26 OTTOBRE 2026
 
Lunedì XXX Settimana Del Tempo Ordinario
 
Ef 4,32-5,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 1; Lc 13,10-17
 
Come la donna curva del Vangelo, il rischio è sempre quello di restare prigionieri di uno sguardo centrato su sé stessi. In realtà, però, molte cose che contano nella vita – possiamo dire le cose fondamentali – non ce le diamo da noi stessi; le riceviamo dagli altri, giungono a noi e le accogliamo dai maestri, dagli incontri, dalle esperienze della vita. E questa è un’esperienza di grazia, perché guarisce i nostri ripiegamenti. Si tratta di una vera e propria guarigione che, proprio come succede alla donna del Vangelo, ci permette di avere nuovamente una posizione eretta davanti alle cose e alla vita e di guardarle in un orizzonte più grande. Questa donna guarita ottiene la speranza, perché può finalmente alzare lo sguardo e vedere qualcosa di diverso, vedere in modo nuovo. Questo succede in particolare quando incontriamo Cristo nella nostra vita: ci apriamo a una verità capace di cambiare la vita, di distrarci da noi stessi, di farci uscire dai ripiegamenti. (Leone XIV, Omelia nella Santa Messa con gli studenti delle Università Pontificie, 27 ottobre 2025)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: L’imperativo è netto: i cristiani della chiesa di Efeso devono sfuggire ogni forma di fornicazione. Per il cristiano ogni specie di impurità o di cupidigia, di volgarità, insulsaggini, trivialità, sono cose sconvenienti ed è bene che sappiano che chi le compie non entrerà nel regno di Dio. In passato gli Efesini avevano compiuto tali cose perché erano tenebra, ora rigenerati nel fonte battesimale sono luce nel Signore, e di conseguenza devono vivere e comportarsi come figli della luce.
 
Vangelo
Questa figlia di Abramo non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?
 
Il miracolo della donna curva ha molti tratti in comune con la guarigione dell’uomo che aveva la mano destra paralizzata (Lc 6,6-11). È un giorno di sabato, Gesù sta insegnando nella sinagoga e guarisce di sua iniziativa una donna inferma da diciotto anni. Lo sdegno del capo della sinagoga è per Gesù ipocrisia profonda: il Sabato era memoria del riposo di Dio (Es 20,11), era un giorno donato al riposo, alla preghiera e alla lode, un giorno per celebrare la misericordia di Dio, la sua potenza, per ricordare i prodigi operati da Dio per liberare il suo popolo dalla schiavitù del Faraone. La donna inferma era oppressa da uno spirito, allora perché  il capo della sinagoga ritiene che liberare una persona da una situazione di schiavitù sia una violazione del Sabato? Compiere un gesto di liberazione è la vera celebrazione del Sabato, non la sua violazione! Qui sta la novità del Vangelo: osservare la legge non è una spinta verso la disperazione o verso la schiavitù del legalismo, ma è aprire il cuore alla gioia. Osservare la Legge di Dio è una conquista per l’umanità e non una nuova oppressione: in poche parole, è un immergerci nella volontà di Dio, e vedere che ogni momento può essere una occasione di grazia, un momento favorevole perché la nostra vita cambi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,10-17
 
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.
Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: «Donna, sei liberata dalla tua malattia». Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.
Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: «Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato».
Il Signore gli replicò: «Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?».
Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Parola del Signore.
 
Un giorno di sabato - Bruno Maggioni (Il racconto di Luca): Il miracolo della guarigione della donna sofferente da diciotto anni ha molti tratti in comune con il miracolo della guarigione dell’uomo che aveva la mano paralizzata, già letto nel contesto delle controversie galilaiche (7,6-11): è un giorno di sabato, Gesù sta insegnando nella sinagoga, la folla lo circonda, Gesù interviene di sua iniziativa senza che la persona ammalata glielo chieda, pone una domanda che cade nel vuoto; l’interesse non indugia sul miracolo ma sulla polemica che esso suscita.
Ma ci sono anche importanti differenze. La descrizione è qui più particolareggiata e incisiva, e con più chiarezza gioca sul doppio significato del tema schiavitù-libertà. La donna è descritta come rattrappita, piegata, legata nei suoi movimenti.
Per dire la sua malattia si ricorre al termine astheneia che, più che la sofferenza come tale, sottolinea il tedio, la debolezza, la prostrazione fisica e morale, l’assenza di voglia di vivere.
Gesù la chiama a voce alta (prosfonéo) presso di sé e non le dice «sei guarita», ma «sei stata liberata». Il verbo greco apoluo significa al passivo essere liberato da una condizione che imprigiona, essere sciolto da una catena, come è detto esplicitamente in 13,16. Il tempo perfetto del verbo sottende poi una liberazione duratura. Lo spirito di Satana incatena (13,16), la parola di Gesù libera.
Lo sdegno del capo della sinagoga è per Gesù ipocrisia, che però non è solo lui a meritare. Infatti Gesù rimprovera al plurale: «Ipocriti». Si tratta di una ipocrisia profonda: non perché con la scusa di onorare Dio si finisce (sembra) col dare più peso agli animali che a una persona, ma perché si svuota alla radice proprio ciò che si dice di voler celebrare. L’ osservanza del sabato non è forse la memoria della liberazione di Israele dalla schiavitù del Faraone? E allora perché si ritiene che liberare una persona da una situazione di schiavitù sia, al contrario, una violazione del sabato? Compiere un gesto di liberazione è la vera celebrazione del sabato, non la sua violazione! Ragionare diversamente è pura ipocrisia, che succede ogni volta che l’ osservanza del sabato si riduce a un precetto del tutto svuotato della sua verità.
 
Per approfondire
 
Miguel Ángel Torres-Dulce: La donna della quale narra il Vangelo da quasi vent’anni viveva incurvata, resa incapace di raddrizzarsi; si avvicina comunque a Dio, va alla sinagoga e la malattia la rende umile. Cristo, che penetra i cuori, vede in quella donna un’anima semplice e purificata. Si rivolge a lei imponendole le mani e le dice: “Sei liberata dalla tua malattia”. È una splendida immagine del sacramento della misericordia di Dio, della confessione, nella quale Gesù ci libera dai legami del peccato, benedicendoci con le sue mani per liberarci dal male. Quale profonda gioia provò quella donna! Ora poteva drizzarsi e alzare facilmente lo sguardo al cielo. Il suo sguardo s’incontrò con lo sguardo del Signore e lacrime di gratitudine solcarono il suo volto.
Il Vangelo riferisce poi della reazione adirata del capo della sinagoga, che pone innanzi alla misericordia l’osservanza di un precetto. Una reazione che mascherava l’ipocrisia e che contrasta con la gioia della folla nel vedere le meraviglie che compiva Gesù. Il nemico della nostra santità non vuole il dialogo, non vuole che ci avviciniamo al Cuore misericordioso di Gesù e pone ogni tipo di ostacoli - persino citando la Parola di Dio! -; ma noi dobbiamo reagire con fermezza, andando dal Signore e mostrandogli con semplicità i nodi che tengono stretta la nostra anima, affinché la sua misericordia li sciolga.
Se conservassimo qualche propensione al peccato, vivremmo incurvati, incapaci di levare lo sguardo al cielo, ma tenendolo basso, occupati solamente dalle cose della terra, come se Dio non esistesse. La propensione al peccato attanaglia, produce un ripiegamento in noi stessi: l’orizzonte della vita si restringe e i migliori talenti vanno in rovina. Il cuore dell’uomo è nato da Dio e ha aneliti di infinito, di Lui. Può accontentarsi di ciò che è effimero, ma questo non calma la sua sete profonda, cammina come in un cerchio senza fare un passo avanti, tradisce se stesso e i tentativi di rendere utile in qualche modo la propria vita si vanno vanificando e rimangono dei castelli di sabbia. Riempiamo, invece, i nostri cuori con i veri aneliti che ci danno pienezza e ci fanno camminare eretti, con lo sguardo rivolto al cielo.
 
