7 OTTOBRE 2026
 
BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO
 
At 1,12-14; Salmo Responsoriale Lc 1,46-55; Lc 1,26-38
 
“Non temere”. Ecco l’elemento costitutivo della vocazione: perché l’uomo teme. (…) Non temere, perché hai trovato la Grazia, non temere la vita, non temere la tua maternità, non temere il tuo matrimonio, non temere il tuo sacerdozio perché hai trovato la Grazia. Questa certezza, questa consapevolezza ci aiuta come ha aiutato Maria. (…) Ed ecco tutti gli uomini nascono al tuo sì. Si deve sapere questo: un tale sì ad imitazione di Maria, un tale sì crea la gioia, una nuova vita, un soffio, una benedizione. (…) E così, analogicamente, secondo una dovuta proporzione, il tuo sì, la tua fedeltà - marito, moglie, giovane, medico, professore - il tuo sì differente crea una gioia, il mondo rinasce; e la vita umana - nelle diverse dimensioni, nella dimensione sociale, nei diversi ambienti, familiari, parrocchiali, nazionali - diventa più umana, grazie ad un tale sì. (San Giovanni Paolo II - Discorso al Pontificio Seminario Romano Maggiore, 25 marzo 1982)
 
Persona storica - Catechismo degli Adulti [757]: Maria non è un mito, ma una donna vera, con una storia personale, anche se dal Nuovo Testamento possiamo ricavare solo alcuni tratti della sua personalità e non propriamente una biografia.
Abita a Nàzaret, città della Galilea di nessun rilievo. Appartiene a un ambiente popolare; va sposa a Giuseppe il carpentiere, inserendosi in un clan di ascendenza davidica. Partecipa attivamente ai fatti della vita: fa visita a una parente anziana, va in pellegrinaggio a Gerusalemme, interviene a una festa di nozze. Sa ascoltare e riflettere; ma anche parlare e prendere decisioni coraggiose. Contempla piena di stupore le meraviglie di Dio e attende da lui giustizia per gli oppressi, secondo la spiritualità dei poveri di JHWH. Cerca di comprendere i suoi progetti, pronta a mettersi a disposizione come umile «serva del Signore» (Lc 1,38): è questo l’unico titolo che si attribuisce. Fatica a capire suo figlio Gesù; lo segue con materna premura e con fede eroica; condivide con lui la povertà di Betlemme, l’esilio in Egitto, la quiete nascosta di Nàzaret, lo strazio del Calvario. Infine, a Gerusalemme, è nel nucleo iniziale della comunità cristiana, in preghiera per invocare la venuta dello Spirito di Pentecoste: «Erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui» (At 1,14). Con questa informazione, terminano le notizie che abbiamo su di lei.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il brano lucano mette in evidenza la preghiera, genuina anima della comunità apostolica: Tutti questi erano perseveranti concordi nella preghiera. La preghiera sarà il primato che accompagnerà la nascente Chiesa sconfiggendo l’attivismo, e dando in questo modo spazio alla manifestazione del soprannaturale nel quotidiano della comunità cristiana. Va messo anche in evidenza che viene superato un ulteriore tabù giudaico, la presenza delle che accompagnano la preghiera dei “fratelli”.
 
Vangelo
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce.
 
Dio irrompe nella storia dell’uomo per redimerlo e liberarlo dalla schiavitù della morte e del peccato: il sì di Maria è la condizione necessaria e ultima perché Dio riveli al mondo il suo progetto universale di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,26-38
 
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 
Parola del Signore.
Rallègrati, piena di grazia - Il testo lucano è pieno di sorprese. Innanzi tutto, contrariamente alle attese popolari, la realizzazione del progetto salvifico, svelato nelle parole dell’angelo, non parte da Gerusalemme, ma da un paese sconosciuto, Nazaret, situato in una regione posta in periferia e semipagana (Cf. Mt 4,15). Ma la sorpresa più grande è che la realizzazione del progetto salvifico prevede come condizione necessaria il sì di una donna.
Il nome della donna è Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele le rivolge esce dall’ambito di un comune saluto: «Rallègrati, piena di grazia». In egual modo, i profeti invitavano la «vergine figlia di Sion» (Is 37,22) a rallegrarsi a motivo della prossima venuta del Signore Dio in mezzo al suo popolo: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...]. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3,13; Cf. Is 49,13; Gl 2,21). Un singolare accostamento: Maria è la nuova Figlia di Sion, nel cui seno, come nel Tempio, verrà a dimorare Dio stesso (Cf. v. 33: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»). Dio «prende veramente possesso del grembo di Maria, che diviene la sua dimora vivente, quale figlia di Sion, cioè rappresentante del nuovo popolo eletto» (A. Poppi).
E ancora, a Maria, l’angelo Gabriele promette l’assistenza di Dio, la sua vicinanza, la sua forza, la sua consolazione: «Il Signore è con te». Tutto il favore di Dio è riversato su di lei, lei è la piena di grazia: Dio l’ha colmata di grazia, ella è «la “graziata”, la “gratificata” per eccellenza. L’appellativo che sta per il nome proprio fa pensare che la “grazia” fa come parte del suo essere, la possiede per sempre, fin dalla nascita» (Ortensio Da Spinetoli).
L’annunzio turba Maria in quanto decisa a rimanere vergine: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Come fa notare Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù), la «più comune interpretazione tra gli esegeti cattolici è la seguente. Maria obietterebbe: “Come posso diventare madre dal momento che ho l’intenzione o il proposito di non conoscere uomo?”, cioè qualsiasi uomo, vale a dire di restare vergine. Maria cioè obietterebbe il suo proposito di castità perfetta». Tali esegeti fondano la loro tesi sul presente greco, io non conosco uomo, usato da Maria e che indica azione continua.
René Laurentin, che segue questa interpretazione, porta questa esemplificazione: «Portiamo un esempio moderno per illustrare questi due termini astratti: se qualcuno, a cui si offre una sigaretta, risponde: “non fumo”, si capisce che questo significa “io non fumo mai” e non “io non sono nell’atto di fumare”». Il proposito di restare vergine per quei tempi era qualcosa di inusitato, in quanto la verginità era equiparata alla sterilità (Cf. Gen 30,23; Gdc 11,37; 2Sam 13,20); una condizione sfavorevole, a volte intesa come castigo di Dio, che poneva la donna agli ultimi gradini della società civile. Una donna senza figli era una donna in balia di tutti soprattutto se alla sterilità si assommava la disgrazia della vedovanza. Ma da molte testimonianze storiche si evince che nell’antichità la verginità era anche praticata: per esempio, gli Esseni di Qumran si astenevano dall’uso matrimoniale, vivendo praticamente come celibi, per conservare la purità legale, in vista dell’avvento del Regno di Dio.
Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12).
Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Per approfondire
 
