24 Ottobre 2026
 
Sabato XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 121 (122); Lc 12,54-59
 
Gesù racconta la parabola del fico sterile. (…) Cosa rappresentano i personaggi di questa parabola? Il padrone raffigura Dio Padre e il vignaiolo è immagine di Gesù, mentre il fico è simbolo dell’umanità indifferente e arida. Gesù intercede presso il Padre in favore dell’umanità – e lo fa sempre – e lo prega di attendere e di concederle ancora del tempo, perché in essa possano germogliare i frutti dell’amore e della giustizia. Il fico che il padrone della parabola vuole estirpare rappresenta una esistenza sterile, incapace di donare, incapace di fare il bene. È simbolo di colui che vive per sé stesso, sazio e tranquillo, adagiato nelle proprie comodità, incapace di volgere lo sguardo e il cuore a quanti sono accanto a lui e si trovano in condizione di sofferenza, di povertà, di disagio. A questo atteggiamento di egoismo e di sterilità spirituale, si contrappone il grande amore del vignaiolo nei confronti del fico: fa aspettare il padrone, ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro. Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice. E questa similitudine del vignaiolo manifesta la misericordia di Dio, che lascia a noi un tempo per la conversione. Tutti noi abbiamo bisogno di convertirci, di fare un passo avanti, e la pazienza di Dio, la misericordia, ci accompagna in questo. Nonostante la sterilità, che a volte segna la nostra esistenza, Dio ha pazienza e ci offre la possibilità di cambiare e di fare progressi sulla strada del bene. (Francesco -  Angelus, 24 marzo 2019)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Overview dell’AI: Il brano Efesini 4,7-16 della Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini tratta dei doni di Cristo e della crescita della Chiesa come corpo unificato.
Sintesi del testo (Ef 4,7-16): La grazia e i doni (v. 7-10): A ogni credente è stata data una grazia particolare, secondo la misura del dono di Cristo. Paolo cita il Salmo 68,18 sull’ascensione (“Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”), spiegando che colui che è salito nei cieli è lo stesso che prima era disceso sulla terra (e nelle regioni inferiori) per riempire ogni cosa.
I ministeri nella Chiesa (v. 11-12): Cristo ha stabilito diversi ruoli e ministeri all’interno della comunità: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri (o dottori).
Scopo: preparare e formare i credenti (“i santi”) per il servizio ministeriale e per edificare il corpo di Cristo.
L’unità e la maturità nella fede (v. 13-16): L’obiettivo di questi doni è raggiungere l’unità della fede, la piena conoscenza del Figlio di Dio e la maturità spirituale (la statura della pienezza di Cristo). Questo evita che i credenti siano come fanciulli sballottati da qualsiasi vento di dottrina.
Crescita nella carità (v. 15-16): Vivendo secondo la verità e nella carità, tutto il corpo della Chiesa cresce in modo armonioso, collaborando attraverso ogni singola articolazione e membro per edificare se stesso nell’amor
 
Vangelo
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
 
Non sempre è da cercare un nesso diretto tra colpa e morte, tra peccato e infortunio, questo è l’insegnamento di Gesù. La morte violenta dei Galilei, o altri simili fatti brutali, devono essere recepiti come appelli alla conversione e non come castighi di Dio: se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Ciò che conta è non andare incontro ad una morte ancora più terribile, quella che porta all’eterna separazione da Dio. La parabola del fico sterile è un chiaro riferimento alla pazienza di Dio, ma potrebbe alludere al ritardo del giudizio finale di Dio e all’importanza di prepararvisi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9
 
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
 
Parola del Signore.
 
Perché deve sfruttare il terreno? - In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Nella riflessione biblica il tema della retribuzione ha fatto un lungo cammino, che ha portato a graduali e interessanti scoperte.
Dalla concezione di una retribuzione terrena collettiva, il popolo è responsabile in solido delle proprie azioni (il bene degli uni ricade sugli altri e così il male, i meriti e le colpe dei padri si riversano sui figli), gradualmente si arriva a una nozione di retribuzione individuale. In questa ultima riflessione, ancora imperfetta, la retribuzione che Dio dà all’uomo, è concepita come temporale; si chiude cioè nell’arco della vita terrena. Dio infatti premia o punisce con cose facilmente controllabili: ricchezza, fecondità della sposa, rispetto e amicizia dei vicini ai buoni; mancanza di prole, malattia, povertà agli empi.
Una novità interessante, ma inficiata dalla esperienza quotidiana: infatti, spesso molti empi prosperano, molti giusti soffrono. Sarà il libro della Sapienza, e soprattutto il Nuovo Testamento, a dare una risposta a questo problema: la retribuzione è spostata nella vita ultraterrena. Si chiude così il ciclo. Ma rimane sempre sottinteso che la ricompensa «che Dio dà all’uomo è un puro dono che l’uomo non può mai meritare completamente. Il rischio del fariseismo è continuamente presente. L’uomo ha sempre la tentazione di misurare la retribuzione divina sul metro delle opere che compie. L’esempio classico lo incontriamo nella parabola del fariseo e del pubblicano [Lc 18,9ss.]. Il fariseo, che pretendeva la sua giustificazione da Dio ostentando le sue opere buone, viene da [Gesù] riprovato. L’uomo non può ricevere la salvezza dalle sue opere, perché è nel peccato. La salvezza la dà solo Dio [Rm 3,23-26]» (Giuseppe Manni).
Sulla carneficina perpetrata da Pilato e sui fatti della Torre di Siloe e sulla questione della retribuzione, Gesù non assume alcuna posizione e non dà un giudizio né sui mandanti, né sulle vittime, sposta soltanto il problema: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
In questo modo, Gesù invita gli interlocutori a cambiare vita: invece di investigare è meglio convertirsi perché alla fine si potrebbe condividere la sorte di quei malcapitati morti sotto il ferro romano e sotto le pietre di una torre diruta. Anche due fatti di cronaca possono celare segni ammonitori, quindi, più che dare un giudizio sulla vita degli altri è meglio guardare alla propria condotta, sopra tutto se essa è in sintonia con la volontà di Dio. L’accento va quindi spostato sull’urgenza della conversione. E a questo proposito narra la parabola dell’albero di fichi che un tale aveva piantato nella sua vigna.
L’immagine del fico infruttuoso era abbastanza nota e ricorreva spesso nella predicazione profetica quando si voleva denunciare l’infedeltà del popolo di Dio (Cf. Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,16). Nel brano lucano però si fa cenno anche alla vigna e potrebbe alludere alla pazienza di Dio (Cf. Is 5,1-7). Due rimandi non casuali e con i quali si vogliono sfatare due equivoci: «quello di chi pensa che ormai è troppo tardi e che la pazienza di Dio si è logorata nell’attesa, e quello di chi pensa che c’è sempre tempo e che la pazienza di Dio è senza limiti. La risposta è un’altra: Dio è certamente paziente, ma noi non possiamo programmare o fissare scadenze alla sua pazienza» (Carlo Ghidelli).
Mentre nel Vangelo di Matteo il fico infruttuoso viene maledetto da Gesù (Cf. Mt 21,19ss.), qui, nel racconto lucano la parabola è interrotta prima della fine, per cui non si conosce la sorte del fico sterile. Forse si vuole alludere a una futura conversione d’Israele. Per Gesù c’è ancora spazio per il ritorno d’Israele: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26).
 
