21 SETTEMBRE 2026
SAN MATTEO, APOSTOLO ED EVANGELISTA – FESTA
Ef 4,1-7.11-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 9,9-13
Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo ...: Benedetto XVI (Udienza Generale, 30 agosto 2006): Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). È proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Liturgia della Parola
Prima Lettura: Il cristiano è colui che ha la passione per l’unità e per realizzarla asseconderà l’azione dello Spirito Santo e metterà come base al suo cammino di fede e alle sue relazioni umane l’umiltà, la mansuetudine, la carità, la pazienza e l’amore. Beato perché operatore di pace, sarà chiamato figlio di Dio (cfr. Mt 5,9). Pur fisicamente lontano dai suoi discepoli a motivo della sua ascensione al cielo, Gesù, in quanto Dio, «può dare alla Chiesa, con lo Spirito Santo, le strutture e le potenzialità necessarie al suo processo di crescita [«Ascendendo in cielo ... Ha distribuito doni agli uomini» creandoli apostoli, profeti, evangelisti, pastori ecc.]. La Chiesa, così dotata ha tutto ciò che le occorre per arrivare alla piena maturità del Cristo e diventare “uomo perfetto”, cioè far sua la pienezza del Cristo e di Dio, il quale in tal modo verrà a trovarsi “tutto in tutti” [1Cor 15,28]» (Vincenzo Raffa).
Vangelo
Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.
Matteo mette in risalto la potenza della parola di Cristo: essa chiama alla sequela l’esattore di tasse Matteo muovendolo dal di dentro per una risposta pronta e positiva; ha il potere (exousia) di annunziare la remissione dei peccati, di proclamare ai poveri il vangelo, la buona notizia, e di annunziare la liberazione ai prigionieri. Tra le righe la gioia, la festa per sottolineare l’attenzione amorosa di Dio per i più disperati, per i peccatori, per coloro che a motivo della loro vita o mestiere erano considerati dannati.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,9-13
In quel tempo, mentre andava via, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì.
Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici”. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Parola del Signore.
Gesù, vide un uomo, chiamato Matteo - Il racconto della vocazione di Matteo si incunea in una sezione che va dal capitolo 8,1 fino al capitolo 9,34 nella quale, l’evangelista, mette in risalto l’autorità di Gesù che emana non solo dalle sue parole, ma anche dalle sue azioni. Gesù ammaestra con autorità e agisce con signoria: «le folle restarono stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7,28-29; Cf. Mc 1,2; Lc 4,32-26).
La chiamata di Matteo introduce due controversie sul comportamento di Gesù: una con i farisei sul suo atteggiamento verso pubblicani e peccatori (Cf. Mt 9,10-13) e una con i discepoli di Giovanni Battista sul digiuno (Cf. Mt 9,14-17). Ognuna di esse diventa per Gesù occasione per presentarsi come autorità superiore e definitiva. Egli è il medico dell’umanità (Cf. Mt 9,12-13) e lo sposo messianico (Cf. Mt 9,15).
La vocazione di Matteo è raccontata anche da Marco (2,13-14) e da Luca (5,27-28), ma con una differenza degna di nota: nei vangeli di Marco e di Luca il nome del vocato è Levi. Le soluzioni di tale diversità sono varie: o il gabelliere aveva due nomi o Gesù gli diede il soprannome di Matteo, che significa dono di Dio, oppure, come alcuni credono, sono stati «Marco e Luca a sostituire il nome di Matteo con Levi per non offuscare la dignità di uno dei Dodici, trattandosi di un pubblicano» (Angelico Poppi). Ma, alla fine, come sostengono altri, può darsi che «si tratti effettivamente di due persone diverse, e che Levi sia stato sostituito per il ruolo che questi svolse nell’evangelizzazione delle comunità matteane, dove ebbe origine il nostro vangelo, anche se Matteo non ne fu necessariamente il redattore» (Angelico Poppi).
Il mestiere di Matteo è quello di esattore delle tasse e per questo motivo è esacrato dal popolo perché creduto ladro (Cf. Lc 3,11) e disprezzato dai Farisei i quali, considerandolo peccatore pubblico perché impuro, lo ritenevano hic et nunc un condannato alla Geenna. Forse al soldo di Erode Antipa o degli odiati Romani, Matteo, a differenza dei suoi detrattori si mostra pronto ad accogliere con gioia la parola della salvezza: è il mercante accorto che ha trovato «una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Cf. Mt 13,45-46). Per san Beda Venerabile non «c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con una invisibile spinta a seguirlo».
Non viene specificato se la casa dove viene apparecchiato il banchetto è quella di Matteo o quella di Gesù dove dimorava da quando aveva abbandonato Nazaret (Cf. Mt 4,13). Nel testo parallelo di Luca (5, 27-32) è il pubblicano divenuto discepolo che prepara in casa sua un banchetto per Gesù al quale invita anche i suoi pari. Per Angelo Lancellotti «è probabilmente il banchetto d’addio che il nuovo “apostolo” dà ai suoi ex-colleghi per sottolineare la serietà e il carattere definitivo della sua risposta alla singolare chiamata del Maestro di Nazaret».
