4 Febbraio 2026
 
Mercoledì della IV Settimana T. O
 
2Sam 24,2.9-17; Salmo Responsoriale 31 [32]; Mc 6,1-6
  
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo)
 
Gesù, il buon pastore. - C. Lesquivit e X. Léon-Dufour: I sinottici presentano numerosi tratti che annunziano l’allegoria giovannea. La nascita di Gesù a Betlemme ha realizzato la profezia di Michea (Mt 2, 6 = Mi 5, 1); la sua misericordia rivela in lui il pastore voluto da Mosè (Num 27, 17), perché egli viene in aiuto alle pecore senza pastore (Mt 9, 36; Mc 6, 34). Gesù si considera come inviato alle pecore perdute di Israele (Mt 15, 24; 10, 6; Lc 19, 10). Il «piccolo gregge» dei discepoli che egli ha radunato (Lc 12, 32) rappresenta la comunità escatologica alla quale è promesso il regno dei santi (cfr. Dan 7, 27); esso sarà perseguitato dai lupi esterni (Mt 10, 16; Rom 8, 36) e da quelli interni, travestiti da pecore (Mt 7, 15). Sarà disperso, ma, secondo la profezia di Zaccaria, il pastore che sarà stato colpito lo radunerà nella Galilea delle nazioni (Mt 26, 31 s; cfr. Zac 13, 7).
Infine, al termine del tempo, il Signore delle pecore separerà nel gregge i buoni ed i cattivi (Mt 25, 31 s). In questo spirito altri scrittori del NT presentano «il grande pastore delle pecore» (Ebr 13, 20), maggiore di Mosè, il «capo dei pastori» (1 Piet 5, 4), «il pastore ed il guardiano» che ha ricondotto le anime smarrite guarendole con le sue stesse lividure (1 Piet 2, 24 s). Infine nell’Apocalisse, che sembra seguire una tradizione apocrifa sul messia conquistatore, Cristo-agnello diventa il pastore che conduce alle fonti della vita (Apoc 7, 17) e che colpisce i pagani con uno scettro di ferro (19, 15; 12, 5).
Nel quarto vangelo queste indicazioni sparse formano un quadro grandioso che presenta la Chiesa vivente sotto il vincastro dell’unico pastore (Gv 10). C’è tuttavia una sfumatura: non si tratta tanto del re, signore del gregge, quanto del Figlio di Dio che rivela ai suoi l’amore del Padre. Il discorso di Gesù riprende i dati anteriori e li approfondisce. come in Ezechiele (Ez 34, 17), si tratta di un giudizio (Gv 9, 39). Israele rassomiglia a pecore spremute (Ez 34, 3), in balìa «dei ladri, dei predoni» (Gv 10, l. 10), disperse (Ez 34, 5 s. 12; Gv 10, 12). Gesù, come Jahvè, le «fa uscire» e le «guida al buon pascolo» (Ez 34, 10-14; Gv 10, 11. 3. 9. 16); allora esse conosceranno il Signore (Ez 34, 15. 30; Gv 10, 15) che le ha salvate (Ez 34, 22; Gv 10, 9).
L’«unico pastore» annunziato (Ez 34, 23), «sono io», dice Gesù (Gv 10, 11). Gesù precisa ancora. Egli è il mediatore unico, la porta per accedere alle pecore (10, 7) e per andare ai pascoli (10, 9 s). Egli solo delega il potere pastorale (cfr. 21, 15 ss); egli solo dà la vita nella piena libertà dell’uscire e dell’entrare (cfr. Num 27, 17). Una nuova esistenza è fondata sulla mutua conoscenza del pastore e delle pecore (10, 3 s. 14 s), amore reciproco fondato sull’amore che unisce il Padre ed il Figlio (14, 20; 15, 10; 17, 8 s. 18-23). Infine Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore (10, 15. 17 s); egli non è soltanto «percosso» (Mt 26, 31; Zac 13, 7), ma dà spontaneamente la propria vita (10, 18); le pecore disperse che egli raduna vengono sia dal recinto di Israele che delle nazioni (10, 16; 11, 52). Infine il gregge unico così radunato è unito per sempre, perché l’amore del Padre onnipotente lo custodisce e gli assicura la vita eterna (10, 27-30).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Davide ordina un censimento che suscita l’ira di Dio il quale punisce severamente Davide. Un censimento era considerato “un’empietà, perché ledeva le prerogative di Dio, perché è lui che tiene i registri di coloro che devono vivere o morire [Es 32,32-33; cf. Es 30,12]” (Bibbia di Gerusalemme). Da notare la bontà e la misericordia di Dio il quale fa scegliere al colpevole il castigo con il quale sarà castigato, e Davide sceglie di “cadere nelle mani di Dio”, proprio perché punta sul suo amore misericordioso; e dall’altra parte l’umiltà di Davide che lo spinge a riconoscere prontamente il peccato commesso, e ad intercedere a favore del popolo perché il Signore ritiri presto il castigo.
 
Vangelo
 
È inspiegabile l’incredulità degli abitanti di Nazaret ed è incomprensibile come i suoi paesani facilmente passino dallo stupore e dalla ammirazione all’animosità e all’insulto. Ma questo è il destino di tutti i profeti. Gesù non viene risparmiato da questa prova che si farà ancora più drammatica nel giorno in cui Pilato, nel tentativo di liberarlo, lo presenterà alla folla: in quel giorno, ingrata, dimenticando gli innumerevoli doni ricevuti, si farà serva dell’odio dei farisei (cfr. Mt 27,11-26).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
 
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
 
Parola del Signore.
 
Senza la fede, non vi sono miracoli - Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Marco - Commento della Bibbia Liturgica): La venuta di Gesù a Nazaret, la sua patria, non è ricordata dal secondo evangelista in base a un ordine cronologico, bensì in base a un ordine teologico. L’evangelista ha cura di non presentarlo come un mago, ma come il Figlio di Dio che libera l’uomo dalla sua contingenza: il peccato, le malattie, la morte. Ma questa salvezza avviene in un solo ambito: l’ambito della fede. I suoi compaesani non riescono a rendersi conto della sua condizione divina. Per essi, Gesù non è altro che «il carpentiere, il figlio di Maria e il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone».
Il testo di Marco non si presta ad argomentazioni né prò né contro la verginità di Maria. Il fatto che si parli dei fratelli di Gesù può indicare molto bene un adattarsi all’uso biblico, secondo il quale qualsiasi grado di parentela poteva essere designato col termine «fratello» (Gn 13,8). Ma il testo evangelico in sé non tradisce in alcun modo questo tipo di preoccupazioni, che ebbero poi tanto spazio nella storia ecclesiastica posteriore.
Gesù si sentì come bloccato nel suo paese natale, appunto perché lì mancava praticamente la fede: «E si meravigliava della loro incredulità». I «fratelli» e i compaesani, forse, avrebbero accettato di buon grado un Gesù «superuomo», nelle vesti di capo carismatico in lotta contro i romani; ma la realtà che avevano sotto gli occhi era per essi una delusione. Anche riconoscendo alcuni elementi della sua azione benefica, non riuscivano a leggere in essa il messaggio di salvezza e di liberazione del quale era segno. In una parola, mancavano di fede.
Secondo lo scrittore cristiano Egesippo, l’imperatore Domiziano fece venire a Roma alcuni discendenti di Giuda, «fratelli» di Gesù, perché gli dessero informazioni su quegli avvenimenti; ma, una volta ricevute le informazioni dai parenti, l’imperatore si convinse che politicamente non potevano dargli fastidio, e li lasciò tornare in Giudea.
L’autore del secondo vangelo ha cura di far notare che la nuova comunità avrebbe dovuto essere convocata unicamente dallo Spirito nell’ambito della fede e che, per conseguenza, era inutile cercare in essa certi vincoli dinastici, come pare succedesse già nella comunità di Gerusalemme, che aveva come capo Giacomo, «il fratello del Signore».
Comunque, la nota fondamentale di questo testo decisivo è che la fede precede i miracoli e non il contrario, perciò, è inutile montare un’apologetica, secondo la quale «si prova» la divinità di Cristo attraverso l’esistenza di alcuni miracoli superiori alle forze della natura.
 
