26 FEBBRAIO 2021
 
 VENERDÌ DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Ez 18,21-28; Sal 129 (130); Mt 5,20-26
 
Il Santo del Giorno - Santa Paola di S. Giuseppe di Calasanzio (Paola Montal y Fornes) Fondatrice delle Figlie di Maria: Il suo motto era «Piedad y letras». Il nome da religiosa di questa santa spagnola fu Paola di san Giuseppe Calasanzio. L’incontro con il carisma degli Scolopi, nel 1837, diede infatti una svolta alla sua attività di educatrice, che già aveva fondato due scuole: a Figueras (Gerona) e ad Arenys de Mar (Barcellona), dove era nata nel 1799. A Sabadell (Barcellona) questi istituti confluirono nelle Scuole Pie. Nel 1847 fece la professione religiosa come Figlia di Maria Scolopia insieme a tre compagne. Con la nuova congregazione fondò molte opere. L’ultima a Olesa di Montserrat, dove morì nel 1889. (Avvenire)
 
Colletta: Concedi, Signore, alla tua Chiesa di prepararsi interiormente alla celebrazione della Pasqua, perché il comune impegno nella mortificazione corporale porti a tutti noi un vero rinnovamento dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Se il giusto si allontana…: Giovanni Paolo (Udienza Generale, 20 luglio 1983): “Siamo ... opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo” (Ef 2,10). La nostra Redenzione in Cristo [...] ci abilita a compiere, nella pienezza dell’amore, quelle opere buone “che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo”. La bontà del nostro agire è il frutto della Redenzione. San Paolo perciò insegna che, in forza del fatto di essere stati redenti, noi siamo diventati “servi della giustizia” (Rm 6,18). Essere “servi della giustizia” è la nostra vera libertà. In che cosa consiste la bontà dell’agire umano? Se noi facciamo attenzione alla nostra esperienza quotidiana, vediamo che, fra le varie attività in cui si esprime la nostra persona, alcune accadono in noi ma non sono pienamente nostre, mentre altre, non solo accadono in noi, ma sono pienamente nostre. Sono quelle attività che nascono dalla nostra libertà: atti di cui ciascuno di noi è autore in senso vero e proprio. Sono, in una parola, gli atti liberi. Quando l’apostolo ci insegna che siamo opera di Dio, “creati in Cristo Gesù per le opere buone”, queste opere buone sono gli atti che la persona umana, con l’aiuto di Dio, compie liberamente: la bontà è una qualità del nostro agire libero. Di quell’agire, cioè, di cui la persona è principio e causa; di cui, dunque, è responsabile. Mediante il suo agire libero, la persona umana esprime se stessa e, nello stesso tempo, realizza se stessa. La fede della Chiesa, fondata sulla divina Rivelazione, ci insegna che ciascuno di noi sarà giudicato secondo le sue opere. Si noti: è la nostra persona che sarà giudicata in base alle sue opere. Da ciò si comprende che nelle nostre opere è la persona che si esprime, si realizza e, per così dire, si plasma. Ciascuno è responsabile non solo delle sue azioni libere, ma mediante tali azioni, diviene responsabile di se stesso.
 
I Lettura Il Signore, per bocca del profeta Ezechiele, ci ricorda che ognuno conserva la responsabilità personale dei suoi atti. Ezechiele non nega il principio della solidarietà, ma semplicemente lo esplicita. Il Signore aveva detto: “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30,15), il profeta Ezechiele lo specifica meglio: ognuno deve mettersi responsabilmente davanti a Dio. Quel che si vuole dire è chi compie il bene perseveri nel bene; chi compie il male si converta: questa è la condizione per salvarsi.
 
Vangelo I discepoli di Gesù devono superare la giustizia dei farisei, intesa questa come l’attaccamento al senso materiale di quanto veniva stabilito. La Legge, in quanto espressione della volontà di Dio, deve essere accettata nella sua totalità. Solo “chi la intende così è più giusto di quei «giusti» del tempo di Cristo che erano i teologi [gli scribi] e i laici pii [i farisei]: solo così la giustizia supera quella degli scribi e dei farisei” (Felipe F. Ramos). Fatto questo superamento i discepoli devono altresì comprendere che non basta astenersi dal compiere il male, ma devono fare il bene. Le opere del cristiano devono avere come fondamento la carità e devono portare abbondanti frutti di carità. Non ci si può presentare a Dio se non c’è stata piena e sincera riconciliazione con i fratelli.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 5,20-26: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: Stupido, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: Pazzo, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!». 
 
Se la vostra giustizia... è un aperto rimprovero ai farisei che avevano deformato lo spirito della Legge, riducendo il loro impegno religioso a una formale interpretazione della Legge di Dio. La giustizia dei farisei era quindi il frutto di una ipocrita osservanza esteriore della Legge, deprecata dagli uomini e rigettata da Dio (Cf. Lc 18,9-14). Invece, il vero giusto per la sacra Scrittura è colui che si sforza sinceramente di adempiere la volontà di Dio (Cf. Mt1,19), che si manifesta sopra tutto nei Comandamenti. Per avvicinarci al nostro linguaggio cristiano, giustizia è sinonimo di santità (Cf. 1Gv 2,29; 3,7-10; Ap 22,11).
Ma io vi dico... un’espressione che mette in risalto l’autorità di Gesù: poiché la sua potestà è divina, Egli è superiore a Mosè e ai Profeti. Una prerogativa rigettata dai farisei, ma accolta dalla folla che seguiva il Maestro di Nazaret: «Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Mc 1,22; Cf. Mt 7,28).
Non ucciderai, Gesù cita il decalogo (Es 20,13). Il ricorso al tribunale non era prescritto nel libro dell’Esodo, ma era in uso ai tempi di Gesù.
Chi poi dice al fratello: Stupido, epiteto ingiurioso cui si accompagnava a un gran disprezzo, che spesso veniva espresso non solo con le parole, ma sputando a terra. Pazzo, ancora più offensivo perché a volte voleva sottintendere un’aperta ribellione alla volontà di Dio.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare, è una regola tesa a ristabilire i rapporti fraterni. Gesù vuol suggerire che di fronte alla riconciliazione, i cui frutti sono la pace e la comunione, non ha importanza stabilire chi ha torto o ragione.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, questo detto “si trova in Luca 12,57-59 in un contesto escatologico; ed è probabilmente originale in tale contesto. tuo avversario: Nel contesto di Luca è molto probabilmente non il fratello con il quale si è litigato, ma Dio, nel cui giudizio il peccatore corre il pericolo di cadere. Inserendo il detto in tale contesto Matteo ne ha alterato il significato. Egli fa del detto un ampliamento del comandamento della riconciliazione, sottolineandone nuovamente tutta l’urgenza. La minaccia escatologica accentua maggiormente la severità del comandamento; ma è quasi impossibile esagerare la severità che Gesù manifesta ovunque verso coloro che rifiutano di amare” (John L. MacKenzie, S.J.).
 
Compostella (Messale per la Vita Cristiana): L’ideale religioso degli Ebrei devoti consisteva nell’osservare la legge, attraverso la quale si realizzava la volontà di Dio. Meditare, adempiere la legge, era per l’Israelita la sua «eredità», «una lampada per i suoi passi», suo «rifugio», la sua «pace» (cf Sal 119).
Gesù è la pienezza della legge perché egli è la parola definitiva del Padre (Eb 1,1). Paolo ci dice che «chi ama il suo simile ha adempiuto la legge... Pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,8-10).
Ed è anche in questo senso che Gesù è la pienezza di ogni parola che esce dalla bocca di Dio: «Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito... perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).
Il cristiano è prima di tutto il discepolo di Gesù, non colui che adempie la legge. I farisei erano ossessionati dalla realizzazione letterale e minuziosa della legge; ma ne avevano completamente perso lo spirito. Di qui la parola di Gesù: «Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei L’amore non è prima di tutto un sentimento diffuso per fare farisei...».
L’amore non è prima di tutto un sentimento diffuso per fare sempre quello di cui abbiamo voglia, ma al contrario il motore del servizio del prossimo, secondo i disegni divini. Ed è per questo che Gesù enumera sei casi della vita quotidiana … in cui si manifesta questo amore concreto: la riconciliazione con il prossimo, non adi­
rarsi, non insultare nessuno, non commettere adulterio neanche nel desiderio, evitare il peccato anche se vi si è affezionati come al proprio occhio o alla propria mano destra, non divorziare da un matrimonio valido ...
Il contrasto con i criteri che reggono il mondo attuale non potrebbe essere maggiore. Per quali valori i cristiani scommetterebbero? Ancora una volta siamo confortati dalla affermazione di Cristo: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » (Mt 24,35).
 
