26 Aprile 2026
 
IV Domenica di Pasqua
 
At 2,14.36-41; Salmo responsoriale Dal Salmo 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10
 
Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14 - Acclamazione al Vangelo)
 
Colomban Lesquivit e X. Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Secondo Giovanni, il discorso del buon pastore inaugurava la Chiesa: Gesù accoglie il cieco-nato guarito, scacciato dalla sinagoga dai capi malvagi di Israele. Pietro, dopo la risurrezione, riceve la missione di pascere tutta la Chiesa (21, 16). Altri «pastori» (Ef 4, 11) sono incaricati di vegliare sulle chiese: gli «anziani» e gli «episcopi» (1 Piet 5, 1 ss; Atti 20, 28). Sull’esempio del Signore, essi devono cercare la pecora smarrita (Mt 18, 12 ss), vegliare contro i lupi rapaci che non risparmieranno il gregge, contro i falsi dottori che trascinano nell’eresia (Atti 20; 28 ss).
L’appellativo di «pastore» deve evocare da solo le loro qualità ed il comportamento di Jahvè nel VT; il NT ne ricorda alcuni tratti: bisogna pascere la Chiesa di Dio con lo slancio del cuore, in modo disinteressato (cfr. Ez 34, 2 s), diventando i modelli del gregge; allora «sarete ricompensati dal capo dei pastori» (1 Piet 5, 3 s).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Dio lo ha costituito Signore e Cristo: La prima lettura è la conclusione del discorso di Pietro tenuto il giorno di Pentecoste. La parola di Pietro è particolarmente efficace: toccando il cuore della folla, la dispone ad accogliere con gioia il dono della salvezza.
Ritroviamo l’atmosfera degli inizi del Vangelo, quando Giovanni Battista invitava il popolo d’Israele alla conversione, alla penitenza, al battesimo (Cf. Lc 3,10).
 
Seconda Lettura - Siete stati ricondotti al pastore delle vostre anime: Pietro esorta gli schiavi a sopportare pazientemente la sofferenza, soprattutto quando è inflitta ingiustamente. Umanamente impossibile, è possibile se si tiene fisso lo sguardo su Gesù, il quale, per la salvezza degli uomini, «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore» (Eb 12,2; Cf. Eb 12,3). Soffrire pazientemente è gradito a Dio e fa parte della vocazione cristiana: è l’unica via maestra che conduce il discepolo al possesso della gloria eterna.
 
Vangelo
Io sono la porta delle pecore.
 
Gesù, con l’allegoria evangelica della «Porta delle pecore», si presenta anche come «il Pastore grande» (Eb 13,20) del popolo eletto e del mondo intero: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16).
Egli si rivolge alle guide spirituali del popolo eletto e contro di esse riprende le accuse che i profeti rivolgevano ai cattivi pastori i quali, pascendo se stessi, disperdevano il gregge loro affidato: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge”» (Ez 34,2; Ger 23,1).
Gesù è il buon pastore che le pecore seguono perché ne conoscono la voce come egli le conosce una ad una. L’immagine della porta è usata nella sacra Scrittura per designare l’accesso al mondo di Dio (Cf. Gen 28,17).
Qui, affermando di essere la porta, Gesù dà all’immagine lo stesso significato positivo: passando attraverso di lui, e soltanto attraverso di lui, si accede alla salvezza, alla vita. Cristo Gesù è dunque il pastore-messia atteso dal popolo d’Israele, è «il pastore che finalmente redimerà il gregge di Iahvé e lo renderà giusto e santo agli occhi di Dio» (Giorgio Fornasari).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,1-10
 
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
 
Parola del Signore.
 
Io sono la porta delle pecore - La similitudine della Porta delle pecore (Gv 10,1-10) segue il racconto del miracolo del cieco nato (Cf. Gv 9,1-41) e quindi fa ben intendere a chi è rivolta.
... chi non entra nel recinto ... L’ovile, costruito in luogo soleggiato, era una costruzione bassa, ad arcate, con un recinto costituito quasi sempre da un muro a secco. Il pastore si sdraiava attraverso l’apertura e fungeva da porta per le pecore. A custodire il gregge era posto un guardiano per impedire ai ladri di rubare le pecore.
Solo chi entrava dalla porta veniva riconosciuto dal guardiano e dalle pecore. Il vivere con le pecore «in un luogo isolato fa sì che crei un rapporto speciale tra il pastore e le pecore. I pastori conoscono talmente bene le loro pecore che queste rispondono istantaneamente alla loro voce. Il pastore chiama ogni pecora per nome, e il nome indica qualcosa del carattere e del modo di comportarsi della pecora» (Ralph Gower).
A questa intimità si riferisce Gesù quando dice di conoscere le sue pecore, per cui quando sono chiamate rispondono alla sua voce.
Il termine recinto (greco aulè) nella versione greca dei Settanta è usato per indicare il vestibolo del tempio. Forse, idealmente, Gesù vuole trasportare i suoi ascoltatori in questo luogo santo, tanto amato dal popolo eletto ed emblema e centro spirituale del giudaismo: così facendo, Gesù dà alle sue parole una valenza altamente pregnante di significato teologico-pastorale.
Il recinto aveva una porta, o un cancello. Gesù è la porta per la quale entrano i veri pastori e dalla quale si esce per trovare il pascolo, cioè per essere salvi e per avere la vita in abbondanza. Applicando a sé l’immagine della porta, Gesù «esprime in maniera unitaria due fondamentali verità: da una parte, egli è mediatore della salvezza, via di accesso unica ai beni messianici; dall’altra, egli stesso è il nuovo Tempio, che si sostituisce definitivamente a quello vecchio materiale [Cf. Gv 2,13-22], cioè non più tramite ma luogo stesso in cui il nuovo Popolo trova la sua salvezza. Così si spiegano le promesse di una comunione piena e senza ostacoli tra Lui e i credenti [espressa mediante i termini contrari di entrare e di uscire], di pascolo e di nutrimento, anzi di vita data loro in abbondanza» (P. Adriano Schenker, o.p. - Rosario Scognamiglio, o.p.).
Gesù disse loro questa similitudine. Similitudine (paroimía) è un termine esclusivo di Giovanni, che ricorre ancora in 16,25.29, mentre i Sinottici parlano di parabola (parabolè), ma il senso è lo stesso. Gesù, palesemente, si rivolge ai farisei, guide cieche del popolo d’Israele: un duro rimprovero se la parabola è letta sopra tutto alla luce dei testi di Ez 34,1ss e di Zac 23,1-3.
In verità, in verità io vi dico ... traslitterazione dell’ebraico amen e sta per certamente, veramente, sinceramente. Il suo uso dà autorevolezza al discorso. Gesù insegna con autorità (Cf. Lc 4,31) al contrario degli scribi (Cf. Mt 7,29) e dei profeti che usavano le parole “Dice il Signore”.
... io sono la porta delle pecore, questa affermazione riporta il lettore-credente a tutta una serie di analoghe affermazioni costruite con il verbo «Io sono», uniche nel discorrere giovanneo: il pane della vita (Gv 6,35.48.51), la luce del mondo (Gv 8,12), la risurrezione e la vita (Gv 11,25), la via, la verità e la vita (Gv 14,6), la vera vite (Gv 15,15).
Queste affermazioni nelle menti occluse dei farisei avevano un effetto devastante.
Gesù nei suoi insegnamenti si appropriava di questo attributo tipico di YHWH (Cf. Es 3,14; Is 43,25) per manifestare la sua natura divina. Per le guide cieche d’Israele non poteva non essere che intollerabile e inaccettabile: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). Scandalizzandosi e non accettando la rivelazione del Cristo, i farisei si pongono tra le fila di tutti coloro che sono venuti prima di lui, autodichiarandosi ladri e briganti. Chi si arroga il diritto di pascere le pecore di Dio rifiutando di passare dall’unica porta piomba nel mondo delle tenebre che, per così dire, è anteriore all’apparire di Cristo, luce del mondo. Vi è un solo modo per reggere legittimamente il gregge: bisogna passare per Gesù (Cf. Gv 21,15-17).
Io sono la porta ... Gesù è la porta delle pecore: è l’unico mediatore della salvezza, «in nessun altro c’è salvezza» (Atti 4,12). Chi cerca «vita e felicità fuori e lungi dal Cristo, si illude: troverà solo amarezza e rovina. Chi si allontana dalla fonte d’acqua viva, si scava cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua (Ger 2,13), o si abbevera ad acque limacciose e inquinate. Chi vuole conseguire la salvezza, servendosi di altri mediatori, giungerà alla perdizione. L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo [1Tm 2,5]. Egli è l’unico salvatore del genere umano, il sigillo dell’amore del Padre per il mondo [Gv 3,16s; 1Gv 4,14-16]» (Salvatore A. Panimolle).
 
