18 Agosto 2026
 
Martedì XX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ez 28,1-10; Salmo Responsoriale Dt 32,26-36; Matteo 19,23-30
 
L’orgoglio ed i suoi effetti - M. F. Lacan: - 1. «Odioso al Signore ed agli uomini» (Eccli 10, 7), l’orgoglio è altresì ridicolo nell’uomo «che è terra e cenere» (Eccli 10, 9). Vi sono forme più o meno gravi. C’è il vanitoso che pretende gli onori (Lc 14, 7; Mt 23, 6 s), che aspira alle grandezze, talvolta di ordine spirituale (Rom 12, 16. 3), che è geloso degli altri (Gal 5, 26); l’insolente dallo sguardo altero (Prov 6, 17; 21, 24); il ricco arrogante che ostenta il suo lusso (Am 6, 8) e che la ricchezza rende presuntuoso (Giac 4, 16; 1 Gv 2, 16); l’orgoglioso ipocrita che fa tutto per essere veduto ed il cui cuore è corrotto (Mt 23, 5. 25-28); il fariseo che confida nella sua pretesa giustizia e disprezza gli altri (Lc 18, 9-14). Infine, al vertice, c’è il superbo che, rigettando ogni dipendenza, pretende di essere uguale a Dio (Gen 3, 5; cfr. Fil 2, 6; Gv 5, 18); egli non ama i rimproveri (Prov 15, 12) ed ha in orrore l’umiltà (Eccli 13, 20); pecca sfrontatamente (Num 15, 30 s) e si fa beffe  dei servi e delle promesse di Dio (Sal 119, 51; 2 Piet 3, 3 s). Dio maledice l’orgoglioso e lo aborrisce (Sal 119, 21; Lc 16, 15); colui che l’orgoglio contamina (Mt 7, 22) è chiuso alla grazia (1 Piet 5, 5) ed alla fede (Gv 5, 44); cieco per colpa sua (Mt 23, 24; Gv 9, 39 ss), non può trovare la sapienza (Prov 14, 6) che lo chiama alla conversione (Prov 1, 22-28). Frequentandolo, si diventa simili a lui (Eccli 13, 1); perciò beato chi lo fugge (Sal 1, 1).
4. Il castigo degli orgogliosi. - Dio si fa beffe degli orgogliosi (Prov 3, 34) e dei potenti che pretendono di scuotere il suo giogo (Sal 2, 2 ss). Ascoltino la terribile satira del tiranno che marcisce senza sepoltura sul campo di battaglia dove ha fatto massacrare il suo popolo, lui che pretendeva di porre il suo trono sulle stelle, simile all’altissimo (Is 14, 3-20; Ez 28, 17 ss; 31). Gli imperi, come i loro tiranni, saranno abbattuti. Talvolta essi sono gli strumenti di Dio per castigare il suo popolo; ma Dio poi li castiga per l’orgoglio con cui hanno compiuto la loro missione; è il caso di Assur (Is 10, 12) e quello di Babilonia, abbattuta all’improvviso con un colpo inevitabile, imprevedibile (Is 47, 9. 11). Il popolo di Dio e la città santa di Gerusalemme il cui orgoglio si è dispiegato (Ger 13, 9; Ez 7, 10), saranno pure castigati nel giorno di Jahvè. «In quel giorno l’orgoglio dell’uomo sarà abbassato, la sua arroganza umiliata; Jahvè solo sarà esaltato!» (Is 2, 6-22). Jahvè renderà con usura agli orgogliosi ciò che è loro dovuto (Sal 31, 24). Essi, che si sono beffati dei giusti (Sap 5, 4; cfr. Le 16, 14), passeranno come un’ombra (Sap 5, 8-14). La loro elevazione non è che il preludio della loro rovina (Prov 16, 18; Tob 4, 13): «chi s’innalza sarà abbassato» (Mt 23, 12).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il brano, che condanna l’arroganza del sovrano di Tiro, cita la superbia del principe che si proclama dio, descrive la sua sapienza e ricchezza accumulatesi tramite i traffici e annuncia la sua caduta per mano di nazioni straniere.
Analisi e Significato del Passo - Il peccato di superbia: Tiro, ricca città commerciale inespugnabile, riflette nel suo sovrano l’arroganza di chi dimentica la propria natura mortale attribuendo il successo solo a se stesso.
L’ironia su Daniele: Il riferimento ironico alla sapienza di “Daniele” sottolinea la presunzione del sovrano di possedere una conoscenza assoluta.
La caduta e il giudizio: La punizione divina, descritta nei vv. 7-10, smaschera l’illusione del re, che morirà tragicamente “non circonciso” per mano di stranieri.
Lettura teologica e spirituale: Il brano è interpretato spesso anche come metafora della caduta di Lucifero, mosso dall’orgoglio di uguagliarsi a Dio.
 
Vangelo
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.
 
Il “tale”, che si era incontrato con Gesù, aveva rifiutato di mettersi alla sua sequela perché gli era stata posta una condizione radicale, prontamente rifiutata: «Se vuoi essere perftto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un teso nel cielo; e vieni! Seguimi!». Condizione rifiutata perché possedeva molte ricchezze (Mt 19,16-22).
Da qui, il tema del brano di oggi è “il pericolo delle ricchezze”. Per il sentire comune ricchezza e prosperità passavano come segni della benedizione divina. La ricchezza, quindi, in sé non è cattiva, ma lo diventa per il fascino malvagio che esercita sugli incauti. Il frutto amaro della “disonesta ricchezza” è l’avarizia, e ancora di più l’egoismo. L’egoismo è una sorta di cecità che impedisce di cogliere le necessità dei poveri, dei bisognosi (Lc 16,19-32).
L’avido che cade nella melma della ricchezza non entrerà nel regno di Dio. Ma Gesù fa intendere che quello che “impossibile agli uomini” a “Dio tutto è possibile”, anche salvare un peccatore impenitente (Lc 23,39-43).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,23-30
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: «Allora, chi può essere salvato?». Gesù li guardò e disse: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile».
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna. Molti dei primi saranno ultimi e molti degli ultimi saranno primi».
 
Parola del Signore
 
Chiunque avrà lasciato case, o fratelli … Gesù non impone l’indigenza o di rompere con il nucleo familiare, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. L’evangelista Matteo ci suggerisce che la proposta fatta al giovane ricco andò a vuoto, cosicché sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni (Mt 10,17-22).
Ma rimangono sconcertati anche i discepoli. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cf. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8).
Pietro torna sul discorso. Vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso.
Gesù rispondendo - in verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni.
Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna. Lasciare case, fratelli… è il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
 
Per approfondire
 
Nei vangeli frequentemente si legge che i discepoli spesso rimangono molto stupiti alle parole di Gesù. E così per l’insegnamento sulla ricchezza. Per il loro modo di pensare la ricchezza era una benedizione di Dio. Più si era buoni, più si era giusti e più Dio moltiplicava la ricchezza in figli, campi, servi, bestiame, denaro ... e sono ancora più sbigottiti quando le loro orecchie sentono che «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». In ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cfr. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr. Fil 2,8).
Allora Pietro gli rispose: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito... Pietro vuole essere assicurato sulla ricompensa. Lui ha lasciato tutto e adesso vuole sapere cosa gli toccherà come compenso. Gesù rispondendo - in verità vi dico - si impegna solennemente nelle sue parole. La ricompensa, solo per coloro che lasciano tutto per il Vangelo, è già donata al presente. Quindi, il centuplo promesso non è solo per la vita futura. È già per adesso. La nuova famiglia è la Chiesa dove i discepoli del Cristo si trovano uniti da un mutuo aiuto e dalla carità. A questi beni si assommano le persecuzioni. Non verranno mai meno i beni e non cesseranno le ostilità: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Soltanto nel futuro sarà donata la vita eterna. È il percorso tracciato per ogni discepolo che vuole avere la vita eterna. Altre strade, o peggio ancora scorciatoie, non esistono. Ancora una volta nel messaggio evangelico si impone la radicalità.
 
