10 Marzo 2026
 
Martedì III Settimana di Quaresima
 
Dn 3,25.34-43; Salmo Responsoriale Dal Salmo 24 (25); Lc 4,24-30
 
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo )
 
J. Cmbier e X- Léon Dufour: Il linguaggio corrente, determinato indubbiamente dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia con la compassione o il perdono. Questa identificazione, quantunque valida, minaccia di velare la ricchezza concreta che Israele, in virtù della sua esperienza, poneva nel termine. Per esso infatti la misericordia si trova alla confluenza di due correnti di pensiero: la compassione e la fedeltà. II primo termine ebraico (rahamîm) esprime l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti questo sentimento ha sede nel seno materno (rehem: 1 Re 3, 26), nelle viscere (rabamîm) - noi diremmo: il cuore - di un padre (Ger 31, 20; Sal 103, 13), o di un fratello (Gen 43, 30): è la tenerezza; esso si traduce subito in atti: in compassione, in occasione di una situazione tragica (Sal 106, 45), od in perdono delle offese (Dan 9, 9). Il secondo termine (hesed), tradotto ordinariamente in greco con una parola che significa anch’essa misericordia (èleos), designa per sé la pietà, relazione che unisce due esseri ed implica fedeltà. Per tale fatto la misericordia riceve una base solida: non è più soltanto l’eco d’un istinto di bontà, che può ingannarsi circa il suo oggetto e la sua natura, ma una bontà cosciente, voluta; è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stesso. Le traduzioni in lingue moderne delle parole ebraiche e greche oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia (ebr. hen) che tuttavia ha un’accezione molto più ampia. Nonostante questa varietà, non è impossibile definire la concezione biblica della misericordia. Dall’inizio alla fine Dio manifesta la sua tenerezza in occasione della miseria umana; l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo, ad imitazione del suo creatore.  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana [Feriale]: Invocazione a Dio da parte di Israele disperso (v. 34), affinché il Signore ne abbia misericordia (v. 42) e gli conceda la libertà (v. 43). L’orante ricorda a Dio le promesse di un tempo (v. 36; cf Gen 15,5; 22,17), la benevolenza portata ai patriarchi (v. 35; cf Is 41,8; Giac 2,23) e l’alleanza stretta con il suo popolo (v. 34). Descrive a lungo la situazione tragica in cui è piombato Israele (3,32-33.37-38), chiedendo perdono (3,29.39) e riconoscendo la giustizia di Dio (3,26-31). È un complesso di tematiche non rare nelle preghiere dell’età postesilica, soprattutto in quelle che provengono da ambienti sacerdotali o levitici (cf ancora 9,4-19; Esd 9,6-15; Neem 9,6-37). Posta sulle labbra di un condannato al rogo, che soffre a causa della sua fedeltà verso il Signore, qual è Azaria (3,1-25), questa supplica nazionale è una ammirabile e intensa preghiera.
 
Vangelo
Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà.
 
«Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
 
Dal Vangelo secondo Mateo
Mt 18,21-35
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: "“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 
Parola del Signore.
 
... quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro  pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità  fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo Kg d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superfice, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
 
Per approfondire

Guidami nella tua fedeltà - C. Spicq e M. F. Lacan: La fedeltà (ebr. ‘emet), che caratterizza Dio (Es 34, 6), è associata sovente alla sua bontà paterna (ebr. hesed) verso il popolo dell’alleanza. Questi due attributi complementari indicano che l’alleanza è nello stesso tempo un dono gratuito ed un legame la cui saldezza è a prova di secoli (Sal 119, 90).
A questi due atteggiamenti, in cui sono riassunte le vie di Dio (Sal 25, 10), l’uomo deve rispondere conformandovisi; la pietà filiale, che egli deve a Dio, avrà come prova della sua verità la fedeltà nell’osservare i precetti dell’alleanza. Lungo la storia della salvezza, la fedeltà divina si rivela immutabile dinanzi alla costante infedeltà dell’uomo, fino a che Cristo, testimone fedele della verità (Gv 18, 37; Apoc 3, 14), comunichi agli uomini la grazia di cui è ripieno (Gv 1, 14. 16) e li renda capaci di meritare la corona della vita, imitando la sua fedeltà fino alla morte (Apoc 2, 10).
Antico Testamento 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse. Le sue parole non passano (Is 40, 8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14, 4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25, 1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55, 11); Dio non muta (Mal 3, 6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2, 22) senza la quale non si può conoscere Dio (4, 2). Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36, 6), né proclamarla per invocarla (Sal 143, 1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89, 1-9. 25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8, 56 ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9, 33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85, 5. 11 ss).
2. Fedeltà dell’uomo. - Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24, 14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1 Sam 2, 35). Se Abramo e Mosè (Neem 9, 8; Eccli 45, 4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78, 8 ss. 36 s; 106, 6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9, 2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20, 6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42, 18 s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42, 1 ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50, 4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49, 5).
 
