16 Ottobre 2026
Venerdì XXVIII Settimana del Tempo Ordinario
Ef 1,11-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 12,1-7
Gesù, inviando i discepoli in missione (…) fa un accostamento tra ciò che ascoltiamo “all’orecchio”, cioè nel segreto del cuore, e ciò che siamo chiamati a proclamare a tutti, ricordandoci che l’annuncio del Vangelo è prima di tutto condivisione di un incontro personale con Lui, unico per ciascuno. La forza dell’apostolato, infatti, al di là di tecniche e strumenti, si fonda sull’opera dello Spirito Santo in noi e sull’autenticità della nostra risposta. San Tommaso d’Aquino parlava della predicazione come di un trasmettere agli altri ciò che abbiamo contemplato: “contemplata aliis tradere” (cfr Summa Theologiae, III, q. 40, a. 1, ad 2). (…) Adesso come allora, è impegnativo rimanere fedeli agli insegnamenti di Gesù e annunciare la sua Parola: rispondere all’odio con l’amore, alla prepotenza con la mitezza, allo scoraggiamento con la perseveranza. Per questo è necessario che affondiamo le radici della nostra fede e della nostra missione in un intenso rapporto con Lui (cfr Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Questo ci dà la forza di non arrenderci e di continuare a trasmettere a tutti, in ogni circostanza, il suo messaggio di speranza, d’amore e di pace. Il mondo ne ha tanto bisogno! (Leone XIV - Angelus, 21 giugno 2026)
Liturgia della Parola
I Lettura: I cristiani sono figli di Dio, predestinati ad essere lode della sua gloria; come figli amati e benedetti dal Padre, i cristiani hanno ricevuto “il sigillo dello Spirito Santo” che li guiderà “a tutta la verità” (Gv 16,13).
Questa esaltante verità deve animare la vita del credente e allontanarlo sempre da una meschina mentalità pagana.
Vangelo
Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati.
Tutto è provvidenza, tutto è grazia. Chiuso in questo mistero di amore, il cristiano cammina speditamente nella via della santità e della salvezza. Nell’ora della prova, della tentazione, della persecuzione che mette a repentaglio la sua vita, il discepolo di Gesù sente risuonare nel suo cuore le parole consolanti: Ti basta la mia grazia (2Cor 12,9). Fortificato da tanto amore e nella certezza di essere sempre in comunione con il suo Maestro, il credente è pronto a versare anche il suo sangue per testimoniare la sua fede in Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,1-7
In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.
Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».
Parola del Signore.
Non abbiate timore - Javier Pikaza (Commento della Bibbia Liturgica): Ci muoviamo in un contesto di persecuzione e di scontro. Gesù ha condannato i farisei (11,37-54) e lo fa ancora una volta (12,1-3). Tuttavia pare che, in questo stato di tensione, almeno esternamente ci perdano i discepoli, i quali sono perseguitati e hanno paura. La consolazione di Gesù non promette vantaggi materiali: parla d un valore superiore alla vita e alla morte e promette una assistenza forte e amorosa (12,4-7).
Su questo sfondo, possiamo dividere il nostro racconto in due piccole unità. La prima (12,1-3) si occupa della autodifesa del fariseo. La seconda (12,4-7) è incentrata sulla impotenza terrena del cristiano e sulla sua difesa o sicurezza escatologica.
Per fariseo si intende qui l’uomo che, sotto la copertura di una profonda pietà religiosa, difende in realtà le proprie sicurezze (psicologiche, morali, materiali). Questo dà origine a un dualismo che si chiama ipocrisia (12,1). Gli autentici interessi non corrispondono a quello che si vuol far credere agli altri con le apparenze. La realtà delle cose è coperta da una maschera.
Il giudizio dimostrerà che la difesa del fariseo è falsa (12,2-3). Dal fondo luminoso di Dio, al termine della vita, si scoprirà che questo atteggiamento copriva una condanna: «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, né di segreto che non sarà conosciuto». In realtà, questo stesso dualismo è già una condanna, la condanna di una esistenza che poteva essere aperta, luminosa, piena e che è rimasta ripiegata su se stessa sotto un velo di menzogna.
Coloro che seguono Gesù sono invece nella piena insicurezza. Non nascondono la loro indigenza e portano nella vita il segno di Cristo.
Perciò in un mondo che cerca solo il suo interesse; fra uomini che si sentono minacciati dallaurgenza della croce, i cristiani non trovano riparo. Di fronte a questa situazione, la parola di Gesù è duplice: da una parte, mostra il vero senso del timore (12,4-5); dall’altra, illumina la verità con la fiducia (12,6-7).
Certo, i credenti come uomini provano timore di fronte al pericolo di persecuzione; così pure di fronte al rischio d’una testimonianza che può far loro perdere vantaggi economici e sociali o la stessa vita. Ebbene, Gesù ci dice che questo timore non può mai essere definitivo.
