2 Giugno 2026
 
Martedì IX Settimana del Tempo Ordinario
 
2Pt 3,11b-15a.17-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Mc 12,13-17
 
Marcellino e Pietro Martiri - La violenza e la prepotenza non avranno l’ultima parola: Morire da cristiani significa lasciare al mondo un segno, una testimonianza che affascina e mostra il vero volto dell’amore. Significa svuotare da dentro la logica della prepotenza, che da sempre cerca di mettere a tacere la voce di chi porta all’umanità la speranza del Dio di Gesù Cristo. Una prepotenza alla quale non si arresero i santi Marcellino e Pietro, sacerdote il primo, esorcista (che allora era una sorta di ministero a sé) il secondo. La loro vicenda si colloca durante la persecuzione voluta da Diocleziano: era l’anno 304 e il prete Marcellino era stato arrestato a Roma per la sua fede. In carcere conobbe un esorcista, Pietro, e insieme si misero a predicare, annunciando il Vangelo di Gesù. Per questo essi furono portati in un bosco e vennero costretti a scavarsi la fossa dove vennero sepolti dopo essere stati decapitati: l’intento era quello di farli sparire senza lasciare traccia, ma il piano non riuscì. Grazie a una matrona, infatti, i corpi dei due santi ebbero una degna sepoltura sulla Via Labicana. La storia del sacerdote e dell’esorcista uccisi nella selva venne tramandata grazie all’esecutore della sentenza, che, colpito dalla loro testimonianza, l’aveva raccontata al futuro papa Damaso.  (Matteo Liut)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La speranza che la “venuta del giorno di Dio” era dietro l’angolo era svanita, e così l’apostolo Pietro con le sue lettere cerca di rassicurare i cuori smarriti. Il “giorno di Dio” verrà e bisogna attenderlo “nella santità della condotta e nelle preghiere”. In quel giorno, che soltanto Dio conosce, “i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno”. Alla Chiesa Gesù ha promesso la sua venuta nella gloria, e in quel giorno vi saranno “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”. Bisogna puntare tutto su questa promessa infallibile.
Ora, invece di perdere il tempo a fare calcoli o a frignare come bambini impauriti, l’apostolo Pietro invita i cristiani a vivere “in pace, senza colpa e senza macchia”. E invece di porgere l’orecchio a millantatori e a falsi profeti è bene vivere il presente “nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo”.
 
Vangelo
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio.
 
I Farisei cercano di screditare Gesù dinanzi al popolo. La moneta presentata a Gesù era quella del tributo e se avesse detto che era lecito pagarlo avrebbero potuto tacciarlo di essere amico dei Romani. Accettare quella moneta e consegnarla agli esattori dello Stato straniero era come riconoscere a questi il diritto di governare e automaticamente rinunziare alla potestà di Dio e del suo messia. Sarebbe stato un atto formale di apostasia.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,13-17
 
In quel tempo, mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso.
Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?».
Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono.
Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio».
E rimasero ammirati di lui.
 
Parola del Signore.
 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia - Ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, che avevano contestato l’autorità di Gesù, ora subentrano altri interlocutori (Cf. Mt 21,23-27), i discepoli dei farisei e gli erodiani.
Quest’ultimi, partigiani di Erode il grande e dei suoi discendenti, in particolare di Erode Antipa, a differenza dei farisei, erano a favore del pagamento del tributo a Cesare. Le due fazioni sempre in lite a motivo delle innumerevoli divergenze religiose e politiche, si ritrovano in questa disputa alleate per osteggiare Gesù, declarato nemico comune: la combutta, quindi, la dice lunga sulla buona intenzione e sull’onestà di questi approcci, che come denuncia l’evangelista Luca erano suscitati unicamente per tendergli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca  (Lc 11,54).
Le leggi di Roma, pur essendo assai repressive e spesso disumane, erano da quasi tutti gli Israeliti accettate obtorto collo e la questione del tributo a Cesare non era cosa da prendere sottogamba, perché pagarlo «costituiva un tacito riconoscimento del dominio straniero e la rinunzia implicita alla speranza messianica. Si trattava di un problema di coscienza, data la persistente concezione teocratica in Israele, che determinò la ribellione di alcuni rivoluzionari, contrari al versamento del tributo» (Angelico Poppi).
Alla domanda se era lecito, naturalmente secondo la Legge di Dio, pagare il tributo a Cesare, Gesù risponde in modo da evitare la trappola che gli era stata tesa. Rispondendo, infatti, che quelli che usano la moneta di Cesare sono tenuti a restituirla, Gesù evita di prendere posizione sulla liceità o meno del pagamento del tributo.
Il tranello preparato dagli interlocutori ipocriti era comunque molto evidente: se, infatti, avesse risposto che non era lecito, l’avrebbero accusato di disprezzare le leggi di Roma, se invece avesse risposto che era lecito «l’imputazione sarebbe quella esattamente contraria. Gesù si rivelerebbe un pessimo israelita, un collaborazionista, un fiancheggiatore dei romani. E Gesù se ne libera con una risposta ad hominem: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Risposta che tutto sommato lascia assolutamente aperto il problema, benché si sia soliti ascrivere a questo logion il principio nuovo e inedito della separazione del potere temporale da quello religioso» (Cettina Militello).
Dalla risposta si evince come Gesù, rifiutando di entrare in questioni prettamente politiche, abbia voluto impartire alle guide spirituali d’Israele «un profondo insegnamento teologico circa la priorità assoluta di Dio su ogni dominatore terreno, anche se usurpava titoli divini. Riguardo alle disquisizioni teologiche e giuridiche nella storia della Chiesa dei rapporti tra il potere civile e quello religioso sulla base della sentenza di Gesù, si tratta di deduzioni dottrinali posteriori, talvolta discutibili, che non riguardano direttamente l’esegesi» (Angelico Poppi). Quindi la risposta va al di là della mera questione di pagare il tributo a Cesare, per il quale, oltre tutto, la Chiesa non ha avuto mai dubbi, così come insegna l’apostolo Paolo: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (Rom 13,7).
E quello che bisogna dare a Dio era oltremodo chiaro ai farisei e agli erodiani, bisogna dare tutto; tutto se stessi, senza infingimenti e riserve: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo dei comandamenti» (Mt 22,37-38).
La risposta di Gesù supera «l’orizzonte umano dei suoi tentatori; si pone aldilà del sì e del no che avrebbero voluto carpirgli. La dottrina di Gesù Cristo trascende qualsiasi concezione politica, e se i fedeli, nell’esercizio della loro libertà, scelgono una determinata soluzione per le questioni temporali, “ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente
 
