24 Aprile 2026
 
Venerdì III Settimana di Pasqua
 
At 9,1-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 116 (117); Gv 6,52-59
 
… se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna - Evangelium vitae 37: La vita che il Figlio di Dio è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La vita, che da sempre è «in lui» e costituisce «la luce degli uomini» (Gv 1,4), consiste nell’essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore: «A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,12-13).
A volte Gesù chiama questa vita, che egli è venuto a donare, semplicemente così: «la vita»; e presenta la generazione da Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha creato l’uomo: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). Il dono di questa vita costituisce l’oggetto proprio della missione di Gesù: egli «è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6,33), così che può affermare con piena verità: «Chi segue me... avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Altre volte Gesù parla di «vita eterna», dove l’aggettivo non richiama soltanto una prospettiva sovratemporale. «Eterna» è la vita che Gesù promette e dona, perché è pienezza di partecipazione alla vita dell’ «Eterno». Chiunque crede in Gesù ed entra in comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3,15; 6,40), perché da lui ascolta le uniche parole che rivelano e infondono pienezza di vita alla sua esistenza; sono le «parole di vita eterna» che Pietro riconosce nella sua confessione di fede: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). In che cosa consista poi la vita eterna, lo dichiara Gesù stesso rivolgendosi al Padre nella grande preghiera sacerdotale: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Conoscere Dio e il suo Figlio è accogliere il mistero della comunione d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella propria vita, che si apre già fin d’ora alla vita eterna nella partecipazione alla vita divina.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Cristo risorto sulla via di Damasco infrange i progetti delittuosi di Saulo, l’anima del persecutore si apre alla fede, e gli occhi  si riempiono di luce nuova: la sua mente, pur sconvolta dall’apparizione del Risorto, comprende che Gesù è il Signore, e che vi è perfetta identità tra il Gesù che ora ha incontrato e i cristiani che aveva perseguitato: è  il mistero del corpo mistico di Cristo, Gesù è il Capo, i cristiani le membra. Sconvolto, si affida alla preghiera di Anania, recupera la vista ed già in marcia per proclamare che Gesù è il Signore, il Messia che colma le attese delle antiche profezie.   
 
Vangelo
 La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
 
Gesù è il pane disceso dal cielo, di cui la manna era una pallida idea. Gli ebrei nel deserto avevano mangiato la manna ed erano morti, chi mangia la carne del Figlio dell’uomo e beve il suo sangue avrà la vita eterna. È una chiara allusione al significato redentore e sacrificale dell’Eucarestia.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,52-59
 
In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
 
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda (v. 55), Un autore del I secolo non avrebbe potuto scrivere le espressioni contenute nei vv. 51-58 senza pensare all’eucarestia. E nessun lettore del tempo le avrebbe intese diversamente. Ma quale concezione dell’eucarestia ci viene data? E quale è il suo rapporto con la tradizione comune del Nuovo Testamento?
I testi eucaristici dei sinottici (Mc 14,22-25; Mt 26,20-29; Lc 22,14-20) e della prima lettera ai Corinti (11,23-26) testimoniano la presenza di elementi costanti, quasi strutture fondamentali nella fede comune: la cornice del tradimento (dei capi, di Giuda, di Pietro e dei discepoli); il gesto del pane spezzato e del vino rosso distribuito; le parole di commento che esplicitano il riferimento all’antica alleanza, al servo di Iahvè e alla croce; la sottolineatura della «vita in dono» (per) come elemento centrale dell’esistenza del Cristo; la sequela come invito a condividere il dono del Cristo «prendete»; «bevete»).
Tutti questi elementi sono presenti in Giovanni, ma a modo suo. Le diversità non meravigliano: Giovanni non
intende raccontarci la cena, ma ci offre una omelia eucaristica Ma si direbbe un omelia costruita sugli elementi comuni: la cornice di incomprensione e di tradimento: i giudei, i discepoli (vv. 61.66), Giuda (v. 70); il riferimento all’antica alleanza (alla manna, al banchetto della Sapienza e al banchetto escatologico); l’affermazione della vita in dono ( per»), che costituisce un chiaro riferimento a Is 53,11-12, alla Croce e alla tradizione neotestamentaria comune: l’invito alla sequela («mangiare» e «bere»).
Naturalmente questi elementi della fede comune sono sviluppati, come al solito, all’interno di un pensiero for­
temente originale. I tratti eucaristici non riguardano soltanto l’eucarestia-sacramento, e neppure - più ampiamente - la parola e la fede: ma è tutta l’esistenza di Cristo, è l’incarnazione che viene spiegata nel suo significato di fondo. Espressioni come «disceso dal cielo» (vv. 33.50.58), «dato dal Padre» (v. 32), «mandato dal Padre» (v. 57) si riferiscono all’incarnazione. E altre come «sangue» e «dato» si riferiscono alla Passione e alla  Croce. È dunque tutta l’esistenza del Cristo che ci viene svelata nel suo profondo.
Possiamo indicare altre particolarità: l’insistenza e il realismo del «mangiare» e del «bere» (vv. 53-55); l’affermazione che la partecipazione al sacramento è condizione indispensabile per avere la vita (v. 53); l’esplicita dimensione universale del dono di Cristo (e per la vita del mondo»: v. 51); la dichiarazione che frutto della comunione con Cristo è la vita, nel suo aspetto presente e futuro e da intendere come estensione a noi della medesima vita che unisce il Padre e il Figlio (v. 57); infine il ricorso al termine «carne» anziché «corpo» (una polemica antidoceta? Oppure, più semplicemente, una traduzione giovannea del comune termine aramaico?).
 
Per approfondire
 
Come il Padre, ha la vita ... - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 57 La proposizione istituisce un parallelo, differentemente articolato nelle sue due parti, tra la vita di Cristo e quella del credente. Come Gesù trova nel Padre la fonte ed il fine della sua vita, così anche il credente trova in Cristo la fonte ed il fine della sua esistenza. Questa duplice considerazione deriva dalla preposizione διά (per), la quale designa il principio efficiente (in forza di ...) e il motivo finale (in favore di ...). L’evangelista intende proporre questa ricchezza di senso (io vivo per il Padre; così anche colui che mi mangia vivrà per me); come Gesù vive dal Padre e per il Padre, così il suo discepolo vive da lui e per lui. Il parallelismo non si esaurisce in questo insegnamento; il testo indica che l’Eucaristia comunica ai credenti la vita divina che Gesù riceve dal Padre; il Padre infatti ha dato al Figlio di disporre della vita divina in favore dei credenti (cf. Giov., 5, 26).
versetto 58 Gesù applica all’Eucaristia le espressioni che ricorrono nei verss. 49-50; si ha così unainclusio, cioè si conclude una sezione allo stesso modo con il quale è stata introdotta. Non è come quello che hanno mangiato i padri; questa sembra essere la lezione criticamente più sicura; molti codici offrono una lettura più ampia per desiderio di maggiore chiarezza e di armonizzazione con i testi precedenti (essi aggiungono le parole: manna, vostri, oppure: nostri, nel deserto); la Volgata offre la seguente lettura: non sicut manducaverunt patres vestri manna et mortui sunt.
versetto 59 Insegnando nella sinagoga; espressione che conclude l’intero discorso di Gesù. L’evangelista rileva che il discorso fu tenuto nella sinagoga per sottolinearne l’importanza; le verità rivelate da Cristo furono esposte durante un’istruzione sinagogale. La formula quindi «nella sinagoga» (letteral.: in sinagoga) non ha un senso esclusivamente locale che richiama l’attenzione su una circostanza esterna al discorso, ma riveste un senso più determinato, perché designa una circostanza che qualifica il discorso, perché esso fu tenuto in un’assemblea sinagogale ed ebbe il carattere di insegnamento autorevole e qualificato. Il codice D ed altri codici minuscoli, dopo le parole «a Cafarnao», aggiungono la precisazione «di sabato».
 
