10 Settembre 2026
 
Giovedì XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 8,1b-7.11-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 138 (139); Lc 6,27-38
 
La coscienza secondo Paolo - Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): a) La parola syneìdesis è stata desunta da Paolo non già da qualche fonte letteraria né dalla filosofia stoica (il termine non compare in Epitteto, né in Plutarco né in Marco Aurelio), ma dal linguaggio religioso dell’epoca. Ai suoi occhi doveva esprimere il giudizio riflesso e autonomo insito nella nozione biblica di cuore. Il passaggio da un concetto all’altro è nettamente sottolineato nel consiglio che dà a Timoteo: «Promuovere la carità che procede da un cuore puro, da una coscienza retta e da una fede senza incertezze» (1 Tim 1, 5).
Cuore, coscienza e fede sono su basi diverse alla fonte dell’azione caritatevole. Se l’intenzione è retta, se la fede assicura una solida convinzione, allora la coscienza sarà soddisfatta. Così il cristiano obbedisce all’autorità civile «non soltanto per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza», perché la sua fede gli suggerisce che questa autorità «è al servizio di Dio» (Rom 13, 4 s). Così Paolo dichiara spesso di reputare la propria coscienza «irreprensibile» (2 Cor 1, 12; cfr. Atti 23, 1; 24, 16).
Non ne consegue che questa coscienza sia autonoma alla maniera degli stoici: per essi, la coscienza è libera in virtù della scienza che si ha delle leggi della natura. Per Paolo, il giudizio della coscienza è sempre soggetto a quello di Dio: «La mia coscienza, è vero, non mi rimprovera nulla, ma io non sono tuttavia giustificato; il mio giudice è il Signore» (1 Cor 4, 4). Le sue affermazioni di buona coscienza sono in genere accompagnate dall’accenno a Dio (2 Cor 4, 2) o alla testimonianza dello Spirito Santo (Rom 9, 1).
La coscienza è «teonoma». Qualificata come «buona» e «pura» è radicalmente illuminata dalla fede autentica (1 Tim 1, 5. 19; 3, 9; 4, 1s; 2 Tim 1, 3; cfr. Ebr 13, 18; 1 Piet 3, 16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: Il brano di 1 Cor 8,1b-7.11-13 affronta il problema etico e comunitario del consumo di carni sacrificate agli idoli, contrapponendo la conoscenza teorica alla responsabilità dell’amore fraterno.
Conoscenza, Orgoglio e Amore: Paolo spiega che «la conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica». I cristiani “forti" sanno che gli idoli pagani non sono reali e che mangiare quella carne non ha di per sé valore religioso. Tuttavia, vantare questa superiorità culturale o intellettuale rischia di ferire e dividere la comunità.
L’Unicità di Dio: Il fondamento della fede cristiana è l’affermazione di un solo Dio (il Padre) e un solo Signore (Gesù Cristo). Proprio perché si conosce la verità su Dio, non si deve cadere nel tranello di trattare gli idoli come se avessero un potere reale.
Lo scandalo del fratello: Mangiare carni offerte agli idoli incuranti della coscienza altrui può diventare una pietra d’inciampo. Se un cristiano con una coscienza debole vede il “forte” mangiare nei templi pagani, potrebbe imitarlo ferendo la propria coscienza e rovinando il suo cammino di fede.
La scelta dell’amore: Paolo conclude con una forte assunzione di responsabilità personale: se un alimento è occasione di caduta per un fratello, lui preferirà non mangiare mai più carne per non scandalizzarlo. L’amore per il prossimo vale più della propria libertà materiale.
 
Vangelo
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
 
 Il brano evangelico di oggi, dal punto di vista del contenuto, «si presenta collegato all’ultima beatitudine e all’ultima maledizione. Ecco la struttura del brano: - prima il superamento della legge del taglione [vv. 27-31], - poi segue l’invito alla carità sul modello di Dio [vv. 32-36], - il tutto si chiude con una sollecitudine a non giudicare [vv. 37-38]. Sarà utile notare che come la seconda parte termina con un’affermazione solenne di Gesù [v. 36] così anche la prima si chiude con la cosiddetta regola d’oro [v. 31]» (Carlo Ghidelli).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,27-38
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
 
Parola del Signore
 
Amate i vostri nemici - Non sempre l’amore ha animato le relazioni tra gli uomini. Raramente anche in Israele. Nell’Antico Testamento, incalzante è il monito rivolto agli Israeliti ad amare tutti, anche i forestieri: «Amerai [il forestiero] come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lev 19,34). Un tesoro sciupato perché, il più delle volte, rimase incastonato solamente nella dorata cornice liturgica: un memoriale perché ogni generazione ricordasse il peccato del popolo, la sua dura schiavitù in terra straniera e la liberazione potente operata da Dio misericordioso.
A dilapidare questo tesoro ci pensò poi la tradizione umana che con il tempo aveva preso il sopravvento sulla legge di Dio (Mt 15,1-9).
Gesù, Parola del Padre, viene a purificare il fondo del cuore dell’uomo liberandolo dall’odio, dalla grettezza della mente, dall’usura, dal giudizio temerario, dalla incapacità del perdono.
Opere della carne (Gal 5,19-21: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere) alle quali Gesù contrappone le opere dell’amore e che troviamo codificate nell’insegnamento paolino come opere dello Spirito: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22).
Questa liberazione dall’egoismo e dalla grettezza della carne operata dal Verbo è piena risposta all’angosciante grido di Paolo: «Chi potrà liberarmi da questo corpo votato alla morte?» (Rom 7,24).
Tutto è grazia, ma anche fatica e sollecita risposta umana. È perentorio corrispondere al dono di Dio.
Nel brano evangelico, Gesù indica esplicitamente due strade per arrivare a questa liberazione. Innanzi tutto, guardare al Padre, - Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre -; guardare a Lui, fissare gli occhi sul suo cuore: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Poi, offrire il proprio corpo marcio alla incisione del divino chirurgo perché il pietoso medico possa incidere la carne in putrefazione e fare scaturire il pus che avvelena il cuore e la mente dell’uomo.
Perché nulla resti nel campo della teoria, Gesù chiede praticamente che l’uomo, vincendo se stesso, ami i suoi nemici; domanda di fare del bene e prestare senza sperare nulla in contraccambio; di essere misericordioso, di non giudicare, di non condannare, di perdonare, di dare abbondantemente: proposte tutte terribilmente concrete, opere che attraversano il quotidiano dell’uomo: «Vicino a te è la parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo» (Rom 10,8).
Cristo non chiede cose spirituali o straordinarie, come la penitenza o la mortificazione, ma atteggiamenti concreti: la capacità nobile di relazionarsi con il prossimo; una vittoria totale sull’io e, infine, aprire il cuore, la mente, l’anima alla potente, vivificante azione dello Spirito Santo.
In tal modo, Luca, con questa impareggiabile pagina, educa i missionari di tutti i tempi: coloro che portano la Parola non stiano a fantasticare, ma annuncino la vera, Buona Notizia che vuole sanare globalmente l’uomo: il Vangelo che promette il Paradiso e la beatitudine della pace già in questa terra, pace con se stessi, pace con il mondo circostante, pace con Dio (Lc 1,79; 2,14).
Il servo della Parola, colui che è mandato ad annunciare la Parola di Dio sino agli estremi confini della terra, se vuole assolvere fedelmente il suo mandato deve essere un uomo riconciliato con se stesso, con i fratelli e con Dio. E la riconciliazione ha unicamente il fragrante sapore dell’amore.
Per approfondire
 