Maria nel Vangelo d’infanzia di Luca - Giuseppe Barbaglio (Maria in Schede Bibliche Pastorali - Vol V): Più ricco dal punto di vista mariologico è senz’altro il vangelo d’infanzia lucano nel quale Maria trascende i limiti della sua individualità per assurgere a figura rappresentativa e ideale della comunità cristiana specchio dei credenti.
Nel primo dittico della sezione lucana dei cc. 1-2, annuncio della nascita del Battista e annuncio della nascita di Gesù, l’incredulità di Zaccaria per contrasto evidenzia l’adesione di Maria: «L’angelo gli (a Zaccaria) rispose: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a suo tempo» (1,19-20). «Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (1,38). Ancor più esplicita in proposito la dichiarazione ispirata di Elisabetta: «È beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore» (1,45). Preso poi in se stesso, il racconto dell’annuncio dell’angelo a Maria (l,26ss) documenta anzitutto la credenza della chiesa lucana nella verginità di Maria che concepisce per opera dello Spirito santo e per intervento della potenza dell’Altissimo. Di rilievo è pure l’appellativo «piena grazia» (kecharitómené), cioè oggetto del beneplacito di Dio che l’ha scelta come madre del suo figlio: «Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo». Né possiamo passare sotto silenzio l’allusione alla figlia di Sion, che un celebre oracolo di Sofonia esortava così alla gioia: «Gioisci (chaire), figlia di Sion, esulta, Israele, rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!... Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (3,14-15); allusione presente in 1,28: «Gioisci (chaire), o piena di grazia, il Signore è con te».
Tale accostamento di motivi, invito alla gioia, motivato dalla presenza Dio rispettivamente nel suo popolo e in Maria, evidenzia l’intenzione di Luca di mostrare Maria come personificazione del popolo di Dio dei tempi ultimi, luogo della presenza salvifica di Dio. Il mistero della madre del figlio di Dio, poi, appare al centro del brano successivo della visita di Maria ad Elisabetta, che pronuncia queste parole profetiche: «Bene­detta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (1,42-43). L’inno del Magnificat, messo sulla bocca di Maria, da parte sua esprime un motivo caro a Luca: Dio si è piegato verso gli umili e i poveri con sguardo di benevolenza e di promozione. Maria impersona qui il destino di grazia del mondo dei disprezzati, in concreto della comunità lucana, la cui causa è stata abbracciata da Dio.
Nel racconto della nascita di Gesù (2,1-22) significativa per il nostro tema è l’annotazione dell’evangelista in 2,19: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». Non c’è dubbio che essa rappresenta la comunità dei credenti intenta nella meditazione ad approfondire e rivivere nel suo intimo la valenza salvifica dell’evento di Cristo. Si veda anche l’annotazione parallela di 2,51b: «Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore». Il testo si riferisce alla risposta di Gesù che per la sua taciuta permanenza a Gerusalemme aveva addotto il motivo di doversi dedicare alla causa del Padre celeste. Non molto dissimile però appare anche 2,33: «Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Lo stupore qualifica la reazione umana davanti alle meraviglie dell’azione divina nella storia. Maria però non è solo spettatrice, né solo emotivamente partecipe alla vicenda del figlio. In realtà ella vi è coinvolta, soprattutto nel destino di croce di Gesù, come preannuncia l’oracolo profetico di Simeone: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (2,34-36).
Infine, figlio di Maria, Gesù nondimeno è figlio di Dio, votato al progetto salvifico del Padre suo celeste. Lo illustra il racconto conclusivo del vangelo d’infanzia: pellegrino nella città santa e prolungata la sua permanenza a Gerusalemme all’insaputa di genitori, egli rivendica la sua autonomia da loro e la sua dedizione alle cose del Padre celeste. Giuseppe e Maria non riescono a comprendere il figlio nella sua presa di distanza dalla famiglia terrena (2,41ss).

Rosario, lode incessante a Cristo: Marialis cultus 46: Preghiera evangelica, incentrata nel mistero dell’Incarnazione redentrice, il Rosario è, dunque, preghiera di orientamento nettamente cristologico. Infatti, il suo elemento caratteristico - la ripetizione litanica del Rallegrati, Maria - diviene anch’esso lode incessante a Cristo, termine ultimo dell’annuncio dell’Angelo e del saluto della madre del Battista: Benedetto il frutto del tuo seno (Lc 1,42). Diremo di più: la ripetizione dell’Ave, Maria costituisce l’ordito, sul quale si sviluppa la contemplazione dei misteri: il Gesù che ogni Ave, Maria richiama, è quello stesso che la successione dei misteri ci propone, di volta in volta, Figlio di Dio e della Vergine, nato in una grotta di Betlemme; presentato dalla madre al tempio; giovinetto pieno di zelo per le cose del Padre suo; Redentore agonizzante nell’orto; flagellato e coronato di spine; carico della croce e morente sul Calvario; risorto da morte e asceso alla gloria del Padre, per effondere il dono dello Spirito. È noto che, appunto per favorire la contemplazione e far corrispondere la mente alla voce, si usava un tempo - e la consuetudine si è conservata in varie regioni - aggiungere al nome di Gesù, in ogni «Ave Maria», una clausola che richiamasse il mistero enunciato.   
 
Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce - «E se Maria non fosse stata candida come avrebbe potuto concepire il candore dell’eterna Luce, lo specchio senza macchia? Perciò del suo candore il Figlio disse nei Cantici: Il suo corpo è di avorio trapuntato di zaffiri [Ct 5,14]... Il corpo della Vergine gloriosa fu avorio trapuntato di zaffiri perché, quanto al corpo, Ella brillava del candore della verginità e, quanto all’anima, della bellezza della contemplazione» (Sant’Antonio da Padova).
 
Il Santo del Giorno - 7 Ottobre 2022 - Beata Vergine del Rosario. La potenza di una preghiera che porta al cuore di Dio - Il Rosario è da sempre la preghiera del cuore per i cristiani di tutto il mondo: la semplice e umile cantilena delle Ave Maria accompagna la meditazione sulla vita di Gesù e sul messaggio del Risorto. E questo movimento, tanto intimo quanto potente, è capace di cambiare i cuori, di donare coraggio, di sanare le tante ferite interiori e far cogliere i numerosi segni di speranza che ci circondano. È in questa prospettica che la liturgia oggi propone la festa della Beata Vergine del Rosario. Il messaggio è chiaro: assieme a Maria non bisogna mai stancarsi di cercare di Dio. La celebrazione nasce da un evento storico: domenica 7 ottobre 1571, nel contesto della guerra di Cipro nata per difendere la città di Famagosta allora sotto il controllo veneziano, si scontrarono a Lepanto le flotte musulmane dell’Impero ottomano e quelle cristiane (riunite in una federazione sotto le insegne pontificie) della Lega Santa. Con la vittoria dell’esercito cristiano venne di fatto fermata l’avanzata ottomana e questo fatto venne attribuito dal Papa, Pio V, all’invocazione rivolta dall’intero popolo di Dio proprio alla Madonna nel Rosario. (Matteo Liut)
 
Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre;
tu, che all’annuncio dell’angelo
ci hai rivelato l’incarnazione di Cristo tuo Figlio,
per la sua passione e la sua croce,
con l’intercessione della beata Vergine Maria,
guidaci alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 

 6 OTTOBRE 2026
 
Martedì XXVII Settimana T. O.
 
Gal 1,13-24; Salmo Responsoriale 138 (139);  Lc 10,38 -42
 
Ci vuole umiltà sia a ospitare sia a farsi ospitare. Occorrono delicatezza, attenzione, apertura. Nel Vangelo, Marta rischia di non entrare fino in fondo nella gioia di questo scambio. È tanto presa da ciò che le tocca fare per accogliere Gesù, che rischia di rovinare un momento indimenticabile di incontro. Marta è una persona generosa, ma Dio la chiama a qualcosa di più bello della stessa generosità. La chiama a uscire da sé. Sorelle e fratelli carissimi, solo questo fa fiorire la nostra vita: aprirci a qualcosa che ci distoglie da noi stessi e nello stesso tempo ci riempie. Nel momento in cui Marta si lamenta perché la sorella l’ha lasciata sola a servire (cfr v. 40), Maria ha come perso il senso del tempo, conquistata dalla parola di Gesù. Non è meno concreta di sua sorella e neanche meno generosa. Ha però colto l’occasione. Per questo Gesù riprende Marta: perché è rimasta esterna a un’intimità che anche a lei darebbe molta gioia (cfr vv. 41-42). (…) A volte non ci concediamo la parte migliore. Bisogna che viviamo un po’ di riposo, col desiderio di imparare di più l’arte dell’ospitalità. (…) È gratuito, infatti, e non si può comprare ogni vero incontro: sia quello con Dio, sia quello con gli altri, sia quello con la natura. Occorre solo farsi ospiti: fare posto e anche chiederlo; accogliere e farsi accogliere. Abbiamo tanto da ricevere e non solo da dare. (Leone XIV - Angelus, 20 luglio 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Ai riottosi Galati che erano “passati un altro vangelo” (Gal 1,6), san Paolo afferma, con forza, che il vangelo che egli annuncia non l’ha ricevuto dagli uomini, ma Dio. E per rafforzare il suo discorso, ricorda la sua vocazione, la chiamata sulla via di Damasco. La breve visita a Cefa a Gerusalemme; il ritorno e la dimora in Siria e Cilicia. E infine, rammenta la gioia dei fedeli per la sua conversione che aveva messo fine alla persecuzione. In altre parole, lui è “apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti” (Gal 1,1). 
 
Vangelo
Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore.
 
