18 Settembre 2026
 
Venerdì XXIV Settimana del Tempo Ordinario
 
1Cor 15,12-20; Salmo Responsoriale dal Salmo 16 [17]; Lc 8,1-3
 
Credo la risurrezione della carne - Catechismo della Chiesa Cattolica 988 Il Credo cristiano professione della nostra fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, e nella sua azione creatrice, salvifica e santificante culmina nella proclamazione della risurrezione dei morti alla fine dei tempi, e nella vita eterna.  
989 Noi fermamente crediamo e fermamente speriamo che, come Cristo è veramente risorto dai morti e vive per sempre, così pure i giusti, dopo la loro morte, vivranno per sempre con Cristo risorto, e che egli li risusciterà nell’ultimo giorno. Come la sua, anche la nostra risurrezione sarà opera della Santissima Trinità:  
«Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11).1757 
990 Il termine «carne» designa l’uomo nella sua condizione di debolezza e di mortalità. La «risurrezione della carne» significa che, dopo la morte, non ci sarà soltanto la vita dell’anima immortale, ma che anche i nostri «corpi mortali» (Rm 8,11) riprenderanno vita.
991 Credere nella risurrezione dei morti è stato un elemento essenziale della fede cristiana fin dalle sue origini. «Fiducia christianorum resurrectio mortuorum; illam credentes, sumus La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali»:
«Come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...]. Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15,12-14.20).  
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: Negare la risurrezione di Cristo significa negare anche la risurrezione dell’uomo. Non solo: negare «la risurrezione dei morti pregiudica altresì il regno di Cristo e ultimamente il regno di Dio. Al dominio del Signore e alla signoria divina sarebbe sottratta la morte, ultimo nemico dell’uomo: e non sarebbe più vero ciò che dichiara il salmo 110 inteso da tutta la tradizione della chiesa primitiva in senso cristologico: “finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi”. E sarebbe irrealizzabile il “Dio tutto in ogni cosa” che costitu­isce appunto il traguardo della regalità divina» (G. B.). Verrebbero annullate anche le Beatitudini in quanto non avrebbe più senso il soffrire per il regno dei cieli. All’uomo privato delle realtà ultraterrene, finché è in vita, non resterebbe che mangiare, bere e darsi alla gioia poiché con la morte finisce tutto.
 
Vangelo
C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.
 
Infrangendo pregiudizi secolari, Gesù ammette al suo seguito anche delle donne. Non conosciamo il loro impegno, ma Luca ci fa conoscere che servivano i Dodici con i loro beni. Qui sono ricordate soltanto tre donne: Maria, chiamata Maddalena, originaria di Magdala, una città posta sulla riva occidentale del lago di Genezaret, a nord di Tiberiade. Dal particolare dalla quale erano usciti sette demòni si può evincere da quale tormento fisico e spirituale era stata liberata. Altri particolari li troviamo nel Vangelo di Giovanni (Gv 19,25; 20,11-18). Matteo la ricorda sul monte Calvario (Mt 27,55ss). Marco la ricorda nell’incontro con Gesù risorto (Mc 16,9. Comunque nulla può farla identificare con la peccatrice (amartólós) che viene menzionata in Lc 7,36-50. Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode, è ricordata ancora in Lc 24,10, ed è un particolare importante perché si può pensare che la buona novella aveva raggiunto anche la casa regnante. Giovanna non è conosciuta da Matteo e da Marco, e anche Susanna è nominata solo qui in tutto il vangelo. Erode qui ricordato da Luca è Antipa, che risiedeva a Tiberiade (Lc 3,1). Era figlio di Erode il Grande e della sua quarta moglie, la samaritana Maltace. Libidinoso e sanguinario come il padre, farà arrestare Giovanni il battista e per la bellezza di una ballerina lo farà decapitare (Mc 6,17-29).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 8,1-3
 
In quel tempo, Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni.
 
Parola del Signore
 
C’erano con lui i Dodici e alcune donne … - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Delle donne; preferiamo tradurre «delle donne» invece di «alcune donne», per lasciare la frase indeterminata; al vers. 3 si parlerà di «molte altre». Da queste indicazioni, che soltanto Luca ci trasmette, apprendiamo che Gesù aveva al suo seguito anche delle donne devote e piene di dedizione per la sua causa. Vari motivi hanno indotto lo storico a segnalare tali utili informazioni: queste donne provvederanno ai bisogni materiali del Maestro e del gruppo dei discepoli che lo seguivano nella sua vita peregrinante consacrata alla espansione del regno; esse inoltre saranno le testimoni della morte e della risurrezione di Cristo (cf. Lc., 23, 49; 24, 1-11) ed infine la generosità e la dedizione dimostrate da queste pie donne per la persona e l’opera di Gesù, come anche la testimonianza resa da loro alla risurrezione del Maestro saranno conosciute e ricordate con grata venerazione dalla Chiesa primitiva. L’evangelista, con questo fugace accenno, consacra la memoria di queste benemerite persone inserendole nella storia della salvezza. Erano state guarite da spiriti maligni e da infermità; è segnalato il motivo di profonda gratitudine che legava queste donne al Maestro ed alla sua opera. Maria, detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demani; tre donne sono ricordate per nome tra quelle che si trovavano al seguito del Maestro: Maria, Giovanna e Susanna. Maria è detta Maddalena, cioè originaria di Magdala, per distinguerla dalle altre che portavano lo stesso nome; tale designazione è comune a tutti gli evangelisti. «Sette demoni» cioè: molti spiriti maligni; il numero sette non precisa una cifra, ma designa un numero considerevole (cf. Lc., 11, 26; Mt., 12, 45).
Giovanna, moglie di Chuza; soltanto da Luca è segnalato il nome di questa donna, che verrà nuovamente ricordata nel racconto della risurrezione (cf. Lc., 24, 10). Chuza era intendente o procuratore di Erode Antipa; ἐπίτροπος significa: addetto a..., cioè incaricato di qualche ufficio presso il re. Anche una donna vicina al re, perché moglie di un suo dipendente, si trovava al seguito del Maestro. Susanna; di questa donna, menzionata soltanto nel presente vers., non si hanno altre notizie. Molte altre; al seguito di Cristo vi doveva essere un certo numero di donne, anche se non si può giungere a pensare che esse raggiungessero una cifra elevata. Li servivano (somministrando ad essi) i propri beni; queste donne dovevano essere, almeno in parte, delle persone abbienti, le quali, oltre alla naturale generosità del loro cuore, attuavano l’ideale evangelico dell’uso delle ricchezze, impiegandole per il sostentamento di coloro che si dedicavano con una vita peregrinante (cf. Lc., 9, 58) alla predicazione della buona novella e alla diffusione del regno di Dio. Il Salvatore, tenendo un atteggiamento così benevolo e condiscendente verso le donne di cui accetta i servigi, mostra di superare quella concezione angusta e a volte disumana diffusa nel mondo antico ed in parte anche nell’ebraismo. Nell’antichità la donna era considerata come un essere inferiore all’uomo; nella società ebraica poi la donna, anche per quanto riguardava il problema religioso, non era considerata sullo stesso livello dell’uomo (si ricordi il giudizio che formularono i discepoli di Gesù, Quando lo videro intrattenersi a colloquio con la Samaritana; cf. Gio., 4, 27).
 
