21 Agosto 2026
San Pio X, Papa
Ez 37,1-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 106 (107); Mt 22,34-40
Benedetto XVI (Udienza Generale 18 Agosto 2010): Il Pontificato di san Pio X ha lasciato un segno indelebile nella storia della Chiesa e fu caratterizzato da un notevole sforzo di riforma, sintetizzata nel motto Instaurare omnia in Christo, “Rinnovare tutte le cose in Cristo”. I suoi interventi, infatti, coinvolsero i diversi ambiti ecclesiali. Fin dagli inizi si dedicò alla riorganizzazione della Curia Romana; poi diede avvio ai lavori per la redazione del Codice di Diritto Canonico, promulgato dal suo Successore Benedetto XV. Promosse, poi, la revisione degli studi e dell’“iter” di formazione dei futuri sacerdoti, fondando anche vari Seminari regionali, attrezzati con buone biblioteche e professori preparati. Un altro settore importante fu quello della formazione dottrinale del Popolo di Dio. Fin dagli anni in cui era parroco aveva redatto egli stesso un catechismo e durante l’Episcopato a Mantova aveva lavorato affinché si giungesse ad un catechismo unico, se non universale, almeno italiano. Da autentico pastore aveva compreso che la situazione dell’epoca, anche per il fenomeno dell’emigrazione, rendeva necessario un catechismo a cui ogni fedele potesse riferirsi indipendentemente dal luogo e dalle circostanze di vita. Da Pontefice approntò un testo di dottrina cristiana per la diocesi di Roma, che si diffuse poi in tutta Italia e nel mondo. Questo Catechismo chiamato “di Pio X” è stato per molti una guida sicura nell’apprendere le verità della fede per il linguaggio semplice, chiaro e preciso e per l’efficacia espositiva.
Fedele al compito di confermare i fratelli nella fede, san Pio X, di fronte ad alcune tendenze che si manifestarono in ambito teologico alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, intervenne con decisione, condannando il “Modernismo”, per difendere i fedeli da concezioni erronee e promuovere un approfondimento scientifico della Rivelazione in consonanza con la Tradizione della Chiesa. Il 7 maggio 1909, con la Lettera apostolica Vinea electa, fondò il Pontificio Istituto Biblico. Gli ultimi mesi della sua vita furono funestati dai bagliori della guerra. L’appello ai cattolici del mondo, lanciato il 2 agosto 1914 per esprimere «l’acerbo dolore» dell’ora presente, era il grido sofferente del padre che vede i figli schierarsi l’uno contro l’altro. Morì di lì a poco, il 20 agosto e la sua fama di santità iniziò a diffondersi subito presso il popolo cristiano.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - AI MODE: Il passo di Ezechiele 37,1-14 contiene la celebre visione delle ossa aride, una delle metafore più potenti dell’intero Antico Testamento sul tema della rinascita spirituale e nazionale.
Struttura del testo
Il brano si divide in due momenti principali guidati dall’azione dello Spirito di Dio:
La valle della morte (vv. 1-3): Il profeta viene trasportato in una valle piena di ossa umane calcinate, secche e senza vita, che simboleggiano la totale disperazione del popolo.
La prima profezia (vv. 4-8): Ezechiele ordina alle ossa di ricomporsi. I tendini, la carne e la pelle ricoprono lo scheletro, ricostruendo i corpi che restano però ancora inanimati.
La seconda profezia (vv. 9-10): Il profeta invoca lo “spirito” (in ebraico ruah, che significa anche vento o soffio) dai quattro venti. I corpi riprendono vita e si alzano in piedi, formando un esercito immenso.
La spiegazione teologica (vv. 11-14): Dio interpreta la visione direttamente per Ezechiele. Le ossa sono la casa d’Israele in esilio a Babilonia, che si sente ormai perduta e “morta”.
