21 Agosto 2026
 
San Pio X, Papa
 
Ez 37,1-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 106 (107); Mt 22,34-40

Benedetto XVI (Udienza Generale 18 Agosto 2010): Il Pontificato di san Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e fu caratterizzato da un notevole sforzo di riforma, sintetizzata nel motto Instaurare omnia in Christo, “Rinnovare tutte le cose in Cristo”. I suoi interventi, infatti, coinvolsero i diversi ambiti ecclesiali. Fin dagli inizi si dedicò alla riorganizzazione della Curia Romana; poi diede avvio ai lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, promulgato dal suo Successore Benedetto XV. Promosse, poi, la revisione degli studi e dell’“iter” di formazione dei futuri sacerdoti, fondando anche vari Seminari regionali, attrezzati con buone biblioteche e professori preparati. Un altro settore importante fu quello della formazione dottrinale del Popolo di Dio. Fin dagli anni in cui era parroco aveva redatto egli stesso un catechismo e durante l’Episcopato a Mantova aveva lavorato affinché si giungesse ad un catechismo unico, se non universale, almeno italiano. Da autentico pastore aveva compreso che la situazione dell’epoca, anche per il fenomeno dell’emigrazione, rendeva necessario un catechismo a cui ogni fedele potesse riferirsi indipendentemente dal luogo e dalle circostanze di vita. Da Pontefice approntò un testo di dottrina cristiana per la diocesi di Roma, che si diffuse poi in tutta Italia e nel mondo. Questo Catechismo chiamato “di Pio X” è stato per molti una guida sicura nell’apprendere le verità della fede per il linguaggio semplice, chiaro e preciso e per l’efficacia espositiva.
Fedele al compito di confermare i fratelli nella fede, san Pio X, di fronte ad alcune tendenze che si manifestarono in ambito teologico alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, intervenne con decisione, condannando il “Modernismo”, per difendere i fedeli da concezioni erronee e promuovere un approfondimento scientifico della Rivelazione in consonanza con la Tradizione della Chiesa. Il 7 maggio 1909, con la Lettera apostolica Vinea electa, fondò il Pontificio Istituto Biblico. Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. L’appello ai cattolici del mondo, lanciato il 2 agosto 1914 per esprimere «l’acerbo dolore» dell’ora presente, era il grido sofferente del padre che vede i figli schierarsi l’uno contro l’altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 37,1-14 contiene la celebre visione delle ossa aride, una delle metafore più potenti dell’intero Antico Testamento sul tema della rinascita spirituale e nazionale.
Struttura del testo
Il brano si divide in due momenti principali guidati dall’azione dello Spirito di Dio:
La valle della morte (vv. 1-3): Il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa umane calcinate, secche e senza vita, che simboleggiano la totale disperazione del popolo.
La prima profezia (vv. 4-8): Ezechiele ordina alle ossa di ricomporsi. I tendini, la carne e la pelle ricoprono lo scheletro, ricostruendo i corpi che restano però ancora inanimati.
La seconda profezia (vv. 9-10): Il profeta invoca lo “spirito” (in ebraico ruah, che significa anche vento o soffio) dai quattro venti. I corpi riprendono vita e si alzano in piedi, formando un esercito immenso.
La spiegazione teologica (vv. 11-14): Dio interpreta la visione direttamente per Ezechiele. Le ossa sono la casa d’Israele in esilio a Babilonia, che si sente ormai perduta e “morta”.
Significato principale
Il messaggio centrale del testo non è in prima battuta una dottrina sulla risurrezione dei corpi alla fine dei tempi, ma una profezia di speranza storica. Dio promette di liberare Israele dalla tomba dell’esilio babilonese, di infondere nuovamente il suo Spirito vitale nel popolo e di ricondurlo nella terra dei padri. Nella tradizione cristiana successiva, il testo è stato letto anche come prefigurazione della risurrezione di Cristo e della rinascita interiore dell’uomo attraverso lo Spirito Santo.
 
Vangelo
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
 
Quanto chiesto dai farisei a Gesù sembra una domanda superflua, una discussione di lana caprina, invece per i farisei è una domanda vitale sopra tutto perché erano costretti a districarsi tra una miriade di precetti, di norme e di comandamenti. La risposta di Gesù è lapalissiana: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». I due comandamenti devono essere ambedue osservati, ma la loro congiunzione è fondamentale perché l’amore verso il prossimo palesa che l’amore verso Dio è veramente genuino: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1Gv 4,20).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40
 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 36 Quale è il più grande comandamento della Legge? Forse il problema era agitato nelle scuole rabbiniche, le quali avevano raccolto i precetti legali e li avevano divisi in precetti gravi e leggeri, piccoli e grandi. L’interrogante non domanda di sapere quali sono i grandi precetti, ma qual è il più grande di tutti.
37 Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ... con tutta la mente tua; queste parole sono una citazione del Deuteronomio 6, 5; il comandamento era ben noto agli Ebrei, poiché iniziava la preghiera dello Shema’ (ascolta) che essi recitavano quotidianamente (cf. Mc., 12, 29). Il comandamento richiede la soggezione del cuore (nel linguaggio ebraico il cuore è la sede dell’intelligenza) e dell’anima (la sede dei sentimenti) a Dio, fatta con una totale dedizione dell’uomo. Con tutta la mente tua; la parola “mente” (διάνοια) è dovuta probabilmente al traduttore greco, il testo ebraico del Deuteronomio ha: con tutta la tua forza.
39 Amerai il tuo prossimo come te stesso; citazione del Levitico, 19, 18. La presentazione dell’amore del prossimo come il secondo comandamento da non disgiungersi dal primo (il secondo gli è equivalente) rivela apertamente il pensiero di Cristo. Egli, quantunque non richiesto, afferma che l’amore di Dio è la fonte dell’amore del prossimo e che, di conseguenza, i due precetti sono inseparabili; l’amore del prossimo infatti va considerato come una ridondanza dell’amore di Dio; chi ama il creatore, ama anche le sue creature. Il tuo prossimo; Gesù non spiega il termine (cf. Lc., 10, 25-37), ma ad esso va dato il senso più ampio, cioè: ogni uomo che ha bisogno di noi.
40 A questi due comandamenti si riallacciano tutta la Legge e i Profeti; il testo greco, che si ispira all’aramaico, suggerisce l’idea di pendere (κρέμαται); la Legge ed i Profeti pendono da questi due comandamenti. L’immagine non è espressiva per la nostra lingua; noi diremmo: la Legge ed i Profeti poggiano su questi due comandamenti. La frase richiama Mt., 5, 17 e ne conferma il principio; Gesù è venuto a perfezionare l’insegnamento contenuto nella Legge e nei Profeti con la promulgazione dei due precetti della carità.
 
