30 Marzo 2026
 
Lunedì della Settimana Santa
 
Is 42,1-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Gv 12,1-11

Salve, nostro Re: tu solo hai compassione di noi peccatori. (Acclamazione al Vangelo)
 
Pierre Grelot: La regalità attuale del Signore. - Gesù Cristo risorto è entrato nel suo regno. Ma prima deve far comprendere ai suoi testimoni la natura di questo regno messianico, così diverso da quello che i Giudei si aspettano: non si tratta di restaurare la monarchia a vantaggio di Israele (Atti 1, 6); il suo regno si stabilirà mediante l’annunzio del suo vangelo (Atti 1, 8). Egli, tuttavia, è re, come proclama la predicazione cristiana, che gli applica le Scritture profetiche: il re di giustizia del Sal 45, 7 (Ebr 1, 8), il re-sacerdote del Sal 110, 4 (Ebr 7, 1). Lo era misteriosamente fin dall’inizio della sua vita terrena, come sottolineano gli evangelisti raccontando la sua infanzia (Lc 1, 33; Mt 2, 2). Ma la sua regalità, «che non è di questo mondo» (Gv 18, 36) e che non vi è rappresentata da nessuna monarchia umana cui Gesù abbia delegato i suoi poteri, non fa in alcun modo concorrenza a quella dei re terreni. I cristiani ne diventano sudditi quando Dio li «strappa al potere delle tenebre per trasferirli nel regno del Figlio suo, nel quale hanno la redenzione» (Col l, 13). ciò non impedisce loro di sottomettersi poi ai re di questo mondo e di onorarli (1 Piet 2, 13. 17), anche se questi re sono pagani: depositari dell’autorità, basta che essi non la oppongano all’autorità spirituale di Gesù. Il dramma sta nel fatto che talvolta si levano contro di essa, realizzando la profezia del Sal 2, 2. Ciò avvenne già al momento della passione (Atti 4, 25 ss). Ciò avviene nel corso della storia quando questi re terreni, fornicando con Babilonia (Apoc 17, 2) e lasciandola regnare su di sé (17, 18), per ciò stesso partecipano alla regalità satanica della bestia (17, 12): allora, inebriati del loro potere, diventano i persecutori della Chiesa e dei suoi figli, come la stessa Babilonia che si ubriaca del sangue dei martiri di Gesù (17, 6).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): In questa settimana privilegiata la liturgia ci offre la possibilità di meditare sulla figura del Servo di Jahvè, la più adatta a prepararci alla contemplazione del Calvario. La sua immagine preannuncia quella di Cristo. Il Servo agirà con fermezza incrollabile, con un’energia che non si arresta fino a che non avrà realizzato il compito che gli è stato assegnato (vv. 3b-4). Eppure non avrà a sua disposizione quei mezzi umani che sembrano indispensabili all’attuazione di un piano così grandioso. Il suo comportamento sarà esattamente il contrario di quello seguito dai grandi della storia che innalzano la loro potenza sulle rovine delle città e sui cadaveri dei nemici. Egli si presenterà con la forza della convinzione, più lenta ad agire ma più sicura negli effetti (vv. 23. È lo spirito che Dio ha posto nel suo Servo a dargli la capacità di comportarsi con mitezza e con forza (v. 1) e ad assicurargli è successo. È la potenza di Dio creatore (v. 5) presente in modo eminente nel suo eletto come lo sarà anche nei tempi futuri in tutti gli aderenti alla nuova alleanza (cf Ger 31,31-34; Ez 36,25-27).
 
Vangelo
Lasciala fare, perché essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura.
 
La generosità verso il Signore - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): La scena dell’unzione di Betania mette in risalto un importante elemento di fede, molto attuale per ogni discepolo di Cristo: la generosità verso il Signore.
L’uomo è spinto dal suo egoismo al calcolo interessato; la munificenza è una virtù assai rara. Maria con il gesto delicato descritto in Gv 12,3 mostra concretamente come ci si deve comportare con il Figlio di Dio. A lui si deve donare il meglio delle nostre cose e soprattutto della nostra persona, delle nostre energie, dell’intelligenza e del cuore.
Con il Signore si sbaglia, quando si calcola egoisticamente. Il rapporto del vero discepolo con Gesù deve essere ispirato a generosità. Questa virtù è necessaria soprattutto in occasione delle scelte che legano per tutta l’esistenza. Hanno bisogno di generosità in modo speciale coloro che sono chiamati a uno stato di vita, nel quale è richiesta la rinuncia a beni naturali molto apprezzabili. La risposta positiva alla vocazione religiosa e sacerdotale esige il dono totale della propria persona al Signore e al vangelo.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 12,1-11

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Làzzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Làzzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.
Allora Giuda Iscariòta, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Làzzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Làzzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.
Parola del Signore.
 
Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Introduzione (vv. 1-2). L’introduzione serve da collegamento con quel che precede: sono nominati gli stessi personaggi, lo stesso luogo (Betania) e un tempo molto vicino (11,55 parla della prossimità della Pasqua e 12,1 precisa «sei giorni prima della Pasqua»). Gesù rimane il centro del racconto: il pranzo è servito in suo onore (Marta è descritta nel suo ruolo tradizionale secondo Lc 10,38-42).
Così pure Lazzaro, identificato come colui «che Gesù aveva risuscitato». Giovanni ricorda volentieri i tratti che permettono ai lettori di inquadrare meglio i suoi personaggi.
Il gesto dell’unzione (vv. 3-4). Una libbra corrisponde pressappoco a un terzo di chilogrammo. E un dono inestimabile che manifesta un grande rispetto e un’alta considerazione per Gesù. Si può vedere una nota cristologica nella diffusione del profumo in tutta la casa. Il riconoscimento da parte di Maria della grandezza di Gesù è comunicato a tutti, compresa la comunità cristiana e tutti i lettori che attraverso il racconto gustano a distanza il profumo del Signore. L’unzione dei piedi (e non del capo come in Marco) prepara l’interpretazione funeraria, perché secondo la tradizione giudaica l’unzione dei piedi veniva fatta non per un vivo, ma per un morto.
Interpretazioni (vv. 4-8). La riflessione di Gesù sul senso del gesto della donna mette in rilievo il mistero del suo essere. Davanti alla morte che si avvicina (la sentenza è stata menzionata in Gv 11,53), egli accoglie questo gesto come una prova d’amore. Ma contrapponendo i poveri (che esisteranno sempre) e la propria persona, non solo sottolinea la prevalenza di ogni uomo su ogni valore commerciale, ma lascia trasparire qualcosa della sua dignità eccezionale che autorizza questo eccesso nella spesa: «Me invece non avete sempre».
Sono qui contrapposti due sguardi su Gesù: quello della donna e quello di Giuda. Il primo pone Gesù al di sopra di tutto e indica, poco prima della sua morte, un amore illimitato. Il secondo pone il valore commerciale al di sopra della persona del Cristo. In Matteo sono i discepoli che s’indignano, in Marco soltanto alcuni. Secondo Giovanni, protesta soltanto Giuda, colui «che stava per tradirlo». Con un commento che manca nei sinottici, l’evangelista sottolinea l’attaccamento di Giuda al denaro.
Si noti che Matteo e Marco situano il tradimento di Giuda proprio dopo questa scena (Mt 26,14; Mc 14,10-11) e parlano del denaro del tradimento. Maria simboleggia qui il vero discepolo che riconosce che Gesù vale più di tutto l’oro del mondo. Giuda piange non per Gesù che sta per morire, ma il denaro speso.
Questo racconto non deve essere interpretato come la predominanza del culto sui poveri, come quando si dice: «Nulla è troppo bello per Dio». Il gesto di Maria è rivolto esclusivamente a Gesù e ha un senso soltanto perché
riguarda il Cristo nella sua dignità unica. I vv. 9-11 fanno da transizione e indicano l’opposizione tra i capi che vogliono far morire anche Lazzaro e quei giudei che credono in Gesù. È possibile che Giovanni, raccontando la divisione provocata dal Cristo, evochi anche la situazione della sua Chiesa, allorché molti giudei «erano andati» dalla sinagoga verso la Chiesa perché credevano in Gesù.
Lazzaro associato a Gesù (vv. 9-11). Il cammino di Lazzaro finisce qui. I sacerdoti-capi decidono di farlo sparire. La minaccia è reale e non sapremo nulla del seguito; il narratore non si lascia distogliere dal personaggio centrale del suo racconto: Gesù. Il segno di Lazzaro ha portato i suoi frutti. Gli uni hanno creduto; altri si sono ostinati nella loro incredulità.
 
 
Per approfondire
 
Il servo di Javhé: Catechismo della Chiesa Cattolica 713I tratti del Messia sono rivelati soprattutto nei canti del Servo. Questi canti annunziano il significato della passione di Gesù, e indicano così in quale modo egli avrebbe effuso lo Spirito Santo per vivificare la moltitudine: non dall’esterno, ma assumendo la nostra «condizione di servi» (Fil 2,7). Prendendo su di sé la nostra morte, può comunicarci il suo Spirito di vita.
Decisero di uccidere anche Làzzaro: Catechismo della Chiesa Cattolica 597: Tenendo conto della complessità storica del processo di Gesù espressa nei racconti evangelici, e quale possa essere il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all’insieme degli Ebrei di Gerusalemme, malgrado le grida di una folla manipolata e i rimproveri collettivi contenuti negli appelli alla conversione dopo la Pentecoste. Gesù stesso perdonando sulla croce e Pietro sul suo esempio, hanno riconosciuto l’“ignoranza” (At 3,17) degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi. Ancor meno si può, a partire dal grido del popolo: “Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli” (Mt 27,25) che è una formula di ratificazione,  estendere la responsabilità agli altri Ebrei nel tempo e nello spazio: Molto bene la Chiesa ha dichiarato nel Concilio Vaticano II: “Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo... Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura”.
 
Xavier Léon-Dufour: La morte salutare di Gesù. - Di fronte allo scandalo della morte ignominiosa di Gesù, la fede pasquale ricerca nelle sacre Scritture il senso che essa può avere. Gesù, durante la vita terrena, aveva, sia pur velatamente, interpretato il proprio destino basandosi sulla profezia del servo sofferente ed esaltato. La Chiesa primitiva attribuisce al Signore il titolo di servo (Atti 3, 26; 4, 25-30) ed esprime il senso degli avvenimenti passati con le parole di Isaia (52, 13 - 53, 12). Gesù è stato esaltato (Atti 2, 33; 5, 31), «glorificato» (3, 13); la passione viene evocata in questo modo, in un testo anteriore all’epistola di Pietro (1 Piet 2, 21-25) e nella catechesi di Filippo (Atti 8, 30-35).
Infine, una delle più antiche formule di fede dichiara che «Gesù è morto per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15, 3). La preposizione hypèr, qui come altrove (Gal 1, 4; 2 Cor 5, 14 s. 21; 1 Cor 11, 24) serve ad esprimere il valore salutare della morte di Gesù. Subentrano poi altri appellativi, di significato analogo a quello assunto dal titolo di servo, che esprimono la stessa realtà. Gesù è «il giusto» (Atti 3, 14), colui che conduce alla vita (3, 15; cfr. 5, 31), l’agnello di Dio senza macchia (1 Piet 1, 19 s; cfr. Gv 29, 36). È il sommo sacerdote immacolato, mediatore della nuova alleanza (Ebr 2, 14-18; 4, 14).
A partire da qui, sotto l’influsso congiunto delle religioni ellenistiche, nelle ultime lettere paoline si legge l’appellativo di «salvatore» (Tito 1, 4; 2, 13; 3, 6; 2 Tim 1, 10). Sempre a partire di qui, si sviluppa la mistica paolina del battezzato associato alla morte e alla risurrezione di Cristo (Gal 2, 19; Rom 6, 3-11), di cui viene approfondita la dottrina della propiziazione, e così via (Rom 3, 23 s...).
 
Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura - Cirillo di Alessandria, Spiegazione del credo niceno, 24-25 - Il Figlio di Dio, per quanto attiene alla sua propria natura, è notoriamente incapace di soffrire; nessuno infatti sarebbe così stolto da pensare che la natura su tutte sublime possa essere soggetta alla sofferenza. Soltanto egli è diventato uomo in quanto ha fatto sua la carne dalla Vergine santa. Riguardo all’Incarnazione noi insegniamo dunque che egli, in quanto Dio, era libero da ogni sofferenza, come uomo, egli ha invece sofferto nella sua carne. Pur essendo Dio, egli si è fatto uomo senza per questo abdicare alla sua divinità: è divenuto una parte della creazione ma è rimasto superiore a questa; Dio legislatore si è sottomesso alla legge, ma è rimasto legislatore; Dio Signore, ha assunto la natura di servo, ma ha mantenuto in modo stabile la dignità di Signore; primogenito, è divenuto «primogenito tra tanti fratelli» ma è rimasto l’Unigenito. Quale miracolo che egli, come uomo, abbia sofferto nella carne, mentre come Dio era incapace di patire!
Il molto saggio Paolo insegna che il Verbo, pur sussistendo nella natura di Dio Padre e simile a lui, si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8). E in un’altra lettera scrive di lui: Egli è l’immagine dell’invisibile Dio, il primogenito di ogni creatura; poiché in lui tutto è stato creato, e nei cieli e sulla terra... egli va innanzi a tutte le cose e tutte sussistono in lui. Ed egli, dice, è il capo del corpo che è la Chiesa, il principio, il primogenito dai morti (Col 1,15-18). Certo il Verbo, uscito da Dio Padre, è la Vita e il dispensatore della vita, generato dalla vita di colui che lo ha generato. Ma come può accadere - ci si potrebbe chiedere - che egli sia stato il principio, il primogenito dai morti? Ora, dal momento che egli ha assunto la carne si è assoggettato alla morte, per grazia divina, come dice il molto saggio Paolo, ha patito la morte per ognuno (Eb 2,9), in quanto egli nella carne poteva soffrire, ma non per questo ha cessato di essere Vita. Sebbene dunque si dica che egli ha sofferto nella carne, ciò prova che egli non ha patito nella sua natura divina, ma, come ho già detto, è rimasto soggetto alla sofferenza nella sua carne.
 
Testimoni di Cristo - San Leonardo Murialdo. Laici e sacerdoti insieme con gli ultimi La visione di una Chiesa «di popolo»: Lo stile sinodale e l’impegno nella cura dell’ascolto e della condivisione hanno in diversi santi dei veri e proprio precursori, profeti del loro tempo la cui eredità parla ancora ai giorni nostri. Come nel caso di san Leonardo Murialdo, la cui attualità appare evidente nelle parole con le quali ricordava che «il laico, di qualsiasi ceto sociale, può essere oggi un apostolo non meno del prete e, per alcuni ambienti, più del prete», anticipando così l’idea di una Chiesa “di popolo” che avrebbe preso forma nel Concilio Vaticano II. Questo testimone della santità sociale torinese del XIX secolo era nato nel 1828 in una famiglia benestante ed era rimasto orfano di padre a cinque anni. Nel 1851, dopo gli studi nel Collegio degli Scolopi di Savona e alla Facoltà teologica a Torino, venne ordinato sacerdote, lavorando per 14 anni nell’oratorio di San Luigi a Porta Nuova. Gran parte del suo ministero lo dedicò ai giovani e agli operai, che anche allora erano le maggiori emergenze sociali, come oggi lo sono il lavoro e l’educazione. Tra il 1865 e il 1866 si trovò a studiare a Parigi e soggiornò per un periodo anche a Londra. Nel 1867 diede vita alla confraternita laicale di San Giuseppe, per l’aiuto ai ragazzi poveri e abbandonati; nel 1871 fondò l’Unione operai cattolici. Lavorò alla nascita dell’Associazione della Buona stampa e del giornale «La voce dell’operaio». Colpito da polmonite morì il 30 marzo 1900; beatificato nel 1963, è santo dal 1970. (Matteo Liut)
 
Guarda, Dio onnipotente,
l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale,
e fa’ che riprenda vita per la passione del tuo unigenito Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

La tua protezione, o Signore, soccorra gli umili
e sostenga sempre coloro che confidano nella tua misericordia,
perché si preparino alla celebrazione delle feste pasquali
non solo con la mortificazione del corpo
ma, ancor di più, con la purezza dello spirito.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
29 Marzo 2026
 
Domenica delle Palme - Passione del Signore
 
Is 50,4-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 21 (22); Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66
 
Prima Lettura - Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare confuso. (Terzo canto del Servo del Signore): Il servo del Signore, discepolo fedele e sapiente, è inviato a istruire coloro che temono Dio, gli smarriti e gli infedeli che camminano nelle tenebre. Confidando nel Signore, come vittima vicaria, si offrirà  volontariamente ai flagelli, agli insulti e agli sputi per la salvezza del suo popolo. Certo di non restare deluso, sopporterà le persecuzioni finché Dio gli accorderà un trionfo definitivo.
 
