28 Agosto 2024
 
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
 
2Ts 3,6-10.16-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 127 (128); Mt 23,27-32
Colletta
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
 
I Lettura: Paolo ha lavorato notte e giorno per non essere di peso alla comunità, un monito ai fannulloni che scialacquando nell’ozio hanno la sola preoccupazione di creare disordini e seminare malumori (cfr. 2Ts 3,6ss).
Il suo saluto di congedo è un augurio: che possano ricevere da Dio il dono della pace.
Il versetto 17 è il sigillo che l’apostolo Paolo mette alla sua lettera, affinché i fedeli non siano ingannati da lettere false.
 
Vangelo
Siete figli di chi uccise i profeti.
 
Guai a voi…, ancora guai che scendono in profondità mettendo a nudo falsità e ipocrisia. Due denunce: l’apparire, l’ostentazione, praticamente il mostrarsi all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume. E infine, la stupida recriminazione dei Giudei contemporanei di Gesù i quali accusavano i loro antenati di essere stati ribelli e di avere ammazzati i profeti. Ottuso rimpianto perché i detrattori non capivano che in questo modo ammettevano di essere figli di chi assassini. Loro non sarebbero da meno. La cosa peggiore è il voler apparire diversi da quello che si è!
 
Dal Vangelo secondo Matteo
 Mt 23,27-32
 
In quel tempo Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».
 
Parola del Signore.
 
Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): - Sesto «guai» (vv. 27-28). Dopo il tema della purità, Gesù affronta quello della giustizia che tocca l’ambito della qualità dei rapporti, denunciando l’incoerenza dei suoi avversari che si mostrano giusti davanti agli uomini, ma sono interiormente pieni d’ipocrisia e completamente svincolati dalla legge. Si tratta di una giustizia di “facciata” che serve a mascherare le intenzioni reali e occulta il male. Questo atteggiamento merita ai farisei e agli scribi l’epiteto di «sepolcri imbiancati», espressione che richiama la prassi di imbiancare i sepolcri per impedire ai fedeli in pellegrinaggio a Gerusalemme di contaminarsi per contatto ed essere così esclusi dal culto (cf Nm 19,16). Il sepolcro, pur se imbiancato, cambia l’aspetto ma non la sua natura che è quella di custodire comunque una realtà morta e in stato di decomposizione. Scribi e farisei, malgrado il loro desiderio di apparire «giusti», sono accusati i avere una coscienza morta e putrefatta.
- Settimo «guai» (vv. 29-33). Nell’ultimo dei «guai» Gesù denuncia il grande affronto che scribi e farisei commettono ai danni dei profeti e dei giusti e la loro ipocrisia nel manifestare per questi una venerazione del tutto inesistente. I suoi avversari esaltano a parole i profeti e i giusti, con finalità demagogiche per accattivarsi le simpatie del popolo, ma nella pratica sono simili all’Israele ribelle che ha messo a morte i profeti. Gesù li dichiara «figli di quelli che uccisero i profeti» e con un accrescimento peggiorativo li considera persino ancora più responsabili nel male rispetto ai propri padri, e li accusa di eccedere quindi nella violenza contro i profeti.
Questa efferatezza attira anche l’insulto di «serpenti» e «razza di vipere», appellativo che in Mt 3,7 il Battista indirizza a farisei e sadducei spronandoli a fare frutti degni di conversione, e che in Mt 12,34 Gesù indirizza sempre ai farisei che lo accusano di scacciare i demoni in nome di Beelzebul. A questo punto Gesù annuncia l’arrivo di una sentenza inevitabile: la condanna (krisis) all’inferno.
 
Lavoro - Testimonianza del Nuovo Testamento - Mario Barbero: Ogni considerazione circa il lavoro nel Nuovo Testamento deve anzitutto tenere presente questo fatto preciso: Gesù fu un lavoratore nel senso più concreto e immediato del termine. La maggior parte della sua vita egli la spese nel lavoro quotidiano duro e assillante, compito giornaliero dell’uomo.
La lettera agli Ebrei ricorda che Gesù, al fine di essere sacerdote misericordioso e fedele, doveva rendersi simile ai fratelli «in tutto» (2,17). Il lavoro - assieme alle sofferenze e alla morte - fa parte di questo «tutto» che pone Gesù come fratello di ogni uomo.
All’inizio della sua predicazione autorevole e nuova, sarà proprio il suo stato di lavoratore che solleverà stupore e dubbi e scandalo circa la sua missione di profeta, come testimonia Marco: «E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui» (6,2-3; cf. Mt 13,55).
Tale scandalo popolare sulla possibilità che un fabbro possa essere sapiente, rispecchia la mentalità che la sapienza debba venire solo dallo studio: mentalità già osservata a proposito di Eccli 38,25ss che opponeva la varietà dei lavori manuali all’attività contemplativa dello scriba, a tutto vantaggio della sapienza dello scriba.
Il fatto che Gesù abbia abbracciato la professione più semplice e umile, tra le tante possibili del suo tempo, non starà a significare che ogni lavoro ha la propria dignità e nello stesso tempo che il valore dell’uomo è superiore al tipo di attività che egli svolge e che la sapienza non è prerogativa dell’intellettuale? «Gesù ha santificato il lavoro non dotandolo di perfezionamenti tecnici, ma compiendolo con amore. L’amore di Cristo illumina il nostro lavoro e ci insegna a servire il prossimo con serietà e fedeltà professionale» (Schoonenberg).
Lavoratore egli stesso, Gesù sceglie i suoi apostoli tra i lavoratori. Primi fra tutti i pescatori, chiamati proprio mentre erano al lavoro (Mc 1,16-18).
Tra coloro che seguono Gesù, vi è anche Levi, il quale esercitava un’attività detestata dai benpensanti: egli infatti «sedeva al banco della dogana» (Mc 2,13), posizione facile per frodare coloro che venivano per cambiare denaro.
 