Per approfondire
 
Amerai il prossimo tuo come te stesso - Nel Nuovo Testamento s’impone subito all’attenzione nostra un detto di Gesù che, rispondendo alla domanda di un rabbino circa il comandamento più importante, anzitutto riporta letteralmente dal libro del Dt il comandamento dell’amore totale di Dio, ma poi aggiunge la citazione del comandamento dell’amore del prossimo di Lv 19,18 (Cf. Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28).
Già nell’Antico Testamento era presente la problematica del comandamento più importante. Nello schema della conclusione dell’alleanza era prevista la proclamazione della stipulazione fondamentale che precedeva l’elenco delle condizioni secondarie. Nel Dt il comandamento dell’amore di Dio era inteso appunto come stipulazione principale. Gesù dunque nella prima parte della sua risposta non fa che ripetere un luogo tradizionale. Più originale invece si mostra nell’abbinare il comandamento dell’amore del prossimo. Infatti, è vero che nel giudaismo questa prescrizione del Lv era intesa come sintesi di tutta la legge e che non erano mancate voci che avevano accostato i due comandamenti.
Ma prima di Gesù nessuno li aveva equiparati con tanta chiarezza e forza.
Ma che cosa significa di fatto parlare del comandamento più grande? Vuol dire che le esigenze divine sono ricondotte ad unità. Cristo è venuto come portavoce autorizzato della parola definitiva del Padre all’umanità: parola che, a suo giudizio, ruota attorno al perno dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Il confronto di chi si apre nella fede alla prospettiva del regno annunciato da Cristo non avviene sulla base di numerose prescrizioni e proibizioni, ma in rapporto a un atteggiamento fondamentale capace di dare coesione alla vita religiosa ed etica della persona. Nella stessa visuale si colloca la cosiddetta regola d’oro dell’azione umana, testimoniata da Matteo e da Luca: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; Cf. Lc 6,31). Sia pure in forma negativa, era già nota nel mondo giudaico. Gesù l’ha fatta propria dandole forma positiva. Non si pensi però che questo sia un cambiamento di grande importanza. Più significativo nella parola di Cristo è invece l’orizzonte in cui è fatta valere: il regno di Dio viene incontro all’uomo e lo provoca ad un atteggiamento di apertura e disponibilità. Ebbene, l’amore fattivo del prossimo costituisce la quintessenza della conversione dell’uomo al lieto annuncio del messia. Non è poi senza peso che nella regola d’oro l’amore sia inteso come un fare: si tratta di amore che chiama in causa la prassi dell’uomo.
Infine, non deve passare inosservato che si tratta di un comandamento. Ci si meraviglierà che l’amore sia comandato: il proverbio popolare non dice forse che al cuore non si comanda? Ma in questo modo non si comprende il significato vero dell’amore. In realtà, la Bibbia mette a confronto la volontà dell’uomo con la volontà di Dio. L’amore del prossimo esprime la nostra obbedienza al Padre, che vuole catturare la nostra volontà, ma per volgerne la prassi verso gli altri.
Resta da determinare chi è il prossimo per Gesù.
 
I due amori - Claude Wiener (Dizionario di Teologia Biblica)Da un capo all’altro del Nuovo Testamento l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2 Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia.
Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44 s; Ef 5,1s. 25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)? Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s). In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli imi gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
 
La Legge e i profeti in breve - Origene, Commento a Matteo 4In seguito ti chiederai in che senso tutta la Legge e i profeti dipendono da questi due comandamenti. Sembra infatti che il testo voglia dire che qualunque cosa sia scritta nell’Esodo, nel Levitico, nei Numeri o nel Deuteronomio dipenda da questi due comandamenti. Ma come può una legge stabilita per i lebbrosi, per quelli che soffrono flusso di sangue, o per le donne durante le mestruazioni, dipendere da questi due comandamenti? Ed inoltre, come una profezia pronunciata sulla presa di Gerusalemme (cf. Is 5, 1-30), una visione dell’Egitto presso Isaia (cf. Is 19, 1-25) e gli altri profeti, come una visione di Tiro (cf. Is 23, 1-18) o qualunque profezia su Tiro o sul suo principe (cf. Ez 28,12-19), e come una visione di quadrupedi nel deserto in Isaia (cf. Is 30,6-7), possono dipendere da questi due comandamenti? Ecco il mio parere su questo punto. Colui che ha compiuto tutte le prescrizioni riguardanti l’amore di Dio e del prossimo merita di ricevere da Dio i più grandi favori.
 
