1 Agosto 2026
 
Sant’Alfonso Maria de Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
Ger 26,11-16.24; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 (69); Mt 14,1-12
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 11 Marzo 2011): Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera» ... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia.
“Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi ... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede ... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione).
La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina.
Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il Signore mi ha veramente inviato a voi per dire ai vostri orecchi tutte queste parole - Le parole profetiche di Geremia suscitano imbarazzo nella classe dirigente, e i sacerdoti e i profeti sono disgustati. Sono stanchi di sentire castighi, o imminenti rovine, e per far tacere Geremia l’unica soluzione è quella di ammazzarlo. Ma occorre che la condanna a morte sia ratificata dal popolo, “strumento cieco di occhiuta rapina” (Giuseppe Giusti, Sant’Ambrogio). Geremia si difende dalle accuse, e ripete, quasi con ostinata innocenza, che la distruzione di Gerusalemme e del tempio è condizionata alla conversione di Israele. Possono fare di lui quello che vogliono, ma stiano ben attenti perché da Dio saranno ritenuti responsabili del sangue innocente. Il popolo accoglie la difesa di Geremia e ne decreta la liberazione: “Non ci deve essere condanna a morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore, nostro Dio”. Qualche volta il buon senso prevale sulla arrogante stupidità di credere di sapere tutto e di avere sempre ragione.
 
Vangelo
Erode mandò a decapitare Giovanni e i suoi discepoli andarono a informare Gesù.
Erode Antipa, figlio di Erode il Grande  e della sua quarta moglie, la samaritana Maltace, governava la Galilea e Perea come tetrarca, titolo di ciascuno dei re che, sotto il controllo di Roma, governavano una delle quattro sezioni in cui era divisa la provincia di Siria. Erode Antipa infrangendo la Legge (Lv 20,21) aveva sposato Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Per poterla sposare, Erode Antipa aveva ripudiato la moglie, figlia del re nabateo Areta IV. Giovanni il Battista non ebbe paura di condannare pubblicamente Erode Antipa accusandolo di incesto e di adulterio (Es 20,14). Il Vangelo suggerisce che il martirio di Giovanni il Battista scaturì da questa accusa pubblica, ma secondo lo storico Giuseppe Flavio, Erode Antipa temeva l’influenza di Giovanni il Battista sul popolo, che poteva portare a una ribellione. Per questo lo aveva fatto imprigionare nella fortezza di Macheronte, e qui, molto probabilmente, lo aveva fatto decapitare. Plausibilmente le due versioni si intrecciano mettendo in rilievo la crudeltà di Erode Antipa, al pari di quella di Erode il Grande, suo padre.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,1-12
 
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».
Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre.
I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Parola del Signore.
 
La fine del Battista - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): È la prima volta che Erode Antipa appare nella storia evangelica. Nessuna meraviglia che egli abbia sentito parlare di Gesù. Tiberiade, il luogo della sua residenza galilaica, non è molto distante da Cafarnao. Questa sua improvvisa apparizione apre la fila degli avversari di Cristo che si avvicendano nel IV libro. La sua presenza non è di buon auspicio. Sia per il nome che porta, che per le personali imprese, fa prevedere tristi ore per il futuro della salvezza. Quasi per mettere in guardia, ma più ancora per far comprendere il senso della rievocazione, Matteo ricorda una delle più delittuose azioni del tetrarca contro gli uomini del regno: l’uccisione del Battista, ordinata nel corso di un banchetto, per istigazione di Erodiade: contemporaneamente «moglie», nipote e cognata del re.
Il racconto del martirio del precursore è letterariamente un’abbreviazione di quelli più dettagliati e più originali di Marco e di Giuseppe Flavio. Esso costituisce una specie di digressione nella trama del IV libro, ma nel quadro dell’intero vangelo è un tratto che completa le precedenti apparizioni del Battista (cfr. 3,1-12; 11,2-14) e mette definitivamente in luce la sua missione. Giovanni è stato inviato a preannunciare il Cristo (è perciò un profeta), ma anche a precedere la sua venuta e le sue operazioni. Il destino dell’uno fa prevedere quello dell’altro. Anche il Battista, una volta libero predicatore di penitenza (3, 1-12), era stato catturato, imprigionato (4,12; 11,2) e infine ucciso (14,3-12). Gesù ha cominciato a percorrere la stessa strada; annuncia lo stesso messaggio; incontra le stesse opposizioni può darsi che avrà anche da subire la stessa fine. Le apparizioni del Battista diventano così gesti simbolici oltre che fatti reali, profezie in azione. Egli è un precursore in tutta la sua persona e con tutta la sua vita. Forse meno evidentemente che in Marco anche in Matteo Giovanni è il «tipo di Cristo», di cui anticipa prefigurativamente la missione. La sua cattura non è un’incarcerazione ma una «consegna» (paradosis) (4,12) come quella del salvatore (Mt. 17,22). Come al messia (cfr. Mt. 17,22; 20,17-19), anche al precursore hanno fatto «quello che hanno voluto» (Mt. 17,13). Il parallelismo è confermato da Gesù stesso: «Così anche il figlio dell’uomo ha da patire da loro» (Mt. 17,13). Su questa linea la morte di Giovanni è un anticipo di quella di Gesù, come la diceria della sua risurrezione (Mt. 14,2) prelude alla vera risurrezione di Cristo. In questa maniera il discorso sul precursore è documentativo e insieme profetico. Il ministero galilaico si sta chiudendo con un bilancio fallimentare. La morte del Battista e la fuga di Gesù segnano un punto in vantaggio del tetrarca e dei nemici del regno
 