Apparite giusti allesterno: «Come, in precedenza, erano dallinterno pieni di rapina e intemperanza [Mt 23,25], così ora sono pieni dipocrisia e diniquità, paragonate ad ossa di morti e di ogni specie di putridume. In realtà lipocrisia, essendo una simulazione del bene, non ha niente di vitale di quel bene che simula; ha solo le ossa di quella virtù che simula ... Se però con sapienza ascoltiamo che cosa voglia indicare il presente discorso, comprendiamo che ogni giustizia simulata non è che giustizia morta, anzi non è neppure giustizia. Come un morto sembra essere un essere umano, così una castità morta non è neppure castità; ed è castità morta quella che si pratica non per amore di Dio, ma per finzione e rispetto umano. E come avviene nel caso . dei mimi che prendono ad imitare le sembianze di alcuni, ma loro non sono ma sembrano essere quelli che imitano, così in chi finge di vivere la giustizia, la sua non è giustizia che in apparenza. Non è giustizia; è finzione di giustizia» (Origene, Commento a Matteo 24).
 
Il Santo del Giorno - 28 Agosto 2024 - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
 
Ci santifichi, o Signore,
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 27 Agosto 2024
 
Santa Monica
 
2Ts 2,1-3a.13-17; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); Mt 23,23-26

Colletta
O Dio, consolatore degli afflitti,
che nella tua misericordia hai esaudito le pie lacrime
di santa Monica con la conversione del figlio Agostino,
per la loro comune intercessione
donaci di piangere i nostri peccati
e di ottenere la grazia del tuo perdono.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
Mulieris Dignitatem 13: In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.
Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27). [...].
Questi episodi costituiscono un quadro d’insieme molto trasparente. Cristo è colui che «sa che cosa c’è nell’uomo» (cf. Gv 2, 25), nell’uomo e nella donna. Conosce la dignità dell’uomo, il suo pregio agli occhi di Dio. Egli stesso, il Cristo, è la conferma definitiva di questo pregio. Tutto ciò che dice e che fa ha definitivo compimento nel mistero pasquale della redenzione. L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna, perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente.
 
I Lettura: Mestatori, sedicenti apostoli, e profeti bugiardi, piaghe eternamente onnipresenti in tutte le comunità cristiane. Da qui l’invito a stare saldi e a mantenere le tradizioni che sono state trasmesse dagli Apostoli. Un consiglio che travalica i secoli e giunge fino ai giorni nostri. Solo in un cammino di fedeltà si insinua la consolazione di Dio, e il dono della grazia che rende ferma la fede del discepolo. 
 
Vangelo
Queste erano le cose da fare, senza tralasciare quelle.
 
Gli scribi e i farisei, guide spirituali del giudaismo, si erano seduti sulla cattedra di Mosè (Mt 23.22), cioè si erano presentati come continuatori del suo magistero: lo ripetevano, lo difendevano, lo interpretavano autorevolmente, lo attualizzavano, ma al loro insegnamento non corrispondeva il loro comportamento.
Avevano un’autorità che anche Gesù riconosce, osservate tutto ciò che vi dicono, ma allo stesso tempo stimmatizza il loro comportamento ipocrita che non doveva essere imitato: dicono e non fanno (Mt 23,3).
Due sono i rimproveri che muove loro Gesù: innanzi tutto l’incoerenza: legano fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito e, infine, la ricerca di sé, infatti si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe per essere ammirati dal popolo (Mt 23,4-6).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,23-26
 
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!».
 
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 23 Quarta invettiva: rovesciamento dei valori morali. La legge su la decima aveva raggiunto applicazioni minuziose che si estendevano anche alle erbe, come la menta, l’aneto, il comino; il precetto mosaico esigeva che si prelevasse dai prodotti della terra la decima parte (cf. Numeri, 18, 12; Levitico, 27, 30; Deuteronomio, 14, 22-23), i rabbini avevano esteso questo prescrizioni anche alle piante più insignificanti. Gesù non condanna questa pratica, ma rileva con una chiarezza ed un equilibrio rimasti proverbiali che bisogna osservare i precetti più importanti senza tuttavia tralasciare gli altri. La giustizia (κρίσις; ebraico: mishpat) riassume i doveri verso gli altri; la misericordia indica una compassione efficiente verso il prossimo; la fede (πίστις) esprime il senso di fiducia che deve regnare nei rapporti con gli altri.
24 Il detto proverbiale di formulazione iperbolica illustra la condotta degli Scribi e dei Farisei; essi infatti sono preoccupati di filtrare le bevande per timore d’ingoiare; qualche insetto impuro e non si dànno pensiero di trangugiare un cammello.
25-26 Quinta invettiva: il formalismo farisaico. I Farisei avevano una cura meticolosa per non incorrere nella impurità legale (cf. Mc., 7, 4), ma non avevano in pari tempo la stessa cura di evitare la sordidezza morale ed interiore. Prescrizioni ben determinate dovevano essere osservate per la purificazione (lavaggio) rituale degli utensili di cucina ed i Farisei distinguevano tra la parete interna ed esterna delle coppe e dei piatti; Gesù, servendosi del loro stesso linguaggio, oppone all’impurità legale dei recipienti l’impurità morale del contenuto; i piatti possono essere in condizione di purità legale, ma il loro contenuto non è sempre la conseguenza o la causa di bontà interiore; infatti possono essere consumati in piatti e coppe legalmente puri frutti di rapine e cibi abbondanti che fomentano l’intemperanza. (/ quali) all’interno son pieni di rapina e d’intemperanza; alcuni codici latini e la Volgata hanno: voi (cioè: gli Scribi ed i Farisei) siete pieni di rapina...; questa lettura s’ispira a Lc., 11, 39 ed al vers. 28 del presente capitolo. Intemperanza; vari codici hanno altro sostantivo: ingiustizia, impurità, cupidigia. Fariseo cieco, purifica prima l’interno della coppa; molti codici aggiungono: e del piatto. Gesù richiama l’ordine obiettivo dei valori; bisogna preoccuparsi che l’interno (το ἐντός) sia moralmente puro, poiché esso trasmetterà la necessaria purità a tutto ciò che tocca.
 
