11 Ottobre 2026
 
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Is 25,6-10a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14
 
Prima Lettura - Il Signore preparerà un banchetto, e asciugherà le lacrime su ogni volto: Dio sta preparando per Israele un tempo di prosperità, di pace e di benessere e attraverso Israele per tutti i popoli. L’immagine per esprimere tanta gioia è quella di un banchetto nuziale che sarà allestito sul monte Sion, verso cui affluiranno, alla fine dei tempi, tutte le nazioni e i beni della terra. L’annuncio di Isaia è profezia, ma anche un inno di ringraziamento che celebra l’azione provvidenziale del Signore a favore del suo popolo: Dio risiede in Gerusalemme, che per questo è chiamata santa, vive e opera con il suo popolo ed è sempre vigile per venire in suo aiuto. Perché la gioia sia piena, Isaia annunzia anche la fine di quanto si oppone alla felicità, prima di ogni altra cosa, la morte (Cf. Gen 3,19; Ap 7,17; 21,4). Un annuncio che si realizzerà perfettamente nella «pienezza del tempo», quando Dio manderà «il suo Figlio per riscattare coloro che erano sotto la Legge» (Gal 4,4-5).
 
Seconda Lettura - Tutto posso in colui che mi dà forza: L’apostolo Paolo ha accettato i doni che i cristiani di Filippi generosamente gli hanno inviati, ma allo stesso tempo fa presente ai suoi benefattori che egli tiene all’indipendenza della sua missione: quello che veramente conta è il bene spirituale di tutti (Cf. Fil 1,5; 1Cor 9,11).
 
Vangelo
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
 
La parabola del banchetto nuziale è facilmente comprensibile da tutti, illetterati e letterati: il re è Dio; il convito nuziale è la felicità messianica; i messi sono gli apostoli; gli invitati che insultano e uccidono i servi del re sono i giudei; i chiamati dalla strada sono i peccatori e i pagani; l’incendio della città sta a significare la rovina di Gerusalemme. La generosità del re verso gli ultimi che affollano la sala del banchetto ha però un limite, espresso dalla parabola della veste nuziale. L’uomo che risponde all’invito deve portare sempre la veste nuziale, questo significa che le opere della giustizia devono accompagnare la fede (Cf. Mt 3,8; 5,20; 7,21s; 13,47s; 21,28s).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
 
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
Parola del Signore.
 
Il banchetto nuziale è pronto
 
La cornice della parabola del banchetto nuziale è l’ennesima lite con i farisei e i capi dei sacerdoti incontrati nel tempio all’indomani del solenne ingresso nella città santa (Cf. Mt 21,18-23). A costoro è rivolto anche l’attuale discorso parabolico.
Il protagonista della parabola evangelica non è un benestante qualsiasi, ma un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Sembrano particolari messi a caso nel racconto e invece racchiudono un profondo significato teologico: la salvezza è vista non solo come un banchetto di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6), ma anche come unione nuziale tra Dio e il suo popolo (Cf. Os 1-3; Ger 2,1-2,20; Ez 16; ecc.). Nella prospettiva neotestamentaria lo sposo è Gesù, il Figlio, e la sposa è la Chiesa (Cf. Mt 8,1; Ef 5,21-23; Ap 19,7; 21,9; ecc.).
L’invito è rivolto innanzi tutto al popolo d’Israele, il quale rifiuta di partecipare alla festa di nozze. Il re insiste, ma alcuni invitati non se ne curano e altri addirittura insultano e uccidono i servi. Per tutta risposta, il re fa uccidere gli assassini e distrugge la loro città, tramutando in questo modo le «reiterate pressioni esercitate presso gli invitati in gesti di spietata severità e giustizia» (Ortensio da Spinetoli).
E poiché il banchetto è ancora preparato, il re, non rinunciando alla sua decisione, dà ai suoi servi un comando ben preciso: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Gli invitati che riempiono la sala del banchetto sono ora gente raccogliticcia, cattivi e buoni, un’espressione con la quale si vuole esprimere la totalità (Cf. Gen 2,17).
Ma prima che la festa abbia inizio il re entra per vedere i commensali e trovando un invitato senza l’abito nuziale lo esclude dalla festa. Il senso è patente: le porte della Chiesa sono state spalancate a tutti gli uomini, cattivi e buoni, ma guai ad illudersi che la salvezza sia scontata o che sia garantita dal fatto di essere entrati nella sala del banchetto. Se è facile entrare, è altrettanto facile ritrovarsi fuori nelle tenebre. Un messaggio, quindi, per tutti i credenti: non basta il battesimo, ma occorrono la fede e i sacramenti, accompagnati dalle opere (Cf. Mc 16,16; Gc 2,14s). L’abito sta così a significare un impegno etico serio e radicale: «Prima di entrare nel regno di Dio si può essere dei comuni peccatori, ma una volta entrati dentro bisogna tendere a diventare giusti, santi, perfetti» (Ortensio da Spinetoli): «“... Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi» (Ap 19,8).
L’invito alla festa e l’accesso alla sala del banchetto sono doni gratuiti (Cf. Mt 21,31; Lc 22,29; Eb 12,28) che impegnano fortemente chi l’ha ricevuti (Cf. Mt 6,33). Per cui entra nella sala del banchetto chi fa a se stesso violenza e chi rinuncia a tutto (Cf. Mt 11,12; 13,44-45). Vi entrano soltanto coloro che resistono radicalmente al potere della seduzione (Cf. Mt 18,8). Non vi entra chi dice: Signore, Signore, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli (Cf. Mt 7,21). Vi entra colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Cf. Mt 7,24ss). Vi entra e vi resta chi vive in pienezza il discorso della Montagna (Mt 5,1-12). In definitiva, essere invitati come contropartita esige dedizione piena e assoluta a Gesù fino all’odio della propria vita e della propria famiglia (Cf. Mt 10,37-39). In questa luce, il messaggio della parabola non è quello della chiamata degli invitati al banchetto nuziale, ma che il Regno, nella sua fase terrena, contiene sia i giusti che i cattivi, praticamente lo stesso tema sottolineato nelle parabole della zizzania e della rete (Cf. Mt 13,23-30; 13,47-50). Nel regno di Dio tutti, cattivi e buoni, sono in cammino, solo alla fine, chi non porta addosso la veste di lino (Ap 19,8), la veste nuziale, sarà escluso dal banchetto: sarà gettato fuori nelle tenebre, lontano da Dio, nello stagno di fuoco (Ap 20,15).
È insito anche un forte invito alla vigilanza: «Ma poiché non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna vegliare assiduamente, come ci ammonisce il Signore, affinché, terminato l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [Cf. Mt 25,31-46], anziché essere mandati, perché servi malvagi e pigri [Cf. Mt 25,26], nel fuoco eterno [Cf. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e disperazione”» (LG 48).
L’assioma, molti sono chiamati, ma pochi eletti, sta ad esprimere tutta l’amarezza di Gesù nel constatare «come il suo appello di salvezza rivolto a tutti avesse trovato così scarsa corrispondenza. Riportato qui a conclusione della parabola del convito nuziale, va riferito principalmente al rifiuto dei “primi” invitati: i “molti chiamati” sono dunque gli Israeliti che non hanno risposto all’appello divino: è su questa triste realtà che si accentua tutta l’amarezza del detto di Gesù» (Angelo Lancellotti).
Ma il monito è rivolto anche ai cristiani: la scortesia dei primi invitati e l’insolenza dell’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia dell’uomo, anche nella storia della Chiesa.
 
