28 SETTEMBRE 2020 LUNEDÌ XXVI SETTIMANA T. O. Gb 1,6-22; Sal 16 (17); Lc 9,46-50
Colletta: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro - Giovanni Paolo II (Udienza Generale 13 Agosto 1986): Secondo la Sacra Scrittura, e specialmente il Nuovo Testamento, il dominio e l’influsso di satana e degli altri spiriti maligni abbraccia tutto il mondo. Pensiamo alla parabola di Cristo sul campo (che è il mondo), sul buon seme e su quello non buono che il diavolo semina in mezzo al grano cercando di strappare dai cuori quel bene che in essi è stato “seminato” (cfr Mt 13,38-39). Pensiamo alle numerose esortazioni alla vigilanza (cfr Mt 26,41; 1Pt 5,8), alla preghiera e al digiuno (cfr Mt 17,21). Pensiamo a quella forte affermazione del Signore: “Questa specie di demoni in nessun altro modo si può scacciare se non con la preghiera” (Mc 9,29). L’azione di satana consiste prima di tutto nel tentare gli uomini al male, influendo sulla loro immaginazione e sulle loro facoltà superiori per volgerle in direzione contraria alla legge di Dio. Satana mette alla prova persino Gesù (cfr Lc 4,3-13), nel tentativo estremo di contrastare le esigenze dell’economia della salvezza così come Dio l’ha preordinata.
Non è escluso che in certi casi lo spirito maligno si spinga anche ad esercitare il suo influsso non solo sulle cose materiali, ma anche sul corpo dell’uomo, per cui si parla di “possessioni diaboliche” (cfr Mc 5,2-9). Non è sempre facile discernere ciò che di preternaturale avviene in questi casi, né la Chiesa accondiscende o asseconda facilmente la tendenza ad attribuire molti fatti a interventi diretti del demonio; ma in linea di principio non si può negare che nella sua volontà di nuocere e di condurre al male, satana possa giungere a questa estrema manifestazione della sua superiorità.
Dobbiamo infine aggiungere che le impressionanti parole dell’apostolo Giovanni: “Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,19), alludono anche alla presenza di satana nella storia dell’umanità, una presenza che si acuisce man mano che l’uomo e la società si allontanano da Dio. L’influsso dello spirito maligno può “celarsi” in modo più profondo ed efficace: farsi ignorare corrisponde ai suoi “interessi”. L’abilità di satana nel mondo è quella di indurre gli uomini a negare la sua esistenza in nome del razionalismo e di ogni altro sistema di pensiero che cerca tutte le scappatoie pur di non ammetterne l’opera. Ciò non significa però l’eliminazione della libera volontà e della responsabilità dell’uomo e nemmeno la frustrazione dell’azione salvifica di Cristo. Si tratta piuttosto di un conflitto tra le forze oscure del male e quelle della redenzione. Sono eloquenti, a questo proposito, le parole che Gesù rivolse a Pietro all’inizio della passione: “... Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te perché non venga meno la tua fede” (Lc 22,31).
Il Vangelo comprende due unità. La prima unità “si occupa della costituzione interna dei discepoli di Gesù o della Chiesa. Seguendo la logica di questo mondo pare evidente che i più importanti, nella comunità, siano quelli che si distinguono per le loro doti o per la responsabilità delle funzioni che sono loro affidate. Per questo gli apostoli discutevano sul posto e sul nome del più grande fra loro, come fan sempre molti. Orbene, la risposta di Gesù continua a essere tagliente ora come allora: il più grande e il più importante è semplicemente il più bisognoso, il bambino, l’indifeso” (Javer Pikaza).