Per approfondire
 
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): Io sono la porta ... Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti … La proclamazione iniziale «Io sono la porta delle pecore» può essere compresa in due maniere: Gesù è la porta per la quale si accede alle pecore, oppure è la porta attraverso la quale passano le pecore. La porta è destinata a coloro che vanno verso le pecore, oppure essa è destinata all’entrata e uscita delle pecore. Secondo la prima lettura, la più comune tra i commentatori, Gesù affermerebbe di essere il solo mediatore per arrivare efficacemente alle pecore, e questo è stato interpretato come l’esigenza di fedeltà a Gesù da parte dei pastori della Chiesa. Ma il contesto dei vv. 7-10 si oppone a questa lettura: qui non è questione di molti pastori ma di uno solo, e i personaggi diversi da lui non vengono nell’ovile per pascolare le pecore, essi le uccidono. È totale il contrasto tra il pericolo che essi rappresentano per le pecore e la vita alla quale Gesù dona loro di accedere. Del resto, Gesù non dice che egli è «la porta dell’ovile», ma «delle pecore». Gli sforzi dei critici per legittimare la prima lettura si basano in definitiva su una indebita allegorizzazione della porta menzionata nel quadro simbolico. Gesù non si presenta come il mediatore dei futuri pastori; questa estensione avverrà solo più tardi nella letteratura ecclesiastica. Il v. 8 presenta una difficoltà: chi sono coloro che sono «venuti prima di me», bollati come ladri e briganti? Gesù non si riferisce certamente ai patriarchi e ai profeti d’Israele, di cui ha fatto i suoi testimoni o ha ricordato gli annunci, né al precursore che pure è venuto prima di lui. Costoro, i credenti li hanno ascoltati! D’altra parte, l’esclusione è radicale. Per comprenderla conviene partire dal contesto, dove la Porta, che è Gesù, apre l’ingresso alla vita; Gesù esclude che chiunque altro, all’infuori di lui, possa condurre alla vita sovrabbondante; questo è il senso di «prima di me». Ma per qual motivo qualificare questi intrusi come ladri e briganti?
Il termine «ladro» assume il suo vero significato se, ancora una volta, si tiene conto del contesto.
Non si tratta di colui che ruba al suo simile qualcosa che gli appartiene; in questo testo ciò che viene rubato sono le pecore, ed esse appartengono a Dio stesso. Se Gesù le ha chiamate «sue», l’ha detto in quanto gliele ha donate il Padre (v. 29), e il Padre e il Figlio hanno tutto in comune. Il ladro qui è uno che ruba a Dio: ruba a Dio le sue pecore; è un tentativo estremo di usurpazione. Ora Dio è un Dio geloso, dice la Scrittura (Es 20,5; 34,14); e Gesù, il cui zelo per la casa del Padre lo condurrà alla morte (2,17), lo sa bene.
Venendo per derubare ciò che appartiene a Dio, questi intrusi non possono che «farle perire» (apollymi) - termine che designa la perdizione definitiva in senso spirituale (Cf. per es. 12,25) - per il fatto che essi le allontanano dalla voce del Figlio.
Quanto al verbo «sacrificare» (thyo, spesso qui mal tradotto con sgozzare), si adatta a uno che ruba a Dio, poiché evoca una parodia di sacrificio.
Inversamente Gesù, che al versetto 9 si designa non più come «la porta delle pecore» ma come «la Porta» semplicemente, conduce alla vita. La «salvezza», ottenuta da colui che passa attraverso il Figlio, è dipinta mediante immagini. L’una deriva dalla metafora della porta, l’altra dalla vita pastorale. L’espressione «entrare e uscire», senza indicazione di luogo, significa per se stessa la libertà di qualcuno nella vita ordinaria, dato che la coppia di termini opposti indica una totalità. La si incontra in Nm 27,17 in connessione col tema del gregge di Jhwh. Nel nostro testo essa dice la piena libertà del credente. I «pascoli», simbolo di vita opulenta, preparano la sovrabbondanza su cui si chiude il v. 10 dove si può cogliere un’eco del Salmo 23.
Questa parola di Gesù non dice una cosa diversa da ciò che abbiamo già letto in precedenza, per es. al capitolo 6 nel discorso sul Padrone della vita. Qui però è sottolineata la situazione di pericolo per le pecore che potrebbero andare perdute se non interviene il Figlio e se esse non ascoltano lui solo.
 
Clemente di Alessandria, Protrepticon, I, 10, 2-3 - Le porte del Logos: Quanto a voi, se desiderate davvero vedere Dio, prendete parte a cerimonie di purificazione degne di Dio, senza foglie di lauro, né nastri ornati di lana e di porpora; essendovi coronati di giustizia e con la fronte cinta delle foglie della continenza, occupatevi con cura di Cristo; poiché “io sono la porta” (Gv 10,9), dice egli in un certo passo; porta che occorre imparare a conoscere, se si vuol conoscere Dio, in modo tale che egli apra davanti a noi tutte le porte del cielo.
Sono infatti ragionevoli, le porte del Logos, che la chiave della fede ci apre: “Nessuno conosce Dio, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato” (Mt 11,27). Questa porta chiusa fino ad ora, ne sono sicuro, rivela inoltre a chi la apre ciò che sta all’interno e mostra quel che non si poteva conoscere in precedenza, senza essere passati per il Cristo, unico intermediario che conferisce l’iniziazione rivelatrice di Dio.
 