Il perdono di Dio e il perdono dell’uomo - Giuseppe Barbaglio (Perdono in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Nella preghiera di gruppo insegnata da Gesù ai suoi discepoli una supplica è: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); «Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Lc 11,4).
C’è dunque un inscindibile nesso tra il perdono concessoci da Dio e il perdono nostro al prossimo.
La cosa sta particolarmente a cuore a Matteo che fa seguire al Padre nostro, in particolare all’invocazione del perdono divino, la seguente affermazione: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (6,14-15). Si noti che il perdono atteso da Dio e condizionato al perdono del prossimo sembra in prospettiva escatologica; in altre parole, saremo accolti misericordiosamente nel regno di Dio il giorno ultimo, se nella storia avremo perdonato i torti del nostro prossimo.
Da parte sua, Marco che non ha il Padre nostro conosce però il detto seguente di Cristo: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25).
Si deve allora ritenere che il perdono di Dio sia in tutto condizionato al nostro perdono accordato al prossimo?
Nella parabola del servo spietato, attestata in Mt 18,23-35, Gesù illustra il dovere del perdono illimitato da concedere al fratello. Il racconto parabolico tiene dietro al dialogo tra Gesù e Pietro: alla domanda del disce­polo quante volte dovrà perdonare al fratello, sino a sette volte, il maestro risponde: sino a 77 volte (Mt 18,21-22).
Il primo evangelista allude qui al feroce Lamec e alla sua vendetta indiscriminata, per dire che il comandamento di Gesù (perdono illimitato, sino a 77 volte) annulla la legge della giungla instaurata dalla stirpe dei cainiti (Cf. Gn 4,23-24). Nella versione di Luca, più fedele al detto originario di Gesù, si parla di perdono sino a 7 volte, numero simbolico di pienezza e di completezza, dunque indicante perdono illimitato (Lc 17,4).
Nella parabola poi Gesù mette in stretto rapporto il condono ricevuto e il condono da accordare. Il servo spietato, che ha ottenuto, al di là di ogni attesa, il condono di un debito enorme (il prezzo di sessanta milioni di giornate lavorative), è moralmente obbligato a condonare al suo collega un debito normale, corrispondente al prezzo di cento giornate lavorative: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?» (18,33).
Ma colui che è stato perdonato non sa essere «perdonatore» del fratello; perciò sarà condannato con durezza.
Ed ecco la conclusione redazionale dell’evangelista: «Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi [= giudizio di condanna], se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (v. 35).
La prospettiva è senza dubbio quella escatologica del rendiconto, precisamente della condanna, se nella storia non si avrà perdonato di cuore al fratello.
Ma nella parabola di Gesù l’accento sta sulla connessione tra perdono ricevuto e perdono da accordare; in altre parole, chi è stato beneficiario del perdono divino dovrà coerentemente sentirsi obbligato a perdonare a sua volta al prossimo.
Dunque all’inizio c’è il perdono di Dio, perdono ricevuto senza alcun merito. Quest’esperienza poi suscita e fonda il dovere di perdonare al fratello e nel giudizio ultimo infine il perdono di Dio sarà condizionato dal perdono nostro al prossimo. In breve, il perdono da accordare al fratello sta tra due perdoni di Dio, quello storico e quello escatologico; dal primo esso è fondato e giustificato, riguardo al secondo si pone come condizione sine qua non.
 
Non dovevi farse anche tu aver pietà del tuo compagno? - Pietà e mancanza di pietà - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 61, 4: Hai visto la crudeltà del servo? Ascoltate, voi che vi comportate così per denaro. Se infatti non si deve agire così per i peccati, a maggior ragione per il denaro. E quello che rispose? Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. L’altro non ebbe riguardo delle parole per mezzo delle quali era stato salvato: difatti egli stesso, dopo averle dette, fu liberato dal debito dei diecimila talenti; non riconobbe il porto, mediante il quale era sfuggito al naufragio; il modo della supplica non gli richiamò alla mente la bontà del padrone, ma, scacciando tutto ciò per avidità, crudeltà e rancore, più feroce di ogni belva soffocava il suo compagno di servitù. Che fai, a uomo? Non ti accorgi di chiedere a te stesso, di spingere la spada contro te stesso e di revocare la sentenza e il dono del padrone? Ma non pensò a nulla di questo, non si ricordò della propria situazione, né accondiscese; eppure, la supplica non riguardava lo stesso debito. L’uno infatti supplicava per diecimila talenti, l’altro per cento denari; l’uno pregava il suo compagno di servitù, l’altro il padrone; l’uno ottenne un condono completo, l’altro chiedeva una dilazione. Ma quello non concesse nemmeno questa: difatti lo fece gettare in carcere.
 
Testimoni di Cristo - San Simplicio. Tra Vangelo e storia un “impasto” di speranza: Vangelo e storia, fede e politica sono dimensioni che s’intrecciano e si impastano: è compito dei cristiani fare in modo che da questo intreccio nasca un cammino fatto di giustizia e di solidarietà. Ecco il forte messaggio che ci arriva ancora oggi dalla vicenda di san Simplicio. Nato a Tivoli, questo antico testimone della fede fu Pontefice dal 468 al 483, negli anni in cui cadde l’Impero Romano d’Occidente, con la deposizione nel 476 dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo da parte di Odoacre, esponente dell’eresia ariana. Nello stesso momento, però, anche la Chiesa di Oriente viveva un momento difficile, a causa della diffusione dell’eresia monofisita, secondo la quale in Cristo c’era unicamente la natura divina: Basilisco fece leva proprio su questa eresia per animare una rivolta contro l’imperatore d’Oriente, Zenone. Simplicio prese netta posizione contro l’eresia e non esitò neppure a condannare il tentativo di mediazione dello stesso imperatore, consapevole che il Vangelo non è uno strumento della politica ma un faro che tutto illumina e tutti guida. Il Papa, inoltre, prestò particolare cura alla vita della Chiesa di Roma, stabilendo turni di presbiteri nelle principali basiliche cimiteriali, restaurando e dedicando chiese; rispettoso della vera arte, salvò dalla distruzione i mosaici pagani della chiesa di Sant’Andrea. (Avvenire)
 
Non ci abbandoni mai la tua grazia, o Signore,
ci renda fedeli al tuo santo servizio
e ci ottenga sempre il tuo aiuto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

O Dio, maestro e guida del tuo popolo,
allontana da questi tuoi figli
i peccati che li opprimono,
perché vivano conformi alla tua volontà
e sicuri della tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.
 

