9 Febbraio 2026
Lunedì V Settimana T. O.
1Re 8,1-7.9-13; Salmo Responsoriale dal Salmo 131 (132); Mc 6,53-56
Gesù annunciava il vangelo del Regno e guariva ogni sorta di malattie e infermità nel popolo. (Cf. Mt 4,23 - Acclamazione al Vangelo)
D. Mollat: Quando, nel corso del sec. II, la parola «vangelo» incominciò a designare la relazione scritta della vita e degli insegnamenti di Gesù, non perdette tuttavia il suo significato primitivo. Continuò ad indicare la buona novella nella salvezza e del regno di Dio in Cristo. «Questo vangelo - scrive S. Ireneo - gli apostoli l’hanno da prima predicato. Poi, per la volontà di Dio, ce l’hanno trasmesso nelle scritture, affinché diventi la base e la colonna della nostra fede». Il vangelo, proclamato nel corso della liturgia, annunzia al mondo la buona novella e la sua liberazione ad opera di Gesù Cristo. Rispondendo, l’assemblea manifesta lo slancio e l’esultanza del primo incontro del mondo con la novità del vangelo.
Liturgia della Parola
I Lettura: Salomone ha portato a termine la costruzione del tempio. La consacrazione si compie con il sacrificio di pecore e giovenchi, in tal numero che non si potevano contare né si potevano calcolare per la quantità. Dio gradisce il sacrificio e la sua gloria riempie il tempio. La manifestazione di Dio è velata, si manifesta infatti nella nube oscura, ma allo stesso si rivela al suo popolo, nella luminosità della gloria. Il tempio è stato costruito perché Dio vi dimorasse in eterno, ma le vicende personali di Salomone spoglieranno il popolo d’Israele di questa immensa ricchezza.
Vangelo
Quanti lo toccavano venivano salvati.
Gesù non si infastidisce, e non perde la pazienza dinanzi a una invasione di campo un po’ indiscreta; le folle lo seguono e lo inseguono dovunque udivano che egli si trovasse. I malati vogliono raggiungere le prime file per vederlo, per toccarlo perché sapevano che in questo modo venivano sanati. Gesù si “fa toccare”, è straordinaria la sua mitezza e la sua bontà. Sono i malati che hanno bisogno del medico, e lui è venuto in mezzo agli uomini per guarirli dalla lebbra del peccato e salvarli, così come ci suggerisce l’evangelista Marco: “… quanti lo toccavano venivano salvati”.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,53-56
In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono.
Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati, dovunque udivano che egli si trovasse.
E là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati.
Parola del Signore.
Mario Galizzi (Vangelo secondo Marco): I tre versetti possono essere classificati nella categoria dei «sommari» a sintesi che ogni tanto l’evangelista fa per riassumere un periodo di attività di Gesù e per allacciare le diverse parti del suo racconto. Considerato in se stesso, il sommario non sembra apportare nuovi approfondimenti alla conoscenza di Gesù e delle relazioni Gesù-folle a Gesù-discepoli.
Il modo di agire della gente è in linea con l’episodio di quella donna che perdeva sangue (5,23-36). La fede è semplice: vogliono toccare Gesù per essere guariti dai loro mali. Comunque Marco non si sofferma a discutere sulla fede della folla e neppure specifica da quali malattie sono stati guariti.
Interessante è invece quello che Marco sottintende in questo sommario. Gesù non prende nessuna iniziativa e neppure si mette, come tante altre volte, a insegnare (vedi per esempio 6,34). La sua immagine è di uno che vuole andare altrove. Se infatti facciamo un confronto dei dati geografici riportati da Marco, dobbiamo concludere che Gesù è approdato in un territorio dove non voleva andare. Dall’imprecisato luogo della moltiplicazione dei pani costrinse i discepoli a imbarcarsi e a precederlo sull’altra riva, verso Betsaida (6,45), una città che si trova ad est del punto in cui il fiume Giordano si immette nel mare di Tiberiade, e invece a causa del vento approdarono sulla sponda opposta, nella regione di Genesaret.