Per approfondire
 
Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio - Vincent Taylor (Marco): La risposta di Gesù non vuol dire che il mondo della politica e quello della religione sono sfere separate, ognuno con i propri principi e le proprie direttive. Gesù è convinto che i diritti di Dio abbracciano tutto (cfr. Mc. 12, 29 s); ma egli riconosce che le obbligazioni dovute allo Stato appartengono all’ordine divino. In particolare, accettazione e uso della moneta di Cesare sono il riconoscimento implicito della sua autorità e quindi dell’obbligo di pagare i tributi; cfr. M t. 17, 27. Questo dovere non è in conflitto con l’esigenza di rendere a Dio tutto ciò che gli è dovuto, né semplicemente parallelo a quest’esigenza. Radicalmente diverso fu l’atteggiamento di Giuda di Galilea nel 6 d. C.; costui, al tempo del censimento ordinato da Quirino, affermò che si trattava né più né meno che «di una introduzione alla schiavitù», ed esortò la popolazione ad affermare la propria libertà (cfr. Giuseppe Flavio, Ant. 18, 1, 1).
Nella cristianità primitiva l’atteggiamento nei confronti dello Stato, descritto in Rom. 13,7 e in 1Pt. 2,13s, concorda in pieno con l’insegnamento di Gesù; e trovava la sua giustificazione nella pace, nella giustizia e nella tolleranza di cui il mondo godette nei giorni migliori dell’Impero. Nel tempo in cui venne scritta l’Apocalisse di Giovanni la situazione era cambiata: cfr. Apoc. 18,1 ss. [...].
La storia marciana s’interrompe sull’accenno alla grande meraviglia di coloro che avevano interrogato Gesù.
Gli altri evangelisti sviluppano il racconto. Matteo dice che, all’udire queste parole, essi stupirono, lo lasciarono e se ne andarono (22,22). Luca spiega che essi non riuscirono a prendere in fallo Gesù davanti al popolo, e che meravigliati della sua risposta tacquero (20,26).
 
Albert Descamps: Il termine giustizia evoca anzitutto un ordine giuridico: il giudice amministra la giustizia facendo rispettare l’usanza o la legge. La nozione morale è più ampia: la giustizia rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, anche se questo non è fissato dall’usanza o dalla legge; nel diritto naturale l’obbligo di giustizia si riduce in definitiva ad una eguaglianza realizzata dallo scambio o dalla distribuzione. In senso religioso, cioè quando si tratta dei rapporti tra l’uomo e Dio, il vocabolario della giustizia non conosce, nelle nostre lingue, che applicazioni limitate. Senza dubbio è cosa corrente l’evocare Dio come giusto giudice, ed il chiamare giudizio l’ultimo confronto tra l’uomo e Dio. Ma quest’uso religioso delle parole di giustizia appare singolarmente ristretto nei confronti del linguaggio della Bibbia. Benché affine a parecchi altri termini (rettitudine, santità, dirittura, perfezione, ecc.), il termine è al centro di un gruppo di vocaboli ben delimitato, tradotto regolarmente nelle nostre lingue con giusto, giustizia, giustificare, giustificazione (ebr. sdq; gr. dìkaios). Secondo una prima corrente di pensiero, presente in tutta la Bibbia, la giustizia è la virtù morale che noi conosciamo, estesa fino a designare l’osservanza integrale di tutti i comandamenti divini, ma sempre concepita come un titolo da far valere come giustizia dinanzi a Dio. correlativamente Dio si rivela giusto in quanto è un modello di integrità, anzitutto in quella funzione giudiziaria che è il governo del popolo e degli individui, poi come Dio della retribuzione che punisce o ricompensa secondo le opere. Questo è l’oggetto di una prima parte: la giustizia nella prospettiva del giudizio. Un’altra corrente del pensiero biblico, o forse una visione più profonda dell’ordine che Dio vuol far regnare nella sua creazione, dà alla giustizia un senso più largo ed un valore più immediatamente religioso. L’integrità dell’uomo non è mai se non l’eco ed il frutto della giustezza sovrana di Dio, della meravigliosa delicatezza con cui egli dirige l’universo e colma di favori le sue creature. Questa giustizia di Dio, che l’uomo percepisce mediante la fede, coincide in definitiva con la sua misericordia e designa, al pari di essa, ora un attributo divino, ora i doni concreti della salvezza che questa generosità effonde.
 
Bonaventura: Sermones dominicales, 49,4: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità: perciò a Cristo soltanto e non ad un altro va attribuita l’autorità del ministero, cosi da essere definito a titolo tutto speciale il solo Maestro, perché lui stesso è il principio e l’origine di qualsivoglia scienza. E cosi, come unico è il sole, eppure emette molti raggi, così da un solo maestro, Cristo, sole spirituale, procedono multiformi e svariate scienze. E come, benché diversi, molteplici e distinti ruscelli scaturiscono da una unica sorgente, e tuttavia unica è la fonte che si moltiplica in tanti ruscelli senza nulla perdere in se stessa, così, da un ‘unica sorgente eterna, da un solo mare infinito, da un solo Maestro, Cristo, non soggetto ad alcuna defettibilità in se stesso, promanano i diversi ruscelli delle scienze. Ed è quanto afferma Agostino: “Come la terra non si può vedere se non illuminata dalla luce, così le cose che vengono insegnate nelle scienze, benché ciascuna si presenti come verissima, priva di ogni dubbio, bisogna credere che non possano essere conosciute se non vengono illuminate da Cristo, sole spirituale”.
 
O Dio, che attraverso la stoltezza della croce
hai donato al santo martire Giustino
la sublime conoscenza di Gesù Cristo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di respingere gli inganni dell’errore
per conseguire fermezza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 1 Giugno 2026
 
San Giustino
 
2Pt 1,2-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 90 (91); Mc 12,1-12
 
 San Giustino, Martire - Benedetto XVI (Udienza Generale 21 Marzo 2007): Nel complesso la figura e l’opera di Giustino segnano la decisa opzione della Chiesa antica per la filosofia, per la ragione, piuttosto che per la religione dei pagani. Con la religione pagana, infatti, i primi cristiani rifiutarono strenuamente ogni compromesso. La ritenevano idolatria, a costo di essere tacciati per questo di «empietà» e di «ateismo». In particolare Giustino, specialmente nella sua prima Apologia, condusse una critica implacabile nei confronti della religione pagana e dei suoi miti, considerati da lui come diabolici «depistaggi» nel cammino della verità. La filosofia rappresentò invece l’area privilegiata dell’incontro tra paganesimo, giudaismo e cristianesimo proprio sul piano della critica alla religione pagana e ai suoi falsi miti. «La nostra filosofia...»: così, nel modo più esplicito, giunse a definire la nuova religione un altro apologista contemporaneo di Giustino, il Vescovo Melitone di Sardi (citato in Eusebio, Storia Eccl. 4,26,7).
Di fatto la religione pagana non batteva le vie del Logos, ma si ostinava su quelle del mito, anche se questo era riconosciuto dalla filosofia greca come privo di consistenza nella verità. Perciò il tramonto della religione pagana era inevitabile: esso fluiva come logica conseguenza del distacco della religione – ridotta a un artificioso insieme di cerimonie, convenzioni e consuetudini – dalla verità dell’essere. Giustino, e con lui gli altri apologisti, siglarono la presa di posizione netta della fede cristiana per il Dio dei filosofi contro i falsi dèi della religione pagana. Era la scelta per la verità dell’essere contro il mito della consuetudine. Qualche decennio dopo Giustino, Tertulliano definì la medesima opzione dei cristiani con una sentenza lapidaria e sempre valida: «Dominus noster Christus veritatem se, non consuetudinem, cognominavit – Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine» (La velazione delle vergini 1,1). Si noti in proposito che il termine consuetudo, qui impiegato da Tertulliano in riferimento alla religione pagana, può essere tradotto nelle lingue moderne con le espressioni «moda culturale», «moda del tempo».
In un’età come la nostra, segnata dal relativismo nel dibattito sui valori e sulla religione – come pure nel dialogo interreligioso –, è questa una lezione da non dimenticare. A tale scopo vi ripropongo – e così concludo – le ultime parole del misterioso vegliardo, incontrato dal filosofo Giustino sulla riva del mare: «Tu prega anzitutto che le porte della luce ti siano aperte, perché nessuno può vedere e comprendere, se Dio e il suo Cristo non gli concedono di capire» (Dial. 7,3).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’apostolo Pietro ricorda ai cristiani destinatari della sua lettera a riconoscere e a ricordare con gratitudine tutti i beni grandissimi e preziosi ricevuti gratuitamente da Dio per mezzo di Gesù, grazie al quale, dopo essere stai sottratti alla corruzione, hanno potuto partecipare della natura divina.
A fronte di tanta liberalità i cristiani devono corrispondere a tanti doni con una condotta virtuosa sostenuta dalla fede, e giungere alla vera conoscenza da cui scaturiranno la temperanza, la pazienza, la pietà, l’amore fraterno, e la carità.
 
