8 Giugno 2026
Lunedì X Settimana del Tempo Ordinario
1 Re 17,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 120 (121); Mt 5,1-12
Beata Maria del Divin Cuore di Gesù (Maria Droste Zu Vischering): Maria del Divin Cuore di Gesù venne da Paolo VI ammessa nella schiera dei santi fautori del culto al Sacro Cuore di Gesù. Tra questi basta ricordare le mistiche tedesche Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackerborn, Gertrude di Hefta, prime promotrici della devozione nel medioevo. Maria Droste zu Vischering nacque a Darfeld, in Westfalia, da una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia tedesca nel 1863. La sua mamma era parente del futuro cardinale von Galen, eroe della resistenza cattolica al nazismo. Ricevette un’accurata formazione cristiana e abbastanza presto sentì la vocazione alla vita religiosa. A causa delle incerte condizioni di salute dovette attendere vari anni prima di poter mettere in pratica il suo proposito. Scelse infine le suore del Buon Pastore di Münster. Nella vita religiosa ebbe subito esperienze mistiche e provò il desiderio di unirsi alle sofferenze del cuore di Gesù. Nel 1894 venne inviata in Portogallo come superiora della comunità di Oporto. Il suo incarico, tuttavia, si trasformò presto in un apostolato della sofferenza a causa di una paralisi che la «crocifiggeva» a letto. Senza perdersi d’animo, suor Maria offrì le sue sofferenze a Dio e scrisse al papa invitandolo a consacrare il genere umano al cuore di Gesù. Leone XIII accolse la proposta, ma la promotrice vi poté partecipare solo con la sofferenza e la preghiera, visto che morì l’8 giugno 1899, alla vigilia della consacrazione. (Fonte: SantoGiorno.it)
Prima Lettura - L’improvvisa comparsa del profeta Elia non è foriera di buone notizie. Il re Acab è responsabile di aver introdotto il culto di Baal, e per questo peccato, equivalente a una sfacciata apostasia, gli viene annunciato il duro castigo divino: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io».
Un annuncio che non promette nulla di buono nemmeno per Elia, il quale è costretto a rifugiarsi presso il torrente Cherit per sfuggire all’ira del re Acab. Ma Dio non abbandona i suoi profeti, sarà lui a proteggere Elia, prendendosi cura anche del suo sostentamento: “I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
La parola chiave del brano evangelico è beati, e ha il senso di una esclamazione di gioia. Gesù Maestro «indica ai suoi seguaci come si dovrebbe vivere: non semplicemente in conformità a una serie di regole, ma rivoluzionando dall’interno il proprio atteggiamento e la propria mentalità. La cosa straordinaria è che egli ha dato all’uomo la capacità di vivere questo ideale apparentemente impossibile» (Howard Marshall).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Parola del Signore.
L’evangelista Matteo ha nove beatitudini a differenza di Luca che ne ha quattro e alle quali fa seguire “quattro guai” (Cf. Lc 6,20-26).
Gesù salì sul monte: si pose a sedere. Due note da non trascurare. Il monte per i semiti è il luogo che Dio preferenzialmente sceglie per manifestarsi ai suoi eletti: ai lettori ebrei per assonanza sarà venuto in mente il monte Sinai. Su quella montagna Dio si era rivelato a Mosè e aveva dato al popolo d’Israele la Legge (Cf. Es 19). Il sedersi è invece la postura propria del Maestro ai cui piedi si congregano i discepoli. Le intenzioni dell’evangelista Matteo quindi sono chiare: Gesù è Dio che si manifesta ai suoi discepoli sul monte ed è il Maestro che dona al “nuovo Israele” la nuova Legge, la “Magna Charta” del Regno di Dio.
L’evangelista Matteo, «che presenta Gesù come il Maestro definitivo di Israele, lo colloca in questo stesso contesto del luogo della rivelazione di Dio e della sua Legge e gli attribuisce un’autorità superiore a quella di Mosé e di tutti i maestri [gli scribi] di Israele. È nel contesto del “discorso della montagna”, infatti, che Gesù è definito come “uomo che insegna con autorità e non come i loro scribi” [Mt 7,29]» (Don Primo Gironi).
