17 Luglio 2026
 
Venerdì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 38,1-6.21-22.7-8; Salmo Responsoriale Is 38,10-12.16; Mt 12,1-8
 
Santa Marcellina Vergine - Sorella maggiore di S. Satiro e S. Ambrogio, nacque a Treviri nel 330, dove si trovava il padre in qualità di altro funzionario imperiale. S. Ambrogio attesta che la sorella Marcellina avrebbe ricevuto il velo verginale da Papa Liberio nella Basilica di San Pietro in Vaticano, nel Natale del 353, così com’era d’usanza per le donne che si consacravano. Ambrogio morì nel 397, Marcellina invece spirò il 17 Luglio del 400 e venne sepolta presso la tomba del fratello, nella Basilica di S. Ambrogio; San Simpliciano sarebbe l’autore dell’iscrizione sepolcrale della Santa. Nel 1722 i resti di Marcellina vennero tolti dal sepolcro e custoditi in sacrestia, ma nel 1812 vennero solennemente traslati nell’apposita Cappella in suo onore, nel frattempo fatta erigere all’interno della Basilica di S. Ambrogio. Sono rimaste a noi tre lettere inviate a Marcellina dal fratello Ambrogio; inoltre nel discorso funebre per il fratello Satiro, Ambrogio mette in risalto il grande dolore provato dalla sorella in quella circostanza. Nel 1838 Monsignor Biraghi fondava a Cernusco sul Naviglio, l’Istituto religioso delle marcelline, in onore della Santa; il nuovo Istituto si concentrava sull’educazione culturale e morale della gioventù. Nella Certosa di Pavia si trova un dipinto di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, che raffigura la Santa in compagnia di San Satiro, San Gervasio e San Protasio, patroni di Milano, davanti al trono vescovile in cui siede Ambrogio; il dipinto mette in luce un carattere distintivo di Marcellina, quello di educatrice dei fratelli minori Satiro e Ambrogio. Inoltre agli Invalides di Parigi esisteva una statua della Santa, scomparsa però, durante gli scempi della rivoluzione francese. (fonte:santiebeati.it)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Gallego - La pericope presente è un caso concreto del fatto che Isaia dovette confermare i suoi vaticini con risposte concrete e persino con segni razionalmente inesplicabili. In questo modo la sua parola acquistava la certezza della conferma divina.
Ezechia si ammalò gravemente. Il profeta gli confermò da parte di Dio che era spacciato: « Morirai », gli disse. Ezechia interpretò questa sua morte precoce come un castigo di Dio. Dunque, non era stato fedele a Yahveh? Non aveva riparato a tutto il male operato da suo padre Acaz? Come può morire il giusto nel fiore degli anni? Yahveh ritorna sulla sua decisione e aggiunge alla vita del re quindici anni.
Sarebbe esagerato voler fare di questa prima parte del racconto un problema teologico medievale di prescienza e di volubilità divina. È certo che Isaia si esprime in un modo assoluto, ma sappiamo che, nella Bibbia, la minaccia divina non è mai assoluta, nonostante i termini con cui è espressa, bensì condizionata dalla risposta umana. È una delle caratteristiche del genere letterario semita.
La promessa divina va oltre il prolungamento della vita del re: tanto lui come la città saranno liberati dall’oppressione del re degli assiri. Il re, infatti, ricupera la salute grazie a un cataplasma di fichi preparato dallo stesso profeta. Ma la liberazione? Il re esige un segno. Non è in gioco la sua vita, ma quella del popolo. D’altra parte, egli ha motivi per dubitare. Il profeta non gli aveva detto, in un primo momento, che sarebbe morto; e poi aveva cambiato opinione e gli aveva promesso la vita? E non poteva cambiare opinione anche ora riguardo alla sua liberazione dalle mani degli assiri?
Isaia gli offre un vero miracolo, un fatto umanamente inspiegabile: l’ombra sarebbe retrocessa di dieci gradi nell’orologio da sole, che suo padre Acaz aveva importato da Damasco. Erodoto ci racconta che furono proprio i babilonesi gli inventori dell’orologio solare. Il miracolo si compì e avvenne anche la liberazione.
Abbiamo qui un bello scontro fra il re e il profeta, scontro nel quale l’unico vincitore è Yahveh. In questo caso, fu necessario un segno straordinario. La norma è che i segni siano ordinari e persino volgari. Comunque sia, la cosa veramente importante è saperli intendere secondo la volontà di Dio. Il cristiano ha oggi la via spianata con la garanzia che gli offre la Chiesa, interprete fedele della  rivelazione.
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato.
 
Gesù non vuole trasgredire la Legge, e non ha intenzione di suggerirlo ai suoi discepoli. Tantomeno, la Legge non è la tana dei cristiani-coniglio, di coloro che arrossiscono se devono fare il segno di croce in un locale pubblico prima della colazione o del pranzo. La Legge non è una tana per nascondersi e malaffare nel buio, illudendosi di essere lontani dagli occhi di Dio, e, poi, dire a se stessi ho la coscienza a posto perché ogni giorno dico le preghiere del buon cristiano, e la Domenica vado a Messa. Gesù vuol dire ai farisei di tutti i tempi che l’albero della Legge è bene innaffiato quando la misericordia è il suo frutto, succoso, buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare salvezza (cfr. Gen 3,6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,1-8
 
In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma solo ai sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato»
 
Bibbia di Navarra: 12,2. «Sabato»: per i Giudei era il giorno della settimana dedicato al culto divino. Era stato Dio stesso a istituirlo (Gn 2,3), comandando che il popolo eletto si astenesse da determinati lavori in quel giorno (Es 20,8-11; 21,13; Dt 5,14) per poter dedicarsi con zelo maggiore a onorare Dio. Col pasasare del tempo i rabbini resero oltremodo complicato il precetto divino, e all’epoca di Gesù avevano redatto un elenco in cui si enumeravano addirittura trentanove tipi di lavori proibiti.
I farisei accusavano i discepoli di Gesù di violare il sabato. Secondo la casistica degli scribi e dei farisei, infatti, cogliere spighe equivaleva a mietere; confricarle, o trebbiare: tutti lavori agricoli vietati nel giorno di sabato.
3-8. Gesù respinge l’accusa dei farisei con quattro argomentazioni: l’esempio di Davide, quello dei sacerdoti, il senso della misericordia divina e il potere di Gesù sul sabato.
Il primo esempio, conosciuto dal popolo abituato ad ascoltare la lettura della Bibbia, è desunto da lSam 21,2-7: Davide, fuggendo dal re Saul che lo perseguitava, chiede al sacerdote del santuario di Nob cibo per i suoi uomini; il sacerdote, non avendo se non i “sacri pani della proposizione glieli diede”: erano dodici pani che si ponevano ogni settimana sulla tavola d’oro del santuario, come omaggio perpetuo delle dodici tribù d’Israele al Signore (Lv 24,5-
9. Il secondo esempio si riferisce al ministero dei sacerdoti: per attendere al culto divino erano tenuti a compiere il sabato una serie di lavori, senza per questo disobbedire alla legge del riposo (cfr Nm 28,9).
 
