29 Dicembre 2022
 
Giovedì V Giorno dell’Ottava di Natale
 
1Gv 2,3-11; Salmo Responsoriale dal Salmo 95 [96]; Lc 2,22-35
 
Colletta
Onnipotente e invisibile Dio,
che nella venuta del Cristo, vera luce,
hai vinto le tenebre del mondo,
volgiti a noi con sguardo sereno,
perché possiamo celebrare con lode unanime
la nascita gloriosa del tuo unico Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Luce per rivelarti alle genti: Giovanni Paolo II (Omelia, 2 febbraio 1998): Lumen ad revelationem gentium! “Luce per illuminare le genti” (Lc 2,32). Queste parole risuonano nel tempio di Gerusalemme, mentre Maria e Giuseppe, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, si apprestano ad “offrirlo al Signore” (Lc 2,22). L’evangelista Luca, sottolineando il contrasto tra l’iniziativa modesta ed umile dei due genitori e la gloria dell’avvenimento percepita da Simeone ed Anna, sembra voler suggerire che il tempio stesso attenda la venuta del Bambino. Nell’atteggiamento profetico dei due vegliardi, infatti, è tutta l’Antica Alleanza che esprime la gioia dell’incontro con il Redentore. Entrambi in attesa del Messia, entrambi ispirati dallo Spirito Santo, Simeone ed Anna si recano al tempio mentre Maria e Giuseppe, in obbedienza alle prescrizioni della Legge, vi portano Gesù. Alla vista del Bambino essi, Simeone e Anna, intuiscono che è proprio Lui l’Atteso, e Simeone, quasi in estasi, proclama: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,29-32). Lumen ad revelationem gentium! Simeone, l’uomo dell’Antica Alleanza, l’uomo del tempio di Gerusalemme, con le sue parole ispirate esprime la convinzione che quella Luce è destinata non soltanto ad Israele, ma anche ai pagani ed a tutti i popoli della terra. Con lui la “vecchiaia” del mondo accoglie tra le braccia lo splendore dell’eterna “giovinezza” di Dio. Sullo sfondo, però, già si profila l’ombra della Croce, perché le tenebre rifiuteranno quella Luce. Infatti Simeone, rivolgendosi a Maria, profetizza: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35).
 
I Lettura: Chi confessa di essere in comunione con Dio, deve dimostralo compiendo la sua volontà, osservando i suoi comandamenti, amando i fratelli, in un parola, Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato
 
Vangelo
Luce per rivelarti alle genti.
 
I primi due capitoli di Matteo e di Luca sono conosciuti come i Vangeli dell’infanzia. La gioia di Giuseppe e di Maria viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione» (v. 34).
Gesù apre questa via, la percorre fino alla fine e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,22-35
 
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Parola del Signore.
 
Maria e Giuseppe portarono il bambino Gesù a Gerusalemme - Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale: secondo la legge mosaica (cfr. Lev 12,2-8) la donna che dava «alla luce un maschio», a motivo della sua impurità, non doveva toccare «alcuna cosa santa» né doveva entrare nel santuario per quaranta giorni. Al termine di questo periodo doveva portare «al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione» per essere purificata «dal flusso del suo sangue». Le donne povere che non avevano mezzi per offrire un agnello offrivano, come Maria qui, due colombi. In quanto primogenito, Gesù viene portato al tempio per essere consacrato al Signore, come richiesto dalla legge di Mosé (Es 13,1-2). In tutte le lingue, presso tutti i popoli, il primo nato è sempre detto primogenito, seguano o no altri figli. Presso gli Ebrei il primo nato era sempre detto e rimaneva sempre primogenito perché al primo nato erano riservati particolari diritti di famiglia (cfr. Gen 27; Num 3,12-13; 18,15-16; Dt 21,15-17). Lo Spirito Santo aveva promesso a Simeone, che «non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo Signore». Il vegliardo, «uomo giusto e pio», rappresenta «l’Israele fedele, che attendeva con fiducia illimitata la comparsa del Messia per l’attuazione del regno di Dio. In questo incontro la religiosità sincera dell’Antico Testamento si salda direttamente con quella del Nuovo Testamento, in una meravigliosa continuazione del progetto salvifico di Dio» (Angelico Poppi). L’attesa di Simeone si fonda su alcune profezie che predominano in tutto il Secondo o il Terzo Isaia (Is 40-55; 56-66). Il Nunc Dimittis sembra un cantico proveniente dall’ambiente giudaico-cristiano, anche se, come suggerisce la Bibbia di Gerusalemme, a differenza del Magnificat e del Benedictus, potrebbe essere «stato composto dallo stesso Luca, con il particolare aiuto di testi di Isaia. Dopo i primi tre versi che riguardano Simeone e la sua morte vicina, gli altri tre descrivono la salvezza universale portata dal Messia Gesù: una illuminazione del mondo pagano che ha avuto inizio dal popolo eletto e ridonderà a sua gloria» (vedi nota a Lc 2,29-32). Gesù sarà «come segno di contraddizione»: la sua missione sarà accompagnata da ostilità e da persecuzioni da parte del suo popolo. Maria, sua Madre, parteciperà a questo destino di dolore. Tutti i cristiani, come Maria, sono chiamati a partecipare a questo destino di dolore.
 
Ora puoi lasciare che il tuo servo vada in pace: Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù, EMP): Il profeta Simeone è noto solo da questo episodio. Non è detto che fosse sacerdote: dal testo (v. 29) traspare invece che era una persona anziana. Qualcuno recentemente ha voluto identificarlo con Simeone figlio di Hillel, di cui si parla nel Talmud e il cui ritratto corrisponde a quello del Simeone di Luca. Daniélou ricorda che anche alcune tradizioni giudeo-cristiane sono favorevoli a questa interpretazione. Simeone è presentato «giusto e pio», al modo dei personaggi precedenti: giusto esternamente e praticamente, pio o timorato di Dio internamente. Egli attendeva «il conforto di Israele», cioè quel Messia (astratto per il concreto) il cui compito - secondo Isaia 61,2s - era «di confortare i piangenti di Sion», cioè di consolare e riportare alla gioia. Lo Spirito Santo, in premio di tali buone disposizioni e della intemerata condotta, gli aveva promesso (Luca non dice come) che avrebbe visto con i suoi occhi il Messia. Ed è appunto lo Spirito che, non solo lo fa salire al tempio in coincidenza con la venuta della sacra Famiglia, ma anche gli fa riconoscere nel Bambino il Messia. Simeone non si accontenta di contemplarlo: lo prende nelle sue braccia venerande e, nonostante la commozione, trova la forza di benedire Dio, cioè di uscire, come già Zaccaria, in un inno di lode e ringraziamento a Dio. II cantico è, come il Magnificat e il Benedictus, un mosaico di testi tolti dall’Antico Testamento. Vi predominano però i riferimenti al Deutero-Isaia, il profeta della consolazione di Israele (40,1; 42,6; 46,13; 49,6; 52,10; cfr. 46,30); per cui Daniélou pensa che si tratti di un arcaico inno giudeo-cristiano della Chiesa post-pentecostale e da Luca messo in bocca a Simeone per esprimerne sentimenti simili. Simeone si pone (vv. 29-32) nell’atteggiamento del servo verso il padrone ed esprime la sua soddisfazione al Signore per aver mantenuta la parola promessa: gli dice che lo lasci pur andare (lett. salpare) verso il porto dell’aldilà con la pace messianica ormai raggiunta; i suoi occhi infatti hanno visto la sua salvezza (astratto per il concreto): quella salvezza - continua a dire - che Dio ha preparato - quale mensa imbandita - davanti a tutti i popoli, perché sia luce alle genti pagane e gloria (cioè onore o vanto) del suo popolo Israele; oppure meglio perché sia la presenza specialissima e benefica di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è l’unico accenno espressamente universalistico che troviamo nel Vangelo dell’infanzia di Luca: per giunta i pagani vengono messi al primo posto, anche se considerati avvolti dalle tenebre dell’idolatria e quindi bisognosi della luce della rivelazione cristiana.
 
