11 Febbraio 2026
 
Mercoledì V Settimana T. O.
 
1Re 10,1-10; Salmo Responsoriale dal Salmo 36 (37); Mc 7,14-23
 
La tua parola, Signore, è verità: consacraci nella verità. (Cf. Gv 17,17b.a - Acclamazione al Vangelo)
 
Giuliano Vigini (Dizionario del Nuovo Testamento): Nel concetto di verità (aletheia) del NT confluiscono, sia l’idea veterotestamentaria di ciò che è stabile, permanente e fedele, sia l’idea greco-ellenistica di ciò che si conosce in modo perfetto, nella sua realtà di fatto (Mc 5,33) o di insegnamento (Mt 22,16; Mc 12,14.32; Lc 20,21). Nel pensiero di Paolo prevale l’accezione di verità dell’AT di ogni cosa buona e giusta secondo l’ordine della creazione, che si deve perseguire e a cui bisogna restare fedeli (Rm 2,8; Gal 5,7; 2Ts 2,12).
Nella sua interezza, la verità è però strettamente collegata a Dio (Rm 1,25; 3,7; 15,8), a Cristo (2Cor 11,10; Ef 4,21) e al vangelo (Gal 2,5.14; Col 1,5): parola di verità (Col 1,15) in quanto parola di salvezza (2Cor 4,2-3; Ef 1,13; Col 1,5; 2Tm 2,15). II vangelo, infatti, è la buona notizia che annuncia Gesù morto e risorto (1Cor 15,1.3.5); non c’è un altro vangelo (2Cor 11,4; Gal 1,8-9). Questa è la verità della “sana dottrina” da cercare e difendere (1Tm 1,10; 2,4; 6,3; 2Tm 2,25; 3,7; 4,3; Tt 4,1.1.9; 2,1); questa è la verità di cui la Chiesa è “colonna e sostegno” (1Tm 3,15) contro tutti i falsi maestri (1Tm 1,4; 4,7; 2Tm 4,3-4; Tt 1,9.14) che la rifiutano o la deturpano (1Tm 6,5; 2Tm 2,18; 3,8; 4,4; Tt 1,14).
L’identificazione della verità nella persona di Gesù Io sono la via, la verità e la vita Gv 14,6) si caratterizza come una delle peculiarità del vangelo di Giovanni. Gesù è la rivelazione perfetta del Padre e della vita che procede da lui, ed è anche la strada per camminare verso di lui. Egli dice (Gv 8,40.45-46; 16,7) e testimoniare la verità di Dio (Gv 18,37), manifestandola nell’amore e nell’offerta di sé. Per mezzo dello Spirito Santo, “Spirito di verità” (Gv 14,17; 15,26; 16,13), il cristiano cammina nella verità (2Gv 4; 3Gv 3,4) e di essa vive (1Gv 1,8; 2Gv 1-2; 3Gv 1,8).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): I  grandi capi d’Israele usavano radunare i figli prima di morire, per manifestare la loro ultima volontà e pronunziare su di essi la benedizione finale. Si ricordino le benedizioni di Giacobbe (Gn 49) e di Mosè (Dt 33); e si ricordino anche i testamenti di Giosuè (Gs 23-34) e di Samuele (1Sam 12).
Il testamento di Davide non corrisponde alla grandezza del primo re di Gerusalemme. I versetti raccolti dal nostro testo mancano d’originalità: furono redatti senza dubbio dalla scuola deuteronomista, che ripete sempre le stesse idee in modo stereotipato. Al deuteronomista sono dovute anche le ultime raccomandazioni di Mosè a Giosuè: «Sii forte e fatti animo, poiché tu introdurrai gl’israeliti nel paese che ho giurato di dar loro, e io sarò con te» (Dt 31,23). « Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dar loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge ... (e) porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? ... Chiunque disprezzerà i tuoi ordini, e non ubbidirà alle tue parole in quanto comanderai, sarà messo a morte. Solo sii forte e coraggioso» (Gs 1,6-18). La scuola deuteronomista non solo diede forma letteraria al testamento di Davide, ma lasciò impressa in esso un’orma della sua teologia. Essa fa dipendere la permanenza d’un successore sul trono d’Israele dall’osservanza dei comandamenti e dei precetti della legge di Mosè, mentre la formulazione della profezia di Natan era espressamente priva di condizioni (2Sam 7,14-16).
La conclusione che se ne deduce è che il nostro testo fu redatto durante l’esilio e costituisce un invito implicito alla conversione. Vuol far sapere alla generazione dell’esilio che la continuità dinastica era  subordinata all’osservanza delle clausole dell’alleanza.
In altre parole, l’unica via per giungere alla restaurazione della monarchia passava attraverso la fedeltà alla legge di Mosè.
 
Vangelo
Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo.
 
Per la comprensione del Vangelo è opportuno richiamare alla memoria le norme di purità che gli Ebrei ritenevano di dover osservare prima di prestare il culto liturgico a Dio. Essi distinguevano tra cose, persone, creature, azioni pure e impure . Chi veniva a contatto con ciò che era considerato impuro doveva purificarsi, prima di entrare in contatto con Dio. Per la Bibbia di Gerusalemme, «i rabbini facevano risalire la tradizione orale, attraverso gli “anziani”, a Mosè ... A proposito dell’impurità delle mani, obiettata dai Farisei, Gesù prende in considerazione la questione più generale dell’impurità attribuita dalla legge a certi alimenti [Lev 11]  e insegna a posporre l’impurità legale a quella morale, la sola che importa veramente ([cf. At 10,9-16; 10,28 ...]».
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,14-23
 
In quel tempo, Gesù, chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro».
Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti.
E diceva: «Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
 
Parola del Signore.
 
Pietro Aliquò (La bella notizia del Regno): Nuova controversia e nuova polemica da parte di farisei e scribi. Nuova presa di posizione da parte di Gesù.
Al centro della questione il fatto che i discepoli non rispettano la tradizione perché mangiano «con mani immonde» e cioè non lavate. Per capire, bisogna ricordare che la legge di Mosè proibiva ogni contatto con perso­ne a alimenti dichiarati «impuri» (Lv 11-16).
«Nella vita quotidiana, al ritorno da luoghi aperti al pubblico o dai mercati, gli israeliti si sentono ritualmente “impuri”: non hanno forse sfiorato dei peccatori e dei pagani (venditori e occupanti romani)? Da questo, le loro accurate purificazioni prima di prendere il pasto e la domanda posta a Gesù riguardo alla noncuranza dei suoi amici in relazione a queste norme».
Gesù denuncia con forza l’ipocrisia e la falsità dei farisei e degli scribi. Ai farisei e agli scribi che si rifanno alla tradizione, richiama l’ osservazione lamento del profeta Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Is 29,13). Gesù accusa farisei e scribi di sostituire tradizioni umane alla parola di Dio. Per dare forza e concretezza all’accusa, Gesù porta l’esempio dei voti. «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12).
Questa la volontà di Dio. Ma i farisei, dichiarando korbàn (cioè offerta sacra destinata al tempio) ciò che è dovuto ai genitori, vengono meno a un punto fondamentale della legge. Per ottenere offerte a favore del tempio eludono abilmente la parola di Dio. Parlano di tradizioni, ma tradiscono la legge. Non davvero ipocrisia più grande.
Chiamata la folla, Gesù dice: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; son invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo». Parabola stringata ed essenziale.
Ma i discepoli, al solito, non capiscono. Hanno bisogno ancora una volta di una chiave di lettura. E Gesù gliela dà: ciò che contamina l’uomo non sono gli alimenti, ma i pensieri che escono dal cuore. Il cuore è la sede dei pensieri e degli affetti. Nel cuore nascono i sentimenti, le idee, le aspirazioni, i sogni e le intenzioni. In pratica: se il cuore è buono, l’uomo è buono; se il cuore è cattivo, l’uomo è cattivo. Alla religione delle tradizioni e della divisione tra puri (farisei) e impuri (peccatori), Gesù sostituisce quella del cuore.
Si può dire che l’uomo vale quanto il suo cuore.
Teofilatto scrive: «I discepoli del Signore, istruiti ad abbracciare la sola virtù e a non essere superstiziosi nelle altre pratiche, mangiavano con mani non lavate, con semplicità e non con cura eccessiva. Ma i farisei, cercando una occasiona di accusa, li rimproveravano di questo, e non in quanto trasgressori della Legge, ma delle tradizioni degli anziani. Non stava scritto infatti nella Legge: “Bisogna lavarsi per un cubito” cioè fino al gomito, ma questa norma era stata trasmessa dagli anziani.
«Per rimproverare più gravemente i giudei, Gesù aggiunge anche le parole del profeta da cui sono contestati.
Infatti essi rimproverano i discepoli di avere trasgredito le disposizioni degli anziani, ma il Signore pronuncia su di loro un giudizio ancora più grave, cioè di aver prevaricato la Legge di Mosè ...
«Il Signore, insegnando agli uomini che non dobbiamo intendere in senso corporale le osservanze che la Legge prescrive, comincia a questo punto ad aprire la comprensione della Legge dicendo che niente di ciò che entra può rendere profano, cioè può inquinare qualcuno, ma ciò che esce dal cuore. Quelle, sono le cose che lo inquinano e le enumera tutte.
«L’occhio cattivo - dice - ovvero l’invidia o l’intemperanza. Infatti l’invidioso rivolge un occhio cattivo e maligno all’oggetto dell’invidia e l’intemperante che guarda attraverso il suo occhio attira il male. Intende poi come bestemmia l’accusa contro Dio, come se uno dicesse: Non c’ è provvidenza! Questa è bestemmia. Quindi aggiunge la superbia; la superbia infatti è come dire disprezzo di Dio, quando uno opera il bene e non lo attribuisce a Dio, ma alla propria virtù.
È stoltezza poi la contesa verso gli uomini. Tutte quelle affezioni contaminano l’anima, scaturiscono ed escono da essa» (Esposizione sul Vangelo di Marco 7).
Sul piano pastorale e spirituale bisogna puntare sulla formazione all’interiorità. Il cuore, biblicamente inteso, è il criterio di discernimento della bontà o meno di pensieri, parole scelte e azioni. Da qui la preghiera incessante al Signore perché crei in noi «un cuore puro» e rinnovi «uno spirito saldo» (Sal 5 0,12). Qualcuno ha scritto che non si vede bene se non con il cuore.
 
