6 Giugno 2026
 
Sabato IX Settimana del Tempo Ordinario
 
​​2Tm 4,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 70 (71); Mc 12,28b-34
 
Beato Odoardo Focherini - Dalla parte delle vittime di ideologie e totalitarismi: Lì dove ci sono oppressi, perseguitati, vittime di violenza si trova il cuore di Dio. Ed è su queste frontiere dell’umanità ferita che i cristiani sono chiamati a portare in prima persona la testimonianza di un Vangelo che cambia la storia. Si inserisce in questo orizzonte la profezia del beato Odoardo Focherini, testimone che non ebbe paura di opporre la luce del Risorto al buio dei totalitarismi, facendosi carico soprattutto delle vittime delle ideologie del suo tempo. Profezia che ben si coglie nelle parole scritte alla moglie il 3 agosto 1944 dal campo di concentramento in cui si trovava: «In ogni ora nella preghiera ci ritroveremo anche davanti a Dio per pregarlo di aiutarci, di proteggerci di darci luce e forza, coraggio e fede, di santificare e fruttificare a nostro vantaggio e per i nostri bimbi il nostro dolore». Anche nell’ora più buia la fiducia in Dio non era mai venuta meno. Focherini era nato a Carpi nel 1907, era cresciuto in Azione Cattolica e aveva sposato Maria Marchesi, con la quale ebbe sette figli. Era assicuratore ma collaborava con alcuni giornali cattolici come «L’Avvenire d’Italia». Venne arrestato per aver messo su una rete di aiuto per gli ebrei perseguitati dai nazifascisti e fu internato a Fossoli, Gries, Flossenburg e Hersbruck, dove infine morì tra il 24 e il 27 dicembre 1944. È beato dal 2013.  (Matteo Liut)
 
Prima Lettura - Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno - Setttimio Cipriani (Le lettere di Paolo): Il sicuro premio, che l’Apostolo si attende da Cristo al momento della sua «manifestazione» (v. 8) nel giorno della parusia («in quel giorno»: cioè il «giorno» per eccellenza), è detto «corona della giustizia» (v. 8) perché sarà dato solo a chi l’avrà meritato mediante la santità e la «giustizia».
Il passo contiene dunque la dottrina cattolica del «merito», per cui Dio si impegna con obbligo di giustizia («giusto giudice»: v. 8) a premiare coloro che hanno corrisposto alla sua grazia; il «merito» perciò non è una pretesa autonoma e arrogante dell’uomo verso Dio, ma l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di gloria e d’amore liberamente accettati dall’uomo. Ecco come si esprime in un bellissimo passo S. Agostino, interpellando direttamente S. Paolo: «Con quale sicurezza reclama ciò che gli è dovuto, lui, al quale fu rimesso il debito del supplizio? Dillo pure al tuo Signore, dillo senza timore, dillo con certezza, dillo con pienissima fiducia: Io ero prima nella mia malizia, ma ho bene usato della tua misericordia, non dovutami. Corona perciò ora per debito, i tuoi doni. E questo basti» (Sermo 219, 5-6: P. L. 38, 1370-72).
La «corona della giustizia» non è messa in serbo solo per Paolo, a anche per tutti i buoni cristiani che, «amando», vivono nella trepida attesa del «ritorno» di Cristo.
 
Vangelo
Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
 
Gesù non teme di accusare palesemente di falso e di disonestà gli scribi notoriamente conosciuti come esperti interpreti della Legge. Sedutosi dinanzi al tesoro sembra prendersi un po’ di riposo contemplando la grandezza del tempio, dimora della gloria di Dio, ma non può non soffermarsi sulla ipocrisia di coloro che sfacciatamente si autoproclamano «maestri in Israele» (Gv 3,10). E questa volta lo fa con garbo, quasi in punta di piedi, evidenziando il gesto generoso di una vedova che mette nelle casse del tesoro tutta la sua sussistenza. È un modo spiccio per insegnare ai suoi discepoli la carità, quella delle occasioni ordinarie che non ha come contraccambio gli applausi degli uomini. La nota - due spiccioli, cioè un quadrante -, stando al testo greco, oltre a mettere in evidenza la miseria della donna, al dire del Ricciotti, fa percepire nel vangelo di Marco «uno spiccato sentore di romanità», perché «più frequenti che presso gli altri due Sinottici vi sono impiegati in greco vocaboli latini, come centurio [15,39.44], spiculator [6,27] [...]. Né si giustificherebbero se non perché indirizzate a lettori latini, precisazioni come queste: due minuzzoli [leptà] che è un quadrante, in cui si nomina la  moneta romana equivalente alle due greche [12,42]» (Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo). Questa critica interna del testo darebbe ragione, quindi, a chi vorrebbe che il Vangelo di Marco sia stato scritto a Roma quando infuriava la persecuzione scatenata da Nerone
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,38-44

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
 
Parola del Signore.
 
Guardatevi dagli scribi - La Passione è ormai alle porte e Gesù, pur sapendo che gli restano pochi giorni, non smette di insegnare alla folla che benevolmente lo assedia. Questa volta l’insegnamento ha il greve odore del rimprovero: una reprimenda rivolta agli scribi notoriamente conosciuti come ligi esecutori della Legge.
Gli «uomini del libro» vengono colti in tre momenti della loro vita: fra la gente comune, nelle cerimonie ufficiali, culto e banchetti, e nell’intimo della loro coscienza. Una presentazione cruda puntellata da duri epiteti che mettono in evidenza l’ipocrisia, la malevolenza e la disonestà lucida di uomini che invece avrebbero dovuto essere semplici, luminosi, umili, caritatevoli.
La lunga veste, forse il tallit, il mantello a righe bianche e azzurre ancora oggi in uso, e l’incedere fatto di piccoli passi conferiva ai notabili del paese solennità, importanza, ieraticità, quel contegno nobile di chi guarda dall’alto in basso. I luoghi preferiti naturalmente erano quelli più affollati: le piazze, i mercati, per mettersi in mostra, per pavoneggiarsi e ottenere gli applausi del popolo. Amavano anche i primi seggi nelle sinagoghe perché essendo a volte prossimi alla porta d’ingresso costringevano chi entrava a riverirli. Bramavano i primi posti nei banchetti per ostentare la loro amicizia con il padrone di casa ovviamente ricco e anche influente. A tanta ipocrisia aggiungevano la simulazione di una religiosità sterile, vuota e l’odiosa disonestà di predare le vedove divorando i loro beni. Per questi tali il giudizio è senza appello: «Essi riceveranno una condanna più grave». Riceveranno «molte percosse» perché «pur conoscendo la volontà del padrone» non hanno «disposto o agito secondo la sua volontà» (Lc 12,47).
La folla forse avrà applaudito. Certamente non tutti erano così, ma così erano coloro che si accanivano contro la predicazione e l’insegnamento del Cristo. Marco non registra reazioni, sembra che i contestatori abbiano incassato il colpo e si siano dileguati nelle tenebre dei loro vacui ragionamenti per continuare a complottare contro Gesù.
Sgomberato il campo, ora, Gesù sembra essere bene intenzionato a prendersi un po’ di riposo e si siede di fronte al tesoro.
Il tesoro era un locale posto in un atrio del tempio dove erano collocate tredici cassette destinate a raccogliere le elemosine il cui ricavato doveva servire per il buon funzionamento del tempio e del culto. Erano di ferro e il tintinnio della moneta che scivolava dentro, ai buoni intenditori, dava il reale ammontare delle offerte. Sulle cassette erano poste delle targhette su cui era indicata la destinazione dell’obolo. Per cui a volte stazionava lì un addetto del tempio il cui compito era di indicare, soprattutto a chi non sapeva leggere, la buca dove introdurre la moneta. Poi strillava il valore delle offerte, certamente quelle più consistenti, suscitando consensi di ammirazione. La nota di Marco - Tanti ricchi ne gettavano molte (12,41) - forse è esagerata, ma serve bene a mettere in evidenza l’insegnamento etico del seguito del racconto evangelico.
Tra i tanti paludati, applauditi a scena aperta, si fa spazio una povera vedova che getta nel tesoro «due monetine, che fanno un soldo». E così accade che il suono delle monete e lo strillone, denunciando l’esigua offerta, suscitano tra i presenti brontolii e mugolii di disapprovazione. Il tintinnio, lo strillo e i mugugni non sono sfuggiti nemmeno a Gesù ma con una risonanza nel suo cuore molto, molto diversa. Gesù a questo punto chiama a sé i discepoli che forse si erano allontanati per cicalare con i detrattori della povera donna. Li chiama per insegnare loro come Dio vede, valuta e giudica i gesti degli uomini, a differenza degli umani spesso prigionieri della loro effimera sapienza. Quello che conta agli occhi di Dio è il valore morale del dono non quello commerciale, perché Dio guarda il cuore (cfr. 1Re 16,7). È anche una lezione sulla carità. Quella spicciola, quella di tutti i giorni che non porta lo sporco della bava della superbia.
Ma c’è un altro insegnamento che dovrebbe lasciare insonni tutti i credenti. La vedova, facendo scivolare nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere», compie un atto di fede pieno, totale. Dando tutto ha manifestato di fidarsi di Dio e lo ha fatto in un modo molto pratico, lo ha fatto non riservando nulla per sé e il suo futuro. Ha abbandonato tutte le sue sicurezze e si è affidata completamente a Dio sostenuta dalla certezza che il Signore, «Padre dei poveri e difensore delle vedove» (Sal 68,6), non l’avrebbe abbandonata. Questo gesto così diventa per la comunità cristiana un serio esame di coscienza: la mia fede è vissuta veramente come adesione totale a Dio? Tale adesione è tanto sconvolgente da impregnare tutto il mio cuore, tutta la mia mente, tutta la mia vita?
 