Le donne del Vangelo - Mulieris dignitatem 13: Scorrendo le pagine del Vangelo, passa davanti ai nostri occhi un gran numero di donne, di diversa età e di diverso stato. Incontriamo donne colpite da malattia o da sofferenze fisiche, come la donna che aveva «uno spirito che la teneva inferma, era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo» (cf. Lc 13,11), o come la suocera di Simone che era «a letto con la febbre» (Mc 1,30), o come la donna «affetta da emorragia» (cf. Mc 5,25-34), che non poteva toccare nessuno, perché si riteneva che il suo tocco rendesse l’uomo «impuro». Ciascuna di loro fu guarita, e l’ultima, l’emorroissa, che toccò il mantello di Gesù «tra la folla» (Mc 5,27), fu da lui lodata per la grande fede: «La tua fede ti ha salvata» (Mc 5,34). C’è poi la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita, rivolgendosi a lei con tenerezza: «Fanciulla, io ti dico, alzati!» (Mc 5, 41). E ancora c’è la vedova di Nain, alla quale Gesù fa ritornare in vita l’unico figlio, accompagnando il suo gesto con un’espressione di affettuosa pietà: «Ne ebbe compassione e le disse: "Non piangere!"» (Lc 7, 13). E infine c’è la Cananea, una donna che merita da parte di Cristo parole di speciale apprezzamento per la sua fede, la sua umiltà e per quella grandezza di spirito, di cui è capace soltanto un cuore di madre: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (Mt 15,28). La donna cananea chiedeva la guarigione della figlia.
A volte le donne, che Gesù incontrava e che da lui ricevevano tante grazie, lo accompagnavano, mentre con gli apostoli peregrinava attraverso città e paesi, annunciando il Vangelo del Regno di Dio; e «li assistevano con i loro beni». Il Vangelo nomina tra loro Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode, Susanna e «molte altre» (cf. Lc 8,1-3).
A volte figure di donne compaiono nelle parabole, con le quali Gesù di Nazareth illustrava ai suoi ascoltatori la verità sul Regno di Dio. Così è nelle parabole della dramma perduta (cf. Lc 15, 8-10), del lievito (cf. Mt 13,33), delle vergini sagge e delle vergini stolte (cf. Mt 25,1-13). Particolarmente eloquente è il racconto dell’obolo della vedova. Mentre «i ricchi (...) gettavano le loro offerte nel tesoro (...), una vedova povera vi gettò due spiccioli». Allora Gesù disse: «Questa vedova, povera, ha messo più di tutti (...), nella sua miseria ha dato tutto quanto aveva per vivere» (Lc 21,1-4). In questo modo Gesù la presenta come modello per tutti e la difende, poiché, nel sistema socio-giuridico di allora, le vedove erano esseri totalmente indifesi (cf. anche Lc 18,1-7).
In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13,16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23,28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante
 
Evoluzione del sabato - Roberto Tufariello e Giuseppe Barbaglio (Schede Bibliche Pastorali Vol VII): Negli antichi testi storici e profetici, il sabato è giorno di riposo e di festa gioiosa (cf. Is 1,13; Os 2,13), in cui si va al santuario o si visita un uomo di Dio (2Re 4,23); grossi lavori ordinari sono interrotti (Es 20,9-10 e Dt 5,13-14; Es 23,12 e 34,21), e così pure le contrattazioni commerciali (Am 8,5); i piccoli viaggi sono permessi (cf. 2Re 4,23).
Distrutto il tempio e iniziato l’esilio poiché le altre feste non possono più essere celebrate, l’importanza del sabato cresce: è allora che esso viene considerato come segno distintivo dell’alleanza (cf. Es 20).
Dopo l’esilio, il sabato è chiamato giorno «delizioso» e «venerando» (Is 58 13); speciali sacrifici vengono offerti nel tempio (Nm 28,9-10; Ez 46,1-5) da parte della «convocazione santa», cioè della comunità raccolta in assemblea (Lv 23,3).
Fuori di Gerusalemme, questi riti sono sostituiti da un’adunanza consacrata alla preghiera comune e alla lettura commentata della s. scrittura. Aumentano però le severe osservanze cui sono legati gli individui: non trattare affari e non fare viaggi (Is 58,13), non portare pesi, non fare alcun lavoro (Ger 17,21-22). Tali prescrizioni spesso non vengono osservate (cf. Ne 13,15-16) e perciò si devono prendere dei provvedimenti (cf. Ne 13,19-22; 10,32). Le regole diventano col tempo sempre più rigorose. Si considera proibito anche il difendersi, in giorno di sabato, dagli attacchi nemici (cf. 1Mac 2,32-38; 2Mac 6,11; 15,1-3; 8,25-28). Il libro dei Giubilei (50,8-12) proibisce in tal giorno l’uso del matrimonio, l’accensione del fuoco, la preparazione dei cibi (cf. Es 35,3; 16,23; Nm 15,32; ecc). Secondo Giuseppe, gli esseni «si astengono dal lavoro il sabato più rigorosamente che qualunque giudeo; non soltanto preparano i loro alimenti nella vigilia allo scopo di non accendere il fuoco in quel giorno, ma non osano muovere qualsiasi utensile né andare di corpo» (Bellum judo Il,8-9).
Al tempo di Gesù, i farisei proibivano di portare un letto (Gv 5,10), di curare un malato (Mc 3,2; Lc 13,14), di raccogliere qualche spiga (Mt 12,2), di camminare per più di duemila passi («il cammino di un sabato», At 1,12).
La prassi della Chiesa primitiva - Nei confronti del sabato e delle altre pratiche giudaiche la chiesa primitiva non ha assunto un atteggiamento comune e uniforme. Le comunità palestinesi di lingua aramaica continuarono a restare fedeli alla legge di Mosé, mentre i giudeo-cristiani di lingua greca del gruppo di Stefano si mostrarono subito innovatori: Gesù costituisce la fine della pratica giudaica (At c. 7). In ogni modo il giorno della riunione ecclesiale di carattere cultuale è la domenica, chr però viene chiamata «il giorno dopo il sabato» (At 20,7; 1,10), esattamente il giorno della risurrezione (Mt 28,1-2; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1.19).
In termini polemici contro l’osservanza del riposo sabatico si esprime la lettera ai Colossesi, che lo valuta una realtà anacronistica, essendo venuto Cristo, la realtà dei nuovi tempi: «Nessuno dunque vi condanni più in fatto di cibo a di bevanda, a riguardo a feste, a noviluni e a sabati; tutte queste cose che sono ombra delle future; ma la realtà invece è Cristo!» (2,16-17).
La lettera agli Ebrei invece presenta un’interpretazione escatologica del riposo sabatico. Il sabato che il popolo della nuova alleanza è esortato a celebrare è quello del riposo eterno, nella gloria di Dio (cf. Eb 3,7-4,11).
 
Il miracolo del sabato - Dio permette a Satana e al peccato di soggiogare questa donna - Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 96: C’era nella sinagoga una donna che per diciotto anni era stata tenuta inferma. La sua situazione può essere di grande beneficio per coloro che hanno discernimento. Noi dobbiamo raccogliere da ogni fonte quello che viene a nostro vantaggio.
Sulla base di quanto è accaduto a lei, possiamo vedere che Satana spesso riceve autorità su certe persone che cadono nel peccato e che sono cresciute trascurate nei loro sforzi nei confronti della religione. Egli può trascinare in malattie del corpo chiunque prenda in proprio potere, dal momento che si diletta della punizione ed è spietato. […] Il maledetto Satana è la causa dell’infermità dei corpi umani, e davvero affermiamo che la trasgressione di Adamo è stata opera sua, e che in seguito ad essa le nostre strutture corporee sono divenute esposte alla debolezza e al declino.
 
