18 Luglio 2026
 
Sabato della XV Settimana T. O.
 
Mi 2,1-5; Salmo Responsoriale Dal Salmo 9 (10); Mt 12,14-21
 
Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXXII Giornata del Malato (11 febbraio 2024): Fratelli e sorelle, la prima cura di cui abbiamo bisogno nella malattia è la vicinanza piena di compassione e di tenerezza. Per questo, prendersi cura del malato significa anzitutto prendersi cura delle sue relazioni, di tutte le sue relazioni: con Dio, con gli altri – familiari, amici, operatori sanitari –, col creato, con sé stesso. È possibile? Si, è possibile e noi tutti siamo chiamati a impegnarci perché ciò accada. Guardiamo all’icona del Buon Samaritano (cfr Lc 10,25-37), alla sua capacità di rallentare il passo e di farsi prossimo, alla tenerezza con cui lenisce le ferite del fratello che soffre.
Ricordiamo questa verità centrale della nostra vita: siamo venuti al mondo perché qualcuno ci ha accolti, siamo fatti per l’amore, siamo chiamati alla comunione e alla fraternità. Questa dimensione del nostro essere ci sostiene soprattutto nel tempo della malattia e della fragilità, ed è la prima terapia che tutti insieme dobbiamo adottare per guarire le malattie della società in cui viviamo.
A voi, che state vivendo la malattia, passeggera o cronica, vorrei dire: non abbiate vergogna del vostro desiderio di vicinanza e di tenerezza! Non nascondetelo e non pensate mai di essere un peso per gli altri. La condizione dei malati invita tutti a frenare i ritmi esasperati in cui siamo immersi e a ritrovare noi stessi.
In questo cambiamento d’epoca che viviamo, specialmente noi cristiani siamo chiamati ad adottare lo sguardo compassionevole di Gesù. Prendiamoci cura di chi soffre ed è solo, magari emarginato e scartato. Con l’amore vicendevole, che Cristo Signore ci dona nella preghiera, specialmente nell’Eucaristia, curiamo le ferite della solitudine e dell’isolamento. E così cooperiamo a contrastare la cultura dell’individualismo, dell’indifferenza, dello scarto e a far crescere la cultura della tenerezza e della compassione.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Guai ai capitalisti! - Epifanio Gallego: Questa lettura, fra le più originali e genuine del profeta Michea, è un’aperta denunzia dei peccati sociali caratteristici del suo tempo, ma che sono sempre d’attualità. È un duro attacco al capitalismo, quale che ne sia l’espressione, colpevole di sfruttamento e di corruzione. Le azioni specifiche che egli ricorda non sono una lista esauriente, ma riflettono solo, a modo di esempio, la malizia imperdonabile degli oppressori del debole, quali che siano i mezzi di cui si servono.
Nel secolo VIII, la ricchezza consisteva principalmente, come ai nostri giorni, in beni immobili, per quanto questi fossero quasi esclusivamente terreni, così che la ricchezza d’una persona era misurata in base alle terre e ai capi di bestiame che possedeva. Il possesso dei terreni divenne, per conseguenza, il sogno di coloro che avevano la possibilità di procurarseli. Si noti che Michea non denunzia il possesso di detti terreni, ma il modo di procurarselo; non la proprietà privata, per quanto essa fosse estesa, ma l’uso dell’ingiustizia e della violenza per rubare a man salva. Quello che essi vanno macchinando, tramando e facendo ai margini della legge è detto, senza sottintesi, malvagità e iniquità.
Nel decalogo (Dt 5,21), era severamente proibita la cupidigia. Nulla di quello che appartiene al prossimo può essere oggetto di cupidigia; e fra i beni del prossimo, del paterfamilias, era inclusa anche la moglie o le mogli.
Dall’accusa di Michea vediamo quale sia il vero senso di cupidigia: non semplicemente « desiderare ardentemente una cosa », ma appagare questo desiderio in tutti i modi possibili, anche, se è necessario, ricorrendo al furto, alla violenza, all’oppressione e all’uso della giustizia. Questo era il grande peccato che già Elia aveva rinfacciato ad Acaz, che aveva spogliato Nabot della vigna che egli aveva ereditata (1Re 21,1-4). Questo fu il peccato dell’alta società israelita del secolo VIII, il peccato di ogni società, a dispetto della denunzia dei suoi profeti.
Con la metafora del giogo, fatto di ignominia, tirannia ed esilio, il profeta minaccia « questa genia » e tutto il popolo. Il principio dell’individualità colpevole era ancora assai lontano. Una minaccia nella quale tutta la forza del potente di fronte all’indifeso si trasforma in totale impotenza di fronte ai disegni di Dio espressi in castigo.
«In quel tempo », il tempo, il giorno concreto che non tarderà a divenire escatologico, la loro calamità si trasformerà in tema di satire e lamentazioni: contro di essi si intoneranno elegie. Sarà l’umiliazione totale. Perderanno la loro terra promessa, quella che aveva loro assegnata Giosuè (13-21). È una quasi-scomunica del popolo eletto, un anatema contro i monopolizzatori. Quello che essi si attribuiscono con rapina, violenza e oppressione, altri se l’attribuiranno senza che essi possano avere parte nella divisione, È il castigo di Dio coniato a misura del peccato dell’uomo.
 
Vangelo
Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto.
 
All’odio dei farisei Gesù risponde con l’amore, sanando compassionevolmente tutti i malati. L’imposizione di non divulgare il miracolo forse potrebbe far pensare al segreto messianico, in verità raramente presente nel Vangelo di Matteo (cfr. Mt 8,4). La citazione, con la quale si chiude il brano evangelico, è  tratta dal libro del profeta Isaia (42,1-4), e si riferisce non solo alla missione del Servo del Signore a favore dei pagani, ma è intesa come una forte contrapposizione all’accusa dei farisei riportata nel brano successivo dove Gesù verrà accusato di  scacciare i demòni per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,14-21
 
In quel tempo, i farisei uscirono e tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Gesù però, avendolo saputo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli li guarì tutti e impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa:
«Ecco il mio servo, che io ho scelto;
il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento.
Porrò il mio spirito sopra di lui
e annuncerà alle nazioni la giustizia.
Non contesterà né griderà
né si udrà nelle piazze la sua voce.
Non spezzerà una canna già incrinata,
non spegnerà una fiamma smorta,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia;
nel suo nome spereranno le nazioni».
 
Parola del Signore.
 
