2 Maggio 2026
 
Sant’Atanasio, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
At 5,34-42; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 6,1-15
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 20 Giugno 2007): L’opera dottrinale più famosa di sant’Atanasio «è il trattato su L’incarnazione del Verbo, il Logos divino che si è fatto carne divenendo come noi per la nostra salvezza. Dice in quest’opera Atanasio, con un’affermazione divenuta giustamente celebre, che il Verbo di Dio «si è fatto uomo perché noi diventassimo Dio; egli si è reso visibile nel corpo perché noi avessimo un’idea del Padre invisibile, ed egli stesso ha sopportato la violenza degli uomini perché noi ereditassimo l’incorruttibilità» (54,3). Con la sua risurrezione, infatti, il Signore ha fatto sparire la morte come se fosse «paglia nel fuoco» (8,4). L’idea fondamentale di tutta la lotta teologica di sant’Atanasio era proprio quella che Dio è accessibile. Non è un Dio secondario, è il Dio vero, e tramite la nostra comunione con Cristo noi possiamo unirci realmente a Dio. Egli è divenuto realmente «Dio con noi».
Tra le altre opere di questo grande Padre della Chiesa – che in gran parte rimangono legate alle vicende della crisi ariana – ricordiamo poi le quattro lettere che egli indirizzò all’amico Serapione, Vescovo di Thmuis, sulla divinità dello Spirito Santo, che viene affermata con nettezza, e una trentina di lettere «festali», indirizzate all’inizio di ogni anno alle Chiese e ai monasteri dell’Egitto per indicare la data della festa di Pasqua, ma soprattutto per assicurare i legami tra i fedeli, rafforzandone la fede e preparandoli a tale grande solennità»
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il ragionamento di Gamaliele è molto semplice e lineare: ogni falso movimento messianico si distrugge da sé, e a sostegno di questa tesi ricorda  due movimenti messianici capitanati da certi Teuda e Giuda il Galileo che pretendevano di essere il Messia. Due movimenti falsi, finiti nel sangue nel giro di pochi anni.
La stessa cosa accadrà al movimento cristiano: se è falso finirà nel nulla, se viene da Dio è inutile opporsi alla sua diffusione, anzi i Sinedriti potrebbero correre il rischio di contendere con Dio. Il Sinedrio accetta il consiglio di Gamaliele, ma non teme di castigare severamente gli Apostoli: Seguirono il suo parere e, richiamati gli apostoli, li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù.
La punizione corporale e le minacce verbali non intimoriscono affatto gli Apostoli, e l’onta ricevuto dagli uomini è valutata da essi come un onore che Dio ha loro concesso: Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù.
I castighi, le denunce, i flagelli, il carcere non cassano l’entusiasmo degli Apostoli, ma si rivelano come forze misteriose che danno maggiore vigore e rapida diffusione della Buona Notizia: E ogni giorno, nel tempio e nelle case, non cessavano di insegnare e di annunciare che Gesù è il Cristo.
 
Vangelo
 Gesù distribuì i pani a quelli che erano seduti, quanto ne volevano.
 
Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): A partire da oggi e fino al sabato della settimana prossima leggeremo il capitolo 6 del vangelo di Giovanni, che comprende la moltiplicazione dei pani - testo di oggi - e il discorso sul pane della vita. Questi otto giorni sono una buona occasione per approfondire il tema della fede in Gesù come vero pane della vita e pane eucaristico.
La moltiplicazione dei pani è l’unico miracolo del ministero apostolico di Gesù narrato da tutti i quattro evangelisti, e con notevoli coincidenze. Anzi, sono sei le narrazioni che abbiamo di questo fatto, che secondo i biblisti fu unico, perché Matteo e Marco riportano ognuno due moltiplicazioni, probabilmente corrispondenti a due tradizioni parallele primitive che non furono sincronizzate nella redazione finale dei vangeli.
Ciò prova l’importanza che la Chiesa apostolica attribuì a tale miracolo per il suo grande valore di segno, come vedremo in seguito. Di fatto, il segno dei pani e dei pesci ebbe sin dall’inizio un posto rilevante nell’iconografia cristiana: si vedano affreschi e mosaici nelle catacombe e nelle basiliche .
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,1-15
 
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.
Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo».
Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.
Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv.5-7 Gesù ... dice a Filippo ... L’iniziativa del miracolo è presa da Gesù, secondo Gv, che mette pure in risalto la sua preconoscenza soprannaturale. Filippo e Andrea, nominati qui solo da Gv, erano di Betsaida, nei cui dintorni secondo Lc (9,10) avvenne il prodigio.
In Gv i due discepoli compaiono abbinati in altre due circostanze (1,44; 12,22), mentre nei sinottici sono menzionati soltanto negli elenchi dei Dodici. L’osservazione di Filippo (v. 7) esprime l’impossibilità dei discepoli a soddisfare le esigenze vitali degli uomini; mentre Gesù con il suo potere divino provvederà il pane a tutti e in abbondanza, e non soltanto un pane materiale, ma un pane vivo, disceso dal cielo, che dà la vita al mondo.
vv. 8-9 Andrea segnala la presenza di un ragazzetto con cinque pani d’ orzo e due pesci. I pani d’orzo erano a più buon mercato, il cibo dei poveri; ma forse Gv con questo dettaglio intende alludere al miracolo di Eliseo, che moltiplicò pani d’ orzo (cf. 2Re 4,42-44).
vv. 10-13 Dopo le piogge primaverili le colline desertiche orientali del lago si ammantavano di un tenue strato d’erba. È qui probabile un riferimento al pastore di Israele che conduce il suo gregge all’erba verdeggiante (Sal 23,2; cf. Ez 34,14). La benedizione del cibo era una consuetudine ordinaria presso gli ebrei.
Forse la redazione di Gv è qui influenzata dalla liturgia eucaristica, come si pu dedurre dai termini «distribuire», «rendere grazie» eucharistésas in Gv e Lc, in lCor 1,24; eulogésas in Mt e Mc), e l’ordine di raccogliere i frammenti avanzati (synàgein ... klàsmata = radunare i pezzi o frammenti ). In Gv è solo Gesù che distribuisce il cibo miracoloso; ma la mediazione dei discepoli, indicata dai sinottici, è più aderente alla realtà storica.
vv. 14-15 «Questi è davvero il Profeta ...», Questa annotazione di Gv rappresenta la prima interpretazione del miracolo, che non poteva non evocare alla folla presente le promesse del tempo messianico. I presenti riconoscono in Gesù il profeta escatologico predetto da Mosè (Dt 18, 15ss.), perciò cercano di «rapirlo per farlo re», benché il suo umile servizio di distribuire personalmente il cibo escludesse ogni atteggiamento regale. Ma l’entusiasmo della folla per il segno compiuto da Gesù scaturiva da una falsa concezione del Messia venturo, d’impronta politica e nazionalistica, che era inaccettabile, perché la sua regalità doveva passare attraverso la croce.
«La salita di Gesù al monte è in relazione con la croce. È lì e in tale modo che Gesù sarà re» (Mateos-Barreto, p. 298). La folla non aveva colto il vero significato simbolico del segno e Gesù è costretto a ritirarsi «di nuovo sul monte lui solo». Si avverte in questa espressione redazionale una certa tensione con il v. 3, perché il miracolo era avvenuto sul monte. All’evangelista interessa soltanto rilevare l’incomprensione e la fede inadeguata della gente, ancora fondata sui segni spettacolari (cf. 2,23-25; 4,48).
 
