1 Agosto 2026
Sant’Alfonso Maria de Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa
Ger 26,11-16.24; Salmo Responsoriale Dal Salmo 68 (69); Mt 14,1-12
Benedetto XVI (Udienza Generale 11 Marzo 2011): Insieme alle opere di teologia, sant’Alfonso compose moltissimi altri scritti, destinati alla formazione religiosa del popolo. Lo stile è semplice e piacevole. Lette e tradotte in numerose lingue, le opere di sant’Alfonso hanno contribuito a plasmare la spiritualità popolare degli ultimi due secoli. Alcune di esse sono testi da leggere con grande profitto ancor oggi, come Le Massime eterne, Le glorie di Maria, La pratica d’amare Gesù Cristo, opera – quest’ultima – che rappresenta la sintesi del suo pensiero e il suo capolavoro. Egli insiste molto sulla necessità della preghiera, che consente di aprirsi alla Grazia divina per compiere quotidianamente la volontà di Dio e conseguire la propria santificazione. Riguardo alla preghiera egli scrive: “Dio non nega ad alcuno la grazia della preghiera, con la quale si ottiene l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. E dico, e replico e replicherò sempre, sino a che avrò vita, che tutta la nostra salvezza sta nel pregare”. Di qui il suo famoso assioma: “Chi prega si salva” (Del gran mezzo della preghiera e opuscoli affini. Opere ascetiche II, Roma 1962, p. 171). Mi torna in mente, a questo proposito, l’esortazione del mio predecessore, il Venerabile Servo di Dio Giovanni Paolo II: “Le nostre comunità cristiane devono diventare «scuole di preghiera» ... Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi un punto qualificante di ogni programmazione pastorale” (Lett. ap. Novo Millennio ineunte, 33,34).
Tra le forme di preghiera consigliate fervidamente da sant’Alfonso spicca la visita al Santissimo Sacramento o, come diremmo oggi, l’adorazione, breve o prolungata, personale o comunitaria, dinanzi all’Eucaristia.
“Certamente – scrive Alfonso – fra tutte le devozioni questa di adorare Gesù sacramentato è la prima dopo i sacramenti, la più cara a Dio e la più utile a noi ... Oh, che bella delizia starsene avanti ad un altare con fede ... e presentargli i propri bisogni, come fa un amico a un altro amico con cui si abbia tutta la confidenza!” (Visite al SS. Sacramento ed a Maria SS. per ciascun giorno del mese. Introduzione).
La spiritualità alfonsiana è infatti eminentemente cristologica, centrata su Cristo e il Suo Vangelo. La meditazione del mistero dell’Incarnazione e della Passione del Signore sono frequentemente oggetto della sua predicazione. In questi eventi, infatti, la Redenzione viene offerta a tutti gli uomini “copiosamente”. E proprio perché cristologica, la pietà alfonsiana è anche squisitamente mariana. Devotissimo di Maria, egli ne illustra il ruolo nella storia della salvezza: socia della Redenzione e Mediatrice di grazia, Madre, Avvocata e Regina.
Inoltre, sant’Alfonso afferma che la devozione a Maria ci sarà di grande conforto nel momento della nostra morte. Egli era convinto che la meditazione sul nostro destino eterno, sulla nostra chiamata a partecipare per sempre alla beatitudine di Dio, come pure sulla tragica possibilità della dannazione, contribuisce a vivere con serenità ed impegno, e ad affrontare la realtà della morte conservando sempre piena fiducia nella bontà di Dio.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori è un esempio di pastore zelante, che ha conquistato le anime predicando il Vangelo e amministrando i Sacramenti, unito ad un modo di agire improntato a una soave e mite bontà, che nasceva dall’intenso rapporto con Dio, che è la Bontà infinita. Ha avuto una visione realisticamente ottimista delle risorse di bene che il Signore dona ad ogni uomo e ha dato importanza agli affetti e ai sentimenti del cuore, oltre che alla mente, per poter amare Dio e il prossimo.
Liturgia della Parola
I Lettura: Il Signore mi ha veramente inviato a voi per dire ai vostri orecchi tutte queste parole - Le parole profetiche di Geremia suscitano imbarazzo nella classe dirigente, e i sacerdoti e i profeti sono disgustati. Sono stanchi di sentire castighi, o imminenti rovine, e per far tacere Geremia l’unica soluzione è quella di ammazzarlo. Ma occorre che la condanna a morte sia ratificata dal popolo, “strumento cieco di occhiuta rapina” (Giuseppe Giusti, Sant’Ambrogio). Geremia si difende dalle accuse, e ripete, quasi con ostinata innocenza, che la distruzione di Gerusalemme e del tempio è condizionata alla conversione di Israele. Possono fare di lui quello che vogliono, ma stiano ben attenti perché da Dio saranno ritenuti responsabili del sangue innocente. Il popolo accoglie la difesa di Geremia e ne decreta la liberazione: “Non ci deve essere condanna a morte per quest’uomo, perché ci ha parlato nel nome del Signore, nostro Dio”. Qualche volta il buon senso prevale sulla arrogante stupidità di credere di sapere tutto e di avere sempre ragione.