Per approfondire
 
Sabato - Nuovo Testamento - C. Spicq e P. Grelot: 1. Gesù non abroga esplicitamente la legge del sabato: in questo giorno egli frequenta la sinagoga e ne approfitta per annunciare il vangelo (Lc 4, 16 ...). Ma trova a ridire al rigorismo formalistico dei dottori farisei: «Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2, 27), ed il dovere della carità prevale sull’osservanza materiale del riposo (Mt 12, 5; Lc 13, 10-16; 14, 1- 5). Inoltre Gesù si attribuisce un potere sul sabato: il figlio dell’uomo ne è padrone (Mc 2, 28). È questo uno degli appunti che i dottori gli muovono (cfr. Gv 5, 9 ...). Ma, facendo del bene nel giorno di sabato, non imita egli il Padre suo che, entrato nel suo riposo al termine della creazione, continua a governare il mondo ed a vivificare gli uomini (Gv 5, 17)?
2. I discepoli di Gesù.  - I discepoli di Gesù in un primo tempo hanno continuato ad osservare il sabato (Mt 28, 1; Mc 15, 42; 16, l; Gv 19, 42). Anche dopo l’ascensione le riunioni sabbatiche servono ad annunziare il vangelo in ambiente ebraico (Atti 13, 14; 16, 13; 17, 2; 18, 4). Ma ben presto il primo giorno della settimana, giorno della risurrezione di Gesù, diventa il giorno di culto della Chiesa, in quanto giorno del Signore (Atti 20, 7; Apoc 1, 10). Vi si trasferiscono le pratiche che gli Ebrei collegavano volentieri al sabato, come l’elemosina (1 Cor 16, 2) e la lode divina. In questa nuova prospettiva l’antico sabato giudaico acquista un significato figurativo, come molte altre istituzioni del VT. Con il loro riposo, gli uomini commemoravano in esso il riposo di Dio nel settimo giorno. Ora Gesù è entrato in questo riposo divino con la sua risurrezione, e noi abbiamo ricevuto la promessa di entrarvi dietro di lui (Ebr 4, 1-11). Sarà questo il vero sabato, in cui gli uomini si riposeranno dalle loro fatiche, ad immagine di Dio che si riposa dalle sue opere (Ebr 4, 10; Apoc 14, 13).
 
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato - Jean Delorme: Nei vangeli, «figlio dell’uomo» (espressione greca ricalcata su una aramaica, che si sarebbe dovuto tradurre «figlio d’uomo») si trova settanta volte. A volte è solo l’equivalente del pronome personale «io» (cfr, Mt 5,11 e Lc 6,22; Mt 16,13-21 e Mc 8,27-31). Il grido di Stefano che vede «il figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio» (Atti 7,56) può indicare che questa concezione era viva in certi ambienti della Chiesa nascente. Ma la loro influenza non è sufficiente a spiegare tutti gli usi evangelici di questa espressione. Il fatto che essa compaia esclusivamente sulle bocca di Gesù presuppone che la si sia ritenuta una delle sue espressioni tipiche, mentre la fede postpasquale lo designava con altri titoli. A volte Gesù non si identifica esplicitamente con il figlio dell’uomo (Mt 16,27; 24,30 par.); ma altrove è chiaro che parla di se stesso (Mt 8,20 par.; 11,19; 16,13; Gv 3,13s; 12,34). È possibile che abbia scelto l’espressione a motivo della sua ambiguità: suscettibile di un senso banale («l’uomo che io sono»), essa racchiudeva pure una netta allusione all’apocalittica giudaica.
1. I sinottici. a) I quadri escatologici di Gesù si ricollegano alla tradizione apocalittica: il figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo (Mt 24,30 par.), siederà sul suo trono di gloria (19,28), giudicherà tutti gli uomini (1.6,27 par.). Ora, nel corso del suo processo, interrogato dal sommo sacerdote per sapere se egli è «il messia, figlio del benedetto», Gesi risponde indirettamente alla domanda  identificandosi con colui che siede alla destra del Dio e viene sulle nubi del cielo (cfr. Dan 7,13; Mt 26,64 par.). Questa affermazione lo fa condannare come bestemmiatore. Di fatto, scartando ogni concezione terrena del messia, Gesù ha lasciato apparire la sua trascendenza. Il titolo di figlio dell’uomo, in base ai suoi antecedenti, si prestava a questa rivelazione.
b) Per contro, Gesù ha pure collegato al titolo di figlio dell’uomo un contenuto che la tradizione apocalittica non prevedeva direttamente. Egli viene a realizzare nella sua vita terrena la vocazione del servo di Jahve, rigettato e messo a morte per essere infine glorificato e salvare le moltitudini. Ora egli deve subire questo destino in qualità di figlio dell’uomo (Mc 8,31 par.; Mt 17,9 par. 22 spar.; 20, 18 par.; 26,2.24 par. 45 par.).
Prima di apparire in gloria nell’ultimo giorno, il figlio dell’uomo avrà condotto un’esistenza terrena in cui la sua gloria era velata nella umiliazione e nella sofferenza, cosi come nel libro di Daniele la gloria dei santi dell’altissimo presupponeva la loro persecuzione. Per definire quindi l’insieme della sua carriera, Gesù preferisce il titolo di figlio dell’uomo a quello di messia (cfr. Mc 8,29 ss), troppo compromesso nelle prospettive temporali della speranza giudaica.
c) Nell’umiltà di questa condizione nascosta (cfr. Mt 8,20 par.; 11, 19), che può scusare le bestemmie che vengono proferite contro di lui (Mt 12,32 par.), Gesù incomincia non di meno ad esercitare taluni dei poteri del figlio dell’uomo: potere di rimettere i peccati (Mt 9,6 par.), padronanza del sabato (Mt 12,8 par.), annunzio della parola (Mt 13,37). Questa manifestazione della sua dignità segreta annunzia in qualche misura quella dell’ultimo giorno.
 
