19 Agosto 2026
Mercoledì XX Settimana del Tempo Ordinario
Ez 34,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 22 (23); Mt 20,1-16
Jahvè, capo e padre del gregge - Colomban Lesquivit e Xavier Léon-Dufour: Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Jahvè non porta quasi mai il titolo di pastore: due designazioni antiche (Gen 49, 24; 48, 15) e due invocazioni nel salterio (Sal 23, 1; 80, 2). Il titolo sembra riservato a colui che deve venire. In cambio, se non c’è trasposizione allegorica nei confronti di Jahvè, le relazioni di Dio con il suo popolo si possono descrivere con una vera parabola del buon pastore. In occasione dell’esodo, «egli spinse il suo popolo come pecore» (Sal 95, 7), come «un gregge nel deserto» (Sal 78, 52 s): «simile ad un pastore che fa pascolare il suo gregge, raccoglie nelle sue braccia gli agnelli, se li mette sul petto, conduce al riposo le pecore madri» (Is 40, 11), Jahvè continua a «guidare» così il suo popolo (Sal 80, 2); certamente Israele assomiglia più ad una giovenca testarda che ad un agnello in una prateria (Os 4, 16); dovrà andare in prigionia (Ger 13, 17). Allora nuovamente Jahvè lo «guiderà verso le acque gorgoglianti» (Is 49, 10), radunando le pecore disperse (cfr. 56, 8), facendo loro un «fischio» (Zac 10, 8). Egli rivela la stessa sollecitudine verso ogni fedele, che non manca di nulla e non può temere nulla sotto il vincastro di Dio (Sal 23, 1-4). Infine la sua misericordia si estende ad ogni carne (Eccli 18, 13).
Liturgia della Parola
Prima Lettura - AI MODE: Il testo di Ezechiele 34,1-11 rappresenta uno dei vertici teologici e profetici dell’Antico Testamento. Si tratta di una durissima denuncia contro i leader politici e religiosi d’Israele, seguita dalla promessa che Dio stesso si farà pastore del suo popolo.
1. Contesto Storico: Il Fallimento delle Guide - Ezechiele scrive durante l’esilio a Babilonia (VI secolo a.C.), un momento di totale smarrimento in cui Gerusalemme è distrutta e il popolo è deportato.
Chi sono i “pastori”? Nel Vicino Oriente antico, il termine “pastore” era il titolo ufficiale dei re, dei governanti e dei capi civili e religiosi.
La causa della catastrofe: Il profeta spiega che l’esilio non è un semplice incidente politico, ma la conseguenza diretta del fallimento morale e spirituale dei leader, che hanno abusato del loro potere anziché servire la comunità.
2. L’Atto d’Accusa (vv. 1-6): L’Egoismo dei Leader - Dio descrive con metafore chiarissime i peccati dei governanti, ribaltando completamente il concetto stesso di autorità.
L’inversione del dovere: «Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge?» (v. 2). L’autorità è concepita da Dio solo come servizio, ma i leader l’hanno trasformata in privilegio e sfruttamento.
Lo sfruttamento: I pastori si nutrono del latte, si vestono di lana e uccidono le pecore più grasse, accumulando ricchezze sulle spalle dei sudditi, ma senza dare nulla in cambio.
Le omissioni gravi (v. 4): Viene elencato ciò che i leader non hanno fatto, identificando cinque categorie di fragilità che sono state abbandonate:
Non hanno reso forti le pecore deboli.
Non hanno curato le inferme.
Non hanno fasciato quelle ferite.
Vangelo
Sei invidioso perché io sono buono?
La ricompensa che i discepoli di Gesù devono attendersi non poggia sui parametri della meritocrazia, ma unicamente sulla sovrabbondante bontà e misericordia di Dio. Assumendo «fino a sera operai disoccupati e dando a tutti un salario intero, il padrone della vigna dà prova di una bontà che va oltre la giustizia, senza, d’altra parte, lederla. Tale è Dio, che introduce nel suo regno anche uomini chiamati tardi come i peccatori e i pagani» (Bibbia di Gerusalemme). I Giudei, i chiamati della prima ora, non se ne devono scandalizzare.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto.
Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro.
Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Parola del Signore
Andate anche voi nella vigna - Nella parabola degli operai mandati nella vigna, il regno dei cieli è simile al modo di agire del padrone di casa, cioè al suo comportamento libero e gratuito.
La ricompensa che viene destinata agli operai della prima ora è di un denaro. Ai secondi viene assicurato quello che è giusto. Agli ultimi non viene detto nulla. Ma è sottinteso che essi riceveranno una paga corrispondente alle ore di lavoro consumate. Occorre notare che quest’ultimi vengono assunti verso le cinque di pomeriggio: un particolare in sé inverosimile, ma che serve a mettere in evidenza «la bontà del padrone che nel dare lavoro è spinto non dal suo utile ma dalla sua generosità verso gli operai» (Giuseppe Ferraro).
Alla fine della giornata, quando fu sera, il padrone della vigna regola i conti. Questo fare riflette la legge mosaica: «Non opprimerai il tuo prossimo, né lo spoglierai di ciò che è suo; il salario del bracciante al tuo servizio non resti la notte presso di te fino al mattino dopo» (Lev 19,13). E ancora: «Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole, perché egli è povero e vi volge il desiderio; così egli non griderà contro di te al Signore e tu non sarai in peccato» (Dt 24,15).
Il padrone di casa vuole che si inizi dagli ultimi fino ai primi. Un altro particolare che non combacia con la realtà: forse il padrone della vigna voleva che gli operai assunti all’alba fossero presenti e si rendessero conto del suo modo di agire.
L’equità del giusto compenso viene stravolta dalla liberalità del padrone di casa, il quale dà a tutti, primi ed ultimi, come salario un denaro, provocando l’indignazione degli operai presi a giornata all’alba. Quello che «fa mormorare gli operai della prima ora contro il padrone non è tanto il fatto che si aspettavano di ricevere di più, perché con lui avevano concordato solo una moneta d’argento. Essi in realtà volevano che i loro compagni dell’ultima ora ricevessero di meno. Solo così il padrone avrebbe apprezzato la loro fatica» (Tiziano Lorenzin). Il disappunto nasce, quindi, dal fatto di non vedersi stimati, di non vedere valorizzata la loro fatica. È la rovente polemica che accompagnerà il ministero di Gesù e quello di Paolo. La giustificazione per mezzo delle opere era una mentalità che si era incollata alla religiosità ebraica e con la quale si pretendeva di condizionare Dio al momento del giudizio e della retribuzione. Questo modo di pensare aveva spaccato in due il mondo: da una parte i giusti perché osservavano la Legge, dall’altra gli empi sulla cui testa incombeva irreversibilmente l’ira di Dio. Invece la salvezza è un dono gratuito che nessuno può pretendere di accaparrarsi con le sue sole forze o con le sue buone opere. Tutto è grazia: quando l’uomo si rapporta con Cristo affidandosi alla sua opera e ai suoi meriti, mutando vita e ravvedendosi dai suoi peccati, Dio, allora, nella sua infinita misericordia tratta il peccatore come se fosse giusto.
La risposta del padrone è repentina. L’accusa di essere ingiusto viene rigettata sulla base di due ragioni: prima, il padrone della vigna ha rispettato i patti, ha dato quanto era stato concordato; seconda, se ha dato di più agli ultimi perché è buono e allo stesso tempo libero di disporre della sua volontà e dei suoi averi. In filigrana si può cogliere l’agire di Dio verso gli uomini: Egli è libero di accordare la sua grazia sia ai giusti che ai peccatori.
