29 Giugno 2026
 
Santi Pietro e Paolo, Apostoli
 
At 12,1-11; Sal 33 (34); 2Tm 4,6-8.17; Mt 16,13-19
 
 La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri vivi]: La Chiesa di Roma, sin dai tempi più remoti, unisce tra loro questi due grandi apostoli: Pietro e Paolo. Ne danno testimonianza le più antiche scritte nelle catacombe, i mosaici della vecchia basilica di San Pietro oppure della basilica di Santa Maria Maggiore. La prima testimonianza della festa di Pietro e Paolo, il giorno 29 giugno, l’abbiamo a partire dalla metà del III secolo...
Oggi, la Chiesa romana celebra una grande festa, il giorno della sua natività. I due grandi apostoli - Pietro e Paolo - posero le sue fondamenta. La festa di oggi, così romana, viene celebrata da tutta la Chiesa, dato che il Vescovo di Roma, successore di san Pietro è il capo della Chiesa di Cristo sulla terra. Oggi, la Chiesa in modo particolare si rende conto di essere costruita sulle fondamenta degli apostoli e di essere chiamata a trasmettere fedelmente la loro testimonianza a Cristo. Pietro e Paolo ricevettero dal Signore carismi differenti e ciascuno di loro ebbe una missione diversa da compiere. Pietro, per primo, confessò la fede in Cristo; Paolo, invece, ricevette la grazia di penetrarne tutta la profondità. Pietro, fonda la prima comunità dei credenti provenienti dal popolo eletto; Paolo, invece, diventa l’apostolo dei pagani. Ebbero carismi diversi, ma tutti e due si davano da fare con costanza per costruire la Chiesa di Cristo.
Ricordando i santi apostoli, eleviamo le preghiere con la loro intercessione: affinché la Chiesa di Cristo conservi fedelmente l’insegnamento degli apostoli, perseveri nello spezzare il Pane, e affinché tutti i suoi figli abbiano un cuor solo ed un’anima sola.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Erode Agrippa, figlio di Erode il Grande, perseguita la Chiesa. Fa giustiziare Giacomo, fratello di Giovanni, e solo per compiacere il popolo fa arrestare Pietro, il quale, alla vigilia del suo processo viene liberato miracolosamente da un angelo. L’intento di Luca è quello di esaltare la provvidenza divina che mai abbandona i giusti. Un racconto che vuole alimentare e sostenere la fede dei primi cristiani sottoposti a persecuzioni e a prove di ogni genere.
 
II Lettura: L’apostolo Paolo è ormai alla fine del suo lungo e doloroso cammino: pur avendo la profonda consapevolezza che sta «per essere versato in offerta», non ha paura della morte. Il premio che l’Apostolo si attende è la «corona di giustizia che il Signore, giusto» gli consegnerà nel giorno della parusia. Il premio è detto «corona della giustizia, perché sarà dato solo a chi l’avrà meritato mediante la santità e la giustizia. Il passo contiene pertanto la dottrina cattolica del merito, per cui Dio si impegna con obbligo di giustizia [giusto Giudice v. 8] a premiare coloro che hanno corrisposto alla sua grazia: il merito, perciò, non è solo una pretesa dell’uomo davanti a Dio, ma l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di grazia e di amore liberamente accettati dalla sua creatura» (Settimio Cipriani). La stessa corona di giustizia sarà donata a tutti coloro che, come Paolo, avranno atteso con amore la manifestazione di Cristo.
 
Vangelo
Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli.
 
Il Vangelo di Matteo pone la “professione di fede” di Pietro nella “regione di Cesarea di Filippo”. Qui Gesù domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». La domanda ha un fine maieutico, cioè quello di spingere gli Apostoli a giungere a una verità in maniera autentica semplicemente aiutandoli a darla alla luce. La risposta mette in evidenza le diverse opinioni ma nessuna calza alla vera persona del Cristo. Comunque i pareri espressi dal popolo suggeriscono l’alta considerazione che Gesù aveva presso la folla. All’incalzare della domanda, Pietro si fa avanti, e con estrema sicurezza dà la risposta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non si sa comunque che comprensione Pietro avesse di questa verità espressa su suggerimento non della “carne”, ma del Padre, in ogni caso è il preludio di quella autorità che Pietro eserciterà nella Chiesa a partire dal giorno dell’ascensione del Maestro. Tre sono le promesse: Pietro sarà la pietra sulla quale Gesù edificherà la sua chiesa, a lui saranno date le chiavi del regno dei cieli, e gli sarà conferito il potere di “sciogliere e di legare”. Legare e sciogliere “sono due termini tecnici del linguaggio rabbinico che si applicano innanzitutto al campo disciplinare della scomunica con cui si «condanna» (legare) o si «assolve» (sciogliere) qualcuno, e ulteriormente alle decisioni dottrinali o giuridiche con il senso di «proibire» (legare) o «permettere» (sciogliere). Pietro, quale maggiordomo [di cui le chiavi sono l’insegna, cf. Is 22,22] della casa di Dio, eserciterà il potere disciplinare di ammettere o di escludere come egli crederà meglio, e amministrerà la comunità con tutte le decisioni opportune in materia di dottrina e di morale. Sentenze e decisioni saranno ratificate da Dio nell’alto dei cieli” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 16,13-19
 
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
 Ma voi, chi dite che io sia? - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): La confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente», contiene la grandezza personale e quella ufficiale di Gesù. Egli è il Cristo, il profeta, re e sacerdote unto da Dio. Ed è ancora più di questo, perché è il Figlio del Dio vivente. Qui tutto viene elevato dall’oggettivo nel personale. Gesù come persona è Figlio del Dio vivo, sicché la fede è l’incontro personale con la persona del Figlio di Dio.
La risposta è stata suggerita da due forze. La prima è la riflessione e il riconoscimento di Pietro, basato sulla testimonianza di Gesù nelle parole o nei miracoli. Tutto ciò che la precede, particolarmente la guarigione dei malati, la duplice moltiplicazione dei pani, il cammino sulle acque e il salvataggio sulle onde fanno sentire qui il loro effetto. Pietro ha compreso i segni, i quali gli hanno dimostrato che colui che li ha prodotti è il Figlio del Dio vivente. Per questo riconoscimento, però, era necessario ancora qualcos’altro: l’illuminazione interiore per mezzo dello Spirito Santo. «Non la carne né il sangue ti ha rivelato questo, ma il Padre mio, che è nei cieli». Il Padre ha illuminato con il suo spirito l’uomo Pietro, sicché egli ha riconosciuto il Figlio del Padre nello Spirito Santo. In tal modo l’elemento naturale e quello soprannaturale agiscono insieme nella fede.
 
