26 GIUGNO 2021

 SABATO DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)

 Gen 18,1-15; Cant. Lc 1,46-55; Mt 8,5-17

Il Santo del Giorno 26 Giugno 2021 - Andrij Iscak Sacerdote e Martire: Andrij Iscak nacque il 23 settembre 1887 a Mykolayiv, nella regione ucraina di Lviv (Leopoli). Compì i suoi studi teologici nelle università di Lviv e di Innsbruck. Qui nel 1914 conseguì il dottorato in teologia e poté così ricevere l’ordinazione presbiterale, divenendo sacerdote diocesano di rito bizantino dell’Arcieparchia di Lviv degli Ucraini. Dal 1928 divenne insegnante all’università di Lviv e parroco del villaggio di Sykhiv, nei pressi di Lviv. La parrocchia del suo apostolato divenne anche il luogo in cui si consumò il suo martirio, il 26 giugno 1941, per mano dei soldati dell’armata sovietica ormai in ritirata. Andrij Iscak fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001, insieme con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina. (Autore: Fabio Arduino)

Colletta: Donaci, o Signore, di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

I miracoli aiuto alla fede - Catechismo degli Adulti [194]: Essendo «segni certissimi della divina rivelazione», i miracoli aiutano a credere in modo ragionevole. Lo suggerisce Gesù stesso: «Se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,38).
Tuttavia non bastano certo i miracoli a produrre la fede: è l’attrazione interiore del Padre che la suscita. Né sono i miracoli gli eventi salvifici principali: il vero pane non è quello moltiplicato, ma quello eucaristico; la vera luce non è quella restituita al cieco nato, ma quella della fede battesimale. I sacramenti, prefigurati dai miracoli, sono una comunicazione di salvezza più alta.

I Lettura: Bibbia di Gerusalemme (nota c.18): Nella forma finale, i cc 18-19 sono un racconto di tradizione jahvista, che narra un’apparizione di YHWH (vv 1.10s.13.22) accompagnato da due «uomini» che secondo 19.1.15, sono due angeli. Ma la forma primitiva del racconto ha potuto parlare semplicemente di «tre uomini», o anche «tre angeli» rappresentanti Dio, del quale sarebbero gli inviati (19,14) per parlare e agire in suo nome: il che spiegherebbe l’espressione «il Signore disse» nei momenti chiave del racconto. Malgrado questa pluralità ci sarebbe alla base una concezione simile a quella del c 16 (cf. 13+) e ciò spiegherebbe il cambiamento tra plurale e singolare. Se adesso YHWH è uno del tre ciò dipende dalle aggiunte (18,17-19; 19,1: si noti due «angeli»; 19,27b ma soprattutto 18,22b-33a: l’intercessione di Abramo). In questi tre uomini ai quali Abramo si rivolge al singolare, molti Padri hanno visto l’annunzio del mistero della Trinità, la cui rivelazione è riservata al Nuovo Testamento. Il racconto prepara quello del c 19. Lo jahvista ha raccolto e trasformato un’antica leggenda sulla distruzione di Sòdoma, nella quale intervengono tre personaggi divini. Questa storia formava il nucleo di un ciclo di Lot che fu unito al ciclo di Abramo.

Vangelo: Il Vangelo di oggi ci offre diverse riflessioni, ma il cuore di queste riflessioni è il racconto della guarigione del servo del centurione romano. L’elogio che Gesù fa della fede di questo uomo, mette in crisi l’orgogliosa sicurezza dei figli di Abramo e la nostra sicurezza di battezzati. Il pagano era bandito dalla salvezza, non gli era permesso di entrare nel Tempio, eppure per Gesù il centurione diventa per i credenti un modello da imitare. Per noi cristiani non vi sono certezze, Dio può dare ad altri la sua vigna perché porti frutti abbondanti di santità e di salvezza.

Vangelo secondo Matteo 8,5-17: In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.

... gli venne incontro un centurione - Il centurione romano era a capo di una centuria. I Romani in quanto invasori certamente non erano amati dai Giudei, eppure non tutti erano disprezzati, ma alcuni erano stimati e tenuti in buona considerazione. Così il centurione Cornelio che viene ricordato come “uomo giusto e timorato di Dio, stimato da tutta la nazione dei Giudei” (At 10,22). Cornelio accoglierà Pietro nella sua casa, riceverà lo Spirito Santo diventando così il precursore di pagani che crederanno nel Cristo. Il centurione che va incontro a Gesù addirittura è accompagnato da una buona raccomandazione da parte degli anziani dei Giudei: il centurione «avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: “Egli merita che tu gli conceda quello che chiede - dicevano -, “perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga”» (Lc 7,3-5). E non dimentichiamo la bella professione di fede del centurione che fiorisce sulle sue labbra nell’assistere alla morte di Gesù: «Il centurione, che si trovava di fronte a [Gesù], avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc  15,39; Lc 23,47).

«Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente» - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Colui che con tutta libertà si avvicina a Gesù e gli presenta la sua richiesta, è un ufficiale pagano di Erode Antipa. Con delicatezza e discrezione gli espone la situazione dolorosa del suo servo, senza chiedere esplicitamente il suo intervento. Gesù lo comprende: «Io verrò e lo curerò». La risposta del pagano esprime un delicato riserbo: non vorrebbe dare occasione a un giudeo di diventare impuro entrando in casa sua, ma riveste questo gesto di riguardo con la sua personale modestia: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto». L’ufficiale crede che Gesù possa guarire anche senza essere presente fisicamente: basterà che dica una parola di comando, e la malattia se ne andrà. Il centurione si rappresenta Gesù come un generale, al quale le potenze ostili della malattia devono ubbidire; così come egli stesso deve eseguire gli ordini dei suoi superiori, e come i suoi soldati obbediscono alla sua parola. Basta, infatti, una parola da parte di colui che comanda, per esprimere la propria volontà e ottenerne l’esecuzione. Non occorre esser presenti personalmente; il comando: Va’! Vieni! Fa’ questo!, basta anche a distanza. Su questa obbedienza è basata la disciplina e l’efficienza della truppa.
Anche Gesù dovrebbe poter spezzare la potenza della malattia con una sola parola. Idea veramente grande quella che il pagano si è fatta, da é, di Gesù!

Ascoltandolo, Gesù si meravigliò - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): v. 10 Gesù restò ammirato per la fede del centurione nella potenza di Dio operante attraverso di lui fede che invece non aveva trovato nel popolo d’Israele, il destinatario privilegiato del vangelo. Secondo Gnilka, la meraviglia di Gesù non si riferisce alla fede del centurione, bensì alla mancanza di fede in Israele (I, p. 446).
vv. 11-12 «Molti verranno da Oriente e da Occidente e si porranno a mensa con Abramo ... ». Forse non era noto nella tradizione il contesto originale di questo detto, che trova un ‘altra collocazione in Lc (13,28-29). Mt lo inserisce a questo punto per sottolineare il tema della chiamata universale alla salvezza.
L’immagine del banchetto escatologico, per descrivere la partecipazione alla gioia del regno di Dio, è presente in Isaia 25,6ss. e in numerosi testi giudaici. Nel Salmo 107,3, nel Secondo e Terzo Isaia si allude spesso al festoso pellegrinaggio delle nazioni verso Sion, per sottoporsi alla Legge del Signore. L’atteggiamento del centurione assume un valore paradigmatico per Mt. Infatti, mentre la fede consentirà a numerosi pagani l’ingresso nella comunità messianica, i figli del regno, cioè i giudei, che erano i destinatari delle promesse divine, ne saranno esclusi per la loro incredulità, per il rifiuto opposto al messaggio del Cristo,
Le tenebre esterne si contrappongono alla fulgida luce che risplende nel banchetto celeste. Si tratta di una immagine apocalittica per indicare la perdizione eterna. Il pianto e lo stridore dei denti esprimono il rimorso e la disperazione dei dannati per l’esclusione dal regno di Dio. Il detto minaccioso di Gesù si riferisce innanzitutto ai giudei increduli. Ma l’evangelista intende rivolgere un monito anche ai cristiani. L’appartenenza alla chiesa non garantisce la salvezza; è necessario conservare e rinnovare la propria adesione di fede a Cristo, ravvivandola con l’impegno operoso e la fedeltà al vangelo.
v. 13 Gesù guarisce il servo del centurione con una parola che, congiunta alla fede dell’orante, ha una efficacia assoluta, come dimostra la coincidenza cronologica tra la parola pronunciata da Gesù e la guarigione del servo: «il servo fu guarito in quella stessa ora».
Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò - Felipe F. Ramos: La guarigione della suocera di Pietro - che, nonostante la sua vocazione, conserva la casa - è raccontata con grande brevità e senza rilievi particolari. Gesù non pronunzia parole: si limita a prenderla per la mano, e dalla mano di Gesù emana il suo potere curativo. Il potere della parola di Gesù è messo in rilievo anche in altre guarigioni, che ci sono riferite in modo sommario (e che Matteo ha preso ancora una volta da Marco).
È importante l’apprezzamento dell’evangelista al termine della prima serie di miracoli: Gesù agisce come il servo di Yahveh (Is 53). Compiendo i miracoli, egli prende su di sé le nostre infermità e i nostri dolori. Il Signore è anche - e lo è principalmente durante la sua vita terrena - il servo per eccellenza, pienamente solidale e responsabile dell’uomo, con l’incarico divino di elevarlo.