Speranza delle nazioni - Felipe F. Ramos: La scena ha origine da una guarigione compiuta da Gesù in giorno di sabato. Il legalismo giudaico, per salvaguardare la santità del sabato, era giunto a estremi ridicoli. Non si poteva guarire un uomo di sabato, ma si potevano invece soccorrere gli animali che ne avessero bisogno. Certo, dal loro punto di vista, era logico questo atteggiamento, poiché si era giunti persino ad affermare che l’uomo era stato creato per il sabato, per santificare quel giorno santo. Gesù non la pensava così. La cosa più importante è sempre l’uomo e tutto, compreso il sabato, dev’essere al suo servizio (Mr 2,27).
Poco mancò che questo atteggiamento scandaloso di Gesù, in quell’occasione, gli costasse la vita. Lo avrebbero ucciso per osservare la legge! Gesù si ritira per scongiurare il pericolo, ma continua ad agire per portare a compimento l’opera di liberazione dell’uomo. A quelli che sono stati i beneficiari del suo potere e della sua misericordia chiede solo di non denunziarlo. Egli impone il silenzio a quelli che hanno ricevuto i suoi benefici.
Perché? Nel vangelo di Marco, questa raccomandazione di silenzio è attribuita esplicitamente al celebre «segreto messianico». Matteo ci offre un punto di vista diverso: Gesù vuole passare inosservato per due ragioni: a) vuole evitare, per ora, le controversie con i farisei, nelle quali dovrebbe necessariamente esporre le ragioni del suo modo d’agire che erano inseparabili dalle sue pretese messianiche. Questo provocava indignazione e persecuzione. Una ragione di prudenza consigliava, per il momento, di evitare quegli scontri diretti.
b) La seconda ragione è teologica: Gesù è il servo di Dio per eccellenza, e come tale intende agire segretamente. Questo comporta che sia citato qui il testo di Isaia (41,4): Non farà udire la sua voce sulle piazze (v. 19); appoggerà i deboli e cercherà i prodighi (v. 20). Come il servo di Yahveh, Gesù concederà la sua giustizia a tutti, compresi i pagani (vv. 18-21). In Gesù si realizzano le speranze giudaiche che erano legate al servo di Yahveh. Gesù è il servo di Dio che visse nascosto, nel mistero, e la cui vita fu determinata dalla sua morte-risurrezione, per la sua piena solidarietà con l’uomo che veniva a salvare.
 
Per approfondire
 
... egli li guarì tutti - Daniel J. Harrington (Il Vangelo di Matteo): Il sommario delle guarigioni operate da Gesù presso il Mare di Galilea presentato da Marco (3,7-12) è stato notevolmente condensato da Matteo (Mt 12,15-16) e trasformato in un’occasione per presentare una citazione di adempimento (Mt 12,17-21 = Is 42,1-4). In un contesto incentrato sul rifiuto di Gesù (Mt 12,1-4.22-50) Mt 12,15-21 ha la funzione di ricordare quale sia la vera identità di Gesù come Servo/Figlio di Dio, così come Mt 11,25-30 aveva messo Gesù in relazione alla sapienza di Dio.
La citazione riguardo al mite e benigno Servo di Dio (Is 42,1-4) spiega perché Gesù si sia semplicemente allontanato dalla sinagoga dei farisei (vedi Mt 12,9) e perché abbia voluto di proposito evitare di rendere pubblica la sua vera identità: questo è il modo di operare del mite e benigno Servo di Dio. Da questo punto di vista la parte più importante della citazione l’abbiamo in Mt 12,19 («non contesterà né griderà»). Tuttavia, vi sono anche altri elementi nel libero adattamento fatto da Matteo del testo biblico (la sua versione non coincide esattamente con nessun ltro testo antico) che contribuiscono a completare il quadro che l’evangelista fa di Gesù.
Gesù è il Servo e il Figlio di Dio, poiché il termine greco pais è ambiguo, avendo il senso sia di servo che di figlio; e tale ambiguità è stata probabilmente sfruttata di proposito da Matteo che in altri passi si preoccupa di presentare Gesù come Figlio di Dio. L’altra parte di Mt 12,18a («mio prediletto, nel quale ho posto il mio amore») ricorda la voce dal cielo in occasione del battesimo di Gesù (vedi Mt 3,17) e prelude alla voce dal cielo al momento della trasfigurazione (vedi Mt 17,5). La citazione serve anche a identificare Gesù con il portatore dello Spirito Santo («Porrò il mio spirito sopra di lui»), forse in contrasto con quelli che comandano «nella loro sinagoga» (12,9). Infine, la citazione contiene due elementi che evidenziano la rilevanza di Gesù per i non Giudei: «annunzierà ai popoli la giustizia» (12,18); e «nel suo nome spereranno i popoli» (12,21).
Per gli appartenenti alla comunità matteana, Mt 12,15-21 doveva servire a sottolineare i poteri di Gesù come guaritore già evidenziati nei capitoli 8-9 in 12,9-14. Doveva anche completare il quadro che avevano dell’identità di Gesù in base alle caratteristiche accennate nel capoverso precedente. Nel contesto polemico del capitolo 12 (e dei capitoli 11-14 nel loro insieme) questo testo si prestava anche ad essere inteso come una critica ai farisei e alla «loro sinagoga» per la loro incapacità di riconoscere in Gesù il Servo di Dio e il portatore dello Spirito Santo.
Nell’applicazione di questo testo è importante distinguere il Cantico del Servo (Is 42,1-4) citato qui dagli altri Cantici del Servo, in particolare Is 52,13-53,12, con la loro chiara enfasi sulle sofferenze del Servo. In Mt 12,15-21 l’accento è posto sulla mitezza e bontà del Servo, assieme ad altri temi cristologici: Servo/Figlio, il prediletto da Dio, il portatore dello Spirito Santo, e la rilevanza di Gesù per i non Giudei.
 
Egli non griderà - Giovanni Crisostomo, Commento al Vangelo di Matteo 40, 2: Con tali parole il profeta canta l’ineffabile mitezza e il potere di Cristo, apre alle genti una porta larga e spaziosa, mentre predice ai giudei le sciagure che un giorno li colpiranno. Manifesta inoltre la perfetta armonia di Gesù che è con il Padre. Ecco - dice - il mio servo che mi sono scelto, non è certo per opporsi a lui che egli abroga la legge, né come nemico del legislatore, ma lo fa in pieno accordo con il Padre. E per proclamare la sua mansuetudine, il profeta dice: Non contenderà né parlerà forte (Is 42, 2). Gesù intendeva personalmente prendersi cura degli uomini; ma poiché lo respingono, egli se ne fa senza resistenza.
 
Testimoni di Cristo - San Ruffillo di Forlimpopoli, Vescovo: Un antico sermone del secolo XI ci dà alcune informazioni su Ruffillo, primo vescovo di Forlimpopoli. Il documento racconta che fra Forlimpopoli e Forlì, si annidava un mostruoso drago, che col solo fiato ammorbava l’aria, provocando la morte di diverse persone. Il vescovo Ruffillo esortò i fedeli della diocesi a fare digiuni e pregare, affinché la zona venisse liberata dal mostro, nel contempo invitò il vescovo di Forlì Mercuriale (anch’egli poi santo) a partecipare all’impresa. Si recarono ambedue alla tana del drago, qui gli strinsero attorno alla gola le loro stole e lo gettarono in un profondo pozzo, chiudendone l’imboccatura con un «memoriale» (un monumento o un’iscrizione). Questo episodio è raccontato anche nella «Vita» di san Mercuriale e in quella dei santi Grato e Marcello. Il dragone rappresentò il simbolo dell’idolatria ancora abbastanza diffusa, che vide il protovescovo di Forlimpopoli impegnato a debellarla insieme all’opera di altri santi vescovi della regione, suoi contemporanei. Si può fissare il periodo del suo episcopato nella prima metà del secolo V. (Avvenire)  
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

 

 

 

 17 Luglio 2026
 
Venerdì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 38,1-6.21-22.7-8; Salmo Responsoriale Is 38,10-12.16; Mt 12,1-8
 
