22 OTTOBRE 2026
 
GIOVEDÌ DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Ef 3,14-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 12,49-53
 
Papa Francesco (Angelus 14 Agosto 2016): Il Vangelo di questa domenica (Lc 12,49-53) fa parte degli insegnamenti di Gesù rivolti ai discepoli lungo la sua salita verso Gerusalemme, dove l’attende la morte in croce. Per indicare lo scopo della sua missione, Egli si serve di tre immagini: il fuoco, il battesimo e la divisione. Oggi desidero parlare della prima immagine: il fuoco.
Gesù la esprime con queste parole: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (v.49). Il fuoco di cui Gesù parla è il fuoco dello Spirito Santo, presenza viva e operante in noi dal giorno del nostro Battesimo. Esso - il fuoco - è una forza creatrice che purifica e rinnova, brucia ogni umana miseria, ogni egoismo, ogni peccato, ci trasforma dal di dentro, ci rigenera e ci rende capaci di amare. Gesù desidera che lo Spirito Santo divampi come fuoco nel nostro cuore, perché è solo partendo dal cuore che l’incendio dell’amore divino potrà svilupparsi e far progredire il Regno di Dio. Non parte dalla testa, parte dal cuore. E per questo Gesù vuole che il fuoco entri nel nostro cuore. Se ci apriamo completamente all’azione di questo fuoco che è lo Spirito Santo, Egli ci donerà l’audacia e il fervore per annunciare a tutti Gesù e il suo consolante messaggio di misericordia e di salvezza, navigando in mare aperto, senza paure.
Nell’adempimento della sua missione nel mondo, la Chiesa - cioè tutti noi che siamo la Chiesa - ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per non lasciarsi frenare dalla paura e dal calcolo, per non abituarsi a camminare entro i confini sicuri. Questi due atteggiamenti portano la Chiesa ad essere una Chiesa funzionale, che non rischia mai. Invece, il coraggio apostolico che lo Spirito Santo accende in noi come un fuoco ci aiuta a superare i muri e le barriere, ci rende creativi e ci sprona a metterci in movimento per camminare anche su strade inesplorate o scomode, offrendo speranza a quanti incontriamo. Con questo fuoco dello Spirito Santo siamo chiamati a diventare sempre più comunità di persone guidate e trasformate, piene di comprensione, persone dal cuore dilatato e dal volto gioioso. Più che mai oggi c’è bisogno di sacerdoti, di consacrati e di fedeli laici, con lo sguardo attento dell’apostolo, per commuoversi e sostare dinanzi ai disagi e alle povertà materiali e spirituali, caratterizzando così il cammino dell’evangelizzazione e della missione con il ritmo sanante della prossimità. È proprio il fuoco dello Spirito Santo che ci porta a farci prossimi degli altri, dei bisognosi, di tante miserie umane, di tanti problemi, dei rifugiati, dei profughi, di quelli che soffrono.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’apostolo Paolo prega per la comunità cristiana di Efeso perché possa comprendere quanto sconfinato è l’amore di Dio che sorpassa ogni conoscenza. Paolo prega per gli Efesini perché siano ricolmi di tutta la pienezza di Dio. San Paolo prega e rende grazie perché, fondato nella carità, ha conosciuto l’amore salvifico di Gesù: soltanto chi ha esperimentato profondamente l’amore di Gesù che salva può spalancare l’anima alla preghiera di lode.
 
Vangelo
Non sono venuto a portare pace sulla terra, ma divisione.
 
Gesù è in cammino verso Gerusalemme e parla ai suoi discepoli della sua missione che porterà al mondo pace e salvezza, ma che dovrà passare attraverso il crogiuolo della abnegazione, della rinunzia e della sofferenza.
La pace che Gesù dona agli uomini non è pacifismo, ma è un frutto che si può cogliere soltanto sull’albero della croce. Il Vangelo è tutt’altro che comodo: accoglierlo comporta il rinnegamento di sé, la piena vittoria sul peccato e l’esigenza di fedeltà alla parola data a Dio e al suo Cristo.
Il battesimo che Gesù deve ricevere è la sua Passione. Egli è angosciato «non per timore della propria morte, ma per il ritardo del compimento della nostra redenzione» (Sant’Ambrogio).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,49-53
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
 
Parola del Signore.
 
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra - Il brano si divide distintamente in due parti. Nella prima Gesù parla ai discepoli del significato profondo della sua missione sulla terra; nella seconda mette in evidenza che non c’è più posto per atteggiamenti neutrali, per questo ci saranno divisioni: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”.
Gesù ‘sale’ verso la Città santa dove l’attendono la morte ignominiosa di croce e la gloria, durante questo tragitto ammaestra e prepara i discepoli al compimento del suo mistero pasquale.
Il fuoco nelle manifestazioni divine «è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il duplice aspetto, attraente e terribile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità» (Roberto Tufariello). Invece, il fuoco che Gesù ha portato sulla terra è un po’ più misterioso: può essere il fuoco del giudizio escatologico, che purifica o castiga secondo ci si schiera pro o contro il Cristo.
Potrebbe essere invece il fuoco dello Spirito Santo che discende sui credenti immersi nelle acque salutari del Battesimo: un dono promesso e inviato da Gesù a compimento della sua missione di salvezza (cfr. At 1,5).
Un’altra ipotesi potrebbe essere quella del fuoco purificatore della Passione e della morte attraverso il quale Gesù brama di passare per portare a compimento la sua missione di salvezza. In questo modo fuoco e battesimo si saldano in un binomio inscindibile. Infatti, il battesimo che Gesù deve ricevere va inteso nel senso generico del termine battesimo, che in greco significa «immersione». Nella Passione, Gesù sarà come immerso in un mare indicibile di dolori.
Il linguaggio di Gesù ricorda «quello di Giovanni Battista, quando presentava il Messia appunto come colui che avrebbe battezzato i credenti “in Spirito Santo e fuoco” [Gv 3,16]. È tuttavia difficile sapere se in questo caso è al giudizio o allo Spirito che si riferisce il fuoco, per quanto concerne il testo di Luca. Ma un battesimo di nuovo tipo attende il Messia: il martirio. Gesù non ha certo un desiderio di morte; però il martirio non gli fa paura. E gli va incontro, perché la prova che segnerà la fine della sua missione terrena è indispensabile perché possa venire lo Spirito Santo - sotto forma di lingue di fuoco: At 2,3 - e possa continuare il tempo della Chiesa, un tempo di prova per tutti coloro che crederanno in lui» (Hugues Cousin).
La pace che Gesù dona al mondo non è una pace a buon mercato, perché comporta lacerazioni, divisioni, rotture di relazioni con gli amici, con i familiari, anche con i più intimi: «Gesù è un “segno di contraddizione” (Lc 2,34) che, senza volere le discordie, le provoca necessariamente per le esigenze di scelta che richiede» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Per approfondire
 