I miracoli di Gesù - Eleonore Beck: La testimonianza dei quattro Vangeli collega indissolubilmente i miracoli alla comparsa in pubblico di Gesù di Nazaret. I miracoli facevano parte ovviamente dell’immaginario dell’uomo antico. Veniva presupposto il fatto che un grande uomo di Dio compisse miracoli; l’interrogativo era soltanto se li compisse per la potenza di Dio o del demone. Quando i farisei chiedevano dei segni da Gesù, non dubitavano che egli li potesse compiere. I miracoli del NT hanno loro paralleli extrabiblici; vengono raccontati secondo lo stesso schema. Gli evangelisti non sono interessati qui a documentare fatti storici, ma a dimostrare che in Gesù è iniziato il tempo della salvezza. I racconti di miracoli sono cresciuti nei decenni della tradizione orale. Al momento in cui Gesù cammina sulle acque Mc 6,47 per es. localizza la barca in mezzo al lago, Mt 14,24 qualche miglio da terra, Gv 6,19 calcola tre o quattro miglia (lett. 25 o 30 stadi = 4625 m o 5550 m). Secondo Mt (14,28-33) anche Pietro ha camminato sulle acque, secondo Gv (6,21) la barca toccò rapidamente la riva. Il racconto popolare tende a rendere il tutto più grossolano; questo risulta anche da un rapido paragone con le storie apocrife di miracoli. Per la spiegazione va tenuto presente quanto segue: alcuni dei miracoli narrati nei Vangeli si possono spiegare oggi in maniera naturale, non tutti sono accaduti secondo quella modalità; i Vangeli non sono una raccolta documentaria, rimane però che Gesù ha compiuto dei miracoli. I racconti di miracoli presentano, nella loro forma attuale, tratti leggendari; tuttavia questi racconti risalgono a ricordi di reali azioni potenti di Gesù. Non si possono dunque liquidare tutti i racconti di miracoli come non storici, né si possono considerare come fatti avvenuti letteralmente secondo le modalità riportate. Accanto all’interrogativo sul miracolo, il NT si pone quello sul suo significato.
La richiesta del miracolo viene rifiutata (Mc 8,11-13; Mt 12,38. Lc 11,16; Gv 6,30-33 ecc.). Il miracolo raggiunge il suo scopo soltanto quanto sollecita l’uomo alla conversione e al ringraziamento (Lc 5,8-11; At 14,14 ecc.). Nel Vangelo di Gv i racconti di miracoli sfociano in discorsi interpretativi. Attraverso il miracolo viene risvegliata o rafforzata la fede; soltanto il credente vede nel miracolo la rivelazione di Dio. Per questo si trova sovente la frase: “La tua fede ti ha salvato (sanato)” (Mc 5,34; 10,52 ecc.), oppure in Mt alcuni discorsi sulla fede vengono raccolti attorno a racconti di miracoli. Il vero e proprio miracolo non avviene soltanto in modo visibile, ma nella conversione e nella remissione dei peccati (Mc 2,1-12). Nel miracolo diventa evidente già ora che alla fine dei tempi Dio trasformerà tutto l’uomo (cf. Mt 11,5), i miracoli culminano nell’annuncio dell’evangelo. Ogni miracolo è il segno dell’irruzione del futuro di Dio nel presente finito dell’uomo, tempo equivoco e dai molti significati. Tutti i miracoli sono orientati verso il miracolo in assoluto che Dio ha compiuto nella morte e risurrezione di Gesù. - L’interrogativo decisivo non è dunque se i miracoli vanno considerati storici o non storici; decisivo è in essi se uno vede all’opera Dio, se percepisce di essere interpellato e inte­ressato personalmente e se abbraccia la fede

 O Padre, che ci hai rinnovati
con il santo Corpo e il prezioso Sangue del tuo Figlio,
fa’ che l’assidua celebrazione dei divini misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore. 

 

25 GIUGNO 2021
 
VENERDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gen 17,1.9-10.15-22; Sal 127 (128); Mt 8,1-4
 
Il Santo del Giorno - 25 Giugno 2021 - Sant’Antido di Besançon Martire: Sant’Antido (Antidio o Antide) si ritiene fosse un vescovo martire di Besançon vissuto nella seconda metà del V secolo. Nella lista dei vescovi della diocesi figura al quindicesimo posto, dopo Gelmeisilo. Il suo nome compare nelle liste episcopali della diocesi composte nel secolo XI. Su di lui esiste una passio leggendaria, composta solo di luoghi comuni che non ci permette di avere alcun dato storico su questo santo vescovo. Sant’Antido si presume nacque in una famiglia romana di Séquanaise in Gallia; entrò nel clero della cattedrale di Saint-Etienne prima di diventare vescovo di Besançon. Sant’Antido ha vissuto in prima persona l’invasione dei Vandali ariani guidati dal generale Croco, che a seguito del tradimento di alcuni suoi seguaci, lo arrestò. Una variante della leggenda che lo riguarda dice che aveva chiesto a Croco di risparmiare la popolazione cristiana e di prenderlo in ostaggio. Sant’Antido fu spogliato dei suoi abiti religiosi, picchiato crudelmente e decapitato a Ruffiacum oggi Ruffey-le-Chateau nel Doubs. Nei luoghi del suo martirio esiste una cappella oratorio che porta il suo nome.
Sappiamo che nel 1042 le sue reliquie vennero trasferite nella chiesa di san Paolo a Besançon. La festa per Sant’Antido nei vari martirologi locale è stata fissata nel giorno 25 giugno. (Autore: Mauro Bonato)
 
