28 Agosto 2025
 
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
1Ts 3,7-13; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Mt 24,42-51
 
Colletta
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
 
I Lettura: Il pastore non dà soltanto, ma riceve anche - José Maria González-Ruiz: Il pastore d’una comunità non è solo un uomo che dà agli altri. ma riceve anche da essi: «per la vostra fede ... ci sentiamo consolati». un fenomeno costante nella pastorale di Paolo, specialmente come è presentata nel C. 12 della prima Lettera ai Corinzi. In un corpo, non vi sono membra inutili, e persino le membra che parrebbero meno nobili sono utili a quelle che sono considerate come più nobili: «l’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te; né la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli, sono più necessarie» (1Cor 12,21-22).
Quando, subito dopo, Paolo desidera «completare ciò che manca ancora alla fede» dei tessalonicesi, non pare che si riferisca al contenuto teologale della fede.
Anzi, molte volte, nelle lettere paoline (come, più tardi, nei padri apostolici), certe parole astratte - come «agape», «amore» - sono usate per indicare la comunità religiosa. E così, Paolo potrebbe riferirsi qui, quando parla della «fede» dei tessalonicesi, alla loro «comunità di credenti», come è probabilmente il caso di 2Cor 1,24. In più, l’espressione «ciò che manca» (nel testo originale: «hysterémata» = «deficienze») ha in Paolo (come nel greco ellenistico) una chiara connotazione economica (2Cor 8,14; ),12; 11,9; FiI2,30). Per conseguenza, Paolo desidera poter contribuire economicamente alle indubbie deficienze economiche d’una comunità povera come quella di TessaIonica. È chiaro che Paolo conta anche su donativi offerti da altre comunità solidali con quella di Tessalonica.
Paolo termina questo brano della sua lettera rimettendosi, come sempre, a Dio: «il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole». Un pastore è solo un intermediario e mai un surrogato del Cristo risuscitato e realmente presente nelle comunità di fede.
 
Vangelo
Tenetevi pronti
 
Bibbia di Navarra: versetto 40. La chiamata divina e la risposta dell’uomo avvengono in mezzo alle realtà più normali della vita: i lavori dei campi, gli impegni professionali, le attività domestiche e altre ancora; è pertanto in tali àmbiti che si decide la felicità eterna o l’eterna condanna. Per salvarsi non sono necessarie condizioni o circostanze straordinarie di vita; basta la fedeltà quotidiana al Signore in mezzo a queste attività.
versetto 42. La conseguenza che Gesù trae da questa rivelazione intorno alle realtà future è che il cristiano deve vivere vigilando, come se ogni giorno fosse l’ultimo della sua vita.
Ciò che importa non è almanaccare sul come e sul quando degli avvenimenti conclusivi della storia, ma vivere in maniera tale che, alloro compimento, essi ci trovino in grazia di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 24,42-51
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».
 
Parola del Signore.
 
Angelo Lancellotti (Matteo): 42-44: necessità della vigilanza per l’incertezza dell’ora. È la conclusione ultima che il discepolo di Cristo deve tirare di fronte all’imminenza degli eventi, così carichi di conseguenze (di rovina o di scampo), significati nella «venuta del Figlio dell’uomo». Marco e Luca chiudono il discorso escatologico proprio con l’appello alla vigilanza, ma con una formulazione alquanto diversa; Luca poi riporta il detto del ladro con l’esortazione relativa alla vigilanza in un altro contesto.
viene il ladro: l’immagine del «ladro» con cui è presentata l’improvvisa «venuta del Signore» ricorre più volte negli scritti apostolici (cf 1Ts 5,2.4; 2Pt z,10); in Ap 3,3 l’immagine è riferita al Cristo stesso: «Se non sarai vigilante, io verrò come un ladro, senza che tu sappia l’ora della mia venuta a te» (cf anche Ap 16,15).
24,45-25,30: l’escatologia individuale. Con una nuova trilogia di parabole Matteo espone qui, legati al discorso escatologico e in modo particolare al motivo della vigilanza, alcuni aspetti dell’escatologia individuale che hanno una incidenza decisiva in tutta l’impostazione della vita cristiana. Dopo il «giudizio» sulla nazione eletta (24,4- 44) l’interesse di Gesù (e della Chiesa) si porta su quello particolare riguardante i singoli fedeli al momento del loro incontro personale con Cristo, alla fine della loro vicenda terrena.
45-51 (cf Lc 12,42-46): parabola del servo fedele e del servo malvagio, ossia: giudizio di approvazione e di condanna rispettivamente della fedeltà e dell’infedeltà nel «servizio» ecclesiale e cristiano in genere. La parabola è accennata in Marco nella esortazione finale del discorso escatologico (Mc 13,34) con una forte accentuazione del motivo della vigilanza, che in Matteo affiora, ma in maniera secondaria, nel ritardo del padrone supposto dal servo malvagio (v. 48) e nel suo arrivo improvviso. (v. 50). Luca, dal canto suo, pone Pietro come interlocutore privilegiato di Gesù e, tacitamente, come destinatario principale dell’insegnamento contenuto nella parabola.
quel servo: Luca precisa: « l’amministratore», con chiaro riferimento a Pietro, il maggiordomo del regno messianico (cf 16,19). Qui, in Matteo, il «servo» preposto a capo della servitù non è soltanto il capo in assoluto, ma tutti coloro che nella comunità ecclesiale hanno particolari mansioni di «servizio», quali gli Apostoli e i vescovi sono presentati comunemente come intendenti, servi di Dio o di Cristo (cf 1Cor 4,1; Ef 3,2; 1Tm 1,4.12; 1Pt 4,10 ecc.). La loro amministrazione non può essere dispotica, ma responsabile, dovendo subire il controllo finale del Cristo, capo dei pastori, da cui deriverà il premio o il castigo.
47 gli affiderà tutti i suoi beni: è il noto motivo della parabola dei talenti (25,21-23) e di quella corrispondente di Luca delle mine (Lc 19,17.19). La promozione a una incombenza superiore nella vita ultraterrena è solo un’immagine della superiorità della ricompensa celeste rispetto al servizio prestato. Esso indica, tutt’al più, una più intensa partecipazione al trionfo del regno di Dio.
51 lo farà a pezzi: gr. διχοτομήσει; lo squartamento del reo è un supplizio noto nell’antichità (cf 1Sam 15,33; Ger 34,18-19; Eb 11,37). Ma forse si tratta di una «dicotomia» spirituale, cioè dell’allontanamento dalla comunità beata del cielo. La frase infatti ricorre più volte con il senso di scomunica nella regola degli Esseni di Qumran (cf  Manuale di disciplina 6,24; 7,1.2, ecc.). - gli ipocriti: Luca ha: «degli infedeli».
Nel primo vangelo gli ipocriti sono tutti coloro che, come gli «Scribi e Farisei ipocriti» (cf 23,13-15, ecc.), accecati dal loro orgoglio e soddisfatti della loro vana religiosità, non hanno saputo discernere «i segni dei tempi» (cf 16,3) 3 sono rimasti «fuori del regno dei cieli» (cf 23,13).
 
