16 Maggio 2026
 
Sabato VI Settimana di Pasqua
 
At 18,23-28; Salmo Responsoriale dal Salmo 46 (47); Gv 16,23b-28
 
In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. (Vangelo)
 
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà: Giovanni Paolo II (Omelia, 18 maggio 1996): “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre” (Gv 16, 28). Queste parole fanno parte del discorso di addio pronunciato nel cenacolo da Cristo, la vigilia della sua passione e morte sulla Croce. Ora, dopo la risurrezione, è venuto il momento del loro compimento: ne abbiamo fatto memoria giovedì scorso, quaranta giorni dopo la Pasqua, celebrando l’Ascensione di Cristo al cielo. Adesso, ad Ascensione avvenuta, la Chiesa attende, insieme con gli Apostoli, il Consolatore, lo Spirito Santo. È questo un tempo di singolare ed intensa preghiera. Alla preghiera si riferiscono anche le parole di Cristo che abbiamo ascoltato nell’odierna pericope evangelica: “Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà... Chiedete ed otterrete, perché la vostra gioia sia piena... Non vi dico che pregherò per voi: il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato, e avete creduto che io sono venuto da Dio” (Gv 16,23-24.26-27). Questo Padre, che ama, “darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,13). Riuniti nel cenacolo, gli Apostoli chiedono proprio il dono dello Spirito Santo. Ed anche la Chiesa, preparandosi alla Pentecoste, lo domanda con intensa fede.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Apollo era di origine giudaica, persona colta, buon conoscitore delle Scritture. Il suo passaggio per Corinto aveva suscitato molto entusiasmo, presto degenerato in divisioni (cfr. 1Cor 1,12; 3,4-12; Tt 3,13). Pur insegnando con accuratezza ciò che si riferiva a Gesù, non conosceva il battesimo di Cristo, ma solo quello di Giovanni. Saranno Aquila e Priscilla ad esporgli con maggior precisione la dottrina cristiana. L’ortodossia è la barca con quale la Chiesa naviga placidamente nelle acque agitate del mondo.  
 
Vangelo
 Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto.
 
Il nome di Gesù è la via sicura per raggiungere il cuore del Padre: In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Il frutto più bello della preghiera è la gioia, perché per mezzo della preghiera il discepolo di Gesù contempla il volto del Padre, scruta il suo cuore amabile, e riposa tra le braccia della Misericordia, attendendo tutto dal suo amore provvidente.
 
Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,23b-28
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 26-28 «In quel giorno chiederete nel mio nome, e non vi dico che io pregherò il Padre per voi» (v. 26). Gesù non nega con queste parole il suo ruolo di intercessore presso il Padre, affermato esplicitamente in 14,16 (e in 1Gv 2,1, dove Gesù è denominato «Paraclito»). Qui sottolinea la sua unità con il Padre. Il Padre amerà i discepoli con lo stesso amore con cui ama il proprio Figlio. Il vincolo d’amore che unisce i discepoli a Gesù farà sì che loro preghiere siano esaudite, perché il Padre vedrà in essi Gesù stesso, il quale è venuto nel mondo per manifestare la bontà salvifica del Padre (v. 27).
«Sono uscito da presso il Padre e sono venuto nel mondo: di nuovo lascio il mondo e vado al Padre» (v. 28). Gesù afferma la sua origine divina: egli è uscito dal Padre per venire nel mondo e attuare il suo disegno salvifico. Al movimento di catabasi, cioè di discesa dal cielo, corrisponde quello di anabasi, della sua elevazione gloriosa verso il Padre. Il Verbo si è fatto carne per saldare con gli uomini un vincolo di unione e di amore reciproco; tornando al Padre rende i discepoli partecipi della sua comunione di vita con il Padre. Per mezzo della fede saranno congiunti a lui per entrare in possesso dei suoi doni di salvezza.
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Gesù aveva dettò molte volte che sarebbe «andato al Padre». I discepoli non avevano inteso quello che voleva dire. Ora. improvvisamente, ne afferrano il significato, come se la verità completa fosse stata loro scoperta. Come se la perfezione della conoscenza e la chiarezza della visione, che credevano possibile solo in cielo, fosse ormai a loro disposizione qui e ora. È giunto il tempo in cui si realizza una vera comunione con Dio. L’uomo si sente così vicino a lui, è sicuro che sua preghiera è ascoltata. E non perché compaia Gesù come intercessore per ottenere questa comunione: «non dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso vi ama, poiché voi mi avete amato». Il Padre, Gesù e i discepoli, i credenti, la Chiesa costituiscono un’unità d’amore. E questo non perché l’amore di Dio dipenda dall’amore che i credenti professano a Cristo. L’evangelista ricorda ancora una volta il tema trattato in 15,13ss in cui Gesù e i discepoli sono visti come componente d’un circolo d’amore. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo ... Si parla con tutta la chiarezza possibile dell’origine e del destino di Gesù. Linguaggio metaforico del movimento «uscire da, venire dall’alto, andare verso», usato per designare Gesù e la sua missione. Linguaggio inadeguato per esprimere la realtà. Gesù non ha mai abbandonato il Padre: è sempre stato col Padre e il Padre è sempre stato in lui. D’altra parte, ora, non abbandona il mondo, perché torna ai discepoli, sebbene in modo diverso (14,18ss).
 
