20 Febbraio 2026
 
Venerdì dopo le Ceneri
 
           Is 58,1-9a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 9,14-15
 
Cercate il bene e non il male, se volete vivere, e il Signore sarà con voi.  (Cf. Am 5,14 - Acclamazione al Vangelo)
 
Luomo ha scelto, fin dall’origine, il male - Jules De VaulxSedotto dal maligno, l’uomo ha fin dall’origine scelto il male. Ha cercato il suo bene in creature: «buone da mangiare e seducenti da vedere» (Gen 3, 6), ma fuori della volontà di Dio, il che costituisce l’essenza stessa del peccato. Non vi ha trovato che i frutti amari della sofferenza e della morte (Gen 3, 16-19). A causa del suo peccato il male si è dunque introdotto nel mondo, poi vi ha proliferato. I figli di Adamo sono diventati talmente cattivi che Dio si pente di averli fatti (Gen 6, 5 ss): nessuno che faccia il bene quaggiù (Sal 14, 1 ss; Rom 3, 10 ss). Questa è l’esperienza dell'uomo: si sente frustrato nei suoi desideri insaziabili (Eccle 5, 9 ss; 6, 7), impedito di godere pienamente dei beni della terra (Eccle 5, 14; 11, 2-6), incapace persino di «fare il bene senza mai peccare» (Eccle 7, 20), perché il male esce dal suo stesso cuore (Gen 6, 5; Sal 28, 3; Ger 7, 24; Mt 15, 19 s). È colpito nella sua libertà (Rom 7, 19), schiavo del peccato (6, 17): la sua ragione stessa è compromessa: viziando l’ordine delle cose, egli chiama male il bene e bene il male (Is 5, 20; Rom 1, 21-25). Infine, apatico e deluso, si accorge che «tutto è vanità» (Eccle 1, 2); esperimenta duramente che «il mondo intero è in potere del maligno» (1 Gv 5, 19; cfr. Gv 7, 7). Di fatto il male non è una semplice assenza di bene, ma una forza positiva che asservisce l’uomo e corrompe l’universo (Gen 3, 17 s). Dio non l’ha creato, ma ora che è apparso, esso gli si oppone. Incomincia una guerra incessante, che durerà quanto la storia: per salvare l’uomo, il Dio onnipotente dovrà trionfare del male e del maligno (Ez 38 - 39; Apoc 12, 7-17).
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaÈ forse questo il digiuno che bramo? - Il brano si presenta come una apologia di Dio, messo sotto accusa dalle parole del popolo come se fosse lontano (v. 3a). Il comportamento del popolo appare a prima vista esemplare sotto l’aspetto religioso: ricerca di Dio, desiderio di conoscerne la volontà, fedeltà nel compimento dei precetti (v. 2). La mancata protezione divina sarebbe dunque da attribuire ad una infedeltà di Jahvè (cf Ger 4,10.18). Il profeta ritorce l’accusa sul popolo. Sulla scia dei suoi grandi predecessori (1,10-23; Am 5,25s; Ger 7,21ss), dà atto al popolo di una religiosità inappuntabile ma troppo esterna. Dio cerca l’uomo nella sua realtà più profonda. L’interiorità proclamata dai profeti richiede soprattutto una corrispondenza tra convinzione e comportamento (Ez 36,27). Il profeta non vuole che sia eliminato il digiuno penitenziale: precisa soltanto il suo vero contenuto ed eleva alla dignità di atto religioso quelle che saremmo tentati di vedere unicamente come virtù sociali (vv. 3b-7) (Messale dell’Assemblea Cristiana)
 
Vangelo
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno.
 
Il digiuno, oltre ad essere una pratica ascetica, era praticato in segno di lutto (1Sam 31,13; 1Cr 10,12), oppure per impetrare l’aiuto di Dio nella lotta contro spietati nemici (2Cr 20,3). I discepoli di Giovanni, come i farisei, praticavano digiuni supplementari per affrettare con la pietà la venuta del Regno. Ora il Regno è già venuto (Lc 17,21), e quindi sarebbe inopportuno da parte dei discepoli praticarlo nel tempo in cui lo Sposo è con loro. Sarà opportuno invece praticarlo quando lo sposo sarà loro tolto: cioè quando Gesù non sarà più con i suoi discepoli, perché asceso al Padre.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,14-15
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 14 Il fatto non segue necessariamente la chiamata di Matteo-Levi; tuttavia è posto in relazione con essa a motivo dell’affinità degli argomenti (partecipare al convito; digiunare). I discepoli di Giovanni non sono i protagonisti dell’azione, bensì i Farisei; questi infatti amano sfruttare ogni occasione per attaccare la dottrina e la condotta di Gesù. I discepoli di Giovanni si associano al gruppo dei Farisei attaccanti. Il digiuno aveva un posto preminente nella pietà farisaica; i Farisei al digiuno prescritto dalla Legge aggiungevano dei digiuni supererogatori (cf. Lc., 18, 12). Inoltre i discepoli di Giovanni ed i Farisei compivano molti digiuni per affrettare con la loro pietà la venuta del regno.
15 Conosciamo già l’atteggiamento che assumevano i Farisei quando digiunavano (cf. Mt., 6, 16). Gesù rileva che i suoi discepoli non possono essere tristi mentre egli si trova in mezzo a loro. La risposta di Cristo è espressa con un’immagine, quella dello sposo; i compagni dello sposo (letteralmente: i figli della camera nuziale) indicano in senso proprio o letterale gli amici dello sposo che preparavano le nozze e vi partecipavano; in senso traslato designano i discepoli del Maestro. Verrà il giorno in cui sarà ad essi tolto lo sposo; il Precursore aveva indicato Gesù come lo sposo (cf. Gio., 3, 29); Cristo stesso ora applica a sé questa designazione (cf. Mt., 22, 2-14). Il versetto contiene il primo accenno alla passione; esso quindi ha carattere profetico.
 
