MARTEDÌ 29 DICEMBRE 2020
QUINTO GIORNO FRA L’OTTAVA DI NATALE
1Gv 2,3-11; Sal 95 (96); Lc 2,22-35
Colletta: Onnipotente e invisibile Dio, che nella venuta del Cristo, vera luce, hai vinto le tenebre del mondo, volgiti a noi con sguardo sereno, perché possiamo celebrare con lode unanime la nascita gloriosa del tuo unico Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te.
... luce per rivelarti alle genti: Giovanni Paolo II (Omelia, 2 febbraio 1998): Lumen ad revelationem gentium! “Luce per illuminare le genti” (Lc 2,32). Queste parole risuonano nel tempio di Gerusalemme, mentre Maria e Giuseppe, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, si apprestano ad “offrirlo al Signore” (Lc 2,22). L’evangelista Luca, sottolineando il contrasto tra l’iniziativa modesta ed umile dei due genitori e la gloria dell’avvenimento percepita da Simeone ed Anna, sembra voler suggerire che il tempio stesso attenda la venuta del Bambino. Nell’atteggiamento profetico dei due vegliardi, infatti, è tutta l’Antica Alleanza che esprime la gioia dell’incontro con il Redentore. Entrambi in attesa del Messia, entrambi ispirati dallo Spirito Santo, Simeone ed Anna si recano al tempio mentre Maria e Giuseppe, in obbedienza alle prescrizioni della Legge, vi portano Gesù. Alla vista del Bambino essi, Simeone e Anna, intuiscono che è proprio Lui l’Atteso, e Simeone, quasi in estasi, proclama: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2,29-32). Lumen ad revelationem gentium! Simeone, l’uomo dell’Antica Alleanza, l’uomo del tempio di Gerusalemme, con le sue parole ispirate esprime la convinzione che quella Luce è destinata non soltanto ad Israele, ma anche ai pagani ed a tutti i popoli della terra. Con lui la “vecchiaia” del mondo accoglie tra le braccia lo splendore dell’eterna “giovinezza” di Dio. Sullo sfondo, però, già si profila l’ombra della Croce, perché le tenebre rifiuteranno quella Luce. Infatti Simeone, rivolgendosi a Maria, profetizza: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2,34-35).
I primi due capitoli di Matteo e di Luca sono conosciuti come i Vangeli dell’infanzia. La gioia di Giuseppe e di Maria viene turbata dalle parole oscure di Simeone, il quale non fa che indicare agli ignari sposi la via della croce: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (v. 34). Gesù apre questa via, la percorre fino alla fine e la propone a noi, suoi discepoli. Maria, per prima, la seguirà in piena fedeltà e disponibilità.
Dal Vangelo secondo Luca 2,22-35: Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».
Simeone è presentato «giusto e pio», al modo dei personaggi precedenti: giusto esternamente e praticamente, pio o timorato di Dio internamente.
Egli attendeva «il conforto di Israele», cioè quel Messia (astratto per il concreto) il cui compito - secondo Isaia 61,2s - era «di confortare i piangenti di Sion», cioè di consolare e riportare alla gioia.
Lo Spirito Santo, in premio di tali buone disposizioni e della intemerata condotta, gli aveva promesso (Luca non dice come) che avrebbe visto con i suoi occhi il Messia. Ed è appunto lo Spirito che, non solo lo fa salire al tempio in coincidenza con la venuta della sacra Famiglia, ma anche gli fa riconoscere nel Bambino il Messia.
Benché Gesù fosse il Figlio di Dio incarnato e la sua nascita fosse stata verginale, Maria e Giuseppe adempiono con riverenza e docilità tutte queste prescrizioni della Legge. Con loro stupore (cfr. v. 33), la scena e le vicende che accadono appaiono piene di un profondo significato. Le parole di Simeone riguardanti il bambino e sua madre sono rivestite di mistero. Il bambino che l’anziano prende fra le braccia è la salvezza di Dio incarnata (da qui il nome che gli è stato imposto: “Gesù”, Dio salva). Una salvezza che sarà luce per i pagani e gloria per Israele.
Il Catechismo della Chiesa condensa il mistero di tutta questa scena così: “La Presentazione di Gesù al Tempio (cfr. Lc 2, 22-39) lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore (cfr. Es 13, 2. 12-13). In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’Incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, ‘luce delle genti’ e ‘gloria di Israele’, ma anche ‘segno di contraddizione’. La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza ‘preparata da Dio davanti a tutti i popoli’” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 529).