Per approfondire
 
Martirio / Martiri - Alfonso Colzani (Enciclopedia del Cristianesimo): Nella storia cristiana, soprattutto dei primi secoli, i due termini designano la testimonianza e i testimoni della fede. II termine martirio deriva dal greco martyrion: testimonianza resa sotto giuramento con valore di prova.
Con questo significato di documento probatorio (dell’Alleanza o della Torà ) il termine ricorre frequentemente nella versione greca dcll’Antico Testamento e  in alcuni luoghi del Nuovo Testamento, caratterizzato dal riferimento a Cristo.
L’evangelista Luca introduce un nuovo significato: negli Atti degli apostoli martirio significa rendere testimonianza. inteso come predicare Cristo, compito caratteristico degli apostoli che “con grande forza rendevano testimonianza” (At 4,33). Martiri a partire da Luca 24,48, sono designati i testimoni del Risorto, i quali sono incaricati di essere testimoni fra le genti. Questo compito è chiaramente marcato dalla sofferenza e dal rischio della morte (Stefano, il primo martire cristiano è chiamato in Atti degli Apostoli 22,20 “il testimone fedele”), ma non è caratterizzato dalla concezione più tardiva di martirio come testimonianza del sangue, quanto dall’inalterata c completa proclamazione del messaggio di Cristo.
Per l’evangelista Giovanni martyrion è per definizione testimonianza di Cristo, anticipata da Giovanni Battista, testimonianza che lo stesso Cristo rende a se stesso e che i discepoli proclamano e confermano. Giovanni usa il vocabolario dell’esperienza della fede e della testimonianza, che ha il senso di conferma della verità di Dio: i discepoli che hanno visto rendono testimonianza e annunciano la vita eterna resasi visibile (1Gv 1,2).
Tale processo si realizza con l’aiuto dello Spirito Paraclito, che è colui che rende testimonianza a Gesù (Gv 15,26), ma non sostituisce la testimonianza dei discepoli: “e anche voi mi renderete testimonianza” (v. 27).
 
Beda, il Venerabile (Om. 23: CCL 122, 354): “San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza delle catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).
 
Sant’Alfonso Maria De’ Liguori. Alla ricerca di Dio nel cuore degli ultimi: Dio s’incontra nello sguardo dei semplici e nelle profondità del cuore dell’uomo ed è lì che lo cercò sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa. Fulcro della sua missione fu la cura degli ultimi e degli emarginati, che si prese a cuore dopo l’incontro con i pastori delle montagne sopra Amalfi. Era nato a Napoli il 27 settembre 1696 da una famiglia nobile e, dopo gli studi di filosofia e diritto, decise di diventare sacerdote.
Ordinato nel 1726, quattro anni dopo incontrò i pastori durante un momento di forzato riposo; si convinse così della necessità di farsi apostolo in mezzo a loro e a tutti i poveri. Per questo scopo, guidato dal vescovo di Castellammare di Stabia, fondò la Congregazione del Santissimo Redentore (i Redentoristi). Nel 1760 divenne vescovo di Sant’Agata dei Goti. Morì nel 1787. (Avvenire)
 
O Dio, che fai sorgere nella tua Chiesa
forme sempre nuove di santità,
fa’ che imitiamo l’ardore apostolico
del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori],
per ricevere la sua stessa ricompensa nei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 31 Luglio 2026
 
Venerdì XVII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 26,1-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 (69); Mt 13,54-58
 
Catechismo degli Adulti: Più che profeta [218]: La personalità di Gesù, soprattutto l’autorità inaudita e il totale dono di sé, lasciano trasparire un profondo mistero. Viene spontaneo domandarsi se egli non abbia provato a definire la sua identità con qualche titolo o in riferimento a qualche figura dell’Antico Testamento.
Gesù si pone senz’altro al di sopra dei profeti e dei sapienti: «Ecco, ora qui c’è più di Giona!... c’è più di Salomone!» (Mt 12,41-42). Del resto, se Giovanni Battista, l’ultimo e il più grande dei profeti, ha un ruolo inferiore al più piccolo di quanti appartengono alla nuova realtà del regno di Dio, incomparabilmente più elevata deve essere la posizione di colui che rende presente il Regno stesso.
Tuttavia Gesù si situa nella linea dei profeti e non respinge la qualifica di “profeta”, con cui viene designato in ambienti popolari. Solo che, a differenza della gente, non mette l’accento sul potere di taumaturgo, ma sul destino di profeta rifiutato, perseguitato e martire, perché fedele a Dio e alla missione ricevuta: «Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!» (Lc 13,33-34).
[672] Uniti e configurati a Cristo, formiamo la Chiesa suo mistico corpo: un solo battesimo, un solo Dio Padre, un solo Signore Gesù Cristo, un solo corpo ecclesiale, animato da un solo Spirito Santo. Consacrati con il carattere battesimale, siamo resi partecipi della missione profetica, regale e sacerdotale del Messia, così che ognuno di noi può dire con lui: «Lo Spirito del Signore è sopra di me ... mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio ... per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Siamo abilitati a professare la fede con le parole e le opere, a ordinare secondo giustizia e carità le relazioni con gli altri, a offrire in unione al sacrificio eucaristico il lavoro, la sofferenza, l’esistenza intera
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Tutto il popolo si radunò contro Geremia nel tempio del Signore. - Epifanio Gallego: Facciamo notare, in primo luogo, che l’autore del racconto dell’accaduto è Baruc, il quale mette in rilievo in modo speciale le conseguenze che ebbe la predicazione del maestro. « Devi morire! »: non lo dicono il popolo o i giudici, ma persone molto interessate nell’economia della religione, i sacerdoti e i profeti cultuali, che vivevano del tempio e delle sue rendite. La cosa più offensiva fu sentir paragonare il tempio di Gerusalemme a quello di Silo.
Silo era stata la capitale provvisoria ai tempi dei Giudici. Là dimorava abitualmente l’arca, sebbene fosse stata perduta una volta, per la malizia dei sacerdoti, in una delle molte guerricciole coi filistei. Più tardi, al tempo di Davide, Silo fu accantonata e dimenticata. Paragonare Gerusalemme a Silo voleva dire accusare apertamente i suoi sacerdoti e predire la rovina della città e del tempio. Per i sacerdoti e i profeti, questo equivaleva a dire che Yahveh era incapace di salvarli: una vera bestemmia. Uguale ragionamento sarà fatto ai tempi di Gesù e dagli stessi rappresentanti del popolo davanti al tempio di Gerusalemme costruito da Erode. Ancora una volta, Geremia, con le circostanze della sua vita, si trasformava in un vero tipo di Cristo.
Il Geremia delle confessioni si rivela qui con un grande coraggio, con la forza di colui che è in lui. Come Gesù dopo il discorso del Pane di vita, egli non si ritratta e, anche a costo della sua vita, riconferma le sue parole, perché non sono sue, ma di colui che lo ha mandato contro sua volontà. Anche col sacrificio della sua vita, se fosse stato necessario, egli avrebbe confermato il carattere divino della sua missione profetica, lui che aveva osato rimproverare persino Dio. Ora però non agisce lui, ma la forza di quel fuoco divoratore che porta dentro di sé, la forza dello spirito, quella stessa che obbligherà Paolo a dire: « Guai a me, se non avrò predicato il vangelo! ».
Per fortuna, gli incaricati della giustizia non erano i sacerdoti né i profeti, ma i giudici e gli anziani. E di fronte all’accusa capziosa, perché incompleta, presentata da coloro che avevano interessi nel culto, di aver parlato contro la città - omettendo maliziosamente di dire che aveva parlato anche contro il tempio - gli anziani del popolo risposero ricordando quello che era avvenuto un secolo prima, col profeta Michea. Aveva pronunziato la stessa minaccia, il popolo lo prese sul serio e la città fu liberata. Era forse la liberazione che essi avevano conosciuta ai tempi di Sennacherib. A questo appunto mirava ora Geremia.
D’altra parte la sua disposizione a morire, se fosse necessario, piuttosto che andare contro la parola di Dio e la sua accusa che essi andavano accumulando sangue innocente sulle loro teste, sulla città e su tutti gli abitanti dovette impressionare quei giudici, i quali avevano meno interessi creati che i sacerdoti e i profeti. Essi riconobbero all’unanimità che Geremia non era reo di morte, perché aveva parlato in nome del Signore Dio. Un caso parallelo lo troviamo nel NT, in At 6,11-14; 21,27-31.
Straordinaria reazione motivata senza dubbio dallo stesso Dio, che lo liberò così da tutti i suoi nemici, e reazione che, senza volerlo, ci fa comprendere la grande influenza che esercitavano i profeti sulla storia e la tradizione del popolo eletto. É uno straordinario argomento sulla formazione dei libri sacri e sulla cosiddetta canonicità o coscienza che il popolo andava acquistando, coscienza secondo la quale certi libri erano parola di Dio comunicata attraverso parole umane.
Una volta di più, l’inviato di Yahveh - grazie alla forte influenza di Achikam, strumento nelle mani di Yahveh e figlio di Godolia, futuro governatore imposto da Nabucodonosor, che toglierà nuovamente Geremia dal carcere quando il popolo sarà stato condotto in esilio sentì su di sé la verità della parola di Yahveh: « Io sarò con te ». Non si tratta di miracoli più o meno verificabili, ma della vera azione salvifica di Dio attraverso tutte le circostanze umane che si susseguono in questa azione.
 