Il proverbio che conclude la parabola, Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi, noto anche nella letteratura giudaica, è riferito più volte dagli evangelisti con applicazioni diverse secondo il contesto (Cf. Mc 10,30; Lc 13,30). Va ricordato che queste parole «erano già state dette nel capitolo precedente [19,30] quando Gesù aveva assicurato una ricompensa enorme “sproporzionata” [cento volte tanto e in eredità la vita eterna] ai discepoli: quasi a sottolineare il capovolgimento degli abituali criteri umani fondati sul merito. In questo contesto la parabola diventa non solo una chiara illustrazione di tale principio, ma altresì una certezza consegnata alla comunità dei discepoli. Dio riserva la sua elezione a questi uomini spogli di tutto, di averi e di pretese [gli ultimi!]» (Adriano Schenker - Rosario Scognamiglio).
Per approfondire
Massimo Cicchetti: Gesù Buon Pastore è una immagine cara al cuore dei cristiani. Eppure secoli prima Ezechièle esorta ed invita ad usare il potere conferito a chi comanda e governa, come fa il pastore con il suo gregge, seguendo leggi di buon senso e di disponibilità nei confronti di chi viene da loro governato, qui raffigurate come pecore, sono le parole che dopo le ammonizioni alla superbia e alla supponenza che hanno condotto all’esilio ed alla sofferenza del popolo tutto, vogliono insegnare quale deve essere lo spirito e l’attenzione di chi comanda il popolo. Stupisce come il pensiero di tanti secoli fa sia perfettamente attuale e di come le raccomandazioni che Ezechièle rivolge ai capi del popolo di Israele possono perfettamente essere traslate nelle persone cui affidiamo le decisioni per il bene della gente, è il segno evidente che la parola di Dio non conosce il senso del tempo ed è perfettamente adatta ad ogni stagione dell’uomo. Quali sono dunque le responsabilità di chi assume il potere per comandare chi a loro delega tale ruolo? Il primo e più importante è superare i propri egoismi ed il proprio tornaconto personale, il pastore che sa soltanto nutrirsi delle proprie pecore e si appropria del loro vello per scaldarsi, presto non avrà più un gregge da pascere. Il dovere primo del pastore è di saper pascolare il gregge, che vuol dire seguire con attenzione ciascuna singola pecora, stando attenti a quelle che si disperdono per riportarle in territorio sicuro, curando quelle ammalate e con figura ancora più poetica: rendendo forti quelle deboli. Il pastore deve essere una presenza continua, che insegna e prende parte alla vita del suo gregge, fa in modo soprattutto che le pecore lo riconoscano come figura capace di portare loro il bene e scacciare il pericolo. Ma quando il gregge non trova un pastore che si dedica a loro sbanda, e diventa vittima dei predatori, non si conforta della speranza di sapere che qualcuno verrà a salvarlo dal pericolo e dallo smarrimento; perde quindi la speranza nel proprio futuro. Devono sapere però i cattivi pastori che il Signore controlla il loro operato, perché il desiderio del Signore è il benessere del proprio gregge e tiene conto dei pastori malvagi ed egoisti, che vivono senza prestare alle pecore loro affidare la necessaria cura e dedizione. Ancora una volta per bocca del profeta il Signore invita alla fede e alla fiducia, se anche il pastore non fosse diligente, sarà Lui a sostituirsi al cattivo operato di chi dovrebbe vigilare e provvederà che il branco non si disperda. È una consolazione che solleva lo spirito sapere che anche nei momenti più difficili della nostra vita, perfino in quelli nei quali comprendiamo di aver affidato a mani incapaci il potere di risolvere i problemi elementari, c’è Qualcuno che sempre ha a cuore i nostri bisogni ed il nostro destino, anche se non vediamo i pastori occuparsi dei nostri bisogni dobbiamo avere fiducia sapendoli comunque affidati alle mani migliori di chi ci ama di più.
