9 Settembre 2026
 
Mercoledì XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 7,25-31; Salmo Responsoriale Dal Salmo 44 (45); Lc 6,20-26
 
 
Pedro Claver Corberó, nato a Verdù, in Catalogna (Spagna), il 25 giugno 1581, non proveniva da una famiglia nobile. Fece il noviziato a Tarragona, gli studi filosofici a Palma di Maiorca e iniziò quelli teologici a Barcellona. Non li aveva ancora terminati, quando venne destinato alla missione di Nuova Granada, come allora veniva chiamata l’attuale Colombia.
Il giovane sbarcò a Cartagena nel 1610 e venne ordinato sacerdote nel 1616, nella missione dove per 44 anni operò tra gli schiavi afroamericani, in un periodo in cui ferveva la tratta.
Educato alla scuola del missionario Alfonso de Sandoval, con un voto, Pietro si rese schiavo dei negri per sempre, “Aethiopum semper servus”, giacché all’epoca tutti i neri venivano chiamati etiopi. Le coste dove a migliaia venivano riversate persone, strappate senza alcun riguardo alla propria vita e alla propria terra, divennero per il giovane gesuita campo di apostolato.
Ogni mese, quando veniva segnalato l’arrivo di nuovi schiavi, stipati nelle navi, Pietro Claver usciva in mare con il suo battello per incontrarli, portando loro cibo, soccorso e conforto. Svegliava in ciascuno il senso della propria dignità umana, portava alla fede i non battezzati, elevava tutti alla conoscenza e alla pratica delle virtù evangeliche. Curava le loro ferite, per sfamarli e vestirli chiedeva l’elemosina a tutte le porte, per istruirli aveva appreso la lingua degli angolani e per le altre si era equipaggiato con un gruppo di 18 interpreti.
Per la sua opera instancabile, fu accusato di incauto zelo e di avere profanato i sacramenti, dandoli a creature che “a malapena possedevano un’anima”.
Nel 1650 si ammalò di peste: sopravvisse, ma per il resto della vita non poté più lavorare. Gli ultimi quattro anni della sua esistenza terrena, egli li trascorse immobilizzato nell’infermeria del convento. L’uomo che era stato l’anima della città, padre dei poveri e consolatore di tante sventure, venne completamente dimenticato da tutti, trascorrendo il tempo nella preghiera. Pietro Claver si spense l’8 settembre 1654.
Fu innalzato agli onori degli altari il 16 luglio 1850 dal beato Pio IX e canonizzato il 15 gennaio 1888 da Leone XIII, insieme con Alfonso Rodriguez. Il 7 luglio 1896 fu proclamato patrono di tutte le missioni cattoliche tra i neri.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: In 1 Corinzi 7,25-31, l'apostolo Paolo consiglia di mantenere la propria condizione di vita a causa delle “presenti difficoltà” e perché “il tempo si è fatto breve”, invitando a vivere le realtà terrene con il giusto distacco in vista del ritorno di Cristo.
Il valore relativo delle cose terrene - Il consiglio sulla condizione: Paolo chiarisce di non avere un comando diretto da parte del Signore sul tema delle vergini, ma offre il suo parere di uomo che gode di misericordia e fiducia. Suggerisce che, viste le difficoltà del momento (l'imminente avversità), conviene rimanere nello stato in cui ci si trova, sia esso legato a una donna o liberi.
Matrimonio e libertà: Sposarsi non rappresenta un peccato, ma comporta inevitabili tribolazioni materiali che Paolo vorrebbe evitare ai credenti.
La prospettiva escatologica: Il fulcro del brano è l'affermazione “il tempo si è fatto breve”. Paolo usa paradossi forti (chi ha moglie viva come se non l'avesse, chi piange come se non piangesse) per spiegare che nulla al mondo - gioie, dolori o beni materiali - deve essere assolutizzato. Tutto va vissuto nella consapevolezza della fugacità del mondo presente e in attesa del Signore.
 
Vangelo
Beati i poveri. Guai a voi, ricchi.
 
Luca riporta quattro beatitudini e le fa seguire da quattro maledizioni antitetiche, contrapposte alle beatitudini. A differenza di Matteo, Luca rifugge dal dare alle beatitudini una connotazione spirituale. Essendo il premio fissato nella vita ultraterrena, l’uomo deve stare sempre saldo nella fede confidando nella promessa di Dio, come Abramo, il quale «credette, stando saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rom 4,18).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,20-26
 
In quel tempo, Gesù, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri,
perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame,
perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete,
perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi,
perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi,
perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete,
perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
 
Parola del Signore.
 
