9 Febbraio 2026
 
Lunedì V Settimana T. O.
 
1Re 8,1-7.9-13; Salmo Responsoriale dal Salmo 131 (132); Mc 6,53-56
 
Gesù annunciava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di malattie e infermità nel popolo. (Cf. Mt 4,23 - Acclamazione al Vangelo)
 
D. Mollat: Quando, nel corso del sec. II, la parola «vangelo» incominciò a designare la relazione scritta della vita e degli insegnamenti di Gesù, non perdette tuttavia il suo significato primitivo. Continuò ad indicare la buona novella nella salvezza e del regno di Dio in Cristo. «Questo vangelo - scrive S. Ireneo - gli apostoli l’hanno da prima predicato. Poi, per la volontà di Dio, ce l’hanno trasmesso nelle scritture, affinché diventi la base e la colonna della nostra fede». Il vangelo, proclamato nel corso della liturgia, annunzia al mondo la buona novella e la sua liberazione ad opera di Gesù Cristo. Rispondendo, l’assemblea manifesta lo slancio e l’esultanza del primo incontro del mondo con la novità del vangelo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Salomone ha portato a termine la costruzione del tempio. La consacrazione si compie con il sacrificio di pecore e giovenchi, in tal numero che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. Dio gradisce il sacrificio e la sua gloria riempie il tempio. La manifestazione di Dio è velata, si manifesta infatti nella nube oscura, ma allo stesso si rivela al suo popolo, nella luminosità della gloria. Il tempio è stato costruito perché Dio vi dimorasse in eterno, ma le vicende personali di Salomone spoglieranno il popolo d’Israele di questa immensa ricchezza. 
 
Vangelo
Quanti lo toccavano venivano salvati.
 
Gesù non si infastidisce, e non perde la pazienza dinanzi a una invasione di campo un po’ indiscreta; le folle lo seguono e lo inseguono dovunque udivano che egli si trovasse. I malati vogliono raggiungere le prime file per vederlo, per toccarlo perché sapevano che in questo modo venivano sanati. Gesù si “fa toccare”, è straordinaria la sua mitezza e la sua bontà. Sono i malati che hanno bisogno del medico, e lui è venuto in mezzo agli uomini per guarirli dalla lebbra del peccato e salvarli, così come ci suggerisce l’evangelista Marco: “… quanti lo toccavano venivano salvati”.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,53-56
 
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.

Parola del Signore.
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Marco): I tre versetti possono essere classificati nella categoria dei «sommari» a sintesi che ogni tanto l’evangelista fa per riassumere un periodo di attività di Gesù e per allacciare le diverse parti del suo racconto. Considerato in se stesso, il sommario non sembra apportare nuovi approfondimenti alla conoscenza di Gesù e delle relazioni Gesù-folle a Gesù-discepoli.
Il modo di agire della gente è in linea con l’episodio di quella donna che perdeva sangue (5,23-36). La fede è semplice: vogliono toccare Gesù per essere guariti dai loro mali. Comunque Marco non si sofferma a discutere sulla fede della folla e neppure specifica da quali malattie sono stati guariti.
Interessante è invece quello che Marco sottintende in questo sommario. Gesù non prende nessuna iniziativa e neppure si mette, come tante altre volte, a insegnare (vedi per esempio 6,34). La sua immagine è di uno che vuole andare altrove. Se infatti facciamo un confronto dei dati geografici riportati da Marco, dobbiamo concludere che Gesù è approdato in un territorio dove non voleva andare. Dall’imprecisato luogo della moltiplicazione dei pani costrinse i discepoli a imbarcarsi e a precederlo sull’altra riva, verso Betsaida (6,45), una città che si trova ad est del punto in cui il fiume Giordano si immette nel mare di Tiberiade, e invece a causa del vento approdarono sulla sponda opposta, nella regione di Genesaret.
Sull’ultima considerazione si può innestare, a quanto sembra, la linea di condotta scelta da Gesù. Egli ha raggiunto i suoi discepoli che non erano riusciti a precederlo a Betsaida, ma lo ha fatto perché vuole continuare a rimanere solo con loro. Il suo vagare attraverso città, paesi e campagne non è che l’inizio di quel viaggio in terra straniera di cui presto si parlerà. Anche l’incontro con la gente e poi con i farisei e gli scribi (7,1-13) è puramente casuale e dev’essere interpretato in base alla relazione Gesù-discepoli. Prendiamolo quindi come un continuo rivelarsi di Gesù ai discepoli e personalmente continuiamo a confrontarci con Gesù che si rivela, in attesa che lo stesso Marco metta sotto critica questo confronto.
 
Per approfondire
 
J. Brière: ARCA DI ALLEANZA: La presenza di Dio in Israele si manifesta in vari modi. L’arca ne è uno dei segni visibili a duplice titolo:
- in una cassetta di 125 x 75 x 75 cm. sono racchiuse le dieci parole scritte dal dito di Dio sulla pietra (Deut 10, 1-5);
- questa cassetta, ricoperta da una lamina d’oro, il «propiziatorio», e sormontata dai cherubini, è il trono e lo sgabello di Jahvè (Sal 132, 7; 1 Cron 28, 2). Così Jahvè «che siede sui cherubini» (1 Sam 4, 4; Sal 80, 2) custodisce sotto i suoi piedi la sua parola.
L’arca, riparata sotto la tenda, è come il santuario mobile che accompagna Israele dalle origini, alla partenza dal Sinai, fino alla costruzione del tempio dove sarà collocata. Da questo momento esso passa in primo piano e l’arca perde importanza e non se ne parla più nei testi; senza dubbio sparisce assieme al tempio al momento dell’esilio. Sembra che nel secondo tempio il propiziatorio sia stato nel culto il sostituto dell’arca.
Con l’arca il Dio dell’alleanza manifesta la sua presenza in mezzo al popolo - per guidarlo e proteggerlo, - per far conoscere la sua parola ed ascoltare la preghiera.
I. DIO PRESENTE MEDIANTE LA SUA AZIONE: L’arca è il segno concreto della presenza attiva di Dio durante l’esodo e la conquista della terra promessa. L’annotazione più antica (Num 10, 33) mostra Dio che in tal modo guida egli stesso le marce del suo popolo nel deserto; lo spostamento dell’arca è accompagnato da un canto bellico (10, 35; 1 Sam 4, 5): essa è l’emblema della guerra santa ed attesta la parte che Jahvè stesso, «valente guerriero» (Es 15, 3; Sal 24, 8), prende alla realizzazione della promessa: passaggio del Giordano, presa di Gerico, lotta contro i Filistei.
Nel santuario di Silo, in relazione con l’arca, appare l’espressione Jahvè-sabaoth (1 Sam 1, 3; 4, 4; 2 Sam 6, 2). A motivo di questa storia di guerre l’arca conserva un carattere sacro, ad un tempo terribile e benefico. La si identifica con Dio, dandole il suo nome (Num 10, 35; 1 Sam 4, 7).
Essa è la «gloria di Israele» (1 Sam 4, 22; cfr. Lam 2, 1), la forza del potente di Giacobbe (Sal 132, 8; 78, 61), la presenza del Dio santo in mezzo al suo popolo; esigenza di santità in chi le si vuole accostare (1 Sam 6, 19 s; 2 Sam 6, 1-11), essa manifesta la libertà di Dio, che non si lascia annettere dal popolo, pur continuando ad agire in suo favore (1 Sam 4 - 6).
La storia dell’arca conosce nello stesso tempo il suo coronamento ed il suo termine quando David la fa entrare solennemente fra la gioia popolare in Gerusalemme (2 Sam 6, 12-19; cfr. Sal 24, 7-10), dove trova il suo luogo di riposo (Sal 132; 2 Cron 6, 41 s), e quando infine Salomone la colloca nel tempio (1 Re 8). Fino allora l’arca mobile era in qualche modo a disposizione delle tribù; secondo la profezia di Nathan (2 Sam 7) l’alleanza passa attraverso la famiglia di David, che ha fatto l’unità del popolo: Gerusalemme ed il tempio erediteranno i caratteri propri dell’arca.
II. DIO PRESENTE MEDIANTE LA SUA PAROLA: L’arca è nello stesso tempo il luogo della parola di Dio. Anzitutto perché, contenendo le due tavole della legge, perpetua in Israele la «testimonianza» che Dio rende a se stesso, la rivelazione che fa della propria volontà (Es 31, 18) e la risposta che Israele ha dato a questa parola (Deut 31, 26-27). Arca d’alleanza, arca della testimonianza, queste espressioni designano l’arca in relazione alle clausole dell’alleanza incise sulle tavole per le due parti.
L’arca prolunga in certo qual modo, l’incontro del Sinai. Durante le marce nel deserto, Mosè, quando vuole consultare Jahvè, ottenere da lui una parola per il popolo (Es 25, 22) o, viceversa, pregare in favore del popolo (Num 14), entra nella tenda; lì, al di sopra dell’arca, Jahvè gli parla e «conversa con lui come con un suo amico» (Es 33, 7-11; 34, 34; Num 12, 4-8). Più tardi, Amos presenterà la sua predicazione derivante dall’arca come da un nuovo Sinai (Am 1, 2), e proprio mentre prega davanti all’arca, Isaia riceve la sua vocazione profetica (Is 6). Analogamente «dinanzi» all’arca il fedele viene ad incontrare Dio, sia per ascoltare la sua parola come Samuele (1 Sam 3), sia per consultarlo tramite i sacerdoti, custodi e interpreti della legge (Deut 31, 9 ss), sia per pregarlo come Anna (1 Sam 1, 9) o David (2 Sam 7, 18). Una specie di «devozione» all’arca che passerà anch’essa al tempio (preghiere di Salomone 1 Re 8, 30, e di Ezechia 2 Re 19, 14).
 
