giorno.  
così il Figlio dell’uomo...: Catechismo della Chiesa Cattolica 635: Cristo, dunque, è disceso nella profondità della morte affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero. Gesù “l’Autore della vita” (At 3,15) ha ridotto “all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” liberando “così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10). 
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà...: Catechismo della Chiesa Cattolica 678: In linea con i profeti e con Giovanni Battista Gesù ha annunziato nella sua predicazione il giudizio dell’ultimo giorno. Allora saranno messi in luce la condotta di ciascuno e il segreto dei cuori. Allora verrà condannata l’incredulità colpevole che non ha tenuto in alcun conto la grazia offerta da Dio. L’atteggiamento verso il prossimo rivelerà l’accoglienza o il rifiuto della grazia e dell’amore divino. Gesù dirà nell’ultimo giorno: «Ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
679 Cristo è Signore della vita eterna. Il pieno diritto di giudicare definitivamente le opere e i cuori degli uomini appartiene a lui in quanto Redentore del mondo. Egli ha «acquisito» questo diritto con la sua croce. Anche il Padre «ha rimesso ogni giudizio al Figlio» (Gv 5,22). Ora, il Figlio non è venuto per giudicare, ma per salvare e per donare la vita che è in lui. È per il rifiuto della grazia nella vita presente che ognuno si giudica già da se stesso, riceve secondo le sue opere e può anche condannarsi per l’eternità rifiutando lo Spirito d’amore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Michea è un profeta contemporaneo di Isaia (circa VIII secolo a.C.) e potrebbe essere uno dei suoi allievi. Gli argomenti che troviamo nel suo libro sono quelli che troviamo in altre opere profetiche: minacce da parte di Dio alternate a promesse. Michea lancia i suoi strali sopra tutto contro il disfacimento morale di un popolo ormai alla deriva e annunzia il “terribile giorno” del giudizio divino. Qui, nel sesto capitolo, Michea immagina il Signore Dio “in causa con il suo popolo, accusa Israele”. Nella requisitoria, Dio ricorda il suo amore per Israele, un amore, smisurato, colmo di doni e di benefici. Il Signore non ha chiesto olocausti offerte o sacrifici, ha chiesto solo giustizia e bontà: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio”. Ma anche in questa richiesta Israele è risultato mancante e infedele.
 
Vangelo
La regina del Sud si alzerà contro questa generazione.
 
La pagina evangelica certamente non è una proclamazione della bontà e della misericordia di Dio, l’epiteto rivolo al popolo d’Israele, “generazione malvagia e adultera” può essere ben trasportato ai nostri giorni, e se così è allora la pagina evangelica ci sta invitando a convertirci seriamente per non andare incontro a un destino di dolore, di eterna perdizione. Il segno che Dio offre ai contemporanei di Gesù, e agli uomini di oggi, in riferimento a Gn 2,1 (Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti), è la morte e risurrezione di Cristo: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,38-42
 
In quel tempo, alcuni scribi e farisei dissero a Gesù: «Maestro, da te vogliamo vedere un segno».
Ed egli rispose loro: «Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra.
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona! Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro questa generazione e la condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone!».
 
Parola del Signore.
 
Testimoni a carico - Basilio Caballero (La parola per Ogni Giorno): Gesù, rispondendo agli scribi e ai farisei che chiedevano un miracolo spettacolare per credere in lui come messia inviato da Dio, afferma: «Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra». Gesù, che aveva già fatto tanti miracoli per i malati - e certamente non con il potere di Beelzebul, come dicevano malignamente i suoi nemici -, si riferisce adesso al massimo segno della sua persona: la risurrezione dopo la morte (cfr. Mc 8,11s; Lc 11,29s).
Non lo capirono di sicuro. Non c’è prova sensazionale che tenga, quando manca la fede. Come vediamo dai vangeli, i miracoli di Dio confermano una fede, anche se iniziale, che già esiste, perché la presuppongono e ne sono più l’effetto che la causa. Gesù stesso era il grande segno e sacramento di Dio, della presenza del suo regno; ma i capi religiosi del popolo lo rifiutarono. Invece i pagani lo accettarono.
Gli abitanti della pagana Ninive credettero al profeta Giona e si convertirono. Allo stesso modo, la regina di Saba venne da lontano ad ascoltare la sapienza di Salomone. Gesù è più grande dei re e dei profeti che lo precedettero e, tuttavia, i suoi contemporanei non credono in lui. Per questo nel giorno del giudizio i niniviti e la regina del sud saranno testimoni a carico contro di loro, perché non si convertirono udendo la parola di Cristo e vedendo la sua persona e la sua vita.
Avvertimento che vale anche per noi, se dopo aver ripetutamente ascoltato la parola di Gesù e visto il suo esempio, continuiamo nel nostro peccato. Può essere che ci accostiamo spesso al sacramento della riconciliazione, sia individualmente che partecipando comunitariamente a celebrazioni penitenziali; ma poi si vede che siamo convertiti al Signore e ai fratelli?
 
