27 Luglio 2026
Lunedì XVII Settimana Del Tempo Ordinario
Es 32,15-24.30-34; Salmo Responsoriale Dt 32,18–21; Mt 13,31-35
Evangelii gaudium 278: La fede significa anche credere in Lui, credere che veramente ci ama, che è vivo, che è capace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che Egli avanza vittorioso nella storia insieme con «quelli che stanno con lui ... i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Ap 17,14). Crediamo al Vangelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr. Mt 13,31-32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr. Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr. Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rimaniamo al margine di questo cammino della speranza viva!
Liturgia della Parola
I Lettura: “Dietro il racconto, vi è forse il ricordo d’un atto d’infedeltà nel deserto, atto che non è possibile ricostruire. In sé, questa forma di culto non è propria dei nomadi, ma delle popolazioni sedentarie nella terra fertile di Canaan. Sta comunque a testimoniare un fenomeno che è reale nel deserto e in ogni situazione: l’infedeltà del popolo all’alleanza. Il popolo afferma qui un allontanamento da Dio, come cosa che va facendo fin dalla sua stessa origine” (Angel Gonzales).
Vangelo
Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.
La parabola del granello di senape e del lievito mettono in evidenza il sorprendente contrasto tra i piccoli inizi del regno e della sua espansione. Un monito alla pazienza e a lasciare a Dio la regolazione dei conti. È un invito ad avere fiducia nell’azione di Dio, una forza intensiva ed estensiva che arriva a trasformare e a sconvolgere l’intera vita dell’uomo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,31-35
In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Parola del Signore.
Basilio Caballero: Il discorso di Gesù continua con due parabole, di marcato parallelismo, intorno al mistero del regno di Dio: il granello di senapa e il lievito nella pasta (che si trovano anche in Lc 13,18ss). Il testo evangelico si conclude con una citazione scritturistica di completamento, in appoggio al linguaggio parabolico di Gesù: «Perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclama o cose nascoste fin dalla fondazione del mondo” (Sal 78,2)». Le parabole sono una forma di rivelazione e non di occultamento. Entrambe le parabole, come quella del seminatore e del seme che cresce da solo, sono parabole di contrasto; cioè, coincidono nel sottolineare la sproporzioni esistente tra gli inizi insignificanti del regno e il suo splendente finale. Ma anche così, ciascuna delle due parabole ha la sua sfumatura: quella del granello di senapa parla della crescita del regno in estensione, e quel la del lievito in intensità. Come il frondoso arbusto della senapa, che nella regione del lago di Tiberiade può raggiungere anche i tre metri, già sta in germe nel suo minuscolo seme, così il regno di Dio è già presente nel ministero apostolico di Gesù e della Chiesa, malgrado la povertà dei suoi inizi. È l’insegnamento fondamentale della parabola. In questo modo il Salvatore giustifica il suo metodo missionario che non rispondeva alle aspettative di trionfalismo e spettacolarità che, secondo i giudei del tempo, avrebbero dovuto accompagnare l’irruzione del regno di Dio nell’era messianica. Tuttavia, siccome l’evangelista scrive in epoca posteriore al ministero apostolico di Gesù, può già verificare, insieme alla comunità primitiva, la prima espansione del regno e del vangelo. Tra i rami dello snello albero di senapa possono già annidarsi gli uccelli. Evidente allusione all’incorporazione dei popoli pagani alla Chiesa. La seconda parabola è quella del lievito nella pasta, che è capace di far fermentare fino a tre misure di farina, il pane sufficiente per cento persone. Il suo significato e la sua lezione sono paralleli a quelli del granello di senapa. Nella persona e nel messaggio di Cristo sta già agendo efficacemente e irresistibilmente il fermento del regno; questo garantisce il successo finale della missione di Gesù e della Chiesa.