Fraternità universale: Nostra aetate 5: Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: «Chi non ama, non conosce Dio» (1Gv 4,8). Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano. In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione. E quindi il sacro Concilio, seguendo le tracce dei santi apostoli Pietro e Paolo, ardentemente scongiura i cristiani che, «mantenendo tra le genti una condotta impeccabile» (1Pt 2,12), se è possibile, per quanto da loro dipende, stiano in pace con tutti gli uomini, affinché siano realmente figli del Padre che è nei cieli.
 
Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello: San Giovanni Crisostomo (Omelie al popolo d’Antiochia, XX, 5 e 6 ): Questo proclamo, questo attesto, questo dico a voce alta: Nessuno di coloro che hanno un nemico osi avvicinarsi alla sacra mensa e ricevere il Corpo del Signore! Nessuno che si avvicina abbia un nemico! Hai un nemico? Non avvicinarti! Se vuoi farlo, vai prima a riconciliarti, poi ricevi il sacramento. Non sono io a parlare così, è il Signore che lo dice, lui che è stato crocifisso per noi; per riconciliarti a suo Padre non ha rifiutato d’essere immolato né di spargere il suo sangue; e tu, per riconciliarti con tuo fratello, non vuoi neanche dire una parola e prendere l’iniziativa di andare a trovarlo? Senti cosa dice il Signore a proposito di coloro che fanno come te: “Se presenti l’offerta all’altare e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te...”. Non dice: “Aspetta che venga a trovarti o che riceva la visita di un tuo amico come intermediario”, oppure: “Mandagli un altro”, ma dice: “Tu, in persona, corri da lui!”. “Vattene - dice - va’ prima a riconciliarti con tuo fratello”. Incredibile! Dio non si considera disonorato di veder abbandonato il dono che gli stava per venir offerto, e tu ti ritieni disonorato di fare il primo passo per riconciliarti con tuo fratello. Che scusa puoi trovare per un simile comportamento? Se vedi uno dei tuoi membri tagliato, non fai di tutto per riattaccarlo al corpo? Agisci allo stesso modo per i tuoi fratelli: quando li vedrai separati dalla tua amicizia, cerca subito di riportarli a te, non aspettare che si presentino per primi, ma tu, per primo, cerca di farlo.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Se un tuo fratello ha qualcosa contro di te, va’ prima a riconciliarti con lui. (Cfr. Mt 5,23-24)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
 Questi santi sacramenti che abbiamo ricevuto
ci rinnovino profondamente, o Signore,
perché liberi dalla corruzione del peccato
entriamo in comunione con il tuo mistero di salvezza.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
26 Febbraio 2021
 
Beata Piedad de La Cruz
Vergine e fondatrice della Congregazione:  “Suore Salesiane del Sacro Cuore di Gesù”
 
Piedad de la Cruz Ortiz Real, figlia di José e di Tomasa, nacque a Bocairente (Valencia) Spagna, il 12 novembre 1842, e fu battezzata il giorno seguente con il nome di Tomasa. Era la quinta di otto fratelli. 
A scuola si distinse per la pietà, la costanza ed il talento nella musica, nel ricamo e nella recitazione. 
A dieci anni fece la Prima Comunione. Con sguardo retrospettivo ella stessa narra così i suoi sentimenti: “Quando ricevetti per la prima volta la Sacra Comunione, rimasi come annichilita e sperimentai come Gesù mi chiamasse alla Vita Religiosa”. Questo incontro con Cristo nella Eucaristia la segnò per sempre. Tomasa desiderò essere del Signore e vivere per lui. Completò la sua formazione umana e spirituale nel Collegio di Loreto che le Religiose della Sacra Famiglia di Burdeos avevano a Valencia. Quando chiese di entrare nel noviziato di questo Istituto, suo padre, considerando la situazione politica dell’epoca e la giovane età di Tomasa, la obbligò a ritornare a casa. Tre aspetti caratterizzarono questa tappa della sua vita a Bocairente: lo spirito di pietà e d’orazione, la sua dedizione a fare del bene ai bambini poveri, agli anziani e agli infermi e l’impegno nel dare una risposta a quello che sentì nel suo intimo il giorno della Prima Comunione. Alla fine, Tomasa, pensò di poter realizzare il sogno della sua vita: consacrarsi al Signore in un convento di Carmelitane di clausura a Valencia. Però un’infermità la obbligò ad abbandonare il noviziato e ritornare alla casa paterna. Una volta ristabilitasi, tentò di nuovo di entrare in un convento di clausura ed ancora accadde lo stesso. Da questi avvenimenti, Tomasa scoprì che Dio non la voleva per questa strada. Ella gli chiese di vedere chiaramente quale fosse la sua volontà, e la sua preghiera era questa: “Tua, Gesù mio, tua desidero essere, però dimmi dove”. 
Con la certezza di sentirsi chiamata ad una vita di speciale consacrazione, ma con il dubbio di dove la volesse Dio, Tomasa si diresse a Barcellona. Lì, dopo molte difficoltà, il Signore rispose alla ricerca vocazionale di Tomasa facendole vivere una profonda esperienza mistica, nella quale il Cuore di Gesù, mostrandole il suo costato sinistro insanguinato, le disse: "Guarda come mi hanno messo gli uomini con la loro ingratitudine, vuoi tu aiutarmi a portare questa croce?". Tomasa rispose: “Signore, se hai bisogno di una vittima e mi vuoi, sono qui, Signore”. Allora, il Redentore le disse: “Fonda, figlia mia, che su di te e sulla tua Congregazione sempre stenderò misericordia”. Questa esperienza fu determinante per Tomasa, le dette una tale certezza che mai si cancellò dalla sua mente e dal suo cuore. Da questo momento, comprese che Dio le chiedeva di dar vita ad un nuovo Istituto. La domanda ora, era dove fondare, dove dare una risposta positiva all’invito di Cristo a portare la croce dei più poveri, di coloro che meno contano in questo mondo. Il Vescovo D. Jaime Catalá fu colui che le suggerì di aprire il cuore al suo confessore e di fare ciò che egli le indicava. Con questo gesto, Tomasa, si sottomise con fede alla gerarchia della Chiesa per fare la volontà di Dio. Le inondazioni del fiume Segura che nel 1884 distrussero i campi della Murcia e le poche Congregazioni religiose in questa zona, la orientarono verso questi luoghi di maggior necessità. Nel mese di marzo, Tomasa, accompagnata da tre postulanti, partì da Barcellona, verso Puebla de Soto, ad un chilometro da Alcantarilla, per fondare lì, con l’autorizzazione del Vescovo di Cartagena-Murcia, la prima Comunità delle Terziarie della Vergine del Carmen. Gli abitanti dei campi della Murcia ancora non si erano ripresi dalla tragedia delle inondazioni del 1884, quando sopraggiunse il colera. Tomasa - che nel frattempo aveva preso il nome di Piedad de la Cruz - e le sue Figlie, si moltiplicavano nell’assistere gli infermi e le bambine orfane in un piccolo ospedale che chiamò “La Provvidenza”. Giungevano altre giovani, attratte dal modo di vivere di quelle prime Terziarie Carmelitane. La Casa divenne piccola, si dovette comprare quella di Alcantarilla. Si aprì anche una nuova Comunità a Caudete ... Tutto faceva pensare che, alla fine, Tomasa avesse trovato il luogo dove portare a compimento la sua vocazione. Nonostante ciò ... di nuovo la croce. Era il segno che ella aveva chiesto per sapere che tutto quello fosse di Dio: “Fondare nella tribolazione” e il Cuore di Gesù lo concesse abbondantemente. Sebbene la Vergine Maria occupasse un posto molto importante nel cuore e nella vita di Tomasa, il suo Carisma era centrato nel Cuore di Cristo. E ... disegni di Dio! Cominciarono alcune tensioni tra le Comunità di Alcantarilla e Caudete, giacché la Congregazione non aveva ancora l’approvazione diocesana.Nel mese di agosto, le Suore di Caudete si recarono ad Alcantarilla e si presero le novizie, lasciando Madre Piedad sola con Suor Alfonsa. Furono giorni di intenso dolore. La Fondatrice, come sempre, si rifugiò nella preghiera, si prostrò dinanzi al Cristo del Consiglio e lì rimase ore ed ore inchiodata ai suoi piedi. Soffre, però non si spezza, perché la barchetta della sua vita era ben ancorata nel Signore. 
Una volta ancora ricorse alla gerarchia ecclesiastica in cerca di orientamento e di luce. Sarà il Vescovo Bryan y Livermore che invierà Tomasa e la sua fedele compagna, Suor Alfonsa, al Convento della Visitazione delle Salesiane Reali a Orihuela per
Una volta ancora ricorse alla gerarchia ecclesiastica in cerca di orientamento e di luce. Sarà il Vescovo Bryan y Livermore che invierà Tomasa e la sua fedele compagna, Suor Alfonsa, al Convento della Visitazione delle Salesiane Reali a Orihuela per far un mese di esercizi spirituali e per progettare una nuova fondazione, prendendo come protettore un Santo Vescovo. È qui che lo Spirito Santo illuminò vivamente Madre Piedad, mentre la colmava di forza profetica, le mostrava il suo Carisma ed il nome della sua Congregazione, che sarà sotto il patrocinio di San Francesco di Sales. E ... giunse l’ora di Dio. Era l’8 settembre 1890. Nasceva nella Chiesa, dopo molte difficoltà e tribolazioni, la Congregazione delle Suore Salesiane del Sacro Cuore di Gesù, una Congregazione dove il Cuore di Gesù desidera essere amato, servito e risarcito dalle offese ricevute dagli uomini. Amare, servire e riparare, vedere il volto del Signore nelle bambine orfane, nella giovani operaie, negli infermi, negli anziani abbandonati ... e aiutarli a portare la croce. 
Ci ha lasciato il suo Carisma: Rendere sensibile davanti agli uomini, specialmente i poveri, l’amore del Padre provvidente, manifestato nel Cuore misericordioso di Gesù aperto tra le braccia della Croce. 
Sebbene tutta la vita di Madre Piedad sia stata una rinuncia al mondo, non per questo era “fuggita” dal mondo, ma rimase in esso facendo il bene e lottando contro il male. Testimone di ciò furono i tanti matrimoni rotti o sul punto di rompersi, tante giovani che ella andava a cercare nelle fabbriche per formarle nella scuola domenicale, bambine senza famiglia che amò svisceratamente, anziani soli, infermi ... 
Visse povera e morì povera, seduta su di una sedia, perché “Quello - diceva indicando il Crocifisso -morì in croce e io non devo morire sul letto, bensì sul pavimento”. Spirò con il crocifisso tra le labbra e la santa pace di Dio. Era sabato 26 febbraio 1916. La gente semplice esclamava con profondo sentimento: “È morta una santa! È morta nostra madre!”. Il 6 febbraio 1982 fu aperto nella Diocesi di Cartagena-Murcia il Processo di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio. Il 7 maggio 1983 fu chiuso detto Processo che, trasferito a Roma, ottenne la validità il 3 febbraio 1984. Dopo uno studio
Visse povera e morì povera, seduta su di una sedia, perché “Quello - diceva indicando il Crocifisso -morì in croce e io non devo morire sul letto, bensì sul pavimento”. Spirò con il crocifisso tra le labbra e la santa pace di Dio. Era sabato 26 febbraio 1916. La gente semplice esclamava con profondo sentimento: “È morta una santa! È morta nostra madre!”. Il 6 febbraio 1982 fu aperto nella Diocesi di Cartagena-Murcia il Processo di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio. Il 7 maggio 1983 fu chiuso detto Processo che, trasferito a Roma, ottenne la validità il 3 febbraio 1984. Dopo uno studio esaustivo sulle virtù praticate da Madre Piedad, il 1° luglio 2000, in Vaticano, alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II, fu promulgato il Decreto sulle sue Virtù Eroiche ed il 12 aprile 2003 il Decreto su un miracolo, dando così il via alla Beatificazione in Roma il 21 marzo 2004.
Fonte: Santa Sede