Amore per la legge di Dio: “Chi ama la legge di Dio, onora anche ciò che in essa non comprende. Ciò che gli pare poco logico, giudica piuttosto di non averlo compreso e pensa che vi si trovi celato qualcosa di grande. Non gli è dunque di scandalo la legge del Signore; e per non soffrire scandalo, soprattutto egli non bada agli uomini - per quanto sia santa la loro vocazione -, tanto da far dipendere la loro fede dai loro costumi. Perciò, se alcuni di loro cadono, egli non se ne scandalizza e non rovina così se stesso. Al contrario, egli ama la legge del Signore per se stessa, e in lui vi è sempre grande pace e mai scandalo. L’ama senza preoccupazioni, perché sa che anche se molti peccano contro la legge, essi non peccano certo a causa della legge” (Agostino, Esposizioni sui Salmi, 118).
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 



 16 Luglio 2026
 
Giovedì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 26,7-9.12.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 101 (102); Mt 11,28-30
 
Beata Maria Vergine del monte Carmelo: Alla fine del XII secolo un gruppo di eremiti si riunì sul monte Carmelo, in Palestina, là dove il profeta Elia aveva sconfitto i sacerdoti di Baal, e dove una piccola nuvola salita dal mare aveva posto fine ad una lunga siccità: nuvoletta che San Bernardo interpretò come figura della Madonna. Questi monaci si dedicavano alla preghiera perpetua, ed in particolare alla venerazione di Maria, onorata come Beata Vergine del Carmelo. Nel 1226 i Carmelitani ottennero l’approvazione della loro regola da papa Onorio III, e alla fine del XIII secolo, lasciata la Terra Santa, che era stata riconquistata dagli Arabi, fondarono diversi monasteri in tutta Europa.
Segno particolare della devozione mariana è lo scapolare. Questo termine indica originariamente una parte dell’abito dei monaci benedettini, consistente in due bande di stoffa che coprono le spalle e ricadono davanti e dietro; in seguito divenne, per monaci e laici, una doppia immaginetta racchiusa in due pezzi di stoffa, che si porta appesa al collo sotto gli abiti, ed è nota popolarmente come “abitino della Madonna”. Fu il carmelitano Simone Spock a ricevere dalle mani della Vergine stessa lo scapolare, con la promessa della rapida liberazione dalle pene del Purgatorio per chiunque lo indossi; devozione confermata da papa Pio XII con una bolla dell’11 febbraio 1950.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Callego - La speranza che genera vita: Ispirandosi ai salmi classici (Sal 44,60.74; 60,1ss; 74,1), il profeta comincia con un grido di rettitudine e di giustizia legale che è tutto un programma di vita. A esso la comunità riunita liturgicamente risponde con l’affermazione della fiducia riposta nella giustizia di Yahveh. Non era questo il modo di comportarsi nelle grandi solennità liturgiche? Nella Gerusalemme dei tempi messianici, non poteva mancare il compimento di quello che aveva costituito l’ideale di ogni fedele israelita.
Per questo Isaia, facendo suo qualche salmo dei pellegrini, lo ritocca e lo inserisce nel canto trionfale dei versetti precedenti come conclusione delle sue predizioni messianiche.
La grande aspirazione dei giusti degli ultimi tempi sarà appunto il nome di Yahveh, cioè Yahveh stesso in quanto può essere conosciuto, compreso e amato dall’uomo pur nei suoi limiti. Le circostanze storiche, i limiti sociali e le altre preoccupazioni umane non distrarranno ì giusti dal loro centro di gravità. Quando Paolo, in un rapimento di penetrazione divina, ci garantirà che «in lui viviamo, ci muoviamo e siamo», ci garantirà nel modo migliore che i tempi messianici sono ormai cominciati.
Con un gioco retorico, Agostino scopre Dio in se stesso, nella propria interiorità, dopo aver chiesto a tutte le creature, a una a una, se esse fossero Dio. Ma come dovettero suonare alle orecchie di quel giudei, avvezzi a cercare Yahveh nel fragore dell’uragano, nella pomposità del tempio o nella magnificenza dei sacrifici sul monte santo di Sion, le parole di Isaia, il quale assicurava che i giusti dei tempi nuovi lo avrebbero cercato in se stessi! A modo di corollario profetico, Cristo aggiungerà che il Padre non sarà adorato in Gerusalemme né sul Garizim, ma in spirito e verità. Sarebbe necessario mettersi nel secolo VIII a. C. per comprendere la novità dell’insegnamento profetico.
Da questa prospettiva yahvista e interiorizzante, il popolo comprende che tutta la sua storia è la storia delle grandi opere di Yahveh, che tutto quello che accade è compiuto da Yahveh come arbitro della storia per il bene dei suoi eletti. Lo sguardo resta limitato dentro le frontiere di Giuda. È solo un primo. passo, ma un passo decisivo, aperto al progresso della rivelazione. Le immagini non potrebbero essere più espressive. In uno sforzo sovrumano, paragonato ai dolori del parto, gli uomini, con le loro forze, riuscirono solo a generare vento; vuoto e nulla, e non un briciolo di salvezza, Senza la grazia, dirà Paolo, ci è impossibile anche pronunziare il nome di Gesù con merito.
La visione profetica della risurrezione descritta nel versetto 19 si presenta come un precoce fiore silvestre, esile e fragile, quasi vergognoso della sua solitudine. Non ne troveremo un altro fino a quasi sei secoli più tardi, nei libri di Daniele e dei Maccabei, quando giungerà la pienezza dell’apocalittica timidamente iniziata dai profeti, alla quale appartiene tutta questa sezione di Isaia concernente l’era messianica.
Certo, la risurrezione che Isaia intravede è limitata ai giusti del popolo eletto ed è espressa in un modo poetico, in contrapposizione con gli sforzi che il popolo fa inutilmente per far rivivere la propria nazione; ma il seme era gettato, e la ragione di questa speranza è del tutto convincente. L’azione vivificante di Yahveh sarebbe discesa sui morti, come la rugiada notturna provvidenziale discendeva sull’arida Palestina, costringendo la terra a partorire le ombre contenute nelle sue viscere, i «refraim» che attendevano nello sheol. I morti avrebbero nuovamente lodato Yahveh.
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Il tema del Vangelo è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili (cfr. Mt 23,13ss.).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,28-30
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 Cristo esige l’accettazione della sua legge. Il giogo era una metafora usuale per designare la Legge (cf. Geremia, 5, 5; Ecclesiastico, 51, 34; Atti, 15, 10). Affaticati e carichi; la Legge antica era un giogo pesante ed i Farisei l’avevano ancora aggravato con l’aggiunta d’innumerevoli prescrizioni. Gesù concede il sollievo a chi lo segue, perché egli non impone una religiosità fatta d’infinite e gravose pratiche esterne, come voleva l’ebraismo ufficiale del suo tempo.
29 Prendete su di voi il mio giogo; cioè: prendete la legge che Cristo insegna, oppure: lasciatevi istruire da me. Gesù è il perfetto Maestro nella legge, perché egli la promulga e la spiega con mitezza ed umiltà di cuore. Quella legge che è suggerita dalla bontà porta sollievo alle anime.
30 Cristo impone ai propri sudditi una legge amabile (giogo soave); egli infatti perfezionando la legge antica l’ha resa leggera. In tutto il passo (11, 28-30) il lettore avverte una punta polemica contro l’opprimente legalismo dei Farisei, considerati dal popolo come interpreti e maestri qualificati della legge.
 