Testimoni di Cristo - San Folco Scotti di Piacenza e Pavia - Costruire la pace vera, impegno nel quotidiano: Costruire la pace è un impegno che riguarda tutti e comincia dalla vita quotidiana, dalle nostre relazioni, dai luoghi dove viviamo. Si tratta di un impegno spirituale ma incarnato nel tempo, che rappresenta il cuore del percorso di san Folco Scotti di Piacenza e Pavia, che fece riconciliare tra loro due città da sempre rivali. I suoi resti sono custoditi nella Cattedrale di Pavia, città della quale fu vescovo nel XIII secolo. Folco (o Fulco) secondo la tradizione nacque intorno al 1165 a Piacenza da una celebre famiglia, quella degli Scotti, originari dell’Irlanda, che allora veniva identificata come patria degli “scoti”, ovvero degli scozzesi. All’età di 20 anni entrò tra i canonici regolari di Sant’Eufemia, che vivevano come monaci. Venne poi inviato a Parigi per continuare il percorso di formazione e compiere gli studi di teologia. Al rientro fu eletto priore di Sant’Eufemia, poi canonico, poi arciprete della Cattedrale. Nel 1210 venne scelto come vescovo di Piacenza. Sei anni dopo venne designato vescovo anche di Pavia: Piacentino e vescovo della comunità pavese, egli fu il paciere dei due centri divisi da un’aspra rivalità, dovuta anche agli antagonismi tra le famiglie dei due centri. Non solo: il suo impegno si estese anche alla pacificazione interna delle due singole comunità cittadine. Morì nel 1229. (Avvenire)
 
Dio onnipotente ed eterno,
accresci in noi la fede, la speranza e la carità,
e perché possiamo ottenere ciò che prometti,
fa’ che amiamo ciò che comandi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
  25 OTTOBRE 2026
 
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Es 22,20-26; Salmo Responsoriale Dal Salmo 17 (18); 1Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40
 
Deus caritas est 20: L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato. La coscienza di tale compito ha avuto rilevanza costitutiva nella Chiesa fin dai suoi inizi: « Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno » (At 2, 44-45).
Luca ci racconta questo in connessione con una sorta di definizione della Chiesa, tra i cui elementi costitutivi egli annovera l’adesione all’« insegnamento degli Apostoli », alla « comunione » (koinonia), alla « frazione del pane » e alla « preghiera » (cfr At 2, 42). L’elemento della « comunione » (koinonia), qui inizialmente non specificato, viene concretizzato nei versetti sopra citati: essa consiste appunto nel fatto che i credenti hanno tutto in comune e che, in mezzo a loro, la differenza tra ricchi e poveri non sussiste più (cfr anche At 4, 32-37). Con il crescere della Chiesa, questa forma radicale di comunione materiale non ha potuto, per la verità, essere mantenuta. Il nucleo essenziale è però rimasto: all’interno della comunità dei credenti non deve esservi una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni necessari per una vita dignitosa.
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura: Non molesterai il forestiero né lo opprimerai... Questo «stralcio di legislazione sociale non è una serie di imperativi a sé stanti; lo si può comprendere a fondo soltanto nel suo contesto vitale: l’alleanza [Es., cc.19-24]. Le leggi d’Israele sono conseguenza dell’iniziativa gratuita del Signore verso il suo popolo» (L. Di Pinto). Saranno queste norme, con il decalogo, a regolare la vita religiosa e morale del popolo d’Israele, norme comunque imperfette perché edificate non sulla pura oblazione, ma sul timore del castigo divino.
 
Seconda Lettura: L’apostolo Paolo loda i Tessalonicesi perché hanno accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo. La Parola è il «messaggio di Dio agli uomini, l’annunzio della salvezza mediante Gesù Cristo. Esso è stato predicato con virtù e segni compiuti nello Spirito e accolto in forza dell’aiuto del medesimo. Lo Spirito agisce nei predicatori evangelici, ma prepara ed attua anche l’adesione dei fedeli» (Pietro Rossano).
 
Vangelo
Amerai il Signore tuo Dio, e il tuo prossimo come te stesso.
 
Per rispondere alla domanda di un rabbino, Gesù, cita due testi della “Legge antica”: un passo del Deuteronomio (Dt 6,5) e uno del Levitico (19,18). Attribuisce però ad essi il senso estensivo confermato dall’intero insegnamento evangelico: ogni uomo è il prossimo che la legge divina ordina di amare e non solo il compagno, l’amico o il figlio dello stesso popolo. In questo modo, nella risposta, fa intendere che con la “Nuova Legge” è infranto il confine strettamente etnico per allargarsi a un orizzonte universale.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 22,34-40
 
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».
 
Parola del Signore.
 
Il più grande comandamento della legge - I farisei per mettere alla prova Gesù, questa volta, si alleano con i sadducei, loro naturali nemici. Una coalizione anomala che mette in evidenza l’esasperazione dei farisei. Un’alleanza atipica perché i sadducei, diversamente dai farisei, riconoscevano come legittima solo la Legge scritta, non l’interpretazione che era stata fatta dalla tradizione orale in corrispondenza alle esigenze dei tempi; rifiutavano come normativi anche gli scritti dei Profeti; inoltre, negavano l’esistenza degli angeli, la risurrezione del corpo e la continuazione della vita dopo la morte (Cf. Mt 22,23-32). Predominanti nel sinedrio erano aperti al mondo orientato verso l’ellenismo. Interessati a cercare un compromesso con Roma, la loro influenza decadde dopo la distruzione di Gerusalemme e del Tempio (70 d.C.). In Atti 23,6ss si narra come Paolo abbia sfruttato a suo favore i dissidi che c’erano tra queste due sette.
Il racconto della controversia è comune a Marco (12,28-31) e a Luca (10,25-28). Matteo e Luca attribuiscono alla domanda del dottore della Legge un’intenzione non corretta. Al contrario, Marco presenta lo scriba come una persona posata, intelligente, aperta al dialogo, meritevole di lode, quindi, non lontano dal regno di Dio (Mc 12,34).
La disputa ha come sfondo i precetti della legge mosaica, ripartiti dai rabbini in 613 norme, 248 precetti positivi (come il numero delle membra del corpo umano) e 365 negativi (come i giorni dell’anno). In questa cornice, la domanda posta dal dottore della legge non è capziosa, poiché, in tale selva di comandamenti, era di capitale importanza statuire una gerarchia per stabilire un primo ed un ultimo. E in questo senso va compresa la domanda che viene posta a Gesù, anche se le intenzioni degli interlocutori erano ben altre.
Gesù nel rispondere salda due precetti, il primo tratto dal libro del Deuteronomio (6,5), il secondo dal libro del Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore».
Quest’ultimo brano biblico descrive l’orizzonte strettamente etnico che l’amore verso il prossimo aveva per l’israelita: l’amore del prossimo prendeva senso dalla solidarietà che doveva legare nell’unità del popolo tutti i discendenti di Israele.
Il secondo poi è simile, il senso di questa affermazione non è chiaro perché l’aggettivo omoios (simile) nella sacra Scrittura ha diverse valenze. Può designare «una somiglianza lontana [Cf. Cant 2,9; Prov 19,22; Gv 9,9; Ap 1,13)] o più stretta [tra esseri della stessa natura: Cf. Gen 2,20, la donna è simile all’uomo], come un’identità assoluta [Cf. Sap 18,11]. Altre volte l’omoios introduce una qualifica d’eccellenza. Per esaltare un patriarca [Cf. Prov 44,19], un giusto [Cf. Giob 1,8; 2,3], i re d’Israele [Cf. 1Sam 10,24; 1Re 3,12-13, ecc.], Dio [Cf. Es 15,11; Sal 35,10, ecc.]. L’ebreo ricorre a una frase stereotipa: “Chi è come te? Nessuno ti assomiglia, nessuno è a te simile. Tu sei senza eguali, ecc.”. In considerazione di quest’uso si può ritenere che il secondo comandamento è della medesima natura o della medesima portata del primo. Costituisce col primo una classe, una categoria di precetti assolutamente distinta da tutti gli altri» (O. da Spinetoli).
Ma Gesù, saldando i due precetti, voleva far comprendere ben altro al suo interlocutore; una sfumatura che il dottore della Legge certamente non sapeva cogliere ed era la sua Persona: Colui che gli stava dinanzi non era venuto «per abolire la Legge o i Profeti..., ma per dare compimento» (Mt 5,17). Praticamente, i comandamenti mosaici devono essere letti alla luce della sua Persona e del suo insegnamento: soltanto se si effettua questa operazione, allora, la risposta di Gesù, anche per i credenti, diventa dirompente, di una novità assoluta rispetto alla mentalità giudaica. In concreto, essendo Cristo Gesù il sacramento dell’amore del Padre, il prossimo va amato come il Padre ama gli uomini (Cf. Gv 3,16). E poiché Lui si è fatto «carne» per amore degli uomini (Cf. Gv 1,14), il prossimo va amato come il Padre ama il Figlio, perché nel Figlio v’è ogni uomo (Cf. Gv 17,21).
 
Per approfondire
 
Amerai il prossimo tuo come te stesso - Giuseppe Barbaglio (Amore, in Schede Bibliche, Volume I): Nel Nuovo Testamento s’impone subito all’attenzio­ne nostra un detto di Gesù che, risponden­do alla domanda di un rabbino circa il comandamento più importante, anzitutto ri­porta letteralmente dal libro del Dt il co­mandamento dell’amore totale di Dio, ma poi aggiunge la citazione del comandamen­to dell’amore del prossimo di Lv 19,18 (Cf. Mt 22,34-40; Mc 12,28-34; Lc 10,25-28). La conclusione del dialogo appare diversa nei tre sinottici: Luca esorta alla pratica dei due comandamenti necessaria per la vita eterna (10,28). Marco fa sussumere il rabbino che mostra il suo accordo con la risposta di Gesù e ne riceve un lusinghiero encomio (12,32-34). Matteo invece riporta il seguente detto conclusivo di Gesù: «Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti» (22,40).
Già nell’Antico Testamento era presente la problematica del comandamento più importante. Nel­lo schema della conclusione dell’alleanza era prevista la proclamazione della stipula­zione fondamentale che precedeva l’elenco delle condizioni secondarie. Nel Dt il comandamento dell’amore di Dio era inteso appunto come stipulazione principale. Gesù dunque nella prima parte della sua risposta non fa che ripetere un luogo tradizionale. Più originale invece si mostra nell’abbinare il comandamento dell’amore del prossimo. Infatti, è vero che nel giudaismo questa prescrizione del Lv era intesa come sintesi di tutta la legge e che non erano mancate voci che avevano accostato i due comandamenti.
Ma prima di Gesù nessuno li aveva equiparati con tanta chiarezza e forza.
Ma che cosa significa di fatto parlare del comandamento più grande? Vuol dire che le esigenze divine sono ricondotte ad unità. Cristo è venuto come portavoce autorizzato della parola definitiva del Padre all’umani­tà: parola che, a suo giudizio, ruota attorno al perno dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Il confronto di chi si apre nella fede alla prospettiva del regno annunciato da Cristo non avviene sulla base di numero­se prescrizioni e proibizioni, ma in rapporto a un atteggiamento fondamentale capace di dare coesione alla vita religiosa ed etica della persona. Nella stessa visuale si colloca la cosiddetta regola d’oro dell’azione umana, testimo­niata da Matteo e da Luca: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; Cf. Lc 6,31). Sia pure in forma negativa, era già nota nel mondo giudaico. Gesù l’ha fatta propria dandole forma positiva. Non si pensi però che questo sia un cambiamento di grande importanza. Più significativo nella parola di Cristo è invece l’orizzonte in cui è fatta valere: il regno di Dio viene incontro all’uomo e lo provoca ad un atteggiamento di apertura e disponibilità. Ebbene, l’amore fattivo del prossimo costituisce la quintessenza della conversione dell’uomo al lieto annuncio del messia. Non è poi senza peso che nella regola d’oro l’amore sia inteso come un fare: si tratta di amore che chiama in causa la prassi dell’uomo.
Infine, non deve passare inosservato che si tratta di un comandamento. Ci si meraviglierà che l’amore sia comandato: il proverbio popolare non dice forse che al cuore non si comanda? Ma in questo modo non si comprende il significato vero dell’amore. In realtà, la Bibbia mette a confronto la volontà dell’uomo con la volontà di Dio. L’amore del prossimo esprime la nostra obbedienza al Padre, che vuole catturare la nostra volontà, ma per volgerne la prassi verso gli altri.
Resta da determinare chi è il prossimo per Gesù.
Soprattutto Luca ci aiuta a dare una risposta.
Infatti il terzo evangelista ci ha conservato il seguito del dialogo tra Gesù e il rabbino riguardante appunto l’identità del prossimo da amare. Alla domanda: «E chi è il mio prossimo?» Gesù risponde con una parabola incentrata sul diverso atteggiamento assunto da tre persone emblematiche di fronte alla vittima di un’aggressione: un sacerdote e un levita passano oltre, mentre un samaritano si cura del poveretto. Poi, a sua volta, domanda all’interrogante quale dei tre è stato il prossimo. Riferendosi al samarita­no, il rabbino da una descrizione precisa del prossimo: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù allora conclude esortandolo a fare altrettanto. Sono così superati i confini del particolarismo religioso ed etnico del comandamento di Lv 19, ma soprattutto sono superati i limiti di un discorso teorico. In primo piano Cristo mette l’agire concreto da prossimo. Il concetto di prossimo cessa di essere una categoria più o meno comprensiva del mondo circostante e diventa esigenza operativa di amore  rivolta a ciascuno di noi.
 
M. Eckhart (Predica: “Omne datum optirnum …”): Ama il prossimo tuo come te stesso: ci sembra difficile quello che ci ha comandato Nostro Signore: amare gli altri come noi stessi. Le persone rozze dicono comunemente: ciò significa che bisogna amare gli altri in vista dello stesso bene per il quale si ama noi stessi. No, non è così. Bisogna amarli quanto noi stessi, e ciò non è poi così difficile. Se volete riflettervi, l’amore è più una ricompensa che non un comandamento. Il comandamento sembra difficile, la ricompensa è desiderabile.
Chi ama Dio come deve e come bisogna amarlo, che lo voglia o no, e come lo amano tutte le creature, deve amare il prossimo come sè stesso, rallegrarsi delle sue gioie come delle proprie, desiderare il suo onore come il proprio, considerare lo straniero come il suo vicino. In questo modo l’uomo è sempre nella gioia, nell’onore e nel vantaggio, lo è davvero come nel Regno dei cieli, e ha cosi gioie maggiori che se si rallegrasse soltanto del proprio bene. Sappilo in verità: se il tuo proprio onore ti rende più felice di quello di un altro, ciò non è bene.
 