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà - Ceslas Spicq e Marc-François Lacan (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Fedeltà di Dio. - Dio è la «roccia» di Israele (Deut 32, 4); questo nome simboleggia la sua immutabile fedeltà, la verità delle sue parole, la fermezza delle sue promesse.
Le sue parole non passano (Is 40,8), le sue promesse saranno mantenute (Tob 14,4); Dio non mente, né si ritratta (Num 23, 19); il suo disegno è attuato (Is 25,1) mediante la potenza della sua parola che, uscita dalla sua bocca, non ritorna se non dopo aver compiuto la sua missione (Is 55,11); Dio non muta (Mal 3,6). Egli quindi vuole unire a sé la sposa che si è scelta mediante il legame di una fedeltà perfetta (Os 2,22) senza la quale non si può conoscere Dio (4,2).
Non è quindi sufficiente lodare la fedeltà divina che supera i cieli (Sal 36,6), né proclamarla per invocarla (Sal 143,1) o per ricordare a Dio le sue promesse (Sal 89,1-9.25-40). Bisogna pregare il Dio fedele per ottenere da lui la fedeltà (1 Re 8,56ss), e cessare di rispondere alla sua fedeltà con l’empietà (Neem 9,33). Di fatto Dio solo può convertire il suo popolo infedele e dargli la felicità, facendo germogliare dalla terra la fedeltà che ne deve essere il frutto (Sal 85,5.11ss).
2. Dio esige dal suo popolo la fedeltà all’alleanza che egli rinnova liberamente (Gios 24,14); i sacerdoti devono essere fedeli in modo speciale (1Sam 2,35). Se Abramo e Mosè (Neem 9,8; Eccli 45,4) sono modelli di fedeltà, Israele nel suo complesso imita l’infedeltà della generazione del deserto (Sal 78,8 ss.36s; 106,6). E quando non si è fedeli a Dio, sparisce la fedeltà verso gli uomini; non si può contare su nessuno (Ger 9,2-8). Questa corruzione non è esclusiva di Israele, perché vale per tutti i luoghi il proverbio: «Un uomo sicuro, chi lo troverà?» (Prov 20,6). Israele, scelto da Dio per essere suo testimone, non è quindi stato un servo fedele; è rimasto cieco e sordo (Is 42,18s). Ma Dio ha eletto un altro servo sul quale ha posto il suo spirito (Is 42,1ss), al quale ha fatto il dono di ascoltare e di parlare; questo eletto proclama fedelmente la giustizia, senza che le prove lo possano rendere infedele alla sua missione (Is 50,4-7), perché Dio è la sua forza (Is 49,5). Il servo fedele così annunciato è Gesù Cristo, Figlio e Verbo di Dio, il vero ed il fedele, che viene a compiere la Scrittura e l’opera del Padre suo (Mc 10,45; Lc 24, 4; Gv 19, 8. 30; Apoc 19, 11ss). Per mezzo suo sono mantenute tutte le promesse di Dio (2Cor 1,20); in lui sono la salvezza e la gloria degli eletti (2Tm 2,10); con lui, gli uomini sono chiamati dal Padre ad entrare in comunione; e per mezzo suo i credenti saranno confermati e resi fedeli alla loro vocazione fino al termine (1Cor 1,8s). In Cristo quindi si manifesta in pienezza la fedeltà di Dio (1Tess 5,23s) e il fedele viene rassicurato (2Tess 3,3ss): i doni di Dio sono irrevocabili (Rom 11,29). Dobbiamo imitare la fedeltà di Cristo, tenendo duro fino alla morte, e contare sulla sua fedeltà per vivere e regnare con lui (2Tim 2,11s). Più ancora, anche se noi siamo infedeli, egli rimane fedele; perché, se può rinnegarci, non può rinnegare se stesso (2Tim 2,13); oggi, come ieri e per sempre, egli rimane ciò che è (Ebr 13,8), il sommo sacerdote misericordioso e fedele (Ebr 2,17) che permette di accedere con sicurezza al trono della grazia (Ebr 4,14 ss) a coloro che, fondandosi sulla fedeltà della promessa divina, conservano una fede ed una speranza indefettibili (Ebr 10,23).
 
Trascurate aspetti più importanti della Legge: «Egli redarguisce i pensieri nascosti del loro spirito e l’iniquità occultata delle loro volontà. Essi infatti compiono ciò che la Legge prescrive circa la decima della menta e dell’aneto per apparire agli occhi degli uomini osservanti della Legge, ma trascurano il dovere proprio dell’uomo, la misericordia, la giustizia, la fedeltà, e ogni sentimento di benevolenza. La decima di queste erbe, che era utile come prefigurazione del futuro, non doveva essere omessa. Ma bisognava fare in modo che, esercitando il nostro dovere di uomini fedeli, giusti e misericordiosi, rendessimo la nostra condotta gradita non mediante l’imitazione apparente di una volontà ma attraverso un modo veritiero di comportarsi. E poiché sarebbe una colpa meno grave trascurare la decima delle erbe piuttosto che il dovere di essere benevoli, deride la cura messa nel filtrare il moscerino da parte di coloro che non si preoccupano di ingoiare un cammello: di coloro, cioè, che evitano i peccati leggeri e divorano i grandi.» (Ilario di Poitiers, Commentario a Matteo 24, 7).
 
Il Santo del giorno - 27Agosto 2024 - Santa Monica: Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 331.
Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire) 
 
O Signore, nella memoria di santa Monica
ci hai saziati con i tuoi doni:
fa’ che ci purifichino con la loro efficacia
e ci rafforzino con il loro aiuto.
Per Cristo nostro Signore.
 
