24 Febbraio 2026
 
Martedì I Settimana di Quaresima
 
Is 55,10-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Mt 6,7-15
 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)
 
All’inizio della vita pubblica, Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Le parole dell’Acclamazione al Vangelo ricordano la prima tentazione che “è respinta con un testo del Deuteronomto (8,3). Quel testo intendeva inculcare la gratitudine degli israeliti a Dio per i benefici da lui ricevuti, fra i quali è ricordata la manna del deserto. Si metteva in evidenza l’onnipotenza di Dio nel caso concreto della manna nel deserto, ma si poteva vedere ugualmente in altre occasioni. Gesù utilizza le parole del Deuteronomio in questo senso: la fiducia nell’onnipotenza divina in funzione di un’altra alla quale occorre tendere di preferenza. Se la vita corporale fu sostentata con la manna, grazie al mandato dell’onnipotenza di Dio, vi è un’altra vita spirituale che è necessario vivere nell’ubbidienza alle sue leggi e ai suoi comandamenti, nell’accettazione della sua parola vivificante” (Felipe F. Ramos).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Le vie dell’uomo non sono quelle di Dio (vv. 8-9), ribadisce il profeta agli esuli sfiduciati per un ritorno che sembra ancora lontano e a quelli che ripongono nei mezzi umani la loro fiducia (vv. 1-2). Solo l’ascolto attento della parola di Dio (v. 3) e una vera conversione del cuore porteranno (vv.6-7) alla nuova alleanza eterna e universale (vv. 3b-5) che ha il suo prologo necessario nel ritorno a Gerusalemme (vv.12-13). Dubitare che questo avvenga è dubitare di Dio, della sua potenza e della sua veracità.
Il paragone con le forze ostili della natura (vv. 10-11) deve  portare alla fede incrollabile che le promesse di salvezza fatte da Dio attraverso i profeti (Ger 31,31-33; Ez 37,26-28) si realizzeranno.
 
Vangelo
Voi dunque pregate così.
 
Il Padre  nostro è “la preghiera cristiana fondamentale. San Luca ne dà un testo breve [di cinque richieste], san Matteo una versione più ampia [di sette richieste]. La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di san Matteo” (CCC 2759). Il numero sette è caro all’evangelista Matteo: “tre volte 7+7 generazioni nella genealogia [Mt 1,17]; sette beatitudini [Mt 5,3+, Mt 5,5]; sette parabole [Mt 13,3+]; perdonare non sette volte, ma settanta volte sette [Mt 18,22]; sette maledizioni dei farisei [Mt 23,13+]; sette parti del Vangelo. Forse per ottenere questo numero sette Matteo ha aggiunto al testo-base [Lc 11,2-4] la terza [cfr. Mt 7,21, Mt 21,31, Mt 26,42] e la settima domanda (cfr. il «maligno»: Mt 13,19, Mt 13,38)” (Bibbia di Gerusalemme). Questo non significa che la preghiera del Padre nostro sia uscita dalla penna di Matteo, perché la preghiera del Padre nostro “ci è insegnata e donata dal Signore Gesù. Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è “del Signore” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2765).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,7-15
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos: Era usanza del tempo che ogni gruppo o setta religiosa avesse le sue preghiere specifiche. Il «Padre nostro» è la preghiera specificamente cristiana. Nel testo parallelo di Luca (11,1-4), la cosa è molto chiara: i discepoli di Gesù chiedono al Maestro una preghiera propria, come il Battista aveva insegnato preghiere proprie ai suoi discepoli. Nel testo di Matteo, questa idea è contenuta implicitamente nelle parole di Gesù: «Voi pregate così».
Padre nostro, che sei nei cieli. L’invocazione di Dio come padre era frequente nelle religioni antiche. Fra i greci Dio era chiamato così perché è il padre di tutto, cioè creatore. Nell’Antico Testamento Dio è chiamato padre d’Israele per la sua speciale relazione col suo popolo, che ha fatto uscire dalla schiavitù d’Egitto e ha protetto con miracoli evidenti. Quale senso ha il nome Padre nella nostra preghiera? Gesù è il Figlio di Dio; quelli che lo seguono e sono uniti a lui partecipano di questa filiazione. Probabilmente abbiamo qui la caratteristica della predicazione di Gesù che impressionò maggiormente i primi cristiani; tanto è vero che il titolo di padre, abba, fu semplicemente trascritto, non tradotto, per questa impressione e per rispetto, e così è giunto fino a noi nei testi del Nuovo Testamento. Quindi, il Padre nostro è la preghiera dei figli di Dio.
Sia santificato il tuo nome. Nel linguaggio della Bibbia il nome di Dio è Dio stesso, poiché il nome si identifica con la persona. Dio è il santo per eccellenza, il tre volte santo, il totalmente altro, il trascendente. Ma questo Dio trascendente si è manifestato e si è fatto conoscere. Dicendo « sia santificato il tuo nome », chiediamo che egli si manifesti, che si faccia conoscere, che mantenga le sue promesse e che tutto questo si estenda e si allarghi sempre più. Le due petizioni seguenti insistono su questa stessa idea.
Venga il tuo regno. Nei sinottici la predicazione di Gesù gira intorno al regno, regno che significa il nuovo ordine o il nuovo stato di cose nel quale sia riconosciuta e accettata la sua sovranità; è il nuovo eone, i cieli nuovi e la terra nuova nel quale sono vinti i poteri ostili a Dio. Questo regno è attualità e presenza a partire dalla presenza di Gesù; ma si chiede il suo riconoscimento nel momento presente e se ne attende la piena realizzazione nel futuro.
Sia fatta la tua volontà. Siamo sulla stessa linea delle due petizioni precedenti. In questa, si manifesta il grande desiderio che la volontà di Dio sia compiuta sulla terra come avviene in cielo.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il domani è nelle mani di Dio: l’uomo deve lavorare senza il complesso del salariato. Si chiede a Dio di poter soddisfare i bisogni di ogni giorno e, probabilmente, si chiede a Dio un altro pane che è mezzo di comunione, il pane che è Cristo stesso assimilato per mezzo della fede e il pane dell’eucaristia.
Rimetti a noi i nostri debiti ... I «debiti» di cui si parla devono essere intesi nel senso di colpe o peccati; lo mette in evidenza il contrappunto della petizione: come noi li rimettiamo ai nostri «debitori», che sono quelli sui quali abbiamo qualche diritto per il fatto che ci hanno offesi. Verso Dio abbiamo debiti dal momento che viviamo sotto la sua «grazia» e a essa non siamo stati fedeli. Ma questo perdono che chiediamo è condizionato dal perdono che concediamo o non concediamo ai nostri «debitori».
Non ci indurre in tentazione. La tentazione dev’essere intesa qui nel senso di prova. La Bibbia considera come prova di Dio tutto quello che accade all’uomo a qualunque livello, le contrarietà di qualsiasi tipo. E l’uomo sarà giudicato tenendo conto delle sue reazioni nelle prove.
Liberaci dal male. Vi sono due modi di tradurre questa petizione: «dal male» e «dal maligno». Ai tempi di Cristo, era naturale che, in un senso come nell’altro, si pensasse al maligno, al demonio dietro qualsiasi male.
La nostra mentalità è cambiata, ma l’esperienza dell’impatto col demonio è cosa che viviamo ogni giorno.
 
