14 Agosto 2026
San Massimiliano Maria Kolbe, Presbitero e Martire
Ez 16,1-15.60.63 (oppure Ez 16,59-63); Salmo Responsoriale Is 12,1-6; Mt 19,3-12
Giovanni Paolo II (Omelia 10 Ottobre 1982): 6. Che cosa è successo nel Bunker della fame nel campo di concentramento ad Oswiecim (Auschwitz), il 14 agosto del 1941?
A questo risponde l’odierna liturgia: ecco “Dio ha provato” Massimiliano Maria “e lo ha trovato degno di sé” (cf. Sap 3,5). L’ha provato “come oro nel crogiuolo / e l’ha gradito come un olocausto” (cf. Sap 3,6).
Anche se “agli occhi degli uomini subì castighi”, tuttavia “la sua speranza è piena di immortalità” poiché “le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, / nessun tormento le toccherà”. E quando, umanamente parlando, li raggiungono il tormento e la morte, quando “agli occhi degli uomini parve che morissero...”, quando “la loro dipartita da noi fu ritenuta una sciagura ...”, “essi sono nella pace”: essi provano la vita e la gloria “nelle mani di Dio” (cf. Sap 3,1-4).
Tale vita è frutto della morte a somiglianza della morte di Cristo. La gloria è la partecipazione alla sua risurrezione.
Che cosa dunque successe nel Bunker della fame, il giorno 14 agosto 1941?
Si compirono le parole rivolte da Cristo agli Apostoli, perché “andassero e portassero frutto e il loro frutto rimanesse” (cf. Gv 15,16).
In modo mirabile perdura nella Chiesa e nel mondo il frutto della morte eroica di Massimiliano Kolbe!
7. A quanto successe nel campo di “Auschwitz” guardavano gli uomini. E anche se ai loro occhi doveva sembrare che “morisse” un compagno del loro tormento, anche se umanamente potevano considerare “la sua dipartita” come “una rovina”, tuttavia nella loro coscienza questa non era solamente “la morte”.
Massimiliano non morì, ma “diede la vita ... per il fratello”.
V’era in questa morte, terribile dal punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell’atto umano e della scelta umana: egli da sé si offrì alla morte per amore.
E in questa sua morte umana c’era la trasparente testimonianza data a Cristo: la testimonianza data in Cristo alla dignità dell’uomo, alla santità della sua vita e alla forza salvifica della morte, nella quale si manifesta la potenza dell’amore.
Proprio per questo la morte di Massimiliano Kolbe divenne un segno di vittoria. È stata questa la vittoria riportata su tutto il sistema del disprezzo e dell’odio verso l’uomo e verso ciò che è divino nell’uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro Signore Gesù Cristo sul Calvario.
“Voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando” (Gv 15,14)
Liturgia della Parola
I Lettura: Massimo Cicchetti: Ezechièle parla al popolo di Israele, il popolo di Dio. Ne parla a volte con similitudini per far meglio comprendere il messaggio profetico. In questo capitolo Israele è immaginato come una giovane donna dalle radici impure, figlia di un Amorreo e di una Ittita; un popolo semita il primo, fondatore di Babilonia e l’altro indoeuropeo, entrambi adoratori di divinità diverse dal Dio di Israele e quindi popoli nemici, spesso citati nella Bibbia come ad esempio nello scontro di questo popolo contro Giosuè. Questa giovane creatura abbandonata nel proprio sangue al margine di un campo, viene raccolta dal Signore che la accoglie, se ne prende cura e la cresce con il fasto e la dedizione di una regina. La copre con il proprio mantello e la unge di olio prezioso: sono i gesti che lo sposo rivolge alla sposa nel giorno delle nozze, l’unione di Dio con il suo popolo è visto quindi come il paragone di un matrimonio regale tra Dio e la sua regina Israele. I doni preziosi di metalli rari, di vesti nobilissime che Israele riceve, sono il segno tangibile dell’affetto e della stima del Signore Dio nei confronti della sua sposa. Tale sposa però si dimentica di tutte queste attenzioni, inebriata dal potere della propria bellezza, e si prostituisce con i passanti. Le parole del profeta alludono alle alleanze di Israele che Giuda stipula con i popoli vicini, adoratori di idoli che mercificano la sacralità dell’oro e dell’argento per modellare figure da adorare. Dio però è forte di un amore potentissimo, tale che il suo amore per Israele che lo conduce al perdono. Il patto stretto con il suo popolo lui non lo tradisce e continua a porre la sua mano sopra di lui in attesa che questo si ravveda e si vergogni della sua condotta. L’amore di Dio è un amore che non si spezza, semmai si rinforza in una nuova alleanza, in modo che la vergogna, derivata dalla comprensione del gesto efferato del popolo possa essere strumento di un nuovo e duraturo amore da consumarsi nei secoli a venire.
