20 Marzo 2026

Venerdì IV Settimana di Quaresima

 Sap 2,1a.12-22; Salmo Responsoriale dal Salmo 33 [34]; Gv 7,1-2.10.25-30

 Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Acclamazione al Vangelo)

 Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Gesù nel deserto digiuna quaranta giorni e quaranta notti, come prima di lui avevano fatto Mosè sul Sinai (cf. Es 34, 28) ed Elia sull’Oreb (cf. 1 Re 19, 8). Trovandosi Gesù in uno stato di grandissima fame e di prostrazione fisica, il maligno si avvicina e lo invita: «Di’ che questi sassi diventino pane». Cosa evidentemente facile per il «Figlio di Dio» e nello stesso tempo piena di significato! Tentazione ingenua e senza gravi conseguenze?
Gesù la respinge con una parola della Scrittura, tolta dal Deuteronornio. Mosè in un discorso ricorda al popolo che Dio nel deserto, nonostante le tribolazioni e la fame, lo ha sostentato in modo mirabile: «Ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore» (Dt 8, 3). Fu un’esperienza importante per i padri nel deserto: quella della Provvidenza di Dio che li manteneva in vita in modo miracoloso, e quella della sua parola creatrice che preparava loro il cibo nuovo della manna e delle quaglie, quando la fame li insidiava. Ma dovevano, credendo a Mosè, fidarsi di Dio che li avrebbe salvati. Per Israele le due cose si attuarono ad un tempo: credettero in Dio e si nutrirono del cibo per il loro corpo.
 Non si doveva verificare la stessa cosa anche per il Messia; non doveva egli confidare unicamente in Dio? Se Dio l’aveva condotto nel d serto, non doveva provvedere a lui e mantenerlo in vita? Anche qui Gesù compie «ogni giustizia», a luminoso esempio per tutti quelli che lo seguiranno: Dio provvede ai suoi figli, se questi anzitutto guardano a lui. La sua parola onnipotente puo certamente trasformare le pietre in pane; ma Dio premia la fiducia in maniera più provvida, mandando in aiuto i suoi angeli (4, 11). Così avviene, in forme diverse, nella nostra vita e così avverrà sempre.

Litugia della Parola

I Lettura: La vita dell’uomo giusto è un continuo esame di coscienza per i malvagi. La sua vita, perennemente tesa alla santità, è un persistente rimprovero per gli empi. Non potendo sopportarlo e non volendolo seguire, gli empi decidono di condannarlo a una morte infame. Gesù è il vero e l’unico giusto, vero Figlio di Dio, che sarà condannato a una morte ignominiosa. 

Vangelo

Cercavano di arrestare Gesù, ma non era ancora giunta la sua ora. 

I giudei danno la caccia a Gesù, hanno già deciso il suo destino, e all’orizzonte si profila minacciosa l’ombra della croce. Tentano di catturarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora. La morte per Gesù non è un incidente di percorso e non sarà determinata dalla malvagità degli uomini, ma scaturisce dal cuore di Dio che tanto ha amato il mondo da consegnare alla morte il suo unico Figlio per la salvezza di tutti gli uomini.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 7,1-2.10.25-30
 
In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi  di nascosto. 
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Parola del Signore. 

Gesù conosce le trame dei Giudei per questo non vuole più percorrere la Giudea, non per paura o timore della morte, ma perché il suo “tempo non è ancora venuto” (Gv 7,6).
 Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, la festa delle capanne (in ebraico Sukkot, da sukka, capanna) era l’ultima e la più importante delle tre feste di pellegrinaggio.
Aveva inizio il 15 del settimo mese (tra settembre e ottobre). In origine era una festa agricola celebrata in ringraziamento per il raccolto autunnale, la mietitura e la vendemmia; in seguito associata alla permanenza di Israele nel deserto (Lv 23,39-43; Dt 16,13-15).
I giudei non credono in Gesù, lo credono un mitomane (Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio Gv 10,33), posseduto da Beelzebul (Mc 3,29), un falso profeta che sovverte le tradizioni degli antichi, per questo gli danno la caccia per metterlo a morte: “Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con alcuni sacerdoti e scribi, si sono accordati per farlo morire. Per certe sue azioni [per la cacciata dei demoni; il perdono dei peccati; le guarigioni in giorno di sabato; la propria interpretazione dei precetti di purità legale; la familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori]. Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca. Lo si è accusato di bestemmia e di falso profetismo, crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione” (Catechismo della Chiesa Cattolica 574).
 Ma anche i suoi “fratelli” non credono in lui. Conosciamo la “povertà” della lingua ebraica, questi che vengono chiamati “fratelli” (cfr. 2,12; 7,5.10; 20,17) sono i quattro parenti di Gesù (cfr. Mt 13,55; Mc 6,3). Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono, Gesù “allude non senza ironia alla conoscenza superficiale che quei Giudei avevano di lui, basata sulle apparenze: egli afferma, per contro, di procedere dal Padre che l’ha mandato, e che solo lui conosce, appunto perché è il Figlio di Dio (cfr Gv 1,18)” (La Bibbia di Navarra).
Una affermazione che inasprisce ancora di più gli animi esagitati, Cercarono allora di arrestarlo: è il primo tentativo di cattura, che fallisce, perché “non era ancora giunta la sua ora” (Gv 7,30).
Gesù non sottostà alle decisioni degli uomini, ma alla volontà di Dio e al tempo che ha stabilito per lui (Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera Gv 4,34).

Per approfondire
 
Il destino di Gesù, vittima dell’odio - Basilio Caballero (La Parola per ogni giorno): La prima lettura è presa dal libro della Sapienza, ultimo libro dell’Antico Testamento, scritto in greco verso l’anno 50 a.C, da un pio giudeo della diaspora ad Alessandria d’Egitto. Nel testo è riflessa la situazione dell’israelita credente, perseguitato dall’incredulità di una società dominata dalla cultura ellenistica. La persecuzione del giusto da parte degli empi anticipa e rispecchia il destino di Gesù di Nazaret, rifiutato dai suoi contemporanei.
Anche Gesù si considera Figlio di Dio, che conosce, ed è un rimprovero vivente per i capi religiosi del popolo che travisano la Scrittura e inquinano la religione mosaica. E infine anche lui è condannato a una morte ignominiosa per verificare la promessa di aiuto che Dio gli ha fatto. «Molte sono le sventure del giusto, ma lo libera da tutte il Signore» (salmo responsoriale).
 Nel vangelo di oggi, il cui tema continua in quello di domani, si va preparando quest’epilogo. I giudei cercavano di uccidere Gesù, ma non era ancora arrivata la sua ora; per questo il Signore va in Galilea e quando sale a Gerusalemme per la festa delle Capanne lo fa in segreto. Tuttavia, con accento profetico e come una sfida, «Gesù, mentre insegnava nel tempio, esclamò: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Le guide del popolo vedono in Cristo solo un uomo normale, perché gli scribi e i dottori della legge mosaica, supposti conoscitori della Scrittura, non conoscono Dio. Ancora peggio: vedono in Gesù un pericolo molto grave per la loro sicurezza, cioè per la tradizione religiosa che avevano costruito. Erano accecati dalla loro malvagità; non conoscevano i segreti di Dio.
Fino all’ultimo, ai piedi della croce sulla quale moriva Gesù, tentarono Dio dicendo: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo» (Mt 27,42). Neanche così gli avrebbero creduto; senza contare che Dio vuole una fede libera e non forzata da un miracolo indiscutibile.
 
