23 Aprile 2026
 
Giovedì della III Settimana di Pasqua
 
At 8,26-40; Salmo Responsoriale dal Salmo 65 (66); Gv 6,44-51

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51 - Acclamazione al Vangelo)
 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»: Gesù è «pane» in quanto fonte di vita. Ma questa affermazione, appena uscita dalla bocca di Gesù, provoca immediatamente sconcerto e disapprovazione tra la folla. I Giudei conoscevano il racconto del miracolo della manna che nel deserto aveva saziato i loro Padri e li aveva sostenuti nella lunga e faticosa marcia nel deserto (Cf. Es 16,1ss; Sal 78,24; Sap 16,20-21). I Giudei mormorano proprio perché quello del pane disceso dal cielo era un linguaggio fin troppo familiare e non riescono a comprendere il discorrere di Gesù e sopra tutto non capiscono dove voglia andare a parare col suo dire.
In ogni caso, non possono accettare la supponenza di Gesù che si autodefinisce «pane disceso dal cielo», se lo facessero le conseguenze sarebbero immediate: dovrebbero accettare Gesù come il Messia. E questo per dei cuori spenti è impossibile (Cf. Lc 4,16-30).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’Etíope, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, sta leggendo un brano del profeta Isaia (53,7-8), un brano di difficile interpretazione. Per i Giudei la difficoltà stava nel trovare la persona che avrebbe fatto in favore del suo popolo quello che diceva la profezia indicata nel libro di Isaia. Trovarla significava anche darle un nome. La Chiesa trovò la risposta in Cristo Gesù, ed è da qui che inizia l’evangelizzazione dell’eunuco da parte di Filippo. Alla fine, fatta la professione di fede l’Etiope riceve il battesimo, e con il dono dello Spirito Santo il suo cuore si colma di indicibile gioia.
 
Vangelo
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
 
Il brano giovanneo è di una ricchezza non comune, e puntualizza punti cardini per la fede cristiana. Innanzi tutto, non andiamo a Gesù per iniziativa nostra e per mezzo della buona volontà. Ci deve essere la chiamata e il dono del Padre. Gesù è il dono del Padre, e allo stesso tempo Gesù si dona a noi nel mistero del pane. Il verbo mangiare usato da Gesù, Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno..., allude all’eucarestia, ma può essere inteso anche in chiave sapienziale, pane, come cibo spirituale. Colui che va da Gesù si nutre di questo pane e mediante questo cibo spirituale acquisisce la pienezza di vita di Gesù che garantisce e anticipa il dono e il possesso della vita eterna.
... il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo: con questa affermazione Gesù “precisa in che modo egli è pane di vita: per mezzo della sua carne donata per noi. Nel linguaggio biblico la carne è una componente dell’uomo, il segno della sua fragilità, cioè del suo divenire votato alla morte. Il Verbo fatto carne ha preso la condizione umana sino alla fine. Malgrado la sua impotenza, la carne è principio di comunione. Giovanni dice del Verbo fatto carne: «Venne ad abitare in mezzo a noi» (1,14). Il primo uomo dice della donna che Dio gli presenta: «È ossa della mia ossa, carne della mia carne» (Genesi 2,23). È più di una parentela: è un’origine, un destino, una sostanza comune. Assumendo la nostra debolezza umana, unendosi a noi, Gesù diventa nostro pane”.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,44-51

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Parola del Signore.
 
I Giudei sono ciechi, malintenzionati, e sordi ad ogni appello divino. Gesù dinanzi a tanta cecità e incapacità investigativa («Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» Gv 14,11) non disarma, ma cerca di dare una mano ai Giudei perché comprendano e così trasporta i contestatori sul piano della fede: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare?
L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5). Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia. Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo». Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». E il termine carne (sàrx), che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, vuole rimandare sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2). Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice un antico adagio, e i Giudei, di ieri e di oggi, a queste parole fanno spallucce, e così molti, come dirà più avanti l’evangelista, andranno via abbandonando il Maestro. Una brutta storia di malafede e di incredulità che come gramigna cresce da sempre nel campo di Dio.
 