Queste note comunque non cancellano la storicità dell’episodio evangelico realmente accaduto su «una delle colline vicino a Cafarnao» (Bibbia di Gerusalemme).
Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni. Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (S. Garofalo).
Il “discorso della Montagna” si chiude con due beatitudini rivolte ai perseguitati. Israele in tutta la sua storia aveva dovuto fare i conti con numerosi persecutori e se, quasi sempre, aveva accettato l’umiliazione delle catene, della tortura fisica e dell’esilio, come purificazione e liberazione dal peccato, mai avrebbe pensato alla persecuzione come a una fonte di gioia e di felicità. Il discorso di Gesù va poi collocato proprio in un momento doloroso della storia ebraica: Israele gemeva sotto il durissimo e spietato giogo di Roma.
Nel nuovo Regno bandito da Gesù di Nazaret invece la persecuzione, e anche la calunnia, l’ingiustizia o l’odio gratuito, sono sorgenti di felicità se sopportate per «causa sua». Ancora di più, la sofferenza vicaria dà «compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Solo in questa prospettiva la persecuzione è la via grande, spaziosa e larga, spalancata al dono della salvezza e apportatrice di ogni bene e dono: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Un discorso che è rivolto a tutti: ai discepoli e alla folla, nessuno escluso.
Per approfondire
L’umiltà: la persona e l’insegnamento di Gesù - Giuseppe Barbaglio (Umiltà in Schede Bibliche Pastorali): Premettiamo un necessario riferimento al Magnificat, nel quale Maria interpreta poeticamente il senso dell’evento dell’annunciazione: ella loda Dio «perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48). Non si tratta però di un caso sporadico; è legge dell’agire divino quella dell’esaltazione dell’umile e dell’abbassamento del superbo: «... ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Maria, come anche Anna, la madre di Samuele, nell’AT, ha valore paradigmatico.
Il detto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato», che sottintende l’intervento di Dio a umiliare ed esaltare, come già nell’AT era stato ripetuto più volte, compare tre volte nei testi dei sinottici e tutte a conclusione di un brano, posta a suggello del senso di quanto precede. Così Lc conclude la pericope riguardante la scelta dei primi posti da parte degli invitati a un banchetto (14,11): un modo per chiarire l’insegnamento di Gesù sull’umiltà. Lo stesso evangelista mette questa conclusione anche alla fine della parabola del fariseo e del pubblicano (18,14): Dio che umilia il superbo ed esalta l’umile si è manifestato a proposito del fariseo e del pubblicano della parabola. Matteo se ne serve invece per chiudere l’esortazione ai discepoli a non ambire titoli gloriosi all’interno della comunità e, positivamente, a perseguire la grandezza consistente nel servizio reso ai fratelli (23,12).
Sempre il primo evangelista ha costruito un bel brano incentrato sull’umiltà necessaria per entrare nel regno finale di Dio (18,1-5). Introduce il brano la domanda dei discepoli: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Gesù risponde con un’azione simbolica, tipica dei profeti nell’AT: prende un bambino, lo mette in mezzo a loro e dice: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno di Dio». Dunque la condizione impreteribile per l’ingresso nel regno futuro di Dio è far proprio un atteggiamento spirituale di umiltà che trova nei bambini una realizzazione naturale: ciò che i bambini sono per se stessi, esseri umili e deboli, deve diventare un tratto della condotta e del sentire interno delle persone. Che sia in questione il motivo dell’umiltà, della bassezza appare dal detto successivo: «Perciò chiunque si umilierà (tapeinôsei: ns. trad.) come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Un modo per esprimere la classica antitesi di Dio che esalta gli umili e abbassa i superbi; con questa particolarità: il ribaltamento avverrà alla fine. Il detto dunque ha valore escatologico; il che peraltro è tutt’altro che sconosciuto nell’AT.
Gesù però non ha solo parlato della necessità di essere umili, ma ha incarnato nella sua persona l’umiltà. Ne è testimonianza Mt 11,29: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite (prays) e umile di cuore (tapeinos têi kardiai) e troverete ristoro per le vostre anime».
