9 Agosto 2022
 
Martedì XIX Settimana T. O.
 
Santa Teresa Benedetta della Croce, Vergine e Martire, Patrona d’Europa
 
Os 2,16b.17b.21-22; Salmo Responsoriale 44 [45]; Mt 25,1-13
 
Colletta
Dio dei nostri padri,
che hai guidato la santa martire Teresa Benedetta
[della Croce] alla conoscenza del tuo Figlio crocifisso
e a seguirlo fedelmente fino alla morte,
concedi, per sua intercessione,
che tutti gli uomini riconoscano Cristo salvatore
e giungano, per mezzo di lui,
a contemplare in eterno il tuo volto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Santa Teresa Benedetta della Croce: Giovanni Paolo II (Omelia, 11 ottobre 1998): [Santa Teresa Benedetta della Croce ci insegna], che l’amore per Cristo passa attraverso il dolore. Chi ama davvero non si arresta di fronte alla prospettiva della sofferenza: accetta la comunione nel dolore con la persona amata.
Consapevole di ciò che comportava la sua origine ebraica, Edith Stein ebbe al riguardo parole eloquenti: “Sotto la croce ho compreso la sorte del popolo di Dio... Infatti, oggi conosco molto meglio ciò che significa essere la sposa del Signore nel segno della Croce. Ma poiché è un mistero, con la sola ragione non potrà mai essere compreso”.
Il mistero della Croce pian piano avvolse tutta la sua vita, fino a spingerla verso l’offerta suprema. Come sposa sulla Croce, Suor Teresa Benedetta non scrisse soltanto pagine profonde sulla “scienza della croce”, ma fece fino in fondo il cammino alla scuola della Croce. Molti nostri contemporanei vorrebbero far tacere la Croce. Ma niente è più eloquente della Croce messa a tacere! Il vero messaggio del dolore è una lezione d’amore. L’amore rende fecondo il dolore e il dolore approfondisce l’amore.
Attraverso l’esperienza della Croce, Edith Stein poté aprirsi un varco verso un nuovo incontro col Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe, Padre del nostro Signore Gesù Cristo. Fede e croce le si rivelarono inseparabili.
Maturata alla scuola della Croce, ella scoprì le radici alle quali era collegato l’albero della propria vita.
Capì che era molto importante per lei “essere figlia del popolo eletto e di appartenere a Cristo non solo spiritualmente, ma anche per un legame di sangue”.
 
I Lettura: La vita nel deserto, esperimentata durante l’esodo, ai tempi del profeta Osea appariva ormai come un ideale perduto: in quel luogo aspro l’uomo spoglio di ogni sostegno umano, come un bambino senza malizia, ascoltava la parola del Signore seguendolo fedelmente. Le nozze di Dio con il suo popolo nel deserto stanno quindi ad indicare che il Signore riporterà Israele a quella purezza di fede che aveva perduta per aver seguito le false divinità dei pagani.
 
Vangelo
Ecco lo sposo! Andategli incontro!
 
La parabola “delle dieci vergini” è un’allegoria delle nozze di Cristo-Sposo con la Chiesa, sua diletta Sposa, ma è anche un pressante invito alla vigilanza. Stolti e saggi, tutti sono invitati a partecipare alle nozze, tutti vanno incontro al Signore, ma occorre l’olio della vigilanza per non essere colti dal sonno colpevole della infedeltà.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
 
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36). Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani). Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.
 
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Alla fine del discorso della montagna Gesù aveva posto a confronto un uomo stolto e uno saggio. L’uno aveva costruito la sua casa sulla sabbia, l’altro sulla roccia: la casa del primo, al sopravvenire dell’uragano del giudizio, andò in rovina, quella dell’altro resistette (7,24-27). Anche qui si ha la contrapposizione tra persone sagge persone stolte. Saggi sono coloro che ascoltano la parola del Vangelo e la mettono in pratica; stolti coloro che ascoltano la Parola, ma non agiscono in conformità. I primi portano con sé l’olio in piccoli vasi; gli altri soltanto le lampade. L’olio è il Vangelo attuato nella vita, chi non ha l’olio è colui che non porta con sé opere, cioè porta solo le parole della professione di fede: «Signore, Signore» (Kyrie, Kyrie); la sua vita non è permeata dalla fede. Le vergini invocano: «Signore, signore, aprici!»; così: «Molti mi diranno in quel giorno: Signore Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome, cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me voi operatori di iniquità!» (7,22s.). Il giudice conoscerà soltanto quelli che hanno trascorso la loro vita secondo il Vangelo; gli altri non sono dei suoi: non vi conosco. Secondo la concezione biblica, conoscere qualcuno significa dirgli di «sì» e amarlo; considerarlo dei propri, uno degli amici. Così il Figlio riconosce il Padre, e il Padre il Figlio (11,27); così il Signore riconoscerà i suoi, annoverandoli definitivamente tra gli intimi, oppure non li riconoscerà, rigettandoli per sempre.
 
Santa Teresa Benedetta della Croce, Patrona d’Europa - Apostasia silenziosa e cultura della morte - Ecclesia in Europa, 7.9: Il tempo che stiamo vivendo [...] con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento [...] Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo. Questo tipo di pensiero ha portato a considerare l’uomo come «il centro assoluto della realtà, facendogli così artificiosamente occupare il posto di Dio e dimenticando che non è l’uomo che fa Dio ma Dio che fa l’uomo. L’aver dimenticato Dio ha portato ad abbandonare l’uomo», per cui «non c’è da stupirsi se in questo contesto si è aperto un vastissimo spazio per il libero sviluppo del nichilismo in campo filosofico, del relativismo in campo gnoseologico e morale, del pragmatismo e finanche dell’edonismo cinico nella configurazione della vita quotidiana». La cultura europea dà l’impressione di una «apostasia silenziosa» da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse.
In tale orizzonte, prendono corpo i tentativi, anche ultimamente ricorrenti, di presentare la cultura europea a prescindere dall’apporto del cristianesimo che ha segnato il suo sviluppo storico e la sua diffusione universale. Siamo di fronte all’emergere di una nuova cultura, in larga parte influenzata dai mass media, dalle caratteristiche e dai contenuti spesso in contrasto con il Vangelo e con la dignità della persona umana. Di tale cultura fa parte anche un sempre più diffuso agnosticismo religioso, connesso con un più profondo relativismo morale e giuridico, che affonda le sue radici nello smarrimento della verità dell’uomo come fondamento dei diritti inalienabili di ciascuno. I segni del venir meno della speranza talvolta si manifestano attraverso forme preoccupanti di ciò che si può chiamare una «cultura di morte».
 