Per approfondire
 
Dicastero per la cultura e l’educazione -  Il Signore Dio eliminerà la morte per sempre: È noto che il “rotolo” di Isaia è, per così dire, scritto con più inchiostri e a più mani: diversi, infatti, sono gli autori profetici che vi prendono parte e differenti sono i temi, le tonalità e le coordinate storiche. Ora noi abbiamo ritagliato un versetto da una sorta di fascicolo di oracoli, intrecciati a suppliche e inni, che occupa i capitoli 24-27 del libro del grande Isaia e che gli studiosi danno denominato l’“Apocalisse di Isaia”. Le immagini, lo stile, i soggetti, infatti, hanno le caratteristiche di quella particolare letteratura chiamata “apocalittica” (dal greco apokálypsis, “rivelazione”) che ha il suo avvio col profeta Ezechiele, il suo trionfo con Daniele e con Zaccaria e che approda nel Nuovo Testamento con l’Apocalisse di Giovanni.
È significativo che proprio quest’ultimo libro citi esplicitamente il nostro passo isaiano nel suo glorioso ritratto della Gerusalemme nuova e perfetta e lo faccia ben due volte: «L’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il pastore [degli eletti] e li guiderà alle fonti dell’acqua della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi … E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 7,17; 21,4). Ritorniamo ora al testo originario, quello presente nel libro di Isaia. Esso fa parte di un canto più ampio (25,6-10a) che ha al centro un simbolo divenuto celebre nella tradizione giudaica e cristiana.
Lasciamo la parola al profeta: «Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati» (25,6). Dio, quindi, entra in scena come un re che imbandisce un pranzo ufficiale dal menù prelibato. Sappiamo che la mensa è un segno di amicizia e di intimità in tutte le civiltà. Il Signore, perciò, vuole unirsi idealmente all’intera umanità, ma lo fa nella sua sede che è il monte Sion a Gerusalemme.
Per rendere agevole questo afflusso universale egli deve togliere il velo di nubi che separa quella vetta, deve eliminare la coltre di tenebra che come un sudario di morte si stende sulla terra, così che possa brillare la luce e tutti possano camminare al suo fulgore. Quando tutti si sono accomodati ai loro posti attorno alla mensa, il Signore passa in mezzo a loro per tergere i segni della sofferenza e della fatica che contaminano i volti. È un atto di ospitalità suprema che sfocia in una promessa assolutamente unica che solo Dio può fare: «Eliminerà la morte per sempre!».
A questo punto sboccia dalle labbra di tutti un canto festoso: «Ecco il nostro Dio! In lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza!» (25,9). È facile comprendere come questa scena luminosa e gioiosa sia divenuta il quadro ideale per raffigurare l’ingresso glorioso del Messia nella storia. Ma sia anche la rappresentazione della meta ultima della vicenda umana così come l’attende la fede biblica, un approdo nella vita piena e perfetta. È ciò che aveva già annunziato un altro profeta, Osea, e le sue parole erano state riprese da san Paolo: «Li strapperò dalla mano degli inferi, li riscatterò dalla morte? Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio?» (13,14). Ma il profeta era ancora scettico; l’Apostolo, invece, non avrà esitazioni perché commenterà quel passo così: «Questo corpo corruttibile si rivestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità» (1Corinzi 15, 54-57).
 
La Bibbia per la Formazione Cristiana - Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?: Il banchetto di nozze del figlio del re: Il significato della terza parabola è analogo a quello delle precedenti, ma in una prospettiva più ampia. Il re invita ripetutamente al banchetto di suo figlio. È un banchetto nuziale, il simbolo per eccellenza della comunione gioiosa di Dio col suo popolo. I primi invitati si rifiutano di partecipare: non hanno voglia di staccarsi dalle loro occupazioni e dai loro pensieri per condividere la gioia del re. Allora quest’ultimo rivolge il suo invito a tutti. Rifiutato dai primi invitati, il regno dei cieli viene offerto a chiunque, «buono o cattivo» che sia.
La seconda parte del racconto in origine era forse un’altra parabola, inserita qui perché tratta il medesimo tema delle nozze.
La sala è piena di commensali. Uno non indossa un abito adatto alla festa e viene punito. Il trattamento che riceve ci lascia perplessi. Era colpevole?
La parabola intende sottolineare la necessità di dare una risposta personale all’invito di Dio. L’invito è gratuito, ma bisogna accettarlo.
Notiamo che entrambe le parabole mettono l’accento sul rifiuto, nel primo caso di partecipare al banchetto e nel secondo di indossare l’abito nuziale. La chiesa di Gesù non sarà distrutta, e neppure verranno altri a prendere il suo posto. Ma dovrà essere sempre attenta e vigile, pronta ad ascoltare le voci dei «profeti» che ancora oggi le ricordano le disposizioni necessarie per partecipare al banchetto del re. Essere attenti alla chiamata a indossare l’abito nuziale è uno degli atteggiamenti fondamentali del cristiano in cammino sulla terra.
 
Agostino (Sermo 90,4-6): Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito di nozze?: chi lo interrogava infatti era tale che l’altro non poteva addurre alcun pretesto, poiché era quello l’abito che si vedeva nel cuore, non già nel corpo; se infatti fosse stato indossato sopra il corpo, non sarebbe potuto rimanere nascosto neppure ai servi ... L’abito di nozze è senza dubbio quell’abito che possono avere solo i buoni... cioè la carità che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera (lTm. 1 ,5) ... Questo è l’abito di nozze! Esaminate voi stessi: se lo avete, starete sicuri al convito del Signore ... ma voi non avete ancora un tale abito da indossare in onore dello sposo, poiché andate in cerca dei vostri interessi e non di quelli di Cristo.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni XXIII - Il dialogo e la tenerezza per dare speranza: «La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è luce di Cristo»: era la sera dell’11 ottobre 1962, il giorno in cui si aprì il Concilio ecumenico Vaticano II e così san Giovanni XXIII salutava la folla che aveva partecipato alla fiaccolata organizzata per l’evento di quel giorno. E poi pronunciò parole rimaste nella storia: «Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini e dite: “Questa è la carezza del Papa”». E poi: «Il Papa è con noi specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza». In queste parole si coglie il senso della santità di Angelo Giuseppe Roncalli, Papa del dialogo con il mondo, Papa dalla tenerezza infinita. Era nato a Sotto il Monte, nella Bergamasca, il 25 novembre 1881; prete nel 1905, fu cappellano militare nel primo conflitto mondiale. Nel 1921 era visitatore apostolico in Bulgaria e poi in Turchia; nel 1944 arrivò a Parigi come nunzio. Nel 1953 divenne patriarca di Venezia e 5 anni più tardi diventava il 261° Pontefice. Firmò otto encicliche, tra le quali anche la «Mater et magistra» del 1961, sulla Dottrina sociale della Chiesa, e la «Pacem in terris» del 1963, contenente un potente appello «a tutti gli uomini di buona volontà» per la costruzione della pace e del giusto ordine sociale. Morì il 3 giugno 1963, è beato dal 2000 e santo il 27 aprile 2014. 
 
O Padre,
che inviti tutti gli uomini alle nozze del tuo Figlio,
rivestici dell’abito nuziale
e donaci di accogliere sempre le sorprese del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 
 
 
 
 
 
10 Ottobre 2026
 
Sabato XXVII Settima T. O.
 