Cristo luce del mondo: André Feuillet e Pierre Grelot: 1. Compimento della promessa. - Nel Nuovo Testamento la luce escatologica promessa dai profeti è diventata realtà: quando Gesù incomincia a predicare in Galilea, si compie l’oracolo di Is 9,1 (Mt 4,16). Quando risorge secondo le profezie, si è per «annunziare la luce al popolo ed alle nazioni pagane» (Atti 26, 23). Perciò i cantici conservati da Luca salutano in lui sin dall’infanzia il sole nascente che deve illuminare coloro che stanno nelle tenebre (Lc 1,78 s; cfr. Mal 3,20; Is 9,1; 42,7), la luce che deve illuminare le nazioni (Lc 2,32; cfr. Is 42,6; 49,6). La vocazione di Paolo, annunziatore del vangelo ai pagani, si inserirà nella linea degli stessi testi profetici (Atti 13,47; 26,18). 2. Cristo rivelato come luce. - Tuttavia vediamo che Gesù si rivela come luce del mondo soprattutto con i suoi atti e le sue parole. Le guarigioni di ciechi (cfr. Mc 8,22-26) hanno in proposito un significato particolare, come sottolinea Giovanni riferendo l’episodio del cieco nato (Gv 9). Gesù allora dichiara: «Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo» (9,5). Altrove commenta: «Chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (8,12); «io, la luce, sono venuto nel mondo affinché chiunque crede in me non cammini nelle tenebre» (12,46). La sua azione illuminatrice deriva da ciò che egli è in se stesso: la parola stessa di Dio, vita e luce degli uomini, luce vera che illumina ogni uomo venendo in questo mondo (1,4.9). Quindi il dramma che si intreccia attorno a lui è un affrontarsi della luce e delle tenebre: la luce brilla nelle tenebre (l,4), ed il mondo malvagio si sforza di spegnerla, perché gli uomini preferiscono le tenebre alla luce quando le loro opere sono malvagie (3,19). Infine, al momento della passione, quando Giuda esce dal cenacolo per tradire Gesù, Giovanni nota intenzionalmente: «Era notte» (13,30); e Gesù, al momento del suo arresto, dichiara: «È l’ora vostra, ed il potere delle tenebre» (Lc 22,53).
 
I dolori di Maria: “Questa donna ripiena di grazie che superano ogni misura naturale, i dolori, che non conobbe nel parto, li subì al tempo della passione, sentendosi lacerare tutta dal materno affetto e sentendosi trafitta come da spade, quando vedeva venir ucciso, come uno scellerato, colui ch’essa aveva conosciuto ch’era Dio, quando lo generò. Così dev’essere compresa la profezia: La spada del dolore ti trafiggerà l’anima [Lc 2,35]. Però la letizia della risurrezione, che cantava la divinità di colui ch’era morto nella carne, assorbì tutto il dolore” (Giovanni Damasceno, De fide orthod., 4,14).
 
Il Santo del Giorno - 29 Dicembre 2022 - San Tommaso Becket, Vescovo e Martire: Nato a Londra verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell’arcivescovo di Canterbury, Teobaldo, Tommaso fu nominato cancelliere da Enrico II, con il quale fu sempre in rapporto di amicizia. Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Ma occupando questo posto Tommaso si trasformò in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa, inimicandosi il sovrano. Fu ordinato sacerdote e vescovo nel 1162. Dopo aver rifiutato di riconoscere le «Costituzioni di Clarendon» del 1164, però, Tommaso fu costretto alla fuga in Francia, dove visse sei anni di esilio. Ma al rientro come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, il quale, si dice, arrivò a esclamare: «Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?». Fu così che quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L’arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto; accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri e si lasciò pugnalare senza opporre resistenza. Era il 23 dicembre del 1170. (Avvenire)
 
Dio onnipotente,
fa’ che la forza inesauribile di questi santi misteri
ci sostenga in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 28 DICEMBRE 2022
 
SANTI INNOCENTI, MARTIRI – FESTA
 
1Gv 1,5-2,2; Salmo Responsoriale Dal Salmo 123 (124); Mt 2,13-18
 
Colletta
O Dio, che oggi nei santi Innocenti
sei stato glorificato non a parole ma con il martirio,
concedi anche a noi di esprimere nella vita
la fede che professiamo con le labbra.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La fuga in Egitto - Redemptoris custos 14: Dopo la presentazione al tempio l’evangelista Luca annota: «Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui» (Lc 2,39-40).
Ma, secondo il testo di Matteo, prima ancora di questo ritorno in Galilea, è da collocare un evento molto importante, per il quale la divina Provvidenza ricorre di nuovo a Giuseppe. Leggiamo: «Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”» (Mt 2,13). In occasione della venuta dei magi dall’Oriente, Erode aveva saputo della nascita del «re dei Giudei» (cfr. Mt 2,2). E quando i magi partirono, egli «mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù» (Mt 2,16). In questo modo, uccidendo tutti, voleva uccidere quel neonato «re dei Giudei», del quale era venuto a conoscenza durante la visita dei magi alla sua corte.
Allora Giuseppe, avendo udito in sogno l’avvertimento, «prese con sè il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”» (Mt 2,14-15; cfr. Os 11,1). In tal modo la via del ritorno di Gesù da Betlemme a Nazaret passò attraverso l’Egitto. Come Israele aveva preso la via dell’esodo «dalla condizione di schiavitù» per iniziare l’antica alleanza, così Giuseppe, depositario e cooperatore del mistero provvidenziale di Dio, custodisce anche in esilio colui che realizza la nuova alleanza.
 