Beati - La pericope lucana delle Beatitudini è presente anche nel vangelo di Matteo (Cf. 5,1-12), ma con nette divergenze.
Luca, a differenza di Matteo, fa scendere Gesù in un luogo pianeggiante, una possibile allusione alla discesa di Mosè dal monte Sinai per comunicare al popolo d’Israele la parola di Dio (Cf. Es 19; 32; 34).
Mentre in Matteo (Cf. 5,1) Gesù rivolge il discorso alla folla, in Luca lo indirizza ai discepoli, a quanti cioè hanno già fatto una scelta, ponendosi alla sua sequela. Si doveva «trattare di credenti che vivevano in situazioni di povertà materiale e di oppressione, come testimoniano le maledizioni rivolte agli oppressori. Ebbene Luca dice: proprio loro si devono considerare beati e felici» (G. BE).
Inoltre, il testo lucano contiene quattro beatitudini, a differenza delle otto riportate da Matteo, e quattro guai. Questa opposizione, beati-guai, che ricorda le due vie «Vita e bene, morte e male» (Cf. Dt 30,15-20), mette il discepolo di fronte a una radicale scelta a cui seguono precise conseguenze: o la benedizione o la maledizione (Cf. Mt 12,30).
La concisione della pericope può attestare che probabilmente Luca, a differenza di Matteo, descrive l’insegnamento di Gesù in una forma che verosimilmente è molto più vicina allo stile del Maestro.
Anche per quanto riguarda il messaggio i due evangelisti si diversificano. Mentre Matteo «compone le beatitudini in vista soprattutto di una catechesi che vuole descrivere le condizioni etiche per entrare nel regno dei cieli, Luca considera piuttosto la situazione del mondo nel quale la Chiesa si trova a vivere: il punto di vista sociale sta per Luca in primo piano [Cf. beati voi poveri]. Anche l’opposizione tra adesso dei vv. 21 e 25, che indica appunto un’epoca storica ben determinata, e in quel giorno del v. 23, oltre ai futuri, è degna di essere sottolineata: essa infatti mette in grande rilievo il carattere messianico ed escatologico delle beatitudini-maledizioni per Luca» (Carlo Ghidelli).
Le beatitudini lucane sono simmetriche alle condanne o guai: da una parte i poveri, dall’altra i ricchi; da una parte quelli che piangono, dall’altra i gaudenti, ecc. I poveri, a cui allude Luca, sono coloro ai quali è destinata la buona novella della liberazione, dell’anno di grazia, del perdono (Cf. Is 61,1; Lc 4,14ss). Essi, insieme agli storpi, agli zoppi, ai ciechi, ecc., sono i veri privilegiati di Dio.
Il povero «è caratterizzato non solo da uno stato d’indigenza o di afflizione ma soprattutto dall’umile consapevolezza di poter confidare in Dio, da una insoddisfazione nei confronti dei beni del mondo, dalla tristezza a causa delle miserie proprie e degli uomini, per cui orienta tutte le sue attese verso Dio. In questo senso i poveri si oppongono ai sazi, a coloro che si sentono contenti di se stessi, autosufficienti e paghi dei loro attuali godimenti» (P. Rosario Scognamiglio).
I guai rivolti ai ricchi non devono fare pensare a una condanna tout court della ricchezza. Per il mondo biblico, la ricchezza è semplicemente un dono di Dio (Cf. Gn 31,5-9; Dt 28,3-7) e nella letteratu­ra sapienziale a volte è lodata. Infatti, grandi sono i vantaggi che la ricchezza porta con sé: amicizie (Pro 14,20; 19,4), onore (Sir 10,30), pace (Sir 44,6), una vita beata e piena di sicurezza (Pro 10,5; 18,11.16; Sir 31,8.11), possibilità di praticare l’elemosina (Tb 12,8). Le condanne sono rivolte ai ricchi avari, rapaci e senza scrupoli nei loro affari.
La condanna è per chi idolatra la ricchezza ponendola al posto di Dio. E in questo senso, va compreso l’insegnamento di Paolo: «... Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti» (1Tm 6,10).
Nelle parole di Gesù si viene ad evidenziare così un conflitto tra il discepolo, il credente, il quale pone la sua fiducia unicamente in Dio, e l’empio, il miscredente, colui che ha posto la speranza nei beni caduchi e transitori, come il denaro, il piacere. Nelle Beatitudini, ancora una volta, emerge il modo di agire di Dio che stride formalmente e sostanzialmente con l’agire del mondo: l’uomo è beato non a motivo di una felice sorte, ma a motivo di una cattiva sorte quale la povertà, la persecuzione, il dolore.
Ma tutto sopportato per Cristo e il suo regno, altrimenti si scivolerebbe in un dolorismo inutile.
 
Per approfondire
 
Gesù e i poveri - Roberto Tufariello (Povero in Schede Bibliche Pastorali, Vol VI): Spesso il Vangelo ci mostra i poveri attorno a Gesù. Si tratta di mendicanti, di infermi, di vedove... che si rivolgono a lui. A loro riguardo, Gesù in primo luogo ha ripreso l’insegnamento tradizionale sul dovere di assistenza ai poveri. Egli stesso pratica l’elemosina (Gv 13,29) e vede in essa un’opera tipica della «giustizia» (Mt 6,1-4); la loda nella povera vedova del tempio (Mc 12,41-44) e in Zaccheo (Lc19,8-9); la raccomanda ai suoi discepoli (Mc 10,21; Lc 11,41; 12,33; 16,9; Cf. 14,13.21).
Al di là del dovere di assistenza, Gesù ha dato alla povertà effettiva un altro valore. Sapendo che ci saranno sempre dei poveri sulla terra (Mc 14,7; Mt 26,11; Cf. Dt 15,11), ha insegnato a vedere in essi un sacramento della propria presenza: attraverso i diversi volti della povertà, noi giungiamo misteriosamente a lui. Nell’evocazione dell’ultimo giudizio, ha anticipato ciò che sarà detto a ognuno di noi, in base al comportamento che avremo tenuto nei riguardi dei poveri: ciò che avremo fatto a un piccolo, a un bisognoso, lo avremo fatto a lui (Mt 25,34-40).
Questo testo indica la grande dignità dei poveri, destinati ad essere un segno perenne della presenza del Signore, il quale nell’incarnazione, nella vita pubblica, nella passione ha voluto assumere la povertà, la sofferenza e l’insuccesso per dare loro un senso nuovo.
La beatitudine dei poveri - Abbiamo due versioni di questa beatitudine, ambientata nel discorso del monte: quella lucana, caratterizzata dal discorso diretto e dalla menzione dei poveri senza alcuna aggiunta: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Lc 6,20).
In altre parole: mi congratulo con voi che versate in situazione obiettiva di disagio, miseria, oppressione, distretta, perché Dio sta per diventare re, difensore e protettore vostro. Si tratta di una proclamazione messianica di gioia, per l’imminente intervento regale e liberatore di Dio.
La versione di Matteo invece si caratterizza per il discorso in terza persona e soprattutto per la precisazione dei destinatari: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). La beatitudine viene così spiritualizzata: beneficiari sono quanti realizzano la virtù della povertà spirituale, cioè dell’umiltà: essere curvi da­vanti a Dio. A loro è promesso l’ingresso nel regno finale di Dio.
La dimensione messianica della beatitu­dine dei poveri, presente a livello di Gesù di Nazaret, emerge di nuovo nel detto testi­moniato da Mt 11,6 e Lc 7,23, in cui rispondendo alla delegazione del Battista, Gesù rimanda ai segni da lui compiuti, segni messianici preannunciati da Isaia: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi vengono mondati, i sordi odono, i morti risuscitano; il tutto sintetizzato nel lieto annuncio proclamato ai poveri: «Ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5; Lc 1,11). Il Vangelo (euaggelizesthai) proclamato da Gesù ha quali destinatari e beneficiari i poveri, intesi come persone bisognose, che l’intervento di grazia di Dio, mediato da Gesù, toglie dal bisogno e dalla miseria, in concreto dalla cecità, dall’essere storpio, dalla lebbra, dalla sordità, dalla morte.
Analogo è il pronunciamento profetico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, all’inizio della sua missione. Dopo aver letto il brano isaiano: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’un­zione e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19), afferma: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21).
In breve, il messaggio di gioia proclamato ai poveri non consiste in una parola consolatoria, destinata a rafforzare la rassegnazione, ma in un’azione efficace di liberazione e di giustizia resa a coloro che giustizia non hanno.
 