Per approfondire
 
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua: Il profeta è perseguitato perché è una voce fuori dal coro; è inviso «perché la sua vita non è come quella degli altri» (Sap 2,15). Non è ascoltato perché «del tutto diverse sono le sue strade» (Sap 2,15). È di imbarazzo (cfr. Sap 2,11) perché di fronte ai legami parentali e di paese, di fronte alla mentalità e al parere comune, al conformismo e alle formalità, al ‘così si fa perché lo fanno tutti’, ha il coraggio di rimproverare le trasgressioni della legge di Dio (cfr. Sap 2,12). Dà fastidio perché dinanzi all’ipocrisia del ‘altrimenti chissà cosa pensa la gente’ e al ‘così si è sempre fatto’ è portatore della Parola di Dio che non ammette deroghe o accomodamenti. Il profeta non è una mummia irrancidita dentro le sue verità scontate. È un uomo venduto all’amore di Dio e da questo legame trae speranze per l’uomo. Il profeta, in quanto possiede «la conoscenza di Dio» (Sap 2,13), sa incoraggiare chi ama la verità e la giustizia; chi ama osare al di là di ogni andazzo umano. Il profeta è un uomo che fa sognare: perché in Cristo «le cose vecchie sono passate e ne sono nate di nuove» (1Cor 5,17). Il profeta, come Gesù, è un uomo concreto, con i piedi ben piantati alla terra; sa partire sempre dalle necessità e dai bisogni reali della gente, perché non fa filosofia (cfr. Gc 2,14-17). Il profeta, in quanto è un uomo concreto, riesce a cambiare le norme, le consuetudini e ribaltare le regole; riesce a vincere le tradizioni che ammuffiscono l’uomo e le abitudini che spengono lo spirito e paralizzano ogni iniziativa. Il profeta è l’uomo di Dio che urla l’amore del suo Signore abbandonato dal popolo. Ma grida a squarciagola anche la misericordia infinita di Dio. Anche se l’amore non è corrisposto, l’unica rivincita del Signore Dio sarà quella di continuare ad amare il suo popolo, nonostante le loro infedeltà: gli Israeliti quanto «al vangelo, sono nemici, per vostro vantaggio; ma quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!» (Rom 11,1ss). Questa è la misericordia di Dio e il suo amore infinito: anche i ribelli abiteranno presso il Signore Dio (cfr. Sal 68 [67],19). Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4), la presenza di Gesù, profeta del Padre, uomo tra uomini, è il segno inequivocabile della fedeltà e dell’amore di Dio. In Cristo Gesù l’amore del Padre ha raggiunto il «vertice più alto. E questo non solo perché Cristo è il dono più prezioso dell’amore del Padre, ma anche perché in lui il rifiuto e la “durezza” di cuore degli uomini raggiungeranno il punto più alto di drammaticità e di sofferenza. Amore e infedeltà purtroppo, si inseguono e si commisurano a vicenda» (Settimio Cipriani).
 
Profezia: la Chiesa. - P. Beauchamp: «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cor 13, 8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio.
Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s).
Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione.
L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell’autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.
 
Dio è l’autore di tutto: “Vediamo, dunque, da quale fonte abbia origine questo nostro sole! Come è vero nasce da Dio, che ne è l’autore. È figlio pertanto della divinità; dico, della divinità non soggetta a corruzione, intatta, senza macchia. Capisco il mistero facilmente. Perciò la seconda nascita per mezzo della immacolata Maria, poiché in un primo tempo era rimasta illibata a causa della divinità, la prima nascita fu gloriosa, affinché la seconda non diventasse ingiuriosa, cioè come vergine la divinità lo aveva generato, così anche la Vergine Maria lo generasse. È scritto di avere un padre presso gli uomini, come leggiamo nel Vangelo ai Farisei che dicevano: «Non è questi figlio di Giuseppe il falegname, e Maria non è sua Madre?» [Mt 13,55]. In questo anche avverto il mistero. Il padre di Gesù è chiamato falegname; è pienamente fabbro Dio Padre, che ha creato le opere di tutto il mondo” (Massimo di Torino, Sermo, 62,4).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni de Britto - Oltre i confini nelle culture: il Vangelo è saper amare: Chi crede ama, e chi ama non ha paura: non teme la violenza del mondo, non teme i confini, non di perdere se stesso e di offrirsi per Dio al prossimo, ovunque si trovi, in qualsiasi luogo viva. Fu proprio questa consapevolezza, radice di coraggio e determinazione, ad animare l’opera di san Giovanni de Britto, religioso gesuita e missionario in India, dove morì martire. Nato a Lisbona nel 1647, João de Brito crebbe a corte, ma dovette allontanarsi a causa di una malattia: la madre fece il voto di vestirlo con l’abito dei gesuiti per un anno se si fosse salvato. Giovanni, però, decise di diventare davvero gesuita ed entrò nella Compagnia a 16 anni. Nel 1647 era prete e, coltivando il sogno di imitare san Francesco Saverio e portare il Vangelo in Oriente, partì per l’India. Si dedicò all’evangelizzazione nei regni di Tangiore e Gingia, facendo propri lingue e costumi locali per poter conoscere meglio le persone a cui annunciava la fede cristiana. Giunto nel regno di Marava venne cacciato, ma, dopo un breve periodo in patria, vi ritornò, continuando a essere tramite di numerose conversioni, tra le quali anche quelle, eccellenti e “scomode” di un principe. Arrestato e condannato, fu decapitato a Oriur nel 1693. Fu beatificato da Pio IX il 21 agosto del 1853 e venne canonizzato da Pio XII il 22 giugno 1947.  (Matteo Liut)
 
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 3 Febbraio 2026
 
Martedì IV Settimana T. O.
 
2Sam 18,9-10.14b.21a.24-25a.30-32; 19,1-3; Salmo Responsoriale dal Salmo 85 (86); Mc 5,21-43
 
Cristo ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie. (Cf. Mt 8,17 -  Acclamazione al Vangelo)
 
Bibbia Edu: Con questo riferimento, Matteo insegna a non vedere nei miracoli soltanto delle azioni di potenza, ma il segno dell’amore misericordioso di Dio.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La guerra tra l’esercito di Assalonne e l’esercito di Davide era ormai così avanti che nulla poteva fermarla. Nonostante gli ordini precisi di Davide perché suo figlio venisse risparmiato in ogni caso, Assalonne viene ucciso da Ioab credendo di fare cosa gradita al re Davide. Di fronte alla morte, Assalonne non è più il ribelle, ma solamente il figlio, e così la vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».
 