Testimoni di Cristo - Beata Alda (Aldobrandesca) da Siena Vedova (Siena, 28 febbraio 1245 - Siena, 26 aprile 1309): Nacque a Siena il 28 febbraio 1245 dal nobile Pietro Francesco Ponzi e da Agnese Bulgarini. Alda, dopo una buona educazione, fu data in sposa al concittadino Bindo Bellanti, uomo «virtutibus ornatissimus», dal quale, però, non ebbe figli. Dopo la morte prematura del marito, Alda vestì l’abito del Terz’ordine degli Umiliati e si diede a vita penitente nella solitudine di una sua piccola proprietà.
Passò gli ultimi anni nell’ospedale di Sant’Andrea, in seguito detto di Sant’Onofrio, dedicandosi al servizio dei poveri, degli infermi e dei pellegrini. Morì il 26 aprile 1309 e fu sepolta nella chiesa di San Tommaso in Siena, appartenente agli Umiliati. Il suo culto ebbe diffusione nell’Ordine degli Umiliati. (Avvenire)
 
O Dio, nostro Padre,
che hai inviato il tuo Figlio, porta della nostra salvezza, 
infondi in noi la sapienza dello Spirito,
perché sappiamo riconoscere la voce di Cristo,
buon pastore, che ci dona la vita in abbondanza.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 25 Aprile 2026
 
San Marco Evangelista
 
1Pt  5,5b-14; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Mc 16,15-20
 
Marco - I contenuti - Lo scopo del vangelo secondo Marco è quello di affermare con chiarezza l’identità di Gesù di Nazaret, il Cristo-messia, il Figlio di Dio, riconosciuto e adorato come il Signore, crocifisso e risorto. Il testo riferisce soprattutto parole e fatti legati all’attività svolta da Gesù in Palestina, a partire dalla Galilea fino a Gerusalemme, e manca di qualsiasi riferimento alla sua infanzia. Del vangelo di Marco può essere proposto lo schema seguente:
Titolo (1,1)
Inizi della vita pubblica (1,2-15)
Gesù in Galilea (1,16-3,35)
Il mistero del Regno (4,1-6,29)
I pani e gli altri segni (6,30-8,26)
Verso Gerusalemme (8,27-10,52)
Gesù a Gerusalemme (11,1-13,37)
Passione, morte e risurrezione di Gesù (14,1-16,8)
Altri racconti pasquali (16,9-20).
Le caratteristiche - Nel quadro generale gli episodi riferiti non sono strettamente collegati fra loro, la psicologia dei protagonisti non è approfondita, la collocazione nel tempo e nello spazio è molto schematica. Eppure ci sono aspetti particolari di grande interesse: le scene che descrivono l’ambiente palestinese sono ricche di annotazioni concrete e vivaci; Gesù si mostra, ogni volta, un personaggio che non finisce di stupire, un uomo vero e sensibile, deciso e sicuro nella parola e nei gesti, assolutamente indipendente dai maestri della legge di Mosè. Egli non ricerca popolarità, ma autenticità di rapporti; la sua vita e il suo insegnamento vogliono condurre alla fede: “Tu sei il Figlio mio, l’amato” (1,11); “Tu sei il Cristo” (8,29); “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (15,39).
L’origine - La Chiesa antica attribuisce questo vangelo a Marco, conosciuto da Pietro (At 12,12; 1Pt 5,13), compagno di Paolo e Bàrnaba nei loro viaggi missionari (At 12,25; 15,37-39) e, infine, collaboratore di Pietro a Roma (1Pt 5,13). Secondo l’opinione oggi più comune tra gli studiosi, si può fissare la data dello scritto verso l’anno 70. Il vangelo venne composto per fedeli di origine pagana e, secondo la tradizione più antica, per i cristiani di Roma. Ad essi Marco presenta Gesù messia e Figlio di Dio, operatore di miracoli, dominatore di Satana che viene costretto a riconoscergli una superiorità divina.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura:  Raccomandazioni generali - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): L’autore della nostra lettera termina il suo scritto con raccomandazioni generali, indirizzate a tutti i membri delle comunità cristiane. Egli comincia con quello che potrebbe essere chiamato il principio fondamentale che deve caratterizzare e determinare le relazioni fra tutti i membri della Chiesa: l’umiltà. L’umiltà, molto raccomandabile già nell’AT (Pr 3,34), è divenuta il principio generale delle relazioni umane solo nella Chiesa, un principio che condanna ed esclude dalla comunità cristiana (Fil 2,3) ogni lotta per il potere e per gli onori, ogni lotta per primeggiare e occupare i primi posti. Un principio che stabilisce come base la disponibilità per il vero servizio del prossimo. Solo così si risponde all’esigenza del nostro Dio, che resiste ai superbi.
Davanti a Dio, l’unico atteggiamento possibile è l’umile accettazione di tutto quello che ci viene da lui. E un principio particolarmente applicabile nei momenti di difficoltà e di prova; un principio accettabile in modo ge-
nerale, ma anche per le sue motivazioni. Non si tratta,infatti, d’una rassegnazione passiva e priva di speranza;non è un fatalismo che obblighi ad accettare l’inevitabile,ma che ha come base solida la speranza nell’esaltazione e nella gloria (Gc 4,10). La contrarietà non durerà per sempre. Coloro che, ora, partecipano all’umiliazione e alle sofferenze di Cristo, parteciperanno alla sua gloria quando avrà luogo la parusia. Frattanto, è necessario riporre ogni fiducia in Dio (Sal 55,23) non come per una fuga dalla propria responsabilità nello sforzo o come pensando che Dio risolverà in modo magico i problemi, facendo di lui un « deus ex machina », ma come esercizio della fede profonda, poiché Dio non si disinteressa della sorte di coloro che confidano in lui (Mt 6,25ss).
Nel viaggio del cristiano verso la sua meta si richiedono la sobrietà e la vigilanza. Nel tempo in cui Pietro scriveva la sua lettera, era divenuto particolarmente urgente, perché la fine di tutto era attesa come imminente.
D’altra parte, la mentalità giudeo-cristiana si attendeva, per il tempo che la separava dalla fine, delle grandi tribolazioni (Mt 24,22; Ap 3,10). Tempo particolarmente pericoloso, poiché il demonio si sarebbe servito di quelle tribolazioni come d’un’arma poderosa contro i credenti. Satana è paragonato qui a un leone ruggente che gira intorno alla preda che ha avvistata. Nessuno è sicuro e fuori del pericolo. Il pericolo è permanente e la vita cristiana è in una tensione costante.
Davanti al pericolo, è necessaria la vigilanza. Nella lotta, è indispensabile la fede, che sarà la forza nella lotta e la garanzia della vittoria (1Gv 5,4). Un aiuto e un grande stimolo è sapere che il cristiano non è solo sul campo della battaglia: i cristiani sanno che, insieme coi loro fratelli sparsi nel mondo, formano come un esercito di combattenti sul fronte della tribolazione, del dolore e della persecuzione.
L’ultima consolazione è offerta dall’autore di ogni consolazione, che è Dio. Dio non abbandona i suoi sul campo di battaglia. Egli è l’autore e il datore di ogni grazia; per questo non debbono temere. In ultima istanza, essi non confidano in sé, ma nella forza e nel potere divino. Dio che li ha chiamati, non li abbandonerà a metà strada (FA 1,6). Dopo le sofferenze della vita presente, li attende una gloria eterna (lTs 2,12). Lo stesso Dio della grazia presente e della gloria futura è il Dio della fortezza nel momento della lotta (Ef 6,10). La debolezza umana sarà sostenuta dalla forza divina.
 
