13 Marzo 2026
Venerdì III Settimana di Quaresima
Os 14,2-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 80 (81); Mc 12,28b-34
Convertitevi, dice il Signore, perché il regno dei cieli è vicino. (Mt 4,17 - Acclamazione al Vangelo)
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Già il Battista aveva usato le stesse parole. Ma era solo una anticipazione, una sintesi della sua predicazione e attività, perché noi potessimo renderci conto che egli apparteneva già al tempo in cui si annuncia e si attua il regno di Dio. Ma l’ora dell’annuncio vero e proprio, fatto con piena autorità ed efficacia, è questa. Quello di Giovanni era il preludio; quello di Gesù la realtà. Nel primo l’accento è su: «Convertitevi», in conformità alla funzione di Giovanni, il precursore e predicatore del giudizio. Nel secondo l’accento è posto sull’espressione: «li regno dei cieli è vicino». È anzitutto un annuncio di gioia, di sovrumana felicità: la vittoriosa volontà salvifica di Dio, la nostalgia struggente del popolo d’Israele, la speranza del mondo, tutto questo ora trova compimento. Dio stabilisce la sua autorità e la sua regalità, e ciò per il mondo significa benedizione, vita e felicità.
L’espressione «è vicino» ... annuncia la venuta del regno; il regno viene nel momento presente e non può essere fermato. Non significa però: il regno di Dio è qui, adesso, perché non irrom e ancora in tutta la sua potenza e gloria.
Liturgia della Parola
I Lettura: Osea è il profeta che canta la misericordia divina e l’amore Dio per il suo popolo. Il brano odierno è un invito a ritornare tra le braccia di Dio, di abbandonare gli idoli, di non aver paura perché Dio ha dimenticato la sua ira. Sono parole di pace e di perdono che si intrecciano con inviti alla conversione, alla speranza e alla conoscenza interiore di Dio.
Vangelo
Il Signore nostro Dio è l’unico Signore: lo amerai.
Gesù giunto in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante, scaccia i mercanti dal tempio aprendo così l’ennesimo fronte conflittuale con i detentori del potere israelitico. Come per l’inizio del Vangelo in Galilea, Marco ha ricordato cinque conflitti (cfr. Mc 2,1-3.6), così ora in Gerusalemme, alla fine del suo ministero pubblico, l’evangelista raccoglie cinque questioni, intramezzate dalla parabola dei vignaioli: l’autorità di Gesù, Dio e Cesare, la risurrezione, il comandamento più grande, il rapporto Cristo-Davide. Il brano odierno si colloca all’interno di questo conflitto ed è teso ad enunciare l’unicità di Dio Signore. Qui, sulla bocca di Gesù esso si basa sullo Shema (cfr. Dt 6,4-5).
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,28b-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocàusti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
Parola del Signore.
Qual è il primo di tutti i comandamenti? - Lo scriba, l’«uomo del libro», occupava in Israele un posto di primo piano in quanto aveva il compito di conservare le Scritture, leggerle, tradurle e interpretarle al popolo. Lo scriba come tale non apparteneva ad alcuna setta (farisei, sadducei, erodiani ...), ma di fatto molti di essi erano farisei che aderivano alla rigorosa interpretazione della legge.
Nel brano odierno, lo scriba ha una certa ammirazione verso il giovane Maestro, ma solo per motivi partigiani in quanto precedentemente aveva «ben risposto» (Mc 12,28) ai farisei e agli erodiani su alcune questioni concernenti la commistione tra potere statale e religioso («È lecito dare il tributo a Cesare?» Mc 12,13-17) e ai sadducei per quanto riguardava la risurrezione (i sadducei negavano la risurrezione Mc 12,17-27). Anche se tali dibattiti erano frequenti nei circoli rabbinici, la domanda posta a Gesù è capziosa perché con essa si vuole saggiare soprattutto la sua ortodossia.
Il Cristo risponde sorprendentemente unendo due precetti che nella Legge mosaica erano collocati in sezioni separate: l’amore verso l’unico Signore Dio (cfr. Dt 6,4-5) e l’amore verso il prossimo (cfr. Lev 19,18). Assommando i due comandamenti ne fa un solo precetto dandogli la precedenza assoluta su tutti gli altri precetti. Come l’amore di Dio si palesa e si verifica nell’amore per il prossimo così il vero amore per il prossimo non è mai separato dal vero amore verso Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).
La risposta non spiazza lo scriba perché gli Ebrei avevano già l’abitudine di accostare l’uno all’altro i due precetti così, ripetendo pedissequamente il detto di Gesù, manifesta l’intenzione di approvare pienamente l’accostamento delle due leggi. In ogni caso, il precetto «Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici», è un insegnamento che spesso ricorreva nella predicazione profetica: «(Dice il Signore) Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità... Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,13.15-17).
