27 Dicembre 2021
 
San Giovanni Apostolo, ed Evangelista
 
1Gv 1,1-4; Sal 96 (97); Gv 20,2-8
 
Il Santo del Giorno - San Giovanni Apostolo, ed Evangelista - Con i suoi testi c’insegna a credere e ad amare: Solo se amiamo Dio potremo guardare al mondo con i suoi occhi e cogliere la profondità della realtà che ci circonda. San Giovanni Apostolo, cui la tradizione attribuisce il quarto Vangelo e il libro dell’Apocalisse, ci accompagna in un percorso di ascolto del “Logos”, della parola e dell’ordine, in grado di immergerci totalmente nell’amore di Dio. Giovanni, il “discepolo amato” da Gesù, nei suoi testi mostra tutte le sue doti da teologo, in grado di coniugare cuore e intelletto, di leggere i segni dei tempi e di cogliere il destino futuro della storia. In questo modo egli offre una vera e propria “pedagogia del credere”. Originario della Galilea, Giovanni era figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo il Maggiore. Per la tradizione morì a Efeso, dopo l’esilio a Patmos, alla fine del I secolo. (Matteo Liut)
 
Colletta:  O Dio, che per mezzo del santo apostolo Giovanni ci hai dischiuso le misteriose profondità del tuo Verbo, donaci intelligenza e sapienza per comprendere l’insegnamento che egli ha fatto mirabilmente risuonare ai nostri orecchi. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 5 Luglio 2006 ): Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l’Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19,25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15).
Negli apocrifi Atti di Giovanni l’Apostolo viene presentato non come fondatore di Chiese e neppure alla guida di comunità già costituite, ma in continua itineranza come comunicatore della fede nell’incontro con “anime capaci di sperare e di essere salvate” (18,10; 23,8). Tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere l’invisibile. E infatti dalla Chiesa orientale egli è chiamato semplicemente “il Teologo”, cioè colui che è capace di parlare in termini accessibili delle cose divine, svelando un arcano accesso a Dio mediante l’adesione a Gesù.
Il culto di Giovanni apostolo si affermò a partire dalla città di Efeso, dove, secondo un’antica tradizione, avrebbe a lungo operato, morendovi infine in età straordinariamente avanzata, sotto l’imperatore Traiano. Ad Efeso l’imperatore Giustiniano, nel secolo VI, fece costruire in suo onore una grande basilica, di cui restano tuttora imponenti rovine. Proprio in Oriente egli godette e gode tuttora di grande venerazione. Nell’iconografia bizantina viene spesso raffigurato molto anziano – secondo la tradizione morì sotto l’imperatore Traiano - e in atto di intensa contemplazione, quasi nell’atteggiamento di chi invita al silenzio.
In effetti, senza adeguato raccoglimento non è possibile avvicinarsi al mistero supremo di Dio e alla sua rivelazione. Ciò spiega perché, anni fa, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, colui che il Papa Paolo VI abbracciò in un memorabile incontro, ebbe ad affermare: “Giovanni è all’origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma” (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino 1972, p. 159). Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci amati da Cristo “fino alla fine” (Gv 13,1) e spendere la nostra vita per Lui.
 
I Lettura: Giovanni non vuole soffermarsi tanto sull’aspetto storico di Gesù ma vuole trasmettere un’esperienza di vita, di comunione con il Verbo della Vita, fonte di amore di vita e di comunione.
 
Vangelo: Nonostante che siano state le donne, e in modo particolare Maria di Magdala, le prime a recarsi alla tomba, sono tuttavia Pietro e Giovanni i primi ad entrarvi e ad osservare «i teli posati là, e il sudario ... avvolto in un luogo a parte», segni che rivelano tangibilmente la risurrezione di Cristo: infatti, era «inammissibile che un ladro lasciasse le cose così in ordine. La conclusione non andava certo troppo lontano» (Felipe F. Ramos). Che sia Pietro ad entrare, e non l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, lascia intravedere che già allora a Pietro era riconosciuta una certa preminenza (cfr. Gv 21,15-17).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,2-8: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario -  che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
 
Giuseppe Segalla (Giovanni): versetto 2 va da Simone Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava: questi due discepoli testimoni sono un particolare proprio solo di Gv. È conosciuta infatti, nel kerygma, l’apparizione a Pietro, ma non la sua compagnia al sepolcro vuoto con un altro discepolo. L’«altro discepolo» (titolo della tradizione) «che Gesù amava» (qualifica data dall’evangelista) si identifica col testimone che sta all’origine della tradizione evangelica giovannea e di cui si sottolinea l’amore come elemento che gli dà forza e intuizione di fede (v. 8). - Hanno portato to via il Signore: la prima spiegazione del sepolcro vuoto non è la risurrezione, ma il furto (peraltro severamente punito). Gesù viene già anticipatamente chiamato «Signore», titolo datogli forse già dalla tradizione e ripreso dall’evangelista. [...].
versetti 5-7: L’aspettare Simone Pietro e il permettergli di entrare per primo deriva dalla sua qualità di capo del gruppo apostolico e dal rispetto dovuto a lui per questo. Non c’è nessun contrasto fra i due come artificialmente si è voluto creare, arrivando perfino a vedervi il contrasto fra la Chiesa carismatica e quella gerarchica allo scopo di esaltare la prima sulla seconda. Ma non bisogna neppure esagerare la posizione di Pietro, leggendola alla luce del primato. Così si finisce per sfasare il racconto. - e vede le bende che giacevano distese e il sudario: lett.: «le bende che giacevano e il sudario». Si tratta delle bende di lino di cui si parla nella sepoltura (19,40) e che tenevano forse stretta al corpo la sindone, di cui parlano i sinottici (Mt 27,59; Mr 15,46; Lc 23,53). Il sudario è una specie di grande fazzoletto che teneva stretto il capo, forse anche per tener chiusa la bocca del morto.
versetto 8 e vide e credette: il discepolo amato entra dopo, e solo di lui si dice che «vide e credette». Va notato il rapporto tra visione e fede in tutto il capitolo, che culmina con la beatitudine di chi crede attraverso la mediazione dei testimoni oculari (20,29). Non è solo una visione fisica (cfr 20,1), ma una visione penetrante il senso di ciò che vede fino ad arrivare alla fede, una fede che abbraccia tutta la vita («credette» senza oggetto) e che certamente ha come oggetto primo la risurrezione del Signore; lo dimostra la seguente nota redazionale del v. 9.
 
L’amore per il Cristo - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): I due discepoli che corrono al sepolcro, ma in modo particolarmente eloquente la Maddalena, da Giovanni sono presentati come modello di un amore vivo e forte per il Signore Gesù. Così i credenti debbono amare il Cristo! Si tratta di un amore concreto che spinge alla ricerca premurosa del Signore, ad interessarsi solo di lui, a porre come centro dei propri pensieri la sua persona divina.
L’unica preoccupazione di Maria Maddalena è trovare il Signore: ella piange, perché teme che lo abbiano portato via; il suo cuore è orientato totalmente verso di lui. L’autentico cristiano è animato da analoga carità per il Figlio di Dio, fattosi suo fratello, morto sulla croce per amore e risorto per operare la sua salvezza.
La costituzione dogmatica del concilio Vaticano II sulla chiesa ricorda che l’elemento essenziale della vita di fede è l’amore per il Signore e per i fratelli. La santità del popolo di Dio consiste nella perfezione della carità, possibile a tutte le categorie di fedeli (laici, presbiteri, religiosi, pastori), perché a tutti i cristiani il Padre ha donato il suo Spirito, che li muove internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze e ad amarsi a vicenda come Cristo li ha amati (cf. Lumen gentium, 40.42). Spinti da tanto amore divino, i fedeli manifestano a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale il Padre ha amato il mondo (cf. LG, 41). In realtà i cristiani raggiungono la santità soprattutto lasciandosi permeare da questa carità divina, amando il Signore al di sopra di tutto e di tutti e donandosi ai fratelli per amore di lui. Dio infatti è amore, perciò vive in comunione con lui chi è animato da tale amore divino (cf. LG, 42).

Vide e credette: Catechismo della Chiesa Cattolica 640: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato » (Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, poi di Pietro. Il discepolo « che Gesù amava » (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo «le bende per terra» (Gv 20,6), vide e credette. Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro.
 
