22 Agosto 2026
 
Beata Vergine Maria Regina
 
Is 9,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 112 (113); Lc 1,26-38
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 23 Luglio 1997): 2. Il mio Venerato Predecessore Pio XII, nell’Enciclica Ad coeli Reginam, cui fa riferimento il testo della Costituzione Lumen gentium, indica quale fondamento della regalità di Maria, oltre alla maternità, la cooperazione all’opera della redenzione. L’Enciclica ricorda il testo liturgico: “Stava Santa Maria, Regina del cielo e Sovrana del mondo, nel dolore, presso la Croce del Signore nostro Gesù Cristo” (AAS 46 [1954] 634). Essa stabilisce poi un’analogia tra Maria e Cristo, che ci aiuta a comprendere il significato della regalità della Vergine. Cristo è re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché Redentore; Maria è regina non solo perché Madre di Dio, ma anche perché, associata come nuova Eva al nuovo Adamo, cooperò all’opera della redenzione del genere umano (AAS 46 [1954] 635).
Nel Vangelo di Marco leggiamo che nel giorno dell’Ascensione il Signore Gesù “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio” (Mc 16, 19). Nel linguaggio biblico “sedere alla destra di Dio” significa condividerne il potere sovrano. Sedendo “alla destra del Padre”, Egli instaura il suo regno, il Regno di Dio. Assunta in Cielo, Maria viene associata al potere di suo Figlio e si dedica all’estensione del Regno, partecipando alla diffusione della grazia divina nel mondo.
Guardando all’analogia fra l’Ascensione di Cristo e l’Assunzione di Maria, possiamo concludere che, in dipendenza da Cristo, Maria è la regina che possiede ed esercita sull’universo una sovranità donatale dallo stesso suo Figlio.
3. Il titolo di Regina non sostituisce certo quello di Madre: la sua regalità rimane un corollario della sua peculiare missione materna, ed esprime semplicemente il potere che le è stato conferito per svolgere tale missione.
Citando la Bolla Ineffabilis Deus di Pio IX, il Sommo Pontefice Pio XII pone in evidenza questa dimensione materna della regalità della Vergine: “Avendo per noi un affetto materno e assumendo gli interessi della nostra salvezza, Ella estende a tutto il genere umano la sua sollecitudine. Stabilita dal Signore Regina del cielo e della terra, elevata al di sopra di tutti i cori degli Angeli e di tutta la gerarchia celeste dei Santi, sedendo alla destra del suo unico Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, Ella ottiene con grande certezza quello che chiede con le sue materne preghiere; quello che cerca lo trova e non le può mancare” (AAS 46 [1954] 636-637).
4. I cristiani guardano dunque con fiducia a Maria Regina e questo non soltanto non diminuisce, bensì esalta il loro abbandono filiale in colei che è madre nell’ordine della grazia.
Anzi, la sollecitudine di Maria Regina per gli uomini può essere pienamente efficace proprio in virtù dello stato glorioso conseguente all’Assunzione. Ben lo mette in luce san Germano di Costantinopoli, il quale pensa che tale stato assicura l’intima relazione di Maria con suo Figlio e rende possibile la sua intercessione a nostro favore. Egli aggiunge, rivolgendosi a Maria: Cristo ha voluto, “avere, per così dire, la prossimità delle tua labbra e del tuo cuore; così egli acconsente a tutti i desideri che gli esprimi, quando soffri per i tuoi figli, ed egli esegue, con la sua potenza divina, tutto quello che gli chiedi” (San Germano di Costantinopoli, Hom. 1, PG 98, 348).
5. Si può concludere che l’Assunzione favorisce la piena comunione di Maria non solo con Cristo, ma con ciascuno di noi: Ella è accanto a noi, perché il suo stato glorioso le permette di seguirci nel nostro quotidiano itinerario terreno. Come leggiamo ancora in san Germano: “Tu abiti spiritualmente con noi e la grandezza della tua vigilanza su di noi fa risaltare la tua comunità di vita con noi” (Hom. 1, PG 98, 344).
Lungi pertanto dal creare distanza tra noi e Lei, lo stato glorioso di Maria suscita una vicinanza continua e premurosa. Ella conosce tutto ciò che accade nella nostra esistenza e ci sostiene con amore materno nelle prove della vita.
Assunta alla gloria celeste, Maria si dedica totalmente all’opera della salvezza per comunicare ad ogni vivente la felicità che le è stata concessa. È una Regina che dà tutto ciò che possiede, partecipando soprattutto la vita e l’amore di Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Verso il 732 a.C., Tiglat-Pilèzer III, re d’Assiria, aveva sottomesso la Galilea unendola al suo impero e deportandone gli abitanti. Nel mezzo di questi eventi drammatici, Dio conforta e consola il suo popolo per bocca del profeta Isaia il quale annunzia agli sfiduciati e ai disperati (Cf. Gdt 9,11) un messaggio di speranza e di gioia. Il Signore Dio cancellerà la vergogna della disfatta e gli abitanti di quella regione, su cui era piombata l’oppressione assira e la schiavitù, recupereranno la libertà, paragonata dal profeta Isaia a una grande luce. Una profezia che troverà il suo pieno compimento in Cristo Gesù, il quale darà la luce ai ciechi e farà uscire «dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre» (Is 42,7).
 
Vangelo
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,26-38
 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 
Parola del Signore.
 