Testimoni di Cristo - San Pio X - Il dialogo con il mondo non è seguire le mode: I cristiani nel mondo sono chiamati a essere «segno di contraddizione», testimoni, cioè, di un mistero che non può essere incasellato nelle logiche del mondo, né tantomeno seguire un generico “senso comune” o delle mode. Ecco perché, se inteso in modo errato, il dialogo con il mondo può portare alla paradossale negazione dell’identità della comunità dei credenti. Parlare all’umanità, infatti, significa proporre il “totalmente altro”, la vita di Dio, con un linguaggio comprensibile ma senza temere di andare controcorrente. Fu questa consapevolezza a guidare la preoccupazione di san Pio X, che nella «Pascendi Dominici gregis» affrontò con chiarezza il nodo fondamentale del rapporto tra Chiesa e modernità. Nato a Riese (Treviso) nel 1835, ordinato prete nel 1858 e scelto come vescovo di Mantova nel 1884, Giuseppe Sarto era di origini contadine e percorse tutte le tappe del ministero pastorale, da cappellano a Papa. Nel 1893 divenne patriarca di Venezia e 10 anni dopo venne eletto Papa, mettendo mano a una rigorosa riforma della Chiesa a partire dall’organizzazione della Curia Romana. Suo il catechismo che per molti decenni ha formato i cristiani. Pio X promosse, tra l’altro, la riforma liturgica e la redazione di un Codice di diritto canonico. Morì nel 1914. (Matteo Liut)
 
O Dio, che per difendere la fede cattolica
e ristabilire ogni cosa in Cristo
hai colmato di celeste sapienza
e di apostolica fortezza il santo papa Pio X,
fa’ che, seguendo il suo insegnamento e il suo esempio,
giungiamo al premio eterno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 20 Agosto 2026
 
San Bernardo da Chiaravalle, Abate Dottore della Chiesa
 
Ez 36,23-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 22,1-14

Vatican news - San Bernardo di Chiaravalle - Una famiglia raccolta nella preghiera: Nasce nel 1090 a Fontaine, in Francia. La sua è una famiglia agiata. A 22 anni, dopo aver studiato grammatica e retorica, entra nel monastero fondato da Roberto di Molesmes a Citeaux (Cistercium, in latino, da cui l’appellativo di cistercensi). Qualche anno dopo, fonda il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Lo seguono 12 compagni, tra cui 4 fratelli, uno zio e un cugino. Sono molti i suoi parenti che, dopo il suo esempio, hanno intrapreso la vita religiosa.
Gesù e Maria: Per Bernardo la vita monastica deve essere scandita dal lavoro, dalla contemplazione e dalla preghiera avendo due stelle fisse: Gesù e Maria. Per l’abate cistercense Cristo è tutto: “Quando discuti o parli nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV). Maria - scrive Bernardo - conduce a Gesù: “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare...” (Hom. II super «Missus est»).
I quattro gradi dell’amore: Nel “De diligendo Deo” Bernardo indica la via dell’umiltà per raggiungere l’amore di Dio. Esorta ad amare il Signore senza misura. Per il monaco cistercense sono 4 i gradi fondamentali dell’amore: 1) L’amore di sé stessi per sé: “Prima l’uomo ama sé stesso per sé. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede”. 2) L’amore di Dio per sé: “Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità”. 3) L’amore di Dio per Dio: “L’anima passa al terzo grado, amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo, anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto grado”. 4) L’amore di sé per Dio: “Quello cioè in cui l’uomo ama sé stesso solo per Dio. Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà sé stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui”.
Bernardo e i Templari: Tra gli scritti dell’abate cistercense è anche celebre l’elogio dell’ordine monastico-militare dei Templari, fondato nel 1119 da alcuni cavalieri sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo.  Nel “De laude novae militiae ad Milites Templi”, così descrive i Cavalieri del Tempio: “Sono vestiti semplicemente e coperti di polvere, la faccia bruciata dal sole, lo sguardo orgoglioso e duro: prima della battaglia si armano interiormente con la forza della fede. La loro unica fede è rivolta a Dio”.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 36,23-28 rappresenta uno dei vertici teologici dell’Antico Testamento. Contiene la promessa della Nuova Alleanza, caratterizzata dal dono di un cuore di carne e dello Spirito Santo.
Il contesto storico è quello del drammatico esilio a Babilonia. Il popolo ha perso tutto: terra, tempio e libertà, a causa della propria infedeltà. In questa situazione di apparente fallimento, Dio decide di intervenire non per i meriti di Israele, ma per amore del suo stesso Nome.
1. La santificazione del Nome di Dio (vv. 23-24): Dio dichiara l’intenzione di risanare la sua reputazione davanti alle nazioni straniere. La dispersione di Israele aveva fatto pensare ai pagani che il Dio d’Israele fosse debole e incapace di proteggere i suoi fedeli. Riunendo il suo popolo e conducendolo nuovamente sul proprio suolo, il Signore dimostra al mondo intero la propria sovranità e fedeltà.
2. La purificazione radicale (v. 25): La restaurazione comincia con un profondo lavacro spirituale. L’immagine dell’acqua pura aspersa richiama i riti di purificazione sacerdotali dell’Antico Testamento. Dio cancella le “sozzure” morali e l’infedeltà legata all’idolatria, offrendo al popolo la possibilità di un totale e definitivo nuovo inizio.
3. La rigenerazione interiore: il cuore e lo spirito (vv. 26-27): Questa sezione costituisce il nucleo centrale della profezia di Ezechiele: Il cuore di pietra: Simboleggia l’ostinazione, la chiusura spirituale, l’incapacità di amare e di ascoltare la Parola.
Il cuore di carne: Rappresenta una coscienza sensibile, fragile ma aperta, capace di accogliere l’amore e di rispondere liberamente a Dio.
Il dono dello Spirito: Dio non si limita a dare una nuova legge scritta su pietra. Egli inserisce il proprio Spirito dentro l’essere umano, trasformando la sua stessa volontà dall’interno e rendendolo finalmente capace di osservare i comandamenti.
4. La pienezza dell’Alleanza (v. 28): Il brano si conclude con la classica formula patristica dell’alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. La comunione interrotta dal peccato viene ristabilita, non più su basi precarie e legate all’instabilità umana, ma fondata sull’azione unilaterale e gratuita di Dio. [1, 2, 3]
 