Vangelo
Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?
 
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione alla incredulità con aperto dissenso e clamore. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, il popolo ingrato, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà servo dell’odio dei farisei (cfr. Mt 27,11-26).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
 
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 54 Sua patria, cioè Nazareth, il luogo della sua infanzia e giovinezza (cf. Mt., 2, 23). Gesù torna a Nazareth dopo un periodo di attività apostolica e taumaturgica; egli, come spesso usava fare, entra nella sinagoga, che senza dubbio aveva frequentato regolarmente durante la sua vita privata, ed istruisce i presenti. L’insegnamento nella sinagoga consisteva nel leggere e spiegare qualche passo dell’Antico Testamento. Lo stupore degli ascoltatori proveniva da due constatazioni: dalla sublimità dell’insegnamento di cui i presenti erano testimoni diretti e dalle umili condizioni della famiglia nella quale Gesù era vissuto (cf. vers. seguente). Gli Ebrei del tempo ritenevano che nessuno potesse avere una conoscenza notevole della S. Scrittura senza aver frequentato la scuola dei grandi maestri o aver ascoltato qualche celebre Rabbi. Donde vengono a costui questa sapienza e (questo potere di compiere) miracoli? Gli abitanti della cittadina non avevano ancora visto dei miracoli, Matteo dice soltanto che Gesù «li istruiva nella loro sinagoga», ma avevano sentito parlare di quelli compiuti da Gesù altrove (cf. Lc., 4, 23-29).
V. 55 Non è egli forse il figlio del falegname? Tέκτων designa un artigiano che lavora soprattutto il legno (falegname), ma quest’artigiano diventa anche muratore e fabbro, quando lo richiedono i bisogni.
Il Tέκτων quindi è un operaio che sa fare un po’ di tutto. L’espressione rivela che Gesù per i Nazaretani era ritenuto vero figlio di Giuseppe. Matteo non si preoccupa di chiarire queste parole, perché egli ha già narrato la concezione verginale di Cristo ed i lettori sapevano che Giuseppe era soltanto padre putativo di Gesù.
«Il figlio del falegname» non ha un senso di disprezzo, ma è semplicemente una constatazione. Giuseppe per la sua condotta e per l’onestà del suo lavoro era certamente un cittadino stimato ed onorato. Inoltre il lavoro manuale era praticato anche dai Dottori della Legge.
E i suoi fratelli (non sono) Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? Matteo ricorda il nome dei fratelli di Gesù; per l’evangelista l’espressione non è affatto imbarazzante come lo può essere per il lettore moderno. Matteo ha chiaramente indicato i punti salienti della vita di Maria dai quali appare con evidenza che ella rimase vergine; l’evangelista, quindi, nominando i fratelli di Cristo, non può cadere in contraddizione aperta contro le sue stesse indicazioni; egli infatti constata i fatti seguenti: Maria è (promessa) sposa di Giuseppe; Maria è trovata madre e Giuseppe pensa di lasciarla libera; un angelo illumina Giuseppe su quanto è avvenuto in Maria; Giuseppe prende Maria come sua legittima sposa. Matteo nota in quella circostanza che Giuseppe non «la conobbe» (cf. 1, 25, e commento al versetto). Per i contemporanei dell’evangelista, come per i primi cristiani, non era necessario accentuare la verginità di Maria, perché il fatto era incontestato. I fratelli di Gesù vanno quindi intesi come cugini (o parenti di vincolo ancora più largo) di lui, (Per i fratelli di Gesù, cf. M. J. Lagrange, L’évangile de Jésus Christ, Parigi 1948, pp. 193-194; D. Buzy, Évangile selon S. Matthieu, La Sainte Bible Pirot-Clamer, Parigi 1950, t. IX, pagine 166-167).
v. 56 Le sorelle, contrariamente ai fratelli, non sono ricordate per nome; anche il termine “sorelle” indica cugine o altre parenti.
v.57 Un profeta non è disprezzato che nella sua patria e nella propria casa; la familiarità generalmente costituisce un ostacolo alla retta valutazione di una persona. Gesù rileva con tristezza quest’atteggiamento abbastanza comune della psicologia umana. Nella propria casa, cioè, nella famiglia.
v.58 L’evangelista ricorda che Gesù non operò molti miracoli a Nazareth, a motivo della mancanza di fede degli abitanti. Con questa osservazione Matteo dice indirettamente che il Maestro compì soltanto pochi miracoli su qualche persona ben disposta verso di lui (cf. Mc., 6, 5). L’evangelista ha probabilmente ricordato l’episodio del ritorno di Gesù a Nazareth (13, 53-58) per indicare come il Messia abbia trovato degli ostacoli nella mentalità dei contemporanei. Le parole degli abitanti di Nazareth (cf. 13, 55-56) rivelano una convinzione particolare sul messianismo del tempo. I Nazaretani ritenevano che Gesù non poteva essere il vero Messia, poiché proveniva da umili origini conosciute da tutti. Anche a Gerusalemme il popolo condivideva le stesse convinzioni (cf. Gio., 7, 27).
 
