26 SETTEMBRE 2021
 
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B
 
Num 11,25-29; Sal 18 (19); Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48
 
Il Santo del Giorno - 26 Settembre 2021 - Santi Cosma e Damiano Martiri: Sulla vita di Cosma e Damiano le notizie sono scarse. Si sa che erano gemelli e cristiani. Nati in Arabia, si dedicarono alla cura dei malati dopo aver studiato l’arte medica in Siria. Ma erano medici speciali. Spinti da un’ispirazione superiore infatti non si facevano pagare. Di qui il soprannome di anàrgiri (termine greco che significa «senza argento», «senza denaro»). Ma questa attenzione ai malati era anche uno strumento efficacissimo di apostolato. «Missione» che costò la vita ai due fratelli, che vennero martirizzati. Durante il regno dell’imperatore Diocleziano, forse nel 303, il governatore romano li fece decapitare. Successe a Ciro, città vicina ad Antiochia di Siria dove i martiri vengono sepolti. Un’altra narrazione attesta invece che furono uccisi a Egea di Cilicia, in Asia Minore, per ordine del governatore Lisia, e poi traslati a Ciro. Il culto di Cosma e Damiano è attestato con certezza fin dal V secolo. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, affrettandoci verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Giovanni Paolo II (Udienza Generale 28 Luglio 1999): Le immagini con cui la Sacra Scrittura ci presenta l’inferno devono essere rettamente interpretate. Esse indicano la completa frustrazione e vacuità di una vita senza Dio. L’inferno sta ad indicare più che un luogo, la situazione in cui viene a trovarsi chi liberamente e definitivamente si allontana da Dio, sorgente di vita e di gioia. Così riassume i dati della fede su questo tema il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Morire in peccato mortale senza esserne pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da lui per una nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola ‘inferno’» (CEC 1033).
La ‘dannazione’ non va perciò attribuita all’iniziativa di Dio, poiché nel suo amore misericordioso egli non può volere che la salvezza degli esseri da lui creati. In realtà è la creatura che si chiude al suo amore. La ‘dannazione’ consiste proprio nella definitiva lontananza da Dio liberamente scelta dall’uomo e confermata con la morte che sigilla per sempre quell’opzione. La sentenza di Dio ratifica questo stato.
La fede cristiana insegna che, nel rischio del ‘sì’ e del ‘no’ che contraddistingue la libertà creaturale, qualcuno ha già detto no. Si tratta delle creature spirituali che si sono ribellate all’amore di Dio e vengono chiamate demoni (cfr Concilio Lateranense IV: DS 800-801). Per noi esseri umani questa loro vicenda suona come ammonimento: è richiamo continuo ad evitare la tragedia in cui sfocia il peccato e a modellare la nostra esistenza su quella di Gesù che si è svolta nel segno del ‘sì’ a Dio.
La dannazione rimane una reale possibilità, ma non ci è dato di conoscere, senza speciale rivelazione divina, se e quali esseri umani vi siano effettivamente coinvolti. Il pensiero dell’inferno – tanto meno l’utilizzazione impropria delle immagini bibliche - non deve creare psicosi o angoscia, ma rappresenta un necessario e salutare monito alla libertà, all’interno dell’annuncio che Gesù Risorto ha vinto Satana, donandoci lo Spirito di Dio, che ci fa invocare “Abbà, Padre” (Rm 8,15 Gal 4,6).
 
I Lettura: Ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce (Gc 1,17): «il dono dei miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue» (1Cor 12,28). La disputa di Giosuè denuncia la gretta mentalità di tutti coloro, come l’apostolo Giovanni, che pretendono di ingabbiare lo Spirito Santo o di possedere in esclusiva il potere carismatico del Cristo.
 
II Lettura: L’impietosa denuncia di Giacomo mette in risalto quanto fossero odiati i ricchi, ma in modo particolare coloro la cui ricchezza trasudava del sangue dei poveri. La condanna dei ricchi malvagi era già presente nella predicazione dei profeti. Abacuc con estrema schiettezza dirà a Israele: «La ricchezza rende perfidi ... Guai a chi accumula ciò che non è suo» (Ab 2,5-6). Di queste parole troviamo una risonanza nei «guai ai ricchi» registrati nel vangelo di Luca (6,24). Anche Paolo ha parole molto dure in questo senso. Comunque, non è una condanna delle ricchezze in sé, ma dell’uso cattivo che tende a calpestare i diritti altrui. Per cui va bene il monito di Paolo suggerito a Timoteo: «A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera» (1Tm 6,17-19). Un consiglio che conserva sempre il suo grande valore morale e ascetico.
 
Vangelo: Giovanni nel pretendere l’esclusivo potere di cacciare i demoni si rivela settario, molto lontano da una mentalità di servizio. La comunità cristiana, «deve essere aperta a tutti, anche quanti sono al di là della cerchia visibile dei suoi, e deve saper distinguere: un conto è essere pro o contro il Maestro [Mt 12,30], un conto è non appartenere esplicitamente ai suoi discepoli» (+ Francesco Lambiasi).
 
Dal Vangelo secondo Marco 9,38-43.45.47-48: In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».
 