In ogni caso mettersi a tavola con i pubblicani e i peccatori significa rendersi impuri. Alle proteste dei farisei, sempiterni scandalizzati di tutti e di tutto quello che non rientrava nel loro modo di pensare, Gesù risponde con un proverbio abbastanza eloquente e con una citazione veterotestamentaria tratta da Osea 6,6, qui certamente non al suo posto (Cf. Mt 12,7). Nella citazione fatta dall’evangelista Matteo vi si trova una notevole e sostanziale differenza: mentre in Osea l’oggetto diretto della religiosità fatta di «amore e conoscenza» è Dio, nel Vangelo è il peccatore.
Gesù non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, perché diventino giusti attraverso la loro fede in lui (Cf. Gal 2,16), attraverso l’abbandono totale e fiducioso in lui, che «è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rom 4,25; Cf. seconda lettura).
Viene smantellata quella peregrina idea che faceva considerare la salvezza come una miscela di obbedienza pedissequa della Legge e di supererogazione di opere buone (Cf. Lc 18,9-14). Tutto è grazia e come corrispondenza al dono gratuito della salvezza Dio desidera unicamente il nostro amore (Cf. Dt 6,5), come Matteo il pubblicano immantinente gli ha dato.
Per approfondire
La misericordia di Dio e del Salvatore - Carlo Tomasini (Misericordia in Schede Bibliche Pastorali): Sul tema della misericordia di Dio, il NT riprende l’insegnamento dell’AT. Anzi, nel NT l’attributo divino della misericordia acquista particolare rilievo, perché la buona novella, l’evento salvifico giunto al suo compimento in Cristo, è appunto una rivelazione di misericordia. Maria, nel Magnificat, canta con le parole dei salmi la misericordia divina manifestatasi in lei (Lc. 1,50); questa misericordia viene legata alla sua fedeltà, e quindi richiama l’idea del patto: «Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia» (Lc. 1,54).
Di questa misericordia si dice che Dio è “ricco” (Ef. 2,4); questa misericordia viene detta “grande” (1Pt. 1,3). La misericordia divina si manifesta con l’aiuto nelle necessità fisiche; così l’uomo che era stato indemoniato viene esortato ad annunciare come frutto della misericordia divina la sua guarigione (Mc. 5,19). Il ministero a postolico di Paolo viene più volte descritto come un frutto della divina misericordia, che liberamente lo ha chiamato e lo ha scelto per fare di lui una manifestazione di essa (1Cor. 7,25; 2Cor. 4,1); uno scorcio particolarmente suggestivo di questa riflessione di Paolo su se stesso come oggetto di misericordia e sul significato di questa misericordia lo troviamo nella 1Tim 1.
1Tim. 1,13-16: Io che per l’innanzi ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento; ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo lontano dalla fede; e la grazia del nostro Signore ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che sono in Cristo Gesù. È sicura questa affermazione e degna di essere accettata: Cristo Gesù venne nel mondo per salvare i peccatori, e di questi il primo sono io! Ma fu usata misericordia con me, perché Gesù Cristo volle dimostrare in me, per primo, tutta la sua longanimità, ad esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
La misericordia divina è vista qui in quella che ne è la manifestazione più tipica, il perdono dei peccati. Ne viene vista l’espressione fondamentale, l’evento salvifico della redenzione di Cristo; e la chiamata dell’apostolo che era stato persecutore viene vista come un esempio di questo appello misericordioso ai peccatori.
Una più profonda riflessione teologica sulle caratteristiche della misericordia divina si trova in Rom. 9,15-22. Si riprendono qui dei testi e delle tematiche dell’AT per mostrare che la misericordia divina è assolutamente gratuita, si esercita secondo il divino beneplacito, e non le si può chiedere conto dei criteri secondo i quali sceglie i suoi eletti. Tutta la storia della salvezza è vista da Paolo sotto il segno della divina misericordia (Rom. 11,30-32; 15,8; Tito 3,5).
II giudizio finale viene visto come momento di misericordia per i giusti (Mt. 5,7).
Cristo viene detto “misericordioso” in Ebr. 2,11.
Tutto il suo atteggiamento si manifesta come una rivelazione della misericordia divina. L’idea del NT, che presenta Cristo come il rivelatore di Dio, si manifesta particolarmente per quanto riguarda questa caratteristica della misericordia.
Tutto il NT può essere considerato una rivelazione dell’amore misericordioso di Dio, manifestatosi in Gesù Cristo attraverso la morte redentrice che libera i peccatori dal loro stato di inimicizia con Dio.
Ricordiamo solo un passo che ci manifesta in maniera tipica questo atteggiamento di Gesù verso gli uomini. Richiesto indirettamente dai farisei sulle motivazioni del suo stare a mensa coi pubblicani e coi peccatori, Gesù risponde in Mt. 9,12-13: «Non sono i sani ad avere bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa significhi: Voglio la misericordia e non il sacrificio; non sono venuto infatti a chiamare i giusti ma i peccatori».