Gesù entrò in un villaggio - Carlo Ghidelli (Luca): Siamo a Betania, dove vivono queste due sorelle di Lazzaro (cfr Gv 11,1ss; 12,1ss). È un brano esclusivo di Lc (ricordiamo la sua preferenza per quei fatti in cui intervengono delle donne) con forti richiami a Giovanni (cfr v. 41s con Gv 6,27). I Padri della Chiesa hanno voluto leggervi la superiorità della contemplazione sull’azione. Alcuni autori moderni, invece, dicono che qui ci si riferisce ad un esempio di Gesù per raccomandare il valore di due ministeri vigenti nella Chiesa primitiva: la «liturgia» e la «diakonia». In questo senso il riferimento a ciò che sceglieranno gli apostoli (cfr At 6,lss) è importante e sintomatico. Siamo comunque di fronte a due «tipi»: Maria diventa il tipo del vero discepolo di Gesù (è utile notare il passaggio dal tema dell’amore verso il prossimo al tema dell’ascolto della parola di Dio), che dà alla Parola di Dio il posto che merita nella sua vita (cfr 8,11), che si dispone non solo all’ascolto ma anche alla contemplazione (v. 39), sollecita di rinnovare le disposizioni interiori per far fruttificare il seme della Parola nel suo cuore e nella sua vita, che non disprezza chi si occupa delle faccende terrene, ma non sa rinunciare alla parte migliore che le è stata offerta. Marta, invece, diventa il tipo non di chi si trova impegnato in attività varie (anche queste possono essere ravvivate da motivi di amore evangelico: cfr 10,25-37), ma di chi si lascia travolgere dall’agitazione, dall’inquietudine, dalla dispersione e, così, finisce con il sottovalutare l’importanza della Parola di Dio e del dono della salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42
 
In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signore.
 
Maria ha scelto la parte migliore - Questo racconto è esclusivo di Luca. Il villaggio è Betania dove abitavano le sorelle Marta e Maria con il fratello Lazzaro. È una località della Giudea, attualmente parte della Cisgiordania, molto vicina a Gerusalemme. La casa dei tre fratelli era sempre aperta al Maestro (Mt 26,6-13; Mc 14.3-9; Lc 10,38-42; Gv 11,1-46; 12,1-8), ma, soprattutto, era aperto il loro cuore, una cara intimità frutto di una sincera amicizia. Le due sorelle si ritrovano con gli stessi tratti di carattere nel racconto della risurre­zione del fratello Lazzaro (Cf. Gv 11,1-46).
Ad accogliere Gesù è Marta la quale, facendo onore al suo nome che significa «padrona», si affretta ad infilarsi in cucina tra le stoviglie per accogliere con una magnifica ospitalità il divino Ospite. Maria invece si accoccola ai piedi del Maestro per ascoltare la sua parola.
Il mettersi ai piedi di Gesù Maestro è l’atteggiamento del discepolo, ma non bisogna trascurare il fatto che Maria è una donna. Per capire la portata rivoluzionaria del gesto basta ricordare il posto che la donna occupava nella società contemporanea ai fatti evangelici. Praticamente, il più basso.
In Gv 4,27 i discepoli si meravigliano che Gesù stia parlando con una donna. Lo scandalo non viene dal fatto che quella donna era una samaritana di facili costumi, ma semplicemente donna e perciò stesso non degna di considerazione. In tribunale non veniva accettata la testimonianza della donna ed era esclusa dalla vita cultuale e liturgica. Nel tempio e nella sinagoga vi erano ambiti esclusiva­mente destinati alle donne, per cui erano separate fisicamente dagli uomini. Così in casa in quanto non mangiavano con gli uomini, ma in sale apparta­te. Potevano essere ripudiate per futili motivi. Non partecipavano alle discussioni in pubblico, non potevano uscire, se non per lavorare nei campi o per prendere l’acqua; dovevano portare il velo.
Nell’ambiente rabbinico circolava l’opinione secondo cui, piuttosto che consegnare la Torà ad una donna, era meglio bruciarla.
Gesù in questa occasione, ma non soltanto in questa circostanza, sta sovvertendo un modo di pensare, una convenzione sociale del suo tempo.
Gesù è un uomo libero da pregiudizi o idee preconcette e anche per tale questione agisce con grande libertà. Accetta di essere ospitato da donne e va oltre, accettando di avere anche un seguito femminile per il soddisfacimento dei comuni bisogni logistici (Cf. Lc 8,1-3).
Anche in quest’occasione, in casa di Marta e Maria, Gesù «va oltre, ammettendo una di esse come uditrice della parola. La formula nell’opera lucana indica l’annuncio del messaggio specifico di Gesù: Lc 5,2; At 13,7.44; 19,10. Tra Maria e Gesù non è dunque in corso una conversazione qualsiasi, tanto per intrattenere l’ospite in attesa che il pranzo sia servito. Le posizioni fisiche stesse dei due personaggi dicono che qui Gesù è ritratto come il Maestro che insegna e Maria come la discepola che ascolta [...]. Maria è ammessa anche lei nel gruppo dei discepoli senza inferiorità alcuna» (G. Corti).
La reazione di Marta, dille dunque che mi aiuti, e la risposta di Gesù, Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta, ha dato la stura a un’infinità di risposte. Johannes Eckhart loda la reazione di Marta in quanto in lei era insorto il sospetto «che la cara Maria, sedesse là più per il piacevole sentire che non per il profitto spirituale. E per questo motivo Marta disse: “Signore, comandale di alzarsi!”, perché temeva che Maria si attestasse in questo piacere e non procedesse oltre».
Chi vede una difesa a spada tratta della vita contemplativa; chi invece cerca di conciliare il servizio con 1’ascolto: «Infatti la parte migliore, che non sarà tolta, è che il cuore sia pronto non solo a contemplare, ma anche a servire il prossimo» (San Bernardo da Chiaravalle). Chi va oltre, tanto da vedere in Marta colei che ha ricevuto la parola tra le spine: Marta è colei che «ascolta la parola, ma le molte preoccupazioni la soffocano, sì che essa non dà frutto. Maria invece è colei che ha ricevuto la parola in un terreno fertile, ascolta e dà frutto. L’episodio descrive la preoccupazione di Luca che vede nella sua comunità un eccesso di impegno sociale a scapito dell’ascolto della parola. L’invito di Gesù è a ridimensionare quel servizio, pur necessario, sull’essenziale» (Cesare Marcheselli).
I capi della primitiva comunità cristiana andranno per le vie di Maria e così al servizio delle mense (diaconia, il verbo che troviamo in Lc 10,40 e Atti 6,2) preferiranno la predicazione e la preghiera. Quando alcuni ellenisti si lamenteranno perché le loro vedove erano trascurate «nella assistenza quotidiana» (Atti 6,1), la risposta di Pietro non si farà attendere: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate tra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola» (Atti 6,2-4).
Nella risposta di Pietro vi è un salutare insegnamento: l’eccessivo impegno sociale spegne l’annunzio e rarefà la preghiera. Le comunità cristiane di ogni tempo trovano la vera loro identità nel cercare «anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33), nell’occuparsi «delle cose del Padre» (Lc 2,49) e nel vivere «non di solo pane [...], ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Al di là delle tante interpretazioni, possiamo cogliere nelle parole di Gesù il desiderio di far conoscere a Marta il confine tra quello che è buono e non passa e quello che, pur essendo buono, è effimero.
A motivo dell’esigenza e dell’urgenza dell’ora in cui il credente vive, Maria ha scelto la parte migliore, per cui l’unica cosa di cui c’è bisogno è quella di ascoltare la parola, per accoglierla con docilità e metterla in pratica (Cf. Gc 1,22).
 