Per approfondire
 
Il pane, dono di Dio - Adriana Zarri (Pane in Schede Bibliche Pastorali): Il pane è per gli uomini un mezzo di sussistenza, una necessaria sorgente di energia (Sal. 104,14-15); mancare del pane vuol dire mancare di tutto (Am. 4, 6; Cf. Gen. 28, 20).
Nella bibbia Dio, dopo avere creato l’uomo e dopo il diluvio (Gen. 1,29; 9,3), indica alla sua creatura ciò che può costituire il suo cibo. Ma solo a prezzo di una dura fatica l’uomo peccatore può procurarselo (Gen. 3,17-19). Dunque, se il pane per il suo carattere di necessità ricorda all’uomo che è una creatura (Cf. Dt. 8,10-18), per il faticoso lavoro che esige è il simbolo della maledizione alla quale egli è soggetto. Israele vede normalmente nell’abbondanza di pane il segno della benedizione di Dio (Sal. 37,25; Prov. 12,11) e nella mancanza di pane il segno del castigo per il peccato (Ger. 5,17; Ez. 4,16-17; Lam. 1,11; 2,12; 2Sam. 3,29).
In questa visione religiosa delle cose, è naturale che l’uomo chieda umilmente a Dio il pane, cioè tutto ciò che gli è necessario, e lo attenda con fiducia. Sono significativi, a questo riguardo, gli episodi di moltiplicazione dei pani dell’antico e del nuovo Testamento. La moltiplicazione operata da Eliseo vuole indicare la sovrabbondanza del dono divino («mangiarono e ne avanzarono», 2Re 4, 42-44). La stessa cosa nelle narrazioni evangeliche: come Iahvé nel deserto aveva nutrito il suo popolo distribuendo «il pane dei forti» (Sal. 78,25), così ora Gesù nutre sovrabbondantemente i suoi discepoli e ascoltatori: «Gesù dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt. 14,19-21; Cf. testi par.; Mt. 15,37 e par.; Gv. 6,12.).
In questo contesto di idee può essere posto l’invito di Gesù a chiedere nella preghiera «il pane quotidiano» (Mt. 6,11; Lc. 11,3). Il pane sembra riassumere qui tutti i doni che ci sono necessari.
Epioùsion vuol dire appunto, probabilmente, «necessario alla sussistenza». Ma comunque si traduca questo termine difficile, la cui etimologia e il cui significato sono discussi dagli esegeti, il pensiero di Gesù è chiaro: si deve chiedere a Dio l’alimento indispensabile alla vita. La maggior parte degli studiosi ritiene che si tratti qui proprio dell’alimento materiale; tuttavia è evidente il carattere «spirituale» della preghiera: i credenti attendono tutto dalla bontà del loro Padre celeste e lo chiedono in vista del regno di Dio (Mt. 6, 24-34).
Se il pane è un dono di Dio ed è necessario alla vita, esso deve essere condiviso con chi non l’ha.
Nell’ospitalità, il pane di ognuno diventa il pane dell’ospite inviato da Dio (Gen. 18,5; Lc. 11,5-8).
In Israele, soprattutto a partire dall’esilio, si insiste sulla necessità di condividere il pane con l’affamato: questa è la espressione migliore della carità fraterna (Prov. 22,9; Ez. 18,7.16; Is. 58,7; Giob. 31,17; Tob. 4,16).
Il pane è presentato anche come uno dei doni caratteristici dei tempi escatologici: un pane «sostanzioso» sarà donato a tutta la comunità degli eletti raccolta nel banchetto messianico: «Egli darà la pioggia per la semente con cui avrai seminato il suolo; il pane, prodotto della terra, sarà pingue e sostanzioso...» (Is. 30,23; Cf. Ger. 31,12). È un pane che si potrà ottenere senza fatica e senza spesa. La manna, che si otteneva nel deserto senza fatica, era già un segno di questo pane: era un dono di Iahvé, un «pane (proveniente) dal cielo» (Es. 16,4.15). Anche i pasti di Gesù con i suoi amici e discepoli preludevano già al banchetto escatologico (Mt. 11,19); in particolare, il pasto eucaristico, dove si riceve in cibo il corpo stesso di Cristo, è l’anticipazione dell’autentico dono di Dio, riservato per gli ultimi tempi: «Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Questo è il mio corpo che viene dato per voi; fate questo in memoria di me”» (Lc. 22,19).
 
Questi è davvero il profeta … - Paul Beauchamp (Dizionario di Teologia Biblica): «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio. Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s). Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione. L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.

Il significato della moltiplicazione dei pani - «Cristo ha condotto la folla in un luogo deserto, perché il miracolo non sia assolutamente sospetto, e nessuno pensi che sia stato portato del cibo da qualche villaggio vicino. Per tale motivo l’evangelista ricorda anche l’ora, e non solo il luogo del miracolo. Ma in questa circostanza noi apprendiamo anche un’altra cosa: l’austerità cioè degli apostoli nelle necessità della vita e il loro disprezzo per il lusso e per ogni delicatezza. Sono dodici e hanno soltanto cinque pani e due pesci. Tanto trascurabile e secondario è per loro ciò che riguarda il corpo, e tanto presi e interessati sono esclusivamente delle cose spirituali. E neppure tengono per sé quel poco che hanno, ma lo donano a chi lo chiede loro. Da ciò dobbiamo imparare che per quanto poco noi abbiamo, pure questo dobbiamo dare a chi ne ha bisogno. Infatti, quando Gesù chiede agli apostoli di portargli quei cinque pani, non rispondono: E da che parte verrà il cibo per noi? come potremo calmare la nostra fame?, ma obbediscono immediatamente. Mi sembra inoltre che Gesù moltiplichi quei pochi pani che gli portano i discepoli, piuttosto che crearne altri dal niente, per spinger loro a credere, dato che la loro fede è ancora molto debole. Anche per questo il Signore leva gli occhi al cielo. Degli altri miracoli essi avevano molti esempi, ma del miracolo che ora sta per compiere, nessuno. Presi e spezzati i pani, li distribuisce per mano dei discepoli, onorandoli con tale incarico. Ma non solo intende render loro questo onore; vuole pure che al momento del miracolo non dubitino e che in seguito non se ne dimentichino, in quanto le loro stesse mani ne sono state testimoni. Per tale motivo permette anche, prima del miracolo, che la folla senta fame, e attende che gli apostoli si avvicinino e gli parlino. Per mezzo loro fa sedere tutti sull’erba e fa distribuire il pane, volendo prevenire sia gli uni che gli altri mediante le loro stesse dichiarazioni e i loro atti. Sempre per tale motivo prende dalle loro mani i pani, in modo che vi siano molte testimonianze del fatto ed essi abbiano molti ricordi del miracolo. Se infatti, dopo tante prove gli apostoli si dimenticano del miracolo, che avrebbero mai fatto se Gesù non avesse preso tali precauzioni? Gesù ordina alla folla di sedersi sull’erba, dando così una lezione di vita semplice, senza tante esigenze, poiché non vuole solo nutrire i corpi ma anche istruire le anime» (Crisostomo Giovanni, Comment. in Matth., 49, 2).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Atanasio. Pagò di persona la difesa della vera fede: Sant’Atanasio fu come un ponte per la Chiesa antica: sulle spalle, infatti, portò il “peso” della retta dottrina, dell’ortodossia, traghettandola attraverso un periodo difficile, nel quale sembrava che l’eresia ariana dovesse trionfare. Era nato ad Alessandria nel 295 e nel 325 era al Concilio di Nicea come diacono del vescovo Alessandro. Lì si stabilì che il Figlio era della stessa sostanza del Padre, Cristo non era “come” Dio, ma era Dio.
Una verità che gli ariani tentavano di negare, mettendo in campo una lotta aspra, spesso fatta di calunnie e strategie politiche. Nel 328 la gente volle Atanasio come nuovo vescovo di Alessandria e lui, nei suoi 46 anni di episcopato, si dimostrò un saldo difensore della verità. Ma dovette subire attacchi personali e anche esili prima di essere riabilitato. Ebbe come maestro sant’Antonio abate di cui scrisse una Vita. Morì nel 373. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che hai suscitato nella Chiesa il vescovo sant’Atanasio,
insigne assertore della divinità del tuo Figlio,
fa’ che, per il suo insegnamento e la sua intercessione,
cresciamo sempre più nella tua conoscenza e nel tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
   1 Maggio 2026
 