Per approfondire
 
Filippo e l’etiope - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il vangelo continua a diffondersi. Dopo la sua apertura ai samaritani, metà giudei e metà pagani, ecco un racconto che ci descrive la sua penetrazione in un terreno doppiamente proibito. L’etiope impersona questa duplice conquista della Chiesa nascente, duplice, perché si tratta d’un eunuco che, come tale, era escluso dall’assemblea d’Israele (Dt 23,2). In più, con ogni probabilità, quest’eunuco era pagano, uno dei tanti simpatizzanti per il giudaismo che ne accettavano in gran parte i principi religiosi, ma senza essere stato ammesso a far parte della comunità giudaica. Se questa probabilità risponde alla realtà delle cose, siamo di fronte al primo pagano convertito al cristianesimo, anche se Luca non lo fa notare.
Evidentemente questo nuovo progresso del vangelo non poteva nascere dall’iniziativa umana. L’ellenista Filippo si mise in contatto con l’etiope per un ordine del Signore. È detto molto chiaramente in due frasi parallele per il loro grande significato: « l’angelo del Signore disse a Filippo », e « lo Spirito disse a Filippo ». L’iniziativa divina si rivela molto bene nell’itinerario che l’angelo indica a Filippo: «Va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta ». Era molto improbabile, quasi impossibile, che Filippo potesse trovare qualcuno su quella strada. D’altra parte, è difficile localizzare questa via del deserto, perché nessuna delle vie che uniscono Gerusalemme a Gaza attraversa il deserto. L’antica Gaza era stata distrutta da Alessandro Magno; più tardi, fu una città fiorente fino a che fu nuovamente distrutta nell’anno 66 della nostra era. Si può parlare di strada deserta sia perché Gaza era considerata, allora, come un deserto e sia perché era l’ultima città in cui cominciava la via del deserto verso l’Egitto. Comunque, difficilmente la storia raccontata si poté svolgere nel deserto, data l’acqua che essi trovano sulla loro strada.
L’etiope non era oriundo dall’attuale Etiopia, ma da un territorio equivalente ora al Sudan. Per la mentalità greca, e forse anche per Luca, questo paese era considerato come il limite estremo del mondo; e quindi, avremmo qui un’altra espressione dell’universalismo del vangelo, che arriva fino alle estremità della terra, fino all’Etiopia (Sal 68,32). L’Etiopia era un popolo ben noto per la politica e per il commercio. Candace era il titolo della regina madre, che conservava il suo vero potere anche quando suo figlio era sovrano effettivo. Che l’etiope fosse eunuco non ha nulla di straordinario, dato che era al servizio della regina.
Gli etiopi parlavano una propria lingua, ma non è per nulla sorprendente che un alto funzionario conoscesse anche il greco. La lettura della Bibbia è fatta su una versione greca. Ed egli legge ad alta voce, come usavano leggere gli antichi. Sono state esposte tutte le circostanze perché possa aver luogo l’intervento di Filippo. L’interpretazione del passo che l’eunuco leggeva (Is 53,7-8) fu sempre difficile. Noi ne tentiamo una spiegazione analizzando il senso delle parole e tentando di scoprire il pensiero dell’autore e le sue circostanze storiche ... I giudei, davanti a un’affermazione come quella che stava leggendo l’eunuco nella Bibbia, si chiedevano chi fosse quella persona che avrebbe compiuto esattamente tutto quello che la profezia contiene. Il problema era trovare nel passato, nel presente o nel futuro una persona che facesse in favore del suo popolo quello che dice la profezia. La Chiesa cristiana trovò questa persona nella figura di Gesù di Nazaret. Per Filippo, questo fu il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’etiope.
Che cosa mi impedisce di essere battezzato? Probabilmente, Luca usa una formula che riflette un’usanza poste­riore della Chiesa, che esaminava attentamente la preparazione dei candidati al battesimo, i quali dovevano essere ben istruiti e convinti della fede che il battesimo supponeva. Fatta la professione di fede: «credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio », Filippo lo ammette al battesimo; e l’etiope torna gioioso alla sua terra. La gioia, sotto la penna di Luca si unisce spesso al possesso dello Spirito. Filippo scompare misteriosamente e continua la sua instancabile missione evangelizzatrice.
 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo - Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): Sono io il pane vivente disceso dal cielo (v. 51). Gesù ha moltiplicato i pani e ha sfamato la folla, abbondantemente. Ma il gesto non ha il significato che gli ha attribuito la folla. È invece un «segno», e nel linguaggio di Giovanni questo significa che è capace di svelare la realtà profonda di Gesù, «chi egli è per noi». Ecco il punto: chi è Gesù? Che cosa è per noi? La risposta: Questo è il pane vivente disceso dal cielo e capace di darci la vita. Due aspetti, dunque: l’origine celeste e la dimensione salvifica. La chiara risposta del v. 51 è già stata preparata, ed è quindi carica di tutte le risonanze delle affermazioni precedenti: vv. 27.33.35.48. Noi sappiamo che in queste formule lo Io Sono c’è una concentrazione su Gesù. La fede è adesione a lui, prima e più che a una dottrina. Ma c’è anche un comprendere, e precisamente un riconoscere la sua origine (viene dal Padre) e la sua capacità di salvezza (dono per noi). Sappiamo che qui c’è una polemica: il vero pane è Gesù, non le altre offerte di salvezza, che tutt’al più sono avvio e preparazione ma in nessun modo meta e conclusione.
Sappiamo infine che c’è una pretesa, quella di offrire all’uomo quel dono di cui, lo sappia a no, egli ha unicamente bisogno.
Tutto questo ci è noto, ed è ben chiaro nel nostro discorso. Però il v. 51 precisa che il pane non è soltanto parola di Gesù, ma la sua «carne» in dono. Certo è un’allusione al sacramento, ma ancora prima una rivelazione del significato profondo del Cristo (e perciò dell’uomo): una esistenza in dono. È di questo che abbiamo bisogno, e sotto due aspetti. Noi siamo alla ricerca del dono di Dio per noi, ma siamo anche alla ricerca di qualcuno che ci faccia divenire dono, perché questo è il progetto per cui siamo fatti. Abbiamo bisogno del dono di Dio (di un Dio che si dona a noi), ma abbiamo anche bisogno di qualcuno che ci aiuti a donarci.
 
Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre - Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi 6, 6 - Solo le membra della divinità vedono Dio nella sua pienezza: Gli angeli quindi lo vedono secondo il loro grado di comprensione, gli arcangeli secondo la potenza che è loro propria, i troni e le dominazioni più degli ordini precedenti ma in misura sempre inferiore a quanto richiederebbe la visione esaustiva che ha assieme al Figlio lo Spirito Santo.
Questi infatti scruta tutto e conosce le profondità di Dio (1Cor 2,10). Sicché, come disse Gesù, conoscono il Padre, adeguatamente e alla stessa maniera, il Figlio unigenito e lo Spirito Santo: Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato (Mt 11,27; cf. Lc 10,22). Il Figlio unigenito che vede esaustivamente il Padre lo rivela a tutti secondo le capacità di ciascuno assieme allo Spirito e per mezzo dello Spirito, perché solo lui assieme allo Spirito Santo partecipa della divinità del Padre: generato senza passione prima dei secoli eterni, conosce chi lo genera come il genitore conosce il generato.
Dunque, poiché gli angeli non conoscono il Padre nella misura in cui l’unico generato lo conosce, ce lo rivelerà l’Unigenito che assieme allo Spirito Santo - come già detto - rivela Dio a ciascuno secondo le sue capacità per mezzo del medesimo Spirito: nessun uomo si potrebbe vergognare della propria ignoranza.
 
Testimoni di Cristo - San Giorgio - Non siamo soli a combattere i nostri oscuri “draghi”: Ognuno ha i suoi personali “draghi”, da combattere, ombre minacciose che ci isolano e ci annientano, ma anche nel momento più buio non siamo soli ad affrontarli. Perché se Dio è sceso nella morte per portare la sua luce, anche nelle nostre piccole “morti quotidiane” c’è sempre spazio per la speranza. Icona di questa battaglia vittoriosa è san Giorgio, che secondo la tradizione uccise il drago che minacciava Silene. Il racconto è leggendario ma esprime la grandezza di un santo che di fatto è venerato in tutto il mondo e ha ispirato movimenti e associazioni. La sua biografia ci è giunta confusa e arricchita da racconti senza fondamento storico. Secondo un antico racconto della passione, una «Passio», Giorgio era nato in Cappadocia e fu educato nella fede dai genitori. Divenne poi tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, anche se altre versioni lo indicano come membro dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore romano, che nel 303 diede vita a una feroce persecuzione contro i cristiani. Giorgio si ribellò: strappò l’editto dell’imperatore e si dichiarò cristiano. Per questo fu arrestato, torturato, incarcerato e poi ucciso. Aveva vinto la violenza offrendo la propria vita.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che in questi giorni pasquali ci hai rivelato in modo singolare
la grandezza del tuo amore,
fa’ che accogliamo pienamente il tuo dono,
perché, liberati dalle tenebre dell’errore,
aderiamo sempre più agli insegnamenti della tua verità.
 
 22 Aprile 2026
 
Mercoledì della III Settimana di Pasqua
 
At 8,1b-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 65 (66); Gv 6,35-40
 
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna, dice il Signore, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Cf. Gv 6,40 - Acclamazione al Vangelo)
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): È qui riportato un secondo detto, che esplicita la volontà del Padre: vedere il Figlio nella fede è credere e la fede dona la vita eterna (escatologia presenziale, tipica di Gv) e la risurrezione futura (escatologia futura).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: I Samaritani, popolo disprezzato dai Giudei, accolgono con gioia il Vangelo, si vengono così a frantumare gli angusti confini dell’asfittico nazionalismo giudaico in cui era stata rinchiusa la fede nell’unico e vero Dio. La Parola di Dio prende il largo e Filippo, novello campione di questa evangelizzazione, nel nome di Gesù compie miracoli, guarigioni, liberazione di indemoniati: è una nuova Pentecoste che semina nei cuori degli uomini semi di gioia, di contentezza, di intelligenza del mistero nascosto per secoli e ora rivelato in Cristo.
 