Per approfondire
 
La Bibbia di Navarra - Gal 1,15-16: In più di un’occasione si legge nella Sacra Scrittura che Dio scelse i propri inviati quando ancora stavano nel grembo materno (cfr Ger 1,5; Is 49, 1-5; Lc l,15; e altri luoghi). Viene così sottolineata l’iniziativa gratuita di Dio e, insieme, l’assenza di meriti personali. La vocazione è un dono divino, soprannaturale, che Dio ci ha preparato dall’eternità. Quando la volontà divina gli si manifestò sulla via di Damasco (cfr At 9,3-6), san Paolo non chiese consiglio a nessun uomo («né alla carne né al sangue», letteralmente), perché aveva la certezza di essere stato chiamato da Dio. E neppure volle ascoltare i suggerimenti della carne, ma fu generoso con il Signore. La sua donazione fu immediata, assoluta e senza condizioni. Gli apostoli, nell’udire l’invito di Gesù, lasciarono «subito» le reti (Mt 4, 20.22; Mc l, 18) e seguirono il Maestro abbandonando «tutto» (Lc 5,11). Allo stesso modo Saul, il persecutore di una volta, servì il Signore «subito».
Se andò da Anania, nella città di Damasco, fu per espresso comando di Gesù, per essere istruito, ricevere il battesimo e conoscere quale fosse la sua missione (cfr At 9, 15-16).
La chiamata divina esige dunque una risposta immediata. «Osservate, ora, la fede e l’obbediente docilità dei discepoli», dice san Giovanni Crisostomo «Gesù parla, mentre essi si trovano nel bel mezzo del lavoro (e voi sapete quale occupazione appassionante sia la pesca); ebbene essi, appena sentito il suo invito, non si ritraggono, né rinviano e neppure dicono: Lasciaci andare a casa un momento per parlare con i nostri parenti; ma, abbandonata ogni cosa, lo seguono, [ ... l. È una obbedienza pronta e perfetta come questa, che Gesù esige da noi, una obbedienza che esclude ogni ritardo, anche quando vi fossero fortissime ragioni a ostacolarla» (Omelia sul Vangelo di san Matteo, 14,2). E san Cirillo d’Alessandria commenta: «Lo stesso Gesù disse anche “Nessuno che pone mano all’aratro si volta indietro è adatto per il Regno dei cieli” e congedò quello che aveva chiesto il permesso di tornare a casa e parlare con i familiari. Vediamo quindi che i santi apostoli non si comportarono così, ma seguirono Gesù lasciando immediatamente barca e genitori. E così fu anche per Paolo, “subito, senza chiedere consiglio né alla carne né al sangue”. Così deve agire chi vuole seguire Cristo» (Commentarium in Lucam, 9).
Dobbiamo seguire sempre Cristo, anche nel caso in cui i familiari vi si oppongano apertamente o vogliano dilazionare la decisione definitiva, spinti forse dalla prudenza della carne: «Bisogna onorare i genitori, ma obbedire a Dio. Bisogna amare chi ci generò, ma dare il primo posto a chi ci creò», dice con forza sant’Agostino (Discorso 100).
L’incertezza nel perseverare, costatando le nostre debolezze, non può trattenerci né preoccuparci, ma dobbiamo chiedere aiuto con fiducia, perché, come insegna il concilio Vaticano Il, quando il Signore chiama bisogna rispondere «in maniera tale da vincolarsi del tutto all’opera evangelica, senza prendere consiglio dalla carne e dal sangue. Ed è impossibile dare una risposta a questa chiamata senza l’ispirazione e la forza dello Spirito Santo [ ... ]. Colui che è chiamato deve quindi esser pronto a mantenersi fedele per tutta la vita alla sua vocazione, a rinunciare a sé stesso e a tutto quello che in precedenza possedeva in proprio, e a farsi “tutto a tutti”» (Ad gentes, n. 24).
 
Don Franco Mastrolonardo: Siamo a Betania, un piccolo villaggio vicino Gerusalemme. Gesù entra in casa ed è accolto da due donne Marta e Maria. L’accoglienza si presenta con due sfaccettature diverse, ma complementari: la prima è data dal servizio della tavola, la seconda dall’ascolto della persona. Marta è addetta alla cucina, quindi si mette all’opera per preparare la cena, Maria invece sceglie di mettersi a servizio di Gesù in una ascolto più personale.
Tutto bene fin qui. Direi che in ogni casa, quando ci sono ospiti, si fa così. Ora però il Vangelo ad un certo punto cambia ritmo e spiazza il lettore. Marta reagisce alla inefficienza di Maria e chiede a Gesù di prendere posizione a riguardo. E Gesù lo fa, ma a discapito di Marta. E il Vangelo conclude con questa frase: “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”. A Vangelo concluso il lettore istintivamente fa la sua scelta: Maria è meglio di Marta. Ciò che sposta l’ago della bilancia è quel “migliore”, in italiano: aggettivo comparativo di maggioranza. Quindi Gesù decreta: Maria è migliore di Marta. Per secoli siamo andati dietro a questa gerarchia, ritenendo il servizio di minor valore rispetto alla preghiera. Infatti Marta è sempre stato considerato il volto della chiesa attiva, Maria della chiesa contemplativa. Quindi si diventa santi solo pregando e non stando nel mondo. Per questo abbiamo riempito il calendario di santi consacrati, monaci, suore, frati, qualche prete e pochi, pochissimi laici.
Mi ha fatto sempre faticare questa cosa, fino a quando ho scoperto che il termine greco con cui viene scritto il Vangelo non si traduce con “migliore”, ma con “buono”. Ecco che cambia tutto. A questo punto mi tornano i conti. Gesù non rimprovera Marta perché perde tempo a cucinare e non loda Maria perché fa meglio di Marta.
Molto semplicemente Gesù rimprovera l’ansia di Marta, il suo non stare serena al suo posto, di fare le sue cose pensando ad altro. Tutto qui! Poi quello che fa è lodevole quanto quello che fa Maria. 
 
Dio non ci vuole preoccupati - Giovanni Damasceno, De fide orthodoxa, 2, 11: Dio nostro Padre non voleva che noi vivessimo preoccupati e in ansia per le cose della vita; questo avvenne ad Adamo, ma in un secondo tempo. Gustò il frutto dell’albero e s’accorse d’essere nudo e si fece un cinto. Ma prima di mangiare il frutto “erano tutti e due nudi e non si vergognavano” (Gen 3,7). Così ci voleva Dio, senza turbamenti di sorta. E questo è il segno di un animo che è lontano da ogni affetto libidinoso; e chi è in questa disposizione, non ha in mente altre opere che quelle degli angeli. Così non penseremmo che a celebrare eternamente il Creatore, sarebbe nostra letizia la sua contemplazione e lasceremmo a lui ogni preoccupazione, come scrisse David: “Lascia al Signore la cura di te stesso, ed egli ti nutrirà” (Sal 54,23). E Gesù insegna agli apostoli: “Non vi preoccupate della vostra vita, di quello che mangerete, né del come vestirete il vostro corpo” (Mt 6,25). E ancora: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutto vi sarà dato in sovrappiù”" (Mt 6,33). E a Marta: “Marta, Marta, tu ti preoccupi di troppe cose; ma una sola cosa è necessaria. Maria ha scelto la migliore, e non le sarà tolta” (Lc 10,14-15); cioè, si metterà ai piedi del Signore e ascolterà la sua Parola.
 
Testimoni di Cristo - San Bruno - Dalle voci dell’uomo alla Parola del Signore: Dalle “lettere”, voci degli uomini, alle scritture “sacre”, Parola di Dio: seguendo proprio questo itinerario, che dalla storia lo ha portato alla contemplazione della vita divina, san Bruno (o Brunone) ha lasciato all’Europa una preziosa eredità spirituale e culturale. Questo sacerdote e monaco vissuto nell’XI secolo, infatti, fu il padre delle certose che di fatto sono stati e sono ancora piccoli tesori e semi preziosi piantanti nel cuore della storia del Vecchio Continente.
Nato a Colonia nel 1030, Bruno studiò la filosofia e la teologia, dedicandosi poi all’insegnamento a Reims. In seguito, però, decise di intraprendere una vita da eremita e con l’aiuto del vescovo di Grenoble, Ugo, creò una comunità di monaci dediti alla preghiera e al lavoro in una località isolata: nasceva così la Grande Chartreuse.
Vivevano e lavoravano in baracche individuali e si ritrovavano in un ambiente comune per la preghiera insieme. Nel 1090 fu scelto come consigliere da papa Urbano II, che era stato suo studente a Reims. In Calabria, nella Foresta della Torre, fondò il monastero dal quale poi nacque la certosa che oggi porta il suo nome: la certosa di Serra San Bruno. Qui morì nel 1101. (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che hai chiamato san Bruno
a servirti nella solitudine,
per sua intercessione donaci,
tra le alterne vicende del mondo,
di conservare una continua unione con te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 5 Ottobre 2026
 
Lunedì XXVII Settimana del Tempo Ordinario
 
Gal 1,6-12; Salmo Responsoriale dal Salmo 110 (111); Lc 10,25-37
 
Catechismo degli Adulti - Comunione con Gesù e vita eterna [1192]  Gesù, nella parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro come anche nella promessa al ladrone pentito, mostra di condividere la stessa concezione. La novità è il ruolo decisivo che riveste la sua persona. La comunione con lui è più forte della morte, si prolunga per l’eternità: «Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6,48-50); «In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte» (Gv 8,51). Chi crede nel Figlio di Dio, già adesso possiede la vita eterna e nell’ultimo giorno riceverà la salvezza completa con la risurrezione.[1193] La Chiesa dei primi tempi vive questa gioiosa certezza. Stefano, mentre viene ucciso, esclama: «Signore Gesù, accogli il mio spirito» (At 7,59). Paolo è ancora più esplicito: sia che viviamo, sia che moriamo, apparteniamo al Signore e viviamo insieme a lui; sulla terra ci troviamo in esilio, perché non possiamo vederlo; per noi è molto meglio morire, per «abitare presso il Signore» (2Cor 5,8). La comunione con il Risorto, e attraverso di lui con il Padre, vince ogni ostacolo. Perfino i giusti delle passate generazioni vengono da lui raggiunti, portati alla perfezione e introdotti nel santuario celeste
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Il Vangelo io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo: I cristiani provenienti dal giudaismo forse accusavano Paolo di non obbligare i pagani alla circoncisione per guadagnarli più facilmente. Paolo si meraviglia di questa accusa, il suo non è opportunismo, infatti è noto a tutti che prima della sua conversione, in quanto fariseo, predicava con convinzione la circoncisione. Ora, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità (Gal 5,6). L’accusa è assurda anche perché è noto a tutti che il vangelo che lui annuncia non l’ha ricevuto né l’ha imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.
 
