5 Maggio 2026
Martedì della V Settimana di Pasqua
At 14,19-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Gv 14,27-31a
Cristo doveva patire e risorgere dai morti, ed entrare così nella sua gloria. (Cf. Lc 24,46.26 - Acclamazione al Vangelo)
Alois Stoger (Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Vangelo secondo Luca, Vol. II): Secondo il decreto di Dio, il cammino di Gesù per giungere alla gloria messianica deve passare attraverso la sofferenza e la morte. «Dio ha portato a compimento quanto aveva predetto per bocca di tutti i profeti, cioè che il suo Messia doveva soffrire» (Atti, 3,18).
«Secondo il determinato consiglio e la prescienza di Dio, egli fu consegnato e crocifisso per mano di iniqui» (Atti, 2,23). Questa strada del Messia, la quale solo attraverso il dolore conduce alla gloria, è un imperativo divino, fa parte di quel piano di Dio che comprende entrambe queste due cose: per questa vita la croce, per l’altra la gloria. Cristo è entrato attraverso il dolore nella sua gloria. La gloria è potenza divina, divino splendore e divina sostanza.
Ciò che nella trasfigurazione si era reso visibile per pochi istanti (Lc. 9,32), ora Gesù, dopo la sua passione, l’ha ottenuto per sempre; d’ora in poi egli si mostrerà in questa gloria: «Si vedrà il Figlio dell’uomo venire con grande potenza e gloria» (Lc 21, 27). La trasfigurazione è un’anticipazione della fine dei tempi; in questa èra intermedia la gloria del Figlio di Dio è ancora nascosta, sebbene Gesù già la possegga. Come dopo la morte egli entra nel suo regno (Lc 23,42), così entra anche nella sua gloria.
Il Padre ha stabilito per lui questa gloria, perché egli ha percorso il cammino della prova e del dolore (Lc 22, 29). «Dio ha costituito Signore e Messia questo Gesù che voi avete crocifisso» (Atti, 2,36)
Il Risorto spiega ai discepoli la Sacra Scrittura.
Nella Scrittura si trova in grande abbondanza ciò che lo riguarda: nella legge e nei libri dei profeti, in tutte le Scritture, in tutti i libri dei profeti. Ciò di cui la Scrittura dell’Antico Testamento parla è il Cristo, il suo dolore e la sua glorificazione. Il Risorto dà ai discepoli, e per mezzo loro alla Chiesa, le più importanti «regole di ermeneutica» (interpretazione del significato dei testi) per la comprensione della Sacra Scrittura. La chiave di questa medesima Scrittura è il Cristo risorto; a lui le Scritture rendono testimonianza (Cf. Gv. 5,39-47). I profeti «hanno indagato quale fosse il tempo e quali le circostanze a cui accennasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando preannunziava le sofferenze di Cristo e la gloria che ne sarebbe seguita» (1Pt. 1,10s.).
Chi non conosce la Scrittura, non conosce nemmeno Cristo; chi non conosce Cristo, non conosce nemmeno la Scrittura. Solo chi si è «convertito al Signore», chi accetta per fede che Gesù di Nazaret è il Messia promesso e il Figlio di Dio risorto e glorificato, comprende il senso della Sacra Scrittura. San Paolo dice: «Sino al giorno d’oggi, quando si legge l’Antico Testamento permane il medesimo velo sopra di loro (i giudei) e non viene rimosso, perché solo in Cristo viene tolto: sì fino ad oggi è steso un velo sul cuore, quando si legge Mosè. Quando però (Israele) si convertirà al Signore, il velo sarà tolto» (2Cor. 3,14-16).
Liturgia della Parola
I Lettura - Paolo e Barnaba giunti a Listra guariscono “uno storpio sin dalla nascita che non aveva mai camminato” (Atti 14,8). Tanto strepitoso è il prodigio che gli abitanti della città, nel loro entusiasmo, arrivano al punto di chiamare Barnaba Zeus e Paolo Hermes. Intanto, i Giudei, nella loro follia omicida, non si stancano di perseguitare i missionari cristiani. Li seguono dappertutto, e giunti a Listra sollevano la folla contro Paolo e Barnaba.
Riescono nel loro intento, e Paolo è lapidato, e viene trascinato “fuori dalla città, credendolo morto”. Ma per fortuna è soltanto tramortito, e così, ripresosi, il giorno dopo, con Barnaba, riprende il cammino missionario, dirigendosi alla volta di Derbe. Luca segnala quasi con la stessa insistenza il rifiuto dei giudei con la stessa insistenza con cui mette in evidenza la presenza del Signore.
Una nota da ben sottolineare che non conosce tramonto, assai valida anche ai nostri giorni: “Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni” (At 14,22).
Gli ultimi versetti del brano lucano segnalano “in maniera sintetica la prassi seguita dagli evangelizzatori, che avviano l’organizzazione delle comunità scegliendo all’interno di ciascuna di esse alcuni anziani. Ovviamente non si tralascia di fare assegnamento sulla grazia del Signore: «Dopo avere pregato e digiunato li affidarono al Signore». Ad Antiochia, tutta la comunità si riunisce per ascoltare Paolo e Bàrnaba. Dio ha agito: sua è stata l’iniziativa di aprire ai pagani «la porta della fede». Questa espressione, usata da Paolo nelle sue lettere per designare il campo di lavoro che Dio apriva ai predicatori del vangelo, qui indica la grazia che Dio ha concesso ai pagani di poter accogliere la fede cristiana” (Bibbia per la Formazione Cristiana).
Vangelo
Vi do la mia pace.
Gesù sta per tornare in Cielo, ed esorta i suoi a non turbarsi e a non avere timore. Come caparra lascia ai suoi la pace, perché la paura non devasti il loro cuore.
La pace saluto e addio abituale dei giudei (cf. Lc 10,5p), indica la salvezza, cioè la pienezza dei beni messianici (Gv 14,27), essa però presuppone l’assenza di guerra e la fraterna convivenza tra i popoli.
Dal brano giovanneo, e da molti altri, si evince che l’autore della salvezza e il principio di unità e di pace è solo Gesù, il Figlio di Dio. La pace che Gesù dona ai suoi amici consiste nella perfetta comunione intima tra Dio e l’uomo: Gesù, il Verbo del Padre, è stato mandato nel mondo per questa finalità: “ Dio, al fine di stabilire la pace, cioè la comunione con sé, e di realizzare tra gli uomini stessi - che sono peccatori - una unione fraterna, decise di entrare in maniera nuova e definitiva nella storia umana, inviando il suo Figlio a noi con un corpo simile al nostro, per sottrarre a suo mezzo gli uomini dal potere delle tenebre e del demonio ed in lui riconciliare a sé il mondo” (Ad gentes 3).
Viene il prìncipe del mondo … Viene il giorno della sua morte ed è il giorno in cui la morte sarà vinta per sempre, il principe del mondo con le sue legioni sarà sbaragliato definitivamente, e pienamente sarà svelato l’amore eterno del Padre verso gli uomini, suoi figli.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 14,27-31a
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».
Parola del Signore.
Carlo Buzzetti (Il Vangelo di Giovanni): v. 27 - Vi lascio la pace ... Non è un augurio (il tradizionale “Shalom” ebraico) e neppure una promessa: è un dono. I verbi al presente indicano imminenza e stabilità.
Non è una pace qualsiasi, tanto meno “come la dà il mondo” è la “sua” (v. “la mia pace”). Quindi dobbiamo pensare meno a una tranquillità psicologica e piuttosto a una forza capace di superare ogni “timore” perché dona l’energia per vincere ogni ostacolo (in questo senso illumina 16,33 dove Gesù parla di pace, tribolazione e vittoria). Di qui l’invito a non avere paura ... Bisogna ricordare che questi discorsi si svolgono in una situazione dove i discepoli avvertono incombenti fatti terribili. L’evangelista riferisce un’esperienza carica di smarrimenti.
v. 28 - vi rallegrerete. Per quanto sia facile avvertire la tristezza di un distacco e il timore di una solitudine, è più vero il contrario. L’attuale e prossima sofferenza è passaggio verso un bene migliore. In questo senso il discepolo dovrebbe conservare la pace e la gioia; anzi, essere contento di quanto sta per accadere, perché implica il ritorno di Gesù al Padre, quindi la sua “gloria”. Il Padre è detto “più grande”; nel quarto vangelo ciò non pare indicare una inferiorità del Figlio, che più volte è affermato come Dio (1,1), colmo della stessa vita (5,26), uguale a lui (10,30-38) ... tuttavia sembra dichiarare una vera subordinazione: tutto proviene dal Padre e torna a Lui anche lo stesso Figlio.
Se la croce è la via, paradossale, per ricondurlo al Padre, i discepoli dovrebbero esserne contenti: infatti è per questo che egli può rinnovare la promessa già udita di un suo ritorno (v. 14,3; 14,18; 14,21; 14,23). Simile è l’affermazione di 16,7: “È bene per voi che io me ne vada”.
v. 29 - perché … crediate. [...] Nel nostro testo Gesù esorta i suoi a non lasciarsi schiacciare dagli eventi spaventosi che stanno per accadere (v. 16,17) ma a reagire con una fede salda, pensando che egli li ha preavvisati.
v. 30 - viene il principe del mondo. L’oscuro personaggio è citato in 12,31 dove però Gesù dice trionfalmente “ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori”.
Adesso prevale un senso di sgomento di fronte all’avversario che si avvicina minaccioso. La medesima consapevolezza si legge nei Sinottici: “Ecco, colui che mi tradisce è vicino” (Mc 14,42); “questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53). Ma Giovanni, coerentemente con la sua teologia della passione, sottolinea che la sconfitta è soltanto apparenza; in realtà non è segno di un “potere” del mondo su Gesù, ma della sua libera decisione di manifestare di fronte al mondo un’obbedienza e un amore al Padre che giunge sino alla morte (14,31; si rilegga l’affermazione di 10,18).
Per approfondire
La pace di Cristo - Xavier Léon-Dufour: La speranza dei profeti e dei sapienti diventa realtà concessa in Gesù Cristo, perché il peccato è vinto in lui e per mezzo di lui; ma finché il peccato non è morto in ogni uomo, finché il Signore non sarà venuto nell’ultimo giorno, la pace rimane un bene futuro; il messaggio profetico conserva quindi il suo valore: «il frutto della giustizia si sémina nella pace da coloro che praticano la pace» (Giac 3,18; cfr. Is 32,17). Tale è il messaggio proclamato dal NT, da Luca a Giovanni, passando attraverso Paolo. Luca, nel suo vangelo, traccia in modo speciale il ritratto del re pacifico. Alla sua nascita gli angeli hanno annunziato la pace agli uomini che Dio ama (Lc 2,14); Gerusalemme non vuole accogliere questo messaggio (19,42), ripetuto dai discepoli festanti che scortano il re che entra nella sua città (19,38). Nella bocca del re pacifico l’augurio della pace terrena diventa l’annunzio di una salvezza: come un buon giudeo, Gesù dice: «Va in pace!», ma con questa parola rende la salute alla emorroissa (8,48 par.), rimette i peccati alla peccatrice pentita (7,50), Connotando in tal modo la sua vittoria sul potere della malattia e del peccato. Al pari di lui, i discepoli offrono alle città, con il loro saluto di pace, la salvezza in Gesù (10,5-9). Ma questa salvezza sconvolge la pace di questo mondo: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto la divisione» (12,51). Gesù quindi non si accontenta di proferire le stesse minacce dei profeti contro ogni sicurezza fallace (17,26-36; cfr. 1Tess 5,3), ma separa i membri di una stessa famiglia. Secondo la frase del poeta cristiano, egli non è venuto a distruggere la guerra, ma ad aggiungervi la pace, quella pace di Pasqua che consegue alla vittoria definitiva (Lc 24,36). I discepoli irradieranno quindi fino ai confini del mondo la pax israelitica (cfr. Atti 7,26; 9,31; 15,23) che sul piano religioso è come una trasfigurazione della pax romana (cfr. 24,2), perché Dio ha annunziato la pace per mezzo di Gesù Cristo rivelandosi come «il Signore di tutti» (10,36)
San Tommaso in Gv 14,30 scrive: Qui il diavolo viene chiamato principe di questo mondo non perché creatore, né per la sua potenza fisica o naturale, come dicono bestemmiando i manichei, ma a motivo delle colpe del mondo, ossia di coloro che amano il mondo: cosicché egli è denominato principe del mondo e del peccato.
«La nostra battaglia non è contro creature fatte di carne e di sangue, ma contro i dominatori e i principi di questo mondo di tenebre» (Ef 6,12). Quindi egli non è principe delle creature, ma dei peccatori e delle tenebre, secondo le parole di Giobbe (4,25): «Egli è re su tutti i figli della superbia».