I sommi sacerdoti e i farisei cercano di arrestare Gesù. Il loro è il comportamento tipico “degli uomini di governo che:
 • Si sentono sicuri del loro sapere e del loro potere, si considerano le guide anche spirituali dei loro sudditi e non permettono che nessuno critichi le loro idee e i loro progetti.
 • Sono settari e hanno uno spirito classista. Si credono superiori agli altri. Per questo sono disposti a passar sopra alle leggi per togliere di mezzo gli oppositori.
 Gesù invece non presenta altri titoli e non vuole altri poteri al di fuori della sincerità del suo amore e della verità delle sue parole. Sa da dove viene e dove va; conosce colui che l’ha mandato e vuole realizzare la propria missione di salvezza insegnando agli uomini la via di Dio e offrendo loro il proprio aiuto.
 Anche oggi ci sono uomini che credono, come quei giudei, di conoscere perfettamente Gesù.
 Per loro è un carpentiere, figlio di Giuseppe e di Maria, che ha predicato per alcuni anni in Palestina ed è stato condannato a morte ai tempi di Ponzio Pilato come rivoltoso e agitatore di popolo. Altri invece non riescono a compiere il passo decisivo della fede a causa di una serie di pregiudizi e di idee preconcette sulla figura di Gesù. Non sempre il rifiuto del Cristo deriva dal fatto che non si vuol fare la fatica di conoscerlo o si vuole ignorare espressamente la sua persona” (Bibbia per la Formazione Cristiana).
 
Gesù era consapevole della morte che lo attendeva: Catechismo degli Adulti [226]  Da tempo Gesù si rendeva conto del rischio mortale. Ripetutamente aveva affermato che quanti si convertono al Regno vanno incontro a persecuzioni: a maggior ragione la stessa sorte sarebbe toccata a lui; tanto più che anche Giovanni Battista era stato ucciso, per ordine di Erode.Nei Vangeli troviamo numerose predizioni di Gesù riguardo a un suo futuro di sofferenza: alcune sono allusive; tre sono piuttosto dettagliate, rese probabilmente più esplicite dai discepoli alla luce degli eventi compiuti.Gesù dunque è consapevole del pericolo; ma gli va incontro con decisione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano stupiti; coloro che venivano dietro erano pieni di timore» (Mc 10,32). Il pericolo non indebolisce la sua fedeltà a Dio e non rallenta i suoi passi.
 [227] L’ostilità contro Gesù fu alimentata da quanti, senza comprenderne le opere e l’insegnamento, lo considerarono un sovvertitore della religione e un pericoloso agitatore di folle.Gesù era consapevole della morte che lo attendeva, ma andò incontro ad essa con coraggio, per essere fedele a Dio.

Tommaso d’Aquino (In Jo. ev. ex p ., VII): Non volendo andare per la Giudea, perché i giudei cercavano di ucciderlo: si potrebbe obiettare che Gesù avrebbe ugualmente potuto andare tra i giudei, senza farsi da loro uccidere, come avvenne in seguito (Gv. 8,59) ... In virtù della sua Divinità infatti non poteva essere raggiunto dai persecutori. Ma Egli non volle farlo sempre, perché cosi ne sarebbe emersa con chiarezza la Divinità, ma avrebbe fatto nascere dubbi sulla sua umanità.

I Testimoni di Cristo - Beato Ippolito Galantini, Fondatore: Figlio di un tessitore e lavoratore al telaio egli stesso, Ippolito Galantini spese tutta la vita - trascorsa nella natìa Firenze - per la catechesi. Nato nel 1565, dodicenne anni iniziò a radunare i suoi coetanei per istruirli nella fede. Nonostante le umili origini e la giovanissima età, l’arcivescovo Alessandro de’ Medici (poi Papa Leone XI) lo volle come maestro di dottrina cristiana nella chiesa di Santa Lucia al Prato. Aiutato da alcuni benefattori che gli fornirono un oratorio, continuò nella sua attività, aiutando anche il padre nel mestiere. Nel 1604 diede vita alla Congregazione di San Francesco della Dottrina cristiana, subito diffusasi. Morì nel 1619 ed è beato dal 1825. (Avvenire)

O Dio, che per la nostra fragilità
hai preparato aiuti efficaci,
fa’ che, accogliendone con gioia la forza rinnovatrice,
la manifestiamo in una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Guarda con bontà, o Signore, i tuoi fedeli
e proteggi con il tuo benevolo aiuto
coloro che confidano nella tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.

 

 

 

 

 

  19 MARZO 2026
 
 SAN GIUSEPPE, SPOSO DELLA BEATA VERGINE MARIA - SOLENNITÀ
 
 2Sam 7,4-5a.12-14a.16; Salmo 88 (89); Rm 4,13.16-18.22; Mt 1,16.18-21.24a oppure Lc 2,41-51a
 
