8 Maggio 2026
 
Venerdì V Settimana di Pasqua
 
At 15,22-31; Salmo Responsoriale dal Salmo 56 (57); Gv 15,12-17
 
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri (Vangelo)
 
Amoris laetitia 99. Amare significa anche rendersi amabili, e qui trova senso l’espressione aschemonei. Vuole indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri. La cortesia «è una scuola di sensibilità e disinteresse» che esige dalla persona che «coltivi la sua mente e i suoi sensi, che impari ad ascoltare, a parlare e in certi momenti a tacere». Essere amabile non è uno stile che un cristiano possa scegliere o rifiutare: è parte delle esigenze irrinunciabili dell’amore, perciò «ogni essere umano è tenuto ad essere affabile con quelli che lo circondano». Ogni giorno, «entrare nella vita dell’altro, anche quando fa parte della nostra vita, chiede la delicatezza di un atteggiamento non invasivo, che rinnova la fiducia e il rispetto. […] E l’amore, quanto più è intimo e profondo, tanto più esige il rispetto della libertà e la capacità di attendere che l’altro apra la porta del suo cuore».
100. Per disporsi ad un vero incontro con l’altro, si richiede uno sguardo amabile posato su di lui. Questo non è possibile quando regna un pessimismo che mette in rilievo i difetti e gli errori altrui, forse per compensare i propri complessi. Uno sguardo amabile ci permette di non soffermarci molto sui limiti dell’altro, e così possiamo tollerarlo e unirci in un progetto comune, anche se siamo differenti. L’amore amabile genera vincoli, coltiva legami, crea nuove reti d’integrazione, costruisce una solida trama sociale. In tal modo protegge sé stesso, perché senza senso di appartenenza non si può sostenere una dedizione agli altri, ognuno finisce per cercare unicamente la propria convenienza e la convivenza diventa impossibile. Una persona antisociale crede che gli altri esistano per soddisfare le sue necessità, e che quando lo fanno compiono solo il loro dovere. Dunque non c’è spazio per l’amabilità dell’amore e del suo linguaggio. Chi ama è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano. Vediamo, per esempio, alcune parole che Gesù diceva alle persone: «Coraggio figlio!» (Mt 9,2). «Grande è la tua fede!» (Mt 15,28). «Alzati!» (Mc 5,41). «Va’ in pace» (Lc 7,50). «Non abbiate paura» (Mt 14,27). Non sono parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano. Nella famiglia bisogna imparare questo linguaggio amabile di Gesù.
 
Liturgia della PAROLA
 
I Lettura: Nel racconto lucano abbiamo il frutto del Concilio di Gerusalemme: il decreto apostolico che viene accolto dai credenti. La norma di astenersi dal sangue dagli animali soffocati non va presa come un compromesso con i cristiani giudaizzanti, ma era stata dettata dal fatto che allora si credeva il sangue come sede del principio vitale (Gen 9,4; cfr. Dt 12,16.23; Sal 30,10), e quindi inviolabile. L’essere arrivati ad un accordo accettato da tutti i credenti segna il trionfo della verità del vangelo della carità.
 
Vangelo
Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
 
La pericope evangelica odierna è tratta dai «discorsi dell’addio»: Gesù, prima della morte, rivela ai discepoli i misteri più grandi della vita divina. Il brano svolge il tema della carità fraterna, dell’osservanza dei comandamenti, della gioia che ne deriva nell’osservarli e dell’elezione divina. Il brano evangelico, dopo aver ricordato che il discepolo è chiamato ad essere familiare con il Cristo, si chiude ricordando il dovere di portare frutto che si concretizza nell’impegno missionario e nell’amore vicendevole.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,12-17
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 12-13 Gesù sviluppa il tema dell’amore: «Il mio comandamento è questo, che vi amiate gli uni gli altri, come (io) vi ho amati» (cf. 13,34). L’amore che unisce Gesù al Padre non è solo il modello, ma anche il fondamento dell’amore che unisce i discepoli tra di loro. Egli ha (de)posto, cioè donato la propria vita per compiere la volontà del Padre (10,11ss.); i discepoli devono fare altrettanto per i fratelli. L’elemento caratteristico dell’amore cristiano consiste nella misura illimitata e nel modello cristologico da cui scaturisce. Gesù con l’ oblazione della propria vita ha dato la prova suprema dell’amore del Padre, rendendo possibile ai discepoli, divenuti suoi amici, di amarsi reciprocamente con la stessa intensità.
Si noti la distinzione tra i «miei comandamenti» v. 10) e il «mio comandamento» (v. 12), che corrisponde al «comandamento nuovo», nel quale si riassume tutto l’insegnamento di Gesù (13,34).
vv. 14-15 «Voi siete miei amici, se fate ciò che vi comando». Gesù offre la sua amicizia ai discepoli, se rimangono nel suo amore. Chi persevera nel comandamento dell’amore, è suo amico. Gesù chiama i discepoli amici (philoi), perché ha rivelato ad essi tutto quello che ha udito dal Padre, rendendoli partecipi della vita divina.
Solo agli amici vengono confidati i segreti di famiglia, mentre i servi ne sono tenuti all’oscuro. Ora, Gesù ha svelato ai discepoli, in quanto suoi amici, i segreti più intimi di Dio, la conoscenza del Padre, la sua bontà salvifica.
v. 16 «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituito affinché andiate e portiate frutto ... ». Il rapporto di amicizia che lega i discepoli al Maestro non dipende da una loro scelta spontanea, ma è frutto del dono gratuito e della libera iniziativa di Gesù, che li ha scelti per sé (eklégesthai) e li ha costituiti (tithénai) per associarli intimamente alla sua vita in una profonda comunione di amore e per farli continuatori della sua opera. Il verbo tithèmi (costituire), è un termine tecnico per designare un mandato (cf. Nm 8,10, per l’ordinazione dei leviti); veniva usato anche per l’istituzione dei rabbini. Gesù «ha costituito» i discepoli affinché vadano (thina hymeis hypàgète) e portino frutto e il loro frutto rimanga; egli assicura che il Padre concederà ad essi quanto chiederanno nel suo nome. L’efficacia della loro preghiera dipenderà dalla loro amicizia e intima unione con Gesù. Giovanni presenta come in retrospettiva la scelta dei Dodici, descritta dai sinottici (Mc 3,13-19 e parr.).
v. 17 Viene qui ribadito il comando dell’amore vicendevole espresso nel v. 12, formando una inclusione.
 