Vangelo
Presero il figlio amato, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
 
La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Vangelo secondo Marco
Mc 12,1-12
In quel tempo, Gesù si mise a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani]:
«Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero.
Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma quei contadini dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra!”. Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna.
Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. Non avete letto questa Scrittura: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?».
E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.
 
Parola del Signore.
 
Un’evangelizzazione popolare crea problemi - José Maria Gonzáles-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Abbiamo qui un’allegoria piuttosto che una parabola. La descrizione della vigna ricorda esattamente il testo greco dei Settanta che usarono gli ebrei ellenisti per la celebre allegoria di Isaia 5,1ss. La «torre» è la casupola nella quale si vive durante la vendemmia, che ha nel tetto un’apertura dalla quale si può vedere tutt’intorno. È chiaro però che, al centro del racconto evangelico, non vi è la condotta della vigna (ossia d’Israele), ma piuttosto quella dei vignaioli. Per conseguenza l’allegoria non si svolge a livello del popolo, ma solo dei suoi capi. Un tratto di sorprendente originalità è che Dio si presenta come uno «straniero» in mezzo al popolo d’Israele. Dio, il padrone, per dire così, non è un ebreo: viene solo quando si tratta d’affittare la vigna. Ecco, dunque, un primo significato dell’allegoria: Israele non è la patria di Dio. Dio è in un altro luogo e non è legato alle vicissitudini del popolo eletto. Ha solo dato un incarico ai responsabili della vigna, poi se n’è andato.
Il contatto fra Dio-padrone e la vigna-Israele è tenuto a volte da servi, che sono evidentemente i profeti. I servi-profeti sono a più riprese maltrattati, percossi o anche uccisi. Allora, il Dio-padrone decide di mandare il suo «figlio prediletto». Qui l’evangelista riprende una sua espressione tipica (1,11; 9,7), usata nella descrizione dei due momenti teofanici più solenni della vita di Gesù. Il nostro autore non mette mai in dubbio la natura divina di Gesù, che è il «Figlio di Dio».
Il complotto dei vignaioli si basa su motivi apertamente blasfemi. Sanno che il figlio, unico erede, è l’unico che può portare a termine il piano salvifico di Dio-padrone; e quindi decidono di uccidere Gesù, perché sanno che egli proclama una religione universale e toglie loro il monopolio di Yahveh, monopolio sul quale è fondato il loro potere economico. L’accusa, abbastanza violenta, si inserisce nel contesto immediato del nostro vangelo. Il «monopolio» israelita è destinato alla distruzione totale: «Sterminerà quei vignaioli...». Non si tratta però solo d’uno sterminio, ma anche d’una sostituzione: il monopolio sarà soppresso, perché il padrone affitterà la sua vigna ad altri. Ecco, dunque, il punto centrale dell’allegoria: Israele perde il suo privilegio; e questo non e altro che il negativo della buona novella indirizzata a tutti.
L’allegoria si conclude nel modo classico per il secondo vangelo: i capi, quando capiscono che la parabola è contro di loro, in un primo momento tentano di arrestare Gesù, ma hanno paura della gente. Quando l’evangelizzazione è realmente popolare, crea problemi molto seri a ogni genere di poteri oppressori.
 
Per approfondire
 
 Israele, vigna infedele a Dio. - M.-F. Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): Sposo e vignaiolo, il Dio di Israele ha la sua vigna, che è il suo popolo. Per Osea, Israele è una vigna feconda che rende grazie della sua fecondità ad altri che a Dio, quel Dio che, mediante l’alleanza, è il suo sposo (Os 10,1; 3,1). Per Isaia, Dio ama la sua vigna, ha fatto tutto per essa, ma invece del frutto di giustizia che attendeva, essa gli ha dato l’acerba vendemmia del sangue versato; egli l’abbandonerà ai devastatori (Is 5, 1-7). Per Geremia, Israele è una vigna scelta, inselvatichita e divenuta sterile (Ger 2,21; 8, 13), che sarà divelta e calpestata (Ger 5,10; 12,10). Ezechiele infine paragona ad una vigna feconda, poi inaridita e bruciata, ora Israele infedele al suo Dio (Ez 19, 10-14; 15,6 ss), ora il re infedele ad un’alleanza giurata (17,5-19).
Verrà un giorno in cui la vigna fiorirà sotto la custodia vigilante di Dio (Is 27,25). A tale scopo Israele invoca l’amore fedele di Dio: possa egli salvare questa vigna che ha trapiantato dall’Egitto nella sua terra e che ha dovuto abbandonare allo sterminio ed al fuoco! Ormai essa gli sarà fedele (Sal 80,9-17). Ma non sarà Israele a mantenere questa promessa. Riprendendo la parabola di Isaia, cosi Gesù riassume la storia del popolo eletto: Dio non ha cessato di aspettare i frutti della sua vigna; ma invece di ascoltare i profeti da lui mandati, i vignaioli li hanno maltrattati (Mc 12, 1-5). Colmo dell’amore: egli manda ora il suo Figlio diletto (12,6); in risposta i capi del popolo porteranno al colmo la loro infedeltà, uccidendo il Figlio di cui la vigna è l’eredità. Perciò i colpevoli saranno castigati, ma la morte del Figlio aprirà una nuova tappa del disegno di Dio: affidata a vignaioli fedeli, la .vigna darà finalmente il suo frutto (12,7ss; Mt 21,41ss).
Quali saranno questi vignaioli fedeli? Le proteste platoniche non servono a nulla: occorre un lavoro effettivo, il solo che renda (Mt 21,28-32). Per fare la sua vendemmia, Dio accoglierà tutti gli operai: lavorando fin dal mattino, od assoldati all’ultima ora, tutti riceveranno la stessa ricompensa. Infatti la chiamata al lavoro e l’offerta del salario sono doni gratuiti e non diritti che l’uomo possa rivendicare: tutto è grazia (Mt 20, 1-15).
 
