12 Settembre 2026
Sabato XXIII Settimana T. O
1Cor 10,14-22; Salmo Responsoriale dal Salmo 115 (116); Lc 6,43-49
Santissimo Nome di Maria - Chi ci chiama ci ricorda che siamo fatti per amare: Il nostro nome è un dono prezioso, è il suono che ricorda al mondo chi siamo, è un promemoria per ricordarci che il nostro destino, comunque vada, è una storia d’amore. Celebrare il nome di Maria, la Madre di Dio, significa anche questo: ricordarci che la nostra vita è una vocazione, una chiamata, e la prima parola di questa chiamata è proprio il nostro nome. La ricorrenza liturgica odierna fu concessa da Roma nel 1513 alla diocesi spagnola di Cuenca.
Venne però soppressa da san Pio V, anche se in seguito Sisto V la ripristinò. Nel 1671 venne estesa al Regno di Napoli e a Milano. Fu Innocenzo XI a farne una festa per la Chiesa universale e la fissò alla domenica fra l’ottava della Natività come segno di ringraziamento per la vittoria nel 1683 del polacco Giovanni III Sobieski contro i Turchi che assediavano Vienna, minacciando la fede cristiana in tutta Europa. Pio X, infine, riportò la ricorrenza del Santissimo Nome di Maria al 12 settembre. La sua collocazione, in ogni caso, va letta assieme alla celebrazione della Natività della Beata Vergine: è all’inizio di ogni esistenza che viene piantato il seme della vita divina, che poi dev’essere coltivato e fatto fruttificare lungo il cammino dell’esistenza. Perché il nome, in fondo, è vita. (Matteo Liut)
-> Concedi, Dio onnipotente,
che la beata Vergine Maria
ottenga i benefici della tua misericordia
a tutti coloro che ricordano con gioia il suo nome glorioso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Liturgia della Parola
I Lettura: Miei cari, state lontani dall’idolatria … Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? Mangiare le carni degli idolotiti non ha senso e non serve a nulla perché gli idoli sono vuoti e senza vita. Nutrirsi di queste carni significa quindi non ricevere alcun beneficio per il corpo in quanto forza vitale, ma per la vita cristiana è assai distruttivo in quanto si entra in “in comunione con i demòni”. Da qui una evidente scelta: o partecipare alla mensa del Signore o partecipare alla mensa dei demòni.
O vogliamo provocarla gelosia del Signore? “La gelosia di Dio (Es 20,5; Dt 4,24), che l’AT legava al tema nuziale (Os 2,21s+), ricompare anche nel NT. Qui la parola ha il suo senso pieno, perché l’adorazione del vero Dio esclude ogni comunione con l’idolatria; altrove insiste su una fedeltà che bisogna custodire a qualunque prezzo (2eor 11,2) o sull’ardore nel servizio della fede (At 22,3; Rm 10,2; Gal 1,13-14; Fil 3,6)” (Bibbia di Gerusalemme).
Vangelo
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Albero buono, uomo buono, sono immagini del credente che invoca il Signore e fa quello il Signore gli dice di fare. Il vero discepolo di Gesù è colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, e chi mette in pratica la parola di Dio costruisce bene la sua casa, inamovibile e salda contro ogni intemperie.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,43-49
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».
Parola del Signore
Per Gesù, la scollatura tra il dire e il fare pone gli uomini nella condizione di andare incontro a un giudizio avverso: in «quel giorno», nel giorno del giudizio, coloro che conoscendo la volontà di Dio, non avranno disposto o agito secondo la sua volontà (cfr. Lc 12,47), saranno condannati al «fuoco eterno» (Mt 25,41; cfr. Mt 18,8). I falsi profeti e i carismatici millantatori sono «condannati dal giudice non per la mancanza di opere buone: hanno parlato profeticamente, hanno portato gli uomini a Dio, hanno vinto satana secondo lo stile della vittoria di Cristo su di lui [Mt 12,28]; hanno fatto meraviglie ... ma non hanno compiuto la volontà di Dio. Per questo, coloro che si presentano con questa arroganza davanti a Dio sono chiamati operatori di “iniquità”» (Felipe F. Ramos). Fare la volontà di Dio è compiere ciò che Dio Padre chiede ai suoi figli attraverso la vita di ogni giorno: lavoro, famiglia, professione, impegni sociali, politici ... una vita sinceramente cristiana, seria e impegnata, fortemente radicata nella concretezza del quotidiano, non con la testa tra le nuvole di gratificanti sogni. Il brano evangelico si conclude con l’immagine della casa costruita sulla roccia o sulla sabbia, con la quale Gesù pone il discepolo in modo immediato dinanzi al suo libero discernimento: egli può costruire la sua salvezza come può costruire la sua eterna rovina. In Ez 13,1-16, la furia degli elementi della natura sta ad indicare l’ira di Dio che si abbatte rovinosamente su tutto quanto era stato costruito dai falsi profeti (cfr. Mt 7,15-20): «Di’ a quegli intonacatori di mota: Cadrà! Scenderà una pioggia torrenziale, una grandine grossa, si scatenerà un uragano ed ecco, il muro è abbattuto ... Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore» (Ez 13,11-14). Nella vita del cristiano vi saranno anche tempeste, essere discepoli di Cristo non mette al riparo dalla tempesta! Sul credente potranno cadere le tempeste più tumultuose, ma se la sua vita è costruita sulla roccia che è Cristo, non dovrà temere. La casa non rovinerà e passata la bufera il discepolo canterà con gioia e gratitudine: “Benedetto il Signore, mia roccia” (Sal 143 [144],1).