Per approfondire
 
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora digiuneranno - Raymond Girad: Il digiuno consiste nel privarsi di qualsiasi cibo e bevanda, eventualmente dei rapporti sessuali, per uno o più giorni, da un tramonto del sole all’altro. Gli occidentali, oggigiorno, anche cristiani, in pratica non lo apprezzano. Se pure apprezzano la moderazione nel bere e nel mangiare, il digiuno appare loro pericoloso per la salute, e non ne vedono l’utilità spirituale. Questo atteggiamento è l’opposto di quello che gli storici delle religioni incontrano un po’ dovunque; per motivi di ascetismo, di purificazione, di lutto, di supplica, il digiuno occupa un posto importante nei riti religiosi. Nell’Islamismo, ad esempio, è il mezzo per eccellenza per riconoscere la trascendenza divina. La Bibbia, che qui sta alla base dell’atteggiamento della Chiesa, su questo punto va d’accordo con tutte le altre correnti religiose. Ma precisa il significato del digiuno e ne regola la pratica; con la preghiera e l’elemosina, essa ne fa uno degli atti essenziali che esprimono dinanzi a Dio l’umiltà, la speranza e l’amore dell’uomo.
1. Senso del digiuno. - Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, l’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo. Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16, 31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16, 29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20, 26; 2 Sam 12, 16 s; Giona 3, 7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8, 3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali. Ci si rivolge al Signore (Dan 9, 3; Esd 8, 21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20, 26; Est 4, 16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1 Re 21, 27), sollecitare una guarigione (2 Sam 12, 16. 22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1 Sam 31, 13; 2 Sam 1, 2), dopo una vedovanza (Giudit 8, 5; Lc 2, 27) o in seguito a una sventura nazionale (1 Sam 7, 6; 2 Sam 1, 12; Bar 1, 5; Zac 8, 19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gioe 2, 12-17; Giudit 4, 9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10, 12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13, 2 s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34, 28; Dan 9, 3). Le occasioni ed i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere l’azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34, 28) e da Elia (1 Re 19, 8). Quanto ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4, 1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4, 14).
2. Pratica del digiuno. - La liturgia giudaica conosceva un «grande digiuno» nel giorno dell’espiazione (cfr. Atti 27, 9); la sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio (Lev 23, 29). Cerano pure altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali. Inoltre i Giudei pii digiunavano per devozione personale (Lc 2, 37); così i discepoli di Giovanni Battista ed i Farisei (Mc 2, 18), taluni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18, 12). Con ciò si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti. Se Gesù non prescrive nulla del genere ai suoi discepoli (Mc 2, 18), non è perché disprezzi questa giustizia oppure voglia abolirla; ma viene a compierla; e perciò vieta di ostentarla ed invita, su taluni punti, a superarla (Mt 5, 17. 20; 6, 1). Gesù insiste maggiormente sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19, 21), sulla continenza volontaria (Mt 19, 12) e soprattutto sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mt 10, 38-39). Di fatto la pratica del digiuno non è esente da taluni pericoli: pericolo di formalismo, già denunciato dai profeti (Am 5, 21; Ger 14, 12); pericolo di orgoglio e di ostentazione, se si digiuna «per essere visti dagli uomini» (Mt 6, 16). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all’amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58, 2-11); esso non è separabile né dall’elemosina, né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore di Dio (Zac 7, 5). Gesù quindi invita a farlo con una perfetta discrezione: noto a Dio solo, questo digiuno sarà la pura espressione della speranza in lui, un digiuno umile che aprirà il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede ed agisce nel segreto (Mt 6, 17 s). In materia di digiuno la Chiesa apostolica conservò le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (Atti 13, 2 ss; 14, 23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontenta di soffrire la fame e la sete quando lo esigono le circostanze; vi aggiunge ripetuti digiuni (2 Cor 6, 5; 11, 27). La Chiesa è rimasta fedele a questa tradizione, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all’attesa di Israele, il tempo che consegue alla sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto. Difendendo, contro i farisei, i suoi discepoli che non digiunavano, Gesù stesso ha detto: «Possono forse digiunare gli amici dello sposo, finché lo sposo è con essi? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora in quei giorni digiuneranno» (Mc 2, 19 s par.). In attesa che lo sposo ritorni a noi, il digiuno penitenziale ha il suo posto nelle pratiche della Chiesa.
 
Digiuno - Catechismo della Chiesa Cattolica: Digiuno come forma di penitenza  434: La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a se stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri. Accanto alla purificazione radicale operata dal Battesimo o dal martirio, essi indicano, come mezzo per ottenere il perdono dei peccati, gli sforzi compiuti per riconciliarsi con il prossimo, le lacrime di penitenza, la preoccupazione per la salvezza del prossimo, l’intercessione dei santi e la pratica della carità che «copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8).  
1438 I tempi e i giorni di penitenza nel corso dell’anno liturgico (il tempo della Quaresima, ogni venerdì in memoria della morte del Signore) sono momenti forti della pratica penitenziale della Chiesa. Questi tempi sono particolarmente adatti per gli esercizi spirituali, le liturgie penitenziali, i pellegrinaggi in segno di penitenza, le privazioni volontarie come il digiuno e l’elemosina, la condivisione fraterna (opere caritative e missionarie).  
2043 Il quarto precetto («In giorni stabiliti dalla Chiesa astieniti dal mangiare carne e osserva il digiuno») assicura i tempi di ascesi e di penitenza, che ci preparano alle feste liturgiche e a farci acquisire il dominio sui nostri istinti e la libertà di cuore.  
Il quinto precetto («Sovvieni alle necessità della Chiesa») enuncia che i fedeli sono tenuti a venire incontro alle necessità materiali della Chiesa, ciascuno secondo le proprie possibilità. 
 
Catechismo degli Adulti [695] D'altra parte si comprende come senza le dovute disposizioni la comunione sacramentale sarebbe inautentica. Già san Paolo esortava i cristiani: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso ... perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,28-29). Chi è consapevole di aver commesso peccato mortale, prima di accostarsi alla comunione eucaristica, deve pentirsi e tornare in grazia di Dio. Più precisamente deve recarsi dal sacerdote e ricevere l’assoluzione; non può limitarsi a fare il proposito di confessarsi al più presto, a meno che in una particolare situazione non sopravvengano motivi gravi. Desta preoccupazione la disinvoltura, con cui alcune persone, che non si confessano da lungo tempo, vanno a fare la comunione, soprattutto in occasione di feste solenni, di matrimoni e di funerali. Sono doverosi anche alcuni segni esteriori di rispetto: osservare la legge del digiuno eucaristico, che obbliga a non prendere cibi e bevande, eccetto l’acqua, durante l’ora che precede la comunione; rispondere: «Amen» alle parole del ministro; presentare le mani pulite per ricevere il pane eucaristico; essere attenti ad eventuali frammenti, in modo da metterli in bocca e non lasciarli cadere.
 
Significato del Digiuno - Crisostomo Giovanni, Omelie sul Genesi, 10: Non è male mangiare - non sia mai! -, ma la gola è dannosa: riempirsi più del bisogno, sino a che il ventre scoppi; ciò rovina lo stesso piacere del cibo. Così, non è male bere moderatamente del vino, ma lo è abbandonarsi all’ubriachezza e lasciare che la smoderatezza ci sconvolga il giudizio e la ragione. Se per la debolezza, o carissimo, non puoi osservare il digiuno per tutto il giorno, nessuno che sia intelligente potrà fartene un rimprovero. Il nostro Signore, poi, è mansueto e amorevole e non ci chiede nulla al di sopra delle nostre forze; non ci chiede l’astinenza dal cibo e il digiuno per se stessi, o semplicemente perché noi restiamo privi di mangiare, ma perché rinunciamo alle faccende della vita e dedichiamo tutto il nostro impegno alle realtà spirituali.
Se guidassimo la nostra vita con impegno di sobrietà e spendessimo tutte le nostre energie per le realtà spirituali e se prendessimo cibo solo quanto richiede la pura necessità e impegnassimo tutta la nostra vita nelle opere buone, non avremmo bisogno di aiutarci col digiuno. Ma poiché la natura umana è indolente e si abbandona facilmente alla distrazione e al godimento, per questo il nostro buon Signore, come un padre amoroso, ha pensato per noi alla medicina del digiuno, perché così il piacere ci fosse tolto e noi fossimo spinti a trasferire le nostre preoccupazioni dalle necessità della vita alle opere spirituali. Perciò, se vi è qui qualcuno che per debolezza fisica non può digiunare, non può privarsi del pasto, lo esorto a curare questa sua debolezza organica, ma per questo non si privi della dottrina spirituale, ma vi si dedichi con maggior impegno.
Davvero, davvero, molte sono le vie che ci possono aprire le porte nella fiducia nel Signore: molte più che il semplice digiuno! Perciò chi si ciba e non può digiunare, dia prova di sé con elemosine più abbondanti, con preghiere ferventi, con l’alacrità nell’ascolto della parola divina: a tutto ciò la debolezza del corpo non è di impedimento; e si riconcili con i nemici ed elimini dall’animo ogni sentimento di vendetta. Se farà così, osserverà il vero digiuno, quello che il Signore soprattutto ci richiede. Perché questo è lo scopo per cui egli ci comanda di astenerci dal cibo: frenare la petulanza della carne, rendendola docile all’adempimento della legge di Dio.
 
