27 Giugno 2024
 
Giovedì XII Settimana T. O.
 
2Re 24,8-17; Salmo Responsoriale Dal salmo 78 (79); Mt 7,21-29
 
Colletta
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Gesù insegnava come uno che ha autorità - Catechismo della Chiesa Cattolica 581: Gesù è apparso agli occhi degli Ebrei e dei loro capi spirituali come un “rabbi”. Spesso egli ha usato argomentazioni che rientravano nel quadro dell’interpretazione rabbinica della Legge. Ma al tempo stesso, Gesù non poteva che urtare i dottori della Legge; infatti, non si limitava a proporre la sua interpretazione accanto alle loro: “Egli insegnava come uno che ha autorità e non come i loro scribi” (Mt 7,29). In lui, è la Parola stessa di Dio, risuonata sul Sinai per dare a Mosè la Legge scritta, a farsi di nuovo sentire sul Monte delle Beatitudini. Essa non abolisce la Legge, ma la porta a compimento dandone in maniera divina l’interpretazione definitiva: “Avete inteso che fu detto agli antichi ... ma io vi dico” (Mt 5,33-34). Con questa stessa autorità divina, Gesù sconfessa certe “tradizioni degli uomini” (Mc 7,8) care ai farisei i quali annullano “ la Parola di Dio ” (Mc 7,13).
 
I Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Nell’anno 612, cadde Ninive; nel 605, fu incoronato Nabucodonosor, l’anima dell’impero neobabilonese. Il Medio Oriente cambiava padrone: agli assiri succedevano i babilonesi. L’Egitto non vedeva di buon occhio la piega che avevano presa gli avvenimenti, e organizzò una spedizione, capeggiata dal faraone Necao, con lo scopo di appoggiare l’Assiria e aiutarla a frenare l’avanzata babilonese.
Necao però fu battuto da Nabucodonosor a Karkernish, dove si erano radunati i resti dell’esercito assiro; e l’esercito egiziano fu costretto a ripiegare verso le sue terre. Tuttavia, la politica egiziana continuò a cospirare contro Babilonia e tesseva intrighi con i reucci della fascia siropalestinese, per guadagnarli alla sua causa e costituire la fronte comune contro il grande colosso della Mesopotamia. Entrò in questo gioco anche il piccolo regno di Giuda.
Nabucodonosor organizzò una spedizione punitiva e giunse con le sue truppe fino alle porte di Gerusalemme.
In questa occasione, egli si contentò di assediare la città e di deportare la famiglia reale e il personale dirigente qualificato del regno. È la cosiddetta prima deportazione, che avvenne nell’anno 598. Fra i deportati, figura Ezechiele, il profeta che doveva esercitare il suo ministero durante la prima parte dell’esilio.
Le riflessioni teologiche su questa prima deportazione e sulla tragica fine del regno di Giuda si possono trovare nel profeta Geremia, che fu il portavoce di Dio in tutto questo tempo. Il pensiero di Geremia è in linea con la tesi deuteronomista: le deportazioni e la distruzione di Gerusalemme sono il giusto castigo che riceve un popolo impenitente. Il profeta di Anatot aveva moltiplicato i suoi inviti alla conversione, ma tutto era stato inutile; il male era ormai così inveterato e così congenito nel popolo, che Geremia perdette ogni speranza:
« Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle sue piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele, e io le perdonerò, dice il Signore. Anche quando esclamano: “Per la vita del Signore!” certo giurano il falso. Signore, i tuoi occhi non cercano forse la fedeltà? Tu li hai percossi, ma non mostrano dolore; li hai fiaccati, ma rifiutano di comprendere la correzione. Hanno indurito la faccia più di una rupe, non vogliono convertirsi» (Ger 5,1-3).
«Anche la cicogna nel cielo conosce i suoi tempi; la tortora, la rondinella e la gru scrutano la data del loro ri torno; il mio popolo, invece, non conosce il comando del Signore » (Ger 8,7).
La prima deportazione era il risultato finale della politica errata del re Ioiachin del quale Geremia traccia il seguente ritratto:
« Guai a chi costruisce la casa senza giustizia e il piano di sopra senza equità, che fa lavorare il suo prossimo per nulla, senza dargli la paga, e dice: “Mi costruirò una  casa grande con spazioso piano di sopra” e vi apre finestre e la riveste di tavolati di cedro e la dipinge di rosso.
Forse tu agisci da re, perché ostenti passione per il cedro? Forse tuo padre non mangiava e beveva? Ma egli praticava il diritto e la giustizia e tutto andava bene. Egli tutelava la causa del povero e del misero e tutto andava bene. Questo non significa infatti conoscermi? Oracolo del Signore. I tuoi occhi e il tuo cuore, invece, non badano che al tuo interesse, a spargere sangue innocente, a commettere violenza e angherie» (Ger 22 .13-17).
 
Vangelo
La casa costruita sulla roccia e la casa costruita sulla sabbia.
 
Una pagina che fa tremare i polsi ai soliti cristiani della domenica. Non basta aver ricevuto il battesimo per salvarsi, perché chi non crede sarà condannato (cfr. Mc 16,16). Anche gli esorcisti se la loro fede è solo di facciata non si salveranno, così quelli che vomitano preghiere immaginando di allontanare il diabolico dalla vita dell’uomo o quelli che vanno avanti a forza di visioni o messaggi ultraterreni. La Parola di Gesù è chiara: solo chi mette in pratica la sue parole, tutti i santi giorni dell’anno, si salverà. Il contrario è sinonimo di eterna perdizione. L’immagine della casa era così chiara che per la folla venne spontaneo fare un confronto tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi: pur non addentro alla teologia e alla esegesi, la folla riconosce la veridicità dell’insegnamento di Gesù da cui scaturisce autorità e prestigio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,21-29
 
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.
 
Parola del Signore.
 
