28 Maggio 2026
Giovedì della VIII Settimana T. O.
1Pt 2,2-5.9-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Mc 10,46-52
Rabbunì, che io veda di nuovo! (Vangelo)
La guarigione di Bartimeo «nell’essenzialità dei suoi passaggi, evoca l’itinerario del catecumeno verso il sacramento del Battesimo, che nella Chiesa antica era chiamato anche “Illuminazione”».
La fede è un cammino di illuminazione: parte dall’umiltà di riconoscersi bisognosi di salvezza e giunge all’incontro personale con Cristo, che chiama a seguirlo sulla via dell’amore. Su questo modello sono impostati nella Chiesa gli itinerari di iniziazione cristiana, che preparano ai sacramenti del Battesimo, della Confermazione (o Cresima) e dell’Eucaristia. Nei luoghi di antica evangelizzazione, dove è diffuso il Battesimo dei bambini, vengono proposte ai giovani e agli adulti esperienze di catechesi e di spiritualità che permettono di percorrere un cammino di riscoperta della fede in modo maturo e consapevole, per assumere poi un coerente impegno di testimonianza. Quanto è importante il lavoro che i Pastori e i catechisti compiono in questo campo! La riscoperta del valore del proprio Battesimo è alla base dell’impegno missionario di ogni cristiano, perché vediamo nel Vangelo che chi si lascia affascinare da Cristo non può fare a meno di testimoniare la gioia di seguire le sue orme. In questo mese di ottobre, particolarmente dedicato alla missione, comprendiamo ancor più che, proprio in forza del Battesimo, possediamo una connaturale vocazione missionaria» (Benedetto XVI, Angelus 29 Ottobre 2006).
Liturgia della Parola
I Lettura - Bibbia per la formazione cristiana: Comincia qui un grande inno che si estende fin quasi alla fine del capitolo 50. L’autore si propone di lodare Dio per le sue opere, cantando la sua grandezza nell’universo delle cose create e nella storia degli uomini. La natura è multiforme e immensa ma è trasparente. L’uomo non finirà mai di scoprire le sue meraviglie, in cui si rivela la gloria di Dio che con la sua parola ha creato tutte le cose. Dio esercita il suo dominio su ogni creatura. Tutte le creature sono belle e utili nella loro diversità. Ciascuna ha la sua funzione, che le è stata assegnata dal Creatore. L’uomo non sarà mai sazio di contemplare la loro bellezza.
Vangelo
Rabbunì, che io veda di nuovo!
Con l’episodio della guarigione di Bartimèo si conclude la sezione dedicata alla sequela di Gesù. La guarigione del figlio di Timeo segna anche una svolta: Gesù non cerca più di mantenere il segreto della sua identità. Accetta di essere chiamato Figlio di Davide e in seguito all’ingresso in Gerusalemme si designerà apertamente come il Messia. Gesù è detto anche Nazareno ed è chiamato con il titolo di Rabbunì. Il primo - Nazarenos - figura solo in Marco, mentre il secondo titolo è l’equivalente aramaico dell’ebraico rabbi. È usato solo qui e in Gv 20,16. Il significato potrebbe essere “mio Maestro” o “Maestro” (cf. Gv 20,16). La sequela del cieco Bartimèo diventa il prototipo di ogni discepolato: solo la luce della grazia riesce a far sentire all’uomo la presenza di Gesù. Solo il Dio salvatore dell’uomo e la grazia muovono l’uomo a invocare l’intervento liberatore di Dio, l’uomo, a tanta condiscendenza divina, può rispondere all’amore salvifico di Dio solo con la fede.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
Parola del Signore.
Che vuoi che io ti faccia - Gerico è una città della Cisgiordania, posta in prossimità del fiume Giordano. Considerata la più antica città fortificata al mondo, Gerico evoca lutti, guerre e prodigi operati da Dio per la sua conquista. Basti pensare alla sua espugnazione miracolosa da parte di Giosuè quando Israele, dopo l’uscita «a mano alzata dall’Egitto» (Es 14,8), incominciò a conquistare la terra promessa (cf. Gs 6,1-16).