9 Marzo 2026
 
Lunedì III Settimana di Quaresima
 
2Re 5,1-15a; Salmo Responsoriale Dai Salmi  41-42 (42-43); Lc 4,24-30
 
Io spero, Signore;attendo la sua parola. Con il Signore è la misericordia e grande è con lui la redenzione. (Cf. Sal 129 (130),5.7 - Acclamazione al Vangelo)
 
Io spero - J. Duplacy: Parlare della speranza significa dire il posto che il futuro occupa nella vita religiosa del popolo di Dio, un futuro di fedeltà a cui sono chiamati tutti gli uomini (1 Tim 2, 4). Le promesse di Dio hanno rivelato a poco a poco al suo popolo lo splendore di questo futuro che non sarà una realtà di questo mondo, ma «una patria migliore, cioè celeste» (Ebr 11, 16): «la vita eterna» in cui l’uomo sarà «simile a Dio» (1 Gv 2, 25; 3, 2). La fiducia in Dio e nella sua fedeltà, la fede nelle sue promesse, sono quelle che garantiscono la realtà di questo avvenire (cfr. Ebr 11, 1) e che permettono almeno di intuirne le meraviglie. Da questo momento è allora possibile per il credente desiderare questo avvenire, o per essere più precisi, sperarlo. Infatti, la partecipazione a questo indubbio avvenire resta problematica, perché dipende da un amore fedele e paziente, di per sé difficile esigenza per una libertà peccatrice. Il credente quindi non può assolutamente fidarsi di se stesso per conseguire questo avvenire. Può solo sperarlo, in piena fiducia, da Dio, in cui crede e che è l’unico in grado di rendere la sua libertà capace di amare. Radicata così nella fede e nella fiducia, la speranza può dispiegarsi verso l’avvenire e sollevare con il suo dinamismo tutta la vita del credente. Fede e fiducia, speranza, amore sono quindi aspetti diversi di un atteggiamento spirituale complesso, ma unico. In ebraico le stesse radici esprimono sovente l’una o l’altra di queste nozioni; tuttavia il vocabolario della speranza si collega più specialmente alle radici qawah, jahal e batah, che i traduttori hanno reso del loro meglio in greco (elpizo, elpìs, pèpoitha, hypomèno ...) od in latino (spero, spes, confido, sustineo, exspecto ...). Il NT, probabilmente S. Paolo (1 Tess 1, 3; 1 Cor 13, 13; Gal 5, 5 s), stabilirà in tutta la sua chiarezza la triade: fede, speranza, amore.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il tono che l’autore sacro dà al brano è apologetico: Iahvè è l’unico vero Dio, il quale ha rapporti unici di elezione con Israele. Ma risalta anche la rottura di una concezione particolaristica di Dio: l’amore e la misericordia di Iahvè si espandono su tutte le creature fino ad abbracciare anche i pagani. La conversione di Naaman il Siro è siglata e confermata da un impegno preciso, quello di osservare il primo comandamento nel culto esclusivo di Dio (Cf. Es 19,5; 34,14; Dt 5,9).
 
Vangelo
Gesù come Elìa ed Elisèo è mandato non per i soli Giudei.
 
Rifiutato dai nazaretani, Gesù volta le spalle alla sua città. Lo sdegno concepisce progetti omicidi, ma anche se ben determinati, i nazaretani non riescono ad uccidere Gesù: falliscono nel loro tentativo perché non era giunta la sua ora. Respinto e rifiutato dai suoi compatrioti, Gesù si mette in cammino per portare altrove l’annuncio della salvezza. Ha inizio così l’opposizione al ministero di Gesù, una opposizione che con il passare i giorni si farà sempre più cieca: l’acme sarà raggiunto quando gli oppositori decideranno di lordarsi le mani del sangue di un innocente.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,24-30
 
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:] «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidóne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Elisèo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Parola del Signore.
 