Per approfondire
 
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua: Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (cfr. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (cfr. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti. Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo. Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17). Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (cfr. Gc 2,14-17). Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa. Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio. Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss). Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (cfr. Sal 68 [67],19).
 
La Famiglia di Gesù - Origene (Comment. In Matth. 10,17-19): Circa l’esclamazione: “Donde gli viene tanta sapienza?” (Mt 13,54), essa mostra chiaramente la sapienza superiore e sconvolgente delle parole di Gesù, che si è meritata l’elogio: “Ed ecco che qui vi è più di Salomone” (Mt 12,42). E i miracoli da lui compiuti erano più grandi di quelli di Elia e di Eliseo, persino più grandi di quelli, più antichi, di Mosè e di Giosuè figlio di Nun. Mormoravano stupiti, perché non sapevano che egli era nato da una vergine, oppure non lo avrebbero creduto neppure se glielo avessero detto, mentre supponevano che egli fosse il figlio di Giuseppe, l’artigiano: “Non è egli figlio del falegname?” (Mt 13,55). E pieni di disprezzo verso tutto ciò che poteva sembrare la sua parentela più prossima, dicevano: “Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte tra di noi?” (Mt 13,55.56). Lo ritenevano dunque figlio di Giuseppe e di Maria. Quanto ai fratelli di Gesù, taluni pretendono, appoggiandosi al cosiddetto vangelo «secondo Pietro» o al «libro di Giacomo» [apocrifi], che essi siano i figli di Giuseppe, nati da una prima moglie che egli avrebbe avuto prima di Maria. I sostenitori di questa teoria vogliono salvaguardare la credenza nella verginità perpetua di Maria, non accettando che quel corpo, giudicato degno di essere al servizio della parola che dice: “Lo Spirito di santità scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo poserà su di te la sua ombra” (Lc 1,35), conoscesse il letto di un uomo, dopo aver ricevuto lo Spirito di santità e la potenza discesa dall’alto, che la ricoprì con la sua ombra. Da parte mia, penso che sia ragionevole vedere in Gesù le primizie della castità virile nel celibato, e in Maria quelle della castità femminile, sarebbe in effetti sacrilego attribuire ad un’altra tali primizie della verginità.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ignazio di Loyola - La riforma nasce sempre dalla capacità di discernere: Ogni azione nel mondo per i cristiani dovrebbe essere sempre il frutto di un cammino, di un itinerario dell’anima, che passa attraverso un percorso di discernimento. Solo così si possono cambiare le cose, si può dare sostanza a una vera riforma. Anche nella Chiesa. È questo il potente messaggio che ci affida sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti. Era nato ad Azpeitia nella provincia basca di Guipúzcoa nel 1491 ed era il minore di 13 figli, otto maschi e cinque femmine, di una famiglia impegnata a servire i re cattolici di Castiglia. Nel 1506 rimase orfano e venne mandato nella città di Arévalo per essere istruito nelle arti cavalleresche. Rimase però ferito a una gamba a Pamplona e, durante la convalescenza, grazie ad alcune letture spirituali, cominciò un cammino di conversione religiosa e di «progettazione spirituale». Forte della sua esperienza militare decise di mettere quella disciplina al servizio di Cristo e della vita della Chiesa nel mondo. La sua formazione si compì tra Spagna e Francia. Scrisse alcune regole, poi confluite negli Esercizi spirituali, e nel 1534 assieme ad alcuni compagni diede vita a Parigi al primo nucleo di quelli che sarebbero poi diventati i Gesuiti. Nel 1537 fu ordinato prete a Venezia. Morì nel 1556 a Roma, 16 anni dopo l’approvazione della sua Compagnia. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai chiamato sant’Ignazio [di Loyola]
a operare nella Chiesa per la maggior gloria del tuo nome,
concedi anche a noi, con il suo aiuto e il suo esempio,
di combattere in terra la buona battaglia della fede
per ricevere con lui in cielo la corona dei santi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.  
 
  30 Luglio 2026
 
Giovedì XVII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ger 18,1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 145 [146]; Mt 13,47-53
 
La parabola della rete - Benedetto XVI (Discorso, 17 Febbraio 2007): Il Signore ci ha donato anche, per la nostra consolazione, queste parabole delle rete con pesci buoni e non buoni, del campo dove cresce il grano ma anche la zizzania. Egli ci fa sapere di essere venuto proprio per aiutarci nella nostra debolezza, di non essere venuto, come Egli dice, per chiamare i giusti, quelli che pretendono di essere già completamente giusti, di non aver bisogno della grazia, quelli che pregano lodando se stessi, ma di essere venuto a chiamare quelli che sanno di essere manchevoli, a provocare quelli che sanno di aver bisogno ogni giorno del perdono del Signore, della sua grazia per andare avanti. Questo mi sembra molto importante: riconoscere che abbiamo bisogno di una conversione permanente, non siamo mai semplicemente arrivati. Sant’Agostino, nel momento della conversione, pensava di essere arrivato sulle alture ormai della vita con Dio, della bellezza del sole che è la sua Parola. Poi ha dovuto capire che anche il cammino dopo la conversione rimane un cammino di conversione, che rimane un cammino dove non mancano le grandi prospettive, le gioie, le luci del Signore, ma dove anche non mancano valli oscure, dove dobbiamo andare avanti con fiducia appoggiandoci alla bontà del Signore. 
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Tutto è nelle mani di Dio, lui è il vasaio che plasma, modella il vaso, o rimpasta la creta secondo la necessità; Dio è il Signore della storia, ma non è un Signore capriccioso, Dio fa e disfa non per soddisfare i capricci del momento, ma per orientare tutta la storia dell’umanità alla meta da lui fissata fin dall’eternità: la meta sarà raggiunta nella pienezza dei tempi (Gal 4,4), quando finalmente il progetto salvifico di Dio arriverà al capolinea nella Persona di Gesù, il Figlio unigenito, “che è Dio ed è nel seno del Padre.” (Gv 1,18).
 
