30 Ottobre 2026
Venerdì XXX Settimana T. O.
Fil 1,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 110 (111); Lc 14,1-6
Gesù guariva: lasciatevi guarire da Gesù. Tutti noi abbiamo ferite, tutti: ferite spirituali, peccati, inimicizie, gelosie; forse non salutiamo qualcuno: “Ah, mi ha fatto questo, non lo saluto più”. Ma questo dev’essere guarito! “E come faccio?”. Prega e chiedi a Gesù che lo guarisca. E’ triste quando in una famiglia i fratelli non si parlano per una stupidaggine; perché il diavolo prende una stupidaggine e ne fa un mondo. Poi le inimicizie vanno avanti, tante volte per anni, e si distrugge quella famiglia. I genitori soffrono perché i figli non si parlano, o la moglie di un figlio non parla all’altro, e così le gelosie, le invidie… Questo lo semina il diavolo. E l’unico che scaccia i demoni è Gesù. L’unico che guarisce queste cose è Gesù. Perciò ad ognuno di voi dico: lasciati guarire da Gesù. Ognuno sa dove ha la ferita. Ognuno di noi ne ha; ne ha non solo una: due, tre, quattro, venti. Ognuno sa! Che Gesù guarisca quelle ferite. Ma per questo devo aprire il cuore, perché Lui venga. E come apro il cuore? Pregando. “Ma, Signore, io non posso con quella gente di là, la odio, mi ha fatto questo, questo e questo…”. “Guarisci questa piaga, Signore”. Se noi chiediamo a Gesù questa grazia, Lui la farà. Lasciati guarire da Gesù. Lascia che Gesù ti guarisca. (Francesco - Omelia nella Santa Messa nella parrocchia romana San Michele Arcangelo a Pietralata, 8 febbraio 2015)
Liturgia della Parola
I Lettura - Comboni 2000: v. 1. a) Paolo associa a sé sullo stesso piano Timoteo: anche se non ha scritto la lettera, Timoteo è pur sempre conosciuto dai Filippesi.
b) «Servi di Gesù Cristo»: è un titolo onorifico che viene applicato dall’apostolo non a tutti i cristiani, ma ad alcuni credenti che esercitano determinate funzioni (cfr. ad es. Col 4,12); implicitamente afferma che l’autorità di Paolo quale apostolo non è contestata dai Filippesi. Indica che Paolo e Timoteo hanno legato la loro vita a qualcuno (Gesù) che considerano loro esclusivo Signore, al punto da non appartenere né a sé stessi né a nessun altro (cfr Penna, 17).
c) «Di Gesù Cristo»: Abramo, Mosè, Davide, Amos, Geremia e altri son detti «servi di JHWH»; qui Gesù Cristo ha preso il posto di JHWH.
d) «A tutti i santi»: tutti sono santi perché realmente uniti a Cristo attraverso il battesimo; si noti che, in luogo di «Chiesa», c’è «santi»: Importanza del rapporto personale di Cristo con ciascuno di loro e, di conseguenza, di loro con Cristo. È evidente che qui la santità è considerata come dono, non come impegno.
e) «Che sono in Filippi»: compenetrazione tra il loro essere in Cristo e il loro abitare a Filippi; ossia l’abitare a Filippi è, per loro, l’unico modo concreto di vivere la comunione con Gesù.
f) «Con tutti i vescovi e i diaconi»: anche vescovi e diaconi non sono sopra il gruppo dei santi, ma dentro di esso. Pur dentro, sono in qualche modo distinti dalla comunità di tutti i santi (hanno un nome particolare che ne precisa la funzione). È l’unica ricorrenza del vocabolo vescovi in Paolo. Vescovi: esercitano funzioni di governo e di cura pastorale (non esattamente coincidenti con quelle degli attuali vescovi: non c’era ancora una gerarchia articolata come la nostra). Diaconi: esercitano funzioni di servizio, di assistenza e di annuncio, quali aiutanti dei Vescovi. Vescovi e Diaconi esercitano funzioni di tipo amministrativo, non magisteriale.
v. 2. «Grazia» = divina benevolenza. «Pace» = tutto quanto di vero, di bello, di buono è desiderabile e augurabile.