Giovanni Paolo II (Omelia, 21 marzo 2004):
Madre Piedad de la Cruz Ortiz nata a Bocairente, Fondatrice delle Salesiane del Sacro Cuore ad Alcantarilla (Murcia), è un meraviglioso esempio della riconciliazione che ci propone San Paolo nella seconda lettura: “È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo” (2Cor 5,19). Ma Dio chiede la collaborazione degli uomini per portare a termine la sua opera di riconciliazione (cfr v. 19-20). Madre Pietà riunì diverse giovani desiderose di mostrare agli umili e ai poveri l’amore del Padre provvidente manifestato nel Cuore di Gesù, dando così vita alla nuova famiglia religiosa. Modello di virtù cristiane e religiose, innamorata di Cristo, della Vergine Maria e dei poveri, ci lascia l’esempio di austerità, di preghiera e di carità verso tutti i bisognosi.
 
Pratica: Amare, servire e riparare, in questo modo colmerò la mia giornata terrena.
 
Preghiera: O Dio, che hai dato alla beata Piedad de La Cruz la grazia di seguire sino in fondo Cristo povero e umile, concedi anche a noi di vivere fedelmente la nostra vocazione, per giungere alla perfetta carità che ci hai proposto nel tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
 

 

 

 25 FEBBRAIO 2021
 
 GIOVEDÌ DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA
 
Est 4,17n.p-r.aa-bb.gg-hh [gr. 4,17k.l.s]; Sal 137 (138); Mt 7,7-12
 
Il Santo del Giorno - Beato Marco de’ Marconi, Religioso: Il beato Marco de’ Marconi visse solo 30 anni, dal 1480 al 1510, e rimase sempre nella natia terra mantovana. A 16 anni entrò nel convento di Migliarino, tenuto dall’Ordine di San Girolamo, famiglia eremitica nata in Spagna a fine Trecento. I suoi 15 anni di vita religiosa trascorsero nel nascondimento e nella preghiera. Alla morte la tomba divenne meta di pellegrinaggi e a una ricognizione il corpo fu trovato incorrotto. Il destino delle reliquie si legò a quello del convento di Migliarino e della comunità dei Gerolomini. Quando il primo venne distrutto nella guerra tra imperatore d’Austria e duca di Mantova, i frati si trasferirono in città, costruendo un nuovo convento e una chiesa. La pace durò 150 anni, fino all’età napoleonica, quando il convento fu soppresso e la chiesa distrutta. L’urna peregrinò di nuovo, fino a trovare definitiva sistemazione in cattedrale. San Pio X (già vescovo di Mantova) confermò il culto nel 1906. (Avvenire)   
 
Colletta: Ispiraci, o Padre, pensieri e propositi santi e donaci la forza di attuarli prontamente, e poiché non possiamo esistere senza di te, fa’ che viviamo secondo il tuo volere. Per il nostro Signore Gesu Cristo.
 
In quei giorni, la regina Ester cercò rifugio presso il Signore, presa da un’angoscia mortale: Giovanni Paolo II (Omelia, 1 Maggio 1987): “Signore, manifestati nel giorno nella nostra afflizione, e a me da’ coraggio” (Est 4,17r).
Le parole di questa richiesta di aiuto prese dalla prima lettura della liturgia odierna vengono pronunciate da Ester, una figlia di Israele, ai tempi della schiavitù babilonese. La sua preghiera che, nelle ore in cui incombeva su di lei e su tutto il suo popolo la minaccia di morte, ella rivolse a Dio, ci scuote profondamente: “Mio Signore, nostro Re / tu sei l’unico! / vieni in aiuto di me / Che / sono sola e non / ho altro soccorso se / non te, / perché un grande pericolo / mi sovrasta... / Tu, Signore, hai scelto / Israele da tutte le nazioni / E i nostri padri da tutti / i loro antenati / come tua eterna eredità... / Quanto a noi... salvaci / con la tua mano... Signore!” (Est 4,17 1-t).
La paura della morte, di fronte alla quale Ester trema, era sopraggiunta quando, sotto l’influenza del potente Haman, un mortale nemico degli Ebrei, era stato diffuso in tutta la Persia l’ordine di sterminio. Con l’aiuto di Dio e il sacrificio della propria vita Ester contribuì in maniera determinante alla salvezza del suo popolo.
 
I Lettura Il popolo d’Israele è stato votato allo sterminio dal perfido Aman, e l’ultima tavola di salvezza è la preghiera fiduciosa, elevata al Cielo nella certezza che Dio non abbandona i miseri, i giusti perseguitati, gli inermi. La preghiera di Ester è tutta impregnata della pietà dell’Antico Testamento. La regina Ester ha nel cuore la certezza di essere ascoltata da Dio, perché così ha sentito dai libri dei suoi antenati. Ester, dai libri dei sui antenati, ha appreso che il Signore libera fino all’ultimo tutti coloro che compiono la sua volontà. Un chiaro riferimento al ruolo della famiglia nella trasmissione della fede: è attraverso la famiglia che si tramanda la tradizione israelita di tutti i prodigi compiuti da Dio a favore del suo popolo (cfr. Dt 6,20-25). Nelle famiglie nascerà e si dilaterà il cristianesimo.
 