Per approfondire
 
Nella sua povertà, vi ha messo tutto - A Zarepta una vedova si fida del profeta Elia, a Gerusalemme una povera vedova si fida di Dio: entrambe danno tutto quello che avevano. Maestre impareggiabili: non con le parole, ma con la vita testimoniano di credere nella Provvidenza. Per una sua definizione si può ricordare quella di san Giovanni Damasceno: «La provvidenza consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento» (Esposizione della fede ortodossa, 2,29). E il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata “in stato di via” verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione. Dio conserva e governa con la sua Provvidenza tutto ciò che ha creato, “essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa” [Sap 8,1]. Infatti “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” [Eb 4,13], anche quello che sarà fatto dalla libera azione delle creature» (302).
È Gesù a chiedere ai suoi discepoli un filiale abbandono alla Provvidenza del Padre celeste: «Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?... Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,31-33; cfr. Mt 10,29-31).
In questo modo la Provvidenza diventa colonna portante dell’essere cristiani: essa è la porta perfetta che conduce il credente alla comunione personale con Dio e lo spinge ad amarlo come Padre provvidente che si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli. Una vita cristiana che non crede alla Provvidenza è una vita pagana; se non è animata dalla Provvidenza è una vita atea, cioè senza Dio.
Un uomo che non crede alla Provvidenza crede al caso, al destino ... invece di credere che è immagine di Dio crede che è figlio di una scimmia ... ma il caso «non esiste... perché il caso è la Provvidenza degli imbecilli, e la Giustizia vuole che gli imbecilli non abbiano Provvidenza» (Léon-Marie Bloy, scrittore, filosofo, cattolico, 1847-1917).
E sempre Bloy, che certamente non era un imbecille, ebbe a scrivere: «Se si fosse capaci di raccogliere in un unico sguardo, come fanno gli angeli, tutti gli aspetti di un avvenimento e le concordanze o coincidenze, quasi sempre inosservate di un insieme di fatti, se si potesse, a forza di attenzione e di amore, riuscire a tenere insieme tutti i fili sparsi, si finirebbe certamente per intravedere il piano di Dio» (Diario, 28 maggio 1899).
Il segreto sta proprio lì, in quel saper cogliere tutti gli aspetti di un avvenimento e purtroppo non è cosa che possano fare gli imbecilli!
 
Vedove - Pierre Sandevoir (Dizionario di Teologia Biblica): Sola (Bar 4, 12-16), la vedova rappresenta un caso tipico di sventura (Is 47, 9). La sua condizione rende manifesto un duplice lutto: a meno di contrarre un nuovo matrimonio, essa ha perduto la speranza della fecondità; è rimasta senza difesa.
1. L’assistenza alle vedove. - Come l’orfano e lo straniero, la vedova è oggetto di una particolare protezione da parte della legge (Es 22, 20-23; Deut 14, 28-29; 24, 17-22) e di Dio (Deut 10, 17 s) che ascolta il suo lamento (Eccli 35, 14 s) e si fa il suo difensore e vendicatore (Sal 96, 6-10). Guai a coloro che abusano della sua debolezza (Is 10, 2; Mt 12, 40 par.). Gesù, come Elia, restituisce a una vedova il suo unico figlio (Lc 7, 11-15; 1 Re 17, 17-24) e affida Maria al discepolo prediletto (Gv 19, 26 s).
Nel servizio quotidiano della Chiesa primitiva, ci si preoccupa di sovvenire alle necessità delle vedove (Atti 6, 1). Se non hanno più parenti (1 Tim5, 16; cfr. Atti 9, 36-39), la comunità deve assumersene la responsabilità, come esige la pietà autentica (Giac 1, 27; cfr. Deut 26, 12 s; Giob 31, 16).
2. Valore riconosciuto alla vedovanza. - Già verso la fine del VT, si assiste alla nascita di una particolare stima per la vedovanza definitiva di Giuditta (Giudit 8, 4-8; 16, 22) e di Anna la profetessa (Lc 2, 36 s), consacrata a Dio nella preghiera e nella penitenza. In Giuditta balza agli occhi il contrasto tra la naturale debolezza e la forza attinta in Dio. Allo stesso modo Paolo, pur tollerando un secondo matrimonio, per evitare i pericoli di una cattiva condotta (1 Cor 7, 9. 39), e arrivando fino ad auspicarlo per le giovani vedove (1 Tim 5, 13-15), considera però migliore la vedovanza (1 Cor 7, 8) e vi vede una provvidenziale indicazione della necessità di rinunciare al matrimonio (7, 17. 24). Infatti, la vedovanza, al pari della verginità, è un ideale spirituale che apre all’azione di Dio e libera per il suo servizio (7, 34).
3. L’istituzione delle vedove. - Nella Chiesa, tutte le vedove devono essere irreprensibili (1 Tim 5, 7. 14). Certune, veramente sole, libere da ogni impegno familiare e aliene da ogni dissipazione, si dedicheranno alla preghiera (5, 5 s). Esiste anche un impegno ufficiale alla vedovanza permanente (5, 12). Vi sono ammesse solo vedove che siano state sposate una volta sola e abbiano raggiunto i sessant’anni (5, 9); è probabile che esercitassero funzioni caritative, perché dovevano fornire per il passato garanzie di dedizione (5, 10). L’ideale proposto alle vedove all’ultima tappa della loro esistenza si riassume quindi nella preghiera, nella castità e nella carità.
 