Testimoni di Cristo - Santa Giacinta Marto - Giacinta (ha appena 7 anni, perché è nata l’11 marzo 1910), mentre è al pascolo con il fratello Francesco e la cuginetta Lucia. È quest’ultima (morta il 13 febbraio 2005 sulla soglia dei 98 anni) a testimoniare che Giacinta fino a quel giorno è una bambina come tutte le altre: le piace giocare, come a tutti i bambini di quell’età; è un pò permalosa, fa il broncio per un nonnulla e non si rassegna tanto facilmente a perdere; le piace ballare e basta il suono di un piffero rudimentale per far fremere e roteare il suo piccolo corpo.
La Madonna irrompe nella sua vita e la cambia radicalmente: medita a lungo sull’eternità dell’inferno e «prende sul serio i sacrifici per la conversione dei peccatori», si priva anche della merenda per soccorrere i bambini di due famiglie bisognose, si innamora del Papa che vorrebbe tanto incontrare a tu per tu, la sorprendono spesso in preghiera fatta con uno slancio di amore sicuramente superiore alla sua età. Qualsiasi sofferenza offerta per la conversione dei peccatori è sempre accompagnato da un amore che si riscontra solo nei più grandi mistici.
Il 23 dicembre 1918, 14 mesi dopo l’ultima apparizione, lei e Francesco vengono colpiti dalla “spagnola”, ma mentre quest’ultimo si spegne in pochi mesi, per Giacinta il calvario è più tormentato perché sopraggiunge una pleurite purulenta, da lei sopportata e offerta «per la conversione dei peccatori e per riparare gli oltraggi che si fanno al cuore immacolato di Maria».
Un ultimo grande sacrificio le viene chiesto: staccarsi dai suoi e soprattutto dalla cugina Lucia, per un ricovero nell’ospedale di Lisbona. Dove si tenta di tutto, anche un intervento chirurgico senza anestesia per tentare di strapparla dalla morte, ma dove la Madonna viene serenamente a prenderla il 20 febbraio 1920, come aveva promesso. (Autore: Gianpiero Pettiti)
 
Accompagna con la tua benevolenza,
Padre misericordioso,
i primi passi del nostro cammino penitenziale,
perché all’osservanza esteriore
corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Orazione sul popolo ad libitum

Dio misericordioso,
il tuo popolo ti renda continuamente grazie
per le tue grandi opere,
e ripercorra nel suo pellegrinaggio le vie della penitenza,
per giungere alla contemplazione del tuo volto.
Per Cristo nostro Signore.
 

 19 Febbraio 2026
 
Giovedì dopo le Ceneri
 
Dt 30,15-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 1; Lc 9,22-25
 
“Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria! Convertitevi, dice il Signore, perché il regno dei cieli è vicino. Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!” (Acclamazione al Vangelo)
 
ConvertiteviJean  Giblet e Pierre Grelot - Gesù, quando esige la conversione, non fa allusione alcuna alle liturgie penitenziali. Diffida persino dei segni troppo appariscenti (Mt 6, 16 ss). Ciò che conta è la conversione del cuore che a diventare come bambini (Mt 18, 3 par.). È, in seguito, lo sforzo continuo per «cercare il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6, 33), cioè per regolare la propria vita secondo la nuova legge. L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15, 4 ss; cfr. 15, 8). La risposta umana a questa grazia è concretamente analizzata nella parabola del figliuol prodigo, che mette in sorprendente rilievo la misericordia del padre (Lc 15, 11-32). Infatti il vangelo del regno comporta questa rivelazione sconcertante: «c’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15, 7. 10). Anche Gesù riserva quindi ai peccatori un’accoglienza che scandalizza i farisei (Mt 9, 10-13 par.; Lc 15, 2), ma provoca conversioni; ed il vangelo di Luca si compiace nel riferire in modo particolareggiato taluni di questi ritorni, come quello della peccatrice (Lc 7, 36-50) e quello di Zaccheo (19, 5-9)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Ci troviamo di fronte alla conclusione dell’ultimo grande discorso attribuito a Mosè, dove in chiave parenetica il grande legislatore ebraico rivolge ai suoi connazionali un invito solenne e pressante a una scelta decisiva e totale per Jahvè. L’invito è rivolto in chiave metaforica con la figura delle due vie («via» secondo l’espressione ebraica ha spesso valore morale-simbolico di «situazione, orientamento» e simili), un tema molto caro al Deuteronomio che pone sempre a confronto due atteggiamenti: la fedeltà a la ribellione, la vita a la morte, la benedizione a la maledizione, invitando i fedeli a fare la loro scelta, una scelta responsabile tra il bene e il male. (Messale dell’Assemblea Cristiana)
 
Vangelo
Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà.
 
Chi vuole salvare la propria vita, la perderà... Gesù deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso per giungere alla risurrezione. Il discepolo di Cristo non può pensare di percorrere un cammino diverso. Anche lui, come il suo Maestro, deve portare ogni giorno la sua croce, continuando in sé il martirio e la passione del Signore: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 2,24).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,22-25
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 22  Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto; per la profezia della passione si veda il commento ai testi paralleli di Mt., 16, 21 e Mc., 8, 31; Luca si attiene al racconto di Marco; il vers. di Matteo è più particolareggiato di quello degli altri due Sinottici. Luca scrive «al terzo giorno», correggendo così l’espressione di Marco «dopo tre giorni» che sembra essere la primitiva e che dipende da Giona, 2, 1. Su questa predizione del destino doloroso riservato al Messia, l’evangelista ritornerà più volte in seguito (cf. Lc., 9, 44; 12, 50; 17, 25; 18, 31-33) per dar rilievo al significato che hanno la passione e morte di Gesù nell’economia divina; cf. Lc., 24, 7, 25-27. Dopo questa predizione i primi due Sinottici riferiscono il duro rimprovero che il Maestro indirizza a Pietro, il quale, nel suo zelo intemperante, desiderava allontanare da lui il penoso ed umiliante destino della passione (cf. Mt., 16, 22-23; Mc., 8, 32-33). Luca omette questo episodio, poiché egli, per il suo carattere dolce ed umano, tratta con rispetto i discepoli di Gesù passando sotto silenzio le parole severe rivolte ad essi.
23 Poi disse a tutti; la pericope, comune ai tre Sinottici (si veda il commento ai testi di Mt., 16, 24-27 e di Mc., 8, 34-38), è introdotta da Luca con una espressione con la quale dichiara che il suo contenuto interessa «tutti» (contrariamente a Matteo che scrive: «disse ai discepoli»; Marco invece abbina «la folla con i... discepoli»). Per l’evangelista non vi è dubbio che gli ammonimenti riferiti nel presente passo interessano indistintamente tutti. La sua formula, come quella di Marco, riflettono chiaramente la convinzione della primitiva comunità cristiana per la quale il seguire Gesù implicava per tutti, e non già per il ristretto numero dei discepoli, l’imitazione della vita del Maestro, anche nei suoi aspetti più dolorosi. Due sono i doveri di chi vuol seguire Gesù; rinunzi a se stesso, cioè: non pensi a sé, né ai suoi particolari interessi, bensì guardi a colui che intende seguire, e prenda... la sua croce (il verbo greco ἀγάτω può avere anche un senso più forte e realistico e, conseguentemente, va tradotto con: «si carichi della sua croce»). L’espressione è molto ardita anche per i discepoli; infatti la profezia della passione, riportata nel vers. precedente, non accennava alla crocifissione; la croce tuttavia era un’immagine nota ai discepoli, perché questo supplizio veniva inflitto dall’autorità romana soprattutto contro i sudditi ribelli. Luca inserisce nella frase l’espressione «ogni giorno»; tale determinazione accentua il senso spirituale dell’ammonimento ed in pari tempo illustra la portata di esso. La prontezza al sacrificio e l’intera dedizione della vita costituiscono un dovere abituale di ogni giorno, non già rappresentano un atteggiamento eccezionale per qualche circostanza particolarmente difficile. Mi segua; l’espressione riprende il concetto già indicato all’inizio della frase («chi vuol venire dietro a me»), perciò non designa una terza condizione per essere discepoli di Gesù.
 