Colletta: Donaci, o Signore, di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La fede: Lumen fidei 8-10: La fede ci apre il cammino e accompagna i nostri passi nella storia. È per questo che, se vogliamo capire che cosa è la fede, dobbiamo raccontare il suo percorso, la via degli uomini credenti, testimoniata in primo luogo nell’Antico Testamento. Un posto singolare appartiene ad Abramo, nostro padre nella fede. Nella sua vita accade un fatto sconvolgente: Dio gli rivolge la Parola, si rivela come un Dio che parla e che lo chiama per nome. La fede è legata all’ascolto. Abramo non vede Dio, ma sente la sua voce. In questo modo la fede assume un carattere personale. Dio risulta così non il Dio di un luogo, e neanche il Dio legato a un tempo sacro specifico, ma il Dio di una persona, il Dio appunto di Abramo, Isacco e Giacobbe, capace di entrare in contatto con l’uomo e di stabilire con lui un’alleanza. La fede è la risposta a una Parola che interpella personalmente, a un Tu che ci chiama per nome. Ciò che questa Parola dice ad Abramo consiste in una chiamata e in una promessa. È prima di tutto chiamata ad uscire dalla propria terra, invito ad aprirsi a una vita nuova, inizio di un esodo che lo incammina verso un futuro inatteso. La visione che la fede darà ad Abramo sarà sempre congiunta a questo passo in avanti da compiere: la fede “vede” nella misura in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto dalla Parola di Dio. Questa Parola contiene inoltre una promessa: la tua discendenza sarà numerosa, sarai padre di un grande popolo (cfr. Gen 13,16; 15,5; 22,17). È vero che, in quanto risposta a una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri, sia strettamente legata alla speranza. Quello che viene chiesto ad Abramo è di affidarsi a questa Parola. La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino nel tempo. La fede accoglie questa Parola come roccia sicura sulla quale si può costruire con solide fondamenta. Per questo nella Bibbia la fede è indicata con la parola ebraica ‘emûnah, derivata dal verbo ‘amàn, che nella sua radice significa “sostenere”. Il termine ‘emûnah può significare sia la fedeltà di Dio, sia la fede dell’uomo. L’uomo fedele riceve la sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele. Giocando sui due significati della parola - presenti anche nei termini corrispondenti in greco (pistós) e latino (fidelis) -, san Cirillo di Gerusalemme esalterà la dignità del cristiano, che riceve il nome stesso di Dio: ambedue sono chiamati “fedeli”. Sant’Agostino lo spiegherà così: «L’uomo fedele è colui che crede a Dio che promette; il Dio fedele è colui che concede ciò che ha promesso all’uomo».
 
I Lettura: Nonostante Abramo avesse novantanove anni, e Sara novanta, Dio promette ai due sposi anziani una discendenza: nascerà loro un figlio che sarà chiamato Isacco, il figlio del sorriso. Dio amerà è benedirà Isacco e con lui stabilirà un’alleanza eterna. Siamo agli albori, ma il progetto di Dio si è messo in moto e troverà pienezza nell’incarnazione del Figlio di Dio.

Vangelo: Il lebbroso manifesta la sua fede in Gesù e lo sottolineano il titolo e i due verbi che accompagnano la sua implorazione: Signore, se vuoi, tu puoi purificarmi. Gesù risponde positivamente confermando la fede delle lebbroso: Lo voglio. Per evitare facili entusiasmi, Gesù intima il silenzio. Un’altra nota di rilievo è l’infrazione che Gesù compie nel toccare il lebbroso, infatti la Legge proibiva al lebbroso di avvicinarsi agli uomini e agli uomini vietava di accostarsi ai malati di lebbra, il gesto di Gesù è un gesto di carità ma anche di profonda solidarietà. Gesù compie quanto era prescritto dalla Legge rimandando il lebbroso sanato ai sacerdoti i quali dovevano accertare l’avvenuta guarigione per riammettere l’uomo nella vita pubblica e religiosa. Ai tempi di Gesù si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 8,1-4: Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».
 
Il discorso di Gesù era andato bene, tanto è vero che molta folla si pone al suo seguito. Il lebbroso forse era mescolato tra la folla anche se la Legge lo proibiva e probabilmente incoraggiato dalle parole di Gesù, con intraprendenza, si avvicina a Gesù. Sa cosa gli può capitare, potrebbe essere anche lapidato a motivo di questa sconsideratezza, ma ormai la vita in lui era al lumicino, spegnerla del tutto non era poi subire un danno tanto grave. Nella supplica del lebbroso vi sono due verbi che meritano essere messi in evidenza: se tu vuoi, come dire se il tuo cuore è incline alla carità, allora tu vuoi; e se tu vuoi puoi guarirmi, perché le tue parole rivelano che tu ami i sofferenti, i piccoli, gli ammalati, e la misericordia di Dio è così grande nel tuo cuore da operare in te come forza divina per compiere miracoli. Forse le cose non stanno così, ma sta di fatto che il lebbroso si affida alla pietà di Gesù, e alla sua onnipotenza. Da sempre la malattia, per chi crede, è la via regale che conduce l’uomo a entrare in profondità nel mistero di Dio. E Gesù, toccando il lebbroso, lo conferma nella sua “professione di fede”: io lo voglio e posso guarirti. Gesù vuole toccare il nostro cuore malato, sudicio, perché diventi linda dimora di Dio; vuole toccare la nostra mente impura perché purificata da ogni malvagità si applichi unicamente a pensieri nobili e veritieri: “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8). Ma come ci suggerisce il Vangelo il miracolo avviene sì nell’intimità di un incontro, ma deve essere confermato dai sacerdoti, solo nella Chiesa l’uomo gusta l’onnipotenza di Dio, solo nella Chiesa l’uomo incontra Dio e solo nella Chiesa viene purificato dalla lebbra del peccato
 
Pierre Grelot: Nella stessa categoria della lebbra propriamente detta (nega, parola che significa anzitutto «piaga, colpo»), la Bibbia raggruppa sotto nomi diversi parecchie affezioni cutanee particolarmente contagiose, e persino la muffa delle vesti e dei muri (Lev 13,47...; 14,33 ...).
1. La lebbra, impurità e castigo divino. - Per la legge, la lebbra è un’impurità contagiosa; perciò il lebbroso è escluso dalla comunità sino alla sua guarigione ed alla sua purificazione rituale, che esige un sacrificio per il peccato (Lev 13-14). Questa lebbra è la «piaga» per eccellenza con cui Dio colpisce (vaga) i peccatori. Israele ne è minacciato (Deut 28,27.35). Gli Egiziani ne sono colpiti (Es 9,9ss), e così pure Maria (Num 12, 10-15) ed Ozia (2 Cron 26,19-23). Essa è quindi, per principio, un segno del peccato. Tuttavia, se il servo sofferente è colpito (vaga ; Vg: leprosum) da Dio, per modo che ci si scosta da lui come da un lebbroso, si è perché, quantunque innocente, egli porta i peccati degli uomini che saranno guariti in virtù delle sue piaghe (Is 53, 3-12; cfr. Sa] 73, 14).
2. La guarigione dei lebbrosi. - Può essere naturale, ma anche avvenire per miracolo, come quella di Naaman nelle acque del Giordano (2 Re 5), segno della benevolenza divina e della potenza profetica. Gesù, quando guarisce i lebbrosi (Mt 8,1-4 par.; Lc 17,11-19), trionfa della piaga per eccellenza; ne guarisce gli uomini di cui prende su di sé le malattie (Mt 8,17). Purificando i lebbrosi e reinserendoli nella comunità, egli abolisce con un atto miracoloso la separazione tra il puro e l’impuro. Se prescrive ancora le offerte legali, lo fa a titolo di testimonianza: i sacerdoti constateranno in tal modo il suo rispetto della legge e nello stesso tempo il suo potere miracoloso.
Unita alle altre guarigioni, quella dei lebbrosi è quindi un segno che egli è proprio «Colui che deve venire» (Mt 11,5 par.). Anche i Dodici, mandati da lui in missione, ricevono l’ordine ed il potere di mostrare con questo segno che il regno di Dio è giunto (Mt 10,8).
 