La parusia - Catechismo degli Adulti [1175]: La Chiesa delle origini crede che il Signore Gesù, morto e risorto, ha aperto una storia di salvezza universale, cosmica. Il regno di Dio è impersonato in lui. Attendere il Regno significa attendere la “Parusia” del Signore. Con questa parola, usata comunemente per indicare la visita ufficiale di un sovrano in qualche città, i credenti designano la venuta pubblica e manifesta del Cristo glorioso. Non si tratta di un ritorno, quasi che adesso sia assente, ma del compimento e della manifestazione suprema di quella presenza che ha avuto inizio con la sua umile vicenda terrena e che continua oggi nascosta nel mistero dell’eucaristia, della Chiesa, della carità e dei poveri.
La parusia è la meta della storia. Porterà la perfezione totale dell’uomo e del mondo. Dio infatti ha voluto «ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10), «per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose» (Col 1,20). La nostra risurrezione è prolungamento della sua. Significativamente nei primi secoli le assemblee cristiane preferivano pregare rivolte a oriente, da dove sorgerà il sole che inaugurerà il giorno eterno. La stessa fede viene professata ai nostri giorni dal concilio Vaticano II: «Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di tutti i cuori, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Nel suo Spirito vivificati e coadunati, noi andiamo pellegrini incontro alla finale perfezione della storia umana».
 
Vivere nell’attesa - Anonimo, Opera incompleta su Matteo omelia 51: Perché la data della morte ci è celata? Chiaramente questo ci viene fatto, affinché facciamo sempre del bene, visto che possiamo aspettarci di morire in ogni momento. La data del secondo avvento di Cristo è sottratta al mondo per lo stesso motivo, cioè affinché ogni generazione viva nell’ attesa del ritorno di Cristo.
Per questo, quando i suoi discepoli gli chiesero: Signore, restituirai il regno ad Israele in questo tempo? Gesù rispose: Non vi compete di conoscere i tempi e le stagioni che il Padre ha stabilito con la sua autorità (At l,6-7). Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Il padrone di casa rappresenta l’anima umana, il ladro è il diavolo, la casa è il corpo, le porte sono la bocca e le orecchie, e le finestre sono gli occhi. Come il ladro che riesce a entrare attraverso le porte e le finestre per saccheggiare il padrone di casa, così anche il diavolo trova facile accesso all’anima dell’uomo attraverso la bocca, le orecchie e gli occhi per farlo prigioniero. […] Se dunque vuoi essere sicuro, metti un catenaccio alla tua porta, cioè metti la legge del timore di Dio nella tua bocca.
 
Il Santo del Giorno - 28 Agosto 2025 - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
 
Ci santifichi, o Signore,
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
27 Agosto 2025
 
Santa Monica

1Ts 2,913; Salmo Responsoriale Salmo 138 (139); Mt 23,27-32

Colletta
O Dio, consolatore degli afflitti,
che nella tua misericordia hai esaudito le pie lacrime
di santa Monica con la conversione del figlio Agostino,
per la loro comune intercessione
donaci di piangere i nostri peccati
e di ottenere la grazia del tuo perdono.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto XVI (Angelus 30 Agosto 2009): Di [santa Monica] molte notizie ci vengono fornite dal figlio nel libro autobiografico Le confessioni, capolavoro tra i più letti di tutti i tempi. Qui apprendiamo che sant’Agostino bevve il nome di Gesù con il latte materno e fu educato dalla madre nella religione cristiana, i cui princìpi gli rimarranno impressi anche negli anni di sbandamento spirituale e morale. Monica non smise mai di pregare per lui e per la sua conversione, ed ebbe la consolazione di vederlo ritornare alla fede e ricevere il battesimo. Iddio esaudì le preghiere di questa santa mamma, alla quale il Vescovo di Tagaste aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto”. In verità, sant’Agostino non solo si convertì, ma decise di abbracciare la vita monastica e, ritornato in Africa, fondò egli stesso una comunità di monaci. Commoventi ed edificanti sono gli ultimi colloqui spirituali tra lui e la madre nella quiete di una casa di Ostia, in attesa di imbarcarsi per l’Africa. Ormai santa Monica era diventata, per questo suo figlio, “più che madre, la sorgente del suo cristianesimo”. Il suo unico desiderio era stato per anni la conversione di Agostino, che ora vedeva orientato addirittura verso una vita di consacrazione al servizio di Dio. Poteva pertanto morire contenta, ed effettivamente si spense il 27 agosto del 387, a 56 anni, dopo aver chiesto ai figli di non darsi pena per la sua sepoltura, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Sant’Agostino ripeteva che sua madre lo aveva “generato due volte”.
La storia del cristianesimo è costellata di innumerevoli esempi di genitori santi e di autentiche famiglie cristiane, che hanno accompagnato la vita di generosi sacerdoti e pastori della Chiesa. Si pensi ai santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, entrambi appartenenti a famiglie di santi. Pensiamo, vicinissimi a noi, ai coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini, vissuti tra la fine del XIX secolo e la metà del 1900, beatificati dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II nell’ottobre del 2001, in coincidenza con i vent’anni dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio. Questo documento, oltre ad illustrare il valore del matrimonio e i compiti della famiglia, sollecita gli sposi a un particolare impegno nel cammino di santità, che, attingendo grazia e forza dal Sacramento del matrimonio, li accompagna lungo tutta la loro esistenza (cfr n. 56). Quando i coniugi si dedicano generosamente all’educazione dei figli, guidandoli e orientandoli alla scoperta del disegno d’amore di Dio, preparano quel fertile terreno spirituale dove scaturiscono e maturano le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Si rivela così quanto siano intimamente legati e si illuminino a vicenda il matrimonio e la verginità, a partire dal loro comune radicamento nell’amore sponsale di Cristo.
 
Prima Lettura - Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica … - Settimio Cipriani (Le lettere di San Paolo): 10-12 Non solo l’affetto tenero di una madre nutre S. Paolo, ma anche quello forte e virile di un padre, il quale con mano ferma esorta, riprende e incoraggia «ciascuno» (v. 11) dei suoi figli, precisamente perché ognuno ha i propri problemi e le proprie difficoltà. Anche nel discorso agli «anziani» di Efeso l’Apostolo ricorda questa sua opera di accostamento individuale: « Per tre anni notte e giorno non abbiamo cessato di ammonire, con le lacrime, ciascuno di voi» (Atti 20,31). Iddio «chiama» (v. 12: si noti il presente, che indica azione perdurante) i cristiani a penetrare sempre più a fondo nel piano di salvezza attuato da Cristo e ad alimentare la loro vita. È dunque un «regno» già operante, che però avrà la sua piena attuazione nella «gloria» radiante dei cieli. Il cristiano è in continua attesa di questa «gloria» luminosa.
13 È un ringraziamento a Dio (cfr. 1,2) per l’accoglienza riservata dai Tessalonicesi alla predicazione di Paolo. Abbiamo qui una magnifica definizione della predicazione missionaria e dei suoi effetti: essa è autentica «Parola di Dio», perché da lui proviene nel suo contenuto di verità rivelata e anche nel mandato che gli Apostoli hanno ricevuto di trasmetterla incorrotta. I predicatori sono soltanto i «ministri della Parola» (Lc. 1,2) e non debbono annunciare che Gesù Cristo, l’oggetto precipuo del messaggio evangelico (Atti 8,35; 18,5; 1Cor. 1,23; 2Cor. 4,5; Col. 1,25-27). Per questa origine divina la «Parola» ha una sua efficacia immanente e sempre attuale, e può quindi sempre « operare» in mezzo ai « credenti », che si dispongono docili ad «accoglierla». Essa è « viva ed efficace e penetra fino alla di visione dell’animo e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, cd è capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebr. 4, 12).
 
Vangelo
Siete figli di chi uccise i profeti.
 
Guai a voi , ancora guai che scendono in profondità mettendo a nudo falsità e ipocrisia. Due denuncie: l’apparire, l’ostentazione, praticamente il mostrarsi all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume. E infine, la stupida recriminazione dei Giudei contemporanei di Gesù i quali accusavano i loro antenati di essere stati ribelli e di avere ammazzati i profeti. Ottuso rimpianto perché i detrattori non capivano che in questo modo ammettevano di essere figli di assassini. Loro non sarebbero da meno, e lo saranno mettendo a morte il Figlio di Dio. La cosa peggiore è il voler apparire diversi da quello che si è!
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,27-32
 