Vangelo
Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così.
Il tema del divorzio, al tempo di Gesù, era oggetto di accese discussioni tra due scuole rabbiniche: quella di Shammai, rigorista, e quella di Hillel, lassista. La prima riconosceva legittimo motivo solo il caso di adulterio da parte della moglie, la seconda scuola ammetteva, invece, come valido qualsiasi motivo, anche il più futile.
L’intenzione dei farisei è di costringere Gesù a schierarsi o per la scuola di Shammai o per la scuola di Hillel e così poterlo accusare o ai rigoristi o ai lassisti. L’intenzione era di creargli dei nemici. Gesù capovolge il tutto mettendo la donna e l’uomo sullo stesso piano. Non è solo la moglie colpevole di adulterio verso il marito, ma anche il marito si rende colpevole di adulterio se ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra. I diritti e i doveri sono uguali per la moglie e per il marito e chi li lede commette adulterio.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 19,3-12
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne”? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
Gli domandarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?».
Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio».
Gli dissero i suoi discepoli: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi».
Egli rispose loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Infatti vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e ve ne sono altri che sono stati resi tali dagli uomini, e ve ne sono altri ancora che si sono resi tali per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Parola del Signore.
Chi ripudia la propria moglie … e ne sposa un’altra ... - I farisei, sempre vigilanti, seguono passo passo Gesù attendendo solo il momento opportuno per attaccare, per metterlo alla prova: il verbo greco (peirazontes) «ha un significato peggiorativo, stando ad indicare un tentativo che si compie in tutto malanimo per fare cadere qualcuno per mezzo di un tranello tesogli di nascosto [cf. Mc 8,11; 12,13-15]» (Adalberto Sisti).
Così non sorprende questo ennesimo assalto volto unicamente a mettere in difficoltà Gesù. La domanda è costruita ad arte: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?».
Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina: Il richiamo all’autorità della sacra Scrittura, che troviamo sovente nell’insegnamento di Gesù (cf. Mt 4,4.6.7; 26,31; Mc 14,21.27; Lc 24,46; ecc.), qui è teso a smascherare l’ipocrisia dei farisei. In verità, il legalismo e la doppiezza erano il complesso dei requisiti utili a delineare l’immagine ideale dei farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti ... Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini ... Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione ... [annullate] così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,6.8-9.13). Una tentazione, quella di annullare la parola di Dio con la tradizione, mai sopita, nemmeno nella Chiesa.
Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla? È vero che il ripudio era ammesso dalla legge di Mosè (cf. Dt 24,1-4), ma la loro interpretazione era abusiva.
Oltre tutto, la domanda non doveva essere nemmeno posta perché i farisei, veri maestri della Parola, conoscevano già la risposta e sapevano che si trovava nel primo libro della Torah, il libro della Genesi, dove tra l’uomo e la donna veniva postulato completa e indissolubile comunione di vita.
Da qui si comprende quanto fosse capziosa la loro domanda. La risposta di Gesù non ammette replica: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così».
La durezza del cuore e della cervice (cf. Es 32,9; 33,3 ecc.) è un rimbrotto che a piè sospinto troviamo nell’Antico Testamento. La durezza di cuore è l’incapacità dell’uomo a comprendere la volontà di Dio ed entrare nei suoi disegni. È chiusura alla parola di Dio. Questo peccato apportò al popolo giudeo fame, lutti, morti, catene ... Per tanta ostinazione, sul popolo d’Israele piombò un terribile castigo: la fame della Parola di Dio (Am 8,11-12).
Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio: questa risposta è chiara a tutti, ai semplici e ai dotti: nessuna reale eccezione alla indissolubilità del matrimonio (cfr. Mc 10,11-12; Lc 16,18; 1Cor 7,10-11). La separazione è possibile solo nel caso di unioni illegittime, cioè le unioni illecite proibite dalla Torah.
