25 FEBBRAIO 2022
 
VENERDÌ DELLA VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Gc 5,9-12; Sal 102 (103); Mc 10,1-12
 
Il Santo del Giorno - 25 Febbraio 2022 - Beato Domenico Lentini Sacerdote (Lauria, Potenza, 22 novembre 1770 - 25 febbraio 1828): Nato a Lauria (Potenza) nel 1770 da genitori contadini, il beato Domenico Lentini divenne prete nel 1794 e si dedicò alla predicazione tra le persone di tutte le condizioni: dai dotti ai più umili, che beneficava con gesti di carità. Anche improvvisi: era capace di togliersi scarpe, calzoni e camicia, restando solo con la tonaca sulla pelle, per andare incontro a un bisognoso. Si dedicò anche all’educazione dei giovani. Conobbe anche dure prove: fu calunniato presso il vescovo da un sacerdote e passò per gli anni di fuoco della Rivoluzione napoletana del 1799. Morì a Lauria nel 1828. È beato dal 1997. (Avvenire)
 
Colletta
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito,
perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà
e attuarlo nelle parole e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Udienza Generale 6 Maggio 2015): Il sacramento del matrimonio è un grande atto di fede e di amore: testimonia il coraggio di credere alla bellezza dell’atto creatore di Dio e di vivere quell’amore che spinge ad andare sempre oltre, oltre sé stessi e anche oltre la stessa famiglia. La vocazione cristiana ad amare senza riserve e senza misura è quanto, con la grazia di Cristo, sta alla base anche del libero consenso che costituisce il matrimonio.
La Chiesa stessa è pienamente coinvolta nella storia di ogni  matrimonio cristiano: si edifica nelle sue riuscite e patisce nei suoi fallimenti. Ma dobbiamo interrogarci con serietà: accettiamo fino in fondo, noi stessi, come credenti e come pastori anche questo legame indissolubile della storia di Cristo e della Chiesa con la storia del matrimonio e della famiglia umana? Siamo disposti ad assumerci seriamente questa responsabilità, cioè che ogni matrimonio va sulla strada dell’amore che Cristo ha con la Chiesa? È grande questo!
In questa profondità del mistero creaturale, riconosciuto e ristabilito nella sua purezza, si apre un secondo grande orizzonte che caratterizza il sacramento del matrimonio. La decisione di “sposarsi nel Signore” contiene anche una dimensione missionaria, che significa avere nel cuore la disponibilità a farsi tramite della benedizione di Dio e della grazia del Signore per tutti. Infatti gli sposi cristiani partecipano in quanto sposi alla missione della Chiesa. Ci vuole coraggio per questo! Perciò quando io saluto i novelli sposi, dico: “Ecco i coraggiosi!”, perché ci vuole coraggio per amarsi così come Cristo ama la Chiesa
La celebrazione del sacramento non può lasciar fuori questa corresponsabilità della vita familiare nei confronti della grande missione di amore della Chiesa. E così la vita della Chiesa si arricchisce ogni volta della bellezza di questa alleanza sponsale, come pure si impoverisce ogni volta che essa viene sfigurata. La Chiesa, per offrire a tutti i doni della fede, dell’amore e della speranza, ha bisogno anche della coraggiosa fedeltà degli sposi alla grazia del loro sacramento! Il popolo di Dio ha bisogno del loro quotidiano cammino nella fede, nell’amore e nella speranza, con tutte le gioie e le fatiche che questo cammino comporta in un matrimonio e in una famiglia.
 
I Lettura: Proprio perché il giudice è alle porte, il cristiano deve mettere in campo, innanzitutto, la virtù dell’amore, poi deve imparare a sopportare con pazienza gli eventi avversi che spesso lambiscono la sua vita. Poi come modello prenda il paziente Giobbe per condividerne la sua beata sorte. E infine, sappia agire nella sincerità e nella verità, sicuro che tutto ciò conferisce all’uomo il dono della perseveranza, e il dono di una fede adulta e ricca di buoni frutti.
 
Vangelo: Il tema del divorzio, al tempo di Gesù, era oggetto di accese discussioni tra due scuole rabbiniche: quella di Shammai, rigorista, e quella di Hillel, lassista. La prima riconosceva legittimo motivo solo il caso di adulterio da parte della moglie, la seconda scuola ammetteva, invece, come valido qualsiasi motivo, anche il più futile. L’intenzione dei farisei è di costringere Gesù a schierarsi o per la scuola di Shammai o per la scuola di Hillel e così poterlo accusare o ai rigoristi o ai lassisti. L’intenzione era di creargli dei nemici. Gesù capovolge il tutto mettendo la donna e l’uomo sullo stesso piano. Non è solo la moglie colpevole di adulterio verso il marito, ma anche il marito si rende colpevole di adulterio se ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra. I diritti e i doveri sono uguali per la moglie e per il marito e chi li lede commette adulterio.
 
Dal Vangelo secondo Marco 10,1-12: In quel tempo, Gesù, partito da Cafàrnao, venne nella regione della Giudea e al di là del fiume Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.
Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
 
Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra ... - I farisei, sempre vigilanti, seguono passo passo Gesù attendendo solo il momento opportuno per attaccare, per metterlo alla prova: il verbo greco (peirazontes) «ha un significato peggiorativo, stando ad indicare un tentativo che si compie in tutto malanimo per fare cadere qualcuno per mezzo di un tranello tesogli di nascosto [cf. Mc 8,11; 12,13-15]» (Adalberto Sisti).
Così non sorprende questo ennesimo assalto volto unicamente a mettere in difficoltà Gesù. La domanda è costruita ad arte: «È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
È vero che il ripudio era ammesso dalla legge di Mosè (cf. Dt 24,1-4), ma la loro interpretazione era abusiva. Oltre tutto, la domanda non doveva essere nemmeno posta perché i farisei, veri maestri della Parola, conoscevano già la risposta e sapevano che si trovava nel primo libro della Torah, il libro della Genesi, dove tra l’uomo e la donna veniva postulato completa e indissolubile comunione di vita.
Da qui si comprende quanto fosse capziosa la loro domanda. Gesù risponde con una domanda - Che cosa vi ha ordinato Mosè? - perché vuole costringere i suoi avversari a trovare da se stessi la risposta.
E alla replica dei farisei, Gesù dà, come una stoccata, la sua risposta: «Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma».
La durezza del cuore e della cervice (cf. Es 32,9; 33,3 ecc.) è un rimbrotto che a piè sospinto troviamo nell’Antico Testamento. La durezza di cuore è l’incapacità dell’uomo a comprendere la volontà di Dio ed entrare nei suoi disegni. È chiusura alla parola di Dio. Questo peccato apportò al popolo giudeo fame, lutti, morti, catene ... Per tanta ostinazione, sul popolo d’Israele piombò un terribile castigo: la fame della Parola di Dio (Am 8,11-12).
Il richiamo all’autorità della sacra Scrittura, che troviamo sovente nell’insegnamento di Gesù (cf. Mt 4,4.6.7; 26,31; Mc 14,21.27; Lc 24,46; ecc.), qui è teso a smascherare l’ipocrisia dei farisei. In verità, il legalismo e la doppiezza erano il complesso dei requisiti utili a delineare l’immagine ideale dei farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti ... Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini ... Siete veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione ... [annullate] così la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi» (Mc 7,6.8-9.13). Una tentazione, quella di annullare la parola di Dio con la tradizione, mai sopita, nemmeno nella Chiesa.
La citazione biblica - Ma all’inizio della creazione ... - sembra avere acquietato gli importuni interlocutori, infatti Marco non registra ulteriori repliche da parte dei farisei. Saranno, invece, i discepoli a volere scendere nei particolari. E Gesù non si sottrae e con la sua risposta, che riflette la legislazione mosaica e il diritto romano, torna a rimettere sullo stesso piano l’uomo e la donna.
Questo è il progetto di Dio il quale non ammette disquisizioni teologiche di sorta. In questa luce si arriva ad una sola conclusione: «L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha unito». Che è equivalente a: «l’uomo non manipoli ciò che Dio ha fatto per essere congiunto, ma ne promuova lo sviluppo armonioso. Chiama durezza di cuore [che è centro della persona più che del sentimento] la ristrettezza di mente e di progetti di chi ha perso la ricchezza della parola di Dio per rinchiudersi nei cavilli giuridici» (Don Bruno Barisan).
 
Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto - Casti Connubii (Lettera Enciclica): […] quanto all’indissolubile fermezza del patto coniugale, Cristo medesimo vi insiste dicendo: «Ciò che Iddio ha congiunto, l’uomo non separi»; e: «Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra, commette adulterio; e chiunque, prende quella che è stata ripudiata dal marito, commette adulterio».
In questa indissolubilità ripone appunto Sant’Agostino il bene che egli chiama del sacramento, con queste chiare parole: «Nel sacramento, poi si esige che il matrimonio non sia disciolto e il ripudiato o la ripudiata non si unisca ad altri, neppure a causa della prole».
Ora questa inviolabile fermezza, quantunque non competa ad ogni matrimonio con la stessa misura di perfezione, compete nondimeno a tutti i veri matrimoni; perché il detto del Signore: «Ciò che Iddio ha congiunto, l’uomo non separi» essendo stato pronunciato a proposito del matrimonio dei primi progenitori, prototipo di qualsiasi altro matrimonio futuro, deve di necessità comprendere tutti assolutamente i veri matrimoni. Che se prima di Cristo la sublimità e la severità della legge primitiva andarono tanto attenuate, che Mosè permise ai cittadini dello stesso popolo di Dio, per la durezza del loro cuore, di dare per motivi determinati la lettera del ripudio, Cristo invece, giusta il suo potere di legislatore supremo, revocò questo permesso di una maggiore libertà, e rimise pienamente in vigore la legge primitiva con quelle parole assolutamente indimenticabili: «Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non separi». Molto saggiamente perciò Pio VI, Nostro predecessore di f. m., così rispondeva al Vescovo di Agra: «Per questo è evidente che il matrimonio, nel medesimo stato di natura e certo assai prima che fosse sollevato alla dignità di Sacramento propriamente detto, è stato divinamente istituito in maniera da portare seco la perpetuità e la indissolubilità del nodo, tale perciò che da nessuna legge civile possa essere disciolto. Quindi, sebbene la ragione di sacramento possa andare disgiunta dal matrimonio, come tra gli infedeli, anche in tale matrimonio tuttavia, se è vero matrimonio, deve restare e certamente resta in perpetuo quel nodo che fino dalla prima origine è così inerente al matrimonio che non va soggetto a nessun potere civile. Così qualsiasi matrimonio si dica contratto, o venga contratto in modo da essere un vero matrimonio, avrà insieme quel nodo perpetuo che per diritto divino va connesso con ogni vero matrimonio; ovvero si suppone contratto senza tale nodo perpetuo, e allora non è vero matrimonio, ma una illecita unione contraria per il suo oggetto alla legge divina, e che perciò non si può lecitamente né iniziare né mantenere».
 
La moglie fedele - Crisostomo Giovanni, In epist. ad Tit., 4, 2: La moglie che ha cura della casa, sarà anche pudica e regolerà tutto; né si darà ai piaceri, a spese ingiustificate e simili cose. “Perché non sia bestemmiato il nome di Dio”, dice l’Apostolo. Lo vedi che egli si preoccupa principalmente della predicazione e non delle cose temporali? Difatti, scrivendo a Timoteo dice: “Meniamo una vita quieta e tranquilla con tutta pietà e onestà” (1Tm 2,2); qui poi dice: “Perché non sia bestemmiato il nome e la dottrina di Dio”. Se capita, infatti, che una donna fedele maritata a un infedele, non sia ben fornita di virtù, di qui suole nascere la bestemmia contro Dio, ma se è ben fornita di virtù le sue parole e le sue azioni promuoveranno la gloria di Dio. Sentano le donne che sono sposate a uomini malvagi o infedeli; sentano e imparino a indurli alla pietà con i loro buoni costumi. Se, infatti, non dovessi cavarci altro né riuscissi a ridurlo alla vera fede, però ne chiuderai la bocca e non gli darai occasione di bestemmiare contro la religione cristiana. E questo non è tanto poco, è anzi moltissimo, perché dai contatti della vita la nostra verità acquista ammirazione.
 
Dio onnipotente,
il pegno di salvezza ricevuto in questi misteri
ci conduca alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 
24 FEBBRAIO 2022
 
GIOVEDÌ DELLA VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Gc 5,1-5; Sal 48 (49); Mc 9,41-50
 
Il Santo del Giorno 24 Febbraio 2022 - San Modesto, Vescovo: San Modesto fu il diciannovesimo vescovo di Treviri vissuto nel V secolo. La data della sua morte viene fatta ricadere nell’anno 486. La sua vita si svolge a Treviri, in Germania, all’epoca del dominio dei Franchi. Era presente al momento delle invasioni dei franchi Meroveo e Childerico I. Grazie alla predicazione, alla preghiera e al digiuno ha lottato contro la povertà, la corruzione del clero e la demoralizzazione del popolo; egli era infatti solito passeggiare per le strade cittadine e intrattenersi con la gente per diffondere la fede cristiana. Venne ricordato da tutti i suoi diocesani come un uomo virtuoso e fu sepolto nella Chiesa di Sant’Eucario. Le reliquie di san Modesto sono conservate a Treviri nella Chiesa di San Matteo. 
 
Colletta: Il tuo aiuto, Dio onnipotente, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Il rispetto dell’anima altrui: lo scandalo - Catechismo della Chiesa Cattolica: 2284 Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza.
2285 Lo scandalo assume una gravità particolare a motivo dell’autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono. Ha ispirato a nostro Signore questa maledizione: « Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, [...] sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare » (Mt 18,6). Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore.
2286 Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica.
Così, si rendono colpevoli di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa, o a « condizioni sociali che, volutamente o no, rendono ardua o praticamente impossibile una condotta di vita cristiana, conformata ai precetti del Sommo Legislatore ». La stessa cosa vale per i capi di imprese i quali danno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che «esasperano» i loro allievi o per coloro che, manipolando l’opinione pubblica, la sviano dai valori morali.
2287 Chi usa i poteri di cui dispone in modo tale da spingere ad agire male, si rende colpevole di scandalo e responsabile del male che, direttamente o indirettamente, ha favorito. «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono» (Lc 17,1).
 