San Giuseppe Lavoratore - Memoria
 
Gen 1,26-2,3 oppure Col 3, 14-15.17.23-24; Salmo Responsoriale 89 (90); Mt 13,54-58
 
Il 1° maggio, prima di diventare in Europa la “Festa del Lavoro”, fu per lungo tempo, alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX, una giornata di rivendicazioni e spesso di lotte per la promozione della classe lavoratrice. A questo richiamo non poteva rimanere insensibile la Chiesa, che i papi Pio IX e Leone XIII col loro magistero via via aprivano ai problemi del mondo del lavoro. Pio XII istituì questa memoria liturgica, per dare una dimensione cristiana a questo giorno, mettendola sotto il patrocinio di S. Giuseppe lavoratore (1955). San Giovanni XXIII rese omaggio a san Giuseppe, all’esemplare maestro di vita cristiana, all’uomo laborioso, onesto, fedele alla parola di Dio, obbediente, virtù che il Vangelo sintetizza con due parole:  “uomo giusto”. “I proletari e gli operai - scriveva Leone XIII - hanno come diritto speciale a ricorrere a S. Giuseppe e a proporsi la sua imitazione. Giuseppe infatti, di stirpe regale, unito in matrimonio con la più grande e la più santa delle donne, considerato come il padre del Figlio di Dio, passa ciò nonostante la sua vita a lavorare e chiede al suo lavoro di artigiano tutto ciò che è necessario al mantenimento della famiglia». Il lavoro nell’insegnamento della Chiesa non è un castigo, eleva l’uomo riconducendolo nella vocazione primaria voluta dal suo Creatore. L’uomo infatti, “creato ad immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riferire a Dio il proprio essere e l’universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutta la realtà all’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra” (Gaudium et spes 4).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Angel González (Commento della Bibbia Liturgica): Gn 1 è una proclamazione soteriologica: non dice come fu fatto il mondo nel suo momento originale, ma come dev’essere nella sua piena realizzazione; non risponde alla domanda sull’origine, ma a quella sul destino. Afferma che Dio crea tutto perché giunga a Lui, non in un momento del tempo umano, ma in tutto il tempo cosmico e umano.
In questa versione teologica, il mondo è definito dal suo riferimento a Dio, ed è la fede che lo definisce. Lo chiama creazione, un termine che orienta in due direzioni. Una di esse è negativa: relativizza il mondo, costa-tando la sua creaturalità; l’altra è positiva e nobilita il mondo affermando il suo riferimento al creatore. Così, è smentita ogni pretesa di divinità nelle cose del mondo, è demitizzato tutto quello che le religioni naturali divinizzano: cose, esseri, potenze sparse e anche l’uomo. E così si riconosce a tutte le cose, e all’uomo in particolare, una dignità intangibile che consiste nel loro riferimento a Dio, nel quale tutto raggiunge la sua pienezza. È una concezione del mondo equilibrata, poiché non lo sfigura con nessun eccesso, non divinizzandolo né disprezzandolo.
L’uomo ha il suo posto in vetta alla piramide. Se così è immaginato il mondo, l’azione creatrice di Dio è rappresentata in un movimento ascendente per culminare in lui. L’uomo è la creatura più vicina a Dio; è detto sua «immagine e somiglianza» nel mondo per il suo essere personale, per la sua capacità creatrice, perché può prendere coscienza della presenza e dell’azione di Dio e perché può interpretare il mondo come opera sua, e così, elevare sacerdotalmente questo riconoscimento verso di Lui.
Questa concezione del mondo si inserisce sulla base della fede giudaica e cristiana. Il suo linguaggio, oggi, può sembrare inaccettabile, specialmente se si legge in chiave inadeguata, come quella scientifica o storicistica. Per i suoi destinatari immediati, che vedevano vacillare le fondamenta del mondo nelle scosse della loro storia particolare, era un messaggio di vita. Persino la loro istituzione identificatrice, il sabato, acquistava un nuovo fondamento. Col sabato, essi vivevano, con la periodicità d’una settimana, tutto il tempo di Dio come creatore e salvatore, e celebravano anticipatamente la creazione terminata. È un’immagine della meta indicata per illuminare il cammino e assicurare che, percorrendolo, si arriva alla realizzazione totale e al riposo di Dio. Questo ha senso per coloro che sanno vedere il mondo dalle altezze di Dio,
 
Vangelo
Non è costui il figlio del falegname?
 
Gesù è a Nazaret, porta ai suoi compaesani l’annuncio tanto desiderato: il compimento delle Scritture. Ma i nazaretani, “prima ancora di afferrare il suo messaggio, lo rifiutano perché non vogliono riconoscere il Messia nell’umile figlio dell’artigiano. Gesù diventa per loro motivo di scandalo: la sua provenienza modesta, comune a tutti loro, era incompatibile con la concezione corrente del Messia glorioso. La gelosia, l’invidia, l’aspettativa di un Messia politico impediscono ai nazaretani, come alla maggioranza dei giudei, di accogliere il Salvatore del mondo, predetto dai profeti. L’origine umana di Gesù era ben nota anche nelle comunità giudeocristiane di Mt. Tale conoscenza poteva provocare disagio e distogliere dalla fede qualche cristiano immaturo.
L’evangelista intende conferire al racconto un valore parenetico per ravvivare l’adesione a Cristo di questi fedeli titubanti” (Angelico Poppi, I quattro Vangeli).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
 
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
 
Parola del Signore.
 
