29 Ottobre 2020
 
Giovedì XXX Settimana T. O.
 
Ef 6,10-20; Sal 143 (144); Lc 13,31-35
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità, e perché possiamo ottenere ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi.
 
Nostra aetate 4: Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.
La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.
Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli Ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell’apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua stirpe: «ai quali appartiene l’adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne» (Rm 9,4-5), figlio di Maria vergine.
Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il Vangelo di Cristo.
Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata (9); gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione (10). Tuttavia secondo l’Apostolo, gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento . Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e «lo serviranno sotto uno stesso giogo» (Sof 3,9).
Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.
E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.
 
Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere, non tutti i farisei gli sono nemici, alcuni per amicizia, o per altri intenti, avvisano Gesù di andare via dalla Galilea, il territorio dove Erode governava (Lc 3,1). Erode aveva già cercato di vedere Gesù (Lc 9,9), non credeva a quanto la gente diceva sul suo conto, e come aveva temuto Giovanni il Battista, così ora crede che Gesù costituisca un pericolo per il suo trono. La risposta di Gesù rivela la volontà del Padre: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme». 
I progetti di Erode non allontaneranno Gesù dalla sua missione: egli morirà, ma non per mezzo di Erode, e solamente quando tutto sarà compiuto secondo la volontà del Padre.
Allo stesso tempo, viene rivelata la signoria di Dio su tutti gli eventi umani. Non era giunta l’“ora”, ecco perché può sfuggire al tranello e proseguire per la sua strada, soltanto quando scoccherà l’“ora” Erode potrà incontrare Gesù (Lc 23,8-12) e nel vederlo incatenato ormai avviato al patibolo si sentirà sollevato dalle sue ansie e angosce, intanto scoccata l’“ora” un fiume di grazia e di salvezza invaderà il mondo.
… quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, questo versetto testimonia l’amore e la tenerezza di Gesù, per Israele che ha voluto riunire sotto le sue ali (cfr. Sal 17,8; 91,4).
 
Dal Vangelo secondo Luca 13,31-35: In quel momento si avvicinarono a Gesù alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». Egli rispose loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno la mia opera è compiuta. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”. Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te: quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa è abbandonata a voi! Vi dico infatti che non mi vedrete, finché verrà il tempo in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”».
 
L’insidia di Erode Angelico Poppi (I Quattro Vangeli):  È una notizia esclusiva di Luca, molto oscura sia per il contenuto, sia per la sua origine, ma molto significativa anche per la sua collocazione al centro del «viaggio teologico» verso Gerusalemme.
È controverso se l’avvertimento minaccioso nei confronti di Gesù fosse partito da Erode Antipa oppure se rappresentasse una mossa astuta dei farisei. Il tetrarca, che oltre la Galilea governava anche la Perea, forse voleva che Gesù si allontanasse da quella regione, dove era avvenuta la decapitazione del Battista. Il maestro nazareno gli dava fastidio. Altri esegeti ritengono che siano stati i farisei a inventare il pericolo che correva Gesù per dissuaderlo dalla sua attività. Per altri, invece, i farisei erano mossi da buone intenzioni.
La pericope è considerata un «apoftegma biografico», che secondo molti esegeti si fonda su ricordi storici, mentre altri l’attribuiscono alla redazione lucana.
v. 32 «Andate, dite a quella volpe ...». Gesù manda un messaggio all’astuto Erode, subdolo come una volpe: egli è deciso a continuare la sua attività per tutto il tempo stabilito da Dio. Perciò oppone un netto rifiuto agli informatori; tuttavia, intende far sapere a Erode che la sua azione taumaturgica durerà poco tempo, «oggi e domani»; «il terzo giorno» sarà compiuta. Il verbo greco teleioùmai (sono compiuto, un passivo divino) è carico di risonanze teologiche, in riferimento all’attuazione del disegno salvifico, che Dio stesso porta a compimento nella missione e nella vita di Gesù (cf. Gv 19,30, «è compiuto», la parola di Gesù morente). Anche il terzo giorno rimanda all’evento pasquale della morte e risurrezione.
v. 33 «Bisogna che ... io parta, poiché non conviene che un profeta perisca fuori di Gerusalemme». Gesù non si lascia intimidire: egli deve attenersi alla volontà del Padre, comunque, la sua partenza verso Gerusalemme è prossima. L’espressione è parallela al versetto precedente, ma l’accento qui è posto sul «dei» (deve, bisogna). Gesù esprime la consapevolezza che la sua morte, quale Profeta definitivo di Dio, è già stata decretata. Non è Erode che può allentare alla sua vita ma sarà il Padre che lo consegnerà alla morte per mano dei peccatori a Gerusalemme, la città che uccide i profeti (11,47-48; At 7,52). Da questo versetto emerge chiaro il motivo del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, che culminerà nell’oblazione della sua vita, in conformità al volere del Padre.
 
… quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto! - Gesù aveva voluto raccogliere i figli di Gerusalemme, anzi l’intero Israele, sotto la protezione di Dio; suo intento era stato di collocarli al sicuro nel suo amore, guidandoli alla salvezza. L’offerta della salvezza fatta da Dio attraverso l’attività di Gesù, fu tuttavia rifiutata. Non avete voluto. Nell’orgogliosa presunzione di ciò che è e di quanto possiede, questa città rigetta da sé colui che intende recarle una nuova parola di Dio. Essa si sente sicura. Dio non ha più nulla da chiederle. La storia dell’amore di Dio e la storia del peccato, in cui l’uomo resiste a Dio medesimo, trova nel viaggio di Gesti verso Gerusalemme il compimento e la catastrofe (cf. Mt. 21,33-39).
Gerusalemme andrà in rovina per essersi sottratta alla chiamata e alla guida dell’inviato di Dio. La città è grande e splendida, avendola Dio scelta per propria dimora. Ciò si avvera soprattutto con la venuta di Gesù, perché con lui è la maestà stessa di Dio che appare nel tempio (2,21-37). Ma dopo che Gesù sarà stato giustiziato proprio in questa città, su di essa sovrasterà ormai la catastrofe. La protezione e il favore di Dio le saranno tolti e, abbandonata nelle mani dei suoi stessi abitanti, finirà nella completa distruzione. S’avvera così la predizione del profeta Geremia: «Abbandono la mia casa, rigetto la mia proprietà. Ho consegnato il diletto del mio cuore nelle mani dei suoi nemici» (Ger. 12,7). Le minacce di sventura già pronunziate dai profeti vengono raccolte da Gesù e portate a compimento: «Se vi allontanerete da me, voi e i vostri figli, se non osserverete i miei comandamenti e le leggi che vi ho imposto... strapperò Israele dalla superficie della terra che gli ho dato e rigetterò dal mio cospetto il tempio che ho santificato nel mio nome; Israele diventerà lo scherno e la favola di tutti i popoli e questa casa sarà ridotta a un mucchio di rovine» (1Re, 9,6s.). La fine di Gesù a Gerusalemme segna anche la fine di Gerusalemme.
In realtà, Gesù non finisce con la morte a cui va incontro in questa città. Verrà un tempo nel quale egli sarà salutato con l’acclamazione usata dai pellegrini giunti al termine del loro cammino sulla sommità della montagna del tempio: Benedetto colui che viene nel nome del Signore (Sal. 118,26). È Gesù colui che viene e ha ricevuto da Dio la missione di Salvatore del mondo; egli è il Messia. Gerusalemme, la città della sua morte, è anche la città della sua glorificazione. La morte che gli si sta preparando, si concluderà con la sua esaltazione, con la sua venuta quale Figlio dell’uomo in tutta potenza e maestà (cf. 22,69).
Il mistero di questa città è l’abitazione di Dio in essa.
Eppure Gerusalemme sarà abbandonata alla rovina. Tuttavia un raggio di speranza splende d’improvviso. I suoi abitanti grideranno: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore».
Prima che Gesù ritorni in tutta la sua maestà, Israele si convertirà, e sarà allora che lo acclamerà alla sua venuta. « L’accecamento di una parte d’Israele perdurerà finché non sia entrata la massa dei pagani; poi tutto Israele sarà salvato » (Rom. 11,25s.). La Chiesa perseguitata non si smarrisce nella sua amarezza. Essa non si rinchiude nel ghetto, abbandonando il mondo a se stesso, e alle forze del demonio, ma agisce anche «morendo», perché crede alle divine promesse della vittoria e della gloria e alla volontà salvifica di Dio.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Cristo ci ha amati: per noi ha sacrificato se stesso, offrendosi a Dio in sacrificio di soave profumo. (Ef 5,2)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Signore, questo sacramento della nostra fede
compia in noi ciò che esprime e ci ottenga
il possesso delle realtà eterne, che ora
celebriamo nel mistero. Per Cristo nostro Signore.