Gal 3,22-29; Salmo Responsoriale dal Salmo 104 (105); Lc 11,27-28
 
Queste sono le due condizioni per seguire Gesù: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Questa è la vita cristiana, niente di più. Semplice, semplice. Forse noi l’abbiamo fatta un po’ difficile, con tante spiegazioni che nessuno capisce, ma la vita cristiana è così: ascoltare la Parola di Dio e praticarla. […] Ogni volta che noi facciamo questo – apriamo il Vangelo e leggiamo un passo e ci domandiamo: ‘Con questo Dio mi parla, dice qualcosa a me? E se dice qualcosa, cosa mi dice?’ – questo è ascoltare la Parola di Dio, ascoltarla con le orecchie e ascoltarla con il cuore. Aprire il cuore alla Parola di Dio. I nemici di Gesù ascoltavano la Parola di Gesù, ma gli erano vicini per cercare di trovare uno sbaglio, per farlo scivolare, e che perdesse autorità. Ma mai si domandavano: ‘Cosa dice Dio per me in questa Parola?’ E Dio non parla solo a tutti: sì, parla a tutti, ma parla ad ognuno di noi. Il Vangelo è stato scritto per ognuno di noi. […] Il Signore sempre semina la sua Parola, soltanto chiede un cuore aperto per ascoltarla e buona volontà per metterla in pratica. Per questo allora la preghiera di oggi, che sia quella del Salmo: ‘Guidami Signore sul sentiero dei tuoi comandi’, cioè sul sentiero della tua Parola, e perché io impari con la tua guida a metterla in pratica. (Francesco - Omelia Santa Marta, 23 settembre 2014)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview: In Galati 3,22-29, l’apostolo Paolo spiega che la Legge è stata un “pedagogo” temporaneo che ha custodito l’umanità fino all’arrivo della fede in Cristo, inaugurando una nuova era di uguaglianza e filiazione divina per tutti i battezzati.
La Scrittura e il peccato (v. 22): La Scrittura mostra che l’essere umano è debole e prigioniero del peccato. Questo serve a fare spazio alla promessa di Dio, che si ottiene solo credendo in Gesù Cristo.
Il pedagogo (vv. 23-24): Prima dell’arrivo di Cristo, la Legge ha fatto da “pedagogo” (il custode e accompagnatore dei ragazzi nel mondo antico). Non era la meta finale, ma una guida educativa temporanea per condurre il popolo verso la maturità della fede.
La fine del tutoraggio (v. 25): Con l’arrivo della fede, il ruolo del pedagogo si conclude; si passa da una regola esterna alla libertà interiore dello Spirito.
Figli di Dio e nuovi in Cristo (vv. 26-29) - Il Battesimo (vv. 26-27): Mediante la fede e il battesimo, i credenti si “rivestono di Cristo” e diventano a tutti gli effetti figli di Dio.
L’abolizione delle barriere (v. 28): Nel corpo di Cristo scompaiono le divisioni sociali, etniche e di genere (“Non c’è Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio e femmina”). Tutti formano un’unità nuova e profonda.
L’eredità di Abramo (v. 29): Chi appartiene a Cristo fa parte della vera discendenza di Abramo ed è erede della promessa divina, non per meriti propri o per opere della legge, ma per grazia.
 
Vangelo
Beato il grembo che ti ha portato! Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,27-28
 
Carrol Stuhlmueller, C.P.: Questi versetti SI trovano soltanto in Lc. Gesù dà ora il vero segno della santità: ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica. Non era sufficiente neppure il più grande degli onori esteriori, quello di essere la madre di Gesù; Maria è «beata» perché ascolta e mette in pratica la parola di Dio (1,28-29.42-45).
 
In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
 
Parola del Signore.

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27 Una donna... gli disse; Matteo e Marco, dopo l’eloquente accenno al ritorno dello spirito immondo, con il quale il Salvatore ammonisce gli Ebrei (Scribi e Farisei) di non rifiutare il suo aiuto per non cadere sotto il dominio tirannico di Satana, narrano la venuta dei parenti del Maestro e la dichiarazione che egli, in quella stessa occasione, ha fatto per designare coloro che ritiene suoi veri parenti (cf. Mt., 12, 46-50; Mc., 3, 31-35; Lc., 8, 19-20). Luca invece, avendo già descritto questa scena, inserisce nell’attuale contesto un episodio analogo ad essa, cioè quello della donna che proclama beata la madre del Redentore. Beato il seno che ti ha portato ...; la donna dichiara fortunata la madre che ha generato ed allattato Gesù. L’espressione di questa donna, presa da profonda ammirazione per le parole e le opere del Maestro, rivela in modo trasparente sentimenti di una delicata sensibilità femminile e di un sincero compiacimento materno; nell’ebraismo la maternità costituiva una segnalata benedizione di Dio ed un motivo di gioioso orgoglio per la donna.
28 Beati piuttosto coloro...; il Salvatore non rigetta il complimento rivoltogli dalla donna, ma preferisce correggerlo indicando alla folla una prospettiva religiosa superiore: la semplice parentela umana non ha importanza per lui; invece gli è cara, poiché ha sommo valore religioso, la parentela spirituale che consiste nell’ascoltare e praticare la parola di Dio. La parola di Dio: espressione preferita dal terzo evangelista; gli altri due Sinottici nel testo parallelo hanno: «la volontà di Dio». L’episodio, che ha una sua particolare suggestività, è riferito unicamente da Luca; questo scrittore, come già sappiamo, ama segnalare la presenza delle donne ed i loro sentimenti pieni di benevola attenzione e di delicatezza verso il Maestro.
 
Per approfondire
 
Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. Nelle famiglie greche e romane, il pedagogo “non era precisamente un educatore nel senso che diamo oggi a questa parola. Era uno schiavo incaricato di accompagnare i bambini a scuola, di sorvegliarli e di mantenere la disciplina. In genere non era né amato né rispettato. Spesso ricorreva al rimprovero e al castigo. Definendo la legge come il pedagogo di Israele, Paolo allude specialmente al suo carattere transitorio e alla schiavitù che essa impone all’uomo.
Quando Gesù Cristo ha instaurato il regime della fede, gli uomini hanno cessato di essere soggetti al dominio della legge che li sorvegliava tenendoli prigionieri, perché da schiavi sono passati a essere «figli»: figli di Dio per mezzo della fede nel Cristo Gesù. Il loro nuovo rapporto col Cristo è l’unica ed esclusiva ragione del loro essere figli di Dio.
In virtù del battesimo tutti gli uomini, giudei e pagani (senza che questi ultimi debbano farsi giudei), sono una cosa sola nel Cristo; appartengono al Cristo e di conseguenza sono liberi figli di Dio ed eredi dei beni promessi ad Abramo, cioè della salvezza messianica.
Vi siete rivestiti di Cristo. Con questa strana immagine che presenta il Cristo come un vestito divino preparato
per tutti, l’apostolo sottolinea la comune partecipazione dei credenti all’essere stesso del Cristo. Ciò si realizza nel battesimo, con la nascita in tutti e in ciascuno del nuovo io, il Cristo, l’uomo interiore.
In virtù di questo inserimento nel Cristo, le differenze storiche e naturali del vecchio mondo perdono definitivamente il loro valore: stanno per passare e non possono più essere motivo di separazione fra gli uomini.
Tutti i battezzati, giudei e pagani, sono una cosa sola nel Cristo Gesù, sono il Cristo stesso. Tutti insieme sono il Cristo, e ciascuno di loro è il Cristo per il proprio fratello.
Questa appartenenza del battezzato al Cristo non è soltanto di ordine morale. È fondata sulla comune partecipazione allo Spirito del Cristo attraverso la celebrazione del battesimo nella chiesa” (Bibbia per la formazione cristiana).
 