Jacques Dupont:  Il nome del Signore - Risuscitando Gesù e facendolo sedere alla sua destra, Dio gli ha dato il nome al disopra di ogni nome (Fil 2,9; Ef 1,20s), un nome nuovo (Ap 3, 12) che non è distinto da quello di Dio (14,1; 22,3s) e partecipa al suo mistero (19,12). Tuttavia questo nome ineffabile trova la sua traduzione nell’appellativo di Signore, che conviene a Gesù risorto allo stesso titolo che a Dio (Fil 2,10s = Is 45,23; Ap 19,13. 16 = Dt 10,17), e nella designazione di Figlio, che, in questo senso, egli non condivide con nessuna creatura (Eb 1,3 ss; 5, 5; cfr. At 13,33; Rm 1,4, secondo Sal 2,7). I primi Cristiani non esitano a riferire a Gesù uno degli appellativi più caratteristici del giudaismo parlando di Dio: si dice che gli apostoli erano lieti di essere stati «giudicati degni di soffrire per il nome» (At 5,41); si citano missionari che «si sono messi in via per il nome» (3 Gv 7).
a) La fede cristiana consiste nel «credere che Dio ha risuscitato Gesù di tra i morti», nel «confessare che Gesù è Signore», nell’«invocare il nome del Signore»: queste tre espressioni sono praticamente equivalenti (Rm 10,9-13). I primi cristiani si designano volentieri come «coloro che invocano il nome del Signore» (At 9,14.21; 1Cor 1,2; 2Tm 2,22; cfr. At 2,21 = Gioe 3,5), significando in tal modo che riconoscono Gesù Come Signore (At 2,36). La professione di fede si impone specialmente al momento del battesimo, che è conferito nel nome del Signore Gesù (At 8,16; 19,5; 1Cor 6,11), od ancora nel nome di Cristo (Gal 3,27), di Cristo Gesù (Rm 6, 3). Il neofito invoca il nome del Signore (At 22, 16), il nome del Signore è invocato su di lui (Gc 2, 7); egli si trova così sotto il potere di colui del quale riconosce la sovranità. In Giovanni, l’oggetto proprio della fede cristiana non è tanto il nome di Signore, quanto quello di Figlio: per avere la vita è necessario credere nel nome del Figlio unico di Dio (Gv 3,17s; cfr. 1,12; 2,23; 20,30 s; 1Gv 3,23; 5,5.10.13), cioè aderire alla persona di Gesù riconoscendo che egli è il Figlio di Dio, che «Figlio di Dio» è il nome che esprime il suo vero essere.
b) La predicazione apostolica ha come oggetto di far conoscere il nome di Gesù Cristo (Lc 24,46 s; At 4,17s; 5,28.40; 8,12; 10,43). I predicatori avranno da soffrire per questo nome (Mc 13,13 par.), e ciò deve essere per essi un motivo di gioia (Mt 5,11 par.; Gv 15,21; 1Pt 4,13-16). L’Apocalisse è indirizzata a cristiani che soffrono per questo nome (Ap 2,3), ma vi aderiscono fermamente (2,13) e non lo rinnegano (3,8). Il ministero nel nome di Gesù incombe specialmente a Paolo, il quale lo ha ricevuto come un incarico (At 9,15) ed una causa di sofferenza (9,16), e tuttavia svolge la sua missione con ardire e fierezza (9,20.22-27 s), perché ha consacrato la sua vita al nome del nostro Signore Gesù Cristo (15,26) ed è pronto a morire per lui (21,13). c) La vita cristiana è tutta impregnata di fede: ci si raduna nel nome di Gesù (Mt 18,20), si accolgono coloro che si presentano nel suo nome (Mc 9,37 par.), guardandosi tuttavia dagli impostori (Mc 13,6 par.); si ringrazia Dio nel nome del nostro Signore Gesù Cristo (Ef 5,20; Col 3,17), comportandosi in modo che il nome del nostro Signore Gesù Cristo sia glorificato (2Ts 1,11s). Nella preghiera ci si rivolge al Padre nel nome del Figlio suo (Gv 14,13-16; 15,16; 16,23s.26s).
 
Finora non avete chiesto nulla nel mio nome: CCC 2614-2615: Quando Gesù confida apertamente ai suoi discepoli il mistero della preghiera al Padre, svela ad essi quale dovrà essere la loro preghiera, e la nostra, allorquando egli, nella sua umanità glorificata, sarà tornato presso il Padre. La novità, attualmente, è di «chiedere nel suo nome». La fede in lui introduce i discepoli nella conoscenza del Padre, perché Gesù è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La fede porta il suo frutto nell’amore: osservare la sua parola, i suoi comandamenti, dimorare con lui nel Padre, che in lui ci ama fino a prendere dimora in noi. In questa nuova Alleanza, la certezza di essere esauditi nelle nostre suppliche è fondata sulla preghiera di Gesù. Ancor più, quando la nostra preghiera è unita a quella di Gesù, il Padre ci dà un «altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14,16-17). Questa novità della preghiera e delle sue condizioni appare attraverso il discorso di addio. Nello Spirito Santo, la preghiera cristiana è comunione di amore con il Padre, non solamente per mezzo di Cristo, ma anche in lui: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,24).
 
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e torno al Padre - M . Eckhart: Exp . ev. Jo., XVI.: Qui ci viene insegnato dall’esempio di Cristo a lasciare il mondo; infatti Cristo dice: lascio il mondo, Io, che sono la Verità (Gv. 14,6), e così il mondo rimane menzognero e ingannatore ... Io. che sono la pace ... e così il mondo rimane pieno di contese e di tempeste. Io, che non muto (Mt. 3,6), e così il mondo rimane instabile e cadente. Io, che sono la luce del mondo (Gv. 8, 12), e così il mondo rimane nelle tenebre. Io, che solo sono buono (Lc. 18,19), bene di ogni bene ... e così il mondo rimane pieno di male e di malizia: tutto il mondo soggiace al Maligno ( 1Gv. 5,19). Io, che sono fonte di sapienza (Eccli. 1,5), e così il mondo rimane sciocco e degno di odio ... Io, su cui il principe di questo mondo non ha potere (Gv. 14,30), e così il mondo rimane padre del Demonio e senza gloria; in precedenza ha detto del Demonio che è bugiardo e padre della menzogna (Gv. 8,44), cioè mentitore. Infatti il mondo e il suo amore genera in noi il Demonio, è suo padre ... Ancora, Io, che giungo ovunque per la mia purezza (Sap. 7,24), e così il mondo rimane immondo e contaminante.
Per questi difetti del mondo il Salvatore dice: Io vi ho scelti dal mondo (Gv. 15,19). Perciò essere purificati significa in certo modo esser tolti dal mondo: li purificherà da ogni loro iniquità (Ger. 33,8) e (Ez. 37,23): li purificherò, e saranno il mio popolo, ed Io il loro Dio.
 
Testimoni di Cristo - Beato Adamo degli Adami: Predicatore francescano rinomato, fiorito nel convento di Fermo (Ascoli Piceno). Di lui si narra che, predicando ed essendo disturbato dalle rondini, comandò loro che si allontanassero, ciò che esse fecero subito, e che una volta, attraversando un bosco ed avendo smarrito la strada, gli si fece incontro un lupo il quale, anziché assalirlo, gli fece da guida. Morì e fu sepolto nel convento dei frati minori di Fermo nel 1285, secondo i più, mentre P. P. Ausserer fissa la data della morte di Adamo al 1287. Il suo nome ricorre nel Martirologio francescano al 16 maggio. Erroneamente è confuso da molti con il confratello Adamo Rufo, fiorito oltre un cinquantennio prima, poiché morì nel 1234. (Autore: Riccardo Pratesi)
 
O Signore, disponi sempre al bene i nostri cuori,
perché, nel continuo desiderio di elevarci a te,
possiamo vivere pienamente il mistero pasquale.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 15 Maggio 2026
 