Per approfondire
 
Il giogo, nella sacra Scrittura, è simbolo della sottomissione a Dio (Ger 2,20) e dell’obbedienza alla legge (At 15,10; Gal 5,1). Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo “giogo dolce” fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di precetti e di leggi; una giustizia ipocrita, strisciante da sempre in tutte le religioni, anche nel cuore di tanti cristiani. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono «stanchi e oppressi», in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, la «clausola» che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno (cfr. Lc 9,23), senza infingimenti o accomodamenti. È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre «stoltezza» o «scandalo» (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente. Invece, molti cristiani tendono a porre al centro di tutto la loro vita, spesso disordinata; le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o gusti o programmi e tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (cfr. Mc 7,8-9).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa. Il momento sacramentale forte di comunione con il Cristo morto e risorto dopo il battesimo, l’Eucaristia, eppure tutti coloro che si uniscono a celebrarla, lungi dall’avvertire su di sé un carico insopportabile, si sentono invece alleggeriti, L’Eucaristia ci rende commensali di Dio. Perciò più che sudditi costretti a eseguire delle ordinanze superiori, ci sentiamo collaboratori volontari e consapevoli al piano di salvezza, compagni di via nel non facile cammino verso la comune meta della gloria.
La serenità del cuore è ciò che elimina ogni peso.
L’Eucaristia ci rende lieti ospiti di Cristo e ci fa accettare la legge divina come via alla redenzione: «Donaci, o Signore, di rallegrarci sempre per questi misteri pasquali, perché la redenzione che si attua nei tuoi misteri, sia per noi causa di perenne letizia» (cf IV domenica del Tempo pasquale).
Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito, averlo nel cuore. Lo Spirito insegna ad accettare con piacere la legge di Cristo e fornisce tutti i sussidi necessari; facendo evitare gli estremi del lassismo e del rigorismo. L’Eucaristia è dono di Spirito Santo.
 
L’umiltà nasce dalla completa veracità, per la quale l’uomo si stima così come Dio lo valuta. L’umiltà, quindi, non consiste nella ricerca del disprezzo di se stessi, ma nell’assunzione della propria realtà di fronte a Dio e agli uomini. Dio ama gli umili: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola” (Is 66,2). Dio ascolta le preghiere  degli umili e le esaudisce (Gdt 9,11-13), e concede loro grazia: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5). Dio “umilia l’alterigia dei superbi” (Gb 22,29) e innalza gli umili (cfr. Lc 1,52; 18,14; Fil 2,8; 1Pt 5,6: Gc 4,10). Nella sacra Scrittura abbiamo numerosi esempi di umiltà: Mosè (Nm 12,3), Maria, la Madre di Gesù (Lc 1,48), Giovanni Battista (Gv 1,27; 3,30), il centurione romano (Mt 8,8), l’apostolo Paolo (1Cor 15,9; Ef 3,8; 1Tm 1,15). L’umiltà nella vita cristiana ha un posto assai importante perché conserva la carità e l’unità: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,1-4; cfr. Ef 4,2; Col 3,12; 1Pt 5,5).  L’umiltà è condizione per entrare nel regno di Dio (cfr. Mt 10,25; 18,3; Lc 18,17), da qui il credente deve rifuggire da quella falsa umiltà che infetta il cuore dell’ipocrita (cfr. Col 2,16-23).
 
L’umiltà del cuore: «Dice il Salvatore: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre” [Mt 11,29]. E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyfìa, oppure metriòtes. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, “nella condanna del diavolo” - il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; l’Apostolo dice: “Per non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo” [1Tm 3,6].» (Origene, In Luc. 8,5).
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Quel dolce manto protettore che vince l’aridità dei cuori: Come lacrime del cielo che fecondano la terra e generano vita, speranza e futuro: la visione di Elia sul monte Carmelo ci parla di un Dio che si prende cura dell’umanità e, come un manto, la protegge dall’arsura provocata dalle asperità e dalla siccità della storia. Siccità spirituale e asperità esistenziali sono esperienza comune, ecco perché la tradizione ha da sempre visto in quella leggera nube recante pioggia e risalente dal mare un segno della dolcezza divina, la stessa da sempre legata anche alla vicenda e all’icona della Vergine, di Maria, la madre di Dio. Di fronte alla nostra sete interiore d’Infinito la devozione alla Madonna del Carmelo è un invito a lasciarci avvolgere dall’amore delicato e ristoratore di Dio. Un messaggio che arriva dal racconto riportato al capitolo 18 del primo Libro dei Re: sul Monte Carmelo il profeta Elia mostra ad Acab la potenza del Signore, contenuta in una piccola nuvola che porta la pioggia e vince l’arsura. Un’immagine potente nella quale la tradizione ha visto l’opera di Maria, il cui ventre ha donato al mondo l’unica fonte in grado di vincere ogni aridità del cuore. Da questo stesso brano è poi nata l’esperienza dei monaci del Carmelo. La Madonna del Carmine, in seguito, apparve il 16 luglio 1251 a Simone Stock, priore generale dell’Ordine carmelitano, promettendo la salvezza a coloro che avrebbero portato lo scapolare consegnato allo stesso religioso, simbolo di protezione e di totale affidamento a Dio. (Matteo Liut)
 
-> Ci assista, o Padre,
la materna intercessione della gloriosa Vergine Maria,
perché sorretti dalla sua protezione
possiamo giungere felicemente al santo monte,
che è Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 15 Luglio 2026
 
San Bonaventura Vescovo e Dottore della Chiesa
 
Is 10,5-7.13-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 93 (94); Mt 11,25-27
 