Santa Marcellina Vergine - Sorella maggiore di S. Satiro e S. Ambrogio, nacque a Treviri nel 330, dove si trovava il padre in qualità di altro funzionario imperiale. S. Ambrogio attesta che la sorella Marcellina avrebbe ricevuto il velo verginale da Papa Liberio nella Basilica di San Pietro in Vaticano, nel Natale del 353, così com’era d’usanza per le donne che si consacravano. Ambrogio morì nel 397, Marcellina invece spirò il 17 Luglio del 400 e venne sepolta presso la tomba del fratello, nella Basilica di S. Ambrogio; San Simpliciano sarebbe l’autore dell’iscrizione sepolcrale della Santa. Nel 1722 i resti di Marcellina vennero tolti dal sepolcro e custoditi in sacrestia, ma nel 1812 vennero solennemente traslati nell’apposita Cappella in suo onore, nel frattempo fatta erigere all’interno della Basilica di S. Ambrogio. Sono rimaste a noi tre lettere inviate a Marcellina dal fratello Ambrogio; inoltre nel discorso funebre per il fratello Satiro, Ambrogio mette in risalto il grande dolore provato dalla sorella in quella circostanza. Nel 1838 Monsignor Biraghi fondava a Cernusco sul Naviglio, l’Istituto religioso delle marcelline, in onore della Santa; il nuovo Istituto si concentrava sull’educazione culturale e morale della gioventù. Nella Certosa di Pavia si trova un dipinto di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, che raffigura la Santa in compagnia di San Satiro, San Gervasio e San Protasio, patroni di Milano, davanti al trono vescovile in cui siede Ambrogio; il dipinto mette in luce un carattere distintivo di Marcellina, quello di educatrice dei fratelli minori Satiro e Ambrogio. Inoltre agli Invalides di Parigi esisteva una statua della Santa, scomparsa però, durante gli scempi della rivoluzione francese. (fonte:santiebeati.it)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Gallego - La pericope presente è un caso concreto del fatto che Isaia dovette confermare i suoi vaticini con risposte concrete e persino con segni razionalmente inesplicabili. In questo modo la sua parola acquistava la certezza della conferma divina.
Ezechia si ammalò gravemente. Il profeta gli confermò da parte di Dio che era spacciato: « Morirai », gli disse. Ezechia interpretò questa sua morte precoce come un castigo di Dio. Dunque, non era stato fedele a Yahveh? Non aveva riparato a tutto il male operato da suo padre Acaz? Come può morire il giusto nel fiore degli anni? Yahveh ritorna sulla sua decisione e aggiunge alla vita del re quindici anni.
Sarebbe esagerato voler fare di questa prima parte del racconto un problema teologico medievale di prescienza e di volubilità divina. È certo che Isaia si esprime in un modo assoluto, ma sappiamo che, nella Bibbia, la minaccia divina non è mai assoluta, nonostante i termini con cui è espressa, bensì condizionata dalla risposta umana. È una delle caratteristiche del genere letterario semita.
La promessa divina va oltre il prolungamento della vita del re: tanto lui come la città saranno liberati dall’oppressione del re degli assiri. Il re, infatti, ricupera la salute grazie a un cataplasma di fichi preparato dallo stesso profeta. Ma la liberazione? Il re esige un segno. Non è in gioco la sua vita, ma quella del popolo. D’altra parte, egli ha motivi per dubitare. Il profeta non gli aveva detto, in un primo momento, che sarebbe morto; e poi aveva cambiato opinione e gli aveva promesso la vita? E non poteva cambiare opinione anche ora riguardo alla sua liberazione dalle mani degli assiri?
Isaia gli offre un vero miracolo, un fatto umanamente inspiegabile: l’ombra sarebbe retrocessa di dieci gradi nell’orologio da sole, che suo padre Acaz aveva importato da Damasco. Erodoto ci racconta che furono proprio i babilonesi gli inventori dell’orologio solare. Il miracolo si compì e avvenne anche la liberazione.
Abbiamo qui un bello scontro fra il re e il profeta, scontro nel quale l’unico vincitore è Yahveh. In questo caso, fu necessario un segno straordinario. La norma è che i segni siano ordinari e persino volgari. Comunque sia, la cosa veramente importante è saperli intendere secondo la volontà di Dio. Il cristiano ha oggi la via spianata con la garanzia che gli offre la Chiesa, interprete fedele della  rivelazione.
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato.
 
Gesù non vuole trasgredire la Legge, e non ha intenzione di suggerirlo ai suoi discepoli. Tantomeno, la Legge non è la tana dei cristiani-coniglio, di coloro che arrossiscono se devono fare il segno di croce in un locale pubblico prima della colazione o del pranzo. La Legge non è una tana per nascondersi e malaffare nel buio, illudendosi di essere lontani dagli occhi di Dio, e, poi, dire a se stessi ho la coscienza a posto perché ogni giorno dico le preghiere del buon cristiano, e la Domenica vado a Messa. Gesù vuol dire ai farisei di tutti i tempi che l’albero della Legge è bene innaffiato quando la misericordia è il suo frutto, succoso, buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare salvezza (cfr. Gen 3,6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 12,1-8
 
In quel tempo, Gesù passò, in giorno di sabato, fra campi di grano e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere delle spighe e a mangiarle.
Vedendo ciò, i farisei gli dissero: «Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare di sabato».
Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Egli entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che né a lui né ai suoi compagni era lecito mangiare, ma solo ai sacerdoti. O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio vìolano il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui vi è uno più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato»
 
Bibbia di Navarra: 12,2. «Sabato»: per i Giudei era il giorno della settimana dedicato al culto divino. Era stato Dio stesso a istituirlo (Gn 2,3), comandando che il popolo eletto si astenesse da determinati lavori in quel giorno (Es 20,8-11; 21,13; Dt 5,14) per poter dedicarsi con zelo maggiore a onorare Dio. Col pasasare del tempo i rabbini resero oltremodo complicato il precetto divino, e all’epoca di Gesù avevano redatto un elenco in cui si enumeravano addirittura trentanove tipi di lavori proibiti.
I farisei accusavano i discepoli di Gesù di violare il sabato. Secondo la casistica degli scribi e dei farisei, infatti, cogliere spighe equivaleva a mietere; confricarle, o trebbiare: tutti lavori agricoli vietati nel giorno di sabato.
3-8. Gesù respinge l’accusa dei farisei con quattro argomentazioni: l’esempio di Davide, quello dei sacerdoti, il senso della misericordia divina e il potere di Gesù sul sabato.
Il primo esempio, conosciuto dal popolo abituato ad ascoltare la lettura della Bibbia, è desunto da lSam 21,2-7: Davide, fuggendo dal re Saul che lo perseguitava, chiede al sacerdote del santuario di Nob cibo per i suoi uomini; il sacerdote, non avendo se non i “sacri pani della proposizione glieli diede”: erano dodici pani che si ponevano ogni settimana sulla tavola d’oro del santuario, come omaggio perpetuo delle dodici tribù d’Israele al Signore (Lv 24,5-
9. Il secondo esempio si riferisce al ministero dei sacerdoti: per attendere al culto divino erano tenuti a compiere il sabato una serie di lavori, senza per questo disobbedire alla legge del riposo (cfr Nm 28,9).
 
