26 Maggio 2026
 
San Filippo Neri, Presbitero
 
1Pt 1,10-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Mc 10,28-31
 
Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno((Cf. Mt 11,25 - Acclamazione al Vangelo)
 
I misteri del Regno di Dio  -  R. Deville e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Il regno di Dio è una realtà misteriosa di cui soltanto Gesù può far conoscere la natura. Ed ancora, egli non la rivela se non agli umili ed ai piccoli, non ai sapienti ed agli scaltri di questo mondo (Mt 11, 25); ai suoi discepoli, non alle persone estranee, per le quali tutto rimane enigmatico (Mc 4, 11 par.). La pedagogia dei vangeli è costituita in gran parte dalla rivelazione progressiva dei misteri del regno, specialmente nelle parabole. Dopo la risurrezione questa pedagogia sarà completata (Atti 1, 3) e l’azione dello Spirito Santo la porterà a termine (cfr. Gv 14, 26; 16, 13 ss).
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaIl testo si articola in due tematiche principali: A) L’attesa dei profeti: l’apostolo Pietro ricorda come i profeti dell’Antico Testamento abbiano indagato a lungo sulla salvezza, cercando di comprendere quando e come si sarebbero realizzate le sofferenze e la gloria del Messia
B) Il privilegio dei credenti: a quei profeti fu rivelato che le loro fatiche servivano per preparare l’annuncio del Vangelo. Ora, quella grazia tanto attesa è pienamente manifestata ai cristiani. 
L’espressione “cingendo i fianchi della vostra mente” è un’immagine che richiama l’essere pronti per un cammino. Significa scacciare le distrazioni, mantenere la sobrietà e orientare tutta la propria esistenza verso la speranza nella rivelazione di Cristo. 
Come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta: come figli ubbidienti, i credenti sono chiamati a non conformarsi ai desideri di un tempo. Il modello di vita deve essere Dio stesso: Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo (Levitico 11,44). La santità qui è vista come un’adesione totale all’amore e alla purezza di Dio. (Fonte AI Overview)
 
Vangelo
Riceverete in questo tempo cento volte tanto insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà.
 
I versetti di Marco extrapolati dal suo contesto risultano poco comprensibili. Gesù ha parlato dell’inganno delle ricchezze, e per far bene intendere quanto sia difficile per i ricchi entrare nel regno di Dio si serve di un paradosso, “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio” (Mc 10,25).  Pietro, “allora, da portavoce dei suoi ricorda a Gesù che loro hanno lasciato ogni cosa per seguirlo (il lasciare, infatti - le reti/il padre -, era stato un gesto emblematico e programmatico della loro chiamata; cf 1,16-20) e Gesù, insieme, conforta Pietro di un presente e di un avvenire di pienezza inimmaginabile e assolutamente sovrabbondante rispetto alle rinunce (il centuplo di case, fratelli, sorelle, madri. .. ), ma non nasconde un duplice “allegato”: «Insieme a persecuzioni, e nel tempo a venire la vita eterna» (v. 30). Beata chiarezza! Il dolore, la sofferenza, la morte a se stessi, da un lato; l’esperienza del bisogno e della dipendenza, dall’altro, non sono evitabili se si desidera realmente realizzare la sequela in vista del regno, dove si compirà quel capovolgimento totale delle attese e delle primazie del mondo e dove gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, con una promessa di pienezza grande (la vita eterna). Soltanto: questa promessa basterà a superare la paura?” (Annalisa Guida, Vangelo secondo Marco).
 
Vangelo secondo Marco
Mc 10,28-31
 
In quel tempo, Pietro prese a dire a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà. Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 L’episodio narrato da Marco in questo passo (verss. 28-31) è strettamente connesso con le due sezioni precedenti. Pietro prende la parola per dichiarare che l’atteggiamento degli apostoli è stato ben diverso da quello del ricco che si era poco prima allontanato da Gesù con l’animo amareggiato. Noi abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito; le parole del primo apostolo non sono un autoelogio, ma la constatazione di un fatto; i Dodici avevano abbandonato tutto, averi e famiglia, per mettersi al seguito del Maestro. L’evangelista omette le parole di Matteo: «che avremo noi dunque?» (Mt., 19, 27).
29-30 Marco, seguito in ciò da Luca, ci ha conservato la risposta del Salvatore in una forma chiara e distinta. Per causa mia e per quella del vangelo; il Maestro pone in particolare rilievo la sua persona ed il vangelo. Luca ha invece: «per causa del regno di Dio», poiché dà all’espressione un senso più universale, che abbraccia tutti i seguaci di Cristo. Marco predilige la formula: «a causa del vangelo», che ricorre otto volte nel suo scritto, mentre Matteo l’usa soltanto quattro volte e Luca mai. L’evangelista distingue chiaramente tra: in questo tempo e nell’èra futura. La ricompensa consiste nel promettere ai discepoli il centuplo in questa vita; evidentemente l’espressione non va presa in senso quantitativo o matematico, ma in quello qualitativo e spirituale. Il Salvatore non fa una transazione commerciale tra ciò che si dà e ciò che si deve avere. Chi entra nella società di Cristo gode di tutto quello che hanno portato con sé coloro che già vi appartengono. Nel regno di Dio, cioè nella Chiesa, che è la società dei credenti vi è una comunicazione di beni e di aiuti. Il seguace di Cristo è sicuro di trovare nella Chiesa il regno della carità per cui quello che hanno gli altri può essere considerato come proprio.
Nella Chiesa primitiva questo era un fatto assai frequente e visibile perché le comunità cristiane erano ristrette ed i suoi membri, vivendo in centri pagani o ebraici, si sentivano molto più vicini e solidali. Gli Atti (2, 44; 4, 22) ricordano che molti cristiani mettevano i propri beni in comune; testimonianze antiche elogiano la carità che regnava nei seguaci della nuova religione predicata da Cristo. Le parole del Maestro accentuano l’aspetto spirituale della ricompensa; esse quindi vanno considerate e spiegate in questa prospettiva. Si osservino due fatti: Cristo non promette come ricompensa delle mogli, eppure parla di fratelli, sorelle, madri e figli, né una vita umanamente tranquilla e beata. Il seguace di Cristo non avrà il centuplo in mogli, perché il termine non si presta per una prospettiva spirituale (Luca nel passo parallelo accenna alla moglie abbandonata a causa del regno di Dio, cf. Lc., 18, 29), né vivrà pacifico e beato perché dovrà sostenere delle persecuzioni. L’allusione alle persecuzioni (insieme con persecuzioni) indica chiaramente che il discepolo subirà nell’esistenza terrena delle prove nelle quali dovrà mostrare il suo spirito evangelico.
Questa promessa quindi non prospetta una felicità terrena, né l’instaurazione di un regno beato, quasi nuovo paradiso terrestre, come pensavano i Millenaristi.
31 Non sembra che il versetto contenga un monito rivolto ai discepoli, come se Gesù avesse detto loro: ora voi siete ai primi posti, ma state attenti a non perdere questa posizione privilegiata presumendo di voi stessi o decadendo dal vostro spirito di distacco. Le parole del versetto vanno riferite agli Ebrei del tempo e possono essere così parafrasate: le guide spirituali del popolo ebraico (scribi, farisei sacerdoti), che sono chiamati «primi», perché occupano gli alti ranghi della società, diverranno ultimi; gli apostoli invece, che sono considerati ultimi, perché si trovano in una posizione umile e comune, diverranno primi.
 
