3 Aprile 2026
 
Venerdì Santo - Passione del Signore
 
Is 52,13 - 53,12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 30 (31); Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1–19,42
 
Introduzione
 
Conferenza Episcopale Italiana
 
«Divenne causa di salvezza eterna per tutti»
 
Oltre il patire - Le letture della Liturgia della Passione del Signore approfondiscono i temi teologici del mistero pasquale introdotti nella Domenica delle Palme ed esplicitati nella Messa nella Cena del Signore, con particolare riferimento alla figura del servo che ben descrive le modalità dell’azione salvifica di Gesù Cristo. La prima lettura (Is 52,13-53,12) è tratta dal “Quarto canto del servo del Signore” di Isaia. Il testo, riprendendo e sviluppando la descrizione del servo sofferente, amplifica la prospettiva salvifica, superando il momento del dolore e introducendo ad una nuova dimensione di luce. Il brano dà anche il tono alla liturgia del Venerdì Santo, che non va necessariamente vissuta concentrandosi in modo parziale sui patimenti e sulla morte di Gesù, ma in modo più autentico sperimentata come annuncio di una morte vittoriosa: il mistero della passione lascia già intravvedere il riflesso della luce e della vita senza fine. Fin da subito ascoltiamo: «Il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato, innalzato grandemente», come un anticipo dell’annuncio della Risurrezione che ben presto sarà celebrato nella sua pienezza. Il rito ci aiuta a entrare nel paradosso della salvezza divina che oltrepassa e trasfigura il dolore. Infatti, quanto accade al servo sofferente si manifesta come una novità per il mondo, un’azione divina che entra nella storia spalancando una prospettiva di vita nuova. I potenti «vedranno un fatto mai a essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito»; tale novità pone il credente davanti al l’esigenza di ammettere che Dio rende possibile oltrepassare tutto ciò che sfigura l’umanità. Di fronte a tanta violenza, disprezzo della vita, pur davanti all’abisso del male che si abbatte sul servo, Isaia esprime attraverso la significativa congiunzione avversativa «eppure» il senso di tutto ciò che è accaduto: «Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze» (53,4). Essa è la parola dei profeti, capaci di annunciare che nella storia c’è una realtà diversa da quella che immediatamente appare: non un castigo dell’umanità, ma un intervento salvifico di Dio; essa è la parola del credente, che sa vedere oltre i limiti, oltre il dolore, oltre la morte, per accogliere dal Signore il dono di una vita rinnovata.
Un sommo sacerdote reso perfetto - Il brano della Lettera agli Ebrei della seconda lettura (Eb 4,14-16) interpreta il senso della sofferenza vicaria del servo sofferente secondo la funzione d’intercessione del sommo sacerdote del tempio ebraico. A capo della comunità religiosa del popolo ebraico, il sommo sacerdote presiedeva l’offerta dei sacrifici e, con particolare rilevanza, nel giorno dell’espiazione dei peccati nello Yom Kippur, era l’unico che poteva entrare nello spazio del Santo dei Santi del tempio per presentarsi al cospetto di Dio ad intercedere per il perdono dei peccati del popolo. Si afferma che Cristo è il «sommo sacerdote grande», quasi con una sorta di ripetizione per enfatizzare il ruolo di definitiva intercessione presso il Padre per la remissione ultima dal peccato. A differenza del sacerdote del tempio egli non si erge sopra il popolo per presentarsi a Dio, ma viene dal Cielo per presentarsi agli uomini e, come il servo isaiano che si fa carico delle sofferenze, Cristo colma ogni distanza tra Dio e l’umanità nel «prendere parte alle nostre debolezze». Gesù è la manifestazione della piena solidarietà di Dio con gli uomini e la realizzazione del suo piano di salvezza attraverso la misericordia del perdono. La sua vita è stata una missione sacerdotale nel senso che ha riaffermato, attraverso l’obbedienza alla volontà divina, la sacralità della vita umana. Ancora una volta il passaggio è chiaro: la passione, il dolore e la morte sono trasfigurati dal l’amore dell’offerta di sé. Tale amore oblativo ha «reso perfetto» il sacrificio di Gesù, diventando motivo di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono, ovvero che si lasciano incontrare da questo amore e lo realizzano nella propria esistenza: «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia» (v. 16).
La signoria dell’amore - Al centro dell’azione liturgica si colloca l’ascolto del racconto della Passione di Gesù secondo il Vangelo di Giovanni (Gv 18,1-19,42). San Paolo ci ricorda che la fede nasce dall’ascolto (cfr. Rm 10,17) e la proclamazione del Passio ci mette precisamente davanti alla questione religiosa fonda mentale di che cosa sia la fede: certamente essa è aderire ad un deposito dogmatico di verità rivelate, ma anche, e in modo decisivo, è «fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede» (Eb 11,1). “Sperare” e “vedere” raccolgono tutta l’esperienza del vivere umano, fondato sulla ricerca del senso di ciò che si vive. La narrazione della passione e della morte di Gesù sono la testimonianza del “come” egli abbia cercato il senso nel dramma dell’esistenza, per arrivare a trovarlo nel contenuto della sua fede: l’alleanza d’amore perfetta con il Padre. A partire dall’ultima cena condivisa con i suoi discepoli, Gesù si consegna all’obbedienza della fede, confidando in ciò che ha intuito come di più vero per la sua vita e che lo sosterrà nella sua ora più tragica. Nel racconto giovanneo la fede di Gesù risalta nella postura di colui che domina ciò che sembra debba essere inesorabilmente subito. Gesù, infatti, si manifesta Signore della passione e Signore della morte; dalla croce domina come vero re che smaschera la vanità dei poteri religiosi e civili del mondo. Egli a testa alta, con lo sguardo fissato su quell’oltre che, per la fede, già contempla come certezza, accoglie la cattura, si sottopone all’interrogatorio sommario di Anna e Caifa, accetta il confronto con l’autorità vuota di Pilato, si consegna alla crocifissione e dalla croce fonda le nuove relazioni ecclesiali della maternità della madre Maria e della figliolanza dei discepoli e porta a compimento la sua missione divina nel dono dello Spirito. Così tutto «è compiuto», ovvero è portato al suo scopo e alla sua pienezza di senso.
 