Per approfondire
La parabola del granello di senapa - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché si tiene sul palmo aperto un granello di senapa, lo si vede appena, eppure, seminato, in poco tempo diventa uno dei più grandi arbusti del campo. Fra il seme e la pianta non c’è davvero proporzione. Da un inizio insignificante si ottiene rapidamente il massimo risultato. Il mistero di questa crescita sbalorditiva risiede nella forza vitale e nel dinamismo interiore del seme. Secondo le parole del Signore tutto ciò è una illustrazione del mistero della Chiesa. Anche qui, da un inizio minimo, in un tempo straordinariamente breve, è uscito il grande risultato. La vita di Gesù, umanamente considerata, è brevissima. Incomincia nella stalla, rimane nascosta per trent’anni, si spiega pubblicamente solo per pochi mesi e termina con la condanna a morte. La Chiesa stessa incomincia con un pugno di contadini e di pescatori assolutamente impari al compito. L’uno passa al campo opposto, l’altro dichiara di non conoscere affatto Cristo. I rimanenti, nel momento culminante, fuggono. Le comunità della Chiesa primitiva sono composte in gran parte di schiavi e di popolino, con un numero insignificante di persone preminenti. Il movimento incomincia in Palestina, in un paese, cioè, che non è neppure una provincia romana indipendente, ma sottomessa a quella della Siria. Un evento totalmente privo di significato nel complesso dell’impero romano. Eppure il messaggio di Gesù ha conquistato il mondo e questa Chiesa è diventata la Chiesa universale, in un tempo incredibilmente breve, nonostante la resistenza delle forze spirituali, politiche e militari. Anche qui la crescita misteriosa si spiega con la virtù del seme, vale a dire con la forza vitale dello stesso Gesù Cristo, la quale non è altro che la forza di Dio. Gesù stesso è il capo di questa Chiesa, di cui lo Spirito Santo è il principio vitale. Visti di fuori, lo sviluppo e la crescita sono incomprensibili, considerati all’interno, della rivelazione, si capiscono perfettamente.
La parabola del lievito - Wolfgang Trilling: Il racconto è semplice e conciso, in un’unica frase. Una donna vuole preparare del pane. Alla grande quantità di farina aggiunge un pezzettino di lievito e lavora il tutto insieme, poi copre l’impasto con un tovagliolo e lo lascia riposare. Dopo un certo tempo, ecco il fatto meraviglioso: tutta la pasta è lievitata. La piccola quantità di lievito nascosto nella farina ha prodotto un vistoso effetto.
Come nella parabola del granello di senapa, anche qui ci interessa notare anzitutto la straordinaria e improvvisa trasformazione avvenuta, la sproporzione sbalorditiva tra il prima e il dopo, tra l’inizio e la fine. Così è del regno di Dio: dai suoi umili inizi nessuno si aspetterebbe tale pienezza di potenza, di sviluppo e di grandezza.
Ma qui l’idea dell’efficacia è ancor più determinante. La piccola porzione di lievito ha in sé una tale forza vitale, capace di fermentare una grande massa di farina e trasformarla in pasta per il pane; il lievito è il principio vitale. Il piccolo numero e la quantità poco appariscente (di lievito) non devono trarci in inganno. Davanti a Dio vale un’altra misura, non solo il rapporto tra grande e piccolo, ma anche tra ciò che è attivo e inerte. Quello che esteriormente appare debole e indigente, interiormente è pieno di forza e di vita. Nella debolezza apparente del messaggero opera e si sviluppa la forza interiore del messaggio. Il cuore nuovo e lo spirito nuovo, promesso da Dio, e che ora - nella pienezza dei tempi - egli vuole creare in noi, sono veramente opera divina. Chi accoglie totalmente il regno di Dio e se ne lascia permeare e trasformare, è un lievito divino nel suo ambiente. La forza vitale che pulsa in lui si espande e si comunica a chi gli vive accanto. Non solo la grande storia, ma anche la nostra piccola storia di ogni giorno ci mostrano questa forza vitale ed efficace - quando si incarna in uomini vivi -; una forza che si irradia anche sugli altri.
