31 Luglio 2026
 
Venerdì XVII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 26,1-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 (69); Mt 13,54-58
 
Catechismo degli Adulti: Più che profeta [218]: La personalità di Gesù, soprattutto l’autorità inaudita e il totale dono di sé, lasciano trasparire un profondo mistero. Viene spontaneo domandarsi se egli non abbia provato a definire la sua identità con qualche titolo o in riferimento a qualche figura dell’Antico Testamento.
Gesù si pone senz’altro al di sopra dei profeti e dei sapienti: «Ecco, ora qui c’è più di Giona!... c’è più di Salomone!» (Mt 12,41-42). Del resto, se Giovanni Battista, l’ultimo e il più grande dei profeti, ha un ruolo inferiore al più piccolo di quanti appartengono alla nuova realtà del regno di Dio, incomparabilmente più elevata deve essere la posizione di colui che rende presente il Regno stesso.
Tuttavia Gesù si situa nella linea dei profeti e non respinge la qualifica di “profeta”, con cui viene designato in ambienti popolari. Solo che, a differenza della gente, non mette l’accento sul potere di taumaturgo, ma sul destino di profeta rifiutato, perseguitato e martire, perché fedele a Dio e alla missione ricevuta: «Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!» (Lc 13,33-34).
[672] Uniti e configurati a Cristo, formiamo la Chiesa suo mistico corpo: un solo battesimo, un solo Dio Padre, un solo Signore Gesù Cristo, un solo corpo ecclesiale, animato da un solo Spirito Santo. Consacrati con il carattere battesimale, siamo resi partecipi della missione profetica, regale e sacerdotale del Messia, così che ognuno di noi può dire con lui: «Lo Spirito del Signore è sopra di me ... mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio ... per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Siamo abilitati a professare la fede con le parole e le opere, a ordinare secondo giustizia e carità le relazioni con gli altri, a offrire in unione al sacrificio eucaristico il lavoro, la sofferenza, l’esistenza intera
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Tutto il popolo si radunò contro Geremia nel tempio del Signore. - Epifanio Gallego: Facciamo notare, in primo luogo, che l’autore del racconto dell’accaduto è Baruc, il quale mette in rilievo in modo speciale le conseguenze che ebbe la predicazione del maestro. « Devi morire! »: non lo dicono il popolo o i giudici, ma persone molto interessate nell’economia della religione, i sacerdoti e i profeti cultuali, che vivevano del tempio e delle sue rendite. La cosa più offensiva fu sentir paragonare il tempio di Gerusalemme a quello di Silo.
Silo era stata la capitale provvisoria ai tempi dei Giudici. Là dimorava abitualmente l’arca, sebbene fosse stata perduta una volta, per la malizia dei sacerdoti, in una delle molte guerricciole coi filistei. Più tardi, al tempo di Davide, Silo fu accantonata e dimenticata. Paragonare Gerusalemme a Silo voleva dire accusare apertamente i suoi sacerdoti e predire la rovina della città e del tempio. Per i sacerdoti e i profeti, questo equivaleva a dire che Yahveh era incapace di salvarli: una vera bestemmia. Uguale ragionamento sarà fatto ai tempi di Gesù e dagli stessi rappresentanti del popolo davanti al tempio di Gerusalemme costruito da Erode. Ancora una volta, Geremia, con le circostanze della sua vita, si trasformava in un vero tipo di Cristo.
Il Geremia delle confessioni si rivela qui con un grande coraggio, con la forza di colui che è in lui. Come Gesù dopo il discorso del Pane di vita, egli non si ritratta e, anche a costo della sua vita, riconferma le sue parole, perché non sono sue, ma di colui che lo ha mandato contro sua volontà. Anche col sacrificio della sua vita, se fosse stato necessario, egli avrebbe confermato il carattere divino della sua missione profetica, lui che aveva osato rimproverare persino Dio. Ora però non agisce lui, ma la forza di quel fuoco divoratore che porta dentro di sé, la forza dello spirito, quella stessa che obbligherà Paolo a dire: « Guai a me, se non avrò predicato il vangelo! ».
Per fortuna, gli incaricati della giustizia non erano i sacerdoti né i profeti, ma i giudici e gli anziani. E di fronte all’accusa capziosa, perché incompleta, presentata da coloro che avevano interessi nel culto, di aver parlato contro la città - omettendo maliziosamente di dire che aveva parlato anche contro il tempio - gli anziani del popolo risposero ricordando quello che era avvenuto un secolo prima, col profeta Michea. Aveva pronunziato la stessa minaccia, il popolo lo prese sul serio e la città fu liberata. Era forse la liberazione che essi avevano conosciuta ai tempi di Sennacherib. A questo appunto mirava ora Geremia.
D’altra parte la sua disposizione a morire, se fosse necessario, piuttosto che andare contro la parola di Dio e la sua accusa che essi andavano accumulando sangue innocente sulle loro teste, sulla città e su tutti gli abitanti dovette impressionare quei giudici, i quali avevano meno interessi creati che i sacerdoti e i profeti. Essi riconobbero all’unanimità che Geremia non era reo di morte, perché aveva parlato in nome del Signore Dio. Un caso parallelo lo troviamo nel NT, in At 6,11-14; 21,27-31.
Straordinaria reazione motivata senza dubbio dallo stesso Dio, che lo liberò così da tutti i suoi nemici, e reazione che, senza volerlo, ci fa comprendere la grande influenza che esercitavano i profeti sulla storia e la tradizione del popolo eletto. É uno straordinario argomento sulla formazione dei libri sacri e sulla cosiddetta canonicità o coscienza che il popolo andava acquistando, coscienza secondo la quale certi libri erano parola di Dio comunicata attraverso parole umane.
Una volta di più, l’inviato di Yahveh - grazie alla forte influenza di Achikam, strumento nelle mani di Yahveh e figlio di Godolia, futuro governatore imposto da Nabucodonosor, che toglierà nuovamente Geremia dal carcere quando il popolo sarà stato condotto in esilio sentì su di sé la verità della parola di Yahveh: « Io sarò con te ». Non si tratta di miracoli più o meno verificabili, ma della vera azione salvifica di Dio attraverso tutte le circostanze umane che si susseguono in questa azione.
 
Vangelo
Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?
 