vv. 3-5. Si noti l’inizio: il ringraziamento a Dio. Si noti il mio Dio (cfr. Rm 1,8; 1Cor 1,4; Fil 4). Si noti l’insistenza: ogni volta, sempre, ogni preghiera. Si noti la preghiera fatta con gioia. «A motivo della vostra cooperazione alla diffusione del vangelo»: alla lettera si deve tradurre, in maniera molto più espressiva e profonda: «a motivo della vostra comunione con/per il vangelo»: i Filippesi sono radicati nel vangelo e per questo possono diffonderlo, vale a dire sono radicati in Cristo e perciò possono annunciarlo.
v. 6. «Colui che ha iniziato quest’opera buona»: Dio è il Primo (inizia) e l’Ultimo (porta a compimento): Is 48,12-19. Importante: la vocazione alla comunione per il vangelo sta sullo stesso piano della creazione (cfr. Gen 1: Dio vide che era buono).
v. 7. «Vi porto nel cuore»: tenero affetto; la grazia concessa da Dio ai Filippesi è quella di soffrire per amore di Gesù e precisamente per il vangelo, cioè per diffondere il vangelo che è Gesù: cfr. Mc 8,35.
v. 8. L’amore di Paolo per i Filippesi è, sì, profondamente e concretamente umano, ma affonda le radici nelle viscere di Gesù, nel suo cuore.
vv. 9-11. Dopo la preghiera di ringraziamento, ecco quella di domanda, precisamente di intercessione. «Si arricchisca»: ogni vero amore non può fare a meno di intensificarsi, pena la sua fine. «Discernimento»: l’amore è lucido, non cieco: per distinguere l’essenziale dall’accidentale, dall’inutile e dal nocivo, ossia per intuire ciò che è giusto lasciar fare a Dio e ciò che è giusto fare per l’uomo (cfr. 1Gv 3,23). «Frutti di giustizia»: in greco c’è il singolare («frutto»): il frutto è uno solo: la giustizia per la quale l’uomo è reso giusto, santo, salvo da Gesù (cfr. Gal e Rm); essere giusti è lasciar fare a Gesù, permettergli di svolgere la sua opera buona per eccellenza che è la redenzione.
Vangelo
Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?
Gesù accettando di recarsi «in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare» fa bene intendere che la sua opposizione verso di essi non è per partito preso o per pregiudizi, ma che si fonda su ragioni molto più profonde delle solite diatribe scolastiche (Cf. Mt 23,13-36; Lc 11,37-52).
… stavano ad osservarlo, questa nota fa comprendere che l’invito aveva i suoi fini certamente non amichevoli. L’uomo malato di idropisia è dinanzi a Gesù, e forse anche questo posto a tavola era stato scelto con cura. Gesù non tiene conto di questi accorgimenti ambigui, e prende l’iniziativa, e con una domanda rivolta ai dottori della Legge e ai farisei fa cadere dal loro cuore e dal loro volto la maschera della ipocrisia.
Gesù sorprende i dottori della Legge e i farisei “non nelle analisi degli articoli della Legge [in base ai quali essi avrebbero potuto rispondere di no], ma nella pratica osservanza della Legge [a questo proposito essi non sanno cosa rispondere]. Così egli smantella ancora una volta [cfr 6,42; 12,56] la loro intransigenza e la loro ipocrisia” (Carlo Ghidelli, Luca)
Se avessero risposto che era lecito guarire di sabato avrebbero accusato se stessi di essere trasgressori della Legge, se avessero risposto negativamente avrebbero messo a nudo la loro ipocrisia e la loro durezza di cuore. Gesù guarisce l’ammalato e spiazza i dottori della Legge e i farisei con una affermazione lapidaria: Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?
Le guide spirituali del popolo eletto non possono che continuare a tacere: “E non potevano rispondere nulla a queste parole”.
Una guarigione accettata anche se malvolentieri, ma naturalmente tutto questo costituiva una miscela esplosiva e che avrebbe acceso nuove violente diatribe.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc14,1-6:
Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano ad osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia. Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no guarire di sabato?” Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a queste parole.
Parola del Signore.