La seconda unità mette in evidenza la tendenza tutta umana di fare clan escludendo boriosamente chi non è adepto del gruppo, e lo si evince palesemente dalle parole di Giovanni: Maestro abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito... I Vangeli, in molte occasioni, non temono di mettere in evidenza i limiti caratteriali e le povertà intellettuali e spirituali degli Apostoli. Così, la richiesta da parte del discepolo che Gesù amava di mettere a regime lo Spirito Santo denuncia apertamente una mentalità gretta, tribale, non plasmata ancora dallo Spirito. Giovanni è l’apostolo che aveva chiesto a Gesù, per sé e per suo fratello Giacomo, i primi posti nel Regno celeste (Mc 10,35-40). E sempre loro due chiederanno a Gesù di incenerire i Samaritani il cui unico torto era stato quello di non aver voluto accogliere il Maestro (Lc 9,54). Tutto questo, oltre a far capire con quale pasta Gesù costruì la sua Chiesa, al dire di molti autori, è un’ulteriore prova della veridicità dei racconti evangelici. Quella di Giovanni, in pratica, è la richiesta di ottenere il monopolio della potenza del nome di Gesù.
Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi: la risposta del Maestro sgombra il campo da ogni dubbio: di questa potenza i discepoli non sono i padroni; essa è data da Dio e solo Dio ne dispone i tempi e i modi e l’avvenuto miracolo attesta che chi l’ha operato nel nome di Dio ha agito con corretta intenzione. Invidia, gelosia, corsa per accaparrarsi i primi posti... sono nostri compagni di viaggio, a volte discreti, a volte rumorosi, ma c’è un solo rimedio per disfarsene: inchiodarli alla Croce di Cristo.
Dal Vangelo secondo Luca 9,46-50: In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande - Vincenzo Raffa: La discussione dei discepoli, nell’ambiente giudaico, era d’obbligo e di grande importanza quando più uomini si venivano a trovare insieme. L’imbarazzo dei discepoli è dovuto dal fatto che essi comprendevano che tali discorsi erano contrari agli insegnamenti di Gesù. I bambini da accogliere nel nome di Gesù sono gli uomini più reietti, gli infelici, quelli che hanno bisogno di tutto: nel debole, nel povero risplende il volto del Cristo. Imitare Cristo significa sopra tutto “comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,6). E Gesù ha amato e privilegiato i poveri, gli ultimi, gli indifesi, tanto da identificarsi con essi. Chi accoglie un sofferente, un indifeso nel nome di Cristo onora Cristo e, in lui, Dio Padre: “È veramente giusto renderti grazie, Padre misericordioso: tu ci hai donato il tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro fratello e redentore. In lui ci hai manifestato il tuo amore per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi. Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli. Con la vita e la parola annunziò al mondo che tu sei Padre e hai cura di tutti i tuoi figli” (Preghiera Eucaristica V/c). Gesù ha voluto ritenersi presente nei bambini e in tutti i bisognosi, ma “vuole che anche le tenerezze verso queste categorie di persone siano dettate dall’amore verso di lui e che le premure siano usate a causa sua. In lui v’è il Padre. La carità verso il prossimo perciò diviene un atto religioso fondamentale, un rito cultuale verso Dio.
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 46 Si sollevò tra di essi una discussione; l’evangelista introduce direttamente l’episodio senza indicare il luogo (Cafarnao), né l’ambiente («quando fu in casa», Mc., 9, 33) menzionati nel racconto parallelo di Marco. Chi di loro fosse il più grande; non si discute sul fatto della precedenza tra i discepoli, ma sul posto che essi occuperanno nel regno, come questo è immaginato dalle loro menti.
versetto 47 Conoscendo quello su cui discutevano nel loro cuore; cf. Lc., 6, 8; l’evangelista omette alcuni particolari interessanti ricordati da Marco (la domanda di Gesù ai discepoli: «Di che discorrevate lungo la via?» ed il gesto di abbracciare un fanciullo; Mc., 9, 33, 36). Piccolo fanciullo rende il diminutivo greco παιδίον.