In quel tempo Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 27-28 Sesta invettiva: ipocrisia. Simili a sepolcri imbiancati; le tombe erano imbiancate con calce per evitare ai passanti il pericolo di contrarre un’impurità legale toccandole (cf. Numeri, 19, 16). Anche oggi in Oriente sono imbiancati i sepolcri delle persone che si distinsero per religiosità. Le tombe imbiancate appaiono belle alla luce del sole, ma dentro nascondono ossa e putridume. Gesù non rifugge da questa immagine macabra e repellente per smascherare l’ipocrisia e la malizia nascoste sotto l’apparenza di religiosità degli Scribi e dei Farisei.
29-32 Settima invettiva: uccisori degli inviati di Dio. Con un’ironia penetrante e con una logica avvolgente Gesù prova che gli Scribi ed i Farisei sono i discendenti di coloro i quali hanno perseguitato ed ucciso gli inviati di Jahweh (cf. 21, 35-36).
Essi continuano ancora nella linea tracciata dai loro padri, anzi ne colmano la misura. Gli Ebrei non sono condannati perché erigono sepolcri ai profeti ed ai giusti, ma per i loro intenti omicidi e sanguinari che non rimangono nascosti alla loro coscienza, né allo sguardo di Cristo. I Farisei ammettono di essere discendenti di coloro che hanno ucciso dei profeti e dei giusti, ma vogliono allontanare da sé ogni responsabilità. Questo sforzo di scagionarsi è inutile, perché essi appaiono degni dei loro padri. Voi colmate la misura..., altri codici leggono: colmerete; avete colmato. Le parole del Maestro lasciano profondamente impressionato il lettore: gli antenati dei Farisei hanno ucciso gli inviati di Jahweh (cf. Mt., 21, 35-36), gli Ebrei della presente generazione colmano la misura dei padri uccidendo il Figlio di Dio.
 
L’avete accolta non come parola di uomini …: Dei Verbum 11: Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte. Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona».
 
Mulieris Dignitatem 13: In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.
Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27). [...].
Questi episodi costituiscono un quadro d’insieme molto trasparente. Cristo è colui che «sa che cosa c’è nell’uomo» (cf. Gv 2, 25), nell’uomo e nella donna. Conosce la dignità dell’uomo, il suo pregio agli occhi di Dio. Egli stesso, il Cristo, è la conferma definitiva di questo pregio. Tutto ciò che dice e che fa ha definitivo compimento nel mistero pasquale della redenzione. L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna, perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente.
 
Apparite giusti allesterno: «Come, in precedenza, erano dallinterno pieni di rapina e intemperanza [Mt 23,25], così ora sono pieni dipocrisia e diniquità, paragonate ad ossa di morti e di ogni specie di putridume. In realtà lipocrisia, essendo una simulazione del bene, non ha niente di vitale di quel bene che simula; ha solo le ossa di quella virtù che simula ... Se però con sapienza ascoltiamo che cosa voglia indicare il presente discorso, comprendiamo che ogni giustizia simulata non è che giustizia morta, anzi non è neppure giustizia. Come un morto sembra essere un essere umano, così una castità morta non è neppure castità; ed è castità morta quella che si pratica non per amore di Dio, ma per finzione e rispetto umano. E come avviene nel caso . dei mimi che prendono ad imitare le sembianze di alcuni, ma loro non sono ma sembrano essere quelli che imitano, così in chi finge di vivere la giustizia, la sua non è giustizia che in apparenza. Non è giustizia; è finzione di giustizia» (Origene, Commento a Matteo 24).
 
Il Santo del giorno - 27 Agosto 2025 - Santa Monica: Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331.
Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire) 
 
O Signore, nella memoria di santa Monica
ci hai saziati con i tuoi doni:
fa’ che ci purifichino con la loro efficacia
e ci rafforzino con il loro aiuto.
Per Cristo nostro Signore.
 

 26 Agosto 2025
 
Martedì XXI Settimana T. O.

1Ts 2,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 138 (139); Mt 23,23-26
Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Dei Verbum - Gli apostoli e i loro successori, missionari del Vangelo 7. Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato per la salvezza di tutte le genti, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni. Perciò Cristo Signore, nel quale trova compimento tutta intera la Rivelazione di Dio altissimo, ordinò agli apostoli che l’Evangelo, prima promesso per mezzo dei profeti e da lui adempiuto e promulgato di persona venisse da loro predicato a tutti come la fonte di ogni verità salutare e di ogni regola morale, comunicando così ad essi i doni divini. Ciò venne fedelmente eseguito, tanto dagli apostoli, i quali nella predicazione orale, con gli esempi e le istituzioni trasmisero sia ciò che avevano ricevuto dalla bocca del Cristo vivendo con lui e guardandolo agire, sia ciò che avevano imparato dai suggerimenti dello spirito Santo, quanto da quegli apostoli e da uomini a loro cerchia, i quali, per ispirazione dello Spirito Santo, misero per scritto il messaggio della salvezza.
Gli apostoli poi, affinché l’Evangelo si conservasse sempre integro e vivo nella Chiesa, lasciarono come loro successori i vescovi, ad essi « affidando il loro proprio posto di maestri ». Questa sacra Tradizione e la Scrittura sacra dell’uno e dell’altro Testamento sono dunque come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina in terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché giunga a vederlo faccia a faccia, com’egli è (cfr. 1 Gv 3,2).
 
Prima Lettura - Pietro Rossano (Lettere di san Paolo): la nostra venuta tra voi: la figura dell’Apostolo acquista risalto se messa in confronto con i retori, i filosofi ambulanti che apparivano di tanto in tanto nelle città greche, o con i falsi profeti, a cui si riferiscono frequentemente gli autori sacri. Tutti sono in grado di pronunziare elevati discorsi, ma non sono le parole che contano, bensì i frutti che producono. La predicazione evangelica trasforma radicalmente coloro che l’accolgono (1Ts 1,9).
2 il vangelo di Dio: l’origine soprannaturale del messaggio apostolico è dimostrata dal coraggio, dalla franchezza, dall’ardore con cui i missionari l’annunziano, sfidando persecuzioni, sofferenze, oltraggi. La vittoria conseguita con forze umanamente impari attesta la presenza di Dio nei suoi inviati. È lui che parla e opera in loro, per questo possono superare tutte le difficoltà.
3 La nostra esortazione: Paolo rivela qualche tratto del suo animo apostolico. La sua prima e più grave preoccupazione, nelle città in cui entrava, era quella di non confondersi con i vari propagandisti di nuove dottrine filosofiche o religiose che abbondavano nel mondo ellenistico: gente non sempre retta, disinteressata, in buona fede. La predicazione apostolica è la continuazione del discorso di Dio agli uomini; collaborarvi è prestare a Dio tutte le proprie forze, senza tuttavia immettervi nulla di umano. Dio ha altri mezzi per farsi credere, i segni della sua potenza (i, 5 ), ma presentemente l’Apostolo fa appello alla rettitudine degli inviati di Dio. Essa non è comune tra gli uomini e per questo attesta la presenza di Dio nel predicatore. C’è un modo di parlare umano che fa ricorso all’adulazione, guarda all’interesse, alla vanagloria. Paolo si è ben guardato di cadervi. Lo sguardo dell’Apostolo è costantemente fisso in Dio e sugli uomini ai quali è inviato, mai su se stesso.
7 apostoli: il termine che Paolo attribuisce a sé e ai colleghi ha ancora il valore generico di messo, inviato. — come una madre: in virtù del loro mandato, gli apostoli avrebbero potuto assumere un attegiamento autoritario, altezzoso, soprattutto esigere il mantenimento materiale dalle comunità, ma non hanno usato del loro diritto; al contrario si sono posti alla pari di tutti, comportandosi con tutta dolcezza e umiltà come una madre che si china sorridente sui suoi figli ancora piccoli. Paolo scopre in questa confessione una ricchezza di sentimento, ma più ancora una bontà d’animo eccezionali.
8 comunicarvi ... la nostra stessa vita: l’atteggiamento di Paolo non rivela soltanto gentilezza, affabilità, ma autentica carità cristiana. Egli ama i neoconvertiti con tutto se stesso, più della propria vita.
La frase dare la propria vita può significare la sua disposizione a morire per loro, ma più probabilmente equivale a mettere le proprie, doti, capacità, energie, in una parola tutto se stesso, al loro servizio.
 
Vangelo
Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.
 
Gli scribi e i farisei, guide spirituali del giudaismo, si erano seduti sulla cattedra di Mosè (Mt 23,22), cioè si erano presentati come continuatori del suo magistero: lo ripetevano, lo difendevano, lo interpretavano autorevolmente, lo attualizzavano, ma al loro insegnamento non corrispondeva il loro comportamento.
Avevano un’autorità che anche Gesù riconosce, osservate tutto ciò che vi dicono, ma allo stesso tempo stimmatizza il loro comportamento ipocrita che non doveva essere imitato: dicono e non fanno (Mt 23,3).
Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: innanzi tutto l’incoerenza: legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito e, infine, la ricerca di sé, infatti si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe per essere ammirati dal popolo (Mt 23,4-6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,23-26
 
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 23 Quarta invettiva: rovesciamento dei valori morali. La legge su la decima aveva raggiunto applicazioni minuziose che si estendevano anche alle erbe, come la menta, l’aneto, il comino; il precetto mosaico esigeva che si prelevasse dai prodotti della terra la decima parte (cf. Numeri, 18, 12; Levitico, 27, 30; Deuteronomio, 14, 22-23), i rabbini avevano esteso questo prescrizioni anche alle piante più insignificanti. Gesù non condanna questa pratica, ma rileva con una chiarezza ed un equilibrio rimasti proverbiali che bisogna osservare i precetti più importanti senza tuttavia tralasciare gli altri. La giustizia (κρίσις; ebraico: mishpat) riassume i doveri verso gli altri; la misericordia indica una compassione efficiente verso il prossimo; la fede (πίστις) esprime il senso di fiducia che deve regnare nei rapporti con gli altri.
24 Il detto proverbiale di formulazione iperbolica illustra la condotta degli Scribi e dei Farisei; essi infatti sono preoccupati di filtrare le bevande per timore d’ingoiare; qualche insetto impuro e non si dànno pensiero di trangugiare un cammello.
25-26 Quinta invettiva: il formalismo farisaico. I Farisei avevano una cura meticolosa per non incorrere nella impurità legale (cf. Mc., 7, 4), ma non avevano in pari tempo la stessa cura di evitare la sordidezza morale ed interiore. Prescrizioni ben determinate dovevano essere osservate per la purificazione (lavaggio) rituale degli utensili di cucina ed i Farisei distinguevano tra la parete interna ed esterna delle coppe e dei piatti; Gesù, servendosi del loro stesso linguaggio, oppone all’impurità legale dei recipienti l’impurità morale del contenuto; i piatti possono essere in condizione di purità legale, ma il loro contenuto non è sempre la conseguenza o la causa di bontà interiore; infatti possono essere consumati in piatti e coppe legalmente puri frutti di rapine e cibi abbondanti che fomentano l’intemperanza. (i quali) all’interno son pieni di rapina e d’intemperanza; alcuni codici latini e la Volgata hanno: voi (cioè: gli Scribi ed i Farisei) siete pieni di rapina ...; questa lettura s’ispira a Lc., 11, 39 ed al vers. 28 del presente capitolo. Intemperanza; vari codici hanno altro sostantivo: ingiustizia, impurità, cupidigia. Fariseo cieco, purifica prima l’interno della coppa; molti codici aggiungono: e del piatto. Gesù richiama l’ordine obiettivo dei valori; bisogna preoccuparsi che l’interno (το ἐντός)sia moralmente puro, poiché esso trasmetterà la necessaria purità a tutto ciò che tocca.
 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà - Ceslas Spicq e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse.
Le sue parole non passano (Is 40,8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14,4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25,1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55,11); Dio non muta (Mal 3,6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2,22) senza la quale non si può conoscere Dio (4,2).
Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36,6), né proclamarla per invocarla (Sal 143,1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89,1-9.25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8,56ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9,33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85,5.11ss).
2. Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24,14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1Sam 2,35). Se Abramo e Mosè (Neem 9,8; Eccli 45,4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78,8 ss.36s; 106,6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9,2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20,6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42,18s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42,1ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50,4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49,5). Il servo fedele così annunciato è Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio, il vero ed il fedele, che viene a compiere la Scrittura e l’opera del Padre suo (Mc 10,45; Lc 24, 4; Gv 19, 8. 30; Apoc 19, 11ss). Per mezzo suo sono mantenute tutte le promesse di Dio (2Cor 1,20); in lui sono la salvezza e la gloria degli eletti (2Tm 2,10); con lui, gli uomini sono chiamati dal Padre ad entrare in comunione; e per mezzo suo i credenti saranno confermati e resi fedeli alla loro vocazione fino al termine (1Cor 1,8s). In Cristo quindi si manifesta in pienezza la fedeltà di Dio (1Tess 5,23s) e il fedele viene rassicurato (2Tess 3,3ss): i doni di Dio sono irrevocabili (Rom 11,29). Dobbiamo imitare la fedeltà di Cristo, tenendo duro fino alla morte, e contare sulla sua fedeltà per vivere e regnare con lui (2Tim 2,11s). Più ancora, anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele; perché, se può rinnegarci, non può rinnegare se stesso (2Tim 2,13); oggi, come ieri e per sempre, egli rimane ciò che è (Ebr 13,8), il sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebr 2,17) che permette di accedere con sicurezza al trono della grazia (Ebr 4,14 ss) a coloro che, fondandosi sulla fedeltà della promessa divina, conservano una fede ed una speranza indefettibili (Ebr 10,23).
 
Trascurate aspetti più importanti della Legge: «Egli redarguisce i pensieri nascosti del loro spirito e l’iniquità occultata delle loro volontà. Essi infatti compiono ciò che la Legge prescrive circa la decima della menta e dell’aneto per apparire agli occhi degli uomini osservanti della Legge, ma trascurano il dovere proprio dell’uomo, la misericordia, la giustizia, la fedeltà, e ogni sentimento di benevolenza. La decima di queste erbe, che era utile come prefigurazione del futuro, non doveva essere omessa. Ma bisognava fare in modo che, esercitando il nostro dovere di uomini fedeli, giusti e misericordiosi, rendessimo la nostra condotta gradita non mediante l’imitazione apparente di una volontà ma attraverso un modo veritiero di comportarsi. E poiché sarebbe una colpa meno grave trascurare la decima delle erbe piuttosto che il dovere di essere benevoli, deride la cura messa nel filtrare il moscerino da parte di coloro che non si preoccupano di ingoiare un cammello: di coloro, cioè, che evitano i peccati leggeri e divorano i grandi.» (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 24, 7).
 
Il Santo del Giorno - 26 Agosto 2025 - Madonna di Czestochowa. Negli occhi lo sguardo che apre all’amore: Lo sguardo amorevole di Dio cerca l’umanità fin dentro le sue ferite più profonde e guarisce, dona speranza, apre alla vita vera. Ma per essere “visti” da Dio è necessario aprire il proprio cuore, volgere a nostra volta il nostro sguardo verso di lui: è allora che si realizza quell’abbraccio d’amore infinito che all’origine della vita stessa. La ricorrenza della Madonna di Czestochowa oggi ci offre l’occasione proprio per meditare sulla bellezza che nasce quando lo sguardo di Dio e quello dell’uomo s’incrociano. La devozione, forse la più cara alla fede popolare polacca, ha al centro il quadro della Madonna nera custodita a Jasna Gòra, il “monte luminoso”.
Secondo la tradizione autore del quadro fu san Luca, che ne realizzò due (il secondo è custodito a Bologna).
Ma ciò che colpisce il pellegrino è lo sguardo della Madonna in questo dipinto: incrocia sempre quello di chi la osserva. E ci ricorda che quando ci mettiamo a ricercare Dio scopriamo sempre che lui per primo ci cerca, ci guarda, ci ama. E in fondo lasciarsi amare da Dio è la via che porta a una vita realizzata, alla felicità e alla santità. (Avvenire)
 
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 

 25 Agosto 2025
 
Lunedì XXI Settimana T. O.

1Ts 1,1-5.8b-10; Salmo Responsoriale Salmo 149; Mt 23,13-22

Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Catechismo della Chiesa Cattolica - Chiesa come custode della fede 171 La Chiesa, che è «colonna e sostegno della verità» (1 Tm 3,15), conserva fedelmente la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte.202 È la Chiesa che custodisce la memoria delle parole di Cristo e trasmette di generazione in generazione la confessione di fede degli Apostoli. Come una madre che insegna ai suoi figli a parlare, e quindi a comprendere e a comunicare, la Chiesa nostra Madre ci insegna il linguaggio della fede per introdurci nell’intelligenza della fede e nella vita.  
181 «Credere» è un atto ecclesiale. La fede della Chiesa precede, genera, sostiene e nutre la nostra fede. La Chiesa è la Madre di tutti i credenti. «Nessuno può avere Dio per Padre, se non ha la Chiesa per Madre».  
507 Maria è ad un tempo Vergine e Madre perché è la figura e la realizzazione più perfetta della Chiesa: «La Chiesa [...] per mezzo della Parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure Madre, poiché con la predicazione e il Battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa è pure la vergine che custodisce integra e pura la fede data allo Sposo». 
 
Prima Lettura - Settimio Cipriani (Le Lettere di Paolo): 1. Nell’inviare questa lettera l’Apostolo si associa anche i due fidi  discepoli, che furono suoi compagni di lavoro fin dall’inizio del secondo viaggio missionario (Atti 15, 40 - 16, 5). Uno dei due fu probabilmente anche l’amanuense della lettera.
Il termine «ἐκκλησίᾳ», con cui viene indicata la còmunità cristiana di Tessalonica o di Corinto ecc. (1Cor, 1, 2), è un termine preso dai Settanta, presso i quali rendeva l’espressione ebraica «qehàl Jahwéh» (Deut. 23, 2.9; Esdr. 23, 1 ecc.), col quale si designava Israele in quanto «popolo di Dio». La Chiesa è ormai per S. Paolo il «nuovo Israele di Dio» (Gal. 6,16). Il termine può esprimere, di per sé, o la Chiesa in genere (1Cor. 15, 9; Gal. 1, 13; Col. 1, 18.24; Efes. 1, 22; 3, 10.21; 5, 23-32 ecc.), o qualche Chiesa particolare (come qui), quasi a significare che essa è solo una porzione del più grande «popolo di Dio» sparso su tutta la terra ma unificato «in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo». 
2-3 Il motivo del ringraziamento è dato dalla fresca vitalità della Chiesa, che fiorisce in ognuna delle tre virtù «teologali». Si noti il preciso elenco che ne fa per la prima volta S. Paolo (cfr. 5, 8; 1Cor. 13, 13 ecc.): la fede è «operosa», la carità si dona «sacrificandosi», la speranza è «tenace». Molto significative queste qualifiche aggiunte alle virtù di cui sono una efficacissima descrizione.
4-5 La vitalità della Chiesa di Tessalonica non è dovuta solo alla corrispondenza dei cristiani alla grazia, ma soprattutto all’amore di Dio (Efes. 2, 4) che ha dimostrato di averli «eletti» (v. 4), di averli cioè positivamente chiamati alla fede, mediante i numerosi carismi che accompagnarono la predicazione (il «Vangelo») di Paolo: «prodigi», nel senso di miracoli veri e propri, virtù di «Spirito Santo», trascinante forza «persuasiva» della parola ecc. (v. 5). Siamo in pieno clima soprannaturale. L’arte della parola è vana (1Cor. 2,4-6), dove non soccorra la grazia celeste.
Il termine πληροφορίᾳ  (v. 5), che noi abbiamo tradotto con «persuasione», altrove significa «pienezza, perfezione» (cfr. Ebr. 6, 11; 10, 22; Col. 2, 2).
La «elezione» (v. 4) implica la sola vocazione alla fede e non la predestinazione alla gloria, come risulta dal fatto stesso che la salvezza finale dei Tessalonicesi non è per niente assicurata (3, 5; 4,6; 5,6-9 ecc.).
L’ira ventura (v. 10) allude alla punizione riservata ai malvagi nell’ultimo giorno. Cristo è morto appunto per «liberarci» dalla condanna irreparabile. Anche più sotto (2, 16; 5, 9) si parlerà dell’ira in senso escatologico, come manifestazione punitiva di Dio che non può sopportare il peccato degli uomini.
 
Vangelo
Guai a voi, guide cieche.
 
L’insegnamento dei farisei, impastato con una pruriginosa e insopportabile casistica, asfissiava implacabilmente la vita spirituale e quella sociale del popolo ebraico, impedendo di fatto di entrare nel regno dei cieli a chi voleva entrarvi.
Il proselitismo ebraico nel mondo geco-romano era molto attivo (cf. At 2,11), ma conquistata la preda quest’ultima veniva a trovarsi in una gabbia di ferro dalla quale era impossibile uscirne fuori, veniva a trovarsi obbligata a osservare numerosi precetti religiosi, molti dei quali inutili e schiavizzanti.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “si tratta qui dei voti. Per sciogliere coloro che li avevano imprudentemente emessi, i rabbini ricorrevano a sottili argomenti” (Bibbia di Gerusalemme nota Mt 23,16).
Il tentativo di imporre la legge di Mosè come via per raggiungere la salvezza farà capolino anche nella Chiesa di Cristo (At 15,5-6).
Per fortuna l’apostolo Giacomo, suggerendo una norma liberatoria che sarà accolta da tutta la Chiesa, dichiarerà superata e inutile questa indicazione costrittiva: “Io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue” (At 15,19-20), una traccia apostolica che permetterà ai cristiani di volare con le ali dello Spirito Santo.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,13-22
 
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più grande: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».
 
Parola del Signore.
 
Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Ipocrisia degli scribi e dei farisei (23,1-12) - In questa prima parte del discorso, dopo una introduzione (v. 1), si possono distinguere due unità: denunzia dell’ipocrisia delle guide spirituali d’Israele (vv. 2-7); breve statuto per la comunità cristiana (vv. 8-12). Le due parti si contrappongono in forma antitetica e vengono collegate dall’evangelista secondo strutture parallele.
Gesù attacca duramente dinanzi alle «folle» gli scribi e i farisei in maniera indiretta, perché costoro non figurano come interlocutori. Li biasima per il contrasto stridente fra illoro insegnamento e la loro condotta. Gesù non ne contesta la dottrina, che anzi comanda di osservare, perché essi rappresentavano per il popolo i maestri ufficiali e i tutori della Legge mosaica, ma ne riprova la prassi e i cattivi esempi, che non corrispondevano a quanto insegnavano. Matteo intendeva rivolgere queste ammonizioni anche alla comunità cristiana, tenuta a confrontarsi incessantemente con il vangelo e a conformarsi all’esempio sublime di servizio dato da Gesù, per non cadere nei medesimi difetti dei farisei.
Per l’inserimento di questo brano Matteo si aggancia al passo di Mc 12,37-40, che arricchisce con altro materiale, derivato da Q (vv. 4.6-7a.12, in parte combinato con Marco) e dal patrimonio proprio, attinto probabilmente dalla cosiddetta «scuola» prematteana (vv. 2-3.8-10). L’assemblaggio accurato e intelligente con qualche aggiunta e raccordo redazionale (vv. 1.5.7b.) è opera dell ‘evangelista. Le sentenze dei vv. 4.9.12 trovano pieno riscontro nella predicazione stessa di Gesù.
 
Ipocriti: Xavier Léon-Dufour Sull’esempio dei profeti (ad es. Is. 29,13) e dei sapienti (ad es. Eccli 1,28s; 32,15; 36,20), ma con una forza ineguagliata, Gesù ha messo a nudo le radici e le conseguenze dell’ipocrisia, avendo di mira specialmente quelli che allora costituivano l’«intellighenzia», scribi, farisei e dottori della legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23,25 e 23,26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di legge. Ipocriti sono evidentemente coloro la cui condotta non esprime i pensieri del cuore; ma essi sono pure qualificati da Gesù come ciechi (cfr. Mi 23,25 e 23,26). Un legame sembra giustificare il passaggio dall’uno all’altro senso: a forza di voler ingannare gli altri, l’ipocrita inganna se stesso e diventa cieco sul suo proprio stato, incapace di vedere la luce.
Il formalismo dell’ipocrita. - L’ipocrisia religiosa non è semplicemente una menzogna; essa inganna gli altri per acquistarne la stima mediante atti religiosi la cui intenzione non è semplice. L’ipocrita sembra agire per Dio, ma di fatto agisce per se stesso. Le pratiche più raccomandabili, elemosina, preghiera, digiuno, sono in tal modo pervertite dalla preoccupazione di «farsi notare» (Mt 6,2.5.16; 23,5). Quest’abitudine di mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22,18; cfr. Ger 18,18). Desideroso di salvare la mettere una disarmonia tra il cuore e le labbra insegna a velare intenzioni malvagie sotto un’aria ingenua, come quando sotto pretesto di una questione giuridica si vuol tendere un’insidia a Gesù (Mt 22,18; cfr. Ger 18,18). Desideroso di salvare la faccia, l’ipocrita sa scegliere tra i precetti o adattarli con una sapiente casistica: può così filtrare il moscerino ed inghiottire il cammello (Mt 23,24), o rivolgere le prescrizioni divine a profitto della sua rapina e della sua intemperanza (23,25): «Ipocriti! ben ha profetizzato di voi Isaia dicendo: questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me» (15,7).
 
Ira e amore, espressioni della potenza di Dio - Lattanzio, L’ira di Dio, 16: Vi è un gran numero di uomini convinti che la giustizia piace a Dio: lo onorano come signore e creatore di tutte le cose. Essi, con continue preghiere e numerosi voti, offrono a lui doni e sacrifici, inneggiano al suo nome e si sforzano di acquistarsi il suo beneplacito con opere buone e giuste. Vi è dunque un motivo se Dio vuole e deve mostrarsi benevolo; nulla infatti è tanto consono con la divina essenza quanto il beneficare, e nulla è tanto alieno da Dio quanto l’ingratitudine, non è perciò possibile non ammettere che Dio - per non incorrere nella colpa di irriconoscenza, che anche per l’uomo è un biasimo - riconosca pienamente queste attestazioni di servizio degli uomini nobili santi e vivi, e offra loro il contraccambio. Ma vi sono anche uomini infami e viziosi, che tutto contaminano con la loro cupidigia: commettono omicidi, inganni, ruberie e spergiuri, non risparmiano neppure i consanguinei e i genitori, ponendosi al di sopra della legge e perfino al di sopra di Dio stesso. Qui l’ira di Dio ha motivo di agire. Sarebbe infatti contro l’ordine santo, se Dio restasse tranquillo di fronte a tanto orrore, se non sorgesse a vendicare i delitti, a estirpare questi uomini dannosi alla società, accogliendoli invece insieme con i buoni; dunque nella sua ira stessa vi è la prova della sua grazia.
Gli affetti virtuosi, come l’ira contro i cattivi, l’amore verso i buoni e la misericordia per i tribolati, sono presenti in senso proprio, retto e vero in Dio, perché sono degni della potenza divina. Se Dio non li avesse, tutta la vita umana finirebbe nella confusione, la stabilità delle cose giungerebbe a tale disordine che, per il disprezzo e la trascuratezza della legge, regnerebbe solo la temerarietà e nessuno sarebbe mai certo di poter superare gli altri con la propria forza. Avverrebbe dunque ciò che succede sotto la balìa di un’orda di predoni: tutta la terra verrebbe devastata.
 
Il Santo del Giorno - 25 Agosto 2025 - San Giuseppe Calasanzio, Sacerdote: Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l’obiettivo di dare un’istruzione ai più poveri e combattere così l’analfabetismo, l’ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi». Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all’educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s’impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l’ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi. (Avvenire)
 
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.