Per approfondire
 
Non si fanno i conti in tasca a Dio - R. Schnackenburg (Vangelo secondo Marco): Non si potrebbe però obiettare che questo motivo della ricompensa è poco onorevole e quasi inaccettabile? Non serve forse a incoraggiare quell’atteggiamento rinunciatario, per cui si subiscono quaggiù privazioni e « sacrifici » allo scopo di ottenere un premio celeste più grande possibile nella « felicità eterna »? Non conduce forse a quella fuga dal mondo, a quell’isolamento delle comunità in una sorta di ghetto, che noi oggi riconosciamo come falso e perverso in quanto induce la Chiesa a rinunciare ad ogni cosa, sottraendosi ai suoi impegni nel mondo, alla sua azione sociale e ai necessari interventi contro l’oppressione in atto da parte di alcuni gruppi privilegiati? Pensiamo all’America Latina!
In realtà, tali pericoli non si possono negare e dobbiamo anzi ammettere molte colpe storiche da parte della Chiesa.
Anche le parole di Gesù sono esposte al pericolo di false interpretazioni. Se ben riflettiamo però alla sua originaria intenzione, l’ansiosa ricerca della ricompensa è da escludere.
Egli si serve dell’immagine di una mercede centuplicata per incoraggiare i discepoli a impiegare i beni della terra secondo l’esigenza evangelica. Egli mira a distogliere i suoi seguaci dalla sete del denaro e della proprietà, affinché si dedichino totalmente a Dio; essi devono impiegare i terreni come Dio comanda, ossia per i poveri e gli indigenti. Del resto, con ciò non guadagnano dei diritti nei confronti di Dio e non è loro lecito far altro che attendere da lui la restituzione, sotto forma di dono, di tutto ciò a cui hanno rinunciato.
La concezione giudaica della ricompensa, nell’annuncio di Gesù, non viene semplicemente corretta, ma addirittura capovolta. Gesù infatti esclude categoricamente l’aspirazione a un premio sempre maggiore, come pure il menar vanto delle proprie prestazioni. Gesù si allaccia al pensiero ebraico (« avrai un tesoro in cielo »), ma lo supera appellandosi alla grandezza e alla liberalità di Dio, il quale come non si lascia riscattare, così non si lascia vincere in bontà. Chi gli dà tutto, riceverà da lui doni in abbondanza. Chi invece guarda al premio, facendo a Dio i conti in tasca e operando il bene per un calcolo, non ha ancora attuato il dono di sé alla Divinità.
 
La ricchezza - Genericamente la sacra Scrittura, in quanto abbastanza guardinga verso la ricchezza, invita a non attaccare ad essa il cuore «anche se abbonda» (Sal 62,11) perché «l’oro ha corrotto molti e ha fatto deviare il cuore dei re» (Sir 8,2).
Ed è sotto gli occhi di tutti come gli empi, la cui unica preoccupazione è quella di ammassare ricchezze (Sal 73,12), prosperano e forti della loro potenza economica scherniscono, parlano con malizia, minacciano dall’alto con prepotenza (Sal 73,8). La bramosia di denaro incattivisce l’uomo trascinandolo nel baratro della morte: «Come pecore sono avviati agli inferi, sarà loro pastore la morte; scenderanno a precipizio nel sepolcro, svanirà ogni loro parvenza: gli inferi saranno la loro dimora» (Sal 49,15).
Sfumature negative che si devono addebitare alla convinzione che il desiderio sfrenato della ricchezza non è mai esente dal peccato: «Chi ama l’oro non sarà esente da colpa, chi insegue il denaro per esso peccherà. Molti sono andati in rovina a causa dell’oro, il loro disastro era davanti a loro. È una trappola per quanti ne sono entusiasti, ogni insensato vi resta preso» (Sir 31,5-7).
La condanna della ricchezza poi è senza appello se diventa una sirena affascinante, se l’uomo poggia tutta la sua vita unicamente sul denaro. Se si fanno catturare da esso gli uomini condividono la stessa sorte delle bestie: «L’uomo nella prosperità non  comprende, è come gli animali che periscono» (Sal 49,13). Se per san Giovanni Crisostomo il denaro e il piacere sono la pietra d’inciampo che fa cadere gli uomini, per la Bibbia l’insonnia «per la ricchezza logora il corpo» (Sir 31,1).
Allora, si tratta di stoltezza, di una profonda incapacità nel gestire la potenza del denaro: una incapacità che fa assurgere il denaro a dio-padrone che tiranneggia l’uomo in ogni modo.
Ma il peggiore dei mali è l’apostasia. Quando il luccichio della ricchezza riesce a schiavizzare l’uomo lo rende idolatra spingendolo ad apostatare dalla vera fede. Per cui san Paolo può ben dire che l’attaccamento «al denaro è la radice di tutti i mali» in quanto «per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori» (1Tm 6,10).
Ma queste affermazioni, e tante altre, non devono far pensare che la Bibbia condanni tout court la ricchezza. In verità, essa condanna la passione per il denaro che inevitabilmente stravolge il cuore e il destino dell’uomo. Così, la «ricchezza è buona se è senza peccato» (Sir 13,24) ed è beato «il ricco, che si trova senza macchia e che non corre dietro all’oro» (Sir 31,8). E per il suo popolo Dio prepara un avvenire ricolmo di ricchezza e di benessere: farà scorrere verso di esso «come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli» (Is 66,12).
 Per il Vangelo se «la vita di un uomo non dipende dai suoi beni» (Lc 12,15), nella parabola dei talenti Gesù premia il servo che sa far fruttare il denaro avuto in consegna e condanna il servo fannullone che restituisce al padrone la stessa somma che aveva ricevuto (Mt 25,14-30). Non è peccato, dunque, investire il proprio denaro purché il cuore resti libero e non si distolga lo sguardo dal cielo: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-2).
Per il Nuovo, come per il Vecchio Testamento, a impedire la salvezza non è il possesso della ricchezza, ma è il cuore dell’uomo quando trasforma il denaro in idolo dinanzi al quale prostrarsi (cf. Mt 6,24; Lc 16,13) perché è stoltezza guadagnare il mondo intero se poi si perde la propria vita (cf. Mc 8,36). In questa ottica, proprio perché le ricchezze costituiscono un potenziale pericolo, il consiglio di disfarsi dei propri beni e di praticare l’elemosina rimane in cima ai valori evangelici: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33-34).
 
La ricchezza e la povertà sono semplici strumenti per il bene e per il male - Teodoreto di Ciro (La provvidenza divina, 6): Se dicessimo che le ricchezze sono cattive, la bestemmia ricadrebbe sul loro elargitore; ma la ricchezza e la povertà sono state proposte agli uomini dal Creatore come materia, come strumenti, tramite i quali gli uomini, quali artefici, plasmano il simulacro della virtù o scolpiscono la statua del vizio. Ma con le ricchezze a stento qualcuno riesce a scolpire artisticamente qualche membro appena della virtù, mentre con la povertà a tutti è possibile plasmarla completamente. Non disprezziamo dunque la povertà, madre della virtù; e non biasimiamo la ricchezza, ma accusiamo coloro che ne fanno un uso sconveniente. Anche il ferro è stato dato agli uomini per edificare case, coltivare la terra, costruire navi e facilitare le altre attività necessarie alla vita umana; ma quelli che infieriscono l’uno contro l’altro fanno sì che esso non serva solo agli usi necessari, dato che per suo mezzo si danno l’un l’altro la morte. Non per questo però accusiamo il ferro, bensì la malvagità di coloro che l’usano male. Così il vino è stato dato agli uomini per la gioia del cuore, non per oscurargli la mente; ma coloro che si abbandonano all’intemperanza e si danno all’ubriachezza, rendono padre di demenza questo genitore di gioia. Noi tuttavia, giudicando rettamente, chiamiamo alcolizzati, ubriaconi e abbietti quelli che fanno uso cattivo di questo dono divino, mentre ammiriamo il vino come dono di Dio. Allo stesso modo giudichiamo, dunque, le ricchezze e coloro che ne usano: quelle preserviamole da ogni accusa, questi, se le amministrano con giustizia, incoroniamoli con le lodi più belle; se invece, invertendo il retto ordine, essi mostrano di essere schiavi del denaro compiendo tutto ciò che esso pretende, eseguendone ogni comando perverso, lanciamo contro di loro l’accusa di malvagità; essi, essendo stati eletti come padroni, hanno rovinato la loro autorità e hanno mutato il potere in schiavitù.
 
