28 Agosto 2026
 
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
1Cor 1,17-25; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Mt 24,42-51
 
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - I «confessionalismi» intendono manipolare - José Maria Gonzalez-Ruiz: Questi passi di Paolo formano come l’infrastruttura di qualsiasi teologia nel corso dei secoli. La «teologia» è un «parlare di Dio». Dio ha l’iniziativa; quindi ogni tentativo di assimilarla alla «gnosi», alla conoscenza razionale e verificabile dall’uomo, è apertamente sacrilego.
Paolo è duro nelle sue espressioni. Egli è stato mandato a «evangelizzare». Ora, l’evangelizzazione non è altro che la comunicazione d’una «parola» che è fuori del senso corrente della ragione e della forza.
La parola evangelica è una «parola della croce»; è un’impostazione che procede da un insuccesso riconosciuto, per il quale non si trova nessuna giustificazione razionale o scientifica. Questa «parola della croce», quando è comunicata a «coloro che sono sulle vie della perdizione», è presa come una «stoltezza», ma «per coloro che sono sulle vie della salvezza - per noi - è una forza di Dio».
Paolo parte sempre da una situazione esistenziale precedente l’evangelizzazione che viene di fuori: vi è chi è preparato volontariamente e chi non è preparato. L’evangelizzazione non ha in sé nessun argomento di giustificazione che possa e debba abbagliare l’evangelizzato. Costui è già previamente situato in un atteggiamento di fronte a Dio. Perché? Paolo non ne dà una spiegazione semplicemente perché non l’ha: è il «mistero».
Subito dopo, Paolo critica radicalmente ogni tentativo di teodicea compiuto tanto in ambito pagano come in ambito giudaico: né sapienti, né rabbini, né sofisti. La «sapienza del mondo» è stata confusa da Dio: gli uomini hanno preteso di essere essi quelli che prendevano l’iniziativa di cercare e trovare Dio, é hanno costruito una «teodicea» che, invece di essere una giustificazione di Dio, era una giustificazione dei loro progetti egoistici: dovevano incasellare Dio negli organigrammi della società umana, perché non li rovinasse con le sue sorprendenti e inattese teofanie.
La risposta di Dio all’orgoglio «religioso» dell’uomo è appunto la «parola della croce», la «evangelizzazione». Quindi, Paolo distingue finalmente la diversa posizione del teologo pagano e del teologo giudaico di fronte al fenomeno sconcertante dell’evangelizzazione.
I giudei «chiedono i miracoli»: essi, possessori d’una tradizione teologica venerabile, boicottano l’evangeliz-zazione col pretesto che Dio non si manifesta attraverso di essa. E per essi, la manifestazione di Dio dovrebbe avvenire attraverso segni prodigiosi. In questo modo cercano di tranquillizzare la loro coscienza di fronte al fenomeno inquietante del cristianesimo nascente.  I pagani - i greci - «cercano la sapienza»: esigerebbero che il cristianesimo si presentasse nelle vesti di un’altissima filosofia, che potesse almeno competere degnamente con l’antica tradizione dei loro saggi. Ma gli apostoli non danno altro che questo: «Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani». Però, «per quelli che sono stati chiamati - siano essi giudei o greci - Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio».
Non vi è la possibilità di un razionalismo apologetico: l’uomo non si lascia vincere di fronte allo splendore di un’altissima teologia né di fronte ai bagliori di segni sorprendenti. L’uomo è già stato vinto in precedenza: prima è avvenuto il fenomeno gratuito della «vocazione divina», e solo più tardi vengono la teologia e i segni.
Così si spiegano i «capricci» di Dio, il quale «ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti e ciò che nel mondo è debole per confondere i forti». L’importante è che l’uomo non si presenti davanti a Dio «in atteggiamento orgoglioso». Dio non è un frutto dell’uomo; Dio è molto più in alto ed è sempre inafferrabile, In una parola, la realtà della comunità cristiana è «una iniziativa di Dio» e non la conseguenza di un’abile pianificazione pastorale dei soci fondatori del cristianesimo.
Tenendo conto di questo, ogni «confessionalismo» è un tentativo sacrilego di corrompere Dio con le nostre miserabili onorificenze per manipolarlo a nostro piacimento.
 
Vangelo
Ecco lo sposo! Andategli incontro!
 
A volte si cede al sonno per sfinimento, per stanchezza, ed è nel DNA dell’uomo. Così le cinque vergini sagge cedono al sonno, potrebbe essere una debolezza colpevole a motivo che erano in attesa dello sposo, ma non lo è: si chiudono i loro occhi, ma il cuore resta sveglio, vigile: è un cuore in attesa del suo sposo e non può addormentarsi. Così al grido Ecco lo sposo! Andategli incontro! prontamente balzano in piedi, e con le lampade accese entrano con le sposo alle nozze.
Le cinque stolte restano fuori, non soltanto il corpo ha ceduto al sonno, ma anche il cuore ha ceduto al sonno. Si era spento in esse l’olio dell’amore.
A volte l’uomo fa esperienza della stanchezza, il peccato esige la sua parte, tutto diventa scialbo, tutto sembra inutile, tutto, ma resta sempre accesa la lampada della fede, dell’umiltà, della consapevolezza dei propri limiti.
La risposta è pronta: Ti basta la mia grazia (2Cor 12,9), non avere paura, partecipa al banchetto delle nozze: hai confessato umilmente il tuo peccato, e hai pianto lacrime di amore, ti ho perdonato, e ora facciamo festa (Lc 15,11-32)
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 25,1-13
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono.
A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”.
Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Parola del Signore.
 
