13 Settembre 2026
XXIV Domenica del tempo Ordinario
27,33–28,9 (NV) [gr. 27,30 –28,7]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 102 (103); Rm 14,7-9;
Serena Foglia (I nostri peccati) - L’etica cristiana, fortemente ascetica e negatrice dei valori terreni, che insegna a perdonare le offese, a dominare l’ira, porgere l’altra guancia, pur predicata negli ultimi due millenni, ha allignato soltanto in qualche raro, anche se sublime, orticello, tanto più raro quanto più questa etica richiede il distacco e il dominio degli istinti.
Persino san Paolo, riportando nella Lettera agli Efesini il comandamento «Nell’ira non peccare», vi aggiunse «Il sole non tramonti sopra la vostra ira», a intendere che la collera può non essere evitabile, ma che bisogna far in modo che non si tramuti in odio.
Il consiglio è stato raccolto e ampliato dalla moderna psicologia che si sforza di indicare le possibili vie per trasformare o, meglio, «sublimare» la collera in spinta vitale e creativa,
Uno dei rimedi proposti è quello di dar libero sfogo alla carica aggressiva specie con le persone cui si è legati da un rapporto affettivo. Lo suggeriva già William Blake: «ero infuriato col mio amico / Gli dissi la mia rabbia, la mia rabbia cessò / Ero infuriato col mio nemico / Tacqui, la mia rabbia crebbe».
Se ci atteniamo alla cronaca che quotidianamente ci informa su ogni sorta di delitti compiuti nell’ambito familiare da chi è in preda a un accesso di collera, il rimedio sembra tutt’altro che consigliabile.
Se poi ci chiediamo quanto e se le manifestazioni e i moventi della collera si siano modificati dal tempo in cui i Padri del deserto la inclusero nel settenario, dobbiamo rispondere che non paiono gran che mutati.
In quella parte del mondo in cui la società si adegua a modelli lassisti il tradimento è diventato tanto comune da non suscitare né ira né scandalo.
Harold Pinter ne ha dato un’incisiva e sconfortante immagine in Tradimenti: un uomo sposato tradisce il suo miglior amico diventando l’amante della moglie di costui. - La donna tradisce l’amante raccontando tutto al marito. - Il marito tradisce la moglie, intessendo una serie di tresche, per poi comunicarle che vuole il divorzio. - L’amante si sente tradito perché ciò che considerava un segreto è stato divulgato, la moglie perché il marito non è stato sincero come lo era stata lei e come si aspettava che lui fosse. Il cerchio così si chiude: tutti o nessuno sono colpevoli.
Quanto agli altri moventi che provocano lo scatto collerico e che vanno dall’autodifesa, alla paura, alla frustrazione, alla rimozione, alla proiezione, alla compensazione, alla fissazione, sembrano ripetersi da quando mondo è mondo.
Non sono mancate nel corso della storia utopie che hanno sperato o sognato una società in cui regni sovrana la pace, in cui gli uomini vadano tutti d’accordo, in cui ognuno sia splendidamente pacifico, libero e altruista. Ma sono per l’appunto utopie.
A giudicare dalla popolarità di cui gode la violenza, dall’interesse suscitato dalla cronaca nera, dal settarismo con cui si parteggia per l’una o l’altra squadra, partito, fazione, dalla facilità con cui si scatenano risse, si direbbe che gli istinti aggressivi stanno acquattati sotto una lievissima coltre, pronti a esplodere al primo pretesto.
Che cosa fare per contenere quest’ira che cova latente e si innesca per i più disparati, persino futili, motivi?
Un antico apologo indiano potrebbe forse risultare istruttivo. L’apologo racconta la storia di un serpente assai velenoso e feroce che un giorno incontrò un vecchio saggio, il quale lo convinse a diventare mansueto. Non appena gli abitanti del vicino villaggio si accorsero che il serpente se ne stava quieto in un canto, iniziarono a tirargli sassate, a sottoporlo a sempre nuove e più feroci sevizie. Il serpente subiva e sperava che il vecchio saggio tornasse a liberarlo dell’infausta promessa. Il saggio finalmente riapparve per dirgli che aveva travisato consiglio e promessa, che smettere d’iniettare veleno non significava rinunciare a emettere sibili e fischi.