Venerdì della VI Settimana di Pasqua
 
At 18,9-18; Salmo Responsoriale dal Salmo 46 (47); Gv 15,9-17
 
Cristo doveva patire e risorgere dai morti, ed entrare così nella sua gloria. (Cf. Lc 24,46.26 - Acclamazione al Vangelo)
 
Javer Pikaza (Vangelo secondo Luca): Un viandante si accosta [ai discepoli di Emmaus] e rivolge la parola al loro cuore: l’AT attesta che il Messia doveva soffrire per giungere alla gloria (24,26- 27). Tutta la Scrittura, con la sua certezza su Dio, sul dolore e sulla speranza si è condensata nella via della croce di Gesù. La stessa vita umana ha ricevuto qui la sua profondità e il suo senso e si rivela come tensione di dolore verso la Pasqua. Ebbene, nella sofferenza del mondo che è stata assunta dal Figlio di Dio, sulla via della terra che soffre e resta nella speranza, è nascosta la risurrezione che si avvicina.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura Bibbia per la formazione cristiana: Non vedere il frutto immediato delle proprie fatiche, sentire il peso della calunnia e della persecuzione, avere la sensazione di stare perdendo il proprio tempo sono i motivi più comuni che spingono allo scoraggiamento coloro che annunciano il regno di Dio. Per incoraggiare Paolo a persistere nella sua missione, il Signore risorto si rivolge a lui con le stesse parole con cui JHWH si era rivolto ai profeti e Gesù ai suoi discepoli: «Non aver paura ... io sono con te».
Gesù è presente nell’annuncio del vangelo e assiste i suoi inviati nelle ore difficili. L’insistenza di Luca nel sottolineare questa presenza del Signore è instancabile, quasi esagerata. In tal modo egli ci invita a riconoscere il significato profondo della storia e a scoprire che l’ultima parola non è quella dell’opposizione e del fallimento, e neppure della persecuzione.
L’esperienza dei profeti si è ripetuta nella vita di Gesù e si prolunga in quella della chiesa. Non è la mancanza di difficoltà ciò che permette a quest’ultima di estendersi, ma la fede viva nella presenza del Signore e la fedeltà nell’annunciare il vangelo al popolo.
Questa volta i giudei accusano Paolo, davanti al proconsole Gallione, di cercare di introdurre nell’impero romano una religione diversa da quella giudaica, e di conseguenza non autorizzata. La risposta dell’autorità romana mette in luce ancora una volta l’innocenza del cristianesimo nei confronti della legislazione di Roma, un tema che ricorre di frequente nel libro degli Atti.
 
Vangelo
Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.
 
Grande Commentario Biblico (Queriniana): Il riferimento a una puerpera a cui la gioia di aver dato alla luce una creatura fa dimenticare i dolori del parto non ha un semplice valore illustrativo; esso contiene probabilmente un’allusione a un tema messianico veterotestamentario (cfr. Is 26,17-19; 66,7-14) che diede origine all’espressione giudaica «le doglie del parto del Messia» per descrivere le tribolazioni che precederanno la fine del tempo (cfr. Col 1,24, dove la parola thlipsis ricorre con lo stesso significato che ha in questo versetto). La tristezza temporanea dei discepoli preannuncia l’escatologia realizzata della risurrezione di Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,20-23a
 
 In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
Parola del Signore.
 
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): La gioia annunciata è il frutto dell’incontro dei discepoli con Gesù al di là della morte. In 14,19 Gesù aveva promesso: «Voi [mi] vedrete», riferendosi in primo luogo alle apparizioni pasquali, ma anche al tempo che avrebbe seguito (14,20-23). Ha ridetto in 16,16.19: «Voi mi vedrete». Ora la formula sorprende: è Gesù che vedrà i discepoli. Se si nota che non viene più detto: «Io vengo» come in 14,18, è legittimo pensare che Gv ha espresso diversamente, nello sguardo, la venuta. Questa espressione, unica nel Nuovo Testamento, sottolinea che l’iniziativa dell’incontro appartiene a Gesù. Situata dopo «Voi mi vedrete», essa evoca d’altronde una certa reciprocità: lascia trasparire la gioia per il compimento della missione che l’evangelista non esita ad attribuire al Figlio stesso.
Lo sguardo di Gesù, posato sui discepoli, farà sorgere la loro gioia. Nei racconti di apparizione pasquale, tale reazione sarà sottolineata, proprio nei termini di 16,16: «I discepoli alla vista del Signore furono pieni di gioia» (20,20).
Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.
L’ultimo stico del v. 22 manifesta che l’incontro del Risorto con i suoi non si limita al giorno di Pasqua: come nel discorso fondamentale, esso inaugura una presenza reciproca illimitata nel tempo. È come dire che «vedere» per i discepoli significa non solo la visione esperienziale, ma anche l’intelligenza del mistero.
Anche se il verbo «(non) togliere» è qui airo e non harpazo, questa parola fa eco alla proclamazione di Gesù, riguardo ai discepoli a lui donati dal Padre: «Nessuno li strapperà dalla mia mano ...». In quel caso viene assicurata ai credenti la sicurezza escatologica, grazie al legame che li unisce al Pastore; qui la gioia che suscitano il «vedere» e l’«essere visti» diventerà inalienabile.
Nelle due parole, il linguaggio utilizzato implica un orizzonte conflittuale: l’ ostilità persistente del mondo.
In quel giorno voi non mi interrogherete più su nulla.
«In quel giorno» non si riferisce alla fine, ma alla comunione piena con il Padre iniziata a Pasqua. La certezza della Presenza farà cessare gli interrogativi inquieti. Il tema dell’interrogare affiora perciò ancora ma non c’è contraddizione con il rimprovero iniziale di Gesù (v. 5), perché la prospettiva è diversa: nel primo caso, i discepoli si ripiegavano su se stessi come chi non ha più speranza, oppure non osavano interrogare Gesù (v. 19). Farlo avrebbe dimostrato la loro fiducia, il desiderio di restargli uniti.
Ora, con il nuovo incontro postpasquale con Gesù, si è fatta chiarezza. Questo versetto sottintende la promessa del Paraclito, l’interprete che insegnerà ogni cosa (14,26 e 16,13-15); non implica in alcun modo una critica alla ricerca sempre rinnovata del credente, ma sottolinea la trasformazione avvenuta: per i figli della luce, tutto è luminoso.
 