Claude Wiéner: 1. La circoncisione, segno di appartenenza ad una comunità (I Lettura) - La circoncisione è praticata da numerosi popoli, generalmente in connessione con l’ingresso nella comunità degli adulti o con il matrimonio. Israele deve averla ricevuta come un’usanza remota: appare in testi di carattere arcaico, che evocano l’uso di coltelli di pietra (Es 4,24ss; Gios 5,2-9) e tuttavia non è prescritta da nessuna parte nei testi veramente antichi. La circoncisione è allora un fatto che non si discute né si giustifica. E non essere circoncisi costituisce un «disonore» (Gios 5,9; Gen 34,14).
Di fronte ad incirconcisi Israele prova sempre ripugnanza (Giud 14,3; 1 Sam 17,26.36; 1Cron 10,4; Ab 2,16; Ez 44,7ss): l’incirconciso non è un vero uomo. La circoncisione è quindi innanzitutto un fatto complesso che indica l’appartenenza ad una comunità.
2. La circoncisione, segno dell’alleanza. - Questo rito d’altronde ha necessariamente un significato religioso: si circoncide per ordine di Jahve (Gios 5,2), o per sfuggire alla sua ira (Ez 4,24). Si compie un passo decisivo quando questo rito diventa, soprattutto nella letteratura sacerdotale, il segno fisico dell’alleanza, che ogni israelita maschio deve portare nella sua carne fin dall’ottavo giorno di vita. E il sangue allora versato (cfr. Es 4,26), che recherà spesso (almeno nel giudaismo posteriore) il nome di «sangue dell’alleanza». Collegata ad Abramo, padre del popolo (Gen 17,9-14; 21,4), promulgata nella legge (Lev 12,3), essa è la condizione indispensabile per poter celebrare la Pasqua, in cui Israele si dichiara popolo eletto e salvato da Jahve (Es 12,44.48). Proibita dall’autorità pagana al tempo della persecuzione (1Mac 1,48), essa diventerà il segno stesso della opzione giudaica: gli uni cercheranno di dissimularla (1Mac 1,5), mentre gli altri la praticheranno sui loro figli con pericolo della propria vita (1Mac 1,60; 2 Mac 6,10) e l’imporranno a forza agli esitanti (1Mac 2,46).
3. La circoncisione del cuore. - Israele poteva quindi essere tentato di credere che bastasse essere circoncisi per beneficiare delle promesse dell’alleanza. Geremia, indubbiamente per primo, gli ricordò che la circoncisione fisica, praticata da molti popoli, non ha in se stessa alcun valore (Ger 9,24); ciò che conta è togliere il prepuzio dei cuori (Ger 4,4), secondo una metafora utilizzata in molti altri casi (6,10; Lev 19,23). Il Deuteronomio proclama lo stesso appello alla circoncisione del cuore, cioè all’amore esclusivo di Jahve ed alla carità fraterna (Deut 10,12-22); la tradizione sacerdotale gli fa anche essa eco (Lev 26,41; Ez 44,7s). Questa circoncisione del cuore, che Israele è incapace di procurarsi, nel giorno della salvezza sarà data da Dio: «Jahve circonciderà il tuo cuore... affinché tu ami Jahve... per vivere» (Deut 30,6). In questo stesso discorso (30, 12),Paolo scorgerà a giusto titolo l’annuncio della salvezza mediante la grazia e la fede (Rom 10,6ss).
 
Gesù ha guarito la lebbra dell’anima - Anonimo, Opera incompleta su Matteo, omelia 21: E stendendo la sua mano lo toccò. Nella Legge era stato detto che chi tocca se un lebbroso, sarebbe stato infetto fino a sera: Ma egli toccò il lebbroso non come servo ma come padrone della Legge. Infatti la Legge è sottoposta al legislatore, non il legislatore alla Legge. Che dunque? Ha abolito la Legge? No, fu abolita l’interpretazione letterale della Legge, non il suo proposito e le ha aggiunto dignità. Se la Legge avesse potuto permettere che la lebbra non infettasse chi la toccasse, non avrebbe mai ordinato agli uomini di non toccare la lebbra. Aveva dato tale ordine poiché non poteva fare in modo che la lebbra non rendesse infetto chi la toccasse. Egli che, toccando la lebbra, da essa non fu contagiato, non agì contro la Legge, ma fece più di quanto essa ordinasse: non solo non fu contaminato dalla lebbra ma la guarì. Né si può credere che venga contaminato dalla lebbra chi l’ha sanata. La Legge, infatti, vieta di toccare la lebbra non per non guarire i lebbrosi, ma per evitare che toccandola ne veniamo contagiati. Costui che dal contatto non viene infettato ma per giunta l’ha guarita ha fatto più di quanto avesse voluto la Legge. Ha toccato la lebbra, e ha abolito l’interpretazione letterale della Legge affinché fosse evitata non la lebbra del corpo ma quella dell’anima.
 
O Padre, che ci hai rinnovati
con il santo Corpo e il prezioso Sangue del tuo Figlio,
fa’ che l’assidua celebrazione dei divini misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.
 

 24 Giugno 2021

 NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA – SOLENNITÀ (MESSA DEL GIORNO)
 
Is 49,1-6; Sal 138 (139); At 13,22-26; Lc 1,57-66.80
 
Il Santo del Giorno - 24 Giugno 2021 - Dal Martirologio: Solennità della Natività di san Giovanni Battista, precursore del Signore: già nel grembo della madre, ricolma di Spirito Santo, esultò di gioia alla venuta dell’umana salvezza; la sua stessa nascita fu profezia di Cristo Signore; in lui tanta grazia rifulse, che il Signore stesso disse a suo riguardo che nessuno dei nati da donna era più grande di Giovanni Battista
 
Colletta: O Dio, che hai suscitato san Giovanni Battista per preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto, concedi alla tua Chiesa la gioia dello Spirito, e guida tutti i credenti sulla via della salvezza e della pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): Il posto che occupa Giovanni Battista nella storia della salvezza spiega l’antica origine del suo culto in tutta la Chiesa. Sia l’Oriente che l’Occidente, già nel IV secolo conoscono la festa in onore del Precursore di Cristo, e numerose basiliche e templi sono dedicati al suo nome. L’Oriente celebra la commemorazione di Giovanni Battista il 7 gennaio, collegandola con l’Epifania del Signore, che nella liturgia orientale corrisponde al Battesimo di Gesù nel Giordano. L’Occidente, già nei tempi di sant’Agostino, sceglie la data del 24 giugno facendo riferimento al giorno della nascita di Cristo: la nascita di Giovanni ebbe luogo sei mesi prima di quella di Cristo.
Il culto di Giovanni Battista si diffonde moltissimo nel V secolo; la festa è preceduta dalla veglia notturna; il giorno stesso della festa, poi come nel Natale, sono celebrate tre Messe. La festa diviene molto popolare, e il popolo ha legato con essa diversi costumi risalenti al paganesimo. In Oriente, sono comparse altre due feste in onore di san Giovanni: la memoria dell’Incarceramento e la memoria della Decollazione. Quest’ultima, attraverso la liturgia gallica entra, nel VI secolo nel calendario romano ed è celebrata il 29 agosto. È il giorno della dedicazione della chiesa di San Giovanni Battista a Sebaste di Samaria, dove i discepoli avrebbero seppellito il corpo del loro Maestro.
«Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni» (Gv 1,6). Fu santificato già nel seno della madre, poiché doveva svolgere una grande missione nella storia della salvezza. Giovanni prepara il popolo alla venuta dell’atteso Messia, battezza Gesù e lo indica come Agnello che toglie i peccati del mondo. Cristo dirà di lui che tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni Battista.
Grande per la sua missione, rimane pieno d’umiltà. Dice: «Viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali» (Lc 3,16); «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,30).
Giovanni nacque prima di Cristo, per primo cominciò ad insegnare al popolo, precederà anche Cristo nel sacrificio della vita. La Chiesa celebra il giorno della «nascita al cielo» dei suoi santi: per Giovanni fa una eccezione. La sua nascita preannuncia e prepara la nascita di Gesù.
Celebrando la nascita di Giovanni, la Chiesa porge l’orecchio alla voce di Giovanni, che chiama alla conversione e chiede la sua intercessione: affinché la Chiesa sappia sempre riconoscere colui che Giovanni preannunciava; affinché i credenti camminino lungo la via indicata da Giovanni, l’unica via che porta a Colui che il Santo additava.
 
I Lettura: Il secondo canto del ‘servo del Signore’ descrive alcuni tratti della sua missione: la sua predestinazione (vv. 1.5) e la sua missione estesa non solo a Israele che deve radunare (v. 5), ma anche alle nazioni per illuminarle (v. 6). La sua parola sarà «viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4,12; v. 2) e la sua predicazione apporterà luce e salvezza (v 6). Il canto parla anche di un suo insuccesso (vv. 4.7), della sua fiducia in Dio solo (vv. 4.5) e di un trionfo finale (v. 7). La missione di Giovanni il Battista, come quella del Servo, è accomunata dal fallimento, ma è da questo apparente insuccesso umano che nasce per gli  uomini una «cosa nuova» (Is 43,19).
 
