28 Giugno 2026
 
XIII Domenica del Tempo Ordinario
 
2Re 4,8-11.14-16a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
 
La croce contrassegno del discepolo di Gesù - Giuseppe Barbaglio:  Nei vangeli sinottici ricorre due volte la formula «prendere (o portare) la propria croce». In realtà, essa esprime una precisa esigenza di comportamento qualificativa del discepolato di Cristo. Nella triplice tradizione sinottica troviamo la prima testimonianza del detto di Cristo: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34; cf. Mt 16,24). Come si vede, prendere la propria croce costituisce l’indispensabile condizione per poter «andare dietro» a Gesù. In altre parole, la sequela di Cristo esige piena disponibilità a percorrere la via crucis, cioè a far getto della propria vita.
Dunque un estremo coinvolgimento della persona. È con indubbia originalità che Luca interpreta la parola di Cristo sulla linea della quotidianità del vivere: portare la croce non è un momento eroico finale, ma coinvolge tutta la vita del discepolo ponendola sotto il segno della passione. Per questo aggiunge il determinativo «ogni giorno».
Il secondo passo evangelico in cui ricorre la nostra espressione appartiene invece alla fonte dei detti di Gesù (sigla Q), da cui hanno attinto Matteo (10,38) e Luca (14,27). Con probabilità è proprio Luca che ci ha conservato il tenore originario della parola di Cristo: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». Portare la croce era dunque fattore costitutivo dell’essere discepolo di Gesù. La formulazione matteana invece attenua questo radicalismo, mettendo l’accento sull’essere degno discepolo di Cristo. Emerge qui il pragmatismo del primo evangelista che, pastore preoccupato della coerenza della comunità cristiana prende di petto i credenti della sua chiesa esortandoli a vivere da autentici discepoli del Signore che si qualificano per le loro «buone opere» (Mt 5,16).
Ma qual è l’origine della formula? Il giudaismo del tempo ignorava questa espressione. Con probabilità, essa risale alla comunità cristiana primitiva che, interprete del radicalismo di Gesù espresso nel detto immediatamente precedente («Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26; cfr. Mt 10,37), ha inteso affermare la necessaria partecipazione dei credenti alla via crucis del Signore.
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaLa nascita del figlio della donna facoltosa di Sunem è una delle tante nascite miracolose, sparse qua e là nella sacra Scrittura. Comunque, secondo il contesto in cui sono inserite, le nascite miracolose possono avere sfumature diverse. Nel nostro caso la nascita miracolosa mette in evidenza: a) il potere taumaturgico del profeta Eliseo; b) l’ospitalità che viene esaltata con un premio così grande, cioè con la nascita miracolosa di un bambino; c) chi dà la fecondità ai grembi sterili è il Signore Dio e non le divinità morte dei popoli pagani.
Salmo Responsoriale 88 (89) - “Nessun culto è gradito a Dio come la misericordia: innanzi a lui procedono la misericordia e la verità [Sal 89 (88),15], davanti a lui bisogna anteporre la misericordia al giudizio [cfr. Os 6,6], e la benignità da niente altro che dalla benignità è meglio ricompensata da lui che retribuisce con giustizia e pone misericordia in peso e misura [cfr. Is 28,27]” (Gregorio di Nazianzio)
 
II LetturaL’Apostolo Paolo invita i cristiani a “camminare in una vita nuova” (v. 4). Il porto sicuro di questo cammino sarà la risurrezione:  “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (v. 8).
“«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo». Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» [Rm 6,23]. E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione [cfr. Rom 6,3-9; Fil 3,10-11]” [Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1006).
Vangelo: L’amore è forza trainante: se da una parte spinge il discepolo fino all’estremo sacrificio trasformando la sua vita in un’oblazione, dall’altra parte lo aiuta a vivere le esigenze della carità nell’anonimo quotidiano, nei gesti spiccioli di ogni giorno, nei piccoli atti che si trasformano in consolazione e in accoglienza per i più bisognosi. In ambedue i casi il discepolo non perderà la sua ricompensa: chi dona la vita la ritroverà nella Vita, e chi si fa accogliente sarà accolto dall’Amore.
 
Vangelo
Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.
 
Il Vangelo ci mette dinanzi a una scomoda e scorticante verità: per seguire il Maestro occorre rinnegarsi e per guadagnare la vita eterna bisogna rischiare la vita terrena. Seguire Gesù, fedeli fino alla morte, comporta privazioni e «spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli di un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui» (Felipe F. Ramos). L’ospitalità esaltata da Cristo, si farà cristiana quando nei pellegrini, spesso bisognosi di tutto, si coglieranno i tratti di Gesù (Eb 13,2). Un favore fatto ai piccoli, anche il più umile come un bicchiere d’acqua fresca, è da ritenersi fatto a Cristo. Nelle comunità cristiane, l’ospitalità sarà richiesta per essere iscritti nel «catalogo delle vedove» (1Tm 5,9-10)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
 
Parola del Signore.
 
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me - Siamo alla conclusione del discorso apostolico. Oltre a specificare la missione dei Dodici e le modalità di comportamento (vv. 1-15), Gesù tratteggia la stessa vita degli Apostoli e dona loro una certezza certamente non esaltante: come pane quotidiano avranno persecuzione e come companatico odio gratuito (vv.16-25), ma nonostante questo accanimento verso le loro persone dovranno parlare apertamente e senza timore (vv. 26-33). Tanto è scomodo il Vangelo che Gesù stesso, e di conseguenza il discepolo, è causa di dissensi (vv. 34-36). A finire il discorso, Gesù prospetta agli Apostoli una dura esigenza evangelica che supera ogni buon senso umano: per seguirlo occorre rinunciare a tutto, anche a farsi una famiglia (Mt 19,12), e per salvare la vita, cioè raggiungere la vita eterna, bisogna saper perdere la vita terrena (vv. 37-39). In appendice, ma è la colonna portante del cristianesimo, afferma che l’unico, vero biglietto di presentazione che permetterà l’ingresso nel regno di Dio sarà la carità (vv. 40-42; Mt 25,31-46).
È una pagina che trancia senza pietà ogni tentativo di accomodamento umano della Buona Novella.
Ora, leggendo questa pagina evangelica, ci si chiede come si possa conciliare il Gesù così esigente con il Gesù che dice di non voler imporre che un giogo dolce e soave (Mt 11,30), che definisce non gravosi i suoi comandamenti (Gv 5,3) e che si presenta come il buon Pastore amabile e pronto a dare la vita per le pecore (Gv 10,11). Ci impressiona questo linguaggio così radicale e per dare una risposta e per «capacitarsi di questa apparente contraddizione e capire le richieste di Cristo, che sembrano esagerate, si deve ricorrere alla logica dell’amore e della fede. L’amore come dono è esigentissimo, e d’altra parte l’amore come risposta al dono, trova dolce e leggero ogni più grave sacrificio. Chi ama davvero Cristo e crede che va posto al culmine di ogni cosa non giudica strano che gli si debba dare la preferenza anche sugli affetti più cari e che si debba essere pronti a sacrificargli perfino la vita» (Vincenzo Raffa).
Non possiamo barattare queste esigenze cristiane con la logica umana; è vero che siamo dinanzi a una pagina scomoda, ma è una pagina che ci suggerisce una elementare verità: essere cristiano ha un prezzo. Mettere in secondo piano gli affetti familiari, abbracciare la croce ogni giorno, perdere la vita per Cristo, allo scopo di guadagnarla definitivamente sono le condizioni per porsi alla sequela di Gesù. Altrimenti, gli ripeterà il Maestro divino: «Non sei degno di me».
 