Vangelo
Raccolgono i buoni nei canestri e buttano via i cattivi.
 
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10).
Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo.
In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,47-53
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Terminate queste parabole, Gesù partì di là.
 
Parola del Signore.

Il regno di Dio - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nel vangelo di oggi il regno di Dio è paragonato a una rete a strascico: è l’ultima delle sette parabole sulle quali abbiamo meditato in questi ultimi giorni. Il punto centrale della parabola non è tanto la rete che raccoglie ogni genere di pesci, buoni e cattivi, grandi e piccoli, quanto la loro selezione. La cernita è l’ultima fase del regno di Dio: il giudizio.
Intanto, è il tempo della pazienza di Dio. La parabola della rete ha molto in comune con quella della zizzania in mezzo al grano. Nel regno di Dio, come nel mondo e nella Chiesa, è inevitabile la presenza simultanea di buoni e cattivi. Tutti quelli che ricevono il battesimo restano incorporati alla Chiesa, seppure nominalmente, e a tutti è offerto il regno di Dio attraverso il vangelo e la sequela di Cristo. Ma varia la risposta personale. Per questo, alla fine dei tempi, ci sarà una cernita, con sorte diversa per giusti e malvagi. Come nella parabola della zizzania, i cattivi saranno gettati nella fornace ardente, «dove sarà pianto e stridore di denti», cioè la frustrazione definitiva di chi ha rovinato per sempre la sua vita. Se, da una parte, la parabola della rete insegna la tolleranza paziente fino al giudizio di Dio, dall’altra orienta l’uomo verso una giusta decisione per il presente, spingendolo all’opportuna conversione.
Alla fine di questa serie di sette parabole del regno, tentiamo una visione d’insieme, che possiamo concretizzare in questi quattro punti: a) La formazione del regno di Dio non avverrà senza resistenza e difficoltà (seminatore); b) ma il regno finirà per trionfare (granello di senapa e lievito); c) è necessario aver pazienza e non voler precipitare il giudizio di Dio (zizzania e rete); d) intanto, vale la pena di rinunciare a tutto per ottenere il regno (tesoro e perla).
Al termine delle parabole, Gesù chiede ai suoi: « Avete capito tutte queste cose?... Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche ». Secondo gli esegeti, questa massima è una riaffermazione, in metafora, del principio che governa i rapporti tra la legge mosaica e il vangelo, esposto da Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,17ss). Le cose antiche sono la legge, le cose nuove il vangelo; questa è la chiave di lettura dell’Antico Testamento, che dà senso e valore alle cose antiche.
 
Per approfondire
 
Lo scriba sapiente - Angelico Poppi (Sinossi e Commento): Alla conclusione del discorso in parabole sembra che l’autore del vangelo intenda presentare se stesso quale scriba, che era stato conquistato dalla luce promanante dal Cristo. Anche a lui fu concessa la “comprensione” dei misteri del regno, accordata agli altri discepoli di Gesù, per diventarne un depositario e maestro. L’evangelista ha strutturato armonicamente il capitolo delle parabole in forma catechetica, adattandole alle esigenze degli evangelizzatori, subentrati agli apostoli per l’istruzione del popolo di Dio.
v, 51 La domanda di Gesù va riferita a tutto il discorso non solo all’insegnamento rivolto ai discepoli in privato (v o 36-50). La “comprensione” del regno è un dono, concesso da Dio a chi è disponibile all’ascolto della parola di Gesù (v. 11).
v, 52 Da questo versetto risulta che i destinatari del discorso in parabole, più che i discepoli del Gesù storico, sono le guide spirituali (qui equiparate agli scribi), che al tempo dell’evangelista avevano il compito d’insegnare la catechesi nelle comunità cristiane. Questi maestri venivano istruiti con un serio tirocinio per consentire loro di assimilare profondamente l’insegnamento di Gesù circa i misteri del regno, in modo da abilitarli all’istruzione dei credenti. Quanto avevano accumulato con lo studio e la riflessione personale, lo comunicavano ai loro uditori, nella stessa maniera con cui un capofamiglia raccoglieva con diligenza le provviste nella dispensa, per poi distribuirle a tempo opportuno ai familiari.
L’evangelista presenta le sue credenziali. L’insegnamento di Gesù (“cose nuove”) non implicava la rinuncia delle tradizioni ebraiche (“cose antiche”). Aveva compreso che il Vangelo non si contrapponeva all’Antico Testamento, ma ne rappresentava il compimento. Lo scriba cristiano, divenuto discepolo del regno dei cieli, cioè istruito secondo la novità del Vangelo, non rinnegava le Scritture, considerate la Parola di Dio. Anzi, quanto più ne approfondiva il senso, tanto più si rendeva conto che le promesse veterotestamentarie si erano adempiute nella missione di Gesù. Il Vangelo non annulla la Torà. Anzi, la conoscenza delle “cose antiche” cioè della storia degli interventi di Dio in favore del suo popolo, per formarlo, per educarlo con bontà e misericordia alla fedeltà al suo patto d’amore, è indispensabile per comprendere la novità del Vangelo .
 
La fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti - L’esistenza dell’Inferno, insieme ad altre verità di fede, oggi vacilla, e se si ammette la sua esistenza, per alcuni teologi è vuoto e per molti altri alla fine del mondo anche i diavoli si convertiranno.
Se è facile accettare il Paradiso, non è altrettanto facile accettare l’Inferno eppure la sua esistenza trova il suo sicuro fondamento sulla parola di Gesù Cristo, accolta come dogma dal Magistero della Chiesa. È di fede che ogni uomo «fin dal momento della sua morte riceve nella sua anima immortale la retribuzione eterna, in un giudizio particolare che mette la sua vita in rapporto a Cristo, per cui o passerà attraverso una purificazione, o entrerà immediatamente nella beatitudine del cielo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1021-1022). A queste due possibilità, il Purgatorio o il Paradiso, se ne aggiunge una terza: l’Inferno.
La morte è il sigillo, ma è qui sulla terra che ci giochiamo il nostro destino. Infatti, la sentenza uscirà dalla bocca di Dio, ma l’avremo confezionata noi con la nostra vita, le nostre opere, la nostra fede.
Va all’Inferno chi rifiuta l’Amore, chi muore in peccato mortale, praticamente, è una libera scelta: «Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo. Ma non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di lui, contro il nostro prossimo o contro noi stessi: “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna” [1Gv 3,15]. Nostro Signore ci avverte che saremo separati da lui se non soccorriamo nei loro gravi bisogni i poveri e i piccoli che sono suoi fratelli. Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1033).
L’Inferno è riservato per chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi: «Gesù parla ripetutamente della “Geenna”, del “fuoco inestinguibile”, [Cf. Mt 5,22,29; Mt 13,42.50; Mc 9,43-48] che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo [Cf. Mt 10,28 ]. Gesù annunzia con parole severe che egli “manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente” [Mt 13,41-42], e che pronunzierà la condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!” [Mt 25,41]» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1034 ).
Inferno significa essere separati per sempre da Dio: «La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, “il fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1035).
A questa pena, la pena del danno, si aggiunge la pena del senso che affligge il peccatore principalmente nei sensi tramite cui ha offeso Dio, ma anche piu’ generalmente in tutti i cinque sensi.
Parlare, istruire, catechizzare su questa triste e spaventosa realtà e possibilità, non è terrorismo, ma un “appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del prorpio destino eterno” (Catechismo della Chiesa Cattolica 1036).
 
