25 Luglio 2026
San Giacomo, Apostolo - Festa
2Cor 4,7-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 125 (126); Mt 20,20-28
Potete bere il calice che io sto per bere? - Giovanni Paolo II (Omelia, 9 novembre 1982): San Giacomo era fratello di Giovanni Evangelista. Essi furono i due discepoli a cui - in uno dei dialoghi più impressionanti che riporta il Vangelo - Gesù fece quella famosa domanda: “«Potete bere il calice che io sto per bere?». Ed essi risposero: «Possiamo»” (Mt 20,23). Era la parola della disponibilità, del coraggio; un atteggiamento tipico dei giovani, però non loro esclusivo, ma di tutti i cristiani, ed in particolare di coloro che accettano di essere apostoli del Vangelo. La generosa risposta dei due discepoli fu accettata da Gesù. Egli disse loro: “Il mio calice lo berrete” (Mt 20,23). Queste parole si compirono in Giacomo, figlio di Zebedeo, che col suo sangue diede testimonianza della risurrezione di Cristo a Gerusalemme. Gesù aveva fatto la domanda sul calice che avrebbero dovuto bere i due fratelli, quando la loro madre, come abbiamo letto nel Vangelo, si avvicinò al Maestro, per chiedergli un posto di speciale rilievo per entrambi nel Regno. Però Cristo dopo aver costatato la loro disponibilità a bere il calice, disse loro: “Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio” (Mt 20, 23). La disputa per conseguire il primo posto nel futuro Regno di Cristo, che i suoi discepoli immaginavano in modo troppo umano, suscitò l’indignazione degli altri Apostoli. Gesù approfittò allora dell’occasione per spiegare a tutti che la vocazione al suo Regno non è una vocazione al potere ma al servizio, “appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). Nella Chiesa, l’evangelizzazione, l’apostolato, il ministero, il sacerdozio, l’episcopato, il papato, sono servizio.
I Lettura: Il servizio apostolico cresce in vasi di creta - José Maria Gonzalez-Lamadrid: Qui Paolo passa a una magistrale descrizione delle vicissitudini del servizio apostolico. Per prima cosa, egli mette in rilievo ancora una volta quello che, per lui, è la cosa principale: il « tesoro » di questo ministero apostolico « è portato in vasi di creta »; e la ragione è molto semplice: « perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio e non da noi ». Quando, agli occhi degli uomini, il ministero apostolico non si presenta in vasi di creta, ma in ricche strutture di potere economico e politico e compare persino nelle forme abbaglianti di liturgie sontuose e splendide, è difficile comprendere che la « potenza straordinaria » viene da Dio, ma si insinua piuttosto che venga da quelle figure ieratiche, anche se esse usano, per abitudine, un linguaggio - certamente poco o punto intelligibile - col quale si salva la formalità della dipendenza rispetto a Dio.
Paolo continua a presentare l’aspetto paradossale dei « servizio apostolico »: « tribolati, ma non schiacciati, perseguitati, ma non abbandonati, colpiti, ma non uccisi ». Egli non pensa a una situazione ideale nella quale scompaia la parte sgradevole del ministero apostolico; perciò, non avrebbe mai sognato un patto o un concordato con i poteri di questo mondo, per evitare questo molesto aspetto dialettico dell’apostolato.
Al contrario, egli vede il servizio apostolico come una specie di « nekrosis », una « situazione di morte » che si porta avanti « per causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale ». Paolo, dunque, non sogna una situazione trionfalistica della Chiesa, ma anzi, una realtà sempre ambigua fra la vita e la morte. Naturalmente per esercitare questo ministero apostolico - che è primordialmente una proclamazione - è necessario essere fondamentalmente credente: « ho creduto, perciò ho parlato; anche noi crediamo e perciò parliamo ».
E la fede, in san Paolo, è sempre la stessa: la morte di Cristo è valida solo per il fatto che conduce a una risurrezione (cf 1Cor 15).
Vangelo
Il mio calice, lo berrete.
La domanda della madre dei figli di Zebedeo, e la reazione scomposta degli Apostoli, mostra con chiarezza come il discorso sulla croce non sia stato recepito. La replica di Gesù è chiara: i discepoli non devono preoccuparsi di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, ma di bere il suo calice. Gli uomini a volte, per brama di onore e di potere, agognano occupare nella società i primi posti, nella Chiesa tutto questo deve essere bandito: i capi della Chiesa devono essere servi. Gesù si pone ancora una volta come modello da imitare: come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti. Chi nella Chiesa occupa i primi posti lo deve fare con spirito di servizio, la fecondità dell’autorità non è determinata dall’affermazione di sé, ma nel farsi schiavo, come il Figlio dell’uomo.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 20,20-28
In quel tempo, si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Parola del Signore.
Cosa volete che io faccia per voi - Il racconto evangelico odierno è posto tra il terzo annuncio della morte e risurrezione di Gesù (cf. Mt 20,17-19; cfr. Mc 10,32-34; Lc 18,31-34) e la guarigione dei due ciechi di Gerico (Mt 20,29-34; cfr Mc 10,45-52; Lc 18.35-43). Mentre cupe nubi, foriere di morte, si addensano sinistramente sul capo di Gesù, i discepoli fanciullescamente sembrano essere occupati unicamente a guadagnarsi i primi posti. I figli di Zebedeo, appàiono i più risoluti in questa ricerca.