Vangelo
Fanciulla, io ti dico: Alzati!
 
La donna affetta di emorragia guarisce per la sua fede. Gesù, «con la sua strana domanda: “Chi mi ha toccato”, enfatizza il fatto, mettendo pure in imbarazzo la donna, ma lo fa per esaltare pubblicamente la sua fede e indicarla come requisito necessario per la guarigione» (Bruno Barisan).
 
Vangelo secondo Marco
Mc 5,21-43
 
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: alzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Parola del Signore.
 
La bambina non è morta, ma dorme - Il caso si presentava ormai senza soluzioni: dalla casa del capo della sinagoga erano venuti alcuni a dire che la fanciulla era morta. Non aveva quindi più senso continuare a importunare il Maestro di Nazaret.
Gesù, il figlio di Maria (Mc 6,3), come se non avesse inteso nulla, esorta Giairo, il padre della fanciulla morta, a desistere dal suo timore e a continuare ad avere fede in lui. Poi, con Pietro, Giacomo e Giovanni, che saranno le «colonne della Chiesa» (Gal 2,9), si avvia verso la casa di Giairo.
La scelta dei tre discepoli non è lasciata al caso: più avanti sempre Pietro, Giacomo e Giovanni, e soltanto loro, saranno chiamati ad essere gli unici testimoni privilegiati della trasfigurazione (Mc 9,2) e della preghiera nel giardino del Getsemani (Mc 14,33). Gesù, così come dettava la legge mosaica (Dt 19,15), vuole dei testimoni qualificati che in seguito avessero potuto testimoniare la realtà del miracolo che stava per operare.
La casa di Giairo è sprofondata nel dolore: gli strepiti, i pianti dei parenti e delle prèfiche, accrescono la confusione e il chiasso.
Forse per riportare un po’ di calma, Gesù entrando dice ai piagnoni: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme».
Le parole di Gesù non devono far credere che si tratta di morte apparente, la fanciulla è veramente morta. Gesù non è ancora entrato nella camera dove era stato composto il cadavere della fanciulla, ma per il fatto che aveva già deciso di restituire alla vita la figlia di Giairo, il presente stato della fanciulla è soltanto temporaneo e paragonabile ad un sonno.
Riecheggiano le parole che Gesù dirà quando gli portano la notizia della morte di Lazzaro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo» (Gv 11,11).
Questo linguaggio eufemistico è stato adottato dalla Chiesa che lo ha esteso a tutti coloro che «si addormentano nel Signore» (At 7,60; 13,36; 1Cor 7,39; 11,30), in attesa della risurrezione finale (1Ts 4,13-16; 1Cor 15,20-21.51-52).
Per i brontoloni le parole di Gesù sembrano essere fuori posto: come se Egli avesse voluto irridere il dolore dei genitori, dei parenti e degli amici convenuti in quel luogo di dolore.
La reazione però segnala anche un’ottusa ostilità nei confronti di Gesù e sopra tutto mette in evidenza la mancanza di fede nella sua potenza. È la sorte di tutti i profeti (Lc 4,24). Tanta cecità, pur addolorandolo intimamente, non lo ferma, per cui dopo aver messo alla porta gli increduli piagnoni, prende con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entra dove era la bambina.
Gesù presa la mano della fanciulla, il gesto abituale delle guarigioni (Mc 1,13.41; 9,27), pronuncia le parole ‘Talità kum’. Sono parole aramaiche, la lingua che parlava Gesù, e Marco si affretta a dare la traduzione forse per evitare che venissero scambiate per qualche formula magica. La guarigione è immediata e istantanea.
La risurrezione della fanciulla è collocata all’apice di una sequenza di miracoli dall’impatto dirompente: la tempesta sedata (Mc 4,35-41), la liberazione dell’indemoniato geraseno (Mc 5,1-20). La vittoria di Gesù sugli elementi della natura impazziti (Sal 88,10), poi sul potere del maligno, e qui infine sulla morte stessa, mettono in luce la potenza del Figlio di Dio. La raccomandazione di dare da mangiare alla fanciulla svela la tenerezza di Gesù verso gli ammalati e i sofferenti. Allo stupore segue il perentorio ordine da parte di Gesù di non divulgare il miracolo. Il comando, che è in linea con tutti i testi relativi al segreto messianico (Mc 1,25.33-44; 3,12; ecc.), vuole rinviare alla Croce e alla Risurrezione perché soltanto questi eventi possono rivelare la vera identità del Cristo e i doni che Egli è venuto a portare agli uomini (Ef 4,7).
Oggi, Gesù, pur sedendo alla destra del Padre (Rom 8,34; Ef 1,20), continua ad essere presente nella sua Chiesa: per questa Presenza, i credenti fruiscono della potenza salvifica del Cristo celata misteriosamente nei sacramenti fino a che arrivino «all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef 4,13).
 
Per approfondire
 
La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo - La sacra Scrittura è solita chiamare Iahvé «il Dio vivente». Questa verità la cogliamo anche sulle labbra di Gesù quando rintuzzò l’arroganza di alcuni sadducei che negavano la risurrezione della carne: «Vi ingannate [voi, sadducei], perché non conoscete le Scritture e neppure la potenza di Dio. Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è il Dio dei morti, ma dei viventi» (Mt 22,23-33).
Dio, sorgente della vita, non può quindi aver creato la morte. Per il libro della Sapienza, (Cf. I Lettura), la morte non è soltanto disfacimento fisico, ma anche morte totale, di corpo e anima: «Qui morte assume il significato di morte escatologica; essa rimane certo in relazione alla morte fisica [...] e tuttavia la trascende, in quanto essa è già presente in qualche modo nell’esistenza terrena degli empi e soprattutto essa rappresenta, dopo la morte fisica, una condizione di dannazione e di non realizzazione» (Michelangelo Priotto).
 Dio, sorgente di comunione, ha creato l’uomo per l’immortalità che è «stare vicino a Dio» (Sap 6,18).
«Dio non ha creato l’uomo perché svanisca nel nulla o nella infelicità fisica-sprituale, ma lo ha creato per “l’esistenza”, cioè per la vita piena sia fisica che spirituale [...]. Unico è il fine per cui Dio ha creato l’uomo: la vita immortale e beata con Dio. Questo soltanto Dio vuole per l’uomo. E per questo Dio ha creato ogni uomo a “immagine della propria natura”, ossia capace di partecipare alla stessa vita divina» (Tiziano Lorenzin).
Un’altra verità lapalissiana che emerge dal Libro della Sapienza è che la morte è entrata nel mondo per l’invidia del diavolo e «ne fanno esperienza coloro che le appartengono». L’invidia del diavolo nasce dalla sua eterna dannazione. Nasce dalla sua intima perversione che lo spinge a gioire quando l’uomo pecca. Gioisce perché sa che l’uomo indurendosi nel peccato perde il dono della salvezza, dono che Dio nella sua infinita liberalità e misericordia ha offerto a tutti gli uomini. Salvezza che a lui, principe tenebroso, è per sempre sbarrata.
Come ci ricorda Origene, il diavolo «è sempre con noi: questa è la nostra infelicità e la nostra miseria! Ogni volta che pecchiamo, il nostro avversario esulta di gioia, sapendo che può andar superbo al cospetto del principe di questo mondo che lo ha messo al nostro fianco: egli infatti, avversario di questo o di quell’uomo, è riuscito ad esempio a rendere quest’uomo schiavo del principe di questo mondo per mezzo di questi o di tali altri peccati e delitti».
A questo punto, possiamo affermare che il Vangelo e il Libro della Sapienza celano tre verità, a noi oggi svelate.
La morte era contraria ai disegni di Dio: la morte «è entrata nel mondo a causa del peccato dell’uomo. Sebbene l’uomo possedesse una natura mortale, Dio lo destinava a non morire. La morte fu dunque contraria ai disegni di Dio Creatore ed essa entrò nel mondo come conseguenza del peccato» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1008).
Attraversato il tunnel doloroso della morte l’uomo entra in Cielo, realizzazione perfetta di tutte le sue aspirazioni: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono “così come egli è” [1Gv 3,2], “a faccia a faccia” [1Cor 3,12] [...]. Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. Vivere in cielo è “essere con Cristo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1023-1025).
Ma per entrare in Cielo bisogna vivere e comportarsi «da cittadini degni del vangelo» (Fil 1,27).
La vera felicità dell’uomo non è in questo mondo, ma nell’altro mondo, in cielo quando possederà Dio e da lui sarà posseduto.
 
Morire con Cristo - Pierre Grelot: - Cristo, prendendo la nostra natura, non ha soltanto assunto la nostra morte per farsi partecipe della nostra condizione di peccatori. Capo della nuova umanità, nuovo Adamo (1 Cor 15, 45; Rom 5, 14), egli ci conteneva tutti in sé quando è morto sulla croce. Per tale fatto, nella sua morte, «tutti sono morti» in certo modo (2 Cor 5, 14). Tuttavia bisogna che questa morte diventi una realtà effettiva per ciascuno di essi. Questo è il senso del battesimo, la cui efficacia sacramentale ci unisce a Cristo in croce: «battezzati nella morte di Cristo», siamo «sepolti con lui nella morte», «configurati alla sua morte» (Rom 6, 3 ss; Fil 3, 10). Ormai siamo dei morti, la cui vita è nascosta in Dio con Cristo (Col 3, 3). Morte misteriosa, che è l’aspetto negativo della grazia di salvezza. Infatti, ciò a cui in tal modo moriamo, è tutto l’ordine delle cose per mezzo del quale il regno della morte si manifestava quaggiù: moriamo al peccato (Rom 6, 11), all’uomo vecchio (6, 6), alla carne (1 Piet 3, 18), al Corpo (Rom 6, 6; 8, 10), alla legge (Gal 2, 19), a tutti gli elementi del mondo (Col 2, 20) …
Dalla morte alla vita - Questa morte con Cristo è quindi, in realtà, una morte alla morte. Quando eravamo prigionieri del peccato, proprio allora eravamo morti (Col 2, 13; cfr. Apoc 3, 1). Ora siamo dei vivi, «risorti da morte» (Rom 6, 13) e «liberati dalle opere morte» (Ebr 6, 1; 9, 14). Come ha detto Cristo: chi ascolta la sua parola, passa dalla morte alla vita (Gv 5, 24); chi crede in lui, non ha nulla da temere dalla morte: quand’anche fosse morto, vivrà (Gv 11, 25). Tale è la posta della fede. Viceversa, colui che non crede, morrà nei suoi peccati (Gv 8, 21. 24), il profumo di Cristo diventa per lui odore di morte (2 Cor 2, 16). Il dramma dell’umanità alle prese con la morte si svolge così nella vita di ciascuno; dalla nostra scelta dinanzi a Cristo ed al vangelo dipende per noi la sua conclusione: per gli uni, la vita eterna perché, dice Gesù, «chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte» (Gv 8, 51); per gli altri, l’orrore della «seconda morte» (Apoc 2, 11; 20, 14; 21, 8).
Morire ogni giorno. - Tuttavia la nostra unione alla morte di Cristo, realizzata sacramentalmente nel battesimo, dev’essere ancora attualizzata nella nostra vita di tutti i giorni. Questo è il senso dell’ascesi, mediante la quale «mortifichiamo», cioè: «facciamo morire» in noi le opere del corpo (Rom 8, 13), le nostre membra terrene con le loro passioni (Col 3, 5). Questo è pure il senso di tutto ciò che manifesta in noi la potenza della morte naturale; infatti la morte ha mutato senso dopo che Cristo ne ha fatto uno strumento di salvezza. Se l’apostolo di Cristo, nella sua debolezza, appare agli uomini come un morente (2 Cor 6, 9), se è continuamente in pericolo di morte (Fil 1, 20; 2 Cor 1, 9 s; 11, 23), se «muore ogni giorno» (1 Cor 15, 31), ciò non costituisce più un segno di sconfitta: egli porta in sé la mortalità di Cristo, affinché la vita di Gesù si manifesti pure nel suo corpo; è consegnato alla morte a motivo di Gesù, perché la vita di Gesù sia manifestata nella sua carne mortale; quando la morte compie la sua opera in lui, la vita opera nei fedeli (2 Cor 4, 10 ss). Questa morte quotidiana attualizza quindi quella di Gesù e ne prolunga la fecondità nel suo corpo che è la Chiesa.
 
Cristo è toccato dalla fede - Ambrogio, Exp. in Luc., 6, 57-59: Cominciò a sperare in un rimedio che potesse salvarla: riconobbe che il tempo era venuto per il fatto che si presentava un medico dal cielo, si levò per andare incontro al Verbo, vide che egli era pressato dalla folla.
Ma non credono coloro che premono intorno, credono quelli che lo toccano. Cristo è toccato dalla fede, è visto dalla fede, non lo tocca il corpo, non lo comprendono gli occhi; infatti non vede colui che non guarda pur avendo gli occhi, non ode colui che non intende ciò che ode, e non tocca colui che non tocca con fede ...
Se ora noi consideriamo fin dove giunge la nostra fede e se comprendiamo la grandezza del Figlio di Dio, vediamo che a suo confronto noi non possiamo che toccare la frangia del suo vestito, senza poterne toccare le parti superiori. Se dunque anche noi vogliamo essere guariti, tocchiamo la frangia della tunica di Cristo.
Egli non ignora quelli che toccano la sua frangia, e che lo toccano quando egli è voltato dall’altra parte. Dio non ha bisogno degli occhi per vedere, non ha sensi corporali, ma possiede in se stesso la conoscenza di tutte le cose. Felice dunque chi tocca almeno la parte estrema del Verbo: e chi mai potrebbe riuscire a toccarlo tutto intero?
 
Testimoni di Cristo - San Biagio - Dio guarisce le nostre ferite se ci affidiamo al suo amore: Non è superstizione quella che si fida e si affida a Dio per affrontare le ferite e le sofferenze che inevitabilmente segnano il nostro percorso esistenziale. Non c’è, infatti, un rapporto di “interesse reciproco” che funziona grazie alla recita di qualche “formula magica”: i cristiani sanno che l’unica cosa che sono chiamati a fare è aprire le braccia verso l’amore infinito di Dio. Tutto il resto ha senso a partire di questo atteggiamento. Ed è questo il messaggio custodito nella devozione popolare per san Biagio. È uno dei 14 «santi ausiliatori», ai quali viene attribuita una speciale protezione contro alcuni malanni: essi sono i testimoni della vicinanza divina nella nostra quotidianità con i suoi imprevisti e le sue prove. Tra loro, appunto, c’è anche san Biagio, martire e vescovo di Sebaste, vissuto tra il III e il IV secolo: a lui è affidata la protezione dai mali della gola. Una devozione che deriva da un episodio della sua biografia: egli, infatti, avrebbe guarito miracolosamente un ragazzo (o un giovane) al quale si era conficcata una lisca di pesce proprio in gola. Secondo l’agiografia Biagio era un medico, divenuto poi vescovo; venne arrestato, torturato e ucciso nel 316 durante una persecuzione scoppiata a causa di alcuni contrasti tra gli imperatori Costantino e Licinio. Le reliquie di san Biagio sono custodite nella Basilica di Maratea (Potenza), dove arrivarono nel 723. 
 