Gregorio Magno, Hom. 22, 2-3: “Correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” (Gv 20,4); tuttavia non osò entrare per primo. Venne poi anche Pietro, “ed entrò” (Gv 20,6). Qual è, fratelli, il significato di questa corsa? Si può credere che una descrizione dell’evangelista così dettagliata sia priva di significati mistici? Niente affatto! Giovanni non avrebbe detto che era arrivato primo e non era entrato, se non avesse creduto che in quella sua trepidazione era contenuto un mistero. Cos’altro rappresenta Giovanni se non la Sinagoga, e cosa Pietro se non la Chiesa? Non sembri strano che il più giovane raffiguri la Sinagoga, mentre il più vecchio raffigura la Chiesa, perché se è vero che al culto di Dio venne prima la Sinagoga che non la Chiesa dei pagani, è vero anche che nella realtà della storia umana viene prima la moltitudine dei pagani che non la Sinagoga, come afferma Paolo, che dice: “Non è prima ciò che è spirituale, bensì ciò che è animale” (1Cor 15,46). Perciò il più vecchio, Pietro, rappresenta la Chiesa dei pagani, mentre il più giovane, Giovanni, rappresenta la Sinagoga dei Giudei. Corsero insieme tutti e due, perché dal loro inizio sino alla fine il paganesimo e la Sinagoga corsero con pari e comune via, se non con pari e comune sentimento.
La Sinagoga giunse per prima al sepolcro, ma non entrò, perché pur avendo ricevuto i comandamenti della legge e udito le profezie sulla Incarnazione e Passione del Signore, non volle credere in un morto. Giovanni, dunque, “vide le bende per terra, ma non entrò” (Gv 20,5); perché la Sinagoga, pur conoscendo gli obblighi della Sacra Scrittura, tuttavia indugiò, nel credere, a giungere alla fede nella Passione del Signore. Colui che da tanto tempo aveva profetato, lo vide presente, e pure negò [di credere in lui]; lo disprezzò in quanto uomo, non volle credere che Dio avesse assunto la carne mortale. Così facendo, corse più veloce, e tuttavia rimase incredula davanti al sepolcro: “Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro” (Gv 20,6): cioè la Chiesa dei pagani, pur venendo dopo, nel Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, riconobbe colui che era morto secondo la carne e lo adorò come Dio vivo.
 
Dio onnipotente,
per questo mistero che abbiamo celebrato
fa’ che il tuo Verbo fatto carne,
annunciato dal santo apostolo Giovanni,
dimori sempre in noi.
Per Cristo nostro Signore.
 
 26 Dicembre 2021
 
Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
 
1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83 (84); 1Gv 3,12-2.21-24; Lc 2,41-52
 
Il Santo del Giorno - 26 Dicembre 2021 - Santo Stefano Martire - L’amore che annienta ogni forma di violenza: Quando il mondo si scaglia contro chi è testimone del messaggio d’amore più grande della storia, quello di Cristo, incarnato, morto e risorto, il sangue versato diventa sempre un segno di speranza per l’intera umanità, perché la violenza e la prepotenza spariscono davanti alla sapienza e alla profondità dello Spirito. E fu proprio la saggezza di santo Stefano a provocare la reazione scomposta e rabbiosa dei “potenti” del suo tempo, che inventarono false accuse per poterlo lapidare e ridurre al silenzio. Eppure l’unica reazione del primo martire della Chiesa fu il perdono dei propri assassini e la fiducia nel Dio che si è fatto compagno degli uomini per condividere con essi la vita, la morte e il cammino verso la vita eterna. Sapremo noi, come santo Stefano, resistere alla violenza del mondo e continuare ad annunciare la luce del Risorto anche quando attorno a noi pare esserci solo buio? (Matteo Liut)
 
Colletta: O Dio, nostro creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio crescesse in sapienza, età e grazia nella famiglia di Nazaret; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché diventiamo partecipi della fecondità del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo. 
 
Benedetto XVI (Angelus 30 Dicembre 2012): Oggi è la festa della Santa Famiglia di Nazaret. Nella liturgia il brano del Vangelo di Luca ci presenta la Vergine Maria e san Giuseppe che, fedeli alla tradizione, salgono a Gerusalemme per la Pasqua insieme con Gesù dodicenne. La prima volta in cui Gesù era entrato nel Tempio del Signore era stata quaranta giorni dopo la sua nascita, quando i suoi genitori avevano offerto per lui «una coppia di tortore o di giovani colombi» (Lc 2,24), cioè il sacrificio dei poveri. «Luca, il cui intero Vangelo è pervaso da una teologia dei poveri e della povertà, fa capire … che la famiglia di Gesù era annoverata tra i poveri di Israele; ci fa capire che proprio tra loro poteva maturare l’adempimento della promessa» (L’infanzia di Gesù, 96). Gesù oggi è di nuovo nel Tempio, ma questa volta ha un ruolo differente, che lo coinvolge in prima persona. Egli compie, con Maria e Giuseppe, il pellegrinaggio a Gerusalemme secondo quanto prescrive la Legge (cfr Es 23,17; 34,23ss), anche se non aveva ancora compiuto il tredicesimo anno di età: un segno della profonda religiosità della Santa Famiglia. Quando, però, i suoi genitori ripartono per Nazaret, avviene qualcosa di inaspettato: Egli, senza dire nulla, rimane nella Città. Per tre giorni Maria e Giuseppe lo cercano e lo ritrovano nel Tempio, a colloquio con i maestri della Legge (cfr Lc 2,46-47); e quando gli chiedono spiegazioni, Gesù risponde che non devono meravigliarsi, perché quello è il suo posto, quella è la sua casa, presso il Padre, che è Dio (cfr L’infanzia di Gesù, 143). «Egli – scrive Origene – professa di essere nel tempio di suo Padre, quel Padre che ha rivelato a noi e del quale ha detto di essere Figlio» (Omelie sul Vangelo di Luca, 18, 5).
 
I Lettura: Anna dà lode a Dio offrendo il frutto del suo grembo: solo chi sa riconoscere che tutto è dono sa donare tutto. 
 
II Lettura: Come Samuele, anche noi, figli di Dio, siamo offerti e consacrati alla santissima Trinità: immersi nelle acque del battesimo, contrassegnati dal sigillo dell’amore, veniamo inabitati dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.
 
Vangelo: L’episodio del ritrovamento di Gesù nel tempio, «seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava» (v. 46), chiude la serie degli episodi dell’infanzia. Lo stare seduti era la postura preferita dai maestri israeliti. Con questo racconto, Luca intende mostrare la vera identità di Gesù e la sua missione. Il riferimento cronologico, «dopo tre giorni» (v. 46), con molta probabilità è un’allusione simbolica per indicare, secondo l’uso che ne fa lo stesso evangelista (cf. Lc 9,22; 13,32; 18,33; 24,7), i tre giorni passati da Gesù nel sepolcro. Con la risposta, «devo occuparmi delle cose del Padre mio» (v. 49), in presenza di Giuseppe (v 48), Gesù afferma di avere Dio per Padre (cf. Lc 10,22;  22,29; Gv 20,17) e rivendica nei suoi riguardi rapporti che oltrepassano quelli della famiglia umana (cf. Gv 2,4). È la prima manifestazione della sua coscienza di essere «il Figlio» (cf. Mt 4,3).
 