Liturgia della Parola
 
I LetturaIl Servo sofferente è un uomo che ben conosce il patire, il Signore ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di tutti gli uomini. Sebbene non avesse commesso violenza fu eliminato dalla terra dei viventi, per colpa del suo popolo fu percosso a morte, ma “la morte non è il definitivo estuario della vita del Servo. Il giusto, infatti, contempla la luce, si sazia della conoscenza di Dio e davanti al Signore egli riconduce tutti gli uomini che sono stati salvati dal suo sacrificio espiatorio” (Messale Quotidiano, San Paolo).
 
II Lettura: Gesù, il Figlio di Dio, è il sommo sacerdote che sa ben comprendere le debolezze di tutti gli uomini, infatti anche lui è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Ed è causa di salvezza eterna per le sofferenze e per la morte che egli patì.
 
Vangelo
Passione del Signore
 
Giovanni, il figlio di Zebedeo, per la tradizione cristiana è l’autore del quarto Vangelo, è il discepolo che Gesù amava. Il figlio del tuono, così come lo chiamò Gesù (Mc 3,17), nel vergare queste ultime pagine della sua Opera vuole ricordare alla sua comunità gli ultimi momenti della vita del Signore, che lui conosceva bene essendogli stato intimo e vicino fino alla fine. L’immagine che ne esce dal suo ricordo è quella del Maestro che ha insegnato le vie dell’amore al suo popolo, ha fatto segni chiarissimi davanti ad esso, segni che indicavano la sua provenienza dall’alto, ma ora era tragicamente solo davanti alla tortura della passione e alla morte. Passione e morte che non hanno niente di glorioso agli occhi degli uomini. Sembrano una passione e una morte di un malfattore, non degne di essere ricordate e celebrate. Eppure quella morte fu la più alta manifestazione dell’amore di Gesù per tutti gli uomini: In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi (1Gv 3,16). È un amore che venne eternato con la sua risurrezione al terzo giorno e ora può essere sperimentato da chi tiene lo sguardo su di Lui, il Signore, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (Eb 12,1).
 
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni
Gv 18,1-19,42
 
Vedi Lezionario
 
Che cosa hai fatto? Pilato è il governatore romano che odiava i giudei a tal punto da provocarli deliberatamente per poi intervenire con mano pesante. Riguardo a questa avversione, una notizia trapela anche dal vangelo di Luca lì dove si parla del sangue dei Galilei che «Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici» (Lc 13,1).
Siamo all’inizio del processo romano contro Gesù e Ponzio Pilato cerca di conoscere la verità su quell’uomo che gli era stato tradotto dinanzi con l’accusa generica di essere un «malfattore» (Gv 18,30). Ma già chiare sono le intenzioni degli accusatori: hanno giudicato reo di morte l’imputato e vogliono la sua morte, pronti a tutto pur di spuntarla (Gv 8,31). Il Sinedrio è alla ricerca dell’avallo supremo del tribunale di Roma perché non ha il potere di eseguire le pene capitali (Gv 8,31). Inconsapevolmente i sinedriti rivolgendosi ai romani per avere la certezza che Gesù sia crocifisso, compiono la profezia secondo la quale egli sarebbe stato innalzato (Gv 3,14; 12,32-33; 18,32).
Pilato non teme Gesù, ma le idee nazionalistiche che avrebbero potuto portare ad una sommossa: Roma non poteva permettersi rivali, la pace poteva albergare soltanto sotto i labari imperiali. Perciò investiga sulla presunta regalità dell’imputato.
Sei tu il re dei Giudei?... Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto? Alla domanda di Pilato Gesù risponde con un’altra domanda per fare emergere innanzi tutto l’incongruenza della delazione; poi per sapere «se il giudice romano ponga in discussione la regalità del Cristo, di sua iniziativa o dietro suggerimento dei giudei [Gv 18,34], per sapere se la sua regalità è intesa in senso politico o in senso messianico» (Salvatore Alberto Panimolle).
Sono io forse Giudeo? Una risposta che mette a nudo tutto il ribrezzo che Pilato provava per i Giudei. Il governatore vuol sapere perché il Sinedrio lo ha consegnato alla giustizia romana e soprattutto gli preme sapere se chi gli sta dinanzi può costituire veramente un serio pericolo per la sicurezza dell’Impero romano.
All’insistenza del procuratore, Gesù risponde che il suo regno «non è di questo mondo» e ne porta le prove: l’assenza di un esercito che armato avrebbe combattuto per liberare il suo re.
Cosa abbia capito Pilato non è difficile da comprendere. Per un romano non vi poteva essere che un solo potere, Roma; tutto il resto era poco meno che paglia. Ecco perché, forse tra lo stupore e il faceto, il governatore romano ritorna a chiedere: «Dunque tu sei re?». Pilato disprezza Gesù come Giudeo anche se, come suggeriscono gli evangelisti, nel corso del processo rimarrà colpito dalla dignità e dalla franchezza delle sue risposte arrivando al punto di tentare di salvarlo (Mt 27,14; Mc 15,12-14; Lc 23,16; Gv 18,38-39; 19,12-15).
La domanda non ammette deroghe e il procuratore romano sembra seccato e vuole una risposta chiara che dipani ogni dubbio e Gesù lo accontenta ammettendo con estrema franchezza: «Tu lo dici: io sono re».
È chiaro, a questo punto, che il brano giovanneo vuole evidenziare la regalità del Cristo ed è teso quindi intenzionalmente a offrire alcuni spunti di riflessione ai credenti.
Innanzi tutto, Gesù è re ed è venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità.
In questa affermazione si coglie tutta la decisione divina di attuare il progetto salvifico che doveva avere inizio con l’incarnazione di Dio: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio [...]. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,1.14) e trovare la sua pienezza di fecondità nella orrenda morte di croce.
Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità. Questo vuole dire che il Verbo di Dio si è fatto carne per manifestare autorevolmente e infallibilmente le realtà celesti che vede e ascolta (Gv 3,11.32). E chiunque è dalla verità, ascolta la sua voce, cioè accetta la sua testimonianza come vera, accoglie docilmente la sua Parola e decide liberamente di fare parte del suo regno: quindi, essere dalla verità «significa avere l’origine della vita religiosa dalla Parola, cioè essere animati profondamente dalla rivelazione del Cristo, per cui non si subisce alcun influsso malefico del Maligno. I Giudei che non fanno penetrare nel cuore la parola di Gesù, sono dal diavolo, non sono da Dio, in quanto non ascoltano il Verbo rivelatore [Gv 8,42-47]. Perciò il discepolo del Cristo, partecipe del suo regno, trova l’origine della sua esistenza nella rivelazione di Gesù, nella sua verità e quindi si mostra docile alla sua voce [Gv 18,37]» (S. Panimolle).
 
