27 Dicembre 2021
San Giovanni Apostolo, ed Evangelista
1Gv 1,1-4; Sal 96 (97); Gv 20,2-8
Il Santo del Giorno - San Giovanni Apostolo, ed Evangelista - Con i suoi testi c’insegna a credere e ad amare: Solo se amiamo Dio potremo guardare al mondo con i suoi occhi e cogliere la profondità della realtà che ci circonda. San Giovanni Apostolo, cui la tradizione attribuisce il quarto Vangelo e il libro dell’Apocalisse, ci accompagna in un percorso di ascolto del “Logos”, della parola e dell’ordine, in grado di immergerci totalmente nell’amore di Dio. Giovanni, il “discepolo amato” da Gesù, nei suoi testi mostra tutte le sue doti da teologo, in grado di coniugare cuore e intelletto, di leggere i segni dei tempi e di cogliere il destino futuro della storia. In questo modo egli offre una vera e propria “pedagogia del credere”. Originario della Galilea, Giovanni era figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo il Maggiore. Per la tradizione morì a Efeso, dopo l’esilio a Patmos, alla fine del I secolo. (Matteo Liut)
Colletta: O Dio, che per mezzo del santo apostolo Giovanni ci hai dischiuso le misteriose profondità del tuo Verbo, donaci intelligenza e sapienza per comprendere l’insegnamento che egli ha fatto mirabilmente risuonare ai nostri orecchi. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Benedetto XVI (Udienza Generale 5 Luglio 2006 ): Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l’Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19,25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15).
Negli apocrifi Atti di Giovanni l’Apostolo viene presentato non come fondatore di Chiese e neppure alla guida di comunità già costituite, ma in continua itineranza come comunicatore della fede nell’incontro con “anime capaci di sperare e di essere salvate” (18,10; 23,8). Tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere l’invisibile. E infatti dalla Chiesa orientale egli è chiamato semplicemente “il Teologo”, cioè colui che è capace di parlare in termini accessibili delle cose divine, svelando un arcano accesso a Dio mediante l’adesione a Gesù.
Il culto di Giovanni apostolo si affermò a partire dalla città di Efeso, dove, secondo un’antica tradizione, avrebbe a lungo operato, morendovi infine in età straordinariamente avanzata, sotto l’imperatore Traiano. Ad Efeso l’imperatore Giustiniano, nel secolo VI, fece costruire in suo onore una grande basilica, di cui restano tuttora imponenti rovine. Proprio in Oriente egli godette e gode tuttora di grande venerazione. Nell’iconografia bizantina viene spesso raffigurato molto anziano – secondo la tradizione morì sotto l’imperatore Traiano - e in atto di intensa contemplazione, quasi nell’atteggiamento di chi invita al silenzio.
In effetti, senza adeguato raccoglimento non è possibile avvicinarsi al mistero supremo di Dio e alla sua rivelazione. Ciò spiega perché, anni fa, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, colui che il Papa Paolo VI abbracciò in un memorabile incontro, ebbe ad affermare: “Giovanni è all’origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma” (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino 1972, p. 159). Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci amati da Cristo “fino alla fine” (Gv 13,1) e spendere la nostra vita per Lui.
I Lettura: Giovanni non vuole soffermarsi tanto sull’aspetto storico di Gesù ma vuole trasmettere un’esperienza di vita, di comunione con il Verbo della Vita, fonte di amore di vita e di comunione.
Vangelo: Nonostante che siano state le donne, e in modo particolare Maria di Magdala, le prime a recarsi alla tomba, sono tuttavia Pietro e Giovanni i primi ad entrarvi e ad osservare «i teli posati là, e il sudario ... avvolto in un luogo a parte», segni che rivelano tangibilmente la risurrezione di Cristo: infatti, era «inammissibile che un ladro lasciasse le cose così in ordine. La conclusione non andava certo troppo lontano» (Felipe F. Ramos). Che sia Pietro ad entrare, e non l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, lascia intravedere che già allora a Pietro era riconosciuta una certa preminenza (cfr. Gv 21,15-17).
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,2-8: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Giuseppe Segalla (Giovanni): versetto 2 va da Simone Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava: questi due discepoli testimoni sono un particolare proprio solo di Gv. È conosciuta infatti, nel kerygma, l’apparizione a Pietro, ma non la sua compagnia al sepolcro vuoto con un altro discepolo. L’«altro discepolo» (titolo della tradizione) «che Gesù amava» (qualifica data dall’evangelista) si identifica col testimone che sta all’origine della tradizione evangelica giovannea e di cui si sottolinea l’amore come elemento che gli dà forza e intuizione di fede (v. 8). - Hanno portato to via il Signore: la prima spiegazione del sepolcro vuoto non è la risurrezione, ma il furto (peraltro severamente punito). Gesù viene già anticipatamente chiamato «Signore», titolo datogli forse già dalla tradizione e ripreso dall’evangelista. [...].
versetti 5-7: L’aspettare Simone Pietro e il permettergli di entrare per primo deriva dalla sua qualità di capo del gruppo apostolico e dal rispetto dovuto a lui per questo. Non c’è nessun contrasto fra i due come artificialmente si è voluto creare, arrivando perfino a vedervi il contrasto fra la Chiesa carismatica e quella gerarchica allo scopo di esaltare la prima sulla seconda. Ma non bisogna neppure esagerare la posizione di Pietro, leggendola alla luce del primato. Così si finisce per sfasare il racconto. - e vede le bende che giacevano distese e il sudario: lett.: «le bende che giacevano e il sudario». Si tratta delle bende di lino di cui si parla nella sepoltura (19,40) e che tenevano forse stretta al corpo la sindone, di cui parlano i sinottici (Mt 27,59; Mr 15,46; Lc 23,53). Il sudario è una specie di grande fazzoletto che teneva stretto il capo, forse anche per tener chiusa la bocca del morto.
