24 LUGLIO 2026
Venerdì della XVI Settimana del Tempo Ordinario
Ger 3,14-17; Salmo Responsoriale Ger 31,10-12b.13; Mt 13,18-23
Pastores dabo vobis: «Vi darò Pastori secondo il mio cuore». Con queste parole del profeta Geremia Dio promette al suo popolo di non lasciarlo mai privo di pastori che lo radunino e lo guidino: «Costituirò sopra di esse (ossia sulle mie pecore) pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi». La Chiesa, popolo di Dio, sperimenta sempre la realizzazione di questo annuncio profetico e nella gioia continua a rendere grazie al Signore. Essa sa che Gesù Cristo stesso è il compimento vivo, supremo e definitivo della promessa di Dio: «Io sono il buon pastore».
Egli, «il Pastore grande delle pecore», ha affidato agli apostoli e ai loro successori il ministero di pascere il gregge di Dio. In particolare, senza sacerdoti la Chiesa non potrebbe vivere quella fondamentale obbedienza che è al cuore stesso della sua esistenza e della sua missione nella storia: l’obbedienza al comando di Gesù: «Andate dunque e ammaestrate tutte le genti» e «Fate questo in memoria di me», ossia il comando di annunciare il Vangelo e di rinnovare ogni giorno il sacrificio del suo corpo dato e del suo sangue versato per la vita del mondo.
Nella fede sappiamo che la promessa del Signore non può venir meno. Proprio questa promessa è la ragione e la forza che fa gioire la Chiesa di fronte alla fioritura e alla crescita numerica delle vocazioni sacerdotali, che oggi si registrano in alcune parti del mondo, così come rappresenta il fondamento e lo stimolo per un suo atto di fede più grande e di speranza più viva di fronte alla grave scarsità di sacerdoti, che pesa in altre parti del mondo.
Tutti siamo chiamati a condividere la fiducia piena nell’ininterrotto compiersi della promessa di Dio, che i Padri sinodali hanno voluto testimoniare in modo chiaro e forte: « Il Sinodo con piena fiducia nella promessa di Cristo che ha detto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” e consapevole dell’attività costante dello Spirito Santo nella Chiesa, intimamente crede che non mancheranno mai completamente nella Chiesa i sacri ministri... Anche se in varie regioni si dà scarsità di clero, tuttavia l’azione del Padre, che suscita le vocazioni, non cesserà mai nella Chiesa ».
Liturgia della Parola
Prima Lettura: AI Overview: Questi versetti di Geremia sono una chiamata al pentimento e una promessa di speranza. Dio invita il suo popolo ribelle a tornare a Lui. In cambio, promette guide migliori e un futuro in cui la presenza di Dio non sarà più rinchiusa in un tempio, ma aperta a tutti i popoli.
Analizziamo i punti chiave:
Il perdono (v. 14): Dio chiama il popolo “figli traviati” ma li rassicura offrendo il suo amore. Non li punisce, ma li raccoglie con cura, persino “uno da ogni città e due da ciascuna famiglia” per salvarli.
Buoni pastori (v. 15): Dio promette di dare guide (“pastori”) secondo il suo cuore, che guideranno il popolo con sapienza ed equilibrio. Questo si applica ai profeti, re giusti, e in seguito a Gesù, il “Buon Pastore”.
L’arca dimenticata (v. 16): L’Arca dell’Alleanza era il simbolo sacro più importante per Israele, indicando la presenza di Dio. Geremia dice che verrà il tempo in cui non ci si penserà più. Questo significa che il futuro di Dio è più grande e più spirituale di qualsiasi oggetto sacro.
Un tempio per tutti (v. 17): Gerusalemme diventerà il vero “Trono del Signore” e tutti i popoli vi si raduneranno. Questa è un’anticipazione del messaggio di Gesù, dove la salvezza e l’amore di Dio non sono più riservati solo a Israele, ma sono aperti a tutta l’umanità
Vangelo
Colui che ascolta la Parola e la comprende, questi dà frutto.
