29 Luglio 2025
Santa Marta, Maria e Lazzaro
1 Gv 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Gv 11,19-27 oppure Lc 10,38-42
Dio è amore - Lumen Gentium 42: «Dio è amore e chi rimane nell’amore, rimane in Dio e Dio in lui» (1Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui. Ma perché la carità, come buon seme, cresca e nidifichi, ogni fedele deve ascoltare volentieri la parola di Dio e con l’aiuto della sua grazia compiere con le opere la sua volontà, partecipare frequentemente ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, e alle azioni liturgiche; applicarsi costantemente alla preghiera, all’abnegazione di se stesso, all’attivo servizio dei fratelli e all’esercizio di tutte le virtù. La carità infatti, quale vincolo della perfezione e compimento della legge (cfr. Col 3,14; Rm 13,10), regola tutti i mezzi di santificazione, dà loro forma e li conduce al loro fine. Perciò il vero discepolo di Cristo è contrassegnato dalla carità verso Dio e verso il prossimo.
Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: La prima lettera di san Giovanni è costituita da tre grandi sezioni: camminare nella luce (1,5-2,29), vivere da figli di Dio (3,1-4,6) e alle fonti della carità e della fede (4,7-5,4). Il brano odierno, in cui troviamo l’esaltante affermazione «Dio è amore», ci introduce alle sorgenti della carità: Dio ha l’iniziativa della carità e la manifesta inviando e donando il suo Figlio unigenito, «perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).
Vangelo
Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose.
Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite conosciamo Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente «signora». Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e la si ritrova durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta si presenta in veste di donna tuttofare.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 40 [Marta] Era molto affaccendata per il servizio, letteral.: «era affaccendata per il molto servizio», cioè: per il molto lavoro che richiedeva il servizio. L’intenso lavoro era dovuto in parte alla premura di Marta che, come donna e padrona di casa, voleva offrire una generosa accoglienza all’illustre ospite preparandogli una refezione non usuale ed in parte anche al numero degli invitati, perché Gesù, anche se il testo non dice nulla, doveva avere con sé i discepoli. Signore, non ti dai pensiero che mia sorella...? Il termine «Signore» è caro a Luca (cf. vers. precedente e seguente), come si è già rilevato. «Non ti dai pensiero che...»; la stessa espressione uscì dalla bocca dei discepoli durante la tempesta sul lago (cf. Mc., 4, 38). Queste parole dovettero essere pronunziate con un accento alquanto risentito, perché Marta, non riusciva a spiegarsi come Gesù e Maria, che pur sapevano quanto lavoro ella doveva sbrigare in quella circostanza, potessero rimanere tranquilli a conversare. Marta non rivolge la parola alla sorella, ma al Maestro; ciò si spiega dal fatto che Gesù, secondo Marta, è in certo modo responsabile della situazione e che egli inoltre può autorevolmente dire a Maria di sospendere la conversazione per accorrere ad aiutare l’affaccendata sorella. Mi lascia sola a servire; altri codici hanno: «mi abbia lasciato sola ...». Mi aiuti; il verbo greco è molto più espressivo poiché significa: da parte sua prenda il suo lavoro. In due versetti (verss. 39-40) Luca ci tratteggia con mano maestra due figure caratteristiche che conferiscono alla scena una particolare suggestività.
41 Marta, Marta, tu ti affanni ed agiti per molte cose; la ripetizione del nome richiama l’attenzione su ciò che verrà asserito in seguito. Ti agiti per molte cose (Volgata: et turbaris erga plurima); non è una semplice constatazione, ma in pari tempo un rimprovero ammonitore (molte cose = troppe cose; Volg.: plurima). Marta non sa vedere oltre le sue occupazioni e preoccupazioni, per questo Gesù la richiama ammonendola delicatamente che si è data troppo da fare per cose che lei stessa ha volute.
