29 Luglio 2025
 
Santa Marta, Maria e Lazzaro
 
1 Gv 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 11,19-27 oppure Lc 10,38-42
 
Dio è amore - Lumen Gentium 42: «Dio è amore e chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.
Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La prima lettera di san Giovanni è costituita da tre grandi sezioni: camminare nella luce (1,5-2,29), vivere da figli di Dio (3,1-4,6) e alle fonti della carità e della fede (4,7-5,4). Il brano odierno, in cui troviamo l’esaltante affermazione «Dio è amore», ci introduce alle sorgenti della carità: Dio ha l’iniziativa della carità e la manifesta inviando e donando il suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
 
Vangelo
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose.
 
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite conosciamo Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e la si ritrova durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta si presenta in veste di donna tuttofare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42
 
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 40 [Marta] Era molto affaccendata per il servizio, letteral.: «era affaccendata per il molto servizio», cioè: per il molto lavoro che richiedeva il servizio. L’intenso lavoro era dovuto in parte alla premura di Marta che, come donna e padrona di casa, voleva offrire una generosa accoglienza all’illustre ospite preparandogli una refezione non usuale ed in parte anche al numero degli invitati, perché Gesù, anche se il testo non dice nulla, doveva avere con sé i discepoli. Signore, non ti dai pensiero che mia sorella...? Il termine «Signore» è caro a Luca (cf. vers. precedente e seguente), come si è già rilevato. «Non ti dai pensiero che...»; la stessa espressione uscì dalla bocca dei discepoli durante la tempesta sul lago (cf. Mc., 4, 38). Queste parole dovettero essere pronunziate con un accento alquanto risentito, perché Marta, non riusciva a spiegarsi come Gesù e Maria, che pur sapevano quanto lavoro ella doveva sbrigare in quella circostanza, potessero rimanere tranquilli a conversare. Marta non rivolge la parola alla sorella, ma al Maestro; ciò si spiega dal fatto che Gesù, secondo Marta, è in certo modo responsabile della situazione e che egli inoltre può autorevolmente dire a Maria di sospendere la conversazione per accorrere ad aiutare l’affaccendata sorella. Mi lascia sola a servire; altri codici hanno: «mi abbia lasciato sola ...». Mi aiuti; il verbo greco è molto più espressivo poiché significa: da parte sua prenda il suo lavoro. In due versetti (verss. 39-40) Luca ci tratteggia con mano maestra due figure caratteristiche che conferiscono alla scena una particolare suggestività.
41 Marta, Marta, tu ti affanni ed agiti per molte cose; la ripetizione del nome richiama l’attenzione su ciò che verrà asserito in seguito. Ti agiti per molte cose (Volgata: et turbaris erga plurima); non è una semplice constatazione, ma in pari tempo un rimprovero ammonitore (molte cose = troppe cose; Volg.: plurima). Marta non sa vedere oltre le sue occupazioni e preoccupazioni, per questo Gesù la richiama ammonendola delicatamente che si è data troppo da fare per cose che lei stessa ha volute.
42 Invece ve ne è bisogno di poche, anzi di una sola; questa ci sembra la lettura da preferirsi, perché più rispondente al contesto ed alla circostanza in cui tali parole furono pronunziate; altri codici leggono: «invece ve ne è bisogno di poche», oppure: «invece ve ne è bisogno di una soltanto». Il Salvatore distoglie Marta dal mondo delle sue faccende per richiamarla a qualcosa di superiore che è l’unico necessario; per questa donna solerte e preoccupata di onorare i suoi ospiti era sufficiente che, in quella circostanza, preparasse le poche cose convenienti per una refezione comune e decorosa, poiché quello che maggiormente importa è l’unico necessario. Questo modo di parlare ha una movenza di stile giovanneo; il quarto evangelista infatti ama passare da un’osservazione comune ed umana ad una prospettiva elevata e divina. Gesù, approfitta di questa occasione che gli si è offerta per invitare la donna tutta indaffarata nelle faccende di casa a riflettere ed a capire che vi è una sola cosa necessaria, cioè: il pensiero della salvezza (cf. Lc., 12, 29-31; Mt., 6, 33). Maria si è scelta la parte buona; altri traducono: «… la parte migliore» (Volgata: optimam partem elegit) attenendosi più al senso voluto dal contesto che alla forma dell’aggettivo greco (...τῆνἀγαθὴν μερίδα). Maria, che si interessava di ascoltare attentamente le parole del Maestro, ha scelto la porzione buona, cioè un’occupazione migliore di quella a cui attendeva la sorella. Che non le sarà tolta, cioè: Maria non sarà distolta dall’ascoltare la parola di Gesù; questa donna continuerà a rimanere accanto al Maestro, mentre la sorella continuerà a preparare il pasto per gli ospiti che sono nella sua casa. L’importanza di questo episodio, che appare come un delicato idillio familiare, risulta dalla dottrina dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola di Gesù. Probabilmente esso è stato narrato subito dopo la parabola del buon samaritano, che illustra il precetto dell’amore del prossimo (precetto intimamente legato a quello dell’amore di Dio), perché lo completa con la prospettiva dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola del Signore (cf. vers. 39).
 
Per approfondire
 
Dio è amore - W. Gunther / H.-G. Link (Amore in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): In Giovanni l’essere e l’agire di Dio vengono definiti con particolare energia dal concetto di agape. Lo si nota già dal fatto che in Giovanni agape viene usato in senso assoluto, cioè come sostantivo senza genitivo, molto più spesso che in Paolo; lo stesso vale per il verbo, usato spesso senza complemento oggetto. In Giovanni anche concetti paralleli come dikaiosyne (giustizia), cháris (grazia), éleos (misericordia) ecc. finiscono nettamente in secondo piano rispetto ad agape. È così che Giovanni può parlare dell’amore preesistente, allo stesso modo che in Gv 1,1ss aveva parlato della preesistenza del logos (parola Cf. Gv 3,35; 10,17; 15,9; 17,23ss).
Dio è amore (1Gv 4,8) e l’amore era la sua intenzione fin da principio. Per questo l’amore del Padre per il Figlio è il modello originario di ogni amore.
Questo fatto diviene manifesto nella missione e nella dedizione del Figlio (1Gv 3,1.16).
“Vedere” e “conoscere” tale amore è la salvezza per l’uomo. In fondo, il volere di Dio nei riguardi del mondo è l’amore che ha misericordia e che perdona, l’amore che resiste a qualsiasi opposizione del cosmo ostile.
Nell’agape si manifesta nello stesso tempo la doxa theoú (la gloria di Dio; Gv 1,14). La vittoria dell’amore, a sua volta, si manifesta nel doxasthênai di Gesù, cioè nella sua glorificazione, nella sua morte che per Giovanni include anche il suo ritorno al Padre (Gv 12,16.23ss. ecc.).
Il credente viene coinvolto in questa vittoria. Egli ottiene così la zoê (la vita; 1Gv 4,9; Gv 3,36; 11,25ss).
Mentre per Paolo il volgersi dell’uomo a Dio è definito principalmente dal concetto di pistis, in Giovanni abbiamo invece agape. Il rapporto tra Padre e Figlio è agape (Gv 14,31) e i credenti vengono accolti all’interno di questa relazione di amore (Gv 14,21ss; 17,26; 15,9s). Il costante avvicendarsi in Giovanni del soggetto e dell’oggetto dell’amore sta a dimostrare che Padre, Figlio e il credente sono unificati nell’unica realtà dell’amore divino. L’alternativa è una sola, la morte (1Gv 3,14ss.; 4,7s.). L’espressione tipicamente giovannea ménein en (rimanere in) può riferirsi tanto a Gesù quanto all’amore (Gv 15,4ss.; 1Gv 4,12ss.).
In Giovanni ancor più nettamente che in Paolo l’amore vicendevole si fonda nell’amore di Dio (Gv 13,34; 1Gv 4,21). L’amore assurge a segno e prova della fede (1Gv 3,10; 4,7ss.). L’amore per il fratello scaturisce dall’amore divino. Senza l’amore fraterno non si dà relazione con Dio.
Anche Giovanni risale al comandamento dell’amore (Gv 13,34; 15,12.17; 2Gv 5).
L’osservanza dei comandamenti si compendia nell’agapân, nell’amare (Gv 14,23s.).
Infine l’amore ha trovato, già nel cristianesimo primitivo, un’espressione concreta in azioni liturgiche. Nella comunità era usuale il bacio fraterno (Rm 16,16 ecc.), chiamato in 1Pt 5,14 «bacio dell’agape». Ben poco sappiamo tuttavia sui dettagli di questo rito.
Il nome di un’altra azione liturgica protocristiana è agape che noi conosciamo soltanto per accenni.
Come dimostra 1Cor 11, la celebrazione vera e propria della cena era unita a un pasto in piena regola. In seguito il «banchetto d’amore» (agape) venne separato dalla cena eucaristica e mantenuto come celebrazione autonoma (Cf. Gd 12; forse 2Pt 2,13). Mentre nel servizio della Parola e nella cena eucaristica era in primo piano il consolidamento della fede, sembra che in questa celebrazione l’aspetto centrale fosse dato dal pasto comune in quanto segno di una particolare comunione nell’agape. Anche la vasta attività di beneficenza sociale che animava le comunità era connessa con questa celebrazione (Cf. At 6,1ss.).
L’abitudine di chiamarsi fratello o sorella nell’ambito della comunità sta a dimostrare che questa nuova comunanza, fondata sull’agape, veniva intesa come famiglia di Dio.
 