29 Ottobre 2020
 
Beata Chiara Badano, Laica
 
LA VITA

A Sassello, un paesino dell’entroterra ligure in provincia di Savona appartenente alla diocesi di Acqui (Piemonte), il 29 ottobre 1971 nasce Chiara, dopo undici anni di attesa. I genitori, Maria Teresa e Fausto Ruggero Badano esultano e ringraziano la Madonna, in particolare la Vergine delle Rocche, a cui il papà aveva chiesto la grazia di un figlio. La piccola mostra subito un temperamento generoso, gioioso e vivace, ma anche un carattere franco e determinato. La mamma la educa attraverso le parabole del Vangelo ad amare Gesù, ad ascoltare la Sua vocina e a compiere tanti atti di amore. Chiara prega volentieri a casa e a scuola!
Chiara è aperta alla grazia; sempre pronta ad aiutare i più deboli, si corregge docilmente e si impegna a essere buona. Vorrebbe che tutti i bimbi del mondo siano felici come lei; in modo speciale ama i bambini dell’Africa e, a soli quattro anni dopo che viene a conoscenza della loro estrema povertà, afferma: «D’ora in poi penseremo noi a loro!». A questo proposito, a cui mantiene fede, seguirà molto presto la decisione di divenire medico per poterli andare a curare.  Dai quaderni delle
Chiara è aperta alla grazia; sempre pronta ad aiutare i più deboli, si corregge docilmente e si impegna a essere buona. Vorrebbe che tutti i bimbi del mondo siano felici come lei; in modo speciale ama i bambini dell’Africa e, a soli quattro anni dopo che viene a conoscenza della loro estrema povertà, afferma: «D’ora in poi penseremo noi a loro!». A questo proposito, a cui mantiene fede, seguirà molto presto la decisione di divenire medico per poterli andare a curare.  Dai quaderni delle prime classi elementari traspare tutto il suo amore per la vita: è una bambina davvero felice. Nel giorno della prima Comunione, da lei tanto atteso, riceve in dono il libro dei Vangeli. Sarà per lei il «libro preferito». Pochi anni dopo scriverà: «Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio». Chiara cresce e mostra un grande amore per la natura. Portata per lo sport, lo praticherà in vari modi: corsa, sci, nuoto, bicicletta, pattini a rotelle, tennis…, ma in special modo preferirà la neve e il mare. È socievole, ma riuscirà - sebbene molto vivace - a divenire “tutta ascolto”, mettendo “l’altro” sempre al primo posto. Fisicamente bella, sarà da tutti ammirata. Intelligente e ricca di doti dimostra una precoce maturità. Molto sensibile e servizievole verso “gli ultimi”, li copre di attenzioni, rinunciando anche a momenti di svago, che ricupererà con spontaneità. In seguito ripeterà: «Io devo amare tutti, sempre e per prima», vedendo in loro il volto di Gesù. Piena di sogni e di entusiasmi a nove anni scopre il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich con cui intesse una filiale corrispondenza. Ne fa suo l’ideale sino a coinvolgere i genitori nel medesimo cammino. Bambina, poi adolescente e giovane come tante altre, si mostra totalmente disponibile al disegno di Dio su di lei e mai vi si ribellerà. Tre realtà si rivelano determinanti nella sua formazione e nel cammino verso la santità: la famiglia, la Chiesa locale - in particolar modo il suo Vescovo - e il Movimento, a cui apparterrà come Gen (Generazione Nuova). L’Amore è al primo posto nella sua vita, in special modo l’Eucaristia, che anela a ricevere ogni giorno. E, pur sognando di formarsi una famiglia, sente Gesù come “Sposo”; sarà sempre di più il suo “tutto”, fino a farla ripetere - anche nei dolori più atroci-: «Se lo vuoi tu, Gesù, lo voglio anch’io!». Terminate le elementari e le medie, Chiara sceglie il liceo classico. L’aspirazione a divenire medico per recarsi in Africa non è sfumata. Ma il dolore inizia a entrare nella sua vita: non compresa e accettata da un’insegnante, viene respinta. A nulla vale la difesa dei compagni: deve ripetere l’anno. Dopo un primo momento di sconforto, sul suo volto riappare il sorriso. Decisa affermerà: «Amerò i nuovi compagni come ho amato quelli di prima!» e offre la sua prima grande sofferenza a Gesù. Chiara vive in pieno la propria adolescenza: nel vestirsi ama il bello, l’armonia dei colori, l’ordine, ma non la ricercatezza. Alla mamma che la invita a vestire abiti un po’ più eleganti replica: «Io vado a scuola pulita e ordinata: ciò che conta è essere belli dentro!» e si trova a disagio se le dicono che è proprio bella. Ma tutto questo la porta più volte a esclamare: «Quant’è duro andare controcorrente!». Non si atteggia a maestra, non fa “prediche”: «Non devo dire di Gesù a parole: devo darlo col mio comportamento»; vive il Vangelo sino in fondo e rimane semplice e spontanea: è davvero un raggio di luce che riscalda i cuori. Percorre, senza saperlo, la “Piccola Via” di Santa Teresa di Gesù Bambino. Nel gennaio 1986 in una riunione, afferma: «Ho capito l’importanza di “tagliare”, per essere e fare solo la volontà di Dio. E ancora, quello che diceva S. Teresina: che, prima di morire a colpo di spada, bisogna morire a colpi di spillo. Mi accorgo che le piccole cose sono quelle che non faccio bene, oppure i piccoli dolori…,, quelle che mi lascio sfuggire. Così voglio andare avanti amando tutti i colpi di spillo». E, al termine, questo proposito: «Voglio amare chi mi sta antipatico!». Chiara ha una grande devozione per lo Spirito Santo e si dispone coscienziosamente a riceverlo nel sacramento della Cresima che mons. Livio Maritano, Vescovo di Acqui, le amministra il 30 settembre 1984. Si era preparata con impegno e Lo invocherà spesso chiedendo Luce, quella luce d’Amore che l’aiuterà ad esserne una piccola, ma viva, scia luminosa. Ora Chiara è bene inserita nella nuova classe. È compresa e positivamente valutata. Tutto prosegue nella normalità finché, nel corso di una partita di tennis, un lancinante dolore alla spalla sinistra la costringe a lasciar cadere a terra la racchetta. Dopo una lastra e un’errata diagnosi, si provvede al ricovero. La TAC evidenzia un osteosarcoma. È il 2 febbraio 1989: nella Chiesa si ricorda la presentazione di Gesù al tempio. Chiara ha diciassette anni. Inizia così la sua “via crucis”: viaggi, esami clinici, ricoveri, interventi e cure pesanti; da Pietra Ligure a Torino. Quando Chiara comprende la gravità del caso e le poche speranze non parla; rientrata a casa dall’ospedale chiede alla mamma di non porle domande. Non piange, non si ribella né si dispera. Si chiude in un assorto silenzio di 25 interminabili minuti. È il suo “orto del Getsemani”: mezz’ora di lotta interiore, di buio, di passione…, per poi mai più tirarsi indietro. Ha vinto la grazia: «Ora puoi parlare, mamma», e sul volto torna il sorriso luminoso di sempre. Ha detto sì a Gesù. Quel «sempre sì», che aveva scritto da bambina su una piccola rubrica alla lettera esse, lo ripeterà sino alla fine. Alla mamma, per rasserenarla, non mostra alcuna preoccupazione: «Vedrai, ce la farò: sono giovane!». Il tempo scorre implacabile e il male galoppa trasferendosi al midollo spinale. Chiara si informa di tutto, parla con i medici e con gli infermieri. La paralisi la blocca, ma arriverà ad affermare: «Se adesso mi chiedessero se voglio camminare, direi di no, perché così sono più vicina a Gesù». Non perde la pace; rimane serena e forte; non ha paura. Il segreto? «Dio mi ama immensamente». Incrollabile la sua fiducia in Dio, nel suo «Papà buono». Vuole compiere sempre, e per amore, la Sua volontà: vuole «stare al gioco di Dio». Vive momenti di totale contatto col Signore: «… Voi non potete neppure immaginare qual è adesso il mio rapporto con Gesù. Avverto che Dio mi chiede qualcosa di più, di più grande… Mi sento avvolta in uno splendido disegno che a poco a poco mi si svela», e si trova a un’altezza da cui non vorrebbe mai scendere: «… lassù, dove tutto è silenzio e contemplazione»… Rifiuta la morfina perché le toglie lucidità: «Io non ho più niente e posso offrire solo il dolore a Gesù»; e aggiunge: «ma ho ancora il cuore e posso sempre amare». Ormai è tutta dono. Sempre in offerta: per la Diocesi, per il Movimento, per la gioventù, per le Missioni…; sorregge con la sua preghiera e trascina nell’Amore chiunque le passa accanto. Profondamente umile e dimentica di sé, è disponibile ad accogliere e ascoltare quanti l’avvicinano, in particolare i giovani a cui lascerà un ultimo messaggio: «I giovani sono il futuro. Io non posso più correre, ma vorrei passar loro la fiaccola come alle Olimpiadi… I giovani hanno una vita sola e vale la pena di spenderla bene». Non chiede il miracolo della guarigione e si rivolge alla Vergine SS. scrivendole un biglietto: «Mamma Celeste, tu lo sai quanto io desideri guarire, ma se non rientra nella volontà di Dio, ti chiedo la forza per non mollare mai. Umilmente, tua Chiara». Come un bambino si abbandona all’amore di Colui che è l’Amore: «Mi sento così piccola e la strada da percorrere è così ardua… Ma è lo Sposo che viene a trovarmi!». Si fida totalmente di Dio e invita la mamma a fare altrettanto: «Non ti preoccupare: quando io non ci sarò più, tu fìdati di Dio e vai avanti, poi hai fatto tutto!». Fiducia incrollabile. I dolori l’attanagliano, ma lei non piange: trasforma il dolore in amore, ed allora volge lo sguardo al suo “Gesù Abbandonato”: un’immagine di Gesù incoronato di spine, posta sul comodino accanto al letto. Alla mamma che le chiede se soffre molto risponde con semplicità: «Gesù mi smacchia con la varechina anche i puntini neri, e la varechina brucia. Così, quando arriverò in Paradiso, sarò bianca come la neve». Nelle notti insonni canta e, dopo una di queste - forse la più tragica - affermerà: «Soffrivo molto fisicamente, ma la mia anima cantava», confermando la pace del suo cuore. Negli ultimi giorni riceve da Chiara Lubich il nome di Luce: “Perché nei tuoi occhi vedo la luce dell’Ideale vissuto sino in fondo: la luce dello Spirito Santo”. In Chiara ormai non c’è che un grande desiderio: andare in Paradiso, dove sarà «tanto, tanto felice»; e si prepara alle «nozze». Chiede di essere rivestita con un abito da sposa: bianco, lungo e semplice. Predispone la liturgia della “sua” Messa: sceglie le letture e i canti… Nessuno dovrà piangere, ma cantare forte e fare festa, perché «Chiara incontra Gesù»; gioire con lei e ripetere: «Ora Chiara Luce vede Gesù!». Poco tempo prima aveva affermato con certezza: «Quando una giovane di diciassette-diciotto anni va in Cielo, in Cielo si fa festa». Le offerte della Messa dovranno essere destinate ai bambini poveri dell’Africa, come aveva già fatto con il denaro ricevuto in regalo per i 18 anni. Questa la motivazione: «Io ho Tutto!»… Come avrebbe potuto fare diversamente, se non pensare sino alla fine a chi non ha nulla? 
Alle 4,10 di domenica 7 ottobre 1990, giorno della Resurrezione del Signore e festa della Vergine del Santo Rosario, Chiara raggiunge il tanto amato «Sposo». È il suo dies natalis. Nel Cantico dei Cantici (2, 13-14) si legge: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro”. Poco prima aveva sussurrato l’ultimo saluto alla mamma con una raccomandazione: «Ciao, sii felice, perché io lo sono!». Al funerale, celebrato due giorni dopo dal “suo” Vescovo, partecipano centinaia e centinaia di persone, soprattutto giovani. Pur tra le lacrime, l’atmosfera è di gioia; i canti che si elevano a Dio esprimono la certezza che ora lei è nella vera Luce! Volando in Cielo, ha voluto lasciare ancora un dono: le cornee di quei meravigliosi occhi che, col suo consenso, sono state trapiantate in due giovani, ridando loro la vista. Oggi essi, anche se sconosciuti, sono la “reliquia vivente” della beata Chiara!
 
