26 Settembre 2026
 
Sabato XXV Settimana del Tempo Ordinario
 
Qo 11,9-12,8; Salmo Responsoriale dal Salmo 89 (90); Lc 9,18-22
 
Avevano paura della croce. Lo stesso Pietro, dopo quella confessione solenne nella regione di Cesarea di Filippo, quando Gesù un’altra volta dice questo, rimprovera il Signore, gli dice: “No, mai, Signore! Questo no!” Aveva paura della croce. Ma non solo i discepoli, non solo Pietro, lo stesso Gesù aveva paura della croce. Lui non poteva ingannarsi, Lui sapeva. E tanta era la paura del Gesù che quella sera del giovedì ha sudato sangue. Tanta era la paura di Gesù che quasi ha detto le stesse parole di Pietro. Quasi. «Padre toglimi questo calice»; ma ha aggiunto, «sia fatta la tua volontà». Questa è la differenza. (…) Dobbiamo chiedere la grazia di non fuggire dalla croce quando verrà. Con paura, è vero... quello ci fa paura. (…) Vicinissima a Gesù in croce è sua madre, la sua mamma. Noi la preghiamo e sarà bene chiederle che ci faccia la grazia non di togliere il timore – quello deve venire... il timore della croce – ma la grazia di non spaventarci e fuggire dalla croce. Lei era lì e sa come si deve stare vicino alla croce. (Francesco - Omelia Santa Marta, 28 settembre 2013)
 
Liturgia della Parola - AI Overview: Il brano di Qoèlet (Qo 11,9-12,8) invita i giovani a vivere la vita con gioia e pienezza, ricordandosi però di Dio prima che arrivino gli anni difficili della vecchiaia e della fine terrena.
Temi principali: La gioia della giovinezza: Il testo dice di godere dei propri anni verdi e di seguire i desideri del cuore.
La responsabilità: Ogni azione compiuta ha un valore davanti a Dio.
Il valore del tempo: Bisogna ricordarsi del Creatore fin da giovani, prima che il corpo si indebolisca.
Il declino fisico: Gli ultimi versetti descrivono la vecchiaia con immagini poetiche come il buio della luce, il tremore delle mani e l’indebolimento del corpo.
La caducità: La vita umana è un soffio leggero che passa in fretta.
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Gli Evangelisti presentano la missione di Gesù alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio. Un discorso che risulta ostico agli stessi Apostoli. È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,43b-45
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Parola del Signore
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 43 b Mentre tutti erano pieni di ammirazione per tutto ciò...; formula che introduce la seconda profezia della passione. Nel riferire questa predizione l’evangelista si distacca sensibilmente da Marco, che è il suo principale informatore: Si faccia attenzione alle espressioni ben marcate «mentre tutti», «per tutto ciò» che l’autore usa con frequenza. Luca pone la profezia della passione in un contesto differente da quello di Marco, poiché parla di ammirazione suscitata dall’attività di Gesù; egli quindi dà maggior rilievo al contesto psicologico che a quello storico, segnalato da Marco; nel secondo vangelo sono indicati il luogo (Galilea) e le persone (soltanto i discepoli); cf. Mc., 9, 30-31.
44 Voi mettete bene in mente...; letteral.: nelle orecchie; questo richiamo all’attenzione, che soltanto Luca ricorda, non va riferito al vers. precedente (come se i discepoli dovessero prestare molta attenzione alle espressioni di meraviglia del popolo oppure alle opere che Gesù aveva compiuto e che tutti ammiravano), bensì al seguente che contiene la predizione delle sofferenze del Maestro. Questa ci sembra la soluzione migliore, anche se non è condivisa da tutti gli studiosi. Luca intende porre in risalto questa importante profezia che sembra essere in contrasto con ciò che i fatti possono far pensare di Gesù. Il suo pensiero va parafrasato nel modo seguente: non vi lasciate ingannare dalla viva ammirazione che tutti hanno per il Maestro, perché lo attende una morte umiliante e dolorosa. Sarà dato nelle mani degli uomini; il testo della profezia è notevolmente più conciso di quello dei passi paralleli; con molta probabilità tale concisione dipende dal fatto che l’autore non amava ripetersi aggiungendo ulteriori particolari (uccisione e risurrezione; cf. Lc., 9, 22). L’espressione «sarà dato nelle mani degli uomini» che non ricorre nel testo della prima profezia (cf. Lc., 9, 22) è piena di senso, poiché nel linguaggio biblico il detto «cadere nelle mani degli uomini» significa la sorte dolorosa e crudele di una persona abbandonata da Dio e lasciata al potere degli uomini, cioè alla violenza ed all’arbitrio di essi.
45 Ma essi non comprendevano questo annunzio; contrariamente alla sua abitudine l’evangelista qui osserva che i discepoli non capirono «questa parola», secondo la traduzione letterale del testo greco, cioè la profezia della passione. A Luca interessa segnalare che la incomprensione dei discepoli era voluta misteriosamente da Dio e rientrava in un piano provvidenziale (rimaneva velato alle loro menti, perché non ne avvertissero il senso). Il rilievo ha un accento giovanneo, poiché richiama il modo misterioso in cui si esprime il quarto evangelista. I discepoli, nel momento attuale, non erano maturi, né sufficientemente illuminati per valutare l’importanza della passione nell’economia della salvezza; per ora bastava ad essi l’aver avuto il preannunzio delle sofferenze che dovrà subire il loro Maestro, poiché nel momento voluto da Dio i discepoli, richiamandosi queste parole, ne comprenderanno il pieno senso e ne apprezzeranno il valore profetico (cf. Lc., 24, 32, 44-45). Ed essi temevano di interrogarlo; l’annunzio della passione appariva loro cosi carico di mistero che i discepoli non osarono chiederne la spiegazione.
 
Per approfondire
 
Gesù sa che ormai la sua vita pubblica volge al termine e la sua morte cruenta è a un passo: Gesù sa che i suoi nemici, i farisei e i sadducei, e l’inferno intero (Lc 4,13) stanno affilando le armi per l’ultimo, decisivo assalto.
Gesù è consapevole di tutto questo, non è affatto turbato, ma si premura di istruire i suoi discepoli, coloro che avrebbero dovuto continuare la sua opera di salvezza nel mondo (2Ts 2,4). Non vuole che la sua morte orrenda, maledetta dalla Legge (Gal 3,13; cfr. Dt 21,23), colga gli Apostoli impreparati. Non vuole che la sua morte frantumi la loro debole fede. Non vuole che la sua morte, a motivo della loro estrema debolezza, possa gettarli tra gli artigli di satana (cfr. Lc 22,31). Vuole che la sua morte sia invece un messaggio di speranza, una porta spalancata sulla vita. Ecco perché vuol stare solo con i suoi discepoli: li vuole istruire fin nei più minuti dettagli perché comprendano, perché accettino la volontà del Padre. «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini...», è un’espressione biblica «che indica una prova tremenda, in cui il malcapitato può aspettarsi qualunque crudeltà e non può neppure far appello alla pietà o alla misericordia come farebbe con Dio [cfr. Mc 14,41; 2Sam 24,14; Sir 2,18]» (Adalberto Sisti Marco). Lo uccideranno, è il secondo annuncio che Gesù fa della sua imminente morte, ma i discepoli non comprendevano ancora, le parole di Gesù restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso. Non capivano le parole perché erano aggrappati a un messianismo rivoluzionario, non comprendevano perché per loro era impensabile che la potenza di Gesù si svelasse nella debolezza della morte. Avevano  paura di chiedergli spiegazioni, di interrogarlo su questo argomento. Temevano che Gesù fugasse per sempre quelle esili certezze alle quali si erano abbarbicati nella speranza di aver capito male, di aver forse frainteso. In verità, non riuscivano ad entrare dentro gli ingranaggi del progetto salvifico: non riuscivano a capire perché la salvezza dell’uomo doveva passare necessariamente attraverso la morte del Verbo di Dio. E forse dentro questi ingranaggi non ci siamo entrati nemmeno noi.
 