Ilario di Poiters (In Matth, 27,3-5): [Questo brano] si riferisce interamente al gran giorno del Signore, in cui i segreti dei pensieri degli uomini saranno rivelati [cfr. 1Cor 3,13] dall’indagine del giudizio divino e in cui la fede verace nel Dio che si attende avrà la soddisfazione di una speranza non incerta. Infatti, nella contrapposizione delle cinque sagge e delle cinque stolte, è definita in maniera lampante la divisione di credenti e increduli, a esempio della quale Mosè aveva ricevuto i dieci comandamenti consegnati su due tavole [cfr. Es 32,15]. Difatti, era necessario che essi fossero consegnati interamente su due tavole, e la doppia pagina, spartendo tra la destra e la sinistra ciò che era proprio di esse, contrassegnava la divisione dei buoni e dei cattivi, sebbene essi fossero riuniti sotto uno stesso testamento.
 
Il Santo del giorno - 9 Agosto 2022 - Martirologio Romano: Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze e martire, che, nata ed educata nella religione ebraica, dopo avere per alcuni anni tra grandi difficoltà insegnato filosofia, intraprese con il battesimo una vita nuova in Cristo, proseguendola sotto il velo delle vergini consacrate, finché sotto un empio regime contrario alla dignità umana e cristiana fu gettata in carcere lontana dalla sua terra e nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia fu uccisa in una camera a gas.  
 
Padre misericordioso,
a noi, che veneriamo santa Teresa Benedetta,
concedi che i frutti dell’albero della croce
infondano forza nei nostri cuori,
affinché, aderendo fedelmente a Cristo sulla terra,
possiamo gustare dell’albero della vita in paradiso.
Per Cristo nostro Signore.
 
 8 Agosto 2022
 
Lunedì XIX Settimana T. O.
 
San Domenico, Presbitero
 
Ez 1,2-5.24-28c; Salmo Responsoriale dal Salmo 148; Mt 17,22-27
 
Colletta
Guida e proteggi, o Signore, la tua Chiesa
per i meriti e gli insegnamenti di san Domenico:
egli, che fu insigne predicatore della tua verità,
sia nostro intercessore davanti a te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
San Domenico: Benedetto XVI (Udienza Generale, 3 Febbraio 2010): Domenico, con un gesto coraggioso, volle che i suoi seguaci acquisissero una solida formazione teologica, e non esitò a inviarli nelle Università del tempo, anche se non pochi ecclesiastici guardavano con diffidenza queste istituzioni culturali. Le Costituzioni dell’Ordine dei Predicatori danno molta importanza allo studio come preparazione all’apostolato. Domenico volle che i suoi Frati vi si dedicassero senza risparmio, con diligenza e pietà; uno studio fondato sull’anima di ogni sapere teologico, cioè sulla Sacra Scrittura, e rispettoso delle domande poste dalla ragione. Lo sviluppo della cultura impone a coloro che svolgono il ministero della Parola, ai vari livelli, di essere ben preparati. Esorto dunque tutti, pastori e laici, a coltivare questa “dimensione culturale” della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere veramente nutrita, rafforzata e anche difesa. In quest’Anno Sacerdotale, invito i seminaristi e i sacerdoti a stimare il valore spirituale dello studio. La qualità del ministero sacerdotale dipende anche dalla generosità con cui ci si applica allo studio delle verità rivelate. Domenico, che volle fondare un Ordine religioso di predicatori-teologi, ci rammenta che la teologia ha una dimensione spirituale e pastorale, che arricchisce l’animo e la vita. I sacerdoti, i consacrati e anche tutti i fedeli possono trovare una profonda “gioia interiore” nel contemplare la bellezza della verità che viene da Dio, verità sempre attuale e sempre viva. Il motto dei Frati Predicatori - contemplata aliis tradere - ci aiuta a scoprire, poi, un anelito pastorale nello studio contemplativo di tale verità, per l’esigenza di comunicare agli altri il frutto della propria contemplazione.
 
I Lettura: Lungo il fiume Chebar la mano del Signore è sopra Ezechiele, i suoi occhi, colmi di stupore, contemplano la gloria di Dio: è una manifestazione luminosa che rivela Dio e allo stesso tempo lo cela agli occhi degli uomini. I quattro esseri animati, di sembianza umana, esplicitano le prerogative di Dio: l’intelligenza, la forza, la forza, la rapidità. Questi animali “ricordano i kâribu assiri [il cui nome corrisponde a quello dei cherubini dell’arca, cf. Es 25,18+], esseri dalla testa umana, corpo di leone, zampe di toro e ali d’aquila, le cui statue custodivano i palazzi di Babilonia. Questi servi di dèi pagani sono qui legati al carro del Dio di Israele: vivace espressione della trascendenza di Jahve. I «quattro viventi» dell’Apocalisse (Ap 4,7-8, ecc.) riprendono le caratteristiche dei quattro animali di Ezechiele. La tradizione cristiana ne ha fatto i simboli dei quattro evangelisti” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Lo uccideranno, ma risorgerà. I figli sono liberi dal tributo.
 
Il cuore del racconto evangelico non è il miracolo in sé, ma il motivo per cui è compiuto: per “evitare di scandalizzarli”. La tassa consisteva in un contributo annuale e personale per i bisogni del tempio (Es 30,13-15).
Gesù, in quanto Dio (Rm 9,5) e autore della Legge, poteva esentarsi da questo obbligo, ma per non dare scandalo invita Pietro a pagare la tassa del Tempio. Un insegnamento ancora oggi assai valido, essere inseriti in un contesto socio-politico significa accettare tutte le regole per una sana e civile convivenza. Solo dinanzi a leggi ingiuste e immorali è doveroso il dissenso.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,22-27
 
In quel giorno, mentre si trovavano insieme in Galilea, Gesù disse loro: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà». Ed essi furono molto rattristati.
Quando furono giunti a Cafàrnao, quelli che riscuotevano la tassa per il tempio si avvicinarono a Pietro e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa?». Rispose: «Sì».
Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re della terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli estranei?». Rispose: «Dagli estranei».
E Gesù replicò: «Quindi i figli sono liberi. Ma, per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala loro per me e per te».
 