Vangelo
Questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,35-40
Gesù rivela alla folla di essere il Pane della vita e rivela anche la volontà del Padre: Egli vuole che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. Gli uomini che crederanno in Gesù si salveranno perché nessuna potenza, in cielo, in terra o sottoterra, potrà strapparli dalle sue mani.
 
In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
 
Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Ci sembra di essere di fronte a un meraviglioso riassunto di quanto finora si è detto su Gesù, Figlio di Dio, Inviato del Padre, Sorgente di vita. Ne abbiamo letti altri due dello stesso tipo (3,16-21 e 3,31-35), ma erano alla terza persona.
Qui invece è Gesù che parla in prima persona del Padre come «Mandante», di sé come «l’Inviato» e degli uomini come «destinatari» dell’opera sua.
L’iniziativa è, come sempre, del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini abbiano la vita eterna e siano salvi per mezzo del Figlio suo. Subito però avviene una divisione tra gli uomini: ci sono coloro che «vedono il Figlio, ma non credono in lui» (6,36) e ci sarà nel futuro «chi verrà a lui». I primi sono quelli, tra gli immediati uditori, che si oppongono alla volontà del Padre e non accolgono Gesù; i secondi sono coloro che «lo vedono e credono in lui» (6,40), e lo accolgono come dono del Padre (vedi 3,16). In questi Gesù vede il «dono» che il Padre gli fa.
Anche se può sembrare una parentesi, non perdiamo la sfumatura ecclesiale profonda, soggiacente all’idea di dono.
La comunità che sta con Gesù sa che gli uni sono per gli altri «dono di Dio». Questa è l’opera del Padre che, mediante la fede, ha reso i discepoli capaci di appartenere al Figlio.
E ora osserviamo il Figlio, l’inviato, colui che, come apprendista alla scuola del Padre, si è reso soggetto capace della sua missione. Egli accoglie ogni credente come dono del Padre e con tre significative espressioni caratterizza la sua missione: non lo caccerò fuori, farò sì che non si perda, lo risusciterò nell’ultimo giorno.
I verbi indicano tutti il futuro, e presto capiremo il perché.
Il Figlio, infatti, per essere davvero «Pane per gli altri», deve farsi un «pane donato», e ciò implica il passaggio attraverso la morte, perché per essere «Pane di vita» è necessario che sia, come Figlio dell’uomo, risorto.
La rivelazione del Figlio sta raggiungendo uno dei suoi apici più alti. Non ci meraviglieremo, quindi, se la reazione si fa subito sentire. Gli immediati uditori (e forse anche noi) vorrebbero precisare qualcosa sulla vera identità di Gesù. E Gesù accetta e indica il cammino per entrare nel mistero della sua persona: bisogna essere guidati dal Padre.
 
Per approfondire

Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato: Catechismo della Chiesa Cattolica 606: Il Figlio di Dio disceso dal cielo non per fare la sua volontà ma quella di colui che l’ha mandato, «entrando nel mondo dice: [...] Ecco, io vengo [...] per fare, o Dio, la tua volontà. [...] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù «per i peccati di tutto il mondo» (1Gv 2,2) è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: «Il Padre mi ama perché io offro la mia vita» (Gv 10,17). «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato» (Gv 14,31).
607 Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù perché la sua passione redentrice è la ragion d’essere della sua incarnazione: «Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!» (Gv 12,27). «Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?» (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che «tutto [sia] compiuto» (Gv 19,30), egli dice: «Ho sete» (Gv 19,28).
Chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna: Catechismo della Chiesa Cattolica 161: Credere in Gesù Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza, è necessario per essere salvati «Poiché “senza la fede è impossibile essere graditi a Dio” (Eb 11,6) e condividere le condizioni di suoi figli, nessuno può essere mai giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna se non “persevererà in essa sino alla fine” (Mt 10,22; Mt 24,13 )»

La gioia cristiana: Benedetto XVI (Omelia, 27 Aprile 2008): La prima Lettura, tratta dal capitolo VIII degli Atti degli Apostoli, narra la missione del diacono Filippo in Samaria. Vorrei attirare immediatamente l’attenzione sulla frase che chiude la prima parte del testo: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8). Questa espressione non comunica un’idea, un concetto teologico, ma riferisce un avvenimento circostanziato, qualcosa che ha cambiato la vita delle persone: in una determinata città della Samaria, nel periodo che seguì la prima violenta persecuzione contro la Chiesa a Gerusalemme (cfr. At 8,1), venne ad accadere qualcosa che causò “grande gioia”. Che cosa era dunque successo? Narra l’Autore sacro che, per sfuggire alla persecuzione scoppiata a Gerusalemme contro coloro che si erano convertiti al cristianesimo, tutti i discepoli, tranne gli Apostoli, abbandonarono la Città santa e si dispersero all’intorno. Da questo evento doloroso scaturì, in maniera misteriosa e provvidenziale, un rinnovato impulso alla diffusione del Vangelo. Fra coloro che si erano dispersi c’era anche Filippo, uno dei sette diaconi della Comunità [...]. Or avvenne che gli abitanti della località samaritana, di cui si parla in questo capitolo degli Atti degli Apostoli, accolsero unanimi l’annuncio di Filippo e, grazie alla loro adesione al Vangelo, egli poté guarire molti malati. In quella città della Samaria, in mezzo a una popolazione tradizionalmente disprezzata e quasi scomunicata dai Giudei, risuonò l’annuncio di Cristo che aprì alla gioia il cuore di quanti l’accolsero con fiducia. Ecco perché dunque - sottolinea san Luca - in quella città “vi fu grande gioia”. Cari amici, questa è anche la vostra missione: recare il Vangelo a tutti, perché tutti sperimentino la gioia di Cristo e ci sia gioia in ogni città. Che cosa ci può essere di più bello di questo? Che cosa di più grande, di più entusiasmante, che cooperare a diffondere nel mondo la Parola di vita, che comunicare l’acqua viva dello Spirito Santo?
 