Testimoni di Cristo - San Filippo Neri Sacerdote - Dalla gioia del Risorto un “metodo” educativo: Non è un ingenuo buonismo quello testimoniato da san Filippo Neri, il santo della gioia, il «giullare di Dio», ma uno stato d’animo che attingeva la propria forza dalla consapevolezza che l’umanità e salva grazie al Risorto. La sua missione, infatti, prese forma concreta là dove Dio sembra assente, nelle strade di una Roma decadente e abbandonata. Ma lì lui seppe portare la luce di Cristo, con pazienza, dedizione e, soprattutto, allegria. Il suo non fu certo un percorso facile, segnato da invidie e incomprensioni, sbeffeggiamenti e burle, ma il patrimonio che ha lasciato alla Chiesa romana e a quella di tutto il mondo ha un valore inestimabile. Era nato nel 1515 a Firenze, figlio di notaio, orfano di madre a 5 anni. Venne poi avviato alla professione di commerciante, ma lui sentiva crescere la vocazione alla vita religiosa. Nel 1534 arrivò da pellegrino a Roma, che divenne il campo di un lungo apostolato soprattutto accanto ai tanti ragazzi di strada: li riusciva a coinvolgere con l’allegria, il buon umore e il messaggio positivo del Vangelo, donando loro un futuro diverso. Nel 1551 divenne prete: attorno a lui si radunò il nucleo di quella che nel 1575 divenne la Congregazione dell’Oratorio, per la quale costruì una nuova chiesa a Santa Maria in Vallicella. Morì nel 1595 ed è santo dal 1622. (Matteo Liut)
 
O Dio, che sempre esalti i tuoi servi fedeli
con la gloria della santità,
infondi in noi il tuo santo Spirito,
che infiammò mirabilmente il cuore di san Filippo [Neri].
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 25 Maggio 2026
 
Maria Madre della Chiesa
 
Gen 3,9-15.20 oppure At 1,12-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 86 (87); Gv 19,25-34
 
Signum Magnum 1: Maria è Madre della Chiesa non soltanto perché Madre di Gesù Cristo e sua intimissima Socia nella nuova economia, quando il Figlio di Dio assunse da lei l’umana natura, per liberare coi misteri della sua carne l’uomo dal peccato, ma anche perché rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. Come, infatti, ogni madre umana non può limitare il suo compito alla generazione di un nuovo uomo, ma deve estenderlo alle funzioni del nutrimento e della educazione della prole, così si comporta la beata Vergine Maria. Dopo di aver partecipato al sacrificio redentivo del Figlio, ed in modo così intimo da meritare di essere da lui proclamata madre non solo del discepolo Giovanni, ma - sia consentito l’affermarlo - del genere umano da lui in qualche modo rappresentato, Ella continua adesso dal cielo a compiere la sua funzione materna di cooperatrice alla nascita e allo sviluppo della vita divina nelle singole anime degli uomini redenti. E questa una consolantissima verità, che per libero beneplacito del sapientissimo Iddio fa parte integrante del mistero dell’umana salvezza; essa, perciò, dev’essere ritenuta per fede da tutti i cristiani.
 
Congregazione del Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: La gioiosa venerazione riservata alla Madre di Dio dalla Chiesa contemporanea, alla luce della riflessione sul mistero di Cristo e sulla sua propria natura, non poteva dimenticare quella figura di Donna (cf. Gal 4, 4), la Vergine Maria, che è Madre di Cristo e insieme Madre della Chiesa.
Ciò era già in qualche modo presente nel sentire ecclesiale a partire dalle parole premonitrici di sant’Agostino e di san Leone Magno. Il primo, infatti, dice che Maria è madre delle membra di Cristo, perché ha cooperato con la sua carità alla rinascita dei fedeli nella Chiesa; l’altro poi, quando dice che la nascita del Capo è anche la nascita del Corpo, indica che Maria è al contempo madre di Cristo, Figlio di Dio, e madre delle membra del suo corpo mistico, cioè della Chiesa. Queste considerazioni derivano dalla divina maternità di Maria e dalla sua intima unione all’opera del Redentore, culminata nell’ora della croce.
La Madre infatti, che stava presso la croce (cf. Gv 19, 25), accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli uomini, impersonati dal discepolo amato, come figli da rigenerare alla vita divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo lo Spirito, ha generato. A sua volta, nel discepolo amato, Cristo elesse tutti i discepoli come vicari del suo amore verso la Madre, affidandola loro affinché con affetto filiale la accogliessero.
Premurosa guida della Chiesa nascente, Maria iniziò pertanto la propria missione materna già nel cenacolo, pregando con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo (cf. At 1, 14). In questo sentire, nel corso dei secoli, la pietà cristiana ha onorato Maria con i titoli, in qualche modo equivalenti, di Madre dei discepoli, dei fedeli, dei credenti, di tutti coloro che rinascono in Cristo e anche di “Madre della Chiesa”, come appare in testi di autori spirituali e pure del magistero di Benedetto XIV e Leone XIII.
Da ciò chiaramente risulta su quale fondamento il beato papa Paolo VI, il 21 novembre 1964, a conclusione della terza Sessione del Concilio Vaticano II, dichiarò la beata Vergine Maria «Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori, che la chiamano Madre amantissima», e stabilì che «l’intero popolo cristiano rendesse sempre più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome».
La Sede Apostolica pertanto, in occasione dell’Anno Santo della Riconciliazione (1975), propose una messa votiva in onore della beata Maria Madre della Chiesa, successivamente inserita nel Messale Romano; diede anche facoltà di aggiungere l’invocazione di questo titolo nelle Litanie Lauretane (1980) e pubblicò altri formulari nella raccolta di messe della beata Vergine Maria (1986); ad alcune nazioni, diocesi e famiglie religiose che ne facevano richiesta, concesse di aggiungere questa celebrazione nel loro Calendario particolare.
Il Sommo Pontefice Francesco, considerando attentamente quanto la promozione di questa devozione possa favorire la crescita del senso materno della Chiesa nei Pastori, nei religiosi e nei fedeli, come anche della genuina pietà mariana, ha stabilito che la memoria della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, sia iscritta nel Calendario Romano nel Lunedì dopo Pentecoste e celebrata ogni anno.
Questa celebrazione ci aiuterà a ricordare che la vita cristiana, per crescere, deve essere ancorata al mistero della Croce, all’oblazione di Cristo nel convito eucaristico, alla Vergine offerente, Madre del Redentore e dei redenti.
 