In quel tempo, Gesù [cominciò a dire nella sinagoga a Nàzaret:]: A Nazaret Gesù era cresciuto in «sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Ma nulla era trapelato del grande mistero divino. Proprio per questa conoscenza superficiale gli abitanti di Nazaret sentendo Gesù predicare nella loro sinagoga si meravigliano delle «parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Con questa espressione - «parole di grazia» -, Luca allude non a discorsi eruditi, ma a discorsi sapienziali, a parole profetiche, carismatiche, ispirate. Alla meraviglia si mescola l’ incredulità.
I nazaretani conoscono Giuseppe, Maria e il loro parentado (cfr. Mt 13,55-56), per cui nulla fa ritenere veritiero di quanto avevano ascoltato. Perciò per credere esigono un segno perché, come era scritto nella Legge di Mosè (cfr. Dt 13,2), solo un miracolo poteva attestare le presunte qualità messianiche di Gesù. A queste aspettative, Gesù risponde in modo caustico citando un proverbio ebraico attestato nei midrashìm: «Medico, cura te stesso».
La risposta di Gesù va verso altre direzioni. Dio non opera miracoli per compiacere le curiosità degli uomini. A muovere l’azione miracolosa di Dio è la fede e se a Nazaret non accade quanto era accaduto a Cafarnao è per l’incredulità dei suoi abitanti (cfr. Mt 13, 58).
Per accostarsi al mistero del Cristo, per conoscerlo, per entrarvi dentro, occorre la fede, non i miracoli. La fede non chiede segni, perché una fede che esige miracoli non è una vera fede (cfr. Gv 20,29).
Alle difficoltà e alla incomprensione dei nazaretani, Gesù risponde con un excursus biblico.
Al tempo del profeta Elia il cielo si era chiuso perché Israele aveva apostatato. Solo una donna pagana aveva potuto beneficiare dell’azione miracolosa di Dio (cfr. 1Re 17,1-6). E al tempo del profeta Eliseo solo Naaman il Siro, un pagano, un cane (epiteto che gli ebrei davano ai pagani cfr. Mt 15,26; Fil 3,3), un dannato agli occhi degli Israeliti, che si ritenevano giusti dinanzi a Dio (cfr. Lc 16,15), poté essere guarito perché aveva creduto alle parole del profeta (cfr. 2Re 5,1-14).
Queste parole di Gesù suonano come un’accusa insopportabile e fa saltare i nervi agli Israeliti convenuti nella sinagoga: «tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno». Un sentimento acido che nasceva dal fatto che i congregati nella sinagoga avevano compreso bene che la missione di Gesù «superava i limiti angusti d’Israele ed era destinata a tutte le nazioni. Era uno schiaffo per il nazionalismo esasperato degli ebrei, che attendevano dal Messia la liberazione dal giogo straniero e la restaurazione del regno davidico per il dominio su tutte le nazioni pagane» (Angelico Poppi).
E poiché lo sdegno è a un passo dalla follia, così l’azione precipita e Luca lo sottolinea con un inarrestabile crescendo: si alzarono ... lo cacciarono fuori della città ... lo condussero fin sul ciglio del monte ... per gettarlo giù dal precipizio.
Ma al di là delle reazioni concitate dei nazaretani, nelle parole di Gesù si possono cogliere alcune sfumature.
Innanzi tutto, l’universalità della Buona Notizia: essa è rivolta a tutti gli uomini e non contano affatto parentele o appartenenze a clan o a gruppi. La preferenza data a Cafarnao entra dentro questa logica divina. Di fatto, di lì a poco, abbandonando Nazaret Gesù ritornerà a Cafarnao, il «paese di Zàbulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, al di là del Giordano, Galilea delle genti» (Mt 4,13).
Poi, alcuni particolari fanno pensare ad un annuncio della passione del Cristo. L’annotazione - «lo cacciarono fuori della città» - fa ricordare la parabola dei vignaioli omicidi i quali cacciarono il figlio unigenito «fuori della vigna e l’uccisero» (Lc 20,9ss). Gesù morirà crocifisso fuori le mura della città di Gerusalemme. Il rifiuto dei nazaretani è una spaventosa anteprima di quanto accadrà al Cristo: vi è celata quella dura opposizione a cui andrà incontro Gesù e che segnerà la sua orrenda morte.
Al tentativo di precipitarlo giù dal precipizio, Gesù «passando in mezzo a loro, si mise in cammino». Gesù non compie un miracolo, che d’altronde si era rifiutato di compiere, ma vuol fare capire ai suoi oppositori che lui andrà avanti per la sua strada, gli uomini potranno ritardare il suo progetto, ma non potranno impedire il suo compimento. Una verità che troviamo espressa soprattutto nel vangelo di Giovanni: i nemici del Cristo non possono attentare alla sua vita, finché «la sua ora non è giunta» (cfr. Gv 7,30; 8,20.59; 10,39; 11,54).
 
Per approfondire
 
La rivelazione della salvezza - Gesù Cristo salvatore degli uomini - Colomban Lesquivit e Pierre Grelot (Salvezza in Dizionario di Teologia Biblica): a) Gesù si rivela come salvatore dapprima con atti significativi. Salva i malati guarendoli (Mt 9,21 par.; Mc 3,4; 5,23; 6,56); salva Pietro che cammina sulle acque ed i discepoli in balia della tempesta (Mt 8,25; 14,30). L’essenziale è credere in lui: a salvare gli ammalati è la loro fede (Lc 8,48; 17, 19; 18,42), ed i discepoli vengono rimproverati per aver dubitato (Mt 8,26; 14,31). Questi fatti mostrano già qual è la economia della salvezza. Tuttavia bisogna vedere più in là della salvezza corporale.
Gesù apporta agli uomini una salvezza molto più importante: la peccatrice è salvata perché egli le rimette i peccati (Lc 7,48 ss), e la salvezza entra nella casa di Zaccheo penitente (L 19,9). Per essere salvati, occorre dunque accogliere con fede il vangelo del regno (cfr. Lc 8,12). Quanto a Gesù, la salvezza è lo scopo della sua vita: egli è venuto in terra per salvare ciò che era perduto (Lc 9,6; 19,l0), per salvare il mondo e non per condannarlo (Gv 3,17; 12,47). Se parla, lo fa per salvare gli uomini (Gv 5,34). Egli è la porta: chi entra per lui sarà salvato (Gv 10,9).
b) Queste parole fanno vedere che la salvezza degli uomini è il problema essenziale. Il peccato li espone al pericolo della perdizione.
Satana è pronto a tutto tentare per perderli e per impedire che siano salvati (Lc 8,12). Sono pecore perdute (Le 15,4.7); ma Gesù è stato proprio mandato per esse (Mt 15,24): non si perderanno più, se entrano nel suo gregge (Gv 10,28; cfr. 6,39; 17,12; 18,9). Tuttavia la salvezza che egli offre ha una contropartita: per chi non ne afferra l’occasione, il rischio di perdizione è imminente ed irreparabile. Bisogna fare penitenza in tempo, se non si vuole andare alla perdizione (Lc 13, 3. 15). Bisogna entrare per la porta stretta, se si vuole appartenere al numero di salvati (Lc 13,23s). Bisogna perseverare in questa via sino alla fine (Mt 24, 13). L’obbligo del distacco è tale che i discepoli si domandano: «Ma allora chi sarà salvato?». Effettivamente ciò sarebbe im­possibile agli uomini, occorre un atto della onnipotenza di Dio (Mt 19,25s par.). Infine la salvezza che Gesù offre si presenta sotto la forma di un paradosso. Chi vuole salvarsi, si perderà; chi accetta di perdersi, si salverà per la vita eterna (Mt 10,39; Lc 9,24; Gv 12,25). Questa è la legge, e Gesù stesso vi si sottomette: egli, che ha salvato gli altri, non salva se stesso nell’ora della croce (Mc 15,30s). Certamente il Padre potrebbe salvarlo dalla morte (Ebr 5,7); ma proprio per quest’ora egli è venuto in terra (Gv 12,27). Chi cercherà la salvezza nella fede in lui, dovrà dunque seguirlo fin là.
 