La rete di Dio - Gregorio di Narek, Liber orat. 77, 10: Come la Roccia immortale, vivente (cf. 1Pt 2,4),
essa è per la rovina e per il risollevamento (cf. Lc 2,34);
come il Giudice di tutte le anime,
essa si presenta con autorità ammirabile
per maledire e per benedire (cf. Mt 25,34.41);
come il Veggente di cose invisibili,
essa denuncia l’uno e cura l’altro;
essa chiama a sé col loro nome
come il Signore che comanda agli esseri (cf. Sal 147,4).
Come la montagna eterna,
essa è invulnerabile ai colpi degli avversari (cf. Sal 125,1);
essa prende gli uomini spirituali
come una rete inventata dal Grande (cf. Mt 13,47); innocente e infallibile, essa corre sulle tracce del Cristo (cf. Ef 5,24-27)
con una sublime ricchezza, senza confusione,
con ardimento essa tiene alta la testa,
sull’esempio del Lodato.
 
Testimoni di Cristo - San Pietro Crisologo - È nella natura umana che Dio ha scelto di farsi presente: Il Dio di Gesù Cristo non è un “mago” che risolve i problemi con una formula magica, ma è il principio della vita che entra nella storia e si fa compagno di strada, aiutandoci ad attraversare i nostri deserti. Ecco perché la natura umana è così preziosa: è lo strumento che Dio stesso sceglie per salvarci. A ricordarci l’importanza della scelta di Dio di dimorare in mezzo a noi oggi è san Pietro Crisologo, vescovo e dottore della Chiesa, che nei suoi scritti (sono giunti fino a oggi attraverso i secoli 180 suoi sermoni) ci ha lasciato una profonda riflessione sull’origine nobile della nostra stessa natura. Nato a Imola alla fine del IV secolo, fu consacrato vescovo di Ravenna – allora capitale dell’Impero romano d’Occidente – da papa Sisto III nel 433. Tra le questioni teologiche che furono al centro della sua opera ci fu anche quella riguardante le due nature di Cristo. Di fronte alle divisioni provocate da questo dibattito egli chiese di ascoltare il successore di Pietro, divenendo così una voce autorevole di unità per tutta la Chiesa. Nelle sue opere, inoltre, Crisologo (letteralmente “dalle parole d’oro”) spiega in maniera efficace il mistero dell’Incarnazione, le eresie di Ario e di Eutiche, il Credo apostolico. Tra le sue omelie anche una serie dedicate alla Vergine e a san Giovanni Battista. Morì nel 450 e nel 1729 è stato proclamato dottore della Chiesa, (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai fatto del santo vescovo Pietro Crisologo
un insigne predicatore del tuo Verbo fatto uomo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di meditare sempre nel cuore
e di esprimere fedelmente con le opere
i misteri della tua salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 29 Luglio 2025
 
Santa Marta, Maria e Lazzaro
 
1 Gv 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 11,19-27 oppure Lc 10,38-42
 
Dio è amore - Lumen Gentium 42: «Dio è amore e chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.
Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La prima lettera di san Giovanni è costituita da tre grandi sezioni: camminare nella luce (1,5-2,29), vivere da figli di Dio (3,1-4,6) e alle fonti della carità e della fede (4,7-5,4). Il brano odierno, in cui troviamo l’esaltante affermazione «Dio è amore», ci introduce alle sorgenti della carità: Dio ha l’iniziativa della carità e la manifesta inviando e donando il suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
 
Vangelo
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose.
 
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite conosciamo Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e la si ritrova durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta si presenta in veste di donna tuttofare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42
 
