25 Giugno 2026
 
Giovedì XII Settimana T. O.
 
2Re 24,8-17; Sal 78 (79); Mt 7,21-29
 
San Massimo di Torino. Davanti alla violenza del mondo è il momento della testimonianza: È nel momento della crisi e della sofferenza che un pastore è chiamato a vivere fino in fondo il proprio ministero, sostenendo chi è in difficoltà, indicando la strada della verità, testimoniando con la propria vita l’amore autentico.
Così fece san Massimo di Torino, considerato fondatore della Chiesa locale e primo vescovo della città piemontese. Assieme alla sua gente si trovò ad affrontare il terribile periodo delle invasioni barbariche. Era nato verso la metà del IV secolo e fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli, che lo inviò a guidare la comunità torinese. Dalle «Omelie» e dai «Sermoni» appare il suo carattere mite ma fermo e autorevole: «È figlio ingiusto ed empio colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria», diceva a coloro che pensavano di fuggire davanti all’arrivo dei barbari. Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna, pratica sulla quale scriveva con ironia: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa e si colloca tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Nell’anno 612, cadde Ninive; nel 605, fu incoronato Nabucodonosor, l’anima dell’impero neobabilonese. Il Medio Oriente cambiava padrone: agli assiri succedevano i babilonesi. L’Egitto non vedeva di buon occhio la piega che avevano presa gli avvenimenti, e organizzò una spedizione, capeggiata dal faraone Necao, con lo scopo di appoggiare l’Assiria e aiutarla a frenare l’avanzata babilonese.
Necao però fu battuto da Nabucodonosor a Karkernish, dove si erano radunati i resti dell’esercito assiro; e l’esercito egiziano fu costretto a ripiegare verso le sue terre. Tuttavia, la politica egiziana continuò a cospirare contro Babilonia e tesseva intrighi con i reucci della fascia siropalestinese, per guadagnarli alla sua causa e costituire la fronte comune contro il grande colosso della Mesopotamia. Entrò in questo gioco anche il piccolo regno di Giuda.
Nabucodonosor organizzò una spedizione punitiva e giunse con le sue truppe fino alle porte di Gerusalemme.
In questa occasione, egli si contentò di assediare la città e di deportare la famiglia reale e il personale dirigente qualificato del regno. È la cosiddetta prima deportazione, che avvenne nell’anno 598. Fra i deportati, figura Ezechiele, il profeta che doveva esercitare il suo ministero durante la prima parte dell’esilio.
Le riflessioni teologiche su questa prima deportazione e sulla tragica fine del regno di Giuda si possono trovare nel profeta Geremia, che fu il portavoce di Dio in tutto questo tempo. Il pensiero di Geremia è in linea con la tesi deuteronomista: le deportazioni e la distruzione di Gerusalemme sono il giusto castigo che riceve un popolo impenitente. Il profeta di Anatot aveva moltiplicato i suoi inviti alla conversione, ma tutto era stato inutile; il male era ormai così inveterato e così congenito nel popolo, che Geremia perdette ogni speranza:
« Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore. Anche quando esclamano: “Per la vita del Signore!” certo giurano il falso. Signore, i tuoi occhi non cercano forse la fedeltà? Tu li hai percossi, ma non mostrano dolore; li hai fiaccati, ma rifiutano di comprendere la correzione. Hanno indurito la faccia più di una rupe, non vogliono convertirsi» (Ger 5,1-3).
«Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru scrutano la data del loro ri torno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore » (Ger 8,7).
La prima deportazione era il risultato finale della politica errata del re Ioiachin del quale Geremia traccia il seguente ritratto:
« Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: “Mi costruirò una  casa grande con spazioso piano di sopra” e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso.
Forse tu agisci da re, perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie» (Ger 22 .13-17).
 
Vangelo
La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.
 
Una pagina che fa tremare i polsi ai soliti cristiani della domenica. Non basta aver ricevuto il battesimo per salvarsi, perché chi non crede sarà condannato (cfr. Mc 16,16). Anche gli esorcisti se la loro fede è solo di facciata non si salveranno, così quelli che vomitano preghiere immaginando di allontanare il diabolico dalla vita dell’uomo o quelli che vanno avanti a forza di visioni o messaggi ultraterreni. La Parola di Gesù è chiara: solo chi mette in pratica la sue parole, tutti i santi giorni dell’anno, si salverà. Il contrario è sinonimo di eterna perdizione. L’immagine della casa era così chiara che per la folla venne spontaneo fare un confronto tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi: pur non addentro alla teologia e alla esegesi, la folla riconosce la veridicità dell’insegnamento di Gesù da cui scaturisce autorità e prestigio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt7,21-29
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolti queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Parola del Signore.
 
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore” - Gottfried HierzenbergerIl nome Signore fu riferito soltanto un po’ alla volta a Gesù. La comunità primitiva che professava Gesù come il Risorto, lo confessava “alla destra di Dio” acquisendo in tal modo, al di là del rapporto discepolo-maestro, una comprensione religiosa fondata sulla fede.
Quando i discepoli si identificarono con i servi delle parabole, ciò suggerì di riferire a lui stesso le affermazioni fatte da Gesù sul Signore (per es. Mt 13,27). Ciò veniva favorito dall’esperienza della pretesa assoluta di sequela. Quando nella vita di fede della chiesa primitiva, nell’annuncio dell’evangelo, nella preghiera, durante il pasto del Signore, nell’atteggiamento d’amore verso il fratello e perfino verso il nemico, nella complessiva comprensione di sé, del mondo e di Dio, Gesù dimostrò di essere il centro totale della comunità, superiore a tutti i tipi di relazioni del passato, l’assunzione del titolo tradizionalmente religioso di signore diventò ovvio. Nell’ambito cristiano questo titolo fu assunto in senso assoluto per esprimere la signoria illimitata, onnicomprensiva, divina di Gesù (Mt 28,18).
Negli scritti più recenti del Nuovo Testamento il titolo di Signore è già ovvio: tutti i passi della LXX (JHWH = Signore) vengono riferiti senza esitazione a Gesù; ciò significa che si riconosce che in Gesù, Dio agisce così come l’Antico Testamento proclama nei riguardi di JHWH. Così Dio manda il Signore (cf. Sal 110,1) in maniera definitiva per attuare la pienezza conchiusa del tempo e per ricapitolare tutto - quello che è in cielo e quello che è sulla terra - in Cristo, il capo (Ef 1,10). Al tempo stesso, però, il “Figlio” manda lo Spirito (At 2,33) e guida la comunità cristiana in modo tale che essa può dire: “Il Signore è lo Spirito!” (2Cor 3,17). Nella teologia storico-salvifica cosmica e cristologico ecclesiale della Lettera agli Efesini e di quella ai Colossesi, questo pensiero raggiunge il suo vertice (Col 1,18-20).
Nella preghiera al Signore (2Tm 2,22) questa visuale acquista anche una espressione religiosa personale.
 
