26 Settembre 2026
Sabato XXV Settimana del Tempo Ordinario
Qo 11,9-12,8; Salmo Responsoriale dal Salmo 89 (90); Lc 9,18-22
Avevano paura della croce. Lo stesso Pietro, dopo quella confessione solenne nella regione di Cesarea di Filippo, quando Gesù un’altra volta dice questo, rimprovera il Signore, gli dice: “No, mai, Signore! Questo no!” Aveva paura della croce. Ma non solo i discepoli, non solo Pietro, lo stesso Gesù aveva paura della croce. Lui non poteva ingannarsi, Lui sapeva. E tanta era la paura del Gesù che quella sera del giovedì ha sudato sangue. Tanta era la paura di Gesù che quasi ha detto le stesse parole di Pietro. Quasi. «Padre toglimi questo calice»; ma ha aggiunto, «sia fatta la tua volontà». Questa è la differenza. (…) Dobbiamo chiedere la grazia di non fuggire dalla croce quando verrà. Con paura, è vero... quello ci fa paura. (…) Vicinissima a Gesù in croce è sua madre, la sua mamma. Noi la preghiamo e sarà bene chiederle che ci faccia la grazia non di togliere il timore – quello deve venire... il timore della croce – ma la grazia di non spaventarci e fuggire dalla croce. Lei era lì e sa come si deve stare vicino alla croce. (Francesco - Omelia Santa Marta, 28 settembre 2013)
Liturgia della Parola - AI Overview: Il brano di Qoèlet (Qo 11,9-12,8) invita i giovani a vivere la vita con gioia e pienezza, ricordandosi però di Dio prima che arrivino gli anni difficili della vecchiaia e della fine terrena.
Temi principali: La gioia della giovinezza: Il testo dice di godere dei propri anni verdi e di seguire i desideri del cuore.
La responsabilità: Ogni azione compiuta ha un valore davanti a Dio.
Il valore del tempo: Bisogna ricordarsi del Creatore fin da giovani, prima che il corpo si indebolisca.
Il declino fisico: Gli ultimi versetti descrivono la vecchiaia con immagini poetiche come il buio della luce, il tremore delle mani e l’indebolimento del corpo.
La caducità: La vita umana è un soffio leggero che passa in fretta.
Vangelo
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
Gli Evangelisti presentano la missione di Gesù alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio. Un discorso che risulta ostico agli stessi Apostoli. È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,43b-45
In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
Parola del Signore
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 43 b Mentre tutti erano pieni di ammirazione per tutto ciò...; formula che introduce la seconda profezia della passione. Nel riferire questa predizione l’evangelista si distacca sensibilmente da Marco, che è il suo principale informatore: Si faccia attenzione alle espressioni ben marcate «mentre tutti», «per tutto ciò» che l’autore usa con frequenza. Luca pone la profezia della passione in un contesto differente da quello di Marco, poiché parla di ammirazione suscitata dall’attività di Gesù; egli quindi dà maggior rilievo al contesto psicologico che a quello storico, segnalato da Marco; nel secondo vangelo sono indicati il luogo (Galilea) e le persone (soltanto i discepoli); cf. Mc., 9, 30-31.
44 Voi mettete bene in mente...; letteral.: nelle orecchie; questo richiamo all’attenzione, che soltanto Luca ricorda, non va riferito al vers. precedente (come se i discepoli dovessero prestare molta attenzione alle espressioni di meraviglia del popolo oppure alle opere che Gesù aveva compiuto e che tutti ammiravano), bensì al seguente che contiene la predizione delle sofferenze del Maestro. Questa ci sembra la soluzione migliore, anche se non è condivisa da tutti gli studiosi. Luca intende porre in risalto questa importante profezia che sembra essere in contrasto con ciò che i fatti possono far pensare di Gesù. Il suo pensiero va parafrasato nel modo seguente: non vi lasciate ingannare dalla viva ammirazione che tutti hanno per il Maestro, perché lo attende una morte umiliante e dolorosa. Sarà dato nelle mani degli uomini; il testo della profezia è notevolmente più conciso di quello dei passi paralleli; con molta probabilità tale concisione dipende dal fatto che l’autore non amava ripetersi aggiungendo ulteriori particolari (uccisione e risurrezione; cf. Lc., 9, 22). L’espressione «sarà dato nelle mani degli uomini» che non ricorre nel testo della prima profezia (cf. Lc., 9, 22) è piena di senso, poiché nel linguaggio biblico il detto «cadere nelle mani degli uomini» significa la sorte dolorosa e crudele di una persona abbandonata da Dio e lasciata al potere degli uomini, cioè alla violenza ed all’arbitrio di essi.
