8 Giugno 2026
 
Lunedì X Settimana del Tempo Ordinario
 
1 Re 17,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 120 (121); Mt 5,1-12
 
Beata Maria del Divin Cuore di Gesù (Maria Droste Zu Vischering): Maria del Divin Cuore di Gesù venne da Paolo VI ammessa nella schiera dei santi fautori del culto al Sacro Cuore di Gesù. Tra questi basta ricordare le mistiche tedesche Matilde di Magdeburgo, Matilde di Hackerborn, Gertrude di Hefta, prime promotrici della devozione nel medioevo. Maria Droste zu Vischering nacque a Darfeld, in Westfalia, da una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia tedesca nel 1863. La sua mamma era parente del futuro cardinale von Galen, eroe della resistenza cattolica al nazismo. Ricevette un’accurata formazione cristiana e abbastanza presto sentì la vocazione alla vita religiosa. A causa delle incerte condizioni di salute dovette attendere vari anni prima di poter mettere in pratica il suo proposito. Scelse infine le suore del Buon Pastore di Münster. Nella vita religiosa ebbe subito esperienze mistiche e provò il desiderio di unirsi alle sofferenze del cuore di Gesù. Nel 1894 venne inviata in Portogallo come superiora della comunità di Oporto. Il suo incarico, tuttavia, si trasformò presto in un apostolato della sofferenza a causa di una paralisi che la «crocifiggeva» a letto. Senza perdersi d’animo, suor Maria offrì le sue sofferenze a Dio e scrisse al papa invitandolo a consacrare il genere umano al cuore di Gesù. Leone XIII accolse la proposta, ma la promotrice vi poté partecipare solo con la sofferenza e la preghiera, visto che morì l’8 giugno 1899, alla vigilia della consacrazione. (Fonte: SantoGiorno.it)
 
Prima Lettura - L’improvvisa comparsa del profeta Elia non è foriera di buone notizie. Il re Acab è responsabile di aver introdotto il culto di Baal, e per questo peccato, equivalente a una sfacciata apostasia, gli viene  annunciato il duro castigo divino: «Per la vita del Signore, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io».
Un annuncio che non promette nulla di buono nemmeno per Elia, il quale è costretto a rifugiarsi presso il torrente Cherit per sfuggire all’ira del re Acab. Ma Dio non abbandona i suoi profeti, sarà lui a proteggere Elia, prendendosi cura anche del suo sostentamento: “I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente.  
 
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
 
 La parola chiave del brano evangelico è beati, e ha il senso di una esclamazione di gioia. Gesù Maestro «indica ai suoi seguaci come si dovrebbe vivere: non semplicemente in conformità a una serie di regole, ma rivoluzionando dall’interno il proprio atteggiamento e la propria mentalità. La cosa straordinaria è che egli ha dato all’uomo la capacità di vivere questo ideale apparentemente impossibile» (Howard Marshall).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
 
Parola del Signore.
 
L’evangelista Matteo ha nove beatitudini a differenza di Luca che ne ha quattro e alle quali fa seguire “quattro guai” (Cf. Lc 6,20-26).
Gesù salì sul monte: si pose a sedere. Due note da non trascurare. Il monte per i semiti è il luogo che Dio preferenzialmente sceglie per manifestarsi ai suoi eletti: ai lettori ebrei per assonanza sarà venuto in mente il monte Sinai. Su quella montagna Dio si era rivelato a Mosè e aveva dato al popolo d’Israele la Legge (Cf. Es 19). Il sedersi è invece la postura propria del Maestro ai cui piedi si congregano i discepoli. Le intenzioni dell’evangelista Matteo quindi sono chiare: Gesù è Dio che si manifesta ai suoi discepoli sul monte ed è il Maestro che dona al “nuovo Israele” la nuova Legge, la “Magna Charta” del Regno di Dio.
L’evangelista Matteo, «che presenta Gesù come il Maestro definitivo di Israele, lo colloca in questo stesso contesto del luogo della rivelazione di Dio e della sua Legge e gli attribuisce un’autorità superiore a quella di Mosé e di tutti i maestri [gli scribi] di Israele. È nel contesto del “discorso della montagna”, infatti, che Gesù è definito come “uomo che insegna con autorità e non come i loro scribi” [Mt 7,29]» (Don Primo Gironi).
Queste note comunque non cancellano la storicità dell’episodio evangelico realmente accaduto su «una delle colline vicino a Cafarnao» (Bibbia di Gerusalemme).
Beati è una formula ricorrente nei Salmi, nei libri sapienziali e nel Nuovo Testamento, soprattutto nel libro dell’Apocalisse. Beato è l’uomo che cammina nella legge del Signore e per questo è ricolmo delle benedizioni di Dio, dei suoi favori e delle sue consolazioni divine soprattutto nei momenti cruciali in cui deve sopportare umiliazioni, affanni e persecuzioni. Gesù apre il suo discorso proclamando beati i “poveri in spirito”, una aggiunta questa che fa bene intendere che il Maestro fa riferimento non agli indigenti, ma ai “poveri di Iahvé”, cioè a coloro che nonostante tutto restano fedeli al Signore, anzi le prove sono spinte a fidarsi di Dio, a chiudersi nel suo cuore, a rinserrarsi tra le sue braccia. I “poveri in spirito” sono coloro che fanno del dolore una scala per salire fino a Dio. Sono coloro che restano nonostante tutto saldi nelle promesse di Dio (Cf. Mt 27,39-44). In questa ottica sono beati quelli che sono nel pianto, i perseguitati per la giustizia, i diffamati. Ai miti fanno corona coloro che hanno fame e sete della giustizia, cioè coloro che amano vivere all’ombra della volontà di Dio, attuandola nella loro vita e mettendola sempre al primo posto. Beati sono i misericordiosi cioè coloro che imitano la bontà, la pietà e la misericordia di Dio soprattutto a favore dei più infelici e dei più bisognosi. I puri di cuore sono beati per la purezza delle intenzioni, l’onestà della vita, perché sempre disponibili ai progetti divini. E infine, gli operatori di pace, che «nella Bibbia esprime la comunione con Dio e con gli uomini ed è il dono che riassume il vangelo [Cf. Lc 2,14], sono i più evidenti figli del Padre celeste» (S. Garofalo).
Il “discorso della Montagna” si chiude con due beatitudini rivolte ai perseguitati. Israele in tutta la sua storia aveva dovuto fare i conti con numerosi persecutori e se, quasi sempre, aveva accettato l’umiliazione delle catene, della tortura fisica e  dell’esilio, come purificazione e liberazione dal peccato, mai avrebbe pensato alla persecuzione come a una fonte di gioia e di felicità. Il discorso di Gesù va poi collocato proprio in un momento doloroso della storia ebraica: Israele gemeva sotto il durissimo e spietato giogo di Roma.
Nel nuovo Regno bandito da Gesù di Nazaret invece la persecuzione, e anche la calunnia, l’ingiustizia o l’odio gratuito, sono sorgenti di felicità se sopportate per «causa sua». Ancora di più, la sofferenza vicaria dà «compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Solo in questa prospettiva la persecuzione è la via grande, spaziosa e larga, spalancata al dono della salvezza e apportatrice di ogni bene e dono: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli». Un discorso che è rivolto a tutti: ai discepoli e alla folla, nessuno escluso.
 