Prima Lettura: Le parole di Giovanni hanno il sapore della fiducia: i credenti che hanno peccato possono sempre appellarsi alla misericordia di Gesù, redentore e salvatore di tutti gli uomini, certi di ottenere il perdono. Parole che sembrano ricordare san Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita» (Rom 5,8-10).
 
Vangelo
Erode mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme.
 
Bibbia per la formazione cristiana: Gli ultimi tre racconti relativi all’infanzia del Cristo mettono in luce un’altra delle caratteristiche della missione del Messia: la persecuzione e la sofferenza.
Fedele al suo modo di scrivere questi capitoli, Matteo cita nuovamente la sacra Scrittura per trarne un insegnamento sul Cristo. E di nuovo ci chiediamo: che cosa ha voluto dirci?
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». La parola Egitto ricorda immediatamente ai giudei il paese della schiavitù da cui i loro antenati sono stati liberati per opera di Mosè. Come un nuovo Mosè, anche Gesù deve fuggire per liberarsi da coloro che lo cercano per ucciderlo, e ritorna quando questi ultimi sono morti.
 La crudeltà di Erode esprime un grande disprezzo per la vita umana, facendo vedere fino a che punto può arrivare un uomo vittima del potere, dell’ ambizione e della paura. È una strage assurda, come sottolinea un inno della liturgia cristiana che la chiesa canta il giorno della festa dell’epifania: «Erode, nemico crudele, perché temi la venuta del Cristo? Non sottrae un regno mortale colui che viene a darci il regno dei cieli». Tutto il racconto suggerisce che la persecuzione contro Gesù si traduce in uno spargimento di sangue innocente.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,13-18

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esatezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».
Parola del Signore.
 
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe …, proprio perché uomo «giusto» (Mt 1,19), Giuseppe può fruire di queste «comunicazioni celesti» che lo sostengono e lo illuminano sopra tutto quando è necessario prendere delle decisioni.
L’angelo dopo aver ordinato a Giuseppe di prendere con sé «il bambino e sua madre», una sottolineatura che non va trascurata, lo invita a fuggire in Egitto. La sottolineatura non va trascurata perché concisamente esclude il «concepimento fisico» del bambino.
L’Egitto, nella mentalità biblica, ha un doppio significato: da una parte è il luogo di rifugio dei perseguitati politici (cf. 1Re 11,40; Ger 26,1), dall’altra indica il paese dal quale aveva avuto inizio la lunga marcia verso il deserto dove il popolo ritroverà la libertà e l’identità di nazione.
Ed è da tenere a mente che la liberazione dalla schiavitù egiziana fu portata avanti da Mosè, un perseguitato politico che visse quell’esperienza drammatica sia durante l’infanzia (cf. Es 2,1-10), sia durante la giovinezza (cf. Es 2,15). Il dato cristologico che Matteo vuole fornire ai suoi lettori quindi è eloquentemente chiaro: Gesù è il nuovo Mosè che libererà il suo popolo da una più perniciosa schiavitù e guidandolo per il deserto della vita lo condurrà in una «nuova terra» (Is 65,17) dove abbondantemente scorre il latte della grazia e il miele dell’amicizia divina.
Tale intenzione è rafforzata dalla citazione di Osea - «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» - fatta direttamente dal testo ebraico senza riprendere la versione dei Settanta. Israele era considerato il figlio primogenito di Dio (cf. Sir 36,11), ora Gesù ripercorre il cammino, anzi assume su di sé l’esperienza storica del popolo eletto per portarla a compimento. E questo è un altro grande annuncio che Matteo fa ai suoi lettori: il disegno di Dio, disegno di liberazione e di salvezza, si compie in Gesù, il Figlio unigenito del Padre (cf. Gv 1,18).
 
La fuga in Egitto - Claude Tassin (Vangelo di Matteo): Nell’antichità l’Egitto era il tradizionale luogo di rifugio per chiunque doveva fuggire dalla Palestina. Ma, riferendo a Gesù questa situazione, l’evangelista persegue il suo insegnamento teologico. La struttura del racconto si presenta così: a) un ordine dato dall’angelo a Giuseppe (v. 13); b) l’esecuzione dell’ordine (vv. 14-15a); e) un passaggio dell’Antico Testamento che rivela il senso dell’episodio (v. 15b). Anche se breve, il racconto gioca su due piani:
La figura di Mosè continua a proiettare la sua ombra sull’episodio: anch’egli ha dovuto fuggire, poiché il faraone «cercò di ucciderlo» (Es 2,15). E ugualmente, Erode «è in cerca del bambino per ucciderlo»; ecco quindi stabilito un parallelo tra Gesù e Mosè nella persecuzione, benché in questo caso la storia subisca una strana in­versione: mentre Mosè fuggiva da un Egitto ostile, Gesù è invece minacciato dalla terra di Israele. Il fatto è che al tempo in cui Matteo redige il suo vangelo l’ostilità verso i cristiani proviene più dalla Giudea che dalle terre pagane. Notiamo l’espressione: «Giuseppe partì». Questo termine ritornerà ripetutamente in Matteo: è l’umile appartarsi di Gesù davanti ai suoi nemici, un isolamento che gli permette in genere nuovi e fruttuosi incontri.
Si ricordi che, nella storia di Israele, l’Egitto rappresenta l’oppressione. E il punto di partenza dell’esodo, del cammino di liberazione verso la terra promessa. Con questo breve racconto, Gesù si separa dal suo popolo, assumendo la storia delle sue prove, come evidenzia la citazione del profeta Osea (Os 11,1) al v. 15b. È però necessario acquistare familiarità con il modo ebraico di citare qui la Scrittura. Se qualcuno dice: «I topi ballano», noi ribattiamo spontaneamente la parte iniziale del proverbio: «Quando manca il gatto...». Così, i lettori ebrei di Matteo completavano a memoria il testo di Osea: «Israele era giovane ed io lo amai e dall’Egitto io chiamai mio figlio». Il senso allora assume dimensioni più vaste: il bambino Gesù è il bambino Israele; egli riassume nella propria persona la vocazione e il destino del popolo eletto, prima che il seguito del vangelo non riveli che egli è Figlio, ancor più di quel popolo oppresso di cui Dio diceva al faraone: «Israele è il mio figlio primogenito... Manda mio figlio!» (Es 4,22-23).
 