La salvezza di Dio non è un monopolio - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Nella prima lettura è raccontata la guarigione del lebbroso Naaman, generale dell’esercito del re di Siria.
Dopo essersi lavato sette volte nel fiume Giordano, su indicazione del profeta Eliseo, egli fu completamente guarito dalla lebbra. Anche se al principio si era mostrato riluttante, vedendosi guarito proclamò come unico Dio il Dio d’Israele. Nel vangelo Gesù sottolinea che Naaman non era giudeo, ma pagano; cosa che non gli fu di ostacolo per ottenere il favore di Dio per mezzo del suo profeta.
Come Eliseo ed Elia, neanche Gesù è stato mandato solo ai figli di Abramo, ma a tutti gli uomini per salvarli.
Questa sua affermazione nella sinagoga di Nazaret risvegliò l’ira dei suoi concittadini che cercarono, senza successo, di gettarlo in un precipizio. Si stava verificando esattamente quello che Gesù aveva detto all’inizio: «In verità vi dico; nessun profeta è bene accetto in patria », rispondendo così alla domanda che, con diffidenza, si facevano su di lui: « Non è il figlio di Giuseppe? ».
I concittadini di Gesù, come tutti gli altri giudei, erano convinti che la salvezza di Dio fosse loro monopolio; le nazioni pagane ne erano escluse. Pensavano che Dio fosse solo per gli israeliti. E Gesù dice loro che si sbagliano, perché Dio ha orizzonti più ampi. La redenzione di Cristo è per tutti gli uomini, tutti i popoli, tutte le razze e tutte le nazioni.
S avessero imparato la lezione della storia, per esempio, e avessero compreso gli interventi dei profeti Elia ed Elìseo tra i pagani, a favore della vedova di Zarepta il primo, e di Naaman il siro il secondo, avrebbero capito che Dio si dà a ogni uomo e a ogni donna che cerchi il bene e la verità con buona volontà e onestà assoluta.
 
Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova - Bruno di Segni (In Luc., 1, 5): “In verità vi dico: C’erano molte vedove al tempo di Elia in Israele, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, quando venne una gran fame su tutta la terra; e a nessuna di loro fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone” (Lc 4,25). Non sono stato mandato a voi, dice; non son venuto per guarire voi, perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo significava la sua condotta; lui era un segno, io sono la realtà. Io son venuto a curare, a saziare di cibo spirituale, a strappare dalla fame e dall’indigenza quella vedova di cui è scritto: “Benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri” (Sal 131,15). Questa vedova è la santa Chiesa ma può essere anche qualunque anima dei fedeli. Il Signore, infatti, venne per chiamare tutti e a liberare tutti dalla fame. Se non fosse venuto e non avesse parlato, non avrebbero commesso peccato; ma ora non hanno una giustificazione per i loro peccati.
 
Testimoni di Cristo - Beato Anton Zogaj, Sacerdote e Martire: Anton Zogaj nacque il 26 luglio 1908 a Khtellë in Albania, precisamente nel distretto di Mirdita, ma crebbe nel territorio dell’attuale Kosovo.
Studiò al Pontificio Seminario di Scutari e proseguì la formazione in Austria.
Al momento della presa di potere da parte del partito comunista, era parroco della cattedrale di Durazzo e segretario dell’arcivescovo, monsignor Vinçenc Prennushi.
Fu arrestato nel 1945 e, come accaduto anche ad altri, venne torturato quasi a morte. Il suo ultimo desiderio, ossia che almeno i bottoni della sua talare venissero conservati, venne realizzato proprio dal suo vescovo, che era detenuto con lui: riuscì a farli uscire dalla prigione. Il segretario venne quindi fucilato presso il porto romano di Durazzo, in località Spitalla, il 9 marzo 1948.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Anton Zogaj è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016. Dello stesso gruppo fanno parte altri diciannove sacerdoti diocesani. (Autore: Emilia Flocchini)
 
Nella tua continua misericordia, o Padre,
purifica e rafforza la tua Chiesa,
e poiché non può vivere senza di te,
guidala sempre con la tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

La tua mano, o Signore,
protegga questo popolo in preghiera,
lo purifichi e lo guidi,
perché con la tua consolante presenza
giunga ai beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.
 
 8 Marzo 2026
 
III Domenica di Quaresima
 
Es 17,3-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 94 (95); Rm 5,1-2.5-8;
 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura  - Dacci acqua da bere: Il popolo d’Israele, torturato dalla sete, mormora contro Mosè e contro il Signore. Mosè, su comando di Dio, percuote una roccia dalla quale scaturisce acqua che disseterà il popolo. Un gesto che «richiama la provvisione divina primordiale della pioggia e delle sorgenti [Gn 2,4-6; 10-14] e la sua ripresa ordinata, dopo il diluvio, col ciclo delle stagioni [Gn 8,21-22].
Richiama pure l’opera dei Patriarchi, scavatori di pozzi come Giacobbe, intorno ai quali vivono la loro vicenda alimentata dall’altra acqua che è la fede» (Don Bruno Barisan).
 
Seconda Lettura - L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato: L’apostolo Paolo mette in evidenza il sacrificio di Gesù per mezzo del quale l’umanità è riconciliata con Dio: un mirabile dono dal quale scaturiscono la pace, la capacità di accedere al Padre, la speranza rafforzata dalla pazienza che rende virtuosi, l’amore di Dio che è stato riversato nel cuore dell’uomo per mezzo dello Spirito Santo (Cf. Rom 5,5).
 