Sono venuto a gettare fuoco - Roberto Tufariello (Schede Bibliche): Il fuoco è un elemento presente fin dal tempo di Abramo nella storia delle relazioni tra Dio e il suo popolo; esso però «ha soltanto valore di segno, che bisogna superare per trovare Dio». Nelle teofanie, il fuoco è spesso un segno della presenza di Iahvé e ne rivela la santità sotto il suo duplice aspetto, attraente e temibile: Iahvé si manifesta all’uomo e gli parla, ma esige santità e purità.
Nei sacrifici, il fuoco è il segno della benevolenza e dell’amore di Dio, che accetta e gradisce l’offerta della creatura e la sua volontà di purificazione.
Il fuoco è anche il simbolo della collera divina, il fuoco dell’ira che divora gli empi e punisce il popolo eletto, quando si comporta da peccatore impenitente.
Gesù è annunciato da Giovanni Battista come il vagliatore che getta la paglia nel fuoco e come colui che battezza nello Spirito santo e nel fuoco: «Io vi battezzo con l’acqua per farvi convertire; ma colui che viene dopo di me è più potente di me ed io non sono degno neanche di portargli i calzari; lui vi battezzerà con lo Spirito santo e col fuoco. Ha in mano il suo ventilabro e monderà la sua aia, e raccoglierà il suo grano nel granaio e brucerà la pula con un fuoco inestinguibile» (Mt. 3,11-12).
Giovanni, nella sua predicazione, presentava il regno dei cieli, ormai imminente (Mt. 3,1-2), come una discriminazione ed un giudizio che si compiono in base alle opere di ognuno. L’era messianica è un tempo di discriminazione che purifica l’aia, ammassando il grano da una parte e gettando invece la paglia nel fuoco. Il messia dunque è il vagliatore; è il santificatore e, nello stesso tempo, il giudice. Egli inaugura il giorno di Iahvé, che porta la salvezza ai credenti, ma che riserva il fuoco della geenna a chi rifiuta la grazia. Dopo questa attestazione del Battista in suo favore, Gesù riceve il battesimo nel Giordano.
Questo atto dà inizio alla sua azione redentrice, ed è anche un segno precursore della sua passione e morte sulla croce, l’altro battesimo che egli attende di ricevere (Mc. 10, 38).
Nel vangelo di Luca, il battesimo di sangue che Gesù deve ricevere è accostato alla sua missione di portare il fuoco sulla terra (Lc. 12,49-50). È questo il solo testo in cui Gesù paragona la sua opera all’azione del fuoco. Il battesimo che egli riceverà sulla croce, accenderà un fuoco nel mondo.
L’offerta sul Calvario, infatti, è la prova del fuoco, in cui la vittima pura viene consumata e diviene purificante per gli uomini, ai quali porta il dono della grazia e della vita nuova. Attraverso il batte-simo di sangue di Gesù, «il fuoco è acceso»; esso diventerà operante per i credenti grazie all’azione dello Spirito. Per questo occorre essere battezzati nello Spirito santo e nel fuoco.
La chiesa ormai vive di questo fuoco che infiamma il mondo grazie al sacrificio di Cristo.
Tale fuoco ardeva nel cuore dei pellegrini di Emmaus, mentre ascoltavano il Maestro risorto: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc. 24,32). È disceso sui discepoli nel giorno della Pentecoste (Atti 2,3), realizzando per essi il battesimo nello Spirito e nel fuoco (cfr. Atti 1,5).
La vita cristiana è anch’essa sotto il segno del fuoco: non più quello del Sinai, ma quello che consuma l’olocausto delle nostre vite in un culto accetto a Dio (Ebr. 12,18.28-29).
Per coloro che hanno accolto il fuoco dello Spirito, la distanza tra l’uomo e Dio è superata da Dio stesso, che si è interiorizzato perfettamente nell’uomo. In questo senso è necessario essere «salati» per mezzo del fuoco, il fuoco del giudizio e quello dello Spirito, attraverso i quali si condanna l’uomo vecchio e si entra a far parte del regno come  fedeli: «Perché ciascuno sarà salato col fuoco. Buona cosa è il sale: ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace tra voi» (Mc. 9,49-50).
 
Gesù causa di dissenso: Paolo VI (Udienza Generale, 25 Luglio 1973): Siamo realisti: la vita cristiana, a volerla vivere autenticamente, è difficile. Chi cercasse di negare, ovvero di sopprimere indebitamente questo aspetto difficile, deformerebbe e forse anche tradirebbe l’autenticità della vita cristiana stessa. Oggi questo tentativo di renderla facile, agevole, senza sforzo, senza sacrificio, è in pieno svolgimento, dottrinale e pratico.
Anche a questo punto è importante avere le idee chiare. Dobbiamo fare quanto è possibile per conservare alla professione cristiana il senso di libertà, e di letizia, che le è proprio. Non dobbiamo appesantirla con leggi gravi e superflue (cfr. Matth. 23, 4). Dobbiamo infondere in noi e negli altri il gusto delle cose vere, pure, giuste, sante, amabili, oneste, diritte, come ci insegna S. Paolo (cfr. Phil. 4,8); e col gusto la facilità di immetterle nella nostra condotta. Ma appunto per questo dobbiamo avere il senso dell’assoluto, che percorre da cima a fondo la concezione religiosa cattolica: assoluto per la verità, est-est; non-non, dice il Vangelo (cfr. Matth. 5,37; cfr. Iac. 5,12; 2 Cor. 1,17), senza concederci le volontarie blandizie del dubbio, o le illusorie comodità d’un pluralismo capriccioso; assoluto per la moralità, che non può prescindere dalle esigenze delle leggi di vita impresse da Dio nell’uomo (cfr. Matth. 5, 17 e tutto il Discorso della  montagna; Rom. 2,14); assoluto per l’opera della redenzione, che reclama da noi l’applicazione della legge sovrana dell’amore, con le sue conseguenze di obbedienza, di dedizione, di espiazione, di sacrificio (cfr. Matth. 22,36; Io. 12,24; 13,34; etc.). Questa fedeltà essenziale a Cristo e alla sua croce dà alla vita cristiana il timbro dell’autenticità, che assume talvolta uno stile d’avventura imprevista e rischiosa (cfr. 2 Cor. 11,26), e perfino d’eroismo, di cui la storia della Chiesa ci offre innumerevoli e magnifici esempi, nei martiri, nei santi, nei veri fedeli. Sì, la vita cristiana è difficile, perché è logica, perché è fedele, perché è forte, perché è militante, perché è grande. Così ci conceda il Signore di comprenderla e di viverla.
 
Il fuoco e il battesimo si riferiscono alla morte e risurrezione di Gesù: «Egli ci insegna dicendo: C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto. Con questo battesimo egli intende la sua morte nella carne. Il fatto che ne fosse angosciato significa che era rattristato e preoccupato fin tanto che tale battesimo non fu compiuto. Il messaggio salvifico del Vangelo non sarebbe stato annunciato solo in Giudea. Paragonandolo con il fuoco, egli ha detto: Sono venu­to per portare il fuoco sulla terra - ma questo ora dovrebbe essere proclamato anche in tutto il mondo. Prima della croce preziosa e della sua risurrezione dai morti, si parlava dei suoi comandamenti e della gloria dei suoi miracoli divini solo in Giudea.» (Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 94).
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni Paolo II - Con gesti e parole insegnò al mondo la vera misericordia e la speranza - All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. È amore che converte i cuori e dona la pace: era il 3 aprile 2005, Domenica della Divina Misericordia, quando queste parole di san Giovanni Paolo II vennero lette al Regina Coeli. La sera prima Karol Wojtyla si era spento ma la sua forza aveva subito invaso il mondo, suscitando ovunque una profonda commozione. La Chiesa intera sentiva il dovere di coltivare la sua eredità, così ben sintetizzata in quelle parole postume. Il suo ministero petrino, iniziato il 22 ottobre 1978, si era aperto con l’invito a non avere paura e a spalancare le porte a Cristo. Un invito che oggi conserva tutta la sua profezia. D’altra parte Karol Wojtyla, con i suoi gesti intensi e le sue parole profonde, ha mostrato a tutti cosa vuol dire essere ovunque coraggiosi testimoni del Vangelo. Così come ovunque, in effetti, arrivò il suo vulcanico pontificato, che lo vide impegnato a strigliare i potenti, a mettere in guardia dalle ideologie, a piegarsi sulle ferite dell’umanità. Wojtyla era nato a Wadowice il 18 maggio 1920 ed era stato operaio, poeta, attore. Prete nel 1946, vescovo nel 1958 e arcivescovo di Cracovia nel 1964, cardinale nel 1967, infine eletto Papa il 16 ottobre 1978. Un Papa che non temeva di mostrare la propria umanità rimanendo sempre una guida salda e autorevole. Anche nella malattia. È morto il 2 aprile 2005 ed è stato canonizzato il 27 aprile 2014. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 21 Ottobre 2026
 
