28 Agosto 2026
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
1Cor 1,17-25; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Mt 24,42-51
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
Liturgia della Parola
I Lettura - I «confessionalismi» intendono manipolare - José Maria Gonzalez-Ruiz: Questi passi di Paolo formano come l’infrastruttura di qualsiasi teologia nel corso dei secoli. La «teologia» è un «parlare di Dio». Dio ha l’iniziativa; quindi ogni tentativo di assimilarla alla «gnosi», alla conoscenza razionale e verificabile dall’uomo, è apertamente sacrilego.
Paolo è duro nelle sue espressioni. Egli è stato mandato a «evangelizzare». Ora, l’evangelizzazione non è altro che la comunicazione d’una «parola» che è fuori del senso corrente della ragione e della forza.
La parola evangelica è una «parola della croce»; è un’impostazione che procede da un insuccesso riconosciuto, per il quale non si trova nessuna giustificazione razionale o scientifica. Questa «parola della croce», quando è comunicata a «coloro che sono sulle vie della perdizione», è presa come una «stoltezza», ma «per coloro che sono sulle vie della salvezza - per noi - è una forza di Dio».
Paolo parte sempre da una situazione esistenziale precedente l’evangelizzazione che viene di fuori: vi è chi è preparato volontariamente e chi non è preparato. L’evangelizzazione non ha in sé nessun argomento di giustificazione che possa e debba abbagliare l’evangelizzato. Costui è già previamente situato in un atteggiamento di fronte a Dio. Perché? Paolo non ne dà una spiegazione semplicemente perché non l’ha: è il «mistero».
Subito dopo, Paolo critica radicalmente ogni tentativo di teodicea compiuto tanto in ambito pagano come in ambito giudaico: né sapienti, né rabbini, né sofisti. La «sapienza del mondo» è stata confusa da Dio: gli uomini hanno preteso di essere essi quelli che prendevano l’iniziativa di cercare e trovare Dio, é hanno costruito una «teodicea» che, invece di essere una giustificazione di Dio, era una giustificazione dei loro progetti egoistici: dovevano incasellare Dio negli organigrammi della società umana, perché non li rovinasse con le sue sorprendenti e inattese teofanie.
La risposta di Dio all’orgoglio «religioso» dell’uomo è appunto la «parola della croce», la «evangelizzazione». Quindi, Paolo distingue finalmente la diversa posizione del teologo pagano e del teologo giudaico di fronte al fenomeno sconcertante dell’evangelizzazione.
I giudei «chiedono i miracoli»: essi, possessori d’una tradizione teologica venerabile, boicottano l’evangeliz-zazione col pretesto che Dio non si manifesta attraverso di essa. E per essi, la manifestazione di Dio dovrebbe avvenire attraverso segni prodigiosi. In questo modo cercano di tranquillizzare la loro coscienza di fronte al fenomeno inquietante del cristianesimo nascente. I pagani - i greci - «cercano la sapienza»: esigerebbero che il cristianesimo si presentasse nelle vesti di un’altissima filosofia, che potesse almeno competere degnamente con l’antica tradizione dei loro saggi. Ma gli apostoli non danno altro che questo: «Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani». Però, «per quelli che sono stati chiamati - siano essi giudei o greci - Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio».
Non vi è la possibilità di un razionalismo apologetico: l’uomo non si lascia vincere di fronte allo splendore di un’altissima teologia né di fronte ai bagliori di segni sorprendenti. L’uomo è già stato vinto in precedenza: prima è avvenuto il fenomeno gratuito della «vocazione divina», e solo più tardi vengono la teologia e i segni.
Così si spiegano i «capricci» di Dio, il quale «ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti e ciò che nel mondo è debole per confondere i forti». L’importante è che l’uomo non si presenti davanti a Dio «in atteggiamento orgoglioso». Dio non è un frutto dell’uomo; Dio è molto più in alto ed è sempre inafferrabile, In una parola, la realtà della comunità cristiana è «una iniziativa di Dio» e non la conseguenza di un’abile pianificazione pastorale dei soci fondatori del cristianesimo.
Tenendo conto di questo, ogni «confessionalismo» è un tentativo sacrilego di corrompere Dio con le nostre miserabili onorificenze per manipolarlo a nostro piacimento.
Vangelo
Ecco lo sposo! Andategli incontro!
A volte si cede al sonno per sfinimento, per stanchezza, ed è nel DNA dell’uomo. Così le cinque vergini sagge cedono al sonno, potrebbe essere una debolezza colpevole a motivo che erano in attesa dello sposo, ma non lo è: si chiudono i loro occhi, ma il cuore resta sveglio, vigile: è un cuore in attesa del suo sposo e non può addormentarsi. Così al grido Ecco lo sposo! Andategli incontro! prontamente balzano in piedi, e con le lampade accese entrano con le sposo alle nozze.
Le cinque stolte restano fuori, non soltanto il corpo ha ceduto al sonno, ma anche il cuore ha ceduto al sonno. Si era spento in esse l’olio dell’amore.
A volte l’uomo fa esperienza della stanchezza, il peccato esige la sua parte, tutto diventa scialbo, tutto sembra inutile, tutto, ma resta sempre accesa la lampada della fede, dell’umiltà, della consapevolezza dei propri limiti.
La risposta è pronta: Ti basta la mia grazia (2Cor 12,9), non avere paura, partecipa al banchetto delle nozze: hai confessato umilmente il tuo peccato, e hai pianto lacrime di amore, ti ho perdonato, e ora facciamo festa (Lc 15,11-32)
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
Parola del Signore.