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini - Franco Giulio Brambilla: A partire dal senso che Gesù ha attribuito alla sua morte, i Vangeli sinottici, Paolo e il Vangelo di Giovanni non faranno altro che rileggere questo significato ricuperando le grandi immagini dell’Antico Testamento: la morte di Gesù è la “redenzione”, il “sacrificio”, il “riscatto”. La morte sulla croce manifesta un’eccedenza che rivela una Verità più profonda di ciò che appare. Sono tre gli aspetti che definiscono il senso profondo della morte in croce: essa rivela definitivamente chi è Gesù, chi è Dio e il destino dell’uomo.
Anzitutto, la morte di croce dice chi è Gesù: egli si rivela come colui che e completamente rivolto verso il Padre (cfr. Gv 1,18). L’abbandono fiducioso a Dio sulla croce dice che Cristo si definisce per la sua relazione al Padre: egli è il Figlio. Soprattutto nel momento in cui sembra messa in discussione la sua pretesa, la sua missione, la connessione tra il suo messaggio e la sua persona, egli non si fa valere neppure col pretesto di essere il profeta ultimo, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo la violenza e il rifiuto peccaminoso degli uomini. Il rifiuto di Dio si colloca così nel cuore della sua manifestazione. Ciò, però, non sconvolge il disegno di Dio, ma Dio assume, perdona, salva dal di dentro la stessa negazione degli uomini. Dio non scambia il peccato degli uomini con l’innocenza di Cristo. Dio, il Padre, assume questo rifiuto, lo porta su di sé; mandando il Figlio, viene egli stesso come il Padre suo, e lo stabilisce come luogo del perdono e della riconciliazione.
In secondo luogo, la morte di croce manifesta e comunica chi è DIO. La verità di Dio è la verità stessa della carità di Dio. La dedizione insuperabile e senza condizioni con cui Gesù si affida al Padre rivela che Dio è colui che è rivolto all’uomo, a cui comunica la sua vita stessa, donandogli il suo bene più prezioso: il Figlio suo (Rm 8,32). La struggente attesa di Israele di vedere il volto di Dio, di entrare nell’intimità della sua alleanza, nella Croce è svelata sul volto sfigurato di Gesù morente, proprio nel momento e nell’evento che è il frutto del suo più radicale rifiuto.
Infine, la donazione di Dio a Gesù e in Gesù agli uomini è il “luogo” del perdono, della riconciliazione, che supera dal di dentro lo stesso rifiuto di Dio e tutte le forme che lo rappresentano, la non comunione, l’abbandono, il tradimento, l’inimicizia, la violenza e, alla fine, la stessa morte. Gesù muore per tutti, nel duplice senso di “a causa” e di “a vantaggio” del peccato degli uomini, perché portandolo in sé lo riconcilia nel luogo stesso della sua negazione. Forse solo qui può trovare risposta la domanda: perché la Passione e la Croce di Gesù? Perché una morte così? La sofferenza, il dolore, la Croce, sono il prodotto del rifiuto di Dio, la conseguenza della sua negazione da parte della libertà umana. E il Padre in Cristo vi passa attraverso (e lo Spirito li tiene uniti nella massima separazione), supera il peccato dal di dentro, ricupera la libertà nel suo punto più intimo. Dio non salva automaticamente, non guarisce magicamente. Egli recupera la libertà facendola ritornare a ritroso, ed è noto quanto sia oneroso ricostruire una libertà ferita. Fin nel cuore dell’uomo, fin nelle profondità di tutta l’umanità, dal primo uomo fino alla fine dei tempi.
 
Essi però non capivano queste parole: «Questa ignoranza dei discepoli non nasce tanto dalla limitatezza del loro intelletto, quanto dall’amore che essi nutrivano per il Salvatore, questi uomini ancora carnali e ignari del mistero della croce, non avevano la forza di accettare che colui che essi avevano riconosciuto essere vero Dio tra poco sarebbe morto. Ed essendo abituati a sentirlo parlare per parabole, poiché inorridivano alla sola idea della sua morte, tentavano di dare un significato figurato anche a quanto egli diceva apertamente a proposito della sua cattura e della sua passione» (Beda il Venerabile).
 
Testimoni di Cristo -  Santi Cosma e Damiano - Curare il corpo significa compiere un progetto: Cosa vuol dire guarire dalle nostre ferite? Cos’è veramente la salute? Per i cristiani il corpo è un tempio, è sacro e prezioso tanto quanto l’anima, è parte della nostra identità, ci permette di essere noi stessi. Ascoltarlo significa, quindi, anche capire chi siamo veramente. Ecco perché curare il fisico significa rispondere a una vocazione e aiutare il compimento di un progetto che è “globale” e riguarda tutte le dimensioni della nostra vita. Questo il messaggio che ci arriva oggi dalle figure dei santi Cosma e Damiano, testimoni dell’antico legame tra Vangelo e medicina, tra evangelizzazione e cura. In realtà mancano dati biografici precisi, anche se il culto e la devozione hanno radici antiche. Pare fossero due gemelli che, dopo gli studi medici in Siria, esercitavano gratuitamente il loro lavoro: per questo essi si guadagnarono il soprannome di anàrgiri (una parola greca che significa “senza argento”, quindi “senza denaro”). Per Cosma e Damiano la pratica medica era anche un modo per annunciare il Risorto e il suo messaggio di speranza. Questa missione, però, li portò al martirio forse nel 303 a Cirro, nei pressi di Antiochia, durante la persecuzione contro i cristiani dell’impero attuata da Diocleziano. Il 26 settembre, forse, corrisponde alla data della dedicazione a Roma della basilica che porta il loro nome e che fu edificata da Felice IV (525-530). 
 
-> Ti glorifichi la Chiesa, Signore,
nel santo ricordo dei martiri Cosma e Damiano;
tu che hai dato loro la corona della gloria,
nella tua provvidenza
concedi a noi il conforto della loro protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
nel santo ricordo dei martiri Cosma e Damiano;
tu che hai dato loro la corona della gloria,
nella tua provvidenza
concedi a noi il conforto della loro protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 25 Settembre 2026
 
Venerdì XXV Settimana del Tempo Ordinario
 
Qo 3,1-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 143 (144); Lc 9,18-22
 
«La gente – chiede Gesù –, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (…) C’è prima di tutto la risposta (…) della gente comune. Per loro il Nazareno non è un “ciarlatano”: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. (…) Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi.
(…) Anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto. Questo è il mondo che ci è affidato, nel quale, come tante volte ci ha insegnato Papa Francesco, siamo chiamati a testimoniare la fede gioiosa in Cristo Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». È essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia. (Leone XIV - Omelia nella Santa Messa pro Ecclesia con i Cardinali, 9 maggio 2025)
 
Liturgia della Parola

I Lettura - AI MODE:  Il brano di Qoèlet 3,1-11 (“Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo”) è una celebre riflessione sapienziale sul mistero del tempo e sul disegno di Dio nella vita umana.
Significato del testo: Il ritmo della vita: Qoèlet elenca quattordici coppie di opposti (nascere e morire, piangere e ridere, tacere e parlare) per mostrare che l’esistenza umana è un flusso continuo di esperienze contrarie.
L’ordine divino: Nulla accade per caso. Ogni evento ha il suo tempo stabilito da un ordine superiore che sfugge al controllo dell’uomo.
Il limite umano: Dio ha “fatto bella ogni cosa a suo tempo” e ha messo nel cuore dell’uomo “la durata dei tempi” (l’eternità), ma l’essere umano non può comprendere l’opera di Dio dal principio alla fine.
La saggezza dell’accettazione: Il senso della vita non sta nel voler dominare il tempo o pretendere di spiegare tutto, ma nel vivere il presente accogliendo ogni stagione della vita per quella che è.
 