La cupidigia di ricchezze è insaziabile - Basilio di Cesarea, Adversus divites, 5: Tu chiami te stesso povero, ed io son d’accordo. Povero infatti, è colui che ha bisogno di molte cose. Tuttavia, non è altro che l’insaziabile cupidigia a rendervi tali. A dieci talenti cerchi di aggiungerne altri dieci; diventati venti, ne vuoi altrettanti e ciò che tu ammassi, lungi dal calmare il tuo appetito, lo stimola ancor di più. Infatti, come per gli ubriaconi il continuare a ingerire vino costituisce uno stimolo al bere, parimenti le persone che si arricchiscono, dopo aver messo insieme delle ricchezze, ne desiderano ardentemente delle altre ancora, in tal modo, continuando sempre a nutrirsi, aggravano la loro malattia ed il loro desiderio ottiene l’effetto contrario a quello auspicato. Le ricchezze materiali, infatti, anche quando siano abbondanti, non rallegrano tanto i loro detentori quanto invece li rattristano le cose di cui son privi, quelle, cioè, di cui essi ritengono di avere bisogno. Così il loro animo è costantemente tormentato dalle preoccupazioni, poiché si danno da fare per raccogliere profitti sempre maggiori.
E al posto di essere lieti e di pensare che sono meglio piazzati rispetto a molti altri, sono abbattuti e tristi poiché sono messi in ombra da questa o da quest’altra persona più ricca. Una volta però che abbiano raggiunto anche quest’ultima, subito si dan da fare per diventare pari ad un’altra più ricca ancora salvo poi, eguagliata questa, puntare su di un’altra la loro cupidigia. Come coloro che salgono delle scale, con il piede sempre proteso verso il gradino superiore, non trovano pace prima di aver guadagnato la cima; similmente anche costoro non cessano di aspirare alla potenza, fino a quando, pervenuti alla vetta, non precipitino con una lunga caduta.
A beneficio degli uomini il Creatore di tutte le cose stabilì che l’uccello seleucide fosse insaziabile; tu, invece, è a danno di molti che hai reso insaziabile l’anima tua. Tutto ciò che l’occhio vede, l’avaro lo desidera grandemente. “L’occhio non si sazierà di vedere” (Qo 1,8), né l’avaro si sazierà di arraffare. L’inferno non ha mai detto: Basta; e l’avaro neppure ha mai detto: Basta (cf. Pr 27,20; 30,16). Quando dunque potrai servirti delle ricchezze presenti? Quando potrai goderne tu, che sempre ti affanni a procurartene ancora? “Guai a coloro che uniscono casa a casa e congiungono campo a campo, togliendo qualcosa al vicino” (Is 5,8). E tu cosa fai?
 
Testimoni di Cristo - San Pietro Claver, Sacerdote: Nato a Verdù, a pochi chilometri da Barcellona, il 25 giugno 1580, Pietro Claver entra nella Compagnia di Gesù dopo aver pronunciato i primi voti nel 1604. Tra il 1605 e il 1608 studia filosofia a Palma di Maiorca e viene ordinato sacerdote a Cartagena nel 1616 e, diventato missionario, presta le sue cure pastorali agli schiavi neri, deportati dall’Africa. Qui, infatti, sbarcano migliaia di schiavi, quasi tutti giovani: ma invecchiano e muoiono presto per la fatica e i maltrattamenti; e per l’abbandono quando sono invalidi. In particolare, pronuncia il voto di essere «sempre schiavo degli Etiopi» (all’epoca si chiamavano «etiopi» tutti i neri) e per comprendere i loro problemi impara anche la lingua dell’Angola. Ammalatosi di peste, sopporta perfino i maltrattamenti del suo infermiere, che è un nero. Morto a 74 anni e canonizzato nel 1888 insieme con Alfonso Rodriguez, suo fratello gesuita e amico, è stato proclamato patrono delle missioni per i neri da Papa Leone XIII. (Avvenire)
 
Giovanni Paolo II (Messaggio 26 Giugno 1980): A voi, cari fratelli di Cartagena e della Colombia intera, che avete la fortuna di poterlo considerare specialmente vostro, serva di conforto e guida, d’ispirazione nella vita personale, professionale e sociale.
Voglio inoltre segnalare un altro aspetto particolarmente significativo della sua vita; egli è l’uomo dell’offerta totale di sé in una vocazione sacerdotale per gli altri. Infatti, di fronte alle necessità pressanti che scopre intorno a sé, egli non si risparmia, ma si offre interamente a tutti per tentare di alleviarli e liberarli dalla loro oppressione e per dare loro la dimensione completa della loro esistenza.
Vedendo i risultati stupendi conseguiti, con frutti che solo un amore illimitato e saldamente fondato in Dio è capace di raggiungere, ci accorgiamo che siamo di fronte ad una vita feconda, degna di essere imitata.
Vi propongo dunque questo esempio di uomo e di religioso sacerdote, affinché serva di modello a coloro che non si accontentano di piccoli ideali e vogliono realizzarsi in una generosa consegna agli altri. Voglia il cielo che, come frutto particolare di questo centenario, l’esempio di San Pedro Claver fosse seguito da numerosi giovani, disposti a consacrarsi a Dio e ai fratelli con una vocazione di consegna totale.
 
-> O Dio, che hai reso san Pietro [Claver] servo degli ultimi
donandogli costanza e carità ammirevoli
nel dare loro soccorso,
concedi anche a noi, per sua intercessione,
che, cercando fedelmente Cristo Signore,
amiamo i fratelli con le opere e nella verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Padre, che ci hai liberati dal peccato
e ci hai donato la dignità di figli adottivi,
guarda con benevolenza la tua famiglia,
perché a tutti i credenti in Cristo
sia data la vera libertà e l’eredità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 8 Settembre 2026
 
 Natività Beata Vergine Maria
 
Mi 5,1-4a oppure Rm 8,28-30; Salmo Responsoriale Dal Salmo 12 [13]; Mt 1,1-16.18-23
 