Il canto dei serafini - Girolamo, Lettera a Furia 54, 17: Passo ora alla vedova del Vangelo, una vedova che per quanto poveretta era più ricca di tutto il popolo d’Israele (cf. Me 12, 43; Lc 21, 3-4). Prendendo un piccolo seme di senape e mettendo il lievito in tre misure di farina, ha fatto sì che la grazia dello Spirito Santo le rendesse più facile accogliere la rivelazione del Padre e del Figlio. Mise pure due spiccioli nella cassetta del Tesoro: era tutta quanta la consistenza dei suoi beni; ma diede con essi la testimonianza della sua fede nei due Testamenti. Sono appunto questi i due serafini che incessantemente dicono i tre «Santo» alla Trinità (cf. Is 6, 2-3); sono nascosti nel tesoro della Chiesa e di lì si prende, con le molle formate dalle branche dei due Testamenti, il carbone ardente che purifica le labbra del peccatore (cf. Is 6,6-7).
 
O Dio, che nella tua provvidenza
tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza,
ascolta la nostra umile preghiera:
allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
5 Giugno 2026
 
San Bonifacio, Vescovo e Martire
 
​​2Tm 3,10-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mc 12,28b-34
 
San Bonifacio, vescovo e martire: Uno dei suoi simboli è l’ascia con la quale abbatte una grande quercia perché adorata dai pagani. Bonifacio (il vero nome è Wynfrith) nasce a Crediton (Inghilterra) nel 673 circa, in una famiglia nobile. È un bambino intelligente e dimostra un vero talento negli studi. Ama tantissimo i libri.
La vocazione per il sacerdozio nasce in tenera età. Diventato monaco, Bonifacio parte in missione per la Germania, con il compito di convertire le popolazioni Sassoni. Si reca, poi, a Roma dove papa Gregorio II lo incoraggia, gli infonde fiducia e cambia il suo nome in Bonifacio (dal latino “colui che fa bene”).
Il santo è un predicatore straordinario. Tornato in Germania viaggia senza sosta in Assia, Baviera, Franconia, Frisia e Turingia dove ottiene conversioni e battesimi. Il papa lo nomina, così, vescovo di tutta la Germania. Il vescovo deve superare, però, tante difficoltà: seppure battezzati, tanti ex pagani continuano a compiere riti e incantesimi e ad adorare amuleti. Famoso è l’aneddoto della quercia. Un giorno, in un bosco nei pressi di Fritzlar (Assia), Bonifacio abbatte, con tutta la sua forza, una grande quercia perché adorata dalla popolazione, in quanto ritenuta la dimora del dio pagano Thor. L’attesa punizione con tuoni e fulmini non arriva e tanti dei presenti si convertono definitivamente al Cristianesimo. Si dice che nel luogo dove è stata abbattuta la quercia, Bonifacio abbia fatto costruire la prima chiesa della Germania e che per erigerla sia stato usato il legno dell’albero. Sembra che dal tronco dell’albero sia nato poi un abete. Ecco perché l’abete, per tradizione addobbato a Natale, rammenta nel Nord Europa la nascita di Gesù.
Bonifacio fa edificare anche l’Abbazia di Fulda (Kassel), dove chiede di essere seppellito e dove, ancora oggi, le sue spoglie sono custodite. Il 5 giugno 754 viene ucciso a Dokkum (Olanda) da un gruppo di rapinatori che miravano alle sue casse di libri, credendo custodissero tesori. San Bonifacio è patrono della Germania e dell’Olanda. Protegge birrai, vinai e sarti. Viene invocato contro il tifo. (Autore: Mariella Lentini)
 
Prima Lettura - José Maria Gonzalez-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica):  Timoteo continua a ricordare il suo maestro Paolo nella sua funzione fondamentale e primordiale della «ortoprassi». «Tu mi hai seguito da vicino nell’insegnamento, nella condotta, nei propositi, nella fede, nella magnanimità, nell’amore del prossimo, nella pazienza, nelle persecuzioni, nelle sofferenze ...». In realtà, la pietra di paragone per di scernere l’autenticità  di un atteggiamento veramente profetico è il fatto difficilmente digeribile della persecuzione: «tutti coloro che vogliono vivere pienamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati». Il vangelo dovrà sempre essere un «segno di contraddizione» (Lc 2,34). La sua predicazione non garantisce assolutamente una convivenza pacifica fra gli uomini, ma tutto il contrario: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della suocera» (Mt 10,34-36).
Pare che le comunità cristiane, all’inizio dell’ultimo quarto del I secolo, provassero una specie di delusione per il fatto che, nella convivenza umana, non si notava ancora quell’armonia paradisiaca, che molti avevano sognata come immediata conseguenza della predicazione evangelica.
 
Vangelo
Come mai dicono che il Cristo è figlio di Davide?
 
Secondo molti testi dell’Antico Testamento il Messia sarebbe stato un figlio di Davide che sarebbe venuto a restaurare lo stesso regno davidico. Gesù, citando il salmo 109, un salmo messianico, solleva una questione esegetica: se Davide chiama Messia suo Signore, come può essere suo figlio? Il termine Signore era nell’uso liturgico l’equivalente di Iahvè e lo sostituiva, per cui Gesù chiede alla folla che lo ascoltava di entrare più in profondità nei testi messianici per trovare la vera identità del Messia. 
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,35-37
 
