26 OTTOBRE 2026
Lunedì XXX Settimana Del Tempo Ordinario
Ef 4,32-5,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 1; Lc 13,10-17
Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita – possiamo dire le cose fondamentali – non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita. E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti. (Leone XIV, Omelia nella Santa Messa con gli studenti delle Università Pontificie, 27 ottobre 2025)
Liturgia della Parola
Prima Lettura: L’imperativo è netto: i cristiani della chiesa di Efeso devono sfuggire ogni forma di fornicazione. Per il cristiano ogni specie di impurità o di cupidigia, di volgarità, insulsaggini, trivialità, sono cose sconvenienti ed è bene che sappiano che chi le compie non entrerà nel regno di Dio. In passato gli Efesini avevano compiuto tali cose perché erano tenebra, ora rigenerati nel fonte battesimale sono luce nel Signore, e di conseguenza devono vivere e comportarsi come figli della luce.
Vangelo
Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?
Il miracolo della donna curva ha molti tratti in comune con la guarigione dell’uomo che aveva la mano destra paralizzata (Lc 6,6-11). È un giorno di sabato, Gesù sta insegnando nella sinagoga e guarisce di sua iniziativa una donna inferma da diciotto anni. Lo sdegno del capo della sinagoga è per Gesù ipocrisia profonda: il Sabato era memoria del riposo di Dio (Es 20,11), era un giorno donato al riposo, alla preghiera e alla lode, un giorno per celebrare la misericordia di Dio, la sua potenza, per ricordare i prodigi operati da Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù del Faraone. La donna inferma era oppressa da uno spirito, allora perché il capo della sinagoga ritiene che liberare una persona da una situazione di schiavitù sia una violazione del Sabato? Compiere un gesto di liberazione è la vera celebrazione del Sabato, non la sua violazione! Qui sta la novità del Vangelo: osservare la legge non è una spinta verso la disperazione o verso la schiavitù del legalismo, ma è aprire il cuore alla gioia. Osservare la Legge di Dio è una conquista per l’umanità e non una nuova oppressione: in poche parole, è un immergerci nella volontà di Dio, e vedere che ogni momento può essere una occasione di grazia, un momento favorevole perché la nostra vita cambi.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,10-17
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.
Parola del Signore.
Un giorno di sabato - Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Il miracolo della guarigione della donna sofferente da diciotto anni ha molti tratti in comune con il miracolo della guarigione dell’uomo che aveva la mano paralizzata, già letto nel contesto delle controversie galilaiche (7,6-11): è un giorno di sabato, Gesù sta insegnando nella sinagoga, la folla lo circonda, Gesù interviene di sua iniziativa senza che la persona ammalata glielo chieda, pone una domanda che cade nel vuoto; l’interesse non indugia sul miracolo ma sulla polemica che esso suscita.
Ma ci sono anche importanti differenze. La descrizione è qui più particolareggiata e incisiva, e con più chiarezza gioca sul doppio significato del tema schiavitù-libertà. La donna è descritta come rattrappita, piegata, legata nei suoi movimenti.
Per dire la sua malattia si ricorre al termine astheneia che, più che la sofferenza come tale, sottolinea il tedio, la debolezza, la prostrazione fisica e morale, l’assenza di voglia di vivere.
Gesù la chiama a voce alta (prosfonéo) presso di sé e non le dice «sei guarita», ma «sei stata liberata». Il verbo greco apoluo significa al passivo essere liberato da una condizione che imprigiona, essere sciolto da una catena, come è detto esplicitamente in 13,16. Il tempo perfetto del verbo sottende poi una liberazione duratura. Lo spirito di Satana incatena (13,16), la parola di Gesù libera.