Padre Silvano Fausti: Beato il grembo, il ventre che ti portò e le mammelle che succhiasti.
Risponde a quanto disse Elisabetta all’inizio del vangelo, cap. 1°, v. 45 che quando vede Maria dice: come mai viene a me Maria, la mamma del mio Signore? Dice: beata te che hai creduto alla parola.
Maria è madre del Signore perché è colei che crede alla parola. E lì subito comincia il tema di Maria nostro modello, cioè lei è madre perché ha accolto la parola, la concepisce, dice sì.
Nel capitolo 2° pure si presenta Maria; quando vanno i pastori e le raccontano che cosa
Risponde a quanto disse Elisabetta all’inizio del vangelo, cap. 1°, v. 45 che quando vede Maria dice: come mai viene a me Maria, la mamma del mio Signore? Dice: beata te che hai creduto alla parola.
Maria è madre del Signore perché è colei che crede alla parola. E lì subito comincia il tema di Maria nostro modello, cioè lei è madre perché ha accolto la parola, la concepisce, dice sì.
Nel capitolo 2° pure si presenta Maria; quando vanno i pastori e le raccontano che cosa hanno detto gli angeli e spiegano cos’è quel bambino che è nato a lei, si dice che Maria custodisce tutte queste parole confrontandole nel suo cuore.
Maria è madre non solo perché ha generato Gesù, perché uno non è figlio semplicemente perché è stato generato. Uno è figlio quando è accolto, custodito, ascoltato e amato.
Tra l’altro una persona qund’è che la concepisci?
Ci sono due modi di concepire. Una è la concezione animale e il nostro modo di concepire è uguale a quello degli animali, ma uno lo concepisci quando lo ascolti, lo accogli dentro di te, gli lasci spazio e ti entra, e diventa lui la tua vita.
Tra l’altro la parola “concetto” è da concepire. La realtà tu la concepisci quando la ascolti. Così le persone: davvero sei madre se ascolti uno. Tu scompari, lasci tutto il vuoto, tutto spazio: questo è il grembo, l’utero e l’orecchio. Infatti un antico inno siriaco dice che Maria era tutta orecchio perché la sua maternità, prima che nel ventre, consiste nell’orecchio.
La vera maternità è ascoltare, che è la forma fondamentale di accogliere. Normalmente non ascoltiamo mai gli altri, non li accogliamo. Quando uno parla penso subito male: cosa rispondergli, cosa contrapporgli. Non lo lasci entrare, non ti scalfisce!
C’è questo ascoltare. E Dio è parola. Con la parola ha fatto il mondo e riesce a fare tutto. Una sola cosa non riesce a fare. Ci riesce solo se lo lasciamo libero: a fare l’uomo nuovo, a fare l’uomo suo figlio, perché noi diventiamo figli di Dio, cioè uguali a Dio, ascoltando la sua parola.
Se tu ascolti una persona, la lasci entrare in te, il suo modo di pensare, il suo modo di sentire, il suo modo di agire diventa il tuo. E Dio davvero con la sua Parola ci comunica tutto se stesso. Come ciascuno di noi quando parla, o mente per imbrogliare l’altro, o comunica se stesso.
Chi comunica si espone al bisogno di essere accolto, fosse anche un “padre eterno”, ha bisogno di essere accolto, accolto maternamente dall’altro. E tu quando accogli l’altro hai davvero tutta la ricchezza dell’altro. Così ascoltando Dio hai tutta la ricchezza di Dio, il suo modo di pensare, di sentire, di amare, di agire. Il suo stesso essere perché la parola determina l’essere della persona.
Quando Dio ha creato l’uomo non dice che lo ha creato secondo la sua specie. L’uomo non ha specie; è come Dio, è immagine e somiglianza di Dio, che è amore, che è parola, che è comunione. E diventa come Dio se ascolta Dio. Per cui la nostra specie è la specie della parola che ascoltiamo.
 
Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano! Ascoltare e osservare significa compiere ciò che Dio Padre chiede ai suoi figli attraverso la vita di ogni giorno: lavoro, famiglia, professione, impegni sociali, politici ... una vita sinceramente cristiana, seria e impegnata, fortemente radicata nella concretezza del quotidiano, non con la testa tra le nuvole di gratificanti sogni. Il brano evangelico ci ricorda la “casa costruita sulla roccia o sulla sabbia” (Mt 7,21-27): chi ascolta la parola di Gesù costruisce la sua casa sulla roccia, ed è beato; come dire che la “beatitudine”, la salvezza eterna, dipende dall’ascolto della Parola; se non ascolta l’uomo costruisce la sua eterna rovina. La furia degli elementi della natura, ricordata nel racconto della “casa costruita sulla roccia”, in Ez 13,1-16 sta ad indicare l’ira di Dio che si abbatte rovinosamente su tutto quanto era stato costruito dai falsi profeti (cfr. Mt 7,15-20): «Di’ a quegli intonacatori di mota: Cadrà! Scenderà una pioggia torrenziale, una grandine grossa, si scatenerà un uragano ed ecco, il muro è abbattuto ... Perciò dice il Signore Dio: Con ira scatenerò un uragano, per la mia collera cadrà una pioggia torrenziale, nel mio furore per la distruzione cadrà grandine come pietre; demolirò il muro che avete intonacato di mota, lo atterrerò e le sue fondamenta rimarranno scoperte; esso crollerà e voi perirete insieme con esso e saprete che io sono il Signore» (Ez 13,11-14). Ritornando al nostro brano, allora, si può dire: colui che non ascolta va incontro all’ira di Dio! Per l’evangelista Luca  l’ascolto delle parole di Gesù e il metterle in pratica è fonte di beatitudine, praticamente è la condizione per entrare nel regno dei cieli. Si può dire che Luca crea volutamente un nesso strettissimo tra l’insegnamento di Gesù, la sua Parola e l’ascolto, ma non più della Torah (Dt 6,4-9), bensì del Vangelo. In questo emerge la novità della concezione della salvezza, il quale, benché in sintonia con la mentalità pragmatica dei giudei insista sul “fare” più che sull’ascolto della parola, ripone il conseguimento della vita eterna nell’ascolto-accoglienza della Parola, la seconda Persona della Trinità. Si può così dire che Gesù mette al centro del suo insegnamento l’uomo e lo riveste con il manto regale della libertà, è libero di ascoltare o di non ascoltare; è libero di imboccare la strada della beatitudine, o di imboccare la via delle eterna perdizione.
 
Maria è benedetta per la sua fede: «Allorché il Signore, attraverso i segni e i prodigi che compiva, andava rivelando ciò che nascondeva nella carne fino a riempire tutti di stupore e di ammirazione, qualcuno in mezzo alla folla, particolarmente preso dall’entusiasmo, esclamò: Beato il seno che ti ha portato. E lui: Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono. Come a dire: «Anche mia madre, che tu chiami beata, è beata appunto perché custodisce la parola di Dio, non perché in lei il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi [Gv l, 14]; ma perché custodisce il Verbo stesso di Dio per mezzo del quale è stata fatta, e che in lei si è fatto carne. Non si limitino gli uomini al godimento della prole temporale; godano piuttosto di congiungersi spiritualmente con Dio.» (Agostino, Commento al Vangelo di Giovanni 10,3).
 