Per approfondire
 
Deuteronomio - Bibbia Edu - I contenuti: In ebraico il titolo del libro, Debarìm (“Parole”), riprende il suo inizio: “Queste sono le parole”. Il nome “Deuteronomio” è la trascrizione di una parola greca che significa “Seconda legge”, in quanto il libro riprende con accenti nuovi e una impostazione generale diversa la legge dell’Esodo, aggiungendo anche nuovi materiali. Molto nuova è la forma letteraria. Il Deuteronomio si presenta come una grande omelia, costituita dai discorsi che Mosè rivolge al popolo d’Israele, accampato alle steppe di Moab, in attesa di intraprendere la conquista della terra di Canaan. Il materiale di cui è composto il Deuteronomio alterna sezioni in cui prevalgono aspetti esortativi ed omiletici, a sezioni in cui ci si occupa esclusivamente delle leggi che regolano la vita interna del popolo d’Israele. Se ne può tracciare lo schema seguente:
Primo discorso di Mosè (1,1-4,43)
Secondo discorso di Mosè. Il codice deuteronomico (4,44-26,19)
Benedizioni e Maledizioni.
Conclusione dell’Alleanza (27,1-28,68)
Terzo discorso di Mosè (28,69-30,20)
Ultime disposizioni e morte di Mosè (31,1-34,12).
Le caratteristiche - L’atmosfera che domina è quella del commiato o del testamento, che il grande condottiero affida al popolo nell’imminenza della conquista della terra, a cui egli non prenderà parte. Lo stile è quello dell’esortazione, che cerca più di persuadere che di comandare. Tema fondamentale e ricorrente in tutte le parti del libro è la legge, che Dio ha donato al popolo e da cui Israele non si deve mai allontanare, pena la perdita della terra e l’esilio. La legge è il frutto di una storia nella quale Dio ha manifestato la sua misericordia e la sua predilezione per Israele. Le pagine che rievocano gli eventi fondanti del popolo di Dio hanno, dunque, lo scopo di far cogliere l’intimo legame tra l’azione salvifica e l’obbedienza filiale, che ne scaturisce. La disposizione del libro richiama i trattati di alleanza in cui i due contraenti stipulano un patto costituito da una serie di precetti da osservare. All’osservanza delle leggi è connessa la benedizione di Dio per Israele, all’inadempienza la maledizione.
L’origine - Nel Deuteronomio sono riunite tradizioni molto antiche, ma la redazione finale va collocata dopo il ritorno dall’esilio babilonese, quando Israele si trova nella condizione di dover spiegare la catastrofe che si è abbattuta sull’intera nazione. La responsabilità di quella tragedia è imputata all’infedeltà del popolo, che più volte aveva violato il patto, liberamente sottoscritto con Dio. Il Deuteronomio diventa per questa generazione, che ritorna dall’esilio, il punto di riferimento per la ricostruzione d’Israele come popolo di Dio. Nel testo si intersecano materiali antichi con riletture più recenti. Vi si può vedere l’opera di una scuola, che ha rielaborato nell’epoca successiva all’esilio materiale più antico, inserendo in momenti cruciali le sue riflessioni teologiche. L’ottica con la quale tali letture sono proposte richiama quella dei profeti, e in particolare le parole del profeta Geremia. L’autore o redattore finale appartiene probabilmente ai secoli V-IV a.C.
 
La croce, segno del cristiano  - Jean Audusseau e Xavier Léon-Dufour: 1. La croce di Cristo. - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11, 8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli e quella del maestro. Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10, 33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23, 34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12, 26).
2. La vita crocifissa. - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3, 1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2, 19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6, 14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3, 18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano. - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6, 6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2, 1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1 Piet 2, 21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6, 6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6, 14).
 
L’Imitazione di Cristo (Libro II, Cap XII, 2): Ecco, tutto dipende dalla croce, tutto è definito con la morte. La sola strada che porti alla vita e alla vera pace interiore, è quella della santa croce e della mortificazione quotidiana. Va’ pure dove vuoi, cerca quel che ti piace, ma non troverai, di qua o di là, una strada più alta e più sicura della via della santa croce. Predisponi pure ed ordina ogni cosa, secondo il tuo piacimento e il tuo gusto; ma altro non troverai che dover sopportare qualcosa, o di buona o di cattiva voglia troverai cioè sempre la tua croce.
 
Testimoni di Cristo - San Mansueto di Milano - Così Dio realizza la volontà umana: Dio ed essere umano, pienamente l’uno e l’altro, senza annullare nulla delle due nature: è questo il mistero più “scandaloso” della storia di Gesù. Il suo messaggio ci ricorda che la divinità non annienta la volontà umana, anzi, la realizza fino in fondo. Era su questa delicata questione che si dibatteva nel VII secolo, al tempo in cui san Mansueto si ritrovò a guidare da vescovo la comunità cristiana di Milano. Il tema delle «due volontà» di Gesù aveva acceso un vivo dibattito teologico, che però avrebbe un importante risvolto pastorale e sociale, diventando una radice preziosa dell’agire della Chiesa nella storia. La figura di san Mansueto, 40° vescovo di Milano, è legata proprio alla disputa tra monotelismo e duotelismo: in Cristo, ci si chiedeva, la volontà era unica (quella divina) o coesistevano le due volontà divina e umana? Per Mansueto affermare la presenza di due volontà significava difendere il senso più profondo del Vangelo, che rendeva “nobile” la natura umana proprio nella sua creaturalità. Ecco perché per i cristiani prendersi cura delle sorelle e dei fratelli bisognosi significa contribuire all’opera di Dio. Mansueto apparteneva a una famiglia romana e venne chiamato a guidare la Chiesa ambrosiana dal 672 al 681; nel 680 partecipò al Concilio di Roma che dichiarò ortodossa la dottrina del duotelismo.  (Matteo Liut)
 
Ispira le nostre azioni, o Signore,
e accompagnale con il tuo aiuto,
perché ogni nostra attività
abbia sempre da te il suo inizio
e in te il suo compimento.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
Orazione sul popolo ad libitum
Dio onnipotente,
che al tuo popolo hai rivelato le vie della vita eterna,
fa’ che percorrendole giunga fino a te,
luce senza tramonto.
Per Cristo nostro Signore.
 

 18 Febbraio 2026
 Mercoledì delle Ceneri
 
Gl 2,12-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18
 
Basilio Caballero: L’imposizione delle ceneri - rito antico ma non antiquato - racchiude un messaggio trascendente. Non è solamente un simbolo della nostra caducità, e ancor meno un gesto morboso e masochista. È anche e soprattutto un segno di rinnovamento e di vita che comincia. Con questo rito iniziamo il cammino verso la Pasqua. Annullando nella cenere della conversione l’uomo vecchio e peccatore accampato in noi, nascerà l’uomo nuovo con Cristo risorto.
 
“Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria! Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!” (Acclamazione al Vangelo)
 
Ascoltate la voce del Signore - Augustin GeorgeLa rivelazione biblica è essenzialmente parola di Dio all’uomo.
Ecco perché, mentre nei misteri greci e nella gnosi orientale la relazione dell’uomo con Dio si fonda soprattutto sulla visione, secondo la Bibbia «la fede nasce dall’ascolto» (Rom 10, 17).
1. L’uomo deve ascoltare Dio. a) Ascoltate, grida il profeta con l’autorità di Dio (Am 3, 1; Ger 7, 2). Ascoltate, ripete il sapiente in nome dell’esperienza e della conoscenza della legge (Prov 1, 8). Ascolta, Israele, ripete ogni giorno il pio israelita per compenetrarsi della volontà del suo Dio (Deut 6, 4; Mc 12, 29). Ascoltate, riprende a sua volta Gesù stesso, parola di Dio (Mc 4, 3. 9 par.). Ora, secondo il senso ebraico della parola verità, ascoltare, accogliere la parola di Dio, non significa soltanto prestarle attento orecchio, significa aprirle il proprio cuore (Atti 16, 14), metterla in pratica (Mt 7, 24 ss), obbedire. Questa è l’obbedienza della *fede richiesta dalla predicazione ascoltata (Rom 1, 5; 10, 14 ss).
b) Ma l’uomo non vuole ascoltare (Deut 18, 16. 19), ed è questo il suo dramma. È sordo agli appelli di Dio; il suo orecchio ed il suo cuore sono incirconcisi (Ger 6, 10; 9, 25; Atti 7, 51). Ecco il peccato dei Giudei denunziato da Gesù: «Voi non potete ascoltare la mia parola... Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; se voi non ascoltate, è perché non siete da Dio» (Gv 8, 43. 47). Di fatto Dio solo può aprire l’orecchio del suo discepolo (Is 50, 5; cfr. 1 Sam 9, 15; Giob 36, 10), «forarglielo» perché obbedisca (Sal 40, 7 s). Quindi, nei tempi messianici, i sordi sentiranno, ed i miracoli di Gesù significano che infine il popolo sordo comprenderà la parola di Dio e gli obbedirà (Is 29, 18; 35, 5; 42, 18 ss; 43, 8; Mt 11, 5). È quel che proclama ai discepoli la voce dal cielo: «Questo è il mio Figlio diletto, ascoltatelo» (Mt 17, 5 par.). *Maria, abituata a conservare fedelmente le parole di Dio nel proprio cuore (Lc 2, 19. 51), è stata proclamata beata dal figlio Gesù, quando ha rivelato il senso profondo della sua maternità: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc 11, 28).
2. Dio ascolta l’uomo. - Nella sua preghiera l’uomo domanda a Dio di ascoltarlo, cioè di esaudirlo. Dio non ascolta né gli ingiusti, né i peccatori (Is 1, 15; Mt 3, 4; Gv 9, 31); ma ascolta il povero, la vedova e l’orfano, gli umili, i prigionieri (Es 22, 22-26; Sal 10, 17; 102, 21; Giac 5, 4). Ascolta i giusti, coloro che sono pii e fanno la sua volontà (Sal 34, 16. 18; Gv 9, 31; 1 Piet 3, 12), coloro che domandano secondo la sua volontà (1 Gv 5, 14 s). E lo fa perché ascolta «sempre» il suo Figlio Gesù (Gv 11, 41 s), attraverso il quale passa per sempre la preghiera del cristiano.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La prima lettura è un invito alla penitenza. Un invito fatto tramite una serie di imperativi: ritornate … proclamate ... convocate. Un invito che vuole andare in profondità: bisogna ritornare al Signore non con un semplice atto di culto, ma lacerando il cuore per spurgarlo dal peccato, pus velenoso che appesta la vita dell’uomo: in altre parole mettere in moto un serio cammino di conversione rinunciando decisamente al peccato.
 
II Lettura: È Dio stesso che esorta attraverso la predicazione degli Apostoli. Fedeli al Vangelo, gli Apostoli annunciano la riconciliazione operata da Cristo. Non bisogna far cadere nel vuoto la predicazione degli Apostoli perché è scoccata l’ora della salvezza, infatti, ora, questo momento, è il tempo favorevole per carpire la salvezza offerta dall’amore di Dio a tutti gli uomini.
 
Vangelo
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
 
Nell’insegnamento di Gesù l’elemosina, la preghiera e il digiuno, esercizi ascetici tanto cari ai pii israeliti, sono stati purificati da quella ritualità esteriore che facilmente li fanno precipitare nelle acque paludose dell’ipocrisia. Gesù introduce come cardine di queste necessarie pratiche penitenziali il segreto e l’intimità, lasciando così il giudizio e la ricompensa al Padre che vede nel segreto.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,1-6.16-18
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
 
Parola del Signore
 
Felipe F. Ramos: Era già stato sancito da Gesù il principio: la legge dev’essere osservata dai discepoli con una perfezione superiore a quella degli scribi e dei farisei (5,20). Ora giunge il momento di applicare il principio ad alcune delle pratiche religiose più importanti in quei tempi: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù conserva, di fronte a queste pratiche, l’atteggiamento che aveva assunto di fronte alla legge: non le critica in sé, ma nel modo e con le finalità con le quali sono compiute particolarmente dai farisei, ipocriti, i quali su queste pratiche insistevano maggiormente. Le pratiche religiose sono presentate in base al principio della retribuzione: chi le compie per gli uomini, per essere stimato e lodato per esse, ha già ricevuto la sua ricompensa; chi le compie per Dio, riceverà la ricompensa da lui.
L’elemosina era tenuta in onore fra i giudei come opera di carità. Gesù è d’accordo con questa mentalità. Al suo tempo era divenuto generale l’uso di annunziare nelle riunioni della sinagoga e persino per le strade qualsiasi elemosina importante. Il «suonare la tromba» sarebbe una metafora per indicare la pubblicità fatta alle elemosine. Invece di invanirsi per le proprie opere buone e di farne pubblicità, Gesù comanda di conservarne il segreto. Questo è il significato delle parole: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
La stessa norma è data per la preghiera. 1 sacrifici nel tempio erano accompagnati da preghiere pubbliche. Le sinagoghe erano considerate come un prolungamento del tempio agli effetti della preghiera; quando giungeva l’ora della preghiera, si usava pregare anche per le strade. Questo si prestava all’ostentazione, specialmente per il fatto che si potevano ammirare coloro che sapevano recitare lunghe formule a memoria. Di fronte a questa usanza Gesù comanda che i suoi discepoli si rivolgano al Padre con preghiere semplici, in segreto, senza ostentazione. Naturalmente, queste affermazioni non privilegiano assolutamente un atteggiamento di Gesù che sarebbe contrario al. culto pubblico: egli stesso vi prendeva parte nel tempio di Gerusalemme.
Lo stesso schema è seguito per il tema del digiuno, che era considerato una concretizzazione o manifestazione della penitenza-conversione. Già nell’Antico Testamento vi era stata una distinzione tra il digiuno vero e il falso (Is 58,5-6). Il vero comporta l’autentica conversione a Dio; e questo, per Gesù, è un motivo di gioia, poiché la conversione stessa è una gioia. Il digiuno dev’essere praticato come fa intendere il testo, in modo festivo e gioioso. E poiché la conversione di cui si parla è un rapporto personale fra Dio e il peccatore, dev’essere conservato segreto, con la certezza che Dio ricompenserà quello che nessuno conosce fuori di Dio e dell’interessato.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu - Gioele: I contenuti: Il libro del profeta Gioele si divide in due parti. La prima ha il genere letterario di un lamento, con toni liturgici, sullo sfondo delle celebrazioni nel tempio di Gerusalemme; la seconda è piuttosto un oracolo di salvezza, che contiene la promessa del dono dello spirito del Signore. In essa il ristabilimento d’Israele è associato alla condanna delle nazioni, che lo avevano sconfitto e disperso. Lo schema del libro è pertanto il seguente:
Lamento per una catastrofe, penitenza e risposta del Signore (1,1-2,27)
Il giorno del Signore e la restaurazione d’Israele (3,1-4,21).
Le caratteristiche - Il tema centrale del libro è il “giorno del Signore”. Il profeta ne presenta i molteplici aspetti. È il giorno in cui Dio visita il popolo e ne constata le colpe; per questo è il momento del castigo. Proprio a causa del peccato dell’uomo (considerato sia in prospettiva individuale, sia nelle sue ripercussioni sulla società e sul creato) il giorno del Signore è giorno di grandi sconvolgimenti per Israele e per tutto il cosmo; il castigo, però, ha di mira la conversione. Il giorno del Signore è anche il momento del dono dello spirito del Signore, che rinnova l’uomo e il cosmo, operando una nuova creazione. Diventa, quindi, il giorno della salvezza.
L’origine - Di Gioele (nome che significa: “YHWH è Dio”) sappiamo solo il nome del padre, Petuel (1,1).
Certamente abitava nella Giudea. L’epoca degli oracoli di Gioele è discussa. Alcuni pensano che, almeno in parte, possano essere collocati alla fine del VII sec. a.C., prima dell’esilio in Babilonia. Altri preferiscono collocarli uno o due secoli dopo, nella comunità di coloro che erano rientrati e avevano ricostruito il tempio di Gerusalemme. In ogni caso, sembra abbastanza chiaro lo sfondo cultuale delle sue parole: esse sono legate alle celebrazioni religiose del tempio di Gerusalemme. I destinatari vanno quindi cercati tra coloro che frequentavano il tempio: sacerdoti e popolo, riuniti per la preghiera e i sacrifici.
 