P. Rosario Messina: Dio Padre, paziente e misericordioso. È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza. Infatti in una preghiera liturgica la Chiesa ci fa pregare: “O Dio che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”. Dio infatti sarà per sempre nella storia dell’umanità come Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso “Paziente e Misericordioso” è il binomio che ricorre spesso sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento per descrivere la natura di Dio.
Nel Salmo 103,3-4 è scritto:” Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia”. Nel Salmo 146,7-9: “Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite …  Il Signore sostiene i poveri, ma sconvolge le vie dei malvagi”. Inoltre il ritornello: “Eterna è la sua misericordia” viene ripetuto ad ogni versetto del Salmo 136, mentre si narra la storia della rivelazione di Dio. Dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”(Es.34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina.
Gesù Cristo, volto della misericordia del Padre. Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua persona ci ha rivelato la misericordia di Dio. La missione che ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. “Dio è amore” (1Gv 4,8-16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Gesù, dinanzi alle moltitudini di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite, smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt.9,36). In forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt.14,14), e con pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt.15,37). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affidò questa missione: “Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te” (Mc 5,19). Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù ha rivelato la natura di Dio come quella di un Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quella della pecora smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che riempie il cuore di amore e che consola con il perdono. Ma da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano. Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt.18,22). E questo per imitare il Padre che ci perdona sempre; infatti Gesù conclude, riferendosi al credente che non è disposto a perdonare: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”(Mt 18,35).
 
Papa Francesco (Udienza Generale 21 Settembre 2016): Ci domandiamo: Che cosa significa per i discepoli essere misericordiosi? Viene spiegato da Gesù con due verbi: «perdonare» (v. 37) e «donare» (v. 38).
La misericordia si esprime, anzitutto, nel perdono: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (v. 37). Gesù non intende sovvertire il corso della giustizia umana, tuttavia ricorda ai discepoli che per avere rapporti fraterni bisogna sospendere i giudizi e le condanne. È il perdono infatti il pilastro che regge la vita della comunità cristiana, perché in esso si mostra la gratuità dell’amore con cui Dio ci ha amati per primo. Il cristiano deve perdonare! Ma perché? Perché è stato perdonato. Tutti noi che stiamo qui, oggi, in piazza, siamo stati perdonati. Nessuno di noi, nella propria vita, non ha avuto bisogno del perdono di Dio. E perché noi siamo stati perdonati, dobbiamo perdonare. Lo recitiamo tutti i giorni nel Padre Nostro: “Perdona i nostri peccati; perdona i nostri debiti come noi li perdoniamo ai nostri debitori”. Cioè perdonare le offese, perdonare tante cose, perché noi siamo stati perdonati da tante offese, da tanti peccati. E così è facile perdonare: se Di ha perdonato me, perché non devo perdonare gli altri? Sono più grande di Dio? Questo pilastro del perdono ci mostra la gratuità dell’amore di Dio, che ci ha amato per primi. Giudicare e condannare il fratello che pecca è sbagliato. Non perché non si voglia riconoscere il peccato, ma perché condannare il peccatore spezza il legame di fraternità con lui e disprezza la misericordia di Dio, che invece non vuole rinunciare a nessuno dei suoi figli. Non abbiamo il potere di condannare il nostro fratello che sbaglia, non siamo al di sopra di lui: abbiamo piuttosto il dovere di recuperarlo alla dignità di figlio del Padre e di accompagnarlo nel suo cammino di conversione.
Alla sua Chiesa, a noi, Gesù indica anche un secondo pilastro: “donare”. Perdonare è il primo pilastro; donare è il secondo pilastro. «Date e vi sarà dato […] con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (v. 38). Dio dona ben al di là dei nostri meriti, ma sarà ancora più generoso con quanti qui in terra saranno stati generosi. Gesù non dice cosa avverrà a coloro che non donano, ma l’immagine della “misura” costituisce un ammonimento: con la misura dell’amore che diamo, siamo noi stessi a decidere come saremo giudicati, come saremo amati. Se guardiamo bene, c’è una logica coerente: nella misura in cui si riceve da Dio, si dona al fratello, e nella misura in cui si dona al fratello, si riceve da Dio!
L’amore misericordioso è perciò l’unica via da percorrere. Quanto bisogno abbiamo tutti di essere un po’ più misericordiosi, di non sparlare degli altri, di non giudicare, di non “spiumare” gli altri con le critiche, con le invidie, con le gelosie. Dobbiamo perdonare, essere misericordiosi, vivere la nostra vita nell’amore. Questo amore permette ai discepoli di Gesù di non perdere l’identità ricevuta da Lui, e di riconoscersi come figli dello stesso Padre. Nell’amore che essi praticano nella vita si riverbera così quella Misericordia che non avrà mai fine (cfr 1 Cor 13,1-12). Ma non dimenticatevi di questo: misericordia e dono; perdono e dono. Così il cuore si allarga, si allarga nell’amore. Invece l’egoismo, la rabbia, fanno il cuore piccolo, che si indurisce come una pietra. Cosa preferite voi? Un cuore di pietra o un cuore pieno di amore? Se preferite un cuore pieno di amore, siate misericordiosi!
 