Dal Vangelo secondo Luca 2,41-52: I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
 
Quando Gesù ebbe dodici anni - La circoncisione (Lc 2,21), la presentazione di Gesù al tempio, la purificazione della Madre (Lc 2,22), la commemorazione della Pasqua, memoriale del passaggio del Signore «oltre le case degli Israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le case» degli Israeliti (Es 12,27), celebrata annualmente a Gerusalemme, sono dati che rivelano che la sacra Famiglia era bene inserita nel tessuto sociale e soprattutto in quello religioso. Per Gesù era l’ultima volta che partecipava alla Pasqua come fanciullo. Ai tempi del Nuovo Testamento solo a tredici anni un ragazzo diveniva un «figlio della Legge» («bar Mitzvah») cioè era soggetto alla legge mosaica.
I pellegrini che si recavano nella città santa per la Pasqua viaggiavano in carovane le quali, per ragione di sicurezza, si muovevano quasi sempre di giorno. Per questo motivo Giuseppe e Maria non ebbero motivo di pensare che Gesù si fosse perduto fin quando non si fermarono per la notte. Spuntato il giorno fecero ritorno a Gerusalemme e la mattina successiva lo ritrovarono nel tempio, «seduto in mezzo a dottori, mentre li ascoltava e li interrogava» (Lc 2,46).
Gesù, «seduto in mezzo ai dottori» (lo stare seduti è proprio dei dottori ufficiali), ascolta e interroga i «didascali [dottori], lui che sarà il Didascalo per eccellenza, secondo un titolo che gli è frequentemente dato nel vangelo di Luca. Egli ascolta e risponde, e gli uditori [Luca non precisa formalmente che siano i didascali] rimangono estasiati della sua “intelligenza” e delle sue risposte. La sua qualifica futura di didascalo è dunque riconosciuta: prova glorificante, che prefigura l’avvenire» (René Laurentin, I Vangeli dell’infanzia di Cristo).
E come suggerisce Carlo Ghidelli, qui Luca «intende insistere sul fatto che Gesù non è solo il salvatore, ma anche il rivelatore, il vero, unico Maestro per il nuovo Israele, colui che parla con autorità [cf. Lc 4,32] avendo piena conoscenza di ciò che dice, essendo un autorevole esegeta della Parola di Dio, presentandosi con tutte le carte in regola quanto ad interpretazione delle promesse profetiche [cf. anche Mt 12,1-8; 19,3-9; Lc 11,31]. Abbiamo qui una dimostrazione concreta della  sapienza [vv. 40 e 52] nella quale Gesù cresceva».
Anche Giuseppe e Maria restarono stupiti ed è Maria a prendere la parola. Non muove un rimprovero al figlio, ma chiede la motivazione del suo comportamento, in quanto il gesto era a Giuseppe e a lei incomprensibile e li aveva angosciati oltre misura. La risposta di Gesù può sembrare sibillina, ma in essa un messaggio, chiaro e forte, c’è: contraddicendo Maria che aveva detto «tuo padre ed io», Gesù afferma di avere nel tempio un suo Padre verso cui ha dei doveri speciali: «devo occuparmi delle sue cose». Gesù non sconfessa i legami che lo univano ai suoi genitori terreni, ma rivendica da essi una indipendenza assoluta: una rivendicazione altre volte sottolineata con energia (cf. Mc 3,31-35). La forza della risposta di Gesù sta nel devo, con cui intende affermare che l’obbedienza a Dio ha la precedenza rispetto a quella dovuta ai genitori. In ogni caso, è la prima dichiarazione della sua coscienza di essere «il Figlio».
La domanda di Gesù posta ai genitori terreni - «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» - è anche un velato rimprovero: Maria e Giuseppe avrebbero dovuto sapere dove cercare il figlio.
Pur non comprendendo, Maria «serbava tutte queste cose nel suo cuore». La Madre aveva accolto la parola rivelatrice dell’angelo, aveva sentito «stupita» la testimonianza dei pastori, le profezie di Simeone e di Anna, eppure ancora non comprendeva. Ignora anche in che modo si evolverà la vita del Figlio, quale direzione essa prenderà, se il mondo riconoscerà il suo essere Messia e come lo riconoscerà. Quindi, le rivelazioni e le profezie non sono sufficienti per varcare la soglia del mistero del Cristo. È come se Luca volesse mettere in luce due temi: «da una parte la parola di Gesù è, nel quotidiano, altrettanto difficile da comprendere quanto le rivelazioni; dall’altra, comprendere chi è Gesù non è solo accogliere nella fede, una volta per tutte, i titoli cristologici che gli sono attribuiti. Si ha un graduale processo di comprensione, di cui Luca ci mostrerà le tappe parlando dei discepoli» (Hugues Cousin, Vangelo di Luca).
Tornati a Nazaret, Gesù stava sottomesso a Maria e a Giuseppe e «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (v. 52). L’imperfetto cresceva suggerisce continuità: il fanciullo cresceva in sapienza e questo sta ad indicare uno sviluppo intellettuale e psicologico; in età si potrebbe meglio dire in statura e quindi indicherebbe uno sviluppo del corpo in modo armonioso; e cresceva in grazia, cioè «egli piaceva sempre di più a Dio e agli uomini. Cresceva quindi in se stesso: in sapienza e in statura; e cresceva anche in senso verticale [era sempre più amato da Dio], ma anche in senso orizzontale [era sempre più amato dagli uomini]» (Giovanni Leonardi, L’infanzia di Gesù).
 
Gesù radicato nella famiglia -  Bruno Liverani (Famiglia in Schede Bibliche Pastorali, Vol. III): Lo stile dell’azione di Dio si riconferma nel momento decisivo della storia. Trascen­denza dell’intervento divino e assunzione dei determinismi della natura e della storia si trovano compenetrati nella nascita di Gesù di Nazaret. Il Figlio di Dio si inserisce nella famiglia umana nascendo da una don­na, accettando i legami di sangue e i condi­zionamenti del suo popolo (Gal 4,4-5). La tradizione sinottica testimonia in modo evi­dente questo realizzarsi della pienezza dei tempi. Paradossalmente, sono gli increduli nazaretani a confessare il mistero che si sta svolgendo sotto i loro occhi: l’entrata in scena di Gesù come profeta potente in parole ed opere li stupisce: non è uno come loro costui, i cui legami familiari sono noti a tutti? (Mc 6,1-3).
L’assunzione piena dei legami del san­gue è espressa ancora una volta col genere letterario della genealogia, che ci mostra il dispiegarsi nel tempo della famiglia. La redazione lucana fa risalire gli antenati di Gesù fino ad Adamo, inserendolo in tal modo nel quadro universale della famiglia umana, di cui Dio assume i ritmi biologici e storici per elevarli a segno del suo piano salvifico (Lc 3,23-38).
La redazione di Matteo inserisce Gesù nei vincoli di solidarietà che fanno di Israele una sola famiglia a partire da Abramo, la cui storia converge nella comparsa del Messia (Mt 1,1-17).
Nelle tradizioni riferite da Luca, Gesù viene presentato nel quadro della sua fami­glia naturale. Solidale coi suoi e col suo popolo, partecipa alle feste liturgiche in cui Israele si trova riunito come un’unica «ca­sa» per ricordare i grandi gesti della miseri­cordia di Dio. Ma nello stesso tempo, per quanto fanciullo, afferma con gesto di so­vrana libertà la trascendenza del piano di Dio che per lui si compie, mettendo a disagio la sua famiglia naturale (Lc 2,41-50). Nondimeno è lo stesso evangelista a concludere il racconto dell’infanzia con una nota che ci mostra Gesù reintegrato nella sua famiglia in una totale accettazione dei rapporti che in essa si determinano (Lc 2,51-52). Troviamo riaffermati questi lega­mi familiari al momento della sua morte, secondo quanto ci trasmette Giovanni, quando sua madre è presente sotto la croce. Ma anche allora il gesto di Gesù supera la visuale umana e apre la prospettiva di una famiglia più ampia, introduce già il tempo della chiesa (Gv 19,25-27). Non a caso, la storia della chiesa comincia attorno a Maria e ai fratelli di Gesù, a coloro, cioè, che hanno offerto a Gesù una «casa» che diven­ta, così, il seme di una famiglia più ampia e definitiva (At 1,14).
 
Figlio di due padri - Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): La narrazione di Luca si perde come una strada sterrata in mezzo ai monti di Giuda. La piccola famiglia di Gesù scompare sulla via che dietro alle colline declina da Gerusalemme verso il Mediterraneo, da dove pian piano poi risalirà verso la Galilea. Lì passeranno dodici anni nel buio del racconto interrotto. Ed ora, un versetto dopo, ecco di nuovo Gesù a Gerusalemme. Ormai è un ragazzo e chissà quanto sarà tenero e altèro il suo sguardo, mentre, con la carovana scende al monte Sion, in Gerusalemme. Quella città è nuova per lui, non può certo ricordarla, visto che l’unica volta che c’è stato fu quando lo presentarono al tempio, prima dell’età in cui nella mente, affondano i più antichi ricordi. Sarà stato emozionato quel ragazzo galileo a fare quel santo viaggio alla città santa, perduto e cullato dai canti e dall’allegria della sinodìa in cui si trovava. Il viaggio per la Pasqua avveniva a primavera, dal 12 o 13 del mese di Nisan, quando centinaia di migliaia di pellegrini - il numero degli abitanti raddoppiava in quei giorni! - si riversavano su Gerusalemme e si fermavano almeno due giorni, se non un’intera settimana. Gesù aveva solo dodici anni e i ragazzi coetanei non andavano alla festa di Pasqua, poiché non ne avevano l’obbligo prima dei tredici anni. Gesù ci va prima e questo è già un segno della sua diversità. Il racconto può essere interpretato come una metafora, una parabola, in cui l’elemento strano costituisce una porta per comprendere il senso ulteriore e teologico dello stesso. Gesù precocemente ha imparato la legge di Mosè ed è in grado di vivere e celebrare la sua unica Pasqua, prima di quella in cui la Pasqua sarà la sua croce (cf Lc 19,28).
 