Per approfondire
 
La gioia della nuova vita - André Ridouard e Marc François Lacan (Gioia in Dizionario di Teologia Biblica): La parola di Gesù ha prodotto il suo frutto: coloro che credono in lui hanno in sé la pienezza della sua gioia (Gv 17,13); la loro comunità vive in una letizia semplice (Atti 2,46) e la predicazione della buona novella è dovunque fonte di grande gioia (8,8); il battesimo riempie i fedeli di una gioia che viene dallo Spirito (13,52; cfr. 8,39; 13, 48; 16,34) e che fa cantare gli apostoli nelle prove peggiori (16,23 ss).
1. Le fonti della gioia spirituale. - Di fatto la gioia è un frutto dello Spirito (Gal 5,22) ed una nota caratteristica del regno di Dio (Rom 14,17). Non si tratta dell’entusiasmo passeggero che la parola suscita e la tribolazione distrugge (cfr. Mc 4, 6), ma della gioia spirituale dei fedeli che, nella prova, sono di esempio (1Tess 1,6s) e che, con la loro generosità gioiosa (2Cor 8,2; 9,7), con la loro perfezione (2Cor 13,9), con la loro unione (Fil 2,2), con la loro docilità (Ebr 13,17) e la loro fedeltà alla verità (2Gv 4; 3Gv 3s), sono presentemente e saranno nel giorno del Signore la gioia dei loro apostoli (1Tess 2,19s). La Carità che rende i fedeli partecipi della verità (1Cor 13,6) procura loro una gioia costante che è alimentata dalla preghiera e dal ringraziamento incessanti (1Tess 5,16; Fil 3,1; 4,4ss). Come rendere grazie al Padre di essere trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, senza essere nella gioia (Col 1,11ss)? E la preghiera assidua è fonte di gioia perché anima la speranza e perché il Dio della speranza vi risponde colmando di gioia il fedele (Rom 12,12; 15,13). Pietro lo invita quindi a benedire Dio con esultanza; la sua fede, che l’afflizione mette alla prova, ma che è sicura di ottenere la salvezza, gli procura una gioia ineffabile che è la pregustazione della gloria (1Piet 1,3-9).
2. La testimonianza della gioia nella prova. - Ma questa gioia non appartiene che alla fede provata. Per essere nella letizia al momento della rivelazione della gloria di Cristo, bisogna che il suo discepolo si rallegri nella misura in cui partecipa alle sue sofferenze (1Piet 4,13). Come il suo maestro, egli preferisce in terra la croce alla gioia (Ebr 12,2); accetta con gioia di essere spogliato dei suoi beni (Ebr 10,34), considerando come gioia suprema l’essere messo alla prova in tutti i modi (Giac 1,2). Per gli apostoli, come per Cristo, la povertà e la persecuzione portano alla gioia perfetta. Nel suo ministero apostolico, Paolo gusta questa gioia della croce, che è un elemento della sua testimonianza: «afflitti», i ministri di Dio sono «sempre lieti» (2Cor 6,10). L’apostolo sovrabbonda di gioia nelle sue tribolazioni (2Cor 7,4); Con un disinteresse totale egli si rallegra purché Cristo sia annunciato (Fil 1,17s) e trova la sua gioia nel soffrire per i suoi fedeli e per la Chiesa (Col 1,24). Invita persino i Filippesi a condividere la gioia che egli avrebbe nel versare il proprio sangue Come suprema testimonianza di fede (Fil 2,17s).
 
Catechismo degli Adulti - La gioia di Gesù [132]Gesù stesso è povero e perseguitato, ma pieno di gioia; esulta nello Spirito Santo e loda il Padre. Gli basta essere amato come Figlio. È lieto di ricevere tutto dal Padre e di essere nulla senza di lui. La sua povertà non si riduce a una condizione esteriore; è innanzitutto un atteggiamento spirituale, è umiltà: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).
Egli vuole comunicare la sua gioia: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28); «La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11); «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). Gesù dona una felicità, che può coesistere anche con la sofferenza, qualora non sia possibile eliminarla; anzi rende piena di significato la stessa sofferenza.
È necessario però condividere la sua comunione con il Padre, essere umili come lui, «poveri in spirito» (Mt 5,3), come egli si esprime. Il Regno è offerto a tutti, ma raggiunge effettivamente solo chi, riconoscendo la propria insufficienza e la precarietà dei beni terreni, attende la salvezza unicamente da Dio e, con la sua grazia, diventa giusto, mite e misericordioso con gli altri.
 
Leone Magno, Sermoni, 70,4-5: Tutti coloro che vogliono vivere piamente in Gesù Cristo soffriranno persecuzioni [2Tm 3,12]. Questa asserzione dimostra che è troppo tiepido, troppo pigro colui che non è battuto dalla persecuzione. In pace con questo mondo non può stare se non chi ama questo mondo, e non vi è mai società tra giustizia e iniquità, concordia tra verità e menzogna, accordo tra luce e tenebre. E anche se i buoni cercano piamente di correggere i cattivi, e spesso per grazia misericordiosa di Dio ottengono belle conversioni, tuttavia mai non cessano contro i santi le insidie degli spiriti maligni che turbano il retto proposito di tutti i fedeli, sia con frode occulta, sia con guerra aperta.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Isidoro l’Agricoltore, Laico: Nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo impegno i campi, che fino allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all’Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi si rifugiò a Torrelaguna dove sposò la giovane Maria. Un matrimonio che fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che possedevano. Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Morì il 15 maggio 1130. Venne canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa madrilena di Sant’Andrea. (Avvenire)
 
Esaudisci, o Padre, le nostre preghiere,
perché con l’accoglienza del Vangelo
si compia in ogni luogo la salvezza acquistata dal sacrificio di Cristo,
e la moltitudine dei tuoi figli adottivi
ottenga la vita nuova promessa da lui, Parola di verità.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 14 Maggio 2026
 
San Mattia, Apostolo
 
At 1,15-17.20-26; Salmo Responsoriale dal Salmo 112 (113); Gv 15,9-17
 
Io ho scelto voi, dice il Signore, perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga. (Cf. Gv 15,16 - Acclamazione al Vangelo)
 
La Bibbia di Navarra: In queste parole del Signore sono racchiusi tre insegnamenti. Il primo è che la chiamata rivolta agli apostoli, così come a ogni cristiano, non scaturisce dai buoni propositi personali, ma dalla elezione gratuita di Cristo. Non sono stati gli apostoli a scegliere il Signore come Maestro, secondo il costume giudaico di eleggersi un rabbino come guida spirituale, ma è stato Cristo a scegliere loro. Il secondo insegnamento è che la missione degli apostoli, così come di ogni cristiano, consiste nel seguire il Signore, ricercare la santità e contribuire alla diffusione del vangelo. Il terzo insegnamento, infine, rileva l’efficacia delle impetrazioni fatte nel nome di Cristo; proprio per questo è consuetudine della chiesa terminare le preghiere della sacra Liturgia con l’invocazione “per Cristo nostro Signore”. I tre concetti segnalati si fondono armonicamente in uno solo: la preghiera è indispensabile perché la vita cristiana possa essere feconda, dal momento che è Dio a far crescere (cfr lCor 3,7); così come il dovere di ricercare la santità e di esercitare l’apostolato deriva dal fatto che è Cristo in persona a chiamarci per adempiere tale missione.
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaGiuda, l’apostolo che aveva tradito Gesù, è morto, si è suicidato, ed è necessario trovare un suo successore. Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barsabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia. Dopo aver gettato le sorti viene eletto Mattia. Il racconto della elezione di Mattia vuol mettere in evidenza l’autorità di Pietro, il primo fra gli Apostoli, e l’azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa nel suo cammino temporale.
 
