28 Giugno 2026
XIII Domenica del Tempo Ordinario
2Re 4,8-11.14-16a; Salmo Responsoriale Dal Salmo 88 (89); Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42
La croce contrassegno del discepolo di Gesù - Giuseppe Barbaglio: Nei vangeli sinottici ricorre due volte la formula «prendere (o portare) la propria croce». In realtà, essa esprime una precisa esigenza di comportamento qualificativa del discepolato di Cristo. Nella triplice tradizione sinottica troviamo la prima testimonianza del detto di Cristo: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34; cf. Mt 16,24). Come si vede, prendere la propria croce costituisce l’indispensabile condizione per poter «andare dietro» a Gesù. In altre parole, la sequela di Cristo esige piena disponibilità a percorrere la via crucis, cioè a far getto della propria vita.
Dunque un estremo coinvolgimento della persona. È con indubbia originalità che Luca interpreta la parola di Cristo sulla linea della quotidianità del vivere: portare la croce non è un momento eroico finale, ma coinvolge tutta la vita del discepolo ponendola sotto il segno della passione. Per questo aggiunge il determinativo «ogni giorno».
Il secondo passo evangelico in cui ricorre la nostra espressione appartiene invece alla fonte dei detti di Gesù (sigla Q), da cui hanno attinto Matteo (10,38) e Luca (14,27). Con probabilità è proprio Luca che ci ha conservato il tenore originario della parola di Cristo: «Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo». Portare la croce era dunque fattore costitutivo dell’essere discepolo di Gesù. La formulazione matteana invece attenua questo radicalismo, mettendo l’accento sull’essere degno discepolo di Cristo. Emerge qui il pragmatismo del primo evangelista che, pastore preoccupato della coerenza della comunità cristiana prende di petto i credenti della sua chiesa esortandoli a vivere da autentici discepoli del Signore che si qualificano per le loro «buone opere» (Mt 5,16).
Ma qual è l’origine della formula? Il giudaismo del tempo ignorava questa espressione. Con probabilità, essa risale alla comunità cristiana primitiva che, interprete del radicalismo di Gesù espresso nel detto immediatamente precedente («Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26; cfr. Mt 10,37), ha inteso affermare la necessaria partecipazione dei credenti alla via crucis del Signore.
Liturgia della Parola
I Lettura: La nascita del figlio della donna facoltosa di Sunem è una delle tante nascite miracolose, sparse qua e là nella sacra Scrittura. Comunque, secondo il contesto in cui sono inserite, le nascite miracolose possono avere sfumature diverse. Nel nostro caso la nascita miracolosa mette in evidenza: a) il potere taumaturgico del profeta Eliseo; b) l’ospitalità che viene esaltata con un premio così grande, cioè con la nascita miracolosa di un bambino; c) chi dà la fecondità ai grembi sterili è il Signore Dio e non le divinità morte dei popoli pagani.
Salmo Responsoriale 88 (89) - “Nessun culto è gradito a Dio come la misericordia: innanzi a lui procedono la misericordia e la verità [Sal 89 (88),15], davanti a lui bisogna anteporre la misericordia al giudizio [cfr. Os 6,6], e la benignità da niente altro che dalla benignità è meglio ricompensata da lui che retribuisce con giustizia e pone misericordia in peso e misura [cfr. Is 28,27]” (Gregorio di Nazianzio)
II Lettura: L’Apostolo Paolo invita i cristiani a “camminare in una vita nuova” (v. 4). Il porto sicuro di questo cammino sarà la risurrezione: “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (v. 8).
“«In faccia alla morte l’enigma della condizione umana diventa sommo». Per un verso la morte corporale è naturale, ma per la fede essa in realtà è «salario del peccato» [Rm 6,23]. E per coloro che muoiono nella grazia di Cristo, è una partecipazione alla morte del Signore, per poter partecipare anche alla sua Risurrezione [cfr. Rom 6,3-9; Fil 3,10-11]” [Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1006).
Vangelo: L’amore è forza trainante: se da una parte spinge il discepolo fino all’estremo sacrificio trasformando la sua vita in un’oblazione, dall’altra parte lo aiuta a vivere le esigenze della carità nell’anonimo quotidiano, nei gesti spiccioli di ogni giorno, nei piccoli atti che si trasformano in consolazione e in accoglienza per i più bisognosi. In ambedue i casi il discepolo non perderà la sua ricompensa: chi dona la vita la ritroverà nella Vita, e chi si fa accogliente sarà accolto dall’Amore.