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione alla incredulità con aperto dissenso e clamore. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, il popolo ingrato, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà servo dell’odio dei farisei (cfr. Mt 27,11-26).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
 
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 54 Sua patria, cioè Nazareth, il luogo della sua infanzia e giovinezza (cf. Mt., 2, 23). Gesù torna a Nazareth dopo un periodo di attività apostolica e taumaturgica; egli, come spesso usava fare, entra nella sinagoga, che senza dubbio aveva frequentato regolarmente durante la sua vita privata, ed istruisce i presenti. L’insegnamento nella sinagoga consisteva nel leggere e spiegare qualche passo dell’Antico Testamento. Lo stupore degli ascoltatori proveniva da due constatazioni: dalla sublimità dell’insegnamento di cui i presenti erano testimoni diretti e dalle umili condizioni della famiglia nella quale Gesù era vissuto (cf. vers. seguente). Gli Ebrei del tempo ritenevano che nessuno potesse avere una conoscenza notevole della S. Scrittura senza aver frequentato la scuola dei grandi maestri o aver ascoltato qualche celebre Rabbi. Donde vengono a costui questa sapienza e (questo potere di compiere) miracoli? Gli abitanti della cittadina non avevano ancora visto dei miracoli, Matteo dice soltanto che Gesù «li istruiva nella loro sinagoga», ma avevano sentito parlare di quelli compiuti da Gesù altrove (cf. Lc., 4, 23-29).
V. 55 Non è egli forse il figlio del falegname? Tέκτων designa un artigiano che lavora soprattutto il legno (falegname), ma quest’artigiano diventa anche muratore e fabbro, quando lo richiedono i bisogni.
Il Tέκτων quindi è un operaio che sa fare un po’ di tutto. L’espressione rivela che Gesù per i Nazaretani era ritenuto vero figlio di Giuseppe. Matteo non si preoccupa di chiarire queste parole, perché egli ha già narrato la concezione verginale di Cristo ed i lettori sapevano che Giuseppe era soltanto padre putativo di Gesù.
«Il figlio del falegname» non ha un senso di disprezzo, ma è semplicemente una constatazione. Giuseppe per la sua condotta e per l’onestà del suo lavoro era certamente un cittadino stimato ed onorato. Inoltre il lavoro manuale era praticato anche dai Dottori della Legge.
E i suoi fratelli (non sono) Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Matteo ricorda il nome dei fratelli di Gesù; per l’evangelista l’espressione non è affatto imbarazzante come lo può essere per il lettore moderno. Matteo ha chiaramente indicato i punti salienti della vita di Maria dai quali appare con evidenza che ella rimase vergine; l’evangelista, quindi, nominando i fratelli di Cristo, non può cadere in contraddizione aperta contro le sue stesse indicazioni; egli infatti constata i fatti seguenti: Maria è (promessa) sposa di Giuseppe; Maria è trovata madre e Giuseppe pensa di lasciarla libera; un angelo illumina Giuseppe su quanto è avvenuto in Maria; Giuseppe prende Maria come sua legittima sposa. Matteo nota in quella circostanza che Giuseppe non «la conobbe» (cf. 1, 25, e commento al versetto). Per i contemporanei dell’evangelista, come per i primi cristiani, non era necessario accentuare la verginità di Maria, perché il fatto era incontestato. I fratelli di Gesù vanno quindi intesi come cugini (o parenti di vincolo ancora più largo) di lui, (Per i fratelli di Gesù, cf. M. J. Lagrange, L’évangile de Jésus Christ, Parigi 1948, pp. 193-194; D. Buzy, Évangile selon S. Matthieu, La Sainte Bible Pirot-Clamer, Parigi 1950, t. IX, pagine 166-167).
v. 56 Le sorelle, contrariamente ai fratelli, non sono ricordate per nome; anche il termine “sorelle” indica cugine o altre parenti.
v.57 Un profeta non è disprezzato che nella sua patria e nella propria casa; la familiarità generalmente costituisce un ostacolo alla retta valutazione di una persona. Gesù rileva con tristezza quest’atteggiamento abbastanza comune della psicologia umana. Nella propria casa, cioè, nella famiglia.
v.58 L’evangelista ricorda che Gesù non operò molti miracoli a Nazareth, a motivo della mancanza di fede degli abitanti. Con questa osservazione Matteo dice indirettamente che il Maestro compì soltanto pochi miracoli su qualche persona ben disposta verso di lui (cf. Mc., 6, 5). L’evangelista ha probabilmente ricordato l’episodio del ritorno di Gesù a Nazareth (13, 53-58) per indicare come il Messia abbia trovato degli ostacoli nella mentalità dei contemporanei. Le parole degli abitanti di Nazareth (cf. 13, 55-56) rivelano una convinzione particolare sul messianismo del tempo. I Nazaretani ritenevano che Gesù non poteva essere il vero Messia, poiché proveniva da umili origini conosciute da tutti. Anche a Gerusalemme il popolo condivideva le stesse convinzioni (cf. Gio., 7, 27).
 
Per approfondire
 
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua: Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (cfr. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (cfr. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti. Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo. Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17). Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (cfr. Gc 2,14-17). Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa. Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio. Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss). Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (cfr. Sal 68 [67],19).
 
La Famiglia di Gesù - Origene (Comment. In Matth. 10,17-19): Circa l’esclamazione: “Donde gli viene tanta sapienza?” (Mt 13,54), essa mostra chiaramente la sapienza superiore e sconvolgente delle parole di Gesù, che si è meritata l’elogio: “Ed ecco che qui vi è più di Salomone” (Mt 12,42). E i miracoli da lui compiuti erano più grandi di quelli di Elia e di Eliseo, persino più grandi di quelli, più antichi, di Mosè e di Giosuè figlio di Nun. Mormoravano stupiti, perché non sapevano che egli era nato da una vergine, oppure non lo avrebbero creduto neppure se glielo avessero detto, mentre supponevano che egli fosse il figlio di Giuseppe, l’artigiano: “Non è egli figlio del falegname?” (Mt 13,55). E pieni di disprezzo verso tutto ciò che poteva sembrare la sua parentela più prossima, dicevano: “Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?” (Mt 13,55.56). Lo ritenevano dunque figlio di Giuseppe e di Maria. Quanto ai fratelli di Gesù, taluni pretendono, appoggiandosi al cosiddetto vangelo «secondo Pietro» o al «libro di Giacomo» [apocrifi], che essi siano i figli di Giuseppe, nati da una prima moglie che egli avrebbe avuto prima di Maria. I sostenitori di questa teoria vogliono salvaguardare la credenza nella verginità perpetua di Maria, non accettando che quel corpo, giudicato degno di essere al servizio della parola che dice: “Lo Spirito di santità scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo poserà su di te la sua ombra” (Lc 1,35), conoscesse il letto di un uomo, dopo aver ricevuto lo Spirito di santità e la potenza discesa dall’alto, che la ricoprì con la sua ombra. Da parte mia, penso che sia ragionevole vedere in Gesù le primizie della castità virile nel celibato, e in Maria quelle della castità femminile, sarebbe in effetti sacrilego attribuire ad un’altra tali primizie della verginità.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ignazio di Loyola - La riforma nasce sempre dalla capacità di discernere: Ogni azione nel mondo per i cristiani dovrebbe essere sempre il frutto di un cammino, di un itinerario dell’anima, che passa attraverso un percorso di discernimento. Solo così si possono cambiare le cose, si può dare sostanza a una vera riforma. Anche nella Chiesa. È questo il potente messaggio che ci affida sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti. Era nato ad Azpeitia nella provincia basca di Guipúzcoa nel 1491 ed era il minore di 13 figli, otto maschi e cinque femmine, di una famiglia impegnata a servire i re cattolici di Castiglia. Nel 1506 rimase orfano e venne mandato nella città di Arévalo per essere istruito nelle arti cavalleresche. Rimase però ferito a una gamba a Pamplona e, durante la convalescenza, grazie ad alcune letture spirituali, cominciò un cammino di conversione religiosa e di «progettazione spirituale». Forte della sua esperienza militare decise di mettere quella disciplina al servizio di Cristo e della vita della Chiesa nel mondo. La sua formazione si compì tra Spagna e Francia. Scrisse alcune regole, poi confluite negli Esercizi spirituali, e nel 1534 assieme ad alcuni compagni diede vita a Parigi al primo nucleo di quelli che sarebbero poi diventati i Gesuiti. Nel 1537 fu ordinato prete a Venezia. Morì nel 1556 a Roma, 16 anni dopo l’approvazione della sua Compagnia. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai chiamato sant’Ignazio [di Loyola]
a operare nella Chiesa per la maggior gloria del tuo nome,
concedi anche a noi, con il suo aiuto e il suo esempio,
di combattere in terra la buona battaglia della fede
per ricevere con lui in cielo la corona dei santi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.  
 