Mercoledì XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 3,2-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo Is 12,2-6; Lc 12,39-48 
 
«A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». Gesù lo dice ai discepoli più vicini, a quelli che con Lui stavano di più. E anche noi abbiamo ricevuto tanto dal cammino vissuto fin qui, siamo stati con Gesù e con la Chiesa e, anche se la Chiesa è una comunità con i limiti umani, tanto abbiamo ricevuto. Allora, Gesù si aspetta molto da noi. È un segno di fiducia, di amicizia. Si aspetta molto, perché ci conosce e sa che possiamo! Gesù è venuto a portare il fuoco: il fuoco dell’amore di Dio sulla terra e il fuoco del desiderio nei nostri cuori. In un certo modo, Gesù ci toglie la pace, se pensiamo la pace come una calma inerte. Questa, però, non è la vera pace. A volte vorremmo essere “lasciati in pace”: che nessuno ci disturbi, che gli altri non esistano più. Non è la pace di Dio. La pace che Gesù porta è come un fuoco e ci chiede molto. Ci chiede, soprattutto, di prendere posizione. Davanti alle ingiustizie, alle diseguaglianze, dove la dignità umana è calpestata, dove ai fragili è tolta la parola: prendere posizione. Sperare è prendere posizione. Sperare è capire nel cuore e mostrare nei fatti che le cose non devono continuare come prima. Anche questo è il fuoco buono del Vangelo. (Leone XIV - Udienza generale, 22 novembre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo): Il «mistero» (v. 3) è quello di cui ha già parlato a lungo in 1,9-10; 2,11-22, e di cui si darà di nuovo un compendio nei versi seguenti (5-7): la «ricapitolazione» cioè di tutta la realtà in Cristo e l’assunzione anche dei pagani, a pari merito con gli Ebrei, a «concittadini dei santi e familiari di Dio» (2, 19). Paolo ha conosciuto il «mistero» non per le ordinarie vie di conoscenza umana, ma per «rivelazione» (v. 3): allusione evidente alla apparizione di Damasco (Atti 9, 15; 22, 21; 26,16-18; Gal. 1,16) e a successivi fenomeni mistici (2Cor. 12,1.7). Per questo egli ha una «comprensione» tutta particolare del «mistero di Cristo» (v. 4), di cui Cristo cioè è l’oggetto e il rivelatore nello stesso tempo.
 
Vangelo
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto.
 
La parabola dell’amministratore è detta ai “pastori”  delle comunità cristiana, il cui incarico è quello di servire e non di spadroneggiare. Una raccomandazione che troviamo in tutto il Nuovo Testamento e in modo particolare nelle lettere paoline, ma a farne cenno in modo chiaro è l’apostolo Pietro: “Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,1-5). Una comunità ideale esiste soltanto nei sogni dei bambini, anche la chiesa primitiva ha dovuto affrontare il problema degli arrampicatori, di coloro che ambivano ai primi posti. Oggi tale vizio non si è attenuato, come ieri anche oggi il desiderio degli onori ha radici profonde nel cuore dell’uomo. Il farmaco per guarire da questa perniciosa malattia potrebbe essere il timore delle percosse, ma è una strada poco agevole e poco praticabile, e in verità “la paura è un atteggiamento che ci fa male. Ci indebolisce, ci rimpicciolisce. Anche ci paralizza” (Papa Francesco). L’antidoto sicuro è imparare a farsi servo dei fratelli, e la strada per raggiungere tale meta è l’umiltà. Il detto che troviamo a chiusura della parabola, A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più, vuol suggerire che i capi della comunità saranno giudicati più severamente per il posto di responsabilità che occupano.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,39-48
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».
Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
 
Parola del Signore.
 
Javier Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): «Siate pronti, con la cintura ai fianchi … siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna ... per aprirgli subito, appena arriva e bussa» (Lc 12,36). Non importa che il padrone non arrivi in un’ora prefissata: quello che conta è vivere nella tensione del suo arrivo, occuparsi dei misteri di quel regno che non bussa apertamente alla nostra porta, ma che esiste nel fondo della notte e determina la nostra attesa.
La vita vigilante non è una semplice attesa, un restare nel vuoto d’un sospiro di futuro. Pietro chiese impostando questo problema: «La dici per noi a anche per tutti?» (12,41). Gesù non ebbe bisogno di ampliare la sua esigenza: riprese la parola e raccontò la parabola dell’amministratore, che può essere fedele a malvagio (l2,42-48a).
Questa parabola ci fa vedere che il tempo dell’attesa è precisato da Luca come tempo di servizio, perché il regno si riflette già in modo decisivo nella nostra vita. È possibile che il maggiordomo posto a capo della casa sia un simbolo dei dirigenti della Chiesa. La vigilanza che gli si chiede si traduce in un servizio in favore degli altri. Il potere che è conferito è un dovere di preoccuparsi degli altri.
Esaminando con attenzione la parabola, scopriamo che l’esigenza dei ministri si è estesa a tutti i membri della Chiesa: a tutti è affidato un tipo di servizio nel tempo dell’attesa. La ricchezza del regno si traduce per tutti in un amore diretto verso gli altri. Colui che ha ricevuto il grande tesoro, che lo fa ricco davanti a Dio, comincia immediatamente a essere (dev’essere immediatamente) una fonte d’amore per gli uomini.
 