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 2 Febbraio 2026
 
Presentazione del Signore
 
Ml 3,1-4; Salmo Responsoriale Dal Salmo 23 (24); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40 oppure 2,22-32
 
I miei occhi hanno visto la tua salvezza: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele. (Lc 2,30.32 - Acclamazione al Vangelo)
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa: Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio: ecco la venuta del Signore Potente, che illumina il suo popolo. Cristo viene riconosciuto da chi con fede attendeva la sua venuta. Il Figlio di Dio, nato prima dei secoli, viene proclamato dallo Spirito Santo gloria d’Israele e luce di tutte le genti. Il popolo della Nuova Alleanza, adunato dallo Spirito Santo nel tempio di Dio con le candele, che simbolizzano il Cristo, luce del mondo. Le candele accese le portiamo, nella processione, come segno che insieme con Cristo camminiamo nella vita verso la casa del Padre. Ripetiamo le parole di Simeone: i miei occhi hanno visto la tua salvezza e crediamo che un giorno ci troveremo al cospetto di Dio, come Cristo oggi nel tempio di Gerusalemme. Colui, che al vecchio Simeone diede la gioia di tenere Cristo tra le braccia, a noi che camminiamo per incontrarlo concederà la gioia della vita eterna.
La Presentazione di Cristo al tempio contiene in sé qualcosa dei misteri dolorosi. Maria «offre» Gesù a Dio e ogni offerta è una rinuncia. Inizia il mistero della sua sofferenza, che sarà compiuta sotto la croce. La Croce diventerà la spada che trafiggerà la sua anima.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me … Questo messaggero è identificato dalla tradizione cristiana con Giovanni Battista, che ha preparato la strada per Gesù Cristo.
e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate ... Subito dopo il messaggero, entrerà nel tempio il Signore stesso, “l’angelo dell’alleanza”. Questa venuta non è solo una visita, ma un intervento radicale di giudizio e rinnovamento, che porterà un rinnovamento totale.
 
II Lettura: Il Nuovo Testamento: 2,14 “Sangue e carne” designano la natura umana nella sua debolezza e fragilità, e in quanto tale opposta a “spirito” e a Dio (cfr. Sal 56,5; 78,39; Is 31,3).
L’opinione secondo cui la morte non fa parte del piano di Dio per l’umanità ed è stata portata nel mondo dal diavolo rientra nella concezione del giudaismo ellenistico (Sap 1,13; 2,23-24).
Per questo collegamento tra la morte e il peccato, il potere della morte viene sconfitto quando Cristo, in quanto sommo sacerdote, rimuove il peccato (17). II paradosso della morte sconfitta dalla morte di Cristo è simile a quello in Rm 8,3: Dio che condanna il peccato mandando il proprio Figlio “in una carne simile a quella del peccato”.
2,17 Prima menzione del tema centrale di Ebrei: il ruolo di Gesù come sommo sacerdote. Nel qualificarlo come “degno di fede” (pistos), l’autore segue una tradizione che richiede la fedeltà a un sacerdote (cfr. 1Sam 2,35), ma che debba essere “misericordioso” è una richiesta specifica di Ebrei
 
Vangelo
I miei occhi hanno visto la tua salvezza.
 
I primi due capitoli di Matteo e di Luca sono conosciuti come i Vangeli dell’infanzia. La gioia di Giuseppe e di Maria viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (v. 34). Gesù apre questa via, la percorre fino alla fine e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-32
 
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore:
«Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore.
Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
 
Parola del Signore.
 
Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme - Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale: secondo la legge mosaica (Cf. Lev 12,2-8) la donna che dava «alla luce un maschio», a motivo della sua impurità, non doveva toccare «alcuna cosa santa» né doveva entrare nel santuario per quaranta giorni. Al termine di questo periodo doveva portare «al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione» per essere purificata «dal flusso del suo sangue». Le donne povere che non avevano mezzi per offrire un agnello offrivano, come Maria qui, due colombi.
In quanto primogenito, Gesù viene portato al tempio per essere consacrato al Signore, come richiesto dalla legge di Mosé (Es 13,1-2). In tutte le lingue, presso tutti i popoli, il primo nato è sempre detto primogenito, seguano o no altri figli. Presso gli Ebrei il primo nato era sempre detto e rimaneva sempre primogenito perché al primo nato erano riservati particolari diritti di famiglia (Cf. Gen 27; Num 3,12-13; 18,15-16; Dt 21,15-17).
Lo Spirito Santo aveva promesso a Simeone, che «non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Signore». Il vegliardo, «uomo giusto e pio», rappresenta «l’Israele fedele, che attendeva con fiducia illimitata la comparsa del Messia per l’attuazione del regno di Dio. In questo incontro la religiosità sincera dell’Antico Testamento si salda direttamente con quella del Nuovo Testamento, in una meravigliosa continuazione del progetto salvifico di Dio» (Angelico Poppi). L’attesa di Simeone si fonda su alcune profezie che predominano in tutto il Secondo o il Terzo Isaia (Is 40-55; 56-66).
Il Nunc Dimittis sembra un cantico proveniente dall’ambiente giudaico-cristiano, anche se, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, a differenza del Magnificat e del Benedictus, potrebbe essere «stato composto dallo stesso Luca, con il particolare aiuto di testi di Isaia. Dopo i primi tre versi che riguardano Simeone e la sua morte vicina, gli altri tre descrivono la salvezza universale portata dal Messia Gesù: una illuminazione del mondo pagano che ha avuto inizio dal popolo eletto e ridonderà a sua gloria» (vedi nota a Lc 2,29-32). Gesù sarà «come segno di contraddizione»: la sua missione sarà accompagnata da ostilità e da persecuzioni da parte del suo popolo. Maria, sua Madre, parteciperà a questo destino di dolore.
Anche la profetessa Anna, «figlia di Fanuèle», riconosce nel bambino Gesù il Messia e per questo favore si mette «a lodare Dio e a parlare del bambino». Per molti, poiché il termine bambino non ricorre nel testo, la «traduzione l’aggiunge per evitare la strana ambiguità, che sembra identificare questo piccolo con Dio. Questa applicazione a Cristo di testi concernenti Jahve non è specifica di Luca, ma costante nel Nuovo Testamento per esprimere la divinità di Cristo» (René Laurentin).
Della tribù di Aser, l’ultima nel tradizionale elenco delle tribù d’Israele: in questo modo «tutte le tribù d’Israele, anche l’ultima, almeno nelle anime ben disposte e pie», riconoscono «in Gesù bambino il redentore di Israele» e ne divengono «apostole. Ecco il tocco finale di Luca in questo secondo trittico: è un monito a tutti gli israeliti ad aprirsi al Signore, e a noi cristiani a non stimarci sicuri della salvezza per il solo fatto che siamo nati nel nuovo Israele» (Giovanni Leonardi).
 