Per approfondire
 
L’umiltà: la persona e l’insegnamento di Gesù - Giuseppe Barbaglio (Umiltà in Schede Bibliche Pastorali): Premettiamo un necessario riferimento al Magnificat, nel quale Maria interpreta poeticamente il senso dell’evento dell’annunciazione: ella loda Dio «perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,48). Non si tratta però di un caso sporadico; è legge dell’agire divino quella dell’esaltazione dell’umile e dell’abbassamento del superbo: «... ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Maria, come anche Anna, la madre di Samuele, nell’AT, ha valore paradigmatico.
Il detto: «Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato», che sottintende l’intervento di Dio a umiliare ed esaltare, come già nell’AT era stato ripetuto più volte, compare tre volte nei testi dei sinottici e tutte a conclusione di un brano, posta a suggello del senso di quanto precede. Così Lc conclude la pericope riguardante la scelta dei primi posti da parte degli invitati a un banchetto (14,11): un modo per chiarire l’insegnamento di Gesù sull’umiltà. Lo stesso evangelista mette questa conclusione anche alla fine della parabola del fariseo e del pubblicano (18,14): Dio che umilia il superbo ed esalta l’umile si è manifestato a proposito del fariseo e del pubblicano della parabola. Matteo se ne serve invece per chiudere l’esortazione ai discepoli a non ambire titoli gloriosi all’interno della comunità e, positivamente, a perseguire la grandezza consistente nel servizio reso ai fratelli (23,12).
Sempre il primo evangelista ha costruito un bel brano incentrato sull’umiltà necessaria per entrare nel regno finale di Dio (18,1-5). Introduce il brano la domanda dei discepoli: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Gesù risponde con un’azione simbolica, tipica dei profeti nell’AT: prende un bambino, lo mette in mezzo a loro e dice: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno di Dio». Dunque la condizione impreteribile per l’ingresso nel regno futuro di Dio è far proprio un atteggiamento spirituale di umiltà che trova nei bambini una realizzazione naturale: ciò che i bambini sono per se stessi, esseri umili e deboli, deve diventare un tratto della condotta e del sentire interno delle persone. Che sia in questione il motivo dell’umiltà, della bassezza appare dal detto successivo: «Perciò chiunque si umi­lierà (tapeinôsei: ns. trad.) come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli». Un modo per esprimere la classica antitesi di Dio che esalta gli umili e abbassa i superbi; con questa particolarità: il ribalta­mento avverrà alla fine. Il detto dunque ha valore escatologico; il che peraltro è tutt’altro che sconosciuto nell’AT.
Gesù però non ha solo parlato della necessità di essere umili, ma ha incarnato nella sua persona l’umiltà. Ne è testimonianza Mt 11,29: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite (prays) e umile di cuore (tapeinos têi kardiai) e troverete ristoro per le vostre anime».
L’immagine del giogo sta a indicare il peso della legge imposto alle persone. Nel contesto immediato del detto: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (v. 28); «Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (v. 30) si precisa l’antitesi tra il peso della legge giudaica che opprime le persone con l’infinito numero delle sue prescrizioni e dei suoi divieti e il giogo della sequela di Cristo, che è tutt’altro che oppressivo. Gesù afferma di essere maestro mansueto e umile di cuore, da cui i discepoli suoi devono imparare. In concreto «Gesù è tapeinos dinanzi a Dio, sottomesso a lui. L’aggiunta a tapeinos di têi kardiai rende chiaro che egli non è tale in forza di una necessità imposta, alla quale si sia sottomesso, bensì nella libertà e nell’assenso a questa via in cui Dio l’accompagna. Gesù è tapeinos anche rispetto agli uomini, di cui diventa il servitore e il soccorritore (Lc 22,27; Mt 20,28; Mc 10,45). Questo aspetto del suo essere tapeinos è espresso con prays. Egli si trattiene in compagnia dei peccatori e dei disprezzati, ponendosi in questo modo come modello per i suoi discepoli» (GLNT, XIII, 877).
 
I poveri (anawîm) - I poveri sono coloro che mancano del necessario. Nella sacra Scrittura sono anzitutto gli oppressi, «infatti nel termine figurato ebraico “gli umiliati”, i “piegati” confluiscono tre significati per “povero”: bisognoso, oppresso e paziente [...]. Un povero non aveva il diritto di interloquire, non aveva alcuna influenza, veniva truffato anche davanti al giudice, era l’“oppresso”» (K. P.).
Con Sofonia il vocabolario sulla povertà prende una sfumatura morale ed escatologica: gli anawîm sono gli Israeliti sottomessi alla volontà divina e a loro sarà inviato il Messia (Cf. Is 61,1; 11,4; Sal 72,12s; Lc 4,18). Egli stesso sarà “mite e umile di cuore” (Cf. Zac 9,9; Mt 11,29; 21,5), dolce e anche oppresso ingiustamente (Cf. Is 53,4; Sal 22,25).
Al di là di questa sfumatura, Israele ha avuto sempre cura degli indigenti che numerosissimi affollavano le sue piazze.
Il Deuteronomio risponde agli appelli dei poveri con una legislazione umanitaria (Cf. Dt 24,10s; Es 22,20-26; 23,6), mentre i profeti, sempre al fianco dei più deboli, dei piccoli e dei più bisognosi, hanno difeso la loro misera sorte reclamando, spesso con forza e veemenza, giustizia, protezione e imparzialità soprattutto nei giudizi (Cf. Is 10,1-2; Am 2,6s).
Gesù Cristo nel proclamare beati i poveri, ma nel Vangelo di Matteo e non in quello di Luca, riprende la parola «povero» con la sfumatura morale messa in evidenza da Sofonia. Riprendendo il tema dei poveri di Iahvé, «Gesù ha proclamato le beatitudini; ha affermato così la felicità dei poveri, degli afflitti, degli affamati ..., di coloro cioè che vivono in misere condi­zioni, ma in una assoluta confidenza in Dio: costoro hanno la sua preferenza» (Roberto Tufariello).
Le “beatitudini” sono presenti soltanto nel Vangelo di Matteo e in quello di Luca, ma con sfumature molto diverse (Cf. Mt 5,1-12; Lc 6,20-23).
Luca alle “beatitudini” aggiunge “quattro guai” (Cf. 6,24-26). Diverso è il contesto in cui vengono collocate dagli evangelisti e anche il numero, nove in Matteo e quattro in Luca.
Per quanto riguarda il numero delle beatitudini, la nona beatitudine del vangelo di Matteo «va distinta e separata dalle altre otto che da sole costituiscono un’unità letteraria completa: essa appare come una semplice aggiunta, che estende ed applica agli ascoltatori di quell’elenco il contenuto dell’ottava beatitudine» (Don Alfonso Sidoti).
La formula delle beatitudini è nota sia dalla Bibbia sia dalla letteratura ellenistica e rabbinica.
L’Antico Testamento «usa talvolta formule di felicitazione come queste, a proposito di pietà, saggezza, prosperità, timor di Dio [Sal 1,1-2; 33,12; 128,5-6; Pr 3,3; Sir 31,8; ecc.]. Gesù ricorda, nello spirito dei profeti, che anche i poveri hanno parte a queste “benedizioni”: le prime tre “beatitudini” (Mt 5,3-5; Lc 6,20-21) dichiarano che uomini, considerati sventurati o maledetti, sono felici, perché sono preparati a ricevere la benedizione del regno. Le beatitudini successive interessano più direttamente l’atteggiamento morale dell’uomo» (Bibbia di Gerusalemme).
Matteo conclude il discorso di Gesù con due beatitudini che sono di una novità scioccante: se la persecuzione, il sopportare la violenza sia fisica che morale, era anche per i pii ebrei una punizione, un castigo, ora nell’insegnamento del Cristo diventa fonte di felicità, di gioia, perché partecipazione intima, reale e completa al destino del Maestro (Cf. Gv 15,18-21), quindi sorgente di beatitudine: «Perciò sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e...  a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col 1,24). Gli apostoli hanno amato e vissuto la povertà e la Chiesa di Gerusalemme ha accolto e vissuto l’ideale di povertà del suo Maestro con la comunione dei beni e l’assistenza ai poveri. La persecuzione, pur essendo entrata di diritto nel bagaglio apostolico della Chiesa, non l’atterrisce, anzi per essa è motivo di vanto e di gioia, così come promesso dal suo Fondatore: «richiamati gli apostoli, li fecero flagellare ... Quindi li rimisero in libertà. Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù» (Atti 5,40-41).
 