Per approfondire
 
Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente - Paul Hubert Schüngel: Nel Nuovo Testamento figlio di Dio è il titolo onorifico di Gesù. L’uso di questa espressione non è però generalizzato all’interno del Nuovo Testamento. Manca completamente nelle Lettere pastorali, in Giacomo e 1Pietro e quasi del tutto in Atti e Apocalisse, è invece frequente nei Sinottici, e in Paolo e Giovanni diventa il concetto cristologico centrale, alternato spesso con l’autodenominazione “il Figlio” per antonomasia in bocca a Gesù. La nascita del titolo viene ricercata generalmente nel giudeocristianesimo ellenistico, dove designa il Dio prodigioso apparso in sembianze umane, nella maniera più chiara, per es. in Mc 5,25ss. Questa spiegazione derivante dalle rappresentazioni religiose ellenistiche è la più semplice. Tuttavia già la fonte dei loghia con la storia della tentazione di Gesù (Mt 4; Lc 4) ha criticato questa concezione: il vero figlio di Dio ubbidiente, non è un dio assoluto. Dal giudeocristianesimo palestinese, cioè dalla stessa autentica comunità primitiva, deriva forse l’antica professione di fede citata da Paolo in Rm, l,3s, che relativizza il titolo giudaico di figlio di Davide rispetto al titolo figlio di Dio, laddove come nei racconti del battesimo e della trasfigurazione (Mc 1,11 e 9,7) la figliolanza divina viene intesa secondo il modello di Sal 2 come adozione del re messianico. Da parte dello stesso Gesù è senz’a1tro da escludere l’uso del titolo come autodesignazione. Paolo e Giovanni usano entrambi il titolo nel senso del figlio di Dio preesistente (Rm 8,3; Gv 1,1). Per Paolo Gesù è il figlio di Dio non in base a una particolare conformazione, ma in base all’invio o all’incarico ai quali corrisponde l’ubbidienza del figlio (Rm 5,19). Colui, perciò che ubbidisce nella fede (Rm 1,5) e pure lui figlio di Dio, per adozione, cioè gratuitamente e con ciò stesso coerede di Cristo, come attesta anche la preghiera cristiana (Rm 8,15).
Mentre Paolo, allora, può mettere in parallelo la figliolanza divina di Gesù e quella del credente, Giovanni cambia, significativamente, la denominazione: il Figlio (hyios) di Dio dà potere ai credenti di diventare figli (tekna) di Dio (Gv 1,12; 1Gv 3). Giovanni sottolinea così l’unicità di Gesù come sostanziale figlio di Dio che è una sola cosa col Padre (Gv 10,38; 17,21), che si è incarnato per la salvezza degli uomini ed è apparso come rivelatore. Con ciò Giovanni ha posto il fondamento per il futuro sviluppo dogmatico che portò alla dottrina calcedonense delle due nature.
 
Beato sei tu, Simone, figlio di Giona - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Pietro aveva parlato in nome dei discepoli, ora gli viene rivolta la parola in modo diretto e personale. La sua confessione valeva per tutti, la risposta di Gesù è per lui solo. Gesù comincia con il dichiararlo beato. «Beati i poveri in spirito» (5,3), «beato colui che non si scandalizza di me» (11,6), «beati i vostri occhi perché vedono» (13,16): espressioni che conosciamo. Ora viene detto beato uno solo, il primo degli apostoli, per la sua testimonianza. La “conoscenza” della vera dignità di Gesù e del mistero della sua persona non viene dal basso, ma dall’alto; non è frutto di «carne sangue», cioè delle capacità dell’uomo. Dio stesso l’ha partecipata dall’alto. «A chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza» (13,12). Pietro aveva fatto il passo dall’ascoltare al credere e si era avventurato sulle acque; nonostante la sua «poca fede», era sulla via della fede piena. Ora gli viene dato il vero sapere e la piena conoscenza: e li è veramente beato perché conosce nell’intimo «i misteri del regno dei cieli» (13,11). La lode di Pietro è anche una lode di Dio, che ha rivelato i suoi misteri ai piccoli, mentre li ha tenuti nascosti ai sapienti e intelligenti (cf. 11,25). Così è piaciuto al Padre, e il fatto di Cesarea di Filippo lo comprova.
 
L’unità della Chiesa - Cipriano di Cartagine, De Eccl. unitate, 4-5: Il Signore dice a Pietro: “Io ti dico: tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: ciò che tu legherai sulla terra, sarà legato anche in cielo, e cio che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo” (Mt 16,18s). Su uno solo egli edifica la Chiesa, quantunque a tutti gli apostoli, dopo la sua risurrezione, abbia donato uguali poteri dicendo: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20,21-23). Tuttavia, per manifestare l’unità, costituì una cattedra sola, e dispose con la sua parola autoritativa che il principio di questa unità derivasse da uno solo. Quello che era Pietro, certo, lo erano anche gli altri apostoli: egualmente partecipi all’onore e al potere; ma l’esordio procede dall’unità, affinché la fede di Cristo si dimostri unica. E a quest’unica Chiesa di Cristo allude lo Spirito Santo nel Cantico dei Cantici quando, nella persona del Signore, dice: “Unica è la colomba mia, la perfetta mia, unica di sua madre, la prediletta della sua genitrice” (Ct 6,9). Chi non conserva quest’unità della Chiesa, crede forse di conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, confida forse di essere nella Chiesa? Eppure è anche il beato apostolo Paolo che lo insegna, e svela il sacro mistero dell’unità dicendo: “Un solo corpo e un solo spirito, una sola speranza della vostra vocazione un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio” (Ef 4,4-6).
 
Testimoni di Cristo - Santi Pietro e Paolo. Quell’amicizia tra “imperfetti” che porta in dono Dio al mondo: Due volti, due storie, due vite, ma un battito del cuore condiviso, una radice di santità comune e una missione unica: mostrare al mondo la profezia del Vangelo e cambiare la storia. I santi Pietro e Paolo, autentici pilastri della vita della Chiesa nel tempo, non si potrebbero pensare uno senza l’altro. Non si può immaginare l’uno senza l’altro: i santi Pietro e Paolo sono il volto storico di una Chiesa aperta al mondo, legata al mandato del Risorto, missionaria nella storia. Essi, però, non sono solo esempio concreto e pionieri dell’opera evangelizzatrice della Chiesa, sono anche i testimoni di una fede condivisa tra “amici” e compagni di cammino. Sono la voce e l’espressione di quella relazione fondamentale tra Dio e l’uomo, che vive e s’incarna nella relazione tra coloro che sono chiamati ad annunciarlo al mondo. Portatori “imperfetti”, che sbagliano ma sanno fare della proprie debolezze una breccia dalla quale lasciare entrare Dio nelle loro vite. Secondo i racconti evangelici Pietro era fratello di Andrea e aveva incontrato Gesù sul lago di Galilea, rimanendo con lui fino alla fine. La sua autorevolezza è chiara nei Vangeli, così come la sua debolezza, che lo porta a rinnegare Gesù per poi offrire però la propria vita per il Risorto. Paolo, originario di Tarso, invece, era un persecutore dei cristiani quando sulla via per Damasco incontrò Cristo. Dopo la conversione divenne araldo dell’universalità del messaggio di Cristo. Sia Pietro che Paolo morirono martiri a Roma tra il 64 e il 67. (Avvenire)
 
O Dio, che ci doni la grande gioia
di celebrare in questo giorno
la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa
segua sempre l’insegnamento degli apostoli,
dai quali ha ricevuto il primo annuncio della fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 

 

 

 

 

