19 Aprile 2026
III Domenica di Pasqua
At 2,14a.22-33; Salmo Responsoriale Dal Salmo 15 (16); 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35
Signore Gesù, facci comprendere le Scritture; arde il nostro cuore mentre ci parli. (Cf. Lc 24,32)
Intelligenza della Parola di Dio - Catechismo della Chiesa Cattolica: 108 La fede cristiana tuttavia non è una «religione del Libro». Il cristianesimo è la religione della «Parola» di Dio: di una Parola cioè che non è «una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente». Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ce ne sveli il significato affinché comprendiamo le Scritture.
119 «È compito degli esegeti contribuire, secondo queste regole, alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura, affinché, con studi in qualche modo preparatori, maturi il giudizio della Chiesa. Tutto questo, infatti, che concerne il modo di interpretare la Scrittura, è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare ed interpretare la Parola di Dio».
«Ego vero Evangelio non crederem, nisi me catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
1155 Inseparabili in quanto segni e insegnamento, le parole e le azioni liturgiche lo sono anche in quanto realizzano ciò che significano. Lo Spirito Santo non si limita a dare l’intelligenza della Parola di Dio suscitando la fede; attraverso i sacramenti egli realizza anche le «meraviglie» di Dio annunziate dalla Parola; rende presente e comunica l’opera del Padre compiuta dal Figlio diletto.
Liturgia della Parola
I Lettura - Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere: La prima lettura è una parte del discorso che Pietro pronunciò a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste. La risurrezione di Gesù poggia su due solide testimonianze ed è quindi veritiera (Cf. Dt 19,15; Mt 18,16). La prima testimonianza è quella della Sacra Scrittura, la seconda è quella degli Apostoli: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni». Il salmo 15 nel giudaismo veniva letto in chiave messianica e poteva servire, modificando lievemente la versione greca, come argomento per la fede nella risurrezione. Dalla Chiesa apostolica, questa applicazione messianica è stata vista verificata nella risurrezione di Cristo
II Lettura - Foste liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia: Nella seconda lettura, Gesù viene presentato come l’Agnello «senza difetti e senza macchia», immolato per la salvezza degli uomini. Il sacrificio di Gesù-Agnello era stato predestinato fin dalla creazione del mondo e manifestato negli ultimi tempi (Cf. Rom 16,25; 1Cor 2,7.10; Gal 4,4; Ef 3,5). Un disegno che prevedeva e predisponeva la salvezza di tutti gli uomini mediante l’incarnazione, la morte e risurrezione di Cristo, nonostante la loro insipienza e il loro abbrutimento nel peccato (Cf. Rom 1-3).
Vangelo
Lo riconobbero nello spezzare il pane.
L’intelligenza delle Scritture è un dono perfetto che viene dall’alto e discende dal Padre della luce (Cf. Gc 1,17): il credente, solo dopo aver incontrato Gesù risorto, può aprirsi alla conoscenza della Parola di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Parola del Signore
Gesù in persona apparve in mezzo a loro - L’evangelista Luca non vuole nascondere o minimizzare l’atteggiamento umano dei discepoli di fronte a Gesù risorto. Increduli, stupiti, spaventati (il testo greco ha atterriti), «i loro occhi erano impediti a riconoscerlo» (Lc 24,16).
Gli «Undici e quelli che erano con loro» trovano difficoltà nel credere alla risurrezione. Pensano di vedere un fantasma (spirito, pnèuma, nel testo greco). Credono di vedere «una persona defunta rievocata dalla loro fantasia allucinata e considerata come reale. Un’immagine illusoria, priva di corrispondenza con la realtà dei fatti» (Zingarelli).
Gesù incalza i discepoli e, dopo aver donato loro la pace, per dissipare le loro difficoltà li invita a guardare le sue mani e i suoi piedi che portano impresse le ferite dei chiodi e a toccare il suo corpo.
Questi verbi - guardare, toccare - ritornano spesso quando i discepoli devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù. Per esempio, san Giovanni nella sua prima lettera: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita - la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi - quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi» (1Gv 1,1ss).
L’incredulità si trasforma immediatamente in grande gioia: l’esperienza fisica - vedere, toccare, udire - sfocia nella fede perché la fede è incontro con una Persona. E il Cristo risorto è una Persona, non è l’elucubrazione mentale di visionari o invenzione fantastica di menti malate. Gesù risorto non è un fantasma! È vivo! Palpatemi, toccatemi, «sono proprio io!».
E indubbiamente il racconto lucano ha anche uno scopo didattico. Per dei cristiani «che vivevano in ambiente greco, dove le diverse filosofie insegnavano che l’anima vive separata dal corpo, dopo la morte, era importante affermare che Cristo risorto non era uno “spirito” immortale senza corpo [...], perciò san Luca vuole prima di tutto dire ai suoi lettori che Gesù è veramente risorto perché adesso vive di nuovo con il suo corpo, quel corpo che era stato dato alla morte sulla croce» (Settimio Cipriani).