Si comprende bene cosa abbia scelto - Maria alle faccende di casa ha preferito la preghiera, l’intimità con il Cristo, l’ascolto della Parola: l’unica cosa di cui c’è bisogno (Lc 10,42). Senza voler enfatizzare la scelta di Maria, possiamo però ammettere che Marta nello scegliere le pentole commise un grossolano errore: quello di non comprendere il valore prezioso dell’ascolto orante e della preghiera; quello di non comprendere che la preghiera è il vero, insostituibile motore che muove tutto; quello di non capire chi le stava dinanzi e con chi stava parlando. Marta, più che le mani e i piedi, avrebbe dovuto far muovere il cuore e da esso far sgorgare un’ardente preghiera. L’errore di Marta è l’errore di molti uomini e non solo contemporanei. Un mondo disposto ad ammirare unicamente l’uomo faber immerso in una vita attiva, fatta esclusivamente di opere concrete, ha trasformato il cristianesimo in una religione quasi solo al femminile: per cui, la preghiera è il rifugio di chi non sa o non vuole impegnarsi nel mondo; dell’inetto che non sa comprendere le grandi cause sociali e politiche e lottare per esse; o di chi non sa comprendere che il primo impegno è la promozione umana. Oggi «si fa un gran parlare di impegno nel mondo, di impegno nel sociale, di ‘promozione umana’. E sta bene... Ma dobbiamo oggi asserire che più necessario di tutto, di ogni altro impegno, è amare Dio, quindi onorarlo, servirlo e poi farlo amare, farlo onorare, farlo servire... Attenzione dunque ad un cristianesimo fatto tutto e solo orizzontale! Attenzione all’attivismo che tarpa le ali ai voli dello spirito, alla preghiera, alla contemplazione! Il rimprovero di Gesù a Marta è per tutti questi travisamenti della vocazione cristiana. Può essere per noi...» (Andrea Gemma, vescovo). Solo la preghiera, e una vita nascosta in Dio, può rendere accettabile e imitativa l’affermazione di Paolo: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1,24). Solo la preghiera può trasformare il dolore in letizia e la sofferenza in gioia. Solo la preghiera può svelare «il mistero nascosto da secoli» e renderlo intelligibile e comprensibile al cuore dell’uomo. Solo la preghiera può dare forza al servo della Parola nelle fatiche apostoliche. Solo la preghiera fa sì che la carità «come buon seme, cresca e fruttifichi» (LG 46). Solo la preghiera può svelare all’uomo il volto radioso del Risorto e solo la preghiera permette di ritrovarlo luminoso nei poveri, negli ultimi, negli indigenti.
 
Dio non ci vuole preoccupati: «Dio nostro Padre non voleva che noi vivessimo preoccupati e in ansia per le cose della vita; questo avvenne ad Adamo, ma in un secondo tempo. Gustò il frutto dell’albero e s’accorse d’essere nudo e si fece un cinto. Ma prima di mangiare il frutto “erano tutti e due nudi e non si vergognavano” [Gen 3,7]. Così ci voleva Dio, senza turbamenti di sorta. E questo è il segno di un animo che è lontano da ogni affetto libidinoso; e chi è in questa disposizione, non ha in mente altre opere che quelle degli angeli. Così non penseremmo che a celebrare eternamente il Creatore, sarebbe nostra letizia la sua contemplazione e lasceremmo a lui ogni preoccupazione, come scrisse David: “Lascia al Signore la cura di te stesso, ed egli ti nutrirà” [Sal 54,23]. E Gesù insegna agli apostoli: “Non vi preoccupate della vostra vita, di quello che mangerete, né del come vestirete il vostro corpo” [Mt 6,25]. E ancora: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto vi sarà dato in sovrappiù” [Mt 6,33]. E a Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi di troppe cose; ma una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la migliore, e non le sarà tolta” [Lc 10,14-15]; cioè, si metterà ai piedi del Signore e ascolterà la sua Parola» (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2,11).
 
Testimoni di Cristo - Santa Marta, Maria e Lazzaro - Amici di Gesù: La fede è attivismo, ma è anche contemplazione e guarigione, perché il Vangelo è un’esperienza “totalizzante” che investe e trasforma tutti gli ambiti della nostra esistenza e non rinnega alcunché dell’esistenza umana nella sua varietà e nella sua imperfezione. È questo il messaggio che oggi la liturgia ci affida attraverso la memoria dei tre santi fratelli di Betania: Marta, Maria e Lazzaro. Marta viene presentata come una donna sempre indaffarata, pronta a prendere l’iniziativa, tutta all’opposto di sua sorella Maria, che rimane incantata davanti alle parole di Gesù, ospite nella loro casa a Betania. La figura di Marta è icona ancora attuale del nostro modo di essere cristiani, convinti come siamo che i nostri piani, le nostre azioni, il nostro impegno cambierà il mondo. Ma Gesù, parlando proprio a Marta, riporta alla giusta misura il valore di quell’impegno: solo se Dio è al centro il nostro agire ha un senso e avrà davvero successo. Maria, invece, ci parla di una fede contemplante, di una spiritualità che si alimenta della sola presenza di Gesù: è il simbolo anche della capacità di coglierlo nei segni concreti che ci circondano, come i Sacramenti, ma anche nei poveri e nei bisognosi. La vicenda di Lazzaro appartiene all’immaginario comune e parla di un prodigio che rende manifesta la forza del Vangelo, in grado di donare una nuova vita a tutti gli “amici” di Gesù, a tutti coloro che si lasciano avvicinare da lui. I tre fratelli appaiono nel capitolo 10 di Luca e nei capitoli 11 e 12 di Giovanni. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio ha accettato l’ospitalità nella casa di santa Marta:
per sua intercessione concedi a noi
di servire fedelmente Cristo nei fratelli,
per essere accolti da te nella dimora del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 28 Luglio 2026
 
Martedì XVII Settimana T. O.
 