In quel tempo, insegnando nel tempio, Gesù disse: «Come mai gli scribi dicono che il Cristo è figlio di Davide? Disse infatti Davide stesso, mosso dallo Spirito Santo:
“Disse il Signore al mio Signore:
Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici
sotto i tuoi piedi”.
Davide stesso lo chiama Signore: da dove risulta che è suo figlio?». E la folla numerosa lo ascoltava volentieri.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete  (I Quattro Vangeli): 35 Gesù... prese la parola; il Salvatore stesso prende l’iniziativa per discutere sull’insegnamento degli Scribi intorno all’origine del Messia. A questi maestri in Israele, che pensano ad un Messia umano e di discendenza davidica e che in tal modo istruiscono il popolo, Cristo mostra l’incoerenza della loro opinione con quella della Scrittura. Il Salvatore, che si trovava ad insegnare nel tempio, sentì il dovere d’illuminare gli Scribi e le persone del popolo su un problema che lo riguardava personalmente, Come mai gli Scribi dicono che il Messia è figlio di Davide? Il popolo seguiva ciecamente l’opinione dei propri maestri, gli Scribi. All’entrata trionfale di Gesù nella città santa la folla tutta festante aveva fatto echeggiare nell’aria questa acclamazione: «Benedetto il regno che viene del nostro padre Davide!» (Mc., 11, 10). Figlio di Davide era il titolo più diffuso e popolare per designare il Messia, esso fu ripetuto con vivo entusiasmo dalla folla nel giorno dell’ingresso del Maestro a Gerusalemme (cf. Mt., 22, 42). Molti passi della Scrittura dichiarano che il Messia è figlio o discendente di Davide (cf. Amos, 9, 11; Osea, 3, 5; Isaia, 11; 1; Geremia, 23, 5; 30, 9; 33, 15, 17, 22; Ezechiele, 34, 23; 37, 24, Zaccaria, 12, 8); Gesù non contesta queste affermazioni sull’origine del Messia, ma vuole far riflettere gli ascoltatori sul fatto che la stessa Scrittura presenta il Messia come un personaggio anteriore e superiore a Davide stesso.
36-37 Il Salvatore argomenta con un testo del Salmo, 110, 1 (Volgata: Salmo, 109, 1) per far vedere a tutti che lo stesso Davide riteneva il Messia superiore a sé. Il Signore (ebraico: Jahweh) ha detto al mio Signore (ebr.: Adoni), l’argomento è sviluppato da Gesù nel modo seguente: Davide, scrivendo questo salmo messianico, dichiara che Jahweh (il Signore) chiama il Messia «mio Signore» (Adoni), cioè: «Signore dello stesso Davide», e lo invita ad assidersi alla sua destra (siedi alla mia destra); allora, conclude Gesù, come può il Messia essere soltanto un discendente umano di Davide, quando questo re stesso lo chiama suo «Signore»? La conclusione, formulata dal Maestro a modo di domanda, non può avere che una sola spiegazione: il Messia è in pari tempo Signore di Davide (cioè molto superiore per natura a questo re) e figlio di Davide (cioè discendente, come uomo, dal glorioso monarca, suo lontano antenato). Gesù, pur non dichiarando esplicitamente che il Messia è figlio di Dio, lo lascia facilmente capire poiché Davide, parlando sotto ispirazione divina, lo chiama suo Signore e lo colloca alla destra di Jahweh. La numerosa folla l’ascoltava con piacere; il rilievo dell’evangelista riassume l’impressione riportata dalla folla nell’assistere agli episodi narrati sopra. Queste parole tuttavia potrebbero costituire un’introduzione al severo giudizio che Gesù formulerà subito dopo (cf. verss. 38-40); per tale motivo in alcune traduzioni questa seconda parte del versetto è posta all’inizio della sezione seguente.
 
Per approfondire
 
 Richard Gutzwiller: I farisei hanno dimostrato con i loro assalti e le loro difficoltà che a loro non sta a cuore Dio, ma il proprio io. Perciò Gesù, nella sua risposta, ha fatto sempre richiamo a Dio, come al fattore decisivo: ai pieni poteri che ha da Dio, come lo ha testimoniato Giovanni il battezzatore; a Dio, a cui si deve dare ciò che gli spetta, come si deve dare a Cesare il suo; a Dio che è il contenuto della vita eterna così che l’elemento puramente umano non ha più, lassù, alcuna importanza. Così anche ora, nell’ultima domanda che pone loro, egli si spinge a questo punto centrale “devono dare la risposta alla domanda in che rapporto sta il Messia con Dio. Infatti Davide stesso, a cui essi si richiamano continuamente designando il Messia come suo figlio, ne ha fatto parola nel salmo, dicendo che il Messia è il suo Signore, che è cioè il Signore di Davide: «Ha detto il Signore al mio Signore ». E questa signoria del Messia è espressa chiaramente come eguaglianza con Dio, poiché egli siede (come si esprime con immagine metaforica), alla destra di Dio, cioè gli è equiparato in eguale potenza e gloria. Perciò il Messia non è soltanto figlio di Davide, ma, come figlio di Dio, è Signore del mondo. « Figlio di Davide secondo la carne, dimostratosi Figlio di Dio per mezzo dello Spirito Santo ». Dovrebbero così i farisei riconoscerlo e di conseguenza dovrebbero credere in lui. Nella sua parola c’è un secondo pensiero: l’accenno minaccioso alla fine. La parola davidica del salmo rimanda alla grande fine, nella quale i nemici del Messia gli devono servire come sgabello ai piedi. Se dunque i farisei e gli scribi insorgono in lotta contro di lui, devono pensare che incombe su di loro questo pericolo. Adesso si sentono potenti. Ma sono destinati ad essere sgabello dei piedi di lui. La fine del mondo, con il ritorno di Cristo, lo mostrerà come il vero potente. Così la sua domanda e il suo assalto termina con l’accenno minaccioso al pericolo in cui vivono, e alla fine che li sovrasta. Egli guarda attraverso tutti i tempi, al di là di tutte le apparenze, fino a quella grande ora, che cambia tutto e tutto rimette nella giusta proporzione. Allora egli sarà visibile come ciò che essi ora contestano, come Messia, Signore del mondo e Signore su tutti i suoi nemici.
 
Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sotto i tuoi piedi: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 18 Agosto 2004): 1. [...] Il testo si presenta come un Salmo regale, legato alla dinastia davidica, e probabilmente rimanda al rito di intronizzazione del sovrano. Tuttavia la tradizione giudaica e cristiana ha visto nel re consacrato il profilo del Consacrato per eccellenza, il Messia, il Cristo. Appunto in questa luce il Salmo diventa un canto luminoso innalzato dalla Liturgia cristiana al Risorto nel giorno festivo, memoria della Pasqua del Signore. 2. Due sono le parti del Salmo 109, entrambe caratterizzate dalla presenza di un oracolo divino. Il primo oracolo (cfr. vv. 1-3) è quello indirizzato al sovrano nel giorno del suo insediamento solenne «alla destra» di Dio, ossia accanto all’Arca dell’Alleanza nel tempio di Gerusalemme. La memoria della «generazione» divina del re faceva parte del protocollo ufficiale della sua incoronazione e assumeva per Israele un valore simbolico di investitura e di tutela, essendo il re il luogotenente di Dio nella difesa della giustizia (cfr v. 3). Naturalmente nella rilettura cristiana quella «generazione» diventa reale e presenta Gesù Cristo come vero Figlio di Dio. Così era accaduto nella ripresa cristiana di un altro celebre Salmo regale-messianico, il secondo del Salterio, ove si legge questo oracolo divino: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» (Sal 2,7). 3. Il secondo oracolo del Salmo 109 ha, invece, un contenuto sacerdotale (cfr. v. 4). Il re anticamente svolgeva anche funzioni cultuali, non secondo la linea del sacerdozio levitico, ma secondo un’altra connessione: quella del sacerdozio di Melchisedek, il sovrano-sacerdote di Salem, la Gerusalemme preisraelitica (cfr. Gn 14,17-20). Nella prospettiva cristiana il Messia diventa il modello di un sacerdozio perfetto e supremo. Sarà la Lettera agli Ebrei nella sua parte centrale a esaltare questo ministero sacerdotale «alla maniera di Melchisedek» (5,10), vedendolo incarnato in pienezza nella persona di Cristo. 4. Il primo oracolo viene assunto a più riprese nel Nuovo Testamento per celebrare la messianicità di Gesù (cfr. Mt 22,44; 26,64; At 2,34-35; 1Cor 15,25-27; Eb 1,13). Lo stesso Cristo di fronte al sommo sacerdote, e al Sinedrio ebraico, rimanderà esplicitamente al nostro Salmo proclamando che sarà ormai «seduto alla destra della Potenza» divina, proprio come è detto nel Salmo 109,1 (Mc 14,62; cfr. 12,36-37).
 