Sull’ultima considerazione si può innestare, a quanto sembra, la linea di condotta scelta da Gesù. Egli ha raggiunto i suoi discepoli che non erano riusciti a precederlo a Betsaida, ma lo ha fatto perché vuole continuare a rimanere solo con loro. Il suo vagare attraverso città, paesi e campagne non è che l’inizio di quel viaggio in terra straniera di cui presto si parlerà. Anche l’incontro con la gente e poi con i farisei e gli scribi (7,1-13) è puramente casuale e dev’essere interpretato in base alla relazione Gesù-discepoli. Prendiamolo quindi come un continuo rivelarsi di Gesù ai discepoli e personalmente continuiamo a confrontarci con Gesù che si rivela, in attesa che lo stesso Marco metta sotto critica questo confronto.
Per approfondire
J. Brière: ARCA DI ALLEANZA: La presenza di Dio in Israele si manifesta in vari modi. L’arca ne è uno dei segni visibili a duplice titolo:
- in una cassetta di 125 x 75 x 75 cm. sono racchiuse le dieci parole scritte dal dito di Dio sulla pietra (Deut 10, 1-5);
- questa cassetta, ricoperta da una lamina d’oro, il «propiziatorio», e sormontata dai cherubini, è il trono e lo sgabello di Jahvè (Sal 132, 7; 1 Cron 28, 2). Così Jahvè «che siede sui cherubini» (1 Sam 4, 4; Sal 80, 2) custodisce sotto i suoi piedi la sua parola.
L’arca, riparata sotto la tenda, è come il santuario mobile che accompagna Israele dalle origini, alla partenza dal Sinai, fino alla costruzione del tempio dove sarà collocata. Da questo momento esso passa in primo piano e l’arca perde importanza e non se ne parla più nei testi; senza dubbio sparisce assieme al tempio al momento dell’esilio. Sembra che nel secondo tempio il propiziatorio sia stato nel culto il sostituto dell’arca.
Con l’arca il Dio dell’alleanza manifesta la sua presenza in mezzo al popolo - per guidarlo e proteggerlo, - per far conoscere la sua parola ed ascoltare la preghiera.
I. DIO PRESENTE MEDIANTE LA SUA AZIONE: L’arca è il segno concreto della presenza attiva di Dio durante l’esodo e la conquista della terra promessa. L’annotazione più antica (Num 10, 33) mostra Dio che in tal modo guida egli stesso le marce del suo popolo nel deserto; lo spostamento dell’arca è accompagnato da un canto bellico (10, 35; 1 Sam 4, 5): essa è l’emblema della guerra santa ed attesta la parte che Jahvè stesso, «valente guerriero» (Es 15, 3; Sal 24, 8), prende alla realizzazione della promessa: passaggio del Giordano, presa di Gerico, lotta contro i Filistei.
Nel santuario di Silo, in relazione con l’arca, appare l’espressione Jahvè-sabaoth (1 Sam 1, 3; 4, 4; 2 Sam 6, 2). A motivo di questa storia di guerre l’arca conserva un carattere sacro, ad un tempo terribile e benefico. La si identifica con Dio, dandole il suo nome (Num 10, 35; 1 Sam 4, 7).
Essa è la «gloria di Israele» (1 Sam 4, 22; cfr. Lam 2, 1), la forza del potente di Giacobbe (Sal 132, 8; 78, 61), la presenza del Dio santo in mezzo al suo popolo; esigenza di santità in chi le si vuole accostare (1 Sam 6, 19 s; 2 Sam 6, 1-11), essa manifesta la libertà di Dio, che non si lascia annettere dal popolo, pur continuando ad agire in suo favore (1 Sam 4 - 6).
