3 Luglio 2026
 
San Tommaso, Apostolo
 
Ef 2,19-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 116 (117); Gv 20,24-29
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 27 Settembre 2006): Notissima, poi, e persino proverbiale è la scena di Tommaso incredulo, avvenuta otto giorni dopo la Pasqua. In un primo tempo, egli non aveva creduto a Gesù apparso in sua assenza, e aveva detto: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò!” (Gv 20, 25). In fondo, da queste parole emerge la convinzione che Gesù sia ormai riconoscibile non tanto dal viso quanto dalle piaghe. Tommaso ritiene che segni qualificanti dell’identità di Gesù siano ora soprattutto le piaghe, nelle quali si rivela fino a che punto Egli ci ha amati. In questo l’Apostolo non si sbaglia. Come sappiamo, otto giorni dopo Gesù ricompare in mezzo ai suoi discepoli, e questa volta Tommaso è presente. E Gesù lo interpella: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente” (Gv 20, 27). Tommaso reagisce con la più splendida professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20, 28). A questo proposito commenta Sant’Agostino: Tommaso “vedeva e toccava l’uomo, ma confessava la sua fede in Dio, che non vedeva né toccava. Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino ad allora aveva dubitato” (In Iohann. 121, 5). L’evangelista prosegue con un’ultima parola di Gesù a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Gv 20, 29). Questa frase si può anche mettere al presente: “Beati quelli che non vedono eppure credono”.
In ogni caso, qui Gesù enuncia un principio fondamentale per i cristiani che verranno dopo Tommaso, quindi per tutti noi. È interessante osservare come un altro Tommaso, il grande teologo medioevale di Aquino, accosti a questa formula di beatitudine quella apparentemente opposta riportata da Luca “Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete” (Lc 10, 23). Ma l’Aquinate commenta: “Merita molto di più chi crede senza vedere che non chi crede vedendo” (In Johann. XX lectio VI 2566). In effetti, la Lettera agli Ebrei, richiamando tutta la serie degli antichi Patriarchi biblici, che credettero in Dio senza vedere il compimento delle sue promesse, definisce la fede come “fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (11, 1). Il caso dell’apostolo Tommaso è importante per noi per almeno tre motivi: primo, perché ci conforta nelle nostre insicurezze; secondo, perché ci dimostra che ogni dubbio può approdare a un esito luminoso oltre ogni incertezza; e, infine, perché le parole rivolte a lui da Gesù ci ricordano il vero senso della fede matura e ci incoraggiano a proseguire, nonostante la difficoltà, sul nostro cammino di adesione a Lui.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: AI Overview: In Efesini 2:19-22, l’apostolo Paolo descrive la trasformazione dei credenti in una comunità unita. Attraverso il sacrificio di Cristo, i non ebrei non sono più “stranieri”, ma diventano concittadini dei credenti e membri della famiglia di Dio, formando insieme un tempio vivente abitato dallo Spirito Santo. Il brano si sviluppa su due immagini principali: l’appartenenza familiare e la costruzione di un tempio.
 
1. Dalla solitudine all’appartenenza (Versetto 19)
 
Paolo afferma che i credenti non sono più “stranieri né ospiti”. Nel mondo antico, chi non apparteneva al popolo di Israele era escluso dai privilegi divini, esiliato e senza speranza. In Cristo, questo isolamento viene meno: i credenti diventano “concittadini dei santi e familiari di Dio”. La salvezza dona un’identità comunitaria e un’intimità profonda con Dio, non più come estranei, ma come figli amati nella sua casa.
 
2. Il Tempio di Dio (Versetti 20-22)
 
Il Fondamento e la Pietra d’Angolo: La chiesa è descritta come un edificio sacro. Il basamento è costituito dagli “apostoli e profeti”, ovvero l’insegnamento e la rivelazione del Nuovo e dell’Antico Testamento. La “pietra d’angolo” è Gesù Cristo stesso, l’elemento chiave che unisce tutte le pareti e sostiene l’intera struttura, dando stabilità e direzione.
L’Unità della Costruzione: L’intera struttura viene definita “ben collegata” o ben ordinata. Nessun credente è isolato; ognuno ha la sua funzione e il suo posto specifico all’interno della comunità.
La Dimora dello Spirito: Lo scopo finale di questa costruzione è glorioso: diventare un “tempio santo” e un’abitazione in cui Dio stesso risiede tramite il suo Spirito.
 
Vangelo
Mio Signore e mio Dio!
 
L’apparizione di Gesù intende presentare la sua nuova condizione non più legata al mondo fisico. Gesù risorto, spalancate le porte della paura, sta in mezzo ai suoi discepoli, colmando il loro cuore di pace e di gioia. Mostrando il costato ferito e le mani e i piedi piagati per vincere l’incredulità di Tommaso indica alla Chiesa e al mondo il cammino per arrivare alla fede: bisogna partire dal Crocifisso, è dalla contemplazione amorosa del Crocifisso risorto che sgorga la fede: «Attraverso la via della croce si arriva alla gloria: teologia della croce per essere teologia della gloria. Gesù mostra le mani, quelle mani ferite, perforate dai chiodi, il segno dell’amore; mostra il costato squarciato, segno ancora più grande dell’amore: il cuore trafitto. La morte è dimostrazione massima dell’amore. La risurrezione è amore» (Don Carlo De Ambrogio). Per giungere alla conoscenza e alla contemplazione l’unica via dell’Amore è la Croce.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,24-29
 
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
 
Parola del Signore.
 
Marida Nicolaci (Vangelo secondo Giovanni): La tenacia di Tommaso, il discepolo che si era dichiarato pronto ad andare a morire con Gesù in Giudea (11,16), dimostra in modo salutare la necessità di contattare col corpo la verità della riconciliazione e della vita: i segni fisici della sofferenza inflitta vanno visti, il dito del discepolo deve poter contattare i segni dei chiodi nelle mani del Maestro, la sua mano deve poter entrare in contatto col suo costato trafitto. La sofferenza e la morte sono un’evidenza fisica. Per credere che la vita trionfi su di esse non si può fare a meno del corpo. Il fatto che ancora, «dopo otto giorni», i discepoli si trovino «di nuovo» con Tommaso in un luogo interno a porte chiuse, dimostra che l’esigenza di Tommaso deve trovare risposta anche per gli altri. Gesù stesso, venendo di nuovo e offrendosi a lui nel suo corpo segnato dalla violenza, lo conferma. È così che egli permette a Tommaso di portare a pienezza la sua storia discepolare e la relazione con lui: di non lasciarsi andare all’incredulità e al senso di fallimento e negazione di tutto («non divenire incredulo») ma, piuttosto, di coronare l’esperienza fatta con lui con la pienezza della fiducia e l’apertura al dono della vita del Risorto («ma [diventa] credente»).
La professione di fede con cui Tommaso gli risponde, riconoscendolo suo «Signore» e suo «Dio» è, dunque, un apice del percorso discepolare e della rivelazione stessa di Gesù a doppio titolo: perché deriva dalla continuità dell’esperienza storica fatta con lui e delle diverse tappe della sua sequela, avendo il suo primo fondamento in ciò che, nel corpo, è stato sperimentato e vissuto insieme; perché su questa base esprime la possibilità di un contatto con il Signore risorto perfettamente corrispondente alla sua vera identità e dignità e adeguato alla nuova modalità di relazione con lui - e con la storia vissuta con lui - determinata dal superamento della morte e da una vita riconciliata e non più dai soli parametri di esperienza del corpo mortale.
È aperta, così, la strada per tutti i futuri credenti ai quali la professione di fede di Tommaso, fondata sulla visione, permetterà di aprirsi alla beatitudine o gioia piena, vera, definitiva veicolata dalla fede nel Risorto anche senza il supporto di una propria visione. Essi potranno condividere al contempo la capacità di presentire la vita propria del discepolo amato, capace di credere anche senza vedere il corpo del Signore ma solo i segni della sua assenza dal luogo della morte (v. 8), e la certezza della vita che giunge loro dall’esperienza del corpo richiesta da Tommaso e concessa a lui, per tutti, dal Risorto.
 