Per approfondire
 
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi - Giuseppe Barbaglio (Amore in Schede Bibliche Pastorali - Vol I): Giovanni ha saputo anche approfondire il legame indissolubile che unisce i due comandamenti dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Si è detto che il Padre si rende presente nella storia con la carica del suo amore e con l’esigenza di comprometterci totalmente. Credendo noi vi aderiamo con libera scelta e facciamo nostra la sua esigenza. Ebbene, Giovanni chiama amore proprio tale adesione, intendendolo però, sulla scia del deuteronomista, in termini di obbedienza. Ne consegue che amare Dio comporta necessariamente amarci gli uni gli altri: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: Chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,21); «Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore» (lGv 4,20); «Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17). Si badi bene: non c’è né confusione, né riduzione di un comandamento all’altro, ma connessione inscindibile. Amare Dio vuol dire fare la sua volontà; ed egli vuole che ci amiamo gli uni gli altri.
Infine a Giovanni dobbiamo la presentazione dell’amore come vincolo che unisce tra loro il Padre, Cristo e i credenti. Nella sua prima lettera egli intende rispondere al seguente interrogativo: come possiamo entrare in comunione con Dio? La risposta non lascia dubbi: credendo e amando, meglio amando con un amore radicato nell’adesione di fede. Ecco l’espressa dichiarazione dell’ evangelista: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Giovanni usa anche altre formule per esprimere la stessa realtà salvifica di cui l’amore è elemento costitutivo: «dimorare nella luce», «essere da Dio», «passare dalla morte alla vita», «nascere da Dio», «conoscere Dio». Ecco i passi più significativi: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce ... Ma chi odia suo fratello è nelle tenebre» (lGv 2,10-11); «Chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello» (1Gv 3,10); «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14); «Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,7-8). In altre parole, la salvezza dell’uomo consiste nell’amore; è amando che l’uomo giunge all’autenticità del suo essere. Siamo vivi veramente se amiamo i fratelli come Cristo ci ha amati e con lo stesso amore che ha il Padre. Siamo vittime della morte invece se siamo estranei all’amore. Allo stesso modo, è l’amore dei fratelli che determina la verità della nostra «religione» di conoscenza del Padre di Gesù Cristo. Non sarà sfuggito che Giovanni parla esclusivamente di amore vicendevole e fraterno. Si può imputargli di essere settario, chiuso all’interno dei rapporti caldi della comunità cristiana? Ci sembra di poter dire che il suo particolarismo non assurge ad affermazione di principio, ma è solo un dato di fatto. La sua prospettiva è intra-ecclesiale. Egli intende infatti difendere la fede cristiana minacciata soprattutto da tendenze gnosticizzanti, dal potere corrosivo di una mistica contemplativa ed evasiva. La teologia giovannea è senz’altro parziale, perché non porta alcuna attenzione al carattere universale dell’amore del prossimo. Ma non è deformante, perché non nega questo, lo passa solo sotto silenzio. Si tratta di un limite che la lettura di tutto il NT ci permette di superare.
 
Come «mai Cristo, che è venuto a dare la sua vita per i nemici, dice che il maggior amore è quello che dà la vita per gli amici? Si può rispondere che tanta è la forza dell’amore da conquistare a sé i nemici e rendere utile a sé la persecuzione, in modo che i nemici divengono amici e ci sono d’aiuto ... Così, in effetti, chi possiede la Carità, in quanto tale conosce solo persone care e amiche» (M. Eckhart, Exp. ev. Jo., XV).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agazio (Acacio) Soldato e martire (m. 304): Sant’Acacio (o Agazio) morì martire intorno al 304. Centurione cappadoce dell’esercito romano di stanza in Tracia, fu accusato dal tribuno Firmo e dal Proconsole Bibiano di essere cristiano e, dopo aspre torture e tormenti, fu decapitato a Bisanzio sotto Diocleziano e Massimiano. L’imperatore Costantino il Grande costruì una chiesa-santuario in suo onore alla Karìa di Costantinopoli. Da almeno tredici secoli (dopo l’introduzione del rito bizantino nella diocesi di Squillace a seguito della soggezione della stessa al patriarcato di Costantinopoli) è Patrono della città e della diocesi di Squillace (ora arcidiocesi di Catanzaro-Squillace). (Avvenire)
 
Donaci, o Signore, di conformare la nostra vita
al mistero pasquale che celebriamo nella gioia,
perché con la sua forza perenne
ci protegga e ci salvi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 7 Maggio 2026
 
Giovedì della V Settimana di Pasqua
 
At 15,7-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (196); Gv 15,9-11
 
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27- Acclamazione al Vangelo)
 
L’ascolto della voce di Gesù - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale dl Vangelo di Giovanni): Crede nella divinità di Cristo solo chi è membro del suo gregge. Le pecore di Gesù, infatti, ascoltano la sua voce, perciò accettano la sua messianicità (Gv 10,27). La fede si dimostra, accogliendo la parola del Verbo incarnato, ascoltando docilmente la sua voce, e seguendolo incondizionatamente.
L’adesione al Messia perciò è qualcosa di concreto e di esistenziale che coinvolge la vita tutta intera. La fede non può ridursi a una nozione intellettiva, perché consiste in un atteggiamento di accettazione globale del Cristo e della sua parola.
Nel discorso immediatamente precedente, sulla porta e il pastore, è stata trattata a più riprese la tematica dell’ascolto della voce di Gesù e della sua sequela: le pecore ascoltano la voce del pastore e lo seguono, mentre non seguiranno un estraneo, anzi fuggiranno da lui, perché non conoscono la voce degli estranei (Gv 10,3ss).
In realtà le pecore non hanno ascoltato i pastori che si sono opposti a Gesù e quindi si sono rivelati ladri e briganti (Gv 10,8). Non solo i membri del popolo giudaico, ma anche le pecore di Cristo appartenenti ad altri recinti, saranno guidate dal buon Pastore e ascolteranno la sua voce (Gv 10,116).
Quindi l’ascolto del Cristo da parte dei discepoli indica l’atteggiamento di una fede profonda, che si dimostra nella docilità e nell’obbedienza alla parola del buon Pastore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura -  La Bibbia di Navarra (Nuovo Testamento Vol. II):  San Giacomo il Minore - alla cui autorità avevano fatto appello i giudaizzanti - aderisce alle parole di Pietro. Chiama l’Apostolo col suo nome semitico - Simone - e ne accetta i giudizi come interpretazione corretta di ciò che Dio ha annunciato per mezzo dei profeti. Quando dice che «Dio ha voluto scegliere tra 1 pagani un popolo per consacrarlo al suo nome» sembra abbandonare la consuetudine ebraica che riservava il termine di popolo solo agli Israeliti (Es 19, 9; Dr 7, 6; 14, 2), in opposizione ai pagani. Ora si afferma che il Popolo di Dio comprende anche i Gentili. È di nuovo il messaggio centrale di Paolo, secondo il quale i pagani battezzati appartengono anch’essi al popolo della promessa: «Non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2, 19).
La sintonia di san Giacomo con le parole di Pietro e l’accordo di entrambi con i principi fondamentali della predicazione di Paolo evidenziano l’azione illuminante dello Spirito Santo, che consente a tutti di rinvenire il retto significato degli annunci divini contenuti nella Sacra Scrittura. «Penso che non si possano spiegare le ricchezze di questi immensi avvenimenti», scrive Origene, «se non con l’aiuto del medesimo Spirito che ne fu l’autore» (In Ex. hom., IV, 5). San Giacomo propone una decisione formale e solenne che proclami il superamento della Legge, tenendo conto - allo stesso tempo - della sensibilità religiosa dei giudeo-cristiani. Al riguardo suggerisce quattro indicazioni precise: 1) non mangiare carne proveniente da sacrifici offerti agli idoli; 2) evitare l’impudicizia, contraria alla morale naturale rettamente intesa; 3) astenersi dal mangiare carne di animali non dissanguati; 4) non bere sangue di animali. Queste proibizioni si trovano nel libro del Levitico, dei cui precetti bisogna tener conto per una loro giusta interpretazione. Consumare carne offerta agli idoli significava per gli Ebrei prender parte in qualche modo a culti sacrileghi (Lv 17, 7-9). Benché san Paolo proclamasse l’assoluta libertà del cristiano nella questione (cfr 1 Cor 8-10), chiederà tuttavia ai discepoli il dovuto rispetto per la coscienza dei più «deboli».
Le unioni irregolari, e altri attentati contro la morale sessuale, sono menzionati in Lv 18, 6 ss. e alcune di queste colpe saranno più tardi recepite come impedimenti nella legislazione matrimoniale della Chiesa.
L’astinenza dal sangue e dalla carne di animali soffocati (cfr Lv 17, 10 ss.) poggiava sulla convinzione che il sangue fosse espressione della vita e che come tale appartenesse solo a Dio. L’Ebreo aveva acquisito verso il sangue una ripugnanza religiosa e culturale praticamente insuperabile.
 