Lo sdegno del capo della sinagoga è per Gesù ipocrisia, che però non è solo lui a meritare. Infatti Gesù rimprovera al plurale: «Ipocriti». Si tratta di una ipocrisia profonda: non perché con la scusa di onorare Dio si finisce (sembra) col dare più peso agli animali che a una persona, ma perché si svuota alla radice proprio ciò che si dice di voler celebrare. L’ osservanza del sabato non è forse la memoria della liberazione di Israele dalla schiavitù del Faraone? E allora perché si ritiene che liberare una persona da una situazione di schiavitù sia, al contrario, una violazione del sabato? Compiere un gesto di liberazione è la vera celebrazione del sabato, non la sua violazione! Ragionare diversamente è pura ipocrisia, che succede ogni volta che l’ osservanza del sabato si riduce a un precetto del tutto svuotato della sua verità.
Per approfondire
Miguel Ángel Torres-Dulce: La donna della quale narra il Vangelo da quasi vent’anni viveva incurvata, resa incapace di raddrizzarsi; si avvicina comunque a Dio, va alla sinagoga e la malattia la rende umile. Cristo, che penetra i cuori, vede in quella donna un’anima semplice e purificata. Si rivolge a lei imponendole le mani e le dice: “Sei liberata dalla tua malattia”. È una splendida immagine del sacramento della misericordia di Dio, della confessione, nella quale Gesù ci libera dai legami del peccato, benedicendoci con le sue mani per liberarci dal male. Quale profonda gioia provò quella donna! Ora poteva drizzarsi e alzare facilmente lo sguardo al cielo. Il suo sguardo s’incontrò con lo sguardo del Signore e lacrime di gratitudine solcarono il suo volto.
Il Vangelo riferisce poi della reazione adirata del capo della sinagoga, che pone innanzi alla misericordia l’osservanza di un precetto. Una reazione che mascherava l’ipocrisia e che contrasta con la gioia della folla nel vedere le meraviglie che compiva Gesù. Il nemico della nostra santità non vuole il dialogo, non vuole che ci avviciniamo al Cuore misericordioso di Gesù e pone ogni tipo di ostacoli - persino citando la Parola di Dio! -; ma noi dobbiamo reagire con fermezza, andando dal Signore e mostrandogli con semplicità i nodi che tengono stretta la nostra anima, affinché la sua misericordia li sciolga.
Se conservassimo qualche propensione al peccato, vivremmo incurvati, incapaci di levare lo sguardo al cielo, ma tenendolo basso, occupati solamente dalle cose della terra, come se Dio non esistesse. La propensione al peccato attanaglia, produce un ripiegamento in noi stessi: l’orizzonte della vita si restringe e i migliori talenti vanno in rovina. Il cuore dell’uomo è nato da Dio e ha aneliti di infinito, di Lui. Può accontentarsi di ciò che è effimero, ma questo non calma la sua sete profonda, cammina come in un cerchio senza fare un passo avanti, tradisce se stesso e i tentativi di rendere utile in qualche modo la propria vita si vanno vanificando e rimangono dei castelli di sabbia. Riempiamo, invece, i nostri cuori con i veri aneliti che ci danno pienezza e ci fanno camminare eretti, con lo sguardo rivolto al cielo.
Le donne del Vangelo - Mulieris dignitatem 13: Scorrendo le pagine del Vangelo, passa davanti ai nostri occhi un gran numero di donne, di diversa età e di diverso stato. Incontriamo donne colpite da malattia o da sofferenze fisiche, come la donna che aveva «uno spirito che la teneva inferma, era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo» (cf. Lc 13,11), o come la suocera di Simone che era «a letto con la febbre» (Mc 1,30), o come la donna «affetta da emorragia» (cf. Mc 5,25-34), che non poteva toccare nessuno, perché si riteneva che il suo tocco rendesse l’uomo «impuro». Ciascuna di loro fu guarita, e l’ultima, l’emorroissa, che toccò il mantello di Gesù «tra la folla» (Mc 5,27), fu da lui lodata per la grande fede: «La tua fede ti ha salvata» (Mc 5,34). C’è poi la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita, rivolgendosi a lei con tenerezza: «Fanciulla, io ti dico, alzati!» (Mc 5, 41). E ancora c’è la vedova di Nain, alla quale Gesù fa ritornare in vita l’unico figlio, accompagnando il suo gesto con un’espressione di affettuosa pietà: «Ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!"» (Lc 7, 13). E infine c’è la Cananea, una donna che merita da parte di Cristo parole di speciale apprezzamento per la sua fede, la sua umiltà e per quella grandezza di spirito, di cui è capace soltanto un cuore di madre: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (Mt 15,28). La donna cananea chiedeva la guarigione della figlia.