Ma, per evitare di scandalizzarli: Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Per non suscitare dello stupore tra i semplici, Gesù paga l’imposta per il tempio; inoltre l’atto in sé era buono, poiché suggerito da un sentimento religioso, Cristo quindi lo compie. Il Maestro poteva servirsi di mezzi naturali per avere il denaro necessario per il pagamento, egli tuttavia è ricorso ad un miracolo; L’elemento soprannaturale consiste nell’aver predetto con circostanze dettagliate il modo con il quale il Maestro e Pietro avrebbero pagato la tassa. I pesci si gettano avidamente su ciò che avvistano, uno di essi aveva ingoiato uno statere. Pietro lo prende con l’amo e vi trova la moneta desiderata (per i particolari del fatto, cf. D. Buzy, Évangile selon St. Matthieu, Parigi 1950, p. 233). Lo statere valeva quattro dramme (cioè due didramme) e serviva esattamente per il pagamento della tassa di Gesù e di Pietro (consegnalo ad essi per me e per te). L’episodio ha un valore speciale per il Vangelo “ecclesiastico” di Matteo; quest’evangelista, che sottolinea la preminenza di Pietro sopra gli altri apostoli, ricorda come Gesù abbia associato questo discepolo a sé, facendolo partecipe dello stesso miracolo e dandogli un segno manifesto di una particolare attenzione. Il miracolo svela indirettamente le condizioni nelle quali amava vivere Cristo; egli non possedeva nemmeno la piccola somma per soddisfare il tributo al tempio.
 
Gesù occasione di scandalo - J. Guhrt (Dizionario dei Concetti Biblici del Nuovo Testamento): a) Il Nuovo Testamento dà molto rilievo al fatto che Gesù diventa occasione di scandalo per qualcuno [...] I discepoli si scandalizzano a motivo della sua passione (Mt 26,31), non trovando conciliabile con le loro idee quest’estrema umiliazione del Signore. Anche per Giovanni Battista, Gesù è in qualche modo motivo di scandalo (cf. Mt 11,3-6), perché non si aspettava che il messia comparisse sulla scena in quel modo. I farisei, dal canto loro, prendono scandalo dalla dottrina di Gesù (Mt 15, 12), che non corrisponde alla loro concezione legalistica, alla loro religiosità «sinergistica», basata cioè sulle opere: uno scandalo, questo dei farisei, tanto più profondo, se si pensa che Gesù li paragona alla gramigna che, prima a poi, dev’essere divelta e buttata via (v. 13; cf. Mt 13,24ss).
b) Lo scandalo provocato da Gesù ha la sua radice nella croce (1Cor 1,23), che sconvolge ogni sapienza umana ed esclude qualsiasi concorso dell’uomo alla salvezza (Gal 5,11: la circoncisione). Ed è uno scandalo che deve rimanere, se si vuole che il vangelo resti messaggio di salvezza.
c) Lo scandalo provocato da Cristo ha il suo fondamento nel piano di Dio. Sia la citazione di Rm 9,33: « Ecco che io pongo in Sion una pietra di scandalo e un sasso d’inciampo» (citazione composita da Is 8,14 e 28,16) sia il passo di 1Pt 2,8 («sasso d’inciampo e pietra di scandalo») si riferiscono entrambi a Gesù. Questa testimonianza della Scrittura spiega perché i giudei siano stati dapprima, ma non definitivamente, esclusi dalla salvezza (Rm) e perché a causa dell’incredulità respingano Gesù (1Pt). Nello scandalo si manifesta un lato dell’elezione divina (cf. 1Pt 2,8: «essi vi inciampano perché non credono alla parola; a questo sono stati destinati»; cf. anche Lc 2,34).
Tuttavia Gesù e il suo vangelo diventano causa di peccato soltanto attraverso l’incredulità, quando cioè la salvezza che egli porta viene respinta perché non risponde alle aspettative umane. Chi infatti crede in lui «non sarà deluso» (Rm 9,33b; 1Pt 2,6b), mentre in lui inciamperà chi non crede (2,8). È per colpa della cecità dell’uomo se Gesù diventa motivo di scandalo e di perdizione. Questo vale (cf. per es. Mt 15,14) per i farisei o, più in generale - come è detto nella 1Gv - per l’uomo che cammina nelle tenebre perché non ama il prossimo; per chi invece ama il prossimo, non v’è occasione d’inciampo (cf. 1Gv 2,10-11). Le parole di Gesù sul suo corpo come cibo per la vita eterna suonano come un « discorso duro» per molti discepoli, che ne restano turbati e scandalizzati (Gv 6,60-61) e in parecchi lo abbandonano (ivi vv. 66ss). Il loro è un comportamento colpevole. In Gesù essi non vedono altro che carne («la carne non giova a nulla: v. 63).
 
Il rispetto della dignità delle persone - Catechismo della Chiesa Cattolica 2284: Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza.
2285 Lo scandalo assume una gravità particolare a motivo dell’autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono. Ha ispirato a nostro Signore questa maledizione: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, [...] sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6). Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore.
2286 Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica.
Cosi, si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa, o a «condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana, conformata ai precetti del Sommo Legislatore». La stessa cosa vale per i capi di imprese i quali danno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che «esasperano» i loro allievi o per coloro che, manipolando l’opinione pubblica, la sviano dai valori morali.
2287 Chi usa i poteri di cui dispone in modo tale da spingere ad agire male, si rende colpevole di scandalo e responsabile del male che, direttamente o indirettamente, ha favorito. «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono» (Lc 17,1).
 
Scandalizzarsi in Cristo e nella Chiesa: «Chi ama suo fratello, dimora nella luce e non vi è scandalo in lui [1Gv 2,10]. Chi sono coloro che subiscono o danno scandalo? Sono quelli che si scandalizzano in Cristo o nella Chiesa. Se tu hai la carità, non ti scandalizzerai né in Cristo, né nella Chiesa; tu non abbandonerai né Cristo, né la Chiesa. Infatti, se uno abbandona la Chiesa, come può essere in Cristo, non trovandosi più tra le membra di Cristo? Come può essere in Cristo, non trovandosi nel corpo di Cristo? Si scandalizzano, dunque, quelli che abbandonano Cristo o la Chiesa. Ma come è che non vi è scandalo in colui che ama il fratello? In quanto colui che ama il fratello sopporta tutto per lunità, perché lamore fraterno consiste nellunità dellamore.» (Agostino, Commento alla prima lettera di san Giovanni, 1,12).
 
