23 Maggio 2026
Sabato VII Settimana di Pasqua
At 28.16-20.3031; Salmo Responsoriale dal Salmo 10; Gv 21,20-25
Pietro allora, voltatosi, vide che li seguiva quel discepolo… (Vangelo)
Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 6 settembre 2000): La sequela non è, [...], un viaggio agevole su una strada pianeggiante. Essa può registrare anche momenti di sconforto al punto tale che, in una circostanza “molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66), cioè con Gesù, il quale fu costretto a interpellare i Dodici con una domanda decisiva: “Forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). In un’altra circostanza, lo stesso Pietro viene bruscamente ripreso, quando si ribella alla prospettiva della croce, con una parola che, secondo una sfumatura del testo originale, potrebbe essere un invito a rimettersi “dietro” Gesù, dopo aver tentato di rifiutare la meta della croce: “Va dietro a me, satana! Perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” (Mc 8,33). Il rischio del tradimento resterà in agguato per Pietro che, però, alla fine seguirà il suo Maestro e Signore nell’amore più generoso. Infatti lungo le sponde del lago di Tiberiade Pietro farà la sua professione d’amore: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. E Gesù gli annunzierà “con quale morte egli avrebbe glorificato Dio”, aggiungendo per due volte: “Seguimi!” (Gv 21,17.19.22). La sequela si esprime in modo speciale nel discepolo amato, che entra nell’intimità con Cristo, ne riceve in dono la Madre e lo riconosce risorto.
Liturgia della Parola
I Lettura: Paolo a Roma tenta la sua difesa, parla con schiettezza ai Giudei, conferma nella fede i cristiani romani, dopo due anni di prigionia, libero riprende la marcia, forse arriva in Spagna (cfr. Rm 15,24). Presto ritornerà a Roma trascinato ancora una volta dinanzi a un tribunale, la sua vita è al termine, decollato darà la massima testimonianza al mondo pagano di Cristo.
Vangelo
Questo è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e la sua testimonianza è vera.
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera: Queste ultime parole sono state aggiunte come una specie di autenticazione del vangelo dalla comunità di Giovanni, per affermare che il discepolo che Gesù amava è proprio il responsabile del vangelo. Giovanni ha terminato la sua opera ma il vangelo rimane sempre aperto, vi sono ancora molte cose non scritte e da scoprire con l’aiuto dello Spirito Santo. Giovanni non ha scritto tutto quasi per sottolineare la perenne novità della Parola.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,20-25
In quel tempo, Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».
Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.
Parola del Signore.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 20 Pietro si voltò e vide che [li] seguiva il discepolo che Gesù amava; il participio ἀκολουθοῦντα occupa l’ultimo posto della proposizione ed è senza complemento: per questo motivo lo abbiamo riferito ai due personaggi di cui si parla (Gesù e Pietro). L’apostolo Pietro si mette a seguire il Maestro e poi si avvede che anche il discepolo prediletto si trova al loro seguito. Siccome il testo inizia a parlare del «discepolo che Gesù amava», si danno di lui più ampi particolari per identificarlo con chiarezza (quello stesso che nella cena si era chinato verso il suo petto e...; cf. Giov., 13, 25).
21 Signore, e di lui che sarà?; Pietro mostra un particolare interesse per il discepolo prediletto; siccome il Maestro ha detto soltanto a lui di seguirlo, egli desidera sapere che cosa avverrà della persona che Gesù amava. L’apostolo quindi con estremo candore e con premuroso interessamento domanda a Cristo quale sorte attenderà il discepolo prediletto; egli desidera sentire da Gesù se anche il discepolo amato avrà una sorte eguale a quella predetta a lui poco dianzi.
22 Se voglio che egli rimanga fino a quando io venga, che ne viene a te?; il Maestro non accondiscende al desiderio dell’apostolo, poiché la conoscenza della sorte concernente il discepolo prediletto non lo riguarda, cioè non ha un particolare interesse per lui; a Pietro infatti basta sapere quale sarà la fine che lo attende, a lui Gesù ha detto chiaramente di seguirlo (Tu seguimi) e su queste parole egli deve riflettere. «Fino a quando io venga»; la venuta di Cristo si riferisce alla sua parusia, cioè al suo ritorno glorioso; tuttavia il Salvatore non intende affermare che il discepolo amato rimarrà in vita fino a quel momento, ma che se egli volesse anche questo per il discepolo prediletto, ciò non avrebbe un interesse particolare per Pietro.