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli  - Ortensio Da Spinetoli (Matteo): La voce del falso profeta risuona qualche volta nel cuore dello stesso cristiano. Egli cerca di illudersi di essere seguace di Cristo, mentre in realtà è solo un «ciarlatano», come tale è il profeta che parla senza un incarico. Per entrare nel regno, ottenere cioè la salvezza, non basta stare a ripetere solennemente e pomposamente il nome del Signore, ma occorre convertirsi e fare penitenza, come ha già ricordato più sopra (3,8; 4,17); ora aggiunge che bisogna, prima di tutto, compiere la volontà di Dio, cioè quello che egli comanda a ciascuno (cfr. Mt. 5,17-19). La volontà ... è il disegno salvifico di Dio, ma si estende anche alle esigenze pratiche della vita quotidiana.
Fare la volontà del Padre è la sintesi della spiritualità vetero-neotestamentaria. Quel che Gesù e la chiesa esigono dai fedeli è una pietà fattiva, operosa, impegnata. Non bastano le buone parole, la buona fede, le buone aspirazioni; non è sufficiente camminare per la via spaziosa con il pensiero verso il regno, invocando di tanto in tanto o anche frequentemente il nome del Signore, per aver parte alla salvezza. Se durante la vita si è vissuti fuori del regno, senza rapporti di reale sudditanza con il sovrano, alla fine egli rifiuterà di riconoscere per suoi sudditi questi suoi nascosti adoratori. Possono aver fatto miracoli, la condanna che li attende è inevitabile.
Quando avverrà questo dialogo? Tutto fa pensare che si tratti di un momento dell’ultimo giudizio, sia per la somiglianza con Mt. 25,36, che per la moltitudine indistinta che è in scena, come per la forma categorica o definitiva della condanna: «Allontanatevi da me», cui si potrebbe aggiungere: «nel fuoco eterno», riprendendo l’idea sottintesa in 7,19 e chiaramente espressa alla fine della grande sintesi escatologica (Mt. 25, 41).
Il discorso della montagna si va chiudendo con un tono minaccioso. È l’ultima carta, l’alternativa della perdizione, che ogni predicatore gioca con il suo uditorio. Se fallisce anche questa non c’è più nulla da fare e da sperare.
 
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore” - Gottfried Hierzenberger: Il nome Signore fu riferito soltanto un po’ alla volta a Gesù. La comunità primitiva che professava Gesù come il Risorto, lo confessava “alla destra di Dio” acquisendo in tal modo, al di là del rapporto discepolo-maestro, una comprensione religiosa fondata sulla fede.
Quando i discepoli si identificarono con i servi delle parabole, ciò suggerì di riferire a lui stesso le affermazioni fatte da Gesù sul Signore (per es. Mt 13,27). Ciò veniva favorito dall’esperienza della pretesa assoluta di sequela. Quando nella vita di fede della chiesa primitiva, nell’annuncio dell’evangelo, nella preghiera, durante il pasto del Signore, nell’atteggiamento d’amore verso il fratello e perfino verso il nemico, nella complessiva comprensione di sé, del mondo e di Dio, Gesù dimostrò di essere il centro totale della comunità, superiore a tutti i tipi di relazioni del passato, l’assunzione del titolo tradizionalmente religioso di signore diventò ovvio. Nell’ambito cristiano questo titolo fu assunto in senso assoluto per esprimere la signoria illimitata, onnicomprensiva, divina di Gesù (Mt 28,18).
Negli scritti più recenti del Nuovo Testamento il titolo di Signore è già ovvio: tutti i passi della LXX (JHWH = Signore) vengono riferiti senza esitazione a Gesù; ciò significa che si riconosce che in Gesù, Dio agisce così come l’Antico Testamento proclama nei riguardi di JHWH. Così Dio manda il Signore (cf. Sal 110,1) in maniera definitiva per attuare la pienezza conchiusa del tempo e per ricapitolare tutto - quello che è in cielo e quello che è sulla terra - in Cristo, il capo (Ef 1,10). Al tempo stesso, però, il “Figlio” manda lo Spirito (At 2,33) e guida la comunità cristiana in modo tale che essa può dire: “Il Signore è lo Spirito!” (2Cor 3,17). Nella teologia storico-salvifica cosmica e cristologico ecclesiale della Lettera agli Efesini e di quella ai Colossesi, questo pensiero raggiunge il suo vertice (Col 1,18-20).
Nella preghiera al Signore (2Tm 2,22) questa visuale acquista anche un ‘espressione religiosa personale.
 
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Iniziato con le metafore della via e della porta, l’avvertimento si conclude con l’immagine della casa. Costruire la propria abitazione simboleggia perfettamente i progetti più importanti (non si dice «costruire la propria vita»?). Ora, il salmista scriveva già: «Se il Signore non costruisce la casa, invano ci faticano i costruttori» (Sal 127,1). E spesso i salmi contengono anche quest’invocazione: «Signore, mia roccia!»: risultano quindi evidenti le fonti dell’immagine adoperata da Gesù. Come può il vero discepolo basare la propria vita su Dio? Non solo ascoltando quello che Gesù ha insegnato, ma mettendolo in pratica (cfr. i versetti 24 e 26).
 
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché il Signore ebbe terminato il discorso della montagna, «le turbe restarono stupite». Motivo: il suo modo di parlare: «Le ammaestrava come uno che ha autorità». Cristo non espone una problematica oscura, come i filosofi, non parla in concetti astratti inanimati o in sillogismi classicamente elaborati, come i sofisti. Le sue parole non sono neppure impregnate di untuoso pietismo, che in realtà mette in mostra se stesso e spiega solennemente la ruota della vanità personale, come un pavone, secondo l’uso dei farisei. Le sue esposizioni non sono una noiosa casistica morale, in cui vengono spiegati i paragrafi della legge e casi artificiosamente costruiti, lontani dalla vita reale e ancor più lontani dalla schietta religiosità. Questo era il modo degli scribi. Non parla neppure come i demagoghi che lusingano le masse e rinfocolano le passioni soltanto per esaltare la propria volontà di potenza. Cristo parla in tutt’altro modo, non come uno che cerca la potenza, ma come uno che ha autorità. Ed egli la possiede. Egli è il plenipotenziario dell’Onnipotente. La sua persona è il Logos, la parola di Dio e perciò egli è il linguaggio di Dio. L’incarnazione del Logos è il linguaggio di Dio nell’umanità. Nelle sue parole si rivela in tal modo la sua personalità. La forza e la grandezza di questa personalità sono il mistero del suo linguaggio. Egli è l’Onnipotente. Perciò parla come uno che detiene il potere. E la sua personalità è anche quella che trascina le masse. Egli non è soltanto l’annunziatore, ma anche la personificazione del discorso della montagna, il suo autentico interprete. La sua vita è commento alle sue parole. Le beatitudini si concretizzano nella sua persona e nella sua azione. Egli è il sale della terra e la luce del mondo. Egli è la città, visibile da lontano, in vetta al monte. La sua vita nasce dall’intimo, perché in lui tutto è vivificato dallo spirito dell’amore.
Egli non fa mai il bene per egoismo, ma con lo sguardo rivolto al Padre ch’è nei cieli. Ci ha offerto l’esempio vivente del retto contegno di fronte a quanto appartiene alla terra, non si è preoccupato dei tesori materiali, non è mai stato preda di cure timorose per il cibo e il vestiario. Col suo amore fino alla fine ha illustrato visibilmente anche i rapporti verso il prossimo. Dai frutti si riconosce la bontà del tronco e della radice. Perciò egli ha costruito la Chiesa come la casa che sta sulla roccia e non sulla sabbia. La tempesta del Venerdì santo e tutti gli uragani nella storia della Chiesa non l’hanno potuta travolgere.