Autore: Mariagrazia Magrini, Vicepostulatrice
 
 
Vivere di Cristo
 
 
A chi legge la biografia di Chiara appare evidente la continuità dei valori che ha vissuto dalla fanciullezza all’adolescenza, alla maturità giovanile. Ed è palese la salda unità che riesce a stabilire tra le convinzioni di fede e i desideri, i sentimenti, le decisioni e gli atti.
Una vigorosa coerenza che sta alla base della sua forte personalità: risoluta nel respingere i compromessi e nell’andare controcorrente; tenace nel perseguire a tutti i costi il grande obiettivo che sta a cuore.
Vi riesce facendo in modo che, come insegna S. Paolo (Gal. 5,6), la sua fede si rende operosa per mezzo dell’amore. Tutto è radicato su una certezza irremovibile: quella di essere immensamente amata da Dio. La riafferma anche nei momenti più dolorosi della malattia e si conforma alla professione di fede degli Apostoli dopo la Pentecoste: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi” (1Gv 4,16). Poiché Dio è Padre ama ciascuno dei suoi figli, vuole sempre ciò che è bene per loro, ed essendo santo è fedele nel mantenere sicuramente quello che ha promesso. Dinanzi alla generosità dell’amore di Dio – comprovato dal dono del Figlio e dall’offerta totale che gli ha chiesto per la salvezza degli uomini: “Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20) – Chiara sente un bisogno incontenibile di cercare tutti i modi di ricambiarlo. Lo dichiara esplicitamente: «A me interessa solo la volontà di Dio: fare bene quella nell’attimo presente; stare al gioco di Dio».
La sua esperienza spirituale è tutta un vivere di Cristo. Ha realizzato la norma di S. Paolo: “Cristo è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro”. Il Signore le ha chiesto davvero molto; ma l’ha aiutata, con la forza dello Spirito, a non negargli nulla. Da parte sua gli è stata fedele, e Dio l’ha ricompensata già col “centuplo” in questa vita, con esperienze di Cielo, insieme alla certezza di giungere prontamente alla pienezza dell’amore con lo Sposo.
 
+ Mons. Livio Maritano
 
 
Pratica:Io devo compiere istante per istante la volontà di Dio: devo stare al gioco di Dio!” (Beata Chiara Badano)
 
Preghiera: Padre di immensa bontà, che per i meriti del tuo Figlio e il dono dello Spirito hai reso ardente di amore la beata Chiara Badano, trasforma profondamente il nostro animo affinché anche noi, sul suo esempio, riusciamo a compiere sempre con serena fiducia la tua santa volontà. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
 

  

 

 

28 Ottobre 2020
 
Mercoledì XXX Settimana T. O.
 
Santi Simone e Giuda Apostoli - Festa
 
Ef 2,19-22; Sal 18 (19); Lc 6,12-19
 
Dal Martirologio: Festa dei santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
 