  30 Luglio 2026
 
Giovedì XVII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 18,1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 145 [146]; Mt 13,47-53
 
La parabola della rete - Benedetto XVI (Discorso, 17 Febbraio 2007): Il Signore ci ha donato anche, per la nostra consolazione, queste parabole delle rete con pesci buoni e non buoni, del campo dove cresce il grano ma anche la zizzania. Egli ci fa sapere di essere venuto proprio per aiutarci nella nostra debolezza, di non essere venuto, come Egli dice, per chiamare i giusti, quelli che pretendono di essere già completamente giusti, di non aver bisogno della grazia, quelli che pregano lodando se stessi, ma di essere venuto a chiamare quelli che sanno di essere manchevoli, a provocare quelli che sanno di aver bisogno ogni giorno del perdono del Signore, della sua grazia per andare avanti. Questo mi sembra molto importante: riconoscere che abbiamo bisogno di una conversione permanente, non siamo mai semplicemente arrivati. Sant’Agostino, nel momento della conversione, pensava di essere arrivato sulle alture ormai della vita con Dio, della bellezza del sole che è la sua Parola. Poi ha dovuto capire che anche il cammino dopo la conversione rimane un cammino di conversione, che rimane un cammino dove non mancano le grandi prospettive, le gioie, le luci del Signore, ma dove anche non mancano valli oscure, dove dobbiamo andare avanti con fiducia appoggiandoci alla bontà del Signore. 
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Tutto è nelle mani di Dio, lui è il vasaio che plasma, modella il vaso, o rimpasta la creta secondo la necessità; Dio è il Signore della storia, ma non è un Signore capriccioso, Dio fa e disfa non per soddisfare i capricci del momento, ma per orientare tutta la storia dell’umanità alla meta da lui fissata fin dall’eternità: la meta sarà raggiunta nella pienezza dei tempi (Gal 4,4), quando finalmente il progetto salvifico di Dio arriverà al capolinea nella Persona di Gesù, il Figlio unigenito, “che è Dio ed è nel seno del Padre.” (Gv 1,18).
 
Vangelo
Raccolgono i buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
 
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10).
Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo.
In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,47-53
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
 
Parola del Signore.

Il regno di Dio - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nel vangelo di oggi il regno di Dio è paragonato a una rete a strascico: è l’ultima delle sette parabole sulle quali abbiamo meditato in questi ultimi giorni. Il punto centrale della parabola non è tanto la rete che raccoglie ogni genere di pesci, buoni e cattivi, grandi e piccoli, quanto la loro selezione. La cernita è l’ultima fase del regno di Dio: il giudizio.
Intanto, è il tempo della pazienza di Dio. La parabola della rete ha molto in comune con quella della zizzania in mezzo al grano. Nel regno di Dio, come nel mondo e nella Chiesa, è inevitabile la presenza simultanea di buoni e cattivi. Tutti quelli che ricevono il battesimo restano incorporati alla Chiesa, seppure nominalmente, e a tutti è offerto il regno di Dio attraverso il vangelo e la sequela di Cristo. Ma varia la risposta personale. Per questo, alla fine dei tempi, ci sarà una cernita, con sorte diversa per giusti e malvagi. Come nella parabola della zizzania, i cattivi saranno gettati nella fornace ardente, «dove sarà pianto e stridore di denti», cioè la frustrazione definitiva di chi ha rovinato per sempre la sua vita. Se, da una parte, la parabola della rete insegna la tolleranza paziente fino al giudizio di Dio, dall’altra orienta l’uomo verso una giusta decisione per il presente, spingendolo all’opportuna conversione.
Alla fine di questa serie di sette parabole del regno, tentiamo una visione d’insieme, che possiamo concretizzare in questi quattro punti: a) La formazione del regno di Dio non avverrà senza resistenza e difficoltà (seminatore); b) ma il regno finirà per trionfare (granello di senapa e lievito); c) è necessario aver pazienza e non voler precipitare il giudizio di Dio (zizzania e rete); d) intanto, vale la pena di rinunciare a tutto per ottenere il regno (tesoro e perla).
Al termine delle parabole, Gesù chiede ai suoi: « Avete capito tutte queste cose?... Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche ». Secondo gli esegeti, questa massima è una riaffermazione, in metafora, del principio che governa i rapporti tra la legge mosaica e il vangelo, esposto da Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,17ss). Le cose antiche sono la legge, le cose nuove il vangelo; questa è la chiave di lettura dell’Antico Testamento, che dà senso e valore alle cose antiche.
 
Per approfondire
 
Lo scriba sapiente - Angelico Poppi (Sinossi e Commento): Alla conclusione del discorso in parabole sembra che l’autore del vangelo intenda presentare se stesso quale scriba, che era stato conquistato dalla luce promanante dal Cristo. Anche a lui fu concessa la “comprensione” dei misteri del regno, accordata agli altri discepoli di Gesù, per diventarne un depositario e maestro. L’evangelista ha strutturato armonicamente il capitolo delle parabole in forma catechetica, adattandole alle esigenze degli evangelizzatori, subentrati agli apostoli per l’istruzione del popolo di Dio.
v, 51 La domanda di Gesù va riferita a tutto il discorso non solo all’insegnamento rivolto ai discepoli in privato (v o 36-50). La “comprensione” del regno è un dono, concesso da Dio a chi è disponibile all’ascolto della parola di Gesù (v. 11).
v, 52 Da questo versetto risulta che i destinatari del discorso in parabole, più che i discepoli del Gesù storico, sono le guide spirituali (qui equiparate agli scribi), che al tempo dell’evangelista avevano il compito d’insegnare la catechesi nelle comunità cristiane. Questi maestri venivano istruiti con un serio tirocinio per consentire loro di assimilare profondamente l’insegnamento di Gesù circa i misteri del regno, in modo da abilitarli all’istruzione dei credenti. Quanto avevano accumulato con lo studio e la riflessione personale, lo comunicavano ai loro uditori, nella stessa maniera con cui un capofamiglia raccoglieva con diligenza le provviste nella dispensa, per poi distribuirle a tempo opportuno ai familiari.
L’evangelista presenta le sue credenziali. L’insegnamento di Gesù (“cose nuove”) non implicava la rinuncia delle tradizioni ebraiche (“cose antiche”). Aveva compreso che il Vangelo non si contrapponeva all’Antico Testamento, ma ne rappresentava il compimento. Lo scriba cristiano, divenuto discepolo del regno dei cieli, cioè istruito secondo la novità del Vangelo, non rinnegava le Scritture, considerate la Parola di Dio. Anzi, quanto più ne approfondiva il senso, tanto più si rendeva conto che le promesse veterotestamentarie si erano adempiute nella missione di Gesù. Il Vangelo non annulla la Torà. Anzi, la conoscenza delle “cose antiche” cioè della storia degli interventi di Dio in favore del suo popolo, per formarlo, per educarlo con bontà e misericordia alla fedeltà al suo patto d’amore, è indispensabile per comprendere la novità del Vangelo .
 
La fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti - L’esistenza dell’Inferno, insieme ad altre verità di fede, oggi vacilla, e se si ammette la sua esistenza, per alcuni teologi è vuoto e per molti altri alla fine del mondo anche i diavoli si convertiranno.
Se è facile accettare il Paradiso, non è altrettanto facile accettare l’Inferno eppure la sua esistenza trova il suo sicuro fondamento sulla parola di Gesù Cristo, accolta come dogma dal Magistero della Chiesa. È di fede che ogni uomo «fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1021-1022). A queste due possibilità, il Purgatorio o il Paradiso, se ne aggiunge una terza: l’Inferno.
La morte è il sigillo, ma è qui sulla terra che ci giochiamo il nostro destino. Infatti, la sentenza uscirà dalla bocca di Dio, ma l’avremo confezionata noi con la nostra vita, le nostre opere, la nostra fede.
Va all’Inferno chi rifiuta l’Amore, chi muore in peccato mortale, praticamente, è una libera scelta: «Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” [1Gv 3,15]. Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1033).
L’Inferno è riservato per chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi: «Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, [Cf. Mt 5,22,29; Mt 13,42.50; Mc 9,43-48] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cf. Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” [Mt 13,41-42], e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” [Mt 25,41]» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1034 ).
Inferno significa essere separati per sempre da Dio: «La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1035).
A questa pena, la pena del danno, si aggiunge la pena del senso che affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi.
Parlare, istruire, catechizzare su questa triste e spaventosa realtà e possibilità, non è terrorismo, ma un “appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del prorpio destino eterno” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1036).
 
La rete di Dio - Gregorio di Narek, Liber orat. 77, 10: Come la Roccia immortale, vivente (cf. 1Pt 2,4),
essa è per la rovina e per il risollevamento (cf. Lc 2,34);
come il Giudice di tutte le anime,
essa si presenta con autorità ammirabile
per maledire e per benedire (cf. Mt 25,34.41);
come il Veggente di cose invisibili,
essa denuncia l’uno e cura l’altro;
essa chiama a sé col loro nome
come il Signore che comanda agli esseri (cf. Sal 147,4).
Come la montagna eterna,
essa è invulnerabile ai colpi degli avversari (cf. Sal 125,1);
essa prende gli uomini spirituali
come una rete inventata dal Grande (cf. Mt 13,47); innocente e infallibile, essa corre sulle tracce del Cristo (cf. Ef 5,24-27)
con una sublime ricchezza, senza confusione,
con ardimento essa tiene alta la testa,
sull’esempio del Lodato.
 
Testimoni di Cristo - San Pietro Crisologo - È nella natura umana che Dio ha scelto di farsi presente: Il Dio di Gesù Cristo non è un “mago” che risolve i problemi con una formula magica, ma è il principio della vita che entra nella storia e si fa compagno di strada, aiutandoci ad attraversare i nostri deserti. Ecco perché la natura umana è così preziosa: è lo strumento che Dio stesso sceglie per salvarci. A ricordarci l’importanza della scelta di Dio di dimorare in mezzo a noi oggi è san Pietro Crisologo, vescovo e dottore della Chiesa, che nei suoi scritti (sono giunti fino a oggi attraverso i secoli 180 suoi sermoni) ci ha lasciato una profonda riflessione sull’origine nobile della nostra stessa natura. Nato a Imola alla fine del IV secolo, fu consacrato vescovo di Ravenna – allora capitale dell’Impero romano d’Occidente – da papa Sisto III nel 433. Tra le questioni teologiche che furono al centro della sua opera ci fu anche quella riguardante le due nature di Cristo. Di fronte alle divisioni provocate da questo dibattito egli chiese di ascoltare il successore di Pietro, divenendo così una voce autorevole di unità per tutta la Chiesa. Nelle sue opere, inoltre, Crisologo (letteralmente “dalle parole d’oro”) spiega in maniera efficace il mistero dell’Incarnazione, le eresie di Ario e di Eutiche, il Credo apostolico. Tra le sue omelie anche una serie dedicate alla Vergine e a san Giovanni Battista. Morì nel 450 e nel 1729 è stato proclamato dottore della Chiesa, (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai fatto del santo vescovo Pietro Crisologo
un insigne predicatore del tuo Verbo fatto uomo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di meditare sempre nel cuore
e di esprimere fedelmente con le opere
i misteri della tua salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 29 Luglio 2025
 
Santa Marta, Maria e Lazzaro
 
1 Gv 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 11,19-27 oppure Lc 10,38-42
 
Dio è amore - Lumen Gentium 42: «Dio è amore e chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.
Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La prima lettera di san Giovanni è costituita da tre grandi sezioni: camminare nella luce (1,5-2,29), vivere da figli di Dio (3,1-4,6) e alle fonti della carità e della fede (4,7-5,4). Il brano odierno, in cui troviamo l’esaltante affermazione «Dio è amore», ci introduce alle sorgenti della carità: Dio ha l’iniziativa della carità e la manifesta inviando e donando il suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
 
Vangelo
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose.
 
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite conosciamo Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e la si ritrova durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta si presenta in veste di donna tuttofare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42
 
