19 Ottobre 2026
 
Lunedì XXIX Settimana del tempo Ordinario
 
Ef 2,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Lc 12,13-21
 
La pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo (cfr Lc 12,13-21). È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere (cfr Mt 10,8-10; Gv 6,1-13). Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle «cose di lassù» (Col 3,2), per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), di perdono (cfr ivi, v. 13), di pace (cfr Gv 14,27), come quelli di Cristo (cfr Fil 2,5). E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che «la speranza […] non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (cfr Rm 5,5). (Leone XIV, Omelia nella Santa Messa in occasione del Giuibileo dei Giovani, 3 agosto 2025)
 
Liturgia della Parola
 
 
Prima Lettura - Stefano Gazzoni: Nella prima parte, Paolo dipinge la nostra condizione di un tempo: figli d’ira, camminavamo secondo il mondo e secondo le regole suggerite dal suo principe. Ma Dio è intervenuto, entrando nella nostra storia tramite Gesù: il suo grande amore si è elevato al di sopra delle nostre antiche e attuali miserie, e ci ha alleggerito il peso chiedendoci di portare il suo giogo. Inoltre, ci ha fatti sedere nel suo cielo, lo stesso luogo in cui è seduto Gesù. Io dove voglio stare?
Nella seconda parte (vv. 8-10) Paolo afferma che per grazia siamo stati creati di nuovo, e in Cristo le nostre opere potranno essere solo buone e portare, di riflesso, i giusti benefici alla nostra esistenza.
 
Vangelo
Quello che hai preparato, di chi sarà?
 
“Uno della folla” riconosce Gesù come Maestro, e credendolo anche saggio, chiede che interponga i suoi favori per la divisione di una eredità con il fratello. Gesù rifiuta questo ruolo perché “come evangelizzatore dei poveri la questione dei beni terreni si pone per lui in una prospettiva: come rinuncia ad ogni cupidigia (v.15) e condivisione con li altri (vv. 33-34) n uno spirito d’amore” (Il Nuovo Testamento).
E perché il rifiuto sia compreso nella giusta misura, Gesù racconta la parabola dell’“uomo ricco” con la quale sottolinea che tutti i pensieri dell’uomo ricco sono esclusivamente rivolti a sé e ai suoi beni. I suoi interessi lo orientano a soddisfazioni terrene,  benché lecite non lasciano spazio a Dio e al prossimo.
L’apostolo Paolo rivolgerà lo stesso invito a Timoteo: “L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (Tm 6,10).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,13-21
 
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
 
Parola del Signore.

Roberto Osculati (L’evangelo di Luca): Ancora una volta dalla folla sale una richiesta e con questa immagine letteraria si vuole affrontare un altro equivoco riguardo a Gesù e alla sua dottrina: egli dovrebbe intervenire come giudice in una questione di eredità e forse si allude così all’ordinamento economico della società. Il denaro ed il possesso di beni materiali costituiscono un aspetto fondamentale della vita collettiva ed occorre prendere posizione su questi temi essenziali.
Luca affronta qui uno degli argomenti che più lo attraggono, la libertà dalle ricchezze, cui ha già alluso ripetute volte.
Gesù fu del tutto svincolato dagli interessi economici, lo stesso chiese ad apostoli e discepoli, così devono seguirlo le sue comunità sparse nel mondo. Si tratta di un altro carattere escatologico dell’evangelo, per il quale è imminente un universo privo di proprietà, quale era immaginato alle origini. Per la Bibbia la ricchezza individuale è molto spesso un fenomeno secondario e deleterio, nato dalla colpa ed origine continua di malvagità.
Soprattutto il profetismo guardava con insofferenza la vita sedentaria di Israele, fondata sulla proprietà di case e terre, sul formarsi di una società dall forti disuguaglianze economiche, sul costituirsi di caste militari e burocratiche ad imitazione dei grandi o piccoli regni vicini. Questa evoluzione dall’iniziale vita nomadica alla monarchia generava in Israele fortissime tensioni, lo coinvolgeva nella politica internazionale, dominata dall’Egitto, dall’Assiria e da Babilonia, sarebbe stata causa della rovina del regno davidico e dell’esilio.
L’etica della povertà, della generosità, della fiducia professata dall’evangelo cristiano, è poi in contrasto con i lussi e le miserie delle città dove è presente la comunità dei discepoli. Anche la filosofia delle genti aveva riflettuto su questi problemi e spesso aveva sottoposto la ricchezza ad una critica molto serrata. Socrate, il cinimo e lo stoicismo avevano insegnato la superiorità della libertà e della coscienza dell’individuo su tutte le strutture del possesso del benessere materiale.
L’ evangelista si pone all’incrocio tra la sapienza biblica e quella delle genti nel proclamare la superiorità della vita personale sull’abbondanza dei beni e sull’illusione di far dipendere il significato della propria esistenza dal benessere materiale. La ricchezza infatti appartiene ad un mondo fallace, insipiente, transitorio e chi crede di affidare ad essa la propria persona soccomberà con la sua scomparsa ormai imminente. L’immagine del ricco stolido, capace di accrescere e conservare le proprietà materiali, ma non in grado di provvedere a se stesso, è un ammonimento rivolto a chiunque ritenga di dare solidità alla propria vita attraverso l’abbondanza esteriore.
È necessario invece raccogliere beni in un altro ordine di realtà, non in quello provvisorio cui la morte pone un limite insuperabile, altrimenti capita quello che Bonaventura afferma: “il granaio era pieno, ma il cuore era vuoto” (Bonaventura, Commentario all’evangelo di Luca XII,28).
 
Per approfondire
 
DIO o IL DENARO - Évode Beaucamp e J Guillet (Dizionario di Teologia Biblica): 1. La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è brutale. Il «Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione» (Lc 6,24) ha l’accento di una condanna assoluta.
Questa assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini e delle maledizioni del discorso della montagna, le benedizioni e le maledizioni promesse dal Deuteronomio (in occasione della grandiosa scena di Sichem), a seconda che Israele sarà, oppure no, fedele alla legge (Deut 28). Qui la distanza tra il VT ed il NT è una delle maggiori.
E questo perché il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto.
Per acquistare la perla preziosa, il tesoro unico, occorre vendere tutto (Mt 13,45 s), perché non si può servire due padroni (Mt 6,24), ed il denaro è un padrone spietato: soffoca nel cupido la parola del vangelo (Mt 13,22); fa dimenticare l’essenziale, la sovranità di Dio (Lc 12,15-21); blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti (Mt 19,21s). È una legge assoluta, e che non pare ammettere né eccezioni né attenuazioni: «Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33; cfr. 12,33). Il ricco, che ha in questo mondo «i suoi beni» (Lc 16,25) e «la sua consolazione» (6, 24), non può entrare nel regno; sarebbe «più facile ad un cammello passare attraverso la cruna di un ago» (Mt 19,23 s par.). Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella (Is 61,1 = L 4,18; Lv 1,53) e proprio facendosi povero per noi il Signore ha potuto arricchirci (2 Cor 8,9) con la sua «insondabile ricchezza » (Ef 3,8).
2. Dare ai poveri. - Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate, e proprio un ricco uomo di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba (Mt 27,57). Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante, ma esige che la si distribuisca ai poveri (Mt 19,21 par.; Lc 12,33; 19,8); facendosi degli amici con il «denaro disonesto» - quale fortuna infatti è, nel mondo, immune da ogni ingiustizia? - i ricchi possono quindi sperare che Dio aprirà loro la via difficile della salvezza (Lc 16,9). Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un povero Lazzaro, ma che Lazzaro, «pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco» (Lc 16,21), non ne ricevesse nulla. Il ricco è responsabile del povero; colui che serve Dio dà il suo denaro ai poveri, colui che serve Mammona lo conserva per appoggiarsi su di esso.
Infine la vera ricchezza non è quella che si possiede, ma quella che si dà, perché questo dono chiama la generosità di Dio, unisce nel ringraziamento colui che dà e colui che riceve (2Cor 9,11) e permette al ricco di esperimentare anch’egli che c’è «più felicità nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35).
 