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me: I piccoli sono i credenti dalla fede vacillante, i cristiani deboli esposti allo scandalo, così come ci suggerisce sant’Alberto Magno: i credenti qui sono «detti piccoli per la loro fede limitata e perché possono essere facilmente scandalizzati, sono cioè deboli nella fede e pronti al peccato, provocati anche dai cattivi esempi dei sacerdoti». I piccoli, quindi, sono i discepoli di Gesù, adulti, anziani, bambini. Il Catechismo della Chiesa Cattolica può aiutarci a comprendere le parole di Gesù. Innanzi tutto, dà una definizione: «Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine, può trascinare il proprio fratello alla morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azione e omissione induce deliberatamente altri in grave mancanza» (2284). E ancora, lo scandalo «assume una gravità particolare a motivo dell’autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono [...]. Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona ai lupi rapaci in veste di pecore» (ibidem 2285). La gravità sta nel fatto che è in giuoco la fede dei piccoli, sta nel fatto che possono essere uccisi spiritualmente. L’uomo, oggi, ha trovato dei sotterfugi per trarsi d’impaccio e per non farsi sbranare dal verme che non muore. I suoi trucchi sono quelli di trasformare tutto in arte o di propagare vergognose licenziosità come conquiste di civiltà; così la pornografia è arte e i matrimoni gay, l’aborto, il divorzio spacciati come conquiste ...  È grottesco, come fa notare Vincenzo Raffa, «sbandierare gli ideali di libertà, di arte, di cultura, di civiltà, di liberazione umana, di progresso e così via, quando altro non c’è che profonda depravazione, sollecitudine alla violazione delle leggi più fondamentali, offesa alla religione, sovvertimento della legittima autorità» (Liturgia Festiva). Il tutto diventa ancora più disgustoso e più ripugnante quando «il movente reale è l’impinguamento del proprio portafoglio, l’eliminazione disonesta dell’avversario, la destabilizzazione di una dirigenza scomoda, magari pienamente legittima e fattivamente impegnata al bene comune» (ibidem). Ormai siamo abituati a tutto, ma, come affermava, Erasmo da Rotterdam, «i mali che non si avvertono sono i più pericolosi».
 
Lo scandalo per Israele - E. Ghini (Scandalo - Schede Bibliche Ed. Dehoniane Bologna): Il termine skàndalon eredita dall’ebraico una grande ricchezza di significati; esso deriva da skandàlètron e traduce nei LXX due diverse radici ebraiche: jqs (nqs), che significa prendere in trappola (Sal. 124), e ksl, che significa inciampare, vacillare (Is. 8,15), da cui deriva il sostantivo mik’ sòl, occasione di caduta, ostacolo (Lev. 19,14; Is. 57), usato anche in senso metaforico (1Sam. 25,31; Ez. 3,20). Si è detto che skàndalon, da causa di rovina materiale, passa progressivamente a indicare rovina in senso religioso, quindi caduta e peccato. Lo scandalo per Israele si configura come attentato all’alleanza, rifiuto del rapporto d’amicizia che Dio ha stabilito con l’uomo mediante essa. In questo senso possono costituire una seduzione, un laccio per Israele i popoli abitanti la terra promessa (Es. 23,33; 34,12), se Iahvé non li caccia davanti al suo popolo (Gios. 23,13). Causa ricorrente di scandalo, cioè di occasione di peccato, è infatti l’idolatria delle nazioni vicine al popolo eletto (Dt. 7,16). Gli idoli stessi sono detti scandalo (Os. 4,17; Giud. 8,27). Ma anche Iahvé può porsi come pietra d’inciampo per il suo popolo prevaricatore (Is. 8,14), e costituire per esso, per la sua salvezza, un momentaneo ostacolo (Ger. 6,21). Israele deve scegliere tra l’economia di Dio e quella umana; scegliere quest’ultima è incorrere nella ribellione, che rende Dio causa di rovina per i suoi figli. Anche il singolo israelita può essere «scandalo» per il popolo eletto, se tenta di strapparlo al rapporto dell’alleanza e quindi dal seguito di Iahvé. Dio punisce chi tenta di indurre Israele alla perversione (1Re 14,16). Elia predice ad Acab la sua tragica fine solo perché ha provocato lo sdegno di Iahvé, ma anche perché ha fatto peccare Israele (1Re 21,22). Lo scandalo ha un aspetto individuale e un aspetto sociale. Esso è legato all’empietà; per l’empio infatti tutto può essere occasione di caduta e motivo di scandalo: non solo la lingua (Eccli. 23,28), ma anche la legge (Eccli. 32,15). Dio solo può far scomparire lo scandalo (Sof. 1,3).
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 1034 Gesù parla ripetutamente della «geenna», del «fuoco inestinguibile», che è riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono perire sia l’anima che il corpo. Gesù annunzia con parole severe: «Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno [...] tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente» (Mt 13,41-42), ed egli pronunzierà la condanna: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno!» (Mt 25,41).
 
Temere solo per il castigo è riprovevole - Agostino, Enarrat. in Ps., 127, 7: “Laggiù non morrà il loro verme né si spegnerà il fuoco che li divora” (Mc 9,43). Ascoltando queste minacce, che toccheranno certamente agli empi, alcuni, presi da timore, si astengono dal peccato. Hanno paura e per questa paura non commettono peccati. Son persone che temono [il castigo] ma non ancora amano la giustizia. Tuttavia quel timore che li spinge ad astenersi dal peccato crea in loro un’inclinazione costante per la giustizia, e ciò che prima era difficile comincia a piacere e si assapora la dolcezza di Dio. A tal punto l’uomo inizia a vivere nella giustizia non per timore delle pene ma per amore dell’eternità.
 
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, annunciando la morte del tuo Figlio,
partecipiamo alla sua passione
per diventare eredi con lui nella gloria.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.


 25 Settembre 2021
 
Sabato XXV Settimana T. O.
 