Per approfondire
 
La donna nella riflessione dei sapienti - Xavier Léon-Dufor (Dizionario di Teologia Biblica) - Rare, ma nient’affatto tenere, sono le massime attribuite a donne sulle donne (Prov 31,1-9); il ritratto biblico della donna è firmato da uomini; e se non sempre è lusinghiero, non prova affatto che i loro autori siano misogini. La severità dell’uomo nei confronti della donna è la contropartita del bisogno che egli ne ha. Così descrive il suo sogno: «trovare una donna è trovare la fortuna» (Prov 18,22; cfr. 5,15- 18), significa avere «un aiuto simile a sé», un saldo sostegno, una siepe per la propria vigna, un nido contro l’appello alla vita errabonda (Eccli 36,24- 27); significa trovare, oltre la forza mascolina che lo rende fiero, la grazia personificata (Prov 11,16); che dire se questa donna è valente (Prov 12, 4; 31, 10-31)? Basta evocare la descrizione della sposa nel Cantico (Cant 4,1- 5; 7,2-10). Ma l’uomo che ha esperienza teme la fragilità essenziale della sua compagna. La bellezza non basta (Prov 11,22); anzi, è pericolosa quando in Dalila è congiunta all’astuzia (Giud 14,15ss; 16,4-21), quando seduce l’uomo semplice (Eccli 9,1-9; cfr. Gen 3,6). Le figlie causano molta preoccupazione ai loro genitori (Eccli 42,9ss); e l’uomo che si permette molte libertà al di fuori della donna della sua giovinezza (cfr. Prov 5,15- 20), teme la versatilità della donna, la sua inclinazione all’adulterio (Eccli 25,13 - 26, 18); deplora che essa si dimostri vanitosa (Is 3,16-24), «stolta» (Prov 9,13-18; 19,14; 11,22), rissosa, lunatica e malinconica (Prov 19,13; 21,9.19; 27,15 s). Non bisognerebbe limitare a questi quadretti di costume l’idea che i sapienti avevano della donna. Di fatto questa è la una  figura della  sapienza divina (Prov 8,22-31); manifesta poi la  forza di Dio che si serve degli strumenti deboli per procurare la sua gloria. Già Anna magnificava il Signore degli umili (1Sam 2); Giuditta, come una profetessa in atto, mostra che tutti possono contare sulla protezione di Dio; la sua bellezza, la sua prudenza, la sua abilità, il suo coraggio e la sua castità nella vedovanza ne fanno un tipo perfetto della donna secondo il disegno di Dio nel VT. Questo ritratto, per quanto bello, non conferisce ancora alla donna la sua dignità sovrana. La preghiera quotidiana dell’ebreo lo dice ancor oggi con ingenuità: «Benedetto sii tu, Dio nostro, per non avermi fatto né pagano, né donna, né ignorante!», mentre la donna si accontenta di dire: «Lodato sii tu, o Signore, che mi hai creata secondo la tua volontà». Di fatto, soltanto Cristo consacra la dignità della donna.
 
La donna: la testimonianza dei Vangeli - Anna Maria Canopi e Giuseppe Barbaglio (Donna in Schede Bibliche Pastorali - Vol. II): Nelle parabole più di una volta Gesù ha abbozzato vivaci quadri familiari con al centro la donna che impasta la farina (Mt 12,33 e Lc 13,20-21) o mette a soqquadro la casa per cercare la moneta smarrita (Lc 15,8-10). Si aggiunga il racconto parabolico della vedova che intercede presso il giudice a favore del figlio (Lc 18,lss). Anche l’attività taumaturgica di Gesù non ha escluso la donna dal cerchio dei beneficiari. In concreto, egli ha guarito la suocera di Pietro (Mt 8,14 e par.), l’emoroissa (Mt 9,18ss e par.), la donna ricurva (Le 13,10ss). Ha ascoltato la supplica della cananea (Mt 15,21ss e par.); ha risuscitato la figlia di Giairo (Mt 9,23ss e par.) e il figlio unico della vedova di Naim (Le 7,11 s). Non ha evitato l’incontro e il contatto con donne, fossero pure peccatrici o samaritane (cf. Mt 26,10 e Mc 14,6; Lc 7,36ss; Gv 4,lss). Luca poi ci testimonia che un gruppo di donne benestanti provvedeva di tasca propria al suo sostentamento (8,2s). Lo stesso evangelista e Giovanni ci dicono infine che egli intratteneva rapporti di affettuosa amicizia con Marta e Maria, sorelle di Lazzaro (Lc 10,38ss; Gv 11).
Se si pensa che per un rabbino del tempo era disdicevole parlare in pubblico con una qualsiasi donna, fosse pure sua moglie, possiamo misurare la libertà di comportamento di Gesù.
Di rilevante interesse poi è che l’annuncio della risurrezione di Cristo ha avuto per prime destinatarie alcune donne (Mc 16,lss e par.), come di grande importanza appare il fatto che la prima apparizione del risorto fu a Maria di Magdala (Gv 20,lss; cf. Mt 28,9-10; Mc 16,9-11).
A parte Maria, madre di Gesù, a cui è dedicata una trattazione particolare, nel vangelo d’infanzia Luca annovera tra i «poveri» disponibili all’iniziativa salvifica di Dio Elisabetta, madre del Battista, e la profetessa Anna.
 
Parità della donna nel campo civile e spirituale: “Ti salutano Eubolo, Pudente, Lino e Claudia [2Tm 4,21]. Alcuni riferiscono che questo Lino fu il primo successore della Chiesa romana dopo Pietro. «Lino - dice - e Claudia». Vedi come anche le donne erano ardenti, infiammate di fede; così Priscilla, così questa Claudia: già erano confitte in croce, già erano schierate in battaglia. Perché tra tanti fedeli di allora, egli ricorda queste donne? È chiaro: si erano staccate nell’animo dalle faccende mondane, e maggiormente splendevano: non poteva recar loro impedimento l’essere donne. Anche questa è opera della grazia di Dio: che per la donna vi siano dei limiti solo nelle faccende temporali; o meglio, neppure in esse. La donna infatti porta su di sé una parte non piccola dell’organizzazione civile: la cura domestica. Senza di lei, neppure la vita politica potrebbe sussistere, perché se ogni casa fosse piena di confusione e tumulto, ogni governante dovrebbe starsene a casa e il governo della città sarebbe in ben misere condizioni. Perciò, anche in questo campo, non è piccola la parte della donna, e tanto meno in campo spirituale: può morire mille volte, se lo vuole, e molte sono state martirizzate; può custodire la castità, e meglio degli uomini, perché non è molestata da pari ardore; può mostrare modestia, dignità e illibatezza senza di cui nessuno potrà vedere il Signore [Eb 12,14], e disprezzo per le ricchezze, se lo vuole: in breve, ogni altra virtù.” (Crisostomo Giovanni, Omelie sulla seconda lettera a Timoteo, 10,3).
 
Testimoni di Cristo - San Giuseppe da Copertino - Dalle nostre piccole povertà possono venire grandi segni: Abbiamo poco da offrire al mondo, se non la nostra stessa umanità, il nostro essere icona vivente di un Dio che ci ha amati fin dall’inizio e che di ha fatto dono di ogni nostra abilità. Ecco perché il modo migliore per ringraziare per ciò che abbiamo ricevuto è mettere tutto a servizio delle sorelle e dei fratelli. Anche se ciò che abbiamo è poco. Questa è la lezione che oggi ci consegna san Giuseppe da Copertino, illetterato, mistico e religioso, che divenne una guida per le donne e gli uomini del suo tempo. Giuseppe Maria Desa era nato il 17 giugno 1603 a Copertino (Lecce) e aveva dovuto abbandonare la scuola a causa della povertà e della salute cagionevole. Alcuni ordini religiosi, presso i quali si era presentato, lo rifiutarono per la sua “poca letteratura”, ma alla fine venne accettato dai Cappuccini. Un anno dopo venne dimesso per “inettitudine”, diventando poi terziario e inserviente nel conventino della Grottella. Con impegno e costanza riuscì a farsi ordinare sacerdote.
La sua vita fu caratterizzata da esperienze mistiche e fenomeni prodigiosi, come la levitazione. A tutto ciò si aggiunse il dono della scienza infusa, tanto che a lui si rivolgevano anche i teologi. Per questo, anche su decisione del Sant’Uffizio, fu trasferito di convento in convento fino ad arrivare a quello di San Francesco a Osimo: qui morì il 18 settembre 1663. È santo dal 1767.
 
