9 Agosto 2026
XIX Domenica del Tempo Ordinario
1Re 19,9a.11-13a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Rm 9,1-5;
Compostella (Messale per la vita cristiana, Vol. III, XIX Domenica Anno A - T. O.): La paura e la mancanza di coraggio rappresentano un notevole ostacolo ad una vita di fede e d’amore.
Anche noi, proprio come gli apostoli sulla barca, possiamo lasciarci paralizzare dalla paura, che ci impedisce di vedere quanto Cristo ci sia vicino. Egli è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, ed è anche il Dio della natura, che comanda alle tempeste e a tutte le forze distruttrici: « Egli annunzia la pace ... La sua salvezza è vicina a chi lo teme» (Sal 84,9-10); anche quando ci sembra di essere su una barca a «qualche miglio da terra e ... agitata dalle onde, a causa del vento contrario», egli non è mai lontano da ognuno di noi.
Come san Pietro, dobbiamo essere pronti a rischiare la nostra sicurezza e l’eccessiva preoccupazione per noi stessi, se vogliamo che la nostra fede si rafforzi. Cristo dice ad ognuno di noi: «Vieni». Per rispondere e per andare a lui, a volte, dobbiamo attraversare le acque della sofferenza. Che cosa succede, allora, quando, sentendo la forza del vento, cominciamo ad avere paura e ad affondare? Per superare la paura si deve seguire l’esempio di Gesù: «Salì sul monte, solo, a pregare». La fede si rafforza solo con una pratica regolare della preghiera.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Fèrmati sul monte alla presenza del Signore: Elia minacciato di morte dalla regina Gezabele (Cf. 1Re 19,1-3), impaurito e scoraggiato, fugge via verso il monte Oreb, il monte di Dio.
L’uragano, il terremoto, i lampi, che manifestavano in Es 19 la presenza del Signore Dio, sono qui solo i segni precursori del suo passaggio: «il mormorio di un vento tranquillo simbolizza l’intimità della sua conversazione con i profeti, ma non la dolcezza della sua azione: gli ordini terribili dati nei vv. 15-17 provano la falsità di questa interpretazione pur tanto comune» (Bibbia di Gerusalemme).
Seconda Lettura - Vorrei essere io stesso anàtema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli: Paolo, «Israelita, della discendenza di Abramo, della tribù di Beniamino» (Rom 11,1; Cf. 2Cor 11,22), ama il suo popolo, lo stima, anche se, proprio dai suoi connazionali, dovrà subire persecuzioni e umiliazioni. L’Apostolo tenterà il tutto per il tutto per convincere Israele ad aderire al Vangelo, ma il rifiuto, sopra tutto dei capi, sarà netto (Cf. Atti 13,44-46). Paolo, però, dinanzi a tanta testardaggine, non disarma: pur di salvare Israele è disponibile ad essere anche anàtema, cioè di essere maledetto, separato da Cristo, raschiato dal libro della vita (Cf. Es 32,32). La parola greca anáthema traduce nella versione dei Settanta quella ebraica herem che indica una cosa offerta a Dio (Cf. Dt 7,26; Lev 27,28). Solo successivamente arrivò a diventare sinonimo di maledizione (Cf. Zac 14,11). In questo modo, stando al primo significato, il gettito della vita, da parte dell’Apostolo, suona come un’offerta totale sull’esempio del Cristo (Cf. Gal 3,13; 2Tm 4,6). La lezione è per tutti i credenti: invece di maledire e creare steccati, dovrebbero seguire l’esempio dell’apostolo delle Genti.
Vangelo
Comandami di venire verso di te sulle acque.
Rudolf Pesch: Come il racconto della tempesta sedata, anche il camminare di Gesù sulle acque è considerato dall’indagine odierna una storia prodigiosa di un’epifania alla cui stesura ha portato non tanto (o affatto) un ricordo storico, quanto l’adesione a Cristo e l’interesse legato alla predicazione. La pericope ci è trasmessa in due diverse versioni, in Mc 6,45-52 e Gv 6,16-21; Mt 14,22-23 è un’elaborazione redazionale dell’originale di Mc con l’aggiunta del racconto di Pietro che cammina sul lago.