Liturgia della Parola
I Lettura: Dio maledice il serpente e sarà condannato a strisciare nella polvere. Adamo ed Eva non sono maledetti, ma dovranno portare il peso enorme della loro disobbedienza. Dio per Adamo ed Eva prepara un progetto di salvezza: il versetto 15 è il protovangelo, il primo annuncio di questa salvezza. Si preconizza l’inimicizia permanente del serpente, che è per la tradizione cristiana è figura di satana, e la donna: il seme di questa donna schiaccerà la testa del serpente, che a sua volta insidierà il suo calcagno.
“La traduzione greca, cominciando l’ultima frase con un pronome maschile, attribuisce questa vittoria non alla discendenza della donna in generale, ma a uno dei figli della donna: così è preparata l’interpretazione messianica che molti Padri espliciteranno. Con il Messia, sua madre è implicata, e l’interpretazione mariologica della traduzione latina ipsa conteret è divenuta tradizionale nella chiesa” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Atti 1,12-14 - Diocesi di Senigallia: Il testo degli Atti degli Apostoli (1,12-14; cfr 2,4) presenta il gruppo degli Apostoli che, con altre persone, tra le quali è nominata Maria, la “madre di Gesù”, si raduna, dopo l’ascensione di Gesù, a Gerusalemme, obbedendo all’indicazione di Gesù stesso (cfr Lc 24,49; At 1,4-5). Quello che si raduna a Gerusalemme è un gruppo vario, composto da persone diverse (gli Undici apostoli, le donne che, probabilmente, hanno seguito Gesù [cfr Lc 8,2-3; 23,49], la madre e i parenti di Gesù), con sensibilità diverse e cammini di fede diversi. È sottolineata l’assiduità nella preghiera e la concordia (cfr At 2,42-46; 4,32-35). La concordia del gruppo è ricuperata, dopo la dispersione seguita all’arresto e alla morte di Gesù, grazie all’iniziativa di Gesù stesso, il quale raduna attorno a sé i discepoli, li guida alla comprensione della sua vicenda, della sua morte. Da Gesù gli Undici ricevono il mandato di testimoniarlo («... riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra», At 1,8; cfr Lc 24,47-48). La discesa dello Spirito avviene sulla comunità radunata («Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo»). L’annotazione rimanda a Es 19,2, dove si descrive il popolo d’Israele accampato ai piedi del monte Sinai per l’alleanza con Jahvè, con la mediazione di Mosè (cfr Es 19,2-15). L’evento dello Spirito è presentato con fenomeni analoghi a quelli di Es 19,16-19, per indicare la grande manifestazione di Dio (teofania) sul Sinai: il tuono e il fuoco. Il collegamento del dono dello Spirito con Es 19, dove si racconta l’alleanza di Jahvé con Israele e il dono della Legge, che fanno d’Israele il “popolo di Jahvè”, segnala che l’evento dello Spirito costituisce il popolo della nuova alleanza, non più retto da una Legge scritta, che resta esteriore, ma guidato dallo Spirito.
Gli effetti della presenza dello Spirito. Lo Spirito che si riversa su ognuno dei presenti produce un effetto straordinario: «cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi». Lo Spirito abilita la persone che lo hanno ricevuto ad annunciare le “grandi opere di Dio” nelle lingue dei diversi popoli Siamo di fronte al primo nucleo della Chiesa, che presenta alcuni elementi della Chiesa di sempre: la pratica della preghiera, la comunione fraterna, l’obbedienza a Gesù, la presenza dello Spirito, l’impegno missionario.
 
Vangelo
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 26 Donna, ecco il tuo figlio; l’appellativo «donna» non è irrispettoso sulle labbra di Gesù; esso in verità racchiude un accento dignitoso e riverente; il Salvatore usa questo appellativo con tutte le donne con le quali ha avuto un dialogo, come la samaritana, Maria Maddalena, la cananea, la donna ricurva ecc. Per tale motivo non è esatto vedere in questa designazione un immediato riferimento alla «donna» di cui parla il Protovangelo (cf. Genesi, 3, 15), come pensano vari studiosi. «Ecco il tuo figlio»; queste parole pronunziate in un momento così solenne non costituiscono un semplice atto di pietà filiale di Gesù nei confronti della propria madre, ma assumono un senso più profondo; la presenza di Maria al Calvario come le parole che il Redentore le rivolge sono ordinate a illustrare un nuovo e misterioso aspetto della madre di Gesù; Cristo infatti con le espressioni «il tuo figlio» e «la tua madre» (vers. 27) intende richiamare l’attenzione sulla maternità di Maria; il discepolo amato, come Maria Santissima apprendono dalle stesse labbra di Cristo morente che tra di loro vi è un rapporto ed un vincolo di maternità e figliolanza; tale rapporto costituisce il fondamento di quella che sarà chiamata la maternità spirituale di Maria. La presenza sul Calvario e la vicinanza di Maria alla croce (cf. vers. 25: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre...») mettono in chiara luce il posto che Maria occupa nella redenzione; questo rilievo assume ancora un significato dottrinalmente più ricco quando si pensa che i sinottici parlano delle pie donne che stavano a distanza dalla croce (cf. Mt., 27, 55; Mc., 15, 40; Lc., 23, 49).
27 E da quel momento il discepolo la accolse presso di sé; la dichiarazione, nella sua estrema semplicità, non si limita a segnalare il fatto che il discepolo amato ha accolto Maria presso di sé, ma anche che tale fatto è stato compreso nel suo senso profondo da]lo stesso discepolo. A. Feuillet ha rilevato che Giov., 19, 25-27 è in stretta relazione con Lc., 2, 34-35; ciò significa che vi è un vincolo ideologico stretto tra la profezia di Simeone (Lc.) e la presenza di Maria al Calvario (Giov.). Il P. Boismard da parte sua afferma che dal punto di vista teologico Giov., 19, 25-27 è un testo di sapore lucano e che un esame filologico approfondito porta a considerare Giov., 19, 25-27 come un’inserzione lucana nel testo del quarto vangelo (cf. «Revue Biblique», 69 [1962], pp. 201-202, nota 26).
 
Vangelo secondo Giovanni
Gv 19,25-34
 
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete».
Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.
Era il giorno della Parascève e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui.
Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua.
 
Parola del Signore.
 
«Donna, ecco il tuo figlio - Ecco la tua Madre» - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Non può trattarsi solo di una confidenza personale e privata, con la quale Gesù affida per un paio d’anni la propria Madre all’apostolo. Ciò stonerebbe in questa cornice, in cui tutto quel che si riferisce sulla morte di Cristo ha un valore messianico. Anche queste parole devono quindi avere un significato messianico.
Ai piedi della croce Giovanni rappresenta tutti i fedeli cristiani, come si desume dal solenne appellativo «Donna» rivolto a Maria. Della donna si parla nel racconto biblico della caduta, là dove si preannuncia la sua venuta e quella del suo seme, che schiaccerà il capo del serpente. Ora Gesù riprende quel nobile termine per applicarlo alla Madre, perché qui sul Golgota si sta veramente schiacciando il capo del serpente, ossia di Satana. Perciò la donna la cui progenie calca il piede annientatore sul serpente, sta impavida sotto la Croce.
Quella frase in realtà adempie la più antica profezia messianica ed ha quindi un tono festoso, solenne. Ma quando aggiunge: «Ecco tua Madre », Gesù arriva a profondità inaspettate, perché non si limita ad adempiere il passato, ma ci spalanca le porte dell’avvenire.
In quel momento nasce il nuovo popolo di Dio, si conclude il nuovo patto, comincia la nuova èra nella quale gli appartenenti al nuovo popolo di Dio ed al nuovo patto avranno un particolare rapporto di amorosa riverenza con la Madre del Signore. La Madre di Cristo diventa da questo momento la Madre di tutti i cristiani.
Perciò la parola messianica è un suggerimento mariano: dove è Gesu e l’amore per lui, deve esserci anche Maria e l’amore per lei. Così il Crocifisso morente getta uno sguardo nel futuro, ben oltre la propria morte.
Ma c’è di più: Maria non è solo la Madre del nuovo popolo di Dio, ma impersona in un certo senso la Chiesa.
Colei che sta sotto la croce e partecipa attivamente e passivamente al sacrificio del Calvario, è realmente la Chiesa e perciò le parole che le vengono rivolte hanno una portata e una profondità immense.
Il Cristo fisico che muore sulla croce sarà continuato dal Cristo mistico, la Chiesa, che ha in Maria sua Madre, una specie di concretizzazione. Come da lei è nato il Cristo fisico, cosi ora riposa nel suo grembo e sta per essere dato alla luce il Cristo mistico che continuamente si rinnova. Il mistero mariano è tutto racchiuso in queste parole del Messia morente.
Cosi il racconto della morte di Gesti, scritto da Giovanni, non è pieno di sangue e di ferite, di dolore e di compassione, ma di grandezza, di profondità e di gloria.
 