Per approfondire
 
Sabato - Nuovo Testamento - C. Spicq e P. Grelot: 1. Gesù non abroga esplicitamente la legge del sabato: in questo giorno egli frequenta la sinagoga e ne approfitta per annunciare il vangelo (Lc 4, 16 ...). Ma trova a ridire al rigorismo formalistico dei dottori farisei: «Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2, 27), ed il dovere della carità prevale sull’osservanza materiale del riposo (Mt 12, 5; Lc 13, 10-16; 14, 1- 5). Inoltre Gesù si attribuisce un potere sul sabato: il figlio dell’uomo ne è padrone (Mc 2, 28). È questo uno degli appunti che i dottori gli muovono (cfr. Gv 5, 9 ...). Ma, facendo del bene nel giorno di sabato, non imita egli il Padre suo che, entrato nel suo riposo al termine della creazione, continua a governare il mondo ed a vivificare gli uomini (Gv 5, 17)?
2. I discepoli di Gesù.  - I discepoli di Gesù in un primo tempo hanno continuato ad osservare il sabato (Mt 28, 1; Mc 15, 42; 16, l; Gv 19, 42). Anche dopo l’ascensione le riunioni sabbatiche servono ad annunziare il vangelo in ambiente ebraico (Atti 13, 14; 16, 13; 17, 2; 18, 4). Ma ben presto il primo giorno della settimana, giorno della risurrezione di Gesù, diventa il giorno di culto della Chiesa, in quanto giorno del Signore (Atti 20, 7; Apoc 1, 10). Vi si trasferiscono le pratiche che gli Ebrei collegavano volentieri al sabato, come l’elemosina (1 Cor 16, 2) e la lode divina. In questa nuova prospettiva l’antico sabato giudaico acquista un significato figurativo, come molte altre istituzioni del VT. Con il loro riposo, gli uomini commemoravano in esso il riposo di Dio nel settimo giorno. Ora Gesù è entrato in questo riposo divino con la sua risurrezione, e noi abbiamo ricevuto la promessa di entrarvi dietro di lui (Ebr 4, 1-11). Sarà questo il vero sabato, in cui gli uomini si riposeranno dalle loro fatiche, ad immagine di Dio che si riposa dalle sue opere (Ebr 4, 10; Apoc 14, 13).
 
Il Figlio dell’uomo è signore del sabato - Jean Delorme: Nei vangeli, «figlio dell’uomo» (espressione greca ricalcata su una aramaica, che si sarebbe dovuto tradurre «figlio d’uomo») si trova settanta volte. A volte è solo l’equivalente del pronome personale «io» (cfr, Mt 5,11 e Lc 6,22; Mt 16,13-21 e Mc 8,27-31). Il grido di Stefano che vede «il figlio dell’uomo in piedi alla destra di Dio» (Atti 7,56) può indicare che questa concezione era viva in certi ambienti della Chiesa nascente. Ma la loro influenza non è sufficiente a spiegare tutti gli usi evangelici di questa espressione. Il fatto che essa compaia esclusivamente sulle bocca di Gesù presuppone che la si sia ritenuta una delle sue espressioni tipiche, mentre la fede postpasquale lo designava con altri titoli. A volte Gesù non si identifica esplicitamente con il figlio dell’uomo (Mt 16,27; 24,30 par.); ma altrove è chiaro che parla di se stesso (Mt 8,20 par.; 11,19; 16,13; Gv 3,13s; 12,34). È possibile che abbia scelto l’espressione a motivo della sua ambiguità: suscettibile di un senso banale («l’uomo che io sono»), essa racchiudeva pure una netta allusione all’apocalittica giudaica.
1. I sinottici. a) I quadri escatologici di Gesù si ricollegano alla tradizione apocalittica: il figlio dell’uomo verrà sulle nubi del cielo (Mt 24,30 par.), siederà sul suo trono di gloria (19,28), giudicherà tutti gli uomini (1.6,27 par.). Ora, nel corso del suo processo, interrogato dal sommo sacerdote per sapere se egli è «il messia, figlio del benedetto», Gesi risponde indirettamente alla domanda  identificandosi con colui che siede alla destra del Dio e viene sulle nubi del cielo (cfr. Dan 7,13; Mt 26,64 par.). Questa affermazione lo fa condannare come bestemmiatore. Di fatto, scartando ogni concezione terrena del messia, Gesù ha lasciato apparire la sua trascendenza. Il titolo di figlio dell’uomo, in base ai suoi antecedenti, si prestava a questa rivelazione.
b) Per contro, Gesù ha pure collegato al titolo di figlio dell’uomo un contenuto che la tradizione apocalittica non prevedeva direttamente. Egli viene a realizzare nella sua vita terrena la vocazione del servo di Jahve, rigettato e messo a morte per essere infine glorificato e salvare le moltitudini. Ora egli deve subire questo destino in qualità di figlio dell’uomo (Mc 8,31 par.; Mt 17,9 par. 22 spar.; 20, 18 par.; 26,2.24 par. 45 par.).
Prima di apparire in gloria nell’ultimo giorno, il figlio dell’uomo avrà condotto un’esistenza terrena in cui la sua gloria era velata nella umiliazione e nella sofferenza, cosi come nel libro di Daniele la gloria dei santi dell’altissimo presupponeva la loro persecuzione. Per definire quindi l’insieme della sua carriera, Gesù preferisce il titolo di figlio dell’uomo a quello di messia (cfr. Mc 8,29 ss), troppo compromesso nelle prospettive temporali della speranza giudaica.
c) Nell’umiltà di questa condizione nascosta (cfr. Mt 8,20 par.; 11, 19), che può scusare le bestemmie che vengono proferite contro di lui (Mt 12,32 par.), Gesù incomincia non di meno ad esercitare taluni dei poteri del figlio dell’uomo: potere di rimettere i peccati (Mt 9,6 par.), padronanza del sabato (Mt 12,8 par.), annunzio della parola (Mt 13,37). Questa manifestazione della sua dignità segreta annunzia in qualche misura quella dell’ultimo giorno.
 
Amore per la legge di Dio: “Chi ama la legge di Dio, onora anche ciò che in essa non comprende. Ciò che gli pare poco logico, giudica piuttosto di non averlo compreso e pensa che vi si trovi celato qualcosa di grande. Non gli è dunque di scandalo la legge del Signore; e per non soffrire scandalo, soprattutto egli non bada agli uomini - per quanto sia santa la loro vocazione -, tanto da far dipendere la loro fede dai loro costumi. Perciò, se alcuni di loro cadono, egli non se ne scandalizza e non rovina così se stesso. Al contrario, egli ama la legge del Signore per se stessa, e in lui vi è sempre grande pace e mai scandalo. L’ama senza preoccupazioni, perché sa che anche se molti peccano contro la legge, essi non peccano certo a causa della legge” (Agostino, Esposizioni sui Salmi, 118).
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 



 16 Luglio 2026
 
Giovedì XV Settimana Del Tempo Ordinario
 
Is 26,7-9.12.16-19; Salmo Responsoriale Dal Salmo 101 (102); Mt 11,28-30
 
Beata Maria Vergine del monte Carmelo: Alla fine del XII secolo un gruppo di eremiti si riunì sul monte Carmelo, in Palestina, là dove il profeta Elia aveva sconfitto i sacerdoti di Baal, e dove una piccola nuvola salita dal mare aveva posto fine ad una lunga siccità: nuvoletta che San Bernardo interpretò come figura della Madonna. Questi monaci si dedicavano alla preghiera perpetua, ed in particolare alla venerazione di Maria, onorata come Beata Vergine del Carmelo. Nel 1226 i Carmelitani ottennero l’approvazione della loro regola da papa Onorio III, e alla fine del XIII secolo, lasciata la Terra Santa, che era stata riconquistata dagli Arabi, fondarono diversi monasteri in tutta Europa.
Segno particolare della devozione mariana è lo scapolare. Questo termine indica originariamente una parte dell’abito dei monaci benedettini, consistente in due bande di stoffa che coprono le spalle e ricadono davanti e dietro; in seguito divenne, per monaci e laici, una doppia immaginetta racchiusa in due pezzi di stoffa, che si porta appesa al collo sotto gli abiti, ed è nota popolarmente come “abitino della Madonna”. Fu il carmelitano Simone Spock a ricevere dalle mani della Vergine stessa lo scapolare, con la promessa della rapida liberazione dalle pene del Purgatorio per chiunque lo indossi; devozione confermata da papa Pio XII con una bolla dell’11 febbraio 1950.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura  - Epifanio Callego - La speranza che genera vita: Ispirandosi ai salmi classici (Sal 44,60.74; 60,1ss; 74,1), il profeta comincia con un grido di rettitudine e di giustizia legale che è tutto un programma di vita. A esso la comunità riunita liturgicamente risponde con l’affermazione della fiducia riposta nella giustizia di Yahveh. Non era questo il modo di comportarsi nelle grandi solennità liturgiche? Nella Gerusalemme dei tempi messianici, non poteva mancare il compimento di quello che aveva costituito l’ideale di ogni fedele israelita.
Per questo Isaia, facendo suo qualche salmo dei pellegrini, lo ritocca e lo inserisce nel canto trionfale dei versetti precedenti come conclusione delle sue predizioni messianiche.
La grande aspirazione dei giusti degli ultimi tempi sarà appunto il nome di Yahveh, cioè Yahveh stesso in quanto può essere conosciuto, compreso e amato dall’uomo pur nei suoi limiti. Le circostanze storiche, i limiti sociali e le altre preoccupazioni umane non distrarranno ì giusti dal loro centro di gravità. Quando Paolo, in un rapimento di penetrazione divina, ci garantirà che «in lui viviamo, ci muoviamo e siamo», ci garantirà nel modo migliore che i tempi messianici sono ormai cominciati.
Con un gioco retorico, Agostino scopre Dio in se stesso, nella propria interiorità, dopo aver chiesto a tutte le creature, a una a una, se esse fossero Dio. Ma come dovettero suonare alle orecchie di quel giudei, avvezzi a cercare Yahveh nel fragore dell’uragano, nella pomposità del tempio o nella magnificenza dei sacrifici sul monte santo di Sion, le parole di Isaia, il quale assicurava che i giusti dei tempi nuovi lo avrebbero cercato in se stessi! A modo di corollario profetico, Cristo aggiungerà che il Padre non sarà adorato in Gerusalemme né sul Garizim, ma in spirito e verità. Sarebbe necessario mettersi nel secolo VIII a. C. per comprendere la novità dell’insegnamento profetico.
Da questa prospettiva yahvista e interiorizzante, il popolo comprende che tutta la sua storia è la storia delle grandi opere di Yahveh, che tutto quello che accade è compiuto da Yahveh come arbitro della storia per il bene dei suoi eletti. Lo sguardo resta limitato dentro le frontiere di Giuda. È solo un primo. passo, ma un passo decisivo, aperto al progresso della rivelazione. Le immagini non potrebbero essere più espressive. In uno sforzo sovrumano, paragonato ai dolori del parto, gli uomini, con le loro forze, riuscirono solo a generare vento; vuoto e nulla, e non un briciolo di salvezza, Senza la grazia, dirà Paolo, ci è impossibile anche pronunziare il nome di Gesù con merito.
La visione profetica della risurrezione descritta nel versetto 19 si presenta come un precoce fiore silvestre, esile e fragile, quasi vergognoso della sua solitudine. Non ne troveremo un altro fino a quasi sei secoli più tardi, nei libri di Daniele e dei Maccabei, quando giungerà la pienezza dell’apocalittica timidamente iniziata dai profeti, alla quale appartiene tutta questa sezione di Isaia concernente l’era messianica.
Certo, la risurrezione che Isaia intravede è limitata ai giusti del popolo eletto ed è espressa in un modo poetico, in contrapposizione con gli sforzi che il popolo fa inutilmente per far rivivere la propria nazione; ma il seme era gettato, e la ragione di questa speranza è del tutto convincente. L’azione vivificante di Yahveh sarebbe discesa sui morti, come la rugiada notturna provvidenziale discendeva sull’arida Palestina, costringendo la terra a partorire le ombre contenute nelle sue viscere, i «refraim» che attendevano nello sheol. I morti avrebbero nuovamente lodato Yahveh.
 
Vangelo
Io sono mite e umile di cuore.
 
Il tema del Vangelo è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili (cfr. Mt 23,13ss.).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,28-30
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 28 Cristo esige l’accettazione della sua legge. Il giogo era una metafora usuale per designare la Legge (cf. Geremia, 5, 5; Ecclesiastico, 51, 34; Atti, 15, 10). Affaticati e carichi; la Legge antica era un giogo pesante ed i Farisei l’avevano ancora aggravato con l’aggiunta d’innumerevoli prescrizioni. Gesù concede il sollievo a chi lo segue, perché egli non impone una religiosità fatta d’infinite e gravose pratiche esterne, come voleva l’ebraismo ufficiale del suo tempo.
29 Prendete su di voi il mio giogo; cioè: prendete la legge che Cristo insegna, oppure: lasciatevi istruire da me. Gesù è il perfetto Maestro nella legge, perché egli la promulga e la spiega con mitezza ed umiltà di cuore. Quella legge che è suggerita dalla bontà porta sollievo alle anime.
30 Cristo impone ai propri sudditi una legge amabile (giogo soave); egli infatti perfezionando la legge antica l’ha resa leggera. In tutto il passo (11, 28-30) il lettore avverte una punta polemica contro l’opprimente legalismo dei Farisei, considerati dal popolo come interpreti e maestri qualificati della legge.
 
Per approfondire
 
Il giogo, nella sacra Scrittura, è simbolo della sottomissione a Dio (Ger 2,20) e dell’obbedienza alla legge (At 15,10; Gal 5,1). Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo “giogo dolce” fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di precetti e di leggi; una giustizia ipocrita, strisciante da sempre in tutte le religioni, anche nel cuore di tanti cristiani. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono «stanchi e oppressi», in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, la «clausola» che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno (cfr. Lc 9,23), senza infingimenti o accomodamenti. È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre «stoltezza» o «scandalo» (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente. Invece, molti cristiani tendono a porre al centro di tutto la loro vita, spesso disordinata; le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o gusti o programmi e tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (cfr. Mc 7,8-9).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa. Il momento sacramentale forte di comunione con il Cristo morto e risorto dopo il battesimo, l’Eucaristia, eppure tutti coloro che si uniscono a celebrarla, lungi dall’avvertire su di sé un carico insopportabile, si sentono invece alleggeriti, L’Eucaristia ci rende commensali di Dio. Perciò più che sudditi costretti a eseguire delle ordinanze superiori, ci sentiamo collaboratori volontari e consapevoli al piano di salvezza, compagni di via nel non facile cammino verso la comune meta della gloria.
La serenità del cuore è ciò che elimina ogni peso.
L’Eucaristia ci rende lieti ospiti di Cristo e ci fa accettare la legge divina come via alla redenzione: «Donaci, o Signore, di rallegrarci sempre per questi misteri pasquali, perché la redenzione che si attua nei tuoi misteri, sia per noi causa di perenne letizia» (cf IV domenica del Tempo pasquale).
Assoggettarsi al giogo di Cristo significa vivere secondo lo Spirito, averlo nel cuore. Lo Spirito insegna ad accettare con piacere la legge di Cristo e fornisce tutti i sussidi necessari; facendo evitare gli estremi del lassismo e del rigorismo. L’Eucaristia è dono di Spirito Santo.
 