Sulle parole pronunciate da Satana quando tenta il Signore: ‘Tutte queste cose (i regni di questo mondo) io ti darò’ ecco che cosa dice San Girolamo: ‘Arrogante e superbo, parla con ostentazione: non può infatti dare tutti i regni, poiché sappiamo che molti uomini santi sono stati fatti re da Dio’.
Pertanto Satana si mostra menzognero anche col Signore.
San Giovanni Crisostomo dice che il diavolo non può dare le ricchezze a chi vuole, ma solo a quelli che vogliono riceverle da lui. Egli infatti dà le ricchezze acquisite con il furto o gli spergiuri …
Pertanto il diavolo può aiutare solo per mezzo del peccato. Ma questo aiuto è falso perché lo dà solo per portare alla perdizione eterna.
Infine Satana si è sbagliato tentando il Signore con quelle lusinghe perché Colui che è venuto a portare agli uomini il Regno dei cieli non ha bisogno dei regni della terra.
Satana ha tentato il Signore perché non era ancora certo della sua divinità. Gesù infatti aveva fatto il suo ingresso nel mondo con estrema umiltà.
Inoltre il Signore si è lasciato tentare per insegnarci come si superano le tentazioni: con l’aiuto della parola della sua parola e con la pronta reazione.
Noi non siamo sotto la dittatura di Satana. Sarebbe tragico se fosse così.
Siamo invece sotto il governo di Dio.
E se obbediamo a Lui e ci conserviamo in grazia, teniamo fuori Satana dalla nostra vita.
In questo caso Satana ci teme e fugge, come ci ha insegnato lo Spirito Santo per bocca di Giacomo: “Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi” (Gc 4,7)” (Amici Domenicani).
La pace è la tranquillità dell’ordine - Agostino, De civit. Dei, 19, 13 - Perciò, la pace del corpo è l’armonico concatenamento delle sue parti; la pace dell’anima irrazionale è la quiete ben regolata dei suoi appetiti; la pace dell’anima razionale è l’accordo ben ordinato di pensiero e azione; la pace dell’anima e del corpo è la vita e la sanità ben ordinate dell’essere animato; la pace dell’uomo mortale con Dio è l’obbedienza ben ordinata nella fede sotto la legge eterna; la pace degli uomini è la loro ordinata concordia; la pace della casa è la concordia unanime dei suoi abitanti nel comandamento e nell’obbedienza; la pace della città è la concordia ben ordinata dei cittadini nella legge e nell’obbedienza; la pace della città celeste è la comunità perfettamente ordinata e perfettamente armonica nel godimento di Dio e nella mutua gioia in Dio; la pace di tutte le cose è la tranquillità dell’ordine. L’ordine è la disposizione di esseri eguali e ineguali, che stabilisce a ciascuno il posto che gli conviene.
Testimoni di Cristo - Beata Caterina Cittadini Vergine, Fondatrice: Nasce a Bergamo il 28 settembre 1801 da genitori da poco giunti in città da Villa d’Almè. A sette anni è già orfana e rimane sola con la sorellina Giuditta di cinque anni. Vengono così accolte nell’orfanotrofio del Conventino. In quell’Istituto Caterina Cittadini si diploma maestra nel 1823. Viene invitata da due cugini sacerdoti, Giovanni ed Antonio Cittadini, a trasferirsi a Calolziocorte e nello stesso anno inizia ad insegnare nella scuola elementare del vicino paese di Somasca di Vercurago, dove apre una scuola gratuita per fanciulle povere, una scuola festiva gratuita, seguita da un educandato e da un orfanotrofio. Alcune delle sue ex allieve rimangono con lei per diventare loro stesse educatrici. Da questo nucleo sorge il nuovo Istituto delle Orsoline di Somasca. A 37 anni, nel 1840, muore la sorella Giuditta, suo più valido sostegno. Caterina scrive le Costituzioni del nuovo Istituto e le presenta al vescovo di Bergamo, Luigi Speranza negli anni 1854-55. Verranno approvate sette mesi dopo la morte di madre Cittadini, il 5 maggio 1857. È beata dal 2001. (Avvenire)
O Padre, che nella risurrezione di Cristo tuo Figlio
ci rendi creature nuove per la vita eterna,
dona a noi, tuo popolo, di perseverare nella fede e nella speranza,
perché non dubitiamo che si compiano le tue promesse.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.