21 Ottobre 2026
Mercoledì XXIX Settimana del Tempo Ordinario
Ef 3,2-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo Is 12,2-6; Lc 12,39-48
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». Gesù lo dice ai discepoli più vicini, a quelli che con Lui stavano di più. E anche noi abbiamo ricevuto tanto dal cammino vissuto fin qui, siamo stati con Gesù e con la Chiesa e, anche se la Chiesa è una comunità con i limiti umani, tanto abbiamo ricevuto. Allora, Gesù si aspetta molto da noi. È un segno di fiducia, di amicizia. Si aspetta molto, perché ci conosce e sa che possiamo! Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace. A volte vorremmo essere “lasciati in pace”: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo. (Leone XIV - Udienza generale, 22 novembre 2025)
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo): Il «mistero» (v. 3) è quello di cui ha già parlato a lungo in 1,9-10; 2,11-22, e di cui si darà di nuovo un compendio nei versi seguenti (5-7): la «ricapitolazione» cioè di tutta la realtà in Cristo e l’assunzione anche dei pagani, a pari merito con gli Ebrei, a «concittadini dei santi e familiari di Dio» (2, 19). Paolo ha conosciuto il «mistero» non per le ordinarie vie di conoscenza umana, ma per «rivelazione» (v. 3): allusione evidente alla apparizione di Damasco (Atti 9, 15; 22, 21; 26,16-18; Gal. 1,16) e a successivi fenomeni mistici (2Cor. 12,1.7). Per questo egli ha una «comprensione» tutta particolare del «mistero di Cristo» (v. 4), di cui Cristo cioè è l’oggetto e il rivelatore nello stesso tempo.
Vangelo
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto.
La parabola dell’amministratore è detta ai “pastori” delle comunità cristiana, il cui incarico è quello di servire e non di spadroneggiare. Una raccomandazione che troviamo in tutto il Nuovo Testamento e in modo particolare nelle lettere paoline, ma a farne cenno in modo chiaro è l’apostolo Pietro: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,1-5). Una comunità ideale esiste soltanto nei sogni dei bambini, anche la chiesa primitiva ha dovuto affrontare il problema degli arrampicatori, di coloro che ambivano ai primi posti. Oggi tale vizio non si è attenuato, come ieri anche oggi il desiderio degli onori ha radici profonde nel cuore dell’uomo. Il farmaco per guarire da questa perniciosa malattia potrebbe essere il timore delle percosse, ma è una strada poco agevole e poco praticabile, e in verità “la paura è un atteggiamento che ci fa male. Ci indebolisce, ci rimpicciolisce. Anche ci paralizza” (Papa Francesco). L’antidoto sicuro è imparare a farsi servo dei fratelli, e la strada per raggiungere tale meta è l’umiltà. Il detto che troviamo a chiusura della parabola, A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più, vuol suggerire che i capi della comunità saranno giudicati più severamente per il posto di responsabilità che occupano.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,39-48
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
Parola del Signore.
Javier Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): «Siate pronti, con la cintura ai fianchi … siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna ... per aprirgli subito, appena arriva e bussa» (Lc 12,36). Non importa che il padrone non arrivi in un’ora prefissata: quello che conta è vivere nella tensione del suo arrivo, occuparsi dei misteri di quel regno che non bussa apertamente alla nostra porta, ma che esiste nel fondo della notte e determina la nostra attesa.
La vita vigilante non è una semplice attesa, un restare nel vuoto d’un sospiro di futuro. Pietro chiese impostando questo problema: «La dici per noi a anche per tutti?» (12,41). Gesù non ebbe bisogno di ampliare la sua esigenza: riprese la parola e raccontò la parabola dell’amministratore, che può essere fedele a malvagio (l2,42-48a).
Questa parabola ci fa vedere che il tempo dell’attesa è precisato da Luca come tempo di servizio, perché il regno si riflette già in modo decisivo nella nostra vita. È possibile che il maggiordomo posto a capo della casa sia un simbolo dei dirigenti della Chiesa. La vigilanza che gli si chiede si traduce in un servizio in favore degli altri. Il potere che è conferito è un dovere di preoccuparsi degli altri.
Esaminando con attenzione la parabola, scopriamo che l’esigenza dei ministri si è estesa a tutti i membri della Chiesa: a tutti è affidato un tipo di servizio nel tempo dell’attesa. La ricchezza del regno si traduce per tutti in un amore diretto verso gli altri. Colui che ha ricevuto il grande tesoro, che lo fa ricco davanti a Dio, comincia immediatamente a essere (dev’essere immediatamente) una fonte d’amore per gli uomini.