Seconda Lettura - Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò: La lettera ai Filippesi è stata scritta  negli anni 55-56 e inviata con molta probabilità dalla città di Efeso. Filippesi 2,6-11, un inno che alcuni credono anteriore a Paolo, svela le diverse tappe del mistero del Cristo: la preesistenza divina, l’abbassamento dell’incarnazione, l’obbedienza filiale alla volontà del Padre fino ad accettare la morte spaventosa della croce, la glorificazione celeste, l’adorazione dell’universo, il titolo nuovo del Cristo. Gesù avrebbe potuto presentarsi nella storia nella gloria e nello splendore della sua divinità, invece, spogliandosi dei suoi privilegi, si è presentato nella debolezza della carne. Si è fatto uomo, sottomesso a tutte le condizioni umane, la fame, la sete, la fatica, la sofferenza, anche la morte, tutto tranne il peccato: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13).
 
Vangelo
La passione del Signore.
 
La “Domenica delle Palme”, è il giorno del trionfo, del tripudio, delle acclamazioni festose, ma è anche il preludio del tradimento, della solitudine, dell’abbandono, della ingratitudine. È facile essere discepoli e testimoni del Cristo nel giorno del suo trionfale ingresso nella città santa, diventa difficile esserlo ai piedi della croce sulla quale è confitto il Figlio di Dio: solo ai piedi del Morente divino la testimonianza del discepolo si fa veramente credibile.
 
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo
Mt 26,14-27,66
 
- Quanto volete darmi perché io ve lo consegni? - In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
 
- Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua? - Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un racconto e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
 
- Uno di voi mi tradirà - Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
 
- Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue - Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.
- Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge - Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».
Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.
- Cominciò a provare tristezza e angoscia - Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro ei due figli di Zebedeo, cominciarono a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».
Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
- Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono - Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandato dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.
 
- Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza - Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.
I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non risponde nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto - gli rispose Gesù -; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimonianze? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».
 
- Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte - Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il ​​tuo accento ti tradisce!».
 Allora egli cominciò a imprecare ea giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.
 
- Consegnarono Gesù al governatore Pilato - Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda - colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettò le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».
- Sei tu il re dei Giudei? - Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.
Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.
Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba ea far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamerà Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».
Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
 
- Salve, re dei Giudei! - Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.
- Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni - Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.
 
- Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! - Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio!”». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.
- Elì, Elì, lemà sabactàni? - A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa
Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».
Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.
 
- Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo - Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.
 
- Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete - Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti ei farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.
 
Parola del Signore.
 