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri Vivi]: La venerazione di san Giuseppe compare nel IX secolo ed ha piuttosto carattere privato. Si diffonde nell’XI secolo sotto l’influsso dei crociati, che a Nazareth hanno costruito una basilica in suo onore, ma diventa comune solamente a partire dal XIV secolo.
All’incremento del culto contribuiscono molto i francescani e i carmelitani. Il papa Sisto IV (1471-1484) sancisce la festa in onore di san Giuseppe e prescrive di celebrarla il giorno 19 marzo. Non sappiamo perché è stata scelta proprio questa data. Una volta, il 19 marzo era una festa in onore della dea Minerva, protettrice degli artigiani e degli artisti. Si può parlare di una strana coincidenza, ma non di un legame voluto. Gregorio XV, nel 1621, riconosce la festa del 19 marzo come di precetto. Pio IX, nel 1870, proclamò san Giuseppe patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII introdusse il suo nome nel Canone della Messa.
San Giuseppe, l’uomo giusto, come lo chiamerà la Sacra Scrittura, è come quel servo fedele e prudente, al quale il signore affida i suoi beni. Dio ha affidato a Giuseppe «gli inizi della nostra redenzione»: Maria e Gesù. Per la sua obbedienza, disponibilità in tutto, il restare nascosto e il lavoro quotidiano, san Giuseppe diventò un modello per ciascun credente. Colui che crede deve accogliere senza paura la chiamata di Dio, deve perseguirla anche quando non capisce tutto, nell’umiltà del cuore deve leggere i segni della volontà di Dio. San Giuseppe è il patrono della Chiesa, poiché la Chiesa è chiamata a portare agli uomini la salvezza, a servire a tempo pieno il suo Signore.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La profezia di Natan «è costruita su una opposizione: non è Davide che farà una casa (un tempio) a Jahve; è Jahve invece che farà una casa (una dinastia) a Davide. La promessa concerne essenzialmente la permanenza della dinastia davidica sul trono d’Israele. Così essa è compresa da Davide (vv. 19.25.27.29, cfr. 2Sam 23,5 e Sal 89,30-38, Sal 132,11-12): è il testo della alleanza di Jahve con Davide e la sua dinastia. L’oracolo oltrepassa dunque la persona del primo successore di Davide, Salomone al quale è applicato dal v 13 e da 1Cr 17,11-14; 22,10; 28,6 e 1Re 5,19; 8,16-19. Il chiaroscuro della profezia lascia intravedere un discendente nel quale Dio si compiacerà. È il primo anello delle profezie sul Messia, figlio di Davide (Is 7,14; Mi 4,14; Ag 2,23); At 2,30 applicherà il testo a Cristo» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura: Per Paolo, la salvezza, culminante nella morte e risurrezione di Cristo, è per tutti gli uomini che credono con una fede che significhi, come Abramo, «sperare contro ogni speranza» (Rom 4,18). Poiché tutti gli uomini sono peccatori a nulla serve la legge per la salvezza. Essa è in sé buona e santa in quanto esprime la volontà di Dio (Rom 7,12-25; 1Tm 1,8), e tuttavia è incapace di conferire la giustizia (Gal 3,11.21s; Rom 3,20). Solo la fede in Cristo giustifica e Abramo è il modello della giustificazione per mezzo della fede perché egli fu giustificato non per le sue opere né per l’osservanza della legge, ma per aver creduto
 
Vangelo
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.
 
Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto...: è giusto perché è desideroso di osservare la legge che obbligava il marito a sciogliere il matrimonio in caso di adulterio, è giusto perché vuole mitigare con la magnanimità il rigore della legge desiderando evitare di esporre la sua sposa alla pubblica diffamazione, è giusto perché accetta con gioia la volontà di Dio anche se misteriosa e umanamente inspiegabile. L’angelo pone fine ai dubbi di Giuseppe: Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Nell’annuncio evangelico viene poi svelato il compito che attendeva Giuseppe, e cioè quello d’imporre il nome al bambino e assumerne la paternità legale. La nascita di Gesù è collocata all’interno del grande disegno divino della salvezza, e si incarna nella storia umana rivelandosi tra le mura di una famiglia umile e timorata di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 1,16.18-21.24a
 
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.
 
Parola del Signore.
 
Come è nato Gesù - Matteo 1,18-25 - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): La seconda parte del primo capitolo presenta la nascita di Cristo come un fatto assolutamente miracoloso. Maria concepì Gesù senza concorso d’uomo, per opera dello Spirito Santa. Menzionando lo Spirito Santo o Spirito di Dio, Matteo - come qualsiasi altro scrittore giudaico - pensa al potere creatore di Dio.
Affermato il fatto - concepimento miracoloso di Gesù - Matteo si sofferma alquanto nell’esporre le conseguenze. La prima è il naturale sconcerto di Giuseppe. Maria e Giuseppe erano fidanzati: secondo la legge giudaica, questo voleva dire che il contratto di matrimonio era stato stipulato seriamente e definitivamente. Mancava solo la cerimonia dello sposalizio, che culminava nel momento in cui la sposa era condotta a vivere nella casa dello sposo. La legge giudaica non considerava come peccato serio la relazione sessuale avvenuta fra i fidanzati nel tempo che intercorreva fra il fidanzamento e lo sposalizio; anzi, nel caso che, in questo tempo, fosse nato un figlio, la legge lo considerava come figlio legittimo.
Tenendo presenti la legge e le usanze giudaiche, lo stato di Maria creava un problema unicamente a Giuseppe. Perché? Crediamo che egli fosse al corrente di quello che era avvenuto; non vediamo ragioni per cui Maria, sua fidanzata, non dovesse informarlo di tutto.
E allora, perché il dubbio? Il dubbio di Giuseppe non si riferiva alla colpevolezza o all’innocenza di Maria, bensì al ruolo che egli personalmente doveva avere nell’avvenimento. Un intervento soprannaturale - compare il motivo dell’angelo - glielo rivela: egli dovrà imporre il nome al bambino, cioè, dovrà essere il suo padre legale (il nome era imposto dal padre).
E così, conosciuto il ruolo che gli era assegnato in quel matrimonio, egli si sentì libero dal turbamento, dallo sconcerto e dal dubbio. L’annunzio dell’angelo a Giuseppe è un riassunto completo del Nuovo Testamento: Gesù salverà il popolo dai suoi peccati.
Tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento, l’espressione «perdono dei peccati» non significa il perdono d’una mancanza completa, ma il riassunto di tutta l’azione salvifica di Dio. Questo vuol dire che, con la comparsa di Gesù, è stata superata la separazione tra Dio e l’uomo. Infatti, egli è il «Dio-cón-noi» per la nostra salvezza. Dire Gesù e dire salvatore è la stessa cosa. La nascita di Gesù, la sua vita e la sua attività furono e sono Dio con noi, come aveva annunziato il profeta Isaia.
 
Per approfondire
 
San Giuseppe l’uomo della fede - Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Dio aveva scelto Abramo come erede di tutte le promesse per la sua fede. Per la fede il grande patriarca divenne il padre di molte genti (Rm 4, 13. 16-18. 22; Eb 11, 17). Anche a san Giuseppe fu affidata la missione altissima di accogliere, nutrire, custodire Gesù in premio alla sua vivissima fede. Credette a Dio che attraverso l’Angelo gli annunciò il grande miracolo avvenuto in Maria, credette che colui che fu concepito dalla sua sposa e nacque da lei era il Salvatore, per questo accondiscese a imporgli il nome di « Gesù », « Salvatore ».
La fede di san Giuseppe fu messa a dura prova. Gli doveva infatti riuscire difficile capacitarsi che il re del mondo dovesse aver i suoi natali in modo così umile, in tanto disinteresse degli uomini e anzi in tanto disprezzo e lotte.
Come ammettere che quel fanciullo all’apparenza non diverso dagli altri, era il redentore atteso? È vero, i fatti prodigiosi erano una grande convalida, ma anche la loro vera finalità e il loro vero significato non potevano essere percepiti in ordine alla fede senza una sincera disponibilità interiore. I vangeli dimostrano che i grandi miracoli, operati da Cristo, non furono sufficienti a vincere l’incredulità di scribi e farisei e di altri. San Giuseppe, invece, credette fermamente e per questo rimase accanto a Maria e poi anche a Gesù, e svolse puntualmente la parte che Dio gli aveva assegnato.
 