Ma poiché per la grande gioia ancora non credono, Gesù, per vincere ogni resistenza li invita a mangiare con lui. Chiede qualcosa da mangiare a compròva che lui è una Persona viva e vera. Anche il verbo mangiare torna spesso nella memoria degli Apostoli quando devono dare testimonianza della risurrezione di Gesù (Cf. Atti 1,3-4; 10,41).
Il corpo del Risorto è impassibile e di conseguenza non ha più bisogno di nutrirsi, ma il Signore Gesù ricorre a questo espediente per confermare i discepoli nella verità della sua risurrezione.
Ma si trattò di un vero pasto? Al dire di san Tommaso d’Aquino ci sono «dei pasti che sono veri solo come verità figurata: per esempio il mangiare degli Angeli... Ora il mangiare di Cristo dopo la Risurrezione fu vero... tuttavia non c’erano gli effetti conseguenti alla masticazione, perché il cibo non era assimilato da chi ne mangiava, avendo un corpo glorificato e incorruttibile» (In Jo. ev., 122,8).
Se il mangiare è un’azione frequente nelle apparizioni pasquali, questi pasti del Risorto con i discepoli hanno anche una dimensione liturgico-eucaristica: l’Eucaristia è stare a mensa con il Signore risorto. Quindi, san Luca, con mirabili pennellate, vuole dipingere la vita della Chiesa dopo la risurrezione del suo Fondatore: Gesù Cristo mangia e conversa con i suoi discepoli, apre loro l’intelligenza alle Scritture, li istruisce e li dispone a ricevere lo Spirito Santo, la promessa del Padre.
Gesù, fugato ogni dubbio, istruisce i discepoli intorno alla sua missione terrena, una missione di salvezza da sempre pensata dal Padre: «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me... Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti».
La necessità della morte orrenda di Gesù sulla croce rivela quindi l’amore infinito del Padre e del Figlio. Quest’ultimo si è offerto volontariamente alla morte di croce per amore e non perché costretto da condizioni esterne alla sua volontà. Non erano stati gli uomini a determinare la fine atroce del Verbo umanato, come erano stati tentati di credere gli stessi discepoli. Il fallimento umano della vicenda umana del Cristo in verità rientrava nel piano di salvezza di Dio: al di sopra degli uomini e per mezzo degli uomini, anche degli stessi aguzzini che avevano crocifisso il Figlio, il Padre ha realizzato il suo disegno di amore, «creando in tal modo le condizioni nelle quali Cristo avrebbe espresso il massimo della sua capacità di “amare” e di “obbedire” [...]. Il “segno supremo” dell’amore è la sua morte di croce che egli già “sa” da sempre [...]. Proprio perché Cristo “conosce” la volontà del Padre, il suo donarsi alla morte è un gesto di generosità e di “obbedienza”. Egli vive e muore non per sé, ma “per gli altri”» (Settimio Cipriani).
Ora, pieni di luce e ricolmi di verità, i discepoli possono accogliere le ultime istruzioni del Risorto: nel suo nome devono andare in tutto il mondo a predicare a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme, che rimane così al centro della storia e della salvezza e di lì diffondersi progressivamente sino agli estremi confini della terra.
Per approfondire
Il fatto della risurrezione - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Il Signore appare all’improvviso in mezzo agli Apostoli. Questi hanno di nuovo paura e non riescono a comprendere il fatto, sebbene ora sia già preceduto l’annunzio delle donne, di Simone e dei discepoli di Emmaus. Per questi Apostoli l’avvenimento è talmente inconcepibile che Gesù deve proprio farlo toccar loro con mano: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». E poiché neanche ora sono sicuri e ardiscono appena di guardare in faccia la realtà, chiede loro: «Avete qui qualche cosa da mangiare?».
E allora mangia davanti ai loro occhi. Ora non possono più sottrarsi all’evento. Gesù è presente fisicamente. La sua vita di risuscitato non è una sopravvivenza spirituale, ma un’esistenza corporea.
Si nota qui un altro fatto. Quando si dice: «mostrò loro le mani e i piedi» e quando Gesù aggiunge: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!», si rende chiaro che anche dopo la risurrezione egli ha i segni della crocifissione, le cicatrici. È dunque il crocifisso, che è risorto col suo stesso corpo. L’Apocalisse chiamerà il Signore glorioso «l’Agnello ucciso». Le cicatrici devono ricordare che il suo corpo è un corpo immolato e che la crocifissione è l’offerta di un sacrificio. Così la crocifissione del Signore non è soltanto un fatto storico, che si concentrò nel breve spazio di alcune ore, ma è un evento sempre permanente e sempre operante, poiché perdura l’oblazione. Il Signore glorioso è sempre l’immolato Signore, così che perdura l’efficacia del suo sacrificio.