Testimoni di Cristo - San Daniele Comboni - La luce del Vangelo per il cuore dell’Africa: Il Vangelo è fonte di liberazione, perché indica la strada per diventare a pieno esseri umani. Nella storia però in molti, hanno cercato di farne uno strumento per soggiogare e “colonizzare”. Per l’Africa sono tanti i testimoni della fede che hanno lottato per fare della Parola una radice di dignità in mezzo alle popolazioni sfruttate e ridotte troppe volte in schiavitù. Fu proprio in questa prospettiva che visse e agì san Daniele Comboni, autentico padre nella fede per l’Africa. Nato nel 1831 a Limone del Garda, nel 1857, tre anni dopo essere diventato prete, Comboni partì verso il Sudan assieme a cinque compagni: questa prima missione però fallì a causa della inesperienza dei missionari ma anche per l’aspra opposizione dei mercanti di schiavi. Comboni si mise così a pensare a un grande progetto di evangelizzazione per l’Africa, da cui nacque la famiglia religiosa comboniana (i padri Comboniani fondati nel 1867, le Pie Madri della Nigrizia nel 1872). Nel 1867 ripartì, stabilendo la propria base al Cairo e si mise al lavoro non solo per portare il Vangelo ma anche per offrire istruzione ed emancipazione agli studenti di colore, guidati da insegnanti di colore. Fondatore della rivista «Nigrizia», morì nel 1881 a Khartum. Beato nel 1996, è stato canonizzato a Roma da Giovanni Paolo II il 5 ottobre 2003
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
 
 9 Ottobre 2026
 
Venerdì XXVII Settima T. O.
 
Gal 3,7-14; Salmo Responsoriale dal Salmo 110 (111); Lc 11,15-26
 
Il vero problema (…) che tante volte dimentichiamo, è che la conversione non solo ci fa accorgere del male per farci scegliere il bene, ma nello stesso tempo spinge il male ad evolversi, a diventare sempre più insidioso, a mascherarsi in maniera nuova affinché facciamo fatica a riconoscerlo. È una vera lotta. Il tentatore torna sempre, e torna travestito. (…) In questo senso, una delle virtù più utili da praticare è quella della vigilanza. Gesù descrive la necessità di questa attenzione su noi stessi e sulla Chiesa (…) attraverso un esempio efficace: «Quando lo spirito impuro esce dall’uomo – dice Gesù –, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima» (Lc 11,24-26). La nostra prima conversione riporta un certo ordine: il male che abbiamo riconosciuto e tentato di estirpare dalla nostra vita, effettivamente si allontana da noi; ma è da ingenui pensare che rimanga lontano per lungo tempo. In realtà, dopo un po’ si ripresenta a noi sotto una nuova veste. Se prima appariva rozzo e violento, ora invece si comporta in maniera più elegante ed educata. Allora abbiamo ancora una volta bisogno di riconoscerlo e smascherarlo. Permettetemi l’espressione: sono i “demoni educati”: entrano con educazione, senza che io me ne accorga. Solo la pratica quotidiana dell’esame di coscienza può far sì che ce ne rendiamo conto. Per questo si vede l’importanza dell’esame di coscienza, per vigilare la casa. (Francesco - Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2022)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overview: In Galati 3,7-14, l’apostolo Paolo spiega che la giustificazione e la salvezza si ottengono unicamente per mezzo della fede in Cristo, e non praticando le opere della Legge.
Punti chiave del brano: I figli di Abramo: Paolo dimostra che i veri discendenti di Abramo non sono definiti dall’appartenenza etnica o dalla circoncisione, ma da chi condivide la stessa fede di Abramo. La promessa originaria fatta ad Abramo includeva già tutte le nazioni.
Il limite della Legge: Chi confida esclusivamente nelle opere della Legge si trova sotto una maledizione, perché la Legge impone di osservare tutto senza commettere errori. Poiché nessuno riesce a metterla in pratica perfettamente, la Legge finisce per condannare anziché salvare.
Il riscatto di Cristo: Cristo ha liberato l’umanità da questa maledizione assumendola su se stesso sulla croce (“Maledetto chi appende al legno”).
Il dono dello Spirito: Lo scopo del sacrificio di Cristo è permettere a chiunque ha fede – sia ebrei che pagani – di ricevere la benedizione promessa ad Abramo e il dono dello Spirito Santo.
 
Vangelo
Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
 
Il racconto evangelico si apre con un esorcismo di cui non viene ricordato alcun particolare, ma è da questo episodio che segue una reazione diversificata dei presenti. Alcuni accusano Gesù di essere in combutta con Satana, mentre altri vogliono metterlo alla prova esigendo da lui un segno dal cielo. La risposta di Gesù a queste illazioni Gesù è immediata. L’originalità degli esorcismi di Gesù sta nell’espressione dito di Dio, che nell’Antico Testamento indica l’intervento concreto e diretto di Dio sul mondo. Gesù è venuto per instaurare con il dito di Dio il regno del Padre celeste e per sbaragliare il regno di Satana. Quest’ultimo è l’uomo forte che fa la guardia alla sua casa e al suo regno, ma c’è uno più forte che lo sconfigge, con la sua potenza divina e i suoi esorcismi
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,15-26
 
In quel tempo, [dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio,] alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».
 
Parola del Signore.
 
Un segno e la sua interpretazione - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Gesù ha appena scacciato un demonio da un posseduto, «un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: “È in nome di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni”». Gesù aveva compiuto un segno, un miracolo; ma ogni segno è ambivalente e si può interpretare in un senso o nell’altro, perché Dio rispetta la libertà di chi vede il segno e lo interpreta.
È quello che avvenne in questo caso. Alcuni ammirarono il potere liberatore e la misericordia di Dio che Gesù manifestava; altri però attribuirono tutto alla complicità di Cristo con il demonio. Chiaramente illogico, perché, come dice Gesù, «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? ».
L’unica spiegazione valida è che un altro più forte del demonio, cioè Gesù stesso, lo ha vinto. Poiché egli scaccia i demoni «con il dito di Dio», cioè con il suo potere e «per virtù dello Spirito di Dio» - come aggiunge l’evangelista Matteo nel brano parallelo (11,28) - il regno e la misericordia liberatrice di Dio sono arrivati nel mondo degli uomini. Questa è la spiegazione giusta, conclude Gesù.
Per accettare come evidente questa interpretazione, ci voleva una luce speciale, cioè la fede, che mancava agli avversari di Cristo. La fede è un dono di Dio e non una conclusione razionale; per questo non scaturiva necessariamente dai miracoli che Gesù faceva. Altrimenti, tutti avrebbero creduto in lui, perché le prove che dava del potere di Dio erano schiaccianti.
Inoltre, ogni segno di Dio, come parola efficace di se stesso, chiama a una decisione a favore o contro.
Per questo Gesù aggiunge: «Chi non è con me, è contro di me». E tacitamente paragona la sorte del popolo eletto con quella del posseduto guarito. Se non accoglie il regno di Dio con cuore aperto e grato, si troverà in una situazione peggiore di prima.
 