Vangelo
Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.
 
San Marco ha evangelizzato la Buona Novella con la parola, così come testimonia il Libro degli Atti degli Apostoli, ed ha avuto premura di tramandare gli insegnamenti di Cristo attingendo dalla predicazione di Simon Pietro di cui è considerato dalla maggioranza degli studiosi come il suo stenografo.
San Marco è “il creatore di un nuovo genere letterario, l’inventore del «Vangelo» nel senso che questo termine, che esprimeva nel cristianesimo delle origini la predicazione orale su Gesù e particolarmente sulla sua passione e morte, diventa comprensivo di tutta la realtà e vicenda storica di Gesù, nel suo cammino dalla Galilea a Gerusalemme. Il Vangelo dunque diventa non tanto una semplice dottrina da proclamare, un messaggio, ma un evento che si attualizza e continua, in certo modo, nella sua proclamazione perché è nato da un’esperienza missionaria” (Enzo Lodi).
Il cuore del Vangelo di Marco è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Infine, momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!», è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 16,15-20
 
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Parola del Signore. 
 
Andate in tutto il mondo - José Maria Gonzáles-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): L’invio solenne dei discepoli contiene alcuni particolari molto vicini al linguaggio di Paolo. Infatti, Matteo dice semplicemente: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). Il testo che commentiamo parla invece di «tutto il mondo» come Rm 1,8 e di «ogni creatura» come Col 1,23.
La minaccia contro gl’increduli deve essere intesa nel suo contesto. Effettivamente, non è detto che colui che non si fa battezzare sia condannato, ma solo che saranno condannati coloro che rifiutano di credere (apistein).
Qui si pensa evidentemente a un atteggiamento di ostinazione colpevole di fronte alla proposta della fede, e non accenna ai «non credenti» nel senso moderno della parola.
L’ambiente carismatico, riflesso nel testo, fa pensare a una comunità molto più primitiva e molto meno istituzionalizzata di quella che scorgiamo nel vangelo di Matteo. Qui, infatti, si parla di ammaestrare, e più propriamente «fare discepoli», di battezzare secondo un determinato rito liturgico, di fare osservare i comandamenti di Gesù. Questo significa che anche l’aggiunta finale del secondo vangelo appartiene a uno stadio primitivo delle comunità cristiane, e corrisponde molto bene alla condizione storica, psicologica, ecc. d’una comunità giudeo-cristiana ellenista di Cesarea negli anni 50 della nostra era.
Come in Lc 24,51, Gesù sale al cielo immediatamente dopo aver impartito ai discepoli le istruzioni finali. E per descrivere questo avvenimento, si usano espressioni dell’Antico Testamento prese dalla storia di Elia (2Re 2,11) e dal salmo.
Le apparizioni in Galilea (Mt 28,16) non hanno più posto in questa tradizione; l’attività missionaria dei discepoli con il Signore che «operava insieme con loro» costituisce la vera e propria conclusione del vangelo. La comunità deve avere i suoi responsabili, che non saranno però mai un surrogato del Signore il quale, risuscitato, continua a essere presente in mezzo ai suoi.
 
Per approfondire
 
Gli inviati del Figlio - Joseph Pierron e Pierre Grelot (Missione in Dizionario di Teologia Biblica): 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli.
Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale.
Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16): come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato » (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20,21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate ...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28,19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Cosi la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22, 21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahve (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24).
 
L’imperativo del Cristo: «Andate e predicate» è rivolto a tutti i battezzati: «La vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato» (AA 2). Questa missione, in modo particolare, è dei vescovi, successori degli apostoli, ma anche dei fedeli: «Nella Chiesa c’è diversità di ministero ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo la funzione di insegnare, santificare e governare in suo nome e con la sua autorità. Ma i laici, resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo [...] esercitano l’apostolato con la loro azione per l’evangelizzazione e la santificazione degli uomini, e animando e perfezionando con lo spirito evangelico l’ordine delle realtà temporali, in modo che la loro attività in questo ordine costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva alla salvezza degli uomini [...]. I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel corpo mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della confermazione, sono deputati dal Signore stesso all’apostolato» (AA 2.3). Urge quindi che ogni battezzato prenda coscienza  del suo diritto-dovere di essere missionario, di essere «testimone della Fede dovunque opera. Ma più che le parole, è l’esempio, la testimonianza di una vita che sconvolge certi immobilismi, che fa crollare tanti formalismi e crea comunità di gente che crede e offre proposte nuove» (L. Macchi).
Il Battesimo e la fede: «Il Battesimo non è necessario a coloro ai quali basta la fede: Abramo, infatti, piacque a Dio per la sua fede, pur non avendo ricevuto il Battesimo. Ma sempre ciò che vien dopo porta a compimento e ha il sopravvento su quanto precede. Prima della passione e della risurrezione del Signore c’era salvezza grazie alla pura fede: ma dal momento che la fede per i credenti è stata rafforzata con la nascita, la passione e la risurrezione di Cristo, su di essa, resa più forte, è stato apposto il suggello del Battesimo, quasi abito della fede, che prima era nuda, ma non poteva più restare senza una sua legge. La legge del Battesimo è stata data e dettata in questi termini: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” [Mt 28,19]. Inoltre sta scritto: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno dei cieli” [Gv 3,5]; e ciò vuol dire che la fede deve essere necessariamente suggellata dal Battesimo. Perciò tutti i credenti vengono battezzati» (Tertulliano, De baptismo 13 1-3).
 
