20 Agosto 2026
 
San Bernardo da Chiaravalle, Abate Dottore della Chiesa
 
Ez 36,23-28; Salmo Responsoriale Dal Salmo 50 (51); Mt 22,1-14

Vatican news - San Bernardo di Chiaravalle - Una famiglia raccolta nella preghiera: Nasce nel 1090 a Fontaine, in Francia. La sua è una famiglia agiata. A 22 anni, dopo aver studiato grammatica e retorica, entra nel monastero fondato da Roberto di Molesmes a Citeaux (Cistercium, in latino, da cui l’appellativo di cistercensi). Qualche anno dopo, fonda il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Lo seguono 12 compagni, tra cui 4 fratelli, uno zio e un cugino. Sono molti i suoi parenti che, dopo il suo esempio, hanno intrapreso la vita religiosa.
Gesù e Maria: Per Bernardo la vita monastica deve essere scandita dal lavoro, dalla contemplazione e dalla preghiera avendo due stelle fisse: Gesù e Maria. Per l’abate cistercense Cristo è tutto: “Quando discuti o parli nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù” (Sermones in Cantica Canticorum XV). Maria - scrive Bernardo - conduce a Gesù: “Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l’aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l’esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare...” (Hom. II super «Missus est»).
I quattro gradi dell’amore: Nel “De diligendo Deo” Bernardo indica la via dell’umiltà per raggiungere l’amore di Dio. Esorta ad amare il Signore senza misura. Per il monaco cistercense sono 4 i gradi fondamentali dell’amore: 1) L’amore di sé stessi per sé: “Prima l’uomo ama sé stesso per sé. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede”. 2) L’amore di Dio per sé: “Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità”. 3) L’amore di Dio per Dio: “L’anima passa al terzo grado, amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo, anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto grado”. 4) L’amore di sé per Dio: “Quello cioè in cui l’uomo ama sé stesso solo per Dio. Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà sé stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui”.
Bernardo e i Templari: Tra gli scritti dell’abate cistercense è anche celebre l’elogio dell’ordine monastico-militare dei Templari, fondato nel 1119 da alcuni cavalieri sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo.  Nel “De laude novae militiae ad Milites Templi”, così descrive i Cavalieri del Tempio: “Sono vestiti semplicemente e coperti di polvere, la faccia bruciata dal sole, lo sguardo orgoglioso e duro: prima della battaglia si armano interiormente con la forza della fede. La loro unica fede è rivolta a Dio”.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 36,23-28 rappresenta uno dei vertici teologici dell’Antico Testamento. Contiene la promessa della Nuova Alleanza, caratterizzata dal dono di un cuore di carne e dello Spirito Santo.
Il contesto storico è quello del drammatico esilio a Babilonia. Il popolo ha perso tutto: terra, tempio e libertà, a causa della propria infedeltà. In questa situazione di apparente fallimento, Dio decide di intervenire non per i meriti di Israele, ma per amore del suo stesso Nome.
1. La santificazione del Nome di Dio (vv. 23-24): Dio dichiara l’intenzione di risanare la sua reputazione davanti alle nazioni straniere. La dispersione di Israele aveva fatto pensare ai pagani che il Dio d’Israele fosse debole e incapace di proteggere i suoi fedeli. Riunendo il suo popolo e conducendolo nuovamente sul proprio suolo, il Signore dimostra al mondo intero la propria sovranità e fedeltà.
2. La purificazione radicale (v. 25): La restaurazione comincia con un profondo lavacro spirituale. L’immagine dell’acqua pura aspersa richiama i riti di purificazione sacerdotali dell’Antico Testamento. Dio cancella le “sozzure” morali e l’infedeltà legata all’idolatria, offrendo al popolo la possibilità di un totale e definitivo nuovo inizio.
3. La rigenerazione interiore: il cuore e lo spirito (vv. 26-27): Questa sezione costituisce il nucleo centrale della profezia di Ezechiele: Il cuore di pietra: Simboleggia l’ostinazione, la chiusura spirituale, l’incapacità di amare e di ascoltare la Parola.
Il cuore di carne: Rappresenta una coscienza sensibile, fragile ma aperta, capace di accogliere l’amore e di rispondere liberamente a Dio.
Il dono dello Spirito: Dio non si limita a dare una nuova legge scritta su pietra. Egli inserisce il proprio Spirito dentro l’essere umano, trasformando la sua stessa volontà dall’interno e rendendolo finalmente capace di osservare i comandamenti.
4. La pienezza dell’Alleanza (v. 28): Il brano si conclude con la classica formula patristica dell’alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio. La comunione interrotta dal peccato viene ristabilita, non più su basi precarie e legate all’instabilità umana, ma fondata sull’azione unilaterale e gratuita di Dio. [1, 2, 3]
 
Vangelo
Tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
 
Compostella (Messale per la Vita Cristiana): La parabola del banchetto di nozze comprende anche un invito. L’accento posto su quest’avvenimento regale e, in seguito, la reazione del re non appaiono in Luca, che pure si sofferma sulle scuse espresse dagli invitati. Se mettiamo a confronto i commenti ebraici, sembra che ci siano due parabole distinte. I rabbini fanno notare che nessuno andava a un banchetto prima che l’invito fosse stato fatto e poi confermato; ciò è in contrasto con il rifiuto iniziale degli invitati, anche se è motivato da scuse «legali».
Noi, che abbiamo bevuto il vino nuovo del regno, abbiamo ancora meno scuse per rifiutare l’invito della grazia di Dio. Come nella parabola della rete gettata in mare che raccoglie pesci «buoni» e «cattivi» (Mt 13,47), non ci si deve impietosire dell’uomo senza l’abito nuziale e nemmeno ci si deve impietosire delle vergini stolte (Mt 26,1-13).
È interessante soffermarsi sul termine «amico», che Matteo mette in bocca al padrone della vigna (nel Vangelo letto ieri) e che sarà poi rivolto a Giuda nel giardino del Getsemani (Mt 26,50); tale termine genera, ogni volta, nell’interlocutore un silenzio colpevole.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,1-14
 