Per approfondire
 
Nel giorno del giudizio, quelli di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono - Giuseppe Barbaglio (Conversione in Schede Bibliche Pastorali - Vol II): Destinatari dell’appello a convertirsi non sono soltanto i non-credenti, ma anche quanti si sono dimostrati incoerenti con la loro scelta di fede. Così Matteo rivolge alla comunità l’invito a farsi umili come i bambini: «In verità vi dico: se non vi convertirete non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli» (18,3). Non dovevano mancare infatti nella sua chiesa gli altezzosi pronti a disprezzare «i piccoli», cioè i fratelli deboli e marginali (cf. 18,5ss).
Da parte sua, Paolo finalmente riconciliato con la comunità di Corinto, può gioire dell’efficacia dei suoi duri interventi che hanno provocato i credenti corinzi a conversi recuperando una doverosa fedeltà all’apostolo e al suo insegnamento (2Cor 7,9-10), Invece, precedentemente, nel pieno del confronto polemico, egli si era rammaricato dell’impenitenza di molti corinzi (2Cor 12,21).
Nella 2Tm il destinatario dello scritto viene esortato a non essere violento quando riprende gli oppositori, «nella speranza che Dio voglia loro concedere di convertirsi, perché riconoscano la verità» (2,25).
Scrivendo ai capi delle chiese asiatiche Efeso, Pergamo, Tiatira e Sardi, l’autore dell’Apocalisse li esorta in toni ultimativi a ritrovare la perduta fedeltà cristiana: «Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto» (2,5; cf. 2,16.21-22; 3,3).
La lettera agli Ebrei è l’unico scritto del NT che mostra una posizione rigorosa. Chi rinnega a fondo con l’apostasia la propria decisione di fede in Cristo, si sbarra con le sue mani la strada alla conversione: «Quelli infatti che sono stati una volta illuminati, che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito santo e hanno gustato la buona parola di Dio e le meraviglie del mondo futuro. Tuttavia se sono caduti, è impossibile rinnovarli una seconda volta portandoli alla conversione, dal momento che ricrocifiggono da se stessi [ns. trad.] il Figlio di Dio e lo espongono all’infamia» (6,5-6).
 
Da te vogliamo vedere un segno …: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 13 Gennaio 1988): Se l’incarnazione è il segno fondamentale a cui si ricollegano tutti i “segni” che hanno reso testimonianza ai discepoli e all’umanità che è “giunto... il Regno di Dio” (cfr. Lc 11,20), vi è poi un segno ultimo e definitivo, al quale allude Gesù riferendosi al profeta Giona: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12.40): è il “segno” della risurrezione. Gesù prepara gli apostoli a questo “segno” definitivo, ma lo fa in modo graduale e con tatto, raccomandando loro la discrezione “fino a un certo tempo”. Un accenno particolarmente chiaro lo si ha dopo la trasfigurazione sul monte: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti” (Mc 9,9). Ci si può chiedere il perché di questa gradualità. Si può rispondere che Gesù sapeva bene quanto si sarebbero complicate le cose se gli Apostoli e gli altri discepoli avessero cominciato a discutere sulla risurrezione, a capire la quale non erano sufficientemente preparati, come appare dal commento dell’evangelista stesso alla raccomandazione ora riferita: “Essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti” (Mc 9,10). Inoltre si può dire che la risurrezione da morte, pur enunciata ed annunciata, era al culmine di quella sorta di “segreto messianico” che Gesù volle mantenere lungo tutto lo svolgersi della sua vita e della sua missione fino al momento del compimento e della rivelazione finali, che si ebbero appunto col “miracolo dei miracoli”, la risurrezione, che, secondo San Paolo, è il fondamento della nostra fede (cfr. 1Cor 15,12-19).
 
Cromazio di Aquileia, Comm. In Matth., 54,1: Questa gente malvagia e adultera chiede un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non quello del profeta Giona: gente malvagia e adultera quella dei giudei che, mentre vanno chiedendo che si mostri loro un segno di origine celeste, nella loro infedeltà non hanno saputo ricevere sulla fronte l’unico segno vero, quello della croce, il solo dato a tutti i credenti per la salvezza.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Apollinare, Vescovo e Martire: Originario di Antiochia, per primo rivestì la carica episcopale nella città imperiale di Ravenna, forse incaricato dallo stesso apostolo San Pietro, di cui si dice fosse stato discepolo. Si dedicò all’opera di evangelizzazione dell’Emilia-Romagna, per morire infine martire, come vuole la tradizione. Le basiliche di Sant’Apollinare in Classe e Sant’Apollinare Nuovo sono luoghi privilegiati nel tramandarne la memoria. Il suo culto tuttavia si diffuse rapidamente anche oltre i confini cittadini.
I pontefici Simmaco (498-514) ed Onorio I (625-638) ne favorirono la diffusione anche a Roma, mentre il re franco Clodoveo gli dedicò una chiesa presso Digione. In Germania probabilmente si diffuse ad opera dei monasteri benedettini, camaldolesi e avellani. Una chiesa era a lui dedicata anche a Bologna nell’area del Palazzo del Podestà, ma siccome fu demolita nel 1250 il cardinale Lambertini gli dedicò un altare nell’attuale Cattedrale cittadina. Sant’Apollinare è considerato patrono della città di cui per primo fu pastore, nonché dell’intera regione Emilia-Romagna. (Avvenire)
 
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.