Vangelo La fiducia in Dio e nella sua azione pronta è alla radice della preghiera autentica. Avere fiducia in Dio significa avere la certezza che Lui ci ascolta molto di più di quanto possano fare gli uomini ed è sempre pronto a donarci quanto gli chiediamo nella preghiera. Ma a volte questa «fiducia filiale è messa alla prova - e si manifesta - nella tribolazione. La difficoltà principale riguarda la preghiera di domanda, nell’intercessione per sé o per gli altri. Alcuni smettono perfino di pregare perché, pensano, la loro supplica non è esaudita» (CCC 2734). L’ultima raccomandazione di Gesù, Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro, conosciuta come la regola d’oro, era ben nota nell’antichità, specialmente nel giudaismo (cfr. Lev 19,18; Tb 4,15), ma sotto forma negativa: Non fare ad altri quello che non vorresti fatto a te. Gesù, e dopo di lui gli scrittori cristiani, danno a questa massima un senso positivo, che è molto più esigente.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 7,7-12: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? E se gli chiede un pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono! Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti».
 
Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? - Wolfgang Trilling (Vangelo secondo Matteo): Siamo chiamati a credere che Dio è Padre. Poi tutto viene da sé logicamente. Accade come nella vita: neanche voi siete dei padri snaturati che ai figli danno una pietra invece di un pane, un serpente invece di un pesce; vi prendete cura di ogni membro della vostra famiglia, e mettete tutto l’impegno per procurar loro il sostentamento e dare gioia. Sapete esattamente quali sono i doveri di un buon padre.
Così agisce Dio nei nostri riguardi. Con l’unica differenza che per lui vale infinitamente di più ciò che noi possiamo dire dei padri terreni, poiché «voi siete cattivi». Parola amara, che ci colpisce! Gesù non ha mai proposto esplicitamente, neppure nel discorso della montagna, una sua “filosofia dell’uomo”; ma qua e là si apre, fulmineo, uno spiraglio di luce che illumina l’idea che egli ne ha. Gesù conosce quello che c’è nell’uomo e sa che siamo prigionieri del male. Non allude tanto al fatto che facciamo continuamente del male e commettiamo peccati, bensì alla nostra inclinazione e affinità con il male. Ciò è talmente forte e radicato nella nostra natura, che ci rende «cattivi».
Ciò nonostante diamo cose buone ai nostri figli e li proteggiamo da quanto può danneggiarli. Dio fa questo molto più di noi, anzi pensa solo a come distribuire il bene. Quando preghiamo non dobbiamo temere che ci venga dato qualcosa di dannoso, neppure quando «il bene» arriva nella forma di una malattia purificatrice della solitudine, di un misconoscimento o in altre forme di dolore. Viene dal Padre: è sempre un «bene» per noi.
 
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti - Rosalba Manes (Vangelo secondo Matteo):  Gesù identifica il nucleo costitutivo della legge e dei profeti non con un obbligo da adempiere, ma con uno stile relazionale da acquisire: imparare a trattare gli altri così come ci piacerebbe essere trattati da loro. È solo arrivando a considerare il fratello e la sorella come un “altro me stesso” che si tocca il cuore della rivelazione veterotestamentaria. Fare all’altro ciò che da lui si vorrebbe ricevere non è una novità assoluta, ma piuttosto la ripresa di Lv 19,18 che suggerisce di amare il prossimo come se stessi. Si potrebbe anche leggere la riformulazione positiva della raccomandazione fatta da Tobi al figlio Tobia di non fare agli altri ciò che egli non vorrebbe fosse fatto a lui (Tb 4,15). Quindi più che di una regola (la formula del v. 12 viene abitualmente chiamata regola d’oro) si tratta di una riedizione del comandamento dell’amore riproposto mediante il principio dell’immedesimazione con l’altro. L’invito comporta una visione rinnovata dellaltro: egli non è un estraneo ma “un altro me stesso” di cui prendersi cura come della propria stessa vita. Gesù mostra così che la parola del Signore racchiusa nella Scrittura, me tutta la legge, trova il suo compimento nell’orizzonte dell’amore (Mt 22,37-40; cf Rm 13,10).
 
Il Nuovo Testamento è ricco di preghiere di domanda. Ma si deve partire da una povertà: noi non «sappiamo infa0.tti come pregare in modo conveniente» (Rm 8,26), e quindi occorre farsi guidare dallo Spirito Santo. In Giacomo 4,2-3 si riprovano le domande, fatte male, grondanti di egoismo, tese solo al soddisfacimento dei propri piaceri: «Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni». La preghiera è ben fatta quando l’uomo assoggetta la sua volontà a quella di Dio, praticamente quando le sue richieste sono fatte in sintonia con i desideri divini. Ora, per conoscere i desideri di Dio occorre pregare con il suo Spirito di libertà: «Il Padre nostro sa di quali cose abbiamo bisogno, prima che gliele chiediamo, ma aspetta la nostra domanda perché la dignità dei suoi figli sta nella loro libertà. Pertanto è necessario pregare con il suo Spirito di libertà, per poter veramente cono­scere il suo desiderio... Il nostro Dio è “geloso” di noi, e questo è il segno della verità del suo amore. Entriamo nel desiderio del suo Spirito e saremo esauditi» (CCC 2736-2737). Ma a volte, pur avendo rispettato questa regola, Dio tace; un silenzio che scandalizza l’uomo e sconvolge il cuore dell’uomo giusto. Il silenzio di Dio è sempre altamente pedagogico e a volte è teso a spronare i credenti «a ripetere la loro preghiera per scoprire in se stessi il desiderio di ciò che domandano, divenendo in tal modo più ricettivi all’azione di Dio che li esaudirà» (D. E.). E all’uomo triste perché non ha ricevuto quanto aveva chiesto nella preghiera, Evagrio Pontico suggerisce: «Non rammaricarti se non ricevi subito da Dio ciò che gli chiedi; egli vuole beneficiarti molto di più, per la tua perseveranza nel rimanere con lui nella preghiera». Ma c’è un’ultima nota: il cristiano sa che la sua preghiera non può aver valore se non precede il perdono al prossimo: «Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati» (Sir 28,2). Più sconvolgente e perentorio l’insegnamento di Gesù: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,23-24). La riconciliazione è la buona acqua che impastata con la bianca farina della comunione fraterna fa il pane soave della preghiera, pane profumato da offrire a Dio e a lui tanto gradito (Ap 5,8
 
Il Libro di Ester. Il messaggio teologico - Pio Jörg (Ester in Schede Bibliche Pastorali - Vol III): Il messaggio teologico viene Viene manifestato dal corso stesso della storia, ma è poi formulato esplicitamente nella sezione deuterocanonica, e specialmente nelle preghiere di Mardocheo ed Ester: a) Dio è il creatore onnipotente e onnisciente (4,17b-d), che domina ogni potenza umana (4,17q). La sua provvidenza governa l’universo (10,3f-k), e la preghiera dell’umile trova ascolto presso il suo trono (4,17h; 4,17z).
b) Il mistero dell’esistenza del popolo di Dio, in mezzo a un mondo ostile, viene motivato con la speciale elezione da parte di Jahvé (4,17m). La sua unità e compattezza gli viene dalla sua fede ereditata dai padri e dalla santa legge di Mosè: due fondamenti che costituiscono la vera grandezza dei giudei, ma anche la causa delle loro persecuzioni (3,13d-e). Per essere perseguitati, basta appartenere a questa comunità, che è come un gregge di pecore in mezzo a lupi rapaci (3,4). Dio però infonde nel cuore dei pii giudei una forza potente per professare coraggiosamente la fede dei padri (4,17r-t), per resistere contro l’oppressione infedele (4,170-p); perciò Dio salverà sempre il suo popolo dallo sterminio, recando esso il sigillo del Dio vivente (10,3f; 4,17g-h-o).
Per questi motivi il libro di Ester è, per gli ebrei di tutti i tempi, il cantico della liberazione, il «rotolò» per eccellenza della festa di Purim, memoriale degli interventi di Dio nella storia, attualizzazione, nella speranza, di sempre nuove grazie di salvezza. Ancor oggi gli ebrei esprimono, in questo giorno, la loro letizia religiosa, con banchetti, scambi di doni ed elemosine per i poveri.
 