 
Catechismo degli Adulti: [135] Beati i poveri, perché Dio li ama, si impegna a liberarli dalla sofferenza e fin d’ora conferisce loro la dignità di suoi figli, che nessuna circostanza esteriore può compromettere. Chi vive consapevolmente la comunione filiale con Dio, fa esperienza di gioia anche in mezzo alle tribolazioni, come Gesù. È necessario però condividere l’atteggiamento del Maestro «mite e umile di cuore» ( Mt 11,29 ) e vivere secondo lo spirito delle beatitudini. Confidare nella ricchezza, gloriarsi della propria giustizia, considerarsi autosufficienti: ecco ciò che impedisce di accogliere il regno di Dio, che è dono gratuito.
 
Sobrietà non è solo freno della lussuria - Crisostomo Giovanni, In epist. ad Titum, 5, 2: Capisci ciò che sto ripetendo ogni momento, che la sobrietà non è limitata solo all’astinenza dalla fornicazione, ma vuole il controllo e la fuga anche di tutti gli altri vizi? Dunque chi ama il denaro, non è sobrio. Come, infatti, quello va in cerca di corpi, questo va in cerca di denaro. Anzi questo è più intemperante, perché non è trascinato con altrettanta violenza. Verrebbe, infatti, chiamato inesperto non il cocchiere, che non riuscisse a domare con le redini un cavallo focoso e senza freni, ma quello che non riuscisse a tenerne a bada uno piuttosto mansueto.
 
Testimoni di Cristo - San Paolo della Croce. Nel grido delle vittime innocenti il dolore di Dio nell’ora del Golgota: Vediamo sangue e dolore, pianto e disperazione, ma cogliamo la Croce; sentiamo il grido di un’umanità ferita e cogliamo la sofferenza di Dio; vediamo la morte di innocenti e ci troviamo sul Golgota, ai piedi del Crocifisso. E fu proprio con lo sguardo verso la Passione di Cristo che visse e operò san Paolo della Croce. Al secolo Francesco Paolo Danei, era nato a Ovada, nell’Alessandrino, nel 1694, primo di 16 figli di una famiglia di origine nobile ma in ristrettezze economiche e per questo egli dovette aiutare il padre nel suo lavoro di commerciante. Fin da giovane aveva coltivato il progetto di creare un nuovo ordine religioso, immaginando all’inizio una congregazione impegnata a combattere i “Turchi”. A 26 anni si ritirò a vita eremitica presso la chiesa di Castellazzo Bormida. Qui maturò l’idea di un altro Ordine religioso, ispirato alla Passione di Cristo: questo nuovo cammino prese il via nel 1720 quando mise le fondamenta dei «Poveri di Gesù» assieme al primo compagno, il fratello Giovanni Battista. Nel 1725 Benedetto XIII gli permise di accogliere altri compagni nella nuova congregazione: presero vita così i «Chierici scalzi della santa Croce e della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo» (Passionisti). Ordinato prete nel 1727 e ritiratosi sul monte Argentario, vide le regole approvate da Benedetto XIV il 15 maggio 1741. Tornò a Roma nel 1750 impegnandosi nella predicazione per il Giubileo. Nel 1771 Paolo, con la collaborazione della venerabile madre Crocifissa Costantini, fondò le Claustrali Passioniste. Consigliere dei Papi, morì nel 1775. (Matteo Liut)
 
-> O Padre, il santo presbitero Paolo,
che amò la Croce di amore singolare,
ci ottenga la tua grazia,
perché, attirati con forza dal suo esempio,
abbracciamo con coraggio la nostra croce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 
 
 
 
 18 Ottobre 2026
 
XXIX Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 45,1.4-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Ho preso Ciro per la destra per abbattere davanti a lui le nazioni: Per fare ritornare il suo popolo in Gerusalemme, il Signore Dio suscita Ciro, re di Persia: Egli lo prende «per la destra», lo chiama per «nome» e gli dona il titolo di «eletto» (= unto) che era riservato ai re di Israele e che diverrà il titolo del Messia. Il paradosso sta nel fatto che Ciro non conosce Iahvè per cui la scelta gratuita di Dio deve essere ricercata nell’amore provvidenziale con cui Egli si è legato fin dai tempi dei patriarchi a Israele (Cf. Dt 7,7): Dio vigila sul suo popolo e a tempo opportuno lo libera dalle sue angustie usando mezzi e strumenti spesso sconosciuti all’uomo.
 
Seconda Lettura - Mémori della vostra fede, della carità e della speranza - Benedetto XI (Omelia nella Santa Messa per la Nuova Evangelizzazione, 16 ottobre 2011): La seconda Lettura è l’inizio della Prima Lettera ai Tessalonicesi, e già questo è molto suggestivo, perché si tratta della lettera più antica a noi pervenuta del più grande evangelizzatore di tutti i tempi, l’apostolo Paolo. Egli ci dice anzitutto che non si evangelizza in maniera isolata: anche lui infatti aveva come collaboratori Silvano e Timoteo (cfr 1 Ts 1,1), e molti altri. E subito aggiunge un’altra cosa molto importante: che l’annuncio dev’essere sempre preceduto, accompagnato e seguito dalla preghiera. Scrive infatti: “Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere” (v. 2). L’Apostolo si dice poi ben consapevole del fatto che i membri della comunità non li ha scelti lui, ma Dio: “siete stati scelti da lui” – afferma (v. 4). Ogni missionario del Vangelo deve sempre tenere presente questa verità: è il Signore che tocca i cuori con la sua Parola e il suo Spirito, chiamando le persone alla fede e alla comunione nella Chiesa. Infine, Paolo ci lascia un insegnamento molto prezioso, tratto dalla sua esperienza. Egli scrive: “Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse tra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con piena certezza” (v. 5). L’evangelizzazione, per essere efficace, ha bisogno della forza dello Spirito, che animi l’annuncio e infonda in chi lo porta quella “piena certezza” di cui parla l’Apostolo. Questo termine “certezza”, “piena certezza”, nell’originale greco, è pleroforìa: un vocabolo che non esprime tanto l’aspetto soggettivo, psicologico, quanto piuttosto la pienezza, la fedeltà, la completezza – in questo caso dell’annuncio di Cristo. Annuncio che, per essere compiuto e fedele, chiede di venire accompagnato da segni, da gesti, come la predicazione di Gesù. Parola, Spirito e certezza – così intesa – sono dunque inseparabili e concorrono a far sì che il messaggio evangelico si diffonda con efficacia.
 