Natività della Beata Vergine Maria - La  Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi):  Gli inizi della festa della Natività di Maria occorre cercarli nella Chiesa di Gerusalemme. Gli apocrifi presentavano diversi particolari dall’infanzia di Maria, collocando il luogo della sua nascita presso il tempio di Gerusalemme. Già dal V secolo, i pellegrini che giungevano alla Città Santa visitavano la chiesa della Beatissima Vergine «nel luogo della sua natività». Sembra che agli inizi di questa festa stia la solennità della dedicazione di quella basilica. È l’attuale basilica di sant’Anna, dove fino ad oggi è venerata la figurina di Maria come piccola bambina. Da Gerusalemme, la festa passa a Costantinopoli. In Occidente, la incontriamo per la prima volta nel calendario di Sonnanzio, vescovo di Reims (614-631). Durante il pontificato di papa Sergio (687-701), la festa assume a Roma una grande importanza e viene annoverata tra le quattro Solennità mariane, che furono dotate di processioni. Nel Medioevo, la festa avrà la sua ottava e la sua vigilia.
La Chiesa celebra oggi la Natività di Maria, alla quale elargisce molti e grandi titoli. Lei è la Santa Madre di Dio, Madre della divina grazia, Madre ammirabile, Sede della Sapienza, Tempio dello Spirito Santo, Arca dell’alleanza e Porta del Cielo, Regina degli angeli e Regina di tutti i santi. Maria è Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Ecco perché la Chiesa, che celebra la nascita dei santi al cielo, cioè il giorno della loro morte, per Maria fa eccezione. La sua venuta al mondo divenne la speranza e l’aurora della salvezza per tutto il genere umano. Da lei, il Figlio di Dio prenderà la natura umana; da lei sorgerà il Sole di Giustizia Cristo nostro Dio. La nascita di Maria ha avvicinato la salvezza del mondo. La vita della Chiesa è concentrata nel mistero di Cristo; Cristo per la Chiesa è tutto; ed è per questo che la Chiesa non si accontenta di celebrare la nascita del Sole; essa veglia già quando appare l’aurora.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI Overwiew: Il brano di Michea (Mi 5,1-4a  è una celebre profezia messianica che annuncia la nascita di un nuovo e autentico sovrano a Betlemme, contrapposto ai potenti ingiusti del tempo.
Il Contesto Storico - La situazione politica e sociale di Israele è segnata da violenza e ingiustizia a causa del malgoverno dei capi. Il profeta Michea apre alla speranza annunciando una svolta che non viene dalle logiche del potere umano.
La piccolezza: Betlemme è definita la più piccola tra i villaggi di Giuda.
Dio sceglie ciò che è insignificante per compiere i suoi grandi progetti, ribaltando i criteri del mondo.
Le origini del nuovo capo risalgono all'antichità, ma la sua venuta è concreta e radicata nella storia.
Il nuovo sovrano pascolerà il gregge con la forza e la maestà del nome del Signore.
Il suo compito è proteggere e guidare il popolo, permettendogli di abitare nella sicurezza.
Il versetto culmina con una promessa radicale: “Egli stesso sarà la pace!”
 
Vangelo
Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.
 
Bibbia di Gerusalemme: La genealogia di Matteo, pur mettendo in rilievo influenze straniere da parte delle donne (vv 3.5.6), si restringe all’ascendenza israelitica del Cristo e mira a ricollegarlo ai principali depositari delle promesse messianiche, Abramo e Davide, e ai discendenti regali di quest’ultimo (2Sam 7,1+, Is 7,14+).
La genealogia di Luca, più universalistica, risale ad Adamo, capo di tutta l’umanità. Da Davide a Giuseppe, le due liste hanno in comune solo due nomi. Questa divergenza si può spiegare, sia con il fatto che Matteo ha preferito la successione dinastica alla discendenza naturale, sia con l’equivalenza posta tra la discendenza legale (legge del levirato, Dt 25,5+) e la discendenza naturale. Il carattere sistematico della genealogia è d’altronde sottolineato in Matteo, con la ripartizione degli antenati di Gesù in tre serie di 7+7 generazioni (cf. Mt 6,9+); ciò obbliga a omettere tre re fra Ioram e Ozia, e a contare Ieconia (vv 11-12) per due (dato che lo stesso nome greco può tradurre i due nomi ebraici affini di Ioiakim e Ioiachin). Le due liste terminano con Giuseppe che è soltanto il padre legale di Gesù: sta il fatto che agli occhi degli antichi la paternità legale (per adozione, levirato, ecc.) bastava a conferire tutti i diritti ereditari: in questo caso, quelli della stirpe davidica.
Ciò non esclude che Maria stessa sia appartenuta a questa stirpe, sebbene gli evangelisti non lo dicano.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 1,1-16.18-23
 
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.
 
Parola del Signore
 
La triplice serie di 14 nomi - Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù): Matteo desume i nomi della genealogia fino alla deportazione babilonese dalle genealogie dei Patriarchi e dinasti davidici contenuti nell’Antico Testamento; dopo il ritorno, li desunse parte dalle Cronache e parte dai cataloghi in possesso di ogni famiglia ebrea e conservati, oltre che a memoria, anche in registri familiari fin dall’epoca di Esdra. Matteo riporta tre serie intenzionali (cf. v. 17) di 14 nomi. La prima serie la trovò tale e quale nei testi biblici sopra citati (anche se doveva essere già in essi incompleta con l’omissione di anelli intermedi); la seconda e la terza serie si rivelano invece artificiali e ricercate ad opera dell’evangelista. Così, per esempio, Matteo omette nella seconda serie tre re tra Ioram e Ozia, contenuti invece nei cataloghi regali di 1Cronache 3,10-15 e sembra fondere insieme in Ieconia sia Ioachim che il figlio Ioachin. Matteo deve essere stato spinto a creare tale schema da motivi simmetrici e numerici, ma ancora di più da motivi teologici cari al suo ambiente e che noi possiamo solo indovinare tra i tre seguenti, tutti bene intonati nel contesto:
- Il numero 14 è il doppio di 7 - numero che significava perfezione - e quindi nella genealogia di Gesù si ha la perfezione raddoppiata sommata tre volte; - Il numero 14 è soprattutto la somma delle consonanti ebraiche del nome Davide (Dwd = 4 + 6+4): perciò Gesù era talmente davidico che perfino il numero rappresentato dal suo nome ricorreva tre volte nella sua genealogia;
- oppure Matteo potrebbe aver avuto presente il seguente calcolo: venendo alla fine di 6 settimane di generazione (6x7 = 42) Gesù inaugura l’inizio dell’ultima settimana del giubileo biblico, quella della pienezza dei tempi (24). In tutto questo certamente Matteo segue i gusti dei suoi contemporanei: il simbolismo dei numeri era infatti allora molto in uso ed era amato dagli ebrei. Il quattordicesimo personaggio della terza serie è Gesù: per raggiungere il 14 bisogna contare, oltre Giuseppe, anche Maria: cosa insolita in una genealogia ebraica, dove si computava solo il padre e non la madre; ma qui è intenzionale, dato il caso straordinario della nascita verginale di Gesù da Maria ad opera dello Spirito Santo.
 