... darà in affitto la vigna ad altri contadini - I contadini omicidi saranno puniti, ma “la morte del Figlio aprirà una nuova tappa del disegno di Dio: affidata a vignaioli fedeli, la vigna darà finalmente il suo frutto” (M. F. Lacan). Il testimòne è così passato alla Chiesa e sarà essa a dare i frutti a Dio, in quanto «podere o campo di Dio. In quel campo cresce l’antico olivo, la cui santa radice sono stati i patriarchi e nel quale è avvenuta e avverrà la riconciliazione dei Giudei e delle genti. Essa è stata piantata dal celeste Agricoltore come vigna scelta. Cristo è la vera Vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui e senza di lui nulla possiamo fare» (Catechismo della Chiesa Cattolica 755).
La Chiesa edificata da Gesù sopra la roccia di Pietro, custodirà e confermerà la fede dei suoi membri: «Cristo, “Pietra viva”, assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli» (Catechismo della Chiesa Cattolica  552).
E perché questa missione sia indefettibile, la Chiesa deve conservare con grande attenzione la fede che ha ricevuto in dono, credervi in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predicare la verità della fede, insegnarla e trasmetterla con voce unanime, come se avesse una sola bocca (Catechismo della Chiesa Cattolica 173).
In pratica, essa deve trasmettere e confessare fedelmente «la sua unica fede, ricevuta da un solo Signore, trasmessa mediante un solo Battesimo, radicata nella convinzione che tutti gli uomini non hanno che un solo Dio e Padre» (Catechismo della Chiesa Cattolica 172).
Custodire, trasmettere, confessare sono le peculiarità irrinunciabili della Sposa di Cristo (Catechismo della Chiesa Cattolica  796).
In particolare custodirà fedelmente la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte.
Conserverà con cura la memoria delle Parole di Cristo e trasmetterà di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli (Catechismo della Chiesa Cattolica 171).
Ma avrà anche il compito di insegnare il linguaggio della fede: «Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e con ciò stesso a comprendere e a comunicare, la Chiesa, nostra Madre, ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza della fede e nella vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica  171).
Fedeltà fino al martirio. È inimmaginabile che la Chiesa, la cui vocazione è quella di essere in questo mondo il sacramento della salvezza, il segno e lo strumento della comunione di Dio e degli uomini (Catechismo della Chiesa Cattolica 780), tradisca il suo Fondatore, sia ingrata o sia incapace di produrre quei frutti che il divino Agricoltore esige affinché il suo regno sia sempre più dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento (Catechismo della Chiesa Cattolica  782).
Ma perché non si resti in una riflessione astratta, è bene ricordare che la parola Chiesa indica la comunità dell’universalità dei credenti.
«Nel linguaggio cristiano, il termine “Chiesa” designa l’assemblea liturgica, ma anche la comunità locale o tutta la comunità universale dei credenti. Di fatto questi tre significati sono inseparabili. La “Chiesa” è il popolo che Dio raduna nel mondo intero. Essa esiste nelle comunità locali e si realizza come assemblea liturgica, soprattutto eucaristica. Essa vive della Parola e del Corpo di Cristo, divenendo così essa stessa Corpo di Cristo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 752).
Quindi è una fedeltà che interpella tutto il popolo di Dio e in particolare ciascuno di Dio.
Una fedeltà esatta senza mezzi termini dal padrone della vigna e la parabola dei contadini omicidi (Mc 12,1-12) lo esplicita in modo chiaro. Non «basta un’adesione intellettuale al Vangelo, ma bisogna “far frutti” per non essere esclusi dal regno come i capi giudei... L’evangelista attualizza la parabola in senso parenetico, rivolgendo un severo  monito ai cristiani delle sue comunità, che potevano ripetere l’errore degli ebrei, staccandosi da Cristo» (A. Poppi). Un giorno, se infedeli, quando ci capiterà di bussare alla porta del Regno di Dio e incominceremo a dire «Signore, signore, aprici!», Lui, il padrone della vigna, risponderà: «In verità io vi dico: non vi conosco» (Mt 25,12). E non servirà protestare, quella porta resterà chiusa per sempre.
 
Alberto Magno (In ev. Marc., XII): Lo presero...: per mezzo del tradimento di Giuda Iscariota, lo uccisero, con la parola e con le opere. Con la parola, dicendogli che era un demonio e con le opere crocifiggendolo fuori della porta di Gerusalemme..., e fuori dalla vigna del cuore, in cui devono essere piantate le virtù che generano gioia
 
Testimoni di Cristo - San Giustino. Dal pensiero degli antichi al Risorto, un percorso oltre ogni inquietudine - Inquietudine: ecco cosa ci muove giorno dopo giorno, la sensazione di essere precari, di essere alla ricerca di un senso profondo che sentiamo sfuggirci. E anche quando tocchiamo con la punta delle dita i frammenti di qualcosa che pensiamo possa soddisfare la nostra sete d’Infinito, questi subito si dileguano. È così da sempre, e da sempre i pensatori hanno cercato una strada per riempire questa mancanza, calmare l’inquieto dentro di noi. E così, seguendo le briciole di questo itinerario attraverso il pensiero degli antichi, san Giustino giunse a cogliere nel Risorto l’unica vera fonte in grado di dare un senso all’umano esistere. Nato in una famiglia di origine latina a Flavia Neapolis (oggi Nablus), Giustino si era messo alla ricerca della verità presso diverse scuole filosofiche. Alla fine gli parve di averla trovata nel pensiero platonico, ma poi fu attratto dall’eredità dei Profeti di Israele, giungendo, infine, a conoscere la testimonianza dei cristiani. Comprese quindi che Dio era molto di più di quello che cercavano di definire i pensatori greci. A Efeso, attorno al 130, si fece battezzare e si mise all’opera per conciliare i suoi studi filosofici con il Vangelo. Viaggiò molto, ma a Roma, a causa del suo impegno apologetico a favore dei cristiani, venne accusato di essere ateo e condannato a morte: venne decapitato assieme ad alcuni suoi discepoli tra il 163 e il 167, al tempo dell’imperatore Marco Aurelio. (Matteo Liut)
 
O Dio, che attraverso la stoltezza della croce
hai donato al santo martire Giustino
la sublime conoscenza di Gesù Cristo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di respingere gli inganni dell’errore
per conseguire fermezza nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 31 Maggio 2026
 