Per approfondire

La casa costruita sulla roccia - Giuseppe Barbaglio: Una parabola significativa di Gesù - La duplice tradizione evangelica, testimoniata da Mt e Lc e assente in Mc, ha trasmesso un racconto parabolico di Gesù imperniato su un duplice tipo di costruttore di casa: l’uno che edifica sulla roccia gettando solide fondamenta nel terreno, l’altro invece su terreno sabbioso. L’esito del loro modo disparato di costruire naturalmente sarà opposto: nel primo caso la casa sfiderà gli elementi scatenati della natura, nel secondo invece la costruzione è destinata a crollare alle prime intemperie. Il significato della parabola è espressamente dichiarato: i due tipici costruttori rappresentano rispettivamente colui che all’ascolto della parola di Cristo fa seguire una condotta coerente e il puro e disimpegnato ascoltatore. Matteo poi originalmente qualifica i due costruttori con gli aggettivi «saggio» (phronimos) e «stolto» (màross), intendendo così definire la sapienza cristiana in termini prassistici: essa consiste nel fare secondo l’insegnamento autorevole di Cristo. Ecco dunque il testo della parabola nella versione di Matteo: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e la sua rovina fu grande» (7,24-27; cf. Lc 6,47-49).
 
La casa costruita sulla roccia - Ortensio da Spinetoli (Matteo): Il presente testo è ancora un richiamo agli impegni della vita cristiana, un attacco al rilassamento e al quietismo che andavano insinuandosi nei fedeli della seconda ora. Bisogna prestare un’obbedienza concreta alla volontà di Dio senza abbandonarsi a illusioni o esaltazioni carismatiche, ha detto in precedenza (vv. 21-23); ora ribadisce la medesima lezione tramite la parabola dei due costruttori, il saggio e lo stolto. Il primo erige la sua casa su un fondamento solido, il secondo su una base inconsistente. Il buon fondamento della casa e quindi della vita cristiana è, per Gesù, la pratica dei suoi insegnamenti. Poco sopra ha chiesto di ‘fare’ (poiein) la volontà del Padre, ora chiede di ‘compiere’ (poiein) ‘le sue parole’. La raccomandazione è la stessa.
La parola di Gesù ascoltata nel di corso della montagna (o nella catechesi apostolica) deve essere accolta con gioia ma più ancora deve essere tradotta nella vita pratica. L’ascolto è la condizione previa, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato udito. Con tale serietà di propositi la vita cristiana poggia su un fondamento solido e non teme di esser travolta alle prime avversità o prove, di cui avevano avuto ormai larga esperienza i primi fedeli, né da eventuali verifiche (il giudizio divino).
La chiesa di Matteo non è una società perfetta. Essa annovera accanto ai costruttori saggi altri malavveduti. Costoro ascoltano l’annuncio ma non si risolvono a metterlo seriamente in pratica. Si tratta di una adesione superficiale non radicata nel proprio cuore e nella propria intelligenza, quindi può venir meno al primo urto con le forze contrarie. Il naufragio che ne può seguire può essere fatale. La conclusione è anche questa volta dura e inesorabile. Il predicatore si è lasciato come al solito prendere la mano. Il contrasto tra le beatitudini, gli annunci iniziali del discorso e queste affermazioni conclusive è evidente.
 
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché il Signore ebbe terminato il discorso della montagna, «le turbe restarono stupite». Motivo: il suo modo di parlare: «Le ammaestrava come uno che ha autorità». Cristo non espone una problematica oscura, come i filosofi, non parla in concetti astratti inanimati o in sillogismi classicamente elaborati, come i sofisti. Le sue parole non sono neppure impregnate di untuoso pietismo, che in realtà mette in mostra se stesso e spiega solennemente la ruota della vanità personale, come un pavone, secondo l’uso dei farisei. Le sue esposizioni non sono una noiosa casistica morale, in cui vengono spiegati i paragrafi della legge e casi artificiosamente costruiti, lontani dalla vita reale e ancor più lontani dalla schietta religiosità. Questo era il modo degli scribi. Non parI neppure come i demagoghi che lusingano le masse e rinfocolano le passioni soltanto per esaltare la propria volontà di potenza. Cristo parla in tutt’altro modo, non come uno che cerca la potenza, ma come uno che ha autorità. Ed egli la possiede. Egli è il plenipotenziario dell’Onnipotente. La sua persona è il Logos, la parola di Dio e perciò egli è il linguaggio di Dio. L’incarnazione del Logos è il linguaggio di Dio nell’umanità. Nelle sue parole si rivela in tal modo la sua personalità. La forza e la grandezza di questa personalità sono il mistero del suo linguaggio. Egli è l’Onnipotente. Perciò parla come uno che detiene il potere. E la sua personalità è anche quella che trascina le masse. Egli non è soltanto l’annunziatore, ma anche la personificazione del discorso della montagna, il suo autentico interprete. La sua vita è commento alle sue parole. Le beatitudini si concretizzano nella sua persona e nella sua azione. Egli è il sale della terra e la luce del mondo. Egli è la città, visibile da lontano, in vetta al monte. La sua vita nasce dall’intimo, perché in lui tutto è vivificato dallo spirito dell’amore.
Egli non fa mai il bene per egoismo, ma con lo sguardo rivolto al Padre ch’è nei cieli. Ci ha offerto l’esempio vivente del retto contegno di fronte a quanto appartiene alla terra, non si è preoccupato dei tesori materiali, non è mai stato preda di cure timorose per il cibo e il vestiario. Col suo amore fino alla fine ha illustrato visibilmente anche i rapporti verso il prossimo. Dai frutti si riconosce la bontà del tronco e della radice. Perciò egli ha costruito la Chiesa come la casa che sta sulla roccia e non sulla sabbia. La tempesta del Venerdì santo e tutti gli uragani nella storia della Chiesa non l’hanno potuta travolgere.
 
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli - Lumen gentium 14Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.

Giovanni Crisostomo (Exp . in Matth., XXIV): Non vi conosco ...: tremiamo, dunque, o carissimi, e vigiliamo con cura sul nostro modo di vivere, né riteniamoci da meno per il fatto che noi non compiamo miracoli. Se saremo stati virtuosi, l’aver fatto miracoli non ci procurerà alcun vantaggio in più; né saremo meno ricompensati, se non li avremo compiuti. Noi siamo debitori verso Dio per tali azioni prodigiose, mentre Dio sarà nostro debitore per le opere buone che noi compiamo.

Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 24 Giugno 2026
 
Natività San Giovanni Battista
 
Is 49,1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 138 (139); At 13,22-26; Lc 1,57-66.80 
 
Benedetto XVI (Angelus, 24 Giugno 2012)Oggi, 24 giugno, celebriamo la solennità della Nascita di San Giovanni Battista. Se si eccettua la Vergine Maria, il Battista è l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita, e lo fa perché essa è strettamente connessa al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Fin dal grembo materno, infatti, Giovanni è precursore di Gesù: il suo prodigioso concepimento è annunciato dall’Angelo a Maria come segno che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), sei mesi prima del grande prodigio che ci dà salvezza, l’unione di Dio con l’uomo per opera dello Spirito Santo. I quattro Vangeli danno grande risalto alla figura di Giovanni il Battista, quale profeta che conclude l’Antico Testamento e inaugura il Nuovo, indicando in Gesù di Nazaret il Messia, il Consacrato del Signore. In effetti, sarà lo stesso Gesù a parlare di Giovanni in questi termini: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, / davanti a te egli preparerà la via. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,10-11).
Il padre di Giovanni, Zaccaria - marito di Elisabetta, parente di Maria -, era sacerdote del culto dell’Antico Testamento. Egli non credette subito all’annuncio di una paternità ormai insperata, e per questo rimase muto fino al giorno della circoncisione del bambino, al quale lui e la moglie dettero il nome indicato da Dio, cioè Giovanni, che significa «il Signore fa grazia». Animato dallo Spirito Santo, Zaccaria così parlò della missione del figlio: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo / perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, / per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza / nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,76-77). Tutto questo si manifestò trent’anni dopo, quando Giovanni si mise a battezzare nel fiume Giordano, chiamando la gente a prepararsi, con quel gesto di penitenza, all’imminente venuta del Messia, che Dio gli aveva rivelato durante la sua permanenza nel deserto della Giudea. Per questo egli venne chiamato «Battista», cioè «Battezzatore» (cfr Mt 3,1-6). Quando un giorno, da Nazaret, venne Gesù stesso a farsi battezzare, Giovanni dapprima rifiutò, ma poi acconsentì, e vide lo Spirito Santo posarsi su Gesù e udì la voce del Padre celeste che lo proclamava suo Figlio (cfr Mt 3,13-17). Ma la missione del Battista non era ancora compiuta: poco tempo dopo, gli fu chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta: Giovanni fu decapitato nel carcere del re Erode, e così rese piena testimonianza all’Agnello di Dio, che per primo aveva riconosciuto e indicato pubblicamente.
Cari amici, la Vergine Maria aiutò l’anziana parente Elisabetta a portare a termine la gravidanza di Giovanni. Ella aiuti tutti a seguire Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, che il Battista annunciò con grande umiltà e ardore profetico.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il secondo canto del ‘servo del Signore’ descrive alcuni tratti della sua missione: la sua predestinazione (vv. 1.5) e la sua missione estesa non solo a Israele che deve radunare (v. 5), ma anche alle nazioni per illuminarle (v. 6). La sua parola sarà «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12; v. 2) e la sua predicazione apporterà luce e salvezza (v 6). Il canto parla anche di un suo insuccesso (vv. 4.7), della sua fiducia in Dio solo (vv. 4.5) e di un trionfo finale (v. 7). La missione di Giovanni il Battista, come quella del Servo, è accomunata dal fallimento, ma è da questo apparente insuccesso umano che nasce per gli  uomini una «cosa nuova» (Is 43,19).
 
II Lettura: Inizialmente la predicazione apostolica sarà volta a scuotere il mondo giudaico, ma i frutti saranno molto scarsi. Il testo lucano riporta uno di questi tentativi. Paolo, fariseo, cerca con un ragionamento fondato sul dato biblico, quindi assimilabile dalle menti dei Giudei, di convincere il popolo che Cristo è il Messia: annunciato da Davide, ora, «nella pienezza dei tempi» (Gal 4,4), è «apparso per togliere i peccati» (1Gv 3,5). Questa è la Buona Novella, la «parola di salvezza», che viene annunciata al popolo d’Israele depositario delle promesse divine.
 
Vangelo
Giovanni è il suo nome.
 
Nel racconto della circoncisione di Giovanni, lo stupore, la meraviglia per gli eventi straordinari sono ben tesi a manifestare la futura missione apostolica del bambino. La missione del Battista, come quella del Servo del Signore, avrà il sigillo della sofferenza e del fallimento. A differenza di tanti profeti, Giovanni avrà il felice compito di chiudere le porte dell’Antico Testamento per spalancare agli uomini i battenti del Nuovo. La sua alta missione sarà quella di indicare ad un «popolo che camminava nelle tenebre» (Is 9,1) «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9): solo «Gesù è la luce vera venuta in questo mondo e che illumina di se medesimo ogni uomo. Giovanni si limitò ad additare a tutti il Sole [Lc 1,79]. Giovanni fu testimone della luce con le parole e con i fatti, con la penitenza, con la santità, con la sua fortezza eroica: “Era una lampada che arde e risplende” [Gv 5,35]» (Vincenzo Raffa).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,57-66.80 
 
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante  si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Parola del Signore.
 
Nascita di Giovanni Battista - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli)Il dittico delle nascite, che forma il secondo parallelismo dell’infanzia di Giovanni e di Gesù, rappresenta l’adempimento degli annunzi fatti dall’angelo a Zaccaria e a Maria. Però la simmetria dei due pannelli risulta più generica rispetto al dittico degli annunzi. Mentre per la nascita di Giovanni il racconto ruota intorno all’imposizione del nome in occasione della circoncisione e alla reazione della gente, piena di stupore, nella nascita di Gesù viene dato più rilievo alle circostanze storiche, topografiche, e all’annuncio dell’angelo ai pastori. Il Benedictus di Zaccaria, con cui si conclude l ‘episodio, ha un riscontro nel Nunc dimittis di Simeone.
Il nome Giovanni significa «JHWH è misericordia».
Il tema della misericordia è un motivo ricorrente nel vangelo dell’infanzia. Anche Maria aveva celebrato la potenza e la misericordia di Dio nel Magnificat (v. 50).
Questi, rendendo feconda Elisabetta, benché avanzata in età, aveva magnificato la sua misericordia con lei (v. 58). Egli manifestò le sue «viscere di misericordia», attuando le promesse di salvezza fatte ai padri, attraverso la visita dall’alto del Sole che stava per sorgere sull’orizzonte (vv. 72 e 78). La convergenza di Elisabetta con Zaccaria per la scelta del nome di Giovanni non presuppone un miracolo (v. 63). Zaccaria, benché muto, aveva potuto comunicare in antecedenza a Elisabetta il nome rivelato dall’angelo (v. 13). Lo stupore e il timore dei vicini, la grande eco provocata dall’evento costituiscono motivi ricorrenti nei racconti di miracoli in Luca.
La nascita del Battista da genitori anziani e sterili provocò in tutti ammirazione per le meraviglie compiute dal Signore. - L’espressione «posero nel loro cuore» (v. 66) ricompare in riferimento a Maria come ritornello altre due volte (2,19.51).
 