 26 Agosto 2024
 
Lunedì XXI Settimana T. O.
 
2Ts 1,1-5.11b-12; Salmo Responsoriale Dal Salmo 95 (96); Mt 23,13-22
 
Colletta
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché tra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Contrasto tra Cristo e i farisei - Catechismo della Chiesa Cattolica 574 Fin dagli inizi del ministero pubblico di Gesù, alcuni farisei e alcuni sostenitori di Erode, con alcuni sacerdoti e scribi, si sono accordati per farlo morire. Per certe sue azioni (per la cacciata dei demoni; il perdono dei peccati; le guarigioni in giorno di sabato; la propria interpretazione dei precetti di purità legale; la familiarità con i pubblicani e i pubblici peccatori), Gesù è apparso ad alcuni malintenzionati sospetto di possessione demoniaca. Lo si è accusato di bestemmia e di falso profetismo, crimini religiosi che la Legge puniva con la pena di morte sotto forma di lapidazione.  
588 Gesù ha scandalizzato i farisei mangiando con i pubblicani e i peccatori con la stessa familiarità con cui pranzava con loro. Contro quelli tra i farisei «che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9), Gesù ha affermato: «Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi» (Lc 5,32). Si è spinto oltre, proclamando davanti ai farisei che, essendo il peccato universale, coloro che presumono di non avere bisogno di salvezza, sono ciechi sul proprio conto.  
596 Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito. A coloro che temevano: «Tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione» (Gv 11,48) il sommo sacerdote Caifa propose profetizzando: «[È] meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» (Gv 11,50). Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica, cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di «sommossa» (Lc 23,19). Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù.  
2285 Lo scandalo assume una gravità particolare a motivo dell’autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono. Ha ispirato a nostro Signore questa maledizione: «Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, [...] sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6). Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore.  
 
I Lettura: I Tessalonicesi, oltre ad essere turbati da false profezie sulla prossimità della venuta gloriosa del Cristo (2,1-3), sono duramente provati dalla persecuzione. In questo contesto di paura e di dolore, l’apostolo Paolo scrive ai Tessalonicesi cercando di rasserenare gli animi annunciando che la giustizia di Dio non tarderà a liberarli dalle afflizioni punendo esemplarmente i persecutori (1,5-10). Ai cristiani di Tessalonica non rimane che una scelta: mantenersi saldi nella vocazione di cui sono stati favoriti (1,11), perseverare nel bene in cui si sono impegnati e vivere il presente con la forza che viene dalla fede, affinché nella loro vita sia glorificato il nome del Signore.
 
Vangelo
Guai a voi, guide cieche.
 
L’ipocrisia è una serpe che ha la sua tana in molti cuori, anche cuori cristiani e questo scandalizza molti. Forse ci scandalizziamo perché dimentichiamo che il peccato ineluttabilmente abita nell’uomo (Rm 7,22), anche negli uomini di Chiesa. La Chiesa è stata fondata da Cristo, e Lui solo è il Santo, e ha voluto la sua Chiesa, che è impastata di peccato e di santità, unica via per giungere alla salvezza: chi rifiuta la Chiesa si aliena volontariamente da Colui che è la vera felicità.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,13-22
 
In quel tempo, Gesù parlò dicendo:
«Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosèlito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: “Se uno giura per il tempio, non conta nulla; se invece uno giura per l’oro del tempio, resta obbligato”. Stolti e ciechi! Che cosa è più grande: l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: “Se uno giura per l’altare, non conta nulla; se invece uno giura per l’offerta che vi sta sopra, resta obbligato”. Ciechi! Che cosa è più gran- de: l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che lo abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso».
 
Parola del Signore.
 
La Bibbia di Navarra - 13. Hanno qui inizio le invettive del Signore contro il comportamento degli scribi e dei farisei. Questi aspri rimproveri, contrassegnati dalla interiezione guai, racchiudono la negazione di un passato pieno di azioni malvagie, nonché una minaccia per il futuro nel caso in cui non vi sarà conversione e pentimento.
14. Molti codici, per influsso di Mc 12,40 e Lc 20,47, aggiungono il versetto 14: «Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che divorate le case delle vedove e fate vedere di pregare a lungo; per questo subirete una condanna più severa». Con tali parole il Signore non rimprovera ai farisei le lunghe preghiere, ma la loro ipocrisia e la loro avidità. I farisei infatti, attraverso molti atti di devozione esteriore, cercavano di procacciarsi la fama di uomini pii, per poter poi approfittare di questa reputazione nei confronti delle persone d’animo debole, come appunto le vedove. Queste si raccomandavano alle loro preghiere, e quelli, in contraccambio, sollecitavano molte elemosine. Con questa asserzione Gesù intende far rilevare che la preghiera deve scaturire sempre da un cuore retto e da uno pirito generoso.
15. Con la parola “proselito” si designava il pagano che si convertiva al giudaismo. Proselito - secondo la radice del vocabolo - sta a indicare “colui che viene” la persona cioè che per una particolare chiamata di Dio si unisce al popolo eletto, abbandonando l’idolatria. I farisei non lesinavano fatiche per fare nuove conversioni.
Nostro Signore non li rimprovera per il loro proselitismo, ma perché si preoccupano esclusivamente di cogliere un successo umano di cui potersi vantare.
Purtroppo questi proseliti, una volta ricevuta la luce della rivelazione dell’Antico Testamento, continuavano a rimanere sotto l’influenza degli scribi e dei farisei, che inculcavano in loro anche la propria visione umana.
22. La dottrina del Signore relativa al giuramento si trova esposta nel Discorso della montagna (Mi 5,33-37).
Gesù abroga la minuziosa casistica dei farisei per puntare direttamente alla rettitudine d’intenzione di chi giura, e per ribadire la maestà e la dignità di Dio. Quello che Gesù chiede è un cuore puro, senza inganni.
Il Signore stigmatizza soprattutto l’atteggiamento volto ad attenuare il valore del giuramento, proprio dei dottori della Legge, che in tal modo mancavano di rispetto alle cose sacre e, principalmente, al Nome santo di Dio. Pertanto Gesù richiama l’attenzione sul precetto della Legge: «Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7; Lv 19,12; Dt 5.11).
 