 28 Giugno 2026
 
XIII Domenica del Tempo Ordinario
 
2Re 4,8-11.14-16a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
 
La croce contrassegno del discepolo di Gesù - Giuseppe Barbaglio:  Nei vangeli sinottici ricorre due volte la formula «prendere (o portare) la propria croce». In realtà, essa esprime una precisa esigenza di comportamento qualificativa del discepolato di Cristo. Nella triplice tradizione sinottica troviamo la prima testimonianza del detto di Cristo: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34; cf. Mt 16,24). Come si vede, prendere la propria croce costituisce l’indispensabile condizione per poter «andare dietro» a Gesù. In altre parole, la sequela di Cristo esige piena disponibilità a percorrere la via crucis, cioè a far getto della propria vita.
Dunque un estremo coinvolgimento della persona. È con indubbia originalità che Luca interpreta la parola di Cristo sulla linea della quotidianità del vivere: portare la croce non è un momento eroico finale, ma coinvolge tutta la vita del discepolo ponendola sotto il segno della passione. Per questo aggiunge il determinativo «ogni giorno».
Il secondo passo evangelico in cui ricorre la nostra espressione appartiene invece alla fonte dei detti di Gesù (sigla Q), da cui hanno attinto Matteo (10,38) e Luca (14,27). Con probabilità è proprio Luca che ci ha conservato il tenore originario della parola di Cristo: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». Portare la croce era dunque fattore costitutivo dell’essere discepolo di Gesù. La formulazione matteana invece attenua questo radicalismo, mettendo l’accento sull’essere degno discepolo di Cristo. Emerge qui il pragmatismo del primo evangelista che, pastore preoccupato della coerenza della comunità cristiana prende di petto i credenti della sua chiesa esortandoli a vivere da autentici discepoli del Signore che si qualificano per le loro «buone opere» (Mt 5,16).
Ma qual è l’origine della formula? Il giudaismo del tempo ignorava questa espressione. Con probabilità, essa risale alla comunità cristiana primitiva che, interprete del radicalismo di Gesù espresso nel detto immediatamente precedente («Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26; cfr. Mt 10,37), ha inteso affermare la necessaria partecipazione dei credenti alla via crucis del Signore.
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaLa nascita del figlio della donna facoltosa di Sunem è una delle tante nascite miracolose, sparse qua e là nella sacra Scrittura. Comunque, secondo il contesto in cui sono inserite, le nascite miracolose possono avere sfumature diverse. Nel nostro caso la nascita miracolosa mette in evidenza: a) il potere taumaturgico del profeta Eliseo; b) l’ospitalità che viene esaltata con un premio così grande, cioè con la nascita miracolosa di un bambino; c) chi dà la fecondità ai grembi sterili è il Signore Dio e non le divinità morte dei popoli pagani.
Salmo Responsoriale 88 (89) - “Nessun culto è gradito a Dio come la misericordia: innanzi a lui procedono la misericordia e la verità [Sal 89 (88),15], davanti a lui bisogna anteporre la misericordia al giudizio [cfr. Os 6,6], e la benignità da niente altro che dalla benignità è meglio ricompensata da lui che retribuisce con giustizia e pone misericordia in peso e misura [cfr. Is 28,27]” (Gregorio di Nazianzio)
 
II LetturaL’Apostolo Paolo invita i cristiani a “camminare in una vita nuova” (v. 4). Il porto sicuro di questo cammino sarà la risurrezione:  “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (v. 8).
“«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo». Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» [Rm 6,23]. E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione [cfr. Rom 6,3-9; Fil 3,10-11]” [Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1006).
Vangelo: L’amore è forza trainante: se da una parte spinge il discepolo fino all’estremo sacrificio trasformando la sua vita in un’oblazione, dall’altra parte lo aiuta a vivere le esigenze della carità nell’anonimo quotidiano, nei gesti spiccioli di ogni giorno, nei piccoli atti che si trasformano in consolazione e in accoglienza per i più bisognosi. In ambedue i casi il discepolo non perderà la sua ricompensa: chi dona la vita la ritroverà nella Vita, e chi si fa accogliente sarà accolto dall’Amore.
 
Vangelo
Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.
 
Il Vangelo ci mette dinanzi a una scomoda e scorticante verità: per seguire il Maestro occorre rinnegarsi e per guadagnare la vita eterna bisogna rischiare la vita terrena. Seguire Gesù, fedeli fino alla morte, comporta privazioni e «spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli di un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui» (Felipe F. Ramos). L’ospitalità esaltata da Cristo, si farà cristiana quando nei pellegrini, spesso bisognosi di tutto, si coglieranno i tratti di Gesù (Eb 13,2). Un favore fatto ai piccoli, anche il più umile come un bicchiere d’acqua fresca, è da ritenersi fatto a Cristo. Nelle comunità cristiane, l’ospitalità sarà richiesta per essere iscritti nel «catalogo delle vedove» (1Tm 5,9-10)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
 
Parola del Signore.
 
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me - Siamo alla conclusione del discorso apostolico. Oltre a specificare la missione dei Dodici e le modalità di comportamento (vv. 1-15), Gesù tratteggia la stessa vita degli Apostoli e dona loro una certezza certamente non esaltante: come pane quotidiano avranno persecuzione e come companatico odio gratuito (vv.16-25), ma nonostante questo accanimento verso le loro persone dovranno parlare apertamente e senza timore (vv. 26-33). Tanto è scomodo il Vangelo che Gesù stesso, e di conseguenza il discepolo, è causa di dissensi (vv. 34-36). A finire il discorso, Gesù prospetta agli Apostoli una dura esigenza evangelica che supera ogni buon senso umano: per seguirlo occorre rinunciare a tutto, anche a farsi una famiglia (Mt 19,12), e per salvare la vita, cioè raggiungere la vita eterna, bisogna saper perdere la vita terrena (vv. 37-39). In appendice, ma è la colonna portante del cristianesimo, afferma che l’unico, vero biglietto di presentazione che permetterà l’ingresso nel regno di Dio sarà la carità (vv. 40-42; Mt 25,31-46).
È una pagina che trancia senza pietà ogni tentativo di accomodamento umano della Buona Novella.
Ora, leggendo questa pagina evangelica, ci si chiede come si possa conciliare il Gesù così esigente con il Gesù che dice di non voler imporre che un giogo dolce e soave (Mt 11,30), che definisce non gravosi i suoi comandamenti (Gv 5,3) e che si presenta come il buon Pastore amabile e pronto a dare la vita per le pecore (Gv 10,11). Ci impressiona questo linguaggio così radicale e per dare una risposta e per «capacitarsi di questa apparente contraddizione e capire le richieste di Cristo, che sembrano esagerate, si deve ricorrere alla logica dell’amore e della fede. L’amore come dono è esigentissimo, e d’altra parte l’amore come risposta al dono, trova dolce e leggero ogni più grave sacrificio. Chi ama davvero Cristo e crede che va posto al culmine di ogni cosa non giudica strano che gli si debba dare la preferenza anche sugli affetti più cari e che si debba essere pronti a sacrificargli perfino la vita» (Vincenzo Raffa).
Non possiamo barattare queste esigenze cristiane con la logica umana; è vero che siamo dinanzi a una pagina scomoda, ma è una pagina che ci suggerisce una elementare verità: essere cristiano ha un prezzo. Mettere in secondo piano gli affetti familiari, abbracciare la croce ogni giorno, perdere la vita per Cristo, allo scopo di guadagnarla definitivamente sono le condizioni per porsi alla sequela di Gesù. Altrimenti, gli ripeterà il Maestro divino: «Non sei degno di me».
 