Giacomo e Giovanni, conosciuti come i «figli del tuono» (Mc 3,17), quelli che avrebbero voluto incenerire i samaritani colpevoli di non aver accolto Gesù (cf. Lc 9,54), sembrano bene intenzionati a scavalcare gli altri Apostoli pur di arrivare ai primi posti del comando. La richiesta è perentoria: «Maestro, noi vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Una rivendicazione che pretende inequivocabilmente un assenso.
In quanto era sentire comune che i giusti, accanto al Figlio dell’uomo, avrebbero preso parte al giudizio finale (cf. Mt 19,28), i figli di Zebedeo, chiedono questa dignità regale e giudiziaria, ma evidentemente senza rendersi conto delle conseguenze della loro domanda. Gesù, che «sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,25), sembra stare al gioco. Vuole che dai loro cuori esca tutto il pus, la rogna nauseabonda del comando che rodeva il loro cervello.
Così invita i due fratelli a bere il suo calice e a ricevere il suo battesimo. In questo modo, chiedendo di associarsi alla sua Passione, ma senza pretendere altro, cerca di correggere la loro mentalità ancora carnale. Nell’invitarli a bere il calice della sua amara passione e a immergersi nel suo battesimo di sangue esige la «disponibilità al martirio e la costanza nella persecuzione che può essere anche mortale. Il discepolo non ha alternativa per giungere alla gloria; egli deve sapere che il calice e il battesimo offertigli sono la sorte di Gesù [“il calice che io bevo ... il battesimo con cui io sono battezzato”], non un destino privo di senso, voluto da una potenza senza volto» (Luigi Pinto).
Con faccia tosta a dir poco, Giacomo e Giovanni, rispondono: «Lo possiamo».
La risposta alla loro richiesta non tarda ad arrivare ed arriva come una secchiata di acqua gelida: sì, morirete ammazzati per la fede, «però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Questa affermazione non è determinismo.
Nulla è scritto, nel senso di predeterminato (cf. Rom 8,29). La salvezza è un dono di Dio e viene accordata ai discepoli, ma non per la via dei privilegi e della grandezza umana: il verbo preparare al passivo rimanda, come spesso nei testi biblici, alla sovrana volontà di Dio.
I primi a sedersi «uno alla sua destra e uno alla sinistra» (Lc 15,27) saranno i due ladroni, crocifissi con il Cristo. Ancora una volta si scompagina il solito sentire umano.
«Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli». Una nota che mette in luce una realtà fin troppo scomoda: nel gruppo apostolico serpeggiavano divisioni, liti, manie di grandezza... La risposta di Gesù va in questo senso. La vera grandezza sta nel servire, nell’occupare gli ultimi posti come il Figlio dell’uomo. Una risonanza di questo insegnamento è nel racconto della lavanda dei piedi (Gv 13,1ss).
... chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo, con questo detto «non si condanna di aspirare ai posti di responsabilità né si insegna paradossalmente che per raggiungere tali posti bisogna farsi servi e schiavi di tutti, ma più semplicemente si vuol dire che nell’ambito della comunità cristiana i chiamati al comando devono adempiere al loro mandato con spirito di servizio, facendosi tutto a tutti e guardando solo al bene degli altri [cf. 1Cor 9,19-23; 2Cor 4,5]» (A. Sisti).
Per approfondire
Felipe F. Ramos: Il lettore del vangelo [di Matteo] conosce già le ambizioni dei discepoli riguardo al regno che il loro Maestro predicava, e le loro discussioni sulle questioni di precedenza (18,1-5). Le stesse ambizioni compaiono ora personificate nei due figli di Zebedeo [...]
Le ambizioni riguardo al regno suppongono una radicale carenza di conoscenza del regno stesso; e si possono giustificare solo se lo si considera alla stregua di tutti gli altri regni della terra. Ma il regno di Dio è molto diverso: in esso, il principio determinante è il servizio del prossimo. Quindi le ambizioni devono essere determinate dalla responsabilità e dalla capacità di sacrificarsi nel servizio stesso, dalla decisione di « bere il calice » che beve il Maestro, di subire la sua sorte e di fare della vita una donazione al prossimo. Pensare diversamente vuol dire equiparare il regno di Dio ai regni della terra. E questa equiparazione è stata condannata radicalmente da Gesù, perché equivale a travisare completamente la natura delle cose, abbassare Dio al proprio livello e trasformarsi in satana (16,22-23).
Il discepolo deve seguire la via del Maestro, che non venne per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto della vita degli altri; cosa che non doveva essere sconosciuta ai discepoli. La morte del giusto era considerata, nel giudaismo, come un riscatto per Israele, un riscatto che già nell’Antico Testamento era inteso come riparazione-espiazione (Is 53,11-12). La vita di Gesù fu data per il riscatto di «molti». È un semitismo nel quale «molti» è sinonimo di «tutti». Parlando di molti si intende mettere in risalto la sproporzione fra colui che dà la vita, che è uno solo, e quelli per cui la dà, che sono molti, tutti. Questa piena solidarietà con l’uomo e la donazione della vita per lui sono il programma permanente dei discepoli di Gesù. La loro vita è come un servizio al regno.