Gesù insegna ponendo domande - Origene (Omelie sul Vangelo di Luca 19,6): Poiché era un bambino, viene trovato in mezzo ai dottori mentre li santifica e li istruisce. Poiché è un bambino non sta insegnando loro, ma sta ponendo domande, e fa questo per insegnarci che cosa si addica ad un fanciullo, per insegnarci che cosa faccia bene ai ragazzi, anche se sono assennati e istruiti: devono ascoltare i loro maestri piuttosto che desiderare di insegnare loro e non devono vantarsi ostentando le loro conoscenze. Gesù interrogava i dottori non per imparare qualcosa, ma per insegnare loro con le sue domande. Da una sola fonte di dottrina sgorgano sia le domande sapienti che le risposte sapienti ed è parte della stessa sapienza sapere che cosa si dovrebbe chiedere e cosa rispondere. Era giusto che il Salvatore prima diventasse maestro del modo intelligente di interrogare, per poi rispondere alle domande secondo la ragione di Dio e la sua parola.
 
Padre clementissimo, che ci nutri con questi sacramenti,
concedi a noi di seguire con fedeltà gli esempi della santa Famiglia,
perché, dopo le prove della vita,
siamo associati alla sua gloria in cielo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 25 Dicembre 2021
 
NATALE DEL SIGNORE (MESSA DEL GIORNO) – SOLENNITÀ
 
Is 52,7-10; Sal 97 (98); Eb 1,1-6; Gv 1,1-18
 
Il Santo del Giorno 25 Dicembre 2021 - Beata Beatrice di Ornacieu Vergine e monaca certosina: Beatrice nacque attorno al 1260 a Ornacieu nel Delfinato, regione storica della Francia sud-orientale nella zona di Grenoble. A tredici anni, nel 1273, entrò nella Certosa di Parménie, un ordine di regola eremitica fondato nel 1084 da san Brunone. Nel 1301 fu inviata con due compagne certosine a fondare un nuovo monastero ad Eymeu, nella diocesi di Valence. Qui le tre fondatrici furono poi raggiunte da altre giovani, nonostante l’estrema povertà in cui erano costrette a vivere. Beatrice morì probabilmente il 25 novembre 1303 anche se per alcuni studiosi la sua scomparsa avvenne nel 1309. Il culto della beata fu approvato da Pio IX nel 1869. La memoria si celebra oggi nella diocesi di Grenoble, mentre in quella di Valence è il 13 febbraio. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa’ che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 21 Dicembre 2011): Con la liturgia natalizia la Chiesa ci introduce nel grande Mistero dell’Incarnazione. Il Natale, infatti, non è un semplice anniversario della nascita di Gesù, è anche questo, ma è di più, è celebrare un Mistero che ha segnato e continua a segnare la storia dell’uomo – Dio stesso è venuto ad abitare in mezzo a noi (cfr Gv 1,14), si è fatto uno di noi -; un Mistero che interessa la nostra fede e la nostra esistenza; un Mistero che viviamo concretamente nelle celebrazioni liturgiche, in particolare nella Santa Messa. Qualcuno potrebbe chiedersi: come è possibile che io viva adesso questo evento così lontano nel tempo? Come posso prendere parte fruttuosamente alla nascita del Figlio di Dio avvenuta più di duemila anni fa? Nella Santa Messa della Notte di Natale, ripeteremo come ritornello al Salmo Responsoriale queste parole: «Oggi è nato per noi il Salvatore». Questo avverbio di tempo, «oggi», ricorre più volte in tutte le celebrazioni natalizie ed è riferito all’evento della nascita di Gesù e alla salvezza che l’Incarnazione del Figlio di Dio viene a portare. Nella Liturgia tale avvenimento oltrepassa i limiti dello spazio e del tempo e diventa attuale, presente; il suo effetto perdura, pur nello scorrere dei giorni, degli anni e dei secoli. Indicando che Gesù nasce «oggi», la Liturgia non usa una frase senza senso, ma sottolinea che questa Nascita investe e permea tutta la storia, rimane una realtà anche oggi alla quale possiamo arrivare proprio nella liturgia. A noi credenti la celebrazione del Natale rinnova la certezza che Dio è realmente presente con noi, ancora “carne” e non solo lontano: pur essendo col Padre è vicino a noi. Dio, in quel Bambino nato a Betlemme, si è avvicinato all’uomo: noi Lo possiamo incontrare adesso, in un «oggi» che non ha tramonto.
Vorrei insistere su questo punto, perché l’uomo contemporaneo, uomo del “sensibile”, dello sperimentabile empiricamente, fa sempre più fatica ad aprire gli orizzonti ed entrare nel mondo di Dio. La redenzione dell’umanità avviene certo in un momento preciso e identificabile della storia: nell’evento di Gesù di Nazaret; ma Gesù è il Figlio di Dio, è Dio stesso, che non solo ha parlato all’uomo, gli ha mostrato segni mirabili, lo ha guidato lungo tutta una storia di salvezza, ma si è fatto uomo e rimane uomo. L’Eterno è entrato nei limiti del tempo e dello spazio, per rendere possibile «oggi» l’incontro con Lui. I testi liturgici natalizi ci aiutano a capire che gli eventi della salvezza operata da Cristo sono sempre attuali, interessano ogni uomo e tutti gli uomini. Quando ascoltiamo o pronunciamo, nelle celebrazioni liturgiche, questo «oggi è nato per noi il Salvatore», non stiamo utilizzando una vuota espressione convenzionale, ma intendiamo che Dio ci offre «oggi», adesso, a me, ad ognuno di noi la possibilità di riconoscerlo e di accoglierlo, come fecero i pastori a Betlemme, perché Egli nasca anche nella nostra vita e la rinnovi, la illumini, la trasformi con la sua Grazia, con la sua Presenza.
 
I Lettura: Nel 587 la furia dei pagani aveva distrutto il tempio santo di Dio e la città era stata ridotta ad un cumulo di macerie. Ora, Isaia, il profeta della consolazione, annuncia al popolo la fine della cattività. Dopo lunghi anni di dolori e di sofferenze, Dio ritorna nella sua città, da qui il grido di gioia della vedetta che vede il Signore ritornare in mezzo al suo popolo. Per il profeta, è passato il tempo del giudizio, della condanna e della pena, ora è il tempo del perdono, della misericordia. La bontà di Dio tangibile nella liberazione del suo popolo dalla dura prigionia, nella pienezza dei tempi si farà carne per liberare gli uomini da una più dura tirannia: libererà infatti il genere umano dal peccato e dalla morte. Tutti i «confini della terra» gioiranno al fausto evento, tutti gli uomini saranno coinvolti nel progetto salvifico fruendo dei salutari benefici. Con l’incarnazione del Figlio di Dio la salvezza non appartiene più a un popolo, ma a tutti gli uomini.
 
II Lettura: Dio, «ultimamente, in questi giorni», invia agli uomini un messaggero che non è un portavoce come gli altri: è la sua stessa «Parola» (Gv 1,1.14). Viene nel mondo il Figlio di Dio, ed è irradiazione della gloria del Signore Dio e «impronta della sua sostanza»: «queste due metafore desunte dalla teologia alessandrina della sapienza e del Logos [Sap 7,25-26] esprimono l’identità di natura tra il Padre e il Figlio e nello stesso tempo la distinzione delle persone. Il Figlio è l’«irradiazione» o il riflesso della gloria luminosa [cfr. Es 24,16] del Padre, Lumen de Lumine. Ed è l’«impronta» [cfr. Col 1,15] della sua sostanza, come l’impronta esatta lasciata da un sigillo [cfr. Gv 14,9]» (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo: La Parola si fa carne assumendo un’umanità povera, inferma e mortale. È la Parola che ha creato i cieli ed è la Parola che con la sua potenza sostiene il mondo. Dio viene ad abitare in mezzo agli uomini, povero tra i poveri; medico, venuto dal cielo, per curare gli ammalati. Gli uomini, ora, possono vedere, toccare, sentire Dio, in Cristo possono vedere la gloria di Dio. Per dare poi «a tutto l’avvenimento un maggior rilievo, si contrappone Gesù, il Verbo fatto carne, a Mosè. Per mezzo di Mosè, venne la legge che era considerata come la garanzia della grazia e della fedeltà di Dio nei confronti del suo popolo; per mezzo di Gesù, è venuta la grazia, ma una grazia incalcolabile: “grazia su grazia”» (F. F. Ramos).
 