Pastori e mercenari: “Non si chiama pastore, ma mercenario colui che pascola le pecore del Signore non per intimo amore, ma per guadagno temporale. È mercenario infatti colui che sta al posto del pastore, ma non cerca di guadagnare le anime, ambisce ai comodi mondani, gode per l’onore del suo stato, si pasce dei guadagni temporali, si allieta del rispetto che gli uomini gli portano. Questa è la mercede del mercenario tanto che per la sua fatica di governo trova quaggiù quello che cerca, e in futuro sarà escluso dall’eredità del gregge. Se poi si tratti di un vero pastore o di un mercenario, non lo si può conoscere con esattezza se manca qualche occasione dolorosa. Nei tempi tranquilli, infatti, nella custodia del gregge anche il mercenario si comporta per lo più come il vero pastore; ma quando viene il lupo, si vede con che animo ciascuno custodiva il gregge. E viene il lupo sul gregge, quando qualche ingiusto tiranno opprime i fedeli e gli umili. Colui che sembrava pastore, e non lo era, abbandona le pecore e fugge, perché teme il proprio pericolo, e non presume di resistere all’ingiustizia. E fugge non solo mutando luogo, ma privando il gregge di appoggio. Fugge, perché vede l’ingiustizia e tace; fugge, perché si nasconde nel silenzio; e di costoro è stato detto bene, per voce del profeta: Non vi siete schierati contro, né avete opposto un muro per la difesa della casa d’Israele, scendendo in guerra nel giorno del Signore [Ez 13,5]. Schierarsi contro significa opporsi con libera voce a qualsiasi potente che agisce male. Scendiamo in guerra per la casa d’Israele nel giorno del Signore, e opponiamo un muro, se con l’autorità della giustizia proteggiamo i fedeli innocenti contro l’ingiustizia dei perversi. Perché il mercenario non fa così, quando vede venire il lupo, fugge.” (Gregorio Magno, Omelia per la seconda domenica dopo Pasqua).
Testimoni di Cristo - Giovanni Eudes. Nella devozione ai cuori di Maria e Gesù la ricerca di un Dio che ama: È l’amore ciò che ognuno di noi cerca per tutta la vita: abbiamo bisogno come l’aria di essere accolti, compresi e amati. Un orizzonte che si realizza pienamente solo nell’abbraccio infinito di Dio che ci viene incontro nella storia. Nel XVII secolo san Giovanni Eudes intuì che la devozione per i sacri cuori, di Maria e di Gesù, portava con sé proprio questo messaggio: la fede cristiana è un’esperienza che sgorga dal cuore, centro dell’intera esistenza e quindi è una dimensione totalizzante, che ci rende persone adulte e mature, testimoni in ogni ambito dell’amore di Dio. Così Eudes, ricordato anche per essere stato un apostolo della devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria, decise di porre ogni proprio impegno in questo orizzonte. Nato nel 1601 a Ri, in Normandia, nel 1625 venne ordinato sacerdote per la Congregazione dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata di Francia. Nel suo ministero a Caen si dedicò ai malati di peste (ammalandosi anch’egli e guarendo) ma il suo autentico “carisma” si espresse nelle missioni parrocchiali. Nel 1643 fondò la Congregazione di Gesù e Maria per rispondere all’esigenza di offrire una valida formazione al clero e nel 1651 nacque la congregazione femminile: l’Ordine di Nostra Signora della Carità. Si dedicò anche a recuperare le ragazze dalla strada e fondò una Congregazione di religiose per dare loro assistenza, l’ordine di «Nostra Signora della Carità del Rifugio». Fu autore di diverse opere, la più conosciuta delle quali è «Il cuore ammirabile della Madre di Dio». Morì nel 1680 ed è stato proclamato santo nel 1925 da papa Pio XI. (Matteo Liut)
O Dio, che in modo mirabile
hai scelto il santo presbitero Giovanni [Eudes]
per far conoscere le insondabili ricchezze di Cristo,
concedi a noi, sul suo esempio e per il suo insegnamento,
di crescere nella tua conoscenza,
per vivere fedelmente nella luce del Vangelo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.