10 Agosto 2026
 
San Lorenzo, Diacono e Martire
 
2Cor 9,6-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 111 (112); Gv 12,24-26
 
La forza del martirio nasce ...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 11 agosto 2010): Da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr. 2Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Una pedagogia liberatrice non puramente depositaria - José Maria González-Ruiz: La colletta in favore della comunità di Gerusalemme dev’essere portata a termine in un modo profondamente umano, e non secondo freddi canoni burocratici. Perciò Paolo moltiplica le ragioni di buon senso perché le coscienze dei corinzi si destino dal letargo, e trovino buoni motivi per decidersi liberamente a fare qualcosa di quello a cui, in qualche modo, erano obbligati dalla professione della comune fede cristiana.
È curioso osservare quello che dice Paolo: « l’adempimento di questo servizio sacro (“leitourgía”) non viene solo a colmare le necessità dei fedeli, ma moltiplica pure i ringraziamenti a Dio (“eucharistias”) ».
La colletta che già era considerata come una « liturgia» era consegnata nel corso d’una celebrazione liturgica; e per questo, Paolo dice che « moltiplica le eucaristie ».
Questo metodo pastorale ci suggerisce due importanti osservazioni. La prima è che Paolo si serviva di quella che, oggi, chiamiamo « pedagogia problematizzante » o «liberatrice ». Egli non intendeva depositare nelle coscienze dei suoi fedeli una catechesi prefabbricata circa la colletta, ma li aiutava a trovare liberamente buoni motivi per agire in questo senso.
La seconda osservazione si riferisce al fatto indubbio che quel primo schema d’istituzione ecclesiale non metteva di fronte il capo e il « gregge » muto e silenzioso, ma poneva fra il capo e il gregge una lunga e complicata mediazione di piccole « comunità » o « gruppi » che impedivano l’enorme rischio del culto della personalità e della dittatura d’un gruppo burocratico che, con arte magica, mirasse a rappresentare quello che chiamiamo il «popolo di Dio».
Occorre evitare il duplice pericolo: a) d’una Chiesa passiva di fronte a una dittatura burocratica o b) d’una Chiesa distaccata dai suoi pastori; è necessario procurare la mediazione dialettica delle comunità, come spazi di dialogo fra i pastori e i fedeli.
 
Vangelo
Se il chicco di grano muore, produce molto frutto.
 
Marco Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù parlando del «chicco di grano che muore» e del «perdere la propria vita», parla di sé. Il fraseggiare, però, si è fatto parenetico e questo dice che Gesù non perde di vista i suoi discepoli; anzi, li vuole coinvolgere e, parlando di sé nella speranza, descrive anche il loro destino. Gesù sa che senza il sacrificio ogni missione rimane arida. La missione ha lo scopo di chiamare altri alla salvezza, ma suscita contrasti e opposizioni. Solo chi è disposto a perdere la propria vita in questo mondo non rimarrà solo, avrà per sé e per altri la vita eterna. Sono le fondamentali regole di ogni apostolato, di ogni servizio. Come Gesù-Servo si è consegnato quale agnello alla morte, ed è stato glorificato dal Padre, così chi serve e segue fino in fondo Gesù, il Padre lo onorerà. L’ora della glorificazione vale per il discepolo come per Gesù, che d’ora in poi contempleremo nel compimento della sua ora, che materialmente comporta rifiuto, sofferenza, morte. Anche Gesù è uomo e come tale non può non tremare e avere paura. Che fare?
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 12,24-26
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (Vangelo secondo Giovanni): 24 Se il chicco di grano non cade in terra e non muore ...; l’immagine, molto chiara in sé, era assai nota (cf. 1Corinti 15,36-37; 1 Clemente , 24, 4 - 5); la novità della metafora consiste nella diretta applicazione che Cristo fa di essa a se stesso. Senza la morte non si dà né fecondità, né produttività. L’immagine tuttavia intende illustrare due particolari aspetti: il seme morendo produce qualcosa di nuovo e rivela una fecondità meravigliosa; la morte di Gesù è preparazione di una vita meravigliosamente nuova e feconda. Il Maestro enunzia un principio: la vita nuova, cioè la salvezza dell’uomo, è conseguenza del suo sacrificio e della sua morte; l’immagine giovannea del chicco che deve morire si ricollega con l’espressione sinottica: bisogna che Cristo soffra e muoia (cf. Mc 8,31; Lc 17,25; 24,26).
25 Chi ama la propria vita la perde ... ; le proposizioni sono strutturate in forma antitetica (amare - perdere; odiare - conservare); lo stesso principio che vale per Cristo e spiega la sua vita (vers. precedente), vale anche per i suoi discepoli e per la loro esistenza: bisogna esser disposti a sacrificare tutto nella vita terrena per ottenere la vita eterna. Chi odia la propria vita... ; iperbole semitica che significa: non amare. Giovanni dà una formulazione incisiva e generale al detto di Cristo, riferito anche dai sinottici (cf. Mt., 10,39; 16,25; Mc., 8,35; Lc 9,24; 17,33); il principio vale per ogni discepolo di Gesù e per ogni tempo.
26 Chi mi vuol servire mi segua; l’espressione «chi mi vuol servire» designa il discepolo di Cristo, come risulta dai testi paralleli (cf. Mt., 16, 24 e paralleli); il servo e il discepolo si equivalgono. «Mi segua» è una formula compendiosa che significa: mi deve seguire portando la croce, imitando la mia morte. Dove io sono , là sarà anche il mio servo ; Gesù si considera nella sua gloria (cf. 14,3; 17,24); quivi, cioè nella gloria del Padre, egli attende i suoi discepoli («il mio servo»). Se qualcuno mi serve, il Padre lo onorerà ; il discepolo di Cristo sarà glorificato dal Padre, cioè sarà associato alla gloria di Cristo.
 
Per approfondire
 
L’immagine del seme è usata molte volte nelle parabole dei vangeli sinottici, Matteo, Marco e Luca: il seme che cade in diversi terreni (cfr. Mt 12,3-8; Mc 4,3-9; Lc 8,5-8), il grano di senapa (cf Mt 12,31-32; Mc 4,30-32; Lc 13,18-21), il seme che spunta da solo (Mc 4,26-29). Per i tre evangelisti il seme è la parola di Dio oppure il Regno di Dio, ma per il quarto vangelo il seme è Gesù stesso. Con queste parole Gesù illustra la sua drammatica morte e dà inizio all’ora dell’abbandono. Sarà abbandonato dal suo popolo da lui tanto amato e beneficato (cfr. At 10,38); sarà abbandonato alla nequizia dei capi del Sinedrio, ubriachi e travolti da una ferocia bestiale che li rende incapaci di vedere nei segni compiuti da Gesù il dito di Dio (cfr. Lc 11,20). Sarà abbandonato dai suoi discepoli che lo lasceranno solo, immerso in una mortale agonia, a lottare contro il terrore della morte (cfr. Mt 26,36-46). Gesù si sentirà abbandonato anche dal Padre: «Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora?» (Gv 12,27). È l’ora delle tenebre. Il mistero dell’iniquità (cfr. 2Ts 2,7) sembra palesarsi in tutta la sua bruttura. Viscido, come un torrente di liquami, sembra scivolare nelle coscienze degli uomini, violentandole, catturandole, rendendole schiave di progetti infernali: Gesù «intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui [...]. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,27-30). Gesù sa che il Sinedrio ha emesso già una sentenza di morte, ma lui non cessa di amare. Anzi, parla della sua morte come “una necessità”: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E la sua dolorosissima morte porterà molto frutto. Questa è la lezione più bella che viene dall’intero brano evangelico. La sua morte, la sua elevazione sulla Croce, sarà la prova suprema del suo amore e della sua fedeltà al Padre e agli uomini. Egli morirà crocifisso, elevato su una Croce si siederà su un trono di amore e di là, dall’alto della Croce, epifania della misericordia della santissima Trinità, Gesù riaccenderà l’amore là dove era spento e irradierà misericordia, comunione e bontà dove c’era solo odio, inimicizia, peccato e maledizione. Questo il frutto del seme caduto in terra!
 
Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna: Deus caritas est, 6: Come deve essere vissuto l’amore, perché si realizzi pienamente la sua promessa umana e divina? Una prima indicazione importante la possiamo trovare nel Cantico dei Cantici, uno dei libri dell’Antico Testamento ben noto ai mistici. Secondo l’interpretazione oggi prevalente, le poesie contenute in questo libro sono originariamente canti d’amore, forse previsti per una festa di nozze israelitica, nella quale dovevano esaltare l’amore coniugale. In tale contesto è molto istruttivo il fatto che, nel corso del libro, si trovano due parole diverse per indicare l’«amore». Dapprima vi è la parola «dodim» - un plurale che esprime l’amore ancora insicuro, in una situazione di ricerca indeterminata. Questa parola viene poi sostituita dalla parola «ahabà», che nella traduzione greca dell’Antico Testamento è resa col termine di simile suono «agape» che, come abbiamo visto, diventò l’espressione caratteristica per la concezione biblica dell’amore. In opposizione all’amore indeterminato e ancora in ricerca, questo vocabolo esprime l’esperienza dell’amore che diventa ora veramente scoperta dell’altro, superando il carattere egoistico prima chiaramente dominante. Adesso l’amore diventa cura dell’altro e per l’altro. Non cerca più se stesso, l’immersione nell’ebbrezza della felicità; cerca invece il bene dell’amato: diventa rinuncia, è pronto al sacrificio, anzi lo cerca. Fa parte degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività - «solo quest’unica persona» - e nel senso del «per sempre». L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità. Sì, amore è «estasi», ma estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio: «Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Lc 17,33), dice Gesù - una sua affermazione che si ritrova nei Vangeli in diverse varianti (cfr. Mt 10,39; 16,25; Mc 8,35; Lc 9,24; Gv 12,25). Gesù con ciò descrive il suo personale cammino, che attraverso la croce lo conduce alla resurrezione: il cammino del chicco di grano che cade nella terra e muore e così porta molto frutto. Partendo dal centro del suo sacrificio personale e dell’amore che in esso giunge al suo compimento, egli con queste parole descrive anche l’essenza dell’amore e dell’esistenza umana in genere.
 
Chi mi vuoi servire, segua Me … - Tauler (Prediche per la Domenica dopo i Santi e per l’esaltazione della santa Croce): qui è dato di riconoscere apertamente quali siano i veri servitori che servono Dio in verità: sono coloro che seguano Dio e lo seguono dove e come Egli li attira. Dio non attira i suoi servitori per una sola via né ad una sola opera né in un unico modo, ma li attira dove è Lui, cioè a tutte le opere, per tutte le vie e in tutti i modi; perché Dio è in tutte le cose purché buone. E non lo serve chi vuol servirlo in un modo da lui stesso prefissato ... ma chi va dietro a Lui, non secondo la propria volontà, ma secondo la volontà del Signore.
 
Testimoni di Cristo - San Lorenzo - Lorenzo. Il fuoco del Vangelo e i poveri, il vero tesoro della Chiesa: Secondo la tradizione - forse leggendaria - san Lorenzo fu martirizzato con il fuoco, bruciato sopra una graticola che il diacono romano affrontò con incredibile coraggio e determinazione. In realtà la biografia di questo antico testimone della fede è carente di dati storici certi, anche se quasi sicuramente la sua morte avvenne nel 258 durante la persecuzione anticristiana voluta dall’imperatore Valeriano. L’impero vacillava e si decise di colpire i pastori cristiani, sequestrando i beni della Chiesa. Ma Lorenzo, di fronte alla richiesta di consegnare il “tesoro” della comunità romana alle autorità, mostrò i poveri: essi, disse, sono l’unica ricchezza della Chiesa.
Era evidente che in lui ardeva un fuoco, quello del Vangelo, ben più grande di quello della graticola cui fu sottoposto.  (Autore: Matteo Liut)
 
O Dio, l’ardore della tua carità
ha reso san Lorenzo fedele nel ministero
e glorioso nel martirio:
fa’ che amiamo ciò che egli ha amato
e viviamo ciò che ha insegnato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 9 Agosto 2026
 
XIX Domenica del Tempo Ordinario
 
1Re 19,9a.11-13a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Rm 9,1-5;
 
 Compostella (Messale per la vita cristiana, Vol. III, XIX Domenica Anno A - T. O.): La paura e la mancanza di coraggio rappresentano un notevole ostacolo ad una vita di fede e d’amore.
Anche noi, proprio come gli apostoli sulla barca, possiamo lasciarci paralizzare dalla paura, che ci impedisce di vedere quanto Cristo ci sia vicino. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ed è anche il Dio della natura, che comanda alle tempeste e a tutte le forze distruttrici: « Egli annunzia la pace ... La sua salvezza è vicina a chi lo teme» (Sal 84,9-10); anche quando ci sembra di essere su una barca a «qualche miglio da terra e ... agitata dalle onde, a causa del vento contrario», egli non è mai lontano da ognuno di noi.
Come san Pietro, dobbiamo essere pronti a rischiare la nostra sicurezza e l’eccessiva preoccupazione per noi stessi, se vogliamo che la nostra fede si rafforzi. Cristo dice ad ognuno di noi: «Vieni». Per rispondere e per andare a lui, a volte, dobbiamo attraversare le acque della sofferenza. Che cosa succede, allora, quando, sentendo la forza del vento, cominciamo ad avere paura e ad affondare? Per superare la paura si deve seguire l’esempio di Gesù: «Salì sul monte, solo, a pregare». La fede si rafforza solo con una pratica regolare della preghiera.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Fèrmati sul monte alla presenza del Signore: Elia minacciato di morte dalla regina Gezabele (Cf. 1Re 19,1-3), impaurito e scoraggiato, fugge via verso il monte Oreb, il monte di Dio.
L’uragano, il terremoto, i lampi, che manifestavano in Es 19 la presenza del Signore Dio, sono qui solo i segni precursori del suo passaggio: «il mormorio di un vento tranquillo simbolizza l’intimità della sua conversazione con i profeti, ma non la dolcezza della sua azione: gli ordini terribili dati nei vv. 15-17 provano la falsità di questa interpretazione pur tanto comune» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura - Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli: Paolo, «Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rom 11,1; Cf. 2Cor 11,22), ama il suo popolo, lo stima, anche se, proprio dai suoi connazionali, dovrà subire persecuzioni e umiliazioni. L’Apostolo tenterà il tutto per il tutto per convincere Israele ad aderire al Vangelo, ma il rifiuto, sopra tutto dei capi, sarà netto (Cf. Atti 13,44-46). Paolo, però, dinanzi a tanta testardaggine, non disarma: pur di salvare Israele è disponibile ad essere anche anàtema, cioè di essere maledetto, separato da Cristo, raschiato dal libro della vita (Cf. Es 32,32). La parola greca anáthema traduce nella versione dei Settanta quella ebraica herem che indica una cosa offerta a Dio (Cf. Dt 7,26; Lev 27,28). Solo successivamente arrivò a diventare sinonimo di maledizione (Cf. Zac 14,11). In questo modo, stando al primo significato, il gettito della vita, da parte dell’Apostolo, suona come un’offerta totale sull’esempio del Cristo (Cf. Gal 3,13; 2Tm 4,6). La lezione è per tutti i credenti: invece di maledire e creare steccati, dovrebbero seguire l’esempio dell’apostolo delle Genti.
 