L’interpretazione dell’inciso, se non in caso di unione illegittima, è discussa. Per Angelico Poppi “probabilmente si tratta di una glossa per suggerire l’obbligo della separazione nel caso di un matrimonio irregolare, perché contratto invalidamente contro le prescrizioni di Lv 18. Gnilka annota che la formulazione di Mt per sé non esclude un nuovo matrimonio per l’uomo che ripudia la propria moglie colpevole di adulterio,benché tale interpretazione matteana vada in senso contrario all’insegnamento di Gesù, presupposto dal contesto (II, 231)” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).
Questo è il progetto di Dio il quale non ammette disquisizioni teologiche di sorta.
In questa luce si arriva ad una sola conclusione: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Che è equivalente a: «l’uomo non manipoli ciò che Dio ha fatto per essere congiunto, ma ne promuova lo sviluppo armonioso. Chiama durezza di cuore [che è centro della persona più che del sentimento] la ristrettezza di mente e di progetti di chi ha perso la ricchezza della parola di Dio per rinchiudersi nei cavilli giuridici» (Don Bruno Barisan).
Le parole rivolte ai discepoli vogliono aprire le porte al celibato volontario per amore del regno dei cieli. Una vocazione che pochi comprendono.
Per approfondire
Bibbia di Gerusalemme (nota a Mt 19,9): Data la forma assoluta dei testi paralleli (Mc 10,11s, Lc 16,18 e 1Cor 7,10s), è poco verosimile che tutti e tre abbiano soppresso una clausola restrittiva di Gesù; è più probabile invece che uno degli ultimi redattori del primo Vangelo l’abbia aggiunta per rispondere a una problematica rabbinica (discussione tra Hillel e Shammai sui motivi che legittimano il divorzio), evocata già dal contesto (v 3), e che poteva preoccupare l’ambiente giudeo-cristiano per il quale egli scriveva. Si avrebbe dunque qui una decisione ecclesiastica di portata locale e temporanea, come fu quella del decreto di Gerusalemme riguardante la regione di Antiochia (At 15,23-29). Il significato di porneia orienta la ricerca nella stessa direzione. Alcuni vogliono vedervi la fornicazione nel matrimonio, cioè l’adulterio, e trovano qui il permesso di divorziare in un caso simile; così le chiese ortodosse e protestanti. Ma in questo senso ci si sarebbe aspettati un altro termine, moicheia. Al contrario porneia, nel contesto, sembra avere il senso tecnico della zenût o «prostituzione» degli scritti rabbinici, riguardante qualsiasi unione resa incestuosa da un grado di parentela proibito secondo la legge (Lv 18). Tali unioni, contratte legalmente tra i pagani o tollerate dagli stessi giudei nei confronti dei proseliti, hanno dovuto causare difficoltà, quando queste persone si sono convertite, in ambienti giudeocristiani legalisti come quello di Mt: da qui l’ordine di rompere tali unioni irregolari che poi erano solo falsi matrimoni.
Un’altra soluzione ritiene che la licenza accordata dalla clausola restrittiva non sia quella del divorzio, ma della «separazione» senza seconde nozze. Una tale istituzione era sconosciuta al giudaismo ma le esigenze di Gesù hanno richiesto più di una soluzione nuova e questa è già chiaramente supposta da Paolo in 1Cor 7,11.
La donna - Anna Maria Canopi: In antico la donna appariva come una creatura enigmatica, portatrice di un tremendo mistero. A motivo dei suoi cicli di fecondità veniva assimilata alla terra la quale era adorata come «dea-madre». Dopo l’epoca matriarcale della civiltà agricola, si ebbe però una netta affermazione del maschio, che si pose quale soggetto sovrano della storia e impresse alla civiltà la propria fisionomia.
La donna, considerata inferiore per natura, venne tenuta in stato di soggezione. La sacra scrittura risente dell’influenza del mondo orientale, ma - al di là delle immagini di cui sono rivestiti - i dati della rivelazione presentano una concezione della donna sostanzialmente positiva.
Creata come l’uomo a immagine di Dio e messagli accanto come «aiuto a lui corrispondente», la donna inizia con l’uomo la vita sociale fondata sull’amore e sulla reciproca complementarietà. La colpa originale introduce il disordine nel rapporto della coppia umana, e la donna ne porta le conseguenze particolarmente nella sua funzione sponsale e materna; soltanto procreando nel dolore ella può assicurare la continuità della vita al genere umano sottoposto alla morte. Per divino volere, ella entra dinamicamente nel piano della salvezza e diviene un potente strumento di vittoria nelle mani di Dio.
