8 Luglio 2026
Mercoledì XIV Settimana del Tempo Ordinario
Os 10,1-3.7-8.12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 104 (105); Mc 10,1-7
I dodici apostoli – Xavier Léon-Dufour (Dizionario di Teologia Bilica): Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perché siano pescatori di uomini (Mt 4, 18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni ( Mc 3, 14 par. ); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6, 6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14, 19 par), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16, 18; 18, 18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19, 28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28, 18 ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perché la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1, 15-26). Essi dovranno essere i testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1, 8. 21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’agnello» ( Apoc 21, 14).
Liturgia della Parola
Prima Lettura - AI Overview: Il profeta Osea paragona Israele a una vite rigogliosa che, più cresceva in prosperità, più si riempiva di falsità e idolatria. Il testo denuncia il rischio dell’autosufficienza: quando le ricchezze aumentano, diminuisce la dipendenza da Dio, portando inevitabilmente alla rovina. L’unica salvezza è “cercare il Signore” per raccogliere frutti di giustizia.
Il brano si sviluppa su tre tematiche principali:
* Il lusso e l’inganno: Israele viene descritto come una “vite rigogliosa”. Paradossalmente, l’aumentare dei beni materiali ha causato un allontanamento da Dio, traducendosi nella costruzione di altari e idoli pagani. Le ricchezze hanno generato un cuore falso.
** La caduta delle illusioni: Dio stesso abbatte i falsi idoli. Senza l’aiuto del Signore, i re e le potenze umane si rivelano incapaci di salvare il popolo, paragonato a un fuscello disperso dalla corrente. La paura spinge gli idolatri a chiedere ai monti di nasconderli.
*** L’invito alla conversione: Il versetto centrale diventa un appello universale: «È tempo di cercare il Signore». La giustizia e l’amore di Dio sono il terreno fertile su cui seminare per mietere la salvezza.
Vangelo
Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele.
Il potere che Gesù dona ai Dodici è lo stesso potere che lui esercita a beneficio di tanti sventurati afflitti da svariate malattie e vessati dagli spiriti impuri (Cf. Mt 9,27-34). Il giudaismo chiamava gli spiriti impuri perché «estranei e anzi ostili alla purità religiosa e morale che esige il servizio di Dio» (Bibbia di Gerusalemme).
I dodici apostoli vengono nominati, per coppie, partendo dai primi che sono fratelli. I «nuovi capi del popolo eletto devono essere dodici, come le tribù d’Israele. Questa cifra verrà ristabilita dopo la defezione di Giuda [At 1,26], per essere eternamente conservata in cielo [Mt 19,28p; Ap 21,12-14]» (Bibbia di Gerusalemme).
L’ordine di non andare tra i pagani e di non entrare nelle città dei Samaritani, pur limitando il campo d’azione dei dodici discepoli, non esclude di fatto l’universalità del ministero degli Apostoli. Risponde piuttosto ad un principio della salvezza: Israele, nel piano di Dio, doveva essere evangelizzato per primo, da qui la sua particolare responsabilità nell’accettare o rifiutare la Buona Novella (Cf. Gv 4,22; Atti 13,46). Il cuore della evangelizzazione è la proclamazione della sovranità di Dio sul mondo attraverso la presenza e l’opera di Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,1-7
In quel tempo, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, Gesù diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità.
I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo, figlio di Alfeo, e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, colui che poi lo tradì.
Questi sono i Dodici che Gesù inviò, ordinando loro: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino».
Parola del Signore.
L’invio dei Dodici trova ragione nel cuore compassionevole del Cristo: Gesù misericordioso è il buon Samaritano dell’umanità ferita. L’indicazione di rivolgersi alle «pecore perdute d’Israele» non esclude l’universalità della missione apostolica, ma nasce dalla consapevolezza che la «salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22) e quindi è convenevole che il popolo eletto sia il primo e privilegiato referente.
Accanto al potere di scacciare i demoni c’è anche quello di guarire le malattie. Quest’ultimo suppone il primo. Entrambi stanno a significare che è venuta la fine delle forze del male e del dominio di Satana. Quindi poteri messianici, purtroppo oggi in larga misura ignorati nelle comunità cristiane.
Il regno dei cieli è vicino - Il regno dei cieli annunciato da Gesù e dagli Apostoli non riguarda un futuro indefinito e lontano. Il regno è vicino, anzi è già venuto, dal momento che i demoni sono scacciati in virtù dello Spirito di Dio (Mc 12,28).