La vocazione di Saulo (9,1-19a) - Richard J. Dillon e Joseph A. Fitzmyer (Atti, Grande Commentario Biblico): Avendo prefigurato la propagazione della Parola ai gentili nell’episodio dell’eunuco della regina etiopica, Luca ritorna ora alla persona che sarà l’eroe della seconda parte del suo libro.
Prima che venga ufficialmente iniziata la missione ai pagani, è necessario che Luca incorpori il suo eroe nella Chiesa primitiva. Viene perciò introdotto a questo punto il racconto della conversione di Saulo.
Non è semplicemente un racconto di conversione, poiché ci informa su qualcosa che va oltre la semplice descrizione della conversione psicologica di Saulo; abbiamo qui piuttosto il racconto della sua vocazione ad essere «lo strumento da me scelto per portare il mio nome dinanzi alle nazioni» (9,15). Questo è soltanto il primo dei tre racconti della conversione di Saulo registrati in At (v. 22,1-6; 26,9-18). I tentativi fatti per mettere questi racconti in relazione con le varie fonti a cui attinse Luca (cap. 9 dalla chiesa antiochena; cap. 22 dalla chiesa gerosolimitana; cap. 26 da Paolo), non sono riusciti a convincere molto. (Per commenti sulle somiglianze e divergenze nelle tre narrazioni lucane della conversione di Saulo, Vita di Paolo, 46: 17-18).
Il racconto della conversione di Paolo che si trova in Gal 1,11-16 è assai simile a quello lucano del cap. 26. La triplice ripetizione del racconto in At è inserita in momenti decisivi nella storia della propagazione della Parola da Gerusalemme, e l’accento che Luca pone su quella conversione in quei particolari momenti sembra deliberatamente voluto. Nel cap. 9 il racconto è posto in relazione con la predicazione della Parola ai gentili (inserito tra l’episodio dell’eunuco etiopico e quello della conversione di Cornelio); nel cap. 22 esso è posto in relazione alla grande battaglia sostenuta dal cristianesimo per emanciparsi e liberarsi dalla sua matrice giudaica; nel cap. 26 la conversione è raccontata in un tempo in cui l’autorità di Roma è stata invocata per proteggere il cristianesimo, e sotto tale protezione esso s’incammina simbolicamente verso l’«estremità della terra».
Un’altra differenza che si potrebbe notare nei tre racconti riguarda il modo in cui viene presentato Saulo nelle varie edizioni. Benché Luca sia riluttante nell’assegnare a Saulo l’appellativo di «apostolo» (soltanto in 14,4.14), la descrizione della sua vocazione all’evangelizzazione dei gentili nel cap. 9 gli ascrive certe qualità peculiari che erano state già sperimentate dagli apostoli. Raffronta 9,15-17 con At 1,9; 2,4.40: egli ha visto il Kyrios; è ripieno dello Spirito; e ha iniziato a proclamare Gesù. Luca suggerisce implicitamente una certa uguaglianza tra Saulo e gli apostoli, anche se egli non s’esprimerebbe mai esplicitamente in tale modo. Nel cap. 22 si nota un accento posto sul ruolo di Saulo in quanto testimone; si può notare nello stesso racconto l’uso abbondante di termini quali martys, martyrein, ecc. (22,5.12.15.18.20) e il riferimento a Stefano (22,20). Ciò spiega la maggiore accentuazione della visione della luce, della doxa, e del «Giusto» (22,14). Infine, nel cap. 26 il ruolo di Saulo è quello del profeta. Nei vv. 16-1 ci sono allusioni alle visioni inaugurali di Ez 2,1.6; Ger 1,8, e in modo ancor più chiaro a Is 35,5; 42, 7; 61,1. Mosè e i profeti confermano il suo messaggio riguardante il Cristo (26,21); infine egli interroga Agrippa se crede nei profeti (26,27). In tutto questo si nota la tendenza lucana di presentare Saulo come colui che sta continuando l’opera di Gesù, il Kyrios; egli è all’opera nella persona di Saulo. Saulo diventa in tal modo un degno successore dei Dodici.
 
Chi mangia questo pane vivrà in eterno: “Occorre notare che c’è un nutrirsi spirituale e un nutrirsi sacramentale. Quello spirituale avviene con la fede e la carità, quello sacramentale col sacramento. Senza il cibo sacramentale ci può essere salvezza, perché non è indispensabile quel che si riferisce all’istituzione sacramentale; invece il cibo spirituale è indispensabile. Agostino dice che il credere è già un mangiare: «Perché prepari denti e stomaco? Basta che tu creda e hai già mangiato!»” (Bonaventura, In Io., VI).
 
I Testimoni di Cristo - San Benedetto Menni, Sacerdote - Benedetto Menni al secolo Angelo Ercole è stato il restauratore dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) in Spagna, nonché il fondatore nel 1881 delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici. Nato nel 1841, lasciò il posto in banca per dedicarsi, come barelliere, ai feriti della battaglia di Magenta. Entrato tra i Fatebenefratelli, fu inviato a soli 26 anni in Spagna con l’improbo compito di far rinascere l’Ordine, che era stato soppresso. Ci riuscì tra mille difficoltà – tra cui un processo per presunti abusi a una malata di mente, concluso con la condanna dei calunniatori – e in 19 anni da provinciale fondò 15 opere.
Su suo impulso la famiglia religiosa rinacque anche in Portogallo e Messico. Fu poi visitatore apostolico dell’Ordine e anche superiore generale. Morì a Dinan in Francia nel 1914, ma riposa a Ciempozuelos, nella sua Spagna. È santo dal 1999. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
che ci hai fatto conoscere la grazia della risurrezione del Signore,
donaci di rinascere a vita nuova
per la forza del tuo Spirito di amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
23 Aprile 2026
 
