24 Giugno 2026
 
Natività San Giovanni Battista
 
Is 49,1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 138 (139); At 13,22-26; Lc 1,57-66.80 
 
Benedetto XVI (Angelus, 24 Giugno 2012)Oggi, 24 giugno, celebriamo la solennità della Nascita di San Giovanni Battista. Se si eccettua la Vergine Maria, il Battista è l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita, e lo fa perché essa è strettamente connessa al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Fin dal grembo materno, infatti, Giovanni è precursore di Gesù: il suo prodigioso concepimento è annunciato dall’Angelo a Maria come segno che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), sei mesi prima del grande prodigio che ci dà salvezza, l’unione di Dio con l’uomo per opera dello Spirito Santo. I quattro Vangeli danno grande risalto alla figura di Giovanni il Battista, quale profeta che conclude l’Antico Testamento e inaugura il Nuovo, indicando in Gesù di Nazaret il Messia, il Consacrato del Signore. In effetti, sarà lo stesso Gesù a parlare di Giovanni in questi termini: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, / davanti a te egli preparerà la via. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,10-11).
Il padre di Giovanni, Zaccaria - marito di Elisabetta, parente di Maria -, era sacerdote del culto dell’Antico Testamento. Egli non credette subito all’annuncio di una paternità ormai insperata, e per questo rimase muto fino al giorno della circoncisione del bambino, al quale lui e la moglie dettero il nome indicato da Dio, cioè Giovanni, che significa «il Signore fa grazia». Animato dallo Spirito Santo, Zaccaria così parlò della missione del figlio: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo / perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, / per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza / nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,76-77). Tutto questo si manifestò trent’anni dopo, quando Giovanni si mise a battezzare nel fiume Giordano, chiamando la gente a prepararsi, con quel gesto di penitenza, all’imminente venuta del Messia, che Dio gli aveva rivelato durante la sua permanenza nel deserto della Giudea. Per questo egli venne chiamato «Battista», cioè «Battezzatore» (cfr Mt 3,1-6). Quando un giorno, da Nazaret, venne Gesù stesso a farsi battezzare, Giovanni dapprima rifiutò, ma poi acconsentì, e vide lo Spirito Santo posarsi su Gesù e udì la voce del Padre celeste che lo proclamava suo Figlio (cfr Mt 3,13-17). Ma la missione del Battista non era ancora compiuta: poco tempo dopo, gli fu chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta: Giovanni fu decapitato nel carcere del re Erode, e così rese piena testimonianza all’Agnello di Dio, che per primo aveva riconosciuto e indicato pubblicamente.
Cari amici, la Vergine Maria aiutò l’anziana parente Elisabetta a portare a termine la gravidanza di Giovanni. Ella aiuti tutti a seguire Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, che il Battista annunciò con grande umiltà e ardore profetico.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il secondo canto del ‘servo del Signore’ descrive alcuni tratti della sua missione: la sua predestinazione (vv. 1.5) e la sua missione estesa non solo a Israele che deve radunare (v. 5), ma anche alle nazioni per illuminarle (v. 6). La sua parola sarà «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12; v. 2) e la sua predicazione apporterà luce e salvezza (v 6). Il canto parla anche di un suo insuccesso (vv. 4.7), della sua fiducia in Dio solo (vv. 4.5) e di un trionfo finale (v. 7). La missione di Giovanni il Battista, come quella del Servo, è accomunata dal fallimento, ma è da questo apparente insuccesso umano che nasce per gli  uomini una «cosa nuova» (Is 43,19).
 
II Lettura: Inizialmente la predicazione apostolica sarà volta a scuotere il mondo giudaico, ma i frutti saranno molto scarsi. Il testo lucano riporta uno di questi tentativi. Paolo, fariseo, cerca con un ragionamento fondato sul dato biblico, quindi assimilabile dalle menti dei Giudei, di convincere il popolo che Cristo è il Messia: annunciato da Davide, ora, «nella pienezza dei tempi» (Gal 4,4), è «apparso per togliere i peccati» (1Gv 3,5). Questa è la Buona Novella, la «parola di salvezza», che viene annunciata al popolo d’Israele depositario delle promesse divine.
 
Vangelo
Giovanni è il suo nome.
 
Nel racconto della circoncisione di Giovanni, lo stupore, la meraviglia per gli eventi straordinari sono ben tesi a manifestare la futura missione apostolica del bambino. La missione del Battista, come quella del Servo del Signore, avrà il sigillo della sofferenza e del fallimento. A differenza di tanti profeti, Giovanni avrà il felice compito di chiudere le porte dell’Antico Testamento per spalancare agli uomini i battenti del Nuovo. La sua alta missione sarà quella di indicare ad un «popolo che camminava nelle tenebre» (Is 9,1) «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9): solo «Gesù è la luce vera venuta in questo mondo e che illumina di se medesimo ogni uomo. Giovanni si limitò ad additare a tutti il Sole [Lc 1,79]. Giovanni fu testimone della luce con le parole e con i fatti, con la penitenza, con la santità, con la sua fortezza eroica: “Era una lampada che arde e risplende” [Gv 5,35]» (Vincenzo Raffa).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,57-66.80 
 
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante  si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Parola del Signore.
 
Nascita di Giovanni Battista - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli)Il dittico delle nascite, che forma il secondo parallelismo dell’infanzia di Giovanni e di Gesù, rappresenta l’adempimento degli annunzi fatti dall’angelo a Zaccaria e a Maria. Però la simmetria dei due pannelli risulta più generica rispetto al dittico degli annunzi. Mentre per la nascita di Giovanni il racconto ruota intorno all’imposizione del nome in occasione della circoncisione e alla reazione della gente, piena di stupore, nella nascita di Gesù viene dato più rilievo alle circostanze storiche, topografiche, e all’annuncio dell’angelo ai pastori. Il Benedictus di Zaccaria, con cui si conclude l ‘episodio, ha un riscontro nel Nunc dimittis di Simeone.
Il nome Giovanni significa «JHWH è misericordia».
Il tema della misericordia è un motivo ricorrente nel vangelo dell’infanzia. Anche Maria aveva celebrato la potenza e la misericordia di Dio nel Magnificat (v. 50).
Questi, rendendo feconda Elisabetta, benché avanzata in età, aveva magnificato la sua misericordia con lei (v. 58). Egli manifestò le sue «viscere di misericordia», attuando le promesse di salvezza fatte ai padri, attraverso la visita dall’alto del Sole che stava per sorgere sull’orizzonte (vv. 72 e 78). La convergenza di Elisabetta con Zaccaria per la scelta del nome di Giovanni non presuppone un miracolo (v. 63). Zaccaria, benché muto, aveva potuto comunicare in antecedenza a Elisabetta il nome rivelato dall’angelo (v. 13). Lo stupore e il timore dei vicini, la grande eco provocata dall’evento costituiscono motivi ricorrenti nei racconti di miracoli in Luca.
La nascita del Battista da genitori anziani e sterili provocò in tutti ammirazione per le meraviglie compiute dal Signore. - L’espressione «posero nel loro cuore» (v. 66) ricompare in riferimento a Maria come ritornello altre due volte (2,19.51).
 