L’irruzione di questa sovranità di Dio è apportatrice di ogni bene per l’uomo perché lo solleva dalle sue miserie e soprattutto lo libera dai ceppi del peccato e dal giogo della morte. Un dono che è presente nella carne del Figlio di Dio, fatto uomo per la salvezza del mondo: un dono che si incarna nella persona umana e visibile di Gesù per testimoniare la solidarietà di Dio e la sua vicinanza alla stirpe di Adamo il quale con il suo peccato aveva alienato da Dio l’intero genere umano.
Con Adamo il peccato invade il mondo, con Cristo in esso irrompe la salvezza raggiungendo l’uomo nella sua totalità di creatura carnale e spirituale: «Cristo è morto per noi ... Giustificati per il suo sangue ... salvati dall’ira per mezzo di lui ... Mediante la sua vita» (Rom 5,8-10).
Vicinanza e solidarietà che continuano nel tempo con la Chiesa, pienezza di Cristo e sacramento di salvezza, mandata nel mondo per salvarlo dal peccato e per curare le sue infermità. La Chiesa ha per unica missione quella di rendere presente Gesù Cristo in mezzo agli uomini. Essa deve annunciarlo, mostrarlo, darlo a tutti.
E come Gesù è stato inviato dal Padre ad “annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4,18), “a cercare e salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10), così pure la Chiesa “circonda di amore quanti sono afflitti da infermità umana, anzi nei poveri e nei sofferenti conosce l’immagine del suo fondatore povero e sofferente, si premura di sollevarne la miseria, e in loro intende servire a Cristo” (LG 8).
Per approfondire
Chi semina giustizia raccoglie misericordia - Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): Osea torna ancora una volta al bersaglio preferito dei suoi rimproveri: l’idolatria d’Israele e la sua vana fiducia nei culti della fecondità. Era la realtà che il profeta aveva sotto gli occhi tutti i giorni e la cui gravità si rivelava sempre più funesta e irrimediabile.
Paragonando Israele a una vite frondosa, immagine che riprenderanno spesso i profeti posteriori (Isaia, Geremia, Ezechiele ...), egli ricorda loro gli anni di raccolti abbondanti, quando tutto era opulenta prosperità. Allora essi avevano aumentato i loro altari e migliorato i loro monumenti. Né il profeta, né Yahveh li accusano di quello che era progresso legittimo, ma li accusano della doppiezza della loro vita, per cui cercano di conciliare o nascondere la loro apostasia e la loro idolatria con alcune esteriorità del culto.
Dio non si lascia ingannare: vuole il cuore, l’interiorità, l’io impegnato e fermo, e sa che questo è diviso. Dio geloso farà espiare questo peccato distruggendo gli altari e le stele che gli avevano dedicato. È un nuovo modo di ripetere che vuole «l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più che gli olocausti» (6,1-6).
L’assenza del re e la mancanza di rispetto al Signore è un luogo storico di questa pericope che tradisce la situazione disperata che il popolo stava attraversando. Il potere era usurpato con successivi delitti. A ogni modo Osea fa dire a loro stessi: «Non abbiamo più re perché non temiamo il Signore. Ma anche il re che potrebbe fare per noi?».
Il profeta insiste. Attenzione! il regno cammina vertiginosamente verso la sua rovina. Samaria e il suo re - che fosse l’una o l’altro poco importava: la loro impotenza era evidente - trepidano e svaniscono come un fuscello sull’acqua». Tutto sarà distrutto, anche le «alture dell’iniquità». Tutto è peccato.
Quando giungerà il castigo della loro idolatria, dei loro errori, essi comprenderanno che la fecondità viene solo da Yahveh che essi hanno dimenticato, e non dai Baal.
Per questo «spine e rovi cresceranno sui loro altari». In altre parole, quando Yahveh li avrà abbandonati, la fecondità mancherà alla terra e alla sua vita. La desolazione sarà così terribile, che ricorreranno alla stessa natura che hanno sposata passando a Baal, e le chiederanno che copra le loro vergogne. San Luca metterà in bocca a Cristo queste parole drammatiche di Osea per descrivere gli orrori del Giudizio finale (Lc 23,30).
Sono ancora in tempo, perché c’è sempre tempo per lo «hesed» divino. Dovranno imporre una svolta totale alla loro vita. Invece di seminare vento e raccogliere tempesta (cf 8,7), dovranno seminare giustizia e pace e raccoglieranno misericordia. Questa giustizia comporta un ordine totalmente giusto, un ordine morale basato sull’ordine della natura; è una conversione del cuore capace di ottenere da Dio la misericordia che essi hanno perduto.