Vangelo
Comandami di venire verso di te sulle acque.
 
Rudolf Pesch: Come il racconto della tempesta sedata, anche il camminare di Gesù sulle acque è considerato dall’indagine odierna una storia prodigiosa di un’epifania alla cui stesura ha portato non tanto (o affatto) un ricordo storico, quanto l’adesione a Cristo e l’interesse legato alla predicazione. La pericope ci è trasmessa in due diverse versioni, in Mc 6,45-52 e Gv 6,16-21; Mt 14,22-23 è un’elaborazione redazionale dell’originale di Mc con l’aggiunta del racconto di Pietro che cammina sul lago.
II taglio dato dalla predicazione al racconto originario, riconoscibile in entrambe le versioni (Mc e Gv), mira chiaramente a celebrare Gesù come il Signore che come JHWH stesso incede da signore sulle profondità del mare, sull’elemento caotico (cf. riguardo a Mc 6,48/Gv 6,19: Gb 9,8; Sal 77,20; Is 43,16). Con la formula rivelatoria “sono io” (Mc 6,50/Gv 6,20) Gesù si presenta ai discepoli e viene incontro alla loro paura, dovuta all’epifania del divino, con l’antico incoraggiamento “non temete”. Questa storia kerygmatica di un prodigio, i cui singoli elementi sono posti totalmente al servizio dell’affermazione centrale che si vuole annunciare (“Gesù come divino Signore”), non dovrebbe essere ritenuta un racconto pasquale predatato nella vita di Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,22-33
 
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
 
Parola del Signore.
 
Uomo di poca fede, perché hai dubitato? - La pericope fa seguito alla prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mt 14,13-21) e appartiene alla sezione narrativa che l’evangelista Matteo dedica alla Chiesa (Cf. Mt 13,53-18,35). Questa collocazione ci offre la chiave di lettura del brano evangelico. Gesù è solo sul monte a pregare. In verità, non ci sono propriamente monti nelle immediate vicinanze del lago di Genesaret, per cui la nota può avere forse una indicazione meramente teologica.
Gli evangelisti, in modo particolare Luca, amano ricordare la preghiera di Gesù, la quale, oltre a manifestare il suo essere sempre in comunione col Padre, è sempre preludio di qualche avvenimento importante. Gesù, al suo battesimo, prega e riceve l’unzione dello Spirito Santo (Cf. Lc 3,22). Prega prima della missione in Galilea (Cf. Mc 1,35), prima della istituzione dei Dodici e del discorso inaugurale (Cf. Lc 6,12-13). Prega prima e dopo la moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,41.46; Mt 14,29.23), prima della professione di fede di Pietro (Cf. Lc 9,18) e perché la fede di Pietro, capo degli Apostoli, non venga meno nella tentazione (Cf. Lc 22,32). Prega prima di insegnare il Padre nostro (Cf. Lc 9,18) e in occasione della trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29). Prega prima di realizzare, mediante la sua passione, il disegno di salvezza del Padre (Cf. Lc 22,41-44). Tale insistenza certamente si prefigge di educare i credenti alla preghiera: «Non è forse anzitutto contemplando il suo Maestro orante che nel discepolo di Cristo nasce il desiderio di pregare? Può allora impararlo dal Maestro della preghiera. È contemplando ed ascoltando il Figlio che i figli apprendono a pregare il Padre» (CCC 2601).
Subito dopo l’attenzione si sposta sulla barca di Pietro nella quale la tradizione cristiana unanimemente vede l’immagine della Chiesa. Una barca distante molte miglia da terra ed agitata dalle onde, a causa del vento contrario. In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la figura di Pietro il quale chiede di andare incontro al Maestro camminando sulle acque. Il dialogo che intercorre tra Simone e Gesù indica ai discepoli il cammino necessario per conseguire la fede. Dal dubbio, se sei tu, con la catastrofica conseguenza di fare naufragio, occorre passare alla fede sic et simpliciter confidando unicamente nella potenza della parola di Dio. Solo questa fede permette di andare verso Gesù sfidando anche le leggi della natura! Il titolo di Signore (Kyrios), che troviamo sulle labbra di Pietro, è il più idoneo ad esprimere la fede della Chiesa in Gesù e nella sua origine divina. Appena saliti sulla barca, il vento cessò.
Nell’Antico Testamento il potere di calmare le tempeste, così come di camminare sulle acque è attribuito a Iahvé (Cf. Sal 65,7; 77,20; 89,9-10; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sir 24,5-6; Is 43,16). Intenzionalmente è una professione di fede della comunità primitiva nella divinità di Gesù. Tornata la calma nella barca di Pietro, si svolge una specie di liturgia: i discepoli si prostrano dinanzi al Signore confessando la loro fede: Davvero tu sei Figlio di Dio! Questa affermazione è propria di Matteo «e conclude il racconto del cammino di Gesù sulle acque con una professione corale di fede nella sua divinità... Si tratta di una risposta positiva dei discepoli alla parola rivelatrice di Gesù [Coraggio, sono io, non abbiate paura! v. 27]» (Angelico Poppi).
Al di là della storicità dell’episodio, si può cogliere un messaggio altamente parenetico: Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua parola, la quale tacitando la tempesta, fa ritornare la calma e rende possibile la prosecuzione della navigazione. Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti. Oggi, Domenica, Pasqua del Signore, la presenza del Risorto si fa accessibile al credente nel mistero del sacramento dell’Eucaristia. Solo la fede di Pietro può far cogliere ai nostri cuori questa presenza viva.
 
Per approfondire
 
Pierre Sandevoir (Anatema in Dizionario di Teologia Biblica) - Anatema: La radice semitica da cui proviene herem, anatema, significa «mettere a parte», «interdire all’uso profano». Le sue applicazioni bibliche designano essenzialmente una consacrazione a Dio.
 