Servire Dio servendo gli uomini - Charles Augrain e Marc-François Lacan: 1. Il servizio di Gesù. - Inviato da Dio per coronare l’opera dei servi del VT (Mt 21,33 ... par.), il Figlio diletto viene a servire. Fin dall’infanzia afferma che deve occuparsi delle cose del Padre suo (Lc 2,49). Il corso di tutta la sua vita sta sotto il segno di un «bisogna» che esprime la sua dipendenza ineluttabile dalla volontà del Padre (Mt 16,21 par.; Lc 24,26); ma, dietro questa necessità del servizio che lo conduce alla croce, Gesù rivela l’amore che, solo, gli dà la sua dignità ed il suo valore: «Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e che agisco come il Padre mi ha ordinato» (Gv 14,30).
Servendo Dio, Gesù salva gli uomini di cui ripara il rifiuto di servire, e rivela loro come il Padre vuole essere servito: vuole che essi si dedichino al servizio dei loro fratelli come ha fatto Gesù stesso, loro Signore e maestro: « II figlio dell’uomo non è venuto per essere servito. ma per servire e dare la sua vita» (Mc 10,45 par.): «Io vi ho dato l’esempio ... il servo non è maggiore del padrone» (Gv 13,15 s); «Io sono in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
2. La grandezza del servizio cristiano - I servi di Cristo sono anzitutto i servi della parola (Atti 6,4; Lc 1,2), coloro che annunciano il vangelo, compiendo così un servizio sacro (Rom 15,16; Col. 23; Fil 2,22), «in tutta umiltà» e, se occorre, «nelle lacrime ed in mezzo alle prove» (Atti 20,19).
Quanto a coloro che servono la comunità, su immagine del Sette scelti dagli apostoli (Atti 6,1-4), Paolo Insegna loro a quali condizioni questo servizio sarà degno del Signore (Rom 12,7.9-13). D’altronde, tutti i cristiani
per mezzo del battesimo sono passati dal servizio del peccato e della legge, che era una schiavitù, al servizio della giustizia e di Cristo, che è la libertà (Gv 8,31-36; Rom 6-7; cfr. 1Cor 7,22; Ef 6,6). Essi servono Dio come figli e non come schiavi (Gal 4), perché lo servono nella novità dello spirito (Rom 7,6). La grazia, che li ha fatti passare dalla condizione di servi a quelli di amici di Cristo (Gv 15,15), permette loro di servire così fedelmente il loro Signore da essere certi di partecipare alla sua gioia (Mt 25,14-23; Gv 15,l0s).
San Leone Magno: Preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi santi (Sal 115,5). Nessun genere di crudeltà può distruggere una religione fondata nel mistero della croce di Cristo. La Chiesa non è indebolita dalle persecuzioni, al contrario, ne è rafforzata. E il campo del Signore si riveste di una messe sempre più ricca, poiché i grani, che cadono ad uno ad uno, rinascono moltiplicati. Quanto fecondi siano stati Pietro e Paolo, questi due splendidi germogli del seme divino, lo attesta il numero immenso dei santi martiri, che, emuli del trionfo dei due apostoli, hanno circondato la nostra città di schiere rivestite di porpora e circonfuse di viva luce. Essi l’hanno come coronata di un unico diadema formato da molte pietre preziose.
Testimoni di Cristo - San Giacomo il Maggiore, Apostolo: Detto il Maggiore (per distinguerlo dall’omonimo apostolo detto il Minore), Giacomo figlio di Zebedeo e Maria Sàlome e fratello dall’apostolo Giovanni Evangelista, nacque a Betsàida. Fu presente ai principali miracoli del Signore (Mc 5,37), alla Trasfigurazione di Gesù sul Tabor (Mt 17,1.) e al Getsemani alla vigilia della Passione. Pronto e impetuoso di carattere, come il fratello, con lui viene soprannominato da Gesù «Boànerghes» (figli del tuono) (Mc 3,17; Lc 9,52-56). Primo tra gli apostoli, fu martirizzato con la decapitazione in Gerusalemme verso l’anno 43/44 per ordine di Erode Agrippa. Il sepolcro contenente le sue spoglie, traslate da Gerusalemme dopo il martirio, sarebbe stato scoperto al tempo di Carlomagno, nel 814. La tomba divenne meta di grandi pellegrinaggi medioevali, tanto che il luogo prese il nome di Santiago (da Sancti Jacobi, in spagnolo Sant-Yago) e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa basilica a lui dedicata. (Avvenire)
Dio onnipotente ed eterno,
tu hai voluto che san Giacomo, primo tra gli apostoli,
sacrificasse la vita per il Vangelo;
per il suo martirio conferma nella fede la tua Chiesa
e sostienila con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.