Santissima Trinità
 
Es 34,4b-6.8-9; Salmo Responsoriale Dn 3,52-56; 2Cor 13,11-13; Gv 3,16-18
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): «Santo, santo, santo il Signore, Dio dell’universo», esclamiamo ogni volta che celebriamo l’Eucaristia. Glorifichiamo il Dio vivo e vero, Dio che vive nei secoli e abita nella luce inaccessibile. Dio che ha dato origine all’universo, che con sapienza e amore ha fatto tutte le sue opere. Dio che ha formato l’uomo a sua immagine e somiglianza.
Unendoci agli angeli, che incessantemente cantano la sua lode, fatti voce di ogni creatura, innalziamo il canto di lode (Preghiera eucaristica IV).
Questo Dio ci ha fatto conoscere la sua vita intima: è l’Unico ma in Tre Persone. Nel proclamare Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone.
I libri della Nuova Alleanza ci introducono nella profondità di questo mistero. Il Padre ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito per salvarlo ed ha mandato lo Spirito Santo per guidarlo alla pienezza della santità. Contemplando il mistero di Dio esclamiamo: sia benedetto Dio Padre, e l’unigenito Figlio di Dio, e lo Spirito Santo. Professare la fede nella Santissima Trinità vuol dire accettare l’amore del Padre, vivere per mezzo della grazia del Figlio ed aprirsi al dono dello Spirito Santo: credere che il Padre ed il Figlio vengono all’uomo attraverso lo Spirito e vi abitano; gioire che il cristiano è il tempio vivo di Dio nel mondo; vivere sulla terra ma nello stesso tempo in Dio, camminare verso Dio con Dio.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso. Dio non può essere veduto dall’uomo. È il Signore a prendere l’iniziativa e solo per sua benevola decisione si manifesta alla sua creatura amando rivelare in modo particolare i suoi attributi di misericordia, di pietà, di benevolenza, di amore e di fedeltà. L’uomo, dinanzi a tanta rivelazione d’amore, si scopre peccatore e infedele. Una scoperta, quella della propria estrema povertà, che non schiaccia l’uomo, ma lo innalza sempre più fino a introdurlo nel mistero svelato di Dio-amore (Cf. 1Gv 4,8.16).
 
Seconda Lettura: Nella Chiesa «non deve regnare un clima di terrore, neppure di “terrore sacro”, ma piuttosto di distensione. Perciò è necessario che vi sia fra i diversi membri un atteggiamento di vicendevole comprensione: “state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace”. Questo è il linguaggio che deve usare un vero pastore evangelico […]. In definitiva, infatti, l’ultima parola dell’esistenza e della coesistenza della comunità non è il pastore, bensì “il Dio dell’amore e della pace che sarà con voi”. Soli Deo gloria» (José Maria Gonzales-Ruiz).
 
Vangelo
Dio ha mandato il Figlio suo perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
 
San Giovanni vuol ricordare ai suoi lettori che la morte di Gesù è la mani festazione suprema dell’amore di Dio per gli uomini: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Tutta la nostra religione è una rivelazione della bontà, della misericordia, della carità di Dio per noi: «Dio è amore» (1Gv 4,8.16), cioè amore diffusivo che si effonde e si prodiga per il bene di tutte le creature.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 3,16-18
 
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
 
Parola del Signore.

Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei (Gv 3,1), è un membro autorevole del Sinedrio (Gv 7,50). Incontrarsi con Gesù sta a dimostrare che è un uomo che ama la verità e ama cercarla: la sua mente è libera, non è posseduta da quei pregiudizi che assai pesantemente avvelenarono i rapporti tra i sinedriti, Farisei e Sadducei, e il giovane Rabbi di Nazareth. Andò da Gesù di notte ... Tenebre e notte, se prendiamo il discorrere figurato di Giovanni, rappresentano il male (Cf. Gv 9,4; 11,10). Giuda, il discepolo, dopo aver preso il boccone, lascia la luce del Cenacolo ed entra nelle tenebre del Male (Cf. Gv 13,30; 3,19). Nicodèmo, il fariseo, invece lascia le tenebre dell’odio gratuito, della incomprensione scontata, per entrare nella calda intimità della Luce (Cf. Gv 8,12). A Nicodèmo, Gesù fa una rivelazione, densissima di significato teologico: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito. Le parole di Gesù «esaltano l’immensa carità di Dio verso l’umanità; egli ha amato per primo, ha avuto l’iniziativa nell’amore, ha amato gli uomini che l’avevano offeso e si trovavano immersi nel peccato; ha amato fino al punto di donare il suo stesso Figlio unigenito: lo ha dato nel senso che lo ha abbandonato alla passione e alla morte» (Giuseppe Ferraro). Lo ha consegnato alla passione e alla morte per la salvezza degli uomini: una salvezza che inizia già qui nel cammino terreno e che troverà pienezza di beatitudine nel Regno dei Cieli. Gesù è il dono dell’amore di Dio per l’umanità peccatrice, il dono perfetto che viene dal Cielo (Gv Gc 1,17). Non è registrato, ma possiamo pensare che Gesù, con questa affermazione, voglia porre a Nicodèmo la stessa domanda che più avanti porrà alla donna samaritana: Se tu conoscessi il do no di Dio (Gv 4,10). Il più prezioso dono di Dio all’umanità al momento è velato agli occhi degli uomini, sarà svelato soltanto quando il Figlio si sarà assiso sul trono della Croce: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io sono» (Gv 8,28; Cf. Gv 12,32). ... Dio ha dato il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. L’aggettivo eterna «nella traduzione è inevitabile, ma non rende bene il senso della soggiacente espressione ebraica. Parlare di “vita eterna” significa parlare di quella vita che è la sola vera, perché possiede il carattere della “definitività”. Si tratta di quella vita indistruttibile la cui sorgente è in Dio. Chi la possiede, anche se materialmente muore, in realtà non perisce: continua a vivere la vita di Dio che è in lui» (Mario Galizzi). E poi al maestro d’Israele (Gv 3,10), Gesù rivela la segreta intenzione del Padre: Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Se Israele attendeva un Messia giudice e vendicatore nei confronti dei pa gani, qui viene rivelato il vero Cuore di Dio che nel Figlio suo Unigenito indica l’àncora della salvezza: Chi crede in lui non è condannato. Solo chi rifiuta questa àncora (Cf. Gv 3,18) viene condannato: non è Dio a prendere l’iniziativa, ma è l’uomo, con tutta la sua capacità di intendere e volere, a determinare il suo ultimo destino: solo chi accetta di credere nel nome dell’Unigenito Figlio di Dio può entrare nel numero dei salvati (Cf. Ap 7,13-17). L’uomo è arbitro della sua sorte eterna. Ha intelletto e discernimento, può scegliere o la salvezza o la perdizione. Può e deve, nessuno può sostituirsi a lui. Possiamo ricordare le parole che Dio rivolge al suo popolo: «Vedi, io pongo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male... Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,15ss). Nella Nuova Economia accedere alla salvezza dipende dalla fede in Gesù: tutto è grazia, la salvezza un dono da accogliere. Gesù è la via (Gv 14,6), solo chi pone i propri passi su questa via raggiungerà la vita, quella vera che non tramonta mai.
 