23 Si diffuse... tra i fratelli questa voce che quel discepolo non morirà; «i fratelli» designano i cristiani. Tra i credenti le parole che Cristo aveva dette a Pietro intorno al discepolo prediletto furono intese nel senso che questo discepolo non sarebbe morto, cioè egli sarebbe sopravvissuto fino al ritorno glorioso di Cristo nella parusia. L’autore precisa che questa credenza è fondata su una falsa conclusione tratta dalle parole di Gesù (Gesù tuttavia non aveva detto a Pietro: Egli non morrà, ma...). L’ultima parte del versetto («che te ne riguarda?») è omessa da alcuni codici; per la traduzione essa è richiesta per dare un senso compiuto alla frase. L’accento della spiegazione è posto sul fatto che Gesù si è espresso in forma condizionale (se mi piacesse farlo vivere finché io non ritorni...), non già che egli abbia manifestato una sua volontà positiva. Alcuni autori ritengono che sia stato il discepolo prediletto stesso a rettificare la falsa interpretazione data dai credenti alle parole che il Maestro gli aveva rivolto in quella circostanza; infatti il discepolo amato, una volta divenuto vecchio, non voleva che si pensasse che la sua longevità accreditasse tale credenza, né che si pensasse ad una parusia ormai prossima nel tempo. Di conseguenza, secondo questi interpreti, il presente testo sarebbe stato scritto quando il discepolo prediletto era ancora in vita. Altri studiosi invece opinano che il redattore di questo capitolo abbia inteso chiarire con il presente versetto che alcuni credenti erano caduti in un errore d’interpretazione delle parole rivolte da Cristo al discepolo prediletto, poiché avevano creduto che questo discepolo non dovesse morire prima della parusia, ed invece era morto. Evidentemente per questi esegeti la presente chiarificazione sarebbe stata data dopo la morte del discepolo amato.
24 Questo è il discepolo che dà testimonianza su questi fatti e li ha scritti; i verss. 24-25 formano un nuovo epilogo del vangelo, epilogo aggiunto da un gruppo di discepoli del «discepolo prediletto»; i due versetti quindi non appartengono all’autore del vangelo. Questo gruppo di discepoli si richiamano alla testimonianza del discepolo prediletto, la quale garantisce la verità dei fatti narrati, fatti che egli stesso ha trasmessi per scritto (e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera). L’epilogo rivela una preoccupazione, quella cioè di assicurare i lettori (i credenti della Chiesa primitiva) che le cose narrate sono degne di fede. Probabilmente questo versetto doveva servire di commendatizia del vangelo, quando questo incominciò ad essere divulgato tra le comunità della Chiesa primitiva.
25 Vi sono ancora molte altre opere compiute da Gesù; si richiama un’idea già espressa nella prima conclusione del vangelo (cf. 20, 30-31); in tal modo si riafferma la notevole abbondanza delle opere di bontà compiute dal Salvatore. Se queste fossero scritte una per una...; la formula è manifestamente iperbolica e riflette il gusto letterario degli scrittori del tempo; essa è usata per esaltare i personaggi dei quali si ricordano le gesta compiute; cf. 1 Maccabei, 9, 22; si veda anche Filone, Legatio ad Gaium, III, § 238.
Per approfondire
Gli uomini retti, Signore, contempleranno il tuo volto (SR) - L’uomo di fronte al volto di Dio - Salvatore Panimolle (Volto in Schede Bibliche - Vol VIII): Dio si rivela e si comunica all’uomo, ossia mostra il suo volto, quindi la creatura può e deve cercare il Signore.
a) Cercare il volto di Dio. Il pio israelita ricerca il volto del Signore (Sal 27,8s), ossia la presenza speciale di Dio, la sua benevolenza. Infatti chi cerca il volto del Signore avrà successo e riceverà benedizioni celesti (Sal 24,5). Perciò il salmista invita caldamente a ricercare il volto del Signore (Sal 105,4). Nell’èra escatologica perfino le genti andranno a Gerusalemme per ricercare il volto del Signore, supplicando Dio di usare loro misericordia e benevolenza (Zc 8,21s).
b) Parlare con Dio faccia a faccia. Poter parlare con Dio faccia a faccia rappresenta uno dei favori concessi a quelle persone particolarmente privilegiate, che furono intime del Signore. Mosè ottenne tale grazia (Nm 12,6ss), essendo il profeta più grande mai sorto in Israele (Dt 34,10), l’amico di Dio (Es 33,11). Non solo a Mosè, ma anche a tutto il popolo di Dio fu concesso tale privilegio sul monte Horeb (Dt 5,4).
c) Vedere il volto di Dio. Il volto di Dio può essere visto dall’uomo? Su tale problema specifico le varie tradizioni del Pentateuco e in genere gli agiografi veterotestamentari prendono posizioni diverse. La tradizione jahvista non concede neppure al più grande dei profeti di vedere il volto di Dio; per un eccesso della benevolenza divina a Mosè sarà dato di vedere il dorso di Dio, perché nessun vivente può rimanere in vita dopo aver visto il volto del Signore (Es 33,20-23). Al contrario il deuteronomista ritiene che JHWH si facesse conoscere da Mosè faccia a faccia (Dt 34,10).