Gesù andò con i discepoli in un podere, chiamato Getsèmani
 
Entrato nel podere, Gesù cominciò a sentire tristezza, paura e angoscia e rivolgendosi agli Apostoli dice loro: La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me. Pregate per non entrare in tentazione.
Gesù si allontana un po’, quando un tiro di sasso, cadde a terra, in ginocchio, faccia a terra e pregava, dicendo: Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! È il primo atto di un dramma che si concluderà nel sangue. Gesù cominciò a sentire tristezza, paura e angoscia. Luca precisa che Gesù entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra.
Sudare sangue (ematoidrosi) indica una profonda sofferenza fisica: Gesù sta vivendo il tormento psicologico di quanto sta per accadere, vive sulla sua pelle una paura molto umana, la paura della morte.
«La crisi di Gesù … raggiunge rapidamente l’acme, lo spinge ad allontanarsi da chi lo accompagna ed è caratterizzata da sintomi psichici e somatici. Fra i primi, paura e sensazione di morte; fra i secondi, sudorazione e caduta a terra … Tra i disturbi … c’è quello che viene definito “sindrome da attacco di panico” … L’attacco ha un inizio improvviso, raggiunge rapidamente l’apice [di solito in 10 minuti o meno], ed è spesso accompagnato da un senso di pericolo o di catastrofe imminente e da urgenza di allontanarsi. I … sintomi somatici … sono palpitazioni, sudorazione, tremori fino a grandi scosse, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea e disturbi addominali, vertigini o sensazione di testa vuota, derealizzazione o depersonalizzazione, paura di perdere il controllo o di “impazzire”, paura di morire, parestesie [un’alterazione della sensibilità degli arti o di altre parti del corpo] e brividi o vampe di calore» (Pierluigi Baima Bollone, Gli ultimi giorni di Gesù).
Urgenza di allontanarsi … ma per Gesù è impossibile fuggire o anche solo estraniarsi, sia pure soltanto con il pensiero e soltanto per un minuto, da quest’ora: «Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre» (Gv 22,53).
Prima che essere confitto sulla Croce, deve rimanere inchiodato sotto gli ulivi, per attendere con vigili sensi e lucida intelligenza, il bacio di Giuda, il bacio del tradimento: «… ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!”». Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò … Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?”» (Mt 26,47-49; Lc 22,48).
È qui la tristezza suprema del Cristo, «il dover subire una sorte infinitamente dolorosa e supremamente ingiusta, contro la quale ripugna e recalcitra, dalle più profonde e vitali radici dell’essere, tutta la natura umana … Questa la crisi dì Gesù. È lo stato … di chi è esiliato, escluso da ogni gioia. Una crisi così amara che, secondo l’espressione cruda del Vangelo, si potrebbe parlare, se non fosse bestemmia, perfino dì disperazione» (Casimiro Lorenzetti, Il mistero del Getsemani).
«Allora Gesù andò con i discepoli in un podere, chiamato Getsèmani, e disse loro: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”» (Mt 26,36-38). È l’anima perciò che soffre in Gesù, e nessun’altra anima soffrirà come la sua perché nessuno avrà la sua intelligenza, il suo amore, la sua sensibilità, la sua purezza.
La preghiera di Gesù è forse il momento più impressionante della sua passione, la sua lotta interiore di fronte alla certezza della morte, che Matteo addolcisce solo in parte, evitando di menzionare esplicitamente, come fa Marco, la paura di Gesù.
L’episodio è di grande impatto per tre motivi: ci presenta ancora la figura di un Cristo pienamente ubbidiente, ma anche profondamente umano; ci presenta i tre apostoli addormentati, figura di una chiesa dormiente che ha bisogno urgente della preghiera per non essere costretta a fuggire; ci fa riflettere infine sull’immagine dei discepoli, chiamati dal Signore stesso a condividere la sua passione.
Gesù nel silenzio della notte, una notte gravida di nefasti presagi, vede nel suo cuore non soltanto la sua vita, la dolcezza materna di Maria, la sua infanzia, i giorni felici passati nella casa di Nazaret cullato dalla Mamma o seduto sulle sue ginocchia a mirarne il dolce volto, l’amicizia dei suoi Apostoli, dei suoi amici Lazzaro, Marta, Maria, la gratitudine di storpi, paralitici, indemoniati che avevano ritrovato la sanità del cuore e del corpo, la santità di suo padre Giuseppe, il suo silenzio …, ma vede scorrere anche tutto il fango di ingratitudine che si è riversato e si riverserà sulla sua anima e tutta la sporcizia che imbratterà il suo dolcissimo cuore.
«Vide che ci sarebbero stati molti che non avrebbero riconosciuto il suo sacrificio in nostro favore, tanti che lo avrebbero disprezzato, che non gliene sarebbero stati grati. Vide che dopo aver versato il suo sangue per pulire il nostro sudiciume, ancora ci sarebbe stata gente che si dannava eternamente. Questo feriva il suo cuore in modo tale che non ci sono parole sufficienti a dirlo. Si addolorò di questo nuovo peccato: il vilipendio del suo sangue e il disprezzo del suo amore. E questo disprezzo è molto più pesante se viene dagli stessi cristiani, da quelli che hanno ricevuto più grandi segni d’amore; allora l’ingratitudine lacera ancora di più, perché chi molto ama si rattrista quando gli si corrisponde con il disprezzo» (Luis De la Palma, La Passione del Signore, Edizioni Ares).
Alla conoscenza dei dolori patiti da Gesù per la nostra salvezza, d’ora in poi non possiamo rimanere nell’ignoranza del suo amore.
Cristo ci ha amati e ci ha amati fino alla fine (Gv 13,1) per renderci capaci di amarlo senza riserve.
 
Per approfondire
 
Missione profetica del servo sofferente - Epifanio Gallego (Commento della Bibbia Liturgica): In un bel contrasto con l’Israele storico, l’Israele della carne della pericope precedente, ci troviamo improvvisamente di fronte al rovescio della medaglia, con l’Israele fedele, con il servo di Yahveh, descritto in questa pericope isolata con nuovi, caratteristici e inconfondibili tratti di una personalità matura.
II cantico è la testimonianza personale della funzione profetica d’Israele nel piano divino, nonostante sofferenze attraverso le quali deve passare al presente.
Questo servo di Yahveh ha un linguaggio di discepolo, di uno che riceve e trasmette l’insegnamento rivelato, anello fedele nella tradizione. Con la sua parola, quella che ha ricevuta e che è forza di Yahveh, egli sostiene colui che è stanco, l’Israele storico, scettico, sfiduciato; e, con la bella immagine del risveglio mattutino alla voce di Yahveh, ci suggerisce il misterioso contenuto dell’ispirazione.
Esiliato e maltrattato, flagellato, sputacchiato e schiaffeggiato - realtà simboliche di tutti gli scherni e di tutte le umiliazioni - egli seppe ubbidire a Yahveh, seppe pazientare. I sinottici dipendono da questo passo quando ci descrivono la situazione di Gesù di fronte a Pilato. Infatti, sebbene identifichiamo il servo di Yahveh col resto con l’Israele della fede, è fuori dubbio che questo Israele non era un fantasma astratto, ma la somma di molti individui che sopportarono nella loro carne quelle violenze fisiche e quegli scherni. E fra essi, in un modo eminente e pieno, si trova Cristo e, con lui, tutti noi che compiamo in noi stessi quello che manca alla passione di Cristo.
Forse anche il Deuteroisaia si sentì identificato, come uno dei tanti, con questo servo di Yahveh che, a dispetto
di tutte le difficoltà e le contraddizioni, di tutte le sofferenze e le umiliazioni, seppe confidare profondamente in Yahveh.
Vi era in lui la forza di Yahveh, ed egli viveva con la speranza e la certezza di essere vicino al suo giustificatore. È la sicurezza della vicinanza di Yahveh nella sua vita come giustificatore che siede alla destra nel giudizio, per difendere e giustificare l’innocente. Tutti lo accusano. Umanamente, non vi è risposta; le circostanze lo condannano. Ma Yahveh conosce la verità ed è presente, al suo fianco, come giustificatore. Chi contenderà contro di lui?
La fiducia è piena. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Passo passo, il servo di Yahveh ci conduce fino a Cristo. Essi lo videro a modo loro; noi lo vediamo a modo nostro; ma tutti contempliamo un Messia e un Messia crocifisso.
 
Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò - Bibbia per la Formazione cristiana: Il seguente inno cristologico, che costituisce uno dei testi più antichi del cristianesimo, riassume perfettamente l’itinerario della vita del Cristo in due movimenti:
Il Cristo si abbassa e si spoglia di se stesso per vivere come un uomo fra gli uomini (vv. 6-8).
Il Cristo è innalzato nella gloria del Padre (vv. 9-11).
L’inno parla di Gesù, il Servo di Dio descritto da Isaia.
In virtù della condizione divina che possedeva da sempre, fin dal suo ingresso nel mondo il Cristo avrebbe potuto esercitare il suo potere e la sua autorità su ogni creatura. Ma il Cristo non ha voluto avvantaggiarsi della sua condizione divina. Non ha voluto disporre del suo potere per diritto proprio e indipendentemente da Dio suo Padre. Non si è aggrappato a ciò che era suo e non l’ha rivendicato. Ha rinunciato ad ogni pretesa di dominio: si è abbandonato nelle mani di Dio, assoggettandosi realmente e seriamente alla condizione di semplice uomo, di «povero», di servo. Ha scelto la via dell’abbassamento e dell’obbedienza per giungere all’effettiva signoria divina su tutto l’universo nella forma voluta da Dio. Fattosi obbediente fino alla morte di croce, è stato innalzato da Dio al di sopra di ogni cosa e ha ricevuto da lui come un dono il «nome che è al di sopra di ogni altro nome» (cioè l’esercizio della sua autorità sovrana sopra ogni potenza dell’universo), diventando la norma e il giudice di tutta la storia e l’arbitro di ogni destino. Innalzato da Dio, il Cristo occupa in maniera definitiva, se così possiamo dire, il posto del Dio onnipotente nei confronti dell’uomo e dell’universo. O meglio: Dio, il Signore, nel Cristo diventa per sempre l’effettivo Signore della sua opera.
Collocandosi nella prospettiva della piena realizzazione di tutte le cose alla fine dei tempi, l’inno contempla l’universo restituito al suo legittimo Signore, che a sua volta, attraverso il suo servizio liberatore, ha ristabilito la sovranità amorosamente paterna di Dio su tutta la creazione. In tal modo potenza e amore, signoria e paternità si compenetrano a vicenda: Dio sconfigge ogni potenza che aliena dalla loro condizione di creature gli esseri creati. Dio e il mondo sono uniti, pienamente riconciliati. Dio è il Padre dell’universo, finalmente ricondotto all’armonia, perché è il Padre del suo Figlio Gesù, per mezzo del quale si è realizzata la riconciliazione. L’inno si conclude con un invito incalzante a proclamare la signoria del Cristo, raggiunta per la via della rinuncia al potere. In tal modo è garantita la presenza di Dio nella sua creazione, una presenza liberatrice e dispensatrice di grazia. Il Cristo non è un Dio che si aggiunge all’unico Dio, ma è una cosa sola con lui. Così risulta «verificare» e ratificato il monoteismo della Bibbia: Dio è l’unico Dio e Signore!
 
 Le lodi dei fanciulli - Efrem, Diatessaron, 18, 2: “I fanciulli gridavano e dicevano: Osanna al figlio di David. La cosa spiacque ai sommi sacerdoti e agli scribi, e gli dissero: Non senti ciò che dicono?” (Mt 21,15-16). Visto che le lodi non ti sono gradite, falli tacere. Alla sua morte come alla sua nascita, i fanciulli prendono parte alla corona dei suoi dolori. Incontrandolo, Giovanni, ancora “bambino, ha esultato nel seno” (Lc 1,41) di sua madre, e dei bambini furono messi a morte alla sua nascita, e divennero come il vino del suo banchetto nuziale. Furono dei fanciulli a proclamare le sue lodi quando giunse il tempo della sua morte. Alla sua nascita, “Gerusalemme si turbò” (Mt 2,3), e lo fu ancora e “temette” (Mt 21,10), il giorno in cui egli vi entrò. “La cosa spiacque agli scribi e gli dissero: Fermali! Egli rispose loro: «Se essi tacciono grideranno le pietre»” (Lc 19,39-40). Per cui, essi hanno preferito far gridare i fanciulli, piuttosto che le pietre, poiché al clamore delle creature gli spiriti ciechi avrebbero potuto comprendere. Il clamore delle pietre era riservato al tempo della sua crocifissione (cf. Mt 27,51-52); infatti, allora, rimasti muti coloro che erano dotati di parola, furono le cose mute che proclamarono la sua grandezza.
 
Testimoni di Cristo - San Marco di Aretusa. La verità e la comunione sono due beni da amministrare con profonda saggezza - Senza se e senza ma, sempre dalla parte di ciò che è vero, perché le ambiguità del mondo aprono alle più profonde ferite: i testimoni del Vangelo sanno che il patrimonio di fede loro affidato è un tesoro prezioso per l’umanità. Per questo lo difendono fino alla fine, anche amministrandolo con saggezza di fronte alle minacce e agli assalti dei prepotenti, che creano divisioni e lotte fratricide. A dimostrarlo sono le storie come quella di san Marco di Aretusa, vescovo del IV secolo della città siriana che oggi è Er Rastan. Accusato inizialmente di non essere abbastanza deciso contro l’arianesimo (forse perché preoccupato proprio della ferita provocata dalla diffusione dell’eresia e non volendo creare spaccature ancora più profonde nella Chiesa), nel 360 Marco chiarì la sua ortodossia e questo fece sparire i “sospetti” su di lui. Nel 361 fu costretto a fuggire a causa della presa di potere di Giuliano l’Apostata che voleva restaurare il paganesimo.
Tornò, però, quando venne a sapere che i preti erano stati imprigionati. Marco aveva fatto distruggere un tempio pagano e questo, al suo ritorno, gli costò l’arresto e le torture, alle quali, però, sopravvisse. Si dedicò all’evangelizzazione dei pagani fino alla morte nel 364 e la sua eredità è un chiaro invito a scegliere sempre la difesa della verità e la cura della comunione. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 
 