San Giuseppe patrono della Chiesa del nostro tempo - Redemptoris Custos 28: In tempi difficili per la Chiesa Pio IX, volendo affidarla alla speciale protezione del santo patriarca Giuseppe, lo dichiarò «Patrono della Chiesa cattolica» (S. Rituum Congreg., «Quemadmodum Deus», die 8 dec. 1870: «Pii IX P. M. Acta», pars I, vol. V, 283). Il Pontefice sapeva di non compiere un gesto peregrino, perché a motivo dell’eccelsa dignità concessa da Dio a questo suo fedelissimo servo, «la Chiesa, dopo la Vergine Santa, sposa di lui, ebbe sempre in grande onore e ricolmò di lodi il beato Giuseppe, e di preferenza a lui ricorse nelle angustie» (S. Rituum Congreg., «Quemadmodum Deus, die 8 dec. 1870: «Pii IX P. M. Acta+, pars I, vol. V, 282s).
Quali sono i motivi di tanta fiducia? Leone XIII li espone così: «Le ragioni per cui il beato Giuseppe deve essere considerato speciale Patrono della Chiesa, e la Chiesa, a sua volta, ripromettersi moltissimo dalla tutela e dal patrocinio di lui, nascono principalmente dall’essere egli sposo di Maria e padre putativo di Gesù... Giuseppe fu a suo tempo legittimo e naturale custode, capo e difensore della divina Famiglia... E’ dunque cosa conveniente e sommamente degna del beato Giuseppe, che, a quel modo che egli un tempo soleva tutelare santamente in ogni evento la famiglia di Nazaret, così ora copra e difenda col suo celeste patrocinio la Chiesa di Cristo» («Quamquam Pluries», die 15 aug. 1889: «Leonis XIII P. M. Acta», IX [1890] 177-179).
29. Questo patrocinio deve essere invocato ed è necessario tuttora alla Chiesa non soltanto a difesa contro gli insorgenti pericoli, ma anche e soprattutto a conforto del suo rinnovato impegno di evangelizzazione nel mondo e di rievangelizzazione in quei «paesi e nazioni dove - come ho scritto nell’esortazione apostolica “Christifideles Laici” - la religione e la vita cristiana erano un tempo quanto mai fiorenti», e che «sono ora messi a dura prova» (34). Per portare il primo annuncio di Cristo o per riportarlo laddove esso è trascurato o dimenticato, la Chiesa ha bisogno di una speciale «virtù dall’alto» (cfr. Lc 24,49; At 1,8), donazione certo dello Spirito del Signore non disgiunta dall’intercessione e dall’esempio dei suoi santi.
 
 
Lawrence Mc Reavy: San Giuseppe non era indispensabile, come invece Maria, per la nascita di Dio fra gli uomini, ma lo era per la nascita di Dio in una famiglia umana. Perché una famiglia deve avere un capofamiglia, e Giuseppe, anche se infinitamente inferiore al suo figlio adottivo in dignità e alla sua sposa in santità, era il vero «capo» della Santa Famiglia. Dio stesso l’ha riconosciuto come capofamiglia: fu a lui che inviò l’angelo per avvertire la Santa Famiglia di fuggire in Egitto e, più tardi, di tornare in Palestina. Quando Giuseppe comandò, Gesù e Maria obbedirono. Il Figlio di Dio e la Regina del cielo gli furono sottomessi.
Se la gerarchia in santità e in dignità era: Gesù, Maria e, infine, Giuseppe, in autorità era all’opposto: Giuseppe, Maria e, infine, Gesù.
Ma il suo rapporto con Gesù non era soltanto un rapporto di autorità: era anche un rapporto d’amore e di affetto familiare profondo. Non possiamo infatti dubitare che Gesù amasse, con tutto l’ardore del suo Sacro Cuore, colui che il Padre Eterno aveva designato perché fosse suo padre sulla terra. Maria, da parte sua, era piena di amore coniugale nei confronti di colui che lo Spirito Santo aveva scelto perché fosse suo sposo e protettore.
Più tardi Gesù avrebbe detto ai Giudei che molti profeti e re avevano desiderato poterlo vedere ed ascoltare, ma non avevano vissuto abbastanza per vedere esaudita la loro speranza.
A Giuseppe invece fu concesso non solo di vedere e di ascoltare il Figlio unigenito di Dio, ma anche di tenerlo fra le braccia (molte statue lo ritraggono in questo atteggiamento), di tenerlo per mano, di sentire il suo abbraccio affettuoso, di insegnargli a camminare e a parlare, di avviarlo al suo mestiere di falegname e di essere a parte delle sue confidenze mentre, per anni, lavoravano insieme fianco a fianco.
Possiamo affermare che, in tutta la lunga storia dell’umanità, nessuna creatura, eccetto Maria, fu mai ammessa ad un’intimità così stretta con Dio.
 
Giuseppe figura degli apostoli: «In seguito, morto Erode, Giuseppe è avvertito da un angelo di riportarsi in Giudea con il bambino e sua madre. Nel far ritorno, avendo appreso che il figlio di Erode, Archelao, era re, ebbe paura di andarvi, e venne ancora avvertito da un angelo di passare in Galilea e di fissare la sua dimora in una cittadina di quella regione, Nazareth [cfr. Mt 2,22-23]. Così, egli riceve avviso di far ritorno in Giudea e, ritornato, ha paura. E, ricevuto nuovo avviso in sogno, ha l’ordine di recarsi in paese di pagani. Tuttavia, non avrebbe dovuto aver paura, dal momento che aveva ricevuto un avvertimento, oppure l’avvertimento che in seguito sarebbe stato modificato non avrebbe dovuto essere apportato da un angelo. Ma è stata osservata una ragione tipologica. Giuseppe è figura degli apostoli, ai quali è stato affidato Cristo per essere portato dovunque. Siccome Erode passava per morto, cioè il suo popolo si era perduto in occasione della Passione del Signore, essi hanno ricevuto il comando di predicare ai Giudei. Erano infatti stati inviati alle pecore perdute della casa d’Israele [cfr. Mt 15,24], ma, permanendo il dominio dell’incredulità ereditaria, essi temono e si ritirano. Avvertiti da un sogno, ovvero contemplando nei pagani il dono dello Spirito Santo [cfr. Gl 2,28-31], portano Cristo a questi ultimi, pur essendo stato inviato alla Giudea, chiamato però vita e salvezza dei pagani» (Ilario di Poitiers, In Matth., 2,1).
 