L’immagine del giogo sta a indicare il peso della legge imposto alle persone. Nel contesto immediato del detto: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (v. 28); «Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (v. 30) si precisa l’antitesi tra il peso della legge giudaica che opprime le persone con l’infinito numero delle sue prescrizioni e dei suoi divieti e il giogo della sequela di Cristo, che è tutt’altro che oppressivo. Gesù afferma di essere maestro mansueto e umile di cuore, da cui i discepoli suoi devono imparare. In concreto «Gesù è tapeinos dinanzi a Dio, sottomesso a lui. L’aggiunta a tapeinos di têi kardiai rende chiaro che egli non è tale in forza di una necessità imposta, alla quale si sia sottomesso, bensì nella libertà e nell’assenso a questa via in cui Dio l’accompagna. Gesù è tapeinos anche rispetto agli uomini, di cui diventa il servitore e il soccorritore (Lc 22,27; Mt 20,28; Mc 10,45). Questo aspetto del suo essere tapeinos è espresso con prays. Egli si trattiene in compagnia dei peccatori e dei disprezzati, ponendosi in questo modo come modello per i suoi discepoli» (GLNT, XIII, 877).
I poveri (anawîm) - I poveri sono coloro che mancano del necessario. Nella sacra Scrittura sono anzitutto gli oppressi, «infatti nel termine figurato ebraico “gli umiliati”, i “piegati” confluiscono tre significati per “povero”: bisognoso, oppresso e paziente [...]. Un povero non aveva il diritto di interloquire, non aveva alcuna influenza, veniva truffato anche davanti al giudice, era l’“oppresso”» (K. P.).
Con Sofonia il vocabolario sulla povertà prende una sfumatura morale ed escatologica: gli anawîm sono gli Israeliti sottomessi alla volontà divina e a loro sarà inviato il Messia (Cf. Is 61,1; 11,4; Sal 72,12s; Lc 4,18). Egli stesso sarà “mite e umile di cuore” (Cf. Zac 9,9; Mt 11,29; 21,5), dolce e anche oppresso ingiustamente (Cf. Is 53,4; Sal 22,25).
Al di là di questa sfumatura, Israele ha avuto sempre cura degli indigenti che numerosissimi affollavano le sue piazze.
Il Deuteronomio risponde agli appelli dei poveri con una legislazione umanitaria (Cf. Dt 24,10s; Es 22,20-26; 23,6), mentre i profeti, sempre al fianco dei più deboli, dei piccoli e dei più bisognosi, hanno difeso la loro misera sorte reclamando, spesso con forza e veemenza, giustizia, protezione e imparzialità soprattutto nei giudizi (Cf. Is 10,1-2; Am 2,6s).
Gesù Cristo nel proclamare beati i poveri, ma nel Vangelo di Matteo e non in quello di Luca, riprende la parola «povero» con la sfumatura morale messa in evidenza da Sofonia. Riprendendo il tema dei poveri di Iahvé, «Gesù ha proclamato le beatitudini; ha affermato così la felicità dei poveri, degli afflitti, degli affamati ..., di coloro cioè che vivono in misere condizioni, ma in una assoluta confidenza in Dio: costoro hanno la sua preferenza» (Roberto Tufariello).
Le “beatitudini” sono presenti soltanto nel Vangelo di Matteo e in quello di Luca, ma con sfumature molto diverse (Cf. Mt 5,1-12; Lc 6,20-23).
Luca alle “beatitudini” aggiunge “quattro guai” (Cf. 6,24-26). Diverso è il contesto in cui vengono collocate dagli evangelisti e anche il numero, nove in Matteo e quattro in Luca.
Per quanto riguarda il numero delle beatitudini, la nona beatitudine del vangelo di Matteo «va distinta e separata dalle altre otto che da sole costituiscono un’unità letteraria completa: essa appare come una semplice aggiunta, che estende ed applica agli ascoltatori di quell’elenco il contenuto dell’ottava beatitudine» (Don Alfonso Sidoti).
La formula delle beatitudini è nota sia dalla Bibbia sia dalla letteratura ellenistica e rabbinica.