Per approfondire
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Il titolo richiama l’epilogo della vita terrena di Gesù. Ma non siamo di fronte a un racconto di morte. Giovanni, pur sempre radicato nella tradizione, ha ancora incomparabili ricchezze da donarci. Egli vuole solo approfondire per noi il senso rivelatore dell’evento. Perciò non parla degli insulti; nulla dice delle tenebre e neppure della profonda angoscia di Gesù. Fa notare, come i Sinottici, che Gesù è stato abbeverato con aceto, ma non dice chi gliel’ha dato. L’unica persona che possiamo contemplare in questo quadro è Gesù. L’evangelista vuole che fissiamo gli sguardi su Gesù: è di lui e solo di lui che vuole parlare.
Ed eccolo annotare per la quarta volta (vedi 13,1.2; 18,4) la coscienza con cui Gesù si avvicina al suo destino: sapendo. Gesù sa; Gesù è pienamente cosciente di quanto avviene. Non è un moribondo disidratato che chiede da bere. Egli chiede coscientemente ai suoi nemici un atto di bontà, ma ecco che gli danno aceto. Come là presso il pozzo di Giacobbe (4,7) non è stato dissetato.
Si noti però che, secondo Giovanni, la spugna è stata assicurata a un ramo di issopo, la pianta che si usava per spruzzare il sangue dell’agnello liberatore vedi Es 12 21. Un autore commenta: «La spugna offre a Gesù l’odio degli omicidi (8,44); verrà così versato il sangue dell’ Agnello di Dio (1,29). L’issopo raccoglierà questo sangue che libererà l’umanità dalla morte. Ha inizio il tema della nuova Pasqua, in relazione con l’Alleanza del Messia».
Siamo così passati dall’evento materiale al suo profondo significato, che può essere approfondito pensando che anche qui, come nel dialogo con la Samaritana, colui che chiede da bere è in realtà colui che dà da bere (4,10). «Chi ha sete venga a me, e colui che crede in me beva. Allora, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». L’evangelista commenta: «Questo lo disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti; ancora infatti non c’era lo Spirito perché Gesù non era ancora stato glorificato» (7,37-38).
Ora però lo è. Egli ha detto: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,32). Ciò ha avuto inizio: accanto alla sua croce c’è il primo nucleo di credenti. Ha pure detto: «Quando me ne sarò andato, vi manderò lo Spirito» (16,17). Ciò sta per avvenire. Tutto infatti si è realizzato. Lo dice egli stesso: «Tutto è compiuto», e perciò può donare lo Spirito. Chinò il capo e  consegnò lo spirito. Gesù non muore senza scopo.
Muore per salvare l’uomo, per donargli il suo Spirito, lo Spirito della nuova Alleanza.
L’espressione giovannea «consegnò lo spirito» non può essere intesa in un senso puramente materiale. In nessun passo della letteratura antica si usa una forma simile per dire che una persona «spirò». Se Giovanni ha coniato una formula nuova l’ha fatto per indicare il dono di Gesù. In nessun momento i suoi discepoli sono rimasti orfani. Nel momento del suo innalzamento e del suo ritorno al Padre ci ha consegnato lo Spirito e ha rivelato chi è, come aveva detto: «Quando innalzerete il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono» (8,28): è colui che fedelmente e coscientemente ha compiuto sino in fondo la sua missione; è colui che ci ha amato sino alla fine, e ci ama; è il Figlio che ritorna dal Padre.
 
Alberto Magno (In ev. Jo. exp ., XI): - Di dove vieni?: cioè, qual è la tua origine: Divina od umana? Cristo aveva già risposto a questa domanda: Voi siete di quaggiù, Io sono di lassù. Voi siete di questo mondo, Io non sono di questo mondo (Gv. 8,23).9 Ma Gesù non gli diede risposta: tre sono i motivi di questo silenzio. Il primo è che Gesù voleva dimostrare nella Passione la sua natura mansueta, simile a quella dell’agnello. Il secondo è che era ormai tempo di Passione, nella quale doveva dimostrare la debolezza dell’umanità e non la potenza della Divinità ... per cui se avesse risposto di essere Figlio di Dio, la sua risposta sarebbe stata giudicata falsa, perché in quel momento appariva davanti a loro con i limiti dell’uomo. Il terzo motivo è che essi erano indegni di una risposta così profonda.
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe l’Innografo, Monaco: Nacque in Sicilia nell’816 e al tempo dell’invasione araba dell’827, con la sua famiglia si rifugiò nella Grecia Meridionale.
Nell’831 si recò a Tessalonica nella Macedonia, entrando nel monastero di Latomia. Consacrato sacerdote, ebbe come maestro spirituale San Gregorio il Decapolita, che verso l’840 lo condusse a Costantinopoli. L’anno successivo Giuseppe fu inviato a Roma dal papa Gregorio IV, per chiedere il suo aiuto nella lotta contro l’eresia iconoclasta.
La nave su cui era imbarcato, cadde però nelle mani di pirati arabi che lo condussero a Creta; riscattato e liberato nell’843 tornò a Costantinopoli dove trovò il suo maestro morto. Coinvolto nella vicenda della deposizione del patriarca Ignazio, nell’858, fu esiliato a Cherson in Crimea, dove rimase probabilmente fino al reintegro di Ignazio nell’867. L’imperatore Basilio I il Macedone (812-886) gli affidò la custodia di Santa Sofia a Costantinopoli. Morì nel 886. Sono celebri i suoi inni sacri da cui è derivato il nome «Innografo». (Avvenire)
 
O Dio, che nella passione di Cristo nostro Signore 
ci hai liberati dalla morte,
eredità dell’antico peccato
trasmessa a tutto il genere umano,
rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio; 
e come abbiamo portato in noi,
per la nostra nascita,
l’immagine dell’uomo terreno,
così per l’azione del tuo Spirito
fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste. 
Per Cristo nostro Signore.
R/. Amen.
 