Per approfondire
 
Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza - Roberto Tufariello (Invidia, Schede Bibliche Pastorali): Nel Nuovo Testamento l’invidia è indicata col termine fthónos e talvolta con zêlos.
Gesù, nel corso della sua vita, è stato oggetto di invidia da parte dei sommi sacerdoti e dei farisei a causa del successo che otteneva tra le folle (Mt. 27,18; Gv. 11,45-57). Egli ha spiegato che l’origine di questa tendenza cattiva, come delle altre, è nel cuore dell’uomo; è lì quindi che bisogna vincerla: «Escono infatti dal cuore degli uomini le intenzioni cattive, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono fuori e contaminano l’uomo» (Mc. 7,21-31).
Gesù ha accennato all’invidia anche in alcune parabole. Nella parabola degli operai della vigna si rimprovera 1’«occhio cattivo» di coloro che mormorano perché i chiamati dell’ultima ora ricevono la paga dell’intera giornata. Il padrone della vigna afferma che non c’è ragione di dolersi dei doni che la sua bontà vuole elargire, oltre il giusto salario, indipendentemente dai meriti dei lavoratori (Mt. 20,13-14). Ugualmente, il figlio fedele della nota parabola lucana non avrebbe motivo di infuriarsi per il trattamento di bontà e di generosità che viene fatto al fratello prodigo, pentito e tornato alla casa del padre (Lc. 15,29-32).
Nelle lettere di s. Paolo, l’invidia compare in vari elenchi di vizi; essa è tra i peccati che caratterizzano la vita dei pagani che colpevolmente non riconoscono Dio (Rom. 1,29); è una delle «opere della carne» che possono escludere dal regno di Dio e che non si accordano con la vita «secondo lo Spirito» (Gal. 5,21.26); è una delle «opere delle tenebre» che il cristiano deve respingere (cf. Rom. 13,13).
I credenti, prima di ricevere il battesimo, vivevano immersi nella malizia e nell’invidia, odiosi, nemici a vicenda» (Tito 3,3-4). Ma poi, dopo l’immersione battesimale, hanno rinunciato a ogni forma di malizia, compresa l’invidia, per vivere una vita nuova (1Pt. 2,1-2). Anche dopo il battesimo, uno può lasciarsi prendere dall’invidia (1Cor. 3,3; 2Cor. 12,20); ma se vuole, può superarla mediante la carità, la quale sa rallegrarsi del bene altrui (1Cor. 13,4-5).
In qualche testo, l’invidia viene indicata come un pericolo anche per i pastori del gregge di Cristo.
Essa è una delle caratteristiche dei falsi dottori, la cui azione pastorale è guidata dall’orgoglio e dall’avarizia (1Tim. 6,3-5).
Alcuni predicatori annunciano il vangelo esclusivamente per spirito di rivalità e di invidia verso Paolo o altri apostoli, allo scopo di rovinarne l’autorità presso i fedeli e di soppiantarla. S. Paolo ritiene che questa motivazione faziosa non faccia perdere al vangelo il suo valore; tuttavia non può che disapprovare i predicatori che si lasciano guidare da tali sentimenti: «Alcuni, è vero, predicano Cristo anche per invidia e spirito di contesa, ma altri con buoni sentimenti. Questi lo fanno con carità...; quelli invece predicano Cristo con spirito di rivalità, con intenzioni non pure, pensando di aggiungere dolore alle mie catene. Che importa? Purché in ogni maniera, sia nella ipocrisia che nella verità, Cristo venga annunciato, me ne rallegro e rallegrerò» (Fil. 1,15-18).
San Giacomo spiega che l’invidia ha un ruolo non piccolo nella genesi delle contese e delle lotte tra gli uomini (Giac. 4,1-2). Egli definisce «amaro» questo peccato, che è il frutto di una falsa sapienza, chiamata «carnale» e « diabolica» perché ha la sua origine nel padre della menzogna. A questa sapienza si contrappone quella «dall’alto», di origine divina, che porta frutti di pace, di mitezza, di misericordia: «Ma se avete nel vostro cuore dell’invidia amara e spirito di contesa, non gloriatevi e non mentite contro la verità. Questa non è sapienza che viene dall’alto: è terrena, carnale, diabolica; poiché dove c’è invidia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di male. Ma la sapienza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, senza parzialità, senza ipocrisia» (Giac. 3,14-17)
 
La legge e i cristiani - Le polemiche asfissianti sull’osservanza della legge tra Farisei e cristiani andranno avanti ancora per molti anni. La Chiesa apostolica dovrà fare i conti sopra tutto con i credenti provenienti dal giudaismo, i quali, fanatici e per nulla rinnovati nel cuore, cercheranno di imporre il giogo della legge mosaica ai cristiani in modo particolare a quelli che provenivano dal paganesimo. Una lotta estenuante che imporrà all’apostolo Paolo di prendere spesso carta e penna per difendere con forza l’affrancamento dalla legge mosaica: «Se siete morti con Cristo agli elementi del mondo, perché lasciarvi imporre, come se viveste ancora nel mondo, dei precetti quali «Non prendere, non gustare, non toccare»? Tutte cose destinate a scomparire con l’uso: sono infatti prescrizioni e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno una parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità e umiltà e austerità riguardo al corpo, ma in realtà non servono che per soddisfare la carne» (Col 2,20-23). E non pago scriverà agli stolti Galati: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla» (Gal 5,1-2).
La libertà è un anelito che trova radici profonde nel cuore dell’uomo. È il frutto di lotte, di conquiste pagate a caro prezzo ... ma cosa significa libertà per l’uomo di oggi? Che valore ha? Cosa significa vivere da uomini liberi? Il Magistero della Chiesa risponde a queste domande e lo fa dicendo innanzi tutto che la libertà dell’uomo è «finita e fallibile».
«Di fatto, l’uomo ha sbagliato. Liberamente ha peccato. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, si è ingannato da sé; è divenuto schiavo del peccato. Questa prima alienazione ne ha generate molte altre. La storia dell’umanità, a partire dalle origini, sta a testimoniare le sventure e le oppressioni nate dal cuore dell’uomo, in conseguenza di un cattivo uso della libertà» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1739). Quindi, l’uomo, nel gustare il dono della libertà, deve partire dalla sincera consapevolezza che nel cuore porta una profonda ferita inferta dal peccato dei Progenitori e dal suo peccato attuale: un vulnus che lo spinge al male (Rom 7,14-25). Per cui se la libertà non è incanalata nell’alveo di veri valori può diventare libertinaggio e paradossalmente mera schiavitù. Per cui, l’esercizio della libertà «non può implicare il diritto di dire e di fare qualsiasi cosa».
«È falso pretendere che l’uomo, soggetto della libertà, sia un “individuo sufficiente a se stesso ed avente come fine il soddisfacimento del proprio interesse nel godimento dei beni terrestri”. Peraltro, le condizioni d’ordine economico e sociale, politico e culturale richieste per un retto esercizio della libertà troppo spesso sono misconosciute e violate. Queste situazioni di accecamento e di ingiustizia gravano sulla vita morale ed inducono tanto i forti quanto i deboli nella tentazione di peccare contro la carità. Allontanandosi dalla legge morale, l’uomo attenta alla propria libertà, si fa schiavo di se stesso, spezza la fraternità coi suoi simili e si ribella contro la volontà divina» (ibidem 1740).
Solo Cristo ha veramente reso liberi gli uomini perché con la sua croce gloriosa li ha «riscattati dal peccato che li teneva in schiavitù». Noi siamo liberi perché Cristo ci ha liberato dal peccato. La vera libertà consiste nel non essere più schiavi del peccato: in Cristo «abbiamo comunione con “la verità” che ci fa liberi [Gv 8,32]. Ci è stato donato lo Spirito e, come insegna l’Apostolo , “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” [2Cor 3,17]» (ibidem 1741). E non è vero che la «grazia di Cristo si pone in concorrenza con la nostra libertà», soprattutto «quando questa è in sintonia con il senso della verità  del bene che Dio ha messo nel cuore dell’uomo» (ibidem 1742).
Celiando, George Orwell diceva ai suoi amici: «La libertà è poter affermare che due più due fa quattro. Se ciò è garantito, tutto il resto segue». Sarà vero, ma la libertà inizia ad essere realtà solo quando l’uomo accoglie con amore il «Dono-Gesù che viene dall’alto e discende dal Padre della luce».
 
