12 Aprile 2026
II Domenica di Pasqua
At 2,42-47; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune. - Il brano lucano descrive la vita della prima comunità cristiana che comprendeva l’insegnamento e la testimonianza degli Apostoli tesi a esporre l’azione salvifica di Dio compiuta e realizzata in forma definitiva nella vita, nella morte e nella risurrezione di Gesù; la comunione fraterna, con la condivisione anche dei beni materiali; la preghiera e la frazione del pane, espressione che sta ad indicare la celebrazione eucaristica. Per l’evangelista Luca, la comunità apostolica è il modello a cui ispirarsi per una vita cristiana più autentica.
Seconda Lettura - Ci ha rigenerati per una speranza viva, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. - Pietro invita i cristiani afflitti da varie prove ad attingere dalla loro fede nel Cristo e dal loro amore per lui la speranza della loro salvezza (Cf. 1Pt 1,22; 2,11; 1Cor 15,44). La salvezza è conquista, ma soprattutto dono, dolce abbandono alla volontà di Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4). L’eredità cristiana, «a differenza di quella a cui pensò, almeno originariamente, Israele, non è esposta ai pericoli dei nemici, è sicura, perché “è conservata nei cieli per noi”... Il cristiano non ha diritto di dubitare della sicurezza di questa eredità ... Davanti alle difficoltà della vita presente, dobbiamo accrescere, con la fede, la sicurezza nel possesso di questa salvezza ultima e definitiva» (Felipe F. Ramos).
Vangelo
Otto giorni dopo venne Gesù.
Il vangelo di oggi è una pagina densissima e ricchissima di contenuti: in essa viene sottolineato il dono della pace e dello Spirito Santo; il potere di rimettere i peccati; in Tommaso il modello di incredulità e di fede e il fine che Giovanni s’è proposto scrivendo il suo Vangelo. Esso è stato redatto affinché gli uomini credano che Gesù è il Messia, il Cristo annunziato nell’Antico Testamento dai profeti, il Figlio di Dio, e, credendo questa verità, possano salvarsi e avere «la vita nel suo nome». Dalla predicazione del Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù (Cf. Gv 1,19), fino al capitolo conclusivo del Vangelo (Cf. Gv 21,24-25), tutto viene collocato nella testimonianza che è resa alla realtà del Verbo di Dio «fatto carne» (Gv 1,14).
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Parola del Signore.
La sera di quel giorno - Nonostante il sepolcro vuoto e l’annuncio pasquale della Maddalena (Cf. Gv 20,1-9.18), i cuori dei discepoli, per timore dei Giudei, sono nella morsa della paura e gli usci della loro casa ben serrati. In questo clima di attesa, di timore, di trepidazione e di spavento, Gesù, la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, appare agli Undici, mostrando loro le cicatrici dei polsi che erano stati trapassati dai chiodi e la ferita del fianco che era stato squarciato dalla lancia.
L’intenzione del Vangelo è quella di far comprendere che il Risorto che appare è Gesù di Nazaret morto crocifisso sul Calvario e trafitto dalla lancia del soldato romano. Il corpo risuscitato con il quale si presenta ai discepoli «è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione» (CCC 645).
L’entrare a porte chiuse, il fermarsi in mezzo agli apostoli e il parlare con loro, sono particolari che vogliono dire che Gesù è vivo, possiede una vita nuova, diversa, è risorto non come la figlia di Giairo, o come il giovane di Naim, oppure come Lazzaro: la «risurrezione di Cristo è essenzialmente diversa. Nel suo Corpo risuscitato egli passa dallo stato di morte ad un’altra vita al di là del tempo e dello spazio. Il Corpo di Gesù è, nella risurrezione, colmato della potenza dello Spirito Santo; partecipa alla vita divina nello stato della sua gloria, sì che san Paolo può dire di Cristo che egli è l’uomo celeste [Cf. 1Cor 15,35-50]» (CCC 647).
Stette in mezzo a loro ... La Presenza del Risorto nella Chiesa è apportatrice di inestimabili doni, «più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante» (Sal 19,11).
Giovanni, oltre alla pace e alla gioia, i frutti più soavi della presenza del Risorto in mezzo ai suoi, ama sottolineare tre doni fatti agli Apostoli.
Il conferimento della missione: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (Gv 20,21).
«Il parallelismo Padre-Figlio e Figlio-credente, caratteristico del linguaggio giovanneo [Gv 6,57; 10,15], è ben più che una semplice analogia: con realtà Gesù conferisce ai suoi la missione che ha ricevuto dal Padre. La frase più vicina alla nostra è quella della preghiera sacerdotale: “Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo” [Gv 17,18]» (G. Crocetti).
