15 Maggio 2026
Venerdì della VI Settimana di Pasqua
At 18,9-18; Salmo Responsoriale dal Salmo 46 (47); Gv 15,9-17
Cristo doveva patire e risorgere dai morti, ed entrare così nella sua gloria. (Cf. Lc 24,46.26 - Acclamazione al Vangelo)
Javer Pikaza (Vangelo secondo Luca): Un viandante si accosta [ai discepoli di Emmaus] e rivolge la parola al loro cuore: l’AT attesta che il Messia doveva soffrire per giungere alla gloria (24,26- 27). Tutta la Scrittura, con la sua certezza su Dio, sul dolore e sulla speranza si è condensata nella via della croce di Gesù. La stessa vita umana ha ricevuto qui la sua profondità e il suo senso e si rivela come tensione di dolore verso la Pasqua. Ebbene, nella sofferenza del mondo che è stata assunta dal Figlio di Dio, sulla via della terra che soffre e resta nella speranza, è nascosta la risurrezione che si avvicina.
Liturgia della Parola
I Lettura - Bibbia per la formazione cristiana: Non vedere il frutto immediato delle proprie fatiche, sentire il peso della calunnia e della persecuzione, avere la sensazione di stare perdendo il proprio tempo sono i motivi più comuni che spingono allo scoraggiamento coloro che annunciano il regno di Dio. Per incoraggiare Paolo a persistere nella sua missione, il Signore risorto si rivolge a lui con le stesse parole con cui JHWH si era rivolto ai profeti e Gesù ai suoi discepoli: «Non aver paura ... io sono con te».
Gesù è presente nell’annuncio del vangelo e assiste i suoi inviati nelle ore difficili. L’insistenza di Luca nel sottolineare questa presenza del Signore è instancabile, quasi esagerata. In tal modo egli ci invita a riconoscere il significato profondo della storia e a scoprire che l’ultima parola non è quella dell’opposizione e del fallimento, e neppure della persecuzione.
L’esperienza dei profeti si è ripetuta nella vita di Gesù e si prolunga in quella della chiesa. Non è la mancanza di difficoltà ciò che permette a quest’ultima di estendersi, ma la fede viva nella presenza del Signore e la fedeltà nell’annunciare il vangelo al popolo.
Questa volta i giudei accusano Paolo, davanti al proconsole Gallione, di cercare di introdurre nell’impero romano una religione diversa da quella giudaica, e di conseguenza non autorizzata. La risposta dell’autorità romana mette in luce ancora una volta l’innocenza del cristianesimo nei confronti della legislazione di Roma, un tema che ricorre di frequente nel libro degli Atti.
Vangelo
Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.
Grande Commentario Biblico (Queriniana): Il riferimento a una puerpera a cui la gioia di aver dato alla luce una creatura fa dimenticare i dolori del parto non ha un semplice valore illustrativo; esso contiene probabilmente un’allusione a un tema messianico veterotestamentario (cfr. Is 26,17-19; 66,7-14) che diede origine all’espressione giudaica «le doglie del parto del Messia» per descrivere le tribolazioni che precederanno la fine del tempo (cfr. Col 1,24, dove la parola thlipsis ricorre con lo stesso significato che ha in questo versetto). La tristezza temporanea dei discepoli preannuncia l’escatologia realizzata della risurrezione di Cristo.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,20-23a
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
Parola del Signore.
Xavier Léon-Dufour (Lettura dell’Evangelo secondo Giovanni): La gioia annunciata è il frutto dell’incontro dei discepoli con Gesù al di là della morte. In 14,19 Gesù aveva promesso: «Voi [mi] vedrete», riferendosi in primo luogo alle apparizioni pasquali, ma anche al tempo che avrebbe seguito (14,20-23). Ha ridetto in 16,16.19: «Voi mi vedrete». Ora la formula sorprende: è Gesù che vedrà i discepoli. Se si nota che non viene più detto: «Io vengo» come in 14,18, è legittimo pensare che Gv ha espresso diversamente, nello sguardo, la venuta. Questa espressione, unica nel Nuovo Testamento, sottolinea che l’iniziativa dell’incontro appartiene a Gesù. Situata dopo «Voi mi vedrete», essa evoca d’altronde una certa reciprocità: lascia trasparire la gioia per il compimento della missione che l’evangelista non esita ad attribuire al Figlio stesso.
