13 Ottobre 2026
Martedì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
Gal 5,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Lc 11,37-41
La libertà è un tesoro che si apprezza realmente solo quando la si perde. Per molti di noi, abituati a vivere nella libertà, spesso appare più come un diritto acquisito che come un dono e un’eredità da custodire. Quanti fraintendimenti intorno al tema della libertà, e quante visioni differenti si sono scontrate nel corso dei secoli! Nel caso dei Galati, l’Apostolo non poteva sopportare che quei cristiani, dopo avere conosciuto e accolto la verità di Cristo, si lasciassero attirare da proposte ingannevoli, passando dalla libertà alle schiavitù: dalla presenza liberante di Gesù alla schiavitù del peccato, alla schiavitù del legalismo e così via. Anche oggi il legalismo è un problema nostro, di tanti cristiani che si rifugiano nel legalismo, nella casistica. Paolo invita quindi i cristiani a rimanere saldi nella libertà che hanno ricevuto col battesimo, senza lasciarsi mettere di nuovo sotto il «giogo della schiavitù» (Gal 5,1). Paolo è giustamente geloso della libertà. (…) Una predicazione che dovesse precludere la libertà in Cristo non sarebbe mai evangelica: sarebbe forse pelagiana o giansenista o cosa del genere, ma non evangelica. Non si può mai forzare nel nome di Gesù, non si può rendere nessuno schiavo in nome di Gesù che ci rende liberi. La libertà... la libertà è un dono che ci è dato nel battesimo. (Francesco - Udienza generale, 6 ottobre 2021)
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Overview dell’AI: Il brano di Galati 5,1-6 rappresenta il cuore della Lettera ai Galati di san Paolo, dove l’apostolo difende la libertà cristiana contro ogni ritorno alla schiavitù della Legge mosaica (in particolare la circoncisione).
Sintesi del testo e temi principali - libertà e grazia: La salvezza è un dono gratuito e non un traguardo meritocratico legato all’osservanza rituale.
Fede e Amore: La fede autentica non resta un concetto astratto, ma si traduce inevitabilmente in opere di servizio e amore fraterno.
Vangelo
Date in elemosina, ed ecco, per voi tutto sarà puro.
La cortese lezione che Gesù dà al fariseo, può essere divisa in due parti, con una breve conclusione. La prima parte mette a nudo l’ipocrisia dei farisei con la quale celavano la loro avidità e la loro cattiveria: Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Naturalmente non tutti erano ipocriti, alcuni sinceramente cercavano nella scritture la verità e la volontà di Dio, e Gesù in più occasioni loda tale amore verso la Parola di Dio.
La seconda parte mette in evidenza la stoltezza delle guide spirituali del popolo d’Israele. Ma più che stoltezza dovremmo parlare di incoerenza di dottrina. Di fatto sapevano che l’uomo era uscito dalle mani del Creatore, ed era chiaro che bisognava attenzionare più la purità delle intenzioni che la purità del corpo: Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Come dire che a Dio interessava di più un cuore puro, scevro da ogni forma di avidità e di cattiveria piuttosto che la pulitura di bicchieri o di stoviglie. Una tentazione strisciante, ancora oggi, assai presente anche nella Chiesa. Gesù, in questo rimprovero si conforma alla predicazione dei profeti: “Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova” (Is 1,15-17)
Con la conclusione Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro, Gesù vuol suggerire al suo interlocutore che a “una luminosità esteriore” bisogna contrapporre “la luce del dono e della misericordia che viene dal di «dentro»” (Silvano Fausti).
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,37-41
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo.
Allora il Signore gli disse: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro».
Parola del Signore.
In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, un fariseo lo invitò a pranzo - Carlo Ghidelli (Luca): un fariseo lo invitò a pranzo... si meravigliò: Gesù accettava volentieri inviti a pranzo (cfr 7,36; 14,1), ma in questo caso non si sottomette alle prescrizioni legalistiche dei Giudei, quali le abluzioni, per far nascere la questione alla quale vuol rispondere. I giudei annettevano grande importanza alle abluzioni (cfr Mc 7,3s), ma Gesù le rifiuta (cfr Mt 15,20) e pure i suoi discepoli non le praticano (Mt 15,2; Mc 7,2-5).