Per approfondire
 
La sterilità (I Lettura) - Succintamente si può rilevare che l’Antico Testamento considera l’aver figli numerosi un dono di Dio (Gen 35,5; Sal 127,3; 128,3-6) e l’esserne privo una vergogna (Gen 30,23), una prova tremenda, se non addirittura un castigo divino (Gen 30,1). E questo sia per l’uomo che per la donna. L’eunuco, uomo privo delle facoltà virili per difetto organico o per evirazione (Mt 19,12), è escluso dall’esercizio del sacerdozio o è considerato, generalmente, un essere inutile, un «albero secco» (Is 56,3) e per la legge non appartiene nemmeno più alla comunità (Dt 23,2). Anche la donna sterile, per volgari pregiudizi, è per la gente comune degna di disprezzo (Gen 16,4).
Per superare la sterilità si ricorre ad artifizi al limite di ogni pudore morale, ma comunemente accettati. Sara, pur di avere un bambino, permette al marito di unirsi con la propria schiava (Gen 16,1-4), così fa Rachele e poi Lia, anche se aveva avuto già quattro figli (Gen 30,1ss).
I figli di queste unioni irregolari sono considerati appartenenti alla padrona sterile. Si registrano anche casi estremi come quello delle figlie di Lot che per il terrore di non avere una posterità ricorrono addirittura all’incesto (Gen 19,30-38).
A questi espedienti si aggiunge la preghiera che spesso Dio esaudisce donando delle maternità umanamente impossibili. Ad Abramo già vecchio e a Sara, il cui grembo era sterile, Dio concede un figlio: Isacco, il figlio della promessa (Gen 17,19).
La sterile Rebecca, sposa di Isacco, ha due figli insperati: Esaù e Giacobbe (Gen 25,19-26). La nascita di Sansone è anche un evento prodigioso, infatti il padre e la madre sono già avanti negli anni e nella loro giovinezza non hanno avuto figli (Giud 13,3-5). Così la nascita di Samuele (1Sam 2,20).
Avere figli, quindi, significa essere benedetti da Dio: la fertilità è mettersi davanti a Dio come una porta aperta a che irrompa nel mondo la salvezza divina con la nascita del Messia. La sterilità è il contrario di tutto questo: essa fa precipitare l’uomo nella maledizione e, di fatto, lo aliena dai benefici divini. Anche se questo è il sentire comune, si deve ammettere che, facendosi più profonda e più intelligente la riflessione sulla salvezza, viene superato sopra tutto dai Libri sapienziali. Così, la sterile senza colpa è beata (Sap 13,3ss) e anche gli eunuchi che osservano i sabati, preferiscono le cose che piacciono a Dio e restano fermi nella sua alleanza, nella casa del Signore e dentro le sue mura, alla fine dei tempi, avranno un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; Dio darà loro un nome eterno che non sarà mai cancellato (Is 56,4-5). Quello che conta non è più la posterità della carne, ma quella dello spirito. Nel Nuovo Testamento avvengono altre nascite miracolose, così Giovanni il Battista nasce da genitori sterili e avanti negli anni, ma con un capovolgimento totale: la verginità di Giovanni è il nuovo segno del regno dei cieli, un segno che troverà la sua completezza nella verginità di Maria e nel Verbo, nato da Maria per opera dello Spirito Santo, vero segno e sacramento della salvezza di Dio. Con Cristo la sterilità volontaria, accettata per il regno dei cieli, diventa un valore positivo e può chiamarsi verginità (Mt 19,12). Paolo realizza questo ideale e ne è tanto affascinato da augurarsi che tutti seguano il suo esempio (1Cor 7,7-9).
Mentre la sterilità è frutto della incompletezza umana, con Cristo la verginità sarà un dono di Dio da custodire «con santità e rispetto» (1Ts 4,4).
 
Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me - Nel linguaggio di ogni giorno la parola croce ha assunto un valore negativo; infatti, nell’immaginario collettivo, rappresenta tutto quello che umilia l’uomo, tutto quello che lo aliena dal benessere e dalla felicità, lasciandolo in balia della angoscia e della disperazione, affogandolo miseramente nel dolore  e nella sofferenza.
Con cattivo gusto, anche una persona molesta viene chiamata croce. Per il cristiano, invece, la croce è la somma di tutte le sofferenze patite dal Cristo e che la professione cristiana inequivocabilmente comporta. In una ottica soprannaturale, le croci umane incollate all’unica Croce sulla quale è stato appeso il prezzo del nostro riscatto (Col 2,14; 1Tm 2,6), e che con essa si fondono, sono redenzione, libertà e riscatto.
Senza farsi cogliere dalla tentazione di strappare qualche pagina scomoda, scorrendo il Vangelo si ci accorge che la croce non è un accessorio più o meno ingombrante, ma è la condizione necessaria per seguire il Maestro. Dio «ti ha chiamato», scriveva Tauler, «a seguirlo e quindi devi portare una croce dietro a Lui, sia quella che sia. Se ne fuggi una, incorri in un’altra più pesante... Questa è la Via più vera, più sicura e più breve che si possa percorrere, che lo stesso sommo Maestro di ogni verità ha trovato, Lui stesso l’ha percorsa e l’ha insegnata a noi» (Divine Istituzioni, 4).
In fondo, il sì alla croce è un sì a Cristo. Un sì alla croce è morire all’uomo vecchio e al peccato (Rom 6,6.11); è morire alla carne (1Pt 3,18); è morire a tutti gli elementi del mondo e a quella parte di noi che appartiene alla terra (Col 2,20; 3,5): un sì alla croce è un sì alla vita nuova che è iniziata nel battesimo. La croce, così, è germe di risurrezione.
 