versetto 48 Chi accoglierà questo piccolo fanciullo per il nome mio...; «per il mio nome», cioè: «per me»; questa espressione è più efficace di quella comunemente indicata nelle versioni («nel mio nome»). Luca si sforza di rendere più chiaro il pensiero esposto nel testo parallelo di Marco e di precisare il senso del gesto compiuto dal Maestro prendendo un fanciullo accanto a sé. Nel presente contesto il fanciullo non è indicato come esempio di semplicità o di docilità, ma come tipo di chi è piccolo ed «ultimo». Nel vers. sono esposti due pensieri: chi accoglie un fanciullo per il nome di Gesù accoglie Gesù stesso e chi si fa piccolo prestando i suoi servizi agli ultimi ed ai più piccoli è il più grande (chi è il più piccolo tra tutti voi, quegli è grande). Evidentemente l’espressione «chi accoglie questo piccolo fanciullo» è molto sintetica ed indica tutto quello che si fa verso i più piccoli e gli ultimi; con queste parole, illustrate e rese più efficaci dalla presenza di un fanciullo, Gesù risponde al quesito intorno al quale discutevano i discepoli, illuminandoli sul vero spirito che essi devono avere e Con il quale dovranno evitare ogni discussione del tipo di quella già verificatasi.
Giovanni prese la parola … - Hugues Cousin: Dopo l’umiltà dei discepoli è il loro spirito di tolleranza che viene infine chiamato in causa (vv. 49-50). Giovanni di Zebedeo, uno dei tre discepoli prediletti (9,28), non accetta che un uomo che non appartiene alla cerchia dei discepoli compia esorcismi nel nome di Gesù, esercitando così dei poteri che essi hanno ricevuto (9, 1) e che non sempre riescono a esercitare con successo (9,40)! In effetti, ci sono stati altri guaritori oltre a Gesù e al suo gruppo; Gesù non metterà in questione la validità degli esorcismi compiuti da farisei (11,19). Lasciamo agire coloro che, portando sollievo agli sventurati, fanno regredire il male e manifestano la bontà di Dio nei loro confronti. Questa risposta va più in là, poiché quell’uomo adopera il potere che è collegato al nome di Gesù (cfr. Pietro in 3 16; un esorcismo compiuto da non-cristiani e che prende una cattiva piega: At 19,13-17). Ricorrendo a un proverbio, Gesù invita a un atteggiamento di tolleranza verso altri cristiani che appartengono a comunità diverse; per gravoso che sia, occorre accettare l’attività missionaria della « concorrenza». Basta prendere la lettera di Paolo ai Galati a rileggere Fil, 15-18 per vedere quanto fosse attuale il problema nella Chiesa del I secolo.
Christifideles laici 47: I bambini sono certamente il termine dell’amore delicato e generoso del Signore Gesù: ad essi riserva la sua benedizione e ancor più assicura il Regno dei cieli (cfr. Mt 19,13-15 Mc 10,14). In particolare Gesù esalta il ruolo attivo che i piccoli hanno nel Regno di Dio: sono il simbolo eloquente e la splendida immagine di quelle condizioni morali e spirituali che sono essenziali per entrare nel Regno di Dio e per viverne la logica di totale affidamento al Signore: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. Perché chiunque diventerà piccolo come questo bambino sarà il più grande nel Regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio accoglie me” (Mt 18,3-5 cfr. Lc 9,48).
I bambini ci ricordano che la fecondità missionaria della Chiesa ha la sua radice vivificante non nei mezzi e nei meriti umani, ma nel dono assolutamente gratuito di Dio. La vita di innocenza e di grazia dei bambini, come pure le sofferenze loro ingiustamente inflitte, ottengono, in virtù della croce di Cristo, uno spirituale arricchimento per loro e per l’intera Chiesa: di questo tutti dobbiamo prendere più viva e grata coscienza.
Si deve riconoscere, inoltre, che anche nell’età dell’infanzia e della fanciullezza sono aperte preziose possibilità operative sia per l’edificazione della Chiesa che per l’umanizzazione della società. Quanto il Concilio dice della presenza benefica e costruttiva dei figli all’interno della famiglia “Chiesa domestica”: “I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei genitori” (GS 48), dev’essere ripetuto dei bambini in rapporto alla Chiesa particolare e universale. Lo rilevava già Jean Gerson, teologo ed educatore del XV secolo, per il quale “i fanciulli e gli adolescenti non sono certo una parte trascurabile della Chiesa” (Ioannis Gerson “De parvulis ad Christum trehendis: Oeuvres complètes”, Declée, Paris 1973, IX, 669).