Il vero culto reso a Dio va di pari passo con l’amore, la carità, l’onestà, la giustizia, la solidarietà: «Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti» (Os 6,6).
La saggezza lodata da Gesù sta nel fatto che lo scriba è riuscito a tenersi fuori dalle diatribe legali dei farisei e dei sadducei dando all’amore verso Dio e verso il prossimo la precedenza sui sacrifici e sugli innumerevoli precetti mosaici. Le scuole giudaiche contavano ben 248 precetti positivi e 365 precetti negativi rendendo in questo modo impraticabile e asfissiante la vita religiosa.
«Gesù vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”»: è la prima volta che Gesù loda la ‘sapienza’ degli «uomini del libro». La figura di questo scriba può essere accostata a quella di Giuseppe d’Arimatea, l’autorevole membro del sinedrio, che «aspettava anche lui il regno di Dio» (Mc 15,43). In Matteo (13,52), Gesù fa bene intendere che lo scriba divenuto suo discepolo conosce, possiede e amministra tutta la ricchezza dell’antica alleanza, accresciuta e perfezionata dagli insegnamenti della nuova alleanza. Lo scriba non è «lontano dal regno di Dio», perché è una «realtà vicina, presente nella stessa persona, nell’opera redentrice di Gesù. Questa redenzione, manifestazione suprema di amore, sta per compiersi appunto, tra breve, a Gerusalemme. Non c’è altro criterio che possa indicare all’uomo la sua vicinanza o lontananza dal regno di Dio se non la sua sincera disponibilità o il suo ostinato rifiuto davanti alla suprema legge dell’amore, proposta da Gesù» (R. Scognamiglio).
L’assenso dello scriba sembra mettere a tacere una volta per tutte gli avversari di Gesù, ma è soltanto una pausa. Di lì a poco i sommi sacerdoti e gli scribi cercheranno «il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo» (Mc 14,1).
L’insegnamento di Gesù sull’amore troverà profonde radici nella vita delle primitive comunità cristiane tanto che Paolo scrivendo ai cristiani di Roma dirà loro: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore» (Rom 13,9-10).
Per approfondire
Benedettine di Rosarno (Amore del prossimo - Schede Bibliche, Vol I): Gesù si è limitato a prescrivere l’amore del prossimo come il segno manifesto della filiazione divina e l’unico modo di ricambiare adeguatamente l’amore gratuito di Dio, ma ha dato anche, nella sua persona e nella sua vita, l’esempio di come l’uomo deve amare i propri fratelli per rispondere all’amore con cui Dio lo ama.
L’amore di Gesù per gli uomini è anzitutto un amore che perdona. Egli non presenta la misericordia divina come un atteggiamento abituale e quasi ovvio della divinità, ma come un fatto inaudito che è possibile solo a Dio e trasforma radicalmente l’uomo. Quando Cristo perdona i peccati, nella creatura assolta nasce un amore tutto nuovo e travolgente, che non è solo una risposta all’amore di Dio, ma una creazione dell’Amore increato. Il perdono di Dio non rimette solo i peccati ma crea l’uomo nuovo che ama.
«Quegli a cui si perdona poco, ama poco», dice il Signore, ma colei che ha molto peccato ama molto (Lc. 7,36-50).
L’amore di Gesù è anche un amore che serve: egli lo ha affermato esplicitamente (Mc. 10,42-45), lo ha mostrato attraverso tutti i suoi atti e, nell’ora suprema del distacco, l’ha espresso attraverso un’azione simbolica (Gv. 13,1-17), che ha lasciato un solco incancellabile nelle anime dei «suoi».
Infine l’amore di Gesù è un amore che si immola (Gv. 10,11-18): egli ha dato la sua vita per «il riscatto di molti» (Mc. 10,45), perciò, dopo essere stato trattato come un malfattore (Lc. 22,37; cf. Is. 53,12), è morto sulla croce (Mc. 14,24). E questo amore che perdona, serve e si immola, i suoi discepoli devono imitare e seguire in una donazione totale (1Pt. 2,19-25; 1Gv. 3).
Ormai non si tratta solo di amare il prossimo «come se stesso», con umana e fraterna comprensione, che può spingere anche a gravi sacrifici, ma di dare addirittura la vita gli uni per gli altri sull’esempio di Gesù.
Nell’attesa della seconda venuta del Signore, questo sarà l’impegno fondamentale dei «suoi», in base al quale essi saranno giudicati (Mt. 25,31-46). Perciò egli parla di un «comandamento nuovo» (Gv. 13,33-35), che lascia loro come testamento (Gv. 15,12s.).