Vangelo
Chi non prende la croce non è degno di me. Chi accoglie voi, accoglie me.
Il Vangelo ci mette dinanzi a una scomoda e scorticante verità: per seguire il Maestro occorre rinnegarsi e per guadagnare la vita eterna bisogna rischiare la vita terrena. Seguire Gesù, fedeli fino alla morte, comporta privazioni e «spesso difficoltà e anche persecuzioni. Accettare il discepolato cristiano senza condizioni, con tutte le implicazioni che porta con sé, è prendere sulle spalle la croce. Si tratta dei discepoli di un uomo che morì sulla croce. Se i discepoli non possono aspirare a essere da più del Maestro, devono essere disposti a morire come lui» (Felipe F. Ramos). L’ospitalità esaltata da Cristo, si farà cristiana quando nei pellegrini, spesso bisognosi di tutto, si coglieranno i tratti di Gesù (Eb 13,2). Un favore fatto ai piccoli, anche il più umile come un bicchiere d’acqua fresca, è da ritenersi fatto a Cristo. Nelle comunità cristiane, l’ospitalità sarà richiesta per essere iscritti nel «catalogo delle vedove» (1Tm 5,9-10)
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 10,37-42
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
Parola del Signore.
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me - Siamo alla conclusione del discorso apostolico. Oltre a specificare la missione dei Dodici e le modalità di comportamento (vv. 1-15), Gesù tratteggia la stessa vita degli Apostoli e dona loro una certezza certamente non esaltante: come pane quotidiano avranno persecuzione e come companatico odio gratuito (vv.16-25), ma nonostante questo accanimento verso le loro persone dovranno parlare apertamente e senza timore (vv. 26-33). Tanto è scomodo il Vangelo che Gesù stesso, e di conseguenza il discepolo, è causa di dissensi (vv. 34-36). A finire il discorso, Gesù prospetta agli Apostoli una dura esigenza evangelica che supera ogni buon senso umano: per seguirlo occorre rinunciare a tutto, anche a farsi una famiglia (Mt 19,12), e per salvare la vita, cioè raggiungere la vita eterna, bisogna saper perdere la vita terrena (vv. 37-39). In appendice, ma è la colonna portante del cristianesimo, afferma che l’unico, vero biglietto di presentazione che permetterà l’ingresso nel regno di Dio sarà la carità (vv. 40-42; Mt 25,31-46).
È una pagina che trancia senza pietà ogni tentativo di accomodamento umano della Buona Novella.
Ora, leggendo questa pagina evangelica, ci si chiede come si possa conciliare il Gesù così esigente con il Gesù che dice di non voler imporre che un giogo dolce e soave (Mt 11,30), che definisce non gravosi i suoi comandamenti (Gv 5,3) e che si presenta come il buon Pastore amabile e pronto a dare la vita per le pecore (Gv 10,11). Ci impressiona questo linguaggio così radicale e per dare una risposta e per «capacitarsi di questa apparente contraddizione e capire le richieste di Cristo, che sembrano esagerate, si deve ricorrere alla logica dell’amore e della fede. L’amore come dono è esigentissimo, e d’altra parte l’amore come risposta al dono, trova dolce e leggero ogni più grave sacrificio. Chi ama davvero Cristo e crede che va posto al culmine di ogni cosa non giudica strano che gli si debba dare la preferenza anche sugli affetti più cari e che si debba essere pronti a sacrificargli perfino la vita» (Vincenzo Raffa).
Non possiamo barattare queste esigenze cristiane con la logica umana; è vero che siamo dinanzi a una pagina scomoda, ma è una pagina che ci suggerisce una elementare verità: essere cristiano ha un prezzo. Mettere in secondo piano gli affetti familiari, abbracciare la croce ogni giorno, perdere la vita per Cristo, allo scopo di guadagnarla definitivamente sono le condizioni per porsi alla sequela di Gesù. Altrimenti, gli ripeterà il Maestro divino: «Non sei degno di me».