Erode e i Magi - Leone Magno, Sermo 33, 4: Dopo aver adorato il Signore e soddisfatto la loro devozione, i Magi, secondo l’avviso ricevuto in sogno, tornano indietro per una strada diversa da quella presa all’andata Infatti, poiché ormai credevano nel Cristo, era necessario che non camminassero più per le vie della loro vecchia vita, ma che, entrati in una strada nuova, si astenessero dagli errori che avevano lasciato. E inoltre, perché’ fossero rese vane le insidie di Erode che, con finzione, preparava un empio stratagemma contro il Bambino Gesù. Così, essendo andato a monte il piano in cui sperava, la collera del re s’infiamma vieppiù di furore. E ricordandosi del tempo che avevano indicato i Magi, egli sfoga la sua rabbia e la sua crudeltà su tutti i bambini di Betlemme e, in un massacro generale, fa trucidare tutti i neonati della città, facendoli così passare alla gloria eterna; e pensa che, dal momento che nessun pargolo è scampato alla morte in quel luogo, anche Cristo è stato ucciso. Ma egli, che riservava per un altro tempo l’effusione del suo sangue per la redenzione del mondo, aveva raggiunto l’Egitto, trasportatovi dalle cure dei genitori; ritornava così nell’antica culla del popolo ebreo, e vi esercitava il comando del verace Giuseppe usando di un potere e di una lungimiranza maggiori, poiché egli veniva a liberare i cuori degli Egiziani da quella fame più terribile di ogni carestia, di cui soffrivano per assenza di verità, lui che veniva dal cielo come pane di vita (cf. Gv 6,51) e cibo dell’anima. E in tal modo quel paese non sarebbe stato estraneo alla preparazione del mistero dell’unica vittima, in cui, con l’immolazione dell’agnello, erano stati prefigurati per la prima volta il segno salutare della croce e la Pasqua del Signore.
 
Il Santo del Giorno - 28 Dicembre 2022 - Santi Innocenti Martiri - Luigi Luzi: Il 28 dicembre la Chiesa commemora i santi innocenti martiri. Questi sono i bambini maschi, dai 2 anni in giù, che a Betlemme vennero fatti uccidere dall’empio Erode detto “il Grande” affinché tra di loro venisse ucciso anche il bambino Gesù, predetto dai Magi e suo possibile rivale. Erode, infatti, era ossessionato dalla paura di perdere il trono. L’episodio viene ricordato come “la strage degli innocenti”, tragedia raccontata nel Vangelo secondo Matteo.
Veri martiri - I santi innocenti sono stati sempre considerati veri martiri dalla Chiesa, perché sacrificati in odio e al posto di Gesù. Con il loro martirio preannunciano il coronamento della missione salvifica del Redentore, che sarà il martirio sulla croce. Sono le prime glorie di Cristo, il Re di tutti i martiri che lungo i secoli verseranno il loro sangue per amore di Cristo.
Celebrazione istituita nel V secolo - Per quanto riguarda il reale numero delle vittime, esistono dati molto contrastanti. Una valutazione verosimile può essere la seguente: Betlemme e il suo territorio circostante, in quel tempo, contava sui mille abitanti, trenta sono i bambini che vị nascono ogni anno, per cui in due anni sono sessanta tra maschi e femmine. Dando per sicuro che Erode abbia risparmiato le femmine, i sacrificati dovrebbero essere stati circa una trentina. Sono storicamente i primi martiri ad aver versato il proprio sangue per Cristo. La festa dei Santi Innocenti viene istituita nel V secolo.
I bimbi uccisi rappresentano metaforicamente tutti gli innocenti uccisi in odium fidei nel mondo e nel corso dei secoli. Non a caso la loro commemorazione cade a pochi giorni dal Natale. Essi testimoniano infatti Cristo non con le parole, ma col sangue, così come Cristo testimoniò la sua divinità sulla croce quale “agnello portato al macello”.
 
O Padre, concedi con abbondanza la tua salvezza
ai fedeli nutriti dei tuoi santi misteri
nella festa dei martiri Innocenti che,
ancora incapaci di confessare il nome del tuo Figlio,
per la sua nascita furono coronati di grazia celeste.
Per Cristo nostro Signore.
 
 27 Dicembre 2022
 
San Giovanni, Apostolo ed Evangelsita
 
1Gv 1,1-4; Salmo Responsoriale Dal 96 (97); Gv 20,2-8

Colletta
O Dio, che per mezzo del santo apostolo Giovanni
ci hai dischiuso le misteriose profondità del tuo Verbo,
donaci intelligenza e sapienza
per comprendere l’insegnamento
che egli ha fatto mirabilmente risuonare ai nostri orecchi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto XVI (Udienza Generale 9Agosto 2006) … da destinatari recettivi di un amore che ci precede e sovrasta, siamo chiamati all’impegno di una risposta attiva, che per essere adeguata non può essere che una risposta d’amore. Giovanni parla di un “comandamento”. Egli riferisce infatti queste parole di Gesù: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Dove sta la novità a cui Gesù si riferisce? Sta nel fatto che egli non si accontenta di ripetere ciò che era già richiesto nell’Antico Testamento e che leggiamo anche negli altri Vangeli: “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19,18; cfr Mt 22,37-39; Mc 12,29-31; Lc 10,27). Nell’antico precetto il criterio normativo era desunto dall’uomo (“come te stesso”), mentre nel precetto riferito da Giovanni Gesù presenta come motivo e norma del nostro amore la sua stessa persona: “Come io vi ho amati”. E’ così che l’amore diventa davvero cristiano, portando in sé la novità del cristianesimo: sia nel senso che esso deve essere indirizzato verso tutti senza distinzioni, sia soprattutto in quanto deve pervenire fino alle estreme conseguenze, non avendo altra misura che l’essere senza misura. Quelle parole di Gesù, “come io vi ho amati”, ci invitano e insieme ci inquietano; sono una meta cristologica che può apparire irraggiungibile, ma al tempo stesso sono uno stimolo che non ci permette di adagiarci su quanto abbiamo potuto realizzare. Non ci consente di essere contenti di come siamo, ma ci spinge a rimanere in cammino verso questa meta.
Quell’aureo testo di spiritualità che è il piccolo libro del tardo medioevo intitolato Imitazione di Cristo  scrive in proposito: “Il nobile amore di Gesù ci spinge a operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre più perfette. L’amore vuole stare in alto e non essere trattenuto da nessuna bassezza. L’amore vuole essere libero e disgiunto da ogni affetto mondano... l’amore infatti è nato da Dio, e non può riposare se non in Dio al di là di tutte le cose create. Colui che ama vola, corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla. Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché trova riposo nel Solo grande che è sopra tutte le cose, dal quale scaturisce e proviene ogni bene” (libro III, cap. 5). Quale miglior commento del “comandamento nuovo”, enunciato da Giovanni? Preghiamo il Padre di poterlo vivere, anche se sempre in modo imperfetto, così intensamente da contagiarne quanti incontri

 

