24 Maggio 2026
 
Domenica di Pentecoste
 
At 2,1-11; Salmo Responsoriale 103 (104); 1Cor 12,3b-7. 12-13; Gv 20,19-23 
 
Prima Lettura - Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare: Sono innumerevoli i doni con i quali lo Spirito Santo arricchisce la comunità apostolica. Tra questi eccelle il parlare in lingue. Di questo fenomeno mistico vi sono due interpretazioni: o gli apostoli hanno ricevuto il dono di parlare in lingue straniere per cui furono compresi dai vari gruppi etnici convenuti a Gerusalemme; oppure essi hanno parlato in lingua, e gli astanti, illuminati interiormente, li hanno compresi. Quest’ultima interpretazione sembra essere indicata dal testo lucano, che mostra gli apostoli estatici e per questo derisi da chi non è in grado di comprenderli.
 
Seconda Lettura - Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo: San Paolo, nelle sue lettere, spesso parla di carismi, manifestazioni dello Spirito, visioni, rapimenti: «Se bisogna vantarsi – ma non conviene – verrò tuttavia alle visioni e alle rivelazioni del Signore.  So che un uomo, in Cristo, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’ uomo  – se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare» (2Cor 12,1-4). I cristiani di Corinto, in modo particolare, erano stati «arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza» (1Cor 1,5), tanto che l’apostolo Paolo si sente in dovere di ringraziare il Padre della luce, datore di ogni dono perfetto (Cf. Gc 1,17), a motivo della grazia di Dio che era stata data loro in Cristo Gesù (Cf. 1Cor 1,4). Ma al di là della contentezza a motivo della prodigalità divina, Paolo si vede costretto a intervenire perché invece di essere fonte di coesione o di virtù, come l’umiltà o la carità, la ricerca dei carismi e il loro uso sregolato avevano creato tra i Corinzi divisioni e malumori. Questo andava proprio contro l’opera pacificatrice e unificatrice dello Spirito Santo da cui tutti i carismi hanno origine.
 
SEQUENZA
 
Vangelo
Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi.
 
Pietro e il discepolo che Gesù amava hanno già visitato la tomba vuota, il Risorto è apparso a Maria di Magdala, ora appare agli Undici rinserrati in casa per timore dei Giudei. Il tema di questa pericope è straordinariamente ricco: il dono della pace, l’ostensione di Gesù, la gioia dei discepoli, la missione, il dono dello Spirito Santo, il potere di rimettere i peccati.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23 
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
 
Parola del Signore.
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana
 
Giovanni segue il computo romano o greco, per gli Ebrei invece al tramonto era già iniziato il secondo giorno. Il Sinedrio, con la morte di Gesù, pensava di aver messo fine alla vicenda religiosa del Nazareno e dei suoi seguaci. Per maggiore precauzione aveva sigillato la tomba ponendola anche sotto sorveglianza armata ed era quindi ben intenzionato a sradicare ogni forma di proselitismo.
... mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei. Gli Undici, con il cuore pieno di timore, sono in casa con le porte ben sbarrate perché sanno che le minacce dei Farisei non cadono mai a vuoto. Le case generalmente avevano una porta, se quella che ospitava gli Undici ne aveva diverse forse il dettaglio sta ad indicare che era la dimora di un uomo ricco. Nonostante tale stato d’animo, la certezza della Risurrezione, con la sua luce, già invadeva il cuore e la mente dei discepoli, spazzando via con energia incertezze, incredulità, paure (Cf. Gv 20,1-18).
Gesù, entrando a porte chiuse, ritorna fra i suoi annunciandosi come fonte di pace, vita e salvezza.
Saluta i discepoli con un saluto molto caro agli Ebrei: Pace a voi (Cf. Gdc 6,23; 19,20; Lc 10,5) e nell’augurarla, la dona.
Detto questo, mostrò loro le mani ...: non è un fantasma (Cf. Lc 24,37-38), è veramente il loro Maestro che essi hanno contemplato confitto sul legno della croce, le mani hanno il segno dei chiodi, il fianco reca lo squarcio provocato dalla lancia, ora, è lì, vivo, in mezzo a loro... il Crocifisso è risorto, come aveva detto (Mt 28,6). Stupefatti, i discepoli sono ricolmi di gioia. Gesù risorto è la fonte della gioia, quella vera. Quella sera si compiva quanto lui aveva loro promesso: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla» (Gv 16,21-23). Dopo aver donato per la seconda volta la pace, Gesù risorto affida agli Undici la missione di essere suoi apostoli: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21).
«Si osservi il parallelismo sinonimico, presente in questo passo, con il quale l’invio dei discepoli da parte di Gesù è paragonato a quello del Figlio da parte di Dio: Come il Padre ha inviato ME, anch’io mando voi. Si tratta quindi di una consacrazione divina dei discepoli ad essere gli araldi del Risorto; essa sta per essere sigillata con il dono dello Spirito santo» (Alberto Salvatore Panimolle).
Soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo...», lo Spirito Santo che era stato tante volte promesso nel tempo della vita mortale di Gesù viene ora donato. Il verbo soffiare rievoca la creazione dell’uomo: il «Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7). Tale accostamento è suggerito dal fatto che qui si trova «lo stesso verbo raro di Gen 2,7 [Cf. Sap 15,11]: Cristo risorto dona ai discepoli lo Spirito che effettua come una ri-creazione dell’umanità. Possedendo fin d’ora questo principio di vita, l’uomo è passato dalla morte alla vita [Gv 5,24 ], non morirà mai [Gv 8,51]. È il principio di un’escatologia già realizzata. Per Paolo (almeno nelle sue prime lettere), questa ri-creazione dell’umanità si produrrà solo al ritorno di Cristo [1Cor 15,45, che cita Gen 2,7] (Bibbia di Gerusalemme).
Con il dono dello Spirito Santo gli Undici vengono santificati nella verità [Gv 17,17-19] e abilitati alla loro futura missione, che si specifica nel perdonare i peccati e nel potere correlativo di non perdonarli. Tale potere di perdonare o di non perdonare i peccati è espresso in forma simile da Mt 16,19 e 18,18, dove è usata una forma più giuridica.
Al di là delle difficoltà che pone il versetto giovanneo, nelle parole di Gesù possiamo cogliere la gioia e la consolazione che nel mondo c’è il perdono dei peccati e che questo potere è stato dato agli uomini (Mt 9,7).
La missione apostolica sarà gravida della presenza del Risorto (Cf. Mt 28,20) e porterà i tratti della sua infinita misericordia.
 