Vangelo
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
 
I Farisei cercano di screditare Gesù dinanzi al popolo. La moneta presentata a Gesù era quella del tributo e se avesse detto che era lecito pagarlo avrebbero potuto tacciarlo di essere amico dei Romani. Accettare quella moneta e consegnarla agli esattori dello Stato straniero era come riconoscere a questi il diritto di governare e automaticamente rinunziare alla potestà di Dio e del suo messia. Sarebbe stato un atto formale di apostasia.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,15-21
 
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Parola del Signore.
 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia - Ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo, che avevano contestato l’autorità di Gesù, ora subentrano altri interlocutori (Cf. Mt 21,23-27), i discepoli dei farisei e gli erodiani. Quest’ultimi, partigiani di Erode il grande e dei suoi discendenti, in particolare di Erode Antipa, a differenza dei farisei, erano a favore del pagamento del tributo a Cesare. Le due fazioni sempre in lite a motivo delle innumerevoli divergenze religiose e politiche, si ritrovano in questa disputa alleate per osteggiare Gesù, declarato nemico comune: la combutta, quindi, la dice lunga sulla buona intenzione e sull’onestà di questi approcci, che come denuncia l’evangelista Luca erano suscitati unicamente per tendergli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca  (Lc 11,54).
Le leggi di Roma, pur essendo assai repressive e spesso disumane, erano da quasi tutti gli Israeliti accettate obtorto collo e la questione del tributo a Cesare non era cosa da prendere sottogamba, perché pagarlo «costituiva un tacito riconoscimento del dominio straniero e la rinunzia implicita alla speranza messianica. Si trattava di un problema di coscienza, data la persistente concezione teocratica in Israele, che determinò la ribellione di alcuni rivoluzionari, contrari al versamento del tributo» (Angelico Poppi).
Alla domanda se era lecito, naturalmente secondo la Legge di Dio, pagare il tributo a Cesare, Gesù risponde in modo da evitare la trappola che gli era stata tesa. Rispondendo, infatti, che quelli che usano la moneta di Cesare sono tenuti a restituirla, Gesù evita di prendere posizione sulla liceità o meno del pagamento del tributo.
Il tranello preparato dagli interlocutori ipocriti era comunque molto evidente: se, infatti, avesse risposto che non era lecito, l’avrebbero accusato di disprezzare le leggi di Roma, se invece avesse risposto che era lecito «l’imputazione sarebbe quella esattamente contraria. Gesù si rivelerebbe un pessimo israelita, un collaborazionista, un fiancheggiatore dei romani. E Gesù se ne libera con una risposta ad hominem: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Risposta che tutto sommato lascia assolutamente aperto il problema, benché si sia soliti ascrivere a questo logion il principio nuovo e inedito della separazione del potere temporale da quello religioso» (Cettina Militello).
Dalla risposta si evince come Gesù, rifiutando di entrare in questioni prettamente politiche, abbia voluto impartire alle guide spirituali d’Israele «un profondo insegnamento teologico circa la priorità assoluta di Dio su ogni dominatore terreno, anche se usurpava titoli divini. Riguardo alle disquisizioni teologiche e giuridiche nella storia della Chiesa dei rapporti tra il potere civile e quello religioso sulla base della sentenza di Gesù, si tratta di deduzioni dottrinali posteriori, talvolta discutibili, che non riguardano direttamente l’esegesi» (Angelico Poppi). Quindi la risposta va al di là della mera questione di pagare il tributo a Cesare, per il quale, oltre tutto, la Chiesa non ha avuto mai dubbi, così come insegna l’apostolo Paolo: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (Rom 13,7).
E quello che bisogna dare a Dio era oltremodo chiaro ai farisei e agli erodiani, bisogna dare tutto; tutto se stessi, senza infingimenti e riserve: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo dei comandamenti» (Mt 22,37-38).
La risposta di Gesù supera «l’orizzonte umano dei suoi tentatori; si pone aldilà del sì e del no che avrebbero voluto carpirgli. La dottrina di Gesù Cristo trascende qualsiasi concezione politica, e se i fedeli, nell’esercizio della loro libertà, scelgono una determinata soluzione per le questioni temporali, “ricordino essi che a nessuno è lecito rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l’autorità della Chiesa”» (La Bibbia di Navarra, I quattro Vangeli).
 