Antico Testamento - Nei testi più antichi, l’usanza dell’anatema, che Israele condivide con i suoi vicini, come Moab, non è il semplice massacro del nemico vinto, ma una delle regole religiose della guerra santa. Al fine di ottenere la vittoria, Israele, che conduce le guerre di Jahvè, vota il bottino all’anatema, cioè rinuncia ad appropriarsene i profitti e si impegna per voto a consacrarlo a Jahvè (Num 21, 2 s; Gios 6). Questa consacrazione implica la totale distruzione del bottino, esseri viventi e oggetti materiali; la sua mancata esecuzione viene castigata (1 Sam 15), così come la sua sacrilega violazione, che provoca la sconfitta (Gios 7).
Nella realtà, la sua applicazione sembra essere stata piuttosto rara; la maggior parte delle città cananee sono state occupate da Israele (Gios 24, 13; Giud 1, 27-35), come Gezer (Gios 16, 10; 1 Re 9, 16) o Gerusalemme (Giud 1, 21; 2 Sam 5, 6 s). Alcune hanno persino concluso delle alleanze, come Gabaon (Gios 9) e Sichem (Gen 34). Gli storici deuteronomici sapevano che al momento della conquista l’anatema non era stato applicato (Giud 3, 1-6; 1 Re 9, 21). Ne hanno tuttavia formulato la legge generale per reagire contro la seduzione esercitata dalla religione cananea su Israele e per riaffermare la santità del popolo eletto (Deut 7, 1-6). Di qui una presentazione rigidamente sistematica della storia della conquista: si è trasferita nel passato una reazione religiosa la cui posta in gioco era la sovranità esclusiva di Jahvè sulla terra santa e i suoi abitanti.
L’evoluzione del termine herem sembra aver comportato la dissociazione dei suoi due elementi: da una parte la distruzione e il castigo che colpiscono soprattutto l’infedeltà verso Jahvè (Deut 13, 13- 18; Ger 25, 9); dall’altra, nella letteratura sacerdotale, la consacrazione a Dio di un essere umano o di un oggetto, senza possibilità di riscatto (Lev 27, 28 s; Num 18, 14).
 
Nuovo Testamento - Nel NT non si tratta più di intraprendere una guerra santa, né di votare dei nemici all’anatema. Ma la parola sussiste per significare la maledizione (e, in Lc 21, 5, per le offerte votive nel tempio di Gerusalemme).
In bocca ai Giudei, nelle formule di giuramento (Mc 14, 71 par.; Atti 23, 12) designa la maledizione che si rivolge a se stessi nel caso si fosse spergiuri.
In Paolo, è una formula di maledizione che esprime il giudizio di Dio sugli infedeli (Gal 1, 8 s; 1Cor 16, 22). È impossibile che un cristiano la pronunci contro Gesù (1 Cor 12, 3). Quando l’apostolo afferma che desidererebbe ricadesse su di lui l’anatema se, con questo mezzo, i suoi fratelli secondo la carne potessero ottenere la salvezza, precisa che per lui questo significherebbe essere separato da Cristo (Rom 9, 3). Questa formula paradossale definisce così la maledizione per eccellenza.
 
 Helen Schüngel - Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. - Preghiera. a) Nell’Antico Testamento: nell’Antico testamento non esiste, in un primo tempo, una parola che indichi il pregare; vengono usati diversi verbi, impiegati anche nella vita quotidiana, come “invocare implorare lodare piangere” ecc. per designare le varie modalità del pregare. Accanto alla preghiera esistono ancora particolari azioni di preghiera, come il voto, la confessione di peccato, canti di pellegrinaggio e inni. La  si rivolge a JHWH, il Dio della alleanza.
Si prega sia al santuario, soprattutto all’altare, che in altri luoghi, sia nei tempi di preghiera che in altre occasioni, sia da soli che nella comunità di culto o di vita.
L’israelita implora nella preghiera soprattutto la vita nel senso pieno della parola, egli ringrazia volgendo lo sguardo a ritroso ai prodigi storici di salvezza di JHWH. Alla preghiera si uniscono spesso l’offerta di sacrifici.
Nel tempo originario d’Israele ci sono mediatori carismatici che con la loro intercessione intervengono efficacemente presso Dio (Es 32,30; 1Re 17,20); qualcosa di analogo viene detto anche di Am, Ger, Ez e anche del servo del Signore (Is 53). È un segno dell’estrema ira di Dio quando egli rifiuta questa intercessione (Am 7; Ez 9.8ss). Nel post esilio è il sommo sacerdote a un angelo dal cielo a rivestire questo ruolo di intercessore (Zc 3); il sommo sacerdote compie il rito del giorno dell’espiazione.
La raccolta dei Salmi comprende soprattutto preghiere nella forma linguistica e nella struttura fortemente poetiche, di natura molto varia; i Salmi sono anche il libro di preghiere delle chiese cristiane. Talune preghiere per noi molto sconcertanti, come per es. desideri di vendetta (2Sam 3,39; Ger 18,18ss), o addirittura maledizioni (Sal 93,10s ) da una parte, oppure autocelebrazioni come Sal 86,2 e Sal l, vanno intese da un lato sulla base del riferimento al culto tipico di queste preghiere (Sal 15) e dall’altro sulla base della certezza dell’alleanza con JHWH che non fa venir meno la sua benevolenza.
b) In Gesù: la preghiera di Gesù è menzionata molto spesso e questo ha indubbiamente impressionato profondamente i suoi discepoli e la prima chiesa.
Mt 6,5; Mc 14,34 e altri passi tramandano indicazioni di Gesù sulla preghiera; in Mt 7,9-11 e Mc 11,23 egli assicura che la preghiera sarà esaudita, in Lc 18,lss usando addirittura un paragone molto ardito. La parabola in Lc 18,9ss contrappone la preghiera erronea, vanagloriosa a quello verace e giustificante. Infine da Gesù deriva l’appellativo di Dio come padre, soprattutto nel Padrenostro.
c) La chiesa primitiva ha sperimentato la propria preghiera come qualcosa di nuovo, di inaudito. Supportata dalla fede di essere “liberata dal potere delle tenebre e trasferita nel regno dell’amore del Figlio” (Col 1,13), sapeva di esser autorizzata a pregare “nel nome del Signore” (1Cor 1,10) o “per Cristo”. Tutte le promesse di Dio sono state confermate e adempiute in Gesù e per mezzo suo; nel momento in cui i credenti dicono l’“amen”, rendono a Dio l’onore di essere fedele, poiché essi lo fanno nella speranza di sperimentare lo stesso adempimento delle promesse (2Cor 1,20). Così può pregare soltanto colui al quale Dio si è rivelato, mediante Gesù, come il Dio fedele e salvatore e che rimane in questo rapporto con Dio (Gv 15,16).
Credere significa dunque saper pregare ed essere certi dell’adempimento (Gv 15,7; 6,23ss).
La preghiera cristiana ha perciò la sua motivazione nell’azione salvifica di Dio, ma allo stesso modo rimane orientata verso l’estrema azione di Dio: è un pregare escatologico; nell’invocazione liturgica Maranà tha la comunità prega per la venuta definitiva del suo Signore.
Pregando, il cristiano sperimenta la sua distanza dal mondo, soprattutto anche dai propri desideri più vari; egli sa che la sua preghiera, come la sua vita in genere, è determinata dal “non aver nulla e invece possedere tutto” (2Cor 6,10).
Una tale preghiera avviene nello Spirito Santo “perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26); in questa preghiera ci uniamo al “genere della Creazione” (Rm 8,22s).
Questa preghiera dunque, che libera dal mondo, è al tempo stesso la forma più profonda di solidarietà con il mondo.
 