Giovanni Crisostomo (Exp . in Matth., XXIV): Non vi conosco. . .: tremiamo, dunque, o carissimi, e vigiliamo con cura sul nostro modo di vivere, né riteniamoci da meno per il fatto che noi non compiamo miracoli. Se saremo stati virtuosi, l’aver fatto miracoli non ci procurerà alcun vantaggio in più; né saremo meno ricompensati, se non li avremo compiuti. Noi siamo debitori verso Dio per tali azioni prodigiose, mentre Dio sarà nostro debitore per le opere buone che noi compiamo.
 
Il Santo del Giorno - 27 Giugno 2024 - San Cirillo d’Alessandria. Difensore dell’unicità di Cristo Dio e uomo - Uomo e Dio, insieme, nella stessa persona, due nature apparentemente inconciliabili, eppure pienamente operanti in Cristo. È così incredibile questo concetto fondamentale del cristianesimo da aver provocato non poche dispute, fratture, divisioni. Ci furono però anche antichi padri che fecero proprio questo “scandalo” del cristianesimo e lo difesero, mostrandone al mondo la carica profetica e lavorando allo stesso tempo l’unità della Chiesa. Tra questi va di sicuro ricordato san Cirillo di Alessandria, vero e proprio apostolo dell’ortodossia, araldo di una fede affidata all’intero popolo di Dio in tutta la sua complessità. Nato tra il 370 e il 380, nipote di Teofilo, vescovo di Alessandria, nel 403 era a Costantinopoli al seguito dello zio, che prese parte al Sinodo detto «della Quercia». Nel 412 fu il successore dello stesso parente alla guida della Chiesa di Alessandria, comunità che guidò poi fino alla propria morte, avvenuta nel 444. Il confronto teologico vide Cirillo (difensore anche del titolo mariano di “Madre di Dio”) contrapposto soprattutto a Nestorio, la cui dottrina, basata sulla divisione tra le due nature di Cristo e sull’attribuzione a Maria del semplice titolo di “Madre dell’uomo”, fu condannata dal Concilio di Efeso del 431. Papa Leone XIII nel 1882 proclamò san Cirillo di Alessandria dottore della Chiesa. (Matteo Liut)
 
O Padre, che ci hai rinnovati
con il santo Corpo e il prezioso Sangue del tuo Figlio,
fa’ che l’assidua celebrazione dei divini misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.  
 
 
 

 26 Giugno 2024
 
Mercoledì XII Settimana T. O.
 
2Re 22,8-13; 23,1-3; Salmo Responsoriale Dal Salmo 118 (119); Mt 7,15-20

Colletta
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete: Catechismo della Chiesa Cattolica 2003: La grazia è innanzitutto e principalmente il dono dello Spirito che ci giustifica e ci santifica. Ma la grazia comprende anche i doni che lo Spirito ci concede per associarci alla sua opera, per renderci capaci di cooperare alla salvezza degli altri e alla crescita del Corpo di Cristo, la Chiesa. Sono le grazie sacramentali, doni propri ai diversi sacramenti. Sono inoltre le grazie speciali chiamate anche carismi con il termine greco usato da san Paolo, che significa favore, dono gratuito, beneficio. Qualunque sia la loro natura a volte straordinaria, come il dono dei miracoli o delle lingue, i carismi sono ordinati alla grazia santificante e hanno come fine il bene comune della Chiesa. Sono al servizio della carità che edifica la Chiesa.
2004 Tra le grazie speciali, è opportuno ricordare le grazie di stato che accompagnano l’esercizio delle responsabilità della vita cristiana e dei ministeri in seno alla Chiesa [...].
2005 Appartenendo all’ordine soprannaturale, la grazia sfugge alla nostra esperienza e solo con la fede può essere conosciuta. Pertanto non possiamo basarci sui nostri sentimenti o sulle nostre opere per dedurne che siamo giustificati e salvati. Tuttavia, secondo la parola del Signore: “Dai loro frutti li potrete riconoscere” (Mt 7,20), la considerazione dei benefici di Dio nella nostra vita e nella vita dei santi, ci offre una garanzia che la grazia sta operando in noi e ci sprona ad una fede sempre più grande e ad un atteggiamento di povertà fiduciosa. [...].
Dio forma Israele come suo popolo attraverso i profeti: Catechismo della Chiesa Cattolica 64 Attraverso i profeti, Dio forma il suo Popolo nella speranza della salvezza, nell’attesa di una Alleanza nuova ed eterna destinata a tutti gli uomini e che sarà inscritta nei cuori. I profeti annunziano una radicale redenzione del Popolo di Dio, la purificazione da tutte le sue  infedeltà, una salvezza che includerà tutte le nazioni. Saranno soprattutto i poveri e gli umili del Signore che porteranno questa speranza. Le donne sante come Sara, Rebecca, Rachele, Miryam, Debora, Anna, Giuditta ed Ester hanno conservato viva la speranza della salvezza d’Israele. Maria ne è l’immagine più luminosa.
2584. Stando «da solo a solo con Dio» i profeti attingono luce e forza per la loro missione. La loro preghiera non è una fuga dal mondo infedele, ma un ascolto della parola di Dio, talora un dibattito o un lamento, sempre un’intercessione che attende e prepara l’intervento del Dio Salvatore, Signore della storia.
 
I Lettura:  Rinnovamento dell’alleanza - Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica): Generalmente, gli autori sono d’accordo nel riconoscere che il libro della legge trovato nel tempio ai tempi di Giosia corrisponde al libro del Deuteronomio.
La lettura del libro trovato impressionò tanto il giovane re, che, dopo aver consultato la profetessa Culda convocò tutto il popolo a Gerusalemme e lo fece leggere pubblicamente alla presenza di tutta l’assemblea. A misura che la lettura avanzava, il sentimento di colpevolezza andò impadronendosi di tutta la collettività poiché, fra le esigenze del libro e la realtà religiosa che il popolo stava vivendo, vi era un abisso. Abbiamo visto in molte occasioni che la situazione religiosa d’Israele s’era andata deteriorando, specialmente dopo l’avvento della monarchia. Però, nel periodo della monarchia, per quanto si riferisce al regno del sud, i due re che si distinsero per la loro empietà furono appunto i due predecessori di Giosia, cioè Manasse e Amon. L’empietà del prirno dovette rivestire tale gravità, che egli passò alla storia con l’appellativo di «empio Manasse».
l due dommi più caratteristici e più inculcati dal Deureronornio erano l’unicità di io e l’unicità del santuario, «Ascolta, Israele: il Signoe è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuo­
re, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dr 6,4-5). «Quando avrete passato il Giordano e abiterete nel paese che il Signore vostro Dio vi dà in eredità ... allora presenterete al luogo che il Signore vostro Dio avrà scelto per fissarvi la sede del suo nome quanto vi comando: i vostri olocausti e i vostri sacrifici, le vostre decime ... Allora ti guarderai bene dall’offrire i tuoi olocausti in qualunque luogo avrai visto; ma offrirai i tuoi olocausti nel luogo che il Signore avrà scelto in una delle tue tribù: là farai quanto ti comando» (Dt 12,10-14).
Ora, sull’uno e sull’altro di questi punti, la situazione era veramente pietosa. Fin da quando gl’israeliti si erano Installati in Palestina, lo yahvismo aveva sempre subito un inquinamento da parte delle religioni cananee; ma negli ultimi tempi sotto l’influenza assira, e specialmente durante i regni di Manasse e di Amon, era avvenuta una intensa penetrazione della religione assira con i suoi dèi e le sue pratiche cultuali.
Quanto all’unicità del santuario, cioè quanto alla proscrizione di tutti i santuari di provincia e alla centralizzaione del culto nel santuario di Gerusalemme, questa era na legge nuova, promulgata dal Deuteronomio, che non era mai stata praticata.
Alla vista della situazione religiosa del popolo, da una parte, e dall’altra, tenendo presenti le esigenze del libro della legge, il re rinnovò pubblicamente l’alleanza e si impegnò a osservare e far osservare i comandamenti, ‘e testimonianze e i precetti della legge con tutto il cuore e con tutta l’anima. Tutto il popolo aderì alla decisione del re.
Sappiamo dalla storia che la cosa non si limitò a impegni fatti di parole, ma che Giosia portò a buon fine alcune imporranti riforme religiose.
 