II taglio dato dalla predicazione al racconto originario, riconoscibile in entrambe le versioni (Mc e Gv), mira chiaramente a celebrare Gesù come il Signore che come JHWH stesso incede da signore sulle profondità del mare, sull’elemento caotico (cf. riguardo a Mc 6,48/Gv 6,19: Gb 9,8; Sal 77,20; Is 43,16). Con la formula rivelatoria “sono io” (Mc 6,50/Gv 6,20) Gesù si presenta ai discepoli e viene incontro alla loro paura, dovuta all’epifania del divino, con l’antico incoraggiamento “non temete”. Questa storia kerygmatica di un prodigio, i cui singoli elementi sono posti totalmente al servizio dell’affermazione centrale che si vuole annunciare (“Gesù come divino Signore”), non dovrebbe essere ritenuta un racconto pasquale predatato nella vita di Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,22-33
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare.
Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo.
La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».
Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».
Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».
Parola del Signore.
Uomo di poca fede, perché hai dubitato? - La pericope fa seguito alla prima moltiplicazione dei pani (Cf. Mt 14,13-21) e appartiene alla sezione narrativa che l’evangelista Matteo dedica alla Chiesa (Cf. Mt 13,53-18,35). Questa collocazione ci offre la chiave di lettura del brano evangelico. Gesù è solo sul monte a pregare. In verità, non ci sono propriamente monti nelle immediate vicinanze del lago di Genesaret, per cui la nota può avere forse una indicazione meramente teologica.
Gli evangelisti, in modo particolare Luca, amano ricordare la preghiera di Gesù, la quale, oltre a manifestare il suo essere sempre in comunione col Padre, è sempre preludio di qualche avvenimento importante. Gesù, al suo battesimo, prega e riceve l’unzione dello Spirito Santo (Cf. Lc 3,22). Prega prima della missione in Galilea (Cf. Mc 1,35), prima della istituzione dei Dodici e del discorso inaugurale (Cf. Lc 6,12-13). Prega prima e dopo la moltiplicazione dei pani (Cf. Mc 6,41.46; Mt 14,29.23), prima della professione di fede di Pietro (Cf. Lc 9,18) e perché la fede di Pietro, capo degli Apostoli, non venga meno nella tentazione (Cf. Lc 22,32). Prega prima di insegnare il Padre nostro (Cf. Lc 9,18) e in occasione della trasfigurazione (Cf. Lc 9,28-29). Prega prima di realizzare, mediante la sua passione, il disegno di salvezza del Padre (Cf. Lc 22,41-44). Tale insistenza certamente si prefigge di educare i credenti alla preghiera: «Non è forse anzitutto contemplando il suo Maestro orante che nel discepolo di Cristo nasce il desiderio di pregare? Può allora impararlo dal Maestro della preghiera. È contemplando ed ascoltando il Figlio che i figli apprendono a pregare il Padre» (CCC 2601).
Subito dopo l’attenzione si sposta sulla barca di Pietro nella quale la tradizione cristiana unanimemente vede l’immagine della Chiesa. Una barca distante molte miglia da terra ed agitata dalle onde, a causa del vento contrario. In questa scena, in un contesto di tempesta e di paura, emerge la figura di Pietro il quale chiede di andare incontro al Maestro camminando sulle acque. Il dialogo che intercorre tra Simone e Gesù indica ai discepoli il cammino necessario per conseguire la fede. Dal dubbio, se sei tu, con la catastrofica conseguenza di fare naufragio, occorre passare alla fede sic et simpliciter confidando unicamente nella potenza della parola di Dio. Solo questa fede permette di andare verso Gesù sfidando anche le leggi della natura! Il titolo di Signore (Kyrios), che troviamo sulle labbra di Pietro, è il più idoneo ad esprimere la fede della Chiesa in Gesù e nella sua origine divina. Appena saliti sulla barca, il vento cessò.