San Bonaventura - Benedetto XVI (Catechesi 10 Marzo 2010): (...) per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di Ministro Generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’Ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo.
Di questi suoi scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la strada da percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei menzionarne solo uno, il suo capolavoro, l’Itinerarium mentis in Deum, che è un “manuale” di contemplazione mistica. Questo libro fu concepito in un luogo di profonda spiritualità: il monte della Verna, dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le circostanze che diedero origine a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè la visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad esso conduce” (Itinerario della mente in Dio, Prologo, 2, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 499).
Le sei ali del Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono progressivamente l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del mondo e delle creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue facoltà, fino all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a imitazione di san Francesco d’Assisi. Le ultime parole dell’Itinerarium di san Bonaventura, che rispondono alla domanda su come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio, andrebbero fatte scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere come ciò avvenga, (la comunione mistica con Dio) interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti ... Entriamo dunque nella caligine, tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo con Filippo: ciò mi basta” (ibid., VII, 6).
Cari amici, accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi possiamo intendere la sua Voce divina, che ci attrae verso la vera felicità.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il brano di Isaia forse si riferisce all’invasione assira del 701 a.C., e probabilmente l’oracolo è rivolto a Sennacherib re di Assiria. Sennacherib inconsapevolmente è uno strumento che eseguisce i giudizi di Dio contro un popolo ribelle: “Oh Assiria, verga del mio furore, bastone del mio sdegno! Contro una nazione empia io la mando e la dirigo contro un popolo con cui sono in collera, perché lo saccheggi, lo depredi e lo calpesti come fango di strada”. Ma questo compito, di cui Sennacherib è uno “strumento cieco”, non cancella la sua responsabilità. La sua superbia e la sua crudeltà (cfr. vv. 13-16) saranno castigati nel giorno scelto da Dio:  “Quando il Signore avrà terminato tutta la sua opera sul monte Sion e a Gerusalemme, punirà il frutto orgoglioso del cuore del re d’Assiria e ciò di cui si gloria l’alterigia dei suoi occhi” (v 12).  
 
Vangelo
Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.
 
Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-27
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio ... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
 Giuseppe Barbaglio (Mitezza in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V) - La bontà, la mitezza e la clemenza richieste ai credenti: Anzitutto è doveroso analizzare la beatitudine matteana: «Beati i miti (hóipraéìs), perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il riferimento al salmo 37,11 [...], la mancanza di questa beatitudine nella versione di Luca, la constatazione che essa costituisce un doppione con la prima beatitudine («Beati i poveri in spirito») inducono a credere che si tratti di un passo redazionale, non privo di legittimazione storica. Matteo ha collocato la mitezza nell’elenco delle condizioni necessarie per poter entrare nel regno dei cieli.
Di grande rilievo è poi il passo di Gal 5,22-23 in cui la bontà e la mitezza sono presentate come frutto dello Spirito. Non siamo dunque di fronte, come nel mondo greco, a comportamenti etici e nobili e virtuosi in cui la persona eccelle, ma al risultato dell’animazione dello Spirito. Essere «buoni» e «miti» è grazia, dono: naturalmente grazia che responsabilizza e impegna. Ecco le parole dell’apostolo: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Inoltre 1Cor 13,4 connette così strettamente l’agape con la mitezza da attribuire al dinamismo dell’agape la specificazione della mitezza: «La carità è paziente, è benigna la carità». Si noti che per l’apostolo l’agape non è una virtù tra le altre, ma il principio fontale, il dinamismo soprannaturale che abilita il soggetto ad agire in maniera coerente, nel nostro caso in maniera mansueta.
In questo profondo e vasto orizzonte si devono interpretare le numerose e molteplici esortazioni alla bontà e alla mitezza presenti nel Nuovo Testamento.
Le realtà implicate dello Spirito e dell’agape escludono che sia un discorso puramente moralistico. In Col 3,12 l’autore indica questi comportamenti come doverosi per l’esistenza della comunità cristiana: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Cf. anche il passo parallelo di Ef 4,2, che però collega l’esortazione con il motivo della vocazione cristiana). In Gal 6,1 l’apostolo afferma che l’ammonizione fraterna nella chiesa deve avvenire «con dolcezza». Fil 4,5 esorta all’affabilità.
Tra le doti spirituali e morali necessarie ai ministri della comunità, le lettere pastorali elencano anche la benevolenza, la mitezza: «(l’episcopo) sia benevolo e non litigioso» (1Tm 3,3); «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti» (2Tm 2,25); Timoteo è esortato, come uomo di Dio, a tendere alla mitezza (2Tm 6,11) e Tito a farsi efficace maestro dei credenti perché questi siano mansueti e dimostrino ogni dolcezza con tutti (Tt 3,2).
Gc 1,21 sollecita ad accogliere «con docilità (en praytétì) la parola che è stata seminata» in loro. La stessa lettera afferma che la mitezza e la sapienza superiore sono strettamente connesse (3,13; 3,17).
Ancora una volta emerge che gli autori del Nuovo Testamento restano racchiusi in prospettive puramente moralistiche. La 1Pt fa obbligo ai domestici di stare sottomessi ai padroni, non solo a quelli miti, ma pure a coloro che sono difficili (2,18).  La mitezza poi per lo stesso scritto è preziosa dote dell’anima incorruttibile (3,4). Infine l’autore della 1Pt sollecita i credenti a farsi testimoni autentici della speranza da essi vissuta, ma senza alterigia «con dolcezza» (metà praytètos) (3,15-16).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Esultò nello Spirito - Prima parte del Vangelo. Il vangelo di oggi contiene diversi concetti distinti. Gesù pieno dì esultanza (cfr. Lc 10, 21: « Esultò nello Spirito e disse...») rivolge una sublime preghiera di lode al Padre perché ha decretato il trionfo suo e dei suoi e la sconfitta del principe del male e dei suoi satelliti.
Dio ha stabilito di celare il contenuto della rivelazione con tutti i suoi misteri ed anche la identità divina del Messia ai miscredenti e a tutti gli impettiti adoratori della dea ragione, i quali si autodefiniscono o sono definiti da una mentalità razionalistica sapienti e intelligenti. L’Onnipotente ha voluto occultare il suo mondo di segreti inestimabili a tutti gli autosufficienti che pensano orgogliosamente di non aver bisogno di Dio e del suo inviato.
Gesù dice essere piaciuto a Dio che i misteri del regno dei cieli fossero rivelati ai piccoli, cioè ai veri saggi, agli umili, ai «poveri di Dio», ai suoi discepoli autentici, a quelli che contano sul Signore. È chiaro che la differenza fra gli uni e gli altri non è solo di conoscenza o ignoranza dei segreti divini, ma anche di salvezza o dannazione. Infatti un diverso trattamento non giustificherebbe la gioia di Gesù se non coinvolgesse il compito del Messia e la sorte definitiva dei suoi seguaci (Mt 10, 40-42),
Gesù, dopo la lode al Padre, passa a precisare che il tramite di tutta la rivelazione è egli stesso, come Verbo eterno e Messia, perché dotato di tutta la scienza che Dio ha di sé. La scienza infinita di Dio è posseduta pienamente dal Padre ed è posseduta pienamente anche dal Figlio, perché il Padre è Dio e il Figlio è Dio alla stessa maniera che lo Spirito Santo, e quindi nella loro consustanzialità conoscono l’infinito patrimonio comune.
Esso è reso accessibile anche agli uomini mediante la rivelazione, della quale appunto il brano evangelico illustra natura e metodo.
Ultima parte del vangelo e contesto liturgico. La parte finale del brano evangelico si riferisce alla legge che Cristo propone. Essa è «un giogo dolce e un carico leggero », perché il governo del Messia è caratterizzato da una straordinaria mitezza. Pur avendo un regno universale, glorioso ed eterno, egli è umile e portatore di pace. È «mite ed umile di cuore» perché sottostà perfettamente ai voleri di Dio e perché fa sentire agli uomini la tenerezza divina: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature». Egli porta l’esultanza . Egli « sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto». L’umiltà del Figlio di Dio rialza il mondo prostrato, è causa di santa letizia («gioia pasquale»), di riscatto dalla schiavitù («dalla oppressione della colpa»), di vita eterna. Anzi chi si sottomette al giogo di Cristo sperimenta quanto è soave il Signore («io vi darò ristoro»). Il «ristoro» (testo greco: «riposo»), di cui parla Gesù, è, in pratica, tutta la condizione salvifica che egli dà qui in terra e completa poi in cielo.
Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa.
 