Per approfondire
 
La sterilità (I Lettura) - Succintamente si può rilevare che l’Antico Testamento considera l’aver figli numerosi un dono di Dio (Gen 35,5; Sal 127,3; 128,3-6) e l’esserne privo una vergogna (Gen 30,23), una prova tremenda, se non addirittura un castigo divino (Gen 30,1). E questo sia per l’uomo che per la donna. L’eunuco, uomo privo delle facoltà virili per difetto organico o per evirazione (Mt 19,12), è escluso dall’esercizio del sacerdozio o è considerato, generalmente, un essere inutile, un «albero secco» (Is 56,3) e per la legge non appartiene nemmeno più alla comunità (Dt 23,2). Anche la donna sterile, per volgari pregiudizi, è per la gente comune degna di disprezzo (Gen 16,4).
Per superare la sterilità si ricorre ad artifizi al limite di ogni pudore morale, ma comunemente accettati. Sara, pur di avere un bambino, permette al marito di unirsi con la propria schiava (Gen 16,1-4), così fa Rachele e poi Lia, anche se aveva avuto già quattro figli (Gen 30,1ss).
I figli di queste unioni irregolari sono considerati appartenenti alla padrona sterile. Si registrano anche casi estremi come quello delle figlie di Lot che per il terrore di non avere una posterità ricorrono addirittura all’incesto (Gen 19,30-38).
A questi espedienti si aggiunge la preghiera che spesso Dio esaudisce donando delle maternità umanamente impossibili. Ad Abramo già vecchio e a Sara, il cui grembo era sterile, Dio concede un figlio: Isacco, il figlio della promessa (Gen 17,19).
La sterile Rebecca, sposa di Isacco, ha due figli insperati: Esaù e Giacobbe (Gen 25,19-26). La nascita di Sansone è anche un evento prodigioso, infatti il padre e la madre sono già avanti negli anni e nella loro giovinezza non hanno avuto figli (Giud 13,3-5). Così la nascita di Samuele (1Sam 2,20).
Avere figli, quindi, significa essere benedetti da Dio: la fertilità è mettersi davanti a Dio come una porta aperta a che irrompa nel mondo la salvezza divina con la nascita del Messia. La sterilità è il contrario di tutto questo: essa fa precipitare l’uomo nella maledizione e, di fatto, lo aliena dai benefici divini. Anche se questo è il sentire comune, si deve ammettere che, facendosi più profonda e più intelligente la riflessione sulla salvezza, viene superato sopra tutto dai Libri sapienziali. Così, la sterile senza colpa è beata (Sap 13,3ss) e anche gli eunuchi che osservano i sabati, preferiscono le cose che piacciono a Dio e restano fermi nella sua alleanza, nella casa del Signore e dentro le sue mura, alla fine dei tempi, avranno un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; Dio darà loro un nome eterno che non sarà mai cancellato (Is 56,4-5). Quello che conta non è più la posterità della carne, ma quella dello spirito. Nel Nuovo Testamento avvengono altre nascite miracolose, così Giovanni il Battista nasce da genitori sterili e avanti negli anni, ma con un capovolgimento totale: la verginità di Giovanni è il nuovo segno del regno dei cieli, un segno che troverà la sua completezza nella verginità di Maria e nel Verbo, nato da Maria per opera dello Spirito Santo, vero segno e sacramento della salvezza di Dio. Con Cristo la sterilità volontaria, accettata per il regno dei cieli, diventa un valore positivo e può chiamarsi verginità (Mt 19,12). Paolo realizza questo ideale e ne è tanto affascinato da augurarsi che tutti seguano il suo esempio (1Cor 7,7-9).
Mentre la sterilità è frutto della incompletezza umana, con Cristo la verginità sarà un dono di Dio da custodire «con santità e rispetto» (1Ts 4,4).
 
Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me - Nel linguaggio di ogni giorno la parola croce ha assunto un valore negativo; infatti, nell’immaginario collettivo, rappresenta tutto quello che umilia l’uomo, tutto quello che lo aliena dal benessere e dalla felicità, lasciandolo in balia della angoscia e della disperazione, affogandolo miseramente nel dolore  e nella sofferenza.
Con cattivo gusto, anche una persona molesta viene chiamata croce. Per il cristiano, invece, la croce è la somma di tutte le sofferenze patite dal Cristo e che la professione cristiana inequivocabilmente comporta. In una ottica soprannaturale, le croci umane incollate all’unica Croce sulla quale è stato appeso il prezzo del nostro riscatto (Col 2,14; 1Tm 2,6), e che con essa si fondono, sono redenzione, libertà e riscatto.
Senza farsi cogliere dalla tentazione di strappare qualche pagina scomoda, scorrendo il Vangelo si ci accorge che la croce non è un accessorio più o meno ingombrante, ma è la condizione necessaria per seguire il Maestro. Dio «ti ha chiamato», scriveva Tauler, «a seguirlo e quindi devi portare una croce dietro a Lui, sia quella che sia. Se ne fuggi una, incorri in un’altra più pesante... Questa è la Via più vera, più sicura e più breve che si possa percorrere, che lo stesso sommo Maestro di ogni verità ha trovato, Lui stesso l’ha percorsa e l’ha insegnata a noi» (Divine Istituzioni, 4).
In fondo, il sì alla croce è un sì a Cristo. Un sì alla croce è morire all’uomo vecchio e al peccato (Rom 6,6.11); è morire alla carne (1Pt 3,18); è morire a tutti gli elementi del mondo e a quella parte di noi che appartiene alla terra (Col 2,20; 3,5): un sì alla croce è un sì alla vita nuova che è iniziata nel battesimo. La croce, così, è germe di risurrezione.
 