Vangelo
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
 
Compostella (Messale per la Vita Cristiana): La parabola del banchetto di nozze comprende anche un invito. L’accento posto su quest’avvenimento regale e, in seguito, la reazione del re non appaiono in Luca, che pure si sofferma sulle scuse espresse dagli invitati. Se mettiamo a confronto i commenti ebraici, sembra che ci siano due parabole distinte. I rabbini fanno notare che nessuno andava a un banchetto prima che l’invito fosse stato fatto e poi confermato; ciò è in contrasto con il rifiuto iniziale degli invitati, anche se è motivato da scuse «legali».
Noi, che abbiamo bevuto il vino nuovo del regno, abbiamo ancora meno scuse per rifiutare l’invito della grazia di Dio. Come nella parabola della rete gettata in mare che raccoglie pesci «buoni» e «cattivi» (Mt 13,47), non ci si deve impietosire dell’uomo senza l’abito nuziale e nemmeno ci si deve impietosire delle vergini stolte (Mt 26,1-13).
È interessante soffermarsi sul termine «amico», che Matteo mette in bocca al padrone della vigna (nel Vangelo letto ieri) e che sarà poi rivolto a Giuda nel giardino del Getsemani (Mt 26,50); tale termine genera, ogni volta, nell’interlocutore un silenzio colpevole.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
 
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
Parola del Signore
 
Il banchetto nuziale è pronto - La cornice della parabola del banchetto nuziale è l’ennesima lite con i farisei e i capi dei sacerdoti incontrati nel tempio all’indomani del solenne ingresso nella città santa (Cf. Mt 21,18-23). A costoro è rivolto anche l’attuale discorso parabolico.
Il protagonista della parabola evangelica non è un benestante qualsiasi, ma un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Sembrano particolari messi a caso nel racconto e invece racchiudono un profondo significato teologico: la salvezza è vista non solo come un banchetto di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6), ma anche come unione nuziale fra Dio e il suo popolo (Cf. Os 1-3; Ger 2,1-2,20; Ez 16; ecc.). Nella prospettiva neotestamentaria lo sposo è Gesù, il Figlio, e la sposa è la Chiesa (Cf. Mt 8,1; Ef 5,21-23; Ap 19,7; 21,9; ecc.).
L’invito è rivolto innanzi tutto al popolo d’Israele, il quale rifiuta di partecipare alla festa di nozze. Il re insiste, ma alcuni invitati non se ne curano e altri addirittura insultano e uccidono i servi. Per tutta risposta, il re fa uccidere gli assassini e distrugge la loro città, tramutando in questo modo le «reiterate pressioni esercitate presso gli invitati in gesti di spietata severità e giustizia» (Ortensio da Spinetoli).
E poiché il banchetto è ancora preparato, il re, non rinunciando alla sua decisione, dà ai suoi servi un comando ben preciso: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Gli invitati che riempiono la sala del banchetto sono ora gente raccogliticcia, cattivi e buoni, un’espressione con la quale si vuole esprimere la totalità (Cf. Gen 2,17).
Ma prima che la festa abbia inizio il re entra per vedere i commensali e trovando un invitato senza l’abito nuziale lo esclude dalla festa. Il senso è patente: le porte della Chiesa sono state spalancate a tutti gli uomini, cattivi e buoni, ma guai ad illudersi che la salvezza sia scontata o che sia garantita dal fatto di essere entrati nella sala del banchetto. Se è facile entrare, è altrettanto facile ritrovarsi fuori nelle tenebre. Un messaggio, quindi, per tutti i credenti: non basta il battesimo, ma occorrono la fede e i sacramenti, accompagnati dalle opere (Cf. Mc 16,16; Gc 2,14s). L’abito sta così a significare un impegno etico serio e radicale: «Prima di entrare nel regno di Dio si può essere dei comuni peccatori, ma una volta entrati dentro bisogna tendere a diventare giusti, santi, perfetti» (Ortensio da Spinetoli): «“... Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi» ( Ap 19,8).
L’invito alla festa e l’accesso alla sala del banchetto sono doni gratuiti (Cf. Mt 21,31; Lc 22,29; Eb 12,28) che impegnano fortemente chi l’ha ricevuti (Cf. Mt 6,33). Per cui entra nella sala del banchetto chi fa a se stesso violenza e chi rinuncia a tutto (Cf. Mt 11,12; 13,44-45). Vi entrano soltanto coloro che resistono radicalmente al potere della seduzione (Cf. Mt 18,8). Non vi entra chi dice: Signore, Signore, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli (Cf. Mt 7,21). Vi entra colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Cf. Mt 7,24ss). Vi entra e vi resta chi vive in pienezza il discorso della Montagna (Mt 51-12). In definitiva, essere invitati come contropartita esige dedizione piena e assoluta a Gesù fino all’odio della propria vita e della propria famiglia (Cf. Mt 10,37-39). In questa luce, il messaggio della parabola non è quello della chiamata degli invitati al banchetto nuziale, ma che il Regno, nella sua fase terrena, contiene sia i giusti che i cattivi, praticamente lo stesso tema sottolineato nelle parabole della zizzania e della rete (Cf. Mt 13,23-30; 13,47-50). Nel regno di Dio tutti, cattivi e buoni, sono in cammino, solo alla fine, chi non porta addosso la veste di lino (Ap 19,8), la veste nuziale, sarà escluso dal banchetto: sarà gettato fuori nelle tenebre, lontano da Dio, nello stagno di fuoco (Ap 20,15).
È insito anche un forte invito alla vigilanza: «Ma poiché non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna vegliare assiduamente, come ci ammonisce il Signore, affinché, terminato l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [Cf. Mt 25,31-46], anziché essere mandati, perché servi malvagi e pigri [Cf. Mt 25,26], nel fuoco eterno [Cf. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e disperazione”» (LG 48).
L’assioma, molti sono chiamati, ma pochi eletti, sta ad esprimere tutta l’amarezza di Gesù nel costatare «come il suo appello di salvezza rivolto a tutti avesse trovato così scarsa corrispondenza. Riportato qui a conclusione della parabola del convito nuziale, va riferito principalmente al rifiuto dei “primi” invitati: i “molti chiamati” sono dunque gli Israeliti che non hanno risposto all’appello divino: è su questa triste realtà che si accentua tutta l’amarezza del detto di Gesù» (Angelo Lancellotti).
Ma il monito è rivolto anche ai cristiani: la scortesia dei primi invitati e l’insolenza dell’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia dell’uomo, anche nella storia della Chiesa.
 