I diritti esclusivi di Gesù  - Giovanni Crisostomo: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. E chi non prende la sua croce e viene dietro a me, non è degno di me” (Mt 10,37-38). Notate la dignità e l’autorità del Maestro. Vedete come egli dimostra di essere il Figlio unico e legittimo del Padre, ordinando agli uomini di rinunziare a tutto e di anteporre l’amore per lui a ogni cosa. Non vi ordino soltanto - egli dice in sostanza - di preferire me ai vostri amici o ai vostri parenti. Vi ordino qualcosa di più, vi dico cioè che se preferite la vostra anima, la vostra vita all’amore che mi dovete, siete ben lontani dall’essere miei discepoli ...
E se Paolo raccomanda con tanta cura ai figli di essere sottomessi ai genitori, non stupitevene. Egli ordina di obbedire ai genitori solo in quelle cose che non offendono l’amore di Dio. È santo rendere ai genitori tutto l’onore e la deferenza che loro è dovuta. Ma se essi esigono da noi quanto non è loro dovuto, non si deve obbedir loro. Ecco perché Luca, citando le parole di Gesù, scrive: “Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Cristo non comanda di non amare in senso assoluto, perché ciò sarebbe del tutto ingiusto; ma se i genitori e i parenti esigessero per sé un amore più grande di quello che nutriamo per lui, egli dice di detestarli per tale motivo. Questo amore non ordinato, infatti, perderebbe sia colui che ama sia coloro che sono così amati.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ireneo di Lione. Trasmettere la fede, un compito d’amore: Ognuno di noi è per il mondo il volto di Dio su questa terra e l’annuncio dell’amore infinito che è il nostro destino passa dalle nostre parole e dai nostri gesti. Ecco perché ciò che ci è chiesto di fare prima di tutto è di amare coloro che incontriamo, anche coloro che sbagliano. Testimone della catena di trasmissione della fede fu sant’Ireneo di Lione, che nel raccogliere il patrimonio di chi l’aveva preceduto capì l’importanza di salvaguardare la verità attorno all’annuncio del Risorto. Originario forse di Smirne, crebbe nella fede grazie a san Policarpo, a sua volta formatosi alla “scuola” dell’apostolo Giovanni. Nell’anno 177 Ireneo, succedendo a Potino, morto martire, divenne vescovo di Lione, in Gallia, terra di cui imparò le lingue per poter portare il Vangelo alle popolazioni locali. Nei suoi cinque libri «Adversus Haereses» appare chiara non solo la sua abilità da apologeta ma anche il profilo del buono e saggio pastore, preoccupato di coloro che seguono la strada sbagliata. Morì nel 202. Nel 2022 papa Francesco lo ha dichiarato dottore della Chiesa, con il titolo di «Doctor unitatis». (Avvenire)
 
O Padre, che nel tuo Figlio povero e crocifisso 
ci fai ricchi del dono della tua stessa vita, 
rinvigorisci la nostra fede,
perché nell’incontro con lui
sperimentiamo ogni giorno la sua vivificante potenza. 
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
27 Giugno 2026
 
Sabato XII Settimana Tempo Ordinario
 
Lam 2,2.10-14.18; Sal 73 (74); Mt 8,5-17
 
Messaggio del santo padre Paolo VI ai poveri, ai malati, a tutti coloro che soffrono (8 dicembre 1965)1. Per voi tutti, fratelli provati, visitati dalla sofferenza dai mille volti, il Concilio ha un messaggio tutto speciale. Sente fissi su di sé i vostri occhi imploranti, luccicanti di febbre o accasciati dalla stanchezza, sguardi imploranti, che cercano invano il perché della sofferenza umana e che domandano ansiosamente quando e da dove verrà il conforto.
2. Fratelli carissimi, noi sentiamo profondamente risuonare nei nostri cuori di padri e di pastori i vostri gemiti e i vostri lamenti. E la nostra pena si accresce al pensiero che non è in nostro potere procurarvi la salute corporale, né la diminuzione dei vostri dolori fisici, che medici, infermieri e tutti quelli che si consacrano ai malati si sforzano di alleviare come meglio possono.
3. Abbiamo però qualche cosa di più profondo e di più prezioso da darvi: la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza e di arrecarvi un sollievo senza illusioni: la fede e l’unione all’Uomo dei dolori, al Cristo, Figlio di Dio, messo in croce per i nostri peccati e per la nostra salvezza.
4. Il Cristo non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarcene interamente il mistero: l’ha presa su di sé, e questo basta perché ne comprendiamo tutto il valore.
5. O voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi di cui si tace, voi sconosciuti del dolore, riprendete coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!
6. Ecco la scienza cristiana della sofferenza, la sola che doni la pace. Sappiate che non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili: siete i chiamati da Cristo, la sua immagine vivente e trasparente. Nel suo nome, il Concilio vi saluta con amore, vi ringrazia, vi assicura l’amicizia e l’assistenza della Chiesa e vi benedice.
I miracoli di Gesù rivelano chi egli è e quale missione è venuto a compiere sulla terra: Gesù è il Messia ed è venuto sulla terra, mandato dal Padre, a instaurare tra gli uomini il regno dei cieli.
Gesù è il Messia e ha il potere di perdonare di peccati, di guarire gli ammalati e di esorcizzare satana. Questi stessi poteri li estenderà alla Chiesa quando alla fine della sua missione farà ritorno dal Padre. Il suo potere si estende sulla natura, sulla morte e sull’Inferno. Niente e nessuno può resistere alla signoria di Gesù.
Un altro particolare importante che emerge dal racconto della guarigione del servo del centurione è lo stretto rapporto tra la fede e il miracolo. La fede è la condizione perché Gesù compia il miracolo. Gesù riconosce la fede nel centurione, che viene lodato per questo. Il centurione affermando che non è necessario che Gesù entri in casa dell’ammalato, lo tocchi per guarirlo professa di credere che la potenza di Gesù, superando lo spazio, può ridonare la salute al servo ammalato. In definitiva, la fede del centurione, è un atto di fiducia nella bontà e nella potenza di Gesù che con i suoi miracoli manifesta l’amore misericordioso del Padre (cf Gv 3,16-17).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il libro delle Lamentazioni raccoglie cinque poemi che presentano uno scenario di distruzione, desolazione e sofferenza. [...]. Il tono delle composizioni è liturgico. È probabile che alcuni di questi poemi fossero recitati in una celebrazione che commemorava la caduta di Gerusalemme (a questa celebrazione accenna Zac 7,5). La distruzione di Gerusalemme e la condizione desolata del popolo vengono ricondotte direttamente all’agire di Dio. Proprio per questo, però, è possibile la speranza: colui che ha distrutto, può anche risollevare. In ogni caso, l’agire di Dio non è arbitrario; nelle Lamentazioni emerge chiara la consapevolezza che all’origine del male e della sofferenza stanno il peccato e la colpa d’Israele. Il lamento diventa quindi anche invito alla conversione e il libro si conclude con una richiesta a Dio proprio su questo tema: “Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo” (5,21). (Bibbia Edu)
 
Vangelo
Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe.
 