II Lettura: Inizialmente la predicazione apostolica sarà volta a scuotere il mondo giudaico, ma i frutti saranno molto scarsi. Il testo lucano riporta uno di questi tentativi. Paolo, fariseo, cerca con un ragionamento fondato sul dato biblico, quindi assimilabile dalle menti dei Giudei, di convincere il popolo che Cristo è il Messia: annunciato da Davide, ora, «nella pienezza dei tempi» (Gal 4,4), è «apparso per togliere i peccati» (1Gv 3,5). Questa è la Buona Novella, la «parola di salvezza», che viene annunciata al popolo d’Israele depositario delle promesse divine.
 
Vangelo: La missione del Battista, come quella del Servo del Signore, avrà il sigillo della sofferenza e del fallimento. A differenza di tanti profeti, Giovanni avrà il felice compito di chiudere le porte dell’Antico Testamento per spalancare agli uomini i battenti del Nuovo. La sua alta missione sarà quella di indicare ad un «popolo che camminava nelle tenebre» (Is 9,1) «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» [Gv 1,9]: solo «Gesù è la luce vera venuta in questo mondo e che illumina di se medesimo ogni uomo. Giovanni si limitò ad additare a tutti il Sole [Lc 1,79]. Giovanni fu testimone della luce con le parole e con i fatti, con la penitenza, con la santità, con la sua fortezza eroica: “Era una lampada che arde e risplende” [Gv 5,35]» (Vincenzo Raffa).
 
Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80: Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
 
Giovanni è il suo nome - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Il dittico delle nascite, che forma il secondo parallelismo dell’infanzia di Giovanni e di Gesù, rappresenta l’adempimento degli annunzi fatti dall’angelo a Zaccaria e a Maria. Però la simmetria dei due pannelli risulta più generica rispetto al dittico degli annunzi. Mentre per la nascita di Giovanni il racconto ruota intorno all’imposizione del nome in occasione della circoncisione e alla reazione della gente, piena di stupore, nella nascita di Gesù viene dato più rilievo alle circostanze storiche, topografiche, e all’annuncio dell’angelo ai pastori. Il Benedictus di Zaccaria, con cui si conclude l’episodio, ha un riscontro nel Nunc dimittis di Simeone. Il nome Giovanni significa «JHWH è misericordia». Il tema della misericordia è un motivo ricorrente nel vangelo dell’infanzia. Anche Maria aveva celebrato la potenza e la misericordia di Dio nel Magnificat (v. 50). Questi, rendendo feconda Elisabetta, benché avanzata in età, aveva magnificato la sua misericordia con lei (v. 58). Egli manifestò le sue «viscere di misericordia», attuando le promesse di salvezza fatte ai padri, attraverso la visita dall’alto del Sole che stava per sorgere sull’orizzonte (vv. 72 e 78). La convergenza di Elisabetta con Zaccaria per la scelta del nome di Giovanni non presuppone un miracolo (v. 63). Zaccaria, benché muto, aveva potuto comunicare in antecedenza a Elisabetta il nome rivelato dall’angelo (v. 13). Lo stupore e il timore dei vicini, la grande eco provocata dall’evento costituiscono motivi ricorrenti nei racconti di miracoli in Luca. La nascita del Battista da genitori anziani e sterili provocò in tutti ammirazione per le meraviglie compiute dal Signore. - L’espressione «posero nel loro cuore» (v. 66) ricompare in riferimento a Maria come ritornello altre due volte (2,19.51).
 
No, si chiamerà Giovanni - Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): No, ma sarà chiamato Giovanni; Elisabetta, con sorpresa di tutti i presenti, vuole che al bambino sia imposto il nome di Giovanni, non già quello di Zaccaria. La decisione della madre del Battista non deriva da una particolare rivelazione o comunicazione divina, poiché il testo non contiene nessun accenno che faccia pensare ad un intervento soprannaturale; l’intervento della madre invece è dovuto alla volontà di Zaccaria che, pur colpito da mutismo, durante il periodo della maternità di Elisabetta le aveva certamente manifestato in qualche modo quello che gli era stato detto nella visione avuta nel tempio, e soprattutto le aveva indicato la volontà dell’angelo di imporre al nascituro il nome di Giovanni. I parenti ed i vicini rimangono stupiti dell’atto deciso di Elisabetta, sia perché non a lei, ma al marito spettava designare il nome del bambino, sia anche perché nella sua parentela non era in uso il nome «Giovanni».
 
Giovanni nel quadro della storia della salvezza - Giuseppe Barbaglio: Luca si preoccupa espressamente di assegnare a Giovanni un posto preciso nel vasto quadro della storia della salvezza. Nella suddivisione in grandi tappe il Battista fa parte della prima, cioè dell’AT, essendo Cristo l’inauguratore di una nuova era, quella della pienezza dei giorni: «La legge e i profeti vanno fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi» (Lc 16,16). Giovanni è collocato nella scia del profetismo veterotestamentario: l’ultimo della serie, ma sempre incluso nella serie. Con lui è l’AT che si chiude, dando avvio all’annuncio del regno di Dio proclamato da Gesù. Egli segna la continuità della storia della salvezza. Negli Atti degli apostoli la predicazione apostolica prende il suo punto di partenza proprio dal Battista: «Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni» (10,37; cf. 1,21-22; 13,24-25). La stessa continuità è sottolineata dai primi due capitoli del vangelo di Luca, che costruisce parallelamente le scene dell’infanzia di Cristo con quelle dell’infanzia del Battista: annunciazione della nascita di Giovanni (1,5-25) e annunciazione della nascita di Gesù (1,26-38), nascita e circoncisione del Battista (1,57-66) e nascita e circoncisione di Gesù (2,1-21), crescita di Giovanni (1,80) e crescita di Gesù (2,40), canto di Maria (1,46-56) e inno del padre di Giovanni (1,67-79). Mostra così che Gesù ha origine dal mondo giudaico, è il frutto dell’AT e della sua attesa impersonata dai «poveri di Dio» (= i genitori del Battista, Maria, i pastori, Simeone ed Anna). Ma ha anche lo scopo di far apparire la superiorità di Gesù sul Battista: Gesù è l’atteso dell’AT; Giovanni ha la missione di preparare la sua venuta (cf. il canto di Simeone: 2,2932 e l’inno Benedictus: 1,67-79). In questo duplice rapporto di continuità e di trascendenza del tempo neotestamentario di Cristo su quello veterotestamentario di Giovanni, Luca vede la reciproca posizione dei due nel disegno divino di salvezza attuantesi nella storia. Marco, invece, tende a introdurre la figura del Battista nella pienezza dei tempi, affermando che la sua apparizione costituisce l’«inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (cf. 1,1-4). Giovanni introduce i tempi evangelici. Su questa linea, e ancor più chiaramente, è anche Matteo con la sua espressa identificazione di Giovanni con Elia, figura escatologica e precursore del Messia. Né è senza significato che per il primo vangelo l’annuncio del Battista è ripreso, tale e quale, da Gesù (Mt 3,2; 4,17).
 
Beda (Catena Aurea): E subito gli fu restituita la parola ... : la natività di Giovanni simboleggia la grazia del Nuovo Testamento, che sta per iniziare a manifestarsi... Gli uomini della vecchia Legge vorrebbero imporre alla nuova età il nome vecchio; ma la Legge stessa con le sue Scritture e le sue tradizioni, quasi madre, e il sacerdozio, con le sue cerimonie, quasi padre, indicano che il nome nuovo è “Grazia di Dio” (questo significa Giovanni). La parola fu restituita a Zaccaria l’ottavo giorno, a simboleggiare che con la Resurrezione, che segue il riposo del settimo giorno, le arcane parole del sacerdozio antico vengono svelate.
 
O Signore, che ci hai nutriti alla cena dell’Agnello,
concedi alla tua Chiesa,
in festa per la nascita di san Giovanni Battista,
di riconoscere come autore della propria rinascita il Messia,
di cui egli annunciò la venuta nel mondo.
Per Cristo nostro Signore.
 