Per approfondire
 
Giovanni nel quadro della storia della salvezza - Giuseppe Barbaglio: Luca si preoccupa espressamente di assegnare a Giovanni un posto preciso nel vasto quadro della storia della salvezza. Nella suddivisione in grandi tappe il Battista fa parte della prima, cioè dell’AT, essendo Cristo l’inauguratore di una nuova era, quella della pienezza dei giorni: «La legge e i profeti vanno fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi» (Lc 16,16). Giovanni è collocato nella scia del profetismo veterotestamentario: l’ultimo della serie, ma sempre incluso nella serie. Con lui è l’AT che si chiude, dando avvio all’annuncio del regno di Dio proclamato da Gesù. Egli segna la continuità della storia della salvezza. Negli Atti degli apostoli la predicazione apostolica prende il suo punto di partenza proprio dal Battista: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni» (10,37; cf. 1,21-22; 13,24-25). La stessa continuità è sottolineata dai primi due capitoli del vangelo di Luca, che costruisce parallelamente le scene dell’infanzia di Cristo con quelle dell’infanzia del Battista: annunciazione della nascita di Giovanni (1,5-25) e annunciazione della nascita di Gesù (1,26-38), nascita e circoncisione del Battista (1,57-66) e nascita e circoncisione di Gesù (2,1-21), crescita di Giovanni (1,80) e crescita di Gesù (2,40), canto di Maria (1,46-56) e inno del padre di Giovanni (1,67-79). Mostra così che Gesù ha origine dal mondo giudaico, è il frutto dell’AT e della sua attesa impersonata dai «poveri di Dio» (= i genitori del Battista, Maria, i pastori, Simeone ed Anna). Ma ha anche lo scopo di far apparire la superiorità di Gesù sul Battista: Gesù è l’atteso dell’AT; Giovanni ha la missione di preparare la sua venuta (cf. il canto di Simeone: 2,2932 e l’inno Benedictus: 1,67-79). In questo duplice rapporto di continuità e di trascendenza del tempo neotestamentario di Cristo su quello veterotestamentario di Giovanni, Luca vede la reciproca posizione dei due nel disegno divino di salvezza attuantesi nella storia. Marco, invece, tende a introdurre la figura del Battista nella pienezza dei tempi, affermando che la sua apparizione costituisce l’«inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (cf. 1,1-4). Giovanni introduce i tempi evangelici. Su questa linea, e ancor più chiaramente, è anche Matteo con la sua espressa identificazione di Giovanni con Elia, figura escatologica e precursore del Messia. Né è senza significato che per il primo vangelo l’annuncio del Battista è ripreso, tale e quale, da Gesù (Mt 3,2; 4,17).
 
Circoncisione, segno dell’alleanza - Adriana Zarri e Giuseppe Barbaglio (Circoncisione, schede Bibliche Pastorali, Vol. II): Nei testi di carattere più arcaico, come Es 4,25 e Gs 5,3, la circoncisione, praticata ancora con coltelli di selce, sembra significare soprattutto la consacrazione di qualcuno a una particolare missione, ad es. di Mosè a liberare il popolo dalla schiavitù degli egiziani. Il rito diviene segno fisico dell’alleanza di un popolo con Jahvé specialmente con la letteratura sacerdotale. Gn 17,22 è appunto il racconto sacerdotale dell’alleanza che Dio stringe con Abramo.
Secondo la stessa letteratura, Isacco fu circonciso l’ottavo giorno.
È in questo senso che la istituzione della circoncisione viene attribuita a uno speciale intervento di Dio, che la impone ad Abramo e ai suoi discendenti come «segno dell’alleanza» che essi hanno stretto col loro Dio e quindi anche come segno e garanzia della loro appartenenza al popolo delle promesse. In seguito a ciò, la circoncisione diventa il segno sacro che esprime il fatto e la volontà degli ebrei di rimanere fedeli all’alleanza del Sinai. La discendenza di Abramo dovrà portare questo segno, che distinguerà i veri israeliti dagli stranieri e dai pagani (leggere Gn 17,10-14).
Tuttavia l’importanza religiosa della circoncisione non dovette apparire improvvisamente, come potrebbe sembrare a prima vista leggendo il testo sopra citato, ma affiorò in modo graduale e in epoca relativamente tardiva. Israele infatti, prima dell’esilio, viveva in mezzo a popoli che praticavano tale rito - solo i filistei non l’avevano e per questo erano gli «incirconcisi» per eccellenza (l Sam 14,6; 17,26; 31,4) - e la sua più antica legislazione, particolarmente il decalogo (Es 20,23-26; 31,lss), non menziona la circoncisione come legge da osservare. Soltanto dopo l’esilio, quando Israele avrà vissuto in mezzo a popoli incirconcisi, la circoncisione diverrà uno dei primi doveri del pio israelita, un obbligo di carattere religioso, la cui esecuzione era divenuta ai tempi di Gesù ancora più importante dell’osservanza del sabato (Gv 7,22-23). Essa veniva imposta anche ai proseliti come condizione essenziale per essere introdotti nella comunità del popolo di Dio.
La circoncisione significava dunque fedeltà all’alleanza; ne era il segno, e ogni maschio lo portava nella sua stessa carne fin dall’ottavo giorno dopo la nascita (Gn 21,4; Lc 2,21). La tradizione sacerdotale chiamerà «sangue dell’alleanza» quello versato durante il rito della circoncisione.
Oltre che segno di fedeltà alla legge del Signore, la circoncisione diverrà il simbolo dell’orgoglio nazionale e dell’opzione giudaica ai tempi della persecuzione, quando essa sarà proibita dall’autorità pagana (1Mac 1,48). I veri israeliti, fedeli a Jahvé e alla sua legge, continuarono a praticarla sui loro figli, anche a rischio della vita (1Mac 1,60; 2Mac 6,10) e la impongono agli incerti anche con la forza (1Mac 2,46); invece i paurosi, i traditori cercheranno di dissimularla (1Mac 1,15; cf. 1Cor 7,18). È facile intuire come da questa posizione, piuttosto legalista, fosse facile scivolare verso il formalismo, dimenticando il contenuto spirituale del rito.
 
Parallelo fra Giovanni e Gesù - Efrem Siro, Commento al Diatessaron 1, 31: L’anziana Elisabetta ha dato alla luce l’ultimo dei profeti e Maria, una fanciulla, il Signore degli angeli. La figlia di Aronne ha dato alla luce la voce nel deserto (cf. Is 63,9), ma la figlia di Davide il potente Dio della terra. La sterile ha dato alla luce colui che rimette i peccati, ma la Vergine colui che li toglie dal mondo (cf. Cv 1, 29). Elisabetta ha partorito colui che ha riconciliato il popolo tramite il pentimento, ma Maria ha partorito colui che ha purificato le terre da ogni macchia. Il più anziano ha acceso una lampada nella casa di Giacobbe, suo padre, perché Giovanni era questa lampada (cf. Gv 5,35), mentre il più giovane ha acceso il Sole di giustizia per tutte le nazioni (cf. Gv l4,2). L’angelo ha portato l’annuncio a Zaccaria, così che il decapitato proclamasse il crocifisso e l’odiato proclamasse l’invidiato. Colui che stava per battezzare con acqua avrebbe proclamato colui che doveva battezzare nel fuoco e con lo Spirito Santo (cf. Mt 3,11). La luce, che non era oscura, avrebbe proclamato il Sole di Giustizia. Colui che era stato riempito dallo Spirito avrebbe proclamato colui che dona lo Spirito. Il sacerdote che chiama con la tromba avrebbe proclamato colui che verrà alla fine al suono della tromba. La voce avrebbe proclamato il Verbo e colui che vide la colomba avrebbe proclamato colui sul quale la colomba si posò, come il lampo prima del tuono.
 