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
 
Parola del Signore
 
Il banchetto nuziale è pronto - La cornice della parabola del banchetto nuziale è l’ennesima lite con i farisei e i capi dei sacerdoti incontrati nel tempio all’indomani del solenne ingresso nella città santa (Cf. Mt 21,18-23). A costoro è rivolto anche l’attuale discorso parabolico.
Il protagonista della parabola evangelica non è un benestante qualsiasi, ma un re che fece una festa di nozze per suo figlio. Sembrano particolari messi a caso nel racconto e invece racchiudono un profondo significato teologico: la salvezza è vista non solo come un banchetto di cibi succulenti, di vini raffinati (Is 25,6), ma anche come unione nuziale fra Dio e il suo popolo (Cf. Os 1-3; Ger 2,1-2,20; Ez 16; ecc.). Nella prospettiva neotestamentaria lo sposo è Gesù, il Figlio, e la sposa è la Chiesa (Cf. Mt 8,1; Ef 5,21-23; Ap 19,7; 21,9; ecc.).
L’invito è rivolto innanzi tutto al popolo d’Israele, il quale rifiuta di partecipare alla festa di nozze. Il re insiste, ma alcuni invitati non se ne curano e altri addirittura insultano e uccidono i servi. Per tutta risposta, il re fa uccidere gli assassini e distrugge la loro città, tramutando in questo modo le «reiterate pressioni esercitate presso gli invitati in gesti di spietata severità e giustizia» (Ortensio da Spinetoli).
E poiché il banchetto è ancora preparato, il re, non rinunciando alla sua decisione, dà ai suoi servi un comando ben preciso: andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Gli invitati che riempiono la sala del banchetto sono ora gente raccogliticcia, cattivi e buoni, un’espressione con la quale si vuole esprimere la totalità (Cf. Gen 2,17).
Ma prima che la festa abbia inizio il re entra per vedere i commensali e trovando un invitato senza l’abito nuziale lo esclude dalla festa. Il senso è patente: le porte della Chiesa sono state spalancate a tutti gli uomini, cattivi e buoni, ma guai ad illudersi che la salvezza sia scontata o che sia garantita dal fatto di essere entrati nella sala del banchetto. Se è facile entrare, è altrettanto facile ritrovarsi fuori nelle tenebre. Un messaggio, quindi, per tutti i credenti: non basta il battesimo, ma occorrono la fede e i sacramenti, accompagnati dalle opere (Cf. Mc 16,16; Gc 2,14s). L’abito sta così a significare un impegno etico serio e radicale: «Prima di entrare nel regno di Dio si può essere dei comuni peccatori, ma una volta entrati dentro bisogna tendere a diventare giusti, santi, perfetti» (Ortensio da Spinetoli): «“... Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria perché sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta: le fu data una veste di lino puro e splendente”. La veste di lino sono le opere giuste dei santi» ( Ap 19,8).
L’invito alla festa e l’accesso alla sala del banchetto sono doni gratuiti (Cf. Mt 21,31; Lc 22,29; Eb 12,28) che impegnano fortemente chi l’ha ricevuti (Cf. Mt 6,33). Per cui entra nella sala del banchetto chi fa a se stesso violenza e chi rinuncia a tutto (Cf. Mt 11,12; 13,44-45). Vi entrano soltanto coloro che resistono radicalmente al potere della seduzione (Cf. Mt 18,8). Non vi entra chi dice: Signore, Signore, ma colui che fa la volontà del Padre che è nei cieli (Cf. Mt 7,21). Vi entra colui che ascolta la Parola e la mette in pratica (Cf. Mt 7,24ss). Vi entra e vi resta chi vive in pienezza il discorso della Montagna (Mt 51-12). In definitiva, essere invitati come contropartita esige dedizione piena e assoluta a Gesù fino all’odio della propria vita e della propria famiglia (Cf. Mt 10,37-39). In questa luce, il messaggio della parabola non è quello della chiamata degli invitati al banchetto nuziale, ma che il Regno, nella sua fase terrena, contiene sia i giusti che i cattivi, praticamente lo stesso tema sottolineato nelle parabole della zizzania e della rete (Cf. Mt 13,23-30; 13,47-50). Nel regno di Dio tutti, cattivi e buoni, sono in cammino, solo alla fine, chi non porta addosso la veste di lino (Ap 19,8), la veste nuziale, sarà escluso dal banchetto: sarà gettato fuori nelle tenebre, lontano da Dio, nello stagno di fuoco (Ap 20,15).
È insito anche un forte invito alla vigilanza: «Ma poiché non conosciamo né il giorno né l’ora, bisogna vegliare assiduamente, come ci ammonisce il Signore, affinché, terminato l’unico corso della nostra vita terrena, meritiamo di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati [Cf. Mt 25,31-46], anziché essere mandati, perché servi malvagi e pigri [Cf. Mt 25,26], nel fuoco eterno [Cf. Mt 25,41], nelle tenebre esteriori dove “ci sarà pianto e disperazione”» (LG 48).
L’assioma, molti sono chiamati, ma pochi eletti, sta ad esprimere tutta l’amarezza di Gesù nel costatare «come il suo appello di salvezza rivolto a tutti avesse trovato così scarsa corrispondenza. Riportato qui a conclusione della parabola del convito nuziale, va riferito principalmente al rifiuto dei “primi” invitati: i “molti chiamati” sono dunque gli Israeliti che non hanno risposto all’appello divino: è su questa triste realtà che si accentua tutta l’amarezza del detto di Gesù» (Angelo Lancellotti).
Ma il monito è rivolto anche ai cristiani: la scortesia dei primi invitati e l’insolenza dell’uomo sprovvisto della veste nuziale si può ripetere sempre nella storia dell’uomo, anche nella storia della Chiesa.
 
Per approfondire
 
Il regno di Dio nella predicazione di Gesù - B. Klappert (Regno, in Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): Il regno di Dio, così come si presenta nella predicazione di Gesù, può essere caratterizzato come una realtà «opposta a tutto ciò che è presente e terreno ... perciò come un qualcosa di semplicemente prodigioso» (ThW I, 585). Per cui la venuta del regno di Dio non può essere accelerata dall’uomo con la lotta contro i nemici di Dio (come gli zeloti vorrebbero), e neppure fare pressione su di esso per mezzo di una meticolosa osservanza della legge (vedi i farisei).
L’uomo non può che aspettarne la venuta in pazienza e fiducia (Cf. le parabole del granello di senape in Mc l,4,30-32, del lievito in Mt 13,33 e del seme che cresce da solo in Mt 4.26-29). [...].
Il fatto che il regno è dono di Dio (Lc 12,32), che è legato a un testamento (Lc 22,29), esprime in un altro modo che l’uomo lo può ricevere solo come un bambino (Mc l0,15par.), che l’uomo lo può solo attendere (Mt 15,43par). Molto significativa la  locuzione «andare dentro», «entrare» nel regno di Dio (Mt 5,20; 7,21; 18,3par.; 19,23; 23,12 e altrove); in tutti questi casi questo entrare è inteso in senso futuro (Mc 9,43ss; Mt 25,34). Siccome il regno di Dio è presente nella persona di Gesù; il singolo è posto di fronte a una decisione assoluta. Ciò che caratterizza questa situazione sono gli «aut-aut» dei discorsi iperbolici di Gesù, che dice: «se la tua mano destra ti tenta al peccato, tagliala ... » (Mt 5, 29s). Anzi alcuni si sono addirittura resi eunuchi per amore del regno di Dio (Mt 19,12), infatti: «Chi mette mano all’aratro e poi guarda indietro non è adatto per il regno di Dio» (Lc 9, 62).
Questa decisione non è frutto di semplice entusiasmo, ma nasce dopo appassionata riflessione (Lc 14,282), in obbedienza alla parola di Gesù (Mt 7,24-27), e in uno spirito di rinuncia che accetta il sacrificio di sé fino all’odio dei propri familiari (Mt 10,17ss.37). Questa decisione tuttavia non deriva da un duro rigorismo, bensì ha come sfondo la gioia traboccante di fronte alla grandezza del dono (parabole del tesoro nel campo e della perla preziosa; Mt 13,4 4-46).
Il regno di Dio è trascendente e soprannaturale: proviene solo da Dio, solo dall’alto. Ma allo stesso tempo è completamente immanente. Dove arriva il regno di Dio, là gli affamati vengono saziati, gli afflitti consolati (Mt 5, 3-10: le beatitudini),  si amano i nemici (Mt 5,38-42) e sull’esempio degli uccelli e dei fiori del campo non si preoccupa più del cibo o del vestito (Mt 6,25-33).
Anzi qui solo la persona di Gesù può rendere presente il regno di Dio che deve venire, nelle cui parole e opere la sovranità di Dio è un fatto concreto. Il regno è già qui in quanto Gesù cerca la compagnia dei pubblicani e dei peccatori e siede con essi a tavola e a essi dichiara il perdono dei peccati. Come colui che ha preparato il pranzo invita a tavola i mendicanti e i senza tetto (Mt 22,1-10), come l’amore del padre riaccoglie il figlio perduto (Lc 15,11-32), come il pastore va in cerca della pecora smarrita (Lc 15,4-7), come la donna ricerca la moneta perduta (Lc 15,8-10), come il padrone dà per sua bontà la paga completa agli operai dell’ultima ora (Mt 20,1-15), così Gesù va verso i peccatori per dichiarare loro il perdono, «poiché è per essi il regno dei cieli» (Mt 5,3). Solo i peccatori, coscienti di grosse colpe (Lc 7,41-43), sono in grado di misurare il significato del perdono, della bontà di Dio, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mc 2,17).
La caratteristica della predicazione di Gesù sul regno di Dio non consiste dunque nel fatto che Gesù abbia portato una nuova dottrina circa il regno di Dio, oppure radicalizzato le attese escatologico-apocalittiche, bensì nel fatto che egli ha creato un rapporto inscindibile tra il regno di Dio e la sua persona. L’aspetto nuovo della predicazione del regno di Dio da parte di Gesù è lui stesso, semplicemente la sua persona» (Schniewind).
 
