12 Marzo 2026
 
Giovedì III Settimana di Quaresima

Ger 7,23-28; Salmo Responsoriale dal 94 (95); Lc 11,14-23
 
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo)
 
San Girolamo: «Ritornate a me con tutto il vostro cuore» (Gl 2, 12) e mostrate la penitenza dell’anima con digiuni, pianti e battendovi il petto: affinché, digiunando adesso, dopo siate satollati; piangendo ora, dopo ridiate; battendovi ora il petto, dopo siate consolati. Nelle circostanze tristi ed avverse vi è consuetudine di strapparsi le vesti. Così fece, secondo il vangelo, il sommo Sacerdote per rendere più grave l’accusa contro il Signore, nostro Salvatore, e così pure Paolo e Barnaba all’udire parole blasfeme. Ebbene Gioele dice: «Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza» (Gl 2, 13).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il profeta Geremia rimprovera l’infedeltà del popolo d’Israele. Alla obbedienza, alla sottomissione del cuore e al culto interiore, il popolo ha preferito un culto esteriore, vacuo, rituale, sterile, in abominio al Signore. Anche se la voce di Geremia, e quella dei profeti, si alza forte contro Israele, il popolo si tura le orecchie per non ascoltare la parola del Signore: tale malvagità di cuore e durezza di cervice spalancherà le porte all’inevitabile castigo ormai imminente (Ger 7,29-8,3).
 
Vangelo
Chi non è con me è contro di me.
 
Con il rimprovero mosso ai suoi contestatori, Gesù vuol dire che l’uomo è scusabile se si inganna sulla dignità divina di Gesù, velata dalle umili apparenze del «Figlio dell’uomo» (Mt 8,20), ma non lo è se chiude gli occhi e il cuore alle opere evidenti dello Spirito. L’espressione scacciare i demoni con il dito di Dio “allude ai miracoli di Mose è nelle piaghe d’Egitto, segno dell’azione divina [Es 8,15]. Gesù appare come il nuovo Mosè e il liberatore dalla schiavitù del male” (La Bibbia Via Verità e Vita).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,14-23
 
In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde».
 
Parola del Signore.
 
Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Gesù scaccia un demonio. Il gesto suscita la meraviglia del popolo: chi è costui che libera l’uomo da Satana?
Si accende il dibattito: c’è chi pensa che il gesto compiuto non sia un segno di Dio ma al contrario un segno di Satana il quale vuole trarre l’uomo in inganno e distrarlo dalla vera presenza di Dio. C’è chi, più dubbioso o più scaltro, chiede segni più convincenti, o meglio consoni alle credenze apocalittiche che dominavano l’orizzonte religioso del tempo (segni nel sole, nella luna o nelle stelle).
Il Maestro, che legge nei cuori, intuisce le ragioni del dibattito, e anche quanto si agita nel profondo e non affiora in parole. È capitato spesso che Egli non si sia impegnato in una discussione, convinto che non ne valesse la pena. Qui invece si impegna, discute e tenta una dimostrazione. Pensare che Egli abbia cacciato un demone in nome del principe dei demoni è un’assurdità. Nessun regno si pone contro se stesso. A questo punto è chiaro che chi accusa Gesù di scacciare i demoni in nome di Beelzebùl, lo fa per mascherare un rifiuto precostituito. La conclusione vera, limpida, è un’ altra: il Messia è più forte di Satana (11,20-22). Di fronte a questo gesto di Gesù non i può tergiversare in ipotesi più o meno intelligenti: deve prendere posizione, pro o contro (11,23).
 
Carlo Ghidelli (Luca): per mezzo di Beelzebul: cioè di Satana. L’accusa è blasfema (cfr anche Mr 3,22; Lc 8,33; Gv 10,20; At 2,13; 26,24): si suppone un patto tra Gesù e Satana, oppure un dominio ossessivo di Satana su Gesù. Ma questo è il destino di ogni vero profeta: chi non riesce a cogliere la provvidenzialità della sua presenza, rimane come cieco e sordo di fronte a ciò che egli dice e fa (cfr Gv 9,39ss).
E questa è l’opera del demonio in lui: possiamo ricondurre qui l’indicazione, esclusiva di Lc, secondo cui (v. 14) l’infermità di quel povero uomo deriva dal demonio (cfr anche 4,33 dove Lc sostituisce l’espressione uno spirito di demonio impuro a quella di Mc uno spirito impuro, e questo capita in 23 casi; cfr anche 4,39 dove la febbre è considerata come una potenza demoniaca; cfr infine 13,11.16 dove la malattia è pure attribuita al demonio e non al malato): è la demonologia che emerge in modo sempre più spiccato dagli scritti lucani. Sul significato di Beelzebul si discute: dio di Ekron (cfr 2Re 1,2) oppure signore (baal) degli idoli, oppure ancora «dio delle mosche».
 
