27 Marzo 2021
 
SABATO DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Ez 37,21-28; Cant. Ger 31,10-12b.13; Gv 11,45-56
 
Il Santo del giorno: 27 Marzo 2021 - Sant’Aimone di Halberstadt, Vescovo: Entrò giovanissimo nel monastero benedettino di Fulda; fu compagno di Rabano Mauro, con il quale ascoltò le lezioni di Alcuino (802) nel celebre monastero di S. Martino di Tours. Ritornò a Fulda (804), dove risiedette e insegnò fino all’839 ca., quando fu trasferito ad Hersfeld. Nell’840 ad opera dell’imperatore Ludovico il Germanico fu nominato vescovo di Halberstadt e come tale partecipò ai sinodi di Magonza degli anni 847 e 852. Rabano Mauro gli dedicò l’opera De universo; anche Aimone scrisse parecchio, ma non tutte le opere a lui attribuite e raccolte in tre volumi nel Migne sono autentiche. Aimone morì il 27 marzo 853. Nei martirologi benedettini è talvolta chiamato «beato» o «santo», ma non consta che abbia mai avuto un culto ufficiale e riconosciuto dalla Chiesa. (Autore: Alfonso M. Zimmermann)
 
Colletta: O Dio, che hai fatto di tutti i rinati in Cristo la stirpe eletta e il sacerdozio regale, donaci il desiderio e la forza di compiere ciò che comandi, perché il tuo popolo, chiamato alla vita eterna, sia concorde nella fede e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La risurrezione di Lazzaro: alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto credettero in lui: Lumen fidei 30: La connessione tra il vedere e l’ascoltare, come organi di conoscenza della fede, appare con la massima chiarezza nel Vangelo di Giovanni. Per il quarto Vangelo, credere è ascoltare e, allo stesso tempo, vedere. L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore (cfr. Gv 10,3-5); un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, «sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1,37). D’altra parte, la fede è collegata anche alla visione. A volte, la visione dei segni di Gesù precede la fede, come con i giudei che, dopo la risurrezione di Lazzaro, «alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui» (Gv 11,45). Altre volte, è la fede che porta a una visione più profonda: «Se crederai, vedrai la gloria di Dio» (Gv 11,40). Alla fine, credere e vedere s’intrecciano: « Chi crede in me […] crede in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,44-45). Grazie a quest’unione con l’ascolto, il vedere diventa sequela di Cristo, e la fede appare come un cammino dello sguardo, in cui gli occhi si abituano a vedere in profondità. E così, il mattino di Pasqua, si passa da Giovanni che, ancora nel buio, davanti al sepolcro vuoto, “vide e credette” (Gv 20,8); a Maria Maddalena che, ormai, vede Gesù (cfr. Gv 20,14) e vuole trattenerlo, ma è invitata a contemplarlo nel suo cammino verso il Padre; fino alla piena confessione della stessa Maddalena davanti ai discepoli: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18). Come si arriva a questa sintesi tra l’udire e il vedere? Diventa possibile a partire dalla persona concreta di Gesù, che si vede e si ascolta. Egli è la Parola fatta carne, di cui abbiamo contemplato la gloria (cfr. Gv 1,14). La luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre. Infatti, la verità che la fede coglie è, nel quarto Vangelo, la manifestazione del Padre nel Figlio, nella sua carne e nelle sue opere terrene, verità che si può definire come la “vita luminosa” di Gesù. Ciò significa che la conoscenza della fede non ci invita a guardare una verità puramente interiore. La verità che la fede ci dischiude è una verità centrata sull’incontro con Cristo, sulla contemplazione della sua vita, sulla percezione della sua presenza. In questo senso, san Tommaso d’Aquino parla dell’oculata fides degli Apostoli - fede che vede! - davanti alla visione corporea del Risorto. Hanno visto Gesù risorto con i loro occhi e hanno creduto, hanno, cioè, potuto penetrare nella profondità di quello che vedevano per confessare il Figlio di Dio, seduto alla destra del Padre.
 
I Lettura Il perdono di Dio aprirà la via del ritorno e Israele riposerà per sempre entro le mura della città santa. A regnare sul popolo eletto sarà un solo re. Israele rigetterà gli idoli, e metterà in pratica le norme e le leggi di Dio. L’alleanza che Dio stipulerà con il suo popolo sarà eterna preconizzando in questo modo il sacrificio del Cristo nel cui sangue Dio sigillerà eternamente la sua alleanza con tutti gli uomini. L’incarnazione del Figlio di Dio compirà perfettamente l’ultima promessa: In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.
 
Salmo: I re, che amano fregiarsi del titolo di pastore, anziché preoccuparsi del popolo e della legge del Signore, hanno curato i loro interessi disperdendo le pecore d’Israele. Per questa malvagità, saranno rimossi e il popolo sarà radunato dalla dispersione: le pecore, tornate ai loro pascoli, «saranno feconde e si moltiplicheranno» (Ger 23,3). Al posto dei pastori empi, Dio donerà ad Israele pastori secondo il suo cuore. Sarà Gesù, il buon Pastore, che con la sua morte radunerà i figli di Dio che erano dispersi.
 
Vangelo L’odio ha accecato la mente e il cuore dei farisei. Non si arrendono nemmeno dinanzi a un morto risuscitato. I capi dei sacerdoti e i farisei dalla loro albagia riescono a cavare soltanto progetti di morte. Caifa, come l’asina di Baalam, profetizza: Gesù deve morire, ma non sa che il suo sangue versato sul Calvario dall’alto di una Croce laverà il peccato del mondo intero. Caifa, strumento cieco dello Spirito Santo fa questa bella profezia, e ignaro si fa strumento lodevole a che si realizzi il progetto di salvezza del Signore Dio.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 11,45-56: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.  Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».  Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.  Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.  Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».
 
Molti credettero in lui - Papa Francesco (Angelus, 8 settembre 2013): Seguire Gesù non significa partecipare a un corteo trionfale! Significa condividere il suo amore misericordioso, entrare nella sua grande opera di misericordia per ogni uomo e per tutti gli uomini. L’opera di Gesù è proprio un’opera di misericordia, di perdono, di amore! È tanto misericordioso Gesù! E questo perdono universale, questa misericordia, passa attraverso la croce. Gesù non vuole compiere questa opera da solo: vuole coinvolgere anche noi nella missione che il Padre gli ha affidato. Dopo la risurrezione dirà ai suoi discepoli: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi … A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,21.22). Il discepolo di Gesù rinuncia a tutti i beni perché ha trovato in Lui il Bene più grande, nel quale ogni altro bene riceve il suo pieno valore e significato: i legami familiari, le altre relazioni, il lavoro, i beni culturali ed economici e così via … Il cristiano si distacca da tutto e ritrova tutto nella logica del Vangelo, la logica dell’amore e del servizio.
 
... ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò: Felipe. F. Ramos (Commento della Bibbia Liturgica): È interessante la nota dell’evangelista a questo riguardo. Caifa parlò in questo modo non a titolo personale, ma con la piena autorità che il titolo gli conferiva. Disse più di quanto sapeva. Esattamente come gli altri membri del Consiglio, egli desiderava eliminare Gesù, perché il popolo eletto sopravvivesse come entità nazionale; ma, ancora una volta, il calcolo umano crollò, forse per un eccesso di previsione. Infatti. il risultato della morte di Cristo fu l’apparizione della Chiesa come vero popolo eletto di Dio, eh recluta i suoi membri non solo fra i giudei, ma da tutta la razza umana, da tutti i popoli per i quali muore Gesù, vale a dire da tutte le parti della terra da tutti gli uomini. Fra le funzioni che esercitava il sommo sacerdote, una delle più imporranti era quella d’entrare, una volta ogni anno, nel Santo dei Santi per offrire a Dio il sangue delle vittime in espiazione per i peccati propri e per quelli di tutto il popolo. Nella profezia incosciente di Caifa vi è un riferimento a questa funzione sacerdotale, dato che Gesù offre la sua vita non per se stesso, ma per tutti gli uomini, per ottenere l’unità dei figli di Dio che erano dispersi (v. 52). Dopo l’intervento di Caifa, il Consiglio cercava l’opportunità di dare esecuzione pratica alla sua profezia.
 
Il sacrificio fonte di vita: Paolo VI (Omelia, 8 aprile 1973): Amore, è parola ambigua. C’è l’amore per sé, che si chiama egoismo. C’è l’amore per gli altri, che si chiama sacrificio, Ed è questo che il Signore ci indica col suo esempio come fonte di vita. Il Figlio di Dio venuto al mondo dà la sua vita in maniera così generosa, così pietosa, drammatica, tragica. Muore per noi tra gli spasimi del suo supplizio ignominioso sulla Croce. Muore per salvarci. Il sacrificio del Signore ci dice che dobbiamo concepire la nostra vita come un dovere. Ciascuno di noi è messo al mondo per fare qualcosa - non solo per sé, ma per gli altri - per amore, per un amore gratuito, disinteressato e generoso, costasse perfino la propria esistenza. Dobbiamo imitare Cristo che muore per noi. Dobbiamo essere anche noi come il grano di frumento che dà se stesso per trovare in se stesso le virtù superiori, la fecondità, la ricchezza che il Signore ha destinato ad ogni umana esistenza. È una parola difficile, ma ben la possono capire la mamma di famiglia che dà la sua vita per i suoi bambini e per la sua casa, oppure l’operaio che lavora e suda per guadagnarsi il pane per la sua casa, oppure l’uomo pubblico che lavora, pensa e dispone per il bene altrui. Ciascuno di noi è chiamato a dare la sua vita per gli altri e non a chiudersi in se stesso accontentandosi della sua salvezza e della sua felicità. Dobbiamo procurare la felicità e il benessere degli altri anche a costo del dono di noi stessi. Il Signore ci insegna la grande legge del vero amore, la legge del morire per vivere.
 
Tauler (Predica per il venerdì prima delle Palme): Ed altrettanto vero è che, in senso interiore, un uomo deve sempre morire, rinunciando a se stesso, al proprio spirito di possesso ... e immergersi invece nella profonda, incommensurabile Misericordia divina, con una volontà umile e sottomessa a Dio ... Altrimenti verranno i romani e s’impossesseranno della città [Gv 11,48]. Cosa simboleggia la grande Roma se non l’orgoglio interiore, il sommo di tutti i vizi? Esso s’impadronisce della nazione che Cristo dovrebbe possedere e uccide tutto il popolo, cioè le facoltà, superiori e inferiori, che sono al servizio dell’anima ... Nostro Signore Gesù Cristo ci ha mostrato l’esempio immolandosi per tutti: dobbiamo così imparare che anche per noi è meglio soffrire e piegarci dinanzi a Dio ... perché ad ogni morte interiore segue eterna Vita.
 
Abbi pietà, o Padre, della tua Chiesa in preghiera:
guarda con amore i fedeli che volgono a te i loro cuori,
e non permettere che siano schiavi del peccato,
né oppressi dalle avversità
quanti hai redento con la morte del tuo Figlio unigenito.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

 

 26 Marzo 2021
 
VENERDÌ DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Ger 20,10-13; Sal 17 (18); Gv 10,31-42
 
Il Santo del giorno: 26 Marzo 2021 - Ludgero di Münster. Sacerdote monaco e abate, evangelizzatore della Renania - Di fronte al rifiuto e alla violenza la risposta del Vangelo è un’amorevole dedizione, la stessa vissuta da migliaia di antichi e nuovi evangelizzatori come san Ludgero, primo vescovo di Münster. Era nato verso il 745 in Frisia e si formò alla scuola di Gregorio di Utrecht e di Alcuino di York. Venne ordinato prete a Colonia nel 777 ma dovette fuggire a Montecassino a causa della rivolta delle popolazioni pagane della Frisia, che venne sedata nel 384. Carlo Magno andò quindi da Ludgero e lo incaricò di riprendere la missione in patria. Il religioso accettò quindi di prendere il posto dell’abate Bernardo in Sassonia e nel 795 vi eresse il monastero attorno al quale sorse l’attuale città di Münster. Solo nell’804 Ludgero accettò di essere consacrato vescovo della nuova diocesi. Morì nell’809 ed è sepolto nel monastero di Werden da lui fondato. (Matteo Liut)
 
Colletta: O Dio, che in questo tempo concedi alla tua Chiesa di imitare la beata Vergine Maria nella contemplazione della passione di Cristo, donaci, per sua intercessione, di conformarci sempre più al tuo Figlio unigenito e di giungere alla pienezza della sua grazia. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Il Signore è al mio fianco: Giovanni Paolo II (Omelia, 2 Settembre 1984): Il profeta ha risposto pienamente alla chiamata di Dio, che pure lo faceva segno di contraddizione, si e lasciato “afferrare” da Dio, a cui ha aderito con tutte le proprie forze. Altrettanto chiede a noi Gesù Cristo, Figlio del Padre: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita, la troverà... Che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” (Mt 16,24ss). Dobbiamo seguire Cristo con la forza dell’amore. Dobbiamo dare amore per amore. Perché egli per primo ha amato noi: si è incamminato per amor nostro sulla via della croce, prevedendone in anticipo tutti i dolorosi particolari, e opponendosi risolutamente alle interpretazioni riduttive e ai consigli di umana prudenza che perfino Pietro aveva cercato di dare. Chi più di Pietro è stato privilegiato da Cristo? Eppure egli lo chiama addirittura “satana”, quando cerca di sviare il Maestro dalla via regale della croce. Ecco quanto ci ha amato Gesù Cristo: a prezzo del suo stesso sangue, nell’obbedienza offerta al Padre senza chiedere nulla per sé. Anche a ciascuno Gesù chiede la totalità del dono di noi stessi: ci chiede di seguirlo sulla nostra “via crucis” quotidiana, di non rifiutargli quelle conquiste, compiute talora anche a prezzo di eroismi nascosti, che egli esige da chi gli vuole rimanere fedele, sempre e a tutti i costi; ci chiede di portare la croce della nostra vita quotidiana, senza indietreggiare, aggrappandoci a lui per non cadere per sfiducia o stanchezza, tanto meno senza tradire mai, nella prospettiva del giudizio finale: “Poiché è il Figlio dell’uomo ... verrà nella gloria del Padre suo... e renderà a ciascuno secondo le sue azioni (Mt 16,27). E, come è stato detto, saremo giudicati sull’amore.
 