La paternità spirituale di Giuseppe - Agostino, Sermo 51, 16: Ma quando nacque lo stesso Re di tutte le genti, ebbe inizio la dignità della nascita verginale dalla Madre del Signore, la quale da una parte meritò di avere il figlio, dall’altra non meritò di essere violata nella sua integrità.
E come quell’unione era priva di ogni violazione, così ciò che la madre diede alla luce in una maniera verginale, perché lo sposo non l’avrebbe accolto in modo puro e casto?
Come, infatti, fu vergine la sposa, così fu casto lo sposo: e come rimase vergine la madre, così [rimase] casto lo sposo.
Colui, dunque, che dice: Non doveva essere chiamato padre, poiché non aveva generato il figlio, costui richiede la concupiscenza nel generare i figli, non l’affetto della carità.
È migliore colui che compiva nell’anima, ciò che un altro desidera compiere nella carne.
Infatti, anche quelli che adottano i figli, li generano col cuore più castamente, non potendoli procreare con la carne.
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria - Custodire e generare la vita come Dio fa con l’umanità: Dio tocchi i cuori di tutti i padri, perché i gesti di un padre costruiscono il futuro dei figli, così come i gesti dei governanti gettano le basi del cammino dei popoli e delle nazioni. La figura di san Giuseppe, sposo e papà, ci spinge a riflettere su questo concetto allargato di paternità: come egli si prese cura di Maria e di Gesù, così oggi chiunque viva una forma di paternità, ovvero di responsabilità e guida nei confronti di qualcun altro, è chiamato a essere custode del tesoro che gli è affidato. Giuseppe nei racconti evangelici non è molto presente, eppure da sempre la sua eredità spirituale è particolarmente cara alla devozione popolare, che in lui scorge l’umiltà di chi porta avanti un compito altissimo e gravoso senza chiedere nulla per sé. Ecco il senso della paternità: cooperare con Dio per generare la vita attorno a noi. E così noi, come figli, sappiamo che nell’abbraccio sicuro di quel Padre possiamo trovare rifugio, accoglienza e protezione da tutte le intemperie della vita. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente,
che hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione
alla custodia premurosa di san Giuseppe,
per sua intercessione concedi alla tua Chiesa
di cooperare fedelmente
al compimento dell’opera di salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 18 Marzo 2026
 
Mercoledì della IV Settimana Quaresima
 
Is 49,8-15; Salmo Responsoriale dal Salmo 144 [145]; Gv 5,17-30
 
Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore, chiunque crede in me non morirà in eterno. (Cf. Gv 11,25a.26 - Acclamazione al Vangelo)
 
Helen Schüngel: Nel NT la morte è la potenza che pone fine a questa vita e pone in uno stato di assoluta impotenza e nullità perché essa separa temporaneamente o per sempre da Dio creatore. Manca un'ulteriore riflessione teologica: la morte viene accettata come l'esperienza più universale e più indiscutibile e intesa come la fine totale - visibile nella decomposizione - dell'esistenza legata al corpo dell'uomo; al NT è estranea un'immortalità naturale dell'anima. Gesù (Mt 9,24 par; Lc 7,12ss; Gv 11,44) e gli apostoli (At 9,40; 20,10; Mt 10,8) hanno allungato la vita di defunti ridestandoli dalla morte senza annullare la mortalità. Questi segni anticipatori culminano nella  risurrezione di Gesù, che manifesta il potere della morte come non definitivo, ma limitato e dominato dalla potenza creatrice di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Israele geme sotto il pesante giogo babilonese, è in esilio e Dio, per bocca del profeta Isaia, manda agli sventurati una parola di consolazione: Dio non si è dimenticato del suo popolo, presto si aprirà la via della liberazione e del ritorno alla città santa. Dio protegge il suo popolo, gli donerà la pace, e il suo amore eterno supera l’amore materno: anche se una mamma si dimenticasse del figlio delle sue viscere, Io, dice il Signore Dio, non ti dimenticherò mai.   
 
Vangelo
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole.
 
Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco: il pensiero giudaico “stentava a conciliare il riposo di Dio dopo la creazione, riposo di cui il sabato è l’immagine [Gen 2,2s], con la sua continua attività nel governo del mondo. Si distingueva l’attività di creatore, che è terminata, e l’attività di giudice, che non cessa mai. Gesù identifica la sua attività con quella del giudice sovrano. Da ciò l’indignazione dei giudei e il discorso con cui Gesù giustifica la sua pretesa.” (Bibbia di Gerusalemme). Il brano giovanneo può essere diviso in due parti: nella prima parte Gesù rivela di avere ottenuto dal Padre il potere di dare la vita, nella seconda parte viene messo in evidenza il potere giudiziale del Figlio. Gesù sarà il giudice supremo nell’ultimo giorno. Questo giudizio “rivelerà l’esito del processo [cfr. Gv 3,11] inaugurato dalla venuta del Figlio [Gv 5,25; 12,31]. Gli uomini saranno giudicati secondo la fede accordata o rifiutata a Gesù [Gv 3,18-21; 16,8-11), salvatore di quanti non lo respingono [Gv 3,18; 8,15; 12,47).” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,17-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco». Per questo i Giudei cercavano ancor più di ucciderlo, perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio.
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati.
Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno.
Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo. Non meravigliatevi di questo: viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna.
Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
 
Parola del Signore.
 
Da me, io non posso fare nulla - Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù conclude questa prima parte del suo discorso risottolineando la convergenza, la concomitanza, la perfetta sintonia del suo agire con quello del Padre: «Io non faccio nulla da me stesso». E poi, riprendendo l’idea di giudizio, con solennità afferma: «Il mio giudizio è giusto», lo è per due motivi: I° perché egli giudica secondo quello che ascolta, si intende dal Padre; 2° perché egli cerca di fare la volontà di chi lo ha mandato.
Sono espressioni che indicano sempre un’indicibile autorità. Sembra di sentire l’eco delle parole che Gesù pronuncerà di fronte al Sinedrio: «Vedrete il Figlio dell’uomo, seduto accanto a Dio onnipotente, venire sulle nubi del cielo» (Mc 14,62). Come avverrà nel Sinedrio, anche qui i suoi ostili uditori potrebbero pronunciare, ancora una volta (vedi 5,18), la loro sentenza di morte. Da quanto segue, invece, ricaviamo che l’accusa non esplicitata degli uditori suonerebbe come in 8,13: «Tu dai testimonianza di te stesso. La tua testimonianza non è valida». Ma non è così, perché a Gesù non mancano testimoni di alta qualità.
 