Per approfondire
 
Giovanni Nicolini: Mi sembra che la traduzione italiana del ver.11 enfatizzi la “personalizzazione” di questi compiti. Forse è meglio rendere semplicemente alla lettera: “Egli diede gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri …”. E questo giustamente enfatizza lo scopo di tali elezioni che è “per la preparazione (la dotazione) dei santi all’opera delle diaconìa, all’edificazione del corpo di Cristo” (ver.12).
In questo modo si sottolinea maggiormente lo scopo di questi ministeri che è la ministerialità di tutto il popolo. Altrimenti il rischio è quello di enfatizzare una funzione, facendola diventare un titolo, senza sottolinearne la funzionalità e lo scopo. Provo a spiegarmi: è come se il fatto che io sia un prete diventi un “titolo” chiuso in se stesso, e non visto nel suo scopo di servizio verso tutto il popolo!
Dunque, come dice il ver.12, è compito di tutto il popolo l’edificazione del “corpo di Cristo”. Per questo è necessario che “noi tutti giungiamo all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio” (ver.13)!
E il grande scopo di tutto è il Cristo stesso nella sua pienezza! Questo scopo è, mi sembra, più che una “conoscenza”, come noi intendiamo questo termine. Si tratta di una vera “esperienza”, nella quale tutta la comunità vive la sua comunione con il Signore Gesù, presente in ciascuno e in tutti!
Se questo manca, la comunità è esposta al pericolo segnalato al ver.14, quello di un degrado mondano che non è per il vero bene di tutti e si abbassa alle competizioni ingannevoli di potere che caratterizzano i rapporti di frode e di violenza delle sapienze mondane.
Invece l’azione ecclesiale è caratterizzata dal meraviglioso intreccio di verità e carità che Paolo ricorda al ver.15: è questo che esprime e attua la vera crescita di ciascuno e di tutti verso la Persona di Gesù, che è “il capo del corpo”!
Dove “il capo” non è il “comandante”, ma appunto “il capo”, cioè “la testa” di tutto il corpo! E questo “corpo” allora “cresce” nel modo meraviglioso descritto al ver.16: un corpo che cresce per la presenza e l’azione di ogni discepolo, e cresce edificando se stesso nell’amore!
 
Conversione ed ingresso nel regno di Dio - Jean Giblet e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Gesù non si accontenta di annunziare l’approssimarsi del regno di Dio, ma incomincia a realizzarlo con potenza; con lui il regno si inaugura, quantunque esso sia ancora volto verso compimenti misteriosi. Ma l’appello alla conversione lanciato dal Battista conserva nondimeno tutta la sua attualità: Gesù lo riprende in termini propri all’inizio del suo ministero (Mc 1,15; Mt 4,17). Egli è venuto a «chiamare i peccatori alla conversione» (Lc 5,32); questo è uno degli aspetti essenziali del vangelo del regno. L’uomo che prende coscienza del suo stato di peccatore può d’altronde rivolgersi a Gesù con fiducia, perché «il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati» (Mt 9,6 par.). Ma il messaggio di conversione urta contro la sufficienza umana in tutte le sue forme, dall’attaccamento alle ricchezze (Mc 10,21-25) fino all’orgogliosa sicurezza dei farisei (Lc 18,9).
Gesù si leva come il «segno di Giona» in mezzo ad una generazione malvagia, meno ben disposta nei confronti di Dio di quanto lo fosse un tempo Ninive (Lc 11,29-32 par.). Perciò egli pronuncia contro di essa una requisitoria piena di minacce: gli uomini di Ninive la condanneranno al momento del giudizio (Lc 11,32); Tiro e Sidone avranno una sorte meno severa delle città del lago (Lc 10,13ss par.).
Di fatto l’impenitenza attuale di Israele è il segno dell’indurimento del suo cuore (Mt 13,15 par.; cfr. Is 6,10).
Se non modificano la loro condotta, gli uditori impenitenti di Gesù periranno (Lc 13, 1-5), ad immagine del fico sterile (Lc 13,6-9; cfr. Mt 21,18-22 par.).
2. Gesù, quando esige la conversione, non fa allusione alcuna alle liturgie penitenziali. Diffida persino dei segni troppo appariscenti (Mt 6, 16 ss). Ciò che conta è la conversione del cuore che fa ridiventare come bambini (Mt 18,3 par.). E, in seguito, lo sforzo continuo per «cercare il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33), cioè per regolare la propria vita secondo la nuova legge. L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15,4 ss; cfr, 15,8). La risposta umana a questa grazia è concretamente analizzata nella parabola del figliuol prodigo, che mette in sorprendente rilievo la misericordia del padre (Lc 15, 11-32). Infatti il vangelo del regno comporta questa rivelazione sconcertante: «C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15,7.10). Anche Gesù riserva quindi ai peccatori un’accoglienza che scandalizza i farisei (Mt 9,10-13 par.; Lc 15,2), ma provoca conversioni; ed il vangelo di Luca si compiace nel riferire in modo particolareggiato taluni di questi ritorni, come quello della peccatrice (Lc 7,36-50) e quello di Zaccheo (19,5-9).
 
Moderazione nel condannare - Gregorio Nazianzeno, Sermo 32, 30: Non è la stessa cosa strappare uno sterpo o un fiore e uccidere un uomo. Sei immagine di Dio e parli a un’immagine di Dio. Tu che giudichi sarai a tua volta giudicato (Mt 7,1); e giudichi il servo di un altro (Rm 14,4), che è governato da un altro. Esamina bene tuo fratello, come se tu dovessi essere misurato con la stessa misura. Attento a non tagliare e gettar via temerariamente un membro, nell’incertezza, perché le membra sane non abbiano ad averne un detrimento. Riprendi, rimprovera, scongiura. Hai la regola della medicina. Sei discepolo di Cristo mite e benigno, che portò le nostre infermità (Is 53,4). Se incontri una prima resistenza, aspetta con pazienza; alla seconda, non perdere la speranza, c’è ancora tempo per una cura; al terzo scontro cerca d’imitare quel benevolo agricoltore e chiedi al Signore che non sradichi il fico infruttuoso (Lc 13,8), che lo curi, che lo concimi, attraverso la confessione. Forse si cambierà e porterà frutto e accoglierà Gesù che torna da Betania.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Antonio Maria Claret, Vescovo: Una figura del secolo XIX al cui nome è tuttora legata una congregazione religiosa diffusa in tutti i continenti, quella dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria, detti appunto Clarettiani. Di origine catalana, appena ordinato sacerdote Claret si reca a Roma, a Propaganda Fide, per essere inviato missionario. Ma la salute precaria lo costringe a tornare in patria. Così per sette anni si dedica alla predicazione delle missioni popolari tra la Catalogna e le Isole Canarie. È tra i giovani raggiunti in questa attività apostolica che nasce l’idea della congregazione. Nel 1849 viene nominato arcivescovo di Santiago di Cuba. Morirà il 24 ottobre 1870. (Avvenire)
 
