24 Febbraio 2026
Martedì I Settimana di Quaresima
Is 55,10-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Mt 6,7-15
Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b - Acclamazione al Vangelo)
All’inizio della vita pubblica, Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo” (Mt 4,1). Le parole dell’Acclamazione al Vangelo ricordano la prima tentazione che “è respinta con un testo del Deuteronomto (8,3). Quel testo intendeva inculcare la gratitudine degli israeliti a Dio per i benefici da lui ricevuti, fra i quali è ricordata la manna del deserto. Si metteva in evidenza l’onnipotenza di Dio nel caso concreto della manna nel deserto, ma si poteva vedere ugualmente in altre occasioni. Gesù utilizza le parole del Deuteronomio in questo senso: la fiducia nell’onnipotenza divina in funzione di un’altra alla quale occorre tendere di preferenza. Se la vita corporale fu sostentata con la manna, grazie al mandato dell’onnipotenza di Dio, vi è un’altra vita spirituale che è necessario vivere nell’ubbidienza alle sue leggi e ai suoi comandamenti, nell’accettazione della sua parola vivificante” (Felipe F. Ramos).
Liturgia della Parola
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Le vie dell’uomo non sono quelle di Dio (vv. 8-9), ribadisce il profeta agli esuli sfiduciati per un ritorno che sembra ancora lontano e a quelli che ripongono nei mezzi umani la loro fiducia (vv. 1-2). Solo l’ascolto attento della parola di Dio (v. 3) e una vera conversione del cuore porteranno (vv.6-7) alla nuova alleanza eterna e universale (vv. 3b-5) che ha il suo prologo necessario nel ritorno a Gerusalemme (vv.12-13). Dubitare che questo avvenga è dubitare di Dio, della sua potenza e della sua veracità.
Il paragone con le forze ostili della natura (vv. 10-11) deve portare alla fede incrollabile che le promesse di salvezza fatte da Dio attraverso i profeti (Ger 31,31-33; Ez 37,26-28) si realizzeranno.
Vangelo
Voi dunque pregate così.
Il Padre nostro è “la preghiera cristiana fondamentale. San Luca ne dà un testo breve [di cinque richieste], san Matteo una versione più ampia [di sette richieste]. La tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di san Matteo” (CCC 2759). Il numero sette è caro all’evangelista Matteo: “tre volte 7+7 generazioni nella genealogia [Mt 1,17]; sette beatitudini [Mt 5,3+, Mt 5,5]; sette parabole [Mt 13,3+]; perdonare non sette volte, ma settanta volte sette [Mt 18,22]; sette maledizioni dei farisei [Mt 23,13+]; sette parti del Vangelo. Forse per ottenere questo numero sette Matteo ha aggiunto al testo-base [Lc 11,2-4] la terza [cfr. Mt 7,21, Mt 21,31, Mt 26,42] e la settima domanda (cfr. il «maligno»: Mt 13,19, Mt 13,38)” (Bibbia di Gerusalemme). Questo non significa che la preghiera del Padre nostro sia uscita dalla penna di Matteo, perché la preghiera del Padre nostro “ci è insegnata e donata dal Signore Gesù. Questa preghiera che ci viene da Gesù è veramente unica: è “del Signore” (Catechismo della Chiesa Cattolica 2765).
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 6,7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».
Parola del Signore.
Felipe F. Ramos: Era usanza del tempo che ogni gruppo o setta religiosa avesse le sue preghiere specifiche. Il «Padre nostro» è la preghiera specificamente cristiana. Nel testo parallelo di Luca (11,1-4), la cosa è molto chiara: i discepoli di Gesù chiedono al Maestro una preghiera propria, come il Battista aveva insegnato preghiere proprie ai suoi discepoli. Nel testo di Matteo, questa idea è contenuta implicitamente nelle parole di Gesù: «Voi pregate così».
Padre nostro, che sei nei cieli. L’invocazione di Dio come padre era frequente nelle religioni antiche. Fra i greci Dio era chiamato così perché è il padre di tutto, cioè creatore. Nell’Antico Testamento Dio è chiamato padre d’Israele per la sua speciale relazione col suo popolo, che ha fatto uscire dalla schiavitù d’Egitto e ha protetto con miracoli evidenti. Quale senso ha il nome Padre nella nostra preghiera? Gesù è il Figlio di Dio; quelli che lo seguono e sono uniti a lui partecipano di questa filiazione. Probabilmente abbiamo qui la caratteristica della predicazione di Gesù che impressionò maggiormente i primi cristiani; tanto è vero che il titolo di padre, abba, fu semplicemente trascritto, non tradotto, per questa impressione e per rispetto, e così è giunto fino a noi nei testi del Nuovo Testamento. Quindi, il Padre nostro è la preghiera dei figli di Dio.