Per approfondire
 
Giuseppe pensò di ripudiare Maria in segreto - Giuseppe nel racconto di Matteo della nascita di Gesù è il personaggio centrale, mentre nel racconto di Luca è Maria.
Giuseppe... poiché era uomo giusto... pensò di ripudiarla in segreto. Avendo notato nella promessa sposa i segni evidenti della maternità, decide di licenziarla. La decisione è motivata dal fatto che nella società ebraica «i fidanzamenti giudaici comportavano un impegno così reale che il fidanzato era già chiamato “marito” e poteva disimpegnarsi solo per mezzo di un “ripudio formale”» (Bibbia di Gerusalemme). E poiché il ripudio legale avrebbe esposto inevitabilmente Maria a pubblica diffamazione decide di licenziarla in segreto.
Maria potrebbe rivelare al suo sposo i mirabili misteri che avvenivano in Lei, ma non lo fa. Forse per pudore, ma ancora meglio per la sua umiltà. Ella infatti si ritiene, nei confronti di Dio, di essere la sua serva (Lc 1,38.48). Non può, né desidera, perciò, prevenire la volontà del suo ‘Padrone celeste’, ma lascia che Dio stesso scelga il tempo e il modo più idoneo per rivelare la sua opera agli uomini.
Giuseppe, poiché è uomo giusto, (questo significa che era abituato a scandagliare la volontà di Dio accettandola come norma di vita), certamente comprende subito di trovarsi davanti a un grande mistero. Per questo ritiene opportuno non dare alcun giudizio sulla sua promessa sposa di cui indubbiamente conosceva anche le preclari virtù.
La giustizia «di Giuseppe consiste nel fatto che egli non vuole coprire con il suo nome un bambino di cui ignora il padre, ma anche nel fatto che, per compassione, rifiuta di consegnare Maria alla procedura rigorosa della Legge (Dt 22,20s), la lapidazione» (Bibbia di Gerusalemme). Sarà Dio stesso a dissipare ogni turbamento e dubbio dall’animo di Giuseppe. Mentre questi stava per mettere in atto la sua decisione, Dio gli invia un angelo in sogno che gli rivela tutto il mistero della maternità divina di Maria.
Giuseppe non tarda ad accogliere la volontà di Dio divenendo in questo modo la «figura centrale della realizzazione della nascita “messianico davidica”: è lui il destinatario mediante il “sogno della rivelazione riguardante Gesù e il motivo della sua nascita; è lui l’ultimo della genealogia a dare “origine” giuridica del messia; è lui che, come “giusto” secondo la Legge, vorrebbe osservarla mandando via la sposa, tuttavia accoglie la “parola” di Dio che supera la Legge e la fa “adempiere” “facendo come l’angelo del Signore gli aveva comandato”» (Teodoro Pullez).
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta... Matteo ama fare ricorso alle profezie dell’Antico Testamento (Cf. 1,23; 2,5.15.17.23; 3,3; 4,14; 8,17; 12,17; 13,14.35; 21,4; 26,56; 27,9). Questo è «l’espediente usato dall’evangelista per sottolineare la continuità tra la tradizione biblica e gli avvenimenti della vita di Gesù. L’idea di “adempimento” non deve necessariamente essere presa ad indicare la fine o lo svuotamento della tradizione anticotestamentaria. Per Matteo e la sua comunità la tradizione manteneva tutta la sua importanza e trovava la sua pienezza nella persona di Gesù» (Daniel J. Harrington).
Ecco, la vergine concepirà... L’evangelista Matteo citando Isaia 7,14 (Settanta) usa phartenos (vergine) per tradurre l’ebraico alma (giovane donna). In questo modo mette in evidenza l’antica fede della Chiesa che ha sempre creduto nel concepimento verginale di Gesù: «Giuseppe... prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). Proprio, accogliendo questi testi, la Tradizione cristiana ha sempre professato, con profonda convinzione, la perenne verginità di Maria.
... sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. La traduzione che fa Matteo, nel citare la profezia di Isaia, si discosta dal testo originale. In Matteo c’è un noi, che è riferito alla Chiesa. Il nuovo Israele esprime così la fede e la certezza che Gesù risorto è con lei.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo e prende con sé la sua sposa. In questo gesto umile di profonda obbedienza alla volontà di Dio, brilla l’azione di Dio che travalica i tanti chiaroscuri della fragilità umana.
 
La portata cristologica dell’annunciazione a Maria - Ortensio Da Spinetoli (Annunciazione in Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): La notizia della nascita di Gesù in Matteo (1,18-25) viene data con lo stesso schema delle nascite straordinarie: concezione miracolosa (1,16-18), angoscia di Giuseppe (1,19), intervento soprannaturale, conferma della nascita del figlio (1,21), assegnazione del nome e rivelazione del suo avvenire (1,21). Egualmente tramite apparizioni viene annunciata la fuga in Egitto (2,13-15). Il ritorno e l’insediamento a Nazaret (2,19-23). C’è molta somiglianza, ma forse non perfetta identificazione con l’annuncio.
[...] Al centro dell’annuncio c’è il Messia: la sua persona e la sua missione. In particolare, è messa innanzitutto in rilievo l’origine davidica di Gesù, ossia la sua dignità e sovranità regale. Basti confrontare il testo di Luca con due passi veterotestamentari: Is 9,5-6 e 2Sam 7,13: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc l,32b-33); «Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità...; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno che egli viene a consolidare e rafforzare» (Is 9,5-6); «Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno» (2Sam 7,13).
In realtà il riallaccio di Gesù al casato di David è solo esterno, giuridico più che reale; esso avviene tramite Giuseppe e non la Vergine, la cui discendenza davidica è ignota o almeno non è messa in rilievo dall’evangelista, ma ciò non confonde l’autore.
Gesù non è un, ma il discendente davidico. Iddio ha realizzato in lui quanto i profeti avevano annunciato per «il figlio di David». L’appellativo davidico è per ciò una designazione comune che raccoglie il primo messianismo biblico, dinastico e regale.
Esso si eredita per elezione (divina) e non per successione.
La trascendenza o divinità del Messia sembra annunciata dall’epiteto «figlio di Dio», che l’angelo assegna al fanciullo (1,35). Ma la conclusione non si impone con piena evidenza. Nel suo uso biblico ed extrabiblico, l’appellativo può avere anche un valore metaforico come in 2Sam 7,4 («Tu sarai per me un figlio ed io sarò per te un padre»), Sal 2,7 («Tu sei mio figlio io oggi ti ho generato»), ecc.
L’espressione, più che una naturale discendenza da Dio (idea troppo ardua e troppo estranea alla mentalità ebraica), serviva a indicare la particolare protezione che Dio assicurava ai suoi inviati. Però quando l’evangelista scriveva, il concetto della filiazione divina era già comune.
Una conclusione più assertiva, anche se meno evidente, sulla trascendenza del Messia si può dedurre dall’«adombrazione» annunciata nel terzo momento dall’angelo: «Lo Spirito santo scenderà sopra di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; per questo il bambino che nascerà da te sarà chiamato santo, figlio di Dio» (1,35).
Può sembrare un eufemismo per designare in termini plausibili la concezione verginale; in realtà è un genere letterario biblico ordinato a rievocare o significare la divina presenza in mezzo a Israele (Es 40,34; Nm 19,9; 34,5). La nube, la colonna di fuoco o di fumo erano egualmente i simboli più appropriati della continuata presenza di Jahvé in mezzo al popolo. Non potendo apparire visibilmente, egli attestava la sua presenza (realmente o letterariamente) con l’immagine più immateriale che l’israelita potesse conoscere.
La frase quindi non fa che ripetere, in forza del parallelismo, la precedente: «Lo Spirito santo verrà sopra di te». L’adombrazione designa un intervento personale di Dio nella concezione del bambino, per cui questi sarà chiamato figlio di Dio. Se, invece che sul santuario, la nube si posa sulla persona di Maria, vuol dire che lei ne ha preso il posto. In altre parole, in lei Dio abita come un tempo abitava nel tempio.
 
