4 Luglio 2026
Sabato XIII Settimana del Tempo Ordinario
Am 9,11-15; Salmo Responsoriale dal Salmo 84 (85); Mt 9,14-17
Le mie pecore ascoltano la mia voce - George Augustin (Dizionario di Teologia Biblica): La rivelazione biblica è essenzialmente parola di Dio all’uomo. Ecco perché, mentre nei misteri greci e nella gnosi orientale la relazione dell’uomo con Dio si fonda soprattutto sulla visione, secondo la Bibbia «la fede nasce dall’ascolto» (Rom 10, 17).
1. L’uomo deve ascoltare Dio.
a) Ascoltate, grida il profeta con l’autorità di Dio (Am 3, 1; Ger 7, 2). Ascoltate, ripete il sapiente in nome dell’esperienza e della conoscenza della legge (Prov 1, 8). Ascolta, Israele, ripete ogni giorno il pio israelita per compenetrarsi della volontà del suo Dio (Deut 6, 4; Mc 12, 29). Ascoltate, riprende a sua volta Gesù stesso, parola di Dio (Mc 4, 3. 9 par.). Ora, secondo il senso ebraico della parola verità, ascoltare, accogliere la parola di Dio, non significa soltanto prestarle attento orecchio, significa aprirle il proprio cuore (Atti 16, 14), metterla in pratica (Mt 7, 24 ss), obbedire. Questa è l’obbedienza della fede richiesta dalla predicazione ascoltata (Rom 1, 5; 10, 14 ss).
b) Ma l’uomo non vuole ascoltare (Deut 18, 16. 19), ed è questo il suo dramma. È sordo agli appelli di Dio; il suo orecchio ed il suo cuore sono incirconcisi (Ger 6, 10; 9, 25; Atti 7, 51). Ecco il peccato dei Giudei denunziato da Gesù: «Voi non potete ascoltare la mia parola... Chi è da Dio ascolta le parole di Dio; se voi non ascoltate, è perché non siete da Dio» (Gv 8, 43. 47).
Di fatto Dio solo può aprire l’orecchio del suo discepolo (Is 50, 5; cfr. 1 Sam 9, 15; Giob 36, 10), «forarglielo» perché obbedisca (Sal 40, 7 s). Quindi, nei tempi messianici, i sordi sentiranno, ed i miracoli di Gesù significano che infine il popolo sordo comprenderà la parola di Dio e gli obbedirà (Is 29, 18; 35, 5; 42, 18 ss; 43, 8; Mt 11, 5). È quel che proclama ai discepoli la voce dal cielo: «Questo è il mio Figlio diletto, ascoltatelo» (Mt 17, 5 par.).
Maria, abituata a conservare fedelmente le parole di Dio nel proprio cuore (Lc 2, 19. 51), è stata proclamata beata dal figlio Gesù, quando ha rivelato il senso profondo della sua maternità: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono» (Lc 11, 28).
2. Dio ascolta l’uomo.
Nella sua preghiera l’uomo domanda a Dio di ascoltarlo, cioè di esaudirlo. Dio non ascolta né gli ingiusti, né i peccatori (Is 1, 15; Mt 3, 4; Gv 9, 31); ma ascolta il povero, la vedova e l’orfano, gli umili, i prigionieri (Es 22, 22-26; Sal 10, 17; 102, 21; Giac 5, 4). Ascolta i giusti, coloro che sono pii e fanno la sua volontà (Sal 34, 16. 18; Gv 9, 31; 1 Piet 3, 12), coloro che domandano secondo la sua volontà (1 Gv 5, 14 s). E lo fa perché ascolta «sempre» il suo Figlio Gesù (Gv 11, 41 s), attraverso il quale passa per sempre la preghiera del cristiano.
Liturgia della Parola
I Lettura: AI Overview: Il brano Am 9,11-15 capovolge i severi annunci di giudizio del profeta Amos in una splendida promessa di salvezza. Annuncia la restaurazione della dinastia di Davide, la riunificazione del popolo e un’era di straordinaria abbondanza e stabilità per Israele, trasformandosi in un messaggio di speranza universale ed escatologica.
