28 MAGGIO 2022
 
SABATO DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA
 
At 18,23-28; Salmo Responsoriale dal Salmo 46 (47); Gv 16,23b-28
 
Colletta
O Signore, disponi sempre al bene i nostri cuori,
perché, nel continuo desiderio di elevarci a te,
possiamo vivere pienamente il mistero pasquale.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 2614 Quando Gesù confida apertamente ai suoi discepoli il mistero della preghiera al Padre, svela ad essi quale dovrà essere la loro preghiera, e la nostra, allorquando egli, nella sua umanità glorificata, sarà tornato presso il Padre. La novità, attualmente, è di «chiedere nel suo nome». La fede in lui introduce i discepoli nella conoscenza del Padre, perché Gesù è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La fede porta il suo frutto nell’amore: osservare la sua parola, i suoi comandamenti, dimorare con lui nel Padre, che in lui ci ama fino a prendere dimora in noi. In questa nuova Alleanza, la certezza di essere esauditi nelle nostre suppliche è fondata sulla preghiera di Gesù.
2615 Ancor più, quando la nostra preghiera è unita a quella di Gesù, il Padre ci dà un «altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14,16-17). Questa novità della preghiera e delle sue condizioni appare attraverso il discorso di addio. Nello Spirito Santo, la preghiera cristiana è comunione di amore con il Padre, non solamente per mezzo di Cristo, ma anche in lui: «Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena» (Gv 16,24).
2761 « L’Orazione domenicale è veramente la sintesi di tutto il Vangelo ». «Dopo che il Signore ci ebbe trasmesso questa formula di preghiera, aggiunse: “Chiedete e ottenete” (Gv 16,24). Ognuno può, dunque, innalzare al cielo preghiere diverse secondo i suoi propri bisogni, però incominciando sempre con la Preghiera del Signore, la quale resta la preghiera fondamentale».
 
Prima Lettura: L’attività di Apollo, a Corinto deve essere stata molto intensa, come testimonia il fatto che uno dei partiti formatisi in questa comunità si richiamava al suo nome (cfr. 1Cor 1,12; 3,4). Così come ci suggerisce il libro degli Atti degli Apostoli, Apollo era un giudeo, nativo di Alessandria, uomo molto colto, esperto nelle Scritture. La prima lettera ai Corinzi (3,5) annovera Apollo tra i missionari che hanno portato i Corinzi alla fede. Paolo scriverà a Tito dicendogli: “Provvedi con cura al viaggio di Zena, il giurista, e di Apollo, perché non manchi loro nulla”. (Tt 3,13). Tante menzioni mettono in evidenza la fecondità dell’apostolato di Apollo e il suo ruolo fondante nella evangelizzazione.
 
Vangelo
Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto.
 
Gli apostoli non domanderanno più spiegazioni a Cristo, perché saranno illuminati dallo Spirito Santo, e se Gesù ha parlato loro in modo misterioso ora è giunta l’ora in cui parlerà apertamente del Padre.
Gesù ascolterà sempre le preghiere dei suoi amici (Gv 15,15), e pregherà il Padre per loro: In quel giorno chiederete nel mio nome, Io vi dico che io pregherò il Padre per voi.
Gesù “non nega con queste parole il suo ruolo di intercessore presso il Padre, affermato esplicitamente in 14,16 (e in 1Gv 2,1, dove Gesù è denominato «Paraclito»). Qui sottolinea la sua unità con li Padre. Il Padre amerà i discepoli con lo stesso amore con cui ama il proprio Figlio. Il vincolo d’amore che unisce i discepoli a Gesù farà sì che le loro preghiere siano esaudite, perché il Padre vedrà in essi Gesù stesso, il quale è venuto nel mondo per manifestare la bontà salvi fica del Padre (v. 27).
Sono uscito da presso il Padre e sono velluto nel mondo: di nuovo lascio il mondo e vado al Padre (v. 28). Gesù afferma la sua origine divina: egli è uscito dal Padre per venire nel mondo e attuare il suo disegno salvifico. Al movimento di catabasi, cioè di discesa dal cielo, corrisponde quello di anabasi, della sua elevazione gloriosa verso il Padre. Il Verbo si è fatto carne per saldare con gli uomini un vincolo di unione e di amore reciproco; tornando al Padre rende i discepoli partecipi della sua comunione di vita con il Padre. Per mezzo della fede saranno congiunti a lui per entrare in possesso dei suoi doni di salvezza” (Angelico Poppi - I quattro Vangeli).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,23b-28
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà.
Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena.
Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio.
Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».
 
Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): Dopo la glorificazione di Gesù i cristiani rivolgeranno richieste al Padre e lo faranno nel nome del Figlio (Gv 16,26). Tali suppliche saranno infallibilmente esaudite (Gv 14,13s; 15,16), perché Dio ama gli amici di Gesù (Gv 16,27). Il Padre ama tutta l’umanità (Gv 3,16), ma in modo speciale le persone che amano il Figlio suo (Gv 14,21.23). In tale situazione felice non appare più necessaria la preghiera d’intercessione del Cristo, perché siano ascoltate dal Padre le richieste dei credenti (Gv 16,26), in quanto la mediazione di Gesù ha raggiunto il suo scopo, quello di unire i discepoli a Dio.
I «dodici» non solo amano il Maestro, ma hanno creduto nella sua origine divina (Gv 16,27). Il quarto evangelista attribuisce molta importanza a questo aspetto della fede, perché lo considera un elemento fondamentale dell’autentico discepolo (cf. Gv 17,8). Gesù è conscio della sua origine divina (Gv 6,46; 7,29) e con tale consapevolezza dà inizio alla sua passione (Gv 13,3). Egli è uscito dal Padre per venire nel mondo, ora con la sua morte gloriosa fa ritorno dal Padre (Gv 16,28; cf. 13,3), che lo ha mandato (Gv 16,5). Con tale evento è fatta giustizia al Cristo, perché egli entra nella gloria di Dio e quindi è sottratto allo sguardo degli uomini (Gv 16,10.17).
 