Per approfondire
 
Tre persone, unica sostanza - Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Ciò che è il Figlio, è anche il Padre e lo Spirito Santo, perché «tutto quello che il Padre possiede è mio », dice Cristo. Ma tutto quello che ha lo Spirito, lo prende dal Figlio (Gv 16, 4-15). Ciò sta a significare che le tre persone divine, pur essendo distinte fra loro, hanno tuttavia in comune l’unica e identica natura divina.
«Dio è assolutamente uno in se stesso. In lui non esiste pluralità di principi divini. La sua natura, essenza, sostanza è una e indivisa.
Tale unità tuttavia è pienezza di vita, comunicazione e comunione di un “Io” e di un “Tu” in un infinito dialogo di amore. Per esprimere in qualche modo il mistero di Dio uno trino, la tradizione della Chiesa approfondì il concetto di “persona” e di “relazione”.
Le tre persone che sussistono in Dio non sono personalità intese nel senso moderno, bensì correlazioni la cui esistenza reale non distrugge l’unità dell’essere supremo, ma in qualche modo ce lo fa intravedere.
Sant’Agostino ha espresso questo pensiero nella formula: Egli (il Padre) viene chiamato Padre non in relazione a sé, ma solo in relazione al Figlio. Considerato in se stesso egli è semplicemente Dio (De Trinitate, 5, 6).
Così il Figlio nei confronti del Padre e lo Spirito rispetto alle altre due persone. La distinzione delle tre persone sta dunque nella diversità delle relazioni. E le relazioni personali in Dio non sono qualcosa che si aggiunge alla natura divina, ma sono le stesse persone, ciascuna delle quali coincide con l’essere assoluto di Dio e si distingue solo in riferimento alle altre.
Questa visione così alta è frutto di un costante approfondimento della verità rivelata ed espressa dai padri e dai concili. Essa testimonia l’impegno della Chiesa nell’approfondire, otto l’azione illuminante dello Spirito, il mistero di Dio per proclamarlo, viverlo e testimoniarlo. Con la consapevolezza tuttavia espressa dall’apostolo Giovanni, che solo quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1Gv 3, 2).
 
La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi. Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo) 11-12 Dopo tutti i balenamenti e le schermaglie dei capitoli precedenti, un epilogo sereno e riposante, quasi la quiete dopo la tempesta. Si noti come le esortazioni convergano tutte sul tema dominante della lettera, e cioè spirito di pace, di concordia, di amore e di docilità: «Lasciatevi esortare» (v. 11). E in questa maniera che i suoi lettori potranno raggiungere «la perfezione» e «rallegrarsi» nel «Dio dell’amore e della pace» (v. 11). Anche in Fil. 4, 4 l’Apostolo esorta a essere lieti nel Signore: «Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto ancora: siate allegri» (cfr. 3, 1). La vera gioia nasce solo dal possedere in noi il «Dio della pace». Il «bacio santo» (v. 12) è il bacio liturgico che sta a simboleggiare la fraternità cristiana (Rom. 16, 16; 1Cor. 16, 20; 1Tess. 5, 26). 13 Di particolare interesse è l’augurio finale rivolto a «tutti» senza distinzione, perché contiene una esplicita affermazione trinitaria, come già avevano notato i Padri, soprattutto nella lotta anti-ariana e anti-macedoniana. I tre genitivi sono da intendere come genitivi soggettivi e di autore (contrariamente a quanto pensano altri esegeti): l’Apostolo augura ai suoi lettori la «grazia» che ci ha meritato Gesù Cristo con la sua Redenzione, «l’amore» del Padre, dal quale soltanto dipende il disegno salvifico universale (Efes. 1, 5; Rom. 5, 8), la «comunione» e distribuzione che lo Spirito Santo fa di se stesso e dei suoi doni perché completiamo così l’opera della nostra divinizzazione. La santificazione del cristiano dipende dunque da tutte e tre le divine Persone, anche se con attribuzioni diverse: la causa diretta e immediata ne è Cristo Signore, anche se la fonte di tutto è il Padre e il perfezionatore lo Spirito Santo. Avendo appunto davanti a sé questo ordine genetico, Paolo ha invertito o, comunque, non ha seguito l’ordine trinitario tradizionale. Si presuppone che il cristiano accetti di entrare nel ritmo di questa via trinitaria. Anche oggi qualcuno (p. e. Schweitzer) è tentato di ridurre lo «Spirito Santo» a una forza impersonale, che caratterizzerebbe le azioni di Dio e di Cristo; è ovvio però, dal testo, che Paolo colloca sullo stesso piano di azione e di distinzione Cristo, Dio-Padre e lo Spirito Santo. Tanto più che anche altrove egli attribuisce azioni pienamente «personali» allo Spirito Santo: è lui che intercede per noi (Rom. 8, 26-27) al pari di Cristo (ivi 8, 34), che grida nei nostri cuori «Abbà, Padre» (Gal. 4, 6), che rende testimonianza che siamo figli di Dio (Rom. 8, 16), che scruta perfino le profondità di Dio (1Cor. 2, 10), che preannuncia il futuro (l Tim. 4, 1), che abita nei cristiani come in un tempio (1Cor. 12, 4-11). E del resto sono assai numerosi i testi paolini nei quali, in forma esplicita o implicita, con accentuazioni diverse secondo i contesti, l’Apostolo usa siffatte formule trinitarie (Rom. 1, 4; 15, 16.20; 1Cor. 2, 10-16; 6, 11,14 15.19; 12, 4-6; 2Cor. 1, 21-22; Gal. 4, 6; Fil. 2, 1; Efes. 1, 3-14; 2, 18.22; 4,4-6; Tit. 3, 5-6; Ebr. 9, 14). Per Paolo tutto viene da «Dio» (Rom. 11, 36); ma Dio ormai, dopo che Cristo ce lo ha rivelato, è soltanto «grazia», «amore», «comunione» di vita per sempre, cioè il Dio-Trinità.
 
Essere un’anima sola in Dio - Agostino, In Ioan. 39, 5: State attenti, fratelli, perché riconoscerete qui il mistero della Trinità, in qual modo cioè si possa dire: il Padre è, il Figlio è, lo Spirito Santo è, e tuttavia Padre, Figlio e Spirito Santo sono un solo Dio. Ecco che quelli erano molte migliaia, ma avevano un solo cuore; erano molte migliaia, ma avevano una sola anima. Ma dove avevano un solo cuore e una sola anima? (cf. At 2,32). In Dio. A maggior ragione questa unità si deve trovare in Dio. Forse sbaglio nell’esprimermi, quando dico che due uomini hanno due anime e tre uomini ne hanno tre, e molti uomini ne hanno molte? Di certo mi esprimo giustamente. Ma se essi si avvicinano a Dio, avranno una sola anima. Se coloro che si avvicinano a Dio, per mezzo della carità, di molte anime diventano un’anima sola e di molti cuori un cuore solo, che cosa non farà la stessa fonte della carità nel Padre e nel Figlio? La Trinità non è dunque, a più forte ragione, un solo Dio? È da essa infatti che ci viene la carità, dallo stesso Spirito Santo, così come dice l’Apostolo: “La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5).
Se dunque «la carità è diffusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» e di molte anime fa un’anima sola e di molti cuori fa un cuore solo, a quanta maggior ragione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo dovranno essere un solo Dio, una sola luce, e un solo principio?
 