Testimoni di Cristo - San Gaudenzio di Brescia: Annunciare il messaggio dirompente di Cristo è missione che appartiene a tutti i battezzati e per alcuni diventa una strada verso la santità. E questa fu la via seguita dall’ottavo vescovo di Brescia, san Gaudenzio, che – quasi “novello Giona” – fu quasi “trascinato” sulla cattedra episcopale della città, dopo la morte di Filastrio, per insistenza dei fedeli e grazie all’intervento di sant’Ambrogio che nel 390 lo ordinò vescovo. Non c’è biografia, ma a noi sono giunti una ventina di sermoni di Gaudenzio, trascritti su richiesta di diverse voci, che sentivano in quelle parole tutta la profondità del Vangelo. Quando venne scelto come vescovo fu persino inviata una delegazione in Terra Santa, dove egli era pellegrino. Esperto della vita dell’Oriente cristiano, nel 406 fu incaricato da papa Innocenzo I di recarsi a Costantinopoli assieme ad altri quattro vescovi. Il patriarca Giovanni Crisostomo, infatti, era stato mandato in esilio per la seconda volta e il Pontefice inviò una delegazione per incontrare l’imperatore Arcadio, promuovere un Concilio e ottenere la libertà per il patriarca. L’impresa fallì, ma Gaudenzio tornò con delle reliquie, che divennero il cuore della basilica da lui chiamata “Concilio dei santi”. Morì tra il 411 e il 412, venendo da subito indicato come santo dai fedeli della comunità bresciana. (Avvenire)
 
O Padre, che per amore
continuamente crei e rinnovi il mondo,
donaci la gioia di un cuore libero e pacificato,
capace di amare te sopra ogni cosa
e il prossimo come noi stessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 
 
 
 24 Ottobre 2026
 
Sabato XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 4,7-16; Salmo Responsoriale Dal Salmo 121 (122); Lc 12,54-59
 
Gesù racconta la parabola del fico sterile. (…) Cosa rappresentano i personaggi di questa parabola? Il padrone raffigura Dio Padre e il vignaiolo è immagine di Gesù, mentre il fico è simbolo dell’umanità indifferente e arida. Gesù intercede presso il Padre in favore dell’umanità – e lo fa sempre – e lo prega di attendere e di concederle ancora del tempo, perché in essa possano germogliare i frutti dell’amore e della giustizia. Il fico che il padrone della parabola vuole estirpare rappresenta una esistenza sterile, incapace di donare, incapace di fare il bene. È simbolo di colui che vive per sé stesso, sazio e tranquillo, adagiato nelle proprie comodità, incapace di volgere lo sguardo e il cuore a quanti sono accanto a lui e si trovano in condizione di sofferenza, di povertà, di disagio. A questo atteggiamento di egoismo e di sterilità spirituale, si contrappone il grande amore del vignaiolo nei confronti del fico: fa aspettare il padrone, ha pazienza, sa aspettare, gli dedica il suo tempo e il suo lavoro. Promette al padrone di prendersi particolare cura di quell’albero infelice. E questa similitudine del vignaiolo manifesta la misericordia di Dio, che lascia a noi un tempo per la conversione. Tutti noi abbiamo bisogno di convertirci, di fare un passo avanti, e la pazienza di Dio, la misericordia, ci accompagna in questo. Nonostante la sterilità, che a volte segna la nostra esistenza, Dio ha pazienza e ci offre la possibilità di cambiare e di fare progressi sulla strada del bene. (Francesco -  Angelus, 24 marzo 2019)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Overview dell’AI: Il brano Efesini 4,7-16 della Lettera di san Paolo apostolo agli Efesini tratta dei doni di Cristo e della crescita della Chiesa come corpo unificato.
Sintesi del testo (Ef 4,7-16): La grazia e i doni (v. 7-10): A ogni credente è stata data una grazia particolare, secondo la misura del dono di Cristo. Paolo cita il Salmo 68,18 sull’ascensione (“Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”), spiegando che colui che è salito nei cieli è lo stesso che prima era disceso sulla terra (e nelle regioni inferiori) per riempire ogni cosa.
I ministeri nella Chiesa (v. 11-12): Cristo ha stabilito diversi ruoli e ministeri all’interno della comunità: apostoli, profeti, evangelisti, pastori e maestri (o dottori).
Scopo: preparare e formare i credenti (“i santi”) per il servizio ministeriale e per edificare il corpo di Cristo.
L’unità e la maturità nella fede (v. 13-16): L’obiettivo di questi doni è raggiungere l’unità della fede, la piena conoscenza del Figlio di Dio e la maturità spirituale (la statura della pienezza di Cristo). Questo evita che i credenti siano come fanciulli sballottati da qualsiasi vento di dottrina.
Crescita nella carità (v. 15-16): Vivendo secondo la verità e nella carità, tutto il corpo della Chiesa cresce in modo armonioso, collaborando attraverso ogni singola articolazione e membro per edificare se stesso nell’amor
 
Vangelo
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
 
Non sempre è da cercare un nesso diretto tra colpa e morte, tra peccato e infortunio, questo è l’insegnamento di Gesù. La morte violenta dei Galilei, o altri simili fatti brutali, devono essere recepiti come appelli alla conversione e non come castighi di Dio: se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Ciò che conta è non andare incontro ad una morte ancora più terribile, quella che porta all’eterna separazione da Dio. La parabola del fico sterile è un chiaro riferimento alla pazienza di Dio, ma potrebbe alludere al ritardo del giudizio finale di Dio e all’importanza di prepararvisi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9
 
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
 
Parola del Signore.
 
Perché deve sfruttare il terreno? - In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Nella riflessione biblica il tema della retribuzione ha fatto un lungo cammino, che ha portato a graduali e interessanti scoperte.
Dalla concezione di una retribuzione terrena collettiva, il popolo è responsabile in solido delle proprie azioni (il bene degli uni ricade sugli altri e così il male, i meriti e le colpe dei padri si riversano sui figli), gradualmente si arriva a una nozione di retribuzione individuale. In questa ultima riflessione, ancora imperfetta, la retribuzione che Dio dà all’uomo, è concepita come temporale; si chiude cioè nell’arco della vita terrena. Dio infatti premia o punisce con cose facilmente controllabili: ricchezza, fecondità della sposa, rispetto e amicizia dei vicini ai buoni; mancanza di prole, malattia, povertà agli empi.
Una novità interessante, ma inficiata dalla esperienza quotidiana: infatti, spesso molti empi prosperano, molti giusti soffrono. Sarà il libro della Sapienza, e soprattutto il Nuovo Testamento, a dare una risposta a questo problema: la retribuzione è spostata nella vita ultraterrena. Si chiude così il ciclo. Ma rimane sempre sottinteso che la ricompensa «che Dio dà all’uomo è un puro dono che l’uomo non può mai meritare completamente. Il rischio del fariseismo è continuamente presente. L’uomo ha sempre la tentazione di misurare la retribuzione divina sul metro delle opere che compie. L’esempio classico lo incontriamo nella parabola del fariseo e del pubblicano [Lc 18,9ss.]. Il fariseo, che pretendeva la sua giustificazione da Dio ostentando le sue opere buone, viene da [Gesù] riprovato. L’uomo non può ricevere la salvezza dalle sue opere, perché è nel peccato. La salvezza la dà solo Dio [Rm 3,23-26]» (Giuseppe Manni).
Sulla carneficina perpetrata da Pilato e sui fatti della Torre di Siloe e sulla questione della retribuzione, Gesù non assume alcuna posizione e non dà un giudizio né sui mandanti, né sulle vittime, sposta soltanto il problema: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
In questo modo, Gesù invita gli interlocutori a cambiare vita: invece di investigare è meglio convertirsi perché alla fine si potrebbe condividere la sorte di quei malcapitati morti sotto il ferro romano e sotto le pietre di una torre diruta. Anche due fatti di cronaca possono celare segni ammonitori, quindi, più che dare un giudizio sulla vita degli altri è meglio guardare alla propria condotta, sopra tutto se essa è in sintonia con la volontà di Dio. L’accento va quindi spostato sull’urgenza della conversione. E a questo proposito narra la parabola dell’albero di fichi che un tale aveva piantato nella sua vigna.
L’immagine del fico infruttuoso era abbastanza nota e ricorreva spesso nella predicazione profetica quando si voleva denunciare l’infedeltà del popolo di Dio (Cf. Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,16). Nel brano lucano però si fa cenno anche alla vigna e potrebbe alludere alla pazienza di Dio (Cf. Is 5,1-7). Due rimandi non casuali e con i quali si vogliono sfatare due equivoci: «quello di chi pensa che ormai è troppo tardi e che la pazienza di Dio si è logorata nell’attesa, e quello di chi pensa che c’è sempre tempo e che la pazienza di Dio è senza limiti. La risposta è un’altra: Dio è certamente paziente, ma noi non possiamo programmare o fissare scadenze alla sua pazienza» (Carlo Ghidelli).
Mentre nel Vangelo di Matteo il fico infruttuoso viene maledetto da Gesù (Cf. Mt 21,19ss.), qui, nel racconto lucano la parabola è interrotta prima della fine, per cui non si conosce la sorte del fico sterile. Forse si vuole alludere a una futura conversione d’Israele. Per Gesù c’è ancora spazio per il ritorno d’Israele: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26).
 