Per approfondire
 
Augustin George (Dizionario di Teologia Biblica) -  Maria e la Chiesa - 1. La vergine. - Maria, tipo del credente, chiamata alla salvezza nella fede dalla grazia di Dio, redenta dal sacrificio del figlio suo come tutti i membri della nostra razza, occupa nondimeno un posto a parte nella Chiesa. In lei non vediamo il mistero della Chiesa vissuto pienamente da un’anima che accoglie la parola divina con tutta la sua fede. La Chiesa è la sposa di Cristo (Ef 5,32), una sposa vergine (cfr. Apoc 21,2) che Cristo stesso ha santificato purificandola (Ef 5,25 ss). Ogni anima cristiana, che partecipa a questa vocazione, è «fidanzata a Cristo come una vergine pura» (2 Cor 11,2). Ora la fedeltà della Chiesa a questa chiamata divina traspare in Maria per prima, e ciò nel modo più perfetto. Questo è tutto il senso della verginità a cui Dio l’ha invitata e che la maternità non ha diminuita ma consacrata. In lei si rivela così, al livello della storia, l’esistenza di questa Chiesa-vergine che, con il suo atteggiamento, fa il contrario di Eva (cfr. 2Cor 11,3).
2. La madre. - Maria inoltre, in rapporto a Gesù, si trova in una situazione speciale che non appartiene a nessun altro membro della Chiesa. Essa è la madre di Gesù, e lo è volontariamente. Accetta di procreare il Figlio di Dio per il popolo di Dio, e appunto questo popolo tutto essa rappresenta e impegna in questa accettazione della salvezza propostale da Dio. Questa funzione permette di assimilarla alla figlia di Sion (Sof 3,14; cfr. Lc 1,28), alla nuova Gerusalemme nella sua funzione materna. Se la nuova umanità è paragonabile ad una donna di cui Cristo capo è il primogenito (Apoc 12,5), si può dimenticare che un tale mistero si è compiuto concretamente in Maria, che questa donna e questa madre non è un puro simbolo ma, grazie a Maria, ha avuto un’esistenza personale? Anche su questo punto il legame di Maria e della Chiesa si afferma con una forza tale che, dietro la donna strappata da Dio agli attacchi del serpente (Apoc 12,13-16), antitesi di Eva ingannata dallo stesso serpente (2Cor 11,3; Gen 3,13), Maria si profila nello stesso tempo che la Chiesa, poiché tale fu il suo compito nel disegno di salvezza. Perciò la tradizione ha visto a buon diritto in Maria e nella Chiesa, congiuntamente, la «nuova Eva», così come Gesù è il «nuovo Adamo».
3. Il mistero di Maria. - Per mezzo di questa connessione con il mistero della Chiesa, il mistero di Maria si illumina nel miglior modo possibile, alla luce della Scrittura. Il primo rivela chiaramente ciò che, nel secondo, fu vissuto in modo nascosto. Da entrambe le parti, c’è un mistero di verginità, mistero nuziale in cui Dio è lo sposo; da entrambe le parti, un mistero di maternità e di filiazione, in cui lo Spirito Santo agisce (Lc 1,35; Mt 1,20; cfr. Rom 8,15), prima nei confronti di Cristo (Lc 1,31; Apoc 12,5), poi nei confronti delle membra del suo corpo (Gv 19,26 s; Apoc 12,17). Il mistero della verginità implica una purezza totale, frutto della grazia di Cristo, che tocca l’essere alla sua radice, rendendolo «santo ed immacolato» (Ef 5,27): qui acquista il suo senso la concezione immacolata di Maria. Il mistero della maternità implica un’unione totale al mistero di Gesù, nella sua vita terrena fino alla prova ed alla croce (Lc 2,35; Gv 19,25s; cfr. Apoc 12,13), nella sua gloria fino alla partecipazione alla sua risurrezione (cfr. Apoc 21). Colei che fu «ripiena di grazia» da parte di Dio (Lc 1,28) rimane sul piano dei membri della Chiesa, «ripieni di grazia nel diletto» (Ef 1,6). Ma per la sua mediazione il Figlio di Dio, unico mediatore, si è fatto fratello di tutti gli uomini ed ha stabilito il suo legame organico con essi, così come essi non lo raggiungono senza passare attraverso la Chiesa, che è il suo corpo (Col 1,18). L’atteggiamento dei cristiani nei confronti di Maria è determinato da questo fatto fondamentale: perciò è in rapporto così diretto con il loro atteggiamento nei confronti della Chiesa loro madre (cfr. Sal 87,5; Gv 19,27).
 
Ecco tua madre - Redemptoris Mater 23: Se il passo del Vangelo di Giovanni sull’evento di Cana presenta la maternità premurosa di Maria all’inizio dell’attività messianica di Cristo, un altro passo dello stesso Vangelo conferma questa maternità nell’economia salvifica della grazia nel suo momento culminante, cioè quando si compie il sacrificio della croce di Cristo, il suo mistero pasquale. La descrizione di Giovanni è concisa: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e li accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: - Donna, ecco il tuo figlio!-. Poi disse al discepolo: - Ecco la tua madre! -. E da quel momento il discepolo la prese con sè” (Gv 19,25-27).
Senza dubbio, in questo fatto si ravvisa un’espressione della singolare premura del figlio per la madre, che egli lasciava in così grande dolore.
Tuttavia, sul senso di questa premura il “testamento della croce” di Cristo dice di più. Gesù mette in rilievo un nuovo legame tra madre e figlio, del quale conferma solennemente tutta la verità e realtà. Si può dire che, se già in precedenza la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era stata delineata, ora viene chiaramente precisata e stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore. La madre di Cristo, trovandosi nel raggio diretto di questo mistero che comprende l’uomo - ciascuno e tutti - viene data all’uomo - a ciascuno e a tutti - come madre. Quest’uomo ai piedi della croce è Giovanni, “il discepolo che egli amava”. Tuttavia, non è lui solo. Seguendo la tradizione, il concilio non esita a chiamare Maria “Madre di Cristo e madre degli uomini”: infatti, ella è “congiunta nella stirpe di Adamo con tutti gli uomini ..., anzi è veramente madre delle membra (di Cristo)..., perché coopero con la carità alla nascita dei fedeli nella chiesa”.
Dunque, questa “nuova maternità di Maria”, generata dalla fede, è frutto del “nuovo” amore, che maturo in lei definitivamente ai piedi della croce, mediante la sua partecipazione all’amore redentivo del Figlio.
 