Giovedì della III Settimana di Pasqua
 
At 8,26-40; Salmo Responsoriale dal Salmo 65 (66); Gv 6,44-51

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51 - Acclamazione al Vangelo)
 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»: Gesù è «pane» in quanto fonte di vita. Ma questa affermazione, appena uscita dalla bocca di Gesù, provoca immediatamente sconcerto e disapprovazione tra la folla. I Giudei conoscevano il racconto del miracolo della manna che nel deserto aveva saziato i loro Padri e li aveva sostenuti nella lunga e faticosa marcia nel deserto (Cf. Es 16,1ss; Sal 78,24; Sap 16,20-21). I Giudei mormorano proprio perché quello del pane disceso dal cielo era un linguaggio fin troppo familiare e non riescono a comprendere il discorrere di Gesù e sopra tutto non capiscono dove voglia andare a parare col suo dire.
In ogni caso, non possono accettare la supponenza di Gesù che si autodefinisce «pane disceso dal cielo», se lo facessero le conseguenze sarebbero immediate: dovrebbero accettare Gesù come il Messia. E questo per dei cuori spenti è impossibile (Cf. Lc 4,16-30).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’Etíope, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, sta leggendo un brano del profeta Isaia (53,7-8), un brano di difficile interpretazione. Per i Giudei la difficoltà stava nel trovare la persona che avrebbe fatto in favore del suo popolo quello che diceva la profezia indicata nel libro di Isaia. Trovarla significava anche darle un nome. La Chiesa trovò la risposta in Cristo Gesù, ed è da qui che inizia l’evangelizzazione dell’eunuco da parte di Filippo. Alla fine, fatta la professione di fede l’Etiope riceve il battesimo, e con il dono dello Spirito Santo il suo cuore si colma di indicibile gioia.
 
Vangelo
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
 
Il brano giovanneo è di una ricchezza non comune, e puntualizza punti cardini per la fede cristiana. Innanzi tutto, non andiamo a Gesù per iniziativa nostra e per mezzo della buona volontà. Ci deve essere la chiamata e il dono del Padre. Gesù è il dono del Padre, e allo stesso tempo Gesù si dona a noi nel mistero del pane. Il verbo mangiare usato da Gesù, Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno..., allude all’eucarestia, ma può essere inteso anche in chiave sapienziale, pane, come cibo spirituale. Colui che va da Gesù si nutre di questo pane e mediante questo cibo spirituale acquisisce la pienezza di vita di Gesù che garantisce e anticipa il dono e il possesso della vita eterna.
... il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo: con questa affermazione Gesù “precisa in che modo egli è pane di vita: per mezzo della sua carne donata per noi. Nel linguaggio biblico la carne è una componente dell’uomo, il segno della sua fragilità, cioè del suo divenire votato alla morte. Il Verbo fatto carne ha preso la condizione umana sino alla fine. Malgrado la sua impotenza, la carne è principio di comunione. Giovanni dice del Verbo fatto carne: «Venne ad abitare in mezzo a noi» (1,14). Il primo uomo dice della donna che Dio gli presenta: «È ossa della mia ossa, carne della mia carne» (Genesi 2,23). È più di una parentela: è un’origine, un destino, una sostanza comune. Assumendo la nostra debolezza umana, unendosi a noi, Gesù diventa nostro pane”.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,44-51

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Parola del Signore.
 
I Giudei sono ciechi, malintenzionati, e sordi ad ogni appello divino. Gesù dinanzi a tanta cecità e incapacità investigativa («Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» Gv 14,11) non disarma, ma cerca di dare una mano ai Giudei perché comprendano e così trasporta i contestatori sul piano della fede: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare?
L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5). Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia. Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo». Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». E il termine carne (sàrx), che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, vuole rimandare sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2). Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice un antico adagio, e i Giudei, di ieri e di oggi, a queste parole fanno spallucce, e così molti, come dirà più avanti l’evangelista, andranno via abbandonando il Maestro. Una brutta storia di malafede e di incredulità che come gramigna cresce da sempre nel campo di Dio.
 
Per approfondire
 
Filippo e l’etiope - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il vangelo continua a diffondersi. Dopo la sua apertura ai samaritani, metà giudei e metà pagani, ecco un racconto che ci descrive la sua penetrazione in un terreno doppiamente proibito. L’etiope impersona questa duplice conquista della Chiesa nascente, duplice, perché si tratta d’un eunuco che, come tale, era escluso dall’assemblea d’Israele (Dt 23,2). In più, con ogni probabilità, quest’eunuco era pagano, uno dei tanti simpatizzanti per il giudaismo che ne accettavano in gran parte i principi religiosi, ma senza essere stato ammesso a far parte della comunità giudaica. Se questa probabilità risponde alla realtà delle cose, siamo di fronte al primo pagano convertito al cristianesimo, anche se Luca non lo fa notare.
Evidentemente questo nuovo progresso del vangelo non poteva nascere dall’iniziativa umana. L’ellenista Filippo si mise in contatto con l’etiope per un ordine del Signore. È detto molto chiaramente in due frasi parallele per il loro grande significato: « l’angelo del Signore disse a Filippo », e « lo Spirito disse a Filippo ». L’iniziativa divina si rivela molto bene nell’itinerario che l’angelo indica a Filippo: «Va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta ». Era molto improbabile, quasi impossibile, che Filippo potesse trovare qualcuno su quella strada. D’altra parte, è difficile localizzare questa via del deserto, perché nessuna delle vie che uniscono Gerusalemme a Gaza attraversa il deserto. L’antica Gaza era stata distrutta da Alessandro Magno; più tardi, fu una città fiorente fino a che fu nuovamente distrutta nell’anno 66 della nostra era. Si può parlare di strada deserta sia perché Gaza era considerata, allora, come un deserto e sia perché era l’ultima città in cui cominciava la via del deserto verso l’Egitto. Comunque, difficilmente la storia raccontata si poté svolgere nel deserto, data l’acqua che essi trovano sulla loro strada.
L’etiope non era oriundo dall’attuale Etiopia, ma da un territorio equivalente ora al Sudan. Per la mentalità greca, e forse anche per Luca, questo paese era considerato come il limite estremo del mondo; e quindi, avremmo qui un’altra espressione dell’universalismo del vangelo, che arriva fino alle estremità della terra, fino all’Etiopia (Sal 68,32). L’Etiopia era un popolo ben noto per la politica e per il commercio. Candace era il titolo della regina madre, che conservava il suo vero potere anche quando suo figlio era sovrano effettivo. Che l’etiope fosse eunuco non ha nulla di straordinario, dato che era al servizio della regina.
Gli etiopi parlavano una propria lingua, ma non è per nulla sorprendente che un alto funzionario conoscesse anche il greco. La lettura della Bibbia è fatta su una versione greca. Ed egli legge ad alta voce, come usavano leggere gli antichi. Sono state esposte tutte le circostanze perché possa aver luogo l’intervento di Filippo. L’interpretazione del passo che l’eunuco leggeva (Is 53,7-8) fu sempre difficile. Noi ne tentiamo una spiegazione analizzando il senso delle parole e tentando di scoprire il pensiero dell’autore e le sue circostanze storiche ... I giudei, davanti a un’affermazione come quella che stava leggendo l’eunuco nella Bibbia, si chiedevano chi fosse quella persona che avrebbe compiuto esattamente tutto quello che la profezia contiene. Il problema era trovare nel passato, nel presente o nel futuro una persona che facesse in favore del suo popolo quello che dice la profezia. La Chiesa cristiana trovò questa persona nella figura di Gesù di Nazaret. Per Filippo, questo fu il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’etiope.
Che cosa mi impedisce di essere battezzato? Probabilmente, Luca usa una formula che riflette un’usanza poste­riore della Chiesa, che esaminava attentamente la preparazione dei candidati al battesimo, i quali dovevano essere ben istruiti e convinti della fede che il battesimo supponeva. Fatta la professione di fede: «credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio », Filippo lo ammette al battesimo; e l’etiope torna gioioso alla sua terra. La gioia, sotto la penna di Luca si unisce spesso al possesso dello Spirito. Filippo scompare misteriosamente e continua la sua instancabile missione evangelizzatrice.
 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo - Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): Sono io il pane vivente disceso dal cielo (v. 51). Gesù ha moltiplicato i pani e ha sfamato la folla, abbondantemente. Ma il gesto non ha il significato che gli ha attribuito la folla. È invece un «segno», e nel linguaggio di Giovanni questo significa che è capace di svelare la realtà profonda di Gesù, «chi egli è per noi». Ecco il punto: chi è Gesù? Che cosa è per noi? La risposta: Questo è il pane vivente disceso dal cielo e capace di darci la vita. Due aspetti, dunque: l’origine celeste e la dimensione salvifica. La chiara risposta del v. 51 è già stata preparata, ed è quindi carica di tutte le risonanze delle affermazioni precedenti: vv. 27.33.35.48. Noi sappiamo che in queste formule lo Io Sono c’è una concentrazione su Gesù. La fede è adesione a lui, prima e più che a una dottrina. Ma c’è anche un comprendere, e precisamente un riconoscere la sua origine (viene dal Padre) e la sua capacità di salvezza (dono per noi). Sappiamo che qui c’è una polemica: il vero pane è Gesù, non le altre offerte di salvezza, che tutt’al più sono avvio e preparazione ma in nessun modo meta e conclusione.
Sappiamo infine che c’è una pretesa, quella di offrire all’uomo quel dono di cui, lo sappia a no, egli ha unicamente bisogno.
Tutto questo ci è noto, ed è ben chiaro nel nostro discorso. Però il v. 51 precisa che il pane non è soltanto parola di Gesù, ma la sua «carne» in dono. Certo è un’allusione al sacramento, ma ancora prima una rivelazione del significato profondo del Cristo (e perciò dell’uomo): una esistenza in dono. È di questo che abbiamo bisogno, e sotto due aspetti. Noi siamo alla ricerca del dono di Dio per noi, ma siamo anche alla ricerca di qualcuno che ci faccia divenire dono, perché questo è il progetto per cui siamo fatti. Abbiamo bisogno del dono di Dio (di un Dio che si dona a noi), ma abbiamo anche bisogno di qualcuno che ci aiuti a donarci.
 
Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre - Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi 6, 6 - Solo le membra della divinità vedono Dio nella sua pienezza: Gli angeli quindi lo vedono secondo il loro grado di comprensione, gli arcangeli secondo la potenza che è loro propria, i troni e le dominazioni più degli ordini precedenti ma in misura sempre inferiore a quanto richiederebbe la visione esaustiva che ha assieme al Figlio lo Spirito Santo.
Questi infatti scruta tutto e conosce le profondità di Dio (1Cor 2,10). Sicché, come disse Gesù, conoscono il Padre, adeguatamente e alla stessa maniera, il Figlio unigenito e lo Spirito Santo: Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato (Mt 11,27; cf. Lc 10,22). Il Figlio unigenito che vede esaustivamente il Padre lo rivela a tutti secondo le capacità di ciascuno assieme allo Spirito e per mezzo dello Spirito, perché solo lui assieme allo Spirito Santo partecipa della divinità del Padre: generato senza passione prima dei secoli eterni, conosce chi lo genera come il genitore conosce il generato.
Dunque, poiché gli angeli non conoscono il Padre nella misura in cui l’unico generato lo conosce, ce lo rivelerà l’Unigenito che assieme allo Spirito Santo - come già detto - rivela Dio a ciascuno secondo le sue capacità per mezzo del medesimo Spirito: nessun uomo si potrebbe vergognare della propria ignoranza.
 
Testimoni di Cristo - San Giorgio - Non siamo soli a combattere i nostri oscuri “draghi”: Ognuno ha i suoi personali “draghi”, da combattere, ombre minacciose che ci isolano e ci annientano, ma anche nel momento più buio non siamo soli ad affrontarli. Perché se Dio è sceso nella morte per portare la sua luce, anche nelle nostre piccole “morti quotidiane” c’è sempre spazio per la speranza. Icona di questa battaglia vittoriosa è san Giorgio, che secondo la tradizione uccise il drago che minacciava Silene. Il racconto è leggendario ma esprime la grandezza di un santo che di fatto è venerato in tutto il mondo e ha ispirato movimenti e associazioni. La sua biografia ci è giunta confusa e arricchita da racconti senza fondamento storico. Secondo un antico racconto della passione, una «Passio», Giorgio era nato in Cappadocia e fu educato nella fede dai genitori. Divenne poi tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, anche se altre versioni lo indicano come membro dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore romano, che nel 303 diede vita a una feroce persecuzione contro i cristiani. Giorgio si ribellò: strappò l’editto dell’imperatore e si dichiarò cristiano. Per questo fu arrestato, torturato, incarcerato e poi ucciso. Aveva vinto la violenza offrendo la propria vita.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che in questi giorni pasquali ci hai rivelato in modo singolare
la grandezza del tuo amore,
fa’ che accogliamo pienamente il tuo dono,
perché, liberati dalle tenebre dell’errore,
aderiamo sempre più agli insegnamenti della tua verità.
 
 22 Aprile 2026
 
Mercoledì della III Settimana di Pasqua
 
At 8,1b-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 65 (66); Gv 6,35-40
 
Chi crede nel Figlio ha la vita eterna, dice il Signore, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. (Cf. Gv 6,40 - Acclamazione al Vangelo)
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): È qui riportato un secondo detto, che esplicita la volontà del Padre: vedere il Figlio nella fede è credere e la fede dona la vita eterna (escatologia presenziale, tipica di Gv) e la risurrezione futura (escatologia futura).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: I Samaritani, popolo disprezzato dai Giudei, accolgono con gioia il Vangelo, si vengono così a frantumare gli angusti confini dell’asfittico nazionalismo giudaico in cui era stata rinchiusa la fede nell’unico e vero Dio. La Parola di Dio prende il largo e Filippo, novello campione di questa evangelizzazione, nel nome di Gesù compie miracoli, guarigioni, liberazione di indemoniati: è una nuova Pentecoste che semina nei cuori degli uomini semi di gioia, di contentezza, di intelligenza del mistero nascosto per secoli e ora rivelato in Cristo.
 
Vangelo
Questa è la volontà del Padre: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,35-40
Gesù rivela alla folla di essere il Pane della vita e rivela anche la volontà del Padre: Egli vuole che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna. Gli uomini che crederanno in Gesù si salveranno perché nessuna potenza, in cielo, in terra o sottoterra, potrà strapparli dalle sue mani.
 