Il testo si articola in tre temi fondamentali:
La restaurazione della “capanna di Davide” (vv. 11-12): La dinastia davidica, che sembrava in rovina e destinata a cadere, viene rialzata e riparata da Dio. Questo non indica solo un ritorno politico, ma l’inizio di una sovranità spirituale che accoglierà anche tutte le genti e le nazioni
La fertilità e l’abbondanza (vv. 13): Si descrive un’età dell’oro in cui la natura risponderà in modo miracoloso. Il lavoro agricolo sarà così fruttuoso che «il monte distillerà mosto e tutte le colline si scioglieranno». L’abbondanza descrive la benedizione di Dio che cancella la miseria passata.
Il ritorno e la stabilità definitiva (vv. 14-15): Gli esuli faranno ritorno, ricostruendo le città deserte per abitarvi. La promessa si conclude con un’assicurazione di radicamento assoluto: Dio pianterà il suo popolo nella terra e non sarà «mai più sradicato dal suolo che io ho dato loro».
Nella prospettiva cristiana ed ebraica, questa profezia supera l’ambito storico immediato per assumere una dimensione escatologica. Essa prefigura la venuta del Messia (figlio di Davide) e la fondazione di un regno di pace e grazia eterne, dove la salvezza è offerta a tutti coloro che sono chiamati dal Signore.
Vangelo
Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?
La discussione tra Gesù e i discepoli di Giovanni Battista “riguarda il digiuno privato intrapreso come atto di pietà personale, non il digiuno solenne del Giorno dell’Espiazione (vedi Lv 16,31-34) né i digiuni pubblici proclamati in tempi di emergenza nazionale. Gesù è accusato di non aver istruito i suoi discepoli a osservare un regime che comprendesse il digiuno religioso in tempi stabiliti.
Nel racconto di Matteo quelli che sollevano la questione sono i discepoli dell’ascetico Giovanni il Battista. Si sa di altri Giudei che digiunavano regolarmente al lunedì e al giovedì (vedi Didaché 8,1). Sembra inoltre che dopo la morte di Gesù anche i primi cristiani abbiano adottato un’analoga pratica del digiuno. La soluzione cristiana a questo dilemma era che il ministero pubblico di Gesù costituiva un periodo speciale - il tempo della presenza dello sposo - che perciò il digiuno era fuori luogo. Ma dopo la morte di Gesù, il digiuno diventava ancora una pratica accettabile per i giudeo-cristiani” (Daniel J. Harrington, Il Vangelo di Matteo).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 9,14-17
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno.
Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo porta via qualcosa dal vestito e lo strappo diventa peggiore. Né si versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si spaccano gli otri e il vino si spande e gli otri vanno perduti. Ma si versa vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano».
Parola del Signore.
Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Conosciuta anche da Marco e da Luca, questa scena si divide in due parti: la prima è una breve discussione tra Gesù e i discepoli di Giovanni il Battista (vv. 14-15); la seconda (vv. 16-17) prolunga la disputa con due detti proverbiali.
I versetti 14-15 hanno una doppia portata: infatti sono i discepoli che si vedono provocare sul problema del digiuno. E, per Matteo, questi «discepoli» sono allo stesso tempo i membri delle Chiese degli anni 80 e il gruppo che circondava Gesù verso la fine degli anni 20. Ora la risposta che il vangelo attribuisce a Gesù gioca sui due fattori. Il gruppo guidato da Gesù non digiunava, segnalandosi piuttosto grazie a un’allegra comunità di tavolata, segno della venuta del regno. Esso si distingueva così dalla pietà dei farisei e dall’austerità dei battisti, al punto che qualcuno tacciava Gesù di «mangione» e «beone» (Mt 11,19).
Ma, come ha mostrato il discorso della montagna (cfr. 6,16-18), i cristiani tornarono alla pratica del digiuno che Mt 9,15b giustifica così: i discepoli vivono attualmente nella struggente attesa dello sposo scomparso. Ciò nonostante, le Chiese degli anni 80 non erano certo considerate come modelli nel digiuno. Così, i farisei e gli adepti dei movimenti battisti avevano buon gioco a criticare l’inferiorità dei cristiani in materia.