Zc 2,5-9.14-15a; Sal da Ger 31, 10-12b.13; Lc 9,43b-45
 
Il Santo del Giorno - 25 Settembre 2021 - San Giuseppe Calasanzio Presbitero: Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l’obiettivo di dare un’istruzione ai più poveri e combattere così l’analfabetismo, l’ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi». Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all’educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s’impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l’ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi. (Avvenire)
 
Colletta: O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa’ che osservando i tuoi comandamenti possiamo giungere alla vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo degli Adulti [817]: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34). Il discepolo di Gesù deve assumere il suo atteggiamento filiale di obbedienza al Padre e al divino disegno di salvezza, che lo ha condotto alla croce e alla risurrezione. «Pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,8-9).Camminare dietro a Cristo significa camminare nella carità, avere i suoi medesimi sentimenti, amare come egli ha amato, fino a dare la vita per i fratelli: «Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli... Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1Gv 3,1618).Ma è impossibile amare come Cristo ha amato, se egli stesso non ama in noi; è impossibile andargli dietro, se egli stesso non viene a vivere dentro di noi. Ebbene, comunicandoci lo Spirito Santo, egli entra nella nostra esistenza e la vive con noi, sì che ogni cristiano può dire come Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Egli perciò non rimane un modello esteriore; anzi, viene interiorizzato in virtù dello Spirito.
 
I Lettura: È una solenne dichiarazione d’amore da parte di Dio verso il popolo d’Israele, il quale non sarà più provato dalla guerra, dalla cattività, ma vivrà nella pienezza della gioia perché il Signore viene ad abitare in mezzo ad esso.
 
Vangelo: Gli Evangelisti presentano la missione di Gesù alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio. Un discorso che risulta ostico agli stessi Apostoli. È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
 
Dal Vangelo secondo Luca 9,43b-45: In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Mettetevi bene in mente queste parole...: così è introdotta la seconda predizione della passione, che insieme alla terza si caratterizza per il fatto che parla solo di passione-morte, senza un esplicito accenno alla risurrezione-gloria (cfr anche 18,34). Qui Gesù insiste, sulla linea della predicazione profetica (cfr per es. Gr 9,19), sul dovere della apertura personale (il T. Greco si riferisce non alle orecchie del corpo ma all’ascolto del cuore: cfr Is 9,9s in relazione ad At 28,26s). Tale ascolto richiede anche un atto di coraggio, perché si tratta non solo di accogliere un messaggio ma di seguire Gesù sulla via della croce. Il fatto che Luca qui accenna solo alla passione-morte di Gesù ci fa pensare che, se anche egli non ha voluto scindere i due momenti, quello catabatico e quello anabatico, della Pasqua di Gesù, tuttavia ha voluto dire che l’accettazione della croce e della morte costituisce un momento provvisorio, ma indispensabile, sulla via che porta alla vita e alla gloria (cfr 9,31).
Essi però non capivano queste parole: si capisce, in parte almeno, la reazione degli apostoli: essi non capirono e temevano di interrogarlo su questa parola, tanto più che dal modo con il quale Gesù parla, sembra che si tratti di un avvenimento necessario, quasi ineluttabile (è la forza del verbo greco mellein) e di un fatto imminente (il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato). Cfr anche Lc 18,34; Mc 9,32; Gv 2,22; 20,9. Invece Mt 17,23 non parla di incomprensione ma di tristezza.
 
La croce, segno del cristiano J. Audusseau e X. Léon-Dufour: 1. La croce di Cristo. - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11,8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli e quella del maestro. Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24 par.). Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10,33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23,34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12,26).
2. La vita crocifissa. - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza. Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3,1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2,19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6,14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce» (Fil 3,18).
3. La croce, titolo di gloria del cristiano. - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6,6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce» (Fil 2,1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1Piet 2,21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio» (Ebr 6,6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo» (Gal 6, 14). 
 
Il significato teologico della croce - Franco Giulio Brambilla: A partire dal senso che Gesù ha attribuito alla sua morte, i Vangeli sinottici, Paolo e il Vangelo di Giovanni non faranno altro che rileggere questo significato ricuperando le grandi immagini dell’Antico Testamento: la morte di Gesù è la “redenzione”, il “sacrificio”, il “riscatto”. La morte sulla croce manifesta un’eccedenza che rivela una Verità più profonda di ciò che appare. Sono tre gli aspetti che definiscono il senso profondo della morte in croce: essa rivela definitivamente chi è Gesù, chi è Dio e il destino dell’uomo.
Anzitutto, la morte di croce dice chi è Gesù: egli si rivela come colui che e completamente rivolto verso il Padre (cfr. Gv 1,18). L’abbandono fiducioso a Dio sulla croce dice che Cristo si definisce per la sua relazione al Padre: egli è il Figlio. Soprattutto nel momento in cui sembra messa in discussione la sua pretesa, la sua missione, la connessione tra il suo messaggio e la sua persona, egli non si fa valere neppure col pretesto di essere il profeta ultimo, ma si affida in radicale abbandono al Padre suo, assumendo la violenza e il rifiuto peccaminoso degli uomini. Il rifiuto di Dio si colloca così nel cuore della sua manifestazione. Ciò, però, non sconvolge il disegno di Dio, ma Dio assume, perdona, salva dal di dentro la stessa negazione degli uomini. Dio non scambia il peccato degli uomini con l’innocenza di Cristo. Dio, il Padre, assume questo rifiuto, lo porta su di sé; mandando il Figlio, viene egli stesso come il Padre suo, e lo stabilisce come luogo del perdono e della riconciliazione.
In secondo luogo, la morte di croce manifesta e comunica chi è DIO. La verità di Dio è la verità stessa della carità di Dio. La dedizione insuperabile e senza condizioni con cui Gesù si affida al Padre rivela che Dio è colui che è rivolto all’uomo, a cui comunica la sua vita stessa, donandogli il suo bene più prezioso: il Figlio suo (Rm 8,32). La struggente attesa di Israele di vedere il volto di Dio, di entrare nell’intimità della sua alleanza, nella Croce è svelata sul volto sfigurato di Gesù morente, proprio nel momento e nell’evento che è il frutto del suo più radicale rifiuto.
Infine, la donazione di Dio a Gesù e in Gesù agli uomini è il “luogo” del perdono, della riconciliazione, che supera dal di dentro lo stesso rifiuto di Dio e tutte le forme che lo rappresentano, la non comunione, l’abbandono, il tradimento, l’inimicizia, la violenza e, alla fine, la stessa morte. Gesù muore per tutti, nel duplice senso di “a causa” e di “a vantaggio” del peccato degli uomini, perché portandolo in sé lo riconcilia nel luogo stesso della sua negazione. Forse solo qui può trovare risposta la domanda: perché la Passione e la Croce di Gesù? Perché una morte così? La sofferenza, il dolore, la Croce, sono il prodotto del rifiuto di Dio, la conseguenza della sua negazione da parte della libertà umana. E il Padre in Cristo vi passa attraverso (e lo Spirito li tiene uniti nella massima separazione), supera il peccato dal di dentro, ricupera la libertà nel suo punto più intimo. Dio non salva automaticamente, non guarisce magicamente. Egli ricupera la libertà facendola ritornare a ritroso, ed è noto quanto sia oneroso ricostruire una libertà ferita. Fin nel cuore dell’uomo, fin nelle profondità di tutta l’umanità, dal primo uomo fino alla fine dei tempi.
 