Rallègrati, piena di grazia - Il testo lucano è pieno di sorprese. Innanzi tutto, contrariamente alle attese popolari, la realizzazione del progetto salvifico, svelato nelle parole dell’angelo, non parte da Gerusalemme, ma da un paese sconosciuto, Nazaret, situato in una regione posta in periferia e semipagana (Cf. Mt 4,15). Ma la sorpresa più grande è che la realizzazione del progetto salvifico prevede come condizione necessaria il sì di una donna. Il nome della donna è Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele le rivolge esce dall’ambito di un comune saluto: «Rallègrati, piena di grazia». In egual modo, i profeti invitavano la «vergine figlia di Sion» (Is 37,22) a rallegrarsi a motivo della prossima venuta del Signore Dio in mezzo al suo popolo: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...]. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3,13; Cf. Is 49,13; Gl 2,21). Un singolare accostamento: Maria è la nuova Figlia di Sion, nel cui seno, come nel Tempio, verrà a dimorare Dio stesso (Cf. v. 33: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»). Dio «prende veramente possesso del grembo di Maria, che diviene la sua dimora vivente, quale figlia di Sion, cioè rappresentante del nuovo popolo eletto» (A. Poppi).
E ancora, a Maria, l’angelo Gabriele promette l’assistenza di Dio, la sua vicinanza, la sua forza, la sua consolazione: «Il Signore è con te». Tutto il favore di Dio è riversato su di lei, lei è la piena di grazia: Dio l’ha colmata di grazia, ella è «la “graziata”, la “gratificata” per eccellenza. L’appellativo che sta per il nome proprio fa pensare che la “grazia” fa come parte del suo essere, la possiede per sempre, fin dalla nascita» (Ortensio Da Spinetoli).
L’annunzio turba Maria in quanto decisa a rimanere vergine: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Come fa notare Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù), la «più comune interpretazione tra gli esegeti cattolici è la seguente. Maria obietterebbe: “Come posso diventare madre dal momento che ho l’intenzione o il proposito di non conoscere uomo?”, cioè qualsiasi uomo, vale a dire di restare vergine. Maria cioè obietterebbe il suo proposito di castità perfetta». Tali esegeti fondano la loro tesi sul presente greco, io non conosco uomo, usato da Maria e che indica azione continua.
René Laurentin, che segue questa interpretazione, porta questa esemplificazione: «Portiamo un esempio moderno per illustrare questi due termini astratti: se qualcuno, a cui si offre una sigaretta, risponde: “non fumo”, si capisce che questo significa “io non fumo mai” e non “io non sono nell’atto di fumare”». Il proposito di restare vergine per quei tempi era qualcosa di inusitato, in quanto la verginità era equiparata alla sterilità (Cf. Gen 30,23; Gdc 11,37; 2Sam 13,20); una condizione sfavorevole, a volte intesa come castigo di Dio, che poneva la donna agli ultimi gradini della società civile. Una donna senza figli era una donna in balia di tutti soprattutto se alla sterilità si assommava la disgrazia della vedovanza. Ma da molte testimonianze storiche si evince che nell’antichità la verginità era anche praticata: per esempio, gli Esseni di Qumran si astenevano dall’uso matrimoniale, vivendo praticamente come celibi, per conservare la purità legale, in vista dell’avvento del Regno di Dio.
Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12). Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Per approfondire
 
Come avverrà questo, poiché non conosco uomo? - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): L’obiezione di Maria costituisce semplicemente un elemento redazionale narrativo, previsto nei racconti biblici degli annunci. Lc e ne serve per approfondire l’identità del nascituro e non per descrivere lo stato d’animo di Maria. Mentre nei vv. 31-33 ha affermato il fatto della nascita del Messia, rifacendosi alle attese giudaiche del messianismo davidico, ora nei vv. 34-35 illustra il modo del suo concepimento secondo una concezione cristiana, rilevando la sua origine trascendente per mezzo dell’azione diretta dello Spirito Santo.
Questo implica un rapporto speciale del nascituro con Dio, una filiazione divina intesa in senso non semplicemente messianico, ma più profondo e trascendente.
L’evangelista quindi non trasmette il dialogo tra l’angelo e Maria come da registrazione, ma approfondisce il senso della concezione verginale di Gesù. Si tratta soltanto di un montaggio redazionale, secondo il modello letterario degli annunzi, che «prevede un’obiezione da parte di colui che riceve la visione» (R. Brown, p. 412).
Con l’artificio del dialogo Lc non intende rilevare l’atteggiamento psicologico di Maria, bensì l’ascendenza davidica di Gesù (vv. 31-33) e la sua origine soprannaturale, suggerendone pure la filiazione divina (vv. 34-35), dal momento che Dio con un atto creativo rende fecondo il grembo della madre. Perciò l’attenzione dell’evangelista non si concentra sulla verginità di Maria, ma sull’origine divina di Gesù. Tuttavia, benché l’interesse del racconto sia cristologico, viene pure evidenziato il ruolo importante della Vergine: è attraverso il suo consenso che avvenne l’incarnazione del Figlio di Dio.

Maria nel Vangelo d’infanzia di Luca - Giuseppe  Barbaglio (Maria in Schede Bibliche Pastorali - Vol V): Più ricco dal punto di vista mariologico è senz’altro il vangelo d’infanzia lucano nel quale Maria trascende i limiti della sua individualità per assurgere a figura rappresentativa e ideale della comunità cristiana specchio dei credenti.
Nel primo dittico della sezione lucana dei cc. 1-2, annuncio della nascita del Battista e annuncio della nascita di Gesù, l’incredulità di Zaccaria per contrasto evidenzia l’adesione di Maria: «L’angelo gli (a Zaccaria) rispose: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a suo tempo» (1,19-20). «Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (1,38). Ancor più esplicita in proposito la dichiarazione ispirata di Elisabetta: «È beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore» (1,45). Preso poi in se stesso, il racconto dell’annuncio dell’angelo a Maria (l,26ss) documenta anzitutto la credenza della chiesa lucana nella verginità di Maria che concepisce per opera dello Spirito santo e per intervento della potenza dell’Altissimo. Di rilievo è pure l’appellativo «piena grazia» (kecharitómené), cioè oggetto del beneplacito di Dio che l’ha scelta come madre del suo figlio: «Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo». Né possiamo passare sotto silenzio l’allusione alla figlia di Sion, che un celebre oracolo di Sofonia esortava così alla gioia: «Gioisci (chaire), figlia di Sion, esulta, Israele, rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!... Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (3,14-15); allusione presente in 1,28: «Gioisci (chaire), o piena di grazia, il Signore è con te».
Tale accostamento di motivi, invito alla gioia, motivato dalla presenza Dio rispettivamente nel suo popolo e in Maria, evidenzia l’intenzione di Luca di mostrare Maria come personificazione del popolo di Dio dei tempi ultimi, luogo della presenza salvifica di Dio. Il mistero della madre del figlio di Dio, poi, appare al centro del brano successivo della visita di Maria ad Elisabetta, che pronuncia queste parole profetiche: «Bene­detta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (1,42-43). L’inno del Magnificat, messo sulla bocca di Maria, da parte sua esprime un motivo caro a Luca: Dio si è piegato verso gli umili e i poveri con sguardo di benevolenza e di promozione. Maria impersona qui il destino di grazia del mondo dei disprezzati, in concreto della comunità lucana, la cui causa è stata abbracciata da Dio.
Nel racconto della nascita di Gesù (2,1-22) significativa per il nostro tema è l’annotazione dell’evangelista in 2,19: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Non c’è dubbio che essa rappresenta la comunità dei credenti intenta nella meditazione ad approfondire e rivivere nel suo intimo la valenza salvifica dell’evento di Cristo. Si veda anche l’annotazione parallela di 2,51b: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore». Il testo si riferisce alla risposta di Gesù che per la sua taciuta permanenza a Gerusalemme aveva addotto il motivo di doversi dedicare alla causa del Padre celeste. Non molto dissimile però appare anche 2,33: «Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Lo stupore qualifica la reazione umana davanti alle meraviglie dell’azione divina nella storia. Maria però non è solo spettatrice, né solo emotivamente partecipe alla vicenda del figlio. In realtà ella vi è coinvolta, soprattutto nel destino di croce di Gesù, come preannuncia l’oracolo profetico di Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (2,34-36).
Infine, figlio di Maria, Gesù nondimeno è figlio di Dio, votato al progetto salvifico del Padre suo celeste. Lo illustra il racconto conclusivo del vangelo d’infanzia: pellegrino nella città santa e prolungata la sua permanenza a Gerusalemme all’insaputa di genitori, egli rivendica la sua autonomia da loro e la sua dedizione alle cose del Padre celeste. Giuseppe e Maria non riescono a comprendere il figlio nella sua presa di distanza dalla famiglia terrena (2,41ss).
 