Vangelo
Chi è il mio prossimo?
 
I personaggi del racconto evangelico appartengono a due mondi contrapposti, «l’un contro l’altro armato» (Alessandro Manzoni, Cinque Maggio): da una parte il Samaritano, lo straniero ed eretico (Cf. Gv 8,48; Lc 9,53), dal quale non si attenderebbe normalmente che odio e dall’altra il sacerdote e il levita, coloro che in Israele sono maggiormente tenuti a osservare la legge della carità. Quest’ultimi sono convinti di amare Dio anche se lasciano morire per strada chi ha avuto la disavventura di incappare nei briganti: non si accorgono che è una pura scempiaggine credere di amare Dio disprezzando il prossimo. La religione che separa totalmente il religioso dal profano, che ha cura del rito senza integrarlo con la morale, che non assomma il culto con la carità, è praticamente una religione atea con pericolosi propensioni al fanatismo e all’idolatria.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
 
Parola del Signore.
 
Un uomo scendeva ... - Solo Luca parla di questo episodio. Il «dottore della Legge» che si «alza» per mettere alla prova Gesù è un esperto della Legge e trascinare intenzio­nalmente il giovane maestro di Nazaret in questioni riguardanti la Legge era come spingerlo sulle sabbie mobili. La domanda posta a Gesù, - che devo fare per ereditare la vita eterna? -, era di vitale importanza per ogni ebreo e la preoccupazione del dottore della Legge non è sul piano teorico, ma pratico (Cf. Lc 18,18). Non era facile districarsi in una selva di precetti e trovarvi la via che conduceva alla vita eterna. Basti pensare che il numero dei precetti della Torà era ben 613, di cui 248 precetti positivi e 365 precetti negativi.
Alla domanda del leguleio, Gesù risponde a sua volta con una domanda in modo che sia lo stesso interlocutore a dare la risposta. Quando il dottore della Legge cita la sacra Scrittura, e precisamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza... » (Dt 6,5) e la legge parallela «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18), Gesù gli dice che ha risposto correttamente e lo invita a comportarsi di conseguenza.
Il monito fa’ questo (tu fa’ così) è ripetuto anche alla fine della parabola per sottolineare l’importanza della pratica di vita di cui certamente difettava il borioso dottore della Legge, il quale volendosi giustificare chiede a Gesù: «E chi è mio prossimo?».
La risposta per l’interlocutore era in verità già scontata. In linea di massima, il prossimo, per un Giudeo, era il connazionale o lo straniero che dimorava in Israele (Cf. Lev 19,33-34). Più tardi saranno considerati prossimo i pagani convertiti.
Da questa lista certamente erano esclusi i nemici e sopra tutto i Samaritani. Secondo Rinaldo Fabris, al tempo di Gesù erano state aggiunte altre restrizioni, «per cui praticamente il prossimo era il membro della setta o del gruppo religioso [farisei, esseni, zeloti, ecc.]. È su questo sfondo che deve essere trascritto il racconto magistrale di Gesù».
Gesù, a questo punto, perché sia più chiara la sua esortazione, narra la parabola dell’uomo incappato nei briganti. Di proposito gli attori del racconto sono un sacerdote, un levita e un Samaritano. I primi due, consci di essere gli «eletti» rappresentanti religiosi dell’ebraismo, appartengono al popolo d’Israele; il Samaritano invece a un popolo considerato dai Giudei eretico, pagano. Un’antica ferita che si perdeva nella notte dei tempi quando Sargon re degli Assiri, nel 721 a.C., aveva conquistato il regno del Nord deportando i suoi abitanti e al loro posto erano state trasferite genti di altre nazioni (Cf. 2Re 17) che si erano amalgamate con i pochi rimasti in patria. Anche in campo religioso si era creato un sincretismo che aveva spinto i Giudei scampati all’esilio, e che erano ritornati nella loro terra, a considerare i Samaritani come popolo misto.
Gesù nel raccontare la parabola, di proposito, opera uno spostamento di accento, dall’oggetto al soggetto.
Mentre il dottore della Legge aveva chiesto chi doveva essere oggetto del suo amore, Gesù fa vedere il soggetto, chi è colui che ama veramente; al dottore della Legge che chiedeva chi fosse il prossimo da amare, Gesù gli insegna come lui avrebbe dovuto diventare prossimo. Praticamente, Gesù chiede al dottore della legge di rientrare in se stesso e di verificare in che modo egli si pone nei confronti degli altri, quali relazioni costruisce con gli altri. Al termine della parabola, il saccente custode della Legge scopre il senso dell’insegnamento di Gesù: come il Samaritano deve avere il coraggio di farsi prossimo di chi nell’immediato ha bisogno del suo aiuto senza stare a sofisticare in questioni di lana caprina. Una bella lezione per chi era abituato a «filtrare il moscerino» (Mt 23,24). Non va poi dimenticato il senso cristologico della parabola: il buon Samaritano è Gesù che nell’amare l’umanità rivela e realizza l’infinito amore del Padre per tutti gli uomini. In questa ottica l’amore verso il prossimo, che con la parabola viene comandato a tutti i discepoli, deve essere interpretato come continuazione dell’amore di Gesù, come insegnano le sue stesse parole: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 15,34).
 
Per approfondire
 
Patrizia Sensoli: La lettera che Paolo scrive agli abitanti della Galazia ha un incipit inconsueto rispetto alle altre lettere dell’apostolo. Non ci sono ringraziamenti o benedizioni ma un ammonimento severo, un forte rimprovero a quelle comunità, un richiamo potente a ritrovare la centralità di Cristo nella loro esperienza di fede.
Gruppi di giudei cristiani inseriti tra i Gàlati (che, ricordiamolo, erano pagani) stavano infatti diffondendo l’idea che per essere cristiani migliori occorresse anche farsi circoncidere e seguire le norme e le leggi della purità rituale giudaica. Quando Paolo parla di alcuni che vogliono turbare e sovvertire il Vangelo di Cristo, parla di questo, parla del pericolo di pensare che la salvezza vada in qualche modo garantita anche dalle opere degli uomini. Si tratta di un pericolo sottile che rimane sotto traccia ma può minare le fondamenta della fede perché ci fa pensare che ci salviamo solo se seguiamo scrupolosamente determinate regole e precetti. Quello di Paolo è un vero e proprio grido di dolore e di orrore che nasce nel cuore tanto da arrivare a maledire chiunque (persino un angelo del cielo, persino se stesso) chiunque annunci un Vangelo diverso da quello di Cristo, l’unico Vangelo, perché il solo a portare agli uomini un messaggio di salvezza. L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! (v.9) L’apostolo nell’ultimo capitolo ci dice di aver scritto la lettera con grossi caratteri, mi immagino in particolare queste righe scritte a lettere grandi, staccate per potenziarne la forza espressiva, parole “gridate” come a voler risvegliare una comunità anestetizzata, assopita, inconsapevole del rischio che sta correndo, quello di perdersi, pur facendo cose buone e opere di bene ma sbagliando direzione, cercando cioè di piacere agli uomini e non a Dio. Questo è il punto: quando il nostro baricentro si sposta da Cristo a noi stessi, ecco, allora può accadere che pensiamo di doverci meritare la salvezza, di dovercela costruire attraverso l’osservanza di pratiche e regole, o di essere noi a salvare attraverso le nostre opere buone, dimenticandoci che la salvezza è sempre e solo dono di Dio, che è sempre e solo Lui che agisce e realizza quel Bene che a volte pensiamo di essere noi a compiere.
 