Per approfondire
 
Giovanni Nicolini: Mi sembra che la traduzione italiana del ver.11 enfatizzi la “personalizzazione” di questi compiti. Forse è meglio rendere semplicemente alla lettera: “Egli diede gli apostoli, i profeti, gli evangelisti, i pastori e i maestri …”. E questo giustamente enfatizza lo scopo di tali elezioni che è “per la preparazione (la dotazione) dei santi all’opera delle diaconìa, all’edificazione del corpo di Cristo” (ver.12).
In questo modo si sottolinea maggiormente lo scopo di questi ministeri che è la ministerialità di tutto il popolo. Altrimenti il rischio è quello di enfatizzare una funzione, facendola diventare un titolo, senza sottolinearne la funzionalità e lo scopo. Provo a spiegarmi: è come se il fatto che io sia un prete diventi un “titolo” chiuso in se stesso, e non visto nel suo scopo di servizio verso tutto il popolo!
Dunque, come dice il ver.12, è compito di tutto il popolo l’edificazione del “corpo di Cristo”. Per questo è necessario che “noi tutti giungiamo all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio” (ver.13)!
E il grande scopo di tutto è il Cristo stesso nella sua pienezza! Questo scopo è, mi sembra, più che una “conoscenza”, come noi intendiamo questo termine. Si tratta di una vera “esperienza”, nella quale tutta la comunità vive la sua comunione con il Signore Gesù, presente in ciascuno e in tutti!
Se questo manca, la comunità è esposta al pericolo segnalato al ver.14, quello di un degrado mondano che non è per il vero bene di tutti e si abbassa alle competizioni ingannevoli di potere che caratterizzano i rapporti di frode e di violenza delle sapienze mondane.
Invece l’azione ecclesiale è caratterizzata dal meraviglioso intreccio di verità e carità che Paolo ricorda al ver.15: è questo che esprime e attua la vera crescita di ciascuno e di tutti verso la Persona di Gesù, che è “il capo del corpo”!
Dove “il capo” non è il “comandante”, ma appunto “il capo”, cioè “la testa” di tutto il corpo! E questo “corpo” allora “cresce” nel modo meraviglioso descritto al ver.16: un corpo che cresce per la presenza e l’azione di ogni discepolo, e cresce edificando se stesso nell’amore!
 
Conversione ed ingresso nel regno di Dio - Jean Giblet e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Gesù non si accontenta di annunziare l’approssimarsi del regno di Dio, ma incomincia a realizzarlo con potenza; con lui il regno si inaugura, quantunque esso sia ancora volto verso compimenti misteriosi. Ma l’appello alla conversione lanciato dal Battista conserva nondimeno tutta la sua attualità: Gesù lo riprende in termini propri all’inizio del suo ministero (Mc 1,15; Mt 4,17). Egli è venuto a «chiamare i peccatori alla conversione» (Lc 5,32); questo è uno degli aspetti essenziali del vangelo del regno. L’uomo che prende coscienza del suo stato di peccatore può d’altronde rivolgersi a Gesù con fiducia, perché «il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati» (Mt 9,6 par.). Ma il messaggio di conversione urta contro la sufficienza umana in tutte le sue forme, dall’attaccamento alle ricchezze (Mc 10,21-25) fino all’orgogliosa sicurezza dei farisei (Lc 18,9).
Gesù si leva come il «segno di Giona» in mezzo ad una generazione malvagia, meno ben disposta nei confronti di Dio di quanto lo fosse un tempo Ninive (Lc 11,29-32 par.). Perciò egli pronuncia contro di essa una requisitoria piena di minacce: gli uomini di Ninive la condanneranno al momento del giudizio (Lc 11,32); Tiro e Sidone avranno una sorte meno severa delle città del lago (Lc 10,13ss par.).
Di fatto l’impenitenza attuale di Israele è il segno dell’indurimento del suo cuore (Mt 13,15 par.; cfr. Is 6,10).
Se non modificano la loro condotta, gli uditori impenitenti di Gesù periranno (Lc 13, 1-5), ad immagine del fico sterile (Lc 13,6-9; cfr. Mt 21,18-22 par.).
2. Gesù, quando esige la conversione, non fa allusione alcuna alle liturgie penitenziali. Diffida persino dei segni troppo appariscenti (Mt 6, 16 ss). Ciò che conta è la conversione del cuore che fa ridiventare come bambini (Mt 18,3 par.). E, in seguito, lo sforzo continuo per «cercare il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33), cioè per regolare la propria vita secondo la nuova legge. L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15,4 ss; cfr, 15,8). La risposta umana a questa grazia è concretamente analizzata nella parabola del figliuol prodigo, che mette in sorprendente rilievo la misericordia del padre (Lc 15, 11-32). Infatti il vangelo del regno comporta questa rivelazione sconcertante: «C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15,7.10). Anche Gesù riserva quindi ai peccatori un’accoglienza che scandalizza i farisei (Mt 9,10-13 par.; Lc 15,2), ma provoca conversioni; ed il vangelo di Luca si compiace nel riferire in modo particolareggiato taluni di questi ritorni, come quello della peccatrice (Lc 7,36-50) e quello di Zaccheo (19,5-9).
 
Moderazione nel condannare - Gregorio Nazianzeno, Sermo 32, 30: Non è la stessa cosa strappare uno sterpo o un fiore e uccidere un uomo. Sei immagine di Dio e parli a un’immagine di Dio. Tu che giudichi sarai a tua volta giudicato (Mt 7,1); e giudichi il servo di un altro (Rm 14,4), che è governato da un altro. Esamina bene tuo fratello, come se tu dovessi essere misurato con la stessa misura. Attento a non tagliare e gettar via temerariamente un membro, nell’incertezza, perché le membra sane non abbiano ad averne un detrimento. Riprendi, rimprovera, scongiura. Hai la regola della medicina. Sei discepolo di Cristo mite e benigno, che portò le nostre infermità (Is 53,4). Se incontri una prima resistenza, aspetta con pazienza; alla seconda, non perdere la speranza, c’è ancora tempo per una cura; al terzo scontro cerca d’imitare quel benevolo agricoltore e chiedi al Signore che non sradichi il fico infruttuoso (Lc 13,8), che lo curi, che lo concimi, attraverso la confessione. Forse si cambierà e porterà frutto e accoglierà Gesù che torna da Betania.
 
