26 Aprile 2026
IV Domenica di Pasqua
At 2,14.36-41; Salmo responsoriale Dal Salmo 22 (23); 1Pt 2,20b-25; Gv 10,1-10
Io sono il buon pastore, dice il Signore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. (Gv 10,14 - Acclamazione al Vangelo)
Colomban Lesquivit e X. Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Biblica): Secondo Giovanni, il discorso del buon pastore inaugurava la Chiesa: Gesù accoglie il cieco-nato guarito, scacciato dalla sinagoga dai capi malvagi di Israele. Pietro, dopo la risurrezione, riceve la missione di pascere tutta la Chiesa (21, 16). Altri «pastori» (Ef 4, 11) sono incaricati di vegliare sulle chiese: gli «anziani» e gli «episcopi» (1 Piet 5, 1 ss; Atti 20, 28). Sull’esempio del Signore, essi devono cercare la pecora smarrita (Mt 18, 12 ss), vegliare contro i lupi rapaci che non risparmieranno il gregge, contro i falsi dottori che trascinano nell’eresia (Atti 20; 28 ss).
L’appellativo di «pastore» deve evocare da solo le loro qualità ed il comportamento di Jahvè nel VT; il NT ne ricorda alcuni tratti: bisogna pascere la Chiesa di Dio con lo slancio del cuore, in modo disinteressato (cfr. Ez 34, 2 s), diventando i modelli del gregge; allora «sarete ricompensati dal capo dei pastori» (1 Piet 5, 3 s).
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Dio lo ha costituito Signore e Cristo: La prima lettura è la conclusione del discorso di Pietro tenuto il giorno di Pentecoste. La parola di Pietro è particolarmente efficace: toccando il cuore della folla, la dispone ad accogliere con gioia il dono della salvezza.
Ritroviamo l’atmosfera degli inizi del Vangelo, quando Giovanni Battista invitava il popolo d’Israele alla conversione, alla penitenza, al battesimo (Cf. Lc 3,10).
Seconda Lettura - Siete stati ricondotti al pastore delle vostre anime: Pietro esorta gli schiavi a sopportare pazientemente la sofferenza, soprattutto quando è inflitta ingiustamente. Umanamente impossibile, è possibile se si tiene fisso lo sguardo su Gesù, il quale, per la salvezza degli uomini, «di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore» (Eb 12,2; Cf. Eb 12,3). Soffrire pazientemente è gradito a Dio e fa parte della vocazione cristiana: è l’unica via maestra che conduce il discepolo al possesso della gloria eterna.
Vangelo
Io sono la porta delle pecore.
Gesù, con l’allegoria evangelica della «Porta delle pecore», si presenta anche come «il Pastore grande» (Eb 13,20) del popolo eletto e del mondo intero: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,16).
Egli si rivolge alle guide spirituali del popolo eletto e contro di esse riprende le accuse che i profeti rivolgevano ai cattivi pastori i quali, pascendo se stessi, disperdevano il gregge loro affidato: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge”» (Ez 34,2; Ger 23,1).
Gesù è il buon pastore che le pecore seguono perché ne conoscono la voce come egli le conosce una ad una. L’immagine della porta è usata nella sacra Scrittura per designare l’accesso al mondo di Dio (Cf. Gen 28,17).
Qui, affermando di essere la porta, Gesù dà all’immagine lo stesso significato positivo: passando attraverso di lui, e soltanto attraverso di lui, si accede alla salvezza, alla vita. Cristo Gesù è dunque il pastore-messia atteso dal popolo d’Israele, è «il pastore che finalmente redimerà il gregge di Iahvé e lo renderà giusto e santo agli occhi di Dio» (Giorgio Fornasari).
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Parola del Signore.
Io sono la porta delle pecore - La similitudine della Porta delle pecore (Gv 10,1-10) segue il racconto del miracolo del cieco nato (Cf. Gv 9,1-41) e quindi fa ben intendere a chi è rivolta.