J. Giblet e P. Grelot: GESÙ DINANZI ALLA MALATTIA 1. Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada.
Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione.
Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.).
Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.).
2. I miracoli di guarigione sono quindi in qualche misura un’anticipazione dello stato di perfezione che l’umanità ritroverà infine nel regno di Dio, conformemente alle profezie. Ma hanno pure un significato simbolico relativo al tempo attuale. La malattia è un simbolo della stato in cui si trova l’uomo peccatore: spiritualmente, egli è cieco, sordo, paralitico ... Quindi la guarigione del malato è anche un simbolo: rappresenta la guarigione spirituale che Gesù viene ad operare negli uomini. Egli rimette i peccati del paralitico e, per dimostrare che ne ha il potere, lo guarisce (Mc 2, 1-12 par.).
Questa portata dei miracoli-segni è messa in rilievo soprattutto nel quarto vangelo: la guarigione del paralitico di Bezatha significa l’opera di vivificazione compiuta da Gesù (Gv 5, 1-9. 19-26), e quella del cieco nato fa vedere in lui la luce del mondo (Gv 9). I gesti che Gesù compie sugli ammalati preludono così ai sacramenti cristiani. Egli infatti è venuto quaggiù come il medico dei peccatori (Mc 2, 17 par.), un medico che, per togliere le infermità e le malattie, le prende su di sé (Mt 8, 17 = Is 53, 4). Tale sarà di fatto il senso della sua passione: Gesù parteciperà alla condizione dell’umanità sofferente, per poter trionfare infine dei suoi mali.
 
Quanti lo toccavano venivano salvati: «Nell’orlo della veste si può vedere la carne di lui assunta, e per cui mezzo giungiamo alla conoscenza della Parola di Dio, e possiamo godere della sua maestà» (Girolamo, Comm. In Matth., XIV).
 
I Testimoni di Cristo - Mario Sgarbossa (I Santi e i Beati) - Sant’Apollonia Vergine e Martire nel 249: Diaconessa quarantenne di Alessandria, era dedita al servizio della Chiesa secondo la tradizione apostolica di affidare ai diaconi e alle diaconesse i compiti caritativi e assistenziali. Di questa martire, molto popolare nella devozione e nel culto, benché ora sia stato limitato alle Chiese locali, parla il vescovo di Alessandria, Dionigi, in un lettera a Fabio di Antiochia.
Un suo concittadino, scrive il vescovo, «maligno indovino e cattivo poeta», aveva sobillato la popolazione contro i cristiani. Pareva proprio che la folla attendesse il segnale: «Tutti si gettarono sulle case dei cristiani; ognuno entra presso quelli che conosce, presso i vicini, saccheggia e devasta. Portano via, nelle pieghe delle vesti, tutti gli oggetti preziosi, gettano via le cose senza valore. Si sarebbe detta una città presa e saccheggiata dal nemico. I pagani presero poi l’ammirabile vergine Apollonia, già avanzata in età. Le colpirono le mascelle e le fecero uscire i denti. Poi, avendo dato fuoco a un rogo fuori dalla città, la minacciarono di gettarvela viva.
Ella chiese che la lasciassero libera un istante; ottenuto ciò, saltò rapidamente nel fuoco e fu consumata», creando al tempo stesso un grosso problema di ordine morale, oltre che umano: è lecito cercare volontariamente la morte per non venir meno alla fedeltà a Cristo? Il Martirologio romano anteriore al 1970 non si pone la questione e sottolinea semplicemente il suo gesto di generosa e incondizionata offerta a Cristo: «Apollonia si gettò spontaneamente nella pira, essendo accesa dentro di sé dalla più forte fiamma dello Spirito santo». Quel gesto suscitò emozione oltre i confini dell’Africa, e in varie città europee, compresa Roma, vennero erette chiese in suo onore. La martire, per la tortura subita, è invocata da chi soffre il mal di denti.
Gli artisti la raffigurarono con un paio di rudimentali pinze in mano, i ferri del mestiere dei denti, simbolo della sua tortura.
 
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 8 Febbraio 2026
 
V Domenica Tempo Ordinario
 
Is 58,7-10; Salmo responsoriale Dal Salmo 111 (112); 1Cor 2,1-5; Mt 5,13-16
 
Io sono la luce del mondo, dice il Signore; chi segue me, avrà la luce della vita. (Gv 8,12 - Acclamazione al Vangelo)
 
Cristo, luce del mondo - Nel NT la luce escatologica promessa dai profeti è diventata realtà: quando Gesù incomincia a predicare in Galilea, si compie l’oracolo di Is 9, 1 (Mt 4, 16). Quando risorge secondo le profezie, si è per «annunziare la luce al popolo ed alle nazioni pagane» (Atti 26, 23). Perciò i cantici conservati da Luca salutano in lui sin dall’infanzia il sole nascente che deve illuminare coloro che stanno nelle tenebre (Lc 1, 78 s; cfr. Mal 3, 20; Is 9, 1; 42, 7), la luce che deve illuminare le nazioni (Lc 2, 32; cfr. Is 42, 6; 49, 6). La vocazione di Paolo, annunziatore del vangelo ai pagani, si inserirà nella linea degli stessi testi profetici (Atti 13, 47; 26, 18).
Cristo rivelato come luce. - Tuttavia vediamo che Gesù si rivela come luce del mondo soprattutto con i suoi atti e le sue parole. Le guarigioni di ciechi (cfr. Mc 8, 22-26) hanno in proposito un significato particolare, come sottolinea Giovanni riferendo l’episodio del cieco nato (Gv 9). Gesù allora dichiara: «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9, 5). Altrove commenta: «Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8, 12); «io, la luce, sono venuto nel mondo affinché chiunque crede in me non cammini nelle tenebre» (12, 46). La sua azione illuminatrice deriva da ciò che egli è in se stesso: la parola stessa di Dio, vita e luce degli uomini, luce vera che illumina ogni uomo venendo in questo mondo (1, 4. 9). Quindi il dramma che si intreccia attorno a lui è un affrontarsi della luce e delle tenebre: la luce brilla nelle tenebre (1, 4), ed il mondo malvagio si sforza di spegnerla, perché gli uomini preferiscono le tenebre alla luce quando le loro opere sono malvagie (3, 19). Infine, al momento della passione, quando Giuda esce dal cenacolo per tradire Gesù, Giovanni nota intenzionalmente: «Era notte» (13, 30); e Gesù, al momento del suo arresto, dichiara: «È l’ora vostra, ed il potere delle tenebre» (Lc 22, 53).
Cristo trasfigurato - Finché Gesù visse quaggiù, la luce divina che egli portava in sé rimase velata sotto l’umiltà della carne. C’è tuttavia una circostanza in cui essa divenne percepibile a testimoni privilegiati, in una visione eccezionale: la trasfigurazione. Quel volto risplendente, quelle vesti abbaglianti come la luce (Mt 17, 2 par.), non appartengono più alla condizione mortale degli uomini: sono un’anticipazione dello stato di Cristo risorto, che apparirà a Paolo in una luce radiosa (Atti 9, 3; 22, 6; 26, 13); provengono dal simbolismo proprio delle teofanie del VT. Di fatto la luce che risplendette sulla faccia di Cristo è quella della gloria di Dio stesso (cfr. 2 Cor 4, 6): in qualità di Figlio di Dio egli è «lo splendore della sua gloria» (Ebr 1, 3). Così, attraverso Cristo-luce, si rivela qualcosa della essenza divina. Non soltanto Dio «dimora in una luce inaccessibile» (1 Tim 6, 16); non soltanto lo si può chiamare «il Padre degli astri» (Giac 1, 5), ma, come spiega S. Giovanni, «egli stesso è luce, ed in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1, 5). Per questo tutto ciò che è luce proviene da lui, dalla creazione della luce fisica nel primo giorno (cfr. Gv 1, 4) fino alla illuminazione dei nostri cuori ad opera della luce di Cristo (2 Cor 4, 6). E tutto ciò che rimane estraneo a questa luce appartiene al dominio delle tenebre: tenebre della notte, tenebre dello sheol e della morte, tenebre di Satana.
 