-> O Dio,
che hai sostenuto il vescovo sant’Antonio Maria [Claret]
con doni straordinari di carità e di pazienza
nell’evangelizzazione dei popoli,
concedi a noi, per sua intercessione,
di cercare sempre il tuo regno e di lavorare alacremente
per guadagnare a Cristo i fratelli.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 23 Ottobre 2026
 
Venerdì XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 4,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 23 (24); Lc 12,54-59
 
Conoscere i segni dei tempi. I tempi cambiano, ed è proprio della saggezza cristiana conoscere questi cambiamenti, conoscere i diversi tempi e conoscere i segni dei tempi. Cosa significa una cosa e cosa un’altra. E fare questo senza paura, con la libertà. Questo è un lavoro che di solito noi non facciamo: ci conformiamo, ci tranquillizziamo con “mi hanno detto; ho sentito; la gente dice; ho letto...”. E così siamo tranquilli. Ma è quella la verità, è quello il messaggio che il Signore vuole darmi con quel segno dei tempi? Per capire i segni dei tempi prima di tutto è necessario il silenzio: fare silenzio e guardare. E dopo riflettere dentro di noi. Un esempio: perché ci sono tante guerre adesso? Perché è successo qualcosa? E pregare: silenzio, riflessione e preghiera. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci. I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi. (Francesco - Omelia a Santa Marta 23 ottobre 2015)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo): 1-1-3 La «vocazione alla fede» (v. l), per cui tutti i credenti indistintamente formano un solo «corpo» in Cristo Gesù, esige che si dia bando a ogni sentimento di animosità e di discordia (v. 2) per non spezzare quella meravigliosa «unità» realizzata dallo «Spirito Santo» (v. 3); è lo «Spirito di Cristo» infatti che compagina l’unità del corpo mistico.
Ora, se le membra fossero in contrasto fra di loro, come potrebbe il «corpo» organizzarsi? La prima legge di vita dunque è l’armonia, la «pace» (v. 3), che è ottimo cemento e «legame» di unità. Qualsiasi peccato contro la «carità», dunque, è sempre un dilaceramento del corpo di Cristo.
Qualcuno intende l’espressione «unità dello Spirito» (v. 3) nel senso di unità di «mente» e di cuore: il contesto sembra invece riferirsi allo Spirito Santo.
4-6 Si richiamano brevemente i «motivi» teologici che impongono al cristiano «l’unità» spirituale coi fratelli. Tutto, nella vita del cristiano, ha carattere di socialità e di comunitarietà; niente egli ha che tenda a isolarlo, ma tutto lo richiama ad aprirsi agli altri. Unico è il «corpo» della Chiesa, animato da un unico «Spirito»; unica è la «speranza» della salvezza eterna, a cui la fede in Cristo ci «chiama» e ci dà diritto (v. 4). Unico è il «Signore» Gesù, che ha infranto il muro della divisione e della inimicizia (2, 14) e ha fornito a tutti gli stessi mezzi di salvezza: la «fede» e il «battesimo» (v. 5). Infine, il motivo fondamentale di questa unione deve ricercarsi nella universale «paternità di Dio» (v. 6) che, pur essendo l’Essere trascendente, «al di sopra» di tutto e di tutti, è presente in ogni redento con la sua azione e con la sua inabitazione mediante la grazia.
Il nostro passo contiene una chiara professione di fede trinitaria.
Il medesimo invito all’«unità», basato sull’unicità del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e sull’unicità dei mezzi di salvezza, vedilo in Cor. 8,6; 12,4-26.
 
Vangelo
Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?
 
L’evangelista Luca usa una analogia meteorologica per rimproverare la cosciente e ostinata ottusità del popolo d’Israele, anche se l’epiteto ipocriti voglia far pensare che Gesù si sta rivolgendo non alla folla, ma ai suoi eterni detrattori, i farisei, i quali chiusi nella loro roccaforte intellettuale non vogliono accogliere la novità evangelica (cfr, Luke Timothy Johnson, Il Vangelo di Luca). L’evangelista Matteo usa una analogia meteorologica diversa, ma il concetto è lo stesso: Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? (Mt 16,2-3).
Dinanzi a tanta prova di capacità di discernimento, Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, è inspiegabile, come dinanzi a innumerevoli segni, non sappiamo decidere. L’invito-rimprovero di Gesù possiamo tradurlo in questo modo: tu che ascolti, tu che vedi sei posto davanti alla necessità di prendere una decisione personale. Sei tu che devi decidere ciò che è giusto.
Le ultime raccomandazioni, Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, tenendo a mente che Gesù sta salendo a Gerusalemme dove si compirà la volontà del Padre, molto probabilmente, sono rivolte ai discepoli: “Sono i discepoli quelli «lungo la strada» [12,58] che devono prendere una decisione adesso, prima che sia troppo tardi. Se non raggiungono «un accordo» adesso con il loro avversario - in questo caso il Messia stesso che li chiama alla conversione - le cose si metteranno male per loro nel giudizio che verrà” (Luke Timothy Johnson, Il Vangelo di Luca).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,54-59
 
In quel tempo, Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».
 
