11 Febbraio 2026
Mercoledì V Settimana T. O.
1Re 10,1-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 36 (37); Mc 7,14-23
La tua parola, Signore, è verità: consacraci nella verità. (Cf. Gv 17,17b.a - Acclamazione al Vangelo)
Giuliano Vigini (Dizionario del Nuovo Testamento): Nel concetto di verità (aletheia) del NT confluiscono, sia l’idea veterotestamentaria di ciò che è stabile, permanente e fedele, sia l’idea greco-ellenistica di ciò che si conosce in modo perfetto, nella sua realtà di fatto (Mc 5,33) o di insegnamento (Mt 22,16; Mc 12,14.32; Lc 20,21). Nel pensiero di Paolo prevale l’accezione di verità dell’AT di ogni cosa buona e giusta secondo l’ordine della creazione, che si deve perseguire e a cui bisogna restare fedeli (Rm 2,8; Gal 5,7; 2Ts 2,12).
Nella sua interezza, la verità è però strettamente collegata a Dio (Rm 1,25; 3,7; 15,8), a Cristo (2Cor 11,10; Ef 4,21) e al vangelo (Gal 2,5.14; Col 1,5): parola di verità (Col 1,15) in quanto parola di salvezza (2Cor 4,2-3; Ef 1,13; Col 1,5; 2Tm 2,15). II vangelo, infatti, è la buona notizia che annuncia Gesù morto e risorto (1Cor 15,1.3.5); non c’è un altro vangelo (2Cor 11,4; Gal 1,8-9). Questa è la verità della “sana dottrina” da cercare e difendere (1Tm 1,10; 2,4; 6,3; 2Tm 2,25; 3,7; 4,3; Tt 4,1.1.9; 2,1); questa è la verità di cui la Chiesa è “colonna e sostegno” (1Tm 3,15) contro tutti i falsi maestri (1Tm 1,4; 4,7; 2Tm 4,3-4; Tt 1,9.14) che la rifiutano o la deturpano (1Tm 6,5; 2Tm 2,18; 3,8; 4,4; Tt 1,14).
L’identificazione della verità nella persona di Gesù Io sono la via, la verità e la vita Gv 14,6) si caratterizza come una delle peculiarità del vangelo di Giovanni. Gesù è la rivelazione perfetta del Padre e della vita che procede da lui, ed è anche la strada per camminare verso di lui. Egli dice (Gv 8,40.45-46; 16,7) e testimoniare la verità di Dio (Gv 18,37), manifestandola nell’amore e nell’offerta di sé. Per mezzo dello Spirito Santo, “Spirito di verità” (Gv 14,17; 15,26; 16,13), il cristiano cammina nella verità (2Gv 4; 3Gv 3,4) e di essa vive (1Gv 1,8; 2Gv 1-2; 3Gv 1,8).
Liturgia della Parola
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): I grandi capi d’Israele usavano radunare i figli prima di morire, per manifestare la loro ultima volontà e pronunziare su di essi la benedizione finale. Si ricordino le benedizioni di Giacobbe (Gn 49) e di Mosè (Dt 33); e si ricordino anche i testamenti di Giosuè (Gs 23-34) e di Samuele (1Sam 12).
Il testamento di Davide non corrisponde alla grandezza del primo re di Gerusalemme. I versetti raccolti dal nostro testo mancano d’originalità: furono redatti senza dubbio dalla scuola deuteronomista, che ripete sempre le stesse idee in modo stereotipato. Al deuteronomista sono dovute anche le ultime raccomandazioni di Mosè a Giosuè: «Sii forte e fatti animo, poiché tu introdurrai gl’israeliti nel paese che ho giurato di dar loro, e io sarò con te» (Dt 31,23). « Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dar loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge ... (e) porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? ... Chiunque disprezzerà i tuoi ordini, e non ubbidirà alle tue parole in quanto comanderai, sarà messo a morte. Solo sii forte e coraggioso» (Gs 1,6-18). La scuola deuteronomista non solo diede forma letteraria al testamento di Davide, ma lasciò impressa in esso un’orma della sua teologia. Essa fa dipendere la permanenza d’un successore sul trono d’Israele dall’osservanza dei comandamenti e dei precetti della legge di Mosè, mentre la formulazione della profezia di Natan era espressamente priva di condizioni (2Sam 7,14-16).