 

 

 

 

 

 

 19 Luglio 2026
 
XVI Domenica del Tempo Ordinario
 
Sap 12,13.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 85 (86); Rm 8,26-27; Mt 13,24-43
 
Benedetto XVI (Angelus 17 Luglio 2011): Le parabole evangeliche sono brevi narrazioni che Gesù utilizza per annunciare i misteri del Regno dei cieli. Utilizzando immagini e situazioni della vita quotidiana, il Signore “vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose. Egli ci mostra … il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano” (Gesù di Nazaret. I, Milano, 2007, 229). Con tale genere di discorsi, il divino Maestro invita a riconoscere anzitutto il primato di Dio Padre: dove Lui non c’è, niente può essere buono. È una priorità decisiva per tutto. Regno dei cieli significa, appunto, signoria di Dio, e ciò vuol dire che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il tema contenuto nel Vangelo di questa domenica è proprio il Regno dei cieli. Il “cielo” non va inteso soltanto nel senso dell’altezza che ci sovrasta, poiché tale spazio infinito possiede anche la forma dell’interiorità dell’uomo. Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
Cari amici, il Libro della Sapienza – da cui è tratta oggi la prima Lettura – evidenzia questa dimensione dell’Essere divino e dice: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose ... La tua forza infatti è principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (Sap 12,13.16); e il Salmo 85 lo conferma: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca” (v. 5). Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di assomigliare a Lui! Era questo lo scopo che Gesù si prefiggeva con la sua predicazione; diceva infatti a chi lo ascoltava: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Dopo i peccati, tu concedi il pentimento. Israele spesso fu tentato di invocare la vendetta del Signore Dio sui suoi nemici. Una richiesta mai esaudita perché Dio «non è come un uomo a cui si possano fare minacce, né un figlio duomo su cui si possano esercitare pressioni» (Gdt 8,16; Cf. Num 23,19; 1Sam 15,29; Gb 33,12; Os 11,9). Il Signore Dio, nei suoi giudizi, non si farà mai guidare dalla vendetta, ma dallamore e dal perdono. Dio è misericordioso e castiga il peccato, mettendo però in campo tutta la sua pazienza, per dare possibilità a tutti di pentirsi. In tal modo Dio si presenta come modello dell’agire umano.
 
Seconda Lettura: Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili. Paolo vuol dare ai cristiani una parola di speranza che vinca la paura della impotenza: soltanto se si affideranno allo Spirito Santo, che abita in loro (Cf. 1Cor 3,16; 6,19; 2Cor 6,16; Ef 2,22), trionferanno sui nemici e troveranno la forza di arrivare al sicuro porto della salvezza.
 
Vangelo
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura.
 
Il tema del Vangelo è quello della pazienza. Se l‟uomo è impaziente, Dio invece dà un‟impostazione più ampia e più tollerante al suo piano di salvezza: «Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9).
 
Dal Vangelo secondo Matteo (Forma Breve)
Mt 13,24-43
 
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
 
Parola del Signore. 
 