Per approfondire
 
Giuseppe Manzoni: La misericordia del Padre - Una delle richieste del «Padre nostro» pone esplicitamente l’accento sul rapporto tra l’amore fraterno e quello del Padre: «... e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). E Matteo commenta la domanda con due frasi significative: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).
Il commento di Matteo al «Padre nostro» probabilmente non aveva la sua collocazione originale in questo punto, ma al termine della parabola del servitore spietato (Mt 18,23-36).
In quell’occasione Pietro chiede a Gesù quante volte si debba perdonare l’offesa ricevuta. Il maestro fa suo il canto di vendetta di Lamec (Gn 4,24), ma lo interpreta nel senso del perdono (Mt 18,21-22), che non ha mai fine. Al determinismo sociologico della vendetta Gesù oppone il perdono fraterno: soltanto questo può salvare la nostra comunità di credenti dalla rovina.
Nella parabola tutto sembra inverosimile: il debito del primo servo, il verdetto di misericordia del re, la violenza dell’uomo condonato verso un suo sottoposto che gli deve pochi denari, la reazione finale del re. Però la conclusione che rappresenta la morale della parabola risulta molto chiara: il re rappresenta il Padre e i servi sono i fratelli della comunità: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18,35). È chiaro che l’evangelista intende sottolineare i due aspetti della vita del discepolo: la gratuità assoluta del perdono divino grazie al quale i credenti sono entrati nella chiesa e l’esigenza solenne del perdono fraterno indispensabile nella comunità messianica: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25).
Ora possiamo capire anche la portata di Mt 6,15.
L’amore fraterno non è la condizione della salvezza, ma la sua conseguenza.
Dio, il Padre del Cristo, ha perdonato per primo i nostri errori ed esige a sua volta che l’uomo mostri misericordia verso gli altri: è quanto ci dice 1Gv 4,19-21. Con il perdono il Padre celeste fonda una comunità di fratelli che devono la loro esistenza a un atto di grazia. È nel legame familiare tra il Padre e i fratelli nella chiesa che bisogna cercare la ragione per cui il perdono da parte di Dio include, suppone ed esige il perdono reciproco tra fratelli.
Colui che non è fratello agli altri non potrà avere Dio come Padre! Il perdono è quindi indivisibile, in esso si realizza pienamente la volontà riconciliatrice di Dio.
Un aspetto che non va trascurato nella tematica del perdono del Padre è il risalto dato dagli evangelisti all’amore di Dio verso i peccatori. Interessano questo atteggiamento le parabole della pecora smarrita e del figlio prodigo (Mt 18,10-14; Lc 15,11-32).
Se dovessimo considerare quest’ultima parabola come esempio di pedagogia paterna, dovremmo dire che il Padre non è né prudente né buon educatore. Naturalmente il significato va ben oltre il comportamento dei padri terreni. Nella parabola viene annunciato che il Padre celeste nutre un amore sconfinato verso coloro che si considerano perduti, verso i peccatori, amore che costituisce scandalo per i sapienti di questo mondo. La storia della salvezza segue un tracciato che non è quello della giustizia dell’uomo (Cf. Is 55,8). Costui si è separato da Dio. Ha voltato le spalle alla casa paterna per cercare altrove la felicità e non ha saputo approfittare dei beni che il Padre ha concesso: la ragione e la volontà libera. La miseria, la fame, il disprezzo fanno ormai parte della sua condizione. Dio ha permesso che l’uomo facesse le sue esperienze, non ha voluto costringerlo, ma nella sua sapienza ha concepito un altro piano. Colui che è morto deve rinascere ad una nuova vita perché tutti i torti saranno perdonati, ogni dolore sarà trasformato in gioia.
 
Non abbandonarci nella tentazione - Chi recita questa preghiera si affida alla bontà del Padre perché non venga abbandonato alla tentazione del male e alla prova della fede: tradurre «con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in”; “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” [Gc 1,13]; al contrario vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza» (CCC 2846).
 La  radice della tentazione è nel cuore dell’uomo: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto» (Gen 4,7). È inevitabile: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). È fascino che seduce: «Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,14-15).
La tentazione mette a nudo l’estrema debolezza dell’uomo (Cf. Rom 7,1 ss). Smaschera la subdola azione di Satana: un essere ostile a Dio e nemico dell’uomo fin dalle origini: per «l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo» (Sap 2,24; Cf. Gen 3,6; 1Cr 21,1; Zac 3,1-2). Un tristo figuro, una spia (Cf. Gb 1,6-12), un ladro (Cf. Mt 13,19), una figura equivoca e scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a coglierlo in fallo, abile nel porre nel suo cuore pensieri malvagi (Cf. Gv 13,2.27; Atti 5,3; 1Gv 3,8), capace di scatenare su di lui mali di tutte le specie e perfino di spingerlo al male (Cfr. 1Cr 21,1). È colui che conosce bene l’arte dell’accusatore (Cf. Ap 12,10), è il tenebroso «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11; Ef 2,2; 6,12) che regna su un impero di tenebra (Cf. Atti 26,18), è un abile trasformista che sa cangiarsi in angelo di luce (Cf. 2Cor 11,14) per ingannare, «se fosse possibile, anche gli eletti» (Mc 13,21).
Gesù ha insegnato la preghiera del Padre nostro per ricordare all’uomo che il «combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall’inizio e nell’ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente. La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo Nome. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale» (CCC 2849).
Non abbandonarci alla tentazione: una richiesta che mette a nudo l’estrema fragilità dell’uomo e rivela, allo stesso tempo, la sguaiata ferocia di Satana, ma anche tutta la sua infernale debolezza: un leone affamato che gira continuamente attorno ai credenti cercando chi divorare (1Pt 5,8), ma già abbattuto e vinto dal Cristo.
Una preghiera che punta diritto al cuore di Dio, l’Arbitro che ha in mano le sorti della partita: «Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi» (Rom 16,20).
«Il primato nella storia non è, infatti, quello demoniaco, ma è la signoria divina ad avere l’ultima parola e la scena finale dell’Apocalisse [capp. 21-22] ne è la raffigurazione più luminosa» (Gianfranco Ravasi).
 