“In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito” (Ef 6,18): la nostra preghiera deve essere incessante, anche quando deve attraversare la fitta coltre dell’aridità o dell’accidia. Il nome di Gesù è la via sicura per raggiungere il cuore del Padre: “In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà”. Il frutto più bello della preghiera è la gioia, perché per mezzo della preghiera il discepolo di Gesù contempla il volto del Padre, scruta il suo cuore amabile, e riposa tra le braccia della Misericordia, attendendo tutto dal suo amore provvidente. Gesù ha insegnato il “Padre nostro” che è “la madre di tutte le preghiere”: “Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti  come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male” (Mt 6,9-13). Il “Padre nostro” sarà sempre “la regola della preghiera, del colloquio con Dio. Era la preghiera di Cristo, il modo di dialogare con il suo Abbà. Egli lo ha voluto trasmettere ai discepoli: «Voi pregate così” ([Mt 6,9]. Il Pater noster è divenuto la preghiera della Chiesa, del credente” (Fra Abelardo Lodato, OP). Le preghiere aprono il cuore di Dio, ma tutto è dono, grazia, benevolenza, le preghiere non sono riti magici e non posso piegare la volontà di Dio ai desideri dell’uomo, così  leggiamo in Matteo 6,7-8: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate”. Ma non dimentichiamo che la preghiera è onnipotente, e vince il cuore di Dio!
 
Priscilla ed Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio: Christifideles laici 35: La Chiesa, mentre avverte e vive l’urgenza attuale di una nuova evangelizzazione, non può sottrarsi alla missione permanente di portare il Vangelo a quanti - e sono milioni e milioni di uomini e donne - ancora non conoscono Cristo redentore dell’uomo. È questo il compito più specificamente missionario che Gesù ha affidato e quotidianamente riaffida alla sua Chiesa. L’opera dei fedeli laici, che peraltro non è mai mancata in questo ambito, si rivela oggi sempre più necessaria e preziosa. In realtà, il comando del Signore “Andate in tutto il mondo” continua a trovare molti laici generosi, pronti a lasciare il loro ambiente di vita, il loro lavoro, la loro regione o patria per recarsi, almeno per un determinato tempo, in zone di missione. Anche coppie di sposi cristiani, a imitazione di Aquila e Priscilla (cfr. At 18; Rm 16,3s.s), vanno offrendo una confortante testimonianza di amore appassionato a Cristo e alla Chiesa mediante la loro presenza operosa nelle terre di missione. Autentica presenza missionaria è anche quella di coloro che, vivendo per vari motivi in Paesi o ambienti dove la Chiesa non è ancora stabilita, testimoniano la loro fede. Ma il problema missionario si presenta attualmente alla Chiesa con un’ampiezza e con una gravità tali che solo un’assunzione veramente solidale di responsabilità da parte di tutti i membri della Chiesa, sia come singoli sia come comunità, può far sperare in una risposta più efficace.
 
Non vi è alcuna vergogna a essere istruiti da una donna - Ammonio di Alessandria (Catena sugli Atti degli Apostoli 18, 25): È degno di nota che noi dobbiamo credere che quelle donne trasmisero la fede: vedete infatti quanto era grande il desiderio di salvezza di Apollo, giacché egli, anche se era colto e ben versato nei segreti delle Scritture, non considerò privo di valore apprendere la pienezza della fede da una donna. Non divenne presuntuoso, sentendosi dire da una donna, come in un rimprovero: «Devi essere istruito meglio sull’ordinamento del Verbo di Dio». Inoltre Priscilla gli spiegò più esattamente le verità di fede, e Apollo ascoltò e apprese, giacché, sebbene sapesse che Gesù era il Cristo e il figlio di Dio arrivando a queste conclusioni grazie alle Scritture, la sua conoscenza era imperfetta, dal momento che non sapeva cosa era stato detto e profetizzato agli Apostoli tramite lo Spirito Santo. E così quelli della cerchia di Aquila, tutti seguaci di Paolo, gli mostrarono più chiaramente la strada di Dio, come l’adorazione nello Spirito e la circoncisione non praticata da mano d’uomo e qualunque altra cosa fosse stata detta per la perfezione della Chiesa.
 
Il Santo del Giorno - 28 Maggio 2022 - Beata Maria Bartolomea Bagnesi Domenicana (Firenze, 1514 - 1577): La fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte dell’esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo morta, compì un miracolo in favore di un’altra donna che sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella sofferenza, Maria Maddalena de’ Pazzi (che di poco la precede nel calendario, il 25 maggio). Quest’ultima nel 1582 era entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a diciott’anni era stata colpita da una grave, misteriosa malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò con fede.
A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole di vestire l’abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato approvato dal 1804. (Avvenire)
 
Nutriti dall’unico pane,
che sempre rinnova la famiglia umana,
ti preghiamo, Signore:
fa’ che dalla partecipazione
al sacramento dell’unità
attingiamo un amore autentico e puro.
Per Cristo nostro Signore.
 