La gioia della, salvezza annunziata agli umili - André Riduard e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): La venuta del salvatore crea un clima di gioia che Luca, più degli altri evangelisti ha reso sensibile. Ancor prima che ci si rallegri della sua nascita (Lc 1,14), quando viene Maria, Giovanni Battista sussulta di gioia nel seno della madre (1,41. 44); e la Vergine, che il saluto dell’angelo aveva invitato alla gioia (1,28: gr. chàire = rallégrati), canta con gioia pari all’umiltà il Signore che è divenuto suo figlio per salvare gli umili (1,42.46-55). La nascita di Gesù è una grande gioia per gli angeli che l’annunziano e per il popolo che egli viene a salvare (2,10.13 s: cfr. Mt 1,21); essa pone termine all’attesa dei giusti (Mt 13, 17 par.) che, come Abramo, esultavano già pensandovi (Gv 8,56).
In Gesù Cristo il regno di Dio è già presente (Mc 1,45 par.; Lc 17,21); egli è lo sposo la cui voce colma di gioia il Battista (Gv 3,29) e la cui presenza non permette ai suoi discepoli di digiunare (Lc 5,34 par.). Questi hanno la gioia di sapere che i loro nomi sono scritti in cielo (10,20), perché rientrano nel numero dei poveri ai quali appartiene il regno (6,20 par.), tesoro per il quale si sacrifica tutto con gioia (Mt 13,44); e Gesù ha insegnato loro che la persecuzione, confermando la loro certezza, doveva intensificare la loro letizia (Mt 5,10 ss par.).
I discepoli hanno ragione di rallegrarsi dei miracoli di Gesù che attestano la sua missione ( Lc 19, 37 ss); ma non devono porre la loro gioia nel potere miracoloso che Cristo comunica loro (10,17-20); esso non è che un mezzo destinato non a procurare una vana gioia a uomini come Erode, amanti del meraviglioso (23,8), ma a far lodare Dio dalle anime rette (13,17) e ad attirare i peccatori al salvatore, disponendoli ad accoglierlo con gioia ed a convertirsi (19,6.9). Di questa conversione i discepoli si rallegreranno da veri fratelli (15, 32), come se ne rallegrano in cielo il Padre e gli angeli (15,7.10.24), come se ne rallegra il buon pastore, il cui amore ha salvato le pecore smarrite (15,6; Mt 18,13). Ma per condividere la sua gioia, bisogna amare com’egli ha amato.
 
Tommaso d’Aquino (In Jo. ev. exp VI) … chi viene a Me ... : con i passi della fede e delle opere buone, non sarà da Me respinto fuori; frase da cui si capisce che chi va a Lui, è anche dentro di Lui, nella Sua interiorità ... E vi sono due tipi di interiorità. La prima è profondissima, e consiste nella gioia della Vita eterna ... Di essa è detto nel Vangelo (Mt. 25,21): Entra nella gioia del tuo Signore ... La seconda interiorità è la rettitudine della coscienza, che forma la gioia spirituale. Di questa è stato scritto (Sap. 8,16): Rientrato nella mia casa, mi riposerò. E ancora (Ct. 1,3): Mi ha introdotta nelle segrete sue stanze. E da questa intimità alcuni vengono respinti fuori. Perciò le parole del Signore: non sarà da Me respinto fuori, si possono intendere in due modi. Primo, riferendole a coloro che vanno a Lui (i quali non saranno respinti) ... Secondo, nel senso che quanti invece vanno fuori non escono perché scacciati da Cristo, ma tale separazione è dovuta a loro stessi, perché si allontanano dall’intimità della retta coscienza, con l’incredulità e con i peccati. E allora è come se dicesse: Non sono Io a respingerli fuori, ma sono essi che si allontanano da sé.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agapito I Papa: Fu eletto Papa il 13 maggio 535 ma il suo pontificato durò poco più di undici mesi. Un periodo durante il quale l’imperatore d’Oriente Giustiniano riuscì a conquistare la rimanente parte del Medio Oriente e gran parte dell’Africa nord orientale, già regno dei Goti. Poi inviò il suo generale Belisario in Italia: sbarcato in Sicilia diresse le sue truppe verso Napoli e da li si preparò a sferrare l’attacco finale a Roma. Il principe ostrogoto Teodato riuscì però a costringere papa Agapito, usando la «longa manus» imperiale, ad intraprendere un duro viaggio verso Bisanzio, al fine di riuscire a convincere l’imperatore a desistere dalla sua impresa. Giunto a Costantinopoli, Agapito fu accolto con tutti gli onori ma non riuscì a far desistere Giustiniano dai propositi di riconquista della penisola italica. In compenso però, Agapito inflisse un duro colpo all’eresia monofisita, riuscendo a far allontanare il patriarca Antimo e a insediare il patriarca Menas. Dopo le fatiche del viaggio il Papa si ammalò gravemente. Morì il 22 aprile 536. (Avvenire)
 
Assisti, o Padre, la tua famiglia,
e a quanti nella tua bontà hai donato la grazia della fede
concedi di aver parte all’eredità eterna
nella risurrezione del tuo Figlio unigenito.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 
 21 Aprile 2026
 
Martedì III Settimana di Pasqua
 
At 6,8-15; Salmo Responsoriale 30 [31]; Gv 6,30-35
 
Io sono il pane della vita, dice il Signore: chi viene a me non avrà fame. (Gv 6,35ab - Acclamazione al Vangelo)    
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): «Io sono il pane della vita» (6,35). È la prima definizione che Gesù dà di sé. Ne leggeremo altre sei in Giovanni. Qui Gesù si premura subito di spiegare che cosa ciò significhi per chi lo accoglie: «Chi viene a me non avrà più fame; chi crede in me non avrà più sete» (6,35). Sono due frasi sinonime. Il loro senso è ovvio: Gesù, nella totalità della sua persona, è quel nutrimento che solo può sostenere, saziare e dare quella vita che ha il carattere della definitività; insomma, ancora una volta si ripete che egli è per l’uomo sorgente vera della vita: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio la possibilità di avene la vita in se stesso» (5,26) e «il Figlio fa vivere chi vuole» (5,21).
Non è quindi possibile avere la vita senza Gesù. Il Padre infatti lo ha mandato «affinché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna» (3,16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il popolo, gli anziani e gli scribi sono furibondi in cuor loro e digrignano i denti contro Stefano. Non potendo controbattere alle sue parole, come belve assetate di sangue, lo trascinano fuori dalla città e lo lapidano, e così “invece di un regolare giudizio da parte del sinedrio si assiste a un linciaggio popolare. Forse è la realtà storica, che Luca avrà presentato come un processo regolare, per rendere la morte del primo martire simile a quella di Gesù” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo.
 
Come la sapienza (Pr 9,1s), Gesù invita gli uomini a convito. Per l’evangelista Giovanni, “Gesù è la sapienza di Dio che la rivelazione biblica tendeva a personificare [cfr. Gv 1,1+]. Tale convinzione poggia sull’insegnamento del Cristo, che emerge già nei sinottici [Mt 11,19; Lc 11,31p), ma qui è molto più accentuato: la sua origine è misteriosa [Gv 7,27-29; 8,14.19; cfr. Gb 28,20-28]; lui solo conosce i misteri di Dio e li rivela agli uomini [Gv 3,11-12.31-32; cfr. Mt 11,25-27p; Sap 9,13-18; Bar 3,29-38]; egli è pane vivo che sazia la fame [Gv 6,35; cf. Pr 9,1-6; Sir 24,19-22: Mt 4,4p; cfr. Dt 8,3]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,30-35
 