Vangelo
Rimanete nel mio amore, perché la vostra gioia sia piena.
Le parole di Gesù sono un invito a rimanere nel suo amore, osservando i suoi comandamenti. Un invito ad accogliere l’amore discendente da Gesù e dal Padre. Tutto è dono, la risposta dell’uomo è farsi amare da Gesù, perché amare Dio non è mai iniziativa dell’uomo, ma sempre risposta a un dono: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19)
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,9-11
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 9 Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi; il testo rileva la caratteristica dell’amore (ἀγαπάω) che Gesù nutre per i suoi discepoli: quest’amore di Cristo per i credenti trova il suo esemplare nell’amore che intercorre tra il Padre ed il Figlio (cf. 3, 35; 5, 20; 10, 17; 18, 24, 26); tale amore del Maestro per i discepoli trova la sua origine nel mistero della vita trinitaria. Evidentemente a tale amore vanno ricollegate tutte le iniziative che il Padre ed il Figlio hanno avuto per l’attuazione del piano della salvezza. Il Padre manifesta il suo amore per il Figlio inviandolo nel mondo (cf. 3, 17 ss.); il Figlio a sua volta manifesta il proprio amore per i discepoli eleggendoli (vers. 16) e comunicando loro la rivelazione divina (cf. vers. 15 b). L’evangelista segnala più volte che Gesù ha amato i discepoli, cf. 13, 1, 34; 15, 12-13; 17, 23. Rimanete nel mio amore; i discepoli devono vivere in questo amore, mantenendosi in comunione vitale con Cristo e soprattutto lasciandosi amare da lui. Il motivo dottrinale «rimanere nell’amore» caratterizza questa sezione (verss. 9-17) e la rende parallela alla precedente (verss. 1-8); nei verss. 1-8 la nota dominante era: «rimanete in me» (vers. 4); nei verss. 9-17 questa nota è spiegata ulteriore mente e precisata nel suo senso: il rimanere in Cristo equivale al rimanere nel suo amore.
v. 10 Se voi osserverete i miei comandamenti...; per poter rimanere nell’amore di Cristo occorre osservare i comandamenti; questa è la condizione richiesta (cf. 1 Giov., 3, 23-24). Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio; il Maestro richiama ai discepoli il suo comportamento nei confronti del Padre; è più esatto parlare di comportamento che di esempio esterno, poiché si tratta sempre di rapporti tra due Persone divine (Padre e Figlio); il Figlio compie con perfetta obbedienza i voleri (comandamenti) del Padre. I discepoli vedono soltanto gli effetti esterni di questa perfetta obbedienza di Cristo al volere del Padre, poiché per tale obbedienza il Figlio di Dio si fa uomo ed offre la propria vita per la salvezza del mondo.
v. 11 Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi; per la formulazione della frase cf. 16, 33. Qui Gesù parla di «gioia» (χαρά); altrove parla di «pace» (cf. 14, 27; 16, 33); la gioia come la pace sono due doni messianici, anzi sintetizzano i beni apportati dal Messia. «La mia gioia»; la gioia che è propria di Gesù gli deriva dal suo amore, dalla sua obbedienza, dalla sua andata, dalla sua «dimora» nel Padre; questa gioia quindi si ricollega al mistero della vita trinitaria del Figlio. E la vostra gioia sia piena; l’avvento dell’èra messianica riempie di gioia tutti coloro che l’hanno attesa (cf. 3, 29). La gioia dei discepoli è piena, perché è perfetta, ed è perfetta, perché accordata da Cristo stesso, che è Messia. Gesù vuole che i suoi discepoli partecipino alla sua gioia nella misura più ampia (cf. 16, 24; 17, 13).
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena Nel Nuovo Testamento la gioia “è legata alla persona eli Cristo e alla salvezza in lui donata. Il messaggio di Gesù si chiama evangelo (Mc l,l) e messaggio della gioia (Le 2,10). La gioia è legata alla nascita del precursore (Lc 1,14). Maria gioisce della salvezza fattasi in lei manifesta (Lc 1,47). I magi gioiscono di aver trovato la stella (Mt 2,10). Giovanni Battista è pieno di gioia  perché ha condotto la sposa a Cristo (Gv 3,20). Gesù gioisce per amore dei discepoli che sperimenteranno la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,15). Nella parabola della pecorella smarrita, Gesù professa la sua gioia per il peccatore che si converte (Lc 15,5).
Devono gioire coloro che sono perseguitati per amore della giustizia, poiché la loro ricompensa nei cieli è grande (Mt 5,12). La loro tristezza si trasformerà un giorno in gioia (Gv 16,20ss).
La gioia diventa la forma di comportamento raccomandata ai discepoli del Signore. Essi debbono rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20). Se vivono secondo i suoi comandamenti, la gioia di Gesù sarà in loro e la loro gioia sarà piena (Gv 15,11). La gioia sta al centro delle parabole di Gesù. In esse il regno di Dio viene spesso paragonato a un banchetto o a una festa di nozze, che per gli orientali erano motivo di gioia particolare (cf. Mt 9,15). La gioia di seguire Gesù e di raggiungere il regno dei cieli assomiglia alla gioia di un uomo che trova nel campo un tesero o una perla preziosissima: per la gioia di averli trovati vende tutto quello che ha per acquistarli (Mt 13,44ss). Gesù suscita gioia negli uomini mediante la guarigione dei malati, la cacciata dei demoni, la risurrezione dei morti e la remissione dei peccati. lIl Risorto è il vero e proprio motivo per la gioia della comunità. Già le donne ritornano piene di timore e di gioia dal sepolcro vuoto (Mt 28,8) e i discepoli gioiscono al vedere il Signore risorto (Gv 20,20). Egli dona loro la gioia promessa (Gv 17,13) nell’incontro col Cristo sacramentale al momento della frazione del pane (At 2,46). La chiesa è ripiena di fede gioiosa in Cristo (per es. 1Pt 1,8). La gioia nel Signore deve essere un tratto fondamentale della sua natura (Fil
4,4; quella ai Fil si può chiamare la lettera della gioia). Fonte della gioia è, per Paolo, l’ubbidienza della comunità (Rm 16,19) e la forza della sua fede (per es. Col 2,5). Come Cristo anche l’apostolo invita alla gioia (per es. 2Cor 13,11). Un tratto particolare del NT è la gioia  dei discepoli nel sopportare le sofferenze a causa di Cristo. Paolo gioisce della sofferenza perché essa “completa” in lui la sofferenza di Cristo a favore della Chiesa (Col 1,24).
Il NT pone la gioia  in un rapporto particolare con lo Spirito Santo (At 13,52; Rm 14,17). La gioia  è frutto dello Spirito Santo e viene menzionata dopo l’amore (Gal 5,22). Essa sembra venire equiparata alla fede (Fil 1,25), è in stretto rapporto con la speranza (Rm 12,12) e con la pace (Rm 14,17). In questo mondo la gioia è per il cristiano un frutto della redenzione; assieme alla pace e alla libertà è un elemento essenziale della realtà salvifica. Ha il suo fondamento nel fatto che l’uomo nella grazia di Cristo è stato redento dalla perdizione del peccato e della morte. La speranza cristiana si orienta verso la gioia piena nell’eternità (Ap 19,7)” (Christa Breuer). 
 