Incredulità a Nazaret - Felipe F. Ramos: La presentazione «ufficiale» di Gesù nella sinagoga del suo paese, a Nazaret, fu un insuccesso. Dalla sorpresa iniziale per i suoi insegnamenti i suoi conterranei giunsero fino allo scandalo; e la loro incredulità tagliò tutte le vie alla parola e persino al miracolo.
Il nostro racconto è parallelo a quello di Marco (6,1-6) dal quale dipende. Matteo introduce due cambiamenti: a) invece di chiamare Gesù «carpentiere», lo presenta come «figlio del carpentiere», forse per conferire maggior dignità a Gesù affermando che, dal momento in cui cominciò a predicare, cessò d’essere un lavoratore del legno; b) attenua la frase di Marco: «non vi poté operare nessun prodigio» dicendo che «non fece molti miracoli». Questa differenza fra i due evangelisti si può giustificare tenendo conto dei loro diversi punti di vista. Marco raccoglie la mentalità, generalizzata nella Bibbia, secondo la quale Dio è vicino a coloro che lo invocano, e quindi il suo inviato può agire solo là dove trova la fede. Per Matteo, questo vorrebbe dire condizionare eccessivamente il potere di Gesù, il quale può compiere miracoli indipendentemente dai condizionamenti che l’uomo gli può imporre.
La frase più significativa di tutto il brano evangelico è la seguente: si scandalizzavano per causa sua. Con essa l’evangelista ci introduce nel mistero di Gesù. L’atteggiamento dei nazaretani è rappresentativo di tutti coloro che cercano di comprendere Gesù partendo unicamente da quello che si può sapere di lui: è del nostro stesso paese, è figlio del carpentiere, conosciamo la sua famiglia, non ha frequentato l’università... Tentar di spiegare il mistero di Gesù, partendo da tutte le possibilità e da tutti gli aspetti umani vuol dire cacciarsi in un vicolo chiuso. Quello che è detto dei suoi concittadini, è già stato detto anche dei «suoi»: lo considerarono come pazzo (Mc 3,21). La stessa cosa è detta anche dei discepoli, e la ripeterà san Paolo parlando dello scandalo della croce (Mc 14,27-29; 1Cor 1,23). Gesù fu incompreso e disprezzato (Is 50,6: Mt 27,27-31.39-4,4; Eb 12,2). Non avrebbe avuto una sorte migliore, se si fosse tenuto al semplice livello dei profeti. Il profeta porta con sé l’incomprensione. Tanto più la porta in sé il profeta (Dt 18,15) che in più è il servo di Yahveh. Ma anche qui si dovrebbe ricordare la sentenza di Gesù: «Alla sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» (11,19).
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Davanti a Gesù ci sono unicamente due possibilità: aprirsi nella fede o chiudersi nello scandalo. I suoi concittadini si scandalizzano per causa sua; esattamente l’opposto di un comportamento di fede. Lo scandalo viene dal basso, dall’uomo e dal male; distrugge la fede, anzi neppure la lascia nascere. Gesù diventa occasione di scandalo senza avervi, in alcun modo, contribuito. È nell’intimo dell’uomo che si decide quale via e verso quale direzione si orienterà la nostra vita. La domanda: «Da dove» è occasione di scandalo per molti, anche oggi, particolarmente per chi ha studiato, conosce la storia e crede di “sapere”; per costoro Gesù non è che il fondatore di una religione, come Budda o Maometto; la sua dottrina, un sistema religioso o un’esperienza originale di un genio; i suoi discepoli, un gruppo di seguaci entusiasti, come ne pullulano sempre tanti intorno agli innovatori in campo religioso, nulla di più! Alla domanda: «Da dove» si crede di poter rispondere: dall’Antico Testamento, dalla tradizione religiosa dei popoli vicini, dal movimento innovatore della comunità di Qumran, dalla letteratura del giudaismo tardivo e dalla tradizione delle scuole rabbiniche, e null’altro. Lo ripetiamo: non ha senso porre la seconda domanda senza aver prima veramente ascoltato ciò che ci viene detto! Gesù stesso cita un proverbio, secondo il quale nessun profeta vale qualcosa «nella sua patria e in casa sua». Sembra quasi di norma che lo scandalo debba sorgere proprio là dove meno lo si aspetta. L’uomo viene meno più facilmente nel suo ambiente, dove è più difficile distinguere ciò che viene dal basso, dalla tradizione familiare e locale, da ciò che entra nel mondo dall’alto. Questo atteggiamento è già, in radice, incredulità. Per la loro incredulità - e non per la propria impotenza - Gesù non può compiere miracoli a Nazaret. il miracolo è legato alla fiducia e alla disponibilità dell’uomo. Solo chi fa il primo passo e adempie la condizione fondamentale - quella di un ascolto volonteroso e aperto -, viene raggiunto da tutto il resto. Anzi, questi «compirà opere più grandi» di quelle del suo Maestro (Gv 14,12).
 
San Giuseppe, l’uomo giusto - Redemptoris custos 17. Nel corso della sua vita, che fu una peregrinazione nella fede, Giuseppe, come Maria, rimase fedele sino alla fine alla chiamata di Dio. La vita di lei fu il compimento sino in fondo di quel primo «fiat» pronunciato al momento dell’Annunciazione, mentre Giuseppe - come è già stato detto - al momento della sua «annunciazione» non proferì alcuna parola: semplicemente egli «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). E questo primo «fece» divenne l’inizio della «via di Giuseppe». Lungo questa via i Vangeli non annotano alcuna parola detta da lui. Ma il silenzio di Giuseppe ha una speciale eloquenza: grazie ad esso si può leggere pienamente la verità contenuta nel giudizio che di lui dà il Vangelo: il «giusto» (Mt 1,19).
Bisogna saper leggere questa verità, perché vi è contenuta una delle più importanti testimonianze circa l’uomo e la sua vocazione. Nel corso delle generazioni la Chiesa legge in modo sempre più attento e consapevole una tale testimonianza, quasi estraendo dal tesoro di questa insigne figura «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
18. L’uomo «giusto» di Nazaret possiede soprattutto le chiare caratteristiche dello sposo. L’Evangelista parla di Maria come di «una vergine, promessa sposa di un uomo... chiamato Giuseppe» (Lc 1,27). Prima che comincia a compiersi «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3,9), i Vangeli pongono dinanzi a noi l’immagine dello sposo e della sposa. Secondo la consuetudine del popolo ebraico, il matrimonio si concludeva in due tappe: prima veniva celebrato il matrimonio legale (vero matrimonio), e solo dopo un certo periodo, lo sposo introduceva la sposa nella propria casa. Prima di vivere insieme con Maria, Giuseppe quindi era già il suo «sposo»; Maria però, conservava nell’intimo il desiderio di far dono totale di sè esclusivamente a Dio. Ci si potrebbe domandare in che modo questo desiderio si conciliasse con le «nozze». La risposta viene soltanto dallo svolgimento degli eventi salvifici, cioè dalla speciale azione di Dio stesso. Fin dal momento dell’Annunciazione Maria sa che deve realizzare il suo desiderio verginale di donarsi a Dio in modo esclusivo e totale proprio divenendo madre del Figlio di Dio. La maternità per opera dello Spirito Santo è la forma di donazione, che Dio stesso si attende dalla Vergine, «promessa sposa» di Giuseppe. Maria pronuncia il suo «fiat».
Il fatto di esser lei «promessa sposa» a Giuseppe è contenuto nel disegno stesso di Dio. Ciò indicano entrambi gli evangelisti citati, ma in modo particolare Matteo. Sono molto significative le parole dette a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Esse spiegano il mistero della sposa di Giuseppe: Maria è vergine nella sua maternità. In lei «il Figlio dell’Altissimo» assume un corpo umano e diviene «il figlio dell’uomo».
Rivolgendosi a Giuseppe con le parole dell’angelo, Dio si rivolge a lui come allo sposo della Vergine di Nazaret. Ciò che si è compiuto in lei per opera dello Spirito Santo esprime al tempo stesso una speciale conferma del legame sponsale, esistente già prima tra Giuseppe e Maria. Il messaggero chiaramente dice a Giuseppe: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Pertanto, ciò che era avvenuto prima - le sue nozze con Maria - era avvenuto per volontà di Dio e, dunque, andava conservato. Nella sua divina maternità Maria deve continuare a vivere come «una vergine, sposa di uno sposo» (cfr. Lc 1,27).
 
Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita - Pietro Crisologo (Sermoni 48, 2): Egli insegnò nella loro sinagoga. Non potevano essere «sue» le sinagoghe, nelle quali si radunava la folla dell’incredulità, non della fede; nelle quali si incontrava il popolo dell’invidia, non dell’amore; nelle quali aveva sede il concilio dei malvagi, non il consiglio della buona regola di vita. Insegnava nelle loro sinagoghe, così che rimanevano stupiti. Rimanevano stupiti per lo sdegno, non per la benevolenza; erano stupiti per il livore, non per l’ ammirazione; erano furibondi, perché l’umiltà ritta in piedi insegnava ciò che non potevano sapere le cattedre superbe. Così che rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli viene questa sapienza?».
Parla così chi non conosce Dio, dal quale deriva la sapienza, deriva la virtù. Parla così chi non sa che Cristo è la apienza di Dio, è la potenza di Dio. Donde venga la sapienza lo dimostra Salomone: egli, avendo ricevuto il potere regale ancora fanciullo, volle, chiese e ricevette da Dio la sapienza per governare il popolo affidatogli con la virtù non col fasto, con la sapienza non con l’alterigia, col cuore non col suo potere di re. Donde gli vengono questa sapienza e questi prodigi? Che la potenza, la quale dà gli occhi che la natura non ha dato; che restituisce l’udito otturato dalla malattia; che nei muti scioglie il legame della parola; che fa correre di bel nuovo gli zoppi; che costringe a ritornare nei propri corpi le anime già imprigionate negli inferi: che tale potenza derivi da Dio non negherebbe se non chi è invidioso della salvezza.
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe Lavoratore - Il lavoro genera Dio nelle pieghe della storia - In un tempo in cui la visibilità, lo slogan urlato, il messaggio “di pancia” sembrano essere l’unica arma per costruire la storia, la figura di san Giuseppe lavoratore ci riporta all’umile impegno di chi fa della propria professione lo strumento più efficace per costruire la pace. A mettere al centro della liturgia odierna la figura di Giuseppe lavoratore nel 1955 fu Pio XII su richiesta delle Acli, che sentivano la necessità di coniugare la festa dei lavoratori con il messaggio cristiano. Fu così che questa ricorrenza diventò l’occasione per ricordare a tutto il mondo, che l’orizzonte ultimo di ogni opera umana, fine nelle pieghe più recondite della storia, è Dio stesso. Il lavoro, spiega papa Francesco nella Lettera apostolica «Patris Corde», è «partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione». Inoltre, nota ancora il Pontefice, «il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia». (Avvenire).
 
O Dio, che hai chiamato l’uomo a cooperare con il lavoro
al disegno della tua creazione,
fa’ che per l’esempio e l’intercessione di san Giuseppe
siamo fedeli ai compiti che ci affidi,
e riceviamo la ricompensa che ci prometti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
30 Aprile 2026
 
Giovedì IV Settimana di Pasqua
 
At 13,13-25; Salmo Responsoriale dal Salmo 88 (89); Gv 13,16-20
 
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato (Gv 13,20)
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 858: Gesù è l’Inviato del Padre. Fin dall’inizio del suo ministero, «chiamò a sé quelli che egli volle [...]. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,13-14). Da quel momento, essi saranno i suoi «inviati» (è questo il significato del termine greco άπόστoλoι). In loro Gesù continua la sua missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21; Cf Gv 13,20; 17,18)). Il loro ministero è quindi la continuazione della sua missione: «Chi accoglie voi, accoglie me», dice ai Dodici (Mt 10,40).
859: Gesù li unisce alla missione che ha ricevuto dal Padre. Come «il Figlio da sé non può fare nulla» (Gv 5,19.30), ma riceve tutto dal Padre che lo ha inviato, così coloro che Gesù invia non possono fare nulla senza di lui, dal quale ricevono il mandato della missione e il potere di compierla. Gli Apostoli di Cristo sanno di essere resi da Dio «ministri adatti di una Nuova Alleanza» (2Cor 3,6), «ministri di Dio» (2Cor 6,4), «ambasciatori per Cristo» (2Cor 5,20), «ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio» (1Cor 4,1).
860: Nella missione degli Apostoli c’è un aspetto che non può essere trasmesso: essere i testimoni scelti della risurrezione del Signore e le fondamenta della Chiesa. Ma vi è anche un aspetto permanente della loro missione. Cristo ha promesso di rimanere con loro sino alla fine del mondo. La «missione divina, affidata da Cristo agli Apostoli, dovrà durare sino alla fine dei secoli, poiché il Vangelo, che essi devono trasmettere, è per la Chiesa principio di tutta la sua vita in ogni tempo. Per questo gli Apostoli [...] ebbero cura di costituirsi dei successori».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La prima lettura ci presenta il grande discorso inaugurale di san Paolo, che comprende due parti: la prima parte, il testo odierno e che va dal versetto 16 al versetto 25, è un riassunto della storia sacra, con l’aggiunta di un cenno a Giovanni Battista; nella seconda parte, che va dal versetto 26 al versetto 39, Paolo afferma che Gesù, morto e resuscitato, è veramente il messia atteso. Il discorso termina (vv. 40-41) con un monito severo, desunto dalla Scrittura.
 
Vangelo
 Chi accoglie colui che manderò, accoglie me.
 
Le parole di Gesù sono incastonate in una cornice di intimità, di familiarità. Nel brano giovanneo, oltre alla lavanda dei piedi e l’annuncio del tradimento di Giuda, va messo in evidenza il mandato apostolico: come Gesù è stato mandato dal Padre, così egli manda gli Apostoli. Tra Gesù, colui che manda, e gli Apostoli, coloro che sono mandati, si crea una perfetta comunione, una piena identificazione, per cui chi accoglie gli Apostoli accoglie Colui che li manda.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13,16-20
 
[Dopo che ebbe lavato i piedi ai discepoli, Gesù] disse loro:
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica.
Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma deve compiersi la Scrittura: “Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno”. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io sono.
In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».
 
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 16 Il servo non è più grande del suo padrone; i discepoli dovranno seguire la stessa via tracciata dal loro Maestro, dovranno cioè servire i fratelli offrendo la propria vita per essi; cf. Giov.,15, 12-15. Lo stesso principio è illustrato in modo differente da Mt., 10, 24; Lc., 6, 40; cf. Giov.,15, 20. Nella seconda parte del vers. Gesù applica direttamente ai suoi, cioè agli apostoli che egli ha scelto e inviato nel mondo, il principio formulato nella prima parte dello stesso vers. (né l’inviato è più grande di colui che lo ha mandato).
17 Sapendo questo, sarete beati...; l’insegnamento di Cristo si conclude con questa beatitudine diretta ai discepoli. Questi, se avranno ben compreso alla luce della fede l’intimo significato del principio proposto loro dal Maestro e se vi uniformeranno la propria condotta, saranno beati.
18 Io non parlo per tutti voi; l’insegnamento di Cristo non sarà accolto, né praticato da tutti i suoi discepoli, perché uno di essi lo tradirà. Conosco quelli che ho scelto; fin dall’inizio egli sapeva quelli che aveva scelto, e se soltanto ora dice che tra di essi vi sarà un traditore lo fa unicamente perché si veda il compimento delle Scritture. Già da tempo il pensiero del tradimento di Giuda amareggiava l’animo del Maestro; egli tuttavia non lo aveva allontanato, né escluso dalle sue iniziative di bontà. Ora Gesù, nell’imminenza dei gravi fatti che incombevano su di lui, vuole esprimersi più chiaramente, allo scopo di prevenire uno scandalo ed un grave smarrimento nei discepoli. Colui il quale mangia il mio pane; la citazione è tratta dal Salmo 41 [40], 10; in questo Salmo Davide si lamenta di essere circondato da nemici e di essere stato tradito da Achitofel, il quale, pur onorato della partecipazione alla mensa del re, si è rivoltato contro di lui per colpirlo a morte. Ha levato il suo calcagno contro di me; cioè: mi ha dato un calcio; l’immagine richiama il comportamento di un cavallo o di un asino quando si imbizzarriscono. Nel testo citato Davide è considerato come figura del Messia.
19 Affinché, quando sarà accaduto, crediate che io sono; l’avveramento di una predizione costituisce una prova in favore della persona che l’ha compiuta; cf. Deuteronomio, 18, 21-22. I discepoli, una volta che Giuda ha perpetrato il suo tradimento, si richiameranno alle parole con le quali Cristo lo aveva predetto; di conseguenza la loro fede, invece di rimanere scossa dai tragici eventi, ne avrà una ulteriore conferma. A tradimento consumato, sii vedrà con chiarezza come Gesù conosca in anticipo i fatti (scienza divina di Cristo) e come le Scritture dichiarino la verità. «Io sono»; cf. Giov., 8, 24, 28, 58; «Io sono» richiama il nome divino rivelato a Mosè (Esodo, 3, 14) e significa per Israele che Jahweh è il suo unico e vero Dio (cf. Deuteronomio, 32, 39). Il Maestro quindi, applicandoci questo nome, si ricollega a questa tradizione biblica, dichiarandosi l’unico e vero Salvatore di Israele.
20 Chi accoglie colui che ho mandato accoglie me...; Gesù ritorna sul tema dell’inviato (apostolo) ed afferma che l’accoglienza fatta ad un suo inviato è una accoglienza fatta a lui stesso ed al Padre; l’affermazione, che rimane isolata nel presente contesto giovanneo (cf. vers. 16), è conosciuta dai sinottici (cf. Mt., 10, 40; Mc., 9, 37; Lc., 9, 48).
 