Nel contesto di questa sezione, l’accento batte sul motivo addotto da Gesù per sottolineare l’inopportunità del digiuno: egli è lo sposo e i discepoli sono gli invitati alle nozze. L’Antico Testamento presenta Dio più volte come lo sposo di Israele (cfr. Os 2,16-22; Is 54,5-7), in genere nelle promesse relative al futuro. I primi cristiani hanno amato prolungare quest’immagine con quella dell’unione nuziale tra il Cristo e la sua Chiesa (cfr. 2Cor 11,2; Ap 21,9-10).
Insomma, il tanto desiderato tempo delle nozze sta per giungere: non si tratta più di intorpidirsi su pratiche co
me il digiuno, ma di adattare il proprio cuore alla mutata situazione.
Le due metafore complementari (vv. 16-17) accentuano l’idea che il nuovo va d’accordo solo col nuovo; occorre rinnovare se stessi per essere all’altezza dell’avvenimento.
Le immagini del vestito e del vino nuovo torneranno (cfr. Mt 22,11; 26,29). Per ora, questa controversia serve per illuminare in anticipo tre racconti che sottolineano la novità delle opere del Cristo.
Per approfondire
Epifanio Callego (Commento della Bibbia Liturgica): Dopo tante denunzie, tanti oracoli minacciosi, tante predizioni dure e amare, il libro di Amos non si poteva chiudere senza qualche parola d’incoraggiamento e di speranza, senza un ideale con prospettive di futuro. È la speranza messianica d’un Israele ideale in «quel giorno» prefissato negli eterni disegni di Dio.
Gli esegeti non sanno precisare se questo oracolo messianico pieno di speranza sia di Amos sia di qualcuno dei suoi discepoli che vide la rovina di Gerusalemme nell’anno 587. Le stesse ragioni di contenuto, di stile e di
vocabolario conducono all’una e all’altra conclusione. Fino a che non avremo altri elementi di giudizio ci basti, come credenti, sapere che abbiamo davanti a noi un oracolo profetico, quale che sia l’uomo che l’ha scritto e il tempo in cui l’ha scritto.
Comunque, sia come previsione o come avvenimento già passato, il profeta contempla la casa di Davide trasformata in una capanna screpolata e caduta, in un mucchio di rovine. Ma Dio la «rialzerà», in perfetta armonia con tanti oracoli di restaurazione davidica. E questo risorgimento sarà espresso con le plastiche immagini di dominio della casa di Davide su tutte le nazioni, fra le quali si trova Edom, per la sua proverbiale inimicizia nei riguardi di Davide, profeticamente riflessa nell’inimicizia dei due fratelli Esaù-Edorn e Giacobbe-Israele (Gn 27,30-41). Edom era l’Idumea dei tempi di Gesù, la zona nordica della penisola del Sinai, con capitale Bersabea.
L’ultima parte della lettura del libro di Amos rappresenta la classica immagine del tempo messianico, dipinto con tutti i caratteri di felicità idilliaca e paradisiaca. Era il linguaggio più appropriato, l’unico che potevano comprendere quelle menti giudaiche, avvezze a occuparsi della terra.
È un insieme di benedizioni in contrappunto con le maledizioni di 5,11, un insegnamento implicito per dire come il lavoro dell’uomo divenga fecondo sotto la benedizione di Dio. È un anello in più nella catena di profezie di restaurazione messianica, col loro duplice elemento di restaurazione della dinastia davidica e di proverbiale sovrabbondanza di beni temporali. Di fronte ai veri valori che ci sono stati rivelati nell’era messianica da essi sognata, le loro vive descrizioni sono rimaste sfumate come nebbiolina mattutina davanti al meriggio del vero Sole di giustizia.
Il digiuno di Gesù e della comunità cristiana - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali - Vol. II): Gesù ha iniziato la sua vita pubblica con un digiuno simile a quello di Mosè ed Elia: quaranta giorni e quaranta notti nel deserto (Mt 4,1-2 e Lc 4,1-2). Egli si prepara così al suo ministero tra gli uomini e al compimento del mistero pasquale, e lo fa in un contesto di tentazione, ci dicono i due evangelisti. La lotta contro satana e l’ascesi del digiuno sono pertanto strettamente uniti.