Vangelo
Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto
 
La risposta di Pietro alla domanda di Gesù, Ma voi, chi dite che io sia, è esatta: Tu sei il Cristo di Dio, il Messia. Tuttavia è incompleta e così, per togliere ogni possibile fraintendimento, Gesù stesso interviene, affermando di essere il Figlio dell’uomo che dovrà soffrire molto, essere rifiutato, ucciso e il terzo giorno risuscitare.
Solo in questa luce di sofferenza e di riprovazione, di morte e risurrezione, il discepolo può comprendere veramente chi è Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,18-22
 
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

Parola del Signore.
 
Ma voi, chi dite che io sia: Pietro, facendosi portavoce dei discepoli, con la sua professione di fede viene a dare una risposta esauriente e definitiva alla domanda cruciale posta contemporaneamente da Gesù e dal tetrarca di Galilea: «il Cristo di Dio». La professione di fede di Pietro è presente sia in Matteo (16,13-20) che in Marco (8,27-30), ma con sfumature diverse. «Pietro riconosce Gesù come “il Cristo di Dio”: si ha una definizione della messianicità [”Cristo” è la traduzione greca dell’ebraico “Messia”, cioè “consacrato”] di Gesù, con una forza maggiore rispetto a Marco che ha solo “il Cristo”, ma con una gradazione minore rispetto a Matteo, che già parla di “Figlio del Dio vivente”. Le diversità tra i vangeli si spiegano tenendo conto che le parole di Pietro esprimono la fede di tutti i credenti: in esse si riflettono le formule usate per la professione di fede nelle comunità degli evangelisti» (La Bibbia, Via Verità e Vita, San Paolo). Ma al di là delle diversità, la confessione di Pietro riferita da Luca è di grande importanza e segna una svolta decisiva nella vita terrena di Gesù: mentre «la folla si smarrisce nei suoi pensieri sul conto di lui allontanandosene sempre di più, i suoi discepoli riconoscono per la prima volta in maniera esplicita che egli è il Messia (cfr. Lc 2,26). Ormai Gesù dedica i suoi sforzi a formare questo piccolo nucleo dei primi credenti e a purificare la loro fede» (Bibbia di Gerusalemme). Gesù accoglie la risposta di Pietro: non rifiuta il titolo di Messia, ingiunge ai discepoli di non parlarne alla gente per evitare ogni equivoco intorno alla sua Persona e annuncia apertamente, per la prima volta, la sua passione, forse per correggere errate conclusioni degli stessi discepoli. Una virata a trecentosessanta gradi. Il Messia non salverà il suo popolo fomentando rivoluzioni o arruolando combattenti ben agguerriti, ma con la sua passione, morte e risurrezione.
Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto: Figlio dell’uomo, è spesso usato nel Nuovo Testamento e Gesù amava riferirlo a stesso, «ora per descrivere le sue umiliazioni (Mt 8,20; 11,19;  20,28), soprattutto quelle della passione (Mt 17,22, ecc.), ora per annunziare il suo trionfo escatologico della risurrezione (Mt 17,9), del ritorno glorioso (Mt 24,30) e del giudizio (Mt 25,31). Questo titolo infatti, di sapore aramaico e che in origine significa «uomo» (Ez 2,1), per l’originalità della locuzione attirava l’attenzione sull’umiltà della sua condizione umana; ma nello stesso tempo, applicato da Dn 7,13 e in seguito dall’apocalittica giudaica (Enoch) al personaggio trascendente, d’origine celeste, che riceve da Dio il regno escatologico, esso suggeriva, in maniera misteriosa ma sufficientemente chiara (cfr. Mc 1,34; Mt 13,13), il carattere del suo messianismo» (Bibbia di Gerusalemme). Il messianismo di Gesù passerà attraverso la sofferenza, il rifiuto da parte dei sinedriti, le guide spirituali del popolo eletto, l’agonia dell’Orto, il dolore dei chiodi, la morte cruenta sulla Croce. Queste parole di Gesù sono da paragonare ad un annuncio sconvolgente sopra tutto perché precedute da quel “deve” che doveva suonare nel cuore dei discepoli al pari di una bestemmia. Lo attesta oltre tutto il rimprovero che Pietro muove a Gesù, così come è riferito dall’evangelista  Matteo (16,22).
 
Per approfondire
 
Chi dite che io sia? (vv. 18-27) - Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): Comincia un nuovo giorno. Deve essere un giorno importante visto che Gesù lo apre con la preghiera (v. 18a) che condivide con i suoi discepoli. Anche per loro è un giorno decisivo, poiché dovranno affrontare una grande prova sugli insegnamenti sinora ricevuti. Due sono le domande che il Maestro rivolge loro: una piuttosto facile, l’altra molto difficile intorno alla sua identità. Vuole sapere se hanno capito chi egli sia. Le folle vedono in Gesù un profeta. Alcuni Giovanni Battista, altri Elia, profeti di cui si pensava che non fossero morti. Sull’identificazione con Giovanni Battista la gente risponde come pensava Erode. Tutto sommato, però, non se la cava male. Guadagnare il titolo di profeta non era poco presso i giudei. Ed Elia era considerato il secondo grande profeta dopo Mosè. Le folle, insomma, amano e stimano Gesù. «Ma voi, chi dite che io sia?». Il “voi” mette i discepoli vis à vis con Gesù, come lo era il popolo di Israele al tempo dell’Esodo, nel libro del Deuteronomio (cf Dt 5-6: il discorso è rivolto a un “tu”, od a un “voi”). «Voi non siete come le folle», fa capire Gesù. «Voi siete stati scelti, seguiti, educati, di voi ho avuto massima cura. Vi sono stato vicino in ogni momento dal giorno in cui salii sulla barca di Pietro per dargli una pesca miracolosa. Davanti ai vostri occhi ho liberato gli uomini dal male e guarito i malati e vi lio reso capaci di fare altrettanto. Insieme abbiamo dato pane ai cinquemila affamati, facendo sbocciare il miracolo dalle nostre stesse mani. Dunque, voi chi dite che io sia?». Nella domanda di Gesù molto più di una questione, c’è la speranza umile che avessero capito... Non sarà deluso.
Pietro risponde pronto, confessando che lui è il messia, il «messia di Dio», un titolo che si trova solo in Luca (cf anche Lc 23,35). Gesù tira un respiro di sollievo: i suoi discepoli conoscono la sua identità, che sarà rivelata a tutti dopo la risurrezione (cf At 2,36). Sì, Gesù è il messia di Dio, ma ora egli deve spiegare di che messia si tratti: un messia che dovrà soffrire e non godere, subire il rifiuto da parte dei custodi del tempio e della religione, piuttosto che essere esaltato. Lo metteranno a morte, ma poi risorgerà (cf v. 22). È il primo dei tre annunci della passione, morte e risurrezione (cf 9,4345; 18,31-34). Nessuno risponde. I discepoli tacciono e Gesù sembra uscire dalle immagini delle loro menti, quando si mette a parlare di cosa voglia dire continuare a seguirlo.
 
Catechismo degli Adulti [817] «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Il discepolo di Gesù deve assumere il suo atteggiamento filiale di obbedienza al Padre e al divino disegno di salvezza, che lo ha condotto alla croce e alla risurrezione. «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).
Camminare dietro a Cristo significa camminare nella carità, avere i suoi medesimi sentimenti, amare come egli ha amato, fino a dare la vita per i fratelli: «Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli... Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1Gv 3,1618).
Ma è impossibile amare come Cristo ha amato, se egli stesso non ama in noi; è impossibile andargli dietro, se egli stesso non viene a vivere dentro di noi. Ebbene, comunicandoci lo Spirito Santo, egli entra nella nostra esistenza e la vive con noi, sì che ogni cristiano può dire come Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Egli perciò non rimane un modello esteriore; anzi, viene interiorizzato in virtù dello Spirito.
 
Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto: «Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo tuttavia, pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figlio invia gli apostoli che si è scelto; li manda non alle gioie del mondo, bensì verso le sofferenze di ogni genere, così come egli stesso era stato inviato. Il Figlio è amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono amati da Cristo Signore, e nondimeno vengono da lui mandati nel mondo a soffrire. Perciò è detto: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Come dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono amato dal Padre, anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in mezzo agli scandali dei persecutori» (San Gregorio Magno).
 