Una sintesi sul pensiero e i sentimenti di Gesù verso l’umana miseria ci è data nel cap. 15° da Luca, noto come «il vangelo della misericordia».
Gesù chiama i peccatori - Crisostomo Giovanni, In Matth. 30, 1: Gesù, compiuto il miracolo, non rimane là per non accendere ancora di più, con la sua presenza, l’invidia dei farisei, ma cede di fronte ad essi e si ritira smorzando così la loro passione. Anche noi imitiamo il suo esempio, non trattenendoci con i nostri avversari; cerchiamo di lenire la loro ferita, cedendo e allentando la tensione.
Ma perché - voi mi chiederete - Cristo non chiamò Matteo insieme con Pietro, Giovanni e gli altri? Il Signore si era presentato a quegli apostoli quando sapeva che essi avrebbero risposto alla sua chiamata. Così chiama Matteo, quando è ben sicuro che lo seguirà. Per lo stesso motivo pescherà Paolo dopo la sua risurrezione. Colui che conosce i cuori e i segreti pensieri di ognuno, ben sapeva il momento in cui ciascuno di questi avrebbe ascoltato la sua chiamata. Perciò Gesù non chiamò Matteo all’inizio, quando ancora non era ben disposto, ma lo chiama ora dopo tanti miracoli, quando ormai la sua fama s’è diffusa e sa che il pubblicano è meglio preparato a rispondere al suo invito .
Ma è anche giusto ammirare la filosofia dell’apostolo che non nasconde la sua vita passata, e precisa anzi il suo nome mentre gli altri evangelisti lo sostituiscono con un altro nome (cf. Mc 2,14; Lc 5,27).
Perché Matteo riferisce che era seduto al banco dei gabellieri? Lo fa per porre in risalto la potenza di colui che lo chiama prima ancora ch’egli abbia rinunziato e abbandonato la sua disonorante professione e lo trascina fuori dalle indegne attività in cui era immerso. In modo analogo il Signore convertirà anche il beato Paolo, mentre pieno di furore e di rabbia getta fuoco contro i cristiani... Del resto, il Signore chiamò anche i pescatori mentre erano occupati nel loro lavoro. Il loro mestiere, però, non aveva niente di disonorevole, ma era l’occupazione di uomini rustici, schietti e del tutto semplici. L’attività del pubblicano era invece assai vergognosa e veniva esercitata con arroganza; si trattava di un impudente traffico che procacciava un illecito guadagno, di un vero e proprio furto, praticato sotto la protezione della legge. Malgrado questo, Cristo non si vergogna di chiamare Matteo. E perché stupirci che Cristo non abbia avuto vergogna di chiamare un pubblicano, quando non solo non si vergognò di chiamare una donna peccatrice, ma le permise anche di baciare i suoi piedi e di bagnarli con le sue lacrime? (cf. Lc 7,36-50). Proprio per questo Gesù era venuto: non solo per curare i corpi dalle loro infermità, ma per guarire anche le anime dalle loro iniquità .
Testimoni di Cristo - San Matteo, Apostolo e Evangelista - Accantonare gli affanni per trovare il vero amore: Se solo sapessimo lasciare per un attimo da parte le preoccupazioni e gli impegni quotidiani forse saremmo in grado di cogliere lo sguardo di chi ci ama davvero e che può cambiarci la vita. Proprio come il passaggio di Gesù davanti al banco delle imposte di Matteo per l’esattore delle tasse divenne un’occasione di conversione. A lui fu rivolta una sola parola, “Seguimi”, ma questo bastò per infrangere ogni difesa. Il senso di questa scena è chiaro: Cristo ci cerca lì dove siamo, superando ogni distanza, ogni distacco, ogni rifiuto. Levi, come viene chiamato Matteo nel Vangelo di Marco e di Luca, era un esattore, uomo del potere, di certo mal visto dal popolo, eppure Cristo scelse proprio lui lanciando così un messaggio rivoluzionario: Dio cerca i più lontani per farne i suoi testimoni. A sua volta la risposta di Matteo non si fece attendere: si alzò immediatamente e abbandonò il lavoro e tutto il resto per seguire quel maestro che l’aveva affascinato con una semplice singola chiamata. I gesti, gli sguardi, le parole cambiano e aprono a un futuro diverso, fatto di speranza e amore per il prossimo. Tutto il passato acquisisce una luce nuova, proprio come fa l’Antico Testamento nel Vangelo di san Matteo, che lega e intesse tra loro le vicende di Israele e quelle di Cristo. Mancano i dati biografici su san Matteo, ma secondo la tradizione morì martire. (Matteo Liut)
O Dio, che con ineffabile misericordia hai scelto san Matteo
e da pubblicano lo hai costituito apostolo,
sostienici con il suo esempio e la sua intercessione perché,
seguendo te, possiamo aderire fermamente alla tua parola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.