Il nemico ha fatto questo - La parabola della zizzania è propria di Matteo e forma una coppia con quella del seminatore, con la quale è affine per il contenuto. La parabola del granello di senapa è comune a tutti e tre i Sinottici. La spiegazione della parabola della zizzania è data dallo stesso evangelista: l‟uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo è il Cristo, il campo è il mondo e il buon seme i figli del regno, la mietitura è il tempo del giudizio (Cf. Ger 51,33; Gl 4,13; Os 6,11). Il nemico è il diavolo, il quale, a differenza dei servi che dormono, è l‟irrequieto, l‟insonne, colui che «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5,8). Il Figlio dell‟uomo semina di giorno, il nemico di notte. Da qui si deduce che lì dove semina Dio, semina anche Satana: bisogna arrendersi «alla Parola di Dio e alle prove che la storia e la cronaca offrono ad ogni istante attraverso le edicole dei giornali, le vetrine delle librerie, il piccolo e il grande schermo. I “fiori del male” sono visibili in tutte queste aiuole; se ci sono gli effetti, ci sarà una causa, ci sarà un seminatore di zizzania e un coltivatore di malerba» (Rosario F. Esposito). Conoscere ciò è un ottimo antidoto a un falso ottimismo. La parabola, al di là del suo vero intento, dà diversi spunti di riflessione. È un invito alla vigilanza, una buona virtù che può limitare efficacemente l’azione nefanda del «nemico» nel mondo e nella Chiesa. Ma è anche vero che i «figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16,8), da qui il monito evangelico sempre attuale: noi «non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (1Ts 5,5-6). Forse nella comunità cristiana, alla quale si indirizzava il Vangelo di Matteo, il «lievito dei farisei e dei sadducei» (Mt 16,6) aveva fatto fermentare un po’ di farina e i cristiani, emuli delle «guide cieche» del popolo di Dio (Cf. Mt 23,16.24), avevano preso gusto a tranciare giudizi, mettendo da una parte i buoni, qualificati così chissà da quali metri di giudizio, e dall’altra i cattivi, chissà per quali falli o peccati, occulti o manifesti. Proprio da tanto spettacolo di nequizia nasceva il desiderio di voler anticipare il giudizio finale di Dio. Una cosa, invece, è certa: il regno, finché dura questo mondo, è composto da grano e zizzania. In questa luce, nell’insegnamento evangelico della parabola del grano e della zizzania è nascosta «una lezione di pazienza perché non sta a noi decidere chi è il buono e chi è il cattivo, anche perché la parabola ci sottolinea l’aspetto escatologico della crescita, quando si realizzerà il vero discernimento; ma vi è anche la consapevolezza del valore del “seme”, da parte del padrone, perché sa bene che alla “fine” la zizzania sarà estirpata e bruciata» (G. Carata). A conclusione, il discepolo deve imparare ad avere e ad usare pazienza, predicare il pentimento e il perdono, imitando il buon Dio, il quale non gode «della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva» (Ez 33,11). La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
 
Per approfondire
 
J. Giblet e M. F. Lacan (Perdono in Dizionario di Teologia Biblica) - Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca: Nella Bibbia, il peccatore è un debitore cui Dio, col suo perdono, rimette il debito (ebr. salah: Num 14,19); remissione così efficace che Dio non vede più il peccato che è come gettato dietro le sue spalle (Is 38,17), è tolto (ebr. nasa‟: Es 32,32), espiato, distrutto (ebr. kipper: Is 6,7). Cristo, usando lo stesso vocabolario, sottolinea che la remissione è gratuita ed il debitore insolvibile (Lc 7,42; Mt 18,25ss). La predicazione primitiva ha come oggetto, insieme al dono dello Spirito, la remissione dei peccati, che ne è il primo effetto, e che essa chiama «àfesis» (Lc 24,47; Atti 2,38). Altri termini: purificare, lavare, giustificare, compaiono negli scritti apostolici che insistono sull‟aspetto positivo del perdono, riconciliazione e riunione. Proprio di fronte al peccato il Dio geloso (Es 20,5) si rivela un Dio di perdono. L’apostasia, che segue all‟alleanza e che meriterebbe la distruzione del popolo (Es 32,30ss), è per Dio l’occasione di proclamarsi «Dio di tenerezza e di pietà, tardo all’ira, ricco di grazia e di fedeltà ... che tollera colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia nulla impunito ...»; Mosè quindi può pregare con sicurezza: «È un popolo di dura cervice. Ma perdona le nostre colpe ed i nostri peccati, e fa’ di noi la tua eredità!» (Es 34,6-9). Umanamente e giuridicamente, il perdono non trova giustificazione. Il Dio santo non deve rivelare la sua santità mediante la sua giustizia (Is 5,16) e colpire coloro che lo disprezzano (5,24)? Come potrebbe contare sul perdono la sposa infedele all‟alleanza che non arrossisce della sua prostituzione (Ger 3,l-5)? Ma il cuore di Dio non è quello dell’uomo, ed il Santo non si compiace nel distruggere (Os 11,8s); lungi dal volere la morte del peccatore, egli ne vuole la conversione (Ez 18,23) per poter prodigare il suo perdono; infatti «le sue vie non sono le nostre vie», e «i suoi pensieri superano i nostri pensieri» di tutta l’altezza del cielo (Is 55,7ss), Questo appunto rende così fiduciosa la preghiera dei salmisti: Dio perdona al peccatore che si accusa (Sal 32,5; Cf. 2Sam 12,13); lungi dal volere la sua perdita (Sal 78,38), lungi dal disprezzarlo, egli lo ricrea, purificando e colmando di gioia il suo cuore contrito ed umiliato (Sal 51,10-14.19; Cf. 32,l-11); fonte abbondante di redenzione, egli è un padre che perdona tutto ai suoi figli (Sal 103,3.8-14). Dopo l’esilio non si cessa di invocare il «Dio dei perdoni» (Neem 9,17) e «delle misericordie» (Dan 9,9), sempre pronto a pentirsi del male di cui ha minacciato il peccatore, se questi si converte (Gioe 2,13); ma Giona, che è il tipo del particolarismo di Israele, è sconcertato nel vedere questo perdono offerto a tutti gli uomini (Giona 3,10; 4, 2); al contrario, il libro della Sapienza canta il Dio che ama tutto ciò che ha fatto ed ha pietà di tutti, che chiude gli occhi sui peccati degli uomini affinché si pentano, li castiga a poco a poco e ricorda loro ciò in cui essi peccano affinché credano in lui (Sap 11,23-12,2); manifesta in tal modo di essere l’onnipotente di cui è proprio il perdonare (Sap 11,23.26; Cf. la colletta della domenica X dopo Pentecoste e l‟Oremus delle litanie dei santi).
 