Una sola perdita è irreparabile, una sola morte dura per sempre, ed è la perdita davanti a Dio, il grande insuccesso, la condanna eterna. Questa sentenza di Gesù continua a essere dura. Sono molti i credenti che, dicendosi fedeli al vangelo, cercano la propria sicurezza sociale, economica e terrena. Temono gli uomini, sono angosciati per le perdite che possono subire in questa vita, e non vogliono comprendere che stanno perdendo la loro autentica realtà, l’amore, la giustizia, la speranza. Per dirla con parole antiche, preferiscono perdere l’anima (cf 12,4-5).
Comunque, l’atteggiamento fondamentale dei credenti non è fondato sul timore. Dio si occupa anche delle cose più piccole come gli uccelli dell’aria e i capelli del capo. Questo vuol dire che viviamo in un mondo d’amore e di fiducia. Dio ci ama, ci sostiene con la sua mano forte, esigente e buona, come sostenne Gesù sulla terra. Perciò, l’ultima parola è sempre il «non abbiate timore». In questo atteggiamento possiamo vivere la nostra vita con la sicurezza che Dio ci aiuta, ci sostiene quando tutto pare insostenibile e ci attende sempre, anche se lo fa in modo speciale al di là della morte.
Per approfondire
Noi, eredi predestinati - Pino Stancari: Vv. 11 e 12: “In lui siamo stati fatti anche eredi (abbiamo conseguito l’eredità. Avevamo a che fare con le promesse e adesso le promesse sono compiute, in Lui), essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo”: la speranza messianica che man mano ha qualificato la presenza di Israele nella storia umana; “noi abbiamo sperato per primi in Cristo. In lui è giunta a compimento la storia del nostro popolo, il motivo per cui Dio ci ha chiamati”, ha fatto alleanza e tutto quel che riguarda la specifica e mai trascurabile identità di Israele a cui lo stesso Paolo appartiene.
In Lui anche voi siete figli.
Ma in Lui ci siete anche voi. Vv. 13-14: “In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità (la parola della verità è l’evangelo, i pagani evangelizzati) e “in lui anche voi (ecco la benedizione, quella benedizione che con tutta la potenza dello Spirito di Dio ci inserisce nella comunione con il Figlio, il Messia verso cui noi eravamo protesi), dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo”. E’ un testo che conosciamo bene, tante volte abbiamo letto e meditato queste righe. Anche i pagani, inseriti nella comunione con il Figlio, il Messia di Israele, Cristo, sono riconosciuti come figli. Qui è veramente l’umanità intera, senza limiti, senza preclusioni, senza privilegi di sorta. È l’umanità intera in Lui e l’evangelo costituisce esattamente il tramite mediante il quale la benedizione diventa operativa, ma la benedizione già è predisposta in modo tale da esercitare un’efficacia universale; è lo Spirito Santo che è stato effuso, secondo quel che era stato promesso, in modo tale da determinare un coinvolgimento che più ecumenico di così non potrebbe essere.
Lo Spirito Santo, v. 14, “il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria”. Dove dice caparra intende “nostra” eredità, v. 11, ma adesso “voi” siete in grado di condividere la nostra eredità in quanto siete in Lui: in Cristo anche i pagani hanno un titolo valido, una carta di credito efficace per condividere l’eredità “nostra”, come dice Paolo, l’eredità di Israele. In Lui avete anche “voi” lo strumento che vi abilita a condividere l’eredità nostra e in questa eredità nostra c’è spazio per tutti, in una prospettiva (l’attesa) che è aperta alla ricapitolazione in Cristo di tutta l’umanità in ogni luogo e per tutti i tempi della storia umana, perché è l’umanità intera “che Dio si è acquistato a lode della sua gloria”.
Nella persecuzione i “consigli dati da Gesù corrispondono all’atteggiamento dì cui ha dato egli stesso l’esempio. Come lui, il discepolo deve pregare per coloro che lo perseguitano (Mt 5,44 par.; cfr. Rom 12,14). Deve affrontare la persecuzione con coraggio; se non deve essere temerario e saper fuggire da una città dov’è ricercato (Mt 10,23; Atti 13,50s), deve aspettarsi pure di essere imprigionato, percosso e messo a morte (Mt l 0,16-39; Gv 16,1-4). Ma dinanzi a simili prospettive non deve aver paura: il suo maestro ha vinto il mondo (Gv 16,33), ed alla fine trionferà degli empi persecutori «con i suoi, i chiamati, gli eletti, i fedeli» (Apoc 17,34).
I nemici del discepolo non possono nulla contro la sua anima (Mt 10,28-31). Lo Spirito di Dio lo assisterà quando sarà trascinato dinanzi ai tribunali, perciò egli non deve preoccuparsi della propria difesa in occasione del processo (Mt 10,19 s). Tuttavia occorre sempre vegliare e pregare, perché la persecuzione è una prova, una tentazione, e se lo spirito è pronto, la carne è debole (Mt 26,41 par.).