Padre nostro: «Padre: Su questa invocazione facciamo due riflessioni: in che senso Egli è Padre e quali siano i nostri doveri verso di Lui in quanto Padre. Viene detto nostro Padre innanzitutto in ragione del modo speciale con cui ci ha creati, perché ci ha creati a sua immagine e somiglianza [cfr. Gen 1,26]: il che non fece invece con le altre creature. Così infatti la Scrittura: “É lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito” [Dt 32,6]. Viene poi detto Padre per il modo speciale con cui ci governa. Governa, è vero, anche tutti gli altri esseri, ma governa noi lasciandoci padroni di noi stessi. Gli altri, invece, li governa come schiavi. Questa cosa è bene espressa dal Libro della Sapienza: “Tutto è governato, o Padre, dalla tua Provvidenza... Tu ci tratti con grande riverenza” [Sap 14,3; 12,18]. Viene detto Padre anche per averci adottati. Se, infatti, alle altre creature egli ha fatto dei regalini, a noi invece ha dato l’eredità. E questo perché siamo suoi figli, e “se figli, siamo anche eredi” [Rm 8,17]. Sicché l’Apostolo può dire: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi e di paura, ma avete ricevuto lo Spirito dei figli adottivi che ci fa esclamare ‘Abbà, Padre’” [Rm 8,15]» (Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro).
 
Testimoni di Cristo -  San Sergio di Cesarea - La profezia dell’amore vince le logiche del mondo: Quanto deboli sono le nostre divinità personali? Immagini sbiadite di Dio, di quel Dio che non ci vuole schiavi delle nostre ideologie ma testimoni di un amore infinito. Troppe volte, però, la violenza delle ideologie cerca di prendere il sopravvento. La soluzione è affidarsi alla forza profetica del Vangelo, così come fece, tra gli altri, anche san Sergio di Cesarea. Secondo una «Passio» latina, Sergio era un anziano magistrato, che aveva abbandonato la toga per ritirarsi a vita da eremita. Al tempo dell’imperatore Diocleziano, però, il governatore dell’Armenia e della Cappadocia, Sapricio, trovandosi in città, convocò tutti i cristiani di Cesarea, perché prendessero parte alle celebrazioni pagane in onore di Giove. Tra loro c’era anche Sergio, ma quando apparve in mezzo alla gente i fuochi accesi per rendere onore alla divinità pagana si spensero improvvisamente. Subito la colpa dello strano fenomeno venne data ai cristiani, ma Sergio spiegò che lo spegnersi di quei fuochi era il segno dell’impotenza e della vacuità degli dei pagani davanti al Dio dei cristiani, l’unico e vero Dio. Per questo l’anziano venne subito arrestato, condannato e decapitato.  (Matteo Liut)
 
Volgi il tuo sguardo, o Signore,
a questa tua famiglia,
e fa’ che, superando con la penitenza
ogni forma di egoismo,
risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Conferma i tuoi fedeli, o Dio, con la tua benedizione
e sii per loro sollievo nel dolore,
pazienza nella tribolazione,
difesa nel pericolo.
Per Cristo nostro Signore.
 
23 Febbraio 2026
 
Lunedì I Settimana di Quaresima
 
Lv 19,1-2.11-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 25,31-46
 
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! (2Cor 6,2b - Acclamazione al Vangelo)
 
Per il credente, con l’avvento di Cristo ha già avuto inizio il «tempo (kairos) accettevole» (v. 2), nel quale soprattutto si manifesta la «giustizia di Dio» (Rom. 3,21) è principio di «salvezza» (soteria: v. 2) per tutti gli uomini che l’accettano con amore, ma anche principio di «condanna» e di riprovazione per chi si chiude all’amore (cfr. Rom. 1,18).
Il cristiano perciò non può far passare questo tempo, che ormai «si è accorciato» (1Cor 7,29) e perciò esige prontezza di «decisione» senza esporsi al rischio di rendere vana la redenzione, qualora non corrisponda agli impegni della sua «vocazione» alla fede: il Signore infatti potrebbe ritornare da un momento all’altro, proprio quando meno lo aspettiamo (Matt. 24,50). L’occhio di Paolo è sempre rivolto al «giorno» del Signore (cfr. 5, 10). (Settimio Cipriani, Le Lettere di Paolo)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Giudica il tuo prossimo con giustizia. Questa serie di prescrizioni apparentate al Decalogo fa parte della cosiddetta « Legge di santità », definita così perché gli elementi legislativi ruotano essenzialmente attorno alla santità di Dio e alle esigenze che ne scaturiscono per il popolo eletto. Il brano si collega strettamente alla tradizione deuteronomistica ed è di origine postesilica. Ciò che stupisce è il suo carattere prettamente morale religioso, in chiave sociale, in contrasto con le prescrizioni precedenti e susseguenti che sono invece di ordine cultuale e sessuale. L’argomento centrale riguarda i rapporti di fratellanza (Lev 19.9-18) che devono regolare le comunità umane, espressi con prescrizioni a tono negativo (non farai questo, non farai quest’altro)cui su cui però domina, come culmine ultimo, la legge dell’amore del prossimo (v. 18) che sarà ripresa e valorizzata al sommo da Cristo, sino a farne il segno distintivo dei suoi discepoli (Gv 13,34-35; Mt 22,39).
 
Vangelo
Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me.
 
Gesù verrà nella sua gloria, alla fine del mondo, come Giudice di tutti gli uomini. Essi saranno giudicati sull’amore: Cristo, infatti, vaglierà attentamente soltanto le opere di misericordia (Cf. Is 58,7; Gb 22,6s; Sir 7,32s; ecc.) tralasciando le azioni eccezionali (Cf. Mt 7,22s). Gli eletti, i misericordiosi, entreranno beati nel regno di Dio. I reprobi se ne andranno al supplizio eterno.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Parola del Signore.
 