La parabola del seminatore vuole mettere in evidenza gli ostacoli che il regno di Dio trova nel suo sviluppo sulla terra. Ma, nonostante i fallimenti e l’incorrispondenza di molti, il seme, a suo tempo, porterà abbondanti frutti. Un messaggio di ottimismo per tanti cristiani delusi (Cf. Lc 24,13ss).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,18-23
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Parola del Signore.
Angelico Poppi (Sinossi e Commento Esegetico-Spirituale dei Quattro Vangeli): Matteo distingue l’“ascolto” dalla “comprensione” della Parola. Con l’espressione “ognuno che ascolta” ogni credente è sollecitato all’impegno personale per l’assimilazione profonda della Parola.
Si noti la contrapposizione tra chi “non comprende” la parola (v. 19) e chi la “comprende” (v. 23).
“La parola del regno” (v. 19), un’espressione propria di Matteo, non è identificata con il “seme” come in Marco (v. 14) né in Luca (v. 11).
Si osservi, inoltre, come Matteo usi sempre il singolare. La parabola non è applicata a gruppi di più persone, ma ai singoli uditori, simboleggiati dai diversi terreni. Non sono più i semi ad “essere seminati” bensì gli ascoltatori della parabola: Matteo rivolge il suo interesse all’atteggiamento assunto liberamente da ciascuno, dal quale dipende l’esito della predicazione di Gesù.
I vari tipi di terreno corrispondono alle risposte differenti date alla parola. La via si riferisce a chi ascolta la parola ma non la assimila; perciò Satana la rapisce dal suo cuore, che rappresenta il centro della personalità (v. 19). I terreni rocciosi (v. 20) designano l’uomo che accoglie con gioia la parola, ma soccombe alle prime tribolazioni e persecuzioni, perché la sua fede è superficiale (v. 21). Le spine simboleggiano le preoccupazioni terrene e la seduzione della ricchezza, che soffocano il germe della vita spirituale, rendendo sterile la parola (v. 22). Infine, il terreno buono indica colui che non solo “ascolta” la Parola, ma “la comprende” la interiorizza subordinando ogni altro intere se alla fedeltà al Vangelo.
Per approfondire
Antonio Bonora: I Vangeli sinottici presentano Gesù che «annuncia la parola» (Mc 4,33). Gesù «insegna la via di Dio secondo verità» (Mt 22,17), ma non come gli scribi e i farisei, bensì «come uno che ha autorità» (Mc 1,22), cioè che prende da sé e non dagli altri le parole che proclama. Gesù ha la consapevolezza che le sue parole «non passeranno» (Mt 24,35), perché egli dice le parole del Padre a come dice Giovanni: «Io non ho parlato da me ... le cose che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me» (Gv 12,49-50).
Gesù annuncia la venuta del Regno con gesti e parole. Dopo che egli ha guarito un indemoniato nella sinagoga di Cafarnao, la gente esclama: «Che mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità» (Mc 1,27). I miracoli sono parole in azione, gesti rivelatori di colui che è la parola incarnata.
Tutta l’esistenza di Gesù è una «parabola» del Padre, esibizione del disegno salvifico di Dio.
Il Vangelo si identifica quindi con Gesù, così perdere la propria vita per Gesù equivale a perderla per il Vangelo (Mc 8,35).
In Gesù si compie l’Antico Testamento, la parola di Dio annunciata dai profeti (cf. per es. Mt 1,33; «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta»). E Gesù assume in sé tutto l’Antico Testamento come parola di Dio: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge e i profeti, ma per dare compimento ... Non passerà neppur un iota a un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto» (Mt 5,17-18).
Gesù è il seminatore che semina la parola del regno di Dio: gli uomini dovranno prendere posizione, accoglierla e farla fruttare oppure trascurarla. «Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza» (Lc 8,15).
L’atteggiamento nei confronti della parola di Gesù è il criterio discriminante per il giudizio. Gesù dice infatti: «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi» (Mc 8,38). In Giovanni, lo stesso tema è così espresso da Gesù: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno» (Gv 12,48). Il destino dell’uomo è deciso dall’atteggiamento tenuto nei confronti della parola di Dio annunziata da Gesù. Prendere posizione di fronte al Vangelo è dichiararsi per o contro Gesù stesso.