O Dio, creatore e Signore dell’universo,
volgi a noi il tuo sguardo,
e fa’ che ci dedichiamo con tutte le forze al tuo servizio
per sperimentare la potenza della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 17 Settembre 2026
 
Giovedì XXIV Settimana T. O.
 
1Cor 15,1-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 117 (118); Lc 7,36-50
 
Gesù e le donne - Mulieris dignitatem n 13: In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.
Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27).
Ecco poi una pubblica peccatrice, che, nonostante la condanna da parte dell’opinione comune, entra nella casa del fariseo per ungere con olio profumato i piedi di Gesù. All’ospite che si scandalizzava di questo fatto egli dirà di lei: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato» (cf. Lc 7, 37-47).
Ecco, infine, una situazione che è forse la più eloquente: una donna sorpresa in adulterio è condotta da Gesù. Alla domanda provocatoria: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?», Gesù risponde: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». La forza di verità, contenuta in questa risposta, è così grande che «se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani». Rimangono solo Gesù e la donna. «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più» (cf. Gv 8, 3-11).
Questi episodi costituiscono un quadro d’insieme molto trasparente. Cristo è colui che «sa che cosa c’è nell’uomo» (cf. Gv 2,25), nell’uomo e nella donna. Conosce la dignità dell’uomo, il suo pregio agli occhi di Dio. Egli stesso, il Cristo, è la conferma definitiva di questo pregio. Tutto ciò che dice e che fa ha definitivo compimento nel mistero pasquale della redenzione. L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna, perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente.
 
Liturgia della Parola
 
I Lettura: La risurrezione di Cristo è il grande punto di partenza - José Maria González-Ruiz: L’insegnamento sulla risurrezione è come la chiave di volta del pensiero religioso di Paolo. La sua cristologia, la sua soteriologia, la sua ecclesiologia hanno qui il loro culmine. Si possono distinguere due elementi:
1) L’affermazione della speranza cristiana nella risurrezione. Questa non può essere sradicata dalle anime la cui sensibilità è stata formata dalla lettura dell’AT.
Infatti, sebbene sia vero che l’AT parla poco della risurrezione, insegna - contrariamente alla maggioranza delle religioni orientali e greche - che la creazione del mondo visibile e del corpo umano non è un deplorevole incidente, messo in relazione con la caduta degli spiriti, ma una manifestazione della sapienza divina, nonostante la sua posteriore decadenza. Perciò un’escatologia che insegnasse la dissoluzione pura e semplice del mondo visibile e si contentasse della speranza dell’immortalità celeste dell’anima, non potrebbe soddisfare questo modo di comprendere la creazione. Il cristiano aspira a « un nuovo cielo e una nuova terra », cioè a una nuova creazione.
2) L’affermazione che questa speranza si realizzerà. Su che si basa questa certezza? Paolo avrebbe potuto contentarsi di riferirsi a una rivelazione relativa a questa materia, come nella prima Lettera ai Tessalonicesi. Ma il suo interesse è collegare questa certezza con un fatto preciso confermato da testimoni, cioè la risurrezione di Cristo che porterà con sé quella dei cristiani.
E così Paolo ricorda solennemente la sua predicazione evangelica a Corinto. Vi è in essa un elemento fondamentale, senza il quale la sua fede non avrebbe contenuto, ma sarebbe come una credenza cieca e priva di profonda convinzione e, quindi, incapace di liberare realmente gli uomini dal dubbio e dalla sfiducia che, presto o tardi, li assaliranno. Si tratta, dunque, d’un esame di questa convinzione fondamentale cristiana: la risurrezione.
Paolo accenna a una forma catechetica, una specie di «credo », nella quale è affermata la fede nella risurrezione di Cristo: « Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno,
secondo le Scritture ».
L’inciso « secondo le Scritture », probabilmente, non si riferisce a nessun testo concreto, ma all’idea generale secondo la quale, nella risurrezione di Cristo, si realizzano i vecchi piani di Dio circa la salvezza degli uomini.
Paolo aggiunge qui alcune apparizioni di Cristo risuscitato che non sono ricordate nei vangeli. È, impressionante l’apparizione ai cinquecento cristiani, molti dei quali erano ancora in vita al tempo della redazione della
lettera.
L’apparizione sulla via di Damasco è ricordata come ultima in ordine di tempo e di dignità.
 
Vangelo
Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.
 
Javer Pikaza (Vangelo secondo Luca)Tutto il vangelo è una dimostrazione di questo messaggio: Gesù offre il perdono di Dio agli uomini che sono lutti debitori insolventi. Fra questi si trovano il fariseo e la prostituta. Il fariseo non si è preoccupato di accettare questo perdono: pensa che i suoi conti sono a posto, si sente pienamente in pace e, per conseguenza, non dà peso alle parole di Gesù circa il dono di Dio che cancella i peccati. Invita Gesù, ma lo fa per curiosità; in fondo non lo ama, perché non si sente peccatore né vuol essere perdonato. La donna, invece, sa di essere peccatrice; confessa davanti a Dio e davanti agli uomini che il suo debito è impagabile, e quindi si è sentita condannata. Ma ora che Gesù è giunto alla sua città e ha proclamato la sua parola di grazia universale, essa ha sentito e ha saputo di essere stata perdonata. Perciò, superando tutti i convenzionalismi, essa approfitta dell’occasione e si accosta a Gesù per dargli una prova della sua gratitudine e del suo amore. La grandezza del perdono che Dio le ha accordato è provata dalla grandezza dell’amore che questo perdono ha suscitato.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 7,36-50
  
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciar- mi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».
 
Parola del Signore.
 
Per approfondire
 
Una peccatrice di quella città - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca)[La donna peccatrice] oltrepassa tutti i limiti del ritegno e si avvicina a Gesù nel banchetto riservato ai soli invitati, si getta ai suoi piedi per umiliare il proprio orgoglio e dare una prodiga manifestazione del suo amore rinato e ridonato al Signore. Come appare piccolo accanto ad essa il gretto fariseo che ha negato ogni segno di sudditanza al Signore, come quello di lavargli i piedi, non ha salutato Gesù con il bacio dell’amicizia, né gli ha dato l’olio profumato per prepararsi al banchetto. Questo dottore della legge, che si compiace solo di se stesso, non aspetta nulla da Gesù, perché non è cosciente della propria indigenza. Egli non ha nulla da chiedere, perché crede di essere un santo. Questa donna, invece, è conscia dei suoi peccati, ma è anche conscia dell’amore del Signore, che solo può corrispondere in maniera illimitata. Essa ha una fede fattiva che la solleva al di sopra di tutto e le fa riconoscere il Maestro per quello che è: il Signore che perdona i peccati e dona grazia ed amore. Riassumendo, queste quattro scene contrassegnano la fede in questo modo: Il centurione romano vede in Gesù il Signore Onnipotente che domina sulla malattia e la sanità. Il popolo giudaico crede che in Gesù Dio ha voluto visitare il suo popolo. Ma questa fede è troppo debole, perché essa si arresta solo all’umanità di Gesù. I capi di Israele rifiutano la fede, perché non cercano Dio, ma se stessi. La donna penitente trova la fede che si dona nell’amore. La conseguenza sorprendente è che il pagano e la peccatrice giungono alla vera fede, il popolo eletto si ferma a mezza strada, mentre i suoi capi restano increduli.
 