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 40 [Marta] Era molto affaccendata per il servizio, letteral.: «era affaccendata per il molto servizio», cioè: per il molto lavoro che richiedeva il servizio. L’intenso lavoro era dovuto in parte alla premura di Marta che, come donna e padrona di casa, voleva offrire una generosa accoglienza all’illustre ospite preparandogli una refezione non usuale ed in parte anche al numero degli invitati, perché Gesù, anche se il testo non dice nulla, doveva avere con sé i discepoli. Signore, non ti dai pensiero che mia sorella...? Il termine «Signore» è caro a Luca (cf. vers. precedente e seguente), come si è già rilevato. «Non ti dai pensiero che...»; la stessa espressione uscì dalla bocca dei discepoli durante la tempesta sul lago (cf. Mc., 4, 38). Queste parole dovettero essere pronunziate con un accento alquanto risentito, perché Marta, non riusciva a spiegarsi come Gesù e Maria, che pur sapevano quanto lavoro ella doveva sbrigare in quella circostanza, potessero rimanere tranquilli a conversare. Marta non rivolge la parola alla sorella, ma al Maestro; ciò si spiega dal fatto che Gesù, secondo Marta, è in certo modo responsabile della situazione e che egli inoltre può autorevolmente dire a Maria di sospendere la conversazione per accorrere ad aiutare l’affaccendata sorella. Mi lascia sola a servire; altri codici hanno: «mi abbia lasciato sola ...». Mi aiuti; il verbo greco è molto più espressivo poiché significa: da parte sua prenda il suo lavoro. In due versetti (verss. 39-40) Luca ci tratteggia con mano maestra due figure caratteristiche che conferiscono alla scena una particolare suggestività.
41 Marta, Marta, tu ti affanni ed agiti per molte cose; la ripetizione del nome richiama l’attenzione su ciò che verrà asserito in seguito. Ti agiti per molte cose (Volgata: et turbaris erga plurima); non è una semplice constatazione, ma in pari tempo un rimprovero ammonitore (molte cose = troppe cose; Volg.: plurima). Marta non sa vedere oltre le sue occupazioni e preoccupazioni, per questo Gesù la richiama ammonendola delicatamente che si è data troppo da fare per cose che lei stessa ha volute.
42 Invece ve ne è bisogno di poche, anzi di una sola; questa ci sembra la lettura da preferirsi, perché più rispondente al contesto ed alla circostanza in cui tali parole furono pronunziate; altri codici leggono: «invece ve ne è bisogno di poche», oppure: «invece ve ne è bisogno di una soltanto». Il Salvatore distoglie Marta dal mondo delle sue faccende per richiamarla a qualcosa di superiore che è l’unico necessario; per questa donna solerte e preoccupata di onorare i suoi ospiti era sufficiente che, in quella circostanza, preparasse le poche cose convenienti per una refezione comune e decorosa, poiché quello che maggiormente importa è l’unico necessario. Questo modo di parlare ha una movenza di stile giovanneo; il quarto evangelista infatti ama passare da un’osservazione comune ed umana ad una prospettiva elevata e divina. Gesù, approfitta di questa occasione che gli si è offerta per invitare la donna tutta indaffarata nelle faccende di casa a riflettere ed a capire che vi è una sola cosa necessaria, cioè: il pensiero della salvezza (cf. Lc., 12, 29-31; Mt., 6, 33). Maria si è scelta la parte buona; altri traducono: «… la parte migliore» (Volgata: optimam partem elegit) attenendosi più al senso voluto dal contesto che alla forma dell’aggettivo greco (...τῆνἀγαθὴν μερίδα). Maria, che si interessava di ascoltare attentamente le parole del Maestro, ha scelto la porzione buona, cioè un’occupazione migliore di quella a cui attendeva la sorella. Che non le sarà tolta, cioè: Maria non sarà distolta dall’ascoltare la parola di Gesù; questa donna continuerà a rimanere accanto al Maestro, mentre la sorella continuerà a preparare il pasto per gli ospiti che sono nella sua casa. L’importanza di questo episodio, che appare come un delicato idillio familiare, risulta dalla dottrina dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola di Gesù. Probabilmente esso è stato narrato subito dopo la parabola del buon samaritano, che illustra il precetto dell’amore del prossimo (precetto intimamente legato a quello dell’amore di Dio), perché lo completa con la prospettiva dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola del Signore (cf. vers. 39).
 
Per approfondire
 
Dio è amore - W. Gunther / H.-G. Link (Amore in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): In Giovanni l’essere e l’agire di Dio vengono definiti con particolare energia dal concetto di agape. Lo si nota già dal fatto che in Giovanni agape viene usato in senso assoluto, cioè come sostantivo senza genitivo, molto più spesso che in Paolo; lo stesso vale per il verbo, usato spesso senza complemento oggetto. In Giovanni anche concetti paralleli come dikaiosyne (giustizia), cháris (grazia), éleos (misericordia) ecc. finiscono nettamente in secondo piano rispetto ad agape. È così che Giovanni può parlare dell’amore preesistente, allo stesso modo che in Gv 1,1ss aveva parlato della preesistenza del logos (parola Cf. Gv 3,35; 10,17; 15,9; 17,23ss).
Dio è amore (1Gv 4,8) e l’amore era la sua intenzione fin da principio. Per questo l’amore del Padre per il Figlio è il modello originario di ogni amore.
Questo fatto diviene manifesto nella missione e nella dedizione del Figlio (1Gv 3,1.16).
“Vedere” e “conoscere” tale amore è la salvezza per l’uomo. In fondo, il volere di Dio nei riguardi del mondo è l’amore che ha misericordia e che perdona, l’amore che resiste a qualsiasi opposizione del cosmo ostile.
Nell’agape si manifesta nello stesso tempo la doxa theoú (la gloria di Dio; Gv 1,14). La vittoria dell’amore, a sua volta, si manifesta nel doxasthênai di Gesù, cioè nella sua glorificazione, nella sua morte che per Giovanni include anche il suo ritorno al Padre (Gv 12,16.23ss. ecc.).
Il credente viene coinvolto in questa vittoria. Egli ottiene così la zoê (la vita; 1Gv 4,9; Gv 3,36; 11,25ss).
Mentre per Paolo il volgersi dell’uomo a Dio è definito principalmente dal concetto di pistis, in Giovanni abbiamo invece agape. Il rapporto tra Padre e Figlio è agape (Gv 14,31) e i credenti vengono accolti all’interno di questa relazione di amore (Gv 14,21ss; 17,26; 15,9s). Il costante avvicendarsi in Giovanni del soggetto e dell’oggetto dell’amore sta a dimostrare che Padre, Figlio e il credente sono unificati nell’unica realtà dell’amore divino. L’alternativa è una sola, la morte (1Gv 3,14ss.; 4,7s.). L’espressione tipicamente giovannea ménein en (rimanere in) può riferirsi tanto a Gesù quanto all’amore (Gv 15,4ss.; 1Gv 4,12ss.).
In Giovanni ancor più nettamente che in Paolo l’amore vicendevole si fonda nell’amore di Dio (Gv 13,34; 1Gv 4,21). L’amore assurge a segno e prova della fede (1Gv 3,10; 4,7ss.). L’amore per il fratello scaturisce dall’amore divino. Senza l’amore fraterno non si dà relazione con Dio.
Anche Giovanni risale al comandamento dell’amore (Gv 13,34; 15,12.17; 2Gv 5).
L’osservanza dei comandamenti si compendia nell’agapân, nell’amare (Gv 14,23s.).
Infine l’amore ha trovato, già nel cristianesimo primitivo, un’espressione concreta in azioni liturgiche. Nella comunità era usuale il bacio fraterno (Rm 16,16 ecc.), chiamato in 1Pt 5,14 «bacio dell’agape». Ben poco sappiamo tuttavia sui dettagli di questo rito.
Il nome di un’altra azione liturgica protocristiana è agape che noi conosciamo soltanto per accenni.
Come dimostra 1Cor 11, la celebrazione vera e propria della cena era unita a un pasto in piena regola. In seguito il «banchetto d’amore» (agape) venne separato dalla cena eucaristica e mantenuto come celebrazione autonoma (Cf. Gd 12; forse 2Pt 2,13). Mentre nel servizio della Parola e nella cena eucaristica era in primo piano il consolidamento della fede, sembra che in questa celebrazione l’aspetto centrale fosse dato dal pasto comune in quanto segno di una particolare comunione nell’agape. Anche la vasta attività di beneficenza sociale che animava le comunità era connessa con questa celebrazione (Cf. At 6,1ss.).
L’abitudine di chiamarsi fratello o sorella nell’ambito della comunità sta a dimostrare che questa nuova comunanza, fondata sull’agape, veniva intesa come famiglia di Dio.
 