Antonio da Padova (Sermones): L ‘Angelo disse: “Ave, Gratia piena”. Invece noi diciamo: “Ave, Maria”, cioè “stella del mare”, perché siamo in mezzo al mare, sbattuti dai flutti, sommersi dalla tempesta e perciò invochiamo la stella del mare per raggiungere. mediante Lei, il porto dell’eterna salute. È Lei infatti che strappa dalla tempesta e conduce al porto quelli che la invocano. Ma gli Angeli non hanno bisogno d’essere liberati dal naufragio, perché sono in patria sicuri. illuminati dalla chiarezza di Dio, e l’Agnello è la loro lucerna. Per questo motivo l’Angelo non disse: Ave, Maria. Ma noi miseri, proiettati nel mare dinanzi gli occhi di Dio, ogni ora sbattuti da tempeste, posti nel confine della morte, gridiamo ogni ora: Ave, Maria!
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria Regina. La guida verso il Cielo si fa carico del mondo: Per “reggere” il mondo bisogna farsene carico, portarlo sulle spalle e averne la massima cura: chi più di Maria, donna del servizio e dell’amore senza fine, può compiere meglio questo incarico? È proprio per questo che la Chiesa la celebra con il titolo di Regina, riportato nel calendario alla data odierna. Il “governo” di Maria è in realtà un esempio per tutti coloro che desiderano realizzare il Regno di Dio offrendo la propria stessa vita per questo progetto. È in realtà un compito che spetta a tutti coloro che ricevono il Battesimo, che vengono cioè immersi nella vita di quel Creatore, che grazie al “sì” di una giovane donna ha potuto condividere fino in fondo la vita delle sue creature. La ricorrenza odierna fu istituita nel 1955 da Pio XII e fissata al 31 maggio come culmine del mese dedicato alla Madonna. Venne poi spostata alla data odierna dalla riforma liturgica, che la avvicinò così alla solennità di sette giorni prima, l’Assunzione, ricordando così che Maria è regina anche perché ci fa da guida sulla strada che porta al Cielo. (Matteo Liut)
 
O Padre, che ci hai dato come Madre e Regina
la Vergine Maria,
dalla quale nacque Cristo tuo Figlio,
per sua intercessione concedi a noi
la gloria promessa ai tuoi figli nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
21 Agosto 2026
 
San Pio X, Papa
 
Ez 37,1-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 106 (107); Mt 22,34-40

Benedetto XVI (Udienza Generale 18 Agosto 2010): Il Pontificato di san Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e fu caratterizzato da un notevole sforzo di riforma, sintetizzata nel motto Instaurare omnia in Christo, “Rinnovare tutte le cose in Cristo”. I suoi interventi, infatti, coinvolsero i diversi ambiti ecclesiali. Fin dagli inizi si dedicò alla riorganizzazione della Curia Romana; poi diede avvio ai lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, promulgato dal suo Successore Benedetto XV. Promosse, poi, la revisione degli studi e dell’“iter” di formazione dei futuri sacerdoti, fondando anche vari Seminari regionali, attrezzati con buone biblioteche e professori preparati. Un altro settore importante fu quello della formazione dottrinale del Popolo di Dio. Fin dagli anni in cui era parroco aveva redatto egli stesso un catechismo e durante l’Episcopato a Mantova aveva lavorato affinché si giungesse ad un catechismo unico, se non universale, almeno italiano. Da autentico pastore aveva compreso che la situazione dell’epoca, anche per il fenomeno dell’emigrazione, rendeva necessario un catechismo a cui ogni fedele potesse riferirsi indipendentemente dal luogo e dalle circostanze di vita. Da Pontefice approntò un testo di dottrina cristiana per la diocesi di Roma, che si diffuse poi in tutta Italia e nel mondo. Questo Catechismo chiamato “di Pio X” è stato per molti una guida sicura nell’apprendere le verità della fede per il linguaggio semplice, chiaro e preciso e per l’efficacia espositiva.
Fedele al compito di confermare i fratelli nella fede, san Pio X, di fronte ad alcune tendenze che si manifestarono in ambito teologico alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, intervenne con decisione, condannando il “Modernismo”, per difendere i fedeli da concezioni erronee e promuovere un approfondimento scientifico della Rivelazione in consonanza con la Tradizione della Chiesa. Il 7 maggio 1909, con la Lettera apostolica Vinea electa, fondò il Pontificio Istituto Biblico. Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. L’appello ai cattolici del mondo, lanciato il 2 agosto 1914 per esprimere «l’acerbo dolore» dell’ora presente, era il grido sofferente del padre che vede i figli schierarsi l’uno contro l’altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 37,1-14 contiene la celebre visione delle ossa aride, una delle metafore più potenti dell’intero Antico Testamento sul tema della rinascita spirituale e nazionale.
Struttura del testo
Il brano si divide in due momenti principali guidati dall’azione dello Spirito di Dio:
La valle della morte (vv. 1-3): Il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa umane calcinate, secche e senza vita, che simboleggiano la totale disperazione del popolo.
La prima profezia (vv. 4-8): Ezechiele ordina alle ossa di ricomporsi. I tendini, la carne e la pelle ricoprono lo scheletro, ricostruendo i corpi che restano però ancora inanimati.
La seconda profezia (vv. 9-10): Il profeta invoca lo “spirito” (in ebraico ruah, che significa anche vento o soffio) dai quattro venti. I corpi riprendono vita e si alzano in piedi, formando un esercito immenso.
La spiegazione teologica (vv. 11-14): Dio interpreta la visione direttamente per Ezechiele. Le ossa sono la casa d’Israele in esilio a Babilonia, che si sente ormai perduta e “morta”.
Significato principale
Il messaggio centrale del testo non è in prima battuta una dottrina sulla risurrezione dei corpi alla fine dei tempi, ma una profezia di speranza storica. Dio promette di liberare Israele dalla tomba dell’esilio babilonese, di infondere nuovamente il suo Spirito vitale nel popolo e di ricondurlo nella terra dei padri. Nella tradizione cristiana successiva, il testo è stato letto anche come prefigurazione della risurrezione di Cristo e della rinascita interiore dell’uomo attraverso lo Spirito Santo.
 