Prossimo - Xavier Leon-Dufour (Dizionario di teologia Biblica): VECCHIO TESTAMENTO Il termine «prossimo», che rende con molta esattezza il termine greco plesìon, corrisponde imperfettamente al termine ebraico rea’ che gli è soggiaceste. Non dev’essere confuso con il termine «fratello», quantunque sovente vi corrisponda. Etimologicamente esprime l’idea di associarsi con uno, di entrare nella sua compagnia. Al contrario del fratello, al quale si è legati per relazione naturale, il prossimo non appartiene alla casa paterna; se il mio fratello è un altro me stesso, il mio prossimo è diverso da me, un estraneo che per me può rimanere «un altro», ma che può anche diventare un fratello. Un legame può crearsi in tal modo fra due esseri, sia in modo passeggero (Lev 19, 13. 16. 18), sia in modo duraturo e personale, in virtù dell’amicizia (Deut 13, 7) o dell’amore (Ger 3, 1. 20; Cant 1, 9. 15) o della dimestichezza (Giob 30, 29). Nei codici antichi non si faceva questione di «fratelli» ma di «altri» (ad es. Es 20, 16 s): nonostante questa apertura virtuale sull’universalismo, l’orizzonte della legge non andò oltre il popolo di Israele. In seguito, con la loro coscienza più viva della elezione, il Deuteronomio e la legge di santità confondono «gli altri» e «fratello» (Lev 19, 16 s), intendono con ciò i soli Israeliti (17, 3). Non è un restringimento dell’amore del «prossimo» all’amore dei soli «fratelli»; al contrario, questi testi si sforzano di estendere il comandamento dell’amore assimilando all’Israelita lo straniero residente» (17, 8. 10. 13; 19, 34). Dopo l’esilio si fa luce una duplice tendenza. Da una parte, il dovere di amare non concerne più che l’Israelita od il proselito circonciso: la cerchia dei «prossimi» si restringe. Ma dall’altra parte, quando i Settanta rendono l’ebraico rea’ con il greco plesìon, separano «gli altri» da «fratello». Il prossimo che bisogna amare sono gli altri, siano o no un fratello. Non appena due uomini si incontrano, sono l’uno per l’altro il «prossimo», indipendentemente dalle loro relazioni di parentela o da quel che pensano l’uno dell’altro.
NUOVO TESTAMENTO Quando lo scriba domandava a Gesù: «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10, 29), è probabile che assimilasse ancora questo prossimo al suo «fratello», membro del popolo di Israele. Gesù trasformerà definitivamente la nozione di prossimo. Innanzitutto consacra il comandamento dell’amore: «Amerai il prossimo come te stesso». Non soltanto concentra in esso gli altri comandamenti, ma lo collega indissolubilmente al comandamento dell’amore di Dio (Mt 22, 34-40 par.). Sull’esempio di Gesù, Paolo dichiara solennemente che questo comandamento «racchiude tutta la legge» (Gal 5, 14), è la «somma» degli altri (Rom 13, 8 ss), e Giacomo lo qualifica come «legge regale» (Giac 2, 8). In seguito, Gesù universalizza questo comandamento: si devono amare i propri avversari, non soltanto i propri amici (Mt 5, 43-48); ciò suppone che sia stata abbattuta nel proprio cuore ogni barriera, cosicché l’amore può estendersi allo stesso nemico. Infine, nella parabola del buon Samaritano, Gesù scende alle applicazioni pratiche (Lc 10, 29-37). Non spetta a me decidere chi è il mio prossimo. L’uomo in difficoltà, quand’anche mio nemico, mi invita a diventare suo prossimo. L’amore universale conserva così un carattere concreto: si manifesterà nei confronti di ogni uomo che Dio pone sulla mia strada.
 
Il medico ha molti rimedi: «E gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino. Questo medico è fornito di molti medicamenti, e con essi suol procurare la guarigione. La sua parola è un balsamo. Un genere di parole fascia le ferite, un altro le ammorbidisce con l’olio, un altro ancora versa sopra il vino: egli tiene strette le ferite quando comanda alquanto severamente, ammorbidisce quando rimette i peccati, pizzica, come fa il vino, quando minaccia il giudizio» (Ambrogio, Esposizione del Vangelo secondo Luca 7,75).
 
Testimoni di Cristo - Santa Maria Faustina Kowalska - I nostri cuori feriti e spezzati hanno bisogno di misericordia: Quello di Dio è un volto di misericordia, cioè di quel sentimento di amore e condivisione la cui massima icona è Cristo crocifisso e risorto. È quando ci troviamo sulle nostre croci, infatti, che abbiamo bisogno di sentirci accolti e amati per quello che siamo, con tutte le nostre sofferenze. Questa è la radice della devozione alla Divina Misericordia, di cui fu apostola santa Maria Faustina Kowalska. È proprio grazie alla testimonianza di questa mistica e religiosa polacca che san Giovanni Paolo II volle istituire la Domenica della Divina Misericordia. D’altra parte Wojtyla aveva conosciuto l’eredità della Kowalska in gioventù, fermandosi a pregare nel santuario dove la santa aveva vissuto, appena fuori Cracovia. Helena Kowalska era nata a Glogowiec nel 1905, terza di dieci figli in una famiglia contadina. A 16 anni lasciò la casa paterna e lavorò come donna di servizio, coltivando però anche il desiderio di consacrarsi a Dio. All’inizio i genitori non le permisero di entrare in convento, finché nel 1925, dopo un percorso spirituale travagliato, a Varsavia riuscì a farsi accogliere nella comunità della Vergine della Misericordia, prendendo il nome di Maria Faustina. Morì nel 1938. Proclamata beata da san Giovanni Paolo II il 18 aprile 1993, è stata canonizzata dallo stesso Pontefice il 30 aprile 2000. (Matteo Liut)
 
Dio onnipotente ed eterno,
che esaudisci le preghiere del tuo popolo
oltre ogni desiderio e ogni merito,
effondi su di noi la tua misericordia:
perdona ciò che la coscienza teme
e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. .
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 4 Ottobre 2026
 
XXVII Domenica del Tempo Ordinario
 
Is 5,1-7; Salmo responsoriale dal Salmo 79 (80); Fil 4,6-9; Mt 21,33-43
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura
La vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele.
 
Il cantico della vigna, sotto i veli dell’allegoria, descrive l’amara delusione di Dio: Egli ha amato senza limiti il popolo d’Israele, lo ha circondato di ogni paterna premura, ma ha raccolto solo frutti di ingratitudine e di infedeltà. L’immagine della vigna è familiare sia all’Antico Testamento che al Nuovo Testamento. Gesù se ne servirà per illustrare il mistero del Regno dei Cieli (Cf. Mt 20,1; Mc 12,1). Il cantico della vigna è stato composto da Isaia all’inizio del suo ministero, «forse ispirandosi a una canzone di vendemmia. Il tema della vigna-Israele, scelta poi rigettata, già preparato da Osea [Is 10,1], sarà ripreso da Geremia [2,21; 5,10; 6,9; 12,10] e da Ezechiele [15,1-8; 17,3-10; 19,10-14]. Gesù lo trasferirà nella parabola dei vignaioli omicidi [Mt 21,33-44p; Cf. anche il fico sterile, Mt 21,18-19p]. In Giovanni [15,1-2], rivelerà il mistero della “vera” vigna» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Seconda Lettura - Mettete in pratica queste cose e il Dio della pace sarà con voi: In pochi versetti, San Paolo enuncia «un programma di vita cristiana dalle proporzioni vaste quanto il mondo, in cui confluiscono tutti gli autentici valori “umani”. Niente di quanto umanamente è valido il cristiano disprezza; sia nel campo della conoscenza, sia nel campo della esperienza e dell’amore» (Settimio Cipriani).
 
Vangelo
Darà in affitto la vigna ad altri contadini.
 
La parabola dei contadini omicidi arriva senza difficoltà al cuore di chi ascolta. Il padrone della vigna è il Padre, i servi sono i profeti e il figlio prediletto, cacciato fuori dalla vigna e ucciso da coloro che avrebbero dovuto accoglierlo, è Gesù. Alla ostinazione e alla malvagità del suo popolo, il padrone della vigna risponderà facendo uccidere i vignaioli e affidando ad altri la vigna. Il regno di Dio andrà a coloro che avranno creduto, i quali consegneranno a suo tempo al padrone del campo i frutti. Per convalidare questo annuncio, Gesù evoca il testo del salmo 117 attribuendolo a se stesso. L’immagine della pietra, scartata dai costruttori e scelta da Dio come testata d’angolo, sta ad indicare che ciò che è disprezzato dagli uomini, per il Signore diviene fondamento di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 21,33-43
 
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a
un popolo che ne produca i frutti».
 