Chi non è con me è contro di me - Con questa affermazione Gesù convalida “la profezia dell’anziano Simeone che annunciava Cristo come segno di contraddizione e pietra d’inciampo: «Segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34s). Nell’opzione che - per seguire la mentalità semitica - dobbiamo fare tra i due spiriti del bene e del male, cioè a favore o contro Cristo e il suo regno, non abbiamo altra scelta valida se non l’obbedienza alla parola di Dio, perché questa è l’unica via che conduce alla vita.
Solo scegliendo Cristo, che è il più forte e ha vinto il male, sarà possibile anche la nostra vittoria sul peccato che cerca di dominarci. Ogni scelta presuppone un sacrificio e una rinuncia a qualcosa. Così, invece di essere schiavi dell’egoismo tenebroso che vuole farsi signore del nostro mondo, potremo sconfiggerlo con l’amore, vincendo il male con il bene (Rm 12,21).
Per consolidare questa scelta a favore di Cristo, dobbiamo mettere in pratica la parola ascoltata. Perché il pericolo del culto vuoto, conseguenza della sordità alla parola, come denunciava il profeta Geremia, esiste anche oggi nelle nostre comunità cristiane. La parola di Dio è efficace, certamente, ma non in modo automatico, cioè non senza la nostra collaborazione.
La manifestazione più profonda di Dio, la sua parola più personale, non si esaurisce nella proclamazione delle letture bibliche né nella predica e nel commento che seguono, anche se sono senz’altro importanti. Il livello più alto dell’efficacia della parola di Dio si raggiunge nel mistero della fede, cioè nello stesso fatto salvifico che celebriamo, reso attuale, in modo misterioso ma reale, grazie alla presenza di Cristo risorto che agisce, con il suo Spirito, nella comunità riunita nella fede e nell’ascolto della parola.
La nostra generazione, che consuma rumori e suoni in quantità, sente appena perché non ascolta. Dobbiamo tornare alla preghiera del silenzio, dandole priorità in molti momenti della nostra vita, specialmente nella celebrazione liturgica, per ascoltare interiormente la parola efficace di Dio e agire in conformità” (Basilio Caballero, La Parola per Ogni Giorno).
 
Per approfondire
 
Compito e missione dei profeti in Israele  - Catechismo della Chiesa Cattolica 64: Attraverso i profeti, Dio forma il suo popolo nella speranza della salvezza, nell’attesa di un’Alleanza nuova ed eterna destinata a tutti gli uomini e che sarà inscritta nei cuori. I profeti annunziano una radicale redenzione del popolo di Dio, la purificazione da tutte le sue infedeltà, una salvezza che includerà tutte le nazioni. Saranno soprattutto i poveri e gli umili del Signore che porteranno questa speranza. Le donne sante come Sara, Rebecca, Rachele, Miryam, Debora, Anna, Giuditta ed Ester hanno conservato viva la speranza della salvezza d’Israele. Maria ne è l’immagine più luminosa.  
201: A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5).
Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri... davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: ‘Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza’» (Is 45,22-24).  
522: La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e simboli della «prima Alleanza», li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l’oscura attesa di tale venuta.  
762: La preparazione remota della riunione del popolo di Dio comincia con la vocazione di Abramo, al quale Dio promette che diverrà padre di un grande popolo. La preparazione immediata comincia con l’elezione di Israele come popolo di Dio. Con la sua elezione, Israele deve essere il segno della riunione futura di tutte le nazioni. Ma già i profeti accusano Israele di aver rotto l’Alleanza e di essersi comportato come una prostituta. Essi annunziano un’Alleanza nuova ed eterna. «Cristo istituì questo nuovo Patto».  
1964: La Legge antica è una preparazione al Vangelo. «La Legge è profezia e pedagogia delle realtà future». Essa profetizza e presagisce l’opera della liberazione dal peccato che si compirà con Cristo, ed offre al Nuovo Testamento le immagini, i «tipi», i simboli per esprimere la vita secondo lo Spirito. La Legge infine viene completata dall’insegnamento dei libri sapienziali e dei profeti, che la orientano verso la Nuova Alleanza e il regno dei cieli.  «Ci furono [...], nel regime dell’Antico Testamento, anime ripiene di carità e della grazia dello Spirito Santo, le quali aspettavano soprattutto il compimento delle promesse spirituali ed eterne. Sotto tale aspetto, costoro appartenevano alla nuova Legge. Al contrario, anche nel Nuovo Testamento ci sono uomini carnali, che ancora non hanno raggiunto la perfezione della nuova Legge, e che bisogna indurre alle azioni virtuose con la paura del castigo o con la promessa di beni temporali. Però, la Legge antica, anche se dava i precetti della carità, non era in grado di offrire la grazia dello Spirito Santo, in virtù del quale ‘l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori (Rm 5,5)».
2581: Il Tempio doveva essere per il popolo di Dio il luogo dell’educazione alla preghiera: i pellegrinaggi, le feste, i sacrifici, l’offerta della sera, l’incenso, i pani della «proposizione», tutti questi segni della santità e della gloria del Dio, altissimo e vicinissimo, erano appelli e cammini della preghiera. Spesso però il ritualismo trascinava il popolo verso un culto troppo esteriore. Era necessaria l’educazione della fede, la conversione del cuore. Questa fu la missione dei profeti, prima e dopo l’Esilio.  
2595: I profeti chiamano alla conversione del cuore e, mentre ricercano ardentemente il volto di Dio, come Elia, intercedono per il popolo.
 
Il regno di Dio Lumen gentium 5. Il mistero della santa Chiesa si manifesta nella sua stessa fondazione. Il Signore Gesù, infatti, diede inizio ad essa predicando la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: « Poiché il tempo è compiuto, e vicino è il regno di Dio » (Mc 1,15; cfr. Mt 4,17). Questo regno si manifesta chiaramente agli uomini nelle parole, nelle opere e nella presenza di Cristo. La parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato nel campo (cfr. Mc 4,14): quelli che lo ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo (cfr. Lc 12,32), hanno accolto il regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto (cfr. Mc 4,26-29). Anche i miracoli di Gesù provano che il regno è arrivato sulla terra: « Se con il dito di Dio io scaccio i demoni, allora è già pervenuto tra voi il regno di Dio » (Lc 11,20; cfr. Mt 12,28). Ma innanzi tutto il regno si manifesta nella stessa persona di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo, il quale è venuto « a servire, e a dare la sua vita in riscatto per i molti » (Mc 10,45). Quando poi Gesù, dopo aver sofferto la morte in croce per gli uomini, risorse, apparve quale Signore e messia e sacerdote in eterno (cfr. At 2,36; Eb 5,6; 7,17-21), ed effuse sui suoi discepoli lo Spirito promesso dal Padre (cfr. At 2,33). La Chiesa perciò, fornita dei doni del suo fondatore e osservando fedelmente i suoi precetti di carità, umiltà e abnegazione, riceve la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria.
 