Per approfondire
 
Attingerete acqua con gioia alle sorgenti della salvezza - M. É. Boismard: Il tema dell’acqua occupa un grande posto nelle prospettive di restaurazione del popolo di Dio. Dopo il raduno di tutti i dispersi, Dio diffonderà con abbondanza le acque purificatrici, che laveranno il cuore dell’uomo per permettergli di osservare fedelmente tutta la legge di Jahvè (Ez 36, 24-27). Quindi non ci sarà più maledizione né siccità: Dio «darà la pioggia a suo tempo» (Ez 34, 26), pegno di prosperità (Ez 36, 29 s).
Le sementi germoglieranno, assicurando il pane in abbondanza; i pascoli saranno fertili (Is 30, 23 s). Il popolo di Dio sarà condotto verso le sorgenti gorgoglianti, fame e sete spariranno per sempre (Gen 31, 9; Is 49, 10).
Al termine dell’esilio a Babilonia, il ricordo dell’esodo si mescola sovente a queste prospettive di restaurazione. Il ritorno sarà effettivamente un nuovo esodo, con prodigi ancora più splendidi. Un tempo Dio, per mano di Mosè, aveva fatto sgorgare l’acqua dalla roccia per spegnere la sete del suo popolo (Es 17, 1-7; Num 20, 1-13; Sal 10 78, 16. 20; 114, 8; Is 48, 21). Ormai Dio rinnoverà questo prodigio (Is 43, 20), e con una tale magnificenza che il deserto sarà mutato in frutteto fertile (Is 41, 17-20), il paese della sete in sorgenti (Is 35, 6 s). Gerusalemme, termine di questo pellegrinaggio, possiederà una fonte perenne.
Un fiume uscirà dal tempio per scorrere verso il Mar Morto; diffonderà vita e salute lungo tutto il suo corso, e gli alberi cresceranno sulle rive, dotati d’una fecondità meravigliosa: sarà il ritorno della felicità paradisiaca (Ez 47, 1-12; cfr. Gen 2, 10-14). Il popolo di Dio troverà in queste acque la purezza (Zac 13, 1), la vita (Gioe 4, 18; Zac 14, 8), la santità (Sal 46, 5).
In queste prospettive escatologiche l’acqua riveste d’ordinario un valore simbolico. Di fatto Israele non ferma il suo sguardo alle realtà materiali, e la felicità che intravede non è soltanto prosperità carnale. L’acqua che Ezechiele vede uscire dal tempio simboleggia la potenza vivificatrice di Dio, che si diffonderà nei tempi messianici e permetterà agli uomini di portare frutto in pienezza (Ez 47, 12; Ger 17, 8; Sal 1, 3; Ez 19, 10 s). In Is 44, 3 ss, l’acqua è il simbolo dello spirito di Dio, capace di trasformare un deserto in fiorente frutteto, ed il popolo infedele in vero «Israele». Altrove la parola di Dio è paragonata alla pioggia che viene a fecondare la terra (Is 55, 10 s; cfr. Am 8, 11 s), e la dottrina che la sapienza dispensa è un’acqua vivificatrice (Is 55, 1; Eccli 15, 3; 24, 25-31). In breve, Dio è la fonte di vita per l’uomo e gli dà la forza di fiorire nell’amore e nella fedeltà (Ger 2, 13; 17, 8). Lontano da Dio, l’uomo non è che una terra arida e senza acqua, votata alla morte (Sal 143, 6); egli quindi sospira verso Dio come la cerva anela all’acqua viva (Sal 42, 2 s). Ma se Dio è con lui, egli diventa come un giardino che possiede in sé la fonte stessa che lo fa vivere (Is 58, 11).
 
Il giudizio nei Vangeli - Jean Corbon e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): Nei sinottici, la predicazione di Gesù si riferisce frequentemente al giudizio dell’ultimo giorno. Allora tutti gli uomini dovranno rendere conto (cfr. Mt 25, 14-30). Una condanna rigorosa attende gli scribi ipocriti (Mc 12,40 par.), le città del lago che non hanno ascoltato la predicazione di Gesù (Mt 11,20-24), la generazione incredula che non si è convertita alla sua voce (12,39-42), le città che non accoglieranno i suoi inviati (10,14 s). Il giudizio di Sodoma e Gomorra non sarà nulla in confronto al loro (10,23 s); essi subiranno il giudizio della Geenna (23,33). Questi insegnamenti pieni di minacce mettono in rilievo la motivazione principale del giudizio divino: l’atteggiamento assunto dagli uomini di fronte al vangelo. L’atteggiamento verso il prossimo conterà altrettanto: secondo la legge mosaica, ogni omicida era possibile di tribunale umano; secondo la legge evangelica, occorrerà molto meno per essere passibili della Geenna (Mt 5,21s).
Bisognerà rendere conto di ogni calunnia (12, 36). Si sarà giudicati con la stessa misura che si sarà applicata al prossimo (7,1-5). Ed il quadro di queste assise solenni, in cui il figlio dell’uomo funzionerà da giustiziere (25,31-46), mostra gli uomini accolti nel regno o consegnati alla pena eterna, secondo l’amore o l’indifferenza che avranno dimostrato verso il prossimo.
C’è tuttavia un delitto che, più di qualunque altro, chiama il giudizio divino. È quello con cui l’incredulità umana ha raggiunto il colmo della malizia in un simulacro di giudizio legale: il processo e la condanna a morte di Gesù (Mc 14,63 par.; cfr. Lc 24,20; Atti 13,28). Durante questo giudizio iniquo, Gesù si è rimesso a colui che giudica con giustizia (1Pier 2, 23); quindi Dio, risuscitandolo, lo ha ristabilito nei suoi diritti. Ma l’esecuzione di questa sentenza ingiusta ha richiesto, in cambio, una sentenza di Dio contro l’umanità colpevole. È sintomatico il fatto che la cornice, in cui il vangelo di Matteo colloca la morte di Gesù, coincide con lo scenario tradizionale del giudizio nell’escatologia del VT (Mt 27,45.51ss). La morte di Gesù è quindi il momento in cui il mondo è giudicato; la storia successiva, fino all’ultimo giorno, non farà che esplicitare questa sentenza. Essa, secondo la testimonianza di Gesù stesso, colpirà dapprima «coloro che sono in Giudea», i primi colpevoli (24,15ss par.); ma questo non sarà che un preludio ed un segno, che annunzierà l’avvento finale del figlio dell’uomo, giudice del grande giorno (24,29 ss). Il condannato della passione, vittima del peccato del mondo, pronunzierà allora contro il mondo peccatore una condanna clamorosa.
 
Allora Pietro disse … - Luke Timothy Johnson (Il Vangelo di Luca): Luca ha in mente nel far formulare a Pietro la domanda di 12,41, perché Luca ha già mostrato, ai Dodici e al lettore, come l’autorità spirituale debba essere simbolicamente espressa con il servizio a tavola: nell’episodio della moltiplicazione dei pani per i cinquemila (9,12-17). Pietro pertanto chiede se l’immagine del padrone-servo valga per tutti quelli che seguono Gesù o solo per i Dodici (che dobbiamo vedere nel «noi» della domanda di Pietro). Invece di dargli una risposta diretta, Gesù risponde con altre parabole. Il ruolo dell’amministratore o maggiordomo risponde bene al concetto che Luca ha dell’autorità nella comunità. Il ruolo dell’amministratore è quello di gestire gli altri servi, di vedere che ognuno svolga il suo lavoro, ma anche quello di provvedere ai loro bisogni. L’amministratore è responsabile (nella fedeltà) nei confronti del padrone che l’ha nominato, ed è anche responsabile (nella fedeltà) nei confronti degli altri schiavi. Non può essere fedele all’uno senza rispettare gli altri. Luca riprenderà questo stesso spunto di gestione familiare in 16,1-9. Vediamo ancora una volta che l’autorità viene presentata sotto forma di servizio agli altri. Sì, questo vale in modo particolare per i Dodici, quali capi e guide del rinnovato Israele. Se tutti i servi devono tenersi pronti ad accogliere il padrone al suo ritorno e svolgere il proprio lavoro in modo soddisfacente, i capi sono responsabili non solo del proprio lavoro, ma anche del lavoro della comunità nel suo insieme. Se essi svolgono bene il proprio lavoro, riceveranno in compenso un grado ancora maggiore di autorità. Ma se abusano dei loro privilegi, saranno completamente esclusi: relegati tra gli «infedeli». È facile scorgere in questo passo non solo un’anticipazione del ruolo che in seguito i Dodici svolgeranno nella comunità di Gerusalemme, ma anche un implicito avvertimento rivolto agli attuali capi del popolo, avvertimento che diventerà molto più chiaro nelle parabole delle mine (19,11-27) e della vigna (20,9-18): quelli che abusano dell’autorità che hanno su altri saranno severamente puniti. Come fanno chiaramente intendere gli ultimi detti, più grande è il dono, maggiore sarà la responsabilità e più severo il giudizio.
 