Per approfondire
 
Ciro, Io ti ho chiamato per nome - Per comprendere gli avvenimenti umani, la sacra Scrittura offre una chiave di lettura facilmente comprensibile: «Io dal principio annuncio la fine e, molto prima, quanto non è stato ancora compiuto; sono colui che dico: “Il mio progetto resta valido, io compirò ogni mia volontà!”» (Is 46,10).
Si tratta di un progetto irresistibile, perché tracciato dalla mirabile sapienza di Dio: «Non cesserà l’ira del Signore, finché non abbia compiuto e attuato i progetti del suo cuore. Alla fine dei giorni lo comprenderete pienamente!» (Ger 23,20). Tutta la storia rientra in questo disegno: come Dio ha pensato accadrà, come ha deciso, succederà (Cf. Is 14,24).
Il disegno divino «racchiude il passato, il presente e il futuro [Is 25,1; Ez 16]. Dio tiene nelle sue mani tutti gli avvenimenti, tutti i tempi, tutti gli esseri; fa camminare il mondo verso un termine escatologico che riguarda tutte le genti [Is 2,1-4; 60-66; ecc.] e che è redenzione universale [Is 53,10; Ger 31,33-34]. È il regno di Dio che si realizza: gli imperi passano e preparano su questa terra il regno di Dio già promesso [Dan 2,7; Mic 4; Is 2,2-4; ecc.]. Il disegno di Dio si concluderà con il godimento dei beni messianici sotto il principe della pace [Is 9; 11; Mic 4], l’unto di Dio, a cui egli ha dato di governare tutti i popoli della terra [Sal 2; 109]. Di questo disegno la nuova alleanza mostrerà la realizzazione» (N. R.).
E di fatto in Gesù di Nazaret, «il Signore dei signori e il Re dei re» (Ap 17,14), il disegno di Dio si è compiuto indefettibilmente.
Se l’Antico Testamento agognava, sospirava di contemplare il volto di Dio, di godere della sua presenza amorosa, paterna, amicale, nel Nuovo Testamento, in un quadro più fiducioso e sicuro, la presenza di Dio, presenza di amore e di provvidenza, raggiunge il suo àcme in Gesù di Nazaret: essa si fa Corpo di carne nel quale tutti gli uomini sono riconciliati con Dio (Cf. Col 1,22); si fa Pane di vita eterna (Cf. Gv 6,51); si fa Sangue della nuova ed eterna alleanza (Cf. Lc 15,20).
Gesù, il figlio di Maria (Cf. Mc 6,3), Dio benedetto nei secoli (Cf. Rom 9,5), è l’Emmanuele, il «Dio con noi» (Is 7,14; Mt 1,23), colui che ha compiuto il progetto di Dio.
Il Signore è con te (Lc 1,28), il saluto angelico che viene rivolto a Maria, riposerà per sempre come benedizione e sicurezza su tutti i discepoli del Cristo e su tutti gli uomini della terra: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Una presenza-comunione che nei momenti della lotta, della tentazione, della prova, della sofferenza, della persecuzione si fa più sensibile, più forte con il dono dello Spirito Santo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,16).
Il sono con voi è una intima e reale permanenza in noi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che vogliono avere in noi la loro dimora (Cf. Gv 14-17; 1Cor 3,16-17; 2Cor 6,16). Il rimanere con noi è una vita divina che si riversa nella vita umana, e viceversa, come suggerisce Paolo agli Ateniesi: in Dio viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (Atti 17,28).
Il Signore, che abita in mezzo al suo popolo (Es 25,8) è l’unico, vero pastore; il buon pastore, che non agisce con doppiezza o per secondi fini, ma per amicizia, per amore; difende e nutre le sue pecore: le pasce volentieri, con animo generoso; non come padrone delle persone, ma facendosi modello del gregge (1Pt 5,2). Con le sue pecore ha rapporti di vita e di comunione. La sua assistenza pastorale riguarda tutti, anche le pecore che sono fuori dell’ovile; va in cerca della pecora perduta: ritrovatala se la pone sulle spalle e con tanta gioia la porta in un luogo sicuro (Gv 10,1s; Lc 15,1-7; Mt 18,12-14; Is 40,11; Ez 34,1s; Ger 23,1-3; Sal 23; ecc.).
Presenza, provvidenza, amore, comunione ... tratti unici di Dio che si esprimono con le immagini dell’amore umano: Dio è il padre del suo popolo (Cf. Dt 32,6; Es 4,22-23; ecc.) e lo ama più di una madre (Cf. Sir 4,10); egli agisce sempre per bontà e per grazia. Espressioni che acquistano nel Nuovo Testamento una profondità nuova: l’amore di Dio non è più un sentimento che inebria il cuore del giusto, ma si fa dono nella persona del Figlio (Cf. Gv 3,16). In lui si scioglie ogni paura, ogni preoccupazione perché Dio ha cura di tutti gli uomini (1Pt 5,7).
In Gesù Cristo «l’idea di provvidenza acquista il carattere di manifestazione e attuazione dell’amore e quindi della volontà salvifica di Dio verso i credenti [Rom 8,28.35; Tito 2,11]. Tutto il Nuovo Testamento sente di essere il compimento di una preparazione, di un processo salvifico che, iniziato con l’antica alleanza, trova ora la sua realizzazione. Ora Dio visita e redime il suo popolo, conformemente alle promesse [Lc 1,68-73]. È il tempo del compimento della legge e dei profeti, compimento del piano nascosto di Dio» (A. D. M.).
 
Rendete dunque a Cesare - Per il Catechismo della Chiesa Cattolica, l’autorità è quel «titolo in forza del quale persone o istituzioni promulgano leggi e danno ordini a degli uomini e si aspettano obbedienza». E tale autorità, che trova il proprio fondamento nella natura umana, è «necessaria all’unità della comunità civica» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1898).
Da qui la conseguenza che ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite, una obbedienza necessaria per evitare il disordine, il caos, l’arbitrarietà nella applicazione delle più elementari norme per una civile convivenza. Questa obbedienza nasce anche dalla profonda convinzione che l’autorità, esigita dall’ordine morale, viene da Dio (Catechismo della Chiesa Cattolica 1899).
Un precetto che troviamo già presente nell’insegnamento paolino: «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. Infatti non c’è autorità se non da Dio: quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver paura dell’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora devi temere, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza» (Rom 13,1-5). Ma vengono posti dei paletti nell’esercizio dell’autorità, che non può essere arbitraria, frutto di violenza e deve essere sempre tesa al bene comune. Per cui l’autorità «è esercitata legittimamente soltanto se ricerca il bene comune del gruppo considerato e se, per conseguirlo, usa mezzi moralmente leciti. Se accade che i governanti emanino leggi ingiuste o prendano misure contrarie all’ordine morale, tali disposizioni non sono obbliganti per le coscienze» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1903), Tra i tanti casi si può citare l’aborto intenzionalmente provocato; abominevole delitto (Catechismo della Chiesa Cattolica 2273), che rimane in Cgni caso, cioè sempre, gravemente contrario alla legge morale: «Fin dal primo secolo la Chiesa, ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L’aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale» (Catechismo della Chiesa Cattolica 2271).
Questa disobbedienza era già stata altamente proclamata dal Concilio Vaticano II.
In modo specifico dinanzi alle atrocità delle guerra o del terrorismo, veri flagelli che ancora oggi in alcuni luoghi della terra continuano a produrre le loro devastazioni: «Davanti a questo stato di degradazione dell’umanità, il concilio intende innanzitutto richiamare alla mente, il valore immutabile del diritto naturale delle genti e dei suoi principi universali ... Le azioni pertanto che deliberatamente si oppongono a questi principi e gli ordini che tali azioni vanno innanzitutto enumerati a questi principi e gli ordini che tali azioni prescrivono sono crimini, né l’obbedienza cieca può scusare coloro che li eseguono» (GS 79).
O dinanzi all’intenzione di frenare in ogni modo l’accrescimento demografico: «Poiché molti affermano che l’accrescimento demografico nel mondo, o almeno in alcune nazioni, si debba frenare in maniera radicale con ogni mezzo e con ogni genere di intervento dell’autorità pubblica, il concilio esorta tutti ad astenersi da soluzioni contrarie ala legge morale, siano esse promosse o talora imposte pubblicamente o in privato» (GS 87).
Proprio perché la coscienza non si baratta per un piatto di lenticchie, la Chiesa ha sempre reclamato come suo diritto quello di «predicare con vera libertà la fede e di insegnare la sua dottrina sulla società, esercitare senza ostacoli la sua missione tra gli uomini e dare il suo giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e della salvezza delle anime» (GS 76).
E questo non è invasione di campo, ma fedeltà al Vangelo di Cristo.
 
Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio: «Noi ci sforziamo d’essere i primi a pagare tasse e tributi ai vostri funzionari, dovunque; e così da lui ci fu insegnato. In quel tempo, difatti, presentatisi a lui certuni, gli domandarono se si dovessero i tributi a Cesare. Egli rispose “Ditemi: di chi reca l’immagine la moneta?” Quelli risposero: “Di Cesare”. Ed egli: “Date dunque a Cesare ciò ch’è di Cesare; a Dio ciò ch’è di Dio” [Mt 22,21]. Perciò l’adorazione la prestiamo a Dio solo; quanto al resto di buon grado serviamo voi, riconoscendovi imperatori e capi degli uomini, e pregando Dio che accanto all’autorità imperiale si riscontri in voi anche un sano discernimento. Che se, pur pregando per voi e mettendo ogni cosa alla luce, ci disprezzerete, sappiate che non saremo noi a riportarne danno, dacché crediamo, anzi siamo convinti, che ciascuno sconterà la pena del fuoco eterno secondo le azioni e renderà conto in proporzione delle facoltà ricevute da Dio, secondo il monito di Cristo: “Da colui al quale Dio più diede, più anche si esigerà” [Lc 12,48]» (Giustino, I Apol. 17).
 