Parola del Signore
 
Padre Lino Pedron: Il lamento che Gesù rivolge all’uomo di tutti i tempi e allo stesso credente, è motivato dal fatto che non mette uguale impegno e diligenza per scoprire i segni del tempo della salvezza quanto ne impiega per prevedere il tempo meteorologico. Dio parla all’uomo attraverso la voce della sua coscienza, attraverso la voce dei suoi inviati, ma anche, e soprattutto, attraverso gli sviluppi e gli eventi della storia. Questi ultimi sono i più trascurati ma, in realtà, sono i più sicuri. Gesù richiama i suoi ascoltatori a questa ottica. Bisogna essere più perspicaci e più attenti. Le parole possono ingannare, i fatti, meno.
Il tempo di Gesù era il momento culminante della salvezza, perché segnava la fine dei mali fisici e morali, delle oppressioni umane e diaboliche: non potevano esserci dubbi che qualcosa di nuovo stava incominciando nella storia umana. La teologia dei segni dei tempi trova il suo inizio in questa breve affermazione di Gesù, ma dopo tanti secoli è ancora così poco capita e vissuta. Conosciamo bene ciò che è utile alla nostra vita animale, ma non ciò che è necessario per la nostra vita eterna.
Le liti e le vertenze giudiziarie fanno parte della storia dell’uomo e quindi anche del cristiano. Il litigare è una cosa contraddittoria con il comportamento cristiano. Il vangelo non pretende che il cristiano rinunci ai suoi diritti, ma segnala un modo più pratico e ragionevole per farli valere, tentando un accordo tra le parti (v.57).
Per capire chi ha torto o ragione basta un po’ di testa e di buona volontà. Spesso le rivendicazioni nascono dal puntiglio e dall’orgoglio più che da veri torti subiti. Mettendo a tacere le passioni sregolate, distaccandosi dal proprio io, dalla propria permalosità e arroganza da ambo le parti, si può risolvere qualunque vertenza. Il ricorso al giudice umano non è detto che sia la via più garantita e più sicura per arrivare a una giusta soluzione. Spesso i verdetti non sono emessi secondo verità o diritto, ma in base alla capacità dialettica, alle manipolazioni della legge e ai cavilli per aggirarla e capovolgerla. Da questa pagina evangelica nasce una profonda sfiducia nella categoria degli avvocati e dei giudici, che è quasi abituale nella predicazione dei profeti (cfr Am 5,10-15; Mi 3,1-4; 7,3; Is 1,26; Sof 3,3; ecc.). La sentenza assolutoria o la condanna non scaturiscono, spesso, dall’innocenza o dalla colpevolezza, ma dalla fortuna o dalla sfortuna di aver avuto un difensore più o meno abile.
La finale è pessimistica. Una volta presa la via dei tribunali, la conclusione è sempre una: il carcere. Si è litigato per avere ragione, si finisce per avere torto.
Con la venuta di Gesù è giunto il momento della decisione. Ognuno è colpevole davanti a Dio. Si deve approfittare del tempo che precede il giudizio per sfuggire all’inflessibile procedura del giudizio per mezzo della penitenza, della conversione e della riconciliazione con il fratello, prima che sia troppo tardi.
 
Per approfondire
 
Opus Dei: Già in tempi antichi gli uomini erano capaci di prevedere le condizioni del tempo, perché Dio li aveva resi partecipi, fin dalla creazione del mondo, della sua sapienza per “valutare l’aspetto della terra e del cielo”. Perciò i segni e i prodigi che quegli uomini vedevano, gli insegnamenti che ascoltavano, erano più che sufficienti per riconoscere da essi la venuta del Messia salvatore. A che cosa poteva servire a quegli uomini conoscere le cose terrene se non accettavano il loro Creatore, venuto al mondo per riconciliare tutte le cose (cfr. Col 1, 20)?
Con Gesù il tempo è arrivato alla sua pienezza (cfr. Gal 4, 4); la salvezza e la conversione del cuore sono alla portata di tutti. Ogni uomo, nel tabernacolo della propria coscienza, può discernere tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Finché siamo in cammino, Dio non smette mai di dare ai suoi figli i mezzi per riconoscerlo e convertirsi a lui, anche fino all’ultimo istante della vita terrena, come fece con il buon ladrone, che riconobbe in Gesù il Dio che lo poteva salvare dalla morte eterna (cfr. Lc 23, 42).
Gesù ci dice che anche il timore per una giusta condanna può alla fine essere un valido motivo per cambiare vita e riconciliarsi con Dio e con il prossimo. Per far ciò è necessaria l’umiltà, abbandonare l’atteggiamento ipocrita di chi presume di sapere molto della scienza umana, ma poi non riconosce nella profondità del suo cuore la presenza di un Dio che “non gode della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva” (Ez 33, 11). A proposito della relazione tra la scienza umana e l’umiltà, san Josemaría scriveva: «Tu, dotto, celebre, eloquente, potente: se non sei umile, non vali nulla. – Taglia, strappa quell’io che possiedi in grado superlativo – Dio ti aiuterà –, e allora potrai cominciare a lavorare per Cristo, nell’ultimo posto del suo esercito di apostoli» (San Josemaría, Cammino, n. 602.)
 
La decisione urge - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Gesù rinfaccia ai giudei di saper comprendere i segni esterni del tempo, cioè di poter giudicare che tempo farà dal rosseggiare del cielo al mattino e alla sera, ma di non aver proprio occhi per vedere i segni interiori del tempo suo. Poiché con la sua venuta, è spuntata una nuova èra, ed egli ne è il segno. Chi lo vede, dovrebbe poter giudicare che è giunta un’era nuova, ed assumere l’attitudine corrispondente. Egli è l’aurora di un giorno nuovo. Non è più tempo di dormire. Prontezza significa alzarsi e camminare nel nuovo giorno. Bisogna scuotersi di dosso la sonnolenza. Il suo giorno sarà un giorno di tempesta. Le tempeste che Cristo reca con sé non cesseranno fino alla fine dei tempi. Perciò la decisione è prontezza a passare attraverso la tempesta e a chiudere gli occhi su tutto il resto. Il tempo della decisione urge. Secondo la parabola del Signore, l’uomo è come uno che viene tradotto dinanzi al giudice per essere condannato. Mentre è in via, ha ancora tempo per mettersi d’accordo col suo avversario e così salvarsi. Però è già sulla via del tribunale. Ciò vale per i singoli e per tutta l’umanità: in quanto peccatrice, essa è citata dinanzi al tribunale di Dio. La vita è una via che porta al giudizio e la storia del mondo è la strada che mena al giudizio universale. Ma finché gli uomini sono ancora in via, hanno la possibilità di salvarsi, separandosi dal mondo e decidendosi per Cristo. C’è in queste parole una incalzante inquietudine e una serietà che non dà pace. L’uomo non vi si deve sottrarre. Egli deve sentire quanto sono poco rassicuranti queste parole e decidersi.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni da Capestrano - Con il cuore e con le mani nei conflitti per fermarli: Dentro alle guerre per disinnescare la violenza e costruire la pace vera, quella dove a ogni essere umano è riconosciuta la propria dignità. Così i cristiani affrontano i conflitti, accompagnati da un Dio che è entrato nella morte vincendone l’oscurità. Questo fu lo stile di san Giovanni da Capestrano che visse il proprio ministero di sacerdote sui fronti più delicati dell’Europa del XIV secolo. Era nato a Capestrano, nell’Aquilano, nel 1386 da padre nobile tedesco e madre abruzzese. Studiò poi a Perugia diritto, diventando in seguito governatore della città per volere di Ladislao I di Napoli. Un’esperienza di prigionia, però, lo spinse a cambiare vita e a seguire la strada della consacrazione religiosa tra i Frati Minori. Conobbe san Bernardino da Siena e decise di seguirne l’esempio scegliendo il monogramma di Cristo come stemma. Il Papa lo inviò suo legato in Austria, in Baviera, in Polonia, dove si allargava sempre di più la piaga degli Ussiti. In Terra Santa promosse l’unione degli Armeni con Roma. A 70 anni, nel 1456, si trovò alla battaglia di Belgrado, attaccata dai Turchi. Per 11 giorni e 11 notti non abbandonò mai il campo. Tre mesi dopo, il 23 ottobre, Giovanni morì a Ilok, in Croazia. È stato canonizzato da Alessandro VII il 16 ottobre 1690. Nel 1984 san Giovanni Paolo II lo proclamò patrono dei cappellani militari. (Matteo Liut)
 