Per approfondire
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Gv 20 che descrive le apparizioni di Gesù risorto, sembra racchiuso da una grande inclusione tematica formata dall’associazione dei verbi vedere e credere. In effetti nel brano iniziale troviamo la frase: l’altro discepolo ... VIDE E CREDETTE (Gv 20,8), mentre il passo finale è chiuso dall’espressione: Beati coloro che NON AVENDO VISTO, CREDERANNO (Gv 20,29). In realtà in questo capitolo è rappresentato drammaticamente il processo della fede nel Cristo risorto. La scoperta del sepolcro vuoto e la costatazione dell’ordine che regnava nella tomba di Gesù, fa sbocciare nel cuore del discepolo amato la fede nella risurrezione del Signore (Gv 20,8s). Nel caso di Maria Maddalena e dei discepoli presenti nel cenacolo non si parla di fede, perché costoro videro il Cristo risorto (Gv 20,15-20). Invece il brano incentrato in Tommaso, mostra in modo vivo come questo apostolo sia passato dall’incredulità più ostinata alla fede più viva nel Signore risorto.
Come spesso avviene nel nostro vangelo, l’autore che si rivela sempre un fine artista, rappresenta in modo drammatico la nascita della fede nel cuore dell’incredulo Tommaso. L’assenza di questo discepolo dal cenacolo, quando venne il Risorto, offre l’occasione per la proclamazione ostentata dell’incredulità dell’apostolo; egli non dà credito alla dichiarazione degli amici, perché replica loro di non credere, se non quando vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani (Gv 20,25). Tommaso rifiuta la testimonianza degli altri discepoli, non si
fida di loro, perché li ritiene vittime di un’allucinazione; egli vuoi vedere il Maestro e costatare di persona se sia proprio lui, con le cicatrici dei chiodi e del colpo di lancia; i uoi colleghi potrebbero aver visto un fantasma.
Gesù accoglie la sfida di Tommaso e otto giorni dopo la prima apparizione, mostrandosi nuovamente nel cenacolo, si rivolge subito all’apostolo incredulo, invitandolo a portare il dito nelle cicatrici delle mani e a mettere la mano nel suo fianco, per diventare credente (Gv 20,26s). La professione di fede di Tommaso nella divinità del Maestro costituisce il vertice dello sviluppo drammatico della scena: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Nel cuore del discepolo incredulo si è accesa la fede più profonda: risorgendo dai morti, Gesù ha dimostrato nel modo più chiaro e convincente di essere il Signore Iddio, come Jahvé.
La fede di Tommaso è autentica e sincera, essa però ha avuto bisogno del segno concreto di vedere il Risorto.
A questo punto nella mente dell’evangelista sorge il problema della fede di coloro che non potranno vedere il Signore Gesù: costoro potranno credere? Non solo sarà possibile la fede, ma essa si rivelerà superiore a quella dei primi discepoli. Il Cristo risorto infatti proclama beati coloro che crederanno, senza aver visto (Gv 20,29).
Giovanni tuttavia non considera inutili i segni, operati da Gesù, in rapporto alla fede: essi possono favorire il suo nascere e il suo approfondimento; per tale scopo egli ha scritto il suo vangelo: affinché i lettori credano che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (Gv 20,30s). La fede nella messianicità divina di Gesù trova il suo alimento nella meditazione dei segni compiuti dal Signore, tra i quali il più strepitoso consiste nella risurrezione dai morti il terzo giorno (cf. Gv 2,18s).
 
I dodici apostoli – Xavier Léon-Dufour: Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perché siano pescatori d’uomini (Mt 4,18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni ( Mc 3,14 par. ); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6,6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14, 19 par), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16, 18; 18, 18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19,28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28,18ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1, 15-26). Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1,8.21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’ agnello» ( Apoc 21,14).
 
Agostino, Comment. in Ioan., 121, 4s: [Tommaso] vedeva e toccava l’uomo, ma confessava la sua fede in Dio che non vedeva né toccava. Ma quanto vedeva e toccava lo induceva a credere in ciò di cui sino allora aveva dubitato. “E Gesù gli disse: «Hai creduto perché mi hai veduto»" (Gv 20,29). Non disse: Mi hai toccato, ma disse soltanto: «Mi hai veduto», perché la vista in un certo modo comprende tutti gli altri sensi. Anche noi, infatti, siamo soliti nominare la vista per intendere anche gli altri sensi, come quando diciamo: Ascolta e vedi che suono armonioso, odora e vedi che odore gradevole, assapora e vedi che buon sapore, tocca e vedi come è caldo. In ognuna di queste espressioni si dice: «vedi», anche se vedere è proprio degli occhi. È così che il Signore stesso dice a Tommaso: «Appressa qui il tuo dito, e vedi le mie mani». Egli dice in sostanza: Tocca e vedi, anche se Tommaso non aveva certo gli occhi sulla punta delle dita. Sia alla vista che al toccare si riferisce il Signore dicendo: «Hai creduto perché hai veduto».
Si potrebbe anche dire che il discepolo non lo toccò affatto, sebbene Gesù lo invitasse a farlo. L’evangelista infatti non dice: Tommaso lo toccò. Sia che egli abbia ritenuto sufficiente vedere, sia che abbia anche toccato, è vedendo che credette, e giustamente il Signore esalta come superiore alla sua la fede delle genti che non lo vedranno, con le parole: “Beati coloro che hanno creduto, senza avere veduto (ibid.)”. In questa espressione usa il tempo passato, in quanto egli considerava, nella predestinazione, già avvenuto ciò che doveva verificarsi nel futuro.
 
Il Santo del Giorno - 3 Luglio 2026 - San Tommaso. Per cogliere la verità serve curare la relazione: Pare che l’incredulità e la diffidenza oggi siano i valori predominanti, assunti, paradossalmente, a sigillo di verità che molto spesso costruiamo con le nostre stesse mani. La vicenda di san Tommaso apostolo, invece, ci dimostra che per accedere alla verità è necessario saper stare in relazione, saper condividere e saper coltivare la giusta fiducia nel prossimo e in Dio, rinunciando a quell’atteggiamento di diffidenza verso il quale, come essere umani, saremmo portati. Il suo percorso di “conversione”, tra l’altro, parte proprio dall’incredulità per arrivare poi a un totale affidamento di sé. Un’esperienza, la sua, che contiene una lezione preziosa: la fede non sta nel vedere e nel toccare ma nella capacità di cogliere una presenza, quella di Dio, che non abbandona mai la storia. La diffidenza di Tommaso appare diverse volte nei racconti evangelici ma arriva al culmine dopo la morte di Gesù. Come narra il Vangelo di Giovanni, Tommaso non crede che il maestro si è mostrato ai discepoli mentre lui è assente. Ma poi Gesù torna ancora e si offre alla vista e al tocco dell’apostolo incredulo, che esclama: «Mio Signore e mio Dio!». «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», chiosa Gesù. Secondo alcune fonti Tommaso sarebbe morto martire in India. (Matteo Liut)
 
Esulti la tua Chiesa, Dio onnipotente,
nella festa del santo apostolo Tommaso;
ci sostenga la sua protezione
perché, credendo, abbiamo vita nel nome di Gesù Cristo,
tuo Figlio, che egli riconobbe come suo Signore e suo Dio.
Egli vive e regna con te.
 
 
 
 
 2 Luglio 2026
 
Giovedì XIII Settimana T. O.
 