Che sarà mai questo bambino? - La risposta arriverà molti anni dopo quando Giovanni sarà decollato per la Verità: sarà un martire. Nell’agenda del Battista, il martirio non era un qualcosa di molto improbabile: ogni giorno che passava, la nube di tragedia che si addensava sul suo capo si faceva sempre più tenebrosa e non soltanto per le sue invettive contro l’adultero Erode. Fin dall’inizio del suo ministero molte delegazioni, come mosche noiose, avevano assediato la sua cattedra: farisei, scribi, dignitari del Sinedrio... ma i maggiorenti della classe religiosa, pur nella capacità di intendere e di volere, per paura e per comodo, non vorranno riconoscere che il «battesimo di Giovanni veniva dal Cielo» (Mt 21,24-27). Quella del Battista era una società religiosa, ma in verità atea: Dio era stato ridotto a una slot-machine per erogare grazie e salvezza ai super consumatori di legge, precetti e codicilli vari. Questi maestri del nulla esisteranno sempre e sempre si opporranno ai profeti che ‘gridano’ nel deserto del cuore dell’uomo: deserto perché senza valori, senza morale, senza punti di riferimento. Ora tutti i credenti devono scoprire che la loro primaria vocazione è quella di essere ‘voce che grida’. Avendo Gesù «manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli [cfr. 1Gv 3,16; Gv 15,13]. Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Perché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa» (LG 42).
 
O Dio, che hai suscitato san Giovanni Battista
per preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto,
concedi alla tua Chiesa la gioia dello Spirito,
e guida tutti i credenti sulla via della salvezza e della pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 23 GIUGNO 2026
 
MARTEDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO 
 
2Re 19,9-11.14-21.31-35.36; Salmo Responsoriale Dal Salmo 47 (48); Mt 7,6.12-14
 
San Massimo di Torino, Vescovo: Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli. Nonostante il suo carattere mite, che traspare dalle «Omelie» e dai «Sermoni» che ci sono pervenuti, propose ai sui fedeli un esempio di fermezza. «È figlio ingiusto ed empio - così li spronava a non lasciare la città - colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria». Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio - scriveva con ironia -, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa: avvenne tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica) - Non entrerà in questa città - Come nel combattimento fra Davide e Golia (1Sam 17) o nello scontro fra Giuditta e Oloferne, la questione impostata nel nostro testo è la tesi della fede in Yahveh davanti alla forza delle armi.
Nella sua preghiera, Ezechia mette avanti la gloria e il buon nome di Yahveh: Ora, Signore Dio nostro, liberaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio. In virtù dell’alleanza, Yahveh era il Dio d’Israele e Israele era il popolo di Yahveh. Fra i due, quindi, vi era un impegno reciproco e gl’interessi dell’uno erano gl’interessi dell’altro. Perciò, se il popolo d’Israele era umiliato e sconfitto, l’umiliazione e la sconfitta ricadevano, in ultima istanza, su Dio.
Per conseguenza, in certe occasioni, Dio agiva non tanto per difendere il popolo quanto piuttosto per salvaguardare la gloria del suo santo nome. «Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo che gl’israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio. Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato presso le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro» (Ez 36,21-23). Merita di essere notato l’intervento di Isaia. Nato nella città santa, Isaia prediligeva la sua città natale; e tanto in occasione della guerra siro-efraimita (Is 7) quanto in questa occasione, egli ebbe una parte così importante da raggiungere il prestigio dell’eroe nazionale.
Per cause non del tutto conosciute (forse per qualche insurrezione a Ninive), Sennacherib fu costretto a interrompere l’assedio di Gerusalemme, e il popolo interpretò il fatto come un miracolo e si confermò sempre più nella convinzione che la città fosse inespugnabile e inviolabile, principalmente per il tempio nel quale si rendeva presente la gloria di Dio.
 
Vangelo
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
 
Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, queste parole si riferiscono, molto probabilmente, all’insegnamento del vangelo, e, in questa ipotesi, i cani e i porci non possono essere se non coloro che sono i più ostili al vangelo. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano: Gesù vuole ricordarci che la via che conduce al Regno è lastricata di fatica e di dolore, è la via della croce, infatti al “di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo.” (Santa Rosa da Lima).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,6.12-14
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 6 L’immagine si rifà al culto antico, nel quale erano offerte a Dio la carne delle vittime ed i frutti della terra (cf. Levitico, 22, 1-14; Esodo, 22, 30-31). L’idea tuttavia eccede l’immagine con la quale è espressa. Gesù afferma che non bisogna offrire una dottrina santa e preziosa a persone incapaci di comprenderla. I cani ed i porci non hanno valore allegorico, almeno l’allegoria non è trasparente; non sembra che Gesù voglia indicare con quei nomi i pagani oppure gli Ebrei ostili al suo messaggio. Il ricordo di questi animali è forse dovuto al parallelismo che governa il pensiero semitico. Questi animali quando sono affamati si gettano su qualsiasi oggetto, ma quando vedono che si tratta di pietre, anche preziose, le calpestano e si rivolgono con ferocia contro chi voleva beffarsi della loro avidità. Si voltino a dilaniarvi: si adatta propriamente ai cani, ma per estensione (apo-koinou) va riferito anche ai porci. Il versetto costituisce un aforisma indipendente.
versetto 12 Il detto costituisce la regola d’oro del seguace di Cristo. Esso è presentato come il compendio della Legge e dei Profeti. In effetto la carità, il perdono, il giudizio degli altri... sono condizionati dall’applicazione di questa norma. Il messaggio morale contenuto nella Legge e proclamato dai Profeti è riepilogato da questo principio che suggerisce di trattare gli altri come si amerebbe di essere trattati da loro. La norma allontana dall’uomo ogni forma d’interesse e di parzialità, le quali costituiscono le cause di tutte le ingiustizie che vengono commesse. Quantunque non si parli dell’amore di Dio, tuttavia esso è presupposto, anzi è il vero fondamento di questo principio. La regola d’oro è formulata in modo affermativo, non già negativo (per formulazione negativa cf. Tobia, 4, 16). Per Cristo non basta astenersi dal male, ma è necessario compiere il bene.
versetto 13 Alcuni codici eliminano la ripetizione del termine porta ed hanno: perché larga e spaziosa è la via che conduce alla perdizione. Le immagini della porta e della via erano familiari ai dottori ebrei. Occorre osservare che Gesù non stabilisce un principio, ma constata un fatto; egli dice con tristezza: «pochi entrano per la porta angusta e seguono la via stretta!». Con queste immagini sono indicate le difficoltà che il seguace di Cristo incontra nella sua vita; Gesù, come un accorto educatore, esorta tutti ad entrare per la porta stretta, la quale introduce nella vita. Il Redentore lamenta un fatto che l’esperienza quotidiana presenta alla vista di ciascuno. Egli non dice che pochi raggiungono la vita, ma che pochi percorrono il cammino angusto del bene. Il passo non può essere portato come un argomento per definire il numero degli eletti. Gesù non vuol parlare della misericordia di Dio, della quale egli non intende segnare i confini. Alla questione del numero degli eletti Gesù rifiuta di dare una precisa risposta (cf. Lc., 13, 23-24), la quale, del resto, non gioverebbe alla vita dell’individuo; ogni uomo infatti deve sforzarsi ad entrare per la porta angusta ed a seguire la via stretta. Questo aspetto pratico è la verità che interessa Gesù, come apertamente mostra Luca nel passo parallelo.
 