A cominciare da Sara, sposa di Abramo, la bibbia testimonia dell’importanza decisiva che ebbe la presenza di non poche donne nella storia del popolo eletto. Insieme all’influenza benefica delle madri e delle eroine di Israele, documenta però anche l’influenza nociva delle donne straniere e perverse.
Costantemente viva si fa sentire l’esigenza, da parte dell’uomo, di trovare la donna ideale. Di questa si arriva a fare una personificazione della Sapienza. L’immagine della femminilità serve ad esprimere anche il ruolo del popolo eletto nel suo rapporto con Iahvé.
Al giungere della pienezza dei tempi, nasce Maria, la donna annunciata da Dio quale nuova Eva, madre del Salvatore, vincitore della morte. In Maria, vergine-madre, la donna è già totalmente riabilitata ed emancipata. Ma è Cristo a inaugurare storicamente la promozione di tutte le donne, mediante il suo insegnamento e ancor più mediante il suo comportamento. E ciò per il fatto stesso che egli, salvandola, promuove tutta l’umanità.
In seno alla Chiesa primitiva la donna gode di una posizione privilegiata in confronto alla posizione che ha nell’ambito giuridico-sociale del mondo pagano, ancora impregnato degli antichi pregiudizi. Tra i battezzati, rinati in Cristo, non conta più, infatti, la distinzione di sesso. La donna, insieme con l’uomo, è chiamata all’eredità della vita eterna; ed ella può realizzarsi pienamente quale persona anche al di fuori del matrimonio: nella verginità, come «sposa» di Cristo, per una fecondità spirituale non meno ricca e autentica di quella naturale.
In questo senso la donna partecipa intimamente del mistero della Chiesa - sposa di Cristo e madre dei credenti - e continua a rendere il suo insostituibile servizio alla vita, e a dare il suo prezioso contributo per una più umana e cristiana società.
Ciò che Dio ha unito - Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 62, 1: Poi per far sì che lanciare accuse contro questa legislazione fosse un atto temibile e per rafforzare tale Legge, non ha detto: Non dividete dunque, non separate, ma: Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi. Se opponi Mosè, io ti parlo del Signore di Mosè e inoltre lo affermo anche in base al tempo. Dio infatti fin dal principio li creò maschio e femmina; questa Legge è più antica, anche se sembra che sia introdotta ora da me ed è stata stabilita con grande cura. Non ha soltanto. condotto la donna dall’uomo, ma ha anche ordinato di lasciare madre e padre, e non ha soltanto prescritto all’uomo di andare dalla donna, ma anche di unirsi a lei, per indicare, con l’uso di questa espressione, la loro indivisibilità. E non si è limitato neppure a questo, ma ha ricercato anche un’altra unione più grande: I due, dice, saranno una carne sola.
Testimoni di Cristo - San Massimiliano Maria Kolbe - Donare la vita è il gesto d’amore più grande: Non c’è amore più grande di chi dona la vita per le sorelle e i fratelli, soprattutto quando questo gesto avviene nel segno del Risorto. Ce lo ricorda la storia di san Massimiliano Maria Kolbe, martire del nazismo. Nato l’8 gennaio 1894 a Zdunska Wola, nella Polonia centrale, Rajmund Kolbe nel 1910 entrò tra i Frati Minori Conventuali, assumendo il nome di fra Massimiliano. Dal 1912 si trovò a Roma per completare la propria formazione. Nel 1917 fondò la «Milizia di Maria Immacolata» e nel 1918 fu ordinato prete nella chiesa di Sant’Andrea della Valle. Nel 1919 tornò in patria e nel 1922, per far conoscere la Milizia, fondò la rivista «Il cavaliere dell’Immacolata», che arrivò a diffondere milioni di copie. Malato di tubercolosi, per un periodo fu anche missionario tra Giappone e India. Imprigionato dai nazisti nel febbraio 1941 a causa dell’origine del suo nome, venne inviato ad Auschwitz e destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al forno crematorio. Offrì la sua vita in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. (Matteo Liut)
O Dio, che al santo presbitero e martire
Massimiliano Maria [Kolbe],
ardente di amore per la Vergine Immacolata,
hai dato un grande zelo per le anime
e un amore eroico verso il prossimo,
concedi a noi, per sua intercessione,
di impegnarci senza riserve
al servizio degli uomini per la tua gloria
e di conformarci fino alla morte a Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.