Claude Wiéner: Con la venuta di Cristo l’elemosina conserva il suo valore veterotestamentario, ma è collocata in una nuova economia che le conferisce un nuovo senso.
1. La pratica dell’elemosina. - Essa è ammirata dai fedeli, soprattutto quando è praticata da stranieri, da «persone che temono Dio», che manifestano in tal modo la loro simpatia per la fede (Lc 7, 5; Atti 9, 36; 10, 2). Del resto Gesù l’aveva annoverata, assieme con il digiuno e con la preghiera, come uno dei tre pilastri della vita religiosa (Mt 6, 1-18). Ma, raccomandandola, Gesù esige che sia fatta con un perfetto disinteresse, senza alcuna ostentazione (Mt 6, 1-4), «senza nulla aspettare in cambio» (Lc 6, 35; 14, 14), e persino senza misura (Lc 6, 30). Di fatto non ci si potrebbe accontentare di raggiungere una «tariffa» codificata per quanto elevata: alla decima tradizionale Giovanni Battista sembra sostituire una divisione a metà (Lc 3, 11), che di fatto Zaccheo realizza (Lc 19, 8), ma quel che Cristo si aspetta dai suoi è che non restino sordi a nessun appello (Mt 5, 42 par.), perché i poveri sono sempre in mezzo a noi (Mt 26, 11 par.); infine, se non si ha più niente di proprio (cfr. Atti 2, 44), rimane il dovere di comunicare almeno i doni di Cristo (Atti 3, 6) e di lavorare per sovvenire a coloro che sono nel bisogno (Ef 4, 28).
2. L’elemosina e Cristo. - L’elemosina è un dovere così radicale perché trova il suo significato nella fede in Cristo, questo in misura più o meno profonda.
a) Se Gesù, con la tradizione giudaica, insegna che l’elemosina è fonte di retribuzione celeste (Mt 6, 2 ss), costituisce un tesoro in cielo (Lc 12, 21. 33 s), grazie agli amici che uno vi si fa (Lc 16, 9), non è a motivo di un calcolo interessato, ma perché attraverso i nostri fratelli disgraziati noi raggiungiamo Gesù in persona: «Ciò che avete fatto ad uno di questi piccoli...» (Mt 25, 31-46).
b) Se il discepolo deve dare tutto in elemosina (Lc 11, 41; 12, 33; 18, 22), è anzitutto per poter seguire Gesù senza rimpiangere i suoi beni (Mt 19, 21 s par.); e poi per essere liberale come Gesù stesso, che «da ricco qual era si è fatto povero per voi, per arricchirvi mediante la sua povertà» (2 Cor 8, 9).
c) Infine, per dimostrare che l’elemosina cristiana soggiace ad altre leggi oltre a quelle della semplice filantropia, Gesù non si è peritato di difendere contro Giuda il gesto gratuito della donna che aveva «sprecato» il valore di trecento giornate di lavoro, versando il suo prezioso profumo: «I poveri li avrete sempre con voi, ma non avrete sempre me» (Mt 26, 11 par.). I poveri appartengono all’economia ordinaria (Deut 15, 11), naturale in una umanità peccatrice; Gesù, invece, significa l’economia messianica soprannaturale; e la prima non trova il suo vero senso se non per mezzo della seconda: i poveri non sono cristianamente soccorsi se non in riferimento all’amore di Dio manifestato nella passione e morte di Gesù Cristo.
3. L’elemosina nella Chiesa. - Anche se taluni atti gratuiti rimangono necessari per evitare di confondere il vangelo del regno e l’estinzione del pauperismo, rimane vero che per raggiungere lo «sposo che ci è stato tolto» (cfr. Mt 9, 15) bisogna soccorrere il nostro prossimo: «In che modo l’amore di Dio potrà dimorare in colui che rifiuta ogni pietà dinanzi al fratello nel bisogno?» (1 Gv 3, 17; cfr. Giac 2, 15). Come celebrare il sacramento della comunione eucaristica senza dividere fraternamente i propri beni (1 Cor 11, 20 ss)?
Ora l’elemosina può avere una portata ancora più ampia, e significare l’unione delle Chiese. È quel che Paolo vuol dire quando dà un nome sacro alla questua, alla colletta, che fa in favore della Chiesa-madre di Gerusalemme: è un «ministero» (2 Cor 8, 4; 9, 1. 12 s), «una liturgia» (9, 12). Di fatto, per colmare il fosso che incominciava a scavarsi tra la Chiesa d’origine pagana e la Chiesa d’origine giudaica, Paolo si preoccupa di manifestare mediante elemosine materiali l’unione di queste due categorie di membra dello stesso corpo di Cristo (cfr. Atti 11, 29; Gal 2, 10; Rom 15, 26 s; 1 Cor 16, 14); con quale ardore egli pronunzia un vero «sermone di carità» all’indirizzo dei Corinti (2 Cor 8-9). Bisogna mirare a stabilire l’uguaglianza tra i fratelli (8, 13), imitando la liberalità di Cristo (8, 9); affinché Dio sia glorificato (9, 11-14), bisogna «seminare con larghezza», perché «Dio ama chi dà con gioia» (9, 6 s).

Una lacrima di pentimento cancella ogni capo d’accusa: «Senza che l’uomo lo noti, gli sta incessantemente al fianco un annotatore invisibile dei suoi discorsi e delle sue azioni, che appunta per il giorno del giudizio. Chi potrà soddisfare le esigenze severe della giustizia, dato che chiederà conto di ogni battito degli occhi, dato che ogni sguardo non passa inosservato? E tuttavia, venite e incoraggiatevi: per quanto il conto della giustizia sia così severo, quando l’uomo fa penitenza una sola sua lacrima cancella tutto l’elenco delle sue colpe. Ma venite, vedete quest’altro e stupite: anche se dalla misericordia la grazia trabocca come un mare, a colui che non si converte nessuno potrà far giungere la grazia nel giorno del giudizio» (Efrem Siro, Esortazione alla penitenza, 11,5).
 