I Lettura: Non viene condannato il ricco in quanto ricco, ma il ricco empio, egoista che fa della ricchezza il suo idolo. Giacomo condanna il ricco che volge le spalle al povero, irridendo la sua povertà. Il Concilio Vaticano II condanna tanto disinteresse, condanna colui che verso il povero tende non una mano aperta della carità e della solidarietà, ma il pugno chiuso dell’egoismo: “Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del numero assai elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi dalla fame, il sacro Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche, affinché - memori della sentenza dei Padri: «Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso» realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi” (Gaudium et spes n. 69).
 
Vangelo: “Gesù ordina la rinuncia anche eroica quando è necessaria per non perdere il bene più prezioso, che è quello della fede, della grazia e della vita eterna. Quando parla di automutilazione usa un modo di dire paradossale, per meglio inculcare la necessità di certe rinunce, anche se dure e difficili” (Vincenzo Raffa).
 
Dal Vangelo secondo Marco 9,41-50: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.
Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.
Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».
Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».
 
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me… I piccoli non sono tanto i bambini, ma i credenti dalla fede vacillante, i cristiani deboli esposti allo scandalo. I credenti, al dire di sant’Alberto Magno, qui sono «detti piccoli per la loro fede limitata e perché possono essere facilmente scandalizzati, sono cioè deboli nella fede e pronti al peccato, provocati anche dai cattivi esempi dei sacerdoti».
E Gesù su questo punto non ammette deroghe. Il giudizio è severissimo, un giudizio espresso con parole di fuoco. Qui viene sfumata l’immagine edulcorata del Gesù buono a tutti i costi, pronto a perdonare tutto a tutti.
Da qui l’urgenza a recidere, con profonda determinazione, tutto quello che può provocare scandalo a se stessi e ai fratelli. I moniti di Gesù certamente non vanno presi alla lettera. Avremmo un paese zeppo di ciechi e di sciancati. In verità, è l’urgenza della conversione per entrare nel Regno di Dio.
La porta per entrare nel Regno è stretta (Mt 7,13-14) per cui per entrarvi non è necessario mutilarsi, ma semplicemente scorticarsi. La salvezza non è un gioco da ragazzi, non è da prendere sotto gamba; è invece qualcosa di molto serio. Per il Vangelo la vita terrena, nel suo naturale finire, si apre soltanto a due soluzioni: o il Regno, cioè l’eterna beatitudine; o la Geenna, l’Inferno «ove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 8,12), cioè l’eterna dannazione (Mt 18,18; 25,41; Gd 1,7).
La sibillina espressione - il loro verme e il fuoco non si estingue - è presa di peso dal libro del profeta Isaia (66,24) dove il verme è simbolo del rimorso. Acutamente fa osservare san Giovanni Crisostomo che qui la coscienza viene chiamata verme che «morde l’anima che non opera il bene». Quindi  ognuno «diviene accusatore di se stesso al ricordo di come si è comportato nell’esistenza mortale, e così il verme non muore» (Catena Aurea). Ricordata in altri testi veterotestamentari (cf. Sir 7,17; Gdt 16,17), l’espressione sta ad indicare il giusto castigo dell’empio. Gesù se ne serve «per descrivere metaforicamente le pene dei dannati, che saranno tormentati senza possibilità di riscatto. Strettamente non sembra che vi sia inclusa anche l’idea di eternità. Ma tenendo conto di tutto l’insegnamento del Nuovo Testamento al riguardo, non sembra che si possa escludere» (Adalberto Sisti).
Peccato che il testo evangelico omette il prosieguo: «Perché ciascuno sarà salato con il fuoco».
A volere gettare alle ortiche secoli di esegesi, di pronunciamenti del magistero della Chiesa e di riflessioni alla fine non resta che dire una cosa sola: come esiste la possibilità che l’uomo alla fine della vita possa aprire gli occhi sul volto di Dio (1Cor 13,12), così esiste la possibilità che possa perdersi eternamente. Egli può andare consapevolmente incontro a una dannazione intrisa di indicibili patimenti (la pena del senso) e tra questi il dolore inenarrabile della perdita di Dio (la pena del danno). Il non contemplare Dio, il non vedere il suo volto, questa è la pena indicibile che accompagnerà eternamente il dannato.
La replica di Gesù non è una minaccia, ma «una luce che mi indica la via, e io devo giungere a comprendere e accogliere la sua volontà: “Sì, Signore, se per arrivare a Te mi chiedi di entrare nella vita monco ... zoppo ... con un occhio solo, mi troverai pronto”. Questa è la vita cristiana radicata nella serietà purissima della Croce» (G. Pollano).
 
Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala… - Emmanuela Ghini (Scandalo, Schede Bibliche Pastorali - Vol. VII):  - 1. Lo scandalo per Israele. Il termine skàndalon eredita dall’ebraico una grande ricchezza di significati; esso deriva da skandàlètron e traduce nei LXX due diverse radici ebraiche: jqs (nqs), che significa prendere in trappola (Sal. 124), e ksl, che significa inciampare, vacillare (Is. 8,15), da cui deriva il sostantivo mik’ sòl, occasione di caduta, ostacolo (Lev. 19,14; Is. 57), usato anche in senso metaforico (1Sam. 25,31; Ez. 3,20).
Si è detto che skàndalon, da causa di rovina materiale, passa progressivamente a indicare rovina in senso religioso, quindi caduta e peccato.
Lo scandalo per Israele si configura come attentato all’alleanza, rifiuto del rapporto d’amicizia che Dio ha stabilito con l’uomo mediante essa. In questo senso possono costituire una seduzione, un laccio per Israele i popoli abitanti la terra promessa (Es. 23,33; 34,12), se Iahvé non li caccia davanti al suo popolo (Gios. 23,13). Causa ricorrente di scandalo, cioè di occasione di peccato, è infatti l’idolatria delle nazioni vicine al popolo eletto (Dt. 7,16). Gli idoli stessi sono detti scandalo (Os. 4,17; Giud. 8,27).
Ma anche Iahvé può porsi come pietra d’inciampo per il suo popolo prevaricatore (Is. 8,14), e costituire per esso, per la sua salvezza, un momentaneo ostacolo (Ger. 6,21). Israele deve scegliere tra l’economia di Dio e quella umana; scegliere quest’ultima è incorrere nella ribellione, che rende Dio causa di rovina per i suoi figli.
Anche il singolo israelita può essere «scandalo» per il popolo eletto, se tenta di strapparlo al rapporto dell’alleanza e quindi dal seguito di Iahvé. Dio punisce chi tenta di indurre Israele alla perversione (1Re 14,16). Elia predice ad Acab la sua tragica fine solo perché ha provocato lo sdegno di Iahvé, ma anche perché ha fatto peccare Israele (1Re 21,22).
Lo scandalo ha un aspetto individuale e un aspetto sociale. Esso è legato all’empietà; per l’empio infatti tutto può essere occasione di caduta e motivo di scandalo: non solo la lingua (Eccli. 23,28), ma anche la legge (Eccli. 32,15). Dio solo può far scomparire lo scandalo (Sof. 1, 3).
2. Potenza demoniaca dello scandalo nel NT. Come nell’Antico Testamento, anche nel Nuovo Testamento lo scandalo è definito in rapporto a Dio.
Nel Nuovo Testamento skàndalon e skandalìzon hanno la stessa pregnanza di significato che nell’Antico Testamento e nel giudaismo, ma subiscono l’influenza del clima nuovo portato da Cristo. Gesù, la più assoluta sfida alla fede, richiama lo scandalo, ostacolo alla fede.
Nei sinottici i due significati principali di skàndalon hanno per centro Satana (il male) o Gesù (la fede). Un gruppo di testi è centrato sul male. È Matteo l’evangelista che mette in luce l’aspetto demoniaco dello scandalo. L’opera di Gesù, l’unto di Spirito santo che si oppone a Satana (Mc. 3,22.29), segna la sconfitta del principe delle tenebre; le espulsioni dei demoni lo manifestano.
Con immagini dell’apocalittica giudaica, Matteo evoca il dramma escatologico. Mt. 13,41 cita Sof. 1,3: gli scandali si riferiscono non solo agli uomini che con il loro esempio causano la rovina di altri, ma alle forze demoniache che lavorano alla corruzione dell’umanità. Esse raggiungono negli ultimi tempi il massimo di potenza nefasta. La vittoria definitiva sarà però dei figli dell’uomo.
Mt. 24,10 richiama Dan. 11,41: lo scandalo è qui la grande apostasia operata dalle potenze sataniche che hanno il compito di seminare il male nel mondo. Per il loro influsso molti si vendono a Satana e lo riconoscono per il Dio dell’universo.
Questi testi mostrano, già in luce escatologica, la grandezza del seduttore che distrugge la fede e induce alla caduta. Anche Mt. 18,7 va letto in prospettiva apocalittica; il testo non riguarda una semplice tentazione, ma mostra lo spaventoso pericolo dello scandalo che precede la venuta del messia e che esclude dalla salvezza. Ma anche gli scandali stanno sotto la necessità divina (anànk) e fanno parte del disegno di Dio, anzi, annunciano presente il suo venire, costringono alla scelta decisiva per o contro Dio. Pietro, che ha ricevuto autorità sulle potenze infernali (Mt. 16,16-19) diviene, a sua insaputa, un loro strumento. Lo scandalo si rivela come contrasto tra l’uomo e Dio, e se ne ricupera qui il senso anticotestamentario: gli idoli erano abominevoli per Iahvé; allo stesso modo è esecrabile lo scandalo. La decisione per o contro Dio passa per un punto solo, la croce; Pietro diviene scandalo per Gesù perché misconosce la via della croce. L’abbandono, da parte di Gesù, del piano di salvezza voluto dal Padre, comporterebbe l’abbandono del mondo alle forze demoniache. La proposta di Pietro è satanica (Mt. 16,21-23). Allo stesso modo i pastori possono divenire motivo di scandalo per il gregge quando la prudenza umana impedisce in essi l’ascolto dello Spirito (Gv. 10,11 s.).
 
Dio onnipotente,
il pegno di salvezza ricevuto in questi misteri
ci conduca alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.
 


 
23 FEBBRAIO 2022
 
SAN POLICARPO, VESCOVO E MARTIRE – MEMORIA
 
Gc 4,13-17; Sal 48 (49); Mc 9,38-40
 
Il Santo del Giorno - San Policarpo, Martire: San Policarpo Vescovo e martire (Smirne [attuale Turchia], anno 69 - 23 febbraio 155): Nato a Smirne nell’anno 69 «fu dagli Apostoli stessi posto vescovo per l’Asia nella Chiesa di Smirne». Così scrive di lui Ireneo, suo discepolo e vescovo di Lione in Gallia. Policarpo viene messo a capo dei cristiani del luogo verso il 100. Nel 107 è testimone del passaggio per Smirne di Ignazio, vescovo di Antiochia, che va sotto scorta a Roma dove subirà il martirio. Policarpo lo ospita e più tardi Ignazio gli scriverà una lettera divenuta poi famosa. Nel 154 Policarpo va a Roma per discutere con papa Aniceto sulla data della Pasqua. Dopo il suo ritorno a Smirne scoppia una persecuzione. L’anziano vescovo (ha 86 anni) viene portato nello stadio, perché il governatore romano Quadrato lo condanni. Policarpo rifiuta di difendersi davanti al governatore, che vuole risparmiarlo, e alla folla, dichiarandosi cristiano. Verrà ucciso con la spada. Sono circa le due del pomeriggio del 23 febbraio 155.
 
Colletta
Dio di tutto il creato,
che hai unito alla schiera dei martiri
il vescovo san Policarpo,
per sua intercessione
concedi anche a noi di partecipare con lui
al calice della passione di Cristo
per risorgere, nella potenza dello Spirito Santo,
alla vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Papa Francesco (Angelus 30 Settembre 2018): Giovanni e gli altri discepoli manifestano un atteggiamento di chiusura davanti a un avvenimento che non rientra nei loro schemi, in questo caso l’azione, pur buona, di una persona “esterna” alla cerchia dei seguaci. Invece Gesù appare molto libero, pienamente aperto alla libertà dello Spirito di Dio, che nella sua azione non è limitato da alcun confine e da alcun recinto. Gesù vuole educare i suoi discepoli, anche noi oggi, a questa libertà interiore.
Ci fa bene riflettere su questo episodio, e fare un po’ di esame di coscienza. L’atteggiamento dei discepoli di Gesù è molto umano, molto comune, e lo possiamo riscontrare nelle comunità cristiane di tutti i tempi, probabilmente anche in noi stessi. In buona fede, anzi, con zelo, si vorrebbe proteggere l’autenticità di una certa esperienza, tutelando il fondatore o il leader dai falsi imitatori. Ma al tempo stesso c’è come il timore della “concorrenza” – e questo è brutto: il timore della concorrenza –, che qualcuno possa sottrarre nuovi seguaci, e allora non si riesce ad apprezzare il bene che gli altri fanno:  non va bene perché “non è dei nostri”, si dice. E’ una forma di autoreferenzialità. Anzi, qui c’è la radice del proselitismo. E la Chiesa – diceva Papa Benedetto – non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, cioè cresce per la testimonianza data agli altri con la forza dello Spirito Santo.
La grande libertà di Dio nel donarsi a noi costituisce una sfida e una esortazione a modificare i nostri atteggiamenti e i nostri rapporti. È l’invito che ci rivolge Gesù oggi. Egli ci chiama a non pensare secondo le categorie di “amico/nemico”, “noi/loro”, “chi è dentro/chi è fuori”, “mio/tuo”, ma ad andare oltre, ad aprire il cuore per poter riconoscere la sua presenza e l’azione di Dio anche in ambiti insoliti e imprevedibili e in persone che non fanno parte della nostra cerchia. Si tratta di essere attenti più alla genuinità del bene, del bello e del vero che viene compiuto, che non al nome e alla provenienza di chi lo compie. E – come ci suggerisce la restante parte del Vangelo di oggi – invece di giudicare gli altri, dobbiamo esaminare noi stessi, e “tagliare” senza compromessi tutto ciò che può scandalizzare le persone più deboli nella fede.
 