La fine del mondo - Didachè, 16, 1-8 - Sorvegliate la vostra vita. Le vostre lampade non si spengano, e non si sciolgano i vostri fianchi, ma siate pronti. Non sapete l’ora in cui nostro Signore viene (cf. Mt 24,42-44). Riunitevi spesso cercando ciò che conviene alle vostre anime non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede, se non sarete perfetti in ultimo. Negli ultimi giorni aumenteranno i falsi profeti e i corruttori, le pecore si cambieranno in lupi (cf. Mt 7,15) e l’amore si muterà in odio. Crescendo l’iniquità, gli uni odieranno gli altri, si perseguiteranno e si tradiranno. Allora comparirà il seduttore del mondo come figlio di Dio e farà segni e prodigi. La terra sarà nelle sue mani, e farà cose scellerate che mai avvennero dal principio del mondo. Allora il genere umano perverrà al fuoco della prova, si scandalizzeranno molti e periranno. Quelli, invece, che perseverano nella fede saranno salvati (cf. Mt 24,10-12) dalla maledizione di lui. E allora appariranno i segni della verità; prima il segno dello squarcio nel cielo, poi il segno del suono della tromba, in terzo luogo la risurrezione dei morti. Non di tutti, ma secondo quanto fu detto: “Verrà il Signore e tutti i santi con lui” (Zc 14,5). Allora il mondo vedrà il Signore che viene sopra le nubi del cielo (cf. Mt 24,30).
 
Testimoni di Cristo - Beato Giuseppe Puglisi - Una fede che trasforma le periferie e costruisce un mondo davvero libero: La fede cambia il destino delle persone, lascia solchi profondi nelle comunità e trasforma la società. Perché la fede è libertà del cuore, è responsabilità personale, è coraggio di andare controcorrente.
Per questa fede, fermento delle periferie dell’umanità, il beato Giuseppe Puglisi diede la vita. Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, il 15 settembre 1937, era figlio di un calzolaio, Carmelo, e di una sarta, Giuseppa Fana. Nel 1953 entrò in Seminario a Palermo e il 2 luglio 1960 fu ordinato sacerdote. I primi incarichi furono come vicario parrocchiale e vicerettore del Seminario minore. A questi impegni padre Pino affiancò l’insegnamento della religione a scuola. Fin da subito si prese a cuore la situazione degli abitanti nei quartieri periferici del capoluogo siciliano. Tra il 1970 e il 1978 fu parroco a Godrano, paesino segnato da una faida tra famiglie che egli s’impegnò a sanare. Da sempre attento alla cura delle vocazioni, il 29 settembre 1990 tornò a Brancaccio, come parroco di San Gaetano. Il suo amore per le nuove generazioni si concretizzò anche nel Centro «Padre Nostro», inaugurato il 29 gennaio 1993, divenendo un punto di riferimento per i giovani, ai quali veniva così offerta una prospettiva diversa da quella della manovalanza per la malavita. Questo, però, gli procurò minacce di morte da parte dei mafiosi. Così il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno, venne ucciso da Salvatore Grigoli sull’uscio di casa. È stato beatificato a Palermo il 25 maggio 2013 e la sua memoria liturgica cade oggi, giorno del suo Battesimo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

 

 

 20 Ottobre 2026
 
Martedì XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 2,12-22; Salmo Responsoriale Dal Salmo 84 (85); Lc 12,35-38
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 2612: In Gesù “il Regno di Dio è molto vicino”; esso chiama alla conversione e alla fede, ma anche alla vigilanza. Nella preghiera, il discepolo veglia attento a colui che È e che Viene, nella memoria della sua prima Venuta nell’umiltà della carne e nella speranza del suo secondo Avvento nella Gloria [Cf Mc 13; Lc 21,34- 36 ]. La preghiera dei discepoli, in comunione con il loro Maestro, è un combattimento, ed è vegliando nella preghiera che non si entra in tentazione [Cf Lc 22,40; Lc 22,46 ].
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura -  San Paolo ricorda agli Efesini la condizione infausta in cui si trovavano prima di accogliere il Vangelo di Cristo. Rappacificati da Cristo, ora, facendo parte della comunità dei credenti non sono più “stranieri né ospiti”, tutti hanno pari dignità, ebrei e pagani, perché si tratta di un’unica famiglia “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù”.
Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù: “Cristo poi è «pietra angolare», la pietra cioè di raccordo e di coesione delle stesse fondazioni ai loro angoli. È da Cristo «pietra angolare», che l’edificio della Chiesa, sempre «in crescita» [v.21], deriva la «compaginatura» e attinge la sua santità: su Cristo «Signore» non si può sovracostruire che un «tempio» di santità per Iddio [v. 21]” (Settimio Cipriani Le Lettere di Paolo).
 
Vangelo
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli.
 
Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze … questa vigilanza è bene descritta da Matteo nella parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Due particolari mettono in evidenza una attesa amorosa del “padrone quando torna dalle nozze”: le vesti strette ai fianchi e le lampade accese. Le vesti strette ai fianchi significa essere pronti per un viaggio o per lavorare, senza essere impediti da abiti lunghi, confortevoli, ma che avrebbero ostacolato un cammino o un lavoro spedito. Le lampade accese rappresentano la fede viva che illumina un cammino la cui meta è la perfetta comunione con il Signore della vita.
Anche Paolo parla di un sonno che porta alla rovina e di veglia che conduce alla salvezza:  “Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: “C’è pace e sicurezza!”, allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri” (1Ts 5,1-6).
Infine, alla venuta del padrone avverrà un straordinario capovolgimento di ruoli: sarà il padrone a stringersi le vesto ai fianchi e servirà i servi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,35-38
  
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».
 
Parola del Signore.

Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 35 Siano cinti i vostri fianchi; si esorta alla vigilanza in attesa dell’arrivo del padrone in modo che i servi siano pronti a riceverlo degnamente ed a servirlo. L’immagine considera la tenuta che devono indossare i servi all’arrivo del loro padrone; l’espressione tuttavia può essere interpretata in due modi distinti: avere cioè le vesti strette da una cintura perché non siano svolazzanti e, così, non impediscano la libertà dei movimenti nel servizio della mensa (cf. vers. 37; Lc., 17, 8); oppure: indossare la montura di servizio – noi diremmo la tenuta di gala – per accogliere degnamente il padrone al suo arrivo. Questa seconda interpretazione, oltre ad essere più fedele alla etimologia del verbo περιζζώνυμι (cingo tutto all’intorno; avvolgo intorno...), rispetta il parallelismo della frase, poiché nella seconda parte si parla di lampade accese; infatti per evitare ogni precipitazione e confusione all’arrivo del padrone — il quale potrebbe giungere anche in ore notturne – bisogna che i servi abbiano tutto pronto, specialmente le lampade.
36 A coloro che aspettano il loro padrone; i servi devono vivere nell’attesa; questo è il punto dottrinale che emerge dall’immagine. Quando torna da nozze; elemento puramente descrittivo che non allude a nessun fatto concreto (come in Lc., 14, 16-24; Mt., 22, 1-14); esso è ricordato per dare una giustificazione dell’assenza del padrone. Per aprirgli subito; l’immagine sconfina nell’allegoria; in verità il fatto che tutti i servi devono attendere l’arrivo del padrone per aprirgli, mentre ne basterebbe uno, costituisce un chiaro indizio che nell’immagine si nasconde una verità religiosa; i discepoli vengono avvertiti che essi devono attendere con una ininterrotta vigilanza il ritorno del loro padrone; questi tratti allegorici si riferiscono all’assenza del Figlio dell’uomo prima della parusia ed all’attesa del suo ritorno.
37 Beati quei servi...; l’intero vers. ha valore allegorico perché considera una situazione irrealizzabile nel mondo umano (cf. 17, 7-9). La beatitudine, proclamata nel vers., ha unicamente un senso religioso. In verità vi dico; Luca, contrariamente alla sua abitudine, usa qui l’ebraico ἀμήν (in verità). Alla sua venuta – nella parusia – il Figlio dell’uomo preparerà ai suoi discepoli un banchetto ed egli stesso li servirà, ricompensandoli così della vigilanza e fedeltà con cui lo hanno atteso e servito (li farà mettere a tavola e passerà a servirli).
38 Alla seconda o alla terza vigilia; molto probabilmente qui l’evangelista segue la numerazione ebraica delle vigilie della notte – gli Ebrei ne contavano tre (cf. Esodo, 14, 24: «vigilia del mattino»; Giudici, 7, 19), invece di quella romana che ne distingueva quattro (cf. Mc., 6, 48; 13, 35). Tali indicazioni sono puramente descrittive, perché «il giorno e l’ora» (Mc., 13, 32) della parusia è ignota a tutti.
 
Per approfondire
 
Attesa del ritorno del Signore - Stefano Virgulin (Vegliare in Schede Bibliche Pastorali Vol. VIII): Il tema della vigilanza compare nel Nuovo Testamento soprattutto nel contesto dell’avvento del Signore nell’ultimo giorno. La veglia costi­tuisce il caratteristico atteggiamento di quanti sono pronti ad accogliere il Signore che viene nella gloria.
Per descrivere la subitaneità e l’imprevedibilità della parusia, Gesù usa nei Van­geli paragoni e immagini tratti dalla vita ordinaria dell’uomo. La sua venuta sarà improvvisa come quella di un padrone che ritorna nel corso della notte senza aver prevenuto i servi (Mc 13,35-36), o come quella di un ladro nella notte (Mt 24,43-44). Perciò il cristiano deve stare in guardia, non lasciarsi vincere dalla noncuranza sim­boleggiata dal sonno. L’esortazione alla vigilanza escatologica è spesso sottolineata nei Vangeli: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso... È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padro­ne di casa ritornerà, se alla sera o a mezza­notte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovan­dovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!» (Mc 13,33-34; Cf. Mt 24,42-44; Lc 21,34-36). A conclusione della parabola delle dieci vergini Mt presenta la seguente esortazione: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (25,13). Luca ha questa beatitudine: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» (12,37).
L’apostolo ricorda al cristiano che, in quanto figlio del giorno e della luce, deve ve­gliare e resistere alle tenebre, se non vuole essere sorpreso dalla parusia (1Ts 5,6-8). Di qui l’esortazione alla sobrietà, alla rinuncia agli eccessi notturni, il consiglio insistente a ricorrere a tutte le armi della fede. È necessa­rio essere ben svegli per accogliere la salvezza definitiva (Rm 13,11-14).
Lo stato di «all’erta» richiede la rinuncia o almeno il distacco dai beni e piaceri della vita, come sottolinea Luca in 21,34-36: «State ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Veglia­te e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Nell’Apocalisse si trova un’esortazione alla vigilanza rivolta alla comunità di Sardi, con annessa una minaccia (Ap 3,2-3); è promessa inoltre la beatitudine a coloro che accettano l’avvertimento dell’era escatolo­gica (Ap 16,15).
Siamo ormai in attesa che spunti il giorno definitivo e si levi nei cuori la stella del mattino (2Pt 1,19).
 
Padre Lino Pedron: L’insegnamento sulla fugacità e insicurezza dei beni terreni del brano evangelico di ieri ha riportato l’attenzione verso il regno di Dio e i tesori del cielo.
I cristiani devono tenersi pronti per la venuta inattesa e improvvisa di Gesù. Essa è prospettata ad essi come un punto di costante riferimento per tenere sveglie le loro responsabilità e la loro dedizione al regno del Signore. Gesù è la guida invisibile della Chiesa; nessuno sa quando si manifesterà apertamente, ma tutti sanno che è presente e sollecita la massima collaborazione da parte di ognuno. L’insicurezza del ritorno del Signore deve tenere costantemente desta l’attenzione e l’operosità dei suoi cristiani.
Il servo fedele deve dare prova di aspettare il suo padrone anche nelle ore insolite, quando normalmente tutti dormono. Il sacrificio può apparire grande, ma la ricompensa sarà ancora più grande. Il richiamo alla venuta del Signore è essenziale nel vangelo. La vita del cristiano è un’attesa del Signore che viene. Il credente è colui che sa aspettarlo e sta ad aspettarlo. Egli veglia nella notte del mondo per far risplendere con le sue opere la luce di Dio.
La cintura ai fianchi è la tenuta di lavoro, di servizio e di viaggio prescritta per la cena pasquale (cfr Es 12,11). Questo è l’atteggiamento corretto per attendere il Signore. Non bisogna guardarlo in cielo, ma testimoniarlo sulla terra (cfr At 1,11). Il Signore che viene e bussa alla porta è un’allusione all’eucaristia; il Signore si invita a cena a casa nostra: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3,20). La sua venuta finale è vissuta quotidianamente nella cena eucaristica. La beatitudine del cristiano è vivere una vita pasquale, di cui la sorgente è l’eucaristia (cfr Lc 14,15), dove la storia di Gesù si fa nostro presente e ci introduce nel nostro futuro.
L’esistenza cristiana è attesa dello Sposo che viene per prenderci definitivamente con sé. Il cristiano non ha qui la sua patria. La casa della sua nostalgia è altrove. Straniero e pellegrino sulla terra (cfr 1Pt 2, 11) non ha quaggiù una città stabile, ma cerca quella futura ( cfr Eb 13,14). "La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo (Fil 3,20). Il suo ritorno sarà nella notte, figura della morte personale.
Il credente, giorno dopo giorno, non si stanca del ritardo del suo Signore, non si distrae, non perde la fiducia dell’incontro beatificante con lui.
 
 La fine del mondo - Didachè, 16, 1-8: Sorvegliate la vostra vita. Le vostre lampade non si spengano, e non si sciolgano i vostri fianchi, ma siate pronti. Non sapete l’ora in cui nostro Signore viene (cf. Mt 24,42-44). Riunitevi spesso cercando ciò che conviene alle vostre anime non vi gioverà tutto il tempo della vostra fede, se non sarete perfetti in ultimo. Negli ultimi giorni aumenteranno i falsi profeti e i corruttori, le pecore si cambieranno in lupi (cf. Mt 7,15) e l’amore si muterà in odio. Crescendo l’iniquità, gli uni odieranno gli altri, si perseguiteranno e si tradiranno. Allora comparirà il seduttore del mondo come figlio di Dio e farà segni e prodigi. La terra sarà nelle sue mani, e farà cose scellerate che mai avvennero dal principio del mondo. Allora il genere umano perverrà al fuoco della prova, si scandalizzeranno molti e periranno. Quelli, invece, che perseverano nella fede saranno salvati (cf. Mt 24,10-12) dalla maledizione di lui. E allora appariranno i segni della verità; prima il segno dello squarcio nel cielo, poi il segno del suono della tromba, in terzo luogo la risurrezione dei morti. Non di tutti, ma secondo quanto fu detto: “Verrà il Signore e tutti i santi con lui” (Zc 14,5). Allora il mondo vedrà il Signore che viene sopra le nubi del cielo (cf. Mt 24,30).
 