Per approfondire
 
José Maria González-Ruiz: Una volta presentato decisamente alla considerazione dei suoi lettori l’evento cristiano che gli stessi galati avevano provato così vitalmente, Paolo torna alle sue fonti teologiche, indiscutibili per le due parti della polemica.
Abramo è il padre del vero popolo di Dio, non perché capo del popolo giudaico, ma perché pioniere d’un nuovo atteggiamento religioso, la fede. E questo atteggiamento - la fede - proietta Abramo verso l’universalismo umano. Abramo fu giustificato da Dio, ammesso all’amicizia divina, al vero servizio di Dio, non per una vita disseminata di opere religiose, ma per la sua fede, la sua fede assoluta in un Dio che gli promette, che su di sé prende l’iniziativa della vita religiosa. Abramo passa dalla sua vita «pagana », idolatra, alla vita religiosa unicamente attraverso la fede. La circoncisione - la grande « opera» religiosa secondo i giudei - verrà molto più tardi, e sarà solo un sigillo della giustificazione attraverso la fede acquistata in precedenza, durante il suo stato d’incirconciso (Rm 4,11).
Nel caso d’Abramo, interpretato genuinamente da Paolo, vediamo tipificata la fede, come atteggiamento, esistenziale dell’« homo religiosus », La fede è una partecipazione della solidità, della stabilità dell’unico assoluto, che è Dio. Subito dopo Paolo, con un linguaggio abbastanza difficile, fa un’osservazione primordiale. Con la pratica religiosa come tale l’uomo non può uscire dalla sua angoscia esistenziale né ottenere una risposta alle istanze fondamentali che rivolge a se stesso. Se egli non si rende disponibile all’Assoluto, in attesa della sua irruzione nella sua realtà interrogante, l’uomo resta schiavo del suo legalismo.
Questa situazione è detta da Paolo «maledizione della legge». Quando, nella vita d’un uomo o nella storia d’una società, si verifica una «crisi religiosa», dobbiamo sondare, in primo luogo, se non si tratta di qualche legalismo che incatena l’uomo ansioso di vivere la propria realtà, e che è incapace di tirarlo fuori dai suoi schemi.
È il caso d’una catechesi razionalista, imposta attraverso procedimenti scolastici oppressivi e fondata su un moralismo introverso e impossibile da sopportare. Gesù - dice Paolo - è venuto precisamente a Iiberarci da questa « oppressione» religiosa.
 
Satana l’omicida e il signore della morte - Giorgio Giordani e Sergio Lanza (Satana in Schede Bibliche Pastorali Vol. VII): «Egli è stato omicida fin dal principio» (Gv 8,44). L’intima connessione tra Satana­peccato-morte appare in numerosi testi del NT, di cui quello di Giovanni or ora citato costituisce l’esempio più significativo nella sua formulazione lapidaria e sintetica. Già verso la fine della rivelazione veterotestamentaria si era introdotto un pensiero di questo tipo, quando l’autore del libro della Sapienza, rileggendo il testo di Gn 3, dopo aver detto che «Dio creò l’uomo per l’immortalità, lo fece a immagine della propria natura» (Sap 2,23; cf. 1,13), afferma: «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,24).
In questa prospettiva si può capire l’esortazione di Cristo ai discepoli: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna» (Mt 10,28), e la raccomandazione di Giovanni a non seguire l’esempio di Caino «che era maligno e uccise suo fratello» (1Gv 3,12).
Ma è soprattutto nelle lettere di Paolo che questo pensiero viene ripreso e sviluppato, con la costante preoccupazione di far risaltare la vittoria di Cristo su Satana­peccato-morte. Notissimo è il testo di Rom 5,12ss che presenta uno schizzo della storia della salvezza: rileggendo Gn 3 e Sap 2,24, Paolo sottolinea la relazione peccato-morte, mettendone in risalto il rapporto di stretta causalità. Ma egli è soprattutto preoccupato di mettere in evidenza la ricchezza sovrabbondante della redenzione operata da Cristo: «Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato ... Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,12 e 15).
La missione di Cristo è quella di sconfiggere Satana e esautorare il suo dominio sul regno della morte. Egli si è fatto uomo, ha assunto in tutto la condizione umana, «ne è divenuto partecipe, al fine di ridurre all’impotenza mediante la morte colui che ha il potere della morte, cioè il diavolo, e rendere liberi quelli che per timore della morte erano soggetti a servitù per tutta la vita» (Eb 2,14-15). Per questo Paolo può esclamare con una speranza che è già fiduciosa certezza: «Ma il Signore è fedele; egli vi confermerà e vi custodirà dal maligno» (2Ts 3,3).
Ancora più radicale Giovanni che considera i cristiani come coloro che, sebbene ancora sollecitati da tante tentazioni e difficoltà, pure possono considerarsi legittimamente vincitori, perché hanno conosciuto «colui che è dal principio» e hanno «vinto il maligno» (1Gv 2,13-14).
 
Ma se arriva uno più forte di lui: “Gesù Cristo è Colui che è più forte del Diavolo e ha assunto le vesti della nostra umanità per sconfiggerlo e liberare la nostra anima, sua sposa, dalle mani di quello, servendosi dell’umiltà con la quale espelle dall’anima il veleno della superbia. affinché nei sensi del corpo non appaia più nulla di orgoglioso” (Antonio da Padova, Sermones).
 
Testimoni di Cristo - John Henry Newman - La luce gentile che guida i nostri cuori verso Dio: C’è un’intuizione profonda nel cuore di ognuno di noi, una corrispondenza d’amore che riconosce il soffio della vita divina e ci spinge a seguirla. Testimone di questa “luce gentile” che guida i credenti è san John Henry Newman, che visse il passaggio dalla Chiesa anglicana a quella cattolica come un momento felice di approdo al porto ricercato da sempre. Era nato a Londra il 21 febbraio 1801, figlio di un banchiere anglicano e di madre discendente dagli ugonotti francesi. Fin da giovane si sentì chiamato a servire Dio. Intellettuale e filosofo brillante, divenne un punto di riferimento per tanti suoi contemporanei. Entrò all’«Oriel College» e nel 1822, a 21 anni di età, fu promosso “fellow”. Due anni dopo fu ordinato prete anglicano e nominato “tutor”, cioè professore assistente. A 27 anni divenne “vicar”, cioè parroco, di Santa Maria di Oxford. Il suo pensiero, però, cominciò a rivolgersi alle radici della Chiesa, sentendosi in qualche modo sempre più vicino a quella cattolica.
Dopo un periodo travagliato nel 1845 divenne cattolico; completati gli studi a Roma nel 1847 fu ordinato prete. Entrato tra gli Oratoriani, dopo il ritorno in patria non ebbe vita facile, ma riuscì a far prevalere la luce della verità. Creato cardinale nel 1879 da papa Leone XIII, morì nel 1890 a Birmingham. Beato dal 2010, è stato canonizzato il 13 ottobre 2019 da papa Francesco. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
 
  8 OTTOBRE 2026
 
Giovedì XXVII Settima T. O.
 