I diritti esclusivi di Gesù  - Giovanni Crisostomo: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. E chi non prende la sua croce e viene dietro a me, non è degno di me” (Mt 10,37-38). Notate la dignità e l’autorità del Maestro. Vedete come egli dimostra di essere il Figlio unico e legittimo del Padre, ordinando agli uomini di rinunziare a tutto e di anteporre l’amore per lui a ogni cosa. Non vi ordino soltanto - egli dice in sostanza - di preferire me ai vostri amici o ai vostri parenti. Vi ordino qualcosa di più, vi dico cioè che se preferite la vostra anima, la vostra vita all’amore che mi dovete, siete ben lontani dall’essere miei discepoli ...
E se Paolo raccomanda con tanta cura ai figli di essere sottomessi ai genitori, non stupitevene. Egli ordina di obbedire ai genitori solo in quelle cose che non offendono l’amore di Dio. È santo rendere ai genitori tutto l’onore e la deferenza che loro è dovuta. Ma se essi esigono da noi quanto non è loro dovuto, non si deve obbedir loro. Ecco perché Luca, citando le parole di Gesù, scrive: “Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Cristo non comanda di non amare in senso assoluto, perché ciò sarebbe del tutto ingiusto; ma se i genitori e i parenti esigessero per sé un amore più grande di quello che nutriamo per lui, egli dice di detestarli per tale motivo. Questo amore non ordinato, infatti, perderebbe sia colui che ama sia coloro che sono così amati.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ireneo di Lione. Trasmettere la fede, un compito d’amore: Ognuno di noi è per il mondo il volto di Dio su questa terra e l’annuncio dell’amore infinito che è il nostro destino passa dalle nostre parole e dai nostri gesti. Ecco perché ciò che ci è chiesto di fare prima di tutto è di amare coloro che incontriamo, anche coloro che sbagliano. Testimone della catena di trasmissione della fede fu sant’Ireneo di Lione, che nel raccogliere il patrimonio di chi l’aveva preceduto capì l’importanza di salvaguardare la verità attorno all’annuncio del Risorto. Originario forse di Smirne, crebbe nella fede grazie a san Policarpo, a sua volta formatosi alla “scuola” dell’apostolo Giovanni. Nell’anno 177 Ireneo, succedendo a Potino, morto martire, divenne vescovo di Lione, in Gallia, terra di cui imparò le lingue per poter portare il Vangelo alle popolazioni locali. Nei suoi cinque libri «Adversus Haereses» appare chiara non solo la sua abilità da apologeta ma anche il profilo del buono e saggio pastore, preoccupato di coloro che seguono la strada sbagliata. Morì nel 202. Nel 2022 papa Francesco lo ha dichiarato dottore della Chiesa, con il titolo di «Doctor unitatis». (Avvenire)
 
O Padre, che nel tuo Figlio povero e crocifisso 
ci fai ricchi del dono della tua stessa vita, 
rinvigorisci la nostra fede,
perché nell’incontro con lui
sperimentiamo ogni giorno la sua vivificante potenza. 
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
27 Giugno 2026
 
Sabato XII Settimana Tempo Ordinario
 
Lam 2,2.10-14.18; Sal 73 (74); Mt 8,5-17
 
Messaggio del santo padre Paolo VI ai poveri, ai malati, a tutti coloro che soffrono (8 dicembre 1965)1. Per voi tutti, fratelli provati, visitati dalla sofferenza dai mille volti, il Concilio ha un messaggio tutto speciale. Sente fissi su di sé i vostri occhi imploranti, luccicanti di febbre o accasciati dalla stanchezza, sguardi imploranti, che cercano invano il perché della sofferenza umana e che domandano ansiosamente quando e da dove verrà il conforto.
2. Fratelli carissimi, noi sentiamo profondamente risuonare nei nostri cuori di padri e di pastori i vostri gemiti e i vostri lamenti. E la nostra pena si accresce al pensiero che non è in nostro potere procurarvi la salute corporale, né la diminuzione dei vostri dolori fisici, che medici, infermieri e tutti quelli che si consacrano ai malati si sforzano di alleviare come meglio possono.
3. Abbiamo però qualche cosa di più profondo e di più prezioso da darvi: la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza e di arrecarvi un sollievo senza illusioni: la fede e l’unione all’Uomo dei dolori, al Cristo, Figlio di Dio, messo in croce per i nostri peccati e per la nostra salvezza.
4. Il Cristo non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarcene interamente il mistero: l’ha presa su di sé, e questo basta perché ne comprendiamo tutto il valore.
5. O voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi di cui si tace, voi sconosciuti del dolore, riprendete coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!
6. Ecco la scienza cristiana della sofferenza, la sola che doni la pace. Sappiate che non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili: siete i chiamati da Cristo, la sua immagine vivente e trasparente. Nel suo nome, il Concilio vi saluta con amore, vi ringrazia, vi assicura l’amicizia e l’assistenza della Chiesa e vi benedice.
I miracoli di Gesù rivelano chi egli è e quale missione è venuto a compiere sulla terra: Gesù è il Messia ed è venuto sulla terra, mandato dal Padre, a instaurare tra gli uomini il regno dei cieli.
Gesù è il Messia e ha il potere di perdonare di peccati, di guarire gli ammalati e di esorcizzare satana. Questi stessi poteri li estenderà alla Chiesa quando alla fine della sua missione farà ritorno dal Padre. Il suo potere si estende sulla natura, sulla morte e sull’Inferno. Niente e nessuno può resistere alla signoria di Gesù.
Un altro particolare importante che emerge dal racconto della guarigione del servo del centurione è lo stretto rapporto tra la fede e il miracolo. La fede è la condizione perché Gesù compia il miracolo. Gesù riconosce la fede nel centurione, che viene lodato per questo. Il centurione affermando che non è necessario che Gesù entri in casa dell’ammalato, lo tocchi per guarirlo professa di credere che la potenza di Gesù, superando lo spazio, può ridonare la salute al servo ammalato. In definitiva, la fede del centurione, è un atto di fiducia nella bontà e nella potenza di Gesù che con i suoi miracoli manifesta l’amore misericordioso del Padre (cf Gv 3,16-17).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il libro delle Lamentazioni raccoglie cinque poemi che presentano uno scenario di distruzione, desolazione e sofferenza. [...]. Il tono delle composizioni è liturgico. È probabile che alcuni di questi poemi fossero recitati in una celebrazione che commemorava la caduta di Gerusalemme (a questa celebrazione accenna Zac 7,5). La distruzione di Gerusalemme e la condizione desolata del popolo vengono ricondotte direttamente all’agire di Dio. Proprio per questo, però, è possibile la speranza: colui che ha distrutto, può anche risollevare. In ogni caso, l’agire di Dio non è arbitrario; nelle Lamentazioni emerge chiara la consapevolezza che all’origine del male e della sofferenza stanno il peccato e la colpa d’Israele. Il lamento diventa quindi anche invito alla conversione e il libro si conclude con una richiesta a Dio proprio su questo tema: “Facci ritornare a te, Signore, e noi ritorneremo” (5,21). (Bibbia Edu)
 
Vangelo
Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe.
 
Il Vangelo di oggi ci offre diverse riflessioni, ma il cuore di queste riflessioni è il racconto della guarigione del servo del centurione romano. L’elogio che Gesù fa della fede di quest’uomo, mette in crisi l’orgogliosa sicurezza dei figli di Abramo e la nostra sicurezza di battezzati. Il pagano era bandito dalla salvezza, non gli era permesso di entrare nel Tempio, eppure per Gesù il centurione diventa per i credenti un modello da imitare.
Per noi cristiani non vi sono certezze, Dio può dare ad altri la sua vigna perché porti frutti abbondanti di santità e di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,5-17
 