Per approfondire
 
Nunc Dimittis - Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù): Il profeta Simeone è noto solo da questo episodio. Non è detto che fosse sacerdote: dal testo (v. 29) traspare invece che era una persona anziana. Qualcuno recentemente ha voluto identificarlo con Simeone figlio di Hillel, di cui si parla nel Talmud e il cui ritratto corrisponde a quello del Simeone di Luca. Daniélou ricorda che anche alcune tradizioni giudeo-cristiane sono favorevoli a questa interpretazione. Simeone è presentato «giusto e pio», al modo dei personaggi precedenti: giusto esternamente e praticamente, pio o timorato di Dio internamente. Egli attendeva «il conforto di Israele», cioè quel Messia (astratto per il concreto) il cui compito - secondo Isaia 61,2s - era «di confortare i piangenti di Sion», cioè di consolare e riportare alla gioia. Lo Spirito Santo, in premio di tali buone disposizioni e della intemerata condotta, gli aveva promesso (Luca non dice come) che avrebbe visto con i suoi occhi il Messia. Ed è appunto lo Spirito che, non solo lo fa salire al tempio in coincidenza con la venuta della sacra Famiglia, ma anche gli fa riconoscere nel Bambino il Messia. Simeone non si accontenta di contemplarlo: lo prende nelle sue braccia venerande e, nonostante la commozione, trova la forza di benedire Dio, cioè di uscire, come già Zaccaria, in un inno di lode e ringraziamento a Dio. Il cantico è, come il Magnificat e il Benedictus, un mosaico di testi tolti dall’Antico Testamento. Vi predominano però i riferimenti al Deutero-Isaia, il profeta della consolazione di Israele (40,1; 42,6; 46,13; 49,6; 52,10; cfr. 46,30); per cui Daniélou pensa che si tratti di un arcaico inno giudeo-cristiano della Chiesa post-pentecostale e da Luca messo in bocca a Simeone per esprimerne sentimenti simili. Simeone si pone (vv. 29-32) nell’atteggiamento del servo verso il padrone ed esprime la sua soddisfazione al Signore per aver mantenuta la parola promessa: gli dice che lo lasci pur andare (lett. salpare) verso il porto dell’aldilà con la pace messianica ormai raggiunta; i suoi occhi infatti hanno visto la sua salvezza (astratto per il concreto): quella salvezza - continua a dire - che Dio ha preparato - quale mensa imbandita - davanti a tutti i popoli, perché sia luce alle genti pagane e gloria (cioè onore o vanto) del suo popolo Israele; oppure meglio perché sia la presenza specialissima e benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è l’unico accenno espressamente universalistico che troviamo nel Vangelo dell’infanzia di Luca: per giunta i pagani vengono messi al primo posto, anche se considerati avvolti dalle tenebre dell’idolatria e quindi bisognosi della luce della rivelazione cristiana.
 
Pregare per la vita consacrata nel giorno della Candelora - Antonella Palermo: Simeone e Anna sono persone dell’incontro, della profezia, della fraternità, del servizio. Sono coloro che accolgono tra le loro braccia, con intimità e affetto, il Signore e benedicono Dio lasciando che parli per mezzo loro e della loro vita.
Nell’intenzione di accostare la Giornata per la Vita consacrata alla festa della Presentazione di Gesù al tempio, si può scorgere l’attesa di lasciarsi avvolgere dalla luce nuova che prepara alla Pasqua, nel riconoscimento delle meraviglie operate da Dio. Suggerisce l’atteggiamento di vigilanza, del mantenere la luce accesa e far vedere che esiste la possibilità, sempre. Essere noi stessi luce, fiaccole nel quotidiano agire. Ciò che è chiamato a fare il consacrato e la consacrata, ma in fondo, ciascuno di noi, che è sacro agli occhi di Dio. I ceri accesi sono il segno della bellezza e del valore della vita consacrata come riflesso della luce di Cristo; un segno che richiama l’ingresso di Maria nel Tempio: la vergine, la consacrata per eccellenza, portava in braccio la Luce stessa, il Verbo incarnato.
 
La bellezza delle realtà corporee è pervertitrice - Agostino, Confess., 10, 34: O Luce, che vedeva Tobia, quando, con questi occhi chiusi, insegnava al figlio la via della vita e lo precedeva col piede della carità senza mai perdersi, che vedeva Isacco con i lumi della carne sommersi e velati dalla vecchiaia, quando meritò non già di benedire i figli riconoscendoli, ma di riconoscerli benedicendoli; che vedeva Giacobbe quando, privato anch’egli della vista dalla grande età, spinse i raggi del suo cuore illuminato sulle generazioni del popolo futuro prefigurato nei suoi figlioli, e impose sui nipoti avuti da Giuseppe le mani arcanamente incrociate, non come il loro padre cercava di correggerlo esternamente, ma come lui distingueva internamente. Questa è la Luce, l’unica Luce, e un’unica cosa coloro che la vedono ed amano.
Viceversa questa luce corporale, di cui stavo parlando, insaporisce la vita ai ciechi amanti del secolo con una dolcezza suadente, ma pericolosa. Quando invece hanno imparato a lodarti anche per essa, Dio creatore di tutto, l’attirano nel tuo inno, anziché farsi catturare da lei nel loro sonno. Così vorrei essere. Resisto alle seduzioni degli occhi nel timore che i miei piedi, con cui procedo sulla tua via, rimangano impigliati, e sollevo verso di te i miei occhi invisibili, affinché tu strappi dal laccio dei miei piedi (Sal 24,15), come fai continuamente, poiché vi si lasciano allacciare. Tu non cessi di strapparmi di là, mentre io ad ogni passo sono fermo nelle tagliole sparse dovunque, perché tu non dormirai, né sonnecchierai, custode d’Israele (Sal 120,4).
 
Presentazione del Signore. Una vita offerta a Dio è una vita realizzata - La vita non ha senso compiuto se non viene “offerta”: così come essa viene ricevuta in dono, così deve essere a sua volta donata. Ed è in questa continua offerta di sé che trova spazio la luce di Dio nella storia. Quella luce che Simeone e Anna hanno saputo cogliere in Gesù la realizzazione dell’antica promessa fatta a Israele. Attraverso di loro la ricorrenza odierna si lega a quella dell’Epifania: oggi si compie quella rivelazione del volto del Creatore che si fa uomo. E la Presentazione di Gesù al tempio è un gesto che di fatto, non solo “onora” e compie l’antica legge, ma che getta un ponte tra le generazioni. Tra gli antichi padri, che hanno atteso il Messia, e quel bimbo, icona della speranza nel futuro e promessa di un mondo nuovo. Della ricorrenza liturgica odierna, che cade quaranta giorni dopo il Natale (tempo della presentazione al tempio secondo la legge rispettata da Maria e Giuseppe), le prime tracce risalgono al IV secolo. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
guarda i tuoi fedeli riuniti
nella festa della Presentazione al tempio
del tuo unico Figlio fatto uomo,
e concedi anche a noi di essere presentati a te
purificati nello spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo
 
 1 Febbraio 2026
 
IV Domenica T. O.
 