Testimoni di Cristo - San Luca Evangelista - L’affascinante avventura della fede che indica la direzione nella storia: Credere è scoprire pian piano un progetto d’amore che ci porta al cuore di Dio e cambia la storia dell’umanità. Un viaggio affascinante e travolgente, che ha avuto inizio con un umile “sì”, come raccontano il terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli, entrambi testi attribuiti a san Luca. Figlio di pagani, Luca appartiene alla seconda generazione cristiana e, secondo la tradizione, era originario di Antiochia. Compagno e collaboratore di san Paolo, che lo chiama «il caro medico», al suo Vangelo premette due capitoli nei quali racconta la nascita e l’infanzia di Gesù. In essi risalta la figura di Maria, la «serva del Signore, benedetta fra tutte le donne». Al centro del suo testo, invece, si trovano i capitoli dedicati alla predicazione da Gesù tenuta nel viaggio ideale che lo porta dalla Galilea a Gerusalemme. Anche gli Atti degli Apostoli, poi, descrivono di fatto un viaggio simbolico: dello della diffusione del Vangelo da Gerusalemme all’Asia Minore, alla Grecia fino a Roma. Un’avventura di cui protagonisti sono Pietro e Paolo, anche se l’autentico protagonista è lo Spirito Santo, che a Pentecoste scende sugli Apostoli e li guida nell’annuncio del Vangelo agli Ebrei e ai pagani. Luca, osservatore e cronista attento, conosce le debolezze della comunità cristiana e rilegge in senso escatologico la promessa della venuta del Signore. Offre così un nuovo senso al cammino storico della comunità cristiana, destinata a crescere e a moltiplicarsi per la diffusione del Vangelo. Secondo la tradizione, morì martire a Patrasso in Grecia. (Avvenire)
 
O Padre, sul palmo della tua mano
sta scritto il nome di ogni tuo figlio:
fa’ che nel misterioso intrecciarsi
delle libere volontà degli uomini
nessuna autorità abusi della propria forza
e ogni potere si ponga sempre
a servizio del bene di tutti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 17 Ottobre 2026
 
Santi Ignazio di Antiochia, Vescovo e Martire
 
Ef 1,15-23; Salmo Responsabile Dal Salmo 8; Lc 12,8-12
 
Il Consolatore, lo Spirito Santo, sarà con gli Apostoli; quando Cristo non sarà più sulla terra, vi sarà nei lunghi tempi dell’afflizione, che dureranno per secoli (cf. Gv 16, 17). Sarà dunque con la Chiesa e nella Chiesa, specialmente nei periodi di lotte e di persecuzioni, come Gesù stesso promette agli Apostoli con quelle parole riportate nei Vangeli sinottici: “Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire: perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire” (Lc 12, 11-13; cf. Mc 13, 11): “non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10, 20). Parole riferibili alle tribolazioni subite dagli Apostoli e dai cristiani delle comunità da loro fondate e presiedute; ma anche a tutti coloro che, in qualunque luogo della terra, in tutti i secoli, avranno da soffrire per Cristo. E in realtà sono molti coloro che in tutti i tempi, anche recenti, hanno sperimentato questo aiuto dello Spirito Santo. Ed essi sanno, e possono testimoniare, quale gioia è la vittoria spirituale che lo Spirito Santo ha loro concesso di riportare. Tutta la Chiesa di oggi lo sa, e ne è testimone. (San Giovanni Paolo II - Udienza generale, 13 marzo 1991)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - L’apostolo Paolo ringrazia Dio per le buone notizie circa la fede e la carità dei Filippesi, “rivolgendo preghiere al «Padre della gloria», perché faccia risplendere ancor più la sua «gloria» nel dare a tutti maggiore luce di «conoscenza» per una profonda penetrazione del «mistero: conoscendo più a fondo il «mistero», anche più intensamente i cristiani lo vivranno” (SETTIMIO CIPRIANI, Le Lettere di Paolo).
 
Vangelo
Lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire.
 
Tre note, la prima, o con Cristo o contro Cristo, non vi sono altre possibilità di scelta. Dinanzi a Cristo non si può essere neutrali, l’uomo deve scegliere, da qui le conseguenze: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. In verità si può essere neutrali, “tiepidi”, ma il fio da pagare è spaventoso: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap 3,15-16).
La seconda nota, chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. L’uomo che deliberatamente non accoglie Cristo si pone coscientemente fuori dalla salvezza. La terza nota è il dono dello Spirito Santo e la sua assistenza in ogni circostanza della vita, anche in quella più drammatica. In questo modo è esposto un cammino: l’uomo che accoglie il Cristo riceve in dono lo Spirito Santo che lo guiderà a tutta la verità (Gv 16,3).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,8-12
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio.
Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato.
Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».
 
Parola del Signore.
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli - Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico-Spirituale dei Quattro Vangeli): vv. 8-9 Viene qui ripreso il motivo iniziale (vv. 2-3) della proclamazione coraggiosa del Vangelo. La sorte nel giudizio finale dipenderà dalla fedeltà a Cristo anche nelle persecuzioni. Gesù, quale “Figlio dell’uomo”, sarà avvocato difensore dei giusti nell’assise giudiziaria finale dinanzi alla corte celeste degli angeli di Dio. Nel testo di Luca sembra che il potere decisionale spetti al Padre, che rinnegherà (in greco è al passivo i coloro che hanno rinnegato il Figlio dell’uomo. Invece, in Matteo si legge “anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio”.
Il peccato contro lo Spirito Santo (12,10-12) Luca inserisce a questo punto il lógion sul peccato irremissibile. Nel contesto di Matteo e Marco la prima parte della pericope è connessa con l’episodio della disputa tra Gesù e i farisei, quando lo calunniarono di scacciare i demoni in virtù di Beelzebul; nel presente contesto lucano il detto si riferisce al tempo postpasquale, contrassegnato dall’azione dello Spirito nella Chiesa, come Le sottolinea spesso negli Atti.
v. 10 Nel tempo del Gesù storico era comprensibile un atteggiamento di perplessità nei suoi confronti. Infatti, l’umiltà con cui esercitava il ministero, poteva suscitare dubbi sulla sua messianicità. Ma dopo l’evento pasquale della risurrezione e l’effusione pentecostale dello Spirito, il rifiuto del Vangelo diventava una colpa inescusabile, che escludeva dalla salvezza. [vv. 11-12] Questo detto d’incoraggiamento è connesso a quello precedente con il riferimento allo “Spirito Santo”. Egli assisterà i missionari del Vangelo in tempo di persecuzione, in modo che possano confessare il Vangelo dinanzi ai tribunali giudei e pagani con coraggio e senza cedimenti. L’apostasia da Cristo, anche in situazioni difficili, avrebbe costituito un peccato contro lo Spirito Santo, una colpa irremissibile. Il passo parallelo di Marco (13,11) nel contesto del discorso escatologico, è rapportato alle prove previste per la fine dei tempi, prima del giudizio finale. Luca e Matteo (10,19), in dipendenza dalla fonte Q. collegano la sentenza con la missione della Chiesa, ostacolata e perseguitata dagli avversari, come appare dall’ accenno a comparizioni giudiziarie nelle sinagoghe e davanti ai governanti e magistrati pagani. Il detto implica una parola di consolazione e una promessa; Luca (21,14-15) ne propone un doppione nel contesto marciano del discorso escatologico, in riferimento alle tribolazioni previste per la fine dei tempi.
 