La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli) - versetti 25-30. Con questi versetti si chiude la prima parte del discorso del Signore, che si dispiega da Gv 5,19 a Gv 5,47 e il cui nucleo essenziale è costituito dalla rivelazione del suo rapporto con il Padre. Per comprendere le affermazioni fatte qui dal Signore occorre tener presente che Gesù, in quanto è un’unica Persona (divina), un solo soggetto di operazioni, un singolo Io, esprime in parole umane non solamente i sentimenti che egli ha come uomo, ma anche la realtà più profonda del suo essere: è il figlio di Dio, sia nell’eterna sua generazione dal Padre. sia nella nascita temporale, una volta assunta la natura umana. Ecco perché Cristo Gesù possiede una coscienza così viva e profonda - per noi inimmaginabile - della propria filiazione, che lo induce a trattare il Padre con una intimità affatto singolare, con amore e, insieme, con venerazione. Al tempo stesso, è consapevole della sua uguaglianza con il Padre: affermando, quindi, che il Padre gli ha concesso la vita (v. 26) e gli ha dato il potere (v. 27), Cristo dichiara di aver ricevuto non una parte, ma la totalità della medesima vita del Padre - “in se stesso” - e del medesimo suo potere, senza che il Padre ne resti privo.
«Guarda come rivela la propria uguaglianza e come l’unica differenza è data dal fatto che l’uno è il Padre e l’altro il Figlio. Le parole “ha concesso”, “ha dato” evidenziano infatti questa sola diversità e dimostrano che in tutto il resto sono uguali. Ne segue che Cristo fa ogni cosa con la stessa autorità e con lo stesso potere del Padre, attingendo solo da sé la propria forza. Egli infatti possiede la medesima vita del Padre» (San Giovanni Crisostomo, Omelia sul Vangelo di san Giovanni, 39,3).
Leggendo questi passi evangelici, siamo stupiti di come Cristo, nella limitatezza del linguaggio umano, sia riuscito a esprimere i sentimenti del suo unico Io: la seconda Persona della Santissima Trinità, che ha assunto nel tempo (e a partire da quel momento, per sempre) la natura umana. È un mistero che il cristiano è tenuto a contemplare, anche se non gli è possibile intenderlo; può solo sentirsi inondato da una luce così potente da superare la propria capacità di comprensione, ma tale tuttavia da colmarne l’anima di fede e di desideri d’adorazione.
 
Per approfondire
 
 ... quanti fecero il male per una risurrezione di condanna: Catechismo degli Adulti 1219: La pena dell’inferno è per sempre: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna» (Mt 25,4146). «Il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9,48). «Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia» (Ap 14,11). L’eternità dell’inferno fa paura. Si è cercato di metterla in dubbio, ma i testi biblici sono inequivocabili e altrettanto chiaro è l’insegnamento costante della Chiesa.
1220 In che cosa consiste questa pena? La Bibbia per lo più si esprime con immagini: Geenna di fuoco, fornace ardente, stagno di fuoco, tenebre, verme che non muore, pianto e stridore di denti, morte seconda. La terribile serietà di questo linguaggio va interpretata, non sminuita. La Chiesa crede che la pena eterna del peccatore consiste nell’essere privato della visione di Dio e che tale pena si ripercuote in tutto il suo essere.
1221 Non si tratta di annientamento per sempre. Lo escludono i testi biblici sopra riportati, che indicano una sofferenza eterna e altri che affermano la risurrezione degli empi. Lo esclude la fede nella sopravvivenza personale, definita dal concilio Lateranense V. Del resto neppure il diavolo è annientato, ma tormentato «giorno e notte per i secoli dei secoli» (Ap 20,10) insieme con i suoi angeli. Quando la Sacra Scrittura parla di perdizione, rovina, distruzione, corruzione, morte seconda, si riferisce a un fallimento della persona, a una vita completamente falsata.
1222 Piuttosto la pena va intesa come esclusione dalla comunione con Dio e con Cristo: «Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!» (Lc 13,27). «Costoro saranno castigati con una rovina eterna, lontano dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza» (2Ts 1,9). L’esclusione però non è subita passivamente: con tutto se stesso, a somiglianza degli angeli ribelli, il peccatore rifiuta l’amore di Dio: «Ogni peccatore accende da sé la fiamma del proprio fuoco. Non che sia immerso in un fuoco acceso da altri ed esistente prima di lui. L’alimento e la materia di questo fuoco sono i nostri peccati». L’inferno è il peccato diventato definitivo e manifestato in tutte le sue conseguenze, la completa incapacità di amare, l’egoismo totale. La pena è eterna, perché il peccato è eterno.
Il dannato soffre, ma si ostina nel suo orgoglio e non vuole essere perdonato. Il suo tormento è collera e disperazione, «stridore di denti» (Lc 13,28), lacerazione straziante tra la tendenza al bene infinito e l’opposizione ad esso.
L’amore di Dio, respinto, diventa fuoco che divora e (Cf. Dt 4,24; Is 10,17) consuma; lo sguardo di Cristo brucia come fiamma. Dio ama il peccatore, ma ovviamente non si compiace di lui: la sua riprovazione pesa terribilmente.
 
Sabato - Il settimo giorno della settimana, giorno di riposo per gli uomini e per le bestie. Forse il termine sabato è in relazione con l’ebraico sheba’ (= sette). Fino ad ora non si conosce nell’ambiente extraisraelitico un ciclo settenario.
Il sabato veniva giustificato con la necessità del riposo per l’uomo e per g1i animali (Es 23,12), in seguito con il ricordo ed il ringraziamento per l’esodo dall’Egitto (Dt 5,12-15) e con il riposo di Iahvé dopo la creazione.
La sua osservanza era un segno del patto (Es 31,16s). Esso era un giorno di gioia (Os 2,11) e di culto (Nm 28,9s).
Si badava rigorosamente a che il sabato fosse celebrato come giorno di riposo. Erano proibiti p. es.: gli affari (Is 58,13), l’accensione del fuoco (Es 35,3), la raccolta della legna (Nrn 15,32-36), infornare e cucinare (cfr. Es 16,23), uscire (Es 16,29), arare e raccogliere (Es 34,21). Dopo l’esilio alcuni ritenevano come illecita perfino la difesa nel combattimento (1Mc 2,32-38). Nel tardo giudaismo si formò una casistica (p. es.: è lecito di sabato salvare un animale domestico infortunato?) che era diventata un peso molto fastidioso (cfr. Lc 11,46) per chi non conosceva le speciali facilitazioni consentite.
Gesù si volse con la parola e con il suo comportamento contro la schiavitù imposta dalla lettera della legge: anche di sabato l’uomo deve fare il bene (cfr. Mc 3,2-6; Lc 13,10-17). Il sabato è per l’uomo e non viceversa (Mc 2,17). Nella comunità primitiva il sabato era ancora osservato insieme ad altre prescrizioni dell’Antico Testamento (cfr. Mt 24,20); ci si liberò lentamente dalla legge giudaica (cfr. Col 2,16s). È stata una cosa sbagliata trasferire in seguito in modo acritico parte delle norme veterotestamentarie del sabato alla domenica: queste sono superate nel cristianesimo. La domenica (Giorno del Signore) non è un sabato, ma ha un altro contenuto.
 