Liturgia della Parola
 
Prima lettura: Il profeta Isaia spazza via ogni falsa interpretazione del culto da prestare a Dio. Esso non è la somma asfissiante di cerimonie, ma l’esercizio concreto della carità e della misericordia verso i fratelli più bisognosi. Il culto è sincero se rende il fedele attento alla presenza dell’altro, altrimenti è sterile ritualismo. Lo stesso insegnamento è presente nel Nuovo Testamento. Quando verrà Cristo a giudicare i vivi e i morti, il giudizio verterà appunto sulla carità: “Venite [...] ricevete in eredità il regno preparato per voi [...]. Perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
 
Seconda lettura: San Paolo ad Atene aveva preparato un discorso condito con tanta sapienza umana ed era stato fischiato. Ora si presenta ai cristiani di Corinto «in debolezza e con molto timore e trepidazione» e la sua parola e il suo messaggio «non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza». Effettivamente «l’apostolo non si presentò ai corinzi come un filosofo, ma fu onesto nel dichiarare la natura della sua mercanzia alla dogana della coscienza umana: “Quando venni tra voi, non mi presentai ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola e di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso”» (Commento della Bibbia liturgica). Quella onestà appunto che oggi manca a tanti sedicenti predicatori.
 
Vangelo:
Voi siete la luce del mondo.
 
«Questi versetti sono un richiamo alla missione apostolica di cui ogni cristiano è investito per il fatto di essere tale. Ciascun cristiano è tenuto a lottare per la santificazione personale, ma anche per la santificazione degli altri. È Gesù a insegnarcelo con le analogie del sale e della luce. Come il sale preserva gli alimenti dalla corruzione, dà loro sapore, li rende gradevoli e si dissolve mescolandosi a essi, così il cristiano deve svolgere quelle medesime funzioni tra i propri simili» (La Bibbia di Navarra).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,13-16
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
Voi siete il sale della terra ... Voi siete la luce del mondo - I cristiani sono per il mondo ciò che il sale è per i cibi: danno sapore, purificano e preservano dalla corruzione. Non va dimenticato che il sale è anche sinonimo di sapienza, per cui i discepoli «sono chiamati a dare un senso nuovo, soprannaturale, cristiano alla vita umana. Senza questa azione gli uomini diventano come dissennati, senza orientazione, fatui» (Ortensio da Spinetoli). Un compito impegnativo che non può essere disatteso se non si vuole spartire la stessa sorte del sale insipido, cioè quello di essere gettato via e calpestato dalla gente.
Poiché non è possibile chimicamente parlando che il sale perda il suo sapore, la sentenza evangelica resta oscura. Ma ai tempi di Gesù come combustibile si usava generalmente lo sterco di cammello e «il sale è il catalizzatore che fa incendiare lo sterco. La sfera di sterco viene posta su un piatto di sale che forma la base della fornace. Passato del tempo, il sale perde la capacità di mantenere vivo il fuoco. Allora... quel sale non è più buono per il forno o per preparare il combustibile per la fornace. Lo si butta via. La sfida lanciata da Gesù ai suoi discepoli... è di essere catalitici, come il sale per la fornace» (John J. Pilch).
Quindi qui si alluderebbe alla vocazione di accendere fuochi, di illuminare, piuttosto che insaporire o conservare cibi. Praticamente, una esplicitazione pratica della seconda massima evangelica: Voi siete la luce del mondo. Un proseguo della missione di Cristo che amò definirsi luce del mondo (Gv 8,12).
Il tema della luce è molto caro alla sacra Scrittura.
L’essere di Dio è luce, in contrasto con l’essere umano che è tenebra. La Parola, l’insegnamento sono luce (Cf. Sal 119,5; Pr 6,23). Possiamo ricordare ancora l’invito rivolto a Israele: «Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,5). In Is 42,6 e 49,6 Israele è chiamato «luce delle nazioni». Nel giudaismo l’immagine della luce «veniva riferita volentieri alla Legge o al Tempio, come anche ad eminenti personalità religiose. Qui si vuole insinuare che questa prerogativa passa al nuovo popolo di Dio» (Angelo Lancillotti).
Per i cristiani convertirsi dalle tenebre alla luce (Atti 26,18) per credere alla luce (Gv 12,36) è un imperativo improrogabile, così è un impegno fruttuoso quello di far risplendere la propria luce davanti agli uomini, perché vedano le loro opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli.
Essere sale e luce della terra, ovvero camminare come figli della luce (Ef 5,9), è un servizio di alto valore costruttivo, rivolto a tutto il consorzio umano unicamente per la gloria Dio e non per amore di trionfalismo o per accaparrarsi i primi posti nella Chiesa e in mezzo agli uomini.
 