Per approfondire
 
La gioia del Vangelo - A. Ridouard e M.-F. Lacan - 1. La gioia della salvezza annunziata agli umili - La venuta del salvatore crea un clima di gioia che Luca, più degli altri evangelisti ha reso sensibile. Ancor prima che ci si rallegri della sua nascita (Lc 1, 14), quando viene Maria, Giovanni Battista sussulta di gioia nel seno della madre (1, 41. 44); e la Vergine, che il saluto dell’angelo aveva invitato alla gioia (1, 28: gr. chàire = rallégrati), canta con gioia pari all’umiltà il Signore che è divenuto suo figlio per salvare gli umili (1, 42. 46-55). La nascita di Gesù è una grande gioia per gli angeli che l’annunziano e per il popolo che egli viene a salvare (2, 10. 13 s; cfr. Mt 1, 21); essa pone termine all’attesa dei giusti (Mi 13, 17 par.) che, come Abramo, esultavano già pensandovi (Gv 8, 56). In Gesù Cristo il regno di Dio è già presente (Mc 1, 45 par.; Lc 17, 21); egli è lo sposo la cui voce colma di gioia il Battista (Gv 3, 29) e la cui presenza non permette ai suoi discepoli di digiunare (Lc 5, 34 par.). Questi hanno la gioia di sapere che i loro nomi sono scritti in cielo (10, 20), perché rientrano nel numero dei poveri ai quali appartiene il regno (6, 20 par.), tesoro per il quale si sacrifica tutto con gioia (Mt 13, 44); e Gesù ha insegnato loro che la persecuzione, confermando la loro certezza, doveva intensificare la loro letizia (Mt 5, 10 ss par.). I discepoli hanno ragione di rallegrarsi dei miracoli di Gesù che attestano la sua missione (Lc 19, 37 ss); ma non devono porre la loro gioia nel potere miracoloso che Cristo comunica loro (10, 17-20); esso non è che un mezzo destinato non a procurare una vana gioia a uomini come Erode, amanti del meraviglioso (23, 8), ma a far lodare Dio dalle anime rette (13, 17) e ad attirare i peccatori, al salvatore, disponendoli ad accoglierlo con gioia ed a convertirsi (19, 6. 9). Di questa conversione i discepoli si rallegreranno da veri fratelli (15, 32), come se ne rallegrano in cielo il Padre e gli angeli (15, 7. 10. 24), come se ne rallegra il buon pastore, il cui amore ha salvato le pecore smarrite (15, 6; Mt 18, 13). Ma per condividere la sua gioia, bisogna amare com’egli ha amato.
2. La gioia dello Spirito, frutto della croce. - Di fatto Gesù, che aveva esultato di gioia perché il Padre si rivelava per mezzo suo ai piccoli (Lc 10, 21 s), dà la propria vita per questi piccoli, suoi amici, allo scopo di comunicare loro la gioia di cui il suo amore è la fonte (Gv 15, 9-15), mentre ai piedi della sua croce i suoi nemici ostentano la loro gioia malvagia (Lc 23, 35 ss). Attraverso la croce Gesù va al Padre; i discepoli dovrebbero rallegrarsene, se lo amassero (Gv 14, 28) e se comprendessero lo scopo di questa partenza, che è il dono dello Spirito (16, 7). Grazie a questo dono, essi vivranno della vita di Gesù (14, 16-20) e, poiché domanderanno nel suo nome, otterranno tutto dal Padre; allora la loro tristezza si muterà in gioia, la loro gioia sarà perfetta e nessuno la potrà togliere loro (14, 13 s; 16, 20-24). Ma i discepoli hanno così poco compreso che la passione porta alla risurrezione, e la passione distrugge a tal punto la loro speranza (Lc 24, 21) che non osano abbandonarsi alla gioia che li invade dinanzi alle apparizioni (24, 41). Tuttavia quando il risorto, dopo aver loro mostrato che le Scritture erano compiute ed aver loro promesso la forza dello Spirito (24, 44. 49; Atti 1, 8), sale al cielo, essi hanno una grande gioia (Lc 24, 52 s); la venuta dello Spirito la rende tanto comunicativa (Atti 2, 4. 11) quanto incrollabile: «sono lieti di essere giudicati degni di soffrire per il nome» del salvatore di cui sono i testimoni (Atti 5, 41; cfr. 4, 12; Lc 24, 46 ss).
 
Salute, libertà e gioia se l’anima ha il predominio: “A Dio si addicono la lode e l’onore, perché tante cose ha dato a noi uomini per il nostro sostentamento. Ma chi riflette, deve riconoscere che la gioia dell’anima è più grande che la gioia del corpo. Quando poi ode che lo Spirito Santo a lui grida: Non seguire le tue brame e distogliti dalle tue voglie [Sir 18,30], impara ad esercitare la virtù della moderazione contro tutto ciò che accarezza il suo senso. Questa virtù limita certo il benessere della carne, ma accresce la sapienza dello spirito, le cui possibilità sono completamente diverse quando ci dominiamo col digiuno e quando ci siamo aggravati di cibo. La sazietà non può certo suscitare gli stessi sentimenti intimi che suscita in noi la sobrietà. Solo quando la carne, che «è piena di brame contrarie allo spirito» sta sotto il dominio dell’anima noi siamo sani e liberi, e veramente sani e liberi. Allora infatti il corpo segue il giudizio dell’anima e segue la guida sicura di Dio. Il godimento derivante dalle grandi comodità dei nostri tempi, non ci renda mai colpevoli di qualche negligenza: se infatti il terreno del nostro corpo non viene continuamente lavorato, restando incolto e inattivo, subito produce spine e rovi. Porta allora frutti che non verranno raccolti nei granai, ma dovranno essere sterminati col fuoco, secondo le parole del Signore: Ogni piantagione non coltivata dal mio Padre celeste verrà estirpata [Mt 15,13]. Dobbiamo dunque proteggere con cura ogni seme e germoglio nobile che abbiamo ricevuto dal giardino del divino seminatore. Con calma circospezione dobbiamo perciò curare che l’astuzia dell’odiato nemico non arrechi danno a questo dono di Dio e che nel giardino paradisiaco della virtù non germogli lo sterpame del vizio” (Leone Magno, Sermoni, 81).
 