Andrea Lonardo: Il grado supremo dell’amore non è “amare Dio per Dio”, ma “amare l’uomo per Dio”. Perché se Dio è il Creatore e Salvatore, non basta amare Lui solo, ma è bello amare in Lui anche la creatura che Egli ha amorevolmente plasmato e redento.
Così Bernardo, nel De diligendo Deo (composto fra il 1130 ed il 1141).
Bernardo individua nel De diligendo Deo quattro gradi dell’amore (VIII,23-XI,33). Nel primo l’uomo ama se stesso. Bernardo vuol dire che è bene amare se stessi, sebbene così si corra il rischio di giungere all’egoismo, cioè all’amor-proprio che non è il vero amore di se stessi: quando si ama veramente se stessi, si desidera aprirsi all’amore.
Nel secondo grado si ama Dio in vista di se stessi, cioè ci si rivolge con amore a Dio, ma non per suo amore bensì perché preoccupati innanzitutto del bene che si riceve da Lui e non ancora dell’amore di Lui stesso: è un amore funzionale e, quindi, imperfetto.
Nel terzo grado l’uomo giunge ad amare Dio per Dio stesso. Non esiste vero amore che non sia amore dell’altro in quanto tale, amore perché l’Altro – ma anche l’altro - è ed ama: questo amore è perfetto perché non è preoccupato dei benefici che derivano dall’amore, ma dall’amore stesso dell’Altro.
Eppure per Bernardo non è ancora in questo terzo grado la perfezione: essa si raggiunge nel quarto grado, appunto, quando l’uomo giunge ad amare se stesso – ed i fratelli tutti – per Dio. Il credente, giunto all’amore di Dio, riesce a cogliere lo splendore di Dio in tutte le sue opere, a goderne e ad amare le persone per amore di Dio. Nella stessa opera Bernardo elabora una diversa e complementare scala, sempre in quattro gradi, che non è sovrapponibile alla precedente (XII,34-XV,40). Si può amare Dio come servi, come mercenari, come figli e come spose. Il servo ama Dio per timore, il mercenario ama Dio per la paga che ne ricava, il figlio ama Dio come padre che lo genera e lo guida, ma solo la sposa ama Dio come sposo, essendone “inebriata” – afferma Bernardo.
 
La veste nuziale - Girolamo, In Matth. III, 22, 8-11: “Ed entrato il re a vedere i commensali, scorse un uomo che non era in abito da nozze e gli disse: «Amico, come sei entrato qua, senza avere l’abito da nozze?». Costui ammutolì” (Mt 22,11-12). Gli invitati alle nozze, raccolti lungo le siepi e negli angoli, nelle piazze e nei luoghi più diversi, avevano riempito la sala del banchetto reale. Ma poi, venuto il re per vedere i commensali riuniti alla sua tavola, cioè, in un certo senso, pacificati nella sua fede (come nel giorno del giudizio verrà a vedere i convitati per distinguere i meriti di ciascuno), trovò uno che non indossava l’abito nuziale. In quest’uno sono compresi tutti coloro che sono solidali nel compiere il male. La veste nuziale sono i precetti del Signore e le opere che si compiono nello spirito della Legge e del Vangelo. Essi sono l’abito dell’uomo nuovo. Se qualcuno che porta il nome di cristiano, nel momento del giudizio sarà trovato senza l’abito di nozze, cioè l’abito dell’uomo celeste, e indosserà invece l’abito macchiato, ossia l’abito dell’uomo vecchio, costui sarà immediatamente ripreso e gli verrà detto: «Amico, come sei entrato?». Lo chiama amico perché è uno degli invitati alle nozze, e rimprovera la sua sfrontatezza perché col suo abito immondo ha contaminato la purezza delle nozze. «Costui ammutolì», dice Gesù. In quel momento infatti non sarà più possibile pentirsi, né sarà possibile negare la colpa, in quanto gli angeli e il mondo stesso saranno testimoni del nostro peccato.
“Allora il re disse ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti»” (Mt 22,13). L’esser legato mani e piedi, il pianto, lo stridore di denti, sono tutte cose che stanno a dimostrare la verità della risurrezione. Oppure, gli vengono legati le mani e i piedi perché desista dall’operare il male e dal correre a versare sangue. Nel pianto e nello stridor di denti si manifesta metaforicamente la gravità dei tormenti.
 
Testimoni di Cristo - San Bernardo Abate e Dottore della Chiesa: Di grado in grado la vita altro non è che un itinerario d’amore che ci porta da noi stessi verso Dio, per poi riscoprire noi stessi alla luce di Dio. Un percorso quasi circolare che può trasformare la caducità e l’imperfezione dell’esistenza umana in uno squarcio aperto all’infinito e perfetto amore di Dio. E fu proprio questo itinerario spirituale a caratterizzare lo sforzo da testimone e da studioso della vita divina di san Bernardo di Chiaravalle, monaco cistercense proclamato dottore della Chiesa nel 1830. Il suo rigore monastico ma anche la sua capacità di addentrarsi nell’indagine attorno alla vita di Dio ne fanno un maestro ancora attuale per l’Europa e il mondo intero. Era nato nel 1090 a Digione in Francia e a 21 anni diventò monaco a Citeaux, anche se sentiva la necessità di un maggiore rigore, soprattutto nella scelta di povertà e nella fattiva opera del lavoro delle mani accanto all’impegno della preghiera. Nel 1115 fondò il monastero di Chiaravalle, Clairvaux, la cui comunità poi a sua volta fondò numerosi altri centri di spiritualità. Maestro di teologia, testimone di povertà, affrontò con coraggio e passione alcune delle questioni dottrinali più complesse del suo tempo. Ma fu anche un ottimo predicatore che affascinò moltissimi uomini sulla strada della vita religiosa. Sono giunti fino a noi 331 dei suoi sermoni e 534 delle sue lettere, cui vanno aggiunti numerosi trattati. Gli ultimi anni furono segnati dalle sofferenze: quelle fisiche e quelle legate alle difficoltà interne all’Ordine. Morì nel 1153 a Ville-sous-la-Ferté. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai suscitato nella Chiesa il santo abate Bernardo,
acceso di zelo per la tua casa
come lampada che arde e risplende,
per sua intercessione concedi a noi lo stesso fervore di spirito,
per camminare sempre come figli della luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 

19 Agosto 2026
 
Mercoledì XX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ez 34,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Mt 20,1-16
 