In quel tempo, disse Gesù alla folla: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
 
Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Ci sembra di essere di fronte a un meraviglioso riassunto di quanto finora si è detto su Gesù, Figlio di Dio, Inviato del Padre, Sorgente di vita. Ne abbiamo letti altri due dello stesso tipo (3,16-21 e 3,31-35), ma erano alla terza persona.
Qui invece è Gesù che parla in prima persona del Padre come «Mandante», di sé come «l’Inviato» e degli uomini come «destinatari» dell’opera sua.
L’iniziativa è, come sempre, del Padre, il quale vuole che tutti gli uomini abbiano la vita eterna e siano salvi per mezzo del Figlio suo. Subito però avviene una divisione tra gli uomini: ci sono coloro che «vedono il Figlio, ma non credono in lui» (6,36) e ci sarà nel futuro «chi verrà a lui». I primi sono quelli, tra gli immediati uditori, che si oppongono alla volontà del Padre e non accolgono Gesù; i secondi sono coloro che «lo vedono e credono in lui» (6,40), e lo accolgono come dono del Padre (vedi 3,16). In questi Gesù vede il «dono» che il Padre gli fa.
Anche se può sembrare una parentesi, non perdiamo la sfumatura ecclesiale profonda, soggiacente all’idea di dono.
La comunità che sta con Gesù sa che gli uni sono per gli altri «dono di Dio». Questa è l’opera del Padre che, mediante la fede, ha reso i discepoli capaci di appartenere al Figlio.
E ora osserviamo il Figlio, l’inviato, colui che, come apprendista alla scuola del Padre, si è reso soggetto capace della sua missione. Egli accoglie ogni credente come dono del Padre e con tre significative espressioni caratterizza la sua missione: non lo caccerò fuori, farò sì che non si perda, lo risusciterò nell’ultimo giorno.
I verbi indicano tutti il futuro, e presto capiremo il perché.
Il Figlio, infatti, per essere davvero «Pane per gli altri», deve farsi un «pane donato», e ciò implica il passaggio attraverso la morte, perché per essere «Pane di vita» è necessario che sia, come Figlio dell’uomo, risorto.
La rivelazione del Figlio sta raggiungendo uno dei suoi apici più alti. Non ci meraviglieremo, quindi, se la reazione si fa subito sentire. Gli immediati uditori (e forse anche noi) vorrebbero precisare qualcosa sulla vera identità di Gesù. E Gesù accetta e indica il cammino per entrare nel mistero della sua persona: bisogna essere guidati dal Padre.
 
Per approfondire

Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato: Catechismo della Chiesa Cattolica 606: Il Figlio di Dio disceso dal cielo non per fare la sua volontà ma quella di colui che l’ha mandato, «entrando nel mondo dice: [...] Ecco, io vengo [...] per fare, o Dio, la tua volontà. [...] Ed è appunto per quella volontà che noi siamo stati santificati, per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre» (Eb 10,5-10). Dal primo istante della sua incarnazione, il Figlio abbraccia nella sua missione redentrice il disegno divino di salvezza: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4,34). Il sacrificio di Gesù «per i peccati di tutto il mondo» (1Gv 2,2) è l’espressione della sua comunione d’amore con il Padre: «Il Padre mi ama perché io offro la mia vita» (Gv 10,17). «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato» (Gv 14,31).
607 Questo desiderio di abbracciare il disegno di amore redentore del Padre suo anima tutta la vita di Gesù perché la sua passione redentrice è la ragion d’essere della sua incarnazione: «Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!» (Gv 12,27). «Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?» (Gv 18,11). E ancora sulla croce, prima che «tutto [sia] compiuto» (Gv 19,30), egli dice: «Ho sete» (Gv 19,28).
Chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna: Catechismo della Chiesa Cattolica 161: Credere in Gesù Cristo e in colui che l’ha mandato per la nostra salvezza, è necessario per essere salvati «Poiché “senza la fede è impossibile essere graditi a Dio” (Eb 11,6) e condividere le condizioni di suoi figli, nessuno può essere mai giustificato senza di essa e nessuno conseguirà la vita eterna se non “persevererà in essa sino alla fine” (Mt 10,22; Mt 24,13 )»

La gioia cristiana: Benedetto XVI (Omelia, 27 Aprile 2008): La prima Lettura, tratta dal capitolo VIII degli Atti degli Apostoli, narra la missione del diacono Filippo in Samaria. Vorrei attirare immediatamente l’attenzione sulla frase che chiude la prima parte del testo: “E vi fu grande gioia in quella città” (At 8,8). Questa espressione non comunica un’idea, un concetto teologico, ma riferisce un avvenimento circostanziato, qualcosa che ha cambiato la vita delle persone: in una determinata città della Samaria, nel periodo che seguì la prima violenta persecuzione contro la Chiesa a Gerusalemme (cfr. At 8,1), venne ad accadere qualcosa che causò “grande gioia”. Che cosa era dunque successo? Narra l’Autore sacro che, per sfuggire alla persecuzione scoppiata a Gerusalemme contro coloro che si erano convertiti al cristianesimo, tutti i discepoli, tranne gli Apostoli, abbandonarono la Città santa e si dispersero all’intorno. Da questo evento doloroso scaturì, in maniera misteriosa e provvidenziale, un rinnovato impulso alla diffusione del Vangelo. Fra coloro che si erano dispersi c’era anche Filippo, uno dei sette diaconi della Comunità [...]. Or avvenne che gli abitanti della località samaritana, di cui si parla in questo capitolo degli Atti degli Apostoli, accolsero unanimi l’annuncio di Filippo e, grazie alla loro adesione al Vangelo, egli poté guarire molti malati. In quella città della Samaria, in mezzo a una popolazione tradizionalmente disprezzata e quasi scomunicata dai Giudei, risuonò l’annuncio di Cristo che aprì alla gioia il cuore di quanti l’accolsero con fiducia. Ecco perché dunque - sottolinea san Luca - in quella città “vi fu grande gioia”. Cari amici, questa è anche la vostra missione: recare il Vangelo a tutti, perché tutti sperimentino la gioia di Cristo e ci sia gioia in ogni città. Che cosa ci può essere di più bello di questo? Che cosa di più grande, di più entusiasmante, che cooperare a diffondere nel mondo la Parola di vita, che comunicare l’acqua viva dello Spirito Santo?
 