Amare la Croce - Amare la Croce è fare memoria dell’amore misericordioso di Dio, “che ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16); amare la Croce è fare memoria dell’amore misericordioso del Figlio di Dio che “è apparso per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8); amare la Croce è aprire la propria vita all’azione vivificante dello Spirito Santo che “attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rom 8,16). Amare la Croce è entrare nel mistero della Santa e Indivisa Trinità, perché soltanto la Croce ci fa discepoli di Cristo, lui che è la Via che ci conduce al Padre (cfr. Gv 14,6), l’orante che intercede presso il Padre perché doni al mondo il Consolatore (cfr. Gv 14,16). Amare la Croce non è soltanto attestazione di amore verso Gesù, agnello innocente immolato per la salvezza dell’uomo, ma è soprattutto accogliere nell’anima il Regno di Dio, è far esplodere di gioia il cuore, allargare la bocca al canto di lode. Dov’è tristezza, lutto e pianto, la Croce porta la pace e la consolazione di Dio, dov’è dolore e sofferenza, la Croce dona la pazienza e la perfetta immolazione, dov’è il peccato, la stanchezza, l’infedeltà, la Croce dona la luce della grazia, il profumo della conversione, l’allegrezza della penitenza, dov’è la morte, la Croce porta la vita. Ricusare la Croce è follia, ricusare la Croce è rifiutare l’amore di Dio, ricusare la Croce è rigettare la salvezza, ricusare la Croce significa spalancare la vita ai tormenti della disperazione, ricusare la Croce significa morire senza il consolante conforto dell’intercessione di quel Sangue che è stato sparso sulla Croce per la salvezza dell’uomo.
 
Due modi di portare la croce - Gregorio Magno, Predica per la festa di un santo martire: In due modi portiamo la croce del Signore: quando con la rinuncia domiamo la carne e quando, per vera compassione del prossimo, sentiamo i suoi bisogni come fossero nostri. Chi soffre personalmente quando il prossimo è ammalato, porta la croce del Signore. Ma si sappia bene: vi sono alcuni uomini che domano con gran rigore la loro carne non per la volontà di Dio, ma solo per futile vanagloria. E ve ne sono altri, e molti, che hanno compassione del prossimo non in modo spirituale, ma solo carnale; e questa compassione non è in loro virtù, ma piuttosto vizio, per la loro esagerata tenerezza. Tutti costoro sembra che portino la croce del Signore, ma essi non seguono il Signore. Per questo la Verità dice rettamente: «Chi non porta la mia croce e mi segue, non può essere mio discepolo». Infatti, portare la croce e seguire il Signore significa rinunciare completamente ai piaceri carnali e avere compassione del prossimo per vero zelo della beatitudine. Chi fa ciò solo con fine umano, porta la croce, ma non segue il Signore.
 
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 24 Settembre 2021
 
Venerdì della XXV Settimana T. O.
 
Ag 1,15b-2,9; Sal 42 (43); Lc 9,18-22
 
Il Santo del Giorno 24 Settembre 2021 - San Lupo di Lione Vescovo: Il Martirologio Geronimiano menziona Lupo (lat. Lupus; fr. Loup) al 24 settembre: «Lugduno Galliae depositio Lupi episcopi»; attualmente l’Ordo diocesano di Lione lo iscrive al 25 settembre. Verso il 528, la Vita di san Lubino, vescovo di Chartres, lo cita come un monaco illustre, che avrebbe condotto vita eremitica nell’Ile-Barbe (in insula Barbera) posta in un’ansa della Saone, poco a monte di Lione; l’attuale comune si chiama Saint-Rambert-Ile-Barbe (dipartimento del Rodano). Basandosi sugli stessi dati storici i martirologi del IX secolo aggiungono ex anachoreta al titolo episcopale di Lupo. Il 7 maggio 538 presiedette come arcivescovo di Lione al terzo concilio d’Orléans. Morì assai prima del 28 ottobre 549, data nella quale il suo secondo successore Sacerdos presiedette il quinto concilio d’Orléans, mentre il successore immediato di Lupo, Leonzio, aveva governato la Chiesa di Lione soltanto due anni. Leidrado, arcivescovo di Lione (798-816), scrivendo a Carlo Magno, cita Lupo insieme con altri due antichi pontefici lionesi, sant’Eucherio e Genesio, a proposito del monastero dell’Ile-Barbe. Il 20 settembre 1620, il cardinale de Marquemont arcivescovo di Lione, procedette alla consacrazione della restaurata chiesa dell’Ie-Barbe che conservava i suoi antichi titolari san Martino e san Lupo. (Autore: Jean-Charles Didier)
 