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande. (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, comunicando a questo memoriale della passione del tuo Figlio,
diventiamo eredi con lui nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.
28 Settembre 2020
San Venceslao, Martire
C’è un luogo d’Europa che appartiene alla memoria di tutto il mondo, insieme a una data: piazza San Venceslao di Praga, 1968. Essa ricorda la “primavera”, col grido del popolo ceco per la libertà, e poi il lutto per l’invasione comunista del Paese, nell’estate dell’oppressione. Le gioie e i dolori di tutti si esprimevano qui, intorno alla statua di san Venceslao, eretta alla fine dell’Ottocento.
Venceslao (Václav in lingua ceca) è figlio di Vratislav duca di Boemia: perde il padre da ragazzo e gli succede nel governo, sia pure con la reggenza di sua madre Drahomira. È cristiano, educato dalla nonna paterna Ludmilla, che la Chiesa venera come santa, uccisa a causa della sua fede per ordine della nuora Drahomira, madre di Venceslao. Questi, rispetto ai prìncipi del tempo, è tra i più colti: ha studiato anche il latino.
Una volta assunto il potere effettivo, Venceslao si adopera per la cristianizzazione del Paese, chiamandovi missionari tedeschi, perché questo fa parte della sua linea generale di governo: avvicinare la Boemia all’Europa occidentale e alla sua cultura (anche se non mancano conflitti con regnanti germanici).
La tradizione fa di lui un modello del coraggio generoso: durante la lotta contro un duca boemo, Venceslao gli propone di risolvere la controversia con un duello tra loro due, in modo da non sacrificare tante vite di soldati; e il nemico si riconcilia con lui. La sua giovane età e il suo stile ne fanno un modello per molti suoi sudditi, ma proprio la vasta popolarità mette contro di lui – per motivi religiosi e di potere – una parte della nobiltà, che obbedisce (o che si è imposta) al suo fratello minore Boleslao.
Di qui, una congiura per ucciderlo, dando tutto il ducato boemo al fratello. Questi, non osando aggredire Venceslao in Praga, lo invita nel suo castello di Stará Boleslav. Si pensa di ucciderlo durante il pranzo, ma certe parole di Venceslao fanno temere che abbia scoperto il complotto. Allora lo si aspetta quando va in chiesa (da solo, come sempre) per recitarvi la preghiera delle Ore. E qui viene assassinato. Dice una leggenda che Boleslao tentò per primo di colpirlo, ma Venceslao reagì buttandolo a terra e facendogli cadere la spada; poi generosamente la raccolse e la volle restituire al fratello in segno di perdono.
Questo fu il suo ultimo gesto di grandezza, troncato dai sicari di Boleslao che lo colpirono a morte tutti insieme. Secondo un’altra leggenda, nessuno riuscì a lavare il suo sangue, sparso sul pavimento in legno. Il corpo fu poi portato a Praga e sepolto nella chiesa di San Vito. Già nel secolo X Venceslao fu oggetto di culto, e nel secolo successivo diventò il simbolo dello Stato boemo. Più tardi la Chiesa scriverà il suo nome nel Martirologio Romano, venerandolo come martire per la fede. La Chiesa lo venera come santo dal 1729.
Autore: Domenico Agasso
Dalla prima «Narrazione» paleoslava (Ediz. M. Weingart, Praga 1934, 974-983)
Il trono del re che giudica i poveri nella verità resterà saldo in eterno
Alla morte di Vratislao, i Boemi gli diedero per successore il figlio Venceslao. Per grazia di Dio questi era esemplare nella pratica della fede. Beneficava i poveri, vestiva gli ignudi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva i pellegrini, proprio come vuole il Vangelo. Non tollerava che si facesse ingiustizia alle vedove, amava tutti gli uomini, poveri o ricchi che fossero, soccorreva i ministri di Dio e abbellì anche molte chiese. Ciononostante divenne segno di contraddizione e di odio in quella cerchia di Boemi che era accecata dall’ambizione. Costoro sobillarono il fratello minore Boleslao dicendogli: «Tuo fratello Venceslao trama con la madre e i suoi uomini per ucciderti».