... chi non entra nel recinto ... L’ovile, costruito in luogo soleggiato, era una costruzione bassa, ad arcate, con un recinto costituito quasi sempre da un muro a secco. Il pastore si sdraiava attraverso l’apertura e fungeva da porta per le pecore. A custodire il gregge era posto un guardiano per impedire ai ladri di rubare le pecore.
Solo chi entrava dalla porta veniva riconosciuto dal guardiano e dalle pecore. Il vivere con le pecore «in un luogo isolato fa sì che crei un rapporto speciale tra il pastore e le pecore. I pastori conoscono talmente bene le loro pecore che queste rispondono istantaneamente alla loro voce. Il pastore chiama ogni pecora per nome, e il nome indica qualcosa del carattere e del modo di comportarsi della pecora» (Ralph Gower).
A questa intimità si riferisce Gesù quando dice di conoscere le sue pecore, per cui quando sono chiamate rispondono alla sua voce.
Il termine recinto (greco aulè) nella versione greca dei Settanta è usato per indicare il vestibolo del tempio. Forse, idealmente, Gesù vuole trasportare i suoi ascoltatori in questo luogo santo, tanto amato dal popolo eletto ed emblema e centro spirituale del giudaismo: così facendo, Gesù dà alle sue parole una valenza altamente pregnante di significato teologico-pastorale.
Il recinto aveva una porta, o un cancello. Gesù è la porta per la quale entrano i veri pastori e dalla quale si esce per trovare il pascolo, cioè per essere salvi e per avere la vita in abbondanza. Applicando a sé l’immagine della porta, Gesù «esprime in maniera unitaria due fondamentali verità: da una parte, egli è mediatore della salvezza, via di accesso unica ai beni messianici; dall’altra, egli stesso è il nuovo Tempio, che si sostituisce definitivamente a quello vecchio materiale [Cf. Gv 2,13-22], cioè non più tramite ma luogo stesso in cui il nuovo Popolo trova la sua salvezza. Così si spiegano le promesse di una comunione piena e senza ostacoli tra Lui e i credenti [espressa mediante i termini contrari di entrare e di uscire], di pascolo e di nutrimento, anzi di vita data loro in abbondanza» (P. Adriano Schenker, o.p. - Rosario Scognamiglio, o.p.).
Gesù disse loro questa similitudine. Similitudine (paroimía) è un termine esclusivo di Giovanni, che ricorre ancora in 16,25.29, mentre i Sinottici parlano di parabola (parabolè), ma il senso è lo stesso. Gesù, palesemente, si rivolge ai farisei, guide cieche del popolo d’Israele: un duro rimprovero se la parabola è letta sopra tutto alla luce dei testi di Ez 34,1ss e di Zac 23,1-3.
In verità, in verità io vi dico ... traslitterazione dell’ebraico amen e sta per certamente, veramente, sinceramente. Il suo uso dà autorevolezza al discorso. Gesù insegna con autorità (Cf. Lc 4,31) al contrario degli scribi (Cf. Mt 7,29) e dei profeti che usavano le parole “Dice il Signore”.
... io sono la porta delle pecore, questa affermazione riporta il lettore-credente a tutta una serie di analoghe affermazioni costruite con il verbo «Io sono», uniche nel discorrere giovanneo: il pane della vita (Gv 6,35.48.51), la luce del mondo (Gv 8,12), la risurrezione e la vita (Gv 11,25), la via, la verità e la vita (Gv 14,6), la vera vite (Gv 15,15).
Queste affermazioni nelle menti occluse dei farisei avevano un effetto devastante.
Gesù nei suoi insegnamenti si appropriava di questo attributo tipico di YHWH (Cf. Es 3,14; Is 43,25) per manifestare la sua natura divina. Per le guide cieche d’Israele non poteva non essere che intollerabile e inaccettabile: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33). Scandalizzandosi e non accettando la rivelazione del Cristo, i farisei si pongono tra le fila di tutti coloro che sono venuti prima di lui, autodichiarandosi ladri e briganti. Chi si arroga il diritto di pascere le pecore di Dio rifiutando di passare dall’unica porta piomba nel mondo delle tenebre che, per così dire, è anteriore all’apparire di Cristo, luce del mondo. Vi è un solo modo per reggere legittimamente il gregge: bisogna passare per Gesù (Cf. Gv 21,15-17).
