7 Maggio 2026
Giovedì della V Settimana di Pasqua
At 15,7-21; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (196); Gv 15,9-11
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore, e io le conosco ed esse mi seguono. (Gv 10,27- Acclamazione al Vangelo)
L’ascolto della voce di Gesù - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale dl Vangelo di Giovanni): Crede nella divinità di Cristo solo chi è membro del suo gregge. Le pecore di Gesù, infatti, ascoltano la sua voce, perciò accettano la sua messianicità (Gv 10,27). La fede si dimostra, accogliendo la parola del Verbo incarnato, ascoltando docilmente la sua voce, e seguendolo incondizionatamente.
L’adesione al Messia perciò è qualcosa di concreto e di esistenziale che coinvolge la vita tutta intera. La fede non può ridursi a una nozione intellettiva, perché consiste in un atteggiamento di accettazione globale del Cristo e della sua parola.
Nel discorso immediatamente precedente, sulla porta e il pastore, è stata trattata a più riprese la tematica dell’ascolto della voce di Gesù e della sua sequela: le pecore ascoltano la voce del pastore e lo seguono, mentre non seguiranno un estraneo, anzi fuggiranno da lui, perché non conoscono la voce degli estranei (Gv 10,3ss).
In realtà le pecore non hanno ascoltato i pastori che si sono opposti a Gesù e quindi si sono rivelati ladri e briganti (Gv 10,8). Non solo i membri del popolo giudaico, ma anche le pecore di Cristo appartenenti ad altri recinti, saranno guidate dal buon Pastore e ascolteranno la sua voce (Gv 10,116).
Quindi l’ascolto del Cristo da parte dei discepoli indica l’atteggiamento di una fede profonda, che si dimostra nella docilità e nell’obbedienza alla parola del buon Pastore.
Liturgia della Parola
I Lettura - La Bibbia di Navarra (Nuovo Testamento Vol. II): San Giacomo il Minore - alla cui autorità avevano fatto appello i giudaizzanti - aderisce alle parole di Pietro. Chiama l’Apostolo col suo nome semitico - Simone - e ne accetta i giudizi come interpretazione corretta di ciò che Dio ha annunciato per mezzo dei profeti. Quando dice che «Dio ha voluto scegliere tra 1 pagani un popolo per consacrarlo al suo nome» sembra abbandonare la consuetudine ebraica che riservava il termine di popolo solo agli Israeliti (Es 19, 9; Dr 7, 6; 14, 2), in opposizione ai pagani. Ora si afferma che il Popolo di Dio comprende anche i Gentili. È di nuovo il messaggio centrale di Paolo, secondo il quale i pagani battezzati appartengono anch’essi al popolo della promessa: «Non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2, 19).
La sintonia di san Giacomo con le parole di Pietro e l’accordo di entrambi con i principi fondamentali della predicazione di Paolo evidenziano l’azione illuminante dello Spirito Santo, che consente a tutti di rinvenire il retto significato degli annunci divini contenuti nella Sacra Scrittura. «Penso che non si possano spiegare le ricchezze di questi immensi avvenimenti», scrive Origene, «se non con l’aiuto del medesimo Spirito che ne fu l’autore» (In Ex. hom., IV, 5). San Giacomo propone una decisione formale e solenne che proclami il superamento della Legge, tenendo conto - allo stesso tempo - della sensibilità religiosa dei giudeo-cristiani. Al riguardo suggerisce quattro indicazioni precise: 1) non mangiare carne proveniente da sacrifici offerti agli idoli; 2) evitare l’impudicizia, contraria alla morale naturale rettamente intesa; 3) astenersi dal mangiare carne di animali non dissanguati; 4) non bere sangue di animali. Queste proibizioni si trovano nel libro del Levitico, dei cui precetti bisogna tener conto per una loro giusta interpretazione. Consumare carne offerta agli idoli significava per gli Ebrei prender parte in qualche modo a culti sacrileghi (Lv 17, 7-9). Benché san Paolo proclamasse l’assoluta libertà del cristiano nella questione (cfr 1 Cor 8-10), chiederà tuttavia ai discepoli il dovuto rispetto per la coscienza dei più «deboli».
Le unioni irregolari, e altri attentati contro la morale sessuale, sono menzionati in Lv 18, 6 ss. e alcune di queste colpe saranno più tardi recepite come impedimenti nella legislazione matrimoniale della Chiesa.
L’astinenza dal sangue e dalla carne di animali soffocati (cfr Lv 17, 10 ss.) poggiava sulla convinzione che il sangue fosse espressione della vita e che come tale appartenesse solo a Dio. L’Ebreo aveva acquisito verso il sangue una ripugnanza religiosa e culturale praticamente insuperabile.
Vangelo
Rimanete nel mio amore, perché la vostra gioia sia piena.
Le parole di Gesù sono un invito a rimanere nel suo amore, osservando i suoi comandamenti. Un invito ad accogliere l’amore discendente da Gesù e dal Padre. Tutto è dono, la risposta dell’uomo è farsi amare da Gesù, perché amare Dio non è mai iniziativa dell’uomo, ma sempre risposta a un dono: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19)
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,9-11
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».
Parola del Signore
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): v. 9 Come il Padre ha amato me così anch’io ho amato voi; il testo rileva la caratteristica dell’amore (ἀγαπάω) che Gesù nutre per i suoi discepoli: quest’amore di Cristo per i credenti trova il suo esemplare nell’amore che intercorre tra il Padre ed il Figlio (cf. 3, 35; 5, 20; 10, 17; 18, 24, 26); tale amore del Maestro per i discepoli trova la sua origine nel mistero della vita trinitaria. Evidentemente a tale amore vanno ricollegate tutte le iniziative che il Padre ed il Figlio hanno avuto per l’attuazione del piano della salvezza. Il Padre manifesta il suo amore per il Figlio inviandolo nel mondo (cf. 3, 17 ss.); il Figlio a sua volta manifesta il proprio amore per i discepoli eleggendoli (vers. 16) e comunicando loro la rivelazione divina (cf. vers. 15 b). L’evangelista segnala più volte che Gesù ha amato i discepoli, cf. 13, 1, 34; 15, 12-13; 17, 23. Rimanete nel mio amore; i discepoli devono vivere in questo amore, mantenendosi in comunione vitale con Cristo e soprattutto lasciandosi amare da lui. Il motivo dottrinale «rimanere nell’amore» caratterizza questa sezione (verss. 9-17) e la rende parallela alla precedente (verss. 1-8); nei verss. 1-8 la nota dominante era: «rimanete in me» (vers. 4); nei verss. 9-17 questa nota è spiegata ulteriore mente e precisata nel suo senso: il rimanere in Cristo equivale al rimanere nel suo amore.
v. 10 Se voi osserverete i miei comandamenti...; per poter rimanere nell’amore di Cristo occorre osservare i comandamenti; questa è la condizione richiesta (cf. 1 Giov., 3, 23-24). Come io ho osservato i comandamenti del Padre mio; il Maestro richiama ai discepoli il suo comportamento nei confronti del Padre; è più esatto parlare di comportamento che di esempio esterno, poiché si tratta sempre di rapporti tra due Persone divine (Padre e Figlio); il Figlio compie con perfetta obbedienza i voleri (comandamenti) del Padre. I discepoli vedono soltanto gli effetti esterni di questa perfetta obbedienza di Cristo al volere del Padre, poiché per tale obbedienza il Figlio di Dio si fa uomo ed offre la propria vita per la salvezza del mondo.
v. 11 Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi; per la formulazione della frase cf. 16, 33. Qui Gesù parla di «gioia» (χαρά); altrove parla di «pace» (cf. 14, 27; 16, 33); la gioia come la pace sono due doni messianici, anzi sintetizzano i beni apportati dal Messia. «La mia gioia»; la gioia che è propria di Gesù gli deriva dal suo amore, dalla sua obbedienza, dalla sua andata, dalla sua «dimora» nel Padre; questa gioia quindi si ricollega al mistero della vita trinitaria del Figlio. E la vostra gioia sia piena; l’avvento dell’èra messianica riempie di gioia tutti coloro che l’hanno attesa (cf. 3, 29). La gioia dei discepoli è piena, perché è perfetta, ed è perfetta, perché accordata da Cristo stesso, che è Messia. Gesù vuole che i suoi discepoli partecipino alla sua gioia nella misura più ampia (cf. 16, 24; 17, 13).
Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena Nel Nuovo Testamento la gioia “è legata alla persona eli Cristo e alla salvezza in lui donata. Il messaggio di Gesù si chiama evangelo (Mc l,l) e messaggio della gioia (Le 2,10). La gioia è legata alla nascita del precursore (Lc 1,14). Maria gioisce della salvezza fattasi in lei manifesta (Lc 1,47). I magi gioiscono di aver trovato la stella (Mt 2,10). Giovanni Battista è pieno di gioia perché ha condotto la sposa a Cristo (Gv 3,20). Gesù gioisce per amore dei discepoli che sperimenteranno la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,15). Nella parabola della pecorella smarrita, Gesù professa la sua gioia per il peccatore che si converte (Lc 15,5).
Devono gioire coloro che sono perseguitati per amore della giustizia, poiché la loro ricompensa nei cieli è grande (Mt 5,12). La loro tristezza si trasformerà un giorno in gioia (Gv 16,20ss).
La gioia diventa la forma di comportamento raccomandata ai discepoli del Signore. Essi debbono rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei cieli (Lc 10,20). Se vivono secondo i suoi comandamenti, la gioia di Gesù sarà in loro e la loro gioia sarà piena (Gv 15,11). La gioia sta al centro delle parabole di Gesù. In esse il regno di Dio viene spesso paragonato a un banchetto o a una festa di nozze, che per gli orientali erano motivo di gioia particolare (cf. Mt 9,15). La gioia di seguire Gesù e di raggiungere il regno dei cieli assomiglia alla gioia di un uomo che trova nel campo un tesero o una perla preziosissima: per la gioia di averli trovati vende tutto quello che ha per acquistarli (Mt 13,44ss). Gesù suscita gioia negli uomini mediante la guarigione dei malati, la cacciata dei demoni, la risurrezione dei morti e la remissione dei peccati. lIl Risorto è il vero e proprio motivo per la gioia della comunità. Già le donne ritornano piene di timore e di gioia dal sepolcro vuoto (Mt 28,8) e i discepoli gioiscono al vedere il Signore risorto (Gv 20,20). Egli dona loro la gioia promessa (Gv 17,13) nell’incontro col Cristo sacramentale al momento della frazione del pane (At 2,46). La chiesa è ripiena di fede gioiosa in Cristo (per es. 1Pt 1,8). La gioia nel Signore deve essere un tratto fondamentale della sua natura (Fil
4,4; quella ai Fil si può chiamare la lettera della gioia). Fonte della gioia è, per Paolo, l’ubbidienza della comunità (Rm 16,19) e la forza della sua fede (per es. Col 2,5). Come Cristo anche l’apostolo invita alla gioia (per es. 2Cor 13,11). Un tratto particolare del NT è la gioia dei discepoli nel sopportare le sofferenze a causa di Cristo. Paolo gioisce della sofferenza perché essa “completa” in lui la sofferenza di Cristo a favore della Chiesa (Col 1,24).
Il NT pone la gioia in un rapporto particolare con lo Spirito Santo (At 13,52; Rm 14,17). La gioia è frutto dello Spirito Santo e viene menzionata dopo l’amore (Gal 5,22). Essa sembra venire equiparata alla fede (Fil 1,25), è in stretto rapporto con la speranza (Rm 12,12) e con la pace (Rm 14,17). In questo mondo la gioia è per il cristiano un frutto della redenzione; assieme alla pace e alla libertà è un elemento essenziale della realtà salvifica. Ha il suo fondamento nel fatto che l’uomo nella grazia di Cristo è stato redento dalla perdizione del peccato e della morte. La speranza cristiana si orienta verso la gioia piena nell’eternità (Ap 19,7)” (Christa Breuer).