Per approfondire
 
… lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire - Gottfried Hierzenberger: [...]  nel Nuovo Testamento ovunque le affermazioni sullo spirito sono messe in rapporto con Gesù Cristo. Dal miracoloso concepimento (Lc 1,35; nascita verginale), attraverso la “consacrazione in Spirito Santo e potenza” al battesimo di Giovanni al Giordano (At 10,38) e l’operare di Gesù “nello Spirito Santo di Dio” (Lc 10,21) fino alla sua sofferenza redentrice (Eb 9,14), la vita di Gesù sta nel campo d’azione dello Spirito; egli non può esser compreso se non come l’uomo che in maniera unica visse nel possesso pieno e continuo dello Spirito. La concezione veterotestamentaria dello spirito si presentava spontaneamente come strumento ermeneutico adatto per la comprensione della personalità di Gesù di Nazaret in tutte le sue dimensioni. Da quando i discepoli professarono Gesù come il proprio Signore risorto, quello di Spirito divenne una delle terminologie più importanti per esprimere l’unicità di Gesù e del suo operare. Nello Spirito del Signore s’incontra Dio stesso come principio trasformatore, come amore, come appello alla decisione e alla conversione. Nella chiesa primitiva lo Spirito Santo diviene espressione della straordinaria dinamica che si avvertiva ovunque nell’ambito dell’evangelo e che determinò l’intera vita dei discepoli. Chi riconosce il mondo come creazione, vede in Gesù Cristo il modello della figura piena, escatologica dell’uomo, accetta colmo di gioia e senso di gratitudine l’offerta del suo Spirito e sa di essere per mezzo suo indissolubilmente unito a Dio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8,16). In questo Spirito egli sa anche di essere responsabile per il mondo: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Tutto il mondo può esser chiamato in questo senso “dimora di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,22). Lo Spirito di Dio opera sullo spirito umano, vale a dire, non è possibile immaginare la sua opera in maniera magica, ma occorre partire da un’antropologia che vede l’uomo sempre nel possesso della propria libertà. Lo Spirito di Dio è sempre ciò che viene in più, ciò che viene offerto, ciò che è possibile - mai qualcosa di fruibile, mai un possesso. L’espressione Spirito Santo, che specie negli ultimi libri del Nuovo Testamento ricorre sempre più sovente, significa una personificazione dell’esperienza della forza divina, vuole rivolgersi all’elemento personale dell’uomo, non è però ancora inteso ontologicamente nel senso attribuitogli dalla successiva dottrina della Trinità.
 
Il martire cristiano - Charles Augrain (Dizionario di Teologia Biblica): Il glorioso martirio di Cristo ha fondato la Chiesa: «Quando sarò innalzato da terra, aveva detto Gesù, attirerò a me tutti gli uomini» (Gv 12, 32).
La Chiesa, corpo di Cristo, è chiamata a sua volta a dare a Dio la testimonianza del sangue per la salvezza degli uomini. La comunità ebraica aveva già avuto i suoi martiri, specialmente all’epoca dei Maccabei (2 Mac 6 - 7). Ma nella Chiesa cristiana il martirio assume un senso nuovo, che Gesù stesso rivela: è la piena imitazione di Cristo, la partecipazione perfetta ana sua testimonianza ed alla sua opera di salvezza: «Il servo non è maggiore del padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi!» (Gv 51,20). Ai suoi tre intimi Gesù annunzia che lo seguiranno nella passione (Mc 10,39 par.; Gv 21,18ss); ed a tutti rivela che soltanto il seme che muore in terra porta molto frutto (Gv 12,24). Cosi il martirio di Stefano - che evoca con tanta forza la passione - determinò la prima espansione della Chiesa (Atti 8,4 s; 11,19) e la conversione di Paolo (22,20). L’Apocalisse, infine, è veramente il Libro dei Martiri, di coloro che sulle orme del Testimone fedele e veridico (Apoc 3,14) hanno dato alla Chiesa e al mondo la testimonianza del loro sangue.
L’intero libro ne celebra la prova e la gloria, di cui la passione e la glorificazione dei due testimoni del Signore sono il simbolo (Apoc 6,9s; 7,14-17; 11,11s; 20,4ss).
 
Sono frumento di Dio: sarò macinato dai denti delle fiere - Dalla «Lettera ai Romani» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire: Scrivo a tutte le chiese, e a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non dimostratemi una benevolenza inopportuna. Lasciate che io sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi sia dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore.
A nulla mi gioveranno i godimenti del mondo né i regni di questa terra. È meglio per me morire per Gesù Cristo che estendere il mio impero fino ai confini della terra. Io cerco colui che è morto per noi, voglio colui che per noi è risorto. È vicino il momento della mia nascita …
Non voglio più vivere la vita di quaggiù. E il mio desiderio si realizzerà, se voi lo vorrete. Vogliatelo, vi prego, per trovare anche voi benevolenza. Ve lo domando con poche parole: credetemi. Gesù Cristo vi farà comprendere che dico il vero: egli è la bocca verace per mezzo della quale il Padre ha parlato in verità. Chiedete per me che io possa raggiungerlo. Non vi scrivo secondo la carne, ma secondo il pensiero di Dio. Se subirò il martirio, ciò significherà che mi avete voluto bene. Se sarò rimesso in libertà, sarà segno che mi avete odiato.
 
Il perdono a chi bestemmia contro lo Spirito Santo - Atanasio, Fragm. in Matth.: Coloro che bestemmiano contro lo Spirito Santo o contro la divinità di Cristo dicendo: “Caccia i demoni nel nome di Beelzebub, principe dei demoni”, certo non potranno ottener perdono né in questo né nell’altro mondo. Bisogna tener conto che Cristo non disse che uno che “bestemmia e poi si pente” non può essere perdonato, ma uno che bestemmia e persevera nella bestemmia; poiché una adeguata penitenza lava tutti i peccati.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ignazio di Antiochia: Fu il terzo vescovo di Antiochia, in Siria, terza metropoli del mondo antico dopo Roma e Alessandria d’Egitto e di cui san Pietro era stato il primo vescovo. Non era cittadino romano, e pare che non fosse nato cristiano, convertendosi in età non più giovanissima. Mentre era vescovo ad Antiochia, l’Imperatore Traiano dette inizio alla sua persecuzione. Arrestato e condannato, Ignazio fu condotto, in catene, da Antiochia a Roma dove si allestivano feste in onore dell’Imperatore e i cristiani dovevano servire da spettacolo, nel circo, sbranati dalle belve. Durante il viaggio da Antiochia a Roma, Ignazio scrisse sette lettere, in cui raccomandava di fuggire il peccato, di guardarsi dagli errori degli Gnostici, di mantenere l’unità della Chiesa. Di un’altra cosa poi si raccomandava, soprattutto ai cristiani di Roma: di non intervenire in suo favore e di non salvarlo dal martirio. Nell’anno 107 fu dunque sbranato dalle belve verso le quali dimostrò grande tenerezza. «Accarezzatele “scriveva” affinché siano la mia tomba e non facciano restare nulla del mio corpo, e i miei funerali non siano a carico di nessuno». (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che nella testimonianza dei santi martiri
edifichi il corpo mistico della tua Chiesa,
fa’ che la gloriosa passione,
che meritò a sant’Ignazio una corona immortale,
doni a noi protezione perenne.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 16 Ottobre 2026
 