 
 
 
 
  2 Aprile 2026
 
Giovedì Santo - Cena del Signore
 
 Es 12,1-8.11-14; Sal 115 (116); 1Cor 11,23-26; Gv 13,1-15
 
Introduzione
 
Il giorno del Giovedì Santo - Antonio Borrelli: è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da usare per tutto l’anno per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni. A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, morte e Resurrezione.
Nel tardo pomeriggio c’è la celebrazione della Messa in “Cena Domini”, cioè la ‘Cena del Signore’.
Non è una cena qualsiasi, “è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti; tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa degli ‘Azzimi’, chiamata Pasqua ebraica, mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace.
La Pasqua è la più solenne festa ebraica e viene celebrata con un preciso rituale, che rievoca le meraviglie compiute da Dio nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana (Esodo 12); e la sua celebrazione si protrae dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo-aprile). In quella notte si consuma l’agnello, precedentemente sgozzato, durante un pasto (la ‘cena pasquale’) di cui è stabilito ogni gesto; in tale periodo è permesso mangiare solo pane senza lievito (in greco, azymos), da cui il termine ‘Azzimi’.
Gesù con gli Apostoli non mangiarono solo secondo le tradizioni, ma il Maestro per l’ultima volta aveva con sé tutti i dodici discepoli da lui scelti e a loro parlò molto, con parole che erano di commiato, di profezia, di direttiva, di promessa, di consacrazione. Il Vangelo di Giovanni, il più giovane degli Apostoli, racconta che avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il seme del tradimento, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.
Si ricorda che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.
Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù: “Signore tu lavi i piedi a me?” e Gesù rispose: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”; allora Pietro che non comprendeva il simbolismo e l’esempio di tale atto, insisté: “Non mi laverai mai i piedi”. Allora Gesù rispose di nuovo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” e allora Pietro con la sua solita impulsività rispose: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La Pasqua è festa dell’uomo perché Dio rinnova la sua alleanza, e manifesta il suo grande amore per il mondo intero, è gioia perché l’uomo passa dalla morte alla vita. La pasqua è festa del Signore, è rito perenne che colma di incommensurabile gioia il cuore del popolo amato da Dio.
 
II Lettura: L’apostolo Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto evoca gli istanti dell’ultima cena. Gesù, nella notte in cui veniva tradito, sul pane pronuncia mirabili parole: Questo è il mio corpo. Sul calice Gesù pronuncia parole ancora più sconvolgenti: Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. La profezia di Geremia (cfr. 31,31-34) sulla nuova alleanza si compie pienamente con la Pasqua del Cristo.

Vangelo
Li amò sino alla fine.
 
Questo intenso brano giovanneo mette in evidenza tre luminosi messaggi: innanzi tutto, Gesù dona la sua vita perché ama l’umanità, infatti, per la prima volta, l’evangelista Giovanni mette esplicitamente la vita e la morte di Gesù sotto il segno del suo amore per gli uomini; poi, la passione e la morte di Gesù in croce è un dramma in cui si trova impegnato il mondo invisibile: dietro gli uomini agisce la potenza diabolica, infine, il precetto dell’amore: dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri, cioè rendendoci i servizi di un’umile carità.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 13,1-15
 
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».
 
Parola del Signore.
 
Il Maestro, modello da imitare - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Nel brano della lavanda dei piedi Gesù ci è presentato come il Maestro perfetto, perché insegna prima con l’esempio e poi con la parola. Il Cristo infatti, dopo aver prestato ai discepoli quest’umile servizio di amore (Gv 13,4ss), richiama alla loro attenzione la sua dignità di Maestro e di Signore, per invitarli con maggiore efficacia a imitare il suo esempio (Gv 13,13ss). Luca nel prologo degli Atti afferma che nel suo vangelo ha narrato quanto Gesù ha fatto e insegnato fino al giorno della sua ascensione gloriosa (At 1,15), perciò presenta il Signore come modello al quale ispirarsi. Paolo in diversi passi delle sue lettere esorta i suoi fedeli ad imitare il Cristo: essi debbono nutrire gli stessi sentimenti del Signore Gesù (Fil 2,5), facendosi imitatori di Dio, soprattutto nell’esercizio della carità (Ef 5,1s). In modo particolare gli sposi cristiani devono donarsi e amarsi profondamente, come il Cristo ha amato la chiesa, sacrificando la sua vita per essa (Ef 5,25ss). Nel quarto vangelo Gesù comanda ai discepoli di amarsi come egli li ha amati (Gv 13,34; 15,12), inoltre presenta la sua perfetta unione con il Padre come modello di unità per tutti i membri della chiesa (Gv 17,11.21s). Quindi il Cristo è l’esemplare perfetto del discepolo. Per Giovanni, Gesù non è solo il Maestro in quanto rivela l’amore e la vita di Dio, comunicandoli al mondo, ma anche perché insegna con l’esempio e la parola come ci si deve comportare.
 