Am 7,10-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 18 (19); Mt 9,1-8
 
San Swithun di Winchester Vescovo: A causa della trascuratezza dei suoi contemporanei, non si hanno notizie di un certo rilievo sulla sua vita, né delle sue parole, né delle sue conversazioni, che fossero state riportate per le future generazioni.
Swithun visse nel IX secolo, fu cappellano reale del re Egberto di Wessex e tutore del figlio del re, principe Ethelwulf, che governò poi dall’839 all’858.
E su richiesta del re Ethelwulf, divenne vescovo di Winchester, allora capitale dell’Inghilterra; fu consacrato da Ceolnoth arcivescovo di Canterbury il 30 ottobre 852.
Governò la diocesi dieci anni, perché morì il 2 luglio 862; il re Ethelwold, il 15 luglio 971, fece trasferire le reliquie nella cattedrale, coincise con questo avvenimento la caduta di un’abbondantissima pioggia, tale che fu ritenuta segno della potenza del santo vescovo, evidentemente si era in periodo di prolungata siccità.
Da quel giorno si dice che se piove nel giorno di s. Swithun (15 luglio) pioverà anche per i seguenti 40 giorni.
Da noi si dice la stessa cosa per s. Barbara e per s. Caterina d’Alessandria.
Era invocato per ottenere la pioggia, il suo culto che prese sviluppo dal secolo X, si estese per la fama di essere un santo guaritore, sia nell’isola di Wight, sia in Francia.
Nel 1093 il suo corpo fu di nuovo trasferito dalla vecchia alla nuova cattedrale di Winchester; la sua festa celebrata il 2 luglio per tutto il Medioevo, fu poi man mano sostituita al 15 luglio, giorno della prima traslazione. (Autore: Antonio Borrelli)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Amasia paragona Amos ai profeti di carriera che vivono della loro professione (Cf. 1Sam 9,7), ma non lo accusa d’essere un falso profeta; anzi, il suo intervento e la sua denunzia di cospirazione mostrano che egli teme le conseguenze della predicazione del profeta. La fedeltà di Amos alla vocazione divina rende efficace e veritiero il suo annunzio, purtroppo foriero di crudeli sventure: morte di spada per Geroboamo, esilio per Amasia e per tutto Israele, disonore e morte per donne e bambini.
 
Vangelo
Resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
 
Il paralitico e coloro che lo portano chiedono a Gesù la guarigione del corpo perché attratti dalla sua misericordia usata nei confronti dei malati e degli ossessi. Gesù dona al paralitico la salute fisica e contemporaneamente il perdono dei peccati, ma non dobbiamo credere che quel paralitico fosse più peccatore che malato: Gesù «fa intendere che in quell’uomo si sono rese evidenti in modo particolare le conseguenze di quella separazione tra Dio e uomo nella quale risiede la radice del male. Gesù richiama i presenti a questa considerazione affinché non si fermino alla esteriorità del miracolo. E ai versi 10-11 “affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati... ti ordino... alzati” chiarisce la verità opposta, cioè che il perdono non resta mai un fatto puramente interiore, psicologico, ma riconduce anche l’aspetto corporale dell’uomo sotto la sovranità di Dio» (P. Antonio Di Masi).

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,1-8
 
In quel tempo, salito su una barca, Gesù passò all’altra riva e giunse nella sua città. Ed ecco, gli portavano un paralitico disteso su un letto. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figlio, ti sono perdonati i peccati».
Allora alcuni scribi dissero fra sé: «Costui bestemmia». Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore? Che cosa infatti è più facile: dire “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”? Ma, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati: Àlzati - disse allora al paralitico -, prendi il tuo letto e va’ a casa tua». Ed egli si alzò e andò a casa sua.
Le folle, vedendo questo, furono prese da timore e resero gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.
Parola del Signore.
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Dopo una nuova traversata, verso la riva occidentale del lago, dov’è Cafarnao (cf 4,13), avviene un nuovo fatto. Un paralitico mene portato a Gesù, e già questo manifesta la fede di quella gente.  La novità del questo miracolo sta in ciò che lo precede. Finors Gesù ha guanto la gente colpita da ogni tipo di infermità. qui invece è lui che prende l’iniziativa e dice: «Ti sono rimessi i tuoi peccati». Ciò non va interpretato nel senso che Gesu riconosca un supporto causale e immediato tra la malattia e il peccato; anzi altrove respingerà esplicitamente l’opinione dei dottori della legge per i quali ogni malattia è la conseguenza di un peccato personale. Certo è che l’uomo soffre di due malattie: la malattia del corpo caduco e mortale e la malattia del peccato, che lo rovina interiormente. La malattia del peccato è la più grave, perche nessun medico umano è capace di guarirla, ma soltanto Dio.
Allora alcuni scribi cominciarono a pensare «Costui bestemmia» ...  Gli scribi riconoscono - in sé giustamente - che qui viene pronunciata una bestemmia. Chi può arrogarsi la potestà di perdonare i peccati, del momento che ciò appartiene soltanto a Dio? Il peccato infatti è contro Dio, è una negligenza colpevole, una trasgressione deliberata di un suo comandamento. Soltanto Dio, quindi, è competente in questo campo!
Ma qui non siamo di fronte a un uomo qualunque. Gesù lo dimostra con un ragionamento logico e stringato: sapete benissimo che è più difficile rimettere i peccati che guarire il corpo, ma chi può la cosa più difficile, non potrà anche la più facile? E viceversa: voi vedete con i vostri occhi che io posso eliminare le malattie fisiche; non è questa una prova che poso rimuovere anche l’infermità spirituale? Se vi manca la buona volontà di comprendere, non vi piegherà almeno la forza della logica?
L’autorità sovrana del Figlio dell’uomo all’inizio si era manifestata nel suo insegnamento e le folle l’avevano constatato con stupore (7,28). Qui si estrinseca nella capacità di togliere il peccato, adesso, sulla terra, nel presente tempo messianico. Ciò significa che quanto viene perdonato sulla terra è perdonato anche in cielo, presso Dio. Ciò che il Figlio dell’uomo compie ora con autorità divina, più tardi sarà compiuto anche dai suoi apostoli, ai quali trasmetterà lo stesso potere. Qui irrompe il regno di Dio: la vita e la salvezza riconquistano e compenetrano completamente l’uomo, corpo e anima.
Ed egli si alzò e andò a casa. A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini. Che l’infermo si alzi realmente e vada a casa, appare una semplice e naturale conseguenza del fatto che era stato guarito nello spirito. Così la storia termina senza scalpore. La cosa principale per la gente non è la guarigione miracolosa, ma che Dio abbia «dato un tale potere agli uomini». Come deve essere grande Dio, proprio per questa liberalità, che non tiene gelosamente per sé il suo tesoro. L’accento, quindi, viene posto su quanto Dio fa: egli trasmette agli uomini i suoi poteri. Qui, ora, è stato il Figlio dell’uomo in persona, ma ciò non viene sottolineato; in seguito saranno degli uomini semplici ad avere il potere di rimettere i peccati in nome di Dio, un miracolo che si rinnova ogni volta che veniamo perdonati. Siamo consapevoli che Dio mette a nostra disposizione qualcosa di esclusivamente suo e dona a un uomo la sua stessa autorità? Siamo coscienti che si tratta di una grazia concessa liberamente?
 