In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
 
Parola del Signore.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): 1. Il pane vero discende dal cielo. I Giudei gli chiedono di dar loro un segno come quello che diede Mosè, quando ottenne la manna dal cielo, collegando questa richiesta con il precedente miracolo della moltiplicazione dei pani, insistendo sull’idea e sulla richiesta di pane.
Gesù risponde che non è stato Mosè a dare il pane del cielo, ma il Padre celeste. E, come nel passato il pane, ossia la manna, è stato un dono del Padre, cosí anche oggi il Padre dona un pane, che è il vero pane celeste, a differenza della manna che era un pane puramente simbolico. Quella infatti, pur essendo un cibo terreno, era un simbolo, una figura di un cibo assolutamente diverso, spirituale, celeste. E questo pane celeste, questo pane vero e vitale è ora qui presente nel Cristo.
In queste parole sono racchiuse tre verità: la venuta del pane dal cielo, la sua qualità di dono del Padre, il suo scopo che è quello di dare agli uomini terreni la vera vita celeste.
2. Questo pane è Gesù. Anche la seconda verità viene enunciata in seguito ad una richiesta dei Giudei: « Signore, dàcci sempre di questo pane ». Questi non hanno ancora capito e continuano a pensare ad un pane sul tipo della manna. Vorrebbero, in altre parole, che il miracolo della moltiplicazione dei pani si ripetesse di continuo, diventando un loro privilegio stabile e duraturo.
Gesù allora dichiara senza ambagi: « Io sono il pane di vita ».
Ancora una volta risuona quel maestoso: « Io sono ». Cristo non si limita a dare, ma è; e quando si dà, dà il pane vero. La comunione di vita con lui produce la vera vita, poiché egli è il Vivente. Chi è unito a lui nella fede, vive nel vero senso della parola ed in un modo tale che non ha più fame né sete, poiché possiede un cibo ed una bevanda prodigiosi.
In questa prima parte il cibo e la bevanda sono solo un’immagine della fede, mentre nella seconda parte del discorso questi due termini acquisteranno un significato molto più profondo. Allora si tratterà di mangiare la carne e bere il sangue di Cristo.
La comunione di vita con Gesù operata dalla fede suscita una vita, che ignora per sempre la morte, poiché la volontà del Padre, che lo ha mandato, esige proprio che egli non lasci andare perduto niente di quanto il Padre gli ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Perciò chi vede il Figlio dell’uomo e vive in lui per mezzo della fede, vivrà in eterno, perché il Risorto farà risorgere anche lui. La fede rende commensali di Gesù, il che equivale ad essere uniti a lui per la vita, non in modo transitorio, ma perenne.
 
Per approfondire
 
Il pane - Fr. Merkel (Pane in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il pane era il genere alimentare più importante di Israele, in origine fatto di un impasto di orzo, leguminacei acidi, lenticchie e altri ingredienti e quindi messi al forno: la Palestina era un paese povero. In seguito andò sempre diffondendosi il pane di frumento, che però soltanto lo strato più benestante poteva permettersi, mentre il pane d’orzo rimaneva il cibo, sovente quasi unico, dei poveri [...]. In caso di una visita inaspettata (Gn 19,3) o durante il raccolto (Rt 2,14) si mangiava pane fatto di pasta non lievitata o più semplicemente chicchi di frumento tostati, questo tipo di cibo veniva portato dietro, come vivanda quasi indeperibile, quando capitava di doversi mettersi in viaggio all’improvviso (1Sam 17,17 e altrove), come avvenne partendo dall’Egitto (Es 12,8-11.34-39).
La festa del pane non lievitato (festa degli azzimi) viene ricondotta secondo Es 12,14-20; 13,3ss, a questa imprevista partenza; nella sua celebrazione viene riattualizzata ogni anno la liberazione dall’Egitto ad opera di Dio.
Nel culto israelitico la farina o il pane venivano usati come offerta nel sacrificio alimentare (di origine preisraelitica: Lv 2). Anche in questo caso si offriva soltanto pane non lievitato. Si narra anche di dodici «pani dell’offerta» che si trovavamo su un tavolo speciale, nel santuario di Israele (Es 25,30; 1Cr 28,16). Si trattava di focacce di pane non lievitato che venivano deposte come offerta al cospetto di Jahvé [...].
Poiché al tempo e nell’ambiente storico del Nuovo Testamento il pane rappresentava l’alimento fondamentale, pane, oltre al suo significato specifico in senso stretto, può indicare anche alimento e sostentamento in generale (del resto anche noi diciamo «pane e lavoro», «guadagnare il pane» ecc.). Così il figlio prodigo si ricorda in terra straniera che gli operai giornalieri alle dipendenze di suo padre hanno pane in abbondanza (e cioè abbastanza di che vivere) (Lc 15,17). Perciò «mangiare il pane» ha il significato generale di «prendere un pasto» (Is 65,25); «spez­zare il proprio pane» per chi è affamato significa dargli da mangiare e assisterlo (Is 58,7.10). Se uno non mangia «gratuitamente il pane di alcuno», vuol dire che non vive alle spalle degli altri, ma del proprio lavoro (2Ts 3,8). Chi si astiene dal pane e dal vino è un asceta che digiuna (Lc 7,33); la quarta richiesta della preghiera del Signore (Mt 6,11) si riferisce a tutto ciò che riguarda il nutrimento del corpo e i bisogni primari. Con l’espressione «mangiare il pane nel regno di Dio» (Lc 14,15) si intende la parte­cipazione al banchetto festivo nel regno celeste. La parola di Gesù «non di solo pane vive l’uomo» (citazione di Dt 8,3) si riferisce ai beni materiali nel senso più ampio, ai quali è contrapposta la forza vivificatrice della parola di Dio (Mt 4,4).
La storia del miracolo con il quale Gesù, con un po’ di pane e un paio di pesci, sfamò una folla di 5.000 (Mt 14,13-21 par.) o di 4.000 persone (Mt 15,32-39 par.), viene attestata - con poche varianti della tradizio­ne - complessivamente sei volte. Essa dimostra che Gesù, come signore messianico, distribuisce il vero pane della vita. Nella composizione del vangelo di Giovanni, al racconto del miracolo dei pani e del cammino sul lago (Gv 6,1-26) segue il discorso di rivelazione di Gesù: Gesù è il pane della vita. Dietro l’idea di «pane della vita» sta l’antica e universale aspirazione a un cibo che comunichi una vita che non viene meno. In questo senso va intesa anche la richiesta: «Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34). E Gesù risponde che è lui quello che i discepoli desiderano. Chi vuole partecipare a questa vita eterna deve sapere che Gesù è il pane e egli lo darà a quanti vengono a lui. Con questo egli si contrappone a tutti coloro che pretendono di essere essi stessi o di poter dare il pane della vita. Esiste una sola possibilità per dare la vita al mondo: «Il pane di Dio è il Rivelatore, che viene dal cielo e dà la vita al mondo» (R. Bultmann). Trova così risposta il problema sul senso e lo scopo della vita.
 
Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? - Paul Ternant (Dizionario di Teologia Biblica): All’epoca del NT, i Giudei attendevano per i giorni del messia dei prodigi per lo meno pari a quelli dell’esodo, e connessi a sogni di vittoria sui pagani (cfr. 1Cor 1,22). Gesù delude quest’attesa nel suo aspetto carnale. Ma l’appaga spiritualmente, inaugurando la vera salvezza con i suoi miracoli, e apportandola con il suo «esodo» (Lc 9,31), con il grande segno (Gv 12,33) della sua elevazione in croce e in gloria. Contraddetto da certuni, Gesù, attraverso tutta la sua missione di servo che assume su di sé le nostre infermità (Mt 8,17 = Is 53,4), è il segno efficace che fa sì che la moltitudine si risollevi (Lc 2,34), lo stendardo (Is 11,10ss: ebr. nes; gr. semèion) eretto per il raduno dei dispersi (Gv 11, 52).
I SEGNI NELLA VITA DI GESÙ - 1. Fedele alla promessa divina di un rinnovamento delle antiche meraviglie (Mt 11,4 s = Is 35, 5 s; 26, 19), Gesù moltiplica i miracoli che, pur accreditandone la parola, rientrano nello stesso tempo nei segni-avvenimenti salvifici e nella mimica profetica (cfr. Mc 8,23ss): sono soprattutto questi miracoli, uniti alla sua autorità personale e a tutta la sua attività, a costituire «i segni dei tempi» (Mt 16,3), cioè gli indizi dell’inizio dell’era messianica. Ma all’opposto di Israele nel deserto (Es 17,2.7; Num 14,22), egli si rifiuta di tentare Dio, esigendo da lui dei segni a proprio vantaggio (Mt 4,7 = Deut 6,16), e di soddisfare quelli che, avidi di prodigi spettacolari, gli domandano un segno per tentarlo (Mt 16,1ss). Così i Sinottici, eco della sua riservatezza, evitano a proposito dei miracoli di usare la parola «segni», a cui ricorrono i suoi avversari (Mt 12,38 par.; Lc 23,8). Certo Dio, fornisce dei segni dell’avvento della salvezza ai poveri, come Maria (Lc 1,36ss), o i pastori (2,12). Però non può offrire ai Giudei i segni che essi si aspettano: ciò significherebbe pervertire la sua missione. Questi ciechi dovrebbero cominciare a prestare attenzione al «segno di Giona» secondo Lc 11,29-32, cioè alla predicazione di penitenza di Gesù. Sarebbero allora in grado di decifrare i «segni dei tempi», senza pretenderne altri per convenienza, e sarebbero preparati a ricevere la testimonianza del più decisivo di essi, il «segno di Giona» secondo Mt 12, 40, cioè la risurrezione di Cristo.
2. Ogni riserbo concernente l’uso della parola semèion scompare nella narrazione giovannea (salvo Gv 4,48), sia negli Atti che nelle lettere. Per Giovanni, la visione dei segni avrebbe dovuto indurre i contemporanei di Gesù a credere in lui (Gv 12,37-38): questi segni rendevano manifesta la sua gloria (2,11) a uomini provati (6,6), come Jahvè aveva manifestato la propria (Num 14,22), imponendo al popolo la prova del deserto (Deut 8,2). Essi li preparavano così a vedere (Gv 19,37 = Zac 12,10), grazie alla fede, il segno del Trafitto elevato sulla croce fonte di vita (12,33), che realizza la figura del serpente guaritore eretta da Mosè su uno «stendardo» (Num 21,8: ebr. nes; gr. semèion; Gv 3, 14), per la salvezza del popolo dell’esodo.
Ai cristiani convertiti da questo sguardo di fede (cfr. Gv 20,29) e raffigurati dai Greci che chiesero di vedere Gesù (12,21.32s), il sangue e l’acqua che sgorgano dal Trafitto (19,34) appaiono allora i simboli della vita dello Spirito e della realtà del sacrificio che ce ne apre l’accesso grazie ai sacramenti del battesimo, della penitenza, dell’eucaristia. E di questi gesti salvifici del Risorto, vero tempio da cui scaturisce l’acqua viva (2,19; 7,37ss; 19,34; cfr. Zac 14,8; Ez 47,1s), i segni anteriori di Gesù (5,14; 6; 9; 13,1-10) appariranno a loro volta le prefigurazioni.
 
Baldovino di Ford (De sacram. altar., 2, 3): Per coloro che credono in lui, Cristo è cibo e bevanda, pane e vino. Pane che fortifica e rinvigorisce, del quale Pietro dice: “Il Dio di ogni grazia, che ci ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, ci ristabilirà lui stesso dopo breve sofferenza, ci rafforzerà e ci renderà saldi” (1Pt 5,10). Bevanda e vino che allieta; è ad esso che si richiama il Profeta in questi termini: “Allieta l’anima del tuo servo; verso di te, infatti, o Signore, ho innalzato la mia anima” (Sal 85,4).
Tutto ciò che in noi è forte, robusto e solido, gioioso e allegro, per adempiere i comandamenti di Dio, sopportare la sofferenza, eseguire l’obbedienza, difendere la giustizia, tutto questo è forza di quel pane o gioia di quel vino. Beati coloro che agiscono fortemente e gioiosamente!
E siccome nessuno può farlo di suo, beati coloro che desiderano avidamente di praticare ciò che è giusto e onesto, ed essere in ogni cosa fortificati e allietati da Colui che ha detto: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5,6). Se Cristo è il pane e la bevanda che assicurano fin da ora la forza e la gioia dei giusti, quanto di più egli lo sarà in cielo, quando si donerà ai giusti senza misura
 
Testimoni di Cristo - Sant’Anselmo d’Aosta, Vescovo e Dottore della Chiesa: Nasce verso il 1033 ad Aosta da madre piemontese, entrambi nobili e ricchi. Travagliato il rapporto con la famiglia che lo invia da un parente per l’educazione. Sarà solo con i benedettini d’Aosta che Anselmo trova il suo posto: a quindici anni sente il desiderio di farsi monaco. Contrastato dai genitori decide di andarsene: dopo tre anni tra la Borgogna e la Francia centrale, va ad Avranches, in Normandia, dove si trova l’abbazia del Bec con la scuola, fondata nel 1034. Qui conosce il priore Lanfranco di Pavia che ne cura il percorso di studio. Nel 1060 Anselmo entra nel seminario benedettino del Bec, di cui diventerà priore. Qui avvierà la sua attività di ricerca teologica che lo porterà ad essere annoverato tra i maggiori teologi dell’Occidente. Nel 1076 pubblica il «Monologion». Nel 1093 diventa arcivescovo di Canterbury. A causa di dissapori con il potere politico è costretto all’esilio a Roma due volte. Muore a Canterbury nel 1109. (Avvenire)
 
O Dio, che apri la porta del regno dei cieli
a coloro che sono rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, 
accresci nei tuoi fedeli la grazia del Battesimo,
perché liberati da ogni peccato
possano ereditare i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 20 Aprile 2026
 
Lunedì III Settimana di Pasqua
 
At 6,8-15; Salmo Responsoriale 118 [119]; Gv 6,22-29
 
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)               
 