Sof 2,3; 3,12-13; Salmo Responsoriale 145 (146); 1Cor 1,26-31; Mc 5,1-12a
 
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,12a  - Acclamazione al Vangelo)
 
J. M Fenasse e J. Guillet - Gesù parla del cielo - Il cielo è una parola frequente nel linguaggio di Gesù, ma non designa mai una realtà esistente per se stessa, indipendentemente da Dio. Gesù parla del regno dei cieli, della ricompensa riservata nei cieli (Mt 5, 12), del tesoro che si deve costituire nei cieli (6, 20; 19, 21), ma lo fa perché pensa sempre al Padre che è nei cieli (5, 16. 45; 6, 1. 9), che sa, che «è presente, nel segreto, e che vede» (6, 6. 18). Il cielo è questa presenza paterna, invisibile ed attenta, che avvolge il mondo, gli uccelli del cielo (6, 26), i giusti e gli ingiusti (5, 45), con la sua inesauribile bontà (7, 11). Ma, allo stato normale, gli uomini sono ciechi a questa presenza; affinché essa diventi una realtà viva e trionfante, affinché venga il regno dei cieli, Gesù è venuto a parlare di ciò che sa, ad attestare ciò che ha visto (Gv 3, 11).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero: Il testo di Sofonia si compone di due brani distinti. Il brano 2,3 è caratterizzato dalla triplice ripetizione del verbo “cercare”. Il contesto è quello della predizione della venuta del “giorno dell’ira del Signore”. È quindi un esplicito invito alla conversione per sfuggire all’ira di Dio prossima a manifestarsi. La seconda parte annuncia il disegno di Dio a favore degli umili e dei pochi fedeli che sopravvivranno quando l’autosufficienza e la superbia dell’uomo saranno spazzate via. Ciò è fonte di grande gioia, Dio è in mezzo al suo popolo e riverserà le sue benedizioni su di esso e lo riporterà in patria tra canti festosi e gli restituirà i suoi favori. La benedizione di Dio sarà estesa anche a tutte le nazioni: esse si convertiranno e daranno al Signore il culto che gli spetta.
 
Seconda Lettura - Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo: I destinatari della lettera sono i cristiani della chiesa di Corinto, formata da credenti per lo più poveri e di poco peso sociale (Cf. 1Cor 1,26). La situazione è preoccupante: la comunità subornata da sedicenti apostoli si era divisa in fazioni. Inoltre, molti, vantandosi di una loro supposta superiorità intellettuale, disprezzavano ostentatamente chi non era “sapiente, potente, nobile”. E questo divideva ancora di più la comunità. Paolo, cercando di riportare l’unità e la pace nella comunità, ricorda ai “molti sapienti” che non sono gli orgogliosi e i saccenti ad apprezzare e a comprendere il piano salvifico di Dio attuato con la morte di Cristo in croce, bensì coloro che sono ripieni della sapienza spirituale che viene dall’alto. E perché possano comprendere questa strategia divina, Paolo li invita a ripensare proprio alla loro “chiamata”.
 
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
 
La parola chiave del brano evangelico è beati, e ha il senso di una esclamazione di gioia. Gesù Maestro «indica ai suoi seguaci come si dovrebbe vivere: non semplicemente in conformità a una serie di regole, ma rivoluzionando dall’interno il proprio atteggiamento e la propria mentalità. La cosa straordinaria è che egli ha dato all’uomo la capacità di vivere questo ideale apparentemente impossibile» (Howard Marshall).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
 
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
 
Parola del Signore.
 
Beati - L’evangelista Matteo ha nove beatitudini a differenza di Luca che ne ha quattro e alle quali fa seguire “quattro guai” (Cf. Lc 6,20-26).
Gesù salì sul monte: si pose a sedere. Due note da non trascurare. Il monte per i semiti è il luogo che Dio preferenzialmente sceglie per manifestarsi ai suoi eletti: ai lettori ebrei per assonanza sarà venuto in mente il monte Sinai. Su quella montagna Dio si era rivelato a Mosè e aveva dato al popolo d’Israele la Legge (Cf. Es 19). Il sedersi è invece la postura propria del Maestro ai cui piedi si congregano i discepoli. Le intenzioni dell’evangelista Matteo quindi sono chiare: Gesù è Dio che si manifesta ai suoi discepoli sul monte ed è il Maestro che dona al “nuovo Israele” la nuova Legge, la “Magna Charta” del Regno di Dio.
L’evangelista Matteo, «che presenta Gesù come il Maestro definitivo di Israele, lo colloca in questo stesso contesto del luogo della rivelazione di Dio e della sua Legge e gli attribuisce un’autorità superiore a quella di Mosé e di tutti i maestri [gli scribi] di Israele. È nel contesto del “discorso della montagna”, infatti, che Gesù è definito come “uomo che insegna con autorità e non come i loro scribi” [Mt 7,29]» (Don Primo Gironi).
Queste note comunque non cancellano la storicità dell’episodio evangelico realmente accaduto su «una delle colline vicino a Cafarnao» (Bibbia di Gerusalemme).
Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni.
Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (Salvatore Garofalo).
Il “discorso della Montagna” si chiude con due beatitudini rivolte ai perseguitati. Israele in tutta la sua storia aveva dovuto fare i conti con numerosi persecutori e se, quasi sempre, aveva accettato l’umiliazione delle catene, della tortura fisica e  dell’esilio, come purificazione e liberazione dal peccato, mai avrebbe pensato alla persecuzione come a una fonte di gioia e di felicità. Il discorso di Gesù va poi collocato proprio in un momento doloroso della storia ebraica: Israele gemeva sotto il durissimo e spietato giogo di Roma.
Nel nuovo Regno bandito da Gesù di Nazaret invece la persecuzione, e anche la calunnia, l’ingiustizia o l’odio gratuito, sono sorgenti di felicità se sopportate per «causa sua». Ancora di più, la sofferenza vicaria dà «compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Solo in questa prospettiva la persecuzione è la via grande, spaziosa e larga, spalancata al dono della salvezza e apportatrice di ogni bene e dono: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Un discorso che è rivolto a tutti: ai discepoli e alla folla, nessuno escluso.
 