La Parabola - Alice Baum: Genere retorico nel quale un determinato pensiero viene illustrato servendosi di un’immagine. Il termine greco parabolē usato nel Nuovo Testamento significa accostamento. Nelle parabole vengono accostate due realtà, una religiosa, la “metà oggettiva”, e una tratta dalla vita quotidiana dell’uomo, la “metà illustrativa”. Laddove la metà oggettiva, ciò che veramente la parabola vuol dire, rimane il più delle volte inespressa. L’uditore, o il lettore, la deve ricavare lui stesso dalla metà illustrativa. Così per esempio nella parabola del seme che spunta da solo (Mc 4,26-29) la metà oggettiva va completata con l’immagine: il regno di Dio viene in maniera così inarrestabile come la messe dopo la semina. - La parabola va distinta dall’allegoria. Mentre in un’allegoria ogni tratto deIl’immagine ha un significato proprio, a ciò che è presentato neIla parabola corrisponde un’unica realtà religiosa. Nei discorsi di Gesù in parabola possiamo distinguere tre diverse forme. La parabola vera e propria si serve di un procedimento, o di un dato di fatto per esprimere una verità religiosa (parabola del granello di senape, la pecora smarrita e altre). La cosiddetta parabola è una storia inventata che racconta un caso singolo, talvolta fuori del comune (dieci vergini, Mt 25,1-13; figlio prodigo - o meglio: padre amorevole -, Lc 15,11- 32). Nel racconto esemplare non viene traslata un’immagine o una storia nella realtà religiosa, “ma un pensiero religioso-morale viene illustrato per mezzo di un caso singolo”. Non si tratta tanto della conoscenza deIla verità, quanto del retto agire (buon samaritano, Lc 10,30-37; fariseo e pubblicano, Lc 18,9-14). Le parabole di Gesù fanno parte dello  “strato originario deIla tradizione”. Per i suoi uditori non erano nulla di nuovo.
Le si trovano anche nell’Antico Testamento e neIl’insegnamento rabbinico. Nuovo era il contenuto: il regno di Dio che viene e la pretesa di Gesù di esserne il portatore. Le parabole rispecchiano l’ambiente palestinese in maniera così chiara che non si può dubitare della loro autenticità. Una spiegazione obiettiva non è tuttavia possibile se non si tiene presente che le parabole hanno un triplice Sitz im Leben, vale a dire vanno comprese a partire da tre diverse situazioni: l’annuncio di Gesù, la vita della chiesa primitiva e la prospettiva teologica del singolo evangelista.
 
Giovanni Crisostomo: “Or mentre gli uomini dormivano” (Mt 13,25): queste parole mostrano il pericolo cui sono esposti coloro che hanno la responsabilità delle anime, ai quali in particolare è affidata la difesa del campo; non solo però costoro, ma anche i fedeli. Cristo precisa inoltre che lerrore appare dopo lo stabilirsi della verità, come anche lesperienza dei fatti può testimoniare. Dopo i profeti sono apparsi gli pseudoprofeti, dopo gli apostoli i falsi apostoli, e dopo Cristo lanticristo. Se il demonio non vede che cosa deve imitare, o a chi deve tendere le sue insidie, non saprebbe in qual modo nuocerci. Ma ora che ha visto la divina seminagione di Gesù fruttificare nelle anime il cento, il sessanta e il trenta per uno intraprende unaltra strada; poiché si è reso conto che non può strappare ciò che ha radici ben profonde, né può soffocarlo e neppure bruciarlo, allora tende un altro insidioso inganno, spargendo la sua semente.