La conclusione che se ne deduce è che il nostro testo fu redatto durante l’esilio e costituisce un invito implicito alla conversione. Vuol far sapere alla generazione dell’esilio che la continuità dinastica era subordinata all’osservanza delle clausole dell’alleanza.
In altre parole, l’unica via per giungere alla restaurazione della monarchia passava attraverso la fedeltà alla legge di Mosè.
Vangelo
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.
Per la comprensione del Vangelo è opportuno richiamare alla memoria le norme di purità che gli Ebrei ritenevano di dover osservare prima di prestare il culto liturgico a Dio. Essi distinguevano tra cose, persone, creature, azioni pure e impure . Chi veniva a contatto con ciò che era considerato impuro doveva purificarsi, prima di entrare in contatto con Dio. Per la Bibbia di Gerusalemme, «i rabbini facevano risalire la tradizione orale, attraverso gli “anziani”, a Mosè ... A proposito dell’impurità delle mani, obiettata dai Farisei, Gesù prende in considerazione la questione più generale dell’impurità attribuita dalla legge a certi alimenti [Lev 11] e insegna a posporre l’impurità legale a quella morale, la sola che importa veramente ([cf. At 10,9-16; 10,28 ...]».
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,14-23
In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
Parola del Signore.
Pietro Aliquò (La bella notizia del Regno): Nuova controversia e nuova polemica da parte di farisei e scribi. Nuova presa di posizione da parte di Gesù.
Al centro della questione il fatto che i discepoli non rispettano la tradizione perché mangiano «con mani immonde» e cioè non lavate. Per capire, bisogna ricordare che la legge di Mosè proibiva ogni contatto con persone a alimenti dichiarati «impuri» (Lv 11-16).
«Nella vita quotidiana, al ritorno da luoghi aperti al pubblico o dai mercati, gli israeliti si sentono ritualmente “impuri”: non hanno forse sfiorato dei peccatori e dei pagani (venditori e occupanti romani)? Da questo, le loro accurate purificazioni prima di prendere il pasto e la domanda posta a Gesù riguardo alla noncuranza dei suoi amici in relazione a queste norme».
Gesù denuncia con forza l’ipocrisia e la falsità dei farisei e degli scribi. Ai farisei e agli scribi che si rifanno alla tradizione, richiama l’ osservazione lamento del profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Is 29,13). Gesù accusa farisei e scribi di sostituire tradizioni umane alla parola di Dio. Per dare forza e concretezza all’accusa, Gesù porta l’esempio dei voti. «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12).
Questa la volontà di Dio. Ma i farisei, dichiarando korbàn (cioè offerta sacra destinata al tempio) ciò che è dovuto ai genitori, vengono meno a un punto fondamentale della legge. Per ottenere offerte a favore del tempio eludono abilmente la parola di Dio. Parlano di tradizioni, ma tradiscono la legge. Non davvero ipocrisia più grande.
Chiamata la folla, Gesù dice: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; son invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». Parabola stringata ed essenziale.
Ma i discepoli, al solito, non capiscono. Hanno bisogno ancora una volta di una chiave di lettura. E Gesù gliela dà: ciò che contamina l’uomo non sono gli alimenti, ma i pensieri che escono dal cuore. Il cuore è la sede dei pensieri e degli affetti. Nel cuore nascono i sentimenti, le idee, le aspirazioni, i sogni e le intenzioni. In pratica: se il cuore è buono, l’uomo è buono; se il cuore è cattivo, l’uomo è cattivo. Alla religione delle tradizioni e della divisione tra puri (farisei) e impuri (peccatori), Gesù sostituisce quella del cuore.
Si può dire che l’uomo vale quanto il suo cuore.
Teofilatto scrive: «I discepoli del Signore, istruiti ad abbracciare la sola virtù e a non essere superstiziosi nelle altre pratiche, mangiavano con mani non lavate, con semplicità e non con cura eccessiva. Ma i farisei, cercando una occasiona di accusa, li rimproveravano di questo, e non in quanto trasgressori della Legge, ma delle tradizioni degli anziani. Non stava scritto infatti nella Legge: “Bisogna lavarsi per un cubito” cioè fino al gomito, ma questa norma era stata trasmessa dagli anziani.
«Per rimproverare più gravemente i giudei, Gesù aggiunge anche le parole del profeta da cui sono contestati.
