28 Agosto 2024
Sant’Agostino, Vescovo e Dottore della Chiesa
2Ts 3,6-10.16-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 127 (128); Mt 23,27-32
Colletta
Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore,
lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino,
perché anche noi, assetati della vera sapienza,
non ci stanchiamo di cercare te,
fonte viva dell’eterno amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Augustinum Hipponensem (Giovanni Paolo II 28 agosto 1986): A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
È noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
I Lettura: Paolo ha lavorato notte e giorno per non essere di peso alla comunità, un monito ai fannulloni che scialacquando nell’ozio hanno la sola preoccupazione di creare disordini e seminare malumori (cfr. 2Ts 3,6ss).
Il suo saluto di congedo è un augurio: che possano ricevere da Dio il dono della pace.
Il versetto 17 è il sigillo che l’apostolo Paolo mette alla sua lettera, affinché i fedeli non siano ingannati da lettere false.
Vangelo
Siete figli di chi uccise i profeti.
Guai a voi…, ancora guai che scendono in profondità mettendo a nudo falsità e ipocrisia. Due denunce: l’apparire, l’ostentazione, praticamente il mostrarsi all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume. E infine, la stupida recriminazione dei Giudei contemporanei di Gesù i quali accusavano i loro antenati di essere stati ribelli e di avere ammazzati i profeti. Ottuso rimpianto perché i detrattori non capivano che in questo modo ammettevano di essere figli di chi assassini. Loro non sarebbero da meno. La cosa peggiore è il voler apparire diversi da quello che si è!
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 23,27-32
In quel tempo Gesù parlò dicendo: ««Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».
Parola del Signore.
Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo): - Sesto «guai» (vv. 27-28). Dopo il tema della purità, Gesù affronta quello della giustizia che tocca l’ambito della qualità dei rapporti, denunciando l’incoerenza dei suoi avversari che si mostrano giusti davanti agli uomini, ma sono interiormente pieni d’ipocrisia e completamente svincolati dalla legge. Si tratta di una giustizia di “facciata” che serve a mascherare le intenzioni reali e occulta il male. Questo atteggiamento merita ai farisei e agli scribi l’epiteto di «sepolcri imbiancati», espressione che richiama la prassi di imbiancare i sepolcri per impedire ai fedeli in pellegrinaggio a Gerusalemme di contaminarsi per contatto ed essere così esclusi dal culto (cf Nm 19,16). Il sepolcro, pur se imbiancato, cambia l’aspetto ma non la sua natura che è quella di custodire comunque una realtà morta e in stato di decomposizione. Scribi e farisei, malgrado il loro desiderio di apparire «giusti», sono accusati i avere una coscienza morta e putrefatta.
- Settimo «guai» (vv. 29-33). Nell’ultimo dei «guai» Gesù denuncia il grande affronto che scribi e farisei commettono ai danni dei profeti e dei giusti e la loro ipocrisia nel manifestare per questi una venerazione del tutto inesistente. I suoi avversari esaltano a parole i profeti e i giusti, con finalità demagogiche per accattivarsi le simpatie del popolo, ma nella pratica sono simili all’Israele ribelle che ha messo a morte i profeti. Gesù li dichiara «figli di quelli che uccisero i profeti» e con un accrescimento peggiorativo li considera persino ancora più responsabili nel male rispetto ai propri padri, e li accusa di eccedere quindi nella violenza contro i profeti.
Questa efferatezza attira anche l’insulto di «serpenti» e «razza di vipere», appellativo che in Mt 3,7 il Battista indirizza a farisei e sadducei spronandoli a fare frutti degni di conversione, e che in Mt 12,34 Gesù indirizza sempre ai farisei che lo accusano di scacciare i demoni in nome di Beelzebul. A questo punto Gesù annuncia l’arrivo di una sentenza inevitabile: la condanna (krisis) all’inferno.
Lavoro - Testimonianza del Nuovo Testamento - Mario Barbero: Ogni considerazione circa il lavoro nel Nuovo Testamento deve anzitutto tenere presente questo fatto preciso: Gesù fu un lavoratore nel senso più concreto e immediato del termine. La maggior parte della sua vita egli la spese nel lavoro quotidiano duro e assillante, compito giornaliero dell’uomo.
La lettera agli Ebrei ricorda che Gesù, al fine di essere sacerdote misericordioso e fedele, doveva rendersi simile ai fratelli «in tutto» (2,17). Il lavoro - assieme alle sofferenze e alla morte - fa parte di questo «tutto» che pone Gesù come fratello di ogni uomo.
All’inizio della sua predicazione autorevole e nuova, sarà proprio il suo stato di lavoratore che solleverà stupore e dubbi e scandalo circa la sua missione di profeta, come testimonia Marco: «E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi? E si scandalizzavano di lui» (6,2-3; cf. Mt 13,55).
Tale scandalo popolare sulla possibilità che un fabbro possa essere sapiente, rispecchia la mentalità che la sapienza debba venire solo dallo studio: mentalità già osservata a proposito di Eccli 38,25ss che opponeva la varietà dei lavori manuali all’attività contemplativa dello scriba, a tutto vantaggio della sapienza dello scriba.
Il fatto che Gesù abbia abbracciato la professione più semplice e umile, tra le tante possibili del suo tempo, non starà a significare che ogni lavoro ha la propria dignità e nello stesso tempo che il valore dell’uomo è superiore al tipo di attività che egli svolge e che la sapienza non è prerogativa dell’intellettuale? «Gesù ha santificato il lavoro non dotandolo di perfezionamenti tecnici, ma compiendolo con amore. L’amore di Cristo illumina il nostro lavoro e ci insegna a servire il prossimo con serietà e fedeltà professionale» (Schoonenberg).
Lavoratore egli stesso, Gesù sceglie i suoi apostoli tra i lavoratori. Primi fra tutti i pescatori, chiamati proprio mentre erano al lavoro (Mc 1,16-18).
Tra coloro che seguono Gesù, vi è anche Levi, il quale esercitava un’attività detestata dai benpensanti: egli infatti «sedeva al banco della dogana» (Mc 2,13), posizione facile per frodare coloro che venivano per cambiare denaro.
Apparite giusti all’esterno: «Come, in precedenza, erano dall’interno pieni di rapina e intemperanza [Mt 23,25], così ora sono pieni d’ipocrisia e d’iniquità, paragonate ad ossa di morti e di ogni specie di putridume. In realtà l’ipocrisia, essendo una simulazione del bene, non ha niente di vitale di quel bene che simula; ha solo le ossa di quella virtù che simula ... Se però con sapienza ascoltiamo che cosa voglia indicare il presente discorso, comprendiamo che ogni giustizia simulata non è che giustizia morta, anzi non è neppure giustizia. Come un morto sembra essere un essere umano, così una castità morta non è neppure castità; ed è castità morta quella che si pratica non per amore di Dio, ma per finzione e rispetto umano. E come avviene nel caso . dei mimi che prendono ad imitare le sembianze di alcuni, ma loro non sono ma sembrano essere quelli che imitano, così in chi finge di vivere la giustizia, la sua non è giustizia che in apparenza. Non è giustizia; è finzione di giustizia» (Origene, Commento a Matteo 24).
Il Santo del Giorno - 28 Agosto 2024 - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)
Ci santifichi, o Signore,
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.