Si comprende bene cosa abbia scelto - Maria alle faccende di casa ha preferito la preghiera, l’intimità con il Cristo, l’ascolto della Parola: l’unica cosa di cui c’è bisogno (Lc 10,42). Senza voler enfatizzare la scelta di Maria, possiamo però ammettere che Marta nello scegliere le pentole commise un grossolano errore: quello di non comprendere il valore prezioso dell’ascolto orante e della preghiera; quello di non comprendere che la preghiera è il vero, insostituibile motore che muove tutto; quello di non capire chi le stava dinanzi e con chi stava parlando. Marta, più che le mani e i piedi, avrebbe dovuto far muovere il cuore e da esso far sgorgare un’ardente preghiera. L’errore di Marta è l’errore di molti uomini e non solo contemporanei. Un mondo disposto ad ammirare unicamente l’uomo faber immerso in una vita attiva, fatta esclusivamente di opere concrete, ha trasformato il cristianesimo in una religione quasi solo al femminile: per cui, la preghiera è il rifugio di chi non sa o non vuole impegnarsi nel mondo; dell’inetto che non sa comprendere le grandi cause sociali e politiche e lottare per esse; o di chi non sa comprendere che il primo impegno è la promozione umana. Oggi «si fa un gran parlare di impegno nel mondo, di impegno nel sociale, di ‘promozione umana’. E sta bene... Ma dobbiamo oggi asserire che più necessario di tutto, di ogni altro impegno, è amare Dio, quindi onorarlo, servirlo e poi farlo amare, farlo onorare, farlo servire... Attenzione dunque ad un cristianesimo fatto tutto e solo orizzontale! Attenzione all’attivismo che tarpa le ali ai voli dello spirito, alla preghiera, alla contemplazione! Il rimprovero di Gesù a Marta è per tutti questi travisamenti della vocazione cristiana. Può essere per noi...» (Andrea Gemma, vescovo). Solo la preghiera, e una vita nascosta in Dio, può rendere accettabile e imitativa l’affermazione di Paolo: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1,24). Solo la preghiera può trasformare il dolore in letizia e la sofferenza in gioia. Solo la preghiera può svelare «il mistero nascosto da secoli» e renderlo intelligibile e comprensibile al cuore dell’uomo. Solo la preghiera può dare forza al servo della Parola nelle fatiche apostoliche. Solo la preghiera fa sì che la carità «come buon seme, cresca e fruttifichi» (LG 46). Solo la preghiera può svelare all’uomo il volto radioso del Risorto e solo la preghiera permette di ritrovarlo luminoso nei poveri, negli ultimi, negli indigenti.
 
Dio non ci vuole preoccupati: «Dio nostro Padre non voleva che noi vivessimo preoccupati e in ansia per le cose della vita; questo avvenne ad Adamo, ma in un secondo tempo. Gustò il frutto dell’albero e s’accorse d’essere nudo e si fece un cinto. Ma prima di mangiare il frutto “erano tutti e due nudi e non si vergognavano” [Gen 3,7]. Così ci voleva Dio, senza turbamenti di sorta. E questo è il segno di un animo che è lontano da ogni affetto libidinoso; e chi è in questa disposizione, non ha in mente altre opere che quelle degli angeli. Così non penseremmo che a celebrare eternamente il Creatore, sarebbe nostra letizia la sua contemplazione e lasceremmo a lui ogni preoccupazione, come scrisse David: “Lascia al Signore la cura di te stesso, ed egli ti nutrirà” [Sal 54,23]. E Gesù insegna agli apostoli: “Non vi preoccupate della vostra vita, di quello che mangerete, né del come vestirete il vostro corpo” [Mt 6,25]. E ancora: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto vi sarà dato in sovrappiù” [Mt 6,33]. E a Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi di troppe cose; ma una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la migliore, e non le sarà tolta” [Lc 10,14-15]; cioè, si metterà ai piedi del Signore e ascolterà la sua Parola» (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2,11).
 
Testimoni di Cristo - Santa Marta, Maria e Lazzaro - Amici di Gesù: La fede è attivismo, ma è anche contemplazione e guarigione, perché il Vangelo è un’esperienza “totalizzante” che investe e trasforma tutti gli ambiti della nostra esistenza e non rinnega alcunché dell’esistenza umana nella sua varietà e nella sua imperfezione. È questo il messaggio che oggi la liturgia ci affida attraverso la memoria dei tre santi fratelli di Betania: Marta, Maria e Lazzaro. Marta viene presentata come una donna sempre indaffarata, pronta a prendere l’iniziativa, tutta all’opposto di sua sorella Maria, che rimane incantata davanti alle parole di Gesù, ospite nella loro casa a Betania. La figura di Marta è icona ancora attuale del nostro modo di essere cristiani, convinti come siamo che i nostri piani, le nostre azioni, il nostro impegno cambierà il mondo. Ma Gesù, parlando proprio a Marta, riporta alla giusta misura il valore di quell’impegno: solo se Dio è al centro il nostro agire ha un senso e avrà davvero successo. Maria, invece, ci parla di una fede contemplante, di una spiritualità che si alimenta della sola presenza di Gesù: è il simbolo anche della capacità di coglierlo nei segni concreti che ci circondano, come i Sacramenti, ma anche nei poveri e nei bisognosi. La vicenda di Lazzaro appartiene all’immaginario comune e parla di un prodigio che rende manifesta la forza del Vangelo, in grado di donare una nuova vita a tutti gli “amici” di Gesù, a tutti coloro che si lasciano avvicinare da lui. I tre fratelli appaiono nel capitolo 10 di Luca e nei capitoli 11 e 12 di Giovanni. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio ha accettato l’ospitalità nella casa di santa Marta:
per sua intercessione concedi a noi
di servire fedelmente Cristo nei fratelli,
per essere accolti da te nella dimora del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 28 Luglio 2026
 
Martedì XVII Settimana T. O.
 
Ger 14,17b-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 78 (79); Mt 13,36-43
 