->  O Dio, che hai suscitato san Giovanni [da Capestrano]
per rincuorare il popolo cristiano nelle difficoltà,
rendi sicura la nostra vita sotto la tua protezione,
e custodisci la tua Chiesa in una pace duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 22 OTTOBRE 2026
 
GIOVEDÌ DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Ef 3,14-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 12,49-53
 
Papa Francesco (Angelus 14 Agosto 2016): Il Vangelo di questa domenica (Lc 12,49-53) fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.
Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (v.49). Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso - il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.
Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’apostolo Paolo prega per la comunità cristiana di Efeso perché possa comprendere quanto sconfinato è l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza. Paolo prega per gli Efesini perché siano ricolmi di tutta la pienezza di Dio. San Paolo prega e rende grazie perché, fondato nella carità, ha conosciuto l’amore salvifico di Gesù: soltanto chi ha esperimentato profondamente l’amore di Gesù che salva può spalancare l’anima alla preghiera di lode.
 
Vangelo
Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.
 
Gesù è in cammino verso Gerusalemme e parla ai suoi discepoli della sua missione che porterà al mondo pace e salvezza, ma che dovrà passare attraverso il crogiuolo della abnegazione, della rinunzia e della sofferenza.
La pace che Gesù dona agli uomini non è pacifismo, ma è un frutto che si può cogliere soltanto sull’albero della croce. Il Vangelo è tutt’altro che comodo: accoglierlo comporta il rinnegamento di sé, la piena vittoria sul peccato e l’esigenza di fedeltà alla parola data a Dio e al suo Cristo.
Il battesimo che Gesù deve ricevere è la sua Passione. Egli è angosciato «non per timore della propria morte, ma per il ritardo del compimento della nostra redenzione» (Sant’Ambrogio).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,49-53
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
 
Parola del Signore.
 
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra - Il brano si divide distintamente in due parti. Nella prima Gesù parla ai discepoli del significato profondo della sua missione sulla terra; nella seconda mette in evidenza che non c’è più posto per atteggiamenti neutrali, per questo ci saranno divisioni: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”.
Gesù ‘sale’ verso la Città santa dove l’attendono la morte ignominiosa di croce e la gloria, durante questo tragitto ammaestra e prepara i discepoli al compimento del suo mistero pasquale.
Il fuoco nelle manifestazioni divine «è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il duplice aspetto, attraente e terribile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità» (Roberto Tufariello). Invece, il fuoco che Gesù ha portato sulla terra è un po’ più misterioso: può essere il fuoco del giudizio escatologico, che purifica o castiga secondo ci si schiera pro o contro il Cristo.
Potrebbe essere invece il fuoco dello Spirito Santo che discende sui credenti immersi nelle acque salutari del Battesimo: un dono promesso e inviato da Gesù a compimento della sua missione di salvezza (cfr. At 1,5).
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella del fuoco purificatore della Passione e della morte attraverso il quale Gesù brama di passare per portare a compimento la sua missione di salvezza. In questo modo fuoco e battesimo si saldano in un binomio inscindibile. Infatti, il battesimo che Gesù deve ricevere va inteso nel senso generico del termine battesimo, che in greco significa «immersione». Nella Passione, Gesù sarà come immerso in un mare indicibile di dolori.
Il linguaggio di Gesù ricorda «quello di Giovanni Battista, quando presentava il Messia appunto come colui che avrebbe battezzato i credenti “in Spirito Santo e fuoco” [Gv 3,16]. È tuttavia difficile sapere se in questo caso è al giudizio o allo Spirito che si riferisce il fuoco, per quanto concerne il testo di Luca. Ma un battesimo di nuovo tipo attende il Messia: il martirio. Gesù non ha certo un desiderio di morte; però il martirio non gli fa paura. E gli va incontro, perché la prova che segnerà la fine della sua missione terrena è indispensabile perché possa venire lo Spirito Santo - sotto forma di lingue di fuoco: At 2,3 - e possa continuare il tempo della Chiesa, un tempo di prova per tutti coloro che crederanno in lui» (Hugues Cousin).
La pace che Gesù dona al mondo non è una pace a buon mercato, perché comporta lacerazioni, divisioni, rotture di relazioni con gli amici, con i familiari, anche con i più intimi: «Gesù è un “segno di contraddizione” (Lc 2,34) che, senza volere le discordie, le provoca necessariamente per le esigenze di scelta che richiede» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Per approfondire
 
Sono venuto a gettare fuoco - Roberto Tufariello (Schede Bibliche): Il fuoco è un elemento presente fin dal tempo di Abramo nella storia delle relazioni tra Dio e il suo popolo; esso però «ha soltanto valore di segno, che bisogna superare per trovare Dio». Nelle teofanie, il fuoco è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il suo duplice aspetto, attraente e temibile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità.
Nei sacrifici, il fuoco è il segno della benevolenza e dell’amore di Dio, che accetta e gradisce l’offerta della creatura e la sua volontà di purificazione.
Il fuoco è anche il simbolo della collera divina, il fuoco dell’ira che divora gli empi e punisce il popolo eletto, quando si comporta da peccatore impenitente.
Gesù è annunciato da Giovanni Battista come il vagliatore che getta la paglia nel fuoco e come colui che battezza nello Spirito santo e nel fuoco: «Io vi battezzo con l’acqua per farvi convertire; ma colui che viene dopo di me è più potente di me ed io non sono degno neanche di portargli i calzari; lui vi battezzerà con lo Spirito santo e col fuoco. Ha in mano il suo ventilabro e monderà la sua aia, e raccoglierà il suo grano nel granaio e brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt. 3,11-12).
Giovanni, nella sua predicazione, presentava il regno dei cieli, ormai imminente (Mt. 3,1-2), come una discriminazione ed un giudizio che si compiono in base alle opere di ognuno. L’era messianica è un tempo di discriminazione che purifica l’aia, ammassando il grano da una parte e gettando invece la paglia nel fuoco. Il messia dunque è il vagliatore; è il santificatore e, nello stesso tempo, il giudice. Egli inaugura il giorno di Iahvé, che porta la salvezza ai credenti, ma che riserva il fuoco della geenna a chi rifiuta la grazia. Dopo questa attestazione del Battista in suo favore, Gesù riceve il battesimo nel Giordano.
Questo atto dà inizio alla sua azione redentrice, ed è anche un segno precursore della sua passione e morte sulla croce, l’altro battesimo che egli attende di ricevere (Mc. 10, 38).
Nel vangelo di Luca, il battesimo di sangue che Gesù deve ricevere è accostato alla sua missione di portare il fuoco sulla terra (Lc. 12,49-50). È questo il solo testo in cui Gesù paragona la sua opera all’azione del fuoco. Il battesimo che egli riceverà sulla croce, accenderà un fuoco nel mondo.
L’offerta sul Calvario, infatti, è la prova del fuoco, in cui la vittima pura viene consumata e diviene purificante per gli uomini, ai quali porta il dono della grazia e della vita nuova. Attraverso il batte-simo di sangue di Gesù, «il fuoco è acceso»; esso diventerà operante per i credenti grazie all’azione dello Spirito. Per questo occorre essere battezzati nello Spirito santo e nel fuoco.
La chiesa ormai vive di questo fuoco che infiamma il mondo grazie al sacrificio di Cristo.
Tale fuoco ardeva nel cuore dei pellegrini di Emmaus, mentre ascoltavano il Maestro risorto: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc. 24,32). È disceso sui discepoli nel giorno della Pentecoste (Atti 2,3), realizzando per essi il battesimo nello Spirito e nel fuoco (cfr. Atti 1,5).
La vita cristiana è anch’essa sotto il segno del fuoco: non più quello del Sinai, ma quello che consuma l’olocausto delle nostre vite in un culto accetto a Dio (Ebr. 12,18.28-29).
Per coloro che hanno accolto il fuoco dello Spirito, la distanza tra l’uomo e Dio è superata da Dio stesso, che si è interiorizzato perfettamente nell’uomo. In questo senso è necessario essere «salati» per mezzo del fuoco, il fuoco del giudizio e quello dello Spirito, attraverso i quali si condanna l’uomo vecchio e si entra a far parte del regno come  fedeli: «Perché ciascuno sarà salato col fuoco. Buona cosa è il sale: ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace tra voi» (Mc. 9,49-50).
 