Il «comandamento nuovo» è la legge, scritta non su tavole di pietra, ma nei cuori (2Cor. 3,5s.), e verrà consegnata al nuovo e vero Israele nel giorno della Pentecoste. Nascerà così la «comunità dell’amore», composta di tutti coloro che sono stati trasferiti dalle tenebre alla luce (1Gv. 2,7-11), dalla morte alla vita (1Gv. 3,14), e che lo Spirito santo ha reso figli di uno stesso Padre (Rom. 8,14; Ef. 4,4-6).
Avendo ormai «un cuor solo ed un’anima sola» (Atti 4,32), costoro loderanno ad una sola voce il Padre che è nei cieli (Rom. 15,5s.) e renderanno così testimonianza al suo amore (Atti 2,42-48; 4,32s.; 5,12s.).
Questa unità fondata sull’amore viene ben presto incrinata (Atti 5,1-10; 6,1 s.; 1Cor. 1,10; Giac. 2,1-4) dal «nemico», che semina la zizzania nel campo di Dio (Mt. 13,24-30). Ma anche se la divina magnanimità tollererà questa malefica presenza sino alla fine del mondo (Mt. 13,36-43), la comunità dell’amore, che è la Chiesa, è fondata sulla fede nell’unico Signore (Ef. 4,4-13) e si compone di tutti coloro che, battezzati in un solo Spirito (1Cor. 12,12s.), si nutrono tutti insieme alla mensa che il Padre ha imbandito con il corpo ed il sangue del Figlio (1Cor. 10,16s.).
Perciò essa non lascia sussistere alcuna barriera razziale o sociale (Gal. 3,26-28) e si edifica su Cristo, pietra angolare, come un tempio eretto per la gloria di Dio (Ef. 2,19-22).
Anzi essa è il corpo stesso di Cristo, che - come suo Capo - ne costituisce il principio di vita, di coesione e di crescita (Ef. 4,15s.).
Perciò è destinata a restare come il segno e la testimonianza dell’amore, finché gli uomini divengano tutti una sola cosa in Cristo (Ef. 4,13) e con Cristo nel Padre, secondo la suprema invocazione di Gesù (Gv. 17,11-26).
Carità: Breve Catechismo di San Pio X 240-243: Che cos’è la carità? La carità é quella virtù soprannaturale per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi medesimi per amor di Dio. Perché dobbiamo amare Dio? Dobbiamo amare Dio per se stesso, come il sommo Bene, fonte d’ogni nostro bene; e perciò dobbiamo anche amarlo sopra ogni cosa “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze” (Mc 12,30). Perché dobbiamo amare il prossimo? Dobbiamo amare il prossimo per amor di Dio che ce lo comanda, e perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio, come noi, ed è nostro fratello. Siamo obbligati ad amare anche i nemici? Siamo obbligati ad amare anche i nemici, perdonando le offese, perché sono anch’essi nostro prossimo, e perché Gesù Cristo ce ne ha fatto espresso comando.
La legge dell’amore - Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 1, 5: Gesù Cristo ci insegna ciò che è giusto, onesto, utile, e tutte le virtù, in pochissime parole, chiare, comprensibili a tutti, come quando dice: “In due comandi si riassumono la legge e i profeti” (Mt 22,40), cioè nell’amore verso Dio e nell’amore verso il prossimo; oppure, quando ci dà questa norma di vita: “Fate agli altri tutto ciò che voi volete ch’essi facciano a voi. Sta in questo la legge e i profeti” (Mt 7,12). Non c’è contadino, né schiavo, né donna semplice, né fanciullo, né persona di limitata intelligenza che non riesca a comprendere facilmente queste parole: nella loro chiarezza, infatti, è il segno della verità, e l’esperienza ha dimostrato questo.
Testimoni di Cristo - Sant’Ansovino, Vescovo: Sant’Ansovino fu vescovo di Camerino, di cui è patrono, alla metà del IX secolo, precisamente dall’850 all’868, presumibile data della sua morte. Di origini probabilmente longobarde, fu educato presso la scuola della cattedrale di Pavia. Prima di essere scelto come vescovo della località marchigiana, fu consigliere dell’imperatore Ludovico II sempre a Pavia. La sua carità e la visione netta del proprio ruolo pastorale lo portarono a contestare con coraggio proprio il sovrano: infatti, non accettò l’episcopato fin quando non ebbe da Ludovico l’assicurazione che non gli sarebbe stato chiesto di impugnare le armi, come purtroppo spesso accadeva ai vescovi del tempo. (Avvenire)
Padre santo e misericordioso,
infondi la tua grazia nei nostri cuori
perché possiamo salvarci dagli sbandamenti umani
e restare fedeli alla tua parola di vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Volgi lo sguardo, o Signore,
sui fedeli che implorano la tua misericordia,
perché, confidando nella tua benevolenza,
diffondano ovunque i doni del tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.