A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni». Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8,1-3).
A volte figure di donne compaiono nelle parabole, con le quali Gesù di Nazareth illustrava ai suoi ascoltatori la verità sul Regno di Dio. Così è nelle parabole della dramma perduta (cf. Lc 15, 8-10), del lievito (cf. Mt 13,33), delle vergini sagge e delle vergini stolte (cf. Mt 25,1-13). Particolarmente eloquente è il racconto dell’obolo della vedova. Mentre «i ricchi (...) gettavano le loro offerte nel tesoro (...), una vedova povera vi gettò due spiccioli». Allora Gesù disse: «Questa vedova, povera, ha messo più di tutti (...), nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere» (Lc 21,1-4). In questo modo Gesù la presenta come modello per tutti e la difende, poiché, nel sistema socio-giuridico di allora, le vedove erano esseri totalmente indifesi (cf. anche Lc 18,1-7).
In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13,16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23,28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante
Evoluzione del sabato - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali Vol VII): Negli antichi testi storici e profetici, il sabato è giorno di riposo e di festa gioiosa (cf. Is 1,13; Os 2,13), in cui si va al santuario o si visita un uomo di Dio (2Re 4,23); grossi lavori ordinari sono interrotti (Es 20,9-10 e Dt 5,13-14; Es 23,12 e 34,21), e così pure le contrattazioni commerciali (Am 8,5); i piccoli viaggi sono permessi (cf. 2Re 4,23).
Distrutto il tempio e iniziato l’esilio poiché le altre feste non possono più essere celebrate, l’importanza del sabato cresce: è allora che esso viene considerato come segno distintivo dell’alleanza (cf. Es 20).
Dopo l’esilio, il sabato è chiamato giorno «delizioso» e «venerando» (Is 58 13); speciali sacrifici vengono offerti nel tempio (Nm 28,9-10; Ez 46,1-5) da parte della «convocazione santa», cioè della comunità raccolta in assemblea (Lv 23,3).
Fuori di Gerusalemme, questi riti sono sostituiti da un’adunanza consacrata alla preghiera comune e alla lettura commentata della s. scrittura. Aumentano però le severe osservanze cui sono legati gli individui: non trattare affari e non fare viaggi (Is 58,13), non portare pesi, non fare alcun lavoro (Ger 17,21-22). Tali prescrizioni spesso non vengono osservate (cf. Ne 13,15-16) e perciò si devono prendere dei provvedimenti (cf. Ne 13,19-22; 10,32). Le regole diventano col tempo sempre più rigorose. Si considera proibito anche il difendersi, in giorno di sabato, dagli attacchi nemici (cf. 1Mac 2,32-38; 2Mac 6,11; 15,1-3; 8,25-28). Il libro dei Giubilei (50,8-12) proibisce in tal giorno l’uso del matrimonio, l’accensione del fuoco, la preparazione dei cibi (cf. Es 35,3; 16,23; Nm 15,32; ecc). Secondo Giuseppe, gli esseni «si astengono dal lavoro il sabato più rigorosamente che qualunque giudeo; non soltanto preparano i loro alimenti nella vigilia allo scopo di non accendere il fuoco in quel giorno, ma non osano muovere qualsiasi utensile né andare di corpo» (Bellum judo Il,8-9).