Colletta: O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa’ che osservando i tuoi comandamenti possiamo giungere alla vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale 30 Novembre 2011): Guardando alla preghiera di Gesù, deve sorgere in noi una domanda: come prego io? come preghiamo noi? Quale tempo dedico al rapporto con Dio? Si fa oggi una sufficiente educazione e formazione alla preghiera? E chi può esserne maestro? Nell’Esortazione apostolica Verbum Domini ho parlato dell’importanza della lettura orante della Sacra Scrittura. Raccogliendo quanto emerso nell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi, ho posto un accento particolare sulla forma specifica della lectio divina. Ascoltare, meditare, tacere davanti al Signore che parla è un’arte, che si impara praticandola con costanza. Certamente la preghiera è un dono, che chiede, tuttavia, di essere accolto; è opera di Dio, ma esige impegno e continuità da parte nostra; soprattutto, la continuità e la costanza sono importanti. Proprio l’esperienza esemplare di Gesù mostra che la sua preghiera, animata dalla paternità di Dio e dalla comunione dello Spirito, si è approfondita in un prolungato e fedele esercizio, fino al Giardino degli Ulivi e alla Croce. Oggi i cristiani sono chiamati a essere testimoni di preghiera, proprio perché il nostro mondo è spesso chiuso all’orizzonte divino e alla speranza che porta l’incontro con Dio. Nell’amicizia profonda con Gesù e vivendo in Lui e con Lui la relazione filiale con il Padre, attraverso la nostra preghiera fedele e costante, possiamo aprire finestre verso il Cielo di Dio. Anzi, nel percorrere la via della preghiera, senza riguardo umano, possiamo aiutare altri a percorrerla: anche per la preghiera cristiana è vero che, camminando, si aprono cammini.
Cari fratelli e sorelle, educhiamoci ad un rapporto con Dio intenso, ad una preghiera che non sia saltuaria, ma costante, piena di fiducia, capace di illuminare la nostra vita, come ci insegna Gesù. E chiediamo a Lui di poter comunicare alle persone che ci stanno vicino, a coloro che incontriamo sulla nostra strada, la gioia dell’incontro con il Signore, luce per la nostra l’esistenza.
 
I Lettura: L’anno secondo del re Dario, il ventuno del settimo mese, è l’anno 520 avanti Cristo, il mese di settembre, e la parola di Dio, per bocca del profeta Aggeo, risuona nei cuori degli israeliti: coraggio, coraggio…, il popolo d’Israele e le sue guide sono stanchi, avviliti per le tante difficoltà, sfiduciati, tentati di abbandonare tutto, ma la parola di Dio è stimolo, forza, sostegno, e sopra tutto apre nuove vie: Ancora un po’ di tempo e... La gloria futura di questa casa sarà più grande di quella di una volta, dice il Signore degli eserciti; in questo luogo porrò la pace. Per trovare la pace e la gioia è necessario percorrere le vie di Dio, che non sempre sono le vie degli uomini.
 
Vangelo: Il Figlio dell’uomo..., questo titolo è spesso usato nel Nuovo Testamento e Gesù amava riferirlo a stesso, sopra tutto per rivelare che il suo il messianismo passerà attraverso la sofferenza, il rifiuto da parte dei sinedriti, le guide spirituale del popolo eletto, l’agonia dell’Orto, il dolore dei chiodi, la morte cruenta sulla Croce. Le parole profetiche di Gesù sulla sua passione sono da paragonare ad un annuncio sconvolgente sopra tutto perché precedute da quel deve che doveva suonare nel cuore dei discepoli al pari di una bestemmia.
 
Dal Vangelo secondo Luca 9,18-22: Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
 
Chi sono io per voi - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): La professione di fede dell’apostolo Pietro prepara l’inizio del viaggio o salita di Gesù a Gerusalemme. Nella narrazione dell’episodio Luca segue Marco (8,27ss) nei tre momenti fondamentali del suo sviluppo: a) sondaggio di Gesù sull’opinione che la gente e i suoi discepoli hanno di lui. Ieri abbiamo visto lo sfondo storico-biblico delle opinioni del popolo su Gesù. b) Professione di fede messianica di Pietro: «Tu sei il Cristo di Dio». c) Primo annuncio di Gesù della sua pas­sione, morte e risurrezione. È una correzione di prospettiva rispetto al messia atteso dal popolo e dai discepoli come glorioso restauratore politico del regno di Davide.
Ma Luca ha anche le sue peculiarità: a) l’inizio: «Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare ...». Aggiunta caratteristica di Luca che allude sempre alla preghiera nei momenti importanti della vita di Gesù. b) Non precisa il luogo dove avvenne il fatto, che Marco e Matteo situano a Cesarea di Filippo, circa quaranta chilometri a nordest del mar di Galilea, vicino alle sorgenti del Giordano e al monte Ermon. c) Sopprime il rimprovero di Gesù a Pietro che si ribella all’idea di un messia sofferente. Per il resto, coincide con Marco nell’eliminare la sezione sul primato ecclesiale di Pietro, che tanto rilievo acquista in Matteo (16,18ss).
 