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo: “La misura di cui si parla in questo passo del Vangelo è il corpo di gloria, che ha quattro qualità: luminosità, immaterialità, sottigliezza e incorruttibilità; esso infatti è più luminoso del sole, più immateriale del vento, più sottile delle scintille e non può essere corrotto da lesione alcuna. Il Signore assunse la luminosità sul monte Tabor; l’immaterialità cam minando sul mare; la sottigliezza quando se ne andò passando in mezzo agli Apostoli; l’incorruttibilità quando era assunto dai discepoli sotto la specie del pane, senza patire tuttavia alcunché di male. Altra spiegazione: vi sarà versata una misura buona: gioia senza dolore; pigiata: pienezza senza vacuità; scossa: saldezza senza dissoluzione (ciò che si scuote diventa solido); traboccante: amore senza simulazione (uno godrà del premio dell’altro e così l’amore sovrabbonderà). Il seno in cui sarà data questa misura rappresenta la quiete e la gloria della Vita eterna” (Antonio da Padova Sermones IV domenica dopo Pentecoste).
 
Testimoni di Cristo -  San Nicola da Tolentino: Nacque nel 1245 a Castel Sant’Angelo in Pontano nella diocesi di Fermo. A 14 anni entrò fra gli eremitani di sant’Agostino di Castel Sant’Angelo come oblato, cioè ancora senza obblighi e voti. Più tardi entrò nell’ordine e nel 1274 venne ordinato sacerdote a Cingoli. La comunità agostiniana di Tolentino diventò la sua «casa madre» e suo campo di lavoro il territorio marchigiano con i vari conventi dell’Ordine, che lo accoglievano nell’itinerario di predicatore. Dedicava buona parte della sua giornata a lunghe preghiere e digiuni. Un asceta che diffondeva sorriso, un penitente che metteva allegria. Lo sentivano predicare, lo ascoltavano in confessione o negli incontri occasionali, ed era sempre così: veniva da otto-dieci ore di preghiera, dal digiuno a pane e acqua, ma aveva parole che spargevano sorriso. Molti venivano da lontano a confessargli ogni sorta di misfatti, e andavano via arricchiti dalla sua fiducia gioiosa. Sempre accompagnato da voci di miracoli, nel 1275 si stabilì a Tolentino dove resterà fino alla morte il 10 settembre 1305. (Avvenire)
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 9 Settembre 2026
 
Mercoledì XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 7,25-31; Salmo Responsoriale Dal Salmo 44 (45); Lc 6,20-26
 
 
Pedro Claver Corberó, nato a Verdù, in Catalogna (Spagna), il 25 giugno 1581, non proveniva da una famiglia nobile. Fece il noviziato a Tarragona, gli studi filosofici a Palma di Maiorca e iniziò quelli teologici a Barcellona. Non li aveva ancora terminati, quando venne destinato alla missione di Nuova Granada, come allora veniva chiamata l’attuale Colombia.
Il giovane sbarcò a Cartagena nel 1610 e venne ordinato sacerdote nel 1616, nella missione dove per 44 anni operò tra gli schiavi afroamericani, in un periodo in cui ferveva la tratta.
Educato alla scuola del missionario Alfonso de Sandoval, con un voto, Pietro si rese schiavo dei negri per sempre, “Aethiopum semper servus”, giacché all’epoca tutti i neri venivano chiamati etiopi. Le coste dove a migliaia venivano riversate persone, strappate senza alcun riguardo alla propria vita e alla propria terra, divennero per il giovane gesuita campo di apostolato.
Ogni mese, quando veniva segnalato l’arrivo di nuovi schiavi, stipati nelle navi, Pietro Claver usciva in mare con il suo battello per incontrarli, portando loro cibo, soccorso e conforto. Svegliava in ciascuno il senso della propria dignità umana, portava alla fede i non battezzati, elevava tutti alla conoscenza e alla pratica delle virtù evangeliche. Curava le loro ferite, per sfamarli e vestirli chiedeva l’elemosina a tutte le porte, per istruirli aveva appreso la lingua degli angolani e per le altre si era equipaggiato con un gruppo di 18 interpreti.
Per la sua opera instancabile, fu accusato di incauto zelo e di avere profanato i sacramenti, dandoli a creature che “a malapena possedevano un’anima”.
Nel 1650 si ammalò di peste: sopravvisse, ma per il resto della vita non poté più lavorare. Gli ultimi quattro anni della sua esistenza terrena, egli li trascorse immobilizzato nell’infermeria del convento. L’uomo che era stato l’anima della città, padre dei poveri e consolatore di tante sventure, venne completamente dimenticato da tutti, trascorrendo il tempo nella preghiera. Pietro Claver si spense l’8 settembre 1654.
Fu innalzato agli onori degli altari il 16 luglio 1850 dal beato Pio IX e canonizzato il 15 gennaio 1888 da Leone XIII, insieme con Alfonso Rodriguez. Il 7 luglio 1896 fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: In 1 Corinzi 7,25-31, l'apostolo Paolo consiglia di mantenere la propria condizione di vita a causa delle “presenti difficoltà” e perché “il tempo si è fatto breve”, invitando a vivere le realtà terrene con il giusto distacco in vista del ritorno di Cristo.
Il valore relativo delle cose terrene - Il consiglio sulla condizione: Paolo chiarisce di non avere un comando diretto da parte del Signore sul tema delle vergini, ma offre il suo parere di uomo che gode di misericordia e fiducia. Suggerisce che, viste le difficoltà del momento (l'imminente avversità), conviene rimanere nello stato in cui ci si trova, sia esso legato a una donna o liberi.
Matrimonio e libertà: Sposarsi non rappresenta un peccato, ma comporta inevitabili tribolazioni materiali che Paolo vorrebbe evitare ai credenti.
La prospettiva escatologica: Il fulcro del brano è l'affermazione “il tempo si è fatto breve”. Paolo usa paradossi forti (chi ha moglie viva come se non l'avesse, chi piange come se non piangesse) per spiegare che nulla al mondo - gioie, dolori o beni materiali - deve essere assolutizzato. Tutto va vissuto nella consapevolezza della fugacità del mondo presente e in attesa del Signore.
 
Vangelo
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.
 
Luca riporta quattro beatitudini e le fa seguire da quattro maledizioni antitetiche, contrapposte alle beatitudini. A differenza di Matteo, Luca rifugge dal dare alle beatitudini una connotazione spirituale. Essendo il premio fissato nella vita ultraterrena, l’uomo deve stare sempre saldo nella fede confidando nella promessa di Dio, come Abramo, il quale «credette, stando saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rom 4,18).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,20-26
 
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
 
Parola del Signore.
 