Per approfondire
 
Tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.  - Maria Grazia Danieli (Lingua in Schede Bibliche Pastorali): Dono delle lingue: glossolalia - Nelle religioni orientali ellenistiche, glossa riveste anche il significato di espressione straniera, oscura, bisognosa di interpretazione per la lingua o per la struttura: così nei testi di Plutarco relativi ai misteri di Iside e Osiride e ai responsi della Pizia delfica: cioè accanto alla lingua parlata c’è una lingua secretior propria della mistica religiosa, che esprime in un cifrario misterioso, comprensibile solo agli iniziati, le parole degli dèi. Il singolare fenomeno del «parlare in lingua» (descritto in 1Cor. 12,14; in Atti 10,46; 19,6), connesso anche con il parlare nuove lingue di Marco 16, 17 e con il parlare altre lingue o lingue diverse di Atti 2, 4 ci è noto soprattutto dalla vivida descrizione che di esso si legge nella prima lettera ai Corinti. La glossolalia costituisce, allo stesso modo del profetare, un carisma, una espressione verbale prodotta dallo Spirito (1Cor. 12; 14).
1Cor. 12,10.28.30: ... a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue... poi vengono i miracoli, poi i doni di guarigione, quelli che hanno il dono dell’assistenza, del governo, delle lingue ... Tutti possiedono doni di guarigione? Tutti parlano in lingue? Tutti fanno da interpreti?
1Cor. 14,2: Chi parla in lingue non parla agli uomini, ma a Dio; infatti nessuno capisce, dicendosi cose misteriose nello Spirito.
Come afferma l’ultima frase citata, la glossolalia è una espressione non rivolta agli uomini, ma a Dio: «Che se non vi è chi interpreta, scrive Paolo, questi tali tacciano nell’assemblea, e parlino a se stessi e a Dio» (1Cor. 14,28). Questo «parlare» consiste in una preghiera, o forse anche in un canto di ringraziamento e di lode (Atti 10,46), e ha come effetto l’edificazione del carismatico, non della comunità: «Chi  parla  in  lingue  edifica  se  stesso,  chi  profetizza  edifica la chiesa... Che se tu benedici soltanto con lo spirito, colui che assiste come semplice uditore come potrebbe dire l’amen al tuo ringraziamento, dal momento che non capisce quello che dici?» (1Cor 14,4.16). Il noùs è completamente assente da questo esprimersi pneumatico (1Cor. 14,4). Il glossolalo infatti dice a se stesso e ad altri cose oscure e misteriose (Cf. 1Cor. 14,2.9.11.15ss.), emette suoni inarticolati come uno strumento suonato senza distinzione di toni (1Cor. 14,7.21), dando l’impressione di parlare in lingue straniere incomprensibili. Le effusioni incontrollate e contemporanee di molti glossolali possono dare alla comunità riunita l’aspetto di una accolta di esaltati (1Cor. 14,23.27). Le glossai costituiscono però anche un segno prodigioso della presenza di una forza soprannaturale irresistibile.
In conclusione, la glossolalia presente nella comunità di Corinto e così minuziosamente esaminata da Paolo era un esprimersi estatico ed incomprensibile, attraverso un balbettio di parole e suoni senza nesso e significato, che ha un indubbio termine di confronto nella mistica estatica dell’ellenismo. Tuttavia Paolo coglie il significato distintivo di tali manifestazioni della chiesa nascente: la glossolalia è un carisma dello Spirito santo, di cui egli stesso è gratificato:  «Grazie a Dio, io parlo in lingue molto più di tutti voi» (1Cor. 14,18; Cf. 2Cor. 12,3-4).
Peraltro l’apostolo esige che l’esercizio pubblico della glossolalia venga rigorosamente disciplinato, vagliato e rivolto all’edificazione collettiva (1Cor. 14; 1Tess. 5,19-21).
1Cor. 14,27: Quando si parla in lingue, siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine, e uno faccia da interprete.
Così, se i Corinti, ancora tributari al loro passato pagano, sono inclini a ritenere la glossolalia come il fenomeno «pneumatico» per eccellenza (Cf. 1Cor. 14,37), devono ben riconoscere la superiorità del dono della profezia (1Cor. 14,1-5) e, al di sopra dei carismi transitori, devono tendere a riconoscere il dono supremo della agape (1Cor. 13).
 
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne - Passioni e desideri: Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto ricorda loro che lo Spirito Santo abita nei credenti come in un tempio (Cf. 1Cor 3,16; 6,19). Una affermazione che equivale a dire che il Paràclito vivifica e anima dal di dentro il fedele. Sottintendendo la docilità dell’inabitato, perché Dio non ha mai violato e violentato la libertà umana.
Tra i tanti atteggiamenti distorti, in modo particolare, due peccati rendono “impotente” la Presenza vivificante e ricreatrice dello Spirito: i peccati contro l’unità del Corpo di Cristo che è la Chiesa (Cf. Ef 4,30) e la fornicazione: «State lontani dalla fornicazione! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo, ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi»  (1Cor 6,18-19). Per la disgregazione del corpo di Cristo, bene fa notare Settimio Cipriani: come «l’antico tempio era caratterizzato dalla presenza della “gloria di Dio” che si manifestava nella nube, il nuovo è caratterizzato dalla presenza dello “Spirito Santo” che inabita nell’intimo dei cuori. Perciò è un atto criminale, che Dio punirà certamente, il “profanare” questo tempio, che è la comunità cristiana, con l’errore e soprattutto con lo spirito di fazione e di divisione, perché “santo è il tempio di Dio che siete voi”».
Alla fornicazione possiamo aggiungere l’aborto, l’omosessualità, la pedofilia, la prostituzione, quest’ultima vera «piaga sociale»: «Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo, tempio dello Spirito Santo» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2355). A tanti mali possiamo assommare la dilagante pornografia, la quale lede «gravemente la dignità di coloro che vi si prestano [attori, commercianti, pubblico], poiché l’uno diventa per l’altro oggetto di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno. Immerge gli uni e gli altri nell’illusione di un mondo irreale. È una colpa grave» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2354).
Negli anni passati, fu immesso sui mercati internazionali un videogame il quale insegnava a violentare le ragazzine minorenni, tra grida, pianti e abiti strappati. E qualcuno sosteneva pure che era educativo. Oggi, come ieri, assistiamo, purtroppo, al triste teatrino di povere menti malate che esaltano ogni sfrenatezza, ogni sregolatezza; uomini piccoli e sporchi ubriacati da un’etica individualistica.
Come cristiani non possiamo prestarci a questo giuoco per una cattiva intesa della libertà umana o perché fatti riflessivi per l’evolversi dei costumi, dell’incremento del grado di civiltà, del progredire del sapere umano. Anzi la «profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, indulga a un’etica puramente individualistica. Il dovere della giustizia e dell’amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, contribuendo al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini» (GS 30).
Senza isterismi o fanatismi dobbiamo aiutare gli Stati perché cancellino la piaga dell’aborto e del divorzio e che non promuovano istituzioni liberticide volte solo a distruggere quei valori, come la famiglia, che sono alla base di ogni convivenza civile e democratica. La «comunità politica ha il dovere di onorare la famiglia, di assisterla, e di assicurarle in particolare ... la difesa della sicurezza e della salute, particolarmente in ordine a pericoli come la droga, la pornografia, l’alcolismo, ecc.» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2211).
L’uomo, a qualsiasi sponda appartenga o approdi, ha «una legge scritta da Dio nel suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato» (GS 16). Il libertinaggio, l’assoluta indipendenza di idee e di opinioni specialmente in campo religioso o morale, è una moneta che non paga e non fa ricco nessuno: anzi spinge l’uomo alla più nera miseria, quella spirituale, appunto!
 