Per approfondire
 
Monastero Domenicano Matris Domini - Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo: L’apostolo Paolo nei versetti 18-25 aveva approfondito il senso della croce, “che da un punto di vista puramente umano è solo follia. Ma l’apostolo ricorda che proprio ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini (v. 26). Proprio questa affermazione viene confermata dal brano che la liturgia legge in questa domenica. I cristiani di Corinto non erano persone importanti, anzi appartenevano proprio alle classi sociali più umili.
La loro stessa persona diventa così segno dell’umiltà e della grandezza di Dio.
v. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Con questo infatti (che nel testo che sentirete a Messa è stato omesso), Paolo si ricollega al versetto precedente, ciò che è stolto per gli uomini è saggio davanti a Dio. I corinti vengono invitati a considerare se stessi. La comunità non può vantare nessun motivo di grandezza ed eccellenza. Poche persone di grande intelligenza, poche persone dal grande peso politico, quasi tutti di origini plebee.
v. 27 Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; però il Signore ha scelto proprio queste persone perché fossero la comunità dei credenti di Corinto. Ecco il criterio essenziale che guida l’elezione da parte di Dio. Dio privilegia quanti non hanno valore nella scala di valori degli uomini. L’agire di Dio nella storia rivoluziona i quadri di riferimento più consolidati dei rapporti umani.
v. 28 quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, v. 29 perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Non si tratta però di una presa di posizione classista alla rovescia, per il puro gusto di rivoluzionare tutto. È una manifestazione della sovranità di Dio, perché tutti si riconoscano piccoli ai suoi occhi, perché nessuno presuma di essere più importante di altri davanti agli occhi di Dio.
v. 30 Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, v. 31 perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Al centro vi è l’opera della salvezza che Dio ha realizzato attraverso Gesù. Tutti coloro che credono, stolti o saggi, ricchi o poveri sono in Cristo Gesù. Grazie a Lui possono partecipare di questa salvezza che va oltre la scala di valori umana. È lui che per noi è diventato mediatore di una salvezza che si manifesta in tre aspetti essenziali. Il primo è la giustizia, cioè nel rendere giusti i peccatori, a patto che credano. Il secondo è la santificazione: chi crede diventa sacro, separato, gradito a Dio. Il terzo è la redenzione, cioè il riscatto delle persone che erano state ridotte in schiavitù.
Questo significa che Dio recupera l’umanità peccatrice, schiava di se stessa e del male.
Svuotato di sé, del suo orgoglio l’uomo è ora pronto ad essere riempito di Dio, della sua grazia. Adesso si ci può vantare, di essere stato risollevato dal Signore, riscattato dal suo immenso amore.
 
Jean Luis D’Aragon e Xavier Léon-Dufour - Beatitudini: Con la venuta di Gesù Cristo sono virtualmente donati tutti i beni, perché in lui la beatitudine trova infine il proprio ideale e il proprio compimento.
Perché egli è il Regno già presente e dà ai suoi fedeli il bene supremo: lo Spirito Santo, come anticipo sull’eredità celeste.
 
I. LA BEATITUDINE E CRISTO Gesù non è semplicemente un sapiente di grande esperienza, ma è colui che vive pienamente la beatitudine che propone.
 
1. Le «beatitudini», poste all’inizio del discorso inaugurale di Gesù, offrono, secondo Mt 5,3-12, il programma della felicità cristiana. Nella recensione di Luca, esse sono abbinate a delle constatazioni di sventura, esaltando in tal modo il valore superiore di certe condizioni di vita (Lc 6, 20-26). Queste due interpretazioni tuttavia non possono essere ricondotte alla beatificazione di virtù o stati di vita. Si compensano a vicenda; soprattutto esprimono la verità in esse contenuta solo a condizione che venga loro attribuito quel significato che Gesù aveva dato loro. Gesù infatti è venuto da parte di Dio a pronunciare un solenne sì alle promesse del VT; il regno dei cieli è lì, le necessità e le afflizioni sono soppresse, la misericordia e la vita, concesse da Dio. Effettivamente, se certe beatitudini sono pronunciate al futuro, la prima («Beati i poveri...»), che contiene virtualmente le altre, intende attualizzarsi fin d’ora. C’è di più. Le beatitudini sono un sì detto da Dio in Gesù. Mentre il VT giungeva ad identificare la beatitudine con Dio stesso, Gesù si presenta a sua volta come colui che porta a compimento l’aspirazione alla felicità: il regno dei cieli è presente in lui. Più ancora, Gesù ha voluto «incarnare» le beatitudini vivendole perfettamente, mostrandosi «mite ed umile di cuore» (Mt 11, 29).
2. Le altre proclamazioni evangeliche tendono tutte parimenti a dimostrare che Gesù è al centro della beatitudine. Maria è «proclamata beata» per aver dato alla luce il Salvatore (Lc 1,48; 11,27), perché ha creduto (1,45); con ciò essa annunzia la beatitudine di tutti coloro che, ascoltando la parola di Dio (11, 28), crederanno senza aver visto (Gv 20,29). Guai ai farisei (Mt 23, 13-32), a Giuda (26, 24), alle città incredule (1, 21)! Beato Simone, al quale il Padre ha rivelato in Gesù il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 17)! Beati gli occhi che hanno visto Gesù (13, 16)! Beati soprattutto i discepoli che, in attesa del ritorno del Signore, saranno fedeli, vigilanti (Mt 24, 46), tutti dediti al servizio reciproco (Gv 13, 17).
 
II. I VALORI DI CRISTO Mentre il VT si sforzava timidamente di aggiungere ai valori terreni della ricchezza e del successo il valore della giustizia nella povertà e nell’insuccesso, Gesù, dal canto suo, denuncia l’ambiguità di una rappresentazione terrena della beatitudine. Ormai i beati di questo mondo non sono più i ricchi, i pasciuti, gli adulati, ma coloro che hanno fame e che piangono, i poveri e i perseguitati (cfr. 1 Piet 3, 14; 4, 14). Questo rovesciamento dei valori era possibile ad opera di colui che è ogni valore. Due beatitudini principali comprendono tutte le altre: la povertà con il suo corteo delle opere di giustizia, di umiltà, di mitezza, di purezza, di misericordia, di preoccupazione per la pace; e poi la persecuzione per amore di Cristo. Ma questi stessi valori non sono nulla senza Gesù che dà loro tutto il senso. Quindi soltanto colui che ha posto Cristo al centro della sua fede può intendere le beatitudini dell’Apocalisse. Beato se le ascolta (Apoc 1, 3; 22, 7), se rimane vigilante (16, 15), perché è chiamato alle nozze dell’agnello (19, 9), per la risurrezione (20, 6) Anche se deve dare la vita in testimonianza, non si perda d’animo: «Beati i morti che muoiono nel Signore!» (14, 13).
 
Leone Magno (Omelia XCV): Questa sofferenza a cui viene promessa una consolazione eterna non va confusa con l’afflizione di questo mondo: nessuno può diventare beato per tali lamenti, accompagnati magari dal compianto di tutto il genere umano! Ben altro è il motivo dei gemiti santi, ben altra la causa delle lacrime beate! La tristezza di natura religiosa o piange il peccato degli altri o piange il proprio peccato: essa non si duole per quello che compie la giustizia divina, ma si affligge per quello che commette la malvagità umana.
A questo proposito è più degno di commiserazione chi fa il male che chi lo subisce, perché l’uomo ingiusto viene sprofondato dalla sua stessa malizia nella pena, mentre il giusto viene condotto alla Grazia dal suo spirito di accettazione della sofferenza.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Orso di Aosta Sacerdote: Sembra fosse un presbitero di Aosta, che aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di san Pietro. Sant’Orso, uomo semplice, pacifico e altruista, viveva da eremita trascorrendo il tempo nella preghiera continua, sia di giorno che di notte, dedito al lavoro manuale per procurarsi il cibo per vivere, accogliendo e consolando e aiutando tutti quelli che a lui accorrevano. Il tutto costellato da miracoli e prodigi, testimonianza della sua santità. Se incerto è il periodo in cui visse (fra il V e l’VIII secolo), più sicuro è il giorno della morte, che poi è diventato il giorno della sua festa: 1 febbraio. Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l’antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di san Pietro e sant’Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell’Italia Nord- Occidentale. È invocato contro le inondazioni, le malattie del bestiame. A lui è dedicata la fiera che si tiene nel giorno della vigilia della sua festa ad Aosta. (Avvenire)
 
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili
la gioia del tuo regno,
dona alla tua Chiesa
di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore
sulla via delle beatitudini evangeliche.
Egli è Dio, e vive e regna con te.