Eucaristia memoria sacramentale - Antonio Donghi: Gesù, durante l’Ultima Cena, ci ha lasciato la memoria della redenzione perché la Chiesa di tutti i tempi vivesse in modo incessante il dono della sua Pasqua. Rivivendo il racconto liturgico dell’ultima cena veniamo introdotti nel cuore di Cristo quando ci ha consegnato il memoriale della sua Pasqua. «Quando fu l’ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui ... E preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio. Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi» (Lc 22,14-20). Questa scarna ed essenziale narrazione è il cuore di ogni messa.
La celebrazione eucaristica costituisce la memoria sacramentale nella quale la Chiesa accoglie e rivive, mediante il segno, la morte del suo Signore in obbedienza al suo volere. In tale atteggiamento essa diviene contemporanea con il gesto di Gesù e assume tutti i suoi significati per essere in lui e con lui e a lui ricongiunta nella luminosità del regno. Questa fecondità celebrativa scaturisce dal fatto che il cristiano nel battesimo ha ricevuto il dono della contemporaneità con il Maestro e nel coinvolgimento celebrativo vive insieme ai fratelli l’essere nella morte di Gesù per crescere nell’esperienza della risurrezione, in attesa del mirabile evento della parusia. Gesù, lasciando il segno della sua continua presenza nell’atteggiamento di offerta al Padre per l’umanità, ci ha comunicato un dono così grande che nel corso della storia il mistero eucaristico è stato sì oggetto di una molteplicità di letture e di interpretazioni, ma ha costruito la vita mistica di ogni discepolo di Gesù. La Chiesa, lasciandosi coinvolgere nella dinamica sacramentale della celebrazione, viene resa partecipe dell’esperienza pasquale del suo Signore e gode d’attenderlo alla fine della storia per essere definitivamente associata al suo mistero di gloria.
Guglielmo di Saint-Thierry: De natura et dignitatis amoris, IV, 31: ... aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture ... : perché cominciassero non solo ad avere l’intelligenza, ma anche per così dire a palpare e toccare con quella sorta di mano che è l’esperienza il senso interiore delle Scritture e la potenza dei misteri e dei segreti di Dio. Ciò non avviene se non attraverso un senso della coscienza, un apprendimento dato da un’esperienza in grado di comprendere, più ancora, di leggere entro se stessa e di sentire la bontà e la potenza di Dio che l’azione della grazia opera in bontà sovrana con potenza efficace nei Figli della grazia. Allora finalmente la sapienza compie ciò che è suo; allora essa istruisce su ogni cosa mediante la sua unzione quanti giudica degni; allora dà impronta e forma a tutto ciò che è nostro, pacificato ormai e ingentilito da quest’unzione, ponendovi il sigillo della bontà di Dio. E se trova qualcosa di duro o di rigido lo schiaccia e lo spezza, finché l’anima santa, ricevuta la gioia della salvezza di Dio e sostenuta dallo spirito sovrano della sapienza, lieta canti a Dio: È impressa su di noi, Signore, la luce del tuo volto. hai messo gioia nel mio cuore (Sal 4,7). In tal senso il Signore ha detto: Questa è la vita eterna: conoscere Te, unico vero Dio, e Colui che tu hai inviato: Gesù Cristo (Gv 17,3).
Testimoni di Cristo - Beato Giacomo Duckett Martire († Tyburn, Inghilterra, 19 aprile 1602): Nasce a Gilfortrigs in Inghilterra e cresce nella fede protestante. Da giovane diventa apprendista stampatore a Londra e venendo a contatto con il libro «Il fondamento della religione cattolica», che lo porta alla conversione. Affrontando con coraggio tutte le difficoltà viene mandato in prigione per due volte ed entrambe le volte lo stampatore presso cui lavora lo aiuta ad uscire, ma alla fine gli chiede di trovarsi un altro lavoro.
Dopo essere stato accolto dalla Chiesa cattolica sposa una vedova. Dal matrimonio nascerà un figlio che si farà monaco. James si impegna a fondo per la diffusione della stampa cattolica. A causa di questa attività passa nove, dei suoi dodici anni di matrimonio, in prigione. Alla fine viene condannato a morte a causa di un testimone che dichiara di aver procurato libri cattolici a Duckett. Ma la testimonianza costerà la vita a entrambi: James Duckett venne impiccato nel 1602. (Avvenire)
O Dio, che in questo giorno santo
raduni la tua Chiesa pellegrina nel mondo,
donaci di riconoscere il Cristo crocifisso e risorto
che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture
e si rivela a noi nello spezzare il pane.
Egli è Dio, e vive e regna con te.