Origene-Gerolamo [E/16]: Fino a quando i peccatori, Signore, fino a quando i peccatori si vanteranno? [Sal 94(93),3]. L’impazienza degli uomini non ammette che Dio abbia pazienza. Poveri noi, che vogliamo Dio paziente con noi, e impaziente con i nostri nemici! Se talora commettiamo peccati, noi desideriamo che sia paziente; se talora invece qualcuno manca contro di noi, non vogliamo che Dio sia paziente con lui. Fino a quando i peccatori si vanteranno? Non gli basta peccare, ma per di più si vantano dei loro peccati. Una prima disgrazia è quella di commettere peccati; la seconda, anzi l’estrema disgrazia, è quella di non convertirsi. Questi peccatori, quindi, non solo non chinano il capo, ma dopo il loro peccato se ne vantano senza ritegno.
 
Testimoni di Cristo - San Bonaventura, Vescovo e Dottore della Chiesa: Giovanni Fidanza nacque a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Bambino fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: «Oh bona ventura». Gli rimase per nome ed egli fu davvero una «buona ventura» per la Chiesa. Studiò a Parigi e durante il suo soggiorno in Francia, entrò nell’Ordine dei Frati Minori. Insegnò teologia all’università di Parigi e formò intorno a sé una reputatissima scuola. Nel 1257 venne eletto generale dell’Ordine francescano, carica che mantenne per diciassette anni con impegno al punto da essere definito secondo fondatore dell’Ordine. Scrisse numerose opere di carattere teologico e mistico ed importante fu la «Legenda maior», biografia ufficiale di San Francesco, a cui si ispirò Giotto per il ciclo delle Storie di San Francesco. Fu nominato vescovo di Albano e cardinale. Partecipò al II Concilio di Lione che, grazie anche al suo contributo, segnò un riavvicinamento fra Chiesa latina e Chiesa greca. Proprio durante il Concilio, morì a Lione, il 15 luglio 1274. (Avvenire)
 
Dio onnipotente, concedi a noi,
che celebriamo la nascita al cielo
del santo vescovo Bonaventura,
di essere illuminati dalla sua eminente sapienza
e di imitare il suo serafico ardore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 14 Luglio 2026
 
Martedì XV Settima del tempo Ordinario
 
Is 1,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 47 (48); Mt 11,20-24
 
Interiorità morale - Oggi non indurite il cuore - Catechismo degli Adulti [907] La coscienza è una realtà complessa. L’Antico Testamento non usa quasi mai questa parola per indicare il centro intimo dell’uomo; si serve di un termine equivalente: cuore. Il cuore è la sede di pensieri, ricordi, sentimenti, desideri, progetti e decisioni, che poi emergono e traboccano all’esterno. Esso ha grande rilevanza morale. Con il cuore si distingue il bene dal male; si ama il Signore Dio e lo si tradisce; si ascolta la sua parola e la si respinge. Il cuore può essere indurito, traviato, sordo, cieco; oppure al contrario, per la grazia di Dio, può essere contrito, convertito, puro, nuovo.
L’insegnamento di Gesù, in conformità con l’Antico Testamento, pone il cuore al centro della vita morale. Dal cuore vengono i pensieri, le parole e le azioni, buone e cattive. Nel cuore nascono la fede e l’incredulità. La nuova giustizia evangelica trascende l’osservanza esteriore; esige un cuore retto, purificato dall’orgoglio, dalla cupidigia, dalla lussuria, da ogni disordine: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). La luce interiore deve rischiarare l’intera condotta, come l’occhio limpido rischiara tutto il corpo e la lampada accesa sul candelabro rischiara la casa.
Nell’etica biblica il cuore si identifica in definitiva con l’uomo in quanto soggetto morale. Anche gli scritti apostolici del Nuovo Testamento si pongono su questa linea. Inoltre con lo stesso significato usano frequentemente la parola “coscienza”. La coscienza può essere buona o cattiva, macchiata o purificata, sincera o falsa, debole o forte. Nella coscienza tutti gli uomini, anche i pagani, portano scritta la legge morale: «Quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono» (Rm 2,15). La coscienza cristiana è l’uomo nuovo in Cristo, divenuto consapevole di sé nella fede. Egli vive «la carità, che sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera» (1Tm 1,5). Attua le esigenze di essa, seguendo i suggerimenti dello Spirito Santo, cercando di «discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2) nelle situazioni concrete, vigilando su tutta la sua condotta. Nella coscienza si fa sentire la chiamata di Dio, che propone sia i valori e le norme, che orientano il cammino, sia gli appelli personali, che indicano i singoli passi da compiere.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Se non crederete, non resterete saldi - Dal libro del profeta Isaia 7,1-9: La cornice storica nella quale si colloca il testo di Isaia è la guerra siro-efraimita durante il regno di Acaz re di Giuda (736-716): il re di Aram e il re di Israele avevano tentato di conquistare Gerusalemme, la capitale di Giuda, ma il tentativo era fallito. Malgrado gli avvertimenti di Isaia, il re Acaz aveva domandato l’aiuto di Tiglat-Pilèzer, re di Assiria, che aveva attaccato vittoriosamente Damasco e Samaria, ma aveva ridotto Giuda in vassallaggio. Maldestramente Acaz aveva aperto all’Assiria la porta del suo paese (cfr. 2Re 16,5-16). L’ultimo versetto del testo di oggi, Ancora sessantacinque anni, “suppone un paragone tacito tra Giuda, di cui la capitale è Gerusalemme e di cui il vero «capo» è Jahve, e i suoi nemici che non hanno gli stessi privilegi. Inoltre, il profeta annunzia la scomparsa del regno del nord; come condizione di salvezza chiede un atto di fede. La fede, presso i profeti, è meno la credenza astratta che Dio esiste e che è unico, che la fiducia in lui, fondata sull’elezione: Dio ha scelto Israele, è il suo Dio [Dt 7,6]; solo lui può salvarlo. Questa fiducia assoluta, pegno della salvezza [Is 28,16], esclude il ricorso a ogni altro appoggio, degli uomini o, a più forte ragione, dei falsi dèi [cfr. Is 30,15; Ger 17,5; Sal 52,9]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne e la terra di Sòdoma saranno trattate meno duramente di voi.
 