Parola del Signore.
 
Presero il figlio, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero: La parabola dei contadini omicidi si divide in tre parti: vv. 33-34, il padrone della vigna manda i servi a ritirare il raccolto; vv. 38-41 i contadini maltrattano i servi, alcuni li uccidono; infine uccidono pure il figlio del padrone; vv. 42-46, Gesù spiega il senso della parabola, suscitando l’ira dei capi dei sacerdoti e degli anziani del popolo.
L’immagine della vigna era familiare agli israeliti come figura di realtà spirituali. Allo stesso tempo, al linguaggio popolare suggeriva delle sentenze (Cf. Gdc 8,2; Ger 31,29) e ispirava ai profeti e agli scrittori biblici numerosissime metafore. Nell’Antico Testamento, la vigna appare talvolta come il simbolo della fertilità (Cf. Sal 128,3; Ez 19,10) e spesso designa il popolo d’Israele (Cf. Is 3,4; 5,1-7; Ger 2,21; 12,10; Ez 15,1; 17,6-10; 19,10-14; Os 10,1). Per esempio nel linguaggio del Cantico dei Cantici o dei Profeti, Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore. Sempre nel libro sacro, il castigo di Dio è spesso rappresentato sotto l’aspetto della distruzione di una vigna (Cf. Os 2,14; Is 7,23; 32,10; Ger 8,13), mentre il suo perdono è talora contrassegnato dalla ricostruzione di una vigna fiorente (Cf. Gl 2,22; Mal 3,11). Questo canovaccio non è comunque mantenuto nel Nuovo Testamento.
Se nel cantico della vigna (Cf. Is 5,1-7) la casa d’Israele, a motivo della sua ingratitudine e della sua infedeltà, sarà ridotta a un deserto e abbandonata al suo miserevole destino; nella parabola dei contadini omicidi la vigna non sarà distrutta, ma sarà data ad altri che la faranno fruttificare. È una sorta di rigenerazione, un messaggio di speranza. Il testimone dell’alleanza passerà alla Chiesa: essa in Cristo, suo Capo, sarà il nuovo Israele che consegnerà a Dio i frutti a suo tempo.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi ..., chiara allusione ai profeti mandati da Dio ad Israele. Il raccolto, invece sta ad indicare le opere buone rivendicate dal Signore Dio. L’invio del figlio è l’ultimo tentativo che avrà un esito drammatico. La decisione di uccidere l’erede è in sintonia con la legge ebraica, la quale, nel caso in cui un proselito ebraico moriva, permetteva ai suoi fittavoli di reclamare le sue terre. Ma qui «viene denunciato non tanto un furto di prodotti quanto piuttosto la usurpazione dei diritti di Dio e la pretesa di prendere il suo posto; sta per ripetersi il peccato dei progenitori» (Bruno Barisan).
Alla fine del racconto, i farisei non si accorgono di essere gli accusati (Cf. 2Sam 12,5-7) e rispondendo alla domanda di Gesù, si autodenunciano trasgressori e meritevoli del castigo. La sentenza non tarda ad arrivare: Io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.
Questo affidamento però non suggerisce un’idea di appropriazione; infatti, la vigna viene soltanto affidata alla Chiesa ed essa dovrà dare i frutti a tempo debito. È un dono che non porta il marchio della infallibilità; quindi, rimane possibile, anche per la Chiesa, la probabilità di un ripudio.
L’affermazione può sembrare temeraria, ma «ha il vantaggio di provocare una precisazione. La Chiesa è per sua natura santa perché corpo e sposa di Cristo e animata dallo Spirito Santo. Non potrà mai essere ripudiata perché è indefettibile [Mt 16,18]. Dio non può ripudiare suo Figlio di cui la Chiesa è corpo. Però se non c’è il pericolo del ripudio collettivo, rimane sempre quello del rigetto individuale, tanto più grave quanto maggiori sono i sussidi a disposizione di ognuno» (Vincenzo Raffa).
È la minaccia del Padre di resecare ogni tralcio che in Cristo non porta frutto: «Io sono la vera vite e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato» (Gv 15,1-2). Allora la parabola richiama il «bisogno di riacquistare il senso che la Chiesa è anzitutto dono di Dio e che noi stessi lo siamo, che in essa egli ha stabilito con noi un rapporto di amore e di fiducia e che ci domanda il contraccambio di tale rapporto come primo frutto» (Bruno Barisan).
 