Dal libro del profeta Isaìa 52,7-10: Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.
 
La Parola in principio ... - Marida Nicolaci (Vangelo secondo Giovanni): L’inizio del vangelo giovanneo è certo audace! II suo sfondo si può individuare nella teologia biblica della parola di Dio riconosciuta come realtà dinamica attiva nella creazione e nella storia (cf Sal 33,6; Sap 9,ls; 18,15) con tratti a volte quasi personali (cf Is 55,10-11), e nei poemi che hanno per soggetto e tema la Sapienza personificata (cf Pr 8; Sir 24; Sap 7-9; Bar 3,9-4,4). Anche gli sviluppi della teologia giudaico-ellenistica del Logos, ben rappresentata in Filone Alessandrino, potrebbero aver contribuito: il «Logos divino» è una figura mediatrice tra il Dio creatore e le realtà sensibili create (De fuga et inventione, 101). Del Logos, Filone può dire che «non è ingenerato come o Theos né generato come voi, ma intermedio tra gli estremi, comunicando con l’uno e con l’altro» (Quis rerum divinarum haeres sit, 205-206); arriva a chiamarlo anche «primogenito» di Dio (ho protogonos autou theios Logos, De somniis 1,215), «secondo Dio» (Quaestiones et solutiones in Genesim 2,62), «immagine» di Dio (cf De confusione linguarum 97; 146-147), «strumento» del progetto creatore di Dio (organon, cf De Migratione Abrahami 6) e «ministro dei doni» per mezzo del quale Dio ha fatto il «mondo» (cf Quod Deus sit immutabilis 57), anche se solo per abuso linguistico dicibile come Theos (cf De Somniis l, 230). Per i destinatari finali del vangelo, probabilmente efesini, un discorso sul Logos in principio era certamente pieno, inoltre, di risonanze culturali e filosofiche. Ma basta questo sfondo per giustificare la scelta dell’incipit giovanneo? Perché la Parola in principio e non, invece, la Sapienza di Dio «principio» di tutte le sue opere (Pr 8,22)? Se si considera la gran quantità di volte in cui nel vangelo il termine logos ritorna per indicare la Parola di Dio (cf 5,38; 8,55; 10,35; 17,17) e/o quella di Gesù (cf 6,60; 8,37; 14,24) che se ne fa latore integro e fedele, una risposta è possibile: prima e più di qualunque influenza concettuale, l’affermazione sull’originarietà della Parola come essere personale, Dio verso Dio, poi identificata con l’Unigenito Dio (1,18), si deve alla consapevolezza ormai raggiunta in merito alla coincidenza perfetta tra l’uomo Gesù e la Parola escatologica di Dio. La Parola di Dio è soggetto in relazione a Dio al di là del tempo ed è Dio volto a Dio come lo è stato ed è per sempre l’uomo Gesù, il Figlio, proveniente da Dio e a lui proteso nell’interezza della propria umanità.
 
Da Dio fu generato» (Gv 1,13) - Santos Sabugal (IO CREDO la fede della chiesa): Dopo aver affermato che «il Logos» divino ed eterno «è venuto fra i suoi ma [i suoi] non lo hanno accolto», l’Evangelista precisa che Quegli «ha dato potere di diventare figli di Dio a quanti lo hanno accolto» ovvero «credono nel nome di Lui», «il quale non dai sangui né da un desiderio carnale né da un desiderio d’uomo, ma da Dio fu generato».
Con ciò si nega, in primo luogo, che la generazione temporale del Logos incarnato ha avuto luogo «dai sangui». Un’espressione strana! Non lo era, sicuro, allora. Si tratta, infatti, di un semitismo. L’A T ebraico e greco Credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio (i LXX) usa frequentemente il «plurale di composizione», per designare i vari o molteplici componenti di una cosa, usando perciò il plurale «sangui» per esprimerne l’abbondanza effusa in un assassini o nei sacrifici, come pure la perdita delle donne durante la mestruazione e nel parto. Allacciandosi con questa concezione veterotestamentaria e giudaica, il menzionato testo giovanneo nega pertanto, che la generazione di Gesù in «Maria, sua madre» fosse preceduta o accompagnata dall’abbondante [= sangui] effusione di sangue, normale in ogni donna prima di ogni generazione [= mestruazione] e durante il parto: il concepimento e la nascita di Gesù furono verginali: Un concepimento verginale sottolineato dalla negazione seguente: «Non da un desiderio carnale», escludendo così da quella generazione ogni desiderio - maschile e femminile - sessuale o concupiscenza carnale. E aggiungendo l’evangelista che fu generato «non da un desiderio di uomo», esclude da quel concepimento la passione sessuale di un uomo e, implicitamente, nega che Gesù ha avuto padre umano: agente della sua generazione temporale non fu un uomo ma «da Dio fu generato». Così attesta san Giovanni - con ripetuta ed espressiva formulazione - il modo dell’incarnazione del Logos, fatto « carne » essendo verginalmente non solo concepito [= verginità prima del parto] ma anche doto alla luce [= verginità nel parto] da «Maria sua madre», ed essendo [in lei] «generato da Dio», suo «proprio Padre» (Gv 5,18), del quale perciò Quegli è «il suo Unigenito». Prima del quarto evangelista, invero, altri due teologi neotestamentari attestarono parimenti la fede della Chie apostolica nel concepimento verginale di Gesù, precisando ambedue l’Agente divino dello stesso.
 
Maisa Milazzo: L’incarnazione: è il nodo principale del brano. Insistere sulla figura di Gesù, sui suoi gesti e le sue parole, anche sulla sua nascita miracolosa, può restare sempre una visione parziale. «Incarnazione» vuol dire innanzitutto che Gesù è Dio: non un grand’uomo, che sia stato divinizzato a posteriori, per i suoi meriti, la sua obbedienza, la sua morte; non sarebbe niente di strano, questo, niente di così eccezionale da richiedere un’adesione di fede, niente di salvifico. Non si tratta di un uomo che diventa Dio, ma di Dio che si fa uomo: è questa azione alla rovescia che stravolge il senso comune, e che perciò ha in sè un potenziale capace di ricreare il mondo intero. Chi altri ha un Dio così vicino, come Israele?, si chi de il Deuteronomio (cf. Deut. 4,7). Chi altri ha un Dio così imprevedibile, da non essere geloso del suo essere Dio?, si chiede Paolo (cf: Fil 2,6).
Questo è forse il punto più importante da sottolineare nella festa di oggi: a contrastare proprio l’eccessiva «laicizzazione» della festa di Natale, una festa condivisa, ma di cui si perde facilmente il peso, la «gloria».
Non è solo la festa della bontà, dei bambini, dei regali, della famiglia, di quanto di più umano ci sia. E Dio che si fa uomo, ‘e per questo nell’uomo, in qualsiasi uomo, possiamo vedere Dio: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv 1,18).
 
Betlemme ha riaperto l’Eden - (Romano il Melode, Carmen X, Proimion, 1,2): Betlemme ha riaperto l’Eden, vedremo come. Abbiamo trovato le delizie in un luogo nascosto, nella grotta riprenderemo i beni del Paradiso. Là, è apparsa la radice da nessuno innaffiata da cui è fiorito il perdono. Là, si è rinvenuto il pozzo da nessuno scavato, dove un tempo David ebbe desiderio di bere. Là, una vergine, con il suo parto, ha subito estinto la sete di Adamo e la sete di David. Affrettiamoci dunque verso quel luogo dove è nato, piccolo bambino, il Dio che è prima dei secoli. Il padre della madre è, per sua libera scelta, divenuto suo figlio; il salvatore dei neonati è un neonato egli stesso, coricato in una mangiatoia. Sua madre lo contempla e gli dice: «Dimmi, figlio mio, come sei stato seminato in me, come sei stato formato? Io ti vedo, o carne mia, con stupore, poiché il mio seno è pieno di latte e non ho avuto uno sposo; ti vedo avvolto in panni, ed ecco che il sigillo della mia verginità è sempre intatto: sei tu infatti che l’hai custodito quando ti sei degnato di venire al mondo, bambino mio, Dio [che sei] prima dei secoli».
 