Venite, benedetti del Padre mio - La descrizione del giudizio finale presenta Gesù come un re che viene a separare «gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre», avendo come criterio discriminante le opere di misericordia.
Davanti al Giudice saranno radunati tutti i popoli, espressione che include sia i pagani che i giudei. Prima della fine il «vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo» (Mt 24,14).
Il Re-Pastore separerà «le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra». Presso i giudei, il capro era l’animale che veniva immolato a Yavhé nel rito espiatorio (Cf. Es 30,10; Lv 4,22-23; Nm 7,16.22.28; ecc.). Nel grande giorno dell’espiazione, Aronne aveva posato le mani sul capo di un capro vivo, aveva confessato «sopra di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati» e li aveva, in questo modo, riversati sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di ciò, l’aveva mandato via nel deserto per essere offerto ad Azazel, un demone che gli antichi ebrei e cananei credevano abitasse il deserto (Cf. Lv 16,9-10). Il deserto, nella fantasia popolare, era la sede dei demoni (Cf. Lv 17,7; Is 13,21; 34,14; Bar 4,35; Mt 8,28; 12,43; Ap 18,2). Forse per questi motivi Gesù nel discorso del giudizio universale ha usato l’immagine del capro perché questo animale tout court poteva richiamare alla memoria degli ascoltatori la bruttura del peccato.
Il criterio di giudizio saranno le azioni di misericordia fatte a uno dei «fratelli più piccoli» di Gesù.
Tra i «più piccoli» forse vanno annoverati anche gli stessi discepoli di Gesù, accolti e rifocillati amorevolmente dagli uomini a cui portano la Buona Notizia (Cf. Mt 10,40-42; Lc 9,48; 10,16)
La sorpresa dei giusti è nel sentire che tutte le volte che hanno soccorso qualcuno nel bisogno lo hanno fatto al Signore. È la stessa sorpresa degli empi, ai quali Gesù dirà: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me».
Gli uomini per ricevere in «eredità il regno» preparato per loro «fin dalla creazione del mondo» dovranno quindi superare un esame, la cui unica materia da vagliare sarà l’amore. Il regno di Gesù è un regno di santità, di pace e di amore e vi può entrare soltanto chi ama e compie opere di misericordia verso gli afflitti.
Il Re che siede sul trono della gloria e che raccoglie dinanzi al suo tribunale tutti gli uomini, afferma con chiarezza che atto formale di riconoscimento della sua regalità sono le attenzioni usate a quanti hanno fame e sete, ai forestieri, agli indigenti, ai poveri, ai malati e ai carcerati. Perché soltanto «questo è il punto che ci qualifica definitivamente davanti a Dio. Non contano tanto i sentimenti e le intenzioni, l’ideologia e le parole, cioè “Signore, Signore”, quello che uno fu e fece, che apprezzò e rappresentò, che lavorò o soffrì, creò e organizzò, quanto se amò o non amò i fratelli. Perché questa è la volontà di Dio, che chi lo ama, ami anche i fratelli» (Basilio Caballero).
Solo l’amore può costruire all’uomo una casa eterna dove abitano la gioia e la pace.
 
Per approfondire
 
Bibbia Edu: Levitico - I contenuti: “Levitico” significa “Libro dei leviti”: infatti molte leggi di questo libro riguardano riti e decisioni che spettavano ai sacerdoti, membri della tribù di Levi. In ebraico il libro è detto, dalla parola iniziale, Wajjiqrà, “Chiamò”. Il Signore - come ha narrato il libro dell’Esodo - ha liberato Israele dall’Egitto, lo ha separato dagli altri popoli, ha stretto con lui un’alleanza al monte Sinai ed è venuto a dimorare nel santuario. Ora, sempre al Sinai, Dio istruisce il suo popolo, parlando a Mosè dalla tenda del convegno. Tema di fondo è come comportarsi in modo adeguato alla sua presenza: Dio è santo, il popolo perciò deve essere santo. A questo scopo il sacerdozio levitico è istituzione essenziale, perché esso si prende cura del culto, giudica su ciò che è puro o impuro, insegna la legge. Il libro del Levitico è una raccolta di leggi, ma è importante anche considerare il quadro narrativo, costituito da brevi frasi (“Il Signore parlò …”) o episodi (10,1-20; 24,10-23): esso è strettamente legato ai libri dell’Esodo e dei Numeri. Si possono distinguere diverse raccolte di leggi, di cui molte rituali. Esse determinano lo schema del libro:
Sacrifici (1,1-7,38)
Investitura dei sacerdoti e inaugurazione del culto (8,1-10,20)
Puro e impuro (11,1-16,34)
Legge di santità (17,1-26,46)
Altre norme (27,1-34).
Le caratteristiche - Le tradizioni raccolte nel Levitico, così come tutte le altre confluite nel Pentateuco, guardano all’uscita dall’Egitto sotto la guida di Mosè e all’alleanza del Sinai come ad un grande evento unitario, dal quale è sorta la fede d’Israele e la sua identità di popolo di Dio. Mosè è presente ovunque, in qualità di intermediario fra Dio e la sua gente. Il libro consiste, in sostanza, in un lungo elenco di prescrizioni, che Dio stesso espone a Mosè, perché questi le trasmetta al popolo. Con leggere varianti, la formula ricorrente è: «Il Signore parlò a Mosè e disse: “Parla agli Israeliti …”». Benché il contenuto di molte leggi non possa risalire all’età dell’esodo, e trovi anzi la sua corretta ambientazione all’epoca della tarda monarchia o del secondo tempio, tutte le norme contenute nel Levitico sono attribuite all’insegnamento di Dio attraverso Mosè. Mediante la forma letteraria del racconto, e ponendo sulle labbra del Signore quelle prescrizioni, l’autore intendeva soprattutto affermare che la loro osservanza era segno autentico di fedeltà a Dio e al patto sinaitico e, perciò, anche segno di appartenenza al vero Israele. Ogni generazione di Ebrei, ancora oggi, interpreta e pratica le leggi scritte in questo libro, anche se alcuni capitoli riguardano il culto, che venne sospeso dalla distruzione del tempio (70 d.C.). I credenti in Cristo venerano queste Scritture, necessarie per conoscere il popolo d’Israele e per comprendere il NT.
L’origine - Il popolo d’Israele, in particolare la tribù di Levi, è primo destinatario del libro del Levitico. La tradizione d’Israele e quella della Chiesa lo attribuivano a Mosè. Gli studi degli ultimi secoli hanno tuttavia mostrato che la sua composizione è stata graduale e complessa e che il libro dovette raggiungere la sua forma attuale intorno ai secoli V-IV a.C.
 
Il Giudizio nei Vangeli - Nei Sinottici -  Jean Corbon e Pierre Grelot Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conti (cfr. Mt 25, 14-30). Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12, 40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11, 20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12, 39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10, 14 s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10, 23 s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23, 33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era passibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mt 5, 21 s)! Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12, 36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7, 1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25, 31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo. C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14, 63 par.; cfr. Lc 24, 20; Atti 13, 28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1 Piet 2, 23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del VT (Mt 27, 45. 51 ss). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24, 15 ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24, 29 ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.
 