Beati - La pericope lucana delle Beatitudini è presente anche nel vangelo di Matteo (Cf. 5,1-12), ma con nette divergenze.
Luca, a differenza di Matteo, fa scendere Gesù in un luogo pianeggiante, una possibile allusione alla discesa di Mosè dal monte Sinai per comunicare al popolo d’Israele la parola di Dio (Cf. Es 19; 32; 34).
Mentre in Matteo (Cf. 5,1) Gesù rivolge il discorso alla folla, in Luca lo indirizza ai discepoli, a quanti cioè hanno già fatto una scelta, ponendosi alla sua sequela. Si doveva «trattare di credenti che vivevano in situazioni di povertà materiale e di oppressione, come testimoniano le maledizioni rivolte agli oppressori. Ebbene Luca dice: proprio loro si devono considerare beati e felici» (G. BE).
Inoltre, il testo lucano contiene quattro beatitudini, a differenza delle otto riportate da Matteo, e quattro guai. Questa opposizione, beati-guai, che ricorda le due vie «Vita e bene, morte e male» (Cf. Dt 30,15-20), mette il discepolo di fronte a una radicale scelta a cui seguono precise conseguenze: o la benedizione o la maledizione (Cf. Mt 12,30).
La concisione della pericope può attestare che probabilmente Luca, a differenza di Matteo, descrive l’insegnamento di Gesù in una forma che verosimilmente è molto più vicina allo stile del Maestro.
Anche per quanto riguarda il messaggio i due evangelisti si diversificano. Mentre Matteo «compone le beatitudini in vista soprattutto di una catechesi che vuole descrivere le condizioni etiche per entrare nel regno dei cieli, Luca considera piuttosto la situazione del mondo nel quale la Chiesa si trova a vivere: il punto di vista sociale sta per Luca in primo piano [Cf. beati voi poveri]. Anche l’opposizione tra adesso dei vv. 21 e 25, che indica appunto un’epoca storica ben determinata, e in quel giorno del v. 23, oltre ai futuri, è degna di essere sottolineata: essa infatti mette in grande rilievo il carattere messianico ed escatologico delle beatitudini-maledizioni per Luca» (Carlo Ghidelli).
Le beatitudini lucane sono simmetriche alle condanne o guai: da una parte i poveri, dall’altra i ricchi; da una parte quelli che piangono, dall’altra i gaudenti, ecc. I poveri, a cui allude Luca, sono coloro ai quali è destinata la buona novella della liberazione, dell’anno di grazia, del perdono (Cf. Is 61,1; Lc 4,14ss). Essi, insieme agli storpi, agli zoppi, ai ciechi, ecc., sono i veri privilegiati di Dio.
Il povero «è caratterizzato non solo da uno stato d’indigenza o di afflizione ma soprattutto dall’umile consapevolezza di poter confidare in Dio, da una insoddisfazione nei confronti dei beni del mondo, dalla tristezza a causa delle miserie proprie e degli uomini, per cui orienta tutte le sue attese verso Dio. In questo senso i poveri si oppongono ai sazi, a coloro che si sentono contenti di se stessi, autosufficienti e paghi dei loro attuali godimenti» (P. Rosario Scognamiglio).
I guai rivolti ai ricchi non devono fare pensare a una condanna tout court della ricchezza. Per il mondo biblico, la ricchezza è semplicemente un dono di Dio (Cf. Gn 31,5-9; Dt 28,3-7) e nella letteratu­ra sapienziale a volte è lodata. Infatti, grandi sono i vantaggi che la ricchezza porta con sé: amicizie (Pro 14,20; 19,4), onore (Sir 10,30), pace (Sir 44,6), una vita beata e piena di sicurezza (Pro 10,5; 18,11.16; Sir 31,8.11), possibilità di praticare l’elemosina (Tb 12,8). Le condanne sono rivolte ai ricchi avari, rapaci e senza scrupoli nei loro affari.
La condanna è per chi idolatra la ricchezza ponendola al posto di Dio. E in questo senso, va compreso l’insegnamento di Paolo: «... Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tm 6,10).
Nelle parole di Gesù si viene ad evidenziare così un conflitto tra il discepolo, il credente, il quale pone la sua fiducia unicamente in Dio, e l’empio, il miscredente, colui che ha posto la speranza nei beni caduchi e transitori, come il denaro, il piacere. Nelle Beatitudini, ancora una volta, emerge il modo di agire di Dio che stride formalmente e sostanzialmente con l’agire del mondo: l’uomo è beato non a motivo di una felice sorte, ma a motivo di una cattiva sorte quale la povertà, la persecuzione, il dolore.
Ma tutto sopportato per Cristo e il suo regno, altrimenti si scivolerebbe in un dolorismo inutile.
 
Per approfondire
 
Gesù e i poveri - Roberto Tufariello (Povero in Schede Bibliche Pastorali, Vol VI): Spesso il Vangelo ci mostra i poveri attorno a Gesù. Si tratta di mendicanti, di infermi, di vedove... che si rivolgono a lui. A loro riguardo, Gesù in primo luogo ha ripreso l’insegnamento tradizionale sul dovere di assistenza ai poveri. Egli stesso pratica l’elemosina (Gv 13,29) e vede in essa un’opera tipica della «giustizia» (Mt 6,1-4); la loda nella povera vedova del tempio (Mc 12,41-44) e in Zaccheo (Lc19,8-9); la raccomanda ai suoi discepoli (Mc 10,21; Lc 11,41; 12,33; 16,9; Cf. 14,13.21).
Al di là del dovere di assistenza, Gesù ha dato alla povertà effettiva un altro valore. Sapendo che ci saranno sempre dei poveri sulla terra (Mc 14,7; Mt 26,11; Cf. Dt 15,11), ha insegnato a vedere in essi un sacramento della propria presenza: attraverso i diversi volti della povertà, noi giungiamo misteriosamente a lui. Nell’evocazione dell’ultimo giudizio, ha anticipato ciò che sarà detto a ognuno di noi, in base al comportamento che avremo tenuto nei riguardi dei poveri: ciò che avremo fatto a un piccolo, a un bisognoso, lo avremo fatto a lui (Mt 25,34-40).
Questo testo indica la grande dignità dei poveri, destinati ad essere un segno perenne della presenza del Signore, il quale nell’incarnazione, nella vita pubblica, nella passione ha voluto assumere la povertà, la sofferenza e l’insuccesso per dare loro un senso nuovo.
La beatitudine dei poveri - Abbiamo due versioni di questa beatitudine, ambientata nel discorso del monte: quella lucana, caratterizzata dal discorso diretto e dalla menzione dei poveri senza alcuna aggiunta: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20).
In altre parole: mi congratulo con voi che versate in situazione obiettiva di disagio, miseria, oppressione, distretta, perché Dio sta per diventare re, difensore e protettore vostro. Si tratta di una proclamazione messianica di gioia, per l’imminente intervento regale e liberatore di Dio.
La versione di Matteo invece si caratterizza per il discorso in terza persona e soprattutto per la precisazione dei destinatari: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). La beatitudine viene così spiritualizzata: beneficiari sono quanti realizzano la virtù della povertà spirituale, cioè dell’umiltà: essere curvi da­vanti a Dio. A loro è promesso l’ingresso nel regno finale di Dio.
La dimensione messianica della beatitu­dine dei poveri, presente a livello di Gesù di Nazaret, emerge di nuovo nel detto testi­moniato da Mt 11,6 e Lc 7,23, in cui rispondendo alla delegazione del Battista, Gesù rimanda ai segni da lui compiuti, segni messianici preannunciati da Isaia: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano; il tutto sintetizzato nel lieto annuncio proclamato ai poveri: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5; Lc 1,11). Il Vangelo (euaggelizesthai) proclamato da Gesù ha quali destinatari e beneficiari i poveri, intesi come persone bisognose, che l’intervento di grazia di Dio, mediato da Gesù, toglie dal bisogno e dalla miseria, in concreto dalla cecità, dall’essere storpio, dalla lebbra, dalla sordità, dalla morte.
Analogo è il pronunciamento profetico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il brano isaiano: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’un­zione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19), afferma: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21).
In breve, il messaggio di gioia proclamato ai poveri non consiste in una parola consolatoria, destinata a rafforzare la rassegnazione, ma in un’azione efficace di liberazione e di giustizia resa a coloro che giustizia non hanno.
 