versetto 8 e vide e credette: il discepolo amato entra dopo, e solo di lui si dice che «vide e credette». Va notato il rapporto tra visione e fede in tutto il capitolo, che culmina con la beatitudine di chi crede attraverso la mediazione dei testimoni oculari (20,29). Non è solo una visione fisica (cfr 20,1), ma una visione penetrante il senso di ciò che vede fino ad arrivare alla fede, una fede che abbraccia tutta la vita («credette» senza oggetto) e che certamente ha come oggetto primo la risurrezione del Signore; lo dimostra la seguente nota redazionale del v. 9.
L’amore per il Cristo - Salvatore Alberto Panimolle (Lettura Pastorale del Vangelo di Giovanni): I due discepoli che corrono al sepolcro, ma in modo particolarmente eloquente la Maddalena, da Giovanni sono presentati come modello di un amore vivo e forte per il Signore Gesù. Così i credenti debbono amare il Cristo! Si tratta di un amore concreto che spinge alla ricerca premurosa del Signore, ad interessarsi solo di lui, a porre come centro dei propri pensieri la sua persona divina.
L’unica preoccupazione di Maria Maddalena è trovare il Signore: ella piange, perché teme che lo abbiano portato via; il suo cuore è orientato totalmente verso di lui. L’autentico cristiano è animato da analoga carità per il Figlio di Dio, fattosi suo fratello, morto sulla croce per amore e risorto per operare la sua salvezza.
La costituzione dogmatica del concilio Vaticano II sulla chiesa ricorda che l’elemento essenziale della vita di fede è l’amore per il Signore e per i fratelli. La santità del popolo di Dio consiste nella perfezione della carità, possibile a tutte le categorie di fedeli (laici, presbiteri, religiosi, pastori), perché a tutti i cristiani il Padre ha donato il suo Spirito, che li muove internamente ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze e ad amarsi a vicenda come Cristo li ha amati (cf. Lumen gentium, 40.42). Spinti da tanto amore divino, i fedeli manifestano a tutti, nello stesso servizio temporale, la carità con la quale il Padre ha amato il mondo (cf. LG, 41). In realtà i cristiani raggiungono la santità soprattutto lasciandosi permeare da questa carità divina, amando il Signore al di sopra di tutto e di tutti e donandosi ai fratelli per amore di lui. Dio infatti è amore, perciò vive in comunione con lui chi è animato da tale amore divino (cf. LG, 42).
Vide e credette: Catechismo della Chiesa Cattolica 640: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato » (Lc 24,5-6). Nel quadro degli avvenimenti di pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, poi di Pietro. Il discepolo « che Gesù amava » (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo «le bende per terra» (Gv 20,6), vide e credette. Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terrena come era avvenuto per Lazzaro.
Gregorio Magno, Hom. 22, 2-3: “Correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” (Gv 20,4); tuttavia non osò entrare per primo. Venne poi anche Pietro, “ed entrò” (Gv 20,6). Qual è, fratelli, il significato di questa corsa? Si può credere che una descrizione dell’evangelista così dettagliata sia priva di significati mistici? Niente affatto! Giovanni non avrebbe detto che era arrivato primo e non era entrato, se non avesse creduto che in quella sua trepidazione era contenuto un mistero. Cos’altro rappresenta Giovanni se non la Sinagoga, e cosa Pietro se non la Chiesa? Non sembri strano che il più giovane raffiguri la Sinagoga, mentre il più vecchio raffigura la Chiesa, perché se è vero che al culto di Dio venne prima la Sinagoga che non la Chiesa dei pagani, è vero anche che nella realtà della storia umana viene prima la moltitudine dei pagani che non la Sinagoga, come afferma Paolo, che dice: “Non è prima ciò che è spirituale, bensì ciò che è animale” (1Cor 15,46). Perciò il più vecchio, Pietro, rappresenta la Chiesa dei pagani, mentre il più giovane, Giovanni, rappresenta la Sinagoga dei Giudei. Corsero insieme tutti e due, perché dal loro inizio sino alla fine il paganesimo e la Sinagoga corsero con pari e comune via, se non con pari e comune sentimento.
La Sinagoga giunse per prima al sepolcro, ma non entrò, perché pur avendo ricevuto i comandamenti della legge e udito le profezie sulla Incarnazione e Passione del Signore, non volle credere in un morto. Giovanni, dunque, “vide le bende per terra, ma non entrò” (Gv 20,5); perché la Sinagoga, pur conoscendo gli obblighi della Sacra Scrittura, tuttavia indugiò, nel credere, a giungere alla fede nella Passione del Signore. Colui che da tanto tempo aveva profetato, lo vide presente, e pure negò [di credere in lui]; lo disprezzò in quanto uomo, non volle credere che Dio avesse assunto la carne mortale. Così facendo, corse più veloce, e tuttavia rimase incredula davanti al sepolcro: “Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro” (Gv 20,6): cioè la Chiesa dei pagani, pur venendo dopo, nel Mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo, riconobbe colui che era morto secondo la carne e lo adorò come Dio vivo.
Dio onnipotente,
per questo mistero che abbiamo celebrato
fa’ che il tuo Verbo fatto carne,
annunciato dal santo apostolo Giovanni,
dimori sempre in noi.
Per Cristo nostro Signore.