Il Vangelo di oggi ci offre diverse riflessioni, ma il cuore di queste riflessioni è il racconto della guarigione del servo del centurione romano. L’elogio che Gesù fa della fede di quest’uomo, mette in crisi l’orgogliosa sicurezza dei figli di Abramo e la nostra sicurezza di battezzati. Il pagano era bandito dalla salvezza, non gli era permesso di entrare nel Tempio, eppure per Gesù il centurione diventa per i credenti un modello da imitare.
Per noi cristiani non vi sono certezze, Dio può dare ad altri la sua vigna perché porti frutti abbondanti di santità e di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,5-17
 
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.
Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie”. 
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (Matteo, I Quattro Vangeli): versetto 8 Matteo riporta il fatto in forma compendiosa, come appare manifestamente dal racconto parallelo di Luca, 7, 1-10. Quest’ultimo evangelista parla di una ambasceria inviata a Gesù dal centurione per ottenere la guarigione. Le umili parole del centurione rivelano uno scrupolo religioso. L’ufficiale romano conosceva, per esperienza diretta, che gli Ebrei non entravano volentieri nelle case dei pagani per timore di contrarre un’impurità legale. Il centurione desidera risparmiare a Gesù un atto che poteva contaminarlo e renderlo inviso ai correligionari. Questo delicato sentimento suggerisce all’ufficiale un’espressione di fede viva nella potenza di Cristo. Gesù non aveva bisogno di recarsi nella sua casa, poiché egli, possedendo dei grandi poteri, era in grado di comandare all’infermità con una parola ed il suo ordine sarebbe stato eseguito dalle forze del male che minacciavano il servo morente.
versetto 9 Il centurione fa appello alla propria esperienza; egli conosce la potenza della parola e l’efficacia di un ordine, poiché nella sua carriera militare aveva visto come il comando giunge lontano.
versetto 10 Gesù ... restò ammirato; Cristo, come uomo, era soggetto alla meraviglia. L’evangelista rileva questo aspetto interessante della natura umana di Gesù. Il Redentore elogia la fede del centurione pagano, il quale gli aveva espresso la propria fiducia nella potenza della sua parola. Non bisogna tuttavia sottilizzare troppo le parole di Cristo, né intenderle in modo assoluto, come se nessun altro ebreo avesse raggiunto l’intensità della fede del centurione.
versetti 11-12 La fede dell’ufficiale pagano richiama a Matteo un detto che Gesù pronunziò in altra circostanza (cf. Lc., 13, 28-29). Cristo lamenta la sorte degli Ebrei (i figli del regno) che dovevano essere gli eredi delle promesse fatte ai patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe) e che invece, per un’ostinata cecità, non entrarono nel regno messianico che attendevano; al loro posto furono chiamati i pagani da ogni parte del mondo. Il pensiero è espresso con le immagini del banchetto e delle tenebre; i pagani siedono festosamente a mensa con i patriarchi, gli Ebrei invece rimangono nelle tenebre e in un luogo di pianto e di dolore.
I figli del regno sono i cittadini o i destinati al regno. Il termine figlio indica appartenenza o relazione (cf. Mt., 23,15: «i figli della geenna»).
versetti 15-16 Pietro, nativo di Bethsaida (cf. Gio., 1,44), è domiciliato a Cafarnao; egli offre a Gesù una cordiale ospitalità. Cristo, entrando nella casa, vede la suocera di Pietro ammalata; il Maestro, probabilmente non pregato d’intervenire, compie la guarigione della donna toccando la mano dell’inferma, non già pronunziando un ordine. Il breve episodio svela un tratto molto simpatico ed umano di Gesù.
versetto 16 Gli condussero molti indemoniati; Matteo ricorda brevemente gli esorcismi e le guarigioni collettive compiute da Gesù; i miracoli di Cristo erano presto divulgati e facevano accorrere le popolazioni che conducevano a lui indemoniati ed infermi. L’evangelista parla di molti indemoniati; ve n’erano tanti? L’esegeta non è in grado di stabilire, fondandosi sul breve accenno di Matteo, se tutti questi indemoniati fossero in realtà posseduti dallo spirito del male o se alcuni di essi fossero semplicemente dei malati. Matteo che già aveva distinto gli indemoniati ed i malati (cf. 4,24) e che anche qui ha presente tale distinzione non considera la malattia come possessione diabolica. Gesù scaccia i demoni con una sola parola, non già con lunghi esorcismi o procedimenti magici; egli infatti ha un potere assoluto sullo spirito del male.
versetto 17 Gli esorcismi e le guarigioni richiamano a Matteo, che ama segnalare il compimento delle profezie, un passo di Isaia, 53, 4. Il testo del profeta afferma che il Servo di Jahweh (il Messia) prende sopra di sé le nostre infermità e porta le nostre malattie, cioè che il Messia prende le pene (infermità e malattie) dovute ai nostri peccati. L’evangelista invece rileva che Gesù attua questa profezia scacciando i demoni e guarendo i malati, non già prendendo personalmente le malattie dell’uomo. Tale spostamento di senso non è inconciliabile con il testo del profeta. Matteo segnala che il Messia incomincia il riscatto spirituale dell’uomo scacciando i demoni dalle anime e guarendo le malattie; il lettore del Vangelo conosceva già che Gesù in seguito avrebbe espiato la colpa dell’uomo sottoponendosi alle sofferenze della passione e della morte in croce.
 
Per approfondire
 
Malattia - Detlev Dormeyer e Anton Grabner-Haidera) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,lss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale a famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è il segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
... il mio giovane servo giace in casa … - Agostino: Sermo 62.2.4: questo servo rappresenta quella parte dell’umanità che, pur senza vedere il Cristo Gesù, è disposta a convertirsi a Lui, a differenza dei giudei che, anche vedendolo, lo uccisero. Come il Signore non entrò con il suo corpo nella casa del centurione, ma vide la sua fede e, pur assente nel corpo ma presente con la maestà, guarì il suo servo, così lo stesso Signore apparve visibile col corpo nel solo popolo giudaico, mentre gli altri popoli non lo videro nascere dalla Vergine, patire, camminare con i suoi piedi, essere soggetto alle condizioni della natura umana, compiere miracoli propri di Dio. Nulla di tutto questo fra gli altri popoli: tuttavia si compie la profezia che era stata fatta riguardo a Lui: Un popolo che io non conoscevo, mi ha servito. All’udirmi, subito mi ha ubbidito (Sal. 17,45). Il popolo giudaico lo conosceva, ma lo crocefisse; il mondo intero invece lo udì e divenne credente.
 
Testimoni di Cristo - San Cirillo d’Alessandria - Lo scandalo di un Dio che entra nella storia: Lo scandalo di un Dio che incontra l’umanità entrando nella storia, facendosi uomo, provando l’esperienza della morte per vincerla: è così incredibile questo concetto fondamentale del cristianesimo da aver provocato nei secoli non poche dispute e confronti, a tratti anche aspri. Ci furono però anche antichi padri che fecero proprio questo “scandalo” del cristianesimo e lo difesero, lavorando allo stesso tempo per l’unità della Chiesa. Tra questi va di sicuro ricordato san Cirillo di Alessandria, vero e proprio apostolo dell’ortodossia, araldo di una fede affidata all’intero popolo di Dio in tutta la sua complessità. Nato tra il 370 e il 380, nipote di Teofilo, vescovo di Alessandria, nel 403 era a Costantinopoli al seguito dello zio, che prese parte al Sinodo detto «della Quercia». Nel 412 fu il successore dello stesso parente alla guida della Chiesa di Alessandria, comunità che guidò poi fino alla propria morte, avvenuta nel 444. Il confronto teologico vide Cirillo (difensore anche del titolo mariano di “Madre di Dio”) contrapposto soprattutto a Nestorio, la cui dottrina, basata sulla divisione tra le due nature di Cristo e sull’attribuzione a Maria del semplice titolo di “Madre dell’uomo”, fu condannata dal Concilio di Efeso del 431. Papa Leone XIII nel 1882 proclamò san Cirillo di Alessandria dottore della Chiesa. (Matteo Liut) 
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 26 Giugno 2026
 
Venerdì XII Settimana T. O.
 