Ger 14,17b-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 78 (79); Mt 13,36-43
 
Giovanni Paolo II (Omelia 19 Luglio 1987)[...] ciò che tormenta di più l’intelligenza dell’uomo è la presenza del male nella storia, la sua origine e la sua finalità; solo dalla risposta a questi interrogativi l’uomo può trarre luce per la soluzione del problema della sua esistenza.
Gesù con la parabola del buon grano e della zizzania, da lui stesso poi interpretata e spiegata, rivela il motivo e il senso di questa tragica realtà.
Egli prima di tutto afferma chiaramente che il male c’è, è presente ed è dinamico nella storia degli uomini. Esso però non può venire da Dio, il creatore, che per essenza è Bene infinito ed eterno.
Dio è il seminatore del buon grano; innanzitutto con la creazione stessa, che è radicalmente e metafisicamente positiva, e poi con la Redenzione, perché “colui che semina il buon seme è figlio dell’uomo. Il seme buono sono i figli del regno”. Il male viene dal “nemico” e da coloro che lo seguono: “La zizzania sono i figli del maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo”.
Ci troviamo qui di fronte alla libertà, che Dio ha dato alle creature razionali: questa è la realtà più sublime e più tragica perché, usata male, è la causa della germinazione della zizzania nella vita del singolo e nella storia dell’umanità.
Il dramma della storia consiste proprio in questa convivenza del buon grano con la zizzania fino al termine della storia, fino alla mietitura: non è possibile, oggi, pensare la storia umana senza zizzania; e cioè - come dice Gesù stesso - non è possibile sradicare totalmente la zizzania, perché essa è commista al bene.
La zizzania vive e cresce nel campo del mondo; ma vive e prospera anche il buon grano; cresce e si sviluppa anche il grano di senape, che diventa un albero frondoso e ospitale; cresce e fermenta anche il lievito del bene nascosto nella posta dell’umanità.
Con estrema semplicità, ma con suprema autorità Gesù ci fa capire che l’intera storia umana, per quanto lunga e tribolata, ha come vertice la “mietitura” finale: ciò che conta veramente non è la storia che passa, ma l’eternità che ci attende.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Epifanio Gallego - Gerusalemme, la vergine profanata - Chi ascoltasse solo le diatribe e gli oracoli minacciosi di Geremia, correrebbe il rischio di formarsi un concetto molto errato di questo profeta. Così accadde ai suoi amici di Anatot, e così dovette accadere anche ai dirigenti e a gran parte del popolo di Gerusalemme. Lo consideravano come un nemico del popolo, del culto e della sicurezza politica e sociale.
Geremia non era questo. Lui solo sapeva quanto amasse il suo popolo e con quanto impegno cercasse di evitarne la rovina. Lui solo sapeva quanto sforzo gli costasse predicare le sventure che lo avrebbero inevitabilmente colpito.
Non sappiamo se, in occasione d’una liturgia penitenziale per una guerra o realmente durante l’assedio di Gerusalemme, Geremia sentì il bisogno di sfogarsi davanti al popolo e lo fece con la coscienza di compiere la volontà di Yahveh.
La situazione descritta dal profeta è più che tragica, e si avverò alla lettera negli ultimi giorni che precedettero la caduta di Gerusalemme nelle mani dell’esercito di Na-bucodonosor. Nelle campagne, morti di spada; nella città, morti di fame. Sacerdoti e profeti vagano come ubriachi senza meta e senza risposta. Gerusalemme è una giovane donzella ferita a morte. Gli occhi accusatori di tutti si rivolgono a Geremia. Ormai, poteva sentirsi soddisfatto: le sue minacce si stavano avverando.
Ma Geremia dice loro che si strugge in lacrime giorno e notte, che è il primo a soffrire per quello che avviene e per quello che deve annunziare. Egli ama il suo popolo; non vuole la sua rovina, ma la sua salvezza. È colpa sua se Yahveh lo castiga per i suoi peccati? È sadico se cerca la sua liberazione minacciandogli il castigo se non si converte?
E come uomo toccato come gli altri dalla sciagura nazionale, egli si rivolge a Dio per supplicarlo con un linguaggio non meno forte e audace di quello usato per farsi ascoltare dal suo popolo. « Perché?... perché? » Pare quasi che voglia attribuire a Yahveh la responsabilità della caotica fine del suo popolo.
Sapendo molto bene dove stesse il rimedio, egli è il primo a riconoscere il peccato collettivo del suo popolo, condizione indispensabile per giungere alla riconciliazione. Padre, dirà il figlio prodigo, ho peccato contro il cielo e contro di te. Geremia ricorda a Yahveh la sua alleanza. Se il popolo perisce, perisce Yahveh; se è disprezzato il suo trono, Gerusalemme, il disprezzo ricadrà su colui che è assiso sul trono, Yahveh. Per amore del suo nome, Egli non poteva scacciarli da sé.
È davvero una bella preghiera di solidarietà col popolo, di riconoscimento della debolezza umana e di totale fiducia in Yahveh che si è impegnato con la sua alleanza.
 
Vangelo
Come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo.
 
Il Vangelo oggi offre alle nostre povere orecchie alcune verità che non vorremmo sentire. Innanzi tutto, nel mondo degli umani operano i figli del maligno, insonni, stacanovisti, furbi e molto intelligenti. I figli del maligno proditoriamente provocano sciagure, tragedie, seminano lutti, ingolfano le menti umane di false verità, ingozzano le anime di peccato, fanno tutto questo, e a volte, senza trovare ostacoli, perché, come ci suggerisce la sacra Scrittura, i figli delle tenebre, in fatto di iniziative, sono più scaltri dei figli della luce (Lc 16,8).
Se gli spiriti maligni si aggirano nel mondo, se il peccato è sempre in agguato, e gli stolti abboccano, le porte dell’Inferno saranno sempre spalancate, si chiuderanno il giorno del giudizio universale quando Satana accoglierà tra le sue calde braccia l’ultimo dannato (Mt 25,31-46).
Queste sono dunque le verità che vorremmo bandire dal nostro cuore e dalla nostra mente: noi siamo venduti al peccato (Rm 7,14), l’Inferno c’è, e i custodi infernali, notte e giorno, come leone ruggente vanno in giro cercando chi divorare (1Pt 5,8), tutti ci presenteremo al tribunale di Dio (Rm 14,10). Come si può sfuggire a questo tsunami di disgrazie? Cercando di essere grano buono, anche dovendo stare accanto a cattive compagnie; mettendosi alle orecchie la buona cera della pazienza per non sentire le sirene che assediano il cuore e l’anima, e spendere ogni giorno almeno cinque minuti per meditare sulla morte, che, prima o dopo, chiederà il conto, senza sconti.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,36-43
 
In quel tempo, Gesù congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».
 
Parola del Signore.
 
Spiegaci la parabola della zizzania nel campo - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno)Due terzi delle parabole evangeliche sul regno (41 su 63) sono spiegate da Gesù ai suoi discepoli. Quella della zizzania frammista al grano, che abbiamo letto sabato scorso, è una di queste. Allo stesso modo di quella del seminatore, la spiegazione della parabola della zizzania deve essere attribuita all’evangelista che, a sua volta, rispecchia la lettura che ne fece la comunità primitiva.
Nell’interpretazione della parabola della zizzania notiamo due parti.
La prima: spiegazione allegorica delle sette parole più importanti del racconto; è un piccolo lessico di termini allegorici. La spiegazione, richiesta dai discepoli, viene posta sulle labbra di Gesù che si trova già in casa: «“Spiegaci la parabola della zizzania nel campo”. Ed egli rispose: “Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli”». La seconda parte dell’interpretazione contrappone il destino divergente della zizzania e del grano, cioè dei peccatori e dei giusti, nel giudizio finale che è descritto con la classica terminologia apocalittica della Bibbia: fornace ardente, pianto e stridore di denti. Anche qui, come nella parabola del seminatore, si produce uno slittamento d’accento, perché la spiegazione non tocca il punto centrale della parabola, come l’ha raccontata Gesù, che è la pazienza tollerante di Dio. Invece dell’inevitabile coesistenza del grano e della zizzania, del bene e del male, di giusti e di peccatori, nel mondo e perfino dentro la Chiesa - che è l’accento teologico-kerigmatico principale della parabola in sé - la sua interpretazione mette in risalto la diversa sorte dei buoni e dei cattivi alla fine dei tempi. Per i primi c’è il regno del Padre, per i secondi la fornace ardente. Da tutto questo è implicitamente dedotta una esortazione: non abusare della pazienza di Dio, perché alla fine arriverà il suo giudizio.
 