I Testimoni di Cristo -  San Francesco Regis Clet - Tra studio e carità, dalle aule alla missione: Testa e cuore, studio e carità, teologia e annuncio: nella storia di san Francesco Regis Clet c’è tutto questo, l’incontro tra dimensioni diverse, tenute insieme armonicamente dalla missione di testimoniare Dio al proprio tempo, senza sconti. Era nato nel 1748 a Grenoble e nel 1769 era entrato nella Congregazione della Missione, fondata da san Vincenzo de’ Paoli. Nel 1773 era prete e poi insegnante di teologia morale nel Seminario di Annecy: per la sua vasta preparazione i suoi studenti lo chiamavano “biblioteca vivente”. Nel 1788 si trovò a guidare il Seminario vincenziano di Parigi ma nel 1791 chiese di essere inviato in Cina come missionario. Arrivò a Macao, colonia portoghese dove all’inizio del secolo i cristiani erano almeno 300mila. In quel momento la comunità dei credenti era oggetto non solo di diffidenza ma anche di vera e propria repressione: il Vangelo, portato dai missionari stranieri, veniva associato alla presenza non gradita degli occidentali. Il futuro santo sfuggì alla prima ondata persecutoria tra il 1805 e il 1811, ma nel 1819, mentre si trovava a Wuhan, venne denunciato per soldi da un cristiano rinnegato. Arrestato, torturato, imprigionato per mesi, non rinnegò mai la propria fede e per questo venne condannato e ucciso, strangolato, il 18 febbraio 1820. 
 
O Dio, nostro Padre,
concedi al popolo cristiano
di iniziare con questo digiuno
un cammino di vera conversione,
per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza
il combattimento contro lo spirito del male.
Per il nostro Signore Gesù Cristo,
tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
 17 Febbraio 2026
 
Martedì VI Settimana T. O.
 
Gc 1,12-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 93 (94); Mc 8,14-21
 
Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui. (Gv 14,23 - Acclamazione al Vangelo)
 
Noi verremo a lui … Solo chi ama osserva la Parola del Signore Gesù, e a sua volta chi ascolta la Parola è amato dal Padre il quale con il Figlio prende stabile dimora nel credente.
L’inabitazione divina è una peculiarità del cristianesimo: il credente è la dimora di Dio (Cf. Ef 2,22); è il tempio, il tabernacolo dello Spirito Santo (Cf. 1Cor 3,16); la casa di Cristo (Cf. Ef 3,17). Quindi il cristiano è «il tempio vivente della santissima Trinità. In effetti Gesù vuole rimanere nel cuore dei suoi amici [Gv 15,4ss] e a motivo della sua inscindibile unità con Dio [Cf. Gv 10,30.38; 14,9ss], nel suo soggiorno nell’intimo dei loro cuori non è solo, ma viene con il Padre [Gv 14,23]. Per il quarto evangelista il tempio di Dio per eccellenza nel quale si deve adorare il Padre nello Spirito e nella Verità, è il Verbo incarnato [Gv 2,19ss; 2,23ss]: egli infatti è la rivelazione di Dio, per cui il Padre è visibile nella sua persona [Gv 14,6-10]. Ma anche il suo discepo­lo, che mostra un amore concreto, vivendo la sua parola, diventa tempio della santissima Trinità» (Salvatore Alberto Panimolle).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Non è Dio a tentare l’uomo, perché egli non tenta nessuno: la tentazione è retaggio di tutti gli uomini a motivo del peccato consumato da Adamo ed Eva nel Giardino di Dio ed ha un volto: satana. L’uomo come non è preservato dai disagi, dalla malattia, dalla sofferenza, così la tentazione fa parte della sua vita, ma confidando in Dio trova la forza per sfuggire agli assalti del Nemico: “Nessuna tentazione, superiore alle forze umane, vi ha sorpresi; Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1Cor 10,13). 
È beato l’uomo che resiste alla tentazione: il suo premio sarà la corona della vita: la vita eterna, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
 
Vangelo
Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode.
 
Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!: l’evangelista Matteo (16,12) interpreta il lievito dei farisei come l’insegnamento dei farisei e dei sadducei e Luca (12,1) come la loro ipocrisia. Alla base di entrambe le interpretazioni possiamo pensare che originariamente il detto deve essere stato riferito all’atteggiamento ostile dei farisei e dei sadducei nei confronti di Gesù e del suo messaggio. Le parole di Gesù però non vengono comprese dai discepoli: la preoccupazione per il cibo materiale impediva loro di comprendere che Gesù, che da poco aveva nutrito le folle operando un miracolo, era il Messia atteso dai Profeti, il vero Pane disceso dal Cielo in grado di nutrirli con il pane della vita. È “un invito per i discepoli a superare le preoccupazioni materiali per riflettere alla missione di Gesù illuminata dai suoi miracoli” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,11-13
 
In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».
Parola del Signore.
 
Rinaldo Fabris (I Vangeli, Marco): All’ottusità dei farisei, che pretendono da Gesù un segno di autenticazione, segue l’incomprensione dei discepoli che non sanno cogliere la portata dei segni già compiuti da Gesù.
L’attuale racconto si adatta molto bene  alla «sezione del pane», perché il dialogo chiarificatore tra Gesù e i discepoli prende avvio dalla dimenticanza della provvista di pane, 8,14. La sentenza di Gesù sul lievito dei farisei e di Erode è stata associata a questo contesto per la sua affinità tematica. Nel vangelo di Marco i farisei e gli aderenti al partito di Erode sono associati nei loro progetti contro Gesù, M 3,6; 12,13. La paura di perdere il prestigio religioso, per farisei, o la paura di compromettere il potere o successo politico, per gli erodiani, alimenta il comune sospetto e la comune ostilità nei confronti di Gesù. Questa paura è come una fonte nascosta di corruzione, «il lievito», che impedisce di comprendere e accogliere il progetto di Gesù.
È un pericolo al quale i discepoli non sono per nulla estranei. Anzi la loro cecità e sordità spirituale, a paragone di quelli che stanno fuori, hanno radici in un cuore indurito, cioè nel centro della personalità chiusa ai progetti di Dio. L’invito insistente di Gesù ai discepoli di penetrare nella comprensione del miracolo dei pani fa intuire che quel gesto, nel progetto di Gesù, non è stato un gioioso picnic popolare, ma un preciso momento di rivelazione del suo compito e della sua persona.
Il miracolo del cieco guarito, che segue immediatamente, 8,22-26, e corrisponde al miracolo del sordomuto della sezione parallela, 7,31-37, è in questa linea di rivelazione salvifica: c’è una sordità e cecità dell’uomo più grave e profonda di quella fisica; essa non può essere guarita da nessun miracolo fino a quando il cuore non è cambiato. A questo precisamente punta Gesù con la sua azione e parola.
 