La ricchezza nel Nuovo Testamento - Costante Brovetto: Il Nuovo Testamento, in cui dominano le preoccupazioni di salvezza, bolla ancor di più chi confida solo nella sua ricchezza, come si vede nelle invettive di Giacomo contro i ricchi pasciuti e la loro ricchezza imputridita (Gc 5,1-5). La parola di Gesù è sferzante: “Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione” (Lc 6,24). L’invettiva è in diretta opposizione con la beatitudine della povertà. Viene soprattutto bollato l’attaccamento che trasforma la ricchezza in idolo (mammona, cfr. Mt 6,24): “L’avarizia insaziabile è idolatria!” (Col 3,5); “Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Le 12,34); “Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli!” (Mt 19,23s.).
Per salvarsi è determinante la legge della carità: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35); “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33). Questa severa e incondizionata ingiunzione vale anzitutto nell’ordine spirituale. I primi cristiani, mettendo liberamente in comune tutti i beni (At 4,32), hanno indicato anche per il futuro la priorità della destinazione comunitaria dei beni rispetto alla proprietà privata. Con equilibrio la dottrina sociale della Chiesa dichiara “naturale” il diritto di proprietà privata, considerandolo fondamentale per l’autonomia e lo sviluppo della persona, ma con altrettanta forza ne rivendica la “naturale” funzione sociale. È riconosciuta positiva anche la funzione del profitto, indice del buon andamento economico. Ma la finalità ultima della ricchezza non può però essere di ordine quantitativo, bensì qualitativo. I cristiani auspicano uno stile di vita che permetta lo sviluppo della ricchezza su scala universale, evitando le concentrazioni parassitarie di essa e i guasti ecologici che ne possono derivare.
 
Catechismo degli Adulti [147] La preoccupazione del benessere va ridimensionata. Ci sono valori più importanti e decisivi che non il cibo e il vestito: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,26-33). Occorre certo seminare e mietere, filare e tessere, progettare e lavorare, ma senza ansia per il domani. Bisogna possedere senza essere posseduti, senza preferire il benessere alla solidarietà.
Il vangelo comanda di distribuire e mettere in circolazione i propri beni: «Fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33). Condanna il possesso egoistico, che non tiene conto delle necessità altrui. Non chiede però di vivere nella miseria. Valore assoluto è la fraternità, non la povertà materiale. Lo conferma l’esperienza della prima Chiesa a Gerusalemme, dove i credenti avevano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32), mettevano le loro cose in comune e così «nessuno tra loro era bisognoso» (At 4,34).

Clemente Alessandrino, Il pedagogo, 3, 34,1-36,3: La ricchezza mi sembra simile a un serpente; quando non si sa come afferrarlo senza averne danno, lo si prende, per evitare il pericolo, in fondo alla coda: ma esso si avvinghia intorno alla mano e morde. Anche per le ricchezze vi è il pericolo che esse, a seconda che si trattino con perizia o senza perizia, si attorciglino, si aggrappino e mordano. Ma se qualcuno ne sa usare con saggezza e magnanimità, cantando linno incantatore del Verbo, dominerà la bestia e resterà illeso. Del resto, a quanto pare, non consideriamo abbastanza che è ricco solo chi possiede veri valori. Ma un vero valore non sono le gemme, non largento, non le vesti o la bellezza del corpo, ma la virtù Una ricchezza più grande non si dà. Vere ricchezze sono dunque la giustizia e la sapienza, più preziose di ogni tesoro; una ricchezza che non aumenta col possesso di animali e di terreni, ma viene donata da Dio; una ricchezza che non viene derubata - l’anima sola è il forziere in cui viene custodita -, un possesso che è il migliore per il suo possessore e che rende realmente felici gli uomini. Chi giunge al punto di non desiderare ciò che non è in nostro potere e di ottenere tutto ciò che desidera - perché con le sue preghiere ottiene da Dio ciò cui egli tende con animo santo - come non possiederà costui tutto, dato che possiede un tesoro che mai viene meno, cioè possiede Dio?
 
Testimoni di Cristo -  Santa Elena - La memoria da curare stando accanto ai bisognosi: Curare la memoria e i segni della fede, ma piegarsi sempre sulle ferite e sulle sofferenze dell’umanità: questa doppia attenzione è fondamentale per una testimonianza autorevole del Vangelo nel mondo, come ci ricorda la storia di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino. L’esemplarità di questa donna sta prima di tutto nella sua capacità di farsi carico delle necessità di chi viveva ai margini. Uno stile che fu il cuore di tutta la sua eredità, la cui parte più manifesta fu la scoperta e la valorizzazione di molti luoghi legati alla storia terrena di Gesù. Flavia Giulia Elena era nata in Bitinia tra il 248 e il 250 e aveva sposato il tribuno Costanzo Cloro, ma nel 293 l’imperatore Diocleziano volle che il marito la ripudiasse. Il figlio, Costantino, divenne imperatore nel 306 ed Elena usò la sua posizione di prestigio per compiere opere di bene a favore dei bisognosi. Forse fu proprio grazie alla sua testimonianza che Costantino si convertì, dopo aver concesso libertà di culto ai cristiani nel 313.
Nel 326 Elena fece un pellegrinaggio in Terra Santa, dove cominciò anche un prezioso lavoro di salvaguardia dei luoghi santi. La tradizione dice che la Croce di Gesù fu trovata sotto ai suoi occhi. Elena, infine, che morì tra il 329 e il 330, s’impegnò anche per la costruzione delle Basiliche della Natività e dell’Ascensione. (Matteo Liut)
 
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 17 Agosto 2026
 
Lunedì XX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ez 24,15-24; Salmo Responsoriale Dt 32,18-21; Mt 19,16-22
 
Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo - A.  Vanhoye: Chi vuole approfittare della salvezza che Gesù apporta deve riconoscersi peccatore (1 Gv 1, 8) e rinunciare a far valere qualunque vantaggio personale, per non confidare che nella sua grazia (Fil 3, 7-11; 2 Cor 12, 9). Senza l’umiltà ed il distacco non si può seguire Gesù (Lc 9, 23 par.; 22, 26 s). Non tutti sono chiamati alle stesse forme di rinunzia effettiva (cfr. Mt 19, 11 s; Atti 5, 4), ma chi vuole avanzare verso la perfezione deve camminare generosamente in questa via; le parole rivolte al giovane ricco si impongono alla sua attenzione: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai ... e vieni, seguimi» (Mt 19, 21; cfr. Atti 4, 36 s).
Perfezione dell’amore. - La perfezione a cui sono chiamati i figli di Dio è quella dell’amore (Col 3, 14; Rom 13, 8-10). Nel passo di Lc parallelo a Mt 5, 48, invece di «perfetto» si legge «misericordioso» (Lc 6, 36), ed il contesto di Mt parla anch’esso di carità universale, di amore esteso perfino al nemico ed al persecutore. Certamente il cristiano deve guardarsi dal male (Mt 5, 29 s; 1 Piet l, 14 ss); ma, per rassomigliare al Padre suo (Mt 5, 45; Ef 5, 1 s), deve nello stesso tempo preoccuparsi del malvagio (cfr. Rom 5, 8), amare il Padre stesso e, a qualunque costo, «vincere il male col bene» (Rom 12, 21; 1 Piet 3, 9).
 Perfezione e progresso. - Questa generosità conquistatrice non si ritiene mai soddisfatta del risultato ottenuto. L’idea di progresso è ormai legata a quella di perfezione. I discepoli di Cristo devono sempre progredire, crescere nella conoscenza e nell’amore (Fil 1, 9), anche quando fanno parte della categoria dei cristiani formati (in greco «i perfetti»; 1 Cor 2, 6; 14, 20; cfr. Fil 3, 12. 15).
Perfezione alla parusia. - Essi non cessano di prepararsi per la venuta del loro Signore, sperando che Dio concederà loro di essere trovati irreprensibili in quel giorno (1 Tess 3, 12 s). Si preoccupano di rispondere al desiderio di Cristo, che è di vedersi presentare allora una Chiesa «tutta splendente...» (Ef 5, 27); dimenticando ciò che è già realizzato, essi si protendono quindi in avanti (cfr. Fil 3, 13), fino a «giungere tutti assieme... a costituire l’uomo perfetto, nella forza dell’età, che realizza la pienezza di Cristo» (Ef 4, 13).
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - AI MODE: Il passo narra la morte della moglie di Ezechiele e l’ordine divino di non celebrare i riti funebri tradizionali. Il profeta deve agire come “segno” per il popolo: come lui non piange la perdita della moglie (“delizia dei suoi occhi”), così gli Israeliti non piangeranno la distruzione del Tempio e di Gerusalemme. Il dolore per la catastrofe e per le proprie colpe sarà paralizzante, bloccando ogni lamento esteriore.
Analisi e Significato Teologico: Il comando paradossale: Ezechiele deve violare le stringenti norme del lutto ebraico (pianto, cibi particolari) restando impassibile, “sospirando in silenzio”.
La moglie come simbolo del Tempio: La perdita personale del profeta prefigura la perdita nazionale: il Tempio di Gerusalemme, vanto del popolo, sta per essere distrutto.
Il motivo del mancato lutto: Quando Gerusalemme cadrà, i sopravvissuti non faranno lutto non per indifferenza, ma per lo shock, paralizzati dal dolore e dalla consapevolezza delle proprie iniquità.
Il profeta come “segno”: Ezechiele coinvolge il proprio corpo e gli affetti nel messaggio, rendendo tangibile il destino imminente del popolo.
 