Giovanni Crisostomo: Educhiamo noi stessi ad essere irremovibili, ad applicarci incessantemente alla preghiera, sia di giorno, sia di notte; anzi, più di notte, quando nessuno ci disturba, quando la quiete dei pensieri è profonda, quando vi è tanta pace e in casa non c’è più confusione e nessuno può incalzarci, impedendoci l’unione a Dio; quando il cuore si eleva e può dedicarsi tutto, con diligenza, al medico delle anime.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti». (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Signore nostro Dio,
questi santi misteri,
che hai affidato alla tua Chiesa
come forza e vigore nel cammino della salvezza,
ci siano di aiuto per la vita presente e per quella futura.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
25 Febbraio 2021
 
Beato Domenico Lentini
 
Il Beato Domenico Lentini nasce nella città Lauria, il 20 novembre 1770 da Macario e Rosalia Vitarella, di povere condizioni economiche, già a 14 anni segue la vocazione al sacerdozio. Il 21 settembre 1793 è ordinato Diacono. L’8 giugno 1794 è ordinato sacerdote. Infiammato dallo Spirito Santo, sì da essere descritto dai contemporanei “un angelo all’altare”, anche a causa delle frequenti estasi. Don Domenico si dedica con tutte le sue forze alla confessione, evangelizzazione, predicazione e catechesi non solo a Lauria, ma anche nei paesi, del circondario. I quaresimali, le missioni, le omelie, toccano il cuore di tutti, infondendo la fede nei suoi uditori. 
Con Gesù Cristo Crocifisso, ha tenera devozione verso la Madre Addolorata. È di profonda cultura, che mette a disposizione di tutti. Per trenta anni ragazzi e giovani affollano la sua povera casa in una vera e propria scuola cattolica. Insegna gratuitamente lettere e scienze, osservando Egli una strettissima povertà volontaria, vedendo Cristo nei bisognosi dona quanto modestamente possiede: vestiti, pane e il poco denaro. Vive in continua aspra penitenza: cibi frugali, mortificazioni corporali, vesti logore, cilizi e flagellazioni, pochissimo sonno e il pavimento per giaciglio. Con queste e altre opere penitenziali si offre a Dio Padre in espiazione dei nostri peccati. È dotato dal Signore di molti carismi di profezia, scrutazione dei cuori, miracoli. Il 25 febbraio 1828, dopo un’agonia vissuta nel completo abbandono mistico, il servo buono e fedele è chiamato a prendere parte alla gioia del Suo Signore. La glorificazione di don Domenico Lentini comincia già subito con i suoi funerali, celebrati in Lauria per sette giorni consecutivi e con grande partecipazione di popolo, intervenuto da tutto il circondario. Il Suo corpo, martoriato da flagelli e digiuni, per tutto il tempo rimane flessibile e caldo, effonde sangue vivo e soave odore. Si aprono i suoi occhi davanti all’Ostia Santa, ai suoi parenti ed amici, ai miscredenti. Prodigiose guarigioni e numerose conversioni avvengono presso il suo feretro e la fama di santità si afferma ovunque. Le grazie e i miracoli, ottenuti per l’intercessione del Beato Domenico Lentini, durante la sua vita terrena o presso la sua tomba nella Chiesa parrocchiale San Nicola di Lauria, oppure altrove, sono stati sempre in gran numero: guarigioni di paralitici, ciechi, tisici, deformi, muti, dementi, malati di tumori e fistole, sterili, partorienti in difficoltà. Tra i tanti prodigi vogliamo ricordarne qualcuno. Il 14 luglio 1828, da Papasidero (CS) portano alla tomba del Lentini la ragazza Angiola Rosaria Maiolino, paralizzata totalmente da due anni. Alla presenza del vescovo Nicola M. Laudisio, guarito da tumore alla mano dal Beato Lentini proprio in quell’anno, del clero e di tanto popolo, dopo suppliche piene di fede, la fanciulla si alza dal suo misero giaciglio, e, toccando il cilizio del Beato che le porge il vescovo, guarisce totalmente. Nel 1830 in Lauria avviene la guarigione istantanea del figlio sordomuto di Angelo Maria Scaldaferri e Maria D’Andrea che portano il figlioletto presso la tomba del santo sacerdote, tra pianti e suppliche. A Viggiano nel 1834 risuscita il figlioletto di Vito Reale, di tre anni appena, morto annegato in una vasca di acqua e calce viva, dopo la devotissima preghiera del padre sconvolto, davanti all’immagine del Beato. Per Sua intercessione, nel 1905 a Lagonegro Agnese Mango, paralizzata da dieci anni guarisce istantaneamente. 
Nel 1918, a San Paolo del Brasile, Domenico Pucci guarisce da tumore maligno. 
Nel 1930, a Laino Borgo, Giuseppina Maiolino guarisce da sarcoma ad una gamba. 
Il processo diocesano si celebra a Lauria. Il processo apostolico a Roma. Nel 1935 il papa Pio XI dichiara Venerabile il Servo di Dio Don Domenico Lentini ed eroe delle virtù teologali e cardinali. Nell’Arcidiocesi di Napoli, a Secondigliano, la signora Anna Maria Voria, gravemente ammalata e prossima alla morte, per intercessione del Beato Domenico Lentini, il 21 settembre 1988, guarisce rapidamente e totalmente da metastasi diffusa causata da carcinoma uterino. L’evento prodigioso, sottoposto a meticoloso processo diocesano e alla rigorosa ricognizione apostolica presso la Congregazione dei Santi, produce il 17 dicembre 1996 la lettura del Decreto d’approvazione, alla presenza di Sua Santità il papa Giovanni Paolo II che, in Piazza San Pietro a Roma, il 12 ottobre 1997 dichiara solennemente Beato il Venerabile sacerdote Domenico Lentini da Lauria, dinanzi a migliaia di fedeli convenuti dalla sua attuale diocesi, dalla Regione intera e da ogni parte d’Italia. Per il terzo millennio cristiano l’umile e santo prete del Sud ancora ci annuncia: “Gesù è il mio tutto!”. Innumerevoli sono le intercessioni del Beato Domenico Lentini da Lauria, specie a chi chiede favori per la salute o a chi dovrà subire un delicato intervento chirurgico. Se si volessero elencare miracoli e grazie, ottenuti per la Sua benevolenza, non basterebbe un fiume d’inchiostro; infatti, non esiste un fedele che gli si è rivolto senza ottenerne favori. Avvengono addirittura circostanze di persone in gravi difficoltà di vario genere cui è apparso, in incognita, elargendo consigli e assicurazioni circa lo stato di difficoltà di questi riconoscendolo successivamente tramite una foto o qualche particolare.   Autore: Ferdinando Del Duca
 
Il miracolo che lo fece dichiarare Beato
 
Il Parroco di Oliveto, Mons. Giuseppe Amato, narra la storia del miracolo, attribuito alla intercessione di un sacerdote morto in odore di santità, e riconosciuto dalla Santa Sede, che - il 12 ottobre 1997 - proclama Beato il sacerdote.
L’avvenimento ha uno strettissimo legame con le apparizioni di Maria ad Oliveto Citra.
Mons. Amato scrive: La Regina del Castello ottiene dal Signore, per intercessione del Servo di Dio Don Domenico Lentini, la grazia della guarigione miracolosa della signora Anna Voria di Napoli.
La veggente Antonietta Acunzo di Secondigliano di Napoli, preoccupata ed afflitta per la malattia gravissima della sorella Anna, degente all’ospedale Cardarelli di Napoli, veniva spesso ad Oliveto a pregare la Regina del Castello per la sua guarigione. Il male oscuro, ribelle ad ogni cura, minava inesorabilmente la vita dell’inferma affievolendo ogni giorno di più la speranza di riaverla guarita in famiglia.
La domenica del 17 luglio 1988 la signora Acunzo si portò come al solito al cancello delle apparizioni mariane a pregare con ansia e fiducia per la guarigione della sorella; ad un tratto le apparve la Vergine ed a fianco a Lei la figura di un Sacerdote in atteggiamento di profonda venerazione.
La veggente continuava la sua preghiera alla Madre celeste, implorando la salvezza della vita della sorella. La Regina si rivolse a lei invitandola a pregare il Sacerdote, perché l’avrebbe aiutata nella sua angoscia. Cosa che ella immediatamente fece. Il Sacerdote con un gesto sereno e rassicurante le disse: “Abbi fiducia che ti aiuterò”.
Una luce di speranza si accese nell’animo della Acunzo, che si recò subito all’ospedale Cardarelli a portare all’inferma il messaggio carico di fiduciosa attesa.
Dopo pochi giorni questa incontrò ad Oliveto il Sacerdote Don Mario Riccio, Parroco di Lauria (Potenza), patria del Servo di Dio Domenico Lentini. A lui raccontò il prodigioso fatto della visione. Don Mario le chiese se avesse conosciuto il misterioso Sacerdote e, alla sua risposta negativa, le mostrò una foto di Don Domenico Lentini.
A questa vista ella esclamò: “È lui!”.
Comincia da qui il cammino verso la glorificazione del Venerabile Lentini che speriamo di vedere presto elevato agli onori dell’altare da Santo Padre".
L’evento prodigioso, sottoposto a meticoloso processo diocesano e alla rigorosa ricognizione apostolica presso la Congregazione dei Santi, produce il 17 dicembre 1996 la lettura del Decreto d’approvazione, alla presenza di Sua Santità il papa Giovanni Paolo II che, in Piazza San Pietro a Roma, il 12 ottobre 1997 dichiara solennemente Beato il Venerabile sacerdote Domenico Lentini da Lauria, dinanzi a migliaia di fedeli convenuti dalla sua attuale diocesi, dalla Regione intera e da ogni parte d’Italia.
 
