29 Maggio 2026
Venerdì VIII Settimana T. O.
1Pt 4,7-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); Mc 11,11-25
[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. (Vangelo)
Tempio - Karl Pauritsch: Per Israele l’arca dell’alleanza era il luogo dove Dio era vicino, dove si rivelava. Quando essa fu collocata nel santo dei santi del tempio di Gerusalemme, questo assunse e il suo significato. Nel tempio abitava Dio (shekinah). Qui si rispondeva alla sua vicinanza esperimentata con celebrazioni di culto regolate. Il tempio era così anche un segno dell’elezione. In Sion, monte del tempio, si vedeva il centro del mondo. Il tempio costruito da Salomone a Gerusalemme, costituito dal vestibolo, dal Santo e dal Santo dei santi (1Re 6; Ez 40-42), era un tutt’uno col palazzo reale. Anche se per tutto il tempo della sua sussistenza costituì il santuario ufficiale, il centro religioso del popolo, la sua esistenza comportò sempre delle contraddizioni. A ragione si vedeva in esso il pericolo del sincretismo e una deviazione dalla fede pura in JHWH, quella dill tempo del deserto. JHWH non aveva bisogno di alcun luogo di culto (2Sam 7; Is 66,1s; At 7,48). La chiesa sperimenta in Gesù la vicinanza e la salvezza di Dio. Nel tempo escatologico la perfetta comunione d’amore con lui renderà superfluo un tempio specifico.
Liturgia della Parola
I Lettura: Benedikt Schwank (Prima Lettera di Pietro): La fine di tutte le cose è vicina: In genere, quando si parla della fine del mondo, ci si sente facilmente invadere da un senso di pusillanimità e di rassegnazione. Pietro parla della fine di ogni cosa come di un grande avvenimento al quale si fa incontro come al « premio della fede » (1, 9), tremando di timore, sì, ma anche di gioia. Anche le esortazioni precedenti erano state indirizzate alla comunità in vista di questa fine.
Tutta la lettera era caratterizzata da un motivo di fondo, che solo ora viene esplicitamente formulato: il tempo cristiano è tempo escatologico; i cristiani vivono nell’« ultima ora » (1 Gv. 2, 18). Già il termine « eletti » (1, 1) indirizzava in questo senso. Pietro può dire alle comunità, con tutta semplicità, che è iniziata quel l’epoca della storia dell’umanità che da molti era stata ardente mente attesa,Con ciò è vicino anche il grande giudizio.
Il che è motivo di seria riflessione (4, 17) e di gioia al tempo stesso (1, 6; 4, 13), poiché il giudizio non consiste soltanto nell’atto negativo del condannare, ma anche in quello positivo del ristabilire il giusto ordine voluto da Dio. Il cristiano durante la sua vita terrena aspetta il Signore come si attende un regnante che deve realizzare il suo ingresso trionfale in una città per fare giustizia. Il corteo regale si avvicina sempre più. Anche Pietro potrebbe dirci con Giacomo: « Pazientate anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina! » (Giac. 5, 8).
Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera: È necessario quindi stabilire sin d’ora contatti col mondo dell’al di là, al quale ci avviciniamo sempre di più. La preghiera si fa perciò sempre più importante. Ora però non si tratta di pregare per mantenersi assennati e sobri fino al giorno del giudizio, ma, al contrario, di essere assennati e vigilanti per poter pregare bene. Ogni preghiera, non ultima quella liturgica della comunità, richiede preparazione, perché sia fatta bene. Si parla qui di due modi di prepararsi ad essa, che possono essere completati da un terzo. In primo luogo si accenna a quel silenzio interiore che permette all’uomo di formulare pensieri chiari e presuppone salute spirituale e morale. Un’altra cosa importante per pregare bene è la forza che l’anima acquista con la continenza e la sobrietà di cui si è già parlato (1, 13). Più avanti, per lo stato di lotta in cui viviamo, ci sarà ripetuto: « Siate temperanti! Vigilate! » (5, 8). E con ciò si giunge alla terza condizione per pregare bene: l’essere spiritualmente vigilanti. Soltanto chi è sobrio riuscirà ad essere spiritualmente vigilante. Per questo, nell’insegnamento degli apostoli sobrietà e vigilanza sono strettamente connesse.
Paolo esorta: « Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo temperanti » (1 Tess. 5, 6). Saggezza, sobrietà e vigilanza caratterizzano la figura del cristiano che prega, Sono quelle qualità che Gesù descrisse così vivamente alla folle con le parabola delle dieci vergini (cf. Mt, 23, 119) e degli uomini che attendono lo sposo con i fianchi cinti e le lampade accese (cf. Lc 12, 39.34),
Vangelo
La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni. Abbiate fede in Dio!