Liturgia della Parola
Prima Lettura - Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati: Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati, queste parole del sapiente Gesù Ben Sirach nell’Antico Testamento non sono massi erratici. Già la Legge poneva un limite alla vendetta con la regola del taglione (Es 21,25), e vietava anche l’odio per il fratello, la vendetta ed il rancore verso il prossimo (Lev 19,17s). E il libro della Sapienza ricorda al giusto che, nei suoi giudizi, deve prendere come modello la misericordia di Dio (Sap 12,19.22). Come il rancore e l’ira sono peculiarità del peccatore, così la misericordia e la mitezza sono virtù dell’uomo giusto. Gli iracondi e i vendicativi dando sfogo ai loro vizi si rendono degni della vendetta del Signore (Cf. Rom 12,19). In ultima analisi, chi perdona il prossimo sarà perdonato da Dio, e chi non perdona il prossimo non sarà perdonato da Dio. Infine, ricordare la Legge di Dio e riflettere sulle ultime realtà dell’uomo sono ottimi rimedi per vincere il vizio dell’ira e della vendetta; un consiglio sempre attuale e purtroppo sempre dimenticato, soprattutto oggi.
Seconda Lettura - Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore: Bisogna tenere conto di tutto il quattordicesimo capitolo da cui sono stati tratti i versetti dell’odierna liturgia. Paolo parla di cristiani ai quali una fede insufficientemente illuminata non offre convinzioni abbastanza ferme per agire con coscienza sicura. Sono i deboli ai quali si contrappongono i forti, coloro che già sono avanti nella fede e ben radicati nelle convinzioni morali. Quest’ultimi devono accogliere i primi perché l’unica cosa che conta è che ciascuno agisca per il Signore secondo la propria coscienza, purché non sia dubbia; un atteggiamento simile è dettato dal fatto che tutti i cristiani appartengono a Cristo e solo lui è il Signore e il Maestro. È un invito molto esplicito alla carità e all’illimitato perdono reciproco.
Vangelo
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
«Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 18,21-35
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose:
«Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Parola del Signore.
Quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo chilogrammo d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superficie, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano ... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
Per approfondire
Emanuela Ghini (Morte in Schede Bibliche Pastorali) - La morte fisica: Nella luce della risurrezione, anche la morte fisica non è più l’evento che incombe tremendo sull’uomo. Proprio perché, in Cristo, il cristiano è già immortale, per l’accettazione della morte al peccato, operata nel battesimo, la morte non è più il termine nullificante di un susseguirsi di atti vani, ma il compimento del processo già iniziato, la realizzazione ultima delle possibilità più profonde e imperiture dell’uomo, nella piena manifestazione della vita comunicata dal battesimo e realizzata, nella dimensione terrena, soltanto nelle sue prime possibilità. Se il Nuovo Testamento non accetta la concezione greca dell’immortalità dell’anima insegnata dal giudaismo della diaspora è perché, al di là del dualismo tra materia e spirito caratteristico di tutto il pensiero greco, l’uomo intero è riconosciuto immortale di una immortalità che trae origine da Dio, che solo la possiede (1Tim. 6,16). Dopo la trasformazione che investirà tutta la creazione, la nuova terra e il nuovo corpo (2Pt. 3,13; 1Cor. 15,35ss.) non saranno che la terra e il corpo dell’uomo trasformati in Dio, attraverso una mutazione di stato che è come passaggio dal sonno alla veglia, dove la vita non subisce soluzione di continuità ma si potenzia in pienezza di espansione (Mc. 5,39 par.; Mt. 25,5). Vissuto per il Signore, il cristiano muore in lui (Rom. 14), si addormenta in lui (lTess. 5,10; 1Cor. 15,18); e, se la sua morte è attestazione di fede (Atti 21), glorifica Dio (Fil. 1) e schiude alla beatitudine (Ap. 14).
Rom. 14,7-9: Nessuno di noi vive per se stesso, e nessuno muore per se stesso; ma sia che viviamo, viviamo per il Signore; sia che moriamo, moriamo per il Signore; quindi sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Perché Cristo è morto cd è tornato alla vita per essere il Signore sia dei vivi che dei morti.
Atti 21,13: Paolo rispose: ... In verità io sono pronto non soltanto a essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù. Cf. Fil. 2,17.
Fil. 1,20: Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che viva, sia che muoia. Cf. Gv. 21,19.
Ap. 14,13: Beati fin d’ora i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposino dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono.
È la testimonianza dei martiri, che «hanno vinto con il sangue dell’Agnello e... non hanno amato la propria anima fino alla morte» (Ap. 12,11; Atti 7,55.59), seguendo il cammino previsto da Cristo (Gv. 16,2), nel quale la morte non solo non separa dal suo amore (Rom. 8) ma raggiunge il massimo della comunione con lui; la fine della vita non è più distacco da essa, ma consumazione in essa.