Vangelo
Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.
 
Il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze: in ebraico il termine ricchezza ha la stessa radice del termine fede che significa appoggiarsi, dare fiducia. Quindi, Gesù, nel rispondere al giovane, ha spostato il problema su un piano diverso: il dilemma della scelta non è fra ricchezza e povertà, ma fra ricchezza e Cristo stesso. La sacra Scrittura non condanna la ricchezza in se stessa, ma i ricchi disonesti (cfr. Lc 6,24), né tanto meno considera la povertà di mezzi economici un bene in sé. Il vero problema sta nel fatto che la ricchezza, quando diventa un fine, quando diventa “un appoggio”, si sostituisce a Dio facendo precipitare nell’idolatria. La contrapposizione fra Dio e il denaro è quindi sul piano religioso e non sociale! È sul piano religioso in quanto si giunge a credere che la felicità derivi dal possesso delle cose e quindi dalle cose stesse. Il regno di Dio non si conquista assommando la Legge al conto corrente, ma seguendo risolutamente Gesù povero, casto, umiliato e obbediente alla volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,16-22
 
In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».
Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.
 
Parola del Signore
 
Il giovane notabile ricco - Per Matteo il “tale” che si accosta a Gesù è un giovane (Mt 19,20.22) e per Luca un notabile, quindi una persona importante (Lc 18,18). Il giovane, agiato, molto ricco, osservante della Legge, probabilmente cresciuto in un ambiente familiare molto religioso, doveva nutrire buoni propositi. Lo suggeriscono la fretta con la quale va incontro a Gesù e il suo gettarsi in ginocchio davanti al giovane Rabbi di Nazaret (cfr. Mc 10,17).
A sentirsi chiamare ‘Maestro buono’, Gesù sembra reagire bruscamente rispondendo che solo Dio è buono.
Con questa risposta Gesù non nega la sua divinità. Affatto, perché la conferma. Per san Beda significa che «la stessa unica e indivisibile Trinità ... è il solo unico Dio buono. Il Signore dunque non nega di essere buono, ma afferma di essere Dio; non dichiara di non essere il buon Maestro, ma testimonia che al di fuori di Dio nessun maestro è buono» (Comm. in Marci ev., III).
La domanda posta dal giovane ricco riflette la mentalità farisaica. Per salvarsi bastava ubbidire alla Legge di Mosè e alle tante, infinite prescrizioni legali, liturgiche, morali ad essa direttamente o indirettamente legate.
Forse temeva che nel computo mancasse qualcosa. L’uomo è schietto, ma ha una mentalità legalista che lo tiene inevitabilmente lontano dalla fede. È deciso a tutto pur di arrivare al beato possesso, però, confrontandosi con il ‘Maestro buono’, non sa di giuocare su un campo minato.
La risposta di Gesù può sembrare ovvia, ma in verità vuol far uscire allo scoperto l’anonimo interlocutore.
Il giovane nel rispondere è indubbiamente sincero.
Che fosse sincero lo si può intuire dalla nota di Marco: “Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò ...” (Mc 10,21).
Il giovane non mente perché «se fosse stato colpevole del reato di menzogna o di simulazione, certamente non si sarebbe detto di lui che Gesù lo amava dopo averlo guardato nell’intimo del cuore» (San Beda, ibidem).
Gesù, ottenuta la risposta che aveva sollecitato, indica al giovane quello che gli manca per raggiungere la vita eterna: la sequela cristiana perché solo in essa può trovare quello che cerca. E pone una condizione: abbandonare tutte le ricchezze.
È facile sentirsi a posto perché si osservano i comandamenti di Dio. Ma questo modo di ragionare apre l’uomo all’autosufficienza, alla tentazione di catturare Dio, di imporgli delle regole di comportamento: significa voler costringere Dio ad essere buono perché si osserva la Legge. Formalmente, senza mettere amore nei giudizi, carità nelle parole, misericordia nelle relazioni (cf. Mt 9,13). È il peccato originale dei farisei. Ragionando così il giovane notabile ricco sbaglia di molto.
Gesù non impone l’indigenza, ma l’abbandono fiducioso all’agire di Dio. La proposta addolora il giovane che sconcertato lascia il campo triste perché spudoratamente attaccato ai suoi beni.
 
Per approfondire
 
Dio o il denaro - É. Beaucamp e J. Guillet: 1. La rivoluzione evangelica e la ricchezza.  - La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è brutale. Il «Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione» (Lc 6, 24) ha l’accento di una condanna assoluta. Questa assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini e delle maledizioni del discorso della montagna, le benedizioni e le maledizioni promesse dal Deuteronomio (in occasione della grandiosa scena di Sichem), a seconda che Israele sarà, oppure no, fedele alla legge (Deut 28). Qui la distanza tra il VT ed il NT è una delle maggiori. E questo perché il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto. Per acquistare la perla preziosa, il tesoro unico, occorre vendere tutto (Mt 13, 45 s), perché non si può servire due padroni (Mt 6, 24), ed il denaro è un padrone spietato: soffoca nel cupido la parola del vangelo (Mt 13, 22); fa dimenticare l’essenziale, la sovranità di Dio (Lc 12, 15-21); blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti (Mt 19, 21 s). È una legge assoluta, e che non pare ammettere né eccezioni né attenuazioni: «chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo» (Lc 14, 33; cfr. 12, 33). Il ricco, che ha in questo mondo «i suoi beni» (Lc 16, 25) e «la sua consolazione» (6, 24), non può entrare nel regno; sarebbe «più facile ad un cammello passare attraverso la cruna di un ago» (Mt 19, 23 s par.). Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella (Is 61, 1 = Lc 4, 18; Lc 1, 53) e proprio facendosi povero per noi il Signore ha potuto arricchirci (2 Cor 8, 9) con la sua «insondabile ricchezza» (Ef 3, 8).
2. Dare ai poveri. - Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate, e proprio un ricco uomo di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba (Mt 27, 57). Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante, ma esige che la si distribuisca ai poveri (Mt 19, 21 par.; Lc 12, 33; 19, 8); facendosi degli amici con il «denaro disonesto» - quale fortuna infatti è, nel mondo, immune da ogni ingiustizia? - i ricchi possono quindi sperare che Dio aprirà loro la via difficile della salvezza (Lc 16, 9). Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un povero Lazzaro, ma che Lazzaro, «pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco» (Lc 16, 21), non ne ricevesse nulla. Il ricco è responsabile del povero; colui che serve Dio dà il suo denaro ai poveri, colui che serve Mammona lo conserva per appoggiarsi su di esso. Infine la vera ricchezza non è quella che si possiede, ma quella che si dà, perché questo dono chiama la generosità di Dio, unisce nel ringraziamento colui che dà e colui che riceve (2 Cor 9, 11) e permette al ricco di esperimentare anch’egli che c’è «più felicità nel dare che nel ricevere» (Atti 20, 35).
 
Veritatis splendor 8: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19,16), Dalla profondità del cuore sorge la domanda che il giovane ricco rivolge a Gesù di Nazaret, una domanda essenziale e ineludibile per la vita di ogni uomo: essa riguarda, infatti, il bene morale da praticare e la vita eterna.
L’interlocutore di Gesù intuisce che esiste una connessione tra il bene morale e il pieno compimento del proprio destino. Egli è un pio israelita, cresciuto per così dire all’ombra della Legge del Signore. Se pone questa domanda a Gesù, possiamo immaginare che non lo faccia perché ignora la risposta contenuta nella Legge. È più probabile che il fascino della persona di Gesù abbia fatto sorgere in lui nuovi interrogativi intorno al bene morale. Egli sente l’esigenza di confrontarsi con Colui che aveva iniziato la sua predicazione con questo nuovo e decisivo annuncio: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).
Occorre che l’uomo di oggi si volga nuovamente verso Cristo per avere da Lui la risposta su ciò che è bene e ciò che è male. Egli è il Maestro, il Risorto che ha in sé la vita e che è sempre presente nella sua Chiesa e nel mondo. È Lui che schiude ai fedeli il libro delle Scritture e, rivelando pienamente la volontà del Padre, insegna la verità sull’agire morale. Alla sorgente e al vertice dell’economia della salvezza, Alfa e Omega della storia umana (Cfr. Ap 1,8 Ap 21,6 Ap 22,13), Cristo rivela la condizione dell’uomo e la sua vocazione integrale. Per questo, “l’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo non soltanto secondo immediati, parziali, spesso superficiali, e perfino apparenti criteri e misure del proprio essere deve, con la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso, deve ‘appropriarsi’ ed assimilare tutta la realtà dell’Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso. Se in lui si attua questo profondo processo, allora egli produce frutti non soltanto di adorazione di Dio, ma anche di profonda meraviglia di se stesso”.
Se vogliamo dunque penetrare nel cuore della morale evangelica e coglierne il contenuto profondo e immutabile, dobbiamo ricercare accuratamente il senso dell’interrogativo posto dal giovane ricco del Vangelo e, più ancora, il senso della risposta di Gesù, lasciandoci guidare da Lui. Gesù, infatti, con delicata attenzione pedagogica, risponde conducendo il giovane quasi per mano, passo dopo passo, verso la verità piena.
 
L’insegnamento della Legge - Ireneo di Lione, Adv. haer., IV, 12, 5: La legge aveva insegnato agli uomini la necessità di seguire Cristo. Lo mostrò chiaramente Cristo stesso al giovane che gli chiese cosa avrebbe dovuto fare per ereditare la vita eterna. Gli rispose infatti: “Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti”. Quegli chiese: “Quali?”, e il Signore soggiunse: “Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza; onora il padre e la madre, e ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,17ss). Proponeva così a tutti coloro che volevano seguirlo i comandamenti della legge come gradini di entrata alla vita: quello che diceva a uno, lo diceva a tutti. Il giovane rispose: “Ho fatto tutto ciò” - e forse non lo aveva fatto, che altrimenti non gli sarebbe stato detto: osserva i comandamenti -; allora il Signore, rinfacciandogli la sua cupidigia, gli disse: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto ciò che hai, dividilo tra i poveri, poi vieni e seguimi” (ib.). Con queste parole prometteva l’eredità degli apostoli a chi avesse fatto così, non annunciava certo a coloro che lo avessero seguito un altro padre, diverso da quello che era stato annunciato fin dall’inizio della legge, e neppure un altro figlio; ma insegnava a osservare i comandamenti imposti da Dio all’inizio, a liberarsi dall’antica cupidigia con le buone opere e a seguire Cristo. Che poi la distribuzione dei propri beni ai poveri liberi davvero dalla cupidigia, lo ha mostrato Zaccheo dicendo: “Ecco, do la metà dei miei beni ai poveri; se poi ho frodato qualcuno, gli rendo il quadruplo” (Lc 19,8).
 
Testimoni di Cristo - Santa Chiara della Croce (Montefalco, Perugia, 1268 - Montefalco, 17 agosto 1308): Santa Chiara nacque a Montefalco (Perugia) nel 1268. A sei anni entrò nel reclusorio dove la sorella Giovanna viveva con alcune compagne in grande austerità di vita. Nel 1290 il reclusorio venne costituito in monastero con la Regola di sant’Agostino. Morta la sorella Giovanna il 22 novembre 1291, Chiara della Croce venne eletta superiora del monastero, ufficio che svolse fino alla morte avvenuta il 17 agosto 1308. Arricchita dei doni spirituali della scienza infusa e del discernimento, difese con passione l’ortodossia della fede contro insidiose deviazioni ereticali. Fu consigliera spirituale di persone anche influenti della chiesa e della società del tempo. La sua spiritualità si incentrò sulla meditazione della passione di Cristo e sulla devozione alla Croce. Dopo la sua morte le consorelle, premurose di conservare il suo corpo, le aprirono il cuore e vi trovarono impressi i segni della Passione. Il suo corpo è venerato nel santuario di Montefalco e custodito dalle monache agostiniane.
 
O Dio, che hai preparato beni invisibili
per coloro che ti amano,
infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,
perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,
otteniamo i beni da te promessi,
che superano ogni desiderio.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 16 Agosto 2026
 
XX Domenica T. O.
 
Is 55,1.6-7; Salmo Responsoriale Dal Salmo 66 (67); Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28
 
La fede e la vita del battezzato. - J. Duplacy: Condotto dalla fede sino al battesimo e alla imposizione delle mani che lo fanno entrare pienamente nella Chiesa, colui che ha creduto nella parola partecipa all’insegnamento, allo spirito, alla «liturgia» di questa Chiesa (Atti 2, 41-46). In essa infatti Dio realizza il suo disegno operando la salvezza di coloro che credono (2,47; 1 Cor 1, 18): la fede si manifesta nell’obbedienza a questo disegno (Atti 6, 7; 2 Tess 1, 8). Si dispiega nell’attività (1 Tess 1,3; Giac 1, 21 s) di una vita morale fedele alla legge di Cristo (Gal 6, 2; Rom 8, 2; Giac 1, 25; 2,12); agisce per mezzo dell’amore fraterno (Gal 5,6; Giac 2,14-26). Si conserva in una fedeltà capace di affrontare la morte sull’esempio di Gesù (Ebr 12; Atti 7,55-60), in una fiducia assoluta in colui «nel quale ha creduto» (2 Tini 1,12; 4,17s). Fede nella parola, obbedienza nella fiducia, questa è la fede della Chiesa, che separa coloro i quali si perdono - l’eretico, per esempio (Tito 3, 10) - da coloro che sono salvati (2 Tess 1, 3-10; 1 Piet 2, 7 s; Mc 16, 16).
 
La fede è certa: Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica 28: La fede, dono gratuito di Dio e accessibile a quanti la chiedono umilmente, è la virtù soprannaturale necessaria per essere salvati, L’atto di fede è un atto umano, cioè un atto dell’intelligenza dell’uomo che, sotto la spinta della volontà mossa da Dio, dà liberamente il proprio consenso alla verità divina. La fede, inoltre, è certa, perché fondata sulla Parola di Dio; è operosa «per mezzo della carità» (Gal 5,6); è in continua crescita, grazie all’ascolto della Parola di Dio e alla preghiera, Essa fin d’ora ci fa pregustare la gioia celeste.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: La «terza parte» del libro di Isaia (55-66) è incentrata sul tema della  salvezza universale: presto si ammetteranno nel giudaismo proseliti stranieri, a patto che restino fermi nell’alleanza. Gli stranieri (nokrim), cioè coloro che erano di passaggio, erano tollerati ma non assimilati al popolo di Israele. In questo modo le restrizioni previste da Dt 23,2-9 vengono a cadere, specialmente quella che colpiva gli eunuchi, ai quali il Signore darà un nome eterno che non sarà mai cancellato. Il tempio è per eccellenza la casa del popolo eletto ma diventerà il rifugio di quanti desiderano trovare protezione nel Dio d’Israele. Questa espressione, sarà citata da Gesù in circostanze gravi della sua vita (Cf. Mt 21,13).
 
Seconda Lettura: La seconda parte della lettera ai Romani (9-11) affronta il problema della salvezza d’Israele. Dio ha permesso la ribellione del popolo eletto per favorire la conversione dei pagani. Il rifiuto di Israele di accogliere il Cristo è soltanto una tappa, oscura e dolorosa, ma provvidenziale nel suo insieme. Infatti, pur permanendo nel rifiuto, il popolo eletto rimane l’oggetto della speciale dilezione e per bontà di Dio ritornerà a lui.
 
Vangelo
Donna, grande è la tua fede!
 
Gesù prima di occuparsi dei pagani deve dedicarsi alla salvezza dei Giudei, figli di Dio e depositari delle antiche promesse. I pagani agli occhi dei giudei erano considerati “cani”. Il carattere tradizionale di quest’immagine e la forma diminutiva attenuano sulla bocca di Gesù ciò che l’epiteto aveva di spregiativo. Comunque, l’atteggiamento di Gesù è incomprensibile; si ci può chiedere se l’evangelista abbia annotato una sua reale reazione o si tratti di una finzione letteraria finalizzata a mettere in miglior risalto la grande fede della donna Cananèa. Accogliendo la preghiera della pagana ed esaudendola, il racconto evangelico diventa una piccola catechesi su un problema che affliggerà le prime comunità cristiane: l’ingresso dei pagani. Gesù indica la condizione: la fede. Il nuovo Israele che è la Chiesa è libero da ogni barriera o condizionamento geografico e socio-culturale.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 15,21-28
 
In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
 
Parola del Signore.
 
Non è bene prendere il pane ... - L’escursione di Gesù verso la zona di Tiro e Sidòne suggerisce che egli è soprattutto un profeta itinerante: è il buon pastore che va dietro alla pecora perduta, finché non la ritrova (Cf. Lc 15,4). La scelta poi della zona non è casuale e non senza risonanza: anche ai pagani è destinata la salvezza (Cf. Gen 12,3). Il grido della donna, Pietà di me, Signore, figlio di Davide!, è l’invocazione che la comunità ripeteva nel corso delle assemblee liturgiche ed è in questa cornice liturgica-eucaristica che bisogna cogliere la parola di Gesù. L’evangelista Matteo dicendo che la donna è Cananèa intende sottolineare innanzi tutto la sua origine religiosa, è una “pagana”.
Altri, invece, credono che nel racconto evangelico si «utilizzi “cananèa” per sottolineare maggiormente l’inferiorità nei confronti degli Ebrei o l’ostilità verso di loro. La stessa aggiunta di “Sidone” crea un binomio [“Tiro e Sidone”] che assume connotati negativi nella tradizione biblica. Assieme a “cananèa”, “Tiro e Sidone” richiamano quindi i pregiudizi tradizionali» (Il Nuovo Testamento).
La risposta di Gesù, apparentemente dura, non scoraggia la donna; ella non si scompone, l’epiteto offensivo non la ferma nella sua richiesta: è venuta per la guarigione della figlia, quel che riguarda lei è secondario. Dio è messo così di fronte all’amore di una madre che è disposta a tutto pur di vedere guarita la propria bambina. Gesù non è insensibile a questo amore, ma vuole spingere la Cananèa ad una sincera professione di fede. La risposta di Gesù non vuole offendere il dolore della donna, ma soltanto sottolineare quanto già aveva suggerito alla Samaritana: la salvezza viene dai Giudei (Gv 4,22).
Il brano evangelico, quindi, è teso a mostrare la lealtà di Gesù verso Israele e contemporaneamente vuol sottolineare che tra i pagani nasce la fede, mentre il popolo eletto si chiude al messaggio evangelico. Praticamente, l’elogio e il dono della guarigione vogliono registrare un nuovo, importante dato della missione di Cristo: la salvezza ormai appartiene a tutti i popoli. Così come viene annotato nel Vangelo di Giovanni: «E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Gv10,16). In questo modo, si è realizzata la parola di Dio pronunciata ad Abramo, in Gesù sono benedette tutte le famiglie della terra (Cf. Gen 12,3).
La lode che Gesù rivolge alla donna Cananèa fa ricordare l’episodio del servo del centurione (Cf. Mt 8,10). Gesù aderisce alla richiesta della donna pagana e del soldato romano toccando con mano e mettendo in grande evidenza la loro fede. In questa luce, nel racconto della guarigione della figlia della donna Cananèa, possiamo cogliere allora un altro intento. L’evangelista nel ricordare questo episodio ai suoi lettori, suoi connazionali, ebrei come lui, li vuole portare alla stessa fiduciosa insistenza, perseveranza, tenacia nei confronti di Dio e di Cristo. La donna siro-fenicia così è un modello di fede cristiana. Matteo pensa veramente di svegliare la gelosia degli Israeliti e portarli alla fede; li vuole portare ad una professione di fede che avrebbe permesso loro di accogliere il Cristo come salvatore, poiché in «nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (Atti 4,12).
L’ostilità dei Giudei sarà come un maglio per le giovani comunità cristiane, ma anche l’ingresso dei pagani nella Chiesa sarà per essa un grosso problema, così come ricorda il libro degli Atti degli Apostoli. Matteo vuole portare sotto gli occhi dei discepoli una novità: il centurione, la Cananèa, la Samaritana sono le primizie del nuovo Israele fondato sulla fede. L’evangelista vuol fare intravedere su che cosa per il futuro si fonderà il nuovo Israele e il nuovo Popolo di Dio di cui faranno parte tutti i popoli: solo l’adesione di fede a Dio. Allora tutti i popoli potranno partecipare alla salvezza di Israele. È un invito ad accogliere una elementare quanta lapalissiana verità tanto bene espressa dall’apostolo Paolo: Gesù Cristo è «la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia» (Ef 2,14). Una verità che ancora oggi stenta ad essere accolta.
 
Per approfondire
 
Gesù annunciava il vangelo del Regno - Giuseppe Barbaglio (Regno, in Schede Bibliche Pastorali, Volume VII): Indubbiamente il motivo del regno di Dio è centrale nella predicazione di Gesù. Anche solo dal punto di vista statistico si può rilevare che la formula ricorre più dì cento volte nei Vangeli sinottici, mentre recede sensibilmente negli altri scritti del NT. La spiegazione è che Gesù aveva polarizzato la sua missione attorno alla realtà del regno di Dio, mentre le comunità cristiane sostituiranno al regno la morte e risurrezione di Cristo come contenuto della fede e del messaggio evangelico.
È un dato accertato che Gesù ha parlato essenzialmente del regno di Dio nella sua predicazione. Non certo per disquisire sulla sua essenza: si sapeva benissimo che cosa voleva dire. Egli ne ha accentuato la prossi­mità e imminenza. Ciò che l’AT aveva preannunciato per un lontano futuro, Cristo ora proclama come realtà che bussa alle porte del presente dell’esistenza umana. Per questo la «parola del regno» (Mt 13,19) è lieto annuncio sulle labbra del Nazareno: Dio viene incontro all’umanità con la sua iniziativa salvifica, manifestando la sua potenza di sovrano liberatore. Ecco come Marco sintetizza il messaggio di Gesù: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è fatto vicino: convertitevi e credete al lieto annuncio» (ns. trad.: 1,15). Gli fa eco Mt 4,17: «Convertitevi perché il regno dei cieli si è fatto vicino». Anche Luca insiste sulla prossimità del regno di Dio: «Sappiate però che il regno di Dio si è fatto vicino» (10,11). Non diversamente risuonerà il messaggio dei discepoli inviati in missione: «... Predicate che il regno dei cieli si è fatto vicino» (Mt 10,7). Ora, di fronte all’avvenimento di Dio che con iniziativa salvifica si è fatto prossimo all’uomo, questi non può restare indifferente o inerte. Il lieto annuncio del Regno si coniuga con l’urgente e pressante appello a cambiar vita: «Convertitevi!». Ci si deve aprire al dono divino con piena disponibilità, accogliendo il lieto annuncio di Gesù con fede e animo docile. Matteo incentra le esigenze del Regno che viene nella nuova «giustizia» rivelata dal­l’insegnamento del Signore: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (5,20). Essa consiste nel compimento della volontà del Padre (7,21), nell’imitarne l’amore indiscriminato verso buoni e cattivi (5,45), nel fare concretamente per gli altri quello che vorremmo sia fatto per noi (7,12), nell’amare con cuore indiviso Dio e il prossimo (22,34-40). L’umile disponibilità del bambino diventa paradigmatica per l’accoglienza del regno (10,15; 18,3).
Di fatto, nella predicazione di Gesù non è l’attesa ad essere proposta come atteggiamento fondamentale dell’uomo di fronte all’annuncio della venuta prossima del Regno. Così era nella letteratura apocalittica e più generalmente nella profezia dell’AT. Gesù invece afferma che l’imminenza del Regno fonda l’esigenza radicale di cambiamento del presente, suscitando una precisa responsabilità: «Convertitevi», cioè cambiate vita! Si tratta di vivere già oggi la logica del Regno, rinnovando la propria vita secondo i parametri della sua novità. Esso resta nascosto nelle pieghe del futuro ultimo, ma è sul presente che esercita la sua pretesa di conversione.
Sempre in rapporto al Regno che viene, trova motivazione anche la beatitudine indirizzata da Gesù ai poveri, che, dal confronto delle due versioni di Matteo e di Luca, possiamo ricostruire in questi termini: «Beati voi, poveri; vostro è il regno dei cieli» (Cf. Mt 5,3 e Lc 6,20). Gesù si è rivolto ai diseredati di questo mondo, agli oppressi e agli esclusi, congratulandosi e felicitandosi, paradossalmente, con loro. Perché? Perché Dio ha deciso d’intervenire a difendere la loro causa e a liberarli. Si tratta della grazia regale del Padre che si concretizza come giustizia per quelli che giustizia non possono ottenere dagli uomini. Il Regno significa liberazione e salvezza per quelli che oggettivamente versano in situazioni d’ingiustizia, per gli indifesi e gli afflitti. Si noti bene: già ora sono dichiarati beati e chiamati a gioire, perché Dio avanza verso di loro dal lontano futuro come restauratore di giustizia.
 
Isacco della Stella (Sermo 37,1 2-15): O donna, grande è la tua fede!: la fede dal punto di vista che ci interessa, può essere grande sotto quattro aspetti: o per la scienza spirituale, o per la fiducia, o per la devozione o per la perseveranza. La prima forma di fede è quella che illuminata dallo spirito, è grande e capace di rispondere sempre a chiunque domandi spiegazioni della speranza che è in noi (1Pt. 3,15) ... La seconda è grande e potente non solo nei discorsi e nella conoscenza, ma anche nell’efficacia: per mezzo di essa si operano facilmente segni e prodigi ... La terza è grande e capace di suscitare il pentimento e il disgusto del mondo intero, facendo desiderare la visione di Dio ... Infine la quarta è grande ed in grado di vincere col coraggio e con la perseveranza il mondo ... La prima trionfa del mondo con la razionalità, la seconda con i prodigi, la terza col distacco, la quarta con la lotta. Sotto quale aspetto la fede di questa donna sia stata dichiarata grande, lo sa però solo Colui che l’ha lodata per la manifestazione esteriore e l’ha formata nella crescita interiore.
 
Testimoni di Cristo - Santo Stefano d’Ungheria Re - Di nobilissima famiglia, e gli ricevette da bambino una profonda educazione cristiana. Consacrato re d’Ungheria nella notte di Natale dell’anno mille con il titolo di “re apostolico”, organizzò non solo la vita politica del suo popolo, riunendo le 39 contee in unico regno, ma anche quella religiosa gettando le fondamenta di una solida cultura cristiana. Egli divise il territorio in diocesi, eresse chiese monasteri, fra cui quello famoso di San Martino di Pannonhalma, ed appoggiò il clero servendosi come collaboratori di Benedettini di Cluny. Aveva sposato una principessa, Gisella di Baviera, ora venerata come Beata, che lo sostenne nella sua opera e che alla sua morte si richiuse nel monastero benedettino di Passau. Anche il loro figlio Emerico è venerato come Santo. Santo Stefano d’Ungheria potrebbe essere considerato modello e patrono delle anime chiamate da Dio per missioni di colossale portata. Il segreto per cui lui ottenne la radicale trasformazione del suo popolo fu il compiere la sua vocazione tra le braccia di Maria. Nel 1083 il pontefice San Gregorio VII sancì la elevatio corporis di tutti coloro che convertirono la Pannonnia al cristianesimo, in primis il re Stefano. Il Beato Innocenzo XI promulgò la sua canonizzazione equipollente il 28 novembre 1686. San Paolo VI fissò la memoria facoltativa di Santo Stefano d’Ungheria al 16 agosto, giorno seguente il suo anniversario di morte. In entrambe le date è ricordato dal Martirologio Romano. Sino al Messale Romano del 1962 la data della festa era il 2 settembre. (Fonte: Santi, Beati e Testimoni)
 
O Padre, che nell’obbedienza del tuo Figlio 
hai abbattuto l’inimicizia tra le creature
e degli uomini hai fatto un popolo solo, 
rivestici degli stessi sentimenti di Cristo, 
affinché diventiamo eco delle sue parole
e riflesso della sua pace.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 

 15 Agosto 2026

Assunzione Beata Vergine Maria

Ap 11,19a; 12,1-6a.10ab; Salmo Responsoriale Dal Salmo 44 (45); 1Cor 15,20-27a; Lc 1,39-56
 
La Vergine Maria, primizia della Chiesa gloriosa Catechismo degli Adulti [789]Maria accompagna la Chiesa nel suo cammino e la precede alla meta. Assunta in cielo in anima e corpo, vive nella completa e definitiva perfezione della comunione con Dio e costituisce la primizia della Chiesa gloriosa, che si compirà alla risurrezione universale dei morti, ponendosi davanti a noi come modello concreto della speranza cristiana. La verità dell’assunzione di Maria è emersa lentamente lungo i secoli, con crescente chiarezza, nel comune senso della fede del popolo cristiano, in oriente e in occidente. Infine è stata solennemente definita da Pio XII nel 1950: «L’immacolata Madre di Dio e sempre vergine Maria, finito il corso della sua vita terrena, è stata assunta, in corpo e anima, alla gloria celeste». È la Pasqua di Maria, frutto della Pasqua di Gesù. È il compimento di un’unione senza pari con il Signore della vita, il coronamento dei doni di grazia e di santità a partire dall’immacolata concezione, il premio alla sua obbedienza di fede e al suo servizio di carità.
Segno di sicura speranza [790] Per noi, che avanziamo a fatica in mezzo alle prove del tempo presente, la gloriosa Vergine risplende come stella del mattino che annuncia il giorno, come stella del mare che indica il porto ai naviganti: «Brilla quaggiù come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio che è in cammino, fino a quando arriverà il giorno del Signore».
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La scena epifanica narrata dall’apostolo Giovanni corrisponde a «Gen 3,15-16. La donna partorisce nel dolore [v 2] colui che sarà il Messia [v 5]. Satana la tenta [v 9; cfr. 20,2], perseguita lei e la sua discendenza [vv 6.13.17]. La donna rappresenta il popolo santo dei tempi messianici [Is 54; 60; 66,7; Mi 4,9-10] e quindi la Chiesa in lotta. È possibile che Giovanni pensi anche a Maria, nuova Eva, la figlia di Sion, che ha dato vita al Messia [cfr. Gv 19,27]» (Bibbia di Gerusalemme). La lettura mariologica suggerisce al lettore di accogliere con fermezza e gioia le persecuzioni, umane e diaboliche, con la stessa fortezza di Maria che se ne stette intrepida e salda nella fede ai piedi della croce: i cristiani raggiungeranno la gloria solo attraverso una grande lotta (cfr. At 14,22).
 