Vangelo
Dai loro frutti li riconoscerete.
 
Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci!: può darsi che il detto si riferisca ai profeti provenienti dal gruppo degli zeloti, i quali incitavano alla ribellione contro Roma nel periodo precedente alla guerra giudaica del 66-70 d.C. Ma il proseguo, Dai loro frutti li riconoscerete, sembra invece riflettere l’esperienza della Chiesa, così come testimonia l’apostolo Pietro: Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri, i quali introdurranno fazioni che portano alla rovina, rinnegando il Signore che li ha riscattati. Attirando su se stessi una rapida rovina, molti seguiranno la loro condotta immorale e per colpa loro la via della verità sarà coperta di disprezzo. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma per loro la condanna è in atto ormai da tempo e la loro rovina non si fa attendere (2Pt 2,1-3). Quindi è un invito alla prudenza, ad non abboccare al primo predicatore di passaggio. La vera cartina di tornasole per riconoscere il vero profeta è la sua vita.

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,15-20
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete.
Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni.
Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».
 
Parola del Signore.
 
Dai loro frutti li riconoscerete… - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Per istruirci Gesù si serve di quanto vediamo nella natura.
Qui vale la legge dei «frutti»: ciò che è sano e robusto dà frutti sani; ciò che è malato e debole produce frutti miseri e senza valore.
Così è dell’uomo: la sua vita costituisce un tutt’uno: sentimenti, pensieri, volere ed agire devono concordare. Se qualcosa spezza questa unità, se l’uomo, per esempio, adempie un comandamento di Dio solo in modo esteriore e formale, mentre la sua più intima convinzione è un’altra, ben presto questa frattura si rivelerà anche all’esterno: solo ciò che è unità, dura. I frutti non sono le singole azioni, ma - come per l’albero - i frutti nel loro insieme, cioè tutta la vita.
Anche oggi ci sono falsi profeti che si presentano come inviati da Dio e suscitano l’impressione di possedere un autentico spirito cristiano - e ciò nonostante sono nemici del gregge. Nei casi singoli bisognerà essere circospetti nel giudicare, ma una cosa è sempre possibile: cercare i frutti, osservare la vita nel suo insieme per vedere se è modellata da carità fattiva, da fede sincera e, soprattutto, da umiltà e obbedienza. Molti movimenti «nuovi» supereranno splendidamente questa prova, altri cadranno irrimediabilmente.
 
19 Ogni albero che non produce frutti buoni, viene tagliato e gettato nel fuoco. 20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.
 
Il giudizio della storia è il giudizio di Dio: questo principio vale, in un certo senso, anche qui. Molte cose che non resistono al tempo e alla storia, non resisteranno neppure al giudizio di Dio. Il giudizio finale non farà che confermare il giudizio storico. L’albero bacato, che non produce frutti nutrienti, non serve a nulla. Il contadino lo sradica e lo butta nel fuoco. Anche Giovanni il Battista aveva usato questa immagine per descrivere il giudizio. Così Gesù: l’albero infruttuoso verrà consegnato al giudizio di Dio e annientato nel fuoco della sua giustizia. Ciò è detto anzitutto dei falsi profeti, ma vale anche per tutti i discepoli di Gesù.
Ciò che è stato ripetutamente spiegato in tutti i brani precedenti, acquista ora, nella luce del giudizio, tutta la sua incisività e urgenza: soltanto una vita totalmente vissuta nella fede e nella carità potrà resistere al fuoco del giudizio.
 
Bibbia di Gerusalemme - Nell’Antico Testamento vien fatta frequente allusione ai “falsi profeti”. Celebre è il passo di Ger 23,9-40: vi si denunzia l’empietà di quei vati che “profetano in nome di Baal e traviano il mio popolo Israele”; essi “vi fanno credere cose vane, vi annunziano fantasie del loro cuore, non quanto viene dalla bocca del Signore. Io non ho inviato questi profeti ed essi corrono: non ho parlato a loro ed essi profetizzano”; “corrompono il mio popolo con menzogne e millanterie. Io non li ho inviati né ho dato loro alcun ordine; essi non gioveranno affatto a dalla bocca del Signore. Io non ho inviato questi profeti ed essi corrono: non ho parlato a loro ed essi profetizzano”; “corrompono il mio popolo con menzogne e millanterie. Io non li ho inviati né ho dato loro alcun ordine; essi non gioveranno affatto a questo popolo”.
Nella vita della Chiesa la figura dei falsi profeti, di cui parla Gesù, è stata intesa dai Santi Padri come riferita agli eretici, i quali si rivestono con abiti esteriori di vita di pietà e di penitenza, ma il loro cuore non possiede i sentimenti di Cristo (cfr Comm. in Matthaeum, 7). San Giovanni Crisostomo applicava queste parole del Signore a coloro che simulano virtù che non hanno, e con questa finzione ingannano chi non li conosce (cfr Om. sul! Vangelo di san Matteo, 23). Come distinguere i falsi profeti da quelli veri? Dai frutti. Le cose di Dio possiedono un sapore tutto particolare, fatto di rettitudine naturale e di ispirazione divina. Chi veramente parla delle cose di Dio semina fede, speranza, carità, pace, comprensione; al contrario, il falso profeta nella Chiesa di Dio è chi con la predicazione, con il comportamento e le azioni semina divisione, odio, risentimento, orgoglio, sensualità (cfr Gal 5,16-25). Ma il frutto più caratteristico del falso profeta è l’impegno volto ad allontanare il popolo di Dio dal Magistero della Chiesa, attraverso cui risuona nel mondo la dottrina di Cristo. Il Signore predice altresì la fine di questi truffatori: la perdizione eterna.
 