Testimoni di Cristo -  Santa Maria Mertilla Boscardin - Dalle nostre ferite la forza per curare i sofferenti: Fare delle nostre ferite uno strumento per curare le ferite degli altri è il modo più bello di mostrare il vero volto di Dio. E fu proprio questa attenzione alla cura che portò santa Maria Bertilla Boscardin, religiosa vicentina, sulla via della santità. Nata in una famiglia contadina nel 1888 a Brendola (Vicenza), nel 1905 con l’aiuto del parroco entrò nelle suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Santissimi Cuori, prestando poi servizio come infermiera nell’ospedale di Treviso. A 22 anni fu operata a causa di un tumore, iniziando così il proprio percorso di testimonianza cristiana anche da malata. A causa della Grande Guerra fu poi mandata a Como, dove, però, dovette affrontare molte incomprensioni da parte dei medici e delle sue superiore. Tornò poi all’ospedale di Treviso, riprendendo il proprio servizio accanto ai malati da infermiera nonostante l’aggravarsi del tumore. Subì quindi un nuovo intervento chirurgico, ma la malattia non le lasciò scampo: morì nel 1922, all’età di 34 anni ed è stata canonizzata da Giovanni XXIII l’11 maggio 1961: «L’irradiazione di suor Bertilla si allarga – disse papa Roncalli –: nelle corsie, a contatto con gli epidemici, a consolare, a calmare: pronta e ordinata, esperta e silenziosa, fino a far dire anche ai distratti che Qualcuno – cioè il Signore – fosse sempre con lei a dirigerla» (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 19 Ottobre 2026
 
Lunedì XXIX Settimana del tempo Ordinario
 
Ef 2,1-10; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Lc 12,13-21
 
La pienezza della nostra esistenza non dipende da ciò che accumuliamo né, come abbiamo sentito nel Vangelo, da ciò che possediamo (cfr Lc 12,13-21). È legata piuttosto a ciò che con gioia sappiamo accogliere e condividere (cfr Mt 10,8-10; Gv 6,1-13). Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle «cose di lassù» (Col 3,2), per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli nella carità, facendo crescere in noi «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità» (Col 3,12), di perdono (cfr ivi, v. 13), di pace (cfr Gv 14,27), come quelli di Cristo (cfr Fil 2,5). E in questo orizzonte comprenderemo sempre meglio cosa significhi che «la speranza […] non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (cfr Rm 5,5). (Leone XIV, Omelia nella Santa Messa in occasione del Giuibileo dei Giovani, 3 agosto 2025)
 
Liturgia della Parola
 
 
Prima Lettura - Stefano Gazzoni: Nella prima parte, Paolo dipinge la nostra condizione di un tempo: figli d’ira, camminavamo secondo il mondo e secondo le regole suggerite dal suo principe. Ma Dio è intervenuto, entrando nella nostra storia tramite Gesù: il suo grande amore si è elevato al di sopra delle nostre antiche e attuali miserie, e ci ha alleggerito il peso chiedendoci di portare il suo giogo. Inoltre, ci ha fatti sedere nel suo cielo, lo stesso luogo in cui è seduto Gesù. Io dove voglio stare?
Nella seconda parte (vv. 8-10) Paolo afferma che per grazia siamo stati creati di nuovo, e in Cristo le nostre opere potranno essere solo buone e portare, di riflesso, i giusti benefici alla nostra esistenza.
 
Vangelo
Quello che hai preparato, di chi sarà?
 
“Uno della folla” riconosce Gesù come Maestro, e credendolo anche saggio, chiede che interponga i suoi favori per la divisione di una eredità con il fratello. Gesù rifiuta questo ruolo perché “come evangelizzatore dei poveri la questione dei beni terreni si pone per lui in una prospettiva: come rinuncia ad ogni cupidigia (v.15) e condivisione con li altri (vv. 33-34) n uno spirito d’amore” (Il Nuovo Testamento).
E perché il rifiuto sia compreso nella giusta misura, Gesù racconta la parabola dell’“uomo ricco” con la quale sottolinea che tutti i pensieri dell’uomo ricco sono esclusivamente rivolti a sé e ai suoi beni. I suoi interessi lo orientano a soddisfazioni terrene,  benché lecite non lasciano spazio a Dio e al prossimo.
L’apostolo Paolo rivolgerà lo stesso invito a Timoteo: “L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (Tm 6,10).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,13-21
 
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
 
Parola del Signore.

Roberto Osculati (L’evangelo di Luca): Ancora una volta dalla folla sale una richiesta e con questa immagine letteraria si vuole affrontare un altro equivoco riguardo a Gesù e alla sua dottrina: egli dovrebbe intervenire come giudice in una questione di eredità e forse si allude così all’ordinamento economico della società. Il denaro ed il possesso di beni materiali costituiscono un aspetto fondamentale della vita collettiva ed occorre prendere posizione su questi temi essenziali.
Luca affronta qui uno degli argomenti che più lo attraggono, la libertà dalle ricchezze, cui ha già alluso ripetute volte.
Gesù fu del tutto svincolato dagli interessi economici, lo stesso chiese ad apostoli e discepoli, così devono seguirlo le sue comunità sparse nel mondo. Si tratta di un altro carattere escatologico dell’evangelo, per il quale è imminente un universo privo di proprietà, quale era immaginato alle origini. Per la Bibbia la ricchezza individuale è molto spesso un fenomeno secondario e deleterio, nato dalla colpa ed origine continua di malvagità.
Soprattutto il profetismo guardava con insofferenza la vita sedentaria di Israele, fondata sulla proprietà di case e terre, sul formarsi di una società dall forti disuguaglianze economiche, sul costituirsi di caste militari e burocratiche ad imitazione dei grandi o piccoli regni vicini. Questa evoluzione dall’iniziale vita nomadica alla monarchia generava in Israele fortissime tensioni, lo coinvolgeva nella politica internazionale, dominata dall’Egitto, dall’Assiria e da Babilonia, sarebbe stata causa della rovina del regno davidico e dell’esilio.
L’etica della povertà, della generosità, della fiducia professata dall’evangelo cristiano, è poi in contrasto con i lussi e le miserie delle città dove è presente la comunità dei discepoli. Anche la filosofia delle genti aveva riflettuto su questi problemi e spesso aveva sottoposto la ricchezza ad una critica molto serrata. Socrate, il cinimo e lo stoicismo avevano insegnato la superiorità della libertà e della coscienza dell’individuo su tutte le strutture del possesso del benessere materiale.
L’ evangelista si pone all’incrocio tra la sapienza biblica e quella delle genti nel proclamare la superiorità della vita personale sull’abbondanza dei beni e sull’illusione di far dipendere il significato della propria esistenza dal benessere materiale. La ricchezza infatti appartiene ad un mondo fallace, insipiente, transitorio e chi crede di affidare ad essa la propria persona soccomberà con la sua scomparsa ormai imminente. L’immagine del ricco stolido, capace di accrescere e conservare le proprietà materiali, ma non in grado di provvedere a se stesso, è un ammonimento rivolto a chiunque ritenga di dare solidità alla propria vita attraverso l’abbondanza esteriore.
È necessario invece raccogliere beni in un altro ordine di realtà, non in quello provvisorio cui la morte pone un limite insuperabile, altrimenti capita quello che Bonaventura afferma: “il granaio era pieno, ma il cuore era vuoto” (Bonaventura, Commentario all’evangelo di Luca XII,28).
 