Colletta: O Dio, che per mezzo degli Apostoli ci hai fatto conoscere il tuo mistero di salvezza, per l’intercessione dei santi Simone e Giuda concedi alla tua Chiesa di crescere continuamente con l’adesione di nuovi popoli al Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
... e ne scelse Dodici - Pastores gregis 6: Il Signore Gesù, durante il suo pellegrinaggio sulla terra, annunciò il Vangelo del Regno e lo inaugurò in se stesso, rivelandone a tutti gli uomini il mistero. Chiamò uomini e donne alla sua sequela e, fra i discepoli, ne scelse Dodici, perché « stessero con Lui » (Mc 3,14). Il Vangelo secondo Luca specifica che Gesù fece questa sua scelta dopo una notte di preghiera trascorsa sulla montagna (cfr Lc 6,12). Il Vangelo secondo Marco, a sua volta, sembra qualificare tale azione di Gesù come un atto sovrano, un atto costitutivo che dà identità a coloro che ha scelto: «ne costituì Dodici» (Mc 3,14). Si svela, così, il mistero dell’elezione dei Dodici: è un atto di amore, liberamente voluto da Gesù in unione profonda con il Padre e con lo Spirito Santo.
La missione affidata da Gesù agli Apostoli deve durare sino alla fine dei secoli (cfr Mt 28,20), poiché il Vangelo che essi sono incaricati di trasmettere è la vita per la Chiesa di ogni tempo. Proprio per questo essi hanno avuto cura di costituirsi dei successori, in modo che, come attesta S. Ireneo, la tradizione apostolica fosse manifestata e custodita nel corso dei secoli.
La speciale effusione dello Spirito Santo, di cui gli Apostoli furono colmati dal Signore risorto (cfr At 1,5.8; 2,4; Gv 20,22-23), fu da essi partecipata attraverso il gesto dell’imposizione delle mani ai loro collaboratori (cfr 1Tm 4,14; 2Tm 1,6-7). Questi, a loro volta, con lo stesso gesto la trasmisero ad altri, e questi ad altri ancora. In tal modo, il dono spirituale degli inizi è giunto fino a noi mediante l’imposizione delle mani, cioè la consacrazione episcopale, che conferisce la pienezza del sacramento dell’Ordine, il sommo sacerdozio, la totalità del sacro ministero. Così, per mezzo dei Vescovi e dei presbiteri che li assistono, il Signore Gesù Cristo, pur sedendo alla destra di Dio Padre, continua ad essere presente in mezzo ai credenti. In tutti i tempi e in tutti i luoghi Egli predica la parola di Dio a tutte le genti, amministra i sacramenti della fede ai credenti e nello stesso tempo dirige il popolo del Nuovo Testamento nella sua peregrinazione verso l’eterna beatitudine. Il Buon Pastore non abbandona il suo gregge, ma lo custodisce e lo protegge sempre mediante coloro che, in forza della partecipazione ontologica alla sua vita e alla sua missione, svolgendone in modo eminente e visibile la parte di maestro, pastore e sacerdote, agiscono in sua vece. Nell’esercizio delle funzioni che il ministero pastorale comporta, sono costituiti suoi vicari e ambasciatori.
 
Luca ama raccontare la preghiera di Gesù, sopra tutto quando essa precede alcuni fatti importanti della vita del Maestro. Per esempio, quando Gesù riceve il battesimo, Luca annota: «Mentre era in preghiera, lo Spirito scese su di lui» (cfr. Lc 3,21), Gesù passa tutta la notte a pregare prima di chiamare a sé i suoi discepoli, i quali avrebbero formato il collegio apostolico, prega prima della professione di fede di Pietro, quando domanda: «Ma chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» (cfr. 9,18- 22), Ancora: Gesù prega immediatamente prima della trasfigurazione (Lc 9,28-36). Secondo i sinottici, Gesù prese Pietro, Giacomo e Giovanni e si ritirò sul monte; Luca aggiunge «a pregare». Prega nel Getsemani prima di affrontare la passione, durante la crocifissione Gesù prega per i crocifissori (23,24), e sulla Croce prima di consegnare lo spirito al Padre.
Sono pochi riferimenti, ma perché Luca ama “parlare della preghiera di Gesù e metterla in evidenza”? Ovviamente “la preghiera è presente in tutta la Scrittura, è presente nel Nuovo Testamento e si trova in maniera dettagliata negli evangelisti. Perché affermiamo che Luca si presenta come “l’evangelista della preghiera” se anche gli altri evangelisti ne parlano, così come tutta la Sacra Scrittura? La preghiera non solo è un elemento frequente ed accentuato nel vangelo secondo Luca, ma fa parte del suo tessuto narrativo: è una componente fondamentale della teologia lucana e riveste un valore tematico specifico. Ciò significa che gli altri evangelisti parlano sì della preghiera, ma lo fanno come parlano di altre cose. Luca ne fa un oggetto specifico della sua riflessione. La preghiera appare una dimensione qualificante della teologia del suo vangelo. Né in Marco né in Matteo essa costituisce parte della visione teologica dell’evangelista” (Alberto Valentini).
Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente … tutta la folla, queste note possono apparire esagerate, una iperbole, ma in verità vogliono sottolineare l’incipiente autorità morale che Gesù acquistava su tutti coloro che lo accostavano: in poche parole, si fidavano di lui, toccavano con la sua bontà, la sua misericordia verso i più infelici, l’insegnamento fatto con autorità, e sopra tutto l’instancabile attività taumaturgica a favore dei più diseredati. Con queste premesse non è esagerato pensare che dietro Gesù veramente si muoveva una gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne.
 
Dal Vangelo secondo Luca 6,12-19: In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore. Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne, che erano venuti per ascoltarlo ed essere guariti dalle loro malattie; anche quelli che erano tormentati da spiriti impuri venivano guariti. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
 
Marco Galizzi (Vangelo secondo Luca): L’insegnamento è chiaro: Gesù prega perché la sua missione lo chiama a scegliere dodici dei suoi discepoli per affidare loro un compito specifico nella sua Chiesa. L’elezione avviene appena fu giorno e ai Dodici, scelti tra molti, diede il nome di apostoli, una parola che significa inviati. Luca, però, non dice qui, come invece fa Marco, quale compito affida loro. Lo farà più tardi (9,1-6). Per ora ci offre solo la lista dei Dodici, soffermandosi su Simone. È la terza volta che ne parla (4,38; 5,1-11) e la seconda volta è già chiaro che per lui Simone è il primo. Qui, oltre a chiamarlo apostolo, gli dà pure un nome che indica il suo compito tra i Dodici. E glielo dà adesso. Non si dice, come in Gv 1,42: «Ti chiamerai Pietro», al futuro ma, come in Mc 3,16 e Mt 16,18, ora lo chiama Pietro.
Cambiare il nome a un individuo nella mentalità biblica significa fissargli un altro destino, chiamarlo autorevolmente a un’esistenza nuova, prendere possesso di lui. Da questo momento Simone non è più un qualsiasi membro del clan, dal nome ereditato per ragioni familiari. Ora è Pietro. Come Abram fu chiamato Abraham per dire che sarebbe diventato «padre di una moltitudine di popoli» (Gn 17,5), e Giacobbe fu chiamato Israele perché «è stato forte con Dio e gli uomini» (Gn 32,29), così Simone ora si chiama Pietro perché gli è affidata la funzione di essere la roccia visibile su cui è fondata la Chiesa.
La lista continua, nominando subito Andrea, fratello di Simone, a cui Luca finalmente fa un po’ di giustizia, dopo averlo espressamente taciuto due volte (vedi commento a 4,38 e 5,1-11). Poi seguono gli altri, dando anche a noi la possibilità di toccare con mano chi sono, escluso l’Iscariota, «quei testimoni oculari che poi divennero ministri della parola» (1,2), ai quali Luca si appella per dare autorità al suo Vangelo. La testimonianza cristiana ha come fondamento questi undici, ai quali si è poi aggiunto Mattia (At 1,26).
 
Benedetto XVI (Udienza Generale): Simone riceve un epiteto che varia nelle quattro liste: mentre Matteo e Marco lo qualificano “cananeo”, Luca invece lo definisce “zelota”. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: nella lingua ebraica, infatti, il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10). E’ ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno caratterizzato da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina. Se le cose stanno così, Simone si pone agli antipodi di Matteo, che al contrario, in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura. Segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione. A Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti. Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Teniamo anche presente che il gruppo dei Dodici è la prefigurazione della Chiesa, nella quale devono avere spazio tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù. [...]
A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette 'cattoliche' in quanto indirizzate non ad una determinata Chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari. Essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell'amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (v. 1). Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all'interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (v. 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali. Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (v .11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (vv. 12-13).
Oggi noi non siamo forse più abituati a usare un linguaggio così polemico, che tuttavia ci dice una cosa importante. In mezzo a tutte le tentazioni che ci sono, con tutte le correnti della vita moderna, dobbiamo conservare l’identità della nostra fede. Certo, la via dell'indulgenza e del dialogo, che il Concilio Vaticano II ha felicemente intrapreso, va sicuramente proseguita con ferma costanza. Ma questa via del dialogo, così necessaria, non deve far dimenticare il dovere di ripensare e di evidenziare sempre con altrettanta forza le linee maestre e irrinunciabili della nostra identità cristiana. D'altra parte, occorre avere ben presente che questa nostra identità richiede forza, chiarezza e coraggio davanti alle contraddizioni del mondo in cui viviamo. Perciò il testo epistolare continua così: “Ma voi, carissimi – parla a tutti noi -, costruite il vostro edificio spirituale sopra la vostra santissima fede, pregate mediante lo Spirito Santo, conservatevi nell'amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna; convincete quelli che sono vacillanti...” (vv. 20-22). La Lettera si conclude con queste bellissime parole: “A colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire davanti alla sua gloria senza difetti e nella letizia, all'unico Dio, nostro salvatore, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore: gloria, maestà, forza e potenza prima di ogni tempo, ora e sempre. Amen” (vv. 24-25).
Si vede bene che l'autore di queste righe vive in pienezza la propria fede, alla quale appartengono realtà grandi come l'integrità morale e la gioia, la fiducia e infine la lode, essendo il tutto motivato soltanto dalla bontà del nostro unico Dio e dalla misericordia del nostro Signore Gesù Cristo. Perciò, tanto Simone il Cananeo quanto Giuda Taddeo ci aiutino a riscoprire sempre di nuovo e a vivere instancabilmente la bellezza della fede cristiana, sapendone dare testimonianza forte e insieme serena.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.” (Vangelo).
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Signore, che ci hai accolti alla tua mensa
nel glorioso ricordo dei santi apostoli Simone e Giuda,
per il tuo Spirito operante in questi misteri
confermaci sempre nel tuo amore.
Per Cristo nostro Signore.

28 Ottobre 2020
 
Santi Simone il Cananeo e Giuda Taddeo, Apostoli
 
Simone il Cananeo
Nonostante sia il più sconosciuto degli Apostoli, nella cui lista è solo nominato all’undicesimo posto, numerosissime opere d’arte lo raffigurano, sparse in tutta Italia ed in Europa, a testimonianza di un culto molto diffuso nella cristianità. Stranamente a differenza degli altri apostoli, le notizie pervenutaci sulle sue origini, sulla sua presenza in seno al collegio apostolico, sulla sua attività evangelizzatrice, sulla sua morte, sono tutte incerte e sempre state controverse negli studi dei vari esperti lungo tutti i secoli. Quindi siamo obbligati a considerare le varie ipotesi, mancando la certezza per una sola. Prima di tutto Gesù scelse i suoi apostoli guardando solo al cuore degli uomini e li volle appartenenti alle varie correnti del giudaismo di allora, dai farisei ai discepoli di s. Giovanni Battista, dagli zeloti a personaggi diciamo appartenenti alla gente comune, come pure un pubblicano. Simone, per distinguerlo da Simon Pietro, gli evangelisti Matteo e Marco gli danno il soprannome di “Zelota” o “Cananeo”, forse l’appellativo può indicare la sua appartenenza al partito degli Zeloti, i ‘conservatori’ delle tradizioni ebraiche e fautori della libertà dallo straniero anche con le armi, oppure dalla città d’origine cioè Cana di Galilea. Molti identificano Simone con l’omonimo cugino di Gesù, più noto come Simone fratello dell’apostolo Giacomo il Minore, al quale secondo la tradizione riportata da Egesippo del II secolo, sarebbe succeduto come vescovo di Gerusalemme dal 62 al 107, anno in cui subì il martirio sotto Traiano (53-117) a Pella, dove si era rifugiato con la sua comunità, per sfuggire alla seconda guerra giudaica. 
I Bizantini lo identificano con Natanaele di Cana e con il direttore di mensa alle nozze di Cana; i Latini e gli Armeni lo fanno operare e morire in Armenia. S. Fortunato vescovo di Poitiers, dice che Simone insieme a s. Giuda Taddeo apostolo, furono sepolti in Persia, dove secondo le storie apocrife degli Apostoli, sarebbero stati martirizzati a Suanir. Un monaco del IX secolo affermava che una tomba di s. Simone esisteva a Nicopsis (Caucaso) dove era anche una chiesa a lui dedicata, fondata dai Greci nel secolo VII. Altri ancora affermano che Simone visitò l’Egitto e insieme a s. Giuda Taddeo, la Mesopotamia, dove entrambi subirono il martirio, segati in due parti, da qui il loro patrocinio su quanti lavorano al taglio della legna, del marmo e della pietra in genere. Ma al di là di tutte le incertezze, Simone lo ‘Zelota’ o il ‘Cananeo’, è senz’altro un Apostolo di Cristo e come tutti i discepoli del Signore, prese il suo bastone e percorse a piedi regioni vicine e lontane, per portare la luce della Verità e propagare la nuova religione fra i pagani. Lo si può paragonare ai tanti discepoli di Cristo, che in ogni tempo hanno lavorato e lavorano nel silenzio e nascondimento per il trionfo del Regno di Dio, senza riconoscimenti eclatanti e ufficiali, in piena umiltà, perseveranza e sacrificio anche cruento della vita.
Simone comunque è sempre rappresentato con gli altri Apostoli, nell’iconografia di Cristo e della Vergine, quindi nelle raffigurazioni del Cenacolo e negli altri momenti comuni degli Apostoli, la Pentecoste e la ‘Dormitio Verginis’. Nella ‘Leggenda Aurea’ e nel Martirologio Romano egli è accomunato all’altro apostolo s. Giuda Taddeo, con il quale si ritiene predicò il Vangelo in Egitto e Mesopotamia e subendo insieme il martirio secondo alcuni scrittori. La loro festa ricorre il 28 ottobre, a Venezia è a loro dedicata la chiesa di “S. Simone Piccolo”.          Autore: Antonio Borrelli
 
Giuda Taddeo
L’apostolo che ha il soprannome di Taddeo (vedi sopra Mt e Mc) e che Luca chiama “Giuda di Giacomo”,  è quello che nell’ultima Cena: «Gli disse Giuda, non l’Iscariota: Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?” Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato»   (Gv 14,22-24).
È, questa, una lezione dell’amore mistico che Giuda Taddeo provoca con la sua domanda. L’amore di Dio unisce, mentre l’amore di se stessi divide. Simone e Giuda si ritrovano ancora negli Atti (1,13)  e poi più nulla.
S. Fortunato, vescovo di Poitiers, dice che, Simone il Cananeo insieme a Giuda Taddeo, furono sepolti in Persia, dove, secondo le storie apocrife degli Apostoli, sarebbero stati martirizzati a Suanir. Un monaco del IX secolo affermava che una tomba di Simone esisteva a Nicopsis (Caucaso) dove c’era anche una chiesa a lui dedicata, fondata dai Greci nel secolo VII.
Altri ancora affermano che Simone visitò l’Egitto e insieme a Giuda Taddeo, la Mesopotamia, dove entrambi subirono il martirio, segati in due parti; da qui il loro patrocinio su quanti lavorano al taglio della legna, del marmo e della pietra in genere. Ma al di là di tutte le incertezze, Simone e Giuda, come tutti gli apostoli, presero il  bastone e percorsero a piedi regioni vicine e lontane, per portare la luce della Verità e propagare la nuova religione fra i pagani.
Si possono, senz’altro, paragonare ai tanti discepoli di Cristo, che in ogni tempo e luogo hanno lavorato e lavorano nel silenzio e nascondimento per il trionfo del Regno di Dio, senza riconoscimenti eclatanti e ufficiali, in piena umiltà, perseveranza e sacrificio anche cruento della vita.

Fonte: www.ilvangelodelgiorno.it
 
Lettera di San Giuda Taddeo
 
I contenuti
Il tema centrale della lettera di Giacomo, sviluppato nello stile di una omelia e senza il rigore di una esposizione dottrinale, è quello della vera sapienza (3,13-18), dono di Dio, capace di elevare tutta la vita del credente. Questa sapienza cristiana ispira alcuni comportamenti: tradurre in atto la Parola ascoltata, evitare i favoritismi, compiere buone opere come prova di una fede viva, saper frenare la lingua e rifiutare l’uso ingiusto della ricchezza. L’insistenza di Giacomo sulle opere (necessarie per le situazioni vissute nella sua comunità) non è in contraddizione con la tesi di Paolo sulla giustificazione per la fede (vedi Gc 2,14-26 e Rm 3,28). Paolo dichiara superflue le opere della legge; Giacomo proclama necessarie le opere della carità. La lettera presenta questo schema:
Saluto (1,1-18)
Fede e opere (1,19-2,26)
La vera sapienza (3,1-5,6)
Il Signore è vicino (5,7-20).
 
Le caratteristiche
Questo scritto, che si presenta all’inizio come lettera, diventa poi un’omelia di stile sapienziale e profetico. Vi ricorrono ben 43 imperativi; il nome di Gesù è menzionato due volte. Certe somiglianze con la prima lettera di Pietro si spiegano con la presumibile dipendenza da una tradizione comune. È un testo assente dai più antichi elenchi di libri ispirati ed è sconosciuto a molti Padri della Chiesa. Soltanto verso la fine del IV sec. esso viene comunemente accettato nel NT.
 
L’origine
L’autore della lettera è un giudeo-cristiano che ripropone in modo originale gli insegnamenti della sapienza ebraica. Egli si presenta come “Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo” (1,1), personaggio comunemente identificato con quel “Giacomo fratello del Signore”, che viene ricordato in Mt 13,55; At 12,17; Gal 1,19. Figura di primo piano nella chiesa di Gerusalemme (At 21,18), una delle “colonne”, come scrive Paolo in Gal 2,9, venne fatto lapidare dal sommo sacerdote Anano nell’anno 62. Diversi autori considerano questa attribuzione un caso di pseudonimia; l’autore della lettera sarebbe stato in realtà un anonimo cristiano autorevole, il quale avrebbe scritto verso gli anni 80/85 usando lo pseudonimo di Giacomo. Indirizzando la lettera “alle dodici tribù che sono nella diaspora” (1,1), egli si rivolge probabilmente a gruppi di cristiani di origine ebraica, di lingua greca, abitanti in Fenicia, Cipro, Antiòchia di Siria e forse anche in Egitto.

Fonte: Bibbia di Gerusalemme
 
Pratica: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte» (Gc 1,13-15).
 
Preghiera: O Dio che per mezzo degli apostoli ci hai fatto conoscere il tuo mistero di salvezza, per l’intercessione dei santi Simone e Giuda concedi alla tua Chiesa di crescere continuamente con l’adesione di nuovi popoli al Vangelo. Per il  nostro Signore.

 

 

 27 OTTOBRE 2020
 
MARTEDÌ DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
 
Ef 5,21-33; Sal 127 (128); Lc 13,18-21
 
 
Colletta: Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità, e perché possiamo ottenere ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Apostolicam actuositatem 2: Questo è il fine della Chiesa: con la diffusione del regno di Cristo su tutta la terra a gloria di Dio Padre, rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione, e per mezzo di essi ordinare effettivamente il mondo intero a Cristo. Tutta l’attività del corpo mistico ordinata a questo fine si chiama «apostolato»; la Chiesa lo esercita mediante tutti i suoi membri, naturalmente in modi diversi; la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all’apostolato. Come nella compagine di un corpo vivente non vi è membro alcuno che si comporti in maniera del tutto passiva, ma unitamente alla vita partecipa anche alla sua attività, così nel corpo di Cristo, che è la Chiesa «tutto il corpo... secondo l’energia propria ad ogni singolo membro... contribuisce alla crescita del corpo stesso» (Ef 4,16). Anzi in questo corpo è tanta l’armonia e la compattezza delle membra (cfr. Ef 4,16), che un membro il quale non operasse per la crescita del corpo secondo la propria energia dovrebbe dirsi inutile per la Chiesa e per se stesso.
C’è nella Chiesa diversità di ministero ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l’ufficio di insegnare, reggere e santificare in suo nome e con la sua autorità. Ma anche i laici, essendo partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, all’interno della missione di tutto il popolo di Dio hanno il proprio compito nella Chiesa e nel mondo. In realtà essi esercitano l’apostolato evangelizzando e santificando gli uomini, e animando e perfezionando con lo spirito evangelico l’ordine temporale, in modo che la loro attività in quest’ordine costituisca una chiara testimonianza a Cristo e serva alla salvezza degli uomini. Siccome è proprio dello stato dei laici che essi vivano nel mondo e in mezzo agli affari profani, sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, esercitino il loro apostolato nel mondo, a modo di fermento.
 
Israele, i profeti, i giusti avevano atteso con trepidazione il Regno di Dio: era il sogno di tutti, il sogno di ogni uomo, ma le legioni romane avevano travolto tutto, avevano piegato con la violenza ogni resistenza e la pace era stata imposta con le armi. Quando tutto sembrava perduto, nella pienezza del tempo (Gal 4,4), Gesù, il missionario del Padre, viene ad annunciare la buona novella, cioè l’avvento del regno di Dio da secoli promesso nella Scrittura: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino (Mc 1,15), è vicino, non possiede gli alamari della potenza romana, è un piccolo seme. Un piccolo seme che può crescere e diventare gigantesco, sconvolgente, immenso e straordinario. Per entrare nel regno e per farlo crescere fino ai confini della terra (At 1,8) bisogna farsi piccoli, occorre farsi seme, lievito, ma il seme deve cadere a terra e morire (Gv 12,24), e il lievito deve impastarsi con la farina. È in questo annichilimento che sta nascosto il tutto, lo straordinario, l’inaspettato, l’assoluto! Il seme diventa albero perché la nostra piccolezza, la nostra limitatezza, il nostro “niente” viene innaffiato dalla potenza di Dio (2Cor 12,9). Ora nel nascondimento, in attesa che giunga alla perfezione, il regno di Dio vive di speranza, e nella luce del Risorto si fa segno di realtà lontane, ma già vicine: è vicino il grande giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi (Sof 1,14).
 
Dal Vangelo secondo Luca 13,18-21: In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
 
Il regno di Dio è simile a un granello di senape - Javer Pikaza (Vangelo secondo Luca): Il nostro testo ha raccolto due parabole del regno. Diciamo di passaggio che questo tipo di parabole riceve maggior attenzione in Matteo, che consacra a questo tema quasi tutto il capitolo 13. t logico che sia avvenuto così, dal momento che Matteo, come rappresentante d’una comunità giudeo-cristiana, è più interessato a tutta la tematica del regno che irrompe e si realizza fra gli uomini. Partendo da una preoccupazione più ellenistica per il mistero dell’amore di Dio che si inserisce nella nostra storia attraverso Gesù Cristo, Luca ha raccolto di preferenza quelle parabole che illuminano il comportamento e la sorte dell’uomo nel mondo: il buon samaritano (12,25-37), il ricco stolto (12,16-21), il figlio prodigo (15,11-32), l’amministratore disonesto (16,1-13), il ricco Epulone e Lazzaro, il mendico (16,19-31). Questo però non gli ha impedito di trasmetterci, anche se in forma poco originale, le due parabole del regno delle quali ci occupiamo ora.
Con parola desunta dall’antica tradizione di Gesù, si afferma che il regno è simile a un granello di senape (13,18) o a un pugno di lievito (13,21). In realtà, sullo sfondo giudaico di quel tempo, il termine di paragone non è la senape o il lievito, bensì il loro comportamento. Il granello di senape, proverbialmente piccolo e insignificante, diviene un arbusto frondoso. Il lievito che pare essersi perso nella farina, la fa fermentare e la trasforma totalmente dal di dentro.
La situazione in cui si inseriscono le parabole è chiara. Gesù parla del regno, agisce con la convinzione che il regno sta arrivando e, tuttavia, tutto ci permette di supporre che non sia cambiato nulla. Gli uomini si arrovellano in tutti i loro vecchi problemi; continuano fra loro le lotte, le divisioni, i dolori e la morte. La parola di Gesù, in realtà, non cambia nulla. Che importanza può avere una piccola speranza, la consolazione di pochi individui o un paio di miracoli sperduti in un mondo carico d’angosce, d’impurità, di sofferenza e di morte? Ebbene, a questi interrogativi rispondono le parabole.
A coloro che dicono che nulla è cambiato Gesù risponde che il piccolo seme è stato già gettato nel solco della terra. A coloro che dicono che la pasta è quella di sempre risponde che il lievito sta già facendola fermentare e la sta rinnovando tutta dal di dentro. Questa affermazione è, da un lato, una fonte di consolazione: sebbene sembri che dominino le forze del male, la vittoria decisiva è già stata iniziata; ha cominciato a realizzarsi il mondo nuovo e nulla potrà soffocarlo o sopprimerlo. Per i nemici che lo attaccano accennando all’importanza insignificante della sua opera, la parola di Gesù contiene una velata minaccia: anche se non la volete accettare, la verità del regno sta operando e trasforma tutto in modo tale, che dovrete vedere (o subire) la sua gloria.
Per comprendere queste parabole, è necessario che teniamo conto di due elementi importanti: a) la crescita del seme non è vista come un fenomeno naturale, sottomesso a leggi biologiche precise. Importa fondamentalmente il simbolo d’un granello che, pur essendo piccolo, si trasforma e fruttifica per la forza di Dio che agisce nel mondo. Orbene, una forza simile, ma infinitamente più potente, è quella che agisce nel messaggio del regno di Gesù; b) in secondo luogo dobbiamo considerare che, nella nostra situazione di credenti, il seme del regno gettato nel solco della terra è Gesù stesso, il Cristo, nel suo destino di morte e risurrezione. Gesù è il vero lievito che fa fermentare dal di dentro la massa della storia degli uomini. Il finale è velato: il trionfo è ancora nascosto, ma nel fondo di tutto agisce ormai il seme (o il lievito) che trasforma l’esistenza degli uomini e la realtà del cosmo.
 
A che cosa è simile il regno di Dio: Giovanni Paolo II (Udienza Generale, 4 Novembre 1987): L’instaurazione del regno di Dio nella storia dell’umanità è lo scopo della vocazione e della missione degli apostoli - e quindi della Chiesa - in tutto il mondo (cfr. Mc 16,15; Mt28,19-20). Gesù sapeva che questa missione, al pari della sua missione messianica, avrebbe incontrato e suscitato forti opposizioni. Fin dai giorni dell’invio nei primi esperimenti di collaborazione con lui, egli avvertiva gli apostoli: “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16). Nel testo di Matteo è condensato anche ciò che Gesù avrebbe detto in seguito sulla sorte dei suoi missionari (cfr. Mt 10,17-25); tema sul quale egli ritorna in uno degli ultimi discorsi polemici con “scribi e farisei”, ribadendo: “Ecco io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi alcuni ne ucciderete e crocifiggerete, altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città...” (Mt 23,24). Sorte che del resto era già toccata ai profeti e ad altri personaggi dell’antica alleanza, ai quali accenna il testo (cfr. Mt 23,35). Ma Gesù dava ai suoi seguaci la sicurezza della durata dell’opera sua e loro: “et portae inferi non praevalebunt...”. Malgrado le opposizioni e contraddizioni che avrebbe conosciuto nel suo svolgersi storico, il regno di Dio, instaurato una volta per sempre nel mondo con la potenza di Dio stesso mediante il Vangelo e il mistero pasquale del Figlio, avrebbe sempre portato non solo i segni della sua passione e morte, ma anche il suggello della potenza divina, sfolgorata nella risurrezione. Lo avrebbe dimostrato la storia. Ma la certezza degli apostoli e di tutti i credenti è fondata sulla rivelazione del potere divino di Cristo, storico, escatologico ed eterno, sul quale il Concilio Vaticano II insegna: “Cristo, fattosi obbediente fino alla morte e perciò esaltato dal Padre (cfr. Fil 2,8-9), entrò nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose, fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,27-28)” (Lumen Gentium 36).
 
La concezione cristiana del Regno - Bruno Maggioni: Nella concezione cristiana il Regno è al tempo stesso presente e futuro. E già presente nella storia, ma - come dicono le parabole - è un seme posto sotto le zolle. Il presente è il tempo in cui il Regno matura nel segreto della terra.
Importante è ricordare che la pienezza futura non costituisce un regno diverso da quello che è apparso in Gesù. I tratti fondamentali della sua figura - la dedizione, la misericordia, l’universalità - non sono semplicemente i connotati della fase terrena del Regno, ma della sua natura permanente. “Venga il tuo Regno” non esprime il desiderio di una seconda venuta del Signore che capovolga lo stile della prima, sostituendo la dedizione e l’amore con la potenza e la gloria. “Venga il tuo Regno” è il desiderio della piena manifestazione di colui che è già venuto. Ma la medesima invocazione dice anche un’altra importante verità: è il Regno che viene, non l’uomo che lo costruisce, anche se - ovviamente - occorre l’accoglienza da parte dell’uomo. È Dio il protagonista del Regno, non l’uomo. Il Regno è di Dio (il tuo Regno), non cosa dell’uomo. All’uomo spetta accoglierlo, non progettarlo. Dio è il signore del mondo, non l’uomo né la Chiesa. E perciò la prima conseguenza è che l’attesa del Regno dovrà anzitutto esprimersi nel non fare del mondo la nostra proprietà. Le parabole evangeliche sul Regno mostrano che il vero protagonista è il seme, non il seminatore (Mc 4). E la parabola della zizzania nel campo di grano dice che il giudizio sull’appartenenza al Regno spetta a Dio, non agli uomini (Mt 13,24-30). Già la predicazione di Gesù, e successivamente la coscienza della comunità cristiana, hanno messo in luce che fra la Chiesa e il Regno ci sono profonde e strette correlazioni. Tuttavia le due realtà non sono sovrapponibili. La Chiesa non si identifica con il Regno, tanto che prega: “Venga il tuo Regno”. Neppure però semplicemente lo annuncia e lo propone. Ne è la storica anticipazione. Il Regno sovrasta la Chiesa almeno in due direzioni: perché abbraccia tutta l’azione di Dio presente nel mondo, non soltanto quella nella Chiesa e attraverso la Chiesa; e perché la sua pienezza è alla fine, quando Cristo sarà tutto in tutti.  
 
Il granellino di senape - La Bibbia di Navarra (I Quattro Vangeli): Il granellino di senapa e il lievito simboleggiano la Chiesa, che, inizialmente ristretta a un piccolo gruppo di discepoli, andò via via estendendosi per razione dello Spirito Santo, fino ad accogliere entro di essa tutti i popoli della terra. Già nel II secolo Tertulliano poteva affermare: «Siamo di ieri, ma abbiamo già riempito il mondo» (Apologeticum, 37). Il Signore “mediante la parabola del granellino di senapa induce alla fede i discepoli e mostra loro che la predicazione della buona novella si diffonderà su tutta la terra. In realtà i discepoli erano i più umili e deboli tra gli uomini, inferiori a tutti; ma, siccome in loro c’era una grande forza, la loro predicazione si è diffusa i n tutto il mondo” (Om. sul Vangelo di san Matteo, 46). Il cristiano non deve pertanto scoraggiarsi innanzi all’apparente piccolezza e gracilità delle sue opere d’apostolato. Con la grazia di Dio e la fedeltà esse cresceranno come il granellino di senapa, nonostante le difficoltà: «Nelle ore di lotta e di contrarietà, quando forse gli uomini riempiono di ostacoli il tuo cammino, innalza il tuo cuore d’apostolo: ascolta Gesù che parla del granello di senapa e del lievito. - E digli: Edissere nobis parabolam - spiegami la parabola. «E sentirai la gioia di contemplare la vittoria futura: gli uccelli del cielo al riparo del tuo apostolato, oggi incipiente: e lievitata tutta la rnassa» (Cammino, n. 695).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno. (Cfr. Mt 11,25)
Nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Signore, questo sacramento della nostra fede
compia in noi ciò che esprime
e ci ottenga il possesso delle realtà eterne,
che ora celebriamo nel mistero.
Per Cristo nostro Signore.


27 Ottobre 2020
 
S. Evaristo Papa e martire.

È nato a Betlemme. Come capo della Chiesa di Roma, ha ordinato sette diaconi, incaricandoli tra l’altro di ascoltare e trascrivere le sue prediche al popolo: erano i suoi “stenografi”. Ma di quelle prediche non conosciamo neppure una parola. Le scarse informazioni giunte a noi su papa Evaristo sono contenute nel Liber pontificalis, che è una raccolta cronologica di biografie di papi del VI secolo. Di Evaristo dice soltanto che ha ordinato quei diaconi e consacrato diciassette preti e quindici vescovi. Siamo dunque di fronte a un “papa senza voce”. Non conosciamo di lui neppure una parola, mentre del suo predecessore Clemente I ci è giunto un documento importantissimo: la lettera famosa agli agitati cristiani di Corinto, con l’affermazione solenne dell’autorità che al vescovo di Roma compete. Ma questa autorità di Clemente comincia a risultare fastidiosa per i vertici dell’impero. E nell’anno 97, sotto l’imperatore Nerva, egli viene arrestato e condotto poi in esilio nel Chersoneso Taurico (Crimea). Ha quindi dovuto lasciare ad altri il governo della Chiesa, e la sua scelta è caduta su Evaristo. Il quale dev’essere perciò una figura di punta nella comunità cristiana di Roma; un uomo nel quale papa Clemente deve avere la massima fiducia.  Questo è ben più che probabile, secondo logica: però, come si è già detto, nessun documento ci parla di Evaristo e ci dice chi era e che cosa faceva prima della chiamata a quella responsabilità. E poi, oltre a quelle nomine di vescovi, preti e diaconi, della sua opera come papa non si sa nulla. Una tradizione assai antica afferma che Evaristo sarebbe morto martire sotto l’imperatore Traiano, e che poi avrebbero seppellito il suo corpo vicino alla tomba dell’apostolo Pietro. Ma di questo non esistono conferme attendibili. Ci si è pure domandati se Evaristo debba essere considerato vero papa (ossia non “vice”, “luogotenente”) dall’anno 97, quando Clemente va in esilio; oppure solo dal 101, anno in cui Clemente muore martire in Crimea, secondo Eusebio di Cesarea (IV secolo) nella sua Storia Ecclesiastica. Per Eusebio è chiaro: Clemente, dopo nove anni di pontificato (88-97) “trasmise il sacro ministero a Evaristo”. Nessuna delega, insomma. Investitura piena. E anche ai tempi nostri l’Annuario pontificio indica Evaristo come papa a pieno titolo già nel 97.
Autore: Domenico Agasso
 
Fonte: www.novena.it
 
Il Papa sintesi visibile della Chiesa
Tratto da “Il ruolo e la missione del Papa nella Chiesa” di S. Ecc. R.ma mons. Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia
 
Per comprendere chi è il Papa e qual è la sua missione, per la Chiesa e per il mondo, è opportuno tenere presenti questi concetti:
1. la Chiesa è la continuazione nel tempo del mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio; è l’attualizzazione nella storia, nello spazio e nel tempo, della redenzione operata da Cristo.
2. Pietro è, nella continuità dei suoi successori, il perpetuo visibile principio e “fondamento” della Chiesa (cfr. Mt 16,18). L’idea di fondamento, di roccia, non indica soltanto solidità della costruzione, ma sta a indicare pure una “parte costitutiva”, senza della quale l’edificio non esiste. Pietro e i suoi successori sono realtà costitutiva della Chiesa; non c’è Chiesa senza il suo fondamento visibile.
Ne consegue che in Pietro si concentra già tutta la realtà della Chiesa. Dai Padri della Chiesa deriva l’idea che Pietro personifica o impersona la Chiesa, la rappresenta tutta, porta in se (gerit) l’intera sua realtà. Basti ricordare qui il famoso detto di Sant’Ambrogio: “ubi Petrus, ibi Ecclesia”.
Badate bene: ciò non significa in nessun modo negare che anche altri siano Chiesa! Ma essi non lo sono - e non lo possono essere, almeno in modo pieno - se non sul fondamento posto da Cristo, se non su quella realtà che Cristo ha voluto, ha stabilito e costituito, per continuare nello spazio e nel tempo il mistero, o realtà divina, della sua incarnazione e della sua opera redentiva, salvifica.
Si può dunque dire, nel solco sicuro della Tradizione, che non è stabilito per la Chiesa nessun visibile fondamento e principio che non sia Pietro, o che non sia in vitale relazione e comunione con lui. Anche gli altri Apostoli hanno ricevuto da Cristo un essere e una missione che si identificano in molti aspetti, ma non affatto in tutti, con quelli di Pietro, ma ciò è perché formano, con lui a capo, un unico corpo, una sola realtà sacramentale, una esclusiva realtà costitutiva della Chiesa di Cristo. Non tutti nella Chiesa hanno la stessa funzione di Pietro, ma non esiste missione nella Chiesa che non sia collegata con quella di Pietro, secondo l’antico adagio: “nihil sine Petro, omnia cum Petro”.
C’è, ovviamente, chi vorrebbe scoprire in simili affermazioni e concetti un tono trionfalistico, una esagerata retorica, l’influsso storico contingente di Roma capitale dell’impero; c’è addirittura chi vi vede un detrimento alla centralità assoluta di Cristo. Ma non è così, perché l’esaltazione del mistero della Chiesa e del ministero apostolico unico e costituzionale di Pietro e dei suoi successori, non è se non il riconoscimento del piano divino di salvezza, come è attestato dalle Sacre Scritture e dalla Tradizione; non è se non l’accettazione della realtà del mistero dell’incarnazione del Verbo, che da noi non è e non può essere percepita se non attraverso la realtà visibile della Chiesa, ed in particolare attraverso la continuità del ministero apostolico visibile di Pietro, che si attua nella successione ininterrotta di persone che nella Chiesa occupano il posto di Pietro. È evidente che tutto ciò che la Chiesa è, tutto ciò che la Chiesa, in quanto tale, ha o compie; tutto ciò che Pietro è per la Chiesa, tutto quello che egli ha o fa per la Chiesa, deriva da Cristo, promana dal Verbo di Dio Incarnato ed a lui conduce, perché in Lui si abbia - già ora, ma in maniera perfetta solo nell’eternità - la comunione con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo.
Desidero qui citare un’affermazione pronunciata dal Papa Giovanni Paolo II e rivolta ad alcuni Vescovi presenti a Roma in visita “ad limina apostolorum”:
«Con lui [il successore di Pietro] i Vescovi desiderano confermare anche in questo modo una comunione di mente, di cuore e di disciplina. Essi sono consapevoli che il mandato giurisdizionale, di cui sono insigniti, proviene loro subordinatamente alla comunione gerarchica con Pietro, dalla cui scelta o approvazione è determinata in concreto la loro missione canonica. Tale atto di fede da parte dei Vescovi si radica nel più intimo nucleo della dottrina cattolica, per cui la sana e fedele tradizione afferma, con i Padri della Chiesa, “Nihil sine Petro”».
È ovvio - e la Chiesa Cattolica lo ha sempre insegnato, anche se taluni sembrano ignorarlo o contestarlo - che la funzione di Pietro e dei suoi successori - così come quella degli altri Apostoli e dei loro successori, i Vescovi e, del resto, anche quella di tutti i ministri della Chiesa - non è sostitutiva della realtà e della missione di Cristo, ma è una funzione rappresentativa, instrumentale-ministeriale. Né essi, né la comunità dei credenti e dei battezzati, sono all’origine della loro funzione sacra. Cristo è colui che opera attraverso i suoi ministri, siano essi il successore di Pietro, i successori degli Apostoli o qualsiasi altro dotato, appunto da Cristo, di funzione ministeriale sacra. Lo ripeto: non è la Chiesa, non è la comunità che crea o produce i ministeri. Solo Cristo, Figlio di Dio Incarnato, può creare ministeri sacri, nella sua continua e piena signoria su tutta la Chiesa e su tutto il creato. È Cristo che attraverso i ministeri costruisce, mantiene e sviluppa la sua Chiesa; è Lui che agisce nella Sacra Liturgia, attraverso l’opera strumentale-ministeriale di coloro che mediante la Sacra Ordinazione acquistano una nuova conformazione ontologica a Cristo sacerdote-mediatore e quindi diventano capaci di agire “in persona Christi”. Questa è la fede della Chiesa Cattolica.
Se la missione dei ministri della Chiesa viene privata della sua origine sacramentale, divina, immediatamente cristologica, essa viene ridotta ad una pura funzione a condizione umana, a livello sociale, viene privata della sua vera e unica ragion d’essere, che è essenzialmente d’ordine soprannaturale. Se si perdono di vista queste verità, allora nascono le crisi di identità dei ministri della Chiesa; allora si cercano funzioni sostitutive; si diviene dei “sindacalisti”, degli assistenti sociali, degli operatori a livello filantropico, si diventa forse anche dei “cimbali squillanti”, come afferma San Paolo. Nascono pure le crisi d’ordine morale e disciplinare, ed allora la missione della Chiesa perde la sua propria e reale efficacia, che è essenzialmente di ordine soprannaturale, che si colloca sui piani della rivelazione e della grazia, addirittura sul piano della vita trinitaria, che viene per partecipazione offerta alla creatura umana, attraverso i sacri ministeri, attraverso le realtà sacre della rivelazione. Val la pena di ricordare che tutto ciò è possibile affermarlo solo alla luce della fede, in una visione di fede.
La realtà vera della Chiesa e quindi, necessariamente pure del suo fondamento e di tutti i sacri ministeri che in essa esistono, non può essere scoperta e valutata alla luce di criteri umani e sociologici, o servendosi di concetti che valgono soltanto per le realtà terrene, per la società profana; può essere invece scoperta e stimata correttamente solo con criteri di fede, ossia con principi che accettano la realtà della rivelazione, che accolgono, senza alterarlo, il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio, il quale supera ogni nostra possibilità di conoscenza intellettuale e scientifica.
 
Pratica: “Nihil sine Petro, omnia cum Petro”.
 
Preghiera: Dio grande e misericordioso, che hai scelto il papa san Evaristo a presiedere il tuo popolo per edificarlo con il magistero e la santità della vita, custodisci i pastori della tua Chiesa e guidali sulla via della salvezza eterna. Per il nostro Signore.