Testimoni di Cristo - Sant’Antonio Maria Claret, Vescovo: Una figura del secolo XIX al cui nome è tuttora legata una congregazione religiosa diffusa in tutti i continenti, quella dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria, detti appunto Clarettiani. Di origine catalana, appena ordinato sacerdote Claret si reca a Roma, a Propaganda Fide, per essere inviato missionario. Ma la salute precaria lo costringe a tornare in patria. Così per sette anni si dedica alla predicazione delle missioni popolari tra la Catalogna e le Isole Canarie. È tra i giovani raggiunti in questa attività apostolica che nasce l’idea della congregazione. Nel 1849 viene nominato arcivescovo di Santiago di Cuba. Morirà il 24 ottobre 1870. (Avvenire)
 
-> O Dio,
che hai sostenuto il vescovo sant’Antonio Maria [Claret]
con doni straordinari di carità e di pazienza
nell’evangelizzazione dei popoli,
concedi a noi, per sua intercessione,
di cercare sempre il tuo regno e di lavorare alacremente
per guadagnare a Cristo i fratelli.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
 
 
 
 23 Ottobre 2026
 
Venerdì XXIX Settimana del Tempo Ordinario
 
Ef 4,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 23 (24); Lc 12,54-59
 
Conoscere i segni dei tempi. I tempi cambiano, ed è proprio della saggezza cristiana conoscere questi cambiamenti, conoscere i diversi tempi e conoscere i segni dei tempi. Cosa significa una cosa e cosa un’altra. E fare questo senza paura, con la libertà. Questo è un lavoro che di solito noi non facciamo: ci conformiamo, ci tranquillizziamo con “mi hanno detto; ho sentito; la gente dice; ho letto...”. E così siamo tranquilli. Ma è quella la verità, è quello il messaggio che il Signore vuole darmi con quel segno dei tempi? Per capire i segni dei tempi prima di tutto è necessario il silenzio: fare silenzio e guardare. E dopo riflettere dentro di noi. Un esempio: perché ci sono tante guerre adesso? Perché è successo qualcosa? E pregare: silenzio, riflessione e preghiera. Soltanto così potremo capire i segni dei tempi, cosa Gesù vuol dirci. I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi. (Francesco - Omelia a Santa Marta 23 ottobre 2015)
 
Liturgia della Parola
 
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo): 1-1-3 La «vocazione alla fede» (v. l), per cui tutti i credenti indistintamente formano un solo «corpo» in Cristo Gesù, esige che si dia bando a ogni sentimento di animosità e di discordia (v. 2) per non spezzare quella meravigliosa «unità» realizzata dallo «Spirito Santo» (v. 3); è lo «Spirito di Cristo» infatti che compagina l’unità del corpo mistico.
Ora, se le membra fossero in contrasto fra di loro, come potrebbe il «corpo» organizzarsi? La prima legge di vita dunque è l’armonia, la «pace» (v. 3), che è ottimo cemento e «legame» di unità. Qualsiasi peccato contro la «carità», dunque, è sempre un dilaceramento del corpo di Cristo.
Qualcuno intende l’espressione «unità dello Spirito» (v. 3) nel senso di unità di «mente» e di cuore: il contesto sembra invece riferirsi allo Spirito Santo.
4-6 Si richiamano brevemente i «motivi» teologici che impongono al cristiano «l’unità» spirituale coi fratelli. Tutto, nella vita del cristiano, ha carattere di socialità e di comunitarietà; niente egli ha che tenda a isolarlo, ma tutto lo richiama ad aprirsi agli altri. Unico è il «corpo» della Chiesa, animato da un unico «Spirito»; unica è la «speranza» della salvezza eterna, a cui la fede in Cristo ci «chiama» e ci dà diritto (v. 4). Unico è il «Signore» Gesù, che ha infranto il muro della divisione e della inimicizia (2, 14) e ha fornito a tutti gli stessi mezzi di salvezza: la «fede» e il «battesimo» (v. 5). Infine, il motivo fondamentale di questa unione deve ricercarsi nella universale «paternità di Dio» (v. 6) che, pur essendo l’Essere trascendente, «al di sopra» di tutto e di tutti, è presente in ogni redento con la sua azione e con la sua inabitazione mediante la grazia.
Il nostro passo contiene una chiara professione di fede trinitaria.
Il medesimo invito all’«unità», basato sull’unicità del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e sull’unicità dei mezzi di salvezza, vedilo in Cor. 8,6; 12,4-26.
 
Vangelo
Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?
 
L’evangelista Luca usa una analogia meteorologica per rimproverare la cosciente e ostinata ottusità del popolo d’Israele, anche se l’epiteto ipocriti voglia far pensare che Gesù si sta rivolgendo non alla folla, ma ai suoi eterni detrattori, i farisei, i quali chiusi nella loro roccaforte intellettuale non vogliono accogliere la novità evangelica (cfr, Luke Timothy Johnson, Il Vangelo di Luca). L’evangelista Matteo usa una analogia meteorologica diversa, ma il concetto è lo stesso: Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? (Mt 16,2-3).
Dinanzi a tanta prova di capacità di discernimento, Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, è inspiegabile, come dinanzi a innumerevoli segni, non sappiamo decidere. L’invito-rimprovero di Gesù possiamo tradurlo in questo modo: tu che ascolti, tu che vedi sei posto davanti alla necessità di prendere una decisione personale. Sei tu che devi decidere ciò che è giusto.
Le ultime raccomandazioni, Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, tenendo a mente che Gesù sta salendo a Gerusalemme dove si compirà la volontà del Padre, molto probabilmente, sono rivolte ai discepoli: “Sono i discepoli quelli «lungo la strada» [12,58] che devono prendere una decisione adesso, prima che sia troppo tardi. Se non raggiungono «un accordo» adesso con il loro avversario - in questo caso il Messia stesso che li chiama alla conversione - le cose si metteranno male per loro nel giudizio che verrà” (Luke Timothy Johnson, Il Vangelo di Luca).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,54-59
 
In quel tempo, Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».
 