Cromazio di Aquileia (Trattati sul Vangelo di Matteo 52,5): Per cui dobbiamo prestare attenzione per sapere che significato rivesta la quarta veglia della notte, durante la quale il Signore venne in aiuto ai discepoli che erano in difficoltà a motivo del mare grosso. Osserviamo come si elenchino le quattro vigilie. La prima vigilia della notte (e cioè del secolo presente) è quella che va dai tempi di Adamo ai tempi di Noè. La seconda vigilia è quella che copre gli anni da Noè a Mosè; è in questa che fu fatto il dono della Legge. La terza vigilia va dai tempi di Mosè all’avvento del Signore e Salvatore. Va detto che, durante queste tre vigilie, il Signore, anche prima di rendersi visibile in carne umana, difese gli accampamenti dei suoi santi, proteggendoli dalle insidie dei nemici; in una parola: dal diavolo e dai suoi angeli malvagi, che fin dall’origine del mondo non hanno smesso mai di tendere insidie alla salvezza ricercata dai giusti. Le sentinelle di cui si servì poi il Signore sono gli angeli fedeli. Ecco i giusti protetti dal Signore nella prima vigilia: Abele, Set, Enos, Enoc, Matusalemme, Noè. Nella seconda: Abramo, Melchisedek, Isacco, Giacobbe, Giuseppe l’ebreo. Nella terza: Mosè, Aronne, Gesù figlio di Nave, e poi tutti gli altri giusti e profeti. Nella quarta vigilia si deve riconoscere rappresentato il nostro tempo, quando cioè il Figlio di Dio si degnò di nascere e patire in carne mortale. È il tempo in cui il Signore promette ai suoi discepoli e alla sua Chiesa una veglia eterna; dopo la sua risurrezione difatti assicura loro: lo sarò con voi sino alla fine del mondo.
 
Testimoni di Cristo - Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Aprirsi all’altro per far spazio alla sua anima - Aprirsi all’altro per far spazio alla sua anima: è questo il primo passo per costruire una civiltà di sorelle e fratelli pronta a camminare assieme verso Dio. Quello che oggi ci affida santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, è un invito a ripartire dall’empatia per dare forma a un’Europa di pace. Non a caso questa filosofa, ricercatrice di Dio e carmelitana di origine ebraica è copatrona del nostro Continente. Nata nel 1891 a Breslavia da una famiglia ebrea, a 14 anni scelse l’ateismo, anche se non rinunciò mai alla ricerca della verità. Per questo si dedicò agli studi filosofici (fu assistente di Husserl) ma si diede da fare anche come volontaria infermiera al fronte durante la Prima guerra mondiale. Nel 1921 leggendo la vita di santa Teresa d’Avila scoprì l’esperienza cristiana e nel 1922 si fece battezzare a Bad Bergzabern, dedicandosi per all’insegnamento a Spira. Nel 1934 entrò nel monastero carmelitano di Colonia. Fin dal 1933 si era opposta all’ideologia nazista; a fine luglio 1942 fu arrestata dalla Gestapo in Olanda a causa delle suo origini ebraiche. Morì nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau il 9 agosto 1942.  (Avvenire)
 
O Dio, Signore del cielo e della terra, 
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 8 Agosto 2026
 
San Domenico, Presbitero
 
Ab 1,2-3;2,2-4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 9; Mt 17,14-20
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 8 Agosto 2012): San Domenico fu un uomo di preghiera. Innamorato di Dio, non ebbe altra aspirazione che la salvezza delle anime, in particolare di quelle cadute nelle reti delle eresie del suo tempo; imitatore di Cristo, incarnò radicalmente i tre consigli evangelici unendo alla proclamazione della Parola una testimonianza di una vita povera; sotto la guida dello Spirito Santo, progredì sulla via della perfezione cristiana. In ogni momento, la preghiera fu la forza che rinnovò e rese sempre più feconde le sue opere apostoliche. [...]. Cari amici, san Domenico ci ricorda che all’origine della testimonianza della fede, che ogni cristiano deve dare in famiglia, nel lavoro, nell’impegno sociale, e anche nei momenti di distensione, sta la preghiera, il contatto personale con Dio; solo questo rapporto reale con Dio ci da la forza per vivere intensamente ogni avvenimento, specie i momenti più sofferti. Questo Santo ci ricorda anche l’importanza degli atteggiamenti esteriori nella nostra preghiera. L’inginocchiarsi, lo stare in piedi davanti al Signore, il fissare lo sguardo sul Crocifisso, il fermarsi e raccogliersi in silenzio, non sono secondari, ma ci aiutano a porci interiormente, con tutta la persona, in relazione con Dio. Vorrei richiamare ancora una volta la necessità per la nostra vita spirituale di trovare quotidianamente momenti per pregare con tranquillità; dobbiamo prenderci questo tempo specie nelle vacanze, avere un po’ di tempo per parlare con Dio. Sarà un modo anche per aiutare chi ci sta vicino ad entrare nel raggio luminoso della presenza di Dio, che porta la pace e l’amore di cui abbiamo tutti bisogno
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: AI Overview: Il brano di Abacuc 1,2-3 e 2,2-4 è un intenso dialogo con Dio sul dolore del mondo, incentrato sul grido dell’innocente, l’apparente silenzio del Signore e la risposta della fede che salva.
 
Il lamento del profeta (Ab 1,2-3)
 
La domanda urgente: Abacuc grida a Dio chiedendo “Fino a quando?” e domanda perché Egli resti spettatore di fronte alla violenza, all’iniquità e all’oppressione.
La crisi della giustizia: La legge sembra immobile e il diritto non si afferma più, mentre l’empio riesce a raggirare il giusto. È il dolore universale di fronte al male che sembra vincere.
 
La risposta di Dio e la salvezza (Ab 2,2-4)
 
L’invito a scrivere: Dio risponde chiedendo di incidere la visione su tavolette in modo chiaro, perché possa essere letta facilmente da tutti.
Il tempo stabilito: La promessa di Dio ha una scadenza fissa; anche se sembra tardare, arriverà di sicuro senza mentire.
La via della fede: Chi non ha un animo retto è destinato a soccombere, ma il giusto vivrà per la sua fede, ossia rimanendo saldo e appoggiandosi a Dio come a una roccia stabile, nonostante tutto il buio che vede intorno.
 
Vangelo
Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile.
 