Per approfondire
La sterilità (I Lettura) - Succintamente si può rilevare che l’Antico Testamento considera l’aver figli numerosi un dono di Dio (Gen 35,5; Sal 127,3; 128,3-6) e l’esserne privo una vergogna (Gen 30,23), una prova tremenda, se non addirittura un castigo divino (Gen 30,1). E questo sia per l’uomo che per la donna. L’eunuco, uomo privo delle facoltà virili per difetto organico o per evirazione (Mt 19,12), è escluso dall’esercizio del sacerdozio o è considerato, generalmente, un essere inutile, un «albero secco» (Is 56,3) e per la legge non appartiene nemmeno più alla comunità (Dt 23,2). Anche la donna sterile, per volgari pregiudizi, è per la gente comune degna di disprezzo (Gen 16,4).
Per superare la sterilità si ricorre ad artifizi al limite di ogni pudore morale, ma comunemente accettati. Sara, pur di avere un bambino, permette al marito di unirsi con la propria schiava (Gen 16,1-4), così fa Rachele e poi Lia, anche se aveva avuto già quattro figli (Gen 30,1ss).
I figli di queste unioni irregolari sono considerati appartenenti alla padrona sterile. Si registrano anche casi estremi come quello delle figlie di Lot che per il terrore di non avere una posterità ricorrono addirittura all’incesto (Gen 19,30-38).
A questi espedienti si aggiunge la preghiera che spesso Dio esaudisce donando delle maternità umanamente impossibili. Ad Abramo già vecchio e a Sara, il cui grembo era sterile, Dio concede un figlio: Isacco, il figlio della promessa (Gen 17,19).
La sterile Rebecca, sposa di Isacco, ha due figli insperati: Esaù e Giacobbe (Gen 25,19-26). La nascita di Sansone è anche un evento prodigioso, infatti il padre e la madre sono già avanti negli anni e nella loro giovinezza non hanno avuto figli (Giud 13,3-5). Così la nascita di Samuele (1Sam 2,20).
Avere figli, quindi, significa essere benedetti da Dio: la fertilità è mettersi davanti a Dio come una porta aperta a che irrompa nel mondo la salvezza divina con la nascita del Messia. La sterilità è il contrario di tutto questo: essa fa precipitare l’uomo nella maledizione e, di fatto, lo aliena dai benefici divini. Anche se questo è il sentire comune, si deve ammettere che, facendosi più profonda e più intelligente la riflessione sulla salvezza, viene superato sopra tutto dai Libri sapienziali. Così, la sterile senza colpa è beata (Sap 13,3ss) e anche gli eunuchi che osservano i sabati, preferiscono le cose che piacciono a Dio e restano fermi nella sua alleanza, nella casa del Signore e dentro le sue mura, alla fine dei tempi, avranno un posto e un nome migliore che ai figli e alle figlie; Dio darà loro un nome eterno che non sarà mai cancellato (Is 56,4-5). Quello che conta non è più la posterità della carne, ma quella dello spirito. Nel Nuovo Testamento avvengono altre nascite miracolose, così Giovanni il Battista nasce da genitori sterili e avanti negli anni, ma con un capovolgimento totale: la verginità di Giovanni è il nuovo segno del regno dei cieli, un segno che troverà la sua completezza nella verginità di Maria e nel Verbo, nato da Maria per opera dello Spirito Santo, vero segno e sacramento della salvezza di Dio. Con Cristo la sterilità volontaria, accettata per il regno dei cieli, diventa un valore positivo e può chiamarsi verginità (Mt 19,12). Paolo realizza questo ideale e ne è tanto affascinato da augurarsi che tutti seguano il suo esempio (1Cor 7,7-9).
Mentre la sterilità è frutto della incompletezza umana, con Cristo la verginità sarà un dono di Dio da custodire «con santità e rispetto» (1Ts 4,4).
Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me - Nel linguaggio di ogni giorno la parola croce ha assunto un valore negativo; infatti, nell’immaginario collettivo, rappresenta tutto quello che umilia l’uomo, tutto quello che lo aliena dal benessere e dalla felicità, lasciandolo in balia della angoscia e della disperazione, affogandolo miseramente nel dolore e nella sofferenza.
Con cattivo gusto, anche una persona molesta viene chiamata croce. Per il cristiano, invece, la croce è la somma di tutte le sofferenze patite dal Cristo e che la professione cristiana inequivocabilmente comporta. In una ottica soprannaturale, le croci umane incollate all’unica Croce sulla quale è stato appeso il prezzo del nostro riscatto (Col 2,14; 1Tm 2,6), e che con essa si fondono, sono redenzione, libertà e riscatto.