Per approfondire
 
Il regno di Dio nella predicazione di Gesù - B. Klappert (Regno, in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il regno di Dio, così come si presenta nella predicazione di Gesù, può essere caratterizzato come una realtà «opposta a tutto ciò che è presente e terreno ... perciò come un qualcosa di semplicemente prodigioso» (ThW I, 585). Per cui la venuta del regno di Dio non può essere accelerata dall’uomo con la lotta contro i nemici di Dio (come gli zeloti vorrebbero), e neppure fare pressione su di esso per mezzo di una meticolosa osservanza della legge (vedi i farisei).
L’uomo non può che aspettarne la venuta in pazienza e fiducia (Cf. le parabole del granello di senape in Mc l,4,30-32, del lievito in Mt 13,33 e del seme che cresce da solo in Mt 4.26-29). [...].
Il fatto che il regno è dono di Dio (Lc 12,32), che è legato a un testamento (Lc 22,29), esprime in un altro modo che l’uomo lo può ricevere solo come un bambino (Mc l0,15par.), che l’uomo lo può solo attendere (Mt 15,43par). Molto significativa la  locuzione «andare dentro», «entrare» nel regno di Dio (Mt 5,20; 7,21; 18,3par.; 19,23; 23,12 e altrove); in tutti questi casi questo entrare è inteso in senso futuro (Mc 9,43ss; Mt 25,34). Siccome il regno di Dio è presente nella persona di Gesù; il singolo è posto di fronte a una decisione assoluta. Ciò che caratterizza questa situazione sono gli «aut-aut» dei discorsi iperbolici di Gesù, che dice: «se la tua mano destra ti tenta al peccato, tagliala ... » (Mt 5, 29s). Anzi alcuni si sono addirittura resi eunuchi per amore del regno di Dio (Mt 19,12), infatti: «Chi mette mano all’aratro e poi guarda indietro non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).
Questa decisione non è frutto di semplice entusiasmo, ma nasce dopo appassionata riflessione (Lc 14,282), in obbedienza alla parola di Gesù (Mt 7,24-27), e in uno spirito di rinuncia che accetta il sacrificio di sé fino all’odio dei propri familiari (Mt 10,17ss.37). Questa decisione tuttavia non deriva da un duro rigorismo, bensì ha come sfondo la gioia traboccante di fronte alla grandezza del dono (parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa; Mt 13,4 4-46).
Il regno di Dio è trascendente e soprannaturale: proviene solo da Dio, solo dall’alto. Ma allo stesso tempo è completamente immanente. Dove arriva il regno di Dio, là gli affamati vengono saziati, gli afflitti consolati (Mt 5, 3-10: le beatitudini),  si amano i nemici (Mt 5,38-42) e sull’esempio degli uccelli e dei fiori del campo non si preoccupa più del cibo o del vestito (Mt 6,25-33).
Anzi qui solo la persona di Gesù può rendere presente il regno di Dio che deve venire, nelle cui parole e opere la sovranità di Dio è un fatto concreto. Il regno è già qui in quanto Gesù cerca la compagnia dei pubblicani e dei peccatori e siede con essi a tavola e a essi dichiara il perdono dei peccati. Come colui che ha preparato il pranzo invita a tavola i mendicanti e i senza tetto (Mt 22,1-10), come l’amore del padre riaccoglie il figlio perduto (Lc 15,11-32), come il pastore va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7), come la donna ricerca la moneta perduta (Lc 15,8-10), come il padrone dà per sua bontà la paga completa agli operai dell’ultima ora (Mt 20,1-15), così Gesù va verso i peccatori per dichiarare loro il perdono, «poiché è per essi il regno dei cieli» (Mt 5,3). Solo i peccatori, coscienti di grosse colpe (Lc 7,41-43), sono in grado di misurare il significato del perdono, della bontà di Dio, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2,17).
La caratteristica della predicazione di Gesù sul regno di Dio non consiste dunque nel fatto che Gesù abbia portato una nuova dottrina circa il regno di Dio, oppure radicalizzato le attese escatologico-apocalittiche, bensì nel fatto che egli ha creato un rapporto inscindibile tra il regno di Dio e la sua persona. L’aspetto nuovo della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù è lui stesso, semplicemente la sua persona» (Schniewind).
 
Andrea Lonardo: Il grado supremo dell’amore non è “amare Dio per Dio”, ma “amare l’uomo per Dio”. Perché se Dio è il Creatore e Salvatore, non basta amare Lui solo, ma è bello amare in Lui anche la creatura che Egli ha amorevolmente plasmato e redento.
Così Bernardo, nel De diligendo Deo (composto fra il 1130 ed il 1141).
Bernardo individua nel De diligendo Deo quattro gradi dell’amore (VIII,23-XI,33). Nel primo l’uomo ama se stesso. Bernardo vuol dire che è bene amare se stessi, sebbene così si corra il rischio di giungere all’egoismo, cioè all’amor-proprio che non è il vero amore di se stessi: quando si ama veramente se stessi, si desidera aprirsi all’amore.
Nel secondo grado si ama Dio in vista di se stessi, cioè ci si rivolge con amore a Dio, ma non per suo amore bensì perché preoccupati innanzitutto del bene che si riceve da Lui e non ancora dell’amore di Lui stesso: è un amore funzionale e, quindi, imperfetto.
Nel terzo grado l’uomo giunge ad amare Dio per Dio stesso. Non esiste vero amore che non sia amore dell’altro in quanto tale, amore perché l’Altro – ma anche l’altro - è ed ama: questo amore è perfetto perché non è preoccupato dei benefici che derivano dall’amore, ma dall’amore stesso dell’Altro.
Eppure per Bernardo non è ancora in questo terzo grado la perfezione: essa si raggiunge nel quarto grado, appunto, quando l’uomo giunge ad amare se stesso – ed i fratelli tutti – per Dio. Il credente, giunto all’amore di Dio, riesce a cogliere lo splendore di Dio in tutte le sue opere, a goderne e ad amare le persone per amore di Dio. Nella stessa opera Bernardo elabora una diversa e complementare scala, sempre in quattro gradi, che non è sovrapponibile alla precedente (XII,34-XV,40). Si può amare Dio come servi, come mercenari, come figli e come spose. Il servo ama Dio per timore, il mercenario ama Dio per la paga che ne ricava, il figlio ama Dio come padre che lo genera e lo guida, ma solo la sposa ama Dio come sposo, essendone “inebriata” – afferma Bernardo.
 