Testimoni di Cristo - Visitazione di Maria. Ecco la fretta di andare verso l’amore autentico: La nostra anima sa cogliere il luogo dove si trova il nostro tesoro più prezioso e guida le nostre gambe verso il nostro bene. E la strada ci porta dritti al cuore di Dio, la fonte dell’amore più grande. Lasciarci portare da questa “fretta” è la testimonianza più bella della grandezza del messaggio di Cristo. Proprio di questa ci parla l’episodio della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta, oggi al centro della liturgia nel giorno che chiude il mese tradizionalmente dedicato alla Madre di Dio. L’episodio, narrato dal Vangelo di Luca, ci mostra due madri che si ritrovano portando dentro di loro il dono inatteso del Signore. Due nuove vite, segno affascinante della potenza di Dio ma anche della sua delicatezza. E il canto del Magnificat è l’inno a tutto questo, invocazione dell’unica vera forza che cambia il mondo: la misericordia. Maria è evangelizzatrice ancora prima di conoscere Cristo, perché lo porta in grembo, lo genera al mondo, è l’icona della potenza che sceglie il nascondimento, l’umiltà, le logiche dell’amore. Nell’incontro tra Maria ed Elisabetta, insomma, scorgiamo la possibilità che il Regno di Dio si realizzi davvero in mezzo a noi; un regno non basato sulla legge del più forte ma sulla capacità di andare incontro al prossimo. (Avvenire)
  
Padre fedele e misericordioso,
che ci hai rivelato il mistero della tua vita
donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, 
sostieni la nostra fede
e ispiraci sentimenti di pace e di speranza,
perché, amandoci come fratelli,
rendiamo gloria al tuo santo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 30 Maggio 2026
 
Sabato VIII Settimana T. O.
 
Gd 17,20-25 ; Salmo Responsoriale dal Salmo 62 (63); Mc 11, 27-33
 
Con quale autorità fai queste cose? (Vangelo)
 
Gesù depositario dell’autorità. - F. Amiot e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Durante la sua vita pubblica Gesù appare come il depositario di un’autorità (exousìa) singolare: predica con autorità (Mt 7, 29 par.), ha il potere di rimettere i peccati (Mt 9, 6 ss), è padrone del sabato (Mc 2, 28 par.). Potere completamente religioso d’un inviato divino, dinanzi al quale i Giudei si pongono la domanda essenziale: con quale autorità fa queste cose (Mt 21, 23 par.)? A tale domanda Gesù non risponde direttamente (Mt 21, 27 par.). Ma i segni che compie spingono gli spiriti verso una risposta: egli ha potere (exousìa) sulla malattia (Mt 8, 8 s par.), sugli elementi (Mc 4, 41 par.), sui demoni (Mt 12, 28 par.). La sua autorità si estende dunque fino alle cose politiche; in questo campo il potere che egli ha rifiutato di avere da Satana (Lc 4, 5 ss), lo ha ricevuto in realtà da Dio. Tuttavia di questo potere egli non approfitta tra gli uomini. Mentre i capi di questo mondo dimostrano il loro potere esercitando il dominio, egli sta in mezzo ai suoi come colui che serve (Lc 22, 25 ss). Egli è maestro e signore (Gv 13, 13); ma è venuto per servire e per dare la propria vita (Mc 10, 42 ss par.). E perché egli assume in tal modo la condizione di schiavo, ogni ginocchio si piegherà alla fine dinanzi a lui (Fil 2, 5-11). Per questo, una volta risuscitato, potrà dire ai suoi che «gli è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28, 18).
Gesù dinanzi alle autorità terrene. - L’atteggiamento di Gesù nei confronti delle autorità terrene è tanto più significativo. Dinanzi alle autorità giudaiche egli rivendica la sua qualità di figlio dell’uomo (Mt 26, 63 s par.), base d’un potere attestato dalle Scritture (Dan 7, 14). Dinanzi all’autorità politica la sua posizione è più sfumata. Egli riconosce la competenza propria di Cesare (Mt 22, 21 par.); ma ciò non gli impedisce di vedere l’ingiustizia dei rappresentanti dell’autorità (Mt 20, 25; Lc 13, 32). Quando compare dinanzi a Pilato, non ne discute il potere, di cui conosce l’origine divina; ma mette in rilievo l’iniquità di cui è vittima (Gv 19, 11), e rivendica a se stesso il regno che non è di questo mondo (Gv 18, 36). Se dunque lo spirituale e il temporale, ciascuno a modo suo, derivano per principio da lui, egli nondimeno consacra la loro netta distinzione e fa capire che, per il momento, il temporale conserva nel suo ordine una vera consistenza; questo stato di cose durerà fino al suo ritorno in gloria. I due poteri si confondevano nella teocrazia ebraica; non sarà più così nella Chiesa.
 
I Lettura: Giuda, all’inizio di questa lettera, si dichiara costretto a scriverla per esortare tutti i cristiani alla fedeltà. Nella comunità, infatti, si sono infiltrati alcuni individui empi che stravolgono la grazia del nostro Dio in dissolutezze e rinnegano il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo. A fronte di tutto questo, i cristiani dovranno ordinare la propria vita secondo la verità del Vangelo, l’amore salvifico di Dio Padre, la misericordia di Gesù Cristo. La brevissima lettera può essere divisa in quattro parti: 1. Indirizzo, saluto e scopo della lettera (1-4), 2. contro i falsi maestri, sobillatori pieni di acredine, che agiscono secondo le loro passioni (5-16), 3. esortazioni ai credenti (17-23), 4. Preghiera di lode a Dio (24-25). Il testo odierno comprende la terza e la quarta parte. I credenti, oltre a costruire il loro edificio sopra la loro santissima fede, devono esercitare in sommo grado la carità convincendo quelli che sono vacillanti, e salvando chi è già sul punto di precipitare nel fuoco. Infine siano perseveranti nella preghiera, nella lode all’unico Dio per mezzo di Gesù Cristo.
 
Vangelo
Con quale autorità fai queste cose?
 
Con quale autorità fai queste cose?: se nel contesto la domanda dei capi dei sacerdoti si riferisce all’ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme e alla cacciata dei mercanti dal Tempio, possiamo pensare che voglia abbracciare anche tutto il suo ministero pubblico. Gesù, come ha già fatto tante altre volte, risponde con una contro domanda, ponendo così i suoi avversari in difficoltà: Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi. Incapaci, per malizia e per paura della folla, di esprimere una decisione autorevole circa il battesimo di Giovanni, gli scribi e gli anziani preferiscono tacere. Dinanzi a tanta ipocrisia Gesù replica con forza e dice loro: Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose. Il cuore del racconto marciano è in questa solenne affermazione di Gesù; è una tacita rivendicazione di possedere un’autorità messianica concessagli da Dio. Le autorità religiose, per la loro caparbia ostinazione, ancor una volta hanno sciupato l’occasione di conoscere la Verità, accoglierla e custodirla nel loro cuore.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 11, 27-33
 
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo».
E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose».
 
Parola del Signore.
 