2Re 25,1-12; Sal 136 (137); Mt 8,1-4
 
Se vuoi, tu puoi purificarmi - Paolo VI (Omelia 29 Gennaio 1978)L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1,40-42; cfr. Matth. 8,2-4; Luc. 5,12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17,12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11,5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Matth 10,7ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15,10-20).
Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. 53, 2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.
 
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Prima, il regno del nord (722), e ora, quello del Sud (587) scompaiono; e, con la scomparsa della monarchia, il popolo eletto perdette definitivamente la sua vita come stato indipendente, se si eccettua la breve parentesi degli asmonei. Alla dominazione babilonese successe quella persiana, alla persiana quella greca e a quella greca, la romana.
La distruzione di Gerusalemme fu una dura prova per il popolo eletto. Crollarono la dinastia davidica e il tempio insieme con le istituzioni politiche e religiose, sulle quali si appoggiava la vita del popolo. È la fine di una tappa, e i segni dei tempi sono ora rivolti verso una tappa nuova; ma, fra l’una e l’altra, vi sono gli anni dell’esilio che porta con sé i dolori e le sofferenze proprie di ogni periodo di gestazione.
Le personalità incaricate di gestire quali protagonisti la transizione sono tre profeti: Geremia, Ezechiele e il secondo Isaia. In tutti e tre la parola più caratteristica è l’aggettivo «nuovo»: nuova alleanza, nuovo esodo, nuovo Mosè, nuova terra, nuovo tempio, ecc. Fra questi tre il più importante è probabilmente Geremia. Tenero e sentimentale per temperamento, Geremia fu costretto a profetizzare la distruzione della città santa e del suo popolo che tanto amava. Ma, mentre predicava la distruzione, il profeta di Anatot con la sua persona. con la sua vita e la sua stessa presenza, dava vita a una nuova era.
Caso unico nell’ AT, Geremia rimase coscientemente e deliberatamente celibe (Ger 16). Per il suo discorso contro il tempio (Ger 7; 26), gli fu proibito di entrare nel santuario; e, per il tono delle sue prediche, quasi sempre minaccioso, fu abbandonato persino dai suoi compaesani di Anatot, che arrivarono al punto di studiare un piano per disfarsi di lui (Ger 18,18-23). Tutte queste circostanze crearono intorno a Geremia un clima di solitudine, che risultò provvidenziale al fine di sperimentare un tipo di religione interiore, molto necessario in questo momento, in cui erano venuti meno le istituzioni e gli appoggi esteriori.
Geremia è il primo che comincia a parlare di una alleanza non scritta su tavole di pietra, ma nel fondo del cuore.
Con la sua vita e la sua presenza trasformate in messaggio, Geremia è una delle pietre fondamentali che formano l’arco della transizione fra la tappa antica e la nuova.
Cronologicamente Geremia è anteriore all’esilio, ma la sua vita religiosa appartiene già al tempo dell’esilio.

Vangelo
Se vuoi, tu puoi purificarmi.
 
Nell’Antico Testamento la lebbra era ritenuta un castigo di Dio sopra tutto per i peccatori (2Cr 26,20). Il lebbroso colpito da piaghe veniva allontanato dalla comunità, doveva portare vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, e gridare: «Impuro! Impuro!» (Lv 13,45). Gesù non teme di toccare il lebbroso contravvenendo alla Legge, lo purifica rimandandolo dai sacerdoti perché venisse accertata la guarigione. Infatti, sia la malattia che la guarigione dovevano essere constate dal sacerdote. La scomparsa della lebbra era attesa quale benedizione inerente al tempo messianico (Is 35,8).
I miracoli di Gesù “differenti per la loro semplicità dai prodigi meravigliosi dell’ellenismo o del giudaismo rabbinico, se ne distinguono soprattutto per il significato spirituale e simbolico: essi annunziano i castighi (Mt 21,18-22p) e i doni dell’èra messianica (Mt 11,5+; 14,13-21; 15,32-39p, Lc 5,4-11, Gv 2,1-11; 21,4-14) e inaugurano il trionfo dello Spirito sul dominio di Satana (Mt 8,29+) e sulle forze del male, i peccati (Mt 9,2+) e le malattie (Mt 8,17+). Compiuti a volte per pietà (Mt 20,34, Mc 1,41, Lc 7,13), sono destinati soprattutto a confermare la fede (Mt 8,10+, Gv 2,11+). Gesù quindi li compie solo per motivi ben precisi, reclamando il segreto da coloro ai quali viene incontro (Mc 1,34+) e riservandosi di fornire, più tardi, il miracolo decisivo della propria resurrezione (Mt 12,39-40)” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,1-4
 
Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».
 
Parola del Signore.
 
Pur consapevole di infrangere la Legge di Mosè che lo voleva segregato, il lebbroso si prostra davanti a Gesù per implorare la guarigione.
Se vuoi, puoi purificarmicon questa decisa invocazione vuole dare forza alla sua preghiera; egli è profondamente certo che la guarigione può scaturire solo da un atto positivo della volontà del Cristo. Escluso dalla comunità ebraica a motivo della sua malattia, non chiede semplicemente di essere guarito, ma di tornare ad essere “puro”, reintrodotto nel consorzio umano, quello sociale e religioso.
A conturbare il lettore è il gesto di toccare il lebbroso.
Gesù rompendo ogni schema legale e ogni norma di prudenza certamente avrà scandalizzato i presenti.
La lebbra, considerata come una punizione inflitta da Dio (Cf. Num 12,9s; 2Sam 3,29; 2Re 5,27; 15,5), rendeva impuri con conseguenze aberranti e degradanti per l’infettato: non solo era tagliato fuori dal consorzio civile, ma soprattutto era reso inabile alla liturgia del tempio e quindi escluso dalla stessa salvezza. La sua presenza infettava e rendeva impuri. Toccare un lebbroso era come toccare un morto. Una conferma viene dallo storico ebreo Giuseppe Flavio: i lebbrosi stavano «sempre fuori dalle città; dal momento che essi non potevano incontrare nessuno non erano in nulla diversi da un cadavere» (Antichità Giudaiche, III, 11,3).
Una affermazione che non è esagerata se si tiene presente che il lebbroso, era considerato alla stregua di un cadavere ambulante.
Lo voglio: sii purificato cioè sii puro: Gesù, toccandolo, lo purifica e lo restituisce alla vita.
Ma quello che veramente sconcerta è il modo con il quale Gesù allontana il lebbroso dopo la guarigione: Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno
L’atteggiamento di Gesù «sembra duro; ma può essere stato provocato sia dal fatto che il lebbroso non aveva tenuto conto delle regole di segregazione, sia dal desiderio dello stesso Gesù di non provocare un eccessivo entusiasmo tra la folla, come appare dal successivo comando di non parlare della cosa a nessuno» (A. Sisti).
Va’ invece a mostrarti al sacerdote: la Legge infatti prescriveva che l’avvenuta purificazione doveva essere comprovata dai sacerdoti e suggellata da sacrifici. Sarebbe servito anche come testimonianza per loro: si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto (Cf. Mt 8,2-4; 11,5). L’uomo, per Rinaldo Fabris, ormai «purificato deve essere riammesso nella comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le barriere e le esclusioni; i tutori dell’antica legislazione devono riconoscere che questo è una prova del tempo nuovo. Il lebbroso guarito allora può diventare un “annunciatore della parola” [...], colui che comunica il messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù».
All’ordine tassativo di non dire nulla a nessuno, segue l’evidente violazione della consegna da parte dell’uomo, ormai guarito dalla lebbra. Gesù vuole evitare facili entusiasmi, non vuole che il popolo sia attratto unicamente dai suoi miracoli, ma è difficile nascondere un fatto così clamoroso.
Molta folla lo seguì, così all’inizio del brano evangelico, ma possiamo pensare che la folla seguitava a seguirlo dopo la guarigione del lebbroso, forse non aveva capito il mistero del Cristo e lo cercava per un tornaconto personale, ma certamente ha compreso in modo netto una cosa: incontrare quel giovane Maestro, essere toccati da lui, ascoltare la sua parola è come l’essere introdotti in un nuovo mondo dove si respira il profumo della libertà, della sanità corporale e spirituale, della salvezza.
 