Può ancora piovere su di essi la giustizia di Yahveh, la giustificazione della loro vita; ma è indispensabile che
comincino essi stessi a dissodare il campo ... a «cercare il Signore ».
Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino - Giovanni Paolo II (Discorso, 23 Novembre 1986): La sofferenza umana, tuttavia, ci induce a dubitare delle parole di Gesù che il regno di Dio è vicino. Quando il dolore offusca la mente e indebolisce il corpo e l’anima, Dio può sembrare molto lontano, la vita può diventare un peso insopportabile. Siamo tentati di non credere alla buona novella. Perché, come dice il Libro della Sapienza, “Il nostro corpo corruttibile è di peso all’anima e questa tenda di creta grava la mente nei suoi pensieri” (Sap 9, 15). Il mistero del dolore umano opprime il malato e fa sorgere nuove e inquietanti domande: perché Dio mi lascia soffrire? A quale scopo? Come può Dio, che è così buono, permettere tanto male? Non ci sono risposte facili per queste domande poste da menti e cuori afflitti. Naturalmente non si riesce a trovare una risposta soddisfacente senza la luce della fede. Dobbiamo gridare a Dio, nostro Padre e Creatore, come fece l’autore del Libro della Sapienza: “Con te c’è la sapienza che conosce le opere pie ... Mandala dunque dai tuoi santi cieli ... affinché mi diriga nel mio operare e mi faccia conoscere quale cosa ti è più gradita” (Sap 9, 9-10).
Il nostro Salvatore conosce bene le particolari necessità di coloro che soffrono. Dall’inizio della sua vita pubblica, mentre predicava la buona novella del regno, “egli passava facendo del bene e guarendo” (At 10, 38). Quando egli mandò nel mondo i suoi discepoli in missione, conferì loro uno speciale potere e chiare istruzioni per seguire il suo esempio.
Durante la sua predicazione Gesù chiarisce che, sebbene la malattia sia legata alla condizione di peccato dell’umanità, nei casi individuali essa non è certo una punizione di Dio per i peccati personali. Quando a Gesù fu chiesto quale peccato avesse causato la cecità di un uomo, egli rispose: “Né lui né i suoi genitori hanno peccato; è nato cieco perché si manifestino in lui le opere di Dio” (Gv 9, 3). Che buona novella inaspettata era questa per i suoi seguaci! Questa sofferenza non è un castigo divino. Al contrario è voluta a fin di bene: “affinché si manifestino le opere di Dio”!
E in verità, sono state le sofferenze e la morte di Cristo a mostrare le opere di Dio nel modo più eloquente. Attraverso il suo mistero pasquale Gesù ci ha conquistato la salvezza. Il dolore e la morte, se accettati con amore e offerti con fede a Dio, diventano la chiave per la vittoria eterna, il trionfo della vita sulla morte, il trionfo della vita attraverso la morte.
Non andate fra i pagani - Girolamo, Commento al Vangelo di Matteo 1,10, 5-6: Queste parole non contraddicono il comandamento che più tardi sarà dato: «Andate e insegnate a tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»; il primo comandamento infatti viene dato prima della risurrezione; il secondo, dopo. Prima d’inviare gli apostoli alle genti e ai samaritani, era necessario annunziare l’avvento di Cristo ai giudei, affinché essi non avessero più alcuna scusa per giustificare il fatto di avere respinto il Signore. Secondo il significato allegorico, a noi che veniamo chiamati col nome di Cristo ci viene ordinato di non confondere la nostra esistenza con quella dei pagani e di non seguire l’errore degli eretici, affinché come è diversa la nostra fede, diversa sia la nostra vita.
Testimoni di Cristo - Sant’Adriano III, Papa: Della sua vita si sa poco. Il «Liber Pontificalis» ci dice che era romano e che governò la Chiesa solo per un anno dall’884 all’885. Mantenne un atteggiamento conciliante con il patriarca di Costantinopoli Fozio e, invitato da Carlo il Grosso - successore di Carlo Magno - alla Dieta di Worms, morì durante il viaggio. L’imperatore aveva chiamato il pontefice, poiché la sua presenza avrebbe sanzionato l’autorità imperiale dell’erede del Sacro Romano Impero. È sepolto presso il monastero di Nonantola, nel Modenese. (Avvenire)
O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.