Il pericolo permanente dell’ipocrisia - Roberto Tufariello (Ipocrisia in Schede Bibliche Pastorali - Vol. IV): L’accusa di ipocrisia, nel Nuovo Testamento, equivale alla denuncia di una frattura tra l’esterno e l’interno, di una disarmonia tra il cuore e le labbra; tale frattura o disarmonia non si riduce solo al vizio della simulazione, ma corrisponde a un conflitto che si svolge nell’intimo della persona e che si conclude con un rifiuto decisivo in materia di fede.
In questo senso san Paolo considera «ipocrisia» il fatto che Pietro e i giudeo-cristiani non abbiano voluto sedere a tavola con i cristiani venuti dal paganesimo. Questo contegno infatti, facendo sembrare che la legge sia ancora in vigore, è un allontanamento dalla verità del vangelo, la verità della salvezza mediante la fede (Gal 2,11-14). C’è in Pietro un conflitto tra l’interno e l’esterno, e ne scaturisce un comportamento che, secondo Paolo, è una finzione che si oppone alla verità. Il comportamento dei cristiani deve concordare con la loro coscienza illuminata (Gal 2,16).
L’episodio inoltre dimostra che se i farisei sono stati l’esempio tipico dell’ipocrisia, questa però è un pericolo permanente anche per i cristiani. Già la tradizione sinottica estendeva alla folla l’accusa di ipocrisia (Lc 12,56; 13,15), e Giovanni intendeva designare col termine di «giudei» gli increduli di tutti i tempi, ciechi e ipocriti come i capi religiosi di Israele. In particolare, il vangelo di Matteo, con i frequenti richiami all’ipocrisia, vuoI mettere in guardia la comunità cristiana da questo comportamento che consiste nel cercare l’approvazione degli uomini e non quella di Dio.
Anche san Pietro raccomanda ai fedeli di vivere nella semplicità, come neonati, sapendo che l’ipocrisia costituirà per essi una pericolosa tentazione (1Pt 2,1-3).
Per tutta la comunità dei credenti valgono le ammonizioni che l’apostolo Paolo rivolge ai suoi connazionali, i quali possiedono la conoscenza della volontà divina, sono orgogliosi della legge e pretendono di esserne maestri presso gli altri; ma, non praticando quanto conoscono, cadono nell’ipocrisia: «Ebbene, come mai tu, che insegni agli altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? Tu che proibisci l’adulterio, sei adultero? Tu che detesti gli idoli, ne derubi i templi? Tu che ti glori della legge, offendi Dio trasgredendo la legge?» (Rm 2,21-23). Si tratta di una chiara dissociazione tra il dire e il fare, tra le proprie proclamazioni e la prassi.
 
Non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire, e cieco di chi non vuol vedere, così un saggio adagio che bene si applica ai farisei e agli scribi del racconto evangelico di oggi. Sette guai che avrebbero dovuto illuminare le loro coscienze ottenebrate e aprirle a un serio esame di coscienza. Invece si sentono offesi, lesi nella loro dignità di maestri e di guide spirituali. Sono ipocriti perché bravi a erigere monumenti ai profeti ammazzati dai loro padri, ma dai quali si dissociano disconoscendo la paternità; sono solerti nel perpetuare la memoria dei giusti lapidati, ma ipocriti perché con le stesse pietre con le quali erigono monumenti e mausolei lapidano i giusti che hanno la brutta avventura di incrociare il loro cammino. Storia passata? Storia che si perpetua anche oggi, dentro e fuori la Chiesa. Certo oggi i monumenti sono affidati a scultori famosi e sono assai più pregevoli, deformando magari il messaggio evangelico come certi “Crocifissi” o “Madonne” che si vedono in tante Chiese moderne, e oggi più elegantemente non si usano più le pietre per ammazzare qualcuno, ma si usano le parole che spesso sono più pesanti di macigni, e oggi, grazie ai social, volano più in fretta e con maggiore precisione colpiscono il bersaglio. Farisei, scribi, sadducei, erodiani colmarono la misura dei loro padri perché la loro vittima non era un giusto o un profeta, ma il Figlio di Dio, il Giusto. Colpevoli? Non è facile dare un giudizio, ma certamente colpevoli sul piano intellettuale, perché la loro intelligenza, assai brillante nel conoscere la sacra Scrittura, doveva informarli che in Colui che li rimproverava c’era qualcosa che chiaramente sfuggiva a tutti i parametri umani. E, poi con un po’ di umiltà avrebbero potuto, dinanzi a tali rimbrotti, chinare il capo, ammettere di essere dalla parte del torto ed emendare la loro vita. Non l’hanno fatto e forse è questa albagia a renderli veramente colpevoli dinanzi agli occhi di Dio e degli uomini.
 
Voi non entrate e non lasciate entrare - Girolamo, commento su Matteo 4, 23, 13: Gli scribi e i farisei, conoscendo la Legge e i profeti, sanno che Cristo è Figlio di Dio e non ignorano che è nato dalla Vergine; ma, mentre bramano taglieggiare il popolo loro soggetto, non entrano nel regno dei cieli, né permettono che vi entrino coloro che lo potrebbero. Questo è appunto quanto viene loro rimproverato dal profeta Osea, che dice: I sacerdoti hanno nascosto la via, uccidono lungo la via di Sichem; e ancora: I sacerdoti non hanno detto: dov’è mai il Signore?
Ogni maestro che dà scandalo con la propria condotta ai suoi discepoli, chiude loro in faccia il regno dei cieli.
 