Il fico che non porta frutto simboleggia Israele, ma anche ogni cristiano che arido nelle opere rimane senza frutti per la vita eterna. Israele non è più la fonte di salvezza per gli uomini, il regno di Dio è aperto a tutti i popoli. Con questo racconto Marco vuol affermare l’universalità della casa di Dio.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 11,11-25
[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fama. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispondono loro Gesù: «Abbiate fede in Dio!
In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».
Parola del Signore.
L’aspirazione al potere distrugge la testimonianza della fede - José Maria-González-Ruiz (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): In primo luogo abbiamo davanti a noi una parabola sceneggiata, come avviene spesso nelle profezie dell’AT. È quindi inutile chiedersi se si tratta d’un fatto reale o della sceneggiatura di una semplice parabola, né è necessario giustificare alcune contraddizioni del racconto. L’unica cosa da cercare è il messaggio inteso dall’evangelista.
È chiaro che questa maledizione, storica o no, deve avere almeno un significato simbolico e far pensare a Israele (cf Ger 8,13; Gio 1,7; Ez 17,24; Mic 7,1; Os 9,10.16). Anzi la parabola sceneggiata costituisce un’opportuna introduzione al racconto seguente, nel quale Gesù si presenta paradossalmente come il profeta geloso del tempio, del quale aveva profetizzato la distruzione.
Per comprendere questo singolare episodio dell’atteggiamento violento di Gesù nel tempio è necessario analizzare attentamente i suoi gesti e le sue parole. Il gesto iniziale è quello di scacciare «quelli che vendevano e compravano nel tempio». Poi «rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe», e in fine «non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio». Di qui si deduce che oggetto dell’ira di Gesù era la trasformazione del tempio in mercato. È difficile determinare i motivi precisi della scelta, cioè, perché i venditori di colombe, ecc. Nell’animo dell’evangelista non ci doveva essere alcun motivo di discriminazione.
L’intervento di Gesù non può essere inteso se non dopo aver letto il capitolo 56 di Isaia e il capitolo 7 di Geremia, che Gesù cita esplicitamente. Nel capitolo 56 di Isaia è presentato un aspetto universale del giudaismo: non si tratta più d’una religione destinata a un’elite biogeografica, ma di portata universale al di sopra di ogni discriminazione di razza, di cultura o di geografia. Quindi l’accesso al monte santo non sarà controllato dai doganieri israeliti che potranno, a volte, consentire a un buon «proselito» (pagano) l’ingresso nel tempio. Per contrasto la realtà contemplata dal profeta era molto diversa: l’egoismo mercantile trascinava i pastori ad azioni vergognose, per le quali rinunziavano al compito superiore della religione che essi rappresentavano e che custodivano.
Geremia parla di coloro che, dopo aver praticato un culto idolatrico, si rifugiano nel tempio di Gerusalemme, pensando di poter avere in questo modo un passaporto di cittadino di prima classe, superiore a ogni sospetto.
Alla luce di questi precedenti, l’episodio si inscrive nell’infedeltà del popolo eletto e nella sua rinunzia a dare alla propria religione un respiro universale. Come Isaia e Geremia, Gesù abbina l’orgoglio religioso con la sordida attività mercantile. I pastori religiosi d’Israele rinunziavano ad aprire il tempio di Dio ai non israeliti, sfruttando così l’orgoglio nazionale giudaico; invece d’offrire Dio gratuitamente a tutti i popoli del mondo, essi si servivano di Dio per scopi mercantili, sfruttando l’ingenuità della povera gente.
Dopo la pulizia fatta nel tempio, l’evangelista riprende il tema del fico sterile, cercando di offrire un’interpretazione della parabola: perché Israele è divenuto sterile? Chiudersi nel proprio orgoglio e nella propria ambizione: queste erano le ragioni della sterilità e della siccità. Secondo i vecchi profeti, il tempio di Gerusalemme sarebbe stato il luogo d’incontro per i credenti di tutto il mondo, ma questo non era avvenuto. Israele aveva perduto la fecondità religiosa alla quale era destinato nel disegno di Dio.