La gioia della, salvezza annunziata agli umili - André Riduard e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): La venuta del salvatore crea un clima di gioia che Luca, più degli altri evangelisti ha reso sensibile. Ancor prima che ci si rallegri della sua nascita (Lc 1,14), quando viene Maria, Giovanni Battista sussulta di gioia nel seno della madre (1,41. 44); e la Vergine, che il saluto dell’angelo aveva invitato alla gioia (1,28: gr. chàire = rallégrati), canta con gioia pari all’umiltà il Signore che è divenuto suo figlio per salvare gli umili (1,42.46-55). La nascita di Gesù è una grande gioia per gli angeli che l’annunziano e per il popolo che egli viene a salvare (2,10.13 s: cfr. Mt 1,21); essa pone termine all’attesa dei giusti (Mt 13, 17 par.) che, come Abramo, esultavano già pensandovi (Gv 8,56).
In Gesù Cristo il regno di Dio è già presente (Mc 1,45 par.; Lc 17,21); egli è lo sposo la cui voce colma di gioia il Battista (Gv 3,29) e la cui presenza non permette ai suoi discepoli di digiunare (Lc 5,34 par.). Questi hanno la gioia di sapere che i loro nomi sono scritti in cielo (10,20), perché rientrano nel numero dei poveri ai quali appartiene il regno (6,20 par.), tesoro per il quale si sacrifica tutto con gioia (Mt 13,44); e Gesù ha insegnato loro che la persecuzione, confermando la loro certezza, doveva intensificare la loro letizia (Mt 5,10 ss par.).
I discepoli hanno ragione di rallegrarsi dei miracoli di Gesù che attestano la sua missione ( Lc 19, 37 ss); ma non devono porre la loro gioia nel potere miracoloso che Cristo comunica loro (10,17-20); esso non è che un mezzo destinato non a procurare una vana gioia a uomini come Erode, amanti del meraviglioso (23,8), ma a far lodare Dio dalle anime rette (13,17) e ad attirare i peccatori al salvatore, disponendoli ad accoglierlo con gioia ed a convertirsi (19,6.9). Di questa conversione i discepoli si rallegreranno da veri fratelli (15, 32), come se ne rallegrano in cielo il Padre e gli angeli (15,7.10.24), come se ne rallegra il buon pastore, il cui amore ha salvato le pecore smarrite (15,6; Mt 18,13). Ma per condividere la sua gioia, bisogna amare com’egli ha amato.
 
Tommaso d’Aquino (In Jo. ev. exp VI) … chi viene a Me ... : con i passi della fede e delle opere buone, non sarà da Me respinto fuori; frase da cui si capisce che chi va a Lui, è anche dentro di Lui, nella Sua interiorità ... E vi sono due tipi di interiorità. La prima è profondissima, e consiste nella gioia della Vita eterna ... Di essa è detto nel Vangelo (Mt. 25,21): Entra nella gioia del tuo Signore ... La seconda interiorità è la rettitudine della coscienza, che forma la gioia spirituale. Di questa è stato scritto (Sap. 8,16): Rientrato nella mia casa, mi riposerò. E ancora (Ct. 1,3): Mi ha introdotta nelle segrete sue stanze. E da questa intimità alcuni vengono respinti fuori. Perciò le parole del Signore: non sarà da Me respinto fuori, si possono intendere in due modi. Primo, riferendole a coloro che vanno a Lui (i quali non saranno respinti) ... Secondo, nel senso che quanti invece vanno fuori non escono perché scacciati da Cristo, ma tale separazione è dovuta a loro stessi, perché si allontanano dall’intimità della retta coscienza, con l’incredulità e con i peccati. E allora è come se dicesse: Non sono Io a respingerli fuori, ma sono essi che si allontanano da sé.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agapito I Papa: Fu eletto Papa il 13 maggio 535 ma il suo pontificato durò poco più di undici mesi. Un periodo durante il quale l’imperatore d’Oriente Giustiniano riuscì a conquistare la rimanente parte del Medio Oriente e gran parte dell’Africa nord orientale, già regno dei Goti. Poi inviò il suo generale Belisario in Italia: sbarcato in Sicilia diresse le sue truppe verso Napoli e da li si preparò a sferrare l’attacco finale a Roma. Il principe ostrogoto Teodato riuscì però a costringere papa Agapito, usando la «longa manus» imperiale, ad intraprendere un duro viaggio verso Bisanzio, al fine di riuscire a convincere l’imperatore a desistere dalla sua impresa. Giunto a Costantinopoli, Agapito fu accolto con tutti gli onori ma non riuscì a far desistere Giustiniano dai propositi di riconquista della penisola italica. In compenso però, Agapito inflisse un duro colpo all’eresia monofisita, riuscendo a far allontanare il patriarca Antimo e a insediare il patriarca Menas. Dopo le fatiche del viaggio il Papa si ammalò gravemente. Morì il 22 aprile 536. (Avvenire)
 
Assisti, o Padre, la tua famiglia,
e a quanti nella tua bontà hai donato la grazia della fede
concedi di aver parte all’eredità eterna
nella risurrezione del tuo Figlio unigenito.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 
 21 Aprile 2026
 
Martedì III Settimana di Pasqua
 
At 6,8-15; Salmo Responsoriale 30 [31]; Gv 6,30-35
 
Io sono il pane della vita, dice il Signore: chi viene a me non avrà fame. (Gv 6,35ab - Acclamazione al Vangelo)    
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): «Io sono il pane della vita» (6,35). È la prima definizione che Gesù dà di sé. Ne leggeremo altre sei in Giovanni. Qui Gesù si premura subito di spiegare che cosa ciò significhi per chi lo accoglie: «Chi viene a me non avrà più fame; chi crede in me non avrà più sete» (6,35). Sono due frasi sinonime. Il loro senso è ovvio: Gesù, nella totalità della sua persona, è quel nutrimento che solo può sostenere, saziare e dare quella vita che ha il carattere della definitività; insomma, ancora una volta si ripete che egli è per l’uomo sorgente vera della vita: «Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha dato anche al Figlio la possibilità di avene la vita in se stesso» (5,26) e «il Figlio fa vivere chi vuole» (5,21).
Non è quindi possibile avere la vita senza Gesù. Il Padre infatti lo ha mandato «affinché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna» (3,16).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il popolo, gli anziani e gli scribi sono furibondi in cuor loro e digrignano i denti contro Stefano. Non potendo controbattere alle sue parole, come belve assetate di sangue, lo trascinano fuori dalla città e lo lapidano, e così “invece di un regolare giudizio da parte del sinedrio si assiste a un linciaggio popolare. Forse è la realtà storica, che Luca avrà presentato come un processo regolare, per rendere la morte del primo martire simile a quella di Gesù” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Non Mosè, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo.
 
Come la sapienza (Pr 9,1s), Gesù invita gli uomini a convito. Per l’evangelista Giovanni, “Gesù è la sapienza di Dio che la rivelazione biblica tendeva a personificare [cfr. Gv 1,1+]. Tale convinzione poggia sull’insegnamento del Cristo, che emerge già nei sinottici [Mt 11,19; Lc 11,31p), ma qui è molto più accentuato: la sua origine è misteriosa [Gv 7,27-29; 8,14.19; cfr. Gb 28,20-28]; lui solo conosce i misteri di Dio e li rivela agli uomini [Gv 3,11-12.31-32; cfr. Mt 11,25-27p; Sap 9,13-18; Bar 3,29-38]; egli è pane vivo che sazia la fame [Gv 6,35; cf. Pr 9,1-6; Sir 24,19-22: Mt 4,4p; cfr. Dt 8,3]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,30-35
 
In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”».
Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».
 