Gesù causa di dissenso: Paolo VI (Udienza Generale, 25 Luglio 1973): Siamo realisti: la vita cristiana, a volerla vivere autenticamente, è difficile. Chi cercasse di negare, ovvero di sopprimere indebitamente questo aspetto difficile, deformerebbe e forse anche tradirebbe l’autenticità della vita cristiana stessa. Oggi questo tentativo di renderla facile, agevole, senza sforzo, senza sacrificio, è in pieno svolgimento, dottrinale e pratico.
Anche a questo punto è importante avere le idee chiare. Dobbiamo fare quanto è possibile per conservare alla professione cristiana il senso di libertà, e di letizia, che le è proprio. Non dobbiamo appesantirla con leggi gravi e superflue (cfr. Matth. 23, 4). Dobbiamo infondere in noi e negli altri il gusto delle cose vere, pure, giuste, sante, amabili, oneste, diritte, come ci insegna S. Paolo (cfr. Phil. 4,8); e col gusto la facilità di immetterle nella nostra condotta. Ma appunto per questo dobbiamo avere il senso dell’assoluto, che percorre da cima a fondo la concezione religiosa cattolica: assoluto per la verità, est-est; non-non, dice il Vangelo (cfr. Matth. 5,37; cfr. Iac. 5,12; 2 Cor. 1,17), senza concederci le volontarie blandizie del dubbio, o le illusorie comodità d’un pluralismo capriccioso; assoluto per la moralità, che non può prescindere dalle esigenze delle leggi di vita impresse da Dio nell’uomo (cfr. Matth. 5, 17 e tutto il Discorso della  montagna; Rom. 2,14); assoluto per l’opera della redenzione, che reclama da noi l’applicazione della legge sovrana dell’amore, con le sue conseguenze di obbedienza, di dedizione, di espiazione, di sacrificio (cfr. Matth. 22,36; Io. 12,24; 13,34; etc.). Questa fedeltà essenziale a Cristo e alla sua croce dà alla vita cristiana il timbro dell’autenticità, che assume talvolta uno stile d’avventura imprevista e rischiosa (cfr. 2 Cor. 11,26), e perfino d’eroismo, di cui la storia della Chiesa ci offre innumerevoli e magnifici esempi, nei martiri, nei santi, nei veri fedeli. Sì, la vita cristiana è difficile, perché è logica, perché è fedele, perché è forte, perché è militante, perché è grande. Così ci conceda il Signore di comprenderla e di viverla.
 
Il fuoco e il battesimo si riferiscono alla morte e risurrezione di Gesù: «Egli ci insegna dicendo: C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto. Con questo battesimo egli intende la sua morte nella carne. Il fatto che ne fosse angosciato significa che era rattristato e preoccupato fin tanto che tale battesimo non fu compiuto. Il messaggio salvifico del Vangelo non sarebbe stato annunciato solo in Giudea. Paragonandolo con il fuoco, egli ha detto: Sono venu­to per portare il fuoco sulla terra - ma questo ora dovrebbe essere proclamato anche in tutto il mondo. Prima della croce preziosa e della sua risurrezione dai morti, si parlava dei suoi comandamenti e della gloria dei suoi miracoli divini solo in Giudea.» (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 94).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Paolo II - Con gesti e parole insegnò al mondo la vera misericordia e la speranza - All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. È amore che converte i cuori e dona la pace: era il 3 aprile 2005, Domenica della Divina Misericordia, quando queste parole di san Giovanni Paolo II vennero lette al Regina Coeli. La sera prima Karol Wojtyla si era spento ma la sua forza aveva subito invaso il mondo, suscitando ovunque una profonda commozione. La Chiesa intera sentiva il dovere di coltivare la sua eredità, così ben sintetizzata in quelle parole postume. Il suo ministero petrino, iniziato il 22 ottobre 1978, si era aperto con l’invito a non avere paura e a spalancare le porte a Cristo. Un invito che oggi conserva tutta la sua profezia. D’altra parte Karol Wojtyla, con i suoi gesti intensi e le sue parole profonde, ha mostrato a tutti cosa vuol dire essere ovunque coraggiosi testimoni del Vangelo. Così come ovunque, in effetti, arrivò il suo vulcanico pontificato, che lo vide impegnato a strigliare i potenti, a mettere in guardia dalle ideologie, a piegarsi sulle ferite dell’umanità. Wojtyla era nato a Wadowice il 18 maggio 1920 ed era stato operaio, poeta, attore. Prete nel 1946, vescovo nel 1958 e arcivescovo di Cracovia nel 1964, cardinale nel 1967, infine eletto Papa il 16 ottobre 1978. Un Papa che non temeva di mostrare la propria umanità rimanendo sempre una guida salda e autorevole. Anche nella malattia. È morto il 2 aprile 2005 ed è stato canonizzato il 27 aprile 2014. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 21 Ottobre 2026
 
Mercoledì XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 3,2-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo Is 12,2-6; Lc 12,39-48 
 