Vangelo
Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamato amici.
 
La pericope evangelica odierna è tratta dai «discorsi dell’addio»: Gesù, prima della morte, rivela ai discepoli i misteri più grandi della vita divina. Il brano svolge il tema della carità fraterna, dell’osservanza dei comandamenti, della gioia che ne deriva nell’osservarli e dell’elezione divina. Il brano evangelico, dopo aver ricordato che il discepolo è chiamato ad essere familiare con il Cristo, si chiude ricordando il dovere di portare frutto che si concretizza nell’amore vicendevole.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,9-17
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
 
Parola del Signore.
 
Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi - Con queste parole, prima di consegnarsi nelle mani dei persecutori per la salvezza del mondo, Gesù svela ai suoi amici l’intensità del suo amore.
Per gustare questo amore i discepoli sono invitati a rimanere in lui: soltanto se saranno in Cristo e il Cristo abiterà per la fede nei loro cuori, e così radicati e fondati nella carità, saranno in grado di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (Cf. Ef 3,17-19).
Il frutto più bello di questa profonda comunione di amore è la gioia: la gioia «è un segno messianico-escatologico della salvezza presente, ed è conseguenza della pace. La reciproca immanenza porta nel discepolo la stessa gioia di Gesù, la sicurezza della salvezza, la liberazione da ogni schiavitù e da ogni ansia: una sicurezza posta totalmente nella esperienza cosciente dell’amore di Dio in Cristo. Così l’uomo diventa libero di amare [Cf. Gv 8,32] da schiavo che era di se stesso e della sua angoscia. Anche la gioia arriva alla perfezione come dono interiore partecipata da Cristo, che la trasforma in sua, pur rimanendo nostra» (Adalberto Sisti).
Nella Sacra Scrittura la gioia può sgorgare dalla benedizione di Dio che rende fecondo il lavoro dell’uomo (Dt 12,7), dal ritrovamento di cose perdute (Cf. Lc 15,4ss.), dal culto (Cf. Sal 43,4), dalla Legge (Cf. Sal 119,109), ma, alla fine, la vera gioia proviene da Dio (Cfr. Sal 65,9; Lc 1,47). Con l’incarnazione del Verbo la gioia fa irruzione nel mondo. Giovanni Battista esulta di gioia nel seno di Elisabetta (Cf. Lc 1,44), Maria canta i suoi sentimenti di lode, di gratitudine in un inno gioioso, che celebra Dio salvatore degli umili (Cf. Lc 1,46-49), ai pastori viene annunciata «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). La gioia straripa nei cuori degli uomini perché «l’attesa della redenzione è ormai imminente nel Cristo [Lc 2,36-38]. Giovanni Battista già sente la voce dello sposo, che lo riempie di gioia [Gv 3,28-29]. Gesù stesso si manifesta come lo sposo presente, che non permette ai suoi amici di digiunare, poiché è tempo di festa [Lc 5,34-35]. Ormai, in Gesù, il Regno di Dio è in mezzo agli uomini: esso è il tesoro per il quale si è disposti a dare tutto gioiosamente [Mt 13,44]» (Giuseppe Manzoni).
L’amore che Gesù chiede ai suoi deve essere espansivo, totale, senza riserve: esso deve consumarsi fino al dono di se stessi: «In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).
Voi siete miei amici... perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi: nell’Antico Testamento Mose, Giosuè e Davide sono chiamati servi di Dio (Cf. Dt 34,5; Gs 24,29; Sal 89,21); solo Abramo è definito amico di Dio e a motivo di questa amicizia il Signore gli svela i suoi intimi pensieri (Cf. Gen 18,17; 2Cr 20,7; Is 41,8). Era uso nel mondo giudaico scegliersi un maestro, Gesù sottolinea invece che la chiamata, esplicitamente gratuita, è venuta dalla sua volontà. Nessuno può arrogarsi il diritto di essere suo discepolo se Egli non lo chiama al suo seguito. Ed è Lui che li ha costituiti perché vadano e portino frutto. Dal contesto il mandato non sembra intendersi in una prospettiva missionaria ma, più genericamente riferirsi alla vita cristiana come impegno di portar frutto. Il frutto rimane perché i discepoli sono innestati alla vera vite: la fecondità ai tralci viene data dalla vite. Precipua preoccupazione dei discepoli è quindi quella di rimanere in Cristo.
Oltre la gioia, la comunione con la Vite vera arreca ai discepoli un altro dono: tutto quello che chiederete al Padre nel mio Nome egli ve lo concederà.
La preghiera sarà sempre accolta perché l’orante cercherà unicamente il Regno del Padre: infatti, «è sempre esaudito chi chiede per sé cose necessarie alla salvezza con pietà e perseveranza» (San Tommaso d’Aquino).
 