Per approfondire
 
Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Giovanni): levò contro di me il suo calcagno. Continua la citazione dal Sal 41,10. Levare il calcagno significa fare lo sgambetto, far cadere. La parola «calcagno» richiama la promessa di Gen 3,15: sarà schiacciata la testa del nemico che insidia il «calcagno» della discendenza di Eva. In realtà la menzogna del serpente antico è vinta da colui che lava i piedi e dà la vita per chi leva contro di lui il calcagno.
La parola «calcagno» ricorda anche il nome di Giacobbe (Israele), che significa «il tallonatore», che sta alle calcagna (Gen 25,26) e «soppianta» Esaù, sottraendogli la primogenitura (Gen 27,36). Il Vangelo di Giovanni dice che Giuda era «ladro» (12,6). Ora suggerisce che, come il padre Giacobbe rubò la primogenitura, così Giuda rubò al Padre l’Unigenito, soppiantando il primogenito di ogni creatura. Giuda è il prototipo dell’uomo peccatore, che il Padre tanto ama da cedere per lui il Figlio (3,16), il quale, a sua volta, si offre a lui nel boccone immerso e dato (cf. v. 26).
Il fatto che il Signore dia da mangiare il suo pane a chi leva contro di lui il calcagno, è il compimento della Scrittura, rivelazione di Dio come amore assoluto per l’uomo. Gesù, dando la vita per Giuda e per quanti in lui si riconoscono, veramente schiaccia la testa del serpente e vince la menzogna che ci allontanò da Dio. Il suo boccone ripara il danno del primo boccone, con il quale satana ci fece lo sgambetto, facendoci decadere dalla no tra condizione di figli.
Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno, profezia ma anche tanta amarezza. Parole amare, ma anche una esortazione che cerca di aprire gli occhi di tanti cristiani che credendosi furbi sono convinti di poterla fare franca, d’altronde, comunemente si pensa che Dio è misericordia e perdona tutto e tutti. Amarezza…, Giuda, apostolo, responsabile della cassa apostolica, un incarico assai delicato, e da affidare a persone fidate, eppure, lui, Giuda ha alzato il calcagno contro il Figlio dell’Uomo. Si rimane esterrefatti, non  tanto per l’ingratitudine o il tradimento, qualche volta anche noi abbiamo messo i panni di Giuda, ma per il fatto che Giuda, come apostolo e amico di Gesù, aveva visto miracoli strepitosi come la moltiplicazione dei pani così abbondante da sfamare cinquemila uomini, o la risurrezione di Lazzaro, da tre giorni nel sepolcro, e i tanti malati, lebbrosi, paralitici guariti istantaneamente, e i molti posseduti da Satana liberati con parole imperiose, eppure aveva gli occhi annebbiati, perché l’unica luce che teneva acceso il suo sguardo, ma anche il suo cuore e la sua mente, era il denaro. Sì, il denaro, perché, come dice san Giovanni, era ladro. E chi è ladro è un po’ avaro, e chi è avaro vuole guadagnare sempre di più, e così vendendo Gesù pensava di mettere da parte un buon capitale. Riuscì anche a comprarsi un campo, ma finì con il collo tra le spire di una corda. Possiamo tirare alcune somme. È vero siamo un po’ tutti Giuda, ma attenzione a non essere ladri. Come Giuda c’è sempre la possibilità di convertirsi, ma quando si è ladri, essendo schiavi del denaro, la possibilità di convertirsi è assai rara e molto difficile, e la cronaca nera ci fa da maestra. Siamo ladri quando boriosi pensiamo di fare a meno della grazia di Dio, siamo ladri quando ostentiamo come nostra la farina che non è del nostro mulino, siamo ladri quando pensiamo di poter stare sempre in piedi, siamo ladri quando pensiamo di poter fare a meno di tutti, e anche di Dio. Possiamo accumulare fama, onori e medaglie più o meno varie, al valore civile o militare, ma restiamo un po’ Giuda, è la nostra seconda pelle, e sopra tutto ladri, che è il marchio di Satana. E la fine meschina di Giuda dovrebbe servirci da sussidiario: la storia del ladro Giuda viene da sempre rappresentata sul palcoscenico del mondo, un mondo che a volte, o spesso, è giuda e ladro. E come ci suggerisce la sacra Scrittura chi vuol farsi compagno di questo povero mondo si fa nemico di Dio.. Meglio poveri e onesti, meglio poveri e amici di Dio!
 
Origene (In Jo., XXXII.): Chi accoglie colui che lo invierò, accoglie Me: Gesù Cristo invia non soltanto santi, ma santi e Angeli, e invia Apostoli, così chiamati appunto perché inviati da Lui. Tra questi alcuni sono uomini, altri sono potenze superiori: e noi non sbaglieremo applicando anche a quest’ultime il nome di “Apostoli”, dal momento che di loro sta scritto: Essi non sono forse tutti spiriti al servizio di Dio, inviati per assistere coloro che devono ereditare la salvezza ? (E b. 1.14) ... Infatti chiunque è inviato da qualcuno è “Apostolo” di colui che lo manda ... In questo senso non sbaglierebbe chi chiamasse Apostolo di Dio anche Giovanni Battista, dal momento che di lui sta scritto: Venne un uomo inviato da Dio, e il suo nome era Giovanni (Gv. 1 ,6) ... Dunque chi accoglie colui che lo invierò, accoglie Me, ma chi accoglie Gesù Cristo, accoglie il Padre. Quindi chi accoglie colui che Gesù invia, accoglie il Padre che ha inviato Gesù. Il passo può avere anche un altro significato, più o meno questo: Chi accoglie colui che Io invierò accoglie Me, giunge cioè fino alla possibilità di ricevere Me.
Chi invece non mi accoglie per mezzo di qualche mio Apostolo, ma mi riceve non da uomini o per mezzo di uomini, bensì direttamente quando vengo nelle anime di coloro che sì sono preparati a ricevermi, costui accoglie il Padre che mi ha inviato, cosicché in lui non ci sono soltanto Io, il Cristo, ma c ‘è anche il Padre.
 