Di Bartimèo, figlio di Timèo, non sappiamo se era cieco dalla nascita, ma il fatto che Marco ne fornisca il nome potrebbe significare che probabilmente era conosciuto nell’ambiente della primitiva comunità cristiana. In ogni caso, se era cieco non era sordo e forse si era appostato in quel luogo di proposito in attesa del passaggio di Gesù.
Il titolo Figlio di Davide è un titolo messianico, ma non è facile intuire che eco avesse sulla bocca e nel cuore di Bartimèo. Con questo grido di fede sembra che il segreto messianico, gelosamente custodito da Marco, si sia ora dileguato.
«Finora nel Vangelo di Marco le proclamazioni messianiche ad alte grida erano state quelle dei demoni e Gesù ha cercato di tacitarle. Qui per la prima volta, è un uomo che grida a tutti la messianità di Cristo: un cieco che lo ha riconosciuto interiormente per grazia divina; e il Maestro non lo ammonisce, lascia che gridi più forte, anzi lo invita a mettersi accanto a lui al centro della folla, quasi a offrirgli una migliore opportunità a testimoniarlo» (P. Gaetano Savoca, s.j.).
In ogni caso, il grido del figlio di Timèo era un appello di aiuto. Essere guariti dalla cecità non stava a significare soltanto la liberazione dalla schiavitù della mendicità, ma un reale ritorno alla vita assaporandone tutti i colori. I soliti tetragoni tutori dell’ordine cercano di farlo tacere, ma il cieco consapevole della posta in gioco non si fa intimorire ed alza la voce gridando più forte. Gesù si ferma e ordina in modo perentorio di chiamarlo. Solo ora i guardiani dell’ordine, all’imprevisto annuncio messianico di un cieco, comprendono la vera identità di Gesù e sulle loro labbra finalmente fiorisce una parola di speranza: «Coraggio! Alzati, ti chiama».
In tre mosse, sottolineate da tre verbi di movimento, gettato via ... balzò ... venne, in modo repentino il cieco si mette alla presenza del Figlio di Davide.
Gesù prende l’iniziativa anche se è scontata la richiesta. Il miracolo è subitaneo. È da notare che Gesù non chiede la fede, ma ne sottolinea il possesso da parte del figlio di Timèo: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Quello che sfugge ai più, non sfugge al Figlio di Dio. Sa scovare in quella richiesta tutta la fede necessaria per ottenere il dono della vista.
D’altronde Gesù dal Padre è stato mandato nel mondo «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il racconto si conclude senza sottolineature di manifestazioni di gioia da parte del miracolato (cf. At 3,8) o note che mettono in risalto lo stupore della folla (cf. Mc 7,37). Ma la nota, prese a seguirlo per la strada, non è priva di importanza perché il termine scelto da Marco indica l’azione del seguire sia in senso fisico sia in senso spirituale, come per gli apostoli e gli altri discepoli.
È in atto un cammino di conversione. Gesù è la Luce del mondo (cf. Gv 8,12) ed è venuto per dare la vista ai ciechi (cf. Gv 9,39), ma è anche la Via (cf. Gv 14,6) che conduce a salvezza. Così qui viene proposto quell’interiore cammino che ogni uomo deve compiere per porsi alla sequela di Gesù Nazareno: pentirsi dei propri peccati, farsi illuminare da Cristo (immergersi nelle acque salutari del Battesimo), prendere ogni giorno sulle spalle la croce del Maestro e seguirlo (cf. Lc 9,23).
È la proposta che risuonerà nella città di Gerusalemme il mattino di Pentecoste: all’udire la predicazione degli Undici molti «si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse loro: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2,37-38).
Per approfondire
Silenzio profetico, non diplomatico - José Maria-González-Ruiz (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): Non possiamo dimenticare che l’evangelista Marco inquadra questi fatti - fra gli altri, la guarigione del cieco Bartimeo - nel viaggio di Gesù verso Gerusalemme, la città che, nel pensiero del secondo evangelista, non era solo una nozione geografica, ma anche un concetto teologico. È la città santa, la capitale d’Israele, nella quale hanno il loro domicilio i capi del popolo. Sullo sfondo, si sente la tensione della comunità di Cesarea rispetto a quella di Gerusalemme, nella ricerca ingenua d’un accordo col vertice israelita.
Gesù è presentato come un coraggioso profeta, cosciente della sorte che gli è riservata nella città santa; e per questo cammina precedendo gli altri. Il gruppo dei suoi ascoltatori, non conoscendo la situazione, si mostra sorpreso. Tuttavia i discepoli, «quelli che lo seguivano», quelli che erano coscienti dei sentimenti di Gesù, «avevano timore». Gesù si esprime con maggior chiarezza, annunziando senza misteri la sua prossima passione, morte e risurrezione.
Subito dopo aver fatto un altro annunzio della passione, l’evangelista intende chiarire ancora una volta che cosa si intenda per fede e che cosa comporti seguire Gesù.
Il caso del cieco è esemplare: un uomo che prega con perseveranza, che invoca Gesù a dispetto delle difficoltà, è incoraggiato e va incontro a Gesù; è da lui interrogato, gli sono aperti gli occhi ed egli lo segue nel suo viaggio.
Solo con quest’animo è possibile comprendere e seguire la via del Figlio dell’uomo verso la sofferenza. L’evangelista osserva che Bartimeo chiama Gesù «Figlio di Davide» e che «molti lo sgridavano per farlo tacere».
La presenza d’uno straccione avrebbe potuto rovinare l’ingresso trionfale del. Figlio di Davide. Come vediamo, la tentazione del trionfalismo perseguita la chiesa «ab utero»: oseremmo dire che le è consostanziale. Per questo, l’insistenza profetica su quest’argomento non può essere frutto di ossessione, ma d’una semplice lettura dei testi fondamentali della nostra fede cristiana.
Il grande nemico della Chiesa è sempre quella componente umana che ama il potere terreno e tende a quell’aggancio pacifico che soffoca la sua essenza profetica.
Cieco / cecità - Maria Stumpf-Konstanzer: Il cieco non può diventare sacerdote (Lv 21,18). Nemmeno animali ciechi possono essere sacrificati, perché soltanto ciò che è senza difetto può avvicinarsi all’altare ed essere posto su di esso. Ma il cieco non è escluso dalla comunità, poiché Dio crea i vedenti e i ciechi. Il cieco sta anzi sotto la protezione particolare di Dio. Avere cura dei ciechi è un comandamento di Dio. In pratica. però, essi facevano parte dei mendicanti.
Hidegard Gollinger: I libri profetici d’AT intendono la cecità soprattutto in senso traslato, come incapacità dell’uomo di riconoscere l’agire e la volontà di Dio e di vivere in conformità ad essi. La cecità mantiene questo significato anche nel NT. I farisei credono di vedere, in realtà sono essi stessi “cieche guide di ciechi” (Mt 15,14; Lc 6,39). Autore di questa cecità è il “dio di questo mondo” cioè Satana (2Cor 4,4). La cecità, dunque, è lo stato, non voluto da Dio, dell’allontanamento dell’uomo da Dio, dell’incredulità. Secondo la promessa dei profeti veterotestamentari il tempo messianico della salvezza è caratterizzato, fra l’altro, dal fatto che i ciechi vedranno. Su questo sfondo vanno viste le guarigioni dei ciechi da parte di Gesù: esse confermano Gesù come il potente realizzatore delle profezie veterotestamentarie e sono il segno della signoria di Dio che in lui irrompe (cf. Mt 11,5). Per questo, Gesù rifiuta l’interpretazione giudaica della cecità come castigo inflitto da Dio: il cieco non viene riconosciuto automaticamente come peccatore grave a partire dalla sua sofferenza, ma diventa occasione per la realizzazione del progetto salvifico di Dio (Gv 9,3). Non la cecità fisica deriva dal peccato, ma l’illusione farisaica che crede di vedere, ma che di fatto è inguaribilmente cieca, essendosi chiusa nei confronti di Dio (Gv 9,41).