Tiro, Sidone, Sodoma nell’Antico Testamento erano sinonimo di empietà, di immoralità, di idolatria e di crudeltà, ebbene, nel giorno del giudizio universale, saranno “trattate meno duramente” di quelle città che sono rimaste empiamente pagane pur avendo goduto della presenza del Cristo, della sua predicazione e dei suoi miracoli. Non possiamo chiudere questo avvertimento a un periodo storico, ma è un monito che vale per tutti i tempi, pensiamo ai giorni nostri in cui l’Europa ha rigettato le sue radici cristiane.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,20-24
 
In quel tempo, Gesù si mise a rimproverare le città nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi, perché non si erano convertite: «Guai a te, Corazìn! Guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a voi, già da tempo esse, vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi.
E tu, Cafàrnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Perché, se a Sòdoma fossero avvenuti i prodigi che ci sono stati in mezzo a te, oggi essa esisterebbe ancora! Ebbene, io vi dico: nel giorno del giudizio, la terra di Sodòma sarà trattata meno duramente di te!».
 
Parola del Signore.
 
Gli attacchi di Gesù contro le città litoranee del lago di Galilea ricordano lo stile dei profeti dell’Antico Testamento. Costoro non esitavano a lanciare invettive contro le orgogliose città pagane che minacciavano il popolo di Dio. Ma in questo caso le rampogne sono destinate alle località giudaiche, paragonate a loro svantaggio alle città pagane. Questi versetti si trovano anche in Lc 10,12-15, ma in un ordine diverso e riferiti alla missione dei discepoli.
Il v. 20 giustifica i rimproveri: le città prese di mira hanno visto compiere «la maggior parte di miracoli» di Gesù e non si sono convertite. Ci si trova qui davanti a un fatto nuovo: i miracoli servono a favorire la conversione che consente l’accesso al regno (cfr. Mt 4,17). Il testo si snoda poi in due ondate simmetriche:
a) I vv. 21-22 riguardano Corazìn, assai vicina a Cafarnao, e Betsàida, situata di fronte a Corazìn, sulla riva opposta del Giordano. Gesù afferma che Tiro e Sidone, quantunque pagane, avrebbero fatto penitenza davanti ai suoi miracoli e che esse avranno quindi un giudizio meno severo rispetto alle città giudaiche impenitenti.
b) Nei vv. 23-24 egli si scaglia contro Cafarnao, la sua città, sulla base di un identico ragionamento, ma ancora più inesorabile: condannata allo sceòl, la dimora dei morti, la città si vede destinata alla stessa sorte dell’empio re di Babilonia (cfr. Is 14,13-15). Peggio ancora, Gesù la paragona a Sodoma, la città pagana fra tutte maledetta, già ricordata in Mt 10,15.
Ripetiamolo: in questo passo Gesù non esprime una collera personale; egli adotta il modo di parlare di un profeta e vorrebbe essere riconosciuto come tale.
L’episodio stabilisce inoltre una sottile relazione tra i miracoli, letteralmente «gli (atti) di potenza», e il richiamo a credere al regno. Questi atti di potenza sono le rilevanti manifestazioni di un Dio che, per mezzo del suo inviato, passa ora all’azione: esse non violano la libertà umana, che può rifiutarle, e Gesù ne constata allora il rifiuto: ma la libertà non impedisce di arrendersi davanti a un’opportunità che si offre e che i pagani non hanno avuto. Ecco dunque un paragone inquietante tra Israele e i pagani: esso ricorda l’episodio del centurione e annuncia la donna cananea, giustamente venuta da «Tiro e Sidone».
 
Per approfondire
 
Il cuore dell’uomo - J. De Fraine e A. Vanhoye - 1. Cuore ed apparenza. - Nei rapporti tra persone è chiaro che ciò che conta è l’atteggiamento interno. Ma il cuore è sottratto agli sguardi. Normalmente l’esterno dell’uomo deve manifestare ciò che egli ha in cuore. Si conosce così il cuore indirettamente, da ciò che ne esprime il volto (Eccli 13, 25), da ciò che ne dicono le labbra (Prov 16, 23), da ciò che ne attestano gli atti (Lc 6, 44 s). Tuttavia, invece di manifestare il cuore, parole e comportamenti possono anche dissimularlo (Prov 26, 23-26; Eccli 12, 16): l’uomo ha la terribile possibilità della doppiezza. Per ciò stesso anche il suo cuore è doppio, perché è il cuore che comanda una determinata espressione in superficie, pur attenendosi internamente a disposizioni ben diverse. Questa doppiezza è un male profondo che la Bibbia denuncia con forza (Eccli 27, 24; Sal 28, 3 s).
2. Dio ed il cuore. - Alle prese con la chiamata di Dio, l’uomo cerca anche qui di salvarsi con la doppiezza. «Dio è un fuoco divoratore» (Deut 4, 24): come far fronte alle sue esigenze troppo radicali? Lo stesso popolo eletto non cessa di ricorrere a sotterfugi. Per dispensarsi dalla conversione autentica, cerca di accontentare Dio con un culto esteriore (Am 5, 21...) e con belle parole (Sal 78, 36 s). Soluzione illusoria: non si può ingannare Dio come s’inganna l’uomo; «l’uomo guarda all’apparenza, ma Dio guarda al cuore» (1 Sam 16, 7). Dio «scruta il cuore e prova i reni» (Ger 17, 10; Eccli 42, 18) e smaschera la menzogna constatando: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Is 29, 13). Dinanzi a Dio l’uomo si sente così chiamato in causa nel più profondo dell’io (Ebr 4, 2 s). Entrare in relazione con Dio significa «arrischiare il proprio cuore» (Ger 30, 21).
3. Bisogno di un nuovo cuore. - Israele ha sempre più compreso che una religione esteriore non può bastare. Per trovare Dio occorre «cercarlo con tutto il cuore» (Deut 4, 29). Israele ha compreso che deve, una volta per sempre, «fissare il suo cuore in Jahvè» (1 Sam 7, 3) ed «amare Dio con tutto il suo cuore» (Deut 6, 5), vivendo in una profonda docilità alla sua legge. Ma tutta la sua storia attesta la sua sostanziale impotenza a realizzare un simile ideale. E questo perché il male giunge fino al suo cuore. «Questo popolo possiede un cuore traviato e indocile» (Ger 5, 23), «un cuore incirconciso» (Lev 26, 41), «un cuore diviso» (Os 10, 2). Invece di mettere la loro fede in Dio «essi hanno seguito l’inclinazione del loro cuore malvagio» (Ger 7, 24; 18, 12), cosicché calamità senza fine si sono abbattute su di essi. Non rimane più loro che «lacerare il loro cuore» (Gioe 2, 13) e presentarsi dinanzi a Dio con un «cuore contrito, umiliato» (Sal 51, 19), pregando il Signore di «creare loro un cuore mondo» (Sal 51, 12).