Per approfondire
 
Spiegazione della parabola della zizzania - Angelico Poppi (Sinossi e Commento)La seconda parte del discorso in parabole è rivolta esclusivamente ai discepoli. Infatti Gesù rientrò “nella casa” (di Pietro?). Matteo con il termine “casa” (oikia) forse allude al luogo abituale della catechesi cristiana in dimore private.
Richiesto dai discepoli, Gesù spiega loro la parabola della zizzania. Dapprima illustra il significato simbolico d’ogni termine (vv. 37-39); poi con un linguaggio dalle forti tinte apocalittiche fa riferimento al giudizio finale, nel quale avrà luogo la condanna dei malvagi e la glorificazione dei giusti (vv. 40-43). Nella spiegazione il ruolo del seminatore e del giudice non viene attribuito a Dio come nel racconto della parabola (v. 27), bensì al “Figlio dell’uomo”.
Mentre la parabola era focalizzata sul rinvio della separazione dei buoni dai cattivi nel giorno del giudizio, la spiegazione si riferisce alla loro sorte finale, indugiando sul destino orribile degli iniqui. L’impronta cristologica ed ecclesiale di tutto il brano evidenzia la rilettura postpasquale della parabola.
Matteo intende scuotere i cristiani tiepidi e rilassati, prospettando la sorte drammatica che attende i peccatori nel giorno del giudizio con la dannazione eterna. Il regno di Dio è già operante tra gli uomini: la collocazione tra i “figli del regno” oppure tra i “figli del malvagio” dipende dall’atteggiamento assunto da ciascuno nei confronti del Vangelo e dalla sua condotta.
v.37 Il seminatore è il Figlio dell’uomo, cui è attribuita pure la funzione di giudice con la mediazione dei “suoi angeli”.
v. 38 Il campo designa “il mondo”. Emerge così la prospettiva universale della missione della Chiesa.
vv. 39-40 La mietitura si riferisce al giudizio finale.
 
Il grano e la zizzania «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! [...]. Signore, spesso la tua Chiesa ci sembra una barca che sta per affondare, una barca che fa acqua da tutte le parti. E anche nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano. La veste e il volto così sporchi della tua Chiesa ci sgomentano. Ma siamo noi stessi a sporcarli! Siamo noi stessi a tradirti ogni volta, dopo tutte le nostre grandi parole, i nostri grandi gesti. Abbi pietà della tua Chiesa: anche all’interno di essa» (Joseph Ratzinger, Via Crucis, Venerdì Santo 2005).
Con queste parole l’illustre porporato, eletto Papa il 19 aprile 2005, volle mettere a nudo i peccati degli uomini di Chiesa, però è sottinteso che lo scandalo di una Chiesa peccatrice, pur lontana dall’ideale evangelico della purezza e della santità, non può e non deve turbare il cuore dei credenti. È quasi un dato di fatto. Essendo costituita di uomini e vivendo nel mondo, la Chiesa è semper convertenda e semper reformanda. La distinzione fra la Chiesa e gli uomini di Chiesa - come suggerisce Antonio Socci - è doverosa e «non è una furbizia tattica. La Chiesa infatti non è la somma dei cristiani [questo potrebbe essere casomai un partito]. La Chiesa è invece costituita dal mistero di Cristo realmente e misteriosamente fra loro» (Il segreto di Padre Pio).
Alcuni cristiani vorrebbero ricorrere a mezzi violenti e sbrigativi: tagliare la testa agli infedeli, scomunicare i membri non allineati, bruciare sul rogo gli eretici, gettare con violenza le istanze del Vangelo in faccia a cristiani e non cristiani con il diktat dell’aut-aut, o con me o contro di me.
Alla base di questi atteggiamenti c’è una distorsione. È l’arroganza di imporre un Dio frutto di una fantasia molto personalistica e anche malata: un Dio geloso degli uomini, pronto a scagliare i suoi fulmini; quindi un Dio gretto, meschino, non il Padre misericordioso. Un Dio simile non può che generare sfiducia, paura e incertezze. Ma vi è il rischio di passare dall’intolleranza al buonismo. Alla politica della pacca sulle spalle. Il Vangelo, infatti, non ci suggerisce una accettazione passiva degli eventi e neppure una qualunquistica bonomia, ma un atteggiamento positivo, costruttivo, che richiede anche pazienza e rispetto dei tempi di crescita. Dolcezza e misericordia che devono esigere il deciso abbandono di una vita peccaminosa, la riparazione e la conversione, «senza la quale non si può entrare nel regno» (Catechismo della Chiesa Cattolica 545).
Se l’annuncio evangelico non richiedesse scelte esigenti, pur rispettando i personali tempi di crescita, si lascerebbe il peccatore nel suo peccato e in un infantilismo peggiore dello stesso peccato. Sarebbe bello una Chiesa senza penitenza, senza inferno, senza ascesi, senza diavoli, senza peccato, senza mortificazioni e senza conversione. Ma il regno di Dio non è la terra di Bengodi!
Se la Chiesa, istruita dallo Spirito Santo, e facendo suo il progetto di Dio, concede a tutti gli uomini, con longanimità e pazienza, la possibilità di pentirsi dei peccati, lo fa perché l’uomo si decida a convertirsi immantinente. E tutti gli uomini, anche i discepoli del Cristo, hanno bisogno di convertirsi e fare penitenza. Infatti, come ci suggerisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (827), tutti «i membri della Chiesa, compresi i suoi ministri, devono riconoscersi peccatori. In tutti sino alla fine dei tempi, la zizzania del peccato si trova ancora mescolata al buon grano del Vangelo. La Chiesa raduna dunque peccatori raggiunti dalla salvezza di Cristo, ma sempre in via di santificazione: “La Chiesa è santa, pur comprendendo nel suo seno dei peccatori, giacché essa non possiede altra vita se non quella della grazia: appunto vivendo della sua vita, i suoi membri si santificano, come, sottraendosi alla sua vita, cadono nei peccati e nei disordini, che impediscono l’irradiazione della sua santità. Perciò la Chiesa soffre e fa penitenza per tali peccati, da cui peraltro ha il potere di guarire i suoi figli con il sangue di Cristo e il dono dello Spirito Santo”».
La santità è solo alla conclusione del regno sulla terra: «Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (Sir 11,28). E prima della fine c’è il sudore della conquista, la spossatezza della vigilanza, la carità della pazienza e il fuoco della missione. Anche se a raccogliere i frutti saranno altri.
 
Origene: In Matth., X, 3: Allora i giusti splenderanno come sole nel Regno del Padre loro: e per chi splenderanno se non per quelli che saranno inferiori e che trarranno profitto dalla loro luce? ... Non è certo per se stessi che brilleranno ... La luce dei discepoli di Gesù brilla, da ora, davanti al resto degli uomini; essa brillerà ancora ... ottenendo la resurrezione: e, dopo la resurrezione fino a che tutti perverranno “all’uomo perfetto” e diverranno tutti un unico sole.
 