Vangelo
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
 
Quanto chiesto dai farisei a Gesù sembra una domanda superflua, una discussione di lana caprina, invece per i farisei è una domanda vitale sopra tutto perché erano costretti a districarsi tra una miriade di precetti, di norme e di comandamenti. La risposta di Gesù è lapalissiana: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». I due comandamenti devono essere ambedue osservati, ma la loro congiunzione è fondamentale perché l’amore verso il prossimo palesa che l’amore verso Dio è veramente genuino: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1Gv 4,20).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40
 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 36 Quale è il più grande comandamento della Legge? Forse il problema era agitato nelle scuole rabbiniche, le quali avevano raccolto i precetti legali e li avevano divisi in precetti gravi e leggeri, piccoli e grandi. L’interrogante non domanda di sapere quali sono i grandi precetti, ma qual è il più grande di tutti.
37 Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ... con tutta la mente tua; queste parole sono una citazione del Deuteronomio 6, 5; il comandamento era ben noto agli Ebrei, poiché iniziava la preghiera dello Shema’ (ascolta) che essi recitavano quotidianamente (cf. Mc., 12, 29). Il comandamento richiede la soggezione del cuore (nel linguaggio ebraico il cuore è la sede dell’intelligenza) e dell’anima (la sede dei sentimenti) a Dio, fatta con una totale dedizione dell’uomo. Con tutta la mente tua; la parola “mente” (διάνοια) è dovuta probabilmente al traduttore greco, il testo ebraico del Deuteronomio ha: con tutta la tua forza.
39 Amerai il tuo prossimo come te stesso; citazione del Levitico, 19, 18. La presentazione dell’amore del prossimo come il secondo comandamento da non disgiungersi dal primo (il secondo gli è equivalente) rivela apertamente il pensiero di Cristo. Egli, quantunque non richiesto, afferma che l’amore di Dio è la fonte dell’amore del prossimo e che, di conseguenza, i due precetti sono inseparabili; l’amore del prossimo infatti va considerato come una ridondanza dell’amore di Dio; chi ama il creatore, ama anche le sue creature. Il tuo prossimo; Gesù non spiega il termine (cf. Lc., 10, 25-37), ma ad esso va dato il senso più ampio, cioè: ogni uomo che ha bisogno di noi.
40 A questi due comandamenti si riallacciano tutta la Legge e i Profeti; il testo greco, che si ispira all’aramaico, suggerisce l’idea di pendere (κρέμαται); la Legge ed i Profeti pendono da questi due comandamenti. L’immagine non è espressiva per la nostra lingua; noi diremmo: la Legge ed i Profeti poggiano su questi due comandamenti. La frase richiama Mt., 5, 17 e ne conferma il principio; Gesù è venuto a perfezionare l’insegnamento contenuto nella Legge e nei Profeti con la promulgazione dei due precetti della carità.
 
Per approfondire
 
Amerai il prossimo tuo come te stesso - Nel Nuovo Testamento s’impone subito all’attenzione nostra un detto di Gesù che, rispondendo alla domanda di un rabbino circa il comandamento più importante, anzitutto riporta letteralmente dal libro del Dt il comandamento dell’amore totale di Dio, ma poi aggiunge la citazione del comandamento dell’amore del prossimo di Lv 19,18 (Cf. Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28).
Già nell’Antico Testamento era presente la problematica del comandamento più importante. Nello schema della conclusione dell’alleanza era prevista la proclamazione della stipulazione fondamentale che precedeva l’elenco delle condizioni secondarie. Nel Dt il comandamento dell’amore di Dio era inteso appunto come stipulazione principale. Gesù dunque nella prima parte della sua risposta non fa che ripetere un luogo tradizionale. Più originale invece si mostra nell’abbinare il comandamento dell’amore del prossimo. Infatti, è vero che nel giudaismo questa prescrizione del Lv era intesa come sintesi di tutta la legge e che non erano mancate voci che avevano accostato i due comandamenti.
Ma prima di Gesù nessuno li aveva equiparati con tanta chiarezza e forza.
Ma che cosa significa di fatto parlare del comandamento più grande? Vuol dire che le esigenze divine sono ricondotte ad unità. Cristo è venuto come portavoce autorizzato della parola definitiva del Padre all’umanità: parola che, a suo giudizio, ruota attorno al perno dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Il confronto di chi si apre nella fede alla prospettiva del regno annunciato da Cristo non avviene sulla base di numerose prescrizioni e proibizioni, ma in rapporto a un atteggiamento fondamentale capace di dare coesione alla vita religiosa ed etica della persona. Nella stessa visuale si colloca la cosiddetta regola d’oro dell’azione umana, testimoniata da Matteo e da Luca: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; Cf. Lc 6,31). Sia pure in forma negativa, era già nota nel mondo giudaico. Gesù l’ha fatta propria dandole forma positiva. Non si pensi però che questo sia un cambiamento di grande importanza. Più significativo nella parola di Cristo è invece l’orizzonte in cui è fatta valere: il regno di Dio viene incontro all’uomo e lo provoca ad un atteggiamento di apertura e disponibilità. Ebbene, l’amore fattivo del prossimo costituisce la quintessenza della conversione dell’uomo al lieto annuncio del messia. Non è poi senza peso che nella regola d’oro l’amore sia inteso come un fare: si tratta di amore che chiama in causa la prassi dell’uomo.
Infine, non deve passare inosservato che si tratta di un comandamento. Ci si meraviglierà che l’amore sia comandato: il proverbio popolare non dice forse che al cuore non si comanda? Ma in questo modo non si comprende il significato vero dell’amore. In realtà, la Bibbia mette a confronto la volontà dell’uomo con la volontà di Dio. L’amore del prossimo esprime la nostra obbedienza al Padre, che vuole catturare la nostra volontà, ma per volgerne la prassi verso gli altri.
Resta da determinare chi è il prossimo per Gesù.
 