Al tempo di Gesù, i farisei proibivano di portare un letto (Gv 5,10), di curare un malato (Mc 3,2; Lc 13,14), di raccogliere qualche spiga (Mt 12,2), di camminare per più di duemila passi («il cammino di un sabato», At 1,12).
La prassi della Chiesa primitiva - Nei confronti del sabato e delle altre pratiche giudaiche la chiesa primitiva non ha assunto un atteggiamento comune e uniforme. Le comunità palestinesi di lingua aramaica continuarono a restare fedeli alla legge di Mosé, mentre i giudeo-cristiani di lingua greca del gruppo di Stefano si mostrarono subito innovatori: Gesù costituisce la fine della pratica giudaica (At c. 7). In ogni modo il giorno della riunione ecclesiale di carattere cultuale è la domenica, chr però viene chiamata «il giorno dopo il sabato» (At 20,7; 1,10), esattamente il giorno della risurrezione (Mt 28,1-2; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1.19).
In termini polemici contro l’osservanza del riposo sabatico si esprime la lettera ai Colossesi, che lo valuta una realtà anacronistica, essendo venuto Cristo, la realtà dei nuovi tempi: «Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo a di bevanda, a riguardo a feste, a noviluni e a sabati; tutte queste cose che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo!» (2,16-17).
La lettera agli Ebrei invece presenta un’interpretazione escatologica del riposo sabatico. Il sabato che il popolo della nuova alleanza è esortato a celebrare è quello del riposo eterno, nella gloria di Dio (cf. Eb 3,7-4,11).
Il miracolo del sabato - Dio permette a Satana e al peccato di soggiogare questa donna - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 96: C’era nella sinagoga una donna che per diciotto anni era stata tenuta inferma. La sua situazione può essere di grande beneficio per coloro che hanno discernimento. Noi dobbiamo raccogliere da ogni fonte quello che viene a nostro vantaggio.
Sulla base di quanto è accaduto a lei, possiamo vedere che Satana spesso riceve autorità su certe persone che cadono nel peccato e che sono cresciute trascurate nei loro sforzi nei confronti della religione. Egli può trascinare in malattie del corpo chiunque prenda in proprio potere, dal momento che si diletta della punizione ed è spietato. […] Il maledetto Satana è la causa dell’infermità dei corpi umani, e davvero affermiamo che la trasgressione di Adamo è stata opera sua, e che in seguito ad essa le nostre strutture corporee sono divenute esposte alla debolezza e al declino.
Testimoni di Cristo - San Folco Scotti di Piacenza e Pavia - Costruire la pace vera, impegno nel quotidiano: Costruire la pace è un impegno che riguarda tutti e comincia dalla vita quotidiana, dalle nostre relazioni, dai luoghi dove viviamo. Si tratta di un impegno spirituale ma incarnato nel tempo, che rappresenta il cuore del percorso di san Folco Scotti di Piacenza e Pavia, che fece riconciliare tra loro due città da sempre rivali. I suoi resti sono custoditi nella Cattedrale di Pavia, città della quale fu vescovo nel XIII secolo. Folco (o Fulco) secondo la tradizione nacque intorno al 1165 a Piacenza da una celebre famiglia, quella degli Scotti, originari dell’Irlanda, che allora veniva identificata come patria degli “scoti”, ovvero degli scozzesi. All’età di 20 anni entrò tra i canonici regolari di Sant’Eufemia, che vivevano come monaci. Venne poi inviato a Parigi per continuare il percorso di formazione e compiere gli studi di teologia. Al rientro fu eletto priore di Sant’Eufemia, poi canonico, poi arciprete della Cattedrale. Nel 1210 venne scelto come vescovo di Piacenza. Sei anni dopo venne designato vescovo anche di Pavia: Piacentino e vescovo della comunità pavese, egli fu il paciere dei due centri divisi da un’aspra rivalità, dovuta anche agli antagonismi tra le famiglie dei due centri. Non solo: il suo impegno si estese anche alla pacificazione interna delle due singole comunità cittadine. Morì nel 1229. (Avvenire)
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.