Testimoni di Cristo - Beato Achille (Achilles Josef) Puchała, Sacerdote e Martire: Nacque il 18 marzo 1911 in Polonia nel villaggio di Kosin, diocesi di Przemy. Terminata la scuola elementare, nel 1924 entrò a Leopoli nel seminario minore dei Frati minori conventuali. La sua formazione religiosa culminò il 22 maggio 1932 con la professione dei voti solenni ed il 5 luglio 1936 venne ordinato sacerdote. I primi anni di ministero furono nel convento di Grodno. Trasferito poi a Iwieniec, diocesi di Pilsk, fu sorpreso dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Il 19 giugno 1943 si verificò un’insurrezione contro i nazisti. Quando il parroco della vicina Pierszaje fuggì, padre Achilles vi si trasferì nei primi anni 40 per reggere la sede vacante.
Un mese dopo giunse a Pierszaje la Gestapo, che perquisì anche la canonica. Secondo un testimone oculare, il comandante locale della gendarmeria tedesca, cattolico praticante che abitava nella canonica, propose ai due sacerdoti di rifugiarsi in un nascondiglio, ma Achilles non abbandonò i fedeli e si unì agli arrestati. Fu ucciso in un fienile a cui poi fu dato fuoco il 19 luglio 1943. (Avvenire)  
 
Ci sostengano sempre, o Padre,
la forza e la pazienza del tuo amore,
perché la tua parola, seme e lievito del regno, 
fruttifichi in noi
e ravvivi la speranza
di veder crescere l’umanità nuova.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
18 Luglio 2026
 
Sabato della XV Settimana T. O.
 
Mi 2,1-5; Salmo Responsoriale Dal Salmo 9 (10); Mt 12,14-21
 
Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXXII Giornata del Malato (11 febbraio 2024): Fratelli e sorelle, la prima cura di cui abbiamo bisogno nella malattia è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza. Per questo, prendersi cura del malato significa anzitutto prendersi cura delle sue relazioni, di tutte le sue relazioni: con Dio, con gli altri – familiari, amici, operatori sanitari –, col creato, con sé stesso. È possibile? Si, è possibile e noi tutti siamo chiamati a impegnarci perché ciò accada. Guardiamo all’icona del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37), alla sua capacità di rallentare il passo e di farsi prossimo, alla tenerezza con cui lenisce le ferite del fratello che soffre.
Ricordiamo questa verità centrale della nostra vita: siamo venuti al mondo perché qualcuno ci ha accolti, siamo fatti per l’amore, siamo chiamati alla comunione e alla fraternità. Questa dimensione del nostro essere ci sostiene soprattutto nel tempo della malattia e della fragilità, ed è la prima terapia che tutti insieme dobbiamo adottare per guarire le malattie della società in cui viviamo.
A voi, che state vivendo la malattia, passeggera o cronica, vorrei dire: non abbiate vergogna del vostro desiderio di vicinanza e di tenerezza! Non nascondetelo e non pensate mai di essere un peso per gli altri. La condizione dei malati invita tutti a frenare i ritmi esasperati in cui siamo immersi e a ritrovare noi stessi.
In questo cambiamento d’epoca che viviamo, specialmente noi cristiani siamo chiamati ad adottare lo sguardo compassionevole di Gesù. Prendiamoci cura di chi soffre ed è solo, magari emarginato e scartato. Con l’amore vicendevole, che Cristo Signore ci dona nella preghiera, specialmente nell’Eucaristia, curiamo le ferite della solitudine e dell’isolamento. E così cooperiamo a contrastare la cultura dell’individualismo, dell’indifferenza, dello scarto e a far crescere la cultura della tenerezza e della compassione.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Guai ai capitalisti! - Epifanio Gallego: Questa lettura, fra le più originali e genuine del profeta Michea, è un’aperta denunzia dei peccati sociali caratteristici del suo tempo, ma che sono sempre d’attualità. È un duro attacco al capitalismo, quale che ne sia l’espressione, colpevole di sfruttamento e di corruzione. Le azioni specifiche che egli ricorda non sono una lista esauriente, ma riflettono solo, a modo di esempio, la malizia imperdonabile degli oppressori del debole, quali che siano i mezzi di cui si servono.
Nel secolo VIII, la ricchezza consisteva principalmente, come ai nostri giorni, in beni immobili, per quanto questi fossero quasi esclusivamente terreni, così che la ricchezza d’una persona era misurata in base alle terre e ai capi di bestiame che possedeva. Il possesso dei terreni divenne, per conseguenza, il sogno di coloro che avevano la possibilità di procurarseli. Si noti che Michea non denunzia il possesso di detti terreni, ma il modo di procurarselo; non la proprietà privata, per quanto essa fosse estesa, ma l’uso dell’ingiustizia e della violenza per rubare a man salva. Quello che essi vanno macchinando, tramando e facendo ai margini della legge è detto, senza sottintesi, malvagità e iniquità.
Nel decalogo (Dt 5,21), era severamente proibita la cupidigia. Nulla di quello che appartiene al prossimo può essere oggetto di cupidigia; e fra i beni del prossimo, del paterfamilias, era inclusa anche la moglie o le mogli.
Dall’accusa di Michea vediamo quale sia il vero senso di cupidigia: non semplicemente « desiderare ardentemente una cosa », ma appagare questo desiderio in tutti i modi possibili, anche, se è necessario, ricorrendo al furto, alla violenza, all’oppressione e all’uso della giustizia. Questo era il grande peccato che già Elia aveva rinfacciato ad Acaz, che aveva spogliato Nabot della vigna che egli aveva ereditata (1Re 21,1-4). Questo fu il peccato dell’alta società israelita del secolo VIII, il peccato di ogni società, a dispetto della denunzia dei suoi profeti.
Con la metafora del giogo, fatto di ignominia, tirannia ed esilio, il profeta minaccia « questa genia » e tutto il popolo. Il principio dell’individualità colpevole era ancora assai lontano. Una minaccia nella quale tutta la forza del potente di fronte all’indifeso si trasforma in totale impotenza di fronte ai disegni di Dio espressi in castigo.
«In quel tempo », il tempo, il giorno concreto che non tarderà a divenire escatologico, la loro calamità si trasformerà in tema di satire e lamentazioni: contro di essi si intoneranno elegie. Sarà l’umiliazione totale. Perderanno la loro terra promessa, quella che aveva loro assegnata Giosuè (13-21). È una quasi-scomunica del popolo eletto, un anatema contro i monopolizzatori. Quello che essi si attribuiscono con rapina, violenza e oppressione, altri se l’attribuiranno senza che essi possano avere parte nella divisione, È il castigo di Dio coniato a misura del peccato dell’uomo.
 