Testimoni di Cristo -  San Cleofa - Uno sguardo e un volto che accendono cuore e anima: Quando a sera voltiamo lo sguardo alle nostre spalle spesso abbiamo la sensazione di non aver raccolto nulla dalla nostra giornata. Ma poi un gesto, una parola, un volto illuminano il nostro tempo e donano un senso nuovo alle cose.
E così piano piano la delusione lascia lo spazio all’emozione e all’entusiasmo. Il sogno che si stava spegnendo al tramonto torna a risplendere, grazie all’incontro con un viso che ci ricorda chi siamo perché siamo capaci di amare davvero. Fu questa l’esperienza dei due discepoli di Emmaus, che sul fare della sera se ne andavano da Gerusalemme, dalla città che aveva loro mostrato un futuro diverso, forse perduto con la morte del Maestro.
Uno di loro era Cleofa, che per la tradizione era il padre di Giacomo il Minore, di Giuseppe e di Simone.
Quando uno straniero si avvicinò chiedendo loro di cosa stessero parlando, Cleofa si stupì che quell’uomo non avesse sentito la notizia della morte di Gesù. E fu a quel punto che il viandante cominciò a spiegare loro le Scritture, toccando i loro cuori. Decisero quindi di invitarlo a fermarsi e, una volta a tavola, fu nel gesto di spezzare il pane che i due riconobbero Gesù. La loro sorpresa li spinse a condividere con gli altri quell’esperienza straordinaria. La gioia di quell’incontro li aveva resi testimoni di quell’autentico amore che infiamma il cuore e accende l’anima.  (Matteo Liut)
 
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 24 Settembre 2026
 
Giovedì XXV Settimana del Tempo Ordinario
 
Qo 1,2-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 89 (90); Lc 9,7-9
 
Vanità della vanità: Paolo VI (Meditazioni, Pensiero alla morte): L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d’intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all’altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. «Servus inutilis sum». Sono un servo inutile. «Ambulate dum lucem habetis». Camminate finché avete la luce (Jo. 12,35). Ecco: mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce. Di solito la fine della vita temporale, se non è oscurata da infermità, ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, così belle, così attraenti, così nostalgiche, e così chiare ormai per denunciare il loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. Vi è la luce che svela la delusione d’una vita fondata su beni effimeri e su speranze fallaci. Vi è quella di oscuri e ormai inefficaci rimorsi. Vi e quella della saggezza che finalmente intravede la vanità delle cose e il valore delle virtù che dovevano caratterizzare il corso della vita: «vanitas vanitatum». Vanità della vanità. 
 
Liturgia della Parola - AI MODE: Il brano si apre e si chiude con l’inclusione letteraria più famosa del libro: «Vanità delle vanità, tutto è vanità».
La parola ebraica tradotta con “vanità” è hebel, che letteralmente significa soffio, vapore, fumo.
Qoelet non sta dicendo che la vita è brutta o che non vale nulla, ma che è inafferrabile e passeggera. Come il fumo, la vita si vede, ma se provi a stringerla in mano non resta nulla. È l’inconsistenza del tutto di fronte al passare del tempo. [...].
Qoelet 1,2-11 non è un invito al nichilismo distruttivo, ma un bagno di realismo. Abbattendo le false illusioni (il successo, la fama, l’illusione di controllare il futuro), l’autore libera l’uomo dall’ansia della prestazione esistenziale.
Riconoscere che non possiamo possedere il mondo “sotto il sole” è il primo passo per smettere di idolatrarlo e iniziare ad accogliere la vita, nel seguito del libro, come un dono di Dio da vivere nel presente.
 
-> Famiglie della Visitazione: Anche la gioia e il piacere si rivelano come “vanità” senza potenza! (vers.1-2).
“Il mio cuore” (otto volte dall’inizio del Libro) sembra essere al centro dell’attenzione di Qoelet: variamente tradotto, con “io dicevo tra me” (ver.1), “ho voluto fare un’esperienza” (ver.3), “dedicandomi con la mente”(ver.3), indica lo stato d’animo dell’uomo mai soddisfatto della sua condizione, sempre alla ricerca e sempre deluso, peraltro senza mai rinunciare al primato e alla guida della sapienza! Ma, “c’è qualche bene per gli uomini che essi possano realizzare sotto il cielo durante i pochi giorni della loro vita” (ver.3)? I vers.4-10 descrivono questo tentativo: “grandi opere…argento e oro…schiavi e schiave … molte donne … opere fatte dalle mie mani”(il verbo “fare” e la parola “opere” sono ripetuti sette volte!)! Ma “tutto è vanità e un correre dietro al vento.  Non c’è alcun guadagno sotto il sole” (ver.11)!
 
Vangelo
Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?
 
L’evangelista Luca, “invece di raccontare l’uccisione di Giovanni Battista, prepara [«cercava di vederlo», v 9] il futuro incontro di Erode e di Gesù [Lc 23,8-12]” (Bibbia di Gerusalemme). Ma non è semplice curiosità, Erode sa di essere al riparo da occhi indiscreti nel suo palazzo, sa di essere al sicuro perché circondato e vegliato da uomini ben armati, ma sa anche che non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto (Eb 4,13). Giovanni e Gesù dalla folla sono venerati come Profeti, e i profeti hanno gli occhi di Dio che penetrano in profondità nel cuore degli uomini. Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo (Mc 6,20), ma cedendo alla lussuria lo fa decapitare, ora vuole vedere Gesù, verrà anche per lui il momento dell’incontro, ma chiuderà il suo cuore. Aspettava miracoli (cfr. Lc 23,8) e non la salvezza come i poveri e i deboli.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,7-9
 
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 7 Il tetrarca Erode udì tutto quello che accadeva; l’insegnamento, i miracoli, la missione svolta dagli inviati di Cristo avevano suscitato dell’entusiasmo nella folla ed avevano fatto giungere la fama del Maestro agli orecchi di Erode Antipa; tuttavia sulla popolarità del Salvatore circolavano nel popolo le voci più discordanti che Luca, contrariamente a Matteo e Marco, fa giungere fino al tetrarca, causando in questo dell’inquietudine e della perplessità. L’evangelista ritocca notevolmente le espressioni dei testi paralleli degli altri Sinottici (cf. Mt., 14, 1-2; Mc., 6, 14-16) dando al racconto un suo sviluppo personale. «Tetrarca»: titolo più esatto di quello usato da Marco («re»; cf., Mc., 6, 14), poiché ad Erode Antipa non fu riconosciuto da Roma l’appellativo di re, ma quello di tetrarca (capo di una quarta parte del territorio). Ed era molto perplesso; osservazione psicologica determinata dalle circostanze, come queste sono presentate dallo storico; Luca infatti, facendo giungere al tetrarca i vari apprezzamenti che circolavano sul conto di Gesù, doveva anche segnalare la reazione psicologica che essi suscitavano nella mente di Erode.
L’imperfetto διηπόρει (δι-α-πορέω, verbo composto da διά: da ogni parte; ἀ-πορος: senza via) sintetizza tutto un atteggiamento psicologico; infatti il verbo διαπορέω(sono incerto da ogni parte mi volgo) significa perplessità nel giudizio, ansietà interiore, irrisolutezza nell’agire. Giovanni è risorto da morte; probabilmente questa voce circolava tra i discepoli di Giovanni Battista ai quali l’opera del loro maestro sembrava incompiuta.
v. 8 È riapparso Elia; Marco ha semplicemente: «è Elia»; Luca si spiega meglio (cf. commento a Mc., 6, 15). È da ritenere che questo giudizio esprima la convinzione di alcuni gruppi interamente presi dall’aspettativa messianica; in questi ambienti si riteneva che la venuta del Messia doveva essere preparata da Elia, ridisceso in terra. Uno degli antichi profeti è risuscitato; l’espressione in Luca è più forte di quella di Marco («è un profeta come uno dei profeti»; Mc., 6, 15); l’epoca dei profeti sembrava chiusa da secoli; per questi tempi difficili si attendeva la risurrezione di uno tra i grandi profeti del lontano passato.
v. 9 Chi è dunque costui del quale sento dire tali cose? L’evangelista si distacca sensibilmente dal testo di Marco («Giovanni che ho fatto decapitare; è lui che è risorto»; Mc., 6, 16), perché esprime ancora il dubbio che aveva il tetrarca («Chi è dunque costui...?») e soprattutto afferma chiaramente che Erode non condivideva l’opinione che il Battista fosse risorto, perché lo aveva fatto decapitare. E cercava di vederlo; rilievo che soltanto Luca trasmette con l’esplicito intento di stabilire un nesso con quanto egli narrerà più avanti (cf. Lc., 23, 8).
 