Per approfondire
 
Felipe F. RamosFino a questo momento, specialmente nel primo grande discorso della montagna, Matteo ci ha presentato il Messia della parola; ora, comincia il secondo quadro (cc. 8-9), che ci presenta il Messia dei, fatti, il medico-taumaturgo che agisce di fronte alla necessità umana. E nel presentare questo quadro conviene mettere in evidenza lo scopo concreto a cui mirano questi racconti di miracoli. Ordinariamente i miracoli sono stati presentati come prove del potere di Gesù e, in ultima analisi, della sua divinità. Gli evangelisti pensano molto diversamente: non presentano mai questi miracoli come prove, ma come predicazione, come annunzio del vangelo. I miracoli sono sempre in relazione diretta con la parola di Gesù e hanno il suo stesso scopo: scoprire il senso e il contenuto della sua attività.
In tutte le religioni si trovano racconti miracolosi. Per mettere nella giusta luce la storicità dei miracoli evangelici, un punto di vitale importanza è la verosimiglianza interna degli avvenimenti raccontati. La sobrietà delle narrazioni e il loro fine - che non mirano mai a glorificare le imprese straordinarie d’un eroe che, in questo caso, si chiamerebbe Gesù di Nazaret - insieme con la verosimiglianza interna di quello che è narrato e la sua stretta relazione con la parola-insegnamento di Gesù, sono punti essenziali da tener presenti sul terreno della storicità. Sono tratti che li distinguono radicalmente dai racconti miracolosi che troviamo tanto nel mondo giudaico quanto in quello ellenistico.
Matteo ci ha detto chi è Gesù attraverso la sua parola (cc. 5-7); ora, ce ne offre l’immagine con i fatti. Il Vaticano II ci ha detto che la rivelazione si manifesta con le parole e con i fatti strettamente uniti fra loro; e questo appunto fa ora Matteo. La parola di Gesù si completa e si incarna nei fatti, e i fatti garantiscono il valore della parola. Parole e fatti si implicano a vicenda. Il lebbroso si rivolge a Gesù chiamandolo «Signore» e si prostra davanti a lui. È una confessione di fede. Non dimentichiamo che questa scena è stata messa in scritto dopo la risurrezione e nella luce che il fatto pasquale proiettò su tutto quello che era avvenuto nella vita di Gesù. Gesù è il Signore: fu la prima formula di fede cristiana.
Alla presenza del Signore l’atteggiamento corretto dell’uomo è quello di adorazione. È come il primo tratto o primo insegnamento che ci trasmette questo racconto.
Davanti alla richiesta del lebbroso: «Se vuoi», Gesù risponde: «Voglio». Abbiamo qui nuovamente la dimensione teologica del racconto: l’«io» enfatico di Gesù, con autorità propria, senza bisogno d’appoggiarsi neppure alla Scrittura - come facevano i dottori giudei del suo tempo - parla della sua dignità. Questo «io» enfatico può essere paragonato al «ma io vi dico...» delle antitesi del capitolo 5.
Gesù non può essere compreso se non nell’insieme della rivelazione, tenendo conto della preparazione che suppongono la legge e i profeti. Solo partendo da questo contesto generale egli può essere visto come la pienezza della rivelazione; solo così si comprenderà il suo atteggiamento di fronte alla legge, che non è venuto ad abolire, ma a completare (v. il commento a 5,17-37). Il suo atteggiamento di fronte alla legge è messo in rilievo: «va’, mostrati al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè». Chi agisce in questo modo dà compimento alla legge. Di fronte ai suoi accusatori, scribi e sacerdoti, che gli negavano la fede, perché «non osservava la legge», questa scena era una testimonianza dell’origine calunniosa della loro accusa.
 
Gesù ha guarito la lebbra dell’anima - Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 21: E stendendo la sua mano lo toccò. Nella Legge era stato detto che chi tocca se un lebbroso, sarebbe stato infetto fino a sera: Ma egli toccò il lebbroso non come servo ma come padrone della Legge. Infatti la Legge è sottoposta al legislatore, non il legislatore alla Legge. Che dunque? Ha abolito la Legge? No, fu abolita l’interpretazione letterale della Legge, non il suo proposito e le ha aggiunto dignità. Se la Legge avesse potuto permettere che la lebbra non infettasse chi la toccasse, non avrebbe mai ordinato agli uomini di non toccare la lebbra. Aveva dato tale ordine poiché non poteva fare in modo che la lebbra non rendesse infetto chi la toccasse. Egli che, toccando la lebbra, da essa non fu contagiato, non agì contro la Legge, ma fece più di quanto essa ordinasse: non solo non fu contaminato dalla lebbra ma la guarì. Né si può credere che venga contaminato dalla lebbra chi l’ha sanata. La Legge, infatti, vieta di toccare la lebbra non per non guarire i lebbrosi, ma per evitare che toccandola ne veniamo contagiati. Costui che dal contatto non viene infettato ma per giunta l’ha guarita ha fatto più di quanto avesse voluto la Legge. Ha toccato la lebbra, e ha abolito l’interpretazione letterale della Legge affinché fosse evitata non la lebbra del corpo ma quella dell’anima.
 