I Lettura: Giovanni non vuole soffermarsi tanto sull’aspetto storico di Gesù ma vuole trasmettere un’esperienza di vita, di comunione con il Verbo della Vita, fonte di amore di vita e di comunione. Questo termine, “comunione”, “esprime uno dei temi più importanti della mistica giovannea (Gv 14,20; 15,1-6; 17,11.20-26): unità della comunità cristiana, fondata sull’unità di ogni fedele con Dio, nel Cristo. Questa unità è espressa in diversi modi: il cristiano «dimora in Dio e Dio dimora in lui» [1Gv 2,5.6; 2,24.27; 3,6.24; 4,12.13.15.16; cfr. Gv 6,56]. È nato da Dio (1Gv 2,29; 3,9; 4,7; 5,1.18). È da Dio [1Gv 2,16; 3,10; 4,4.6;5,19]. Conosce Dio [1Gv 2,3.13.14; 3,6.7.8]. Questa unione con Dio è manifestata dalla fede e dall’amore fraterno [cfr. 1Gv 1,7; 13,34]. La testimonianza apostolica è strumento di questa comunione [1Gv 1,5; 2,7.24-25; 4,6.38; 17,20; cfr. At 1,8. 21-22, ecc.]” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo
L’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
 
Oggi la Chiesa pone dinanzi ai nostri occhi, resi luminosi di speranza e di carità dalla folgorante luce del Presepe, la figura di Giovanni evangelista: apostolo, testimone, discepolo che Gesù amava. Per parlarci di san Giovanni, la liturgia, ci conduce di fronte al sepolcro vuoto di Gesù, davanti al mistero della risurrezione. La scelta del brano evangelico è intenzionale perché la Chiesa vuole ricordarci che la testimonianza è soprattutto legata alla risurrezione di Gesù, centro della fede cristiana. Il testo di Giovanni vuol ricordarci anche che la Chiesa si fonda sulla testimonianza degli Apostoli. Pietro e l’altro discepolo corrono insieme: l’altro discepolo giunge per primo al sepolcro, ma aspetta Pietro, perché è la roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua Chiesa. Pietro entra, ma a vedere e a credere è Giovanni: è la fede che spalanca il cuore e lo muove a ricordare e a credere alla Parola del Maestro, tutto si è compiuto come Gesù aveva preconizzato: Il Figlio dell’uomo - disse - deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno (Lc 9,22). Un ricordo, memoria, forse, di quel primo invito di Gesù, all’inizio del discepolato: venite e vedrete (Gv 1,39).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,2-8
Gv 20,2-8 
 
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Parola del Signore.
 
Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto! Maria di Màgdala pensa che il corpo di Gesù sia stato rubato. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava: all’annuncio della  donna, i due discepoli corrono al sepolcro.
La tradizione ha ravvisato nel compagno di Pietro l’apostolo Giovanni, l’autore del quarto Vangelo.
L’altro discepolo, giunto per primo, si china, per entrare nel sepolcro, vede i teli posati là, ma non entra. Sarà Pietro ad entrare, una nota, forse, per sottolineare la sua autorità, ma non è opportuno forzare il senso del testo giovanneo per provare il primato di Pietro. I teli attirano immediatamente l’attenzione dei due discepoli in quanto non sono abbandonati in disordine, ma posati, «come un involucro sgonfio, dopo aver perso il proprio contenuto. Il dettaglio ripetuto due volte, è importante per l’evangelista: lascia intendere che con la risurrezione, il corpo di Gesù ha lasciato i teli che lo racchiudevano» (La Bibbia, Via Verità e Vita, Ed. Paoline).
Dai teli, l’attenzione si sposta al sudario, in quanto non era stato posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Un indizio che «indica con chiarezza che la salma del Maestro non è stata rubata, perché i ladri non si sarebbero affatto preoccupati di piegare il sudario. Quindi Gesù si è liberato da solo dalle lenzuola e dal sudario che lo avvolgevano, mentre Lazzaro dovette essere sciolto da altri [Gv 11,44], segno che non ha raggiunto la risurrezione finale» (Alberto Salvatore Panimolle).
Dopo Pietro anche l’altro discepolo entra e vide e credette. Il “vedere” è un tema caratteristico di tutta l’opera giovannea. Si riferisce anzitutto «all’esperienza fisica dei sensi, vista, udito, tatto... approfondita poi col guardar dentro e l’ascoltare intensamente gli intimi significati [1Gv 1,1.3], ma che giunge al suo traguardo solo con la contemplazione della Vita che si autorivela [1Gv 1,2]. Questo sviluppo di “visione” porta all’annuncio e ad un parallelo sviluppo di “comunione”, koinonia, umano-divina [1Gv 1,3.6-7; Cf. Gv 1,39.50-51]» (Bruno Barisan).
Dal contesto si può comunque pensare a una fede iniziale, forse basata sul «segno» della tomba vuota, dei lini ben ordinati giacenti a terra, della pietra rovesciata. Giovanni, stupito per l’assenza del corpo di Gesù, non capisce, non sa ancora che il Maestro è risuscitato da morte. Ciò spiega il senso del versetto che conclude la pericope: Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura.
La Scrittura potrebbe essere intesa in generale oppure a un testo specifico. Nella predicazione, gli Apostoli fanno ricorso al Salmo 16,9-10 (Cf. At 2,27.31) oppure a Osea 6,2. La fede dei discepoli, comunque, doveva essere portata a compimento dall’apparizione del Risorto e, allora, dolce si farà il rimprovero: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29).
 
I discepoli al sepolcro - Bruno Maggioni (Il Vangelo di Giovanni): Nel racconto si intravede un interesse apologetico, che però non è l’interesse principale. Spezzando la narrazione di Maria al sepolcro e inserendovi ... la corsa dei due discepoli, l’evangelista vuol attribuire un ruolo primario alla testimonianza di Pietro e dell’altro discepolo: la testimonianza della risurrezione non poggia in primo luogo sulla visione di una donna (che per il mondo ebraico avrebbe avuto ben poco valore), ma sulla constatazione di due discepoli. Essi poi hanno potuto constatare che le bende e il sudario, nei quali era avvolto il corpo di Gesù, non erano gettati per terra alla rinfusa, ma piegati con ordine: un indizio che già di per sé sembra smentire la diceria di un frettoloso trafugamento del cadavere.
L’attenzione del lettore è però attratta da altri particolari. Per esempio dalla corsa dei due discepoli: il discepolo prediletto arriva per primo al sepolcro, ma non entra: è Pietro il primo a entrare e a vedere. La presenza del «discepolo prediletto» accanto a Pietro e la «concorrenza» fra i due sono un tratto tipico del quarto vangelo ... Che il modo con cui Giovanni descrive la corsa dei due al sepolcro nasconda un significato simbolico è molto probabile, ma quale esso sia non ci è possibile dire.
Più facile invece è comprendere il significato di un secondo particolare: ambedue i discepoli entrarono e vi­dero, ma solo del discepolo prediletto si dice che vide e credette (v. 8). È chiaro che Giovanni attribuisce al di­scepolo amato «un ruolo importante nella struttura della fede pasquale». Mette in risalto «la risurrezione di intuizione e la prontezza del discepolo a discernere la traccia, sia pure negativa, del Signore risorto». Egli solo comprese tutto il senso racchiuso nel sepolcro vuoto e nei panni piegati.
Ma a che cosa è dovuta questa sua capacità di intuizione? Non si vede altra ragione che questa: è il discepolo che Gesù, amava (v. 2). D. Mollat parla, e giustamente, di «chiaroveggenza dell’amore».
 