Per approfondire
 
È risorto uno degli antichi profeti - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il profeta atteso  - Secondo la credenza popolare, all’inizio dei tempi messianici, come aveva profetizzato Malachia (3,23), sarebbe tornato il profeta Elia, che era stato rapito in cielo su un carro di fuoco (IX secolo). Elia sarebbe venuto «per placare l’ira prima che divampi, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e ristabilire le tribù di Giacobbe» (Sir 48,10). Alcuni avevano identificato Elia con il Battista, e ora lo identificano con Gesù di Nazaret. Altri aspettavano un nuovo Mosè. Anche la convinzione del ritorno di un grande profeta faceva parte della speranza escatologica, legata alla venuta del messia. Questi era già presente in Gesù; ma, sorprendentemente, tra tutte le ipotesi che si facevano sulla sua persona, nessuna prendeva in considerazione il suo messianismo. Perché? Perché il messia atteso era di tipo trionfalistico e politico; ed era chiaro che Gesù non aveva queste caratteristiche. Egli incarnava, piuttosto, il servo sofferente del Signore, d’accordo con i canti del profeta Isaia. Tuttavia, Gesù appariva evidentemente come un grande profeta. Tale fu giudicato dal popolo, dai suoi discepoli, da quelli che furono guariti da lui e anche dai suoi nemici dichiarati. Ciò che lo definiva era il suo annuncio del regno di Dio, i segni delle sue guarigioni e i miracoli che avallavano la buona novella della presenza del regno, la sua dedizione ai poveri, il suo invito alla conversione, la sua insistenza sulla fine dei tempi, già in parte compiuti con l’offerta della salvezza di Dio e, soprattutto, la sua fedeltà al messaggio e alla verità fino alla sua morte violenta, avvenuta a Gerusalemme, come quella degli antichi profeti.
Risposta della fede su Gesù - Secondo molti, tutto questo faceva di Gesù il grande profeta atteso. Ma c’era qualcosa di più che passò inosservato a tutti, perfino ai suoi discepoli, fin dopo la morte e risurrezione del Signore: egli era anche il messia annunciato dai profeti. La domanda su Gesù restava in piedi. Bisognerà aspettare la professione di fede di Pietro per superare le ipotesi popolari, come vedremo domani. Ma, soprattutto, bisognerà aspettare la risposta del Padre che risuscita suo Figlio dai morti, per rispondere completamente, alla luce della fede pasquale, alla domanda che poi farà Gesù ai suoi: «Chi sono io per voi? Tu sei il messia, il Figlio di Dio». Alla divinità Gesù univa la pienezza dei valori umani: profondamente umano e semplicemente divino, sublime come uomo e adorabile come Dio. Motivi più che sufficienti per seguire e amare Cristo appassionatamente, perché è una persona di oggi, viva, vicina a noi e nostro intimo amico.
 
Giovanni Battista - M. F. Lacan: Per testimonianza di Gesù, Giovanni è più che un profeta (Lc 7, 26 par.). Messaggero che precede il Signore (Lc 1, 76; Mt 11, 10 par.; cfr. Mal 3, 1), egli inaugura il vangelo (Atti 1, 22; Mc 1, 1-4); «fino a lui furono la legge ed i profeti; da allora il regno di Dio è annunziato» (Lc 16, 16 par.). Profeta senza pari (Mt 11, 11 par.), egli prepara le vie del Signore (Mt 3, 3 par.) di cui è il «.precursore» (Atti 13, 24 s) ed il testimone (Gv 1, 6 s).
1. Il precursore ed il suo battesimo. – Giovanni, ancor prima di nascere da una madre fino allora sterile, è consacrato a Dio e ripieno dello Spirito Santo (Lc 1, 7. 15; cfr. Giud 13, 2-5; 1 Sam 1, 5-11). Colui che deve essere un nuovo Elia (Lc 1, 16 s) evoca il grande profeta con le sue vesti e la vita austera (Mt 3, 4 par.) che conduce nel deserto fin dalla giovinezza (Lc 1, 80). Fu egli formato da una comunità come quella di Qumrân? In ogni caso, giunto il tempo della sua manifestazione ad Israele, accuratamente datato da Luca (3, 1 s), egli appare come un maestro circondato da discepoli (Gv 1, 35), cui insegna a digiunare ed a pregare (Mc 2, 18; Lc 5, 33; 11, 1). La sua voce potente scuote la Giudea; egli predica una conversione, il cui segno è un bagno rituale accompagnato dalla confessione dei peccati, ma che esige inoltre uno sforzo di rinnovamento (Mc 1, 4 s); infatti è inutile essere figli di Abramo, se non si pratica la giustizia (Mt 3, 8 s par.) di cui egli dà le regole alla folla degli umili (Lc 3, 10-14). Ma i farisei ed i dottori della legge non credono in lui (Mt 21, 25 par. 32); taluni lo trattano da indemoniato (Mt 11, 18; Lc 7, 33); quando perciò, essi vennero a lui, egli annunciò loro che l’ira avrebbe consumato ogni albero sterile (Mt 3, 10 par.). Del re Erode, denunzia l’adulterio e si attira così la prigione, e poi la morte (Mt 14, 3-12 par.; Lc 3, 19 s; 9, 9). Per il suo zelo, Giovanni è appunto il nuovo Elia atteso, che deve preparare il popolo alla venuta del Messia (Mt 11, 14); ma non è riconosciuto, e il suo martirio annuncia prefigurandola la passione del figlio dell’uomo (Mc 9, 11 ss par.; Gv 5, 33 ss).
2. Il testimone della luce e l’amico dello sposo. - La testimonianza di Giovanni consiste innanzitutto nel proclamarsi semplice precursore; di fatto la folla si chiede se egli non sia il Messia (Lc 3,15). Ad una inchiesta ufficiale, il Battista risponde di non essere degno di sciogliere i sandali di colui che egli precede e che «era prima di lui» (Gv 1, 19-30; Lc 3, 16 s par.). Colui «che viene», e che battezzerà nello Spirito (Mc 1, 8) e nel fuoco (Mt 3, 11 s), è Gesù, sul quale lo Spirito è disceso al momento del battesimo (Gv 1, 31-34). Proclamandolo agnello di Dio che toglie il *peccato del mondo (Gv 1, 29), Giovanni non prevedeva il modo in cui l’avrebbe tolto, come non comprendeva il motivo per cui Cristo aveva voluto essere battezzato da lui (Mt 3, 13 ss). Per togliere il peccato, Gesù avrebbe dovuto ricevere un battesimo di cui quello di Giovanni non era che la figura, il battesimo della sua passione (Mc 10, 38; Lc 12, 50); in tal modo avrebbe compiuto ogni giustizia (Mt 3, 15), non sterminando i peccatori, ma giustificando la moltitudine di cui avrebbe portato i peccati (cfr. Is 53, 7 s. 11 s). Ancor prima della passione, il comportamento di Gesù stupisce Giovanni ed i suoi discepoli che attendevano un giustiziere; Cristo ricorda loro le profezie della salvezza che egli realizza e li invita a non scandalizzarsi (Mt 11, 2-6 par.; cfr. Is 61, 1). Non soltanto certi discepoli di Giovanni ignoreranno a lungo la portata della venuta di Gesù e il battesimo nello Spirito (cfr. Atti 18, 25; 19, 2), ma una polemica, di cui il vangelo conserva le tracce (cfr. Mc 2, 18) opporrà una setta giovannita alla Chiesa nascente; questa, per dimostrare la superiorità di Cristo, non aveva che da appellarsi alla testimonianza dello stesso Giovanni (Gv 1, 15). Vero amico dello sposo e ricolmo di gioia per la sua venuta, Giovanni si era eclissato dinanzi a lui (3, 27-30) e, con le sue parole, aveva invitato i suoi stessi discepoli a seguirlo (1, 35 ss). Gesù, in cambio, aveva glorificato il suo testimone, lampada ardente e luminosa (5, 35), il più grande profeta nato da donna (Mt 11, 11); ma aveva aggiunto che il più piccolo nel regno dei cieli è maggiore di lui; collocava la grazia dei figli del regno al di sopra del carisma profetico, senza tuttavia deprezzare la santità di Giovanni. La gloria di questo umile amico dello sposo è proclamata nel prologo del quarto vangelo, che colloca Giovanni in rapporto al Verbo fatto carne: «Giovanni non era la luce, ma il testimone della luce»; ed in rapporto alla Chiesa: «Egli venne per rendere testimonianza alla luce, affinché tutti credessero per mezzo suo» (Gv 1, 7 s).
 