La veste nuziale - Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11: “Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico, come sei entrato qua, senza avere l’abito da nozze?». Costui ammutolì” (Mt 22,11-12). Gli invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che non indossava l’abito nuziale. In quest’uno sono compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l’abito dell’uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l’abito di nozze, cioè l’abito dell’uomo celeste, e indosserà invece l’abito macchiato, ossia l’abito dell’uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolì», dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato.
“Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»” (Mt 22,13). L’esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, sono tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall’operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti.
 
Testimoni di Cristo - San Bernardo Abate e Dottore della Chiesa: Di grado in grado la vita altro non è che un itinerario d’amore che ci porta da noi stessi verso Dio, per poi riscoprire noi stessi alla luce di Dio. Un percorso quasi circolare che può trasformare la caducità e l’imperfezione dell’esistenza umana in uno squarcio aperto all’infinito e perfetto amore di Dio. E fu proprio questo itinerario spirituale a caratterizzare lo sforzo da testimone e da studioso della vita divina di san Bernardo di Chiaravalle, monaco cistercense proclamato dottore della Chiesa nel 1830. Il suo rigore monastico ma anche la sua capacità di addentrarsi nell’indagine attorno alla vita di Dio ne fanno un maestro ancora attuale per l’Europa e il mondo intero. Era nato nel 1090 a Digione in Francia e a 21 anni diventò monaco a Citeaux, anche se sentiva la necessità di un maggiore rigore, soprattutto nella scelta di povertà e nella fattiva opera del lavoro delle mani accanto all’impegno della preghiera. Nel 1115 fondò il monastero di Chiaravalle, Clairvaux, la cui comunità poi a sua volta fondò numerosi altri centri di spiritualità. Maestro di teologia, testimone di povertà, affrontò con coraggio e passione alcune delle questioni dottrinali più complesse del suo tempo. Ma fu anche un ottimo predicatore che affascinò moltissimi uomini sulla strada della vita religiosa. Sono giunti fino a noi 331 dei suoi sermoni e 534 delle sue lettere, cui vanno aggiunti numerosi trattati. Gli ultimi anni furono segnati dalle sofferenze: quelle fisiche e quelle legate alle difficoltà interne all’Ordine. Morì nel 1153 a Ville-sous-la-Ferté. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai suscitato nella Chiesa il santo abate Bernardo,
acceso di zelo per la tua casa
come lampada che arde e risplende,
per sua intercessione concedi a noi lo stesso fervore di spirito,
per camminare sempre come figli della luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 

19 Agosto 2026
 
Mercoledì XX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ez 34,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Mt 20,1-16
 
 Jahvè, capo e padre del gregge - Colomban Lesquivit e Xavier Léon-Dufour: Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Jahvè non porta quasi mai il titolo di pastore: due designazioni antiche (Gen 49, 24; 48, 15) e due invocazioni nel salterio (Sal 23, 1; 80, 2). Il titolo sembra riservato a colui che deve venire. In cambio, se non c’è trasposizione allegorica nei confronti di Jahvè, le relazioni di Dio con il suo popolo si possono descrivere con una vera parabola del buon pastore. In occasione dell’esodo, «egli spinse il suo popolo come pecore» (Sal 95, 7), come «un gregge nel deserto» (Sal 78, 52 s): «simile ad un pastore che fa pascolare il suo gregge, raccoglie nelle sue braccia gli agnelli, se li mette sul petto, conduce al riposo le pecore madri» (Is 40, 11), Jahvè continua a «guidare» così il suo popolo (Sal 80, 2); certamente Israele assomiglia più ad una giovenca testarda che ad un agnello in una prateria (Os 4, 16); dovrà andare in prigionia (Ger 13, 17). Allora nuovamente Jahvè lo «guiderà verso le acque gorgoglianti» (Is 49, 10), radunando le pecore disperse (cfr. 56, 8), facendo loro un «fischio» (Zac 10, 8). Egli rivela la stessa sollecitudine verso ogni fedele, che non manca di nulla e non può temere nulla sotto il vincastro di Dio (Sal 23, 1-4). Infine la sua misericordia si estende ad ogni carne (Eccli 18, 13). 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE:  Il testo di Ezechiele 34,1-11 rappresenta uno dei vertici teologici e profetici dell’Antico Testamento. Si tratta di una durissima denuncia contro i leader politici e religiosi d’Israele, seguita dalla promessa che Dio stesso si farà pastore del suo popolo.
1. Contesto Storico: Il Fallimento delle Guide - Ezechiele scrive durante l’esilio a Babilonia (VI secolo a.C.), un momento di totale smarrimento in cui Gerusalemme è distrutta e il popolo è deportato.
Chi sono i “pastori”? Nel Vicino Oriente antico, il termine “pastore” era il titolo ufficiale dei re, dei governanti e dei capi civili e religiosi.
La causa della catastrofe: Il profeta spiega che l’esilio non è un semplice incidente politico, ma la conseguenza diretta del fallimento morale e spirituale dei leader, che hanno abusato del loro potere anziché servire la comunità.
2. L’Atto d’Accusa (vv. 1-6): L’Egoismo dei Leader - Dio descrive con metafore chiarissime i peccati dei governanti, ribaltando completamente il concetto stesso di autorità.
L’inversione del dovere: «Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?» (v. 2). L’autorità è concepita da Dio solo come servizio, ma i leader l’hanno trasformata in privilegio e sfruttamento.
Lo sfruttamento: I pastori si nutrono del latte, si vestono di lana e uccidono le pecore più grasse, accumulando ricchezze sulle spalle dei sudditi, ma senza dare nulla in cambio.
Le omissioni gravi (v. 4): Viene elencato ciò che i leader non hanno fatto, identificando cinque categorie di fragilità che sono state abbandonate:
Non hanno reso forti le pecore deboli.
Non hanno curato le inferme.
Non hanno fasciato quelle ferite.
 