Significato principale
Il messaggio centrale del testo non è in prima battuta una dottrina sulla risurrezione dei corpi alla fine dei tempi, ma una profezia di speranza storica. Dio promette di liberare Israele dalla tomba dell’esilio babilonese, di infondere nuovamente il suo Spirito vitale nel popolo e di ricondurlo nella terra dei padri. Nella tradizione cristiana successiva, il testo è stato letto anche come prefigurazione della risurrezione di Cristo e della rinascita interiore dell’uomo attraverso lo Spirito Santo.
Vangelo
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
Quanto chiesto dai farisei a Gesù sembra una domanda superflua, una discussione di lana caprina, invece per i farisei è una domanda vitale sopra tutto perché erano costretti a districarsi tra una miriade di precetti, di norme e di comandamenti. La risposta di Gesù è lapalissiana: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”». I due comandamenti devono essere ambedue osservati, ma la loro congiunzione è fondamentale perché l’amore verso il prossimo palesa che l’amore verso Dio è veramente genuino: “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1Gv 4,20).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
Gli rispose: «”Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
Parola del Signore
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 36 Quale è il più grande comandamento della Legge? Forse il problema era agitato nelle scuole rabbiniche, le quali avevano raccolto i precetti legali e li avevano divisi in precetti gravi e leggeri, piccoli e grandi. L’interrogante non domanda di sapere quali sono i grandi precetti, ma qual è il più grande di tutti.
37 Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ... con tutta la mente tua; queste parole sono una citazione del Deuteronomio 6, 5; il comandamento era ben noto agli Ebrei, poiché iniziava la preghiera dello Shema’ (ascolta) che essi recitavano quotidianamente (cf. Mc., 12, 29). Il comandamento richiede la soggezione del cuore (nel linguaggio ebraico il cuore è la sede dell’intelligenza) e dell’anima (la sede dei sentimenti) a Dio, fatta con una totale dedizione dell’uomo. Con tutta la mente tua; la parola “mente” (διάνοια) è dovuta probabilmente al traduttore greco, il testo ebraico del Deuteronomio ha: con tutta la tua forza.
39 Amerai il tuo prossimo come te stesso; citazione del Levitico, 19, 18. La presentazione dell’amore del prossimo come il secondo comandamento da non disgiungersi dal primo (il secondo gli è equivalente) rivela apertamente il pensiero di Cristo. Egli, quantunque non richiesto, afferma che l’amore di Dio è la fonte dell’amore del prossimo e che, di conseguenza, i due precetti sono inseparabili; l’amore del prossimo infatti va considerato come una ridondanza dell’amore di Dio; chi ama il creatore, ama anche le sue creature. Il tuo prossimo; Gesù non spiega il termine (cf. Lc., 10, 25-37), ma ad esso va dato il senso più ampio, cioè: ogni uomo che ha bisogno di noi.
40 A questi due comandamenti si riallacciano tutta la Legge e i Profeti; il testo greco, che si ispira all’aramaico, suggerisce l’idea di pendere (κρέμαται); la Legge ed i Profeti pendono da questi due comandamenti. L’immagine non è espressiva per la nostra lingua; noi diremmo: la Legge ed i Profeti poggiano su questi due comandamenti. La frase richiama Mt., 5, 17 e ne conferma il principio; Gesù è venuto a perfezionare l’insegnamento contenuto nella Legge e nei Profeti con la promulgazione dei due precetti della carità.
Per approfondire
Amerai il prossimo tuo come te stesso - Nel Nuovo Testamento s’impone subito all’attenzione nostra un detto di Gesù che, rispondendo alla domanda di un rabbino circa il comandamento più importante, anzitutto riporta letteralmente dal libro del Dt il comandamento dell’amore totale di Dio, ma poi aggiunge la citazione del comandamento dell’amore del prossimo di Lv 19,18 (Cf. Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28).
Già nell’Antico Testamento era presente la problematica del comandamento più importante. Nello schema della conclusione dell’alleanza era prevista la proclamazione della stipulazione fondamentale che precedeva l’elenco delle condizioni secondarie. Nel Dt il comandamento dell’amore di Dio era inteso appunto come stipulazione principale. Gesù dunque nella prima parte della sua risposta non fa che ripetere un luogo tradizionale. Più originale invece si mostra nell’abbinare il comandamento dell’amore del prossimo. Infatti, è vero che nel giudaismo questa prescrizione del Lv era intesa come sintesi di tutta la legge e che non erano mancate voci che avevano accostato i due comandamenti.
Ma prima di Gesù nessuno li aveva equiparati con tanta chiarezza e forza.
Ma che cosa significa di fatto parlare del comandamento più grande? Vuol dire che le esigenze divine sono ricondotte ad unità. Cristo è venuto come portavoce autorizzato della parola definitiva del Padre all’umanità: parola che, a suo giudizio, ruota attorno al perno dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Il confronto di chi si apre nella fede alla prospettiva del regno annunciato da Cristo non avviene sulla base di numerose prescrizioni e proibizioni, ma in rapporto a un atteggiamento fondamentale capace di dare coesione alla vita religiosa ed etica della persona. Nella stessa visuale si colloca la cosiddetta regola d’oro dell’azione umana, testimoniata da Matteo e da Luca: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; Cf. Lc 6,31). Sia pure in forma negativa, era già nota nel mondo giudaico. Gesù l’ha fatta propria dandole forma positiva. Non si pensi però che questo sia un cambiamento di grande importanza. Più significativo nella parola di Cristo è invece l’orizzonte in cui è fatta valere: il regno di Dio viene incontro all’uomo e lo provoca ad un atteggiamento di apertura e disponibilità. Ebbene, l’amore fattivo del prossimo costituisce la quintessenza della conversione dell’uomo al lieto annuncio del messia. Non è poi senza peso che nella regola d’oro l’amore sia inteso come un fare: si tratta di amore che chiama in causa la prassi dell’uomo.
Infine, non deve passare inosservato che si tratta di un comandamento. Ci si meraviglierà che l’amore sia comandato: il proverbio popolare non dice forse che al cuore non si comanda? Ma in questo modo non si comprende il significato vero dell’amore. In realtà, la Bibbia mette a confronto la volontà dell’uomo con la volontà di Dio. L’amore del prossimo esprime la nostra obbedienza al Padre, che vuole catturare la nostra volontà, ma per volgerne la prassi verso gli altri.
Resta da determinare chi è il prossimo per Gesù.
I due amori - Claude Wiener (Dizionario di Teologia Biblica): Da un capo all’altro del Nuovo Testamento l’amore del prossimo appare indissociabile dall’amore di Dio: i due comandamenti sono il vertice e la chiave della legge (Mc 12,28-33 par.) la carità fraterna è la realizzazione di ogni esistenza morale (Gal 5,14; 6,2; Rom 13,8s; Col 3,14), è in definitiva l’unico comandamento (Gv 15,12; 2 Gv 5), l’opera unica e multiforme di ogni fede viva (Gal 5,6.22): Chi non ama il fratello che vede, non può amare quel Dio che non vede... amiamo i figli di Dio quando amiamo Dio» (1Gv 4,20s). Non si potrebbe affermare meglio che, in sostanza, non c’è che un solo amore. L’amore del prossimo è quindi essenzialmente religioso; non è una semplice filantropia.
Anzitutto è religioso per il suo modello: imitare l’amore stesso di Dio (Mt 5,44 s; Ef 5,1s. 25; 1Gv 4,11s). Poi, e soprattutto, per la sua sorgente, perché è l’opera di Dio in noi: come potremmo essere misericordiosi come il Padre celeste (Lc 6,36), se il Signore non ce lo insegnasse (1Tess 4,9), se lo Spirito non lo effondesse nei nostri cuori (Rom 5,5; 15,30)? Questo amore viene da Dio ed esiste in noi per il fatto stesso che Dio ci prende come figli (1Gv 4,7). E, venuto da Dio, esso ritorna a lui: amando i nostri fratelli, amiamo il Signore stesso (Mt 25,40), perché tutti assieme forniamo il corpo di Cristo (Rom 12,5-10; 1Cor 12,12-17). Questo è il modo in cui possiamo rispondere all’amore con cui Dio ci ha amati per primo (1Gv 3,16; 4,19s). In attesa della parusia del Signore, la carità è l’esigenza essenziale, in base alla quale gli uomini saranno giudicati (Mt 25,31-46). Questo è il testamento lasciato da Gesù: «Amatevi gli imi gli altri, come io vi ho amati» (Gv 13,34s). L’atto d’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso gli atti dei discepoli. Questo comandamento, benché antico perché legato alle sorgenti stesse della rivelazione (1Gv 2,7s), è nuovo: di fatto Gesù ha inaugurato una nuova era mediante il suo sacrificio, fondando la nuova comunità annunziata dai profeti, donando ad ognuno lo Spirito che crea dei cuori nuovi. Se dunque i due comandamenti sono uniti, si è perché l’amore di Cristo continua ad esprimersi attraverso la carità che i discepoli manifestano tra loro.
La Legge e i profeti in breve - Origene, Commento a Matteo 4: In seguito ti chiederai in che senso tutta la Legge e i profeti dipendono da questi due comandamenti. Sembra infatti che il testo voglia dire che qualunque cosa sia scritta nell’Esodo, nel Levitico, nei Numeri o nel Deuteronomio dipenda da questi due comandamenti. Ma come può una legge stabilita per i lebbrosi, per quelli che soffrono flusso di sangue, o per le donne durante le mestruazioni, dipendere da questi due comandamenti? Ed inoltre, come una profezia pronunciata sulla presa di Gerusalemme (cf. Is 5, 1-30), una visione dell’Egitto presso Isaia (cf. Is 19, 1-25) e gli altri profeti, come una visione di Tiro (cf. Is 23, 1-18) o qualunque profezia su Tiro o sul suo principe (cf. Ez 28,12-19), e come una visione di quadrupedi nel deserto in Isaia (cf. Is 30,6-7), possono dipendere da questi due comandamenti? Ecco il mio parere su questo punto. Colui che ha compiuto tutte le prescrizioni riguardanti l’amore di Dio e del prossimo merita di ricevere da Dio i più grandi favori.
Testimoni di Cristo - San Pio X - Il dialogo con il mondo non è seguire le mode: I cristiani nel mondo sono chiamati a essere «segno di contraddizione», testimoni, cioè, di un mistero che non può essere incasellato nelle logiche del mondo, né tantomeno seguire un generico “senso comune” o delle mode. Ecco perché, se inteso in modo errato, il dialogo con il mondo può portare alla paradossale negazione dell’identità della comunità dei credenti. Parlare all’umanità, infatti, significa proporre il “totalmente altro”, la vita di Dio, con un linguaggio comprensibile ma senza temere di andare controcorrente. Fu questa consapevolezza a guidare la preoccupazione di san Pio X, che nella «Pascendi Dominici gregis» affrontò con chiarezza il nodo fondamentale del rapporto tra Chiesa e modernità. Nato a Riese (Treviso) nel 1835, ordinato prete nel 1858 e scelto come vescovo di Mantova nel 1884, Giuseppe Sarto era di origini contadine e percorse tutte le tappe del ministero pastorale, da cappellano a Papa. Nel 1893 divenne patriarca di Venezia e 10 anni dopo venne eletto Papa, mettendo mano a una rigorosa riforma della Chiesa a partire dall’organizzazione della Curia Romana. Suo il catechismo che per molti decenni ha formato i cristiani. Pio X promosse, tra l’altro, la riforma liturgica e la redazione di un Codice di diritto canonico. Morì nel 1914. (Matteo Liut)
O Dio, che per difendere la fede cattolica
e ristabilire ogni cosa in Cristo
hai colmato di celeste sapienza
e di apostolica fortezza il santo papa Pio X,
fa’ che, seguendo il suo insegnamento e il suo esempio,
giungiamo al premio eterno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.