I due discepoli - Alain Marchadour (Vangelo di Giovanni): Pietro e il discepolo che Gesù amava sono ambedue presenti dall’inizio della passione di Gesù, in una vicinanza dolorosa per Pietro nel suo tradimento, fedele nell’altro discepolo. Attivi nella passione, lo sono anche nella loro scoperta del mistero della risurrezione. La differenza tra loro e la superiorità nella fede del discepolo che Gesù amava sussistono, poiché l’«altro discepolo » arriva per primo al sepolcro (segno di maggiore sollecitudine?), poi «vide e credette»: la formula concisa esprime il passaggio dal «vedere» alla piena adesione a Gesù risorto. La vista degli indumenti o l’ordine nel quale sono disposti attesta che il corpo del Cristo non è stato rubato, ma che il Signore se ne è andato, lasciando le sue vesti nell’ordine e nel posto in cui le portava. A differenza di Lazzaro che esce vestito, Gesù non ha più bisogno d’indumenti, poiché lascia il mondo degli uomini. In questo vangelo non viene detto nulla della fede di Pietro (Lc 24,12 sottolinea che alla vista delle bende Pietro è meravigliato). Le Scritture, che fino a quel momento non erano state abbastanza convincenti, ricevono la conferma delle numerose indicazioni accumulate sul cammino dei discepoli. Essi ritornano a casa, dove Maria Maddalena recherà loro la «buona novella». Il racconto mette in evidenza i due discepoli senza polemica né rivalità apparenti con la superiorità che spetta loro: Pietro è entrato per primo, divenendo così per la Chiesa primitiva un testimone indiscutibile. L’altro discepolo prevale chiaramente per la sua adesione al Signore. Questo rapporto complesso tra i due discepoli sarà spiegato nel capitolo 21.
 
Pietro e Giovanni - Gregorio Magno (Hom. 22, 2-3):Correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” [Gv 20,4]; tuttavia non osò entrare per primo. Venne poi anche Pietro, “ed entrò” [Gv 20,6]. Qual è, fratelli, il significato di questa corsa? Si può credere che una descrizione dellevangelista così dettagliata sia priva di significati mistici? Niente affatto! Giovanni non avrebbe detto che era arrivato primo e non era entrato, se non avesse creduto che in quella sua trepidazione era contenuto un mistero. Cosaltro rappresenta Giovanni se non la Sinagoga, e cosa Pietro se non la Chiesa? Non sembri strano che il più giovane raffiguri la Sinagoga, mentre il più vecchio raffigura la Chiesa, perché se è vero che al culto di Dio venne prima la Sinagoga che non la Chiesa dei pagani, è vero anche che nella realtà della storia umana viene prima la moltitudine dei pagani che non la Sinagoga, come afferma Paolo, che dice: Non è prima ciò che è spirituale, bensì ciò che è animale” [1Cor 15,46]. Perciò il più vecchio, Pietro, rappresenta la Chiesa dei pagani, mentre il più giovane, Giovanni, rappresenta la Sinagoga dei Giudei. Corsero insieme tutti e due, perché dal loro inizio sino alla fine il paganesimo e la Sinagoga corsero con pari e comune via, se non con pari e comune sentimento. La Sinagoga giunse per prima al sepolcro, ma non entrò, perché pur avendo ricevuto i comandamenti della legge e udito le profezie sulla Incarnazione e Passione del Signore, non volle credere in un morto. Giovanni, dunque, “vide le bende per terra, ma non entrò” [Gv 20,5]; perché la Sinagoga, pur conoscendo gli obblighi della Sacra Scrittura, tuttavia indugiò, nel credere, a giungere alla fede nella Passione del Signore. Colui che da tanto tempo aveva profetato, lo vide presente, e pure negò [di credere in lui]; lo disprezzò in quanto uomo, non volle credere che Dio avesse assunto la carne mortale. Così facendo, corse più veloce, e tuttavia rimase incredula davanti al sepolcro: “Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro” [Gv 20,6]: cioè la Chiesa dei pagani, pur venendo dopo, nel Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, riconobbe colui che era morto secondo la carne e lo adorò come Dio vivo.
 
Il Santo del Giorno - 27 Dicembre 2022 - Martirologio Romano: Festa di san Giovanni, Apostolo ed Evangelista, che, figlio di Zebedeo, fu insieme al fratello Giacomo e a Pietro testimone della trasfigurazione e della passione del Signore, dal quale ricevette stando ai piedi della croce Maria come madre. Nel Vangelo e in altri scritti si dimostra teologo, che, ritenuto degno di contemplare la gloria del Verbo incarnato, annunciò ciò che vide con i propri occhi.
 
Dio onnipotente,
per questo mistero che abbiamo celebrato
fa’ che il tuo Verbo fatto carne,
annunciato dal santo apostolo Giovanni,
dimori sempre in noi.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
26 Dicembre 2022
 
Santo Stefano
 
At 6,8-10. 12; 7,54-60; Salmo Responsoriale Dal Salmo 34 (35); Mt 10,17-22
          
Colletta
Donaci, o Padre, di esprimere con la vita
il mistero che celebriamo nel giorno natalizio
di santo Stefano primo martire
e insegnaci ad amare anche i nostri nemici
sull’esempio di lui, che morendo pregò per i suoi persecutori.
Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
Catechismo della Chiesa Cattolica: Significato del martirio 2473 Il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte. Egli rende testimonianza a Cristo, morto e risorto, al quale è unito dalla carità. Rende testimonianza alla verità della fede e della dottrina cristiana. Affronta la morte con un atto di fortezza. «Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio».
Comportamento dei martiri 2113 L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. «Non potete servire a Dio e a mammona», dice Gesù (Mt 6,24). Numerosi martiri sono morti per non adorare «la Bestia», rifiutando perfino di simularne il culto. L’idolatria respinge l’unica Signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina. 
Atti dei martiri 2474 Con la più grande cura la Chiesa ha raccolto le memorie di coloro che, per testimoniare la fede, sono giunti sino alla fine. Si tratta degli atti dei martiri. Costituiscono gli archivi della verità scritti a lettere di sangue:  «Nulla mi gioverebbe tutto il mondo e tutti i regni di quaggiù; per me è meglio morire per [unirmi a] Gesù Cristo, che essere re sino ai confini della terra. Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò. Il parto è imminente...». «Ti benedico per avermi giudicato degno di questo giorno e di quest’ora, degno di essere annoverato tra i tuoi martiri [...]. Tu hai mantenuto la tua promessa, o Dio della fedeltà e della verità. Per questa grazia e per tutte le cose, ti lodo, ti benedico, ti rendo gloria per mezzo di Gesù Cristo, Sacerdote eterno e onnipotente, Figlio tuo diletto. Per lui, che vive e regna con te e con lo Spirito, sia gloria a te, ora e nei secoli dei secoli. Amen».    
Culto dei martiri 957 La comunione con i santi. «Non veneriamo la memoria dei santi solo a titolo d’esempio, ma più ancora perché l’unione di tutta la Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esercizio della fraterna carità. Poiché come la cristiana comunione tra coloro che sono in cammino ci porta più vicino a Cristo, così la comunione con i santi ci unisce a Cristo, dal quale, come dalla fonte e dal capo, promana tutta la grazia e tutta la vita dello stesso popolo di Dio»: «Noi adoriamo Cristo quale Figlio di Dio, mentre ai martiri siamo giustamente devoti in quanto discepoli e imitatori del Signore e per la loro suprema fedeltà verso il loro Re e Maestro; e sia dato anche a noi di farci loro compagni e condiscepoli».  
1173 Quando, nel ciclo annuale, la Chiesa fa memoria dei martiri e degli altri santi, essa «proclama il mistero pasquale» in coloro «che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati; propone ai fedeli i loro esempi, che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo, e implora per i loro meriti i benefici di Dio».  
 