Hanno detto di lui:
 
“Sacerdos sine adiunctis”, “ricco solo del suo sacerdozio e attingendo soltanto a questa fonte di santità”, “annuncio e precursore del Santo Curato d’Ars, venuto per divina disposizione a partecipare all’Italia meridionale quelle grandi ricchezze di cui il Cafasso, Don Bosco, il Cottolengo, il Murialdo, arricchirono l’alta Italia” (PIO XI, 27.1.1935)
Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio” (Salmo resp.). La consapevolezza profonda della bontà del Signore animava il Beato Domenico Lentini, il quale nella sua predicazione itinerante non si stancava di proporre l’invito alla conversione e al ritorno a Dio. Per questo la sua attività apostolica era accompagnata dall’assiduo ministero del confessionale. Sapeva bene, infatti, che nella celebrazione del sacramento della Penitenza il sacerdote diviene dispensatore della misericordia divina e testimone della nuova vita che nasce grazie al pentimento del penitente ed al perdono del Signore. Sacerdote dal cuore indiviso, seppe coniugare la fedeltà a Dio con la fedeltà all’uomo. Con ardente carità si rivolse in particolare ai giovani, che educava ad essere saldi nella fede, ed ai poveri, ai quali offriva tutto ciò di cui disponeva con un’assoluta fiducia nella divina Provvidenza. La totale dedizione al ministero fece di lui, secondo l’espressione del mio venerato Predecessore il Papa Pio XI, “un prete ricco solo del suo sacerdozio(GIOVANNI PAOLO II, Omelia, 12 Ottobre 1997).
 
“Il Beato Domenico… senza niente!...Ricco solo di Dio! Un vero esempio di spiritualità sacerdotale. Conoscetelo di più e fatelo conoscere!” (BENEDETTO XVI, 27.11.2006, al Vescovo di Tursi-Lagonegro Mons. F. Nolè in visita ad limina).
 
Pratica: Conversione e ritorno a Dio, questo il mio programma
 
Preghiera per la canonizzazione del Beato Domenico Lentini: Signore, che sempre rinnovi e santifichi la tua Chiesa con la forza del tuo Spirito e susciti in essa tuoi servi che più intimamente partecipano al tuo mistero pasquale, degnati di glorificare il sacerdote Beato Domenico Lentini che consumò la sua vita nell’amore a Te e ai fratelli. Per sua intercessione concedimi la grazia di cui ho tanto bisogno . Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

 

 

 

 

 24 FEBBRAIO 2021

  MERCOLEDÌ DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA

 Gn 3,1-10; Sal 50 (51); Lc 11,29-32

Il Santo del Giorno - Beata Berta da Busano: La beata Berta era figlia di Emilia della Rovere e di Arduino II, conte di Valperga. Inoltre era sorella del beato Arduino, vescovo di Torino e di Matteo il Grande, padre del beato Bonifacio vescovo di Aosta. In giovane età si consacrò a Dio nell’Ordine Benedettino nel monastero di Busano. Venne eletta badessa, e come tale, ottenne dalla madre un aiuto concreto per urgenti riparazioni agli edifici e per il mantenimento di 15 religiose. La nostra badessa è ricordata in particolare per il dono della profezia. Morì a Busano nel Canavese nel 119.  

Colletta: Guarda, o Signore, il popolo a te consacrato, e fa’ che, mortificando il corpo con l’astinenza, si rinnovi con il frutto delle buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo. 

Lavami tutto dalla colpa (Salmo responsoriale): Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 24 ottobre 2001): [Il salmo 50 ci rivela] alcune componenti fondamentali di una spiritualità che deve riverberarsi nell’esistenza quotidiana dei fedeli. C’è innanzitutto un senso vivissimo del peccato, percepito come una scelta libera, connotata negativamente a livello morale e teologale: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (v. 6). C’è poi nel Salmo un senso altrettanto vivo della possibilità di conversione: il peccatore, sinceramente pentito, (cfr. v. 5), si presenta in tutta la sua miseria e nudità a Dio, supplicandolo di non respingerlo dalla sua presenza (cfr. v. 13). C’è, infine, nel Miserere, una radicata convinzione del perdono divino che “cancella, lava, monda” il peccatore (cfr. vv. 3-4) e giunge perfino a trasformarlo in una nuova creatura che ha spirito, lingua, labbra, cuore trasfigurati (cfr. vv. 14-19). “Anche se i nostri peccati - affermava santa Faustina Kowalska - fossero neri come la notte, la misericordia divina è più forte della nostra miseria. Occorre una cosa sola: che il peccatore socchiuda almeno un poco la porta del proprio cuore… il resto lo farà Dio… Ogni cosa ha inizio nella tua misericordia e nella tua misericordia finisce” (M. Winowska, L’icona dell’Amore misericordioso. Il messaggio di suor Faustina, Roma 1981, p. 271).

I Lettura: Il libro di Giona non è storico e il suo genere letterario rientra nel racconto didattico o parabola. La narrazione della conversione di Ninive e il perdono di Dio mette a nudo l’atteggiamento di Giona, «autentico israelita: limitato, gretto, non desideroso di portare il messaggio di Yahveh ai nemici del suo popolo, sdegnato quando altri lo accettano. Come Rut, anche Giona è una protesta contro la chiusura e l’esclusivismo del giudaismo postesilico ... Giona segna quindi uno dei più notevoli passi avanti nel progresso spirituale della religione biblica» (John L. McKenzie). Giona deve superare i confini angusti del suo gretto modo di pensare, la salvezza non è riservata a pochi eletti. Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel regno di Dio, ad essere servi e missionari della Parola, tutti sono chiamati, piccoli e grandi, a rendere la loro testimonianza con una vita gioiosa, colma di ogni dono di grazia. Un passo avanti che giungerà alla sua pienezza nel Nuovo Testamento in Cristo: «colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce distruggendo in se stesso l’inimicizia» (Ef 2,14-16).

Vangelo Anche come i farisei spesso ci fissiamo con i segni. Molte volte, e in modo pruriginoso, siamo attrattati da quei luoghi dove avvengono apparizioni celesti o fatti straordinari. Se ci fermiamo a questo e soltanto questo conta per noi, allora denunciamo apertamente che la nostra fede è povera, infantile, superficiale, attaccata appunto ai segni. Non dobbiamo tentare Dio, condizionando la fede e “la nostra fedeltà ai suoi interventi strepitosi. Le opere del Signore, le sue meraviglie, sono in mezzo a noi, nella nostra vita. Con l’aiuto dello Spirito Santo possiamo riconoscerlo” (P. D’Angelo e P. Puglisi, m.s.c.)

 Dal Vangelo secondo Lc 11,29-32: In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del  giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

Carroll Stuhlmueller, C.P: Il segno di Giona (11,29-32) - Luca descrive ora un altro segno di un ascolto della Parola di Dio accompagnato dal pentimento. Gli oppositori di Gesù pensano a un segno semplicemente in termini di miracolo.; egli, invece, parla di un segno come di un mezzo di salvezza che in definitiva, come la croce, ha come risultato una trasformazione esteriore meravigliosa. 29. questa generazione: In Mt il riferimento è agli scribi e farisei; in Lc Gesù si riferisce in generale a tutti i suoi contemporanei privi di fede. perversa: Luca sopprime la parola di Mt «adultera»; i suoi lettori pagani non avrebbero probabilmente compreso la sua connotazione scritturistica di Israele, la sposa di Jahvé, infedele a causa del peccato. segno di Giona: Mc 8,11-13 raffigura Gesù che rifiuta recisamente un segno. Mt e Lc aggiungono qui una frase chiarificatrice dopo il rifiuto; ciascuno poi procede a interpretare il segno. Come appare evidente dai vv. 30-32, è Giona che viene qui inteso come un segno: nella sua venuta dalla distante Palestina fino a Ninive nella Assiria e nella sua esortazione alla penitenza rivolta ai niniviti i quali, benché pagani, si convertirono a Dio (v. Gian 3,2-10). Si noti che in Mt è proprio questo il «segno» che sarà dato anche a questa generazione; ma Mt vi aggiunge un secondo significato (un riferimento alla risurrezione), derivato da una comprensione post-risurrezionale del significato del segno. 31. la regina del Mezzogiorno: L’inserimento di questo tema in realtà distrae dal «segno di Giona» in quanto tale, ma è introdotto in base a una libera associazione perché anch’essa venne da lontano per ottenere la saggezza da Salomone (1Re 10,1ss.). qualcosa più che Salomone: Questi è Gesù, non in quanto è il segno di Giona, ma in quanto è la Sapienza incarnata. 32. alla predicazione di Giona: Il punto di confronto è evidenziato esplicitamente. Se soltanto «questa generazione» si pentisse «alla predicazione» del «Figlio dell’uomo!». qualcosa più che Giona: Nella versione lucana del racconto Gesù è più grande di Giona in quanto per mezzo suo viene attuata la predicazione del regno. Lc non fa alcun riferimento a Giona nel ventre del pesce (V. A. VOGTLE, Synoptiscbe Studien [Fest. A. Wikenhauser] Monaco 1953 230-77).