Poiché lo sposo tardava ... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Le dieci vergini sono presentate con un aggettivo, cinque sono dette stolte, insensate, moraì; e cinque sagge, accorte, frónimoi.
L’aggettivo moròs, nella terminologia biblica, non indica soltanto lo sciocco, ma anche l’empio che è così insensato da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a negare l’esistenza di Dio. Ecco perché nella sacra Scrittura, il «concetto di stolto acquista il significato di empio, bestemmiatore [passi tipici sono: Sal 14,1 e 53,2; però anche Sal 74,18.22; Gb 2,10; Is 32,5s; cf. Sir 50,26]. Lo stolto si ribella a Dio, distrugge in pari tempo la comunità umana: fa mancare il necessario agli affamati [Is 32,6], accumula ricchezze ingiuste [Ger 17,11] e calunnia il suo prossimo [Sal 39,9]. Anche nella letteratura sapienziale posteriore, dove il concetto è meno duro, rimane il senso della colpevolezza» (J. Goetzmann). Se accettiamo anche questa sfumatura, allora le cinque vergini stolte della parabola non sono soltanto delle sempliciotte, o ragazzotte sprovvedute, ma veri e propri oppositori della legge divina; sono coloro che non entrano nel Regno di Dio a motivo della loro empietà e così l’accusa contro i farisei si fa più pesante: essi sono religiosi nelle parole, ma empi perché di fatto ribelli alla volontà divina, «dicono e non fanno» (Mt 23,3), e tanto stolti da respingere la proposta di salvezza che Dio fa loro nella persona del suo Figlio unigenito.
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.
Per approfondire
Marcel Didier (Vegliare in Dizionario di Teologia Biblica): Vegliare, in senso proprio, significa rinunziare al sonno della notte; lo si può fare per prolungare il proprio lavoro (Sap 6,15) o per evitare di essere sorpresi dal nemico (Sal 127,1s). Di qui un senso metaforico: vegliare significa essere vigilante, lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla meta prefissa (Prov 8, 34).
Per il credente la meta è d’essere pronto ad accogliere il Signore, quando verrà il suo giorno; per questo egli veglia ed è vigilante, per vivere nella notte senza essere della notte.
I. TENERSI PRONTI PER IL RITORNO DEL SIGNORE 1. Nei vangeli sinottici l’esortazione alla vigilanza è la raccomandazione principale che Gesù rivolge ai suoi discepoli a conclusione del discorso sui fini ultimi e sull’avvento del figlio dell’uomo (Mc 13,33-37). «Vegliate dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore verrà» (Mt 24,42). Per esprimere che il suo ritorno è imprevedibile, Gesù si serve di diversi paragoni e parabole che stanno all’origine dell’uso del verbo vegliare (astenersi dal dormire). La venuta del figlio dell’uomo sarà imprevista come quella di un ladro notturno (Mt 24,43s), come quella del padrone che rientra durante la notte senza avere preavvisato i suoi servi (Mc 13,35 s). Come il padre di famiglia prudente, oppure il buon servo, il cristiano non deve lasciarsi vincere dal sonno, deve vegliare, cioè stare in guardia e tenersi pronto per accogliere il Signore. La vigilanza caratterizza quindi l’atteggiamento del discepolo che spe
ra ed attende il ritorno di Gesù; consiste innanzitutto nell’essere sempre all’erta, e per ciò stesso esige il distacco dai piaceri e dai beni terreni (Lc 21,34 ss). Poiché l’ora della parusia è imprevedibile, bisogna prendere le proprie disposizioni per il caso che si faccia attendere: è l’insegnamento della parabola delle vergini (Mt 25,1-13).
2. Nelle prime lettere paoline, dominate dalla prospettiva escatologica, si trova l’eco dell’esortazione evangelica alla vigilanza, specialmente in 1Tess 5,1-7. «Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri» (5,5s). Il cristiano, essendosi convertito a Dio, è «figlio della luce», quindi deve rimanere sveglio e resistere alle tenebre, simbolo del male, altrimenti corre il rischio di essere sorpreso dalla parusia. Questo atteggiamento vigilante esige la sobrietà, cioè la rinuncia agli eccessi «notturni» ed a tutto ciò che può distrarre dall’attesa del Signore: esige nello stesso tempo che si indossi l’armatura spirituale: «rivestiamoci della fede e della carità come di corazza, e della speranza della salvezza come di elmo» (5,8). In una lettera posteriore S. Paolo, temendo che i cristiani abbandonino il loro fervore primitivo, li invita a risvegliarsi, ad uscire dal loro sonno ed a prepararsi per ricevere la salvezza definitiva (Rom 13,11-14).
3. Nell’Apocalisse il messaggio che il giudice della fine dei tempi rivolge alla comunità di Sardi è una esortazione pressante alla vigilanza (3,1ss), Questa Chiesa dimentica che Cristo deve ritornare; se non si risveglia, egli la sorprenderà come un ladro. Viceversa, beato «colui che veglia e conserva le sue vesti» (16,15); egli potrà partecipare al corteo trionfale del Signore.
Forse non sarà sufficiente per noi e per voi: “Così le vergini si alzarono e prepararono le loro lampade. Ma le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono (Mt 25,8). La loro verginità spirituale si stava esaurendo e spegnendo, poiché non avevano opere di devozione religiosa e di compassione. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi, andate piuttosto dai venditori e compratevene. Infatti nel giorno della risurrezione e del giudizio, per quanto uno possa essere ricco di opere sante, temerà sempre di non averne a sufficienza.” (Epifanio Latino, Interpretazione dei Vangeli 36).
Testimoni di Cristo - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.