28 AGOSTO 2021Sant’Agostino, Vescovo1Ts 4,9-11; Sal 97 (98); Mt 25,14-30
Colletta: Suscita sempre nella tua Chiesa, o Signore, lo spirito che animò il tuo vescovo Agostino, perché anche noi, assetati della vera sapienza, non ci stanchiamo di cercare te, fonte viva dell’eterno amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Augustinum Hipponensem - Giovanni Paolo (Udienza Generale 28 Agosto 1986): Agostino agli uomini di oggi: A quest’uomo straordinario vogliamo chiedere, prima di terminare, che cosa abbia da dire agli uomini d’oggi. Penso che abbia da dire veramente molto, sia con l’esempio che con l’insegnamento.
A chi cerca la verità insegna a non disperare di trovarla. Lo insegna con l’esempio - egli la ritrovò dopo molti anni di faticose ricerche - e con la sua attività letteraria della quale fissa il programma nella prima lettera scritta poco dopo la conversione. «A me sembra che si debbano ricondurre gli uomini alla speranza di trovare la verità». Insegna pertanto a cercarla «con umiltà, disinteresse, diligenza»; a superare lo scetticismo attraverso il ritorno in se stessi, dove abita la verità; il materialismo che impedisce alla mente di percepire la sua unione indissolubile con le realtà intelligibili; il razionalismo, che ricusando la collaborazione della fede si mette nella condizione di non capire il «mistero» dell’uomo.
Ai teologi che meritatamente faticano per approfondire il contenuto della fede, egli lascia l’immenso patrimonio del suo pensiero, nel complesso sempre valido, e particolarmente il metodo teologico cui restò incrollabilmente fedele. Sappiamo che questo metodo comportava l’adesione piena all’autorità della fede, che, una nella sua origine - l’autorità di Cristo - si manifesta attraverso la Scrittura, la tradizione, la Chiesa; l’ardente desiderio di capire la propria fede: «ama molto di capire», dice agli altri e applica a se stesso; il senso profondo del mistero: «è migliore la fedele ignoranza», esclama, «che la temeraria scienza»; la convinta sicurezza che la dottrina cristiana viene da Dio e ha pertanto una sua originalità che non solo dev’essere conservata integralmente - è questa la «verginità» della fede di cui si parlava -, ma deve servire anche come misura per giudicare filosofie ad essa conformi o difformi.
E’ noto quanto Agostino amasse la Scrittura, di cui esalta l’origine divina, l’inerranza, la profondità e la ricchezza inesauribile, e quanto la studiasse. Ma egli studia e vuole che si studi tutta la Scrittura, che se ne metta in luce il vero pensiero o, come dice, il «cuore», concordandola, dove occorra, con se stessa. Ritiene questi due presupposti leggi fondamentali per capirla. Per questo la legge nella Chiesa, e tenendo conto della tradizione, della quale mette in rilievo con insistenza le proprietà e la forza obbligante. E’ celebre il suo effato: «Io non crederei nel Vangelo se non mi c’inducesse l’autorità della Chiesa cattolica».
Nelle controversie che sorgono sull’interpretazione della Scrittura raccomanda di discutere «con santa umiltà, con pace cattolica, con carità cristiana» «finché non sia emersa la verità, che Dio ha posto nella cattedra dell’unità». Allora si potrà constatare che la controversia non è sorta inutilmente, perché è diventata «occasione d’imparare», determinando un progresso nell’intelligenza della fede.
I Lettura: Possiamo cogliere tre temi che edificano la comunità cristiana: l’amore fraterno, vivere in pace, e lavorare con le proprie mani. Sono moniti che troviamo in tutto il Nuovo Testamento, non soltanto come malta per edificare la comunità cristiana, ma come testimonianza in un mondo spesso lacerato da divisioni e guerre, ma anche di fannulloni che vivono alle spalle del prossimo, e che spesso sono fautori di libertinaggio.
Vangelo: Molti credono che «la parabola dei talenti» faccia riferimento a Erode Archelao il quale era partito per Roma per ricevere il titolo di re della Giudea. Al di là di questa nota, l’insegnamento del racconto è molto chiaro. Gesù è l’uomo che intraprende il viaggio, i servi i credenti, i talenti il «patrimonio del padrone dato da amministrare in proporzione diverse “a ciascuno secondo le sue capacità”» (Clara A. Cesarini). Non è degno del premio celeste chi non sente la responsabilità di far crescere il regno. L’inattività del servo malvagio, alla fine della vita, sarà giudicata con severità.