I Lettura - Se Dio vuole: “È una riserva comune del nostro linguaggio quotidiano. Pare che non avvenisse cosi fra i cristiani ai quali si rivolge l’autore della nostra lettera. Fra loro, si parlava di domani e di posdomani senza l’appendice: « se Dio vuole ». Questo « domani a posdomani, senza nessuna precisazione era quello che si udiva normalmente nelle strade percorse da quei cristiani.
Giacomo dice loro che è necessario aggiungere: «se Dio vuole», in pratica, si esprimevano a questo modo, quando formulavano i loro progetti, tanto i greci come i romani. Non era però un’espressione corrente fra i giudei; e pare che Giacomo voglia dire ai suoi cristiani che non devono apprendere questa lezione dai loro antenati giudei, ma dai loro vicini pagani.
Era importante questo avvertimento che Giacomo rivolge ai suoi cristiani? II fatto stesso che egli lo faccia parla in favore della sua necessità. Perché? Semplicemente perché il loro modo di parlare così assoluto indicava che non tenevano presente la condizione essenziale della vita umana. Non è degno d’un cristiano, né d’un semplice uomo pensare di poter disporre in modo così assoluto del futuro. La sicurezza eccessiva con cui si stabiliscono le opere da compiere, il beneficio che ne deriva, il tempo che richiedono il luogo in cui compierle esorbita dai limiti in cui l’uomo si deve muovere. Questa disposizione assoluta del futuro e delle opere da compiere va oltre la stessa caducità della vita umana. Il domani potrebbe non albeggiare più per colui che ha già determinate tutti i particolari delle cose da fare in quel giorno” (Felipe F. Ramos, Commento della Bibbia Liturgica).
 
Vangelo: Chi non è contro di noi, è per noi - I Vangeli, in molte occasioni, non temono di mettere in evidenza i limiti caratteriali e le povertà intellettuali e spirituali degli Apostoli. Così, la richiesta da parte del discepolo che «Gesù amava» di mettere a regime lo Spirito Santo denuncia apertamente una mentalità gretta, tribale, non plasmata ancora dallo Spirito.
Giovanni è l’apostolo che aveva chiesto a Gesù, per sé e per suo fratello Giacomo, i primi posti nel Regno celeste (Mc 10,35-40). E sempre loro due chiederanno a Gesù di incenerire i Samaritani il cui unico torto era stato quello di non aver voluto accogliere il Maestro (Lc 9,54). Tutto questo, oltre a far capire con quale pasta Gesù costruì la sua Chiesa, al dire di molti autori, è un’ulteriore prova della veridicità dei racconti evangelici.
Quella di Giovanni, in pratica, è la richiesta di ottenere il monopolio della potenza del nome di Gesù. La risposta del Maestro sgombra il campo da ogni dubbio: di questa potenza i discepoli non sono i padroni; essa è data da Dio e solo Dio ne dispone i tempi e i modi e l’avvenuto miracolo attesta che chi l’ha operato ha agito con corretta intenzione: «non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me».
Gli esorcisti occupavano un posto molto importante anche in Israele in quanto a satana veniva addebitata ogni sorta di sciagure: l’uomo sedotto da satana scivolando nel peccato andava incontro ad ogni tipo di sofferenze, disgrazie e anche malattie fisiche, che palesavano in questo modo il giusto castigo di Dio. Gesù generalmente non contraddice questo modo di pensare, ma in qualche caso esclude una relazione diretta e precisa tra colpa e malattia (cf. Lc 13,2; Gv 5,14; 9,3).
La replica di Gesù - Chi non è contro di noi, è per noi - è una lezione di alto tono magistrale: dinanzi a Dio e di fronte al bene assoluto della salvezza, non vi sono distinzioni tra uomo e uomo, tra «tu sei dei nostri» e «tu non lo sei». L’unica distinzione che il Vangelo fa è riportata nel capitolo 25 di Matteo (vv. 31-45): avevo fame, avevo sete, ero ammalato, forestiero, nudo, malato e mi avete dato accoglienza e assistenza (oppure non me l’avete data). Solo su questa distinzione verterà il giudizio di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Marco 9,38-40: In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».
 
Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 38: Giovanni gli disse: Maestro, abbiamo visto...; soltanto in questo episodio, narrato dai Sinottici, l’apostolo Giovanni appare come unico interlocutore e protagonista. L’espressione «per il mio nome» (vers. 37), può aver richiamato all’apostolo un fatto accaduto, con molta probabilità, durante il viaggio missionario dei Dodici (cf. Mc., 6,7-13). Gli apostoli, avendo incontrato un esorcista, il quale, pur non appartenendo al loro gruppo, scacciava i demoni facendo uso del nome di Gesù, glielo avevano proibito. I Dodici, sia per difendere l’onore del Maestro, sia anche per riservarsi il privilegio di scacciare gli spiriti del male, avevano preso un atteggiamento così risoluto ed intollerante. Probabilmente quell’innominato esorcista, avendo assistito alle miracolose espulsioni operate da Gesù, desiderava fare altrettanto, utilizzando il nome di lui nelle sue formule di esorcismo. Dal testo non risulta che quell’esorcista abbia compiuto realmente delle espulsioni di demoni, ma che usava il nome di Gesù (cf. Atti, 19,13). L’ultima parte del versetto ha una tradizione testuale oscillante («e non ci segue; e noi glielo avevamo impedito, perché non ci seguiva»), un gruppo di codici infatti omette la prima parte (non ci segue); l’altro, la seconda (perché non ci seguiva).
versetti 39-40: Gesù disapprova l’azione compiuta dai discepoli e raccomanda loro un atteggiamento più conciliante. Quell’esorcista infatti, servendosi del nome di Gesù, riconosceva, almeno implicitamente, l’autorità ed il potere di lui sugli spiriti del male; egli quindi, pur non avendo una fede illuminata come quella degli apostoli, mostrava di abbracciare la causa di Cristo. Contrariamente agli Scribi ed ai Farisei, che erano nemici dichiarati del Maestro e suoi ciechi oppositori, quell’esorcista anonimo faceva causa comune con i discepoli. Chi... non è contro di noi è per noi; la frase è assoluta e non ha sottigliezze logiche. Chi, come l’esorcista, non è avversario di Gesù, può essere considerato un suo cooperatore. Evidentemente chi è con il Maestro opera maggiormente per lui.
 
Due fecondissimi semi del regno di Dio - Leone Magno, Sermoni, 82,6-7: Preziosa agli occhi del Signore, la morte dei suoi santi (Sal 115,5). Nessun genere di crudeltà può distruggere una religione fondata nel mistero della croce di Cristo. La Chiesa non è indebolita dalle persecuzioni, al contrario, ne è rafforzata. E il campo del Signore si riveste di una messe sempre più ricca, poiché i grani, che cadono ad uno ad uno, rinascono moltiplicati. Quanto fecondi siano stati Pietro e Paolo, questi due splendidi germogli del seme divino, lo attesta il numero immenso dei santi martiri, che, emuli del trionfo dei due apostoli, hanno circondato la nostra città di schiere rivestite di porpora e circonfuse di viva luce. Essi l’hanno come coronata di un unico diadema formato da molte pietre preziose.
Della loro protezione, carissimi, che è stata voluta da Dio come esempio di pazienza e per rafforzare la nostra fede, noi dobbiamo rallegrarci quando commemoriamo universalmente tutti i santi. Ma è giusto che ci rallegriamo maggiormente della grandezza di questi due padri, che la grazia di Dio ha innalzato a tanta perfezione fra tutti i membri della Chiesa, da fare di essi, nel corpo di cui Cristo è il capo, come la luce degli occhi. Quanto ai loro meriti e alle loro virtù, che non si possono esprimere a parole, non dobbiamo pensarli né distinguendoli né contrapponendoli: perché una stessa elezione li accomuna, una uguale missione li rende simili, una medesima fine li unisce. Invece, come abbiamo sperimentato e come hanno testimoniato i nostri padri, noi crediamo e abbiamo la ferma speranza che, per ottenere la misericordia di Dio in mezzo a tutte le prove di questa vita, le preghiere di questi due speciali protettori ci sono di aiuto continuo. Così, mentre i nostri peccati ci fanno cadere, i meriti di questi apostoli ci risollevano.
 