Testimoni di Cristo - San Marco, Evangelista: Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sé nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi».
L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire) 
 
O Dio,
che hai glorificato il tuo evangelista Marco
con il dono della predicazione del Vangelo,
concedi a noi di imparare dal suo insegnamento
a seguire fedelmente le orme di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 24 Aprile 2026
 
Venerdì III Settimana di Pasqua
 
At 9,1-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 116 (117); Gv 6,52-59
 
… se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna - Evangelium vitae 37: La vita che il Figlio di Dio è venuto a donare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. La vita, che da sempre è «in lui» e costituisce «la luce degli uomini» (Gv 1,4), consiste nell’essere generati da Dio e nel partecipare alla pienezza del suo amore: «A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1,12-13).
A volte Gesù chiama questa vita, che egli è venuto a donare, semplicemente così: «la vita»; e presenta la generazione da Dio come una condizione necessaria per poter raggiungere il fine per cui Dio ha creato l’uomo: «Se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). Il dono di questa vita costituisce l’oggetto proprio della missione di Gesù: egli «è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6,33), così che può affermare con piena verità: «Chi segue me... avrà la luce della vita» (Gv 8,12).
Altre volte Gesù parla di «vita eterna», dove l’aggettivo non richiama soltanto una prospettiva sovratemporale. «Eterna» è la vita che Gesù promette e dona, perché è pienezza di partecipazione alla vita dell’ «Eterno». Chiunque crede in Gesù ed entra in comunione con lui ha la vita eterna (cf. Gv 3,15; 6,40), perché da lui ascolta le uniche parole che rivelano e infondono pienezza di vita alla sua esistenza; sono le «parole di vita eterna» che Pietro riconosce nella sua confessione di fede: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). In che cosa consista poi la vita eterna, lo dichiara Gesù stesso rivolgendosi al Padre nella grande preghiera sacerdotale: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Conoscere Dio e il suo Figlio è accogliere il mistero della comunione d’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nella propria vita, che si apre già fin d’ora alla vita eterna nella partecipazione alla vita divina.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Cristo risorto sulla via di Damasco infrange i progetti delittuosi di Saulo, l’anima del persecutore si apre alla fede, e gli occhi  si riempiono di luce nuova: la sua mente, pur sconvolta dall’apparizione del Risorto, comprende che Gesù è il Signore, e che vi è perfetta identità tra il Gesù che ora ha incontrato e i cristiani che aveva perseguitato: è  il mistero del corpo mistico di Cristo, Gesù è il Capo, i cristiani le membra. Sconvolto, si affida alla preghiera di Anania, recupera la vista ed già in marcia per proclamare che Gesù è il Signore, il Messia che colma le attese delle antiche profezie.   
 
Vangelo
 La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
 
Gesù è il pane disceso dal cielo, di cui la manna era una pallida idea. Gli ebrei nel deserto avevano mangiato la manna ed erano morti, chi mangia la carne del Figlio dell’uomo e beve il suo sangue avrà la vita eterna. È una chiara allusione al significato redentore e sacrificale dell’Eucarestia.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,52-59
 
In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.
 
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda (v. 55), Un autore del I secolo non avrebbe potuto scrivere le espressioni contenute nei vv. 51-58 senza pensare all’eucarestia. E nessun lettore del tempo le avrebbe intese diversamente. Ma quale concezione dell’eucarestia ci viene data? E quale è il suo rapporto con la tradizione comune del Nuovo Testamento?
I testi eucaristici dei sinottici (Mc 14,22-25; Mt 26,20-29; Lc 22,14-20) e della prima lettera ai Corinti (11,23-26) testimoniano la presenza di elementi costanti, quasi strutture fondamentali nella fede comune: la cornice del tradimento (dei capi, di Giuda, di Pietro e dei discepoli); il gesto del pane spezzato e del vino rosso distribuito; le parole di commento che esplicitano il riferimento all’antica alleanza, al servo di Iahvè e alla croce; la sottolineatura della «vita in dono» (per) come elemento centrale dell’esistenza del Cristo; la sequela come invito a condividere il dono del Cristo «prendete»; «bevete»).
Tutti questi elementi sono presenti in Giovanni, ma a modo suo. Le diversità non meravigliano: Giovanni non
intende raccontarci la cena, ma ci offre una omelia eucaristica Ma si direbbe un omelia costruita sugli elementi comuni: la cornice di incomprensione e di tradimento: i giudei, i discepoli (vv. 61.66), Giuda (v. 70); il riferimento all’antica alleanza (alla manna, al banchetto della Sapienza e al banchetto escatologico); l’affermazione della vita in dono ( per»), che costituisce un chiaro riferimento a Is 53,11-12, alla Croce e alla tradizione neotestamentaria comune: l’invito alla sequela («mangiare» e «bere»).
Naturalmente questi elementi della fede comune sono sviluppati, come al solito, all’interno di un pensiero for­
temente originale. I tratti eucaristici non riguardano soltanto l’eucarestia-sacramento, e neppure - più ampiamente - la parola e la fede: ma è tutta l’esistenza di Cristo, è l’incarnazione che viene spiegata nel suo significato di fondo. Espressioni come «disceso dal cielo» (vv. 33.50.58), «dato dal Padre» (v. 32), «mandato dal Padre» (v. 57) si riferiscono all’incarnazione. E altre come «sangue» e «dato» si riferiscono alla Passione e alla  Croce. È dunque tutta l’esistenza del Cristo che ci viene svelata nel suo profondo.
Possiamo indicare altre particolarità: l’insistenza e il realismo del «mangiare» e del «bere» (vv. 53-55); l’affermazione che la partecipazione al sacramento è condizione indispensabile per avere la vita (v. 53); l’esplicita dimensione universale del dono di Cristo (e per la vita del mondo»: v. 51); la dichiarazione che frutto della comunione con Cristo è la vita, nel suo aspetto presente e futuro e da intendere come estensione a noi della medesima vita che unisce il Padre e il Figlio (v. 57); infine il ricorso al termine «carne» anziché «corpo» (una polemica antidoceta? Oppure, più semplicemente, una traduzione giovannea del comune termine aramaico?).
 
Per approfondire
 
Come il Padre, ha la vita ... - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 57 La proposizione istituisce un parallelo, differentemente articolato nelle sue due parti, tra la vita di Cristo e quella del credente. Come Gesù trova nel Padre la fonte ed il fine della sua vita, così anche il credente trova in Cristo la fonte ed il fine della sua esistenza. Questa duplice considerazione deriva dalla preposizione διά (per), la quale designa il principio efficiente (in forza di ...) e il motivo finale (in favore di ...). L’evangelista intende proporre questa ricchezza di senso (io vivo per il Padre; così anche colui che mi mangia vivrà per me); come Gesù vive dal Padre e per il Padre, così il suo discepolo vive da lui e per lui. Il parallelismo non si esaurisce in questo insegnamento; il testo indica che l’Eucaristia comunica ai credenti la vita divina che Gesù riceve dal Padre; il Padre infatti ha dato al Figlio di disporre della vita divina in favore dei credenti (cf. Giov., 5, 26).
versetto 58 Gesù applica all’Eucaristia le espressioni che ricorrono nei verss. 49-50; si ha così unainclusio, cioè si conclude una sezione allo stesso modo con il quale è stata introdotta. Non è come quello che hanno mangiato i padri; questa sembra essere la lezione criticamente più sicura; molti codici offrono una lettura più ampia per desiderio di maggiore chiarezza e di armonizzazione con i testi precedenti (essi aggiungono le parole: manna, vostri, oppure: nostri, nel deserto); la Volgata offre la seguente lettura: non sicut manducaverunt patres vestri manna et mortui sunt.
versetto 59 Insegnando nella sinagoga; espressione che conclude l’intero discorso di Gesù. L’evangelista rileva che il discorso fu tenuto nella sinagoga per sottolinearne l’importanza; le verità rivelate da Cristo furono esposte durante un’istruzione sinagogale. La formula quindi «nella sinagoga» (letteral.: in sinagoga) non ha un senso esclusivamente locale che richiama l’attenzione su una circostanza esterna al discorso, ma riveste un senso più determinato, perché designa una circostanza che qualifica il discorso, perché esso fu tenuto in un’assemblea sinagogale ed ebbe il carattere di insegnamento autorevole e qualificato. Il codice D ed altri codici minuscoli, dopo le parole «a Cafarnao», aggiungono la precisazione «di sabato».
 