Gal 3,1-5; Salmo Responsoriale Lc 1,68-75; Lc 11,5-13
 
 «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Lc 11,9). Gesù con queste parole ci invita a rivolgerci fiduciosamente al Padre in tutte le nostre necessità. (…) “Chiedere”, infatti, è riconoscere, nella povertà, che tutto è dono del Signore e di tutto rendere grazie; “cercare” è aprirsi, nell’obbedienza, a scoprire ogni giorno la via da seguire nel cammino della santità, secondo i disegni di Dio; “bussare” è domandare e offrire ai fratelli i doni ricevuti con cuore casto, sforzandosi di amare tutti con rispetto e gratuità. (…) “Chiedere”, “cercare”, “bussare”, allora, vuol dire anche guardare a ritroso alla propria esistenza, riportando alla mente e al cuore quanto il Signore ha compiuto, negli anni, per moltiplicare i talenti, per accrescere e purificare la fede, per rendere più generosa e libera la carità. A volte ciò è avvenuto in circostanze gioiose, altre volte per vie più difficili da capire, magari attraverso il crogiolo misterioso della sofferenza: sempre, però, nell’abbraccio di quella bontà paterna che caratterizza il suo agire in noi e attraverso di noi, per il bene della Chiesa (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 43). (…) Senza Lui nulla esiste, nulla ha senso, nulla vale, e il vostro “chiedere”, “cercare” e “bussare”, nella preghiera come nella vita, riguarda pure questa verità (Leone XIV, Omelia, 9 ottobre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Ai Overiew: In Galati 3,1-5 l’apostolo Paolo rimprovera con forza i credenti della Galazia perché si sono lasciati sedurre da falsi maestri, dimenticando che la salvezza e il dono dello Spirito Santo vengono dalla fede in Cristo e non dall’osservanza della Legge. 
Contesto e significato del brano: Il rimprovero (v. 1) - Paolo chiama i Galati “stolti” o “impazziti”perché si sono fatti “ammaliare”. Avevano ricevuto una predicazione così chiara su Gesù Cristo crocifisso da vederlo quasi “dipinto” davanti ai loro occhi.
Spirito contro Legge (vv. 2-3): Paolo pone una domanda diretta: avete ricevuto lo Spirito Santo per mezzo delle opere prescritte dalla Legge (come la circoncisione) o perché avete creduto all’annuncio del Vangelo? Tornare a confidare nei precetti umani dopo aver iniziato una vita guidata dallo Spirito è un’incoerenza profonda (v. 3: “avendo cominciato nello Spirito, ora finite nella carne?”).
L’esperienza della grazia (vv. 4-5): L’apostolo ricorda loro le grandi cose e i miracoli vissuti non per meriti personali o sforzi legali, ma come opera gratuita di Dio che elargisce il suo Spirito attraverso l’ascolto della fede.
Il messaggio centrale - Il testo segna il passaggio cruciale della teologia paolina: la salvezza non è il risultato di un contratto religioso basato su regole e meriti umani (opere della Legge), ma è un dono gratuito accolto con la fiducia del cuore (ascolto della fede).
 
Vangelo
Chiedete e vi sarà dato.
 
Gesù ha insegnato ai discepoli la preghiera del Padre nostro (Lc 11,1-4), ora suggerisce loro la necessità di «pregare sempre, senza stancarsi mai» e di attendere con perseveranza il suo ritorno perché Egli certamente ritornerà come giudice degli uomini. L’evangelista Luca ama soffermarsi sulla preghiera di Gesù: è l’orante perfetto in continua comunione di amore con il Padre. Gesù prega sopra tutto nei momenti più importanti della sua vita: è orante nelle acque del Giordano (Lc 3,21); è orante sul monte Tabor (Lc 9,28); prega prima di compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Lc 9,16); prega nel Cenacolo quando istituisce l’Eucarestia (Lc 22,19-20); prega prima di consegnarsi alla sua beata Passione (Lc 22,39-46); confitto sulla croce prega per i suoi aguzzini (Lc 23,34); muore pregando: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
La parabola dell’amico importuno è una catechesi sulla preghiera, che vuole mettere in evidenza la certezza di essere esauditi. Come è certo che quell’amico, per una ragione o per l’altra, finirà con l’alzarsi, così è certo che Dio ascolta chi lo prega. Ma perché, a volte, l’uomo non ottiene da Dio ciò che gli chiede? Dio ascolta sempre, ma sa quello che è bene dare, e quello che è bene non dare. Dio è come un padre che non concede sempre al figlio ciò che questi gli domanda, ma gli dà soltanto ciò che sa essergli utile. C’è però un dono che Dio non nega mai: lo Spirito Santo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,5-13
 
In quel tempo, Gesù disse ai discepoli:
«Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non mi importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
 
Parola del Signore.
 
Parabola dell’amico importuno - Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico-Spirituale dei Quattro Vangeli): Con i due brani seguenti Luca illustra i requisiti della preghiera: la fiducia e la perseveranza. La similitudine dell’amico importuno, che gli è esclusiva, si riferisce alla confidenza con cui il credente si rivolge a Dio nelle sue necessità, conoscendo la sua bontà sconfinata. Il comportamento dell’amico importunato, corrisponde al modo con cui Dio agisce nei nostri confronti: essendo nostro grande amico egli non può non esaudire la nostra preghiera. Di qui scaturisce la lezione circa la fiducia da riporre nel suo aiuto.
Il v. 8 sembra costituire una rilettura parenetica posteriore. L’accento è spostato dal comportamento dell’amico importunato a mezzanotte, che cede alle pressioni dell’amico, all’insistenza del richiedente: dal tema della preghiera fiduciosa si passa a quello della preghiera insistente.
I vari dettagli della descrizione presuppongono l’ambiente palestinese. L’ospitalità era un dovere sacro. Le case normalmente si componevano di un unico vano, dove gli inquilini dormivano tutti insieme. Il pane veniva preparato in ogni famiglia. È facile immaginare il disagio provocato dalla richiesta importuna a mezzanotte. Tuttavia il richiedente ha la certezza d’essere esaudito dall’amico; questi nel senso originario della parabola simboleggia l’Amico per eccellenza, Dio, che Gesù nel Padre nostro ha insegnato a invocare come Padre (Abbà). Preghiera perseverante ( 11,9-13) Questo brano stupendo, che Luca ha in comune con Mt (7,7-11 ), si compone di due parti, elaborate in modo simmetrico; il messaggio dottrinale è contenuto nella conclusione. Nella prima, ai tre imperativi incalzanti, con cui i discepoli sono invitati a perseverare nella preghiera, segue la triplice assicurazione dell’esaudimento (vv. 9-10); la seconda parte contiene due paragoni tratti dalla vita familiare (vv. 11-12).
Il discepolo può rivolgersi al Padre celeste con la stessa insistenza e franchezza con cui un bambino chiede al babbo il nutrimento. Nella pericope non è espresso l’oggetto della domanda. L’accento cade sull’atteggiamento che deve assumere il discepolo, consapevole della propria indigenza e fragilità: deve rivolgersi a Dio con costanza per poter corrispondere alla sua grazia ed “ereditare la vita eterna” (10,25). L’immagine “pane-pietra” in Matteo è sostituita con “uovo scorpione” (v. 12). Inoltre, in Luca l’ordine appare invertito: prima ricorre la coppia “pesce-serpe” e poi “uovo-scorpione”. Uno scorpione contratto può venire scambiato per un uovo. Nella conclusione lucana (v. 13) il dono per eccellenza, che il Padre elargisce al credente che ricorre a lui con la preghiera perseverante, è costituito dallo “Spirito Santo”, mentre Matteo parla in modo generico di “cose buone” (7,11). Il tema dello Spirito Santo, com’è noto, rappresenta nell’opera lucana un motivo dominante, che sta a cuore all’evangelista.
 