Il Santo del Giorno - 26 Agosto 2024 - Madonna di Czestochowa. Negli occhi lo sguardo che apre all’amore: Lo sguardo amorevole di Dio cerca l’umanità fin dentro le sue ferite più profonde e guarisce, dona speranza, apre alla vita vera. Ma per essere “visti” da Dio è necessario aprire il proprio cuore, volgere a nostra volta il nostro sguardo verso di lui: è allora che si realizza quell’abbraccio d’amore infinito che all’origine della vita stessa. La ricorrenza della Madonna di Czestochowa oggi ci offre l’occasione proprio per meditare sulla bellezza che nasce quando lo sguardo di Dio e quello dell’uomo s’incrociano. La devozione, forse la più cara alla fede popolare polacca, ha al centro il quadro della Madonna nera custodita a Jasna Gòra, il “monte luminoso”.
Secondo la tradizione autore del quadro fu san Luca, che ne realizzò due (il secondo è custodito a Bologna).
Ma ciò che colpisce il pellegrino è lo sguardo della Madonna in questo dipinto: incrocia sempre quello di chi la osserva. E ci ricorda che quando ci mettiamo a ricercare Dio scopriamo sempre che lui per primo ci cerca, ci guarda, ci ama. E in fondo lasciarsi amare da Dio è la via che porta a una vita realizzata, alla felicità e alla santità. (Avvenire)
 
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
 25 Agosto 2024
 
XXI Domenica T. O.
 
Gs 24,1-2a.15-17.18b; Salmo Responsoriale Dal Salmo 33 (34); Ef 5,21-32; Gv 6,60-69
 
Colletta
O Dio, nostra salvezza,
che in Cristo, tua parola eterna,
riveli la pienezza del tuo amore,
guidaci con la luce dello Spirito,
perché nessuna parola umana ci allontani da te,
unica fonte di verità e di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 23 Agosto 2015): «Questa parola è dura! – dicevano – Chi può ascoltarla?» (Gv 6,60).
In realtà, essi hanno capito bene il discorso di Gesù. Talmente bene che non vogliono ascoltarlo, perché è un discorso che mette in crisi la loro mentalità. Sempre le parole di Gesù ci mettono in crisi, per esempio davanti allo spirito del mondo, alla mondanità. Ma Gesù offre la chiave per superare la difficoltà; una chiave fatta di tre elementi. Primo, la sua origine divina: Egli è disceso dal cielo e salirà «là dov’era prima» (v. 62). Secondo: le sue parole si possono comprendere solo attraverso l’azione dello Spirito Santo, Colui «che dà la vita» (v. 63) è proprio lo Spirito Santo che ci fa capire bene Gesù. Terzo: la vera causa dell’incomprensione delle sue parole è la mancanza di fede: «Tra voi ci sono alcuni che non credono» (v. 64), dice Gesù. Infatti da allora, dice il Vangelo, «molti dei suoi discepoli tornarono indietro» (v. 66). Di fronte a queste defezioni, Gesù non fa sconti e non attenua le sue parole, anzi costringe a fare una scelta precisa: o stare con Lui o separarsi da Lui, e dice ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?» (v. 67).
A questo punto Pietro fa la sua confessione di fede a nome degli altri Apostoli: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (v. 68). Non dice “dove andremo?”, ma “da chi andremo?”. Il problema di fondo non è andare e abbandonare l’opera intrapresa, ma è da chi andare. Da quell’interrogativo di Pietro, noi comprendiamo che la fedeltà a Dio è questione di fedeltà a una persona, con la quale ci si lega per camminare insieme sulla stessa strada. E questa persona è Gesù. Tutto quello che abbiamo nel mondo non sazia la nostra fame d’infinito. Abbiamo bisogno di Gesù, di stare con Lui, di nutrirci alla sua mensa, alle sue parole di vita eterna! Credere in Gesù significa fare di Lui il centro, il senso della nostra vita. Cristo non è un elemento accessorio: è il “pane vivo”, il nutrimento indispensabile. Legarsi a Lui, in un vero rapporto di fede e di amore, non significa essere incatenati, ma profondamente liberi, sempre in cammino. Ognuno di noi può chiedersi: chi è Gesù per me? È un nome, un’idea, soltanto un personaggio storico? O è veramente quella persona che mi ama che ha dato la sua vita per me e cammina con me? Per te chi è Gesù? Stai con Gesù? Cerchi di conoscerlo nella sua parola? Leggi il Vangelo, tutti i giorni un passo di Vangelo per conoscere Gesù? Porti il piccolo Vangelo in tasca, nella borsa, per leggerlo, ovunque? Perché più stiamo con Lui più cresce il desiderio di rimanere con Lui. Adesso vi chiederò cortesemente, facciamo un attimo di silenzio e ognuno di noi in silenzio, nel suo cuore, si faccia la domanda: «Chi è Gesù per me?». In silenzio, ognuno risponda nel suo cuore.
 
I Lettura: Giosuè pone il popolo dinanzi ad un bivio: accettare o rifiutare Dio. L’assemblea sceglie Jahve come Dio e rifiuta gli dèi stranieri. A questa professione di fede segue l’alleanza che vincola i due contraenti: Dio da una parte, Israele dall’altra. Secondo alcuni, questo capitolo è stato aggiunto durante o dopo l’esilio, ma la tradizione che esso trasmette è antica.
 
II Lettura: Ai tempi di Paolo, nell’antico Oriente, il matrimonio era un giorno di festa e di gioia che coinvolgeva tutta la comunità. Il cerimoniale era pedissequamente seguito da tutti: la fidanzata era lavata e ornata con gioielli, poi i «figli delle nozze» andavano a presentarla al fidanzato. Nel caso mistico della Chiesa, il cerimoniale viene stravolto: è il Cristo che lava la sua fidanzata da ogni nefan­dezza con il bagno del battesimo per presentarla a se stesso. Il testo paolino, come ci suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, stabilisce «tra il matrimonio umano e l’unione del Cristo con la chiesa un parallelo da cui i due termini raffrontati si rischiara­no a vicenda: il Cristo può essere detto sposo della Chiesa perché è suo capo e la ama come il suo proprio corpo, così come avviene tra marito e moglie; questo paragone, una volta ammesso, fornisce in cambio un modello ideale al matrimonio umano. Un tale simbolismo immerge le sue radici nell’Antico Testamento, che rappresenta spesso Israele come la sposa di Jahve [Os 1,2]».
 