Leone Magno, Sermoni, 95,2-3: Quando Gesù dice: Beati i poveri nello spirito (Mt 5,3), ci porta a capire che il regno dei cieli sarà dato non tanto a chi non possiede ricchezze, quanto piuttosto a chi è radicato nellumiltà interiore. Daltra parte non si può dubitare che i poveri siano aperti più dei ricchi a questo dono dellumiltà, perché la scarsità dei beni porta più facilmente alla dolcezza, mentre la ricchezza è spesso accompagnata dallarroganza. È vero però che ci sono dei ricchi che sanno mettere i loro beni a servizio degli altri, piuttosto che valersene per il loro prestigio personale: persone che considerano loro massimo guadagno il destinare la ricchezza a migliorare le condizioni di chi si trova nelle difficoltà o nella miseria. Ecco perché questa beatitudine è offerta agli uomini di ogni condizione: le disposizioni interiori possono essere le stesse pur nella diversità della situazione economica, perché questa disparità conta molto meno dellaffinità spirituale. Beata la povertà che non si lascia prendere dallamore per le cose temporali e non desidera accumulare i beni terreni, ma è attenta ai beni che le vengono da Dio.
Dopo il Signore, i primi a darci l’esempio di questa povertà aperta ai valori dello spirito sono stati gli apostoli. Abbandonando senza calcoli tutti i loro beni alla chiamata del divino maestro, prontamente e con gioia hanno trasformato la loro esistenza e da pescatori di pesci sono diventati pescatori d’uomini. E infatti la loro fede si è posta come modello per molti e ha suggerito la stessa conversione: nei primi tempi della Chiesa, la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola (At 4,32). Essi si erano spogliati di tutti i loro possedimenti, e la loro povertà tutta orientata a Dio li disponeva a ricevere in abbondanza i beni eterni. Incoraggiati dalla predicazione degli apostoli, erano contenti di non aver nulla nel mondo e di possedere tutto in Cristo.
L’apostolo Pietro, un giorno, salendo al tempio, fu fermato da uno storpio che gli chiedeva l’elemosina: Argento e oro non ne ho - gli disse - ma ti do quello che possiedo: in nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! (At 3,6). Che cosa di più grande di questa umiltà, o di più ricco di questa povertà? Pietro non ha le risorse del denaro, ma dispone dei beni naturali. L’uomo che una madre aveva dato alla luce infermo, Pietro lo guarisce con una parola. Non ha monete con l’effigie di Cesare, ma ha il potere di rifare in quell’uomo l’immagine di Cristo. E la ricchezza di cui Pietro dispone non salva soltanto quest’uomo, guarito dalla sua infermità, ma anche le cinquemila persone che in seguito al discorso fatto dall’apostolo per spiegare il miracolo, credettero.

O Dio, sorgente di ogni bene,
ispiraci propositi giusti e santi
e donaci il tuo aiuto,
perché possiamo attuarli nella nostra vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 7 Giugno 2026
 
Corpus Domini
 
Dt 8,2-3.14b-16a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
 
San Barnaba. L’intuizione del cuore che porta al Vangelo - Chissà cosa spinse Barnaba ad affidare la propria vita a Cristo e poi a dedicarsi anima e corpo per la costruzione della comunità dei credenti. Di certo la sua scelta fu controcorrente e per questo è bello pensare che egli seguì un’intuizione del cuore: così egli mostra che il discernimento si fonda su una sintonia interiore che spesso supera ragioni e riflessioni razionali. La sua figura appare una ventina di volte negli Atti degli Apostoli e altre sei volte in alcune lettere di san Paolo e ciò dimostra l’autorevolezza guadagnata da questo "straniero". Era infatti nato a Cipro e aveva venduto tutto, donando il ricavato alla Chiesa nascente. Una Chiesa che la sua stessa opera contribuì a formare: fu tra i primi fedeli di Gerusalemme, portò l’annuncio del Risorto ad Antiochia e aiutò Paolo ad essere accettato dai cristiani, che nutrivano profonda diffidenza per l’ex persecutore. Accompagnò poi l’Apostolo delle genti nel suo primo viaggio. Barnaba partecipò al Concilio di Gerusalemme e sostenne la necessità di portare il Vangelo ai pagani e la missione nel Mediterraneo orientale. Secondo alcune fonti tardive sarebbe morto a Salamina, lapidato a causa della sua fede. (Matteo Liut)
 
Prima Lettura - Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto: “L’esperienza fatta durante il cammino nel deserto ha insegnato a Israele molte cose; per non dimenticarla, il libro del Deteuronomio - nei primi capitoli - cerca di interpretare quegli avvenimenti. La memoria aiuta ciascuno di noi a trovare le tracce dei gesti che Dio compie ogni giorno per salvarci, lungo il cammino dell’esistenza terrena.
 