Infatti essi rimproverano i discepoli di avere trasgredito le disposizioni degli anziani, ma il Signore pronuncia su di loro un giudizio ancora più grave, cioè di aver prevaricato la Legge di Mosè ...
«Il Signore, insegnando agli uomini che non dobbiamo intendere in senso corporale le osservanze che la Legge prescrive, comincia a questo punto ad aprire la comprensione della Legge dicendo che niente di ciò che entra può rendere profano, cioè può inquinare qualcuno, ma ciò che esce dal cuore. Quelle, sono le cose che lo inquinano e le enumera tutte.
«L’occhio cattivo - dice - ovvero l’invidia o l’intemperanza. Infatti l’invidioso rivolge un occhio cattivo e maligno all’oggetto dell’invidia e l’intemperante che guarda attraverso il suo occhio attira il male. Intende poi come bestemmia l’accusa contro Dio, come se uno dicesse: Non c’ è provvidenza! Questa è bestemmia. Quindi aggiunge la superbia; la superbia infatti è come dire disprezzo di Dio, quando uno opera il bene e non lo attribuisce a Dio, ma alla propria virtù.
È stoltezza poi la contesa verso gli uomini. Tutte quelle affezioni contaminano l’anima, scaturiscono ed escono da essa» (Esposizione sul Vangelo di Marco 7).
Sul piano pastorale e spirituale bisogna puntare sulla formazione all’interiorità. Il cuore, biblicamente inteso, è il criterio di discernimento della bontà o meno di pensieri, parole scelte e azioni. Da qui la preghiera incessante al Signore perché crei in noi «un cuore puro» e rinnovi «uno spirito saldo» (Sal 5 0,12). Qualcuno ha scritto che non si vede bene se non con il cuore.
Per approfondire
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza - Roberto Tufariello (Invidia, Schede Bibliche Pastorali): Nel Nuovo Testamento l’invidia è indicata col termine fthónos e talvolta con zêlos.
Gesù, nel corso della sua vita, è stato oggetto di invidia da parte dei sommi sacerdoti e dei farisei a causa del successo che otteneva tra le folle (Mt. 27,18; Gv. 11,45-57). Egli ha spiegato che l’origine di questa tendenza cattiva, come delle altre, è nel cuore dell’uomo; è lì quindi che bisogna vincerla: «Escono infatti dal cuore degli uomini le intenzioni cattive, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono fuori e contaminano l’uomo» (Mc. 7,21-31).
Gesù ha accennato all’invidia anche in alcune parabole. Nella parabola degli operai della vigna si rimprovera 1’«occhio cattivo» di coloro che mormorano perché i chiamati dell’ultima ora ricevono la paga dell’intera giornata. Il padrone della vigna afferma che non c’è ragione di dolersi dei doni che la sua bontà vuole elargire, oltre il giusto salario, indipendentemente dai meriti dei lavoratori (Mt. 20,13-14). Ugualmente, il figlio fedele della nota parabola lucana non avrebbe motivo di infuriarsi per il trattamento di bontà e di generosità che viene fatto al fratello prodigo, pentito e tornato alla casa del padre (Lc. 15,29-32).
Nelle lettere di s. Paolo, l’invidia compare in vari elenchi di vizi; essa è tra i peccati che caratterizzano la vita dei pagani che colpevolmente non riconoscono Dio (Rom. 1,29); è una delle «opere della carne» che possono escludere dal regno di Dio e che non si accordano con la vita «secondo lo Spirito» (Gal. 5,21.26); è una delle «opere delle tenebre» che il cristiano deve respingere (cf. Rom. 13,13).
I credenti, prima di ricevere il battesimo, vivevano immersi nella malizia e nell’invidia, odiosi, nemici a vicenda» (Tito 3,3-4). Ma poi, dopo l’immersione battesimale, hanno rinunciato a ogni forma di malizia, compresa l’invidia, per vivere una vita nuova (1Pt. 2,1-2). Anche dopo il battesimo, uno può lasciarsi prendere dall’invidia (1Cor. 3,3; 2Cor. 12,20); ma se vuole, può superarla mediante la carità, la quale sa rallegrarsi del bene altrui (1Cor. 13,4-5).
In qualche testo, l’invidia viene indicata come un pericolo anche per i pastori del gregge di Cristo.