Figlio di Davide e Signore di Davide - Agostino (Commento Dal Vangelo di Giovanni 8, 9): Moriva non il Verbo per mezzo del quale Maria era stata creata, ma la carne che Maria aveva plasmato, non moriva Dio che è eterno, ma la carne che è debole. Con quella risposta, dunque il Signore vuole aiutare i credenti a distinguere, nella loro fede, la sua persona dalla sua origine temporale. È venuto per mezzo di una donna, che gli è madre, egli che è Dio e Signore del cielo e della terra. In quanto Signore del mondo, Signore del cielo e della terra, certamente egli è anche Signore di Maria; in quanto creatore del cielo e della terra, è anche creatore di Maria; ma in quanto nato da donna e fatto sotto la legge (Gal 4,4) - secondo l’espressione dell’apostolo -, egli è il figlio di Maria. È ad un tempo Signore e figlio di Maria, ad un tempo creatore e creatura di Maria. Non meravigliarti del fatto che è ad un tempo figlio e Signore: vien detto figlio di Maria come vien detto figlio di Davide, cd è figlio di Davide perché è figlio di Maria.
Ascolta la testimonianza esplicita dell’apostolo: Egli è nato dalla stirpe di Davide secondo la carne (Rm 1,3); ma egli è altresì il Signore di Davide. E lo stesso Davide che lo afferma. Ascolta: Parola del Signore al mio Signore: Siedi alla destra (Sal 109, 1). Gesù per i giudei di fronte a questa testimonianza, e con essa li ridusse al silenzio (cf. Mt 22,41-46; Mc 12, 35-37; Lc 20, 41-44). Come dunque egli è insieme figlio e Signore di Davide, figlio secondo la carne Signore secondo la divinità, così è figlio di Maria secondo la carne, Signore di Maria secondo la maestà. E poiché Maria non era madre della divinità, e il miracolo che ella chiedeva doveva compiersi in virtù della divinità, per questo disse: Che c’è tra me e te, donna? (Gv 2,4). Non credere però, o Maria, che io voglia rinnegarti come madre; è che non è ancora giunta la mia ora (Gv 2,4); allora, quando l’infermità di cui sei madre penderà dalla croce, io ti riconoscerò.
 
Interceda per noi, o Signore, il santo martire Bonifacio,
perché custodiamo con fermezza e professiamo con coraggio
la fede che egli ha insegnato con la parola
e testimoniato con il sangue.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 4 Giugno 2026
 
 Giovedì IX Settimana T. O.
 
2Tm 2,8-15; Salmo Responsoriale Dal Salmo 24 (25); Mc 12,28b-34
 
Filippo Smaldone. Visse il proprio servizio accanto ai sordomuti: Vivere la profezia significa ascoltare i segni dei tempi e dare risposta con il Vangelo, vuol dire prendersi cura dell’umanità nei suoi bisogni, aiutando tutti a realizzare la propria vocazione. Per san Filippo Smaldone la “profezia” si realizzò accanto ai sordomuti, per i quali fu padre, amico e accompagnatore. Era nato a Napoli nel 1848 e visse in uno dei momenti più turbolenti della storia della Penisola: gli anni dell’unità d’Italia e della difficile costruzione di un’identità nazionale. Nella sua città già da studente di teologia iniziò a prendersi cura dei sordi, di cui di fatto nessuno si occupava. Dopo aver vissuto per un periodo a Rossano Calabro, venne ordinato prete nel 1871 a Napoli. Ammalatosi durante una grave epidemia si affidò alla Vergine di Pompei e fu guarito miracolosamente. Nel 1885 partì per Lecce per fondare con don Lorenzo Apicella un istituto per sordi.
Radunando alcune religiose fondò poi la Congregazione delle Suore Salesiane dei Sacri Cuori. Fu consigliere e confessore di molti sacerdoti e seminaristi; morì a Lecce nel 1923 ed è santo dal 2006. (Matteo Liut)
 
Prima Lettura: È un invito ad avere gli stessi “sentimenti di Cristo”, e di partecipare alla sua passione. Se il cristiano con Cristo affronta e sopporta la morte avrà come lui e con lui la vita e il felice accesso al regno del Padre. Se il cristiano non è fedele a questo “programma di vita” da Cristo sarà rinnegato. La fedeltà alla vocazione esige la fedeltà al ministero della Parola.
 
Vangelo
Non c’è altro comandamento più grande di questi.
 
Gesù risponde allo scriba unendo due precetti che nella Legge mosaica erano collocati in sezioni separate: l’amore verso l’unico Signore Dio (cfr. Dt 6,4-5) e l’amore verso il prossimo (cfr. Lev 19,18). Assommando i due comandamenti ne fa un solo precetto dandogli la precedenza assoluta su tutti gli altri precetti. Come l’amore di Dio si palesa e si verifica nell’amore per il prossimo così il vero amore per il prossimo non è mai separato dal vero amore verso Dio: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,20-21).
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,28b-34
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il re tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio».
E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.
 
Parola del Signore.
 
Jacques Hervieux (Vangelo di Marco): La risposta di Gesù, per una volta, soddisfa completamente il suo interlocutore. Al versetto 22, l’uomo non fa che ripetere, con parole assai simili, le due citazioni di Gesù, che ne approfitta per insistere sulla portata di carattere monoteistico del primo: «Il Signore è Dio; all’infuori di lui non ce n’è altri» (Dt 4,35). Quindi conclude che l’amore di Dio e del prossimo è preferibile a tutti i sacrifici del culto giudaico (v. 33), a che concorda perfettamente col pensiero dei profeti quando Dio dichiara: «Io voglio l’amore, non i sacrifici» (Os 6,6). Per uno scriba, si tratta di una presa di posizione tanto più degna di nota perché ci si trova nel vestibolo del tempio (da 11,27). Queste parole non passano inosservate agli  occhi di Gesù che parla di «risposta saggia» e rivolge al suo autore questo insolito elogio: «Non sei lontano dal regno di Dio» (v. 34a). Ci si rende dunque conto che anche tra gli scribi ostili a Gesù decisamente fin dall’inizio (2,16; 3,22, ecc.) si trovano degli uomini in cammino verso la luce. In pratica, Marco ha fatto di questo incontro un episodio costruttivo: secondo lui - e al contrario di Matteo (22,35) e di Luca (10,25) - non si tratta di tornare alle vecchie dispute come in precedenza. Al di là del gioco di domanda e risposta, qui si tratta di un intenso dialogo fra Gesù e un fariseo particolarmente disponibile, senza alcun secondo fine; la conclusione in merito a questo incontro è degna di nota: nessuno osava più interrogare Gesù (v. 34b); ciò significa che il tempo delle dispute è finito.
 