Testimoni di Cristo - Santa Rosa Venerini - Così l’impegno nell’istruzione può essere via di santità: Dio ci chiede di costruire qualcosa di nostro, unico, personale: la sua chiamata è un invito a far fiorire la nostra anima nel modo in cui solo noi sappiamo fare. Per questo, forse, santa Rosa Venerini non ebbe vita facile quando si trattò di dare forma a ciò verso cui si sentiva chiamata e che si realizzò in un’opera destinata a rimanere nella storia. Nata a Viterbo nel 1656 in una famiglia benestante, Rosa da giovane aveva davanti a sé un futuro di successo, ma lei sentiva che le “opzioni” che le venivano prospettate (matrimonio o monastero) non si confacevano alla sua natura. Radunando alcune giovani nella sua casa per la preghiera del Rosario cominciò allora a capire che proprio l’istruzione delle ragazze sarebbe stata la sua missione, il suo modo di servire Dio. Assieme a due compagne nel 1685 diede vita a Viterbo a una scuola pubblica per le giovani. Con lei c’era un gruppo di donne che avviarono una comunità di “consacrate nel mondo”. La loro forma di vita non sempre fu compresa e a tratti fu ostacolata, ma l’opera delle “Maestre Pie” si diffuse ben presto oltre i confini di Viterbo. Rosa Venerini dovette affrontare anche una dolorosa divisione interna ma il suo lavoro ebbe la benedizione di Clemente XI, che volle capire di persona il metodo della Maestre Pie. La fondatrice morì nel 1728 ed è santa dal 2006. (Matteo Liut)
 
O Dio, che per tua grazia
da peccatori ci fai giusti e da infelici ci rendi beati,
compi in noi le tue opere e sostienici con i tuoi doni,
perché a noi, giustificati per la fede,
non manchi la forza della perseveranza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
6 Maggio 2026
 
Mercoledì della V Settimana di Pasqua
 
At 15,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 121 (122); Gv 15,1-8
 
Rimanete in me e io in voi, dice il Signore; chi rimane in me porta molto frutto. (Gv 15,4a.5b - Acclamazione al Vangelo)
 
Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Portare frutto significa dunque, per Giovanni, essere discepolo, ossia aderire a Gesù nella fede e nell’amore in un atteggiamento di conversione permanente; un amore che sia segno per il mondo grazie alla sua qualità e alla sua intensità.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura -  La controversia di Antiòchia - Bibbia per la formazione cristiana: L’arrivo ad Antiòchia di alcuni esponenti del partito farisaico che hanno abbracciato la fede è la scintilla che fa divampare il conflitto. Costoro mettono in subbuglio la comunità affermando che è necessario sottoporsi al rito della circoncisione per ottenere la salvezza.
La questione, apparentemente banale, è invece di fondamentale importanza. Se la circoncisione continua ad essere necessaria per salvarsi, la fede è inutile e la venuta di Gesù non ha cambiato nulla. Tutto è ancora come prima. La promessa di Dio non si è realizzata, l’annuncio evangelico è privo di contenuto. Non c’è niente di nuovo da annunciare. La croce di Gesù non ha valore.
Non è difficile immaginare la tenace opposizione di Paolo e di Bàrnaba alla dottrina e alla prassi dei giudaizzanti: le loro esperienze missionarie fra i pagani, lette alla luce della Scrittura, li spingono in tutt’altra direzione.
Ci rallegra vedere che la comunità, di fronte a un problema tanto grave, decide di chiedere spiegazioni alla chiesa madre di Gerusalemme, rivelando così la propria preoccupazione per l’unità.
Ci rallegra anche la notizia della buona accoglienza riservata a Paolo e a Bàrnaba durante il loro viaggio attraverso la Fenicia e la Samarìa: da questo fatto possiamo dedurre che i giudaizzanti seminatori di confusione non sono numerosi.
Ci sorprende infine il tipo di organizzazione che troviamo nella comunità di Gerusalemme, diverso da quello presentato all’inizio del libro: qui l’autore parla di un gruppo di anziani che circondano gli apostoli.
 
Vangelo
 Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.
 
L’evangelista Giovanni, nel riprendere l’immagine della vite, immagine molto cara ai profeti dell’Antico Testamento, vuole illustrare e sottolineare soprattutto la necessità dell’unione profonda dei discepoli con Gesù. E lo fa usando con insistenza l’espressione rimanere in, tante volte ripetuta nel suo vangelo. Rimanere in, per l’autore del IV Vangelo, indica prima di tutto una relazione personale tra Gesù e i suoi discepoli-amici (cfr. Gv 8,31.35; 15,9-10.15; Sap 3,9), ma per comprendere il senso della esortazione nella sua valenza più pregnante occorre ricordare che l’invito è preceduto da due oscure e dolorose profezie fatte da Gesù prima di consegnarsi nelle mani dei carnefici: quella della sua morte (cfr. Gv 12,1-7) e quella dell’apostasia di un suo discepolo (cfr. Gv 13,21-30). Rimanere in lui allora significa condividere pienamente il destino del Maestro divino.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,1-8
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Parola del Signore.
 
 
Per approfondire
 
La vera e i tralci - Grande Commentario Biblico (Queriniana): Il tema di questo ininterrotto discorso è la relazione dei cristiani con Cristo, la comunione di vita che essi condividono, e la vita di Cristo quale sorgente delle loro opere buone. La metafora della vite e dei tralci presuppone che la vita cristiana sia essenzialmente attiva e fruttifera: la unione con Cristo esige tali frutti oltre che esserne la condizione. Il discorso riunisce qui espressioni e pensieri del precedente 13 ,31-14 ,31 con nuove accentuazioni.
1. io sono la vera vite: L’immagine della vite o della vigna per designare il popolo di Dio è frequentemente usata nel VT (cr. Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 15; Sal 80,9-16), e non c’è affatto bisogno di far dipendere Gv da un «mito dell’albero-della-vita» (Bultmann, Schweizer). Il fatto che Cristo concretizzi in se stesso ciò che si applicava a Israele nel VT è paragonabile al suo uso del titolo di «Figlio dell’Uomo». Tenendo conto del fatto che questo discorso è inquadrato nell’ultima cena, ci potrebbe anche essere un’allusione eucaristica; cfr. «frutto della vite» in Mc 14,25 e «il vino santo di Davide tuo servo» nella liturgia della Didachè 9.1. il Padre mio è l’agricoltore: Un concetto analogo è espresso in 1 Cor 3,9. Quale che possa essere l’immagine che Gesù utilizza per esprimere la sua opera salvifica, egli caratterizza sempre se stesso come lo strumento del Padre (cfr. 10,14 s., 29 s.).
2. lo taglia ... lo pota: L’immagine usata da Gesù è allegorica, un vero e proprio paragone. I tralci della vite sono i discepoli di Gesù (v. 5); se non portano frutto il Padre li taglia via, e d’altra parte è soltanto in virtù del suo potere che essi possono produrre frutti. I verbi, in greco, sono un gioco di parole (airei e kathairei).
3. Un ulteriore gioco di parole. già voi siete puri: Come li chiamò puri (katharoi) in Dio, sotto un’altra immagine. in virtù della parola che vi ho annunziata: Il riferimento non è ad alcuna «parola» (logos) specifica, ma all’insieme della sua rivelazione di Dio, che è un messaggio di vita eterna (cfr. 5,24, ecc.).
4-6. Viene ora espresso il messaggio principale che la metafora intende portare al cristiano: la comunione di vita con Cristo è la condizione per produrre dei frutti, per piacere a Dio (v. 8). Colui che non rimane in Cristo è come un tralcio morto, che viene gettato nel fuoco (cfr. Mt 13,40).
7. se rimanete in me e rimangono in voi le mie parole: L’efficacia della preghiera cristiana fu chiaramente spiegata in 14,13; come fu fatto rilevare allora, «nel mio nome» comporta ciò che qui viene espresso in altre parole.
8. Come fu pure messo in risalto in 14,13, il Padre è glorificato nelle opere dei discepoli di Cristo. L’immagine della vite e dei tralci in Gv si presta al confronto con la dottrina paolina di Cristo, il capo del suo Corpo, la Chiesa. Il concetto paolino, comunque, molto più sviluppato; benché il vangelo di Giovanni sia stato pubblicato molto più tardi rispetto alle lettere paoline, Giovanni si mantiene fedele al periodo storico nel quale è ambientato il suo vangelo e non sviluppa pertanto l’immagine al di là dell’applicazione intesa da Gesù.
 