 Jahvè, capo e padre del gregge - Colomban Lesquivit e Xavier Léon-Dufour: Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Jahvè non porta quasi mai il titolo di pastore: due designazioni antiche (Gen 49, 24; 48, 15) e due invocazioni nel salterio (Sal 23, 1; 80, 2). Il titolo sembra riservato a colui che deve venire. In cambio, se non c’è trasposizione allegorica nei confronti di Jahvè, le relazioni di Dio con il suo popolo si possono descrivere con una vera parabola del buon pastore. In occasione dell’esodo, «egli spinse il suo popolo come pecore» (Sal 95, 7), come «un gregge nel deserto» (Sal 78, 52 s): «simile ad un pastore che fa pascolare il suo gregge, raccoglie nelle sue braccia gli agnelli, se li mette sul petto, conduce al riposo le pecore madri» (Is 40, 11), Jahvè continua a «guidare» così il suo popolo (Sal 80, 2); certamente Israele assomiglia più ad una giovenca testarda che ad un agnello in una prateria (Os 4, 16); dovrà andare in prigionia (Ger 13, 17). Allora nuovamente Jahvè lo «guiderà verso le acque gorgoglianti» (Is 49, 10), radunando le pecore disperse (cfr. 56, 8), facendo loro un «fischio» (Zac 10, 8). Egli rivela la stessa sollecitudine verso ogni fedele, che non manca di nulla e non può temere nulla sotto il vincastro di Dio (Sal 23, 1-4). Infine la sua misericordia si estende ad ogni carne (Eccli 18, 13). 
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE:  Il testo di Ezechiele 34,1-11 rappresenta uno dei vertici teologici e profetici dell’Antico Testamento. Si tratta di una durissima denuncia contro i leader politici e religiosi d’Israele, seguita dalla promessa che Dio stesso si farà pastore del suo popolo.
1. Contesto Storico: Il Fallimento delle Guide - Ezechiele scrive durante l’esilio a Babilonia (VI secolo a.C.), un momento di totale smarrimento in cui Gerusalemme è distrutta e il popolo è deportato.
Chi sono i “pastori”? Nel Vicino Oriente antico, il termine “pastore” era il titolo ufficiale dei re, dei governanti e dei capi civili e religiosi.
La causa della catastrofe: Il profeta spiega che l’esilio non è un semplice incidente politico, ma la conseguenza diretta del fallimento morale e spirituale dei leader, che hanno abusato del loro potere anziché servire la comunità.
2. L’Atto d’Accusa (vv. 1-6): L’Egoismo dei Leader - Dio descrive con metafore chiarissime i peccati dei governanti, ribaltando completamente il concetto stesso di autorità.
L’inversione del dovere: «Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?» (v. 2). L’autorità è concepita da Dio solo come servizio, ma i leader l’hanno trasformata in privilegio e sfruttamento.
Lo sfruttamento: I pastori si nutrono del latte, si vestono di lana e uccidono le pecore più grasse, accumulando ricchezze sulle spalle dei sudditi, ma senza dare nulla in cambio.
Le omissioni gravi (v. 4): Viene elencato ciò che i leader non hanno fatto, identificando cinque categorie di fragilità che sono state abbandonate:
Non hanno reso forti le pecore deboli.
Non hanno curato le inferme.
Non hanno fasciato quelle ferite.
 
Vangelo
Sei invidioso perché io sono buono?
 
La ricompensa che i discepoli di Gesù devono attendersi non poggia sui parametri della meritocrazia, ma unicamente sulla sovrabbondante bontà e misericordia di Dio. Assumendo «fino a sera operai disoccupati e dando a tutti un salario intero, il padrone della vigna dà prova di una bontà che va oltre la giustizia, senza, d’altra parte, lederla. Tale è Dio, che introduce nel suo regno anche uomini chiamati tardi come i peccatori e i pagani» (Bibbia di Gerusalemme). I Giudei, i chiamati della prima ora, non se ne devono scandalizzare.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
 
Parola del Signore
 
Andate anche voi nella vigna - Nella parabola degli operai mandati nella vigna, il regno dei cieli è simile al modo di agire del padrone di casa, cioè al suo comportamento libero e gratuito.
La ricompensa che viene destinata agli operai della prima ora è di un denaro. Ai secondi viene assicurato quello che è giusto. Agli ultimi non viene detto nulla. Ma è sottinteso che essi riceveranno una paga corrispondente alle ore di lavoro consumate. Occorre notare che quest’ultimi vengono assunti verso le cinque di pomeriggio: un particolare in sé inverosimile, ma che serve a mettere in evidenza «la bontà del padrone che nel dare lavoro è spinto non dal suo utile ma dalla sua generosità verso gli operai» (Giuseppe Ferraro).
Alla fine della giornata, quando fu sera, il padrone della vigna regola i conti. Questo fare riflette la legge mosaica: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo» (Lev 19,13). E ancora: «Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato» (Dt 24,15).
Il padrone di casa vuole che si inizi dagli ultimi fino ai primi. Un altro particolare che non combacia con la realtà: forse il padrone della vigna voleva che gli operai assunti all’alba fossero presenti e si rendessero conto del suo modo di agire.
L’equità del giusto compenso viene stravolta dalla liberalità del padrone di casa, il quale dà a tutti, primi ed ultimi, come salario un denaro, provocando l’indignazione degli operai presi a giornata all’alba. Quello che «fa mormorare gli operai della prima ora contro il padrone non è tanto il fatto che si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato solo una moneta d’argento. Essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica» (Tiziano Lorenzin). Il disappunto nasce, quindi, dal fatto di non vedersi stimati, di non vedere valorizzata la loro fatica. È la rovente polemica che accompagnerà il ministero di Gesù e quello di Paolo. La giustificazione per mezzo delle opere era una mentalità che si era incollata alla religiosità ebraica e con la quale si pretendeva di condizionare Dio al momento del giudizio e della retribuzione. Questo modo di pensare aveva spaccato in due il mondo: da una parte i giusti perché osservavano la Legge, dall’altra gli empi sulla cui testa incombeva irreversibilmente l’ira di Dio. Invece la salvezza è un dono gratuito che nessuno può pretendere di accaparrarsi con le sue sole forze o con le sue buone opere. Tutto è grazia: quando l’uomo si rapporta con Cristo affidandosi alla sua opera e ai suoi meriti, mutando vita e ravvedendosi dai suoi peccati, Dio, allora, nella sua infinita misericordia tratta il peccatore come se fosse giusto.
La risposta del padrone è repentina. L’accusa di essere ingiusto viene rigettata sulla base di due ragioni: prima, il padrone della vigna ha rispettato i patti, ha dato quanto era stato concordato; seconda, se ha dato di più agli ultimi perché è buono e allo stesso tempo libero di disporre della sua volontà e dei suoi averi. In filigrana si può cogliere l’agire di Dio verso gli uomini: Egli è libero di accordare la sua grazia sia ai giusti che ai peccatori.
Il proverbio che conclude la parabola, Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi, noto anche nella letteratura giudaica, è riferito più volte dagli evangelisti con applicazioni diverse secondo il contesto (Cf. Mc 10,30; Lc 13,30). Va ricordato che queste parole «erano già state dette nel capitolo precedente [19,30] quando Gesù aveva assicurato una ricompensa enorme “sproporzionata” [cento volte tanto e in eredità la vita eterna] ai discepoli: quasi a sottolineare il capovolgimento degli abituali criteri umani fondati sul merito. In questo contesto la parabola diventa non solo una chiara illustrazione di tale principio, ma altresì una certezza consegnata alla comunità dei discepoli. Dio riserva la sua elezione a questi uomini spogli di tutto, di averi e di pretese [gli ultimi!]» (Adriano Schenker - Rosario Scognamiglio).
 