Gesù guarisce un epilettico, ma più che guarigione, Matteo parla di “liberazione”: Gesù esorcizza il giovane posseduto che quindi non possiamo credere epilettico. Non possiamo pensare che Gesù abbia messo su una messinscena, non possiamo credere a una simulazione da parte di Gesù. Mentre Matteo ha lunatico  (σεληνιάζεται) (Mt 17,15, ), Marco parla di uno spirito muto (Mc 9,17), Luca genericamente di spirito (Lc 9,39).
A comprova che si tratti di possessione diabolica è il versetto 21 che alcuni manoscritti antichi aggiungono: “Questa razza di demòni si scaccia se non con la preghiera e il digiuno”.  Qui, viene omesso in quanto la maggior parte degli studiosi pensa che il versetto non faccia parte del testo originale di Matteo. Ma al di là di questo, il testo matteano è molto chiaro: “Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito”. E i discepoli non sono riusciti a scacciare il demonio per la loro poca fede.
Da qui non possiamo pensare né a una epilessia, né a una simulazione da parte di Gesù, ma una vera possessione diabolica.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,14-20
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 17 O generazione incredula e perversa! Ci si attenderebbe che queste parole fossero rivolte ai Farisei più che alla folla. Ma l’espressione più che un’invettiva è uno sfogo del cuore angosciato del Maestro, che fino a quel momento constata come sia dura e difficile l’opera di penetrazione nelle menti degli uomini. Il lamento è originato dalla mancanza di fede e dallo smarrimento spirituale dei suoi contemporanei. Il lamento tuttavia contiene anche un accento di rimprovero per i presenti i quali accorrevano a Gesù per vederne i miracoli e non avevano buone disposizioni di spirito per comprenderne gli insegnamenti e uniformarvi la vita. Marco nota che tra i presenti vi erano degli Scribi (cf. Mc., 9, 14).
18 Intimò (con minacce) al demonio di uscire; il giovinetto non era soltanto un epilettico, ma anche un posseduto dal demonio; Gesù scacciò da lui lo spirito demoniaco e lo guarì (cf. Mc., 9, 25; Lc., 9, 42). Il padre, secondo il racconto di Matteo, non aveva distinto le due cause del male, né Gesù lo ha istruito su questo punto. Matteo si limita a notare che il giovanetto fu guarito; Marco invece descrive la crisi finale della possessione diabolica (cf. Mc., 9, 25-27).
19-20 Gli apostoli imbarazzati e meravigliati insieme, perché avevano già compiuto degli esorcismi, chiedono la ragione del loro insuccesso. Forse era la prima volta che avevano trovato tanta resistenza in un indemoniato. Essi sono obbligati a riconoscere che i loro poteri taumaturgici hanno dei limiti. Gesù spiega ai discepoli che l’insuccesso è dovuto alla loro poca fede (vers. 20). La Volgata invece di «poca fede» (ὀλιγοπιστία) ha: “incredulità” (ἁπιστία), che è la lettura di qualche codice.
Come un granello di senape..., spostati di qui a là; sono espressioni conosciute dalla letteratura rabbinica; parlare di una fede grande come un granello di senape o di spostare montagne è usare un linguaggio iperbolico; la seconda immagine (spostare una montagna) conveniva perfettamente alla circostanza; Gesù infatti si trovava ai piedi del monte della trasfigurazione. Le due iperboli tuttavia indicano la potenza racchiusa nella fede piena ed incondizionata; anche se è piccola come un chicco di senape.
 
Per approfondire
 
La fede e la famiglia - Lumen fidei 52. Nel cammino di Abramo verso la città futura, la Lettera agli Ebrei accenna alla benedizione che si trasmette dai genitori ai figli (cfr Eb 11, 20-21). Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne (cfr Gen 2,24) e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore. Fondati su quest’amore, uomo e donna possono promettersi l’amore mutuo con un gesto che coinvolge tutta la vita e che ricorda tanti tratti della fede. Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata. La fede poi aiuta a cogliere in tutta la sua profondità e ricchezza la generazione dei figli, perché fa riconoscere in essa l’amore creatore che ci dona e ci affida il mistero di una nuova persona. È così che Sara, per la sua fede, è diventata madre, contando sulla fedeltà di Dio alla sua promessa (cfr Eb 11,11).
53. In famiglia, la fede accompagna tutte le età della vita, a cominciare dall’infanzia: i bambini imparano a fidarsi dell’amore dei loro genitori. Per questo è importante che i genitori coltivino pratiche comuni di fede nella famiglia, che accompagnino la maturazione della fede dei figli. Soprattutto i giovani, che attraversano un’età della vita così complessa, ricca e importante per la fede, devono sentire la vicinanza e l’attenzione della famiglia e della comunità ecclesiale nel loro cammino di crescita nella fede. Tutti abbiamo visto come, nelle Giornate Mondiali della Gioventù, i giovani mostrino la gioia della fede, l’impegno di vivere una fede sempre più salda e generosa. I giovani hanno il desiderio di una vita grande. L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicura che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità.
 
Un posseduto può uccidersi? - È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua: José Antonio Fortea (Summa Daemoniaca): Dato che il demonio prende possesso del corpo e può muoverlo e parlare attraverso di esso, molti si chiedono se in uno stato simile non si potrebbe arrivare al suicidio. L’esperienza dimostra che il posseduto, in stato di trance, può fare molte cose: restare fermo con gli occhi in bianco, avere convulsioni, gridare, etc. ma normalmente non è solito fare cose contro se stesso o contro altri, per la semplice ragione che Dio non glielo permetterebbe. Il demonio che possiede vuole provocare tutto il male che può, ma Dio con la sua volontà pone dei limiti che non può superare. Ad ogni modo, se il posseduto ha uno spirito di suicidio, allora sì che esiste un pericolo reale che in questo stato di trance il demonio lo spinga a gettarsi dalla finestra o uccidersi in altro modo, etc. Coloro che sono posseduti da uno spirito di suicidio devono essere vigilati e i permessi episcopali per procedere a un esorcismo devono essere concessi con la maggior urgenza possibile.
 
La lotta contro satana: «Se tale è la guerra, se tali sono le schiere nemiche, se i loro capi sono incorporei, dominatori del mondo, spiriti del male, perché ti abbandoni ai piaceri, dimmi? Perché sei dissoluto? Come potremo aver scampo, se siamo disarmati? Ciascuno su ciò rifletta tra sé e sé ogni giorno: quando è dominato dall’ira, quando è signoreggiato dalle brame, quando cerca, senza badarci, le mollezze della vita. Ascolti il beato Paolo che ci dice: La nostra battaglia non è contro la carne e il sangue, ma contro i prìncipi, contro le potestà [Ef 6,12]. Questa guerra è peggiore, questa battaglia è più dura di quella contro un nemico visibile. Rifletti da quanto tempo il nemico è in lotta, rifletti per chi combatte, e sii prudente! «Certo, dice così. Ma se il diavolo fosse tolto di mezzo, tutti sarebbero salvi!». Questo è il pretesto che tirano fuori gli indolenti. Tu dovresti essere riconoscente, o uomo, che, se vuoi, puoi superare il nemico; e invece ti mostri sdegnato e usi le frasi del soldato infingardo e dormiglione. Tu conosci i tuoi punti deboli, se vuoi: guardati da ogni lato, rettifica te stesso. La nostra battaglia non è solo contro il diavolo, ma anche contro la sua potenza. Come dunque combatteremo contro le tenebre? Diventando luce. Come combatteremo contro gli spiriti del male? Diventando buoni. Il bene infatti si oppone al male e la luce caccia le tenebre. Ma, se anche noi saremo tenebre, cadremo del tutto in potere dei nemici. Come li vinceremo, dunque? Se quello che essi sono per natura noi lo diventeremo per elezione: liberi dalla carne e dal sangue, allora li domineremo. Probabilmente perché a quei tempi i cristiani erano perseguitati da molti, «Non credete» dice Paolo «che siano questi uomini a combattere contro di noi. Quelli che in essi agiscono, sono i demoni; essi ci combattono: contro di loro è la nostra guerra». E con ciò ottiene un doppio effetto: li rende più audaci contro i loro oppositori ed eccita il loro animo contro i veri nemici» (Giovanni Crisostomo).
 