La missione degli Apostoli sarà universale.
Annunziata prima al popolo di Israele (Cf. Mt 10,5ss.; 15,24), come esigeva il piano divino, la salvezza deve ora essere offerta a tutte le nazioni: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).
Il dono dello Spirito Santo: «Soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,22); forse intenzionalmente, l’evangelista Giovanni vuol ricordare Genesi 2,7: «Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente». Lo stesso verbo insufflare lo troviamo in Ezechiele 37,9 per descrivere la nuova vita delle ossa aride. Quindi, il soffio di Gesù simbolizza lo Spirito che egli manda, principio della nuova creazione.
Lo Spirito Santo abita nella comunità neotestamentaria come in un tempio, ne crea l’unità ed agisce al suo interno. Inabita i credenti (Cf. 1Cor 6,19).
Abilita i discepoli al compimento della loro particolare missione al servizio della Parola, anche con il conferimento di particolari doni. Il possesso dello Spirito Santo, e l’essere posseduti dallo Spirito Santo, è condizione necessaria per la salvezza: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Cf. Gv 3,5; Rom 8,9; 1Cor 12,3).
Il potere di perdonare o di non perdonare i peccati (Cf. Gv 20,23); la Chiesa ha sempre inteso che Gesù Cristo con queste parole ha conferito agli Apostoli la potestà di perdonare i peccati, un potere che viene esercitato nel sacramento della Penitenza, «l’espressione più sublime dell’amore e della misericordia di Dio verso gli uomini, come Gesù insegna nella parabola del figlio prodigo (Cf. Lc 15,11-31). Il Signore attende sempre con le braccia aperte che ritorniamo pentiti, per perdonarci e restituirci la nostra dignità di figli suoi» (La Bibbia di Navarra, I quattro vangeli).
Tommaso uno dei Dodici ... vuol vedere il segno dei chiodi. È tra coloro che vengono biasimati da Gesù: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete» (Gv 4,48). L’Apostolo incredulo, vedendo crede: la confessione di Tommaso ... è il culmine della cristologia del quarto Vangelo.
«A Tommaso si riconosce il merito della fede [hai creduto], perché nell’umanità di Gesù ha saputo riconoscere la sua divinità. Ma la beatitudine rivolta alle generazioni future è di credere senza pretendere di dover necessariamente anche vedere tutto di persona, ma ponendo invece la propria fiducia nella parola e nella testimonianza di tutti coloro che hanno visto» (Il Nuovo Testamento, Ed. Paoline).
Gli ultimi versetti generano un profondo legame con il prologo del Vangelo, soprattutto con 1,14: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». È la più alta testimonianza della divinità di Gesù. Ed è anche un voler rinsaldare la fede degli increduli e dei vacillanti, perché credano che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo abbiano la vita nel suo nome.
Per approfondire
Salvatore A. Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni) - La fede nella risurrezione del Cristo: Gv 20 contiene anche un forte e stimolante messaggio per la vita spirituale dei seguaci del Cristo: l’amore di Maria, di Pietro e dell’altro discepolo per Gesù è presentato come esemplare per tutti i credenti; parimenti la tematica della fede occupa un posto di primo piano in questa pericope.
Gv 20 che descrive le apparizioni di Gesù risorto, sembra racchiuso da una grande inclusione tematica formata dall’associazione dei verbi vedere e credere. In effetti nel brano iniziale troviamo la frase: l’altro discepolo... VIDE E CREDETTE (Gv 20,8), mentre il passo finale è chiuso dall’espressione: Beati coloro che NON AVENDO VISTO, CREDERANNO (Gv 20,29).
In realtà in questo capitolo è rappresentato drammaticamente il processo della fede nel Cristo risorto.
La scoperta del sepolcro vuoto e la costatazione dell’ordine che regnava nella tomba di Gesù, fa sbocciare nel cuore del discepolo amato la fede nella risurrezione del Signore (Gv 20,8s).
Nel caso di Maria Maddalena e dei discepoli presenti nel cenacolo non si parla di fede, perché costoro videro il Cristo risorto (Gv 20,15-20). Invece il brano incentrato in Tommaso, mostra in modo vivo come questo apostolo sia passato dall’incredulità più ostinata alla fede più viva nel Signore risorto.
Come spesso avviene nel nostro vangelo, l’autore che si rivela sempre un fine artista, rappresenta in modo drammatico la nascita della fede nel cuore dell’incredulo Tommaso. L’assenza di questo discepolo dal cenacolo, quando venne il Risorto, offre l’occasione per la proclamazione ostentata dell’incredulità dell’apostolo; egli non dà credito alla dichiarazione degli amici, perché replica loro di non credere, se non quando vede con i propri occhi e tocca con le proprie mani (Gv 20,25).