Erode è preso dalla paura: «Osserva quanto sia grande la virtù, perché ha paura del Battista anche dopo la sua morte e, per effetto di tale paura, pensa alla risurrezione. [...] Così sono le anime irrazionali: spesso recepiscono un miscuglio di passioni opposte. Luca afferma che la gente diceva: Costui è Elia a Geremia a uno degli antichi profeti; Erode invece ha parlato così, come se dicesse qualche cosa di più saggio degli altri. È verosimile che in precedenza, di fronte a coloro che dicevano che quello era Giovanni - molti infatti lo dicevano -, lo negasse e, con orgoglio e facendosene un vanto, dicesse: «Io l’ho fatto uccidere». Marco e Luca affermano che egli diceva: lo ho fatto decapitare Giovanni (Mc 6,16; Lc 9,9). Ma poi, diffusasi questa fama, anche lui dice lo stesso della gente.» (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48, 2 )
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria della Mercede. Il giogo delle nostre schiavitù e la libertà donata dal Vangelo - Cosa vuol dire essere liberi? A questa domanda, che di fatto sta alla base della convivenza civile, il Vangelo risponde mostrando un progetto, facendoci conoscere una persona e la sua storia, Gesù e la sua vicenda. Essere liberi per i cristiani, significa poter rispondere a quella chiamata che ognuno porta dentro di sé. Ecco perché celebrare la Beata Vergine Maria della Mercede, protettrice dei Mercedari, fondati da san Pietro Nolasco (1180-1245), oggi ha un valore profetico: ci ricorda che il Vangelo dona la libertà autentica. La notte tra il 1° e il 2 agosto 1218 la Vergine apparve a Nolasco, che decise di fondare una congregazione impegnata nella liberazione degli schiavi, che a quel tempo erano soprattutto i cristiani finiti in mano dei saraceni. Ne parlò, quindi, con il re d’Aragona e con il vescovo di Barcellona: il 10 agosto 1218 Nolasco costituì il nuovo «Ordine Religioso Redentore». Il vescovo consegnò ai membri dell’Ordine la veste di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine Maria. La congregazione diventò il cuore di un movimento a favore della libertà dei cristiani tratti in schiavitù. Il rischio che correvano non era solo quello di rimanere tutta la vita in catene, ma anche di dover rinunciare alla propria fede sotto le pressioni degli stessi saraceni. L’opera di Nolasco e dei Mercedari - ordine che fu approvato da papa Gregorio IX nel 1235 - appare ancora oggi attuale: sono ancora tante, infatti, le forme di schiavitù che minano la dignità umana. (Matteo Liut)
 
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,
fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 23 SETTEMBRE 2026
 
San Pio da Pietrelcina, Presbitero
 
Prv 30,5-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 9,9-13
 
Giovanni Paolo II (Omelia 16 giugno 2002): 2. “Quanto a me... non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo” (Gal 6, 14). Non è forse proprio il “vanto della Croce” ciò che maggiormente risplende in Padre Pio?
Quanto attuale è la spiritualità della Croce vissuta dall’umile Cappuccino di Pietrelcina! Il nostro tempo ha bisogno di riscoprirne il valore per aprire il cuore alla speranza.
In tutta la sua esistenza, egli ha cercato una sempre maggiore conformità al Crocifisso, avendo ben chiara coscienza di essere stato chiamato a collaborare in modo peculiare all’opera della redenzione. Senza questo costante riferimento alla Croce non si comprende la sua santità.
Nel piano di Dio, la Croce costituisce il vero strumento di salvezza per l’intera umanità e la via esplicitamente proposta dal Signore a quanti vogliono mettersi alla sua sequela (cfr Mc 16, 24). Lo ha ben compreso il Santo Frate del Gargano, il quale, nella festa dell’Assunta del 1914, scriveva: “Per arrivare a raggiungere l’ultimo nostro fine bisogna seguire il divin Capo, il quale non per altra via vuol condurre l’anima eletta se non per quella da lui battuta; per quella, dico, dell’abnegazione e della Croce” (Epistolario II, p. 155).
3. “Io sono il Signore che agisce con misericordia” (Ger 9, 23). Padre Pio è stato generoso dispensatore della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza, la direzione spirituale, e specialmente l’amministrazione del sacramento della Penitenza. Il ministero del confessionale, che costituisce uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava folle innumerevoli di fedeli al Convento di San Giovanni Rotondo. Anche quando quel singolare confessore trattava i pellegrini con apparente durezza, questi, presa coscienza della gravità del peccato e sinceramente pentiti, quasi sempre tornavano indietro per l’abbraccio pacificante del perdono sacramentale.
Possa il suo esempio animare i sacerdoti a compiere con gioia e assiduità questo ministero, tanto importante anche oggi, come ho voluto ribadire nella Lettera ai Sacerdoti in occasione del passato Giovedì Santo.
4. “Sei tu Signore, l’unico mio bene”. Così abbiamo cantato nel Salmo Responsoriale. Attraverso queste parole il nuovo Santo ci invita a porre Dio al di sopra di tutto, a considerarlo come il solo e sommo nostro bene.
In effetti, la ragione ultima dell’efficacia apostolica di Padre Pio, la radice profonda di tanta fecondità spirituale si trova in quella intima e costante unione con Dio di cui erano eloquenti testimonianze le lunghe ore trascorse in preghiera. Amava ripetere: “Sono un povero frate che prega”, convinto che “la preghiera è la migliore arma che abbiamo, una chiave che apre il Cuore di Dio”. Questa fondamentale caratteristica della sua spiritualità continua nei «Gruppi di Preghiera» da lui fondati, che offrono alla Chiesa e alla società il formidabile contributo di una orazione incessante e fiduciosa. Alla preghiera Padre Pio univa poi un’intensa attività caritativa di cui è straordinaria espressione la “Casa Sollievo della Sofferenza”. Preghiera e carità, ecco una sintesi quanto mai concreta dell’insegnamento di Padre Pio, che quest’oggi viene a tutti riproposto.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: AI Overview: Il testo esordisce definendo la Parola di Dio come “purificata” (o affinata col fuoco). Significa che non contiene scorie, falsità o secondi fini. È totalmente affidabile. Questa purezza intrinseca trasforma la Parola in uno “scudo” protettivo: chi si fida della rivelazione divina trova stabilità emotiva e spirituale. Il divieto di manipolazione: L’avvertimento a non “aggiungere nulla” è un richiamo all’umiltà intellettuale e spirituale. L’essere umano ha spesso la tentazione di “correggere” o integrare i comandamenti divini per adattarli alle proprie convenienze o ideologie. Farlo significa contraffare la verità, venendo inevitabilmente smentiti (“trovato bugiardo”) dalla realtà e dal giudizio di Dio.
 