I due amori - Claude Wiener (Dizionario di Teologia Biblica)Da un capo all’altro del Nuovo Testamento l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2 Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia.
Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44 s; Ef 5,1s. 25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)? Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s). In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli imi gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
 
La Legge e i profeti in breve - Origene, Commento a Matteo 4In seguito ti chiederai in che senso tutta la Legge e i profeti dipendono da questi due comandamenti. Sembra infatti che il testo voglia dire che qualunque cosa sia scritta nell’Esodo, nel Levitico, nei Numeri o nel Deuteronomio dipenda da questi due comandamenti. Ma come può una legge stabilita per i lebbrosi, per quelli che soffrono flusso di sangue, o per le donne durante le mestruazioni, dipendere da questi due comandamenti? Ed inoltre, come una profezia pronunciata sulla presa di Gerusalemme (cf. Is 5, 1-30), una visione dell’Egitto presso Isaia (cf. Is 19, 1-25) e gli altri profeti, come una visione di Tiro (cf. Is 23, 1-18) o qualunque profezia su Tiro o sul suo principe (cf. Ez 28,12-19), e come una visione di quadrupedi nel deserto in Isaia (cf. Is 30,6-7), possono dipendere da questi due comandamenti? Ecco il mio parere su questo punto. Colui che ha compiuto tutte le prescrizioni riguardanti l’amore di Dio e del prossimo merita di ricevere da Dio i più grandi favori.
 
Testimoni di Cristo - San Pio X - Il dialogo con il mondo non è seguire le mode: I cristiani nel mondo sono chiamati a essere «segno di contraddizione», testimoni, cioè, di un mistero che non può essere incasellato nelle logiche del mondo, né tantomeno seguire un generico “senso comune” o delle mode. Ecco perché, se inteso in modo errato, il dialogo con il mondo può portare alla paradossale negazione dell’identità della comunità dei credenti. Parlare all’umanità, infatti, significa proporre il “totalmente altro”, la vita di Dio, con un linguaggio comprensibile ma senza temere di andare controcorrente. Fu questa consapevolezza a guidare la preoccupazione di san Pio X, che nella «Pascendi Dominici gregis» affrontò con chiarezza il nodo fondamentale del rapporto tra Chiesa e modernità. Nato a Riese (Treviso) nel 1835, ordinato prete nel 1858 e scelto come vescovo di Mantova nel 1884, Giuseppe Sarto era di origini contadine e percorse tutte le tappe del ministero pastorale, da cappellano a Papa. Nel 1893 divenne patriarca di Venezia e 10 anni dopo venne eletto Papa, mettendo mano a una rigorosa riforma della Chiesa a partire dall’organizzazione della Curia Romana. Suo il catechismo che per molti decenni ha formato i cristiani. Pio X promosse, tra l’altro, la riforma liturgica e la redazione di un Codice di diritto canonico. Morì nel 1914. (Matteo Liut)
 
O Dio, che per difendere la fede cattolica
e ristabilire ogni cosa in Cristo
hai colmato di celeste sapienza
e di apostolica fortezza il santo papa Pio X,
fa’ che, seguendo il suo insegnamento e il suo esempio,
giungiamo al premio eterno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 20 Agosto 2026
 