Le cose che macchiano l’uomo - Cromazio di Aquileia, In Matth., Tract., 53, 1 s.: Dio, infatti, non richiede dall’uomo se mentre sta per mangiare si lava le mani, ma se ha il cuore puro e la coscienza monda dalle impurità dei peccati.
In effetti, cosa giova lavare le mani ed avere la coscienza macchiata?
Quindi i discepoli del Signore poiché erano puri di cuore e preferivano una coscienza monda ed immacolata, non davano importanza a lavarsi le mani, che con tutto il corpo, insieme, nel battesimo avevano lavato, mentre il Signore diceva a Pietro: “Chi una volta è lavato, non ha bisogno di lavarsi di nuovo, ma è tutto puro, come siete voi” (Gv 13,10). Invece, che quel lavacro dei Giudei fosse necessario al popolo, il Signore da tempo lo aveva mostrato per mezzo del profeta, dicendo: “Lavatevi, siate puri, togliete l’iniquità dai vostri cuori” (Is 1,16). Con questo lavacro, quindi, fu prescritto non che si lavassero le mani, ma che togliessero le iniquità dai loro cuori. Per questo, se gli scribi e i farisei, avessero voluto capire o accettare questa celeste purificazione non si lamenterebbero mai delle mani impure.
Per mostrare ancora più ampiamente inutile il rimprovero degli scribi e dei farisei sulle mani non lavate, il Signore, chiamata a sé la folla disse: “Non ciò che entra nella bocca macchia l’uomo, ma ciò che esce lo rende impuro” (Mt 15,11) dimostrando che non dal cibo che entra per la bocca, ma piuttosto dai cattivi pensieri dell’anima, che provengono dal cuore, l’uomo si rende immondo. I cibi, infatti, che prendiamo da ingerire, sono stati creati da Dio per l’uso della vita umana e benedetti, e perciò non possono macchiare l’uomo.
Ma i cattivi e contrari pensieri che provengono dal cuore, come lo stesso Signore ha interpretato, cioè, “gli omicidi, gli adulteri, le impurità, i furti, le false testimonianze, le bestemmie” (Mt 15,19) e tutte le altre azioni malvagie, che provengono dal demonio, che ne è l’autore, queste sono le cose che veramente macchiano l’uomo.
 
I testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria di Lourdes. In quei passi di speranza l’autentica guarigione: Ciò che tutti desideriamo è non soffrire, ma l’esperienza del dolore fa parte della vita. Ciò che può fare la differenza è il modo in cui viviamo questa esperienza: anche l’ora più buia, in fondo, può diventare spazio per far entrare nella vita la luce della speranza e incamminarsi così verso la guarigione autentica, quella dell’anima. La celebrazione di oggi, dedicata alla Beata Vergine Maria di Lourdes e alla Giornata mondiale del malato, ci ricorda proprio questo: la salute autentica è la salvezza che solo Dio può donare, non in un futuro imperscrutabile, ma nella concretezza della nostra vita quotidiana, che è il luogo in cui è già presente l’Infinito, l’Eterno. Un mistero profondo e affascinante, affidato a una giovane, Bernadette Soubirous, che incontrò la Madonna per 18 volte tra l’11 febbraio 1858 e il 16 luglio successivo nella grotta sul fiume Gave, ai piedi dei Pirenei.
Maria si presentò alla ragazza come l’Immacolata e per Bernadette, cagionevole di salute, poverissima, analfabeta, non fu facile comprendere l’immensità di quelle parole. Eppure ebbe il coraggio di mettersi in ascolto e di farsi testimone del Vangelo davanti ai suoi contemporanei. Lo sgorgare della sorgente sotto a quella grotta fu il segno più grande, che ancora oggi attrae milioni di fedeli: Dio è la fonte della vita vera, in lui bisogna immergersi, è lui che ci salva. (Avvenire)
 
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 10 Febbraio 2026
 
Santa Scolastica, Vergine
 
1Re 8,22-23.27-30; Salmo Responsoriale Dal Salmo 83 (84); Mc 7,1-13
 
Piega il mio cuore, o Dio, verso i tuoi insegnamenti; donami la grazia della tua legge. (Sal 118 (119),36.29b - Acclamazione al Vangelo)
 
J. De Fraine e A. Vanhoye: Le risonanze destate dalla parola «cuore» non sono identiche in ebraico e nelle lingue moderne. Certo, il significato fisiologico è lo stesso (2 Sam 18, 14; Os 13, 8), però le altre utilizzazioni della parola differiscono sensibilmente. Nel nostro attuale modo di esprimerci, in pratica «cuore» non evoca che la vita affettiva. L’ebreo concepisce il cuore come 1’«interno» dell’uomo, in un senso molto più lato. Oltre ai sentimenti (2 Sam 15, 13; Sal 21, 3; Is 65, 14), il cuore comprende anche i ricordi e le idee, i progetti e le decisioni. Dio ha dato agli uomini «un cuore per pensare» (Eccli 17, 6); il salmista evoca «i pensieri del cuore» di Dio stesso, cioè il suo programma di salvezza che sussiste di epoca in epoca (Sal 33, 11).
«Larghezza di cuore» (1 Re 5, 9), esprime l’ampiezza del sapere; «dammi il tuo cuore» può significare «prestami attenzione» (Prov 23, 26) e «cuore indurito» esprime il concetto di mente ottusa. A seconda del contesto, il significato può limitarsi all’aspetto intellettuale (Mc 8, 17) o dilatarsi (Atti 7, 51). Bisogna spesso risalire oltre le distinzioni psicologiche fino al centro dell’essere, là dove l’uomo dialoga con se stesso (Gen 17, 17; Deut 7, 17), si assume le proprie responsabilità, si apre o si chiude a Dio. Nell’antropologia concreta e globale della Bibbia, il cuore dell’uomo è la fonte stessa della sua personalità cosciente, intelligente e libera, il centro delle sue opzioni decisive, quello della legge non scritta (Rom 2, 15) e dell’azione misteriosa di Dio.
Nel VT, come nel NT, il cuore è il luogo in cui l’uomo incontra Dio, incontro che diventa pienamente fattivo nel cuore umano del Figlio di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Nel testo odierno la preghiera di Salomone si può dividere in due parti. Nella prima parte si enuclea il principio della fedeltà reciproca: la benevolenza divina deriva dal patto del Sinai, ma essa ha come condizione la lealtà del popolo d’Israele; e questa è la teologia della alleanza, dottrina centrale dell’Antico Testamento.
Nella seconda parte si tratteggia la magnificenza di Dio, della sua immensità, e questo è il carattere spirituale della religione ebraica. Un Dio che i cieli e la terra non possono contenere ha deciso di dimorare nel Tempio di Gerusalemme, e così il tempio è la casa di Dio ed è casa di preghiera. Una casa nella quale Dio ama ascoltare le preghiere dei fedeli ed esaudirle con grande liberalità.
 
Vangelo
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini.
 
Il tema della discussione è quello del «lavarsi le mani» che non era un norma igienica, ma una prescrizione rituale della purificazione secondo la «tradizione degli antichi». I tutori della legge consideravano Gesù e i suoi discepoli, a motivo del loro atteggiamento insubordinato, sovvertitori della legge e questo per la nazione intera poteva avere conseguenze inimmaginabili (Gv 11,48). La loro disubbidienza, poi, era sotto gli occhi di tutti; quindi, era urgente fermarli prima che fosse troppo tardi. Così si capisce perché la «casa madre», Gerusalemme, si premura di inviare a Genèsaret farisei e scribi, assai esperti della legge.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 7,1-13
 
In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate - i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».
 
Parola del Signore.
 
Sotto il rimprovero capzioso rivolto a Gesù, si può cogliere quella mentalità dura a morire la quale nasceva dalla considerazione che la legge, e sopra tutto la sua osservanza, bastava a giustificare il Giudeo: chi non osservava la legge era gente dannata (Gv 7,49), tagliata fuori dal progetto salvifico. Gesù, agli occhi dei Farisei, non soltanto sovvertiva la tradizione degli antichi, ma fuorviava il popolo introducendolo in sentieri che lo avrebbe portato molto lontano dalla salvezza. Accuse quindi molto pesanti che andavano al di là della banalità di lavarsi le mani prima di prendere cibo. Gesù innanzi tutto si rifà agli insegnamenti dei Profeti in eterno conflitto con il potere deviante dei governanti e con il posticcio culto che la nazione rendeva a Dio. I re, sovente idolatri, sguazzavano nella melma della sensualità (Sir 47,19) e non si facevano scrupolo di ammazzare pur di possedere la donna oggetto delle loro brame (2Sam 11,1-27). Il popolo da par suo era abilissimo nell’emulare le sue guide: da una parte l’incenso e dall’altra una vita scellerata (Is 1,11-13); da una parte le preghiere nel tempio e dall’altra parte le mani lorde di sangue fraterno (Is 1,15); da una parte l’osservanza del Sabato e dall’altra la bramosia che tutto passasse in fretta perché si potesse riprendere a vendere rubando e truffando sul peso (Amos 8,5-6). La risposta di Gesù è molto aspra, la sua è infatti una controaccusa: i toni sono forti perché Egli sta rimproverando gente molto abile nell’eludere i comandamenti di Dio contrapponendovi la tradizione umana (Mc 7,9) e molto brava da apparire «giusti all’esterno davanti agli uomini» (Mt 23,28). Per cui Gesù senza mezzi termini li taccia di ipocrisia: il termine hipokrites descrive gli attori con il volto nascosto da una maschera. In questa prima discussione Gesù non coinvolge il popolo, si rivolge solo ai Farisei e agli scribi perché tecnicamente capaci di comprendere il suo linguaggio. Successivamente chiamerà la folla (Mc 7,14-23) e qui il discorso avrà la forma di didascalia, cioè di insegnamento; un insegnamento rivolto a tutti, discepoli e no, e che da tutti doveva essere ritenuto. Gesù non è un rivoluzionario: la legge va osservata anche nei più piccoli particolari perché lui non è venuto per abolirla, ma per renderla perfetta (Mt 5,17-19). È un invito a guardarsi dentro: la creazione di per sé è buona e c’è un solo tipo di impurità che allontana l’uomo da Dio ed è quella che scaturisce dal suo cuore, cioè dai pensieri e dalle intenzioni. È l’uomo, se non ha un cuore puro, a rendere impure anche le cose buone. E poi, ora, nella pienezza del tempo, non è la legge e la sua osservanza a giustificare l’uomo, ma la fede in Cristo (Rom 5,1s).
 
Per approfondire
 
Ipocrita, cieco che inganna se stesso - Xavier Leon-Dufour: - Il formalismo può essere guarito, ma l’ipocrisia è vicina all’indurimento. I «sepolcri imbiancati» finiscono per prendere come verità ciò che vogliono far credere agli altri: si credono giusti (cfr. Lc 18,9; 20,20) e diventano sordi ad ogni appello alla conversione. Come un attore di teatro (in gr. hypocritès), l’ipocrita continua a recitare la sua parte, tanto più che occupa un posto elevato e si obbedisce alla sua parola (Mt 23,2s). La correzione fraterna è sana, ma come potrebbe l’ipocrita strappare la trave che gli impedisce la vista, quando pensa soltanto a togliere la pagliuzza che è nell’occhio del vicino (7,4s; 23,3s)? Le guide spirituali sono necessarie in terra, ma non prendono il posto stesso di Dio quando alla legge divina sostituiscono tradizioni umane? Sono ciechi che pretendono di guidare gli altri (15,3-14), e la loro dottrina non è che un cattivo lievito (Lc 12,1). Ciechi, essi sono incapaci di riconoscere i segni del tempo, cioè di scoprire in Gesù l’inviato di Dio, ed esigono un «segno dal cielo» (Lc 12,56; Mt 16,1ss); accecati dalla loro stessa malizia, non sanno che farsene della bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene (Lc 13,15); se osano immaginare che Beelzebul è all’origine dei miracoli di Gesù, si è perché da un cuore malvagio non può uscire un buon linguaggio (Mt 12,24.34). Per infrangere le porte del loro cuore, Gesù fa loro perdere la faccia dinanzi agli altri (Mt 23,1ss), denunziando il loro peccato fondamentale, il loro marciume segreto (23,27s): ciò è meglio che lasciarli condividere la sorte degli empi (24,51; Lc 12,46). Qui Gesù si serviva indubbiamente del termine aramaico hanefa, che nel VT significa ordinariamente «perverso, empio»: l’ipocrita può diventare un empio. Il quarto vangelo cambia l’appellativo di ipocrita in quello di cieco: il peccato dei Giudei consiste nel dire: «Noi vediamo», mentre sono ciechi (Gv 9,40).
3. Il pericolo permanente dell’ipocrisia. - Sarebbe un’illusione pensare che l’ipocrisia sia propria soltanto dei farisei. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12,56); attraverso ai «Giudei» Giovanni ha di mira gli increduli di tutti i tempi. Il cristiano, soprattutto se ha una funzione di guida, corre anch’egli il rischio di diventare un ipocrita. Pietro stesso non è sfuggito a questo pericolo nell’episodio di Antiochia che lo mise alle prese con Paolo: la sua condotta era una «ipocrisia» (Gal 2,13). Lo stesso Pietro raccomanda al fedele di vivere semplice come un neonato, conscio che l’ipocrisia lo attende al varco (1Piet 2,1s) e lo porterebbe a cadere nell’apostasia (1Tim 4,2).
 
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate: «È una superstiziosa tradizione quella di lavarsi ripetutamente, dopo essersi già lavati, per mangiare il pane, e non prendere cibo di ritorno dal mercato senza essersi prima purificati. Ma è necessario l’insegnamento della verità, secondo il quale coloro che desiderano aver parte al pane della vita che discende dal cielo, debbono purificare le loro opere con il frequente lavacro delle elemosine, delle lacrime e degli altri frutti della giustizia, per poter partecipare ai misteri celesti in purezza di cuore e di corpo. È necessario che le impurità di cui ciascuno si macchia nell’occuparsi degli affari terreni, siano purificate dalla successiva presenza dei buoni pensieri e delle buone azioni, se egli desidera godere dell’intimo ristoro di quel pane. Ma i farisei che accoglievano carnalmente le parole spirituali dei profeti - i quali ordinavano la purificazione del cuore e delle opere dicendo: “Lavatevi, siate puri, e purificatevi voi che portate i vasi del Signore” [Is 1,16] - osservavano tali precetti soltanto purificando il corpo [cfr. Is 52,11]. Ma invano i farisei, invano i giudei tutti si lavano le mani e si purificano tornando dal mercato, se rifiutano di lavarsi alla fonte del Salvatore. Invano osservano la purificazione dei vasi coloro che trascurano di lavare la sporcizia dei loro cuori e dei loro corpi, quando è fuor di dubbio che Mosè e i profeti - i quali ordinarono sia di lavare con l’acqua i vasi del popolo di Dio, sia di purificarli col fuoco, sia di santificarli con l’olio - non stabilirono tali prescrizioni per un motivo generico o per ottenere la purificazione di questi oggetti materiali, ma piuttosto per comandarci la purificazione e la santificazione degli spiriti e delle opere e la salvezza delle anime»  (Beda il Venerabile, Evang. Marc., 2,7,1-4).
 
I Testimoni di Cristo - Santa Scolastica. L’amore che unisce fratelli e sorelle segno terrestre dell’amore di Dio - Non basta condividere lo stesso patrimonio genetico per vivere davvero da fratelli e sorelle, perché spesso i legami famigliari sono segnati da profonde divisioni e ostacoli. Ma quando, oltre che dal sangue, sono accomunati anche da un’armonia spirituale, allora i fratelli e le sorelle divento i testimoni più efficaci del regno di Dio. Una testimonianza resa fino in fondo da santa Scolastica assieme al fratello san Benedetto: la loro santità, ovviamente, è un risultato personale, ma assieme essi ci offrono il quadro di un amore che supera il tempo e lo spazio. San Gregorio Magno nei suoi «Dialoghi» ci descrive l’ultimo commovente colloquio, nel 547, tra i due fratelli, che ogni anno si trovavano a metà strada tra i loro monasteri per parlare «delle gioie della vita celeste». Al momento di salutarsi Scolastica espresse il desiderio che quel colloquio potesse continuare e così fu, grazie a un improvviso temporale. Seguendo le orme del fratello, Scolastica nella regola per il suo monastero aveva messo al primo posto il silenzio: la parola doveva servire solo per parlare di Dio. A lei, infatti, si deve la fondazione del ramo femminile dell’Ordine Benedettino. Nata a Norcia attorno al 480, fu mandata con il fratello a Roma per gli studi, ma la vita dissoluta della città spinse entrambi verso il romitaggio. Scolastica seguì il fratello prima a Subiaco e poi nei pressi di Montecassino, fondando il monastero di Piumarola, dove morì nel 547. (Matteo Liut)
 
Nella memoria della santa vergine Scolastica,
ti preghiamo, o Padre:
dona anche a noi, sul suo esempio,
di amarti e servirti con cuore puro
e di gustare la dolcezza del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 9 Febbraio 2026
 
Lunedì V Settimana T. O.
 