Testimoni di Cristo - Josemaría Escrivá de Balaguer. La santità nelle vie della quotidianità - Diventare santi attraverso gli strumenti della vita quotidiana, il lavoro, l’impegno culturale, la vita in famiglia e tutto ciò che usiamo per costruire questo mondo: è un messaggio profetico senza tempo quello di san Josemaría Escrivá de Balaguer. Anzi, un messaggio che ha precorso i tempi, in particolare quella visione di una Chiesa partecipe del mondo e lievito della storia cui ha dato forma il Concilio Vaticano II. Questo sacerdote spagnolo, fondatore dell’Opus Dei, era nato a Barbastro in Spagna il 9 gennaio 1902 e a 16 anni si sentì chiamato a una vita donata a Dio: divenne prete nel 1925. Dal 1927 a Madrid si dedicò ai poveri e ai malati. Il 2 ottobre 1928, dopo la Messa, Escrivá salì in camera sua, dove si mise a mettere ordine tra gli appunti: fu in quel momento che ebbe una sorta di visione sull’opera che Dio gli chiedeva di compiere. Un’opera che avrebbe messo Dio al centro di ogni attività compiuta da persone di ogni condizione, nazione, cultura o età. Fu il seme che portò alla nascita dell’Opus Dei, con la missione di valorizzare l’universale chiamata alla santità nel lavoro, nella cultura e in famiglia. Il fondatore morì nel 1975 ed è santo dal 2002. (Matteo Liut)
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 25 Giugno 2026
 
Giovedì XII Settimana T. O.
 
2Re 24,8-17; Sal 78 (79); Mt 7,21-29
 
San Massimo di Torino. Davanti alla violenza del mondo è il momento della testimonianza: È nel momento della crisi e della sofferenza che un pastore è chiamato a vivere fino in fondo il proprio ministero, sostenendo chi è in difficoltà, indicando la strada della verità, testimoniando con la propria vita l’amore autentico.
Così fece san Massimo di Torino, considerato fondatore della Chiesa locale e primo vescovo della città piemontese. Assieme alla sua gente si trovò ad affrontare il terribile periodo delle invasioni barbariche. Era nato verso la metà del IV secolo e fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli, che lo inviò a guidare la comunità torinese. Dalle «Omelie» e dai «Sermoni» appare il suo carattere mite ma fermo e autorevole: «È figlio ingiusto ed empio colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria», diceva a coloro che pensavano di fuggire davanti all’arrivo dei barbari. Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna, pratica sulla quale scriveva con ironia: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa e si colloca tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Nell’anno 612, cadde Ninive; nel 605, fu incoronato Nabucodonosor, l’anima dell’impero neobabilonese. Il Medio Oriente cambiava padrone: agli assiri succedevano i babilonesi. L’Egitto non vedeva di buon occhio la piega che avevano presa gli avvenimenti, e organizzò una spedizione, capeggiata dal faraone Necao, con lo scopo di appoggiare l’Assiria e aiutarla a frenare l’avanzata babilonese.
Necao però fu battuto da Nabucodonosor a Karkernish, dove si erano radunati i resti dell’esercito assiro; e l’esercito egiziano fu costretto a ripiegare verso le sue terre. Tuttavia, la politica egiziana continuò a cospirare contro Babilonia e tesseva intrighi con i reucci della fascia siropalestinese, per guadagnarli alla sua causa e costituire la fronte comune contro il grande colosso della Mesopotamia. Entrò in questo gioco anche il piccolo regno di Giuda.
Nabucodonosor organizzò una spedizione punitiva e giunse con le sue truppe fino alle porte di Gerusalemme.
In questa occasione, egli si contentò di assediare la città e di deportare la famiglia reale e il personale dirigente qualificato del regno. È la cosiddetta prima deportazione, che avvenne nell’anno 598. Fra i deportati, figura Ezechiele, il profeta che doveva esercitare il suo ministero durante la prima parte dell’esilio.
Le riflessioni teologiche su questa prima deportazione e sulla tragica fine del regno di Giuda si possono trovare nel profeta Geremia, che fu il portavoce di Dio in tutto questo tempo. Il pensiero di Geremia è in linea con la tesi deuteronomista: le deportazioni e la distruzione di Gerusalemme sono il giusto castigo che riceve un popolo impenitente. Il profeta di Anatot aveva moltiplicato i suoi inviti alla conversione, ma tutto era stato inutile; il male era ormai così inveterato e così congenito nel popolo, che Geremia perdette ogni speranza:
« Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore. Anche quando esclamano: “Per la vita del Signore!” certo giurano il falso. Signore, i tuoi occhi non cercano forse la fedeltà? Tu li hai percossi, ma non mostrano dolore; li hai fiaccati, ma rifiutano di comprendere la correzione. Hanno indurito la faccia più di una rupe, non vogliono convertirsi» (Ger 5,1-3).
«Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru scrutano la data del loro ri torno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore » (Ger 8,7).
La prima deportazione era il risultato finale della politica errata del re Ioiachin del quale Geremia traccia il seguente ritratto:
« Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: “Mi costruirò una  casa grande con spazioso piano di sopra” e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso.
Forse tu agisci da re, perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie» (Ger 22 .13-17).
 
Vangelo
La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.
 
Una pagina che fa tremare i polsi ai soliti cristiani della domenica. Non basta aver ricevuto il battesimo per salvarsi, perché chi non crede sarà condannato (cfr. Mc 16,16). Anche gli esorcisti se la loro fede è solo di facciata non si salveranno, così quelli che vomitano preghiere immaginando di allontanare il diabolico dalla vita dell’uomo o quelli che vanno avanti a forza di visioni o messaggi ultraterreni. La Parola di Gesù è chiara: solo chi mette in pratica la sue parole, tutti i santi giorni dell’anno, si salverà. Il contrario è sinonimo di eterna perdizione. L’immagine della casa era così chiara che per la folla venne spontaneo fare un confronto tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi: pur non addentro alla teologia e alla esegesi, la folla riconosce la veridicità dell’insegnamento di Gesù da cui scaturisce autorità e prestigio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt7,21-29
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolti queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Parola del Signore.
 
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore” - Gottfried HierzenbergerIl nome Signore fu riferito soltanto un po’ alla volta a Gesù. La comunità primitiva che professava Gesù come il Risorto, lo confessava “alla destra di Dio” acquisendo in tal modo, al di là del rapporto discepolo-maestro, una comprensione religiosa fondata sulla fede.
Quando i discepoli si identificarono con i servi delle parabole, ciò suggerì di riferire a lui stesso le affermazioni fatte da Gesù sul Signore (per es. Mt 13,27). Ciò veniva favorito dall’esperienza della pretesa assoluta di sequela. Quando nella vita di fede della chiesa primitiva, nell’annuncio dell’evangelo, nella preghiera, durante il pasto del Signore, nell’atteggiamento d’amore verso il fratello e perfino verso il nemico, nella complessiva comprensione di sé, del mondo e di Dio, Gesù dimostrò di essere il centro totale della comunità, superiore a tutti i tipi di relazioni del passato, l’assunzione del titolo tradizionalmente religioso di signore diventò ovvio. Nell’ambito cristiano questo titolo fu assunto in senso assoluto per esprimere la signoria illimitata, onnicomprensiva, divina di Gesù (Mt 28,18).
Negli scritti più recenti del Nuovo Testamento il titolo di Signore è già ovvio: tutti i passi della LXX (JHWH = Signore) vengono riferiti senza esitazione a Gesù; ciò significa che si riconosce che in Gesù, Dio agisce così come l’Antico Testamento proclama nei riguardi di JHWH. Così Dio manda il Signore (cf. Sal 110,1) in maniera definitiva per attuare la pienezza conchiusa del tempo e per ricapitolare tutto - quello che è in cielo e quello che è sulla terra - in Cristo, il capo (Ef 1,10). Al tempo stesso, però, il “Figlio” manda lo Spirito (At 2,33) e guida la comunità cristiana in modo tale che essa può dire: “Il Signore è lo Spirito!” (2Cor 3,17). Nella teologia storico-salvifica cosmica e cristologico ecclesiale della Lettera agli Efesini e di quella ai Colossesi, questo pensiero raggiunge il suo vertice (Col 1,18-20).
Nella preghiera al Signore (2Tm 2,22) questa visuale acquista anche una espressione religiosa personale.
 