Origene (In Lucam, 1): Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace: Simeone stava ormai per essere liberato dai vincoli del corpo, ed egli sapeva che nessuno poteva far uscire gli uomini dalla prigione del corpo, con la speranza futura, se non Colui che teneva in braccio. Per questo dice, rivolgendosi a Lui, lascia che il tuo servo se ne vada in pace; infatti fin che io non sostenevo Gesù, finché le mie braccia non lo sollevavano, ero prigioniero e non potevo liberarmi dai miei vincoli. Dobbiamo intendere queste parole come se fossero non soltanto di Simeone, ma di tutto il genere umano. Se uno esce dal mondo, se è liberato dal carcere e dalla dimora dei prigionieri per andare a regnare, prenda tra le sue mani Gesù, lo circondi con le sue braccia, lo tenga stretto al suo petto e allora potrà andare esultante di gioia là dove desidera.
*** Ecco, egli è qui, come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. (Cfr. Lc 2,34-35)
fa’ che la forza inesauribile di questi santi misteri
ci sostenga in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.
Chiudiamo l’agenda con San Tommaso Becket, inglese, cancelliere del re (cioè il numero due), vescovo della Chiesa e martire. Non c’è una motivazione precisa per concludere l’anno con un martire, ma è bene di tanto in tanto ricordare qualcuno dei nostri fratelli e sorelle, non solo vissuti nella fede ma anche morti a causa di essa. Nel secolo scorso sono stati milioni in tutte le parti del mondo i caduti, martiri delle persecuzioni contro la fede cristiana. E questo martirologio già di per sé tragicamente lungo viene arricchito continuamente. Sono nostri fratelli e sorelle, vicini o lontani nel tempo, ma uniti a noi dalla medesima fede, che ci spronano e ci richiamano con il loro esempio a tenere “fisso lo sguardo su Gesù Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede” e a superare le prove piccole e grandi della nostra vita spirituale per essere fedeli discepoli dell’unico Maestro e Salvatore. E nel momento per noi della “crisi” cioè delle scelte decisive per Dio o contro di Lui, teniamo presente la stupenda e consolante immagine descritta nella Lettera agli Ebrei (Eb 12) quando si parla di una immensa schiera di fratelli e sorelle che assistono dalle tribune di un immaginario stadio spirituale (il paradiso): “Eccoci dunque posti di fronte a questa grande folla di testimoni (martyres, in greco). Corriamo decisamente la corsa che Dio ci propone” nell’immenso stadio del mondo dove siamo chiamati a vivere la nostra vita. Un famoso cantautore italiano in una canzone ripete continuamente il ritornello “Siamo soli, siamo soli”. È un richiamo alla solitudine esistenziale, che tutti, anche se abitiamo in città, un po’ sentiamo. Ma non siamo soli nel vivere la nostra fede: la folla descritta dalla Lettera agli Ebrei assiste, ricorda i buoni esempi, incoraggia, e applaude. Chi? Ciascuno di noi, ancora nella fase di “viatori” che cammina o corre verso la Città Celeste, cioè verso Dio. Anche Thomas Becket è uno di questi testimoni, anch’egli ebbe il suo carico di sofferenze e difficoltà (chi non le ha?) lungo la sua vita a causa della propria fede. Ma perseverò fino alla fine, coronandola con il sigillo del proprio sangue. È un martire della Chiesa, ed un testimone di coraggio e di coerenza di fronte alle prepotenze del potere politico.
Thomas, uomo di stato
Entrò poi a far parte del gruppo di collaboratori dell’arcivescovo Teobaldo di Canterbury. Questi lo mandò in diverse occasioni a Roma per svolgere missioni importanti e delicate.
Finalmente nel 1154 diventò arcidiacono della diocesi e nel 1155 il neo re Enrico II lo nominò cancelliere del regno. Era arrivato al top della carriera: numero 2, dopo il re. I due inoltre erano legati da sincera amicizia e collaborazione.
Nella sua nuova carica Thomas si trovava a proprio agio e lavorava volentieri, anche perché ad essa era legato un grande potere, che significava immancabilmente un lungo e piacevole corollario di onori, lusso, magnificenza, divertimenti. Non disdegnava di andare a caccia, era infatti un abile falconiere. Ed era diventato anche, provetto nell’uso delle armi.
Thomas era generoso negli intrattenimenti per sé (la carica lo esigeva), ma lo era anche con i poveri. Da vero uomo di potere lavorò molto e con competenza per restaurare la sovranità dell’Inghilterra nelle mani del re Enrico, sovranità che era stata compromessa dal precedente regno di Stefano di Blois. Egli fu in questi anni il vero braccio destro del sovrano e il vero restauratore della monarchia, non senza attirarsi le immancabili critiche, anche da parte della Chiesa.