San Bernardo da Chiaravalle, Abate Dottore della Chiesa
 
Ez 36,23-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 22,1-14

Vatican news - San Bernardo di Chiaravalle - Una famiglia raccolta nella preghiera: Nasce nel 1090 a Fontaine, in Francia. La sua è una famiglia agiata. A 22 anni, dopo aver studiato grammatica e retorica, entra nel monastero fondato da Roberto di Molesmes a Citeaux (Cistercium, in latino, da cui l’appellativo di cistercensi). Qualche anno dopo, fonda il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Lo seguono 12 compagni, tra cui 4 fratelli, uno zio e un cugino. Sono molti i suoi parenti che, dopo il suo esempio, hanno intrapreso la vita religiosa.
Gesù e Maria: Per Bernardo la vita monastica deve essere scandita dal lavoro, dalla contemplazione e dalla preghiera avendo due stelle fisse: Gesù e Maria. Per l’abate cistercense Cristo è tutto: “Quando discuti o parli nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV). Maria - scrive Bernardo - conduce a Gesù: “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare...” (Hom. II super «Missus est»).
I quattro gradi dell’amore: Nel “De diligendo Deo” Bernardo indica la via dell’umiltà per raggiungere l’amore di Dio. Esorta ad amare il Signore senza misura. Per il monaco cistercense sono 4 i gradi fondamentali dell’amore: 1) L’amore di sé stessi per sé: “Prima l’uomo ama sé stesso per sé. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede”. 2) L’amore di Dio per sé: “Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità”. 3) L’amore di Dio per Dio: “L’anima passa al terzo grado, amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo, anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto grado”. 4) L’amore di sé per Dio: “Quello cioè in cui l’uomo ama sé stesso solo per Dio. Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà sé stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui”.
Bernardo e i Templari: Tra gli scritti dell’abate cistercense è anche celebre l’elogio dell’ordine monastico-militare dei Templari, fondato nel 1119 da alcuni cavalieri sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo.  Nel “De laude novae militiae ad Milites Templi”, così descrive i Cavalieri del Tempio: “Sono vestiti semplicemente e coperti di polvere, la faccia bruciata dal sole, lo sguardo orgoglioso e duro: prima della battaglia si armano interiormente con la forza della fede. La loro unica fede è rivolta a Dio”.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 36,23-28 rappresenta uno dei vertici teologici dell’Antico Testamento. Contiene la promessa della Nuova Alleanza, caratterizzata dal dono di un cuore di carne e dello Spirito Santo.
Il contesto storico è quello del drammatico esilio a Babilonia. Il popolo ha perso tutto: terra, tempio e libertà, a causa della propria infedeltà. In questa situazione di apparente fallimento, Dio decide di intervenire non per i meriti di Israele, ma per amore del suo stesso Nome.
1. La santificazione del Nome di Dio (vv. 23-24): Dio dichiara l’intenzione di risanare la sua reputazione davanti alle nazioni straniere. La dispersione di Israele aveva fatto pensare ai pagani che il Dio d’Israele fosse debole e incapace di proteggere i suoi fedeli. Riunendo il suo popolo e conducendolo nuovamente sul proprio suolo, il Signore dimostra al mondo intero la propria sovranità e fedeltà.
2. La purificazione radicale (v. 25): La restaurazione comincia con un profondo lavacro spirituale. L’immagine dell’acqua pura aspersa richiama i riti di purificazione sacerdotali dell’Antico Testamento. Dio cancella le “sozzure” morali e l’infedeltà legata all’idolatria, offrendo al popolo la possibilità di un totale e definitivo nuovo inizio.
3. La rigenerazione interiore: il cuore e lo spirito (vv. 26-27): Questa sezione costituisce il nucleo centrale della profezia di Ezechiele: Il cuore di pietra: Simboleggia l’ostinazione, la chiusura spirituale, l’incapacità di amare e di ascoltare la Parola.
Il cuore di carne: Rappresenta una coscienza sensibile, fragile ma aperta, capace di accogliere l’amore e di rispondere liberamente a Dio.
Il dono dello Spirito: Dio non si limita a dare una nuova legge scritta su pietra. Egli inserisce il proprio Spirito dentro l’essere umano, trasformando la sua stessa volontà dall’interno e rendendolo finalmente capace di osservare i comandamenti.
4. La pienezza dell’Alleanza (v. 28): Il brano si conclude con la classica formula patristica dell’alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. La comunione interrotta dal peccato viene ristabilita, non più su basi precarie e legate all’instabilità umana, ma fondata sull’azione unilaterale e gratuita di Dio. [1, 2, 3]
 
Vangelo
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
 
Compostella (Messale per la Vita Cristiana): La parabola del banchetto di nozze comprende anche un invito. L’accento posto su quest’avvenimento regale e, in seguito, la reazione del re non appaiono in Luca, che pure si sofferma sulle scuse espresse dagli invitati. Se mettiamo a confronto i commenti ebraici, sembra che ci siano due parabole distinte. I rabbini fanno notare che nessuno andava a un banchetto prima che l’invito fosse stato fatto e poi confermato; ciò è in contrasto con il rifiuto iniziale degli invitati, anche se è motivato da scuse «legali».
Noi, che abbiamo bevuto il vino nuovo del regno, abbiamo ancora meno scuse per rifiutare l’invito della grazia di Dio. Come nella parabola della rete gettata in mare che raccoglie pesci «buoni» e «cattivi» (Mt 13,47), non ci si deve impietosire dell’uomo senza l’abito nuziale e nemmeno ci si deve impietosire delle vergini stolte (Mt 26,1-13).
È interessante soffermarsi sul termine «amico», che Matteo mette in bocca al padrone della vigna (nel Vangelo letto ieri) e che sarà poi rivolto a Giuda nel giardino del Getsemani (Mt 26,50); tale termine genera, ogni volta, nell’interlocutore un silenzio colpevole.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
 