Vangelo
Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
 
I Dodici ricevono i poteri che hanno visto esercitare da Gesù: ... diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. Tale potere è esercitato nel nome di Gesù. I Dodici non dovranno portare nulla, si abbandoneranno fiduciosamente alla Provvidenza (cfr. Lc 12,22-32). Ai Dodici viene chiesta anche la rinuncia a qualsiasi tipo di equipaggiamento, devono rinunciare a tutti i loro averi (cfr. Lc 14,33). Prenderanno con gioia quanto sarà loro offerto, non faranno più distinzione tra cibo puro e impuro: in Gesù è stato abbattuto il muro di separazione che divideva gli uomini (cfr. Ef 2,14). È il tempo della comunione, non vi è più nulla che possa dividere gli uomini. Sarà estromesso da questa comunione il ribelle, il fanatico; saranno tagliati fuori soltanto coloro che amano sbarrare le porte del cuore: Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro. Con questo gesto i Dodici esprimeranno la rottura completa nei confronti di coloro che non credono. Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), a tutti gli uomini è annunciato il Vangelo (Lc 4,14ss). Ora il tempo si è fatto breve (1Cor 7,29), non si può più tentennare: gli uomini devono decidere da quale parte stare.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,1-6
 
In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 1 Chiamati i Dodici; oppure; «avendo convocato i Dodici» se si vuole dar rilievo alla particella σύν (con) che fa parte del verbo. Diede loro potere ed autorità; l’abbinamento dei due sostantivi (potere ed autorità) proprio di Luca rafforza la stessa idea e significa che gli apostoli hanno ricevuto un potere per espellere i demoni dai posseduti e guarire le varie infermità. Non si può pensare che i due termini abbinati si riferiscono a due settori distinti cioè: al potere di esorcizzare e di guarire da una parte e all’autorità di annunziare la buona novella dall’altra, poiché di questo secondo mandato conferito agli apostoli si parlerà nel vers. seguente. Per la stessa formula abbinata si veda Lc., 4, 36. Si noti l’espressione fortemente accentuata: «su tutti i demoni»; Marco dice semplicemente: «il potere sopra gli spiriti immondi»; inoltre l’evangelista ha in proprio la dichiarazione «di guarire le malattie», che ripeterà al vers. seguente. Il rilievo gli viene suggerito dalla sua professione di medico come anche dal desiderio di segnalare la compassione che il Salvatore sentiva per le infermità umane. In quanto all’ordine dei fatti Luca segue quello di Marco; egli tuttavia, avendo già parlato della cacciata di Gesù da Nazareth – episodio, questo, riferito da Marco immediatamente prima della missione dei Dodici (cf. Mc., 6, 1-6) non ha bisogno di narrarla nel presente contesto, ma passa subito a trattare l’invio degli apostoli (cf. Mc., 6, 7-13).
2 Li mandò ad annunziare il regno di Dio; i Dodici hanno la missione di annunziare il regno; il loro compito tuttavia, in questo primo invio, consiste nel proclamare la venuta del regno più che manifestarne la dottrina (cf. Mt., 9, 7); essi infatti dovranno disporre gli animi a ricevere la predicazione evangelica. Il gesto del Maestro ha un carattere innovatore nell’ebraismo: i Rabbi raccoglievano intorno a sé dei discepoli per istruirli nella legge, ma ad essi non affidavano nessuna missione, né tantomeno trasmettevano poteri particolari sugli spiriti malvagi e sugli infermi. E ad operare guarigioni; questi miracoli compiuti sugli infermi serviranno per confermare la verità della loro parola. Luca, come anche Marco, tralasciano la raccomandazione che, secondo il testo di Matteo, Gesù ha fatta agli apostoli in quella circostanza («non andate nelle regioni dei pagani...»; Mt., 10, 5), poiché essa poteva urtare la sensibilità dei lettori che provenivano dal paganesimo.
3 Il vers. è parallelo a quello di Matteo e di Marco; in Luca il detto insinua lo spogliamento più assoluto, poiché estende la rinunzia fino alle cose più necessarie per il viaggio. Né bastone: in Marco invece è permesso prendere il bastone (cf. commento a Mc., 6, 8). Né abbiate per ciascuno due tuniche; nell’originale greco la frase è irregolare (letteral.: né di avere per ciascuno due tuniche»). Il presente vers., accentuando fortemente lo spogliamento che devono avere gli inviati di Cristo, fa risaltare la generosità e la totale dedizione con la quale essi si consacrano alla causa del vangelo.
4 Qui restate e da qui partite; cioè: restate nella casa che vi ha accolti fino alla vostra partenza. La Volgata, seguendo la lettura di un codice, aggiunge nel testo una negazione (ne) che altera il senso della frase; essa legge: et inde ne exeatis. Il consiglio è dato per evitare che si offenda chi ha offerto generosamente l’ospitalità al missionario; lo stesso ammonimento è ripetuto in una forma più chiara in Lc., 10, 7.
5 Quando non vi accolgono...; in greco la proposizione presenta delle irregolarità che non permettono una traduzione fluida e corrente; letteral.: «se quelli non vi accolgono, uscite da quella città...». Scuotete la polvere dai vostri piedi; per il senso dell’immagine si veda la nota a Mc., 6, l1. In testimonianza contro di essi; la preposizione «contro di...» (ἐπί), con la quale Luca integra il testo di Marco che ha il semplice pronome, rileva l’aspetto negativo di questa testimonianza accentuando la colpevolezza di coloro che hanno rigettato il messaggio evangelico.
 
Per approfondire
 
Non darmi ricchezze né povertà - Antonio González-Lamadrid: I due primi versetti (5-6) sono una riflessione sulla parola di Dio.
Gli altri tre (7-9) riproducono una preghiera sapienziale.
Di fronte alla parola menzognera dell’uomo si erge la parola immacolata di Dio. Si veda il salmo 12 e specialmente il versetto 7: «I detti del Signore sono puri, argento raffinato nel crogiuolo, purificato nel fuoco sette volte».
L’immagine dello «scudo» per simboleggiare la protezione di Dio in favore dei suoi fedeli è frequente nella Bibbia, e specialmente nei salmi: «Ti amo, Signore, mia Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; i Ma Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza» (Sal 18,2-3).
Dio ha l’ultima parola. L’unica cosa che l’uomo deve fare di fronte alla parola di Dio è ascoltarla con docilità e metterla in pratica: «Ognuno sia pronto ad ascoltare e lento a parlare» (Gc 1,19-25).
La preghiera sapienziale chiede due cose semplici e fondamentali allo stesso tempo: la sincerità nel parlare e il pane di ogni giorno, cioè l’aurea mediocritas dei classici. La Bibbia segnala il pericolo degli estremi: la sovrabbondanza che può degenerare in orgoglio e autosufficienza (Dt 8,12ss), e la miseria che può condurre al furto e alla disperazione (Pr 6,30; Is 8,21).
 