Per approfondire
 
Giacomo - Bibbia Edu: I contenuti - Il tema centrale della lettera di Giacomo, sviluppato nello stile di una omelia e senza il rigore di una esposizione dottrinale, è quello della vera sapienza (3,13-18), dono di Dio, capace di elevare tutta la vita del credente. Questa sapienza cristiana ispira alcuni comportamenti: tradurre in atto la Parola ascoltata, evitare i favoritismi, compiere buone opere come prova di una fede viva, saper frenare la lingua e rifiutare l’uso ingiusto della ricchezza. L’insistenza di Giacomo sulle opere (necessarie per le situazioni vissute nella sua comunità) non è in contraddizione con la tesi di Paolo sulla giustificazione per la fede (vedi Gc 2,14-26 e Rm 3,28). Paolo dichiara superflue le opere della legge; Giacomo proclama necessarie le opere della carità. La lettera presenta questo schema: Saluto (1,1-18) // Fede e opere (1,19-2,26) // La vera sapienza (3,1-5,6) //Il Signore è vicino (5,7-20).
Le caratteristiche: Questo scritto, che si presenta all’inizio come lettera, diventa poi un’omelia di stile sapienziale e profetico. Vi ricorrono ben 43 imperativi; il nome di Gesù è menzionato due volte. Certe somiglianze con la prima lettera di Pietro si spiegano con la presumibile dipendenza da una tradizione comune. È un testo assente dai più antichi elenchi di libri ispirati ed è sconosciuto a molti Padri della Chiesa. Soltanto verso la fine del IV sec. esso viene comunemente accettato nel NT.
L’origine - L’autore della lettera è un giudeo-cristiano che ripropone in modo originale gli insegnamenti della sapienza ebraica. Egli si presenta come “Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo” (1,1), personaggio comunemente identificato con quel “Giacomo fratello del Signore”, che viene ricordato in Mt 13,55; At 12,17; Gal 1,19. Figura di primo piano nella chiesa di Gerusalemme (At 21,18), una delle “colonne”, come scrive Paolo in Gal 2,9, venne fatto lapidare dal sommo sacerdote Anano nell’anno 62. Diversi autori considerano questa attribuzione un caso di pseudonimia; l’autore della lettera sarebbe stato in realtà un anonimo cristiano autorevole, il quale avrebbe scritto verso gli anni 80/85 usando lo pseudonimo di Giacomo. Indirizzando la lettera “alle dodici tribù che sono nella diaspora” (1,1), egli si rivolge probabilmente a gruppi di cristiani di origine ebraica, di lingua greca, abitanti in Fenicia, Cipro, Antiòchia di Siria e forse anche in Egitto.
 
Il pane quotidiano - Daniel Sesboüé (Pane in Dizionario di Teologia Biblica): 1. Nella vita corrente si caratterizza una situazione dicendo il gusto che essa dà al pane.
Colui che soffre e che Dio sembra abbandonare mangia un pane «di lacrime», di angoscia o «di cenere» (Sal 42,4; 80,6; 102,10; Is 30,20); chi è lieto lo mangia nella gioia (Eccle 9,7). Del peccatore si dice che mangia un pane di empietà o di menzogna (Prov 4, 17) e del pigro, un pane di ozio (Prov 31,27). D’altra parte il pane non è soltanto un mezzo di sussistenza: è destinato ad essere diviso. Ogni pasto suppone una riunione e quindi una comunione. Mangiare il pane regolarmente con uno, significa essergli amico, quasi intimo (Sal 41,10; Gv 13,18). Il dovere dell’ospitalità è sacro e fa del pane di ognuno il pane del viandante mandato da Dio (Gen 18,5; Lc 1,5.11).
Soprattutto a partire dall’esilio, l’accento posto sulla necessità di condividere il proprio pane con l’affamato: la pietà giudaica trova qui l’espressione migliore della carità fraterna (Prov 22,9; Ez 18, 7. 16; Giob 31,17; Is 58,7; Tob 4,16). Paolo, quando raccomanda ai Corinti la colletta in favore dei «santi», ricorda loro che ogni dono viene da Dio, a cominciare dal pane (2 Cor 9,10). Nella Chiesa cristiana, la «frazione del pane» designa infine il rito eucaristico spezzato in favore di tutti: il corpo del Signore diventa la fonte stessa dell’unità della Chiesa (Atti 2,42; 1 Cor 10,17).
2. Il pane, dono di Dio. - Dio, dopo aver creato l’uomo (Gen 1,29), e nuovamente dopo il diluvio (9,3) gli fa conoscere ciò che può mangiare; e l’uomo peccatore si assicurerà il necessario a prezzo di una dura fatica: «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (3,19). Da quel momento abbondanza o penuria di pane avranno valore di segno: l’abbondanza sarà benedizione di Dio (Sal 37,25; 1 2,15; Prov 12,11), e la penuria castigo del peccato (Ger 5,17; Ez 4,16s: Lam 1,11; 2,12). L’uomo deve quindi chiedere umilmente il suo pane a Dio ed aspettarlo con fiducia. A questo riguardo i racconti di moltiplicazione dei pani sono significativi. Il miracolo compiuto da Eliseo (2 Re 4,42ss) esprime bene la sovrabbondanza del dono divino: «Si mangerà e se ne avanzerà». L’umile fiducia è quindi la prima lezione dei racconti evangelici; desumendo da un salmo (78,25) la formula: «Tutti mangiarono e furono sazi» (Mr 14,20 par.; 15,37 par.; cfr. Gv 6,12), essi evocano il «pane dei forti» con cui Dio saziò il suo popolo nel deserto. In un identico contesto di pensiero Gesù ha invitato i suoi discepoli a chiedergli «il pane quotidiano» (Mt 6, 11), come figli che con fiducia attendono tutto dal loro Padre celeste (cfr. Mt 6,25 par.).
Infine il pane è il dono supremo dell’epoca escatologica, sia per ciascuno in particolare (Is 30,23), sia nel banchetto messianico promesso agli eletti (Ger 31,12). I pasti di Gesù con i suoi erano così preludio al banchetto escatologico (Mr 11,19 par.), e soprattutto il pasto eucaristico in cui il pane che Cristo dà ai suoi discepoli è il suo corpo, vero dono di Dio (Lc 22,19).
 
Non capite ancora? - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 53,3 - Il duro rimprovero: Hai visto la sua grande irritazione?
In nessun’altra occasione lo si vede rimproverarli così. Perché lo fa? Per eliminare ancora il pregiudizio relativo ai cibi ... Non va bene in ogni caso la mitezza; come infatti li rendeva partecipi della sua familiarità, così li rimprovera anche ... Perciò indica il numero di coloro che erano stati nutriti e degli avanzi, al tempo stesso per far ricordare loro il passato e per renderli più attenti verso il futuro.
 
I Testimoni di Cristo: Santi Sette Fondatori - Così in comunità la nostra esistenza è icona della relazione che ci unisce a Dio: La nostra è sempre una storia di comunità: nasciamo, cresciamo e viviamo in una rete di relazioni che dà senso al nostro cammino esistenziale. Il Risorto ci ricorda che questa rete è animata ed è testimonianza di quel legame profondo che ci unisce a Dio. I Santi Sette Fondatori dell’Ordine dei Servi della Beata Vergine Maria potremmo considerarli così: icone viventi di quel legame d’amore profondo che è la radice del Regno di Dio. Intorno al 1233, mentre Firenze era sconvolta da lotte fratricide, Bonfilio, Bartolomeo, Giovanni, Benedetto, Gerardino, Ricovero e Alessio, tutti mercanti, membri di una compagnia laica di fedeli devoti della beata Vergine, legati tra loro dell’ideale evangelico della comunione fraterna e del servizio ai poveri, decisero di ritirarsi per vivere un’esperienza comunitaria dedicandosi alla penitenza e alla contemplazione.
Lasciarono quindi attività, case e beni ai poveri e verso il 1245 si ritirarono sul Monte Senario, nei pressi di Firenze, dove costruirono una piccola dimora e un oratorio dedicato a santa Maria. Nasceva così l’ordine dedicato alla Vergine, basato sulla Regola di sant’Agostino. Il 1° dicembre 1717 Clemente XI confermò il culto di Alessio Falconieri; il 30 luglio 1725 Benedetto XIII fece lo stesso riguardo gli altri sei. Il 15 gennaio 1888 Leone XIII canonizzò i sette uomini, sepolti, insieme, a Monte Senario. Con la riforma del Calendario romano la loro memoria è stata spostata dal 12 al 17 febbraio, anniversario della morte del più longevo dei fondatori, sant’Alessio Falconieri. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai promesso di abitare
in coloro che ti amano con cuore retto e sincero,
donaci la grazia di diventare tua degna dimora.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.