Poiché lo sposo tardava ... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Le dieci vergini sono presentate con un aggettivo, cinque sono dette stolte, insensate, moraì; e cinque sagge, accorte, frónimoi.
L’aggettivo moròs, nella terminologia biblica, non indica soltanto lo sciocco, ma anche l’empio che è così insensato da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a negare l’esistenza di Dio. Ecco perché nella sacra Scrittura, il «concetto di stolto acquista il significato di empio, bestemmiatore [passi tipici sono: Sal 14,1 e 53,2; però anche Sal 74,18.22; Gb 2,10; Is 32,5s; cf. Sir 50,26]. Lo stolto si ribella a Dio, distrugge in pari tempo la comunità umana: fa mancare il necessario agli affamati [Is 32,6], accumula ricchezze ingiuste [Ger 17,11] e calunnia il suo prossimo [Sal 39,9]. Anche nella letteratura sapienziale posteriore, dove il concetto è meno duro, rimane il senso della colpevolezza» (J. Goetzmann). Se accettiamo anche questa sfumatura, allora le cinque vergini stolte della parabola non sono soltanto delle sempliciotte, o ragazzotte sprovvedute, ma veri e propri oppositori della legge divina; sono coloro che non entrano nel Regno di Dio a motivo della loro empietà e così l’accusa contro i farisei si fa più pesante: essi sono religiosi nelle parole, ma empi perché di fatto ribelli alla volontà divina, «dicono e non fanno» (Mt 23,3), e tanto stolti da respingere la proposta di salvezza che Dio fa loro nella persona del suo Figlio unigenito.
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.
 
Per approfondire
 
Marcel Didier (Vegliare in Dizionario di Teologia Biblica): Vegliare, in senso proprio, significa rinunziare al sonno della notte; lo si può fare per prolungare il proprio lavoro (Sap 6,15) o per evitare di essere sorpresi dal nemico (Sal 127,1s). Di qui un senso metaforico: vegliare significa essere vigilante, lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla meta prefissa (Prov 8, 34).
Per il credente la meta è d’essere pronto ad accogliere il Signore, quando verrà il suo giorno; per questo egli veglia ed è vigilante, per vivere nella notte senza essere della notte.
I. TENERSI PRONTI PER IL RITORNO DEL SIGNORE 1. Nei vangeli sinottici l’esortazione alla vigilanza è la raccomandazione principale che Gesù rivolge ai suoi discepoli a conclusione del discorso sui fini ultimi e sull’avvento del figlio dell’uomo (Mc 13,33-37). «Vegliate dunque, perché non sapete in qual giorno il vostro Signore verrà» (Mt 24,42). Per esprimere che il suo ritorno è imprevedibile, Gesù si serve di diversi paragoni e parabole che stanno all’origine dell’uso del verbo vegliare (astenersi dal dormire). La venuta del figlio dell’uomo sarà imprevista come quella di un ladro notturno (Mt 24,43s), come quella del padrone che rientra durante la notte senza avere preavvisato i suoi servi (Mc 13,35 s). Come il padre di famiglia prudente, oppure il buon servo, il cristiano non deve lasciarsi vincere dal sonno, deve vegliare, cioè stare in guardia e tenersi pronto per accogliere il Signore. La vigilanza caratterizza quindi l’atteggiamento del discepolo che spe­
ra ed attende il ritorno di Gesù; consiste innanzitutto nell’essere sempre all’erta, e per ciò stesso esige il distacco dai piaceri e dai beni terreni (Lc 21,34 ss). Poiché l’ora della parusia è imprevedibile, bisogna prendere le proprie disposizioni per il caso che si faccia attendere: è l’insegnamento della parabola delle vergini (Mt 25,1-13).
2. Nelle prime lettere paoline, dominate dalla prospettiva escatologica, si trova l’eco dell’esortazione evangelica alla vigilanza, specialmente in 1Tess 5,1-7. «Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri» (5,5s). Il cristiano, essendosi convertito a Dio, è «figlio della luce», quindi deve rimanere sveglio e resistere alle tenebre, simbolo del male, altrimenti corre il rischio di essere sorpreso dalla parusia. Questo atteggiamento vigilante esige la sobrietà, cioè la rinuncia agli eccessi «notturni» ed a tutto ciò che può distrarre dall’attesa del Signore: esige nello stesso tempo che si indossi l’armatura spirituale: «rivestiamoci della fede e della carità come di corazza, e della speranza della salvezza come di elmo» (5,8). In una lettera posteriore S. Paolo, temendo che i cristiani abbandonino il loro fervore primitivo, li invita a risvegliarsi, ad uscire dal loro sonno ed a prepararsi per ricevere la salvezza definitiva (Rom 13,11-14).
3. Nell’Apocalisse il messaggio che il giudice della fine dei tempi rivolge alla comunità di Sardi è una esortazione pressante alla vigilanza (3,1ss), Questa Chiesa dimentica che Cristo deve ritornare; se non si risveglia, egli la sorprenderà come un ladro. Viceversa, beato «colui che veglia e conserva le sue vesti» (16,15); egli potrà partecipare al corteo trionfale del Signore.
 
Forse non sarà sufficiente per noi e per voi: “Così le vergini si alzarono e prepararono le loro lampade. Ma le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono (Mt 25,8). La loro verginità spirituale si stava esaurendo e spegnendo, poiché non avevano opere di devozione religiosa e di compassione. Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi, andate piuttosto dai venditori e compratevene. Infatti nel giorno della risurrezione e del giudizio, per quanto uno possa essere ricco di opere sante, temerà sempre di non averne a sufficienza.” (Epifanio Latino, Interpretazione dei Vangeli 36).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
 