Dal Vangelo secondo Matteo 25,14-30: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
Signore, so che sei un uomo duro: Giovanni Paolo II (Omelia, 15 Novembre 1981): Nel Vangelo di oggi, abbiamo il tipico atteggiamento di colui che non mette a frutto i doni ricevuti: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso, per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra” (Mt 25,24-25). Si può dire di lui che è “beato”, perché “ha temuto il Signore”? Certamente no! lo fanno capire le stesse parole di Cristo. Il Signore della parabola, infatti, biasima il comportamento di quel servo. È un servo “malvagio ed infingardo”, che non ha utilizzato affatto il suo denaro, non lo ha sfruttato, ma lo ha addirittura sprecato. Ed ecco, che cosa dice il Signore: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha” (Mt 25,28-29). Questa parabola dei talenti ci insegna a distinguere il vero timore di Dio da quello falso. Il vero timore di Dio non è paura, ma piuttosto dono dello Spirito, per cui si teme di offenderlo, di rattristarlo e di non fare abbastanza per essere fedeli alla sua volontà; mentre il falso timore di Dio è fondato sulla sfiducia in lui e sul meschino calcolo umano. Vero timore di Dio ha colui che “cammina nelle vie del Signore” (Sal 127,1), così come si è manifestato nel comportamento del primo e del secondo servo, entrambi lodati dal Signore con le parole: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere sul molto” (Mt 25,21.23).
E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti - Rapporto dal Purgatorio: Qui, inoltre, si comprenda bene, non si ha un’entrata nel nulla, una dissoluzione; si tratta della non-vita: niente dinamismo della vita, niente creatività, niente evoluzione, È uno stato permanente di vertigini e d’oppressione, che crescerà e s’intensificherà sempre di più, perché questa morte è infinita, e l’inferno è eterno. Questa sofferenza è più atroce di ogni cosa; il fuoco più cocente qui sulla terra è glaciale al confronto di questo fuoco dell’inferno, e il freddo più tagliente qui sulla terra è cocente rispetto a questo freddo glaciale della seconda morte. Non è un’esperienza di non-essere, ma di non essere ciò che si è, l’assoluta impossibilità di mai essere, di divenire, ciò che si è, perché si era chiamati a divenirlo nel mistero della croce salvifica, e si è rifiutato il mistero, disprezzato il dono gratuito della salvezza.
La parabola dei dieci talenti: Benedetto XVI (Angelus, 13 Novembre 2011): Nella celebre parabola dei talenti – riportata dall’evangelista Matteo (cfr. 25,14-30) - Gesù racconta di tre servi ai quali il padrone, al momento di partire per un lungo viaggio, affida le proprie sostanze. Due di loro si comportano bene, perché fanno fruttare del doppio i beni ricevuti. Il terzo, invece, nasconde il denaro ricevuto in una buca. Tornato a casa, il padrone chiede conto ai servitori di quanto aveva loro affidato e, mentre si compiace dei primi due, rimane deluso del terzo. Quel servo, infatti, che ha tenuto nascosto il talento senza valorizzarlo, ha fatto male i suoi conti: si è comportato come se il suo padrone non dovesse più tornare, come se non ci fosse un giorno in cui gli avrebbe chiesto conto del suo operato. Con questa parabola, Gesù vuole insegnare ai discepoli ad usare bene i suoi doni: Dio chiama ogni uomo alla vita e gli consegna dei talenti, affidandogli nel contempo una missione da compiere. Sarebbe da stolti pensare che questi doni siano dovuti, così come rinunciare ad impiegarli sarebbe un venir meno allo scopo della propria esistenza. Commentando questa pagina evangelica, san Gregorio Magno nota che a nessuno il Signore fa mancare il dono della sua carità, dell’amore. Egli scrive: “È perciò necessario, fratelli miei, che poniate ogni cura nella custodia della carità, in ogni azione che dovete compiere” (Omelie sui Vangeli 9,6). E dopo aver precisato che la vera carità consiste nell’amare tanto gli amici quanto i nemici, aggiunge: “se uno manca di questa virtù, perde ogni bene che ha, è privato del talento ricevuto e viene buttato fuori, nelle tenebre” (ibidem).
la partecipazione alla mensa di Cristo
perché, fatti membra del suo corpo,
siamo trasformati in colui che abbiamo ricevuto.
Per Cristo nostro Signore.