Essa è una delle caratteristiche dei falsi dottori, la cui azione pastorale è guidata dall’orgoglio e dall’avarizia (1Tim. 6,3-5).
Alcuni predicatori annunciano il vangelo esclusivamente per spirito di rivalità e di invidia verso Paolo o altri apostoli, allo scopo di rovinarne l’autorità presso i fedeli e di soppiantarla. S. Paolo ritiene che questa motivazione faziosa non faccia perdere al vangelo il suo valore; tuttavia non può che disapprovare i predicatori che si lasciano guidare da tali sentimenti: «Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno con carità...; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene. Che importa? Purché in ogni maniera, sia nella ipocrisia che nella verità, Cristo venga annunciato, me ne rallegro e rallegrerò» (Fil. 1,15-18).
San Giacomo spiega che l’invidia ha un ruolo non piccolo nella genesi delle contese e delle lotte tra gli uomini (Giac. 4,1-2). Egli definisce «amaro» questo peccato, che è il frutto di una falsa sapienza, chiamata «carnale» e « diabolica» perché ha la sua origine nel padre della menzogna. A questa sapienza si contrappone quella «dall’alto», di origine divina, che porta frutti di pace, di mitezza, di misericordia: «Ma se avete nel vostro cuore dell’invidia amara e spirito di contesa, non gloriatevi e non mentite contro la verità. Questa non è sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è invidia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di male. Ma la sapienza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia» (Giac. 3,14-17)
La legge e i cristiani - Le polemiche asfissianti sull’osservanza della legge tra Farisei e cristiani andranno avanti ancora per molti anni. La Chiesa apostolica dovrà fare i conti sopra tutto con i credenti provenienti dal giudaismo, i quali, fanatici e per nulla rinnovati nel cuore, cercheranno di imporre il giogo della legge mosaica ai cristiani in modo particolare a quelli che provenivano dal paganesimo. Una lotta estenuante che imporrà all’apostolo Paolo di prendere spesso carta e penna per difendere con forza l’affrancamento dalla legge mosaica: «Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali «Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne» (Col 2,20-23). E non pago scriverà agli stolti Galati: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla» (Gal 5,1-2).
La libertà è un anelito che trova radici profonde nel cuore dell’uomo. È il frutto di lotte, di conquiste pagate a caro prezzo ... ma cosa significa libertà per l’uomo di oggi? Che valore ha? Cosa significa vivere da uomini liberi? Il Magistero della Chiesa risponde a queste domande e lo fa dicendo innanzi tutto che la libertà dell’uomo è «finita e fallibile».
«Di fatto, l’uomo ha sbagliato. Liberamente ha peccato. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, si è ingannato da sé; è divenuto schiavo del peccato. Questa prima alienazione ne ha generate molte altre. La storia dell’umanità, a partire dalle origini, sta a testimoniare le sventure e le oppressioni nate dal cuore dell’uomo, in conseguenza di un cattivo uso della libertà» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1739). Quindi, l’uomo, nel gustare il dono della libertà, deve partire dalla sincera consapevolezza che nel cuore porta una profonda ferita inferta dal peccato dei Progenitori e dal suo peccato attuale: un vulnus che lo spinge al male (Rom 7,14-25). Per cui se la libertà non è incanalata nell’alveo di veri valori può diventare libertinaggio e paradossalmente mera schiavitù. Per cui, l’esercizio della libertà «non può implicare il diritto di dire e di fare qualsiasi cosa».
«È falso pretendere che l’uomo, soggetto della libertà, sia un “individuo sufficiente a se stesso ed avente come fine il soddisfacimento del proprio interesse nel godimento dei beni terrestri”. Peraltro, le condizioni d’ordine economico e sociale, politico e culturale richieste per un retto esercizio della libertà troppo spesso sono misconosciute e violate. Queste situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità. Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina» (ibidem 1740).
Solo Cristo ha veramente reso liberi gli uomini perché con la sua croce gloriosa li ha «riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù». Noi siamo liberi perché Cristo ci ha liberato dal peccato. La vera libertà consiste nel non essere più schiavi del peccato: in Cristo «abbiamo comunione con “la verità” che ci fa liberi [Gv 8,32]. Ci è stato donato lo Spirito e, come insegna l’Apostolo , “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” [2Cor 3,17]» (ibidem 1741). E non è vero che la «grazia di Cristo si pone in concorrenza con la nostra libertà», soprattutto «quando questa è in sintonia con il senso della verità del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo» (ibidem 1742).