Vangelo
Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
 
Due erano le vie abituali per andare dalla Giudea alla Galilea. La più breve passava per la città di Samaria. Gesù, forse, intenzionalmente sceglie questa via perché gli avrebbe dato l’opportunità di predicare ai Samaritani. Mentre si sta avvicinando a Samaria, nei pressi di Sicar, Gesù incontra una donna samaritana che era venuta ad attingere l’acqua al pozzo di Giacobbe. Seduto sull’orlo del pozzo, Gesù, stanco, assettato svela alla donna sammaritana i segreti del suo cuore: Egli è venuto nel mondo a salvare quello che era perduto frantumando i confini delle razze, delle religioni e delle ipocrisie. Rivela a una samaritana, come tale odiata dai Giudei, il suo amore grande, immenso quanto il cuore di Dio, un amore che si estende a tutti gli uomini, e per tutti e ciascuno questo amore lo spingerà ad offrirsi su una Croce come purissima vittima gradita al Padre. Su questo tema fondamentale di rivelazione - questi è veramente il salvatore del mondo -, sono modulati tre temi particolari: l’acqua viva (vv. 7-14); il culto autentico (vv. 20-24); la missione e i suoi frutti (vv. 28-42).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 4,5-42
 
In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore - gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
 
Parola del Signore.
 
Dammi da bere - Il racconto della donna Samaritana ruota attorno ad un bisogno naturale dell’uomo, quello dell’acqua. Gesù, stanco del viaggio, siede presso un pozzo e sembra attendere qualcuno ... è ancora Dio che prende l’iniziativa perché Egli «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua e Gesù le chiede da bere.
La sete di Gesù palesa un’altra sete, quella di salvare tutti gli uomini, per l’amore che Egli porta ad essi. Sulla Croce, Gesù, tormentato dalla sete, ripeterà ancora una volta: «Ho sete» (Gv 19,28).
Gesù si fa mendicante: Dammi da bere. Un «buon particolare psicologico per guadagnarsi la benevolenza del nemico è quello di accostarsi a lui in atteggiamento di aiuto. L’umiliazione che suppone questo modo d’agire abbatte barriere e dispone a un possibile dialogo. È quello che fa Gesù in questa occasione» (Felipe F. Ramos).
Una petizione quella del Cristo che sconvolge il cuore della Samaritana: Come mai tu, che sei Giudeo ..., una domanda inusuale perché i «Giudei non mantengono buone relazioni con i Samaritani».
I giudei odiavano i samaritani (Cf. Sir 50,25-26; Mt 10,5; Lc 9,52-55; 10,33; 17,16; Gv 8,48,) e spiegavano la loro origine (Cf. 2Re 17,24-41) con l’immigrazione forzata di cinque popolazioni pagane, rimaste in parte fedeli ai loro dèi. I cinque mariti della samaritana forse alludono a queste cinque divinità.
La richiesta è inusuale e oltremodo scandalosa perché Gesù, infrangendo vecchi pregiudizi, si rivolge a una donna e per di più samaritana; una domanda scandalosa per due motivi: primo perché si rivolge ad una donna la cui vita “poco edificante” è sotto gli occhi di tutti, secondo perché gli ebrei considerano le donne samaritane ritualmente impure ed è quindi loro proibito bere da qualunque recipiente toccato da esse. La risposta della donna samaritana rende possibile il dialogo e «palesa l’accoglienza che l’azione della grazia sta avendo nell’anima della donna: la disponibilità stessa a conversare con Cristo, che era Giudeo, segna il primo passo del mutamento che comincia ad effettuarsi» (La Bibbia di Navarra).
Se tu conoscessi il dono di Dio ..., mentre la donna samaritana resta sul piano delle relazioni umane, Gesù fa “volare” il discorso su realtà divine, di cui l’acqua del pozzo è solo un simbolo. È un forte invito a scoprire il dono di Dio e colui che mendica un po’ d’acqua. La invita a conoscere il dono di Dio: lo Spirito Santo, principio della nuova nascita (Cf. Gv 3,5).
La invita a scoprire Dio in quell’uomo assetato che per amore si è annichilito «assumendo la condizione di servo» (Fil 2,7): Egli è venuto sulla terra per portare all’umanità l’acqua che dà la vita.
La donna, attaccata ancora ai bisogni del corpo, fa un altro passo avanti nel suo aprirsi all’intervento divino: Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe? Una risposta che tradisce una domanda rimasta occultata nel profondo del cuore: Chi è costui che mi parla?
Gesù, partendo da realtà terrene, eleva la donna alla comprensione di grandi misteri: lui è più grande di Giacobbe perché possiede un’acqua viva. E alla sua crescente curiosità, le fa capire chiaramente che conosce il suo intimo, la sua vita, i segreti del suo cuore, il suo peccato.
Gesù legge nel cuore della donna come in un libro aperto. Tutto questo provoca una prima confessione di fede: Vedo che tu sei un profeta. Il cuore della donna pian piano si scioglie al tiepido calore della verità. È ammirabile la docilità di questa donna che, deponendo ogni pregiudizio, si accosta, con sete sempre più crescente, alla fonte della verità.
La donna samaritana, dopo aver constatato che Gesù possiede il dono della profezia, sottopone al suo misterioso interlocutore l’antica questione che divideva Giudei e Samaritani: bisogna adorare Dio sul monte Garizim o nel tempio di Gerusalemme?
 Gesù ne approfitta per rivelare un grande segreto: è già venuto il tempo di Dio, il tempo della salvezza, il tempo in cui i veri adoratori, vivificati dallo Spirito Santo, adoreranno il Padre in spirito e verità, ossia suscitati e illuminati dallo Spirito Santo (Cf. Rom 8,26-27). Nel cuore e nella mente dei nuovi adoratori cadrà ogni barriera di ignoranza e di inimicizia: vivranno in pace e resi sapienti dallo Spirito, la loro preghiera, in Cristo, sarà perfetta e gradita al Padre. La donna, forse sentendosi a disagio, confessa la sua ignoranza su tali argomenti, e, come se volesse rassicurare l’interlocutore sconosciuto, dice di essere a conoscenza della venuta del Messia, il quale avrebbe annunziato loro ogni cosa.
Di fronte a questa favorevole disposizione d’animo Gesù si rivela come il Messia: Sono io, che parlo con te. Sono io, la stessa espressione di cui s’era servito Dio per manifestarsi a Mosè (Cf. Es 3,14), e che in bocca a Gesù è volta alla rivelazione non solo della propria messianicità, ma anche della propria divinità (Cf. Gv 8,24.28.58; 18,6).
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna: ai «maestri ebrei non è permesso parlare con le donne per strada, perché si ritiene che questo li distolga dallo studio della Torah. La riluttanza che manifestano i discepoli nel porre le domande a Gesù dimostra quanto fossero imbarazzati del fatto che, parlando con una donna, egli non tenesse conto di tale divieto» (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline). A questo punto la donna corre a chiamare i suoi concittadini, i quali, con tanta docilità, si mettono ad ascoltare il Maestro aprendosi così alla grazia e alla luce della fede. Superando il loro nazionalismo, riconoscono in Gesù il Salvatore mandato da Dio a salvare il mondo e perché ogni uomo possegga in lui la vita eterna  (Cf. Gv 3,16-18).
Questa conclusione, se con la memoria andiamo all’episodio della sinagoga di Nazareth, lascia in bocca un po’ di amaro. Nella sua casa, Giudei e maestri della sacra Scrittura, tentarono di ammazzarlo per le sue parole di verità; in Samaria, degli eretici, accolgono la Parola e fanno la loro bella professione di fede: «noi crediamo... sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42). Una lezione da meditare!
 