Come si spiega questa sterilità d’Israele? La risposta è questa: Israele non ha più fede. Certo, credere che quel piccolo popolo, dominato dalla superpotenza romana, potesse offrire al mondo intero un messaggio religioso senza l’aiuto delle armi o di altri mezzi bellici e diplomatici era come credere che, al semplice gesto d’un uomo, un monte potesse sollevarsi e buttarsi nel mare. Ma la fede è appunto questo; la fede non è ragionevole
Non crediamo che Gesù, con questa frase, intenda garantire l’automatismo d’una certa magia, data l’estrema attenzione con cui l’evangelista cerca di eliminarne persino l’apparenza; ma certamente Gesù vuole far risaltare la necessità primordiale della fede. Egli contrappone la «casa di preghiera» alla «spelonca di ladri». Forse che in quel tempio non si pregava? Sì, ma allo stesso tempo si sfruttava il prossimo invece di amarlo e servirlo. Perché la preghiera possa ottenere i risultati sorprendenti della fede, è necessario che prima si perdonino i nemici; altrimenti la preghiera non sarà ascoltata.
Israele aveva perso la fecondità religiosa, perché sfruttando la povera gente nel tempio di Dio non amava più l’umanità e, per conseguenza, non poteva correre la meravigliosa avventura della preghiera e della fede.
Per approfondire
Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il vangelo di Marco): L’azione simbolica di epurazione compiuta da Gesù non si può ridurre ad un attacco contro la gestione amministrativa del Tempio, ma interessa tutti i «frequentatori» di tutte le epoche. Né può essere interpretata come una semplice riforma liturgica con la denuncia di qualche abuso.
Il suo gesto è anche un «segno premonitore del futuro».
«Gesù purifica il santuario per il Regno di Dio che viene» (G. Bornkamm).
«Il vero tempio sarà la comunità escatologica» (R. Schnackenburg), aperta a tutti i popoli.
Occorre, però evitare due eccessi opposti nell’interpretazione della purificazione del Tempio.
Gesù, per usare un linguaggio oggi di moda, non ha inteso desacralizzare o decultualizzare, ma neppure sacralizzare. Non ha abolito il Tempio e le sue liturgie in nome di un culto puramente spirituale che renderebbe inutile ogni manifestazione esteriore, e che potrebbe essere sostituito da opere di carità e da un impegno sociale. Il Tempio ha una sua validità e deve continuare ad essere frequentato, sia pure in altro modo, con altro spirito. Ma Gesù non ha inteso neppure «sacralizzare» il Tempio, riducendolo a uno spazio rigorosamente riservato, protetto, circondato da un recinto, una specie di cordone sanitario spirituale. Gesù non ha voluto innalzare uno steccato che mettesse il Tempio al riparo dalla vita quotidiana e non lo lasciasse contaminare dal mondo profano. Come ha precisato R. Schnackenburg, «si tratta di un modo nuovo e diverso di adorare Dio, di una conversione morale, del compimento della volontà divina nella vita personale e sociale ...».
Da questo momento, non è più concepibile un culto di Dio staccato dalla vita in mezzo al mondo e dal servizio agli uomini. Si richiede un nuovo modo di pregare mediante un immediato e fiducioso rapporto con il “Padre”, un’adorazione a Dio in “spirito e verità”. Un vero culto di Dio cui devono condurre la preghiera e il canto, la liturgia della Parola e la celebrazione dell’Eucarestia, consiste nella vita cristiana, nella testimonianza dell’amore, nella rinuncia ai propri egoismi. Condurre la propria esistenza materiale come “un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” è il culto spirituale che si esige dai cristiani, una liturgia della vita d’ogni giorno in mezzo al mondo.
Gesù ha liberato il Tempio dalle ipoteche di coloro che lo utilizzavano per i propri interessi egoistici e anche dalle pastoie di una concezione troppo gretta e formalistica della religiosità in cui si annidavano considerazioni non certo conformi alla volontà di Dio, non per sottrarlo alla vita e confinarlo in una zona «neutra», ma al contrario per restituirlo alla vita.
L’epurazione compiuta riguarda gli elementi che non si conciliano con la santità di Dio, non certo tutto ciò che riguarda la vita concreta degli uomini. Un culto, per essere sincero e autentico, ha sempre bisogno della vita all’insegna della serietà. L’adorazione a Dio deve tradursi in un’urgenza di amore verso il prossimo.