Isacco della Stella (Sermo 38,8-9): Gesù stava scacciando un demonio che era muto ... : questo spirito maligno è detto muto poiché coloro che sono da lui posseduti divengono muti per il linguaggio di Dio e per i doveri propri di una lingua razionale ... Ci sono infatti tre modi di “dire le parole di Dio”: lodare Dio, accusarsi davanti a Lui, edificare il prossimo.
Chi, sotto questi aspetti, conserva il silenzio è spiritualmente muto, quali che siano le sue grida esteriori... In realtà questo spirito muto non cessa di suggerire parole malvage ... sulla gloria di questo mondo, sulla sua bellezza e sulle sue delizie; egli tesse illusioni interminabili e menzognere; mormora mille suggestioni ... Spesso mi presenta come possibili cose che io non posso fare, o come impossibili quelle che invece potrei fare ... mi tiene lunghi discorsi adulatori sulle mie conoscenze, sulla mia devozione, sulle mie capacità ... così, parlandomi, egli mi rende completamente muto, e mi fa divenire spiritualmente ottuso e sordo.
 
Testimoni di Cristo - San Luigi Orione. Strumenti dell’amore che ci rende tutti fratelli: La fede cambia la storia e costruisce un mondo in cui nessuno è lasciato solo, perché alla luce Risorto ci scopriamo tutti fratelli. Da questa consapevolezza nella vita di san Luigi Orione nacque la spinta a farsi carico degli ultimi e di chi aveva bisogno di un messaggio di speranza. Testimone di carità tra i giovani, i malati, i poveri, i terremotati, don Orione nacque a Pontecurone nella diocesi di Tortona, il 23 giugno 1872 e a 13 anni entrò fra i Frati Minori di Voghera. Dopo un periodo nell’oratorio di Torino fondato da san Giovanni Bosco, nel 1889 entrò nel Seminario di Tortona. Proseguì gli studi teologici, alloggiando in una stanzetta sopra il duomo. Qui poté avvicinare i ragazzi a cui impartiva lezioni di catechismo, ma la sua angusta stanzetta non bastava, per cui il vescovo gli concesse l’uso del giardino del vescovado. Il 3 luglio 1892 diede vita al primo oratorio intitolato a san Luigi. Nel 1893 aprì il collegio di san Bernardino e nel 1895 divenne prete. Fondò la Congregazione dei Figli della Divina Provvidenza e le Piccole Missionarie della Carità; gli Eremiti della Divina Provvidenza e le Suore Sacramentine: realtà che s’impegnarono su molto fronti, tutti legati dal mandato a essere segno visibile dell’amore di Dio, della carità. Mandò i suoi sacerdoti e suore nell’America Latina e in Palestina sin dal 1914. Morì a Sanremo nel 1940.
 
Dio grande e misericordioso,
quanto più si avvicina la festa della nostra redenzione,
tanto più cresca in noi il fervore
per celebrare santamente il mistero della Pasqua.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Nella tua misericordia
guarda, o Signore, il popolo che implora la tua clemenza:
come da te ha ricevuto la vita,
così la tua grazia gli doni di ricercare il bene
e di attuarlo ogni giorno.
Per Cristo nostro Signore
 
 11 Marzo 2026
 
Mercoledì III Settimana di Quaresima
 
Dt 4,1.5-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 147; Mt 5,17-19
 
Le tue parole, Signore, sono spirito e vita; tu hai parole di vita eterna. (Cf. Gv 6,63c.68c - Acclamazione al Vangelo)
 
Adolf Smitmans: Come nell’AT, anche negli scritti neotestamentari la parola è la potenza che opera nella globalità: essa chiama sia Israele che il singolo nella sua storia particolare; essa sostiene la creazione. La novità sta nel fatto che la  parola è stata pronunciata in maniera definitiva in Gesù Cristo. “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose ... egli sostiene tutto con la potenza della sua parola” (Eb 1,1-3). Gesù è lui stesso la  parola (Gv 1,1-5.10s) che si è fatta carne (Gv 1,14) e si è così “espressa” all’uomo in maniera riconoscibile. In lui si riassume tutto il parlare di Dio che crea, promette, giudica, salva, porta a compimento, che è sempre anche azione (cf. l’arco che si stende fra Gv 1,1 e Ap 19,13). Egli adempie la parola veterotestamentaria (Lc 4,21), ma al tempo stesso la dimostra come superabile. “La legge fu data per mezzo di Mosè, / e la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17).
Per questo la legislazione veterotestamentaria può venir criticata (cf. Mt 5,17-48 e la disputa sul divorzio Mc 10,1-12) e l’attesa veterotestamentaria del messia non solo viene adempiuta, ma anche corretta grazie al cammino di Gesù verso la croce. 
Se in Gesù Cristo la parola è stata definitivamente pronunciata, essa va anche conservata e proclamata in maniera sempre nuova nella chiesa. In quanto servi di Dio gli apostoli annunciano la parola (At 4,29). Ma essi non annunciano una parola passata, che è stata trasmessa. È Dio stesso, infatti, che parla attraverso di loro e perciò la loro parola concede il suo perdono (2Cor 5,18-20). In questo senso l’annuncio apostolico è “parola non parola di uomini” (l Ts 2,13). Esso avviene grazie all’assistenza promessa alla chiesa per il tempo postpasquale (Gv 14,27). Come tuttavia l’annuncio stesso viene dall’ascolto di Gesù Cristo (lGv 1,1-5), esso porta frutto soltanto dove viene ascoltato e recepito (Mc 4,20).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - La Bibbia di Navarra: Il principale argomento per spingere all’adempimento della Legge è la singolare presenza di Dio in mezzo al suo popolo (vv. 7-8).
4,6-8. Il tema qui sviluppato è tipicamente sapienziale. D’altronde, la vita stessa d’Israele, plasmata dalla osservanza della Legge, sarà il più eloquente insegnamento per gli altri popoli. popoli. Si coglie nel tema una sorprendente ampiezza di orizzonti, nonché la latente missione universale del popolo eletto, che proietta la sua  prospettiva verso tempi futuri, quando essa giungerà a pienezza con l’espansione della Chiesa tra i popoli della terra.
 