Testimoni di Cristo - San Pio VI Papa (dal 17/1/1566 al 1/05/1572): Antonio Michele Ghislieri, religioso domenicano, creato vescovo e cardinale, svolse compiti di alta responsabilità nella Chiesa. Divenuto papa col nome di Pio V, operò per la riforma della Chiesa in ogni settore, sulle linee tracciate dal Concilio tridentino. Pubblicò i nuovi testi del Messale (1570), del Breviario (1568) e del catechismo romano. Preoccupato delle mire geopolitiche dei turchi, promosse la «Lega Santa» dei principi cristiani contro la mezzaluna, unendosi in alleanza con Genova, Venezia e Spagna. Le forze navali della Lega si scontrarono, il 7 ottobre 1571, con la flotta ottomana nelle acque al largo di Lepanto, riportando una memorabile vittoria, che si verificò grazie, soprattutto, alla crociata di Rosari che erano stati recitati per ottenere l’aiuto divino. La vittoria venne comunicata “in tempo reale”: Pio V ebbe, infatti, una visione, dove vide cori di Angeli intorno al trono della Beata Vergine che teneva in braccio il Bambino Gesù e in mano la Corona del Rosario. Dopo l’evento prodigioso - era mezzogiorno - il Papa diede ordine che tutte le campane di Roma suonassero a festa e da quel giorno viene recitato l’Angelus a quell’ora. Due giorni dopo un messaggero portò la notizia dell’avvenuto trionfo delle forze cristiane. Il 7 ottobre del 1571 venne celebrato il primo anniversario della vittoria di Lepanto con l’istituzione della «Festa di Santa Maria della Vittoria», successivamente trasformata nella «Festa del Santissimo Rosario». Morì il primo maggio del 1572. La sua salma riposa nella patriarcale basilica di Santa Maria Maggiore in Roma.
 
O Dio, che innalzi la natura umana
al di sopra della dignità delle origini,
guarda all’ineffabile mistero del tuo amore,
perché in coloro che hai rinnovato nel sacramento del Battesimo
siano custoditi i doni della tua grazia
e della tua benedizione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 29 APRILE 2026
 
Santa Caterina da Siena, Vergine e Dotto re della Chiesa, Patrona d’Italia e d’Europa
 
1Gv 1,5-2,2; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Mt 11,25-30
 
Se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri (1Gv 1,7)
 
La vita dei figli della luce. - Andrè Feuillet e Pierre Grelot: Era già stata una raccomandazione di Gesù (cfr. Gv 12, 35 s): bisogna che l’uomo non lasci oscurare la sua luce interiore, e così pure bisogna che vegli sul suo occhio, lampada del corpo (Mt 6, 22 s par.). In Paolo la raccomandazione diventa abituale. Bisogna rivestirsi delle armi di luce e rigettare le opere delle tenebre (Rom 13, 12 s) per tema che il giorno del Signore ci sorprenda (1 Tess 5, 4-8). Tutta la morale entra facilmente in questa prospettiva: il «frutto della luce» è tutto ciò che è buono, giusto e vero; le «opere sterili delle tenebre» comprendono i peccati di ogni specie (Ef 5, 9-14). Giovanni non parla diversamente. Bisogna «camminare nella luce» per essere in comunione con il Dio che è luce (1 Gv 1, 5 ss). Il criterio è l’amore fraterno: da questo si riconosce se si è nelle tenebre o nella luce (2, 8-11). Colui che vive in tal modo, da vero figlio della luce, fa risplendere tra gli uomini la luce divina di cui è diventato depositario. Divenuto a sua volta la luce del mondo (Mt 5, 14 ss), egli risponde alla missione che Cristo gli ha dato.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Avere comunione con Dio e camminare nella luce non sono sinonimi di possedere l’impeccabilità.
Anche il cristiano pecca e ha coscienza di farlo. Non riconoscerlo sarebbe un inganno; la verità non sarebbe in lui. Anche qui, le affermazioni del nostro autore fanno pensare che tenesse presente la mentalità degli gnostici, i quali dicevano di possedere lo spirito e di essere del tutto liberi dal peccato. Questa pretesa è contraddetta dall’esperienza cristiana e dalla natura dell’uomo. La novità della vita cristiana non elimina la vecchia condizione umana con la sua propensione al peccato. È necessario, invece, confessare i propri peccati, È l’atteggiamento che Dio esige dal peccatore per diffondere su di lui la sua grazia. Dio è presentato qui come giusto e fedele. Ancora una volta, egli dimostrerà la sua proverbiale fedeltà all’alleanza e la giustizia che deve rendere al sangue del suo Figlio sparso in favore del peccatore.
La Chiesa non è una comunità di puri e di perfetti che non abbiano mai peccato, ma una comunità che crede che i suoi peccati non sono un ostacolo permanente per accostarsi a Dio, È possibile trasformare la lontananza in vicinanza.
Chi dice di non avere peccati non solo è un menzognero che inganna se stesso, ma che fa menzognero anche Dio. La rivelazione di Dio in Cristo fa conoscere quello che è il peccato. Anzi questa rivelazione .afferma molto chiaramente che tutti, senza eccezioni, partecipano dello stesso denominatore comune di colpevolezza (la lettera ai Romani ha come punto essenziale di partenza questa colpevolezza universale alla quale Dio ha posto rimedio in Cristo. Cf principalmente Rm 3,20b; Gal 3,22.24). La stessa parola di Dio è contraria alla pretesa innocenza umana. Pensare alla propria innocenza equivale a camminare sulla propria strada e non su quella di Dio.
Il peccato è una realtà nella vita cristiana, una realtà infelice che può essere superata solo per l’azione di Dio in Cristo. Però appunto da questa azione sorge l’imperativo della lotta contro il peccato: non peccate. La comunione con Dio può essere rotta dal peccato. Quando avviene questo, il cristiano deve ricordare che Gesù Cristo è il suo intercessore e il suo avvocato davanti al Padre. Anzi, Cristo è il mezzo di espiazione per i peccati commessi.
 
Vangelo
Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli.
 
Bibbia di Gerusalemme: 11,25 Poiché questo brano (vv 25:27) è senza un chiaro nesso con il contesto in cui Matteo l’ha inserito (cf. il suo posto diverso in Luca), queste cose non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei «misteri del regno» in generale (13,10, rivelati ai piccoli, i discepoli (cf. 10,42), ma tenuti nascosti ai «sapienti», i farisei e i loro dottori.
11,27 La professione di relazioni intime con Dio (vv 26-27) e l’invito a diventare discepoli (vv 28-30) evocano parecchi passi dei libri sapienziali (Pr 8,22-36: Sir 24,3-9.19-20; Sap 8,3-4: 9,9-18: ecc.). Gesù si attribuisce anche il ruolo della sapienza (cf. 11,19+), ma in una maniera eminente, non più come una personificazione, ma come una persona; il «Figlio» per eccellenza del «Padre» (cf. 4.3+), Questo passo, di tono giovanneo (cf. Gv 1,18; 3,11.35; 6,46; 10,15; ecc.), esprime nel fondo più primitive della tradizione sinottica, come in Giovanni, la coscienza chiara che Gesù aveva della sua filiazione divina. La struttura di questo passo potrebbe essere stata influenzata da Sir 51 sul tema delle relazioni privilegiate con Dio (cf. anche Es 33,12-23).
11,28 stanchi e oppresse allusione alla Legge, il cui «fardello» è talvolta appesantito da alcune osservanze aggiunte successivamente (soprattutto dai farisei). Il «giogo della Legge»  è una metafora frequente presso i rabbini (cf. già Sof 3,9 LXX; Lam 3,27; Ger 2,20; 5,5; Is 14,251; Sir 6,24-30; 51,26-27) l’utilizza già in un contesto di sapienze. con l’idea di lavoro facile e riposante.
11,29 mite e umile di cuore: epiteti classici dei «poveri» dell’AT (cf. Sof 2,3+; On 3,87). Gesù rivendica per sé il loro atteggiamento religioso e se ne avvale per farsi loro maestro di sapienza, come era annunciato del «servo» (Is 61,1-2: Lc 4,18: cf. ancora Mt 12,18-21; 21,5), Per essi infatti egli ha pronunciato le beatitudini (5,3+) e molte altre istruzioni della buona novella.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-30