Per approfondire
 
Giovanni nel quadro della storia della salvezza - Giuseppe Barbaglio: Luca si preoccupa espressamente di assegnare a Giovanni un posto preciso nel vasto quadro della storia della salvezza. Nella suddivisione in grandi tappe il Battista fa parte della prima, cioè dell’AT, essendo Cristo l’inauguratore di una nuova era, quella della pienezza dei giorni: «La legge e i profeti vanno fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi» (Lc 16,16). Giovanni è collocato nella scia del profetismo veterotestamentario: l’ultimo della serie, ma sempre incluso nella serie. Con lui è l’AT che si chiude, dando avvio all’annuncio del regno di Dio proclamato da Gesù. Egli segna la continuità della storia della salvezza. Negli Atti degli apostoli la predicazione apostolica prende il suo punto di partenza proprio dal Battista: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni» (10,37; cf. 1,21-22; 13,24-25). La stessa continuità è sottolineata dai primi due capitoli del vangelo di Luca, che costruisce parallelamente le scene dell’infanzia di Cristo con quelle dell’infanzia del Battista: annunciazione della nascita di Giovanni (1,5-25) e annunciazione della nascita di Gesù (1,26-38), nascita e circoncisione del Battista (1,57-66) e nascita e circoncisione di Gesù (2,1-21), crescita di Giovanni (1,80) e crescita di Gesù (2,40), canto di Maria (1,46-56) e inno del padre di Giovanni (1,67-79). Mostra così che Gesù ha origine dal mondo giudaico, è il frutto dell’AT e della sua attesa impersonata dai «poveri di Dio» (= i genitori del Battista, Maria, i pastori, Simeone ed Anna). Ma ha anche lo scopo di far apparire la superiorità di Gesù sul Battista: Gesù è l’atteso dell’AT; Giovanni ha la missione di preparare la sua venuta (cf. il canto di Simeone: 2,2932 e l’inno Benedictus: 1,67-79). In questo duplice rapporto di continuità e di trascendenza del tempo neotestamentario di Cristo su quello veterotestamentario di Giovanni, Luca vede la reciproca posizione dei due nel disegno divino di salvezza attuantesi nella storia. Marco, invece, tende a introdurre la figura del Battista nella pienezza dei tempi, affermando che la sua apparizione costituisce l’«inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (cf. 1,1-4). Giovanni introduce i tempi evangelici. Su questa linea, e ancor più chiaramente, è anche Matteo con la sua espressa identificazione di Giovanni con Elia, figura escatologica e precursore del Messia. Né è senza significato che per il primo vangelo l’annuncio del Battista è ripreso, tale e quale, da Gesù (Mt 3,2; 4,17).
 
Circoncisione, segno dell’alleanza - Adriana Zarri e Giuseppe Barbaglio (Circoncisione, schede Bibliche Pastorali, Vol. II): Nei testi di carattere più arcaico, come Es 4,25 e Gs 5,3, la circoncisione, praticata ancora con coltelli di selce, sembra significare soprattutto la consacrazione di qualcuno a una particolare missione, ad es. di Mosè a liberare il popolo dalla schiavitù degli egiziani. Il rito diviene segno fisico dell’alleanza di un popolo con Jahvé specialmente con la letteratura sacerdotale. Gn 17,22 è appunto il racconto sacerdotale dell’alleanza che Dio stringe con Abramo.
Secondo la stessa letteratura, Isacco fu circonciso l’ottavo giorno.
È in questo senso che la istituzione della circoncisione viene attribuita a uno speciale intervento di Dio, che la impone ad Abramo e ai suoi discendenti come «segno dell’alleanza» che essi hanno stretto col loro Dio e quindi anche come segno e garanzia della loro appartenenza al popolo delle promesse. In seguito a ciò, la circoncisione diventa il segno sacro che esprime il fatto e la volontà degli ebrei di rimanere fedeli all’alleanza del Sinai. La discendenza di Abramo dovrà portare questo segno, che distinguerà i veri israeliti dagli stranieri e dai pagani (leggere Gn 17,10-14).
Tuttavia l’importanza religiosa della circoncisione non dovette apparire improvvisamente, come potrebbe sembrare a prima vista leggendo il testo sopra citato, ma affiorò in modo graduale e in epoca relativamente tardiva. Israele infatti, prima dell’esilio, viveva in mezzo a popoli che praticavano tale rito - solo i filistei non l’avevano e per questo erano gli «incirconcisi» per eccellenza (l Sam 14,6; 17,26; 31,4) - e la sua più antica legislazione, particolarmente il decalogo (Es 20,23-26; 31,lss), non menziona la circoncisione come legge da osservare. Soltanto dopo l’esilio, quando Israele avrà vissuto in mezzo a popoli incirconcisi, la circoncisione diverrà uno dei primi doveri del pio israelita, un obbligo di carattere religioso, la cui esecuzione era divenuta ai tempi di Gesù ancora più importante dell’osservanza del sabato (Gv 7,22-23). Essa veniva imposta anche ai proseliti come condizione essenziale per essere introdotti nella comunità del popolo di Dio.
La circoncisione significava dunque fedeltà all’alleanza; ne era il segno, e ogni maschio lo portava nella sua stessa carne fin dall’ottavo giorno dopo la nascita (Gn 21,4; Lc 2,21). La tradizione sacerdotale chiamerà «sangue dell’alleanza» quello versato durante il rito della circoncisione.
Oltre che segno di fedeltà alla legge del Signore, la circoncisione diverrà il simbolo dell’orgoglio nazionale e dell’opzione giudaica ai tempi della persecuzione, quando essa sarà proibita dall’autorità pagana (1Mac 1,48). I veri israeliti, fedeli a Jahvé e alla sua legge, continuarono a praticarla sui loro figli, anche a rischio della vita (1Mac 1,60; 2Mac 6,10) e la impongono agli incerti anche con la forza (1Mac 2,46); invece i paurosi, i traditori cercheranno di dissimularla (1Mac 1,15; cf. 1Cor 7,18). È facile intuire come da questa posizione, piuttosto legalista, fosse facile scivolare verso il formalismo, dimenticando il contenuto spirituale del rito.
 
Parallelo fra Giovanni e Gesù - Efrem Siro, Commento al Diatessaron 1, 31: L’anziana Elisabetta ha dato alla luce l’ultimo dei profeti e Maria, una fanciulla, il Signore degli angeli. La figlia di Aronne ha dato alla luce la voce nel deserto (cf. Is 63,9), ma la figlia di Davide il potente Dio della terra. La sterile ha dato alla luce colui che rimette i peccati, ma la Vergine colui che li toglie dal mondo (cf. Cv 1, 29). Elisabetta ha partorito colui che ha riconciliato il popolo tramite il pentimento, ma Maria ha partorito colui che ha purificato le terre da ogni macchia. Il più anziano ha acceso una lampada nella casa di Giacobbe, suo padre, perché Giovanni era questa lampada (cf. Gv 5,35), mentre il più giovane ha acceso il Sole di giustizia per tutte le nazioni (cf. Gv l4,2). L’angelo ha portato l’annuncio a Zaccaria, così che il decapitato proclamasse il crocifisso e l’odiato proclamasse l’invidiato. Colui che stava per battezzare con acqua avrebbe proclamato colui che doveva battezzare nel fuoco e con lo Spirito Santo (cf. Mt 3,11). La luce, che non era oscura, avrebbe proclamato il Sole di Giustizia. Colui che era stato riempito dallo Spirito avrebbe proclamato colui che dona lo Spirito. Il sacerdote che chiama con la tromba avrebbe proclamato colui che verrà alla fine al suono della tromba. La voce avrebbe proclamato il Verbo e colui che vide la colomba avrebbe proclamato colui sul quale la colomba si posò, come il lampo prima del tuono.
 