Vangelo
Chi insegnerà e osserverà i precetti, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
 
Bibbia di Gerusalemme: 5,17 Gesù non viene né a distruggere la Legge (Dt 4,8+) e tutta l’economia antica, né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la Legge stessa era avviata. Ciò si applica in particolare alla «giustizia» (v 20, cf. 3,15; Lv 19,15; Rm 1,16+), «giustizia perfetta. (v 48), di cui le sentenze dei vv 21-48 danno parecchi esempi significativi. Il precetto antico diventa interiore e raggiunge il desiderio e il movente segreto (cf. 12,34; 23,25-28). Nessun punto particolare della Legge deve essere dunque omesso, a meno che non sia stato portato così al suo compimento (vv 1 -19; cf. 13,521). Si tratta meno di alleggerimento che di approfondimento (11,28). L’amore, in cui già si riassumeva la Legge antica (7,12; 22.34-40p), diviene il comandamento nuovo di Gesù (Gv 13,34) e compie tutta la legge (Rm 13,8-10; Gal 5,14; cf. Col 3,14+).
Mt 5,18 Introducendo con amen (= in verità, cf. Sal 41,14 e Rm 1,25+) alcune sue parole, Gesù ne sottolinea l’autorità (Mt 6,2.5.16, ecc.; Gv 1,51, ecc.). neppure un iota o un segno dalla legge: alla lettera «non uno iota, non un piccolo tratto»; BJ traduce: «un puntino sull’i».
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,17-19
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 17 Non sono venuto ad abrogare, ma a compiere: Gesù dichiara la sua posizione nei confronti dell’Antico Testamento (la Legge ed i Profeti); egli afferma di non voler abrogare quanto era stato detto dalla Legge e dai Profeti, ma di perfezionarlo. Quest’opera di perfezionamento, come risulta dagli esempi esplicativi che seguiranno (5, 21-48), si rivolge alla parte morale e consiste nell’inserire uno spirito nuovo nei precetti dell’antica legge.
18 Una sola trattina, così abbiamo tradotto il termine κεραία (letteralmente: cornuncolo); il vocabolo può esprimere quella piccola trattina che distingue nella scrittura ebraica quadrata la consonante kaph dal beth. In linguaggio moderno si direbbe: non passerà un i, né un punto sopra l’i. Il senso del detto di Gesù è il seguente: tutti i precetti morali della Legge antica saranno elevati alla perfezione evangelica la quale, essendo definitiva, non passerà mai.
19 Chi dunque avrà trasgredito ... Il nuovo spirito che perfeziona l’antica legge non dispensa dalle opere. Anche la minima inadempienza di un precetto sarà notata e condizionerà l’appartenenza più o meno fervida al regno.
 