L’umiltà nasce dalla completa veracità, per la quale l’uomo si stima così come Dio lo valuta. L’umiltà, quindi, non consiste nella ricerca del disprezzo di se stessi, ma nell’assunzione della propria realtà di fronte a Dio e agli uomini. Dio ama gli umili: “Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi trema alla mia parola” (Is 66,2). Dio ascolta le preghiere  degli umili e le esaudisce (Gdt 9,11-13), e concede loro grazia: “Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili” (1Pt 5,5). Dio “umilia l’alterigia dei superbi” (Gb 22,29) e innalza gli umili (cfr. Lc 1,52; 18,14; Fil 2,8; 1Pt 5,6: Gc 4,10). Nella sacra Scrittura abbiamo numerosi esempi di umiltà: Mosè (Nm 12,3), Maria, la Madre di Gesù (Lc 1,48), Giovanni Battista (Gv 1,27; 3,30), il centurione romano (Mt 8,8), l’apostolo Paolo (1Cor 15,9; Ef 3,8; 1Tm 1,15). L’umiltà nella vita cristiana ha un posto assai importante perché conserva la carità e l’unità: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,1-4; cfr. Ef 4,2; Col 3,12; 1Pt 5,5).  L’umiltà è condizione per entrare nel regno di Dio (cfr. Mt 10,25; 18,3; Lc 18,17), da qui il credente deve rifuggire da quella falsa umiltà che infetta il cuore dell’ipocrita (cfr. Col 2,16-23).
 
L’umiltà del cuore: «Dice il Salvatore: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre” [Mt 11,29]. E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyfìa, oppure metriòtes. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, “nella condanna del diavolo” - il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; l’Apostolo dice: “Per non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo” [1Tm 3,6].» (Origene, In Luc. 8,5).
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria del Monte Carmelo. Quel dolce manto protettore che vince l’aridità dei cuori: Come lacrime del cielo che fecondano la terra e generano vita, speranza e futuro: la visione di Elia sul monte Carmelo ci parla di un Dio che si prende cura dell’umanità e, come un manto, la protegge dall’arsura provocata dalle asperità e dalla siccità della storia. Siccità spirituale e asperità esistenziali sono esperienza comune, ecco perché la tradizione ha da sempre visto in quella leggera nube recante pioggia e risalente dal mare un segno della dolcezza divina, la stessa da sempre legata anche alla vicenda e all’icona della Vergine, di Maria, la madre di Dio. Di fronte alla nostra sete interiore d’Infinito la devozione alla Madonna del Carmelo è un invito a lasciarci avvolgere dall’amore delicato e ristoratore di Dio. Un messaggio che arriva dal racconto riportato al capitolo 18 del primo Libro dei Re: sul Monte Carmelo il profeta Elia mostra ad Acab la potenza del Signore, contenuta in una piccola nuvola che porta la pioggia e vince l’arsura. Un’immagine potente nella quale la tradizione ha visto l’opera di Maria, il cui ventre ha donato al mondo l’unica fonte in grado di vincere ogni aridità del cuore. Da questo stesso brano è poi nata l’esperienza dei monaci del Carmelo. La Madonna del Carmine, in seguito, apparve il 16 luglio 1251 a Simone Stock, priore generale dell’Ordine carmelitano, promettendo la salvezza a coloro che avrebbero portato lo scapolare consegnato allo stesso religioso, simbolo di protezione e di totale affidamento a Dio. (Matteo Liut)
 
-> Ci assista, o Padre,
la materna intercessione della gloriosa Vergine Maria,
perché sorretti dalla sua protezione
possiamo giungere felicemente al santo monte,
che è Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità
perché possano tornare sulla retta via,
concedi a tutti coloro che si professano cristiani
di respingere ciò che è contrario a questo nome
e di seguire ciò che gli è conforme.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 15 Luglio 2026
 
San Bonaventura Vescovo e Dottore della Chiesa
 
Is 10,5-7.13-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 93 (94); Mt 11,25-27
 
San Bonaventura - Benedetto XVI (Catechesi 10 Marzo 2010): (...) per san Bonaventura governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera. Il suo contatto intimo con Cristo ha accompagnato sempre il suo lavoro di Ministro Generale e perciò ha composto una serie di scritti teologico-mistici, che esprimono l’animo del suo governo e manifestano l’intenzione di guidare interiormente l’Ordine, di governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo.
Di questi suoi scritti, che sono l’anima del suo governo e che mostrano la strada da percorrere sia al singolo che alla comunità, vorrei menzionarne solo uno, il suo capolavoro, l’Itinerarium mentis in Deum, che è un “manuale” di contemplazione mistica. Questo libro fu concepito in un luogo di profonda spiritualità: il monte della Verna, dove san Francesco aveva ricevuto le stigmate. Nell’introduzione l’autore illustra le circostanze che diedero origine a questo suo scritto: “Mentre meditavo sulle possibilità dell’anima di ascendere a Dio, mi si presentò, tra l’altro, quell’evento mirabile occorso in quel luogo al beato Francesco, cioè la visione del Serafino alato in forma di Crocifisso. E su ciò meditando, subito mi avvidi che tale visione mi offriva l’estasi contemplativa del medesimo padre Francesco e insieme la via che ad esso conduce” (Itinerario della mente in Dio, Prologo, 2, in Opere di San Bonaventura. Opuscoli Teologici /1, Roma 1993, p. 499).
Le sei ali del Serafino diventano così il simbolo di sei tappe che conducono progressivamente l’uomo dalla conoscenza di Dio attraverso l’osservazione del mondo e delle creature e attraverso l’esplorazione dell’anima stessa con le sue facoltà, fino all’unione appagante con la Trinità per mezzo di Cristo, a imitazione di san Francesco d’Assisi. Le ultime parole dell’Itinerarium di san Bonaventura, che rispondono alla domanda su come si possa raggiungere questa comunione mistica con Dio, andrebbero fatte scendere nel profondo del cuore: “Se ora brami sapere come ciò avvenga, (la comunione mistica con Dio) interroga la grazia, non la dottrina; il desiderio, non l’intelletto; il gemito della preghiera, non lo studio della lettera; lo sposo, non il maestro; Dio, non l’uomo; la caligine, non la chiarezza; non la luce, ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con le forti unzioni e gli ardentissimi affetti ... Entriamo dunque nella caligine, tacitiamo gli affanni, le passioni e i fantasmi; passiamo con Cristo Crocifisso da questo mondo al Padre, affinché, dopo averlo visto, diciamo con Filippo: ciò mi basta” (ibid., VII, 6).
Cari amici, accogliamo l’invito rivoltoci da san Bonaventura, il Dottore Serafico, e mettiamoci alla scuola del Maestro divino: ascoltiamo la sua Parola di vita e di verità, che risuona nell’intimo della nostra anima. Purifichiamo i nostri pensieri e le nostre azioni, affinché Egli possa abitare in noi, e noi possiamo intendere la sua Voce divina, che ci attrae verso la vera felicità.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Il brano di Isaia forse si riferisce all’invasione assira del 701 a.C., e probabilmente l’oracolo è rivolto a Sennacherib re di Assiria. Sennacherib inconsapevolmente è uno strumento che eseguisce i giudizi di Dio contro un popolo ribelle: “Oh Assiria, verga del mio furore, bastone del mio sdegno! Contro una nazione empia io la mando e la dirigo contro un popolo con cui sono in collera, perché lo saccheggi, lo depredi e lo calpesti come fango di strada”. Ma questo compito, di cui Sennacherib è uno “strumento cieco”, non cancella la sua responsabilità. La sua superbia e la sua crudeltà (cfr. vv. 13-16) saranno castigati nel giorno scelto da Dio:  “Quando il Signore avrà terminato tutta la sua opera sul monte Sion e a Gerusalemme, punirà il frutto orgoglioso del cuore del re d’Assiria e ciò di cui si gloria l’alterigia dei suoi occhi” (v 12).  
 