Tommaso rifiuta la testimonianza degli altri discepoli, non si fida di loro, perché li ritiene vittime di un’allucinazione; egli vuol vedere il Maestro e costatare di persona se sia proprio lui, con le cicatrici dei chiodi e del colpo di lancia; i suoi colleghi potrebbero aver visto un fantasma.
Gesù accoglie la sfida di Tommaso e otto giorni dopo la prima apparizione, mostrandosi nuovamente nel cenacolo, si rivolge subito all’apostolo incredulo, invitandolo a portare il dito nelle cicatrici delle mani e a mettere la mano nel suo fianco, per diventare credente (Gv 20,26s). La professione di fede di Tommaso nella divinità del Maestro costituisce il vertice dello sviluppo drammatico della scena: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
Nel cuore del discepolo incredulo si è accesa la fede più profonda: risorgendo dai morti, Gesù ha dimostrato nel modo più chiaro e convincente di essere il Signore Iddio, come Jahvé.
La fede di Tommaso è autentica e sincera, essa però ha avuto bisogno del segno concreto di vedere il Risorto. A questo punto nella mente dell’evangelista sorge il problema della fede di coloro che non potranno vedere il Signore Gesù: costoro potranno credere?
Non solo sarà possibile la fede, ma essa si rivelerà superiore a quella dei primi discepoli. Il Cristo risorto infatti proclama beati coloro che crederanno, senza aver visto (Gv 20,29).
Giovanni tuttavia non considera inutili i segni, operati da Gesù, in rapporto alla fede: essi possono favorire il suo nascere e il suo approfondimento; per tale scopo egli ha scritto il suo vangelo: affinché i lettori credano che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio (Gv 20,30s). La fede nella messianicità divina di Gesù trova il suo alimento nella meditazione dei segni compiuti dal Signore, tra i quali il più strepitoso consiste nella risurrezione dai morti il terzo giorno (cf. Gv 2,18ss).
La fede nella risurrezione di Gesù appare realmente il tema centrale di Gv 20.
Xavier Léon-Dufour - L’uomo desidera la pace dal più profondo del suo essere. Ma spesso ignora la natura del bene che invoca con tutte le sue forze, e le vie che segue per ottenerlo non sono sempre le vie di Dio. Deve quindi imparare dalla storia sacra in che cosa consista la ricerca della vera pace, e sentir proclamare il dono di questa pace da Dio in Gesù Cristo.
LA PACE, FELICITÀ PERFETTA - Per apprezzare nel suo pieno valore la realtà indicata dalla parola, occorre sentire il sapore locale che sussiste nell’espressione semitica sin nella sua concezione più spirituale, e nella Bibbia sin nell’ultimo libro del NT.
1. Pace e benessere. - La parola ebraica šalôm deriva da una radice che, secondo i suoi usi, designa il fatto di essere intatto, completo (Giob 9, 4), ad es. terminare una casa (1 Re 9, 25), o l’atto di ristabilire le cose nel loro stato primitivo, nella loro integrità, ad es. «pacificare» un creditore (Es 21, 34), compiere un voto (Sal 50, 14). Perciò la pace biblica non è soltanto il «patto» che permette una vita tranquilla, né il «tempo della pace» in opposizione al «tempo della guerra» (Eccle 3, 8; Apoc 6, 4); designa il benessere dell’esistenza quotidiana, lo stato dell’uomo che vive in armonia con la natura, con se stesso, con Dio; in concreto è benedizione, riposo, gloria, ricchezza, salvezza, vita.
2. Pace e felicità. - «Essere in buona salute» ed «essere in pace» sono due espressioni parallele (Sal 38, 4); per domandare come sta uno, se sta bene, si dice: «È in pace?» (2 Sam 18, 32; Gen 43, 27); Abramo che morì in una vecchiaia felice e sazio di giorni (Gen 25, 8) se ne andò in pace (Gen 15, 15; cfr. Lc 2, 29). In senso più largo, la pace è la sicurezza. Gedeone non deve più temere la morte dinanzi alla apparizione celeste (Giud 6, 23; cfr. Dan 10, 19); Israele non ha più da temere i nemici, grazie a Giosuè vincitore (Gios 21, 44; 23, 1), a David (2 Sam 7, 1), a Salomone (1 Re 5, 4; 1 Cron 22, 9; Eccli 47, 13). Infine la pace è concordia in una vita fraterna: il mio familiare, il mio amico, è «l’uomo della mia pace» (Sal 41, 10; Ger 20, 10); è mutua fiducia sanzionata sovente da una alleanza (Num 25, 12; Eccli 45, 24) o da un trattato di buona vicinanza (Gios 9, 15; Giud 4, 17; 1 Re 5, 26; Lc 14, 32; Atti 12, 20).