Sia santificato il tuo nome. Nel linguaggio della Bibbia il nome di Dio è Dio stesso, poiché il nome si identifica con la persona. Dio è il santo per eccellenza, il tre volte santo, il totalmente altro, il trascendente. Ma questo Dio trascendente si è manifestato e si è fatto conoscere. Dicendo « sia santificato il tuo nome », chiediamo che egli si manifesti, che si faccia conoscere, che mantenga le sue promesse e che tutto questo si estenda e si allarghi sempre più. Le due petizioni seguenti insistono su questa stessa idea.
Venga il tuo regno. Nei sinottici la predicazione di Gesù gira intorno al regno, regno che significa il nuovo ordine o il nuovo stato di cose nel quale sia riconosciuta e accettata la sua sovranità; è il nuovo eone, i cieli nuovi e la terra nuova nel quale sono vinti i poteri ostili a Dio. Questo regno è attualità e presenza a partire dalla presenza di Gesù; ma si chiede il suo riconoscimento nel momento presente e se ne attende la piena realizzazione nel futuro.
Sia fatta la tua volontà. Siamo sulla stessa linea delle due petizioni precedenti. In questa, si manifesta il grande desiderio che la volontà di Dio sia compiuta sulla terra come avviene in cielo.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Il domani è nelle mani di Dio: l’uomo deve lavorare senza il complesso del salariato. Si chiede a Dio di poter soddisfare i bisogni di ogni giorno e, probabilmente, si chiede a Dio un altro pane che è mezzo di comunione, il pane che è Cristo stesso assimilato per mezzo della fede e il pane dell’eucaristia.
Rimetti a noi i nostri debiti ... I «debiti» di cui si parla devono essere intesi nel senso di colpe o peccati; lo mette in evidenza il contrappunto della petizione: come noi li rimettiamo ai nostri «debitori», che sono quelli sui quali abbiamo qualche diritto per il fatto che ci hanno offesi. Verso Dio abbiamo debiti dal momento che viviamo sotto la sua «grazia» e a essa non siamo stati fedeli. Ma questo perdono che chiediamo è condizionato dal perdono che concediamo o non concediamo ai nostri «debitori».
Non ci indurre in tentazione. La tentazione dev’essere intesa qui nel senso di prova. La Bibbia considera come prova di Dio tutto quello che accade all’uomo a qualunque livello, le contrarietà di qualsiasi tipo. E l’uomo sarà giudicato tenendo conto delle sue reazioni nelle prove.
Liberaci dal male. Vi sono due modi di tradurre questa petizione: «dal male» e «dal maligno». Ai tempi di Cristo, era naturale che, in un senso come nell’altro, si pensasse al maligno, al demonio dietro qualsiasi male.
La nostra mentalità è cambiata, ma l’esperienza dell’impatto col demonio è cosa che viviamo ogni giorno.
Per approfondire
Giuseppe Manzoni: La misericordia del Padre - Una delle richieste del «Padre nostro» pone esplicitamente l’accento sul rapporto tra l’amore fraterno e quello del Padre: «... e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12). E Matteo commenta la domanda con due frasi significative: «Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).
Il commento di Matteo al «Padre nostro» probabilmente non aveva la sua collocazione originale in questo punto, ma al termine della parabola del servitore spietato (Mt 18,23-36).
In quell’occasione Pietro chiede a Gesù quante volte si debba perdonare l’offesa ricevuta. Il maestro fa suo il canto di vendetta di Lamec (Gn 4,24), ma lo interpreta nel senso del perdono (Mt 18,21-22), che non ha mai fine. Al determinismo sociologico della vendetta Gesù oppone il perdono fraterno: soltanto questo può salvare la nostra comunità di credenti dalla rovina.
Nella parabola tutto sembra inverosimile: il debito del primo servo, il verdetto di misericordia del re, la violenza dell’uomo condonato verso un suo sottoposto che gli deve pochi denari, la reazione finale del re. Però la conclusione che rappresenta la morale della parabola risulta molto chiara: il re rappresenta il Padre e i servi sono i fratelli della comunità: «Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello» (Mt 18,35). È chiaro che l’evangelista intende sottolineare i due aspetti della vita del discepolo: la gratuità assoluta del perdono divino grazie al quale i credenti sono entrati nella chiesa e l’esigenza solenne del perdono fraterno indispensabile nella comunità messianica: «Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,25).