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi … - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Con tono compiaciuto il Salvatore descrive gli atti di devozione compiuti sulla sua persona dalla donna innominata, la cui presenza aveva indotto Simone a pensare che Gesù non fosse profeta. I gesti riconoscenti della peccatrice pentita, elencati parallelamente a quelli che Simone avrebbe dovuto compiere in onore dell’invitato indicano gli aspetti concreti che il Maestro intendeva illustrare con la parabola dei due debitori. Gesù rileva il forte contrasto esistente tra gli atti generosamente compiuti dalla donna e le omissioni in cui è incorso il fariseo che lo aveva invitato nella sua casa. Con tale contrasto tuttavia il Maestro non intende rimproverare Simone e quasi farlo arrossire davanti ai commensali, perché non aveva fatto un’accoglienza calda e munifica ad un ospite ragguardevole come era Gesù, ma vuole semplicemente metter in evidenza la profonda e attiva riconoscenza che la peccatrice perdonata manifestava verso di lui. Evidentemente questo modo di illustrare le cose non risponde al nostro, né tiene presente la suscettibilità che può avere un lettore moderno davanti ad una immagine nella quale non si rispetta il giusto equilibrio delle parti, come è il caso della parabola dei due debitori, dove sembra a prima vista che il Salvatore per esaltare la generosa riconoscenza della peccatrice rimproveri ed umilii il fariseo per l’accoglienza che gli ha fatto, accoglienza che, pur non festosa, è stata tuttavia sinceramente cordiale. Il parallelismo dei vari elementi ricordati nella parabola non è stato rigorosamente rispettato (cf. vers. 46: tu non mi hai unto il capo con l’olio; ella invece mi ha unto i piedi con profumo; si ha il capo da una parte, ed i piedi dall’altra), tuttavia la mancata rispondenza di essi serve ad accentuare maggiormente l’amore dimostrato dalla donna; infatti l’ungere i piedi con aromi è un segno di maggiore deferenza di quello dell’ungere il capo con l’olio. Ella invece, da quando sono entrato,non ha cessato di baciarmi i piedi (vers. 45); alcuni codici invece di εἰσῆλθον (sono entrato) leggono εἰσῆλθεν (è entrata); questa forma è seguita anche dalla Volgata (haec autem ex quo intravit...); la lettura variante probabilmente è dovuta al fatto che il testo primitivo sembrava eccessivo; secondo la traduzione data, la scena ebbe luogo all’inizio del banchetto.
 
Isacco della Stella (Sermo 53,11-12): … e le sono perdonati i molti peccati, perciò può molto amare ... : Maria Maddalena ha amato molto perché molto le era stato perdonato; ma anche le è stato dato molto perché molto aveva amato ... L’amore si vede dunque rimettere il debito e donare quello che non gli è dovuto; ed entrambi questi aiuti fanno crescere l’amore, e l’amore procura uno e l’altro. L’amore, di conseguenza, è il mezzo espiatorio dei peccatori; l’amore è il merito dei santi; l’amore è la ricompensa dei beati. Ma, in ogni caso, perché Dio possa essere amato da noi, bisogna che Egli prima sia in noi; solo se Egli ci previene col suo amore noi possiamo amarlo a nostra volta. Da cui le parole del beato discepolo “che Gesù amava”: Noi amiamo perché Egli per primo ci ha donato il suo amore (1Gv. 4,19).
 
Testimoni di Cristo - Santa Ildegarda di Bingen - I nostri doni spirituali sono le radici della comunità: I doni spirituali, i nostri carismi, le risorse che portiamo dentro non sono nostre personali esclusive proprietà ma rappresentano il tesoro prezioso sul quale si fonda la comunità. Così anche santa Ildegarda di Bingen contribuì a costruire la Chiesa offrendo la propria esperienza interiore mistica. Nata a Bermesheim nel 1098, tra il 1147 e il 1150 vicino a Bingen, sul Reno, Ildegarda fondò il primo monastero e nel 1165 il secondo, sulla sponda opposta del fiume. Nonostante la salute cagionevole arrivò a 81 anni, vivendo un’intensa esperienza spirituale: le sue visioni furono trascritte in appunti e poi in libri. Era interpellata per consigli e aiuto da numerose personalità del tempo, come Federico Barbarossa, Filippo d’Alsazia, san Bernardo, Eugenio III. Negli anni della maturità intraprese numerosi viaggi per visitare monasteri o per predicare nelle piazze. Morì il 17 settembre 1179. La sua testimonianza, notò Benedetto XVI nelle catechesi dedicate a questa santa il 1° e l’8 settembre 2010, ricorda «come anche la teologia possa ricevere un contributo peculiare dalle donne, perché sono capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede con la loro peculiare intelligenza e sensibilità». Il 10 maggio 2012 proprio Ratzinger estese il culto di questa mistica tedesca alla Chiesa universale e il 7 ottobre successivo la proclamò dottore della Chiesa. (Matteo Liut)
 
O Dio, creatore e Signore dell’universo,
volgi a noi il tuo sguardo,
e fa’ che ci dedichiamo con tutte le forze al tuo servizio
per sperimentare la potenza della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 

 16 Settembre 2026
 
Santi Cornelio, papa e Cipriano, vescovo, martiri
 
1Cor12,31-13,13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 32 (33); Lc 7,31-35
 
Significato di martirio - Catechismo della Chiesa Cattolica 2473 Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza. «Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio»
Comportamento dei martiri - 2113 L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. «Non potete servire a Dio e a mammona», dice Gesù (Mt 6,24). Numerosi martiri sono morti per non adorare «la Bestia», rifiutando perfino di simularne il culto. L’idolatria respinge l’unica Signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina.
Atti dei martiri - 2474 Con la più grande cura la Chiesa ha raccolto le memorie di coloro che, per testimoniare la fede, sono giunti sino alla fine. Si tratta degli atti dei martiri. Costituiscono gli archivi della verità scritti a lettere di sangue:  
«Nulla mi gioverebbe tutto il mondo e tutti i regni di quaggiù; per me è meglio morire per [unirmi a] Gesù Cristo, che essere re sino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il parto è imminente...».  
«Ti benedico per avermi giudicato degno di questo giorno e di quest’ora, degno di essere annoverato tra i tuoi martiri [...]. Tu hai mantenuto la tua promessa, o Dio della fedeltà e della verità. Per questa grazia e per tutte le cose, ti lodo, ti benedico, ti rendo gloria per mezzo di Gesù Cristo, Sacerdote eterno e onnipotente, Figlio tuo diletto. Per lui, che vive e regna con te e con lo Spirito, sia gloria a te, ora e nei secoli dei secoli. Amen».
Culto dei martiri - 957 La comunione con i santi. «Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio»:
«Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro Re e Maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli».
Quando, nel ciclo annuale, la Chiesa fa memoria dei martiri e degli altri santi, essa «proclama il mistero pasquale» in coloro «che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi, che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo, e implora per i loro meriti i benefici di Dio».
 