Morto nel 1161 l’arcivescovo Teobaldo, re Enrico, per porre fine alla resistenza della Chiesa contro l’usurpazione reale dei propri diritti e privilegi avuti nei secoli precedenti, pose la candidatura del suo cancelliere. Chi c’era più degno di lui? Davanti a tanto sponsor poteva il suo numero due dirgli di no? Thomas infatti gli disse: “Se Dio mi permettesse di essere arcivescovo di Canterbury, perderei la benevolenza di vostra maestà, e l’affetto di cui mi onorate si trasformerebbe in odio, giacché diverse vostre azioni volte a pregiudicare i diritti della Chiesa mi fanno temere che un giorno potreste chiedermi qualcosa che non potrei accettare, e gli invidiosi non mancherebbero di considerarlo un segno di conflitto senza fine tra di noi”. Parole profetiche. Ma il re Enrico non diede loro importanza e insistette. Thomas declinò lo stesso l’invito regale, finché non intervenne il nunzio apostolico il card. Enrico di Pisa. Questi, non il re, lo convinse ad accettare il prestigioso incarico a vescovo di Canterbury.
Thomas, uomo di Chiesa
Sobrietà nel mangiare e vestire, preghiera e meditazione della Scrittura ogni giorno, distribuzione ai poveri delle elemosine che furono più abbondanti che quelle del predecessore, visite agli ammalati e agli ospedali. Dalla sua elezione condusse quasi una vita monastica.
Ma ben presto vennero a galla i conflitti con il re. L’occasione furono le Costituzioni di Clarendon. Nella storia inglese, queste sono un capitolo molto importante. Di che si trattava? Era il tentativo di codificazione, per iscritto, di antiche usanze e consuetudini del regno, che qualche volta erano in contrasto con la legislazione canonica che ne limitavano la libertà e l’indipendenza di azione. La polemica che ne scaturì era di ordine giuridico: l’arcivescovo difendeva le posizioni acquisite dalla Chiesa, secondo il diritto canonico. Il re e i suoi giuristi facevano riferimento a consuetudini feudali, che andavano a beneficio del potere regale (nascita del diritto civile). Queste Costituzioni si possono considerare anche la prima dichiarazione legale della Common Law (Legge Comune) inglese. Thomas all’inizio fu conciliante, poi appresi i dettagli (il diavolo si nasconde sempre nelle clausole) le respinse affermando: “Nel nome di Dio onnipotente, non porrò il mio sigillo”. Era come una dichiarazione di ostilità nei riguardi del re, e l’inizio del confronto tra i due. Finalmente arrivò anche il sostegno da Roma: il papa Alessandro III respinse vari provvedimenti dell’assise di Clarendon, e nello stesso tempo pregò Thomas, che aveva dato le dimissioni, di continuare. Durante le trattative tra papa e re, fu ospite in un monastero cistercense e poi anche del re di Francia. Il suo soggiorno all’estero (era un vero esilio) durò sei anni.
E partirono alla volta di Canterbury, per la soluzione finale del confronto. Entrarono in chiesa con la forza gridando “Dov’è Thomas il traditore?”. Questi rispose: “Sono qui, ma non sono un traditore, bensì un vescovo e sacerdote di Dio”. E fu brutalmente ucciso a coltellate. L’assassinio si consumava nella cattedrale (episodio questo che fu fonte di ispirazione e rievocazione letteraria per molti artisti, tra i più famosi T. S. Eliot col suo Assassinio nella cattedrale). L’orrenda notizia si sparse velocemente per tutta l’Europa. Il re Enrico II ne fu profondamente addolorato e digiunò per molti giorni in segno di sincero dolore. “Thomas non aveva vissuto come un santo, ma morì come tale, un uomo dai molti aspetti che cercava la gloria, che trovò alla fine, con coraggio e abnegazione” (A. Butler).
Autore: Mario Scudu sdb
Dalle «Lettere» di san Tommaso Becket, vescovo (Lett. 74; PL 190, 533-536)
Non sarà coronato se non colui che avrà combattuto secondo le regole
E veramente a lui ci si riferisce per le massime cause del popolo che devono essere esaminate dal Sommo Pontefice, e i giudici della Chiesa sono posti sotto di lui, perché sono chiamati a parte della sollecitudine per esercitare la potestà loro affidata.
Ricordatevi infine come sono stati salvati i nostri padri, in che modo e in mezzo a quante difficoltà la Chiesa è cresciuta e si è dilatata; quali tempeste abbia superato la nave di Pietro, che ha Cristo come capitano; come alla corona siano giunti coloro la cui fede brilla più chiaramente nelle tribolazioni.
Così è andata innanzi la schiera di tutti i santi, perché sia vero per sempre che non sarà coronato se non colui che avrà combattuto secondo le regole (cfr. 2Tm 2,5).
Pratica: Non sarà coronato se non colui che avrà combattuto secondo le regole.
Preghiera: O Dio, che hai dato a san Tommaso Becket vescovo il privilegio di versare il sangue per la giustizia e la libertà della Chiesa, concedi anche a noi di essere pronti, per amore del Cristo, a perdere la vita in questo mondo per ritrovarla nel regno dei cieli. Per il nostro Signore.