I Lettura Geremia lamenta di essere stato «violentato» da Dio e «costretto» ad annunciare una Parola scomoda. Il profeta medita di abbandonare il campo d’azione, anzi di cancellare Dio dalla sua memoria. Ma nelle traversie scopre la presenza del Signore che sconvolge le congiure degli empi e libera il povero dalle mani dei malfattori. Tutto questo lo apre alla fiducia e gli infonde nuovo coraggio per andare avanti nella missione. Povero, ‘anaw (Ger 22,16), assume qui un significato religioso: colui che è provato in mezzo agli uomini e ripone la sua fiducia in Dio. I «poveri di Jahve» (Sof 2,3) rappresenteranno la posterità spirituale di Geremia.
 
Vangelo I Giudei tentano di lapidare Gesù non tanto per le opere da lui compiute, ma dalla sua pretesa di far credere alla sua unità con il Padre e di essere il Figlio di Dio: “Io e il Padre siamo una cosa sola … Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio” (Gv 10,30.33). Gesù dice di essere il Figlio di Dio e le sue opere lo dimostrano: se compio le opere del Padre, “anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre”. Proprio attorno a questo titolo di «Figlio di Dio» si giocherà la sorte di Gesù (cfr. Gv 19,7).
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,31-42: In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio - e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.  Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.
 
I Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù - Peter Weimar: La lapidazione: pena di morte in uso in Israele, comminata soprattutto in caso di bestemmia (Lv 24,14ss: Lc 20,6), idolatria (Dt 17,2-5), profanazione del sabato (Nm 15,35s) e adulterio (Dt 22,20s; Gv 7,53-8,11). La lapidazione avveniva fuori dalla città (1Re 21,10). Vi partecipava tutta la comunità del popolo e i testimoni gettavano la prima pietra (Dt 17,7; Gv 8,7). La lapidazione è anche il destino dei profeti (cf. 2Cr 24,20-22; Mt 23,37) e del messaggero neotestamentario di Dio: i giudei tentarono di lapidare Gesù: Stefano venne lapidato (At 7,58ss).
 
Allora cercarono nuovamente di catturarlo: Cristo non promette ai suoi amici una vita comoda, «di prestigio, di benessere; ma vuole l’abnegazione, la rinuncia, il sacrificio. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). E per i suoi preannunzia persecuzione. […]. Prima di Cristo l’essere perseguitati per la fede era ritenuto un malanno, quasi un segno di disapprovazione da parte di Dio, Cristo ne fa un privilegio» (AA. VV., Riflessione sul Cristo). Senza mezzi termini, i discepoli del Crocifisso sono invitati ad annunciare la Parola con franchezza, mettendo nel bilancio il carcere, la persecuzione, la tortura e anche la morte. Praticamente, il discepolo deve mettere «in conto la possibilità di una morte violenta a causa della sua  appartenenza a Gesù. Ancor oggi in tante parti del mondo, la Chiesa rende la sua testimonianza al vangelo, versando il sangue di tanti suoi figli. Cambiano le forme di persecuzione, le violenze, i contrasti, le pressioni sociali, ma rimangono evidenti la contrapposizione e la chiusura ai valori evangelici» (Giuseppe D’Anna). Nella vita della Chiesa la persecuzione non è un fatto casuale ma è scontata in partenza, preannunziata dal Signore Gesù, quasi una nota ecclesiale: «Il martirio rende il discepolo simile al suo maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conforma a lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio viene stimato dalla chiesa come dono esimio e prova suprema di carità. Se il martirio viene concesso a pochi, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce, nelle persecuzioni che non mancano mai alla chiesa» (LG 42). Alla luce di questo insegnamento allora si comprendono le parole del santo Curato d’Ars: «Le persone del mondo si affliggono quando hanno le croci, i cristiani veri si affliggono soltanto quando non ne hanno». I santi nel loro magistero non hanno mai esagerato, anzi ...
 
Molti credettero in lui: Paolo VI (Omelia, 13 Febbraio 1974): Le opinioni erano diverse. Segno che la rivelazione che Gesù faceva di se stesso lasciava, sì, trasparire qualche cosa di straordinario, ma non senza ricoprirlo di un velo umano non sempre e non a tutti trasparente. Perfino Maria e Giuseppe «restavano meravigliati delle cose che si dicevano del bambino» Gesù (Lc 2,33); e non tutto comprendevano di quel misterioso fanciullo (Lc 2,50). I suoi stessi concittadini, di Nazareth, lo circondano di stupore e di diffidenza, non riuscendo a rendersi esattamente conto di chi Egli fosse (cfr. Mc 6,2-4). Gesù, si direbbe, ama l’incognito. Tutto il Vangelo di Giovanni è pieno di questo assillante problema circa l’identità essenziale della personalità del Maestro («Si tu es Christus, die nobis palam») (cfr. Gv 10,24); ed intorno a tale problema si stringe il dramma della sua passione, nel duplice processo, religioso e civile, che porta il primo alla sua confessione di Messia, Figlio di Dio, il secondo alla sua ammissione di Re dei Giudei. Poi l’inconcepibile epilogo della sua risurrezione, che supera la comprensibilità stessa dei testimoni immediati, fino a meritare il rimprovero dello stesso Risorto: «O stolti e tardi di cuore a credere ciò ch’era pur preannunciato dai Profeti!» (Lc 24,25). Gesù è mistero. Non lo avremo mai esplorato abbastanza, non mai compreso del tutto. La conoscenza di Lui ha dovuto finalmente risolversi nella fede, cioè in una conoscenza superrazionale; certissima, ma fondata su testimonianze che eccedono in parte un nostro sperimentale controllo; le quali testimonianze hanno però in se stesse la forza di convinzione, perché in fondo sono divine, e esigono da noi quella dilatante maniera di conoscere, con la mente e col cuore, senza tutto capire, perché troppo v’è da capire, che appunto chiamiamo fede.
 