Per approfondire
 
Le due porte e le due vie - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): All’immagine delle due porte, una stretta e l’altra larga, l’evangelista sovrappone quella delle due vie, molto più nota nell ‘ambiente biblico.
Se ne veda una delle prime formulazioni in Geremia 21,8 (cf. pure Sal l19,29-30; Pro 12,28). È classica la descrizione in Dt 30,15-20 della via che conduce alla vita e al bene, e della via che porta alla morte e al male.
L’immagine delle due porte, stretta e larga, probabilmente è quella originaria. Infatti, nel passo parallelo di Luca si parla soltanto della porta stretta, benché in un contesto diverso (13,23-24). Forse Matteo ha inserito questo detto alla conclusione del di corso programmatico di Gesù per stimolare i credenti all’impegno nella loro adesione a Cristo. La comunità viveva in un periodo difficile di persecuzioni dall’esterno, ma anche di tiepidezza e di torpore all’interno. Matteo, il più moralista degli evangelisti, animato da zelo pastorale, cerca di spronare i credenti per una ripresa morale, per una condotta di vita più coerente alle istanze del vangelo.
L’insegnamento di Gesù è molto esigente e impegnativo; tuttavia, per giungere alla salvezza eterna è necessario seguirlo sul cammino difficile che porta al Calvario. Ora, sono pochi quelli che trovano la porta stretta e che si sforzano seriamente di percorrere la via angusta che conduce alla vita (v. 14). Bisogna quindi imitare Gesù, seguirlo sulla via della sofferenza e della persecuzione, per entrare nel regno dei cieli.
 
Entrate per la porta stretta: Giovanni Paolo II (Omelia, 24 agosto 1980): L’interpellanza circa il problema fondamentale dell’esistenza: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23), non ci può lasciare indifferenti. A tale domanda Gesù non risponde direttamente, ma esorta alla serietà dei propositi e delle scelte: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno” (Lc 13,24). Il grave problema acquista sulle labbra di Gesù un’angolazione personale, morale, ascetica. Egli afferma con vigore che il raggiungimento della salvezza richiede sacrificio e lotta. Per entrare per quella porta stretta, bisogna, afferma letteralmente il testo greco, “agonizzare”, cioè lottare vivacemente con ogni forza, senza sosta, e con fermezza di orientamento. Il testo parallelo di Matteo sembra ancor oggi più categorico: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via, che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta, invece, è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanti pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7,13-14).
La porta stretta è anzitutto l’accettazione umile, nella fede pura e nella fiducia serena, della parola di Dio, delle sue prospettive sulle nostre persone, sul mondo e sulla storia; è l’osservanza della legge morale, come manifestazione della volontà di Dio, in vista di un bene superiore che realizza la nostra vera felicità; è l’accettazione della sofferenza come mezzo di espiazione e di redenzione per sé e per gli altri, e quale espressione suprema di amore; la porta stretta è, in una parola, l’accoglienza della mentalità evangelica, che trova nel discorso della montagna la più pura enucleazione.
Bisogna, insomma, percorrere la via tracciata da Gesù e passare per quella porta che è egli stesso: “Io sono la porta; se uno entra attraverso di me sarà salvo” (Gv 10,9). Per salvarsi bisogna prendere come lui la nostra croce, rinnegare noi stessi nelle nostre aspirazioni contrarie all’ideale evangelico e seguirlo nel suo cammino: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23).
 
Lettera di Barnaba: La via delle tenebre è tortuosa e piena di maledizione. È infatti la via della morte eterna, la via del castigo. In essa vi è tutto ciò che rovina l’anima: idolatria, sfrontatezza, esaltazione per il potere, simulazione, doppiezza di cuore, adulterio, omicidio, rapina, superbia, inganno, scaltrezza, malvagità, arroganza, veneficio, magia, avarizia, mancanza di timor di Dio. Perseguitano i buoni, odiano la verità, amano la menzogna, non conoscono il premio della giustizia, non si attaccano al bene, non si accostano alla vedova e all’orfano né fanno per loro giusto giudizio, non si curano del timor di Dio, ma del male, sono lontani assai dalla mitezza e dalla pazienza, amano le vanità, cercano le ricompense, non hanno pietà del misero, non si danno da fare per chi soffre, sono pronti al pettegolezzo, non riconoscono colui che li ha creati, uccidono gli infanti, mandano in rovina, con l’aborto, le creature di Dio, aborriscono il bisognoso, opprimono l’afflitto, difendono il ricco, giudicano ingiustamente il povero, commettono ogni peccato. È bene dunque che chi ha imparato tutti i precetti del Signore che vi ho scritti, cammini in essi. Chi fa così, sarà glorificato nel regno di Dio; chi sceglie le altre opere, con le sue opere andrà in rovina. Per questo vi è la risurrezione, per questo vi è la retribuzione.
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 22 Giugno 2026
 
XII Settimana del Tempo Ordinario
 
2Re 17,5-8.13-15a.18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 59 [60]; Mt 10,26-33 
 
San Niceta di Aquileia Vescovo: Il Martirologio Romano in questo modo lo descrive: «S. Niceta vescovo, in Dacia, che con la sua predicazione rese mansuete e gentili popolazioni che prima erano barbare e selvagge».
La descrizione rende bene la figura di Niceta di Remesiana, amico intimo di Paolino di Nola. Remesiana è stata identificata con l'attuale Bela Palanka in Serbia.
Paolino scrive del modo in cui Niceta rese docili quei popoli barbari, in una regione che immaginava selvaggia, flagellata dalla neve e dal ghiaccio.
I bessi, in particolare, erano tribù di predatori, e in uno dei suoi Carmi Paolino si congratula con l'amico per averli condotti «come pecore nel gregge di Cristo». Anche Girolamo (30 set.) elogia il lavoro missionario di Niceta, ma non abbiamo nessuna informazione dettagliata dei suoi viaggi missionari, né di come sia stato promosso all'episcopato, né sappiamo la data della sua morte.
Nel Martirologio Romano del 1956 è ricordato al 7 gennaio, a quanto pare per uno sbaglio del cardinal Baronio il quale lo avrebbe erroneamente identificato con Nicea di Aquileia trasferendo pertanto la sua memoria dal 22 giugno al giorno in cui veniva commemorato Nicea.
Alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo gli scritti di Niceta, in precedenza attribuiti a Nicea o ad altri, hanno suscitato molto interesse tra gli studiosi: dom Germain Morin e A. E. Burn sostengono che sia lui e non sant’Ambrogio (7 dic.) l'autore del Te Deum, il grande inno di ringraziamento, benché questa tesi non sia universalmente accettata. (Fonte: Santo del Giorno)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Gianluca Conti: La lettura di oggi nel primo paragrafo ci dà notizia dell’occupazione assira in Samarìa e della deportazione degli israeliti, avvenuta nel 722 a.C. Sono pagine tristi che ci stupiscono per la durezza operativa degli Assiri. Studiando un po' di storia, veniamo a scoprire però che il re Osèa di Samarìa già da anni si era assoggettato agli Assiri pagando dei tributi. Ma poi, o perché Osèa sospese il pagamento, o perché gli Assiri sospettarono una congiura tra israeliti ed egiziani ai loro danni, gli Assiri intervennero per occupare militarmente Samarìa. Occupata la regione, in quella occasione, vennero deportati più o meno ventiduemila israeliti, che all'epoca potevano costituire un decimo della popolazione. Al loro posto arrivarono in Samarìa altrettanti abitanti originari della Media. Scopo della deportazione era quello di scoraggiare ribellioni allontanando le classi influenti che avrebbero potuto guidare il popolo verso un'insurrezione. La lettura di oggi interpreta il motivo di una sventura di questo genere ai danni degli israeliti. L'autore esilico si sofferma su un lungo discorso moraleggiante, condannando, chi più o chi meno, tutti i re succeduti da Geroboàmo ad Osèa, i quali non hanno seguito i precetti del Signore ed hanno, con le buone o con le cattive, traviato il popolo verso il culto di pseudo divinità cananee. Nonostante il Signore avesse mandato profeti e veggenti, alla fine hanno continuato a rigettare la sua alleanza. Anche oggi ci arrivano da più parti inviti a fermarci e a ripensare alla nostra condotta di vita: il nostro rapporto col Signore e con gli altri, va sempre bene? Se qualcosa non va, è sempre colpa degli altri o invece siamo noi che abbiamo bisogno di convertirci?
 