Ma voi, chi dite che io sia: Pietro, facendosi portavoce dei discepoli, con la sua professione di fede viene a dare una risposta esauriente e definitiva alla domanda cruciale posta contemporaneamente da Gesù e da Erode, tetrarca di Galilea (cfr. Lc 9,7-9): «il Cristo di Dio». La professione di fede di Pietro è presente sia in Matteo (16,13-20) che in Marco (8,27-30), ma con sfumature diverse. «Pietro riconosce Gesù come “il Cristo di Dio”: si ha una definizione della messianicità [”Cristo” è la traduzione greca dell’ebraico “Messia”, cioè “consacrato”] di Gesù, con una forza maggiore rispetto a Marco che ha solo “il Cristo”, ma con una gradazione minore rispetto a Matteo, che già parla di “Figlio del Dio vivente”. Le diversità tra i vangeli si spiegano tenendo conto che le parole di Pietro esprimono la fede di tutti i credenti: in esse si riflettono le formule usate per la professione di fede nelle comunità degli evangelisti» (La Bibbia, Via Verità e Vita, San Paolo). Ma al di là delle diversità, la confessione di Pietro riferita da Luca è di grande importanza e segna una svolta decisiva nella vita terrena di Gesù: mentre «la folla si smarrisce nei suoi pensieri sul conto di lui allontanandosene sempre di più, i suoi discepoli riconoscono per la prima volta in maniera esplicita che egli è il Messia (cfr. Lc 2,26). Ormai Gesù dedica i suoi sforzi a formare questo piccolo nucleo dei primi credenti e a purificare la loro fede» (Bibbia di Gerusalemme). Gesù accoglie la risposta di Pietro: non rifiuta il titolo di Messia, ingiunge ai discepoli di non parlarne alla gente per evitare ogni equivoco intorno alla sua Persona e annuncia apertamente, per la prima volta, la sua passione, forse per correggere errate conclusioni degli stessi discepoli. Una virata a trecentosessanta gradi. Il Messia non salverà il suo popolo fomentando rivoluzioni o arruolando combattenti ben agguerriti, ma con la sua passione, morte e risurrezione.
 
Tu sei il Cristo: Giovanni Paolo II (Omelia, 22 Ottobre 1978): Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “… perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede. Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”. 
 
La preghiera di Cristo - Giuseppe Barbaglio (Preghiera Schede Bibliche Pastorali Vol. VI): I sinottici presentano Gesù in armonia con le usanze di preghiera del suo popolo; Luca nota espressamente che Gesù si recava regolarmente nella sinagoga (Lc 4,16).
Ma i tre evangelisti, e soprattutto Luca, si interessano molto di più della preghiera di Gesù nei momenti decisivi della sua missione. Al suo battesimo, mentre si mette volontariamente in mezzo al suo popolo e si rende solidale con l’umanità peccatrice, Gesù prega e riceve l’unzione dello Spirito (Lc 3,22). Prega prima della sua missione in Galilea (Mc 1,35), prima dell’istituzione dei dodici e del «discorso inaugurale» (Lc 6,12-13). Prega ancora prima e dopo la moltiplicazione dei pani (Mc 6,41.46; Mt 14,19.23), prima della professione di fede di Pietro (Lc 9,18) e prima di insegnare il Padre nostro (Lc 11,1-2), prega in occasione della trasfigurazione (Lc 9,28-29).
Le preghiere esplicite di Gesù, di cui possiamo conoscere il contenuto, sono relativamente rare nei sinottici. Durante il ministero pubblico, si nota solo l’azione di grazie al Padre per aver rivelato il mistero del Regno ai piccoli e averlo tenuto nascosto ai sapienti (Mt 11,25; Lc10,21) e il Padre nostro (Mt 6,9-13; Lc 11,2-4). Nella passione, la preghiera dell’agonia è identica nei tre sinottici (Mc 14,32-36 e par), mentre la preghiera in croce è diversa: in Lc 23,46 essa suona come abbandono di sé nelle mani di Dio; in Mc 13,34 e Mt 27,46 come supplica: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» .
La preghiera di Gesù, come appare nei sinottici, è spontanea, senza necessità di sforzo; sembra essere un bisogno. Si ha anche l’impressione che sia incessante. Vien sottolineata specialmente la preghiera di Gesù alle svolte decisive del suo ministero, per mostrare che tutta la sua azione è diretta dallo Spirito. Inviato da Dio, lo manifesta in se stesso. Ogni nuova tappa è orientata dalla sua volontà, appresa nella preghiera.
Il tipo di ogni preghiera cristiana è quella di Gesù nel Getsemani (Mc 14,36 e par.; cf. la preghiera simile in Gv 12,27). Essa si situa nel momento supremo, quando il ministero di Gesù si conclude col trionfo dei suoi avversari. Umanamente, questa tragedia significa l’insuccesso e l’umiliazione. Davanti a questa prospettiva, la volontà umana di Cristo si oppone alla volontà di Dio, che ha voluto una fine simile per il suo messia. La volontà umana tenta di liberarsi, di rendersi indipendente da Dio: «Allontana da me questo calice», questo destino! Ma la conclusione della preghiera di Gesù - e di ogni preghiera - è che Dio prevalga sulla volontà umana: «Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi». Al termine della preghiera, è la volontà di Dio a dirigere, a informare la volontà dell’uomo; Dio prende possesso dell’uomo che si è sottomesso a lui completamente, e lo trasforma a sua immagine. Nell’ultimo attimo della sua esistenza, compiuta la volontà del Padre fin nei minimi particolari (Gv 19,30), Gesù può abbandonarsi definitivamente a lui Lc 23,46.
 
Cirillo di Alessandria, Commento a Luca, omelia 49: Molti sono stati chiamati “cristo” per essere stati consacrati in vario modo da Dio. Alcuni sono stati consacrati re; alcuni sono stati consacrati profeti: e tutti costoro son stati chiamati così per la loro consacrazione. Ma colui che è il Cristo di Dio Padre è uno e uno solo; questo non significa che noi siamo consacrati ma non “cristi” di Dio in quanto apparteniamo a qualche altra persona: c’è un solo Cristo perché lui e lui solo ha come suo Padre Dio che è nei cieli. Per questo, dunque il sapientissimo Pietro, confessando la fede correttamente e senza errore, disse: Il Cristo di Dio. È chiaro che Pietro si riferiva a Gesù come Dio, perché Pietro ha confessato che Gesù era l’unico Cristo di Dio, distinguendolo da coloro ai quali si può riferire in generale questo nome. Infatti anche se egli è Dio per natura ed è scaturito in modo ineffabile da Dio Padre come suo Verbo unigenito, pure si è fatto carne secondo le Scritture.
 
Guida e sostieni, o Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
 
 23 Settembre 2021
 
Giovedì XXV Settimana T. O.
 
San Pio da Pietrelcina Presbitero - Memoria
 
Ag 1,1-8; Sal 149; Lc 9,7-9
 
Il Santo del Giorno - 23 Settembre 2021 - San Pio da Pietrelcina Religioso - Apostolo del confessionale e profeta di misericordia: I cristiani sono chiamati a essere ogni giorno nella propria vita profeti di misericordia, sanando le ferite dell’umanità attraverso la testimonianza dell’amore di Dio, tendendo la mano a chi sbaglia per diventare tutti insieme compagni di cammino. Di certo nei cuori di chi si rivolgeva a san Pio da Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, il frate santo sapeva depositare la saggezza di Dio, toccando le persone nel profondo e portandole alla conversione. Una missione che trovò non pochi ostacoli, ma che ha portato san Pio a diventare uno dei santi del XX secolo più cari alla devozione popolare. Nato nel 1887, prete nel 1910 tra i Frati Cappuccini, ha vissuto dal 1916 al 1968, anno della morte, a San Giovanni Rotondo. Apostolo del confessionale e dell’Eucaristia, nel 1918 ricevette le stimmate che lo accompagnarono per tutta la vita. Beatificato nel 1999, è santo dal 2002. (Autore Matteo Liut)
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, per grazia singolare hai concesso al santo presbitero Pio [da Pietrelcina] di partecipare alla croce del tuo Figlio, e per mezzo del suo ministero hai rinnovato le meraviglie della tua misericordia; per sua intercessione concedi a noi, uniti costantemente alla passione di Cristo, di poter giungere felicemente alla gloria della risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Omelia 5 Giugno 2020): Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell’unico albero del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza di quel peccato entrarono nel mondo la sofferenza e la morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo. Lo vediamo dalla prima lettura di oggi, che fa eco alla caduta e prefigura la redenzione di Cristo.
Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte. Vediamo chiaramente che l’uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso di Lui il mondo potesse essere salvato. L’unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita.
Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l’albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L’agnello innocente fu sacrificato sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore che sacrifica se stesso.
La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.
 
I Lettura: Quando Dario sale sul trono della Persia, Israele già da molti anni è ritornato nella sua terra. Gli israeliti avevano costruite le proprie comode case, ma non avevano trovato mai né il tempo né i mezzi per ricostruire il tempio, la dimora di Dio. E il Signore, per bocca del profeta Aggeo, se ne lamenta: Non è ancora venuto il tempo di ricostruire la casa del Signore!… Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina? Una tentazione ricorrente nella nostra storia, perché spesso anche noi abbiamo la tentazione di interessarci prima della nostra casa e di lasciare in abbandono la casa del Signore.
 
Vangelo: Erode Antipa, figlio di Erode il Grande, è un uomo molto pratico, poco incline a credere alle chiacchiere del popolo. Ha dei dubbi su Gesù, il cui nome era diventato famoso (Mc 6,14), la sua fama infatti aveva raggiunto anche i villaggi più lontani. Erode aveva confessato ai suoi cortigiani: “Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!” (Mt 14,1), ma nonostante tutto non sa dare un giudizio su Gesù per questo cercava di vederlo. Lo vedrà ma anche in quella occasione non saprà dare una risposta alla sua domanda.
 
Dal Vangelo secondo Luca 9,7-9: In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».  Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.
 
Erode cerca di vedere Gesù - Hugues Cousin (Vangelo di Luca): All’udire tutto quello che avviene nella provincia da lui governata, il primo personaggio di Galilea viene a porsi la domanda cruciale sull’identità di Gesù. D’altra parte, non è solo il popolo ad essere colpito ma anche la corte del tetrarca (cfr. 8,3). Le tre opinioni che circolano lo lasciano perplesso. Esse sono d’accordo nel riconoscere il ruolo profetico di Gesù, ma non sono vere che in parte. Vedere in Gesù il Battista risorto lui che era già «più grande di un profeta» (7,26) è un’illusoria lusinga! Che Gesù sia Elia che torna alla fine dei tempi, è in parte vero ... È invece un errore vedere in Gesù un personaggio del passato tornato in vita; la sua morte e la sua risurrezione devono ancora avvenire (9,22). Caratteristica di Erode è un misto di buon senso e di cinismo. Invece di trarre la conclusione più errata (cfr. Mc 6,16), egli arriva alla domanda chiave. Per rispondervi, non trova che un solo mezzo: vedere Gesù, come voleva fare la famiglia in 8,20. La sorte che ha riservato al Battista dimostra tuttavia che non è la fede a guidarlo. In 23,8 egli potrà appagare il suo desiderio; è qualche miracolo compiuto da Gesù e non la sua persona che davvero lo interessa.
 