Conferenza Episcopale Italiana (Sussidio per la Pentecoste) - «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,19-23):
Il Vangelo della Messa di oggi esprime con la massima chiarezza possibile l’unità di tutto il tempo liturgico che abbiamo vissuto con gioia e solennità per ben cinquanta giorni e che oggi si conclude: la Pasqua e la Pentecoste sono reciprocamente così connesse da dare l’impressione che questa grande “settimana di settimane” sia trascorsa davvero come un unico ottavario, anzi una sola e solenne giornata. Il brano giovanneo proclamato nella liturgia è tratto infatti dal racconto degli incontri dei discepoli con il Risorto il giorno di Pasqua, riconducendo nell’atmosfera luminosa della celebrazione inaugurale di questo periodo liturgico, cioè nella contemplazione della Resurrezione di Cristo, centro della nostra fede e motivo della nostra gioiosa speranza. È proprio nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (Gv 20,19) che è ambientata la cosiddetta “pentecoste giovannea”, cioè l’effusione dello Spirito Santo sugli Apostoli direttamente dalla persona del Cristo Risorto presente in mezzo a loro. Egli si fa vedere vivo dopo la Passione, con i segni della propria corporeità, ferita dalle piaghe della crocifissione: «mostrò loro le mani e il fianco» (Gv 20,20).
In questo momento così ricco di pathos e di grande afflato spirituale, oltre alla prova della verità della Resurrezione i discepoli ricevono il primo dono dello Spirito, per una missione ben specifica: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,22b-23). La prima azione potente dello Spirito sulla Chiesa nascente è la remissione dei peccati, col mandato divino di esercitare la virtù del perdono, sull’esempio del sacrificio di Cristo Crocifisso.  Da allora, la Chiesa di ogni tempo invoca lo Spirito proprio per ottenere il perdono delle colpe (il rito bizantino lo supplica con le parole «purificaci da ogni macchia»), per imparare a offrire il ministero del perdono reciproco e della misericordia fraterna.
Lo Spirito (in greco pneuma), definito con un termine che indica il “soffio” o il “vento” (come quello che si abbatte gagliardo sul cenacolo apostolico descritto nella prima lettura), viene effuso dal Risorto con un gesto plasticamente significativo: Egli «soffiò» (Gv 20,22) sugli Apostoli, richiamando la primordiale trasmissione dell’alito vitale del Creatore sull’uomo plasmato dalla polvere del suolo (cfr. Gen 2,7).  La Pasqua e la sua manifestazione pneumatica, celebrata a Pentecoste, avviano dunque per l’umanità una vera e propria “nuova creazione”. Come la prima, anche questa seconda creazione avviene per mezzo delle “due mani” del Padre: il suo Verbo, ora Risorto, e il suo Spirito (come in epoca patristica affermerà la teologia trinitaria di Sant’Ireneo di Lione). La liturgia latina esprime ciò con l’antica invocazione: «Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione, e rinnoverai la faccia della terra».
 
L’opera dello Spirito Santo nella Chiesa - Agostino (Discorsi, 267,4.4): Voi vedete cosa l’anima fa nel corpo. Dà vita a tutte le membra: vede per mezzo degli occhi, ode per mezzo delle orecchie, odora per mezzo delle narici, per mezzo della lingua parla, per mezzo delle mani opera, per mezzo dei piedi cammina: è presente insieme a tutte le membra, perché esse vivano: dà a tutte la vita e a ciascuna il suo compito. L’occhio non ode, l’orecchio non vede, e neppure la lingua vede né l’orecchio e l’occhio parlano; eppure vivono: vive l’orecchio, vive la lingua: i compiti sono diversi, la vita è comune.
Così è la Chiesa di Dio: in alcuni santi compie miracoli, in altri santi dice la verità, in altri custodisce la verginità, in altri ancora custodisce la pudicizia coniugale; in altri santi questo, in altri santi quello: ciascuno compie l’opera propria, ma tutti vivono parimenti. E quello che è l’anima per il corpo dell’uomo, lo è lo Spirito Santo per il corpo di Cristo che è la Chiesa: lo Spirito Santo opera in tutta la Chiesa ciò che l’anima opera in tutte le membra di un unico corpo... Se dunque volete vivere di Spirito Santo, conservate l’amore, amate la verità, per raggiungere così l’eternità.
 
Testimoni di Cristo - San Donaziano Martire a Nantes (m. 304 circa): Donaziano e Rogaziano erano fratelli che abitavano a Nantes, ma solo Donaziano aveva ricevuto il Battesimo e predicava la fede cattolica. Nel tempo di una persecuzione la cui data è ancora soggetta a discussione (sotto Diocleziano o sotto Decio) Donaziano, ancora adolescente, fu arrestato e gettato in prigione. Il legato tentò di condurre Rogaziano al culto degli idoli, ma, non essendovi riuscito, lo fece gettare nella stessa prigione. Desideroso del Battesimo, egli pensò che un bacio di suo fratello lo avrebbe sostituito. Tutti e due furono torturati qualche tempo dopo e uccisi. Dopo l’editto del 313 i corpi dei due martiri furono collocati in una chiesa più volte ricostruita, che ha il titolo di basilica minore dal 1889 e fu affidata ai monaci di San Martino di Tours. La data della festa ha subito uno spostamento dopo la Rivoluzione. Tutte le diocesi della Bretagna e anche gli altri paesi evangelizzati dai Bretoni, come il Canada, hanno luoghi di culto dedicati ai «fanciulli nantesi». (Avvenire)
 
O Dio, che nel mistero della Pentecoste
santifichi la tua Chiesa
in ogni popolo e nazione,
diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo,
e rinnova anche oggi nel cuore dei credenti
i prodigi che nella tua bontà
hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 23 Maggio 2026
 
Sabato VII Settimana di Pasqua
 
At 28.16-20.3031; Salmo Responsoriale dal Salmo 10; Gv 21,20-25
 
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo… (Vangelo)
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 6 settembre 2000): La sequela non è, [...], un viaggio agevole su una strada pianeggiante. Essa può registrare anche momenti di sconforto al punto tale che, in una circostanza “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66), cioè con Gesù, il quale fu costretto a interpellare i Dodici con una domanda decisiva: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). In un’altra circostanza, lo stesso Pietro viene bruscamente ripreso, quando si ribella alla prospettiva della croce, con una parola che, secondo una sfumatura del testo originale, potrebbe essere un invito a rimettersi “dietro” Gesù, dopo aver tentato di rifiutare la meta della croce: “Va dietro a me, satana! Perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mc 8,33). Il rischio del tradimento resterà in agguato per Pietro che, però, alla fine seguirà il suo Maestro e Signore nell’amore più generoso. Infatti lungo le sponde del lago di Tiberiade Pietro farà la sua professione d’amore: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. E Gesù gli annunzierà “con quale morte egli avrebbe glorificato Dio”, aggiungendo per due volte: “Seguimi!” (Gv 21,17.19.22). La sequela si esprime in modo speciale nel discepolo amato, che entra nell’intimità con Cristo, ne riceve in dono la Madre e lo riconosce risorto.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Paolo a Roma tenta la sua difesa, parla con schiettezza ai Giudei, conferma nella fede i cristiani romani, dopo due anni di prigionia, libero riprende la marcia, forse arriva in Spagna (cfr. Rm 15,24). Presto ritornerà a Roma trascinato ancora una volta dinanzi a un tribunale, la sua vita è al termine, decollato darà la massima testimonianza al mondo pagano di Cristo.   
 
Vangelo
Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e la sua testimonianza è vera.
 