Per approfondire
La prima Lettera ai Corinzi - Dallo scambio epistolare tra Paolo e la Chiesa corinzia sono rimaste due lettere, l’attuale 1Corinzi e la 2Corinzi.
Corinto, rifondata da Giulio Cesare, capoluogo dell’Acaia e centro commerciale di primo piano tra il mare Egeo e l’Adriatico, era una vasta città cosmopolita. La Chiesa corinzia, fondata da Paolo all’inzio degli anni 50 d.C., era formata da convertiti provenienti da tutte le fasce sociali, un vero calderone razziale e sociale come la stessa Corinto.
Secondo alcuni esegeti Paolo avrebbe scritto la prima lettera ai Corinzi verso il 54 o il 55 durante il primo anno del suo soggiorno efesino. Molti altri protendono per il 56 o 57.
La lettera impietosamente mette a nudo una comunità scandalosamente divisa in partiti (1,10-16).
Poi, vi erano alcuni che facevano sfoggio della loro cultura o sapienza umana minando in questo modo i capisaldi della neo religione, la quale poggiava tutta sulla croce, “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1,20-31). Paolo aveva ricevuto notizie non tanto edificanti sulla fede dei Corinzi (1,11; 5,1) e aveva ricevuto anche una lettera e una delegazione venuta da Corinto che sottoponeva a Paolo alcune questio­ni da risolvere (7,1; 16,17-18).
L’Apostolo non perde tempo nel rispondere e nella lettera prende in considerazione, con forza e schiettezza, le questio­ni che erano state sottoposte alla sua attenzione; tra i tanti problemi ricordiamo: le perniciose divisioni della comunità cristiana (1,10-16); il brutto affare dell’incestuoso (5,1 -13); le infinite liti tra i cristiani che finivano dinanzi ai tribunali pagani (6,1-11) e il caos imperante nel culto, anche nella celebrazione della Cena del Signore (11,1-33).
Paolo risponde anche ad alcune domande che riguardavano il matrimonio e il celibato (7,1-40); cibi consacrati agli idoli e le riunioni profane nei templi (8-10); il velo delle donne e la loro posizione nell’assemblea (11,1-16); i doni spirituali o carismatici (13-14) e, infine, la risurrezione (15,1-58) che era «interpretata male o anche negata non solo dagli gnostici, ma anche da altri greci il cui spiritua­lismo non poteva ammettere se non la sopravvivenza dell’anima» (José Maria Gonzàlez-Ruiz).
La prima lettera ai Corinzi è senz’altro la lettera paolina più ricca di temi, di spunti dottrinali e disci­plinari. Dallo sforzo dell’apostolo di mettere ordine nel sapere e nella vita quotidiana dei Corinzi sono sgorgati insegnamenti di alta e profonda dottrina teologica e morale.
Tra i tanti insegnamenti possiamo ricordare: l’istituzione dell’Eucaristia, come sacrificio e sacramento, da parte del Signore Gesù (10,16-22; 11,23-29); la resurrezione di Cristo, come tipo e modello della resurrezione dei giusti con i loro corpi glorificati (15,1-58); la sublimità e la superiorità dello stato di verginità sul matrimonio (7,25-35); la descrizione dei carismi e il loro rapporto con le virtù teologali, specialmente con la carità (12-14); la divinità dello Spirito Santo e la sua inabitazione nell’anima del battezzato (2,10-12; 6,9; 12,4-11); la Chiesa come corpo mistico di Cristo (6,15-20; 12,27-30). Infine, con il tema della libertà di coscienza, come diritto e possibilità di agire secondo le proprie convinzioni interiori, va evidenziato il tema della logica della croce per mezzo della quale, e solo per mezzo di essa, si manifesta la sapienza, la potenza e l’amore di Dio verso tutti gli uomini.
Questa lettera, ricca di dottrina, mette sfortunatamente in risalto anche aspetti certamente non edificanti che incrinavano la santità della comunità di Corinto, un vero proprio shock per i lettori di oggi.
Ma in questo modo, la 1Corinzi, più e meglio di tutte le altre lettere, «ci presenta il quadro vivo e realistico della situazione interna di una delle primitive comunità cristiane, l’incontro della nuova fede con una delle capitali del paganesimo e la complessità dei problemi delicati che sorgono negli animi dei neofiti. Luci e ombre, virtù e vizi, entusiasmi e fiacchezze, problemi di fede e di morale, di liturgia e di disciplina: tutto ci è presentato come in uno schermo cinematografico. La Chiesa di Corinto rivive così sotto i nostri occhi» (Settimio Cipriani).
 
Il sale - Particolarmente necessario a coloro che avevano un regime d’alimentazione vegetale, il sale aveva una grande importanza per gli Israeliti che lo ricevevano principalmente dalle regioni a Sud Ovest del Mar Morto in cui c’erano importanti cave di questa sostanza (Cf. Gen 19,26; Ez 47,11).
Il sale serviva per condire le pietanze (Cf. Gb 6,6), per conservare il pesce secco, le olive e taluni foraggi. Il contadino mescolava talvolta il sale al foraggio delle sue bestie (Cf. Is 30,24).
Ma per comprendere altri impieghi del sale bisogna sapere che mangiare il sale di qualcuno, significa mangiare il suo pane e, quindi, contrarre amicizia con lui: coloro che insieme mangiano il pane e il sale, cioè  partecipano ad uno stesso pasto, sono uniti da un legame speciale. Quando, poi, i testi biblici parlano di “sale dell’alleanza” vogliono sottolineare il carattere solenne, solido, irrevocabile della convenzione stabilita (Cf. Lv 2,13; Nm 18,19; 2Cr 13,5). Può darsi che questa espressione derivi dall’obbligo di salare tutte le offerte presentate al santuario (Cf. Lv 2,13; Ez 43,24; Mc 9,49). Questa consuetudine doveva ricordare agli Israeliti la comunione particolare che li unisce al loro Dio, come dice espressamente il Levitico (2,13). Alla luce di questa lettura possiamo dire che il discepolo di Gesù sta nel mondo come “sale dell’alleanza”.
Ai tempi di Gesù si conosceva anche la proprietà purificatrice del sale. Ed è forse a causa di questo potere d’incorruttibilità che il sale si mescolava anche all’incenso (Cf. Es 30,35), di cui facilitava, d’altronde, la combustione. Ad ogni modo, l’uso del sale nel culto obbligava a tenerne in serbo in un locale speciale del Tempio (Cf. Esd 6,9; 7,22).
Forse era anche per stabilire una alleanza di sale tra la divinità e il bambino che questi alla sua nascita veniva strofinato col sale o poteva anche trattarsi d’un semplice espediente per renderlo più forte (Cf.  Ez 16,4), come anche oggi pensano i Beduini; ma forse anche tutt’e due le cose insieme.
Si sa che la parola «salario» designava al principio l’indennità concessa ai soldati romani per l’acquisto del sale.
Poiché il sale rende la terra improduttiva, i Semiti ne spargevano volentieri sull’area delle città che avevano distrutto, per colpirle - magicamente forse - di sterilità, per segnare il loro decadimento (Cf. Gdc 9,45; Dt 29,23; Gb 39,9; Sal 107,34; ecc.).
Da quanto è stato appena detto possiamo desumere che il sale è un felice simbolismo, di grande ricchezza espressiva, per inquadrare la missione del discepolo di Gesù in mezzo alla società in cui vive.
Ora se vogliamo fare un inventario del come essere sale della terra e luce del mondo, possiamo dire che si è sale e luce quando si spezza il pane con l’affamato;  quando si apre la casa e il cuore ai senza tetto, ai bisognosi, ai miseri; quando tra le pareti della propria casa domestica si è facitori di pace, di comunione; quando il cuore si apre alla grazia; quando si smette di tranciare giudizi, di condannare, di pettegolare, di ordire trame, di impastare la vita con la menzogna, la disonestà; quando si smette di parlare sporco, di usare parole equivoche, quando si smette di essere abili nel dire e nel non dire, nel dire sì e pensare no; quando si è onesti nell’andare al cuore del messaggio evangelico: “Gesù Cristo, e questi crocifisso”; quando si fonda la fede non “sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio”. Sono praticamente le buone opere che devono essere viste dagli uomini.
Non si è sale e luce quando per abulia si evitano incarichi, servizi, responsabilità, nascondendosi dietro il velo di una farisaica umiltà; quando non si vuol capire che la propria vita è per Dio, per il bene di tutti gli uomini; quando si tiene la bocca chiusa e non si è capaci di gridare al mondo le meraviglie, la bontà, l’amore del Padre che tanto “ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16); quando si accumulano peccati di omissione come i punti premio del supermercato; quando non si vuol intendere che Cristo ci viene incontro negli uomini, nostri fratelli.
Certo l’elenco non è completo, per completarlo occorre l’assidua meditazione della Parola di Dio e l’attenzione alla storia che stiamo vivendo. Oggi, alla luce della Parola di Dio, ognuno di noi si deve chiedere in che modo si possano trafficare i talenti ricevuti da Dio, come andare dentro un mondo che ha un disperato bisogno della testimonianza cristiana, della nostra vita, delle nostre opere buone, per conoscere e benedire Dio.
«Non possiamo perdere il sapore e la luminosità del cristianesimo diluendoli in chiacchiere, e neanche in semplici pratiche pie. Vedendo la nostra fede religiosa e la nostra condotta orientate alla fratellanza e all’amore, la gente ci riconoscerà come portatori della luce di Cristo e darà gloria al Padre. Come il sale e la luce, la nostra fede e la nostra condizione cristiana non ammettono mezzi termini: o trasformano e illuminano la vita, o non servono a niente» (Basilio Caballero).
Il sale, dice Gesù, non deve perdere il suo sapore.
Qualora lo perdesse a null’altro servirebbe che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
«Vi è in queste parole la dolorosa storia di chi ha perduto il “sapore” della fede e della grazia e così, “scomunicato all’interno”, vive un’esistenza randagia e nel disamore. Il “sapore” è fedeltà alla divina rivelazione e alla tradizione viva della chiesa, alla sua prassi sacramentale e alla disciplina pastorale. Occorre custodire, preservare il sale dalla corruzione” (Benvenuto Matteucci).
 