Per approfondire
 
Gesù non è venuto per abolire la Legge o i Profeti ... ma per compiere - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): L’espressione «Non crediate che (io) sia venuto» ricorre con formule affini altrove (Mt 9,13; 10,34-35; 20,28) e sembra premunire il lettore con un tono polemico da una falsa interpretazione delle sei antitesi seguenti (Cf. Gnilka, I, p. 218). Benché Gesù non si sia attenuto alle prescrizioni halakiche dei rabbini, non ha invalidato la Legge mosaica. Al contrario, con il suo insegnamento l’ha portata a compimento,  cioè  alla perfezione, unificandola nel precetto fondamentale dell’amore di Dio e del prossimo, che ne costituisce il cuore, il comandamento principale.
L’espressione «la Legge o i Profeti» (derivata dall’uso sinagogale, che non prevedeva la lettura liturgica dei Ketubin, cioè dei libri sapienziali) indica l’intero Antico Testamento.
Infatti, mentre la Legge (Toràh) designa il Pentateuco, i Profeti includono in senso generico tutti gli altri libri, che erano considerati come una interpretazione della Legge.
Abolire (katalysat) in senso dottrinale significa dichiarare nullo un precetto. Compiere non ha un senso puramente normativo ma assume in Matteo una valenza più pregnante.
Con il verbo pleróo l’evangelista si riferisce una decina di volte all’adempimento delle profezie dell’Antico Testamento.
Gesù non è venuto soltanto a perfezionare la Legge mosaica, ma a portarla a compimento nelle sue potenzialità nascoste e nel suo valore di rivelazione profetica.
Come è suggerito anche in Mt 11,13, tutto l’Antico Testamento converge verso Cristo, che lo attua piena­mente, rendendo presente il regno di Dio. Gesù non fa altro che sviluppare il senso profondo della Legge, rap­portandola al comandamento essenziale dell’amore, il centro focale del discorso della montagna. Mediante la proclamazione e la realizzazione del regno, Gesù provoca la conversione del cuore e l’irradiazione della bontà salvifica di Dio nel mondo, che consente all’es­sere umano il pieno adempimento delle esigenze più autentiche della Legge. Ecco perché non solo completa la Legge, ma la «compie».
I singoli precetti dell’Antico Testamento conservano il loro valore, ma solo in quanto sono rapportabili alla legge dell’amore.
La Scrittura per Matteo rappresenta un’anticipazione del progetto salvifico di Dio, che il suo Inviato definitivo avrebbe «compiuto» in adesione totale al volere del Padre.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 1967 La Legge evangelica «dà compimento» alla Legge antica, la purifica, la supera e la porta alla perfezione. Nelle beatitudini essa compie le promesse divine, elevandole ed ordinandole al «regno dei cieli». Si rivolge a coloro che sono disposti ad accogliere con fede questa speranza nuova: i poveri, gli umili, gli afflitti, i puri di cuore, i perseguitati a causa di Cristo, tracciando in tal modo le sorprendenti vie del Regno
1968 La Legge evangelica dà compimento ai comandamenti della Legge. Il discorso del Signore sulla montagna, lungi dall’abolire o dal togliere valore alle prescrizioni morali della Legge antica, ne svela le virtualità nascoste e ne fa scaturire nuove esigenze: ne mette in luce tutta la verità divina e umana. Esso non aggiunge nuovi precetti esteriori, ma arriva a riformare la radice delle azioni, il cuore, là dove l’uomo sceglie tra il puro e l’impuro, dove si sviluppano la fede, la speranza e la carità e, con queste, le altre virtù. Così il Vangelo porta la Legge alla sua pienezza mediante l’imitazione della perfezione del Padre celeste, il perdono dei nemici e la preghiera per i persecutori, sull’esempio della magnanimità divina.
1969 La Legge nuova pratica gli atti della religione: l’elemosina, la preghiera e il digiuno, ordinandoli al «Padre che vede nel segreto», in opposizione al desiderio di «essere visti dagli uomini». La sua preghiera è il «Padre nostro».
1970 La Legge evangelica implica la scelta decisiva tra «le due vie»2808 e mettere in pratica le parole del Signore; essa si riassume nella regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12).
Tutta la Legge evangelica è racchiusa nel comandamento nuovo di Gesù, di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati.
 
Veritatis splendor 15: Nel «Discorso della Montagna», che costituisce la magna charta della morale evangelica, Gesù dice: «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento» (Mt 5,17). Cristo è la chiave delle Scritture: «Voi scrutate le Scritture: esse parlano di me» (cfr. Gv 5,39); è il centro dell’economia della salvezza, la ricapitolazione dell’Antico e del Nuovo Testamento, delle promesse della Legge e del loro compimento nel Vangelo; è il legame vivente ed eterno tra l’Antica e la Nuova Alleanza. [...]. Gesù porta a compimento i comandamenti di Dio, in particolare il comandamento dell’amore del prossimo, interiorizzando e radicalizzando le sue esigenze: l’amore del prossimo scaturisce da un cuore che ama, e che, proprio perché ama, è disposto a vivere le esigenze più alte. Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi come un limite minimo da non oltrepassare, ma piuttosto come una strada aperta per un cammino morale e spirituale di perfezione, la cui anima è l’amore (cfr. Col 3,14). Così il comandamento «Non uccidere» diventa l’appello ad un amore sollecito che tutela e promuove la vita del prossimo; il precetto che vieta l’adulterio diventa l’invito ad uno sguardo puro, capace di rispettare il significato sponsale del corpo: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio... Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda ad una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,21-22.27-28). È Gesù stesso il «compimento» vivo della Legge in quanto egli ne realizza il significato autentico con il dono totale di sé: diventa Lui stesso Legge vivente e personale, che invita alla sua sequela, dà mediante lo Spirito la grazia di condividere la sua stessa vita e il suo stesso amore e offre l’energia per testimoniarlo nelle scelte e nelle opere (cfr. Gv 13,34-35).
 
Agostino (Esposizioni sui Salmi, 118): Chi ama la legge di Dio, onora anche ciò che in essa non comprende. Ciò che gli pare poco logico, giudica piuttosto di non averlo compreso e pensa che vi si trovi celato qualcosa di grande. Non gli è dunque di scandalo la legge del Signore; e per non soffrire scandalo, soprattutto egli non bada agli uomini - per quanto sia santa la loro vocazione -, tanto da far dipendere la loro fede dai loro costumi. Perciò, se alcuni di loro cadono, egli non se ne scandalizza e non rovina così se stesso. Al contrario, egli ama la legge del Signore per se stessa, e in lui vi è sempre grande pace e mai scandalo. L’ama senza preoccupazioni, perché sa che anche se molti peccano contro la legge, essi non peccano certo a causa della legge.
 
I Testimoni di Cristo - San Sofronio di Gerusalemme. Difensore del popolo minacciato dagli invasori e dal pericolo delle eresie: Custodire la verità della dottrina e difendere il popolo: i pastori della comunità cristiana sono chiamati a tenere insieme questo duplice compito, al cui centro c’è la relazione tra Dio e l’umanità. E proprio su questi due fronti, distinti ma integrati, s’impegnò san Sofronio di Gerusalemme, che dovette combattere la diffusione delle eresie ma anche resistere alla minaccia del califfato che gravava al tempo sulla Città Santa. Siriano di Damasco, fu eletto patriarca di Gerusalemme nel 634, quando la Palestina si trovava a vivere sotto la paura dell’imminente invasione da parte di Abu-Bekr, suocero di Maometto e del califfo Omar. Ma da patriarca Sofronio dovette affrontare anche l’eresia del monotelismo che, affermandone la sola volontà divina, di fatto indeboliva la figura di Cristo, svilendo di fatto la sua natura umana. Assieme a Massimo il Confessore, Sofronio cercò di combattere con vari scritti l’eresia che usciva dalla stessa corte imperiale di Costantinopoli. Nel 637 dovette consegnare la città al califfo Omar, ottenendo però la libertà di culto per i cristiani. Morì di lì a poco. Di lui ci sono pervenute alcune poesie e lettere. (Avvenire)
 
Concedi a noi, o Signore,
che, nutriti dalla tua parola
e formati nell’impegno quaresimale,
ti serviamo con purezza di cuore
e siamo sempre concordi nella preghiera.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Concedi al tuo popolo, o Signore,
di desiderare ciò che ti è gradito,
perché solo nella conformità al tuo volere
sarà ricolmato di ogni bene.
Per Cristo nostro Signore.
 