Per approfondire
 
Dio è amore - W. GUNTHER / H.-G. LINK (Amore in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): In Giovanni l’essere e l’agire di Dio vengono definiti con particolare energia dal concetto di agape. Lo si nota già dal fatto che in Giovanni agape viene usato in senso assoluto, cioè come sostantivo senza genitivo, molto più spesso che in Paolo; lo stesso vale per il verbo, usato spesso senza complemento oggetto. In Giovanni anche concetti paralleli come dikaiosyne (giustizia), cháris (grazia), éleos (misericordia) ecc. finiscono nettamente in secondo piano rispetto ad agape. È così che Giovanni può parlare dell’amore preesistente, allo stesso modo che in Gv 1,1ss aveva parlato della preesistenza del logos (parola Cf. Gv 3,35; 10,17; 15,9; 17,23ss).
Dio è amore (1Gv 4,8) e l’amore era la sua intenzione fin da principio. Per questo l’amore del Padre per il Figlio è il mo­dello originario di ogni amore.
Questo fatto diviene manifesto nella missione e nella dedizione del Figlio (1Gv 3,1.16).
“Vedere” e “conoscere” tale amore è la salvezza per l’uomo. In fondo, il volere di Dio nei riguardi del mondo è l’amore che ha misericordia e che perdona, l’amore che resiste a qualsiasi opposizione del cosmo ostile. Nell’agape si manifesta nello stesso tempo la doxa theoú (la gloria di Dio; Gv 1,14). La vittoria dell’amore, a sua volta, si manifesta nel doxasthênai di Gesù, cioè nella sua glorificazione, nella sua morte che per Giovanni include anche il suo ritorno al Padre (Gv 12,16.23ss. ecc.).
Il credente viene coinvolto in questa vittoria. Egli ottiene così la zoê (la vita; 1Gv 4,9; Gv 3,36; 11,25ss).
Mentre per Paolo il volgersi dell’uomo a Dio è definito principalmente dal concetto di pistis, in Giovanni abbiamo invece agape. Il rapporto tra Padre e Figlio è agape (Gv 14,31) e i credenti vengono accolti all’interno di questa relazione di amore (Gv 14,21ss; 17,26; 15,9s). Il costante avvicendarsi in Giovanni del soggetto e dell’oggetto dell’amore sta a dimostrare che Padre, Figlio e il credente sono unificati nell’unica realtà dell’amore divino. L’alternativa è una sola, la morte (1Gv 3,14ss.; 4,7s.). L’espressione tipicamente giovannea ménein en (rimanere in) può riferirsi tanto a Gesù quanto all’amore (Gv 15,4ss.; 1Gv 4,12ss.).
In Giovanni ancor più nettamente che in Paolo l’amore vicendevole si fonda nell’amore di Dio (Gv 13,34; 1Gv 4,21). L’amore assurge a segno e prova della fede (1Gv 3,10; 4,7ss.). L’amore per il fratello scaturisce dall’amore divino. Senza l’amore fraterno non si dà relazione con Dio.
Anche Giovanni risale al comandamento dell’amore (Gv 13,34; 15,12.17; 2Gv 5).
L’osservanza dei comandamenti si compendia nell’agapân, nell’amare (Gv 14,23s.).
Infine l’amore ha trovato, già nel cristianesimo primitivo, un’espressione concreta in azioni liturgiche. Nella comunità era usuale il bacio fraterno (Rm 16,16 ecc.), chiamato in 1Pt 5,14 «bacio dell’agape». Ben poco sappiamo tuttavia sui dettagli di questo rito.
Il nome di un’altra azione liturgica protocristiana è agape che noi conosciamo soltanto per accenni.
Come dimostra 1Cor 11, la celebrazione vera e propria della cena era unita a un pasto in piena regola. In seguito il «banchetto d’amore» (agape) venne separato dalla cena eucaristica e mantenuto come celebrazione autonoma (Cf. Gd 12; forse 2Pt 2,13). Mentre nel servizio della Parola e nella cena eucaristica era in primo piano il consolidamento della fede, sembra che in questa celebrazione l’aspetto centrale fosse dato dal pasto comune in quanto segno di una particolare comunione nell’agape. Anche la vasta attività di beneficenza sociale che animava le comunità era connessa con questa celebrazione (Cf. At 6,1ss.).
L’abitudine di chiamarsi fratello o sorella nell’ambito della comunità sta a dimostrare che questa nuova comunanza, fondata sull’agape, veniva intesa come famiglia di Dio.
 
Cristo non vuole chiamarci servi ma amici - Ireneo di Lione (Adv. haer., IV, 13, 4): Dal momento che tutti i precetti naturali sono comuni a noi e ad essi (Giudei), avendo avuto origine presso di loro, mentre presso di noi hanno trovato crescita e compimento - obbedire a Dio, infatti, seguire il suo Verbo, amarlo sopra ogni cosa e amare il prossimo come sé stessi (e l’uomo è il prossimo dell’uomo), astenersi da azioni malvagie, e così via, tutto ciò è comune agli uni e agli altri -, manifestano un solo e medesimo Signore. E questi, altri non è che nostro Signore, il Verbo di Dio, il quale dapprima attrasse a Dio dei servi, poi li liberò dal giogo della soggezione, secondo quanto egli stesso dichiara ai discepoli: Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Quando, infatti, dice: “Non vi chiamo più servi, vuole significare con assoluta certezza che è lui che, con la Legge, ha dapprima imposto agli uomini la servitù nei riguardi di Dio, e che in seguito ha ridato loro la libertà.
Dicendo, poi: “Perché il servo non sa quello che fa il suo padrone, egli sottolinea lignoranza del popolo servile relativamente alla sua venuta.
Infine, chiamando amici di Dio i suoi discepoli, dimostra apertamente che egli è il Verbo, seguendo il quale, volontariamente e senza costrizioni, Abramo è divenuto, per la generosità della fede, “amico di Dio” (Gc 2,23).
 
Testimoni di Cristo - San Mattia Apostolo (sec. I): Di Mattia si parla nel primo capitolo degli Atti degli apostoli, quando viene chiamato a ricomporre il numero di dodici, sostituendo Giuda Iscariota. Viene scelto con un sorteggio, attraverso il quale la preferenze divina cade su di lui e non sull’altro candidato - tra quelli che erano stati discepoli di Cristo sin dal Battesimo sul Giordano -, Giuseppe, detto Barsabba. Dopo Pentecoste, Mattia inizia a predicare, ma non si hanno più notizie su di lui. La tradizione ha tramandato l’immagine di un uomo anziano con in mano un’alabarda, simbolo del suo martirio. Ma non c’è evidenza storica di morte violenta. Così come non è certo che sia morto a Gerusalemme e che le reliquie siano state poi portate da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, a Treviri, dove sono venerate. (Avvenire)
 
O Dio, che hai voluto aggregare
san Mattia al collegio degli apostoli,
per sua intercessione concedi a noi,
che ci allietiamo per il dono del tuo amore,
di essere annoverati tra gli eletti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 13 Maggio 2026
 
Mercoledì VI Settimana di Pasqua
 
At 17,15.22-18,1; Salmo Responsoriale dal Salmo 148; Gv 16,12-15
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Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. (Gv 14,16)
 