La cupidigia di ricchezze è insaziabile - Basilio di Cesarea, Adversus divites, 5: Tu chiami te stesso povero, ed io son d’accordo. Povero infatti, è colui che ha bisogno di molte cose. Tuttavia, non è altro che l’insaziabile cupidigia a rendervi tali. A dieci talenti cerchi di aggiungerne altri dieci; diventati venti, ne vuoi altrettanti e ciò che tu ammassi, lungi dal calmare il tuo appetito, lo stimola ancor di più. Infatti, come per gli ubriaconi il continuare a ingerire vino costituisce uno stimolo al bere, parimenti le persone che si arricchiscono, dopo aver messo insieme delle ricchezze, ne desiderano ardentemente delle altre ancora, in tal modo, continuando sempre a nutrirsi, aggravano la loro malattia ed il loro desiderio ottiene l’effetto contrario a quello auspicato. Le ricchezze materiali, infatti, anche quando siano abbondanti, non rallegrano tanto i loro detentori quanto invece li rattristano le cose di cui son privi, quelle, cioè, di cui essi ritengono di avere bisogno. Così il loro animo è costantemente tormentato dalle preoccupazioni, poiché si danno da fare per raccogliere profitti sempre maggiori.
E al posto di essere lieti e di pensare che sono meglio piazzati rispetto a molti altri, sono abbattuti e tristi poiché sono messi in ombra da questa o da quest’altra persona più ricca. Una volta però che abbiano raggiunto anche quest’ultima, subito si dan da fare per diventare pari ad un’altra più ricca ancora salvo poi, eguagliata questa, puntare su di un’altra la loro cupidigia. Come coloro che salgono delle scale, con il piede sempre proteso verso il gradino superiore, non trovano pace prima di aver guadagnato la cima; similmente anche costoro non cessano di aspirare alla potenza, fino a quando, pervenuti alla vetta, non precipitino con una lunga caduta.
A beneficio degli uomini il Creatore di tutte le cose stabilì che l’uccello seleucide fosse insaziabile; tu, invece, è a danno di molti che hai reso insaziabile l’anima tua. Tutto ciò che l’occhio vede, l’avaro lo desidera grandemente. “L’occhio non si sazierà di vedere” (Qo 1,8), né l’avaro si sazierà di arraffare. L’inferno non ha mai detto: Basta; e l’avaro neppure ha mai detto: Basta (cf. Pr 27,20; 30,16). Quando dunque potrai servirti delle ricchezze presenti? Quando potrai goderne tu, che sempre ti affanni a procurartene ancora? “Guai a coloro che uniscono casa a casa e congiungono campo a campo, togliendo qualcosa al vicino” (Is 5,8). E tu cosa fai?
 
Testimoni di Cristo - San Pietro Claver, Sacerdote: Nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Tra il 1605 e il 1608 studia filosofia a Palma di Maiorca e viene ordinato sacerdote a Cartagena nel 1616 e, diventato missionario, presta le sue cure pastorali agli schiavi neri, deportati dall’Africa. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere «sempre schiavo degli Etiopi» (all’epoca si chiamavano «etiopi» tutti i neri) e per comprendere i loro problemi impara anche la lingua dell’Angola. Ammalatosi di peste, sopporta perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che è un nero. Morto a 74 anni e canonizzato nel 1888 insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico, è stato proclamato patrono delle missioni per i neri da Papa Leone XIII. (Avvenire)
 
Giovanni Paolo II (Messaggio 26 Giugno 1980): A voi, cari fratelli di Cartagena e della Colombia intera, che avete la fortuna di poterlo considerare specialmente vostro, serva di conforto e guida, d’ispirazione nella vita personale, professionale e sociale.
Voglio inoltre segnalare un altro aspetto particolarmente significativo della sua vita; egli è l’uomo dell’offerta totale di sé in una vocazione sacerdotale per gli altri. Infatti, di fronte alle necessità pressanti che scopre intorno a sé, egli non si risparmia, ma si offre interamente a tutti per tentare di alleviarli e liberarli dalla loro oppressione e per dare loro la dimensione completa della loro esistenza.
Vedendo i risultati stupendi conseguiti, con frutti che solo un amore illimitato e saldamente fondato in Dio è capace di raggiungere, ci accorgiamo che siamo di fronte ad una vita feconda, degna di essere imitata.
Vi propongo dunque questo esempio di uomo e di religioso sacerdote, affinché serva di modello a coloro che non si accontentano di piccoli ideali e vogliono realizzarsi in una generosa consegna agli altri. Voglia il cielo che, come frutto particolare di questo centenario, l’esempio di San Pedro Claver fosse seguito da numerosi giovani, disposti a consacrarsi a Dio e ai fratelli con una vocazione di consegna totale.
 