Per approfondire
 
Massimo Cicchetti: Gesù Buon Pastore è una immagine cara al cuore dei cristiani. Eppure secoli prima Ezechièle esorta ed invita ad usare il potere conferito a chi comanda e governa, come fa il pastore con il suo gregge, seguendo leggi di buon senso e di disponibilità nei confronti di chi viene da loro governato, qui raffigurate come pecore, sono le parole che dopo le ammonizioni alla superbia e alla supponenza che hanno condotto all’esilio ed alla sofferenza del popolo tutto, vogliono insegnare quale deve essere lo spirito e l’attenzione di chi comanda il popolo. Stupisce come il pensiero di tanti secoli fa sia perfettamente attuale e di come le raccomandazioni che Ezechièle rivolge ai capi del popolo di Israele possono perfettamente essere traslate nelle persone cui affidiamo le decisioni per il bene della gente, è il segno evidente che la parola di Dio non conosce il senso del tempo ed è perfettamente adatta ad ogni stagione dell’uomo. Quali sono dunque le responsabilità di chi assume il potere per comandare chi a loro delega tale ruolo? Il primo e più importante è superare i propri egoismi ed il proprio tornaconto personale, il pastore che sa soltanto nutrirsi delle proprie pecore e si appropria del loro vello per scaldarsi, presto non avrà più un gregge da pascere. Il dovere primo del pastore è di saper pascolare il gregge, che vuol dire seguire con attenzione ciascuna singola pecora, stando attenti a quelle che si disperdono per riportarle in territorio sicuro, curando quelle ammalate e con figura ancora più poetica: rendendo forti quelle deboli. Il pastore deve essere una presenza continua, che insegna e prende parte alla vita del suo gregge, fa in modo soprattutto che le pecore lo riconoscano come figura capace di portare loro il bene e scacciare il pericolo. Ma quando il gregge non trova un pastore che si dedica a loro sbanda, e diventa vittima dei predatori, non si conforta della speranza di sapere che qualcuno verrà a salvarlo dal pericolo e dallo smarrimento; perde quindi la speranza nel proprio futuro. Devono sapere però i cattivi pastori che il Signore controlla il loro operato, perché il desiderio del Signore è il benessere del proprio gregge e tiene conto dei pastori malvagi ed egoisti, che vivono senza prestare alle pecore loro affidare la necessaria cura e dedizione. Ancora una volta per bocca del profeta il Signore invita alla fede e alla fiducia, se anche il pastore non fosse diligente, sarà Lui a sostituirsi al cattivo operato di chi dovrebbe vigilare e provvederà che il branco non si disperda. È una consolazione che solleva lo spirito sapere che anche nei momenti più difficili della nostra vita, perfino in quelli nei quali comprendiamo di aver affidato a mani incapaci il potere di risolvere i problemi elementari, c’è Qualcuno che sempre ha a cuore i nostri bisogni ed il nostro destino, anche se non vediamo i pastori occuparsi dei nostri bisogni dobbiamo avere fiducia sapendoli comunque affidati alle mani migliori di chi ci ama di più.
 
Pastori e mercenari: “Non si chiama pastore, ma mercenario colui che pascola le pecore del Signore non per intimo amore, ma per guadagno temporale. È mercenario infatti colui che sta al posto del pastore, ma non cerca di guadagnare le anime, ambisce ai comodi mondani, gode per l’onore del suo stato, si pasce dei guadagni temporali, si allieta del rispetto che gli uomini gli portano. Questa è la mercede del mercenario tanto che per la sua fatica di governo trova quaggiù quello che cerca, e in futuro sarà escluso dall’eredità del gregge. Se poi si tratti di un vero pastore o di un mercenario, non lo si può conoscere con esattezza se manca qualche occasione dolorosa. Nei tempi tranquilli, infatti, nella custodia del gregge anche il mercenario si comporta per lo più come il vero pastore; ma quando viene il lupo, si vede con che animo ciascuno custodiva il gregge. E viene il lupo sul gregge, quando qualche ingiusto tiranno opprime i fedeli e gli umili. Colui che sembrava pastore, e non lo era, abbandona le pecore e fugge, perché teme il proprio pericolo, e non presume di resistere all’ingiustizia. E fugge non solo mutando luogo, ma privando il gregge di appoggio. Fugge, perché vede l’ingiustizia e tace; fugge, perché si nasconde nel silenzio; e di costoro è stato detto bene, per voce del profeta: Non vi siete schierati contro, né avete opposto un muro per la difesa della casa d’Israele, scendendo in guerra nel giorno del Signore [Ez 13,5]. Schierarsi contro significa opporsi con libera voce a qualsiasi potente che agisce male. Scendiamo in guerra per la casa d’Israele nel giorno del Signore, e opponiamo un muro, se con l’autorità della giustizia proteggiamo i fedeli innocenti contro l’ingiustizia dei perversi. Perché il mercenario non fa così, quando vede venire il lupo, fugge.” (Gregorio Magno, Omelia per la seconda domenica dopo Pasqua).
 
Testimoni di Cristo - Giovanni Eudes. Nella devozione ai cuori di Maria e Gesù la ricerca di un Dio che ama: È l’amore ciò che ognuno di noi cerca per tutta la vita: abbiamo bisogno come l’aria di essere accolti, compresi e amati. Un orizzonte che si realizza pienamente solo nell’abbraccio infinito di Dio che ci viene incontro nella storia. Nel XVII secolo san Giovanni Eudes intuì che la devozione per i sacri cuori, di Maria e di Gesù, portava con sé proprio questo messaggio: la fede cristiana è un’esperienza che sgorga dal cuore, centro dell’intera esistenza e quindi è una dimensione totalizzante, che ci rende persone adulte e mature, testimoni in ogni ambito dell’amore di Dio. Così Eudes, ricordato anche per essere stato un apostolo della devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, decise di porre ogni proprio impegno in questo orizzonte. Nato nel 1601 a Ri, in Normandia, nel 1625 venne ordinato sacerdote per la Congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Nel suo ministero a Caen si dedicò ai malati di peste (ammalandosi anch’egli e guarendo) ma il suo autentico “carisma” si espresse nelle missioni parrocchiali. Nel 1643 fondò la Congregazione di Gesù e Maria per rispondere all’esigenza di offrire una valida formazione al clero e nel 1651 nacque la congregazione femminile: l’Ordine di Nostra Signora della Carità. Si dedicò anche a recuperare le ragazze dalla strada e fondò una Congregazione di religiose per dare loro assistenza, l’ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio». Fu autore di diverse opere, la più conosciuta delle quali è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio». Morì nel 1680 ed è stato proclamato santo nel 1925 da papa Pio XI. (Matteo Liut)
 
O Dio, che in modo mirabile
hai scelto il santo presbitero Giovanni [Eudes]
per far conoscere le insondabili ricchezze di Cristo,
concedi a noi, sul suo esempio e per il suo insegnamento,
di crescere nella tua conoscenza,
per vivere fedelmente nella luce del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 18 Agosto 2026
 
Martedì XX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ez 28,1-10; Salmo Responsoriale Dt 32,26-36; Matteo 19,23-30
 