Vangelo
Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto.
 
All’odio dei farisei Gesù risponde con l’amore, sanando compassionevolmente tutti i malati. L’imposizione di non divulgare il miracolo forse potrebbe far pensare al segreto messianico, in verità raramente presente nel Vangelo di Matteo (cfr. Mt 8,4). La citazione, con la quale si chiude il brano evangelico, è  tratta dal libro del profeta Isaia (42,1-4), e si riferisce non solo alla missione del Servo del Signore a favore dei pagani, ma è intesa come una forte contrapposizione all’accusa dei farisei riportata nel brano successivo dove Gesù verrà accusato di  scacciare i demòni per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,14-21
 
In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».
 
Parola del Signore.
 
Speranza delle nazioni - Felipe F. Ramos: La scena ha origine da una guarigione compiuta da Gesù in giorno di sabato. Il legalismo giudaico, per salvaguardare la santità del sabato, era giunto a estremi ridicoli. Non si poteva guarire un uomo di sabato, ma si potevano invece soccorrere gli animali che ne avessero bisogno. Certo, dal loro punto di vista, era logico questo atteggiamento, poiché si era giunti persino ad affermare che l’uomo era stato creato per il sabato, per santificare quel giorno santo. Gesù non la pensava così. La cosa più importante è sempre l’uomo e tutto, compreso il sabato, dev’essere al suo servizio (Mr 2,27).
Poco mancò che questo atteggiamento scandaloso di Gesù, in quell’occasione, gli costasse la vita. Lo avrebbero ucciso per osservare la legge! Gesù si ritira per scongiurare il pericolo, ma continua ad agire per portare a compimento l’opera di liberazione dell’uomo. A quelli che sono stati i beneficiari del suo potere e della sua misericordia chiede solo di non denunziarlo. Egli impone il silenzio a quelli che hanno ricevuto i suoi benefici.
Perché? Nel vangelo di Marco, questa raccomandazione di silenzio è attribuita esplicitamente al celebre «segreto messianico». Matteo ci offre un punto di vista diverso: Gesù vuole passare inosservato per due ragioni: a) vuole evitare, per ora, le controversie con i farisei, nelle quali dovrebbe necessariamente esporre le ragioni del suo modo d’agire che erano inseparabili dalle sue pretese messianiche. Questo provocava indignazione e persecuzione. Una ragione di prudenza consigliava, per il momento, di evitare quegli scontri diretti.
b) La seconda ragione è teologica: Gesù è il servo di Dio per eccellenza, e come tale intende agire segretamente. Questo comporta che sia citato qui il testo di Isaia (41,4): Non farà udire la sua voce sulle piazze (v. 19); appoggerà i deboli e cercherà i prodighi (v. 20). Come il servo di Yahveh, Gesù concederà la sua giustizia a tutti, compresi i pagani (vv. 18-21). In Gesù si realizzano le speranze giudaiche che erano legate al servo di Yahveh. Gesù è il servo di Dio che visse nascosto, nel mistero, e la cui vita fu determinata dalla sua morte-risurrezione, per la sua piena solidarietà con l’uomo che veniva a salvare.
 