Per approfondire
 
Il peccato nei sinottici - Giuseppe Ghiberti: La natura del peccato secondo i sinottici è rappresentata ancora sovente con le cate­gorie antico testamentarie. Tipica categoria ripresa da quell’ambiente è quella del peccato inteso come «debito», secondo Mt 6,12: «e rimetti a noi i nostri debiti», dove Lc 11,4 ha: «rimetti a noi i nostri peccati». Il termine «debito» indica quanto noi dobbiamo a Dio e suggerisce quanto più grande sia la colpa del peccato (Cf. la specificazione del parallelo di Luca!), quando provenga da debitori quali siamo noi. Il concetto del debito torna spesso nell’insegnamento di Gesù, per esempio nella parabola del servitore spietato (Mt 18,23-35), del grande e piccolo debitore (Lc 7,41ss), ecc. Pur essendo apparentato con l’antica economia dell’alleanza, si tratta di un concetto chiarificatore, perché aiuta a superare l’idea d’un peccato ristretto solo all’ambito degli ordinamenti pur complicati della legge. E intanto esso serve a esprimere una giustificazione della necessità del perdono reciproco.
Dall’aspetto di «bene sottratto ingiustamente», inerente al concetto di peccato, si passa a quello di ostilità a Dio: non solo egli ha tutti i diritti verso di noi, ma ci ha fatto il dono della sua parola, dei suoi comandi, e noi gli rifiutiamo adesione e ubbidienza. Siamo pertanto iniqui e ci allontaniamo da lui.
Un recupero dei suoi beni, particolarmente della sua amicizia, sarà possibile solo con la conversione. I passi che documentano queste idee sono numerosi. In Mt 7,21-23 leggiamo che nel giudizio finale Cristo allontanerà da sé per sempre quanti non hanno fatto la volontà del Padre suo, siano essi carismatici straordinari. In 23,28 il primo evangelista testimonia che Cristo ha messo sotto denuncia l’ipocrisia dei farisei, giusti solo in apparenza. Dalla parabola del figlio prodigo emerge soprattutto la descrizione della situazione miserevole in cui si trova chi ha abbandonato Dio (Cf. Lc 15,11-25).
Noteremo che, in base a quanto s’è detto precedentemente, tutto il bene a cui il peccato si oppone è considerato in categorie di Regno. E siccome il Regno viene attraverso Gesù, già si intravede che commettere il peccato è prendere posizione contro l’opera di Gesù. Non farà stupire che, per contropartita, il peccato porti schiavitù nei riguardi di Satana. Il caso più evidente è rappresentato da Giuda che secondo Lc 22,3 ha tradito Gesù perché Satana entrò in lui; ma la legge generale è espressa da Gesù nella parabola del seminatore: chiunque ascolta la parola di Dio senza comprenderla (comprensione pratica) si vede derubato dal maligno del seme seminato nel suo cuore (Mt 13,19).
Le conseguenze del peccato, secondo i sinottici, possono essere accennate brevemente.
Avendo sottolineato che tra gli aspetti del peccato, il più doloroso è la delusione data all’amore di Dio e l’abbandono e allontanamento da lui, si comprende ora come gli effetti vengano nuovamente segnalati come infelicità nell’uomo causata dall’assenza di Dio. E ciò non solo nelle tipiche «parabole della misericordia» (e in particolare nel figlio prodigo), ma anche nell’«andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato al diavolo» (Mt 25,41), dove l’accento è posto, più che sul fuoco terrificante, sull’impossibilità di rima­nere con Dio e sul cambio della sua compagnia con quella del demonio. Restano certo valide molte cose della riflessione veterotestamentaria, ma le novità non sono meno rilevanti. Così effetto del peccato sarà la necessità del perdono; ma Gesù avverte che la grande remissione sarà lui a effettuarla (Cf. sopra Mt 26,28).
L’origine del peccato non è fatta oggetto di particolare attenzione nei sinottici, che si preoccupano solo di sottolinearne la natura intima all’uomo. Il peccato ha le sue radici nel cuore dell’uomo e non in tanti aspetti secondari, esterni e formalistici, suggeriti dalla mentalità legalistica farisaica (Cf. Mt 15,10-20 e Mc 7,14-23).
Quando però si sia insistito sull’interiorità e volontarietà dell’atto peccaminoso, non si è ancora chiarito se questa interiorità sia universalmente toccata da una presenza o predisposizione al male.
 
Costui bestemmia - Deville (Dizionario di Teologia Biblica): Ogni ingiuria rivolta ad un uomo merita di essere punita (Mt 5, 22). Quanto più la bestemmia, insulto fatto a Dio stesso! Essa è il contrario dell’adorazione e della lode che l’uomo deve a Dio, è il segno per eccellenza dell’empietà umana.
 
ANTICO TESTAMENTO
 
La presenza di un solo bestemmiatore nel popolo di Dio è sufficiente per contaminare tutta la comunità. Perciò la legge dice: «Chiunque bestemmia il nome di Jahvè, morirà, tutta la comunità lo lapiderà» (Lev 24, 16; cfr. Es 20, 7; 22, 27; 1 Re 21, 13).
Più sovente la bestemmia si trova sulle labbra dei pagani, i quali insultano il Dio vivente quando assalgono il suo popolo: un Sennacherib (2 Re 19, 4 ss. 16. 22; Tob 1, 18), un Antioco Epifanie (2 Mac 8, 4; 9, 28; 10, 34; Dan 7, 8. 25; 11, 36), cui si ispira senza dubbio il ritratto di Nabuchodonosor nel libro di Giuditta (9, 7 ss).
Così pure gli Edomiti che plaudono alla rovina di Gerusalemme (Ez 35, 12 s) ed i pagani che insultano l’unto di Jahvè (Sal 89, 51 s). A costoro Dio si riserva di applicare egli stesso il castigo meritato: Sennacherib cadrà di spada (2 Re 19, 7. 28. 37) come Antioco, la bestia satanica (Dan 7, 26; 11, 45; cfr. 2 Mac 9), ed il paese di Edom sarà ridotto a deserto (Ez 35, 14 s). D’altronde il popolo di Dio deve guardarsi dal provocare egli stesso le bestemmie dei pagani (Ez 36, 20; Is 52, 5), perché Dio farebbe vendetta di questa profanazione del suo nome.
 
NUOVO TESTAMENTO
 
1. Lo stesso dramma si intreccia nel NT attorno alla persona di Gesù. Egli, che onora il Padre, è accusato dei Giudei di bestemmia, perché si dice Figlio di Dio (Gv 8, 49. 59; 10, 31-36), e proprio per questo sarà condannato a morte (Mc 14, 64 par.; Gv 19, 7).
In realtà, questo stesso accecamento porta a consumazione il peccato dei Giudei, perché disonorano il Figlio (Gv 8, 49) e, sulla croce, lo caricano di bestemmie (Mc 15, 29 par.). Se non fosse che un errore sull’identità del figlio dell’uomo, sarebbe un peccato remissibile (Mt 12, 32) dovuto ad ignoranza (Lc 23, 34; Atti 3, 17; 13, 27). Ma è un disconoscimento più grave, perché i nemici di Gesù attribuiscono a Satana i segni che egli compie per mezzo dello Spirito di Dio (Mt 12, 24. 28 par.): c’è dunque bestemmia contro lo Spirito, che non può essere rimessa né in questo mondo, né nell’altro (Mt 12, 31 s par.), perché è un rifiuto volontario della rivelazione divina.
 
2. Il dramma continua ora attorno alla Chiesa di Gesù Cristo. Paolo era un bestemmiatore quando la perseguitava (1 Tim 1, 13); quando poi predica il nome di Gesù, i Giudei gli si oppongono con bestemmie (Atti 13, 45; 18, 6). La loro opposizione conserva quindi lo stesso carattere del Calvario. Vi si unisce ben presto l’ostilità dell’impero romano persecutore, nuova manifestazione della bestia dalla bocca piena di bestemmie (Apoc 13, 1-6), nuova Babilonia adorna di titoli blasfemi (Apoc 17, 3). Infine i falsi dottori, maestri di errore, introducono la bestemmia fin tra i fedeli (2 Tim 3, 2; 2 Piet 2, 2. 10. 12), tanto che talora diventa necessario consegnarli a Satana (1 Tim 1, 20). Le bestemmie degli uomini contro Dio vanno così verso un parossismo che coinciderà con la crisi finale, nonostante i segni annunziatori del giudizio divino (Apoc 16, 9. 11- 21). Di fronte a questa situazione, i cristiani non seguiranno l’esempio dei Giudei infedeli «a motivo dei quali il nome di Dio è bestemmiato» (Rom 2, 24). Eviteranno tutto ciò che provocherebbe gli insulti dei pagani contro Dio o contro la sua parola (1 Tim 6, 1; Tito 2, 5). La loro buona condotta deve portare gli uomini a «glorificare il Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).
 