Che sarà mai questo bambino? - La risposta arriverà molti anni dopo quando Giovanni sarà decollato per la Verità: sarà un martire. Nell’agenda del Battista, il martirio non era un qualcosa di molto improbabile: ogni giorno che passava, la nube di tragedia che si addensava sul suo capo si faceva sempre più tenebrosa e non soltanto per le sue invettive contro l’adultero Erode. Fin dall’inizio del suo ministero molte delegazioni, come mosche noiose, avevano assediato la sua cattedra: farisei, scribi, dignitari del Sinedrio... ma i maggiorenti della classe religiosa, pur nella capacità di intendere e di volere, per paura e per comodo, non vorranno riconoscere che il «battesimo di Giovanni veniva dal Cielo» (Mt 21,24-27). Quella del Battista era una società religiosa, ma in verità atea: Dio era stato ridotto a una slot-machine per erogare grazie e salvezza ai super consumatori di legge, precetti e codicilli vari. Questi maestri del nulla esisteranno sempre e sempre si opporranno ai profeti che ‘gridano’ nel deserto del cuore dell’uomo: deserto perché senza valori, senza morale, senza punti di riferimento. Ora tutti i credenti devono scoprire che la loro primaria vocazione è quella di essere ‘voce che grida’. Avendo Gesù «manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli [cfr. 1Gv 3,16; Gv 15,13]. Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Perché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa» (LG 42).
 
O Dio, che hai suscitato san Giovanni Battista
per preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto,
concedi alla tua Chiesa la gioia dello Spirito,
e guida tutti i credenti sulla via della salvezza e della pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 23 GIUGNO 2026
 
MARTEDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO 
 
2Re 19,9-11.14-21.31-35.36; Salmo Responsoriale Dal Salmo 47 (48); Mt 7,6.12-14
 
San Massimo di Torino, Vescovo: Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli. Nonostante il suo carattere mite, che traspare dalle «Omelie» e dai «Sermoni» che ci sono pervenuti, propose ai sui fedeli un esempio di fermezza. «È figlio ingiusto ed empio - così li spronava a non lasciare la città - colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria». Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio - scriveva con ironia -, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa: avvenne tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica) - Non entrerà in questa città - Come nel combattimento fra Davide e Golia (1Sam 17) o nello scontro fra Giuditta e Oloferne, la questione impostata nel nostro testo è la tesi della fede in Yahveh davanti alla forza delle armi.
Nella sua preghiera, Ezechia mette avanti la gloria e il buon nome di Yahveh: Ora, Signore Dio nostro, liberaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio. In virtù dell’alleanza, Yahveh era il Dio d’Israele e Israele era il popolo di Yahveh. Fra i due, quindi, vi era un impegno reciproco e gl’interessi dell’uno erano gl’interessi dell’altro. Perciò, se il popolo d’Israele era umiliato e sconfitto, l’umiliazione e la sconfitta ricadevano, in ultima istanza, su Dio.
Per conseguenza, in certe occasioni, Dio agiva non tanto per difendere il popolo quanto piuttosto per salvaguardare la gloria del suo santo nome. «Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo che gl’israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio. Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato presso le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro» (Ez 36,21-23). Merita di essere notato l’intervento di Isaia. Nato nella città santa, Isaia prediligeva la sua città natale; e tanto in occasione della guerra siro-efraimita (Is 7) quanto in questa occasione, egli ebbe una parte così importante da raggiungere il prestigio dell’eroe nazionale.
Per cause non del tutto conosciute (forse per qualche insurrezione a Ninive), Sennacherib fu costretto a interrompere l’assedio di Gerusalemme, e il popolo interpretò il fatto come un miracolo e si confermò sempre più nella convinzione che la città fosse inespugnabile e inviolabile, principalmente per il tempio nel quale si rendeva presente la gloria di Dio.
 
Vangelo
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
 
Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, queste parole si riferiscono, molto probabilmente, all’insegnamento del vangelo, e, in questa ipotesi, i cani e i porci non possono essere se non coloro che sono i più ostili al vangelo. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano: Gesù vuole ricordarci che la via che conduce al Regno è lastricata di fatica e di dolore, è la via della croce, infatti al “di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo.” (Santa Rosa da Lima).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,6.12-14
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 6 L’immagine si rifà al culto antico, nel quale erano offerte a Dio la carne delle vittime ed i frutti della terra (cf. Levitico, 22, 1-14; Esodo, 22, 30-31). L’idea tuttavia eccede l’immagine con la quale è espressa. Gesù afferma che non bisogna offrire una dottrina santa e preziosa a persone incapaci di comprenderla. I cani ed i porci non hanno valore allegorico, almeno l’allegoria non è trasparente; non sembra che Gesù voglia indicare con quei nomi i pagani oppure gli Ebrei ostili al suo messaggio. Il ricordo di questi animali è forse dovuto al parallelismo che governa il pensiero semitico. Questi animali quando sono affamati si gettano su qualsiasi oggetto, ma quando vedono che si tratta di pietre, anche preziose, le calpestano e si rivolgono con ferocia contro chi voleva beffarsi della loro avidità. Si voltino a dilaniarvi: si adatta propriamente ai cani, ma per estensione (apo-koinou) va riferito anche ai porci. Il versetto costituisce un aforisma indipendente.
versetto 12 Il detto costituisce la regola d’oro del seguace di Cristo. Esso è presentato come il compendio della Legge e dei Profeti. In effetto la carità, il perdono, il giudizio degli altri... sono condizionati dall’applicazione di questa norma. Il messaggio morale contenuto nella Legge e proclamato dai Profeti è riepilogato da questo principio che suggerisce di trattare gli altri come si amerebbe di essere trattati da loro. La norma allontana dall’uomo ogni forma d’interesse e di parzialità, le quali costituiscono le cause di tutte le ingiustizie che vengono commesse. Quantunque non si parli dell’amore di Dio, tuttavia esso è presupposto, anzi è il vero fondamento di questo principio. La regola d’oro è formulata in modo affermativo, non già negativo (per formulazione negativa cf. Tobia, 4, 16). Per Cristo non basta astenersi dal male, ma è necessario compiere il bene.
versetto 13 Alcuni codici eliminano la ripetizione del termine porta ed hanno: perché larga e spaziosa è la via che conduce alla perdizione. Le immagini della porta e della via erano familiari ai dottori ebrei. Occorre osservare che Gesù non stabilisce un principio, ma constata un fatto; egli dice con tristezza: «pochi entrano per la porta angusta e seguono la via stretta!». Con queste immagini sono indicate le difficoltà che il seguace di Cristo incontra nella sua vita; Gesù, come un accorto educatore, esorta tutti ad entrare per la porta stretta, la quale introduce nella vita. Il Redentore lamenta un fatto che l’esperienza quotidiana presenta alla vista di ciascuno. Egli non dice che pochi raggiungono la vita, ma che pochi percorrono il cammino angusto del bene. Il passo non può essere portato come un argomento per definire il numero degli eletti. Gesù non vuol parlare della misericordia di Dio, della quale egli non intende segnare i confini. Alla questione del numero degli eletti Gesù rifiuta di dare una precisa risposta (cf. Lc., 13, 23-24), la quale, del resto, non gioverebbe alla vita dell’individuo; ogni uomo infatti deve sforzarsi ad entrare per la porta angusta ed a seguire la via stretta. Questo aspetto pratico è la verità che interessa Gesù, come apertamente mostra Luca nel passo parallelo.
 