 23 GIUGNO 2021
 
MERCOLEDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)
 
Gn 15,1-12.17-18; Sal 104 (105); Mt 7,15-20
 
Il Santo del Giorno - 23 Giugno 2021 - San Tommaso Garnet Martire: Sacerdote gesuita, nacque a Soutwark (Londra) nel 1575, studiò in Francia e Spagna e ordinato sacerdote nel 1599, lavorò nella missione volante inglese, finché entrò nell’Ordine dei Gesuiti, accolto dal superiore Enrico Garnet, suo zio. Coinvolto nella repressione anticattolica in atto in Inghilterra, sotto il regno di Giacomo I, successore della anch’essa ostile, regina Elisabetta I, fu mandato in esilio in Belgio a Lovanio.
Nel 1607 tornò in patria, ma tradito da una spia fu imprigionato e poi condannato a morte perché si era rifiutato di giurare fedeltà al re, non riconoscendogli così la sua supremazia anche sulle coscienze dei sudditi. Il 23 giugno 1608, salito sul patibolo al Tyburn di Londra, protestò la sua innocenza al popolo, spiegò la sua gioia di morire per la fede, indicò uno per uno coloro che avevano contribuito alla sua morte, dicendo parole di perdono per ognuno. Recitò prima di essere impiccato le preghiere della fede con particolare fervore. La sua morte fu di stimolo ai cattolici e circa duecento fedeli che avevano abbracciato la Riforma anglicana ritornarono nella Chiesa Cattolica. Fu beatificato nel 1929 da papa Pio XI e poi è stato canonizzato il 21 giugno 1970 da papa Paolo VI insieme ad altri 39 sacerdoti e laici martiri dal 1535 al 1679 in Inghilterra e Galles. (Autore: Antonio Borrelli)
 
Colletta: Donaci, o Signore, di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Dai loro frutti li riconoscerete: Paolo VI (Esortazione Apostolica Quinque iam anni, 1970): Facciamo attenzione ai problemi che sorgono dalla vita degli uomini, specialmente dei giovani: «Se un figlio domanda del pane - dice Gesù - quale è fra di voi quel padre che gli darà un sasso?» (Lc 11,11). Accogliamo volentieri le istanze che vengono a turbare la nostra pacifica quiete. Siamo pazienti davanti alle indecisioni di coloro che cercano come a tentoni la luce. Sappiamo camminare fraternamente con tutti coloro che, privi di questa luce, della quale noi godiamo i benefici, nondimeno tendono, attraverso le nebbie del dubbio, verso la casa paterna. Ma se noi prendiamo parte alle loro angosce, sia per cercare di guarirle; se noi presentiamo loro Gesù Cristo, questi sia il Figlio di Dio fatto uomo per salvarci e per comunicarci la sua vita, non una figura puramente umana, per quanto meravigliosa e attraente possa essere per il nostro spirito (cfr. 2Gv 7,9). In questa fedeltà a Dio e agli uomini, ai quali siamo da lui inviati, noi sapremo prendere, certo con delicatezza e prudenza, ma con chiaroveggenza e fermezza, le indispensabili decisioni per un giusto discernimento, Ecco, senza dubbio, uno dei compiti più difficili, ma anche, oggi, dei più necessari, per l’episcopato. Infatti, nel contrasto delle opposte ideologie c’è pericolo che la più grande generosità si accompagni ad affermazioni quanto mai discutibili: «anche in mezzo a noi - come al tempo di San Paolo - sorgono uomini che insegnano delle dottrine perverse per trascinar dietro a sé dei discepoli» (At 20,30), e coloro che parlano in tal modo sono a volte persuasi di farlo in nome di Dio, illudendosi sullo spirito che li anima. Siamo noi abbastanza vigili, per ben discernere la parola di fede, sui frutti che essa produce? Potrebbe venire da Dio una parola che faccia perdere ai fedeli il senso della rinunzia evangelica, o che proclami la giustizia tralasciando di annunciare la dolcezza, la misericordia e la purezza, una parola che ponga i fratelli contro i fratelli? Gesù ci ha avvertiti: «dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7,15-20). Proprio tutto questo chiediamo ai collaboratori, che hanno con noi il compito di predicare la parola di Dio. Che la loro testimonianza sia sempre quella del Vangelo e la loro parola quella del Verbo che suscita la fede e, con essa, l’amore verso i nostri fratelli trascinando tutti i discepoli del Cristo a permeare del suo spirito la mentalità, i costumi, e la vita della città terrestre.
 
I Lettura: Quanto raccontato dal Libro della Genesi trattasi di un antico rito di alleanza dei popoli orientali. I contraenti passavano in mezzo alle vittime, significando con questo di subire la stessa morte se fossero venuti meno al patto che avevano stipulato. Nel nostro racconto è soltanto Dio a passare in mezzo “agli animali divisi”. La reciprocità la si troverà nell’alleanza del monte Sinai dove l’impegno sarà reciproco (Es 19, 2-9; 24,8.12-18).
 
Vangelo: Gli occhi ci aiutano a non andare a tentoni, i ciechi hanno bisogno di una guida o di un bastone per avanzare sicuri, così i credenti ciechi nell’anima, e senza una guida, non avanzano nel cammino della fede e corrono il rischio di accogliere ogni vento di dottrina (Ef 4,14). Gesù ha dato ai discepoli una regola infallibile per accorgersi se colui che parla viene da Dio o da altre sponde: dai frutti li riconoscerete. E così per evitare confusione o dubbi, la Scrittura offre ai credenti un elenco di frutti e di opere, certamente stringato ma abbastanza completo: sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità... (Gal 5,19ss). Certo, i falsi profeti amano il travestimento e sono molti abili nel trucco, ma, alla fine, tutto viene alla luce. Gesù è la verità e non può permettere che il discepolo resti nel buio della confusione, lui è la luce e illumina i suoi passi, è la via sicura sulla quale muovere speditamente i passi per giungere alla meta, quella della salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 7,15-20: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete».

I falsi profeti sono i maestri di menzogna che seducono il popolo di Dio, lo traviano, trascinandolo sulle vie della apostasia. Israele conosce bene la dolorosa esperienza di uomini che si presentano nella veste di profeti inviati da Dio ed invece sono «lupi che dilaniano la preda, versano il sangue, fanno perire la gente per turpi guadagni» (Ez 22,27). Gesù, a questo proposito, a pie’ sospinto, ha messo in guarda i suoi discepoli:  «Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno …  Allora, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui”, oppure: “È là”, non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti. Ecco, io ve l’ho predetto» (Mt 24,4-5.24-25). Gesù “allude ai Farisei; egli non intende toccare la loro condotta, bensì la dottrina che seguono e insegnano” (Benedetto Prete). Anche la Chiesa non sarà immune da simile flagello: «Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé.  Per questo vigilate» (At 20,29-31). E non è soltanto una profezia, ma amara esperienza: «O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso!» (Gal 3,1). La regola infallibile che Gesù suggerisce ai discepoli per smascherare i lupi travestiti da agnelli è valida per tutti i tempi, anche se sempre, ad intra o ad extra della Chiesa, sorgeranno falsi profeti i quali al loro tramonto al loro attivo avranno soltanto defezioni, lacerazioni, errori dottrinali, fazioni e scismi, purtroppo a volte insanabili. Una presenza pruriginosa, maligna, ma per i falsi profeti la condanna è in atto ormai da tempo e la loro rovina non si fa attendere: «Ci sono stati anche falsi profeti tra il popolo, come pure ci saranno in mezzo a voi falsi maestri, i quali introdurranno fazioni che portano alla rovina, rinnegando il Signore che li ha riscattati. Attirando su se stessi una rapida rovina,  molti seguiranno la loro condotta immorale e per colpa loro la via della verità sarà coperta di disprezzo. Nella loro cupidigia vi sfrutteranno con parole false; ma per loro la condanna è in atto ormai da tempo e la loro rovina non si fa attendere» (2Pt 2,1-3).
 