II Lettura: Tra le lettere paoline, la Prima lettera ai Corinzi è considerata una delle più importanti, soprattutto dal punto di vista dottrinale. Nella lettera vi si trovano anche informazioni e decisioni su numerosi problemi fondamentali del Cristianesimo primitivo, sia per la sua vita interna, sia per i rapporti con il mondo pagano. Nel brano odierno, l’apostolo Paolo esprime la sua visione cristocentrica della storia. Essa comporta diverse fasi: prima di tutto la risurrezione di Cristo dai morti, primizia di coloro che sono morti, poi, alla sua venuta, la risurrezione di coloro che sono di Cristo e quindi sarà la fine. In Maria, primizia di tutti i credenti, si è già compiuto perfettamente questo destino storico.
 
Vangelo
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente: ha innalzato gli umili.
 
 Il Vangelo è il canto dei poveri e degli umili: «Maria non si reputa degna di ammirazione. Ma Dio guarda a lei, e non con occhi di giustizia, ma con lo sguardo benigno della predilezione e dell’amore. Nella luce e sotto lo sguardo di Dio [...] la creatura prende piena coscienza di essere essenzialmente “serva”. Questo comporta [...] la piena disponibilità ad un incarico: [...] essere “servi” significa essere pronti alla collaborazione per un progetto definito dal proprio signore» (Richard Gutzwiller).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-56
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.


Parola del Signore.
 
Si mise in viaggio - Maria si mette in viaggio verso la montagna e raggiunge una città di Giuda, oggi preferibilmente identificata con Ain-Karim, 6 Km a ovest di Gerusalemme. La fretta con la quale Maria si avvia a trovare Elisabetta, l’anziana sposa di Zaccaria miracolosamente rimasta incinta (Lc 1,5-25), mette in evidenza la sua pronta disponibilità al progetto di Dio. Entrata in casa, il saluto della Vergine raggiunge per vie misteriose il bambino che sussulta nel grembo della madre la quale, «piena di Spirito Santo», saluta con parole profetiche la Madre del Signore.
Con un’espressione semitica che equivale a un superlativo, Elisabetta proclama Maria «benedetta fra le donne»; la Vergine è benedetta «per la presen­za di un frutto benedetto [eulogémenos] nel suo seno: benedetta dunque perché madre del Benedet­to, perché madre del suo Signore [vv. 42-43;]; la proclama, ancora, beata [makaria] per la fede con la quale ha reagito alla proposta divina: beata dunque perché fedele, perché uditrice della parola del Signore [v. 45]» (Carlo Ghidelli).
Il saluto dell’angelo, - «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28) - e il saluto dell’anziana donna, - «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno» - (Lc 1,42), fusi insieme, saranno ripetuti nei secoli da milioni di credenti: l’Ave Maria è «una delle preghiere più belle e profonde, nella quale Elisabetta, e quindi l’Antico Testamento, si collega con Maria, cioè col Nuovo Testamento» (Richard Gutzwiller).
Il racconto della visitazione ricorda, con evidenti allusioni e coincidenze, il racconto biblico del trasferimento dell’arca dell’alleanza a Gerusalemme operato dal re Davide (2Sam 6,1 ss).
L’arca sale verso Gerusalemme, Maria sale verso la montagna. L’arca entra nella casa di Obed- Edom e Maria entra nella casa di Zaccaria. La gioia del nascituro e il suo trasalimento nel grembo dell’anziana madre ricordano la gioia di Davide e la sua danza festosa dinanzi all’arca. L’espressa indegnità di Elisabetta dinanzi alla Madre del Signore ricorda ancora l’indegnità del re David di fronte all’arca del Signore. Questi accostamenti, molto precisi nei particolari, ben difficilmente possono essere accidentali.
L’identificazione dei due racconti va allora verso una chiara proclamazione: Maria, la Madre del Signore, è la nuova arca del Signore, e suo figlio, Gesù, è il Signore abitante in quel tempio vivo.
L’anziana sposa di Zaccaria nel proclamare senza indugi Maria «la Madre del Signore» non fa che raccogliere e ripetere le parole del nunzio celeste.
Nella tradizione biblica il Signore è Iahvé, ma anche il grande sovrano (1Cr 29,11; 2Mac 5,20; Sal 48,3), il re (Sir 51,1; Sal 99,4). L’angelo aveva annunciato a Maria che il promesso figlio sarebbe stato chiamato «Figlio dell’Altissimo» (Lc 1,31) e avrebbe regnato per sempre «sul trono di Davide suo padre» (Lc 1,32-33): nel suo annuncio profeti­co, Elisabetta non fa che ricordare e confermare le parole del messaggero celeste.
Alla fine, sulle labbra di Elisabetta si coglie un’ultima parola di lode che viene rivolta con gioia alla Vergine di Nazaret: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Maria è beata perché «madre del Signore», ed è beata perché perfetta discepola: Ella ha accolto nel suo cuore, prima che nel suo grembo, la Parola viva feconda di vita e di salvezza.
Anche il cantico della Vergine ha un riscontro nell’Antico Testamento (cfr. 1Sam l-10). Ma sulle labbra di Maria il Magnificat ha risonanze e signifi­cati molto più profondi. La Vergine non risponde ad Elisabetta, ma si rivolge a Dio lodandolo per la sua misericordiosa accondiscendenza. Egli «mi ha guardato - dice Maria - perché sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento... così come lo stesso Salvatore, che ha detto: Imparate da Me che sono mite e umile di cuore e troverete pace per le vostre anime» (Origene).
 