Giovanni Crisostomo, In Matth. 15,6s.: “Risplenda allo stesso modo la vostra luce agli occhi degli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Io, infatti, - sembra dire Gesù, - ho acceso la luce perché essa continui ad ardere; voi dovete essere vigilanti e pieni di zelo non solo per voi, ma anche per quelli che hanno ottenuto questa stessa legge e sono stati condotti alla verità. Le calunnie non potranno oscurare il vostro splendore, se voi vivrete con perfezione e in modo da convertire tutti gli uomini. La vostra vita sia degna della grazia e della verità che avete ricevuto: e, come questa va predicata ovunque, così anche la vostra vita vada di pari passo con essa. Ma, oltre la salvezza degli uomini, Gesù mette in risalto un altro effetto, valido a mantenerli vigilanti nel combattimento e a stimolarne tutto lo zelo. Non solo, infatti, convertirete tutto il mondo - egli aggiunge - vivendo in questo modo nuovo, ma procurerete la gloria di Dio. Se invece voi agirete diversamente, sarete colpevoli della perdizione degli uomini e del fatto che il nome di Dio sarà disonorato dai bestemmiatori.
 
Testimoni di Cristo - Beata Giuseppina Bonino (1843-1906): Nacque a Savigliano nel 1843 in una famiglia benestante e trasferitasi a Torino nel 1855, a 18 anni fece voto di verginità. A 26 anni tornò a Savigliano impegnandosi sempre più nelle attività pastorali e caritative locali. Attratta dalla spiritualità carmelitana, si iscrisse al Terz’Ordine di questa famiglia religiosa, che la aiutò poi anche nel suo cammino verso la fondazione della sua opera. Nel 1876 guarì da una neoplasia e si recò a Lourdes dove decise di consacrarsi: dopo un cammino di preparazione e approvazione avviò il suo Istituto nel 1887. Morì a Savona nel 1906.
Giovanni Paolo Il, che l’ha beatificata il 7 maggio 1995, ha detto di lei: «Il suo carisma è stato la carità familiare ... Dalla famiglia come Chiesa domestica alla comunità religiosa come famiglia spirituale: così si può sintetizzare il suo itinerario umile, nascosto ma portatore di un valore inestimabile: quello della famiglia. ambiente dell’amore straordinario nelle cose ordinarie».
 
O Dio, che fai risplendere la tua gloria
nelle opere di giustizia e di carità,
dona alla tua Chiesa di essere
luce del mondo e sale della terra,
per testimoniare con la vita
la potenza di Cristo crocifisso e risorto.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 7 Febbraio 2026
 
Sabato IV Settimana T. O.
 
1Re 3,4-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 6,30-34
 
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27 - Acclamazione al Vangelo)
 
Gabriele Miller: L’immagine del pastore ha un grande ruolo nella Bibbia. Guardando all’indietro, la professione diventa un grande ideale: i padri erano stati pastori. Perciò si sottolinea che Davide era stato chiamato e distolto dal gregge per diventare re (2Sam 7,8) e Amos per diventare profeta (Am l,l; 7,14). Anche nella storia della nascita di Gesù, i primi testimoni sono pastori (Lc 2,8ss). In diversi passi della Bibbia (per es. Is 44,28; Ger 3,15), i principi del popolo (come presso i sumeri, i babilonesi, gli assiri e i greci) sono paragonati a pastori. Si distingue, frattanto, tra pastori buoni (Es 34,11-16) e cattivi (Is 56,11; Es 34,2ss) a seconda se curavano soltanto i propri interessi o quelli del popolo. Anche di Dio si parla usando l’immagine del pastori (Sal 23; Is 40,11; Ger 31,10).
Egli intende occuparsi del suo popolo meglio di quanto facciano i pastori d’Israele, vuole raccogliere ciò che è andato perduto e offrire ai suoi ciò di cui hanno bisogno. Su questo sfondo va visto il Vangelo di Gv quando interpreta il servizio di Gesù servendosi dell’immagine del buon pastore (Gv 10; cf. lPt 2,25; Eb 13,20) e contrapponendolo al mercenario che abbandona il gregge non appena lo vede minacciato. L’immagine del pastore viene usata, infine, anche per i discepoli e i responsabili di particolari servizi nella comunità: Pietro deve pascere le pecore (Gv 21,15ss), e come nell’AT (Ger 3,15; 23,2) anche le guide delle comunità sono chiamate pastori (At 20,28; Ef 4,11). I pastori della comunità vivono curando con fedeltà e dedizione totale gli uomini loro affidati.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo: Salomone si presenta a Dio non con la sfrontatezza di un sapiente, ma con l’umiltà di chi è consapevole della propria fragilità: Io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi
Invece di chiedere ricchezza o successi militari, Salomone chiede un cuore docile. Il termine ebraico richiama un cuore che “ascolta” la voce di Dio per poter esercitare la giustizia e distinguere il bene dal male.
La preghiera di Salomone è esaudita, e  Dio gli concede il discernimento richiesto, rendendolo il re più sapiente della storia (Sap 8,19-9,12). E nella sua infinita liberalità, Dio gli concede anche ciò che non aveva chiesto: ricchezza e gloria. 
L’umiltà, la consapevolezza dei propri limiti, non umilia l’uomo ma lo innalza all’ascolto della Parola, fonte di ogni di sapienza, e come bambino svezzato lo mette tra le braccia di Dio acquistando stabilità e sicurezza (Sal 131 [130]). Per chi è chiamato a governare o a guidare gli altri, l’attitudine più importante non è il comando, ma l’ascolto. 
 
Vangelo
Erano come pecore che non hanno pastore.
 
Alla malvagità dei pastori denunciata pedissequamente dai profeti, il Vangelo contrappone la compassione di Gesù. La pericope marciana presenta Gesù mentre compie i suoi primi viaggi dentro e fuori i confini della Galilea. Questi movimenti sono scanditi da catechesi e interventi prodigiosi. I Dodici assumono sempre più l’identità di Chiesa che si raccoglie attorno a Gesù suo pastore messianico.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,30-34
 
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore.
 