Venerdì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 1,11-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 12,1-7
 
Gesù, inviando i discepoli in missione (…) fa un accostamento tra ciò che ascoltiamo “all’orecchio”, cioè nel segreto del cuore, e ciò che siamo chiamati a proclamare a tutti, ricordandoci che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno. La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta. San Tommaso d’Aquino parlava della predicazione come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato: “contemplata aliis tradere” (cfr Summa Theologiae, III, q. 40, a. 1, ad 2). (…) Adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui (cfr Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno! (Leone XIV -  Angelus, 21 giugno 2026)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: I cristiani sono figli di Dio, predestinati ad essere lode della sua gloria; come figli amati e benedetti dal Padre, i cristiani hanno ricevuto “il sigillo dello Spirito Santo” che li guiderà “a tutta la verità” (Gv 16,13).
Questa esaltante verità deve animare la vita del credente e allontanarlo sempre da una meschina mentalità pagana.
 
Vangelo
Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati.
 
Tutto è provvidenza, tutto è grazia. Chiuso in questo mistero di amore, il cristiano cammina speditamente nella via della santità e della salvezza. Nell’ora della prova, della tentazione, della persecuzione che mette a repentaglio la sua vita, il discepolo di Gesù sente risuonare nel suo cuore le parole consolanti: Ti basta la mia grazia (2Cor 12,9). Fortificato da tanto amore e nella certezza di essere sempre in comunione con il suo Maestro, il credente è pronto a versare anche il suo sangue per testimoniare la sua fede in Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,1-7
 
In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.
Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».
 
Parola del Signore.
 
Non abbiate timore - Javier Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): Ci muoviamo in un contesto di persecuzione e di scontro. Gesù ha condannato i farisei (11,37-54) e lo fa ancora una volta (12,1-3). Tuttavia pare che, in questo stato di tensione, almeno esternamente ci perdano i discepoli, i quali sono perseguitati e hanno paura. La consolazione di Gesù non promette vantaggi materiali: parla d un valore superiore alla vita e alla morte e promette una assistenza forte e amorosa (12,4-7).
Su questo sfondo, possiamo dividere il nostro racconto in due piccole unità. La prima (12,1-3) si occupa della autodifesa del fariseo. La seconda (12,4-7) è incentrata sulla impotenza terrena del cristiano e sulla sua difesa o sicurezza escatologica.
Per fariseo si intende qui l’uomo che, sotto la copertura di una profonda pietà religiosa, difende in realtà le proprie sicurezze (psicologiche, morali, materiali). Questo dà origine a un dualismo che si chiama ipocrisia (12,1). Gli autentici interessi non corrispondono a quello che si vuol far credere agli altri con le apparenze. La realtà delle cose è coperta da una maschera.
Il giudizio dimostrerà che la difesa del fariseo è falsa (12,2-3). Dal fondo luminoso di Dio, al termine della vita, si scoprirà che questo atteggiamento copriva una condanna: «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, né di segreto che non sarà conosciuto». In realtà, questo stesso dualismo è già una condanna, la condanna di una esistenza che poteva essere aperta, luminosa, piena e che è rimasta ripiegata su se stessa sotto un velo di menzogna.
Coloro che seguono Gesù sono invece nella piena insicurezza. Non nascondono la loro indigenza e portano nella vita il segno di Cristo.
Perciò in un mondo che cerca solo il suo interesse; fra uomini che si sentono minacciati dallaurgenza della croce, i cristiani non trovano riparo. Di fronte a questa situazione, la parola di Gesù è duplice: da una parte, mostra il vero senso del timore (12,4-5); dall’altra, illumina la verità con la fiducia (12,6-7).
Certo, i credenti come uomini provano timore di fronte al pericolo di persecuzione; così pure di fronte al rischio d’una testimonianza che può far loro perdere vantaggi economici e sociali o la stessa vita. Ebbene, Gesù ci dice che questo timore non può mai essere definitivo.
Una sola perdita è irreparabile, una sola morte dura per sempre, ed è la perdita davanti a Dio, il grande insuccesso, la condanna eterna. Questa sentenza di Gesù continua a essere dura. Sono molti i credenti che, dicendosi fedeli al vangelo, cercano la propria sicurezza sociale, economica e terrena. Temono gli uomini, sono angosciati per le perdite che possono subire in questa vita, e non vogliono comprendere che stanno perdendo la loro autentica realtà, l’amore, la giustizia, la speranza. Per dirla con parole antiche, preferiscono perdere l’anima (cf 12,4-5).
Comunque, l’atteggiamento fondamentale dei credenti non è fondato sul timore. Dio si occupa anche delle cose più piccole come gli uccelli dell’aria e i capelli del capo. Questo vuol dire che viviamo in un mondo d’amore e di fiducia. Dio ci ama, ci sostiene con la sua mano forte, esigente e buona, come sostenne Gesù sulla terra. Perciò, l’ultima parola è sempre il «non abbiate timore». In questo atteggiamento possiamo vivere la nostra vita con la sicurezza che Dio ci aiuta, ci sostiene quando tutto pare insostenibile e ci attende sempre, anche se lo fa in modo speciale al di là della morte.
 
Per approfondire
 
Noi, eredi predestinati - Pino Stancari: Vv. 11 e 12: “In lui siamo stati fatti anche eredi (abbiamo conseguito l’eredità. Avevamo a che fare con le promesse e adesso le promesse sono compiute, in Lui), essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo”: la speranza messianica che man mano ha qualificato la presenza di Israele nella storia umana; “noi abbiamo sperato per primi in Cristo. In lui è giunta a compimento la storia del nostro popolo, il motivo per cui Dio ci ha chiamati”, ha fatto alleanza e tutto quel che riguarda la specifica e mai trascurabile identità di Israele a cui lo stesso Paolo appartiene.
In Lui anche voi siete figli.
Ma in Lui ci siete anche voi. Vv. 13-14: “In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità (la parola della verità è l’evangelo, i pagani evangelizzati) e “in lui anche voi (ecco la benedizione, quella benedizione che con tutta la potenza dello Spirito di Dio ci inserisce nella comunione con il Figlio, il Messia verso cui noi eravamo protesi), dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo”. E’ un testo che conosciamo bene, tante volte abbiamo letto e meditato queste righe. Anche i pagani, inseriti nella comunione con il Figlio, il Messia di Israele, Cristo, sono riconosciuti come figli. Qui è veramente l’umanità intera, senza limiti, senza preclusioni, senza privilegi di sorta. È l’umanità intera in Lui e l’evangelo costituisce esattamente il tramite mediante il quale la benedizione diventa operativa, ma la benedizione già è predisposta in modo tale da esercitare un’efficacia universale; è lo Spirito Santo che è stato effuso, secondo quel che era stato promesso, in modo tale da determinare un coinvolgimento che più ecumenico di così non potrebbe essere.
Lo Spirito Santo, v. 14, “il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria”. Dove dice caparra intende “nostra” eredità, v. 11, ma adesso “voi” siete in grado di condividere la nostra eredità in quanto siete in Lui: in Cristo anche i pagani hanno un titolo valido, una carta di credito efficace per condividere l’eredità “nostra”, come dice Paolo, l’eredità di Israele. In Lui avete anche “voi” lo strumento che vi abilita a condividere l’eredità nostra e in questa eredità nostra c’è spazio per tutti, in una prospettiva (l’attesa) che è aperta alla ricapitolazione in Cristo di tutta l’umanità in ogni luogo e per tutti i tempi della storia umana, perché è l’umanità intera “che Dio si è acquistato a lode della sua gloria”.
 