-> O Dio, che hai reso san Pietro [Claver] servo degli ultimi
donandogli costanza e carità ammirevoli
nel dare loro soccorso,
concedi anche a noi, per sua intercessione,
che, cercando fedelmente Cristo Signore,
amiamo i fratelli con le opere e nella verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 8 Settembre 2026
 
 Natività Beata Vergine Maria
 
Mi 5,1-4a oppure Rm 8,28-30; Salmo Responsoriale Dal Salmo 12 [13]; Mt 1,1-16.18-23
 
Natività della Beata Vergine Maria - La  Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi):  Gli inizi della festa della Natività di Maria occorre cercarli nella Chiesa di Gerusalemme. Gli apocrifi presentavano diversi particolari dall’infanzia di Maria, collocando il luogo della sua nascita presso il tempio di Gerusalemme. Già dal V secolo, i pellegrini che giungevano alla Città Santa visitavano la chiesa della Beatissima Vergine «nel luogo della sua natività». Sembra che agli inizi di questa festa stia la solennità della dedicazione di quella basilica. È l’attuale basilica di sant’Anna, dove fino ad oggi è venerata la figurina di Maria come piccola bambina. Da Gerusalemme, la festa passa a Costantinopoli. In Occidente, la incontriamo per la prima volta nel calendario di Sonnanzio, vescovo di Reims (614-631). Durante il pontificato di papa Sergio (687-701), la festa assume a Roma una grande importanza e viene annoverata tra le quattro Solennità mariane, che furono dotate di processioni. Nel Medioevo, la festa avrà la sua ottava e la sua vigilia.
La Chiesa celebra oggi la Natività di Maria, alla quale elargisce molti e grandi titoli. Lei è la Santa Madre di Dio, Madre della divina grazia, Madre ammirabile, Sede della Sapienza, Tempio dello Spirito Santo, Arca dell’alleanza e Porta del Cielo, Regina degli angeli e Regina di tutti i santi. Maria è Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Ecco perché la Chiesa, che celebra la nascita dei santi al cielo, cioè il giorno della loro morte, per Maria fa eccezione. La sua venuta al mondo divenne la speranza e l’aurora della salvezza per tutto il genere umano. Da lei, il Figlio di Dio prenderà la natura umana; da lei sorgerà il Sole di Giustizia Cristo nostro Dio. La nascita di Maria ha avvicinato la salvezza del mondo. La vita della Chiesa è concentrata nel mistero di Cristo; Cristo per la Chiesa è tutto; ed è per questo che la Chiesa non si accontenta di celebrare la nascita del Sole; essa veglia già quando appare l’aurora.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: Il brano di Michea (Mi 5,1-4a  è una celebre profezia messianica che annuncia la nascita di un nuovo e autentico sovrano a Betlemme, contrapposto ai potenti ingiusti del tempo.
Il Contesto Storico - La situazione politica e sociale di Israele è segnata da violenza e ingiustizia a causa del malgoverno dei capi. Il profeta Michea apre alla speranza annunciando una svolta che non viene dalle logiche del potere umano.
La piccolezza: Betlemme è definita la più piccola tra i villaggi di Giuda.
Dio sceglie ciò che è insignificante per compiere i suoi grandi progetti, ribaltando i criteri del mondo.
Le origini del nuovo capo risalgono all'antichità, ma la sua venuta è concreta e radicata nella storia.
Il nuovo sovrano pascolerà il gregge con la forza e la maestà del nome del Signore.
Il suo compito è proteggere e guidare il popolo, permettendogli di abitare nella sicurezza.
Il versetto culmina con una promessa radicale: “Egli stesso sarà la pace!”
 
Vangelo
Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.
 
Bibbia di Gerusalemme: La genealogia di Matteo, pur mettendo in rilievo influenze straniere da parte delle donne (vv 3.5.6), si restringe all’ascendenza israelitica del Cristo e mira a ricollegarlo ai principali depositari delle promesse messianiche, Abramo e Davide, e ai discendenti regali di quest’ultimo (2Sam 7,1+, Is 7,14+).
La genealogia di Luca, più universalistica, risale ad Adamo, capo di tutta l’umanità. Da Davide a Giuseppe, le due liste hanno in comune solo due nomi. Questa divergenza si può spiegare, sia con il fatto che Matteo ha preferito la successione dinastica alla discendenza naturale, sia con l’equivalenza posta tra la discendenza legale (legge del levirato, Dt 25,5+) e la discendenza naturale. Il carattere sistematico della genealogia è d’altronde sottolineato in Matteo, con la ripartizione degli antenati di Gesù in tre serie di 7+7 generazioni (cf. Mt 6,9+); ciò obbliga a omettere tre re fra Ioram e Ozia, e a contare Ieconia (vv 11-12) per due (dato che lo stesso nome greco può tradurre i due nomi ebraici affini di Ioiakim e Ioiachin). Le due liste terminano con Giuseppe che è soltanto il padre legale di Gesù: sta il fatto che agli occhi degli antichi la paternità legale (per adozione, levirato, ecc.) bastava a conferire tutti i diritti ereditari: in questo caso, quelli della stirpe davidica.
Ciò non esclude che Maria stessa sia appartenuta a questa stirpe, sebbene gli evangelisti non lo dicano.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 1,1-16.18-23
 
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.
 
Parola del Signore
 
La triplice serie di 14 nomi - Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù): Matteo desume i nomi della genealogia fino alla deportazione babilonese dalle genealogie dei Patriarchi e dinasti davidici contenuti nell’Antico Testamento; dopo il ritorno, li desunse parte dalle Cronache e parte dai cataloghi in possesso di ogni famiglia ebrea e conservati, oltre che a memoria, anche in registri familiari fin dall’epoca di Esdra. Matteo riporta tre serie intenzionali (cf. v. 17) di 14 nomi. La prima serie la trovò tale e quale nei testi biblici sopra citati (anche se doveva essere già in essi incompleta con l’omissione di anelli intermedi); la seconda e la terza serie si rivelano invece artificiali e ricercate ad opera dell’evangelista. Così, per esempio, Matteo omette nella seconda serie tre re tra Ioram e Ozia, contenuti invece nei cataloghi regali di 1Cronache 3,10-15 e sembra fondere insieme in Ieconia sia Ioachim che il figlio Ioachin. Matteo deve essere stato spinto a creare tale schema da motivi simmetrici e numerici, ma ancora di più da motivi teologici cari al suo ambiente e che noi possiamo solo indovinare tra i tre seguenti, tutti bene intonati nel contesto:
- Il numero 14 è il doppio di 7 - numero che significava perfezione - e quindi nella genealogia di Gesù si ha la perfezione raddoppiata sommata tre volte; - Il numero 14 è soprattutto la somma delle consonanti ebraiche del nome Davide (Dwd = 4 + 6+4): perciò Gesù era talmente davidico che perfino il numero rappresentato dal suo nome ricorreva tre volte nella sua genealogia;
- oppure Matteo potrebbe aver avuto presente il seguente calcolo: venendo alla fine di 6 settimane di generazione (6x7 = 42) Gesù inaugura l’inizio dell’ultima settimana del giubileo biblico, quella della pienezza dei tempi (24). In tutto questo certamente Matteo segue i gusti dei suoi contemporanei: il simbolismo dei numeri era infatti allora molto in uso ed era amato dagli ebrei. Il quattordicesimo personaggio della terza serie è Gesù: per raggiungere il 14 bisogna contare, oltre Giuseppe, anche Maria: cosa insolita in una genealogia ebraica, dove si computava solo il padre e non la madre; ma qui è intenzionale, dato il caso straordinario della nascita verginale di Gesù da Maria ad opera dello Spirito Santo.
 