 
 
 
 28 MARZO 2026
 
SABATO DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Ez 37,21-28; Salmo Responsoriale Ger 31,10-12b.13; Gv 11,45-56
  
Liberatevi da tutte le iniquità commesse, dice il Signore, e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. (Cf. Ez 18,31a - Acclamazione al Vangelo)
 
AI Mode: Questo versetto, tratto dal profeta Ezechiele, è un potente invito alla metanoia, ovvero a un cambiamento profondo del modo di pensare e di agire. Non si tratta solo di seguire delle regole, ma di una vera e propria rigenerazione interiore. 
Ecco i punti chiave di questo messaggio:
Responsabilità personale: Ognuno è chiamato a riconoscere i propri errori ("iniquità") e a decidere attivamente di distaccarsene.
Collaborazione tra Dio e l’uomo: Sebbene la grazia di un “cuore nuovo” sia un dono divino, il testo sottolinea l’impegno umano nel “formarselo”, indicando una volontà decisa nel voler cambiare vita.
Speranza e Futuro: Il passaggio dal vecchio al nuovo suggerisce che non siamo condannati dal nostro passato; c’è sempre la possibilità di una rinascita spirituale. 
Nella liturgia, questa acclamazione prepara l’ascolto del Vangelo ricordandoci che la Parola può attecchire solo se trova un terreno (il cuore) disposto a rinnovarsi.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Il perdono di Dio aprirà la via del ritorno e Israele riposerà per sempre entro le mura della città santa. A regnare sul popolo eletto sarà un solo re. Israele rigetterà gli idoli, e metterà in pratica le norme e le leggi di Dio. L’alleanza che Dio stipulerà con il suo popolo sarà eterna preconizzando in questo modo il sacrificio del Cristo nel cui sangue Dio sigillerà eternamente la sua alleanza con tutti gli uomini. L’incarnazione del Figlio di Dio compirà perfettamente l’ultima promessa: In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
 
Vangelo
Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
 
Il sinedrio decreta la morte di Gesù (11 ,45-53) - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Questo brano si può considerare un’appendice al racconto della risurrezione di Lazzaro, perché ne mostra le conseguenze. L’evangelista descrive la reazione diversa dei giudei presenti e poi la convocazione del sinedrio. La risurrezione di Lazzaro, secondo Gv, costituì la causa immediata della condanna a morte di Gesù. Venne così a determinarsi una situazione paradossale: il beneficio della vita, ridonata a un morto, provocò la crocifissione del Signore della vita.
Il brano si compone dei seguenti elementi: introduzione (vv. 45-46), conciliabolo del sinedrio e l’intervento del sommo sacerdote Caifa (vv. 47-50), commento dell’evangelista (vv. 51- 52), decreto di condanna (v. 53).
A livello teologico il centro dottrinale della pericope è rappresentato dalla profezia di Caifa, che preannunziò in modo inconsapevole il valore salvi fico della morte di Gesù, in favore di tutta l’umanità.
A livello storico la convocazione del sinedrio non fa difficoltà; anche Matteo, però in un altro contesto, parla di una riunione preliminare del consiglio ebraico nel palazzo di Caifa, per organizzare un complotto contro Gesù (26,3-4). Gv omette il racconto del processo dinanzi al sinedrio perché ne ha anticipato la decisione finale in questo punto. Non mancano esegeti che considerano più attendibile la cronologia di Gv: la redazione sinottica rappresenterebbe una semplificazione dell’esatto svolgimento dei fatti (cf. Brown, I, pp. 574-575).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 11,45-56
 
In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. 
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». 
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!».
Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. 
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. 
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Parola del Signore.
 