Vangelo
Erode mandò a decapitare Giovanni e i suoi discepoli andarono a informare Gesù.
Erode Antipa, figlio di Erode il Grande e della sua quarta moglie, la samaritana Maltace, governava la Galilea e Perea come tetrarca, titolo di ciascuno dei re che, sotto il controllo di Roma, governavano una delle quattro sezioni in cui era divisa la provincia di Siria. Erode Antipa infrangendo la Legge (Lv 20,21) aveva sposato Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Per poterla sposare, Erode Antipa aveva ripudiato la moglie, figlia del re nabateo Areta IV. Giovanni il Battista non ebbe paura di condannare pubblicamente Erode Antipa accusandolo di incesto e di adulterio (Es 20,14). Il Vangelo suggerisce che il martirio di Giovanni il Battista scaturì da questa accusa pubblica, ma secondo lo storico Giuseppe Flavio, Erode Antipa temeva l’influenza di Giovanni il Battista sul popolo, che poteva portare a una ribellione. Per questo lo aveva fatto imprigionare nella fortezza di Macheronte, e qui, molto probabilmente, lo aveva fatto decapitare. Plausibilmente le due versioni si intrecciano mettendo in rilievo la crudeltà di Erode Antipa, al pari di quella di Erode il Grande, suo padre.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 14,1-12
In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!».
Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta.
Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodìade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista».
Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre.
I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.
Parola del Signore.
La fine del Battista - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): È la prima volta che Erode Antipa appare nella storia evangelica. Nessuna meraviglia che egli abbia sentito parlare di Gesù. Tiberiade, il luogo della sua residenza galilaica, non è molto distante da Cafarnao. Questa sua improvvisa apparizione apre la fila degli avversari di Cristo che si avvicendano nel IV libro. La sua presenza non è di buon auspicio. Sia per il nome che porta, che per le personali imprese, fa prevedere tristi ore per il futuro della salvezza. Quasi per mettere in guardia, ma più ancora per far comprendere il senso della rievocazione, Matteo ricorda una delle più delittuose azioni del tetrarca contro gli uomini del regno: l’uccisione del Battista, ordinata nel corso di un banchetto, per istigazione di Erodiade: contemporaneamente «moglie», nipote e cognata del re.
Il racconto del martirio del precursore è letterariamente un’abbreviazione di quelli più dettagliati e più originali di Marco e di Giuseppe Flavio. Esso costituisce una specie di digressione nella trama del IV libro, ma nel quadro dell’intero vangelo è un tratto che completa le precedenti apparizioni del Battista (cfr. 3,1-12; 11,2-14) e mette definitivamente in luce la sua missione. Giovanni è stato inviato a preannunciare il Cristo (è perciò un profeta), ma anche a precedere la sua venuta e le sue operazioni. Il destino dell’uno fa prevedere quello dell’altro. Anche il Battista, una volta libero predicatore di penitenza (3, 1-12), era stato catturato, imprigionato (4,12; 11,2) e infine ucciso (14,3-12). Gesù ha cominciato a percorrere la stessa strada; annuncia lo stesso messaggio; incontra le stesse opposizioni può darsi che avrà anche da subire la stessa fine. Le apparizioni del Battista diventano così gesti simbolici oltre che fatti reali, profezie in azione. Egli è un precursore in tutta la sua persona e con tutta la sua vita. Forse meno evidentemente che in Marco anche in Matteo Giovanni è il «tipo di Cristo», di cui anticipa prefigurativamente la missione. La sua cattura non è un’incarcerazione ma una «consegna» (paradosis) (4,12) come quella del salvatore (Mt. 17,22). Come al messia (cfr. Mt. 17,22; 20,17-19), anche al precursore hanno fatto «quello che hanno voluto» (Mt. 17,13). Il parallelismo è confermato da Gesù stesso: «Così anche il figlio dell’uomo ha da patire da loro» (Mt. 17,13). Su questa linea la morte di Giovanni è un anticipo di quella di Gesù, come la diceria della sua risurrezione (Mt. 14,2) prelude alla vera risurrezione di Cristo. In questa maniera il discorso sul precursore è documentativo e insieme profetico. Il ministero galilaico si sta chiudendo con un bilancio fallimentare. La morte del Battista e la fuga di Gesù segnano un punto in vantaggio del tetrarca e dei nemici del regno
Per approfondire
Martirio / Martiri - Alfonso Colzani (Enciclopedia del Cristianesimo): Nella storia cristiana, soprattutto dei primi secoli, i due termini designano la testimonianza e i testimoni della fede. II termine martirio deriva dal greco martyrion: testimonianza resa sotto giuramento con valore di prova.