L’orgoglio ed i suoi effetti - M. F. Lacan: - 1. «Odioso al Signore ed agli uomini» (Eccli 10, 7), l’orgoglio è altresì ridicolo nell’uomo «che è terra e cenere» (Eccli 10, 9). Vi sono forme più o meno gravi. C’è il vanitoso che pretende gli onori (Lc 14, 7; Mt 23, 6 s), che aspira alle grandezze, talvolta di ordine spirituale (Rom 12, 16. 3), che è geloso degli altri (Gal 5, 26); l’insolente dallo sguardo altero (Prov 6, 17; 21, 24); il ricco arrogante che ostenta il suo lusso (Am 6, 8) e che la ricchezza rende presuntuoso (Giac 4, 16; 1 Gv 2, 16); l’orgoglioso ipocrita che fa tutto per essere veduto ed il cui cuore è corrotto (Mt 23, 5. 25-28); il fariseo che confida nella sua pretesa giustizia e disprezza gli altri (Lc 18, 9-14). Infine, al vertice, c’è il superbo che, rigettando ogni dipendenza, pretende di essere uguale a Dio (Gen 3, 5; cfr. Fil 2, 6; Gv 5, 18); egli non ama i rimproveri (Prov 15, 12) ed ha in orrore l’umiltà (Eccli 13, 20); pecca sfrontatamente (Num 15, 30 s) e si fa beffe  dei servi e delle promesse di Dio (Sal 119, 51; 2 Piet 3, 3 s). Dio maledice l’orgoglioso e lo aborrisce (Sal 119, 21; Lc 16, 15); colui che l’orgoglio contamina (Mt 7, 22) è chiuso alla grazia (1 Piet 5, 5) ed alla fede (Gv 5, 44); cieco per colpa sua (Mt 23, 24; Gv 9, 39 ss), non può trovare la sapienza (Prov 14, 6) che lo chiama alla conversione (Prov 1, 22-28). Frequentandolo, si diventa simili a lui (Eccli 13, 1); perciò beato chi lo fugge (Sal 1, 1).
4. Il castigo degli orgogliosi. - Dio si fa beffe degli orgogliosi (Prov 3, 34) e dei potenti che pretendono di scuotere il suo giogo (Sal 2, 2 ss). Ascoltino la terribile satira del tiranno che marcisce senza sepoltura sul campo di battaglia dove ha fatto massacrare il suo popolo, lui che pretendeva di porre il suo trono sulle stelle, simile all’altissimo (Is 14, 3-20; Ez 28, 17 ss; 31). Gli imperi, come i loro tiranni, saranno abbattuti. Talvolta essi sono gli strumenti di Dio per castigare il suo popolo; ma Dio poi li castiga per l’orgoglio con cui hanno compiuto la loro missione; è il caso di Assur (Is 10, 12) e quello di Babilonia, abbattuta all’improvviso con un colpo inevitabile, imprevedibile (Is 47, 9. 11). Il popolo di Dio e la città santa di Gerusalemme il cui orgoglio si è dispiegato (Ger 13, 9; Ez 7, 10), saranno pure castigati nel giorno di Jahvè. «In quel giorno l’orgoglio dell’uomo sarà abbassato, la sua arroganza umiliata; Jahvè solo sarà esaltato!» (Is 2, 6-22). Jahvè renderà con usura agli orgogliosi ciò che è loro dovuto (Sal 31, 24). Essi, che si sono beffati dei giusti (Sap 5, 4; cfr. Le 16, 14), passeranno come un’ombra (Sap 5, 8-14). La loro elevazione non è che il preludio della loro rovina (Prov 16, 18; Tob 4, 13): «chi s’innalza sarà abbassato» (Mt 23, 12).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il brano, che condanna l’arroganza del sovrano di Tiro, cita la superbia del principe che si proclama dio, descrive la sua sapienza e ricchezza accumulatesi tramite i traffici e annuncia la sua caduta per mano di nazioni straniere.
Analisi e Significato del Passo - Il peccato di superbia: Tiro, ricca città commerciale inespugnabile, riflette nel suo sovrano l’arroganza di chi dimentica la propria natura mortale attribuendo il successo solo a se stesso.
L’ironia su Daniele: Il riferimento ironico alla sapienza di “Daniele” sottolinea la presunzione del sovrano di possedere una conoscenza assoluta.
La caduta e il giudizio: La punizione divina, descritta nei vv. 7-10, smaschera l’illusione del re, che morirà tragicamente “non circonciso” per mano di stranieri.
Lettura teologica e spirituale: Il brano è interpretato spesso anche come metafora della caduta di Lucifero, mosso dall’orgoglio di uguagliarsi a Dio.
 
Vangelo
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.
 
Il “tale”, che si era incontrato con Gesù, aveva rifiutato di mettersi alla sua sequela perché gli era stata posta una condizione radicale, prontamente rifiutata: «Se vuoi essere perftto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un teso nel cielo; e vieni! Seguimi!». Condizione rifiutata perché possedeva molte ricchezze (Mt 19,16-22).
Da qui, il tema del brano di oggi è “il pericolo delle ricchezze”. Per il sentire comune ricchezza e prosperità passavano come segni della benedizione divina. La ricchezza, quindi, in sé non è cattiva, ma lo diventa per il fascino malvagio che esercita sugli incauti. Il frutto amaro della “disonesta ricchezza” è l’avarizia, e ancora di più l’egoismo. L’egoismo è una sorta di cecità che impedisce di cogliere le necessità dei poveri, dei bisognosi (Lc 16,19-32).
L’avido che cade nella melma della ricchezza non entrerà nel regno di Dio. Ma Gesù fa intendere che quello che “impossibile agli uomini” a “Dio tutto è possibile”, anche salvare un peccatore impenitente (Lc 23,39-43).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,23-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».
 
Parola del Signore
 
Chiunque avrà lasciato case, o fratelli … Gesù non impone l’indigenza o di rompere con il nucleo familiare, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. L’evangelista Matteo ci suggerisce che la proposta fatta al giovane ricco andò a vuoto, cosicché sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni (Mt 10,17-22).
Ma rimangono sconcertati anche i discepoli. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cf. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8).
Pietro torna sul discorso. Vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso.
Gesù rispondendo - in verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni.
Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna. Lasciare case, fratelli… è il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
 
Per approfondire
 
Nei vangeli frequentemente si legge che i discepoli spesso rimangono molto stupiti alle parole di Gesù. E così per l’insegnamento sulla ricchezza. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cfr. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr. Fil 2,8).
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito... Pietro vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso. Gesù rispondendo - in verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni. Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna. È il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
 
La ricchezza nel Nuovo Testamento - Costante Brovetto: Il Nuovo Testamento, in cui dominano le preoccupazioni di salvezza, bolla ancor di più chi confida solo nella sua ricchezza, come si vede nelle invettive di Giacomo contro i ricchi pasciuti e la loro ricchezza imputridita (Gc 5,1-5). La parola di Gesù è sferzante: “Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione” (Lc 6,24). L’invettiva è in diretta opposizione con la beatitudine della povertà. Viene soprattutto bollato l’attaccamento che trasforma la ricchezza in idolo (mammona, cfr. Mt 6,24): “L’avarizia insaziabile è idolatria!” (Col 3,5); “Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Le 12,34); “Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli!” (Mt 19,23s.).
Per salvarsi è determinante la legge della carità: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35); “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Questa severa e incondizionata ingiunzione vale anzitutto nell’ordine spirituale. I primi cristiani, mettendo liberamente in comune tutti i beni (At 4,32), hanno indicato anche per il futuro la priorità della destinazione comunitaria dei beni rispetto alla proprietà privata. Con equilibrio la dottrina sociale della Chiesa dichiara “naturale” il diritto di proprietà privata, considerandolo fondamentale per l’autonomia e lo sviluppo della persona, ma con altrettanta forza ne rivendica la “naturale” funzione sociale. È riconosciuta positiva anche la funzione del profitto, indice del buon andamento economico. Ma la finalità ultima della ricchezza non può però essere di ordine quantitativo, bensì qualitativo. I cristiani auspicano uno stile di vita che permetta lo sviluppo della ricchezza su scala universale, evitando le concentrazioni parassitarie di essa e i guasti ecologici che ne possono derivare.
 