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera: Queste ultime parole sono state aggiunte come una specie di autenticazione del vangelo dalla comunità di Giovanni, per affermare che il discepolo che Gesù amava è proprio il responsabile del vangelo. Giovanni ha terminato la sua opera ma il vangelo rimane sempre aperto, vi sono ancora molte cose non scritte e da scoprire con l’aiuto dello Spirito Santo. Giovanni non ha scritto tutto quasi per sottolineare la perenne novità della Parola.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,20-25
 
In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 20 Pietro si voltò e vide che [li] seguiva il discepolo che Gesù amava; il participio ἀκολουθοῦντα occupa l’ultimo posto della proposizione ed è senza complemento: per questo motivo lo abbiamo riferito ai due personaggi di cui si parla (Gesù e Pietro). L’apostolo Pietro si mette a seguire il Maestro e poi si avvede che anche il discepolo prediletto si trova al loro seguito. Siccome il testo inizia a parlare del «discepolo che Gesù amava», si danno di lui più ampi particolari per identificarlo con chiarezza (quello stesso che nella cena si era chinato verso il suo petto e...; cf. Giov., 13, 25).
21 Signore, e di lui che sarà?; Pietro mostra un particolare interesse per il discepolo prediletto; siccome il Maestro ha detto soltanto a lui di seguirlo, egli desidera sapere che cosa avverrà della persona che Gesù amava. L’apostolo quindi con estremo candore e con premuroso interessamento domanda a Cristo quale sorte attenderà il discepolo prediletto; egli desidera sentire da Gesù se anche il discepolo amato avrà una sorte eguale a quella predetta a lui poco dianzi.
22 Se voglio che egli rimanga fino a quando io venga, che ne viene a te?; il Maestro non accondiscende al desiderio dell’apostolo, poiché la conoscenza della sorte concernente il discepolo prediletto non lo riguarda, cioè non ha un particolare interesse per lui; a Pietro infatti basta sapere quale sarà la fine che lo attende, a lui Gesù ha detto chiaramente di seguirlo (Tu seguimi) e su queste parole egli deve riflettere. «Fino a quando io venga»; la venuta di Cristo si riferisce alla sua parusia, cioè al suo ritorno glorioso; tuttavia il Salvatore non intende affermare che il discepolo amato rimarrà in vita fino a quel momento, ma che se egli volesse anche questo per il discepolo prediletto, ciò non avrebbe un interesse particolare per Pietro.
23 Si diffuse... tra i fratelli questa voce che quel discepolo non morirà; «i fratelli» designano i cristiani. Tra i credenti le parole che Cristo aveva dette a Pietro intorno al discepolo prediletto furono intese nel senso che questo discepolo non sarebbe morto, cioè egli sarebbe sopravvissuto fino al ritorno glorioso di Cristo nella parusia. L’autore precisa che questa credenza è fondata su una falsa conclusione tratta dalle parole di Gesù (Gesù tuttavia non aveva detto a Pietro: Egli non morrà, ma...). L’ultima parte del versetto («che te ne riguarda?») è omessa da alcuni codici; per la traduzione essa è richiesta per dare un senso compiuto alla frase. L’accento della spiegazione è posto sul fatto che Gesù si è espresso in forma condizionale (se mi piacesse farlo vivere finché io non ritorni...), non già che egli abbia manifestato una sua volontà positiva. Alcuni autori ritengono che sia stato il discepolo prediletto stesso a rettificare la falsa interpretazione data dai credenti alle parole che il Maestro gli aveva rivolto in quella circostanza; infatti il discepolo amato, una volta divenuto vecchio, non voleva che si pensasse che la sua longevità accreditasse tale credenza, né che si pensasse ad una parusia ormai prossima nel tempo. Di conseguenza, secondo questi interpreti, il presente testo sarebbe stato scritto quando il discepolo prediletto era ancora in vita. Altri studiosi invece opinano che il redattore di questo capitolo abbia inteso chiarire con il presente versetto che alcuni credenti erano caduti in un errore d’interpretazione delle parole rivolte da Cristo al discepolo prediletto, poiché avevano creduto che questo discepolo non dovesse morire prima della parusia, ed invece era morto. Evidentemente per questi esegeti la presente chiarificazione sarebbe stata data dopo la morte del discepolo amato.
24 Questo è il discepolo che dà testimonianza su questi fatti e li ha scritti; i verss. 24-25 formano un nuovo epilogo del vangelo, epilogo aggiunto da un gruppo di discepoli del «discepolo prediletto»; i due versetti quindi non appartengono all’autore del vangelo. Questo gruppo di discepoli si richiamano alla testimonianza del discepolo prediletto, la quale garantisce la verità dei fatti narrati, fatti che egli stesso ha trasmessi per scritto (e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera). L’epilogo rivela una preoccupazione, quella cioè di assicurare i lettori (i credenti della Chiesa primitiva) che le cose narrate sono degne di fede. Probabilmente questo versetto doveva servire di commendatizia del vangelo, quando questo incominciò ad essere divulgato tra le comunità della Chiesa primitiva.
25 Vi sono ancora molte altre opere compiute da Gesù; si richiama un’idea già espressa nella prima conclusione del vangelo (cf. 20, 30-31); in tal modo si riafferma la notevole abbondanza delle opere di bontà compiute dal Salvatore. Se queste fossero scritte una per una...; la formula è manifestamente iperbolica e riflette il gusto letterario degli scrittori del tempo; essa è usata per esaltare i personaggi dei quali si ricordano le gesta compiute; cf. 1 Maccabei, 9, 22; si veda anche Filone, Legatio ad Gaium, III, § 238.
 
Per approfondire
 
Gli uomini retti, Signore, contempleranno il tuo volto (SR) -  L’uomo di fronte al volto di Dio - Salvatore Panimolle (Volto in Schede Bibliche - Vol VIII): Dio si rivela e si comunica all’uomo, ossia mostra il suo volto, quindi la creatura può e deve cercare il Signore.
a) Cercare il volto di Dio. Il pio israelita ricerca il volto del Signore (Sal 27,8s), ossia la presenza speciale di Dio, la sua benevolenza. Infatti chi cerca il volto del Signore avrà successo e riceverà benedizioni celesti (Sal 24,5). Perciò il salmista invita caldamente a ricercare il volto del Signore (Sal 105,4). Nell’èra escatologica perfino le genti andranno a Gerusalemme per ricercare il volto del Signore, supplicando Dio di usare loro misericordia e benevolenza (Zc 8,21s).
b) Parlare con Dio faccia a faccia. Poter parlare con Dio faccia a faccia rappresenta uno dei favori concessi a quelle persone particolarmente privilegiate, che furono intime del Signore. Mosè ottenne tale grazia (Nm 12,6ss), essendo il profeta più grande mai sorto in Israele (Dt 34,10), l’amico di Dio (Es 33,11). Non solo a Mosè, ma anche a tutto il popolo di Dio fu concesso tale privilegio sul monte Horeb (Dt 5,4).
c) Vedere il volto di Dio. Il volto di Dio può essere visto dall’uomo? Su tale problema specifico le varie tradizioni del Pentateuco e in genere gli agiografi veterotestamentari prendono posizioni diverse. La tradizione jahvista non concede neppure al più grande dei profeti di vedere il volto di Dio; per un eccesso della benevolenza divina a Mosè sarà dato di vedere il dorso di Dio, perché nessun vivente può rimanere in vita dopo aver visto il volto del Signore (Es 33,20-23). Al contrario il deuteronomista ritiene che JHWH si facesse conoscere da Mosè faccia a faccia (Dt 34,10).
Nelle teofanie il gesto più naturale dello spettatore è cadere faccia a terra per adorare il Signore e per non vedere la sua gloria: così fece Mosè nella teofania del roveto ardente (Es 3,6), altrettanto Giosuè (Gs 5,14) ed Ezechiele (Ez 1,28). Persino i serafini, secondo la descrizione di Isaia, si velano il volto per non vedere il Santo per eccellenza (Is 6,1-2). Anche gli apostoli, spettatori della trasfigurazione di Gesù nel la meravigliosa teofania del Tabor, caddero faccia a terra (Mt 17,6).
Secondo i pii salmisti il volto di Dio si vede nel tempio (Sal 95,2), ossia in questo luogo santo si sperimenta una presenza speciale del Signore. Di qui l’anelito ardente del salmista di vedere il volto di Dio (Sal 42,2-3), ossia di sperimentare nel tempio la dolcezza della presenza divina.
Il volto di Dio sarà contemplato solo dai giusti (Sal 11,7), quando saranno simili agli angeli che vedono sempre il volto di Dio (Mt 18,10). Infatti nell’èra escatologica i salvati vedranno Dio faccia a faccia (1Cor 13,12).
Il volto di Gesù nei discepoli - Il volto divino di Gesù durante la passione poté essere oltraggiato con schiaffi e
sputi (Mt 26,67; Mc 14,65), però dopo la risurrezione fu trasformato, giacché la gloria divina rifulse d’allora in poi su di esso (2Cor 4,6).
Tale splendore, visto dai tre apostoli privilegiati per breve ora sul Tabor durante la trasfigurazione di Gesù (Mt 17,2; Lc. 9,29), si riflette sui discepoli (2Cor 3,18).
Infatti il cristiano con la sua adesione di fede a Gesù è illuminato non in modo passeggero come Mosè (2Cor 3,7.13), ma permanentemente (2Cor 4,6); anzi nella Gerusalemme celeste potrà vedere l’Agnello ed il volto di Dio (Ap 22,3-4).
 