La nuova Eva - Efrem, Diatessaron, 2, 2 s.: Di fatto, Maria dette i natali senza il concorso di un uomo. Così come all’origine, Eva è nata da Adamo senza che vi sia stato incontro carnale, del pari è successo per Giuseppe e Maria, la Vergine sua sposa. Eva mise al mondo l’assassino Caino, Maria il Vivificatore. Quella mise al mondo colui che sparse il sangue di suo fratello (cf. Gen 4,1-16), questa colui il cui sangue fu sparso dai suoi fratelli. Quella vide colui che tremava e fuggiva a causa della maledizione della terra (cf. Gen 4,10-14); questa colui che, avendo assunto su di sé la maledizione, la inchiodò alla croce (cf. Col 2,14). Il concepimento della Vergine ci insegna che colui che, senza legame di carne, ha messo al mondo Adamo facendolo uscire dalla terra vergine, ha anche formato senza legame di carne il secondo Adamo nel seno della Vergine. Il primo Adamo era ritornato nel seno di sua madre da questo secondo Adamo, che non vi ritornò, colui che era sepolto nel seno di sua madre, ne fu tratto.
Maria cercava di convincere Giuseppe che il suo concepimento era opera dello Spirito, ma egli non le credette, perché era cosa insolita. Al vedere in lei, nonostante la sua gravidanza, un atteggiamento sereno, “egli, nella sua giustizia, non voleva denunciarla pubblicamente” (Mt 1,19); ma non per questo fu maggiormente disponibile ad accettarla, come marito, visto che pensava che si fosse unita ad un altro. Decise perciò «nella sua giustizia», di non prenderla, ma anche di non calunniarla. Così “un angelo gli apparve e gli disse: Giuseppe, figlio di David” (Mt 1,20). Cosa meravigliosa che lo chiami, anche lui, «figlio di David»!, ricordandogli il primo dei suoi antenati, David, al quale Dio aveva promesso che “dai frutti delle sue viscere” (Sal 132,11), avrebbe suscitato il Messia secondo la carne. “Non temere di prendere Maria come tua sposa, perché ciò che è in lei è opera dello Spirito Santo” (Mt 1,20). E se tu dubiti del concepimento senza legami carnali della Vergine, ascolta le parole di Isaia: “Ecco, la vergine concepirà” (Is 7,14). E quelle di Daniele: “La pietra si staccò senza l’aiuto delle mani” (Dn 2,34). Non si tratta di quest’altra parola: “Guardate la montagna e i pozzi” (Is 51,1).
Qui, in effetti, si tratta dell’uomo e della donna; là, invece, è detto: «Senza l’aiuto delle mani». Così come, per Eva, Adamo aveva ricoperto il ruolo di padre e di madre, del pari Maria per Nostro Signore.
 
Il Santo del giorno - Natività della Vergine Maria - Dalla nascita la nostra vita è un progetto di santità: Celebrare la nascita di Maria significa fondamentalmente ricordarci che la nostra vita nasce da un progetto e la cui meta è solo la santità. Realizzare ciò per cui siamo venuti al mondo, e quindi testimoniare la radice della nostra esistenza, significa diventare santi. È questa verità fondamentale che la devozione popolare ha sempre colto nella storia di Maria, il cui cammino è un itinerario di santità, di un’umanità realizzata. Questa ricorrenza, nata in Oriente e introdotta in Occidente nel VII secolo da papa Sergio I, è come l’aurora che preannuncia l’arrivo della luce solare: non a caso, infatti, solo di Maria e di san Giovanni Battista - oltre che di Gesù - si ricorda la nascita. In una sorta di “pedagogia liturgica” radicata nel comune sentire della fede popolare, la festa di oggi ci ricorda che la nostra vita ha un inizio che ci è stato dato in dono e una fine, l’abbraccio nell’amore infinito di Dio, che dobbiamo “conquistare” ogni giorno con le nostre scelte ma soprattutto con il nostro “sì” a Dio sull’esempio di Maria. Anche per questo motivo la ricorrenza odierna viene presa come portale d’introduzione all’anno pastorale: in questo modo si ricorda che l’attività della Chiesa altro non è che frutto dell’impegno a portare Cristo nel mondo ogni giorno. (Matteo Liut)
 
Concedi, o Signore, ai tuoi servi il dono della grazia celeste
e poiché la maternità della beata Vergine
ha segnato l’inizio della salvezza,
la festa della sua nascita accresca in noi la pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 7 Settembre 2026
 
XXIII Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 1,5-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 5; Lc 6,6-11
 
Guidami, Signore, nella tua giustizia (SalR) - Giustizia di Dio - Catechismo della Chiesa Cattolica: 271 L’onnipotenza divina non è affatto arbitraria: «In Dio la potenza e l’essenza, la volontà e l’intelligenza, la sapienza e la giustizia sono una sola ed identica cosa, di modo che nulla può esserci nella potenza divina che non possa essere nella giusta volontà di Dio o nella sua sapiente intelligenza».  
1040 Il giudizio finale avverrà al momento del ritorno glorioso di Cristo. Soltanto il Padre ne conosce l’ora e il giorno, egli solo decide circa la sua venuta. Per mezzo del suo Figlio Gesù pronunzierà allora la sua parola definitiva su tutta la storia. Conosceremo il senso ultimo di tutta l’opera della creazione e di tutta l’Economia della salvezza, e comprenderemo le mirabili vie attraverso le quali la provvidenza divina avrà condotto ogni cosa verso il suo fine ultimo. Il giudizio finale manifesterà che la giustizia di Dio trionfa su tutte le ingiustizie commesse dalle sue creature e che il suo amore è più forte della morte. 
1861 Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della grazia santificante, cioè dello stato di grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.  
1953 La legge morale trova in Cristo la sua pienezza e la sua unità. Gesù Cristo in persona è la via della perfezione. È il termine della Legge, perché egli solo insegna e dà la giustizia di Dio: «Il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede» (Rm 10,4).  
1987 La grazia dello Spirito Santo ha il potere di giustificarci, cioè di mondarci dai nostri peccati e di comunicarci la giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo e mediante il Battesimo:
«Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,8-11). 
 