La partecipazione ai tuoi santi misteri
ci comunichi, o Signore,
lo spirito di fortezza che rese il tuo santo martire Policarpo
fedele nel servizio e vittorioso nella passione.
Per Cristo nostro Signore.

 

 22 FEBBRAIO 2022
 
Cattedra di san Pietro Apostolo - Festa
 
1Pt 5,1-4; Sal 22 (23); Mt 16,13-19
 
Il Santo del Giorno - 22 Febbraio - Cattedra di san Pietro Apostolo: Il 22 febbraio per il calendario della Chiesa cattolica rappresenta il giorno della festa della Cattedra di San Pietro. Si tratta della ricorrenza in cui viene messa in modo particolare al centro la memoria della peculiare missione affidata da Gesù a Pietro. In realtà la storia ci ha tramandato l’esistenza di due cattedre dell’Apostolo: prima del suo viaggio e del suo martirio a Roma, la sede del magistero di Pietro fu infatti identificata in Antiochia. E la liturgia celebrava questi due momenti con due date diverse: il 18 gennaio (Roma) e il 22 febbraio (Antiochia). La riforma del calendario le ha unificate nell’unica festa di oggi. Essa - viene spiegato nel Messale Romano - “con il simbolo della cattedra pone in rilievo la missione di maestro e di pastore conferita da Cristo a Pietro, da lui costituito, nella sua persona e in quella dei successori, principio e fondamento visibile dell’unità della Chiesa”
 
Colletta
Dio onnipotente, concedi
che tra gli sconvolgimenti del mondo
non si turbi la tua Chiesa,
che hai fondato sulla roccia
della professione di fede dell’apostolo Pietro.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Voi chi dite che io sia? - Papa Francesco (Omelia, 22 Febbraio 2016): In questo momento, ad ognuno di noi il Signore Gesù ripete la sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Una domanda chiara e diretta, di fronte alla quale non è possibile sfuggire o rimanere neutrali, né rimandare la risposta o delegarla a qualcun altro. Ma in essa non c’è nulla di inquisitorio, anzi, è piena di amore! L’amore del nostro unico Maestro, che oggi ci chiama a rinnovare la fede in Lui, riconoscendolo quale Figlio di Dio e Signore della nostra vita. E il primo chiamato a rinnovare la sua professione di fede è il Successore di Pietro, che porta con sé la responsabilità di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32).
Lasciamo che la grazia plasmi di nuovo il nostro cuore per credere,  e apra la nostra bocca per compiere la professione di fede e ottenere la salvezza (cfr Rm 10,10). Facciamo nostre, dunque, le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Il nostro pensiero e il nostro sguardo siano fissi su Gesù Cristo, inizio e fine di ogni azione della Chiesa. Lui è il fondamento e nessuno ne può porre uno diverso (1 Cor 3,11). Lui è la “pietra” su cui dobbiamo costruire. Lo ricorda con parole espressive sant’Agostino quando scrive che la Chiesa, pur agitata e scossa per le vicende della storia, «non crolla, perché è fondata sulla pietra, da cui Pietro deriva il suo nome. Non è la pietra che trae il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo trae dalla pietra; così come non è il nome Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. […] La pietra è Cristo, sul fondamento del quale anche Pietro è stato edificato» (In Joh 124, 5: PL 35, 1972).
Da questa professione di fede deriva per ciascuno di noi il compito di corrispondere alla chiamata di Dio. Ai Pastori, anzitutto, viene richiesto di avere come modello Dio stesso che si prende cura del suo gregge. Il profeta Ezechiele ha descritto il modo di agire di Dio: Egli va in cerca della pecora perduta, riconduce all’ovile quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata (34,16). Un comportamento che è segno dell’amore che non conosce confini. È una dedizione fedele, costante, incondizionata, perché a tutti i più deboli possa giungere la sua misericordia. E, tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la profezia di Ezechiele prende le mosse dalla constatazione delle mancanze dei pastori d’Israele. Pertanto fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore.
 
I Lettura: L’apostolo Pietro si rivolge agli anziani, che in altri contesti sono i presbiteri, ma qui potrebbe  conservare il suo significato etimologico di anziano. Una esortazione rivolta ai pastori, un invito ad essere dolci, pazienti, e sopra tutto disinteressati. Pietro, apostolo di Cristo, è stato testimone della sua passione, e questo dà al suo scritto il sigillo dell’autorità e della veridicità.
 
Vangelo: Il primato di Pietro è un potere per il bene della Chiesa, e poiché deve durare sino alla fine dei tempi, sarà trasmesso a coloro che gli succederanno nel corso dei secoli. Inferi, alla lettera «Ade» (in ebraico Sheol), designa il soggiorno dei morti (cfr. Num 16,33). Le potenze degli inferi, «evocano le potenze del Male che, dopo aver trascinato gli uomini nella morte del peccato, li incatena definitivamente nella morte eterna. Seguendo il suo Signore, morto, “disceso agli inferi” [1Pt 3,19] e risuscitato [At 2,27.31], la Chiesa avrà la missione di strappare gli eletti all’impero della morte, temporale ed eterna, per farli entrare nel regno dei cieli [cfr. Col 1,3; 1Cor 15,26; Ap 6,8; 20,13]» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19: In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
 