Vangelo
Sei invidioso perché io sono buono?
 
La ricompensa che i discepoli di Gesù devono attendersi non poggia sui parametri della meritocrazia, ma unicamente sulla sovrabbondante bontà e misericordia di Dio. Assumendo «fino a sera operai disoccupati e dando a tutti un salario intero, il padrone della vigna dà prova di una bontà che va oltre la giustizia, senza, d’altra parte, lederla. Tale è Dio, che introduce nel suo regno anche uomini chiamati tardi come i peccatori e i pagani» (Bibbia di Gerusalemme). I Giudei, i chiamati della prima ora, non se ne devono scandalizzare.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
Parola del Signore
 
Andate anche voi nella vigna - Nella parabola degli operai mandati nella vigna, il regno dei cieli è simile al modo di agire del padrone di casa, cioè al suo comportamento libero e gratuito.
La ricompensa che viene destinata agli operai della prima ora è di un denaro. Ai secondi viene assicurato quello che è giusto. Agli ultimi non viene detto nulla. Ma è sottinteso che essi riceveranno una paga corrispondente alle ore di lavoro consumate. Occorre notare che quest’ultimi vengono assunti verso le cinque di pomeriggio: un particolare in sé inverosimile, ma che serve a mettere in evidenza «la bontà del padrone che nel dare lavoro è spinto non dal suo utile ma dalla sua generosità verso gli operai» (Giuseppe Ferraro).
Alla fine della giornata, quando fu sera, il padrone della vigna regola i conti. Questo fare riflette la legge mosaica: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo» (Lev 19,13). E ancora: «Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato» (Dt 24,15).
Il padrone di casa vuole che si inizi dagli ultimi fino ai primi. Un altro particolare che non combacia con la realtà: forse il padrone della vigna voleva che gli operai assunti all’alba fossero presenti e si rendessero conto del suo modo di agire.
L’equità del giusto compenso viene stravolta dalla liberalità del padrone di casa, il quale dà a tutti, primi ed ultimi, come salario un denaro, provocando l’indignazione degli operai presi a giornata all’alba. Quello che «fa mormorare gli operai della prima ora contro il padrone non è tanto il fatto che si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato solo una moneta d’argento. Essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica» (Tiziano Lorenzin). Il disappunto nasce, quindi, dal fatto di non vedersi stimati, di non vedere valorizzata la loro fatica. È la rovente polemica che accompagnerà il ministero di Gesù e quello di Paolo. La giustificazione per mezzo delle opere era una mentalità che si era incollata alla religiosità ebraica e con la quale si pretendeva di condizionare Dio al momento del giudizio e della retribuzione. Questo modo di pensare aveva spaccato in due il mondo: da una parte i giusti perché osservavano la Legge, dall’altra gli empi sulla cui testa incombeva irreversibilmente l’ira di Dio. Invece la salvezza è un dono gratuito che nessuno può pretendere di accaparrarsi con le sue sole forze o con le sue buone opere. Tutto è grazia: quando l’uomo si rapporta con Cristo affidandosi alla sua opera e ai suoi meriti, mutando vita e ravvedendosi dai suoi peccati, Dio, allora, nella sua infinita misericordia tratta il peccatore come se fosse giusto.
La risposta del padrone è repentina. L’accusa di essere ingiusto viene rigettata sulla base di due ragioni: prima, il padrone della vigna ha rispettato i patti, ha dato quanto era stato concordato; seconda, se ha dato di più agli ultimi perché è buono e allo stesso tempo libero di disporre della sua volontà e dei suoi averi. In filigrana si può cogliere l’agire di Dio verso gli uomini: Egli è libero di accordare la sua grazia sia ai giusti che ai peccatori.
Il proverbio che conclude la parabola, Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi, noto anche nella letteratura giudaica, è riferito più volte dagli evangelisti con applicazioni diverse secondo il contesto (Cf. Mc 10,30; Lc 13,30). Va ricordato che queste parole «erano già state dette nel capitolo precedente [19,30] quando Gesù aveva assicurato una ricompensa enorme “sproporzionata” [cento volte tanto e in eredità la vita eterna] ai discepoli: quasi a sottolineare il capovolgimento degli abituali criteri umani fondati sul merito. In questo contesto la parabola diventa non solo una chiara illustrazione di tale principio, ma altresì una certezza consegnata alla comunità dei discepoli. Dio riserva la sua elezione a questi uomini spogli di tutto, di averi e di pretese [gli ultimi!]» (Adriano Schenker - Rosario Scognamiglio).
 
Per approfondire
 
Massimo Cicchetti: Gesù Buon Pastore è una immagine cara al cuore dei cristiani. Eppure secoli prima Ezechièle esorta ed invita ad usare il potere conferito a chi comanda e governa, come fa il pastore con il suo gregge, seguendo leggi di buon senso e di disponibilità nei confronti di chi viene da loro governato, qui raffigurate come pecore, sono le parole che dopo le ammonizioni alla superbia e alla supponenza che hanno condotto all’esilio ed alla sofferenza del popolo tutto, vogliono insegnare quale deve essere lo spirito e l’attenzione di chi comanda il popolo. Stupisce come il pensiero di tanti secoli fa sia perfettamente attuale e di come le raccomandazioni che Ezechièle rivolge ai capi del popolo di Israele possono perfettamente essere traslate nelle persone cui affidiamo le decisioni per il bene della gente, è il segno evidente che la parola di Dio non conosce il senso del tempo ed è perfettamente adatta ad ogni stagione dell’uomo. Quali sono dunque le responsabilità di chi assume il potere per comandare chi a loro delega tale ruolo? Il primo e più importante è superare i propri egoismi ed il proprio tornaconto personale, il pastore che sa soltanto nutrirsi delle proprie pecore e si appropria del loro vello per scaldarsi, presto non avrà più un gregge da pascere. Il dovere primo del pastore è di saper pascolare il gregge, che vuol dire seguire con attenzione ciascuna singola pecora, stando attenti a quelle che si disperdono per riportarle in territorio sicuro, curando quelle ammalate e con figura ancora più poetica: rendendo forti quelle deboli. Il pastore deve essere una presenza continua, che insegna e prende parte alla vita del suo gregge, fa in modo soprattutto che le pecore lo riconoscano come figura capace di portare loro il bene e scacciare il pericolo. Ma quando il gregge non trova un pastore che si dedica a loro sbanda, e diventa vittima dei predatori, non si conforta della speranza di sapere che qualcuno verrà a salvarlo dal pericolo e dallo smarrimento; perde quindi la speranza nel proprio futuro. Devono sapere però i cattivi pastori che il Signore controlla il loro operato, perché il desiderio del Signore è il benessere del proprio gregge e tiene conto dei pastori malvagi ed egoisti, che vivono senza prestare alle pecore loro affidare la necessaria cura e dedizione. Ancora una volta per bocca del profeta il Signore invita alla fede e alla fiducia, se anche il pastore non fosse diligente, sarà Lui a sostituirsi al cattivo operato di chi dovrebbe vigilare e provvederà che il branco non si disperda. È una consolazione che solleva lo spirito sapere che anche nei momenti più difficili della nostra vita, perfino in quelli nei quali comprendiamo di aver affidato a mani incapaci il potere di risolvere i problemi elementari, c’è Qualcuno che sempre ha a cuore i nostri bisogni ed il nostro destino, anche se non vediamo i pastori occuparsi dei nostri bisogni dobbiamo avere fiducia sapendoli comunque affidati alle mani migliori di chi ci ama di più.
 
Pastori e mercenari: “Non si chiama pastore, ma mercenario colui che pascola le pecore del Signore non per intimo amore, ma per guadagno temporale. È mercenario infatti colui che sta al posto del pastore, ma non cerca di guadagnare le anime, ambisce ai comodi mondani, gode per l’onore del suo stato, si pasce dei guadagni temporali, si allieta del rispetto che gli uomini gli portano. Questa è la mercede del mercenario tanto che per la sua fatica di governo trova quaggiù quello che cerca, e in futuro sarà escluso dall’eredità del gregge. Se poi si tratti di un vero pastore o di un mercenario, non lo si può conoscere con esattezza se manca qualche occasione dolorosa. Nei tempi tranquilli, infatti, nella custodia del gregge anche il mercenario si comporta per lo più come il vero pastore; ma quando viene il lupo, si vede con che animo ciascuno custodiva il gregge. E viene il lupo sul gregge, quando qualche ingiusto tiranno opprime i fedeli e gli umili. Colui che sembrava pastore, e non lo era, abbandona le pecore e fugge, perché teme il proprio pericolo, e non presume di resistere all’ingiustizia. E fugge non solo mutando luogo, ma privando il gregge di appoggio. Fugge, perché vede l’ingiustizia e tace; fugge, perché si nasconde nel silenzio; e di costoro è stato detto bene, per voce del profeta: Non vi siete schierati contro, né avete opposto un muro per la difesa della casa d’Israele, scendendo in guerra nel giorno del Signore [Ez 13,5]. Schierarsi contro significa opporsi con libera voce a qualsiasi potente che agisce male. Scendiamo in guerra per la casa d’Israele nel giorno del Signore, e opponiamo un muro, se con l’autorità della giustizia proteggiamo i fedeli innocenti contro l’ingiustizia dei perversi. Perché il mercenario non fa così, quando vede venire il lupo, fugge.” (Gregorio Magno, Omelia per la seconda domenica dopo Pasqua).
 
Testimoni di Cristo - Giovanni Eudes. Nella devozione ai cuori di Maria e Gesù la ricerca di un Dio che ama: È l’amore ciò che ognuno di noi cerca per tutta la vita: abbiamo bisogno come l’aria di essere accolti, compresi e amati. Un orizzonte che si realizza pienamente solo nell’abbraccio infinito di Dio che ci viene incontro nella storia. Nel XVII secolo san Giovanni Eudes intuì che la devozione per i sacri cuori, di Maria e di Gesù, portava con sé proprio questo messaggio: la fede cristiana è un’esperienza che sgorga dal cuore, centro dell’intera esistenza e quindi è una dimensione totalizzante, che ci rende persone adulte e mature, testimoni in ogni ambito dell’amore di Dio. Così Eudes, ricordato anche per essere stato un apostolo della devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, decise di porre ogni proprio impegno in questo orizzonte. Nato nel 1601 a Ri, in Normandia, nel 1625 venne ordinato sacerdote per la Congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Nel suo ministero a Caen si dedicò ai malati di peste (ammalandosi anch’egli e guarendo) ma il suo autentico “carisma” si espresse nelle missioni parrocchiali. Nel 1643 fondò la Congregazione di Gesù e Maria per rispondere all’esigenza di offrire una valida formazione al clero e nel 1651 nacque la congregazione femminile: l’Ordine di Nostra Signora della Carità. Si dedicò anche a recuperare le ragazze dalla strada e fondò una Congregazione di religiose per dare loro assistenza, l’ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio». Fu autore di diverse opere, la più conosciuta delle quali è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio». Morì nel 1680 ed è stato proclamato santo nel 1925 da papa Pio XI. (Matteo Liut)
 
O Dio, che in modo mirabile
hai scelto il santo presbitero Giovanni [Eudes]
per far conoscere le insondabili ricchezze di Cristo,
concedi a noi, sul suo esempio e per il suo insegnamento,
di crescere nella tua conoscenza,
per vivere fedelmente nella luce del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.