Per approfondire
Miei cari, state lontani dall’idolatria - Giuseppe Barbaglio (Idolatria, in Schede Bibliche Pastorali - Vol. IV): Il rigido monoteismo del giudaismo del tempo di Gesù spiega come nei vangeli non si parli mai di idolo-idolatria. Il problema invece nasce quando la predicazione apostolica affronta il mondo pagano. Allora essa si caratterizza secondo due polarità, teologica e cristologica: proclamazione dell’unico Dio e annuncio di Cristo morto e risorto. In proposito si rivela preziosa la testimonianza degli Atti degli apostoli e dell’epistolario paolino.
A Iconio cosi Paolo reagisce davanti all’entusiasmo sconsiderato della folla che, sconvolta dalla guarigione di un handicappato compiuta dall’apostolo, pensa di trovarsi alla presenza degli dèi nelle persone di Paolo e di Barnaba: «Anche noi siamo esseri umani, mortali come voi, e vi predichiamo di convertirvi da queste vanità al
Dio vivente che ha fatto il cielo, la terra e tutte le cose che in essi si trovano» (At 14,15). Nel discorso all’aeropago di Atene con toni irenici eppure decisi Paolo scende sul terreno dell’apologetica religioso per dimostrare l’esistenza di un unico Dio, creatore del mondo, e la falsità dell’idolatria pagana. Basta citare At 17,29: «Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana».
A Efeso poi la predicazione monoteistica dell’apostolo suscita la reazione violenta di quanti erano economicamente interessati al culto della dea Artemide. Ecco le parole di Demetrio, orafo e capo degli artigiani impegnati nell’arte di ricordini sacri del tempio efesino: «Cittadini, voi sapete che da questa industria proviene il nostro benessere; ora potete osservare e sentire come questo Paolo ha convinto e sviato una massa di gente, non solo di Efeso, ma si può dire di tutta l’Asia, affermando che non sono dèi quelli fabbricati da mani di uomo» (At 19,25-26).
Lo stesso Paolo, ricordando l’evangelizzazione di Tessalonica, afferma come i credenti della metropoli macedone si sono «convertiti a Dio, allontanandosi dagli idoli, per servire al Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, che ci libera dall’ira ventura» (1Ts 1,9-10). Dunque conversione monoteistica e conversione cristiana. In termini simili l’apostolo descrive la scelta dei cristiani di Galazia: «Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità, che in realtà non lo sono; ora invece che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire?» (Gal 4,8-9).
Dunque per i credenti è possibile il ritorno alla passata idolatria. In ogni modo l’idolatria costituisce pur sempre una tentazione incombente per i cristiani che vivono in ambiente pagano. Per questo in diversi cataloghi dei vizi si elenca l’idolatria come comportamento da cui guardarsi attentamente (cf. Gal 5,20; Ef 5,5; Col 3,5; Ap 9,20-21; 22,15).