Lo sguardo di Gesù, posato sui discepoli, farà sorgere la loro gioia. Nei racconti di apparizione pasquale, tale reazione sarà sottolineata, proprio nei termini di 16,16: «I discepoli alla vista del Signore furono pieni di gioia» (20,20).
Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.
L’ultimo stico del v. 22 manifesta che l’incontro del Risorto con i suoi non si limita al giorno di Pasqua: come nel discorso fondamentale, esso inaugura una presenza reciproca illimitata nel tempo. È come dire che «vedere» per i discepoli significa non solo la visione esperienziale, ma anche l’intelligenza del mistero.
Anche se il verbo «(non) togliere» è qui airo e non harpazo, questa parola fa eco alla proclamazione di Gesù, riguardo ai discepoli a lui donati dal Padre: «Nessuno li strapperà dalla mia mano ...». In quel caso viene assicurata ai credenti la sicurezza escatologica, grazie al legame che li unisce al Pastore; qui la gioia che suscitano il «vedere» e l’«essere visti» diventerà inalienabile.
Nelle due parole, il linguaggio utilizzato implica un orizzonte conflittuale: l’ ostilità persistente del mondo.
In quel giorno voi non mi interrogherete più su nulla.
«In quel giorno» non si riferisce alla fine, ma alla comunione piena con il Padre iniziata a Pasqua. La certezza della Presenza farà cessare gli interrogativi inquieti. Il tema dell’interrogare affiora perciò ancora ma non c’è contraddizione con il rimprovero iniziale di Gesù (v. 5), perché la prospettiva è diversa: nel primo caso, i discepoli si ripiegavano su se stessi come chi non ha più speranza, oppure non osavano interrogare Gesù (v. 19). Farlo avrebbe dimostrato la loro fiducia, il desiderio di restargli uniti.
Ora, con il nuovo incontro postpasquale con Gesù, si è fatta chiarezza. Questo versetto sottintende la promessa del Paraclito, l’interprete che insegnerà ogni cosa (14,26 e 16,13-15); non implica in alcun modo una critica alla ricerca sempre rinnovata del credente, ma sottolinea la trasformazione avvenuta: per i figli della luce, tutto è luminoso.
Per approfondire
La gioia della nuova vita - André Ridouard e Marc François Lacan (Gioia in Dizionario di Teologia Biblica): La parola di Gesù ha prodotto il suo frutto: coloro che credono in lui hanno in sé la pienezza della sua gioia (Gv 17,13); la loro comunità vive in una letizia semplice (Atti 2,46) e la predicazione della buona novella è dovunque fonte di grande gioia (8,8); il battesimo riempie i fedeli di una gioia che viene dallo Spirito (13,52; cfr. 8,39; 13, 48; 16,34) e che fa cantare gli apostoli nelle prove peggiori (16,23 ss).
1. Le fonti della gioia spirituale. - Di fatto la gioia è un frutto dello Spirito (Gal 5,22) ed una nota caratteristica del regno di Dio (Rom 14,17). Non si tratta dell’entusiasmo passeggero che la parola suscita e la tribolazione distrugge (cfr. Mc 4, 6), ma della gioia spirituale dei fedeli che, nella prova, sono di esempio (1Tess 1,6s) e che, con la loro generosità gioiosa (2Cor 8,2; 9,7), con la loro perfezione (2Cor 13,9), con la loro unione (Fil 2,2), con la loro docilità (Ebr 13,17) e la loro fedeltà alla verità (2Gv 4; 3Gv 3s), sono presentemente e saranno nel giorno del Signore la gioia dei loro apostoli (1Tess 2,19s). La Carità che rende i fedeli partecipi della verità (1Cor 13,6) procura loro una gioia costante che è alimentata dalla preghiera e dal ringraziamento incessanti (1Tess 5,16; Fil 3,1; 4,4ss). Come rendere grazie al Padre di essere trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, senza essere nella gioia (Col 1,11ss)? E la preghiera assidua è fonte di gioia perché anima la speranza e perché il Dio della speranza vi risponde colmando di gioia il fedele (Rom 12,12; 15,13). Pietro lo invita quindi a benedire Dio con esultanza; la sua fede, che l’afflizione mette alla prova, ma che è sicura di ottenere la salvezza, gli procura una gioia ineffabile che è la pregustazione della gloria (1Piet 1,3-9).