Per approfondire
 
Ascolta, o Israele - Questa espressione diventerà l’inizio della preghiera detta Shema, la più cara al cuore degli Ebrei. Preghiera e amore, culto e carità, unità che Gesù non ha scisso. La carità senza preghiera diventa narcisismo, l’amore senza culto diventa filantropia. Oggi nel mondo cristiano la preghiera sembra essere un po’ negletta. È più facile per molti correre sulle ali del servizio sociale in quanto gratifica, perché mette l’operatore al centro dell’attenzione pubblica accendendo abbacinanti riflettori, perché apparecchia elettrizzanti talk show... la preghiera invece si fa compagna del nascondimento, tiene lontano dalle piazze (Mt 6,4-5) e a molti non piace.
Per il Catechismo della Chiesa Cattolica (2697), la preghiera è «la vita del cuore nuovo. Deve animarci in ogni momento. Noi, invece, dimentichiamo colui che è la nostra Vita e il nostro Tutto. Per questo i Padri della vita spirituale, nella tradizione del Deuteronomio e dei profeti, insistono sulla preghiera come “ricordo di Dio”, risveglio frequente della “memoria del cuore”: “È necessario ricordarsi di Dio più spesso di quanto si respiri”».
Se nell’inconscio «di molti cristiani, pregare è un’occupazione incompatibile con tutto ciò che hanno da fare» (ibidem 2726), pochissimi sanno che quando i casi si aggrovigliano, quando tutto sembra svanire, quando i problemi si assommano o diventano disperati allora è il caso di piegare le ginocchia: «Intercedere, chiedere in favore di un altro, dopo Abramo, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio. Nel tempo della Chiesa, l’intercessione cristiana partecipa a quella di Cristo: è espressione della comunione dei santi. Nell’intercessione, colui che prega non cerca solo “il proprio interesse, ma anche quello degli altri” [Fil 2,4], fino a pregare per coloro che gli fanno del male [Cf Stefano che prega per i suoi uccisori, come Gesù: cf At 7,60; Lc 23,28; Lc 23,34]. Le prime comunità cristiane hanno intensamente vissuto questa forma di condivisione [Cf At 12,5]. L’Apostolo Paolo le rende così partecipi del suo ministero del Vangelo [Cf Ef 6,18-20; Col 4,3-4; 1Ts 5,25], ma intercede anche per esse [Cf Fil 1,3-4; Col 1,3; 2Ts 1,11]. L’intercessione dei cristiani non conosce frontiere: “per tutti gli uomini [...] per tutti quelli che stanno al potere” [1Tm 2,1], per coloro che perseguitano [Cf Rom 12,14], per la salvezza di coloro che rifiutano il Vangelo [Cf  Rom 10,1]» (ibidem 2635-2636).
Prima di lanciarsi in molteplici attività caritative, il credente dovrebbe imparare a farle precedere, accompagnare, seguire dalla preghiera. L’esempio l’ha dato Gesù: Egli prega prima di iniziare la vita pubblica, prima di scegliere i suoi compagni, prega prima di trasfigurarsi sul monte, prega nell’Orto degli ulivi prima di consegnarsi nelle mani degli aguzzini, quando è issato sulla Croce prega per i suoi crocifissori, per il mondo intero.
 Ivan Turgenev, lo scrittore russo più apprezzato e conosciuto nell’Europa del XIX secolo, ebbe a dire: «Per qualunque cosa un uomo preghi, egli prega per un miracolo. Ogni preghiera si riduce a questo: “Dio onnipotente, fai che due per due non faccia quattro”». Per il credente questa preghiera è vera, perché il buon Dio, nell’operare nella storia dell’uomo, spesso ignora la tavola pitagorica.
 
«Credo in un solo Dio» - Catechismo della Chiesa Cattolica 200: Con queste parole incomincia il Simbolo niceno-costantinopolitano. La confessione dell’unicità di Dio, che ha la sua radice nella rivelazione divina dell’Antica Alleanza, è inseparabile da quella dell’esistenza di Dio ed è altrettanto fondamentale. Dio è uno: non c’è che un solo Dio: «La fede cristiana crede e professa un solo Dio, uno per natura, per sostanza e per essenza».
201: A Israele, suo eletto, Dio si è rivelato come l’Unico: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6,4-5). Per mezzo dei profeti, Dio invita Israele e tutte le nazioni a volgersi a lui, l’Unico: «Volgetevi a me e sarete salvi, paesi tutti della terra, perché io sono Dio; non ce n’è altri... davanti a me si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua. Si dirà: “Solo nel Signore si trovano vittoria e potenza”» (Is 45,22-24).
202: Gesù stesso conferma che Dio è «l’unico Signore» e che lo si deve amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze. Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è «il Signore». Confessare che «Gesù è Signore» è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Uno. Credere nello Spirito Santo «che è Signore e dà la vita» non introduce alcuna divisione nel Dio Uno:
«Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice».
 
Amore di Dio e amore del prossimo - Colombano Abate, Praecepta, 11, 1-4: Mosè scrisse nella legge: “Dio fece l’uomo a immagine e somiglianza sua” (Gen 1,26). Considerate, di grazia, la dignità di queste parole. Dio onnipotente, invisibile, incomprensibi!e ineffabile, inestimabile, fa l’uomo con del limo, e lo nobilita con la dignità della sua somiglianza. Qual è il rapporto tra il limo e Dio? Quale, quello tra il limo e lo spirito? Dio infatti, è spirito (Gv 4,24). Enorme degnazione di Dio, il quale donò all’uomo l’impronta della sua eternità e la somiglianza dei suoi costumi! Enorme dignità per l’uomo la sua somiglianza con Dio, se questa vien conservata, ma anche poi tremenda rovina, qualora venga profanata l’immagine di Dio!...
Tutte le virtù che Dio seminò in noi nella nostra condizione primitiva, ci ha insegnato, poi, coi suoi precetti, a restituirgliele. Questa è la prima: “Amare il nostro Dio con tutto il cuore” (Mt 22,37; Mc 12,30), “perché lui per primo ci ha amati” (1Gv 4,10), dal principio, prima ancora che fossimo. L’amor di Dio è la rinnovazione della sua immagine. Ama Dio chi ne osserva le leggi; disse infatti: “Se mi amate, osservate i miei precetti” (Gv 13,34). Il vero amore non è fatto di parole, ma di opere (cf. 1Gv 3,23). Restituiamo perciò a Dio, nostro Padre, la sua immagine inviolata nella santità, perché lui è santo (“Siate santi, perché io sono santo, Lv 11,44; 1Pt 1,16), inviolata nella carità, perché lui è amore (1Gv 4,8: Dio è amore), inviolata nella pietà e nella verità, perché lui è pio e verace.
Evitiamo di farci un ‘immagine diversa da quella di Dio; infatti sarebbe a immagine di un tiranno, chi fosse superbo, iracondo, feroce...
Perché, dunque non ci diamo delle immagini di tiranni, dipinga in noi Cristo la sua immagine, lui che dipinse un’immagine, quando disse: “Vi do la mia pace, vi lascio la mia pace” (Gv 14,27). Ma che cosa vale sapere che la pace è un bene, se poi questa pace non è ben conservata? Di solito quanto più una cosa è buona, tanto più è fragile, e quanto più è preziosa, tanto più accortamente dev’essere custodita; è veramente troppo fragile ciò che si può sciupare con una sola parola o con un piccolo sgarbo...
Purtroppo niente è più gradito agli uomini che interessarsi delle cose altrui, parlar di cose inutili e dir male degli assenti; perciò coloro che non possono dire: “Il Signore mi ha dato una lingua raffinata, per sostener con la mia parola colui che è stanco” (Is 50,4) tacciano e, se vogliono dir qualcosa, sia detto solo al fine di fomentar la pace...
Chi non ama sta nella morte” (1Gv 3,14). Dunque, o non si deve far altro che amare, o non ci si può aspettar altro che la morte. “La pienezza della legge, infatti, “sta nell’amore” (Rm 13,8). E che questo amore si degni ispirarci abbondantemente il Signor nostro e Salvatore Gesù Cristo, che ci è stato donato da Dio, autore della pace e dell’amore.
 