Liturgia della Parola
 
I lettura - AI Overview: 1 Corinzi 1,5-8, l’apostolo Paolo ringrazia Dio perché i cristiani di Corinto sono stati arricchiti in Cristo di ogni dono di parola e di scienza. Egli ricorda che essi non mancano di alcun carisma in attesa della manifestazione del Signore, il quale li renderà saldi e irreprensibili sino alla fine.
Temi principali dei versetti
I doni spirituali: La comunità ha ricevuto pienezza di grazia, parola e conoscenza.
L’attesa del ritorno di Cristo: I credenti vivono orientati alla rivelazione finale del Signore.
La fedeltà di Dio: È Dio che rende saldi i credenti per farli trovare irreprensibili nel giorno del giudizio. [1, 2] 
 
Vangelo
Osservavano per vedere se guariva in giorno di sabato.
 
Al centro della ennesima polemica è la violazione del riposo sabbatico. Nel rispondere ai suoi avversari, Gesù sembra riferirsi ad una regola della legge rabbinica secondo cui un grave pericolo di vita permetteva di trasgredire la prescrizione del riposo sabbatico, ma a ferire il suo cuore è l’indifferenza degli astanti, incapaci di avere pietà di un uomo che soffre, altamente invalido. Alla misericordia e alla pietà di Gesù i farisei rispondono con sentimenti d’ira verso la sua persona: Ma essi, fuori di sé dalla collera ..., possiamo dire che questa è la vera immagine dei farisei. Pur essendo uomini dotti e profondi esegeti della Legge sono caduti, nonostante ogni loro merito, in un difetto: nello studio cercano se stessi, non Dio e la sua volontà, e nemmeno la verità.
Ecco perché quando si incontrano con la Verità la loro prima reazione è la polemica, poi il rigetto, infine l’odio impastato di insani progetti: discutevano fra di loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù. Il sesto capitolo del Vangelo di Luca si apre con l’odio e si chiude con l’amore verso i nemici: questa è la nuova Legge, quella dell’amore, che mette il discepolo in ascolto di Dio e dell’uomo.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,6-11
 
Un sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare. C’era là un uomo che aveva la mano destra paralizzata. Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo.
Ma Gesù conosceva i loro pensieri e disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati e mettiti qui in mezzo!». Si alzò e si mise in mezzo.
Poi Gesù disse loro: «Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla?». E guardandoli tutti intorno, disse all’uomo: «Tendi la tua mano!». Egli lo fece e la sua mano fu guarita.
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù.
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Guarendo in giorno di sabato un uomo che aveva la mano paralizzata, Gesù ribadisce quanto appena detto: è il Signore del sabato e subordina al bene dell’uomo la sua osservanza.
Frasi come «il sabato è per l’uomo» si possono trovare anche nel giudaesimo. Si tramanda, ad esempio, un detto di R. Shimon b. Mensaja: «Il sabato è affidato a voi, non voi al sabato». Ma questo detto aveva valore nel caso di imminente pericolo di vita. Era ammesso in giorno di sabato salvare la vita con la fuga, portare aluto a un uomo in pericolo o a una donna colta dai dolori del parto o in caso di incendio, e così Via. Ma nel caso di Gesù non c’è traccia di urgente necessità. Il suo gesto non è un’eccezione alla regola, ma cambia il quadro teologico della regola. Scribi e farisei lo osservano per accusarlo. Gesù conosce i loro pensieri (il tempo verbale suggerisce che li conosceva già da tempo!) e li sfida, guarendo l’ammalato con il massimo di pubblicità: «Sta qui al centro». Nelle precedenti controversie sono gli scribi che pongono domande ai discepoli o direttamente a Gesù, qui è Gesù che pone loro una domanda. Ma non rispondono. Sono persone che non si lasciano interrogare né intendono discutere. Hanno già deciso (6,11).
 
Per approfondire
 
Ma essi, fuori di sé dalla collera, si misero a discutere tra loro su quello che avrebbero potuto fare a Gesù - L’ira dell’uomo - Condanna dell’ira - Xavier Léon-Dufour (Diionario di Teologia Biblica): Dio condanna la reazione violenta dell’uomo che si adira contro un altro, sia egli geloso come Caino (Gen 4,5), furioso come Esaù (Gen 27,44s), o come Simeone e Levi che vendicano in modo eccessivo l’oltraggio fatto alla loro sorella (Gen 49,5ss; cfr. 34,7-26; Giudit 9,2): quest’ira porta ordinariamente all’omicidio.
A loro volta i sapienziali biasimano la stoltezza dell’iracondo (Prov 29,11) che non controlla il «soffio delle narici», secondo l’immagine originale, ma ammirano il sapiente che ha «il fiato lungo», in opposizione all’impaziente «dal fiato corto» (Prov 14,29; 15,18).
L’ira genera l’ingiustizia (Prov 14,17; 29,22; cfr. Giac 1,19s) Gesù si è mostrato ancor più radicale, assimilando l’ira al suo effetto abituale, l’omicidio (Mt 5,22). Paolo quindi la giudica incompatibile con la carità (lCor 13,5): è un male puro e semplice (Col 3,8) da cui bisogna guardarsi, soprattutto a motivo della prossimità di Dio (1Tim 2,8; Tito 1,7).
Le sante ire - Tuttavia, mentre gli stoici riprovavano ogni impeto di collera in nome del loro ideale di «apàtheia», la Bibbia conosce «ire sante» che esprimono in concreto la reazione di Dio contro la ribellione dell’uomo. Così Mosè contro gli Ebrei quando mancano di fede (Es 16,20), apostatano all’Horeb (Es 32,19.22), trascurano i riti (Lev 10,16) o non osservano l’anatema sul bottino (Lev 31,14); così Finehes di cui Dio loda lo zelo (Num 25,11); Così Elia che massacra i falsi profeti (1Re 18,40) o fa cadere il fuoco sugli emissari del re (2Re 1,10.12); così Paolo ad Atene (Atti 17,16). Dinanzi agli idoli, dinanzi al peccato, questi uomini di Dio sono, al pari di Geremia, «ripieni dell’ira di Jahve» (Ger 6,11; 15,17), annunziando imperfettamente l’ira di Gesù (Mc 3,5). Senza paradosso, Dio solo può adirarsi. Così, nell’Antico Testamento, i termini di ira sono usati per Dio circa cinque volte più che per l’uomo. Paolo, che tuttavia dovette incollerirsi più d’una volta (Atti 15,39), consiglia con saggezza: «Non fatevi giustizia da soli; lasciate fare all’ira divina, perché sta scritto: a me la vendetta, io darò la giusta paga, dice il Signore» (Rom 12,19). L’ira non è compito dell’uomo, ma di Dio.
L’ira di Gesù - Ma più terribile di questo linguaggio ispirato, più tragica dell’esperienza dei profeti schiacciati tra Dio santo ed il popolo peccatore, c’è la reazione d’un uomo che è Dio stesso. In Gesù l’ira di Dio si rivela. Gesù non si comporta come uno stoico che non si turba mai (Gv 11, 33); egli comanda con violenza a Satana (MI 4,10; 16,23), minaccia duramente i demoni (Mc 1,25), è fuori di sé di fronte all’astuzia diabolica degli uomini (Gv 8,44), e specialmente dei Farisei (Mt 12,34), di coloro che uccidono i profeti (Mt 23,33), degli ipocriti (Mt 15,7). Come Jahve, Gesù si adira contro chiunque si leva contro Dio. Gesù rimprovera pure i disobbedienti (Mc 1,43; Mt 9,30), i discepoli di poca fede (Mt 17,17). Soprattutto si adira contro coloro che, come il fratello maggiore geloso del prodigo accolto dal Padre delle misericordie (Lc 15,28), non si mostrano misericordiosi (Mc 3,5). Infine Gesù manifesta l’ira del giudice: come il signore del banchetto (Lc 14,21), come il padrone del servo spietato (Mt 12,34), egli preannunzia sventura alle città che non si pentono (Mt 11,20s), scaccia i venditori dal tempio (Mt 21,12s), maledice il fico sterile (Mc 11,21). Come l’ira di Dio, così anche quella dell’agnello non è una parola vana (Apoc 6,16; Ebr 10,31).
 