Parola del Signore.
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): 1. Il pane vero discende dal cielo. I Giudei gli chiedono di dar loro un segno come quello che diede Mosè, quando ottenne la manna dal cielo, collegando questa richiesta con il precedente miracolo della moltiplicazione dei pani, insistendo sull’idea e sulla richiesta di pane.
Gesù risponde che non è stato Mosè a dare il pane del cielo, ma il Padre celeste. E, come nel passato il pane, ossia la manna, è stato un dono del Padre, cosí anche oggi il Padre dona un pane, che è il vero pane celeste, a differenza della manna che era un pane puramente simbolico. Quella infatti, pur essendo un cibo terreno, era un simbolo, una figura di un cibo assolutamente diverso, spirituale, celeste. E questo pane celeste, questo pane vero e vitale è ora qui presente nel Cristo.
In queste parole sono racchiuse tre verità: la venuta del pane dal cielo, la sua qualità di dono del Padre, il suo scopo che è quello di dare agli uomini terreni la vera vita celeste.
2. Questo pane è Gesù. Anche la seconda verità viene enunciata in seguito ad una richiesta dei Giudei: « Signore, dàcci sempre di questo pane ». Questi non hanno ancora capito e continuano a pensare ad un pane sul tipo della manna. Vorrebbero, in altre parole, che il miracolo della moltiplicazione dei pani si ripetesse di continuo, diventando un loro privilegio stabile e duraturo.
Gesù allora dichiara senza ambagi: « Io sono il pane di vita ».
Ancora una volta risuona quel maestoso: « Io sono ». Cristo non si limita a dare, ma è; e quando si dà, dà il pane vero. La comunione di vita con lui produce la vera vita, poiché egli è il Vivente. Chi è unito a lui nella fede, vive nel vero senso della parola ed in un modo tale che non ha più fame né sete, poiché possiede un cibo ed una bevanda prodigiosi.
In questa prima parte il cibo e la bevanda sono solo un’immagine della fede, mentre nella seconda parte del discorso questi due termini acquisteranno un significato molto più profondo. Allora si tratterà di mangiare la carne e bere il sangue di Cristo.
La comunione di vita con Gesù operata dalla fede suscita una vita, che ignora per sempre la morte, poiché la volontà del Padre, che lo ha mandato, esige proprio che egli non lasci andare perduto niente di quanto il Padre gli ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Perciò chi vede il Figlio dell’uomo e vive in lui per mezzo della fede, vivrà in eterno, perché il Risorto farà risorgere anche lui. La fede rende commensali di Gesù, il che equivale ad essere uniti a lui per la vita, non in modo transitorio, ma perenne.
 
Per approfondire
 
Il pane - Fr. Merkel (Pane in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il pane era il genere alimentare più importante di Israele, in origine fatto di un impasto di orzo, leguminacei acidi, lenticchie e altri ingredienti e quindi messi al forno: la Palestina era un paese povero. In seguito andò sempre diffondendosi il pane di frumento, che però soltanto lo strato più benestante poteva permettersi, mentre il pane d’orzo rimaneva il cibo, sovente quasi unico, dei poveri [...]. In caso di una visita inaspettata (Gn 19,3) o durante il raccolto (Rt 2,14) si mangiava pane fatto di pasta non lievitata o più semplicemente chicchi di frumento tostati, questo tipo di cibo veniva portato dietro, come vivanda quasi indeperibile, quando capitava di doversi mettersi in viaggio all’improvviso (1Sam 17,17 e altrove), come avvenne partendo dall’Egitto (Es 12,8-11.34-39).
La festa del pane non lievitato (festa degli azzimi) viene ricondotta secondo Es 12,14-20; 13,3ss, a questa imprevista partenza; nella sua celebrazione viene riattualizzata ogni anno la liberazione dall’Egitto ad opera di Dio.
Nel culto israelitico la farina o il pane venivano usati come offerta nel sacrificio alimentare (di origine preisraelitica: Lv 2). Anche in questo caso si offriva soltanto pane non lievitato. Si narra anche di dodici «pani dell’offerta» che si trovavamo su un tavolo speciale, nel santuario di Israele (Es 25,30; 1Cr 28,16). Si trattava di focacce di pane non lievitato che venivano deposte come offerta al cospetto di Jahvé [...].
Poiché al tempo e nell’ambiente storico del Nuovo Testamento il pane rappresentava l’alimento fondamentale, pane, oltre al suo significato specifico in senso stretto, può indicare anche alimento e sostentamento in generale (del resto anche noi diciamo «pane e lavoro», «guadagnare il pane» ecc.). Così il figlio prodigo si ricorda in terra straniera che gli operai giornalieri alle dipendenze di suo padre hanno pane in abbondanza (e cioè abbastanza di che vivere) (Lc 15,17). Perciò «mangiare il pane» ha il significato generale di «prendere un pasto» (Is 65,25); «spez­zare il proprio pane» per chi è affamato significa dargli da mangiare e assisterlo (Is 58,7.10). Se uno non mangia «gratuitamente il pane di alcuno», vuol dire che non vive alle spalle degli altri, ma del proprio lavoro (2Ts 3,8). Chi si astiene dal pane e dal vino è un asceta che digiuna (Lc 7,33); la quarta richiesta della preghiera del Signore (Mt 6,11) si riferisce a tutto ciò che riguarda il nutrimento del corpo e i bisogni primari. Con l’espressione «mangiare il pane nel regno di Dio» (Lc 14,15) si intende la parte­cipazione al banchetto festivo nel regno celeste. La parola di Gesù «non di solo pane vive l’uomo» (citazione di Dt 8,3) si riferisce ai beni materiali nel senso più ampio, ai quali è contrapposta la forza vivificatrice della parola di Dio (Mt 4,4).
La storia del miracolo con il quale Gesù, con un po’ di pane e un paio di pesci, sfamò una folla di 5.000 (Mt 14,13-21 par.) o di 4.000 persone (Mt 15,32-39 par.), viene attestata - con poche varianti della tradizio­ne - complessivamente sei volte. Essa dimostra che Gesù, come signore messianico, distribuisce il vero pane della vita. Nella composizione del vangelo di Giovanni, al racconto del miracolo dei pani e del cammino sul lago (Gv 6,1-26) segue il discorso di rivelazione di Gesù: Gesù è il pane della vita. Dietro l’idea di «pane della vita» sta l’antica e universale aspirazione a un cibo che comunichi una vita che non viene meno. In questo senso va intesa anche la richiesta: «Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34). E Gesù risponde che è lui quello che i discepoli desiderano. Chi vuole partecipare a questa vita eterna deve sapere che Gesù è il pane e egli lo darà a quanti vengono a lui. Con questo egli si contrappone a tutti coloro che pretendono di essere essi stessi o di poter dare il pane della vita. Esiste una sola possibilità per dare la vita al mondo: «Il pane di Dio è il Rivelatore, che viene dal cielo e dà la vita al mondo» (R. Bultmann). Trova così risposta il problema sul senso e lo scopo della vita.
 
Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? - Paul Ternant (Dizionario di Teologia Biblica): All’epoca del NT, i Giudei attendevano per i giorni del messia dei prodigi per lo meno pari a quelli dell’esodo, e connessi a sogni di vittoria sui pagani (cfr. 1Cor 1,22). Gesù delude quest’attesa nel suo aspetto carnale. Ma l’appaga spiritualmente, inaugurando la vera salvezza con i suoi miracoli, e apportandola con il suo «esodo» (Lc 9,31), con il grande segno (Gv 12,33) della sua elevazione in croce e in gloria. Contraddetto da certuni, Gesù, attraverso tutta la sua missione di servo che assume su di sé le nostre infermità (Mt 8,17 = Is 53,4), è il segno efficace che fa sì che la moltitudine si risollevi (Lc 2,34), lo stendardo (Is 11,10ss: ebr. nes; gr. semèion) eretto per il raduno dei dispersi (Gv 11, 52).
I SEGNI NELLA VITA DI GESÙ - 1. Fedele alla promessa divina di un rinnovamento delle antiche meraviglie (Mt 11,4 s = Is 35, 5 s; 26, 19), Gesù moltiplica i miracoli che, pur accreditandone la parola, rientrano nello stesso tempo nei segni-avvenimenti salvifici e nella mimica profetica (cfr. Mc 8,23ss): sono soprattutto questi miracoli, uniti alla sua autorità personale e a tutta la sua attività, a costituire «i segni dei tempi» (Mt 16,3), cioè gli indizi dell’inizio dell’era messianica. Ma all’opposto di Israele nel deserto (Es 17,2.7; Num 14,22), egli si rifiuta di tentare Dio, esigendo da lui dei segni a proprio vantaggio (Mt 4,7 = Deut 6,16), e di soddisfare quelli che, avidi di prodigi spettacolari, gli domandano un segno per tentarlo (Mt 16,1ss). Così i Sinottici, eco della sua riservatezza, evitano a proposito dei miracoli di usare la parola «segni», a cui ricorrono i suoi avversari (Mt 12,38 par.; Lc 23,8). Certo Dio, fornisce dei segni dell’avvento della salvezza ai poveri, come Maria (Lc 1,36ss), o i pastori (2,12). Però non può offrire ai Giudei i segni che essi si aspettano: ciò significherebbe pervertire la sua missione. Questi ciechi dovrebbero cominciare a prestare attenzione al «segno di Giona» secondo Lc 11,29-32, cioè alla predicazione di penitenza di Gesù. Sarebbero allora in grado di decifrare i «segni dei tempi», senza pretenderne altri per convenienza, e sarebbero preparati a ricevere la testimonianza del più decisivo di essi, il «segno di Giona» secondo Mt 12, 40, cioè la risurrezione di Cristo.
2. Ogni riserbo concernente l’uso della parola semèion scompare nella narrazione giovannea (salvo Gv 4,48), sia negli Atti che nelle lettere. Per Giovanni, la visione dei segni avrebbe dovuto indurre i contemporanei di Gesù a credere in lui (Gv 12,37-38): questi segni rendevano manifesta la sua gloria (2,11) a uomini provati (6,6), come Jahvè aveva manifestato la propria (Num 14,22), imponendo al popolo la prova del deserto (Deut 8,2). Essi li preparavano così a vedere (Gv 19,37 = Zac 12,10), grazie alla fede, il segno del Trafitto elevato sulla croce fonte di vita (12,33), che realizza la figura del serpente guaritore eretta da Mosè su uno «stendardo» (Num 21,8: ebr. nes; gr. semèion; Gv 3, 14), per la salvezza del popolo dell’esodo.
Ai cristiani convertiti da questo sguardo di fede (cfr. Gv 20,29) e raffigurati dai Greci che chiesero di vedere Gesù (12,21.32s), il sangue e l’acqua che sgorgano dal Trafitto (19,34) appaiono allora i simboli della vita dello Spirito e della realtà del sacrificio che ce ne apre l’accesso grazie ai sacramenti del battesimo, della penitenza, dell’eucaristia. E di questi gesti salvifici del Risorto, vero tempio da cui scaturisce l’acqua viva (2,19; 7,37ss; 19,34; cfr. Zac 14,8; Ez 47,1s), i segni anteriori di Gesù (5,14; 6; 9; 13,1-10) appariranno a loro volta le prefigurazioni.
 
Baldovino di Ford (De sacram. altar., 2, 3): Per coloro che credono in lui, Cristo è cibo e bevanda, pane e vino. Pane che fortifica e rinvigorisce, del quale Pietro dice: “Il Dio di ogni grazia, che ci ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, ci ristabilirà lui stesso dopo breve sofferenza, ci rafforzerà e ci renderà saldi” (1Pt 5,10). Bevanda e vino che allieta; è ad esso che si richiama il Profeta in questi termini: “Allieta l’anima del tuo servo; verso di te, infatti, o Signore, ho innalzato la mia anima” (Sal 85,4).
Tutto ciò che in noi è forte, robusto e solido, gioioso e allegro, per adempiere i comandamenti di Dio, sopportare la sofferenza, eseguire l’obbedienza, difendere la giustizia, tutto questo è forza di quel pane o gioia di quel vino. Beati coloro che agiscono fortemente e gioiosamente!
E siccome nessuno può farlo di suo, beati coloro che desiderano avidamente di praticare ciò che è giusto e onesto, ed essere in ogni cosa fortificati e allietati da Colui che ha detto: “Beati coloro che hanno fame e sete della giustizia” (Mt 5,6). Se Cristo è il pane e la bevanda che assicurano fin da ora la forza e la gioia dei giusti, quanto di più egli lo sarà in cielo, quando si donerà ai giusti senza misura
 
Testimoni di Cristo - Sant’Anselmo d’Aosta, Vescovo e Dottore della Chiesa: Nasce verso il 1033 ad Aosta da madre piemontese, entrambi nobili e ricchi. Travagliato il rapporto con la famiglia che lo invia da un parente per l’educazione. Sarà solo con i benedettini d’Aosta che Anselmo trova il suo posto: a quindici anni sente il desiderio di farsi monaco. Contrastato dai genitori decide di andarsene: dopo tre anni tra la Borgogna e la Francia centrale, va ad Avranches, in Normandia, dove si trova l’abbazia del Bec con la scuola, fondata nel 1034. Qui conosce il priore Lanfranco di Pavia che ne cura il percorso di studio. Nel 1060 Anselmo entra nel seminario benedettino del Bec, di cui diventerà priore. Qui avvierà la sua attività di ricerca teologica che lo porterà ad essere annoverato tra i maggiori teologi dell’Occidente. Nel 1076 pubblica il «Monologion». Nel 1093 diventa arcivescovo di Canterbury. A causa di dissapori con il potere politico è costretto all’esilio a Roma due volte. Muore a Canterbury nel 1109. (Avvenire)
 
O Dio, che apri la porta del regno dei cieli
a coloro che sono rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, 
accresci nei tuoi fedeli la grazia del Battesimo,
perché liberati da ogni peccato
possano ereditare i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.