Dio misericordioso, il Salvatore del mondo,
che oggi è nato e nel quale siamo stati generati come tuoi figli,
ci comunichi il dono della vita immortale.
Per Cristo nostro Signore. 
 
 
 

VENERDÌ 24 DICEMBRE 2021
 
FERIA PROPRIA DEL 24 DICEMBRE (ALLA MESSA DEL MATTINO)
 
2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16; Sal 88 (89); Lc 1,67-79
 
Il Santo del Giorno - 24 Dicembre 2021: Beato Bartolomeo Maria Dal Monte, Sacerdote e Fondatore: Nacque a Bologna il 3 novembre 1726. Ordinato sacerdote nel 1749, si laureò in teologia nel 1751. Intraprese una attività missionaria, predicando in ben 62 diocesi italiane. Fondò la Pia Opera delle missioni per la preparazione missionaria del clero diocesano. Scrisse nel 1775 l’opera: «Gesù al cuore del sacerdote secolare e regolare, ovvero considerazioni ecclesiastiche per ogni giorno del mese». Morì il 24 dicembre 1778. (Avvenire)
 
Colletta
Affrettati, non tardare, Signore Gesù:
la tua venuta dia conforto e speranza
a coloro che confidano nella tua misericordia.
Tu sei Dio, e vivi e regni con Dio Padre.
 
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri: Dives in misericordia 5Già alle soglie del Nuovo Testamento risuona nel Vangelo di san Luca una singolare corrispondenza tra due voci sulla misericordia divina, in cui echeggia intensamente tutta la tradizione vetero-testamentaria. Qui trovano espressione quei contenuti semantici, legati alla terminologia differenziata dei Libri antichi. Ecco Maria che, entrata nella casa di Zaccaria, magnifica il Signore con tutta l’anima “per la sua misericordia”, di cui “di generazione in generazione” divengono partecipi gli uomini, che vivono nel timore di Dio. Poco dopo, commemorando l’elezione di Israele, ella proclama la misericordia, della quale “si ricorda” da sempre colui che l’ha scelta. Successivamente, alla nascita di Giovanni Battista, nella stessa casa, suo padre Zaccaria, benedicendo il Dio di Israele, glorifica la misericordia che egli “ha concesso... ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza” (Lc 1,72).
 
I Lettura: Davide vuol costruire una casa al Signore, vuole edificare un tempio dove possa risiedere la gloria del Signore, invece sarà Dio ha costruire una casa a Davide, una discendenza che custodirà per sempre il sigillo della benedizione divina. La casa di Davide e il suo regno saranno saldi per sempre, il suo trono sarà reso stabile per sempre. Questa promessa troverà in Cristo Gesù la sua piena realizzazione.
 
Vangelo: “Benedictus. Luca corona il racconto della nascita di Giovanni, come pure la precedente pericope della visita di Maria a Elisabetta, con un inno elaborato servendosi di molti testi veterotestamentari, fino a formare una nuova unità, come il Magnificat recepito da Luca nella sua totalità, e adattato alla situazione in l,76s.
L’attesa profetica vede già realizzata la salvezza escatologica, come se la immaginano i pii giudei: la pietà e la fedeltà di Dio all’alleanza e la liberazione politica d’Israele. Questa liberazione, però, è soltanto un presupposto della vita pacifica e giusta al servizio di Dio. Qui veniamo a conoscenza di un genere di pietà giudaica che doveva essere aperta alla predicazione non politica di Gesù dell’irruzione della signoria di Dio” (Annemarie Ohier).
 
Dal Vangelo secondo Luca 1,67-79: In quel tempo, Zaccarìa, padre di Giovanni, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati. Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace».
 
Rosanna Virgili (Vangelo secondo Luca): Sullo stile dei Salmi di vittoria anche il Cantico loda Dio per le sue imprese a favore del suo popolo (cf Sal 41,14; 72,18; 106,48). I toni e i contenuti sono quelli della celebrazione giudaica del messia, come successore di Davide. Egli costituisce l’adempimento della promessa fatta a Davide (cf 2Sam 7,16), così come era stato annunciato dall’angelo a Maria (cf Lc 1,32).
Il Cantico fa una anamnesi delle azioni poste da Dio verso Israele, a partire dall’ultima: la «salvezza potente» portata da Gesù. È da questa recente visita di Dio che la documentazione della memoria si avvia. Zaccaria si fa voce profetica e rivela in Gesù la realizzazione delle promesse, fatte dai «profeti di un tempo», che egli sarebbe venuto a salvare Israele. Tutto prende vita dalla misericordia che Dio concesse ai nostri padri, riconosce Zaccaria. Perciò egli sia benedetto! Citando quella misericordia, il sacerdote tocca la persona stessa di suo figlio Giovanni. E anche il suo nome diventa sorriso di memoria e memoria come canto. Il suo ministero sacerdotale si rende autentico ed appartiene, adesso, alla sua persona: Zaccaria «il Signore fa memoria», «il Signore ricorda».
Dio si è ricordato - Egli si è ricordato della sua «santa alleanza, Il giuramento che fece ad Abramo nostro padre v. 72b 73). Zaccaria arriva al cuore della fede giudaica; l’alleanza con Dio, fonte di vita per il suo popolo. Essa venne all’inizio con un giuramento che Dio fece al padre Abramo.
Un’alleanza unilaterale, in cui solo Dio si impegnava e non c’era bisogno della legge. Zaccaria torna a quel giuramento su cui tutti gli ebrei sono nati, partendo da un fatto recente: ciò che è accaduto in sua moglie Elisabetta. Nel suo nome è, infatti, il suo ministero, Elisabetta: «Dio ha giurato». Nel corpo della moglie, una circoncisione divina: il taglio di una nuova alleanza, in virtù della pura grazia di Dio che è Giovanni. In lei un nuovo inizio che rende chiaro e rivela il primo inizio, quello che accadde con Abramo. Il giuramento di ieri era tra Dio ed Abramo, quello di oggi tra Dio ed Elisabetta. Similmente a Maria, anche Elisabetta è «memoria viva» di Abramo, partner di questa nuova alleanza, mentre il sacerdote Zaccaria ne diventa il memore, il cantore, il liturgo.
 
Un canto di speranza - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Il Benedictus di Zaccaria, come il Magnificat di Maria, è un canto pieno di ottimismo e di lieta speranza, grazie alla presenza del Dio rendentore che ama l’uomo. Segno di quell’amore? Cristo, suo Figlio, Dio tra noi.
L’uomo attuale ha fatto molti progressi e sembra avere la chiave dell’universo, della vita e della felicità.
E, tuttavia, l’immagine che di quest’uomo ci danno i mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, televisione) e dell’arte (letteratura, arte, cinema e teatro) è, in generale, triste e pessimistica. La ragione? Può essere la carenza di valori trascendenti che aprano la vita umana a una dimensione spirituale. Abbiamo troppa materia e poco spirito; per questo ci manca la proiezione verso il futuro e verso la gioia, condizioni per l’equilibrio, l’ottimismo, la solidarietà e la fratellanza.
Sarà possibile una redenzione per l’uomo attuale?
Quando siamo tentati dal pessimismo davanti al mondo che ci circonda, quello che abbiamo ricevuto e che trasmettiamo alle giovani generazioni, dobbiamo ricordarci che Dio ama l’uomo. I canti di Zaccaria e di Maria posseggono la chiave capace di cambiare completamente la situazione e di vincere il pessimismo dell’ambiente, perché hanno in loro il germe più rivoluzionario della storia: la misericordia e la fedeltà di Dio che crede nell’uomo e lo fa oggetto della sua benevolenza e del suo amore, e ci permette, «liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni».
Oggi finisce l’Avvento, il tempo dell’attesa. Iniziandolo, abbiamo detto che ci si apriva un’opportunità unica per incontrare Dio. Nel concluderlo, quale bilancio possiamo fare? Siamo convertiti e pronti per l’arrivo del Signore? È la nostra ultima occasione.
 