Gli eretici falsi profeti e lupi rapaci - Cromazio di Aquileia, Commento al Vangelo di Matteo 35, 1-2: Poi mette sull’ avviso: Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in vesti di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Il Signore era ben conscio che sarebbero sorti e pseudoprofeti e pseudoapostoli; perché non finissimo per cadere nei loro lacci da sprovveduti e incautamente, lui che tutto prevede, ci preavvertì. Dice in modo esplicito che falsi profeti sono tutti gli eretici, nemici dichiarati della fede e avversari accaniti della verità. Sotto mentite spoglie di agnelli, nascondono una natura di lupi, il che è come dire che celano, sotto le apparenze della fede e della santità, una dottrina ammannita in modo subdolo, tale da arrecare la morte; sotto apparenza di luce, nascondono le tenebre dell’errore. Il Signore dunque ci preavvertì di guardarci ben bene da tali falsi profeti, ovverosia eretici; costoro contrabbandano l’empietà più perfida; sotto il falso nome di Cristo, presentano tranquilli di finta pietà; mentre fanno finta di annunciare la fede, rubano anche la verità della fede autentica. Ma il Signore ci dice che possono ben venire individuati, riconoscendoli dai frutti dell’iniquità e dalle loro opere perverse: Li riconoscerete dai loro frutti.
 
Il Santo del Giorno - 26 Giugno 2024 - Josemaría Escrivá de Balaguer. La santità nelle vie della quotidianità - Diventare santi attraverso gli strumenti della vita quotidiana, il lavoro, l’impegno culturale, la vita in famiglia e tutto ciò che usiamo per costruire questo mondo: è un messaggio profetico senza tempo quello di san Josemaría Escrivá de Balaguer. Anzi, un messaggio che ha precorso i tempi, in particolare quella visione di una Chiesa partecipe del mondo e lievito della storia cui ha dato forma il Concilio Vaticano II. Questo sacerdote spagnolo, fondatore dell’Opus Dei, era nato a Barbastro in Spagna il 9 gennaio 1902 e a 16 anni si sentì chiamato a una vita donata a Dio: divenne prete nel 1925. Dal 1927 a Madrid si dedicò ai poveri e ai malati. Il 2 ottobre 1928, dopo la Messa, Escrivá salì in camera sua, dove si mise a mettere ordine tra gli appunti: fu in quel momento che ebbe una sorta di visione sull’opera che Dio gli chiedeva di compiere. Un’opera che avrebbe messo Dio al centro di ogni attività compiuta da persone di ogni condizione, nazione, cultura o età. Fu il seme che portò alla nascita dell’Opus Dei, con la missione di valorizzare l’universale chiamata alla santità nel lavoro, nella cultura e in famiglia. Il fondatore morì nel 1975 ed è santo dal 2002. (Matteo Liut)
 
O Padre, che ci hai rinnovati
con il santo Corpo e il prezioso Sangue del tuo Figlio,
fa’ che l’assidua celebrazione dei divini misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 
 25 GIUGNO 2024
 
MARTEDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
2Re 19,9-11.14-21.31-35.36; Salmo Responsoriale Dal Salmo 47 (48); Mt 7,6.12-14
 
Colletta
Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Entrate per la porta stretta: Giovanni Paolo II (Omelia, 24 agosto 1980): L’interpellanza circa il problema fondamentale dell’esistenza: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” (Lc 13,23), non ci può lasciare indifferenti. A tale domanda Gesù non risponde direttamente, ma esorta alla serietà dei propositi e delle scelte: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non vi riusciranno” (Lc 13,24). Il grave problema acquista sulle labbra di Gesù un’angolazione personale, morale, ascetica. Egli afferma con vigore che il raggiungimento della salvezza richiede sacrificio e lotta. Per entrare per quella porta stretta, bisogna, afferma letteralmente il testo greco, “agonizzare”, cioè lottare vivacemente con ogni forza, senza sosta, e con fermezza di orientamento. Il testo parallelo di Matteo sembra ancor oggi più categorico: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via, che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta, invece, è la porta e angusta la via che conduce alla vita e quanti pochi sono quelli che la trovano” (Mt 7,13-14).
La porta stretta è anzitutto l’accettazione umile, nella fede pura e nella fiducia serena, della parola di Dio, delle sue prospettive sulle nostre persone, sul mondo e sulla storia; è l’osservanza della legge morale, come manifestazione della volontà di Dio, in vista di un bene superiore che realizza la nostra vera felicità; è l’accettazione della sofferenza come mezzo di espiazione e di redenzione per sé e per gli altri, e quale espressione suprema di amore; la porta stretta è, in una parola, l’accoglienza della mentalità evangelica, che trova nel discorso della montagna la più pura enucleazione.
Bisogna, insomma, percorrere la via tracciata da Gesù e passare per quella porta che è egli stesso: “Io sono la porta; se uno entra attraverso di me sarà salvo” (Gv 10,9). Per salvarsi bisogna prendere come lui la nostra croce, rinnegare noi stessi nelle nostre aspirazioni contrarie all’ideale evangelico e seguirlo nel suo cammino: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23).
 
Prima Lettura: Antonio González-Lamadrid (Commento della Bibbia Liturgica) - Non entrerà in questa città -: Come nel combattimento fra Davide e Golia (1Sam 17) o nello scontro fra Giuditta e Oloferne, la questione impostata nel nostro testo è la tesi della fede in Yahveh davanti alla forza delle armi.
Nella sua preghiera, Ezechia mette avanti la gloria e il buon nome di Yahveh: Ora, Signore Dio nostro, liberaci dalla sua mano, perché sappiano tutti i regni della terra che tu sei il Signore, il solo Dio. In virtù dell’alleanza, Yahveh era il Dio d’Israele e Israele era il popolo di Yahveh. Fra i due, quindi, vi era un impegno reciproco e gl’interessi dell’uno erano gl’interessi dell’altro. Perciò, se il popolo d’Israele era umiliato e sconfitto, l’umiliazione e la sconfitta ricadevano, in ultima istanza, su Dio.
Per conseguenza, in certe occasioni, Dio agiva non tanto per difendere il popolo quanto piuttosto per salvaguardare la gloria del suo santo nome. «Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo che gl’israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio. Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato presso le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro» (Ez 36,21-23). Merita di essere notato l’intervento di Isaia. Nato nella città santa, Isaia prediligeva la sua città natale; e tanto in occasione della guerra siro-efraimita (Is 7) quanto in questa occasione, egli ebbe una parte così importante da raggiungere il prestigio dell’eroe nazionale.
Per cause non del tutto conosciute (forse per qualche insurrezione a Ninive), Sennacherib fu costretto a interrompere l’assedio di Gerusalemme, e il popolo interpretò il fatto come un miracolo e si confermò sempre più nella convinzione che la città fosse inespugnabile e inviolabile, principalmente per il tempio nel quale si rendeva presente la gloria di Dio.
 
Vangelo
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.
 
Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, queste parole si riferiscono, molto probabilmente, all’insegnamento del vangelo, e, in questa ipotesi, i cani e i porci non possono essere se non coloro che sono i più ostili al vangelo. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano: Gesù vuole ricordarci che la via che conduce al Regno è lastricata di fatica e di dolore, è la via della croce, infatti al “di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo.” (Santa Rosa da Lima).
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 7,6.12-14
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».
Parola del Signore.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 6 L’immagine si rifà al culto antico, nel quale erano offerte a Dio la carne delle vittime ed i frutti della terra (cf. Levitico, 22, 1-14; Esodo, 22, 30-31). L’idea tuttavia eccede l’immagine con la quale è espressa. Gesù afferma che non bisogna offrire una dottrina santa e preziosa a persone incapaci di comprenderla. I cani ed i porci non hanno valore allegorico, almeno l’allegoria non è trasparente; non sembra che Gesù voglia indicare con quei nomi i pagani oppure gli Ebrei ostili al suo messaggio. Il ricordo di questi animali è forse dovuto al parallelismo che governa il pensiero semitico. Questi animali quando sono affamati si gettano su qualsiasi oggetto, ma quando vedono che si tratta di pietre, anche preziose, le calpestano e si rivolgono con ferocia contro chi voleva beffarsi della loro avidità. Si voltino a dilaniarvi: si adatta propriamente ai cani, ma per estensione (apo-koinou) va riferito anche ai porci. Il versetto costituisce un aforisma indipendente.
versetto 12 Il detto costituisce la regola d’oro del seguace di Cristo. Esso è presentato come il compendio della Legge e dei Profeti. In effetto la carità, il perdono, il giudizio degli altri... sono condizionati dall’applicazione di questa norma. Il messaggio morale contenuto nella Legge e proclamato dai Profeti è riepilogato da questo principio che suggerisce di trattare gli altri come si amerebbe di essere trattati da loro. La norma allontana dall’uomo ogni forma d’interesse e di parzialità, le quali costituiscono le cause di tutte le ingiustizie che vengono commesse. Quantunque non si parli dell’amore di Dio, tuttavia esso è presupposto, anzi è il vero fondamento di questo principio. La regola d’oro è formulata in modo affermativo, non già negativo (per formulazione negativa cf. Tobia, 4, 16). Per Cristo non basta astenersi dal male, ma è necessario compiere il bene.
versetto 13 Alcuni codici eliminano la ripetizione del termine porta ed hanno: perché larga e spaziosa è la via che conduce alla perdizione. Le immagini della porta e della via erano familiari ai dottori ebrei. Occorre osservare che Gesù non stabilisce un principio, ma constata un fatto; egli dice con tristezza: «pochi entrano per la porta angusta e seguono la via stretta!». Con queste immagini sono indicate le difficoltà che il seguace di Cristo incontra nella sua vita; Gesù, come un accorto educatore, esorta tutti ad entrare per la porta stretta, la quale introduce nella vita. Il Redentore lamenta un fatto che l’esperienza quotidiana presenta alla vista di ciascuno. Egli non dice che pochi raggiungono la vita, ma che pochi percorrono il cammino angusto del bene. Il passo non può essere portato come un argomento per definire il numero degli eletti. Gesù non vuol parlare della misericordia di Dio, della quale egli non intende segnare i confini. Alla questione del numero degli eletti Gesù rifiuta di dare una precisa risposta (cf. Lc., 13, 23-24), la quale, del resto, non gioverebbe alla vita dell’individuo; ogni uomo infatti deve sforzarsi ad entrare per la porta angusta ed a seguire la via stretta. Questo aspetto pratico è la verità che interessa Gesù, come apertamente mostra Luca nel passo parallelo.
 
Le due porte e le due vie - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): All’immagine delle due porte, una stretta e l’altra larga, l’evangelista sovrappone quella delle due vie, molto più nota nell ‘ambiente biblico.
Se ne veda una delle prime formulazioni in Geremia 21,8 (cf. pure Sal l19,29-30; Pro 12,28). È classica la descrizione in Dt 30,15-20 della via che conduce alla vita e al bene, e della via che porta alla morte e al male.
L’immagine delle due porte, stretta e larga, probabilmente è quella originaria. Infatti, nel passo parallelo di Luca si parla soltanto della porta stretta, benché in un contesto diverso (13,23-24). Forse Matteo ha inserito questo detto alla conclusione del di corso programmatico di Gesù per stimolare i credenti all’impegno nella loro adesione a Cristo. La comunità viveva in un periodo difficile di persecuzioni dall’esterno, ma anche di tiepidezza e di torpore all’interno. Matteo, il più moralista degli evangelisti, animato da zelo pastorale, cerca di spronare i credenti per una ripresa morale, per una condotta di vita più coerente alle istanze del vangelo.
L’insegnamento di Gesù è molto esigente e impegnativo; tuttavia, per giungere alla salvezza eterna è necessario seguirlo sul cammino difficile che porta al Calvario. Ora, sono pochi quelli che trovano la porta stretta e che si sforzano seriamente di percorrere la via angusta che conduce alla vita (v. 14). Bisogna quindi imitare Gesù, seguirlo sulla via della sofferenza e della persecuzione, per entrare nel regno dei cieli.
 
Lettera di Barnaba: La via delle tenebre è tortuosa e piena di maledizione. È infatti la via della morte eterna, la via del castigo. In essa vi è tutto ciò che rovina l’anima: idolatria, sfrontatezza, esaltazione per il potere, simulazione, doppiezza di cuore, adulterio, omicidio, rapina, superbia, inganno, scaltrezza, malvagità, arroganza, veneficio, magia, avarizia, mancanza di timor di Dio. Perseguitano i buoni, odiano la verità, amano la menzogna, non conoscono il premio della giustizia, non si attaccano al bene, non si accostano alla vedova e all’orfano né fanno per loro giusto giudizio, non si curano del timor di Dio, ma del male, sono lontani assai dalla mitezza e dalla pazienza, amano le vanità, cercano le ricompense, non hanno pietà del misero, non si danno da fare per chi soffre, sono pronti al pettegolezzo, non riconoscono colui che li ha creati, uccidono gli infanti, mandano in rovina, con l’aborto, le creature di Dio, aborriscono il bisognoso, opprimono l’afflitto, difendono il ricco, giudicano ingiustamente il povero, commettono ogni peccato. È bene dunque che chi ha imparato tutti i precetti del Signore che vi ho scritti, cammini in essi. Chi fa così, sarà glorificato nel regno di Dio; chi sceglie le altre opere, con le sue opere andrà in rovina. Per questo vi è la risurrezione, per questo vi è la retribuzione.
 