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». Gesù lo dice ai discepoli più vicini, a quelli che con Lui stavano di più. E anche noi abbiamo ricevuto tanto dal cammino vissuto fin qui, siamo stati con Gesù e con la Chiesa e, anche se la Chiesa è una comunità con i limiti umani, tanto abbiamo ricevuto. Allora, Gesù si aspetta molto da noi. È un segno di fiducia, di amicizia. Si aspetta molto, perché ci conosce e sa che possiamo! Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace. A volte vorremmo essere “lasciati in pace”: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo. (Leone XIV - Udienza generale, 22 novembre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo): Il «mistero» (v. 3) è quello di cui ha già parlato a lungo in 1,9-10; 2,11-22, e di cui si darà di nuovo un compendio nei versi seguenti (5-7): la «ricapitolazione» cioè di tutta la realtà in Cristo e l’assunzione anche dei pagani, a pari merito con gli Ebrei, a «concittadini dei santi e familiari di Dio» (2, 19). Paolo ha conosciuto il «mistero» non per le ordinarie vie di conoscenza umana, ma per «rivelazione» (v. 3): allusione evidente alla apparizione di Damasco (Atti 9, 15; 22, 21; 26,16-18; Gal. 1,16) e a successivi fenomeni mistici (2Cor. 12,1.7). Per questo egli ha una «comprensione» tutta particolare del «mistero di Cristo» (v. 4), di cui Cristo cioè è l’oggetto e il rivelatore nello stesso tempo.
 
Vangelo
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto.
 
La parabola dell’amministratore è detta ai “pastori”  delle comunità cristiana, il cui incarico è quello di servire e non di spadroneggiare. Una raccomandazione che troviamo in tutto il Nuovo Testamento e in modo particolare nelle lettere paoline, ma a farne cenno in modo chiaro è l’apostolo Pietro: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,1-5). Una comunità ideale esiste soltanto nei sogni dei bambini, anche la chiesa primitiva ha dovuto affrontare il problema degli arrampicatori, di coloro che ambivano ai primi posti. Oggi tale vizio non si è attenuato, come ieri anche oggi il desiderio degli onori ha radici profonde nel cuore dell’uomo. Il farmaco per guarire da questa perniciosa malattia potrebbe essere il timore delle percosse, ma è una strada poco agevole e poco praticabile, e in verità “la paura è un atteggiamento che ci fa male. Ci indebolisce, ci rimpicciolisce. Anche ci paralizza” (Papa Francesco). L’antidoto sicuro è imparare a farsi servo dei fratelli, e la strada per raggiungere tale meta è l’umiltà. Il detto che troviamo a chiusura della parabola, A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più, vuol suggerire che i capi della comunità saranno giudicati più severamente per il posto di responsabilità che occupano.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,39-48
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
 
Parola del Signore.
 
Javier Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): «Siate pronti, con la cintura ai fianchi … siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna ... per aprirgli subito, appena arriva e bussa» (Lc 12,36). Non importa che il padrone non arrivi in un’ora prefissata: quello che conta è vivere nella tensione del suo arrivo, occuparsi dei misteri di quel regno che non bussa apertamente alla nostra porta, ma che esiste nel fondo della notte e determina la nostra attesa.
La vita vigilante non è una semplice attesa, un restare nel vuoto d’un sospiro di futuro. Pietro chiese impostando questo problema: «La dici per noi a anche per tutti?» (12,41). Gesù non ebbe bisogno di ampliare la sua esigenza: riprese la parola e raccontò la parabola dell’amministratore, che può essere fedele a malvagio (l2,42-48a).
Questa parabola ci fa vedere che il tempo dell’attesa è precisato da Luca come tempo di servizio, perché il regno si riflette già in modo decisivo nella nostra vita. È possibile che il maggiordomo posto a capo della casa sia un simbolo dei dirigenti della Chiesa. La vigilanza che gli si chiede si traduce in un servizio in favore degli altri. Il potere che è conferito è un dovere di preoccuparsi degli altri.
Esaminando con attenzione la parabola, scopriamo che l’esigenza dei ministri si è estesa a tutti i membri della Chiesa: a tutti è affidato un tipo di servizio nel tempo dell’attesa. La ricchezza del regno si traduce per tutti in un amore diretto verso gli altri. Colui che ha ricevuto il grande tesoro, che lo fa ricco davanti a Dio, comincia immediatamente a essere (dev’essere immediatamente) una fonte d’amore per gli uomini.
 
Per approfondire
 
Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza - M. É. Boismard: Il tema dell’acqua occupa un grande posto nelle prospettive di restaurazione del popolo di Dio. Dopo il raduno di tutti i dispersi, Dio diffonderà con abbondanza le acque purificatrici, che laveranno il cuore dell’uomo per permettergli di osservare fedelmente tutta la legge di Jahvè (Ez 36, 24-27). Quindi non ci sarà più maledizione né siccità: Dio «darà la pioggia a suo tempo» (Ez 34, 26), pegno di prosperità (Ez 36, 29 s).
Le sementi germoglieranno, assicurando il pane in abbondanza; i pascoli saranno fertili (Is 30, 23 s). Il popolo di Dio sarà condotto verso le sorgenti gorgoglianti, fame e sete spariranno per sempre (Gen 31, 9; Is 49, 10).
Al termine dell’esilio a Babilonia, il ricordo dell’esodo si mescola sovente a queste prospettive di restaurazione. Il ritorno sarà effettivamente un nuovo esodo, con prodigi ancora più splendidi. Un tempo Dio, per mano di Mosè, aveva fatto sgorgare l’acqua dalla roccia per spegnere la sete del suo popolo (Es 17, 1-7; Num 20, 1-13; Sal 10 78, 16. 20; 114, 8; Is 48, 21). Ormai Dio rinnoverà questo prodigio (Is 43, 20), e con una tale magnificenza che il deserto sarà mutato in frutteto fertile (Is 41, 17-20), il paese della sete in sorgenti (Is 35, 6 s). Gerusalemme, termine di questo pellegrinaggio, possiederà una fonte perenne.
Un fiume uscirà dal tempio per scorrere verso il Mar Morto; diffonderà vita e salute lungo tutto il suo corso, e gli alberi cresceranno sulle rive, dotati d’una fecondità meravigliosa: sarà il ritorno della felicità paradisiaca (Ez 47, 1-12; cfr. Gen 2, 10-14). Il popolo di Dio troverà in queste acque la purezza (Zac 13, 1), la vita (Gioe 4, 18; Zac 14, 8), la santità (Sal 46, 5).
In queste prospettive escatologiche l’acqua riveste d’ordinario un valore simbolico. Di fatto Israele non ferma il suo sguardo alle realtà materiali, e la felicità che intravede non è soltanto prosperità carnale. L’acqua che Ezechiele vede uscire dal tempio simboleggia la potenza vivificatrice di Dio, che si diffonderà nei tempi messianici e permetterà agli uomini di portare frutto in pienezza (Ez 47, 12; Ger 17, 8; Sal 1, 3; Ez 19, 10 s). In Is 44, 3 ss, l’acqua è il simbolo dello spirito di Dio, capace di trasformare un deserto in fiorente frutteto, ed il popolo infedele in vero «Israele». Altrove la parola di Dio è paragonata alla pioggia che viene a fecondare la terra (Is 55, 10 s; cfr. Am 8, 11 s), e la dottrina che la sapienza dispensa è un’acqua vivificatrice (Is 55, 1; Eccli 15, 3; 24, 25-31). In breve, Dio è la fonte di vita per l’uomo e gli dà la forza di fiorire nell’amore e nella fedeltà (Ger 2, 13; 17, 8). Lontano da Dio, l’uomo non è che una terra arida e senza acqua, votata alla morte (Sal 143, 6); egli quindi sospira verso Dio come la cerva anela all’acqua viva (Sal 42, 2 s). Ma se Dio è con lui, egli diventa come un giardino che possiede in sé la fonte stessa che lo fa vivere (Is 58, 11).
 