Discorso durante un convito - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Con il vangelo di oggi inizia un discorso di Gesù ai commensali di un convito. Il primo versetto serve da introduzione generale e indica le circostanze di tempo e luogo: un sabato e durante un pasto in casa di un illustre fariseo. In questo contesto, Luca incastra con maestria i diversi episodi e temi di conversazione (che leggeremo fino a lunedì prossimo). Si crea così un’interdipendenza di idee; quello che accade lì ha una relazione simbolica con il grande banchetto escatologico e messianico del regno di Dio.
Nello sviluppo dell’insieme Luca segue le regole dello stile greco, richieste da questo genere letterario, il cui prototipo sul terreno filosofico è il convito di Platone: ogni invitato faceva un discorso o ascoltava con venerazione i maestri, in questo caso Gesù.
L’inaspettata presenza dell’uomo malato di idropisia - accumulo di acqua nei tessuti - ricorda la scena della guarigione del paralitico nella sinagoga (Lc 6,6ss) e della donna incurvata (lunedì di questa settimana: 13,10ss). In ognuno di questi casi - forse varianti di uno solo - si può indovinare un secondo piano di lettura.
I malati incarnano la situazione del popolo, oppresso dai giuristi con le prescrizioni della legge mosaica, e non solo quella riguardante il sabato, così come essi le spiegavano alla gente. Gesù viene a liberarli da questo giogo insopportabile. Libertà di spirito che allieta i semplici ed è rifiutata dalle guide religiose; per questo decidono di eliminare un soggetto così «sovversivo» come Gesù.
Dato che Gesù è consapevole che scribi e farisei lo spiano per poterlo accusare, prima di curare l’idropico fa loro questa domanda diretta e impegnativa: «È lecito o no curare di sabato?». Egli conosceva molto bene i trentanove lavori proibiti di sabato secondo le tradizioni rabbiniche riepilogate nella Mishnah: curare era tra questi, dato che era considerato come esercizio della medicina. Ma conosceva anche i sotterfugi e le eccezioni a cui ricorrevano i legulei per salvaguardare la proprietà privata; così permettevano di soccorrere un animale infortunato di sabato.
Allora Gesù, che valutava più l’uomo che non i beni, disse loro: «Chi di voi, se un asino (suo figlio, secondo i migliori manoscritti) o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?». A maggior ragione sarà permesso curare un malato restituendogli la salute, che è, insieme alla vita, il maggior bene umano. « Perciò è permesso fare del bene anche di sabato » (Mt 12,12); perché fare del bene al prossimo non può violare nessuna legge di Dio.
Per approfondire
Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisia - Detlev Dormeyer / Anton Grabner (Prontuario della Bibbia): Malattia. a) Secondo l’Antico Testamento la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is 1,5s), ma negli scritti più tardi dell’Antico Testamento si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’Antico Testamento, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss).
b) Anche nel Nuovo Testamento domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è il segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: i ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col l,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
Gli Apostoli e la Chiesa dinanzi alla malattia - J. Giblet e P. Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Il segno del regno di Dio, costituito dalle guarigioni miracolose, non è rimasto confinato nella vita terrena di Gesù. Egli aveva associato i suoi apostoli, sin dalla loro prima missione, al suo potere di guarire le malattie (Mt 10,1). Al momento della missione definitiva promette loro una realizzazione continua di questo segno per accreditare l’annunzio del vangelo (Mc 16,17s). Perciò gli Atti notano a più riprese le guarigioni miracolose (Atti 3,1ss; 8,7; 9,32ss; 14,8ss; 28,8s) che mostrano la potenza del nome di Gesù e la realtà della sua risurrezione. Così pure Paolo, tra i carismi, ricorda quello di guarigione (1Cor 12,9.28.30): questo segno permanente continua ad accreditare la Chiesa di Gesù facendo vedere che lo Spirito Santo agisce in essa. Tuttavia la grazia di Dio viene ordinariamente agli ammalati in un modo meno spettacolare. Riprendendo un gesto degli apostoli (Mc 6,13), i «presbiteri» della Chiesa compiono su di essi, che pregano con fede e confessano i loro peccati, unzioni con olio nel nome del Signore; questa preghiera li salva, perché i peccati sono loro rimessi ed essi possono sperare, se così piace a Dio, la guarigione (Giac 5,14ss).