Vangelo
Hai nascosto queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.
 
Nel brano evangelico si possono mettere in evidenza almeno tre temi. Il primo è quello dei piccoli, i quali proprio per la loro umiltà riescono a cogliere il mistero del Cristo. Il secondo tema è la rivelazione della divinità di Gesù: il Figlio conosce il Padre con la medesima conoscenza con cui il Padre conosce il Figlio. Il terzo tema è quello del giogo di Gesù che è dolce e sopportabile a differenza di quello imposto dai Farisei, insopportabile perché reso pesante da minuziose norme di fatto impraticabili.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 11,25-27
 
In quel tempo, Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza.
Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo».
 
Parola del Signore.
 
Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra ... - L’espressione Signore del cielo e della terra, evoca l’azione creatrice di Dio (Cf. Gen 1,1). Il motivo della lode sta nel fatto che il Padre ha «nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli». Le cose nascoste «non si riferiscono a ciò che precede; si devono intendere invece dei “misteri del regno” in generale [Mt 13,11], rivelati ai “piccoli”, i discepoli [Cf. Mt 10,42], ma tenuti nascosti ai “sapienti”, i farisei e i loro dottori» (Bibbia di Gerusalemme).
Molti anni dopo Paolo ricorderà queste parole di Gesù ai cristiani di Corinto: «Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26-29).
... nessuno conosce il Figlio ... La rivelazione della mutua conoscenza tra il Padre e il Figlio pone decisamente il brano evangelico in relazione «con alcuni passi della letteratura sapienziale riguardanti la sophia. Solo il Padre conosce il Figlio, come solo Dio la sapienza [Gb 28,12-27; Bar 3,32]. Solo il Figlio conosce il Padre, così come solo la sapienza conosce Dio [Sap 8,4; 9,1-18]. Gesù fa conoscere la rivelazione nascosta, come la sapienza rivela i segreti divini [Sap 9,1-18; 10,10] e invita a prendere il suo giogo su di sé, proprio come la sapienza [Prov 1,20-23; 8,1-36]» (Il Nuovo Testamento, Vangeli e Atti degli Apostoli).
... nessuno conosce il Padre se non il Figlio... Gesù è l’unico rivelatore dei misteri divini, in quanto il Padre ne ha comunicato a lui, il Figlio, la conoscenza intera. Da questa affermazione si evince che Gesù è uguale al Padre nella natura e nella scienza, è Dio come il Padre, di cui è il Figlio Unico.
Venite a me... Gesù nell’offrire ai suoi discepoli il suo giogo dolce fa emergere la «nuova giustizia» evangelica in netta contrapposizione con la giustizia farisaica fatta di leggi e precetti meramente umani (Mt 15,9); una giustizia ipocrita, ma strisciante da sempre in tutte le religioni. Il ristoro che Gesù dona a coloro che sono stanchi e oppressi, in ogni caso, non esime chi si mette seriamente al suo seguito di accogliere, senza tentennamenti, le condizioni che la sequela esige: rinnegare se stessi e portare la croce dietro di lui, ogni giorno, senza infingimenti o accomodamenti: «Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”» (Lc 9,23). È la croce che diventa, per il Cristo come per il suo discepolo, motivo discriminante della vera sapienza, quella sapienza che agli occhi del mondo è considerata sempre stoltezza o scandalo (1Cor 1,17-31). Un carico, la croce di Cristo, che non soverchia le forze umane, non annienta l’uomo nelle sue aspettative, non lo umilia nella sua dignità di creatura, anzi lo esalta, lo promuove, lo avvia, «di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito Santo» (2Cor 3,18) ad un traguardo di felicità e di beatitudine eterna. La croce va quindi piantata al centro del cuore e della vita del credente.
Invece, molti, anche cristiani, tendono a porre al centro di tutta la loro vita, spesso disordinata, le loro scelte, non sempre in sintonia con la morale; o avvinti dai loro gusti e programmi, tentano di far ruotare attorno a questo centro anche l’intero messaggio evangelico, accettandolo in parte o corrompendolo o assoggettandolo ai propri capricci; da qui la necessità capricciosa di imporre alla Bibbia, distinguo, precetti o nuove leggi, frutto della tradizione umana; paletti issati come muri di protezione per contenere la devastante e benefica azione esplosiva della Parola di Dio (Cf. Mc 7,8-9).
Gesù è mite e umile di cuore: è la via maestra per tutti i discepoli, è la via dell’annichilimento (Cf. Fil 2,5ss), dell’incarnarsi nel tempo, nella storia, nel quotidiano dei fratelli, non come maestri arroganti o petulanti, ma come servi (Cf. 1Cor 9,22).
 