E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa: Il termine semitico che traduce Chiesa, ekklêsia, significa assemblea. La «Chiesa» nell’Antico Testamento è la comunità del popolo eletto (Cf. Dt 4,10; At 7,38). Nei vangeli non appare che due volte e designa la nuova comunità che Gesù stava per fondare e che egli presenta come una realtà non solo stabile, ma indistruttibile: «[...] le potenze degli inferi non prevarranno su di essa». La locuzione, invece, è frequente nelle lettere paoline. Per la Bibbia di Gerusalemme, Gesù usando «il termine “Chiesa” parallelamente all’espressione “regno dei cieli” (Mt 4,17), sottolinea che questa comunità escatologica comincerà già sulla terra mediante una società organizzata di cui stabilisce il capo». La Chiesa è edificata su Simone, che a motivo di questo ruolo riceve qui il nome di Pietro. Il mutamento del nome sta a indicare la nuova missione di Simon Pietro: egli sarà la roccia, quindi elemento di coesione, di unità e di stabilità.
A questo punto, Gesù indica i poteri conferiti a Simon Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Il senso di questa immagine, nota alla sacra Scrittura e all’antico Oriente, suggerisce l’incarico affidato a un unico personaggio di sorvegliare ed amministrare la casa. Nel mandato di Simon Pietro, il potere di legare e di sciogliere implica il perdono dei peccati, ma la sua comprensione non va limitata a questo significato: esso, infatti, comprende tutta un’attività di decisione e di legislazione, nella dottrina come nella condotta pratica, che coincide con l’amministrazione della Chiesa in generale.
Sempre per la Bibbia di Gerusalemme, l’esegesi cattolica «ritiene che queste promesse eterne valgano non soltanto per la persona di Pietro, ma anche per i suoi successori; sebbene tale conseguenza non sia esplicitamente indicata nel testo, è tuttavia legittima in ragione dell’intenzione manifesta che ha Gesù di provvedere all’avvenire della sua Chiesa con una istituzione che la morte di Pietro non può rendere effimera».
Luca (22,31s) e Giovanni (21,15s) sottolineano che il primato di Pietro, sempre per mandato divino, deve essere esercitato particolarmente nell’ordine della fede e che tale primato lo rende capo, non solo della Chiesa futura, ma già degli altri Apostoli. Infine, c’è da sottolineare che la professione petrina avviene nella regione di Cesarea di Filippo. Possiamo dire che non è «ricordato a caso il quadro geografico: la confessione del Messia e l’investitura di Pietro avvengono fuori dalla Palestina, in un territorio pagano. Le future direzioni della salvezza sono ormai chiare» (Ortensio Da Spinetoli).
 
Gesù è il “principe dei pastori”: Pastores dabo vobis 21: L’immagine di Gesù Cristo pastore della chiesa, suo gregge, riprende e ripropone, con nuove e più suggestive sfumature, gli stessi contenuti di quella di Gesù Cristo capo e servo. Inverando l’annuncio profetico del Messia salvatore, cantato gioiosamente dal salmista e dal profeta Ezechiele (cfr. Sal 22[23]; Ez 34,11ss), Gesù si autopresenta come il “buon pastore” (Gv 10,11.14) non solo di Israele, ma di tutti gli uomini (cfr. Gv 10,16). E la sua vita è ininterrotta manifestazione, anzi quotidiana realizzazione della sua “carità pastorale”: sente compassione delle folle, perché sono stanche e sfinite, come pecore senza pastore (cfr. Mt9,35-36); cerca le smarrite e le disperse (cfr. Mt 18,12-14) e fa festa per il loro ritrovamento, le raccoglie e le difende, le conosce e le chiama a una a una (cfr. Gv 10,3), le conduce ai pascoli erbosi e alle acque tranquille (cfr. Sal 22 [23]), per loro imbandisce una mensa, nutrendole con la sua stessa vita. Questa vita il buon pastore offre con la sua morte e risurrezione, come la liturgia romana della chiesa canta: “È risorto il pastore buono che ha dato la vita per le sue pecorelle, e per il suo gregge è andato incontro alla morte. Alleluia”. Pietro chiama Gesù il “principe dei pastori” (1Pt 5,4), perché la sua opera e missione continuano nella chiesa attraverso gli apostoli (cfr. Gv 21,15-17) e i loro successori (cfr. 1Pt 5,1ss) e attraverso i presbiteri. In forza della loro consacrazione, i presbiteri sono configurati a Gesù buon pastore e sono chiamati a imitare e a rivivere la sua stessa carità pastorale.
 
L’unità della Chiesa - Cipriano di Cartagine, De Eccl. unitate, 4-5: Il Signore dice a Pietro: “Io ti dico: tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli: ciò che tu legherai sulla terra, sarà legato anche in cielo, e ciò che tu scioglierai sulla terra, sarà sciolto anche in cielo” (Mt 16,18s). Su uno solo egli edifica la Chiesa, quantunque a tutti gli apostoli, dopo la sua risurrezione, abbia donato uguali poteri dicendo: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo! A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti” (Gv 20,21-23). Tuttavia, per manifestare l’unità, costituì una cattedra sola, e dispose con la sua parola autoritativa che il principio di questa unità derivasse da uno solo. Quello che era Pietro, certo, lo erano anche gli altri apostoli: egualmente partecipi all’onore e al potere; ma l’esordio procede dall’unità, affinché la fede di Cristo si dimostri unica. E a quest’unica Chiesa di Cristo allude lo Spirito Santo nel Cantico dei Cantici quando, nella persona del Signore, dice: “Unica è la colomba mia, la perfetta mia, unica di sua madre, la prediletta della sua genitrice” (Ct 6,9). Chi non conserva quest’unità della Chiesa, crede forse di conservare la fede? Chi si oppone e resiste alla Chiesa, confida forse di essere nella Chiesa? Eppure è anche il beato apostolo Paolo che lo insegna, e svela il sacro mistero dell’unità dicendo: “Un solo corpo e un solo spirito, una sola speranza della vostra vocazione un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio” (Ef 4,4-6).
 
O Dio,
che nella festa dell’apostolo Pietro
ci hai rinvigoriti con la comunione
al Corpo e al Sangue di Cristo,
fa’ che questo santo scambio,
nel quale si attua la nostra redenzione,
sia per noi sacramento di unità e di pace.
Per Cristo nostro Signore.
 

 21 FEBBRAIO 2022
 
LUNEDÌ DELLA VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO PARI)
 
Gc 3,13-18; Sal 18 (19); Mc 9,14-29
 
Il Santo del Giorno - 21 Febbraio 2022 - Natale Pinot. Nella Rivoluzione fu sacerdote fedele: Da una parte un sacerdote silenzioso, umile, primo povero tra i poveri, apostolo tra i malati, dall’altra una rivoluzione che predicava libertà ma portò terrore. Sono questi i contorni della vicenda del beato Natale Pinot, prete francese nato ad Angers nel 1747 e ghigliottinato nella stessa città il 21 febbraio 1794. Nel mezzo c’è la vita di un religioso cresciuto in una famiglia umile e in un clero spesso privo di formazione, ma che scelse di dare corpo a una pastorale della quotidianità e insieme di studiare all’università. Parroco a Louroux-Béconnais, ne venne cacciato quando rifiutò di giurare sulla Costituzione civile del clero. Visse per un certo periodo nella clandestinità ma alla fine venne arrestato e condannato dalla Repubblica per «fanatismo religioso». Quando fu giustiziato indossava i paramenti liturgici. (Autore: Matteo Liut)
 
Colletta
Il tuo aiuto, Dio onnipotente,
ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito,
perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà
e attuarlo nelle parole e nelle opere.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera - Benedetto XVI (Angelus 20 Settembre 2009): Un elenco di sette qualità, secondo l’uso biblico, da cui risaltano la perfezione dell’autentica sapienza e gli effetti positivi che essa produce. Come prima e principale qualità, posta quasi a premessa delle altre, san Giacomo cita la “purezza”, cioè la santità, il riflesso trasparente - per così dire - di Dio nell’animo umano. E come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé. Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza.
Perché non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo? Questo vale per tutti, ma, in primo luogo, per chi è chiamato ad essere promotore e “tessitore” di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali. Ai nostri giorni, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. “Per coloro che fanno opera di pace - scrive san Giacomo - viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,18). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace, mettendosi alla scuola della “sapienza che viene dall’alto”, per assimilarne le qualità e produrne gli effetti. Se ciascuno, nel proprio ambiente, riuscisse a rigettare la menzogna e la violenza nelle intenzioni, nelle parole e nelle azioni, coltivando con cura sentimenti di rispetto, di comprensione e di stima verso gli altri, forse non risolverebbe tutti i problemi della vita quotidiana, ma potrebbe affrontarli più serenamente ed efficacemente.
 