Basilio Caballero - I segni di conversione: I segni di conversione devono apparire nella normale vita di ogni giorno. È l’accettazione serena e gioiosa della penitenza della vita che mette in evidenza il nostro atteggiamento di conversione. Le occasioni non mancano. Dimostriamo di progredire nella conversione continua se, per esempio, lottiamo senza scoraggiarci contro i difetti del nostro carattere per migliorare a poco a poco; se nei momenti in cui c’è bisogno di rotture drastiche e dolorose siamo coerenti con le nostre scelte battesimali; se agiamo senza farci bloccare da complessi, autogiustificazioni, amor proprio ferito, risentimenti, suscettibilità e soggettivismi; se accettiamo con fede e coraggio le sorprese della vita; se non ci lasciamo amareggiare né feriamo gli altri con la critica distruttiva; se perdoniamo di cuore chi, secondo noi, ci ha danneggiato; se superiamo le situazioni avverse senza diventarne vittime e senza bloccarci in lamenti sterili; se dividiamo il nostro denaro, il nostro tempo e il nostro affetto con i fratelli bisognosi, quelli che sono malati, soli e abbandonati ecc. Fare tutto questo, nella normalità della vita quotidiana, significa progredire nella conversione evangelica. Non aspettiamo momenti solenni per dimostrare la nostra fedeltà a Dio con gesti appariscenti. San Paolo constatava: «E mentre i giudei chiedono i miracoli e i greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia giudei che greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,22s). Questa sapienza della croce che porta alla vita è quella che dobbiamo testimoniare al mondo di oggi con la nostra vita quotidiana di cristiani. Questa sarà la prova personale e viva della nostra conversione continua al regno di Dio.

La conversione del cuore - Unitatis Redintegratio 7: Non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione. Infatti il desiderio dell’unità nasce e matura dal rinnovamento dell’animo, dall’abnegazione di se stessi e dal pieno esercizio della carità. Perciò dobbiamo implorare dallo Spirito divino la grazia di una sincera abnegazione, dell’umiltà e della dolcezza nel servizio e della fraterna generosità di animo verso gli altri. «Vi scongiuro dunque - dice l’Apostolo delle genti - io, che sono incatenato nel Signore, di camminare in modo degno della vocazione a cui siete stati chiamati, con ogni umiltà e dolcezza, con longanimità, sopportandovi l’un l’altro con amore, attenti a conservare l’unità dello spirito mediante il vincolo della pace» (Ef 4,1-3). Questa esortazione riguarda soprattutto quelli che sono stati innalzati al sacro ordine per continuare la missione di Cristo, il quale « non è venuto tra di noi per essere servito, ma per servire » (Mt 20,28).
Anche delle colpe contro l’unità vale la testimonianza di san Giovanni: « Se diciamo di non aver peccato, noi facciamo di Dio un mentitore, e la sua parola non è in noi» (1Gv 1,10). Perciò con umile preghiera chiediamo perdono a Dio e ai fratelli separati, come pure noi rimettiamo ai nostri debitori.
Si ricordino tutti i fedeli, che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l’unione dei cristiani, quanto più si studieranno di condurre una vita più conforme al Vangelo. Quanto infatti più stretta sarà la loro comunione col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, tanto più intima e facile potranno rendere la fraternità reciproca.

Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona: “Convinti come tutto ciò che è necessario alla salvezza veniva donato loro dal Signore, gli apostoli giunsero a chiedergli il dono della fede dicendo: Signore, aumenta in noi la fede! [Lc 17,5]. Non presumevano dunque di poter ottenere la salvezza col loro libero arbitrio, ma erano convinti che doveva venir elargita loro per dono di Dio. E lo stesso autore della salvezza umana ci insegna quanto la nostra fede sia labile e debole, e quanto poco possa bastare a se stessa, se non fosse sorretta dall’aiuto di Dio, dicendo a Pietro: Simone, Simone: ecco che Satana vi ha ricercati per vagliarvi come grano; ma io ho pregato il Padre mio perché la tua fede non venga meno [Lc 22,31-32] ... Se perfino in Pietro, dunque, alla fede era necessario l’aiuto del Signore per non venir meno, chi sarà tanto presuntuoso e cieco che ritenga di non necessitare del soccorso quotidiano del Signore per poterla custodire?” (Giovanni Cassiano).

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
***   Tu non disprezzi, o Dio, un cuore contrito e affranto. (Salmo Responsoriale)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 

O Dio, che sempre ci nutri con i tuoi sacramenti,
per questi doni della tua bontà
guidaci alla vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.

 