La storia dell’arca conosce nello stesso tempo il suo coronamento ed il suo termine quando David la fa entrare solennemente fra la gioia popolare in Gerusalemme (2 Sam 6, 12-19; cfr. Sal 24, 7-10), dove trova il suo luogo di riposo (Sal 132; 2 Cron 6, 41 s), e quando infine Salomone la colloca nel tempio (1 Re 8). Fino allora l’arca mobile era in qualche modo a disposizione delle tribù; secondo la profezia di Nathan (2 Sam 7) l’alleanza passa attraverso la famiglia di David, che ha fatto l’unità del popolo: Gerusalemme ed il tempio erediteranno i caratteri propri dell’arca.
II. DIO PRESENTE MEDIANTE LA SUA PAROLA: L’arca è nello stesso tempo il luogo della parola di Dio. Anzitutto perché, contenendo le due tavole della legge, perpetua in Israele la «testimonianza» che Dio rende a se stesso, la rivelazione che fa della propria volontà (Es 31, 18) e la risposta che Israele ha dato a questa parola (Deut 31, 26-27). Arca d’alleanza, arca della testimonianza, queste espressioni designano l’arca in relazione alle clausole dell’alleanza incise sulle tavole per le due parti.
L’arca prolunga in certo qual modo, l’incontro del Sinai. Durante le marce nel deserto, Mosè, quando vuole consultare Jahvè, ottenere da lui una parola per il popolo (Es 25, 22) o, viceversa, pregare in favore del popolo (Num 14), entra nella tenda; lì, al di sopra dell’arca, Jahvè gli parla e «conversa con lui come con un suo amico» (Es 33, 7-11; 34, 34; Num 12, 4-8). Più tardi, Amos presenterà la sua predicazione derivante dall’arca come da un nuovo Sinai (Am 1, 2), e proprio mentre prega davanti all’arca, Isaia riceve la sua vocazione profetica (Is 6). Analogamente «dinanzi» all’arca il fedele viene ad incontrare Dio, sia per ascoltare la sua parola come Samuele (1 Sam 3), sia per consultarlo tramite i sacerdoti, custodi e interpreti della legge (Deut 31, 9 ss), sia per pregarlo come Anna (1 Sam 1, 9) o David (2 Sam 7, 18). Una specie di «devozione» all’arca che passerà anch’essa al tempio (preghiere di Salomone 1 Re 8, 30, e di Ezechia 2 Re 19, 14).
J. Giblet e P. Grelot: GESÙ DINANZI ALLA MALATTIA 1. Durante il suo ministero, Gesù trova ammalati sulla sua strada.
Senza interpretare la malattia in una prospettiva di retribuzione troppo stretta (cfr. Gv 9, 2 s), egli vede in essa un male di cui soffrono gli uomini, una conseguenza del peccato, un segno del potere di Satana sugli uomini (Lc 13, 16). Ne prova pietà (Mt 20, 34), e questa pietà guida la sua azione.
Senza soffermarsi a distinguere ciò che è malattia naturale da ciò che è possessione diabolica, «egli scaccia gli spiriti e guarisce coloro che sono ammalati» (Mt 8, 16 par.). Le due cose vanno di pari passo. Manifestano entrambe la sua potenza (cfr. Lc 6, 19) ed hanno infine lo stesso senso: significano il trionfo di Gesù su Satana e la instaurazione del regno di Dio in terra, conformemente alle Scritture (cfr. Mt 11, 5 par.).
Non già che la malattia debba ormai sparire dal mondo, ma la forza divina che infine la vincerà è fin d’ora in azione quaggiù. Perciò, dinanzi a tutti gli ammalati che gli esprimono la loro fiducia (Mc 1, 40; Mt 8, 2-6 par.), Gesù non manifesta che una esigenza: credere, perché tutto è possibile alla fede (Mt 9, 28; Mc 5, 36 par.; 9, 23). La loro fede in lui implica la fede nel regno di Dio, ed è questa fede a salvarli (Mt 9, 22 par.; 15, 28; Mc 10, 52 par.).
