25 Giugno 2026
Giovedì XII Settimana T. O.
2Re 24,8-17; Sal 78 (79); Mt 7,21-29
San Massimo di Torino. Davanti alla violenza del mondo è il momento della testimonianza: È nel momento della crisi e della sofferenza che un pastore è chiamato a vivere fino in fondo il proprio ministero, sostenendo chi è in difficoltà, indicando la strada della verità, testimoniando con la propria vita l’amore autentico.
Così fece san Massimo di Torino, considerato fondatore della Chiesa locale e primo vescovo della città piemontese. Assieme alla sua gente si trovò ad affrontare il terribile periodo delle invasioni barbariche. Era nato verso la metà del IV secolo e fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli, che lo inviò a guidare la comunità torinese. Dalle «Omelie» e dai «Sermoni» appare il suo carattere mite ma fermo e autorevole: «È figlio ingiusto ed empio colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria», diceva a coloro che pensavano di fuggire davanti all’arrivo dei barbari. Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna, pratica sulla quale scriveva con ironia: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa e si colloca tra il 408 e il 423. (Avvenire)
Liturgia della Parola
I Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Nell’anno 612, cadde Ninive; nel 605, fu incoronato Nabucodonosor, l’anima dell’impero neobabilonese. Il Medio Oriente cambiava padrone: agli assiri succedevano i babilonesi. L’Egitto non vedeva di buon occhio la piega che avevano presa gli avvenimenti, e organizzò una spedizione, capeggiata dal faraone Necao, con lo scopo di appoggiare l’Assiria e aiutarla a frenare l’avanzata babilonese.
Necao però fu battuto da Nabucodonosor a Karkernish, dove si erano radunati i resti dell’esercito assiro; e l’esercito egiziano fu costretto a ripiegare verso le sue terre. Tuttavia, la politica egiziana continuò a cospirare contro Babilonia e tesseva intrighi con i reucci della fascia siropalestinese, per guadagnarli alla sua causa e costituire la fronte comune contro il grande colosso della Mesopotamia. Entrò in questo gioco anche il piccolo regno di Giuda.
Nabucodonosor organizzò una spedizione punitiva e giunse con le sue truppe fino alle porte di Gerusalemme.
In questa occasione, egli si contentò di assediare la città e di deportare la famiglia reale e il personale dirigente qualificato del regno. È la cosiddetta prima deportazione, che avvenne nell’anno 598. Fra i deportati, figura Ezechiele, il profeta che doveva esercitare il suo ministero durante la prima parte dell’esilio.
Le riflessioni teologiche su questa prima deportazione e sulla tragica fine del regno di Giuda si possono trovare nel profeta Geremia, che fu il portavoce di Dio in tutto questo tempo. Il pensiero di Geremia è in linea con la tesi deuteronomista: le deportazioni e la distruzione di Gerusalemme sono il giusto castigo che riceve un popolo impenitente. Il profeta di Anatot aveva moltiplicato i suoi inviti alla conversione, ma tutto era stato inutile; il male era ormai così inveterato e così congenito nel popolo, che Geremia perdette ogni speranza:
« Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore. Anche quando esclamano: “Per la vita del Signore!” certo giurano il falso. Signore, i tuoi occhi non cercano forse la fedeltà? Tu li hai percossi, ma non mostrano dolore; li hai fiaccati, ma rifiutano di comprendere la correzione. Hanno indurito la faccia più di una rupe, non vogliono convertirsi» (Ger 5,1-3).
«Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru scrutano la data del loro ri torno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore » (Ger 8,7).
La prima deportazione era il risultato finale della politica errata del re Ioiachin del quale Geremia traccia il seguente ritratto:
« Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: “Mi costruirò una casa grande con spazioso piano di sopra” e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso.
Forse tu agisci da re, perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie» (Ger 22 .13-17).
Vangelo
La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.
Una pagina che fa tremare i polsi ai soliti cristiani della domenica. Non basta aver ricevuto il battesimo per salvarsi, perché chi non crede sarà condannato (cfr. Mc 16,16). Anche gli esorcisti se la loro fede è solo di facciata non si salveranno, così quelli che vomitano preghiere immaginando di allontanare il diabolico dalla vita dell’uomo o quelli che vanno avanti a forza di visioni o messaggi ultraterreni. La Parola di Gesù è chiara: solo chi mette in pratica la sue parole, tutti i santi giorni dell’anno, si salverà. Il contrario è sinonimo di eterna perdizione. L’immagine della casa era così chiara che per la folla venne spontaneo fare un confronto tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi: pur non addentro alla teologia e alla esegesi, la folla riconosce la veridicità dell’insegnamento di Gesù da cui scaturisce autorità e prestigio.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt7,21-29
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolti queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
Parola del Signore.