Ora possiamo capire anche la portata di Mt 6,15.
L’amore fraterno non è la condizione della salvezza, ma la sua conseguenza.
Dio, il Padre del Cristo, ha perdonato per primo i nostri errori ed esige a sua volta che l’uomo mostri misericordia verso gli altri: è quanto ci dice 1Gv 4,19-21. Con il perdono il Padre celeste fonda una comunità di fratelli che devono la loro esistenza a un atto di grazia. È nel legame familiare tra il Padre e i fratelli nella chiesa che bisogna cercare la ragione per cui il perdono da parte di Dio include, suppone ed esige il perdono reciproco tra fratelli.
Colui che non è fratello agli altri non potrà avere Dio come Padre! Il perdono è quindi indivisibile, in esso si realizza pienamente la volontà riconciliatrice di Dio.
Un aspetto che non va trascurato nella tematica del perdono del Padre è il risalto dato dagli evangelisti all’amore di Dio verso i peccatori. Interessano questo atteggiamento le parabole della pecora smarrita e del figlio prodigo (Mt 18,10-14; Lc 15,11-32).
Se dovessimo considerare quest’ultima parabola come esempio di pedagogia paterna, dovremmo dire che il Padre non è né prudente né buon educatore. Naturalmente il significato va ben oltre il comportamento dei padri terreni. Nella parabola viene annunciato che il Padre celeste nutre un amore sconfinato verso coloro che si considerano perduti, verso i peccatori, amore che costituisce scandalo per i sapienti di questo mondo. La storia della salvezza segue un tracciato che non è quello della giustizia dell’uomo (Cf. Is 55,8). Costui si è separato da Dio. Ha voltato le spalle alla casa paterna per cercare altrove la felicità e non ha saputo approfittare dei beni che il Padre ha concesso: la ragione e la volontà libera. La miseria, la fame, il disprezzo fanno ormai parte della sua condizione. Dio ha permesso che l’uomo facesse le sue esperienze, non ha voluto costringerlo, ma nella sua sapienza ha concepito un altro piano. Colui che è morto deve rinascere ad una nuova vita perché tutti i torti saranno perdonati, ogni dolore sarà trasformato in gioia.
Non abbandonarci nella tentazione - Chi recita questa preghiera si affida alla bontà del Padre perché non venga abbandonato alla tentazione del male e alla prova della fede: tradurre «con una sola parola il termine greco è difficile: significa “non permettere di entrare in”; “non lasciarci soccombere alla tentazione”. “Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” [Gc 1,13]; al contrario vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta “tra la carne e lo Spirito”. Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza» (CCC 2846).
La radice della tentazione è nel cuore dell’uomo: «Il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto» (Gen 4,7). È inevitabile: «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1). È fascino che seduce: «Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,14-15).
La tentazione mette a nudo l’estrema debolezza dell’uomo (Cf. Rom 7,1 ss). Smaschera la subdola azione di Satana: un essere ostile a Dio e nemico dell’uomo fin dalle origini: per «l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo» (Sap 2,24; Cf. Gen 3,6; 1Cr 21,1; Zac 3,1-2). Un tristo figuro, una spia (Cf. Gb 1,6-12), un ladro (Cf. Mt 13,19), una figura equivoca e scettica riguardo all’uomo, tutta tesa a coglierlo in fallo, abile nel porre nel suo cuore pensieri malvagi (Cf. Gv 13,2.27; Atti 5,3; 1Gv 3,8), capace di scatenare su di lui mali di tutte le specie e perfino di spingerlo al male (Cfr. 1Cr 21,1). È colui che conosce bene l’arte dell’accusatore (Cf. Ap 12,10), è il tenebroso «principe di questo mondo» (Gv 12,31; 14,30; 16,11; Ef 2,2; 6,12) che regna su un impero di tenebra (Cf. Atti 26,18), è un abile trasformista che sa cangiarsi in angelo di luce (Cf. 2Cor 11,14) per ingannare, «se fosse possibile, anche gli eletti» (Mc 13,21).