1Re 8,1-7.9-13; Salmo Responsoriale dal Salmo 131 (132); Mc 6,53-56
 
Gesù annunciava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di malattie e infermità nel popolo. (Cf. Mt 4,23 - Acclamazione al Vangelo)
 
D. Mollat: Quando, nel corso del sec. II, la parola «vangelo» incominciò a designare la relazione scritta della vita e degli insegnamenti di Gesù, non perdette tuttavia il suo significato primitivo. Continuò ad indicare la buona novella nella salvezza e del regno di Dio in Cristo. «Questo vangelo - scrive S. Ireneo - gli apostoli l’hanno da prima predicato. Poi, per la volontà di Dio, ce l’hanno trasmesso nelle scritture, affinché diventi la base e la colonna della nostra fede». Il vangelo, proclamato nel corso della liturgia, annunzia al mondo la buona novella e la sua liberazione ad opera di Gesù Cristo. Rispondendo, l’assemblea manifesta lo slancio e l’esultanza del primo incontro del mondo con la novità del vangelo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Salomone ha portato a termine la costruzione del tempio. La consacrazione si compie con il sacrificio di pecore e giovenchi, in tal numero che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. Dio gradisce il sacrificio e la sua gloria riempie il tempio. La manifestazione di Dio è velata, si manifesta infatti nella nube oscura, ma allo stesso si rivela al suo popolo, nella luminosità della gloria. Il tempio è stato costruito perché Dio vi dimorasse in eterno, ma le vicende personali di Salomone spoglieranno il popolo d’Israele di questa immensa ricchezza. 
 
Vangelo
Quanti lo toccavano venivano salvati.
 
Gesù non si infastidisce, e non perde la pazienza dinanzi a una invasione di campo un po’ indiscreta; le folle lo seguono e lo inseguono dovunque udivano che egli si trovasse. I malati vogliono raggiungere le prime file per vederlo, per toccarlo perché sapevano che in questo modo venivano sanati. Gesù si “fa toccare”, è straordinaria la sua mitezza e la sua bontà. Sono i malati che hanno bisogno del medico, e lui è venuto in mezzo agli uomini per guarirli dalla lebbra del peccato e salvarli, così come ci suggerisce l’evangelista Marco: “… quanti lo toccavano venivano salvati”.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,53-56
 
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Marco): I tre versetti possono essere classificati nella categoria dei «sommari» a sintesi che ogni tanto l’evangelista fa per riassumere un periodo di attività di Gesù e per allacciare le diverse parti del suo racconto. Considerato in se stesso, il sommario non sembra apportare nuovi approfondimenti alla conoscenza di Gesù e delle relazioni Gesù-folle a Gesù-discepoli.
Il modo di agire della gente è in linea con l’episodio di quella donna che perdeva sangue (5,23-36). La fede è semplice: vogliono toccare Gesù per essere guariti dai loro mali. Comunque Marco non si sofferma a discutere sulla fede della folla e neppure specifica da quali malattie sono stati guariti.
Interessante è invece quello che Marco sottintende in questo sommario. Gesù non prende nessuna iniziativa e neppure si mette, come tante altre volte, a insegnare (vedi per esempio 6,34). La sua immagine è di uno che vuole andare altrove. Se infatti facciamo un confronto dei dati geografici riportati da Marco, dobbiamo concludere che Gesù è approdato in un territorio dove non voleva andare. Dall’imprecisato luogo della moltiplicazione dei pani costrinse i discepoli a imbarcarsi e a precederlo sull’altra riva, verso Betsaida (6,45), una città che si trova ad est del punto in cui il fiume Giordano si immette nel mare di Tiberiade, e invece a causa del vento approdarono sulla sponda opposta, nella regione di Genesaret.
Sull’ultima considerazione si può innestare, a quanto sembra, la linea di condotta scelta da Gesù. Egli ha raggiunto i suoi discepoli che non erano riusciti a precederlo a Betsaida, ma lo ha fatto perché vuole continuare a rimanere solo con loro. Il suo vagare attraverso città, paesi e campagne non è che l’inizio di quel viaggio in terra straniera di cui presto si parlerà. Anche l’incontro con la gente e poi con i farisei e gli scribi (7,1-13) è puramente casuale e dev’essere interpretato in base alla relazione Gesù-discepoli. Prendiamolo quindi come un continuo rivelarsi di Gesù ai discepoli e personalmente continuiamo a confrontarci con Gesù che si rivela, in attesa che lo stesso Marco metta sotto critica questo confronto.
 
Per approfondire
 
J. Brière: ARCA DI ALLEANZA: La presenza di Dio in Israele si manifesta in vari modi. L’arca ne è uno dei segni visibili a duplice titolo:
- in una cassetta di 125 x 75 x 75 cm. sono racchiuse le dieci parole scritte dal dito di Dio sulla pietra (Deut 10, 1-5);
- questa cassetta, ricoperta da una lamina d’oro, il «propiziatorio», e sormontata dai cherubini, è il trono e lo sgabello di Jahvè (Sal 132, 7; 1 Cron 28, 2). Così Jahvè «che siede sui cherubini» (1 Sam 4, 4; Sal 80, 2) custodisce sotto i suoi piedi la sua parola.
L’arca, riparata sotto la tenda, è come il santuario mobile che accompagna Israele dalle origini, alla partenza dal Sinai, fino alla costruzione del tempio dove sarà collocata. Da questo momento esso passa in primo piano e l’arca perde importanza e non se ne parla più nei testi; senza dubbio sparisce assieme al tempio al momento dell’esilio. Sembra che nel secondo tempio il propiziatorio sia stato nel culto il sostituto dell’arca.
Con l’arca il Dio dell’alleanza manifesta la sua presenza in mezzo al popolo - per guidarlo e proteggerlo, - per far conoscere la sua parola ed ascoltare la preghiera.
I. DIO PRESENTE MEDIANTE LA SUA AZIONE: L’arca è il segno concreto della presenza attiva di Dio durante l’esodo e la conquista della terra promessa. L’annotazione più antica (Num 10, 33) mostra Dio che in tal modo guida egli stesso le marce del suo popolo nel deserto; lo spostamento dell’arca è accompagnato da un canto bellico (10, 35; 1 Sam 4, 5): essa è l’emblema della guerra santa ed attesta la parte che Jahvè stesso, «valente guerriero» (Es 15, 3; Sal 24, 8), prende alla realizzazione della promessa: passaggio del Giordano, presa di Gerico, lotta contro i Filistei.
Nel santuario di Silo, in relazione con l’arca, appare l’espressione Jahvè-sabaoth (1 Sam 1, 3; 4, 4; 2 Sam 6, 2). A motivo di questa storia di guerre l’arca conserva un carattere sacro, ad un tempo terribile e benefico. La si identifica con Dio, dandole il suo nome (Num 10, 35; 1 Sam 4, 7).
Essa è la «gloria di Israele» (1 Sam 4, 22; cfr. Lam 2, 1), la forza del potente di Giacobbe (Sal 132, 8; 78, 61), la presenza del Dio santo in mezzo al suo popolo; esigenza di santità in chi le si vuole accostare (1 Sam 6, 19 s; 2 Sam 6, 1-11), essa manifesta la libertà di Dio, che non si lascia annettere dal popolo, pur continuando ad agire in suo favore (1 Sam 4 - 6).
La storia dell’arca conosce nello stesso tempo il suo coronamento ed il suo termine quando David la fa entrare solennemente fra la gioia popolare in Gerusalemme (2 Sam 6, 12-19; cfr. Sal 24, 7-10), dove trova il suo luogo di riposo (Sal 132; 2 Cron 6, 41 s), e quando infine Salomone la colloca nel tempio (1 Re 8). Fino allora l’arca mobile era in qualche modo a disposizione delle tribù; secondo la profezia di Nathan (2 Sam 7) l’alleanza passa attraverso la famiglia di David, che ha fatto l’unità del popolo: Gerusalemme ed il tempio erediteranno i caratteri propri dell’arca.
II. DIO PRESENTE MEDIANTE LA SUA PAROLA: L’arca è nello stesso tempo il luogo della parola di Dio. Anzitutto perché, contenendo le due tavole della legge, perpetua in Israele la «testimonianza» che Dio rende a se stesso, la rivelazione che fa della propria volontà (Es 31, 18) e la risposta che Israele ha dato a questa parola (Deut 31, 26-27). Arca d’alleanza, arca della testimonianza, queste espressioni designano l’arca in relazione alle clausole dell’alleanza incise sulle tavole per le due parti.
L’arca prolunga in certo qual modo, l’incontro del Sinai. Durante le marce nel deserto, Mosè, quando vuole consultare Jahvè, ottenere da lui una parola per il popolo (Es 25, 22) o, viceversa, pregare in favore del popolo (Num 14), entra nella tenda; lì, al di sopra dell’arca, Jahvè gli parla e «conversa con lui come con un suo amico» (Es 33, 7-11; 34, 34; Num 12, 4-8). Più tardi, Amos presenterà la sua predicazione derivante dall’arca come da un nuovo Sinai (Am 1, 2), e proprio mentre prega davanti all’arca, Isaia riceve la sua vocazione profetica (Is 6). Analogamente «dinanzi» all’arca il fedele viene ad incontrare Dio, sia per ascoltare la sua parola come Samuele (1 Sam 3), sia per consultarlo tramite i sacerdoti, custodi e interpreti della legge (Deut 31, 9 ss), sia per pregarlo come Anna (1 Sam 1, 9) o David (2 Sam 7, 18). Una specie di «devozione» all’arca che passerà anch’essa al tempio (preghiere di Salomone 1 Re 8, 30, e di Ezechia 2 Re 19, 14).
 