Per approfondire
 
... egli li guarì tutti - Daniel J. Harrington (Il Vangelo di Matteo): Il sommario delle guarigioni operate da Gesù presso il Mare di Galilea presentato da Marco (3,7-12) è stato notevolmente condensato da Matteo (Mt 12,15-16) e trasformato in un’occasione per presentare una citazione di adempimento (Mt 12,17-21 = Is 42,1-4). In un contesto incentrato sul rifiuto di Gesù (Mt 12,1-4.22-50) Mt 12,15-21 ha la funzione di ricordare quale sia la vera identità di Gesù come Servo/Figlio di Dio, così come Mt 11,25-30 aveva messo Gesù in relazione alla sapienza di Dio.
La citazione riguardo al mite e benigno Servo di Dio (Is 42,1-4) spiega perché Gesù si sia semplicemente allontanato dalla sinagoga dei farisei (vedi Mt 12,9) e perché abbia voluto di proposito evitare di rendere pubblica la sua vera identità: questo è il modo di operare del mite e benigno Servo di Dio. Da questo punto di vista la parte più importante della citazione l’abbiamo in Mt 12,19 («non contesterà né griderà»). Tuttavia, vi sono anche altri elementi nel libero adattamento fatto da Matteo del testo biblico (la sua versione non coincide esattamente con nessun ltro testo antico) che contribuiscono a completare il quadro che l’evangelista fa di Gesù.
Gesù è il Servo e il Figlio di Dio, poiché il termine greco pais è ambiguo, avendo il senso sia di servo che di figlio; e tale ambiguità è stata probabilmente sfruttata di proposito da Matteo che in altri passi si preoccupa di presentare Gesù come Figlio di Dio. L’altra parte di Mt 12,18a («mio prediletto, nel quale ho posto il mio amore») ricorda la voce dal cielo in occasione del battesimo di Gesù (vedi Mt 3,17) e prelude alla voce dal cielo al momento della trasfigurazione (vedi Mt 17,5). La citazione serve anche a identificare Gesù con il portatore dello Spirito Santo («Porrò il mio spirito sopra di lui»), forse in contrasto con quelli che comandano «nella loro sinagoga» (12,9). Infine, la citazione contiene due elementi che evidenziano la rilevanza di Gesù per i non Giudei: «annunzierà ai popoli la giustizia» (12,18); e «nel suo nome spereranno i popoli» (12,21).
Per gli appartenenti alla comunità matteana, Mt 12,15-21 doveva servire a sottolineare i poteri di Gesù come guaritore già evidenziati nei capitoli 8-9 in 12,9-14. Doveva anche completare il quadro che avevano dell’identità di Gesù in base alle caratteristiche accennate nel capoverso precedente. Nel contesto polemico del capitolo 12 (e dei capitoli 11-14 nel loro insieme) questo testo si prestava anche ad essere inteso come una critica ai farisei e alla «loro sinagoga» per la loro incapacità di riconoscere in Gesù il Servo di Dio e il portatore dello Spirito Santo.
Nell’applicazione di questo testo è importante distinguere il Cantico del Servo (Is 42,1-4) citato qui dagli altri Cantici del Servo, in particolare Is 52,13-53,12, con la loro chiara enfasi sulle sofferenze del Servo. In Mt 12,15-21 l’accento è posto sulla mitezza e bontà del Servo, assieme ad altri temi cristologici: Servo/Figlio, il prediletto da Dio, il portatore dello Spirito Santo, e la rilevanza di Gesù per i non Giudei.
 
Egli non griderà - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 40, 2: Con tali parole il profeta canta l’ineffabile mitezza e il potere di Cristo, apre alle genti una porta larga e spaziosa, mentre predice ai giudei le sciagure che un giorno li colpiranno. Manifesta inoltre la perfetta armonia di Gesù che è con il Padre. Ecco - dice - il mio servo che mi sono scelto, non è certo per opporsi a lui che egli abroga la legge, né come nemico del legislatore, ma lo fa in pieno accordo con il Padre. E per proclamare la sua mansuetudine, il profeta dice: Non contenderà né parlerà forte (Is 42, 2). Gesù intendeva personalmente prendersi cura degli uomini; ma poiché lo respingono, egli se ne fa senza resistenza.
 
Testimoni di Cristo - San Ruffillo di Forlimpopoli, Vescovo: Un antico sermone del secolo XI ci dà alcune informazioni su Ruffillo, primo vescovo di Forlimpopoli. Il documento racconta che fra Forlimpopoli e Forlì, si annidava un mostruoso drago, che col solo fiato ammorbava l’aria, provocando la morte di diverse persone. Il vescovo Ruffillo esortò i fedeli della diocesi a fare digiuni e pregare, affinché la zona venisse liberata dal mostro, nel contempo invitò il vescovo di Forlì Mercuriale (anch’egli poi santo) a partecipare all’impresa. Si recarono ambedue alla tana del drago, qui gli strinsero attorno alla gola le loro stole e lo gettarono in un profondo pozzo, chiudendone l’imboccatura con un «memoriale» (un monumento o un’iscrizione). Questo episodio è raccontato anche nella «Vita» di san Mercuriale e in quella dei santi Grato e Marcello. Il dragone rappresentò il simbolo dell’idolatria ancora abbastanza diffusa, che vide il protovescovo di Forlimpopoli impegnato a debellarla insieme all’opera di altri santi vescovi della regione, suoi contemporanei. Si può fissare il periodo del suo episcopato nella prima metà del secolo V. (Avvenire)  
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.