Per approfondire
 
Mario Galizzi (Vangelo secondo Giovanni): Gesù e Satana - l primi versetti di questa pagina evangelica presentano subito i due antagonisti della lotta che sta per iniziare e ci dicono che cosa farà Gesù nella sua «ora» e con quale coscienza la affronterà. Già siamo preparati per capirla. Gesù infatti ha già definito la sua ora come il momento in cui il Figlio dell’uomo sarà glorificato (12,23), come l’ «adesso» in cui il Principe di questo mondo (qui chiamato il «diavolo») sarà gettato fuori (12,31) e come il momento in cui «elevato da terra, attirerà tutti a sé» (12,32). Perciò il Gesù che si presenta a noi è già sicuro della vittoria. E non può essere altrimenti: egli sa che il Padre ha posto ogni cosa nelle sue mani, gli ha dato, cioè, ogni potere affinché chiunque creda abbia la vita eterna (vedi 3,35-36).
L’agire di Gesù tende alla vita. Non così quello del suo nemico, il diavolo, che non agisce a volto scoperto, ma per mezzo di emissari, qui per mezzo di Giuda, oramai in suo potere; non lo lascerà più e lo condurrà sino in fondo nel suo tradimento.
Osserviamo meglio Gesù - L’evangelista sottolinea con forza la coscienza che Gesù ha di sé, usando per due volte il participio «sapendo». Gesù sa che è venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre e sa che quest’ora è il punto cardine della sua parabola umana. Il suo infatti non è un «andare», ma un «ritorno», poiché egli sa che è venuto da Dio e che a Dio ritorna. Ebbene, egli intende vivere quest’ora non per costrizione, ma per amore. Per questo l’evangelista annota che avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine, cioè: sino all’ultimo istante della sua vita, sino alla perfezione. La sua ora sarà un atto di supremo amore.
Questa è la vera chiave di lettura di tutta la sua Passione, non ce n’è un’altra; e il gesto di lavare i piedi ai suoi discepoli ne è il segno. Esso dice con quali occhi e con quali sentimenti dobbiamo leggere il resto: come un «servizio-amore».
Gesù e Pietro - Ecco Gesù servo! La scena si svolge in modo assai vivace. L’alternanza presente-passato di tanti verbi la fa rivivere in ogni suo dettaglio: «si alza ... depone ... prendendo ... si cinse ... versa ... incominciò ... ». È il servizio degli schiavi non ebrei quello che Gesù compie. E non lo compie all’inizio della Cena, ma mentre cenavano. Ciò fa meglio risaltare l’agire di Gesù e quello che egli vuole insegnare ai discepoli.
Eccolo davanti a Simon Pietro. Prima si è parlato di Giuda, già intenzionato a tradire, ora si parla di Pietro che lo rinnegherà. Egli però non lo sa ancora, lo sa solo Gesù. Pietro a prima vista sembra mosso da amore verso il Maestro; ma vuole che agisca a modo suo, non così: è il Maestro e il Signore; non può fare il «servo». In realtà non riesce a capire come Gesù vuole essere Messia, e se lo intuisce, lo rifiuta: il Messia deve occupare il trono di Israele non servire.
Gesù invece vuole cambiare questa mentalità. Egli vuole insegnare loro ad amare. Ora lo fa con l’esempio, poi lo farà con la parola (soprattutto nel c. 15). Egli vuol essere il primo nell’amore, non vuole imporre un comandamento che non abbia vissuto per primo. Ma questo Pietro «lo capirà più tardi». Ora Gesù gli chiede soltanto di lasciarlo fare e, di fronte al rifiuto di Pietro, gli risponde: «Se non ti laverò (cioè: se non mi accetti come «Servo»), non avrai niente da spartire con me (non potrai continuare ad essere mio discepolo).
Pietro si spaventa e lo lascia fare, anzi vuole che gli lavi anche le mani e la testa. Ma Gesù gli dice che per lui e altri basta lavare i piedi, perché già sono «puri», ma aggiunge: «... non tutti». L’evangelista, come al solito, commenta: «Sapeva chi lo avrebbe tradito». L’ombra di Giuda pesa su tutta la scena.
 
Il pasto del Signore, memoriale e promessa - Pierre Benoit: L’ultima cena è come l’ultima preparazione di quel banchetto messianico dove Gesù ritroverà i suoi dopo la prova imminente. La «Pasqua compiuta» (Lc 22, 15 s) ed il «vino nuovo» (Mc 14, 25 par.), che egli gusterà con essi nel regno di Dio, li prepara in quest’ultimo pasto, facendo sì che pane e vino significhino la realtà nuova del suo corpo e del suo sangue. Il rito della cena pasquale gliene offre l’occasione appropriata e ricercata. Le parole che il padre di famiglia vi pronunziava sui diversi alimenti, ed in modo particolarissimo sul pane e sul terzo calice, conferivano loro una tale forza di evocazione del passato e di speranza del futuro, che, ricevendoli, i commensali rivivevano realmente le prove dell’esodo e vivevano in anticipo le promesse messianiche. Gesù si serve a sua volta di questo potere creativo che lo spirito semitico riconosceva alla parola, e lo accresce ancora con la sua sovrana autorità. Dando al pane e al vino il loro senso nuovo, egli non li spiega, ma li trasforma. Non interpreta, ma decide e decreta: questo è il mio corpo, cioè lo sarà d’ora innanzi. La copula «essere» - che indubbiamente mancava nell’originale aramaico - da sola non basterebbe a giustificare questo realismo, perché potrebbe anche esprimere soltanto un significato metaforico: «la messe è la fine del mondo; i mietitori sono gli angeli» (Mt 13, 39). È la situazione ad esigere qui un senso stretto. Gesù non propone una parabola, in cui oggetti concreti aiuterebbero a far comprendere una realtà astratta; presiede un pasto, in cui le benedizioni rituali conferiscono agli alimenti un valore di altro ordine. E, nel caso di Gesù, questo valore è di un’ampiezza e di un realismo inauditi, che gli vengono dalla realtà implicata: la morte redentrice che, attraverso ad una risurrezione, sfocia nella vita escatologica.
 
M. Eckhart (Exp . ev. Jo., XIII): Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, infatti lo sono: i discepoli sono lodati perché hanno creduto alla dottrina di Cristo ed hanno osservato i suoi comandamenti, e così hanno detto bene chiamandolo Maestro e Signore, giacché Egli lo fu davvero ... Ma potremmo spiegare queste parole anche in altro modo ... : Io sono Colui che è (Es. 3,14), cioè Io sono l’essere stesso, dal quale deriva ogni essere, ogni modo dell’essere; sia all’interno, nell’anima, e così Maestro; sia all’esterno nelle cose, e così Signore. Perciò Matteo (23,8-9) afferma: Uno solo è il vostro Maestro, Uno solo è il Padre vostro, quello che è nei Cieli, dove è chiamato “Padre” quel che qui è chiamato .. Signore.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Abbondio, Vescovo: A lui si ispirò certamente il Manzoni nel dare il nome al suo celebre personaggio sul «ramo del lago di Como». Di Abbondio si sa che fu vescovo dal 440, mentre non si conoscono con certezza data di nascita e morte. Come ignoto è il luogo di origine. Conosceva bene il greco e, perciò, prima di dedicarsi a tempo pieno al servizio episcopale (e all’attività missionaria nelle zone montuose vicino Lugano ancora scristianizzate), fu mandato dal Papa Leone I Magno a Costantinopoli per dirimere, con successo, la questione dottrinale sulle due nature di Cristo suscitata da Nestorio ed Eutiche. I resti del patrono sono nella basilica di Como. (Avvenire)
 