Benedetto Prete: 30 Gli apostoli si raccolsero intorno a Gesù; Marco riprende la narrazione interrotta al vers. 14. Soltanto in questo passo l’evangelista usa il termine «apostoli» (= inviati), nome ben appropriato perché i Dodici erano appena rientrati da una missione compiuta in qualità di «inviati». Gli apostoli, dopo le prime esperienze del ministero, avevano molto da dire al Maestro e da parte sua anche Gesù desiderava intrattenersi con loro.
31 Venite voi pure in solitudine; cioè in un luogo appartato, in una campagna isolata, non già in un deserto che non si trova nelle vicinanze del lago. Voi pure (ὑμεῖζ αὐτοί): forse Gesù allude alla vita ritirata e solitaria che aveva condotto durante l’assenza dei discepoli. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano; forma idiomatica per indicare l’accorrere della folla intorno agli apostoli. Marco, secondo il suo modo di presentare gli avvenimenti, segnala a cose compiute la causa che le ha determinate (cf. Mc., 6, 17-18); infatti egli soltanto, a questo punto del racconto, ricorda che l’attività missionaria svolta dai Dodici aveva fatto accorrere nuova gente intorno a loro. L’invito di Gesù, ricordato in questo versetto che è proprio di Marco, mostra l’affettuoso e tenero interessamento del Salvatore per i suoi discepoli.
32-33 Partirono in barca; il modo più spiccio per sottrarsi alla folla era quello di prendere una barca e di portarsi in un’altra località rivierasca. Luca precisa che il Maestro, insieme con gli apostoli, si diresse con la barca verso una sponda solitaria nelle vicinanze di Bethsaida (cf. Lc., 9, 10). Il testo evangelico non dice se quella partenza sia stata determinata da una misura prudenziale che faceva ritenere opportuno a Gesù l’abbandono del territorio di Erode Antipa, turbato dalla fama crescente del Maestro (cf. vers. 14), per rifugiarsi in quello del tetrarca Filippo, altro figlio di Erode il Grande. La folla che vide la direzione presa dalla barca, s’incamminò lungo la sponda verso il luogo dell’approdo. Dalla regione di Cafarnao, donde era partito il gruppo dei discepoli con il Maestro, ai dintorni di Bethsaida dov’esso sbarcò, vi sono appena una decina di chilometri; la folla non esitò a percorrere a piedi quella distanza. Vi giunsero prima di essi; Marco soltanto ha questo particolare cronologico e lo ricorda con semplicità senza preoccuparsi dell’apparente inverosimiglianza. La folla precedette l’arrivo della barca al luogo dell’approdo; probabilmente la navigazione fu lenta a motivo della stanchezza dei rematori o del caldo che sottraeva energie alle loro braccia.
34 Vide quella gran folla e ne ebbe compassione; il Maestro dimentica il desiderio di solitudine e di pace che gli aveva fatto intraprendere quel viaggio sul lago; egli, alla vista della numerosa folla che ha voluto raggiungerlo a piedi, si commuove intimamente, poiché nota che nella innocente curiosità di tutte quelle persone accorse a lui vi era un segreto e indistinto desiderio di trovare una guida ed un maestro. La constatazione di Gesù (perché erano come pecore senza pastore) rievoca numerosi passi biblici (cf. soprattutto Ezechiele, 34, 5). Nell’Antico Testamento Jahvè si era proclamato pastore d’Israele ed aveva delegato altri pastori nelle persone dei re, ma questi non avevano curato il gregge. Il Messia, secondo Ezechiele 34, 23, sarebbe stato il vero ed unico pastore del gregge; Cristo a compimento di questa profezia, si mise a curarlo e ad istruirlo, (ed incominciò ad istruirle su molte [verità]).
 
Per approfondire
 
A. Barucq e P. Grelot: La ricerca della sapienza è comune a tutte le civiltà dell’Oriente antico. Raccolte di letteratura sapienziale ci sono state lasciate sia dall’Egitto che dalla Mesopotamia, ed i sette sapienti erano leggendari nella Grecia antica. Questa sapienza ha una mira pratica: si tratta per l’uomo di comportarsi con prudenza ed abilità per riuscire nella vita. Ciò implica una certa riflessione sul mondo e porta pure alla elaborazione di una morale, in cui non manca il riferimento religioso (specialmente in Egitto). Nella Grecia del sec. VI la riflessione prenderà un indirizzo più speculativo e la sapienza si trasformerà in filosofia. Accanto ad una scienza embrionale ed a tecniche che si sviluppano, la sapienza costituisce quindi un elemento importante della civiltà. È l’umanesimo dell’antichità. Nella rivelazione biblica, la parola di Dio assume pure forma di sapienza. Fatto importante, ma che bisogna interpretare correttamente. Esso non significa che la rivelazione, ad un certo stadio del suo sviluppo, si trasformi in umanesimo. La sapienza ispirata, anche quando integra il meglio della sapienza umana, è di natura diversa. Già sensibile nel VT, questo fatto appare evidente nel NT. [...].
Aspetti della sapienza cristiana - 1. Sapienza e rivelazione. - La sapienza cristiana, qual è stata descritta, presenta nette affinità con le apocalissi giudaiche: non è in primo luogo regola di vita, ma rivelazione del mistero di Dio (1 Cor 2, 6 ss), vertice della conoscenza religiosa che Paolo chiede a Dio per i fedeli (Col 1, 9) e di cui questi possono istruirsi reciprocamente (3, 16), «con un linguaggio insegnato dallo Spirito» (1 Cor 2, 13).
2. Sapienza e vita morale. - Tuttavia l’aspetto morale della sapienza non è eliminato. Alla luce della rivelazione di Cristo, sapienza di Dio, tutte le regole di condotta, che il VT collegava alla sapienza secondo Dio, acquistano al contrario la pienezza del loro significato. Non soltanto ciò che deriva dalle funzioni apostoliche (1 Cor 3, 10; 2 Piet 3, 15); ma anche ciò che concerne la vita cristiana di ogni giorno (Ef 5, 15; Col 4, 5), in cui bisogna imitare la condotta delle vergini prudenti, non quella delle vergini stolte (Mt 5, 1-12). I consigli di morale pratica, enunziati da S. Paolo nelle finali delle sue lettere, sostituiscono qui l’insegnamento dei sapienti antichi. Il fatto è ancora più evidente per la lettera di Giacomo, che, su questo preciso punto, oppone la falsa sapienza alla «sapienza dall’alto» (Giac 3, 13-17). Quest’ultima implica una perfetta rettitudine morale. Bisogna sforzarsi di conformarvi i propri atti, pur domandandola a Dio come un dono (Giac 1, 5). Questa è la sola prospettiva in cui le conquiste dell’umanesimo possono inserirsi nella vita e nel pensiero cristiani. L’uomo peccatore deve lasciarsi crocifiggere con la sua sapienza orgogliosa, se vuol rinascere in Cristo. Se lo fa, tutto il suo sforzo umano assumerà un senso nuovo, perché si effettuerà sotto la guida dello spirito.