Nell’Antico Testamento il potere di calmare le tempeste, così come di camminare sulle acque è attribuito a Iahvé (Cf. Sal 65,7; 77,20; 89,9-10; Gb 9,8; 26,11-12; 38,16; Sir 24,5-6; Is 43,16). Intenzionalmente è una professione di fede della comunità primitiva nella divinità di Gesù. Tornata la calma nella barca di Pietro, si svolge una specie di liturgia: i discepoli si prostrano dinanzi al Signore confessando la loro fede: Davvero tu sei Figlio di Dio! Questa affermazione è propria di Matteo «e conclude il racconto del cammino di Gesù sulle acque con una professione corale di fede nella sua divinità... Si tratta di una risposta positiva dei discepoli alla parola rivelatrice di Gesù [Coraggio, sono io, non abbiate paura! v. 27]» (Angelico Poppi).
Al di là della storicità dell’episodio, si può cogliere un messaggio altamente parenetico: Gesù risorto è sempre presente nella sua Chiesa e se i marosi sembrano far affondare la barca di Pietro occorre continuare, nonostante tutto, ad avere fiducia nella potenza della sua parola, la quale tacitando la tempesta, fa ritornare la calma e rende possibile la prosecuzione della navigazione. Così l’episodio illumina la vita cristiana fatta a volte anche di affondamenti. Oggi, Domenica, Pasqua del Signore, la presenza del Risorto si fa accessibile al credente nel mistero del sacramento dell’Eucaristia. Solo la fede di Pietro può far cogliere ai nostri cuori questa presenza viva.
Per approfondire
Pierre Sandevoir (Anatema in Dizionario di Teologia Biblica) - Anatema: La radice semitica da cui proviene herem, anatema, significa «mettere a parte», «interdire all’uso profano». Le sue applicazioni bibliche designano essenzialmente una consacrazione a Dio.
Antico Testamento - Nei testi più antichi, l’usanza dell’anatema, che Israele condivide con i suoi vicini, come Moab, non è il semplice massacro del nemico vinto, ma una delle regole religiose della guerra santa. Al fine di ottenere la vittoria, Israele, che conduce le guerre di Jahvè, vota il bottino all’anatema, cioè rinuncia ad appropriarsene i profitti e si impegna per voto a consacrarlo a Jahvè (Num 21, 2 s; Gios 6). Questa consacrazione implica la totale distruzione del bottino, esseri viventi e oggetti materiali; la sua mancata esecuzione viene castigata (1 Sam 15), così come la sua sacrilega violazione, che provoca la sconfitta (Gios 7).
Nella realtà, la sua applicazione sembra essere stata piuttosto rara; la maggior parte delle città cananee sono state occupate da Israele (Gios 24, 13; Giud 1, 27-35), come Gezer (Gios 16, 10; 1 Re 9, 16) o Gerusalemme (Giud 1, 21; 2 Sam 5, 6 s). Alcune hanno persino concluso delle alleanze, come Gabaon (Gios 9) e Sichem (Gen 34). Gli storici deuteronomici sapevano che al momento della conquista l’anatema non era stato applicato (Giud 3, 1-6; 1 Re 9, 21). Ne hanno tuttavia formulato la legge generale per reagire contro la seduzione esercitata dalla religione cananea su Israele e per riaffermare la santità del popolo eletto (Deut 7, 1-6). Di qui una presentazione rigidamente sistematica della storia della conquista: si è trasferita nel passato una reazione religiosa la cui posta in gioco era la sovranità esclusiva di Jahvè sulla terra santa e i suoi abitanti.
L’evoluzione del termine herem sembra aver comportato la dissociazione dei suoi due elementi: da una parte la distruzione e il castigo che colpiscono soprattutto l’infedeltà verso Jahvè (Deut 13, 13- 18; Ger 25, 9); dall’altra, nella letteratura sacerdotale, la consacrazione a Dio di un essere umano o di un oggetto, senza possibilità di riscatto (Lev 27, 28 s; Num 18, 14).
Nuovo Testamento - Nel NT non si tratta più di intraprendere una guerra santa, né di votare dei nemici all’anatema. Ma la parola sussiste per significare la maledizione (e, in Lc 21, 5, per le offerte votive nel tempio di Gerusalemme).
In bocca ai Giudei, nelle formule di giuramento (Mc 14, 71 par.; Atti 23, 12) designa la maledizione che si rivolge a se stessi nel caso si fosse spergiuri.