Per approfondire
 
Xavier Lèon-Dufour (Pace in Dizionario di Teologia Biblica) - La pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù - La pace di Cristo: Gli oracoli minacciosi dei profeti terminano ordinariamente con un annunzio di restaurazione abbondante (Os 2,20; Am 9,13; ecc.), Isaia sogna il «principe della pace» (Is 9,5) che darà una «pace senza fine» (Is 9,6), aprirà un nuovo paradiso perché «egli sarà la pace» (Mi 5,4). La natura stessa sarà soggetta all’uomo, e i due regni separati si concilieranno, le nazioni vivranno in pace «il giusto fiorirà» (Sal 72,7). Questo Vangelo della pace, la liberazione da Babilonia, è realizzato dal servo sofferente, che con il suo sacrificio annunzia quale sarà il prezzo della pace. Da quel momento pace «a chi è lontano e a chi è vicino»! Le ferite saranno guarite. I governanti del popolo saranno pace e giustizia. «Farò scorrere su di essa la pace come un fiume, e come un torrente straripante la gloria delle nazioni (Is 66,12)». [...]. La speranza dei profeti e dei sapienti diventa realtà concessa in Gesù Cristo, perché il peccato è vinto in lui e per mezzo di lui; ma finché il peccato non è morto in ogni uomo, finché il Signore non sarà venuto nell’ultimo giorno, la pace rimane un bene futuro; il messaggio profetico conserva quindi il suo valore: «il frutto della giustizia si sémina nella pace da coloro che praticano la pace» (Giac 3,18; Cf. Is 32,17).
Tale è il messaggio proclamato dal NT, da Luca a Giovanni, passando attraverso Paolo. Luca, nel suo vangelo, traccia in modo speciale il ritratto del re pacifico. Alla sua nascita gli angeli hanno annunziato la pace agli uomini che Dio ama (Lc 2,14); Gerusalemme non vuole accogliere questo messaggio (19,42), ripetuto dai discepoli festanti che scortano il re che entra nella sua città (19,38). Nella bocca del re pacifico l’augurio della pace terrena diventa l’annunzio di una salvezza: come un buon giudeo, Gesù dice: «Va’ in pace!», ma con questa parola rende la salute alla emorroissa (8,48 par.), rimette i peccati alla peccatrice pentita (7,50), connotando in tal modo la sua vittoria sul potere della malattia e del peccato.
Al pari di lui, i discepoli offrono alle città, con il loro saluto di pace, la salvezza in Gesù (10,5-9). Ma questa salvezza sconvolge la pace di questo mondo: «Credete che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto la divisione» (12,51). Gesù quindi non si accontenta di proferire le stesse minacce dei profeti contro ogni sicurezza fallace (17,26-36), ma separa i membri di una stessa famiglia. Secondo la frase del poeta cristiano, egli non è venuto a distruggere la guerra, ma ad aggiungervi la pace, quella pace di Pasqua che consegue alla vittoria definitiva (Lc 24,36). I discepoli irradieranno quindi fino ai confini del mondo la pax israelitica (Cf. Atti 7,26; 9,31; 15,23) che sul piano religioso è come una trasfigurazione della pax romana (Cf. 24,2), perché Dio ha annunziato la pace per mezzo di Gesù Cristo rivelandosi come «il Signore di tutti» (10,36). Paolo, unendo ordinariamente nei saluti delle sue lettere la grazia alla pace, ne afferma in tal modo l’origine e la stabilità. Manifesta soprattutto il legame che essa ha con la redenzione. Essendo «la nostra pace», Cristo ha fatto la pace, ha riconciliato i due popoli unendoli in un solo corpo (Ef 2,14-22), Dio si è così « riconciliato tutti gli esseri, sia in terra che nei cieli, facendo pace in virtù del sangue della croce di Cristo» (Col 1,20). Poiché dunque «noi siamo raccolti in uno stesso corpo, la pace di Cristo regna nei nostri cuori» (Col 3,15), grazie allo Spirito che crea tra noi un saldo vincolo (Ef 4,3). Per mezzo di Gesù Cristo ogni credente, giustificato, è in pace con Dio (Rom 5,1), il Dio d’amore e di pace (2Cor 13,11) che lo santifica «a fondo» (1Tess 5,23). Al pari della carità e della gioia, la pace è frutto dello Spirito (Gal 5,22; Rom 14,17), è la vita eterna anticipata quaggiù (Rom 8,6), supera ogni intelligenza (Fil 4,7), sussiste nella tribolazione (Rom 5,1-5), irradia nei nostri rapporti con gli uomini (1Cor 7,15; Rom 12,18; 2Tim 2,22), fino al giorno in cui il Dio di pace che ha risuscitato Gesù (Ebr 13,20), avendo distrutto Satana (Rom 16,20) ristabilirà tutte le cose nella loro integrità originale.
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica) - Vignaioli omicidi: La parabola ci è riferita dai tre sinottici, e ciascuno, come è logico, lascia impressa in essa la sua orma personale. Così come l’abbiamo oggi, più che una parabola, è un’allegoria o una metafora continuata. La veste letteraria, in quanto veicolo di trasmissione dell’insegnamento religioso, è d’una semplicità e d’una plasticità straordinarie. Anche oggi possiamo scoprire in Palestina molti dei particolari che adornano la parabola. Il muro che serve di cinta alla vigna: un muro costruito con pietre a secco, non cementate tra loro, ma disposto con una maestria ammirabile; e anche la torre, che noi però non chiameremmo così. Si tratta piuttosto d’una casetta rotonda e senza tetto, costruita anch’essa con pietre a secco. Al tempo della vendemmia, si copre con fogliame e serve come abitazione permanente per il guardiano della vigna. Il frantoio scavato nella vigna, almeno oggi, sarebbe un puro motivo ornamentale della parabola, e serve a indicare che, nella vigna, non mancava nulla e che il padrone ne aveva avuto tutta la cura possibile.
La parabola contiene alcune anomalie, cose che non avvengono nella vita ordinaria. Per esempio: un uomo, che pianta da se stesso una vigna, non è un signore che possa permettersi il lusso di lunghi viaggi all’estero, col ricavato della rendita della vigna. Però la parabola-allegoria non evita tutte le incongruenze. Semplicemente intende che gli uditori o i lettori pongano attenzione agli elementi principali del suo insegnamento.
Fin dal tempo del profeta Isaia, il tema della vigna compare spesso nella letteratura biblica come simbolo d’Israele (Is 5,1-4). Gesù ricalca la parabola sull’allegoria di Isaia. L’uno e l’altro descrivono la vigna in condizioni ottime per produrre frutti abbondanti, una vigna che dovrebbe essere nel periodo della sua massima produzione.
Nel corso della storia d’Israele, elevarono la loro voce gli araldi dello Spirito. Certo, non tutti furono maltrattati: la vigna non produsse sempre uva selvatica. Ma gli anni di abbondanza non compensano abbastanza il lavoro e le cure del padrone. Nella storia d’Israele - in tutta la storia che descrive la relazione dell’uomo con Dio - pesano di più, molto di più, le infedeltà che i suoi giorni di fervore. I maltrattamenti ricevuti dai servi del padrone della vigna sono giustificati storicamente se pensiamo, per esempio, a Eliseo e Geremia o al Battista.
Infine mandò il suo figlio. Insieme con la missione del Figlio, merita di essere notato l’atteggiamento dei vignaioli che avevano la vigna in affitto.
Tanto Matteo come Marco ci dicono che la parabola fu narrata per i membri del Sinedrio, per gli amministratori della casa di Dio e specialmente per i membri sacerdotali del Consiglio supremo della nazione.
Gli ultimi coloni non servivano la vigna, ma si servivano in essa: si erano tracciati un piano di vita al quale dovevano adattarsi tutti gli altri, Dio compreso. Non potevano tollerare le pretese assurde del Figlio che minacciava di distruggere la casa, il tempio, per sostituirlo egli stesso. Per essi, era blasfemo considerare il regime della legge come transitorio; e così, si opposero alla legge e a Dio. E poiché il Figlio costituiva una minaccia per essi e per la loro sicurezza di ogni genere, decisero di eliminarlo, di ucciderlo. È il riflesso perfetto della sfacciata pretesa dell’uomo che vuole costruirsi la vita da sé e per sé, con autonomia assoluta, escludendo ogni ingerenza estranea o esteriore a se stesso, compresa quella di Dio. La parabola è pienamente attuale, come se fosse stata pensata appositamente per il nostro tempo (anche se attuale per tutti i tempi).
La pazienza raggiunge i suoi limiti: il padrone della vigna, il Padre, non può più tollerare che la vigna del suo amore resti abbandonata e, invece di uva buona, produca uva selvatica. La vigna sarà affidata ad altri, che non rappresentano Israele nel suo destino storico, nazionale, se non in quanto sono oggetto dell’azione benefica di Dio in essi. All’Israele storico succede l’Israele di Dio (Gal 6,16). I nuovi vignaioli sono i cristiani in generale, quelli che sono entrati nel regno, quelli che praticano il bene, i successori spirituali dell’antico Israele. E a tutti sono rivolte le parole del padrone della vigna: «Che cosa potevo fare ancora alla mia vigna che io non l’abbia fatto? Perché, mentre attendevo che facesse uva, essa ha fruttato uva selvatica?».
 
Ambrogio, In Luc. 9, 23-30.33: Salve, vigna meritevole di un custode così grande: ti ha consacrato non il sangue del solo Nabot (cf. 1Re 21,13) ma quello di innumerevoli profeti, e anzi quello, tanto più prezioso, versato dal Signore. È bensì vero che colui, senza farsi atterrire dalle minacce di un re, non soffocò la costanza con la paura né, allettato da ricchissime ricompense, barattò il suo sentimento religioso ma, opponendosi al desiderio del tiranno, perché l’erba della malva non si seminasse nei suoi orticelli al posto delle viti recise, contenne col proprio sangue, non potendo fare altro, le fiamme preparate per le proprie viti; ma egli difendeva pur sempre una vigna (cf. 1Re 21,2) materiale; invece tu per noi sei stata piantata per l’eternità con lo sterminio di tanti martiri, e la croce degli apostoli, emulando la passione del Signore, ti ha diffusa fino ai confini del mondo.
 
Testimoni di Cristo - San Francesco d’Assisi - La lode per le cose meravigliose, l’amore per ciò che è «scomodo»: Lodare: che cosa vuol dire oggi per noi alzare lo sguardo e riconoscere qualcosa di grande, che supera le nostre aspettative? Cosa vuol dire riconoscere la meraviglia che ci circonda? Ne siamo ancora capaci? «Lodato sii, mio Signore, insieme a tutte le creature», recita il famoso Cantico delle creature di san Francesco. Lodato, certo, ma anche per «nostra sorella morte corporale», per coloro che perdona e per quelli che sopportano le sofferenze. Com’è possibile? Altro che santo dell’armonia e della bellezza: san Francesco ci invita alla radicalità, all’essenzialità, alla capacità di cogliere Dio là dove mai si penserebbe possa essere. Questo è lo spirito, folle agli occhi del mondo, del nostro patrono, la cui avventura spirituale parte da una precisa scelta di povertà, come strada che porta a un infinito Amore. Il santo Poverello era nato ad Assisi nel 1181 o 1182, in una famiglia di mercanti, conducendo una gioventù nel segno della mondanità. Nel 1203 visse però un’esperienza di malattia e prigionia che lo cambiò per sempre. La chiamata a «riparare la casa» di Cristo avvenne nella chiesa di San Damiano nel 1205. Era l’inizio di un percorso le cui radici erano il Vangelo e la povertà, che sono ancora oggi le fondamenta della grande famiglia dei religiosi francescani. Francesco morì tra il 3 e il 4 ottobre 1226 presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli ad Assisi. Canonizzato da Gregorio IX il 16 luglio 1228, il 18 giugno 1939, con santa Caterina da Siena, è stato proclamato patrono d’Italia da Pio XII. (Matteo Liut)
 
O Dio, che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono,
continua a effondere su di noi la tua grazia,
perché, affrettandoci verso i beni da te promessi,
diventiamo partecipi della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.