Per approfondire
 
Giuseppe pensò di ripudiare Maria in segreto - Giuseppe nel racconto di Matteo della nascita di Gesù è il personaggio centrale, mentre nel racconto di Luca è Maria.
Giuseppe... poiché era uomo giusto... pensò di ripudiarla in segreto. Avendo notato nella promessa sposa i segni evidenti della maternità, decide di licenziarla. La decisione è motivata dal fatto che nella società ebraica «i fidanzamenti giudaici comportavano un impegno così reale che il fidanzato era già chiamato “marito” e poteva disimpegnarsi solo per mezzo di un “ripudio formale”» (Bibbia di Gerusalemme). E poiché il ripudio legale avrebbe esposto inevitabilmente Maria a pubblica diffamazione decide di licenziarla in segreto.
Maria potrebbe rivelare al suo sposo i mirabili misteri che avvenivano in Lei, ma non lo fa. Forse per pudore, ma ancora meglio per la sua umiltà. Ella infatti si ritiene, nei confronti di Dio, di essere la sua serva (Lc 1,38.48). Non può, né desidera, perciò, prevenire la volontà del suo ‘Padrone celeste’, ma lascia che Dio stesso scelga il tempo e il modo più idoneo per rivelare la sua opera agli uomini.
Giuseppe, poiché è uomo giusto, (questo significa che era abituato a scandagliare la volontà di Dio accettandola come norma di vita), certamente comprende subito di trovarsi davanti a un grande mistero. Per questo ritiene opportuno non dare alcun giudizio sulla sua promessa sposa di cui indubbiamente conosceva anche le preclari virtù.
La giustizia «di Giuseppe consiste nel fatto che egli non vuole coprire con il suo nome un bambino di cui ignora il padre, ma anche nel fatto che, per compassione, rifiuta di consegnare Maria alla procedura rigorosa della Legge (Dt 22,20s), la lapidazione» (Bibbia di Gerusalemme). Sarà Dio stesso a dissipare ogni turbamento e dubbio dall’animo di Giuseppe. Mentre questi stava per mettere in atto la sua decisione, Dio gli invia un angelo in sogno che gli rivela tutto il mistero della maternità divina di Maria.
Giuseppe non tarda ad accogliere la volontà di Dio divenendo in questo modo la «figura centrale della realizzazione della nascita “messianico davidica”: è lui il destinatario mediante il “sogno della rivelazione riguardante Gesù e il motivo della sua nascita; è lui l’ultimo della genealogia a dare “origine” giuridica del messia; è lui che, come “giusto” secondo la Legge, vorrebbe osservarla mandando via la sposa, tuttavia accoglie la “parola” di Dio che supera la Legge e la fa “adempiere” “facendo come l’angelo del Signore gli aveva comandato”» (Teodoro Pullez).
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta... Matteo ama fare ricorso alle profezie dell’Antico Testamento (Cf. 1,23; 2,5.15.17.23; 3,3; 4,14; 8,17; 12,17; 13,14.35; 21,4; 26,56; 27,9). Questo è «l’espediente usato dall’evangelista per sottolineare la continuità tra la tradizione biblica e gli avvenimenti della vita di Gesù. L’idea di “adempimento” non deve necessariamente essere presa ad indicare la fine o lo svuotamento della tradizione anticotestamentaria. Per Matteo e la sua comunità la tradizione manteneva tutta la sua importanza e trovava la sua pienezza nella persona di Gesù» (Daniel J. Harrington).
Ecco, la vergine concepirà... L’evangelista Matteo citando Isaia 7,14 (Settanta) usa phartenos (vergine) per tradurre l’ebraico alma (giovane donna). In questo modo mette in evidenza l’antica fede della Chiesa che ha sempre creduto nel concepimento verginale di Gesù: «Giuseppe... prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). Proprio, accogliendo questi testi, la Tradizione cristiana ha sempre professato, con profonda convinzione, la perenne verginità di Maria.
... sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. La traduzione che fa Matteo, nel citare la profezia di Isaia, si discosta dal testo originale. In Matteo c’è un noi, che è riferito alla Chiesa. Il nuovo Israele esprime così la fede e la certezza che Gesù risorto è con lei.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo e prende con sé la sua sposa. In questo gesto umile di profonda obbedienza alla volontà di Dio, brilla l’azione di Dio che travalica i tanti chiaroscuri della fragilità umana.
 