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 27 Agosto 2026
 
Santa Monica
 
1Cor 1,1-9; Salmo Responsoriale Dal Salmo 144 (145); Mt 24,42-51
 
Benedetto XVI (Angelus 30 Agosto 2009): Di [santa Monica] molte notizie ci vengono fornite dal figlio nel libro autobiografico Le confessioni, capolavoro tra i più letti di tutti i tempi. Qui apprendiamo che sant’Agostino bevve il nome di Gesù con il latte materno e fu educato dalla madre nella religione cristiana, i cui princìpi gli rimarranno impressi anche negli anni di sbandamento spirituale e morale. Monica non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione, ed ebbe la consolazione di vederlo ritornare alla fede e ricevere il battesimo. Iddio esaudì le preghiere di questa santa mamma, alla quale il Vescovo di Tagaste aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto”. In verità, sant’Agostino non solo si convertì, ma decise di abbracciare la vita monastica e, ritornato in Africa, fondò egli stesso una comunità di monaci. Commoventi ed edificanti sono gli ultimi colloqui spirituali tra lui e la madre nella quiete di una casa di Ostia, in attesa di imbarcarsi per l’Africa. Ormai santa Monica era diventata, per questo suo figlio, “più che madre, la sorgente del suo cristianesimo”. Il suo unico desiderio era stato per anni la conversione di Agostino, che ora vedeva orientato addirittura verso una vita di consacrazione al servizio di Dio. Poteva pertanto morire contenta, ed effettivamente si spense il 27 agosto del 387, a 56 anni, dopo aver chiesto ai figli di non darsi pena per la sua sepoltura, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Sant’Agostino ripeteva che sua madre lo aveva “generato due volte”.
La storia del cristianesimo è costellata di innumerevoli esempi di genitori santi e di autentiche famiglie cristiane, che hanno accompagnato la vita di generosi sacerdoti e pastori della Chiesa. Si pensi ai santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, entrambi appartenenti a famiglie di santi. Pensiamo, vicinissimi a noi, ai coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine del XIX secolo e la metà del 1900, beatificati dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell’ottobre del 2001, in coincidenza con i vent’anni dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio. Questo documento, oltre ad illustrare il valore del matrimonio e i compiti della famiglia, sollecita gli sposi a un particolare impegno nel cammino di santità, che, attingendo grazia e forza dal Sacramento del matrimonio, li accompagna lungo tutta la loro esistenza (cfr n. 56). Quando i coniugi si dedicano generosamente all’educazione dei figli, guidandoli e orientandoli alla scoperta del disegno d’amore di Dio, preparano quel fertile terreno spirituale dove scaturiscono e maturano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Si rivela così quanto siano intimamente legati e si illuminino a vicenda il matrimonio e la verginità, a partire dal loro comune radicamento nell’amore sponsale di Cristo.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura - José Maria Gonzalez-Ruiz: Paolo inizia la sua lettera manifestando la sua personalità come fondatore e responsabile della comunità. Egli è un  apostolo di Gesù Cristo «per volontà di Dio». Effettivamente, in tutto l’epistolario paolino, non troviamo traccia d’un procedimento di elezione  democratica all’ufficio di dirigente ecclesiale. Tale ufficio era dovuto a una misteriosa «chiamata di Gesù Cristo». Ma, come vedremo,attraverso tutta la corrispondenza con Corinto, questo punto di partenza non comporta che i responsabili siano tiranni arbitrari. Si fa invece notare spesso che il «ministero» ecclesiale è semplicemente questo: un «ministero» appunto, un «servizio», e quindi deve essere in funzione della comunità; e la stessa comunità ha il diritto e il dovere di esigere di essere realmente servita. Quello che Paolo intendeva evitare era esattamente il contrario: i maneggi elettorali praticati da gruppi determinati, per interessi determinati e con lo scopo d’imporsi all’intera comunità.
No. La comunità dovrebbe essere aperta alla misteriosa azione dello Spirito, che potrebbe soffiare nel modo più impensato.
Paolo non usa mai il titolo di «cristiano», ma semplicemente chiama i cristiani «coloro che invocano il nome del nostro Signore Gesù Cristo, Signore loro e nostro». La sovranità di Cristo è usata orizzontalmente su tutti i membri della comunità senza privilegi per coloro che sono stati designati come dirigenti o responsabili.
Perciò, si tratta di Cristo come dell’unico responsabile dei doni della comunità. Questa dovrebbe essere sempre aperta davanti al Signore, riconoscendo che la fede le è venuta dall’alto per un puro dono gratuito.
Tanto è vero che l’inserimento della Chiesa nel corso della storia è visto in un modo apparentemente strano: «Nessun dono di grazia più vi manca; mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo».
Inutile discutere se Paolo attendeva come molto vicina la seconda venuta o parusia di Cristo. Egli non lo sapeva. Sapeva però che i cristiani si riuniscono in comunità e celebrano l’eucaristia «fino a che il Signore venga» (1 Cor 1,11-26). La comunità cristiana è inserita nella storia e impegnata in essa. ma attende qualcosa di più; per questo diviene quasi un corpo estraneo nella stessa comunità umana. Vive d’una nostalgia e d’una speranza che non possono essere incasellate negli organigrammi della semplice pianificazione umana.
Tuttavia la Chiesa non è assolutamente un ideale. Per dimostrarlo, ecco il il quadro delle divisioni che avvengono, poco dopo la fondazione in quella primitiva comunità di Corinto. Lo spirito comunitario si va dissolvendo: «Ognuno di voi dice: Io sono di Paolo; io sono di Apollo; io sono di Cefa; io sono di Cristo». Non pare che Paolo, Apollo e Cefa (Pietro) siano stati la causa delle divisioni, ma piuttosto la tendenza umana alla disgregazione. Vi era persino una quarta classe di delusi che diceva: «Io sono di Cristo, e non voglio saper nulla di chiese e/o di comunità».
Paolo è cosciente di questa situazione reale e la condanna. La ragione della sua condanna è molto semplice: «Cristo non è stato diviso». Tutti questi atteggiamenti sono egoistici perché in qualche mdo, mirano ad avere il monopolio di Cristo.
In più, lo stesso Paolo non avrebbe mai sognato di fare concorrenza a Cristo perché «né egli è stato crocifisso per i corinzi né questi hanno ricevuto il battesimo nel nome di Paolo». Riaffiora l’ossessione paolina: in una comunità ecclesiale, l’unico che può emergere è Cristo: i dirigenti e i responsabili sono semplici «testimoni» e nulla di più.
E per una maggior precisazione, Paolo ricorda che. la sua missione non è stata quella di battezzare (formare comunità), ma semplicemente quella di evangelizzare: suggerire la possibilità che «coloro che invocano il nome di Cristo» si riuniscano in comunità.
 
Vangelo
Tenetevi pronti.
 