Io Sono: Giovanni Paolo II (Udienza generale, 8 marzo 1989): La Risurrezione costituisce prima di tutto la conferma di tutto ciò che Cristo stesso aveva “fatto e insegnato”. Era il sigillo divino posto sulle sue parole e sulla sua vita. Egli stesso aveva indicato ai discepoli e agli avversari questo segno definitivo della sua verità. L’angelo del sepolcro lo ricordò alle donne la mattina del “primo giorno dopo il sabato”: “É risorto come aveva detto” (Mt 28,6). Se questa sua parola e promessa si è rivelata come verità, dunque anche tutte le altre sue parole e promesse possiedono la potenza della verità che non passa, come egli stesso aveva proclamato: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35; Mc 13,31; Lc 21,33). Una prova più autorevole, più forte, più decisiva della Risurrezione da morte, nessuno avrebbe potuto immaginarla e pretenderla. Tutte le verità, anche le più impervie alla mente umana, trovano invece la loro giustificazione, anche al foro della ragione, se Cristo risorto ha dato la prova definitiva, da lui promessa, della sua autorità divina. Così la verità della sua stessa divinità è confermata dalla Risurrezione. Gesù aveva detto: “Quando avrete innalzato (sulla Croce) il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8,28). Coloro che ascoltarono queste parole volevano lapidare Gesù, poiché “Io Sono” era per gli Ebrei l’equivalente del nome ineffabile di Dio. Difatti, chiedendo a Pilato la sua condanna a morte, presentarono come principale accusa quella di essersi “fatto figlio di Dio” (Gv 19,7). Per questa stessa ragione lo avevano condannato nel sinedrio come reo di bestemmia dopo che alla richiesta del sommo sacerdote aveva dichiarato di essere il Cristo, il Figlio di Dio (Mt 26,63-65; Mc 14,62; Lc 22,70): ossia non solo il Messia terreno com’era concepito e atteso dalla tradizione giudaica, ma il Messia-Signore annunciato dal Salmo 110 [109] (cfr. Mt 22,41ss.), il personaggio misterioso intravisto da Daniele (Dn 7,13-14). Questa era la grande bestemmia, l’imputazione per la condanna a morte: l’essersi proclamato Figlio di Dio! E ora la sua Risurrezione confermava la veridicità della sua identità divina, e legittimava l’attribuzione fatta a se stesso, prima della Pasqua, del “nome” di Dio: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,58). Per i Giudei questa era una pretesa passibile di lapidazione (cfr. Lv 24,16), e infatti essi “raccolsero pietre per scagliarle contro di lui, ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,59). Ma se allora non avevano potuto lapidarlo, in seguito riuscirono a farlo “innalzare” sulla Croce: la Risurrezione del Crocifisso dimostrava però che egli veramente era Io Sono, il Figlio di Dio.
 
Tommaso d’Aquino (In Jo. Ev. exp., X): Voi siete Dèi: si deve notare che il termine “Dio” può avere tre diversi significati. Talora infatti indica la stessa natura Divina, e in tal senso può essere usato solo al singolare ... talora il termine è di sola denominazione, e in questo significato si dicono Dèi gli idoli ... in altri casi invece qualcuno viene chiamato Dio per una certa partecipazione alla Divinità, partecipazione cioè a una virtù più elevata infusa da Dio ... Ed è in questo senso che il termine viene qui usato: Voi siete Dèi, cioè partecipi di una virtù Divina superiore a quella umana.
 
Concedi, Dio onnipotente,
ai tuoi fedeli, che invocano la grazia della tua protezione,
di essere liberati da ogni male e di servirti con animo fiducioso.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 

 25 Marzo 2021

Annunciazione del Signore

 Is 7,10-14; 8,10c; Sal 39 (40); Eb 10,4-10; Lc 1,26-38

Il Santo del giorno: 25 Marzo 2021 - La Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi): L’inconcepibile mistero dell’Incarnazione: il Verbo Eterno riceve il corpo umano nel seno di Maria, il Redentore è vero Dio e vero uomo. Si compie il meraviglioso scambio: il Figlio di Dio assume la natura umana, affinché l’uomo possa partecipare alla natura di Dio stesso.
La Chiesa vede nell’Incarnazione del Figlio di Dio l’inizio della propria esistenza. Al centro di questo mistero sta Maria: Ella accoglie con fede le parole dell’angelo, concepirà dallo Spirito Santo e porterà nel suo grembo Colui che adempirà le promesse date ad Israele e sarà la salvezza delle nazioni. Ricordiamo il mistero dell’Incarnazione nel periodo della preparazione alla celebrazione del mistero pasquale del Redentore. Eccomi per fare la Tua volontà: le parole pronunciate da Cristo nel momento dell’Incarnazione si adempiranno sul Calvario. Il mistero dell’Incarnazione è inseparabilmente legato al mistero della Pasqua, con la morte e la risurrezione del Signore.
«Avvenga di me secondo la tua parola»: le parole di Maria di Nazareth la porteranno fino alla Croce di Gesù. Celebrare la solennità dell’Annunciazione significa credere alla parola di Dio, partecipare alla vita portataci da Cristo, sottomettersi all’azione dello Spirito in noi, dire sempre «sì» a Dio.
Ogni giorno, recitando l’«Angelus» ci poniamo di fronte all’avvenimento unico nella storia del mondo, di fronte all’Incarnazione del Figlio di Dio. Tre brevi frasi prese dal Vangelo raccontano ciò che era avvenuto a Nazareth: l’Annunciazione dell’angelo, la disponibilità di Maria piena d’obbedienza e la discesa del Verbo. La preghiera finale esprime l’unione interna tra l’Incarnazione, la Morte e Risurrezione di Cristo.
 
Colletta: O Padre, tu hai voluto che il tuo Verbo si facesse carne nel grembo della Vergine Maria: concedi a noi, che professiamo la fede nel nostro redentore, vero Dio e vero uomo, di essere partecipi della sua natura divina. Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Maria nell’annunciazione - Lumen Gentium 56: Il Padre delle misericordie ha voluto che l’accettazione da parte della predestinata madre precedesse l’incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l’uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura. Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall’angelo dell’annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale «piena di grazia» (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde «Ecco l’ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l’animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant’Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano». Per cui non pochi antichi Padri nella loro predicazione volentieri affermano con Ireneo che «il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione coll’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede» e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi e affermano spesso: «la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria».
 
Vangelo: Dio irrompe nella storia dell’uomo per redimerlo e liberarlo dalla schiavitù della morte e del peccato: il sì di Maria è la condizione necessaria e ultima perché Dio riveli al mondo il suo progetto universale di salvezza.
 
Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38:  In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.
 
Rallègrati, piena di grazia - Il testo lucano è pieno di sorprese. Innanzi tutto, contrariamente alle attese popolari, la realizzazione del progetto salvifico, svelato nelle parole dell’angelo, non parte da Gerusalemme, ma da un paese sconosciuto, Nazaret, situato in una regione posta in periferia e semipagana (Cf. Mt 4,15). Ma la sorpresa più grande è che la realizzazione del progetto salvifico prevede come condizione necessaria il sì di una donna.
Il nome della donna è Maria. Il saluto che l’angelo Gabriele le rivolge esce dall’ambito di un comune saluto: «Rallègrati, piena di grazia». In egual modo, i profeti invitavano la «vergine figlia di Sion» (Is 37,22) a rallegrarsi a motivo della prossima venuta del Signore Dio in mezzo al suo popolo: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! [...]. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te» (Sof 3,13; Cf. Is 49,13; Gl 2,21). Un singolare accostamento: Maria è la nuova Figlia di Sion, nel cui seno, come nel Tempio, verrà a dimorare Dio stesso (Cf. v. 33: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra»). Dio «prende veramente possesso del grembo di Maria, che diviene la sua dimora vivente, quale figlia di Sion, cioè rappresentante del nuovo popolo eletto» (A. Poppi).
E ancora, a Maria, l’angelo Gabriele promette l’assistenza di Dio, la sua vicinanza, la sua forza, la sua consolazione: «Il Signore è con te». Tutto il favore di Dio è riversato su di lei, lei è la piena di grazia: Dio l’ha colmata di grazia, ella è «la “graziata”, la “gratificata” per eccellenza. L’appellativo che sta per il nome proprio fa pensare che la “grazia” fa come parte del suo essere, la possiede per sempre, fin dalla nascita» (Ortensio Da Spinetoli).
L’annunzio turba Maria in quanto decisa a rimanere vergine: «Come avverrà questo, poiché io non conosco uomo?». Come fa notare Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù), la «più comune interpretazione tra gli esegeti cattolici è la seguente. Maria obietterebbe: “Come posso diventare madre dal momento che ho l’intenzione o il proposito di non conoscere uomo?”, cioè qualsiasi uomo, vale a dire di restare vergine. Maria cioè obietterebbe il suo proposito di castità perfetta». Tali esegeti fondano la loro tesi sul presente greco, io non conosco uomo, usato da Maria e che indica azione continua.
René Laurentin, che segue questa interpretazione, porta questa esemplificazione: «Portiamo un esempio moderno per illustrare questi due termini astratti: se qualcuno, a cui si offre una sigaretta, risponde: “non fumo”, si capisce che questo significa “io non fumo mai” e non “io non sono nell’atto di fumare”». Il proposito di restare vergine per quei tempi era qualcosa di inusitato, in quanto la verginità era equiparata alla sterilità (Cf. Gen 30,23; Gdc 11,37; 2Sam 13,20); una condizione sfavorevole, a volte intesa come castigo di Dio, che poneva la donna agli ultimi gradini della società civile. Una donna senza figli era una donna in balia di tutti soprattutto se alla sterilità si assommava la disgrazia della vedovanza. Ma da molte testimonianze storiche si evince che nell’antichità la verginità era anche praticata: per esempio, gli Esseni di Qumran si astenevano dall’uso matrimoniale, vivendo praticamente come celibi, per conservare la purità legale, in vista dell’avvento del Regno di Dio.
Maria è pronta a fare la volontà di Dio, ma non sa come conciliare la verginità con la maternità: praticamente, come una vergine può essere madre senza conoscere uomo?
Se «Dio le ha ispirato di rimanere vergine, Dio le domanda oggi di diventare madre: Dio non si contraddice. Ma bisognava forse che, accettando un tempo di restare vergine, essa rinunciasse ad essere madre per poterlo diventare oggi. Come fu necessario che Abramo, perché potesse effettivamente diventare il padre di una posterità numerosa come le stelle del cielo e l’arena del mare, rinunciasse, accettando di immolarlo, all’unico figlio, sul quale riposavano le promesse divine... Ma tale è la legge stessa dell’ordine soprannaturale: che la vita nasca dalla morte, che solo salvi la sua vita colui che accetta di perderla, in altri termini, che l’uomo non possieda mai se non ciò che ha donato» (S. Lyonnet). Maria, comunque, decide di fidarsi di Dio; infatti, la risposta dell’angelo dissipa ogni dubbio, «nulla è impossibile a Dio».
Lo Spirito Santo ti coprirà con la sua ombra: una promessa dalla quale si evince che ora, ante tempus, in Maria si realizza una parola del Cristo: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che [...] dimora presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17).
Maria sarà adombrata dallo Spirito Santo. In Esodo 40,35 il verbo adombrare indica la nube che fa ombra sopra il Tabernacolo e simboleggia la gloria di Dio che riempie la Dimora. Su Maria scenderà lo Spirito Santo e questo non significa che lo Spirito Santo sarà il padre biologico del bambino, ma la nascita di quest’ultimo sarà il risultato di un’azione miracolosa della potenza divina. Al dire di P. Benoit, l’angelo «insinua chiaramente che lo Spirito Santo svolgerà il ruolo di principio creatore e produrrà la vita nel seno di Maria. Ciò che lo Spirito, questo soffio creatore, fa sin dalle origini del mondo, lo farà nel seno di Maria producendo una concezione verginale». Questa azione divina è allo stesso tempo una chiara attestazione della divinità del Bambino: «Colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio».
Ed ecco, Elisabetta..., Maria crede per fede, non per il segno che le viene dato. La sua fede è fondata sulla certezza che Dio è fedele alle sue promesse e che la parola di Dio, in ordine alla salvezza, è «viva ed efficace» (Eb 4,12).
Con un atto di obbedienza e di fede da parte di Abramo era iniziata la storia della salvezza (Cf. Gen 12,1ss), ora è arrivata al suo pieno compimento nell’umiltà, nell’obbedienza e nella fede di una Vergine: «avvenga per me secondo la tua parola».
 
Redemptoris Mater 15: Quando nell’annunciazione sente parlare del Figlio, di cui deve diventare genitrice, ed al quale «darà il nome Gesù» (= Salvatore), Maria viene anche a conoscere che a lui «il Signore darà il trono di Davide suo padre» e che «regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). In questo senso si volgeva la speranza di tutto Israele. Il Messia promesso deve essere «grande», e anche il messaggero celeste annuncia che «sarà grande» - grande sia per il nome di Figlio dell’Altissimo sia per l’assunzione dell’eredità di Davide. Deve dunque essere re, deve regnare «sulla casa di Giacobbe». Maria è cresciuta in mezzo a queste attese del suo popolo: poteva intuire, al momento dell’annunciazione, quale essenziale significato avessero le parole dell’angelo? E come occorre intendere quel «regno», che «non avrà fine»? Benché mediante la fede ella si sia sentita in quell’istante madre del «Messia-re», tuttavia ha risposto: «Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Sin dal primo momento Maria ha professato soprattutto l’«obbedienza della fede», abbandonandosi a quel significato che dava alle parole dell’annunciazione colui dal quale provenivano: Dio stesso. 

Ave, piena di grazia - Origene (In Luc., 6, 7): Poiché l’angelo salutò Maria con una formula nuova che non son riuscito a trovare in nessun altro passo delle Scritture sento di dover dire qualcosa a riguardo. Non ricordo dove si possa leggere altrove nelle Scritture la frase pronunciata dall’angelo: Ave, piena di grazia, che in greco si traduce Kecharitoméne. Mai tali parole, «Ave, piena di grazia», furono rivolte ad essere umano; tale saluto doveva essere riservato soltanto a Maria. Se infatti Maria avesse saputo che una formula di tal genere fosse stata indirizzata a qualcuno - ella possedeva infatti la conoscenza della legge, era santa, e conosceva bene, per le sue quotidiane meditazioni, gli oracoli dei profeti - non si sarebbe certo spaventata per quel saluto che le apparve così insolito. Sicché l’angelo le dice: Non temere, Maria, perché tu hai trovato grazia dinanzi al Signore. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli darai il nome di Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo.

O Padre, che ci hai accolti alla tua mensa,
conferma in noi il dono della vera fede,
perché, riconoscendo nel Figlio della Vergine
il tuo Verbo fatto uomo,
per la potenza della sua risurrezione
possiamo giungere alla gioia eterna.
Per Cristo nostro Signore. 
 

24 Marzo 2021
 
Mercoledì V Settimana di Quaresima
 
 Dn 3,14-20.46-50.91-92.95; Salmo Dn 3,52-56; Gv 8,31-42
 
Il Santo del giorno: 24 Marzo 2021 - Santa Caterina di Svezia: L’etimologia del nome «Caterina» attinge al greco «donna pura». Tale fu Catarina Ulfsdotter, meglio conosciuta come Caterina di Svezia, secondogenita degli otto figli di santa Brigida, la grande mistica svedese che ha segnato profondamente la storia, la vita e la letteratura del Paese scandinavo. Nata nel 1331, in giovanissima età Caterina sposò Edgarvon Kyren, nobile di discendenza ma soprattutto d’animo: questi non solo acconsentì al desiderio della ragazza di osservare il voto di continenza, ma si legò addirittura allo stesso voto. A 19 anni Caterina raggiunse la madre a Roma, dove partecipò alla sua intensa vita religiosa e ai suoi pellegrinaggi. Alla morte di Brigida, Caterina ne riportò in patria la salma e, nel 1375, entrò nel monastero di Vadstena. Nel 1380 venne eletta badessa; morì il 24 marzo 1381. (Avvenire)  
 
Colletta: Dio misericordioso, che susciti nei tuoi figli la volontà di servirti, illumina i nostri cuori purificati dalla penitenza e nella tua bontà ascolta le nostre invocazioni. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Chiunque commette il peccato è schiavo del peccato: Gaudium et spes 13: Costituito da Dio in uno stato di giustizia, l’uomo però, tentato dal Maligno, fin dagli inizi della storia abusò della libertà, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di lui. Pur avendo conosciuto Dio, gli uomini « non gli hanno reso l’onore dovuto... ma si è ottenebrato il loro cuore insipiente »... e preferirono servire la creatura piuttosto che il Creatore. Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l’uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo fine ultimo, e al tempo stesso tutta l’armonia, sia in rapporto a se stesso, sia in rapporto agli altri uomini e a tutta la creazione. Così l’uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Anzi l’uomo si trova incapace di superare efficacemente da sé medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato. Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori «il principe di questo mondo» (Gv 12,31), che lo teneva schiavo del peccato . Il peccato è, del resto, una diminuzione per l’uomo stesso, in quanto gli impedisce di conseguire la propria pienezza. Nella luce di questa Rivelazione trovano insieme la loro ragione ultima sia la sublime vocazione, sia la profonda miseria, di cui gli uomini fanno l’esperienza.
 
I Lettura: Dio salva, col suo miracoloso intervento, Sadrac, Mesac e Abdènego dal fuoco della fornace ardente, e il miracolo spinge il re Nabucodònosor a lodare e a benedire “il Dio di Sadrac, Mesac e Abdènego, il quale ha mandato il suo angelo e ha liberato i servi che hanno confidato in lui”. Questa “professione di fede” proclamata da un re pagano è il cuore del racconto: solo Iahvè è il vero Dio, e sono lui può salvare chi in lui confida.
 
Salmo: “Dal trono venne una voce che diceva: «Lodate il nostro Dio, voi tutti, suoi servi, voi che lo temete, piccoli e grandi!»” (Ap 19,5).
 
Vangelo: Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno: si contrappongono due filiazioni, la stirpe di Abramo,  e quindi viene da Dio, e quella che rimanda a Satana. I Giudei sono convinti di appartenere alla discendenza di Abramo e di essere liberi, ma Gesù, pur convenendo che sono discendenti di Abramo, dimostra loro che di fatto sono figli del diavolo perché hanno l’odio e la menzogna nel cuore. Quindi non liberi, ma schiavi, perché chi commette il peccato è schiavo del peccato. Sono schiavi del peccato perché omicidio e menzogna sono l’espressione della presenza demoniaca insediata nei loro cuori. Il dibattito serrato di Gesù con i Giudei che gli avevano creduto si avvia verso una conclusione drammatica. Egli ha denunciato la falsa fede che costoro ostentavano: più che figli di Abramo, essi sono discendenti di Satana, omicida fin da principio e menzognero e padre della menzogna. Invece di resipiscenza queste parole suscitano rabbia, livore, odio, infatti, di lì a poco cercheranno di lapidare Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 8,31-42: In quel tempo, Gesù disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora, lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenti di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro». Gli risposero: «Il padre nostro è Abramo». Disse loro Gesù: «Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Ora invece voi cercate di uccidere me, un uomo che vi ha detto la verità udita da Dio. Questo, Abramo non l’ha fatto. Voi fate le opere del padre vostro». Gli risposero allora: «Noi non siamo nati da prostituzione; abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre, mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me stesso, ma lui mi ha mandato».
 
Caritas in veritate 9: L’amore nella verità - caritas in veritate - è una grande sfida per la Chiesa in un mondo in progressiva e pervasiva globalizzazione. Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante. La condivisione dei beni e delle risorse, da cui proviene l’autentico sviluppo, non è assicurata dal solo progresso tecnico e da mere relazioni di convenienza, ma dal potenziale di amore che vince il male con il bene (cfr. Rm 12,21) e apre alla reciprocità delle coscienze e delle libertà. La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire e non pretende «minimamente d’intromettersi nella politica degli Stati». Ha però una missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori - talora nemmeno i significati - con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà (cfr. Gv 8,32) e della possibilità di uno sviluppo umano integrale. Per questo la Chiesa la ricerca, l’annunzia instancabilmente e la riconosce ovunque essa si palesi. Questa missione di verità è per la Chiesa irrinunciabile. La sua dottrina sociale è momento singolare di questo annuncio: essa è servizio alla verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l’accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli.  
 
La vera libertà fiorisce quando ci allontaniamo dal giogo del peccato: Benedetto XVI (Omelia, 20 Aprile 2008): “Autorità”… “obbedienza”. Ad essere franchi, queste non sono parole facili da pronunciare oggi. Parole come queste rappresentano una “pietra d’inciampo” per molti nostri contemporanei, specie in una società che giustamente dà grande valore alla libertà personale. Eppure, alla luce della nostra fede in Gesù Cristo – “la vita, la verità e la vita” – arriviamo a vedere il senso più pieno, il valore e addirittura la bellezza, di tali parole. Il Vangelo ci insegna che la vera libertà, la libertà dei figli di Dio, può essere trovata soltanto nella perdita di sé che è parte del mistero dell’amore. Solo perdendo noi stessi, il Signore ci dice, ritroviamo veramente noi stessi (cfr. Lc 17,33). La vera libertà fiorisce quando ci allontaniamo dal giogo del peccato, che annebbia le nostre percezioni e indebolisce la nostra determinazione, e vede la fonte della nostra felicità definitiva in lui, che è amore infinito, libertà infinita, vita senza fine. “Nella sua volontà vi è la nostra pace”. La vera libertà perciò è un dono gratuito di Dio, il frutto della conversione alla sua verità, quella verità che ci rende liberi (cfr. Gv 8,32). E tale libertà nella verità porta nella sua scia un nuovo e liberante modo di guardare la realtà. Quando ci poniamo nel “pensiero di Cristo” (cfr. Fil 2,5), ci si aprono nuovi orizzonti! Alla luce della fede, dentro la comunione della Chiesa, troviamo anche l’ispirazione e la forza per diventare lievito del Vangelo in questo mondo. Diveniamo luce del mondo, sale della terra (cfr. Mt 5,13-14), a cui è affidato l’“apostolato” di conformare le nostre vite ed il mondo in cui viviamo sempre più pienamente al piano salvifico di Dio.
 
La libertà è presupposta in Gn 2-3 come possibilità fondamentale dell’uomo ed è un dono conferitogli da Dio; essa trova la sua concreta manifestazione nella storia del popolo di Israele: liberazione dalla schiavitù d’Egitto (Es 3,7-22; 5,1s; 6,6; Dt 7,8), ritorno dall’esilio (2Cron 36,17-21) guerre di liberazione dei  Maccabei (1Mc 2,19-22; 14,29); la 1ibertà è messa in pericolo dalla ricerca della sicurezza materiale (Es 16,3) e dalla trasgressione del patto (2Re 21,12-15). Nel Nuovo Testamento non si trova nessuna idea sulla 1ibertà politica; la libertà è vista piuttosto come responsabilità di fronte al messaggio di Cristo (in qualche modo Mt 25,34-46; 2Cor 5,10); la libertà è legata al riconoscimento della verità (Gv 8,32), mentre il rifiuto della verità conduce alla schiavitù; la libertà significa: vivere secondo lo Spirito del Signore (2Cor 3,17), essere liberi dalla legge veterotestamentaria. (Rm 6,14; 7,6; Gal 2,4); il superamento della dominazione della carne (Rm 8,5-9), la signoria dello Spirito (Rm 8,13), la liberazione dall’ansietà proveniente dal mondo (Col 2,20) e dagli elementi del mondo (Gal 4,3.9), la presa di distanza di fronte al mondo (1Cor 7,29-32). Il cristiano è chiamato alla libertà (Gal 5,13) intesa come servizio (Col 3,12ss; 1Cor 8,9; 9,19); essa però non deve essere degradata da un velo per coprire la malizia (1Pt 2,16). Anche se la libertà è minacciata dal peccato, tuttavia il cristiano è chiamato alla gloria della libertà dei figli di Dio (Rm 8,19-22). (Fonte: Piccolo Dizionario Biblico, Edizioni Paoline).
 
Alberto Magno (In ev. Jo. exp., VIII): Se voi rimarrete nella mia Parola: con perseveranza, cioè meditandola per mezzo dello studio; con profondità di pensiero, cioè comprendendo il mistero dello Spirito Santo; con obbedienza, cioè compiendola per mezzo delle opere.
 
Ascolta le suppliche del tuo popolo, Dio onnipotente,
e a quanti concedi di sperare nella tua clemenza
dona con bontà il frutto
della tua incessante misericordia.
Per Cristo nostro Signore.

 

 23 Marzo 2021
 
Martedì V Settimana di Quaresima
 
 Nm 21,4-9; Salmo 101 (102); Gv 8,21-30
 

Il Santo del giorno: 23 Marzo 2021 - San Turibibio de Mogrovejo, Vescovo: Turibio nacque da nobile famiglia a Maiorca (Spagna), nel 1538. Studiò Diritto nelle università di Coimbra e Salamanca. Aveva 40 anni ed era Presidente del Tribunale di Granada quando, su indicazione del Re Filippo II, il Papa Gregorio XIII lo nominò Arcivescovo di Lima. Precipitosamente, quasi da un giorno all’altro, fu innalzato un semplice laico alla dignità di vescovo della Santa Chiesa. Sono così le vie della Provvidenza, quando ella decide di realizzare un’opera.  Si verificò col giurista Turibio lo stesso che, poco più di mille anni prima, si era verificato con lo statista Sant’Ambrogio: in quattro domeniche consecutive, Turibio ricevette gli ordini minori; poche settimane dopo fu ordinato presbitero e, infine, consacrato vescovo. A Lima ebbe l’inestimabile soddisfazione di convertire migliaia di indigeni e di cresimare tre santi: San Martino di Porres, San Francesco Solano e Santa Rosa di Lima. La morte lo colse nel corso della sua ultima visita pastorale, in una povera cappella a quasi 500 chilometri da Lima. Sentendo approssimarsi l’ora estrema, recitò il Salmo 122: “Quale gioia, quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!”. Spirò dolcemente alle 15,30 del 23 marzo 1606, un Giovedì Santo.
 
Colletta: Il tuo aiuto, Dio onnipotente, ci renda perseveranti nel tuo servizio, perché anche nel nostro tempo la tua Chiesa si accresca di nuovi membri e si rinnovi sempre nello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Conoscerete, troverete la risposta...: Giovanni Paolo II (Omelia, 30 marzo 1982): Cristo dice: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete...”: conoscerete, troverete la risposta a questo interrogativo che ora ponete a me, non fidandovi delle parole che vi dico. “L’innalzare” mediante la Croce costituisce in un certo qual senso la chiave per conoscere tutta la verità, che Cristo proclamava. La Croce è la soglia, attraverso la quale sarà concesso all’uomo di avvicinarsi a questa realtà che Cristo rivela. Rivelare vuol dire “rendere noto”, “rendere presente”. Cristo rivela il Padre. Mediante lui il Padre diventa presente nel mondo umano. “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8,28). Cristo si richiama al Padre come all’ultima fonte della verità che annunzia: “Colui che mi ha mandato è veritiero, ed io dico al mondo le cose che ho udito da lui” (Gv 8,26). Ed infine: “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite” (Gv 8,29). In queste parole si svela davanti a noi quella illimitata solitudine, che Cristo deve sperimentare sulla Croce, nella sua “elevazione”. Questa solitudine inizierà durante la preghiera nel Getsemani – la quale deve essere stata una vera agonia spirituale – e si compirà nella crocifissione. Allora Cristo griderà: “Elì, Elì, lemà sabactàni”, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Ora, invece, come se anticipasse quelle ore di tremenda solitudine, Cristo dice: “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo...”. Come se volesse dire, in primo luogo: anche in questo supremo abbandono non sarò solo! adempirò allora ciò che “Gli è gradito”, ciò che è la Volontà del Padre! e non sarò solo! - E, inoltre: il Padre non mi lascerà in mano alla morte, poiché nella Croce c’è l’inizio della risurrezione. Proprio per questo, “la crocifissione” diventerà in definitiva la “elevazione”: “Allora saprete che Io sono”. Allora, pure, conoscerete che “io dico al mondo le cose che ho udito da lui”.
 
I Lettura Ancora tanta stanchezza e tanta delusione che fanno germogliare mormorazione e sfiducia. Ancora un castigo terribile, ma Dio è pietoso e lento all’ira, così cede alla preghiera di Mosè, e ancora una volta nel salvare il suo popolo Dio si mostra padre misericordioso. L’episodio “deve essere in relazione con le miniere di rame dell’Araba, dove il metallo era già sfruttato nel XIII sec. a.C. A Meneijeh (oggi Timna) si sono rinvenuti parecchi piccoli serpenti di rame che forse erano utilizzati, come quello di Mosè, per proteggersi contro i serpenti velenosi. Questa regione mineraria dell’Araba si trova sulla via da Kades ad Aqaba” (Bibbia di Gerusalemme).
 
Vangelo Voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo, con queste parole Gesù svela la sua identità che trascende l’orizzonte terreno perché le sue origini sono oltre il tempo e lo spazio. Ma i Giudei non hanno occhi per vedere al di là del velo della carne del Cristo, perché non hanno fede. Gesù così indica loro un percorso che inevitabilmente dovrà giungere alla sommità del Calvario: Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono. Inchiodato sulla Croce, svelerà a tutti la sua divinità e solo questa grande rivelazione sarà capace di suscitare la fede nel cuore degli uomini. Chi non accetterà questa testimonianza, chi non saprà cogliere il mistero della sua Persona morirà nei suoi peccati; è la morte eterna che porta con sé l’eterna separazione da Colui che è la risurrezione e la vita (Gv 11,25): Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni 8,21-30: In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: "Dove vado io, voi non potete venire"?». E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati». Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo». Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.
 
Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo - Il tema dell’esaltazione del Figlio dell’uomo compare in tre passi del Vangelo di Giovanni (cfr. 3,14; 8,28; 12,22-24), e costituiscono l’equivalente giovanneo della triplice predizione della passione del Cristo registrata nei vangeli sinottici (cfr. Mt 16,21; 17,22ss; 20,18ss, e par. in Marco e Luca). Nel IV Vangelo, il verbo innalzare designa l’innalzamento fisico di Gesù sulla croce, e per mezzo di questa stessa croce, l’elevazione o glorificazione di Gesù. Un evento contemplato da san Giovanni come una intronizzazione regale: «la croce è il trono regale di Gesù. Questa elevazione-esaltazione dell’uomo Gesù sulla croce rappresenta la condizione necessaria per il riconoscimento della sua divinità [Gv 8,28]; da quel trono regale infatti Gesù attirerà tutti a sé [Gv 12,32]» (Salvatore Alberto Panimolle). Il richiamo al serpente di bronzo che ci suggerisce la liturgia (cfr. I Lettura) è opportuno per far intendere che ora, nella pienezza del tempo (cfr. Gal 4,4), per ottenere la salvezza bisogna guardare a colui che hanno trafitto (cfr. Zac 12,10; Gv 19,37). Uno sguardo che significa credere nel Figlio unigenito, accogliere la sua Persona e questo vuole dire che la salvezza come la condanna dipendono in definitiva da questa risposta o rifiuto nei confronti del Cristo. Chi non crede è già stato condannato: in un certo senso, si è condannato da sé: «Io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno» (Gv 12,48). Quindi, solo nel Crocifisso v’è la salvezza. È quanto Pietro, pieno di Spirito Santo, con franchezza annunzierà ai capi del popolo d’Israele e agli anziani, irritati per il fatto che l’Apostolo, con Giovanni, insegnava al popolo e annunziava in Gesù la risurrezione dai morti: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12).
 
Alleanza Cattolica: Gesù realizza la “Pasqua” in pienezza. Pasqua vuol dire “passaggio”: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Questo “passaggio” non era soltanto molto difficile, era impossibile per delle forze solo umane. Il peccato aveva scavato un abisso tra l’uomo e il Cielo, un abisso invalicabile. Che cos’è il peccato nella sua intima essenza?
Separazione dell’uomo da Dio. Questa separazione è colma di ingiustizia, di malvagità e di sofferenza. Riflettendo sulle sofferenze di Gesù durante la passione potremmo considerare che forse ci sono state sofferenze umane più crudeli e spaventose. Sappiamo come l’intelligenza dell’uomo nella storia si è piegata a cercare e trovare modi raffinati di moltiplicare le sofferenze dei nemici, o comunque di altri uomini relegati al ruolo di scarto dell’umanità. Una storia delle torture ci farebbe entrare in un abisso di malvagità senza fine. Ma la sofferenza di Gesù si situa ad un livello radicalmente diverso, assolutamente irraggiungibile ed inarrivabile. «Dove vado io, voi non potete venire». Gesù ha portato su di sé il peccato del mondo. Non dobbiamo vedere qui un problema solo quantitativo (già di per sé tremendo: tutta la massa dei peccati del mondo, quelli del passato del presente e del futuro), ma dobbiamo avere il coraggio di affrontare il problema dal punto di vista qualitativo. Che cos’è il peccato?
Certamente dobbiamo ammettere di trovarci davanti ad un mistero… Separazione da Dio. Per comprenderlo dovremmo sapere, capire, chi è Dio. «Il peccato, commesso nei confronti di Dio – dice san Tommaso d’Aquino – ha in sé una certa quale infinità [habet quamdam infinitatem] che le viene dall’infinità della persona di Dio che vi è offesa». Il peccato non è solo un errore, uno sbaglio, ma la rottura di un rapporto personale. È un tradimento. Nella Scrittura viene descritto come un adulterio. È il rifiuto di un rapporto di amore. È rifiuto di un rapporto di amore non bilaterale, ma da parte di Dio infinito nei confronti di una creatura. Amore pronto al perdono, amore “misericordioso”, cioè che viene da un Cuore che si piega sulla miseria. Rifiuto della Misericordia infinita di Dio. Il mistero di Gesù sta tutto nella sua soggettività personale, che si identifica con quella di Dio. Gesù è “Io sono” (vv. 24 e 28). Richiesto della sua identità, risponde in modo enigmatico (ma come potrebbe altrimenti?): «τὴν ἀρχὴν ὅ τι καὶ λαλῶ ὑμῖν», io sono «colui che vi parla fin dal principio». Fin dal principio del tempo, fin dal principio nell’eternità, fin dall’intimo più intimo del tuo cuore, perché io sono la Parola stessa di Dio.
Gesù ci ama fino al punto di affrontare, per Amore, questo viaggio attraverso la cattiveria. “Là dove io vado voi non potete venire”. Vado a vincere e distruggere la cattiveria con la forza dell’Amore. Ma allora non siamo tutti salvi? Non è detto, perché l’Amore deve essere accolto amando e non si può amare per costrizione. La Pasqua è una chiamata precisa per ciascuno di noi: lasciati amare dall’Amore, corrispondi all’Amore, ama l’Amore!

Io vado…: “«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto» [Gv 3,14)]. Ecco che cosa leggiamo nel libro dei Numeri: «Il Signore mandò fra il popolo dei serpenti velenosi», perché il popolo aveva mormorato contro il Signore. E il Signore disse a Mosè: «Fabbrica un serpente di bronzo e mettilo come un segno: chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà, resterà in vita» [Nm 21,6-8]. Il serpente di bronzo è figura di Cristo, Dio e uomo: il bronzo che, nonostante il passare del tempo, non si consuma, simboleggia la sua divinità, e il serpente la sua umanità, la quale fu innalzata sul legno della croce, come segno della nostra salvezza. Alziamo dunque i nostri occhi e guardiamo all’autore della nostra salvezza, Gesù Cristo [cfr. Eb 12,2]” (Sant’Antonio di Padova, La Passione di Cristo, Paragrafo 7).

 
O Dio, lento all’ira e grande nella misericordia
verso coloro che sperano in te,
concedi ai tuoi fedeli di piangere i mali commessi,
per ottenere la grazia della tua consolazione.
Per Cristo nostro Signore.