Senza farsi cogliere dalla tentazione di strappare qualche pagina scomoda, scorrendo il Vangelo si ci accorge che la croce non è un accessorio più o meno ingombrante, ma è la condizione necessaria per seguire il Maestro. Dio «ti ha chiamato», scriveva Tauler, «a seguirlo e quindi devi portare una croce dietro a Lui, sia quella che sia. Se ne fuggi una, incorri in un’altra più pesante... Questa è la Via più vera, più sicura e più breve che si possa percorrere, che lo stesso sommo Maestro di ogni verità ha trovato, Lui stesso l’ha percorsa e l’ha insegnata a noi» (Divine Istituzioni, 4).
In fondo, il sì alla croce è un sì a Cristo. Un sì alla croce è morire all’uomo vecchio e al peccato (Rom 6,6.11); è morire alla carne (1Pt 3,18); è morire a tutti gli elementi del mondo e a quella parte di noi che appartiene alla terra (Col 2,20; 3,5): un sì alla croce è un sì alla vita nuova che è iniziata nel battesimo. La croce, così, è germe di risurrezione.
I diritti esclusivi di Gesù - Giovanni Crisostomo: “Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me. E chi non prende la sua croce e viene dietro a me, non è degno di me” (Mt 10,37-38). Notate la dignità e l’autorità del Maestro. Vedete come egli dimostra di essere il Figlio unico e legittimo del Padre, ordinando agli uomini di rinunziare a tutto e di anteporre l’amore per lui a ogni cosa. Non vi ordino soltanto - egli dice in sostanza - di preferire me ai vostri amici o ai vostri parenti. Vi ordino qualcosa di più, vi dico cioè che se preferite la vostra anima, la vostra vita all’amore che mi dovete, siete ben lontani dall’essere miei discepoli ...
E se Paolo raccomanda con tanta cura ai figli di essere sottomessi ai genitori, non stupitevene. Egli ordina di obbedire ai genitori solo in quelle cose che non offendono l’amore di Dio. È santo rendere ai genitori tutto l’onore e la deferenza che loro è dovuta. Ma se essi esigono da noi quanto non è loro dovuto, non si deve obbedir loro. Ecco perché Luca, citando le parole di Gesù, scrive: “Se uno viene a me senza disamare il proprio padre e la madre, la moglie e i figli, i fratelli, e persino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Cristo non comanda di non amare in senso assoluto, perché ciò sarebbe del tutto ingiusto; ma se i genitori e i parenti esigessero per sé un amore più grande di quello che nutriamo per lui, egli dice di detestarli per tale motivo. Questo amore non ordinato, infatti, perderebbe sia colui che ama sia coloro che sono così amati.
Testimoni di Cristo - Sant’Ireneo di Lione. Trasmettere la fede, un compito d’amore: Ognuno di noi è per il mondo il volto di Dio su questa terra e l’annuncio dell’amore infinito che è il nostro destino passa dalle nostre parole e dai nostri gesti. Ecco perché ciò che ci è chiesto di fare prima di tutto è di amare coloro che incontriamo, anche coloro che sbagliano. Testimone della catena di trasmissione della fede fu sant’Ireneo di Lione, che nel raccogliere il patrimonio di chi l’aveva preceduto capì l’importanza di salvaguardare la verità attorno all’annuncio del Risorto. Originario forse di Smirne, crebbe nella fede grazie a san Policarpo, a sua volta formatosi alla “scuola” dell’apostolo Giovanni. Nell’anno 177 Ireneo, succedendo a Potino, morto martire, divenne vescovo di Lione, in Gallia, terra di cui imparò le lingue per poter portare il Vangelo alle popolazioni locali. Nei suoi cinque libri «Adversus Haereses» appare chiara non solo la sua abilità da apologeta ma anche il profilo del buono e saggio pastore, preoccupato di coloro che seguono la strada sbagliata. Morì nel 202. Nel 2022 papa Francesco lo ha dichiarato dottore della Chiesa, con il titolo di «Doctor unitatis». (Avvenire)
O Padre, che nel tuo Figlio povero e crocifisso
ci fai ricchi del dono della tua stessa vita,
rinvigorisci la nostra fede,
perché nell’incontro con lui
sperimentiamo ogni giorno la sua vivificante potenza.
Egli è Dio, e vive e regna con te.