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 40 [Marta] Era molto affaccendata per il servizio, letteral.: «era affaccendata per il molto servizio», cioè: per il molto lavoro che richiedeva il servizio. L’intenso lavoro era dovuto in parte alla premura di Marta che, come donna e padrona di casa, voleva offrire una generosa accoglienza all’illustre ospite preparandogli una refezione non usuale ed in parte anche al numero degli invitati, perché Gesù, anche se il testo non dice nulla, doveva avere con sé i discepoli. Signore, non ti dai pensiero che mia sorella...? Il termine «Signore» è caro a Luca (cf. vers. precedente e seguente), come si è già rilevato. «Non ti dai pensiero che...»; la stessa espressione uscì dalla bocca dei discepoli durante la tempesta sul lago (cf. Mc., 4, 38). Queste parole dovettero essere pronunziate con un accento alquanto risentito, perché Marta, non riusciva a spiegarsi come Gesù e Maria, che pur sapevano quanto lavoro ella doveva sbrigare in quella circostanza, potessero rimanere tranquilli a conversare. Marta non rivolge la parola alla sorella, ma al Maestro; ciò si spiega dal fatto che Gesù, secondo Marta, è in certo modo responsabile della situazione e che egli inoltre può autorevolmente dire a Maria di sospendere la conversazione per accorrere ad aiutare l’affaccendata sorella. Mi lascia sola a servire; altri codici hanno: «mi abbia lasciato sola ...». Mi aiuti; il verbo greco è molto più espressivo poiché significa: da parte sua prenda il suo lavoro. In due versetti (verss. 39-40) Luca ci tratteggia con mano maestra due figure caratteristiche che conferiscono alla scena una particolare suggestività.
41 Marta, Marta, tu ti affanni ed agiti per molte cose; la ripetizione del nome richiama l’attenzione su ciò che verrà asserito in seguito. Ti agiti per molte cose (Volgata: et turbaris erga plurima); non è una semplice constatazione, ma in pari tempo un rimprovero ammonitore (molte cose = troppe cose; Volg.: plurima). Marta non sa vedere oltre le sue occupazioni e preoccupazioni, per questo Gesù la richiama ammonendola delicatamente che si è data troppo da fare per cose che lei stessa ha volute.
42 Invece ve ne è bisogno di poche, anzi di una sola; questa ci sembra la lettura da preferirsi, perché più rispondente al contesto ed alla circostanza in cui tali parole furono pronunziate; altri codici leggono: «invece ve ne è bisogno di poche», oppure: «invece ve ne è bisogno di una soltanto». Il Salvatore distoglie Marta dal mondo delle sue faccende per richiamarla a qualcosa di superiore che è l’unico necessario; per questa donna solerte e preoccupata di onorare i suoi ospiti era sufficiente che, in quella circostanza, preparasse le poche cose convenienti per una refezione comune e decorosa, poiché quello che maggiormente importa è l’unico necessario. Questo modo di parlare ha una movenza di stile giovanneo; il quarto evangelista infatti ama passare da un’osservazione comune ed umana ad una prospettiva elevata e divina. Gesù, approfitta di questa occasione che gli si è offerta per invitare la donna tutta indaffarata nelle faccende di casa a riflettere ed a capire che vi è una sola cosa necessaria, cioè: il pensiero della salvezza (cf. Lc., 12, 29-31; Mt., 6, 33). Maria si è scelta la parte buona; altri traducono: «… la parte migliore» (Volgata: optimam partem elegit) attenendosi più al senso voluto dal contesto che alla forma dell’aggettivo greco (...τῆνἀγαθὴν μερίδα). Maria, che si interessava di ascoltare attentamente le parole del Maestro, ha scelto la porzione buona, cioè un’occupazione migliore di quella a cui attendeva la sorella. Che non le sarà tolta, cioè: Maria non sarà distolta dall’ascoltare la parola di Gesù; questa donna continuerà a rimanere accanto al Maestro, mentre la sorella continuerà a preparare il pasto per gli ospiti che sono nella sua casa. L’importanza di questo episodio, che appare come un delicato idillio familiare, risulta dalla dottrina dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola di Gesù. Probabilmente esso è stato narrato subito dopo la parabola del buon samaritano, che illustra il precetto dell’amore del prossimo (precetto intimamente legato a quello dell’amore di Dio), perché lo completa con la prospettiva dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola del Signore (cf. vers. 39).
 
Per approfondire
 
Dio è amore - W. Gunther / H.-G. Link (Amore in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): In Giovanni l’essere e l’agire di Dio vengono definiti con particolare energia dal concetto di agape. Lo si nota già dal fatto che in Giovanni agape viene usato in senso assoluto, cioè come sostantivo senza genitivo, molto più spesso che in Paolo; lo stesso vale per il verbo, usato spesso senza complemento oggetto. In Giovanni anche concetti paralleli come dikaiosyne (giustizia), cháris (grazia), éleos (misericordia) ecc. finiscono nettamente in secondo piano rispetto ad agape. È così che Giovanni può parlare dell’amore preesistente, allo stesso modo che in Gv 1,1ss aveva parlato della preesistenza del logos (parola Cf. Gv 3,35; 10,17; 15,9; 17,23ss).
Dio è amore (1Gv 4,8) e l’amore era la sua intenzione fin da principio. Per questo l’amore del Padre per il Figlio è il modello originario di ogni amore.
Questo fatto diviene manifesto nella missione e nella dedizione del Figlio (1Gv 3,1.16).
“Vedere” e “conoscere” tale amore è la salvezza per l’uomo. In fondo, il volere di Dio nei riguardi del mondo è l’amore che ha misericordia e che perdona, l’amore che resiste a qualsiasi opposizione del cosmo ostile.
Nell’agape si manifesta nello stesso tempo la doxa theoú (la gloria di Dio; Gv 1,14). La vittoria dell’amore, a sua volta, si manifesta nel doxasthênai di Gesù, cioè nella sua glorificazione, nella sua morte che per Giovanni include anche il suo ritorno al Padre (Gv 12,16.23ss. ecc.).
Il credente viene coinvolto in questa vittoria. Egli ottiene così la zoê (la vita; 1Gv 4,9; Gv 3,36; 11,25ss).
Mentre per Paolo il volgersi dell’uomo a Dio è definito principalmente dal concetto di pistis, in Giovanni abbiamo invece agape. Il rapporto tra Padre e Figlio è agape (Gv 14,31) e i credenti vengono accolti all’interno di questa relazione di amore (Gv 14,21ss; 17,26; 15,9s). Il costante avvicendarsi in Giovanni del soggetto e dell’oggetto dell’amore sta a dimostrare che Padre, Figlio e il credente sono unificati nell’unica realtà dell’amore divino. L’alternativa è una sola, la morte (1Gv 3,14ss.; 4,7s.). L’espressione tipicamente giovannea ménein en (rimanere in) può riferirsi tanto a Gesù quanto all’amore (Gv 15,4ss.; 1Gv 4,12ss.).
In Giovanni ancor più nettamente che in Paolo l’amore vicendevole si fonda nell’amore di Dio (Gv 13,34; 1Gv 4,21). L’amore assurge a segno e prova della fede (1Gv 3,10; 4,7ss.). L’amore per il fratello scaturisce dall’amore divino. Senza l’amore fraterno non si dà relazione con Dio.
Anche Giovanni risale al comandamento dell’amore (Gv 13,34; 15,12.17; 2Gv 5).
L’osservanza dei comandamenti si compendia nell’agapân, nell’amare (Gv 14,23s.).
Infine l’amore ha trovato, già nel cristianesimo primitivo, un’espressione concreta in azioni liturgiche. Nella comunità era usuale il bacio fraterno (Rm 16,16 ecc.), chiamato in 1Pt 5,14 «bacio dell’agape». Ben poco sappiamo tuttavia sui dettagli di questo rito.
Il nome di un’altra azione liturgica protocristiana è agape che noi conosciamo soltanto per accenni.
Come dimostra 1Cor 11, la celebrazione vera e propria della cena era unita a un pasto in piena regola. In seguito il «banchetto d’amore» (agape) venne separato dalla cena eucaristica e mantenuto come celebrazione autonoma (Cf. Gd 12; forse 2Pt 2,13). Mentre nel servizio della Parola e nella cena eucaristica era in primo piano il consolidamento della fede, sembra che in questa celebrazione l’aspetto centrale fosse dato dal pasto comune in quanto segno di una particolare comunione nell’agape. Anche la vasta attività di beneficenza sociale che animava le comunità era connessa con questa celebrazione (Cf. At 6,1ss.).
L’abitudine di chiamarsi fratello o sorella nell’ambito della comunità sta a dimostrare che questa nuova comunanza, fondata sull’agape, veniva intesa come famiglia di Dio.
 