Catechismo degli Adulti Il dono [341]  Lo Spirito Santo «è Persona-amore; è Persona-dono»; è amore donato dal Padre e accolto dal Figlio, dinamismo infinito e bellezza dell’essere insieme, per cui il Donatore e il Recettore sono uno nell’altro: «È il soffio del Padre, mentre dice il Verbo». Il Padre genera il Figlio attirandolo a sé nello Spirito; il Figlio è attivamente rivolto al Padre nello Spirito.In questo «Amore-dono» increato, trovano il loro supremo motivo i doni fatti da Dio alle creature: la vita, la santificazione, la gloria. Da lui proviene la novità inesauribile; da lui la tensione verso la perfezione e l’unità. Lo Spirito è la forza dell’amore, il movimento per condurre ogni cosa al suo pieno compimento in Dio. L’infinita energia dell’Amore viene dal Padre e a lui risale, attraverso il Figlio, attirando a lui tutte le creature, perché vivano pienamente.
[342]  Lo Spirito «soffia dove vuole» (Gv 3,8); è misterioso e inafferrabile, come i suoi simboli biblici: vento, acqua, fuoco, nube, unzione. Arriva ovunque, come presenza attiva del Padre e del Figlio che fa vivere e santifica. Ma è soprattutto la Chiesa il luogo dove «fiorisce lo Spirito».«Senza lo Spirito Santo, Dio è lontano, il Cristo resta nel passato, il vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità una dominazione, la missione una propaganda, il culto un’evocazione, l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui... il cosmo è sollevato e geme nel parto del Regno; l’uomo lotta contro la carne; Gesù Cristo Signore risorto è presente; il vangelo è potenza di vita; la Chiesa è segno di comunione trinitaria; l’autorità è servizio liberatore; la missione è una Pentecoste; la liturgia è memoriale e anticipazione; l’agire umano è deificato».
[343] Lo Spirito è la terza persona della Santissima Trinità, l’Amore-dono che procede dal Padre e dal Figlio. Viene comunicato a noi per unirci a Cristo e renderci figli di Dio.
[180] Gesù è il Figlio amato del Padre; ma l’intimità divina, invece di separarlo, lo congiunge ai peccatori: Dio è vicino a chi si riconosce povero e bisognoso di essere salvato. Il Padre si compiace del suo Figlio e gli affida la missione di salvezza; gli comunica la potenza dello Spirito per attuarla.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’Apostolo Paolo è ad Atene e ha dinanzi un uditorio molto erudito. Il suo discorso parte dalla ricerca di Dio testimoniata dal mondo greco, che si apre anche a un dio ignoto. Il discorso è fluente, ma quando Paolo annuncia la risurrezione di Gesù, il sarcasmo è palese. Accompagnato dalla derisione degli Ateniesi l’Apostolo deve abbandonare Atene, alcuni però si convertono alla nuova fede: Dio nella sua onnipotenza lascia l’uomo libero nelle sue scelte, e così non sempre l’uomo si apre alla grazia preferendo restare nel buio della sua ignoranza.
 
Vangelo
Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità.
 
Gesù ha ancora da dire molte cose ai suoi discepoli, ma per il momento non sono capaci di portarne il peso, lo Spirito Santo farà capire ciò che è avvenuto, li guiderà alla verità intera. Lo Spirito della verità annuncerà le cose future non predicendo l’avvenire o apportando una nuova rivelazione, ma rendendo intellegibile il mistero di Gesù. Lo Spirito proseguirà nella Chiesa e nel mondo ciò che Cristo ha fatto: rivelare agli uomini il mistero di Dio. La rivelazione “è dunque perfettamente una: avendo origine nel Padre e realizzandosi per mezzo del Figlio, si compie nello Spirito, per la gloria del Figlio e del Padre” (Bibbia di Gerusalemme). Il testo evangelico esprime la profonda consapevolezza dell’apostolo Giovanni e della sua comunità: il contenuto del vangelo, che è frutto dell’azione dello Spirito della verità, è tutta la verità.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,12-15
 
 In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
Parola del Signore
 
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): Nei vv. 12-15 si riafferma (cfr. 14,25-26) l’altra funzione dello Spirito. Egli guiderà i discepoli alla comprensione di quella verità che ora non sono in grado di parlare (v. 12). Assisterà la comunità nel difficile compito di unire la fedeltà alla novità, la memoria al rinnovamento.
Tre volte viene ribadita la dipendenza da Gesù. Non c’è un’altra rivelazione. Il tempo centrale della salvezza è il
suo: «Il condurre in avanti dello Spirito è insieme anche sempre un ricondurre indietro, a Gesù. C’è una perfetta comunione fra Gesù e lo Spirito, per cui il suo insegnamento è ancora quello di Gesù. Inoltre non solo l’insegnamento di Gesù, ma l’insegnamento che è Gesù: questo conformemente a tutto il quarto vangelo e conformemente all’esatto significato di verità. Infatti ciò che importa capire è la persona del Cristo e il significato della storia che egli ha vissuto. Si direbbe che lo Spirito riprenda, nel suo venire fra noi, il medesimo atteggiamento del Figlio, che non è venuto a dire parole sue e a cercare una gloria propria, ma a raccontare ciò che ha udito dal Padre: allo stess modo i comporta lo Spirito nei confronti del Cristo: Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo manifesterà.
Ma l’insegnamento dello Spirito non è ripetitivo. L’autentica fedeltà esige approfondimento e attualizzazione.
Quella dello Spirito è una fedeltà che continuamente si rinnova, sempre giovane, capace di adattarsi alle situazioni che via via presenta la storia. Giovanni precisa: l’insegnamento dello Spirito è un «guidare verso e dentro la pienezza della verità» (tale è il senso dell’espressione hodeghései eis: v. 13). Dunque una conoscenza interiore e progressiva. Non un progressivo accumulo di conoscenze (tutte necessarie a completare il quadro, a formare un sistema!), ma un progressivo viaggio verso il centro: dall’esterno all’interno, dalla periferia al centro, da una conoscenza per sentito dire a una conoscenza personale.
Infine una seconda precisazione: lo Spirito rivelerà le cose future (v. 13). Con questo, Giovanni non intende certo la cronaca dell’avvenire ma una lettura «escatologica» della storia, cioè una lettura del presente alla luce della sua conclusione. In altre parole una lettura degli eventi alla luce della storia di Gesù che è lo svelamento del futuro. Se leggessimo la storia alla luce del presente, dovremmo concludere che la violenza è produttiva, fa storia, e che l’amore è invece sconfitto, inutile. Daremmo ragione al mondo e torto al Cristo. Ma se leggiamo la storia alla luce della sua conclusione - cioè alla luce del giudizio di Dio già avvenuto in Gesù - allora dobbiamo concludere che la carta vincente, anche e ora è smentita e crocifissa, è l’amore. Il crocifisso è risorto: l’amore, in apparenza sconfitto, è l’unica realtà vittoriosa.
 