La parabola - Bruno Maggioni: Il carattere intuitivo delle parabole. Lo scopo delle parabole è di far spostare il punto di vista dell’ascoltatore, conducendolo a formulare un giudizio che altrimenti non avrebbe formulate. La parabola non è un’allegoria, nella quale ciascun particolare ha una sua trasposizione nella realtà. La parabola concentra i singoli elementi narrativi in un sol punto, che costituisce il vertice della parabola stessa. È qui che avviene il contatto fra la narrazione fittizia e la realtà che si vuole mostrare.
È per questa concentrazione che la comprensione di una parabola - al di là delle necessarie analisi esegetiche - richiede una intuizione globale, in un certo senso più vicina all’intuizione dell’artista che alla deduzione razionale filosofico-scientifica. L’ultimo passo interpretativo (“chi ha orecchie per intendere, intenda!”) introduce un salto, che spezza la catena delle semplici deduzioni. Per sua natura la comunicazione della parabola non avviene attraverso una definizione che chiude il discorso, ma attraverso un lampo, un’intuizione che permette di andare oltre. La parabola non costringe, ma crea lo spazio per una libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore a intuire e a proseguire. Sta qui gran parte della bellezza delle parabole .
Nerses Snorhali, Jesus, 468-469
La parabola del seminatore (Mt 13,3-9)
Io mi sono indurito come roccia;
Son divenuto simile al sentiero;
Le spine del mondo m’hanno soffocato,
Hanno reso infeconda la mia anima.
Ma, o Signore, Seminator del bene,
La pianta del Verbo fa’ in me crescere:
Perché in uno dei tre io porti frutto:
Tra il cento (per cento), il sessanta o anche il trenta.
Testimoni di Cristo - San Charbel Makhluf - È nel cuore di Dio che scopriamo ciò che ci manca: È nelle nostra solitudini, nelle distanze, nei distacchi, che Dio non ci abbandona mai. Anzi, nei nostri deserti, lì dove rimaniamo solo noi e lui, ci ritroviamo ancora più immersi nel suo abbraccio d’amore, al centro stesso della vita divina. È lì che capiamo cosa ci manca e dove sta il nostro vero “tesoro”, lì dov’è anche il nostro cuore.
Ed è in questo orizzonte che va letta l’esperienza umana e spirituale di san Charbel (al secolo Youssef Antoun, Giuseppe Antonio) Makhluf. Il percorso di questo santo orientale, infatti, fu un itinerario verso il cuore di Dio.
Era nato nel 1828 nel villaggio di Beqaa Kafra, in Libano, e fin da piccolo aveva sentito la chiamata a una vita ritirata dal mondo. Così nel 1851 lasciò casa per entrare nell’Ordine libanese maronita, il più antico ordine della Chiesa cattolica di rito maronita, fondato nel 1695. Dopo un periodo presso il monastero di Nostra Signora di Mayfouq, nella regione di Byblos, emise i voti nel monastero di San Marone ad Annaya nel 1853 e sei anni dopo divenne prete. Il desiderio di una vita eremitica lo spinse a chiedere e a ottenere nel 1873 il permesso di ritirarsi in un eremo dove visse fino alla morte nel 1898. Sono numerosi i segni miracolosi che vengono attribuiti alla sua intercessione. Fu Paolo VI a dichiararlo beato nel 1965 e poi santo nel 1977.
O Dio, che hai chiamato
il santo presbitero Charbel [Makhlūf]
al singolare combattimento della vita eremitica
e lo hai colmato di ogni dono di pietà,
fa’ che, associati alla passione del Signore,
possiamo aver parte con lui nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Sii propizio a noi tuoi fedeli, o Signore,
e donaci in abbondanza i tesori della tua grazia,
perché, ardenti di speranza, fede e carità,
restiamo sempre vigilanti nel custodire i tuoi comandamenti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.