In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa».
Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito.
Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva.
Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità
e si è caricato delle malattie”. 
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (Matteo, I Quattro Vangeli): versetto 8 Matteo riporta il fatto in forma compendiosa, come appare manifestamente dal racconto parallelo di Luca, 7, 1-10. Quest’ultimo evangelista parla di una ambasceria inviata a Gesù dal centurione per ottenere la guarigione. Le umili parole del centurione rivelano uno scrupolo religioso. L’ufficiale romano conosceva, per esperienza diretta, che gli Ebrei non entravano volentieri nelle case dei pagani per timore di contrarre un’impurità legale. Il centurione desidera risparmiare a Gesù un atto che poteva contaminarlo e renderlo inviso ai correligionari. Questo delicato sentimento suggerisce all’ufficiale un’espressione di fede viva nella potenza di Cristo. Gesù non aveva bisogno di recarsi nella sua casa, poiché egli, possedendo dei grandi poteri, era in grado di comandare all’infermità con una parola ed il suo ordine sarebbe stato eseguito dalle forze del male che minacciavano il servo morente.
versetto 9 Il centurione fa appello alla propria esperienza; egli conosce la potenza della parola e l’efficacia di un ordine, poiché nella sua carriera militare aveva visto come il comando giunge lontano.
versetto 10 Gesù ... restò ammirato; Cristo, come uomo, era soggetto alla meraviglia. L’evangelista rileva questo aspetto interessante della natura umana di Gesù. Il Redentore elogia la fede del centurione pagano, il quale gli aveva espresso la propria fiducia nella potenza della sua parola. Non bisogna tuttavia sottilizzare troppo le parole di Cristo, né intenderle in modo assoluto, come se nessun altro ebreo avesse raggiunto l’intensità della fede del centurione.
versetti 11-12 La fede dell’ufficiale pagano richiama a Matteo un detto che Gesù pronunziò in altra circostanza (cf. Lc., 13, 28-29). Cristo lamenta la sorte degli Ebrei (i figli del regno) che dovevano essere gli eredi delle promesse fatte ai patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe) e che invece, per un’ostinata cecità, non entrarono nel regno messianico che attendevano; al loro posto furono chiamati i pagani da ogni parte del mondo. Il pensiero è espresso con le immagini del banchetto e delle tenebre; i pagani siedono festosamente a mensa con i patriarchi, gli Ebrei invece rimangono nelle tenebre e in un luogo di pianto e di dolore.
I figli del regno sono i cittadini o i destinati al regno. Il termine figlio indica appartenenza o relazione (cf. Mt., 23,15: «i figli della geenna»).
versetti 15-16 Pietro, nativo di Bethsaida (cf. Gio., 1,44), è domiciliato a Cafarnao; egli offre a Gesù una cordiale ospitalità. Cristo, entrando nella casa, vede la suocera di Pietro ammalata; il Maestro, probabilmente non pregato d’intervenire, compie la guarigione della donna toccando la mano dell’inferma, non già pronunziando un ordine. Il breve episodio svela un tratto molto simpatico ed umano di Gesù.
versetto 16 Gli condussero molti indemoniati; Matteo ricorda brevemente gli esorcismi e le guarigioni collettive compiute da Gesù; i miracoli di Cristo erano presto divulgati e facevano accorrere le popolazioni che conducevano a lui indemoniati ed infermi. L’evangelista parla di molti indemoniati; ve n’erano tanti? L’esegeta non è in grado di stabilire, fondandosi sul breve accenno di Matteo, se tutti questi indemoniati fossero in realtà posseduti dallo spirito del male o se alcuni di essi fossero semplicemente dei malati. Matteo che già aveva distinto gli indemoniati ed i malati (cf. 4,24) e che anche qui ha presente tale distinzione non considera la malattia come possessione diabolica. Gesù scaccia i demoni con una sola parola, non già con lunghi esorcismi o procedimenti magici; egli infatti ha un potere assoluto sullo spirito del male.
versetto 17 Gli esorcismi e le guarigioni richiamano a Matteo, che ama segnalare il compimento delle profezie, un passo di Isaia, 53, 4. Il testo del profeta afferma che il Servo di Jahweh (il Messia) prende sopra di sé le nostre infermità e porta le nostre malattie, cioè che il Messia prende le pene (infermità e malattie) dovute ai nostri peccati. L’evangelista invece rileva che Gesù attua questa profezia scacciando i demoni e guarendo i malati, non già prendendo personalmente le malattie dell’uomo. Tale spostamento di senso non è inconciliabile con il testo del profeta. Matteo segnala che il Messia incomincia il riscatto spirituale dell’uomo scacciando i demoni dalle anime e guarendo le malattie; il lettore del Vangelo conosceva già che Gesù in seguito avrebbe espiato la colpa dell’uomo sottoponendosi alle sofferenze della passione e della morte in croce.
 
Per approfondire
 
Malattia - Detlev Dormeyer e Anton Grabner-Haidera) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,lss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale a famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è il segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
... il mio giovane servo giace in casa … - Agostino: Sermo 62.2.4: questo servo rappresenta quella parte dell’umanità che, pur senza vedere il Cristo Gesù, è disposta a convertirsi a Lui, a differenza dei giudei che, anche vedendolo, lo uccisero. Come il Signore non entrò con il suo corpo nella casa del centurione, ma vide la sua fede e, pur assente nel corpo ma presente con la maestà, guarì il suo servo, così lo stesso Signore apparve visibile col corpo nel solo popolo giudaico, mentre gli altri popoli non lo videro nascere dalla Vergine, patire, camminare con i suoi piedi, essere soggetto alle condizioni della natura umana, compiere miracoli propri di Dio. Nulla di tutto questo fra gli altri popoli: tuttavia si compie la profezia che era stata fatta riguardo a Lui: Un popolo che io non conoscevo, mi ha servito. All’udirmi, subito mi ha ubbidito (Sal. 17,45). Il popolo giudaico lo conosceva, ma lo crocefisse; il mondo intero invece lo udì e divenne credente.
 
Testimoni di Cristo - San Cirillo d’Alessandria - Lo scandalo di un Dio che entra nella storia: Lo scandalo di un Dio che incontra l’umanità entrando nella storia, facendosi uomo, provando l’esperienza della morte per vincerla: è così incredibile questo concetto fondamentale del cristianesimo da aver provocato nei secoli non poche dispute e confronti, a tratti anche aspri. Ci furono però anche antichi padri che fecero proprio questo “scandalo” del cristianesimo e lo difesero, lavorando allo stesso tempo per l’unità della Chiesa. Tra questi va di sicuro ricordato san Cirillo di Alessandria, vero e proprio apostolo dell’ortodossia, araldo di una fede affidata all’intero popolo di Dio in tutta la sua complessità. Nato tra il 370 e il 380, nipote di Teofilo, vescovo di Alessandria, nel 403 era a Costantinopoli al seguito dello zio, che prese parte al Sinodo detto «della Quercia». Nel 412 fu il successore dello stesso parente alla guida della Chiesa di Alessandria, comunità che guidò poi fino alla propria morte, avvenuta nel 444. Il confronto teologico vide Cirillo (difensore anche del titolo mariano di “Madre di Dio”) contrapposto soprattutto a Nestorio, la cui dottrina, basata sulla divisione tra le due nature di Cristo e sull’attribuzione a Maria del semplice titolo di “Madre dell’uomo”, fu condannata dal Concilio di Efeso del 431. Papa Leone XIII nel 1882 proclamò san Cirillo di Alessandria dottore della Chiesa. (Matteo Liut) 
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 26 Giugno 2026
 
Venerdì XII Settimana T. O.
 
2Re 25,1-12; Sal 136 (137); Mt 8,1-4
 
Se vuoi, tu puoi purificarmi - Paolo VI (Omelia 29 Gennaio 1978)L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1,40-42; cfr. Matth. 8,2-4; Luc. 5,12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17,12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11,5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Matth 10,7ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15,10-20).
Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. 53, 2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.
 