O Dio, che nella tua provvidenza
tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza,
ascolta la nostra umile preghiera:
allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 3 Giugno 2026
 
Santi Carlo L e Compagni, Martiri
 
2Tm 1,1-3.6-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 122 (123); Mc 12,18-27
 
  Santi Carlo Lwanga e Compagni Martiri: Tra il 1885 e il 1887, in Uganda i cristiani subirono una violenta persecuzione. Le vittime furono un centinaio. Tra loro Carlo, domestico del re Muanga dell’antico regno indipendente del Buganda, bruciato vivo insieme a dodici compagni il 3 giugno 1886. Carlo Lwanga, capo dei paggi reali, era stato battezzato durante l’evangelizzazione attuata dai Padri Bianchi, fondati dal cardinale Lavigerie. Inizialmente la loro opera, avviata nel 1879, venne ben accolta dal re Mutesa così come dal successore Muanga, che però si fece influenzare dal cancelliere del regno e dal capotribù. Tanto che decise la soppressione fisica dei cristiani, alcuni dei quali uccise con le proprie mani. Oggi il calendario ricorda ventidue martiri dell’Uganda, beatificati il 6 giugno 1920 da Benedetto XV e canonizzati da Paolo VI l’8 ottobre 1964. A loro è stato inoltre dedicato un grande santuario a Namugongo consacrato da Paolo VI nel 1969. (Avvenire)
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Tutta la lettera ha la forma di un testamento spirituale e pastorale rivolto al diletto figlio Timoteo. L’apostolo Paolo, riferendosi al messaggio da lui predicato e trasmesso a Timoteo, raccomanda al suo discepolo di “rendere testimonianza” a Cristo con l’aiuto dello Spirito Santo.
 
Vangelo
Non è Dio dei morti, ma dei viventi!
 
Gesù giunto in Gerusalemme, accolto dalla folla osannante, scaccia i mercanti dal tempio aprendo così l’ennesimo fronte conflittuale con i detentori del potere religioso. Come per l’inizio del Vangelo in Galilea, Marco ha ricordato cinque conflitti (cfr. Mc 2,1-3.6), così ora in Gerusalemme, alla fine del suo ministero pubblico, l’evangelista raccoglie cinque questioni, intramezzate dalla parabola dei vignaioli: l’autorità di Gesù, Dio e Cesare, la risurrezione, il comandamento più grande, il rapporto Cristo-Davide. Il brano odierno si colloca all’interno di questo conflitto ed è teso ad enunciare l’unicità di Dio Signore. Qui, sulla bocca di Gesù l’unicità di Dio si basa sullo Shema (cfr. Dt 6,4-5). 
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,18-27
 
In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».
 
Parola del Signore.
 
Il racconto odierno è comune a Matteo (22,23-33) e a Luca (20,27-38). I sadducèi per dottrina erano in contrapposizione con i farisei. Si ritroveranno amici quando sarà necessario far fronte comune per neutralizzare Gesù. Inoltre, a differenza dei farisei, i sadducéi consideravano valido soltanto quanto era scritto nella Torah e non trovando in essa alcun testo che affermasse una nuova vita nell’aldilà non credevano nella risurrezione. Non credevano nemmeno nell’esistenza degli angeli (Cf. At 23,8).
Nell’interrogare Gesù, per dare maggior autorità alle loro parole e screditare la dottrina dei farisei, citano la legge del levirato (Dt 25,5ss). Secondo questa legge se un uomo moriva senza lasciare figli, il fratello era obbligato a sposare la vedova per dare una discendenza al defunto.
I sadducèi, «setta più rozza di quella farisaica» (san Giovanni Crisostomo), con la storia dei sette fratelli non soltanto vogliono mettere in difficoltà Gesù, ma puntano a ridicolizzare la fede nella risurrezione dei morti professata dai farisei, loro acerrimi nemici. Infatti, con accenti tra il grottesco e l’ironico, alla fine del loro racconto, chiedono a Gesù: «La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Ma al di là dei toni e degli intenti si può pensare ragionevolmente che al ragionamento dei sadducèi «sottende una concezione materialistica della risurrezione, come se la vita dei risorti potesse essere valutata alla stregua di quei valori d’oggi: matrimonio, appartenenza di una persona all’altra, morte» (Carlo Ghidelli).
Gesù risponde affermando inequivocabilmente la realtà della risurrezione e illustrando i requisiti dei corpi risorti confuta sapientemente l’argomento dei sadducèi: se in questo mondo gli uomini contraggono nozze per assicurare la continuità della specie,  «nella risurrezione» cesserà questa necessità: gli uomini «giudicati degni della vita futura e della risurrezione», partecipando a una nuova vita, saranno «uguali agli angeli» e non potranno più morire. L’evangelista Luca dicendo saranno uguali agli angeli non vuole fare un paragone, ma spiegare in cosa consiste la risurrezione: non in una «rianimazione di un cadavere, bensì nella spiritualizzazione di tutto l’essere umano, reso simile agli angeli in cielo, per partecipare alla vita di Dio, come dono sublime della sua liberalità» (Angelico Poppi).
Gesù per affermare il mistero della risurrezione cita la Parola di Dio, così come avevano fatto i suoi interlocutori per negarla. È infatti la Sacra Scrittura a dimostrare il grave errore dei sadducèi: il Signore, nella teofania del roveto ardente, dichiarandosi «il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3,6) rivela una comunione vera con degli esseri che anche dopo la morte continuano a vivere.
«Vivono per sempre» (Sap 5,15) perché da Dio sono stati creati per l’immortalità: «Dio non ha creato la morte; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale [...]. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo ha fatto a immagine della propria natura» (Sap 1,13.15-2,23).
 La morte non può spezzare la comunione di coloro che si addormentano nel Signore con il Dio vivo e fedele (Cf. Rom 6,10): Dio, non intendendo lasciare i suoi amici nella corruzione del sepolcro (Cf. Sal 16,10s), saprà trarli col suo Spirito dalla polvere (Cf. Ez 37,3; Gv 11,24s).
Una comunione che coinvolgerà interamente l’uomo: nel giorno della risurrezione dei morti i corpi si ricongiungeranno alle anime per godere eternamente.
La risposta di Gesù zittisce i sadducèi e appaga i farisei i quali plaudono con vero entusiasmo: una volta tanto si sono trovati d’accordo con il giovane rabbi di Nazaret.
 
