28 OTTOBRE 2024
 
Santi Simone e Giuda Apostoli
 
Ef 2,19-22; Salmo Responsoriale dal Salmo 18 (19); Lc 6,12-19
 
Colletta
O Dio, che per mezzo degli apostoli
ci hai fatto giungere alla conoscenza del tuo nome,
per l’intercessione dei santi Simone e Giuda
concedi alla tua Chiesa di crescere sempre
con l’adesione di nuovi popoli alla fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 28 Ottobre 2012): Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). È ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.
Per quanto riguarda poi Giuda Taddeo, egli è così denominato dalla tradizione, unendo insieme due nomi diversi: infatti, mentre Matteo e Marco lo chiamano semplicemente “Taddeo” (Mt 10,3; Mc 3,18), Luca lo chiama “Giuda di Giacomo” (Lc 6,16; At 1,13). Il soprannome Taddeo è di derivazione incerta e viene spiegato o come proveniente dall’aramaico taddà’, che vuol dire “petto” e quindi significherebbe “magnanimo”, oppure come abbreviazione di un nome greco come Teodòro, Teòdoto. Di lui si tramandano poche cose. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi Discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda. Il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23). Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi. Il Signore non appare come una cosa. Egli vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto. Solo così vediamo il Risorto.
 
Prima Lettura: I cristiani di Efeso che provengono dal mondo pagano un tempo esclusi dalla cittadinanza d’Israele, ora, mediante il battesimo, non sono più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e di profeti. I profeti, qui si tratta di quelli del Nuovo Testamento (Ef 3,5; 4,11; At 11,27), costituiscono con gli apostoli, “la generazione dei primi testimoni che hanno ricevuto la rivelazione del piano divino (Ef 3,5) e che hanno predicato il vangelo [cfr. Lc 11,49, Mt 23,34, Mt 10,41). Sono dunque come il fondamento sul quale si edifica la chiesa” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
Ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,12-19
 
In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
 
Parola del Signore.
 
Silvano Fausti (Una comunità legge il Vangelo di Luca): La creazione dei Dodici è la settima azione potente di Gesù, dove si compie e trova riposo tutto il suo lavoro: è il mondo nuovo, l’umanità che nell’ascolto entra nel giorno di Dio e raggiunge il suo riposo. I Dodici sembrano piccola cosa di fronte alla vastità del mondo al quale sono inviati. Ma è stile costante di Dio operare tutto attraverso poco (cf. Gdc 7,1-8). La sua azione è sempre sacramentale: in un piccolo segno d’amore, dona una realtà infinita, se stesso come amore. Questa sacramentalità, per cui l’infinito opera nella piccolezza, è necessaria perché Dio è infinito e l’uomo finito, ma fatto per l’infinito. Ma è anche necessaria per rispettare la libertà dell’uomo che Dio ama e dal quale vuole essere amato in libertà. Il piccolo non si impone: solo si propone e può essere accolto a meno.
Non bisogna mai dimenticare l’efficacia reale e infinita del piccolo segno, né a livello personale né a livello ecclesiale. Si cadrebbe in deliri di onnipotenza, vecchi come il peccato di Gn 3!
La chiamata all’apostolato, mattino della piccola chiesa che sta sorgendo (cf. 12,32), nasce dalla notte di preghiera di Gesù. Come a dire che la chiamata che fonda la chiesa nasce dalla sua comunione con il Padre fin dentro la notte, cioè dall’obbedienza e dall’amore a lui fino alla morte. Ed è una chiamata alla tessa comunione, fine di ogni apostolato.
 
Xavier Lèon-Dufour (Apostoli Dizionario di Teologia Biblica): Nel NT numerose persone ricevono il titolo di apostolo: i dodici discepoli, scelti da Gesù per fondare la sua Chiesa (Mt 10, 2; Apoc 21, 14), e così pure Paolo, apostolo delle nazioni per eccellenza ( Rom 11, 13), son ben conosciuti. Ma, secondo l’uso antico di Paolo, Silvano, Timoteo (1 Tess 2, 7) e Barnaba (1 Cor 9, 6) portano lo stesso titolo di Paolo; a fianco di Pietro e dei Dodici, ecco «Giacomo e gli Apostoli» (1 Cor 15, 5 ss; cfr. Gal 1, 19), per non parlare del carisma dell’apostolato (1 Cor 12, 28; Ef 4, 11), né dei «falsi apostoli» e degli «arciapostoli» che Paolo denuncia (2 Cor 11, 5. 13; 12, 11). Un uso così esteso di questo titolo solleva un problema: quale rapporto c’è tra questi diversi «apostoli»? Per risolverlo, in mancanza di una definizione neotestamentaria dell’apostolato che convenga a tutti, bisogna collocare al loro posto le diverse persone che portano questo titolo, dopo aver raccolto le indicazioni concernenti il termine e la funzione non specificatamente cristiana. Il sostantivo apòstolos è ignoto al greco letterario (salvo Erodoto e Giuseppe che sembrano riflettere la lingua popolare), ma il verbo da cui deriva (apostello), «inviare», ne esprime bene il contenuto, che è precisato dalle analogie del VT e dagli usi giudaici. Il VT conosce l’uso degli ambasciatori che devono essere rispettati come il re che li manda (2 Sam 10); i profeti esercitano missioni dello stesso ordine ( cfr. Is 6, 8; Ger 1, 7; Is 61, 1 ss), benché non ricevano mai il titolo di apostolo. Ma il giudaismo rabbinico, dopo il 70, conosce l’istituzione di inviati speciali (šelîhîm), il cui uso sembra molto anteriore, secondo i testi stessi del NT. Paolo «domanda lettere per le sinagoghe di Damasco» al fine di perseguitare i fedeli di Gesù (Atti 9, 2 par.): è un delegato ufficiale munito di lettere ufficiali (cfr. Atti 28, 21 s). La Chiesa eredita questo uso quando, da Antiochia e da Gerusalemme, manda Barnaba e Sila con le loro lettere (Atti 15, 22), oppure fa di Barnaba e Paolo i suoi delegati (Atti 11, 30; 13, 3; 14, 26; 15, 2); Paolo stesso manda due fratelli che sono gli apòstoloi delle Chiese (2 Cor 8, 23). Secondo la frase di Gesù, che ha degli antecedenti nella letteratura giudaica, l’apostolo rappresenta colui che lo manda: «Il servo non è maggiore del suo padrone, né l’apòstolos maggiore di colui che l’ha mandato» (Gv 13, 16). Così, a giudicare dall’uso dell’epoca, l’apostolo non è in primo luogo un missionario, od un uomo dello spirito, e neppure un testimone: è un emissario, un delegato, un plenipotenziario, un ambasciatore.
I. I DODICI E L’APOSTOLATO - Prima di dar diritto ad un titolo, l’apostolato fu una funzione. Di fatto soltanto al termine di una lenta evoluzione alla cerchia ristretta dei Dodici fu attribuito in modo privilegiato il titolo di apostolo (Mt 10, 2), messo poi, in epoca tarda, sulle labbra di Gesù (Lc 6, 13). Ma se
I. I DODICI E L’APOSTOLATO - Prima di dar diritto ad un titolo, l’apostolato fu una funzione. Di fatto soltanto al termine di una lenta evoluzione alla cerchia ristretta dei Dodici fu attribuito in modo privilegiato il titolo di apostolo (Mt 10, 2), messo poi, in epoca tarda, sulle labbra di Gesù (Lc 6, 13). Ma se questo titolo di onore non appartiene che ai Dodici, si vede pure che altri esercitano con essi una funzione che può essere qualificata come «apostolica».
1. I dodici apostoli. – Fin dall’inizio della sua vita pubblica Gesù volle moltiplicare la sua presenza e diffondere il suo messaggio per mezzo di uomini che fossero altri se stesso. Chiama i quattro primi discepoli perchè siano pescatori d’uomini (Mt 4, 18-22 par.); ne sceglie dodici perché siano «con lui» e perché, come lui, annuncino il vangelo e scaccino i demoni ( Mc 3, 14 par. ); li manda in missione a parlare in suo nome (Mc 6, 6-13 par.), muniti della sua autorità: «Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10, 40 par.); sono incaricati di distribuire i pani moltiplicati nel deserto (Mt 14, 19 par), ricevono un’autorità speciale sulla comunità che devono dirigere (Mt 16, 18; 18, 18). In una parola, essi costituiscono i fondamenti del nuovo Israele, di cui saranno i giudici nell’ultimo giorno (Mt 19, 28 par.); ed è questo che il numero 12 del collegio apostolico simboleggia. Ad essi il risorto, sempre presente con essi sino alla fine dei secoli, dà l’incarico di ammaestrare e di battezzare tutte le nazioni (Mt 28, 18 ss). L’elezione di un dodicesimo apostolo in sostituzione di Giuda appare quindi indispensabile perchè la figura del nuovo Israele si ritrovi nella Chiesa nascente (Atti 1, 15-26). Essi dovranno essere i *testimoni di Cristo, cioè attestare che il Cristo risorto è quel medesimo Gesù con il quale sono vissuti (1, 8. 21); testimonianza unica che conferisce al loro apostolato (inteso qui nel senso più stretto del termine) un carattere unico. I Dodici sono per sempre il fondamento della Chiesa: «Il muro della città poggia su dodici basamenti che portano ciascuno il nome di uno dei dodici apostoli dell’ agnello» ( Apoc 21, 14).
2. L’apostolato della Chiesa nascente. – Se i Dodici sono gli apostoli per eccellenza, nel senso che la Chiesa è «apostolica», l’apostolato della Chiesa, inteso in un senso più largo, non si limita tuttavia all’azione dei Dodici. Come Gesù, «apòstolos di Dio» (Ebr 3, 1), ha voluto istituire un collegio privilegiato che moltiplichi la sua presenza e la sua parola così i Dodici comunicano ad altri non già il privilegio intrasmissibile che li costituisce per sempre corpo dei testimoni del risorto, bensì l’esercizio della loro missione apostolica. Già nel VT Mosè aveva trasmesso a Giosuè la pienezza dei suoi poteri (Num 27, 18), ed anche Gesù ha voluto che l’ufficio pastorale affidato ai Dodici continui attraverso i secoli: pur conservando un legame speciale con essi, la sua presenza di risorto trascenderà infinitamente la loro cerchia ristretta. Del resto, già nella sua vita supplica, Gesù stesso ha aperto la via a questa estensione della missione apostolica. Accanto alla tradizione prevalente che raccontava la missione dei Dodici, Luca ha conservato un’altra tradizione, secondo la quale Gesù «designò ancora 72 altri [discepoli] e li mandò davanti a sé» (Lc 10, 1). Stesso oggetto di missione che per i Dodici, stesso carattere ufficiale: «Chi ascolta voi, ascolta me, chi rigetta voi rigetta me, e chi rigetta me, rigetta colui che mi ha mandato» (Lc 10, 16; cfr. Mt. 10, 40 par.). Nel pensiero di Gesù la missione apostolica non è quindi limitata a quella dei Dodici. I Dodici stessi agiscono in questo spirito. Al momento della scelta di Mattia essi sanno che un buon numero di discepoli possono soddisfare alle condizioni necessarie ( Atti 1, 21 ss): Dio non designa propriamente un apostolo della stessa fama di Paolo (14, 4. 14); e se i Sette non sono chiamati apostoli (6, 1-6), possono tuttavia fondare una nuova Chiesa: così Filippo in Samaria, quantunque i suoi poteri siano limitati da quelli dei Dodici (8, 14-25). L’apostolato, rappresentante ufficiale del risorto nella Chiesa, rimane per sempre fondato sul collegio «apostolico» dei Dodici, ma viene esercitato da tutti gli uomini ai quali questi conferiscono autorità.
 
Ambrogio (In Lucam, V, 41) - … salì sul monte …: sale il monte chi cerca Dio, sale sulla cima chi implora, per la sua ascesa, l’aiuto di Dio. Tutte le anime grandi, tutte le anime levate raggiungono la vetta… Non coi passi del tuo corpo, ma con le tue azioni levate sali questa montagna. Segui Gesù, in modo che tu stesso possa divenire un monte.
 
Il Santo del Giorno - 28 Ottobre 2024 - Santi Simone e Giuda, Apostoli - Il cuore che sa amare è aperto alla vita di Dio: Il cuore che sa amare è pronto a riconoscere lo sguardo di Dio e ad ascoltare la sua voce, per questo chi vive nell’amore non teme nulla, perché percepisce l’abbraccio dell’Infinito. È questo il senso della risposta che Gesù dà alla domanda dell’apostolo Giuda Taddeo (o Giuda di Giacomo): “Perché ti sei manifestato a noi e non al mondo?”. Chiunque ami, nota il maestro, è pronto ad accogliere Dio. La Chiesa oggi celebra questo apostolo assieme a Simone, che era di Cana ed era soprannominato “lo zelota”, probabilmente perché aveva militato tra le fila del movimento che sognava una rivolta violenta contro i Romani per cambiare la storia. Sia Giuda (il cui soprannome Taddeo significa “magnanimo”) che Simone per la tradizione morirono martiri, il segno più grande di un amore al quale hanno offerto la propria vita fino alla fine. (Autore Matteo Liut)
 
O Signore, che ci hai accolti alla tua mensa
nel ricordo della passione dei santi apostoli Simone e Giuda,
per il tuo Spirito operante in questi misteri
confermaci sempre nel tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.

 

 27 OTTOBRE 2024
 
 XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Ger 31,7-9; Salmo Responsoriale dal Salmo 125 (126); Eb 5,1-6; Mc 10,46-52
 
Colletta
O Dio, Padre buono,
che nel tuo Figlio unigenito
ci hai dato il sacerdote compassionevole
verso i poveri e gli afflitti,
ascolta il grido della nostra preghiera
e fa’ che tutti gli uomini vedano in lui
il dono della tua misericordia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Sacerdozio di Cristo - Catechismo della Chiesa Cattolica 1544 Tutte le prefigurazioni del sacerdozio dell’Antica Alleanza trovano il loro compimento in Cristo Gesù, «unico [...] mediatore tra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5). Melchisedek, «sacerdote del Dio altissimo» (Gn 14,18), è considerato dalla Tradizione cristiana come una prefigurazione del sacerdozio di Cristo, unico «sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (Eb 5,10; 6,20), «santo, innocente, senza macchia» (Eb 7,26), il quale «con un’unica oblazione [...] ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati» (Eb 10,14), cioè con l’unico sacrificio della sua croce.  
1545 Il sacrificio redentore di Cristo è unico, compiuto una volta per tutte. Tuttavia è reso presente nel sacrificio eucaristico della Chiesa. Lo stesso vale per l’unico sacerdozio di Cristo: esso è reso presente dal sacerdozio ministeriale senza che venga diminuita l’unicità del sacerdozio di Cristo. «Infatti solo Cristo è il vero Sacerdote, mentre gli altri sono i suoi ministri».
1546 Cristo, Sommo Sacerdote e unico mediatore, ha fatto della Chiesa un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre. Tutta la comunità dei credenti è, come tale, sacerdotale. I fedeli esercitano il loro sacerdozio battesimale attraverso la partecipazione, ciascuno secondo la vocazione sua propria, alla missione di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re. È per mezzo dei sacramenti del Battesimo e della Confermazione che i fedeli «vengono consacrati a formare [...] un sacerdozio santo».
1547 Il sacerdozio ministeriale o gerarchico dei Vescovi e dei sacerdoti e il sacerdozio comune di tutti i fedeli, anche se «l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo», differiscono tuttavia essenzialmente, pur essendo «ordinati l’uno all’altro». In che senso? Mentre il sacerdozio comune dei fedeli si realizza nello sviluppo della grazia battesimale vita di fede, di speranza e di carità, vita secondo lo Spirito, il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio comune, è relativo allo sviluppo della grazia battesimale di tutti i cristiani. È uno dei mezzi con i quali Cristo continua a costruire e a guidare la sua Chiesa.
Proprio per questo motivo viene trasmesso mediante un sacramento specifico, il sacramento dell’Ordine.  
 
I Lettura: I versetti della prima lettura sono un oracolo di speranza: è l’annuncio del lieto ritorno per i superstiti discendenti d’Israele dopo i catastrofici eventi del 721 a.C. causati dall’invasione assira e le dure repressioni che ne erano seguite. L’annuncio della imminente liberazione viene formulato dal profeta Geremia con un invito liturgico a inneggiare al Signore. Da questo brano si evince anche una profonda convinzione del profeta Geremia: la felicità d’Israele proviene unicamente dalla bontà misericordiosa e dalla onnipotenza del suo Dio.
 
II Lettura: L’autore della Lettera agli Ebrei nel presentare Gesù come il vero sommo Sacerdote, l’unico, perfetto mediatore tra l’umanità e il Padre (3,1-5.10), esorta i suoi lettori ad avere fiducia nella sua misericordia senza limiti: proprio perché Egli si è rivestito di debolezza è «in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore». Il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio dei fedeli vengono da Dio per il tramite di Cristo e anch’essi, pur nella loro diversità, sono una mediazione tra il divino e l’umano.
 
Vangelo
Rabbunì, che io veda di nuovo!
 
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,46-52
 
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
 
Parola del Signore.
 
Che vuoi che io ti faccia - Gerico è una città della Cisgiordania, posta in prossimità del fiume Giordano. Considerata la più antica città fortificata al mondo, Gerico evoca lutti, guerre e prodigi operati da Dio per la sua conquista. Basti pensare alla sua espugnazione miracolosa da parte di Giosuè quando Israele, dopo l’uscita «a mano alzata dall’Egitto» (Es 14,8), incominciò a conquistare la terra promessa (cf. Gs 6,1-16).
Di Bartimèo, figlio di Timèo, non sappiamo se era cieco dalla nascita, ma il fatto che Marco ne fornisca il nome potrebbe significare che probabilmente era conosciuto nell’ambiente della primitiva comunità cristiana. In ogni caso, se era cieco non era sordo e forse si era appostato in quel luogo di proposito in attesa del passaggio di Gesù.
Il titolo Figlio di Davide è un titolo messianico, ma non è facile intuire che eco avesse sulla bocca e nel cuore di Bartimèo. Con questo grido di fede sembra che il segreto messianico, gelosamente custodito da Marco, si sia ora dileguato.
«Finora nel Vangelo di Marco le proclamazioni messianiche ad alte grida erano state quelle dei demoni e Gesù ha cercato di tacitarle. Qui per la prima volta, è un uomo che grida a tutti la messianità di Cristo: un cieco che lo ha riconosciuto interiormente per grazia divina; e il Maestro non lo ammonisce, lascia che gridi più forte, anzi lo invita a mettersi accanto a lui al centro della folla, quasi a offrirgli una migliore opportunità a testimoniarlo» (P. Gaetano Savoca, s.j.).
In ogni caso, il grido del figlio di Timèo era un appello di aiuto. Essere guariti dalla cecità non stava a significare soltanto la liberazione dalla schiavitù della mendicità, ma un reale ritorno alla vita assaporandone tutti i colori. I soliti tetragoni tutori dell’ordine cercano di farlo tacere, ma il cieco consapevole della posta in gioco non si fa intimorire ed alza la voce gridando più forte. Gesù si ferma e ordina in modo perentorio di chiamarlo. Solo ora i guardiani dell’ordine, all’imprevisto annuncio messianico di un cieco, comprendono la vera identità di Gesù e sulle loro labbra finalmente fiorisce una parola di speranza: «Coraggio! Alzati, ti chiama».
In tre mosse, sottolineate da tre verbi di movimento, gettato via ... balzò ... venne, in modo repentino il cieco si mette alla presenza del Figlio di Davide.
Gesù prende l’iniziativa anche se è scontata la richiesta. Il miracolo è subitaneo. È da notare che Gesù non chiede la fede, ma ne sottolinea il possesso da parte del figlio di Timèo: «Va’, la tua fede ti ha salvato». Quello che sfugge ai più, non sfugge al Figlio di Dio. Sa scovare in quella richiesta tutta la fede necessaria per ottenere il dono della vista.
D’altronde Gesù dal Padre è stato mandato nel mondo «a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).
Il racconto si conclude senza sottolineature di manifestazioni di gioia da parte del miracolato (cf. At 3,8) o note che mettono in risalto lo stupore della folla (cf. Mc 7,37). Ma la nota, prese a seguirlo per la strada, non è priva di importanza perché il termine scelto da Marco indica l’azione del seguire sia in senso fisico sia in senso spirituale, come per gli apostoli e gli altri discepoli.
È in atto un cammino di conversione. Gesù è la Luce del mondo (cf. Gv 8,12) ed è venuto per dare la vista ai ciechi (cf. Gv 9,39), ma è anche la Via (cf. Gv 14,6) che conduce a salvezza. Così qui viene proposto quell’interiore cammino che ogni uomo deve compiere per porsi alla sequela di Gesù Nazareno: pentirsi dei propri peccati, farsi illuminare da Cristo (immergersi nelle acque salutari del Battesimo), prendere ogni giorno sulle spalle la croce del Maestro e seguirlo (cf. Lc 9,23).
È la proposta che risuonerà nella città di Gerusalemme il mattino di Pentecoste: all’udire la predicazione degli Undici molti «si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”. E Pietro disse loro: “Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo”» (At 2,37-38).
 
Il sacerdozio di Cristo - Bruno Ramazzotti: Diversi testi nel Nuovo Testamento danno rilievo all’ufficio di sacerdote di Gesù, valorizzando in relazione alla sua persona, alla sua opera e ai suoi gesti redentori un linguaggio di tipo sacerdotale e sacrificale. Così talvolta si descrive, specie nei sinottici e negli scritti apostolici, l’attività del messia con formule che ricalcano gli annunci di espiazione per gli uomini (Mc. 10,45; 9,31s.; cf. Gal. 2, 20; Rom. 4,25; Ef. 5,2; 1Tim. 2,6). Alla qualità di sacerdote si accenna anche quando si fa menzione del sangue da lui versato per redimerci e purificarci dai nostri peccati (cf. Rom. 3,24 s.; Ef. 1,7; 1Pt. 1,18 s.).
Un probabile riferimento al sacerdozio è implicito nei passi dove Gesù si applica e dove a lui è applicato il Sal. 110, nel quale il figlio e signore di David è apertamente esaltato come sacerdote al modo di Melchisedek (cf. Mt. 22,44; Mc. 12,35ss.; Atti 2,34; 1Cor. 15,25s.; Ebr. 1,13; 10,12 s.).
Un riferimento al carattere sacerdotale di Gesù può essere visto anche nell’appellativo di «santo di Dio» (Mc. 1,24; 1,35; cf. anche Atti 3,14; Gv. 6,69), che lo presenta come persona consacrata e dedicata al servizio e al culto di Dio, a somiglianza dei santi angeli (cf. Lc. 9,26; Atti 10,22; Ap. 14,10). In questo contesto, si può intendere anche la spiegazione del nome di Gesù, che è presentato come colui che è destinato a «purificare» il suo popolo dai peccati (Mt. 1,20 s.).
La qualità di sacerdote del Cristo è rimarcata da Giovanni, quando presenta Gesù come il nuovo tabernacolo, il nuovo tempio, nel quale si compie il culto della nuova alleanza (cf. Gv. 1,14; 2,19-21) e si rivela la gloria di Dio (Gv. 1,14-18); quando rammenta che Gesù è colui che porta e toglie il peccato del mondo (Gv. 1,29) e attraverso il dono della sua vita dà la vita al mondo (Gv. 3,13-17); quando ancora, nell’ultimo giorno della festa dei tabernacoli, in connessione con il rito compiuto dal sacerdote che portava l’acqua dalla vasca di Siloe al tempio, Gesù si descrive come colui che offre agli uomini la vera acqua viva dello Spirito attraverso la morte seguita dalla risurrezione (Gv. 7,37 ss.).
Il carattere sacerdotale del Cristo è suggerito anche quando si sottolinea che egli, messo a morte, era rivestito di una «tunica senza cuciture» (Gv. 19,23), simile a quella del sommo sacerdote (cf. Es. 28,4; 29,5), che non poteva essere né divisa né stracciata (cf. Lev. 21,10).
Questa funzione è ribadita da Giovanni, al c. 17 dove precisa che Gesù svolge un’attività sacerdotale in quanto intercede a vantaggio di tutti i credenti nel suo nome (Gv. 17,9.20; cf. Ebr. 7,25; Is. 53,12) e in quanto compie l’oblazione della sua vita per gli uomini (Gv. 17,17 ss.).
Ma più marcato risalto ha la funzione sacerdotale di Gesù nello scritto agli Ebrei. Con frequenza vi ricorrono gli appellativi di «sacerdote» (hieréus, cf. Ebr. 7,11.15) e di «sommo sacerdote» (archieréus, cf. 2,17; 5,6; 6,20; 7,26; 10,21: hieréus mégas). È ripresa qui la terminologia sacerdotale, impiegata altrove (cf. 9,28: la morte nella linea del sacrificio del Servo del Signore; 9,1-14: morte-sacrificio di espiazione; 9,18-25: morte-sacrificio di alleanza).
Nella lettera si incontra un aperto discorso sul ministero sacerdotale (leiturgia) del Cristo con riferimento alla sua morte, grazie alla quale diventa mediatore di un più perfetto patto (Ebr. 8,6; 9,15) e si asside alla destra del Padre nel tabernacolo celeste: «Noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e del vero tabernacolo che Dio, e non un uomo, ha costruito» (Ebr. 8,1-2).
La lettera mette in evidenza le doti del vero sacerdote (funzione mediatrice e solidarietà con gli uomini; vocazione divina; oblazione del sacrificio: cf. 5,1-10) e mostra che sono tutte presenti in grado eminente in Gesù: egli è mediatore tra Dio e gli uomini, in quanto figlio di Dio (Ebr. 1,1-12) e vero uomo (Ebr. 4,15); è provvisto di una vocazione (5,5s.; 7,20 ss.); offre un sacrificio più perfetto e più efficace di quelli antichi (Ebr. 7,26-27; 9-10).
 
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia (Salmo Responsoriale): «Per la messe materiale come per quella spirituale sono necessarie fatiche e sudori; è per questo che Dio rende stretta e angusta la via che conduce alla virtù (cfr. Mt 7,14). E come l’acqua è necessaria per far crescere la messe, così le lacrime servono alla virtù; come l’aratro è necessario per la terra, così giovano all’anima fedele le tentazioni e le afflizioni che la lacerano. Il profeta quindi vuol dire che dobbiamo ringraziare Dio non solo per il ritorno ma anche per la prigionia. E come il seminatore non si rattrista ma pensa alla messe futura, quando siamo nell’afflizione non tormentiamoci ma pensiamo che ciò ci procurerà un gran bene» (San Giovanni Crisostomo).
 
Il Santo del Giorno - 27 Ottobre 2024- Santa Balsamia: In Francia, nella diocesi di Reims, Balsamia viene onorata come nutrice di San Remigio, vescovo di quella città. Un dato che la rende particolarmente importante per l’Oltralpe. San Remigio, infatti, convertì nel V secolo la regina Clotilde e il marito Clodoveo. E con la conversione del re franco iniziò la storia cristiana della Francia. La figura di Balsamia si accosta a quella della madre di Remigio, Celina, anch’essa santa. Il nome della balia, però, appare tardivamente, nel X secolo quando oltre che nutrice viene identificata anche come madre di santi: san Celsino sarebbe stato, infatti, uno dei suoi figli. La leggenda dice che, benché venerata in Francia, Balsamia sarebbe stata di origine italiana. Da Roma sarebbe giunta a Reims proprio in tempo per svolgere la sua delicata mansione di nutrice. Una lettura della storia che stabilisce un legame forte tra Roma e la Francia: il latte, come un «balsamo», che ha nutrito il «padre della Chiesa francese», sarebbe venuto da Roma. (Avvenire)
 
Si compia in noi, o Signore,
la realtà significata dai tuoi sacramenti,
perché otteniamo in pienezza
ciò che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.
 
 26 OTTOBRE 2024
 
SABATO DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Ef 4,7-16; Salmo Responsoriale dal Salmo 121 (122); Lc 13,1-9
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica Compendio 299 L’appello di Cristo alla conversione risuona continuamente nella vita dei battezzati. La conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa, che è Santa ma comprende nel suo seno i peccatori.
Catechismo della Chiesa Cattolica 427 Gesù chiama alla conversione. Questo appello è una componente essenziale dell’annuncio del Regno: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è ormai vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Nella predicazione della Chiesa questo invito si rivolge dapprima a quanti non conoscono ancora Cristo e il suo Vangelo. Il Battesimo è quindi il luogo principale della prima e fondamentale conversione. È mediante la fede nella Buona Novella e mediante il Battesimo che si rinuncia al male e si acquista la salvezza, cioè la remissione di tutti i peccati e il dono della vita nuova.
1428 Ora, l’appello di Cristo alla conversione continua a risuonare nella vita dei cristiani. Questa seconda conversione è un impegno continuo per tutta la Chiesa che «comprende nel suo seno i peccatori» e che, «santa insieme e sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento». Questo sforzo di conversione non è soltanto un’opera umana. È il dinamismo del «cuore contrito» attirato e mosso dalla grazia a rispondere all’amore misericordioso di Dio che ci ha amati per primo.
1429 Lo testimonia la conversione di san Pietro dopo il triplice rinnegamento del suo Maestro. Lo sguardo d’infinita misericordia di Gesù provoca le lacrime del pentimento e, dopo la risurrezione del Signore, la triplice confessione del suo amore per lui. La seconda conversione ha pure una dimensione comunitaria. Ciò appare nell’appello del Signore ad un’intera Chiesa: «Ravvediti!» (Ap 2,5.16).
A proposito delle due conversioni sant’Ambrogio dice: « La Chiesa ha l’acqua e le lacrime: l’acqua del Battesimo, le lacrime della Penitenza ».
 
I Lettura: Nella Chiesa vi sono diverse mansioni e perché essa sia radicata nella vera dottrina tutto è bene ordinato dallo Spirito Santo che distribuisce carismi e doni, stabilendo alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri. I credenti così rafforzati nella verità e nella carità amino giungere alla conoscenza del Figlio di Dio, Gesù, l’uomo perfetto in senso eminente, l’uomo nuovo, archetipo di tutti i rigenerati (Ef 2,15).
 
Vangelo
Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
 
Non sempre è da cercare un nesso diretto tra colpa e morte, tra peccato e infortunio, questo è l’insegnamento di Gesù. La morte violenta dei Galilei, o altri simili fatti brutali, devono essere recepiti come appelli alla conversione e non come castighi di Dio: se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. Ciò che conta è non andare incontro ad una morte ancora più terribile, quella che porta all’eterna separazione da Dio. La parabola del fico sterile è un chiaro riferimento alla pazienza di Dio, ma potrebbe alludere al ritardo del giudizio finale di Dio e all’importanza di prepararvisi.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9
 
In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici.
Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.
O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
 
Parola del Signore
 
Perché deve sfruttare il terreno? - In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Nella riflessione biblica il tema della retribuzione ha fatto un lungo cammino, che ha portato a graduali e interessanti scoperte.
Dalla concezione di una retribuzione terrena collettiva, il popolo è responsabile in solido delle proprie azioni (il bene degli uni ricade sugli altri e così il male, i meriti e le colpe dei padri si riversano sui figli), gradualmente si arriva a una nozione di retribuzione individuale. In questa ultima riflessione, ancora imperfetta, la retribuzione che Dio dà all’uomo, è concepita come temporale; si chiude cioè nell’arco della vita terrena. Dio infatti premia o punisce con cose facilmente controllabili: ricchezza, fecondità della sposa, rispetto e amicizia dei vicini ai buoni; mancanza di prole, malattia, povertà agli empi.
Una novità interessante, ma inficiata dalla esperienza quotidiana: infatti, spesso molti empi prosperano, molti giusti soffrono. Sarà il libro della Sapienza, e soprattutto il Nuovo Testamento, a dare una risposta a questo problema: la retribuzione è spostata nella vita ultraterrena. Si chiude così il ciclo. Ma rimane sempre sottinteso che la ricompensa «che Dio dà all’uomo è un puro dono che l’uomo non può mai meritare completamente. Il rischio del fariseismo è continuamente presente. L’uomo ha sempre la tentazione di misurare la retribuzione divina sul metro delle opere che compie. L’esempio classico lo incontriamo nella parabola del fariseo e del pubblicano [Lc 18,9ss.]. Il fariseo, che pretendeva la sua giustificazione da Dio ostentando le sue opere buone, viene da [Gesù] riprovato. L’uomo non può ricevere la salvezza dalle sue opere, perché è nel peccato. La salvezza la dà solo Dio [Rm 3,23-26]» (Giuseppe Manni).
Sulla carneficina perpetrata da Pilato e sui fatti della Torre di Siloe e sulla questione della retribuzione, Gesù non assume alcuna posizione e non dà un giudizio né sui mandanti, né sulle vittime, sposta soltanto il problema: «No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
In questo modo, Gesù invita gli interlocutori a cambiare vita: invece di investigare è meglio convertirsi perché alla fine si potrebbe condividere la sorte di quei malcapitati morti sotto il ferro romano e sotto le pietre di una torre diruta. Anche due fatti di cronaca possono celare segni ammonitori, quindi, più che dare un giudizio sulla vita degli altri è meglio guardare alla propria condotta, sopra tutto se essa è in sintonia con la volontà di Dio. L’accento va quindi spostato sull’urgenza della conversione. E a questo proposito narra la parabola dell’albero di fichi che un tale aveva piantato nella sua vigna.
L’immagine del fico infruttuoso era abbastanza nota e ricorreva spesso nella predicazione profetica quando si voleva denunciare l’infedeltà del popolo di Dio (Cf. Ger 8,13; Mi 7,1; Os 9,16). Nel brano lucano però si fa cenno anche alla vigna e potrebbe alludere alla pazienza di Dio (Cf. Is 5,1-7). Due rimandi non casuali e con i quali si vogliono sfatare due equivoci: «quello di chi pensa che ormai è troppo tardi e che la pazienza di Dio si è logorata nell’attesa, e quello di chi pensa che c’è sempre tempo e che la pazienza di Dio è senza limiti. La risposta è un’altra: Dio è certamente paziente, ma noi non possiamo programmare o fissare scadenze alla sua pazienza» (Carlo Ghidelli).
Mentre nel Vangelo di Matteo il fico infruttuoso viene maledetto da Gesù (Cf. Mt 21,19ss.), qui, nel racconto lucano la parabola è interrotta prima della fine, per cui non si conosce la sorte del fico sterile. Forse si vuole alludere a una futura conversione d’Israele. Per Gesù c’è ancora spazio per il ritorno d’Israele: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, questo mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte di Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti. Allora tutto Israele sarà salvato» (Rm 11,25-26).

Conversione ed ingresso nel regno di Dio - Jean Giblet e Pierre Grelot (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Gesù non si accontenta di annunziare l’approssimarsi del regno di Dio, ma incomincia a realizzarlo con potenza; con lui il regno si inaugura, quantunque esso sia ancora volto verso compimenti misteriosi. Ma l’appello alla conversione lanciato dal Battista conserva nondimeno tutta la sua attualità: Gesù lo riprende in termini propri all’inizio del suo ministero (Mc 1,15; Mt 4,17). Egli è venuto a «chiamare i peccatori alla conversione» (Lc 5,32); questo è uno degli aspetti essenziali del vangelo del regno. L’uomo che prende coscienza del suo stato di peccatore può d’altronde rivolgersi a Gesù con fiducia, perché «il figlio dell’uomo ha il potere di rimettere i peccati» (Mt 9,6 par.). Ma il messaggio di conversione urta contro la sufficienza umana in tutte le sue forme, dall’attaccamento alle ricchezze (Mc 10,21-25) fino all’orgogliosa sicurezza dei farisei (Lc 18,9).
Gesù si leva come il «segno di Giona» in mezzo ad una generazione malvagia, meno ben disposta nei confronti di Dio di quanto lo fosse un tempo Ninive (Lc 11,29-32 par.). Perciò egli pronuncia contro di essa una requisitoria piena di minacce: gli uomini di Ninive la condanneranno al momento del giudizio (Lc 11,32); Tiro e Sidone avranno una sorte meno severa delle città del lago (Lc 10,13ss par.).
Di fatto l’impenitenza attuale di Israele è il segno dell’indurimento del suo cuore (Mt 13,15 par.; cfr. Is 6,10).
Se non modificano la loro condotta, gli uditori impententi di Gesù periranno (Lc 13, 1-5), ad immagine del fico sterile (Lc 13,6-9; cfr. Mt 21,18-22 par.).
2. Gesù, quando esige la conversione, non fa allusione alcuna alle liturgie penitenziali. Diffida persino dei segni troppo appariscenti (Mt 6, 16 ss). Ciò che conta è la conversione del cuore che fa ridiventare come bambini (Mt 18,3 par.). E, in seguito, lo sforzo continuo per «cercare il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33), cioè per regolare la propria vita secondo la nuova legge. L’atto stesso della conversione è evocato in parabole molto espressive. Implica una volontà di cambiamento morale, ma è soprattutto umile appello, atto di fiducia: «Mio Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La conversione è una grazia dovuta all’iniziativa divina che previene sempre: è il pastore che muove alla ricerca della pecora smarrita (Lc 15,4 ss; cfr, 15,8). La risposta umana a questa grazia è concretamente analizzata nella parabola del figliuol prodigo, che mette in sorprendente rilievo la misericordia del padre (Lc 15, 11-32). Infatti il vangelo del regno comporta questa rivelazione sconcertante: «C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza» (Lc 15,7.10). Anche Gesù riserva quindi ai peccatori un’accoglienza che scandalizza i farisei (Mt 9,10-13 par.; Lc 15,2), ma provoca conversioni; ed il vangelo di Luca si compiace nel riferire in modo particolareggiato taluni di questi ritorni, come quello della peccatrice (Lc 7,36-50) e quello di Zaccheo (19,5-9).
 
Benedetto XVI (Angelus, 7 Marzo 2010); Nel brano del Vangelo odierno, Gesù viene interpellato circa alcuni fatti luttuosi: l’uccisione, all’interno del tempio, di alcuni Galilei per ordine di Ponzio Pilato e il crollo di una torre su alcuni passanti (cfr. Lc 13,1-5). Di fronte alla facile conclusione di considerare il male come effetto della punizione divina, Gesù restituisce la vera immagine di Dio, che è buono e non può volere il male, e mettendo in guardia dal pensare che le sventure siano l’effetto immediato delle colpe personali di chi le subisce, afferma: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,2-3). Gesù invita a fare una lettura diversa di quei fatti, collocandoli nella prospettiva della conversione: le sventure, gli eventi luttuosi, non devono suscitare in noi curiosità o ricerca di presunti colpevoli, ma devono rappresentare occasioni per riflettere, per vincere l’illusione di poter vivere senza Dio, e per rafforzare, con l’aiuto del Signore, l’impegno di cambiare la vita. Di fronte al peccato, Dio si rivela pieno di misericordia e non manca di richiamare i peccatori ad evitare il male, a crescere nel suo amore e ad aiutare concretamente il prossimo in necessità, per vivere la gioia della grazia e non andare incontro alla morte eterna. Ma la possibilità di conversione esige che impariamo a leggere i fatti della vita nella prospettiva della fede, animati cioè dal santo timore di Dio. In presenza di sofferenze e lutti, vera saggezza è lasciarsi interpellare dalla precarietà dell’esistenza e leggere la storia umana con gli occhi di Dio, il quale, volendo sempre e solo il bene dei suoi figli, per un disegno imperscrutabile del suo amore, talora permette che siano provati dal dolore per condurli a un bene più grande.
 
Moderazione nel condannare - Gregorio Nazianzeno, Sermo 32, 30: Non è la stessa cosa strappare uno sterpo o un fiore e uccidere un uomo. Sei immagine di Dio e parli a un’immagine di Dio. Tu che giudichi sarai a tua volta giudicato (Mt 7,1); e giudichi il servo di un altro (Rm 14,4), che è governato da un altro. Esamina bene tuo fratello, come se tu dovessi essere misurato con la stessa misura. Attento a non tagliare e gettar via temerariamente un membro, nell’incertezza, perché le membra sane non abbiano ad averne un detrimento. Riprendi, rimprovera, scongiura. Hai la regola della medicina. Sei discepolo di Cristo mite e benigno, che portò le nostre infermità (Is 53,4). Se incontri una prima resistenza, aspetta con pazienza; alla seconda, non perdere la speranza, c’è ancora tempo per una cura; al terzo scontro cerca d’imitare quel benevolo agricoltore e chiedi al Signore che non sradichi il fico infruttuoso (Lc 13,8), che lo curi, che lo concimi, attraverso la confessione. Forse si cambierà e porterà frutto e accoglierà Gesù che torna da Betania.
 
Il Santo del giorno - 26 Ottobre 2024 :  San Folco Scotti di Piacenza e Pavia. L’impegno a tessere relazioni di pace: Tessere relazioni di pace è opera alla quale tutti i cristiani, nella loro vita quotidiana come nelle grandi “missioni” sono chiamati a compiere attraverso i diversi ruoli che si trovano a ricoprire. E proprio per questo impegno è ricordato san Folco Scotti di Piacenza e Pavia, che fece riconciliare tra loro due città da sempre rivali. I suoi resti sono custoditi nella cattedrale di Pavia, città della quale fu vescovo nel XIII secolo. Folco (o Fulco) secondo la tradizione nacque intorno al 1165 a Piacenza da una celebre famiglia, quella degli Scotti, originari dell’Irlanda. All’età di 20 anni entrò tra i canonici regolari di Sant’Eufemia, venendo poi inviato a Parigi per compiere gli studi di teologia. Al rientro fu eletto priore di Sant’Eufemia, poi canonico, poi arciprete della Cattedrale. Nel 1210 venne scelto come vescovo di Piacenza.
Sei anni dopo venne designato vescovo anche di Pavia: Piacentino e vescovo della comunità pavese, egli fu il paciere dei due centri divisi da un’aspra rivalità. S’impegnò anche per la pacificazione interna delle città. Morì nel 1229. (Matteo Liut)
 
 
La partecipazione ai doni del cielo, o Signore,
ci ottenga gli aiuti necessari alla vita presente
nella speranza dei beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.
 
 25 OTTOBRE 2024
 
VENERDÌ DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)

Ef 4,1-6; Salmo Responsoriale Dal Salmo 23 (24): Lc 12,54-59
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
donaci di orientare sempre a te la nostra volontà
e di servirti con cuore sincero.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
... un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo: Lumen fidei 47: L’unità della Chiesa, nel tempo e nello spazio, è collegata all’unità della fede: «Un solo corpo e un solo spirito [...] una sola fede» (Ef 4,4-5). Oggi può sembrare realizzabile un’unione degli uomini in un impegno comune, nel volersi bene, nel condividere una stessa sorte, in una meta comune. Ma ci risulta molto difficile concepire un’unità nella stessa verità. Ci sembra che un’unione del genere si opponga alla libertà del pensiero e all’autonomia del soggetto. L’esperienza dell’amore ci dice invece che proprio nell’amore è possibile avere una visione comune, che in esso impariamo a vedere la realtà con gli occhi dell’altro, e che ciò non ci impoverisce, ma arricchisce il nostro sguardo. L’amore vero, a misura dell’amore divino, esige la verità e nello sguardo comune della verità, che è Gesù Cristo, diventa saldo e profondo. Questa è anche la gioia della fede, l’unità di visione in un solo corpo e in un solo spirito. In questo senso san Leone Magno poteva affermare: «Se la fede non è una, non è fede». Qual è il segreto di questa unità? La fede è “una”, in primo luogo, per l’unità del Dio conosciuto e confessato. Tutti gli articoli di fede si riferiscono a Lui, sono vie per conoscere il suo essere e il suo agire, e per questo possiedono un’unità superiore a qualsiasi altra che possiamo costruire con il nostro pensiero, possiedono l’unità che ci arricchisce, perché si comunica a noi e ci rende “uno”. La fede è una, inoltre, perché si rivolge all’unico Signore, alla vita di Gesù, alla sua storia concreta che condivide con noi. Sant’Ireneo di Lione l’ha chiarito in opposizione agli eretici gnostici. Costoro sostenevano l’esistenza di due tipi di fede, una fede rozza, la fede dei semplici, imperfetta, che si manteneva al livello della carne di Cristo e della contemplazione dei suoi misteri; e un altro tipo di fede più profondo e perfetto, la fede vera riservata a una piccola cerchia di iniziati che si elevava con l’intelletto al di là della carne di Gesù verso i misteri della divinità ignota. Davanti a questa pretesa, che continua ad avere il suo fascino e i suoi seguaci anche ai nostri giorni, sant’Ireneo ribadisce che la fede è una sola, perché passa sempre per il punto concreto dell’Incarnazione, senza superare mai la carne e la storia di Cristo, dal momento che Dio si è voluto rivelare pienamente in essa. È per questo che non c’è differenza nella fede tra “colui che è in grado di parlarne più a lungo” e “colui che ne parla poco”, tra colui che è superiore e chi è meno capace: né il primo può ampliare la fede, né il secondo diminuirla. Infine, la fede è una perché è condivisa da tutta la Chiesa, che è un solo corpo e un solo Spirito. Nella comunione dell’unico soggetto che è la Chiesa, riceviamo uno sguardo comune. Confessando la stessa fede poggiamo sulla stessa roccia, siamo trasformati dallo stesso Spirito d’amore, irradiamo un’unica luce e abbiamo un unico sguardo per penetrare la realtà.
 
I Lettura: Paolo esorta i cristiani di Filippi a comportarsi in maniera degna della vocazione che hanno ricevuto facendo crescere nei loro cuori la virtù dell’umiltà, della mansuetudine e della pazienza, avendo stima del prossimo e cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Contemplando il mistero della Trinità, Dio Uno e Trino, non sarà difficile per i credenti portare a compimento questo cammino di perfezione
 
Vangelo
Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?
 
Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo?: i “tempi messianici sono presenti ed è ormai ora di comprenderlo, perché il giudizio è vicino” (Bibbia di Gerusalemme). Quindi, da Gesù viene sottolineato il volontario rifiuto di scoprire i segni della venuta di Dio sulla terra. Un peccato grave, stigmatizzato anche dagli Apostoli, e che sarà causa dell’irreversibile allontanamento del cristianesimo dal giudaismo: “Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani.»” (At 13,44-46).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,54-59
 
In quel tempo, Gesù diceva alle folle:
«Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: “Arriva la pioggia”, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: “Farà caldo”, e così accade. Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?
Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo».
 
Parola del Signore.
 
L’evangelista Luca usa una analogia meteorologica per rimproverare la cosciente e ostinata ottusità del popolo d’Israele, anche se l’epiteto ipocriti voglia far pensare che Gesù si sta rivolgendo non alla folla, ma ai suoi eterni detrattori, i farisei, i quali chiusi nella loro roccaforte intellettuale non vogliono accogliere la novità evangelica (cfr, Luke Timothy Johnson, Il Vangelo di Luca). L’evangelista Matteo usa una analogia meteorologica diversa, ma il concetto è lo stesso: Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? (Mt 16,2-3).
Dinanzi a tanta prova di capacità di discernimento, Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, è inspiegabile, come dinanzi a innumerevoli segni, non sappiamo decidere. L’invito-rimprovero di Gesù possiamo tradurlo in questo modo: tu che ascolti, tu che vedi sei posto davanti alla necessità di prendere una decisione personale. Sei tu che devi decidere ciò che è giusto.
Le ultime raccomandazioni, Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, tenendo a mente che Gesù sta salendo a Gerusalemme dove si compirà la volontà del Padre, molto probabilmente, sono rivolte ai discepoli: “Sono i discepoli quelli «lungo la strada» [12,58] che devono prendere una decisione adesso, prima che sia troppo tardi. Se non raggiungono «un accordo» adesso con il loro avversario - in questo caso il Messia stesso che li chiama all conversione - le cose si metteranno male per loro nel giudizio che verrà” (Luke Timothy Johnson, Il Vangelo di Luca).
 