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Prima, il regno del nord (722), e ora, quello del Sud (587) scompaiono; e, con la scomparsa della monarchia, il popolo eletto perdette definitivamente la sua vita come stato indipendente, se si eccettua la breve parentesi degli asmonei. Alla dominazione babilonese successe quella persiana, alla persiana quella greca e a quella greca, la romana.
La distruzione di Gerusalemme fu una dura prova per il popolo eletto. Crollarono la dinastia davidica e il tempio insieme con le istituzioni politiche e religiose, sulle quali si appoggiava la vita del popolo. È la fine di una tappa, e i segni dei tempi sono ora rivolti verso una tappa nuova; ma, fra l’una e l’altra, vi sono gli anni dell’esilio che porta con sé i dolori e le sofferenze proprie di ogni periodo di gestazione.
Le personalità incaricate di gestire quali protagonisti la transizione sono tre profeti: Geremia, Ezechiele e il secondo Isaia. In tutti e tre la parola più caratteristica è l’aggettivo «nuovo»: nuova alleanza, nuovo esodo, nuovo Mosè, nuova terra, nuovo tempio, ecc. Fra questi tre il più importante è probabilmente Geremia. Tenero e sentimentale per temperamento, Geremia fu costretto a profetizzare la distruzione della città santa e del suo popolo che tanto amava. Ma, mentre predicava la distruzione, il profeta di Anatot con la sua persona. con la sua vita e la sua stessa presenza, dava vita a una nuova era.
Caso unico nell’ AT, Geremia rimase coscientemente e deliberatamente celibe (Ger 16). Per il suo discorso contro il tempio (Ger 7; 26), gli fu proibito di entrare nel santuario; e, per il tono delle sue prediche, quasi sempre minaccioso, fu abbandonato persino dai suoi compaesani di Anatot, che arrivarono al punto di studiare un piano per disfarsi di lui (Ger 18,18-23). Tutte queste circostanze crearono intorno a Geremia un clima di solitudine, che risultò provvidenziale al fine di sperimentare un tipo di religione interiore, molto necessario in questo momento, in cui erano venuti meno le istituzioni e gli appoggi esteriori.
Geremia è il primo che comincia a parlare di una alleanza non scritta su tavole di pietra, ma nel fondo del cuore.
Con la sua vita e la sua presenza trasformate in messaggio, Geremia è una delle pietre fondamentali che formano l’arco della transizione fra la tappa antica e la nuova.
Cronologicamente Geremia è anteriore all’esilio, ma la sua vita religiosa appartiene già al tempo dell’esilio.

Vangelo
Se vuoi, tu puoi purificarmi.
 
Nell’Antico Testamento la lebbra era ritenuta un castigo di Dio sopra tutto per i peccatori (2Cr 26,20). Il lebbroso colpito da piaghe veniva allontanato dalla comunità, doveva portare vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, e gridare: «Impuro! Impuro!» (Lv 13,45). Gesù non teme di toccare il lebbroso contravvenendo alla Legge, lo purifica rimandandolo dai sacerdoti perché venisse accertata la guarigione. Infatti, sia la malattia che la guarigione dovevano essere constate dal sacerdote. La scomparsa della lebbra era attesa quale benedizione inerente al tempo messianico (Is 35,8).
I miracoli di Gesù “differenti per la loro semplicità dai prodigi meravigliosi dell’ellenismo o del giudaismo rabbinico, se ne distinguono soprattutto per il significato spirituale e simbolico: essi annunziano i castighi (Mt 21,18-22p) e i doni dell’èra messianica (Mt 11,5+; 14,13-21; 15,32-39p, Lc 5,4-11, Gv 2,1-11; 21,4-14) e inaugurano il trionfo dello Spirito sul dominio di Satana (Mt 8,29+) e sulle forze del male, i peccati (Mt 9,2+) e le malattie (Mt 8,17+). Compiuti a volte per pietà (Mt 20,34, Mc 1,41, Lc 7,13), sono destinati soprattutto a confermare la fede (Mt 8,10+, Gv 2,11+). Gesù quindi li compie solo per motivi ben precisi, reclamando il segreto da coloro ai quali viene incontro (Mc 1,34+) e riservandosi di fornire, più tardi, il miracolo decisivo della propria resurrezione (Mt 12,39-40)” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,1-4
 
Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».
 
Parola del Signore.
 
Pur consapevole di infrangere la Legge di Mosè che lo voleva segregato, il lebbroso si prostra davanti a Gesù per implorare la guarigione.
Se vuoi, puoi purificarmicon questa decisa invocazione vuole dare forza alla sua preghiera; egli è profondamente certo che la guarigione può scaturire solo da un atto positivo della volontà del Cristo. Escluso dalla comunità ebraica a motivo della sua malattia, non chiede semplicemente di essere guarito, ma di tornare ad essere “puro”, reintrodotto nel consorzio umano, quello sociale e religioso.
A conturbare il lettore è il gesto di toccare il lebbroso.
Gesù rompendo ogni schema legale e ogni norma di prudenza certamente avrà scandalizzato i presenti.
La lebbra, considerata come una punizione inflitta da Dio (Cf. Num 12,9s; 2Sam 3,29; 2Re 5,27; 15,5), rendeva impuri con conseguenze aberranti e degradanti per l’infettato: non solo era tagliato fuori dal consorzio civile, ma soprattutto era reso inabile alla liturgia del tempio e quindi escluso dalla stessa salvezza. La sua presenza infettava e rendeva impuri. Toccare un lebbroso era come toccare un morto. Una conferma viene dallo storico ebreo Giuseppe Flavio: i lebbrosi stavano «sempre fuori dalle città; dal momento che essi non potevano incontrare nessuno non erano in nulla diversi da un cadavere» (Antichità Giudaiche, III, 11,3).
Una affermazione che non è esagerata se si tiene presente che il lebbroso, era considerato alla stregua di un cadavere ambulante.
Lo voglio: sii purificato cioè sii puro: Gesù, toccandolo, lo purifica e lo restituisce alla vita.
Ma quello che veramente sconcerta è il modo con il quale Gesù allontana il lebbroso dopo la guarigione: Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno
L’atteggiamento di Gesù «sembra duro; ma può essere stato provocato sia dal fatto che il lebbroso non aveva tenuto conto delle regole di segregazione, sia dal desiderio dello stesso Gesù di non provocare un eccessivo entusiasmo tra la folla, come appare dal successivo comando di non parlare della cosa a nessuno» (A. Sisti).
Va’ invece a mostrarti al sacerdote: la Legge infatti prescriveva che l’avvenuta purificazione doveva essere comprovata dai sacerdoti e suggellata da sacrifici. Sarebbe servito anche come testimonianza per loro: si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto (Cf. Mt 8,2-4; 11,5). L’uomo, per Rinaldo Fabris, ormai «purificato deve essere riammesso nella comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le barriere e le esclusioni; i tutori dell’antica legislazione devono riconoscere che questo è una prova del tempo nuovo. Il lebbroso guarito allora può diventare un “annunciatore della parola” [...], colui che comunica il messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù».
All’ordine tassativo di non dire nulla a nessuno, segue l’evidente violazione della consegna da parte dell’uomo, ormai guarito dalla lebbra. Gesù vuole evitare facili entusiasmi, non vuole che il popolo sia attratto unicamente dai suoi miracoli, ma è difficile nascondere un fatto così clamoroso.
Molta folla lo seguì, così all’inizio del brano evangelico, ma possiamo pensare che la folla seguitava a seguirlo dopo la guarigione del lebbroso, forse non aveva capito il mistero del Cristo e lo cercava per un tornaconto personale, ma certamente ha compreso in modo netto una cosa: incontrare quel giovane Maestro, essere toccati da lui, ascoltare la sua parola è come l’essere introdotti in un nuovo mondo dove si respira il profumo della libertà, della sanità corporale e spirituale, della salvezza.
 