La circoncisione nel Nuovo Testamento - Adriana Zarri e Giuseppe Barbaglio (Circoncisione in Schede Bibliche pastorali - Vol. II): È soprattutto Paolo che ci interessa. La sua riflessione teologica si sviluppa secondo precise direttrici di marcia. Anzitutto, in Rm 2,25-29, volendo snidare i giudei dalla roccaforte delle loro sicurezze religiose (Rm 2,1-3, ), sottopone a radicale critica il loro privilegio di circoncisi. In concreto, relativizza il valore di questo segno di elezione divina: «La circoncisione è utile, sì, se osservi la legge». In caso contrario, non conta nulla e il circonciso è come se fosse un incirconciso. Viceversa, deve essere ritenuto circonciso quel pagano che «osserva le prescrizioni della legge». Le parti dunque risultano invertite.
Siamo di fronte a un processo di spiritualizzazione: alla circoncisione carnale è contrapposta la circoncisione del cuore, realtà nascosta nelle profondità del cuore ed effetto dell’azione dello Spirito. Questa è la sola circoncisione che conta. Di conseguenza si deve distinguere tra vero giudeo e giudeo apparente.
Nello stesso solco, di ispirazione profetica, si collocano sostanzialmente anche i passi di Fil 3,3 e di Col 2,11 che attribuiscono ai credenti e battezzati la vera circoncisione, non quella carnale bensì quella del cuore.
Se qui l’apostolo ripete in pratica un motivo dell’ Antico Testamento, nuova invece appare la sua teologia della giustificazione mediante la sola fede, con esclusione delle «opere della legge», tra cui in primo piano è da computare la circoncisione. La corrente più conservatrice dei giudeo-cristiani delle origini riteneva necessario che i convertiti dal paganesimo dovessero farsi circoncidere. Ne andava del loro autentico inserimento nel popolo di Dio e della loro salvezza. La crisi provocata in campo missionario da questa posizione integralista fu risolta nel cosiddetto concilio di Gerusalemme del 48/49, di cui abbiamo due versioni, in At 15 e in Gal 2,1-10 (Leggere i due testi). La soluzione a cui si addivenne fu nel senso della libertà dei pagano-cristiani, motivata teologicamente dal fatto che l’uomo può salvarsi solo in Cristo.
 
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano: Un’allusione chiara al giudizio particolare prima e universale dopo: «Nel giorno del giudizio, alla fine del mondo, Cristo verrà nella gloria per dare compimento al trionfo definitivo del bene sul male che, come il grano e la zizzania, saranno cresciuti insieme nel corso della storia. Cristo glorioso, venendo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti, rivelerà la disposizione segreta dei cuori e renderà a ciascun uomo secondo le sue opere e secondo l’accoglienza o il rifiuto della grazia» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 680-681). Gli uomini, lasciata la vita terrena, vanno incontro al giudizio divino (cfr. Mt 25,31-46) e qui conoscono il loro ultimo destino: se sono rimasti uniti alla vite vera ricevono il regno preparato per loro fin dalla creazione del mondo; se sono rami secchi sono gettati nel fuoco eterno, preparato per i diavoli e per i suoi angeli. Un monito che non deve atterrirci e non deve essere considerato fuori moda. Il giudizio finale è «una realtà, un evento al quale saremo sottoposti anche noi. Se la nostra vita è contrassegnata dalla sterilità di fede, se noi siamo tralci infruttuosi, veniamo già ammoniti sulla sorte che ci attende alla fine dei nostri giorni. Sempre, ma soprattutto nei momenti forti della vita dobbiamo riflettere sul giudizio, non per rattristarci o disperarci, ma per stimolarci a una conversione sincera e profonda» (Salvatore Alberto Panimolle). Dove poi vengono gettati i rami secchi è ben conosciuto: «Gesù parla ripetutamente del fuoco inestinguibile che è riservato a chi, fino alla fine della vita, rifiuta di credere e di convertirsi. La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita, e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1034-1035). Nel De Babilonia civitate infernali, Giacomino da Verona, un frate francescano della seconda metà del XIII secolo, ama descrivere le pene dei dannati torturati, con gusto e sapore, da Belzebù. Tra le altre cose, Belzebù, parlando del dannato finito sotto le sue grinfie, dice con sussiego: «Lo meto a rostir, com’un bel porco al fogo en un gran spe de fer per farlo tosto cosro». Se l’immagine del dannato cotto allo spiedo come un porco ci fa sorridere, speriamo che non si rida della possibilità di finire all’Inferno!
 
Potati per portare frutto: “Il vignaiolo andrà a potare sulla vite i rami selvatici. Se non lo facesse e li lasciasse crescere sulla pianta buona, la sua vite non darebbe nulla se non un vino aspro e cattivo. Così conviene fare all’uomo nobile: deve togliere in sé quanto in lui è disordine, sradicare in profondità ogni sua inclinazione e abitudine, sia essa gioia o sofferenza, cioè tagliare ogni difetto, e questo non spezza né il capo, né il braccio, né la gamba. Trattieni tuttavia il coltello finché tu non abbia visto ciò che occorre tagliare. Se il vignaiolo non conoscesse l’arte della potatura, poterebbe tutto, la pianta buona che sta per dare l’uva, come il legno cattivo, e rovinerebbe la vigna. Così fanno alcuni. Non se ne intendono. Lasciano i vizi, le cattive inclinazioni con la radice, potando e tagliando la povera stessa natura. In se stessa la natura è buona e nobile: cosa vuoi tagliare? Quando verrà il tempo dei frutti, cioè della vita divina, non avresti più nulla se non una natura rovinata.” (Giovanni Taulero, Omelie 7).
 