Il Santo del giorno - 8 Agosto 2022 - Martirologio Romano: Memoria di San Domenico, sacerdote, che, canonico di Osma, umile ministro della predicazione nelle regioni sconvolte dall’eresia albigese, visse per sua scelta nella più misera povertà, parlando continuamente con Dio o di Dio. Desideroso di trovare un nuovo modo di propagare la fede, fondò l’Ordine dei Predicatori, al fine di ripristinare nella Chiesa la forma di vita degli Apostoli, e raccomandò ai suoi confratelli di servire il prossimo con la preghiera, lo studio e il ministero della parola. La sua morte avvenne a Bologna il 6 agosto 1221.
 
Fa’ che accogliamo con viva fede, o Signore,
la forza del sacramento di cui ci siamo nutriti
nella memoria di san Domenico;
egli, che ha fatto fiorire la tua Chiesa con la predicazione,
la sostenga con la sua preghiera.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 7 Agosto 2022
 
XIX Domenica T. O.
 
Sap 18,6-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 32 [33]; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48
 
Colletta
O Dio, fedele alle tue promesse,
che ti sei rivelato al nostro padre Abramo,
donaci di vivere come pellegrini in questo mondo,
affinché, vigilanti nell’attesa,
possiamo accogliere il tuo Figlio nell’ora della sua venuta.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Fratelli, la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede - Catechismo degli Adulti [87] La fede è atteggiamento esistenziale: ci dà la convinzione di essere amati, ci libera dalla solitudine e dall’angoscia del nulla, ci dispone ad accettare noi stessi e ad amare gli altri, ci dà il coraggio di sfidare l’ignoto. Ecco come si presenta in alcune figure emblematiche. Abramo, il padre dei credenti, «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Rm 4,18); si fidò di Dio e delle sue promesse; lasciò la propria patria e la propria parentela; affrontò, lui vecchio e senza figli, un lungo viaggio «senza sapere dove andava» (Eb 11,8), per poter ricevere dal Signore una nuova terra e una numerosa discendenza. La sua figura esprime e sintetizza la fede del popolo di Dio: «Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6).La Vergine Maria, colei che è beata perché ha creduto nel modo più puro e totale, all’annuncio dell’angelo uscì dal suo piccolo mondo di promessa sposa, aprendosi al progetto di Dio: «Eccomi, sono la serva del Signore» (Lc 1,38). Divenuta madre del Messia, avanzò nell’oscurità della fede fino al dramma angoscioso del Calvario. I due discepoli di Giovanni Battista, che videro passare Gesù, gli andarono dietro, fecero amicizia con lui, corsero ad annunciarlo ad altri, iniziarono una nuova esistenza.
[88] Credere è aprirsi, uscire da se stessi, fidarsi, obbedire, rischiare, mettersi in cammino verso le cose «che non si vedono» (Eb 11,1), andare dietro a Gesù «autore e perfezionatore della fede» (Eb 12,2). È assumere un atteggiamento di accoglienza operosa, che consente a Dio di fare storia insieme a noi, al di là delle umane possibilità.
Dono di Dio [90] La fede è un dono o una scelta? Quando Paolo venne a portare il vangelo in Europa, nella città di Filippi «c’era ad ascoltare anche una donna di nome Lidia... e il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo» (At 16,14). Non basta l’annuncio esteriore a suscitare la fede; occorre anche una illuminazione interiore. Già l’Antico Testamento aveva chiara consapevolezza che la fede è frutto di una iniziativa di Dio: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti... Riconoscete dunque che il Signore vostro Dio è Dio, il Dio fedele» (Dt 7,79). Gesù stesso ha dichiarato pubblicamente: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Gv 6,44). La fede è dono dello Spirito Santo, che la previene, la suscita, la sostiene, l’aiuta a crescere. È lui che illumina l’intelligenza, attrae la volontà, rivolge il cuore a Dio, facendo accettare con gioia e comprendere sempre meglio la rivelazione storica di Cristo, senza aggiungere ad essa nulla di estraneo.
[91] Qualcuno potrebbe pensare: se la fede è un dono, forse io non l’ho ricevuto ed è per questo che non credo. C’è da dire, anzitutto, che i confini tra fede e incredulità nel cuore delle persone non sono ben marcati, un po’ come in quell’uomo che diceva a Gesù: «Credo, aiutami nella mia incredulità» (Mc 9,24). I credenti sono tentati di non credere e i non credenti sono tentati di credere. Qualcuno pensa di non credere e invece crede, almeno a livello di disponibilità e adesione implicita; altri pensano di credere e invece danno soltanto un’adesione teorica, senza vita.
 
I LetturaIl testo odierno del libro della Sapienza è un inno di lode alla potenza di Dio che «con braccio teso e con grandi castighi» (Es 6,6) ha liberato Israele dalla schiavitù egiziana conducendolo, come fa un padre con un figlio (cfr. 2Sam 7,14), fino alla terra promessa, una «terra bella e spaziosa... dove scorrono latte e miele» (Es 3,8).
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei, ricordando la fede e l’esempio di Abramo e di Sara e di innumerevoli altri testimoni, spiega ai suoi lettori, scoraggiati dalle persecuzioni, «che la fede è completamente orientata verso l’avvenire e si attacca solo all’invisibile. Questo versetto è diventato una specie di definizione teologica della fede, possesso anticipato e conoscenza certa delle realtà celesti [cfr. Eb 6,5; Rom 5,2; Ef 1,13s]. Gli esempi presi dall’agiografia dell’Antico Testamento [cfr. Sir 44,50] dimostrano di quale pazienza e di quale forza essa è fonte» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Anche voi tenetevi pronti.
 