24 Febbraio 2021

Beato Tommaso Maria Fusco, Fondatore

In un momento storico difficile dell’Italia e del Meridione in particolare, quando le idee di libertà dalla dominazione straniera avevano fatto breccia anche negli Italiani, insorgendo con rivoluzioni e disordini, il 1° dicembre del 1831 nacque a Pagani, Tommaso Fusco. Fu battezzato lo stesso giorno, da don Cesare Pepe nella chiesa parrocchiale di san Felice e SS. Corpo di Cristo. Ancora in tenera età, a soli sei anni, Tommaso fu privato delle cure e della presenza della mamma; quattro anni dopo anche del padre.
Nel 1839 Tommaso partecipò alle celebrazioni in onore di santo Alfonso, canonizzato il 26 maggio di quello stesso anno, e in quella occasione promise a Dio: “ Sarò prete anch’ io “. Ma, prima di realizzare questa sua consacrazione a servizio di Dio e della Chiesa, egli dovrà superare non poche difficoltà familiari, suscitate proprio dal fratello maggiore don Raffaele e dallo zio paterno don Giuseppe, i quali volevano che attendesse agli interessi e alla continuità della famiglia, poiché due sacerdoti in famiglia erano già sufficienti. Fu ordinato Sacerdote il 22 dicembre 1855 e, fin dai primi giorni del suo sacerdozio, aprì nella sua casa una scuola privata e, nei locali della confraternita del Corpo di Cristo, una “cappella serotina”, per giovani di ogni grado e condizione sociale. Il 28 aprile del 1857 fu ammesso nella Congregazione dei Missionari nocerini, “allora fiorente in Diocesi, e don Tommaso emerse ben presto e, senza risparmiarsi alcun sacrificio, percorse molti paesi del Cilento e dell’Irpinia”.
Nel 1861 la scuola mattinale per i bambini fu chiusa e, sempre nella sua casa, aprì una scuola di teologia. Nel 1861 la scuola mattinale per i bambini fu chiusa e, sempre nella sua casa, aprì una scuola di teologia per i giovani sacerdoti, che avessero voluto continuare lo studio della Morale, e prepararsi agli esami di abilitazione alle confessioni. “Un corso regolare - afferma mons. Mario Vassalluzzo che funzionerà per oltre venticinque anni”.
Ricordiamo, in questo contesto, un’altra nota di mons. Vassalluzzo, quando riferisce che don Tommaso viene “abilitato alle confessioni per uomini e donne il 1° gennaio del 1858 dal Vescovo diocesano, facendo uno strappo alle norme allora in uso, che stabilivano di dare la facoltà ai novelli sacerdoti prima per gli uomini e poi per le donne, e don Tommaso eserciterà tale ministero con zelo e pietà” . Mons. Salvatore Garofalo annota: “evidentemente il Vescovo lo giudicò maturo, se non d’età, di senno e di virtù” .
Sempre nel 1862 sorse, con tutte le autorizzazioni dei Superiori, un’Associazione di sacerdoti dal titolo: “Compagnia dell’Apostolato Cattolico del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo”. L’Opera fu approvata e benedetta da Pio IX il 30 aprile 1868. I Missionari aderenti a questa Compagnia erano impegnati nella predicazione delle missioni al popolo e concludevano sempre con 1’istituzione delle Pie Unioni del Preziosissimo Sangue. Don Tommaso, in qualità di Direttore, guiderà poi queste pie istituzioni anche attraverso la stampa del periodico “La voce del Preziosissimo Sangue”, che riuscirà a varcare i confini italiani e raggiungere anche l’India. Significativa la nota di mons. Vassalluzzo, che ci informa di uno scritto che padre Silvestro Papili, dei Silvestrini, invia al Direttore nel 1870, per comunicargli del bene che riesce a realizzare tra gli Indiani con la devozione al PP.mo Sangue e dei 300 associati alla Pia Unione.
Dal 1861 al 1873 don Tommaso fu cappellano nel Santuario della Madonna del Carmine, detto delle Galline, e dal 1873 al 1883 ritornò nella Chiesa matrice in qualità di economo curato, esercitando il ministero parrocchiale. Don Tommaso, che aveva aggiunto al nome di battesimo anche quello di Maria, per sua personale devozione alla Vergine, non solo diffonderà questa devozione con le pratiche di pietà mariana, ma istituirà con le “domeniche catechistiche”, anche l’Associazione delle Figlie di Maria, dalle quali nacquero le “monache di casa”.
Queste, pur continuando a far parte delle Figlie di Maria, furono riunite in una particolare Associazione, col nome di: “Figlie del Preziosissimo Sangue”, nel 1867 don Tommaso scrisse per loro il “Regolamento di Vita divota”. 
Nel 1872, durante la Missione predicata a Scafati, dalla Compagnia Cattolica, nella contemplazione del Crocifisso miracoloso, don Tommaso ebbe l’intuizione della fondazione della Congregazione delle Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue, destinata a ritrarre e riflettere “la più viva immagine di quella divina Carità con cui il Preziosissimo Sangue fu sparso”.
Il 6 gennaio 1873, mons. Raffaele Ammirante, Vescovo diocesano, presiedette all’inaugurazione del primo Orfanotrofio” con tre suore e sette orfanelle, che don Tommaso volle mantenere a proprie spese. In quell’occasione mons. Ammirante, prima di impartire la benedizione pastorale, rivolto al Fondatore disse: “Hai scelto il titolo del Preziosissimo Sangue? Ebbene, preparati a bere un calice amaro!”. Nel linguaggio biblico il calice indica la propria sorte, e bere il calice sta a significare le sofferenze e i patimenti che si sopportano (Cf Mt 20,22; 26, 39). Gesù stesso nel Getsemani, preso da” paura e angoscia”, ma fermo nella decisa volontà di mantenere viva la sua adesione alla volontà del Padre, si affida all’onnipotenza di Dio e lo prega perché allontani da Lui “ questo calice” (Mc 14,32-36).Un’angoscia, quella di Gesù nel Getsemani, che Luca definisce esplicitamente “ agonia” (22,44), agone come quello degli atleti, una lotta cruentissima, tanto che le gocce di sudore cadono come sangue.
Anche per don Tommaso scoccò l’ora di testimoniare, come Gesù nel Getsemani, i tratti caratteristici del martire, dell’uomo fedele e coraggioso nella lotta, nonostante la prova dolorosa. Nel 1880 il Venerabile fu vittima di una terribile calunnia, tramata da due sacerdoti rivali e spalleggiata dai signorotti del paese, che si concluse più tardi con la confessione, in “pubblica piazza”, del colpevole e la “dichiarazione dell’innocenza assoluta e totale di don Tommaso”, da parte del Tribunale ecclesiastico di Nocera Inferiore, costituitosi in seguito ad una istanza presentata dallo stesso clero di Pagani. 
“Emerge, anche da questa difficile situazione, la figura di chi vive, anche nella sofferenza, alla maniera dei santi e dei forti, secondo lo stile di un uomo virtuoso, prudente e responsabile, obbediente al Vescovo e a chi lo guidava nella vita spirituale”.
Padre Pietro Schiavone, S.J. suo grande devoto e curatore di alcune pubblicazioni e studi sul Venerabile, afferma che la calunnia fu “colpo d’ala che lo immise nell’orbita dei privilegiati del Signore e che arricchì il suo vissuto di accentuate tonalità mistiche”, e per padre Antonio Ricciardi, suo primo Postulatore, la calunnia “rafforza la sua testimonianza alla Carità del Sangue Preziosissimo di Gesù”.
Don Tommaso M. Fusco, dopo aver consacrato tutta la sua vita a servizio di Dio e dei fratelli, fece ritorno alla casa del Padre il 24 febbraio del 1891. Mons. Bartolomeo Mangino, che aveva partecipato ai funerali, quando aveva da poco compiuto i sette anni, scriverà poi: “Ricordo due siepi di popolo immenso lungo le strade percorse dal corteo funebre nel pomeriggio di quel 25 febbraio del 1891.
Tutta Pagani, insieme con le schiere accorse dai paesi vicini, circondò di un palpito tenerissimo la bara contenente i resti mortali del suo diletto figlio”.
Il Venerabile Tommaso M. Fusco, quale” labbro parlante dell’Evangelo” e “profeta e testimone della Carità del Sangue”, continua, ancora oggi, la sua missione nella Chiesa e a favore dei fratelli, attraverso l’opera delle sue Figlie spirituali, chiamate a testimoniare ovunque, nella vita di ogni giorno, “la stessa carità di quel Dio che nel dono del Sangue del Figlio suo ci ha fatti consanguinei di Lui e, quindi, figli nel Figlio”. Fonte: www.tommasomariafusco.com 

Beato Tommaso Maria Fusco: SETTE OFFERTE   

1) Eterno Padre, che, nel Sangue palpitante del Figlio, baci “oggi” con nuova effusione d’amore, i tuoi figli, accetta l’offerta del prezzo della nostra salvezza, per quanti hanno perduto la via della figliolanza divina.

2) Eterno Padre, che, nel Sangue del Figlio, proclami la vittoria sul peccato e sulla morte, accetta l’offerta di questo Sangue, perché quanti vivono nella sfiducia siano fortificati e guidati ad accettare la sofferenza come partecipazione ai patimenti di Cristo.

3) Eterno Padre, che sempre ascolti la voce del Sangue del Figlio Tuo, che ti parla di amore e di perdono, accettane l’offerta, perché tutti i cristiani amino secondo il tuo cuore i fratelli e abbiano per tutti sentimenti di comprensione e di accettazione.

4) Eterno Padre, che, nella croce del Figlio, ti sei profondamente chinato sull’umanità, accetta l’offerta del suo Sangue, perché ogni cristiano si chini sui bisogni dei fratelli con generosità e delicatezza.

5) Eterno Padre, che, nel Sangue del Figlio, riveli il Tuo infinito amore, accettane l’offerta, perché quanti non hanno ancora scoperto la Tua bontà siano presto raggiunti dalla luce del Tuo Spirito.

6) Eterno Padre, che, nel Sangue del Figlio, rinnovi nello Spirito il Tuo patto d’amore con l’umanità, accettane l’offerta, perché il Tuo disegno d’amore sia conosciuto da tutti gli uomini.

7) Eterno Padre, che, nel Sangue del Figlio, compi la nuova ed eterna alleanza, accettane l’offerta perché tutti gli uomini siano fedeli agli impegni di vita cristiana e si facciano testimoni di carità e di pace.

Alcune massime tratte dagli scritti del beato Tommaso Maria Fusco:

1) Iddio soltanto ha il diritto di domandare il nostro cuore. Egli solo è capace di contentarlo.

2) Iddio è il padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione; egli qualche volta separa queste due qualità: la consolazione si ritira, ma la misericordia sussiste.

3) La rassegnazione riconosce in Dio un padre amoroso, anche allorquando in egli vede un giudice severo.

4) Dio entrerà nell’anima nostra, se la trova sola ed isolata; sola, senz’altro pensiero che quello di adorarlo; sola, senz’altro affetto che quello di amarlo; sola, senz’altra volontà che quella che possa a Lui piacere.

5) Chi è abbandonato o vilipeso da chi meno se lo aspetta, sarà protetto da Dio, se saprà tollerare.

6) Il dolore, la povertà e il disprezzo furono compagni di Gesù, e sono retaggio dei suoi veri seguaci.

7) Avete commesso un peccato? Non vi fermate a riflettervi, ma a pentirvi e a porvi rimedio.

8) Non avrete mai pace con voi se non quando farete a voi stessi una guerra continua.

9) Non accade niente nel mondo che Dio non voglia o non permetta: Dio non può volere o non permettere niente che non abbia per fine il nostro bene; Dio può cavare bene dal male medesimo, e fare che tutto ridondi a nostro bene

10) Per mezzo della pazienza s’impara a vincere e superare se stesso. La pazienza è la salvaguardia ed il sostegno di tutte le virtù. La pazienza ci aiuta a fare il purgatorio in questo mondo e a metterci in stato, lasciando la terra, di essere ricevuti nel cielo e di essere coronati nella gloria.

Pratica: Fare festa ai Santi significa guardare le loro virtù ed assumerne l’impegno ad imitarli, nonostante i nostri limiti”.

Preghiera: O Dio, Padre della vita, nel Sangue di Cristo, tuo Figlio e nostro Redentore, hai manifestato il tuo amore per il mondo, hai stabilito la nuova ed eterna alleanza, hai costituito per noi la sorgente di ogni santità. Accogli questa umile preghiera: concedi, se è nella tua volontà, la piena glorificazione tra i tuoi Santi del sacerdote Tommaso Maria Fusco, e, per sua intercessione, la grazia che ti domando… affinché anch’io  possa mettermi al servizio del tuo progetto di salvezza e testimoniare la Carità di Cristo, tuo Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.