Il giudizio nei Vangeli - Jean Corbon e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conto (cfr. Mt 25, 14-30). Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12,40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11,20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12,39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10,14 s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10,23 s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23,33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era possibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mt 5,21s).
Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12, 36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7,1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25,31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo.
C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14,63 par.; cfr. Lc 24,20; Atti 13,28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1Pier 2, 23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del VT (Mt 27,45.51ss). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24,15ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24,29 ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.
 
Allora Pietro disse … - Luke Timothy Johnson (Il Vangelo di Luca): Luca ha in mente nel far formulare a Pietro la domanda di 12,41, perché Luca ha già mostrato, ai Dodici e al lettore, come l’autorità spirituale debba essere simbolicamente espressa con il servizio a tavola: nell’episodio della moltiplicazione dei pani per i cinquemila (9,12-17). Pietro pertanto chiede se l’immagine del padrone-servo valga per tutti quelli che seguono Gesù o solo per i Dodici (che dobbiamo vedere nel «noi» della domanda di Pietro). Invece di dargli una risposta diretta, Gesù risponde con altre parabole. Il ruolo dell’amministratore o maggiordomo risponde bene al concetto che Luca ha dell’autorità nella comunità. Il ruolo dell’amministratore è quello di gestire gli altri servi, di vedere che ognuno svolga il suo lavoro, ma anche quello di provvedere ai loro bisogni. L’amministratore è responsabile (nella fedeltà) nei confronti del padrone che l’ha nominato, ed è anche responsabile (nella fedeltà) nei confronti degli altri schiavi. Non può essere fedele all’uno senza rispettare gli altri. Luca riprenderà questo stesso spunto di gestione familiare in 16,1-9. Vediamo ancora una volta che l’autorità viene presentata sotto forma di servizio agli altri. Sì, questo vale in modo particolare per i Dodici, quali capi e guide del rinnovato Israele. Se tutti i servi devono tenersi pronti ad accogliere il padrone al suo ritorno e svolgere il proprio lavoro in modo soddisfacente, i capi sono responsabili non solo del proprio lavoro, ma anche del lavoro della comunità nel suo insieme. Se essi svolgono bene il proprio lavoro, riceveranno in compenso un grado ancora maggiore di autorità. Ma se abusano dei loro privilegi, saranno completamente esclusi: relegati tra gli «infedeli». È facile scorgere in questo passo non solo un’anticipazione del ruolo che in seguito i Dodici svolgeranno nella comunità di Gerusalemme, ma anche un implicito avvertimento rivolto agli attuali capi del popolo, avvertimento che diventerà molto più chiaro nelle parabole delle mine (19,11-27) e della vigna (20,9-18): quelli che abusano dell’autorità che hanno su altri saranno severamente puniti. Come fanno chiaramente intendere gli ultimi detti, più grande è il dono, maggiore sarà la responsabilità e più severo il giudizio.
 
La fine del mondo - Didachè, 16, 1-8 - Sorvegliate la vostra vita. Le vostre lampade non si spengano, e non si sciolgano i vostri fianchi, ma siate pronti. Non sapete l’ora in cui nostro Signore viene (cf. Mt 24,42-44). Riunitevi spesso cercando ciò che conviene alle vostre anime non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede, se non sarete perfetti in ultimo. Negli ultimi giorni aumenteranno i falsi profeti e i corruttori, le pecore si cambieranno in lupi (cf. Mt 7,15) e l’amore si muterà in odio. Crescendo l’iniquità, gli uni odieranno gli altri, si perseguiteranno e si tradiranno. Allora comparirà il seduttore del mondo come figlio di Dio e farà segni e prodigi. La terra sarà nelle sue mani, e farà cose scellerate che mai avvennero dal principio del mondo. Allora il genere umano perverrà al fuoco della prova, si scandalizzeranno molti e periranno. Quelli, invece, che perseverano nella fede saranno salvati (cf. Mt 24,10-12) dalla maledizione di lui. E allora appariranno i segni della verità; prima il segno dello squarcio nel cielo, poi il segno del suono della tromba, in terzo luogo la risurrezione dei morti. Non di tutti, ma secondo quanto fu detto: “Verrà il Signore e tutti i santi con lui” (Zc 14,5). Allora il mondo vedrà il Signore che viene sopra le nubi del cielo (cf. Mt 24,30).
 
Testimoni di Cristo - Beato Giuseppe Puglisi - Una fede che trasforma le periferie e costruisce un mondo davvero libero: La fede cambia il destino delle persone, lascia solchi profondi nelle comunità e trasforma la società. Perché la fede è libertà del cuore, è responsabilità personale, è coraggio di andare controcorrente.
Per questa fede, fermento delle periferie dell’umanità, il beato Giuseppe Puglisi diede la vita. Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, il 15 settembre 1937, era figlio di un calzolaio, Carmelo, e di una sarta, Giuseppa Fana. Nel 1953 entrò in Seminario a Palermo e il 2 luglio 1960 fu ordinato sacerdote. I primi incarichi furono come vicario parrocchiale e vicerettore del Seminario minore. A questi impegni padre Pino affiancò l’insegnamento della religione a scuola. Fin da subito si prese a cuore la situazione degli abitanti nei quartieri periferici del capoluogo siciliano. Tra il 1970 e il 1978 fu parroco a Godrano, paesino segnato da una faida tra famiglie che egli s’impegnò a sanare. Da sempre attento alla cura delle vocazioni, il 29 settembre 1990 tornò a Brancaccio, come parroco di San Gaetano. Il suo amore per le nuove generazioni si concretizzò anche nel Centro «Padre Nostro», inaugurato il 29 gennaio 1993, divenendo un punto di riferimento per i giovani, ai quali veniva così offerta una prospettiva diversa da quella della manovalanza per la malavita. Questo, però, gli procurò minacce di morte da parte dei mafiosi. Così il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, venne ucciso da Salvatore Grigoli sull’uscio di casa. È stato beatificato a Palermo il 25 maggio 2013 e la sua memoria liturgica cade oggi, giorno del suo Battesimo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.