Per approfondire
La gioia del Vangelo - A. Ridouard e M.-F. Lacan - 1. La gioia della salvezza annunziata agli umili - La venuta del salvatore crea un clima di gioia che Luca, più degli altri evangelisti ha reso sensibile. Ancor prima che ci si rallegri della sua nascita (Lc 1, 14), quando viene Maria, Giovanni Battista sussulta di gioia nel seno della madre (1, 41. 44); e la Vergine, che il saluto dell’angelo aveva invitato alla gioia (1, 28: gr. chàire = rallégrati), canta con gioia pari all’umiltà il Signore che è divenuto suo figlio per salvare gli umili (1, 42. 46-55). La nascita di Gesù è una grande gioia per gli angeli che l’annunziano e per il popolo che egli viene a salvare (2, 10. 13 s; cfr. Mt 1, 21); essa pone termine all’attesa dei giusti (Mi 13, 17 par.) che, come Abramo, esultavano già pensandovi (Gv 8, 56). In Gesù Cristo il regno di Dio è già presente (Mc 1, 45 par.; Lc 17, 21); egli è lo sposo la cui voce colma di gioia il Battista (Gv 3, 29) e la cui presenza non permette ai suoi discepoli di digiunare (Lc 5, 34 par.). Questi hanno la gioia di sapere che i loro nomi sono scritti in cielo (10, 20), perché rientrano nel numero dei poveri ai quali appartiene il regno (6, 20 par.), tesoro per il quale si sacrifica tutto con gioia (Mt 13, 44); e Gesù ha insegnato loro che la persecuzione, confermando la loro certezza, doveva intensificare la loro letizia (Mt 5, 10 ss par.). I discepoli hanno ragione di rallegrarsi dei miracoli di Gesù che attestano la sua missione (Lc 19, 37 ss); ma non devono porre la loro gioia nel potere miracoloso che Cristo comunica loro (10, 17-20); esso non è che un mezzo destinato non a procurare una vana gioia a uomini come Erode, amanti del meraviglioso (23, 8), ma a far lodare Dio dalle anime rette (13, 17) e ad attirare i peccatori, al salvatore, disponendoli ad accoglierlo con gioia ed a convertirsi (19, 6. 9). Di questa conversione i discepoli si rallegreranno da veri fratelli (15, 32), come se ne rallegrano in cielo il Padre e gli angeli (15, 7. 10. 24), come se ne rallegra il buon pastore, il cui amore ha salvato le pecore smarrite (15, 6; Mt 18, 13). Ma per condividere la sua gioia, bisogna amare com’egli ha amato.
2. La gioia dello Spirito, frutto della croce. - Di fatto Gesù, che aveva esultato di gioia perché il Padre si rivelava per mezzo suo ai piccoli (Lc 10, 21 s), dà la propria vita per questi piccoli, suoi amici, allo scopo di comunicare loro la gioia di cui il suo amore è la fonte (Gv 15, 9-15), mentre ai piedi della sua croce i suoi nemici ostentano la loro gioia malvagia (Lc 23, 35 ss). Attraverso la croce Gesù va al Padre; i discepoli dovrebbero rallegrarsene, se lo amassero (Gv 14, 28) e se comprendessero lo scopo di questa partenza, che è il dono dello Spirito (16, 7). Grazie a questo dono, essi vivranno della vita di Gesù (14, 16-20) e, poiché domanderanno nel suo nome, otterranno tutto dal Padre; allora la loro tristezza si muterà in gioia, la loro gioia sarà perfetta e nessuno la potrà togliere loro (14, 13 s; 16, 20-24). Ma i discepoli hanno così poco compreso che la passione porta alla risurrezione, e la passione distrugge a tal punto la loro speranza (Lc 24, 21) che non osano abbandonarsi alla gioia che li invade dinanzi alle apparizioni (24, 41). Tuttavia quando il risorto, dopo aver loro mostrato che le Scritture erano compiute ed aver loro promesso la forza dello Spirito (24, 44. 49; Atti 1, 8), sale al cielo, essi hanno una grande gioia (Lc 24, 52 s); la venuta dello Spirito la rende tanto comunicativa (Atti 2, 4. 11) quanto incrollabile: «sono lieti di essere giudicati degni di soffrire per il nome» del salvatore di cui sono i testimoni (Atti 5, 41; cfr. 4, 12; Lc 24, 46 ss).