Per approfondire
 
Le due porte e le due vie - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): All’immagine delle due porte, una stretta e l’altra larga, l’evangelista sovrappone quella delle due vie, molto più nota nell ‘ambiente biblico.
Se ne veda una delle prime formulazioni in Geremia 21,8 (cf. pure Sal l19,29-30; Pro 12,28). È classica la descrizione in Dt 30,15-20 della via che conduce alla vita e al bene, e della via che porta alla morte e al male.
L’immagine delle due porte, stretta e larga, probabilmente è quella originaria. Infatti, nel passo parallelo di Luca si parla soltanto della porta stretta, benché in un contesto diverso (13,23-24). Forse Matteo ha inserito questo detto alla conclusione del di corso programmatico di Gesù per stimolare i credenti all’impegno nella loro adesione a Cristo. La comunità viveva in un periodo difficile di persecuzioni dall’esterno, ma anche di tiepidezza e di torpore all’interno. Matteo, il più moralista degli evangelisti, animato da zelo pastorale, cerca di spronare i credenti per una ripresa morale, per una condotta di vita più coerente alle istanze del vangelo.
L’insegnamento di Gesù è molto esigente e impegnativo; tuttavia, per giungere alla salvezza eterna è necessario seguirlo sul cammino difficile che porta al Calvario. Ora, sono pochi quelli che trovano la porta stretta e che si sforzano seriamente di percorrere la via angusta che conduce alla vita (v. 14). Bisogna quindi imitare Gesù, seguirlo sulla via della sofferenza e della persecuzione, per entrare nel regno dei cieli.
 
Entrate per la porta stretta: Giovanni Paolo II (Omelia, 24 agosto 1980): L’interpellanza circa il problema fondamentale dell’esistenza: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23), non ci può lasciare indifferenti. A tale domanda Gesù non risponde direttamente, ma esorta alla serietà dei propositi e delle scelte: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno” (Lc 13,24). Il grave problema acquista sulle labbra di Gesù un’angolazione personale, morale, ascetica. Egli afferma con vigore che il raggiungimento della salvezza richiede sacrificio e lotta. Per entrare per quella porta stretta, bisogna, afferma letteralmente il testo greco, “agonizzare”, cioè lottare vivacemente con ogni forza, senza sosta, e con fermezza di orientamento. Il testo parallelo di Matteo sembra ancor oggi più categorico: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via, che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta, invece, è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanti pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7,13-14).
La porta stretta è anzitutto l’accettazione umile, nella fede pura e nella fiducia serena, della parola di Dio, delle sue prospettive sulle nostre persone, sul mondo e sulla storia; è l’osservanza della legge morale, come manifestazione della volontà di Dio, in vista di un bene superiore che realizza la nostra vera felicità; è l’accettazione della sofferenza come mezzo di espiazione e di redenzione per sé e per gli altri, e quale espressione suprema di amore; la porta stretta è, in una parola, l’accoglienza della mentalità evangelica, che trova nel discorso della montagna la più pura enucleazione.
Bisogna, insomma, percorrere la via tracciata da Gesù e passare per quella porta che è egli stesso: “Io sono la porta; se uno entra attraverso di me sarà salvo” (Gv 10,9). Per salvarsi bisogna prendere come lui la nostra croce, rinnegare noi stessi nelle nostre aspirazioni contrarie all’ideale evangelico e seguirlo nel suo cammino: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23).
 
Lettera di Barnaba: La via delle tenebre è tortuosa e piena di maledizione. È infatti la via della morte eterna, la via del castigo. In essa vi è tutto ciò che rovina l’anima: idolatria, sfrontatezza, esaltazione per il potere, simulazione, doppiezza di cuore, adulterio, omicidio, rapina, superbia, inganno, scaltrezza, malvagità, arroganza, veneficio, magia, avarizia, mancanza di timor di Dio. Perseguitano i buoni, odiano la verità, amano la menzogna, non conoscono il premio della giustizia, non si attaccano al bene, non si accostano alla vedova e all’orfano né fanno per loro giusto giudizio, non si curano del timor di Dio, ma del male, sono lontani assai dalla mitezza e dalla pazienza, amano le vanità, cercano le ricompense, non hanno pietà del misero, non si danno da fare per chi soffre, sono pronti al pettegolezzo, non riconoscono colui che li ha creati, uccidono gli infanti, mandano in rovina, con l’aborto, le creature di Dio, aborriscono il bisognoso, opprimono l’afflitto, difendono il ricco, giudicano ingiustamente il povero, commettono ogni peccato. È bene dunque che chi ha imparato tutti i precetti del Signore che vi ho scritti, cammini in essi. Chi fa così, sarà glorificato nel regno di Dio; chi sceglie le altre opere, con le sue opere andrà in rovina. Per questo vi è la risurrezione, per questo vi è la retribuzione.
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 22 Giugno 2026
 
XII Settimana del Tempo Ordinario
 
2Re 17,5-8.13-15a.18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 59 [60]; Mt 10,26-33 
 
San Niceta di Aquileia Vescovo: Il Martirologio Romano in questo modo lo descrive: «S. Niceta vescovo, in Dacia, che con la sua predicazione rese mansuete e gentili popolazioni che prima erano barbare e selvagge».
La descrizione rende bene la figura di Niceta di Remesiana, amico intimo di Paolino di Nola. Remesiana è stata identificata con l'attuale Bela Palanka in Serbia.
Paolino scrive del modo in cui Niceta rese docili quei popoli barbari, in una regione che immaginava selvaggia, flagellata dalla neve e dal ghiaccio.
I bessi, in particolare, erano tribù di predatori, e in uno dei suoi Carmi Paolino si congratula con l'amico per averli condotti «come pecore nel gregge di Cristo». Anche Girolamo (30 set.) elogia il lavoro missionario di Niceta, ma non abbiamo nessuna informazione dettagliata dei suoi viaggi missionari, né di come sia stato promosso all'episcopato, né sappiamo la data della sua morte.
Nel Martirologio Romano del 1956 è ricordato al 7 gennaio, a quanto pare per uno sbaglio del cardinal Baronio il quale lo avrebbe erroneamente identificato con Nicea di Aquileia trasferendo pertanto la sua memoria dal 22 giugno al giorno in cui veniva commemorato Nicea.
Alla fine del XIX e all'inizio del XX secolo gli scritti di Niceta, in precedenza attribuiti a Nicea o ad altri, hanno suscitato molto interesse tra gli studiosi: dom Germain Morin e A. E. Burn sostengono che sia lui e non sant’Ambrogio (7 dic.) l'autore del Te Deum, il grande inno di ringraziamento, benché questa tesi non sia universalmente accettata. (Fonte: Santo del Giorno)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Gianluca Conti: La lettura di oggi nel primo paragrafo ci dà notizia dell’occupazione assira in Samarìa e della deportazione degli israeliti, avvenuta nel 722 a.C. Sono pagine tristi che ci stupiscono per la durezza operativa degli Assiri. Studiando un po' di storia, veniamo a scoprire però che il re Osèa di Samarìa già da anni si era assoggettato agli Assiri pagando dei tributi. Ma poi, o perché Osèa sospese il pagamento, o perché gli Assiri sospettarono una congiura tra israeliti ed egiziani ai loro danni, gli Assiri intervennero per occupare militarmente Samarìa. Occupata la regione, in quella occasione, vennero deportati più o meno ventiduemila israeliti, che all'epoca potevano costituire un decimo della popolazione. Al loro posto arrivarono in Samarìa altrettanti abitanti originari della Media. Scopo della deportazione era quello di scoraggiare ribellioni allontanando le classi influenti che avrebbero potuto guidare il popolo verso un'insurrezione. La lettura di oggi interpreta il motivo di una sventura di questo genere ai danni degli israeliti. L'autore esilico si sofferma su un lungo discorso moraleggiante, condannando, chi più o chi meno, tutti i re succeduti da Geroboàmo ad Osèa, i quali non hanno seguito i precetti del Signore ed hanno, con le buone o con le cattive, traviato il popolo verso il culto di pseudo divinità cananee. Nonostante il Signore avesse mandato profeti e veggenti, alla fine hanno continuato a rigettare la sua alleanza. Anche oggi ci arrivano da più parti inviti a fermarci e a ripensare alla nostra condotta di vita: il nostro rapporto col Signore e con gli altri, va sempre bene? Se qualcosa non va, è sempre colpa degli altri o invece siamo noi che abbiamo bisogno di convertirci?
 