I Lettura: Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia - José Maria Gonzalez-Ruiz: Nonostante tutto quello che ha detto, Paolo riconosce che i carismi sono beni relativi e anche caduchi, se messi a confronto con l’assolutezza e la solidità dell’unico carisma che merita questo nome nel suo significato più pieno: l’amore agli altri. Paolo si sente ispirato e compone questo meraviglioso inno all’amore.
L’elemento più interessante di questo passo paolino, facilmente intelligibile alla prima lettura, è la relativizzazione di tutto il materiale e di tutta la meccanica che le scuole ascetiche e mistiche hanno accumulato. Egli non
disprezza questo materiale né rifiuta i metodi, ma dice chiaramente che l’arbitro di tutto questo è l’amore.
È una visione strutturale dell’etica e della mistica. A volte, i moralisti cristiani perdono il tempo nella valutazione etica di un fatto o di una realtà qualsiasi senza arrivare al fondo della questione. Così, per esempio, si perde molto tempo nel discutere la liceità d’un divorzio o di un aborto, senza rilevare la prima e fondamentale causa che rende possibile questa problematica: la mancanza d’amore. Con questo, non intendiamo dire che non si debbano stabilire queste valutazioni etiche concrete, ma esse devono essere stabilite dopo aver cercato e trovato la causa primordiale, che tocca sempre il tema dell’amore, poiché, come dice san Giovanni della Croce, «nell’ultimo giorno saremo esaminati sull’amore».
Alcuni anni or sono, il grande regista cinematografico svedese Ingmar Bergman intitolò uno dei suoi film con
l’ultima frase di quest’inno paolina: «Come in uno specchio». Ogni uomo traccia intorno a sé un cerchio magico per difendersi dall’irruzione della realtà sgradevole che lo minaccia e lo circonda. Un giorno, però, un avvenimento familiare riesce a rompere il cerchio e fa che la realtà sgradevole penetri nell’intimità dell’uomo.
Questi l’accetta allora con amore e comincia a risvegliarsi dal suo precedente stato di letargo, comprendendo che la vita ha un senso, poiché è diretta dall’amore al prossimo.
Orbene, questo amore è come quello specchio magico del quale parla Paolo, specchio nel quale vediamo la figura rimpicciolita e lontana, di quel Dio al quale nessun nome si addice come quello di amore.
Con quest’ultima immagine, Paolo distingue nettamente la mistica cristiana dalla magia e dalla stregoneria.
Effettivamente, lo specchio magico è un trucco del quale si servono i maghi e gli stregoni per far comparire alla superficie persone o scene lontane nello spazio e nel tempo.
Lo specchio magico dei cristiani è solo l’amore al prossimo: solo qui si intravede l’immagine di Dio.
 
Vangelo
Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc  7,31-35
 
In quel tempo, il Signore disse:
«A chi posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!”.
È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: “Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!”.
Ma la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli». 
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): Seduti in piazza; altri preferiscono dare al participio greco (καθήμενοι= seduti) il senso del corrispondente verbo ebraico (jashab) che semplicemente significa «stare» e traducono: «stando in piazza». Gridano gli uni agli altri, cioè si dicono vicendevolmente a voce alta; l’espressione di Luca è più viva di quella di Matteo («gridano agli altri»). Vi abbiamo suonato il flauto...; gli esegeti non concordano sul senso di questa parabola; secondo alcuni si tratterebbe di un disaccordo sulla scelta del gioco: un gruppo di fanciulli vorrebbe dei canti allegri accompagnati da danze, mentre l’altro desidererebbe imitare le scene di lutto accompagnate da lamentazioni. Invece secondo altri commentatori si tratterebbe di due gruppi di fanciulli di cui uno vuole che si faccia alternativamente un gioco allegro ed un gioco triste, mentre l’altro è contrario a tale proposta. In questo caso i primi, vedendo l’ostinazione dei secondi, si mettono egualmente a fare il loro gioco senza curarsi della opposizione dei compagni. Qualunque possa essere il senso preciso e circostanziato dell’immagine, si tratta sicuramente di ragazzi capricciosi e puntigliosi che non scendono ad accordi vicendevoli, dimostrando così una irriducibile caparbietà davanti ad ogni proposta.
33 La parabola riferita al vers. precedente prospetta una situazione che serve ad illustrare l’atteggiamento dei contemporanei di Gesù. L’immagine non sembra contenere degli elementi allegorici, ma stabilisce soltanto un confronto tra l’atteggiamento della «generazione» del tempo di Cristo e l’irragionevole caparbietà di quel gruppo di fanciulli.
È venuto Giovanni Battista che non mangia pane, né beve vino; Luca attenua l’espressione formulata in termini troppo assoluti da Matteo, che ha nel passo parallelo: «non mangiava, né beveva» (Mt., 11, 18). Voi dite: ha un demonio; Giovanni, che conduceva una vita austera, era venuto a predicare la penitenza; gli Ebrei tuttavia, vedendo che il Battista seguiva un regime di vita tanto differente da quello degli altri, hanno detto che era un indemoniato; essi quindi non soltanto non lo hanno voluto ascoltare, ma lo hanno perfino accusato di avere un demonio.
34 È venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve; dopo il Battista è apparso Gesù che non viveva austeramente come il suo Precursore, ma invitava alla gioia (indicata con l’espressione «mangia e beve»); gli Ebrei allora, dopo averlo visto ed ascoltato, non hanno mancato di accusarlo dicendogli che era un mangione, un beone, un amico dei pubblicani e dei peccatori. In tal modo sia il Battista come «il Figlio dell’uomo», nonostante il loro differente genere di vita, non sono stati ascoltati, né seguiti dai loro contemporanei, cioè dai prevenuti ed ostinati Farisei e legisti.
35 Ma alla sapienza è resa giustizia da tutti i Suoi figli; oppure: ma la sapienza è giustificata da tutti i suoi figli. Questa sentenza che conclude l’intera pericope è formulata secondo la mentalità ebraica (i figli della sapienza = coloro che riconoscono la sapienza di Dio). La lecito varians ἔργων (= dalle opere) invece di τέκων (dai figli), è determinata dal testo parallelo di Mt., 11, 19 che ha: «dalle opere». Luca conserva la lettura primitiva del logion, ritoccato invece da Matteo. «I figli della sapienza» sono il popolo ed i pubblicani che hanno ascoltato il messaggio di Giovanni e quello di Gesù accogliendo l’invito alla penitenza (ravvedimento). Essi sono chiamati figli della sapienza perché hanno riconosciuto il piano misericordioso di Dio, manifestato dalla predicazione del Precursore e di Cristo; questi uomini del popolo ed i pubblicani, con la loro docile accettazione del messaggio del Battista e del Messia, hanno reso giustizia alla sapienza divina. «Sapienza»: il termine, che racchiude un’ampia gamma di significati, ricorre con molta frequenza nei libri veterotestamentari, chiamati appunto libri sapienziali. Qui il sostantivo, riferito a Dio, designa la sua provvidenza cioè la sua economia salvifica. I superbi Farisei, non avendo riconosciuto questo piano provvidenziale, come di fatto lo hanno riconosciuto la gente umile ed i disprezzati pubblicani, non sono annoverati tra «i figli della sapienza».
 
I carismi nella Chiesa - A. George e P. Grelot: Il problema è sollevato nella comunità di Corinto dall’eccessiva importanza attribuita al «parlare in lingue» (1 Cor 12-14). Questo entusiasmo religioso, che si manifesta con discorsi «in lingue diverse» (cfr. Atti 2,4), non è privo di ambiguità. L’ebbrezza causata dallo Spirito corre il rischio di essere confusa dagli spettatori con l’ebbrezza da vino (Atti 2, 13), anzi con la stravaganza della follia (1Cor 14,23). Simile in apparenza ai trasporti entusiastici che praticavano i pagani in taluni culti orgiastici, essa rischia pure di trascinare a stravaganze i fedeli che non distinguessero l’azione dello Spirito divino dalle sue contraffazioni e che le esaltassero al punto da favorire lo scisma (1Cor 12). Ma regolando questa questione pratica, Paolo allarga la discussione e propone una dottrina molto generale.
1. Unità e diversità dei carismi. - I doni dello Spirito sono diversissimi, come sono diversi i ministeri nella Chiesa e le operazioni degli uomini. Ciò che crea la loro unità profonda è il fatto che provengono dall’unico Spirito, come i ministeri provengono dall’unico Signore, e le operazioni dall’unico Dio (1Cor 12,4ss). Gli uomini, ognuno secondo il suo carisma, sono gli amministratori di una grazia divina unica e multiforme (1Piet 4,10). Il paragone del corpo umano permette di intendere più facilmente il riferimento di tutti i doni divini allo stesso fine: sono dati in vista del bene comune (1Cor 12,7); concorrono tutti assieme alla utilità della Chiesa, corpo di Cristo, così come tutte le membra concorrono al bene del corpo umano, ognuno secondo il suo ufficio (12,12-27). La distribuzione dei doni è ad un tempo compito dello Spirito (12,11) e compito di Cristo, che dona la grazia divina secondo il suo intendimento (Ef 4, 7-10). Ma nell’uso di questi doni ognuno deve pensare anzitutto al bene comune.
2. Classificazione dei carismi. - Paolo non si è preoccupato di darci una classificazione ragionata dei carismi, pur enumerandoli a più riprese (1Cor 12,8ss.28 ss; Rom 12,6ss; Ef 4,11; cfr. 1Piet 4,11). Ma è possibile riconoscere i vari campi di applicazione in cui i doni dello Spirito trovano posto. In primo luogo, taluni carismi sono relativi alle funzioni del ministero (cfr. Ef 4,12): quelli degli apostoli, dei profeti, dei dottori, degli evangelisti, dei pastori (1Cor 12,28; Ef 4,11). Altri concernono le diverse attività utili alla comunità: servizio, insegnamento, esortazione, opere di misericordia (Rom 12,7 s), parola di sapienza o di scienza, fede eminente, dono di guarire o di operare miracoli, parlare in lingue, discernimento degli spiriti (1Cor 12,8ss)... Queste operazioni carismatiche, che manifestano la presenza operante dello Spirito, non costituiscono evidentemente delle funzioni ecclesiastiche particolari, e si possono incontrare nei titolari di altre funzioni: così Paolo, l’apostolo, parla in lingue e compie miracoli. La profezia, ora è menzionata come un’attività aperta a tutti (1Cor 14,29ss.39ss), ora è presentata come una funzione (1Cor 12 ,28; Ef 4,11). Le vocazioni particolari dei cristiani sono parimenti fondate su carismi: l’uno è chiamato al celibato, l’altro riceve un altro dono (1Cor 7,7). Infine, la pratica della carità, di questa principale tra le virtù cristiane, è essa stessa un dono dello Spirito Santo (1Cor 12,31-14,1). Come si vede, i carismi non sono una cosa eccezionale, anche se alcuni tra essi sono doni straordinari, come il potere di fare miracoli. Tutta la vita dei cristiani e tutto il funzionamento delle istituzioni ecclesiastiche ne dipendono interamente. Con essi lo Spirito di Dio governa il nuovo popolo su cui è stato effuso in abbondanza, dando agli uni potere e grazia per compiere le loro funzioni, agli altri potere e grazia per rispondere alla loro propria vocazione e per essere utili alla comunità, affinché si edifichi il corpo di Cristo (Ef 4, 12).
3. Regole per l’uso. - Se è necessario «non spegnere lo Spirito», bisogna nondimeno esaminare l’autenticità dei carismi (1Tess 5,19s) e «mettere alla prova gli spiriti» (1Gv 4,1). Questo discernimento è esso stesso un frutto della grazia (1Cor 12,10), ed è essenziale. A questo riguardo Paolo e Giovanni pongono una prima regola che offre un criterio assoluto: i veri doni dello Spirito si riconoscono dal fatto che si confessa che Gesù è il Signore (1Cor 12,3), che Gesù Cristo, venuto nella carne, è da Dio (1Gv 4,1ss). Questa regola permette di eliminare ogni falso profeta, animato dallo spirito dell’anticristo (1Gv 4,3; cfr. 1Cor 12,3). Inoltre, l’uso dei carismi dev’essere subordinato al bene comune e quindi deve rispettarne la gerarchia. Le funzioni ecclesiastiche sono classificate secondo un ordine di importanza, a capo del quale stanno gli apostoli (1Cor 12,28; Ef 4,11).
Le attività, a cui possono aspirare tutti i fedeli, devono essere anche esse apprezzate non secondo il loro carattere spettacolare, ma secondo la loro utilità effettiva. Tutti devono ricercare anzitutto la carità, poi gli altri doni spirituali. Tra questi viene in primo luogo la profezia (1Cor 14,1). Paolo si dilunga nel dimostrare la sua superiorità sulla glossolalia; infatti, finché l’entusiasmo religioso si manifesta in modo inintelligibile, la comunità non ne è edificata, e questa edificazione di tutti rimane la cosa essenziale (1Cor 14,2-25; cfr. 1Piet 4,10s). Anche i carismi autentici devono restare sottomessi a regole pratiche, affinché regni il buon ordine nelle assemblee religiose (1Cor 14,33). Paolo quindi dà alla comunità di Corinto delle disposizioni da osservare strettamente (1Cor 14,26-38).
 
Massimo da Torino (Sermo 42,4): V i abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; abbiamo intonato lamenti e non avete pianto: infatti vi annunciamo la gioia del Regno celeste, e i vostri cuori non esultano minimamente di un moto di vivacità; predichiamo il terribile giudizio, e i vostri animi non scoppiano in un pianto di pentimento. È una forma di mancanza di fede nelle realtà divine non godere di ciò che è prospero e non piangere per il suo contrario. Dunque il Signore esige da noi il ballo, ma non quello di un corpo flessuoso, bensì quello della santità di una fede che si innalza.
 
Testimoni di Cristo - Santi Cornelio e Cipriano, Martiri - La via della penitenza e del perdono per riaccogliere chi si è allontanato: Cosa viene prima? Il dogma o la misericordia? La domanda non è così banale e non ha nemmeno una risposta scontata, perché ha attraversato - e ancora oggi attraversa - la vita della Chiesa fin dalle sue origini. Nei primi secoli la questione si pose di fronte a coloro che, dopo un’abiura della fede, a causa delle persecuzioni, chiedevano di essere riammessi alla vita della comunità cristiana. Il dibattito vedeva contrapposti coloro che erano disposti a riaccogliere queste persone e quelli che non ne volevano sapere. Il problema, che nasceva anche dal fatto che il perdono vissuto in una forma sacramentale di fatto non era ancora stato introdotto, rischiava di compromettere l’unità della Chiesa, come dimostra l’elezione di un antipapa, Novaziano, sostenitore del rigorismo. Cornelio, che fu Papa dal 251 al 253, e Cipriano, vescovo di Cartagine, si ritrovarono in sintonia sulla via dell’accoglienza, accompagnata da un percorso di penitenza, unendo così misericordia e verità. Cornelio era originario di Roma e venne scelto per le sue doti di umiltà e bontà. Cipriano era nato a Cartagine verso il 210 ed era stato scelto come vescovo dopo tre anni dalla sua conversione al cristianesimo. A unirli fu anche il martirio: Cornelio morì in esilio nel 253, Cipriano, che fu condannato a morte mentre si trovava in clandestinità a causa della persecuzione, fu decapitato nel 258.  (Matteo)
 
O Dio, che hai dato al tuo popolo i santi Cornelio e Cipriano,
pastori generosi e martiri intrepidi,
per la loro intercessione rendici forti e perseveranti nella fede
e fa’ che operiamo assiduamente per l’unità della Chiesa.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
 
15 Settembre 2026
 
Beata Vergine Maria Addolorata
 
Eb 5,7-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 30 [31]; Gv 19,25-27 oppure Lc 2,33-35
 
Maria ai piedi della Croce - Benedetto XVI (Omelia, 15 Settembre 2008): Abbiamo celebrato ieri la Croce di Cristo, strumento della nostra salvezza, che ci rivela in pienezza la misericordia del nostro Dio. La Croce è, in effetti, il luogo in cui si manifesta in modo perfetto la compassione di Dio per il nostro mondo. Oggi, celebrando la memoria della Beata Vergine Addolorata, contempliamo Maria che condivide la compassione del Figlio per i peccatori. Come affermava san Bernardo, la Madre di Cristo è entrata nella Passione del Figlio mediante la sua compassione (cfr. Omelia per la Domenica nell’Ottava dell’Assunzione). Ai piedi della Croce si realizza la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr. Lc 2,35) dal supplizio inflitto all’Innocente, nato dalla sua carne. Come Gesù ha pianto (cfr. Gv 11,35), così anche Maria ha certamente pianto davanti al corpo torturato del Figlio. La sua riservatezza, tuttavia, ci impedisce di misurare l’abisso del suo dolore; la profondità di questa afflizione è soltanto suggerita dal simbolo tradizionale delle sette spade. Come per il suo Figlio Gesù, è possibile affermare che questa sofferenza ha portato anche lei alla perfezione (cfr. Eb 2,10), così da renderla capace di accogliere la nuova missione spirituale che il Figlio le affida immediatamente prima di “emettere lo spirito” (cfr. Gv 19,30): divenire la Madre di Cristo nelle sue membra. In quest’ora, attraverso la figura del discepolo amato, Gesù presenta ciascuno dei suoi discepoli alla Madre dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr. Gv 19,26-27).
 
I Lettura: Gesù, solidale con gli uomini, sa compatire le loro miserie perché le ha vissute (cfr. Eb 2,17-18; 4,15). Gesù venne esaudito non nel senso che egli sia stato sottratto alla morte, che era l’obiettivo della sua incarnazione e di tutta la sua vita, ma è stato sottratto al suo potere (cfr. At 2,24s) e Dio ha trasformato questa morte in una esaltazione di gloria. Gesù fu esaudito per il suo pieno abbandono: il termine implica rispetto e sottomissione. Per questi sentimenti la preghiera di Cristo nel Getsemani e sulla Croce fu esaudita diventando, allo stesso tempo, modello di ogni preghiera umana. Gesù, consumato il proprio ufficio di sacerdote e vittima, fu reso perfetto divenendo in tal modo causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.
 
Vangelo
Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
 
Solo Giovanni menziona la presenza della Madre di Gesù sul monte Calvario. Maria, ai piedi della Croce, è la Vergine offerente: Madre di tutti gli uomini offre al Padre il Figlio suo appeso al legno della Croce come Vittima d’amore per la salvezza del mondo. È una missione la sua, la più terribile di quella di ogni altra madre.
Le madri non sanno l’avvenire dei loro figli, Ella lo sa chiaramente, perché Simeone, nel Tempio di Gerusalemme, le aveva squarciato l’avvenire: “Una spada ti trapasserà il cuore” (Lc 2,35).
Donna, ecco tuo figlio!: come ci suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, il “contesto scritturistico e il carattere singolare dell’appellativo «donna» indicano che l’evangelista vede qui un atto che supera la semplice pietà filiale: la proclamazione della maternità spirituale di Maria nuova Eva, ai credenti rappresentati dal discepolo prediletto [cfr. Gv 15,10-15)]”. Il dolore di Maria non è un dolore cieco, ma aperto alla speranza, alla luce della Risurrezione.]
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 19,25-27
 
In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala.
Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!».
E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 25 Sua madre e la sorella di lei, Maria di Clopa e Maria Maddalena; prima di «Maria di Clopa» delle versioni hanno la congiunzione «e» («e la sorella di lei e Maria di Clopa ...»).
Gli esegeti non sono d’accordo nello stabilire il numero (tre oppure quattro) delle donne presenti al Calvario, indicate per nome dall’evangelista, poiché molti di essi pensano che la sorella della madre di Gesù e Maria di Clopa siano la stessa persona. «Sua madre»; Giovanni soltanto ricorda esplicitamente la presenza di Maria Santissima ai, piedi della croce. «La sorella di lei»; probabilmente è Salome, la madre dei figli di Zebedeo, della quale Matteo e Marco segnalano la presenza al Calvario (cf. Mt., 27, 56; Mc., 15, 40). «Maria di Clopa»; generalmente le versioni esplicitano il testo (Μαρία η τοῦ Κλωπᾶ) traducendolo con: «Maria [moglie] di Clopa», poiché la moglie in genere era indicata con il nome del marito.
26 Donna, ecco il tuo figlio; l’appellativo «donna» non è irrispettoso sulle labbra di Gesù; esso in verità racchiude un accento dignitoso e riverente; il Salvatore usa questo appellativo con tutte le donne con le quali ha avuto un dialogo, come la samaritana, Maria Maddalena, la cananea, la donna ricurva ecc. Per tale motivo non è esatto vedere in questa designazione un immediato riferimento alla «donna» di cui parla il Protovangelo (cf. Genesi, 3, 15), come pensano vari studiosi. «Ecco il tuo figlio»; queste parole pronunziate in un momento così solenne non costituiscono un semplice atto di pietà filiale di Gesù nei confronti della propria madre, ma assumono un senso più profondo; la presenza di Maria al Calvario come le parole che il Redentore le rivolge sono ordinate a illustrare un nuovo e misterioso aspetto della madre di Gesù; Cristo infatti con le espressioni «il tuo figlio» e «la tua madre» (vers. 27) intende richiamare l’attenzione sulla maternità di Maria; il discepolo amato, come Maria Santissima apprendono dalle stesse labbra di Cristo morente che tra di loro vi è un rapporto ed un vincolo di maternità e figliolanza; tale rapporto costituisce il fondamento di quella che sarà chiamata la maternità spirituale di Maria. La presenza sul Calvario e la vicinanza di Maria alla croce (cf. vers. 25: «Presso la croce di Gesù stavano sua madre...») mettono in chiara luce il posto che Maria occupa nella redenzione; questo rilievo assume ancora un significato dottrinalmente più ricco quando si pensa che i sinottici parlano delle pie donne che stavano a distanza dalla croce (cf. Mt., 27, 55; Mc., 15, 40; Lc., 23, 49).
27 E da quel momento il discepolo la accolse presso di sé; la dichiarazione, nella sua estrema semplicità, non si limita a segnalare il fatto che il discepolo amato ha accolto Maria presso di sé, ma anche che tale fatto è stato compreso nel suo senso profondo dallo stesso discepolo. A. Feuillet ha rilevato che Giov., 19, 25-27 è in stretta relazione con Lc., 2, 34-35; ciò significa che vi è un vincolo ideologico stretto tra la profezia di Simeone (Lc.) e la presenza di Maria al Calvario (Giov.). Il P. Boismard da parte sua afferma che dal punto di vista teologico Giov., 19, 25-27 è un testo di sapore lucano e che un esame filologico approfondito porta a considerare Giov., 19, 25-27 come un’inserzione lucana nel testo del quarto vangelo (cf. «Revue Biblique», 69 [1962], pp. 201-202, nota 26).
 
Oppure:
 
Vangelo
Anche a te una spada trafiggerà l’anima.
 
I primi due capitoli di Matteo e di Luca sono conosciuti come i Vangeli dell’infanzia. La gioia di Giuseppe e di Maria viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione». Gesù apre questa via, la percorre fino alla fine e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità: «… e anche a te una spada trafiggerà l’anima».
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,33-35
 
In quel tempo, il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
 
Parola del Signore.
 