Salute, libertà e gioia se l’anima ha il predominio: “A Dio si addicono la lode e l’onore, perché tante cose ha dato a noi uomini per il nostro sostentamento. Ma chi riflette, deve riconoscere che la gioia dell’anima è più grande che la gioia del corpo. Quando poi ode che lo Spirito Santo a lui grida: Non seguire le tue brame e distogliti dalle tue voglie [Sir 18,30], impara ad esercitare la virtù della moderazione contro tutto ciò che accarezza il suo senso. Questa virtù limita certo il benessere della carne, ma accresce la sapienza dello spirito, le cui possibilità sono completamente diverse quando ci dominiamo col digiuno e quando ci siamo aggravati di cibo. La sazietà non può certo suscitare gli stessi sentimenti intimi che suscita in noi la sobrietà. Solo quando la carne, che «è piena di brame contrarie allo spirito» sta sotto il dominio dell’anima noi siamo sani e liberi, e veramente sani e liberi. Allora infatti il corpo segue il giudizio dell’anima e segue la guida sicura di Dio. Il godimento derivante dalle grandi comodità dei nostri tempi, non ci renda mai colpevoli di qualche negligenza: se infatti il terreno del nostro corpo non viene continuamente lavorato, restando incolto e inattivo, subito produce spine e rovi. Porta allora frutti che non verranno raccolti nei granai, ma dovranno essere sterminati col fuoco, secondo le parole del Signore: Ogni piantagione non coltivata dal mio Padre celeste verrà estirpata [Mt 15,13]. Dobbiamo dunque proteggere con cura ogni seme e germoglio nobile che abbiamo ricevuto dal giardino del divino seminatore. Con calma circospezione dobbiamo perciò curare che l’astuzia dell’odiato nemico non arrechi danno a questo dono di Dio e che nel giardino paradisiaco della virtù non germogli lo sterpame del vizio” (Leone Magno, Sermoni, 81).
Testimoni di Cristo - Santa Rosa Venerini - Così l’impegno nell’istruzione può essere via di santità: Dio ci chiede di costruire qualcosa di nostro, unico, personale: la sua chiamata è un invito a far fiorire la nostra anima nel modo in cui solo noi sappiamo fare. Per questo, forse, santa Rosa Venerini non ebbe vita facile quando si trattò di dare forma a ciò verso cui si sentiva chiamata e che si realizzò in un’opera destinata a rimanere nella storia. Nata a Viterbo nel 1656 in una famiglia benestante, Rosa da giovane aveva davanti a sé un futuro di successo, ma lei sentiva che le “opzioni” che le venivano prospettate (matrimonio o monastero) non si confacevano alla sua natura. Radunando alcune giovani nella sua casa per la preghiera del Rosario cominciò allora a capire che proprio l’istruzione delle ragazze sarebbe stata la sua missione, il suo modo di servire Dio. Assieme a due compagne nel 1685 diede vita a Viterbo a una scuola pubblica per le giovani. Con lei c’era un gruppo di donne che avviarono una comunità di “consacrate nel mondo”. La loro forma di vita non sempre fu compresa e a tratti fu ostacolata, ma l’opera delle “Maestre Pie” si diffuse ben presto oltre i confini di Viterbo. Rosa Venerini dovette affrontare anche una dolorosa divisione interna ma il suo lavoro ebbe la benedizione di Clemente XI, che volle capire di persona il metodo della Maestre Pie. La fondatrice morì nel 1728 ed è santa dal 2006. (Matteo Liut)
O Dio, che per tua grazia
da peccatori ci fai giusti e da infelici ci rendi beati,
compi in noi le tue opere e sostienici con i tuoi doni,
perché a noi, giustificati per la fede,
non manchi la forza della perseveranza.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.