Catechismo degli Adulti [147] La preoccupazione del benessere va ridimensionata. Ci sono valori più importanti e decisivi che non il cibo e il vestito: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,26-33). Occorre certo seminare e mietere, filare e tessere, progettare e lavorare, ma senza ansia per il domani. Bisogna possedere senza essere posseduti, senza preferire il benessere alla solidarietà.
Il vangelo comanda di distribuire e mettere in circolazione i propri beni: «Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33). Condanna il possesso egoistico, che non tiene conto delle necessità altrui. Non chiede però di vivere nella miseria. Valore assoluto è la fraternità, non la povertà materiale. Lo conferma l’esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme, dove i credenti avevano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), mettevano le loro cose in comune e così «nessuno tra loro era bisognoso» (At 4,34).

Clemente Alessandrino, Il pedagogo, 3, 34,1-36,3: La ricchezza mi sembra simile a un serpente; quando non si sa come afferrarlo senza averne danno, lo si prende, per evitare il pericolo, in fondo alla coda: ma esso si avvinghia intorno alla mano e morde. Anche per le ricchezze vi è il pericolo che esse, a seconda che si trattino con perizia o senza perizia, si attorciglino, si aggrappino e mordano. Ma se qualcuno ne sa usare con saggezza e magnanimità, cantando linno incantatore del Verbo, dominerà la bestia e resterà illeso. Del resto, a quanto pare, non consideriamo abbastanza che è ricco solo chi possiede veri valori. Ma un vero valore non sono le gemme, non largento, non le vesti o la bellezza del corpo, ma la virtù Una ricchezza più grande non si dà. Vere ricchezze sono dunque la giustizia e la sapienza, più preziose di ogni tesoro; una ricchezza che non aumenta col possesso di animali e di terreni, ma viene donata da Dio; una ricchezza che non viene derubata - l’anima sola è il forziere in cui viene custodita -, un possesso che è il migliore per il suo possessore e che rende realmente felici gli uomini. Chi giunge al punto di non desiderare ciò che non è in nostro potere e di ottenere tutto ciò che desidera - perché con le sue preghiere ottiene da Dio ciò cui egli tende con animo santo - come non possiederà costui tutto, dato che possiede un tesoro che mai viene meno, cioè possiede Dio?
 
Testimoni di Cristo -  Santa Elena - La memoria da curare stando accanto ai bisognosi: Curare la memoria e i segni della fede, ma piegarsi sempre sulle ferite e sulle sofferenze dell’umanità: questa doppia attenzione è fondamentale per una testimonianza autorevole del Vangelo nel mondo, come ci ricorda la storia di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. L’esemplarità di questa donna sta prima di tutto nella sua capacità di farsi carico delle necessità di chi viveva ai margini. Uno stile che fu il cuore di tutta la sua eredità, la cui parte più manifesta fu la scoperta e la valorizzazione di molti luoghi legati alla storia terrena di Gesù. Flavia Giulia Elena era nata in Bitinia tra il 248 e il 250 e aveva sposato il tribuno Costanzo Cloro, ma nel 293 l’imperatore Diocleziano volle che il marito la ripudiasse. Il figlio, Costantino, divenne imperatore nel 306 ed Elena usò la sua posizione di prestigio per compiere opere di bene a favore dei bisognosi. Forse fu proprio grazie alla sua testimonianza che Costantino si convertì, dopo aver concesso libertà di culto ai cristiani nel 313.
Nel 326 Elena fece un pellegrinaggio in Terra Santa, dove cominciò anche un prezioso lavoro di salvaguardia dei luoghi santi. La tradizione dice che la Croce di Gesù fu trovata sotto ai suoi occhi. Elena, infine, che morì tra il 329 e il 330, s’impegnò anche per la costruzione delle Basiliche della Natività e dell’Ascensione. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 17 Agosto 2026
 
Lunedì XX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ez 24,15-24; Salmo Responsoriale Dt 32,18-21; Mt 19,16-22
 
Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo - A.  Vanhoye: Chi vuole approfittare della salvezza che Gesù apporta deve riconoscersi peccatore (1 Gv 1, 8) e rinunciare a far valere qualunque vantaggio personale, per non confidare che nella sua grazia (Fil 3, 7-11; 2 Cor 12, 9). Senza l’umiltà ed il distacco non si può seguire Gesù (Lc 9, 23 par.; 22, 26 s). Non tutti sono chiamati alle stesse forme di rinunzia effettiva (cfr. Mt 19, 11 s; Atti 5, 4), ma chi vuole avanzare verso la perfezione deve camminare generosamente in questa via; le parole rivolte al giovane ricco si impongono alla sua attenzione: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai ... e vieni, seguimi» (Mt 19, 21; cfr. Atti 4, 36 s).
Perfezione dell’amore. - La perfezione a cui sono chiamati i figli di Dio è quella dell’amore (Col 3, 14; Rom 13, 8-10). Nel passo di Lc parallelo a Mt 5, 48, invece di «perfetto» si legge «misericordioso» (Lc 6, 36), ed il contesto di Mt parla anch’esso di carità universale, di amore esteso perfino al nemico ed al persecutore. Certamente il cristiano deve guardarsi dal male (Mt 5, 29 s; 1 Piet l, 14 ss); ma, per rassomigliare al Padre suo (Mt 5, 45; Ef 5, 1 s), deve nello stesso tempo preoccuparsi del malvagio (cfr. Rom 5, 8), amare il Padre stesso e, a qualunque costo, «vincere il male col bene» (Rom 12, 21; 1 Piet 3, 9).
 Perfezione e progresso. - Questa generosità conquistatrice non si ritiene mai soddisfatta del risultato ottenuto. L’idea di progresso è ormai legata a quella di perfezione. I discepoli di Cristo devono sempre progredire, crescere nella conoscenza e nell’amore (Fil 1, 9), anche quando fanno parte della categoria dei cristiani formati (in greco «i perfetti»; 1 Cor 2, 6; 14, 20; cfr. Fil 3, 12. 15).
Perfezione alla parusia. - Essi non cessano di prepararsi per la venuta del loro Signore, sperando che Dio concederà loro di essere trovati irreprensibili in quel giorno (1 Tess 3, 12 s). Si preoccupano di rispondere al desiderio di Cristo, che è di vedersi presentare allora una Chiesa «tutta splendente...» (Ef 5, 27); dimenticando ciò che è già realizzato, essi si protendono quindi in avanti (cfr. Fil 3, 13), fino a «giungere tutti assieme... a costituire l’uomo perfetto, nella forza dell’età, che realizza la pienezza di Cristo» (Ef 4, 13).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo narra la morte della moglie di Ezechiele e l’ordine divino di non celebrare i riti funebri tradizionali. Il profeta deve agire come “segno” per il popolo: come lui non piange la perdita della moglie (“delizia dei suoi occhi”), così gli Israeliti non piangeranno la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Il dolore per la catastrofe e per le proprie colpe sarà paralizzante, bloccando ogni lamento esteriore.
Analisi e Significato Teologico: Il comando paradossale: Ezechiele deve violare le stringenti norme del lutto ebraico (pianto, cibi particolari) restando impassibile, “sospirando in silenzio”.
La moglie come simbolo del Tempio: La perdita personale del profeta prefigura la perdita nazionale: il Tempio di Gerusalemme, vanto del popolo, sta per essere distrutto.
Il motivo del mancato lutto: Quando Gerusalemme cadrà, i sopravvissuti non faranno lutto non per indifferenza, ma per lo shock, paralizzati dal dolore e dalla consapevolezza delle proprie iniquità.
Il profeta come “segno”: Ezechiele coinvolge il proprio corpo e gli affetti nel messaggio, rendendo tangibile il destino imminente del popolo.
 
Vangelo
Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.
 