Ma il Signore gli disse: - leggendo nel cuore dell’ospite Gesù si indigna di fronte ad un capovolgimento così radicale e così abnorme: ciò che dovrebbe essere solo un segno viene assolutizzato a scapito della realtà stessa. In altri termini, la minuziosità e la scrupolosità nell’osservanza delle prescrizioni della legge minaccia di compromettere l’impegno nella ricerca della purezza interiore. Gesù dunque si scaglia contro il formalismo farisaico e gli oppone la religione del cuore (cfr 6,45; 10,27; 12,34; 16,15; 21,34; 24,25). Il v. 40 è esclusivo di Luca e ribadisce che bisogna preoccuparsi di tutto quello che Dio ha creato, dell’esterno e dell’interno, la parte visibile e tangibile della nostra esperienza e la parte intima e profonda della nostra vita. Dio non può accontentarsi delle pratiche esteriori, però egli ama vedere impegnato tutto l’uomo nei confronti del Vangelo.
Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro...: l’accenno all’elemosina ce l’ha solo Luca. Lo sappiamo, è
un tema caro a Luca (cfr 12,33; 16,9; 19,8; At 9,36; 10, 2.4.31; 11,29; 24,17 e, in parallelo con Matteo e Marco, anche 6,30; 18,22; 21,1-4). Questo versetto è uno dei più difficili di tutto il vangelo lucano; d’altra parte, dalla sua interpretazione dipende anche il concetto di purezza interiore. L’espressione greca ta enonta può significare quello che c’è dentro, oppure quello che possedete, o infine, come nella Volgata quello che avanza. I significati qui possibili però sembrano soltanto due: - date in elemosina i frutti delle vostre ingiustizie (cfr Lc 16,9) e solo allora tutto sarà puro in voi; - oppure: date in elemosina ciò che possedete, impegnatevi cioè nel precetto della carità, e solo allora potrete dire di aver agito secondo la legge. In ambedue i casi è sempre il comandamento dell’amore (cfr 6,27-36; 10,29-37) che viene ribadito da Gesù e questo amore, per Luca specialmente, esige di tradursi in opere di misericordia.
Per approfondire
Patrizia Sensoli: «Cristo ci ha liberati per la libertà. State dunque saldi..» (v.1). La salvezza si è compiuta sulla croce di Cristo: qui siamo stati liberati dal peccato. Incontrare il Risorto significa cambiare radicalmente vita, ci ha detto Paolo, ma occorre restare nella vita nuova donata da Cristo, non ricadere nelle dinamiche dell’uomo vecchio, nell’affermazione di sé. Come rimanere allora in questo stato di grazia? L’invito di Paolo a stare saldi è un invito a fissare sempre lo sguardo su Gesù, per entrare nel mistero dell’amore trinitario. «Ecco io Paolo vi dico..»(v.2) ..l’Apostolo è netto, la salvezza o si accoglie come un bene gratuito e incondizionato oppure non c’è salvezza, perché è un dono che riceviamo e non un diritto che ci garantiamo da soli con le opere e le pratiche religiose. Fede e Legge non si possono conciliare, perché partono da due presupposti completamente diversi, quello dell’uomo nuovo che ha fatto esperienza dell’incontro con il Risorto, e che si è lasciato compenetrare dall’amore di Dio attraverso lo Spirito, è disposto a farsi rinnovare continuamente da questo amore e diventa capace di donarlo ai fratelli, e quello dell’uomo vecchio che non riesce ad abbandonare le antiche formule e pratiche, che cerca la giustificazione nella Legge e rimane bloccato, intrappolato dentro i suoi lacci.. un uomo chiuso di fatto alle novità, perché incapace di accogliere completamente la novità più strabiliante, potente e rivoluzionaria, quella di Dio che si fa uomo fino a morire sulla croce per noi. In ogni epoca, ma direi in particolare in questo nostro tempo segnato da cambiamenti così improvvisi e radicali, Cristo risorto ci chiama ad aprirci a sfide sempre nuove nella vita e nella Chiesa, e solo tenendo fisso lo sguardo su di Lui possiamo trovare il coraggio di coglierle e di viverle.
Josep Boira: Probabilmente quel fariseo era rimasto meravigliato dagli insegnamenti che aveva appena ascoltato ed ebbe l’audacia di invitare a mangiare Gesù, che non potette dir di no all’insistente supplica. Tra i due dovette stabilirsi una tale confidenza che Gesù sospese l’abituale protocollo della purificazione delle sue mani, perché, come egli aveva già detto ad alcuni farisei e scriba, “il mangiare senza lavarsi le mani non rende impuro l’uomo” (Mt 15, 20). E invece questo piccolo dettaglio scandalizzò il fariseo: la sincera ammirazione per il Maestro e la grandezza della sua dottrina si mutò repentinamente in una severa critica a causa di una inezia. Poi arriva il rimprovero di Gesù, con parole che ricordano l’oracolo del Signore, pronunciato dal profeta: “Anche se tu ti lavassi con soda e molta potassa, resterebbe davanti a me la macchia della tua iniquità” (Ger 2, 22).