Egli però non ha imposto ai suoi discepoli la pratica di settimanali digiuni propri dei discepoli del Battista e dei farisei. Ecco il motivo: la sua presenza nel mondo deve essere salutata dalla gioia, non da espressioni di tristezza. Si fa forse digiuno il giorno delle nozze? Ora, come messia tra gli uomini egli chiama a gioia e a far festa. In breve, digiunare sarebbe un controsenso. La storia ha avuto con lui una svolta epocale, non si può dunque stare legati alle pratiche rituali del passato. Tutto è nuovo! Ecco le sue parole trasmesse dal vangelo di Marco: «Possono dunque digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare... Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo strappa il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (2,19-22; cf. parr.). In breve, Gesù è lo sposo venuto a stabilire tra Dio e gli uomini la nuova alleanza (cf. Gv 3,29). Il digiuno è piuttosto segno della sua assenza, e diventa impossibile in sua presenza.
In modo analogo Gesù si rapporta al Battista. Questi era un asceta che non toccava pane e non beveva vino. Al contrario Gesù faceva vita comune allegra, a tal punto da essere qualificato, in opposizione a Giovanni, un mangione e un beone (Lc 7,33-34).
Ma dopo la morte di Cristo, la comunità cristiana palestinese riprende a vivere secondo lo stile di vita giudaico e a far sua la pratica ascetica del digiuno, motivandola con l’osservazione che Gesù è assente, essendosene andato alla casa del Padre. Il detto del Maestro sullo sposo dunque è riportato con una precisazione: «Ma verranno giorni in cui sarà loro (discepoli) tolto lo sposo e allora digiuneranno» (Mc 2,20).
Da parte sua, la comunità di Matteo legata alle tradizioni giudaiche di stretta osservanza, ha trasmesso un insegnamento di Gesù circa la pratica del digiuno: «E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,16-18). Nessuna strumentalizzazione del digiuno, espressione di un rapporto sincero con Dio.
Perché i tuoi discepoli non digiunano? Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 30, 4: Verrà tempo in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Il Signore fa loro intendere che se i suoi discepoli non digiunano non è per intemperanza, ma per un’ammirabile disposizione, e insieme anticipa l’annuncio della sua passione; da una parte ammaestra i discepoli alle dispute con gli avversari e dall’altra li esercita alla meditazione di eventi apparentemente tristi. Sarebbe stato troppo duro e insopportabile rivolgere loro direttamente questo annuncio: e difatti, quando fu loro rivolto in seguito, li turbò estremamente. Ora, sentendone parlare in un discorso indirizzato ad altri, l’impressione che ne ricevono è meno forte.
E poiché verosimilmente i discepoli di Giovanni si gloriavano della dolorosa situazione in cui si trovava il loro maestro, il Signore reprime anche questo loro orgoglio. Ora, comunque, non fa alcun cenno alla sua risurrezione: non era ancora il momento opportuno. Perché se la morte era conforme alla natura per chi era considerato uomo, la risurrezione era un fatto al di sopra della natura umana.
Santa Elisabetta di Portogallo, Regina: Nacque a Saragozza, in Aragona (Spagna), nel 1271. Figlia del re di Spagna Pietro III, quindi pronipote di Federico II, a soli 12 anni venne data in sposa a Dionigi, re del Portogallo, da cui ebbe due figli. Fu un matrimonio travagliato dalle infedeltà del marito ma in esso Elisabetta seppe dare la testimonianza cristiana che la portò alla santità. Svolse opera pacificatrice in famiglia e, come consigliera del marito, riuscì a smorzare le tensioni tra Aragona, Portogallo e Spagna. Alla morte del marito donò i suoi averi ai poveri e ai monasteri, diventando terziaria francescana. Dopo un pellegrinaggio al santuario di Compostela, in cui depose la propria corona, si ritirò nel convento delle clarisse di Coimbra, da lei stessa fondato. Dopo la morte avvenuta nel 1336 ad Estremoz in Portogallo, il suo corpo fu riportato al monastero di Coimbra. Nel 1612 lo si troverà incorrotto, durante un’esumazione, collegata al processo canonico per proclamarla santa. Fu canonizzata a Roma da Urbano VIII nel 1625. (Avvenire)
O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.