Testimoni di Cristo - Santi Nazario e Celso - La testimonianza di un maestro che affascina e guida il discepolo: Ognuno di noi ha avuto i proprio maestri, guide che hanno segnato la nostra strada, che ci hanno aiutato a compiere le scelte fondamentali per la nostra vita. Oggi la liturgia ci presenta la figura di un maestro e del suo discepolo: la storia dei santi Nazario e Celso ci mostra chiaramente come “funziona” la trasmissione e la diffusione della fede cristiana. Nazario era cittadino romano e la tradizione lo vuole discepolo di san Pietro, forse battezzato da Lino prima che diventasse Papa. A causa della persecuzione, però, dovette fuggire da Roma, dirigendosi verso nord. Una volta superate le Alpi gli fu presentato un ragazzino di 9 anni, Celso, per il quale divenne maestro, guida e mentore: lo educò alla fede cristiana e lo battezzò. Insieme portarono il Vangelo a Treviri, dove vennero arrestati e poi mandati a Roma da Nerone: l’imperatore tentò di farli abiurare entrambi ma senza successo. Furono così condannati a essere gettati in mare, ma si salvarono miracolosamente e arrivarono così a Genova, per poi dirigersi verso Milano. Qui Nazario portò conforto in carcere ai due fratelli Gervasio e Protasio, ma il gesto costò il martirio a lui e a Celso. Vennero infatti arrestati e furono condannati dal prefetto Antolino alla decapitazione. (Matteo Liut)
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
 
 27 Luglio 2026
 
Lunedì XVII Settimana Del Tempo Ordinario
 
Es 32,15-24.30-34; Salmo Responsoriale Dt 32,18–21; Mt 13,31-35
 
Evangelii gaudium 278: La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia insieme con «quelli che stanno con lui ... i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Ap 17,14). Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr. Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr. Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr. Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: “Dietro il racconto, vi è forse il ricordo d’un atto d’infedeltà nel deserto, atto che non è possibile ricostruire. In sé, questa forma di culto non è propria dei nomadi, ma delle popolazioni sedentarie nella terra fertile di Canaan. Sta comunque a testimoniare un fenomeno che è reale nel deserto e in ogni situazione: l’infedeltà del popolo all’alleanza. Il popolo afferma qui un allontanamento da Dio, come cosa che va facendo fin dalla sua stessa origine” (Angel Gonzales).
 
Vangelo
Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.
 
La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,31-35
 
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Parola del Signore.
 
Basilio Caballero: Il discorso di Gesù continua con due parabole, di marcato parallelismo, intorno al mistero del regno di Dio: il granello di senapa e il lievito nella pasta (che si trovano anche in Lc 13,18ss). Il testo evangelico si conclude con una citazione scritturistica di completamento, in appoggio al linguaggio parabolico di Gesù: «Perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclama o cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” (Sal 78,2)». Le parabole sono una forma di rivelazione e non di occultamento. Entrambe le parabole, come quella del seminatore e del seme che cresce da solo, sono parabole di contrasto; cioè, coincidono nel sottolineare la sproporzioni esistente tra gli inizi insignificanti del regno e il suo splendente finale. Ma anche così, ciascuna delle due parabole ha la sua sfumatura: quella del granello di senapa parla della crescita del regno in estensione, e quel la del lievito in intensità. Come il frondoso arbusto della senapa, che nella regione del lago di Tiberiade può raggiungere anche i tre metri, già sta in germe nel suo minuscolo seme, così il regno di Dio è già presente nel ministero apostolico di Gesù e della Chiesa, malgrado la povertà dei suoi inizi. È l’insegnamento fondamentale della parabola. In questo modo il Salvatore giustifica il suo metodo missionario che non rispondeva alle aspettative di trionfalismo e spettacolarità che, secondo i giudei del tempo, avrebbero dovuto accompagnare l’irruzione del regno di Dio nell’era messianica. Tuttavia, siccome l’evangelista scrive in epoca posteriore al ministero apostolico di Gesù, può già verificare, insieme alla comunità primitiva, la prima espansione del regno e del vangelo. Tra i rami dello snello albero di senapa possono già annidarsi gli uccelli. Evidente allusione all’incorporazione dei popoli pagani alla Chiesa. La seconda parabola è quella del lievito nella pasta, che è capace di far fermentare fino a tre misure di farina, il pane sufficiente per cento persone. Il suo significato e la sua lezione sono paralleli a quelli del granello di senapa. Nella persona e nel messaggio di Cristo sta già agendo efficacemente e irresistibilmente il fermento del regno; questo garantisce il successo finale della missione di Gesù e della Chiesa.
 
Per approfondire
 
La parabola del granello di senapa - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché si tiene sul palmo aperto un granello di senapa, lo si vede appena, eppure, seminato, in poco tempo diventa uno dei più grandi arbusti del campo. Fra il seme e la pianta non c’è davvero proporzione. Da un inizio insignificante si ottiene rapidamente il massimo risultato. Il mistero di questa crescita sbalorditiva risiede nella forza vitale e nel dinamismo interiore del seme. Secondo le parole del Signore tutto ciò è una illustrazione del mistero della Chiesa. Anche qui, da un inizio minimo, in un tempo straordinariamente breve, è uscito il grande risultato. La vita di Gesù, umanamente considerata, è brevissima. Incomincia nella stalla, rimane nascosta per trent’anni, si spiega pubblicamente solo per pochi mesi e termina con la condanna a morte. La Chiesa stessa incomincia con un pugno di contadini e di pescatori assolutamente impari al compito. L’uno passa al campo opposto, l’altro dichiara di non conoscere affatto Cristo. I rimanenti, nel momento culminante, fuggono. Le comunità della Chiesa primitiva sono composte in gran parte di schiavi e di popolino, con un numero insignificante di persone preminenti. Il movimento incomincia in Palestina, in un paese, cioè, che non è neppure una provincia romana indipendente, ma sottomessa a quella della Siria. Un evento totalmente privo di significato nel complesso dell’impero romano. Eppure il messaggio di Gesù ha conquistato il mondo e questa Chiesa è diventata la Chiesa universale, in un tempo incredibilmente breve, nonostante la resistenza delle forze spirituali, politiche e militari. Anche qui la crescita misteriosa si spiega con la virtù del seme, vale a dire con la forza vitale dello stesso Gesù Cristo, la quale non è altro che la forza di Dio. Gesù stesso è il capo di questa Chiesa, di cui lo Spirito Santo è il principio vitale. Visti di fuori, lo sviluppo e la crescita sono incomprensibili, considerati all’interno, della rivelazione, si capiscono perfettamente.
 