La portata cristologica dell’annunciazione a Maria - Ortensio Da Spinetoli (Annunciazione in Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): La notizia della nascita di Gesù in Matteo (1,18-25) viene data con lo stesso schema delle nascite straordinarie: concezione miracolosa (1,16-18), angoscia di Giuseppe (1,19), intervento soprannaturale, conferma della nascita del figlio (1,21), assegnazione del nome e rivelazione del suo avvenire (1,21). Egualmente tramite apparizioni viene annunciata la fuga in Egitto (2,13-15). Il ritorno e l’insediamento a Nazaret (2,19-23). C’è molta somiglianza, ma forse non perfetta identificazione con l’annuncio.
[...] Al centro dell’annuncio c’è il Messia: la sua persona e la sua missione. In particolare, è messa innanzitutto in rilievo l’origine davidica di Gesù, ossia la sua dignità e sovranità regale. Basti confrontare il testo di Luca con due passi veterotestamentari: Is 9,5-6 e 2Sam 7,13: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc l,32b-33); «Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità...; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno che egli viene a consolidare e rafforzare» (Is 9,5-6); «Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno» (2Sam 7,13).
In realtà il riallaccio di Gesù al casato di David è solo esterno, giuridico più che reale; esso avviene tramite Giuseppe e non la Vergine, la cui discendenza davidica è ignota o almeno non è messa in rilievo dall’evangelista, ma ciò non confonde l’autore.
Gesù non è un, ma il discendente davidico. Iddio ha realizzato in lui quanto i profeti avevano annunciato per «il figlio di David». L’appellativo davidico è per ciò una designazione comune che raccoglie il primo messianismo biblico, dinastico e regale.
Esso si eredita per elezione (divina) e non per successione.
La trascendenza o divinità del Messia sembra annunciata dall’epiteto «figlio di Dio», che l’angelo assegna al fanciullo (1,35). Ma la conclusione non si impone con piena evidenza. Nel suo uso biblico ed extrabiblico, l’appellativo può avere anche un valore metaforico come in 2Sam 7,4 («Tu sarai per me un figlio ed io sarò per te un padre»), Sal 2,7 («Tu sei mio figlio io oggi ti ho generato»), ecc.
L’espressione, più che una naturale discendenza da Dio (idea troppo ardua e troppo estranea alla mentalità ebraica), serviva a indicare la particolare protezione che Dio assicurava ai suoi inviati. Però quando l’evangelista scriveva, il concetto della filiazione divina era già comune.
Una conclusione più assertiva, anche se meno evidente, sulla trascendenza del Messia si può dedurre dall’«adombrazione» annunciata nel terzo momento dall’angelo: «Lo Spirito santo scenderà sopra di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; per questo il bambino che nascerà da te sarà chiamato santo, figlio di Dio» (1,35).
Può sembrare un eufemismo per designare in termini plausibili la concezione verginale; in realtà è un genere letterario biblico ordinato a rievocare o significare la divina presenza in mezzo a Israele (Es 40,34; Nm 19,9; 34,5). La nube, la colonna di fuoco o di fumo erano egualmente i simboli più appropriati della continuata presenza di Jahvé in mezzo al popolo. Non potendo apparire visibilmente, egli attestava la sua presenza (realmente o letterariamente) con l’immagine più immateriale che l’israelita potesse conoscere.
La frase quindi non fa che ripetere, in forza del parallelismo, la precedente: «Lo Spirito santo verrà sopra di te». L’adombrazione designa un intervento personale di Dio nella concezione del bambino, per cui questi sarà chiamato figlio di Dio. Se, invece che sul santuario, la nube si posa sulla persona di Maria, vuol dire che lei ne ha preso il posto. In altre parole, in lei Dio abita come un tempo abitava nel tempio.
 
La nuova Eva - Efrem, Diatessaron, 2, 2 s.: Di fatto, Maria dette i natali senza il concorso di un uomo. Così come all’origine, Eva è nata da Adamo senza che vi sia stato incontro carnale, del pari è successo per Giuseppe e Maria, la Vergine sua sposa. Eva mise al mondo l’assassino Caino, Maria il Vivificatore. Quella mise al mondo colui che sparse il sangue di suo fratello (cf. Gen 4,1-16), questa colui il cui sangue fu sparso dai suoi fratelli. Quella vide colui che tremava e fuggiva a causa della maledizione della terra (cf. Gen 4,10-14); questa colui che, avendo assunto su di sé la maledizione, la inchiodò alla croce (cf. Col 2,14). Il concepimento della Vergine ci insegna che colui che, senza legame di carne, ha messo al mondo Adamo facendolo uscire dalla terra vergine, ha anche formato senza legame di carne il secondo Adamo nel seno della Vergine. Il primo Adamo era ritornato nel seno di sua madre da questo secondo Adamo, che non vi ritornò, colui che era sepolto nel seno di sua madre, ne fu tratto.
Maria cercava di convincere Giuseppe che il suo concepimento era opera dello Spirito, ma egli non le credette, perché era cosa insolita. Al vedere in lei, nonostante la sua gravidanza, un atteggiamento sereno, “egli, nella sua giustizia, non voleva denunciarla pubblicamente” (Mt 1,19); ma non per questo fu maggiormente disponibile ad accettarla, come marito, visto che pensava che si fosse unita ad un altro. Decise perciò «nella sua giustizia», di non prenderla, ma anche di non calunniarla. Così “un angelo gli apparve e gli disse: Giuseppe, figlio di David” (Mt 1,20). Cosa meravigliosa che lo chiami, anche lui, «figlio di David»!, ricordandogli il primo dei suoi antenati, David, al quale Dio aveva promesso che “dai frutti delle sue viscere” (Sal 132,11), avrebbe suscitato il Messia secondo la carne. “Non temere di prendere Maria come tua sposa, perché ciò che è in lei è opera dello Spirito Santo” (Mt 1,20). E se tu dubiti del concepimento senza legami carnali della Vergine, ascolta le parole di Isaia: “Ecco, la vergine concepirà” (Is 7,14). E quelle di Daniele: “La pietra si staccò senza l’aiuto delle mani” (Dn 2,34). Non si tratta di quest’altra parola: “Guardate la montagna e i pozzi” (Is 51,1).
Qui, in effetti, si tratta dell’uomo e della donna; là, invece, è detto: «Senza l’aiuto delle mani». Così come, per Eva, Adamo aveva ricoperto il ruolo di padre e di madre, del pari Maria per Nostro Signore.
 
Il Santo del giorno - Natività della Vergine Maria - Dalla nascita la nostra vita è un progetto di santità: Celebrare la nascita di Maria significa fondamentalmente ricordarci che la nostra vita nasce da un progetto e la cui meta è solo la santità. Realizzare ciò per cui siamo venuti al mondo, e quindi testimoniare la radice della nostra esistenza, significa diventare santi. È questa verità fondamentale che la devozione popolare ha sempre colto nella storia di Maria, il cui cammino è un itinerario di santità, di un’umanità realizzata. Questa ricorrenza, nata in Oriente e introdotta in Occidente nel VII secolo da papa Sergio I, è come l’aurora che preannuncia l’arrivo della luce solare: non a caso, infatti, solo di Maria e di san Giovanni Battista - oltre che di Gesù - si ricorda la nascita. In una sorta di “pedagogia liturgica” radicata nel comune sentire della fede popolare, la festa di oggi ci ricorda che la nostra vita ha un inizio che ci è stato dato in dono e una fine, l’abbraccio nell’amore infinito di Dio, che dobbiamo “conquistare” ogni giorno con le nostre scelte ma soprattutto con il nostro “sì” a Dio sull’esempio di Maria. Anche per questo motivo la ricorrenza odierna viene presa come portale d’introduzione all’anno pastorale: in questo modo si ricorda che l’attività della Chiesa altro non è che frutto dell’impegno a portare Cristo nel mondo ogni giorno. (Matteo Liut)
 
Concedi, o Signore, ai tuoi servi il dono della grazia celeste
e poiché la maternità della beata Vergine
ha segnato l’inizio della salvezza,
la festa della sua nascita accresca in noi la pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.