 27 MAGGIO 2022
 
VENERDÌ DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA
 
At 18,9-18; Salmo Responsoriale dal Salmo 46 (47); Gv 16,20-23a
 
Colletta
Esaudisci, o Padre, le nostre preghiere,
perché con l’accoglienza del Vangelo
si compia in ogni luogo la salvezza acquistata dal sacrificio di Cristo,
e la moltitudine dei tuoi figli adottivi
ottenga la vita nuova promessa da lui, Parola di verità.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
La vera gioia: Paolo VI (Udienza Generale, 19 aprile 1972): Il cristiano non conosce la disperazione; non conosce l’angoscia, la quale sembra essere il traguardo della psicologia moderna, quand’è cosciente di sé, sia essa una «dolce vita», o anche una vita intensa e sofferta, ma senza ideali e senza fede. Si può dire che la gioia, la vera gioia, quella della coscienza, quella del cuore, è un tesoro proprio del cristiano, proprio di colui che veramente crede in Cristo risorto, a Lui aderisce, di Lui vive. Una gioia limpida, che pur troppo non sempre troviamo in coloro che interpretano l’esigenza del Vangelo, come oggi spesso è di moda, quasi un atteggiamento critico ed aspro verso la Chiesa di Dio, e le offrono, invece del franco e lieto saluto della fraternità, lo sfogo acerbo d’un qualche rimprovero, talora offensivo e sovversivo, dove indarno si cerca l’accento amico d’un comune gaudio pasquale. Il gaudio pasquale è lo stile della spiritualità cristiana; non è spensieratezza superficiale; è sapienza alimentata dalle tre virtù teologali; non è allegria esteriore e rumorosa; è letizia che nasce da profondi motivi interiori; né tanto meno è abbandono gaudente al facile piacere d’istintive e incontrollate passioni, ma è vigore di spirito che sa, che vuole, che ama; è l’esultanza della vita nuova che invade, ad un tempo, il mondo e l’anima (cfr. Prefazio di Pentecoste).
 
I Lettura: Il Signore incoraggia Paolo nella sua missione apostolica. I Giudei sono sempre in agguato, e così riescono a trascinare l’Apostolo dinanzi a Gallione, proconsole dell’Acaia. Ma costui non è Ponzio Pilato e caccia via i Giudei i quali sfogano la loro rabbia malmenando Sostene, il capo della sinagoga, che forse è quello che viene poi nominato nell’esordio della prima lettera ai Corinzi: “Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto” (cfr. 1Cor 1,1-2). La persecuzione è un tema ricorrente nella vita della Chiesa, come ricorrente è il mettere in evidenza la forza espansiva della predicazione evangelica che non conosce sosta e ormai lambisce i più remoti confini della terra. 
 
Vangelo
Nessuno potrà togliervi la vostra gioia.
 
La vostra tristezza si cambierà in gioia: Gesù sta per essere consegnato nelle mani dei suoi nemici che lo metteranno a morte, eventi dolorosi che colmeranno di tristezza il cuore dei discepoli. Ma dopo tre giorni Gesù risorgerà e l’afflizione si cambierà in gioia, la gioia di rivedere il Cristo risuscitato: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore (Gv 20,20). Gesù per rendere più comprensibili le sue parole porta l’esempio della donna che partorisce: un’immagine che va al di là di quanto rappresenti, infatti, è un’ immagine biblica tradizionale, e che significa il doloroso avvento del mondo nuovo, messianico (cfr. Mt 24,8). La morte di Gesù e la sua risurrezione doneranno all’umanità nuovi cieli e nuova terra; non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente, poiché si godrà e si gioirà sempre (Is 65,17-18).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,20-23a
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla».
 
Tristezza e gioia - Felipe F. Ramos (Vangelo secondo Giovanni, Commento della Bibbia Liturgica): Una credenza molto diffusa al tempo di Cristo era che l’ultimo tempo sarebbe stato preceduto da grandi tribolazioni e violenze. Il gaudio e la gioia dell’«età futura» sarebbero venuti dopo un periodo di sofferenze tali che non avrebbero avuto precedenti. Per descrivere questo tempo, si ricorse all’immagine della partoriente: dolori intensi, poco durevoli e compensati dalla gioia che li avrebbe seguiti.
Questa breve sezione stabilisce un contrasto assai forte tra «voi», la Chiesa e il «mondo». Gli uni soffrono e gli altri godono. Perché? La causa della tristezza è la solitudine. Solitudine in mezzo al mondo di coloro che, non essendo del mondo, devono vivere nel mondo. Solitudine che nasce anche dall’odio del mondo. II mondo non può amare coloro che non sono suoi, che non pensano come il mondo. che contraddicono la sua sicurezza e autosufficienza.
Odio che divampa nel cuore del mondo, anche se dovuto al semplice fatto di trovarsi di fronte una comunità o
Chiesa che’ contraddice il suo modo di considerare la vita.
Di fronte alla tristezza della Chiesa abbiamo la gioia del mondo. Il mondo si rallegra per la partenza di Gesù, perché la sua predicazione e la sua presenza costituivano un attacco alla sua sicurezza e alla sua autoaffermazione. Si rallegra per il dolore, la tribolazione e la persecuzione della Chiesa e dei credenti semplicemente perché sono la continuazione di quello che era Cristo.
Ma la tristezza si trasformerà in gioia; non solo perché dopo la tempesta torna il sereno, ma la gioia nasce dalla
stessa causa da cui nasce la tristezza. L’allontanamento «interno» dal mondo produce la tristezza e, allo stesso
tempo, è causa di gioia. Questa gioia ha le sue radici nel fatto che, in questo allontanamento «interno» dal mondo, si ottiene la vera libertà (8,32), libertà che, a sua volta, è prodotta dall’incontro con Cristo. E poiché questo incontro è «spirituale» e non avviene solo col Gesù di Nazaret, tangibile, abbordabile e condannabile, ma col Cristo risuscitato, nessuno potrà togliere loro la gioia.
D’altra parte questa gioia riposa sulla base della riconciliazione fra l’uomo e Dio, riconciliazione ottenuta dal­
l’opera di Cristo ed espressa in modo particolare nella preghiera comunitaria, espressione di gioia.
La tristezza trasformata in gioia si vedrà nei capitoli 20-21: la Maddalena e i discepoli si rallegreranno vedendo il Signore. È, quindi, una gioia che dipende dalla presenza di Gesù e dalla sua vittoria. «In quel giorno non mi domanderete più nulla », semplicemente perché lo Spirito li avrà portati alla verità completa. Sarà cessata l’incomprensione. Gesù cesserà di essere per essi sconcertante. come era stato fino a quel momento.
Questa piena comprensione caratterizza la situazione escatologica. Non vi saranno più domande da fare. Il mistero dell’esistenza umana è chiarito definitivamente alla luce della fede. Questo spiega come la naturale tristezza del passato sia sostituita dalla gioia, caratterizzata dalla mancanza di ogni interrogativo o dalla risposta a tutti gl’interrogativi che vi potrebbero essere.
 
Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia - Giuseppe Barbaglio (Tristezza in Schede Bibliche Pastorali - Vol. VIII): Il quarto evangelista definisce la tristezza lo stato necessario e ineludibile del cristiano privo della presenza visibile di Gesù e confrontato con un mondo ostile. Ecco infatti la trafila delle riflessioni meditative dell’evangelista messe in bocca a Cristo nel discorso di addio. Anzitutto Gesù dice che sta per andare da colui che lo ha mandato e ciò provoca tristezza nell’animo dei discepoli (Gv 16,5-6). Eppure la sua dipartita costituisce un vantaggio per loro, che solo così riceveranno da lui lo Spirito della verità (16,7-15). Quindi ripete che ancora un poco ed essi non lo vedranno più, ma queste parole sono oscure ai discepoli che lo interrogano in proposito (16,16-19). La risposta di Cristo: «In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia» (16,20).
Gesù continua illustrando il suo punto di vista con il paragone della partoriente che soffre durante il parto, ma alla fine è lieta perché sta nascendo una creatura: «Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (16,21-23).
Ci basta citare in merito l’ottima interpretazione di R. Bultmann: « ... la lype in cui piombano i discepoli per la partenza di Gesù non può essere fraintesa in senso psicologico o novellistico. Essa caratterizza piuttosto lo stato di solitudine di quanti sono stati chiamati da Gesù a uscire dal mondo (15,19; 17,16) e tuttavia si trovano ancora nel mondo (17,11), dal quale sono odiati (15,18ss). A questa lype corrisponde la chara del kosmos (16,20). Il kosmos, minacciato nella sua sicurezza dall’apparizione di Gesù, gioisce per la sua scomparsa e odia i «suoi», poiché con la loro esistenza lo pongono continuamente in questione.
Ma i «suoi», accettando di appartenere a Gesù, devono pure accettare di essere soli nel mondoe di venir odiati da esso, proprio perché non appartengono più al mondo, ma a Gesù (15,19). Ciò comporta anzitutto turbamento (tarache, 14,1), tribolazione (thlipsis, 16,33) e lype, giacché la loro situazione non è affatto naturale, devono farsene una ragione... Essi, proprio per rimanere uniti a lui, devono isolarsi. Ma appunto per questo dalla loro lype sgorga la loro gioia (chara, 16,21s). Nel distacco dal mondo sperimenteranno la comunione con lui e proveranno quindi una gioia che dura eternamente (16,22) poiché non proviene dal mondo, sul quale egli ha riportato la sua “vittoria” (16,33)» (GLNT, VI 867-868).
Per completezza diciamo che anche 1Pt valuta la tristezza come condizione del credente quaggiù, per la sua estraneità al mondo. «È una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente ... A questo infatti siete stati chiamati, poiché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (2,19.21). Si veda pure, nello stesso scritto, 1,6-7: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da arie prove, perché il valore della vostra fede» sia impreziosito dalla prova superata, come l’oro passa attraverso il crogiuolo.
 
Non aver paura - L’incoraggiamento divino a continuare la predicazione - Didimo il Cieco (Catena sugli Atti degli Apostoli 18,9-11): A Corinto Dio apparve in forma di visione all’ Apostolo e lo invitò a non aver paura di insegnare, e rese chiara a lui la ragione per cui doveva parlare e non rimanere in silenzio; infatti in quella città vi erano molti che Dio sapeva avrebbero accolto la proclamazione dell’ Apostolo.
Così giacché era naturale che Paolo, essendo uomo, temesse gli attacchi, vedendo che molti erano ancora pagani, Dio incoraggia e stimola l’insegnante ad essere forte, dicendo: Sono con te e nessuno cercherà di farti del male.
 
Il Santo del Giorno - 27 Maggio 2022 _ Sant’Atanasio Bazzekuketta Martire (Uganda, 1866 - Nakiwubo, 27 maggio 1886): Atanasio Bazzekuketta fa parte del gruppo - venerato oggi con la dizione Carlo Lwanga e compagni - di 22 martiri ugandesi. Questi furono uccisi in diverse fasi sotto il re Muanga, durante una persecuzione che costò la vita in poco più di un anno, dal novembre 1885 al febbraio 1887, a un centinaio di cristiani. Muanga e il predecessore, re Mutesa, avevano accolto favorevolmente l’annuncio del Vangelo da parte dei missionari Padri Bianchi. Ma l’erede, salito al trono, mutò tragicamente parere. Atanasio era il custode del regio tesoro e fu ucciso il 3 giugno del 1886 a soli 20 anni. Si offrì ai carnefici che durante una marcia di trasferimento dei cristiani imprigionati ne uccidevano uno a ogni crocicchio per incutere terrore agli altri. I martiri ugandesi sono stati beatificati nel 1920 da Benedetto XV e canonizzati nel 1964 da Paolo VI, che nel 1969 consacrò il santuario a loro dedicato nella località ugandese di Namugongo. (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai fatto partecipi della tua mensa,
concedi ai tuoi servi di esserti sempre fedeli
e di annunciare il tuo nome ai fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 26 Maggio 2022
 