Per approfondire
Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza - M. É. Boismard: Il tema dell’acqua occupa un grande posto nelle prospettive di restaurazione del popolo di Dio. Dopo il raduno di tutti i dispersi, Dio diffonderà con abbondanza le acque purificatrici, che laveranno il cuore dell’uomo per permettergli di osservare fedelmente tutta la legge di Jahvè (Ez 36, 24-27). Quindi non ci sarà più maledizione né siccità: Dio «darà la pioggia a suo tempo» (Ez 34, 26), pegno di prosperità (Ez 36, 29 s).
Le sementi germoglieranno, assicurando il pane in abbondanza; i pascoli saranno fertili (Is 30, 23 s). Il popolo di Dio sarà condotto verso le sorgenti gorgoglianti, fame e sete spariranno per sempre (Gen 31, 9; Is 49, 10).
Al termine dell’esilio a Babilonia, il ricordo dell’esodo si mescola sovente a queste prospettive di restaurazione. Il ritorno sarà effettivamente un nuovo esodo, con prodigi ancora più splendidi. Un tempo Dio, per mano di Mosè, aveva fatto sgorgare l’acqua dalla roccia per spegnere la sete del suo popolo (Es 17, 1-7; Num 20, 1-13; Sal 10 78, 16. 20; 114, 8; Is 48, 21). Ormai Dio rinnoverà questo prodigio (Is 43, 20), e con una tale magnificenza che il deserto sarà mutato in frutteto fertile (Is 41, 17-20), il paese della sete in sorgenti (Is 35, 6 s). Gerusalemme, termine di questo pellegrinaggio, possiederà una fonte perenne.
Un fiume uscirà dal tempio per scorrere verso il Mar Morto; diffonderà vita e salute lungo tutto il suo corso, e gli alberi cresceranno sulle rive, dotati d’una fecondità meravigliosa: sarà il ritorno della felicità paradisiaca (Ez 47, 1-12; cfr. Gen 2, 10-14). Il popolo di Dio troverà in queste acque la purezza (Zac 13, 1), la vita (Gioe 4, 18; Zac 14, 8), la santità (Sal 46, 5).
In queste prospettive escatologiche l’acqua riveste d’ordinario un valore simbolico. Di fatto Israele non ferma il suo sguardo alle realtà materiali, e la felicità che intravede non è soltanto prosperità carnale. L’acqua che Ezechiele vede uscire dal tempio simboleggia la potenza vivificatrice di Dio, che si diffonderà nei tempi messianici e permetterà agli uomini di portare frutto in pienezza (Ez 47, 12; Ger 17, 8; Sal 1, 3; Ez 19, 10 s). In Is 44, 3 ss, l’acqua è il simbolo dello spirito di Dio, capace di trasformare un deserto in fiorente frutteto, ed il popolo infedele in vero «Israele». Altrove la parola di Dio è paragonata alla pioggia che viene a fecondare la terra (Is 55, 10 s; cfr. Am 8, 11 s), e la dottrina che la sapienza dispensa è un’acqua vivificatrice (Is 55, 1; Eccli 15, 3; 24, 25-31). In breve, Dio è la fonte di vita per l’uomo e gli dà la forza di fiorire nell’amore e nella fedeltà (Ger 2, 13; 17, 8). Lontano da Dio, l’uomo non è che una terra arida e senza acqua, votata alla morte (Sal 143, 6); egli quindi sospira verso Dio come la cerva anela all’acqua viva (Sal 42, 2 s). Ma se Dio è con lui, egli diventa come un giardino che possiede in sé la fonte stessa che lo fa vivere (Is 58, 11).
Il giudizio nei Vangeli - Jean Corbon e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conto (cfr. Mt 25, 14-30). Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12,40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11,20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12,39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10,14 s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10,23 s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23,33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era possibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mt 5,21s).
Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12, 36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7,1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25,31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo.
C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14,63 par.; cfr. Lc 24,20; Atti 13,28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1Pier 2, 23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del VT (Mt 27,45.51ss). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24,15ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24,29 ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.
Allora Pietro disse … - Luke Timothy Johnson (Il Vangelo di Luca): Luca ha in mente nel far formulare a Pietro la domanda di 12,41, perché Luca ha già mostrato, ai Dodici e al lettore, come l’autorità spirituale debba essere simbolicamente espressa con il servizio a tavola: nell’episodio della moltiplicazione dei pani per i cinquemila (9,12-17). Pietro pertanto chiede se l’immagine del padrone-servo valga per tutti quelli che seguono Gesù o solo per i Dodici (che dobbiamo vedere nel «noi» della domanda di Pietro). Invece di dargli una risposta diretta, Gesù risponde con altre parabole. Il ruolo dell’amministratore o maggiordomo risponde bene al concetto che Luca ha dell’autorità nella comunità. Il ruolo dell’amministratore è quello di gestire gli altri servi, di vedere che ognuno svolga il suo lavoro, ma anche quello di provvedere ai loro bisogni. L’amministratore è responsabile (nella fedeltà) nei confronti del padrone che l’ha nominato, ed è anche responsabile (nella fedeltà) nei confronti degli altri schiavi. Non può essere fedele all’uno senza rispettare gli altri. Luca riprenderà questo stesso spunto di gestione familiare in 16,1-9. Vediamo ancora una volta che l’autorità viene presentata sotto forma di servizio agli altri. Sì, questo vale in modo particolare per i Dodici, quali capi e guide del rinnovato Israele. Se tutti i servi devono tenersi pronti ad accogliere il padrone al suo ritorno e svolgere il proprio lavoro in modo soddisfacente, i capi sono responsabili non solo del proprio lavoro, ma anche del lavoro della comunità nel suo insieme. Se essi svolgono bene il proprio lavoro, riceveranno in compenso un grado ancora maggiore di autorità. Ma se abusano dei loro privilegi, saranno completamente esclusi: relegati tra gli «infedeli». È facile scorgere in questo passo non solo un’anticipazione del ruolo che in seguito i Dodici svolgeranno nella comunità di Gerusalemme, ma anche un implicito avvertimento rivolto agli attuali capi del popolo, avvertimento che diventerà molto più chiaro nelle parabole delle mine (19,11-27) e della vigna (20,9-18): quelli che abusano dell’autorità che hanno su altri saranno severamente puniti. Come fanno chiaramente intendere gli ultimi detti, più grande è il dono, maggiore sarà la responsabilità e più severo il giudizio.
La fine del mondo - Didachè, 16, 1-8 - Sorvegliate la vostra vita. Le vostre lampade non si spengano, e non si sciolgano i vostri fianchi, ma siate pronti. Non sapete l’ora in cui nostro Signore viene (cf. Mt 24,42-44). Riunitevi spesso cercando ciò che conviene alle vostre anime non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede, se non sarete perfetti in ultimo. Negli ultimi giorni aumenteranno i falsi profeti e i corruttori, le pecore si cambieranno in lupi (cf. Mt 7,15) e l’amore si muterà in odio. Crescendo l’iniquità, gli uni odieranno gli altri, si perseguiteranno e si tradiranno. Allora comparirà il seduttore del mondo come figlio di Dio e farà segni e prodigi. La terra sarà nelle sue mani, e farà cose scellerate che mai avvennero dal principio del mondo. Allora il genere umano perverrà al fuoco della prova, si scandalizzeranno molti e periranno. Quelli, invece, che perseverano nella fede saranno salvati (cf. Mt 24,10-12) dalla maledizione di lui. E allora appariranno i segni della verità; prima il segno dello squarcio nel cielo, poi il segno del suono della tromba, in terzo luogo la risurrezione dei morti. Non di tutti, ma secondo quanto fu detto: “Verrà il Signore e tutti i santi con lui” (Zc 14,5). Allora il mondo vedrà il Signore che viene sopra le nubi del cielo (cf. Mt 24,30).
Testimoni di Cristo - Beato Giuseppe Puglisi - Una fede che trasforma le periferie e costruisce un mondo davvero libero: La fede cambia il destino delle persone, lascia solchi profondi nelle comunità e trasforma la società. Perché la fede è libertà del cuore, è responsabilità personale, è coraggio di andare controcorrente.
Per questa fede, fermento delle periferie dell’umanità, il beato Giuseppe Puglisi diede la vita. Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, il 15 settembre 1937, era figlio di un calzolaio, Carmelo, e di una sarta, Giuseppa Fana. Nel 1953 entrò in Seminario a Palermo e il 2 luglio 1960 fu ordinato sacerdote. I primi incarichi furono come vicario parrocchiale e vicerettore del Seminario minore. A questi impegni padre Pino affiancò l’insegnamento della religione a scuola. Fin da subito si prese a cuore la situazione degli abitanti nei quartieri periferici del capoluogo siciliano. Tra il 1970 e il 1978 fu parroco a Godrano, paesino segnato da una faida tra famiglie che egli s’impegnò a sanare. Da sempre attento alla cura delle vocazioni, il 29 settembre 1990 tornò a Brancaccio, come parroco di San Gaetano. Il suo amore per le nuove generazioni si concretizzò anche nel Centro «Padre Nostro», inaugurato il 29 gennaio 1993, divenendo un punto di riferimento per i giovani, ai quali veniva così offerta una prospettiva diversa da quella della manovalanza per la malavita. Questo, però, gli procurò minacce di morte da parte dei mafiosi. Così il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, venne ucciso da Salvatore Grigoli sull’uscio di casa. È stato beatificato a Palermo il 25 maggio 2013 e la sua memoria liturgica cade oggi, giorno del suo Battesimo.
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.