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore” - Gottfried Hierzenberger: Il nome Signore fu riferito soltanto un po’ alla volta a Gesù. La comunità primitiva che professava Gesù come il Risorto, lo confessava “alla destra di Dio” acquisendo in tal modo, al di là del rapporto discepolo-maestro, una comprensione religiosa fondata sulla fede.
Quando i discepoli si identificarono con i servi delle parabole, ciò suggerì di riferire a lui stesso le affermazioni fatte da Gesù sul Signore (per es. Mt 13,27). Ciò veniva favorito dall’esperienza della pretesa assoluta di sequela. Quando nella vita di fede della chiesa primitiva, nell’annuncio dell’evangelo, nella preghiera, durante il pasto del Signore, nell’atteggiamento d’amore verso il fratello e perfino verso il nemico, nella complessiva comprensione di sé, del mondo e di Dio, Gesù dimostrò di essere il centro totale della comunità, superiore a tutti i tipi di relazioni del passato, l’assunzione del titolo tradizionalmente religioso di signore diventò ovvio. Nell’ambito cristiano questo titolo fu assunto in senso assoluto per esprimere la signoria illimitata, onnicomprensiva, divina di Gesù (Mt 28,18).
Negli scritti più recenti del Nuovo Testamento il titolo di Signore è già ovvio: tutti i passi della LXX (JHWH = Signore) vengono riferiti senza esitazione a Gesù; ciò significa che si riconosce che in Gesù, Dio agisce così come l’Antico Testamento proclama nei riguardi di JHWH. Così Dio manda il Signore (cf. Sal 110,1) in maniera definitiva per attuare la pienezza conchiusa del tempo e per ricapitolare tutto - quello che è in cielo e quello che è sulla terra - in Cristo, il capo (Ef 1,10). Al tempo stesso, però, il “Figlio” manda lo Spirito (At 2,33) e guida la comunità cristiana in modo tale che essa può dire: “Il Signore è lo Spirito!” (2Cor 3,17). Nella teologia storico-salvifica cosmica e cristologico ecclesiale della Lettera agli Efesini e di quella ai Colossesi, questo pensiero raggiunge il suo vertice (Col 1,18-20).
Nella preghiera al Signore (2Tm 2,22) questa visuale acquista anche una espressione religiosa personale.
Per approfondire
La casa costruita sulla roccia - Giuseppe Barbaglio: Una parabola significativa di Gesù - La duplice tradizione evangelica, testimoniata da Mt e Lc e assente in Mc, ha trasmesso un racconto parabolico di Gesù imperniato su un duplice tipo di costruttore di casa: l’uno che edifica sulla roccia gettando solide fondamenta nel terreno, l’altro invece su terreno sabbioso. L’esito del loro modo disparato di costruire naturalmente sarà opposto: nel primo caso la casa sfiderà gli elementi scatenati della natura, nel secondo invece la costruzione è destinata a crollare alle prime intemperie. Il significato della parabola è espressamente dichiarato: i due tipici costruttori rappresentano rispettivamente colui che all’ascolto della parola di Cristo fa seguire una condotta coerente e il puro e disimpegnato ascoltatore. Matteo poi originalmente qualifica i due costruttori con gli aggettivi «saggio» (phronimos) e «stolto» (màross), intendendo così definire la sapienza cristiana in termini prassistici: essa consiste nel fare secondo l’insegnamento autorevole di Cristo. Ecco dunque il testo della parabola nella versione di Matteo: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e la sua rovina fu grande» (7,24-27; cf. Lc 6,47-49).
La casa costruita sulla roccia - Ortensio da Spinetoli (Matteo): Il presente testo è ancora un richiamo agli impegni della vita cristiana, un attacco al rilassamento e al quietismo che andavano insinuandosi nei fedeli della seconda ora. Bisogna prestare un’obbedienza concreta alla volontà di Dio senza abbandonarsi a illusioni o esaltazioni carismatiche, ha detto in precedenza (vv. 21-23); ora ribadisce la medesima lezione tramite la parabola dei due costruttori, il saggio e lo stolto. Il primo erige la sua casa su un fondamento solido, il secondo su una base inconsistente. Il buon fondamento della casa e quindi della vita cristiana è, per Gesù, la pratica dei suoi insegnamenti. Poco sopra ha chiesto di ‘fare’ (poiein) la volontà del Padre, ora chiede di ‘compiere’ (poiein) ‘le sue parole’. La raccomandazione è la stessa.