Noi vogliamo consacrare a te, Maria, il corpo e l’anima - Giovanni Damasceno, Omelia sul transito di Maria, 1,14: Anche noi, oggi, ci rivolgiamo a te, Signora, vergine e madre di Dio, legando le nostre anime alla tua speranza, come a un’ancora quanto mai solida e sicura. Ti consacriamo la mente, l’anima, il corpo, tutti noi stessi, insomma, onorandoti con salmi, inni e cantici spirituali, secondo le nostre possibilità, giacché non saremo mai in grado di assolvere a un simile compito nella maniera più conveniente. Se infatti, come la sacra dottrina ci ha insegnato, l’onore riservato ai servi è attestazione dell’amore verso il comune Signore, chi mai potrebbe trascurare di rendere onore a te, che hai generato il Signore? Chi, anzi, non vi si adopererebbe con tutto il suo zelo?
Ma tu, buona Signora, madre del buon Signore, assistici e governa i nostri destini ove tu vuoi; reprimi la violenza delle nostre passioni abiette onde condurci, una volta placata la tempesta, nel porto tranquillo della volontà divina, stimandoci degni della futura beatitudine, di quella dolce luce, cioè, che si irradia alla visione del Verbo di Dio da te fatto carne. A lui, insieme con il Padre e il santissimo e buono e vivificante Spirito, sia gloria, onore, impero, maestà e magnificenza, ora e sempre, nei secoli dei secoli! Amen.
 
Testimoni di Cristo - San Gerio (Girio): Gerio, o Girio, era un nobile francese originario della Linguadoca, il quale lasciò tutti i suoi beni per vivere da eremita. Nato tra il 1270 e il 1274, per una serie di acquisizioni e cessioni territoriali della famiglia, divenne conte di Roccaforte. Volendo vivere da solitario, si recò con il fratello in una zona piena di caverne. Lì rimasero a lungo isolati per la piena di un fiume e furono due serpenti a salvarli, portando del pane. Recatisi nella vicina chiesa per la Messa, raccontarono il miracolo.
Presto la notizia si diffuse e molta gente li cercava. Allora partirono col desiderio di recarsi in Palestina. Prima, però, vollero visitare Roma. Qui Gerio seppe che ad Ancona un sant’uomo, Liberio, voleva partire per Gerusalemme. Pensando di viaggiare con lui, andò nelle Marche. Ma a Tolentino si sentì male e morì nei pressi di Potenza Picena (allora Monte Santo), che lo venera come patrono. Il culto è stato confermato nel 1742. (Avvenire)
 
Dio, Padre di misericordia,
il tuo Figlio unigenito, morente sulla croce,
ci ha donato la sua stessa Madre,
la beata Vergine Maria, come nostra Madre;
concedi che la tua Chiesa, sorretta dal suo amore,
sia sempre più feconda nello Spirito,
esulti per la santità dei suoi figli
e raccolga nel suo grembo l’intera famiglia degli uomini.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 24 Maggio 2026
 
Domenica di Pentecoste
 
At 2,1-11; Salmo Responsoriale 103 (104); 1Cor 12,3b-7. 12-13; Gv 20,19-23 
 
Prima Lettura - Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare: Sono innumerevoli i doni con i quali lo Spirito Santo arricchisce la comunità apostolica. Tra questi eccelle il parlare in lingue. Di questo fenomeno mistico vi sono due interpretazioni: o gli apostoli hanno ricevuto il dono di parlare in lingue straniere per cui furono compresi dai vari gruppi etnici convenuti a Gerusalemme; oppure essi hanno parlato in lingua, e gli astanti, illuminati interiormente, li hanno compresi. Quest’ultima interpretazione sembra essere indicata dal testo lucano, che mostra gli apostoli estatici e per questo derisi da chi non è in grado di comprenderli.
 
Seconda Lettura - Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo: San Paolo, nelle sue lettere, spesso parla di carismi, manifestazioni dello Spirito, visioni, rapimenti: «Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore.  So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’ uomo  – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2Cor 12,1-4). I cristiani di Corinto, in modo particolare, erano stati «arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza» (1Cor 1,5), tanto che l’apostolo Paolo si sente in dovere di ringraziare il Padre della luce, datore di ogni dono perfetto (Cf. Gc 1,17), a motivo della grazia di Dio che era stata data loro in Cristo Gesù (Cf. 1Cor 1,4). Ma al di là della contentezza a motivo della prodigalità divina, Paolo si vede costretto a intervenire perché invece di essere fonte di coesione o di virtù, come l’umiltà o la carità, la ricerca dei carismi e il loro uso sregolato avevano creato tra i Corinzi divisioni e malumori. Questo andava proprio contro l’opera pacificatrice e unificatrice dello Spirito Santo da cui tutti i carismi hanno origine.
 
SEQUENZA
 
Vangelo
Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi.
 
Pietro e il discepolo che Gesù amava hanno già visitato la tomba vuota, il Risorto è apparso a Maria di Magdala, ora appare agli Undici rinserrati in casa per timore dei Giudei. Il tema di questa pericope è straordinariamente ricco: il dono della pace, l’ostensione di Gesù, la gioia dei discepoli, la missione, il dono dello Spirito Santo, il potere di rimettere i peccati.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23 
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 
Parola del Signore.
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana
 
Giovanni segue il computo romano o greco, per gli Ebrei invece al tramonto era già iniziato il secondo giorno. Il Sinedrio, con la morte di Gesù, pensava di aver messo fine alla vicenda religiosa del Nazareno e dei suoi seguaci. Per maggiore precauzione aveva sigillato la tomba ponendola anche sotto sorveglianza armata ed era quindi ben intenzionato a sradicare ogni forma di proselitismo.
... mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei. Gli Undici, con il cuore pieno di timore, sono in casa con le porte ben sbarrate perché sanno che le minacce dei Farisei non cadono mai a vuoto. Le case generalmente avevano una porta, se quella che ospitava gli Undici ne aveva diverse forse il dettaglio sta ad indicare che era la dimora di un uomo ricco. Nonostante tale stato d’animo, la certezza della Risurrezione, con la sua luce, già invadeva il cuore e la mente dei discepoli, spazzando via con energia incertezze, incredulità, paure (Cf. Gv 20,1-18).
Gesù, entrando a porte chiuse, ritorna fra i suoi annunciandosi come fonte di pace, vita e salvezza.
Saluta i discepoli con un saluto molto caro agli Ebrei: Pace a voi (Cf. Gdc 6,23; 19,20; Lc 10,5) e nell’augurarla, la dona.
Detto questo, mostrò loro le mani ...: non è un fantasma (Cf. Lc 24,37-38), è veramente il loro Maestro che essi hanno contemplato confitto sul legno della croce, le mani hanno il segno dei chiodi, il fianco reca lo squarcio provocato dalla lancia, ora, è lì, vivo, in mezzo a loro... il Crocifisso è risorto, come aveva detto (Mt 28,6). Stupefatti, i discepoli sono ricolmi di gioia. Gesù risorto è la fonte della gioia, quella vera. Quella sera si compiva quanto lui aveva loro promesso: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla» (Gv 16,21-23). Dopo aver donato per la seconda volta la pace, Gesù risorto affida agli Undici la missione di essere suoi apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21).
«Si osservi il parallelismo sinonimico, presente in questo passo, con il quale l’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello del Figlio da parte di Dio: Come il Padre ha inviato ME, anch’io mando voi. Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli ad essere gli araldi del Risorto; essa sta per essere sigillata con il dono dello Spirito santo» (Alberto Salvatore Panimolle).
Soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo...», lo Spirito Santo che era stato tante volte promesso nel tempo della vita mortale di Gesù viene ora donato. Il verbo soffiare rievoca la creazione dell’uomo: il «Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Tale accostamento è suggerito dal fatto che qui si trova «lo stesso verbo raro di Gen 2,7 [Cf. Sap 15,11]: Cristo risorto dona ai discepoli lo Spirito che effettua come una ri-creazione dell’umanità. Possedendo fin d’ora questo principio di vita, l’uomo è passato dalla morte alla vita [Gv 5,24 ], non morirà mai [Gv 8,51]. È il principio di un’escatologia già realizzata. Per Paolo (almeno nelle sue prime lettere), questa ri-creazione dell’umanità si produrrà solo al ritorno di Cristo [1Cor 15,45, che cita Gen 2,7] (Bibbia di Gerusalemme).
Con il dono dello Spirito Santo gli Undici vengono santificati nella verità [Gv 17,17-19] e abilitati alla loro futura missione, che si specifica nel perdonare i peccati e nel potere correlativo di non perdonarli. Tale potere di perdonare o di non perdonare i peccati è espresso in forma simile da Mt 16,19 e 18,18, dove è usata una forma più giuridica.
Al di là delle difficoltà che pone il versetto giovanneo, nelle parole di Gesù possiamo cogliere la gioia e la consolazione che nel mondo c’è il perdono dei peccati e che questo potere è stato dato agli uomini (Mt 9,7).
La missione apostolica sarà gravida della presenza del Risorto (Cf. Mt 28,20) e porterà i tratti della sua infinita misericordia.
 