Non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà: non serve fare calcoli o previsioni profetiche, conteggi tanto amati da numerose sette. L’unica cosa certa è che il Signore verrà, quando nessuno lo sa, e quindi bisogna tenersi pronti.
Un po’ di ironia non guasta: il padrone di casa è saggio nel predisporre tutte le precauzioni per non farsi svaligiare la casa dai ladri, i cristiani, beati, giocherellano con la cosa più importante: la salvezza dell’anima.
Questa beata incoscienza può essere dettata da due fattori: primo, gli impegni, gli affari e tutto quello che viene sempre al primo posto ad ogni costo, un lavorio sfibrante che stordisce, e che fa perdere l’orientamento: l’uomo è in cammino verso una dimora eterna, l’uomo non è eterno e prima o dopo dovrà comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male (2Cor 5,10). Secondo, l’uomo ha relegato nel cassetto delle leggende l’esistenza dell’Inferno, là dove sarà pianto e stridore di denti.
Essere pronti significa anche avere il tempo per approfondire al meglio il proprio status di cristiano, a partire dal battesimo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 24,42-51
 
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».
 
Parola del Signore.
 
Il servo responsabile - Felipe F. Ramos: Il titolo che abbiamo dato alla parabola suppone uno sforzo conciliatore. Matteo parla d’un «servo», Luca d’un «amministratore» (Lc 12,41-46). Il significato non cambia. Il concetto di amministratore comporta la responsabilità che gli è stata affidata. Matteo usa il termine «servo» che si adatta meglio al suo vangelo, scritto immediatamente per i giudei o i giudeo-cristiani. L’uomo che ha familiarità con la Bibbia deve sapere che la parola «servo» indica anche l’elezione di Dio per una missione o per un incarico di responsabilità.
Gesù, parlando della vigilanza richiesta dalla natura del regno, ne estende la necessità in modo particolare ai responsabili del nuovo Israele, i dirigenti della Chiesa. La parabola descrive esclusivamente gli obblighi ineludibili e l’atteggiamento costante di servizio del «servo» o «amministratore» scelto dal suo Signore. Non parla assolutamente di diritti o di poteri, anche se li suppone, mettendosi nell’ipotesi che questo obbligatorio atteggiamento di servizio può trasformarsi in un atteggiamento dispotico di comando e di dominazione ambiziosa.
Gesù suppone la possibilità che il «servo» non si proponga di servire, ma di essere servito. In questo caso, tradirebbe sostanzialmente la sua missione specifica. Se la venuta del suo Signore lo sorprende, mentre agisce in questo modo, si sarà guadagnato un posto d’onore fra gl’ipocriti, gl’infedeli e gli empi. Le tre parole sono sinonime. In definitiva, si troverà fra quelli che saranno per sempre lontani dal loro Signore.
La parabola suppone questa possibilità, ma non la mette in primo piano: vuole piuttosto far notare l’atteggiamento vigilante del «servo» al quale è stata affidata la direzione dei conservi, del popolo fedele. Il servo responsabile deve dare ai conservi le provvigioni necessarie, manifestare la volontà dell’unico Signore a tutti e procurare che si compia, affinché tutti, a suo tempo, siano premiati e possano sedere nella sala del banchetto nuziale, cioè tutti possano entrare nel regno dei cieli quando verrà il Signore.
La parabola acquista il colorito d’un serio avvertimento. Non deve accadere ai dirigenti del nuovo Israele quello che accadde ai responsabili immediati del popolo al tempo di Cristo: «Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc 11,52). La loro chiave della scienza, la chiave dell’accesso al regno di Dio era una conoscenza teologica sterile e repellente. Le loro imposizioni e le loro esigenze, la loro interpretazione minuziosa e ridicola della legge, non ne lasciava vedere chiaramente il contenuto e, meno ancora, l’autore. Anche qui gli alberi impediscono di vedere il bosco. Di fronte a questa presentazione impoverita e minimizzata del regno di Dio non valeva la pena sforzarsi per entrarvi. Era una conseguenza logica per tutti coloro che conoscevano il messaggio divino attraverso quei dirigenti spirituali del popolo. Al «servo responsabile» si chiede un atteggiamento vigilante e intelligente.
 
Per approfondire
 
In attesa del ritorno del Signore - Stefano Virgulin (Vegliare in Schede Biliche Pastorali Vol VIII): Il tema della vigilanza compare nel NT soprattutto nel contesto dell’avvento del Signore nell’ultimo giorno. La veglia costituisce il caratteristico atteggiamento di quanti sono pronti ad accogliere il Signore che viene nella gloria.
Per descrivere la subitaneità e l’imprevedibilità della parusia, Gesù usa nei Vangeli paragoni e immagini tratti dalla vita ordinaria dell’uomo. La sua venuta sarà improvvisa come quella di un padrone che ritorna nel corso della notte senza aver prevenuto i servi (Mc 13,35-36), o come quella di un ladro nella notte (Mt 24,43-44).
Perciò il cristiano deve stare in guardia, non lasciarsi vincere dalla noncuranza simboleggiata dal sonno. L’esortazione alla vigilanza escatologica è spesso sottolineata nei Vangeli: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera a mezzanotte al canto del gallo al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!» (Mc 13,33-34 cf. Mt 24,42-44; Lc 21,34-36). A conclusione della parabola delle dieci vergini Mt presenta la seguente esortazione: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (25,13). Luca ha questa beatitudine: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli» (12,37).
L’apostolo ricorda al cristiano che, in quanto figlio del giorno e della luce, deve vegliare e resistere alle tenebre, se non vuole essere sorpreso dalla parusia ( Ts 5,6-8). Di qui l’esortazione alla sobrietà, alla rinuncia agli eccessi notturni, il consiglio insistente a ricorrere a tutte le armi della fede. E necessario essere ben svegli per accogliere la salvezza definitiva (Rm 13,11-14).
Lo stato di «all’erta» richiede la rinuncia almeno il distacco dai beni e piaceri della vita, come sottolinea Luca in 21,34-36: «State ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Nell’ Apocalisse si trova un’esortazione alla vigilanza rivolta alla comunità di Sardi, con annessa una minaccia (Ap 3,2-3); è promessa inoltre la beatitudine a coloro che accettano l’avvertimento dell’era escatologica (Ap 16,15).
Siamo ormai in attesa che spunti il giorno definitivo e si levi nei cuori la stella del mattino (2Pt 1,19).
 