Il problema dell’autorità di Gesù - Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): È la terza volta che Gesù entra a Gerusalemme e penetra nel recinto del tempio (11,11.15): egli ha fatto del luogo sacro il centro del suo insegnamento (1.1,17). E lì che affronterà i rappresentanti del giudaismo in una serie di tre dispute che costituiscono la replica di quelle avvenute in Galilea all’inizio della sua missione (da 2,1 a 3,6). Al di là del quadro specifico in cui queste dispute si svolgono, si ha davvero l’impressione che Gesù subisca in questo modo un interrogatorio in piena regola: il suo processo è già incominciato prima del tempo.
Gli argomenti delle dispute ora iniziate sono questi: l’autorità di Gesù (11,27-33); il tributo da pagare a Cesare (12,13-17); la risurrezione dei morti (12,18-27): per il momento, il «caso» del tempio è ancora troppo scottante (11,15-17). La domanda dei capi dei sacerdoti degli scribi è di evidente attualità: «Con quale autorità fai queste cose?» (v. 28). Non a caso si tratta di membri del sinedrio, l’alta corte di giustizia, che pongono a Gesù questa domanda: con quale diritto è intervenuto nello svolgimento del culto? L’interrogativo è tanto più insidioso in quanto costoro non ignorano che essi sono gli unici a proporsi come maestri in questo specifico campo e si ritengono depositari di un potere che proviene da Dio. Gesù non risponde direttamente alla loro domanda, ma ne oppone loro una preliminare (v. 29), assai accorta, che pone i suoi interlocutori di fronte a una scelta difficile: se essi dichiarano che Giovanni Battista e la sua missione venivano «dal cielo», cioè da Dio, dovrebbero ammettere anche l’origine divina dell’autorità del messia (vv. 30-31); se pensano che l’opera di Giovanni è esclusivamente umana, si trovano in contrasto con l’opinione pubblica che la considera profetica (v. 32).
Marco evidenzia il timore delle autorità giudaiche: decisi alla rovina di Gesù, costoro hanno paura, senza con­fessarlo, dell’enorme popolarità di cui egli gode, proprio come Giovanni Battista (11,18; 12,12). La loro risposta perplessa alla sfida di Gesù («Non lo sappiamo!») è chiaramente un battere in ritirata (v. 33a). Gesù ne trae la conseguenza: egli non rivelerà il segreto della sua autorità (v. 33b).
 
Per approfondire
 
Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi - Vincent Taylor (Marco): La domanda di Gesù non riguarda tanto il battesimo di Giovanni come tale, ma tutto il ministero del Battista e la sua persona: cfr. Atti 1, 22; 18, 25. Bultmann sostiene che l’apoftegma palestinese originale terminava con queto versetto; ma si tratta di posizione gratuita, come quella che vi vede una formazione della comunità. Così Lohmeyer, 243, il quale osserva che non ci sono altre situazioni della comunità primitiva in cui la «autorità» di Gesù sia stata fondata sul battesimo di Giovanni.
vv. 31-33. Gesù percepisce il dilemma dei sacerdoti. Se essi riconoscono che l’autorità di Giovanni è divina, possono essere accusati di incredulità nei suoi confronti; più ancora: sarebbero anche costretti ad ammettere che pure l’autorità di Gesù proviene da Dio.
La seconda proposizione condizionale, al v. 32, s’interrompe d’improvviso, dato che l’apodosi viene sostituita dall’affermazione che essi avevano paura della folla. Tutti consideravano Giovanni come un profeta, e quindi ispirato dallo Spirito Santo. Per echein nel senso di «considerare» cfr. Lc. 14, 18; Fil. 2, 19. Blass lo ritiene un latinismo: ma la costruzione si trova anche nei papiri.
Alcuni leggono ontàs come qualifica di eichon, e traducono: «pensavano seriamente»; ma - con la maggior parte dei MSS - è meglio leggerlo con én: «pensavano che fosse veramente un profeta».
Il v. 33 riprende la domanda del v. 30. Incapaci di dare una risposta, i sacerdoti dicono che essi non sanno, e Gesù, riferendosi alla loro risposta negativa, dice: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose». Ma in realtà Gesù l’ha già detto con la sua contro-domanda, ed essi non possono avere avuto dubbi a riguardo della sua velata rivendicazione.
Matteo Luca apportano al testo di Marco diverse variazioni stilistiche.
 
I farisei - Alice Baum: Il Nuovo Testamento dipinge i farisei come i veri e propri avversari di Gesù; va però considerato, d’altro canto, che Gesù ha molto in comune con i farisei, che egli prende sul serio la loro religiosità e perfino nelle dispute si preoccupa di loro. Il conflitto nasce da una differente posizione nei confronti della Legge. Per Gesù (e per il cristianesimo primitivo - Paolo) la Torah non poteva essere considerata una necessità assoluta per la salvezza. Non la “tradizione dei padri” ma Gesù era l’interprete autentico della volontà assoluta di Dio. Di qui la sua libertà sovrana di fronte alla Legge, cosa che per la credenza dei farisei nell’origine divina della Torah non era possibile imitare. La seconda causa del conflitto era la distanza dei farisei da tutte le attese messianico-escatologiche imminenti, cosicché la pretesa messianica che Gesù avanzava con la parola e l’azione era per loro inaccettabile. Certo, nella concezione della Legge dei farisei c’era il pericolo di una religiosità esteriorizzata, e non di rado vi ci sono caduti. I rimproveri che il Nuovo Testamento solleva contro di loro si trovano anche negli scritti rabbinici.
Tuttavia dedurre dalla radicalizzazione e dalla polemica inasprita del Nuovo Testamento che i farisei fossero tutti indistintamente degli ipocriti e il fariseismo soltanto un adempimento esteriore della Legge, contraddice i dati di fatto storici. Diversamente non avrebbe potuto dar vita alle grandi figure del periodo post-biblico e vitalizzare con una nuova linfa il giudaismo successivo al 70 d.C. e al 135 d.C.
 
Alberto Magno (In ev. Marc. XI) - Con quale potere compi questi segni?: sapevano infatti che il suo potere non era umano, ma non volevano credere che fosse divino. Chiedono quindi qual è l’origine di quel potere. Forse cioè il suo potere è come quello dei santi, che fecero miracoli per mezzo dell’intercessione di Dio. O forse è diabolico? E se è come quello dei santi essi volevano sminuirlo, e che Egli riconoscesse che non era Figlio di Dio. E il dirlo costituiva una bestemmia.
 
Testimoni di Cristo -  San Giuseppe Marello Vescovo (Torino, 26 dicembre 1846 - Savona, 30 maggio 1895): Giuseppe Marello nacque a Torino il 26 dicembre 1846, dove suo padre gestiva un negozio ed era amico di don Giuseppe Cottolengo al quale regalava lenzuola per gli ospiti della «Piccola Casa». A dodici anni andò in pellegrinaggio al Santuario della Misericordia di Savona e qui, nella cripta davanti all’altare di Maria riconobbe la sua vocazione. Fu ordinato sacerdote nel 1868 ad Asti dal vescovo Carlo Savio che lo nominò suo segretario. Diventato vescovo di Acqui nel 1872, partecipò ai lavori del Concilio Vaticano I e si sentì particolarmente felice per la proclamazione di san Giuseppe a patrono della Chiesa universale. A lui si ispirò per gli Oblati di San Giuseppe, congregazione religiosa che sorse nel 1878. Sin dagli inizi del suo sacerdozio aveva intuito i bisogni della gioventù e dei poveri. Ai suoi preti chiedeva di essere «certosini in casa, apostoli fuori». Morì, quasi cinquantenne, a Savona il 30 maggio 1895. È santo dal 2001. (Avvenire)
 
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.