Gesù ha insegnato la preghiera del Padre nostro per ricordare all’uomo che il «combattimento e la vittoria sono possibili solo nella preghiera. È per mezzo della sua preghiera che Gesù è vittorioso sul Tentatore, fin dall’inizio e nell’ultimo combattimento della sua agonia. Ed è al suo combattimento e alla sua agonia che Cristo ci unisce in questa domanda al Padre nostro. La vigilanza del cuore, in unione alla sua, è richiamata insistentemente. La vigilanza è “custodia del cuore” e Gesù chiede al Padre di custodirci nel suo Nome. Lo Spirito Santo opera per suscitare in noi, senza posa, questa vigilanza. Questa richiesta acquista tutto il suo significato drammatico in rapporto alla tentazione finale del nostro combattimento quaggiù; implora la perseveranza finale» (CCC 2849).
Non abbandonarci alla tentazione: una richiesta che mette a nudo l’estrema fragilità dell’uomo e rivela, allo stesso tempo, la sguaiata ferocia di Satana, ma anche tutta la sua infernale debolezza: un leone affamato che gira continuamente attorno ai credenti cercando chi divorare (1Pt 5,8), ma già abbattuto e vinto dal Cristo.
Una preghiera che punta diritto al cuore di Dio, l’Arbitro che ha in mano le sorti della partita: «Il Dio della pace schiaccerà ben presto Satana sotto i vostri piedi» (Rom 16,20).
«Il primato nella storia non è, infatti, quello demoniaco, ma è la signoria divina ad avere l’ultima parola e la scena finale dell’Apocalisse [capp. 21-22] ne è la raffigurazione più luminosa» (Gianfranco Ravasi).
Padre nostro: «Padre: Su questa invocazione facciamo due riflessioni: in che senso Egli è Padre e quali siano i nostri doveri verso di Lui in quanto Padre. Viene detto nostro Padre innanzitutto in ragione del modo speciale con cui ci ha creati, perché ci ha creati a sua immagine e somiglianza [cfr. Gen 1,26]: il che non fece invece con le altre creature. Così infatti la Scrittura: “É lui il padre che ti ha creato, che ti ha fatto e ti ha costituito” [Dt 32,6]. Viene poi detto Padre per il modo speciale con cui ci governa. Governa, è vero, anche tutti gli altri esseri, ma governa noi lasciandoci padroni di noi stessi. Gli altri, invece, li governa come schiavi. Questa cosa è bene espressa dal Libro della Sapienza: “Tutto è governato, o Padre, dalla tua Provvidenza... Tu ci tratti con grande riverenza” [Sap 14,3; 12,18]. Viene detto Padre anche per averci adottati. Se, infatti, alle altre creature egli ha fatto dei regalini, a noi invece ha dato l’eredità. E questo perché siamo suoi figli, e “se figli, siamo anche eredi” [Rm 8,17]. Sicché l’Apostolo può dire: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi e di paura, ma avete ricevuto lo Spirito dei figli adottivi che ci fa esclamare ‘Abbà, Padre’” [Rm 8,15]» (Tommaso d’Aquino, Commento al Padre nostro).
Testimoni di Cristo - San Sergio di Cesarea - La profezia dell’amore vince le logiche del mondo: Quanto deboli sono le nostre divinità personali? Immagini sbiadite di Dio, di quel Dio che non ci vuole schiavi delle nostre ideologie ma testimoni di un amore infinito. Troppe volte, però, la violenza delle ideologie cerca di prendere il sopravvento. La soluzione è affidarsi alla forza profetica del Vangelo, così come fece, tra gli altri, anche san Sergio di Cesarea. Secondo una «Passio» latina, Sergio era un anziano magistrato, che aveva abbandonato la toga per ritirarsi a vita da eremita. Al tempo dell’imperatore Diocleziano, però, il governatore dell’Armenia e della Cappadocia, Sapricio, trovandosi in città, convocò tutti i cristiani di Cesarea, perché prendessero parte alle celebrazioni pagane in onore di Giove. Tra loro c’era anche Sergio, ma quando apparve in mezzo alla gente i fuochi accesi per rendere onore alla divinità pagana si spensero improvvisamente. Subito la colpa dello strano fenomeno venne data ai cristiani, ma Sergio spiegò che lo spegnersi di quei fuochi era il segno dell’impotenza e della vacuità degli dei pagani davanti al Dio dei cristiani, l’unico e vero Dio. Per questo l’anziano venne subito arrestato, condannato e decapitato. (Matteo Liut)
Volgi il tuo sguardo, o Signore,
a questa tua famiglia,
e fa’ che, superando con la penitenza
ogni forma di egoismo,
risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum
Conferma i tuoi fedeli, o Dio, con la tua benedizione
e sii per loro sollievo nel dolore,
pazienza nella tribolazione,
difesa nel pericolo.
Per Cristo nostro Signore.