Testimoni di Cristo - San Domenico di Guzman - Studio, preghiera e parole sulle tracce di Dio: Siamo mendicanti di Dio alla continua ricerca dell’infinito amore che ci riempia la vita e il cuore, ma la strada che ci porta a questa meta è fatta di impegno, costanza e fedeltà. È questo il messaggio che ricaviamo guardando alla storia e all’eredità di san Domenico di Guzman, ricordato oggi nel Martirologio ma celebrato dai Domenicani nel giorno della nascita, il 6 agosto. Nato nel 1170 a Caleruega in Spagna, Domenico decise di adottare fin da giovane uno stile fatto di povertà e austerità, convinto della urgente necessità per la Chiesa di recuperare la purezza evangelica originaria davanti all’avanzare delle eresie di quel tempo. Un orizzonte che pose tra le basi dell’Ordine dei Frati Predicatori, fondato a Tolosa nel 1215. La sua Regola si rifaceva a quella agostiniana e ruotava attorno alla predicazione itinerante (fu il primo ordine clericale mendicante), osservanze di tipo monastico e lo studio approfondito. Domenico morì nel convento di Bologna nel 1221 in una cella non sua. È stato canonizzato da Gregorio IX nel 1234. (Matteo Liut)

Guida e proteggi, o Signore, la tua Chiesa
per i meriti e gli insegnamenti di san Domenico:
egli, che fu insigne predicatore della tua verità,
sia nostro intercessore davanti a te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
7 Agosto 2026
 
Venerdì XVIII Settimana T. O
 
Na 2,1.3; 3,1-3.6-7; Salmo Responsoriale Dt 32,35-41; Mt 16,24-28
 
Sulla croce, Gesù consuma il suo sacrificio - Catechismo della Chiesa Cattolica 616: È l’amore sino alla fine che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al sacrificio di Cristo. Egli ci ha tutti conosciuti e amati nell’offerta della sua vita. «L’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti» (2Cor 5,14). Nessun uomo, fosse pure il più santo, era in grado di prendere su di sé i peccati di tutti gli uomini e di offrirsi in sacrificio per tutti.
 
617: L’esistenza in Cristo della Persona divina del Figlio, che supera e nel medesimo tempo abbraccia tutte le persone umane e lo costituisce Capo di tutta l’umanità, rende possibile il suo sacrificio redentore per tutti. «Sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustificationem meruit - Con la sua santissima passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione», insegna il Concilio di Trento sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo come causa di salvezza eterna. E la Chiesa venera la croce cantando: «O crux, ave, spes unica! - Ave, o croce, unica speranza!».
 
La nostra partecipazione al sacrificio di Cristo 618: La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo mediatore tra Dio e gli uomini. Ma poiché, nella sua Persona divina incarnata, «si è unito in certo modo ad ogni uomo », egli offre «a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale ». Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo, poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme. Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari. Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice.
«Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: A un messaggero foriero di pace e di buone notizie si contrappone un annuncio che fa presagire giorni di dolore, di desolazione e di morte: è una parola di sventura rivolta a Ninive, una parola che mette a nudo e giudica i peccati che hanno attirato questo castigo. Rappresentando Ninive “come una prostituta, Naum ne prende di mira meno l’idolatria [Ninive non è come Israele la sposa del Signore] e la sua prostituzione sacra che l’avidità e l’abilità con le quali essa ha stabilito il suo potere su tutti i popoli per spogliarli” (Bibbia di Gerusalemme). Ninive immagine dell’alterigia e della prepotenza militare sarà distrutta e nessuno la compiangerà.
 
Vangelo
Che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
 
Le parole di Gesù registrate nel vangelo di Matteo ricordano le innumerevoli vocazioni che la sacra Scrittura custodisce nelle sue pagine. Tra le tante vocazioni, per avvicinarci al testo di Matteo, possiamo ricordare la vocazione di Geremia. Dio, quando lo aveva chiamato, gli aveva assicurato la sua difesa, la sua protezione: per vincere il suo impaccio giovanile gli aveva promesso di costituirlo «fortezza [...] muro di bronzo» (Ger 1,18).
E invece lo lascia in balia dei potenti e dei prepotenti. Viene bastonato, offeso, spiato, umiliato, sfacciatamente osteggiato, imprigionato. La sua condizione personale precipita giorno dopo giorno e la situazione del paese è sull’orlo del precipizio: trionfano i traditori, gli empi, i blasfemi, mentre i giusti e i poveri sono oppressi (Ger 12,1). Perfino i suoi fratelli e la casa di suo padre sono sleali con lui (Ger 12,6). Si rivolge a Dio per avere vendetta dei suoi nemici, ma Dio non ascolta (Ger 18,19ss); anche le sue promesse sembrano vane (Ger 17,15). Ora il vaso trabocca: «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese! Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, eppure tutti mi maledicono» (Ger 15,10). Esacerbato, confuso, è attanagliato dal dubbio, tutto viene messo in discussione, anche la sua chiamata. È stato tutto un imbroglio, un inganno. Dio, astutamente approfittando della sua giovane età, l’ha adescato con vani progetti e false promesse. Lo ha ingannato perché gli ha prospettato una missione in discesa, facile, e invece tutto è in salita. Ha forzato la sua volontà; l’ha subornato, come un uomo attira con false lusinghe una giovane donna per poi approfittarne (Ger 20,7). Per Geremia, essere fedele alla vocazione significa rinnegare se stesso; portare l’enorme peso della croce della umiliazione, dell’odio violento e gratuito della persecuzione. Implica seguire il Signore Dio anche quando tace o si nasconde o tarda a intervenire. In questa luce di fedeltà e di dolore, nella storia di Geremia, c’è la comprensione e la chiara esplicitazione della vocazione cristiana: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Con il saggio possiamo dire che sotto il sole non c’è nulla di nuovo, sono gli uomini che vogliono mutare i paradigmi della vocazione cristiana.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,24-28
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.
Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?
Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni.
In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno».
 
Prenda la sua croce, se nel linguaggio di Matteo il termine discepoli indica tutti i seguaci del Rabbi di Nazaret, allora, le parole dure di Gesù sono rivolte ai Dodici, a tutti i discepoli, a quelli che affollavano le strade della Palestina, e anche ai cristiani di oggi e a quelli di domani. Da qui l’urgente necessità di mettere in atto il programma di conversione indicato dal Cristo: Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Le tre espressioni verbali - venire, rinnegare, prendere - non vanno intese come tre tappe di un cammino vocazionale, ma tre aspetti della stessa realtà: la decisione coraggiosa di seguire il Maestro non contando più su se stessi, abbandonandosi al progetto di Dio e legando la propria sorte a quella di Gesù: «A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1Pt 2,21; Cf. Fil 2,5-9).
Poi, l’inciso, per causa mia, fa evitare la trappola di un ascetismo astratto e vacuo: la rinunzia, la sofferenza, la morte hanno senso, e valore salvifico, solo se riconducono alla croce e alla morte di Cristo; hanno significato solo se si rapportano alla piena e totale adesione a Gesù. Fuori da questa cornice il dolore, la rinuncia ai beni terreni, la sofferenza, la morte sono incomprensibili: la croce resta uno strumento di tortura, via larga che conduce solo alla disperazione.
Il Figlio dell’uomo sta per venire..., la parusia, il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi, è ricorrente nella predicazione di Gesù e ricorrerà frequentemente nella predicazione apostolica. Nel giorno della venuta gloriosa del Cristo, ogni uomo sarà giudicato non in base alle «singole opere buone, secondo una concezione meritocratica, bensì per l’operato di ciascuno: nel giudizio finale, dinanzi al tribunale del Figlio dell’uomo, si svelerà in senso globale come ogni individuo ha agito durante la vita, giunta al suo compimento» (Angelico Poppi).
 