Seconda Lettura - Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: Per l’apostolo Paolo la partecipazione alla mensa eucaristica crea nei fedeli un legame di comunione reale e indissolubile con il Corpo e il Sangue di Gesù, vittima di espiazione per i peccati del mondo (Cf. 1Gv 2,2). Inoltre crea, per Cristo, con Cristo e in Cristo, un’unità strettissima dei fedeli tra loro. L’Eucaristia è segno di unità, ma ne è anche la sorgente. Chi disprezza il Corpo e il Sangue di Cristo frantuma l’unità della Chiesa, di cui Cristo è sposo, capo e salvatore.
 
Sequenza
 
Vangelo
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
 
Il Corpo di Gesù è il vero pane vivo: chi mangia questo pane vivrà in eterno. Chi mangia il pane disceso dal cielo ha l’accesso all’albero della vita di cui Adamo era stato privato. La vita eterna è il dono ineffabile che Gesù dona a tutti coloro che credono in lui e si nutrono di lui realmente presente sotto le umili specie del pane e del vino nell’Eucaristia.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,51-58
 
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
 
Parola del Signore.
 
Io sono il pane vivo - Alla manna, il «pane del cielo» (Es 16,4; Ne 9,15; Sal 78,24; 105,40), con il quale il Signore Dio nutrì gli Israeliti per quarant’anni, lungo il cammino del deserto, Gesù oppone se stesso proclamandosi «pane vivo, disceso dal cielo».
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno... La elevatezza e la superiorità di questo pane, di cui la manna era solo una figura, sta nella capacità di donare, a colui che ne mangia, la «vita eterna».
La vita eterna è il dono messianico per eccellenza che Gesù dà a chi crede in lui (Cf. Gv 11,25ss) e si nutre di lui realmente presente sotto le umili specie del pane e del vino nell’Eucaristia.
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. In questa affermazione è «sottinteso: “data” o “consegnata”... Questa espressione concisa richiama 1Cor 11,24: “questo è il mio corpo che è per voi” [Cf. Lc 22,19]. Allusione alla passione. Ma Giovanni sostituisce la parola “corpo” con “carne”, che designava l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità [Gv 1,14]. Nel giudaismo l’espressione più complessa “la carne e il sangue” aveva lo stesso significato [Mt 16,17; 1Cor 15,50; Ef 6,12; Cf. i vv 56 e 57]» (Bibbia di Gerusalemme). Questo pane è Gesù stesso sacrificato sulla croce, è la sua carne, «ossia la sua persona umana, sacrificata per la salvezza dell’umanità con la passione e morte gloriosa» (Alberto Panimolle).
Dalla affermazione di Gesù si evince quindi una verità che da sempre è stata affermata dal Magistero della Chiesa: l’eucaristia «è anche un sacrificio [...] perché ripresenta [rende presente] il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto [...]. Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio: “Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi”. “E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo che “si offrì una sola volta in modo cruento” sull’altare della croce, [...] questo sacrificio [è] veramente propiziatorio» (CCC 1365-1367).
Come suggerisce il testo greco (lottavano allora gli uni con gli altri), l’affermazione di Gesù provoca nei suoi ascoltatori non una reazione di rigetto o di opposizione, ma una vera e propria lite: Allora i Giudei si misero a discutere aspramente.
Come può costui darci la sua carne da mangiare. La domanda retorica espressa dai Giudei sta a sottolineare tutta la loro incredulità, ma serve a Gesù per approfondire ulteriormente il suo discorso. Nel proseguo della sua rivelazione, Gesù non rettifica la sua affermazione, ma ne calca la shoccante materialità aggiungendo alla carne da mangiare il sangue da bere, una cosa sacrilega per i Giudei. Infatti, era severamente proibito dalla Legge assumere il sangue degli animali, perché era credenza comune che contenesse la vita (Cf. Gen 9,4; Lev 3,17; Dt 12,16.23-25; At 15,20.29). Gesù non parla per figura, bisogna masticare la sua carne e bere il suo sangue. Il verbo trogo usato in questi versetti è quello per parlare del cibarsi da parte degli animali (rodere, brucare). Forse Giovanni «usa questo verbo - che alla fine assumerà anch’esso in greco il significato generale di “mangiare” - per sottolineare plasticamente l’esperienza reale della carne e del sangue di Gesù. In questo senso, oltre al significato eucaristico [il pane e il calice], Giovanni rimanda alla morte di Gesù, che va “consumata” partecipandovi, per avere la vita» (Il Nuovo Testamento).
Oltre la vita eterna, che qui è connessa con la risurrezione nell’ultimo giorno per opera di Gesù, il pane vivo, disceso dal cielo porta con sé un altro ineffabile dono: la comunione perfetta con lui.
Infatti, in questo consiste la vita eterna: rimanere per sempre in comunione con Gesù. Tale rimanere in Gesù, fa sì che come Cristo vive «per il Padre» che gli dà la vita, così il fedele vive «per Gesù» che gli comunica questa stessa vita.
L’ultima affermazione di Gesù facendo da inclusione con il primo versetto della pericope evangelica, la conclude.
 