Simeone li benedisse ... - Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù): Il profeta Simeone è noto solo da questo episodio. Non è detto che fosse sacerdote: dal testo (v. 29) traspare invece che era una persona anziana. Qualcuno recentemente ha voluto identificarlo con Simeone figlio di Hillel, di cui si parla nel Talmud e il cui ritratto corrisponde a quello del Simeone di Luca. Daniélou ricorda che anche alcune tradizioni giudeo-cristiane sono favorevoli a questa interpretazione.
Simeone è presentato «giusto e pio», al modo dei personaggi precedenti: giusto esternamente e praticamente, pio o timorato di Dio internamente. Egli attendeva «il conforto di Israele», cioè quel Messia (astratto per il concreto) il cui compito - secondo Isaia 61,2s - era «di confortare i piangenti di Sion», cioè di consolare e riportare alla gioia. Lo Spirito Santo, in premio di tali buone disposizioni e della intemerata condotta, gli aveva promesso (Luca non dice come) che avrebbe visto con i suoi occhi il Messia. Ed è appunto lo Spirito che, non solo lo fa salire al tempio in coincidenza con la venuta della sacra Famiglia, ma anche gli fa riconoscere nel Bambino il Messia.
Simeone non si accontenta di contemplarlo: lo prende nelle sue braccia venerande e, nonostante la commozione, trova la forza di benedire Dio, cioè di uscire, come già Zaccaria, in un inno di lode e ringraziamento a Dio. Il cantico è, come il Magnificat e il Benedictus, un mosaico di testi tolti dall’Antico Testamento. Vi predominano però i riferimenti al Deutero-Isaia, il profeta della consolazione di Israele (40,1; 42,6; 46,13; 49,6; 52,10; Cf. 46,30); per cui Daniélou pensa che si tratti di un arcaico inno giudeo-cristiano della Chiesa post-pentecostale e da Luca messo in bocca a Simeone per esprimerne sentimenti simili.
Simeone si pone (vv. 29-32) nell’atteggiamento del servo verso il padrone ed esprime la sua soddisfazione al Signore per aver mantenuta la parola promessa: gli dice che lo lasci pur andare (lett. salpare) verso il porto dell’aldilà con la pace messianica ormai raggiunta; i suoi occhi infatti hanno visto la sua salvezza (astratto per il concreto): quella salvezza - continua a dire - che Dio ha preparato - quale mensa imbandita - davanti a tutti i popoli, perché sia luce alle genti pagane e gloria (cioè onore o vanto) del suo popolo Israele; oppure meglio perché sia la presenza specialissima e benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è l’unico accenno espressamente universalistico che troviamo nel Vangelo dell’infanzia di Luca: per giunta i pagani vengono messi al primo posto, anche se considerati avvolti dalle tenebre dell’idolatria e quindi bisognosi della luce della rivelazione cristiana.
 
Per approfondire
 
Segno di contraddizione - Redemptoris Mater n. 16: Le parole di Simeone mettono in una luce nuova l’annuncio che Maria ha udito dall’angelo: Gesù è il Salvatore, è «luce per illuminare» gli uomini. Non è quel che si è manifestato, in certo modo, nella notte del Natale, quando sono venuti nella stalla i pastori? (Lc 2,8). Non è quel che doveva manifestarsi ancor più nella venuta dei Magi dall’Oriente? (Mt 2,1). Nello stesso tempo, però, già all’inizio della sua vita, il Figlio di Maria, e con lui sua madre, sperimenteranno in se stessi la verità delle altre parole di Simeone: «Segno di contraddizione» (Lc 2,34). Quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore. Se un tale annuncio, da una parte, conferma la sua fede nell’adempimento delle divine promesse della salvezza, dall’altra le rivela anche che dovrà vivere la sua obbedienza di fede nella sofferenza a fianco del Salvatore sofferente, e che la sua maternità sarà oscura e dolorosa. Ecco, infatti, dopo la visita dei Magi, dopo il loro omaggio («prostratisi lo adorarono»), dopo l’offerta dei doni (Mt 2,11), Maria, insieme al bambino, deve fuggire in Egitto sotto la premurosa protezione di Giuseppe, perché «Erode stava cercando il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). E fino alla morte di Erode dovranno rimanere in Egitto (Mt 2,15). 
 
Antonio Borrelli:  A mio parere ... fra i tanti titoli e celebrazioni, il più sentito perché più vicino alla realtà umana, è quello di Beata Vergine Maria Addolorata; il dolore è presente nella nostra vita sin dalla nascita, con il primo angosciato grido del neonato, che lascia il sicuro del grembo materno per proiettarsi in un mondo sconosciuto, non più legato alla madre e in preda alla paura e spavento; poi il dolore ci segue più o meno intenso, più o meno costante, nei suoi vari aspetti, fisici, morali, spirituali, lungo il corso della vita, per ritrovarlo comunque al termine del nostro cammino, per l’ultimo e definitivo distacco da questo mondo.… Veder morire un figlio è per una madre il dolore più grande che ci sia, non vi sono parole che possano consolare, chi naturalmente aspettando di poter morire dopo aver generato, allevato ed educato, l’erede e il continuatore della sua umanità, vede invece morire il figlio mentre lei resta ancora in vita, quel figlio al quale avrebbe voluto ridare altre cento volte la vita e magari sostituirsi ad esso nel morire. I milioni di madri che nel tempo hanno subito questo immenso dolore, a lei si sono rivolte per trovare sostegno e consolazione, perché Maria ha visto morire il Figlio in modo atroce, consapevole della sua innocenza, soffrendo per la cattiveria, incomprensione, malvagità, scatenate contro di lui, personificazione della Bontà infinita. Ma non fu solo per la repentina condanna a morte, il dolore provato da Maria fu l’epilogo di un lungo soffrire, in silenzio e senza sfogo, conservato nel suo cuore, iniziato da quella profezia del vecchio Simeone pronunziata durante la Presentazione di Gesù al Tempio: “E anche a te una spada trapasserà l’anima”. Quindi anche tutti coloro che soffrono nella propria carne e nel proprio animo, le pene derivanti da malattie, disabilità, ingiustizia, povertà, persecuzione, violenza fisica e mentale, perdita di persone care, tradimenti, mancanza di sicurezza, solitudine, ecc. guardano a Maria, consolatrice di tutti i dolori; perché avendo sofferto tanto già prima della Passione di Cristo, può essere il faro a cui guardare nel sopportare le nostre sofferenze ed essere comprensivi di quelle dei nostri fratelli, compagni di viaggio in questo nostro pellegrinare terreno.
 
I dolori di Maria - Giovanni Damasceno (De fide orthod., 4,14): Questa donna ripiena di grazie che superano ogni misura naturale, i dolori, che non conobbe nel parto, li subì al tempo della passione, sentendosi lacerare tutta dal materno affetto e sentendosi trafitta come da spade, quando vedeva venir ucciso, come uno scellerato, colui ch’essa aveva conosciuto ch’era Dio, quando lo generò. Così dev’essere compresa la profezia: La spada del dolore ti trafiggerà l’anima [Lc 2,35]. Però la letizia della risurrezione, che cantava la divinità di colui ch’era morto nella carne, assorbì tutto il dolore.
 
Testimoni di Cristo - Beata Vergine Maria Addolorata - Oltre il dolore c’è un Dio che si fa luce nel nostro buio - Quante madri piegate sui figli morti, quante ferite per l’umanità in quel dolore di una donna che vede negata la vita che ha generato. Troppe volte le guerre di questo nostro tempo travagliato ci hanno offerto questa immagine straziante. Nell’icona della Madre di Dio lacerata dal dolore per la morte del figlio, di Gesù, però, forse è possibile rintracciare qualche briciola di luce per rispondere alle domande sulla sofferenza dell’umanità. In quell’immagine, infatti, scorgiamo un Dio che è sceso nel nostro buio e che ci viene a cercare per riportarci alla luce. La Madonna sofferente accanto al figlio morto ci ricorda che la Vergine di Nazareth, oggi celebrata con il titolo di Addolorata, in quel momento venne “associata” alla passione di Gesù e all’opera di salvezza che si stava realizzando sul Golgota. E noi con lei. Il “sì” pronunciato all’arcangelo Gabriele la condusse non a una vita di privilegi, ma all’esperienza più dolorosa per una madre: agli occhi del mondo la perdita del figlio è la negazione assoluta della speranza. Ma la risurrezione dà un senso nuovo a tutto: ci ricorda che Dio è lì accanto a noi. La memoria liturgica odierna fu introdotta nel calendario liturgico romano da papa Pio VI nel 1814. (Matteo Liut)
 
O Padre, che accanto al tuo Figlio, innalzato sulla croce,
hai voluto presente sua Madre, a lui unita nel dolore,
fa’ che la tua Chiesa,
resa con lei partecipe della passione di Cristo,
giunga alla gloria della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.