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
Parola del Signore
 
Il banchetto nuziale è pronto - La cornice della parabola del banchetto nuziale è l’ennesima lite con i farisei e i capi dei sacerdoti incontrati nel tempio all’indomani del solenne ingresso nella città santa (Cf. Mt 21,18-23). A costoro è rivolto anche l’attuale discorso parabolico.
Il protagonista della parabola evangelica non è un benestante qualsiasi, ma un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Sembrano particolari messi a caso nel racconto e invece racchiudono un profondo significato teologico: la salvezza è vista non solo come un banchetto di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6), ma anche come unione nuziale fra Dio e il suo popolo (Cf. Os 1-3; Ger 2,1-2,20; Ez 16; ecc.). Nella prospettiva neotestamentaria lo sposo è Gesù, il Figlio, e la sposa è la Chiesa (Cf. Mt 8,1; Ef 5,21-23; Ap 19,7; 21,9; ecc.).
L’invito è rivolto innanzi tutto al popolo d’Israele, il quale rifiuta di partecipare alla festa di nozze. Il re insiste, ma alcuni invitati non se ne curano e altri addirittura insultano e uccidono i servi. Per tutta risposta, il re fa uccidere gli assassini e distrugge la loro città, tramutando in questo modo le «reiterate pressioni esercitate presso gli invitati in gesti di spietata severità e giustizia» (Ortensio da Spinetoli).
E poiché il banchetto è ancora preparato, il re, non rinunciando alla sua decisione, dà ai suoi servi un comando ben preciso: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Gli invitati che riempiono la sala del banchetto sono ora gente raccogliticcia, cattivi e buoni, un’espressione con la quale si vuole esprimere la totalità (Cf. Gen 2,17).
Ma prima che la festa abbia inizio il re entra per vedere i commensali e trovando un invitato senza l’abito nuziale lo esclude dalla festa. Il senso è patente: le porte della Chiesa sono state spalancate a tutti gli uomini, cattivi e buoni, ma guai ad illudersi che la salvezza sia scontata o che sia garantita dal fatto di essere entrati nella sala del banchetto. Se è facile entrare, è altrettanto facile ritrovarsi fuori nelle tenebre. Un messaggio, quindi, per tutti i credenti: non basta il battesimo, ma occorrono la fede e i sacramenti, accompagnati dalle opere (Cf. Mc 16,16; Gc 2,14s). L’abito sta così a significare un impegno etico serio e radicale: «Prima di entrare nel regno di Dio si può essere dei comuni peccatori, ma una volta entrati dentro bisogna tendere a diventare giusti, santi, perfetti» (Ortensio da Spinetoli): «“... Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi» ( Ap 19,8).
L’invito alla festa e l’accesso alla sala del banchetto sono doni gratuiti (Cf. Mt 21,31; Lc 22,29; Eb 12,28) che impegnano fortemente chi l’ha ricevuti (Cf. Mt 6,33). Per cui entra nella sala del banchetto chi fa a se stesso violenza e chi rinuncia a tutto (Cf. Mt 11,12; 13,44-45). Vi entrano soltanto coloro che resistono radicalmente al potere della seduzione (Cf. Mt 18,8). Non vi entra chi dice: Signore, Signore, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli (Cf. Mt 7,21). Vi entra colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Cf. Mt 7,24ss). Vi entra e vi resta chi vive in pienezza il discorso della Montagna (Mt 51-12). In definitiva, essere invitati come contropartita esige dedizione piena e assoluta a Gesù fino all’odio della propria vita e della propria famiglia (Cf. Mt 10,37-39). In questa luce, il messaggio della parabola non è quello della chiamata degli invitati al banchetto nuziale, ma che il Regno, nella sua fase terrena, contiene sia i giusti che i cattivi, praticamente lo stesso tema sottolineato nelle parabole della zizzania e della rete (Cf. Mt 13,23-30; 13,47-50). Nel regno di Dio tutti, cattivi e buoni, sono in cammino, solo alla fine, chi non porta addosso la veste di lino (Ap 19,8), la veste nuziale, sarà escluso dal banchetto: sarà gettato fuori nelle tenebre, lontano da Dio, nello stagno di fuoco (Ap 20,15).
È insito anche un forte invito alla vigilanza: «Ma poiché non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna vegliare assiduamente, come ci ammonisce il Signore, affinché, terminato l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [Cf. Mt 25,31-46], anziché essere mandati, perché servi malvagi e pigri [Cf. Mt 25,26], nel fuoco eterno [Cf. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e disperazione”» (LG 48).
L’assioma, molti sono chiamati, ma pochi eletti, sta ad esprimere tutta l’amarezza di Gesù nel costatare «come il suo appello di salvezza rivolto a tutti avesse trovato così scarsa corrispondenza. Riportato qui a conclusione della parabola del convito nuziale, va riferito principalmente al rifiuto dei “primi” invitati: i “molti chiamati” sono dunque gli Israeliti che non hanno risposto all’appello divino: è su questa triste realtà che si accentua tutta l’amarezza del detto di Gesù» (Angelo Lancellotti).
Ma il monito è rivolto anche ai cristiani: la scortesia dei primi invitati e l’insolenza dell’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia dell’uomo, anche nella storia della Chiesa.
 
Per approfondire
 
Il regno di Dio nella predicazione di Gesù - B. Klappert (Regno, in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il regno di Dio, così come si presenta nella predicazione di Gesù, può essere caratterizzato come una realtà «opposta a tutto ciò che è presente e terreno ... perciò come un qualcosa di semplicemente prodigioso» (ThW I, 585). Per cui la venuta del regno di Dio non può essere accelerata dall’uomo con la lotta contro i nemici di Dio (come gli zeloti vorrebbero), e neppure fare pressione su di esso per mezzo di una meticolosa osservanza della legge (vedi i farisei).
L’uomo non può che aspettarne la venuta in pazienza e fiducia (Cf. le parabole del granello di senape in Mc l,4,30-32, del lievito in Mt 13,33 e del seme che cresce da solo in Mt 4.26-29). [...].
Il fatto che il regno è dono di Dio (Lc 12,32), che è legato a un testamento (Lc 22,29), esprime in un altro modo che l’uomo lo può ricevere solo come un bambino (Mc l0,15par.), che l’uomo lo può solo attendere (Mt 15,43par). Molto significativa la  locuzione «andare dentro», «entrare» nel regno di Dio (Mt 5,20; 7,21; 18,3par.; 19,23; 23,12 e altrove); in tutti questi casi questo entrare è inteso in senso futuro (Mc 9,43ss; Mt 25,34). Siccome il regno di Dio è presente nella persona di Gesù; il singolo è posto di fronte a una decisione assoluta. Ciò che caratterizza questa situazione sono gli «aut-aut» dei discorsi iperbolici di Gesù, che dice: «se la tua mano destra ti tenta al peccato, tagliala ... » (Mt 5, 29s). Anzi alcuni si sono addirittura resi eunuchi per amore del regno di Dio (Mt 19,12), infatti: «Chi mette mano all’aratro e poi guarda indietro non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).
Questa decisione non è frutto di semplice entusiasmo, ma nasce dopo appassionata riflessione (Lc 14,282), in obbedienza alla parola di Gesù (Mt 7,24-27), e in uno spirito di rinuncia che accetta il sacrificio di sé fino all’odio dei propri familiari (Mt 10,17ss.37). Questa decisione tuttavia non deriva da un duro rigorismo, bensì ha come sfondo la gioia traboccante di fronte alla grandezza del dono (parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa; Mt 13,4 4-46).
Il regno di Dio è trascendente e soprannaturale: proviene solo da Dio, solo dall’alto. Ma allo stesso tempo è completamente immanente. Dove arriva il regno di Dio, là gli affamati vengono saziati, gli afflitti consolati (Mt 5, 3-10: le beatitudini),  si amano i nemici (Mt 5,38-42) e sull’esempio degli uccelli e dei fiori del campo non si preoccupa più del cibo o del vestito (Mt 6,25-33).
Anzi qui solo la persona di Gesù può rendere presente il regno di Dio che deve venire, nelle cui parole e opere la sovranità di Dio è un fatto concreto. Il regno è già qui in quanto Gesù cerca la compagnia dei pubblicani e dei peccatori e siede con essi a tavola e a essi dichiara il perdono dei peccati. Come colui che ha preparato il pranzo invita a tavola i mendicanti e i senza tetto (Mt 22,1-10), come l’amore del padre riaccoglie il figlio perduto (Lc 15,11-32), come il pastore va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7), come la donna ricerca la moneta perduta (Lc 15,8-10), come il padrone dà per sua bontà la paga completa agli operai dell’ultima ora (Mt 20,1-15), così Gesù va verso i peccatori per dichiarare loro il perdono, «poiché è per essi il regno dei cieli» (Mt 5,3). Solo i peccatori, coscienti di grosse colpe (Lc 7,41-43), sono in grado di misurare il significato del perdono, della bontà di Dio, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2,17).
La caratteristica della predicazione di Gesù sul regno di Dio non consiste dunque nel fatto che Gesù abbia portato una nuova dottrina circa il regno di Dio, oppure radicalizzato le attese escatologico-apocalittiche, bensì nel fatto che egli ha creato un rapporto inscindibile tra il regno di Dio e la sua persona. L’aspetto nuovo della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù è lui stesso, semplicemente la sua persona» (Schniewind).
 