Nella persecuzione i “consigli dati da Gesù corrispondono all’atteggiamento dì cui ha dato egli stesso l’esempio. Come lui, il discepolo deve pregare per coloro che lo perseguitano (Mt 5,44 par.; cfr. Rom 12,14). Deve affrontare la persecuzione con coraggio; se non deve essere temerario e saper fuggire da una città dov’è ricercato (Mt 10,23; Atti 13,50s), deve aspettarsi pure di essere imprigionato, percosso e messo a morte (Mt l 0,16-39; Gv 16,1-4). Ma dinanzi a simili prospettive non deve aver paura: il suo maestro ha vinto il mondo (Gv 16,33), ed alla fine trionferà degli empi persecutori «con i suoi, i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Apoc 17,34).
I nemici del discepolo non possono nulla contro la sua anima (Mt 10,28-31). Lo Spirito di Dio lo assisterà quando sarà trascinato dinanzi ai tribunali, perciò egli non deve preoccuparsi della propria difesa in occasione del processo (Mt 10,19 s). Tuttavia occorre sempre vegliare e pregare, perché la persecuzione è una prova, una tentazione, e se lo spirito è pronto, la carne è debole (Mt 26,41 par.).
Paolo riprende i mandati di Gesù. Nulla, egli dice, ci può separare dall’amore di Cristo, neppure la persecuzione o la spada (Rom 8, 35). In sintesi, il discepolo fa fronte alla persecuzione con una speranza che lo rende fedele, costante e lieto (Rom 12, 12; 2Tess 1,4; cfr. Mt 13,21 par.). Sa in chi ha posto la sua fiducia (2Tim 1,12). Perciò, circondato dagli innumerevoli martiri del VT e del NT, con gli occhi fissi su Cristo «che ha subito da parte dei peccatori una simile ostilità contro la sua persona», corre verso la meta, con pazienza, senza scoraggiarsi (Ebr 11,1-12,3).
La gioia della speranza (Rom 12,12) è il frutto della persecuzione cosi sopportata: «Beati sarete voi quando vi oltraggeranno, vi perseguiteranno ... per causa mia. Gioite ed esultate ... » (Mt 5,11s). Questa promessa di Gesù si realizza nel cristiano che «si gloria nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la costanza, la costanza la virtù provata, la virtù provata la speranza, e la speranza non delude ... (Rom 5,3 ss; cfr. Giac 1,2 ss). Egli «sovrabbonda di gioia nelle tribolazioni » (2 Cor 7,4; 12,10; Col 1,24; cfr. Atti 5,41; Ebr 10,34). La consolazione nella tribolazione (2Cor 1,3-10) è un frutto dello Spirito (1Tess 1,6; Atti 13,52; cfr. Gal 5.22), e nello stesso tempo il segno della presenza del regno.
Scritta durante una terribile prova, l’Apocalisse, specchio della vita della Chiesa, alimenta questa gioiosa speranza nel cuore dei perseguitati, assicurandoli della vittoria di Gesù e della instaurazione del regno. Ad ognuno di essi, come a tutta la Chiesa il Signore risorto rivolge sempre questo messaggio: «Non temere le sofferenze che ti aspettano; il demonio sta per gettare alcuni di voi in carcere per tentarvi ed avrete dieci giorni di prova. Rimani fedele fino alla morte, ed io ti darò la corona della vita» (Apoc 2,10)” (Raymond Deville, Persecuzione in Dizionario di Teologia Biblica).
 
Ambrogio, In Lucam, VII, 113: Non si vendono forse cinque passeri per due soldi?: questi cinque passeri sono i sensi del corpo. Se, come i passeri, essi frugano tra le immondezze della terra e cercano il loro cibo nei luoghi incolti e maleodoranti, trattenuti dai lacci delle loro colpe, non possono riprendere il volo verso i frutti delle opere più elevate, che costituiscono l’alimento delle anime.
 
Testimoni di Cristo - Santa Margherita Maria Alacoque - La capacità di amare dice chi siamo veramente: È il cuore il centro della nostra identità: è lì che troviamo la verità di noi stessi perché la nostra capacità di amare dice chi siamo veramente. Allo stesso modo è il cuore di Cristo il luogo dove possiamo toccare con mano il volto autentico di Dio. Di un Dio che si fa compagno di strada soprattutto quando si tratta di affrontare sofferenze, ferite, limiti della vita. Ecco perché quella al Sacro Cuore è una delle devozioni più sentite ancora oggi: ci parla di un’umanità consolata, amata, salvata. E la salvezza non passa dalle nostre capacità intellettuali – sebbene esse siano fondamentali –, ma dal centro del nostro mondo, dal cuore, appunto. Di questo messaggio profetico fu portatrice santa Margherita Maria Alacoque, religiosa e mistica del XVII secolo. Nel momento in cui il mondo sembrava aver trovato la “luce della ragione” questa testimone del Vangelo indicò proprio la via del cuore. Nata nel 1647 in Francia, entrò a 24 anni tra le Visitandine e da religiosa visse numerose esperienze ascetiche e mistiche legate al Sacro Cuore di Gesù, la cui festa si diffuse proprio grazie a lei (oltre che a san Giovanni Eudes). Fu però incompresa da superiori e compagne, fino a quando trovò una guida illuminata nel beato Claudio La Colombière, il quale la spinse a descrivere le proprie esperienze nell’autobiografia. Morì nel 1690 e fu canonizzata nel 1920. (Matteo Liut)
 
-> Effondi su di noi, o Signore,
lo spirito che in modo singolare
hai donato a santa Margherita Maria
lo spirito che in modo singolare
hai donato a santa Margherita Maria [Alacoque],
perché possiamo conoscere
l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza
e siamo ricolmi di tutta la tua pienezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
perché possiamo conoscere
l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza
e siamo ricolmi di tutta la tua pienezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che per mezzo del tuo Spirito hai suscitato
santa Teresa [di Gesù] per mostrare alla Chiesa
una via nuova nella ricerca della perfezione,
concedi a noi di nutrirci sempre della sua dottrina
e di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.