Il Signore edificherà una casa (cfr. I Lettura): “La profezia di Natan è la magna charta che conferma solennemente la dinastia davidica: La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me e il tuo trono sarà reso stabile per sempre.
Considerando le cose dal punto di vista storico, sappiamo che la monarchia aveva portato un’innovazione nella struttura istituzionale del popolo d’Israele, organizzato tradizionalmente in una specie di regime federale, nel quale ogni tribù conservava un ampio margine d’autonomia. La concentrazione del potere nelle mani del re, le istituzioni monarchiche e la scelta di Gerusalemme come capitale del regno e come città santa: tutto questo portava un’innovazione rispetto alle antiche tradizioni che, fondamentalmente, giravano intorno a Mosè e al Sinai. Si potrebbe dire che la storia d’Israele, insieme con le sue istituzioni, ha due poli di attrazione: da una parte, Mosè e il Sinai, dall’altra Davide e Gerusalemme, Fra questi due poli, il più antico, radicato e sacro, è il mosaico: l’istituzione monarchica, fondata sul binomio Davide-Gerusalemme, portava una certa novità.
La profezia di Natan veniva a dissipare i sospetti e le reticenze che potevano essere rimasti in certi ambienti: essa è come la conferma divina all’istituzione monarchica e, in modo specialissimo, alla dinastia davidica.
Riferendosi a questa durata eterna della sua casa, cioè della sua dinastia, e alla stabilità incrollabile del suo trono lo stesso Davide, quando sta per morire, pronunzi queste parole: «È stabile la mia casa davanti a Dio, perché ha stabilito con me un’alleanza eterna» [2Sam 23,5]. Dunque il re Davide interpreta la profezia di Natan e l’impegno ottenuto da Dio riguardo alla sua casa come un atto promissorio molto simile a quello che Yahveh aveva fatto con Abramo [Gen 15].
Il patto di Yahveh con Davide e la sua dinastia è la garanzia e l’argomento che tiene alto il morale e la speranza del popolo nei momenti difficili. Finché resta accesa la «lampada di Davide», nulla è definitivamente perduto. «Per amore di Davide. Yahveh suo Dio gli concesse una lampada in Gerusalemme innalzandone il figlio dopo di lui e rendendo stabile Gerusalemme» [1Re 15,4]. «Yahveh non volle distruggere Giuda a causa di Davide sua servo, secondo la promessa fattagli di lasciargli sempre una lampada per lui e per i suoi figli» [2Re 8.19]” (Antonio Gonzàlez-Lamadrid [Il Signore edificherà una casa in Commento alla Bibbia Liturgica]).
 
Dio entra nelle tenebre del nostro mondo e porta la luce - Beda, Omelie sul Vangelo 2, 20: Ci ha trovato dunque che giacevamo nelle tenebre e nell’ombra della morte, cioè oppressi dalla lunga cecità del peccato e dell’ignoranza, ingannati dalla frode dell’ antico nemico e schiacciati dagli errori. Giustamente infatti il nemico è chiamato morte e menzogna e, al contrario, il Signore verità e vita (cf. Gv 14, 6). Ci ha portato la vera luce della sua conoscenza e, rimosse le tenebre dell’ errore, ci ha mostrato il sicuro cammino per la patria celeste. Ha diretto i passi delle nostre opere per farci camminare nella via della verità, che ci ha mostrato, e per farci entrare nella casa della pace eterna, che ci ha promesso. Dato che siamo in possesso di questi doni della bontà eterna, fratelli carissimi, di queste promesse dei beni eterni, benediciamo anche noi il Signore in ogni tempo, perché ha visitato e redento il suo popolo (cf. Sa1 33, 2). Sulla nostra bocca ci sia sempre la sua lode, conserviamo il suo ricordo e a nostra volta proclamiamo le virtù di colui che dalle tenebre vi ha chiamato alla sua luce meravigliosa (1Pt 2, 9).
 
Rinnovati da questo mirabile dono, ti preghiamo, o Signore:
come ora pregustiamo l’adorabile natività del tuo Figlio,
così possiamo accogliere nella gioia i suoi doni eterni.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 

 GIOVEDÌ 23 DICEMBRE 2021
 
FERIA PROPRIA DEL 23 DICEMBRE
 
Ml 3,1-4.23-24; Sal 24 (25); Lc1,57-66
 
Il Santo del Giorno - 23 Dicembre 2021 - San Dagoberto II Re d’Austrasia, martire: Figlio di Sigeberto III, re d’Austrasia (634-56), alla morte del padre era ancora bambino, così che al maestro di palazzo, Grimoaldo, fu facile sostituirlo, attorno al 659, col proprio figlio, Childeberto. Benché confinato in un monastero irlandese, Dagoberto, in patria, non era stato dimenticato e nel 676 vi fu richiamato per impedire che l’Austrasia divenisse vassallo della Neustria. Lo accompagnò san Vilfrido, metropolita di York. Nel 679, quando quest’ultimo, espulso dalla sua sede, gli fece visita durante il viaggio intrapreso a Roma in difesa del suo diritto, Dagoberto offrì all’amico, che rifiutò, la sede di Strasburgo. Reduce da Roma, Vilfrido non trovò più il sovrano, che era stato assassinato il 23 dicembre 679, durante una caccia nella foresta di Woevre, presso Stenay, dal figlioccio Giovanni, al soldo dei duchi fautori di Ebroino, maggiordomo di Neustria, e di Pipino, maggiordomo d’Austrasia. Sepolto a Stenay, Dagoberto fu venerato come martire dal popolo per la sua misera fine e il priorato di Stenay, preso il nome del santo, diventò il focolare del suo culto, che tuttavia restò limitato a quelle regioni. (Avvenire)
 
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
contemplando ormai vicina la nascita del tuo Figlio,
rivolgiamo a te la nostra preghiera:
ci soccorra nella nostra indegnità
il Verbo che si è fatto uomo
nascendo dalla Vergine Maria
e si è degnato di abitare in mezzo a noi.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Papa Francesco (Angelus 24 Giugno 2018): L’odierna pagina evangelica (Lc 1,57-66.80) annuncia la nascita e poi si sofferma sul momento dell’imposizione del nome al bambino. Elisabetta sceglie un nome estraneo alla tradizione di famiglia e dice: «Si chiamerà Giovanni» (v. 60), dono gratuito e ormai inatteso, perché Giovanni significa “Dio ha fatto grazia”. E questo bambino sarà araldo, testimone della grazia di Dio per i poveri che aspettano con umile fede la sua salvezza. Zaccaria conferma inaspettatamente la scelta di quel nome, scrivendolo su una tavoletta – perché era muto –, e «all’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava normalmente, benedicendo Dio» (v. 64).
Tutto l’avvenimento della nascita di Giovanni Battista è circondato da un gioioso senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Stupore, sorpresa, gratitudine. La gente è presa da un santo timore di Dio «e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose» (v. 65).
Fratelli e sorelle, il popolo fedele intuisce che è accaduto qualcosa di grande, anche se umile e nascosto, e si domanda: «Che sarà mai questo bambino?» (v. 66). Il popolo fedele di Dio è capace di vivere la fede con gioia, con senso di stupore, di sorpresa e di gratitudine. Guardiamo quella gente che chiacchierava bene su questa cosa meravigliosa, su questo miracolo della nascita di Giovanni, e lo faceva con gioia, era contenta, con senso di stupore, di sorpresa e gratitudine. E guardando questo domandiamoci: come è la mia fede? E’ una fede gioiosa, o è una fede sempre uguale, una fede “piatta”? Ho senso dello stupore, quando vedo le opere del Signore, quando sento parlare dell’evangelizzazione o della vita di un santo, o quanto vedo tanta gente buona: sento la grazia, dentro, o niente si muove nel mio cuore? So sentire le consolazioni dello Spirito o sono chiuso? Domandiamoci, ognuno di noi, in un esame di coscienza: Come è la mia fede? E’ gioiosa? E’ aperta alle sorprese di Dio? Perché Dio è il Dio delle sorprese. Ho “assaggiato” nell’anima quel senso dello stupore che dà la presenza di Dio, quel senso di gratitudine? Pensiamo a queste parole, che sono stati d’animo della fede: gioia, senso di stupore, senso di sorpresa e gratitudine.
 
I Lettura Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me, il Nuovo Testamento vede avverarsi questa profezia in Giovanni Battista. Il messaggero dovrà dissodare i cuori induriti perché ben disposti si aprano alla rugiada della grazia e del perdono.
 
Vangelo Giovanni sarà profeta e precursore del Messia. È lui che rivelerà al popolo di Dio la conoscenza della salvezza, invitandolo ad accogliere il perdono di Dio. Per il Nuovo Testamento Giovanni è il profeta Elia che Dio aveva promesso di mandare prima che giungesse il giorno grande e terribile. Nella pienezza del tempo si compie questa promessa, e la nascita di un bambino da una donna sterile è già preannunzio di salvezza per tutti gli uomini.
 
Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66: In quei giorni, per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose.Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?».E davvero la mano del Signore era con lui.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): 60-61 No, ma sarà chiamato Giovanni; Elisabetta, con sorpresa di tutti i presenti, vuole che al bambino sia imposto il nome di Giovanni, non già quello di Zaccaria. La decisione della madre del Battista non deriva da una particolare rivelazione o comunicazione divina, poiché il testo non contiene nessun accenno che faccia pensare ad un intervento soprannaturale; l’intervento della madre invece è dovuto alla volontà di Zaccaria che, pur colpito da mutismo, durante il periodo della maternità di Elisabetta le aveva certamente manifestato in qualche modo quello che gli era stato detto nella visione avuta nel tempio, e soprattutto le aveva indicato la volontà dell’angelo di imporre al nascituro il nome di Giovanni. I parenti ed i vicini rimangono stupiti dell’atto deciso di Elisabetta, sia perché non a lei, ma al marito spettava designare il nome del bambino, sia anche perché nella sua parentela non era in uso il nome «Giovanni».
62 Domandarono con cenni; il modo con cui gli intervenuti cercano di farsi intendere da Zaccaria fa logicamente supporre che egli non soltanto era rimasto muto (cf. vers. 20), ma era anche sordo. Non tutti i commentatori condividono questa opinione, essa tuttavia sembra la più coerente al testo che usa il verbo «far cenni».
63 Egli chiese una tavoletta; su una tavoletta (πινακίδιον = piccola tabella, diminutivo di πίναξ; per l’uso di tavolette su cui scrivere, cf. Numeri, 17, 17-18; Ezechiele, 37, 16, 20) ricoperta da uno strato di cera, Zaccaria, per mezzo di uno stiletto, incide il nome «Giovanni» da imporre al proprio figlio. (Ne) furono tutti meravigliati; nel vangelo dell’infanzia, Luca ama rilevare la meraviglia causata da fatti straordinari visti o sentiti riportare (cf. 2, 18, 33). Lo stupore è ricordato in occasione dell’imposizione del nome ed esso, secondo l’indicazione del testo che sembra anticipata (cf. commento al vers. seguente), è determinato dall’accordo che i presenti avevano notato tra Zaccaria ed Elisabetta sul nome da dare al bambino. Questo senso di stupore tuttavia si estendeva anche su altri fatti che non potevano sfuggire a chi rifletteva su di essi, come: la concezione miracolosa di Giovanni, il mutismo di Zaccaria in coincidenza con la gestazione di Elisabetta, la vita ritirata che questa donna aveva condotto dopo la sua maternità.
 
Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino… - Mario Galizzi (Vangelo secondo Luca): La circoncisione era l’atto in cui il neonato veniva aggregato al popolo dell’ Alleanza. La preghiera di rito diceva: «Benedetto sia il Signore nostro Dio che ci ha concesso di fa partecipare nostro figlio all’Alleanza del nostro padri Abramo».
L’evangelista, comunque, non si sofferma sul rito della circoncisione. Il suo racconto è comandato da quanto è avvenuto durante l’apparizione dell’angelo Gabriele a Zaccaria; e ci si stupisce come anche Elisabetta conosca già il nome che si deve dare al bimbo. Ma i parenti non sono d’accordo con lei; vorrebbero che il piccolo portasse il nome dell’anziano padre Zaccaria. Era un’abitudine in Israele perpetuare nella discendenza il nome di qualche parente. Lo facevano mossi dalla fede e dalla speranza: rendere, in un certo senso, presente nel bambino coloro che l’hanno preceduto perché anch’essi possano giungere ai tempi messianici. Ma Elisabetta non è di questo parere. Essa agisce come se già fossero presenti i tempi della salvezza. Il nome di Zaccaria (= Dio si ricorda) non va bene, perché Dio non solo si è ricordato, ma ha fatto grazia. Perciò il piccolo sarà chiamato Giovanni (= Dio fa grazia).
Comunque non è suo compito imporre il nome al bambino. Per questo i parenti si rivolgono a Zaccaria, ed egli, essendo muto, chiede una tavoletta, ben sapendo che il nome gliel’ha già dato Dio; egli deve solo ubbidire. Perciò scrive: Giovanni è il suo nome; e lo dice pure. Non è più muto. In quello stesso istante, infatti, ricomincia a parlare e, da buon sacerdote, a lodare Dio. Impossibile, di fronte a tutto ciò, non percepirne l’amorosa presenza. Per questo un sacro timore si impossessò di tutti. Non si tratta di paura, ma di un senso di stupore e di fascino da cui si è colti quando i sperimenta la benevole presenza del divino. Tacere in questi casi è impossibile, e la notizia subito percorre tutta la zona montagnosa della Giudea. Quanto era avvenuto faceva discutere e riflettere, anche se era difficile capirne il senso. Una domanda si ripetevano l’un l’altro: «Che sarà di questo bambino?», È una domanda che mette tutti in attesa, che fa guardare avanti, che prepara nella lettura del Vangelo altri sviluppi. Comunque, chi ascolta Zaccaria qualcosa può già sapere.
 
Félix Gils (Elia in Dizionario di Teologia Biblica): «Ecco che io vi mando il profeta Elia, prima che venga il giorno di Jahve grande e terribile»; la sua opera «ricondurre il cuore dei padri verso i figli ed il cuore dei figli verso i loro padri» (Mal 3,23s), sarà l’ultima dilazione fissata da Dio «per placare l’ra prima che divampi» (Eccli 48, 10).
Questa attesa escatologica (cfr. Mc 15,35 s par.) ha termine in Giovanni Battista (Mt 17,10-13), ma in un modo misterioso, perché Giovanni non è Elia (Gv 1,21. 25), e, se la sua predicazione riconduce il cuore dei figli verso i loro padri, non è lui che placa l’ira divina.
Giovanni Battista realizza la figura di Elia per quel che concerne la penitenza praticata nel deserto (Mt 3,4; cfr. 2 Re 1,8), ma è Gesù che ne realizza i tratti principali. Fin dall’episodio di Nazaret egli definisce la sua missione universale in riferimento a quella di Elia (Lc 4,25 s). Il miracolo di Zarepta si legge in filigrana in quello di Nain (Le 7,11-16; cfr. 1 Re 17,17-24). Elia aveva fatto discendere dal cielo un fuoco a vendicare l’onore di Dio (2 Re 1,9-14; cfr. Le 9,54), Gesù apporta un fuoco nuovo, quello dello Spirito Santo (Lc 12,49). Sul Monte degli Ulivi Gesù è consolato e confortato da un angelo, come lo fu Elia nel deserto (Lc 22,43; cfr. 1Re 19,5.7); ma, a differenza di Elia, egli non aveva domandato la morte. Elia rapito in cielo mentre «il suo spirito si posa su Eliseo» (2Re 2,1-15) prefigura l’ascensione di Cristo che manderà ai suoi discepoli «quel che il Padre suo ha promesso» (L 24,51; cfr. 9,51).
 
La lingua di Zaccaria si scioglie - Massimo di Torino, Sermoni 6,1 - Giovanni ha restituito la voce a suo padre: Appena nato il figlio Giovanni, poiché i parenti stavano discutendo con quale nome chiamarlo, vengono presentate al padre delle tavolette, perché ne scrivesse egli stesso il nome a suo piacimento e indicasse per iscritto ciò che non poteva con la voce. Allora in modo mirabile, prese le tavolette per inciderle con lo stilo, sciolse la lingua e con la voce prevenne lo scritto e non attestò il nome di Giovanni, ma lo pronunciò.
Vedete dunque il merito del santo battezzatore: restituì la voce al padre, ridiede l’eloquenza al sacerdote! Ne vedete, ripeto, il merito: Giovanni sciolse la bocca che I’ angelo aveva legato; quella che Gabriele aveva ostruito il bimbo dischiuse [ ... ] quando Giovanni nasce il padre diventa a un tratto profeta e pontefice, la parola riacquista l’uso, l’affetto accoglie la prole, la funzione riconosce il sacerdote.
 
O Signore, che ci hai saziati con il dono del cielo,
accordaci la tua pace, perché siamo pronti
ad andare incontro con le lampade accese
al tuo amatissimo Figlio che viene.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.