Parola del Signore
 
Padre Lino Pedron: Il lamento che Gesù rivolge all’uomo di tutti i tempi e allo stesso credente, è motivato dal fatto che non mette uguale impegno e diligenza per scoprire i segni del tempo della salvezza quanto ne impiega per prevedere il tempo meteorologico. Dio parla all’uomo attraverso la voce della sua coscienza, attraverso la voce dei suoi inviati, ma anche, e soprattutto, attraverso gli sviluppi e gli eventi della storia. Questi ultimi sono i più trascurati ma, in realtà, sono i più sicuri. Gesù richiama i suoi ascoltatori a questa ottica. Bisogna essere più perspicaci e più attenti. Le parole possono ingannare, i fatti, meno.
Il tempo di Gesù era il momento culminante della salvezza, perché segnava la fine dei mali fisici e morali, delle oppressioni umane e diaboliche: non potevano esserci dubbi che qualcosa di nuovo stava incominciando nella storia umana. La teologia dei segni dei tempi trova il suo inizio in questa breve affermazione di Gesù, ma dopo tanti secoli è ancora così poco capita e vissuta. Conosciamo bene ciò che è utile alla nostra vita animale, ma non ciò che è necessario per la nostra vita eterna.
Le liti e le vertenze giudiziarie fanno parte della storia dell’uomo e quindi anche del cristiano. Il litigare è una cosa contraddittoria con il comportamento cristiano. Il vangelo non pretende che il cristiano rinunci ai suoi diritti, ma segnala un modo più pratico e ragionevole per farli valere, tentando un accordo tra le parti (v.57).
Per capire chi ha torto o ragione basta un po’ di testa e di buona volontà. Spesso le rivendicazioni nascono dal puntiglio e dall’orgoglio più che da veri torti subiti. Mettendo a tacere le passioni sregolate, distaccandosi dal proprio io, dalla propria permalosità e arroganza da ambo le parti, si può risolvere qualunque vertenza. Il ricorso al giudice umano non è detto che sia la via più garantita e più sicura per arrivare a una giusta soluzione. Spesso i verdetti non sono emessi secondo verità o diritto, ma in base alla capacità dialettica, alle manipolazioni della legge e ai cavilli per aggirarla e capovolgerla. Da questa pagina evangelica nasce una profonda sfiducia nella categoria degli avvocati e dei giudici, che è quasi abituale nella predicazione dei profeti (cfr Am 5,10-15; Mi 3,1-4; 7,3; Is 1,26; Sof 3,3; ecc.). La sentenza assolutoria o la condanna non scaturiscono, spesso, dall’innocenza o dalla colpevolezza, ma dalla fortuna o dalla sfortuna di aver avuto un difensore più o meno abile.
La finale è pessimistica. Una volta presa la via dei tribunali, la conclusione è sempre una: il carcere. Si è litigato per avere ragione, si finisce per avere torto.
Con la venuta di Gesù è giunto il momento della decisione. Ognuno è colpevole davanti a Dio. Si deve approfittare del tempo che precede il giudizio per sfuggire all’inflessibile procedura del giudizio per mezzo della penitenza, della conversione e della riconciliazione con il fratello, prima che sia troppo tardi.
 
Per approfondire
 
Opus Dei: Già in tempi antichi gli uomini erano capaci di prevedere le condizioni del tempo, perché Dio li aveva resi partecipi, fin dalla creazione del mondo, della sua sapienza per “valutare l’aspetto della terra e del cielo”. Perciò i segni e i prodigi che quegli uomini vedevano, gli insegnamenti che ascoltavano, erano più che sufficienti per riconoscere da essi la venuta del Messia salvatore. A che cosa poteva servire a quegli uomini conoscere le cose terrene se non accettavano il loro Creatore, venuto al mondo per riconciliare tutte le cose (cfr. Col 1, 20)?
Con Gesù il tempo è arrivato alla sua pienezza (cfr. Gal 4, 4); la salvezza e la conversione del cuore sono alla portata di tutti. Ogni uomo, nel tabernacolo della propria coscienza, può discernere tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Finché siamo in cammino, Dio non smette mai di dare ai suoi figli i mezzi per riconoscerlo e convertirsi a lui, anche fino all’ultimo istante della vita terrena, come fece con il buon ladrone, che riconobbe in Gesù il Dio che lo poteva salvare dalla morte eterna (cfr. Lc 23, 42).
Gesù ci dice che anche il timore per una giusta condanna può alla fine essere un valido motivo per cambiare vita e riconciliarsi con Dio e con il prossimo. Per far ciò è necessaria l’umiltà, abbandonare l’atteggiamento ipocrita di chi presume di sapere molto della scienza umana, ma poi non riconosce nella profondità del suo cuore la presenza di un Dio che “non gode della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva” (Ez 33, 11). A proposito della relazione tra la scienza umana e l’umiltà, san Josemaría scriveva: «Tu, dotto, celebre, eloquente, potente: se non sei umile, non vali nulla. – Taglia, strappa quell’io che possiedi in grado superlativo – Dio ti aiuterà –, e allora potrai cominciare a lavorare per Cristo, nell’ultimo posto del suo esercito di apostoli» (San Josemaría, Cammino, n. 602.)
 
La decisione urge - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Gesù rinfaccia ai giudei di saper comprendere i segni esterni del tempo, cioè di poter giudicare che tempo farà dal rosseggiare del cielo al mattino e alla sera, ma di non aver proprio occhi per vedere i segni interiori del tempo suo. Poiché con la sua venuta, è spuntata una nuova èra, ed egli ne è il segno. Chi lo vede, dovrebbe poter giudicare che è giunta un’era nuova, ed assumere l’attitudine corrispondente. Egli è l’aurora di un giorno nuovo. Non è più tempo di dormire. Prontezza significa alzarsi e camminare nel nuovo giorno. Bisogna scuotersi di dosso la sonnolenza. Il suo giorno sarà un giorno di tempesta. Le tempeste che Cristo reca con sé non cesseranno fino alla fine dei tempi. Perciò la decisione è prontezza a passare attraverso la tempesta e a chiudere gli occhi su tutto il resto. Il tempo della decisione urge. Secondo la parabola del Signore, l’uomo è come uno che viene tradotto dinanzi al giudice per essere condannato. Mentre è in via, ha ancora tempo per mettersi d’accordo col suo avversario e così salvarsi. Però è già sulla via del tribunale. Ciò vale per i singoli e per tutta l’umanità: in quanto peccatrice, essa è citata dinanzi al tribunale di Dio. La vita è una via che porta al giudizio e la storia del mondo è la strada che mena al giudizio universale. Ma finché gli uomini sono ancora in via, hanno la possibilità di salvarsi, separandosi dal mondo e decidendosi per Cristo. C’è in queste parole una incalzante inquietudine e una serietà che non dà pace. L’uomo non vi si deve sottrarre. Egli deve sentire quanto sono poco rassicuranti queste parole e decidersi.
 
Testimoni di Cristo - San Giovanni da Capestrano - Con il cuore e con le mani nei conflitti per fermarli: Dentro alle guerre per disinnescare la violenza e costruire la pace vera, quella dove a ogni essere umano è riconosciuta la propria dignità. Così i cristiani affrontano i conflitti, accompagnati da un Dio che è entrato nella morte vincendone l’oscurità. Questo fu lo stile di san Giovanni da Capestrano che visse il proprio ministero di sacerdote sui fronti più delicati dell’Europa del XIV secolo. Era nato a Capestrano, nell’Aquilano, nel 1386 da padre nobile tedesco e madre abruzzese. Studiò poi a Perugia diritto, diventando in seguito governatore della città per volere di Ladislao I di Napoli. Un’esperienza di prigionia, però, lo spinse a cambiare vita e a seguire la strada della consacrazione religiosa tra i Frati Minori. Conobbe san Bernardino da Siena e decise di seguirne l’esempio scegliendo il monogramma di Cristo come stemma. Il Papa lo inviò suo legato in Austria, in Baviera, in Polonia, dove si allargava sempre di più la piaga degli Ussiti. In Terra Santa promosse l’unione degli Armeni con Roma. A 70 anni, nel 1456, si trovò alla battaglia di Belgrado, attaccata dai Turchi. Per 11 giorni e 11 notti non abbandonò mai il campo. Tre mesi dopo, il 23 ottobre, Giovanni morì a Ilok, in Croazia. È stato canonizzato da Alessandro VII il 16 ottobre 1690. Nel 1984 san Giovanni Paolo II lo proclamò patrono dei cappellani militari. (Matteo Liut)
 
->  O Dio, che hai suscitato san Giovanni [da Capestrano]
per rincuorare il popolo cristiano nelle difficoltà,
rendi sicura la nostra vita sotto la tua protezione,
e custodisci la tua Chiesa in una pace duratura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.