Pietro Crisologo, Sermo, 50, 3-6: “Figlio”, dice, “ti sono rimessi i tuoi peccati.” Dicendo questo, voleva esser riconosciuto Dio, quale ancora non appariva agli occhi umani a causa della [sua] umanità. Per le facoltà ed i miracoli, infatti, era paragonato ai profeti, i quali, da parte loro, per mezzo di lui avevano compiuto prodigi; il rimettete i peccati, invece, dato che non spetta all’uomo e costituisce segno distintivo della divinità, ai cuori degli uomini lo dimostrava Dio.
Lo prova il livore dei farisei; infatti quando ebbe detto: Ti sono rimessi i tuoi peccati, risposero i farisei: “Costui bestemmia: chi infatti può rimettere i peccati, se non Dio solo?” (Mt 9,3).
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 1 Luglio 2026
 
Mercoledì della XIII Settimana del Tempo Ordinario
 
Am 5,14-15.21-24; Salmo Responsoriale Dal Salmo 49 (50); Mc 8,28-34
 
San Giustino Orona Madrigal Sacerdote e fondatore, martire: Nacque a Atoyac, Jalisco (Diocesi di Ciudad Guzmán) il 14 aprile 1877. Parroco di Cuquío, Jalisco (Arcidiocesi di Guadalajara). Fondatore della congregazione religiosa delle sorelle Clarisse del Sacro Cuore. La sua vita fu segnata da dolori ma sempre si mantenne cortese e generoso. Una volta scrisse: “Coloro che perseguono il cammino del dolore con fedeltà, sicuramente possono salire al cielo”. Quando la persecuzione divenne più pesante rimase tra i suoi fedeli dicendo: “Io resterò tra i miei vivo o morto”. Una notte, dopo aver deciso con il suo vicario e compagno di martirio, padre Atilano Cruz, una speciale pastorale, da tenersi in mezzo ad innumerevoli pericoli, entrambi si ritirarono in una casa del “Rancho de Las Cruces”, vicino a Cuquío per riposare. All’alba del 1° luglio 1928 forze federali ed il presidente municipale de Cuquío irruppero violentemente nel rancho e colpirono la porta della stanza in cui dormivano. Il Signor Curato Orona aprì e con voce forte salutò il giustiziere: “Viva Cristo Re!”. La risposta fu una pioggia di pallottole. (Autore: Mons. Oscar Sánchez Barba, Postulatore)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - AI MODE: Il passo biblico Amos 5,14-15.21-24 descrive il forte richiamo di Dio, attraverso il profeta Amos, a abbandonare l’ipocrisia religiosa in favore della giustizia sociale e dell’onestà morale.
Il messaggio di Amos si basa su concetti chiave della teologia profetica:
La vera ricerca di Dio (vv. 14-15): Amos corregge l’idea che la vicinanza di Dio sia automatica. La vera fede si concretizza nel compiere il bene e ristabilire il diritto nei tribunali.
Il rifiuto del culto formale (vv. 21-23): Dio detesta le cerimonie religiose (“festività”, “olocausti”, “canti”) quando non corrispondono a una vita onesta. Il culto è autentico solo se vissuto nell’etica quotidiana.
Il primato della giustizia (v. 24): L’immagine finale del “torrente perenne” sottolinea che la giustizia sociale non deve essere sporadica, ma un flusso ininterrotto che dà vita alla comunità.
 
Vangelo
Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?
 
Il racconto della liberazione dei due indemoniati di Gadara, con alcune varianti, è presente anche in Marco e in Luca. Con il permesso di Dio, satana esercita una sorta di dominio sull’uomo prendendone possesso. Questa possessione “è accompagnata spesso da una malattia, poiché questa, a titolo di conseguenza del peccato [Mt 9,2], è un’altra manifestazione dell’azione di Satana [Lc 13,16]. Così gli esorcismi del Vangelo, che a volte, come qui, appaiono allo stato puro [cfr. Mt 15,21-28p; Mc 1,23-28p; Lc 8,2], avvengono spesso in forma di guarigione [Mt 9,32-34; 12,22-24p; 17,14-18p; Lc 13,10-17]. Con il suo potere sui demoni Gesù distrugge l’impero di Satana [Mt 12,28p; Lc 10,17-19; cfr. Lc 4,6, Gv 12,31] e inaugura il regno messianico, di cui lo Spirito santo è la promessa caratteristica [Is 11,2; Gl 3,1s]. Se gli uomini rifiutano di comprenderlo, i demoni invece lo sanno bene [qui e Mc 1,24p; 3,11p, Lc 4,41, At 16,17; 19,15]. Questo potere di esorcismo, Gesù lo comunica ai suoi discepoli insieme con il potere delle guarigioni miracolose [Mt 10,1; 10,8p] che gli è connesso [Mt 8,3; 4,24; 8,16p; Lc 13,32]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,28-34
 
In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque.
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 29 Gli spiriti maligni che possedevano quegli infelici avevano avvertito la presenza di Cristo. Essi deplorano la venuta di Gesù, poiché vogliono esplicare la loro malefica attività, prima di essere relegati definitivamente nell’inferno dopo il giudizio finale. La teologia cattolica ammette che il demonio, per una volontà permissiva di Dio, abbia una certa libertà di azione tra gli uomini. Figlio di Dio: non indica necessariamente la natura divina di Gesù; l’espressione può designare un essere dotato di poteri straordinari.
31 Mandaci nella mandria dei porci; in una regione prevalentemente pagana non vigeva l’interdizione legale (legge ebraica) di allevare i maiali e di nutrirsi di carne suina. La richiesta degli spiriti maligni non va intesa come una manovra per indispettire gli abitanti del luogo e farli insorgere contro Gesù; i demoni desiderano impossessarsi di altri esseri meno elevati dell’uomo e di manifestare in essi il loro potere nefasto.
32 Gesù concede o meglio tollera questa iniziativa, poiché la sua missione consiste nel salvare l’uomo. Egli, tollerando l’entrata degli spiriti maligni nei maiali, manifesta indirettamente il suo potere sopra i demoni ed offre una prova ulteriore della cecità con la quale lo spirito del male agisce. I maiali, appena furono invasi dagli spiriti demoniaci, si dettero a precipitosa fuga e perirono affogati nel lago. Matteo non constata la liberazione di quei due infelici indemoniati, poiché riassume i fatti; questo miracolo fu compiuto nelle immediate vicinanze del lago, poiché non si può pensare che quei porci abbiano compiuto una corsa di molti chilometri e di lunga durata.
33 La città è di difficile identificazione. Non si può pensare a Gadara, poiché rimane troppo lontana dal luogo del fatto. Si è pensato a Chorsia (el-Korsi), località vicina al lago.
34 Gli abitanti dell’innominata città non capirono l’importanza del fatto, ma furono rammaricati dalla perdita dei loro maiali, che appartenevano a molti di loro, poiché era uso comune affidare a dei guardiani ingaggiati all’uopo gli animali di più padroni. Quei cittadini invece di mostrarsi grati per la liberazione della loro terra dai due soggetti pericolosi, invitarono Gesù a lasciare quella contrada.
 
Per approfondire
 
Felipe F. Ramos Commento della Bibbia Liturgica)Per scoprire la teologia e il messaggio è necessario un maggiore impegno. Matteo ha preso questa storia dal vangelo di Marco (5,1-20), che la racconta con particolari maggiori e in modo più sensazionale. Matteo abbrevia e si limita, per esempio riguardo ai porci, a dire che erano una mandria numerosa, mentre non dice, come Marco, che fossero circa duemila. Allo stesso tempo sviluppa altri particolari: invece di parlare d’un indemoniato come Marco, parla di due (è l’usanza di Matteo anche in altre occasioni, come in 9,27-31 e 20,29-34, per accrescere la grandezza del miracolo).
Fondamentalmente, la scena mira a descrivere un incontro di Gesù con i pagani, come aveva già fatto nella persona del centurione. Tuttavia, fra le due scene, vi è una differenza radicale: il centurione crede e ha accettato Gesù; i gadareni non credono e lo rigettano, perché pensano che quel taumaturgo costituiva un danno per la loro economia. Il rifiuto dei gadareni simboleggia e anticipa il rifiuto della predicazione della Chiesa in quelle parti della Palestina. Quindi il fatto è storia, predicazione e avvertimento allo stesso tempo.
La storia ha il suo centro di gravità nella lotta di Gesù col demonio: è un’intenzione chiara in altri passi del vangelo, e non solo nelle storie in cui compare esplicitamente il demonio (4.24; 9,33-34; 12,22ss), ma in tutti gli interventi di Gesù destinati a superare il dolore, la malattia e la morte. Questa lotta potrebbe essere trasferita, per la nostra mentalità, al campo della psicologia; ma si commetterebbe un’ingiustizia contro il vangelo, tentando di spiegare questi racconti partendo dal campo della psicologia e della psicoterapia. Qui si tratta di poteri misteriosi ostili all’uomo.
I demoni conoscono il nome di Gesù, che è «Figlio di Dio»; sanno di essere soggetti a lui e gli si riconoscono inferiori. E con le parole: «Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?» esprimono la realtà evangelica più profonda: con Gesù, è giunta quella fine dei tempi nella quale Dio sarebbe intervenuto in un modo unico a favore degli uomini. Sono cominciati gli ultimi tempi, la fase escatologica. Noi viviamo in essa e non attendiamo che il suo compimento.
I demoni scacciati e vinti vogliono fare ostentazione del loro potere, affermare che questa fine dei tempi non è ancora giunta a porre fine alla loro attività. La loro sconfitta è la liberazione dell’uomo e, per rendere visibile la loro uscita dall’uomo, si cerca per essi un nuovo luogo. La scena dei porci da un lato rende visibile la liberazione dell’uomo, e dall’altro, dimostra che i demoni hanno ancora un tremendo potere distruttore (annientano la mandria dei porci).