Ugo di S. Caro (Postillae super ev. Jo., V): Questo è contro i presuntuosi che vogliono fare tutto da se stessi, cioè di testa propria e secondo il proprio proposito ... Egli invece dice: Non cerco di fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha inviato, e questo è contro coloro che non obbediscono alle Leggi divine e seguono solo la propria volontà. Dice infatti Bernardo che solo la propria volontà arde all’Inferno: toglila e non vi è già più Inferno.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Anselmo di Lucca: Il patrono di Mantova è noto anche come Anselmo di Baggio (luogo di nascita) e come Anselmo II di Lucca, diocesi di cui fu vescovo. Visse 46 anni, dal 1040 al 1086. Oggi viene ricordato - oltre che a Mantova e a Lucca, dall’ordine benedettino, di cui era monaco - e a San Miniato. Lo zio, Papa Alessandro II, lo aveva voluto sulla cattedra episcopale toscana. Il nipote gli fu fedele nei contrasti con l’Imperatore Enrico IV, durante i quali fu consigliere presso Matilde di Canossa.
Fu anche un moralizzatore dei costumi ecclesiali. Il Papa lo inviò più volte in Germania e in Lombardia, dove divenne legato permanente. Si stabilì a Mantova, dove morì. Il corpo riposa in duomo. (Avvenire)

O Dio, che doni la ricompensa ai giusti
e non rifiuti il perdono
ai peccatori purificati dalla penitenza,
abbi misericordia di noi,
perché l'umile confessione delle nostre colpe
ci ottenga la remissione dei peccati.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

I tuoi fedeli, o Signore,
siano protetti dalla tua benevolenza,
perché, facendo il bene in questa vita,
possano giungere a te, sorgente di ogni bontà.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 17 Marzo 2026
 
Martedì della IV Settimana di Quaresima
 
Ez 47,1-9.12; Salmo Responsoriale dal Salmo 45 (46); Gv 5,1-16

Crea in me, o Dio un cuore puro; rendimi la gioia della tua salvezza. (Sal 50 (51), 12a.14a - Acclamazione al Vangelo)
 
Christa Breuer: [Nel Nuovo Testamento] la gioia è legata alla persona di Cristo e alla salvezza in lui donata. Il messaggio di Gesù si chiama evangelo (Mc l,l) e messaggio della gioia (Lc 2,10). La gioia è legata alla nascita del precursore (Lc 1,14). Maria gioisce della salvezza fattasi in lei manifesta (Lc 1,47). I magi gioiscono di aver trovato la stella (Mt 2,10). Giovanni Battista è pieno di gioia perché ha condotto la sposa a Cristo (Gv 3,20). Gesù gioisce per amore dei discepoli che sperimenteranno la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,15). Nella parabola della pecorella smarrita, Gesù professa la sua gioia per il peccatore che si converte (Lc 15,5).
Devono gioire coloro che sono perseguitati per amore della giustizia, poiché la loro ricompensa nei cieli è grande (Mt 5,12). La loro tristezza si trasformerà un giorno in gioia (Gv 16,20ss).
La gioia diventa la forma di comportamento raccomandata ai discepoli del Signore. Essi debbono rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20). Se vivono secondo i suoi comandamenti, la di Gesù sarà in loro e la loro gioia sarà piena (Gv 15,11).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’acqua che fuoriesce da sotto la soglia del tempio palesa la benedizione di Dio che reca al popolo d’Israele la rinnovata abitazione di Dio in mezzo al suo popolo. L’immagine sarà ripresa dal libro dell’Apocalisse (Ap 22,1-2).
 
Vangelo
All’istante quell’uomo guarì.
 
La guarigione del paralitico alla piscina, posta nei pressi della porta delle Pecore che conduceva al tempio, avviene di sabato, una vera iattura per i Giudei che vedono male e peccato in ogni angolo del mondo. L’uomo infermo, in verità, è afflitto da due malanni: da una parte, è malato da tanto tempo, 38 anni, e ciò lascia supporre che la sua malattia è inguaribile, dall’altra parte, non può approfittare dell’efficacia miracolosa dell’acqua, riservata al primo che vi entra, poiché non ha nessuno che lo immerge nella piscina. Un caso veramente disperato. Gesù prende l’iniziativa e guarisce l’uomo intimandogli di non peccare più: Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio. Gesù “non dice che l’infermità sia stata una conseguenza del peccato [cfr. Gv 9,2s]. Avverte l’infermo che la grazia della sua guarigione lo impegna a convertirsi [cfr. Mt 9,2-8]; dimenticandolo, rischierebbe peggio della infermità passata. Il miracolo è dunque il «segno» di una resurrezione spirituale” (Bibbia di Gerusalemme). La guarigione mette in risalto l’onnipotenza di Gesù capace di rimettere in piedi un uomo malato e rassegnato, ma mette anche in evidenza la cecità dei Giudei, impotenti di accogliere il Dono di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 5,1-16
 
Ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all’uomo che era stato guarito: «È sabato e non ti è lecito portare la tua barella». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: “Prendi la tua barella e cammina”». Gli domandarono allora: «Chi è l’uomo che ti ha detto: “Prendi e cammina?”». Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo.
Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio». Quell’uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Gesù a Gerusalemme per una festa (c. 5) Il capitolo 5 apre la serie delle feste giudaiche, nel cui contesto Gesù manifesta progressivamente la sua identità e il significato della sua missione. È incerto a quale festa si riferisca l’evangelista. Alcuni codici leggono «la festa», identificata con la Pasqua o con la Pentecoste oppure con la festa delle Capanne; ma la lezione più attendibile ha «una festa», che corrisponde al giorno festivo settimanale del sabato, menzionato esplicitamente nel v. 9. La presunta trasgressione del riposo sabatico costituisce anche l’oggetto del dibattito tra Gesù e i giudei.
La struttura di tutto il capitolo è la seguente: guarigione del paralitico (vv. 1-18); apologia di Gesù (vv. 19-47).
La prima parte si suddivide in due articolazioni: racconto della guarigione (vv. l-9b); controversia sul riposo sabatico (vv. 9c-18). L’apologia, con la quale Gesù si rivendica un rapporto d’intimità speciale con il Padre celeste (v. 17), rappresenta un discorso di autorivelazione, che si sviluppa nelle tre seguenti articolazioni: apologia propriamente detta (vv. 19-30); le quattro testimonianze in favore di Geù (vv. 31-40); requisitoria di Gesù contro i giudei (vv. 41-47). Anche in questa composizione si riscontra la tipica sequenza giovannea: racconto (vv. 1-9b), dialogo (controversia, vv. 9c-18), monologo (vv. 19-47), che chiarisce l’autorizzazione di Gesù contenuta nel logion del v. 17
Guarigione del paralitico alla piscina di Betzata (5,1-18) Il contenuto dottrinale del «segno» è focalizzato soprattutto nel successivo discorso di autorivelazione: Gesù appare come il datore di vita. Egli è amato dal Padre (5,20) ed è tanto profonda la sua relazione filiale con lui che può rivendicarsi il potere di compiere le sue opere anche di sabato (v. 17), nonostante le recriminazioni dei giudei. È proprio il rapporto speciale che unisce il Figlio al Padre, che costituisce il punto focale di tutto il capitolo. La guarigione del figlio del funzionario regio aveva già manifestato il potere di Gesù sulla vita. La malattia del paralitico infermo da 38 anni, sembrava irreversibile; eppure Gesù lo guarisce, ridonandogli praticamente una nuova vita. Qualche esegeta vede simboleggiato nel malato il popolo ebraico, ormai atrofizzato nel suo rapporto di amicizia con Dio. Gesù viene a risanarlo, ma è ostacolato nella sua missione dalle guide infedeli d’Israele, che in realtà erano soltanto ladri e assassini e non pastori delle pecore (10,1-2).
Il miracolo presenta notevoli affinità con la guarigione del paralitico di Cafarnao (Mc 2,1-12 e parr.). Ma questo non esclude la storicità sostanziale del racconto, riletto simbolicamente da Gv. La precisione in tanti dettagli topografici e narrativi non si accorda con l’ipotesi che si tratti di un racconto fittizio per introdurre il discorso apologetico successivo. La presunta violazione del riposo sabatico da parte di Gesù per la guarigione del paralitico trova riscontri in vari episodi della tradizione sinottica.
 
Per approfondire
 
Malattia - Detlev Dormeyer / Anton Grabner: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la Malattia. a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla  malattia Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una  malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,lss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61.1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
Peccato e malattia - Catechismo della Chiesa Cattolica Compendio 313: Nell’Antico Testamento l’uomo durante la malattia sperimenta il proprio limite, e nello stesso tempo percepisce che la malattia è legata, in modo misterioso, al peccato. I profeti hanno intuito che essa poteva avere anche un valore redentivo per i peccati propri e altrui. Così la malattia era vissuta di fronte a Dio, dal quale l’uomo implorava la guarigione.
La compassione di Gesù verso gli ammalati e il comportamento della Chiesa verso gli infermi: Catechismo della Chiesa Cattolica Compendio 314-315: La compassione di Gesù verso gli ammalati e le sue numerose guarigioni di infermi sono un chiaro segno che con lui è venuto il Regno di Dio e quindi la vittoria sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Con la sua passione e morte, egli dà nuovo senso alla sofferenza, la quale, se unita alla sua, può diventare mezzo di purificazione e di salvezza per noi e per gli altri. La Chiesa, avendo ricevuto dal Signore l’imperativo di guarire gli infermi, si impegna ad attuarlo con le cure verso i malati, accompagnate da preghiere di intercessione. Essa soprattutto possiede un Sacramento specifico in favore degli infermi, istituito da Cristo stesso e attestato da san Giacomo: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio nel nome del Signore» (Gc 5,14-15).
 
Nuove malattie: Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa 5: L’amore ha davanti a sé un vasto lavoro al quale la Chiesa vuole contribuire anche con la sua dottrina sociale, che riguarda tutto l’uomo e si rivolge a tutti gli uomini. Tanti fratelli bisognosi attendono aiuto, tanti oppressi attendono giustizia, tanti disoccupati attendono lavoro, tanti popoli attendono rispetto: «È possibile che, nel nostro tempo, ci sia ancora chi muore di fame? chi resta condannato all’analfabetismo? chi manca delle cure mediche più elementari? chi non ha una casa in cui ripararsi? Lo scenario della povertà può allargarsi indefinitamente, se aggiungiamo alle vecchie le nuove povertà, che investono spesso anche gli ambienti e le categorie non prive di risorse economiche, ma esposte alla disperazione del non senso, all’insidia della droga, all’abbandono nell’età avanzata o nella malattia, all’emarginazione o alla discriminazione sociale. ... E come poi tenerci in disparte di fronte alle prospettive di un dissesto ecologico, che rende inospitali e nemiche dell’uomo vaste aree del pianeta? O rispetto ai problemi della pace, spesso minacciata con l’incubo di guerre catastrofiche? O di fronte al vilipendio dei diritti umani fondamentali di tante persone, specialmente dei bambini?».
   
Tommaso d’Aquino (In ev. Jo. exp., V): “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina!”: il Signore comanda alla natura e alla volontà umane: entrambe sono in suo potere. Comanda alla natura umana dicendo: Alzati; infatti non lo comanda alla volontà, perché essa da sola non poteva farlo; bensì alla natura, che il Signore mutò col suo comando, donandole la forza di potersi alzare. Alla volontà poi comanda: prendi il tuo lettuccio; infatti il giaciglio nel quale l’uomo riposa sta ad indicare il peccato. Ora l’uomo prende il proprio lettuccio quando accetta il peso della penitenza per i peccati commessi... e cammina per avvicinarsi a Dio.
 
Testimoni di Cristo - Santa Gertrude di Nivelles: Figlia di Pipino di Landen, signore nel Brabante e antenato di Carlo Magno, alla morte del padre (639) si fa monaca con la madre Itta e la sorella Begga. La madre fonda un monastero “doppio”, di uomini e donne, governati tutti dalla badessa. E badessa è Itta, fino alla morte (652). Le succede Gertrude, che accetta il titolo, ma lascia a un frate il potere effettivo e riserva a sé il compito di istruire monaci e monache. Chiama dall’Irlanda monaci dotti nelle Scritture e manda gente a Roma per rifornire la comunità di libri liturgici. Fu presto circondata dall’aureola di santa. Ma il suo vero prodigio fu la pace portata tra le famiglie signorili locali, divise da eterni scontri che per la gente portavano solo saccheggi, razzie di ostaggi e anni di miseria. Quando muore, a 33 anni nel 659, la venerazione è immediata. Il suo corpo viene deposto in una cappella che poi ingrandita, abbattuta e ricostruita diventerà basilica. (Avvenire)
 
Dio fedele e misericordioso,
questo tempo di penitenza e di preghiera
disponga i cuori dei tuoi fedeli
ad accogliere degnamente il mistero pasquale
e a proclamare il lieto annuncio della tua salvezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Concedi, Dio misericordioso, che il tuo popolo
viva sempre nell’adesione piena alla tua volontà
e ottenga incessantemente il sostegno della tua clemenza.
Per Cristo nostro Signore.