Vangelo
Togli prima la trave dal tuo occhio.
 
Nell’insegnamento di Gesù possiamo cogliere una stupefacente verità: l’amore è l’originalità cristiana ed è il distintivo dei credenti. Il Vangelo oggi mette in evidenza quale deve essere il vero comportamento del discepolo nei confronti del prossimo. C’è il pericolo, quando giudichiamo qualcuno, di usare due misure: una per noi e una per l’altro: vediamo la pagliuzza di chi ci sta davanti e non vediamo la trave che sta nel nostro occhio. Così si è indulgenti verso se stessi, e nei confronti degli altri rigidi, puntigliosi, e spesso intolleranti. La rigidità nel giudicare si può evitare se si ha l’accortezza di iniziare la critica da se stessi: questa è la condizione indispensabile per vedere con chiarezza e per valutare con obiettività, le cose che ci circondano. Le parole di Gesù lo dicono apertamente: “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. È nella conoscenza dei propri limiti e delle proprie debolezze che si trova la giusta misura per una critica evangelica.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,1-5
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?
O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c'è la trave?
Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello».
 
Parola del Signore.
 
Bibbia di Navarra (Matteo): Gesù condanna qui i giudizi che formuliamo temerariamente nei confronti dei nostri fratelli, allorquando per leggerezza o malignità giudichiamo in maniera negativa la loro condotta, i loro sentimenti e le loro intenzioni. Il malizioso detto “chi pensa male non sbaglia” è in netto contrasto con l’insegnamento di Gesù Cristo.
San Paolo, parlando della carità cristiana, ne segnala queste eminenti caratteristiche: «La carità è paziente, è benigna [...] non tiene conto del male ricevuto [...]. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4.5.7). Perciò: «Non pensare mai male di nessuno. nemmeno se le parole o le opere di qualcuno te ne danno ragionevole motivo» (Cammino. n. 442).
«Non giudichiamo. - Ognuno vede le cose dal suo punto di vista ... e con la sua intelligenza, quasi sempre molto limitata, e con gli occhi accecati o annebbiati dalle tenebre della passione, molto spesso» (Cammino, n. 451).
vv. 1-2. Come in altri luoghi, i verbi in forma passiva (“sarete giudicati”, “sarete misurati”) hanno per agente Dio, quantunque non sia detto esplicitamente: «Non giudicategli altri e non sarete giudicati da Dio». È chiaro che il giudizio di cui qui si parla è sempre un giudizio di condanna; pertanto, se non vogliamo essere condannati da Dio, non dobbiamo condannare mai il prossimo. «Dio misura come noi misuriamo e perdona come noi perdoniamo; parimenti, viene in nostro soccorso nella maniera e secondo lo spirito coi quali noi soccorriamo» (Fra Luis De Leon, Comm. al libro di Giobbe, cap. 29).
vv 3-5. Chi ha la vista difettosa giudica difettose le cose, benché integre. Già sant’Agostino dava il seguente consiglio: «Cercate di acquisire le virtù che ritenete manchino ai vostri fratelli. e non vedrete più i loro difetti, perché sarete voi a non averli» (Enarrationes in psalmos. 30.2,7). In questo caso, il detto popolare “chi è ladro crede che tutti lo siano” si accorda pienamente con l’insegnamento di Gesù Cristo.
D’altro canto: «Far della critica, distruggere, non è difficile: il più rozzo manovale sa conficcare i suoi ferri nella pietra nobile e bella di una cattedrale. Costruire: questo è lavoro che richiede maestri» (Cammino, n. 456).
 
Per approfondire
 
Giudicare – Liselotte Mattern: In molti passi del Nuovo Testamento si mette insistentemente in guardia dal giudicare, arrivando persino a proibirlo. S’intendeva con ciò mettere in questione per principio l’amministrazione profana della giustizia? Certo, i cristiani debbono cedere e non celebrare processi, soprattutto davanti a tribunali pagani. Ma il divieto neotestamentario di giudicare allude a qualcos’altro, va più in profondità: si riferisce al giudicare il proprio prossimo in assoluto. In 1Cor 4,3ss e Rm 14,3ss, per es., per Paolo questo giudicare significa in definitiva un intervento nel giudizio universale e con ciò stesso un’intromissione nei diritti di Dio. Questo si deduce dalla motivazione del divieto: 1. non è ancora tempo di giudicare. Il tempo del giudizio è il tempo del ritorno di Cristo. 2. All’uomo viene contestato per principio il diritto di giudicare poiché a) lui stesso è colpevole davanti a Dio, e b) non ha il diritto di giudicare sul servo di un altro.
Ora, ogni cristiano è servo del suo Signore e pertanto responsabile soltanto nei suoi confronti. Se dunque un  cristiano giudica l’altro, si arroga il diritto di mettersi al posto di Dio. Anche le parole del discorso della montagna (Mt 7,1s) mettono insistentemente in guardia dal giudicare: il metro che uno usa ora nei confronti del fratello, sarà usato nei suoi riguardi nel giudizio universale. Accanto a questi divieti di giudicare, però, nel Nuovo Testamento si trovano anche delle affermazioni, secondo le quali non solo è permesso giudicare, ma addirittura questo è richiesto. Qualora i cristiani dovessero avere fra di loro delle cause giudiziarie, secondo Paolo non debbono rivolgersi a tribunali pagani, ma risolvere la questione fra di loro. La comunità di Corinto avrebbe dovuto giudicare già da tempo un pubblico peccatore e punirlo (1Cor 5,1ss). In 1Cor 11,28ss, Paolo rimprovera la comunità perché ha tralasciato di giudicare se stessa. E così Dio stesso ha dovuto giudicare e punire. In questi due passi il giudicare è un dovere della comunità e ai cristiani viene insistentemente comandato di giudicare. Questo comandamento viene motivato dicendo che il giudicare aiuta l’altro e lo preserva dalla condanna nel momento in cui Dio giudicherà i non-cristiani. Il comandamento non contraddice il divieto di giudicare: il giudicare è richiesto al cristiano quando con esso egli aiuta l’altro, gli rende un servizio. Il giudicare gli è invece severamente proibito quando con esso si vuole dominare l’altro; in questo caso il cristiano si mette al posto di Dio.
 