Perché Dio permette che esistano i posseduti - José Antonio Fortea (Summa Daemoniaca, q. 100): Dio lo permette perché si mostra la verità della religione cattolica, è un castigo per i peccatori, è vantaggio spirituale per i buoni, produce insegnamenti salutari per l’uomo. Se Dio permette la malattia, a maggior ragione permette qualcosa la cui esistenza è una vera e propria ragione per credere. Un fenomeno nel quale si può comprovare il potere di Dio, il potere di Cristo e quello della Chiesa. La possessione è come una finestra aperta dalla quale possiamo affacciarci sul mondo dell’odio e della sofferenza demoniaca. Una finestra aperta dalla quale possiamo scorgere qualcosa dell’invisibile potere delle nature angeliche. E il bene prodotto da tale visione, si riflette di norma sui presenti e sui familiari per il resto della loro vita. Di norma perché presenziare a un esorcismo non significa che necessariamente tutti i presenti, a partire da quel momento acquisiscano la fede. C’è infatti chi dopo essere stato testimone di un esorcismo, attribuisce la colpa a cause naturali o quanto meno sconosciute. Né ciò deve sembrarci strano se consideriamo che ci fu chi non credette in Gesù pur essendo stato testimone delle guarigioni e degli altri miracoli da lui compiuti. Dobbiamo capire che qualunque cosa vediamo (un miracolo, un esorcismo, qualsiasi cosa sia) ciò che ci fa credere è la grazia. Se liberamente decidiamo di resistere a questo invito interiore e invisibile, non importa assistere alla moltiplicazione dei pani e dei pesci. Anche se il cielo si aprisse, e Dio ci parlasse dall’alto, tra le nuvole, penseremmo che si tratta di un’allucinazione. Non è ciò che vediamo, ma la grazia, ciò che accende all’interno della nostra anima immortale la fiamma della fede.
 
La supplica dei demoni - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 28, 2: Qualcuno, a questo punto, potrebbe chiedermi perché Cristo acconsentì alla richiesta dei demoni, permettendo loro di entrare nella mandria dei porci. Rispondo che Gesù agì in tal modo, non tanto per cedere alla loro richiesta, bensì per offrire molti insegnamenti. Prima di tutto voleva far capire a quelli che liberava da quei malvagi tiranni quale grave danno fosse l’essere dominati da loro. In secondo luogo voleva mostrare a tutti che i diavoli non possono neppure entrare nei porci, se Dio non lo permette. Voleva, inoltre, far comprendere che, se gli indemoniati non avessero ottenuto in quella disgrazia il soccorso della provvidenza
divina, i demoni avrebbero potuto far loro assai più male di quanto ne fecero ai porci. È certo infatti che i demoni nutrono per noi un odio più forte di quello che nutrono per gli animali. E se essi non risparmiarono la vita dei porci e li fecero precipitare in mare non appena furono in loro potere, allo stesso modo e ancor più terribilmente avrebbero agito con quegli uomini che trascinavano avanti e indietro per luoghi solitari, se la misericordia di Dio non avesse frenato la loro tirannia.
 
Catechismo degli Adulti - Gli spiriti ribelli [381] Altri angeli sono invece nemici dell’uomo. Sono chiamati demòni. Accecati dall’orgoglio, si sono ribellati a Dio con una scelta irreversibile e perciò impossibile da perdonare. Vorrebbero trascinare tutto e tutti nella perdizione e nel nulla. Secondo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento, abitano tra la terra e il cielo, quasi per soffocare la speranza dell’uomo e impedirgli di guardare in alto: «La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma... contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti» (Ef 6,12).
Satana [382] I demòni hanno come capo Satana. La sua forza distruttiva e il suo influsso nella storia sono indicati dalla Bibbia in termini impressionanti: «il principe di questo mondo» (Gv 12,31); «il grande drago, il serpente antico... che seduce tutta la terra» (Ap 12,9); «omicida fin da principio... e padre della menzogna» (Gv 8,44), «colui che della morte ha il potere» (Eb 2,14); il «maligno» che domina «tutto il mondo» (1Gv 5,19). Bisogna dunque vedere in lui una persona, malvagia e potente che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. Si può riconoscere un suo influsso particolare nella forza della menzogna e dell’ateismo, nell’atteggiamento diffuso di autosufficienza, nei fenomeni di distruzione lucida e folle. Ma tutta la storia, a cominciare dal peccato primordiale, è inquinata e stravolta dalla sua azione nefasta. Secondo la concezione biblica, le varie forme di male sono in qualche modo riconducibili a lui e ai demòni suoi complici. La Chiesa ritiene che «tutta intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà... fino all’ultimo giorno».Così inquietante è la forza del male, che alcune dottrine religiose hanno immaginato l’esistenza di un dio malvagio, indipendente e concorrenziale rispetto al Dio del bene. La Chiesa rifiuta questo modo di vedere.
Tuttavia non minimizza il mistero del male, riducendolo alle deficienze della natura o alla colpa dell’uomo, ma vi scorge «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore».
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 30 Giugno 2026
 
Martedì XIII Settimana T. O.
 
Am 3,2-8; 4,11-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 5; Mt 8,28-34
 
Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» - Laudato sii n. 98Gesù viveva una piena armonia con la creazione, e gli altri ne rimanevano stupiti: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?» (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: «È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”» (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani hanno avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. E’ degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: «Non è costui il falegname, il figlio di Maria?» (Mc 6,3). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione. San Giovanni Paolo II insegnava che «sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità».
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Il Signore Dio ha parlato: chi non profeterà? - Epifanio Gallego (Amos in Commento della Bibbia Liturgica): All’oracolo di condanna contro Israele la classe dirigente più colta aveva opposto la speciale relazione che correva fra Yahveh e, Israele, relazione fondata sull’elezione. Israele non era un popolo come gli altri: era il popolo di proprietà di Yahveh. Se Yahveh lo ripudiava, chi lo avrebbe ancora onorato con un culto? che ne sarebbe stato dell’alleanza e della promessa? Qui si mette in discussione l’autorità divina di Amos come profeta, dato che, nel suo insegnamento, egli è considerato in disaccordo con la dottrina tradizionale e ispirata d’Israele.
Amos si difende come profeta. La sua argomentazione è una delle pagine più belle e significative dell’esperienza viva della vocazione, della sua esigenza imperiosa e irresistibile e della sicurezza che offre a chi la possiede.
La sua argomentazione comincia con un atto di fede Anche lui crede all’elezione divina d’Israele: « Soltanto voi ho eletto ». La differenza sta nell’interpretazione che si dà a questa elezione. La credenza popolare, favorita e sostenuta dalle classi dirigenti - esempio eloquente del fatto che non sempre la voce del popolo si può identificare con la voce di Dio - faceva di questa elezione uno speciale privilegio che comportava l’esenzione da un totale castigo. Amos dimostra che questo concetto dell’elezione e dell’alleanza è falso. L’alleanza non comporta privilegi, ma responsabilità. « Perciò io vi farò scontare tutte le vostre iniquità ». Esattamente il contrario di quello che essi pensavano. Le promesse di Dio all’uomo non sono încondizionate: la garanzia di provvidenza suppone garanzia di corrispondenza e di fedeltà. Servirsi dell’elezione religione come d’un talismano di privilegi, d’immunità o di passaporto celeste è la maggiore ingiuria contro la stessa elezione e religione.
Chiarito questo, il profeta passerà a giustificare la sua condotta come profeta, l’autorità della sua parola. Per questo si serve, con incalzante forza retorica, d’una serie di esempi vissuti nella sua silenziosa esperienza di capo di pastori attraverso le campagne di Tekoa. Sono domande che lanciano una sfida ed esigono una risposta negativa. L’accordo precede l’armonia; il leone non ruggisce se non ha la preda; l’uccello non cade a terra se non gli è stata tesa l’insidia; il suono della tromba vien dopo il grido d’allarme, e Dio non manda castighi senza aver prima rivelato il suo piano ai profeti. Ed egli è lì appunto per questo: per rivelar loro il piano di Dio. E se tutti tremano al ruggito dei leone, quando « Il Signore Dio ha par lato: chi può non profetare »?
Preziosa apologia del profeta nella quale è messa in risalto l’autorità divina derivata da Dio. Egli sì sente costretto dall’azione divina a parlare, non può resistere. E gli si chiede di stare zitto? In modo molto simile avrebbe parlato Geremia e Paolo
La liturgia ha unito a questo racconto i versetti 11-17 del capitolo seguente, che sono come la conclusione di tutto quello che è stato detto. Dio non li vuole castigare senza averli preavvertiti. Lo ha già fatto con una catastrofe che non conosciamo, forse Il terremoto al quale accenna 1-1; «non siete ritornati a me»: Ora si avvicina un’altra catastrofe: « ti tratterò così, Israele ». Non vuole che sia colto alla sprovvista e, per mezzo dì Amos, suo profeta, lo invita a prepararsi « all’incontro con il suo Dio ». Il profeta ha compiuto il suo dovere. Non hanno nulla da ridire a lui: si intendano direttamente con Dio in nome del quale parla. In questo modo sdoppiavano la loro personalità quegli uomini dello spirito.
 
Vangelo
Si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
 
Il racconto della tempesta sedata è presente anche in Mc 4,35-41 e Lc 8,22-25. Attraverso il racconto di questo miracolo, l’evangelista Matteo intende mettere in risalto il potere divino di Gesù. Una considerazione. Il mare è simbolo del male, Gesù ha il potere di acquetare, di esorcizzare e di cacciare dalla creazione e dall’uomo le forze del male. Questo potere sarà trasmesso agli Apostoli, alla Chiesa. Gesù comanda al “mare” come Dio e Signore di tutta la creazione: “Altri, che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque, videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo. Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde: salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo. Ondeggiavano e barcollavano come ubriachi: tutta la loro abilità era svanita. Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare. Al vedere la bonaccia essi gioirono, ed egli li condusse al porto sospirato” (Sal 107,23-30).
La Parola di Dio continua a risuonare nel nostro tempo. Per questo, il racconto evangelico della tempesta sedata non è soltanto il racconto di evento accaduto in passato, ma un’immagine viva della situazione e della vita della Chiesa: “Perché avete paura, gente di poca fede? … io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt  8,26; 28,20).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 8,23-27
 
In quel tempo, salito Gesù sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva.
Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, gente di poca fede?». Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia.
Tutti, pieni di stupore, dicevano: «Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore.

La tempesta sedata - Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico Spirituale ai Quattro Vangeli)La redazione dei tre miracoli successivi in Mt è più concisa rispetto a Mc, per farne risaltare meglio la portata cristologica ed ecclesiologica. Gesù è presentato come il dominatore degli elementi naturali sconvolti da forze diaboliche. La barca battuta dai flutti raffigura la Chiesa, minacciata dal mare burrascoso, simbolo delle potenze del male. La sequela di Cristo nella Chiesa consente al credente di trionfare sulle forze distruttrici del caos primordiale.
vv. 23-24 Gesù aveva ordinato di salpare verso l’altra riva (v. 18). Ora, lui stesso sale per primo nella barca per intraprendere la traversata del lago di Genesaret; “i suoi discepoli lo seguirono”: il brano risulta così strettamente collegato con l’intermezzo precedente, riferito alla sequela. La burrasca nel mare è descritta con il linguaggio apocalittico, come uno sconvolgimento cosmico, per sottolineare la potenza sovrumana di Gesù, che placa le acque come JHWH aveva domi nato l’abisso primordiale (cf. Gn 1,2) e il Mar Rosso in occasione della liberazione degli ebrei dall’Egitto (Es 14,16ss.; Sal 106,9). La descrizione è modellata sul racconto di Giona
(1,4-16), la cui vicenda prefigurava il destino di morte e di risurrezione riservato a Gesù (cf. Mt 12,40).
vv. 25-27 All’atteggiamento di Gesù affaticato che dorme tranquillo, si contrappone quello dei discepoli, terrorizzati dalla paura. Essi vegliarono il Maestro e lo supplicarono per essere salvati, denominandolo rispettosamente con il titolo di “Signore”. In Mc, invece, le loro parole suonano come un rimprovero per la noncuranza del pericolo che correvano. Gesù li rimprovera per la loro poca fede: essi credevano in lui, ma si erano turbati come se Dio li avesse abbandonati, mentre era presente nella persona del suo Inviato. Gesù prova la sua autorità sulle tempeste, simbolo delle forze del male, placando la bufera. Pertanto, i credenti possono ricorrere con fiducia a lui, sempre presente e operante nella Chiesa.
 
Per approfondire
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo)Svegliato, Gesù domanda meravigliato ai suoi: «Perché avete paura, uomini di poca fede?». La fede di chi ha paura è ancora debole. La fede scaccia la paura poiché ricolma tutto l’uomo della presenza di Dio. La luce della fede scova e allontana da ogni dove l’ ombra dell’ ansietà e dell’angoscia. I discepoli sono «uomini di poca fede», cioè hanno sì la fede - altrimenti non avrebbero sperato nel suo aiuto; ma è una fede ancora incerta e insufficiente - altrimenti non avrebbero cercato di scongiurare il pericolo con tale spavento e angoscia. li discepolo di Gesù si trova spesso in questa situazione: crede, ma non pienamente; aspetta l’aiuto dall’alto, ma non tutto l’aiuto; non si sente ancora sicuro nelle mani del Padre, come ha insegnato Gesù (cf. 6,25-34).
Gesù impone la calma alle potenze scatenate, placa la tempesta e i venti. Improvvisamente «si fece una grande bonaccia». Il tumulto delle acque si volatizza come un fantasma. I presenti si domandano stupefatti (i discepoli, o la folla sulla riva, o genericamente tutti gli uomini? non è questo che importa, ma unicamente la domanda): «Chi è mai costui?».
Prima lo stupore nasceva dal suo messaggio presentato con autorità sovrana (7,28), ora scaturisce dal suo agire con potenza, dal suo potere che si estende sulla tempesta e sul mare; gli elementi gli obbediscono come i demoni e le malattie. Di fronte a tale pienezza di poteri, non dovrà obbedirgli anche l’uomo? Se egli è realmente Signore e Maestro, come lo chiamano i discepoli, non è anche il Signore della mia vita?
Il discepolo deve seguire incondizionatamente il Maestro contare unicamente su di lui; deve quindi rinunciare alla sicurezza di una casa («non ha dove posare il capo») e all’intimità di una famiglia («ascia i morti seppellire i loro morti»). Seguire Gesù, essere suoi discepoli vuol dire sciogliere ogni legame terreno e vincolarsi a un unico legame: il Signore. Sul lago di Genezaret tutto ciò divenne realtà. Ma qui si spezza anche un terzo legame: la liberazione dalla fiducia nelle proprie possibilità.
Sul lago si sperimentò che cosa significa seguire Gesù: egli è in mezzo ai suoi, nella barca; lui solo basta, qualunque cosa possa accadere; egli è sicuro in Dio e soltanto in lui c’è salvezza. Vivere così è proprio della fede; una fede inizialmente faticosa che diventa fiducia sconfinata; una fede piccola e incerta che diventa adulta e piena. Questo quadro evangelico deve restare sempre davanti ai nostri occhi, specialmente quando i fatti della vita parleranno linguaggi contrari. Nonostante tutto, Gesù è nella barca.
 