Il Santo del Giorno - 25 Giugno 2024 - San Massimo di Torino, Vescovo: Massimo guidò la diocesi di Torino, di cui è considerato il fondatore, nel travagliato periodo delle invasioni barbariche. Nato verso la metà del IV secolo, fu discepolo di sant’Ambrogio e di sant’Eusebio di Vercelli. Nonostante il suo carattere mite, che traspare dalle «Omelie» e dai «Sermoni» che ci sono pervenuti, propose ai sui fedeli un esempio di fermezza. «È figlio ingiusto ed empio - così li spronava a non lasciare la città - colui che abbandona la madre in pericolo. Dolce madre è in qualche modo la patria». Li esortava a anche a mantenersi irreprensibili nei costumi e a non confidare in superstizioni come l’invocazione della luna: «Veramente presso di voi la luna è in travaglio - scriveva con ironia -, quando una copiosa cena vi distende il ventre e il capo vi ciondola per troppe libagioni». La data della sua morte non è certa: avvenne tra il 408 e il 423. (Avvenire)
 
O Padre, che ci hai rinnovati
con il santo Corpo e il prezioso Sangue del tuo Figlio,
fa’ che l’assidua celebrazione dei divini misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.
 

 24 Giugno 2024
 
Natività San Giovanni Battista - Solennità
 
Is 49, 1-6; Salmo Responsoriale dal Salmo 138 (139); At 13,22-26; Lc 1,57-66.80
Colletta
O Dio, che hai suscitato san Giovanni Battista
per preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto,
concedi alla tua Chiesa la gioia dello Spirito,
e guida tutti i credenti sulla via della salvezza e della pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Testimoni di Gesù Cristo: Giovanni Paolo II (Angelus, 24 giugno 1984): “Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome” (Is 49,1). Oggi la Chiesa celebra la natività di san Giovanni Battista. Questa natività è, al tempo stesso, vocazione. Già nel grembo di sua madre Elisabetta, moglie di Zaccaria, Giovanni è stato chiamato per nome da Dio. Egli doveva presentarsi sulla strada della divina rivelazione come l’ultimo dei profeti dell’Antica Alleanza e, al tempo stesso, come il precursore di Gesù Cristo, nel quale si compie la nuova ed eterna alleanza di Dio con l’umanità. Nel giorno della circoncisione di Giovanni, suo padre Zaccaria, nell’inno di ringraziamento a Dio, pronunciò le seguenti parole: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade” (Lc 1,76). La Chiesa, fin dai tempi più antichi, ha circondato di particolare venerazione san Giovanni Battista, la sua vocazione e la sua speciale missione. In questa vocazione e missione la Chiesa ritrova se stessa come l’erede dell’antica alleanza e, in pari tempo, si sente chiamata a rendere testimonianza a Gesù Cristo, agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cfr. Gv 1,29).
 
I Lettura: Il secondo canto del ‘servo del Signore’ descrive alcuni tratti della sua missione: la sua predestinazione (vv. 1.5) e la sua missione estesa non solo a Israele che deve radunare (v. 5), ma anche alle nazioni per illuminarle (v. 6). La sua parola sarà «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12; v. 2) e la sua predicazione apporterà luce e salvezza (v 6). Il canto parla anche di un suo insuccesso (vv. 4.7), della sua fiducia in Dio solo (vv. 4.5) e di un trionfo finale (v. 7). La missione di Giovanni il Battista, come quella del Servo, è accomunata dal fallimento, ma è da questo apparente insuccesso umano che nasce per gli  uomini una «cosa nuova» (Is 43,19).
 
II Lettura: Inizialmente la predicazione apostolica sarà volta a scuotere il mondo giudaico, ma i frutti saranno molto scarsi. Il testo lucano riporta uno di questi tentativi. Paolo, fariseo, cerca con un ragionamento fondato sul dato biblico, quindi assimilabile dalle menti dei Giudei, di convincere il popolo che Cristo è il Messia: annunciato da Davide, ora, «nella pienezza dei tempi» (Gal 4,4), è «apparso per togliere i peccati» (1Gv 3,5). Questa è la Buona Novella, la «parola di salvezza», che viene annunciata al popolo d’Israele depositario delle promesse divine.
 
Vangelo
Giovanni è il suo nome.
 
La missione del Battista, come quella del Servo del Signore, avrà il sigillo della sofferenza e del fallimento. A differenza di tanti profeti, Giovanni avrà il felice compito di chiudere le porte dell’Antico Testamento per spalancare agli uomini i battenti del Nuovo. La sua alta missione sarà quella di indicare ad un «popolo che camminava nelle tenebre» (Is 9,1) «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» [Gv 1,9]: solo «Gesù è la luce vera venuta in questo mondo e che illumina di se medesimo ogni uomo. Giovanni si limitò ad additare a tutti il Sole [Lc 1,79]. Giovanni fu testimone della luce con le parole e con i fatti, con la penitenza, con la santità, con la sua fortezza eroica: “Era una lampada che arde e risplende” [Gv 5,35]» (Vincenzo Raffa).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,57-66.80
 
Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei.
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome».
Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.
Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
 
Parola del Signore.
 
Giovanni è il suo nome - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Il dittico delle nascite, che forma il secondo parallelismo dell’infanzia di Giovanni e di Gesù, rappresenta l’adempimento degli annunzi fatti dall’angelo a Zaccaria e a Maria. Però la simmetria dei due pannelli risulta più generica rispetto al dittico degli annunzi. Mentre per la nascita di Giovanni il racconto ruota intorno all’imposizione del nome in occasione della circoncisione e alla reazione della gente, piena di stupore, nella nascita di Gesù viene dato più rilievo alle circostanze storiche, topografiche, e all’annuncio dell’angelo ai pastori. Il Benedictus di Zaccaria, con cui si conclude l’episodio, ha un riscontro nel Nunc dimittis di Simeone. Il nome Giovanni significa «JHWH è misericordia». Il tema della misericordia è un motivo ricorrente nel vangelo dell’infanzia. Anche Maria aveva celebrato la potenza e la misericordia di Dio nel Magnificat (v. 50). Questi, rendendo feconda Elisabetta, benché avanzata in età, aveva magnificato la sua misericordia con lei (v. 58). Egli manifestò le sue «viscere di misericordia», attuando le promesse di salvezza fatte ai padri, attraverso la visita dall’alto del Sole che stava per sorgere sull’orizzonte (vv. 72 e 78). La convergenza di Elisabetta con Zaccaria per la scelta del nome di Giovanni non presuppone un miracolo (v. 63). Zaccaria, benché muto, aveva potuto comunicare in antecedenza a Elisabetta il nome rivelato dall’angelo (v. 13). Lo stupore e il timore dei vicini, la grande eco provocata dall’evento costituiscono motivi ricorrenti nei racconti di miracoli in Luca. La nascita del Battista da genitori anziani e sterili provocò in tutti ammirazione per le meraviglie compiute dal Signore. - L’espressione «posero nel loro cuore» (v. 66) ricompare in riferimento a Maria come ritornello altre due volte (2,19.51).
 