Padre onnipotente,
che nella vita terrena
ci nutri alla Cena del tuo Figlio,
accoglici come tuoi commensali
al banchetto glorioso del cielo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 1 Aprile 2026
 
Mercoledì della Settimana Santa

Is 50,4-9a; Salmo Responsoriale dal Salmo 68 [69]; Mt 26,14-25
 
Salve, nostro Re, obbediente al Padre: sei stato condotto alla croce, come agnello mansueto al macello (Acclamazione al Vangelo)
 
La croce, titolo di gloria del cristiano. - J. Audusseau e X. Léon-Dufour: Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6,6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1 Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2,1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1Piet 2,21-24).
Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6,6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6,14).
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Messale dell’Assemblea Cristiana (Feriale): Il monologo del Servo sviluppa particolarmente il tema accennato nel secondo carme, cioè l’insuccesso apparente che qui si profila già come persecuzione anche fisica e prelude al quarto carme (52,13-53,12) con la morte e la glorificazione. La sofferenza viene accettata dal Servo e messa in relazione con la chiamata che Dio gli rinnova ogni giorno (vv. 4b-5). Questo suo atteggiamento di ascolto attento e continuo si trasforma in mediazione di parola e di esempio tra l’umanità sofferente e la misteriosa volontà di Dio (v. 4a). È la fiducia incrollabile in lui che deve dare la forza nelle persecuzioni affrontate per il suo nome (vv. 7-9).
 
Vangelo
Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!
 
Felipe F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): Il nostro racconto comincia con l’accordo «pecuniario» fra Giuda e i sommi sacerdoti per la consegna di Gesù; un particolare riferito solo da Matteo. Ed egli lo fa appunto per presentare la passione, fin dall’inizio, nella prospettiva del compimento del piano di Dio. Non vi furono imprevisti anche riguardo al prezzo del tradimento: anche questo era già stato preannunziato nella Scrittura (Zc 11,12-13). D’altra parte, il nesso fra il prezzo fissato e il riferimento alla profezia di Zaccaria presenta Gesù come il re mansueto e umile del quale parla lo stesso profeta (Zc 9,9). [...]
Fra la preparazione della cena e la sua celebrazione, si scopre il traditore. È sempre stato discusso il momento in cui Giuda abbandonò il cenacolo: il più indicato sarebbe il momento che precedette immediatamente l’istituzione dell’eucaristia (pare che sia chiaro nel racconto di Matteo). Perché non reagirono in un altro modo i discepoli, quando il traditore fu scoperto da Gesù stesso? La chiarezza dell’identificazione fu costatata solo da Matteo e Giovanni (Gv 13,21-30). Probabilmente l’identificazione non fu molto chiara. Comunque sia, è fatta notare la conoscenza sovrumana di Cristo e il piano di Dio che si realizza attraverso strumenti umani, anche se tali strumenti sono condannabili.
La domanda degli altri discepoli: «Sono forse io, Signore?» è simbolo dell’atteggiamento universale di timore di fronte alla possibilità di tradire e negare il Signore. È una domanda che tutti ci portiamo dentro e che è un severo avvertimento.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 26,14-25
 
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: "Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli"». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».
Parola del Signore.
 
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti… - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): La pericope si suddivide in tre parti: l’accordo tra Giuda e i capi dei sacerdoti per consegnare Gesù (vv. 14-16); i preparativi in vista della cena pasquale (vv. 17-19); l’inizio della cena con i discepoli, durante la quale Gesù annuncia il suo tradimento da parte di un suo discepolo e l’identificazione del traditore tramite il breve dialogo tra il Maestro e Giuda (vv. 20-25).
L’accordo della “discordia” (vv. 14-16) - Il discepolo si dirige nella “tana del lupo”. La richiesta del denaro ai sommi sacerdoti collega questi versetti con la pericope precedente.
Se prima era scandaloso agli occhi dei discepoli sprecare tanto denaro che si poteva dare ai poveri, ora invece per uno dei Dodici sembra lecito chiedere per sé del denaro e per di più per uno spreco maggiore: vendere il proprio Maestro! Siamo dinanzi a un segnale ancora più eloquente dell’immaturità dei discepoli. Il gesto di Giuda è dettato da sete di guadagno? Oppure è una reazione a un Maestro incomprensibile che sembra un “debole” perché parla di sofferenza ed elogia una donna? Il testo non lo dice. La cifra fissata per la consegna di Gesù equivale a trenta monete d’argento, che corrispondono a centoventi denari, corrispettivo dell’indennizzo per l’uccisione di uno schiavo o il salario del pastore-profeta (che fa le veci del Signore in Zc 11,12). Dopo aver fissato il “prezzo” del tradimento, si coglie una nota di tensione che mostra quanto la libertà di Gesù sia minacciata e rivela che la sua vita ha le ore contate perché da quel momento il discepolo cercava l’occasione propizia» (eukairia) per consegnarlo.
Preparativi per la cena pasquale (vv. 17-19) - Sorprende la menzione del «primo giorno degli Azzimi» che, secondo il calendario giudaico, è già il14 di Nisan, cioè il giorno di Pasqua, mentre la preparazione accade il giorno prima, quello della Parasceve. Al di là delle questioni cronologiche, ciò che preme al testo è di conferire all’ultima cena di Gesù con i suoi una forte connotazione pasquale. I discepoli chiedono a Gesù dove vuole che si organizzi la celebrazione della festa di Pasqua, egli fornisce indicazioni ed essi eseguono. La descrizione richiama Mt 21,1-7, quando Gesù aveva inviato i discepoli a preparare il suo ingresso a Gerusalemme. Anche qui le indicazioni sono vaghe e piuttosto volte a evidenziare due cose: l’avvicinarsi della morte di Gesù («il mio tempo è vicino» che richiama la vicinanza del regno e la vicinanza della fine) e il suo desiderio di ritrovarsi con i discepoli per la cena pasquale.
L’annuncio deL tradimento (vv. 20-25) - Sembrerebbe che tutto fili liscio in previsione di una Pasqua serena ma, a cena iniziata, Gesù fa una dichiarazione-shock, annunciando con solennità che uno dei discepoli sta per tradirlo. La notizia mette in crisi, suscitando tristezza nel cuore dei discepoli che iniziano a chiedergli di chi si tratti. La domanda «sono forse io?» manifesta il dubbio di poter essere dei potenziali traditori. Appare così una forte antitesi tra la cena consumata a Betania e la cena pasquale: durante la prima, Gesù era stato onorato, qui invece il clima è intossicato dall’inganno. Gesù scioglie le riserve sul discepolo-traditore prima in modo velato: «Colui che ha messo la mano con me nel piatto» (v. 23) e poi in modo esplicito confermando la domanda rivoltagli da Giuda. Il percorso dello svelamento del traditore è segnato da un parola gravissima, «guai» (v. 24), che nel primo vangelo accompagna varie invettive: contro Corazin e Betsaida (cf Mt 11,21); contro gli scribi e i farisei (cf Mt 23,13.15.16.23.25.27.29); e contro le madri che hanno appena partorito o stanno per partorire durante la «grande tribolazione» (cf Mt 24,19). L’invettiva indirizzata a colui che tradisce il Figlio dell’uomo è accompagnata da una nota tragica, secondo cui sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato. Ci ricorda un altro «guai» pronunciato da Gesù in Mt 18,7 e indirizzato a coloro che creano scandali.
Il «guai» dice la piena responsabilità di Giuda nell’azione che sta per compiere. Dinanzi alla domanda di Giuda: «Sono per caso io, Rabbì?», la risposta di Gesù suona come un macigno. Non è Gesù a condannare Giuda. La sua stessa ipocrisia è la sua autocondanna.
 