Il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze: in ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù, nel rispondere al giovane, ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma della scelta non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cfr. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,16-22
 
In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
 
Parola del Signore
 
Il giovane notabile ricco - Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, probabilmente cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret (cfr. Mc 10,17).
A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono.
Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III).
La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate.
Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato.
La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore.
Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero.
Che fosse sincero lo si può intuire dalla nota di Marco: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò ...” (Mc 10,21).
Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem).
Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze.
È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto.
Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. La proposta addolora il giovane che sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni.
 
Per approfondire
 
Dio o il denaro - É. Beaucamp e J. Guillet: 1. La rivoluzione evangelica e la ricchezza.  - La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è brutale. Il «Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione» (Lc 6, 24) ha l’accento di una condanna assoluta. Questa assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini e delle maledizioni del discorso della montagna, le benedizioni e le maledizioni promesse dal Deuteronomio (in occasione della grandiosa scena di Sichem), a seconda che Israele sarà, oppure no, fedele alla legge (Deut 28). Qui la distanza tra il VT ed il NT è una delle maggiori. E questo perché il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto. Per acquistare la perla preziosa, il tesoro unico, occorre vendere tutto (Mt 13, 45 s), perché non si può servire due padroni (Mt 6, 24), ed il denaro è un padrone spietato: soffoca nel cupido la parola del vangelo (Mt 13, 22); fa dimenticare l’essenziale, la sovranità di Dio (Lc 12, 15-21); blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti (Mt 19, 21 s). È una legge assoluta, e che non pare ammettere né eccezioni né attenuazioni: «chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 33; cfr. 12, 33). Il ricco, che ha in questo mondo «i suoi beni» (Lc 16, 25) e «la sua consolazione» (6, 24), non può entrare nel regno; sarebbe «più facile ad un cammello passare attraverso la cruna di un ago» (Mt 19, 23 s par.). Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella (Is 61, 1 = Lc 4, 18; Lc 1, 53) e proprio facendosi povero per noi il Signore ha potuto arricchirci (2 Cor 8, 9) con la sua «insondabile ricchezza» (Ef 3, 8).
2. Dare ai poveri. - Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate, e proprio un ricco uomo di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba (Mt 27, 57). Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante, ma esige che la si distribuisca ai poveri (Mt 19, 21 par.; Lc 12, 33; 19, 8); facendosi degli amici con il «denaro disonesto» - quale fortuna infatti è, nel mondo, immune da ogni ingiustizia? - i ricchi possono quindi sperare che Dio aprirà loro la via difficile della salvezza (Lc 16, 9). Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un povero Lazzaro, ma che Lazzaro, «pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco» (Lc 16, 21), non ne ricevesse nulla. Il ricco è responsabile del povero; colui che serve Dio dà il suo denaro ai poveri, colui che serve Mammona lo conserva per appoggiarsi su di esso. Infine la vera ricchezza non è quella che si possiede, ma quella che si dà, perché questo dono chiama la generosità di Dio, unisce nel ringraziamento colui che dà e colui che riceve (2 Cor 9, 11) e permette al ricco di esperimentare anch’egli che c’è «più felicità nel dare che nel ricevere» (Atti 20, 35).
 
Veritatis splendor 8: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19,16), Dalla profondità del cuore sorge la domanda che il giovane ricco rivolge a Gesù di Nazaret, una domanda essenziale e ineludibile per la vita di ogni uomo: essa riguarda, infatti, il bene morale da praticare e la vita eterna.
L’interlocutore di Gesù intuisce che esiste una connessione tra il bene morale e il pieno compimento del proprio destino. Egli è un pio israelita, cresciuto per così dire all’ombra della Legge del Signore. Se pone questa domanda a Gesù, possiamo immaginare che non lo faccia perché ignora la risposta contenuta nella Legge. È più probabile che il fascino della persona di Gesù abbia fatto sorgere in lui nuovi interrogativi intorno al bene morale. Egli sente l’esigenza di confrontarsi con Colui che aveva iniziato la sua predicazione con questo nuovo e decisivo annuncio: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).
Occorre che l’uomo di oggi si volga nuovamente verso Cristo per avere da Lui la risposta su ciò che è bene e ciò che è male. Egli è il Maestro, il Risorto che ha in sé la vita e che è sempre presente nella sua Chiesa e nel mondo. È Lui che schiude ai fedeli il libro delle Scritture e, rivelando pienamente la volontà del Padre, insegna la verità sull’agire morale. Alla sorgente e al vertice dell’economia della salvezza, Alfa e Omega della storia umana (Cfr. Ap 1,8 Ap 21,6 Ap 22,13), Cristo rivela la condizione dell’uomo e la sua vocazione integrale. Per questo, “l’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve ‘appropriarsi’ ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso”.
Se vogliamo dunque penetrare nel cuore della morale evangelica e coglierne il contenuto profondo e immutabile, dobbiamo ricercare accuratamente il senso dell’interrogativo posto dal giovane ricco del Vangelo e, più ancora, il senso della risposta di Gesù, lasciandoci guidare da Lui. Gesù, infatti, con delicata attenzione pedagogica, risponde conducendo il giovane quasi per mano, passo dopo passo, verso la verità piena.
 
L’insegnamento della Legge - Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 12, 5: La legge aveva insegnato agli uomini la necessità di seguire Cristo. Lo mostrò chiaramente Cristo stesso al giovane che gli chiese cosa avrebbe dovuto fare per ereditare la vita eterna. Gli rispose infatti: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti”. Quegli chiese: “Quali?”, e il Signore soggiunse: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza; onora il padre e la madre, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,17ss). Proponeva così a tutti coloro che volevano seguirlo i comandamenti della legge come gradini di entrata alla vita: quello che diceva a uno, lo diceva a tutti. Il giovane rispose: “Ho fatto tutto ciò” - e forse non lo aveva fatto, che altrimenti non gli sarebbe stato detto: osserva i comandamenti -; allora il Signore, rinfacciandogli la sua cupidigia, gli disse: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai, dividilo tra i poveri, poi vieni e seguimi” (ib.). Con queste parole prometteva l’eredità degli apostoli a chi avesse fatto così, non annunciava certo a coloro che lo avessero seguito un altro padre, diverso da quello che era stato annunciato fin dall’inizio della legge, e neppure un altro figlio; ma insegnava a osservare i comandamenti imposti da Dio all’inizio, a liberarsi dall’antica cupidigia con le buone opere e a seguire Cristo. Che poi la distribuzione dei propri beni ai poveri liberi davvero dalla cupidigia, lo ha mostrato Zaccheo dicendo: “Ecco, do la metà dei miei beni ai poveri; se poi ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).
 
Testimoni di Cristo - Santa Chiara della Croce (Montefalco, Perugia, 1268 - Montefalco, 17 agosto 1308): Santa Chiara nacque a Montefalco (Perugia) nel 1268. A sei anni entrò nel reclusorio dove la sorella Giovanna viveva con alcune compagne in grande austerità di vita. Nel 1290 il reclusorio venne costituito in monastero con la Regola di sant’Agostino. Morta la sorella Giovanna il 22 novembre 1291, Chiara della Croce venne eletta superiora del monastero, ufficio che svolse fino alla morte avvenuta il 17 agosto 1308. Arricchita dei doni spirituali della scienza infusa e del discernimento, difese con passione l’ortodossia della fede contro insidiose deviazioni ereticali. Fu consigliera spirituale di persone anche influenti della chiesa e della società del tempo. La sua spiritualità si incentrò sulla meditazione della passione di Cristo e sulla devozione alla Croce. Dopo la sua morte le consorelle, premurose di conservare il suo corpo, le aprirono il cuore e vi trovarono impressi i segni della Passione. Il suo corpo è venerato nel santuario di Montefalco e custodito dalle monache agostiniane.
 
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.