La croce, segno del cristiano - J. Audusseau e X. Léon-Dufour: 1. La croce di Cristo - Rivelando che i due testimoni erano stati martirizzati «là dove Cristo fu crocifisso» (Apoc 11,8), l’Apocalisse identifica la sorte dei discepoli e quella del maestro. Lo esigeva già Gesù: «Chi vuole seguirmi, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24 par.).
Il discepolo non deve soltanto morire a se stesso: la croce che porta è il segno che egli muore al mondo, che ha spezzato tutti i suoi legami naturali (Mt 10,33-39 par.), che accetta la condizione di perseguitato, a cui forse si toglierà la vita (Mt 23,34). Ma nello stesso tempo essa è pure il segno della sua gloria anticipata (cfr. Gv 12,26).
2. La vita crocifissa - La croce di Cristo, che, secondo Paolo, separava le due economie della legge e della fede, diventa nel cuore del cristiano la frontiera tra i due mondi della carne e dello spirito. Essa è la sua sola giustificazione e la sua sola sapienza.
Se si è convertito, è stato perché ai suoi occhi furono dipinti i tratti di Gesù in croce (Gal 3,1). Se è giustificato, non è per le opere della legge, ma per la sua fede nel crocifisso; infatti egli stesso è stato crocifisso con Cristo nel battesimo, cosicché è morto alla legge per vivere a Dio (Gal 2,19) e non ha più nulla a che vedere con il mondo (6,14). Egli pone quindi la sua fiducia nella sola forza di Cristo, altrimenti si mostrerebbe «nemico della croce » (Fil 3,8).
3. La croce, titolo di gloria del cristiana - Nella vita quotidiana del cristiano, «l’uomo vecchio è crocifisso» (Rom 6,6), cosicché è pienamente liberato dal peccato. Il suo giudizio è trasformato dalla sapienza della croce (1Cor 2). Mediante questa sapienza egli, sull’esempio di Gesù, diventerà umile ed «obbediente fino alla morte, ed alla morte di croce  (Fil 2,1-8). Più generalmente, egli deve contemplare il «modello» del Cristo, che «sul legno ha portato le nostre colpe nel suo corpo, affinché, morti alle nostre colpe, viviamo per la giustizia» (1Piet 2,21-24). Infine, se è vero che deve sempre temere l’apostasia, che lo porterebbe a «crocifiggere nuovamente per proprio conto il Figlio di Dio ~ (Ebr 6,6), egli può tuttavia esclamare fieramente con Paolo: «Per me, non sia mai ch’io mi glori d’altro all’infuori della croce del nostro Signore Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso, ed io lo sono per il mondo » (Gal 6,14).
 
Io sono il Signore che agisce con misericordia” (Ger 9,23) - Giovanni Paolo II (Omelia 16 Giugno 2002): Padre Pio è stato generoso dispensatore della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza, la direzione spirituale, e specialmente l’amministrazione del sacramento della Penitenza. Il ministero del confessionale, che costituisce uno dei tratti distintivi del suo apostolato, attirava folle innumerevoli di fedeli al Convento di San Giovanni Rotondo. Anche quando quel singolare confessore trattava i pellegrini con apparente durezza, questi, presa coscienza della gravità del peccato e sinceramente pentiti, quasi sempre tornavano indietro per l’abbraccio pacificante del perdono sacramentale.
 
Meditare la Passione di Gesù: Padre Pio (Ad Annita Rodote, Lettera 15 Marzo 1915): Tenete sempre in alto il vostro spirito; il vostro cuore sia sempre rivolto là nella patria celeste e non ne ritraete di là il vostro sguardo se non per guardare dove mettere il piede affin di non farlo andare in fallo, e per guardare ancora la strada da percorrere per andare a Gesù. Si, Annita, il vostro vivere sia tutto celeste; a tanto siamo noi tenuti e come cristiani e come figli ancora del serafico padre san Francesco. Ad imitazione di questo serafico Padre siamo amanti, più di ogni altro, di Gesù appassionato, meditiamone spesso i dolori dell’Uomo Dio e non tarderà che anche in noi non si accenderà il gran desiderio di sempre più patire per amore di Gesù. L’amore alla croce fu sempre un segno distintivo delle anime elette; l’essere aggravato della croce fu sempre una speciale predilezione del Padre celeste per dette anime. E ben il comprese il nostro serafico Padre che senza l’amore alla croce non si può fare molto profitto nelle vie della perfezione cristiana e perciò di continuo ne portava scolpita nell’anima la passione e morte, nonché tutta la vita mortale del Figliuolo di Dio fatto uomo. Frutto di si assidua meditazione fu il generarsi nel di lui cuore l’amore ai patimenti da non conoscere limite, che spesso rapito in estasi di amore esclamava: “È tanto il bene che io mi aspetto che ogni pena mi è diletto”. Annita, mostriamoci degni figli di si gran padre. Anche a noi Gesù ci invita a salire con lui il Calvario. Ebbene non ci ricusiamo. Salire il doloroso monte con Gesù, ci riuscirà dolce. Anche a noi non mancheranno nel corso della vita delle mortificazioni: amiamole, abbracciamole con animo ilare, e benediciamo sempre ed in tutto il buon Dio. 
 
Erode è preso dalla paura: “Osserva quanto sia grande la virtù, perché ha paura del Battista anche dopo la sua morte e, per effetto di tale paura, pensa alla risurrezione. [...] Così sono le anime irrazionali: spesso recepiscono un miscuglio di passioni opposte. Luca afferma che la gente diceva: Costui è Elia a Geremia a uno degli antichi profeti; Erode invece ha parlato così, come se dicesse qualche cosa di più saggio degli altri. E verosimile che in precedenza, di fronte a coloro che dicevano che quello era Giovanni - molti infatti lo dicevano -, lo negasse e, con orgoglio e facendosene un vanto, dicesse: «Io l’ho fatto uccidere». Marco e Luca affermano che egli diceva: Io ho fatto decapitare Giovanni [Mc 6,16; Lc 9, 9]. Ma poi, diffusasi questa fama, anche lui dice lo stesso della gente” (Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 48,2).
 
La partecipazione a questo banchetto del cielo,
Dio onnipotente,
rinvigorisca e accresca in tutti noi la grazia che da te proviene,
perché, celebrando la memoria di san Pio,
custodiamo integro il dono della fede
e camminiamo sulla via della salvezza da lui indicata.
Per Cristo nostro Signore.