Abbiate fede … - J. Duplacy: Credere significa innanzitutto accogliere la predicazione dei testimoni, il vangelo (Atti 15,7; 1Cor 15,2), la parola (Atti 2,41; Rom 10,17; 1Piet 2,8), confessando Gesù come Signore (1Cor 12,3; Rom 10,9; cfr. 1Gv 2,22). Questo messaggio iniziale, trasmesso come una tradizione (1Cor 15,1-3), potrà arricchirsi e precisarsi in un insegnamento (1Tim 4,6; 2Tim 4,1-5): questa parola umana sarà sempre, per la fede, la parola stessa di Dio (1Tess 2,13). Riceverla, vuol dire per il pagano abbandonare gli idoli e rivolgersi al Dio vivo e vero (1Tess 1,8ss), significa per tutti riconoscere che il Signore Gesù porta a compimento il disegno di Dio (Atti 5,14; 13,27- 37; cfr. 1Gv 2,24). Significa, ricevendo il battesimo, confessare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (Mt 28,19). Questa fede, come constaterà Paolo, apre all’intelligenza «i tesori di sapienza e di scienza» che sono in Cristo (Col 2,3): la sapienza stessa di Dio rivelata dallo Spirito (1Cor 2), così diversa dalla sapienza umana (1Cor 1,17-31; cfr. Giac 2,1-5; 3,13-18; cfr. Is 29,14) e la conoscenza di Cristo e del suo amore (Fil 3,8; Ef 3,19; cfr. 1Gv 3,16).
La fede e la vita del battezzato. - Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposizione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all’insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2,41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1Cor 1,18): la fede si manifesta nell’obbedienza a questo disegno (Atti 6,7; 2Tess 1,8). Si dispiega nell’attività (1Tess 1,3; Giac 1,21s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6,2; Rom 8,2; Giac 1,25; 2,12); agisce per mezzo dell’amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26). Si conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull’esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in colui «nel quale ha creduto» (2Tim 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, che separa coloro i quali si perdono - l’eretico, per esempio (Tito 3,10) - da coloro che sono salvati (2Tess 1,3-10; 1Piet 2,7s; Mc 16,16).
Abbiate fede in Dio: “Non soltanto noi, che di Cristo portiamo il nome, viviamo la fede. Tutti gli uomini, anche estranei alla Chiesa, possiedono qualcosa di simile alla fede. Vincolo di fede chiamiamo il patto che unisce nelle nozze persone estranee l’una all’altra; sulla fede si fonda anche l’agricoltore fiducioso di raccogliere i frutti, perché nessuno senza fiducia s’assoggetterebbe a fatiche. Per fede gli uomini solcano il mare affidandosi con fiducia a un piccolo legno ... Sulla fede insomma si fonda la maggior parte delle imprese umane; tutti credono a dei principi. La lettura di oggi vi ha però chiamato alla vera fede, e vi ha indicato la via che dovete anche voi seguire per piacere a Dio. Per Daniele, come leggiamo, la fede chiuse la bocca ai leoni [Dn 6,23]. «Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» [Ef 6,16] ... La fede dà all’uomo tanta forza da farlo camminare sulle onde [Mt 14,29]. Per il paralitico di Cafarnao ebbero fede quelli che lo portarono e calarono per il tetto [Mt 9,2]. La fede delle sorelle di Lazzaro ebbe tanto potere, che richiamò il morto dalle porte degli inferi [Gv 11] ... Questa fede data gratuitamente dallo Spirito supera tutte le forze umane, per cui chi la possiede può dire a questo monte: «Spostati da qui a lì», ed esso si sposterà” (San Cirillo di Gerusalemme).
Testimoni di Cristo - San Paolo VI: Il Papa del Concilio e della Chiesa aperta: Una Chiesa che è casa di Dio in mezzo agli uomini, con la porta sempre aperta, pronta ad accogliere, e le finestre spalancate per far entrare la luce del Vangelo. Potrebbe essere descritto così il progetto di san Giovanni Battista Montini, papa Paolo VI, pastore nel mondo e per il mondo. Nato a Concesio (Brescia) nel 1897, fu ordinato sacerdote il 29 maggio 1920 e venne destinato alla carriera diplomatica, assumendo diversi incarichi di rilievo nella Curia Romana. Fu assistente ecclesiastico degli universitari cattolici. Entrò a Milano da arcivescovo il 6 gennaio 1955 e venne creato cardinale da Giovanni XXIII nel 1958. Il 21 giugno 1963 venne eletto Papa, annunciando da subito che avrebbe portato avanti il Concilio ecumenico Vaticano II. Si adoperò per applicarne poi le decisioni e dare forma alla Chiesa del post-concilio. Pubblicò il rinnovato Messale Romano; fu attivo nell’impegno ecumenico; compì nove viaggi apostolici fuori dall’Italia; affrontò le contestazioni con carità e fermezza. Morì nella residenza pontificia di Castel Gandolfo il 6 agosto 1978. È santo del 2018. (Matteo Liut)
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.