Nelle teofanie il gesto più naturale dello spettatore è cadere faccia a terra per adorare il Signore e per non vedere la sua gloria: così fece Mosè nella teofania del roveto ardente (Es 3,6), altrettanto Giosuè (Gs 5,14) ed Ezechiele (Ez 1,28). Persino i serafini, secondo la descrizione di Isaia, si velano il volto per non vedere il Santo per eccellenza (Is 6,1-2). Anche gli apostoli, spettatori della trasfigurazione di Gesù nel la meravigliosa teofania del Tabor, caddero faccia a terra (Mt 17,6).
Secondo i pii salmisti il volto di Dio si vede nel tempio (Sal 95,2), ossia in questo luogo santo si sperimenta una presenza speciale del Signore. Di qui l’anelito ardente del salmista di vedere il volto di Dio (Sal 42,2-3), ossia di sperimentare nel tempio la dolcezza della presenza divina.
Il volto di Dio sarà contemplato solo dai giusti (Sal 11,7), quando saranno simili agli angeli che vedono sempre il volto di Dio (Mt 18,10). Infatti nell’èra escatologica i salvati vedranno Dio faccia a faccia (1Cor 13,12).
Il volto di Gesù nei discepoli - Il volto divino di Gesù durante la passione poté essere oltraggiato con schiaffi e
sputi (Mt 26,67; Mc 14,65), però dopo la risurrezione fu trasformato, giacché la gloria divina rifulse d’allora in poi su di esso (2Cor 4,6).
Tale splendore, visto dai tre apostoli privilegiati per breve ora sul Tabor durante la trasfigurazione di Gesù (Mt 17,2; Lc. 9,29), si riflette sui discepoli (2Cor 3,18).
Infatti il cristiano con la sua adesione di fede a Gesù è illuminato non in modo passeggero come Mosè (2Cor 3,7.13), ma permanentemente (2Cor 4,6); anzi nella Gerusalemme celeste potrà vedere l’Agnello ed il volto di Dio (Ap 22,3-4).
Tommaso d’Aquino, In Jo, ev. exp., XXI: Se lo voglio che egli rimanga sino al mio ritorno... : qui il Signore, parlando di Giovanni, ossia della vita contemplativa, afferma: Io voglio che egli rimanga, ossia che attenda, sino al mio ritorno, cioè sino alla fine del mondo, oppure sino alla morte di ogni contemplativo. Perciò la vita contemplativa che viene iniziata in terra non giunge a compimento, ma resta in divenire in attesa del ritorno di Cristo, che la renderà perfetta.
Testimoni di Cristo - San Giovanni Battista de’ Rossi. Oltre i limiti della malattia una luce per gli ultimi: Spesso ciò che al mondo appare imperfetto e limitato è in realtà portatore di un messaggio di speranza e di luce per l’umanità. Ma solo usando gli occhi del Vangelo è possibile cogliere questa profezia dell’imperfezione. È questo il messaggio contenuto nella vicenda umana e spirituale di san Giovanni Battista de’ Rossi. Nella sua condizione di sofferenza dovuta dalla epilessia, infatti, questo sacerdote vissuto nel XVIII secolo è salito agli onori degli altari, testimoniando come l’amore e la cura degli ultimi superino qualsiasi limitazione e ferita. Nato a Voltaggio (Genova) nel 1698 in un famiglia nobile ormai decaduta, a 13 anni si spostò a Roma per studio, andando a vivere da uno zio sacerdote, canonico a Santa Maria in Cosmedin e frequentando il liceo dai Gesuiti del Collegio Romano. In quel periodo si manifestarono i primi sintomi della malattia, che non gli impedì di diventare prete nel 1721. Dedicò il suo ministero alla cura degli studenti, dei poveri, dei malati e degli emarginati, dando vita alla Pia Unione dei sacerdoti secolari di Santa Galla. Fondò anche un ospizio per le donne, dedicato a san Luigi Gonzaga, di cui de’ Rossi era particolarmente devoto. Divenne canonico anche lui, ma fu dispensato dall’obbligo del coro per poter continuare a stare in mezzo agli ultimi. Morì il 23 maggio 1764. (Avvenire)
Dio onnipotente,
ai tuoi figli, che hanno celebrato con gioia le feste pasquali,
concedi, per tua grazia, di testimoniare
nella vita e nelle opere la loro forza salvifica.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.