La parola di Gesù ascoltata nel di corso della montagna (o nella catechesi apostolica) deve essere accolta con gioia ma più ancora deve essere tradotta nella vita pratica. L’ascolto è la condizione previa, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato udito. Con tale serietà di propositi la vita cristiana poggia su un fondamento solido e non teme di esser travolta alle prime avversità o prove, di cui avevano avuto ormai larga esperienza i primi fedeli, né da eventuali verifiche (il giudizio divino).
La chiesa di Matteo non è una società perfetta. Essa annovera accanto ai costruttori saggi altri malavveduti. Costoro ascoltano l’annuncio ma non si risolvono a metterlo seriamente in pratica. Si tratta di una adesione superficiale non radicata nel proprio cuore e nella propria intelligenza, quindi può venir meno al primo urto con le forze contrarie. Il naufragio che ne può seguire può essere fatale. La conclusione è anche questa volta dura e inesorabile. Il predicatore si è lasciato come al solito prendere la mano. Il contrasto tra le beatitudini, gli annunci iniziali del discorso e queste affermazioni conclusive è evidente.
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché il Signore ebbe terminato il discorso della montagna, «le turbe restarono stupite». Motivo: il suo modo di parlare: «Le ammaestrava come uno che ha autorità». Cristo non espone una problematica oscura, come i filosofi, non parla in concetti astratti inanimati o in sillogismi classicamente elaborati, come i sofisti. Le sue parole non sono neppure impregnate di untuoso pietismo, che in realtà mette in mostra se stesso e spiega solennemente la ruota della vanità personale, come un pavone, secondo l’uso dei farisei. Le sue esposizioni non sono una noiosa casistica morale, in cui vengono spiegati i paragrafi della legge e casi artificiosamente costruiti, lontani dalla vita reale e ancor più lontani dalla schietta religiosità. Questo era il modo degli scribi. Non parI neppure come i demagoghi che lusingano le masse e rinfocolano le passioni soltanto per esaltare la propria volontà di potenza. Cristo parla in tutt’altro modo, non come uno che cerca la potenza, ma come uno che ha autorità. Ed egli la possiede. Egli è il plenipotenziario dell’Onnipotente. La sua persona è il Logos, la parola di Dio e perciò egli è il linguaggio di Dio. L’incarnazione del Logos è il linguaggio di Dio nell’umanità. Nelle sue parole si rivela in tal modo la sua personalità. La forza e la grandezza di questa personalità sono il mistero del suo linguaggio. Egli è l’Onnipotente. Perciò parla come uno che detiene il potere. E la sua personalità è anche quella che trascina le masse. Egli non è soltanto l’annunziatore, ma anche la personificazione del discorso della montagna, il suo autentico interprete. La sua vita è commento alle sue parole. Le beatitudini si concretizzano nella sua persona e nella sua azione. Egli è il sale della terra e la luce del mondo. Egli è la città, visibile da lontano, in vetta al monte. La sua vita nasce dall’intimo, perché in lui tutto è vivificato dallo spirito dell’amore.
Egli non fa mai il bene per egoismo, ma con lo sguardo rivolto al Padre ch’è nei cieli. Ci ha offerto l’esempio vivente del retto contegno di fronte a quanto appartiene alla terra, non si è preoccupato dei tesori materiali, non è mai stato preda di cure timorose per il cibo e il vestiario. Col suo amore fino alla fine ha illustrato visibilmente anche i rapporti verso il prossimo. Dai frutti si riconosce la bontà del tronco e della radice. Perciò egli ha costruito la Chiesa come la casa che sta sulla roccia e non sulla sabbia. La tempesta del Venerdì santo e tutti gli uragani nella storia della Chiesa non l’hanno potuta travolgere.
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli - Lumen gentium 14: Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.
Giovanni Crisostomo (Exp . in Matth., XXIV): Non vi conosco ...: tremiamo, dunque, o carissimi, e vigiliamo con cura sul nostro modo di vivere, né riteniamoci da meno per il fatto che noi non compiamo miracoli. Se saremo stati virtuosi, l’aver fatto miracoli non ci procurerà alcun vantaggio in più; né saremo meno ricompensati, se non li avremo compiuti. Noi siamo debitori verso Dio per tali azioni prodigiose, mentre Dio sarà nostro debitore per le opere buone che noi compiamo.
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.