L’amore a Cristo nei poveri - Gregorio Nazianzeno, Oratio XIV de pauper. amore, 27 s., 39 s: Niente infatti ha l’uomo di così divino, quanto il meritare bene dagli altri: sebbene quello (Dio) conferisca maggiori benefici, e questo (l’uomo) minori, l’uno e l’altro, io credo, in ragione delle proprie forze. Quegli formò l’uomo, e di nuovo lo raccoglie una volta che si sia dissolto: tu non disprezzare il caduto. Egli ne ha avuto compassione nelle cose di ben altro peso, quando a lui dette, oltre al resto, la Legge, i profeti e ancor prima la legge naturale non scritta, censore delle cose che vengono fatte, riprendendo, ammonendo, castigando; infine, donando se stesso per la redenzione del mondo...
Colui che naviga, è vicino al naufragio, e lo è tanto di più, quanto più naviga con audacia; e chi coltiva il corpo, è più vicino ai mali del corpo, tanto di più, quanto più cammina altezzoso, e non si accorge di coloro che giacciono davanti a lui. Mentre viaggi col vento favorevole, porgi aiuto a colui che fa naufragio: mentre sei sano e ricco, soccorri chi è ridotto male. Non aspettare di apprendere per diretta esperienza quanto male sia l’inumanità, e quale bene mettere a disposizione dei poveri le proprie sostanze. Non voler far esperienza di Dio che stende la mano contro coloro che alzano il collo, e passano oltre (senza curarsi) dei poveri. Nelle disgrazie altrui impara questo, a chi ha bisogno da’ qualcosa: non è poco infatti per chi manca di tutto, anzi neppure allo stesso Dio è impari considerare le rispettive forze. Che tu abbia al posto della più grande dignità la sollecitudine dell’animo: se non hai nulla, versa lacrime. Grande sollievo è la compassione per chi ha l’animo colpito da grande calamità.
O tu ritieni che la benevolenza non sia per te necessaria ma libera? che sia consiglio, anziché norma? Anche questo in sommo grado vorrei e stimerei, ma mi spaventa quella mano sinistra, e i capri, e gli anatemi lanciati da chi li ha collocati lì; non perché saccheggiarono i templi, o commisero adulterio, o fecero altra cosa di quelle vietate con sanzione, ma perché non si curarono minimamente di Cristo nei poveri.
Di conseguenza, se ritenete di dovermi ascoltare in qualcosa, servi di Cristo, e fratelli, e coeredi, visitiamo Cristo, tutto il tempo che ci è possibile, curiamo Cristo, nutriamo Cristo, vestiamo Cristo, riuniamo Cristo, onoriamo Cristo, non solo alla mensa, come qualcuno, né con gli unguenti, come Maria, né soltanto al sepolcro, come Giuseppe d’Arimatea, né con le cose che riguardano la sepoltura, come quel Nicodemo che amava Cristo solo a metà, né infine con l’oro, l’incenso e la mirra come i Magi prima ancora di tutti coloro che abbiamo nominato, ma poiché da tutti il Signore esige la misericordia e non il sacrificio, e la cui misericordia supera le migliaia di pingui agnelli, e questa portiamogli attraverso i poveri prostrati a terra in questo giorno, affinché quando saremo usciti di qui, essi ci ricevano nei tabernacoli eterni nello stesso Cristo Signore nostro, a cui è la gloria nei secoli. Amen.
 
Testimoni di Cristo -  San Policarpo - Vivere per Dio rende eterne le opere e le parole: La nostra vita come strumento nelle mani di Dio, perché il cristiano «non vive per sé, ma è a servizio di Dio. Quest’opera è di Dio, e anche vostra quando l’avrete compiuta». Nell’orizzonte indicato da queste parole c’è lo stile che regge l’intera esperienza di fede dei battezzati. Uno stile fatto proprio fino in fondo da san Policarpo, vescovo di Smirne, posto alla guida di quella comunità dagli stessi Apostoli, come riportò poi sant’Ireneo di Lione, suo discepolo. San Policarpo, icona di una Chiesa che vive della trasmissione della fede da una generazione all’altra, era nato a Smirne nel 69 ed era stato messo a capo dei cristiani della città attorno all’anno 100. Sette anni più tardi fu testimone del passaggio in città di sant’Ignazio, vescovo di Antiochia, che veniva condotto sotto scorta a Roma dove subì poi il martirio. Policarpo gli diede ospitalità e più tardi Ignazio gli scrisse una lettera giunta fino a noi: in questo scritto è custodito l’invito a ricordare che la vita cristiana è offerta a Dio. Nel 154 il vescovo di Smirne andò a Roma per discutere con papa Aniceto la data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppiò una persecuzione e Policarpo, che si rifiutò di abiurare, venne ucciso con la spada alle due del pomeriggio del 23 febbraio dell’anno 155.
 
La partecipazione a questo sacramento, o Signore,
ci sostenga nel corpo e nello spirito,
perché, completamente rinnovati,
possiamo gloriarci della pienezza del tuo dono.
Per Cristo nostro Signore.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Illumina con il tuo splendore, o Signore,
le menti dei tuoi fedeli,
perché possano riconoscere ciò che tu comandi
e sappiano attuarlo nella loro vita.
Per Cristo nostro Signore. 
 
 
 
22 Febbraio 2026
 
I Domenica di Quaresima
 
Gen 2,7-9; 3,1-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Rm 5,12-19; Mt 4,1-11
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri vivi]: Il tempo della Quaresima è il momento della conversione, dello staccamento dal peccato, il momento del cambiamento del cuore e del modo di pensare. La conversione così concepita esige il sacrificio, il rinnegamento di se stesso, la lotta contro se stesso. Il tempo del pentimento e della conversione è, comunque, anzitutto il tempo del perdono da parte di Dio e il tempo della misericordia di Dio. Dio chiama alla conversione e perdona a chi glielo chiede, è molto paziente verso i peccatori. Da qui sorge la preghiera assidua, piena di fiducia e di speranza. Il tempo della Quaresima, così inteso, è un tempo di intensa vita spirituale, di lotta contro se stessi e contro le forze del male; è il tempo dell’avvicinamento a Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - La creazione dei progenitori e il loro peccato:I due capitoli del libro della Genesi, che formano la lettura odierna, vanno letti separatamente e, allo stesso tempo, in continuità. Il secondo capitolo descrive il progetto di Dio sull’uomo: è una creatura; è il signore, il vertice della creazione, il custode dell’opera di Dio; è stato creato per essere intimo, familiare di Dio; è stato creato come un essere-con, in relazione-con, la comunione sponsale uomo-donna è la prima fondamentale forma di comunità umana. Il terzo capitolo descrive il peccato dell’uomo che, al dire della Bibbia di Gerusalemme, è consistito nella pretesa di «decidere da se stessi ciò che è bene e male, e di agire di conseguenza: una rivendicazione di autonomia morale con la quale l’uomo rinnega il suo stato di creatura [Is 5,20]. Il primo peccato è stato un attentato alla sovranità di Dio, una colpa di orgoglio» (nota a Gen 2,17). Un peccato che ha segnato rovinosamente e per sempre la storia e le sorti dell’uomo.
 
Seconda Lettura - Due Adamo si contrappongono: dal primo Adamo sono venuti il peccato e la morte per tutta l’umanità, con lui solidale; dal secondo Adamo, Gesù Cristo, sono venuti la salvezza e la vita per tutta l’umanità, a lui associata mediante la fede.
 
Acclamazione al Vangelo
 
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
 
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b)
 
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
 
Vangelo
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.
 
Il ministero di Gesù inizia con le tentazioni nel deserto, con le quali il Signore rovescia la sconfitta di Adamo, vincendo il «forte» (Lc 11,21-22) nei confini del suo stesso regno. Subito dopo il battesimo lo Spirito di Dio era sceso sul Cristo (Mt 3,13-17), ora, prima che Egli inizi la sua missione pubblica, lo conduce «nel deserto, per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). La menzione dello Spirito, «oltre a stabilire un collegamento intimo con il battesimo del Giordano, conferma soprattutto che è in obbedienza al disegno del Padre che Gesù va a questa battaglia. La via di Gesù porta fin dall’inizio al deserto dove c’è Satana. Come Adamo, Gesù è messo di fronte alla tentazione subito dopo aver ricevuto la missione da Dio: ma a differenza di Adamo, egli supera la prova e ripristina il paradiso» (Maria Ignazia Danieli).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 4,1-11
 
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
 
Parola del Signore.
 
Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto - Dopo aver ricevuto il Battesimo, Gesù viene condotto dallo Spirito Santo nel deserto per essere tentato dal diavolo. Dal greco diabolos, il diavolo, padre della menzogna (Cf. Gv 8,44), è colui che tenta ed incita l’uomo al male. È il tentatore (Cf. Gen 3,1ss), l’accusatore (Cf. Giob 2,1; Zac 3,1; Sal 109,6; Ap 12,10). È «il principe di questo mondo» (Gv 12,31), l’avversario di Dio e degli uomini. Un «agente oscuro e nemico ... un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa» (Paolo VI, Udienza generale, 15 Novembre 1972).
Il deserto è il luogo dell’incontro con Dio, il luogo dove risuona la Parola di Dio (Cf. Os 2,16). Luogo di purificazione (Cf. Lev 16,21; Ger 31,2; Mt 3,21), nel deserto Israele ha provato la fame e la sete, ha subito la tentazione di rimpiangere le comodità dell’Egitto, ha tentato Dio, ha sperimentato l’amore provvidente di Dio (Cf. Es 15-17). È la dimora del Maligno e delle sue legioni (Cf. Lev 16,8; 17,7; Is 13,21; 34,14; Bar 4,35; Ap 18,2; Mt 8,28; 12,43). In questo luogo, così denso di ricordi, Gesù subisce tre tentazioni, «numero altamente simbolico; indica la pienezza della prova e la perfezione che consegue chi l’ha superata» (Ortensio Da Spinetoli).
Gesù digiuna «quaranta giorni e quaranta notti»: questa nota ricorda il digiuno di Mosè sul monte Sinai (Cf. Es 24,18; 34,28) e quello del profeta Elia nel deserto (Cf. 1Re 19,8), ma forse qui l’evangelista vuole riferirsi ai quarant’anni durante i quali Israele fu tentato nel deserto (Cf. Dt 8,2).
Al termine del digiuno in Gesù insorge la sensazione della fame ed è su questa necessità fisica che fa leva il tentatore suggerendo al «figlio di Maria» (Mc 6,3) di dare una dimostrazione eclatante della sua figliolanza divina trasformando le pietre in pani. Nel pensiero del tentatore, «come del resto nella mente dei Giudei che sotto la croce lanceranno al Crocifisso la stessa sfida [Cf. Mt 27,40], l’espressione “figlio di Dio” non è compresa nel suo senso pieno, ma alla maniera dell’Antico Testamento, cioè nel senso di una figliolanza morale» (Angelo Lancellotti).
La risposta di Gesù è netta e non lascia spazio a una replica. Il ricorso alla Parola di Dio, frequente nei circoli rabbinici, costituiva l’argomento decisivo in ogni discussione. Gesù cita Dt 8,3 e sostanzialmente vuole suggerire al tentatore che il pane «non è l’unico né il principale mezzo per sostenere la vita, ma la parola di Dio è mezzo di sostentamento molto più efficace di qualsiasi pane. Questo infatti non impedisce la morte, la parola di Dio invece dà la vita eterna. Ora l’opera del Messia deve essere diretta non a sostentare una vita destinata a finire, ma a dare la vita eterna» (Benito Camporeale). Nella seconda tentazione, il tentatore fa ricorso alla sacra Scrittura. Se Gesù avesse accettato la proposta del diavolo avrebbe costretto Dio a fare un miracolo per salvarlo da una caduta rovinosa. Gesù respinge questa seconda tentazione citando Dt 6,16: è un chiaro monito a non tentare Dio così come aveva fatto Israele nel suo cammino nel deserto. Stoltamente, il popolo assetato aveva messo alla prova la potenza e la provvidenza di Dio esigendo da lui il miracolo dell’acqua.
Con la terza tentazione, il tentatore getta via la maschera svelando le sue vere intenzioni: poiché l’inaugurazione del Regno di Dio da parte di Gesù avrebbe segnato la dissoluzione dell’impero di Satana, egli tenta di distoglierlo dal portare a compimento la sua missione, offrendogli un messia-nismo politico. Gesù, non prestando alcuna attenzione all’idolatria del potere e della gloria umana, caccia via il tentatore il quale cede alla potenza del Cristo ritirandosi sconfitto, ma, come lascia trasparire l’evangelista Luca, per ritornare al tempo fissato (Cf. Lc 4,13).
Alla fine, gli angeli si accostano a Gesù e lo servono (il significato è proprio del verbo diakoneo, cioè «servire a tavola»). Gli angeli portano a Gesù quel cibo che in precedenza aveva rifiutato di procurarsi cavalcando la spettacolarità del miracolismo (Cf. 1Re 19,5-8).
 