I Lettura: La sapienza carnale si oppone alla sapienza che «viene dall’alto». La prima conduce a vivere una vita aggiogata alle passioni, ai vizi, alle suggestioni del potere e del denaro, perché ha radici nello spirito di satana, infatti invidia, discordie, falsità, nutrite nel proprio cuore e seminate all’interno della comunità non vengono dallo spirito di Dio.
La sapienza che «viene dall’alto» induce a vivere secondo la volontà di Dio e ci permette di realizzare i suoi piani di salvezza. La sapienza che «viene dall’alto», inoltre, crea nel cuore dell’uomo atteggiamenti e comportamenti capaci di influire positivamente sul mondo esterno, orientandolo decisamente verso Dio. Per questo è importante che il credente domini le passioni, si apra alla potenza della preghiera e ponga attenzione a vivere da vero cristiano.
 
Vangelo: La scena evangelica di oggi - la guarigione di un giovane posseduto da uno spirito muto e sordo - avviene quando Gesù scende, con Pietro, Giacomo e Giovanni, dal monte della trasfigurazione alla pianura, dove lo aspettano gli altri discepoli insieme a molta folla con il solito codazzo di alcuni scribi. Con questo racconto, molto circostanziato e di grande realismo, continua la rivelazione di Gesù ai discepoli. Di fronte al popolo ammalato di incredulità Gesù esalta con forza l’onnipotenza risanatrice della fede in lui e della preghiera. La liberazione del fanciullo posseduto da uno “spirito muto e sordo” conclama la venuta del Regno di Dio e la disfatta dell’Inferno, ora avanza la Luce e le tenebre arretrano. L’insuccesso dei discepoli è dovuto alla mancanza di “preghiera”, il demonio è debellato da chi è in feconda comunione con Dio, comunione che si attua sopra tutto con la preghiera. L’esorcismo fa fare un salto di qualità al padre del fanciullo indemoniato: dal “Se tu puoi qualcosa...” passa a una fede piena “Credo, aiuta la mia incredulità”.

Dal Vangelo secondo Marco 9,14-29: In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte] e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro.
E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono.
Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede».
Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!».
Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.
Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».
 
Fino a quando sarò con voi?  Fino a quando dovrò sopportarvi? - Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Tutti i presenti, sia pure a titolo diverso, hanno meritato il severo rimprovero racchiuso in queste parole di Cristo: i discepoli, per la fede incompleta nel potere che avevano ricevuto dal Signore (cfr Lc 9,1); il padre del ragazzo, per la mancanza di fiducia evidente nell’accusa indirizzata ai discepoli; la folla, che incuriosita assisteva alla scena, per la diffidenza e lo scetticismo. Il rimprovero coinvolse pure alcuni scribi che, tra la folla, infastidivano gli apostoli (cfr Mc 9,14) e cercavano di screditare la potestà che avevano ricevuto dal Maestro.
«Fino a quando sarò con voi e vi sopporterò?»: «Con queste parole Cristo vuoi dire: state godendo della mia compagnia, e tuttavia non desistete dall’accusare me e i miei discepoli [...]. Nel dire tali parole il Signore non si mostrò incollerito, ma parlò come il medico in visita a un ammalato che non vuole seguire le sue prescrizioni, e al quale perciò dice: fino a quando verrò a visitarti, dal momento che non vuoi fare quello che ti prescrivo?» (SAN TOMMASO D’AQUINO, In Evang. Mathaei lectura, 17,17).
 
Benedetto Prete (Quattro Vangeli): generazione incredula! L’amaro rimprovero di Gesù è rivolto a tutti i presenti, anche se non a ciascuno di essi è diretto con la stessa intensità. Gli apostoli, la folla, gli Scribi ed anche il padre dell’infelice giovinetto avevano mostrato di avere una fede insufficiente: gli apostoli perché non erano ricorsi alla preghiera; la folla perché era sempre avida di nuovi miracoli, come se non fossero sufficienti quelli già compiuti da Gesù per credere al suo potere; gli Scribi perché continuavano ad essere ostinati e si erano compiaciuti dell’insuccesso dei discepoli; il padre infine perché era rimasto scosso nella fiducia avuta inizialmente in Cristo, quando constatò che i discepoli non erano riusciti a guarirgli il figlio. Gesù, nonostante il forte risentimento per l’incredulità riscontrata nei presenti, ebbe compassione per il povero fanciullo malato e posseduto dal demonio e comandò che fosse condotto davanti a lui.
 
L’ostinazione, grandezza di Dio - Bruno Maggioni (Il racconto di Marco): «O generazione incredula! Fino a quando dovrò stare con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatemelo», Questa prima parola di Gesù non è rivolta solo al padre, ma ai discepoli e alla folla.
Neppure si limita al caso preciso: sembra, anzi, una valutazione di tutto ciò che Gesù ha fatto finora. Che cosa hanno prodotto la sua predicazione, la sua pazienza, i molti segni compiuti? Nulla! I discepoli non hanno una fede sufficiente per cacciare il demonio (poveri discepoli perennemente sconfitti!). La gente è avida di prodigi, come sempre, ma pur avendone già visti molti non ne capisce mai la lezione. Gli scribi hanno sempre prove dalla loro - sembra di vederli sorridere con sufficienza di fronte all’inutile tentativo dei discepoli - per metterlo in discussione.
Il rimprovero di Gesù non tradisce rabbia e tanto meno meraviglia, ma piuttosto sofferenza, stanchezza. Alcuni commentari vi scorgono nell’esclamazione di Gesù un’allusione ad alcuni testi celebri dell’A.T., quali Is 42, 14; 46, 4; 63, 15. È il lamento del profeta che si sente stanco della sua situazione - una situazione che sembra ripetersi senza fine, monotona, senza sbocchi e deluso di fronte a Dio che nasconde la sua potenza.
Ma con tutto questo Gesù ricomincia: non si ritira, non rifiuta il suo aiuto. Dice: portatemelo.
È in questa ostinazione la grandezza di Dio.
 
Quando lo afferra, lo getta al suolo ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce - Minucio Felice, L’Ottavio 26, 8-27, 6: Il demonio ha il potere di condurre gli uomini alla perdizione. Questi spiriti, dopo aver perduto quella semplicità che è loro propria per natura, vinti dal peso dei vizi, per consolarsi della loro disgrazia, non smettono, ormai persi nel peccato, di spingere gli altri alla perdizione, e ormai depravati non smettono di infondere negli altri l’errore della pravità, e scacciati da Dio non smettono di deviare gli altri sotto la spinta di false credenze ... Quando sono scacciati in nome dell’unico e vero Dio, contro la loro volontà si chiudono impauriti nei loro miseri corpi: e o ne sono immediatamente allontanati, o compaiono gradatamente, in base all’aiuto che la fede del paziente può offrire o in virtù della grazia di colui che guarisce.

Dio onnipotente,
il pegno di salvezza ricevuto in questi misteri
ci conduca alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.