Con questo significato di documento probatorio (dell’Alleanza o della Torà ) il termine ricorre frequentemente nella versione greca dcll’Antico Testamento e in alcuni luoghi del Nuovo Testamento, caratterizzato dal riferimento a Cristo.
L’evangelista Luca introduce un nuovo significato: negli Atti degli apostoli martirio significa rendere testimonianza. inteso come predicare Cristo, compito caratteristico degli apostoli che “con grande forza rendevano testimonianza” (At 4,33). Martiri a partire da Luca 24,48, sono designati i testimoni del Risorto, i quali sono incaricati di essere testimoni fra le genti. Questo compito è chiaramente marcato dalla sofferenza e dal rischio della morte (Stefano, il primo martire cristiano è chiamato in Atti degli Apostoli 22,20 “il testimone fedele”), ma non è caratterizzato dalla concezione più tardiva di martirio come testimonianza del sangue, quanto dall’inalterata c completa proclamazione del messaggio di Cristo.
Per l’evangelista Giovanni martyrion è per definizione testimonianza di Cristo, anticipata da Giovanni Battista, testimonianza che lo stesso Cristo rende a se stesso e che i discepoli proclamano e confermano. Giovanni usa il vocabolario dell’esperienza della fede e della testimonianza, che ha il senso di conferma della verità di Dio: i discepoli che hanno visto rendono testimonianza e annunciano la vita eterna resasi visibile (1Gv 1,2).
Tale processo si realizza con l’aiuto dello Spirito Paraclito, che è colui che rende testimonianza a Gesù (Gv 15,26), ma non sostituisce la testimonianza dei discepoli: “e anche voi mi renderete testimonianza” (v. 27).
Beda, il Venerabile (Om. 23: CCL 122, 354): “San Giovanni subì il carcere e le catene a testimonianza per il nostro Redentore, perché doveva prepararne la strada. Per lui diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, ma solo di tacere la verità. Tuttavia morì per Cristo.
Cristo ha detto: «Io sono la verità» (Gv 14, 6), perciò proprio per Cristo versò il sangue, perché lo versò per la verità. E siccome col nascere, col predicare, col battezzare doveva dare testimonianza a colui che sarebbe nato, avrebbe predicato e battezzato, così soffrendo segnalò anche che il Cristo avrebbe sofferto.
Un uomo di tale e tanta grandezza pose termine alla vita presente con lo spargimento del sangue dopo la lunga sofferenza delle catene. Egli annunziava la libertà della pace superna e fu gettato in prigione dagli empi. Fu rinchiuso nell’oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato lampada che arde e illumina. Fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo, di udire la voce del Padre su di lui e di vedere la grazia dello Spirito Santo scendere sopra di lui.
Ma a persone come lui non doveva riuscire gravoso, anzi facile e bello sopportare per la verità tormenti transitori ripagabili con le gioie eterne. Per uno come lui la morte non riusciva un evento ineluttabile o una dura necessità. Era piuttosto un premio, una palma di vita eterna per la confessione del nome di Cristo.
Perciò ben dice l’Apostolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1, 29). Chiama grazia di Cristo che gli eletti soffrano per lui: «Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà esser rivelata in noi» (Rm 8, 18).
Sant’Alfonso Maria De’ Liguori. Alla ricerca di Dio nel cuore degli ultimi: Dio s’incontra nello sguardo dei semplici e nelle profondità del cuore dell’uomo ed è lì che lo cercò sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo e dottore della Chiesa. Fulcro della sua missione fu la cura degli ultimi e degli emarginati, che si prese a cuore dopo l’incontro con i pastori delle montagne sopra Amalfi. Era nato a Napoli il 27 settembre 1696 da una famiglia nobile e, dopo gli studi di filosofia e diritto, decise di diventare sacerdote.
Ordinato nel 1726, quattro anni dopo incontrò i pastori durante un momento di forzato riposo; si convinse così della necessità di farsi apostolo in mezzo a loro e a tutti i poveri. Per questo scopo, guidato dal vescovo di Castellammare di Stabia, fondò la Congregazione del Santissimo Redentore (i Redentoristi). Nel 1760 divenne vescovo di Sant’Agata dei Goti. Morì nel 1787. (Avvenire)
O Dio, che fai sorgere nella tua Chiesa
forme sempre nuove di santità,
fa’ che imitiamo l’ardore apostolico
del santo vescovo Alfonso Maria [de’ Liguori],
per ricevere la sua stessa ricompensa nei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.