Per approfondire

La casa costruita sulla roccia - Giuseppe Barbaglio: Una parabola significativa di Gesù - La duplice tradizione evangelica, testimoniata da Mt e Lc e assente in Mc, ha trasmesso un racconto parabolico di Gesù imperniato su un duplice tipo di costruttore di casa: l’uno che edifica sulla roccia gettando solide fondamenta nel terreno, l’altro invece su terreno sabbioso. L’esito del loro modo disparato di costruire naturalmente sarà opposto: nel primo caso la casa sfiderà gli elementi scatenati della natura, nel secondo invece la costruzione è destinata a crollare alle prime intemperie. Il significato della parabola è espressamente dichiarato: i due tipici costruttori rappresentano rispettivamente colui che all’ascolto della parola di Cristo fa seguire una condotta coerente e il puro e disimpegnato ascoltatore. Matteo poi originalmente qualifica i due costruttori con gli aggettivi «saggio» (phronimos) e «stolto» (màross), intendendo così definire la sapienza cristiana in termini prassistici: essa consiste nel fare secondo l’insegnamento autorevole di Cristo. Ecco dunque il testo della parabola nella versione di Matteo: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e la sua rovina fu grande» (7,24-27; cf. Lc 6,47-49).
 
La casa costruita sulla roccia - Ortensio da Spinetoli (Matteo): Il presente testo è ancora un richiamo agli impegni della vita cristiana, un attacco al rilassamento e al quietismo che andavano insinuandosi nei fedeli della seconda ora. Bisogna prestare un’obbedienza concreta alla volontà di Dio senza abbandonarsi a illusioni o esaltazioni carismatiche, ha detto in precedenza (vv. 21-23); ora ribadisce la medesima lezione tramite la parabola dei due costruttori, il saggio e lo stolto. Il primo erige la sua casa su un fondamento solido, il secondo su una base inconsistente. Il buon fondamento della casa e quindi della vita cristiana è, per Gesù, la pratica dei suoi insegnamenti. Poco sopra ha chiesto di ‘fare’ (poiein) la volontà del Padre, ora chiede di ‘compiere’ (poiein) ‘le sue parole’. La raccomandazione è la stessa.
La parola di Gesù ascoltata nel di corso della montagna (o nella catechesi apostolica) deve essere accolta con gioia ma più ancora deve essere tradotta nella vita pratica. L’ascolto è la condizione previa, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato udito. Con tale serietà di propositi la vita cristiana poggia su un fondamento solido e non teme di esser travolta alle prime avversità o prove, di cui avevano avuto ormai larga esperienza i primi fedeli, né da eventuali verifiche (il giudizio divino).
La chiesa di Matteo non è una società perfetta. Essa annovera accanto ai costruttori saggi altri malavveduti. Costoro ascoltano l’annuncio ma non si risolvono a metterlo seriamente in pratica. Si tratta di una adesione superficiale non radicata nel proprio cuore e nella propria intelligenza, quindi può venir meno al primo urto con le forze contrarie. Il naufragio che ne può seguire può essere fatale. La conclusione è anche questa volta dura e inesorabile. Il predicatore si è lasciato come al solito prendere la mano. Il contrasto tra le beatitudini, gli annunci iniziali del discorso e queste affermazioni conclusive è evidente.
 
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché il Signore ebbe terminato il discorso della montagna, «le turbe restarono stupite». Motivo: il suo modo di parlare: «Le ammaestrava come uno che ha autorità». Cristo non espone una problematica oscura, come i filosofi, non parla in concetti astratti inanimati o in sillogismi classicamente elaborati, come i sofisti. Le sue parole non sono neppure impregnate di untuoso pietismo, che in realtà mette in mostra se stesso e spiega solennemente la ruota della vanità personale, come un pavone, secondo l’uso dei farisei. Le sue esposizioni non sono una noiosa casistica morale, in cui vengono spiegati i paragrafi della legge e casi artificiosamente costruiti, lontani dalla vita reale e ancor più lontani dalla schietta religiosità. Questo era il modo degli scribi. Non parI neppure come i demagoghi che lusingano le masse e rinfocolano le passioni soltanto per esaltare la propria volontà di potenza. Cristo parla in tutt’altro modo, non come uno che cerca la potenza, ma come uno che ha autorità. Ed egli la possiede. Egli è il plenipotenziario dell’Onnipotente. La sua persona è il Logos, la parola di Dio e perciò egli è il linguaggio di Dio. L’incarnazione del Logos è il linguaggio di Dio nell’umanità. Nelle sue parole si rivela in tal modo la sua personalità. La forza e la grandezza di questa personalità sono il mistero del suo linguaggio. Egli è l’Onnipotente. Perciò parla come uno che detiene il potere. E la sua personalità è anche quella che trascina le masse. Egli non è soltanto l’annunziatore, ma anche la personificazione del discorso della montagna, il suo autentico interprete. La sua vita è commento alle sue parole. Le beatitudini si concretizzano nella sua persona e nella sua azione. Egli è il sale della terra e la luce del mondo. Egli è la città, visibile da lontano, in vetta al monte. La sua vita nasce dall’intimo, perché in lui tutto è vivificato dallo spirito dell’amore.
Egli non fa mai il bene per egoismo, ma con lo sguardo rivolto al Padre ch’è nei cieli. Ci ha offerto l’esempio vivente del retto contegno di fronte a quanto appartiene alla terra, non si è preoccupato dei tesori materiali, non è mai stato preda di cure timorose per il cibo e il vestiario. Col suo amore fino alla fine ha illustrato visibilmente anche i rapporti verso il prossimo. Dai frutti si riconosce la bontà del tronco e della radice. Perciò egli ha costruito la Chiesa come la casa che sta sulla roccia e non sulla sabbia. La tempesta del Venerdì santo e tutti gli uragani nella storia della Chiesa non l’hanno potuta travolgere.
 
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli - Lumen gentium 14Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.

Giovanni Crisostomo (Exp . in Matth., XXIV): Non vi conosco ...: tremiamo, dunque, o carissimi, e vigiliamo con cura sul nostro modo di vivere, né riteniamoci da meno per il fatto che noi non compiamo miracoli. Se saremo stati virtuosi, l’aver fatto miracoli non ci procurerà alcun vantaggio in più; né saremo meno ricompensati, se non li avremo compiuti. Noi siamo debitori verso Dio per tali azioni prodigiose, mentre Dio sarà nostro debitore per le opere buone che noi compiamo.

Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.