La fede è un dono dello Spirito Santo, la vigilanza è il modus vivendi del credente. Fede e vigilanza vanno sempre insieme, la fede alimenta la vigilanza, e quest’ultima rende salda la fede. Il discepolo vive la sua avventura cristiana e umana facendo riposare la sua anima nella luce della fede, e acquietando il suo cuore nella calma della vigilanza. La fede dona al credente la certezza che il Cristo Signore verrà un giorno, alla fine del mondo, per giudicare i vivi e i morti, la vigilanza lo prepara a questo incontro, eliminando paure o false certezze.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,32-48
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
 
Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno - Gino Rocca (Seguendo Gesù con Luca, Commento al Vangelo): Dopo averci messi in guardia domenica scorsa contro il pericolo delle false ricchezze (vedi la parabola dello stolto possidente), nel Vangelo di oggi Gesù ci parla delle vere ricchezze a cui siamo chiamati: «non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno».
Sono le parole che Gesù rivolge ai suoi discepoli. Li chiama un piccolo gregge, cioè un piccolo gruppo esposto a tutti i pericoli e difficoltà del mondo. Ma nonostante questo - appunto perché hanno accolto la parola di Gesù - essi sono oggetto di un amore e di una cura del tutto speciale da parte del Padre celeste, che li chiama a far parte del suo Regno.
Ma questo Regno che cosa è? È la casa del Padre, è la patria celeste, è la città nuova, è la società ideale, ma tuttavia molto concreta, nella quale non ci sarà più il peccato, l’egoismo, l’invidia, l’odio, cioè non ci saranno più tutte quelle passioni, che sono le radici di ogni male. È la città nuova, dalla quale saranno buttati fuori tutti gli scandali (Mt 13, 41).
E quali sono le condizioni per costruire e far parte di questo Regno? Vengono indicate da Gesù subito dopo: «vendete ciò che avete e datelo in elemosina». Traducendo questo appello di Gesù in un linguaggio accessibile a tutti, la prima condizione è quella di usare i beni che possediamo non egoisticamente, ma con animo aperto e sollecito verso le necessità dei poveri; cooperare con i mezzi di cui disponiamo alla edificazione della giustizia e della vera pace; servirsi dei beni materiali per costruire la vera fraternità umana.

Siate pronti - Luca nel ricordare queste parole di Gesù vuole, forse, mettere in luce la delusione di quei primi cristiani i quali credevano imminente la venuta del Cristo (cfr. 2Ts 2,1-12): il ritardo non deve sfiancare i credenti i quali non devono prendere pretesto da questo ritardo per agire irresponsabilmente (cfr. Mt 24,48).
L’insegnamento di Gesù è illustrato in modo molto incisivo da due parabole: quella del padrone che rientra di notte e quella del ladro che viene di notte.
La fine, quella personale e quella del mondo, sarà improvvisa perché è incerto il momento della morte e del ritorno del Signore. Quindi, la prospettiva è «quella della parusia: bisogna star pronti perché non si sa a che ora il Signore ritornerà. [Con i] fianchi cinti e le lucerne accese ... Si tratta di tenersi pronti, cioè in tenuta da viaggio [cfr. Es 12,11 per celebrare la Pasqua è necessario avere i fianchi cinti!]: si tratta, ancora una volta, di andare incontro al Signore che passa, che viene. Tenetevi pronti: come si vede, l’invito alla vigilanza viene articolato in ammonimenti [vv. 35 e 40], in parabole [36-38.39-40] e in beatitudini [37s]: alla luce dell’insegnamento sapienziale, Gesù non lascia mancare la promessa delle beatitudini» (Carlo Guidelli, Luca, Nuovissima Versione della Bibbia).
Oltre a tenersi pronto per il ritorno del padrone, il servo, come diligente amministratore, deve imparare ad essere fedele, per custodire i beni del padrone, e farsi prudente per una oculata amministrazione. Queste qualità in seguito verranno richieste agli episcopi e ai presbiteri (cfr. 1Tm 3,2-7; Tt 1,5-9).
Come il premio è commisurato alla diligenza, così il castigo alla pigrizia e alla conoscenza più o meno approfondita della volontà del padrone: come ricompensa, il servo fedele e saggio si vedrà affidare dal suo padrone un incarico più prestigioso, l’amministrazione di tutti i beni; come castigo il servo infedele sarà punito con rigore e sarà posto nel numero dei servi infedeli, fuori dalla comunità dei credenti.
Fuori metafora, se si sposta tutto al giorno del giudizio, Gesù, salutarmente, ha voluto suggerire ai suoi amici che la partita della vita eterna si gioca tutta sul campo del lavoro e dell’impegno quotidiano: solo chi è fedele fino alla fine potrà varcare la porta del Regno di Dio (cfr. Eb 3,19).
 
Tenersi pronti per il ritorno del Signore - Marcel Didier (Dizionario di Teologia Biblica): Vegliare, in senso proprio, significa rinunziare al  sonno della notte; lo si può fare per prolungare il proprio lavoro (Sap 6,15) o per evitare di essere sorpresi dal nemico (Sal 127,1s). Di qui un senso metaforico: vegliare significa essere vigilante, lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla meta prefissa (Prov 8, 34). Per il credente la meta è d’essere pronto ad accogliere il Signore, quando verrà il suo giorno; per questo egli veglia ed è vigilante, per vivere nella notte senza essere della notte.
1. Nei vangeli sinottici l’esortazione alla vigilanza è la raccomandazione principale che Gesù rivolge ai suoi discepoli a conclusione del discorso sui fini ultimi e sull’avvento del figlio dell’uomo (Mc 13,33-37). «Vegliate dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore verrà» (Mt 24,42). Per esprimere che il suo ritorno è imprevedibile, Gesù si serve di diversi paragoni e parabole che stanno all’origine dell’uso del verbo vegliare (astenersi dal dormire). La venuta del figlio dell’uomo sarà imprevista come quella di un ladro notturno (Mt 24,43 s), come quella del padrone che rientra durante la notte senza avere preavvisato i suoi servi (Mc 13, 35 s). Come il padre di famiglia prudente, oppure il buon servo, il cristiano non deve lasciarsi vincere dal sonno, deve vegliare, cioè stare in guardia e tenersi pronto per accogliere il Signore. La vigilanza caratterizza quindi l’atteggiamento del discepolo che  spera ed attende il ritorno di Gesù; consiste innanzitutto nell’essere sempre all’erta, e per ciò stesso esige il distacco dai piaceri e dai beni terreni (Lc 21,4 ss). Poiché l’ora della parusia è imprevedibile, bisogna prendere le proprie disposizioni per il caso che si faccia attendere: è l’insegnamento della parabola delle vergini (Mt 25,1-13).
2. Nelle prime lettere paoline, dominate dalla prospettiva escatologica, si trova l’eco dell’esortazione evangelica alla vigilanza, specialmente in 1Tess 5,1-7. «Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri» (5,5s). Il Cristiano, essendosi convertito a Dio, è «figlio della  luce», quindi deve rimanere sveglio e resistere alle tenebre, simbolo del male, altrimenti corre il rischio di essere sorpreso dalla parusia. Questo atteggiamento vigilante esige la sobrietà, cioè la rinuncia agli eccessi «notturni» ed a tutto ciò che può distrarre dall’attesa del Signore; esige nello stesso tempo che si indossi l’armatura spirituale: «rivestiamoci della fede e della carità Come di Corazza, e della speranza della salvezza come di elmo» (5,8). In una lettera posteriore S. Paolo, temendo che i cristiani abbandonino il loro fervore primitivo, li invita a risvegliarsi, ad uscire dal loro sonno ed a prepararsi per ricevere la salvezza definitiva (Rom 13, 11-14).
3. Nell’Apocalisse il messaggio che il giudice della fine dei tempi rivolge alla comunità di Sardi è una esortazione pressante alla vigilanza (3,1ss). Questa Chiesa dimentica che Cristo deve ritornare; se non si risveglia, egli la sorprenderà come un ladro. Viceversa, beato «colui che veglia e conserva le sue vesti» (16, 15); egli potrà partecipare al corteo trionfale del Signore.

Giovanni Crisostomo, Exp. in Matth. XX, 3: Se porrete il vostro tesoro in Cielo, non trarrete solo il vantaggio di ottenere i premi preparati per esso, ma riceverete anche una ricompensa anticipata: mentre ancora siete in questa esistenza, potrete volgervi al Cielo, pensare alle realtà celesti e non avere altra preoccupazione che per i beni di lassù, perché, è evidente, ov’è il tuo tesoro, là è anche il tuo cuore. Se, invece, nasconderete il vostro tesoro in terra, vi accadrà tutto l’opposto.
 
Il Santo del giorno - 7 Agosto 2022 - San Gaetano da Thiene: Nacque a Vicenza dalla nobile famiglia dei Thiene nel 1480, e fu battezzato con il nome di Gaetano, in ricordo di un suo celebre zio, il quale si chiamava così perché era nato a Gaeta. Protonotario apostolico di Giulio II, lasciò sotto Leone X la corte pontificia maturando, specie nell’Oratorio del Divino Amore, l’esperienza congiunta di preghiera e di servizio ai poveri e agli esclusi. È restauratore della vita sacerdotale e religiosa, ispirata al discorso della montagna e al modello della Chiesa apostolica. Devoto del presepe e della passione del signore, fondò (1524) con Gian Pietro Carafa, vescovo di Chieti (Teate), poi Paolo IV (1555-1559), i Chierici Regolari Teatini. Morì a Napoli il 7 agosto 1547 a 66 anni, consumato dagli stenti e preoccupazioni. Per la sua illimitata fiducia in Dio è venerato come il santo della provvidenza.
 
La partecipazione ai tuoi sacramenti
ci salvi, o Signore,
e confermi noi tutti nella luce della tua verità.
Per Cristo nostro Signore.
 
6 Agosto 2022
 
Trasfigurazione del Signore
 
Dn 7,9-10.13-14 [oppure 2Pt 1,16-19]; Salmo Responsoriale dal salmo 96 [97]; Lc 9,28b-36
 
Colletta
O Dio, che nella gloriosa Trasfigurazione
del tuo Figlio unigenito
hai confermato i misteri della fede
con la testimonianza di Mosè ed Elia, nostri padri,
e hai mirabilmente preannunciato
la nostra definitiva adozione a tuoi figli,
fa’ che, ascoltando la parola del tuo amato Figlio,
diventiamo coeredi della sua gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Benedetto XVI (Angelus, 4 marzo 2012): L’episodio della trasfigurazione di Cristo è attestato in maniera concorde dagli Evangelisti Matteo, Marco e Luca. Gli elementi essenziali sono due: anzitutto, Gesù sale con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte e là «fu trasfigurato davanti a loro» (Mc 9,2), il suo volto e le sue vesti irradiarono una luce sfolgorante, mentre accanto a Lui apparvero Mosè ed Elia; in secondo luogo, una nube avvolse la cima del monte e da essa uscì una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!» (Mc 9,7). Dunque, la luce e la voce: la luce divina che risplende sul volto di Gesù, e la voce del Padre celeste che testimonia per Lui e comanda di ascoltarlo. Il mistero della Trasfigurazione non va staccato dal contesto del cammino che Gesù sta percorrendo. Egli si è ormai decisamente diretto verso il compimento della sua missione, ben sapendo che, per giungere alla risurrezione, dovrà passare attraverso la passione e la morte di croce. Di questo ha parlato apertamente ai discepoli, i quali però non hanno capito, anzi, hanno rifiutato questa prospettiva, perché non ragionano secondo Dio, ma secondo gli uomini (cfr. Mt 16,23). Per questo Gesù porta con sé tre di loro sulla montagna e rivela la sua gloria divina, splendore di Verità e d’Amore. Gesù vuole che questa luce possa illuminare i loro cuori quando attraverseranno il buio fitto della sua passione e morte, quando lo scandalo della croce sarà per loro insopportabile. Dio è luce, e Gesù vuole donare ai suoi amici più intimi l’esperienza di questa luce, che dimora in Lui. Così, dopo questo avvenimento, Egli sarà in loro luce interiore, capace di proteggerli dagli assalti delle tenebre. Anche nella notte più oscura, Gesù è la lampada che non si spegne mai. Sant’Agostino riassume questo mistero con una espressione bellissima, dice: «Ciò che per gli occhi del corpo è il sole che vediamo, lo è [Cristo] per gli occhi del cuore» (Sermo 78,2: PL 38,490). Cari fratelli e sorelle, tutti noi abbiamo bisogno di luce interiore per superare le prove della vita. Questa luce viene da Dio, ed è Cristo a donarcela, Lui, in cui abita la pienezza della divinità (cfr. Col 2,9). Saliamo con Gesù sul monte della preghiera e, contemplando il suo volto pieno d’amore e di verità, lasciamoci colmare interiormente della sua luce.
 
I Lettura (Dn 7,9-10.13-14): La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana. In questa visione notturna, il Vegliardo, cioè l’Eterno, Dio,  presenta al nuovo mondo e ai fedeli il Figlio dell’uomo capo, modello, rappresentante della nuova umanità. Servito da tutti i popoli, gli vengono dati potere, gloria e regno. Con tale investitura, il Figlio dell’uomo, superando la condizione umana, appartiene alla sfera stessa di Dio. Perciò Gesù, chiamandosi Figlio dell’uomo, evocherà questa dignità divina facendo scattare nei suoi confronti l’accusa di bestemmia durante il processo giudaico.
 
Vangelo
Il suo volto brillò come il sole.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): I tratti del racconto (vocabolario, immagini, riferimenti alle Scritture) dicono chiaramente che esso appartiene al genere «epifanico-apocalittico»: vuole cioè essere una rivelazione rivolta ai discepoli, rivelazione che ha come oggetto il significato profondo e nascosto della persona di Gesù e della sua opera. Questo significato profondo e nascosto della persona e dell’ opera di Cristo ci viene comunicato, da una parte, mediante riferimenti all’Antico Testamento (Mosè ed Elia e - più impliciti ma ugualmente presenti - i riferimenti al Figlio dell’uomo di Daniele e al Servo di Jahvè di Isaia) e, dall’altra, mediante riferimenti a due episodi della vita di Gesù: il battesimo (con il quale il nostro racconto ha indubbiamente diverse analogie) e i racconti pasquali (coi quali ha pure una innegabile parentela di vocabolario e di immagini).
I due rilievi fatti sono comuni a tutta la tradizione sinottica. Ma su questa tradizione comune Luca ha introdotto due importanti modifiche: l’accenno alla preghiera di Gesù («Salì sulla montagna a pregare. E mentre pregava ...»); e l’esplicitazione del contenuto del colloquio che si svolge fra Mosè, Elia e Gesù: «Parlavano del trapasso (esodo) che egli doveva compiere a Gerusalemme».
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,28b-36
 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
 
Il suo volto cambiò d’aspetto - Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e salì sul monte a pregare. Tutta la scena della trasfigurazione avviene in un clima di profonda preghiera: in questo modo, sia la trasfigurazione che la voce celeste, appaiono come la risposta del Padre alla preghiera ardente del Figlio.
Il monte dove Gesù si trasfigura, secondo una tradizione attestata già nel IV secolo da Cirillo di Gerusalemme e da Girolamo, è il Tabor, una montagna della Galilea dagli arabi chiamata “Gebel et-Tur” (II monte Monte - la montagna per eccellenza).
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto. Luca preferisce usare l’espressione il suo volto cambiò d’aspetto al posto di trasfigurazione (metamorfosi: Mt 17,2; Mc 9,2) per evitare che nella mente del suo lettore, di origine e di cultura greca, si evocassero immagini facilmente riconducibili ai riti dei misteri ellenistici. Il cambiamento d’aspetto, oltre ai tratti esterni come il fulgore e il candore della veste, evoca le grandi teofanie dell’Antico Testamento come la nube da cui scaturisce la voce del Padre (Cf. Es 40,35; Num 9,8-22). Ma è soprattutto «la realtà della gloria a caratterizzare questa trasfigurazione di Gesù: Pietro e i suoi compagni videro la sua gloria. La “gloria” appartiene esclusivamente a Dio, è manifestazione agli uomini della sua divinità. Questo segno teofanico ora risplende sul volto di Gesù, manifesta ai discepoli l’intimo suo essere: egli è lo stesso Dio, “irradiazione della gloria del Padre” (Eb 1,3)» (Rosario Scognamiglio).
Mosè ed Elia (il primo simboleggia la Legge, la Torah; il secondo i Profeti, quindi entrambi stanno a rappresentare tutto l’Antico Testamento) testimoniano che Gesù è colui che porta a compimento le Scritture. Insieme parlano dell’esodo di Gesù: Egli salirà a Gerusalemme, la città santa, per dare compimento, con la sua morte e la sua risurrezione, al progetto salvifico, «mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo» (Ef 3,9), ora «manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede» (Rom 16,26).
Pietro e i suoi compagni oppressi dal sonno... Il torpore e la paura sono segni inequivocabili che l’uomo sta per entrare in contatto con il soprannaturale (Cf. Is 6,5; Dn 7,15; Ap 1,17). Nonostante tutto Pietro, Giacomo e Giovanni restano svegli e vedono «la gloria [di Gesù] e i due uomini che stavano con lui». Questa esperienza si imprimerà in modo indelebile nel loro cuore e sarà ricordata da Pietro: noi «siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: “Questi è il Figlio mio l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento”. Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,17-18).
Mentre [Pietro] parlava così, venne una nube. Nella sacra Scrittura, la nube, oltre ad essere simbolo dell’effimero (Cf. Gb 7,9; 30,15; Sap 2,4; ecc.), è «segno della presenza del Signore perché, da un lato, nasconde la luce del sole divenendo così un emblema della trascendenza e del mistero di Dio» (Gianfranco Ravasi). Una colonna di nube guida Israele nel suo esodo verso la terra promessa (Cf. Es 13,21; 14,20.36.38). Essa riempie il tempio (Cf. Es 40,34; Num 9,15; 17,7) e Dio e il Figlio dell’uomo verran­no sulle nubi (Cf. Dt 33,25; Mt 26,64). Da ciò si comprende la paura dei tre apostoli.
Gli apostoli entrati nella nuvola, sentono una voce che dichiara loro: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Siamo nel cuore del mistero svelato.
Questo intervento di Dio Padre segna il vertice della teofania del Tabor. L’autore e il protagonista supremo della storia della salvezza, il «Padre, Signore del cielo e della terra» (Mt 11,25), rompe di nuovo il silenzio e si fa sentire con forza.
Sul Tabor, Dio Padre non solo conferma l’attestazione del Giordano: «Questi è il mio Figlio l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento» (Mt 3,17; Cf. Mc 1,11; Lc 3,21), ma aggiunge perentoriamente: Ascoltatelo! Sempre. Anche quando invita i suoi discepoli a seguirlo sull’irta strada della croce (Cf. Lc 9,23).
 
Trasfigurazione (greco metamorphosis) - John L. McKenzie (Trasfigurazione in Dizionario Biblico, Cittadella Editrice): Nella mitologia greca il termine indica il cambiamento di forma e di aspetto di cui si credevano capaci gli dèi. L’uso del termine per indicare l’episodio narrato in Mt 17,1-8; Mc 9, 2-8; Lc 9, 28-36 non ha relazione con il suo uso mitologico.
La rivelazione fatta a Pietro, Giacomo e Giovanni in questi passi non ha riscontri nell’Antico Testamento o nel Nuovo Testamento, ed è impossibile ricostruirla completamente. Tuttavia i temi e i simboli usati per comunicare tale esperienza sono chiari e derivati da altri passi biblici, e il significato teologico della rivelazione non è oscuro. Non è irrilevante che Lc 9,32 parli di un sonno dei discepoli, che deve essere inteso di carattere estatico. Nel suo racconto dell’episodio Mt dipende da Mc; Lc ha derivato alcuni particolari da una fonte indipendente, che alcuni critici pensano giovannea.
La collocazione dell’episodio nei tre vangeli è dopo il primo annuncio della passione, e questo è significativo: la trasfigurazione dà agli annunci della passione la necessaria spiegazione. Si deve notare che è un tema costante dei vangeli sinottici che questa spiegazione non fu compresa dai discepoli prima della risurrezione.
La trasformazione dell’aspetto di Gesù che viene descritta fa pensare alla trasformazione di cui si parla nei racconti della risurrezione e che rende difficile agli apostoli il riconoscimento del Maestro. Anche Paolo parla della trasformazione del corpo in gloria nella risurrezione (1Cor 15,40-44): è un cambiamento nello splendore della gloria di Gesù prodotta dalla contemplazione della sua gloria (2Cor 3,18).
Luce e gloria nell’Antico Testamento sono elementi della teofania, la presenza sensibile di Dio. La bianchezza di cui si parla nei tre passi è la luminosità della gloria: essa appartiene al Cristo risorto in Ap 1,14. Anche la nube è un elemento della teofania dell’Antico Testamento. La nube e le parole pronunciate dal Padre sono derivate dal battesimo di Gesù. La montagna di cui non si fa il nome sulla quale ha luogo l’episodio fa pensare alla montagna della rivelazione di Mosè, il Sinai-Horeb. Mosè e Elia rappresentano la legge e i profeti, gli scritti e la tradizione sacra di Israele che preannun­ciano la passione e la glorificazione del Messia. Lc 9,31 rende esplicito il rapporto dei due personaggi con la passione di Gesù. Le tende che Pietro vuol fare richiamano la tenda dell’Antico Testamento, il luogo in cui Yahweh abita in mezzo al suo popolo.
L’ordine di Gesù di non parlare della visione se non dopo la risurrezione (Mt 17,9; Mc 9,9) fa pensare che i discepoli non capirono la relazione tra la passione e la glorificazione di Gesù se non dopo la sua risurrezione.
La trasfigurazione è molto di più di una ripetizione del battesimo di Gesù o di un’apparizione della risurrezione messa fuori posto: è un’affermazione che il Figlio dell’Uomo anche nella sua esistenza terrena è il Figlio dell’Uomo glorioso, conosciuto nella sua gloria dopo la sua passione e risurrezione.
Seguendo l’annuncio della passione, la trasfigurazione è una rivelazione della verità che la passione è seguita dalla gloria. La pienezza di significato dell’affermazione che Gesù è il Figlio di Dio mandato dal Padre si coglie nei progressivi episodi della sua vita. Il contenuto tremendo e misterioso di questa rivelazione è tanto stupefacente da poter essere descritto solo coi termini dell’estasi e della visione. La teologia della trasfigurazione è tutt’uno con la teologia di Fil 2,6-11, in cui Paolo scruta il significato dell’annullamento di se stesso operato da Gesù, il significato del fatto che Dio abbia assunto su di sé la condizione umana. La trasfigurazione è ricordata in 2Pt 1,16-18.
 
La voce del Padre garantisce ai discepoli che Gesù è coeterno: «(Il Padre) non vieta infatti di ascoltare Mosè ed Elia, cioè la Legge e le profezie, ma fa capire a tutti costoro che si deve preferire l’ascolto del Figlio che è venuto ad adempiere la Legge e i Profeti, e comanda di anteporre la luce della verità del Vangelo a tutti i simboli e all’oscurità dell’ Antico Testamento. Con provvidenziale disposizione viene rafforzata la fede dei discepoli perché non vacilli, a causa della crocifissione del Signore, perché nell’imminenza della croce si dimostra come la sua umanità sarebbe stata sublimata dalla luce celeste in virtù della risurrezione; e la voce del Padre attesta che il Figlio è per divinità coeterno a lui, perché al sopraggiungere dell’ora della passione quelli si dolessero meno della sua morte, ricordando che era sempre stato glorificato da Dio Padre nella divinità colui che, subito dopo la morte, sarebbe stato glorificato nell’umanità. Ma i discepoli che, in quanto carnali, erano ancora di debole consistenza, udita la voce di Dio, per timore caddero faccia a terra. Il Signore perciò, autorevole maestro in tutto, li consola parlando loro e toccandoli li fa alzare.» (Beda, Omelie sul Vangelo 1,24 ).
 
Il Santo del giorno - 6 Agosto 2022 - Trasfigurazione del Signore: La liturgia romana leggeva il brano evangelico riferito all’episodio della trasfigurazione il sabato delle Quattro Tempora di Quaresima, mettendo così in relazione questo mistero con quello della passione. Lo stesso evangelista Matteo inizia il racconto con le parole: «Sei giorni dopo» (cioè dopo la solenne confessione di Pietro e il primo annuncio della passione), «Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello, e li condusse sopra un alto monte, in disparte. E si trasfigurò davanti a loro: il suo volto risplendette come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». C’è in questo episodio una netta contrapposizione all’agonia dell’orto del Getsemani. La trasfigurazione, che fa parte del mistero della salvezza, è ben degna di una celebrazione liturgica che la Chiesa, sia in Occidente come in Oriente, ha comunque celebrato in vario modo e in date differenti, finché papa Callisto III elevò di grado la festa, estendendola alla Chiesa universale. (Avvenire)   
 
Il pane del cielo che abbiamo ricevuto
ci trasformi, o Padre, a immagine di Cristo,
che nella Trasfigurazione rivelò agli uomini
il mistero della sua gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.