Tommaso d’Aquino, In Jo, ev. exp., XXI: Se lo voglio che egli rimanga sino al mio ritorno... : qui il Signore, parlando di Giovanni, ossia della vita contemplativa, afferma: Io voglio che egli rimanga, ossia che attenda, sino al mio ritorno, cioè sino alla fine del mondo, oppure sino alla morte di ogni contemplativo. Perciò la vita contemplativa che viene iniziata in terra non giunge a compimento, ma resta in divenire in attesa del ritorno di Cristo, che la renderà perfetta.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Battista de’ Rossi. Oltre i limiti della malattia una luce per gli ultimi: Spesso ciò che al mondo appare imperfetto e limitato è in realtà portatore di un messaggio di speranza e di luce per l’umanità. Ma solo usando gli occhi del Vangelo è possibile cogliere questa profezia dell’imperfezione. È questo il messaggio contenuto nella vicenda umana e spirituale di san Giovanni Battista de’ Rossi. Nella sua condizione di sofferenza dovuta dalla epilessia, infatti, questo sacerdote vissuto nel XVIII secolo è salito agli onori degli altari, testimoniando come l’amore e la cura degli ultimi superino qualsiasi limitazione e ferita. Nato a Voltaggio (Genova) nel 1698 in un famiglia nobile ormai decaduta, a 13 anni si spostò a Roma per studio, andando a vivere da uno zio sacerdote, canonico a Santa Maria in Cosmedin e frequentando il liceo dai Gesuiti del Collegio Romano. In quel periodo si manifestarono i primi sintomi della malattia, che non gli impedì di diventare prete nel 1721. Dedicò il suo ministero alla cura degli studenti, dei poveri, dei malati e degli emarginati, dando vita alla Pia Unione dei sacerdoti secolari di Santa Galla. Fondò anche un ospizio per le donne, dedicato a san Luigi Gonzaga, di cui de’ Rossi era particolarmente devoto. Divenne canonico anche lui, ma fu dispensato dall’obbligo del coro per poter continuare a stare in mezzo agli ultimi. Morì il 23 maggio 1764.  (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
ai tuoi figli, che hanno celebrato con gioia le feste pasquali,
concedi, per tua grazia, di testimoniare
nella vita e nelle opere la loro forza salvifica.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
22 Maggio 2026
 
Venerdì VII Settimana di Pasqua
 
At 25,13-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Gv 21,15-19
 
In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». (Vangelo)
 
Gesù ha affidato a Pietro una missione unica: Catechismo della Chiesa Cattolica 552-553: Nel collegio dei Dodici Simon Pietro occupa il primo posto. Gesù a lui ha affidato una missione unica. Grazie ad una rivelazione concessagli dal Padre, Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Nostro Signore allora gli aveva detto: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16,18). Cristo, “Pietra viva” (1Pt 2,4), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli. Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16,19). Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, “il Buon Pastore” (Gv 10,11) ha confermato questo incarico dopo la risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” (Gv 21,15-17). Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Festo, nuovo procuratore, illustra al re Agrippa II il caso del prigioniero Paolo, precedentemente lasciato da Felice. Egli riferisce delle accuse mosse dai capi dei sacerdoti e dagli anziani dei Giudei e sottolinea il suo rifiuto di condannare un cittadino senza un equo processo. Inoltre, Festo nota che le controversie non riguardavano crimini civili o politici, ma dispute teologiche su “un certo Gesù, morto, che Paolo sosteneva essere vivo.
Ma Paolo si appellò perché la sua causa fosse riservata al giudizio di Augusto: Per evitare un processo non sicuro a Gerusalemme, Paolo si avvale del suo diritto di cittadino romano, richiedendo di essere giudicato direttamente a Roma dall’imperatore,
 
Vangelo
Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore.
 