Vangelo
Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.
 
Le parole di Gesù sul pane eucaristico provocano le più disparate reazioni. Il realismo del mangiare e del bere la carne e il sangue del Figlio di Dio sortisce tra i discepoli sconcerto e molti scandalizzati si ritirano.
Gesù non si lascia intimidire, insiste e anziché attenuare le affermazioni rimprovera la loro “intelligenza carnale”. È un invito ad aprirsi incondizionatamente all’azione dello Spirito Santo (cf. Gv 1,33): “egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).
La risposta di Pietro, “tu sei il santo di Dio”, che corrisponde alla professione di fede espressa nel vangelo di Matteo (cf. Mt 16,16), indica l’identità di Gesù nel suo rapporto unico con Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 6,60-69
 
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
 
Parola del Signore.
 
Questo linguaggio è duro - Mentre i Giudei protestano rumorosamente, i discepoli mormorano come se avessero paura di manifestare il loro dissenso. Ma le parole pronunciate sottovoce non sfuggono a Gesù, il quale, scrutando il loro cuore e la loro mente, al loro disaccordo timidamente pronunciato a fior di labbra da una risposta tagliente e molto dura: ‘Se un discorso, anche se molto impegnativo, vi scandalizza, molto più grande sarà il vostro sconcerto quando mi vedrete, livido, appeso ad una croce, morire come un malfattore e ancora più stupefacente sarà la vostra meraviglia quando mi vedrete risorto dai morti e poi glorioso mi contemplerete salire là dov’ero prima’.
Gesù, con questa risposta, nella volontà di scuote­re l’incredulità dei suoi discepoli, mette in evidenza la sua origine divina: «Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Gv3,13).
E aggiunge anche che la carne, l’intellettualismo che bracca ancora oggi pensatori e teologi, non serve a nulla: soltanto le sue parole sono spirito e vita. Questo significa che Gesù rivelando comunica lo Spirito che conferisce la vera vita che rende i credenti «partecipi della natura divina» ( 1 Pt 1,4).
Gesù conosce i pensieri degli uomini perché è Dio e non per un dono di preveggenza: «Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonian­za su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo» (Gv 2,24-25). Ed egli conosce «colui che lo avrebbe tradito». Il traditore è Giuda Iscariota che nel Vangelo di Giovanni assomma sfumature sconcertanti: è ladro, cinico, venduto a satana e da lui posseduto (Gv 12,6; 13,27; 18,1-5).
Tra le righe, la polemica tra Gesù e i discepoli dalla sinagoga di Cafarnao sembra spostarsi nelle prime comunità cristiane: è come se Giovanni, ricordando il fallimento del Maestro, volesse rincuorare quei cristiani della prima ora scandaliz­zati dalle molte defezioni.
L’autore, per attenuare lo scandalo che poteva bruciare la neonata fede dei discepoli delle prime comunità cristiane, fa appello a un principio dal tipico sapore giudaico: «Nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio».
Praticamente, all’origine della salvezza «c’è il disegno del Padre, ma anche la sua attuazione e applicazione nei singoli casi dipende pure da una sua scelta e decisione. È il Padre che attrae e conse­gna gli uomini a Gesù; è lui che parla, sempre tramite Gesù, istruendo le persone fino a renderle discepole di Cristo. In fondo Dio muove gli uomini tramite il suo Spirito ad accogliere le proposte del figlio, fino a ritrovarsi in comunione di vita con lui. Un’affermazione categorica, ma da prendersi sempre con molte cautele. Dio è il motore primo della storia, ma la sua azione non sostituisce la scelta degli uomini» (Ortensio Da Spinetoli).
Molti discepoli, da allora, «si tirarono indietro e non andavano più con lui». La sottolineatura temporale da allora colloca con precisione la diserzione e questo significa che si allontanarono dopo il discorso di Gesù: è la prova che i disertori avevano ben capito e avevano anche compreso quanta alta era la posta in gioco, per questo si tirarono indietro. Gesù si ritrova sempre più solo a un passo dalla terrificante prova: affronterà da solo la passione, il progetto della salvezza dovrà essere realizzato al di là del consenso popolare.
Gesù accetta questa decisione e non fa nulla per arginare le perdite, anzi rincara la dose ed è a questo punto che si rivolge ai Dodici i quali, a loro volta per nulla intimoriti dalle numerose defezioni, per bocca di Simon Pietro manifestano la loro fede: «Tu sei il Santo di Dio». Questa professione ricorda quella di Cesarea (Mt 16,19; Me 8,27-30; Le 9,18-21) e palesemente vuole mettere in evidenza la sorgente della autorità petrina nella Chiesa: essa non promana dalla carne e dal sangue, ma da una elezione divina: «Io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cicli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cicli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19).
Il titolo «Santo di Dio» indica l’identità di Gesù «nel suo rapporto unico con Dio. Solo Dio è santo. A lui solo, nella liturgia celeste, i serafini proclama­rono: "Santo, Santo, Santo è il Signore" [Is 6,3]. Gesù entra in questa identità. La sua unione con Dio, la sua intimità con Dio è tale che egli sta in parità con lui, egli è il Santo di Dio» (P. G. Ferrare).
È la Chiesa che proclama la sua fede in Cristo per bocca del suo Capo: ai suoi occhi Gesù è il «Santo di Dio», colui che Dio ha scelto e consacrato mediante il suo Spirito per portare a compimento, nella pienezza dei tempi (Gai 4,4), il suo disegno di amore a favore di tutti gli uomini.
L’ultima parola di Gesù, uno di voi è un diavolo, avrà certamente raggelato l’entusiasmo dei Dodici: «La comunità cristiana sembra compatta. Pietro si esprime in termini perentori, ma l’evangelista attenua il suo fervore riportandolo alla realtà. Tutti convinti, tutti entusiasti, eppure anche tra loro c’è un nemico» (Ortensie Da Spinetoli).
 