2. La testimonianza della gioia nella prova. - Ma questa gioia non appartiene che alla fede provata. Per essere nella letizia al momento della rivelazione della gloria di Cristo, bisogna che il suo discepolo si rallegri nella misura in cui partecipa alle sue sofferenze (1Piet 4,13). Come il suo maestro, egli preferisce in terra la croce alla gioia (Ebr 12,2); accetta con gioia di essere spogliato dei suoi beni (Ebr 10,34), considerando come gioia suprema l’essere messo alla prova in tutti i modi (Giac 1,2). Per gli apostoli, come per Cristo, la povertà e la persecuzione portano alla gioia perfetta. Nel suo ministero apostolico, Paolo gusta questa gioia della croce, che è un elemento della sua testimonianza: «afflitti», i ministri di Dio sono «sempre lieti» (2Cor 6,10). L’apostolo sovrabbonda di gioia nelle sue tribolazioni (2Cor 7,4); Con un disinteresse totale egli si rallegra purché Cristo sia annunciato (Fil 1,17s) e trova la sua gioia nel soffrire per i suoi fedeli e per la Chiesa (Col 1,24). Invita persino i Filippesi a condividere la gioia che egli avrebbe nel versare il proprio sangue Come suprema testimonianza di fede (Fil 2,17s).
Catechismo degli Adulti - La gioia di Gesù [132]: Gesù stesso è povero e perseguitato, ma pieno di gioia; esulta nello Spirito Santo e loda il Padre. Gli basta essere amato come Figlio. È lieto di ricevere tutto dal Padre e di essere nulla senza di lui. La sua povertà non si riduce a una condizione esteriore; è innanzitutto un atteggiamento spirituale, è umiltà: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29).
Egli vuole comunicare la sua gioia: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11,28); «La mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11); «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). Gesù dona una felicità, che può coesistere anche con la sofferenza, qualora non sia possibile eliminarla; anzi rende piena di significato la stessa sofferenza.
È necessario però condividere la sua comunione con il Padre, essere umili come lui, «poveri in spirito» (Mt 5,3), come egli si esprime. Il Regno è offerto a tutti, ma raggiunge effettivamente solo chi, riconoscendo la propria insufficienza e la precarietà dei beni terreni, attende la salvezza unicamente da Dio e, con la sua grazia, diventa giusto, mite e misericordioso con gli altri.
Leone Magno, Sermoni, 70,4-5: Tutti coloro che vogliono vivere piamente in Gesù Cristo soffriranno persecuzioni [2Tm 3,12]. Questa asserzione dimostra che è troppo tiepido, troppo pigro colui che non è battuto dalla persecuzione. In pace con questo mondo non può stare se non chi ama questo mondo, e non vi è mai società tra giustizia e iniquità, concordia tra verità e menzogna, accordo tra luce e tenebre. E anche se i buoni cercano piamente di correggere i cattivi, e spesso per grazia misericordiosa di Dio ottengono belle conversioni, tuttavia mai non cessano contro i santi le insidie degli spiriti maligni che turbano il retto proposito di tutti i fedeli, sia con frode occulta, sia con guerra aperta.
Testimoni di Cristo - Sant’Isidoro l’Agricoltore, Laico: Nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo impegno i campi, che fino allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all’Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi si rifugiò a Torrelaguna dove sposò la giovane Maria. Un matrimonio che fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che possedevano. Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Morì il 15 maggio 1130. Venne canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa madrilena di Sant’Andrea. (Avvenire)
Esaudisci, o Padre, le nostre preghiere,
perché con l’accoglienza del Vangelo
si compia in ogni luogo la salvezza acquistata dal sacrificio di Cristo,
e la moltitudine dei tuoi figli adottivi
ottenga la vita nuova promessa da lui, Parola di verità.
Egli è Dio, e vive e regna con te.