Per approfondire
 
La speranza poi non delude … Jean Duplacy - La dottrina paolina della speranza: San Paolo condivide la speranza della Chiesa, ma la ricchezza del suo pensiero e della sua vita spirituale apporta al tesoro comune elementi di grande valore.
Così il posto che egli accorda alla «redenzione del nostro corpo» (Rom 8,23), sia essa trasformazione dei viventi (1Cor 15,51; cfr. 1Tess 4,13-18), oppure soprattutto risurrezione dei morti. Non credere a quest’ultima significa per Paolo essere «senza speranza» (1Tess 4,13; 1Cor 15,19; cfr. Ef 2,12).
La gloria non coronerà che «la costanza nella pratica del bene» (Rom 2,7s; cfr. Ebr 6,12). Ora la libertà umana è fragile (Rom 7,12-25). II cristiano può quindi sperare veramente di aver parte all’eredità promessa (Col 3,24)? Può e deve, come Abramo, «sperare contro ogni speranza», a motivo della sua fede nelle promesse (Rom 4,18-25) e della sua fiducia nella fedeltà di Dio che assicurerà la fedeltà dell’uomo (1Tess 5,24; 1Cor 1,9; cfr. Ebr 10,23) dalla sua chiamata fino alla gloria (Rom 8,28-30).
Il compimento delle promesse in Gesù Cristo (1Cor 1,20) ha una parte fondamentale nella riflessione di Paolo. La gloria attesa è una realtà attuale (2Cor 3,18-4,6), benché invisibile (2Cor 4,18; Rom 8,24 s).
II battezzato è già risuscitato (Rom 6,1-7; Col 3,1); nello Spirito che ha ricevuto come pegno (2Cor 1,22; 5,5; Ef 1,14) e primizie (Rom 8,11.23) del mondo futuro, possiede già questo mondo, e la sua speranza può così «sovrabbondare» (15,13). Dio ha fatto la sua  grazia della giustificazione a uomini che Adamo trascinava verso la morte; «quanto più» la loro solidarietà con il suo Figlio li condurrà alla vita (Rom 5). Questo compimento in Cristo della speranza di Israele è la rivelazione completa del motivo della speranza cristiana: un amore tale che nulla e nessuno può strappargli il cristiano (Rom 8,31-39).
Infine la speranza personale di Paolo è un esempio mirabile. Essa si dispiega nella sua anima con un’estrema intensità. Geme di non essere ancora appagata (2Cor 5,4s; Rom 8,23) ed esulta al pensiero dell’avvenire che attende (1Cor 15,54ss). Alla sua luce le speranze umane più legittime perdono ogni valore (Fil 3,8). Fondandosi soltanto sulla grazia di Dio e non sulle opere (1Cor 4,4; 15,10; Rom 3,27), essa non di meno anima con il suo dinamismo la corsa (Fil 3,13s) e la lotta (2Tim 4,7) che Paolo conduce per compiere la sua missione, pur evitando di essere «egli stesso squalificato» (1Cor 9,26 s). Essa suscita allora, ma «nel Signore», nuove speranze (Fil 2,19; 2Cor 1,9s; 4,7-18). Quando la morte gli sembra vicina, egli attende il premio (Fil 3,14) che coronerà la sua corsa (2Tim 4,6 ss; cfr. 1Cor 3,8).
Ma sa che la sua ricompensa è Cristo stesso (Fil 3,8). La sua speranza è innanzitutto di essere con lui (Fil 1,23; 2Cor 5,8). L’apostolo non attende più la propria felicità personale, ma semplicemente qualcuno che ama.
Questo profondo disinteresse della sua speranza si manifesta ancora con la sua apertura alla salvezza degli «altri» (2Tim 4,8; 2,7), cristiani (1Tess 2,19) o pagani, ai quali egli vuole rivelare Cristo «speranza della gloria» (Col 1,24-29). La speranza di Paolo abbraccia così, in tutta la sua ampiezza (cfr. Rom 8,19ss), il disegno di Dio e risponde «con amore» (2Tim 4,8) all’amore del Signore.
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - Dammi da bere. Questa richiesta, che un giorno Gesù rivolse alla samaritana, oggi il Maestre la rivolge a noi. Il Verbo incarnato ha sete del nostro amore, della nostra fede.
Gesù in quest’istante vuol rivelare sperimentalmente al nostro cuore il mistero della sua persona. Egli vuol mostrare la sua carità infinita per noi, il suo interessamento vivo per le nostre Persone bisognose di salvezza e di gioia: vuol rivelare il suo amore tenero e palpitante al nostro cuore assetato di vita e di felicità. Dalla sua croce, con le mani forate dai chiodi, con il costato squarciato, grondante sangue, Gesù ci sussurra: «Ho sete!» (Gv 19,28). Il figlio di Dio è assetato della nostra fede viva, che orienti la nostra vita verso la sua persona.