Per approfondire
 
Ignace De La Potterie (Verità in Dizionario di Teologia Biblica): Nella teologia di Giovanni, che è anzitutto una teologia di rivelazione, la nozione di verità occupa un posto notevole.
Si interpreta frequentemente l’alèteia giovannea nel senso dualistico metafisica, platonico o gnostico, di essere sussistente ed eterno, di realtà divina che si svela. Ma Giovanni non chiama mai Dio stesso la verità, il che tuttavia sarebbe essenziale secondo questi sistemi. In realtà, egli non fa che sviluppare il tema apocalittico e sapienziale della verità rivelata, ripreso altrove nel NT, ma insistendo maggiormente sul carattere rivelato e sulla forza interiore della verità.
La parola del Padre ed il Cristo-verità. - Per Giovanni la verità non è l’essere stesso di Dio, ma la parola del Padre (Gv 17,17; cfr. 1Gv 1,8: «la verità non è in voi» e 1,l0: «la sua parola non è in voi »). La parola che Cristo ha inteso dal Padre (Gv 8,26.40; cfr. 3,33), è la verità che egli viene a «proclamare» (8,40.45 s) e a cui viene a «rendere testimonianza » (18,37; cfr. 5,33).
La verità è quindi nello stesso tempo la parola che Cristo stesso ci rivolge, e che ci porta a credere in lui (8,31 s. 45 s). La differenza tra questa rivelazione e quella del VT è fortemente sottolineata: «La legge fu data per mezzo di Mosè; la grazia della verità ci è venuta da Gesù Cristo» (1,17), perché con lui ed in lui è apparsa la rivelazione totale, definitiva. Mentre il demonio è il padre della menzogna (8,44), Cristo invece proclama la verità» (8,45), è «pieno della grazia della verità» (1, 14). La grande novità cristiana è questa: che Cristo è egli stesso la verità (14,6): lo è non tanto perché possiede la natura divina, ma perché, Verbo fatto carne, ci rivela il Padre (1,18). Gesù spiega il senso di questo titolo unendolo a due altri: egli è «la via, la verità e la vita »; è la via che conduce al Padre, proprio perché lui, l’uomo Gesù, in quanto verità, ci trasmette in se stesso la rivelazione del Padre (17,8.14.17) e così ci comunica la vita divina (1.4; 3.16; 6,40.47.63; 17,2; 1 Gv 5,11 ss).
Questo titolo rivela quindi indirettamente la persona divina di Cristo; se Gesù, unico tra gli uomini, può essere per noi la verità, è per il fatto di essere nello stesso tempo la Parola, «il Verbo rivolto verso il seno del Padre» (Gv 1, 18), il Figlio unigenito.
Lo Spirito di verità. - Terminata la rivelazione al mondo (Gv 12,50), Gesù annuncia ai suoi discepoli la venuta del Paraclito, lo Spirito di verità (14,17; 15,26; 16,13). Per Giovanni la funzione fondamentale dello Spirito è di rendere testimonianza a Cristo (15,26; 1Gv 5,6), di introdurre i «discepoli a tutta intera la verità (16,13), di richiamare alla loro memoria ciò che Cristo aveva detto, cioè di farne afferrare il vero senso (14,26). Poiché il suo compito consiste nel far comprendere nella fede la verità di Cristo, lo Spirito è detto anch’esso «la verità» (1 Gv 5,6); come testimone di Cristo, rende presente la verità nella Chiesa; lo Spirito è per essa «il dottore della verità» (Tertulliano).
 
Cristo con l’invio dello Spirito di Verità, compie e completa la Rivelazione: Dei Verbum 4: Dopo aver a più riprese e in più modi, parlato per mezzo dei profeti, Dio «alla fine, nei giorni nostri, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Mandò infatti suo Figlio, cioè il Verbo eterno, che illumina tutti gli uomini, affinché dimorasse tra gli uomini e spiegasse loro i segreti di Dio (cfr. Gv 1,1-18). Gesù Cristo dunque, Verbo fatto carne, mandato come «uomo agli uomini», «parla le parole di Dio» (Gv 3,34) e porta a compimento l’opera di salvezza affidatagli dal Padre (cfr. Gv 5,36; 17,4). Perciò egli, vedendo il quale si vede anche il Padre (cfr. Gv 14,9), col fatto stesso della sua presenza e con la manifestazione che fa di sé con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli, e specialmente con la sua morte e la sua risurrezione di tra i morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, compie e completa la Rivelazione e la corrobora con la testimonianza divina, che cioè Dio è con noi per liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e risuscitarci per la vita eterna. L’economia cristiana dunque, in quanto è l’Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi alcun’altra Rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13).
 
Origene-Gerolamo [E/31]: Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nei luoghi altissimi [Sal 148, 1]. La sola natura dell ‘uomo non basta a lodare Dio: vi si uniscano anche i cieli ... Lodate voi che siete nei cieli, cioè voi che abitate nei cieli: troni, signorie, potestà, serafini, cherubini, e ogni nome che è chiamato non solo nel secolo presente, ma anche in quello futuro. Lodate il Signor dai cieli. Voi che siete nei cieli, che siete nei luoghi altissimi, lodatelo nei luoghi altissimi ... Ai meschini, e a coloro che sono rivolti verso il basso, non ha detto: Lodate; ma voi, che vivete nelle altezze.
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria di Fatima. Lo sguardo innocente di tre bimbi per cogliere la presenza e la voce di Dio: Cerchiamo i segni di Dio, siamo mendicanti d’infinito per dare un senso alla storia e spesso non sappiamo da che parte guardare. Ma basta una preghiera semplice, uno sguardo innocente e la capacità di affidarsi per cogliere la vita divina che abita la storia e cambia le vite. Quella preghiera semplice, il Rosario, è la vera “protagonista” della storia delle apparizioni della Beata Vergine Maria di Fatima, che avvennero in un momento in cui il mondo stava perdendo la via a causa del dolore profondo della Guerra mondiale in corso. A questo si aggiungeva la preoccupazione della deriva di una “fede nell’ateismo” che stava prendendo il sopravvento in Russia. In questo contesto dalla Cova d’Iria, piccolo anfiteatro naturale altopiani portoghesi dell’Estremadura, nel 1917 un potente messaggio profetico fu diffuso in tutto il mondo, grazie a tre piccoli pastori. Erano tre cuginetti, Lucia Dos Santos, di 10 anni, Francesco, di 9 anni, e Giacinta Marto, di 7 anni, e incontrarono la Vergine per sei volte dal 13 maggio al 13 ottobre. A loro la Madonna affidò tre “segreti”, o meglio tre parti di un segreto, una visione sulla storia dell’umanità, sul senso ultimo dello scorrere degli eventi. Non mancavano i riferimenti ai drammatici eventi di quegli anni e poi ad accadimenti futuri. In quei segreti, come spiegò nel 2000 l’allora cardinale Joseph Ratzinger, c’è «l’esortazione alla preghiera come via per la salvezza delle anime e nello stesso senso il richiamo alla penitenza e alla conversione». (Matteo Liut)
 
O Padre, che ci doni la grazia di celebrare nel mistero
la risurrezione del tuo Figlio,
fa’ che possiamo rallegrarci
con tutti i santi nel giorno della sua venuta nella gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te