Gesù offre a Pietro, con una triplice professione d’amore, l’opportunità di controbilanciare il triplice rinnegamento (cfr. Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,54-62; Gv 18,25-27). E solo alla fine di questa triplice professione di amore, Pietro, da Gesù, viene rinvestito nel suo mandato, quello di reggere e di pascere in suo nome il gregge (cfr. Mt 16,18; Lc 22,31s). È da notare che il racconto della riabilitazione di Pietro abbonda di sinonimi, due diversi verbi per amare; due verbi per pascere; due nomi per pecore e agnelli; due verbi per sapere; come a voler esaltare l’episodio dell’investitura. Ormai purificato e rinnovato nel cuore e nella mente, Pietro può conoscere «con quale morte egli avrebbe glorificato Dio»: «...quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Una profezia che si compirà a Roma, luogo della sua morte violenta: morirà crocifisso come il suo Signore.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,15-19
In quel tempo, [quando si fu manifestato ai discepoli ed] essi ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore».
Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi».
Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Dopo aver mangiato Gesù chiede a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?». Il pasto preso insieme li ha affiatati; ha rinsaldato la loro amicizia. Gesù, il Signore risorto, si è reso a loro presente come servo e amico insieme. Ma Pietro è ora disposto ad accogliere un Signore così? Uno che ama donandosi, servendo? È disposto a corrispondere a questo amore, imitando Gesù? La domanda di Gesù va in questo senso.
Gli chiede infatti: «Simone di Giovanni, mi ami più di costoro?». Lo chiama «Simone di Giovanni» come la prima volta (1,42), quando gli aveva promesso, cambiandogli il nome, di affidargli una missione. Ora, terminata la sua opera, Gesù compie la sua promessa, ma prima vuole vagliare se il discepolo è sulla stessa lunghezza d’onda. La risposta di Pietro è sfumata, umile.
Pietro non usa il verbo «amare». Dopo quanto gli è capita può affermare con sicurezza un amore incondizionato che esige un totale dono di sé? E neppure osa dire che lo ama più degli altri. Egli ha rinnegato il Maestro, gli altri no! Si limita ad usare il verbo dell’amicizia, ma anche questo con umiltà, affidandosi finalmente al giudizio del suo Signore: «Tu sai che ti voglio bene». E Gesù sapeva che ora Pietro era sintonia con lui e pronuncia quella formula che è conferimento di missione: «Pascola i miei agnelli».
Siamo in un linguaggio pastorale. Dire «pascola» significa affidargli il gregge perché vada avanti e il gregge lo segua come si segue il pastore di cui le pecore conoscono la voce (10,4); significa preoccuparsi perché non manchi al gregge il necessario, incominciando dagli «agnelli», cioè dai piccoli, dai più deboli; significa difenderli dai pericoli disposto a dare la propria vita perché abbiano la vita (10,10.11).
A questo compito è innanzitutto chiamato Pietro, e ad altro ...
Di nuovo per la seconda volta gli chiede: «Simone di Giovanni, mi ami?». Il confronto con gli altri è scomparso. Ora Gesù, gli chiede solo una totale adesione a sé, un amore davvero incondizionato, un rendersi simile a lui. Quello che Gesù gli chiede - e Pietro deve già saperlo - non è un amare che accentra, ma un’ubbidienza alla sua parola: «Chi mi ama è colui che fa suoi i miei comandamenti e li osserva ... E questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri» (14,21; 15,12). Pietro si è collocato sul piano dell’amicizia e perciò vale anche questa parola di Gesù: «Nessuno ha più amore di questo: dare la vita per i propri amici» (15,13).
Ora Gesù chiede a Pietro quello che Pietro voleva fare, ma non gli riuscì: dare la vita (13,37), darla come lui l’ha data, per gli altri, per quelli che gli saranno affidati. Gesù non ci chiede di dare la vita per lui, ma con lui e come lui, per salvare altri. A Pietro, in pratica, chiede se è disposto a fare il pastore e non il mercenario (vedi 10,11-12). E Pietro, non fidandosi delle sue forze, ma affidandosi alla conoscenza che Gesù ha di lui, risponde: «Signore, sì; tu sai che ti voglio bene». E Gesù a lui: «Pasci le mie pecore». Il verbo è cambiato. Gesù non solo gli affida il gregge, perché lo conduca al pascolo, ma gli affida il governo sul gregge; li dà pieni poteri sul nuovo popolo di Dio. Tale è nella Bibbia il senso pieno di «pascere» (Sal 78,71; Mic 5,3). E gli affida non solo gli agnelli, ma anche le pecore, cioè la totalità del gregge di Dio. Sarà lui che visibilmente, nel suo ministero, dovrà unire in Cristo tutti i figli di Dio dispersi (11,52), fare di tutti un solo gregge, un solo popolo (10,16). È l’autorità di Gesù sul suo popolo che il ministero di Pietro dovrà rendere visibile nella storia.
 
Per approfondire
 
Paul LamarcheIl primato di Pietro è fondato sulla sua missione, espressa in parecchi testi evangelici.
a) Mt 16, 13-23. - Nuovo Abramo, cava da cui vengono estratte pietre viventi (cfr. Is 51, 1 ss e Mt 3, 9), fondamento sul quale Cristo edifica la propria comunità escatologica, Pietro riceve una missione di cui deve beneficiare tutto il popolo. Contro le forze del male, che sono potenze di morte, la Chiesa edificata su Pietro ha l’assicurazione della vittoria. Così la missione suprema di radunare gli uomini in una comunità, in cui ricevono la vita beata ed eterna, è affidata a Pietro, che ha riconosciuto in Gesù il Figlio del Dio vivente. Come in un corpo una funzione vitale non può fermarsi, così nella Chiesa, organismo vivente e vivificatore, bisogna che Pietro, in un modo o nell’altro, sia sempre presente per comunicare senza sosta ai fedeli la vita di Cristo.
b) Lc 22, 31s e Atti. - Alludendo senza dubbio al suo nome, Gesù annuncia a Pietro che dovrà «confermare» i suoi fratelli, dopo essersi ravveduto del suo rinnegamento; la sua fede, grazie alla preghiera di Cristo, non verrà meno. Questa è appunto la missione di Pietro, descritta da Luca negli Atti: egli sta alla testa del gruppo riunito nel cenacolo (Atti 1, 13); presiede all’elezione di Mattia (1, 15); giudica Anania e Safira (5, 1-11); in nome degli altri apostoli, che sono con lui, proclama alle folle la glorificazione messianica di Cristo risorto ed annunzia il dono dello Spirito (2, 14-36); invita al battesimo tutti gli uomini (2, 37-41), compresi i «pagani» (10, 1- 11, 18) ed ispeziona tutte le chiese (9, 32). Come segni del suo potere sulla vita, in nome di Gesù guarisce gli ammalati (3, 1-10) e risuscita un morto (9, 36-42). D’altra parte, il fatto che Pietro sia tenuto a giustificare la sua condotta in occasione del battesimo di Cornelio (11, l-18), lo svolgimento del concilio di Gerusalemme (15, 1-35), nonché le allusioni di Paolo nella lettera ai Galati (Gal 1, 28 - 2, 14), rivelano che nella direzione, in gran parte collegiale, della Chiesa di Gerusalemme, Giacomo aveva una posizione importante ed il suo accordo era fondamentale. Ma questi fatti e la loro relazione, lungi dal creare ostacolo al primato ed alla missione di Pietro, ne illuminano il senso profondo. Di fatto l’autorità di Giacomo non ha le stesse radici, né la stessa espressione di quella di Pietro: è a titolo particolare che questi ha ricevuto, con tutto quello che ciò comporta, la missione di trasmettere una regola di fede integra (cfr. Gal 1, 18), ed è il depositario delle promesse di vita (Mt 16, 18 s).
c) Gv 21. - In forma solenne, e forse giuridica, Cristo risorto per tre volte affida a Pietro la cura di tutto il gregge, agnelli e pecore. Questa missione deve essere intesa alla luce della parabola del buon pastore (Gv 10, 1-28). Il buon pastore salva le sue pecore, raccolte in un sol gregge (10, 16; 11, 52), e queste hanno la vita in abbondanza; egli dà anche la propria vita per le sue pecore (10, 11); perciò Cristo, annunziando a Pietro il suo futuro martirio, aggiunge: «Seguimi». Egli deve camminare sulle orme del suo maestro, non soltanto dando la vita, ma comunicando la vita eterna alle sue pecore, affinché non periscano mai (10, 28). «Seguendo» Cristo, roccia, pietra vivente (1 Piet 2, 4), pastore che ha il potere di ammettere nella Chiesa, cioè di salvare dalla morte i fedeli e di comunicare loro la vita divina, Pietro, inaugurando una funzione essenziale alla Chiesa, è veramente il «vicario» di Cristo. Questa è la sua missione e la sua grandezza.
 