Paolo riprende i mandati di Gesù. Nulla, egli dice, ci può separare dall’amore di Cristo, neppure la persecuzione o la spada (Rom 8, 35). In sintesi, il discepolo fa fronte alla persecuzione con una speranza che lo rende fedele, costante e lieto (Rom 12, 12; 2Tess 1,4; cfr. Mt 13,21 par.). Sa in chi ha posto la sua fiducia (2Tim 1,12). Perciò, circondato dagli innumerevoli martiri del VT e del NT, con gli occhi fissi su Cristo «che ha subito da parte dei peccatori una simile ostilità contro la sua persona», corre verso la meta, con pazienza, senza scoraggiarsi (Ebr 11,1-12,3).
La gioia della speranza (Rom 12,12) è il frutto della persecuzione cosi sopportata: «Beati sarete voi quando vi oltraggeranno, vi perseguiteranno ... per causa mia. Gioite ed esultate ... » (Mt 5,11s). Questa promessa di Gesù si realizza nel cristiano che «si gloria nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce la costanza, la costanza la virtù provata, la virtù provata la speranza, e la speranza non delude ... (Rom 5,3 ss; cfr. Giac 1,2 ss). Egli «sovrabbonda di gioia nelle tribolazioni » (2 Cor 7,4; 12,10; Col 1,24; cfr. Atti 5,41; Ebr 10,34). La consolazione nella tribolazione (2Cor 1,3-10) è un frutto dello Spirito (1Tess 1,6; Atti 13,52; cfr. Gal 5.22), e nello stesso tempo il segno della presenza del regno.
Scritta durante una terribile prova, l’Apocalisse, specchio della vita della Chiesa, alimenta questa gioiosa speranza nel cuore dei perseguitati, assicurandoli della vittoria di Gesù e della instaurazione del regno. Ad ognuno di essi, come a tutta la Chiesa il Signore risorto rivolge sempre questo messaggio: «Non temere le sofferenze che ti aspettano; il demonio sta per gettare alcuni di voi in carcere per tentarvi ed avrete dieci giorni di prova. Rimani fedele fino alla morte, ed io ti darò la corona della vita» (Apoc 2,10)” (Raymond Deville, Persecuzione in Dizionario di Teologia Biblica).
Ambrogio, In Lucam, VII, 113: Non si vendono forse cinque passeri per due soldi?: questi cinque passeri sono i sensi del corpo. Se, come i passeri, essi frugano tra le immondezze della terra e cercano il loro cibo nei luoghi incolti e maleodoranti, trattenuti dai lacci delle loro colpe, non possono riprendere il volo verso i frutti delle opere più elevate, che costituiscono l’alimento delle anime.
Testimoni di Cristo - Santa Margherita Maria Alacoque - La capacità di amare dice chi siamo veramente: È il cuore il centro della nostra identità: è lì che troviamo la verità di noi stessi perché la nostra capacità di amare dice chi siamo veramente. Allo stesso modo è il cuore di Cristo il luogo dove possiamo toccare con mano il volto autentico di Dio. Di un Dio che si fa compagno di strada soprattutto quando si tratta di affrontare sofferenze, ferite, limiti della vita. Ecco perché quella al Sacro Cuore è una delle devozioni più sentite ancora oggi: ci parla di un’umanità consolata, amata, salvata. E la salvezza non passa dalle nostre capacità intellettuali – sebbene esse siano fondamentali –, ma dal centro del nostro mondo, dal cuore, appunto. Di questo messaggio profetico fu portatrice santa Margherita Maria Alacoque, religiosa e mistica del XVII secolo. Nel momento in cui il mondo sembrava aver trovato la “luce della ragione” questa testimone del Vangelo indicò proprio la via del cuore. Nata nel 1647 in Francia, entrò a 24 anni tra le Visitandine e da religiosa visse numerose esperienze ascetiche e mistiche legate al Sacro Cuore di Gesù, la cui festa si diffuse proprio grazie a lei (oltre che a san Giovanni Eudes). Fu però incompresa da superiori e compagne, fino a quando trovò una guida illuminata nel beato Claudio La Colombière, il quale la spinse a descrivere le proprie esperienze nell’autobiografia. Morì nel 1690 e fu canonizzata nel 1920. (Matteo Liut)
-> Effondi su di noi, o Signore,
lo spirito che in modo singolare
hai donato a santa Margherita Maria
lo spirito che in modo singolare
hai donato a santa Margherita Maria [Alacoque],
perché possiamo conoscere
l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza
e siamo ricolmi di tutta la tua pienezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
perché possiamo conoscere
l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza
e siamo ricolmi di tutta la tua pienezza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
O Dio, che per mezzo del tuo Spirito hai suscitato
santa Teresa [di Gesù] per mostrare alla Chiesa
una via nuova nella ricerca della perfezione,concedi a noi di nutrirci sempre della sua dottrina
e di essere infiammati da un vivo desiderio di santità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.