42 Invece ve ne è bisogno di poche, anzi di una sola; questa ci sembra la lettura da preferirsi, perché più rispondente al contesto ed alla circostanza in cui tali parole furono pronunziate; altri codici leggono: «invece ve ne è bisogno di poche», oppure: «invece ve ne è bisogno di una soltanto». Il Salvatore distoglie Marta dal mondo delle sue faccende per richiamarla a qualcosa di superiore che è l’unico necessario; per questa donna solerte e preoccupata di onorare i suoi ospiti era sufficiente che, in quella circostanza, preparasse le poche cose convenienti per una refezione comune e decorosa, poiché quello che maggiormente importa è l’unico necessario. Questo modo di parlare ha una movenza di stile giovanneo; il quarto evangelista infatti ama passare da un’osservazione comune ed umana ad una prospettiva elevata e divina. Gesù, approfitta di questa occasione che gli si è offerta per invitare la donna tutta indaffarata nelle faccende di casa a riflettere ed a capire che vi è una sola cosa necessaria, cioè: il pensiero della salvezza (cf. Lc., 12, 29-31; Mt., 6, 33). Maria si è scelta la parte buona; altri traducono: «… la parte migliore» (Volgata: optimam partem elegit) attenendosi più al senso voluto dal contesto che alla forma dell’aggettivo greco (...τῆνἀγαθὴν μερίδα). Maria, che si interessava di ascoltare attentamente le parole del Maestro, ha scelto la porzione buona, cioè un’occupazione migliore di quella a cui attendeva la sorella. Che non le sarà tolta, cioè: Maria non sarà distolta dall’ascoltare la parola di Gesù; questa donna continuerà a rimanere accanto al Maestro, mentre la sorella continuerà a preparare il pasto per gli ospiti che sono nella sua casa. L’importanza di questo episodio, che appare come un delicato idillio familiare, risulta dalla dottrina dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola di Gesù. Probabilmente esso è stato narrato subito dopo la parabola del buon samaritano, che illustra il precetto dell’amore del prossimo (precetto intimamente legato a quello dell’amore di Dio), perché lo completa con la prospettiva dell’unico necessario che consiste nell’ascoltare la parola del Signore (cf. vers. 39).
Per approfondire
Dio è amore - W. Gunther / H.-G. Link (Amore in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): In Giovanni l’essere e l’agire di Dio vengono definiti con particolare energia dal concetto di agape. Lo si nota già dal fatto che in Giovanni agape viene usato in senso assoluto, cioè come sostantivo senza genitivo, molto più spesso che in Paolo; lo stesso vale per il verbo, usato spesso senza complemento oggetto. In Giovanni anche concetti paralleli come dikaiosyne (giustizia), cháris (grazia), éleos (misericordia) ecc. finiscono nettamente in secondo piano rispetto ad agape. È così che Giovanni può parlare dell’amore preesistente, allo stesso modo che in Gv 1,1ss aveva parlato della preesistenza del logos (parola Cf. Gv 3,35; 10,17; 15,9; 17,23ss).
Dio è amore (1Gv 4,8) e l’amore era la sua intenzione fin da principio. Per questo l’amore del Padre per il Figlio è il modello originario di ogni amore.
Questo fatto diviene manifesto nella missione e nella dedizione del Figlio (1Gv 3,1.16).
“Vedere” e “conoscere” tale amore è la salvezza per l’uomo. In fondo, il volere di Dio nei riguardi del mondo è l’amore che ha misericordia e che perdona, l’amore che resiste a qualsiasi opposizione del cosmo ostile.
Nell’agape si manifesta nello stesso tempo la doxa theoú (la gloria di Dio; Gv 1,14). La vittoria dell’amore, a sua volta, si manifesta nel doxasthênai di Gesù, cioè nella sua glorificazione, nella sua morte che per Giovanni include anche il suo ritorno al Padre (Gv 12,16.23ss. ecc.).
Il credente viene coinvolto in questa vittoria. Egli ottiene così la zoê (la vita; 1Gv 4,9; Gv 3,36; 11,25ss).
Mentre per Paolo il volgersi dell’uomo a Dio è definito principalmente dal concetto di pistis, in Giovanni abbiamo invece agape. Il rapporto tra Padre e Figlio è agape (Gv 14,31) e i credenti vengono accolti all’interno di questa relazione di amore (Gv 14,21ss; 17,26; 15,9s). Il costante avvicendarsi in Giovanni del soggetto e dell’oggetto dell’amore sta a dimostrare che Padre, Figlio e il credente sono unificati nell’unica realtà dell’amore divino. L’alternativa è una sola, la morte (1Gv 3,14ss.; 4,7s.). L’espressione tipicamente giovannea ménein en (rimanere in) può riferirsi tanto a Gesù quanto all’amore (Gv 15,4ss.; 1Gv 4,12ss.).
In Giovanni ancor più nettamente che in Paolo l’amore vicendevole si fonda nell’amore di Dio (Gv 13,34; 1Gv 4,21). L’amore assurge a segno e prova della fede (1Gv 3,10; 4,7ss.). L’amore per il fratello scaturisce dall’amore divino. Senza l’amore fraterno non si dà relazione con Dio.
Anche Giovanni risale al comandamento dell’amore (Gv 13,34; 15,12.17; 2Gv 5).
L’osservanza dei comandamenti si compendia nell’agapân, nell’amare (Gv 14,23s.).
Infine l’amore ha trovato, già nel cristianesimo primitivo, un’espressione concreta in azioni liturgiche. Nella comunità era usuale il bacio fraterno (Rm 16,16 ecc.), chiamato in 1Pt 5,14 «bacio dell’agape». Ben poco sappiamo tuttavia sui dettagli di questo rito.
Il nome di un’altra azione liturgica protocristiana è agape che noi conosciamo soltanto per accenni.
Come dimostra 1Cor 11, la celebrazione vera e propria della cena era unita a un pasto in piena regola. In seguito il «banchetto d’amore» (agape) venne separato dalla cena eucaristica e mantenuto come celebrazione autonoma (Cf. Gd 12; forse 2Pt 2,13). Mentre nel servizio della Parola e nella cena eucaristica era in primo piano il consolidamento della fede, sembra che in questa celebrazione l’aspetto centrale fosse dato dal pasto comune in quanto segno di una particolare comunione nell’agape. Anche la vasta attività di beneficenza sociale che animava le comunità era connessa con questa celebrazione (Cf. At 6,1ss.).
L’abitudine di chiamarsi fratello o sorella nell’ambito della comunità sta a dimostrare che questa nuova comunanza, fondata sull’agape, veniva intesa come famiglia di Dio.
Si comprende bene cosa abbia scelto - Maria alle faccende di casa ha preferito la preghiera, l’intimità con il Cristo, l’ascolto della Parola: l’unica cosa di cui c’è bisogno (Lc 10,42). Senza voler enfatizzare la scelta di Maria, possiamo però ammettere che Marta nello scegliere le pentole commise un grossolano errore: quello di non comprendere il valore prezioso dell’ascolto orante e della preghiera; quello di non comprendere che la preghiera è il vero, insostituibile motore che muove tutto; quello di non capire chi le stava dinanzi e con chi stava parlando. Marta, più che le mani e i piedi, avrebbe dovuto far muovere il cuore e da esso far sgorgare un’ardente preghiera. L’errore di Marta è l’errore di molti uomini e non solo contemporanei. Un mondo disposto ad ammirare unicamente l’uomo faber immerso in una vita attiva, fatta esclusivamente di opere concrete, ha trasformato il cristianesimo in una religione quasi solo al femminile: per cui, la preghiera è il rifugio di chi non sa o non vuole impegnarsi nel mondo; dell’inetto che non sa comprendere le grandi cause sociali e politiche e lottare per esse; o di chi non sa comprendere che il primo impegno è la promozione umana. Oggi «si fa un gran parlare di impegno nel mondo, di impegno nel sociale, di ‘promozione umana’. E sta bene... Ma dobbiamo oggi asserire che più necessario di tutto, di ogni altro impegno, è amare Dio, quindi onorarlo, servirlo e poi farlo amare, farlo onorare, farlo servire... Attenzione dunque ad un cristianesimo fatto tutto e solo orizzontale! Attenzione all’attivismo che tarpa le ali ai voli dello spirito, alla preghiera, alla contemplazione! Il rimprovero di Gesù a Marta è per tutti questi travisamenti della vocazione cristiana. Può essere per noi...» (Andrea Gemma, vescovo). Solo la preghiera, e una vita nascosta in Dio, può rendere accettabile e imitativa l’affermazione di Paolo: «sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi» (Col 1,24). Solo la preghiera può trasformare il dolore in letizia e la sofferenza in gioia. Solo la preghiera può svelare «il mistero nascosto da secoli» e renderlo intelligibile e comprensibile al cuore dell’uomo. Solo la preghiera può dare forza al servo della Parola nelle fatiche apostoliche. Solo la preghiera fa sì che la carità «come buon seme, cresca e fruttifichi» (LG 46). Solo la preghiera può svelare all’uomo il volto radioso del Risorto e solo la preghiera permette di ritrovarlo luminoso nei poveri, negli ultimi, negli indigenti.
Dio non ci vuole preoccupati: «Dio nostro Padre non voleva che noi vivessimo preoccupati e in ansia per le cose della vita; questo avvenne ad Adamo, ma in un secondo tempo. Gustò il frutto dell’albero e s’accorse d’essere nudo e si fece un cinto. Ma prima di mangiare il frutto “erano tutti e due nudi e non si vergognavano” [Gen 3,7]. Così ci voleva Dio, senza turbamenti di sorta. E questo è il segno di un animo che è lontano da ogni affetto libidinoso; e chi è in questa disposizione, non ha in mente altre opere che quelle degli angeli. Così non penseremmo che a celebrare eternamente il Creatore, sarebbe nostra letizia la sua contemplazione e lasceremmo a lui ogni preoccupazione, come scrisse David: “Lascia al Signore la cura di te stesso, ed egli ti nutrirà” [Sal 54,23]. E Gesù insegna agli apostoli: “Non vi preoccupate della vostra vita, di quello che mangerete, né del come vestirete il vostro corpo” [Mt 6,25]. E ancora: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto vi sarà dato in sovrappiù” [Mt 6,33]. E a Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi di troppe cose; ma una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la migliore, e non le sarà tolta” [Lc 10,14-15]; cioè, si metterà ai piedi del Signore e ascolterà la sua Parola» (Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2,11).
Testimoni di Cristo - Santa Marta, Maria e Lazzaro - Amici di Gesù: La fede è attivismo, ma è anche contemplazione e guarigione, perché il Vangelo è un’esperienza “totalizzante” che investe e trasforma tutti gli ambiti della nostra esistenza e non rinnega alcunché dell’esistenza umana nella sua varietà e nella sua imperfezione. È questo il messaggio che oggi la liturgia ci affida attraverso la memoria dei tre santi fratelli di Betania: Marta, Maria e Lazzaro. Marta viene presentata come una donna sempre indaffarata, pronta a prendere l’iniziativa, tutta all’opposto di sua sorella Maria, che rimane incantata davanti alle parole di Gesù, ospite nella loro casa a Betania. La figura di Marta è icona ancora attuale del nostro modo di essere cristiani, convinti come siamo che i nostri piani, le nostre azioni, il nostro impegno cambierà il mondo. Ma Gesù, parlando proprio a Marta, riporta alla giusta misura il valore di quell’impegno: solo se Dio è al centro il nostro agire ha un senso e avrà davvero successo. Maria, invece, ci parla di una fede contemplante, di una spiritualità che si alimenta della sola presenza di Gesù: è il simbolo anche della capacità di coglierlo nei segni concreti che ci circondano, come i Sacramenti, ma anche nei poveri e nei bisognosi. La vicenda di Lazzaro appartiene all’immaginario comune e parla di un prodigio che rende manifesta la forza del Vangelo, in grado di donare una nuova vita a tutti gli “amici” di Gesù, a tutti coloro che si lasciano avvicinare da lui. I tre fratelli appaiono nel capitolo 10 di Luca e nei capitoli 11 e 12 di Giovanni. (Matteo Liut)
Dio onnipotente ed eterno,
il tuo Figlio ha accettato l’ospitalità nella casa di santa Marta:
per sua intercessione concedi a noi
di servire fedelmente Cristo nei fratelli,
per essere accolti da te nella dimora del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.