Per approfondire
 
Pierre Benoit (Dizionario di Teologia Biblica) - L’Eucaristia, sacramento di un nutrimento - 1. Il pasto, segno religioso. - Istituita nel corso di un pasto, l’eucaristia è un rito di nutrimento. Da tutta l’antichità, specialmente nel mondo semitico, l’uomo ha riconosciuto nel nutrimento un valore sacro, che è dovuto alla munificenza della divinità e procura la vita. Pane, acqua, vino, frutta, ecc., sono beni per cui si benedice Dio. Il pasto stesso ha valore religioso, perché il mangiare in comune stabilisce tra i commensali, e tra essi e Dio, legami sacri.
2. Dalle figure alla realtà. - Nella rivelazione biblica nutrimento e pasto servono quindi ad esprimere la comunicazione di vita che Dio fa al suo popolo. La manna e le quaglie dell’esodo, al pari dell’acqua sgorgata dalla roccia di Horeb (Sal 78,20-29), sono altrettante realtà simboliche ( Cor 10,3s), che prefigurano il dono vero che esce dalla bocca di Dio (Deut 8,3; Mt 4,4), la parola, vero pane disceso dal Cielo (Es 16,4).
Ora queste figure si compiono in Gesù. Egli è «il pane di vita», anzitutto con la sua parola che apre la vita eterna a coloro che credono (Gv 6,26-51a), poi con la sua carne e con il suo sangue dati da mangiare e da bere (Gv 6,51b-58). Queste parole che annunziano l’eucaristia, Gesù le dice dopo aver nutrito miracolosamente la folla nel deserto (Gv 6,1-15). Il dono, che egli promette e che oppone alla manna (Gv 6,31s.49s), si ricollega così alle meraviglie dell’esodo e nello stesso tempo è posto nell’orizzonte del banchetto messianico, immagine della felicità celeste, familiare al giudaismo (Is 25,6; scritti rabbinici) ed al Nuovo Testamento (Mt 8,11; 22,2-14; Lc 14,15; Apoc 3,20; 19,9).
3. Il pasto del Signore, memoriale e promessa. - L’ultima cena è come l’ultima preparazione di quel banchetto messianico dove Gesù ritroverà i suoi dopo la prova imminente. La «Pasqua compiuta» (Lc 22,15s) ed il «vino nuovo» (Mc 14,25par.), che egli gusterà con essi nel regno di Dio, li prepara in quest’ultimo pasto, facendo sì che pane e vino significhino la realtà nuova del suo Corpo e del suo sangue. Il rito della cena pasquale gliene offre l’occasione appropriata e ricercata.
Le parole che il padre di famiglia vi pronunziava sui diversi alimenti, ed in modo particolarissimo sul pane e sul terzo calice, conferivano loro una tale forza di evocazione del passato e di speranza del futuro, che, ricevendoli, i commensali rivivevano realmente le prove dell’esodo e vivevano in anticipo le promesse messianiche. Gesù si serve a sua volta di questo potere creativo che lo spirito semitico riconosceva alla parola, e lo accresce ancora con la sua sovrana autorità. Dando al pane e al vino il loro senso nuovo, egli non li spiega, ma li trasforma. Non interpreta, ma decide e decreta: questo è il mio corpo, cioè lo sarà d’ora innanzi. La copula «essere» - che indubbiamente mancava nell’originale aramaico - da sola non basterebbe a giustificare questo realismo, perché potrebbe anche esprimere soltanto un significato metaforico: «la messe è la fine del mondo; i mietitori sono gli angeli» (Mt 13,39). È la situazione ad esigere qui un senso stretto. Gesù non propone una parabola, in cui oggetti concreti aiuterebbero a far comprendere una realtà astratta; presiede un pasto, in cui le benedizioni rituali conferiscono agli alimenti un valore di altro ordine. E, nel caso di Gesù, questo valore è di un’ampiezza e di un realismo inauditi, che gli vengono dalla realtà implicata: la morte redentrice che, attraverso ad una risurrezione, sfocia nella vita escatologica.
 
Roberto Tufariello (Eucarestia in Schede Bibliche Pastorali) - Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo: Mediante l’eucaristia, il credente entra in una relazione di comunione con il Signore, che esclude ogni altra comunione. San Paolo cerca di evocare la profondità di tale comunione che si stabilisce con Cristo. La sua argomentazione è tutta piena del ricordo dell’ultima cena. La santa cena è per lui il pasto in cui si mangia alla tavola del Signore. A questa tavola, Cristo riceve i credenti e dispensa loro i suoi beni. Il suo compito dispensatore era già stato indicato dall’immagine della roccia. Ciò che si riceve a questa mensa, lo si riceve da Cristo. Egli, invisibile, ma presente nel pane e nel vino, dispensa i suoi doni alla Chiesa e la nutre della sua grazia. Come un giorno i discepoli, così ora i fedeli vengono alla sua mensa e ricevono da lui l’alimento vivificante. È lui che presiede la santa cena, come aveva presieduto quella del cenacolo. Per questo essa viene chiamata la cena del Signore.
Il pane e il vino, distribuiti dal Signore nella notte in cui fu immolato, erano il segno profetico ed efficace di quanto la volontà redentrice di Dio stava per realizzare, una volta per tutte, nella storia del suo figlio. Lo stesso significato ha la mensa che viene preparata in sua memoria. Il pane e il vino conservano, dopo l’evento salvifico di Cristo, quel significato che avevano, prima di tale evento, in maniera anticipata e profetica: essi sono i segni visibili ed efficaci della redenzione e della nuova alleanza. Partecipare al pane e al calice offerti da Cristo alla sua mensa, vuol dire aprirsi alle ricchezze della redenzione, perché diventino personali per ogni fedele; vuol dire aprirsi all’azione dello Spirito Santo, che prende possesso di ciascuno e vi rinnova interiormente la salvezza. Il pane è così veramente il segno del corpo di Cristo offerto per i peccati. Mangiandolo, il credente si pone nel disegno redentore che la morte di Cristo ha manifestato e attuato, e lo Spirito Santo opera in lui una comunione reale con Cristo, immolato per la salvezza degli uomini. Paolo può dire ai Corinti: «Il pane che spezziamo, non è comunione con il corpo di Cristo?». Come egli afferma, si tratta del pane che noi spezziamo, giacché il pane non è comunione al corpo di Cristo che per coloro che lo spezzano secondo le sue intenzioni, ed è segno salvifico solo per coloro che si avvicinano alla sua tavola nell’atteggiamento interiore del discepolo.
A sua volta, il calice è veramente il segno del sangue dell’alleanza, che Cristo ha fondato con la sua morte. Partecipando al calice, il cristiano si inserisce nel piano di salvezza di Dio, che risparmia i peccatori e li restituisce alla felicità del suo regno. Lo Spirito opera in essi una comu­nione reale con Cristo elevato nella gloria. Paolo può dire: «Il calice della benedizione col quale rendiamo grazie, non è comunione con il sangue di Cristo?».
 
Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere ... per umiliarti e metterti alla prova - Il volto di Dio che si svela a Mosè e al popolo eletto ha i tratti duri, le parole non danno scampo, la legge ferrea non permette trasgressioni di sorta.
L’esodo si concluderà con una catastrofe: un’intera generazione morirà nel deserto, non entrerà nella terra promessa e non gusterà i suoi succosi frutti. Mosè, «uomo di pietà ... amato da Dio e dagli uomini» (Sir 45,1), per aver proferito «parole insipienti» (Sal 106,33), dopo aver mirato la tanta agognata terra, morirà solo sul monte Nebo: non vi entrò, non ebbe il premio sperato dopo un lungo fedele servizio costellato da innumerevoli sofferenze, gelosie e da lunghi giorni passati nel digiuno e nella preghiera; l’unica ricompensa fu quella di riempirsi gli occhi con la visione di quella terra scintillante e di morire su quel monte nella più sconcertante solitudine, con gli occhi sazi e con il cuore amareggiato perché Dio gli aveva sbarrato il passaggio alla beatitudine del possesso.
Ma questo è il vero volto di Dio? Tale è la sua pedagogia? La sacra Scrittura nell’accennare a tali atteggiamenti. che a prima vista potremmo definire aggressivi, in verità celano l’amore di un Padre, geloso del suo popolo, innamorato dell’uomo, preoccupato della sua salvezza eterna.
Per tali motivi, tutto ha un senso: l’umiliazione è tesa a far capire a Israele che «l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore». Una bella lezione, attuale anche ai giorni nostri.
E perché l’uomo non si lagnasse, lo stesso trattamento, molti anni dopo, fu riservato al Figlio: al «Signore è piaciuto prostrarlo con dolori ... pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Is 53,10; Eb 5,8).
Mandato dal Padre a prendersi «cura della stirpe di Abramo» (Eb 2,17), fu schernito, umiliato, disprezzato, ingiuriato, beffeggiato; fu ridotto dai flagelli romani a una maschera di dolore e dagli sgherri per burla proclamato re: ma, egli obbediente alla volontà del Padre (Cf. Fil 2,8), «si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is  53,7).
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo ... fu eliminato dalla terra dei viventi, per l’iniquità del suo popolo fu percosso a morte (Cf. Is 53,8): al «Signore è piaciuto prostrarlo con dolori» (Is 53,10) e nessuno provò pena per la sua terrificante passione alla quale il Padre lo aveva abbandonato (Cf. Sal 22 [21],2; Mt 27,46; Mc 15,34).
Ma il Padre di Gesù non è un padre irato, tanto in collera da scaricare in modo inconsulto sul Figlio i castighi destinati all’umanità. Anche qui, nel dolore del giusto, c’è un senso, un valore immenso: Cristo Gesù «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9; Cf. Eb 2,10).
La stessa sorte è riservata ai discepoli del Nazareno crocifisso: «Ricordatevi che i vostri padri furono messi alla prova per vedere se davvero temevano il loro Dio. Ricordate come fu tentato il nostro padre Abramo e come proprio attraverso la prova di molte tribolazioni egli divenne l’amico di Dio. Così pure Isacco, così Giacobbe, così Mosé e tutti quelli che piacquero a Dio furono provati con molte tribolazioni e si mantennero fedeli» (Cf. Gdt 8,26; volg. 21b-23). Così tu, cristiano.
D’altronde, chi pretendi di essere? Tutta «la vita di Cristo fu croce e martirio; e tu pretendi per te riposo e gaudio?» (Imitazione di Cristo, lib. II, cap. 12). Nessuno può credersi tanto al riparo da sfuggire alla ferrea legge del chicco di grano: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). E anche qui c’è tutto l’amore del Padre, perché Egli castiga quelli che ama (Cf. Ap 3,19) e nella correzione l’uomo acquista un’esaltante certezza, quella di essere suo figlio; infatti, se « non subite correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete illegittimi, non figli!» ( Eb 12,8).
 
Alberto Magno (In e v. J o., ex p., VI.): Io, il disceso dal Cielo, sono il Pane vivo ... : cioè vivificante; il Cielo infatti è il principio di vita del cosmo, perché in Cielo vivono tutte le cose e nei Cieli è la vita beata. E chi si nutre di questo pane, cibandosene sacramentalmente e spiritualmente, o per lo meno spiritualmente, vivrà in eterno: e il pane è la mia carne, nascosta sotto la specie del pane ... Con questo sacramento Cristo ci ha uniti e ci ha congiunti allo Spirito della vita, affmché tutti ne siamo vivificati.
 
Signore del cielo e della terra,
che ci raduni in festosa assemblea
per celebrare il sacramento pasquale
del Corpo e Sangue del tuo Figlio,
fa’ che nella partecipazione
all’unico pane e all’unico calice
impariamo a condividere con i fratelli
i beni della terra e quelli del cielo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 6 Giugno 2026
 
Sabato IX Settimana del Tempo Ordinario
 
​​2Tm 4,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 70 (71); Mc 12,28b-34
 
Beato Odoardo Focherini - Dalla parte delle vittime di ideologie e totalitarismi: Lì dove ci sono oppressi, perseguitati, vittime di violenza si trova il cuore di Dio. Ed è su queste frontiere dell’umanità ferita che i cristiani sono chiamati a portare in prima persona la testimonianza di un Vangelo che cambia la storia. Si inserisce in questo orizzonte la profezia del beato Odoardo Focherini, testimone che non ebbe paura di opporre la luce del Risorto al buio dei totalitarismi, facendosi carico soprattutto delle vittime delle ideologie del suo tempo. Profezia che ben si coglie nelle parole scritte alla moglie il 3 agosto 1944 dal campo di concentramento in cui si trovava: «In ogni ora nella preghiera ci ritroveremo anche davanti a Dio per pregarlo di aiutarci, di proteggerci di darci luce e forza, coraggio e fede, di santificare e fruttificare a nostro vantaggio e per i nostri bimbi il nostro dolore». Anche nell’ora più buia la fiducia in Dio non era mai venuta meno. Focherini era nato a Carpi nel 1907, era cresciuto in Azione Cattolica e aveva sposato Maria Marchesi, con la quale ebbe sette figli. Era assicuratore ma collaborava con alcuni giornali cattolici come «L’Avvenire d’Italia». Venne arrestato per aver messo su una rete di aiuto per gli ebrei perseguitati dai nazifascisti e fu internato a Fossoli, Gries, Flossenburg e Hersbruck, dove infine morì tra il 24 e il 27 dicembre 1944. È beato dal 2013.  (Matteo Liut)
 
Prima Lettura - Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno - Setttimio Cipriani (Le lettere di Paolo): Il sicuro premio, che l’Apostolo si attende da Cristo al momento della sua «manifestazione» (v. 8) nel giorno della parusia («in quel giorno»: cioè il «giorno» per eccellenza), è detto «corona della giustizia» (v. 8) perché sarà dato solo a chi l’avrà meritato mediante la santità e la «giustizia».
Il passo contiene dunque la dottrina cattolica del «merito», per cui Dio si impegna con obbligo di giustizia («giusto giudice»: v. 8) a premiare coloro che hanno corrisposto alla sua grazia; il «merito» perciò non è una pretesa autonoma e arrogante dell’uomo verso Dio, ma l’incoronazione che Dio stesso fa dei suoi doni di gloria e d’amore liberamente accettati dall’uomo. Ecco come si esprime in un bellissimo passo S. Agostino, interpellando direttamente S. Paolo: «Con quale sicurezza reclama ciò che gli è dovuto, lui, al quale fu rimesso il debito del supplizio? Dillo pure al tuo Signore, dillo senza timore, dillo con certezza, dillo con pienissima fiducia: Io ero prima nella mia malizia, ma ho bene usato della tua misericordia, non dovutami. Corona perciò ora per debito, i tuoi doni. E questo basti» (Sermo 219, 5-6: P. L. 38, 1370-72).
La «corona della giustizia» non è messa in serbo solo per Paolo, a anche per tutti i buoni cristiani che, «amando», vivono nella trepida attesa del «ritorno» di Cristo.
 
Vangelo
Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri.
 