Uno per tutti - Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Un uomo che deve morire per il popolo. Gesù si era presentato come il pane della vita, come colui che porta la vita, come la risurrezione e la vita e con la capacità di distruggere la morte. E questo appariva non solo dalla sua autopresentazione, ma anche dal fatto che aveva strappato alla morte un suo amico.
L’atteggiamento e le opere di Gesù avevano suscitato reazioni diverse. Alcuni credevano in lui: atteggiamento di fede; altri lo rigettava decisamente: atteggiamento d’ostilità. In questa situazione, si riunisce d’urgenza il Consiglio supremo. Se le cose avessero continuato ad andare come andavano, dato a che l’azione della polizia era stata inefficace, Gesù avrebbe continuato a compiere dei «segni »: la gente avrebbe creduto in lui, lo avrebbe accettato come Messia nel senso politico-sociale come essi lo immaginavano. E la conseguenza sarebbe stata che Roma sarebbe stata costretta a intervenire, privando i giudei del culto nel tempio della loro stessa esistenza nazionale.
Ricordiamo ancora una volta che l’evangelista raccoglie non solo quello che avvenne ai tempi di Gesù, ma anche quello che stava accadendo quando egli scrisse il suo vangelo. La disperazione e il timore dei farisei e dei principi dei sacerdoti, di fronte al successo di Gesù e al timore per il futuro politico della nazione, devono essere intesi alla luce del timore del giudaismo nei giorni in cui scrive Giovanni. Il giudaismo era stato sostituito dalla Chiesa. L’ordine antico, rappresentato dalla legge, stava cedendo il posto all’ordine nuovo e a un popolo nuovo che sorgeva intorno alla fede in Cristo.
Era necessario prendere una decisione. Ma quale? Finché il sommo sacerdote non interviene per rimproverare i suoi colleghi la loro inettitudine e mancanza d’iniziativa, nessuno sa proporre una soluzione. Il sommo sacerdote dice che è necessario che un uomo muoia per tutto il popolo, prima che la nazione perda la sua sicurezza e persino la sua esistenza.
È interessante la nota dell’evangelista a questo riguardo. Caifa parlò in questo modo non a titolo personale, ma
con la piena autorità che il titolo gli conferiva. Disse più di quanto sapeva. Esattamente come gli altri membri del Consiglio, egli desiderava eliminare Gesù, perché il popolo eletto sopravvivesse come entità nazionale; ma, ancora una volta, il calcolo umano crollò, forse per un eccesso di previsione. Infatti, il risultato della morte di Cristo fu l’apparizione della Chiesa come vero popolo eletto di Dio, che recluta i suoi membri non solo fra i giudei, ma da tutta la razza umana, da tutti i popoli per i quali muore Gesù, vale a dire da tutte le parti della terra, da tutti gli uomini.
Fra le funzioni che esercitava il sommo sacerdote, una delle più importanti era quella d’entrare, una volta ogni
anno, nel Santo dei Santi per offrire a Dio il sangue delle vittime in espiazione per i peccati propri e per quelli di tutto il popolo. Nella profezia incosciente di Caifa vi è un riferimento a questa funzione sacerdotale, dato che Gesù offre la sua vita non per se stesso, ma per tutti gli uomini, per ottenere l’unità dei figli di Dio che erano dispersi (v. 52). Dopo l’intervento di Caifa, il Consiglio cercava l’opportunità di dare esecuzione pratica alla sua profezia.
 
Per approfondire
 
Caifa …: Catechismo della Chiesa Cattolica 596: Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito. A coloro che temevano: «Tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione» (Gv 11,48) il sommo sacerdote Caifa propose profetizzando: «[È] meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv 11,50). Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica, cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di «sommossa» (Lc 23,19). Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù.
 
La risurrezione di Lazzaro: alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto credettero in lui: Lumen fidei 30: La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Giovanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr. Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visione. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, «alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui» (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: «Se crederai, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: « Chi crede in me […] crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascolto, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr. Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confessione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (cfr. Gv 1,14). La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la “vita luminosa” di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli Apostoli - fede che vede! - davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre.
 
Tauler (Predica per il venerdì prima delle Palme): Ed altrettanto vero è che, in senso interiore, un uomo deve sempre morire, rinunciando a se stesso, al proprio spirito di possesso ... e immergersi invece nella profonda, incommensurabile Misericordia divina, con una volontà umile e sottomessa a Dio ... Altrimenti verranno i romani e s’impossesseranno della città [Gv 11,48]. Cosa simboleggia la grande Roma se non l’orgoglio interiore, il sommo di tutti i vizi? Esso s’impadronisce della nazione che Cristo dovrebbe possedere e uccide tutto il popolo, cioè le facoltà, superiori e inferiori, che sono al servizio dell’anima ... Nostro Signore Gesù Cristo ci ha mostrato l’esempio immolandosi per tutti: dobbiamo così imparare che anche per noi è meglio soffrire e piegarci dinanzi a Dio ... perché ad ogni morte interiore segue eterna Vita.
 
Testimoni di Cristo - San Cono di Naso: Cono o Conone Navacita nacque a Naso (Messina), nel 1139, figlio del conte normanno Anselmo, governatore della città. Ancora ragazzo abbandonò la casa, le ricchezze e si ritirò nel locale convento di San Basilio. Trasferito al Convento di Fragalà, nel comune di Frazzanò, ebbe come maestri spirituali san Silvestro da Troina e san Lorenzo da Frazzanò, che lo prepararono al sacerdozio. Conone, dopo l’ordinazione, continuò a manifestare segni di vocazione all’eremitaggio e, col permesso dei superiori, si ritirò in una grotta, che prese il nome di Rocca d’Almo. Ben presto la sua fama di santità superò i confini di Naso. Richiamato al monastero dai suoi superiori, fu eletto abate. In seguito, al ritorno a Naso da un pellegrinaggio in Terra Santa, elargì ai poveri la ricca eredità del padre e si ritirò nella grotta di San Michele. La città era afflitta da un morbo contagioso: i nasitani si rivolsero allora all’abate che li liberò dalla malattia: del miracolo vi è ricordo nello stesso stemma della città. Morì a 97 anni: era il 28 marzo 1236, Venerdì Santo. Canonizzato nel 1630, san Cono è patrono di Naso, i cui abitanti ancora oggi davanti alle reliquie pronunciano l’invocazione «Na vuci viva razzi i san Conu». (Avvenire)
 
O Dio, che hai fatto di tutti i rinati in Cristo
la stirpe eletta e il sacerdozio regale,
donaci il desiderio e la forza di compiere ciò che comandi,
perché il tuo popolo, chiamato alla vita eterna,
sia concorde nella fede e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
 
Abbi pietà, o Padre, della tua Chiesa in preghiera:
guarda con amore i fedeli che volgono a te i loro cuori,
e non permettere che siano schiavi del peccato,
né oppressi dalle avversità
quanti hai redento con la morte del tuo Figlio unigenito.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.