Gli inviati del Figlio - Joseph Pierron e Pierre Grelot: 1. La missione di Gesù si prolunga con quella dei suoi inviati, i Dodici, che per questo stesso motivo portano il nome di apostoli. Già durante la sua vita Gesù li manda innanzi a sé (cfr. Lc 10,1) a predicare il vangelo ed a guarire (Lc 9,1s par.), il che costituisce l’oggetto della sua missione personale. Essi sono gli operai mandati dal padrone alla messe (Mt 9,38 par.; cfr. Gv 4,38); sono i servi mandati dal re per condurre gli invitati alle nozze del figlio suo (Mt 22,3 par.). Non devono farsi nessuna illusione sul destino che li attende: l’inviato non è maggiore di colui che lo manda (Gv 13,16); come hanno trattato il padrone, così tratteranno i servi (Mt 10,24s). Gesù li manda «come pecore in mezzo ai lupi» (10,16 par.). Egli sa che la «generazione perversa» perseguiterà i suoi inviati e li metterà a morte (23,34 par.). Ma ciò che sarà fatto loro, sarà fatto a lui stesso, e in definitiva al Padre: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi, rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10,16); «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Gv 13,20). Di fatto la missione degli apostoli si collega nel modo più stretto a quella di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (20, 21). Questa frase illumina il senso profondo dell’invio finale dei Dodici in occasione delle apparizioni di Cristo risorto: «Andate...». Essi andranno dunque ad annunziare il vangelo (Mc 16,15), a reclutare discepoli di tutte le nazioni (Mt 28, 19), a portare dovunque la loro testimonianza (Atti 1,8). Così la missione del Figlio raggiungerà effettivamente tutti gli uomini, grazie alla missione dei suoi apostoli e della sua Chiesa.
2. Questo appunto intende il libro degli Atti quando racconta la vocazione di Paolo. Riprendendo i termini classici delle vocazioni profetiche, Cristo risorto dice al suo strumento eletto: «Va’ perché io ti invierò lontano presso i pagani» (Atti 22,21); e questa missione ai pagani si inserisce nella linea esatta di quella del servo di Jahvè (Atti 26,17; cfr. Is 42,7.16). Infatti il servo è venuto nella persona di Gesù, e gli inviati di Gesù portano a tutte le nazioni il messaggio di salvezza che egli personalmente aveva notificato soltanto alle «pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Di questa missione, ricevuta sulla strada di Damasco, Paolo si farà sempre forte per giustificare il suo titolo di apostolo (1 Cor 15,8s; Gal 1,12). Sicuro della sua estensione universale, egli porterà il vangelo ai pagani per ottenere da essi l’obbedienza della fede (Rom 1,5) e magnificherà la missione di tutti i messaggeri del vangelo (10,14s): non è forse grazie ad essa che nasce nel cuore degli uomini la fede nella parola di Cristo (10,17)? Al di là della missione personale degli apostoli, tutta la Chiesa nella sua funzione missionaria si ricollega in tal modo alla missione del Figlio.
 
La missione della Chiesa - Ad Gentes n. 5: Il Signore Gesù, fin dall’inizio «chiamò presso di sé quelli che voleva e ne costituì dodici che stessero con lui e li mandò a predicare» (Mc 3,13; cfr. Mt 10,1-42). Gli apostoli furono dunque ad un tempo il seme del nuovo Israele e l’origine della sacra gerarchia. In seguito, una volta completati in se stesso con la sua morte e risurrezione i misteri della nostra salvezza e dell’universale restaurazione, il Signore, a cui competeva ogni potere in cielo ed in terra, prima di salire al cielo, fondò la sua Chiesa come sacramento di salvezza ed inviò i suoi apostoli nel mondo intero, come egli a sua volta era stato inviato dal Padre e comandò loro: «Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20); «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi invece non crederà, sarà condannato» (Mc 16,15). Da qui deriva alla Chiesa l’impegno di diffondere la fede e la salvezza del Cristo, sia in forza dell’esplicito mandato che l’ordine episcopale, coadiuvato dai sacerdoti ed unito al successore di Pietro, supremo pastore della Chiesa, ha ereditato dagli apostoli, sia in forza di quell’influsso vitale che Cristo comunica alle sue membra: « Da lui infatti tutto quanto il corpo, connesso e compaginato per ogni congiuntura e legame, secondo l’attività propria di ciascuno dei suoi organi cresce e si autocostruisce nella carità» (Ef 4,16).
Pertanto la missione della Chiesa si esplica attraverso un’azione tale, per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l’influsso della grazia e della carità dello Spirito Santo, si fa pienamente ed attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà ed alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo. Questa missione continua, sviluppando nel corso della storia la missione del Cristo, inviato appunto a portare la buona novella ai poveri; per questo è necessario che la Chiesa, sempre sotto l’influsso dello Spirito di Cristo, segua la stessa strada seguita da questi, la strada cioè della povertà, dell’obbedienza, del servizio e del sacrificio di se stesso fino alla morte, da cui poi, risorgendo, egli uscì vincitore. Proprio con questa speranza procedettero tutti gli apostoli, che con le loro molteplici tribolazioni e sofferenze completarono quanto mancava ai patimenti di Cristo a vantaggio del suo corpo, la Chiesa. E spesso anche il sangue dei cristiani fu seme fecondo.
 
Non possedere due tuniche - Origene, In Evang. Luc., 23, 3: È infatti un dovere proprio degli apostoli, piuttosto che del popolo, che se uno ha due tuniche, una la dia a chi non ne ha. E perché tu sappia che questo consiglio conviene agli apostoli più che alle folle, ascolta ciò che il Salvatore dice loro: “Non portate per via due tuniche” (Mt 10,10).
Sta di fatto che questi due abiti, dei quali uno serve a vestirci e l’altro ci vien consigliato di darlo a chi non ne ha, hanno un altro significato. Insomma il Salvatore, così come noi «non dobbiamo servire due padroni» (cf. Lc 16,3; Mt 6,24), vuole che non possediamo due tuniche e non siamo avvolti in un duplice abito, in quanto uno è l’abito del vecchio uomo e l’altro l’abito dell’uomo nuovo. Egli al contrario desidera vivamente che noi «ci spogliamo del vecchio uomo per rivestirci dell’uomo nuovo» (cf. Col 3,9-10). Fin qui la spiegazione è facile.
Ma ci si chiede soprattutto perché, alla luce di questa interpretazione, venga ordinato di dare una tunica a chi non ne ha. Qual è l’uomo che non ha sul suo corpo neppure un abito, che è nudo, che non è coperto assolutamente da nessuna veste? Io non dico in verità che con questo precetto non ci venga comandato di essere generosi, di avere pietà per i poveri e di possedere una bontà illimitata, tanto da spingerci a coprire coloro che sono nudi coll’altra nostra tunica; ma affermo che questo passo ammette un’interpretazione più profonda. Noi dobbiamo donare una tunica a chi ne è completamente sprovvisto: chi è quest’uomo senza tunica? È colui che è assolutamente privo di Dio. Noi dobbiamo spogliarci e dare la tunica a chi è nudo. Uno possiede Dio, e l’altro, cioè il potere avversario, ne è del tutto privo. E così come sta scritto: “precipitiamo i nostri delitti in fondo al mare” (Mi 7,19), nello stesso senso dobbiamo buttar via lontano da noi i vizi e i peccati e gettarli su colui che è stato per noi la causa di essi.
 
Testimoni di Cristo -  San Pio da Pietrelcina - La misericordia infinita di Dio consola e guarisce le nostre ferite: È il bisogno di essere amati, accolti e rialzati ad accomunarci tutti. Una necessità dell’anima che attraversa tutta la nostra esistenza e che nel Crocifisso, ferito, morente ma poi risorto e portatore di luce, trova una fonte inesauribile di speranza. Sono i testimoni della misericordia come san Pio da Pietrelcina a ricordarcelo costantemente: nei cuori di chi si rivolgeva a lui, padre Pio, al secolo Francesco Forgione, sapeva depositare la saggezza e l’amore di Dio, toccando le persone nel profondo e portandole alla conversione. Una missione che trovò non pochi ostacoli, ma che ha fatto di san Pio uno dei santi del XX secolo più cari alla devozione popolare. Nato a Pietrelcina, in provincia e diocesi di Benevento, il 25 maggio 1887, era figlio dei contadini Grazio Forgione e Giuseppa De Nunzio. Il 22 gennaio 1903 entrò nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini al convento di Morcone, prendendo il nome di fra Pio da Pietrelcina. Il 10 agosto 1910 venne ordinato sacerdote, passando i successivi sei anni in famiglia per motivi di salute. Nel 1916 arrivò a San Giovanni Rotondo, nel convento di Santa Maria delle Grazie, dove per più di 50 anni visse il proprio ministero dedicandosi in particolare alle confessioni. Nel 1918 ricevette sul proprio corpo i segni della passione e poi accolse con pazienza le tante ispezioni disposte dalle autorità ecclesiastiche. Morì il 23 settembre 1968; beatificato nel 1999, è santo 2002. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
per grazia singolare
hai concesso al santo presbitero Pio [da Pietrelcina]
di partecipare alla croce del tuo Figlio,
e per mezzo del suo ministero
hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia;
per sua intercessione concedi a noi,
uniti costantemente alla passione di Cristo,
di poter giungere felicemente alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.