Gesù non teme di accusare palesemente di falso e di disonestà gli scribi notoriamente conosciuti come esperti interpreti della Legge. Sedutosi dinanzi al tesoro sembra prendersi un po’ di riposo contemplando la grandezza del tempio, dimora della gloria di Dio, ma non può non soffermarsi sulla ipocrisia di coloro che sfacciatamente si autoproclamano «maestri in Israele» (Gv 3,10). E questa volta lo fa con garbo, quasi in punta di piedi, evidenziando il gesto generoso di una vedova che mette nelle casse del tesoro tutta la sua sussistenza. È un modo spiccio per insegnare ai suoi discepoli la carità, quella delle occasioni ordinarie che non ha come contraccambio gli applausi degli uomini. La nota - due spiccioli, cioè un quadrante -, stando al testo greco, oltre a mettere in evidenza la miseria della donna, al dire del Ricciotti, fa percepire nel vangelo di Marco «uno spiccato sentore di romanità», perché «più frequenti che presso gli altri due Sinottici vi sono impiegati in greco vocaboli latini, come centurio [15,39.44], spiculator [6,27] [...]. Né si giustificherebbero se non perché indirizzate a lettori latini, precisazioni come queste: due minuzzoli [leptà] che è un quadrante, in cui si nomina la  moneta romana equivalente alle due greche [12,42]» (Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo). Questa critica interna del testo darebbe ragione, quindi, a chi vorrebbe che il Vangelo di Marco sia stato scritto a Roma quando infuriava la persecuzione scatenata da Nerone
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,38-44

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
 
Parola del Signore.
 
Guardatevi dagli scribi - La Passione è ormai alle porte e Gesù, pur sapendo che gli restano pochi giorni, non smette di insegnare alla folla che benevolmente lo assedia. Questa volta l’insegnamento ha il greve odore del rimprovero: una reprimenda rivolta agli scribi notoriamente conosciuti come ligi esecutori della Legge.
Gli «uomini del libro» vengono colti in tre momenti della loro vita: fra la gente comune, nelle cerimonie ufficiali, culto e banchetti, e nell’intimo della loro coscienza. Una presentazione cruda puntellata da duri epiteti che mettono in evidenza l’ipocrisia, la malevolenza e la disonestà lucida di uomini che invece avrebbero dovuto essere semplici, luminosi, umili, caritatevoli.
La lunga veste, forse il tallit, il mantello a righe bianche e azzurre ancora oggi in uso, e l’incedere fatto di piccoli passi conferiva ai notabili del paese solennità, importanza, ieraticità, quel contegno nobile di chi guarda dall’alto in basso. I luoghi preferiti naturalmente erano quelli più affollati: le piazze, i mercati, per mettersi in mostra, per pavoneggiarsi e ottenere gli applausi del popolo. Amavano anche i primi seggi nelle sinagoghe perché essendo a volte prossimi alla porta d’ingresso costringevano chi entrava a riverirli. Bramavano i primi posti nei banchetti per ostentare la loro amicizia con il padrone di casa ovviamente ricco e anche influente. A tanta ipocrisia aggiungevano la simulazione di una religiosità sterile, vuota e l’odiosa disonestà di predare le vedove divorando i loro beni. Per questi tali il giudizio è senza appello: «Essi riceveranno una condanna più grave». Riceveranno «molte percosse» perché «pur conoscendo la volontà del padrone» non hanno «disposto o agito secondo la sua volontà» (Lc 12,47).
La folla forse avrà applaudito. Certamente non tutti erano così, ma così erano coloro che si accanivano contro la predicazione e l’insegnamento del Cristo. Marco non registra reazioni, sembra che i contestatori abbiano incassato il colpo e si siano dileguati nelle tenebre dei loro vacui ragionamenti per continuare a complottare contro Gesù.
Sgomberato il campo, ora, Gesù sembra essere bene intenzionato a prendersi un po’ di riposo e si siede di fronte al tesoro.
Il tesoro era un locale posto in un atrio del tempio dove erano collocate tredici cassette destinate a raccogliere le elemosine il cui ricavato doveva servire per il buon funzionamento del tempio e del culto. Erano di ferro e il tintinnio della moneta che scivolava dentro, ai buoni intenditori, dava il reale ammontare delle offerte. Sulle cassette erano poste delle targhette su cui era indicata la destinazione dell’obolo. Per cui a volte stazionava lì un addetto del tempio il cui compito era di indicare, soprattutto a chi non sapeva leggere, la buca dove introdurre la moneta. Poi strillava il valore delle offerte, certamente quelle più consistenti, suscitando consensi di ammirazione. La nota di Marco - Tanti ricchi ne gettavano molte (12,41) - forse è esagerata, ma serve bene a mettere in evidenza l’insegnamento etico del seguito del racconto evangelico.
Tra i tanti paludati, applauditi a scena aperta, si fa spazio una povera vedova che getta nel tesoro «due monetine, che fanno un soldo». E così accade che il suono delle monete e lo strillone, denunciando l’esigua offerta, suscitano tra i presenti brontolii e mugolii di disapprovazione. Il tintinnio, lo strillo e i mugugni non sono sfuggiti nemmeno a Gesù ma con una risonanza nel suo cuore molto, molto diversa. Gesù a questo punto chiama a sé i discepoli che forse si erano allontanati per cicalare con i detrattori della povera donna. Li chiama per insegnare loro come Dio vede, valuta e giudica i gesti degli uomini, a differenza degli umani spesso prigionieri della loro effimera sapienza. Quello che conta agli occhi di Dio è il valore morale del dono non quello commerciale, perché Dio guarda il cuore (cfr. 1Re 16,7). È anche una lezione sulla carità. Quella spicciola, quella di tutti i giorni che non porta lo sporco della bava della superbia.
Ma c’è un altro insegnamento che dovrebbe lasciare insonni tutti i credenti. La vedova, facendo scivolare nel tesoro «tutto quanto aveva per vivere», compie un atto di fede pieno, totale. Dando tutto ha manifestato di fidarsi di Dio e lo ha fatto in un modo molto pratico, lo ha fatto non riservando nulla per sé e il suo futuro. Ha abbandonato tutte le sue sicurezze e si è affidata completamente a Dio sostenuta dalla certezza che il Signore, «Padre dei poveri e difensore delle vedove» (Sal 68,6), non l’avrebbe abbandonata. Questo gesto così diventa per la comunità cristiana un serio esame di coscienza: la mia fede è vissuta veramente come adesione totale a Dio? Tale adesione è tanto sconvolgente da impregnare tutto il mio cuore, tutta la mia mente, tutta la mia vita?
 