Io sono la porta ... Gesù è la porta delle pecore: è l’unico mediatore della salvezza, «in nessun altro c’è salvezza» (Atti 4,12). Chi cerca «vita e felicità fuori e lungi dal Cristo, si illude: troverà solo amarezza e rovina. Chi si allontana dalla fonte d’acqua viva, si scava cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua (Ger 2,13), o si abbevera ad acque limacciose e inquinate. Chi vuole conseguire la salvezza, servendosi di altri mediatori, giungerà alla perdizione. L’unico mediatore tra Dio e gli uomini è Gesù Cristo [1Tm 2,5]. Egli è l’unico salvatore del genere umano, il sigillo dell’amore del Padre per il mondo [Gv 3,16s; 1Gv 4,14-16]» (Salvatore A. Panimolle).
Per approfondire
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): Io sono la porta ... Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti … La proclamazione iniziale «Io sono la porta delle pecore» può essere compresa in due maniere: Gesù è la porta per la quale si accede alle pecore, oppure è la porta attraverso la quale passano le pecore. La porta è destinata a coloro che vanno verso le pecore, oppure essa è destinata all’entrata e uscita delle pecore. Secondo la prima lettura, la più comune tra i commentatori, Gesù affermerebbe di essere il solo mediatore per arrivare efficacemente alle pecore, e questo è stato interpretato come l’esigenza di fedeltà a Gesù da parte dei pastori della Chiesa. Ma il contesto dei vv. 7-10 si oppone a questa lettura: qui non è questione di molti pastori ma di uno solo, e i personaggi diversi da lui non vengono nell’ovile per pascolare le pecore, essi le uccidono. È totale il contrasto tra il pericolo che essi rappresentano per le pecore e la vita alla quale Gesù dona loro di accedere. Del resto, Gesù non dice che egli è «la porta dell’ovile», ma «delle pecore». Gli sforzi dei critici per legittimare la prima lettura si basano in definitiva su una indebita allegorizzazione della porta menzionata nel quadro simbolico. Gesù non si presenta come il mediatore dei futuri pastori; questa estensione avverrà solo più tardi nella letteratura ecclesiastica. Il v. 8 presenta una difficoltà: chi sono coloro che sono «venuti prima di me», bollati come ladri e briganti? Gesù non si riferisce certamente ai patriarchi e ai profeti d’Israele, di cui ha fatto i suoi testimoni o ha ricordato gli annunci, né al precursore che pure è venuto prima di lui. Costoro, i credenti li hanno ascoltati! D’altra parte, l’esclusione è radicale. Per comprenderla conviene partire dal contesto, dove la Porta, che è Gesù, apre l’ingresso alla vita; Gesù esclude che chiunque altro, all’infuori di lui, possa condurre alla vita sovrabbondante; questo è il senso di «prima di me». Ma per qual motivo qualificare questi intrusi come ladri e briganti?
Il termine «ladro» assume il suo vero significato se, ancora una volta, si tiene conto del contesto.
Non si tratta di colui che ruba al suo simile qualcosa che gli appartiene; in questo testo ciò che viene rubato sono le pecore, ed esse appartengono a Dio stesso. Se Gesù le ha chiamate «sue», l’ha detto in quanto gliele ha donate il Padre (v. 29), e il Padre e il Figlio hanno tutto in comune. Il ladro qui è uno che ruba a Dio: ruba a Dio le sue pecore; è un tentativo estremo di usurpazione. Ora Dio è un Dio geloso, dice la Scrittura (Es 20,5; 34,14); e Gesù, il cui zelo per la casa del Padre lo condurrà alla morte (2,17), lo sa bene.
Venendo per derubare ciò che appartiene a Dio, questi intrusi non possono che «farle perire» (apollymi) - termine che designa la perdizione definitiva in senso spirituale (Cf. per es. 12,25) - per il fatto che essi le allontanano dalla voce del Figlio.
Quanto al verbo «sacrificare» (thyo, spesso qui mal tradotto con sgozzare), si adatta a uno che ruba a Dio, poiché evoca una parodia di sacrificio.
Inversamente Gesù, che al versetto 9 si designa non più come «la porta delle pecore» ma come «la Porta» semplicemente, conduce alla vita. La «salvezza», ottenuta da colui che passa attraverso il Figlio, è dipinta mediante immagini. L’una deriva dalla metafora della porta, l’altra dalla vita pastorale. L’espressione «entrare e uscire», senza indicazione di luogo, significa per se stessa la libertà di qualcuno nella vita ordinaria, dato che la coppia di termini opposti indica una totalità. La si incontra in Nm 27,17 in connessione col tema del gregge di Jhwh. Nel nostro testo essa dice la piena libertà del credente. I «pascoli», simbolo di vita opulenta, preparano la sovrabbondanza su cui si chiude il v. 10 dove si può cogliere un’eco del Salmo 23.
Questa parola di Gesù non dice una cosa diversa da ciò che abbiamo già letto in precedenza, per es. al capitolo 6 nel discorso sul Padrone della vita. Qui però è sottolineata la situazione di pericolo per le pecore che potrebbero andare perdute se non interviene il Figlio e se esse non ascoltano lui solo.
Clemente di Alessandria, Protrepticon, I, 10, 2-3 - Le porte del Logos: Quanto a voi, se desiderate davvero vedere Dio, prendete parte a cerimonie di purificazione degne di Dio, senza foglie di lauro, né nastri ornati di lana e di porpora; essendovi coronati di giustizia e con la fronte cinta delle foglie della continenza, occupatevi con cura di Cristo; poiché “io sono la porta” (Gv 10,9), dice egli in un certo passo; porta che occorre imparare a conoscere, se si vuol conoscere Dio, in modo tale che egli apra davanti a noi tutte le porte del cielo.
Sono infatti ragionevoli, le porte del Logos, che la chiave della fede ci apre: “Nessuno conosce Dio, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha rivelato” (Mt 11,27). Questa porta chiusa fino ad ora, ne sono sicuro, rivela inoltre a chi la apre ciò che sta all’interno e mostra quel che non si poteva conoscere in precedenza, senza essere passati per il Cristo, unico intermediario che conferisce l’iniziazione rivelatrice di Dio.
Testimoni di Cristo - Beata Alda (Aldobrandesca) da Siena Vedova (Siena, 28 febbraio 1245 - Siena, 26 aprile 1309): Nacque a Siena il 28 febbraio 1245 dal nobile Pietro Francesco Ponzi e da Agnese Bulgarini. Alda, dopo una buona educazione, fu data in sposa al concittadino Bindo Bellanti, uomo «virtutibus ornatissimus», dal quale, però, non ebbe figli. Dopo la morte prematura del marito, Alda vestì l’abito del Terz’ordine degli Umiliati e si diede a vita penitente nella solitudine di una sua piccola proprietà.
Passò gli ultimi anni nell’ospedale di Sant’Andrea, in seguito detto di Sant’Onofrio, dedicandosi al servizio dei poveri, degli infermi e dei pellegrini. Morì il 26 aprile 1309 e fu sepolta nella chiesa di San Tommaso in Siena, appartenente agli Umiliati. Il suo culto ebbe diffusione nell’Ordine degli Umiliati. (Avvenire)
O Dio, nostro Padre,
che hai inviato il tuo Figlio, porta della nostra salvezza,
infondi in noi la sapienza dello Spirito,
perché sappiamo riconoscere la voce di Cristo,
buon pastore, che ci dona la vita in abbondanza.
Egli è Dio, e vive e regna con te.