I falsi profeti - Ortensi Da Spinetoli (Matteo): La preoccupazione di Gesù e dell’evangelista è quella di mettere in guardia dai perturbatori della pace comunitaria, dai predicatori di novità e di facili dottrine. La chiesa apostolica, che ha condannato ripetutamente il carismaticismo o l’avventurismo spirituale, ha segnalato vari criteri per distinguere la vera dalla falsa profezia. Matteo offre un criterio più semplice: il riferimento alla vita che essi conducono. «Li conoscerete dai loro frutti », non dalle conseguenze della loro predicazione, che possono essere incidentalmente anche buone, ma dai frutti che essa produce nella loro vita. Se l’animo è retto e i princìpi sono sani questi non possono solo esprimersi in belle parole, occorre che si manifestino in opere buone. Sono esse che giudicano la natura della pianta e, quindi, fuori metafora, la rettitudine o falsità del predicatore. Il principio adibito già dal Battista per stigmatizzare la cattiva condotta dei farisei (Mt. 3, 10), verrà ripreso più tardi da Gesù per redarguire i suoi avversari (Mt. 12, 33). La condanna che l’evangelista pronuncia contro i falsi cristiani (v. 19) e i falsi profeti (v. 20) è definitiva. Il fuoco in cui vengono gettate le piante infruttuose contiene un accenno alla geenna, simbolo della perdizione eterna. Quando l’evangelista scrive, i primi falsificatori del Cristo, piovuti dal di fuori o spuntati dal seno della comunità, erano già apparsi. Il tono polemico del discorso non tradisce solo un risentimento contro gli avversari di Gesù (i farisei o i sadducei), ma fa trapelare la reazione della chiesa contro le prime insinuazioni ereticali.
 
La profezia nella Chiesa - Paul Beauchamp: «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (1Cor 13,8). Ma allora sarà la fine dei tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall’eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l’estensione che era stata predetta.
«Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11,29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3,1-4). Nel giorno della Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio. Il carisma delle profezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11,27s; 13,1; 21,l0s). Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1Tess 5,20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle lingue (1Cor 14,1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell’ordine e per il bene della comunità (14,29-32).
Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14,3), funzioni che riguardano da vicino la predicazione. L’autore profetico dell’Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2-3), come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1Cor 14,32) ed agli ordini dell’autorità (14,37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13,2-6)? Cosi è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l’età apostolica.
Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.
 
Spine e triboli - Cromazio di Aquileia (Commento al Vangelo di Matteo 35,7): Ma nel testo v’è anche una significazione allegorica: le spine stanno ad indicare i giudei, di cui si trova scritto: Attesi che producesse uva ma essa mi ha dato solo spine (Is 5, 2). Era inutile attendersi che siffatte spine generassero uva; fuori metafora: i giudei, invece di offrire frutti di giustizia, si sono dati la briga di suscitare le spine delle persecuzioni. Nei triboli vanno visti soprattutto gli eretici: con le loro interminabili discussioni non possono di certo produrre la dolcezza della fede; la fede difatti è dolce: come è per natura dolce il fico, che è chiamato a raffigurarla.
 
Questo sacrificio di espiazione e di lode
ci purifichi e ci rinnovi, o Signore,
perché i nostri pensieri e le nostre azioni
siano conformi alla tua volontà.
Per Cristo nostro Signore.
 
 

 22 GIUGNO 2021

 MARTEDÌ DELLA XII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO DISPARI)

 Gn 13,2.5-18; Sal 14(15); Mt 7,6.12-14

Il Santo del Giorno - 22 Giugno 2021 - San Gregorio I di Agrigento Vescovo: Secondo il Gaetano - che ricava la notizia dalla Passione di S. Agrippina il cui corpo venne portato in Sicilia e sostò in Agrigento dove fu onorato da S. Gregorio I - questo Santo sarebbe vissuto attorno all’anno 262. 
Della traslazione delle sue reliquie in Sicilia ci rimane un racconto pubblicato dal Gaetano nel primo volume delle sue “Vitae Sanctorum Siculorum” e poi riportato e annotato dai Bollandisti negli “Acta Sanctorum”, vol. IV del mese di giugno. Secondo questa narrazione, S. Gregorio, in Roma, avrebbe assistito e confortato S. Agrippina durante il martirio subìto sotto Valeriano e Gallieno; tornato in Agrigento, apprese che tre vergini: Bassa, sorella di S. Agrippina, Paola e Agatonica erano approdate alla spiaggia con il corpo della martire che intendevano deporre in Mineo. Egli, con l’arcidiacono e alcuni chierici, vi accorse. Un grande profumo si era sparso dovunque nella zona. Celebrati i sacri misteri e comunicate le tre vergini, profetizzò loro che avrebbero seguito la santa nel martirio, cosa che avvenne tre mesi dopo.
Il Calendario della Chiesa Agrigentina commemora S. Gregorio il 22 giugno. (Autore: Raimondo Lentini)

Colletta: Donaci, o Signore, di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo.

La penitenza esigenza della vita interiore: Costituzione «Poenitemini» (Intimo e totale cambiamento dell’uomo): La penitenza, esigenza della vita interiore confermata dalla esperienza religiosa dell’umanità e oggetto di un particolare precetto della divina rivelazione, assume in Cristo e nella Chiesa dimensioni nuove, infinitamente più vaste e profonde. Cristo, che sempre nella sua vita fece ciò che insegnò, prima di iniziare il suo ministero, passò quaranta giorni e quaranta notti nella preghiera e nel digiuno, e inaugurò la sua missione pubblica col lieto messaggio: «Il regno di Dio è vicino», cui tosto aggiunse il comando: «Ravvedetevi e credete nel Vangelo». Queste parole costituiscono in certo modo il compendio di tutta la vita cristiana. al Regno annunciato da Cristo si può accedere soltanto mediante la «metánoia», cioè attraverso quell’intimo e totale cambiamento e rinnovamento di tutto l’uomo, di tutto il suo sentire, giudicare e disporre, che si attua in lui alla luce della santità e della carità di Dio, che, nel Figlio, a noi si sono manifestate e si sono comunicate con pienezza. L’invito del Figlio alla «metánoia» diviene più indeclinabile in quanto egli non soltanto la predica, ma offre anche esempio di penitenza. Cristo infatti è il modello supremo dei penitenti: ha voluto subire la pena per i peccati non suoi, ma degli altri  

I Lettura: L’accondiscendenza di Abramo nei confronti del nipote Lot è il frutto del suo pieno abbandono alla volontà di Dio. Lot andrà verso la terra grassa, più fertile, ma la scelta dettata dalla convenienza lo condurrà vicino alla città di Sodoma preparandosi così un futuro di dolori e di sofferenze. Abramo, invece fidandosi di Dio, andrà verso la terrà che gli sarà data in eredità. Abramo ha messo la sua vita nelle mani di Dio, e ogni suo passo è guidato dalla imperscrutabile provvidenza divina.

Vangelo: Tre ammonimenti, il primo: poiché molti sono i malintenzionati bisogna essere cauti nel porgere i “misteri della fede”, infatti non tutti accolgono il Vangelo con cuore sincero; secondo ammonimento: stimare il prossimo sempre, chi ha il cuore scevro da ogni giudizio temerario è amato, e ben stimato dagli uomini; terzo ammonimento, la necessità della penitenza che è il cardine della vita cristiana. La penitenza è strettamente unita al battesimo, ed è sorgente di ogni progresso spirituale.