Si comprende bene cosa abbia scelto - Maria alle faccende di casa ha preferito la preghiera, l’intimità con il Cristo, l’ascolto della Parola: l’unica cosa di cui c’è bisogno (Lc 10,42). Senza voler enfatizzare la scelta di Maria, possiamo però ammettere che Marta nello scegliere le pentole commise un grossolano errore: quello di non comprendere il valore prezioso dell’ascolto orante e della preghiera; quello di non comprendere che la preghiera è il vero, insostituibile motore che muove tutto; quello di non capire chi le stava dinanzi e con chi stava parlando. Marta, più che le mani e i piedi, avrebbe dovuto far muovere il cuore e da esso far sgorgare un’ardente preghiera. L’errore di Marta è l’errore di molti uomini e non solo contemporanei. Un mondo disposto ad ammirare unicamente l’uomo faber immerso in una vita attiva, fatta esclusivamente di opere concrete, ha trasformato il cristianesimo in una religione quasi solo al femminile: per cui, la preghiera è il rifugio di chi non sa o non vuole impegnarsi nel mondo; dell’inetto che non sa comprendere le grandi cause sociali e politiche e lottare per esse; o di chi non sa comprendere che il primo impegno è la promozione umana. Oggi «si fa un gran parlare di impegno nel mondo, di impegno nel sociale, di ‘promozione umana’. E sta bene... Ma dobbiamo oggi asserire che più necessario di tutto, di ogni altro impegno, è amare Dio, quindi onorarlo, servirlo e poi farlo amare, farlo onorare, farlo servire... Attenzione dunque ad un cristianesimo fatto tutto e solo orizzontale! Attenzione all’attivismo che tarpa le ali ai voli dello spirito, alla preghiera, alla contemplazione! Il rimprovero di Gesù a Marta è per tutti questi travisamenti della vocazione cristiana. Può essere per noi...» (Andrea Gemma, vescovo). Solo la preghiera, e una vita nascosta in Dio, può rendere accettabile e imitativa l’affermazione di Paolo: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1,24). Solo la preghiera può trasformare il dolore in letizia e la sofferenza in gioia. Solo la preghiera può svelare «il mistero nascosto da secoli» e renderlo intelligibile e comprensibile al cuore dell’uomo. Solo la preghiera può dare forza al servo della Parola nelle fatiche apostoliche. Solo la preghiera fa sì che la carità «come buon seme, cresca e fruttifichi» (LG 46). Solo la preghiera può svelare all’uomo il volto radioso del Risorto e solo la preghiera permette di ritrovarlo luminoso nei poveri, negli ultimi, negli indigenti.
 
Dio non ci vuole preoccupati: «Dio nostro Padre non voleva che noi vivessimo preoccupati e in ansia per le cose della vita; questo avvenne ad Adamo, ma in un secondo tempo. Gustò il frutto dell’albero e s’accorse d’essere nudo e si fece un cinto. Ma prima di mangiare il frutto “erano tutti e due nudi e non si vergognavano” [Gen 3,7]. Così ci voleva Dio, senza turbamenti di sorta. E questo è il segno di un animo che è lontano da ogni affetto libidinoso; e chi è in questa disposizione, non ha in mente altre opere che quelle degli angeli. Così non penseremmo che a celebrare eternamente il Creatore, sarebbe nostra letizia la sua contemplazione e lasceremmo a lui ogni preoccupazione, come scrisse David: “Lascia al Signore la cura di te stesso, ed egli ti nutrirà” [Sal 54,23]. E Gesù insegna agli apostoli: “Non vi preoccupate della vostra vita, di quello che mangerete, né del come vestirete il vostro corpo” [Mt 6,25]. E ancora: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto vi sarà dato in sovrappiù” [Mt 6,33]. E a Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi di troppe cose; ma una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la migliore, e non le sarà tolta” [Lc 10,14-15]; cioè, si metterà ai piedi del Signore e ascolterà la sua Parola» (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2,11).
 
Testimoni di Cristo - Santa Marta, Maria e Lazzaro - Amici di Gesù: La fede è attivismo, ma è anche contemplazione e guarigione, perché il Vangelo è un’esperienza “totalizzante” che investe e trasforma tutti gli ambiti della nostra esistenza e non rinnega alcunché dell’esistenza umana nella sua varietà e nella sua imperfezione. È questo il messaggio che oggi la liturgia ci affida attraverso la memoria dei tre santi fratelli di Betania: Marta, Maria e Lazzaro. Marta viene presentata come una donna sempre indaffarata, pronta a prendere l’iniziativa, tutta all’opposto di sua sorella Maria, che rimane incantata davanti alle parole di Gesù, ospite nella loro casa a Betania. La figura di Marta è icona ancora attuale del nostro modo di essere cristiani, convinti come siamo che i nostri piani, le nostre azioni, il nostro impegno cambierà il mondo. Ma Gesù, parlando proprio a Marta, riporta alla giusta misura il valore di quell’impegno: solo se Dio è al centro il nostro agire ha un senso e avrà davvero successo. Maria, invece, ci parla di una fede contemplante, di una spiritualità che si alimenta della sola presenza di Gesù: è il simbolo anche della capacità di coglierlo nei segni concreti che ci circondano, come i Sacramenti, ma anche nei poveri e nei bisognosi. La vicenda di Lazzaro appartiene all’immaginario comune e parla di un prodigio che rende manifesta la forza del Vangelo, in grado di donare una nuova vita a tutti gli “amici” di Gesù, a tutti coloro che si lasciano avvicinare da lui. I tre fratelli appaiono nel capitolo 10 di Luca e nei capitoli 11 e 12 di Giovanni. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio ha accettato l’ospitalità nella casa di santa Marta:
per sua intercessione concedi a noi
di servire fedelmente Cristo nei fratelli,
per essere accolti da te nella dimora del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.