Celiando, George Orwell diceva ai suoi amici: «La libertà è poter affermare che due più due fa quattro. Se ciò è garantito, tutto il resto segue». Sarà vero, ma la libertà inizia ad essere realtà solo quando l’uomo accoglie con amore il «Dono-Gesù che viene dall’alto e discende dal Padre della luce».
Le cose che macchiano l’uomo - Cromazio di Aquileia, In Matth., Tract., 53, 1 s.: Dio, infatti, non richiede dall’uomo se mentre sta per mangiare si lava le mani, ma se ha il cuore puro e la coscienza monda dalle impurità dei peccati.
In effetti, cosa giova lavare le mani ed avere la coscienza macchiata?
Quindi i discepoli del Signore poiché erano puri di cuore e preferivano una coscienza monda ed immacolata, non davano importanza a lavarsi le mani, che con tutto il corpo, insieme, nel battesimo avevano lavato, mentre il Signore diceva a Pietro: “Chi una volta è lavato, non ha bisogno di lavarsi di nuovo, ma è tutto puro, come siete voi” (Gv 13,10). Invece, che quel lavacro dei Giudei fosse necessario al popolo, il Signore da tempo lo aveva mostrato per mezzo del profeta, dicendo: “Lavatevi, siate puri, togliete l’iniquità dai vostri cuori” (Is 1,16). Con questo lavacro, quindi, fu prescritto non che si lavassero le mani, ma che togliessero le iniquità dai loro cuori. Per questo, se gli scribi e i farisei, avessero voluto capire o accettare questa celeste purificazione non si lamenterebbero mai delle mani impure.
Per mostrare ancora più ampiamente inutile il rimprovero degli scribi e dei farisei sulle mani non lavate, il Signore, chiamata a sé la folla disse: “Non ciò che entra nella bocca macchia l’uomo, ma ciò che esce lo rende impuro” (Mt 15,11) dimostrando che non dal cibo che entra per la bocca, ma piuttosto dai cattivi pensieri dell’anima, che provengono dal cuore, l’uomo si rende immondo. I cibi, infatti, che prendiamo da ingerire, sono stati creati da Dio per l’uso della vita umana e benedetti, e perciò non possono macchiare l’uomo.
Ma i cattivi e contrari pensieri che provengono dal cuore, come lo stesso Signore ha interpretato, cioè, “gli omicidi, gli adulteri, le impurità, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19) e tutte le altre azioni malvagie, che provengono dal demonio, che ne è l’autore, queste sono le cose che veramente macchiano l’uomo.
I testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria di Lourdes. In quei passi di speranza l’autentica guarigione: Ciò che tutti desideriamo è non soffrire, ma l’esperienza del dolore fa parte della vita. Ciò che può fare la differenza è il modo in cui viviamo questa esperienza: anche l’ora più buia, in fondo, può diventare spazio per far entrare nella vita la luce della speranza e incamminarsi così verso la guarigione autentica, quella dell’anima. La celebrazione di oggi, dedicata alla Beata Vergine Maria di Lourdes e alla Giornata mondiale del malato, ci ricorda proprio questo: la salute autentica è la salvezza che solo Dio può donare, non in un futuro imperscrutabile, ma nella concretezza della nostra vita quotidiana, che è il luogo in cui è già presente l’Infinito, l’Eterno. Un mistero profondo e affascinante, affidato a una giovane, Bernadette Soubirous, che incontrò la Madonna per 18 volte tra l’11 febbraio 1858 e il 16 luglio successivo nella grotta sul fiume Gave, ai piedi dei Pirenei.
Maria si presentò alla ragazza come l’Immacolata e per Bernadette, cagionevole di salute, poverissima, analfabeta, non fu facile comprendere l’immensità di quelle parole. Eppure ebbe il coraggio di mettersi in ascolto e di farsi testimone del Vangelo davanti ai suoi contemporanei. Lo sgorgare della sorgente sotto a quella grotta fu il segno più grande, che ancora oggi attrae milioni di fedeli: Dio è la fonte della vita vera, in lui bisogna immergersi, è lui che ci salva. (Avvenire)
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.