Gesù si mise a insegnare alla folla molte cose - Roberto Tufariello (Insegnare Schede Bibliche Pastorali): Cristo è il maestro per eccellenza. Durante la sua vita pubblica, l’insegnamento costituisce un aspetto essenziale della sua attività. Nei brevi passi che riassumono la sua azione durante i viaggi in Galilea, si dice in primo luogo che egli insegnava, poi che annunziava la buona novella del regno e infine che guariva i malati (Mt 4,23).
L’insegnamento aveva luogo generalmente nelle sinagoghe (Mt 9,35; 12,9ss; 13,54; Mc 1,21; Lc 4,15; Gv 18,20); a Gerusalemme però aveva luogo nel tempio (Mc 12,35; Lc 21,37; Mt 26,55; Gv 7,14ss; 8,20). Egli però ha insegnato anche in piena campagna, presso la riva di un lago, per strada, o in casa. Insegnava quotidianamente (Mt 26,55) e in modo speciale in occasione delle feste (Gv 8,20).
«Con questi dati dei vangeli concorda il fatto che gran parte di quanto ci è stato tramandato su Gesù è costituito da insegnamenti» (Kittel).
Come si comportasse Gesù nella sua azione didattica, possiamo vederlo dal racconto della visita nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,16-21): dopo aver letto in piedi un passo biblico (Is 61,1-2), Gesù siede alla maniera di coloro che spiegavano la scrittura (Cf. Lc 2,46), e stando così seduto parla riferendosi al testo letto (Cf. Mt 13,53ss; Mc 6,2-3).
La forma del suo insegnamento, quindi, non differisce da quella usata dai maestri di Israele, tra i quali si è confuso fin nella sua giovinezza (Lc 2, 46) e che spesso lo hanno interrogato per essere illuminati (Cf. Mt 22,16; Gv 3,10). A lui, come ad essi, viene dato il titolo di rabbi, cioè maestro, ed egli lo accetta (Gv 13,13); rimprovera però agli scribi e ai farisei di ricercare questo titolo, dimenticando che per gli uomini c’è un solo maestro, Dio (Mt 23,6-8).
Tuttavia, se appare alle folle come un maestro tra gli altri, Gesù se ne distingue in diversi modi. Egli si presenta come l’interprete autorizzato della legge, che vuole portare alla perfezione (Mt 5,17). A tale riguardo egli insegna con una autorità singolare, a differenza degli scribi, così pronti a nascondersi dietro l’autorità degli antichi (Mt 7,28-29). Non dalla tradizione dei padri, ma dalla propria persona egli fa derivare la propria autorità: «Io vi dico...» (Mt 5,21-22.27-28.31-32; ecc.).
Inoltre la sua dottrina presenta un carattere di novità che colpisce gli ascoltatori (Mc 1,27), sia che si tratti del suo annuncio del regno, sia delle regole di vita che egli dà; trascurando le questioni di scuola, oggetto di una tradizione farisaica che respinge (Cf. Mt 15,1-9), egli vuol far conoscere il messaggio autentico di Dio e portare gli uomini ad accoglierlo.
Il segreto dell’atteggiamento così nuovo di Gesù è nella sua stessa persona, nella sua coscienza di essere il figlio di Dio. A differenza dei maestri umani, la sua dottrina non è «sua», ma di colui che lo ha mandato (Gv 7,16-17): egli dice soltanto ciò che il Padre gli rivela e gli ispira (Gv 8,28). Il Padre infatti «ammaestra» Gesù, cioè plasma la sua volontà in piena conformità alla propria, perché possa parlare in suo nome. Accogliere l’insegnamento di Gesù, quindi, significa essere docili a Dio stesso.
L’insegnamento di Gesù comporta un appello rivolto da Dio a tutto l’uomo; esso quindi non si riduce all’aspetto dottrinale, ma mira a educare e a configurare l’uomo secondo la volontà di Dio (Cf. Mt 5,48). Già i maestri di Israele avevano accentrato la loro attività didattica nella legge perché la concepivano come la via sulla quale l’uomo si affatica per giungere a Dio. Gesù è l’erede e il termine di questo insegnamento (Rom 10,4). Ora egli, con ognuna delle sue parole, porta gli ascoltatori nel vivo della volontà di Dio, perché la conoscano e vi aderiscano (Gv 7,17). Per giungere a tanto, bisogna aver ricevuto quella grazia interiore che, secondo la promessa dei profeti, rende l’uomo docile all’insegnamento di Dio (Gv 6,44-45).
Non tutti accolgono questa grazia: la parola di Cristo urta contro l’accecamento volontario di coloro che pretendono di possedere la luce, mentre sono ciechi (Cf. Gv 9,39-41).
 
Ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore: «Matteo spiega più chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: “Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati” [Mt 14,14]. Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l’insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo» (Beda il Venerabile).
 
I Testimoni di Cristo: Beato Anselmo Polanco Fontecha Vescovo e martire: Nacque nel 1881 a BuenaVista de Valdavia (Palencia- Spagna). A 15 anni entrò nell’Ordine agostiniano nel convento di Valadolid, dove nel 1897 emise i primi voti, poi passò a quello di La Vid (Burgos), dove completò gli studi e celebrò la prima Messa nel 1904. Negli anni 1922-1932 fu nominato priore e provinciale del suo Ordine. Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel. Durante la guerra civile spagnola il vescovo Polanco divenne per la città di Turel un punto di riferimento per molti fedeli. L’8 gennaio 1938 la città fu occupata dall’esercito repubblicano e venne arrestato monsignor Polanco. Per 13 mesi sopportò con pazienza il carcere, organizzando con i suoi compagni di prigionia una intensa vita spirituale, e il 7 febbraio 1939, insieme al suo fedele vicario Filippo Ripoll, fu fucilato e poi dato alle fiamme. Ripoll e Polanco sono stati beatificati da Giovanni Paolo II il primo ottobre 1995. I resti mortali dei due martiri riposano nella cattedrale di Teurel. (Avvenire)
 
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
 6 Febbraio 2026
 
Santi Paolo Miki, Presbitero e Compagni Martiri
 
Sir 47,2-13 (NV) [gr. 47,2-11]; Salmo Responsoriale Dal Salmo 17 (18); Mc 6,14-29
 
Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono e producono frutto con perseveranza. (Cf. Lc 8,15 - Acclamazione al Vangelo)
 
Nel NT la perseveranza è definita soprattutto dal sostantivo hypomenē, usato nei vangeli soltanto da Lc, sia a proposito della Parola di Dio da rendere feconda con perseveranza (8,15), sia in merito alla necessità di resistere alle prove e di continuare a lottare fino alla fine per seguire Gesù (21,19). A quest’ultimo senso fanno riferimento anche Mt (10,22; 24,13) e Mc (13,13), utilizzando però il verbo hypomenō. [...].
La perseveranza si può definire la virtù dei forti, che tali sono, però, non perché contano sulle proprie qualità, ma perché ripongono interamente la loro fiducia nel Signore. Alla base della perseveranza c’è infatti l’affidamento alla misericordia e alla grazia di Dio, che dà la costanza nella fede (Eb 10,36), la quale genera il coraggio, la pazienza e la speranza necessarie a sopportare le prove (Rm 5,3-4; Gc 1,3) e a continuare la corsa (Eb 12,1-2), fino al traguardo della salvezza (1Tm 4,16). L’esempio di perseveranza di Paolo - attestato da numerosi episodi in At e nelle lettere - è in questo senso un modello per ogni apostolo di Cristo. (Giuliano Vigini, Dizionario del Nuovo Testamento)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Siracide tesse le lodi del re Davide. In evidenza la sua attività di liturgo, ma in primo piano spicca la sua umiltà, una virtù assai rara in chi detiene potere e governo di popoli. Una umiltà per la quale il Signore perdonò i suoi peccati, innalzò la sua potenza per sempre, gli concesse un’alleanza regale e un trono di gloria in Israele.
 
Vangelo
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.
 
Erode tende l’orecchio ai tanti giudizi che riguardano Gesù. Gesù era diventato famoso. Alcuni dicevano addirittura che Gesù fosse Giovanni il Battista redivivo, ma Erode non si faceva abbindolare da queste chiacchiere, anche se restava dubbioso. Erode, al sentire queste cose, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!». Aveva fatto decapitare il Battista, l’aveva tolto di mezzo perché il figlio di Zaccaria e di Elisabetta lo rimproverava di adulterio. Una accusa che bruciava sopra tutto a Erodiade, l’adultera, la compagna di Erode. E così in una festa di compleanno, si festeggiava il compleanno di Erode, Erodiade con perfida astuzia ha ragione della debolezza di Erode e come dono della sua malvagità chiese e ottenne su un vassoio la testa mozzata di Giovanni il Battista.
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,14-29
 
In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello».
Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.
 
Parola del Signore.
 
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni anche Giuseppe Flavio “parla della prigionia e dell’uccisione di Giovanni nella fortezza del Macheronte, ma per motivi politici e non per la sua protesta. Erodìade era figlia di Aristobulo (figlio di Erode il Grande e di Marianne). Fu dapprima moglie di Erode, fratellastro di Antipa, dimorante a Roma. Forse questo Erode aveva un secondo nome, Filippo; oppure Mc lo confonde con Filippo tetrarca dell’Iturea e Traconitide, che in seguito sposò Salomè, figlia di Erodiade. Lo scandalo denunciato dal Battista non riguardava il divorzio di Antipa dalla figlia di Areta, ma la convivenza incestuosa con la cognata, proibita dalla Legge (cf. Lv 18,16; 20,21)” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello … una denuncia che non ammetteva deroghe, e proprio per questo Erodìade odiava Giovanni Battista.
Erodìade macchinava di uccidere Giovanni Battista, ed attendeva il momento propizio, e questo arrivò quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea.
Erodìade conosce molto bene il re Erode, un uomo violento e lussurioso, e così nella sua festa di compleanno, sapendo che nei banchetti spesso c’era poco di lecito, come esca usa la propria figlia facendola danzare davanti ai convitati, in Erode le movenze voluttuose della fanciulla suscitano passioni innominabili. Il re inebetito, anche a causa del vino, fa una promessa folle alla giovane danzatrice: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno.
La richiesta da parte della fanciulla era chiara fin dall’inizio: la testa di Giovanni Battista.
Erode “cade in una spirale di peccati (amore illegale, orgoglio, paura, giuramento) che lo portano a uccidere Giovanni, mostrando come un vizio ne attiri altri”.
La morte di Giovanni Battista, precursore di Gesù, è il destino di chi testimonia la verità, una testimonianza intrisa di sangue. Nel Nuovo Testamento il martirio non è fine a se stesso, ha come obiettivo la testimonianza: Ascoltate: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Perciò siate prudenti come serpenti e semplici come colombe. State in guardia, perché vi porteranno nei tribunali e nelle sinagoghe e vi tortureranno. Sarete trascinati davanti a governatori e re per causa mia, e sarete miei testimoni di fronte a loro e di fronte ai pagani (Mt 10,16-18).
Nonostante la malvagità e il peccato dell’uomo, l’opera di salvezza continua, perché le vie di Dio non sono le vie degli uomini: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. (Is 55,8-9).
 