Gesù ci domanda da bere, ossia chiede il nostro amore, affinché non abbiamo più sete in eterno (cf. Gv 4,14), anzi viviamo felici, profondamente felici. Il Verbo incarnato vuol rivelarsi a noi nel mistero e nel segno supremo del suo amore, che irraggia dalla croce, per invitarci a un contraccambio di amore, a una vita di fede ardente e profonda, polarizzata dalla sua persona divina.
Se tu conoscessi il dono di Dio! - Quante volte noi ignoriamo il dono che Dio ci fa attraverso il suo Cristo! Gesù desidera rivelarsi a noi in modo sperimentale nelle circostanze quotidiane, ma noi non sfruttiamo la grazia divina di questi momenti.
Il Verbo incarnato spesso ci offre il dono della manifestazione del suo mistero attraverso i nostri fratelli sofferenti, poveri, disprezzati ed emarginati, ma noi non sappiamo scorgere il volto del Cristo in questa umanità sofferente. Quante occasioni mancate nella nostra vital
«Se tu conoscessi il dono di Dio!», esclama Gesù ancora una volta. Abbiamo tra le mani la parola viva di Dio, ma non la facciamo penetrare nel nostro cuore. Il Cristo si rivela a noi nel suo vangelo, ma questo messaggio non trasforma la nostra vita.
Il figlio di Dio attraverso la sua parola ci manifesta il mistero della sua persona e la profondità dell’amore del Padre, ma noi spesso siamo impermeabili a questa rivelazione. «Se tu conoscessi il dono di Dio!».
Chi è Gesù per me? - Abbiamo constatato che una delle tematiche cristologiche maggiori di Gv 4, 1-42 è la scoperta del mistero di Gesù. Il Verbo incarnato si è manifestato ai samaritani come profeta, Messia rivelatore e Salvatore dell’umanità.
Qui possiamo e dobbiamo chiederci: Chi è Gesù per noi? Che cosa rappresenta questa persona nella nostra vita? Il Cristo è per noi un estraneo oppure incide profondamente nella nostra esistenza? Lo consideriamo realmente come il  nostro Salvatore e il polo catalizzatore della nostra vita?
Quando siamo oppressi dal peso dei nostri peccati, sappiamo trovare in Gesù il nostro Salvatore? Quando l’egoismo vuole sopraffarci, troviamo liberazione nel figlio di Dio?
Il Verbo incarnato costituisce realmente la fonte della nostra vita, della nostra pace, della nostra gioia, della nostra salvezza?
 
Origene, Commento al Vangelo di Giovanni 13,345-346: Gesù rimane con coloro che lo chiedono - Giovanni non ha scritto che i Samaritani gli chiedevano di entrare in Samaria o di entrare in città, ma di rimanere da loro [...]. Nel seguito poi non dice «rimase in quella città due giorni», oppure «rimase in Samaria», bensì rimase là, cioè presso coloro che glielo chiedevano. Gesù, infatti, rimane presso coloro che lo pregano, soprattutto quando chi lo prega esce dalla propria città e si reca da Gesù, in qualche modo sull’esempio di Abramo, che obbedì a Dio che gli diceva: Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre (Gen 12, 1).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni di Dio, Religioso e Fondatore: Nato a Montemoro-Novo, poco lontano da Lisbona, nel 1495, Giovanni di Dio - allora Giovanni Ciudad - trasferitosi in Spagna, vive una vita di avventure, passando dalla pericolosa carriera militare alla vendita di libri. Ricoverato nell’ospedale di Granada per presunti disturbi mentali legati alle manifestazioni “eccessive” di fede, incontra la drammatica realtà dei malati, abbandonati a se stessi ed emarginati e decide così di consacrare la sua vita al servizio degli infermi.
Fonda il suo primo ospedale a Granada nel 1539. Muore l’8 marzo del 1550. Nel 1630 viene dichiarato Beato da Papa Urbano VII, nel 1690 è canonizzato da Papa Alessandro VIII. Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 viene proclamato Patrono degli ammalati, degli ospedali, degli infermieri e delle loro associazioni e, infine, patrono di Granada. (Avvenire)
 
O Dio, sorgente della vita,
che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia,
concedi al tuo popolo di confessare
che Gesù è il salvatore del mondo
e di adorarti in spirito e verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO

Guida, o Signore, i cuori dei tuoi fedeli:
nella tua bontà concedi loro la grazia
di rimanere nel tuo amore e nella carità fraterna
per adempiere la pienezza dei tuoi comandamenti.
Per Cristo nostro Signore.