In Paolo, è una formula di maledizione che esprime il giudizio di Dio sugli infedeli (Gal 1, 8 s; 1Cor 16, 22). È impossibile che un cristiano la pronunci contro Gesù (1 Cor 12, 3). Quando l’apostolo afferma che desidererebbe ricadesse su di lui l’anatema se, con questo mezzo, i suoi fratelli secondo la carne potessero ottenere la salvezza, precisa che per lui questo significherebbe essere separato da Cristo (Rom 9, 3). Questa formula paradossale definisce così la maledizione per eccellenza.
Helen Schüngel - Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. - Preghiera. a) Nell’Antico Testamento: nell’Antico testamento non esiste, in un primo tempo, una parola che indichi il pregare; vengono usati diversi verbi, impiegati anche nella vita quotidiana, come “invocare implorare lodare piangere” ecc. per designare le varie modalità del pregare. Accanto alla preghiera esistono ancora particolari azioni di preghiera, come il voto, la confessione di peccato, canti di pellegrinaggio e inni. La si rivolge a JHWH, il Dio della alleanza.
Si prega sia al santuario, soprattutto all’altare, che in altri luoghi, sia nei tempi di preghiera che in altre occasioni, sia da soli che nella comunità di culto o di vita.
L’israelita implora nella preghiera soprattutto la vita nel senso pieno della parola, egli ringrazia volgendo lo sguardo a ritroso ai prodigi storici di salvezza di JHWH. Alla preghiera si uniscono spesso l’offerta di sacrifici.
Nel tempo originario d’Israele ci sono mediatori carismatici che con la loro intercessione intervengono efficacemente presso Dio (Es 32,30; 1Re 17,20); qualcosa di analogo viene detto anche di Am, Ger, Ez e anche del servo del Signore (Is 53). È un segno dell’estrema ira di Dio quando egli rifiuta questa intercessione (Am 7; Ez 9.8ss). Nel post esilio è il sommo sacerdote a un angelo dal cielo a rivestire questo ruolo di intercessore (Zc 3); il sommo sacerdote compie il rito del giorno dell’espiazione.
La raccolta dei Salmi comprende soprattutto preghiere nella forma linguistica e nella struttura fortemente poetiche, di natura molto varia; i Salmi sono anche il libro di preghiere delle chiese cristiane. Talune preghiere per noi molto sconcertanti, come per es. desideri di vendetta (2Sam 3,39; Ger 18,18ss), o addirittura maledizioni (Sal 93,10s ) da una parte, oppure autocelebrazioni come Sal 86,2 e Sal l, vanno intese da un lato sulla base del riferimento al culto tipico di queste preghiere (Sal 15) e dall’altro sulla base della certezza dell’alleanza con JHWH che non fa venir meno la sua benevolenza.
b) In Gesù: la preghiera di Gesù è menzionata molto spesso e questo ha indubbiamente impressionato profondamente i suoi discepoli e la prima chiesa.
Mt 6,5; Mc 14,34 e altri passi tramandano indicazioni di Gesù sulla preghiera; in Mt 7,9-11 e Mc 11,23 egli assicura che la preghiera sarà esaudita, in Lc 18,lss usando addirittura un paragone molto ardito. La parabola in Lc 18,9ss contrappone la preghiera erronea, vanagloriosa a quello verace e giustificante. Infine da Gesù deriva l’appellativo di Dio come padre, soprattutto nel Padrenostro.
c) La chiesa primitiva ha sperimentato la propria preghiera come qualcosa di nuovo, di inaudito. Supportata dalla fede di essere “liberata dal potere delle tenebre e trasferita nel regno dell’amore del Figlio” (Col 1,13), sapeva di esser autorizzata a pregare “nel nome del Signore” (1Cor 1,10) o “per Cristo”. Tutte le promesse di Dio sono state confermate e adempiute in Gesù e per mezzo suo; nel momento in cui i credenti dicono l’“amen”, rendono a Dio l’onore di essere fedele, poiché essi lo fanno nella speranza di sperimentare lo stesso adempimento delle promesse (2Cor 1,20). Così può pregare soltanto colui al quale Dio si è rivelato, mediante Gesù, come il Dio fedele e salvatore e che rimane in questo rapporto con Dio (Gv 15,16).
Credere significa dunque saper pregare ed essere certi dell’adempimento (Gv 15,7; 6,23ss).