Andrea Lonardo: Il grado supremo dell’amore non è “amare Dio per Dio”, ma “amare l’uomo per Dio”. Perché se Dio è il Creatore e Salvatore, non basta amare Lui solo, ma è bello amare in Lui anche la creatura che Egli ha amorevolmente plasmato e redento.
Così Bernardo, nel De diligendo Deo (composto fra il 1130 ed il 1141).
Bernardo individua nel De diligendo Deo quattro gradi dell’amore (VIII,23-XI,33). Nel primo l’uomo ama se stesso. Bernardo vuol dire che è bene amare se stessi, sebbene così si corra il rischio di giungere all’egoismo, cioè all’amor-proprio che non è il vero amore di se stessi: quando si ama veramente se stessi, si desidera aprirsi all’amore.
Nel secondo grado si ama Dio in vista di se stessi, cioè ci si rivolge con amore a Dio, ma non per suo amore bensì perché preoccupati innanzitutto del bene che si riceve da Lui e non ancora dell’amore di Lui stesso: è un amore funzionale e, quindi, imperfetto.
Nel terzo grado l’uomo giunge ad amare Dio per Dio stesso. Non esiste vero amore che non sia amore dell’altro in quanto tale, amore perché l’Altro – ma anche l’altro - è ed ama: questo amore è perfetto perché non è preoccupato dei benefici che derivano dall’amore, ma dall’amore stesso dell’Altro.
Eppure per Bernardo non è ancora in questo terzo grado la perfezione: essa si raggiunge nel quarto grado, appunto, quando l’uomo giunge ad amare se stesso – ed i fratelli tutti – per Dio. Il credente, giunto all’amore di Dio, riesce a cogliere lo splendore di Dio in tutte le sue opere, a goderne e ad amare le persone per amore di Dio. Nella stessa opera Bernardo elabora una diversa e complementare scala, sempre in quattro gradi, che non è sovrapponibile alla precedente (XII,34-XV,40). Si può amare Dio come servi, come mercenari, come figli e come spose. Il servo ama Dio per timore, il mercenario ama Dio per la paga che ne ricava, il figlio ama Dio come padre che lo genera e lo guida, ma solo la sposa ama Dio come sposo, essendone “inebriata” – afferma Bernardo.
 
La veste nuziale - Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11: “Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico, come sei entrato qua, senza avere l’abito da nozze?». Costui ammutolì” (Mt 22,11-12). Gli invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che non indossava l’abito nuziale. In quest’uno sono compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l’abito dell’uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l’abito di nozze, cioè l’abito dell’uomo celeste, e indosserà invece l’abito macchiato, ossia l’abito dell’uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolì», dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato.
“Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»” (Mt 22,13). L’esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, sono tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall’operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti.
 
Testimoni di Cristo - San Bernardo Abate e Dottore della Chiesa: Di grado in grado la vita altro non è che un itinerario d’amore che ci porta da noi stessi verso Dio, per poi riscoprire noi stessi alla luce di Dio. Un percorso quasi circolare che può trasformare la caducità e l’imperfezione dell’esistenza umana in uno squarcio aperto all’infinito e perfetto amore di Dio. E fu proprio questo itinerario spirituale a caratterizzare lo sforzo da testimone e da studioso della vita divina di san Bernardo di Chiaravalle, monaco cistercense proclamato dottore della Chiesa nel 1830. Il suo rigore monastico ma anche la sua capacità di addentrarsi nell’indagine attorno alla vita di Dio ne fanno un maestro ancora attuale per l’Europa e il mondo intero. Era nato nel 1090 a Digione in Francia e a 21 anni diventò monaco a Citeaux, anche se sentiva la necessità di un maggiore rigore, soprattutto nella scelta di povertà e nella fattiva opera del lavoro delle mani accanto all’impegno della preghiera. Nel 1115 fondò il monastero di Chiaravalle, Clairvaux, la cui comunità poi a sua volta fondò numerosi altri centri di spiritualità. Maestro di teologia, testimone di povertà, affrontò con coraggio e passione alcune delle questioni dottrinali più complesse del suo tempo. Ma fu anche un ottimo predicatore che affascinò moltissimi uomini sulla strada della vita religiosa. Sono giunti fino a noi 331 dei suoi sermoni e 534 delle sue lettere, cui vanno aggiunti numerosi trattati. Gli ultimi anni furono segnati dalle sofferenze: quelle fisiche e quelle legate alle difficoltà interne all’Ordine. Morì nel 1153 a Ville-sous-la-Ferté. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai suscitato nella Chiesa il santo abate Bernardo,
acceso di zelo per la tua casa
come lampada che arde e risplende,
per sua intercessione concedi a noi lo stesso fervore di spirito,
per camminare sempre come figli della luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.