A quel piccolo gruppo Gesù ha detto: «Voi siete la luce del mondo»; «voi siete il sale della terra»; «una città collocata sopra monte non può restare nascosta» (5, 14-16). Ci rendiamo conto del tesoro che Dio ha nascosto nella nostra vita? Siamo consapevoli di essere chiamati a comunicare questa forza divina nel nostro ambiente, a esserne il lievito con la vita di Dio? Crediamo nell’efficacia dei nostri sforzi, anche se umili, poco appariscenti e minati dalla nostra debolezza e peccabilità? È la potenza della vita di Dio che vuole operare nella nostra pochezza.
L’infinitamente piccolo che diventa infinitamente grande - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): La terza parabola ha per protagonista ancora una volta il regno dei cieli. Il chicco di senape propriamente non è il seme più piccolo. Ve ne sono di più piccoli, ma la sua piccolezza è proverbiale (cf Mt 17,20): avere fede quanto un granello di senape permette di compiere cose impossibili per la logica umana. È vero però che può sorprendere la sproporzione tra la piccolezza del seme e la grandezza delle dimensioni della pianta che da esso si sviluppa (che può superare addirittura i tre metri!). Da un piccolo seme viene fuori quindi un albero grande e capace di ospitare molti uccelli, disposti a mettere le “tende” tra i suoi rami (il verbo del v. 32 è kataskenóo, composto di skenóo, il verbo che il quarto vangelo impiega per parlare dell’incarnazione di Gesù, cf Gv 1,14).
L’accento non è messo sulla piccolezza del seme ma sull’effetto che esso produce una volta gettato. Il regno è una realtà piccola, quasi nascosta e impercettibile, che porta però in sé un dinamismo e una potenza di vita incredibili e sorprendenti. È la scomparsa del seme di senape nella terra che rende possibile la sua crescita. Gesù insegna così che la crescita del credente è legata al dono totale della propria vita.
Giovanni Crisostomo (In Matth. 46,2): “Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo” [Mt 13,31]. Siccome Gesù aveva detto che i tre quarti della semente sarebbero andati perduti, che una sola parte si sarebbe salvata e che nella parte restante si sarebbero verificati tanti gravi danni, i suoi discepoli potevano bene chiedergli: Ma quali e quanti saranno i fedeli? Egli allora toglie il loro timore inducendoli alla fede mediante la parabola del granello di senape e mostrando loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra. Sceglie per questo scopo un’immagine che ben rappresenta tale verità. “È vero che esso è il più piccolo di tutti i semi; ma cresciuto che sia, è il più grande di tutti i legumi e diviene albero, tanto che gli uccelli dell’aria vengono a fare il nido tra i suoi rami” [Mt 13,32]. Cristo voleva presentare il segno, la prova della loro grandezza. Così - egli spiega - sarà anche della predicazione della buona novella. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c’era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa in tutto il mondo.
Testimoni di Cristo - San Pantaleone - Curare non è solo sanare il corpo ma è anche prendersi cura dell’anima: Nella tradizione cristiana la cura di una persona non è mai solo quella del corpo, della quale si occupa con ottimi risultati la medicina, ma è quella più ampia che si esprime anche in un’attenzione verso le ferite dell’anima e del cuore. Il Vangelo non nega la scienza medica, ma il suo messaggio ne può però ampliare l’impegno, ricordando che ogni malato è prima di tutto una persona con una dignità da custodire. Questo fu l’orizzonte nel quale san Pantaleone decise di praticare la medicina: una scelta che gli costò la vita. Nato a Nicomedia nel III secolo, fu cresciuto dalla madre cristiana ma avviato dal padre pagano allo studio della medicina. L’incontro con un presbitero che gli parlò di una medicina «più grande», il messaggio del Risorto, lo portò sulla strada della conversione e del Battesimo. Decise quindi di esercitare la propria professione da medico gratuitamente ma questo suscitò il risentimento dei colleghi e gli costò la denuncia. Secondo la tradizione venne quindi martirizzato tra atroci sofferenze forse nell’anno 305. Assieme a Cosma e Damiano è il patrono dei medici e delle ostetriche. Viene considerato uno dei quattordici santi ausiliatori e viene invocato contro le infermità di consunzione.
O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.