GIOVEDÌ DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA
 
At 18,1-8; Salmo Responsoriale dal Salmo 97 (98); Gv 16,16-20
 
Colletta
O Dio, che sempre esalti i tuoi servi fedeli
con la gloria della santità,
infondi in noi il tuo santo Spirito,
che infiammò mirabilmente il cuore di san Filippo [Neri].
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La santità cristiana - Catechismo della Chiesa Cattolica 2013 « Tutti i fedeli di qualsiasi stato a grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità ». Tutti sono chiamati alla santità: « Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48): « Per raggiungere questa perfezione, i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura del dono di Cristo, affinché [ ... ], in tutto obbedienti alla volontà del Padre, con lutto il loro animo si consacrino alla gloria di Dio e al servizio del prossimo. Così la santità del popolo di Dio crescerà apportando frulli abbondanti, come è splendidamente dimostrato, nella storia della Chiesa, dalla vita di tanti santi ».
2014 Il progresso spirituale tende all’unione sempre più intima con Cristo.
Questa unione si chiama « mistica », perché partecipa al mistero di Cristo mediante i sacramenti - « i santi misteri» - e, in lui, al mistero della Santissima Trinità. Dio chiama tutti a questa intima unione con lui, anche se soltanto ad alcuni sono concesse grazie speciali a segni straordinari di questa vita mistica, allo scopo di rendere manifesto il dono gratuito fatto a tutti.
2015 Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale. Il progresso spirituale comporta l’ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini: « Colui che sale non cessa mai di andare di inizio in inizio; non si è mai finito di incominciare. Mai colui che sale cessa di desiderare ciò che già conosce».
 
I Lettura: Paolo è dedito tutto alla Parola, ma non si esenta dal lavoro, così come insegnerà ai cristiani di Tessalonica: Chi non vuol lavorare neppure mangi (2Ts 3,6-12). Aquila, Priscilla, Sila, Timòteo sono compagni di Paolo nella inesausta missione apostolica la quale apre varchi in ogni direzione, così Crispo, capo della sinagoga di Corinto, si converte insieme a tutta la sua famiglia, e molti dei Còrinzi, ascoltando Paolo, credevano e si facevano battezzare. Nonostante patenti persecuzioni la penetrazione capillare della Parola, in tutti gli strati della società, politica, sociale e religiosa, si fa sempre più profonda.
 
Vangelo
Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.
 
Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete: la misteriosa frase di Gesù può essere codificata così: un poco e non mi vedrete, i giorni della passione sono vicini e Gesù morirà crocifisso e sarà sepolto, la morte e la sepoltura veleranno la sua presenza agli occhi dei discepoli, ma per poco; un poco e mi vedrete, dopo tre giorni Gesù risorgerà, apparirà ai suoi discepoli, e starà in mezzo a loro. Il mondo si rallegrerà della sua morte, i discepoli saranno nella tristezza, gemeranno e piangeranno, ma ben presto, dopo tre giorni, la loro tristezza si cambierà in gioia: dolore della passione, gioia di rivedere Gesù resuscitato (cfr. Gv 20,20).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,16-20
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».
Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia»
 
Bnedetto Prete (I Quattro Vangeli): 16 Ancora un po’ e non mi vedrete ed un po’ ancora e mi rivedrete; alcuni codici aggiungono: «perché vado al Padre» (Volgata: quia vado ad Patrem); l’aggiunta, che appesantisce e rende oscuro il testo, è dovuta alle parole «vado al Padre», che si leggono al termine del vers. seguente. Cristo in precedenza aveva consolato i discepoli, assicurandoli che andando al Padre avrebbe inviato loro il Paraclito (vers. 7); ora li solleva dalla tristezza promettendo loro che la sua assenza sarà breve e che presto essi lo rivedranno. Con queste parole intenzionalmente enigmatiche Cristo annunzia la sua andata ed il suo ritorno, cioè la sua morte e la sua risurrezione. Il testo di Giov., 16, 16-24 è parallelo a Giov., 14, 18-21. Da notare che in Giov., 14, 19 Gesù, dopo un breve periodo, è invisibile per il mondo ed è visibile per i discepoli; nel presente vers. invece Cristo, dopo un breve periodo, è invisibile ai discepoli e dopo un secondo breve periodo è visibile a loro.
17 Che cosa ci dice...?; i discepoli non comprendono le parole misteriose del Maestro; la loro incomprensione non si porta tanto sul senso immediato delle parole quanto invece sul contenuto di esse, cioè: i discepoli non intendono il significato che ha per loro l’andata di Cristo al Padre; l’incomprensione quindi riguarda l’aspetto teologico della dichiarazione di Cristo. Come Gesù può affermare che i suoi lo rivedranno quando invece dice di sé che va al Padre?
18 Non sappiamo ciò che vuol dire; la presentazione letteraria è assai movimentata; i discepoli si domandano reciprocamente che cosa significa la dichiarazione di Cristo ed alla fine confessano con estremo candore: «Non sappiamo ciò che vuol dire».
19 Gesù, conoscendo che volevano interrogarlo...; Giovanni ama sottolineare che Cristo ha una conoscenza soprannaturale degli uomini e dei fatti (cf. 1, 48; 2, 24-25; 4, 17-19, 29; 6, 61, 64, 71; 13, 1, 11, 27, 28; 16, 30; 18, 4; 21, 17).
20 In verità... vi dico; il Salvatore non risponde direttamente alla domanda dei discepoli; egli invece li esorta ad aver fiducia perché saranno duramente provati, ma il loro dolore si muterà in gioia, cioè alla prova seguirà la consolazione. Voi piangerete e farete lamenti, ma il mondo si rallegrerà; in termini velati Gesù allude alla sua imminente passione: i discepoli durante la passione e morte del Maestro si troveranno nel dolore; i nemici di Cristo invece (i giudei) saranno nella gioia, perché ormai credono di averlo definitivamente vinto; cf. Apocalisse, 11, 10. Quest’allusione tuttavia non esaurisce l’intero significato delle parole di Gesù, le quali in pari tempo prospettano una situazione che è ricorrente nella storia: da una parte i credenti addolorati e tristi per un’assenza apparente di Cristo, e dall’altra il mondo non credente che si rallegra e gioisce per questa stessa assenza che essi giudicano reale.
 