Vangelo
Togli prima la trave dal tuo occhio.
 
Nell’insegnamento di Gesù possiamo cogliere una stupefacente verità: l’amore è l’originalità cristiana ed è il distintivo dei credenti. Il Vangelo oggi mette in evidenza quale deve essere il vero comportamento del discepolo nei confronti del prossimo. C’è il pericolo, quando giudichiamo qualcuno, di usare due misure: una per noi e una per l’altro: vediamo la pagliuzza di chi ci sta davanti e non vediamo la trave che sta nel nostro occhio. Così si è indulgenti verso se stessi, e nei confronti degli altri rigidi, puntigliosi, e spesso intolleranti. La rigidità nel giudicare si può evitare se si ha l’accortezza di iniziare la critica da se stessi: questa è la condizione indispensabile per vedere con chiarezza e per valutare con obiettività, le cose che ci circondano. Le parole di Gesù lo dicono apertamente: “Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. È nella conoscenza dei propri limiti e delle proprie debolezze che si trova la giusta misura per una critica evangelica.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,1-5
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?
O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c'è la trave?
Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello».
 
Parola del Signore.
 
Bibbia di Navarra (Matteo): Gesù condanna qui i giudizi che formuliamo temerariamente nei confronti dei nostri fratelli, allorquando per leggerezza o malignità giudichiamo in maniera negativa la loro condotta, i loro sentimenti e le loro intenzioni. Il malizioso detto “chi pensa male non sbaglia” è in netto contrasto con l’insegnamento di Gesù Cristo.
San Paolo, parlando della carità cristiana, ne segnala queste eminenti caratteristiche: «La carità è paziente, è benigna [...] non tiene conto del male ricevuto [...]. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4.5.7). Perciò: «Non pensare mai male di nessuno. nemmeno se le parole o le opere di qualcuno te ne danno ragionevole motivo» (Cammino. n. 442).
«Non giudichiamo. - Ognuno vede le cose dal suo punto di vista ... e con la sua intelligenza, quasi sempre molto limitata, e con gli occhi accecati o annebbiati dalle tenebre della passione, molto spesso» (Cammino, n. 451).
vv. 1-2. Come in altri luoghi, i verbi in forma passiva (“sarete giudicati”, “sarete misurati”) hanno per agente Dio, quantunque non sia detto esplicitamente: «Non giudicategli altri e non sarete giudicati da Dio». È chiaro che il giudizio di cui qui si parla è sempre un giudizio di condanna; pertanto, se non vogliamo essere condannati da Dio, non dobbiamo condannare mai il prossimo. «Dio misura come noi misuriamo e perdona come noi perdoniamo; parimenti, viene in nostro soccorso nella maniera e secondo lo spirito coi quali noi soccorriamo» (Fra Luis De Leon, Comm. al libro di Giobbe, cap. 29).
vv 3-5. Chi ha la vista difettosa giudica difettose le cose, benché integre. Già sant’Agostino dava il seguente consiglio: «Cercate di acquisire le virtù che ritenete manchino ai vostri fratelli. e non vedrete più i loro difetti, perché sarete voi a non averli» (Enarrationes in psalmos. 30.2,7). In questo caso, il detto popolare “chi è ladro crede che tutti lo siano” si accorda pienamente con l’insegnamento di Gesù Cristo.
D’altro canto: «Far della critica, distruggere, non è difficile: il più rozzo manovale sa conficcare i suoi ferri nella pietra nobile e bella di una cattedrale. Costruire: questo è lavoro che richiede maestri» (Cammino, n. 456).
 
Per approfondire
 
Giudicare – Liselotte Mattern: In molti passi del Nuovo Testamento si mette insistentemente in guardia dal giudicare, arrivando persino a proibirlo. S’intendeva con ciò mettere in questione per principio l’amministrazione profana della giustizia? Certo, i cristiani debbono cedere e non celebrare processi, soprattutto davanti a tribunali pagani. Ma il divieto neotestamentario di giudicare allude a qualcos’altro, va più in profondità: si riferisce al giudicare il proprio prossimo in assoluto. In 1Cor 4,3ss e Rm 14,3ss, per es., per Paolo questo giudicare significa in definitiva un intervento nel giudizio universale e con ciò stesso un’intromissione nei diritti di Dio. Questo si deduce dalla motivazione del divieto: 1. non è ancora tempo di giudicare. Il tempo del giudizio è il tempo del ritorno di Cristo. 2. All’uomo viene contestato per principio il diritto di giudicare poiché a) lui stesso è colpevole davanti a Dio, e b) non ha il diritto di giudicare sul servo di un altro.
Ora, ogni cristiano è servo del suo Signore e pertanto responsabile soltanto nei suoi confronti. Se dunque un  cristiano giudica l’altro, si arroga il diritto di mettersi al posto di Dio. Anche le parole del discorso della montagna (Mt 7,1s) mettono insistentemente in guardia dal giudicare: il metro che uno usa ora nei confronti del fratello, sarà usato nei suoi riguardi nel giudizio universale. Accanto a questi divieti di giudicare, però, nel Nuovo Testamento si trovano anche delle affermazioni, secondo le quali non solo è permesso giudicare, ma addirittura questo è richiesto. Qualora i cristiani dovessero avere fra di loro delle cause giudiziarie, secondo Paolo non debbono rivolgersi a tribunali pagani, ma risolvere la questione fra di loro. La comunità di Corinto avrebbe dovuto giudicare già da tempo un pubblico peccatore e punirlo (1Cor 5,1ss). In 1Cor 11,28ss, Paolo rimprovera la comunità perché ha tralasciato di giudicare se stessa. E così Dio stesso ha dovuto giudicare e punire. In questi due passi il giudicare è un dovere della comunità e ai cristiani viene insistentemente comandato di giudicare. Questo comandamento viene motivato dicendo che il giudicare aiuta l’altro e lo preserva dalla condanna nel momento in cui Dio giudicherà i non-cristiani. Il comandamento non contraddice il divieto di giudicare: il giudicare è richiesto al cristiano quando con esso egli aiuta l’altro, gli rende un servizio. Il giudicare gli è invece severamente proibito quando con esso si vuole dominare l’altro; in questo caso il cristiano si mette al posto di Dio.
 