Avvenne che una domenica, festa dei santi Cosma e Damiano, Venceslao si portasse nella città di Altbunzlau. Aveva infatti l’abitudine di recarsi nelle varie città quando vi si tenevano celebrazioni particolari. Anzi non vi mancava mai quando si festeggiava la dedicazione delle chiese.
Quella volta, dunque, dopo aver partecipato la sacrificio eucaristico, voleva tornarsene a Praga, ma Boleslao lo trattenne, con scellerata intenzione, dicendo: «Perché te ne vuoi partire così presto, fratello?».
Il giorno dopo, all’alba, suonarono le campane per l`ufficio del mattino. Venceslao, all’udirle esclamò: «Lode a te, Signore, perché mi hai dato di vivere fino a questo giorno».
Boleslao, già appostato sulla porta, lo raggiunse. Venceslao lo vide e gli disse: «Fratello, fino a ieri ti sei mostrato con me come un umile servitore!». Ma l’altro, sotto la suggestione del diavolo, che gli pervertiva il cuore, sguainata la spada, gli rispose: «Ed ora voglio diventare migliore». Così dicendo lo colpì al capo con la spada. Venceslao allora, guardandolo in volto, gridò: «Ma che fai, fratello?», e afferratolo lo gettò a terra. Accorse però uno dei consiglieri di Boleslap, che colpì Venceslao a una mano. Ferito alla mano, abbandonò la presa del fratello e se ne fuggì verso la Chiesa. Ma altri due scellerati lo inseguirono e lo uccisero sulla porta. Un quarto, infine, lo trapassò al fianco da parte a parte. Venceslao esalò subito l’ultimo respiro, esclamando: Nelle tue mani, Signore, raccomando l’anima mia (cfr. Sal 30, 6).
Benedetto XVI (Omelia, 28 Settembre 2009)
Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle, cari giovani, con grande gioia vi incontro questa mattina, mentre si va concludendo il mio viaggio apostolico nell’amata Repubblica Ceca. A tutti rivolgo il mio cordiale saluto, in modo particolare al Cardinale Arcivescovo, al quale sono grato per le parole che mi ha indirizzato a nome vostro, all’inizio della celebrazione eucaristica. Il mio saluto si estende agli altri Cardinali, ai Vescovi, ai sacerdoti e alle persone consacrate, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni laicali e specialmente ai giovani. Saluto con deferenza il Signor Presidente della Repubblica, al quale presento un cordiale augurio in occasione della sua festa onomastica; augurio che mi piace indirizzare a coloro che portano il nome di Venceslao, e all’intero popolo ceco nel giorno della sua festa nazionale.
Questa mattina ci riunisce attorno all’altare il ricordo glorioso del martire san Venceslao, del quale ho potuto venerare la reliquia, prima della Santa Messa, nella Basilica a lui dedicata. Egli ha versato il sangue sulla vostra Terra e la sua aquila da voi scelta come stemma dell’odierna visita – lo ha ricordato poco fa il vostro Cardinale Arcivescovo - costituisce l’emblema storico della nobile Nazione ceca. Questo grande Santo, che voi amate chiamare “eterno” Principe dei Cechi, ci invita a seguire sempre e fedelmente Cristo, ci invita ad essere santi. Egli stesso è modello di santità per tutti, specialmente per quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli. Ma ci chiediamo: ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si ricercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno?
Il secolo passato – e questa vostra Terra ne è stata testimone - ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili. All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere. Chi ha negato e continua a negare Dio e, di conseguenza, non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per costatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. Solo chi conserva nel cuore il santo “timore di Dio” ha fiducia anche nell’uomo e spende la sua esistenza per costruire un mondo più giusto e fraterno. C’è oggi bisogno di persone che siano “credenti” e “credibili”, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina.
Nella pagina evangelica abbiamo ascoltato, al riguardo, parole assai chiare: “Quale vantaggio – afferma Gesù - avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). Ci stimola così a considerare che il valore autentico dell’esistenza umana non è commisurato solo su beni terreni e interessi passeggeri, perché non sono le realtà materiali ad appagare la sete profonda di senso e di felicità che c’è nel cuore di ogni persona. Per questo Gesù non esita a proporre ai suoi discepoli la via “stretta” della santità: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (v. 25). E con decisione ci ripete questa mattina: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (v. 24). Certamente è un linguaggio duro, difficile da accettare e mettere in pratica, ma la testimonianza dei Santi e delle Sante assicura che è possibile a tutti, se ci si fida e ci si affida a Cristo. Il loro esempio incoraggia chi si dice cristiano ad essere credibile, cioè coerente con i principi e la fede che professa. Non basta infatti apparire buoni ed onesti; occorre esserlo realmente. E buono ed onesto è colui che non copre con il suo io la luce di Dio, non mette davanti se stesso, ma lascia trasparire Dio.
Questa è la lezione di vita di san Venceslao, che ebbe il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno. Il suo sguardo non si staccò mai da Gesù Cristo, il quale patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme, come scrive san Pietro nella seconda lettura pocanzi proclamata. Quale docile discepolo del Signore, il giovane sovrano Venceslao si mantenne fedele agli insegnamenti evangelici che gli aveva impartito la santa nonna, la martire Ludmilla. Seguendoli, ancor prima di impegnarsi nel costruire una convivenza pacifica all’interno della Patria e con i Paesi confinanti, si adoperò per propagare la fede cristiana, chiamando sacerdoti e costruendo chiese. Nella prima “narrazione” paleoslava si legge che “soccorreva i ministri di Dio e abbellì anche molte chiese” e che “beneficava i poveri, vestiva gli ignudi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva i pellegrini, proprio come vuole il Vangelo. Non tollerava che si facesse ingiustizia alle vedove, amava tutti gli uomini, poveri o ricchi che fossero”. Imparò dal Signore ad essere “misericordioso e pietoso” (Salmo respon.) ed animato da spirito evangelico giunse a perdonare persino il fratello, che aveva attentato alla sua vita. Giustamente, pertanto, lo invocate come “Erede” della vostra Nazione, e, in un canto a voi ben noto, gli domandate di non permettere che essa perisca.
Venceslao è morto martire per Cristo. È interessante notare che il fratello Boleslao riuscì, uccidendolo, ad impadronirsi del trono di Praga, ma la corona che in seguito si imponevano sulla testa i suoi successori non portava il suo nome. Porta invece il nome di Venceslao, a testimonianza che “il trono del re che giudica i poveri nella verità resterà saldo in eterno” (cfr l’odierno Ufficio delle letture). Questo fatto viene giudicato come un meraviglioso intervento di Dio, che non abbandona i suoi fedeli: “l’innocente vinto vinse il crudele vincitore similmente a Cristo sulla croce” (cfr La leggenda di san Venceslao), ed il sangue del martire non ha chiamato odio e vendetta, bensì perdono e pace.
Cari fratelli e sorelle, ringraziamo insieme, in questa Eucaristia, il Signore per aver donato alla vostra Patria e alla Chiesa questo Santo sovrano. Preghiamo al tempo stesso perché, come lui, anche noi camminiamo con passo spedito verso la santità. È certamente difficile, poiché la fede è sempre esposta a molteplici sfide, ma quando ci si lascia attrarre da Dio che è Verità, il cammino si fa deciso, perché si sperimenta la forza del suo amore. Ci ottenga questa grazia l’intercessione di san Venceslao e degli altri Santi protettori delle Terre Ceche. Ci protegga e ci assista sempre Maria, Regina della pace e Madre dell’Amore. Amen!
Pratica: Perdonerò coloro che mi fanno del male.
Preghiera: O Dio, che al martire san Venceslao hai dato il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno, per la sua intercessione concedi anche a noi di superare ogni forma di egoismo per aderire a te con tutto il cuore. Per il nostro Signore.