Rom. 8,35-39: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Sta scritto: Per cagion tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi vinciamo facilmente, in grazia di colui che ci ha amati. Sono persuaso infatti che né morte né vita... ci potrà mai separare dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore.
Oltre che in comunione a Cristo, la morte che, esistenzialmente considerata, è l’evento più isolante e solitario della vita, per il cristiano avviene anche in unione con i fratelli che nella chiesa corpo di Cristo si compongono, attraverso la «comunione» eucaristica, in unità di grazia e di carità (1 Cor. 10,17).
Collegata a quella del salvatore, attraverso un totale coinvolgimento nella vita di lui, la morte del cristiano non è più, come conseguenza del peccato, il peso più opprimente che grava sulla vicenda umana, ma diviene un guadagno (Fil. 1), cui è anteponibile solo la volontà di Dio.
Fil. 1,21-24: Per me ... il vivere è Cristo, e il morire guadagno. Ma se il vivere nella carne porta frutto alla mia opera, non so cosa debba scegliere; sono preso tra le due cose: desidero partire per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nella carne.
È per la morte di Cristo offerta al Padre, che è resa possibile la signoria dell’uomo sulla sua morte, come incontro d’amore con Cristo, e, in lui che lo porta al Padre, con Dio (1Cor. 3).
1Cor. 3,22-23: Tutto è vostro, e Paolo, e Apollo e Cefa, e il mondo, e la vita, e la morte, e il presente, e il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.
Da schiavo della morte e succube di essa, il cristiano, attraverso l’atto redentivo di Cristo, ne è divenuto signore. L’effetto annientatore della morte si è mutato in un’opera creatrice che è ripristino della originaria positività delle cose.
Togliendo l’uomo al rischio di acquiescenza a una condizione instabile e transeunte qual è quella umana, la morte lo tiene vigile e desto per il compimento ultimo della sua storia, la salvezza definitiva di tutto l’umano, assunto in virtù dello Spirito nell’eterno rapporto del Figlio col Padre. Divenuta per l’uomo «sorella», la morte è così l’approdo ultimo dove si placa l’ansia della tensione a Dio (2Cor. 5), e tutto ciò che è mortale e caduco è assorbito e trasformato dalla potenza consumante e rinnovatrice della vita (2Cor. 5).
2Cor. 5,6-8: Sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo esuli dal Signore, poiché camminiamo nella fede e non ancora nella visione, siamo pieni di fiducia e preferiamo esulare dal corpo ed abitare presso il Signore.
2Cor. 5,1-5: Sappiamo... che quando si smonterà la tenda di questa abitazione terrena, riceviamo una dimora da Dio, abitazione eterna nei cieli, non costruita da mani di uomo. Perciò sospiriamo in questa tenda, desiderosi di rivestire la nostra dimora celeste ... Sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, affinché ciò che è mortale venga assunto dalla vita. È Dio che ci ha fatti per questo!
Ira - L’ira o collera è, in senso stretto, il desiderio disordinato della viene detta.
Considerata in senso largo, la collera è una viva commozione dell’animo, che ci fa respingere con forza e sdegno ciò che ci dispiace. Chi è pazzo, parla ed opera senza riflettere; può recare del male a sè ed agli altri. Non è però responsabile del suo agire. Chi si lascia dominare dalla collera, finché è in preda alla passione, è come un pazzo: non sa ciò che dice o fa.
L’ira è un moto impetuoso dell’anima, un violento bisogno di reazione contro ciò che contrasta con le proprie attese e desideri, contro sofferenze e contrarietà fisiche o morali. Si scatena allora una forte emozione che mobilita le forze allo scopo di vincere le suddette difficoltà e talvolta anche di vendicarsene. Per cui, ad esempio, se si è ricevuto un torto o una umiliazione da qualcuno, l’ira fa insorgere un desiderio violento di controbattere quel tale e di ritorcere su di lui il torto o l’accusa subiti.
Dall’ira proviene ogni sorta di mali: dalle orribili bestemmie, alle risse, dalla asocialità ai delitti più gravi. “Mantice per il carbone e legna per il fuoco, tale è l’attaccabrighe per attizzare le liti” (Pr 26, 21).
“L’ira è un disordinato desiderio di vendetta. Se questo desiderio è ordinato, è virtù, per esempio rimproverare certi difetti quando sono persistenti e vi è ostinazione. Così come Gesù scacciò i venditori del Tempio, come il padre castiga il figlio, e il padrone il servo; è virtù quando si fa con giustizia. Molti peccano perché non vengono rimproverati e castigati. È ira, quando si fa per amor proprio e non perché si deve fare. Può essere peccato grave quando si oppone direttamente alla carità e anche alla giustizia: per esempio il giudice irato contro S. Agnese romana. È peccato veniale quando è solamente eccesso nel modo. Le figlie dell’ira sono lo sdegno, il turbamento, le parole offensive, le risse” (Beato Giacomo Alberione).
Come uscirne: il primo passo è ricercare la verità, accettando il proprio piccolo posto nel creato, tra i figli di un Dio creatore e padre. Sentirsi chiamati con gli altri a rendergli grazie per il dono gratuito dell’esistenza.
Il secondo passo è ripristinare un rapporto genuino con Dio e gli altri nel quotidiano. Imparare a controllare l’egoismo, saper collaborare, imparare ad accettare i successi come i fallimenti. Infine bisogna riabilitare la virtù contraria al vizio, l’umiltà: essa è la consapevolezza dei propri limiti, è la riconoscenza della nostra dipendenza da Dio, è l’apprezzare le proprie qualità come doni, è la volontà di obbedienza a Dio, è il desiderio di imitare Cristo. È mediante l’ascolto e l’accoglienza del Vangelo che noi ci salviamo, cioè mediante l’obbedienza della fede che ci permette di entrare in comunione con il Padre e il Figlio (Leggi: Mt 11,25s; Mc 10,35ss; 1Cor,20ss; Rm,11,17-21)
Rimedio fondante: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore!” (Mt 21,29).
La mitezza o mansuetudine è la virtù tipicamente e luminosamente evangelica, che frena i moti disordinati dell’ira ed imprime in noi i tratti fisionomici di Gesù, Agnello mansueto di Dio. È la virtù dell’ordine, dell’armonia, della bellezza spirituale, vero e prezioso frutto dello Spirito Santo in noi: “Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”(Gal 5,22).
Per questo l’Apostolo non si stancava di raccomandare ai primi cristiani (e a noi): “Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!” (Col 3,12-15).
In una parola: la mansuetudine è il ”biglietto da visita del vero cristiano”. E si riconosce dai seguenti tratti: alle ingiurie e alle offese che eventualmente riceve non risponde, non si risente esternamente e nel cuore non perde la pace, anzi si sforza di superare ogni risentimento. Risponde sempre con amorevolezza, pacatezza e cortesia. È pronto a ricambiare col bene chi gli fa del male. Nelle traversie fisiche e morali mantiene costantemente serenità e pazienza.
La via per la conquista della mansuetudine “passa attraverso l’educazione all’autocontrollo, la crescita nell’umiltà, la fuga dalle occasioni e naturalmente il ricorso a quella fortezza interiore che può venire solo dalla fede e dall’intimità con Dio” (G. Gatti).
Giovanni Crisostomo (In Matth 61,5.): Questa parabola cerca di ottenere due cose: che noi riconosciamo e condanniamo i nostri peccati, e che perdoniamo quelli degli altri. E il condannare è in funzione del perdonare, affinché cioè il perdonare diventi più facile. Colui infatti che riconosce i propri peccati, sarà più disposto a perdonare al proprio fratello. E non solo a perdonare con la bocca, ma di cuore. Altrimenti noi rivolgeremo la spada contro noi stessi. Che male può farti il tuo nemico che possa essere paragonato a quello che tu fai a te stesso, accendendo la tua ira e attirando contro di te la sentenza di condanna da parte di Dio? Se infatti tu sei vigilante e vivi filosoficamente, tutto il male ricadrà sulla testa di chi ti offende e sarà lui a pagare il malfatto; ma se ti ostini nella tua indignazione e nel risentimento, allora sarai tu stesso a riportare il danno: non quello che ti procurerà l’offesa del nemico, ma quello che ti deriverà dal tuo rancore. Non dire che t’insultò e che ti calunniò e ti fece mille mali, quanti più oltraggi tu enumeri, tanto più dimostri che egli è tuo benefattore. Egli infatti ti ha dato modo di espiare i tuoi peccati. Quanto più infatti egli ti ha offeso tanto più è diventato per te causa di perdono. Infatti se noi vogliamo, nessuno potrà danneggiarci; anzi i nostri stessi nemici saranno per noi causa di bene immenso. Ma perché parlo soltanto degli uomini? C’è qualcosa di più perverso del demonio? Eppure anche lui può essere per noi occasione di grande gloria, come lo dimostra Giobbe. Se dunque il diavolo può essere per te occasione di ricompensa, perché temi un uomo, tuo nemico? Considera infatti quanto tu guadagni sopportando con mansuetudine gli attacchi dei tuoi nemici. Il primo e più grande vantaggio è il perdono dei tuoi peccati. In secondo luogo tu acquisti costanza e pazienza e inoltre mitezza e misericordia: infatti chi non sa adirarsi contro coloro che l’offendono, tanto più sarà mite verso gli amici. Infine, sradicheremo per sempre da noi l’ira: e non vi è bene pari a questo. Chi infatti è libero dall’ira, evidentemente sarà libero dalla tristezza di cui l’ira è fonte e non consumerà la sua vita in vani affanni e dolori. Chi non s’adira né odia, non sa neppure essere triste, ma godrà di gioia e di beni infiniti. Odiando infatti gli altri, noi puniamo noi stessi; e, al contrario, benefichiamo noi stessi, amando. Oltre a tutto questo, tu sarai rispettato persino dai tuoi nemici, anche se essi sono demoni; anzi, con questo tuo atteggiamento non avrai più neppure un nemico. Infine, ciò che vale più di tutto ed è prima di tutto: tu ti guadagnerai la benevolenza di Dio; se hai peccato, otterrai il perdono; e se hai praticato il bene, aggiungerai nuovi motivi di fiducia e di speranza.
Sforziamoci dunque di non odiare nessuno, affinché Dio ci ami. Anche se noi siamo debitori di mille talenti, egli avrà misericordia di noi e ci perdonerà. Ma tu dici che sei stato offeso dal tuo nemico . Ebbene, abbi compassione di lui e non odiarlo; compiangilo vivamente, non disprezzarlo. Infatti, non sei stato tu ad offendere Dio, ma lui; tu, invece, hai acquistato gloria se hai sopportato con pazienza il suo odio. Ricorda che Cristo, quando stava per essere crocifisso, si rallegrò per sè e pianse per i suoi crocifissori. Tale deve essere la nostra disposizione d’animo; e quanto più noi siamo offesi, tanto più dobbiamo piangere per coloro che ci offendono. A noi provengono molti beni da questo fatto mentre a loro accade tutto il contrario. Costui - tu replichi - mi ha oltraggiato e schiaffeggiato dinanzi a tutti. E io ti dico che egli si è disonorato davanti a tutti ed ha aperto la bocca di mille accusatori; per te invece ha intrecciato più grandi e splendide corone e ha aumentato il numero degli araldi della tua pazienza. Ma egli mi ha insultato davanti agli altri - tu obietti ancora. E che è questo, quando Dio solo sarà il tuo giudice e non coloro che hanno inteso quelle calunnie? Per sé, infatti, ha aggiunto nuovo motivo di castigo, cosicché egli dovrà render conto non solo dei propri atti, ma anche delle parole che pronunciò contro di te. Se ti ha accusato presso gli uomini, egli però si è screditato davanti a Dio. Se poi queste considerazioni non ti bastano, pensa che anche il tuo Dio è stato calunniato non solo da Satana, ma anche dagli uomini e da quelli che amava sopra tutti.
Testimoni di Cristo - San Giovanni Crisostomo: Giovanni, nato ad Antiochia (probabilmente nel 349), dopo i primi anni trascorsi nel deserto, fu ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano e ne diventò collaboratore. Grande predicatore, nel 398 fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla cattedra di Costantinopoli.
L’attività di Giovanni fu apprezzata e discussa: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni anti-ariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili alla ricchezza. Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da Teofilo di Alessandria, ed esiliato, venne richiamato quasi subito dall’imperatore Arcadio. Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero. Qui il 14 settembre 407, Giovanni morì. Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438. (Avvenire)
-> O Dio, forza di chi spera in te,
che hai fatto risplendere il santo vescovo Giovanni Crisostomo
per la mirabile eloquenza e la perseveranza nella tribolazione,
fa’ che, illuminati dai suoi insegnamenti,
siamo rafforzati dal suo esempio di eroica costanza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono,
crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio,
un cuore più grande di ogni offesa,
più luminoso di ogni ombra,
per ricordare al mondo il tuo amore senza misura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.