Cristo è l’autentica luce del mondo - Origene, Hom. in Genesim, 1, 6-7: Cristo è dunque “la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo” (Gv 1,9), e la Chiesa, illuminata dalla sua luce, diventa essa stessa “luce del mondo”, che illumina 2coloro che sono nelle tenebre” (Rm 2,19), come Cristo stesso attesta quando dice ai suoi discepoli: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Di qui deriva che Cristo è la luce degli apostoli, e gli apostoli, a loro volta, sono la luce del mondo...
E come il sole e la luna illuminano i nostri corpi, così da Cristo e dalla Chiesa sono illuminate le nostre menti. Quantomeno, le illuminano se noi non siamo dei ciechi spirituali. Infatti, come il sole e la luna non cessano di diffondere la loro luce sui ciechi corporali che però non possono accogliere la luce, così Cristo elargisce la sua luce alle nostre menti, epperò non ci illuminerà di fatto che se non vi si oppone la cecità del nostro spirito. In tal caso, occorre anzitutto che coloro che sono ciechi seguano Cristo dicendo e gridando: “Figlio di David, abbi pietà di noi” (Mt 9,27), affinché, dopo aver ottenuto da Cristo stesso la vista, possano successivamente essere del pari irradiati dallo splendore della sua luce.
Inoltre, non tutti i vedenti sono egualmente illuminati da Cristo, ma ciascuno lo è nella misura in cui egli può ricevere la luce. Gli occhi del nostro corpo non sono egualmente illuminati dal sole: più si salirà in alto, più si alzerà l’osservatorio dal quale lo sguardo contemplerà la sua levata, e meglio si percepirà anche il chiarore e il calore; analogamente, più il nostro spirito, salendo ed elevandosi, si sarà avvicinato a Cristo, esponendosi più da vicino allo splendore della sua luce, più magnificamente e brillantemente si irradierà il suo fulgore, come rivela Dio stesso per mezzo del profeta: “Avvicinatevi a me e io mi avvicinerò a voi, dice il Signore” (Zc 1,3); e dice ancora: “Io sono un Dio vicino e non un Dio lontano” (Ger 23,23).
Non è però che tutti andiamo a lui nella stessa maniera, bensì ciascuno va a lui secondo le proprie possibilità (cf. Mt 25,15). O andiamo a lui insieme alle folle e allora ci ristora in parabole (cf. Mt 13,34), solo perché il prolungato digiuno non ci faccia soccombere lungo la via (cf. Mt 15,32; Mc 8,3); oppure, rimaniamo continuamente e per sempre seduti ai suoi piedi, non preoccupandoci che di ascoltare la sua parola, senza lasciarci turbare “dai molti servizi, scegliendo la parte migliore” che non ci verrà tolta (cf. Lc 10,39s).
Avvicinandosi così a lui (cf. Mt 13,36), si riceve da lui molta più luce. E se, al pari degli apostoli, senza allontanarci da lui sia pure di poco, restiamo sempre con lui in tutte le sue tribolazioni (cf. Lc 22,28), allora egli ci espone e spiega nel segreto ciò che aveva detto alle folle (cf. Mc 4,34) e ci illumina con maggiore chiarezza. E anche se si è capaci di andare a lui fino alla sommità del monte, come Pietro, Giacomo e Giovanni (cf. Mt 17,1-3), non si verrà illuminati solamente dalla luce di Cristo, ma anche dalla voce del Padre in persona.
Testimoni di Cristo - Beata Maria Bartolomea Bagnesi Domenicana (Firenze, 1514 - 1577): La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell’esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo morta, compì un miracolo in favore di un’altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de’ Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio). Quest’ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a diciott’anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede.
A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l’abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato approvato dal 1804. (Avvenire)
Concedi, o Signore, che il corso degli eventi nel mondo
si svolga secondo la tua volontà di pace
e la Chiesa si dedichi con gioiosa fiducia al tuo servizio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.