Il realismo della Parola: Verbum Domini 10: Chi conosce la divina Parola conosce pienamente anche il significato di ogni creatura. Se tutte le cose, infatti, «sussistono» in Colui che è «prima di tutte le cose» (cfr. Col 1,17), allora chi costruisce la propria vita sulla sua Parola edifica veramente in modo solido e duraturo. La Parola di Dio ci spinge a cambiare il nostro concetto di realismo: realista è chi riconosce nel Verbo di Dio il fondamento di tutto. Di ciò abbiamo particolarmente bisogno nel nostro tempo, in cui molte cose su cui si fa affidamento per costruire la vita, su cui si è tentati di riporre la propria speranza, rivelano il loro carattere effimero. L’avere, il piacere e il potere si manifestano prima o poi incapaci di compiere le aspirazioni più profonde del cuore dell’uomo. Egli, infatti, per edificare la propria vita ha bisogno di fondamenta solide, che rimangano anche quando le certezze umane vengono meno. In realtà, poiché «per sempre, o Signore, la tua parola è stabile nei cieli» e la fedeltà del Signore dura «di generazione in generazione» (Sal 119,89-90), chi costruisce su questa Parola edifica la casa della propria vita sulla roccia (cfr. Mt 7,24). Che il nostro cuore possa dire ogni giorno a Dio: «Tu sei mio rifugio e mio scudo: spero nella Tua parola» (Sal119,114) e come san Pietro possiamo agire ogni giorno affidandoci al Signore Gesù: «sulla Tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
La disposizione del cuore determina la natura del frutto - Beda, Omelie sul Vangelo 2, 25: L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore, e l’ uomo cattivo il male dal suo cuore cattivo. Il tesoro del cuore è l’intenzione del cuore, dalla quale il giudice interiore valuta il provento dell’opera buona. [ ... ].
Ciò il testo spiega subito dopo affermando chiaramente che le buone parole non giovano senza la testimonianza delle opere.
Perché mi chiamate Signore, Signore, e non fate quello che dico? Invocare il Signore è dono del buon tesoro, frutto dell’ albero buono. Infatti ognuno che invocherà il nome del Signore sarà salvo (cf. Rm 10,13). Ma se colui che invoca il nome del Signore contrasta coi precetti del Signore perché si comporta in modo cattivo, allora è chiaro che ciò che di bene ha fatto risuonare la lingua non è stato tirato fuori dal buon tesoro del cuore: il frutto di tale professione non l’ha prodotto la radice del fico, ma la pianta spinosa, cioè la coscienza deturpata dai vizi e non ricolma della dolcezza dell’amore del Signore.
Testimoni di Cristo - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Maria, esaltata sopra tutti gli angeli e gli uomini quale santissima Madre di Dio, riceve dalla Chiesa una venerazione particolare. Durante l’anno liturgico, la Chiesa riflette prima di tutto sulla partecipazione di Maria al mistero della salvezza. Ma ci sono anche diverse feste mariane, che indicano quanto Maria è vicina a coloro che camminano lungo la via mostrata dal Figlio suo. La Chiesa celebra la Natività della Madonna; la pietà secolare commemora la sua Presentazione al tempio, fatta da Gioacchino ed Anna (21 settembre), nonché venera il suo Cuore Immacolato, totalmente dedito a Dio (sabato dopo la Solennità del Sacro Cuore di Gesù).
Maria resta nell’ombra durante l’attività pubblica di Gesù ma «medita nel suo cuore» le grandi opere di Dio: abbiamo davanti agli occhi il suo silenzio e la sua contemplazione quando celebriamo il giorno della Beata Maria Vergine del Rosario (7 ottobre). La pietà non poteva fare a meno di Maria sotto la Croce e perciò subito dopo la festa dell’Esaltazione della Croce ricordiamo nella liturgia la Beata Vergine Maria Addolorata (15 settembre).
Nel calendario liturgico troviamo anche la commemorazione della Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, il tempio mariano più bello dell’Occidente (5 agosto). I monaci del Monte Carmelo si affidano alla particolare protezione di Maria Vergine, la venerano quale Madre di Dio sul Monte Carmelo (16 luglio), e questa commemorazione si diffonde in tutto il mondo. Le rivelazioni della Madre di Dio a Lourdes (1858) rendono questa località uno dei centri principali dei pellegrinaggi e ciò determinò Pio X a costituire una speciale festa (11 febbraio).
Quasi ogni Chiesa locale ha un suo santuario mariano dove si recano i pellegrini; quasi in ogni calendario locale troviamo una festa mariana propria. E un’antica tradizione della Chiesa che risale ai tempi carolingi glorificare Maria in ogni sabato nel messale troviamo la Messa di «Santa Maria in sabato».
Una volta, Maria cantò nella casa di Elisabetta le parole profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1,48-49a). La Chiesa «in Maria ammira ed esalta il frutto più eccelso della Redenzione, ed in lei contempla con gioia, come in una immagine purissima, ciò che essa, tutta, desidera e spera di essere» (Sacrosanctum Concilium 103). Essa invita i fedeli a venerare la Madre di Gesù, poiché ella è per tutti il modello del culto reso a Dio, è la maestra della vera pietà.
Ave, regina dei cieli,
ave, signora degli angeli;
porta e radice di salvezza,
rechi nel mondo la luce.
Godi, vergine gloriosa,
bella fra tutte le donne;
salve, o tutta santa,
prega per noi Cristo Signore.
Liturgia Horarum, I: Ad Completorium, Antiph. fin. de B.V.M.
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.