La preghiera cristiana ha perciò la sua motivazione nell’azione salvifica di Dio, ma allo stesso modo rimane orientata verso l’estrema azione di Dio: è un pregare escatologico; nell’invocazione liturgica Maranà tha la comunità prega per la venuta definitiva del suo Signore.
Pregando, il cristiano sperimenta la sua distanza dal mondo, soprattutto anche dai propri desideri più vari; egli sa che la sua preghiera, come la sua vita in genere, è determinata dal “non aver nulla e invece possedere tutto” (2Cor 6,10).
Una tale preghiera avviene nello Spirito Santo “perché noi nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26); in questa preghiera ci uniamo al “genere della Creazione” (Rm 8,22s).
Questa preghiera dunque, che libera dal mondo, è al tempo stesso la forma più profonda di solidarietà con il mondo.
Cromazio di Aquileia (Trattati sul Vangelo di Matteo 52,5): Per cui dobbiamo prestare attenzione per sapere che significato rivesta la quarta veglia della notte, durante la quale il Signore venne in aiuto ai discepoli che erano in difficoltà a motivo del mare grosso. Osserviamo come si elenchino le quattro vigilie. La prima vigilia della notte (e cioè del secolo presente) è quella che va dai tempi di Adamo ai tempi di Noè. La seconda vigilia è quella che copre gli anni da Noè a Mosè; è in questa che fu fatto il dono della Legge. La terza vigilia va dai tempi di Mosè all’avvento del Signore e Salvatore. Va detto che, durante queste tre vigilie, il Signore, anche prima di rendersi visibile in carne umana, difese gli accampamenti dei suoi santi, proteggendoli dalle insidie dei nemici; in una parola: dal diavolo e dai suoi angeli malvagi, che fin dall’origine del mondo non hanno smesso mai di tendere insidie alla salvezza ricercata dai giusti. Le sentinelle di cui si servì poi il Signore sono gli angeli fedeli. Ecco i giusti protetti dal Signore nella prima vigilia: Abele, Set, Enos, Enoc, Matusalemme, Noè. Nella seconda: Abramo, Melchisedek, Isacco, Giacobbe, Giuseppe l’ebreo. Nella terza: Mosè, Aronne, Gesù figlio di Nave, e poi tutti gli altri giusti e profeti. Nella quarta vigilia si deve riconoscere rappresentato il nostro tempo, quando cioè il Figlio di Dio si degnò di nascere e patire in carne mortale. È il tempo in cui il Signore promette ai suoi discepoli e alla sua Chiesa una veglia eterna; dopo la sua risurrezione difatti assicura loro: lo sarò con voi sino alla fine del mondo.
Testimoni di Cristo - Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), Aprirsi all’altro per far spazio alla sua anima - Aprirsi all’altro per far spazio alla sua anima: è questo il primo passo per costruire una civiltà di sorelle e fratelli pronta a camminare assieme verso Dio. Quello che oggi ci affida santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein, è un invito a ripartire dall’empatia per dare forma a un’Europa di pace. Non a caso questa filosofa, ricercatrice di Dio e carmelitana di origine ebraica è copatrona del nostro Continente. Nata nel 1891 a Breslavia da una famiglia ebrea, a 14 anni scelse l’ateismo, anche se non rinunciò mai alla ricerca della verità. Per questo si dedicò agli studi filosofici (fu assistente di Husserl) ma si diede da fare anche come volontaria infermiera al fronte durante la Prima guerra mondiale. Nel 1921 leggendo la vita di santa Teresa d’Avila scoprì l’esperienza cristiana e nel 1922 si fece battezzare a Bad Bergzabern, dedicandosi per all’insegnamento a Spira. Nel 1934 entrò nel monastero carmelitano di Colonia. Fin dal 1933 si era opposta all’ideologia nazista; a fine luglio 1942 fu arrestata dalla Gestapo in Olanda a causa delle suo origini ebraiche. Morì nelle camere a gas di Auschwitz-Birkenau il 9 agosto 1942. (Avvenire)
O Dio, Signore del cielo e della terra,
rafforza la nostra fede
e donaci un cuore che ascolta,
perché sappiamo riconoscere
la tua parola nelle profondità dell’uomo,
in ogni avvenimento della vita,
nel gemito e nel giubilo del creato.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.