La parabola del lievito - Wolfgang Trilling: Il  racconto è semplice e conciso, in un’unica frase. Una donna vuole preparare del pane. Alla grande quantità di farina aggiunge un pezzettino di lievito e lavora il tutto insieme, poi copre l’impasto con un tovagliolo e lo lascia riposare. Dopo un certo tempo, ecco il fatto meraviglioso: tutta la pasta è lievitata. La piccola quantità di lievito nascosto nella farina ha prodotto un vistoso effetto.
Come nella parabola del granello di senapa, anche qui ci interessa notare anzitutto la straordinaria e improvvisa trasformazione avvenuta, la sproporzione sbalorditiva tra il prima e il dopo, tra l’inizio e la fine. Così è del regno di Dio: dai suoi umili inizi nessuno si aspetterebbe tale pienezza di potenza, di sviluppo e di grandezza.
Ma qui l’idea dell’efficacia è ancor più determinante. La piccola porzione di lievito ha in sé una tale forza vitale, capace di fermentare una grande massa di farina e trasformarla in pasta per il pane; il lievito è il principio vitale. Il piccolo numero e la quantità poco appariscente (di lievito) non devono trarci in inganno. Davanti a Dio vale un’altra misura, non solo il rapporto tra grande e piccolo, ma anche tra ciò che è attivo e inerte. Quello che esteriormente appare debole e indigente, interiormente è pieno di forza e di vita. Nella debolezza apparente del messaggero opera e si sviluppa la forza interiore del messaggio. Il cuore nuovo e lo spirito nuovo, promesso da Dio, e che ora - nella pienezza dei tempi - egli vuole creare in noi, sono veramente opera divina. Chi accoglie totalmente il regno di Dio e se ne lascia permeare e trasformare, è un lievito divino nel suo ambiente. La forza vitale che pulsa in lui si espande e si comunica a chi gli vive accanto. Non solo la grande storia, ma anche la nostra piccola storia di ogni giorno ci mostrano questa forza vitale ed efficace - quando si incarna in uomini vivi -; una forza che si irradia anche sugli altri.
A quel piccolo gruppo Gesù ha detto: «Voi siete la luce del mondo»; «voi siete il sale della terra»; «una città collocata sopra monte non può restare nascosta» (5, 14-16). Ci rendiamo conto del tesoro che Dio ha nascosto nella nostra vita? Siamo consapevoli di essere chiamati a comunicare questa forza divina nel nostro ambiente, a esserne il lievito con la vita di Dio? Crediamo nell’efficacia dei nostri sforzi, anche se umili, poco appariscenti e minati dalla nostra debolezza e peccabilità? È la potenza della vita di Dio che vuole operare nella nostra pochezza.
 
L’infinitamente piccolo che diventa infinitamente grande - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo)La terza parabola ha per protagonista ancora una volta il regno dei cieli. Il chicco di senape propriamente non è il seme più piccolo. Ve ne sono di più piccoli, ma la sua piccolezza è proverbiale (cf Mt 17,20): avere fede quanto un granello di senape permette di compiere cose impossibili per la logica umana. È vero però che può sorprendere la sproporzione tra la piccolezza del seme e la grandezza delle dimensioni della pianta che da esso si sviluppa (che può superare addirittura i tre metri!). Da un piccolo seme viene fuori quindi un albero grande e capace di ospitare molti uccelli, disposti a mettere le “tende” tra i suoi rami (il verbo del v. 32 è kataskenóo, composto di skenóo, il verbo che il quarto vangelo impiega per parlare dell’incarnazione di Gesù, cf Gv 1,14).
L’accento non è messo sulla piccolezza del seme ma sull’effetto che esso produce una volta gettato. Il regno è una realtà piccola, quasi nascosta e impercettibile, che porta però in sé un dinamismo e una potenza di vita incredibili e sorprendenti. È la scomparsa del seme di senape nella terra che rende possibile la sua crescita. Gesù insegna così che la crescita del credente è legata al dono totale della propria vita.
 
Giovanni Crisostomo (In Matth. 46,2): Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo” [Mt 13,31]. Siccome Gesù aveva detto che i tre quarti della semente sarebbero andati perduti, che una sola parte si sarebbe salvata e che nella parte restante si sarebbero verificati tanti gravi danni, i suoi discepoli potevano bene chiedergli: Ma quali e quanti saranno i fedeli? Egli allora toglie il loro timore inducendoli alla fede mediante la parabola del granello di senape e mostrando loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra. Sceglie per questo scopo un’immagine che ben rappresenta tale verità. “È vero che esso è il più piccolo di tutti i semi; ma cresciuto che sia, è il più grande di tutti i legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli dell’aria vengono a fare il nido tra i suoi rami” [Mt 13,32]. Cristo voleva presentare il segno, la prova della loro grandezza. Così - egli spiega - sarà anche della predicazione della buona novella. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c’era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa in tutto il mondo.
 
Testimoni di Cristo - San Pantaleone - Curare non è solo sanare il corpo ma è anche prendersi cura dell’anima: Nella tradizione cristiana la cura di una persona non è mai solo quella del corpo, della quale si occupa con ottimi risultati la medicina, ma è quella più ampia che si esprime anche in un’attenzione verso le ferite dell’anima e del cuore. Il Vangelo non nega la scienza medica, ma il suo messaggio ne può però ampliare l’impegno, ricordando che ogni malato è prima di tutto una persona con una dignità da custodire. Questo fu l’orizzonte nel quale san Pantaleone decise di praticare la medicina: una scelta che gli costò la vita. Nato a Nicomedia nel III secolo, fu cresciuto dalla madre cristiana ma avviato dal padre pagano allo studio della medicina. L’incontro con un presbitero che gli parlò di una medicina «più grande», il messaggio del Risorto, lo portò sulla strada della conversione e del Battesimo. Decise quindi di esercitare la propria professione da medico gratuitamente ma questo suscitò il risentimento dei colleghi e gli costò la denuncia. Secondo la tradizione venne quindi martirizzato tra atroci sofferenze forse nell’anno 305. Assieme a Cosma e Damiano è il patrono dei medici e delle ostetriche. Viene considerato uno dei quattordici santi ausiliatori e viene invocato contro le infermità di consunzione. 
 
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
26 Luglio 2026
 
XVII Domenica del Tempo Ordinario
 
2Cor 4,7-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 125 (126); Mt 20,20-28
 
Santi Gioacchino e Anna - Pensieri di Benedetto XVI: La Chiesa celebra il 26 luglio la festa dei genitori della Vergine, i Santi Anna e Gioacchino, i nonni di Gesù.
“Vecchi”, cioè un peso. Tranne qualche eccezione, improduttivi. Per la loro salute malferma, troppo costosi per le casse pubbliche. Quasi tutti vittime inermi del gap tecnologico tra loro e un progresso che si aggiorna ormai di ora in ora e dunque tagliati fuori dal modo in cui il mondo oggi si muove, parla, comprende.
Sono queste alcune delle immagini con le quali un attuale e diffuso sentire comune etichetta gli anziani.
Non così la Chiesa che invece ha sempre avuto nei riguardi dei nonni un’attenzione particolare, riconoscendo loro una grande ricchezza sotto il profilo umano e sociale, come pure sotto quello religioso e spirituale. In passato i nonni avevano un ruolo importante nella vita e nella crescita della famiglia. Anche quando l’età avanzava, essi continuavano ad essere presenti con i loro figli, con i nipoti e magari i pronipoti, dando viva testimonianza di premura, di sacrificio e di un quotidiano donarsi senza riserve. Erano testimoni di una storia personale e comunitaria che continuava a vivere nei loro ricordi e nella loro saggezza.
Almeno per i cristiani, risplenda l’icona per eccellenza: quella di Anna e Gioacchino che, in qualsiasi interpretazioni artistica li ritragga, appaiono mentre circondano amorevolmente la loro piccola Maria. Non è difficile allora immaginarli circondare con lo stesso amore il “nipotino” Gesù, svolgendo quel ruolo in parte dimenticato da una società ubriacata dal mito dell’eterna efficienza, che con leggerezza lascia che un bambino preferisca la compagnia di un pc a quella di un nonno.
Il compito educativo dei nonni è sempre molto importante, e ancora di più lo diventa quando, per diverse ragioni, i genitori non sono in grado di assicurare un’adeguata presenza accanto ai figli, nell’età della crescita.
Affido alla protezione di Sant’Anna e San Gioacchino tutti i nonni del mondo, indirizzando ad essi una speciale benedizione. La Vergine Maria, che – secondo una bella iconografia – imparò a leggere le Sacre Scritture sulle ginocchia della madre Anna, li aiuti ad alimentare sempre la fede e la speranza alle fonti della Parola di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Salomone, tra i tanti re che si affacciarono sulle vicende politiche del popolo eletto, eccelse per la sua sapienza: ebbe «saggezza e intelligenza molto grandi e una mente vasta come la sabbia che è sulla spiaggia del mare» (1Re 5,9). Tanta ricchezza intellettuale e spirituale non è il frutto di sforzi umani, ma un dono di Dio. Un dono che non mette l’uomo al riparo da certi errori umani, anche fatali. Se l’avvio del regno di Salomone è glorioso, la sua condotta religiosa ed economica sarà però disastrosa. Alla sua morte (932 a.C.) il regno si divide (Cf. 1Re 12), avviando così il processo di dissoluzione della potenza militare d’Israele.
 