Don Dolindo Ruotolo (I Quattro Vangeli): Non è senza una profonda ragione che il Sacro Testo dice ripieni di rabbia quelli che complottavano contro Gesù. È questa infatti una caratteristica dei persecutori, una nota inequivocabile che li distingue: sono presi da vera pazzia, non ragionano, sono violenti, sono crudeli, e con le loro stesse mani si rovinano e rovinano i loro popoli. La pazzia non di rado, e diremmo quasi sempre, è un frutto diabolico, o per lo meno è sfruttata da satana per i suoi loschi fini. I pazzi portano spiccati i segni particolari di satana: l’orgoglio, la malignità, l’ira, l’irruenza e l’impurità.
Ora i persecutori della Chiesa sono orgogliosi perché pretendono d’imporre le loro stoltissime idee; maligni perché ricorrono a tutti i mezzi della seduzione; iracondi, perché irrompono internamente con l’odio implacabile contro ciò che è bene, ed irruenti perché si servono della forza barbaramente.
La loro vita, poi, è tutta un cumulo di impurità, e proprio per questo avversano la Chiesa, fiera condannatrice d’ogni degradazione. Come satana, essi avversano il bene e promuovono il male, odiano la virtù e sublimano il vizio, amano il sangue e sono omicidi scellerati sotto l’ orpello delle leggi da essi stessi formate per dare un’ apparenza giuridica alle loro malvagità.
Dio però li confonde, e si serve spesso delle più umili forze per gettarli giù da un piedistallo che sembrava loro tetragono ad ogni potenza.
Uno sguardo solo della sua giustizia basta a sgominarli ed essi presto o tardi pagano il filo dei loro delitti e finiscono nell’ obbrobrio.
Oggi che i persecutori della Chiesa dolorosamente sono molti, e spesso più violenti e sanguinosi degli antichi, non dobbiamo scoraggiarci ma pregare, perché la preghiera o li converte o li elimina. Dio mostra fino all’evidenza proprio nelle persecuzioni che Egli è padrone dei tempi e degli uomini, ed al momento opportuno si leva, compie i suoi disegni, e come vasi di creta riduce in frantumi i disegni dei perfidi.
 
Gesù respinge l’interpretazione dei farisei - Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 5,39: Vi sdegnate contro di me, perché di sabato ho risanato un uomo intero? (Gv 7,23). Perciò in questo punto fece scorrere gli umori salutari di opere buone entro quella mano, che Adamo aveva steso per spiccare i frutti dell’albero proibito, affinché essa, inariditasi per il peccato, fosse guarita dalle buone opere. E su tale argomento Cristo redarguisce i Giudei, perché profanavano con interpretazioni distorte i comandamenti della Legge, giudicando che di sabato bisognasse riposare anche dalle opere buone, mentre la Legge ha anticipato nel presente l’immagine del futuro, quando senza dubbio ci sarà lavoro non per le azioni cattive, ma per quelle buone. Infatti, benché le opere di questo mondo stiano in riposo fu tuttavia il riposare nella lode di Dio non è un atto privo di opera buona.
 
Testimoni di Cristo - Beato Claude-Barnabas Laurent de Mascloux, Sacerdote e Martire: Claude-Barnabas Laurent de Mascloux nacque a Dorat, con tutta sicurezza l’11 giugno 1735, giorno in cui fu battezzato. Fu ordinato sacerdote nel 1759 e venne nominato canonico della collegiata della sua città natale, come due suoi fratelli.
Lo scoppio della Rivoluzione francese portò, tra l’altro, alla soppressione dei capitoli religiosi. I fratelli Laurent si rifiutarono di prestare giuramento sulla Costituzione Civile del Clero, per cui il Consiglio generale del distretto di Dorat ordinò d’imprigionare loro e molti altri sacerdoti il 14 maggio 1793.
Vennero tutti condotti a Limoges e detenuti a La Visitation, da cui, più tardi, Claude venne condotto a La Regle. Tutti i suoi beni, mobili e immobili, gli vennero confiscati. Condannato alla deportazione, partì con i fratelli verso Rochefort il 25 febbraio 1794.
Venne imbarcato sulla nave-deposito, impropriamente detta pontone, «Les Deux-Associés». L’imbarcazione non partì mai, sia perché fatiscente, sia perché il blocco navale imposto dall’esercito francese impediva di salpare in mare aperto.
Morì nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1794, affrontando la morte con calma e rassegnazione.
Fu beatificato dal Papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, compreso in un elenco di sessantaquattro sacerdoti e religiosi, i soli, fra quanti erano deceduti nei pontoni di Rochefort, di cui si era potuta reperire sufficiente documentazione. (Autore: Emilia Flocchini)
 
Il tuo aiuto, Signore Dio nostro,
ci renda sempre lieti nel tuo servizio,
perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,
possiamo avere felicità piena e duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.