Per approfondire
 
Felipe F. RamosFino a questo momento, specialmente nel primo grande discorso della montagna, Matteo ci ha presentato il Messia della parola; ora, comincia il secondo quadro (cc. 8-9), che ci presenta il Messia dei, fatti, il medico-taumaturgo che agisce di fronte alla necessità umana. E nel presentare questo quadro conviene mettere in evidenza lo scopo concreto a cui mirano questi racconti di miracoli. Ordinariamente i miracoli sono stati presentati come prove del potere di Gesù e, in ultima analisi, della sua divinità. Gli evangelisti pensano molto diversamente: non presentano mai questi miracoli come prove, ma come predicazione, come annunzio del vangelo. I miracoli sono sempre in relazione diretta con la parola di Gesù e hanno il suo stesso scopo: scoprire il senso e il contenuto della sua attività.
In tutte le religioni si trovano racconti miracolosi. Per mettere nella giusta luce la storicità dei miracoli evangelici, un punto di vitale importanza è la verosimiglianza interna degli avvenimenti raccontati. La sobrietà delle narrazioni e il loro fine - che non mirano mai a glorificare le imprese straordinarie d’un eroe che, in questo caso, si chiamerebbe Gesù di Nazaret - insieme con la verosimiglianza interna di quello che è narrato e la sua stretta relazione con la parola-insegnamento di Gesù, sono punti essenziali da tener presenti sul terreno della storicità. Sono tratti che li distinguono radicalmente dai racconti miracolosi che troviamo tanto nel mondo giudaico quanto in quello ellenistico.
Matteo ci ha detto chi è Gesù attraverso la sua parola (cc. 5-7); ora, ce ne offre l’immagine con i fatti. Il Vaticano II ci ha detto che la rivelazione si manifesta con le parole e con i fatti strettamente uniti fra loro; e questo appunto fa ora Matteo. La parola di Gesù si completa e si incarna nei fatti, e i fatti garantiscono il valore della parola. Parole e fatti si implicano a vicenda. Il lebbroso si rivolge a Gesù chiamandolo «Signore» e si prostra davanti a lui. È una confessione di fede. Non dimentichiamo che questa scena è stata messa in scritto dopo la risurrezione e nella luce che il fatto pasquale proiettò su tutto quello che era avvenuto nella vita di Gesù. Gesù è il Signore: fu la prima formula di fede cristiana.
Alla presenza del Signore l’atteggiamento corretto dell’uomo è quello di adorazione. È come il primo tratto o primo insegnamento che ci trasmette questo racconto.
Davanti alla richiesta del lebbroso: «Se vuoi», Gesù risponde: «Voglio». Abbiamo qui nuovamente la dimensione teologica del racconto: l’«io» enfatico di Gesù, con autorità propria, senza bisogno d’appoggiarsi neppure alla Scrittura - come facevano i dottori giudei del suo tempo - parla della sua dignità. Questo «io» enfatico può essere paragonato al «ma io vi dico...» delle antitesi del capitolo 5.
Gesù non può essere compreso se non nell’insieme della rivelazione, tenendo conto della preparazione che suppongono la legge e i profeti. Solo partendo da questo contesto generale egli può essere visto come la pienezza della rivelazione; solo così si comprenderà il suo atteggiamento di fronte alla legge, che non è venuto ad abolire, ma a completare (v. il commento a 5,17-37). Il suo atteggiamento di fronte alla legge è messo in rilievo: «va’, mostrati al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè». Chi agisce in questo modo dà compimento alla legge. Di fronte ai suoi accusatori, scribi e sacerdoti, che gli negavano la fede, perché «non osservava la legge», questa scena era una testimonianza dell’origine calunniosa della loro accusa.
 
Gesù ha guarito la lebbra dell’anima - Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 21: E stendendo la sua mano lo toccò. Nella Legge era stato detto che chi tocca se un lebbroso, sarebbe stato infetto fino a sera: Ma egli toccò il lebbroso non come servo ma come padrone della Legge. Infatti la Legge è sottoposta al legislatore, non il legislatore alla Legge. Che dunque? Ha abolito la Legge? No, fu abolita l’interpretazione letterale della Legge, non il suo proposito e le ha aggiunto dignità. Se la Legge avesse potuto permettere che la lebbra non infettasse chi la toccasse, non avrebbe mai ordinato agli uomini di non toccare la lebbra. Aveva dato tale ordine poiché non poteva fare in modo che la lebbra non rendesse infetto chi la toccasse. Egli che, toccando la lebbra, da essa non fu contagiato, non agì contro la Legge, ma fece più di quanto essa ordinasse: non solo non fu contaminato dalla lebbra ma la guarì. Né si può credere che venga contaminato dalla lebbra chi l’ha sanata. La Legge, infatti, vieta di toccare la lebbra non per non guarire i lebbrosi, ma per evitare che toccandola ne veniamo contagiati. Costui che dal contatto non viene infettato ma per giunta l’ha guarita ha fatto più di quanto avesse voluto la Legge. Ha toccato la lebbra, e ha abolito l’interpretazione letterale della Legge affinché fosse evitata non la lebbra del corpo ma quella dell’anima.
 
Testimoni di Cristo - Josemaría Escrivá de Balaguer. La santità nelle vie della quotidianità - Diventare santi attraverso gli strumenti della vita quotidiana, il lavoro, l’impegno culturale, la vita in famiglia e tutto ciò che usiamo per costruire questo mondo: è un messaggio profetico senza tempo quello di san Josemaría Escrivá de Balaguer. Anzi, un messaggio che ha precorso i tempi, in particolare quella visione di una Chiesa partecipe del mondo e lievito della storia cui ha dato forma il Concilio Vaticano II. Questo sacerdote spagnolo, fondatore dell’Opus Dei, era nato a Barbastro in Spagna il 9 gennaio 1902 e a 16 anni si sentì chiamato a una vita donata a Dio: divenne prete nel 1925. Dal 1927 a Madrid si dedicò ai poveri e ai malati. Il 2 ottobre 1928, dopo la Messa, Escrivá salì in camera sua, dove si mise a mettere ordine tra gli appunti: fu in quel momento che ebbe una sorta di visione sull’opera che Dio gli chiedeva di compiere. Un’opera che avrebbe messo Dio al centro di ogni attività compiuta da persone di ogni condizione, nazione, cultura o età. Fu il seme che portò alla nascita dell’Opus Dei, con la missione di valorizzare l’universale chiamata alla santità nel lavoro, nella cultura e in famiglia. Il fondatore morì nel 1975 ed è santo dal 2002. (Matteo Liut)
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.