J. Giblet e P. Grelot: GESÙ DINANZI ALLA MALATTIA 1. Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada.
Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione.
Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.).
Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.).
2. I miracoli di guarigione sono quindi in qualche misura un’anticipazione dello stato di perfezione che l’umanità ritroverà infine nel regno di Dio, conformemente alle profezie. Ma hanno pure un significato simbolico relativo al tempo attuale. La malattia è un simbolo della stato in cui si trova l’uomo peccatore: spiritualmente, egli è cieco, sordo, paralitico ... Quindi la guarigione del malato è anche un simbolo: rappresenta la guarigione spirituale che Gesù viene ad operare negli uomini. Egli rimette i peccati del paralitico e, per dimostrare che ne ha il potere, lo guarisce (Mc 2, 1-12 par.).
Questa portata dei miracoli-segni è messa in rilievo soprattutto nel quarto vangelo: la guarigione del paralitico di Bezatha significa l’opera di vivificazione compiuta da Gesù (Gv 5, 1-9. 19-26), e quella del cieco nato fa vedere in lui la luce del mondo (Gv 9). I gesti che Gesù compie sugli ammalati preludono così ai sacramenti cristiani. Egli infatti è venuto quaggiù come il medico dei peccatori (Mc 2, 17 par.), un medico che, per togliere le infermità e le malattie, le prende su di sé (Mt 8, 17 = Is 53, 4). Tale sarà di fatto il senso della sua passione: Gesù parteciperà alla condizione dell’umanità sofferente, per poter trionfare infine dei suoi mali.
 
Quanti lo toccavano venivano salvati: «Nell’orlo della veste si può vedere la carne di lui assunta, e per cui mezzo giungiamo alla conoscenza della Parola di Dio, e possiamo godere della sua maestà» (Girolamo, Comm. In Matth., XIV).
 
I Testimoni di Cristo - Mario Sgarbossa (I Santi e i Beati) - Sant’Apollonia Vergine e Martire nel 249: Diaconessa quarantenne di Alessandria, era dedita al servizio della Chiesa secondo la tradizione apostolica di affidare ai diaconi e alle diaconesse i compiti caritativi e assistenziali. Di questa martire, molto popolare nella devozione e nel culto, benché ora sia stato limitato alle Chiese locali, parla il vescovo di Alessandria, Dionigi, in un lettera a Fabio di Antiochia.
Un suo concittadino, scrive il vescovo, «maligno indovino e cattivo poeta», aveva sobillato la popolazione contro i cristiani. Pareva proprio che la folla attendesse il segnale: «Tutti si gettarono sulle case dei cristiani; ognuno entra presso quelli che conosce, presso i vicini, saccheggia e devasta. Portano via, nelle pieghe delle vesti, tutti gli oggetti preziosi, gettano via le cose senza valore. Si sarebbe detta una città presa e saccheggiata dal nemico. I pagani presero poi l’ammirabile vergine Apollonia, già avanzata in età. Le colpirono le mascelle e le fecero uscire i denti. Poi, avendo dato fuoco a un rogo fuori dalla città, la minacciarono di gettarvela viva.
Ella chiese che la lasciassero libera un istante; ottenuto ciò, saltò rapidamente nel fuoco e fu consumata», creando al tempo stesso un grosso problema di ordine morale, oltre che umano: è lecito cercare volontariamente la morte per non venir meno alla fedeltà a Cristo? Il Martirologio romano anteriore al 1970 non si pone la questione e sottolinea semplicemente il suo gesto di generosa e incondizionata offerta a Cristo: «Apollonia si gettò spontaneamente nella pira, essendo accesa dentro di sé dalla più forte fiamma dello Spirito santo». Quel gesto suscitò emozione oltre i confini dell’Africa, e in varie città europee, compresa Roma, vennero erette chiese in suo onore. La martire, per la tortura subita, è invocata da chi soffre il mal di denti.
Gli artisti la raffigurarono con un paio di rudimentali pinze in mano, i ferri del mestiere dei denti, simbolo della sua tortura.
 
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 8 Febbraio 2026
 
V Domenica Tempo Ordinario
 
Is 58,7-10; Salmo responsoriale Dal Salmo 111 (112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16
 
Io sono la luce del mondo, dice il Signore; chi segue me, avrà la luce della vita. (Gv 8,12 - Acclamazione al Vangelo)
 
Cristo, luce del mondo - Nel NT la luce escatologica promessa dai profeti è diventata realtà: quando Gesù incomincia a predicare in Galilea, si compie l’oracolo di Is 9, 1 (Mt 4, 16). Quando risorge secondo le profezie, si è per «annunziare la luce al popolo ed alle nazioni pagane» (Atti 26, 23). Perciò i cantici conservati da Luca salutano in lui sin dall’infanzia il sole nascente che deve illuminare coloro che stanno nelle tenebre (Lc 1, 78 s; cfr. Mal 3, 20; Is 9, 1; 42, 7), la luce che deve illuminare le nazioni (Lc 2, 32; cfr. Is 42, 6; 49, 6). La vocazione di Paolo, annunziatore del vangelo ai pagani, si inserirà nella linea degli stessi testi profetici (Atti 13, 47; 26, 18).
Cristo rivelato come luce. - Tuttavia vediamo che Gesù si rivela come luce del mondo soprattutto con i suoi atti e le sue parole. Le guarigioni di ciechi (cfr. Mc 8, 22-26) hanno in proposito un significato particolare, come sottolinea Giovanni riferendo l’episodio del cieco nato (Gv 9). Gesù allora dichiara: «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9, 5). Altrove commenta: «Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8, 12); «io, la luce, sono venuto nel mondo affinché chiunque crede in me non cammini nelle tenebre» (12, 46). La sua azione illuminatrice deriva da ciò che egli è in se stesso: la parola stessa di Dio, vita e luce degli uomini, luce vera che illumina ogni uomo venendo in questo mondo (1, 4. 9). Quindi il dramma che si intreccia attorno a lui è un affrontarsi della luce e delle tenebre: la luce brilla nelle tenebre (1, 4), ed il mondo malvagio si sforza di spegnerla, perché gli uomini preferiscono le tenebre alla luce quando le loro opere sono malvagie (3, 19). Infine, al momento della passione, quando Giuda esce dal cenacolo per tradire Gesù, Giovanni nota intenzionalmente: «Era notte» (13, 30); e Gesù, al momento del suo arresto, dichiara: «È l’ora vostra, ed il potere delle tenebre» (Lc 22, 53).
Cristo trasfigurato - Finché Gesù visse quaggiù, la luce divina che egli portava in sé rimase velata sotto l’umiltà della carne. C’è tuttavia una circostanza in cui essa divenne percepibile a testimoni privilegiati, in una visione eccezionale: la trasfigurazione. Quel volto risplendente, quelle vesti abbaglianti come la luce (Mt 17, 2 par.), non appartengono più alla condizione mortale degli uomini: sono un’anticipazione dello stato di Cristo risorto, che apparirà a Paolo in una luce radiosa (Atti 9, 3; 22, 6; 26, 13); provengono dal simbolismo proprio delle teofanie del VT. Di fatto la luce che risplendette sulla faccia di Cristo è quella della gloria di Dio stesso (cfr. 2 Cor 4, 6): in qualità di Figlio di Dio egli è «lo splendore della sua gloria» (Ebr 1, 3). Così, attraverso Cristo-luce, si rivela qualcosa della essenza divina. Non soltanto Dio «dimora in una luce inaccessibile» (1 Tim 6, 16); non soltanto lo si può chiamare «il Padre degli astri» (Giac 1, 5), ma, come spiega S. Giovanni, «egli stesso è luce, ed in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1, 5). Per questo tutto ciò che è luce proviene da lui, dalla creazione della luce fisica nel primo giorno (cfr. Gv 1, 4) fino alla illuminazione dei nostri cuori ad opera della luce di Cristo (2 Cor 4, 6). E tutto ciò che rimane estraneo a questa luce appartiene al dominio delle tenebre: tenebre della notte, tenebre dello sheol e della morte, tenebre di Satana.
 