Per approfondire
 
Roberto Tufariello (Sofferenza, in Schede Bibliche Pastorali, Volume VII): Sofferenza e gioia dei cristiani - Soffrire con Cristo. Nella gioia della pasqua, nella fede in colui che è risorto, i credenti potrebbero illudersi che anche nella loro esistenza siano scomparsi il dolore e la morte. La loro vita, invece, rimane costellata di tragiche e dolorose realtà (Cf. 1Ts 4,13). Cristo, con la sua passione, ha posto fine al suo pellegrinaggio terreno ed è entrato nella gloria; noi, invece, siamo ancora in cammino verso la casa del Padre. Per noi, quindi, gli insegnamenti del Vangelo conservano tutta la loro urgenza e attualità: è necessario portare ogni giorno la propria croce per essere autentici discepoli del Crocifisso (Lc 9,23); è necessario vivere personalmente la beatitudine della sofferenza.
La via di Cristo è la via dolorosa della croce; perciò se egli, per entrare nella gloria, ha dovuto soffrire (Lc 24,26), il suo discepolo non può far altro che imitare il maestro e seguirlo nella medesima via (Mt 10,24; Gv 15,18.20). Alla madre stessa del Signore non è stato risparmiato il dolore, secondo la predizione di Simeone (Lc 2,35). Per tutti l’èra messianica è tempo di prova e di tribolazione (Mt 24,8; At 14,22; 1Tm 4,1ss). Tuttavia, non siamo soli e abbandonati nella sofferenza. La certezza che Cristo soffre con noi ci dà coraggio e conforto. Se è vero, infatti, come insegna san Paolo, che non è semplicemente il cristiano a vivere, ma è Cristo a vivere in lui (Gal 2,20), possiamo concludere che la sofferenza del cristiano è quella di Cristo che vive in lui (2Cor 1,5). Col nostro stesso corpo, noi apparteniamo a Cristo e mediante la sofferenza gli diventiamo conformi (Fil 3,10). Così Cristo è sempre intimamente unito a quelli che soffrono (1Cor 12,26-27), è solidale con coloro che seguono la sua via dolorosa. Per questo possiamo affrontare con costanza la prova fissata per noi (Eb 12,1-2), imparando come Cristo «l’obbedienza per le cose patite» (Eb 5,8).
 
La glorificazione della sofferenza con Cristo - In questa prospettiva di comunione alla sofferenza di Cristo, possiamo comprendere la sorprendente affermazione di Paolo: a voi credenti è stato concesso di patire per Cristo (Fil 1,29). La sofferenza umana è illuminata qui da una luce nuova: essa è una grazia, un dono divino. Paolo spiega il senso di questa affermazione: noi portiamo nel nostro corpo le sofferenze di morte di Gesù, «perché anche la vita di Gesù sia manifesta nel nostro corpo» (2Cor 4,10). La sofferenza sopportata con Cristo prepara per noi «una quantità smisurata ed eterna di gloria» che supera ogni misura (2Cor 4,17). Veramente, se noi soffriamo con Cristo, siamo certi che saremo con lui glorificati (Rm 8,17). Inoltre, la nostra sofferenza non è confortata solo dalla certezza della gloria futura: essa è consolata fin da ora dalla gioia promessa da Gesù (Gv 15,11; 16,22-23). Gli apostoli esperimentarono subito, dopo la risurrezione del Signore, la verità di questa promessa: perseguitati e percossi dai capi di Israele, «se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù» (At 5,41). Questo messaggio gioioso essi lo comunicarono ai fedeli, invitandoli alla «perfetta letizia» che viene dalla sofferenza grazie all’azione dello Spirito di Dio (1Pt 4,13-14).
Ancora una volta, san Paolo ci da l’esempio perfetto: egli gioisce nella sofferenza, e la sua letizia viene dall’amore e dall’unione a Cristo e al suo corpo, la chiesa (Col 1,24).
 
La croce come contrassegno dei credenti - Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 13,35-36: Il legno della vita è stato piantato nella terra perché questa, dapprima esecrata, ottenesse la benedizione e i morti venissero liberati. Non vergogniamoci allora di confessare il Crocifisso. In qualsiasi occasione, con fede, tracciamo con le dita un segno di croce: quando mangiamo il pane o beviamo, quando entriamo o usciamo, prima di addormentarci, quando siamo coricati e quando ci alziamo, sia che siamo in movimento o rimaniamo al nostro posto. È un aiuto efficace: gratuito, per i poveri e, per chi è debole, non richiede alcuno sforzo. Si tratta infatti duna grazia di Dio: contrassegno dei fedeli e terrore dei demoni. Con questo segno, infatti, il Signore ha trionfato su di essi, esponendoli alla pubblica derisione [cfr. Col 2,15]. Allorché, dunque, vedranno la croce, essi si ricorderanno del Crocifisso e avranno timore di colui che ha abbattuto le teste del dragone. Non disprezzare, perciò, quel segno, soltanto perché è un dono; al contrario, onora per questo ancor di più il tuo benefattore.
 
Testimoni di Cristo - San Sisto II - Misericordia e verità sono i due volti del vero amore: Se il cuore di Dio si fa compagno di chi soffre anche a causa dei propri errori, egli non può accogliere chi sceglie la via della prevaricazione e della violenza. Ed è questo lo stile che i cristiani sono chiamati a mettere in pratica nella loro vita quotidiana. Uno stile di cui testimone san Sisto II, Papa nell’anno 257, descritto da san Cipriano come “uomo buono e pacifico”, che donò la propria vita per il servizio al Vangelo. Successore di Vittore, rimase alla guida della Chiesa di Roma solo per 11 mesi. In questo breve tempo si era fatto mediatore nel dibattito sull’unicità del Battesimo, questione sollevata soprattutto in Africa dove molte persone che avevano abiurato davanti alla persecuzione chiedevano di tornare nella comunione con la Chiesa: la sua decisione fu un gesto di misericordia nei confronti di chi rischiava la scomunica perché affermava la necessità di un secondo Battesimo per chi voleva rientrare nella comunità. Nel 258 l’imperatore Valeriano inasprì la persecuzione ordinando la confisca dei beni della Chiesa e la decapitazione di vescovi, preti e diaconi sorpresi a officiare pubblicamente il culto. Sisto II fu trovato a predicare nel cimitero di San Callisto e per questo venne martirizzato assieme a sei dei sette diaconi di Roma; il settimo, Lorenzo, venne ucciso pochi giorni dopo. (Matteo Liut)
 
-> Il 6 agosto del 258 nel cimitero di san Callisto venne arrestato Sisto con i suoi diaconi. A ricordo di questo evento un autore ha riportato su pietra questa iscrizione, ponendola in bocca allo stesso Sisto: “Al tempo in cui la spada lacerò le viscere sacre della madre chiesa, io, il pastore qui sepolto, insegnavo i comandamenti del cielo. Giungono all’improvviso i soldati e mi afferrano seduto sulla mia cattedra; erano stati inviati e il popolo tese il collo alla loro spada. Il vegliardo subito si rese conto che il suo popolo desiderava ricevere la palma del martirio al suo posto; e fu il primo a offrire la sua testa, affinché l’impaziente furore dei nemici non colpisse nessun altro. Il Cristo, che dona in ricompensa la vita eterna, manifesta il merito del pastore e prende su di sé il gregge”. (Vatican News)

Mostra la tua continua benevolenza, o Padre,
e assisti il tuo popolo,
che ti riconosce creatore e guida;
rinnova l’opera della tua creazione
e custodisci ciò che hai rinnovato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.