Gioia nelle tribolazioni - Giuseppe Barbaglio (Gioia in Schede Bibliche Pastorali - Vol IV): Già in At 5,41leggiamo che gli apostoli, denunciati al sinedrio, gioirono per gli oltraggi subiti a causa di Cristo. Si noti bene: nessuna perversione masochistica, cioè nessun amore per la sofferenza in quanto tale, ma adesione così totale al Signore e alla causa del suo vangelo da pagare con gioia ogni prezzo richiesto (cf. anche At 13,52).
Però è soprattutto Paolo che nel NT ha abbinato paradossalmente gioia e sofferenza. Rievocando l’evangelizzazione di Tessalonica, ricorda come i credenti della comunità macedone avessero accolto la parola dell’apostolo «in mezzo a mille tribolazioni con la gioia dello Spirito santo» (1Ts 1,6).
Egli stesso, apostolo «crocifisso», vive con l’animo pieno di gioia. Ai cristiani di Corinto confessa: «Afflitti, ma sempre lieti» (2Cor 6,10). Imprigionato e in attesa dell’esito del processo che potrebbe anche essere di condanna capitale, lungi dal cadere in preda alla depressione, vuole che gli amati filippesi condividano la sua gioia: «E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me» (Fil 2,17-18).
Avversari personali approfittavano della sua forzata inattività per moltiplicare gli sforzi di evangelizzazione? Egli passa sopra al loro spirito di rivalità e di rivalsa e gioisce: «purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene» (Fil 1,18). Sempre dal carcere così scrive ai colossesi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la chiesa» (1,24).
Insistente è poi la sua esortazione é credenti di Filippi: «Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore» (3,1); «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (4,4). Eppure la chiesa filippese soffriva non poco per l’ambiente ostile. Il suo appello però non scade a facili raccomandazione moralistica, perché esce dal carcere in cui egli si trova relegato per causa di Cristo. In proposito si veda anche Gc 1,2: «Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove».
Commentando la lettera ai Filippesi, K Barth ha osservato che la gioia di Paolo è «un ostinato “malgrado tutto”». Ma si deve anche dire che egli gioisce proprio per questo «tutto»: la sua gioia è causata proprio dalle sofferenze, non solo esiste nonostante le sofferenze. Con la necessaria precisazione che si tratta di sofferenze da lui: sopportate per il Signore e per le sue comunità. In realtà, egli gioisce di poter fedelmente compiere la sua missione, anche a costo della vita.
Non lo si ritenga però un eroe secondo l’ideale greco che esaltava la virtù dell’andreia («virilità»). Paolo riconosce senza mezzi termini che all’origine della gioia sta lo Spirito. In particolare, afferma che la gioia è frutto dello Spirito (Gal 5,22), è gioia dello Spirito (1Ts 1,6), gioia nello Spirito (Rm 14,17).
D’altra parte, l’apostolo conosce anche le gioie più sane e normali della vita. Egli gioisce nel ricevere buone notizie dalla comunità di Corinto: «Egli (Tito) infatti ci ha annunziato il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me, cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta» (2Cor 7,7). Sperimenta una grande gioia quando ha la prova tangibile che è rifiorita la premurosa attenzione degli amici filippesi per la sua persona (Fil 4,10). Ha evitato di portare a compimento un viaggio, già programmato, a Corinto perché aveva previsto che i corinzi gli avrebbero causato sofferenza, proprio loro da cui dipende la sua gioia (2Cor 2,2-3). In ogni modo il rapporto appare bilaterale: egli, da parte sua, contribuisce alla gioia dei corinzi (2Cor 1,24).
 
Gioia pasquale - «Esulta, Gerusalemme e rallegratevi voi tutti che amate Gesù: è risorto, infatti. Gioite, voi che dianzi eravate tutti in lutto [Is 66,10]...: chi, infatti, fu in questa città disonorato, è stato nuovamente richiamato in vita. Come dunque aveva recato una certa tristezza l’annuncio della croce, così ora la buona novella della risurrezione sia fonte di esultanza per i presenti. Si muti in gioia il dolore, il pianto in letizia [cfr. Sal 29,12]; la nostra bocca si riempia di gaudio e di tripudio [cfr. Sal 70,8], secondo l’invito di colui che, dopo la sua risurrezione, disse: Esultate [Mt 28,9]. Io so quanto hanno sofferto nei giorni scorsi coloro che amano il Cristo, allorché le mie prediche terminavano con la morte e la sepoltura... Il morto, però, è risorto: libero fra i morti [Sal 87,6] e liberatore dei morti. Colui che aveva tollerato l’oltraggio di venir cinto d’una corona di spine, si fregiò, risorgendo, con il diadema della propria vittoria sulla morte» (Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimali, 14,1).
 