Quante volte Gesù s’indigna a causa dell’ipocrisia, mancanza di coerenza nella condotta dell’uomo! Soprattutto quando ci si impegna molto nel curare le apparenze trascurando invece la vita interiore. L’incoerenza spezza l’unità della persona umana, è una sorta di schizofrenia, perché “colui che ha fatto l’esterno ha fatto anche l’interno”. Che senso ha tenere una stoviglia pulita solo all’esterno? Nessuno vorrebbe bere o mangiare in essa, per quanto pulita sia all’esterno. Sarebbe una stoviglia assolutamente inutile per il fine al quale l’aveva prodotta l’artigiano. Gesù si avvale di questa immagine per metterci in guardia da un tremendo pericolo: che in una stessa persona conviva la cattiveria di cuore con una bontà che sia semplice apparenza.
È Dio che ci ha fatti all’interno come all’esterno, e vuole vivere dentro di noi, in modo che il nostro agire rispecchi la nostra vita interiore. Solo dal profondo di un cuore puro possono uscire opere buone, tra le quali si distingue l’elemosina, che “salva dalla morte e purifica da ogni peccato” (Tb 12, 9). Facciamo nostre le parole del salmista: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo” (Sal 51, 12).
L’ipocrisia dei farisei - Gesù insegna la vera purificazione - Cirillo di Alessandria (Commento a Luca, omelia 83): Che cosa ha detto il Salvatore? Egli li ha rimproverati a ragione, dicendo: Ora voi farisei pulite la parte esterna del calice e del piatto, ma questo è in voi pieno di saccheggio e di malvagità. Sarebbe stato facile per il Signore usare altre parole nella prospettiva di istruire l’ottuso fariseo, ma ha trovato un’occasione. Collega il proprio insegnamento a quanto era stato prima davanti ai loro occhi. Visto che era il momento di mangiare e di sedere al tavolo, egli prende come semplice paragone il calice e il piatto. Mostra che coloro h se no Dio eon sincerità devono essere puri e puliti, e non solo dalle impurità del corpo ma anche da ciò che è nascosto dentro la mente. Gli utensili che servono il tavolo devono essere puliti tanto dalle impurità esterne quanto da quelle interne. Egli dice che colui che ha fatto l’esterno ha fatto anche l’interno. Questo significa che colui che ha creato il corpo ha creato anche l’anima. Dal momento che questi sono entrambi opera del solo Dio, amante della virtù, la loro purificazione deve essere analoga
Testimoni di Cristo - San Teofilo di Antiochia - E noi abbiamo occhi e cuore per cogliere il vero amore?: Sappiamo percepire l’amore che ci circonda, l’amore di chi ci è accanto? E l’amore di Dio? Abbiamo cuore e occhi pronti ad accogliere la sua presenza? Perché Dio si mostra «a coloro che possono vederlo, quando hanno aperti gli occhi dell’anima e tutti hanno i loro bravi occhi», anche se «qualcuno li ha velati, incapaci di vedere la luce del sole». È questo l’insegnamento, antico quanto prezioso, di san Teofilo di Antiochia. Il vescovo vissuto nel secondo secolo indica la via per trovare Dio e, in particolare nei «Libri ad Autolico», ripercorre la fitta trama di «cercatori della verità» del sapere antico, fino a culminare nell’annuncio del Dio di Gesù Cristo. Si tratta di una via che ognuno può percorrere nella propria anima per raggiungere una meta, appunto, che va solo scoperta con gli occhi giusti e che esiste anche se noi non siamo capaci di vederla. Formatosi alla scuola dei pensatori classici, Teofilo era nato nella regione tra il Tigri e l’Eufrate in una famiglia non cristiana; convertitosi al cristianesimo dopo aver studiato le Scritture, divenne vescovo di Antiochia forse nel 169. Per vedere Dio, scriveva nella lettera indirizzata all’amico pagano, bisogna curare gli occhi dell’anima, troppo spesso oscurati dai peccati. E la cura è Dio stesso, che «per mezzo del Verbo e della sapienza guarisce e dà la vita». (Matteo Liut)
Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.