Giovanni nel quadro della storia della salvezza - Giuseppe Barbaglio: Luca si preoccupa espressamente di assegnare a Giovanni un posto preciso nel vasto quadro della storia della salvezza. Nella suddivisione in grandi tappe il Battista fa parte della prima, cioè dell’AT, essendo Cristo l’inauguratore di una nuova era, quella della pienezza dei giorni: «La legge e i profeti vanno fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi» (Lc 16,16). Giovanni è collocato nella scia del profetismo veterotestamentario: l’ultimo della serie, ma sempre incluso nella serie. Con lui è l’AT che si chiude, dando avvio all’annuncio del regno di Dio proclamato da Gesù. Egli segna la continuità della storia della salvezza. Negli Atti degli apostoli la predicazione apostolica prende il suo punto di partenza proprio dal Battista: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni» (10,37; cf. 1,21-22; 13,24-25). La stessa continuità è sottolineata dai primi due capitoli del vangelo di Luca, che costruisce parallelamente le scene dell’infanzia di Cristo con quelle dell’infanzia del Battista: annunciazione della nascita di Giovanni (1,5-25) e annunciazione della nascita di Gesù (1,26-38), nascita e circoncisione del Battista (1,57-66) e nascita e circoncisione di Gesù (2,1-21), crescita di Giovanni (1,80) e crescita di Gesù (2,40), canto di Maria (1,46-56) e inno del padre di Giovanni (1,67-79). Mostra così che Gesù ha origine dal mondo giudaico, è il frutto dell’AT e della sua attesa impersonata dai «poveri di Dio» (= i genitori del Battista, Maria, i pastori, Simeone ed Anna). Ma ha anche lo scopo di far apparire la superiorità di Gesù sul Battista: Gesù è l’atteso dell’AT; Giovanni ha la missione di preparare la sua venuta (cf. il canto di Simeone: 2,2932 e l’inno Benedictus: 1,67-79). In questo duplice rapporto di continuità e di trascendenza del tempo neotestamentario di Cristo su quello veterotestamentario di Giovanni, Luca vede la reciproca posizione dei due nel disegno divino di salvezza attuantesi nella storia. Marco, invece, tende a introdurre la figura del Battista nella pienezza dei tempi, affermando che la sua apparizione costituisce l’«inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (cf. 1,1-4). Giovanni introduce i tempi evangelici. Su questa linea, e ancor più chiaramente, è anche Matteo con la sua espressa identificazione di Giovanni con Elia, figura escatologica e precursore del Messia. Né è senza significato che per il primo vangelo l’annuncio del Battista è ripreso, tale e quale, da Gesù (Mt 3,2; 4,17).
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 522 La venuta del Figlio di Dio sulla terra è un avvenimento di tale portata che Dio lo ha voluto preparare nel corso dei secoli. Riti e sacrifici, figure e imboli della «prima Alleanza», li fa convergere tutti verso Cristo; lo annunzia per bocca dei profeti che si succedono in Israele; risveglia inoltre nel cuore dei pagani l’oscura attesa di tale venuta.
523 San Giovanni Battista è l’immediato precursore del Signore, mandato a preparargli la via. «Profeta dell’Altissimo» (Lc l 76), di tutti i profeti è il più grande e l’ultimo; egli inaugura il Vangelo; saluta la venuta di Cristo fin dal seno di sua madre e trova la sua gioia nell’essere «l’amico dello sposo» (Gv 3,29), che designa come «l’Agnello di Dio [ ... ] che toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29). Precedendo Gesù «con lo spirito e la forza di Elia» (Lc 1,17), gli rende testimonianza con la sua predicazione, con il suo battesimo di conversione ed infine con il suo martirio.
524 La Chiesa, celebrando ogni anno la liturgia dell’Avvento, attualizza questa attesa del Messia: mettendosi in comunione con la lunga preparazione della prima venuta del Salvatore, i fedeli ravvivano l’ardente desiderio della sua seconda venuta. Con la celebrazione della nascita e del martirio del Precursore, la Chiesa si unisce al suo desiderio: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30).
 
Parallelo fra Giovanni e Gesù - Efrem Siro, Commento al Diatessaron 1, 31: L’anziana Elisabetta ha dato alla luce l’ultimo dei profeti e Maria, una fanciulla, il Signore degli angeli. La figlia di Aronne ha dato alla luce la voce nel deserto (cf. Is 63,9), ma la figlia di Davide il potente Dio della terra. La sterile ha dato alla luce colui che rimette i peccati, ma la Vergine colui che li toglie dal mondo (cf. Cv 1, 29). Elisabetta ha partorito colui che ha riconciliato il popolo tramite il pentimento, ma Maria ha partorito colui che ha purificato le terre da ogni macchia. Il più anziano ha acceso una lampada nella casa di Giacobbe, suo padre, perché Giovanni era questa lampada (cf. Gv 5,35), mentre il più giovane ha acceso il Sole di giustizia per tutte le nazioni (cf. Gv l4,2). L’angelo ha portato l’annuncio a Zaccaria, così che il decapitato proclamasse il crocifisso e l’odiato proclamasse l’invidiato. Colui che stava per battezzare con acqua avrebbe proclamato colui che doveva battezzare nel fuoco e con lo Spirito Santo (cf. Mt 3,11). La luce, che non era oscura, avrebbe proclamato il Sole di Giustizia. Colui che era stato riempito dallo Spirito avrebbe proclamato colui che dona lo Spirito. Il sacerdote che chiama con la tromba avrebbe proclamato colui che verrà alla fine al suono della tromba. La voce avrebbe proclamato il Verbo e colui che vide la colomba avrebbe proclamato colui sul quale la colomba si posò, come il lampo prima del tuono.
 
Il santo del Giorno - 24 Giugno 2024 - Natività di san Giovanni Battista - Un bimbo che riunisce generazioni e popoli: Egli «sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio»: la nascita di san Giovanni Battista è annunciata come un prodigio e suscita meraviglia, come racconta il Vangelo di Luca. Quando Giovanni viene al mondo il padre, Zaccaria, riacquista la parola e canta la lode del Dio della misericordia. Fin dal principio la vocazione di Giovanni è chiara: riportare a Dio il popolo che spesso pare aver perso la speranza. Una missione che si realizza a partire proprio dalla sua nascita: davanti a quel bambino le generazioni si riconciliano, i lontani si riavvicinano, la potenza dell’amore di Dio mostra i suoi effetti. La nascita del Battista, insomma, è il segno della possibilità per il mondo di ritrovare la via per l’amore vero. In quel bambino è svelato il mandato affidato a ogni credente: andare «innanzi al Signore a preparargli le strade», testimoniando la sua misericordia. (Autore Matteo Liut)
 
O Signore, che ci hai nutriti alla cena dell’Agnello,
concedi alla tua Chiesa,
in festa per la nascita di san Giovanni Battista,
di riconoscere come autore della propria rinascita il Messia,
di cui egli annunciò la venuta nel mondo.
Per Cristo nostro Signore.