Parola del Signore
 
Per approfondire
 
Bibbia per la formazione cristiana - Il serpente: Il fatto che l’autore sacro introduca nel racconto la figura del serpente non sembra casuale. Perché proprio un serpente? Si possono indicare due motivi: il serpente è il simbolo del male.
Gli israeliti, che hanno esperienza del deserto, lo conoscono come un animale insidioso, astuto e pericoloso, che scompare dopo aver morso e provoca la morte.
Il serpente è un idolo molto comune nell’antica religione cananea, che vede in esso un simbolo della vita, della fecondità e della sapienza.
L’autore sacro afferma che si tratta di una creatura (è una delle bestie selvatiche fatte dal Signore) e che di conseguenza non bisogna adorarlo. Le sue parole sono false e ingannatrici.
Lasciarsi convincere da esse è come aderire a un culto idolatrico.
II serpente promette la vita e dà la morte; promette la sapienza e provoca umiliazione e ignoranza; promette la fecondità e genera sterilità, dolore e menzogna.
In questo racconto, il serpente raffigura un personaggio nemico di Dio e invidioso della felicità dell’uomo. La Tradizione biblica ha riconosciuto in esso il diavolo, l’avversario, satana (Sap 2,24; Gv 8,44; Ap 12,9).
Diventereste come Dio È la tentazione e il miraggio dell’uomo; è la grande menzogna. Pretendere di essere come Dio significa voler godere di una situazione di vita in cui tutti i nostri desideri si realizzino e tutti i nostri bisogni siano soddisfatti. È la tentazione dell’«onnipotenza» a cui non rinunciamo con facilità. È duro per l’uomo scontrarsi tutti i giorni con la realtà della vita. Per questo egli cerca di sottrarsi ad essa, prestando orecchio alle voci che lo invitano a tornare a una condizione primitiva, a una situazione analoga a quella dell’infanzia, in cui tutti i suoi desideri erano soddisfatti. Non è questo, in fondo, lo scopo dei nostri gesti, dei nostri disperati tentativi di spiegarci tutto ciò che avviene, della febbrile attività con cui cerchiamo di sfuggire ai nostri limiti?
Gesù invece, anche se era Dio, ha assunto la povertà e i limiti della condizione umana per condurre gli uomini a Dio attraverso la via sconcertante della croce (Fil 2,6-9).
Nudo Con l’immagine della nudità, l’autore intende descrivere le conseguenze del peccato.
L’uomo vede con chiarezza la propria situazione di fronte a Dio, di fronte a se stesso e di fronte al resto della creazione: è nudo.
Ormai non riflette più la gloria del Creatore e si è separato dalla sorgente di acqua viva (Ger 2,13). Ha perduto la sua dignità. E la paura entra nella sua vita. Teme Dio.
Fugge il suo sguardo. Teme gli uomini. Non vuole far vedere l’umiliazione che porta in fondo al proprio cuore. Per questo vive nella menzogna, nascondendosi dietro all’apparenza.
Dio vuole porre fine alla fuga dell’uomo, liberandolo dalla paura.
Dio vuole avvicinarsi a lui con amore e arriva a fino a porre la propria dimora in mezzo agli uomini (Gv 1,14). Dio vuole restituire alla sua «immagine ... la trasparenza che aveva in principio; vuole donarci la vita eterna, cioè la conoscenza del Padre e del suo inviato, Gesù Cristo (Gv 17,3). Queste manifestazioni dell’amore di Dio costituiscono quella che noi chiamiamo la «storia della salvezza».
 