Sant’Agostino: Ma, prima, il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza se Pietro lo ama, e da Pietro altrettante volte si sente rispondere che lo ama; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore. Alla sua triplice negazione fa riscontro la triplice confessione damore, in modo che la sua parola non obbedisca allamore meno di quanto ha obbedito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu dinanzi alla minaccia di morte. Sia dunque prova del suo amore pascere il gregge del Signore, come rinnegare il pastore costituì la prova del suo timore (Sant’Agostino)
 
Testimoni di Cristo - Santa Rita da Cascia. L’ostinazione del bene cambia le vite e la storia: L’ostinazione del bene produce miracoli, converte i cuori e cambia la storia: è questa resistenza dell’umiltà che ci viene testimoniata da santa Rita da Cascia, la «santa degli impossibili». E impossibile, infatti, poteva sembrare l’intento di cambiare il cuore del marito, ma con umile determinazione e la forza del Vangelo Rita ci riuscì.
Nata a Roccaporena nel 1381, figlia unica, Margherita Lotti - questo il suo nome di Battesimo - per volontà della famiglia fu destinata al matrimonio con un uomo violento. La pazienza e l’amore della moglie lo cambiarono, ma la sua vita alla fine fu spezzata dalla violenza: morì assassinato. Morti anche i due figli di malattia, Rita, che convinse la famiglia del marito a non vendicarsi, decise di seguire il desiderio giovanile entrando nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia. Qui visse per quarant’anni nella preghiera e nella penitenza e dedicandosi a opere di carità. Nel 1432, dopo aver chiesto in preghiera di essere unita alla Passione di Cristo, le apparve sulla fronte una ferita, come quelle della corona di spine di Gesù. Morì nel 1447 (o forse nel 1457). (Matteo Liut)
 
O Dio, che con la glorificazione del tuo Figlio 
e con l’effusione dello Spirito Santo
ci hai aperto il passaggio alla vita eterna,
fa’ che, partecipi di così grandi doni, 
progrediamo nella fede e nel tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 21 Maggio 2026
 
Giovedì VII Settimana di Pasqua
 
At 22,30; 23,6-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 15 (16); Gv 17,20-26
 
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato (Vangelo)
 
La Bibbia di Navarra: v. 24 Cristo conclude la preghiera al Padre chiedendo la visione beatifica per tutti i cristiani. Il verbo usato dal Signore - “voglio” anziché “prego” - è indice che sta chiedendo la cosa più importante, coincidente con la volontà del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità (cfr l Tm 2,4); è, in definitiva, la missione della Chiesa: la salvezza delle anime.
Fino a quando siamo in terra partecipiamo alla vita di Dio mediante la conoscenza (fede) e l’amore (carità); ma solamente nel cielo otterremo la pienezza della vita soprannaturale, contemplando Dio così com’egli è (cfr l Gv 3,2), faccia a faccia (cfr l Cor 13,9-12). Per questo la Chiesa è orientata verso l’eternità, è per sua natura escatologica; ciò vuoi dire che, possedendo in questo mondo tutti i mezzi per insegnare la vera dottrina, tributare a Dio il genuino culto e trasmettere la vita della grazia, la Chiesa mantiene viva la speranza nella pienezza della vita eterna: «La Chiesa, alla quale tutti siamo chiamati in Cristo Gesù e nella quale per mezzo della grazia acquistiamo la santità, non avrà il suo compimento se non nella gloria del cielo, quando verrà il tempo della restaurazione di tutte le cose (cfr At 3,21), e quando col genere umano anche tutto il mondo, il quale è intimamente unito con l’uomo e per mezzo di lui arriva al suo fine, sarà perfettamente ricapitolato in Cristo (cfr Ef 1,10; Col 1,20; 2 Pt 3,10-13)» (Lumen gentium, n. 48).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Il comandante della coorte arrestando Paolo e facendolo mettere in catene lo aveva salvato dalla furia omicida della folla che lo voleva lapidare (At 21,27ss). Per conoscere il motivo di questa sollevazione decide di metterlo a confronto con “i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio”, feroci accusatori dell’Apostolo.
L’apostolo Paolo gioca d’astuzia: sa che i Sadducei e i Farisei, pur condividendo il potere spirituale e quello del comando, sono divisi per quanto riguarda il loro credo. I Sadducei, un influente gruppo religioso e politico ebraico dell’aristocrazia sacerdotale, attivo dal II sec. a.C. al I sec. d.C., controllavano il Tempio di Gerusalemme e il sinedrio, e a differenza dei Farisei accettavo solo la Torah scritta (Pentateuco) e negavano la risurrezione dei morti, gli angeli e la vita dopo la morte.
Questa disparità gioca a favore dell’apostolo Paolo creando una spaccatura tra i due gruppi, i quali divisi non riescono più a trovare una accusa comune per farlo mettere a morte. Tale era la confusione e la cagnara, che il comandante della coorte “temendo che Paolo venisse linciato ... ordinò alla truppa di scendere, portarlo via e ricondurlo nella fortezza”.
La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: «Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma»: Paolo non terminerà à a Gerusalemme il suo glorioso ministero apostolico, ma a Roma, dove, secondo la tradizione, verrà decapitato in odium fidei.
 
Vangelo
Siano perfetti nell’unità.
 
Gesù prega per la Chiesa, il nuovo Israele, la comunità dei credenti riuniti dalla testimonianza degli Apostoli. Per la Chiesa Gesù chiede il dono dell’unità, cioè quella stessa comunione che lo unisce al Padre. Uniti a lui, i credenti saranno intimamente uniti al Padre, e uniti anche tra loro nell’amore. Ed è grazie a questo legame d’amore che la Chiesa sarà destinata a contemplare la gloria di Cristo e a parteciparvi. Questa è la mèta ultima dei credenti condividere, oltre la morte, la vita eterna del Padre e del Figlio. Dopo la liberazione dalla cattività egiziana e la rivelazione del Sinai, la gloria di Dio dimorava sopra il tabernacolo in mezzo a Israele (Es 40,34), ora questa gloria abita nella comunità dei credenti: Gesù è la gloria di Dio manifestata agli uomini in mezzo ai quali ha piantato la sua tenda (Gv 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 17,20-26
 
In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».
Parola del Signore.
 
Felipe F. Ramos (Il Vangelo secondo Giovanni - Commento della Bibbia Liturgica): È l’ultima parte della preghiera sacerdotale di Gesù. In essa sono ricordati tutti quelli che, nel corso della storia crederanno in Gesù attraverso la parola dei suoi discepoli: è una preghiera per tutti i credenti. Anche per essi, si chiede l’unità, un’unità, una comunione che rassomigli a quella che esiste fra il Padre e il Figlio e che sia anzi una partecipazione dell’unità divina.
Come il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, anche i credenti devono essere nel Figlio e nel Padre, perché il mondò creda che Gesù è l’inviato del Padre.
Questa comunione è possibile solo nell’amore, solo con l’amore una persona può essere nell’altra. L’amore e l’ubbidienza, il compimento della volontà del Padre.
Io ho dato loro la tua gloria ... perché siano una cosa sola. Il linguaggio è diverso dal nostro e ci riesce misterioso. La gloria è Dio stesso in quanto si manifesta. La gloria di Dio, Dio stesso, si è manifestato pienamente in Cristo; e Cristo comunica questa gloria ai credenti. I credenti sono associati alla grande famiglia di Dio. Il risultato è descritto come quello d’una mutua inabitazione.
L’incarnazione di Dio in Cristo e nei credenti - la manifestazione della gloria di Dio - dev’essere un argomento di credibilità per il mondo. Il mondo crederà in Dio solo quando lo vedrà in coloro che lo attestano, in quelli in cui si è manifestata la sua gloria, per usare il linguaggio di Giovanni.
Partendo da questo concetto della gloria, è possibile intendere la seguente petizione: «perché contemplino la mia gloria»: la fede in Cristo è presentata come una partecipazione alla sua gloria, una partecipazione alla filiazione divina attraverso la fede.
Padre giusto. Il titolo di «giusto» dato al Padre va veduto in prospettiva della distinzione che è stata fatta fra il mondo e i discepoli. Il mondo non ha conosciuto Dio; i discepoli lo hanno conosciuto.
Tutto il discorso è uno sforzo di penetrazione e di chiarimento del modo con cui Gesù si rende presente nei suoi discepoli dopo la morte e la risurrezione. E stato detto che qualcosa del cielo è stato comunicato ai credenti già in questa vita sulla terra. Il mondo di lassù si avvicina a quello di quaggiù, irrompe e penetra in esso.
Come è possibile? La realtà è troppo misteriosa e inafferrabile per l’uomo. Fu una realtà in Gesù e, con la dovuta distanza, si può affermare anche dei credenti.
Le affermazioni mirano a descrivere la trasformazione della vita per l’influenza della Vita, del mondo di lassù o del mondo di Dio. L’essere umano nella sua esistenza terrena può avere esperienza di Dio, particolarmente attraverso la partecipazione del mistero di Cristo. Esperienza di Dio come culmine del discepolato cristiano.
Oppure il discepolato cristiano è il culmine dell’esperienza di Dio? E come l’ultima petizione di Gesù per i suoi discepoli: «che siano con me dove sono io. perché contemplino la mia gloria».
 