Per approfondire
 
DIO o IL DENARO - Évode Beaucamp e J Guillet (Dizionario di Teologia Biblica): 1. La rivoluzione evangelica in rapporto alla ricchezza è brutale. Il «Guai a voi, o ricchi, perché avete la vostra consolazione» (Lc 6,24) ha l’accento di una condanna assoluta.
Questa assume tutto il suo rilievo quando si pone a confronto delle beatitudini e delle maledizioni del discorso della montagna, le benedizioni e le maledizioni promesse dal Deuteronomio (in occasione della grandiosa scena di Sichem), a seconda che Israele sarà, oppure no, fedele alla legge (Deut 28). Qui la distanza tra il VT ed il NT è una delle maggiori.
E questo perché il vangelo del regno annunzia il dono totale di Dio, la comunione perfetta, l’ingresso nella casa del Padre, e che, per ricevere tutto, bisogna dare tutto.
Per acquistare la perla preziosa, il tesoro unico, occorre vendere tutto (Mt 13,45 s), perché non si può servire due padroni (Mt 6,24), ed il denaro è un padrone spietato: soffoca nel cupido la parola del vangelo (Mt 13,22); fa dimenticare l’essenziale, la sovranità di Dio (Lc 12,15-21); blocca sulla via della perfezione i cuori meglio disposti (Mt 19,21s). È una legge assoluta, e che non pare ammettere né eccezioni né attenuazioni: «Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi beni, non può essere mio discepolo» (Lc 14,33; cfr. 12,33). Il ricco, che ha in questo mondo «i suoi beni» (Lc 16,25) e «la sua consolazione» (6, 24), non può entrare nel regno; sarebbe «più facile ad un cammello passare attraverso la cruna di un ago» (Mt 19,23 s par.). Soltanto i poveri sono capaci di accogliere la buona novella (Is 61,1 = L 4,18; Lv 1,53) e proprio facendosi povero per noi il Signore ha potuto arricchirci (2 Cor 8,9) con la sua «insondabile ricchezza » (Ef 3,8).
2. Dare ai poveri. - Rinunziare alla ricchezza non significa necessariamente non comportarsi più da proprietario. Persino al seguito di Gesù vi furono alcune persone agiate, e proprio un ricco uomo di Arimatea accolse il corpo del Signore nella sua tomba (Mt 27,57). Il vangelo non vuole che ci si sbarazzi della propria fortuna come di un peso ingombrante, ma esige che la si distribuisca ai poveri (Mt 19,21 par.; Lc 12,33; 19,8); facendosi degli amici con il «denaro disonesto» - quale fortuna infatti è, nel mondo, immune da ogni ingiustizia? - i ricchi possono quindi sperare che Dio aprirà loro la via difficile della salvezza (Lc 16,9). Lo scandalo non è che ci sia un ricco ed un povero Lazzaro, ma che Lazzaro, «pur desiderando nutrirsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco» (Lc 16,21), non ne ricevesse nulla. Il ricco è responsabile del povero; colui che serve Dio dà il suo denaro ai poveri, colui che serve Mammona lo conserva per appoggiarsi su di esso.
Infine la vera ricchezza non è quella che si possiede, ma quella che si dà, perché questo dono chiama la generosità di Dio, unisce nel ringraziamento colui che dà e colui che riceve (2Cor 9,11) e permette al ricco di esperimentare anch’egli che c’è «più felicità nel dare che nel ricevere» (Atti 20,35).
 
 
Catechismo degli Adulti: [135] Beati i poveri, perché Dio li ama, si impegna a liberarli dalla sofferenza e fin d’ora conferisce loro la dignità di suoi figli, che nessuna circostanza esteriore può compromettere. Chi vive consapevolmente la comunione filiale con Dio, fa esperienza di gioia anche in mezzo alle tribolazioni, come Gesù. È necessario però condividere l’atteggiamento del Maestro «mite e umile di cuore» ( Mt 11,29 ) e vivere secondo lo spirito delle beatitudini. Confidare nella ricchezza, gloriarsi della propria giustizia, considerarsi autosufficienti: ecco ciò che impedisce di accogliere il regno di Dio, che è dono gratuito.
 
Sobrietà non è solo freno della lussuria - Crisostomo Giovanni, In epist. ad Titum, 5, 2: Capisci ciò che sto ripetendo ogni momento, che la sobrietà non è limitata solo all’astinenza dalla fornicazione, ma vuole il controllo e la fuga anche di tutti gli altri vizi? Dunque chi ama il denaro, non è sobrio. Come, infatti, quello va in cerca di corpi, questo va in cerca di denaro. Anzi questo è più intemperante, perché non è trascinato con altrettanta violenza. Verrebbe, infatti, chiamato inesperto non il cocchiere, che non riuscisse a domare con le redini un cavallo focoso e senza freni, ma quello che non riuscisse a tenerne a bada uno piuttosto mansueto.
 
Testimoni di Cristo - San Paolo della Croce. Nel grido delle vittime innocenti il dolore di Dio nell’ora del Golgota: Vediamo sangue e dolore, pianto e disperazione, ma cogliamo la Croce; sentiamo il grido di un’umanità ferita e cogliamo la sofferenza di Dio; vediamo la morte di innocenti e ci troviamo sul Golgota, ai piedi del Crocifisso. E fu proprio con lo sguardo verso la Passione di Cristo che visse e operò san Paolo della Croce. Al secolo Francesco Paolo Danei, era nato a Ovada, nell’Alessandrino, nel 1694, primo di 16 figli di una famiglia di origine nobile ma in ristrettezze economiche e per questo egli dovette aiutare il padre nel suo lavoro di commerciante. Fin da giovane aveva coltivato il progetto di creare un nuovo ordine religioso, immaginando all’inizio una congregazione impegnata a combattere i “Turchi”. A 26 anni si ritirò a vita eremitica presso la chiesa di Castellazzo Bormida. Qui maturò l’idea di un altro Ordine religioso, ispirato alla Passione di Cristo: questo nuovo cammino prese il via nel 1720 quando mise le fondamenta dei «Poveri di Gesù» assieme al primo compagno, il fratello Giovanni Battista. Nel 1725 Benedetto XIII gli permise di accogliere altri compagni nella nuova congregazione: presero vita così i «Chierici scalzi della santa Croce e della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo» (Passionisti). Ordinato prete nel 1727 e ritiratosi sul monte Argentario, vide le regole approvate da Benedetto XIV il 15 maggio 1741. Tornò a Roma nel 1750 impegnandosi nella predicazione per il Giubileo. Nel 1771 Paolo, con la collaborazione della venerabile madre Crocifissa Costantini, fondò le Claustrali Passioniste. Consigliere dei Papi, morì nel 1775. (Matteo Liut)
 
-> O Padre, il santo presbitero Paolo,
che amò la Croce di amore singolare,
ci ottenga la tua grazia,
perché, attirati con forza dal suo esempio,
abbracciamo con coraggio la nostra croce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo