28 AGOSTO 2021
 
Sant’Agostino, Vescovo
 
1Ts 4,9-11; Sal 97 (98); Mt 25,14-30

Il Santo del Giorno - 28 Agosto 2021 - Sant’Agostino, Vescovo - Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio. L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)

Colletta: Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore, lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino, perché anche noi, assetati della vera sapienza, non ci stanchiamo di cercare te, fonte viva dell’eterno amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Augustinum Hipponensem - Giovanni Paolo (Udienza Generale 28 Agosto 1986): Agostino agli uomini di oggi: A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
E’ noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.

I Lettura: Possiamo cogliere tre temi che edificano la comunità cristiana: l’amore fraterno, vivere in pace, e lavorare con le proprie mani. Sono moniti che troviamo in tutto il Nuovo Testamento, non soltanto come malta per edificare la comunità cristiana, ma come testimonianza in un mondo spesso lacerato da divisioni e guerre, ma anche di fannulloni che vivono alle spalle del prossimo, e che spesso sono fautori di libertinaggio.

Vangelo: Molti credono che «la parabola dei talenti» faccia riferimento a Erode Archelao il quale era partito per Roma per ricevere il titolo di re della Giudea. Al di là di questa nota, l’insegnamento del racconto è molto chiaro. Gesù è l’uomo che intraprende il viaggio, i servi i credenti, i talenti il «patrimonio del padrone dato da amministrare in proporzione diverse “a ciascuno secondo le sue capacità”» (Clara A. Cesarini). Non è degno del premio celeste chi non sente la responsabilità di far crescere il regno. L’inattività del servo malvagio, alla fine della vita, sarà giudicata con severità.

Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.  Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo
padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.  Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”». 

Signore, so che sei un uomo duro: Giovanni Paolo II (Omelia, 15 Novembre 1981): Nel Vangelo di oggi, abbiamo il tipico atteggiamento di colui che non mette a frutto i doni ricevuti: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso, per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra” (Mt 25,24-25). Si può dire di lui che è “beato”, perché “ha temuto il Signore”? Certamente no! lo fanno capire le stesse parole di Cristo. Il Signore della parabola, infatti, biasima il comportamento di quel servo. È un servo “malvagio ed infingardo”, che non ha utilizzato affatto il suo denaro, non lo ha sfruttato, ma lo ha addirittura sprecato. Ed ecco, che cosa dice il Signore: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,28-29). Questa parabola dei talenti ci insegna a distinguere il vero timore di Dio da quello falso. Il vero timore di Dio non è paura, ma piuttosto dono dello Spirito, per cui si teme di offenderlo, di rattristarlo e di non fare abbastanza per essere fedeli alla sua volontà; mentre il falso timore di Dio è fondato sulla sfiducia in lui e sul meschino calcolo umano. Vero timore di Dio ha colui che “cammina nelle vie del Signore” (Sal 127,1), così come si è manifestato nel comportamento del primo e del secondo servo, entrambi lodati dal Signore con le parole: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere sul molto” (Mt 25,21.23).

E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti - Rapporto dal Purgatorio: Qui, inoltre, si comprenda bene, non si ha un’entrata nel nulla, una dissoluzione; si tratta della non-vita: niente dinamismo della vita, niente creatività, niente evoluzione, È uno stato permanente di vertigini e d’oppressione, che crescerà e s’intensificherà sempre di più, perché questa morte è infinita, e l’inferno è eterno. Questa sofferenza è più atroce di ogni cosa; il fuoco più cocente qui sulla terra è glaciale al confronto di questo fuoco dell’inferno, e il freddo più tagliente qui sulla terra è cocente rispetto a questo freddo glaciale della seconda morte. Non è un’esperienza di non-essere, ma di non essere ciò che si è, l’assoluta impossibilità di mai essere, di divenire, ciò che si è, perché si era chiamati a divenirlo nel mistero della croce salvifica, e si è rifiutato il mistero, disprezzato il dono gratuito della salvezza.

La parabola dei dieci talenti: Benedetto XVI (Angelus, 13 Novembre 2011): Nella celebre parabola dei talenti – riportata dall’evangelista Matteo (cfr. 25,14-30) - Gesù racconta di tre servi ai quali il padrone, al momento di partire per un lungo viaggio, affida le proprie sostanze. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i beni ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre si compiace dei primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto del suo operato. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: “se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre” (ibidem).

Girolamo, In Matth. IV, 22, 14-30: “Poiché a chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che crede di avere” (Mt 25,29). Molti, pur essendo per natura sapienti e avendo un ingegno acuto, se però sono stati negligenti e con la pigrizia hanno corrotto la loro naturale ricchezza, a confronto di chi invece è un poco più tardo, ma con il lavoro e l’industria ha compensato i minori doni che ha ricevuto, perderanno i loro beni di natura e vedranno che il premio loro promesso sarà dato agli altri. Possiamo capire queste parole anche così: chi ha fede ed è animato da buona volontà nel Signore, riceverà dal giusto Giudice, anche se per la sua fragilità umana avrà accumulato minor numero di opere buone. Chi invece non avrà avuto fede, perderà anche le altre virtù che credeva di possedere per natura. Efficacemente dice che a costui «sarà tolto anche quello che crede di avere». Infatti, anche tutto ciò che non appartiene alla fede in Cristo, non deve essere attribuito a chi male ne ha usato, ma a colui che ha dato anche al cattivo servo i beni naturali.
“E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti” (Mt 25,30). Il Signore è la luce; chi è gettato fuori, lontano da lui, manca della vera luce.

Ci santifichi, o Signore,
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.
 

 

 

 27 AGOSTO 2021

Santa Monica

1Ts 4,1-8; Sal 96 (97); Mt 25,1-13

Il Santo del Giorno - 27 Agosto 2021 - Santa Monica: Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332. Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire)

Colletta: O Dio, consolatore degli affitti, che nella tua misericordia hai esaudito le pie lacrime di santa Monica con la conversione del figlio Agostino, per la loro comune intercessione donaci di piangere i nostri peccati e di ottenere la grazia del tuo perdono. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Dio ci ha chiamati alla santificazione: Gaudete et exsultate 14. Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.
15. Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità. Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo. Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita (cfr Gal 5,22-23). Quando senti la tentazione di invischiarti nella tua debolezza, alza gli occhi al Crocifisso e digli: “Signore, io sono un poveretto, ma tu puoi compiere il miracolo di rendermi un poco migliore”. Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità. Il Signore l’ha colmata di doni con la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita delle comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore, «come una sposa si adorna di gioielli» (Is 61,10).

I Lettura: Settimio Cipriani (Le Lettere di san Paolo): 4,1-2 In questo pressante invito a una sempre maggiore santificazione, l’Apostolo non fa che richiamare quanto aveva già detto a voce «da parte di Cristo Gesù» (v. 2. Cfr. anche v. l). La voce del predicatore non è altro che l’eco della voce di Cristo (cfr. 2,13). Anche altrove Paolo richiama di frequente l’obbligo eli « piacere» a Dio (v. l) e non agli uomini (Gal. 1,10; Col. 1,10; 3,20; 1Tess. 2,4.15; 1Cor. 7,32; Rom. 12,1-2; 14,18; 2Cor. 5,9; Efes. 5,10; Fil. 4,18; Ebr. 11,16; 12,28; 13,16.21) e di « progredire» continuamente nella vita cristiana (Fil. 3,13-14; Rom. 15,13; l Cor. 15,58; 2Cor. 8,7; Col. 2,7).
3-8 Fra i vari doveri che l’ascetica cristiana impone, S. Paolo ne ricorda soprattutto due: la castità (vv. 3-8) e la carità (vv.9-12) che in un ambiente come quello di Tessalonica dovevano essere particolarmente necessarie.
Prima di parlarne però, l’ Apostolo richiama un principio fondamentale: la santità si realizza solo aderendo alla «volontà di Dio», al suo beneplacito (v. 3), come ci aveva già insegnato Cristo nella preghiera domenicale: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Matt. 6,10). La volontà di Dio è di per sé stessa e intrinsecamente santificante: è Dio che santifica l’uomo (lTess. 5,23; 1Cor. 6,11) insieme a Cristo, «santificazione nostra» (l Cor. l,30), e allo Spirito Santo (lCor. 6,11 ecc.), e non l’uomo che santifica sé stesso.

Vangelo: Se la parabola è un’allegoria delle nozze di Cristo-Sposo con la Chiesa, sua diletta Sposa, è anche un pressante invito alla vigilanza. Stolti e saggi, tutti sono invitati a partecipare alle nozze, tutti vanno incontro al Signore, ma occorre l’olio della vigilanza per non essere colti dal sonno colpevole della infedeltà.

Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». 

Poiché lo sposo tardava... - Presso gli Ebrei le nozze venivano celebrate di notte. Il buio della notte era rischiarato da torce e da lampade ad olio portate dagli invitati. La sposa, nella casa del padre, in compagnia di giovani non maritate, attendeva la venuta dello sposo. Nel racconto di Gesù lo sposo arrivò in ritardo, per cui l’olio delle lampade incominciò a scarseggiare. Solo coloro che avevano portato olio in abbondanza furono in grado di rifornire le lampade e di accogliere lo sposo.
Le dieci vergini sono presentate con un aggettivo, cinque sono dette stolte, insensate, moraì; e cinque sagge, accorte, frónimoi.
L’aggettivo moròs, nella terminologia biblica, non indica soltanto lo sciocco, ma anche l’empio che è così insensato da opporsi alla legge di Dio e giunge fino a negare l’esistenza di Dio. Ecco perché nella sacra Scrittura, il «concetto di stolto acquista il significato di empio, bestemmiatore [passi tipici sono: Sal 14,1 e 53,2; però anche Sal 74,18.22; Gb 2,10; Is 32,5s; cf. Sir 50,26]. Lo stolto si ribella a Dio, distrugge in pari tempo la comunità umana: fa mancare il necessario agli affamati [Is 32,6], accumula ricchezze ingiuste [Ger 17,11] e calunnia il suo prossimo [Sal 39,9]. Anche nella letteratura sapienziale posteriore, dove il concetto è meno duro, rimane il senso della colpevolezza» (J. Goetzmann). Se accettiamo anche questa sfumatura, allora le cinque vergini stolte della parabola non sono soltanto delle sempliciotte, o ragazzotte sprovvedute, ma veri e propri oppositori della legge divina; sono coloro che non entrano nel Regno di Dio a motivo della loro empietà e così l’accusa contro i farisei si fa più pesante: essi sono religiosi nelle parole, ma empi perché di fatto ribelli alla volontà divina, «dicono e non fanno» (Mt 23,3), e tanto stolti da respingere la proposta di salvezza che Dio fa loro nella persona del suo Figlio unigenito.
La parabola nel mettere in evidenza l’incertezza del tempo della venuta gloriosa del Cristo, vuole instillare nei cuori degli uomini la necessità della vigilanza, senza fidarsi di calcoli in base ai segni dei tempi: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo e né il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36).
Questa venuta improvvisa deve indurre gli uomini ad assumere un serio atteggiamento di vigilanza e un comportamento saggio al quale nessuno può sottrarsi se non vuole essere escluso dal regno di Dio. Poi, alla vigilanza e al comportamento saggio va aggiunto il timore: «Comportatevi con timore nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,17-19). Se Cristo Gesù, «nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero» (Credo), per salvarci si è annichilito nel mistero dell’Incarnazione, se è morto su una croce come un volgare malfattore, «è segno che la nostra anima è assai preziosa e dobbiamo perciò affaticarci “con timore e tremore per la nostra salvezza”, per non distruggere in noi l’opera della grazia di Dio. Tutto infatti viene dalla “grazia”: la redenzione di Cristo è opera di grazia e anche l’accettazione della redenzione da parte nostra è opera di grazia, poiché è Dio stesso colui “che opera in noi il volere e l’agire” secondo i suoi disegni di benevolenza e di amore» (Settimio Cipriani).
Le vergini, le stolte e le sagge, non sopportando il tedio dell’attesa vengono colte dal sonno al quale cedono ben volentieri. Questo particolare suggerisce che il progetto di Dio, «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10), andrà a buon fine, lo voglia o non lo voglia l’uomo e sarà svelato all’intelligenza degli uomini quando Dio vorrà, anche senza il loro apporto. Gesù aveva suggerito la stessa cosa nella parabola del seme che spunta da solo anche mentre il contadino dorme (Mc 4,26): c’è, quindi, nella crescita e nella diffusione del Regno di Dio una componente che non dipende dall’uomo. Il regno di Dio porta in sé un principio di sviluppo, una forza segreta che lo condurrà al pieno compimento.

… ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto... - Catechismo degli Adulti La castità [1050]: La castità non si riduce alla continenza sessuale; propriamente significa capacità di amare senza possedere egoisticamente, capacità di relazioni autentiche. Essa è corretto sviluppo della sessualità, premessa per vivere degnamente sia il matrimonio che la verginità consacrata, valore comune per scelte diverse. Non impoverisce la vita, ma la restituisce alla sua pienezza.

Educare la sessualità [1082] «Ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio» (1Ts 4,4-5). La sessualità è capacità di uscire dalla solitudine ed entrare in relazione con l’altro. Come tutte le tendenze, essa va educata: deve essere integrata nell’amore, in modo da promuovere la dignità e l’identità delle persone. Controllo dell’istinto e maturità affettiva consentono di pervenire a un atteggiamento non più possessivo, ma oblativo, cioè alla castità, necessaria sia ai celibi che agli sposati. Per donarsi bisogna prima possedersi. Occorre una disciplina, un apprendimento serio. Se l’ideale appare troppo arduo, bisogna guardarsi dalla tentazione di negarlo e di fare della propria debolezza spirituale il criterio della moralità. Purtroppo molti giovani perdono la fede, perché non riescono ad essere casti. Accettare i propri limiti, essere umili, pregare con perseveranza e invocare la grazia di Dio è la base della vita cristiana. L’educazione sessuale dei ragazzi, inserita nell’educazione globale all’amore come dono di sé, spetta in primo luogo ai genitori. La scuola può intervenire in aiuto, rispettando i loro valori e orientamenti.

La santità nella Chiesa - Lumen gentium n. 39: La Chiesa, il cui mistero è esposto dal sacro Concilio, è agli occhi della fede indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito è proclamato « il solo Santo», amò la Chiesa come sua sposa e diede se stesso per essa, al fine di santificarla (cfr. Ef 5,25-26), l’ha unita a sé come suo corpo e l’ha riempita col dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo le parole dell’Apostolo: «Sì, ciò che Dio vuole è la vostra santificazione» (1Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). Orbene, questa santità della Chiesa costantemente si manifesta e si deve manifestare nei frutti della grazia che lo Spirito produce nei fedeli; si esprime in varie forme in ciascuno di quelli che tendono alla carità perfetta nella linea propria di vita ed edificano gli altri; e in un modo tutto suo proprio si manifesta nella pratica dei consigli che si sogliono chiamare evangelici. Questa pratica dei consigli, abbracciata da molti cristiani per impulso dello Spirito Santo, sia a titolo privato, sia in una condizione o stato sanciti nella Chiesa, porta e deve portare nel mondo una luminosa testimonianza e un esempio di questa santità.

Ilario di Poitiers, In Matth. 27, 3-5: Le vergini sagge sono le anime che, cogliendo il momento favorevole in cui sono nei corpi per fare delle opere buone, si sono preparate per presentarsi per prime alla venuta del Signore. Le stolte sono le anime che, rilassate e negligenti, si sono curate solo delle cose presenti e, dimentiche delle promesse di Dio, non sono arrivate fino alla speranza della risurrezione. E poiché le vergini stolte non possono andare incontro con le loro lampade spente, domandano in prestito alle sagge dell’olio (cf. Mt 25,8). Ma quelle risposero che non potevano darne loro, perché forse non ce ne sarebbe stato abbastanza per tutte (cf. Mt 25,9), il che vuol dire che nessuno deve appoggiarsi sulle opere e sui meriti altrui, perché è necessario che ognuno compri olio per la propria lampada.

O Signore, nella memoria di santa Monica
ci hai saziati con i tuoi doni:
fa’ che ci purifichino con la loro efficacia
e ci rafforzino con il loro aiuto.
Per Cristo nostro Signore.

 

 

 

 

 26 AGOSTO 2021
 
GIOVEDÌ DELLA XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO DISPARI
 
1Ts 3,7-13; Sal 89 (90); Mt 24,42-51
 
Il Santo del Giorno - 26 Agosto 2021: Beato Giacomo Retouret Sacerdote carmelitano, martire: Nato a Limoges, in Francia, il 15 settembre 1746, era un giovane di grandi doti. A quindici anni venne accolto nel convento carmelitano della sua città. Dopo l’ordinazione sacerdotale, il suo carattere fervido attirò l’ammirazione di molti fedeli in modo particolare con la sua predicazione. Ma spesso non poteva adempiere ai suoi impegni a causa di una cattiva salute che lo tormentò a lungo. La Rivoluzione francese non risparmiò la sua vita. Come la maggior parte del clero, rifiutò il giuramento a sostegno di una legge che decretava l’elezione dei vescovi e dei parroci direttamente dal popolo. Inoltre fu accusato di far parte di un gruppo di emigrati politici anti-rivoluzionari. Arrestato e condannato insieme ad altri sacerdoti e religiosi, fu costretto all’esilio nella Guinea francese dell’America del Sud. Fu deportato a Rochefort e segregato in una nave-prigione che venne bloccata dagli inglesi. Retouret morì a Madame Isle, alcuni miglia lontano da La Rochelle, il 26 agosto 1794 all’età di 48 anni. (Avvenire)
 
Colletta O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché tra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Lumen gentium n. 48: Congiunti dunque con Cristo nella Chiesa e contrassegnati dallo Spirito Santo «che è il pegno della nostra eredità» (Ef 1,14), con verità siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo veramente (cfr. 1 Gv 3,1), ma non siamo ancora apparsi con Cristo nella gloria (cfr. Col 3,4), nella quale saremo simili a Dio, perché lo vedremo qual è (cfr. 1Gv 3,2). Pertanto, «finché abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore» (2Cor 5,6); avendo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente (cfr. Rm 8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cfr. Fil 1,23). Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più intensamente per lui, il quale per noi è morto e risuscitato (cfr. 2Cor 5,15). E per questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cfr. 2Cor 5,9) e indossiamo l’armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistergli nel giorno cattivo (cfr. Ef 6,11-13). Siccome poi non conosciamo il giorno né l’ora, bisogna che, seguendo l’avvertimento del Signore, vegliamo assiduamente, per meritare, finito il corso irrepetibile della nostra vita terrena (cfr.Eb 9,27), di entrare con lui al banchetto nuziale ed essere annoverati fra i beati (cfr. Mt 25,31-46), e non ci venga comandato, come a servi cattivi e pigri (cfr. Mt 25,26), di andare al fuoco eterno (cfr Mt 25,41), nelle tenebre esteriori dove «ci sarà pianto e stridore dei denti » (Mt 22,13 e 25,30). Prima infatti di regnare con Cristo glorioso, noi tutti compariremo « davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno il salario della sua vita mortale, secondo quel che avrà fatto di bene o di male » (2 Cor 5,10), e alla fine del mondo «usciranno dalla tomba, chi ha operato il bene a risurrezione di vita, e chi ha operato il male a risurrezione di condanna» (Gv 5,29, cfr Mt 25,46). Stimando quindi che «le sofferenze dei tempo presente non sono adeguate alla gloria futura che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18; cfr 2 Tm 2,11-12), forti nella fede aspettiamo «la beata speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Iddio e Salvatore Gesù Cristo» (Tt 2,13) «il quale trasformerà allora il nostro misero corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso» (Fil 3,21), e verrà «per essere glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che avranno creduto».
 
I Lettura: Il pastore non dà soltanto, ma riceve anche - José Maria González-Ruiz: Il pastore d’una comunità non è solo un uomo che dà agli altri. ma riceve anche da essi: «per la vostra fede ... ci sentiamo consolati». un fenomeno costante nella pastorale di Paolo, specialmente come è presentata nel C. 12 della prima Lettera ai Corinzi. In un corpo, non vi sono membra inutili, e persino le membra che parrebbero meno nobili sono utili a quelle che sono considerate come più nobili: «l’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te; né la testa ai piedi: non ho bisogno di voi. Anzi, quelle membra del corpo che sembrano più deboli, sono più necessarie» (ICor 12,21-22).
Quando, subito dopo, Paolo desidera «completare ciò che manca ancora alla fede» dei tessalonicesi, non pare che si riferisca al contenuto teologale della fede.
Anzi, molte volte, nelle lettere paoline (come, più tardi, nei padri apostolici), certe parole astratte - come «agape», «amore» - sono usate per indicare la comunità religiosa. E così, Paolo potrebbe riferirsi qui, quando parla della «fede» dei tessalonicesi, alla loro «comunità di credenti», come è probabilmente il caso di 2Cor 1,24. In più, l’espressione «ciò che manca» (nel testo originale: «hysterémata» = «deficienze») ha in Paolo (come nel greco ellenistico) una chiara connotazione economica (2Cor 8,14; ),12; 11,9; FiI2,30). Per conseguenza, Paolo desidera poter contribuire economicamente alle indubbie deficienze economiche d’una comunità povera come quella di TessaIonica. t chiaro che Paolo conta anche su donativi offerti d altre comunità solidali con quella di Tessalonica.
Paolo termina questo brano della sua lettera rimettendosi, come sempre, a Dio: «il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole». Un pastore è solo un intermediario e mai un surrogato del Cristo risuscitato e realmente presente nelle comunità di fede.
 
Vangelo: Bibbia di Navarra: versetto 40. La chiamata divina e la risposta dell’uomo avvengono in mezzo alle realtà più normali della vita: i lavori dei campi, gli impegni professionali, le attività domestiche e altre ancora; è pertanto in tali àmbiti che si decide la felicità eterna o l’eterna condanna. Per salvarsi non sono necessarie condizioni o circostanze straordinarie di vita; basta la fedeltà quotidiana al Signore in mezzo alle consuete attività.
versetto 42. La conseguenza che Gesù trae da questa rivelazione intorno alle realtà future è che il cristiano deve vivere vigilando, come se ogni giorno fosse l’ultimo della sua vita.
Ciò che importa non è almanaccare sul come e sul quando degli avvenimenti conclusivi della storia, ma vivere in maniera tale che, alloro compimento, essi ci trovino in grazia di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 24,42-51: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».
 
Nel mondo antico il servo non era soltanto adibito ai lavori manuali, più o meno gravosi, infatti a volte poteva ricevere incarichi di fiducia, come amministrare i beni del padrone o avere una certa autorità sulla servitù. Così quando il padrone si allontanava da casa per periodi più o meno lunghi, poteva affidare a un servo la responsabilità di tutta la casa. Il servo fidato e prudente è consapevole della responsabilità. In questo modo si prende cura dei beni e anche di tutti coloro che abitano nella casa del padrone. È un impegno che non nasce dal timore di essere castigato, ma dall’essere onesto e dall’amore che porta verso il suo padrone, cosicché quando questi ritorna viene lodato, e naturalmente esaltato al di sopra di tutta la servitù: Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni.
Il comportamento del servo malvagio invece va verso un’altra direzione, approfitta dell’assenza del padrone per percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, ma la sua sorte è segnata, quando ritornerà il padrone in un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti.
Naturalmente la parabola non ha un messaggio morale, non vuole suggerire ai servi come devono comportarsi, ma vuole suggerire come il credente deve attendere la venuta del Signore. Le parole di Gesù vogliono suggerire al credente la vigilanza che è rappresentata dalla fedeltà e dalla prudenza. Chi vive il tempo presente per mangiare e a ubriacarsi con gli ubriaconi, alla fine dei tempi il Giudice divino lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti, una drammatica immagine che rivela l’esistenza dell’Inferno, luogo di perdizione e di eterna infelicità. 
 
La parusia - Catechismo degli Adulti [1175]: La Chiesa delle origini crede che il Signore Gesù, morto e risorto, ha aperto una storia di salvezza universale, cosmica. Il regno di Dio è impersonato in lui. Attendere il Regno significa attendere la “Parusia” del Signore. Con questa parola, usata comunemente per indicare la visita ufficiale di un sovrano in qualche città, i credenti designano la venuta pubblica e manifesta del Cristo glorioso. Non si tratta di un ritorno, quasi che adesso sia assente, ma del compimento e della manifestazione suprema di quella presenza che ha avuto inizio con la sua umile vicenda terrena e che continua oggi nascosta nel mistero dell’eucaristia, della Chiesa, della carità e dei poveri.
La parusia è la meta della storia. Porterà la perfezione totale dell’uomo e del mondo. Dio infatti ha voluto «ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10), «per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose» (Col 1,20). La nostra risurrezione è prolungamento della sua. Significativamente nei primi secoli le assemblee cristiane preferivano pregare rivolte a oriente, da dove sorgerà il sole che inaugurerà il giorno eterno. La stessa fede viene professata ai nostri giorni dal concilio Vaticano II: «Il Signore è il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di tutti i cuori, la pienezza delle loro aspirazioni. Egli è colui che il Padre ha risuscitato da morte, ha esaltato e collocato alla sua destra, costituendolo giudice dei vivi e dei morti. Nel suo Spirito vivificati e coadunati, noi andiamo pellegrini incontro alla finale perfezione della storia umana».
 
Vivere nell’attesa - Anonimo, Opera incompleta su Matteo omelia 51: Perché la data della morte ci è celata? Chiaramente questo ci viene fatto, affinché facciamo sempre del bene, visto che possiamo aspettarci di morire in ogni momento. La data del secondo avvento di Cristo è sottratta al mondo per lo stesso motivo, cioè affinché ogni generazione viva nell’ attesa del ritorno di Cristo.
Per questo, quando i suoi discepoli gli chiesero: Signore, restituirai il regno ad Israele in questo tempo? Gesù rispose: Non vi compete di conoscere i tempi e le stagioni che il Padre ha stabilito con la sua autorità (At l,6-7). Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Il padrone di casa rappresenta l’anima umana, il ladro è il diavolo, la casa è il corpo, le porte sono la bocca e le orecchie, e le finestre sono gli occhi. Come il ladro che riesce a entrare attraverso le porte e le finestre per saccheggiare il padrone di casa, così anche il diavolo trova facile accesso all’anima dell’uomo attraverso la bocca, le orecchie e gli occhi per farlo prigioniero. […] Se dunque vuoi essere sicuro, metti un catenaccio alla tua porta, cioè metti la legge del timore di Dio nella tua bocca.
 
Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.

 

25 Agosto 2021
 
Mercoledì XXI Settimana T. O.
 
1Ts 2,913; Sal 138 (139); Mt 23,37-32

Il Santo del Giorno - 25 Agosto 2021 - San Giuseppe Calasanzio, Sacerdote: Nato nel 1557 a Peralta de la Sal, in Spagna, Giuseppe diventa sacerdote a ventisei anni. Ricopre importanti mansioni in diverse diocesi spagnole. A Roma, colpito dalla miseria in cui vivevano i ragazzi abbandonati, fonda un nuovo ordine religioso con l’obiettivo di dare un’istruzione ai più poveri e combattere così l’analfabetismo, l’ignoranza e la criminalità. Nascono le «Scuole Pie» e i suoi religiosi vengono chiamati «scolopi». Scrive il santo: «È missione nobilissima e fonte di grandi meriti quella di dedicarsi all’educazione dei fanciulli, specialmente poveri, per aiutarli a conseguire la vita eterna. Chi si fa loro maestro e, attraverso la formazione intellettuale, s’impegna a educarli, soprattutto nella fede e nella pietà, compie in qualche modo verso i fanciulli l’ufficio stesso del loro angelo custode, ed è altamente benemerito del loro sviluppo umano e cristiano». Giuseppe muore il 25 agosto del 1648; è canonizzato nel 1767 e nel 1948 è dichiarato da papa Pio XII «patrono Universale di tutte le scuole popolari cristiane del mondo». Oggi l’ordine degli Scolopi è presente in 4 continenti e 32 paesi. (Avvenire)

Colletta: O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché tra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio… - Gaudium et spes  67: Il lavoro umano, con cui si producono e si scambiano beni o si prestano servizi economici, è di valore superiore agli altri elementi della vita economica, poiché questi hanno solo valore di strumento. [...]
Troppo spesso avviene invece, anche ai nostri giorni, che i lavoratori siano in un certo senso asserviti alle proprie opere. Ciò non trova assolutamente giustificazione nelle cosiddette leggi economiche. Occorre dunque adattare tutto il processo produttivo alle esigenze della persona e alle sue forme di vita, innanzitutto della sua vita domestica, particolarmente in relazione alle madri di famiglia, sempre tenendo conto del sesso e dell’età di ciascuno. Ai lavoratori va assicurata inoltre la possibilità di sviluppare le loro qualità e di esprimere la loro personalità nell’esercizio stesso del lavoro. Pur applicando a tale attività lavorativa, con doverosa responsabilità, tempo ed energie, tutti i lavoratori debbono però godere di sufficiente riposo e tempo libero, che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa. Anzi, debbono avere la possibilità di dedicarsi ad attività libere che sviluppino quelle energie e capacità, che non hanno forse modo di coltivare nel loro lavoro professionale.

I Lettura: Paolo ha lavorato notte e giorno per non essere di peso alla comunità, un monito ai fannulloni che scialacquando nell’ozio hanno la sola preoccupazione di creare disordini e seminare malumori (cfr. 2Ts 3,6ss). Oltre a lavorare Paolo si è preoccupato della fede dei Tessalonicesi e le cose sono andate così bene che dalla penna di Paolo esce un ottimo elogio dei cristiani tessalonicesi: l’Apostolo in un moto di gioia e di esultanza rende grazie a Dio perché i Tessalonicesi ricevendo la parola di Dio che era stata loro annunciata, l’hanno accolta non come parola di uomini, ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in tutti i credenti. Ancora un monito per i tanti sedicenti teologi ed esegeti che presi dal prurito della novità spesso e volentieri stravolgono la parola di Dio asservendola alla loro fantasia.

Vangelo: Guai a voi…, ancora guai che scendono in profondità mettendo a nudo falsità e ipocrisia. Due denunce: l’apparire, l’ostentazione, praticamente il mostrarsi all’esterno belli, ma dentro pieni di ossa di morti e di ogni marciume. E infine, la stupida recriminazione dei Giudei contemporanei di Gesù i quali accusavano i loro antenati di essere stati ribelli e di avere ammazzati i profeti. Ottuso rimpianto perché i detrattori non capivano che in questo modo ammettevano di essere figli di chi assassini. Loro non sarebbero da meno. La cosa peggiore è il voler apparire diversi da quello che si è!

Vangelo secondo Matteo 23-27-32: In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.  Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri».

I guai che Gesù rivolge agli scribi e ai farisei fanno tremare i polsi, ma loro restano inamovibili nella loro supposta giustizia, chiusi nella loro arroganza di sentirsi giusti e disprezzando gli altri (Lc 19,18).
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati, viene messo a nudo “l’esterno e l’interno” delle guide spirituali: Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità. 
Sepolcri imbiancati: Dato che il contatto con i cadaveri rendeva impuri (Nm 19,11-22), i sepolcri erano imbiancati per evitare che, inavvertitamente, sopra tutto di notte, passando sopra le tombe o toccandolo qualche ossuario si potesse contrarre l’impurità.
La settima invettiva, Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti…, si collega “alla precedente per la menzione delle tombe, e si riferisce ai monumenti funebri eretti in onore dei profeti.
Questa riabilitazione postuma esprimeva per sé un cambiamento di mentalità e avrebbe avuto senso nel caso di una autentica resipiscenza. In realtà, i farisei erano i discendenti degli uccisori dei profeti e nelle loro vene scorreva il medesimo sangue omicida. Tra pochi giorni si sarebbero macchiati di una colpa ancora più grave, rendendosi complici dei loro padri, perché avrebbero fatto assassinare il Cristo, l’inviato definitivo di Dio. II v. 32 è un invito ironico ai farisei a colmare la misura della colpa dei loro padri con l’uccisione del Messia, attirando su di sé il castigo inevitabile di Dio: «E voi, riempite lo misura dei vostri padri»” (Angelico Poppi, I Quattro Vangeli).

Voi ricordate, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica… - Settimio Cipriani (Le lettere di San Paolo): 10-12 Non solo l’affetto tenero di una madre nutre S. Paolo, ma anche quello forte e virile di un padre, il quale con mano ferma esorta, riprende e incoraggia «ciascuno» (v. 11) dei suoi figli, precisamente perché ognuno ha i propri problemi e le proprie difficoltà. Anche nel discorso agli «anziani» di Efeso l’Apostolo ricorda questa sua opera di accostamento individuale: « Per tre anni notte e giorno non abbiamo cessato di ammonire, con le lacrime, ciascuno di voi» (Atti 20,31). Iddio «chiama» (v. 12: si noti il presente, che indica azione perdurante) i cristiani a penetrare sempre più a fondo nel piano di salvezza attuato da Cristo e ad alimentare la loro vita. È dunque un «regno» già operante, che però avrà la sua piena attuazione nella «gloria» radiante dei cieli. Il cristiano è in continua attesa di questa «gloria» luminosa.
13 È un ringraziamento a Dio (cfr. 1,2) per l’accoglienza riservata dai Tessalonicesi alla predicazione di Paolo. Abbiamo qui una magnifica definizione della predicazione missionaria e dei suoi effetti: essa è autentica «Parola di Dio», perché da lui proviene nel suo contenuto di verità rivelata e anche nel mandato che gli Apostoli hanno ricevuto di trasmetterla incorrotta. I predicatori sono soltanto i «ministri della Parola» (Lc. 1,2) e non debbono annunciare che Gesù Cristo, l’oggetto precipuo del messaggio evangelico (Atti 8,35; 18,5; 1Cor. 1,23; 2Cor. 4,5; Col. 1,25-27). Per questa origine divina la «Parola» ha una sua efficacia immanente e sempre attuale, e può quindi sempre « operare» in mezzo ai « credenti », che si dispongono docili ad «accoglierla». Essa è « viva ed efficace e penetra fino alla di visione dell’animo e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, cd è capace di discernere i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebr. 4, 12).

La pena del lavoro - P. De Surgy e J. Guillet: II lavoro, essendo un dato fondamentale dell’esistenza umana, viene ad essere immediatamente e profondamente colpito dal peccato: «Mangerai il pane col sudore della tua fronte» (Gen 3,19). La maledizione divina non ha per oggetto il lavoro, come non ha per oggetto il partorire della donna.
Come il parto è la vittoria dolorosa della vita sulla morte, così la pena quotidiana senza fine dell’uomo nel lavoro è il prezzo con cui egli deve pagare il potere che Dio gli ha dato sulla sua creazione; il potere sussiste, ma il suolo, maledetto, resiste e dev’essere domato (3,17s). In questa sofferenza dello sforzo la cosa peggiore è che, se pure essa perviene talvolta a successi spettacolari, come quello di Salomone, giunge la morte a renderla vana: «Che ricava egli da tutta la sua fatica ...? Ed i giorni di pena, e la preoccupazione degli affari, e le notti di insonnia? Anche questo è vanità» (Eccle 2,22s).
Doloroso, sovente sterile, il lavoro è ancora nell’umanità uno dei campi in cui il peccato manifesta più ampiamente la sua potenza. Arbitrio, violenza, ingiustizia, rapacità fanno costantemente del lavoro non soltanto un peso opprimente, ma un luogo di odio e di divisioni. Operai privati del loro salario (Ger 22,13; Giac 5,4), contadini spogliati dall’imposta (Am 5,11), popolazioni sottomesse al lavoro forzato da un governo nemico (2Sam 12,31), ma anche dal loro stesso sovrano (1Sam 8,10-18; 1Re 5,27; 12,1-14), schiavi condannati al lavoro ed alle percosse (Eccli 33,25-29); in questo quadro sinistro non c’è sempre colpa personale, è semplicemente il mondo ordinario del lavoro nella stirpe di Adamo. Questo mondo Israele lo ha conosciuto nella sua forma più disumana, in Egitto: lavoro forzato, ad un ritmo spossante, sotto una sorveglianza spietata, in mezzo ad una popolazione ostile, a vantaggio di un governo nemico, lavoro sistematicamente organizzato per annientare un popolo e togliergli ogni capacità di resistenza (Es 1,8-14; 2,11-15; 5,6-18), è già «l’universo concentrazionario , il «campo di lavoro».

L’avete accolta non come parola di uomini…: Dei Verbum 11: Le verità divinamente rivelate, che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2Tm 3,16); hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte. Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. Pertanto «ogni Scrittura divinamente ispirata è anche utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona».

Apparite giusti allesterno: «Come, in precedenza, erano dallinterno pieni di rapina e intemperanza [Mt 23,25], così ora sono pieni dipocrisia e diniquità, paragonate ad ossa di morti e di ogni specie di putridume. In realtà lipocrisia, essendo una simulazione del bene, non ha niente di vitale di quel bene che simula; ha solo le ossa di quella virtù che simula ... Se però con sapienza ascoltiamo che cosa voglia indicare il presente discorso, comprendiamo che ogni giustizia simulata non è che giustizia morta, anzi non è neppure giustizia. Come un morto sembra essere un essere umano, così una castità morta non è neppure castità; ed è castità morta quella che si pratica non per amore di Dio, ma per finzione e rispetto umano. E come avviene nel caso . dei mimi che prendono ad imitare le sembianze di alcuni, ma loro non sono ma sembrano essere quelli che imitano, così in chi finge di vivere la giustizia, la sua non è giustizia che in apparenza. Non è giustizia; è finzione di giustizia» (Origene, Commento a Matteo 24).

Porta a compimento in noi, o Signore,
l’opera risanatrice della tua misericordia
e fa’ che, interiormente rinnovati,
possiamo piacere a te in tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.

 

24 AGOSTO 2021

 San Bartolomeo, Apostolo
 
Ap 21,9b-14; Sal 144; Gv 1,45-51
 
Il Santo del Giorno - 24 Agosto 2021 -  San Bartolomeo, Apostolo: Dio ci conosce, legge nel nostro cuore, sa chi siamo e ci ama per quello che siamo: ecco perché chi lo incontra di persona non può non sentirsi affascinato e attratto. Così successe per Bartolomeo (o Natanaele, secondo il Vangelo di Giovanni), che passò dalla diffidenza a una totale fiducia verso Cristo. Bastarono poche parole per conquistare questo futuro apostolo e renderlo un discepolo pronto al martirio: Gesù lo descrisse come «israelita in cui non c’è falsità». Il Nazareno aveva letto nel profondo della sua anima, e così continua a fare anche oggi quando la comunità dei credenti si fa davvero mediatrice tra Dio e gli uomini.
La storia di Bartolomeo, di cui poi non abbiamo notizie certe riguardo alla morte, è per la Chiesa una piccola “lezione” sulla sua missione, che consiste nel permettere l’incontro tra l’infinito amore di Dio e l’umanità. (Autore: Matteo Liut)

Colletta: Rafforza in noi, o Padre, la fede che spinse il santo apostolo Bartolomeo ad aderire con animo sincero a Cristo tuo Figlio, e per sua intercessione fa’ che la tua Chiesa sia per tutti i popoli sacramento di salvezza. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Benedetto XVI (Udienza Generale 4 Ottobre 2006): Di Bartolomeo non abbiamo notizie di rilievo; infatti, il suo nome ricorre sempre e soltanto all’interno delle liste dei Dodici citate sopra e, quindi, non si trova mai al centro di nessuna narrazione. Tradizionalmente, però, egli viene identificato con Natanaele: un nome che significa “Dio ha dato”. Questo Natanaele proveniva da Cana (cfr Gv 21, 2) ed è quindi possibile che sia stato testimone del grande “segno” compiuto da Gesù in quel luogo (cfr Gv 2, 1-11). L’identificazione dei due personaggi è probabilmente motivata dal fatto che questo Natanaele, nella scena di vocazione raccontata dal Vangelo di Giovanni, è posto accanto a Filippo, cioè nel posto che ha Bartolomeo nelle liste degli Apostoli riportate dagli altri Vangeli. A questo Natanaele, Filippo aveva comunicato di aver trovato “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazaret” (Gv 1, 45). Come sappiamo, Natanaele gli oppose un pregiudizio piuttosto pesante: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1, 46a). Questa sorta di contestazione è, a suo modo, importante per noi. Essa, infatti, ci fa vedere che, secondo le attese giudaiche, il Messia non poteva provenire da un villaggio tanto oscuro come era appunto Nazaret (vedi anche Gv 7, 42). Al tempo stesso, però, pone in evidenza la libertà di Dio, che sorprende le nostre attese facendosi trovare proprio là dove non ce lo aspetteremmo. D’altra parte, sappiamo che Gesù in realtà non era esclusivamente “da Nazaret”, ma che era nato a Betlemme (cfr Mt 2, 1; Lc 2, 4) e che ultimamente veniva dal cielo, dal Padre che è nei cieli.
Un’altra riflessione ci suggerisce la vicenda di Natanaele: nel nostro rapporto con Gesù non dobbiamo accontentarci delle sole parole. Filippo, nella sua replica, fa a Natanaele un invito significativo: “Vieni e vedi!” (Gv 1, 46b). La nostra conoscenza di Gesù ha bisogno soprattutto di un’esperienza viva: la testimonianza altrui è certamente importante, poiché di norma tutta la nostra vita cristiana comincia con l’annuncio che giunge fino a noi ad opera di uno o più testimoni. Ma poi dobbiamo essere noi stessi a venir coinvolti personalmente in una relazione intima e profonda con Gesù; in modo analogo i Samaritani, dopo aver sentito la testimonianza della loro concittadina che Gesù aveva incontrato presso il pozzo di Giacobbe, vollero parlare direttamente con Lui e, dopo questo colloquio, dissero alla donna: “Non è più per la tua parola che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo” (Gv 4, 42).

I Lettura: La promessa sposa, la sposa dell’Agnello, è la Gerusalemme sognata da Tobia (Tb 13,13), da Isaia (60,2), da Ezechiele (45,31; 47,12). La città ha dodici porte secondo le dodici tribù che rappresentano non l’Israele etnico, ma l’Israele di Dio (Gal 6,16), aperto a tutti popoli nel vincolo della fede in Cristo. I dodici angeli indicano l’assistenza angelica (cfr. Is 62,6). La città poggia sul fondamento dei dodici apostoli (cfr. Ef  2,20). Il numero dodici, come i suoi multipli, sta ad indicare la perfezione nella totalità del nuovo popolo che succede a quello antico.

Vangelo: Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi: Questa annotazione non è affatto insignificante. Il fico è un albero citato molto spesso nella sacra Scrittura; assieme alla vite è considerato un albero che dà  buoni e dolci frutti e all’ombra dei suoi rami si può trovare riposo e ristoro dall’arsura, nonché leggere e meditare. Probabilmente, quando Gesù lo intravvede sotto al fico, Natanaele era proprio  assorto nello studio delle Scritture. Se così è dobbiamo presumere che Natanaele fosse con tutta probabilità uno scriba, ossia uno studioso della Legge. Dall’elogio che gli rivolge Gesù sappiamo che era un uomo “senza falsità”, cioè un uomo che cercava la Verità, un uomo che scrutava le Scritture per conoscere il vero volto Dio, e il Messia promesso e atteso, che gli viene presentato da Filippo con la definizione: “Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth”.