L’insegnamento  di  Gesù  sul  matrimonio  - John L. McKenzie (Matrimonio in Dizionario Biblico): L’insegnamento si limita alla sua affermazione dell’indissolubilità del matrimonio: Egli si rifa alla concezione di Gn 2,18-25 e attribuisce l’istituzione divina del matrimonio non solo al matrimonio in genere, ma anche a ogni matrimonio particolare (Mt 19,4-6; Me 10,6-8). Già qui vi è nelle sue parole una certa implicazione per cui il matrimonio è o almeno può essere ritenuto una cosa di questo mondo, una cosa che può impedire all’uomo la vista delle decisioni vitali. Il matrimonio è una delle attività della generazione sventata che perisce nel diluvio (Le 17,27); è una scusa offerta dall’uomo che non è pronto ad accettare la chiamata di Dio (Mt 22,30; Me 12,25; Le 20,35s). Da questo non si deve concludere che Gesù si sia dichiarato contrario al matrimonio, ma piuttosto che egli desiderava che il suo valore fosse veduto nella sua esatta prospettiva.
Paolo si richiama in 1 Cor 6,16s al testo di Gn 2,24 non in riferimento al matrimonio ma come esorta­zione a evitare la fornicazione. L’unione carnale è unione nella sola carne e indegna del cristiano che, unito al Signore, forma un solo spirito con lui.
Questo introduce la prolissa discussione sul matrimonio di ICor 7, la più completa trattazione che l’argomento abbia nel Nuovo Testamento. Il matrimonio, sebbene meno perfetto della verginità, è normale e necessario per evitare la fornicazione.
Esso implica un reciproco abbandono dei diritti personali sul proprio corpo (7,1-11). Lo sposo cristiano può separarsi dal non credente che rifiuta di consentire alla sua conversione (7,12-16).
Coloro che si uniscono in matrimonio lo fanno nella consapevolezza che il matrimonio, come il mondo nel quale viviamo, passa rapidamente (7,29-31). La persona sposata è necessariamente presa dalle cose del mondo e dalla preoccupazione di piacere al coniuge, e ciò può distrarre dall’occuparsi delle cose del Signore (7,32-35).
Le epistole esortano il marito ad amare la propria moglie e la moglie ad essere sottomessa al marito (Col 3,18; IPt 3,1-7). Il matrimonio è concepito come una gerarchia; questa idea si basa non soltan­to sulla concezione allora comune della posizione sociale della donna, ma anche sulla somiglianzà tra il matrimonio e il rapporto di Cristo con la Chiesa, che viene esposto abbastanza diffusamente in Ef 5,22-33. Il marito è capo della moglie, come Cristo è capo della Chiesa. Come Cristo ama la Chiesa e dette se stesso perché la Chiesa potesse essere salvata e santificata, così il marito dovrebbe amare e assistere teneramente sua moglie come cura il suo corpo; perché marito e moglie sono un solo corpo, come Cristo e la Chiesa sono un solo corpo. Questo è un grande «mistero» (Ef 5,32). Il versetto è oscuro ed è interpretato in vario modo. Il mistero in Ef si riferisce al piano divino di salvezza in Cristo, rivelato in lui (3,3-6). Il termine in 5,32 deve riferirsi a questo mistero di salvezza, e sembra significare che un aspetto del mistero è il rapporto tra Cristo e la sua Chiesa, stabilito dalla sua azione salvifica, un rapporto tanto intimo che è come il rapporto tra moglie e marito. Ciò a sua volta apporta luce sulla natura dell’unione matrimoniale, che raggiunge la sua pienezza nei cristiani solo quando gli sposi si amano e si assistono gli uni gli altri come Cristo e la Chiesa si amano l’un l’altro.
Allo stesso rapporto si allude brevemente in 2Cor 11,2. Vi sono nei vangeli molti passi in cui il periodo messianico è descritto come una festa nuziale (Mt 9,15; 25,lss; Me 2,19; Gv 3,29). J. Jeremias sembra essere nel giusto quando mette in rilievo che qui Gesù non è espressamente identifi­cato con lo sposo; le espressioni sono parabole più che allegorie e si riferiscono al periodo messianico in genere come a un periodo di grande gioia. Il periodo messianico qui inizia con la venuta di Gesù. Gesù, comunque, è lo sposo in 2Cor 11,2. La Chiesa come sposa e Cristo come sposo appaiono in Apocalisse; le nozze dell’Agnello si attueranno nella fine escatologica, quando egli accetterà la chiesa, perfetta e purificata ( 19,7-9; 21,2; 22,17).
Questa concezione della Chiesa come sposa è riecheggiata in Ef 5,27.
 
Sant’Agostino: E noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto (Gv 6,69). Non dice Pietro, abbiamo conosciuto e abbiamo creduto, ma «abbiamo creduto e abbiamo conosciuto». Abbiamo creduto per poter conoscere; infatti se prima volessimo sapere e poi credere, non saremmo capaci né di conoscere né di credere. Che cosa abbiamo creduto e che cosa abbiamo conosciuto? Che tu sei il Cristo Figlio di Dio (ibid.), cioè che tu sei la stessa vita eterna, e tu ci dai, nella carne e nel sangue tuo, ciò che tu stesso sei.
 
Il Santo del Giorno - 25 Agosto 2024 - San Giuseppe Calasanzio, Sacerdote: Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l’obiettivo di dare un’istruzione ai più poveri e combattere così l’analfabetismo, l’ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi». Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all’educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s’impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l’ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi. (Avvenire)
 
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.