Seconda Lettura: Paolo sintetizza il contenuto del progetto divino. Predestinare qui ha il significato di decidere “fin dall’inizio”: Dio, fin dall’inizio, ha deciso e voluto che l’uomo sia conforme all’immagine del Figlio.
Questa volontà salvifica è un tratto dell’amore del Padre celeste verso le sue creature che vuole salve e reintrodotte come figli nel suo Regno. In ogni caso, l’uomo, per il libero arbitrio, può accettare o rifiutare la volontà salvifica divina.
 
Vangelo
Vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
 
Nel Vangelo odierno vi è un chiaro nesso tra le due parabole, quella del tesoro e quella della perla, e la prima lettura, che è tratta dal primo libro dei Re: dinanzi al regno bisogna porsi con un atteggiamento sapienziale. È sapiente colui che vende tutto per venire in possesso del regno dei cieli.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,44-52
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì».
Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».

Parola del Signore.
 
Il regno dei cieli è simile - Molti, nei tempi passati, per salvare i loro averi da ruberie, soprattutto in periodo di guerre o di calamità naturali, erano soliti nasconderli sottoterra. Un contadino, un salariato, nel vangare il terreno si imbatte proprio in uno di questi tesori nascosti e per venirne in possesso lecitamente, «va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo». La parabola, comunque, non vuole dare indicazioni morali di sorta.
Nel racconto evangelico, il tesoro è il regno dei cieli per il quale l’uomo deve essere sollecito nel «vendere tutti i suoi averi». Ma il «fulcro dottrinale della parabola... non consiste per sé nei sacrifici affrontati per il regno, ma nell’invito pressante di Gesù agli uditori di riconoscere nella sua opera l’azione di Dio nel mondo per l’attuazione del regno. Questo non esclude, soprattutto nella redazione matteana, un atto decisionale, che comporta per il discepolo una scelta coraggiosa per un orientamento di vita e una condotta esemplare nel presente» (A. Poppi).
Va sottolineata la gioia, che caratterizza i sentimenti di coloro che entrano in possesso del regno.
La parola gioia corrisponde all’ebraico simhah, che vuol dire soddisfazione dell’anima. L’Antico Testamento ama esaltare anche le gioie più umili della vita: quella del cibo, del riposo, del divertimento, del vino (Cf. Sal 104,5; Sir 31,27; Is 24,11).
La gioia di essere genitori di una numerosa prole (Cf. Sal 127,3; Sir 25,7; Gv 16,21). La gioia della fedeltà della sposa, del calore della casa e quella che scaturisce da una vera amicizia. Ma «la gioia vera il giusto la trova in Dio, nella sua parola, nella sua legge, nella sua alleanza indefettibile... La gioia del pio israelita, oltre che nell’intimità con Dio, sgorga dalla contemplazione delle meraviglie da lui operate nell’universo e nella storia del suo popolo. Una delle gioie più intense per Israele proviene dall’esercizio del culto reso al Dio vivo, presente in seno al popolo nel suo tempio» (G. Manzoni).
La vera gioia inonderà il mondo con la nascita del Cristo: Giovanni Battista esulta di gioia nel grembo della madre (Cf. Lc 1,41.44); Maria, la madre di Gesù, erompe in un canto di gioia, che celebra Dio padre dei piccoli e salvatore dei poveri e degli umili (Cf. Lc 1,46-55). La nascita di Giovanni Battista rallegra il cuore degli anziani genitori e dei loro conoscenti (Cf. Lc 1,56-57). La nascita di Gesù viene annunziata ai pastori come «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10).
I motivi di questa gioia sono evidenti: oramai in Gesù, il regno di Dio è in mezzo agli uomini, esso, come testé ci ha ricordato Matteo, è il tesoro per il quale si deve essere disposti a dare tutto gioiosamente, «perfino la vita» (Lc 14,26).
Se, nel ritrovamento del tesoro, la fortuna ha giocato un ruolo predominante, nella parabola della perla è il mercante che va in cerca di essa. Il comportamento di quest’ultimo, comunque, è uguale a quello del salariato: «trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra ».
Per l’Antico Testamento «vale più scoprire la sapienza che le gemme» (Gb 28,18), così per il Nuovo Testamento: Gesù è la sapienza increata fatta carne (Cf. Gv 1,14; 1Cor 1,30) che si fa trovare «da chiunque la ricerca. Previene per farsi conoscere, quanti la desiderano» (Sap 6,12-13). Per porsi alla sua sequela, gli uomini devono essere pronti a rinunciare a tutto quello che possiedono (Cf. Mt 19,16-22). E poi, con somma diligenza, una volta incontrata «la sapienza non lasciarla» (Sir 6,24-31), per non scivolare nel baratro dell’infelicità e dell’eterna tristezza: «Acquista la sapienza [...], non allontanartene mai. Non abbandonarla ed essa ti custodirà, amala e veglierà su di te. Principio della sapienza: acquista la sapienza; a costo di tutto ciò che possiedi» (Prov 4,5-7).
La parabola della rete, simile alla parabola della zizzania, rimanda il lettore al giudizio finale quando i buoni saranno separati dai cattivi: i primi entreranno nel regno di Dio, i reprobi andranno «nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25,31-46). Se è vero che nella fase terrena del regno i cattivi si mescoleranno ai buoni, la zizzania al grano, è anche vero che alla fine dei tempi tutti dovremo comparire «davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male» (2Cor 5,10). Il detto, che conclude il racconto evangelico, è da applicare ai responsabili delle comunità. Lo scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è colui che conosce sia l’insegnamento di Gesù, il nuovo, sia la Thorà, l’antico, interpretati e completati dal nuovo.
In questo modo, non si abolisce l’insegnamento degli scribi, un patrimonio pur sempre prezioso, ma è la fede in Cristo a dargli una ricchezza nuova.
 