Ipocrita! - Xavier Léon Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Sull’esempio dei profeti (ad es. Is. 29, 13) e dei sapienti (ad es. Eccli 1, 28 s; 32, 15; 36, 20), ma con una forza ineguagliata, Gesù ha messo a nudo le radici e le conseguenze dell’ipocrisia, avendo di mira specialmente quelli che allora costituivano l’«intellighenzia», scribi, farisei e dottori della legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23, 25 e 23, 26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di vedere la luce.
1. Il formalismo dell’ipocrita. - L’ipocrisia religiosa non è semplicemente una menzogna; essa inganna gli altri per acquistarne la stima mediante atti religiosi la cui intenzione non è semplice. L’ipocrita sembra agire per Dio, ma di fatto agisce per se stesso. Le pratiche più raccomandabili, elemosina, preghiera, digiuno, sono in tal modo pervertite dalla preoccupazione di «farsi notare» (Mt 6, 2. 5. 16; 23, 5). Quest’abitudine di mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22, 18; cfr. Ger 18, 18). Desideroso di salvare la *faccia, l’ipocrita sa scegliere tra i precetti o adattarli con una sapiente casistica: può così filtrare il moscerino ed inghiottire il cammello (Mt 23, 24), o rivolgere le prescrizioni divine a profitto della sua rapina e della sua intemperanza (23, 25): «Ipocriti! Ben ha profetizzato di voi Isaia dicendo: questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me» (15, 7).
2. Cieco che inganna se stesso. - Il formalismo può essere guarito, ma l’ipocrisia è vicina all’indurimento. I «sepolcri imbiancati» finiscono per prendere come verità ciò che vogliono far credere agli altri: si credono giusti (cfr. Lc 18, 9; 20, 20) e diventano sordi ad ogni appello alla conversione. Come un attore di teatro (in gr. hypocritès), l’ipocrita continua a recitare la sua parte, tanto più che occupa un posto elevato e si obbedisce alla sua parola (Mt 23, 2 s). La correzione fraterna è sana, ma come potrebbe l’ipocrita strappare la trave che gli impedisce la vista, quando pensa soltanto a togliere la pagliuzza che è nell’occhio del vicino (7, 4 s; 23, 3 s)?
Le guide spirituali sono necessarie in terra, ma non prendono il posto stesso di Dio quando alla legge divina sostituiscono tradizioni umane? Sono ciechi che pretendono di guidare gli altri (15, 3-14), e la loro dottrina non è che un cattivo lievito (Lc 12, 1). Ciechi, essi sono incapaci di riconoscere i segni del tempo, cioè di scoprire in Gesù l’inviato di Dio, ed esigono un «segno dal cielo» (Lc 12, 56; Mt 16, 1 ss); accecati dalla loro stessa malizia, non sanno che farsene della bontà di Gesù e si appellano alla legge del sabato per impedirgli di fare il bene (Lc 13, 15); se osano immaginare che Beelzebul è all’origine dei miracoli di Gesù, si è perché da un cuore malvagio non può uscire un buon linguaggio (Mt 12, 24. 34). Per infrangere le porte del loro cuore, Gesù fa loro perdere la faccia dinanzi agli altri (Mt 23, 1 ss), denunziando il loro peccato fondamentale, il loro marciume segreto (23, 27 s): ciò è meglio che lasciarli condividere la sorte degli empi (24, 51; Lc 12, 46). Qui Gesù si serviva indubbiamente del termine aramico hanefa, che nel VT significa ordinariamente «perverso, empio»: l’ipocrita può diventare un empio. Il quarto vangelo cambia l’appellativo di ipocrita in quello di cieco: il peccato dei Giudei consiste nel dire: «Noi vediamo», mentre sono ciechi (Gv 9, 40).
3. Il pericolo permanente dell’ipocrisia. - Sarebbe un’illusione pensare che l’ipocrisia sia propria soltanto dei farisei. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12, 56); attraverso ai «Giudei» Giovanni ha di mira gli increduli di tutti i tempi. Il cristiano, soprattutto se ha una funzione di guida, corre anch’egli il rischio di diventare un ipocrita. Pietro stesso non è sfuggito a questo pericolo nell’episodio di Antiochia che lo mise alle prese con Paolo: la sua condotta era una «ipocrisia» (Gal 2, 13). Lo stesso Pietro raccomanda al fedele di vivere semplice come un neonato, conscio che l’ipocrisia lo attende al varco (1 Piet 2, 1 s) e lo porterebbe a cadere nell’apostasia (1 Tim 4, 2).
 
Il giudizio temerario: Catechismo della Chiesa Cattolica 2477 Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. Si rende colpevole:
- di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
- di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano;
- di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a giudizi erronei sul loro conto.
2478 Per evitare il giudizio temerario, ciascuno cercherà di interpretare, per quanto è possibile, in un senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo: «Ogni buon cristiano deve essere più disposto a salvare l’espressione oscura del prossimo che a condannarla: e se non la può salvare, cerchi di sapere quale significate egli le da: e, se le desse un significate erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perché, dandole il significate giusto, si salvi dall’errore».
 
Osservare la pagliuzza nell’occhio di un altro - Agostino (Discorso del Signore sul monte 2, 19,64): E ha detto bene: Ipocrita. Infatti biasimare i vizi è compito di uomini buoni e benevoli, ma, quando lo fanno i cattivi, recitano la parte degli altri, come gli attori che nascondono sotto la maschera quel che sono e imitano con la maschera quel che non sono. Quindi nell’appellativo di ipocriti intenderai gli impostori. Ed è veramente molto insopportabile e spiacevole la razza degli impostori poiché, mentre intraprendono con odio e astio la censura dei vizi, intendono anche essere considerati consiglieri. E quindi con tenerezza e prudenza si deve stare attenti che se l’emergenza costringerà a riprendere o rimproverare qualcuno, per prima cosa riflettiamo se è un vizio che non abbiamo mai avuto o che ce ne siamo liberati. E se non l’abbiamo mai avuto, riflettiamo che anche noi siamo uomini e abbiamo potuto averlo; se invece l’abbiamo avuto e non l’abbiamo più, la comune debolezza renda attenta la memoria in modo che non l’odio ma la compassione preceda la riprensione o il rimprovero, sicché tanto se contribuiscono al suo ravvedimento come alla sua ostinazione, giacché il risultato è incerto, noi tuttavia siamo tranquilli sulla sincerità del nostro giudizio. Se poi riflettendo riscontreremo che anche noi ci troviamo in quel vizio, in cui si trova colui che ci apprestavamo a riprendere, non riprendiamo e non rimproveriamolo ma proviamone insieme dolore e invitiamolo non ad ascoltarci ma a tentare insieme.
 
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.