Dal Vangelo secondo Matteo 7,6.12-14: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Regola d’oro - Felipe F. Ramos: Il primo fra i proverbi raccolti dall’evangelista in questa breve sezione è per noi sconcertante e incomprensibile, semplicemente perché viene subito dopo che ci è stato proibito di giudicare gli altri e ci è stato comandato di applicare la misura della soavità, della comprensione e del perdono. D’altra parte, non sono stati scoperti, nella letteratura giudaica, testi o proverbi paralleli che ci aiutino a comprendere queste dure parole di Gesù. 
Gli elementi più simili conosciuti finora sono due raccomandazioni che leggiamo nel Talmud: «Non consegnate a un pagano le parole della legge»; «Non mettete le cose sante in luoghi impuri». Ma queste sentenze non ci sono di grande aiuto nel nostro caso. 
Il «santo» nel campo cultuale - così erano chiamati i sacrifici offerti nel tempio - e le perle nel campo dell’estimazione umana sono cose preziose. Queste cose preziose simboleggiano probabilmente il vangelo, l’annunzio della buona novella. I cani e i porci - animali impuri per i giudei - non sono, come è stato, detto talvolta, basandosi su Mc 7,26-27, i pagani (v. 3,9; 5,3-4; 8,11-12 e altri testi in cui il vangelo appare aperto ai pagani); sono tutti coloro che, a qualsiasi popolo appartengano, conservano, di fronte alla parola di Dio, l’atteggiamento di incomprensione che i porci hanno per le cose preziose; coloro che la rigettano, che non l’apprezzano o la disprezzano. Vi sono atteggiamenti di autosufficienza, di chiusura assoluta, di fronte ai quali l’unica posizione possibile è quella del silenzio.
Subito dopo, è ricordata la regola d’oro: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro». Nulla di originale: troviamo questa regola nel giudaismo e in altre religioni e culture. È stata però notata la differenza: nel giudaismo è formulata in una forma negativa: «Non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te». È fuori dubbio che questa differenza può essere importante: il «non fare» è sempre una cosa negativa. La differenza più importante però sta nel fatto che Gesù eleva questa regola a principio universale: così dovete trattare gli altri. È un’enunziazione diversa del precetto della carità e quindi costituisce, come un riassunto della legge e dei profeti, un sommario ben preciso della rivelazione di Dio.
In fine il testo ci propone il proverbio che parla delle due porte e delle due vie. Il Salterio si apre (Sal 1) partendo dal presupposto delle due vie: quella degli empi e quella dei giusti. È una distinzione comune fra i moralisti di quel tempo e, in generale, dell’antichità: la via stretta e difficile è quella della virtù; quella larga e comoda è la via del vizio o del piacere. Gesù adotta la stessa prospettiva, ma introduce un cambiamento unendo all’immagine della via quella della porta: una che si apre sulla vita e una sulla perdizione. Il significato della «vita» o della «perdizione» è chiaro per tutti e non ha bisogno di spiegazioni. Certo, la porta e la via stretta sono quelle che noi conosciamo col denominatore comune di rinunzia, sequela, croce, persecuzione, tentazione... col vantaggio che questa via porta alla vita. La porta e la via larga sono comode, ma conducono alla perdizione. Ognuno deve scegliere.

Non vi sia discordia tra me e te, tra i miei mandriani e i tuoi, perché noi siamo fratelli (I Lettura): In verità Lot era nipote di Abramo (Gen 11,27). La parola «fratello», “nel senso più stretto, designa le persone nate dallo stesso seno materno [Gen 4,2]. Ma in ebraico, come in molte altre lingue, si applica per estensione ai membri di una stessa famiglia [Gen 13,8; Lev 10,4; cfr. Mc 6,3], d’una stessa tribù [2Sam 19,13], di uno stesso popolo [Deut 25,3; Giud 1,3), in opposizione agli stranieri [Deut 1,16; 15,2s]; designa infine i popoli discendenti da uno stesso antenato, come Edom ed Israele [Deut 2,4; Am 1,11]. Accanto a questa fraternità fondata sulla carne, la Bibbia ne conosce un’altra, il cui legame è di ordine spirituale: fraternità per la fede [Atti 2,29], la simpatia (2 Sam 1,26), la funzione simile [2Cron 31,15; 2Re 9,2), l’alleanza stipulata [Am 1,9; 1Re 20,32; 1Mac 12,10]. Questo uso metaforico della parola fa vedere che la fraternità umana, come realtà vissuta, non si limita alla semplice consanguineità, benché questa ne costituisca il fondamento naturale. La rivelazione non parte da una riflessione sul fatto che tutti gli uomini sono naturalmente fratelli. Non che essa respinga l’ideale di fraternità universale; ma sa che è irrealizzabile, e ne ritiene la ricerca fallace, finché non è compiuta in Cristo. Del testo, infatti, proprio ad esso mira già il Vecchio Testamento attraverso comunità fraterne elementari fondate sulla stirpe, il sangue o la religione; ed infine il Nuovo Testamento incomincia a realizzarlo nella comunità della Chiesa” (A. Négrier e X. Léon-Dufour).

La porta che conduce alla vita - Basilio Caballero (La Parola per Ogni Giorno): Si tratta, quindi, della via della croce, che conduce alla porta stretta che permette il passaggio alla vita nel regno di Dio. Gesù stesso è la porta che conduce alla vita: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo» (Gv 10,9).
Di fronte al permissivismo socio-morale di oggi, la «porta stretta» di Gesù non è moralismo intransigente, ma lucida responsabilità di quanti si sforzano di essere fedeli a Dio e ai principi evangelici: solidarietà, amore e servizio al fratello, invece di egoismo, aggressività e violenza; controllo del consumismo invece di idolatria del denaro e dei beni materiali; assimilazione, infine, del programma di santità che Cristo espone nel discorso della montagna, la cui introduzione sono le beatitudini e il cui fondamento e motivazione è la santità del Dio che serviamo: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». 
L’esortazione di Dio alla santità è rivolta a tutti; vocazione comune anche se differenziata; universale, ma pluralista. Tendere alla santità cristiana non è qualcosa di facoltativo o opzionale, riservato solo ad alcuni che consacrano la loro vita a Dio e costituirebbero una classe aristocratica di cristiani di prima categoria, di fronte alla grande massa che resta in basso. No; ogni discepolo di Cristo, e ognuno secondo il suo stato, la sua situazione e il suo proprio carisma, è chiamato alla santità in qualsiasi condizione sociale e di lavoro: nel matrimonio e nella famiglia, nella vita consacrata, nel lavoro in casa e in ufficio, nell’ospedale e nell’insegnamento, nell’officina e nei campi, dietro un bancone o uno sportello.
E che fare per essere cristiani santi? Niente di spettacolare: amare, servire e glorificare Dio in tutte le circostanze della vita, e amare i fratelli come noi stessi. Grazie, Padre nostro, perché ci hai destinati a essere immagine di Gesù Cristo, tuo Figlio, il primogenito tra molti fratelli.
È anche la porta d’ingresso nella vita. 
Fa’ che capiamo, Signore, che il suo passaggio stretto non è moralismo intransigente, ma liberazione necessaria prima che sia troppo tardi e che si chiuda la porta del regno. 
Concedici, Padre, di rispondere alla tua chiamata: alla nostra vocazione cristiana di completa fedeltà. 
Che il tuo Spirito venga in aiuto alla nostra debolezza, chiedendo per noi ciò che ci conviene. Amen.

La ricerca della porta stretta - Girolamo (Commento al Vangelo di Matteo 1,7, 13): Strada larga è l’attaccamento ai beni del mondo che gli uomini agognano. Angusta è quella che si percorre a prezzo di fatica e rinunce, per la quale anche l’Apostolo è entrato (cf. 2Cor 6,5; 11,27), esortando Timoteo a entrarvi anche lui (cf. 1Tm 5,21). Osserva anche come insista sui particolari che contrassegnano ambedue le vie: sono molti quelli che s’incamminano per la via larga, mentre soltanto pochi trovano la stretta; non occorre andare in cerca della via larga, né è difficile trovarla: spontaneamente essa si offre a noi, perché è la via di coloro che sbagliano; quella stretta, invece, non tutti la trovano, coloro che la trovano non sempre vi entrano immediatamente: molti, infatti, pur avendo trovata la via della verità, si voltano indietro a mezza strada, presi dalle seduzioni del mondo.

O Padre, che ci hai rinnovati
con il santo Corpo e il prezioso Sangue del tuo Figlio,
fa’ che l’assidua celebrazione dei divini misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.