I Lettura: Stefano accusa i sinedriti di essere ribelli alla volontà di Dio, di essere gente ostinata e cieca, incapace di cogliere la novità del Vangelo. La reazione del Sinedrio di fronte a questo atto di accusa è violenta. La condanna alla lapidazione è un linciaggio più che l’esecuzione di una sentenza di morte. La condanna a morte, infatti, spettava solo al governatore romano non al Sinedrio. Luca presenta la morte di Stefano sul modello di quella di Gesù: egli perdona ai suoi assassini e pronunzia le stesse parole di Gesù morente (Lc 23,34.46). Tra gli spettatori del martirio di Stefano c’è Saulo, il futuro apostolo Paolo.
 
Vangelo 
Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro.
 
In questa seconda parte del discorso missionario, Matteo si intrattiene sulla persecuzione che accompagna la missione e, quindi, sul coraggio che è richiesto al discepolo. Il discepolo che ha deciso di seguire il Maestro, non può aspettarsi un destino diverso da quello del Maestro perché il discepolo non è più del maestro (Lc 6,40). E se per Gesù la via della croce non solo fu prevista, ma voluta, così deve essere per il discepolo: la persecuzione fa parte della missione ed è il segno della sua verità. Il vero motivo per cui il mondo odia Cristo e continua ad odiarlo nei suoi discepoli è espresso da Gesù stesso: a causa del mio nome. Poiché il Vangelo costringe a prendere posizione la divisione penetrerà anche nel cuore delle famiglie: Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Il discepolo deve comprendere tutto questo e accettarlo coraggiosamente: deve perfino gioire, ma senza falsi eroismi.
  
Dal Vangelo secondo  Matteo
Mt 10,17-22
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:
«Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.
Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverà fino alla fine sarà salvato».
 
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali... - Detlev Dormeyer: Israele dovette subire molto spesso persecuzioni a causa dei suoi nemici. Ma soltanto nel tempo sposesilico sotto i seleucidi la persecuzione cresce fino a diventare una minaccia per la fede. Israele deve abbandonare la propria religione. Contro ciò scoppia l’insurrezione dei Maccabei, che si conclude positivamente con l’indipendenza della Giudea. Anche all’interno di Israele vengono messe in atto delle persecuzioni da parte delle autorità. Alcuni uomini pii come i profeti vengono perseguitati a causa del loro rigore religioso (cf. Gezabele contro Elia, 1 Re 19.2s). Queste esperienze furono trasferite, nel tardo giudaismo, sul piano escatologico. Prima della fine del mondo, una grande persecuzione religiosa colpirà Israele (Dn 7).
Un’esperienza simile è fatta dalla comunità neotestamentaria. A causa della sua missione di rinnovare la fede, Gesù viene perseguitato dai suoi nemici lino a subire la morte. Anche la comunità viene perseguitata dai propri correligionari ebrei a causa della nuova fede. La persecuzione innesta nella sequela della croce di Cristo e saggia la stabilità della fede (Mc 4,16). La comunità può sopportare la persecuzione perché a motivo della perseveranza le è promessa la salvezza definitiva (Mc 13,13). I persecutori, invece, saranno condannati nel  giudizio. Nella persona di Paolo, il persecutore è diventato perseguitato. Il persecutore dei cristiani si è trasformato nell’apostolo perseguitato che porta nel proprio corpo le sofferenze di Cristo.
 
e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe -  Giuseppe Barbaglio (I Vangeli - Matteo): Nel mondo giudaico le autorità religiose sinagogali avevano il potere di punire con la flagellazione reati religiosi. Esistevano poi i tribunali civili locali e il tribunale supremo di Gerusalemme, chiamati gli uni e l’altro «sinedrio». I missionari della comunità cristiana di Matteo ne avevano fatto triste e sofferta esperienza. Non diversa è stata la loro sorte in ambiente pagano, dove hanno avuto occasione di testimoniare il Signore. Hanno pagato e pagano ancora un prezzo alto per la loro fede in Cristo: per causa mia. Si sono anche verificati casi in cui il missionario è stato denunciato dai familiari.
Matteo ricorda la parola del Signore, esortando a stare in guardia di fronte agli avversari e di non preoccuparsi della difesa, perché non sarebbero stati lasciati soli, ma avrebbero avuto il conforto di un avvocato eccezionale, lo Spirito del Padre che non abbandona i suoi figli. Le misure vessatorie degli avversari sono l’espressione esterna del sentimento interiore di odio, che in ultima analisi li arma contro la persona di Cristo, visto che perseguitano i missionari per la loro fede e testimonianza cristiana. Si può ritenere che ritorna qui, applicato ai cristiani, il motivo antigiudaico dell’«odium generis humani». Bisogna tener duro. Matteo riporta un detto di Gesù riguardante in origine l’attesa della venuta finale del figlio dell’uomo: Ma chi sarà rimasto saldo sino alla fine, sarà salvato. Applicato redazionalmente alla situazione dei missionari, esso li esorta a essere co­stanti sino al martirio, perché proprio questo sarà il prezzo della loro salvezza. Sullo sfondo appare l’ombra ili dolorose defezioni, sperimentate dalla chiesa matteana.
 
... sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia:  Ortensio da Spinetoli (Matteo): Gesù parla della ... dolorosa sorte, delle persecuzioni che [i discepoli] dovranno subire innanzitutto da parte dei loro connazionali. Sembra che venga anticipato il futuro racconto della passione di Gesù (il nome del Sinedrio infatti e dei Sinedriti vi ricorre con frequenza) o le narrazioni degli Atti degli apostoli. Giudei e gentili, come una volta Erode e Pilato, si troveranno d’accordo nella guerra contro i cristiani, inviati a testimoniare la verità agli uni e agli altri. « Sarete perseguitati da tutti per il mio nome»: sono parole che sottolineano la superiorità della persona di Gesù, innalzata «al centro della vita e dell’attività umana». Debbono essere tenaci fino al martirio, senza però lasciarsi martirizzare prima del tempo.
Finché è possibile bisogna difendersi, eclissarsi, fuggire, come anche Gesù aveva fatto (cfr. Lc. 4,30; Gv. 10,39; 11, 54). Può darsi che nel frattempo si rovesci la situazione e l’opera possa essere portata avanti lo stesso. La più grande consolazione dei discepoli è quella di poter vivere l’esperienza del salvatore, e di partecipare così ai suoi trionfi.
 
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): La persecuzione penetrerà fino all’interno della propria famiglia, l’odio dividerà i più stretti parenti (10,34-36). Il profeta Michea aveva predetto questo orrore per il tempo finale: la depravazione degli spiriti e lo sconvolgimento dei cuori sarà tale che si spezzeranno i legami naturali della famiglia. Così Israele sarà maturo per il giudizio (Mic 7, 6). Nella profezia di Gesù l’odio irromperà ovunque arrivino i suoi apostoli. Suona addirittura spaventosa l’espressione: «Sarete odiati da tutti ...».
In tale situazione una sola cosa importa: la perseveranza sino alla fine, la fedeltà a tutta prova, la fortezza d’animo costante, nonostante le inimicizie, le delusioni e gli insuccessi. Non è poco! E Gesù promette al discepolo che così sarà salvo; non c’ è da essere in apprensione: la salute eterna è assicurata. Quanto eroismo nascosto, quanta fedeltà silenziosa hanno confermato, nei secoli, queste parole di Gesù!
 
Martirio di santo Stefano - Pio Jörg (Martire in Scede Bibliche Pastorali - Vol. V): L’uccisione di Stefano si presenta negli Atti come il primo anello di una catena di uccisioni di testimoni cristiani. Luca racconta: scoppiato un conflitto tra i giudei ellenisti e Stefano, a Gerusalemme, il diacono si rivela subito molto superiore agli avversari per spirito e sapienza, per cui si pensò di eliminarlo. Alcuni uomini prezzolati diffondono l’accusa che Stefano ha bestemmiato contro Dio e Mosè. Scoppia un tumulto. Stefano è portato in sinedrio. Altri falsi testimoni confermano l’accusa, aggiungendo che egli ha parlato contro il tempio e la legge (At 6,14).
Mentre i giudici lo guardano, vedono il suo volto splendente come quello di un angelo (At 6,15). Il sommo sacerdote gli chiede di discolparsi. Il discorso che segue è una costruzione lucana (più simile al genere della proclamazione che all’autodifesa: cf. 4Mac e martirio di Policarpo). Gli uditori rimangono irritati e, senza condanna regolare, lo lapidano. Stefano preannuncia ai capi il giudizio divino del figlio dell’uomo (At 7,55-56), e morendo ripete due parole di Gesù: perdono per i carnefici e la raccomandazione della sua anima a Dio (At 7,59-60).
Il racconto primitivo (preletterario) doveva essere più stringato. Luca ha la tendenza a dare sempre molto spazio ai processi pubblici; serve a far apparire più chiara la responsabilità dei giudei e a dimostrare che il cristianesimo non aveva nulla da incolparsi. Per la comunità Stefano era l’uomo di fede e dei miracoli. Luca fa risaltare maggiormente l’uomo carismatico, allegando motivi messianici ed escatologici: il volto splendente come quello di un angelo. Nel libro di Enoc si legge: «Non potranno fissare il volto dei santi, perché il Signore fa risplendere la sua luce sul volto dei santi» (38,4). Un altro passo dice: «Beati i giusti, perché splenderanno più che sette volte il sole» (6 67). Lo splendore presenta quindi il martire come uomo giusto secondo la legge. La visione di Stefano richiama non solo una tematica martirologica, ma allude anche a una parola escatologica che Gesù pronunciò davanti al sinedrio: «E vedrete il figlio dell’uomo assiso alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo» (Mc 14,62; cf. At 7,59). Con ciò direi che Luca vede Stefano non soltanto come testimone, ma come compartecipe di Gesù nella morte nella gloria.
 
I martiri testimoniano Cristo più da morti che da vivi: “Quasi dal seme del loro sangue è ripiena la terra coi martiri, e dal loro seme è sorta la messe della Chiesa. Testimoniarono il Cristo più da morti che da vivi. Oggi testimoniano, oggi predicano: tace la loro lingua, risuonano i loro fatti. Erano impediti, venivano legati, erano rinchiusi, venivano condotti [davanti ai tribunali], erano torturati, arsi vivi, lapidati, percossi, e dati in pasto alle belve. In tutte le loro morti venivano irrisi come vili: ma preziosa davanti al Signore è la morte dei suoi santi [Sal 115,15]. E davanti al Signore è così preziosa, come ora davanti a noi. Quando allora era un disonore esser cristiano, vile era la morte dei santi davanti agli uomini: venivano detestati, maledetti; ed erano messi a morte in segno di maledizione: «Così tu possa morire!». Così tu sia crocifisso, così tu sia arso vivo. Quale fedele non desidera ora queste maledizioni?” (Agostino, Sermo 286, 3).
 
Il Santo del Giorno - 26 Dicembre 2022 - Santo Stefano: Il suo sangue versato, seme di speranza per i perseguitati - Quando il mondo si scaglia contro chi è testimone del messaggio d’amore più grande della storia, quello di Cristo, incarnato, morto e risorto, il sangue versato diventa sempre un segno di speranza per l’intera umanità, perché la violenza e la prepotenza spariscono davanti alla sapienza e alla profondità dello Spirito. E fu proprio la saggezza di santo Stefano a provocare la reazione scomposta e rabbiosa dei “potenti” del suo tempo, che inventarono false accuse per poterlo lapidare e ridurre al silenzio. Eppure l’unica reazione del primo martire della Chiesa fu il perdono dei propri assassini e la fiducia nel Dio che si è fatto compagno degli uomini per condividere con essi la vita, la morte e il cammino verso la vita eterna. Sapremmo noi, come santo Stefano, resistere alla violenza del mondo e continuare ad annunciare la luce del Risorto anche quando attorno a noi pare esserci solo buio? (Matteo Liut)
 
Ti rendiamo grazie
per i molteplici doni della tua misericordia, o Padre,
che ci salvi con la nascita del tuo Figlio
e ci allieti con la celebrazione del santo martire Stefano.
Per Cristo nostro Signore.