Per approfondire
 
 Giuseppe Barbaglio (Mitezza in Schede Bibliche Pastorali - Vol. V) - La bontà, la mitezza e la clemenza richieste ai credenti: Anzitutto è doveroso analizzare la beatitudine matteana: «Beati i miti (hóipraéìs), perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Il riferimento al salmo 37,11 [...], la mancanza di questa beatitudine nella versione di Luca, la constatazione che essa costituisce un doppione con la prima beatitudine («Beati i poveri in spirito») inducono a credere che si tratti di un passo redazionale, non privo di legittimazione storica. Matteo ha collocato la mitezza nell’elenco delle condizioni necessarie per poter entrare nel regno dei cieli.
Di grande rilievo è poi il passo di Gal 5,22-23 in cui la bontà e la mitezza sono presentate come frutto dello Spirito. Non siamo dunque di fronte, come nel mondo greco, a comportamenti etici e nobili e virtuosi in cui la persona eccelle, ma al risultato dell’animazione dello Spirito. Essere «buoni» e «miti» è grazia, dono: naturalmente grazia che responsabilizza e impegna. Ecco le parole dell’apostolo: «Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé».
Inoltre 1Cor 13,4 connette così strettamente l’agape con la mitezza da attribuire al dinamismo dell’agape la specificazione della mitezza: «La carità è paziente, è benigna la carità». Si noti che per l’apostolo l’agape non è una virtù tra le altre, ma il principio fontale, il dinamismo soprannaturale che abilita il soggetto ad agire in maniera coerente, nel nostro caso in maniera mansueta.
In questo profondo e vasto orizzonte si devono interpretare le numerose e molteplici esortazioni alla bontà e alla mitezza presenti nel Nuovo Testamento.
Le realtà implicate dello Spirito e dell’agape escludono che sia un discorso puramente moralistico. In Col 3,12 l’autore indica questi comportamenti come doverosi per l’esistenza della comunità cristiana: «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Cf. anche il passo parallelo di Ef 4,2, che però collega l’esortazione con il motivo della vocazione cristiana). In Gal 6,1 l’apostolo afferma che l’ammonizione fraterna nella chiesa deve avvenire «con dolcezza». Fil 4,5 esorta all’affabilità.
Tra le doti spirituali e morali necessarie ai ministri della comunità, le lettere pastorali elencano anche la benevolenza, la mitezza: «(l’episcopo) sia benevolo e non litigioso» (1Tm 3,3); «Un servo del Signore non dev’essere litigioso, ma mite con tutti» (2Tm 2,25); Timoteo è esortato, come uomo di Dio, a tendere alla mitezza (2Tm 6,11) e Tito a farsi efficace maestro dei credenti perché questi siano mansueti e dimostrino ogni dolcezza con tutti (Tt 3,2).
Gc 1,21 sollecita ad accogliere «con docilità (en praytétì) la parola che è stata seminata» in loro. La stessa lettera afferma che la mitezza e la sapienza superiore sono strettamente connesse (3,13; 3,17).
Ancora una volta emerge che gli autori del Nuovo Testamento restano racchiusi in prospettive puramente moralistiche. La 1Pt fa obbligo ai domestici di stare sottomessi ai padroni, non solo a quelli miti, ma pure a coloro che sono difficili (2,18).  La mitezza poi per lo stesso scritto è preziosa dote dell’anima incorruttibile (3,4). Infine l’autore della 1Pt sollecita i credenti a farsi testimoni autentici della speranza da essi vissuta, ma senza alterigia «con dolcezza» (metà praytètos) (3,15-16).
 
Vincenzo Raffa (Liturgia Festiva): Esultò nello Spirito - Prima parte del Vangelo. Il vangelo di oggi contiene diversi concetti distinti. Gesù pieno dì esultanza (cfr. Lc 10, 21: « Esultò nello Spirito e disse...») rivolge una sublime preghiera di lode al Padre perché ha decretato il trionfo suo e dei suoi e la sconfitta del principe del male e dei suoi satelliti.
Dio ha stabilito di celare il contenuto della rivelazione con tutti i suoi misteri ed anche la identità divina del Messia ai miscredenti e a tutti gli impettiti adoratori della dea ragione, i quali si autodefiniscono o sono definiti da una mentalità razionalistica sapienti e intelligenti. L’Onnipotente ha voluto occultare il suo mondo di segreti inestimabili a tutti gli autosufficienti che pensano orgogliosamente di non aver bisogno di Dio e del suo inviato.
Gesù dice essere piaciuto a Dio che i misteri del regno dei cieli fossero rivelati ai piccoli, cioè ai veri saggi, agli umili, ai «poveri di Dio», ai suoi discepoli autentici, a quelli che contano sul Signore. È chiaro che la differenza fra gli uni e gli altri non è solo di conoscenza o ignoranza dei segreti divini, ma anche di salvezza o dannazione. Infatti un diverso trattamento non giustificherebbe la gioia di Gesù se non coinvolgesse il compito del Messia e la sorte definitiva dei suoi seguaci (Mt 10, 40-42),
Gesù, dopo la lode al Padre, passa a precisare che il tramite di tutta la rivelazione è egli stesso, come Verbo eterno e Messia, perché dotato di tutta la scienza che Dio ha di sé. La scienza infinita di Dio è posseduta pienamente dal Padre ed è posseduta pienamente anche dal Figlio, perché il Padre è Dio e il Figlio è Dio alla stessa maniera che lo Spirito Santo, e quindi nella loro consustanzialità conoscono l’infinito patrimonio comune.
Esso è reso accessibile anche agli uomini mediante la rivelazione, della quale appunto il brano evangelico illustra natura e metodo.
Ultima parte del vangelo e contesto liturgico. La parte finale del brano evangelico si riferisce alla legge che Cristo propone. Essa è «un giogo dolce e un carico leggero », perché il governo del Messia è caratterizzato da una straordinaria mitezza. Pur avendo un regno universale, glorioso ed eterno, egli è umile e portatore di pace. È «mite ed umile di cuore» perché sottostà perfettamente ai voleri di Dio e perché fa sentire agli uomini la tenerezza divina: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature». Egli porta l’esultanza . Egli « sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto». L’umiltà del Figlio di Dio rialza il mondo prostrato, è causa di santa letizia («gioia pasquale»), di riscatto dalla schiavitù («dalla oppressione della colpa»), di vita eterna. Anzi chi si sottomette al giogo di Cristo sperimenta quanto è soave il Signore («io vi darò ristoro»). Il «ristoro» (testo greco: «riposo»), di cui parla Gesù, è, in pratica, tutta la condizione salvifica che egli dà qui in terra e completa poi in cielo.
Accettare il giogo di Cristo significa soprattutto ricopiare in sé la sua morte e risurrezione, perché sono questi i misteri che caratterizzano il suo programma e la sua normativa.
 
Origene-Gerolamo [E/16]: Fino a quando i peccatori, Signore, fino a quando i peccatori si vanteranno? [Sal 94(93),3]. L’impazienza degli uomini non ammette che Dio abbia pazienza. Poveri noi, che vogliamo Dio paziente con noi, e impaziente con i nostri nemici! Se talora commettiamo peccati, noi desideriamo che sia paziente; se talora invece qualcuno manca contro di noi, non vogliamo che Dio sia paziente con lui. Fino a quando i peccatori si vanteranno? Non gli basta peccare, ma per di più si vantano dei loro peccati. Una prima disgrazia è quella di commettere peccati; la seconda, anzi l’estrema disgrazia, è quella di non convertirsi. Questi peccatori, quindi, non solo non chinano il capo, ma dopo il loro peccato se ne vantano senza ritegno.
 
Testimoni di Cristo - San Bonaventura, Vescovo e Dottore della Chiesa: Giovanni Fidanza nacque a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Bambino fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: «Oh bona ventura». Gli rimase per nome ed egli fu davvero una «buona ventura» per la Chiesa. Studiò a Parigi e durante il suo soggiorno in Francia, entrò nell’Ordine dei Frati Minori. Insegnò teologia all’università di Parigi e formò intorno a sé una reputatissima scuola. Nel 1257 venne eletto generale dell’Ordine francescano, carica che mantenne per diciassette anni con impegno al punto da essere definito secondo fondatore dell’Ordine. Scrisse numerose opere di carattere teologico e mistico ed importante fu la «Legenda maior», biografia ufficiale di San Francesco, a cui si ispirò Giotto per il ciclo delle Storie di San Francesco. Fu nominato vescovo di Albano e cardinale. Partecipò al II Concilio di Lione che, grazie anche al suo contributo, segnò un riavvicinamento fra Chiesa latina e Chiesa greca. Proprio durante il Concilio, morì a Lione, il 15 luglio 1274. (Avvenire)
 
Dio onnipotente, concedi a noi,
che celebriamo la nascita al cielo
del santo vescovo Bonaventura,
di essere illuminati dalla sua eminente sapienza
e di imitare il suo serafico ardore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.