45 Ma essi non comprendevano questo annunzio; contrariamente alla sua abitudine l’evangelista qui osserva che i discepoli non capirono «questa parola», secondo la traduzione letterale del testo greco, cioè la profezia della passione. A Luca interessa segnalare che la incomprensione dei discepoli era voluta misteriosamente da Dio e rientrava in un piano provvidenziale (rimaneva velato alle loro menti, perché non ne avvertissero il senso). Il rilievo ha un accento giovanneo, poiché richiama il modo misterioso in cui si esprime il quarto evangelista. I discepoli, nel momento attuale, non erano maturi, né sufficientemente illuminati per valutare l’importanza della passione nell’economia della salvezza; per ora bastava ad essi l’aver avuto il preannunzio delle sofferenze che dovrà subire il loro Maestro, poiché nel momento voluto da Dio i discepoli, richiamandosi queste parole, ne comprenderanno il pieno senso e ne apprezzeranno il valore profetico (cf. Lc., 24, 32, 44-45). Ed essi temevano di interrogarlo; l’annunzio della passione appariva loro cosi carico di mistero che i discepoli non osarono chiederne la spiegazione.
Per approfondire
Gesù sa che ormai la sua vita pubblica volge al termine e la sua morte cruenta è a un passo: Gesù sa che i suoi nemici, i farisei e i sadducei, e l’inferno intero (Lc 4,13) stanno affilando le armi per l’ultimo, decisivo assalto.
Gesù è consapevole di tutto questo, non è affatto turbato, ma si premura di istruire i suoi discepoli, coloro che avrebbero dovuto continuare la sua opera di salvezza nel mondo (2Ts 2,4). Non vuole che la sua morte orrenda, maledetta dalla Legge (Gal 3,13; cfr. Dt 21,23), colga gli Apostoli impreparati. Non vuole che la sua morte frantumi la loro debole fede. Non vuole che la sua morte, a motivo della loro estrema debolezza, possa gettarli tra gli artigli di satana (cfr. Lc 22,31). Vuole che la sua morte sia invece un messaggio di speranza, una porta spalancata sulla vita. Ecco perché vuol stare solo con i suoi discepoli: li vuole istruire fin nei più minuti dettagli perché comprendano, perché accettino la volontà del Padre. «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini...», è un’espressione biblica «che indica una prova tremenda, in cui il malcapitato può aspettarsi qualunque crudeltà e non può neppure far appello alla pietà o alla misericordia come farebbe con Dio [cfr. Mc 14,41; 2Sam 24,14; Sir 2,18]» (Adalberto Sisti Marco). Lo uccideranno, è il secondo annuncio che Gesù fa della sua imminente morte, ma i discepoli non comprendevano ancora, le parole di Gesù restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso. Non capivano le parole perché erano aggrappati a un messianismo rivoluzionario, non comprendevano perché per loro era impensabile che la potenza di Gesù si svelasse nella debolezza della morte. Avevano paura di chiedergli spiegazioni, di interrogarlo su questo argomento. Temevano che Gesù fugasse per sempre quelle esili certezze alle quali si erano abbarbicati nella speranza di aver capito male, di aver forse frainteso. In verità, non riuscivano ad entrare dentro gli ingranaggi del progetto salvifico: non riuscivano a capire perché la salvezza dell’uomo doveva passare necessariamente attraverso la morte del Verbo di Dio. E forse dentro questi ingranaggi non ci siamo entrati nemmeno noi.
Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini - Franco Giulio Brambilla: A partire dal senso che Gesù ha attribuito alla sua morte, i Vangeli sinottici, Paolo e il Vangelo di Giovanni non faranno altro che rileggere questo significato ricuperando le grandi immagini dell’Antico Testamento: la morte di Gesù è la “redenzione”, il “sacrificio”, il “riscatto”. La morte sulla croce manifesta un’eccedenza che rivela una Verità più profonda di ciò che appare. Sono tre gli aspetti che definiscono il senso profondo della morte in croce: essa rivela definitivamente chi è Gesù, chi è Dio e il destino dell’uomo.
Anzitutto, la morte di croce dice chi è Gesù: egli si rivela come colui che e completamente rivolto verso il Padre (cfr. Gv 1,18). L’abbandono fiducioso a Dio sulla croce dice che Cristo si definisce per la sua relazione al Padre: egli è il Figlio. Soprattutto nel momento in cui sembra messa in discussione la sua pretesa, la sua missione, la connessione tra il suo messaggio e la sua persona, egli non si fa valere neppure col pretesto di essere il profeta ultimo, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo la violenza e il rifiuto peccaminoso degli uomini. Il rifiuto di Dio si colloca così nel cuore della sua manifestazione. Ciò, però, non sconvolge il disegno di Dio, ma Dio assume, perdona, salva dal di dentro la stessa negazione degli uomini. Dio non scambia il peccato degli uomini con l’innocenza di Cristo. Dio, il Padre, assume questo rifiuto, lo porta su di sé; mandando il Figlio, viene egli stesso come il Padre suo, e lo stabilisce come luogo del perdono e della riconciliazione.