Vivere nell’attesa - Anonimo, Opera incompleta su Matteo omelia 51Perché la data della morte ci è celata? Chiaramente questo ci viene fatto, affinché facciamo sempre del bene, visto che possiamo aspettarci di morire in ogni momento. La data del secondo avvento di Cristo è sottratta al mondo per lo stesso motivo, cioè affinché ogni generazione viva nell’ attesa del ritorno di Cristo.
Per questo, quando i suoi discepoli gli chiesero: Signore, restituirai il regno ad Israele in questo tempo? Gesù rispose: Non vi compete di conoscere i tempi e le stagioni che il Padre ha stabilito con la sua autorità (At l,6-7). Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Il padrone di casa rappresenta l’anima umana, il ladro è il diavolo, la casa è il corpo, le porte sono la bocca e le orecchie, e le finestre sono gli occhi. Come il ladro che riesce a entrare attraverso le porte e le finestre per saccheggiare il padrone di casa, così anche il diavolo trova facile accesso all’anima dell’uomo attraverso la bocca, le orecchie e gli occhi per farlo prigioniero. […]. Se dunque vuoi essere sicuro, metti un catenaccio alla tua porta, cioè metti la legge del timore di Dio nella tua bocca.
 
Testimoni di Cristo - Santa Monica - Una madre genera i figli alla vita ogni giorno: Una madre genera i figli alla vita ogni giorno, perché quotidianamente li accompagna e li “porta dentro di sé” per offrirli al mondo per tutta la vita. Per santa Monica, madre di sant’Agostino, questa esperienza fu particolarmente difficile, ma anche ricca di umanità. Questo lungo travaglio materno, icona dell’amore di Dio per ogni singolo essere umano, ebbe di sicuro il proprio apice nel momento in cui il figlio confessò alla madre di essere giunto a “disprezzare” la felicità terrena per servire Dio. Fu lei stessa a rivelare la gioia per il raggiungimento di questo traguardo da parte di Agostino nell’ultimo colloquio avvenuto nel 387 nella pace della casa di Ostia. Monica, che era nata a Tagaste nel 331, era rimasta vedova a 39 anni, quando Agostino aveva 16 anni. Conosceva bene l’oscurità che il figlio aveva attraversato prima di arrivare alla fede e si può solo immaginare la sofferenza che lei, donna dotta che conosceva le Scritture, provava nell’assistere alla “deriva” mondana di Agostino. La conversione del vescovo di Ippona avvenne di certo anche grazie alla vicinanza spirituale e alle continue preghiere della madre. Nel 387, durante il viaggio da Milano all’Africa, Agostino ebbe un ultimo profondo dialogo con la madre, che morì pochi giorni dopo. (Matteo Liut)
 
O Dio, consolatore degli afflitti,
che nella tua misericordia hai esaudito le pie lacrime
di santa Monica con la conversione del figlio Agostino,
per la loro comune intercessione
donaci di piangere i nostri peccati
e di ottenere la grazia del tuo perdono.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 26 Agosto 2026
 
Mercoledì XXI Settimana del Tempo Ordinario
 
2Ts 3,6-10.16-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 127 (128); Mt 23,27-32
 
Laborem Exercens (Introduzione) L’uomo, mediante il lavoro, deve procurarsi il pane quotidiano e contribuire al continuo progresso delle scienze e della tecnica, e soprattutto all’incessante elevazione culturale e morale della società, in cui vive in comunità con i propri fratelli. E con la parola «lavoro» viene indicata ogni opera compiuta dall’uomo, indipendentemente dalle sue caratteristiche e dalle circostanze, cioè ogni attività umana che si può e si deve riconoscere come lavoro in mezzo a tutta la ricchezza delle azioni, delle quali l’uomo è capace ed alle quali è predisposto dalla stessa sua natura, in forza della sua umanità. Fatto a immagine e somiglianza di Dio stesso nell’universo visibile, e in esso costituito perché dominasse la terra, l’uomo è perciò sin dall’inizio chiamato al lavoro. Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Paolo ha lavorato notte e giorno per non essere di peso alla comunità, un monito ai fannulloni che scialacquando nell’ozio hanno la sola preoccupazione di creare disordini e seminare malumori (cfr. 2Ts 3,6ss).
Il suo saluto di congedo è un augurio: che possano ricevere da Dio il dono della pace.
Il versetto 17 è il sigillo che l’apostolo Paolo mette alla sua lettera, affinché i fedeli non siano ingannati da lettere false. In verità, “molti commentatori anche cattolici non si fidano di questa autoattribuzione così patente, per due motivi: il saluto autografo dell’Apostolo si trova solo in due altre lettere: la prima ai Corinzi e quella ai Galati; inoltre, un esame attento dello stile, del vocabolario e della teologia dello scritto può far pensare che si tratti di un caso di pseudonimia, un fatto corrente nell’antichità anche cristiana. In ogni caso, la ‘seconda Lettera ai Tessalonicesi’ rimane, fin dagli inizi del canone biblico, un irrinunciabile e anzi stimolante punto di riferimento per la fede e per la vita dei cristiani” (Romano Penna).
 
Vangelo
Siete figli di chi uccise i profeti.
 
Guai a voi …, ancora guai che scendono in profondità mettendo a nudo falsità e ipocrisia. Due denunce: l’apparire, l’ostentazione, praticamente il mostrarsi all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume. E infine, la stupida recriminazione dei Giudei contemporanei di Gesù i quali accusavano i loro antenati di essere stati ribelli e di avere ammazzati i profeti. Ottuso rimpianto perché i detrattori non capivano che in questo modo ammettevano di essere figli di chi assassini. Loro non sarebbero da meno. La cosa peggiore è il voler apparire diversi da quello che si è!
 
Dal Vangelo secondo Matteo
 Mt 23,27-32
 
In quel tempo Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”.
Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».
 
Parola del Signore.
 
Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): - Sesto «guai» (vv. 27-28). Dopo il tema della purità, Gesù affronta quello della giustizia che tocca l’ambito della qualità dei rapporti, denunciando l’incoerenza dei suoi avversari che si mostrano giusti davanti agli uomini, ma sono interiormente pieni d’ipocrisia e completamente svincolati dalla legge. Si tratta di una giustizia di “facciata” che serve a mascherare le intenzioni reali e occulta il male. Questo atteggiamento merita ai farisei e agli scribi l’epiteto di «sepolcri imbiancati», espressione che richiama la prassi di imbiancare i sepolcri per impedire ai fedeli in pellegrinaggio a Gerusalemme di contaminarsi per contatto ed essere così esclusi dal culto (cf Nm 19,16). Il sepolcro, pur se imbiancato, cambia l’aspetto ma non la sua natura che è quella di custodire comunque una realtà morta e in stato di decomposizione. Scribi e farisei, malgrado il loro desiderio di apparire «giusti», sono accusati di avere una coscienza morta e putrefatta.
- Settimo «guai» (vv. 29-33). Nell’ultimo dei «guai» Gesù denuncia il grande affronto che scribi e farisei commettono ai danni dei profeti e dei giusti e la loro ipocrisia nel manifestare per questi una venerazione del tutto inesistente. I suoi avversari esaltano a parole i profeti e i giusti, con finalità demagogiche per accattivarsi le simpatie del popolo, ma nella pratica sono simili all’Israele ribelle che ha messo a morte i profeti. Gesù li dichiara «figli di quelli che uccisero i profeti» e con un accrescimento peggiorativo li considera persino ancora più responsabili nel male rispetto ai propri padri, e li accusa di eccedere quindi nella violenza contro i profeti.
Questa efferatezza attira anche l’insulto di «serpenti» e «razza di vipere», appellativo che in Mt 3,7 il Battista indirizza a farisei e sadducei spronandoli a fare frutti degni di conversione, e che in Mt 12,34 Gesù indirizza sempre ai farisei che lo accusano di scacciare i demoni in nome di Beelzebul. A questo punto Gesù annuncia l’arrivo di una sentenza inevitabile: la condanna (krisis) all’inferno.
 
Per approfondire
 
Lavoro - Testimonianza del Nuovo Testamento - Mario Barbero: Ogni considerazione circa il lavoro nel Nuovo Testamento deve anzitutto tenere presente questo fatto preciso: Gesù fu un lavoratore nel senso più concreto e immediato del termine. La maggior parte della sua vita egli la spese nel lavoro quotidiano duro e assillante, compito giornaliero dell’uomo.
La lettera agli Ebrei ricorda che Gesù, al fine di essere sacerdote misericordioso e fedele, doveva rendersi simile ai fratelli «in tutto» (2,17). Il lavoro - assieme alle sofferenze e alla morte - fa parte di questo «tutto» che pone Gesù come fratello di ogni uomo.
All’inizio della sua predicazione autorevole e nuova, sarà proprio il suo stato di lavoratore che solleverà stupore e dubbi e scandalo circa la sua missione di profeta, come testimonia Marco: «E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui» (6,2-3; cf. Mt 13,55).
Tale scandalo popolare sulla possibilità che un fabbro possa essere sapiente, rispecchia la mentalità che la sapienza debba venire solo dallo studio: mentalità già osservata a proposito di Eccli 38,25ss che opponeva la varietà dei lavori manuali all’attività contemplativa dello scriba, a tutto vantaggio della sapienza dello scriba.
Il fatto che Gesù abbia abbracciato la professione più semplice e umile, tra le tante possibili del suo tempo, non starà a significare che ogni lavoro ha la propria dignità e nello stesso tempo che il valore dell’uomo è superiore al tipo di attività che egli svolge e che la sapienza non è prerogativa dell’intellettuale? «Gesù ha santificato il lavoro non dotandolo di perfezionamenti tecnici, ma compiendolo con amore. L’amore di Cristo illumina il nostro lavoro e ci insegna a servire il prossimo con serietà e fedeltà professionale» (Schoonenberg).
Lavoratore egli stesso, Gesù sceglie i suoi apostoli tra i lavoratori. Primi fra tutti i pescatori, chiamati proprio mentre erano al lavoro (Mc 1,16-18).
Tra coloro che seguono Gesù, vi è anche Levi, il quale esercitava un’attività detestata dai benpensanti: egli infatti «sedeva al banco della dogana» (Mc 2,13), posizione facile per frodare coloro che venivano per cambiare denaro.
 