3. Pace e salvezza. - Tutti questi beni materiali e spirituali sono compresi nel saluto, nell’augurio di pace (in arabo, il salamelecco) mediante il quale, nel VT e nel NT, si dice «buon giorno», ed «addio», sia nella conversazione (Gen 26, 29; 2 Sam 18, 29), sia nelle lettere (ad es. Dan 3, 98; Filem 3). Ora, se è conveniente augurare la pace o porsi la domanda circa le disposizioni pacifiche del visitatore (2 Re 9, 18), si è perché la pace è uno stato da conquistare o da difendere; è vittoria su un qualche nemico. Gedeone od Achab sperano di ritornare in pace, cioè vincitori della guerra (Giud 8, 9; 1 Re 22, 27 s); allo stesso modo si augura il successo di una esplorazione (Giud 18, 5 s), il trionfo sulla sterilità di Anna (1 Sam 1, 17), la guarigione delle ferite (Ger 6, 14; Is 57, 18 s); infine si offrono «sacrifici pacifici» (salutaris hostia) che significano la comunione tra Dio e l’uomo (Lev 3, 1).
4. Pace e giustizia. - Infine la pace è ciò che è bene in opposizione a ciò che è male (Prov 12, 20; Sal 28, 3; cfr. Sal 34, 15). «Non c’è pace per i malvagi» (Is 48, 22), viceversa, «guardare l’uomo giusto: c’è una posterità per l’uomo di pace» (Sal 37, 37); «gli umili possederanno la terra e gusteranno le delizie di una pace senza fine» (Sal 37, 11; cfr. Prov 3, 2). La pace è la somma dei beni accordati alla giustizia: avere una terra fertile, mangiare a sazietà, abitare in sicurezza, dormire senza timore, trionfare dei propri nemici, moltiplicarsi, e tutto questo in definitiva perché Dio è con noi (Lev 26, 1-13). Lungi, quindi, dall’essere soltanto una assenza di guerra, la pace è pienezza della felicità.
Il Risorto aiuta l’incredulità di Tommaso: «“Metti il tuo dito nel foro dei chiodi” (Gv 20,27), mi hai cercato quando non c’ero, goditi ora la mia presenza. Anche se tacevi io sentivo il tuo desiderio; prima che parlassi, conoscevo il tuo pensiero. Sentii le tue parole e, anche se non mi mostravo, ero vicino alla tua incredulità; senza farmi vedere, davo tempo alla tua incredulità, in attesa del tuo desiderio» (Basilio di Seleucia, Sermo in Sanct. Pascha, 4).
I Testimoni di Cristo - Giuseppe Moscati. La “cattedra dell’amore” è accanto a chi soffre: Prendersi cura di chi soffre significa mostrare al mondo un frammento dell’amore di un Dio che è sceso nella morte e ha condiviso con noi il buio del dolore. Ed è in questa opera profetica che si espresse la santità di san Giuseppe Moscati, medico che seppe conciliare scienza e carità. Era nato nel 1880 a Benevento, ma dal 1888 viveva a Napoli, dove si era laureato in medicina nel 1903. Nella sua carriera non si risparmiò per aiutare i sofferenti: salvò alcuni malati durante l’eruzione del Vesuvio del 1906; prestò servizio negli Ospedali Riuniti in occasione dell’epidemia di colera del 1911; fu direttore del reparto militare durante la Grande guerra. Negli ultimi dieci anni di vita fu particolarmente attivo sul fronte della ricerca e dello studio scientifico: fu assistente ordinario nell’istituto di chimica fisiologica; aiuto ordinario negli Ospedali riuniti; libero docente di chimica fisiologica e di chimica medica. Scelse, però, di stare vicino a chi soffriva anche quando gli venne proposto di diventare ordinario all’Università di Napoli: «Il mio posto è accanto all’ammalato», disse. Nel 1919 fu scelto come primario agli Ospedali Riuniti. Continuò a stare accanto agli ultimi offrendo assistenza gratuitamente ai poveri. Il 12 aprile 1927 morì a causa di un infarto. Giovanni Paolo II l’ha canonizzato nel 1987 al termine del sinodo dei vescovi su «Vocazione e missione dei laici nella Chiesa». (Avvenire)
O Padre, che nella tua immensa bontà
estendi a tutti i popoli il dono della fede,
guarda i tuoi figli di elezione,
perché coloro che sono rinati nel Battesimo
siano rivestiti dell’immortalità beata.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.