La vocazione di Saulo (9,1-19a) - Richard J. Dillon e Joseph A. Fitzmyer (Atti, Grande Commentario Biblico): Avendo prefigurato la propagazione della Parola ai gentili nell’episodio dell’eunuco della regina etiopica, Luca ritorna ora alla persona che sarà l’eroe della seconda parte del suo libro.
Prima che venga ufficialmente iniziata la missione ai pagani, è necessario che Luca incorpori il suo eroe nella Chiesa primitiva. Viene perciò introdotto a questo punto il racconto della conversione di Saulo.
Non è semplicemente un racconto di conversione, poiché ci informa su qualcosa che va oltre la semplice descrizione della conversione psicologica di Saulo; abbiamo qui piuttosto il racconto della sua vocazione ad essere «lo strumento da me scelto per portare il mio nome dinanzi alle nazioni» (9,15). Questo è soltanto il primo dei tre racconti della conversione di Saulo registrati in At (v. 22,1-6; 26,9-18). I tentativi fatti per mettere questi racconti in relazione con le varie fonti a cui attinse Luca (cap. 9 dalla chiesa antiochena; cap. 22 dalla chiesa gerosolimitana; cap. 26 da Paolo), non sono riusciti a convincere molto. (Per commenti sulle somiglianze e divergenze nelle tre narrazioni lucane della conversione di Saulo, Vita di Paolo, 46: 17-18).
Il racconto della conversione di Paolo che si trova in Gal 1,11-16 è assai simile a quello lucano del cap. 26. La triplice ripetizione del racconto in At è inserita in momenti decisivi nella storia della propagazione della Parola da Gerusalemme, e l’accento che Luca pone su quella conversione in quei particolari momenti sembra deliberatamente voluto. Nel cap. 9 il racconto è posto in relazione con la predicazione della Parola ai gentili (inserito tra l’episodio dell’eunuco etiopico e quello della conversione di Cornelio); nel cap. 22 esso è posto in relazione alla grande battaglia sostenuta dal cristianesimo per emanciparsi e liberarsi dalla sua matrice giudaica; nel cap. 26 la conversione è raccontata in un tempo in cui l’autorità di Roma è stata invocata per proteggere il cristianesimo, e sotto tale protezione esso s’incammina simbolicamente verso l’«estremità della terra».
Un’altra differenza che si potrebbe notare nei tre racconti riguarda il modo in cui viene presentato Saulo nelle varie edizioni. Benché Luca sia riluttante nell’assegnare a Saulo l’appellativo di «apostolo» (soltanto in 14,4.14), la descrizione della sua vocazione all’evangelizzazione dei gentili nel cap. 9 gli ascrive certe qualità peculiari che erano state già sperimentate dagli apostoli. Raffronta 9,15-17 con At 1,9; 2,4.40: egli ha visto il Kyrios; è ripieno dello Spirito; e ha iniziato a proclamare Gesù. Luca suggerisce implicitamente una certa uguaglianza tra Saulo e gli apostoli, anche se egli non s’esprimerebbe mai esplicitamente in tale modo. Nel cap. 22 si nota un accento posto sul ruolo di Saulo in quanto testimone; si può notare nello stesso racconto l’uso abbondante di termini quali martys, martyrein, ecc. (22,5.12.15.18.20) e il riferimento a Stefano (22,20). Ciò spiega la maggiore accentuazione della visione della luce, della doxa, e del «Giusto» (22,14). Infine, nel cap. 26 il ruolo di Saulo è quello del profeta. Nei vv. 16-1 ci sono allusioni alle visioni inaugurali di Ez 2,1.6; Ger 1,8, e in modo ancor più chiaro a Is 35,5; 42, 7; 61,1. Mosè e i profeti confermano il suo messaggio riguardante il Cristo (26,21); infine egli interroga Agrippa se crede nei profeti (26,27). In tutto questo si nota la tendenza lucana di presentare Saulo come colui che sta continuando l’opera di Gesù, il Kyrios; egli è all’opera nella persona di Saulo. Saulo diventa in tal modo un degno successore dei Dodici.
 
Chi mangia questo pane vivrà in eterno: “Occorre notare che c’è un nutrirsi spirituale e un nutrirsi sacramentale. Quello spirituale avviene con la fede e la carità, quello sacramentale col sacramento. Senza il cibo sacramentale ci può essere salvezza, perché non è indispensabile quel che si riferisce all’istituzione sacramentale; invece il cibo spirituale è indispensabile. Agostino dice che il credere è già un mangiare: «Perché prepari denti e stomaco? Basta che tu creda e hai già mangiato!»” (Bonaventura, In Io., VI).
 
I Testimoni di Cristo - San Benedetto Menni, Sacerdote - Benedetto Menni al secolo Angelo Ercole è stato il restauratore dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) in Spagna, nonché il fondatore nel 1881 delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici. Nato nel 1841, lasciò il posto in banca per dedicarsi, come barelliere, ai feriti della battaglia di Magenta. Entrato tra i Fatebenefratelli, fu inviato a soli 26 anni in Spagna con l’improbo compito di far rinascere l’Ordine, che era stato soppresso. Ci riuscì tra mille difficoltà – tra cui un processo per presunti abusi a una malata di mente, concluso con la condanna dei calunniatori – e in 19 anni da provinciale fondò 15 opere.
Su suo impulso la famiglia religiosa rinacque anche in Portogallo e Messico. Fu poi visitatore apostolico dell’Ordine e anche superiore generale. Morì a Dinan in Francia nel 1914, ma riposa a Ciempozuelos, nella sua Spagna. È santo dal 1999. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
che ci hai fatto conoscere la grazia della risurrezione del Signore,
donaci di rinascere a vita nuova
per la forza del tuo Spirito di amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
23 Aprile 2026
 