Dal Vangelo secondo Giovanni  1,45-51: In quel tempo, Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaèle gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

La conversione dei primi discepoli è presentata come conseguenza della testimonianza di Giovanni il Battista (Gv 1,35-44). Anzi, «inizia con una terza testimonianza di Giovanni, con cui egli ripete parte della seconda. I primi due discepoli vengono direttamente dal Battista. Ad essi si aggiungono Simone, Filippo, Natanaele ... Globalmente, tutti manifestano una comprensione e una fede superiori a quelle che manifesteranno poi, durante la concreta esistenza con Gesù. La seconda parte del cap. 1 è evidentemente influenzata dalla volontà, da parte di Giovanni, di presentare schematicamente le tappe principali della vocazione cristiana. Un cristiano è innanzitutto uno che incontra Gesù, uno che è indirizzato a lui da un altro che già lo conosce (il Battista mostra Gesù ai due discepoli, Andrea porta Simone, Filippo porta Natanaele) e che subisce l’iniziativa di Gesù (v. 2che cercate?” ... “Venite e vedrete” ... “Seguimi”). Quindi avviene l’autentica conoscenza personale in un colloquio rivelatore (Natanaele) o in un’illuminante esperienza di vicinanza con lui (“videro dove abita, va; rimasero con lui”). Allora è il momento della confessione o della proclamazione di ciò che il chiamato ha profondamente compreso (“Abbiamo trovato il Messia; colui del quale hanno scritto Mosè nella legge ed i profeti” ...  “Tu sei il Figlio di Dio, il re d’Israele”). Infine il chiamato rimane con Gesù, pronto a cambiare l’orientamento della propria vita (“ti chiamerai Cefa”).
Il racconto non è del tutto realistico, almeno nel senso moderno della parola: è poco probabile che in pochi giorni i primi discepoli abbiano compreso tanto profondamente il mistero della persona di Gesù. Altre affermazioni del quarto vangelo ci mostrano che la loro fede si è maturata lentamente (v. Gv 2,11,6,66-71; 14,9); soprattutto si dice ripetutamente che essi non compresero pienamente Gesù fino al giorno della resurrezione. L’evangelista vuole qui presentarci sinteticamente degli atteggiamenti esemplari.
Sia l’atteggiamento di Giovanni, sia quello dei primi discepoli, hanno un significato marcatamente “esemplare”: indicano la vocazione e la testimonianza che devono caratterizzare ogni credente» (Carlo Buzzetti, Il Vangelo di Giovanni).

Vieni e vedi: Paolo VI (Discorso, 25 febbraio 1978): È il racconto della vocazione dei primi discepoli, particolarmente incisivo nella redazione di Giovanni, che di quella singolare vicenda è stato protagonista. Nella descrizione, volontariamente disadorna ma tanto impressionante, di quell’ora irripetibile in cui Gesù si rivolge ad alcuni, dicendo: «venite con me!» (cfr. Io 1,39.43; Matth 4,19; 9,9), che c’è di più attraente? La serena e decisa disponibilità, con cui quegli uomini lasciano tutto e Lo seguono? oppure l’irresistibile impulso, con cui ciascuno dei chiamati va attorno a dire ad altri: «Noi L’abbiamo trovato! Vieni e vedrai anche tu!»? (cfr. Io 1,41.46). Da quel giorno essi divennero dei «testimoni» così «presi» (cfr. Phil 3,12) dall’amore per il loro Maestro e dalla avvincente bellezza del suo messaggio, da essere disposti ad affrontare anche la morte, pur di non tradire l’impegno assunto con Lui. Si trattò in quel caso - potreste osservare voi - di una vocazione eccezionale, in cui Cristo stesso chiamò alcuni al dono totale della propria vita. Non è pertanto un caso che ci riguarda da vicino. Ebbene, vi rispondiamo noi, Cristo non solo continua a rivolgere ad alcuni l’invito al dono totale di sé con una parola personale e segreta, che risveglia echi profondi nel cuore, ma Egli si fa altresì incontro ad ogni essere umano, ad ognuno di voi, per porgli personalmente la domanda, che rivolse al giovane cieco: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?» (Io 9,35). A chi risponde affermativamente, Egli affida il compito di farsi testimone di questa scelta davanti al mondo.

L’agnello celeste - Marie-Emile Bonnard: Pur conservando fondamentalmente il tema di Cristo-agnello pasquale (Apoc 5,9 s), l’Apocalisse stabilisce un netto contrasto tra la debolezza dell’agnello immolato e la ·potenza che la sua esaltazione al cielo gli conferisce. Agnello nella sua morte redentrice, Cristo è nello stesso tempo un leone, la cui vittoria ha liberato il popolo di Dio, prigioniero delle potenze del male (5,5 s; 12,11). Condividendo ora il trono con Dio (22,1.3), ricevendo con lui l’adorazione degli esseri celesti (5,8. 13; 7,10), eccolo investito d’un potere divino.
Egli eseguisce i decreti di Dio contro gli empi (6,1...) e la sua ira li immerge nel terrore (6,16); egli conduce la guerra escatologica contro le potenze del male coalizzate, e la sua vittoria lo consacrerà «re dei re e Signore dei signori» (17,14; 19,16 ... ).
Egli non ritroverà la sua antica mitezza se non quando saranno celebrate le sue nozze con la Gerusalemme celeste che simboleggia la Chiesa (19,7.9; 21,9). Allora l’agnello si farà pastore per condurre i fedeli verso le sorgenti d’acqua viva della beatitudine celeste (7,17; cfr. 14, 4).

«Ecco un vero Israelita ... : Israelita può avere due significati: “rettissimo” ... oppure “uomo che teme Dio”. In entrambi i sensi Natanaèle era un vero Israelita ... Perciò è come se Gesù dicesse: “Tu rappresenti davvero la tua stirpe, perché sei retto e senza falsità”. D’altra parte l’uomo è in grado di vedere Dio solo mediante la purezza e la semplicità; perciò lo può fare solo un vero Israelita. Vale a dire: “Tu sei davvero un uomo che vede Dio, essendo semplice e senza malizia”» (Tommaso d’Aquino, In Jo. Ev. exp., I).

Il pegno della salvezza eterna
che abbiamo ricevuto, o Signore,
nella festa di san Bartolomeo apostolo,
ci sia di aiuto per la vita presente e per quella futura.
Per Cristo nostro Signore.