Apparite giusti allesterno: «Come, in precedenza, erano dallinterno pieni di rapina e intemperanza [Mt 23,25], così ora sono pieni dipocrisia e diniquità, paragonate ad ossa di morti e di ogni specie di putridume. In realtà lipocrisia, essendo una simulazione del bene, non ha niente di vitale di quel bene che simula; ha solo le ossa di quella virtù che simula ... Se però con sapienza ascoltiamo che cosa voglia indicare il presente discorso, comprendiamo che ogni giustizia simulata non è che giustizia morta, anzi non è neppure giustizia. Come un morto sembra essere un essere umano, così una castità morta non è neppure castità; ed è castità morta quella che si pratica non per amore di Dio, ma per finzione e rispetto umano. E come avviene nel caso dei mimi che prendono ad imitare le sembianze di alcuni, ma loro non sono ma sembrano essere quelli che imitano, così in chi finge di vivere la giustizia, la sua non è giustizia che in apparenza. Non è giustizia; è finzione di giustizia» (Origene, Commento a Matteo 24).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Alessandro di Bergamo - Nessun esercito potrà piegare il Vangelo agli interessi dei potenti - Non c’è esercito o arma al mondo, in grado di espugnare la parte più profonda di ogni essere umano: la sua coscienza, il luogo dove è custodito ciò in cui crede. E fu proprio per difendere questo baluardo intoccabile che sant’Alessandro di Bergamo diede la vita, divenendo testimone di coraggio e determinazione nel segno del Vangelo. Il patrono di Bergamo visse tra il III e il IV secolo ed era alla guida di una centuria della legione tebea, che, dopo aver operato in Oriente, venne inviata in Occidente per contenere gli attacchi di Quadi e Marcomanni sotto il comando del generale Massimiano. Nel 285 quest’ultimo ricevette il titolo di Caesar e poi di Augustus, così, in qualità di responsabile della parte occidentale dell’Impero, s’impegnò nella difesa dei confini e nel controllo delle ribellioni dei Bagaudi. Per questo, tra Colonia e il versante settentrionale delle Alpi, impegnò la legione tebea (o tebana), che secondo la tradizione era composta per la maggioranza da cristiani egiziani. Giunti nel Vallese, però, ai soldati venne ordinato di catturare e perseguitare i cristiani del posto: al rifiuto da parte dei militari ci furono due decimazioni e poi si decise di sterminare tutti i 6.600 uomini che componevano la legione. Pochi riuscirono a fuggire: Alessandro arrivò a Milano, dove fu però catturato. Grazie a san Fedele scappò a Como, dove però fu nuovamente preso. Ancora una volta riuscì a fuggire arrivando a Bergamo, ospite del principe Crotacio. Decise quindi di dedicarsi alla predicazione, convertendo numerosi bergamaschi, ma nel 303 fu scoperto, incarcerato e condannato: morì martire, decapitato, il 26 agosto a Bergamo, dove ora sorge la chiesa di Sant’Alessandro in Colonna.
 
 O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
25 Agosto 2026
 
Martedì XXI Settimana del Tempo Ordinario
 
2Ts 2,1-3a.13-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); Mt 23,23-26
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 77 «Affinché il Vangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, gli Apostoli lasciarono come successori i Vescovi, ad essi ‘affidando il loro proprio compito di magistero». Infatti, «la predicazione apostolica, che è espressa in modo speciale nei libri ispirati, doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi».
78 Questa trasmissione viva, compiuta nello Spirito Santo, è chiamata Tradizione, in quanto è distinta dalla Sacra Scrittura, sebbene sia ad essa strettamente legata. Per suo tramite «la Chiesa, nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni, tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede». «Le asserzioni dei santi Padri attestano la vivificante presenza di questa Tradizione, le cui ricchezze sono trasfuse nella pratica e nella vita della Chiesa che crede e che prega».
79 In tal modo la comunicazione, che il Padre ha fatto di sé mediante il suo Verbo nello Spirito Santo, rimane presente e operante nella Chiesa: «Dio, il quale ha parlato in passato, non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio diletto, e lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa, e per mezzo di questa nel mondo, introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo».
La Tradizione e le tradizioni - Catechismo della Chiesa Cattolica 83 La Tradizione di cui qui parliamo è quella che viene dagli Apostoli e trasmette ciò che costoro hanno ricevuto dall’insegnamento e dall’’esempio di Gesù e ciò che hanno appreso dallo Spirito Santo. In realtà, la prima generazione di cristiani non aveva ancora un Nuovo Testamento scritto e lo stesso Nuovo Testamento attesta il processo della Tradizione vivente.
Vanno distinte da questa le «tradizioni» teologiche, disciplinari, liturgiche o devozionali nate nel corso del tempo nelle Chiese locali. Esse costituiscono forme particolari attraverso le quali la grande Tradizione si esprime in forme adatte ai diversi luoghi e alle diverse epoche. Alla luce della Tradizione apostolica queste “tradizioni” possono essere conservate, modificate oppure anche abbandonate sotto la guida del Magistero della Chiesa.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Mestatori, sedicenti apostoli, e profeti bugiardi, piaghe eternamente onnipresenti in tutte le comunità cristiane. Da qui l’invito a stare saldi e a mantenere le tradizioni che sono state trasmesse dagli Apostoli. Un consiglio che travalica i secoli e giunge fino ai giorni nostri. Solo in un cammino di fedeltà si insinua la consolazione di Dio, e il dono della grazia che rende ferma la fede del discepolo. 
 
Vangelo
Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.
 
Gli scribi e i farisei, guide spirituali del giudaismo, si erano seduti sulla cattedra di Mosè (Mt 23.22), cioè si erano presentati come continuatori del suo magistero: lo ripetevano, lo difendevano, lo interpretavano autorevolmente, lo attualizzavano, ma al loro insegnamento non corrispondeva il loro comportamento.
Avevano un’autorità che anche Gesù riconosce, osservate tutto ciò che vi dicono, ma allo stesso tempo stimmatizza il loro comportamento ipocrita che non doveva essere imitato: dicono e non fanno (Mt 23,3).
Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: innanzi tutto l’incoerenza: legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito e, infine, la ricerca di sé, infatti si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe per essere ammirati dal popolo (Mt 23,4-6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,23-26
 