Catechismo della Chiesa Cattolica - « Dacci oggi il nostro pane quotidiano » 2828 « Dacci »: è bella la fiducia dei figli che attendono tutto dal loro Padre. Egli « fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti » (Mt 5,45) e dà a tutti i viventi « il cibo in tempo opportuno » (Sal 104,27). Gesù ci insegna questa domanda, che in realtà glorifica il Padre nostro perché è il riconoscimento di quanto egli sia buono al di sopra di ogni bontà.
2829 « Dacci » è anche l’espressione dell’Alleanza: noi siamo suoi ed egli è nostro, è per noi. Questo « noi » però lo riconosce anche come il Padre di tutti gli uomini, e noi lo preghiamo per tutti, solidali con le loro necessità e le loro sofferenze.
2830 « Il nostro pane ». Il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni « convenienti », materiali e spirituali. Nel discorso della montagna Gesù insiste su questa fiducia filiale che coopera con la provvidenza del Padre nostro. Egli non ci spinge alla passività, ma vuole liberarci da ogni affanno e da ogni preoccupazione. Tale è l’abbandono filiale dei figli di Dio:
« A chi cerca il regno di Dio e la sua giustizia egli promette di dare tutto in aggiunta. In realtà, tutto appartiene a Dio e nulla manca all’uomo che possiede Dio, se egli stesso non manca a Dio ».
2835 Questa domanda e la responsabilità che comporta, valgono anche per un’altra fame di cui gli uomini soffrono: « Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio » (Mt 4,4), cioè della sua Parola e del suo Spirito.
I cristiani devono mobilitare tutto il loro impegno per « annunziare il Vangelo ai poveri ». C’è una fame sulla terra, « non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la Parola di Dio » (Am 8,11). Perciò il senso specificamente cristiano di questa quarta domanda riguarda il Pane di vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell’Eucaristia. 
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Stefano è un uomo pieno di fede e di Spirito Santo, e con parole ispirate annuncia al popolo il Vangelo della risurrezione. È un uomo pieno di grazia e di forza, e con coraggio respinge le accuse che gli vengono mosse dalla “sinagoga detta dei «liberti». incurante della morte. È un taumaturgo, e con generosità, guarendo ogni sorta di malattie, testimonia la compassione e la misericordia di Gesù, Verbo di Dio. Stefano è innanzi tutto testimone intrepido di Gesù risorto. Contro di lui viene formulata una duplice accusa: ha peccato contro la legge di Mosè (Cf. At 21,28) e contro il tempio (Cf. Mc 14,58), perciò deve morire.
Pur di abbattere il nemico spesso si usano anche mezzi disonesti, come quello di avvalersi di falsi testimoni.
Così per Gesù, così per Stefano. Il volto di Stefano si mostra luminoso come quello di un angelo. Questo particolare ricorda il volto trasfigurato di Gesù e la luminosità del volto di Mosè, che discendendo dal monte, rifletteva lo splendore della gloria di Dio. I membri del sinedrio assistono a una trasfigurazione di Stefano, che vede la gloria di Dio (At 7,55-56).
Il sinedrio condannando Stefano alla pena capitale, inconsapevolmente, lo associa al destino di colui nel quale ha creduto e per il quale ha testimoniato. La vicenda di Stefano, protomartire, non è altro che la vicenda di Cristo che continua nella vita della Chiesa.
 
Vangelo
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna.
 
Gesù, invitando i giudei a darsi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna, li esorta a darsi da fare a credere in Lui, pane vero disceso del cielo. Come la Sapienza invita gli uomini a mangiare il suo pane e a bere il suo vino (Pr 9,1-6; Sir 24,19-22), così Gesù invita a mangiare la sua carne, il pane vero che dà la vita al mondo e a bere il suo sangue, «versato per tutti gli uomini, in remissione dei peccati» (Mt 26,28).

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,22-29
 
Il giorno dopo, la folla, rimasta dall’altra parte del mare, vide che c’era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie.
Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 26 «In verità, in verità, vi dico, (voi) mi cercate non perché avete visto dei segni ...». Gesù, più che dare una risposta a coloro che lo cercavano (vv. 24-25), li rimprovera per la loro incomprensione. Infatti, essi non avevano colto il vero significato dei «segni» da lui operati, che rappresentavano nella loro globalità la rivelazione dell’amore del Padre in favore dell’umanità. Invece di riconoscere in Gesù il mistero della Sapienza di Dio incarnata, operante nel mondo attraverso la sua azione, avevano intravisto in lui il messia terreno, che poteva risolvere i loro problemi materiali, guarendo gli infermi, procurando il cibo in modo quasi magico. Il discorso sul pane di vita è agganciato all’intermezzo precedente con il termine sapienziale cercare (zètein, vv. 24.26).
v. 27 «Operate per il cibo che non perisce ... », Gesù esorta la folla a procurarsi il cibo che dà la vita piena e imperitura, «che lui solo, in quanto Figlio dell’uomo in perfetta comunione con il mondo di Dio, può comunicare» (Fabris, p. 388). Il termine «operare» (ergázomaiy) è una parola-chiave nel brano 27-30. Gesù contrappone il cibo materiale, che perisce, a quello che rimane per la vita eterna: è un altro esempio del «dualismo giovanneo». Soltanto lui, in quanto Figlio dell’uomo, può procurare questo cibo duraturo, che rimane (ménein, verbo tecnico in Gv), poiché dà la vita eterna. Precedentemente Gesù aveva promesso alla samaritana un’acqua viva zampillante per la vita eterna (4,14); ora, in modo analogo, parla di un cibo che rimane per la vita eterna. Il cibo (pane) e l’acqua sono associati pure in Is 55,1, dove il profeta esorta gli esiliati ebrei ad avere fiducia in Dio.
«Operate»: Gesù invita all’adesione di fede nella sua rivelazione. Egli promette un cibo misterioso, che consiste, come spiegherà più avanti, nel dono della sua «carne», cioè del suo corpo immolato in croce.
Il titolo «Figlio dell’uomo» orienta verso questo senso, perché in Gv si riferisce generalmente al Verbo in quanto uomo, che sarà elevato in croce, per redimere l’umanità fragile e debole, incapace di salvarsi senza l’aiuto di Dio. Gesù può comunicare la vita eterna, perché «Dio l’ha segnato con il suo sigillo», cioè accreditato per la sua missione salvifica. Esphrágisen (lett. sigillò) esprime un’azione istantanea e storica. L’uso dell’aoristo indicherebbe secondo qualche esegeta il momento dell’incarnazione del Verbo oppure della consacrazione messianica di Gesù al Giordano (Gv 1,32-34); meglio riferire il verbo a tutta la sua esistenza terrena, considerata ormai conclusa (cf. Fabris, p, 399).
v. 28 «Che dobbiamo fare per operare le opere di Dio?». Gesù aveva parlato in modo enigmatico e la folla l’aveva frainteso. Il malinteso esigeva una replica, che come di consueto segna un’ ulteriore progresso nella rivelazione. Le opere di Dio è un’espressione che riflette la mentalità pragmatica dei giudei, basata sull’osservanza degli innumerevoli precetti della Legge per ottenere la salvezza.
v. 29 «L’opera di Dio è questa crediate in colui che egli ha mandato». La riposta di Gesù è limpida: alla molteplicità delle opere, cioè degli sforzi umani, oppone un’unica opera, cioè il compimento della volontà di Dio, che consiste «nel credere in lui come inviato di Dio» (Fabris, p. 400). Questo detto si avvicina al concetto paolino della giustificazione: «L’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere della legge» (Rm 3,28), Benché la fede sia un dono di Dio (Gv 6,44), tuttavia presuppone l’ascolto e l’adesione alla parola del Cristo. Dio rispetta la libertà dell’uomo e, pertanto, per comunicargli il suo amore, esige l’accettazione spontanea del suo disegno salvifico, manifestato e attuato da Gesù. «Il credere, che è l’azione più personale, la decisione più radicale dell’uomo e coinvolge al massimo la sua libertà, è opera di Dio, che diventa, accolta dall’uomo, opera dell’uomo “in Dio e con Dio”» (Segalla, p. 234).
 
Per approfondire
 
… su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo - Henri van den Bussche (Giovanni): Dio ha segnato Gesù col «sigillo» di Figlio dell’Uomo.
Pensiamo ai miracoli che hanno confermato che Gesù diceva la verità, al battesimo nel Giordano (1, 33-34), che ha autenticato la sua missione di Messia, all’incarnazione stessa nella quale l’umanità di Gesù è segnata col sigillo della divinità, o ancora alla filiazione divina che fa del Figlio l’immagine perfetta del Padre. Tutte queste considerazioni non si accordano col contesto che mette questo sigillo in rapporto col Figlio dell’Uomo. Il sigillo non è un’approvazione generale data alla persona di Gesù (3, 33); esso riconosce la legittimità della sua funzione di Figlio dell’Uomo e gli concede il potere e la giurisdizione. Nello stesso senso Aggeo 2, 23 (cfr. Eccli. 49, 11) dice a Zorobabele che egli diverrà il sigillo di Iahvé. Fare di qualcuno il proprio sigillo può significare: segnarlo come possesso inalienabile (Gr. 22, 24) o riconoscergli il potere annesso al sigillo (Agg. 2, 23). Nell’Antico Testamento il sigillo ha spesso un significato escatologico. I servi di Iahvé sono segnati per essere risparmiati nella catastrofe finale. Il libro che contiene i segreti del tempo escatologico è sigillato fino all’inizio di questo tempo (Dn. 12, 4-9; Ap. 5-6). Quando nel battesimo il cristiano è «segnato» dallo Spirito diventa, certo, mediante lo Spirito, possesso definitivo di Dio, ma soprattutto è destinato, messo da parte per il trionfo escatologico. Lo Spirito è il garante (2 Co. 1, 22; Ef. 1, 13) del giorno che vedrà la liberazione escatologica (Ef. 4, 30). Quando Dio mette su Gesù il suo sigillo, Gesù diventa Figlio dell’Uomo ed è investito di una funzione escatologica. Non sono le opere che segnano Gesù, perché il sigillo è precedente ad esse (il verbo è all’aoristo), è contemporaneo alla mi sione. Le opere di Gesù rivelano questo sigillo, questo potere escatologico. In virtù del sigillo che conferma la sua missione di Figlio dell’Uomo, Gesù può compiere le opere. Il sigillo è parallelo e ha lo stesso valore della santificazione in Gv. 10, 36, che è trasmissione di potere divino.
Questa legittimazione di Gesù come Figlio dell’Uomo è un passo verso la rivelazione del Figlio. Perché il potere concesso al Figlio dell’Uomo è tale da parte di Dio, che è precisamente il Padre di Gesù. Il procedimento giovanneo che orienta la rivelazione del Figlio dell’Uomo verso la rivelazione del Figlio qui è appena abbozzato. ma sarà ripreso con insistenza nelle sezioni seguenti.
 
Non siamo nati per vivere in eterno quaggiù: “Ci rattristiamo per la morte di qualcuno: ma siamo forse nati per vivere eternamente qui? Abramo, Mosè, Isaia, Pietro, Giacomo e Giovanni, Paolo - il vaso d’elezione - e perfino il Figlio di Dio, tutti sono morti; e proprio noi restiamo indignati quando qualcuno lascia il suo corpo? E pensare che probabilmente, proprio affinché il male non riuscisse a forviare la sua ragione, è stato portato via! La sua anima, infatti, era gradita a Dio; per questo s’è affrettato a toglierla di mezzo all’iniquità [Sap 4,11.14] in modo che durante il lungo viaggio della vita non si smarrisse in sentieri traversi. Piangiamoli, sì, i morti; ma solo quelli che piombano nella geenna, quelli divorati dall’inferno, quelli per i quali è acceso un fuoco eterno! Ma se noi, quando lasciamo questa vita, siamo accompagnati da una schiera di angeli, se Cristo ci viene incontro, rattristiamoci piuttosto se ha da prolungarsi la nostra permanenza in questa residenza sepolcrale. E poiché, effettivamente, per il tempo che qui ci attardiamo, siamo come degli esiliati che camminano lontani dal Signore, il desiderio, l’unico, che ci deve trascinare, è questo: Me infelice! Il mio esilio si prolunga; abito tra i cittadini di Cedar, e da troppo tempo l’anima mia è in esilio [Sal 119,5-6]. Ora, se dire «Cedar» è dire «tenebre», se questo mondo è tenebre - nelle tenebre, infatti, la luce risplende, ma le tenebre non l’accolsero [Gv 1,5] - rallegriamoci con la nostra Blesilla che è passata dalle tenebre alla luce, e mentre ancora era lanciata nella fede appena accolta, ha ricevuto la corona di un’opera compiuta” (Girolamo, Le Lettere, I, 39,3 [a Paola]).
 
Testimoni di Cristo - Beato Anastasio Giacomo Pankiewicz Sacerdote dei Frati Minori, martire (Nagórzany, Polonia, 9 luglio 1882 - Linz, Austria, 20 aprile 1942): Jakub Pankiewicz nacque a Nagorzanach, in Polonia, il 9 luglio 1882. Fu accolto dai Frati Minori nella Provincia dell’Immacolata Concezione nel 1900. Emise la Professione solenne il 24 febbraio 1904, assumendo il nome di Anastazy. Ordinato sacerdote nel 1906, fu Guardiano in varie Fraternità, costruì il Seminario minore nella città industriale di Lodz e fu tra i fondatori della Congregazione delle Suore Antoniane di Cristo Re. Arrestato il 10 ottobre 1941, fu internato a Dachau. Morì il 20 aprile 1942, sulla strada che conduce al crematorio di Hartheim nei pressi di Linz in Austria. Preparatosi alla morte con il sacramento della Riconciliazione, mentre aiutava un compagno di prigionia a salire sulla macchina un soldato tedesco chiuse la porta della vettura tagliandogli entrambe le mani. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri vennero disperse. Giovanni Paolo II lo beatificò a Varsavia il 13 giugno 1999 con altri 107 martiri polacchi. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
fa’ che, spogliati dell’uomo vecchio con le sue passioni ingannevoli,
viviamo come veri discepoli di Cristo,
al quale ci hai resi conformi con i sacramenti pasquali.
Egli è Dio, e vive e regna con te.