La decisione urge - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Luca): Gesù rinfaccia ai giudei di saper comprendere i segni esterni del tempo, cioè di poter giudicare che tempo farà dal rosseggiare del cielo al mattino e alla sera, ma di non aver proprio occhi per vedere i segni interiori del tempo suo. Poiché con la sua venuta, è spuntata una nuova èra, ed egli ne è il segno. Chi lo vede, dovrebbe poter giudicare che è giunta un’era nuova, ed assumere l’attitudine corrispondente. Egli è l’aurora di un giorno nuovo. Non è più tempo di dormire. Prontezza significa alzarsi e camminare nel nuovo giorno. Bisogna scuotersi di dosso la sonnolenza. Il suo giorno sarà un giorno di tempesta. Le tempeste che Cristo reca con sé non cesseranno fino alla fine dei tempi. Perciò la decisione è prontezza a passare attraverso la tempesta e a chiudere gli occhi su tutto il resto. Il tempo della decisione urge. Secondo la parabola del Signore, l’uomo è come uno che viene tradotto dinanzi al giudice per essere condannato. Mentre è in via, ha ancora tempo per mettersi d’accordo col suo avversario e così salvarsi. Però è già sulla via del tribunale. Ciò vale per i singoli e per tutta l’umanità: in quanto peccatrice, essa è citata dinanzi al tribunale di Dio. La vita è una via che porta al giudizio e la storia del mondo è la strada che mena al giudizio universale. Ma finché gli uomini sono ancora in via, hanno la possibilità di salvarsi, separandosi dal mondo e decidendosi per Cristo. C’è in queste parole una incalzante inquietudine e una serietà che non dà pace. L’uomo non vi si deve sottrarre. Egli deve sentire quanto sono poco rassicuranti queste parole e decidersi.
 
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto … (I Lettura) - Settimio Cipriani (Le lettere di Paolo):1-1-3 La «vocazione alla fede» (v. l), per cui tutti i credenti indistintamente formano un solo «corpo» in Cristo Gesù, esige che si dia bando a ogni sentimento di animosità e di discordia (v. 2) per non spezzare quella meravigliosa «unità» realizzata dallo «Spirito Santo» (v. 3); è lo «Spirito di Cristo» infatti che compagina l’unità del corpo mistico.
Ora, se le membra fossero in contrasto fra di loro, come potrebbe il «corpo» organizzarsi? La prima legge di vita dunque è l’armonia, la «pace» (v. 3), che è ottimo cemento e «legame» di unità. Qualsiasi peccato contro la «carità», dunque, è sempre un dilaceramento del corpo di Cristo.
Qualcuno intende l’espressione «unità dello Spirito» (v. 3) nel senso di unità di «mente» e di cuore: il contesto sembra invece riferirsi allo Spirito Santo.
4-6 Si richiamano brevemente i «motivi» teologici che impongono al cristiano «l’unità» spirituale coi fratelli. Tutto, nella vita del cristiano, ha carattere di socialità e di comunitarietà; niente egli ha che tenda a isolarlo, ma tutto lo richiama ad aprirsi agli altri. Unico è il «corpo» della Chiesa, animato da un unico «Spirito»; unica è la «speranza» della salvezza eterna, a cui la fede in Cristo ci «chiama» e ci dà diritto (v. 4). Unico è il «Signore» Gesù, che ha infranto il muro della divisione e della inimicizia (2, 14) e ha fornito a tutti gli stessi mezzi di salvezza: la «fede» e il «battesimo» (v. 5). Infine, il motivo fondamentale di questa unione deve ricercarsi nella universale «paternità di Dio» (v. 6) che, pur essendo l’Essere trascendente, «al di sopra» di tutto e di tutti, è presente in ogni redento con la sua azione e con la sua inabitazione mediante la grazia.
Il nostro passo contiene una chiara professione di fede trinitaria.
Il medesimo invito all’«unità», basato sull’unicità del Dio Padre, Figlio e Spirito Santo e sull’unicità dei mezzi di salvezza, vedilo in Cor. 8,6; 12,4-26.
 
Se pecchi, il tuo avversario è la parola di Dio - Agostino, Discorsi 1 09, 3: Cerchiamo dunque questo avversario con cui dobbiamo essere d’accordo perché non ci consegni al giudice e il giudice alia guardia; cerchiamolo e mettiamoci d’accordo con lui. Se tu pecchi, il tuo avversario è la parola di Dio. Se, per esempio, ti piace ubriacarti, essa ti dice: «Non ubriacarti». Se ti piace d’andare a vedere spettacoli e di gozzovigliare, essa ti dice: «Non farlo». Se ti piace commettere adulterio, la parola di Dio ti dice: «Non farlo». Se con qualsiasi peccato vorrai fare la tua volontà, essa ti dice: «Non farlo». Essa è l’avversario della tua volontà finché non sarà autore della tua salvezza. Oh, quant’è buono e utile questo avversario!
 
Il Santo del giorno - 25 Ottobre 2024 - Beata Caterina di Bosnia, Regina e terziaria francescana - Nata in Erzegovina nel 1424, sposò il penultimo re di Bosnia Stefano Thomas, adoperandosi per la diffusione della fede nel suo regno; chiamò i Francescani ad Jaice la capitale, per contrastare e convertire i molti eretici e scismatici bogomili, che avevano fatto della Bosnia la roccaforte della loro eresia; la quale contrapponeva il mondo dello spirito a quello della materia, considerato espressione della forza del male; negava la Santissima Trinità, la natura umana di Cristo, ridotta a sola apparenza, l’Antico Testamento, non riconosceva i riti liturgici, la gerarchia ecclesiastica, il battesimo e il matrimonio. Nel 1463 i Turchi capeggiati dal sultano Maometto II, occuparono la Bosnia e fra l’altro catturarono i figli di Caterina, costringendoli a farsi musulmani; la regina poi rimasta vedova nello stesso anno, si recò in esilio a Roma, dove fu accolta con onore dal papa Pio II, diventando Terziaria Francescana e vivendo santamente, godendo di stima e considerazione dai successivi pontefici Paolo II e Sisto IV. Morì a Roma il 25 ottobre 1478.
 
La partecipazione ai doni del cielo, o Signore,
ci ottenga gli aiuti necessari alla vita presente
nella speranza dei beni eterni.
Per Cristo nostro Signore.