In secondo luogo, la morte di croce manifesta e comunica chi è DIO. La verità di Dio è la verità stessa della carità di Dio. La dedizione insuperabile e senza condizioni con cui Gesù si affida al Padre rivela che Dio è colui che è rivolto all’uomo, a cui comunica la sua vita stessa, donandogli il suo bene più prezioso: il Figlio suo (Rm 8,32). La struggente attesa di Israele di vedere il volto di Dio, di entrare nell’intimità della sua alleanza, nella Croce è svelata sul volto sfigurato di Gesù morente, proprio nel momento e nell’evento che è il frutto del suo più radicale rifiuto.
Infine, la donazione di Dio a Gesù e in Gesù agli uomini è il “luogo” del perdono, della riconciliazione, che supera dal di dentro lo stesso rifiuto di Dio e tutte le forme che lo rappresentano, la non comunione, l’abbandono, il tradimento, l’inimicizia, la violenza e, alla fine, la stessa morte. Gesù muore per tutti, nel duplice senso di “a causa” e di “a vantaggio” del peccato degli uomini, perché portandolo in sé lo riconcilia nel luogo stesso della sua negazione. Forse solo qui può trovare risposta la domanda: perché la Passione e la Croce di Gesù? Perché una morte così? La sofferenza, il dolore, la Croce, sono il prodotto del rifiuto di Dio, la conseguenza della sua negazione da parte della libertà umana. E il Padre in Cristo vi passa attraverso (e lo Spirito li tiene uniti nella massima separazione), supera il peccato dal di dentro, ricupera la libertà nel suo punto più intimo. Dio non salva automaticamente, non guarisce magicamente. Egli recupera la libertà facendola ritornare a ritroso, ed è noto quanto sia oneroso ricostruire una libertà ferita. Fin nel cuore dell’uomo, fin nelle profondità di tutta l’umanità, dal primo uomo fino alla fine dei tempi.
Essi però non capivano queste parole: «Questa ignoranza dei discepoli non nasce tanto dalla limitatezza del loro intelletto, quanto dall’amore che essi nutrivano per il Salvatore, questi uomini ancora carnali e ignari del mistero della croce, non avevano la forza di accettare che colui che essi avevano riconosciuto essere vero Dio tra poco sarebbe morto. Ed essendo abituati a sentirlo parlare per parabole, poiché inorridivano alla sola idea della sua morte, tentavano di dare un significato figurato anche a quanto egli diceva apertamente a proposito della sua cattura e della sua passione» (Beda il Venerabile).
Testimoni di Cristo - Santi Cosma e Damiano - Curare il corpo significa compiere un progetto: Cosa vuol dire guarire dalle nostre ferite? Cos’è veramente la salute? Per i cristiani il corpo è un tempio, è sacro e prezioso tanto quanto l’anima, è parte della nostra identità, ci permette di essere noi stessi. Ascoltarlo significa, quindi, anche capire chi siamo veramente. Ecco perché curare il fisico significa rispondere a una vocazione e aiutare il compimento di un progetto che è “globale” e riguarda tutte le dimensioni della nostra vita. Questo il messaggio che ci arriva oggi dalle figure dei santi Cosma e Damiano, testimoni dell’antico legame tra Vangelo e medicina, tra evangelizzazione e cura. In realtà mancano dati biografici precisi, anche se il culto e la devozione hanno radici antiche. Pare fossero due gemelli che, dopo gli studi medici in Siria, esercitavano gratuitamente il loro lavoro: per questo essi si guadagnarono il soprannome di anàrgiri (una parola greca che significa “senza argento”, quindi “senza denaro”). Per Cosma e Damiano la pratica medica era anche un modo per annunciare il Risorto e il suo messaggio di speranza. Questa missione, però, li portò al martirio forse nel 303 a Cirro, nei pressi di Antiochia, durante la persecuzione contro i cristiani dell’impero attuata da Diocleziano. Il 26 settembre, forse, corrisponde alla data della dedicazione a Roma della basilica che porta il loro nome e che fu edificata da Felice IV (525-530).
-> Ti glorifichi la Chiesa, Signore,
nel santo ricordo dei martiri Cosma e Damiano;
tu che hai dato loro la corona della gloria,
nella tua provvidenza
concedi a noi il conforto della loro protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
nel santo ricordo dei martiri Cosma e Damiano;
tu che hai dato loro la corona della gloria,
nella tua provvidenza
concedi a noi il conforto della loro protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo
hai posto il fondamento di tutta la legge,fa’ che osservando i tuoi comandamenti
possiamo giungere alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.