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me … - Catechismo della Chiesa Cattolica 459 Il Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità: « Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me ...» (Mt 11,29). «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). E il Padre, sul monte della trasfigurazione, comanda: «Ascoltatelo» (Mc 9,7). In realtà, egli è il modello delle beatitudini e la norma della Legge nuova: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Questo amore implica l’effettiva offerta di se stessi alla sua sequela.
520 Durante tutta la sua vita, Gesù si mostra come nostro modello: è «l’uomo perfetto » che ci invita a diventare suoi discepoli e a seguirlo; con il suo abbassamento, ci ha dato un esempio da imitare, con la sua preghiera, attira alla preghiera, con la sua povertà, chiama ad accettare liberamente la spogliazione e le persecuzioni.
521 Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi. «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo». Siamo chiamati a formare una cosa sola con lui; egli ci fa comunicare come membra del suo corpo a ciò che ha vissuto nella sua carne per noi e come nostro modello: «Noi dobbiamo sviluppare continuamente in noi e, in fine, completare gli stati e i misteri di Gesù. Dobbiamo poi pregarlo che li porti lui stesso a compimento in noi c in tutta la sua Chiesa. [ ... ] Il Figlio di Dio desidera una certa partecipazione e come un’estensione e continuazione in noi e in tutta la sua Chiesa dei suoi misteri mediante le grazie che vuole comunicarci e gli effetti che intende operare in noi attraverso suoi misteri. E con questo mezzo egli vuole completarli in noi».
 
Il dono delle lacrime: Un tratto della spiritualità di Caterina è legato al dono delle lacrime. Esse «esprimono una sensibilità squisita e profonda, capacità di commozione e di tenerezza. Non pochi Santi hanno avuto il dono delle lacrime, rinnovando l’emozione di Gesù stesso, che non ha trattenuto e nascosto il suo pianto dinanzi al sepolcro dell’amico Lazzaro e al dolore di Maria e di Marta, e alla vista di Gerusalemme, nei suoi ultimi giorni terreni. Secondo Caterina, le lacrime dei Santi si mescolano al Sangue di Cristo, di cui ella ha parlato con toni vibranti e con immagini simboliche molto efficaci: “Abbiate memoria di Cristo crocifisso, Dio e uomo (…). Ponetevi per obietto Cristo crocifisso, nascondetevi nelle piaghe di Cristo crocifisso, annegatevi nel sangue di Cristo crocifisso” (Epistolario, Lettera n. 21: Ad uno il cui nome si tace). Qui possiamo comprendere perché Caterina, pur consapevole delle manchevolezze umane dei sacerdoti, abbia sempre avuto una grandissima riverenza per essi: essi dispensano, attraverso i Sacramenti e la Parola, la forza salvifica del Sangue di Cristo. La Santa senese ha invitato sempre i sacri ministri, anche il Papa, che chiamava “dolce Cristo in terra”, ad essere fedeli alle loro responsabilità, mossa sempre e solo dal suo amore profondo e costante per la Chiesa. Prima di morire disse: “Partendomi dal corpo io, in verità, ho consumato e dato la vita nella Chiesa e per la Chiesa Santa, la quale cosa mi è singolarissima grazia” (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Legenda maior, n. 363). Da santa Caterina, dunque, noi apprendiamo la scienza più sublime: conoscere ed amare Gesù Cristo e la sua Chiesa» (Benedetto XVI Udienza Generale, 24 Novembre 2010).
 
Nessuno conosce il Padre se non il Figlio - Ilario di Poitiers (Commento a Matteo 11, 12): E affinché non si pensi che in lui ci sia qualcosa in meno di ciò che c’è in Dio, afferma che tutto gli è stato dato dal Padre, che solo il Padre lo conosce e che il Padre è conosciuto solo da lui a da colui al quale egli avrà voluto rivelarlo.
Ed egli lo avrebbe rivelato a colui che gli avesse chiesto di rivelarlo. Questa rivelazione ci insegna che l’identità di sostanza dell’uno e dell’altro è fondata sulla mutua conoscenza. Così chiunque conosce il Figlio deve riconoscere anche il Padre nel Figlio, poiché tutto gli è stato dato dal Padre. E ciò che gli è stato dato non è altro che ciò che nel Figlio è conosciuto solo dal Padre, e ciò che è conosciuto solo dal Figlio è ciò che appartiene al Padre. E così in questo segreto della loro mutua conoscenza si comprende che nel Figlio non è manifestato nient’altro se non ciò che è inconoscibile nel Padre.
 
Testimoni di Cristo - Santa Caterina da Siena. Portare il «fuoco» in tutta Italia, profezia e missione affidata alla Chiesa - Mettere «fuoco in tutta Italia»: non è una minaccia ma l’auspicio che la patrona del nostro Paese, Caterina da Siena, oggi consegna in modo particolare alla comunità dei credenti. Chi, se non i cristiani, testimoni del Vangelo del Risorto, infatti, sa riconoscere le «cose grandi»? «Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi», ci ammonisce ancora oggi santa Caterina. Era nata nel 1347 e non aveva frequentato scuole, anche se fin da piccola aveva coltivato un’intensa vita spirituale. Rifiutò il matrimonio cui voleva destinarla la famiglia e chiese solo di poter avere una stanzetta, la sua “cella” dove viveva da terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). Lì si ritrovavano artisti, intellettuali, religiosi (che poi si chiamarono «Caterinati») trasformando quel luogo in un “cenacolo”. Lì arrivavano persone in cerca di ascolto, consolazione e incoraggiamento. Con i suoi messaggi (che venivano dettati, anche se lei aveva imparato a leggere e a scrivere) raggiungeva tutti: i potenti, così come i semplici, il popolo, gli ultimi, come i carcerati. Fu anche ambasciatrice presso il Papa ad Avignone per conto dei fiorentini e poi fu chiamata a Roma, dove morì nel 1380. Fu canonizzata da papa Pio II nel 1461 e nel 1939, per iniziativa di Pio XII, fu proclamata patrona principale d’Italia. Paolo VI nel 1970 la annoverò tra i dottori della Chiesa e nel 1999 Giovanni Paolo II la dichiarò compatrona d’Europa, indicandone così l’esempio a tutto il Continente. (Matteo Liut)
 
O Dio, che in santa Caterina [da Siena],
ardente del tuo Spirito di amore,
hai unito la contemplazione di Cristo crocifisso
e il servizio della Chiesa,
per sua intercessione concedi al tuo popolo
di essere partecipe del mistero di Cristo,
per esultare quando si manifesterà nella sua gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te