Per approfondire
 
Epifanio Gallego: Il cantico è la testimonianza personale della funzione profetica di Israele nel piano divino, nonostante sofferenze attraverso le quali deve passare al presente.
Questo servo di Yahveh ha un linguaggio di discepolo di uno che riceve e trasmette l’insegnamento rivelato, anello fedele nella tradizione. Con la sua parola, quella che ha ricevuta e che è forza di Yahvè, egli sostiene colun che è stanco, l’Israele storico, scettico, sfiduciato: e, con la bella immagine del risveglio mattutino alla voce di Yahveh, ci suggerisce il misterioso contenuto dell’ispirazione.
Esiliato e maltrattato, flagellato, sputacchiato e schiaffeggiato - realtà simboliche di tutti gli scherni e di tutte le umiliazioni - egli seppe ubbidire a Yahveh, seppe pazientare. I sinottici dipendono da questo passo quando ci descrivono la situazione di Gesù di fronte a Pilato. Infatti, sebbene identifichiamo il servo di Yahveh col resto, con l’Israele della fede, è fuori dubbio che questo Israele non era un fantasma astratto, ma la somma di molti individui che sopportarono nella loro carne quelle violenze fisiche e quegli scherni. E fra essi, in un modo eminente e pieno, si trova Cristo e, con lui, tutti noi che compiamo in noi stessi quello che manca alla passione di Cristo.
Forse anche il Deuteroisaia si sentì identificato, come uno dei tanti, con questo servo di Yahveh che, a dispetto di tutte le difficoltà e le contraddizioni, di tutte le sofferenze e le umiliazioni, seppe confidare profondamente in Yahveh.
Vi era in lui la forza di Yahveh, ed egli viveva con la speranza e la certezza di essere vicino al suo giustificatore. E la sicurezza della vicinanza di Yahveh nella sua vita come giustificatore che siede alla destra nel giudizio, per difendere e giustificare l’innocente. Tutti lo accusano. Umanamente, non vi è risposta; le circostanze lo condannano. Ma Yahveh conosce la verità ed è presente, al suo fianco, come giustificatore. Chi contenderà contro di lui? La fiducia è piena. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Passo passo, il servo di Yahveh ci conduce fino a Cristo. Essi lo videro a modo loro; noi lo vediamo a modo nostro; ma tutti contempliamo un Messia e un Messia crocifisso.
 
Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): La vigilia della festa viene mangiato l’agnello pasquale. È la sera che precede la notte in cui Dio liberò il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto, quando Israele fu costituito in popolo, atto fondamentale nella storia della salvezza da ricordare perennemente. La cena pasquale è appunto un banchetto commemorativo che rende presente ogni anno al popolo l’intervento salvifico di Dio (cf. Es 13,3 s.). La cena si svolgeva in linea di massima come le altre cene giudaiche: come piatto principale si consumava l’ agnello e tutto procedeva con una certa solennità; si susseguivano le varie portate, e tra l’una e l’altra prendeva la parola il padre di famiglia e si recitavano preghiere. Anche Gesù si mette a tavola con i dodici per celebrare la cena pasquale a lode di Dio. L’atmosfera gioiosa tra i commensali viene però turbata da una oscura parola di Gesù: Uno di voi mi tradirà. Per gli antichi la mensa, il banchetto conviviale, è espressione di amicizia e di pace, è segno d’intimità e di familiarità; chi è commensale è anche amico. Il gruppo dei discepoli costituisce una comunità attorno a Gesù. Quindi è particolarmente grave che il traditore sieda alla stessa mensa di questi intimi e porti con gli altri la sua mano nel piatto comune, dove ciascuno intingeva nel succo di frutta il proprio pezzo di pane: partecipa dell’ospitalità che ha già intimamente tradita!
Gesù lo sa e indica il traditore che ha la sfacciataggine di chiedergli se sia egli quel tale. La via di Gesù, certo, è determinata dalla decisione del Padre, come leggiamo nella Scrittura, ma non per questo è tolta la colpa dell’uomo che si fa strumento del maligno.
Anzi il suo peccato è così mostruoso e il castigo così duro, che per lui sarebbe stato meglio non aver visto la luce del mondo. Per lui Gesù non era stato guida nella via della giustizia, ma oggetto di scandalo e di rovina.
«È inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!» (18,7).
Qui si intrecciano misteriosamente e inestricabilmente la colpa umana e il decreto divino. Considerando l’una, si crede di non capire più l’altro, e viceversa. I pensieri di Dio sono sempre più grandi di quelli degli uomini, e il mistero dell’uomo e delle sue azioni è sempre più grande di quello ch’egli stesso possa comprendere.
 