L’Antico Testamento «usa talvolta formule di felicitazione come queste, a proposito di pietà, saggezza, prosperità, timor di Dio [Sal 1,1-2; 33,12; 128,5-6; Pr 3,3; Sir 31,8; ecc.]. Gesù ricorda, nello spirito dei profeti, che anche i poveri hanno parte a queste “benedizioni”: le prime tre “beatitudini” (Mt 5,3-5; Lc 6,20-21) dichiarano che uomini, considerati sventurati o maledetti, sono felici, perché sono preparati a ricevere la benedizione del regno. Le beatitudini successive interessano più direttamente l’atteggiamento morale dell’uomo» (Bibbia di Gerusalemme).
Matteo conclude il discorso di Gesù con due beatitudini che sono di una novità scioccante: se la persecuzione, il sopportare la violenza sia fisica che morale, era anche per i pii ebrei una punizione, un castigo, ora nell’insegnamento del Cristo diventa fonte di felicità, di gioia, perché partecipazione intima, reale e completa al destino del Maestro (Cf. Gv 15,18-21), quindi sorgente di beatitudine: «Perciò sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e... a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Gli apostoli hanno amato e vissuto la povertà e la Chiesa di Gerusalemme ha accolto e vissuto l’ideale di povertà del suo Maestro con la comunione dei beni e l’assistenza ai poveri. La persecuzione, pur essendo entrata di diritto nel bagaglio apostolico della Chiesa, non l’atterrisce, anzi per essa è motivo di vanto e di gioia, così come promesso dal suo Fondatore: «richiamati gli apostoli, li fecero flagellare ... Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (Atti 5,40-41).
Leone Magno, Sermoni, 95,2-3: Quando Gesù dice: Beati i poveri nello spirito (Mt 5,3), ci porta a capire che il regno dei cieli sarà dato non tanto a chi non possiede ricchezze, quanto piuttosto a chi è radicato nell’umiltà interiore. D’altra parte non si può dubitare che i poveri siano aperti più dei ricchi a questo dono dell’umiltà, perché la scarsità dei beni porta più facilmente alla dolcezza, mentre la ricchezza è spesso accompagnata dall’arroganza. È vero però che ci sono dei ricchi che sanno mettere i loro beni a servizio degli altri, piuttosto che valersene per il loro prestigio personale: persone che considerano loro massimo guadagno il destinare la ricchezza a migliorare le condizioni di chi si trova nelle difficoltà o nella miseria. Ecco perché questa beatitudine è offerta agli uomini di ogni condizione: le disposizioni interiori possono essere le stesse pur nella diversità della situazione economica, perché questa disparità conta molto meno dell’affinità spirituale. Beata la povertà che non si lascia prendere dall’amore per le cose temporali e non desidera accumulare i beni terreni, ma è attenta ai beni che le vengono da Dio.
Dopo il Signore, i primi a darci l’esempio di questa povertà aperta ai valori dello spirito sono stati gli apostoli. Abbandonando senza calcoli tutti i loro beni alla chiamata del divino maestro, prontamente e con gioia hanno trasformato la loro esistenza e da pescatori di pesci sono diventati pescatori d’uomini. E infatti la loro fede si è posta come modello per molti e ha suggerito la stessa conversione: nei primi tempi della Chiesa, la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola (At 4,32). Essi si erano spogliati di tutti i loro possedimenti, e la loro povertà tutta orientata a Dio li disponeva a ricevere in abbondanza i beni eterni. Incoraggiati dalla predicazione degli apostoli, erano contenti di non aver nulla nel mondo e di possedere tutto in Cristo.
L’apostolo Pietro, un giorno, salendo al tempio, fu fermato da uno storpio che gli chiedeva l’elemosina: Argento e oro non ne ho - gli disse - ma ti do quello che possiedo: in nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! (At 3,6). Che cosa di più grande di questa umiltà, o di più ricco di questa povertà? Pietro non ha le risorse del denaro, ma dispone dei beni naturali. L’uomo che una madre aveva dato alla luce infermo, Pietro lo guarisce con una parola. Non ha monete con l’effigie di Cesare, ma ha il potere di rifare in quell’uomo l’immagine di Cristo. E la ricchezza di cui Pietro dispone non salva soltanto quest’uomo, guarito dalla sua infermità, ma anche le cinquemila persone che in seguito al discorso fatto dall’apostolo per spiegare il miracolo, credettero.
O Dio, sorgente di ogni bene,
ispiraci propositi giusti e santi
e donaci il tuo aiuto,
perché possiamo attuarli nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.