Per approfondire
 
Alessandro Pronzato (Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco): Giuseppe Flavio - nelle sue Antichità Giudaiche - attribuisce l’esecuzione di Giovanni a ragioni politiche. Marco, evidentemente, preferisce accreditare la versione popolare del fattaccio. E non si può neppure escludere che le due cause (intrighi familiari e ragioni di stato, capriccio di una donna e timore di un’insurrezione) si siano sovrapposte.
Stupisce l’assolo di danza di una principessa come Salomè. Erano le prostitute, normalmente, che assicuravano quel tipo di esibizione. Qui, evidentemente, c’è la perfida regìa di Erodiade (insospettisce, infatti, il particolare che non sia stata colta di sorpresa dalla domanda della figlia, ma abbia avuto subito pronta la scelta). La donna, tra l’altro, conosce gli effetti del vino sul marito.
Uno degli aspetti che colpisce di più nel racconto è l’ambientazione: una festa. Quella che, normalmente, è occasione di gioia (e trattandosi di un sovrano dovrebbe essere contrassegnata da magnanimità nei confronti dei prigionieri), diventa la cornice di un’esecuzione spietata. Un altro elemento significativo è la contrapposizione tra attesa e rapidità …
«Venne il giorno propizio ...» (v. 21). Erodiade ha saputo aspettare, il suo odio freddo ha resistito a lungo.
E quando si è presentata l’occasione, non se l’è lasciata sfuggire. Non c’è più tempo da perdere. Da questo momento, la scena vien scandita secondo un ritmo implacabile. Sembra si sia messo in moto un meccanismo inesorabile. I «subito» si alternano alla «fretta». La ragazza torna «subito», in «tutta fretta» dal re. Vuole «subito» la testa del profeta. Erode manda «subito» il carnefice a eseguire la sentenza.
Si scopre un dinamismo che ha come punto di partenza e di arrivo Erodiade. Dalla madre, alla ragazza, al re, allo sbirro. Dal boia, alla ragazza, alla madre. Sembra che la testa di Giovanni viaggi prima ancora di essere spiccata dal collo. L’unica nota umana in questo quadro macabro è data dai discepoli che vengono a prelevare il cadavere per comporlo nel sepolcro (v. 29). E, con l’accenno alla sepoltura, forse Marco ci rimanda a un’altra vicenda che non si concluderà però in una tomba.
I discepoli di Giovanni devono limitarsi a occuparsi della sepoltura. Quelli di Cristo dovranno annunciare la risurrezione del Maestro.
Il legame tra le due vicende, comunque, è abbastanza evidente: Giovanni è stato precursore di Cristo anche nel martirio. E i discepoli vengono invitati a riflettere che la missione loro affidata può sfociare nella persecuzione. Non a caso, il prossimo «sondaggio d’opinione» su Cristo (8, 27-30), si concluderà con l’annuncio della Passione. Gesù non potrà mai essere semplicemente oggetto di curiosità.
 
Martire - C. Augrain: Martire (gr. màrtys) significa etimologicamente testimone, sia che si tratti di una testimonianza sul piano storico, o giuridico, o religioso. Ma nell’uso stabilito dalla tradizione cristiana, il nome di martire si applica esclusivamente a colui che offre la testimonianza del sangue. Quest’uso è già attestato nel NT (Atti 22, 20; Apoc 2, 13; 6,9; 17, 6): il martire è colui che dà la propria vita per fedeltà alla testimonianza resa a Gesù (cfr. Atti 7, 55-60). [...].
Il martire cristiano. - Il glorioso martirio di Cristo ha fondato la Chiesa: «Quando sarò innalzato da terra, aveva detto Gesù, attirerò a me tutti gli uomini» (Gv 12, 32). La Chiesa, corpo di Cristo, è chiamata a sua volta a dare a Dio la testimonianza del sangue per la salvezza degli uomini. La comunità ebraica aveva già avuto i suoi martiri, specialmente all’epoca dei Maccabei (2 Mac 6 - 7). Ma nella Chiesa cristiana il martirio assume un senso nuovo, che Gesù stesso rivela: è la piena imitazione di Cristo, la partecipazione perfetta alla sua testimonianza ed alla sua opera di salvezza: «Il servo non è maggiore del padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi!» (Gv 51, 20). Ai suoi tre intimi Gesù annunzia che lo seguiranno nella passione (Mc 10, 39 par.; Gv 21, 18 ss); ed a tutti rivela che soltanto il seme che muore in terra porta molto *frutto (Gv 12, 24). Così il martirio di Stefano - che evoca con tanta forza la passione - determinò la prima espansione della Chiesa (Atti 8, 4 s; 11, 19) e la conversione di Paolo (22, 20). L’Apocalisse, infine, è veramente il Libro dei Martiri, di coloro che sulle orme del Testimone fedele e veridico (Apoc 3, 14) hanno dato alla Chiesa e al mondo la testimonianza del loro sangue. L’intero libro ne celebra la prova e la gloria, di cui la passione e la glorificazione dei due testimoni del Signore sono il simbolo (Apoc 6, 9 s; 7, 14-17; 11, 11 s; 20, 4 ss).
 
La schiavitù dei desideri incontrollati - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48, 3: Tanto stimava il suo potere, era così prigioniero del tutto della passione da cederlo per una danza. Perché ti meravigli se allora accadeva questo, dal momento che anche ora, dopo una così grande filosofia, per una danza di questi giovani effeminati molti danno anche la loro ani. ma, senza avere neppure necessità di un giuramento? Divenuti prigionieri del piacere, vengono condotti come mandrie dove il lupo li trascina.
 
Testimoni di Cristo -  Santi Paolo Miki, Presbitero e Compagni Martiri: Testimoni di un Amore che non delude mai: Se i “capricci” dei potenti mutano al mutare delle stagioni, l’amore di Dio è l’unica cosa che non delude mai. E fu proprio all’abbraccio di Dio che si affidò san Paolo Miki, mentre andava verso il supplizio che lo attendeva a Osaka nel 1597. Con lui venivano crocifissi tre gesuiti, cinque francescani missionari e 17 giapponesi terziari di San Francesco. Paolo Miki fu il primo religioso giapponese, nato a Kyoto nel 1556 e battezzato all’età di 5 anni. A 22 anni entrò tra i Gesuiti, dedicandosi da subito alla predicazione: un impegno che includeva anche il dialogo con i buddhisti, nel quale Miki si distinse in maniera particolare. Tra il 1582 e il 1584 compì una visita a Roma assieme a una delegazione giapponese, autorizzata dallo Shogun Hideyoshi. Ma fu per volere dello stesso Shogun - diventato persecutore dei cristiani per motivi politici e culturali - che Miki fu arrestato nel dicembre 1596 a Nagasaki e ucciso poche settimane dopo. Le sue ultime parole furono pronunciate a latino: nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito. (Matteo Liut)
 
O Dio, forza di tutti i santi,
che hai chiamato alla gloria eterna san Paolo [Miki]
e i suoi compagni attraverso il martirio della croce,
concedi a noi, per loro intercessione,
di testimoniare con coraggio fino alla morte
la fede che professiamo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.