Per approfondire
 
Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.  - Maria Grazia Danieli (Lingua in Schede Bibliche Pastorali): Dono delle lingue: glossolalia - Nelle religioni orientali ellenistiche, glossa riveste anche il significato di espressione straniera, oscura, bisognosa di interpretazione per la lingua o per la struttura: così nei testi di Plutarco relativi ai misteri di Iside e Osiride e ai responsi della Pizia delfica: cioè accanto alla lingua parlata c’è una lingua secretior propria della mistica religiosa, che esprime in un cifrario misterioso, comprensibile solo agli iniziati, le parole degli dèi. Il singolare fenomeno del «parlare in lingua» (descritto in 1Cor. 12,14; in Atti 10,46; 19,6), connesso anche con il parlare nuove lingue di Marco 16, 17 e con il parlare altre lingue o lingue diverse di Atti 2, 4 ci è noto soprattutto dalla vivida descrizione che di esso si legge nella prima lettera ai Corinti. La glossolalia costituisce, allo stesso modo del profetare, un carisma, una espressione verbale prodotta dallo Spirito (1Cor. 12; 14).
1Cor. 12,10.28.30: ... a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue... poi vengono i miracoli, poi i doni di guarigione, quelli che hanno il dono dell’assistenza, del governo, delle lingue ... Tutti possiedono doni di guarigione? Tutti parlano in lingue? Tutti fanno da interpreti?
1Cor. 14,2: Chi parla in lingue non parla agli uomini, ma a Dio; infatti nessuno capisce, dicendosi cose misteriose nello Spirito.
Come afferma l’ultima frase citata, la glossolalia è una espressione non rivolta agli uomini, ma a Dio: «Che se non vi è chi interpreta, scrive Paolo, questi tali tacciano nell’assemblea, e parlino a se stessi e a Dio» (1Cor. 14,28). Questo «parlare» consiste in una preghiera, o forse anche in un canto di ringraziamento e di lode (Atti 10,46), e ha come effetto l’edificazione del carismatico, non della comunità: «Chi  parla  in  lingue  edifica  se  stesso,  chi  profetizza  edifica la chiesa... Che se tu benedici soltanto con lo spirito, colui che assiste come semplice uditore come potrebbe dire l’amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici?» (1Cor 14,4.16). Il noùs è completamente assente da questo esprimersi pneumatico (1Cor. 14,4). Il glossolalo infatti dice a se stesso e ad altri cose oscure e misteriose (Cf. 1Cor. 14,2.9.11.15ss.), emette suoni inarticolati come uno strumento suonato senza distinzione di toni (1Cor. 14,7.21), dando l’impressione di parlare in lingue straniere incomprensibili. Le effusioni incontrollate e contemporanee di molti glossolali possono dare alla comunità riunita l’aspetto di una accolta di esaltati (1Cor. 14,23.27). Le glossai costituiscono però anche un segno prodigioso della presenza di una forza soprannaturale irresistibile.
In conclusione, la glossolalia presente nella comunità di Corinto e così minuziosamente esaminata da Paolo era un esprimersi estatico ed incomprensibile, attraverso un balbettio di parole e suoni senza nesso e significato, che ha un indubbio termine di confronto nella mistica estatica dell’ellenismo. Tuttavia Paolo coglie il significato distintivo di tali manifestazioni della chiesa nascente: la glossolalia è un carisma dello Spirito santo, di cui egli stesso è gratificato:  «Grazie a Dio, io parlo in lingue molto più di tutti voi» (1Cor. 14,18; Cf. 2Cor. 12,3-4).
Peraltro l’apostolo esige che l’esercizio pubblico della glossolalia venga rigorosamente disciplinato, vagliato e rivolto all’edificazione collettiva (1Cor. 14; 1Tess. 5,19-21).
1Cor. 14,27: Quando si parla in lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine, e uno faccia da interprete.
Così, se i Corinti, ancora tributari al loro passato pagano, sono inclini a ritenere la glossolalia come il fenomeno «pneumatico» per eccellenza (Cf. 1Cor. 14,37), devono ben riconoscere la superiorità del dono della profezia (1Cor. 14,1-5) e, al di sopra dei carismi transitori, devono tendere a riconoscere il dono supremo della agape (1Cor. 13).
 