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 23 Quarta invettiva: rovesciamento dei valori morali. La legge su la decima aveva raggiunto applicazioni minuziose che si estendevano anche alle erbe, come la menta, l’aneto, il comino; il precetto mosaico esigeva che si prelevasse dai prodotti della terra la decima parte (cf. Numeri, 18, 12; Levitico, 27, 30; Deuteronomio, 14, 22-23), i rabbini avevano esteso questo prescrizioni anche alle piante più insignificanti. Gesù non condanna questa pratica, ma rileva con una chiarezza ed un equilibrio rimasti proverbiali che bisogna osservare i precetti più importanti senza tuttavia tralasciare gli altri. La giustizia (κρίσις; ebraico: mishpat) riassume i doveri verso gli altri; la misericordia indica una compassione efficiente verso il prossimo; la fede (πίστις) esprime il senso di fiducia che deve regnare nei rapporti con gli altri.
24 Il detto proverbiale di formulazione iperbolica illustra la condotta degli Scribi e dei Farisei; essi infatti sono preoccupati di filtrare le bevande per timore d’ingoiare; qualche insetto impuro e non si dànno pensiero di trangugiare un cammello.
25-26 Quinta invettiva: il formalismo farisaico. I Farisei avevano una cura meticolosa per non incorrere nella impurità legale (cf. Mc., 7, 4), ma non avevano in pari tempo la stessa cura di evitare la sordidezza morale ed interiore. Prescrizioni ben determinate dovevano essere osservate per la purificazione (lavaggio) rituale degli utensili di cucina ed i Farisei distinguevano tra la parete interna ed esterna delle coppe e dei piatti; Gesù, servendosi del loro stesso linguaggio, oppone all’impurità legale dei recipienti l’impurità morale del contenuto; i piatti possono essere in condizione di purità legale, ma il loro contenuto non è sempre la conseguenza o la causa di bontà interiore; infatti possono essere consumati in piatti e coppe legalmente puri frutti di rapine e cibi abbondanti che fomentano l’intemperanza. (/ quali) all’interno son pieni di rapina e d’intemperanza; alcuni codici latini e la Volgata hanno: voi (cioè: gli Scribi ed i Farisei) siete pieni di rapina...; questa lettura s’ispira a Lc., 11, 39 ed al vers. 28 del presente capitolo. Intemperanza; vari codici hanno altro sostantivo: ingiustizia, impurità, cupidigia. Fariseo cieco, purifica prima l’interno della coppa; molti codici aggiungono: e del piatto. Gesù richiama l’ordine obiettivo dei valori; bisogna preoccuparsi che l’interno (το ἐντός) sia moralmente puro, poiché esso trasmetterà la necessaria purità a tutto ciò che tocca.
 
Per approfondire
 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà - Ceslas Spicq e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse.
Le sue parole non passano (Is 40,8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14,4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25,1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55,11); Dio non muta (Mal 3,6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2,22) senza la quale non si può conoscere Dio (4,2).
Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36,6), né proclamarla per invocarla (Sal 143,1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89,1-9.25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8,56ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9,33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85,5.11ss).
2. Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24,14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1Sam 2,35). Se Abramo e Mosè (Neem 9,8; Eccli 45,4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78,8 ss.36s; 106,6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9,2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20,6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42,18s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42,1ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50,4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49,5). Il servo fedele così annunciato è Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio, il vero ed il fedele, che viene a compiere la Scrittura e l’opera del Padre suo (Mc 10,45; Lc 24, 4; Gv 19, 8. 30; Apoc 19, 11ss). Per mezzo suo sono mantenute tutte le promesse di Dio (2Cor 1,20); in lui sono la salvezza e la gloria degli eletti (2Tm 2,10); con lui, gli uomini sono chiamati dal Padre ad entrare in comunione; e per mezzo suo i credenti saranno confermati e resi fedeli alla loro vocazione fino al termine (1Cor 1,8s). In Cristo quindi si manifesta in pienezza la fedeltà di Dio (1Tess 5,23s) e il fedele viene rassicurato (2Tess 3,3ss): i doni di Dio sono irrevocabili (Rom 11,29). Dobbiamo imitare la fedeltà di Cristo, tenendo duro fino alla morte, e contare sulla sua fedeltà per vivere e regnare con lui (2Tim 2,11s). Più ancora, anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele; perché, se può rinnegarci, non può rinnegare se stesso (2Tim 2,13); oggi, come ieri e per sempre, egli rimane ciò che è (Ebr 13,8), il sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebr 2,17) che permette di accedere con sicurezza al trono della grazia (Ebr 4,14 ss) a coloro che, fondandosi sulla fedeltà della promessa divina, conservano una fede ed una speranza indefettibili (Ebr 10,23).
 
Trascurate aspetti più importanti della Legge: «Egli redarguisce i pensieri nascosti del loro spirito e l’iniquità occultata delle loro volontà. Essi infatti compiono ciò che la Legge prescrive circa la decima della menta e dell’aneto per apparire agli occhi degli uomini osservanti della Legge, ma trascurano il dovere proprio dell’uomo, la misericordia, la giustizia, la fedeltà, e ogni sentimento di benevolenza. La decima di queste erbe, che era utile come prefigurazione del futuro, non doveva essere omessa. Ma bisognava fare in modo che, esercitando il nostro dovere di uomini fedeli, giusti e misericordiosi, rendessimo la nostra condotta gradita non mediante l’imitazione apparente di una volontà ma attraverso un modo veritiero di comportarsi. E poiché sarebbe una colpa meno grave trascurare la decima delle erbe piuttosto che il dovere di essere benevoli, deride la cura messa nel filtrare il moscerino da parte di coloro che non si preoccupano di ingoiare un cammello: di coloro, cioè, che evitano i peccati leggeri e divorano i grandi.» (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 24, 7).
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe Calasanzio - Educare i giovani, profezia di futuro: L’educazione e l’istruzione sono due opere cariche di profezia, perché accolgono lo spirito del presente, l’anima delle nuove generazioni, e lo proiettano nel futuro, preparando i giovani a costruire il mondo secondo i valori che contano di più. Tra i testimoni di questo impegno profetico fu san Giuseppe Calasanzio, che decise di dedicare la propria vita ai ragazzi e al loro futuro dopo aver visto con i propri occhi le condizioni di abbandono in cui molti di essi vivevano per le strade di Roma. Un’opera che poi decise di affidare a una congregazione religiosa: i Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie, detti comunemente Padri scolopi o piaristi. Calasanzio era nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, fu ordinato sacerdote a 26 anni, vivendo poi la prima parte del suo ministero in diverse diocesi spagnole, ricoprendo vari incarichi. A Roma nel 1597 fondò la prima scuola popolare gratuita d’Europa: chi si occupa dell’educazione dei ragazzi, scriveva, «compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode». Morì il 25 agosto 1648 a Roma, fu canonizzato da papa Clemente XIII il 16 luglio 1767. Nel 1948 Pio XII lo proclamò «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo».  (Matteo Liut)
 
-> O Dio, che hai dato al santo presbitero Giuseppe [Calasanzio]
doni straordinari di carità e pazienza
per dedicare la vita a istruire i giovani
e a formarli in ogni virtù,
concedi a noi, che lo veneriamo come maestro di sapienza,
di essere come lui cooperatori della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.