Paul Ternant - Segni efficaci della salvezza (Dizionario di Teologia Biblica): a) Con i suoi miracoli Gesù manifesta che il regno messianico annunziato dai profeti è giunto nella sua persona (Mt 11,4s); attira l’attenzione su di sé e sulla buona novella del regno che egli incarna; suscita un’ammirazione ed un timore religioso che inducono gli uomini a chiedersi chi egli sia (Mt 8,27; 9,8; Lc 5,8ss). Con essi Gesù attesta sempre la sua missione e la sua dignità, si tratti del suo potere di rimettere i peccati (Mc 2,5-12 par.), o della sua autorità sul sabato (Mc 3,4s par.; Lc 13,15s; 14,3ss), della sua messianità regale (Mt 14,33; Gv 1, 9), del suo invio da parte del Padre (Gv 10,36), della potenza della fede in lui (Mt 8,10-13; 15,28 par.), con la riserva che impone la speranza giudaica di un messia temporale e nazionale (Mc 1,44; 5,43; 7,36; 8,26). Già in questo essi sono segni, come dirà S. Giovanni. Se provano la messianità e la divinità di Gesù, lo fanno indirettamente, attestando che egli è veramente ciò che pretende di essere. Perciò non devono essere isolati dalla sua parola: vanno di pari passo con l’evangelizzazione dei poveri (Mt 11,5 par.). I titoli che Gesù dà a sé, i poteri che rivendica, la salvezza che predica, le rinunzie che esige, ecco ciò di cui i miracoli fanno vedere l’autenticità divina, a chi non rigetta a priori la verità del messaggio (Is 16,31). In tal modo questo è superiore ai miracoli, come lascia capire la frase su Giona secondo Lc 11,29-32. Esso si impone come il segno primario e solo necessario (Gv 20,29), per la ineguagliabile autorità personale del suo araldo (Mt 7,29) e per la sua qualità interna, costituita dal fatto che, realizzando la rivelazione anteriore (Lc 16,31; Gv 5,46s), corrisponde negli uditori all’appello dello Spirito (Gv 14,17.26); proprio esso, prima di essere confermato ed illustrato dai miracoli, li dovrà distinguere dai falsi segni (Mc 13,22s; Mt 7,22; cfr. 2Tess 2,9; Apoc 13,13). Qui, come in Deut, «i miracoli discernono la dottrina, e la dottrina discerne i miracoli» (Pascal).
b) I miracoli non apportano la loro attestazione dall’esterno, come segni arbitrari ed ostentatori: realizzano in modo incoativo ciò che significano, apportano il segno della salvezza messianica che avrà il suo termine nel regno escatologico; perciò i sinottici li chiamano potenze (dynàmeis: cfr. Mt 11,20-23; 13,54. 58;14,2). Con essi di fatto Gesù, mosso dalla sua pietà umana (Lc 7,13; Mt 20,34; Mc 1,41), ma più ancora dalla sua coscienza di essere il servo promesso (Mt 8,17), fa effettivamente indietreggiare la malattia, la morte, l’ostilità della natura contro l’uomo, in breve tutto il disordine che ha la sua causa più o meno prossima nel peccato (Gen 3,16-19; cfr. Mc 2,5; Lc 13,3b e Lc 13,2-3a; Gv 9,3), e che serve al dominio del demonio sul mondo (Mt 13,25; Ebr 2,14s). Perciò rifiuta di compiere per Satana (4,2-7), per i maldisposti (12,38ss; 16,1-4), per i gelosi (Lc 4,23), per i frivoli (23,8s), delle prodezze gratuite che non avrebbero efficacia salvifica, ed è significativo che prodigi cosmici - dipendenti del resto, a quanto pare, più dalle immagini profetiche che dalla storia (Atti 2,19s) - non siano segnalati che al momento in cui, sfidato a salvare se stesso mediante un miracolo, egli muore per salvare tutti gli altri (Mt 27,39-54; cfr. 1Cor 1,22ss). I prodigi che sembra promettere in Mt 17,20 par., non sono che immagine della potenza della fede. Acquista così tutto il suo senso il nesso frequentissimo tra guarigioni ed esorcismi (Mt 8,16; ecc.). La liberazione degli indemoniati è un caso privilegiato di questa vittoria del «più forte» (Lc 11,22) su Satana, che tutti i miracoli realizzano a modo loro. Essa mette Gesù direttamente alle prese con l’avversario, in un duello che, incominciato nel deserto (Mt 4,1-11 par.), avrà il suo episodio decisivo sulla croce (Lc 4,13; 22,3.53) e non terminerà che nel giudizio universale (Apoc 20,10), ma in cui è già evidente la sconfitta diabolica (Mt 8,29; Lc 10,18). L’esorcismo è il segno efficace per eccellenza della venuta del regno (Mt 12,28).
 
Per quale motivo Gesù dormiva? - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 28, 1: Il Salvatore, inoltre, compie questo miracolo lontano dalla folla, perché i suoi discepoli non siano accusati di scarsa fede li rimprovera quando sono soli con lui. E ancor prima della tempesta che sconvolge le onde, placa la tempesta delle loro anime, rivolgendo loro questo rimprovero. Disse loro: «Perché siete paurosi, o uomini di poca fede?». Quindi alzatosi, sgridò i venti e il mare, e si fece gran bonaccia. In tal modo Cristo insegna che il timore e il turbamento non derivano dalle prove, ma dalla debolezza della nostra anima. Se qualcuno, a questo punto obiettasse che non per viltà o per scarsa fede gli apostoli si avvicinarono al Signore e lo svegliarono, io risponderei che gli apostoli, comportandosi così, mostrarono in modo evidente di non avere ancora una giusta idea di Cristo: pensavano infatti ch’egli se fosse stato sveglio poteva placare la tempesta, ma che non lo potesse fare essendo addormentato. Ma perché stupirsi se ora manifestano tale incredulità, quando vediamo che dopo molti  altri prodigi si dimostrano ancora più imperfetti? Questo procurerà loro frequenti rimproveri, come quando Gesù dirà: Fino a tal punto siete anche voi senza discernimento?
 
Testimoni di Cristo - Primi Martiri della Chiesa di Roma. Quella ferita nella storia da cui entra la luce di Dio: Fare memoria dei martiri significa ricordare una ferita che da sempre accompagna il Vangelo nella storia. Una ferita dalla quale, però, s’intravede la luce della vita divina che raggiunge ogni essere umano. Così la testimonianza dei cristiani della Chiesa di Roma uccisi nell’anno 64 perché accusati ingiustamente da Nerone dell’incendio della città, ci ricorda ancora oggi che spesso la voce del Vangelo è messa a tacere dai potenti, ma continua a farsi sentire grazie alla fede del popolo di Dio. Erano passati pochi anni dalla morte e risurrezione di Gesù a Gerusalemme, ma nella capitale dell’Impero il suo messaggio si era già diffuso.
La crisi era dietro l’angolo e serviva un capro espiatorio: si decise che il pericolo veniva dai cristiani, con quella loro fede rivoluzionaria e per questo Nerone li incolpò del grande incendio. Un’accusa che scatenò una persecuzione feroce. Lo storico Tacito nei suoi «Annali» descrivendo il martirio dei cristiani narrava: «Alcuni ricoperti di pelle di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco al termine del giorno in modo che servissero da illuminazione notturna». La persecuzione contro i cristiani si protrasse fino all’anno 67. (Avvenire)
 
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.