Giovedì della III Settimana di Pasqua
 
At 8,26-40; Salmo Responsoriale dal Salmo 65 (66); Gv 6,44-51

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. (Gv 6,51 - Acclamazione al Vangelo)
 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo»: Gesù è «pane» in quanto fonte di vita. Ma questa affermazione, appena uscita dalla bocca di Gesù, provoca immediatamente sconcerto e disapprovazione tra la folla. I Giudei conoscevano il racconto del miracolo della manna che nel deserto aveva saziato i loro Padri e li aveva sostenuti nella lunga e faticosa marcia nel deserto (Cf. Es 16,1ss; Sal 78,24; Sap 16,20-21). I Giudei mormorano proprio perché quello del pane disceso dal cielo era un linguaggio fin troppo familiare e non riescono a comprendere il discorrere di Gesù e sopra tutto non capiscono dove voglia andare a parare col suo dire.
In ogni caso, non possono accettare la supponenza di Gesù che si autodefinisce «pane disceso dal cielo», se lo facessero le conseguenze sarebbero immediate: dovrebbero accettare Gesù come il Messia. E questo per dei cuori spenti è impossibile (Cf. Lc 4,16-30).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: L’Etíope, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, sta leggendo un brano del profeta Isaia (53,7-8), un brano di difficile interpretazione. Per i Giudei la difficoltà stava nel trovare la persona che avrebbe fatto in favore del suo popolo quello che diceva la profezia indicata nel libro di Isaia. Trovarla significava anche darle un nome. La Chiesa trovò la risposta in Cristo Gesù, ed è da qui che inizia l’evangelizzazione dell’eunuco da parte di Filippo. Alla fine, fatta la professione di fede l’Etiope riceve il battesimo, e con il dono dello Spirito Santo il suo cuore si colma di indicibile gioia.
 
Vangelo
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
 
Il brano giovanneo è di una ricchezza non comune, e puntualizza punti cardini per la fede cristiana. Innanzi tutto, non andiamo a Gesù per iniziativa nostra e per mezzo della buona volontà. Ci deve essere la chiamata e il dono del Padre. Gesù è il dono del Padre, e allo stesso tempo Gesù si dona a noi nel mistero del pane. Il verbo mangiare usato da Gesù, Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno..., allude all’eucarestia, ma può essere inteso anche in chiave sapienziale, pane, come cibo spirituale. Colui che va da Gesù si nutre di questo pane e mediante questo cibo spirituale acquisisce la pienezza di vita di Gesù che garantisce e anticipa il dono e il possesso della vita eterna.
... il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo: con questa affermazione Gesù “precisa in che modo egli è pane di vita: per mezzo della sua carne donata per noi. Nel linguaggio biblico la carne è una componente dell’uomo, il segno della sua fragilità, cioè del suo divenire votato alla morte. Il Verbo fatto carne ha preso la condizione umana sino alla fine. Malgrado la sua impotenza, la carne è principio di comunione. Giovanni dice del Verbo fatto carne: «Venne ad abitare in mezzo a noi» (1,14). Il primo uomo dice della donna che Dio gli presenta: «È ossa della mia ossa, carne della mia carne» (Genesi 2,23). È più di una parentela: è un’origine, un destino, una sostanza comune. Assumendo la nostra debolezza umana, unendosi a noi, Gesù diventa nostro pane”.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,44-51

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Parola del Signore.
 
I Giudei sono ciechi, malintenzionati, e sordi ad ogni appello divino. Gesù dinanzi a tanta cecità e incapacità investigativa («Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse» Gv 14,11) non disarma, ma cerca di dare una mano ai Giudei perché comprendano e così trasporta i contestatori sul piano della fede: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare?
L’espressione di Gesù va compresa solo alla luce dell’amore e della fede. La fede è un dono di Dio, ma ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto di Dio: l’uomo, pur consapevole della sua debolezza che non gli permette di giungere a Dio con le sue sole forze, desidera e ama Dio; anela, tende a Lui e fiducioso attende quella grazia divina che «previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità» (DV 5). Solo chi «ha udito il Padre e ha imparato da lui» si può porre alla sequela del Cristo perché la sequela non è una conquista, ma una grazia. Avendo cercato di allargare il cuore dei Giudei entro gli ampi spazi della fede, Gesù ritorna sul tema del pane della vita. E mostra ancora una volta se stesso come «il pane vivo, disceso dal cielo». Solo questo pane preserva l’uomo dalla morte e lo introduce nella vera vita: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». E il termine carne (sàrx), che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana, ora, riferita al corpo di Cristo, vuole rimandare sia al mistero dell’incarnazione, sia alla Passione e alla morte sacrificale «per la vita del mondo», cioè per tutti: «Gesù è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» (1Gv 2,1-2). Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, dice un antico adagio, e i Giudei, di ieri e di oggi, a queste parole fanno spallucce, e così molti, come dirà più avanti l’evangelista, andranno via abbandonando il Maestro. Una brutta storia di malafede e di incredulità che come gramigna cresce da sempre nel campo di Dio.
 