Il Santo del Giorno - 26 Maggio 2022 - San Filippo Neri Sacerdote: Figlio di un notaio fiorentino di buona famiglia. Ricevette una buona istruzione e poi fece pratica dell’attività di suo padre; ma aveva subito l’influenza dei domenicani di san Marco, dove Savonarola era stato frate non molto tempo prima, e dei benedettini di Montecassino, e all’età di diciott’anni abbandonò gli affari e andò a Roma. Là visse come laico per diciassette anni e inizialmente si guadagnò da vivere facendo il precettore, scrisse poesie e studiò filosofia e teologia. A quel tempo la città era in uno stato di grande corruzione, e nel 1538 Filippo Neri cominciò a lavorare fra i giovani della città e fondò una confraternita di laici che si incontravano per adorare Dio e per dare aiuto ai pellegrini e ai convalescenti, e che gradualmente diedero vita al grande ospizio della Trinità. Filippo passava molto tempo in preghiera, specialmente di notte e nella catacomba di san Sebastiano, dove nel 1544 sperimentò un’estasi di amore divino che si crede abbia lasciato un effetto fisico permanente sul suo cuore. Nel 1551 Filippo Neri fu ordinato prete e andò a vivere nel convitto ecclesiastico di san Girolamo, dove presto si fece un nome come confessore; gli fu attribuito il dono di saper leggere nei cuori. Ma la sua occupazione principale era ancora il lavoro tra i giovani. San Filippo era assistito da altri giovani chierici, e nel 1575 li aveva organizzati nella Congregazione dell’Oratorio; per la sua società (i cui membri non emettono i voti che vincolano gli ordini religiosi e le congregazioni), costruì una nuova chiesa, la Chiesa Nuova, a santa Maria “in Vallicella”. Diventò famoso in tutta la città e la sua influenza sui romani del tempo, a qualunque ceto appartenessero, fu incalcolabile.
 
O Signore, che ci hai fatto gustare il pane del cielo,
fa’ che a imitazione di san Filippo
desideriamo sempre questo cibo
che ci dona la vera vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 25 MAGGIO 2022
 
MERCOLEDÌ DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA

At 17,15.22-18,1; Salmo Responsoriale dal Salmo 148; Gv 16,12-15
 
Colletta
O Padre, che ci doni la grazia di celebrare nel mistero
la risurrezione del tuo Figlio,
fa’ che possiamo rallegrarci
con tutti i santi nel giorno della sua venuta nella gloria.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Dio creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra - Nostra aetate 1: Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.
I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.
Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo: la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo.
 
I lettura: L’apostolo Paolo ad Atene annuncia il Vangelo presentandolo come la filosofia vera, senza affatto attuarne la trascendenza e il carattere soprannaturale. San Paolo elogia l’indole e la disposizione religiosa degli Ateniesi: «Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”», ma, allo stesso tempo, “rivela che la religione da essi praticata è ancora molto imperfetta, perché, non dà loro una sufficiente conoscenza di Dio e del culto  che gli è dovuto, non li libera dai peccati né li rende capaci di vivere degnamente secondo lo spirito” (Bibbia di Navarra).
Proprio partendo da questa premessa, Paolo annuncia agli Ateniesi colui che essi adorano senza conoscerlo. Il discorso di Paolo si compone di due parti, nella prima parla della conoscenza naturale di Dio, nella seconda espone la conoscenza di Dio mediante la fede. Ma è la conclusione a costituire per gli Ateniesi un vero ostacolo perché essi possano accettare le parole di Paolo: e questo ostacolo è il pensiero della risurrezione.
“La  presentazione di Cristo risuscitato provocò un’aperta opposizione nell’Areopago. E Luca ha testimoniato in questo discorso che la risurrezione era la pietra dello scandalo. Dio si è manifestato a Israele, ma s’è fatto conoscere anche ai pagani. Nessuno, quindi, potrebbe rifugiarsi nella sua ignoranza quando è accusato delle sue deviazioni sul piano culturale e morale. Stando così le cose, l’unica cosa che era lecito attendersi era la serietà del giudizio terribile di Dio; ma questo sarebbe stato eccessivamente duro. II fatto che Dio si sia fatto conoscere a tutti, anche se solo parzialmente, deve far pensare che egli abbia tracciato riguardo agli uomini qualche piano migliore che la loro condanna. Tutto il mondo può essere salvo, se si converte al Dio vero. E la necessità di convertirsi è provata qui con la considerazione del giudizio che compirà l’uomo approvato da Dio con la risurrezione dai morti” (Felipe F. Ramos).
 
Vangelo
Lo Spirito della verità vi guiderà a tutta la verità.
 
Lo Spirito della verità, che guiderà i credenti a tutta la verità, “glorificherà Gesù manifestando le ricchezze del suo mistero. Gesù stesso glorifica il Padre [Gv 14,13; 17,4]. La rivelazione è dunque perfettamente una: avendo origine nel Padre e realizzandosi per mezzo del Figlio, si compie nello Spirito, per la gloria del Figlio e del Padre” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 16,12-15
 
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
 
Siamo nel contesto del discorso di addio dell’Ultima Cena: agli Apostoli affranti, a motivo della imminente dipartita del Maestro (Gv 16,6), Gesù promette il dono dello Spirito Santo. Quando «verrà lo Spirito di verità», saranno ricolmi di gioia e saranno guidati «a tutta la verità» (Gv 16,13). Lo Spirito Santo prenderà il posto di Cristo nella guida dei discepoli, «sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita» (Ap 7,17). La missione dello Spirito Santo sarà parallela a quella di Gesù. Annuncerà ai discepoli le cose future: non nel senso di nuove rivelazioni riguardanti il futuro, ma nel senso che donerà l’intelligenza per capire e interpretare quanto è già avvenuto o è stato detto o insegnato dal Cristo. Lo Spirito Santo glorificherà Gesù manifestando le ricchezze del suo mistero. Il verbo annunziare è usato negli scritti apocalittici (cfr. Dn 2,2.4.7.9), «dove indica le interpretazioni delle visioni e delle rivelazioni dei misteri. In questo senso, lo Spirito non rivelerebbe qualcosa di nuovo, ma interpreterebbe la rivelazione storica di Gesù, in relazione al futuro escatologico. Lo Spirito espleterà questa funzione mediante gli Apostoli, che avranno una missione particolare nei riguardi della rivelazione di Gesù in quanto furono testimoni fin dall’inizio [Gv 15,27] ... Non solo mediante gli Apostoli, ma nella vita della Chiesa espleterà la sua missione di verità mediante la guida nell’interpretare la rivelazione di Gesù in relazione al futuro e al futuro ultimo» (Giuseppe Segalla). Tutto quello che lo Spirito Santo prende dal Figlio proviene dal Padre, in questo modo la «rivelazione è dunque perfettamente una: avendo origine nel Padre e realizzandosi per mezzo del Figlio, si compie nello Spirito, per la gloria del Figlio e del Padre» (Bibbia di Gerusalemme). Le ultime parole di Gesù (v. 15: Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà di quel che è mio e ve l’annuncerà) hanno una portata particolarmente trinitaria, ma «la prospettiva rimane cristologica: nel Cristo, interpretato dallo Spirito, si svela il mistero di Dio» (A. Marchadour).