 10 Marzo 2026
 
Martedì III Settimana di Quaresima
 
Dn 3,25.34-43; Salmo Responsoriale Dal Salmo 24 (25); Lc 4,24-30
 
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore, perché sono misericordioso e pietoso. (Cf. Gl 2,12-13 - Acclamazione al Vangelo )
 
J. Cmbier e X- Léon Dufour: Il linguaggio corrente, determinato indubbiamente dal latino ecclesiastico, identifica la misericordia con la compassione o il perdono. Questa identificazione, quantunque valida, minaccia di velare la ricchezza concreta che Israele, in virtù della sua esperienza, poneva nel termine. Per esso infatti la misericordia si trova alla confluenza di due correnti di pensiero: la compassione e la fedeltà. II primo termine ebraico (rahamîm) esprime l’attaccamento istintivo di un essere ad un altro. Secondo i semiti questo sentimento ha sede nel seno materno (rehem: 1 Re 3, 26), nelle viscere (rabamîm) - noi diremmo: il cuore - di un padre (Ger 31, 20; Sal 103, 13), o di un fratello (Gen 43, 30): è la tenerezza; esso si traduce subito in atti: in compassione, in occasione di una situazione tragica (Sal 106, 45), od in perdono delle offese (Dan 9, 9). Il secondo termine (hesed), tradotto ordinariamente in greco con una parola che significa anch’essa misericordia (èleos), designa per sé la pietà, relazione che unisce due esseri ed implica fedeltà. Per tale fatto la misericordia riceve una base solida: non è più soltanto l’eco d’un istinto di bontà, che può ingannarsi circa il suo oggetto e la sua natura, ma una bontà cosciente, voluta; è anche risposta ad un dovere interiore, fedeltà a se stesso. Le traduzioni in lingue moderne delle parole ebraiche e greche oscillano dalla misericordia all’amore, passando attraverso la tenerezza, la pietà, la compassione, la clemenza, la bontà e persino la grazia (ebr. hen) che tuttavia ha un’accezione molto più ampia. Nonostante questa varietà, non è impossibile definire la concezione biblica della misericordia. Dall’inizio alla fine Dio manifesta la sua tenerezza in occasione della miseria umana; l’uomo, a sua volta, deve mostrarsi misericordioso verso il prossimo, ad imitazione del suo creatore.  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana [Feriale]: Invocazione a Dio da parte di Israele disperso (v. 34), affinché il Signore ne abbia misericordia (v. 42) e gli conceda la libertà (v. 43). L’orante ricorda a Dio le promesse di un tempo (v. 36; cf Gen 15,5; 22,17), la benevolenza portata ai patriarchi (v. 35; cf Is 41,8; Giac 2,23) e l’alleanza stretta con il suo popolo (v. 34). Descrive a lungo la situazione tragica in cui è piombato Israele (3,32-33.37-38), chiedendo perdono (3,29.39) e riconoscendo la giustizia di Dio (3,26-31). È un complesso di tematiche non rare nelle preghiere dell’età postesilica, soprattutto in quelle che provengono da ambienti sacerdotali o levitici (cf ancora 9,4-19; Esd 9,6-15; Neem 9,6-37). Posta sulle labbra di un condannato al rogo, che soffre a causa della sua fedeltà verso il Signore, qual è Azaria (3,1-25), questa supplica nazionale è una ammirabile e intensa preghiera.
 
Vangelo
Se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello, il Padre non vi perdonerà.
 
«Il perdono incondizionato e costante è l’elemento fondamentale per l’appartenenza al Regno dei cieli, in quanto è la condizione indispensabile per ottenere il perdono del Padre celeste, e, quindi, la salvezza» (P. Benito Camporeale).
 
Dal Vangelo secondo Mateo
Mt 18,21-35
 
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”.  Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: "“Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
 
Parola del Signore.
 