Liturgia della Parola
 
Prima lettura: Il profeta Isaia spazza via ogni falsa interpretazione del culto da prestare a Dio. Esso non è la somma asfissiante di cerimonie, ma l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
 
Seconda lettura: San Paolo ad Atene aveva preparato un discorso condito con tanta sapienza umana ed era stato fischiato. Ora si presenta ai cristiani di Corinto «in debolezza e con molto timore e trepidazione» e la sua parola e il suo messaggio «non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza». Effettivamente «l’apostolo non si presentò ai corinzi come un filosofo, ma fu onesto nel dichiarare la natura della sua mercanzia alla dogana della coscienza umana: “Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”» (Commento della Bibbia liturgica). Quella onestà appunto che oggi manca a tanti sedicenti predicatori.
 
Vangelo:
Voi siete la luce del mondo.
 
«Questi versetti sono un richiamo alla missione apostolica di cui ogni cristiano è investito per il fatto di essere tale. Ciascun cristiano è tenuto a lottare per la santificazione personale, ma anche per la santificazione degli altri. È Gesù a insegnarcelo con le analogie del sale e della luce. Come il sale preserva gli alimenti dalla corruzione, dà loro sapore, li rende gradevoli e si dissolve mescolandosi a essi, così il cristiano deve svolgere quelle medesime funzioni tra i propri simili» (La Bibbia di Navarra).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Voi siete il sale della terra ... Voi siete la luce del mondo - I cristiani sono per il mondo ciò che il sale è per i cibi: danno sapore, purificano e preservano dalla corruzione. Non va dimenticato che il sale è anche sinonimo di sapienza, per cui i discepoli «sono chiamati a dare un senso nuovo, soprannaturale, cristiano alla vita umana. Senza questa azione gli uomini diventano come dissennati, senza orientazione, fatui» (Ortensio da Spinetoli). Un compito impegnativo che non può essere disatteso se non si vuole spartire la stessa sorte del sale insipido, cioè quello di essere gettato via e calpestato dalla gente.
Poiché non è possibile chimicamente parlando che il sale perda il suo sapore, la sentenza evangelica resta oscura. Ma ai tempi di Gesù come combustibile si usava generalmente lo sterco di cammello e «il sale è il catalizzatore che fa incendiare lo sterco. La sfera di sterco viene posta su un piatto di sale che forma la base della fornace. Passato del tempo, il sale perde la capacità di mantenere vivo il fuoco. Allora... quel sale non è più buono per il forno o per preparare il combustibile per la fornace. Lo si butta via. La sfida lanciata da Gesù ai suoi discepoli... è di essere catalitici, come il sale per la fornace» (John J. Pilch).
Quindi qui si alluderebbe alla vocazione di accendere fuochi, di illuminare, piuttosto che insaporire o conservare cibi. Praticamente, una esplicitazione pratica della seconda massima evangelica: Voi siete la luce del mondo. Un proseguo della missione di Cristo che amò definirsi luce del mondo (Gv 8,12).
Il tema della luce è molto caro alla sacra Scrittura.
L’essere di Dio è luce, in contrasto con l’essere umano che è tenebra. La Parola, l’insegnamento sono luce (Cf. Sal 119,5; Pr 6,23). Possiamo ricordare ancora l’invito rivolto a Israele: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). In Is 42,6 e 49,6 Israele è chiamato «luce delle nazioni». Nel giudaismo l’immagine della luce «veniva riferita volentieri alla Legge o al Tempio, come anche ad eminenti personalità religiose. Qui si vuole insinuare che questa prerogativa passa al nuovo popolo di Dio» (Angelo Lancillotti).
Per i cristiani convertirsi dalle tenebre alla luce (Atti 26,18) per credere alla luce (Gv 12,36) è un imperativo improrogabile, così è un impegno fruttuoso quello di far risplendere la propria luce davanti agli uomini, perché vedano le loro opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli.
Essere sale e luce della terra, ovvero camminare come figli della luce (Ef 5,9), è un servizio di alto valore costruttivo, rivolto a tutto il consorzio umano unicamente per la gloria Dio e non per amore di trionfalismo o per accaparrarsi i primi posti nella Chiesa e in mezzo agli uomini.
 
Per approfondire
La prima Lettera ai Corinzi - Dallo scambio epistolare tra Paolo e la Chiesa corinzia sono rimaste due lettere, l’attuale 1Corinzi e la 2Corinzi.
Corinto, rifondata da Giulio Cesare, capoluogo dell’Acaia e centro commerciale di primo piano tra il mare Egeo e l’Adriatico, era una vasta città cosmopolita. La Chiesa corinzia, fondata da Paolo all’inzio degli anni 50 d.C., era formata da convertiti provenienti da tutte le fasce sociali, un vero calderone razziale e sociale come la stessa Corinto.
Secondo alcuni esegeti Paolo avrebbe scritto la prima lettera ai Corinzi verso il 54 o il 55 durante il primo anno del suo soggiorno efesino. Molti altri protendono per il 56 o 57.
La lettera impietosamente mette a nudo una comunità scandalosamente divisa in partiti (1,10-16).
Poi, vi erano alcuni che facevano sfoggio della loro cultura o sapienza umana minando in questo modo i capisaldi della neo religione, la quale poggiava tutta sulla croce, “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1,20-31). Paolo aveva ricevuto notizie non tanto edificanti sulla fede dei Corinzi (1,11; 5,1) e aveva ricevuto anche una lettera e una delegazione venuta da Corinto che sottoponeva a Paolo alcune questio­ni da risolvere (7,1; 16,17-18).
L’Apostolo non perde tempo nel rispondere e nella lettera prende in considerazione, con forza e schiettezza, le questio­ni che erano state sottoposte alla sua attenzione; tra i tanti problemi ricordiamo: le perniciose divisioni della comunità cristiana (1,10-16); il brutto affare dell’incestuoso (5,1 -13); le infinite liti tra i cristiani che finivano dinanzi ai tribunali pagani (6,1-11) e il caos imperante nel culto, anche nella celebrazione della Cena del Signore (11,1-33).
Paolo risponde anche ad alcune domande che riguardavano il matrimonio e il celibato (7,1-40); cibi consacrati agli idoli e le riunioni profane nei templi (8-10); il velo delle donne e la loro posizione nell’assemblea (11,1-16); i doni spirituali o carismatici (13-14) e, infine, la risurrezione (15,1-58) che era «interpretata male o anche negata non solo dagli gnostici, ma anche da altri greci il cui spiritua­lismo non poteva ammettere se non la sopravvivenza dell’anima» (José Maria Gonzàlez-Ruiz).
La prima lettera ai Corinzi è senz’altro la lettera paolina più ricca di temi, di spunti dottrinali e disci­plinari. Dallo sforzo dell’apostolo di mettere ordine nel sapere e nella vita quotidiana dei Corinzi sono sgorgati insegnamenti di alta e profonda dottrina teologica e morale.
Tra i tanti insegnamenti possiamo ricordare: l’istituzione dell’Eucaristia, come sacrificio e sacramento, da parte del Signore Gesù (10,16-22; 11,23-29); la resurrezione di Cristo, come tipo e modello della resurrezione dei giusti con i loro corpi glorificati (15,1-58); la sublimità e la superiorità dello stato di verginità sul matrimonio (7,25-35); la descrizione dei carismi e il loro rapporto con le virtù teologali, specialmente con la carità (12-14); la divinità dello Spirito Santo e la sua inabitazione nell’anima del battezzato (2,10-12; 6,9; 12,4-11); la Chiesa come corpo mistico di Cristo (6,15-20; 12,27-30). Infine, con il tema della libertà di coscienza, come diritto e possibilità di agire secondo le proprie convinzioni interiori, va evidenziato il tema della logica della croce per mezzo della quale, e solo per mezzo di essa, si manifesta la sapienza, la potenza e l’amore di Dio verso tutti gli uomini.
Questa lettera, ricca di dottrina, mette sfortunatamente in risalto anche aspetti certamente non edificanti che incrinavano la santità della comunità di Corinto, un vero proprio shock per i lettori di oggi.
Ma in questo modo, la 1Corinzi, più e meglio di tutte le altre lettere, «ci presenta il quadro vivo e realistico della situazione interna di una delle primitive comunità cristiane, l’incontro della nuova fede con una delle capitali del paganesimo e la complessità dei problemi delicati che sorgono negli animi dei neofiti. Luci e ombre, virtù e vizi, entusiasmi e fiacchezze, problemi di fede e di morale, di liturgia e di disciplina: tutto ci è presentato come in uno schermo cinematografico. La Chiesa di Corinto rivive così sotto i nostri occhi» (Settimio Cipriani).
 