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne - Passioni e desideri: Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto ricorda loro che lo Spirito Santo abita nei credenti come in un tempio (Cf. 1Cor 3,16; 6,19). Una affermazione che equivale a dire che il Paràclito vivifica e anima dal di dentro il fedele. Sottintendendo la docilità dell’inabitato, perché Dio non ha mai violato e violentato la libertà umana.
Tra i tanti atteggiamenti distorti, in modo particolare, due peccati rendono “impotente” la Presenza vivificante e ricreatrice dello Spirito: i peccati contro l’unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa (Cf. Ef 4,30) e la fornicazione: «State lontani dalla fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi»  (1Cor 6,18-19). Per la disgregazione del corpo di Cristo, bene fa notare Settimio Cipriani: come «l’antico tempio era caratterizzato dalla presenza della “gloria di Dio” che si manifestava nella nube, il nuovo è caratterizzato dalla presenza dello “Spirito Santo” che inabita nell’intimo dei cuori. Perciò è un atto criminale, che Dio punirà certamente, il “profanare” questo tempio, che è la comunità cristiana, con l’errore e soprattutto con lo spirito di fazione e di divisione, perché “santo è il tempio di Dio che siete voi”».
Alla fornicazione possiamo aggiungere l’aborto, l’omosessualità, la pedofilia, la prostituzione, quest’ultima vera «piaga sociale»: «Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo, tempio dello Spirito Santo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2355). A tanti mali possiamo assommare la dilagante pornografia, la quale lede «gravemente la dignità di coloro che vi si prestano [attori, commercianti, pubblico], poiché l’uno diventa per l’altro oggetto di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno. Immerge gli uni e gli altri nell’illusione di un mondo irreale. È una colpa grave» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2354).
Negli anni passati, fu immesso sui mercati internazionali un videogame il quale insegnava a violentare le ragazzine minorenni, tra grida, pianti e abiti strappati. E qualcuno sosteneva pure che era educativo. Oggi, come ieri, assistiamo, purtroppo, al triste teatrino di povere menti malate che esaltano ogni sfrenatezza, ogni sregolatezza; uomini piccoli e sporchi ubriacati da un’etica individualistica.
Come cristiani non possiamo prestarci a questo giuoco per una cattiva intesa della libertà umana o perché fatti riflessivi per l’evolversi dei costumi, dell’incremento del grado di civiltà, del progredire del sapere umano. Anzi la «profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, indulga a un’etica puramente individualistica. Il dovere della giustizia e dell’amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, contribuendo al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini» (GS 30).
Senza isterismi o fanatismi dobbiamo aiutare gli Stati perché cancellino la piaga dell’aborto e del divorzio e che non promuovano istituzioni liberticide volte solo a distruggere quei valori, come la famiglia, che sono alla base di ogni convivenza civile e democratica. La «comunità politica ha il dovere di onorare la famiglia, di assisterla, e di assicurarle in particolare ... la difesa della sicurezza e della salute, particolarmente in ordine a pericoli come la droga, la pornografia, l’alcolismo, ecc.» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2211).
L’uomo, a qualsiasi sponda appartenga o approdi, ha «una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato» (GS 16). Il libertinaggio, l’assoluta indipendenza di idee e di opinioni specialmente in campo religioso o morale, è una moneta che non paga e non fa ricco nessuno: anzi spinge l’uomo alla più nera miseria, quella spirituale, appunto!
 
Conferenza Episcopale Italiana (Sussidio per la Pentecoste) - «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,19-23):
Il Vangelo della Messa di oggi esprime con la massima chiarezza possibile l’unità di tutto il tempo liturgico che abbiamo vissuto con gioia e solennità per ben cinquanta giorni e che oggi si conclude: la Pasqua e la Pentecoste sono reciprocamente così connesse da dare l’impressione che questa grande “settimana di settimane” sia trascorsa davvero come un unico ottavario, anzi una sola e solenne giornata. Il brano giovanneo proclamato nella liturgia è tratto infatti dal racconto degli incontri dei discepoli con il Risorto il giorno di Pasqua, riconducendo nell’atmosfera luminosa della celebrazione inaugurale di questo periodo liturgico, cioè nella contemplazione della Resurrezione di Cristo, centro della nostra fede e motivo della nostra gioiosa speranza. È proprio nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (Gv 20,19) che è ambientata la cosiddetta “pentecoste giovannea”, cioè l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli direttamente dalla persona del Cristo Risorto presente in mezzo a loro. Egli si fa vedere vivo dopo la Passione, con i segni della propria corporeità, ferita dalle piaghe della crocifissione: «mostrò loro le mani e il fianco» (Gv 20,20).
In questo momento così ricco di pathos e di grande afflato spirituale, oltre alla prova della verità della Resurrezione i discepoli ricevono il primo dono dello Spirito, per una missione ben specifica: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22b-23). La prima azione potente dello Spirito sulla Chiesa nascente è la remissione dei peccati, col mandato divino di esercitare la virtù del perdono, sull’esempio del sacrificio di Cristo Crocifisso.  Da allora, la Chiesa di ogni tempo invoca lo Spirito proprio per ottenere il perdono delle colpe (il rito bizantino lo supplica con le parole «purificaci da ogni macchia»), per imparare a offrire il ministero del perdono reciproco e della misericordia fraterna.
Lo Spirito (in greco pneuma), definito con un termine che indica il “soffio” o il “vento” (come quello che si abbatte gagliardo sul cenacolo apostolico descritto nella prima lettura), viene effuso dal Risorto con un gesto plasticamente significativo: Egli «soffiò» (Gv 20,22) sugli Apostoli, richiamando la primordiale trasmissione dell’alito vitale del Creatore sull’uomo plasmato dalla polvere del suolo (cfr. Gen 2,7).  La Pasqua e la sua manifestazione pneumatica, celebrata a Pentecoste, avviano dunque per l’umanità una vera e propria “nuova creazione”. Come la prima, anche questa seconda creazione avviene per mezzo delle “due mani” del Padre: il suo Verbo, ora Risorto, e il suo Spirito (come in epoca patristica affermerà la teologia trinitaria di Sant’Ireneo di Lione). La liturgia latina esprime ciò con l’antica invocazione: «Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione, e rinnoverai la faccia della terra».
 
L’opera dello Spirito Santo nella Chiesa - Agostino (Discorsi, 267,4.4): Voi vedete cosa l’anima fa nel corpo. Dà vita a tutte le membra: vede per mezzo degli occhi, ode per mezzo delle orecchie, odora per mezzo delle narici, per mezzo della lingua parla, per mezzo delle mani opera, per mezzo dei piedi cammina: è presente insieme a tutte le membra, perché esse vivano: dà a tutte la vita e a ciascuna il suo compito. L’occhio non ode, l’orecchio non vede, e neppure la lingua vede né l’orecchio e l’occhio parlano; eppure vivono: vive l’orecchio, vive la lingua: i compiti sono diversi, la vita è comune.
Così è la Chiesa di Dio: in alcuni santi compie miracoli, in altri santi dice la verità, in altri custodisce la verginità, in altri ancora custodisce la pudicizia coniugale; in altri santi questo, in altri santi quello: ciascuno compie l’opera propria, ma tutti vivono parimenti. E quello che è l’anima per il corpo dell’uomo, lo è lo Spirito Santo per il corpo di Cristo che è la Chiesa: lo Spirito Santo opera in tutta la Chiesa ciò che l’anima opera in tutte le membra di un unico corpo... Se dunque volete vivere di Spirito Santo, conservate l’amore, amate la verità, per raggiungere così l’eternità.
 
Testimoni di Cristo - San Donaziano Martire a Nantes (m. 304 circa): Donaziano e Rogaziano erano fratelli che abitavano a Nantes, ma solo Donaziano aveva ricevuto il Battesimo e predicava la fede cattolica. Nel tempo di una persecuzione la cui data è ancora soggetta a discussione (sotto Diocleziano o sotto Decio) Donaziano, ancora adolescente, fu arrestato e gettato in prigione. Il legato tentò di condurre Rogaziano al culto degli idoli, ma, non essendovi riuscito, lo fece gettare nella stessa prigione. Desideroso del Battesimo, egli pensò che un bacio di suo fratello lo avrebbe sostituito. Tutti e due furono torturati qualche tempo dopo e uccisi. Dopo l’editto del 313 i corpi dei due martiri furono collocati in una chiesa più volte ricostruita, che ha il titolo di basilica minore dal 1889 e fu affidata ai monaci di San Martino di Tours. La data della festa ha subito uno spostamento dopo la Rivoluzione. Tutte le diocesi della Bretagna e anche gli altri paesi evangelizzati dai Bretoni, come il Canada, hanno luoghi di culto dedicati ai «fanciulli nantesi». (Avvenire)
 
O Dio, che nel mistero della Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo,
e rinnova anche oggi nel cuore dei credenti
i prodigi che nella tua bontà
hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.