Per approfondire
 
Unità della chiesa in Cristo - Roberto Tufariello (Unità in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Gesù unisce quelli che lo amano e che credono in lui. Ad essi dà il suo Spirito (Rm 5,5); ne fa le pietre vive dell’unico tempio di Dio (1Pt 2,4-5), i membri dell’unico ovile (Gv 10,3).
Egli dà la vita per radunare i figli di Dio divisi e dispersi (Gv 10,16; 11,51-52; 18,14).
Per mezzo suo l’unità è restaurata in tutti i campi: unità interna dell’uomo dilaniato dalle passioni (Rm 7,14-15; 8,2.9); unità della coppia coniugale, di cui l’unione di Cristo e della chiesa è il modello (Ef 5,25- 32); unità di tutti gli uomini, che lo Spirito rende figli dello stesso Padre (Rm 8,14).
In Cristo si realizza dunque la perfetta unità del popolo di Dio. In questo senso Paolo chiama il Signore «capo». Paolo riprende continuamente l’immagine del soma per mettere in chiaro come la comunità, pur nella molteplicità dei doni e dei compiti, sia organicamente una (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-14; Col 3,15).
I cristiani costituiscono una nuova «razza» (opposta ai giudei e ai pagani), che nasce dall’identificazione di tutti i suoi membri col corpo di Cristo. In tal modo i credenti hanno un medesimo principio vitale e ricevono un’identica, nuova natura.
Siamo tutti un essere nuovo ed unico in Cristo, ribadisce san Paolo (Gal 3,26-28); ognuno diventa un individuo della nuova razza che Dio va formando. La presenza di Cristo, della sua vita, nel cristiano, o questo «rivestimento di Cristo» che è la vita cristiana, costituisce l’individuo nuovo della nuova razza umana (Col 3,10-11).
La chiesa, dunque, è una comunità di membri uniti nello stesso destino, la quale è sottomessa a Cristo; in essa ciascuno deve agire per l’altro, soffrire con l’altro; con il singolo che cade o si regge, si reggono e cadono tutti (1Cor 12,26; cf. Gal 6,2; 1Cor 4,6).
L’idea dell’unità della chiesa è sviluppata particolarmente nella lettera agli Efesini. Questa sottolinea che con Cristo la storia ha ripreso la propria unità e che ora la salvezza può diventare storia universale. Cristo infatti ha distrutto il vecchio ordinamento di salvezza per unificare ebrei e pagani in un popolo riconciliato con Dio (Ef 2,14-16). Questa nuova situazione, però, si realizza nella misura in cui la chiesa, crede operando, vive seriamente la realtà dell’unità. Per questo il NT esige l’henotès della fede (Ef 4,13), la comunione dell’amore (Gv), l’indissolubile unione nella lotta (Fil 1,27; 2,2-4). Per questo, inoltre, la cosa più importante che gli Atti riferiscono riguardo alla chiesa primitiva è la realtà di «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32; cf. 2,42-46).
Quanto alla moltiplicazione delle chiese locali, essa non è una divisione. In tutte le chiese si realizza la stessa vocazione divina, la stessa adunata dell’unico popolo nuovo.
Paolo, tuttavia, ha dovuto difendere l’unità polemizzando con i giudeo-cristiani e con un certo spirito delle sue chiese. I giudeo­cristiani non volevano accogliere i pagani in un’unica comunità, con perfetta uguaglianza di diritti; non capivano che la giustificazione mediante la fede in Cristo annullava tutte le differenze di razza e di origine. La vittoria di Paolo, col riconoscimento da parte di Gerusalemme dell’uguaglianza di diritti dei greco-cristiani, consacra l’unità delle due frazioni della chiesa.
 
Cirillo d’Alessandria: Perché arrivassimo all’unità con Dio e tra noi - fino ad essere uno solo, pur restando distinti gli uni dagli altri nel corpo e nell’anima - il Figlio di Dio ha escogitato un mezzo concepito dalla sapienza e dal consiglio del Padre che gli appartengono. Benedice quelli che credono in lui facendoli misticamente partecipi di un solo corpo, il suo. Li incorpora così a sé e gli uni agli altri. Chi separerà quelli che sono stati uniti da questo santo corpo nell’unità di Cristo, o li allontanerà da quella unione di natura che hanno tra loro? Infatti se abbiamo parte a un solo pane, noi diveniamo tutti un solo corpo [1Cor 10,17]. Cristo non può essere diviso. Per questo, sia la Chiesa che noi, sue membra diverse, siamo chiamati corpo di Cristo secondo l’espressione di san Paolo [cfr. Ef 5,30]. Siamo tutti riuniti all’unico Cristo per mezzo del suo santo corpo; e poiché lo riceviamo da lui, uno e indivisibile nei nostri corpi, è a lui più che a noi stessi che le nostre membra si uniscono.
 
Testimoni di Cristo - Santi Cristoforo Magallanes e compagni, martiri: Quando lo Stato invade la sfera religiosa le prime “vittime” sono la libertà e la dignità dei suoi cittadini: di fronte a questo abuso i cristiani non possono tacere, proprio come i fedeli messicani non si lasciarono zittire dopo l’introduzione nel loro Paese della Costituzione del 1917, ispirata a principi anticlericali.
Oggi la Chiesa ricorda 25 martiri che versarono il proprio sangue per testimoniare il Vangelo in questo contesto di violenza e repressione. Capofila del gruppo canonizzato nel 2000 è san Cristoforo Magallanes Jara, sacerdote ucciso il 25 maggio 1927 a Colotlán.
Era nato a Totiche nel 1869 e da prete era divenuto parroco del suo paese natale. Nel suo ministero curò l’evangelizzazione degli indigeni, la devozione al Rosario e le vocazioni: forse per questo fu preso di mira: sequestrato dall’esercito, venne fucilato il 25 maggio 1927. (Fonte Avvenire.it)
 
Il tuo Spirito, o Signore,
infonda con potenza i suoi doni,
crei in noi un cuore a te gradito
e ci renda conformi alla tua volontà.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.