Per approfondire
 
Nella sua povertà, vi ha messo tutto - A Zarepta una vedova si fida del profeta Elia, a Gerusalemme una povera vedova si fida di Dio: entrambe danno tutto quello che avevano. Maestre impareggiabili: non con le parole, ma con la vita testimoniano di credere nella Provvidenza. Per una sua definizione si può ricordare quella di san Giovanni Damasceno: «La provvidenza consiste nella cura esercitata da Dio nei confronti di ciò che esiste. Essa rappresenta, inoltre, quella volontà divina grazie alla quale ogni cosa è retta da un giusto ordinamento» (Esposizione della fede ortodossa, 2,29). E il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La creazione ha la sua propria bontà e perfezione, ma non è uscita dalle mani del Creatore interamente compiuta. È creata “in stato di via” verso una perfezione ultima alla quale Dio l’ha destinata, ma che ancora deve essere raggiunta. Chiamiamo divina Provvidenza le disposizioni per mezzo delle quali Dio conduce la creazione verso questa perfezione. Dio conserva e governa con la sua Provvidenza tutto ciò che ha creato, “essa si estende da un confine all’altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa” [Sap 8,1]. Infatti “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi” [Eb 4,13], anche quello che sarà fatto dalla libera azione delle creature» (302).
È Gesù a chiedere ai suoi discepoli un filiale abbandono alla Provvidenza del Padre celeste: «Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?... Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,31-33; cfr. Mt 10,29-31).
In questo modo la Provvidenza diventa colonna portante dell’essere cristiani: essa è la porta perfetta che conduce il credente alla comunione personale con Dio e lo spinge ad amarlo come Padre provvidente che si prende cura dei più elementari bisogni dei suoi figli. Una vita cristiana che non crede alla Provvidenza è una vita pagana; se non è animata dalla Provvidenza è una vita atea, cioè senza Dio.
Un uomo che non crede alla Provvidenza crede al caso, al destino ... invece di credere che è immagine di Dio crede che è figlio di una scimmia ... ma il caso «non esiste... perché il caso è la Provvidenza degli imbecilli, e la Giustizia vuole che gli imbecilli non abbiano Provvidenza» (Léon-Marie Bloy, scrittore, filosofo, cattolico, 1847-1917).
E sempre Bloy, che certamente non era un imbecille, ebbe a scrivere: «Se si fosse capaci di raccogliere in un unico sguardo, come fanno gli angeli, tutti gli aspetti di un avvenimento e le concordanze o coincidenze, quasi sempre inosservate di un insieme di fatti, se si potesse, a forza di attenzione e di amore, riuscire a tenere insieme tutti i fili sparsi, si finirebbe certamente per intravedere il piano di Dio» (Diario, 28 maggio 1899).
Il segreto sta proprio lì, in quel saper cogliere tutti gli aspetti di un avvenimento e purtroppo non è cosa che possano fare gli imbecilli!
 
Vedove - Pierre Sandevoir (Dizionario di Teologia Biblica): Sola (Bar 4, 12-16), la vedova rappresenta un caso tipico di sventura (Is 47, 9). La sua condizione rende manifesto un duplice lutto: a meno di contrarre un nuovo matrimonio, essa ha perduto la speranza della fecondità; è rimasta senza difesa.
1. L’assistenza alle vedove. - Come l’orfano e lo straniero, la vedova è oggetto di una particolare protezione da parte della legge (Es 22, 20-23; Deut 14, 28-29; 24, 17-22) e di Dio (Deut 10, 17 s) che ascolta il suo lamento (Eccli 35, 14 s) e si fa il suo difensore e vendicatore (Sal 96, 6-10). Guai a coloro che abusano della sua debolezza (Is 10, 2; Mt 12, 40 par.). Gesù, come Elia, restituisce a una vedova il suo unico figlio (Lc 7, 11-15; 1 Re 17, 17-24) e affida Maria al discepolo prediletto (Gv 19, 26 s).
Nel servizio quotidiano della Chiesa primitiva, ci si preoccupa di sovvenire alle necessità delle vedove (Atti 6, 1). Se non hanno più parenti (1 Tim5, 16; cfr. Atti 9, 36-39), la comunità deve assumersene la responsabilità, come esige la pietà autentica (Giac 1, 27; cfr. Deut 26, 12 s; Giob 31, 16).
2. Valore riconosciuto alla vedovanza. - Già verso la fine del VT, si assiste alla nascita di una particolare stima per la vedovanza definitiva di Giuditta (Giudit 8, 4-8; 16, 22) e di Anna la profetessa (Lc 2, 36 s), consacrata a Dio nella preghiera e nella penitenza. In Giuditta balza agli occhi il contrasto tra la naturale debolezza e la forza attinta in Dio. Allo stesso modo Paolo, pur tollerando un secondo matrimonio, per evitare i pericoli di una cattiva condotta (1 Cor 7, 9. 39), e arrivando fino ad auspicarlo per le giovani vedove (1 Tim 5, 13-15), considera però migliore la vedovanza (1 Cor 7, 8) e vi vede una provvidenziale indicazione della necessità di rinunciare al matrimonio (7, 17. 24). Infatti, la vedovanza, al pari della verginità, è un ideale spirituale che apre all’azione di Dio e libera per il suo servizio (7, 34).
3. L’istituzione delle vedove. - Nella Chiesa, tutte le vedove devono essere irreprensibili (1 Tim 5, 7. 14). Certune, veramente sole, libere da ogni impegno familiare e aliene da ogni dissipazione, si dedicheranno alla preghiera (5, 5 s). Esiste anche un impegno ufficiale alla vedovanza permanente (5, 12). Vi sono ammesse solo vedove che siano state sposate una volta sola e abbiano raggiunto i sessant’anni (5, 9); è probabile che esercitassero funzioni caritative, perché dovevano fornire per il passato garanzie di dedizione (5, 10). L’ideale proposto alle vedove all’ultima tappa della loro esistenza si riassume quindi nella preghiera, nella castità e nella carità.
 
Il canto dei serafini - Girolamo, Lettera a Furia 54, 17: Passo ora alla vedova del Vangelo, una vedova che per quanto poveretta era più ricca di tutto il popolo d’Israele (cf. Me 12, 43; Lc 21, 3-4). Prendendo un piccolo seme di senape e mettendo il lievito in tre misure di farina, ha fatto sì che la grazia dello Spirito Santo le rendesse più facile accogliere la rivelazione del Padre e del Figlio. Mise pure due spiccioli nella cassetta del Tesoro: era tutta quanta la consistenza dei suoi beni; ma diede con essi la testimonianza della sua fede nei due Testamenti. Sono appunto questi i due serafini che incessantemente dicono i tre «Santo» alla Trinità (cf. Is 6, 2-3); sono nascosti nel tesoro della Chiesa e di lì si prende, con le molle formate dalle branche dei due Testamenti, il carbone ardente che purifica le labbra del peccatore (cf. Is 6,6-7).
 
O Dio, che nella tua provvidenza
tutto disponi secondo il tuo disegno di salvezza,
ascolta la nostra umile preghiera:
allontana da noi ogni male e dona ciò che giova al nostro vero bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.