La visuale dottrinale del ciclo su Giuda - Roberto Tufariello: A causa della difficoltà di percepire a fondo l’elemento morale che guidò l’agire di Giuda, e anche per essere maggiormente in linea con l’esposizione degli evangelisti che non vogliono offrire una pura biografia né un’investigazione scientifica a carattere psicologico, ma presentare soprattutto un insegnamento di salvezza di valore perenne, gli studiosi moderni si sono piuttosto impegnati a mettere in luce il canovaccio dottrinale che ispira il gruppo dei racconti sull’apostolo traditore, e che in realtà era l’unica vera problematica che interessasse a fondo la primitiva cristianità.
Più che sui semplici dati della cronistoria, gli evangelisti si sono sforzati di comprendere, con l’aiuto dei testi vetero-testamentari, il ruolo del traditore nel piano divino. La trama dei racconti su Giuda si presenta legata a tre temi scritturistici principali: a) il tema del «commensale traditore», ricordato dal salmista (Sal 40,10) e applicato al caso nostro in modo esplicito da Marco (Mc 14,1) e, in un contesto un po’ più vago, da Giovanni (Gv 13,18), ma sempre con lo scopo di sottolineare l’enormità del tradimento; b) il tema, su cui insistono Luca (Lc 22,3) e Giovanni (Gv 12,2.27), del «ministro di satana», che incarna il popolo giudaico nel rigettare Cristo, e del «figlio della perdizione» (Gv 17,12), analogo al tema dell’anticristo (cf 2Ts 2,3) e, per i monaci di Qumran, all’«Uomo di Belial» (cf. 1QM) vuol far notare che il vero avversario del Salvatore è satana, il quale si serve, però,  degli uomini come strumenti liberi e volontari per condurre a fondo il suo attaccco; c) Il tema dell’«amico infedele», concretizzato nel fatto vetero-testamentario di Ahitofel (2Sam 17,23), il compagno traditore di Dvide di cui Giuda avrebbe imitato il tradiment e il suicidio, e di cui gli evangelisti, specie Matteo (Mt 27,5) e Luca (At 1-18), si sarebbero serviti, sotto l’influsso particolare dei salmi (cf. specialmente Sal 13--15) per evidenziare meglio l’atto dell’apostasia in tutta la sua empietà e le sue disperate conseguenze.
Tutto il ciclo narrativo poi è dottrinalmente guidato dal verbo «tradire-consegnare».
Importanti e rivelatrici, nel ciclo di Giuda, alcune precisazioni giovannee di caratrer telogico, come quella che, dopo il boccone offerto dal Maestro a Giuda, il demonio entrò in lui (Gv 13,27), e l’altra, strettamente collegata alla precedente, che il traditore, vistosi scoperto, uscì ed a notte fonda (Gv 13,30). Il demonio, e prima si era limitato a suggerire all’apostolo l’idea del tradimento, prende, in quel momento, pieno possesso di Giuda, non nel senso che questi diventi uno strumento puramente meccanico, privo della sua responsabilità, ma in quanto cooperatore libero e consapevole dell’agente principale della lotta contro Cristo, cioè di satana. Iniziava così, nel senso dottrinale più denso, «l’ora delle tenebre» sia per Giuda caduto in potere di esse, sia per Cristo la cui attività didattico-taumaturgica veniva a cessare per dare inizio alla passione: momentaneo trionfo di satana, ben presto definitivamente debellato dalla luce della pasqua.
In questo modo, unitamente alla solita frase con cui gli evangelisti qualificano Giuda per «uno dei dodici», viene messo in rilievo il contrasto tra il vincolo di intimità esistente tra Gesù ed il traditore e la mostruosità con cui il discepolo ricambia questa intimità.
 
La zizzania tra il frumento: “Anche se nella Chiesa si vede la zizzania, tuttavia la nostra fede e la nostra carità non devono restare inceppate fino al punto che, vedendo la zizzania nella Chiesa, noi stessi ci allontaniamo dalla Chiesa. Noi dobbiamo solamente faticare per poter essere frumento, così che quando la messe comincerà a venir riposta nei granai del Signore, ci sia dato ottenere il frutto della nostra opera e della nostra fatica. L’Apostolo dice nella sua lettera: Però in una casa grande non ci sono solo vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di coccio; e alcuni sono onorati, altri disprezzati [2Tm 2,20]. Noi, diamoci da fare e fatichiamo quanto ci è possibile, per essere vasi doro o dargento. Riguardo poi ai vasi di coccio, solo al Signore è concesso spezzarli, perché a lui è stata data la verga di ferro. Un servo non può essere maggiore del suo Signore, e nessuno può arrogarsi ciò che il Padre ha dato solo al Figlio, tanto da credere di poter dare mano alla pala nellaia per gettare al vento e mondare il grano, oppure di poter separare, con giudizio umano, tutta la zizzania dal frumento. È questa una presunzione superba, è una ostinazione sacrilega, che si arroga una frenesia abbietta” (Cipriano di Cartagine, Le Lettere, 54,3).
 
Testimoni di Cristo - Sant’Ugo di Grenoble: Venne alla luce nel 1053 a Châteauneuf-sur-Lers, nel Delfinato, e morì a Grenoble il 1° aprile 1132 dopo 52 anni di episcopato nella città francese. Nato da nobile famiglia, fu educato dalla madre a una vita di elemosina, preghiera e digiuno. A soli 27 anni era già vescovo di Grenoble. Da allora, per tutta la vita, conciliò con abnegazione l’attrazione fortissima verso la vita eremitica e il cenobio e la fedeltà al servizio episcopale, che svolse con grande ardore, secondo lo spirito di riforma della Chiesa che caratterizzò il pontificato di Gregorio VII. (Avvenire) 
 
Padre misericordioso,
tu hai voluto che il Cristo tuo Figlio
subisse per noi il supplizio della croce
per liberarci dal potere del nemico:
donaci di giungere alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
ORAZIONE SUL POPOLO ad libitum

Concedi ai tuoi figli, o Padre,
di gustare senza fine i sacramenti pasquali
e di attendere con vivo desiderio i doni promessi,
perché, fedeli ai misteri della loro rinascita,
siano così condotti a una vita nuova.
Per Cristo nostro Signore.