Per approfondire
 
Giovanni Nicolini - Quella di Paolo nei confronti dei Galati è un’aggressività severa, ma anche rivelatrice di un rapporto con loro che è storia meravigliosa del suo annuncio e accoglienza vera da parte loro!
Questo rende ancora più forte quello “stolti Galati, chi vi ha incantati?” (ver.1).
Insieme all’interrogativo è presente un giudizio di ingenuità, sprovvedutezza e fragilità!
E questo proprio per il confronto con l’evento del loro accesso nel dono della fede per l’annuncio della croce di Gesù!
Tutta la loro vicenda evidenzia e denuncia la situazione critica nella quale sono caduti.
Ma dunque “è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la Parola della Fede?” (ver.2).
Sembra drammaticamente grave e inspiegabile il loro precipitare dal segno dello Spirito che hanno ricevuto e accolto, al loro “finire nel segno della carne”!
E l’Apostolo al ver.4 ricorda il loro travaglio: “Avete tanto sofferto invano?”
E aggiunge (!): “Se almeno fosse invano!”
Perché ora sembra che lo spessore e le conseguenze del danno siano superiori allo splendore del dono ricevuto!
Dio non è così!!
Infatti, non è “grazie alle opere della Legge” che Dio ha donato loro lo Spirito!, ma perchè essi hanno ascoltato la parola della fede. Alla lettera “… per l’ascolto della fede”! (ver.5).
 
La preghiera com’è insegnata da Gesù - Paul Beauchamp (Dizionario di Teologia Biblica): Mediante l’incarnazione, il Figlio di Dio è collocato al centro della richiesta incessante degli uomini. Egli la nutre di speranza rispondendovi; nello stesso tempo loda, incoraggia, od educa la fede (Lc 7,9; Mi 9,22.29; 15,28). Collocato su questo sfondo vissuto, il suo insegnamento si estende anzitutto sul modo di pregare, più abbondantemente che sulla necessità della preghiera: «quando pregate, dite...» (Lc 11,2).
1. I sinottici. - Il Pater è il centro di questo insegnamento (Lc 11,2ss; Mt 6,9-13). Dall’invocazione di Dio come Padre, che prolunga, superandola, l’intimità dei salmi (Sal 27,10; 103,13; cfr. Is 63,16; 64,7), deriva tutto l’atteggiamento dell’orante. Questa invocazione è un atto di fede e già un dono di sé, che immette nel circuito della carità. Ne deriva che, perfettamente in linea con la preghiera biblica, egli fa passare dinanzi a tutto la preoccupazione del disegno di Dio: del suo nome, del suo regno (cfr. Mi 9, 38), dell’attuazione della sua volontà. Ma domanda pure il pane (che egli offre nell’eucaristia), poi il perdono, dopo essersi riconciliato con i figli dello stesso Padre, ed infine la grazia di non essere travolto dalle prove del tempo futuro. Le altre prescrizioni inquadrano o completano il Pater noster, nominano sovente il Padre. L’impressione dominante è che la certezza di essere esauditi è fonte e condizione della preghiera (Mt 18,19; 21,22; Lc 8,50). Marco lo esprime nel modo più diretto: «se egli non esita in cuor suo, ma crede che accadrà ciò che dice, l’otterrà» (Mc 11,23; Cfr. 9,23 e soprattutto Giac 1,5-8). Ora, si è sicuri perché si prega il Padre (Lc 11,13; Mt 7,11). L’interiorità si fonda sulla presenza del Padre che vede nel segreto (Mt 6,6; cfr. 6,4.18). Non accavallare e ripetere le parole (Mt 6,7) quasi che Dio sia lontano da noi, come Baal deriso da Elia (1Re 18,26ss), mentre è il nostro Padre. Perdonare (Mc 11,25 par.; Mi 6,14). Pregare in unione fraterna (Mt 18,19). Ricordare le proprie colpe in una preghiera contrita (Lc 18,9-14). Bisogna pregare senza interruzione (Lc 18,1; cfr. 11,5-8): la nostra perseveranza deve essere provata, la vigilanza del cuore espressa. La necessità assoluta della preghiera è insegnata nel contesto degli ultimi tempi (Lc 18,1-7), resi vicini dalla passione; senza di essa si sarebbe sommersi da «tutto Ciò che deve accadere» (Lc 21,36; cfr. 22,39-46); così pure il Pater termina implorando Dio contro la tentazione insostenibile degli ultimi tempi.
2. Giovanni presenta sotto una luce molto unificata la pedagogia della preghiera, passaggio dalla richiesta alla vera preghiera, e dal desiderio dei doni di Dio a quello del dono che apporta Dio stesso, come leggevamo già nei salmi. Così la Samaritana è condotta dai suoi propri desideri fino a quello del dono di Dio (Gv 4,10), la folla al «nutrimento che rimane per la vita eterna» (Gv 6,27). Perciò la fede non è soltanto condizione della preghiera, ma suo effetto: il desiderio è nello stesso tempo esaudito e purificato (Gv 4,50.53; 11,25 ss.45).
 
Fede speranza e carità simboleggiate da pesce, uovo e pane - Agostino, Le Lettere 130, 8, 16:  Delle tre note virtù raccomandate dall’Apostolo la fede è simboleggiata nel pesce, sia a causa dell’acqua del battesimo, sia perché rimane integra in mezzo ai flutti di questa vita: ad essa si oppone il serpente, il quale con velenoso inganno persuase i progenitori a non credere a Dio; la speranza è raffigurata nell’uovo, perché la vita del pulcino non c’è ancora ma ci sarà, non si vede ancora ma si spera, poiché una speranza che si vede non è più speranza; all’uovo si oppone lo scorpione, poiché colui che spera la vita eterna dimentica le cose che gli stanno dietro e si protende verso quelle che gli stanno davanti, mentre gli nuoce rivolgersi a guardare indietro; dallo scorpione però bisogna guardarsi nella sua parte posteriore, velenosa e armata di aculeo; nel pane è raffigurata la carità, che è la più grande di queste virtù, a quel modo che il pane è superiore per utilità a tutti gli altri alimenti: al pane si oppone la pietra, giacché i cuori duri respingono la carità. Anche se queste cose ammettono un’altra spiegazione più conveniente, nondimeno colui che sa concedere ai suoi figli buoni doni, ci spinge a chiedere, a cercare, a bussare.

Testimoni di Cristo - Sant’Ugo Canefri da Genova - Cerchiamo un porto sicuro che ci accolga con i nostri pesi: Nel nostro perenne navigare esistenziale alla fine ciò che cerchiamo è solo un porto sicuro dove trovare ristoro e riparo, mani tese che ci accolgano con le nostre fatiche e le nostre sofferenze. È questo il messaggio legato all’eredità spirituale di sant’Ugo Canefri da Genova, che nel capoluogo ligure fu padre e fratello per molti nel complesso di San Giovanni di Pré, conosciuto come la Commenda di San Giovanni di Pré. In quel luogo, di fronte ai moli con il loro andirivieni di persone e merci, egli si fece vicino ai malati e ai bisognosi e, secondo la tradizione, compì numerosi segni prodigiosi. Era nato attorno al 1168 in una famiglia di nobili di Alessandria che avevano sostenuto e partecipato alla terza Crociata (1189-1192): Ugo vide con i propri occhi il dolore causato dalla violenza delle armi e le conseguenze della violenza. Davanti alle miserie e alle sofferenze del conflitto e probabilmente anche a causa dei disordini morali dei suoi compagni soldati, Ugo decise di entrare a far parte dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, i cavalieri ospitalieri. Dopo il rientro dalla Terra Santa, fu inviato a combattere la propria battaglia accanto ai malati – fino alla morte nel 1233 – proprio lì, a San Giovanni di Pré, nei pressi del porto, ponte aperto sul mondo. 
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.