Giovanni Paolo II (Omelia 19 Luglio 1987)[...] ciò che tormenta di più l’intelligenza dell’uomo è la presenza del male nella storia, la sua origine e la sua finalità; solo dalla risposta a questi interrogativi l’uomo può trarre luce per la soluzione del problema della sua esistenza.
Gesù con la parabola del buon grano e della zizzania, da lui stesso poi interpretata e spiegata, rivela il motivo e il senso di questa tragica realtà.
Egli prima di tutto afferma chiaramente che il male c’è, è presente ed è dinamico nella storia degli uomini. Esso però non può venire da Dio, il creatore, che per essenza è Bene infinito ed eterno.
Dio è il seminatore del buon grano; innanzitutto con la creazione stessa, che è radicalmente e metafisicamente positiva, e poi con la Redenzione, perché “colui che semina il buon seme è figlio dell’uomo. Il seme buono sono i figli del regno”. Il male viene dal “nemico” e da coloro che lo seguono: “La zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo”.
Ci troviamo qui di fronte alla libertà, che Dio ha dato alle creature razionali: questa è la realtà più sublime e più tragica perché, usata male, è la causa della germinazione della zizzania nella vita del singolo e nella storia dell’umanità.
Il dramma della storia consiste proprio in questa convivenza del buon grano con la zizzania fino al termine della storia, fino alla mietitura: non è possibile, oggi, pensare la storia umana senza zizzania; e cioè - come dice Gesù stesso - non è possibile sradicare totalmente la zizzania, perché essa è commista al bene.
La zizzania vive e cresce nel campo del mondo; ma vive e prospera anche il buon grano; cresce e si sviluppa anche il grano di senape, che diventa un albero frondoso e ospitale; cresce e fermenta anche il lievito del bene nascosto nella posta dell’umanità.
Con estrema semplicità, ma con suprema autorità Gesù ci fa capire che l’intera storia umana, per quanto lunga e tribolata, ha come vertice la “mietitura” finale: ciò che conta veramente non è la storia che passa, ma l’eternità che ci attende.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Epifanio Gallego - Gerusalemme, la vergine profanata - Chi ascoltasse solo le diatribe e gli oracoli minacciosi di Geremia, correrebbe il rischio di formarsi un concetto molto errato di questo profeta. Così accadde ai suoi amici di Anatot, e così dovette accadere anche ai dirigenti e a gran parte del popolo di Gerusalemme. Lo consideravano come un nemico del popolo, del culto e della sicurezza politica e sociale.
Geremia non era questo. Lui solo sapeva quanto amasse il suo popolo e con quanto impegno cercasse di evitarne la rovina. Lui solo sapeva quanto sforzo gli costasse predicare le sventure che lo avrebbero inevitabilmente colpito.
Non sappiamo se, in occasione d’una liturgia penitenziale per una guerra o realmente durante l’assedio di Gerusalemme, Geremia sentì il bisogno di sfogarsi davanti al popolo e lo fece con la coscienza di compiere la volontà di Yahveh.
La situazione descritta dal profeta è più che tragica, e si avverò alla lettera negli ultimi giorni che precedettero la caduta di Gerusalemme nelle mani dell’esercito di Na-bucodonosor. Nelle campagne, morti di spada; nella città, morti di fame. Sacerdoti e profeti vagano come ubriachi senza meta e senza risposta. Gerusalemme è una giovane donzella ferita a morte. Gli occhi accusatori di tutti si rivolgono a Geremia. Ormai, poteva sentirsi soddisfatto: le sue minacce si stavano avverando.
Ma Geremia dice loro che si strugge in lacrime giorno e notte, che è il primo a soffrire per quello che avviene e per quello che deve annunziare. Egli ama il suo popolo; non vuole la sua rovina, ma la sua salvezza. È colpa sua se Yahveh lo castiga per i suoi peccati? È sadico se cerca la sua liberazione minacciandogli il castigo se non si converte?
E come uomo toccato come gli altri dalla sciagura nazionale, egli si rivolge a Dio per supplicarlo con un linguaggio non meno forte e audace di quello usato per farsi ascoltare dal suo popolo. « Perché?... perché? » Pare quasi che voglia attribuire a Yahveh la responsabilità della caotica fine del suo popolo.
Sapendo molto bene dove stesse il rimedio, egli è il primo a riconoscere il peccato collettivo del suo popolo, condizione indispensabile per giungere alla riconciliazione. Padre, dirà il figlio prodigo, ho peccato contro il cielo e contro di te. Geremia ricorda a Yahveh la sua alleanza. Se il popolo perisce, perisce Yahveh; se è disprezzato il suo trono, Gerusalemme, il disprezzo ricadrà su colui che è assiso sul trono, Yahveh. Per amore del suo nome, Egli non poteva scacciarli da sé.
È davvero una bella preghiera di solidarietà col popolo, di riconoscimento della debolezza umana e di totale fiducia in Yahveh che si è impegnato con la sua alleanza.
 
Vangelo
Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.
 
Il Vangelo oggi offre alle nostre povere orecchie alcune verità che non vorremmo sentire. Innanzi tutto, nel mondo degli umani operano i figli del maligno, insonni, stacanovisti, furbi e molto intelligenti. I figli del maligno proditoriamente provocano sciagure, tragedie, seminano lutti, ingolfano le menti umane di false verità, ingozzano le anime di peccato, fanno tutto questo, e a volte, senza trovare ostacoli, perché, come ci suggerisce la sacra Scrittura, i figli delle tenebre, in fatto di iniziative, sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16,8).
Se gli spiriti maligni si aggirano nel mondo, se il peccato è sempre in agguato, e gli stolti abboccano, le porte dell’Inferno saranno sempre spalancate, si chiuderanno il giorno del giudizio universale quando Satana accoglierà tra le sue calde braccia l’ultimo dannato (Mt 25,31-46).
Queste sono dunque le verità che vorremmo bandire dal nostro cuore e dalla nostra mente: noi siamo venduti al peccato (Rm 7,14), l’Inferno c’è, e i custodi infernali, notte e giorno, come leone ruggente vanno in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8), tutti ci presenteremo al tribunale di Dio (Rm 14,10). Come si può sfuggire a questo tsunami di disgrazie? Cercando di essere grano buono, anche dovendo stare accanto a cattive compagnie; mettendosi alle orecchie la buona cera della pazienza per non sentire le sirene che assediano il cuore e l’anima, e spendere ogni giorno almeno cinque minuti per meditare sulla morte, che, prima o dopo, chiederà il conto, senza sconti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,36-43
 
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
 
Parola del Signore.
 
Spiegaci la parabola della zizzania nel campo - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno)Due terzi delle parabole evangeliche sul regno (41 su 63) sono spiegate da Gesù ai suoi discepoli. Quella della zizzania frammista al grano, che abbiamo letto sabato scorso, è una di queste. Allo stesso modo di quella del seminatore, la spiegazione della parabola della zizzania deve essere attribuita all’evangelista che, a sua volta, rispecchia la lettura che ne fece la comunità primitiva.
Nell’interpretazione della parabola della zizzania notiamo due parti.
La prima: spiegazione allegorica delle sette parole più importanti del racconto; è un piccolo lessico di termini allegorici. La spiegazione, richiesta dai discepoli, viene posta sulle labbra di Gesù che si trova già in casa: «“Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli”». La seconda parte dell’interpretazione contrappone il destino divergente della zizzania e del grano, cioè dei peccatori e dei giusti, nel giudizio finale che è descritto con la classica terminologia apocalittica della Bibbia: fornace ardente, pianto e stridore di denti. Anche qui, come nella parabola del seminatore, si produce uno slittamento d’accento, perché la spiegazione non tocca il punto centrale della parabola, come l’ha raccontata Gesù, che è la pazienza tollerante di Dio. Invece dell’inevitabile coesistenza del grano e della zizzania, del bene e del male, di giusti e di peccatori, nel mondo e perfino dentro la Chiesa - che è l’accento teologico-kerigmatico principale della parabola in sé - la sua interpretazione mette in risalto la diversa sorte dei buoni e dei cattivi alla fine dei tempi. Per i primi c’è il regno del Padre, per i secondi la fornace ardente. Da tutto questo è implicitamente dedotta una esortazione: non abusare della pazienza di Dio, perché alla fine arriverà il suo giudizio.
 