Per approfondire
 
La potenza della risurrezione - Jean Radermakers e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): La risurrezione di Gesù risolve il problema della salvezza quale si pone a ciascuno di noi. Oggetto primo della nostra fede, essa è pure la base della nostra speranza, di cui determina il fine. Gesù è risorto «come primizie di coloro che dormono» (1Cor 15,20); ciò motiva la nostra attesa della risurrezione nell’ultimo giorno. Più ancora, egli è in persona «la risurrezione e la vita: chi crede in lui, anche se è morto, vivrà» (Gv 11,25); questo motiva la nostra certezza di partecipare fin d’ora al mistero della nuova vita, che Cristo ci rende accessibile attraversa segni sacramentali.
1. La risurrezione nell’ultimo giorno. - La fede giudaica nella risurrezione dei corpi è stata avallata da Gesù con le sue prospettive di integrità ritrovata e di radicale trasformazione (Mt 22,30ss par.); se questo tratto manca al quadro dell’ultimo giorno delineato dall’apocalisse sinottica (Mt 24 par.), ciò è accidentale. Tuttavia questa fede non acquista il suo significato definitivo se non dopo la risurrezione personale di Gesù. La comunità primitiva ha coscienza di rimanere fedele, su questo punto, alla fede giudaica (Atti 23,6; 24,15; 26,6ss); ma è la risurrezione di Gesù a darle ormai una base oggettiva. Noi tutti risusciteremo, perché Gesù è risuscitato: «Colui che ha risuscitato Cristo Gesù di tra i morti, darà pure la vita ai vostri corpi mortali mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rom 8,11; cfr. 1Tess 4,14; 1Cor 6,14; 15,12-22; 2Cor 4,14). Nel vangelo di Matteo il racconto della risurrezione di Gesù sottolinea già questo punto in modo concreto: nel momento in cui Gesù, disceso agli inferi, ne risale vittorioso, i giusti, che vi attendevano il loro accesso alla gioia celeste, sorgono per fargli un corteo trionfale (Mt 27,52s). Non si tratta di un ritorno alla vita terrena, ed il racconto non parla che di apparizioni strane. Ma è un’anticipazione simbolica di ciò che avverrà nell’ultimo giorno. Non è forse questo anche il senso delle risurrezioni miracolose operate da Gesù durante la sua vita? S. Paolo sviluppa ancor più lo scenario della risurrezione generale: voce dell’angelo, tromba per radunare gli eletti, nubi della parusia, processione degli eletti... (1Tess 4,15ss; 2Tess 1,7s; 1Cor 15,52). Questa cornice convenzionale è classica nelle apocalissi giudaiche; ma il fatto fondamentale è più importante delle sue modalità. Contrariamente alle concezioni greche, in cui l’anima umana liberata dai legami del corpo va sola verso l’immortalità, la speranza cristiana implica una restaurazione integrale della persona; suppone nello stesso tempo una trasformazione totale del corpo, divenuto spirituale, incorruttibile ed immortale (1Cor 15,35- 53). Nella prospettiva in cui si pone, Paolo non affronta d’altronde il problema della risurrezione degli empi; non pensa che a quella dei giusti, partecipazione all’ingresso di Gesù in gloria (cfr. 1Cor 15,12 ...). L’attesa di questa «redenzione del corpo» (Rom 8,23) è tale che, per esprimerla, il linguaggio cristiano conferisce alla risurrezione una specie di imminenza perpetua (cfr. 1Tess 4,17). Tuttavia, l’impazienza della speranza cristiana (cfr. 2 Cor 5,1-10) non deve portare a vane speculazioni sulla data del giorno del Signore. L’Apocalisse delinea un quadro splendido della risurrezione dei morti (Apoc 20,11-15). La morte e l’Ade li restituiscono tutti, affinché compaiano dinanzi al giudice, sia i cattivi che i buoni. Mentre i cattivi sprofondano nella «seconda morte», gli eletti entrano in una nuova vita, in seno ad un universo trasformato che si identifica col paradiso primitivo e con la Gerusalemme celeste (Apoc 21-22). Come esprimere altrimenti che sotto forma di simboli una realtà indicibile, che l’esperienza umana non può afferrare? Questo affresco non è ripreso nel quarto vangelo. Ma costituisce lo sfondo di due brevi allusioni che sottolineano soprattutto il compito affidato al figlio dell’uomo: i morti risorgeranno al suo appello (Gv 5,28; 6,40.44), gli uni per la vita eterna, gli altri per la condanna (Gv 5,29).
2. La vita cristiana, risurrezione anticipata. - Se Giovanni sviluppa così poco il quadro della risurrezione finale, si è perché lo vede realizzato in anticipo già nel tempo presente. Lazzaro che esce dal sepolcro rappresenta in concreto i fedeli strappati alla morte dalla voce di Gesù (cfr. Gv 11,25s). Anche il discorso sull’opera di vivificazione del figlio dell’uomo contiene affermazioni esplicite: «Viene l’ora, ed è adesso che i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e tutti coloro che l’avranno ascoltata, vivranno» (Gv 5,25). Questa netta dichiarazione sintetizza l’esperienza cristiana qual è espressa dalla prima lettera di Giovanni: «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita...» (1Gv 3,14). chiunque possiede questa vita non cadrà mai in potere della morte (Gv 6,50; 11,26; cfr. Rom 5,8s). certamente una simile certezza non sopprime l’attesa della risurrezione finale; ma trasfigura fin d’ora una vita che è entrata nella sfera d’azione di Cristo. S. Paolo diceva già la stessa cosa sottolineando il carattere pasquale della vita cristiana, partecipazione reale alla vita di Cristo risorto. Sepolti con lui al momento del battesimo, noi siamo pure risorti con lui, perché abbiamo creduto alla forza di Dio che lo ha risuscitato dai morti (Col 2,12; Rom 6,4ss). La nuova vita in cui allora siamo entrati non è altro che la sua vita di risorto (Ef 2,5s). Di fatto, in quel momento, ci è stato detto: «Svegliati, o tu che dormi! sorgi di tra i morti, e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,14). Questa certezza fondamentale dirige tutta l’esistenza cristiana. Domina la morale che ormai si impone all’uomo nuovo, nato in Cristo: «Risuscitati con Cristo, cercate le cose dell’alto, là dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1ss). Essa è pure la fonte della sua speranza. Infatti, se il cristiano attende con impazienza la trasformazione finale del suo corpo di miseria in corpo di gloria (Rom 8,22 ; Fil 3,10s.20s), si è perché possiede già il pegno di questo stato futuro (Rom 8,23; 2Cor 5,5). La sua risurrezione finale non farà che manifestare chiaramente ciò che egli è già nella realtà segreta del mistero (Col 3,4).
 
La coscienza della risurrezione - Cirillo di Gerusalemme, Catech., 18, 5-7: Se la risurrezione dei morti per te non esiste, perché condanni i violatori dei sepolcri? Se il corpo si dissolve e la risurrezione è senza speranza, perché chi viola il sepolcro incorre in una pena? Vedi che anche se tu neghi con le labbra, rimane piena in te la coscienza della risurrezione.
Un albero abbattuto rifiorisce e l’uomo abbattuto non rifiorisce? Ciò che è stato seminato e mietuto rimane sull’aia e l’uomo reciso da questo mondo non rimane sull’aia? I tralci della vite e i rami degli alberi completamente tagliati, trapiantati ricevono la vita e portano frutto, l’uomo, poi, per il quale le piante esistono, una volta sotterrato non risorgerà? Al confronto delle fatiche, quale è più grande, plasmare una statua che da principio non c’era, o rifare di nuovo con la stessa forma una che si era rotta? Dio che ci fece dal nulla, non potrà di nuovo far risorgere quelli che c’erano e sono morti?
Ma tu non credi a quanto è scritto sulla risurrezione perché sei greco. Contempla dalla natura questo e rifletti sulle cose che sino ad oggi si vedono. Si semina il frumento, se piace, o qualsiasi genere di semi. Appena cade, come se morisse, va in putrefazione ed è inutile al nutrimento. Ma quello putrefatto risorge verdeggiante e caduto piccolo risorge bellissimo. Il frumento è fatto per noi. Per il nostro uso il frumento e i semi sono fatti, non per se stessi. Quelle cose che per noi sono state create, morte rivivono, e noi, motivo per i quali esse vivono, morti non risorgeremo?
È tempo d’inverno, come vedi. Gli alberi sono come morti. Dove ora le foglie del fico? Dove i grappoli della vite? Nell’inverno questi sono morti e nella primavera verdeggianti e quando viene il tempo, allora, come dalla morte, rinasce la forza della vita. Dio guardando la tua infedeltà in queste cose fenomeniche opera ogni anno la risurrezione perché, vedendo ciò nell’inanimato, lo ritieni anche sull’animato.
 
O Dio,
che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani,
concedi che il campo della tua Chiesa,
irrigato dal sangue di san Carlo [Lwanga
e dei suoi compagni,
produca una messe sempre più abbondante
a gloria del tuo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.