Testimoni di Cristo - Beata Anna Rosa Gattorno: Nata a Genova nel 1831 da famiglia agiata, a 21 anni si sposò e si trasferì a Marsiglia. Una serie di tracolli economici e disgrazie, culminate con la morte del marito, la segnarono profondamente. Così si fece strada una nuova vocazione. Sotto la guida del confessore, don Giuseppe Firpo, emise i voti come terziaria francescana. Si dedicò ai poveri e ai figli delle operaie, mantenendo con sé anche i propri. A Piacenza iniziò una nuova famiglia religiosa, la Figlie di Sant’Anna, che subito (1878) andarono anche in missione. Collaborò con il vescovo Scalabrini nell’assistenza alle sordomute. Morì a Roma nel 1900. (Avvenire) 
 
O Dio, che ami l’innocenza e la ridoni a chi l’ha perduta, 
volgi a te i cuori dei tuoi fedeli,
perché, liberati dalle tenebre,
non si allontanino mai dalla luce della vera fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 

 

 5 Maggio 2026
 
Martedì della V Settimana di Pasqua
 
At 14,19-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Gv 14,27-31a
 
Cristo doveva patire e risorgere dai morti, ed entrare così nella sua gloria. (Cf. Lc 24,46.26 - Acclamazione al Vangelo)
 
Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca, Vol. II): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano di iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è  potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21, 27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22, 29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36)
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica»  (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa medesima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testimonianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.).
Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al   Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando   si legge l’Antico Testamento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso,  perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è  steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Paolo e Barnaba giunti a Listra guariscono “uno storpio sin dalla nascita che non aveva mai camminato” (Atti 14,8). Tanto strepitoso è il prodigio che gli abitanti della città, nel loro entusiasmo, arrivano al punto di chiamare Barnaba Zeus e Paolo Hermes. Intanto, i Giudei, nella loro follia omicida, non si stancano di perseguitare i missionari cristiani. Li seguono dappertutto, e giunti a Listra sollevano la folla contro Paolo e Barnaba.
Riescono nel loro intento, e Paolo è lapidato, e viene trascinato “fuori dalla città, credendolo morto”. Ma per fortuna è soltanto tramortito, e così, ripresosi, il giorno dopo, con Barnaba, riprende il cammino missionario, dirigendosi alla volta di Derbe. Luca segnala quasi con la stessa insistenza il rifiuto dei giudei con la stessa insistenza con cui mette in evidenza la presenza del Signore.
Una nota da ben sottolineare che non conosce tramonto, assai valida anche ai nostri giorni: “Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (At 14,22).
Gli ultimi versetti del brano lucano segnalano “in maniera sintetica la prassi seguita dagli evangelizzatori, che avviano l’organizzazione delle comunità scegliendo all’interno di ciascuna di esse alcuni anziani. Ovviamente non si tralascia di fare assegnamento sulla grazia del Signore: «Dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore». Ad Antiochia, tutta la comunità si riunisce per ascoltare Paolo e Bàrnaba. Dio ha agito: sua è stata l’iniziativa di aprire ai pagani «la porta della fede». Questa espressione, usata da Paolo nelle sue lettere per designare il campo di lavoro che Dio apriva ai predicatori del vangelo, qui indica la grazia che Dio ha concesso ai pagani di poter accogliere la fede cristiana” (Bibbia per la Formazione Cristiana).
 
Vangelo
Vi do la mia pace.
 
Gesù sta per tornare in Cielo, ed esorta i suoi a non turbarsi e a non avere timore. Come caparra lascia ai suoi la pace, perché la paura non devasti il loro cuore.
La pace saluto e addio abituale dei giudei (cf. Lc 10,5p), indica la salvezza, cioè la pienezza dei beni messianici (Gv 14,27), essa però presuppone l’assenza di guerra e la fraterna convivenza tra i popoli.
Dal brano giovanneo, e da molti altri, si evince che l’autore della salvezza e il principio di unità e di pace è solo Gesù, il Figlio di Dio. La pace che Gesù dona ai suoi amici consiste nella perfetta comunione intima tra Dio e l’uomo: Gesù, il Verbo del Padre, è stato mandato nel mondo per questa finalità: “ Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunione con sé, e di realizzare tra gli uomini stessi - che sono peccatori - una unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli uomini dal potere delle tenebre e del demonio ed in lui riconciliare a sé il mondo” (Ad gentes 3).
Viene il prìncipe del mondo Viene il giorno della sua morte ed è il giorno in cui la morte sarà vinta per sempre, il principe del mondo con le sue legioni sarà sbaragliato definitivamente, e pienamente sarà svelato l’amore eterno del Padre verso gli uomini, suoi figli.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,27-31a
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».
 
Parola del Signore.
 
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): v. 27 - Vi lascio la pace ... Non è un augurio (il tradizionale “Shalom” ebraico) e neppure una promessa: è un dono. I verbi al presente indicano imminenza e stabilità.
Non è una pace qualsiasi, tanto meno “come la dà il mondo” è la “sua” (v. “la mia pace”). Quindi dobbiamo pensare meno a una tranquillità psicologica e piuttosto a una forza capace di superare ogni “timore” perché dona l’energia per vincere ogni ostacolo (in questo senso illumina 16,33 dove Gesù parla di pace, tribolazione e vittoria). Di qui l’invito a non avere paura ... Bisogna ricordare che questi discorsi si svolgono in una situazione dove i discepoli avvertono incombenti fatti terribili. L’evangelista riferisce un’esperienza carica di smarrimenti.
v. 28 - vi rallegrerete. Per quanto sia facile avvertire la tristezza di un distacco e il timore di una solitudine, è più vero il contrario. L’attuale e prossima sofferenza è passaggio verso un bene migliore. In questo senso il discepolo dovrebbe conservare la pace e la gioia; anzi, essere contento di quanto sta per accadere, perché implica il ritorno di Gesù al Padre, quindi la sua “gloria”. Il Padre è detto “più grande”; nel quarto vangelo ciò non pare indicare una inferiorità del Figlio, che più volte è affermato come Dio (1,1), colmo della stessa vita (5,26), uguale a lui (10,30-38) ... tuttavia sembra dichiarare una vera subordinazione: tutto proviene dal Padre e torna a Lui anche lo stesso Figlio.
Se la croce è la via, paradossale, per ricondurlo al Padre, i discepoli dovrebbero esserne contenti: infatti è per questo che egli può rinnovare la promessa già udita di un suo ritorno (v. 14,3; 14,18; 14,21; 14,23). Simile è l’affermazione di 16,7: “È bene per voi che io me ne vada”.
v. 29 - perché … crediate. [...] Nel nostro testo Gesù esorta i suoi a non lasciarsi schiacciare dagli eventi spaventosi che stanno per accadere (v. 16,17) ma a reagire con una fede salda, pensando che egli li ha preavvisati.
v. 30 - viene il principe del mondo. L’oscuro personaggio è citato in 12,31 dove però Gesù dice trionfalmente “ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”.
Adesso prevale un senso di sgomento di fronte all’avversario che si avvicina minaccioso. La medesima consapevolezza si legge nei Sinottici: “Ecco, colui che mi tradisce è vicino” (Mc 14,42); “questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53). Ma Giovanni, coerentemente con la sua teologia della passione, sottolinea che la sconfitta è soltanto apparenza; in realtà non è segno di un “potere” del mondo su Gesù, ma della sua libera decisione di manifestare di fronte al mondo un’obbedienza e un amore al Padre che giunge sino alla morte (14,31; si rilegga l’affermazione di 10,18).
 