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità... - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Giovanni): Questo è vero anzitutto per i singoli: si tratta di una luce interiore, come di un nuovo principio di conoscenza. Il cristiano segue una via di mezzo tra il razionalismo che nega qualsiasi illuminazione interiore ed il settarismo che fonda tutto sulla luce interiore, cadendo nel soggettivismo e nell’individualismo.
Realmente la luce interiore c’è. L’uomo che nella preghiera si apre allo Spirito Santo acquista delle conoscenze che gli altri non possono raggiungere; ha delle illuminazioni di cui gli altri non dispongono; penetra verità, che per gli altri rimangono enigmi; possiede chiarezza e lucidità di spirito, mentre gli altri si smarriscono nella problematica. Ma nello stesso tempo sa che questa conoscenza interiore è in dipendenza dell’azione dello Spirito nella Chiesa infallibile, nel senso che sottostà al controllo ed alla sicura garanzia di questa.
Ai singoli si aggiunge dunque la Chiesa, pervasa essa pure dalla luce dello Spirito Santo: «Egli (lo Spirito Santo) mi glorificherà perché riceverà del mio e ve lo farà conoscere». L ‘opera sua nella Chiesa consiste nella spiegazione della dottrina annunciata da Cristo. La potenza dello Spirito Santo, anima della Chiesa, spiega e sviluppa tutto quello che il Cristo è venuto a portare sulla terra: dottrina, liturgia, pietà, organizzazione e, soprattutto, santità.
Anche in questo caso il fedele tiene il giusto mezzo tra i due estremi: evita l’ostinato irrigidimento e la insistente ripetizione del passato, ma anche la sfrenata corsa verso tutte le novità ed il falso adattamento.
Questa posizione d’equilibrio si raggiunge solo per mezzo del principio ordinatore e formativo che fa della pura organizzazione della Chiesa un vero organismo, vale a dire mediante la forza vitale dello Spirito Santo.
I discepoli di Cristo non hanno dunque solo un baluardo che li mette al riparo dalle insidie dei nemici, ma sono difesi anche interiormente, nell’intimo delle singole anime e dentro la comunità ecclesiale. Anche in questa parte il discorso del Signore contiene accenni, germi, abbozzi di una potenza e di una capacità di sviluppo straordinarie.
 
… ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”: Catechismo della Chiesa Cattolica 27: Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa: «La ragione più alta della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio: non esiste, infatti, se non perché, creato per amore da Dio, da lui sempre per amore è conservato, né vive pienamente secondo verità se non lo riconosce liberamente e non si affida al suo Creatore».
28: Nel corso della loro storia, e fino ai giorni nostri, la ricerca di Dio da parte degli uomini si è espressa in molteplici modi, attraverso le loro credenze ed i loro comportamenti religiosi (preghiere, sacrifici, culti, meditazioni, ecc). Malgrado le ambiguità che possono presentare, tali forme d’espressione sono così universali che l’uomo può essere definito un essere religioso: Dio «creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,26-28).   
 
Quando però verrà lo Spirito di Verità, vi insegnerà la Verità tutta intera ... - Bonaventura (Sermones dominicales, 25,1): Gesù Cristo, vedendo che i discepoli erano desolati per la sua partenza fisica, promette loro, per consolarli, un premio regale, un dono imperiale, cioè lo Spirito Santo ... ma per stimolare i loro animi a desiderarlo, lo descrive nella sua triplice proprietà ... Prima nella benignità, con le parole quando verrà ... perché un tale e così grande Maestro non sdegna di venire ai suoi discepoli ... poi lo descrive come nobilissimo per l’eccellenza della dignità della Persona, quando soggiunge: lo Spirito di Verità … Infine lo descrive come liberalissimo per la sovrabbondanza della dottrina, aggiungendo: vi insegnerà la Verità tutta intera. Da questo Maestro, sorgente somma, derivano tutti i rivi di sapienza e di conoscenza.
 
Il Santo del Giorno - 25 Maggio 2022 - San Gerio (Girio): Gerio, o Girio, era un nobile francese originario della Linguadoca, il quale lasciò tutti i suoi beni per vivere da eremita. Nato tra il 1270 e il 1274, per una serie di acquisizioni e cessioni territoriali della famiglia, divenne conte di Roccaforte. Volendo vivere da solitario, si recò con il fratello in una zona piena di caverne. Lì rimasero a lungo isolati per la piena di un fiume e furono due serpenti a salvarli, portando del pane. Recatisi nella vicina chiesa per la Messa, raccontarono il miracolo.
Presto la notizia si diffuse e molta gente li cercava. Allora partirono col desiderio di recarsi in Palestina. Prima, però, vollero visitare Roma. Qui Gerio seppe che ad Ancona un sant’uomo, Liberio, voleva partire per Gerusalemme. Pensando di viaggiare con lui, andò nelle Marche. Ma a Tolentino si sentì male e morì nei pressi di Potenza Picena (allora Monte Santo), che lo venera come patrono. Il culto è stato confermato nel 1742. (Avvenire)
 
Ricolmi della pienezza della tua grazia,
ti chiediamo, o Signore, che i tuoi figli,
sostenuti dalla forza del convito eucaristico,
siano coraggiosi testimoni della verità del Vangelo,
e nel nostro tempo
rendano sempre presente e operante la tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore.