13 Febbraio 2026
Venerdì V Settimana T. O.
1Re 11,29-32;12,19; Salmo Responsoriale dal Salmo 80 (81); Mc 7,24-30
Apri, Signore, il nostro cuore e accoglieremo le parole del Figlio tuo. (Cf. At 16,14b - Acclamazione al Vangelo)
Cuore - Gabriele Miller: La parola viene usata relativamente di rado per designare l’organo del corpo, molto spesso invece in senso traslato. Quello di cuore è il concetto collettivo per l’essenza e il carattere dell’uomo. Quando Sansone aprì il suo cuore a Dalila, entrò in suo potere e cadde in disgrazia (Gdc 16,12s). Il cuore abbraccia tutto l’atteggiamento attivo che scaturisce dal carattere degli uomini. Quando a qualcuno viene affidato un incarico importante, egli riceve anche un cuore nuovo, vale a dire viene posto in una situazione completamente nuova che rende possibile l’assolvimento del compito (1Sam 10,9). Difficoltà, disgrazia o colpa spezzano il cuore. Chi è consapevole della sua colpa si avvicina a Dio con un cuore affranto che perciò si rivolge a lui (per es. Sal 34,9). L’uso veterotestamentario della parola è determinante anche per quello neotestamentario.
Anche nel T il cuore è la sorgente del sentimento e del pensiero. Il cuore si riempie di sofferenza (Gv 16,6).
L’amore di Dio è un amore “di tutto cuore” (Mc 12,30). Con il cuore si capisce, si pensa, ci si ricorda (Gv 12,40; At 7,23; Lc 2,51). Il cuore è la sorgente dell’atteggiamento della vita in genere. I “puri di cuore” sono coloro il cui atteggiamento di fondo è integro e che agiscono in conformità ad esso (Mt 5,8).
Un cuore impuro ha delle conseguenze sul comportamento. “Amare Dio di tutto cuore” significa l’affidamento totale a Dio (Mt 22,37). Il termine cuore - come anche nel nostro uso linguistico - viene usato anche nella Bibbia. Nel significato più generale: nocciolo di una cosa, centro, parte più importante.
Liturgia della Parola
I Lettura - Scisma politico - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Le differenze culturali e le tensioni politiche fra il nord e il sud furono e continuano a essere frequenti nel mondo a livello nazionale e internazionale. Basterebbe citare i casi d’Italia e di Spagna e gli esempi di Europa e d’America. A dispetto della sua piccolezza, in Palestina questo problema fu sempre presente. A parte molti altri dati e manifestazioni, il fatto forse più significativo in questo senso è la differenza che i testi stabiliscono sempre fra il regno di Giuda e il regno d’Israele, cioè fra il regno del sud e quello del nord, anche quando essi furono uniti nella persona di Davide e di Salomone. Parlando di Davide, per esempio, in 2Sam 5,5, si dice che regnò sette anni e mezzo in Ebron su Giuda e trentatré anni su tutto Israele e su Giuda. Allo stesso modo, quando designa Salomone come suo successore, Davide lo stabilisce capo su Israele e su Giuda (1Re 1,35). Vale a dire che Salomone è nominato re dei due regni separatamente, come se fossero entità distinte: del regno d’Israele che corrisponde alle tribù del nord, e del regno di Giuda che rappresenta le tribù del sud.
L’autore sacro fa valere anche motivi religiosi, e presenta la divisione come un castigo per l’apostasia idolatrica di Salomone. In più, il racconto della divisione è costruito sullo schema « promessa-adempimento ». C’è l’intervento del profeta Achia di Silo che, in un modo più plastico, come usava spesso fra i profeti, che parlavano a base di gesti, annunzia la divisione del regno in dodici porzioni: dieci per Geroboamo, che dà inizio al regno del nord e a una serie successiva di dinastie, e due che resteranno fedeli alla dinastia davidica. La profezia di Achia si adempì alla lettera: così Israele si ribellò alla casa di Davide fino a oggi.
La restaurazione dell’unità sarà un’aspirazione che si farà sentire principalmente al tempo dell’esilio. Si legga, per esempio, Ez 37,15-28: è un testo pieno di nostalgia ecumenica, e quindi, di piena attualità per i nostri giorni. La divisione del regno dell’Antico Testamento ha un certo parallelismo nella divisione interna della Chiesa cristiana.
Vangelo
Fa udire i sordi e fa parlare i muti.
Vincent Taylor (Marco): L’effetto della guarigione è che la gente rimane stupita aldilà di ogni misura (huperperissós = «in eccesso»): questo l’unico passo, in tutta la letteratura greca, in cui è usato questo avverbio (invece il verbo huperpisseuó si trova in Rom. 5,20 e 2Cor. 7,4). In nessun’altra parte del vangelo di Marco si parla di una meraviglia così intensa.
«Ha fatto bene ogni cosa»: è forse un indizio che originariamente la storia apparteneva a un gruppo (cfr. il plurale: «sordi... muti»). È probabile che sullo sfondo ci sia Is. 35,5s: «Allora ... si schiuderanno gli orecchi dei sordi... griderà di gioia la lingua del muto» (cfr. Bacon, Lagrange, Rawlinson, Branscomb, Blunt). Se è così, vorrebbe dire che Marco ha rielaborato la conclusione dell’episodio a scopo catechetico … Altri indizi di questo interesse sono il presente poiei («fa udire») e il gioco linguistico alalous lalein («parlare i muti»). Ancor più consistente è l’attività redazionale in Mt. 15,31 dove è detto che la gente si meravigliava e «glorificava il Dio d’Israele» (cfr. Is. 29,23: «e temeranno il Dio d’Israele»; Gen. 1,31; Sir. 39,16).
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,31-37
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Parola del Signore.
José Maria Gonzalez-Ruiz: Questo è un secondo miracolo compiuto in terra pagana. Molti critici moderni, partendo dal fatto che questo racconto si trova solo in Marco, pensano che non abbia nessun fondamento storico.
Effettivamente, abbiamo visto come Gesù rifiuti ogni apparenza di magia tanto nei gesti quanto nelle parole.
In questa guarigione del sordomuto pare invece che tutto avvenga come nel caso classico di taumaturgia magica: prende l’infermo in disparte, gli mette le dita nelle orecchie, sputa e con la saliva gli tocca la lingua. Così appunto si comportavano gli antichi taumaturghi.
Occorre tuttavia procedere con una chiave di lettura completamente diversa, non tenendo conto dei pregiudizi apologetici, ma attenendoci ai fatti. Non possiamo dimenticare che si tratta d’un sordomuto, la cui capacità intellettuale era condizionata da questa mutilazione congenita.
Gesù non intende esercitare la magia, ma sollecitare la coscienza di colui che doveva essere l’oggetto del prodigio. In altri casi, bastavano le parole; qui invece trattandosi d’un sordomuto, erano necessari i gesti.
Gesù tocca gli orecchi e la lingua dell’infermo, per dirgli che si trattava della guarigione dal suo male. E, se ricorre all’antico gesto magico di toccare con la sua saliva le parti del corpo che per così dire erano inferme, vuol solo far intendere al sordomuto che è disposto a guarirlo. Probabilmente quell’uomo non avrebbe potuto comprenderlo in un altro modo. Anche oggi siamo soliti indicare ai bambini con questo gesto che si cura loro una ferita.
Come si nota spesso in Marco, anche qui è impartito l’ordine severo di non parlare del miracolo. Gesù continua a operare nel silenzio per indicare che Dio non ama le esibizioni. Tuttavia, la gente non poteva non proclamare la sua meraviglia.
Riferendosi al contenuto di questa proclamazione popolare, Marco mette in rilievo che non si tratta d’un trionfalismo politico-messianico, ma di un riconoscimento gioioso dell’efficacia della presenza del regno di Dio: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti ».
L’efficacia dell’evangelizzazione, in una determinata zona, dev’essere riconosciuta dalla sua concomitanza solidale con la realizzazione di tutto quello che libera l’uomo dalle sue alienazioni. Sognare un’evangelizzazione chimicamente pura - senza impegno col processo liberatore - è la cosa più impura che possa fare una Chiesa o un missionario nel suo dovere essenziale di presentare agli uomini la buona notizia.
Per approfondire
Gli Apostoli e la Chiesa dinanzi alla malattia - J. Giblet e P. Grelot: 1. Il segno del regno di Dio, costituito dalle guarigioni miracolose, non è rimasto confinato nella vita terrena di Gesù. Egli aveva associato i suoi apostoli, sin dalla loro prima missione, al suo potere di guarire le malattie (Mt 10, 1). Al momento della missione definitiva promette loro una realizzazione continua di questo segno per accreditare l’annunzio del vangelo (Mc 16, 17 s). Perciò gli Atti notano a più riprese le guarigioni miracolose (Atti 3, 1 ss; 8, 7; 9, 32 ss; 14, 8 ss; 28, 8 s) che mostrano la potenza del nome di Gesù e la realtà della sua risurrezione. Così pure Paolo, tra i carismi, ricorda quello di guarigione (1 Cor 12, 9. 28. 30): questo segno permanente continua ad accreditare la Chiesa di Gesù facendo vedere che lo Spirito Santo agisce in essa. Tuttavia la grazia di Dio viene ordinariamente agli ammalati in un modo meno spettacolare. Riprendendo un gesto degli apostoli (Mc 6, 13), i «presbiteri» della Chiesa compiono su di essi, che pregano con fede e confessano i loro peccati, unzioni con olio nel nome del Signore; questa preghiera li salva, perché i peccati sono loro rimessi ed essi possono sperare, se così piace a Dio, la guarigione (Giac 5, 14 ss).
2. Questa guarigione non avviene tuttavia in modo infallibile, come se fosse l’effetto magico della preghiera o del rito. Finché dura il mondo presente, l’umanità deve continuare a portare le conseguenze del peccato. Ma «prendendo su di sé le nostre malattie» al momento della sua passione, Gesù ha dato loro un nuovo senso: come ogni sofferenza, esse hanno ormai un valore di redenzione. Paolo, che ne ha fatto l’esperienza a più riprese (Gal 4, 13; 2 Cor 1, 8 ss; 12, 7- 10), si sa che esse uniscono l’uomo a Cristo sofferente: «Portiamo nei nostri corpi le sofferenze di morte di Gesù, affinché la vita di Gesù sia anch’essa manifestata nel nostro corpo» (2 Cor 4, 10). Mentre Giobbe non arrivava a comprendere il senso della sua prova, il cristiano si rallegra di «completare nella sua carne ciò che manca alle prove di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1, 24). Nell’attesa che giunga questo ritorno al paradiso dove gli uomini saranno guariti per sempre dai frutti dell’albero della vita (Apoc 22, 2; cfr. Ez 47, 12), la malattia stessa è inserita, come la sofferenza e come la morte, nell’ordine della salvezza. Non che essa sia facile da portare: rimane una prova, ed è carità aiutare il malato a sopportarla, visitandolo e consolandolo. «Portate le malattie di tutti», consiglia Ignazio di Antiochia. Ma servire gli ammalati significa servire Gesù stesso nelle sue membra sofferenti: «Ero ammalato e mi avete visitato», dirà nel giorno del giudizio (Mt 25, 36). Il malato, nel mondo cristiano, non è più un maledetto dal quale ci si scosta (cfr. Sal 38, 12; 41, 6-10; 88, 9); è l’immagine ed il segno di Cristo Gesù.
I miracoli segni dell’amore di Dio - Gianni Colzani: Per le Scritture il miracolo è un’opera potente di Dio e soprattutto un segno con cui Dio ci parla. Non conta solo il fatto straordinario, ma anche il modo e il contesto in cui il segno si colloca e avviene.
Esso va dunque inquadrato nell’agire potente e salvifico di Dio: Dio è “maestoso in santità, tremendo nello imprese, operatore di prodigi” (Es 15,11). Questa potenza è la rivelazione di un amore fedele, colto nella fede e celebrate nella preghiera. Il miracolo va mantenuto sullo sfondo di questa immagine di Dio: è segno di quel Regno a cui la potenza divina è ordinata e delinea una storia aperta all’agire di Dio, da lui guidata.
Presenti nell’Antico Testamento (il segno più eloquente e straordinario è l’esodo, la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto), i miracoli trovano particolare rilevanza nella vita di Gesù. Lo riconoscono i discepoli, che nella loro predicazione presentano Gesù come “un profeta potente in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc 2-1,19; cfr. Mt 11,21; At 10,38), lo riconoscono pure gli avversari, che, se mai, contestano il significato messianico di questa sua attività: per essi si tratta di magia diabolica (Mc 3,22-23 ).
Subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua - Sordi sono coloro che non ascoltano la voce del Vangelo - Lattanzio, Le istituzioni divine 4, 26: Restituì l’udito ai sordi. Fino ad allora non si era mai vista tale opera celestiale, ma con essa il Signore dichiarava che in breve sarebbe avvenuto che coloro che non conoscevano la verità avrebbero udito e compreso le parole divine di Dio. E in verità si possono chiamare sordi coloro che non ascoltano le divine verità e che rifiutano di compiere le azioni dovute.
Fece in modo che le lingue dei muti tornassero a parlare, mirabile potere (cf. Mt 9, 33; Mc 7,37), se si fosse limitato a fare anche solo questo: ma in questo potere vi era un altro significato, che manifestava gli eventi futuri: come fino ad allora ignari delle cose celesti, potevano ora parlare di Dio avendo appreso la scienza e la verità della Sapienza.
I testimoni di Cristo - San Benigno di Todi, Il filo rosso delle radici dona forma alle comunità: Tornare alle radici della fede e sulle tracce di coloro che ce l’hanno trasmessa non è mai un’operazione sterile di archeologia spirituale. Riscoprire le storie dei padri sulla cui eredità sono fondate le Chiese locali, infatti, ricorda che il Vangelo ha sempre a che fare con la vita delle persone e la storia dell’umanità. Oggi, ad esempio, la Chiesa ricorda san Benigno di Todi, sacerdote e martire che morì a cavallo del III e del IV secolo, seguendo la sorte dell’antico pastore sulla cattedra di Todi, san Terenziano, martirizzato forse nell’anno 138. Una figura che riporta alle radici anche culturali della città umbra. La tradizione racconta che Benigno fu scelto e ordinato sacerdote grazie alla sua specchiata moralità e alla sua generosità. Affrontò senza timore la prova estrema del martirio, morendo da testimone nel corso dell’ultima persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Fu poi seppellito lungo la strada tra Todi e il Vicus Martis (Massa Martana): quel luogo prese il nome di San Benigno e vide più tardi sorgere un oratorio e un monastero benedettino. Nel 1440 le benedettine furono trasferite in città e vi portarono pure il corpo dell’antico martire. Dopo diverse traversie, nel 1904 le sue reliquie furono infine spostate nell’altare maggiore della chiesa di San Silvestro, dove sono contenute in un’urna d’argento del 1679.
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.