Per approfondire
 
La pace di Cristo - Xavier Léon-Dufour: La speranza dei profeti e dei sapienti diventa realtà concessa in Gesù Cristo, perché il peccato è vinto in lui e per mezzo di lui; ma finché il peccato non è morto in ogni uomo, finché il Signore non sarà venuto nell’ultimo giorno, la pace rimane un bene futuro; il messaggio profetico conserva quindi il suo valore: «il frutto della giustizia si sémina nella pace da coloro che praticano la pace» (Giac 3,18; cfr. Is 32,17). Tale è il messaggio proclamato dal NT, da Luca a Giovanni, passando attraverso Paolo. Luca, nel suo vangelo, traccia in modo speciale il ritratto del re pacifico. Alla sua nascita gli angeli hanno annunziato la pace agli uomini che Dio ama (Lc 2,14); Gerusalemme non vuole accogliere questo messaggio (19,42), ripetuto dai discepoli festanti che scortano il re che entra nella sua città (19,38). Nella bocca del re pacifico l’augurio della pace terrena diventa l’annunzio di una salvezza: come un buon giudeo, Gesù dice: «Va in pace!», ma con questa parola rende la salute alla emorroissa (8,48 par.), rimette i peccati alla peccatrice pentita (7,50), Connotando in tal modo la sua vittoria sul potere della malattia e del peccato. Al pari di lui, i discepoli offrono alle città, con il loro saluto di pace, la salvezza in Gesù (10,5-9). Ma questa salvezza sconvolge la pace di questo mondo: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto la divisione» (12,51). Gesù quindi non si accontenta di proferire le stesse minacce dei profeti contro ogni sicurezza fallace (17,26-36; cfr. 1Tess 5,3), ma separa i membri di una stessa famiglia. Secondo la frase del poeta cristiano, egli non è venuto a distruggere la guerra, ma ad aggiungervi la pace, quella pace di Pasqua che consegue alla vittoria definitiva (Lc 24,36). I discepoli irradieranno quindi fino ai confini del mondo la pax israelitica (cfr. Atti 7,26; 9,31; 15,23) che sul piano religioso è come una trasfigurazione della pax romana (cfr. 24,2), perché Dio ha annunziato la pace per mezzo di Gesù Cristo rivelandosi come «il Signore di tutti» (10,36)
 
San Tommaso in Gv 14,30 scrive: Qui il diavolo viene chiamato principe di questo mondo non perché creatore, né per la sua potenza fisica o naturale, come dicono bestemmiando i manichei, ma a motivo delle colpe del mondo, ossia di coloro che amano il mondo: cosicché egli è denominato principe del mondo e del peccato.
«La nostra battaglia non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i dominatori e i principi di questo mondo di tenebre» (Ef 6,12). Quindi egli non è principe delle creature, ma dei peccatori e delle tenebre, secondo le parole di Giobbe (4,25): «Egli è re su tutti i figli della superbia».
Sulle parole pronunciate da Satana quando tenta il Signore: ‘Tutte queste cose (i regni di questo mondo) io ti darò’ ecco che cosa dice  San Girolamo: ‘Arrogante e superbo, parla con ostentazione: non può infatti dare tutti i regni, poiché sappiamo che molti uomini santi sono stati fatti re da Dio’.
Pertanto Satana si mostra menzognero anche col Signore.
San Giovanni Crisostomo dice che il diavolo non può dare le ricchezze a chi vuole, ma solo a quelli che vogliono riceverle da lui. Egli infatti dà le ricchezze acquisite con il furto o gli spergiuri …
Pertanto il diavolo può aiutare solo per mezzo del peccato. Ma questo aiuto è falso perché lo dà solo per portare alla perdizione eterna.
Infine Satana si è sbagliato tentando il Signore con quelle lusinghe perché Colui che è venuto a portare agli uomini il Regno dei cieli non ha bisogno dei regni della terra.
Satana ha tentato il Signore perché non era ancora certo della sua divinità. Gesù infatti aveva fatto il suo ingresso nel mondo con estrema umiltà.
Inoltre il Signore si è lasciato tentare per insegnarci come si superano le tentazioni: con l’aiuto della parola della sua parola e con la pronta reazione.
Noi non siamo sotto la dittatura di Satana. Sarebbe tragico se fosse così.
Siamo invece sotto il governo di Dio.
E se obbediamo a Lui e ci conserviamo in grazia, teniamo fuori Satana dalla nostra vita.
In questo caso Satana ci teme e fugge, come ci ha insegnato lo Spirito Santo per bocca di Giacomo: “Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Gc 4,7)” (Amici Domenicani).
 
La pace è la tranquillità dell’ordine - Agostino, De civit. Dei, 19, 13 - Perciò, la pace del corpo è l’armonico concatenamento delle sue parti; la pace dell’anima irrazionale è la quiete ben regolata dei suoi appetiti; la pace dell’anima razionale è l’accordo ben ordinato di pensiero e azione; la pace dell’anima e del corpo è la vita e la sanità ben ordinate dell’essere animato; la pace dell’uomo mortale con Dio è l’obbedienza ben ordinata nella fede sotto la legge eterna; la pace degli uomini è la loro ordinata concordia; la pace della casa è la concordia unanime dei suoi abitanti nel comandamento e nell’obbedienza; la pace della città è la concordia ben ordinata dei cittadini nella legge e nell’obbedienza; la pace della città celeste è la comunità perfettamente ordinata e perfettamente armonica nel godimento di Dio e nella mutua gioia in Dio; la pace di tutte le cose è la tranquillità dell’ordine. L’ordine è la disposizione di esseri eguali e ineguali, che stabilisce a ciascuno il posto che gli conviene.
 
Testimoni di Cristo - Beata Caterina Cittadini Vergine, Fondatrice: Nasce a Bergamo il 28 settembre 1801 da genitori da poco giunti in città da Villa d’Almè. A sette anni è già orfana e rimane sola con la sorellina Giuditta di cinque anni. Vengono così accolte nell’orfanotrofio del Conventino. In quell’Istituto Caterina Cittadini si diploma maestra nel 1823. Viene invitata da due cugini sacerdoti, Giovanni ed Antonio Cittadini, a trasferirsi a Calolziocorte e nello stesso anno inizia ad insegnare nella scuola elementare del vicino paese di Somasca di Vercurago, dove apre una scuola gratuita per fanciulle povere, una scuola festiva gratuita, seguita da un educandato e da un orfanotrofio. Alcune delle sue ex allieve rimangono con lei per diventare loro stesse educatrici. Da questo nucleo sorge il nuovo Istituto delle Orsoline di Somasca. A 37 anni, nel 1840, muore la sorella Giuditta, suo più valido sostegno. Caterina scrive le Costituzioni del nuovo Istituto e le presenta al vescovo di Bergamo, Luigi Speranza negli anni 1854-55. Verranno approvate sette mesi dopo la morte di madre Cittadini, il 5 maggio 1857. È beata dal 2001. (Avvenire)
 
O Padre, che nella risurrezione di Cristo tuo Figlio
ci rendi creature nuove per la vita eterna,
dona a noi, tuo popolo, di perseverare nella fede e nella speranza,
perché non dubitiamo che si compiano le tue promesse.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.