Il sale - Particolarmente necessario a coloro che avevano un regime d’alimentazione vegetale, il sale aveva una grande importanza per gli Israeliti che lo ricevevano principalmente dalle regioni a Sud Ovest del Mar Morto in cui c’erano importanti cave di questa sostanza (Cf. Gen 19,26; Ez 47,11).
Il sale serviva per condire le pietanze (Cf. Gb 6,6), per conservare il pesce secco, le olive e taluni foraggi. Il contadino mescolava talvolta il sale al foraggio delle sue bestie (Cf. Is 30,24).
Ma per comprendere altri impieghi del sale bisogna sapere che mangiare il sale di qualcuno, significa mangiare il suo pane e, quindi, contrarre amicizia con lui: coloro che insieme mangiano il pane e il sale, cioè  partecipano ad uno stesso pasto, sono uniti da un legame speciale. Quando, poi, i testi biblici parlano di “sale dell’alleanza” vogliono sottolineare il carattere solenne, solido, irrevocabile della convenzione stabilita (Cf. Lv 2,13; Nm 18,19; 2Cr 13,5). Può darsi che questa espressione derivi dall’obbligo di salare tutte le offerte presentate al santuario (Cf. Lv 2,13; Ez 43,24; Mc 9,49). Questa consuetudine doveva ricordare agli Israeliti la comunione particolare che li unisce al loro Dio, come dice espressamente il Levitico (2,13). Alla luce di questa lettura possiamo dire che il discepolo di Gesù sta nel mondo come “sale dell’alleanza”.
Ai tempi di Gesù si conosceva anche la proprietà purificatrice del sale. Ed è forse a causa di questo potere d’incorruttibilità che il sale si mescolava anche all’incenso (Cf. Es 30,35), di cui facilitava, d’altronde, la combustione. Ad ogni modo, l’uso del sale nel culto obbligava a tenerne in serbo in un locale speciale del Tempio (Cf. Esd 6,9; 7,22).
Forse era anche per stabilire una alleanza di sale tra la divinità e il bambino che questi alla sua nascita veniva strofinato col sale o poteva anche trattarsi d’un semplice espediente per renderlo più forte (Cf.  Ez 16,4), come anche oggi pensano i Beduini; ma forse anche tutt’e due le cose insieme.
Si sa che la parola «salario» designava al principio l’indennità concessa ai soldati romani per l’acquisto del sale.
Poiché il sale rende la terra improduttiva, i Semiti ne spargevano volentieri sull’area delle città che avevano distrutto, per colpirle - magicamente forse - di sterilità, per segnare il loro decadimento (Cf. Gdc 9,45; Dt 29,23; Gb 39,9; Sal 107,34; ecc.).
Da quanto è stato appena detto possiamo desumere che il sale è un felice simbolismo, di grande ricchezza espressiva, per inquadrare la missione del discepolo di Gesù in mezzo alla società in cui vive.
Ora se vogliamo fare un inventario del come essere sale della terra e luce del mondo, possiamo dire che si è sale e luce quando si spezza il pane con l’affamato;  quando si apre la casa e il cuore ai senza tetto, ai bisognosi, ai miseri; quando tra le pareti della propria casa domestica si è facitori di pace, di comunione; quando il cuore si apre alla grazia; quando si smette di tranciare giudizi, di condannare, di pettegolare, di ordire trame, di impastare la vita con la menzogna, la disonestà; quando si smette di parlare sporco, di usare parole equivoche, quando si smette di essere abili nel dire e nel non dire, nel dire sì e pensare no; quando si è onesti nell’andare al cuore del messaggio evangelico: “Gesù Cristo, e questi crocifisso”; quando si fonda la fede non “sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. Sono praticamente le buone opere che devono essere viste dagli uomini.
Non si è sale e luce quando per abulia si evitano incarichi, servizi, responsabilità, nascondendosi dietro il velo di una farisaica umiltà; quando non si vuol capire che la propria vita è per Dio, per il bene di tutti gli uomini; quando si tiene la bocca chiusa e non si è capaci di gridare al mondo le meraviglie, la bontà, l’amore del Padre che tanto “ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16); quando si accumulano peccati di omissione come i punti premio del supermercato; quando non si vuol intendere che Cristo ci viene incontro negli uomini, nostri fratelli.
Certo l’elenco non è completo, per completarlo occorre l’assidua meditazione della Parola di Dio e l’attenzione alla storia che stiamo vivendo. Oggi, alla luce della Parola di Dio, ognuno di noi si deve chiedere in che modo si possano trafficare i talenti ricevuti da Dio, come andare dentro un mondo che ha un disperato bisogno della testimonianza cristiana, della nostra vita, delle nostre opere buone, per conoscere e benedire Dio.
«Non possiamo perdere il sapore e la luminosità del cristianesimo diluendoli in chiacchiere, e neanche in semplici pratiche pie. Vedendo la nostra fede religiosa e la nostra condotta orientate alla fratellanza e all’amore, la gente ci riconoscerà come portatori della luce di Cristo e darà gloria al Padre. Come il sale e la luce, la nostra fede e la nostra condizione cristiana non ammettono mezzi termini: o trasformano e illuminano la vita, o non servono a niente» (Basilio Caballero).
Il sale, dice Gesù, non deve perdere il suo sapore.
Qualora lo perdesse a null’altro servirebbe che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
«Vi è in queste parole la dolorosa storia di chi ha perduto il “sapore” della fede e della grazia e così, “scomunicato all’interno”, vive un’esistenza randagia e nel disamore. Il “sapore” è fedeltà alla divina rivelazione e alla tradizione viva della chiesa, alla sua prassi sacramentale e alla disciplina pastorale. Occorre custodire, preservare il sale dalla corruzione” (Benvenuto Matteucci).
 
Giovanni Crisostomo, In Matth. 15,6s.: “Risplenda allo stesso modo la vostra luce agli occhi degli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Io, infatti, - sembra dire Gesù, - ho acceso la luce perché essa continui ad ardere; voi dovete essere vigilanti e pieni di zelo non solo per voi, ma anche per quelli che hanno ottenuto questa stessa legge e sono stati condotti alla verità. Le calunnie non potranno oscurare il vostro splendore, se voi vivrete con perfezione e in modo da convertire tutti gli uomini. La vostra vita sia degna della grazia e della verità che avete ricevuto: e, come questa va predicata ovunque, così anche la vostra vita vada di pari passo con essa. Ma, oltre la salvezza degli uomini, Gesù mette in risalto un altro effetto, valido a mantenerli vigilanti nel combattimento e a stimolarne tutto lo zelo. Non solo, infatti, convertirete tutto il mondo - egli aggiunge - vivendo in questo modo nuovo, ma procurerete la gloria di Dio. Se invece voi agirete diversamente, sarete colpevoli della perdizione degli uomini e del fatto che il nome di Dio sarà disonorato dai bestemmiatori.
 
Testimoni di Cristo - Beata Giuseppina Bonino (1843-1906): Nacque a Savigliano nel 1843 in una famiglia benestante e trasferitasi a Torino nel 1855, a 18 anni fece voto di verginità. A 26 anni tornò a Savigliano impegnandosi sempre più nelle attività pastorali e caritative locali. Attratta dalla spiritualità carmelitana, si iscrisse al Terz’Ordine di questa famiglia religiosa, che la aiutò poi anche nel suo cammino verso la fondazione della sua opera. Nel 1876 guarì da una neoplasia e si recò a Lourdes dove decise di consacrarsi: dopo un cammino di preparazione e approvazione avviò il suo Istituto nel 1887. Morì a Savona nel 1906.
Giovanni Paolo Il, che l’ha beatificata il 7 maggio 1995, ha detto di lei: «Il suo carisma è stato la carità familiare ... Dalla famiglia come Chiesa domestica alla comunità religiosa come famiglia spirituale: così si può sintetizzare il suo itinerario umile, nascosto ma portatore di un valore inestimabile: quello della famiglia. ambiente dell’amore straordinario nelle cose ordinarie».
 
O Dio, che fai risplendere la tua gloria
nelle opere di giustizia e di carità,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.