... quante volte dovrò perdonargli? - A porre la domanda è Pietro. Gesù aveva insegnato ai discepoli l’urgente necessità della correzione fraterna, e a Pietro, che certamente faceva riferimento ad una Legge con spirito ben diverso, sembrò forse un po’ esagerato tutta la trafila da fare prima di arrivare ad un giudizio. Comunque, Pietro  pensa di essere molto magnanimo nel dichiararsi disposto a perdonare fino a sette volte (Cf. Prov 24,16).
La risposta di Gesù, Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Cf. Gen 4,24), è palese per un semita: bisogna perdonare non per un numero limitato di casi, sette volte, ma senza limiti, cioè sempre, settanta volte sette! Questo è il vino nuovo che va versato in otri nuovi (Mt 19,17; Mc 2,22; Lc 5,37-38).
Non più la Legge del taglione (Cf. Es 21,23), ma la carità  fraterna, l’amore vicendevole, il perdono senza limiti. Il perdono è la «buona novella» già presente nella predicazione del Battista, e che Gesù non solo ratifica con la sua predicazione (Cf. Lc 4,18-19), ma con le opere lo esercita, dimostrando a tutti gli uomini che Dio non vuole che alcuno si perda (Cf. Mt 18,14; Gv 6,39). E anche se viene esatto dal peccatore il pentimento, la fede e una vita nuova, il perdono dei peccati è sempre opera della pazienza di Dio (Cf. Rom 3,25): è un libero e gratuito dono di Dio, non dovuto ai meriti o al pentimento del peccatore, ed è ottenuto dal peccatore per mezzo di Cristo, unicamente per mezzo della sua morte redentrice. Ecco, quindi, per il discepolo l’esigenza di superare le prescrizioni dell’Antico Testamento, tra le quali la Legge del taglione (Es 21,23). Ora v’è una nuova Legge: amare, perdonare come ama e perdona Dio. Il comportarsi diversamente smentisce sul piano dei fatti ogni sforzo di evangelizzazione e compromette la credibilità stessa del Vangelo.
La parabola del servo spietato sposta la domanda di Pietro su un binario ben diverso: quello di Dio, cioè esplicita «non la quantità del perdono [sette volte] ma la qualità dando il motivo per il “nessun limite”: se Dio non pone alcun limite, l’uomo non può porre un limite. D’altra parte, quelli che pongono limiti alla loro disponibilità a perdonare gli altri saranno perdonati da Dio in misura limitata» (Daniel J. Harrington, S.J.).
Diecimila talenti (circa 340 tonnellate d’oro), è una somma astronomica, un debito che il servo non avrebbe mai potuto pagare. Da qui l’ordine che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito (la norma di estendere la pena alla famiglia del reo non è conosciuta dal diritto veterotestamentario, ma è mutuata dal codice penale ellenistico [Cf. Dan 6,25]). Come ultima tavola di salvezza non restava quindi che implorare pietà: la supplica arriva immantinente al cuore del re-padrone il quale ebbe compassione, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Una bella lezione di magnanimità, ma il servo non vuole intenderla e nell’incontrare un pari suo che gli doveva cento denari, ben misera cosa perché l’equivalente di circa mezzo Kg d’argento, non vuol sentire ragione e fa applicare la pena che gli era stata condonata.
Ma l’epilogo della parabola stravolge tutto: il servo spietato viene punito perché incapace di perdonare e in questo modo codifica una norma squisitamente cristiana: Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello.
Tale sentenza è il più bel commento al Padre nostro e in particolare a quella petizione che ci fa dire rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6,12).
Dalle parole di Gesù si esplicita una condizione per essere raggiunti dal perdono del Padre: se perdonerete di cuore, in questo modo la «legge del perdono che Gesù impone ai suoi non si ferma alla superfice, ma raggiunge le profondità più intime dell’essere umano: mente, volontà, sentimento. Il cristiano... deve rivestirsi di tenera compassione, sopportare e perdonare: proprio come il Signore ha perdonato... Se c’è una misura, essa è quella del perdono di Dio: “Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre celeste [Lc 6,36]» (Angelo Lancellotti).
 
Per approfondire

Guidami nella tua fedeltà - C. Spicq e M. F. Lacan: La fedeltà (ebr. ‘emet), che caratterizza Dio (Es 34, 6), è associata sovente alla sua bontà paterna (ebr. hesed) verso il popolo dell’alleanza. Questi due attributi complementari indicano che l’alleanza è nello stesso tempo un dono gratuito ed un legame la cui saldezza è a prova di secoli (Sal 119, 90).
A questi due atteggiamenti, in cui sono riassunte le vie di Dio (Sal 25, 10), l’uomo deve rispondere conformandovisi; la pietà filiale, che egli deve a Dio, avrà come prova della sua verità la fedeltà nell’osservare i precetti dell’alleanza. Lungo la storia della salvezza, la fedeltà divina si rivela immutabile dinanzi alla costante infedeltà dell’uomo, fino a che Cristo, testimone fedele della verità (Gv 18, 37; Apoc 3, 14), comunichi agli uomini la grazia di cui è ripieno (Gv 1, 14. 16) e li renda capaci di meritare la corona della vita, imitando la sua fedeltà fino alla morte (Apoc 2, 10).
Antico Testamento 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse. Le sue parole non passano (Is 40, 8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14, 4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25, 1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55, 11); Dio non muta (Mal 3, 6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2, 22) senza la quale non si può conoscere Dio (4, 2). Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36, 6), né proclamarla per invocarla (Sal 143, 1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89, 1-9. 25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8, 56 ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9, 33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85, 5. 11 ss).
2. Fedeltà dell’uomo. - Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24, 14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1 Sam 2, 35). Se Abramo e Mosè (Neem 9, 8; Eccli 45, 4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78, 8 ss. 36 s; 106, 6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9, 2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20, 6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42, 18 s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42, 1 ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50, 4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49, 5).
 