Per approfondire
 
Spiegazione della parabola della zizzania - Angelico Poppi (Sinossi e Commento)La seconda parte del discorso in parabole è rivolta esclusivamente ai discepoli. Infatti Gesù rientrò “nella casa” (di Pietro?). Matteo con il termine “casa” (oikia) forse allude al luogo abituale della catechesi cristiana in dimore private.
Richiesto dai discepoli, Gesù spiega loro la parabola della zizzania. Dapprima illustra il significato simbolico d’ogni termine (vv. 37-39); poi con un linguaggio dalle forti tinte apocalittiche fa riferimento al giudizio finale, nel quale avrà luogo la condanna dei malvagi e la glorificazione dei giusti (vv. 40-43). Nella spiegazione il ruolo del seminatore e del giudice non viene attribuito a Dio come nel racconto della parabola (v. 27), bensì al “Figlio dell’uomo”.
Mentre la parabola era focalizzata sul rinvio della separazione dei buoni dai cattivi nel giorno del giudizio, la spiegazione si riferisce alla loro sorte finale, indugiando sul destino orribile degli iniqui. L’impronta cristologica ed ecclesiale di tutto il brano evidenzia la rilettura postpasquale della parabola.
Matteo intende scuotere i cristiani tiepidi e rilassati, prospettando la sorte drammatica che attende i peccatori nel giorno del giudizio con la dannazione eterna. Il regno di Dio è già operante tra gli uomini: la collocazione tra i “figli del regno” oppure tra i “figli del malvagio” dipende dall’atteggiamento assunto da ciascuno nei confronti del Vangelo e dalla sua condotta.
v.37 Il seminatore è il Figlio dell’uomo, cui è attribuita pure la funzione di giudice con la mediazione dei “suoi angeli”.
v. 38 Il campo designa “il mondo”. Emerge così la prospettiva universale della missione della Chiesa.
vv. 39-40 La mietitura si riferisce al giudizio finale.
 
Il grano e la zizzania «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! [...]. Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa» (Joseph Ratzinger, Via Crucis, Venerdì Santo 2005).
Con queste parole l’illustre porporato, eletto Papa il 19 aprile 2005, volle mettere a nudo i peccati degli uomini di Chiesa, però è sottinteso che lo scandalo di una Chiesa peccatrice, pur lontana dall’ideale evangelico della purezza e della santità, non può e non deve turbare il cuore dei credenti. È quasi un dato di fatto. Essendo costituita di uomini e vivendo nel mondo, la Chiesa è semper convertenda e semper reformanda. La distinzione fra la Chiesa e gli uomini di Chiesa - come suggerisce Antonio Socci - è doverosa e «non è una furbizia tattica. La Chiesa infatti non è la somma dei cristiani [questo potrebbe essere casomai un partito]. La Chiesa è invece costituita dal mistero di Cristo realmente e misteriosamente fra loro» (Il segreto di Padre Pio).
Alcuni cristiani vorrebbero ricorrere a mezzi violenti e sbrigativi: tagliare la testa agli infedeli, scomunicare i membri non allineati, bruciare sul rogo gli eretici, gettare con violenza le istanze del Vangelo in faccia a cristiani e non cristiani con il diktat dell’aut-aut, o con me o contro di me.
Alla base di questi atteggiamenti c’è una distorsione. È l’arroganza di imporre un Dio frutto di una fantasia molto personalistica e anche malata: un Dio geloso degli uomini, pronto a scagliare i suoi fulmini; quindi un Dio gretto, meschino, non il Padre misericordioso. Un Dio simile non può che generare sfiducia, paura e incertezze. Ma vi è il rischio di passare dall’intolleranza al buonismo. Alla politica della pacca sulle spalle. Il Vangelo, infatti, non ci suggerisce una accettazione passiva degli eventi e neppure una qualunquistica bonomia, ma un atteggiamento positivo, costruttivo, che richiede anche pazienza e rispetto dei tempi di crescita. Dolcezza e misericordia che devono esigere il deciso abbandono di una vita peccaminosa, la riparazione e la conversione, «senza la quale non si può entrare nel regno» (Catechismo della Chiesa Cattolica 545).
Se l’annuncio evangelico non richiedesse scelte esigenti, pur rispettando i personali tempi di crescita, si lascerebbe il peccatore nel suo peccato e in un infantilismo peggiore dello stesso peccato. Sarebbe bello una Chiesa senza penitenza, senza inferno, senza ascesi, senza diavoli, senza peccato, senza mortificazioni e senza conversione. Ma il regno di Dio non è la terra di Bengodi!
Se la Chiesa, istruita dallo Spirito Santo, e facendo suo il progetto di Dio, concede a tutti gli uomini, con longanimità e pazienza, la possibilità di pentirsi dei peccati, lo fa perché l’uomo si decida a convertirsi immantinente. E tutti gli uomini, anche i discepoli del Cristo, hanno bisogno di convertirsi e fare penitenza. Infatti, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (827), tutti «i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione: “La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo”».
La santità è solo alla conclusione del regno sulla terra: «Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (Sir 11,28). E prima della fine c’è il sudore della conquista, la spossatezza della vigilanza, la carità della pazienza e il fuoco della missione. Anche se a raccogliere i frutti saranno altri.
 
Origene: In Matth., X, 3: Allora i giusti splenderanno come sole nel Regno del Padre loro: e per chi splenderanno se non per quelli che saranno inferiori e che trarranno profitto dalla loro luce? ... Non è certo per se stessi che brilleranno ... La luce dei discepoli di Gesù brilla, da ora, davanti al resto degli uomini; essa brillerà ancora ... ottenendo la resurrezione: e, dopo la resurrezione fino a che tutti perverranno “all’uomo perfetto” e diverranno tutti un unico sole.
 
Testimoni di Cristo - Santi Nazario e Celso - La testimonianza di un maestro che affascina e guida il discepolo: Ognuno di noi ha avuto i proprio maestri, guide che hanno segnato la nostra strada, che ci hanno aiutato a compiere le scelte fondamentali per la nostra vita. Oggi la liturgia ci presenta la figura di un maestro e del suo discepolo: la storia dei santi Nazario e Celso ci mostra chiaramente come “funziona” la trasmissione e la diffusione della fede cristiana. Nazario era cittadino romano e la tradizione lo vuole discepolo di san Pietro, forse battezzato da Lino prima che diventasse Papa. A causa della persecuzione, però, dovette fuggire da Roma, dirigendosi verso nord. Una volta superate le Alpi gli fu presentato un ragazzino di 9 anni, Celso, per il quale divenne maestro, guida e mentore: lo educò alla fede cristiana e lo battezzò. Insieme portarono il Vangelo a Treviri, dove vennero arrestati e poi mandati a Roma da Nerone: l’imperatore tentò di farli abiurare entrambi ma senza successo. Furono così condannati a essere gettati in mare, ma si salvarono miracolosamente e arrivarono così a Genova, per poi dirigersi verso Milano. Qui Nazario portò conforto in carcere ai due fratelli Gervasio e Protasio, ma il gesto costò il martirio a lui e a Celso. Vennero infatti arrestati e furono condannati dal prefetto Antolino alla decapitazione. (Matteo Liut)
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.