Ipocrita! - Xavier Léon Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Sull’esempio dei profeti (ad es. Is. 29, 13) e dei sapienti (ad es. Eccli 1, 28 s; 32, 15; 36, 20), ma con una forza ineguagliata, Gesù ha messo a nudo le radici e le conseguenze dell’ipocrisia, avendo di mira specialmente quelli che allora costituivano l’«intellighenzia», scribi, farisei e dottori della legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23, 25 e 23, 26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di vedere la luce.
1. Il formalismo dell’ipocrita. - L’ipocrisia religiosa non è semplicemente una menzogna; essa inganna gli altri per acquistarne la stima mediante atti religiosi la cui intenzione non è semplice. L’ipocrita sembra agire per Dio, ma di fatto agisce per se stesso. Le pratiche più raccomandabili, elemosina, preghiera, digiuno, sono in tal modo pervertite dalla preoccupazione di «farsi notare» (Mt 6, 2. 5. 16; 23, 5). Quest’abitudine di mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22, 18; cfr. Ger 18, 18). Desideroso di salvare la *faccia, l’ipocrita sa scegliere tra i precetti o adattarli con una sapiente casistica: può così filtrare il moscerino ed inghiottire il cammello (Mt 23, 24), o rivolgere le prescrizioni divine a profitto della sua rapina e della sua intemperanza (23, 25): «Ipocriti! Ben ha profetizzato di voi Isaia dicendo: questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me» (15, 7).
2. Cieco che inganna se stesso. - Il formalismo può essere guarito, ma l’ipocrisia è vicina all’indurimento. I «sepolcri imbiancati» finiscono per prendere come verità ciò che vogliono far credere agli altri: si credono giusti (cfr. Lc 18, 9; 20, 20) e diventano sordi ad ogni appello alla conversione. Come un attore di teatro (in gr. hypocritès), l’ipocrita continua a recitare la sua parte, tanto più che occupa un posto elevato e si obbedisce alla sua parola (Mt 23, 2 s). La correzione fraterna è sana, ma come potrebbe l’ipocrita strappare la trave che gli impedisce la vista, quando pensa soltanto a togliere la pagliuzza che è nell’occhio del vicino (7, 4 s; 23, 3 s)?
Le guide spirituali sono necessarie in terra, ma non prendono il posto stesso di Dio quando alla legge divina sostituiscono tradizioni umane? Sono ciechi che pretendono di guidare gli altri (15, 3-14), e la loro dottrina non è che un cattivo lievito (Lc 12, 1). Ciechi, essi sono incapaci di riconoscere i segni del tempo, cioè di scoprire in Gesù l’inviato di Dio, ed esigono un «segno dal cielo» (Lc 12, 56; Mt 16, 1 ss); accecati dalla loro stessa malizia, non sanno che farsene della bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene (Lc 13, 15); se osano immaginare che Beelzebul è all’origine dei miracoli di Gesù, si è perché da un cuore malvagio non può uscire un buon linguaggio (Mt 12, 24. 34). Per infrangere le porte del loro cuore, Gesù fa loro perdere la faccia dinanzi agli altri (Mt 23, 1 ss), denunziando il loro peccato fondamentale, il loro marciume segreto (23, 27 s): ciò è meglio che lasciarli condividere la sorte degli empi (24, 51; Lc 12, 46). Qui Gesù si serviva indubbiamente del termine aramico hanefa, che nel VT significa ordinariamente «perverso, empio»: l’ipocrita può diventare un empio. Il quarto vangelo cambia l’appellativo di ipocrita in quello di cieco: il peccato dei Giudei consiste nel dire: «Noi vediamo», mentre sono ciechi (Gv 9, 40).
3. Il pericolo permanente dell’ipocrisia. - Sarebbe un’illusione pensare che l’ipocrisia sia propria soltanto dei farisei. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12, 56); attraverso ai «Giudei» Giovanni ha di mira gli increduli di tutti i tempi. Il cristiano, soprattutto se ha una funzione di guida, corre anch’egli il rischio di diventare un ipocrita. Pietro stesso non è sfuggito a questo pericolo nell’episodio di Antiochia che lo mise alle prese con Paolo: la sua condotta era una «ipocrisia» (Gal 2, 13). Lo stesso Pietro raccomanda al fedele di vivere semplice come un neonato, conscio che l’ipocrisia lo attende al varco (1 Piet 2, 1 s) e lo porterebbe a cadere nell’apostasia (1 Tim 4, 2).
 
Il giudizio temerario: Catechismo della Chiesa Cattolica 2477 Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. Si rende colpevole:
- di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
- di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano;
- di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a giudizi erronei sul loro conto.
2478 Per evitare il giudizio temerario, ciascuno cercherà di interpretare, per quanto è possibile, in un senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo: «Ogni buon cristiano deve essere più disposto a salvare l’espressione oscura del prossimo che a condannarla: e se non la può salvare, cerchi di sapere quale significate egli le da: e, se le desse un significate erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perché, dandole il significate giusto, si salvi dall’errore».
 
Osservare la pagliuzza nell’occhio di un altro - Agostino (Discorso del Signore sul monte 2, 19,64): E ha detto bene: Ipocrita. Infatti biasimare i vizi è compito di uomini buoni e benevoli, ma, quando lo fanno i cattivi, recitano la parte degli altri, come gli attori che nascondono sotto la maschera quel che sono e imitano con la maschera quel che non sono. Quindi nell’appellativo di ipocriti intenderai gli impostori. Ed è veramente molto insopportabile e spiacevole la razza degli impostori poiché, mentre intraprendono con odio e astio la censura dei vizi, intendono anche essere considerati consiglieri. E quindi con tenerezza e prudenza si deve stare attenti che se l’emergenza costringerà a riprendere o rimproverare qualcuno, per prima cosa riflettiamo se è un vizio che non abbiamo mai avuto o che ce ne siamo liberati. E se non l’abbiamo mai avuto, riflettiamo che anche noi siamo uomini e abbiamo potuto averlo; se invece l’abbiamo avuto e non l’abbiamo più, la comune debolezza renda attenta la memoria in modo che non l’odio ma la compassione preceda la riprensione o il rimprovero, sicché tanto se contribuiscono al suo ravvedimento come alla sua ostinazione, giacché il risultato è incerto, noi tuttavia siamo tranquilli sulla sincerità del nostro giudizio. Se poi riflettendo riscontreremo che anche noi ci troviamo in quel vizio, in cui si trova colui che ci apprestavamo a riprendere, non riprendiamo e non rimproveriamolo ma proviamone insieme dolore e invitiamolo non ad ascoltarci ma a tentare insieme.
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 21 Giugno 2026
 
XII Domenica del Tempo Ordinario
 
Ger 20,10-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 [69]; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33 
 
San Massimo di Torino, Vescovo: Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli. Nonostante il suo carattere mite, che traspare dalle «Omelie» e dai «Sermoni» che ci sono pervenuti, propose ai sui fedeli un esempio di fermezza. «È figlio ingiusto ed empio - così li spronava a non lasciare la città - colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria». Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio - scriveva con ironia -, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa: avvenne tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Geremia lamenta di essere stato «violentato» da Dio e «costretto» ad annunciare una Parola scomoda. Il profeta medita di abbandonare il campo d’azione, anzi di cancellare Dio dalla sua memoria. Ma nelle traversie scopre la presenza del Signore che sconvolge le congiure degli empi e libera il povero dalle mani dei malfattori. Tutto questo lo apre alla fiducia e gli infonde nuovo coraggio per andare avanti nella missione. Povero, ‘anaw (Ger 22,16), assume qui un significato religioso: colui che è provato in mezzo agli uomini e ripone la sua fiducia in Dio. I «poveri di Jahve» (Sof 2,3) rappresenteranno la posterità spirituale di Geremia.
 
II Lettura: La seconda lettura mette in evidenza uno degli effetti tragici del peccato: la separazione dell’uomo da Dio. Questa separazione è la morte: morte spirituale ed eterna, di cui la morte fisica è il segno (Cf. Sap 1,13; 2,24; Eb 6,1). Per san Paolo, tutti coloro «che non sono entrati in relazione con Cristo mediante la fede continuano nella loro solidarietà con Adamo e la sua discendenza e sono, perciò, in uno stato di morte spirituale. La missione della Chiesa è di annunciare con franchezza e trasmettere con coraggio la salvezza, ottenuta dal sacrificio di Cristo per tutti gli uomini» (Giuseppe D’Anna).
 
Vangelo
Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.
 
I discepoli sono in difficoltà, la Parola sembra che abbia perduto la sua efficacia, la Chiesa stessa è perseguitata; sembra che tutto stia per risolversi in un sonoro fallimento ... eppure Gesù infonde coraggio e dà ai suoi una speranza: Lui sarà sempre con la sua Chiesa e nessuno potrà distruggere quanto Dio stesso ha edificato. Per questa presenza divina i cristiani potranno e dovranno proclamare tutto senza alcun timore, se è necessario affrontando anche il martirio. Questa presenza divina, inoltre, svela ai credenti il vero volto di Dio: il «Dio vicino, previdente e provvidente, che mai fa mancare la sua assistenza; il Dio amico, che infonde coraggio e sostiene nelle avversità: il Dio ch’è sempre accanto all’uomo per difenderlo» (Mons. Marcello Semeraro).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,26-33
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Non abbiate paura degli uomini - Questo invito, che si ripete per ben tre volte, è il tema ricorrente del brano evangelico di questa domenica. Serve da filo conduttore e ad amalgamare gli elementi, di origine diversa, presenti nel Vangelo. È insistente anche la menzione del Padre che «richiama il motivo della paternità divina, emersa nel Padrenostro come novità centrale del messaggio evangelico, che consiste appunto nella proclamazione dell’intervento salvifico di Dio in favore dell’umanità peccatrice» (Angelico Poppi).
Gesù nell’invitare i suoi discepoli a non temere gli uomini, li sollecita ad annunciare il messaggio evangelico alla luce del giorno. Salire sui tetti è una metafora che cela e rivela una profonda verità: la vittoria del Vangelo è sicura; nessuna opposizione umana potrà ridurlo al silenzio per sempre. Da qui la franchezza dell’annuncio.
Il secondo invito, non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima, è rivolto a non temere le angherie e le persecuzioni degli uomini e a porre la propria fiducia nel Padre celeste. Gli uomini arroganti, gli aguzzini possono uccidere il corpo, ma non hanno il potere di «uccidere l’anima». Solo Dio può decidere la sorte ultima del corpo e dell’anima.
L’esortazione è quindi indirizzata a temere il giudizio di Dio.
Nel Nuovo Testamento, con il nome di Geènna, dall’ebraico ghe-hinnom, la valle di Ben-Hinnòm posta a sud di Gerusalemme, viene indicato il luogo del fuoco dove saranno gettati gli empi nel giorno del giudizio (Cf. Mt 5,22). Il sito, nei tempi antichi, era utilizzato per officiare i riti cananei, quali per esempio il sacrificio di vittime umane, in particolare bambini (Cf. 2Re 16,3; 21,6; 23,10; Is 30,33; Ger 7,31; 19,5s; 32,35; Ez 16,21). I sacrifici umani furono successivamente soppressi dal re Giosia, il quale trasformò la valle in una discarica di immondizie e cadaveri a cui non veniva concessa la normale sepoltura, dove il tutto veniva bruciato da un fuoco continuo. La Geènna divenne così sinonimo di inferno.
Durante le prove della persecuzione e del martirio a sostenere i servi della Parola (Cf. Lc 1,1) sarà la memoria della vita, morte e risurrezione del loro Maestro: «Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Inoltre, nelle torture fisiche, i discepoli saranno assistiti dal Padre che li solleverà dalla prova e li renderà vittoriosi, e nulla permetterà se non per un solo disegno di salvezza.
La conclusione dell’esortazione (v. 31) è «introdotta con un dunque, costituita da un altro detto di Gesù, in cui si contrappongono due scene giudiziarie, l’una al cospetto degli uomini, e l’altra al cospetto di Dio; nell’una e nell’altra alternativa è fra riconoscere e rinnegare, con la differenza che nel tribunale umano è il cristiano ad essere interrogato a riguardo di Gesù, mentre nel tribunale divino le parti si rovesceranno: sarà Gesù ad essere interrogato a riguardo del cristiano, a riconoscerlo o a disconoscerlo» (Vittorio Fusco).
Anche se Matteo non prende in considerazione l’esistenza dell’anima separata dal corpo dopo la morte, possiamo ricordare il Magistero della Chiesa: l’uomo è «unità di anima e corpo» (GS 14) e nel giorno della sua morte «l’anima  viene separata dal corpo. Essa sarà riunita al suo corpo il giorno della risurrezione dei morti» (CCC 1005): «quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna» (Dan 12,2).
Matteo ha voluto sottolineare la certezza che la Provvidenza divina tutto guida e tutto conduce a un porto di bene, nonostante le apparenti vittorie della malvagità e della cattiveria umane. Ma è chiaro che non basta conservare nel cuore queste belle promesse divine, occorre crederci sul serio, e questo non è facile, soprattutto quando la paura attanaglia il cuore; paralizza la mente; brucia, come febbre, sicurezze o certezze sulle quali erano stati costruiti ideali o progetti umani. Solo l’incosciente può ignorare tutto questo. Occorre allora una risposta a questo agire divino, e questa risposta si chiama: filiale e fiducioso abbandono alla volontà di Dio.
 
Per approfondire
 
Maria Grazia Danieli (Persecuzione in Schede Bibliche Pastorali): Godete e rallegratevi, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli (Mt 5,12a) - Il primo verbo usato, khaíro, gioire, essere gioiosi, è quello impiegato più frequentemente per esprimere il sentimento che si prova in una situazione favorevole; il secondo termine, agalliáo, ha un uso più direttamente riserbato al giudaismo e al cristianesimo, e designa non soltanto la gioia che si prova intimamente, ma una gioia che si esteriorizza e si manifesta: sembra cioè che i due vocaboli convergano ad esprimere la completezza della gioia. I cristiani dunque sono chiamati a gioire nel momento stesso in cui soffrono da parte di quelli che li circondano: questo è un tema proprio del cristianesimo primitivo (cf. 1Pt. 4,12ss.; Giac. 1; Ebr. 10,32-36; Rom. 5,3-5; 2Cor. 4,17; 8,2; 1Tess. 1,6).

Giac. 1,2.12: Considerate letizia perfetta, o miei fratelli, quando subite prove d’ogni genere... Beato l’uomo che sopporta la prova, perché una volta approvato riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano...
 
Il paradosso cristiano della gioia nella sofferenza viene dalla immersione nella vita stessa di Gesù: Lui è stato respinto e messo a morte, pur tuttavia è il Cristo fedele, umile, risuscitato dopo le sue sofferenze innocenti, quale hanno predetto i profeti. Nel Cristo la rivolta dell’«empio» contro il creatore, di cui parlava il salterio, si denuncia apertamente: ogni discepolo dovrà tenerne conto (cf. Lc. 14,26-33) e non credersi al di sopra del suo maestro: «Un discepolo non è più del maestro, né un servo più del suo padrone... Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più chiameranno così i familiari!» (Mt. 10, 24-25).
Attraverso le persone dei cristiani, la persecuzione ha di mira la persona viva del Cristo risuscitato. È Gesù che Saul perseguita a Gerusalemme e Damasco; è il suo corpo - la chiesa - in particolare gli apostoli, che sono colpiti a causa di lui: «Saulo... chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se trovasse seguaci di questa via, uomini e donne, li potesse condurre in catene a Gerusalemme ... e cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: Saul, Saul, perché mi perseguiti? Rispose: Chi sei, Signore? E quello: Io sono Gesù che tu perseguiti!...» (Atti 9,1ss).
La chiesa è chiamata in causa per il suo annuncio del Cristo e per questo non deve rattristarsi (cf. 1Pt. 4,15-16): essa sa bene che i suoi persecutori sono alle prese non con lei, ma con il Signore onnipotente, e per questo deve pregare per loro (Mt. 5,44; Rom. 12), pronta ad accoglierli senza timore e senza trionfo nella sua comunione di salvezza (Atti 9,10-17). Vi è poi un altro elemento a fondamento della gioia cristiana nella per­secuzione: Gesù parla di «ricompensa grande nei cieli». Bisogna intendere bene il senso di questa «ricompensa» (alla lettera «misthós» = salario): certo con nessuna opera l’uomo si acquisisce dei meriti in senso stretto presso Dio; le sofferenze non conferiscono un diritto alla beatitudine, ma sono un «titolo» in virtù della predilezione di cui Dio si com­piace di circondare quelli che soffrono (cf. 1Pt. 1,4-5). La ricompensa promessa ai perseguitati è nei cieli, presso Dio, assegnata da lui, «preparata prima» (cf. Mt. 10,40; 20,23; 25; 1Cor. 2,9; 1Pt. 1,5) e tenuta come «in riserva» per gli eletti (cf. 1Pt. 1,4).
 
Rom. 12,14: Benedite quelli che vi perseguitano,  benedite  e  non maledite!
Mt. 25,34: Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, voi benedetti del Padre mio, e ricevete il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo.
 
La ricompensa dei perseguitati sarà molto grande (polýs); Dio ricompenserà con munificenza le loro sofferenze: poiché il minimo di sofferenza attuale, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria (2Cor. 4,17).
 
L’ora delle persecuzioni - Catechismo degli Adulti [487] La fede si propaga in modo capillare da persona a persona per la testimonianza spontanea di ogni credente presso parenti e amici, ospiti e clienti, compagni di lavoro e di viaggio. Un grande apologeta può dire con fierezza: «Siamo di ieri, ma abbiamo già riempito il mondo e tutti i vostri territori, le città, le isole, le fortezze, i municipi, le borgate, gli stessi accampamenti, le tribù, le decurie, la reggia, il senato, il foro». Senza far chiasso, il cristianesimo si diffonde e intanto si libera lentamente della sua matrice ebraica e assume un’espressione greca. Questo processo di trasposizione culturale giunge a maturazione nel III secolo, con i prestigiosi maestri della scuola teologica di Alessandria in Egitto. Tuttavia, dati i rapporti conflittuali con la società, l’incidenza sulla civiltà greco-romana nel suo complesso rimane marginale fino alla svolta costantiniana.
[488] Numerosi sono i màrtiri, eroici e umanissimi, come possiamo rilevare da lettere, atti e passioni. Ma forse più numerosi sono coloro che non resistono al momento della prova.Si tratta dunque di una stagione senz’altro splendida per creatività ed eroismo, ma non certo perfetta e da idealizzare.
[864]  «Beati i perseguitati per causa della giustizia» (Mt 5,10). Si tratta di chi subisce insulti, discriminazioni e violenze a motivo della nuova giustizia evangelica, e quindi a motivo della sua identità cristiana: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11). L’amore appassionato per Cristo e il fascino del suo vangelo danno il coraggio, e anche la gioia, di affrontare le prove, quotidiane o eccezionali che siano, nella consapevolezza di seguire più da vicino il Maestro, ingiustamente perseguitato.
 
La Geénna - Beato Giacomo Alberione (I Novissimi meditati innanzi a Gesù Eucaristico): Attualmente vi è il Paradiso, il Purgatorio, l’inferno. Ora la Chiesa si compone di tre parti: la Chiesa trionfante, che comprende i beati; la Chiesa purgante in cui si trovano le anime che si preparano a salire al cielo; e la Chiesa militante nella quale siamo noi che lottiamo contro il male, guidati dal nostro grande capitano Gesù Cristo. Al giudizio universale sarà chiusa la Chiesa purgante, sarà terminata la Chiesa militante.
Rimarrà soltanto la Chiesa trionfante; e tutti quelli che, essendo macchiati, saranno trovati indegni di entrare a quella beata eternità, andranno lontani da Dio, nel fuoco eterno: in supplicium aetcrnum. Già, là, si trovano Caino, Giuda e tanti seminatori di scandali e di rovine, da anni e secoli ... Vi è tanto da temere che altre anime, ostinandosi nel male, finiscano col cadere là dentro; l’ostinazione è la via che conduce alla perdizione e tanti, purtroppo, la prendono.
L’inferno è «locus tormentorum». Dio è misericordia e giustizia insieme. Sulla terra sentiamo tutta la Sua tenerissima carità di Padre che invita al Paradiso; ma dopo morte il peccatore sentirà tutta la Sua giustizia. Dio accumula sul dannato tutti i mali: pene per lo spirito, pene per il corpo. Dante immagina scritto sulle porte dell’inferno;
Per me si va nella città dolente, per me si va nell’ eterno dolore, per me si va fra la perduta gente.
Come vi era una valle presso Gerusalemme in cui venivano buttati tutti i rifiuti, per essere bruciati, «Gehenna ignis», così vi è moralmente un posto in cui si raccoglieranno tutti i mali. La sorgente del male è unica: il peccato; nell’inferno si raccolgono tutti i peccati e quindi tutte le conseguenze: le pene. «Congregabo super eos mala».
 
I passeri non cadono senza che Dio lo voglia - Apollinare di Laodicea, Frammento 55: Se queste cose non derivano da Dio, però non sono senza il consenso di lui, che le volge a un fine utile per colui che ha intrapreso a operarle, come dimostra ciò che è accaduto a Giobbe. Bisogna poi sapere che, riguardo ai passeri, questo è detto per iperbole, in quanto Dio non provvede specificamente a queste cose, secondo quanto dice l’apostolo: Dio non si interessa dei buoi. A motivo degli uomini provvede a questi animali, poiché siano dati agli uomini per la loro utilità. L’asse sta a significare in buon prezzo.
 
O Dio, che affidi alla nostra debolezza
l’annuncio profetico della tua parola,
liberaci da ogni paura,
perché non ci vergogniamo mai della nostra fede,
ma confessiamo con franchezza
il tuo nome davanti agli uomini.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.