27 Marzo 2021
SABATO DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA
Ez 37,21-28; Cant. Ger 31,10-12b.13; Gv 11,45-56
Il Santo del giorno: 27 Marzo 2021 - Sant’Aimone di Halberstadt, Vescovo: Entrò giovanissimo nel monastero benedettino di Fulda; fu compagno di Rabano Mauro, con il quale ascoltò le lezioni di Alcuino (802) nel celebre monastero di S. Martino di Tours. Ritornò a Fulda (804), dove risiedette e insegnò fino all’839 ca., quando fu trasferito ad Hersfeld. Nell’840 ad opera dell’imperatore Ludovico il Germanico fu nominato vescovo di Halberstadt e come tale partecipò ai sinodi di Magonza degli anni 847 e 852. Rabano Mauro gli dedicò l’opera De universo; anche Aimone scrisse parecchio, ma non tutte le opere a lui attribuite e raccolte in tre volumi nel Migne sono autentiche. Aimone morì il 27 marzo 853. Nei martirologi benedettini è talvolta chiamato «beato» o «santo», ma non consta che abbia mai avuto un culto ufficiale e riconosciuto dalla Chiesa. (Autore: Alfonso M. Zimmermann)
Colletta: O Dio, che hai fatto di tutti i rinati in Cristo la stirpe eletta e il sacerdozio regale, donaci il desiderio e la forza di compiere ciò che comandi, perché il tuo popolo, chiamato alla vita eterna, sia concorde nella fede e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
La risurrezione di Lazzaro: alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto credettero in lui: Lumen fidei 30: La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Giovanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr. Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visione. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, «alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui» (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: «Se crederai, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: « Chi crede in me […] crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascolto, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr. Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confessione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (cfr. Gv 1,14). La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la “vita luminosa” di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli Apostoli - fede che vede! - davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre.
I Lettura Il perdono di Dio aprirà la via del ritorno e Israele riposerà per sempre entro le mura della città santa. A regnare sul popolo eletto sarà un solo re. Israele rigetterà gli idoli, e metterà in pratica le norme e le leggi di Dio. L’alleanza che Dio stipulerà con il suo popolo sarà eterna preconizzando in questo modo il sacrificio del Cristo nel cui sangue Dio sigillerà eternamente la sua alleanza con tutti gli uomini. L’incarnazione del Figlio di Dio compirà perfettamente l’ultima promessa: In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
Salmo: I re, che amano fregiarsi del titolo di pastore, anziché preoccuparsi del popolo e della legge del Signore, hanno curato i loro interessi disperdendo le pecore d’Israele. Per questa malvagità, saranno rimossi e il popolo sarà radunato dalla dispersione: le pecore, tornate ai loro pascoli, «saranno feconde e si moltiplicheranno» (Ger 23,3). Al posto dei pastori empi, Dio donerà ad Israele pastori secondo il suo cuore. Sarà Gesù, il buon Pastore, che con la sua morte radunerà i figli di Dio che erano dispersi.
Vangelo L’odio ha accecato la mente e il cuore dei farisei. Non si arrendono nemmeno dinanzi a un morto risuscitato. I capi dei sacerdoti e i farisei dalla loro albagia riescono a cavare soltanto progetti di morte. Caifa, come l’asina di Baalam, profetizza: Gesù deve morire, ma non sa che il suo sangue versato sul Calvario dall’alto di una Croce laverà il peccato del mondo intero. Caifa, strumento cieco dello Spirito Santo fa questa bella profezia, e ignaro si fa strumento lodevole a che si realizzi il progetto di salvezza del Signore Dio.
Dal Vangelo secondo Giovanni 11,45-56: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
Molti credettero in lui - Papa Francesco (Angelus, 8 settembre 2013): Seguire Gesù non significa partecipare a un corteo trionfale! Significa condividere il suo amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per ogni uomo e per tutti gli uomini. L’opera di Gesù è proprio un’opera di misericordia, di perdono, di amore! È tanto misericordioso Gesù! E questo perdono universale, questa misericordia, passa attraverso la croce. Gesù non vuole compiere questa opera da solo: vuole coinvolgere anche noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Dopo la risurrezione dirà ai suoi discepoli: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi … A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21.22). Il discepolo di Gesù rinuncia a tutti i beni perché ha trovato in Lui il Bene più grande, nel quale ogni altro bene riceve il suo pieno valore e significato: i legami familiari, le altre relazioni, il lavoro, i beni culturali ed economici e così via … Il cristiano si distacca da tutto e ritrova tutto nella logica del Vangelo, la logica dell’amore e del servizio.
... ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò: Felipe. F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): È interessante la nota dell’evangelista a questo riguardo. Caifa parlò in questo modo non a titolo personale, ma con la piena autorità che il titolo gli conferiva. Disse più di quanto sapeva. Esattamente come gli altri membri del Consiglio, egli desiderava eliminare Gesù, perché il popolo eletto sopravvivesse come entità nazionale; ma, ancora una volta, il calcolo umano crollò, forse per un eccesso di previsione. Infatti. il risultato della morte di Cristo fu l’apparizione della Chiesa come vero popolo eletto di Dio, eh recluta i suoi membri non solo fra i giudei, ma da tutta la razza umana, da tutti i popoli per i quali muore Gesù, vale a dire da tutte le parti della terra da tutti gli uomini. Fra le funzioni che esercitava il sommo sacerdote, una delle più imporranti era quella d’entrare, una volta ogni anno, nel Santo dei Santi per offrire a Dio il sangue delle vittime in espiazione per i peccati propri e per quelli di tutto il popolo. Nella profezia incosciente di Caifa vi è un riferimento a questa funzione sacerdotale, dato che Gesù offre la sua vita non per se stesso, ma per tutti gli uomini, per ottenere l’unità dei figli di Dio che erano dispersi (v. 52). Dopo l’intervento di Caifa, il Consiglio cercava l’opportunità di dare esecuzione pratica alla sua profezia.
Il sacrificio fonte di vita: Paolo VI (Omelia, 8 aprile 1973): Amore, è parola ambigua. C’è l’amore per sé, che si chiama egoismo. C’è l’amore per gli altri, che si chiama sacrificio, Ed è questo che il Signore ci indica col suo esempio come fonte di vita. Il Figlio di Dio venuto al mondo dà la sua vita in maniera così generosa, così pietosa, drammatica, tragica. Muore per noi tra gli spasimi del suo supplizio ignominioso sulla Croce. Muore per salvarci. Il sacrificio del Signore ci dice che dobbiamo concepire la nostra vita come un dovere. Ciascuno di noi è messo al mondo per fare qualcosa - non solo per sé, ma per gli altri - per amore, per un amore gratuito, disinteressato e generoso, costasse perfino la propria esistenza. Dobbiamo imitare Cristo che muore per noi. Dobbiamo essere anche noi come il grano di frumento che dà se stesso per trovare in se stesso le virtù superiori, la fecondità, la ricchezza che il Signore ha destinato ad ogni umana esistenza. È una parola difficile, ma ben la possono capire la mamma di famiglia che dà la sua vita per i suoi bambini e per la sua casa, oppure l’operaio che lavora e suda per guadagnarsi il pane per la sua casa, oppure l’uomo pubblico che lavora, pensa e dispone per il bene altrui. Ciascuno di noi è chiamato a dare la sua vita per gli altri e non a chiudersi in se stesso accontentandosi della sua salvezza e della sua felicità. Dobbiamo procurare la felicità e il benessere degli altri anche a costo del dono di noi stessi. Il Signore ci insegna la grande legge del vero amore, la legge del morire per vivere.
Tauler (Predica per il venerdì prima delle Palme): Ed altrettanto vero è che, in senso interiore, un uomo deve sempre morire, rinunciando a se stesso, al proprio spirito di possesso ... e immergersi invece nella profonda, incommensurabile Misericordia divina, con una volontà umile e sottomessa a Dio ... Altrimenti verranno i romani e s’impossesseranno della città [Gv 11,48]. Cosa simboleggia la grande Roma se non l’orgoglio interiore, il sommo di tutti i vizi? Esso s’impadronisce della nazione che Cristo dovrebbe possedere e uccide tutto il popolo, cioè le facoltà, superiori e inferiori, che sono al servizio dell’anima ... Nostro Signore Gesù Cristo ci ha mostrato l’esempio immolandosi per tutti: dobbiamo così imparare che anche per noi è meglio soffrire e piegarci dinanzi a Dio ... perché ad ogni morte interiore segue eterna Vita.
Abbi pietà, o Padre, della tua Chiesa in preghiera:
guarda con amore i fedeli che volgono a te i loro cuori,
e non permettere che siano schiavi del peccato,
né oppressi dalle avversità
quanti hai redento con la morte del tuo Figlio unigenito.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.