Per approfondire
 
Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Maria saluta Elisabetta in casa di Zaccaria. Non sappiamo se si tratta di un semplice saluto o anche della comunicazione del messaggio angelico sull’avvenimento miracoloso. Comunque, le parole di Maria hanno l’effetto di suscitare in Elisabetta e nel piccolo, che portava in grembo, un entusiasmo e un sussulto naturale e al tempo stesso proveniente dallo Spirito Santo. Fu così che profondamente commossa Elisabetta rispose: « Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo ».
La prima parte dell’Ave Maria fu detta dall’angelo stesso di Dio, la seconda fu aggiunta da Elisabetta e in lei dall’umanità stupita. La terza parte fu formulata dalla Chiesa secondo il bisogno dell’uomo peccatore. L’Ave Maria ha così un’origine insieme biblica ed ecclesiale, è una delle preghiere più belle e profonde, nella quale Elisabetta, e quindi l’ Antico Testamento, si collega con Maria, cioè col Nuovo Testamento; entrambe poi unite nella parola della Chiesa in cui si fondono l’Antico e il Nuovo Testamento.
Il frutto del seno della Vergine è causa di benedizione. Proprio perché il frutto del suo seno è benedetto, essa è benedetta fra le donne. La maternità di Maria è il mistero della sua grandezza e conseguentemente del culto a Maria, per tutti coloro che pensano e credono secondo lo spirito della Bibbia.
« A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? », Elisabetta è più anziana, eppure qui si vede e si riconosce umilmente come più piccola, loda ammirata e felice la grandezza della più giovane. « Madre del mio Signore ». Essa sa perciò quale bambino riposa nel seno della Vergine. Sa che questo Bambino è il suo Signore per un doppio motivo; perché è il Signore di tutti gli uomini e quindi anche suo, e perché è Re e Signore del precursore che essa porta nel suo seno.
« E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore ». Alla grandezza vera ed ufficiale di Maria, come Madre del Signore, si aggiunge anche la sua grandezza personale per la fede nella forza e nella potenza della parola di Dio. All’incredulità dell’uomo si contrappone la fede di Maria. In questo modo, fin dall’inizio dell’avvenimento della salvezza, la fede è richiesta come l’adesione alla parola che incoraggia e dona, che chiama e benefica, che genera e crea. La salvezza parte da Dio ed è un atto di Dio. Ma l’uomo deve contribuire con il sì della sua disposizione interiore, perché l’azione di Dio resta inefficace senza la collaborazione dell’uomo. L’azione di Dio esige la collaborazione dell’uomo. Questa collaborazione è la fede che si esplica nelle opere, la fede viva come adesione di tutto l’uomo alla parola di Dio. La lode di Dio per bocca di Elisabetta è la lode della Chiesa per bocca di Israele, è il riconoscimento del Nuovo Testamento da parte dell’Antico Testamento, è l’omaggio dell’antico popolo di Dio al nuovo popolo di Dio.
In tutta questa scena c’è il motivo del culto a Maria che ha appunto il suo fondamento nella parola e nel racconto biblico. Racconto che implica due elementi: la grandezza di Maria che proviene dalla sua missione e la sua grandezza personale, la sua maternità e il suo grande spirito di fede. La lode uscita dalle labbra di Elisabetta viene ad integrare la lode uscita dalle labbra dell’angelo. L’una e l’altra si perpetuano attraverso la voce della Chiesa e di tutti quelli che, sensibili alla parola e allo spirito della Bibbia e della Chiesa, ripetono la lode della Madre di Gesù.
 
Le ragioni del nuovo dogma - Munificentissimus Deus: Poiché la chiesa universale nella quale vive lo Spirito di verità e la conduce infallibilmente alla conoscenza delle verità rivelate, nel corso dei secoli ha manifestato in molti modi la sua fede, e poiché tutti i vescovi dell’orbe cattolico con quasi unanime consenso chiedono che sia definita come dogma di fede divina e cattolica la verità dell’assunzione corporea della beatissima vergine Maria al cielo - verità fondata sulla s. Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli, confermata dal culto ecclesiastico fin dai tempi remotissimi, sommamente consona con altre verità rivelate, splendidamente illustrata e spiegata dallo studio della scienza e sapienza dei teologi - riteniamo giunto il momento prestabilito dalla provvidenza di Dio per proclamare solennemente questo privilegio di Maria vergine. [...].
La solenne definizione - «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.
Affinché poi questa Nostra definizione dell’assunzione corporea di Maria vergine al cielo sia portata a conoscenza della chiesa universale, abbiamo voluto che stesse a perpetua memoria questa Nostra lettera apostolica; comandando che alle sue copie o esemplari anche stampati, sottoscritti dalla mano di qualche pubblico notaio e muniti del sigillo di qualche persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti assolutamente da tutti la stessa fede; che si presterebbe alla presente, se fosse esibita o mostrata.
 
Don Giorgio Basadonna (Litanie Lauretane): In questi nostri giorni, in cui sembra che la vita dell’uomo si concentri e si esaurisca nel suo divenire e nella ricerca di un benessere e di un godimento immediato, la certezza di una vita eterna viene poco considerata o messa in dubbio: così nascono comportamenti e teorie che vorrebbero chiudere l’esperienza umana nel piccolo e povero limite dei giorni terreni, ma così nascono anche tutte quelle realtà feroci e tragiche frutto di una disperazione più o meno cosciente.
Ecco un’altra efficacia della devozione alla Madonna: la possibilità di superare la mentalità generale e ritrovare nella fede e nella profondità del proprio essere la proposta dell’eterno come criterio per misurare le scelte quotidiane e verificarne il valore autentico.
Invocare la Madonna “assunta in cielo” diventa il richiamo ad altre esigenze, altre realtà, altri traguardi verso i quali si cammina giorno per giorno; infonde il coraggio di liberarci da legami e visuali meschine che apparentemente sembrano soddisfare i desideri più profondi e di l’ano scavano dei vuoti sempre più abissali.
È proprio del cristiano essere «nel» mondo e non «del» mondo, come ha pregato Gesù (Gv 17,16), cioè vivere la vita umana secondo quei criteri che vengono dall’insegnamento di Gesù, sempre tesi verso il domani definitivo: così il cristiano diventa profeta, testimone concreto visibile di un altro mondo che già inizia su questa terra. La difficoltà di questa vocazione non esonera dall’impegno e la devozione alla Madonna diventa una forza e un aiuto per riuscire a realizzare il Regno, il mondo redento e rinnovato.
Invocare la Madonna “assunta in cielo” apre il cuore a uno slancio coraggioso e riempie di quella gioia che regna nei cieli e che è destinata fin da ora all’uomo.
 
Maria proclama la sua umiltà e la santità di Dio: “Dimostra di essere stata, a suo giudizio, umile ancella di Cristo, ma quanto alla grazia celeste afferma di essere stata d’improvviso innalzata e glorificata, al punto che la sua singolare beatitudine è a ragione esaltata dalla voce di tutte le generazioni. Aggiunge anche i doni della pietà divina che ha ricevuto in modo meraviglioso, lodandoli con degno rendimento di grazie [...]. Non attribuisce niente ai suoi meriti ma riporta tutta la sua grandezza al dono di colui che, potente e grande per natura, rende i suoi fedeli, da piccoli e deboli, grandi e forti. Giustamente aggiunge: e santo è il suo nome per ammonire gli ascoltatori, anzi per istruire tutti coloro ai quali sarebbero giunte le sue parole, ad accorrere alla fede e all’invocazione del suo nome, per poter essere partecipi della santità eterna e della vera salvezza, secondo le parole del profeta: Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo [Gl 3,5; Rm l0,13]: è lo stesso nome di cui dice sopra: e il mio spirito gioisce in Dio mio Salvatore.” (Beda, Omelie sul Vangelo, 1,4).
 
Testimoni di Cristo - Assunzione della Beata Vergine Maria: Assunzione della Beata Vergine Maria. Così le distanze spariranno e ci ritroveremo nel vero amore: Quando ci vengono tolte le persone che amiamo, quando le distanze appaiono ormai incolmabili, il cuore affoga nella mancanza e facciamo fatica a trovare un senso alle cose. Come sempre, la fede ha qualcosa da dirci anche davanti a questa esperienza tutta umana. L’Assunzione di Maria oggi, in particolare, ci ricorda che il distacco, per chi crede, non è mai definitivo e che c’è un luogo, il cuore di Dio, dove ci ritroveremo tutti. Un luogo che è casa per tutte le anime, anche di quelle che non incroceremo più nel nostro cammino terreno. Perché non è la sofferenza a definirci, ma come la viviamo. E anche questa dimensione può diventare una via per la santità, un modo per essere giorno per giorno ancora più testimoni dell’amore infinito di Dio, radice di ogni nostro singolo umano amore. Anche per questo, forse, la solennità dell’Assunzione di Maria, una delle feste mariane più antiche, è da sempre particolarmente cara alla devozione popolare. Il dogma dell’Assunzione di Maria fu definito solennemente da Pio XII nel 1950: si trattò di rendere solo “ufficiale” ciò che veniva celebrato già da molti secoli e che la comunità dei credenti sentiva come una preziosa verità universale: tutto di noi è destinato a trovare casa in Dio e Maria ci precede in questo viaggio.  (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che hai innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima
l’immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio,
fa’ che viviamo in questo mondo
costantemente rivolti ai beni eterni,
per condividere la sua stessa gloria.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.