Il perdono di Dio e il perdono dell’uomo - Giuseppe Barbaglio (Perdono in Schede Bibliche Pastorali Vol VI): Nella preghiera di gruppo insegnata da Gesù ai suoi discepoli una supplica è: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); «Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore» (Lc 11,4).
C’è dunque un inscindibile nesso tra il perdono concessoci da Dio e il perdono nostro al prossimo.
La cosa sta particolarmente a cuore a Matteo che fa seguire al Padre nostro, in particolare all’invocazione del perdono divino, la seguente affermazione: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (6,14-15). Si noti che il perdono atteso da Dio e condizionato al perdono del prossimo sembra in prospettiva escatologica; in altre parole, saremo accolti misericordiosamente nel regno di Dio il giorno ultimo, se nella storia avremo perdonato i torti del nostro prossimo.
Da parte sua, Marco che non ha il Padre nostro conosce però il detto seguente di Cristo: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (11,25).
Si deve allora ritenere che il perdono di Dio sia in tutto condizionato al nostro perdono accordato al prossimo?
Nella parabola del servo spietato, attestata in Mt 18,23-35, Gesù illustra il dovere del perdono illimitato da concedere al fratello. Il racconto parabolico tiene dietro al dialogo tra Gesù e Pietro: alla domanda del disce­polo quante volte dovrà perdonare al fratello, sino a sette volte, il maestro risponde: sino a 77 volte (Mt 18,21-22).
Il primo evangelista allude qui al feroce Lamec e alla sua vendetta indiscriminata, per dire che il comandamento di Gesù (perdono illimitato, sino a 77 volte) annulla la legge della giungla instaurata dalla stirpe dei cainiti (Cf. Gn 4,23-24). Nella versione di Luca, più fedele al detto originario di Gesù, si parla di perdono sino a 7 volte, numero simbolico di pienezza e di completezza, dunque indicante perdono illimitato (Lc 17,4).
Nella parabola poi Gesù mette in stretto rapporto il condono ricevuto e il condono da accordare. Il servo spietato, che ha ottenuto, al di là di ogni attesa, il condono di un debito enorme (il prezzo di sessanta milioni di giornate lavorative), è moralmente obbligato a condonare al suo collega un debito normale, corrispondente al prezzo di cento giornate lavorative: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, come io ho avuto pietà di te?» (18,33).
Ma colui che è stato perdonato non sa essere «perdonatore» del fratello; perciò sarà condannato con durezza.
Ed ecco la conclusione redazionale dell’evangelista: «Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi [= giudizio di condanna], se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (v. 35).
La prospettiva è senza dubbio quella escatologica del rendiconto, precisamente della condanna, se nella storia non si avrà perdonato di cuore al fratello.
Ma nella parabola di Gesù l’accento sta sulla connessione tra perdono ricevuto e perdono da accordare; in altre parole, chi è stato beneficiario del perdono divino dovrà coerentemente sentirsi obbligato a perdonare a sua volta al prossimo.
Dunque all’inizio c’è il perdono di Dio, perdono ricevuto senza alcun merito. Quest’esperienza poi suscita e fonda il dovere di perdonare al fratello e nel giudizio ultimo infine il perdono di Dio sarà condizionato dal perdono nostro al prossimo. In breve, il perdono da accordare al fratello sta tra due perdoni di Dio, quello storico e quello escatologico; dal primo esso è fondato e giustificato, riguardo al secondo si pone come condizione sine qua non.
 
Non dovevi farse anche tu aver pietà del tuo compagno? - Pietà e mancanza di pietà - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 61, 4: Hai visto la crudeltà del servo? Ascoltate, voi che vi comportate così per denaro. Se infatti non si deve agire così per i peccati, a maggior ragione per il denaro. E quello che rispose? Abbi pazienza con me e ti pagherò tutto. L’altro non ebbe riguardo delle parole per mezzo delle quali era stato salvato: difatti egli stesso, dopo averle dette, fu liberato dal debito dei diecimila talenti; non riconobbe il porto, mediante il quale era sfuggito al naufragio; il modo della supplica non gli richiamò alla mente la bontà del padrone, ma, scacciando tutto ciò per avidità, crudeltà e rancore, più feroce di ogni belva soffocava il suo compagno di servitù. Che fai, a uomo? Non ti accorgi di chiedere a te stesso, di spingere la spada contro te stesso e di revocare la sentenza e il dono del padrone? Ma non pensò a nulla di questo, non si ricordò della propria situazione, né accondiscese; eppure, la supplica non riguardava lo stesso debito. L’uno infatti supplicava per diecimila talenti, l’altro per cento denari; l’uno pregava il suo compagno di servitù, l’altro il padrone; l’uno ottenne un condono completo, l’altro chiedeva una dilazione. Ma quello non concesse nemmeno questa: difatti lo fece gettare in carcere.
 
Testimoni di Cristo - San Simplicio. Tra Vangelo e storia un “impasto” di speranza: Vangelo e storia, fede e politica sono dimensioni che s’intrecciano e si impastano: è compito dei cristiani fare in modo che da questo intreccio nasca un cammino fatto di giustizia e di solidarietà. Ecco il forte messaggio che ci arriva ancora oggi dalla vicenda di san Simplicio. Nato a Tivoli, questo antico testimone della fede fu Pontefice dal 468 al 483, negli anni in cui cadde l’Impero Romano d’Occidente, con la deposizione nel 476 dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo da parte di Odoacre, esponente dell’eresia ariana. Nello stesso momento, però, anche la Chiesa di Oriente viveva un momento difficile, a causa della diffusione dell’eresia monofisita, secondo la quale in Cristo c’era unicamente la natura divina: Basilisco fece leva proprio su questa eresia per animare una rivolta contro l’imperatore d’Oriente, Zenone. Simplicio prese netta posizione contro l’eresia e non esitò neppure a condannare il tentativo di mediazione dello stesso imperatore, consapevole che il Vangelo non è uno strumento della politica ma un faro che tutto illumina e tutti guida. Il Papa, inoltre, prestò particolare cura alla vita della Chiesa di Roma, stabilendo turni di presbiteri nelle principali basiliche cimiteriali, restaurando e dedicando chiese; rispettoso della vera arte, salvò dalla distruzione i mosaici pagani della chiesa di Sant’Andrea. (Avvenire)
 
Non ci abbandoni mai la tua grazia, o Signore,
ci renda fedeli al tuo santo servizio
e ci ottenga sempre il tuo aiuto.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

O Dio, maestro e guida del tuo popolo,
allontana da questi tuoi figli
i peccati che li opprimono,
perché vivano conformi alla tua volontà
e sicuri della tua protezione.
Per Cristo nostro Signore.