Molti cristiani amano giocare con il fuoco. Sono maestri nell’arte del rimandare, oggi non posso, domani... oggi ho tante cose da fare è meglio domani... altri, più che mai incoscienti, decidono di regolare i conti sul letto di morte. Non possiamo approfittare della pazienza di Dio (2Pt 3,8-10). Il libro del Siracide ci suggerisce di essere un po’ più seri e un po’ più cauti, sopra tutto quando siamo presi dalla fregola di strombazzare ai quattro venti “misericordia, misericordia”, che per tanti, sopra tutto ai giorni nostri, è diventata una parola magica: «Non dire: “Ho peccato, e che cosa mi è successo?”, perché il Signore è paziente. Non essere troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. Non dire: “La sua compassione è grande; mi perdonerà i molti peccati”, perché presso di lui c’è misericordia e ira, e il suo sdegno si riverserà sui peccatori. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato”(Sir 5,4-7). Ira, sdegno, castigo, parole che oggi fanno torcere il muso a molti i quali vorrebbero vedere tutti in Paradiso, pure i diavoli. Eppure, l’esperienza dovrebbe suggerirci che ad ogni passo la morte si avvicina e così il giudizio di Dio che non terrà conto delle giustificazioni o scuse che l’uomo potrà portare dinanzi al Giudice: “Considera, come appena l’anima uscirà dal corpo, che sarà condotta innanzi al tribunale di Dio, per essere giudicata. Il giudice è un Dio onnipotente, da te maltrattato, adirato al sommo. Gli accusatori sono i demoni nemici, i processi i tuoi peccati, la sentenza è inappellabile, la pena un inferno. Non vi sono più compagni, non parenti, non amici; fra te e Dio te l’hai da vedere. Allora scorgerai la bruttezza de’ tuoi peccati, né potrai scusarli come ora fai. Sarai esaminato sopra i peccati di pensieri, di parole, di compiacenze, d’opere, d’omissione e di scandalo. Tutto si ha a pesare in quella gran bilancia della divina giustizia, ed in una cosa, in cui ti troverai mancante, sarai perduto.” (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Massime Eterne, Riflessione per il Giovedì, del Giudizio Universale). Attento, dunque, chiunque tu sia, a non giocare con il fuoco, alla fine ti potresti trovare ad essere salato con il fuoco (Mc 9,49).

Basilio il Grande: Abbi timore della geenna, o uomo, e fa’ di tutto per renderti meritevole del regno. Non disprezzare l’invito che ti è stato rivolto. Non presentare giustificazioni (cf. Lc 14,18), ricorrendo a questo o a quell’altro pretesto. Non riesco a frenare le lacrime, quando penso fra me e me al fatto che, scegliendo le opere turpi piuttosto che la sfolgorante gloria di Dio e abbracciando senza esitazione il peccato per soddisfare la tua libidine, escludi te stesso dai beni promessi sì da impedirti di contemplare i beni della Gerusalemme celeste (cfr. Sal 127,5; Ap 21,1ss). Qui si trovano le infinite schiere di angeli, le moltitudini dei primogeniti, i troni degli apostoli, i seggi dei profeti, si ammirano gli scettri dei patriarchi, le corone dei martiri, si cantano le lodi dei giusti: fa’ nascere in te stesso il desiderio di essere annoverato anche tu in mezzo a tutti costoro, dopo esser stato purificato e santificato dai doni del Cristo.

 
Testimoni di Cristo - San Camillo de Lellis  - La profezia della cura, volto di un Dio che guarisce: È la profezia della cura il messaggio più prezioso dell’eredità umana e spirituale lasciataci da san Camillo de Lellis. Nel suo apostolato fu testimone di un Dio che si fa compagno dell’umanità, soprattutto nei momenti di sofferenza e difficoltà. Nato a Bucchianico (Chieti) nel 1550 in una famiglia nobile intraprese la carriera militare, ma a causa di una piaga al piede per un periodo fu ricoverato a Roma. Riprese le armi, fu rovinato dal vizio del gioco, che lo portò a perdere tutti i suoi averi. Si ritrovò così al servizio dei frati cappuccini di San Giovannni Rotondo. Nel 1575 fu ricoverato nuovamente all’ospedale di San Giacomo degli Incurabili a Roma e lì finalmente trovò la sua strada: si mise a servire con dedizione e delicatezza i compagni malati ed ebbe l’idea di fondare una congregazione votata a questa attività. Nacquero così nel 1582 i Ministri degli Infermi, i Camilliani: l’esperienza militare del fondatore fu una risorsa preziosa per modernizzare l’assistenza ai malati, che prese così una forma più organizzata. De Lellis morì nel 1614 a Roma. Fu beatificato il 7 aprile 1742 e canonizzato il 29 giugno 1746 da Benedetto XIV. Con san Giovanni di Dio, tra l’altro, è patrono degli ospedali e dei malati dal 1886 e degli infermieri dal 1930. (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che hai dato al santo presbitero Camillo [de Lellis]
la grazia singolare della carità verso gli infermi,
per i suoi meriti infondi in noi lo spirito del tuo amore,
perché, servendoti nei fratelli, possiamo,
nell’ora della morte, presentarci fiduciosi al tuo cospetto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.