Stanislas Lyonnet (Dizionario di Teologia Biblica) - Il peccato: La Bibbia parla spesso, quasi ad ogni pagina, di questa realtà che noi chiamiamo comunemente il peccato. I termini con cui il VT lo designa sono molteplici e desunti ordinariamente dalle relazioni umane: mancanza, iniquità, ribellione, ingiustizia, ecc.; il giudaismo aggiungerà quello di debito, di cui si servirà anche il NT; più generalmente ancora il peccatore è presentato come «colui che fa il male agli occhi di Dio», ed «al giusto» (saddiq) si oppone normalmente il «malvagio» (rasa’). Ma la vera natura del peccato, la sua malizia e le sue dimensioni appaiono soprattutto attraverso la storia biblica; e noi vi apprendiamo pure che questa rivelazione sull’uomo è nello stesso tempo una rivelazione su Dio, sul suo amore, al quale il peccato si oppone, e sulla sua misericordia, alla quale esso permette di esercitarsi; infatti la storia della salvezza non è altro che la storia dei tentativi instancabilmente ripetuti dal Dio creatore per strappare l’uomo al suo peccato.
Il peccato delle origini - Tra tutti i racconti del VT, quello della caduta con cui si apre la storia dell’umanità offre già un insegnamento di straordinaria ricchezza. Da esso bisogna partire per comprendere ciò che è il peccato, anche se il termine non vi è pronunziato.
Il peccato di Adamo vi si manifesta essenzialmente come una disobbedienza, un atto con cui l’uomo si oppone coscientemente e deliberatamente a Dio, violando uno dei suoi precetti (Gen 3,3); ma al di là di questo atto esterno di ribellione, la Scrittura menziona espressamente un atto interno da cui quello procede: Adamo ed Eva hanno disobbedito perché, cedendo alla suggestione del serpente, hanno voluto «essere come dèi che conoscono il bene ed il male» (3,5), cioè, secondo l’interpretazione più comune, sostituirsi a Dio per decidere del bene e del male: prendendo se stessi per misura, essi pretendono essere i soli padroni del loro destino e disporre di se stessi a modo loro; rifiutano di dipendere da colui che li ha creati, pervertendo in tal modo la relazione che univa l’uomo a Dio.
Ora, secondo Gen 2, questa relazione non era soltanto di dipendenza, ma di amicizia.
All’uomo creato «a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26s), il Dio della Bibbia non aveva rifiutato nulla; non aveva riservato a se stesso nulla, neppure la vita (cfr. Sap 2,23) (ad es. Gilgamesh X, 3). Ed ecco che, per istigazione del serpente, prima Eva, poi Adamo incominciano a dubitare di questo Dio infinitamente generoso: il precetto dato per il bene dell’uomo (cfr. Rom 7,10) non sarebbe che uno strattagemma escogitato da Dio per salvaguardare i propri privilegi, e la minaccia aggiunta al precetto non sarebbe che una menzogna: «No! Voi non morrete! Ma Dio sa che il giorno in cui mangerete di questo frutto, sarete come dèi che conoscono il bene ed il male» (Gen 3,4s). L’uomo diffida di Dio diventato suo rivale. La nozione stessa di Dio viene ad essere pervertita: alla nozione del Dio sovranamente disinteressato perché sovranamente perfetto, che non manca di nulla e non può che donare, è sostituita quella di un essere indigente, interessato, tutto occupato a proteggersi contro la sua creatura. Prima di provocare l’atto dell’uomo, il peccato ha corrotto il suo spirito; e poiché lo tocca nella sua stessa relazione con Dio, di cui è l’immagine, non si potrebbe concepire perversione più radicale né meravigliarsi che essa comporti conseguenze così gravi.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - Il peccato originale - Disobbedienza a Dio come origine del peccato originale 215 «La verità è principio della tua parola, resta per sempre ogni sentenza della tua giustizia» (Sal 119,160). «Ora, Signore, tu sei Dio, e le tue parole sono verità» (2 Sam 7,28); per questo le promesse di Dio si realizzano sempre. Dio è la stessa verità, le sue parole non possono ingannare. Proprio per questo ci si può affidare con piena fiducia alla verità e alla fedeltà della sua parola in ogni cosa. L’origine del peccato e della caduta dell’uomo fu una menzogna del tentatore, che indusse a dubitare della parola di Dio, della sua bontà e della sua fedeltà.
Peccato originale come verità di fede 388 Col progresso della Rivelazione viene chiarita anche la realtà del peccato. Sebbene il popolo di Dio dell’Antico Testamento abbia in qualche modo conosciuto la condizione umana alla luce della storia della caduta narrata dalla Genesi, non era però in grado di comprendere il significato ultimo di tale storia, che si manifesta appieno soltanto alla luce della morte e della risurrezione di Gesù Cristo. Bisogna conoscere Cristo come sorgente della grazia per conoscere Adamo come sorgente del peccato. È lo Spirito Paraclito, mandato da Cristo risorto, che è venuto a convincere «il mondo quanto al peccato» (Gv 16,8), rivelando colui che del peccato è il Redentore.
Significato della dottrina del peccato originale 389 La dottrina del peccato originale è, per così dire, «il rovescio» della Buona Novella che Gesù è il Salvatore di tutti gli uomini, che tutti hanno bisogno della salvezza e che la salvezza è offerta a tutti grazie a Cristo. La Chiesa, che ha il senso di Cristo, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo.
Racconto del peccato originale 390 Il racconto della caduta (Gn 3) utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo.
Peccato originale come prova della libertà dell’uomo 396 Dio ha creato l’uomo a sua immagine e l’ha costituito nella sua amicizia. Creatura spirituale, l’uomo non può vivere questa amicizia che come libera sottomissione a Dio. Questo è il significato del divieto fatto all’uomo di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male, «perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,17). «L’albero della conoscenza del bene e del male» (Gn 2,17) evoca simbolicamente il limite invalicabile che l’uomo, in quanto creatura, deve liberamente riconoscere e con fiducia rispettare. L’uomo dipende dal Creatore, è sottomesso alle leggi della creazione e alle norme morali che regolano l’uso della libertà.
397 L’uomo, tentato dal diavolo, ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore e, abusando della propria libertà, ha disobbedito al comandamento di Dio. In ciò è consistito il primo peccato dell’uomo. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà.
398 Con questo peccato, l’uomo ha preferito se stesso a Dio, e, perciò, ha disprezzato Dio: ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione di creatura e conseguentemente contro il suo proprio bene. Costituito in uno stato di santità, l’uomo era destinato ad essere pienamente «divinizzato» da Dio nella gloria. Sedotto dal diavolo, ha voluto diventare «come Dio» (Gn 3,5), ma «senza Dio e anteponendosi a Dio, non secondo Dio».
Trasmissione del peccato originale a tutti gli uomini 404 In che modo il peccato di Adamo è diventato il peccato di tutti i suoi discendenti? Tutto il genere umano è in Adamo «sicut unum corpus unius hominis come un unico corpo di un unico uomo».
Perché Dio ha permesso il peccato originale 412 Ma perché Dio non ha impedito al primo uomo di peccare? San Leone Magno risponde: «L’ineffabile grazia di Cristo ci ha dato beni migliori di quelli di cui l’invidia del demonio ci aveva privati». E san Tommaso d’Aquino: «Nulla si oppone al fatto che la natura umana sia stata de-stinata ad un fine più alto dopo il peccato. Dio permette, infatti, che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande. Da qui il detto di san Paolo: ‘Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia’ (Rm 5,20). Perciò nella benedizione del cero pasquale si dice: ‘O felice colpa, che ha meritato un tale e così grande Redentore!’».
492 La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori.
521 Per questa «unità del genere umano» tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo, così come tutti sono coinvolti nella giustizia di Cristo. Tuttavia, la trasmissione del peccato originale è un mistero che non possiamo comprendere appieno. Sappiamo però dalla Rivelazione che Adamo aveva ricevuto la santità e la giustizia originali non soltanto per sé, ma per tutto il genere umano: cedendo al tentatore, Adamo ed Eva commettono un peccato personale, ma questo peccato intacca la natura umana, che essi trasmettono in una condizione decaduta. Si tratta di un peccato che sarà trasmesso per propagazione a tutta l’umanità, cioè con la trasmissione di una natura umana privata della santità e della giustizia originali. Per questo il peccato originale è chiamato «peccato» in modo analogico: è un peccato «contratto» e non «commesso», uno stato e non un atto.
 
Cirillo (Catech. V Mistag. 17): «E non c’indurre in tentazione» Signore. C’insegna forse il Signore a pregare di non essere mai tentati? Perché dice altrove: L’uomo non tentato non è provato (Sir 34,10; Rm 5,3-4) e di nuovo: Considerate fratelli suprema gioia quando cadete in diverse tentazioni [(Gc 1,2)? Però entrare in tentazione non è farsi sommergere dalla tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si lasciano sommergere l’attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente; gli altri che tali non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio, Giuda entrato nella tentazione dell’avarizia non la superò, ma sommerso materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò (il torrente) con coraggio e non ne fu trascinato.
 
Testimoni di Cristo -  Cattedra di Pietro. Sul punto più alto per poter servire tutti: La festa odierna, dedicata alla Cattedra di San Pietro, ci offre uno spunto prezioso per riflettere sul significato dell’autorità e della testimonianza: solo chi è fedele al proprio compito è davvero autorevole e diventa un esempio per gli altri. Si tratta di una strada che porta alla santità, ma che ha un valore prezioso anche nella vita civile e pubblica. Il mandato che Cristo affida a Pietro di "pascere" il suo popolo, infatti, è un vero e proprio servizio, non un privilegio. In questo Pietro è un modello per tutti i pastori ma anche per gli amministratori: la sua posizione più elevata sulla cattedra (prima ad Antiochia poi a Roma), infatti, non è quella da cui egli può essere visto e ammirato, ma quella che gli permette di vedere e servire tutti. Un servizio che gli ha richiesto anche l’offerta estrema del proprio sangue. (Matteo Liut)
 
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana
ferita dal peccato,
concedi al tuo popolo
di intraprendere con la forza della tua parola
il cammino quaresimale,
per vincere le tentazioni del maligno
e giungere alla Pasqua rigenerato nello Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO
 
Scenda, o Signore, sul tuo popolo
l’abbondanza della tua benedizione,
perché cresca la sua speranza nella prova,
sia rafforzato il suo vigore nella tentazione
e gli sia donata la salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.