Per approfondire
 
Filippo e l’etiope - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il vangelo continua a diffondersi. Dopo la sua apertura ai samaritani, metà giudei e metà pagani, ecco un racconto che ci descrive la sua penetrazione in un terreno doppiamente proibito. L’etiope impersona questa duplice conquista della Chiesa nascente, duplice, perché si tratta d’un eunuco che, come tale, era escluso dall’assemblea d’Israele (Dt 23,2). In più, con ogni probabilità, quest’eunuco era pagano, uno dei tanti simpatizzanti per il giudaismo che ne accettavano in gran parte i principi religiosi, ma senza essere stato ammesso a far parte della comunità giudaica. Se questa probabilità risponde alla realtà delle cose, siamo di fronte al primo pagano convertito al cristianesimo, anche se Luca non lo fa notare.
Evidentemente questo nuovo progresso del vangelo non poteva nascere dall’iniziativa umana. L’ellenista Filippo si mise in contatto con l’etiope per un ordine del Signore. È detto molto chiaramente in due frasi parallele per il loro grande significato: « l’angelo del Signore disse a Filippo », e « lo Spirito disse a Filippo ». L’iniziativa divina si rivela molto bene nell’itinerario che l’angelo indica a Filippo: «Va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta ». Era molto improbabile, quasi impossibile, che Filippo potesse trovare qualcuno su quella strada. D’altra parte, è difficile localizzare questa via del deserto, perché nessuna delle vie che uniscono Gerusalemme a Gaza attraversa il deserto. L’antica Gaza era stata distrutta da Alessandro Magno; più tardi, fu una città fiorente fino a che fu nuovamente distrutta nell’anno 66 della nostra era. Si può parlare di strada deserta sia perché Gaza era considerata, allora, come un deserto e sia perché era l’ultima città in cui cominciava la via del deserto verso l’Egitto. Comunque, difficilmente la storia raccontata si poté svolgere nel deserto, data l’acqua che essi trovano sulla loro strada.
L’etiope non era oriundo dall’attuale Etiopia, ma da un territorio equivalente ora al Sudan. Per la mentalità greca, e forse anche per Luca, questo paese era considerato come il limite estremo del mondo; e quindi, avremmo qui un’altra espressione dell’universalismo del vangelo, che arriva fino alle estremità della terra, fino all’Etiopia (Sal 68,32). L’Etiopia era un popolo ben noto per la politica e per il commercio. Candace era il titolo della regina madre, che conservava il suo vero potere anche quando suo figlio era sovrano effettivo. Che l’etiope fosse eunuco non ha nulla di straordinario, dato che era al servizio della regina.
Gli etiopi parlavano una propria lingua, ma non è per nulla sorprendente che un alto funzionario conoscesse anche il greco. La lettura della Bibbia è fatta su una versione greca. Ed egli legge ad alta voce, come usavano leggere gli antichi. Sono state esposte tutte le circostanze perché possa aver luogo l’intervento di Filippo. L’interpretazione del passo che l’eunuco leggeva (Is 53,7-8) fu sempre difficile. Noi ne tentiamo una spiegazione analizzando il senso delle parole e tentando di scoprire il pensiero dell’autore e le sue circostanze storiche ... I giudei, davanti a un’affermazione come quella che stava leggendo l’eunuco nella Bibbia, si chiedevano chi fosse quella persona che avrebbe compiuto esattamente tutto quello che la profezia contiene. Il problema era trovare nel passato, nel presente o nel futuro una persona che facesse in favore del suo popolo quello che dice la profezia. La Chiesa cristiana trovò questa persona nella figura di Gesù di Nazaret. Per Filippo, questo fu il punto di partenza per l’evangelizzazione dell’etiope.
Che cosa mi impedisce di essere battezzato? Probabilmente, Luca usa una formula che riflette un’usanza poste­riore della Chiesa, che esaminava attentamente la preparazione dei candidati al battesimo, i quali dovevano essere ben istruiti e convinti della fede che il battesimo supponeva. Fatta la professione di fede: «credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio », Filippo lo ammette al battesimo; e l’etiope torna gioioso alla sua terra. La gioia, sotto la penna di Luca si unisce spesso al possesso dello Spirito. Filippo scompare misteriosamente e continua la sua instancabile missione evangelizzatrice.
 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo - Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): Sono io il pane vivente disceso dal cielo (v. 51). Gesù ha moltiplicato i pani e ha sfamato la folla, abbondantemente. Ma il gesto non ha il significato che gli ha attribuito la folla. È invece un «segno», e nel linguaggio di Giovanni questo significa che è capace di svelare la realtà profonda di Gesù, «chi egli è per noi». Ecco il punto: chi è Gesù? Che cosa è per noi? La risposta: Questo è il pane vivente disceso dal cielo e capace di darci la vita. Due aspetti, dunque: l’origine celeste e la dimensione salvifica. La chiara risposta del v. 51 è già stata preparata, ed è quindi carica di tutte le risonanze delle affermazioni precedenti: vv. 27.33.35.48. Noi sappiamo che in queste formule lo Io Sono c’è una concentrazione su Gesù. La fede è adesione a lui, prima e più che a una dottrina. Ma c’è anche un comprendere, e precisamente un riconoscere la sua origine (viene dal Padre) e la sua capacità di salvezza (dono per noi). Sappiamo che qui c’è una polemica: il vero pane è Gesù, non le altre offerte di salvezza, che tutt’al più sono avvio e preparazione ma in nessun modo meta e conclusione.
Sappiamo infine che c’è una pretesa, quella di offrire all’uomo quel dono di cui, lo sappia a no, egli ha unicamente bisogno.
Tutto questo ci è noto, ed è ben chiaro nel nostro discorso. Però il v. 51 precisa che il pane non è soltanto parola di Gesù, ma la sua «carne» in dono. Certo è un’allusione al sacramento, ma ancora prima una rivelazione del significato profondo del Cristo (e perciò dell’uomo): una esistenza in dono. È di questo che abbiamo bisogno, e sotto due aspetti. Noi siamo alla ricerca del dono di Dio per noi, ma siamo anche alla ricerca di qualcuno che ci faccia divenire dono, perché questo è il progetto per cui siamo fatti. Abbiamo bisogno del dono di Dio (di un Dio che si dona a noi), ma abbiamo anche bisogno di qualcuno che ci aiuti a donarci.
 
Solo colui che viene da Dio ha visto il Padre - Cirillo di Gerusalemme, Le catechesi 6, 6 - Solo le membra della divinità vedono Dio nella sua pienezza: Gli angeli quindi lo vedono secondo il loro grado di comprensione, gli arcangeli secondo la potenza che è loro propria, i troni e le dominazioni più degli ordini precedenti ma in misura sempre inferiore a quanto richiederebbe la visione esaustiva che ha assieme al Figlio lo Spirito Santo.
Questi infatti scruta tutto e conosce le profondità di Dio (1Cor 2,10). Sicché, come disse Gesù, conoscono il Padre, adeguatamente e alla stessa maniera, il Figlio unigenito e lo Spirito Santo: Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato (Mt 11,27; cf. Lc 10,22). Il Figlio unigenito che vede esaustivamente il Padre lo rivela a tutti secondo le capacità di ciascuno assieme allo Spirito e per mezzo dello Spirito, perché solo lui assieme allo Spirito Santo partecipa della divinità del Padre: generato senza passione prima dei secoli eterni, conosce chi lo genera come il genitore conosce il generato.
Dunque, poiché gli angeli non conoscono il Padre nella misura in cui l’unico generato lo conosce, ce lo rivelerà l’Unigenito che assieme allo Spirito Santo - come già detto - rivela Dio a ciascuno secondo le sue capacità per mezzo del medesimo Spirito: nessun uomo si potrebbe vergognare della propria ignoranza.
 
Testimoni di Cristo - San Giorgio - Non siamo soli a combattere i nostri oscuri “draghi”: Ognuno ha i suoi personali “draghi”, da combattere, ombre minacciose che ci isolano e ci annientano, ma anche nel momento più buio non siamo soli ad affrontarli. Perché se Dio è sceso nella morte per portare la sua luce, anche nelle nostre piccole “morti quotidiane” c’è sempre spazio per la speranza. Icona di questa battaglia vittoriosa è san Giorgio, che secondo la tradizione uccise il drago che minacciava Silene. Il racconto è leggendario ma esprime la grandezza di un santo che di fatto è venerato in tutto il mondo e ha ispirato movimenti e associazioni. La sua biografia ci è giunta confusa e arricchita da racconti senza fondamento storico. Secondo un antico racconto della passione, una «Passio», Giorgio era nato in Cappadocia e fu educato nella fede dai genitori. Divenne poi tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, anche se altre versioni lo indicano come membro dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore romano, che nel 303 diede vita a una feroce persecuzione contro i cristiani. Giorgio si ribellò: strappò l’editto dell’imperatore e si dichiarò cristiano. Per questo fu arrestato, torturato, incarcerato e poi ucciso. Aveva vinto la violenza offrendo la propria vita.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che in questi giorni pasquali ci hai rivelato in modo singolare
la grandezza del tuo amore,
fa’ che accogliamo pienamente il tuo dono,
perché, liberati dalle tenebre dell’errore,
aderiamo sempre più agli insegnamenti della tua verità.