2. Questa guarigione non avviene tuttavia in modo infallibile, come se fosse l’effetto magico della preghiera o del rito. Finché dura il mondo presente, l’umanità deve continuare a portare le conseguenze del peccato. Ma «prendendo su di sé le nostre malattie» al momento della sua passione, Gesù ha dato loro un nuovo senso: come ogni sofferenza, esse hanno ormai un valore di redenzione. Paolo, che ne ha fatto l’esperienza a più riprese (Gal 4,13; 2Cor 1,8ss; 12,7-10), si sa che esse uniscono l’uomo a Cristo sofferente: «Portiamo nei nostri corpi le sofferenze di morte di Gesù, affinché la vita di Gesù sia anch’essa manifestata nel nostro Corpo» (2 Cor 4,10). Mentre Giobbe non arrivava a comprendere il senso della sua prova, il cristiano si rallegra di «completare nella sua carne ciò che manca alle prove di Cristo per il suo corpo, che è la Chiesa» (Col 1,24).
Nell’attesa che giunga questo ritorno al paradiso dove gli uomini saranno guariti per sempre dai frutti dell’albero della vita (Apoc 22,2; cfr. Ez 47,12), la malattia stessa è inserita, come la sofferenza e come la morte, nell’ordine della salvezza. Non che essa sia facile da portare: rimane una prova, ed è carità aiutare il malato a sopportarla, visitandolo e consolandolo. «Portate le malattie di tutti», consiglia Ignazio di Antiochia.
Ma servire gli ammalati significa servire Gesù stesso nelle sue membra sofferenti: «Ero ammalato e mi avete visitato», dirà nel giorno del giudizio (Mi 25,36). Il malato, nel mondo cristiano, non è più un maledetto dal quale ci si scosta (cfr. Sal 38,12; 41,6-10; 88,9); è l’immagine ed il segno di Cristo Gesù.
Ireneo (Contro le eresie, 4,11-13.15.16): Il Signore non ha abrogato, ma ha ampliato e completato i precetti naturali della legge, quelli cioè che giustificano l’uomo, e che venivano osservati anche prima della legge da coloro che erano giusti per la loro fede e piacevano a Dio. Risulta chiaro dalle sue parole: È stato detto agli antichi: Non commettere adulterio. Ma io dico a voi: Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,27-28). E ancora: È stato detto: Non uccidere. Ma io vi dico: Chiunque si adira con suo fratello senza motivo è passibile di condanna (Mt 5,21-22). E ancora: È stato detto: Non spergiurare... Ma io vi dico di non giurare mai. Il vostro sì, sia un sì; il vostro no, un no (Mt 5,33-37). E altre espressioni simili. Tutti questi precetti non sono contrari e non aboliscono i precedenti, come vanno dicendo i seguaci di Marcione, ma li dilatano ed estendono, come il Signore stesso ha detto: Se la vostra giustizia non è superiore a quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli (Mt 5,20).
Testimoni di Cristo - San Marciano da Siracusa. Le radici apostoliche della fede in Sicilia: Un sottile filo rosso lungo le pieghe dei secoli collega la nostra storia a quella degli Apostoli e quindi a quella del Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto. Siracusa in san Marciano ritrova proprio le radici apostoliche e quindi il legame profondo con Cristo. Le fonti sulla vita di questo santo martire in realtà sono tardive, ma questo non sminuisce la portata storica e di fede della figura di Marciano, che, secondo la tradizione, ad Antiochia era divenuto discepolo di san Pietro. Quest’ultimo lo inviò poi in Sicilia a portare il Vangelo. A Siracusa l’impegno di Marciano ebbe un notevole successo, portando a numerose conversioni, ma attirandosi l’inimicizia e l’odio di «coloro che in quel tempo avevano indegnamente lo scettro del comando». Per questo il protovescovo di Siracusa venne catturato e martirizzato. Alcune sue reliquie, poi, giunsero fino in Lazio, forse per mare, e sono conservate nella cripta della Cattedrale di Gaeta, che lo celebra come compatrono. (Matteo Liut)
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.