Per approfondire
 
J. Guillet (Giustificazione, in Dizionario di Teologia Biblica): Giustificati in Gesù Cristo - 1. L’impotenza della legge - Il legalismo giudaico in cui fu educato il fariseo Paolo credeva, se non proprio di conseguire ciò che forse il Vecchio Testamento fa presentire, almeno di dovervi tendere: poiché la legge è l’espressione della volontà di Dio ed è alla portata dell’uomo (Cf. Deut 30,11 - infatti, alla portata della sua intelligenza: intelligibile e facile da conoscere), basta che l’uomo la osservi integralmente per potersi presentare davanti a Dio ed essere giustificato. L’errore del fariseo non sta in questo sogno di poter trattare Dio secondo la giustizia, come merita di essere trattato; sta nell’illusione di credere di potervi giungere con le proprie risorse, di voler trarre da se stesso l’atteggiamento che raggiunge Dio e che Dio attende da noi. Questa perversione essenziale del cuore, che vuole avere «il diritto di gloriarsi di fronte a Dio» (Rom 3,27), si traduce in un errore fondamentale nell’interpretazione dell’alleanza, che dissocia la legge dalle promesse, scorgendo nella legge il mezzo di essere giusto di fronte a Dio e dimenticando che questa stessa fedeltà non può essere se non opera di Dio, attuazione della sua parola.
2. Gesù Cristo - Ora Gesù Cristo fu realmente «il giusto» (Atti 3,14); fu davanti a Dio esattamente ciò che Dio attendeva, il servo nel quale il Padre poté finalmente compiacersi (Is 42,1; Mt 3,17); seppe sino alla fine «compiere ogni giustizia» (Mt 3,15) e morì affinché Dio fosse glorificato (Gv 17,1.4), cioè apparisse dinanzi al mondo in tutta la sua grandezza ed il suo merito, degno di tutti i sacrifici e capace d’essere amato più d’ogni altra cosa (Gv 14,31). In questa morte, che sembrò quella di un reprobo (Is 53,4; Mt 27,43-46), Gesù trovò in realtà la sua giustificazione, il riconoscimento da parte di Dio dell’opera compiuta (Gv 16,10), che questi proclamò risuscitandolo e mettendolo nel pieno possesso dello Spirito Santo (1Tim 3,16).
3. La grazia - Ma la risurrezione di Gesù Cristo ha come scopo la «nostra giustificazione» (Rom 4,25).
Ciò che la legge non poteva operare, anzi presentava come categoricamente escluso, ci viene donato dalla grazia di Dio, nella redenzione di Cristo (Rom 3, 23s). Questo dono non è un semplice «come se», una condiscendenza indulgente con cui Dio, vedendo il suo Figlio unico perfettamente giustificato dinanzi a sé, accetterebbe di considerarci come giustificati, per i nostri legami con lui. Per designare un semplice verdetto di grazia e di assoluzione, Paolo non avrebbe usato la parola giustificazione, che significa invece il riconoscimento positivo del diritto contestato, la conferma della giustezza della posizione presa. Non avrebbe attribuito l’atto con cui Dio ci giustifica alla sua giustizia, ma alla sua pura misericordia. Ora la verità è questa: Dio, in Cristo, «ha voluto mostrare così la sua giustizia... ed essere giusto col giustificare chi si fonda sulla fede in Gesù» (Rom 3,26).
4. Figli di Dio - Evidentemente Dio manifesta la sua giustizia in primo luogo verso il Figlio suo «consegnato per i nostri peccati» (Rom 4,25), il quale con la sua obbedienza e la sua giustizia ha meritato per una moltitudine di uomini la giustificazione e la giustizia (Rom 5,16-19). Ma se Dio concede a Gesù Cristo di meritare la nostra giustificazione, ciò non vuol dire soltanto che acconsente, per riguardo verso di lui, a trattarci come giusti: vuol dire che in Gesù Cristo ci rende capaci di assumere l’atteggiamento esatto che egli attende da noi, di trattarlo com’egli merita, di rendergli effettivamente la giustizia alla quale egli ha diritto, in una parola di essere realmente giustificati di fronte a lui. Così Dio è giusto verso se stesso, non rinunciando in nulla all’onore ed alla gloria cui ha diritto, ed è pure giusto verso le Creature, alle quali concede per pura grazia, ma per una grazia che le tocca nel più intimo del loro essere, di trovare verso di lui l’atteggiamento giusto, di trattarlo da Padre quale egli è, di essere cioè realmente suoi figli (Rom 8,1417; 1Gv 3,1s).
 
Piccolo Dizionario Biblico - Regno di Dio - Non è un luogo ma un termine per indicare un nuovo rapporto fra Dio e l’uomo. «Entrare nel Regno» non significa perciò andare in qualche parte. Il potere regale di Dio nell’Antico Testamento era provvisorio; esso si realizza definitivamente in Cristo. Perciò la predicazione del Regno di Dio è il tema centrale della predicazione di Gesù, come essa è descritta nei primi tre vangeli. Il Regno di Dio comprende pure l’appagamento di quei desideri umani che sono destati dai movimenti non cristiani. Per esempio si oppongono al Regno di Dio la malattia, la morte, la povertà opprimente, la fatica, l’oppressione politica e sociale, la guerra. Poiché il concetto di Regno di Dio è molto generale, è difficile spiegarlo con altri concetti. Ciò che è « cristianamente tipico» nel Regno di Dio è questo: la realizzazione del fine ideale non è sperata in quanto frutto dell’opera umana, ma come dono che Dio ha promesso definitivamente per mezzo di Cristo; per esso però i cristiani possono porre le premesse, e possono prepararne l’avvento per mezzo di una vita e di una condotta che siano secondo le intenzioni del Regno di Dio Alcuni passi ne parlano come di un fatto che sta per venire (Mc 1,15), altri come di un fatto già presente (Lc 17,21; Mt 12,28). Il cristianesimo si trova ancor oggi in questa tensione: il principio è già posto, il fine non è stato ancora raggiunto.
Nel Padre Nostro i cristiani pregano: «Venga il tuo regno» (Mt 6,10). Il compito della Chiesa è creare delle vie nel mondo perché venga il Regno di Dio (cfr. Col 4,11).
 
Ilario di Poitiers (Comm. Matth., XIII, 7): Il Regno dei cieli si può paragonare ad un tesoro nascosto in un campo ... : Dio è stato trovato in un Uomo, per comprare il quale devono essere vendute tutte le ricchezze di questo mondo. Così si acquisteranno le ricchezze eterne del tesoro celeste ... Ma bisogna osservare che il tesoro è stato trovato e nascosto, mentre certo colui che lo ha trovato avrebbe potuto portarlo via in segreto nel tempo impiegato per nasconderlo. E portandoselo via avrebbe potuto evitare la necessità di comprarlo ... Il tesoro è stato nascosto, perché doveva essere comprato anche il campo. Col tesoro nel campo infatti, come abbiamo già detto, si intende il Cristo incarnato, che viene trovato gratuitamente ... Ma non può esserci altro modo di utilizzare e di possedere questo tesoro con il campo se non pagando, poiché non si possiedono le ricchezze celesti senza sacrificare il mondo.
 
Testimoni di Cristo - Santi Gioacchino e Anna - Nel legame tra generazioni il cammino verso il futuro: Siamo un anello, un tratto d’unione di quel legame profondo che avvicina le generazioni, le tiene insieme e costruisce il futuro. È di questa relazione tra anziani e giovani che parla la storia dei santi Gioacchino e Anna, i nonni di Gesù, che sono per la Chiesa il volto concreto di un popolo in cammino, capace di cogliere i veri segni della speranza attorno a noi ma anche i valori da custodire. La vicenda umana di questi due testimoni è narrata nei Vangeli apocrifi, non appare nei testi canonici, ma ci ricorda che anche Gesù aveva una famiglia, segnata dalle stesse difficoltà delle altre famiglie, eppure capace di aprirsi agli altri e di lasciarsi guidare dalla luce di Dio. Secondo la tradizione, infatti, i due non avevano figli ma un angelo annunciò loro la nascita di Maria, che poi, secondo la tradizione, venne presentata al Tempio secondo le norme di allora. I due nonni santi, quindi, sono anche i testimoni della grandezza e della potenza del Vangelo: nel Risorto si riconciliano le generazioni e si realizza il vero Regno dell’amore, unica vera destinazione comune per l’intera umanità. La devozione per Gioacchino e Anna – celebrati nello stesso giorno solo al 1969 in seguito alla riforma liturgica dopo il Concilio Vaticano II – si è diffusa prima in Oriente per giungere in Occidente alla fine del primo millennio. (Matteo Liut)
 
-> O Signore, Dio dei nostri padri,
che ai santi Gioacchino e Anna
hai dato la grazia di generare
la Madre del tuo Figlio fatto uomo,
per le loro preghiere concedi anche a noi
la salvezza promessa al tuo popolo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Padre, fonte di sapienza,
che in Cristo ci hai svelato il tesoro nascosto
e ci hai donato la perla preziosa,
concedi a noi un cuore saggio e intelligente,
perché, fra le cose del mondo, sappiamo apprezzare
il valore inestimabile del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.