2. I miracoli di guarigione sono quindi in qualche misura un’anticipazione dello stato di perfezione che l’umanità ritroverà infine nel regno di Dio, conformemente alle profezie. Ma hanno pure un significato simbolico relativo al tempo attuale. La malattia è un simbolo della stato in cui si trova l’uomo peccatore: spiritualmente, egli è cieco, sordo, paralitico ... Quindi la guarigione del malato è anche un simbolo: rappresenta la guarigione spirituale che Gesù viene ad operare negli uomini. Egli rimette i peccati del paralitico e, per dimostrare che ne ha il potere, lo guarisce (Mc 2, 1-12 par.).
Questa portata dei miracoli-segni è messa in rilievo soprattutto nel quarto vangelo: la guarigione del paralitico di Bezatha significa l’opera di vivificazione compiuta da Gesù (Gv 5, 1-9. 19-26), e quella del cieco nato fa vedere in lui la luce del mondo (Gv 9). I gesti che Gesù compie sugli ammalati preludono così ai sacramenti cristiani. Egli infatti è venuto quaggiù come il medico dei peccatori (Mc 2, 17 par.), un medico che, per togliere le infermità e le malattie, le prende su di sé (Mt 8, 17 = Is 53, 4). Tale sarà di fatto il senso della sua passione: Gesù parteciperà alla condizione dell’umanità sofferente, per poter trionfare infine dei suoi mali.
Quanti lo toccavano venivano salvati: «Nell’orlo della veste si può vedere la carne di lui assunta, e per cui mezzo giungiamo alla conoscenza della Parola di Dio, e possiamo godere della sua maestà» (Girolamo, Comm. In Matth., XIV).
I Testimoni di Cristo - Mario Sgarbossa (I Santi e i Beati) - Sant’Apollonia Vergine e Martire nel 249: Diaconessa quarantenne di Alessandria, era dedita al servizio della Chiesa secondo la tradizione apostolica di affidare ai diaconi e alle diaconesse i compiti caritativi e assistenziali. Di questa martire, molto popolare nella devozione e nel culto, benché ora sia stato limitato alle Chiese locali, parla il vescovo di Alessandria, Dionigi, in un lettera a Fabio di Antiochia.
Un suo concittadino, scrive il vescovo, «maligno indovino e cattivo poeta», aveva sobillato la popolazione contro i cristiani. Pareva proprio che la folla attendesse il segnale: «Tutti si gettarono sulle case dei cristiani; ognuno entra presso quelli che conosce, presso i vicini, saccheggia e devasta. Portano via, nelle pieghe delle vesti, tutti gli oggetti preziosi, gettano via le cose senza valore. Si sarebbe detta una città presa e saccheggiata dal nemico. I pagani presero poi l’ammirabile vergine Apollonia, già avanzata in età. Le colpirono le mascelle e le fecero uscire i denti. Poi, avendo dato fuoco a un rogo fuori dalla città, la minacciarono di gettarvela viva.
Ella chiese che la lasciassero libera un istante; ottenuto ciò, saltò rapidamente nel fuoco e fu consumata», creando al tempo stesso un grosso problema di ordine morale, oltre che umano: è lecito cercare volontariamente la morte per non venir meno alla fedeltà a Cristo? Il Martirologio romano anteriore al 1970 non si pone la questione e sottolinea semplicemente il suo gesto di generosa e incondizionata offerta a Cristo: «Apollonia si gettò spontaneamente nella pira, essendo accesa dentro di sé dalla più forte fiamma dello Spirito santo». Quel gesto suscitò emozione oltre i confini dell’Africa, e in varie città europee, compresa Roma, vennero erette chiese in suo onore. La martire, per la tortura subita, è invocata da chi soffre il mal di denti.
Gli artisti la raffigurarono con un paio di rudimentali pinze in mano, i ferri del mestiere dei denti, simbolo della sua tortura.
Custodisci sempre con paterna bontà
la tua famiglia, o Signore,
e poiché unico fondamento della nostra speranza
è la grazia che viene da te,
aiutaci sempre con la tua protezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.