28 SETTEMBRE 2020
 
LUNEDÌ XXVI SETTIMANA T. O.
 
Gb 1,6-22; Sal 16 (17); Lc 9,46-50
 
Colletta: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore e anche Satana andò in mezzo a loro - Giovanni Paolo II (Udienza Generale 13 Agosto 1986):  Secondo la Sacra Scrittura, e specialmente il Nuovo Testamento, il dominio e l’influsso di satana e degli altri spiriti maligni abbraccia tutto il mondo. Pensiamo alla parabola di Cristo sul campo (che è il mondo), sul buon seme e su quello non buono che il diavolo semina in mezzo al grano cercando di strappare dai cuori quel bene che in essi è stato “seminato” (cfr Mt 13,38-39). Pensiamo alle numerose esortazioni alla vigilanza (cfr Mt 26,41; 1Pt 5,8), alla preghiera e al digiuno (cfr Mt 17,21). Pensiamo a quella forte affermazione del Signore: “Questa specie di demoni in nessun altro modo si può scacciare se non con la preghiera” (Mc 9,29). L’azione di satana consiste prima di tutto nel tentare gli uomini al male, influendo sulla loro immaginazione e sulle loro facoltà superiori per volgerle in direzione contraria alla legge di Dio. Satana mette alla prova persino Gesù (cfr Lc 4,3-13), nel tentativo estremo di contrastare le esigenze dell’economia della salvezza così come Dio l’ha preordinata.
Non è escluso che in certi casi lo spirito maligno si spinga anche ad esercitare il suo influsso non solo sulle cose materiali, ma anche sul corpo dell’uomo, per cui si parla di “possessioni diaboliche” (cfr Mc 5,2-9). Non è sempre facile discernere ciò che di preternaturale avviene in questi casi, né la Chiesa accondiscende o asseconda facilmente la tendenza ad attribuire molti fatti a interventi diretti del demonio; ma in linea di principio non si può negare che nella sua volontà di nuocere e di condurre al male, satana possa giungere a questa estrema manifestazione della sua superiorità.
Dobbiamo infine aggiungere che le impressionanti parole dell’apostolo Giovanni: “Tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1Gv 5,19), alludono anche alla presenza di satana nella storia dell’umanità, una presenza che si acuisce man mano che l’uomo e la società si allontanano da Dio. L’influsso dello spirito maligno può “celarsi” in modo più profondo ed efficace: farsi ignorare corrisponde ai suoi “interessi”. L’abilità di satana nel mondo è quella di indurre gli uomini a negare la sua esistenza in nome del razionalismo e di ogni altro sistema di pensiero che cerca tutte le scappatoie pur di non ammetterne l’opera. Ciò non significa però l’eliminazione della libera volontà e della responsabilità dell’uomo e nemmeno la frustrazione dell’azione salvifica di Cristo. Si tratta piuttosto di un conflitto tra le forze oscure del male e quelle della redenzione. Sono eloquenti, a questo proposito, le parole che Gesù rivolse a Pietro all’inizio della passione: “... Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te perché non venga meno la tua fede” (Lc 22,31).
 
Il Vangelo comprende due unità. La prima unità “si occupa della costituzione interna dei discepoli di Gesù o della Chiesa. Seguendo la logica di questo mondo pare evidente che i più importanti, nella comunità, siano quelli che si distinguono per le loro doti o per la responsabilità delle funzioni che sono loro affidate. Per questo gli apostoli discutevano sul posto e sul nome del più grande fra loro, come fan sempre molti. Orbene, la risposta di Gesù continua a essere tagliente ora come allora: il più grande e il più importante è semplicemente il più bisognoso, il bambino, l’indifeso” (Javer Pikaza).
La seconda unità mette in evidenza la tendenza tutta umana di fare clan escludendo boriosamente chi non è adepto del gruppo, e lo si evince palesemente dalle parole di Giovanni: Maestro abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito... I Vangeli, in molte occasioni, non temono di mettere in evidenza i limiti caratteriali e le povertà intellettuali e spirituali degli Apostoli. Così, la richiesta da parte del discepolo che Gesù amava di mettere a regime lo Spirito Santo denuncia apertamente una mentalità gretta, tribale, non plasmata ancora dallo Spirito. Giovanni è l’apostolo che aveva chiesto a Gesù, per sé e per suo fratello Giacomo, i primi posti nel Regno celeste (Mc 10,35-40). E sempre loro due chiederanno a Gesù di incenerire i Samaritani il cui unico torto era stato quello di non aver voluto accogliere il Maestro (Lc 9,54). Tutto questo, oltre a far capire con quale pasta Gesù costruì la sua Chiesa, al dire di molti autori, è un’ulteriore prova della veridicità dei racconti evangelici. Quella di Giovanni, in pratica, è la richiesta di ottenere il monopolio della potenza del nome di Gesù.
Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi:  la risposta del Maestro sgombra il campo da ogni dubbio: di questa potenza i discepoli non sono i padroni; essa è data da Dio e solo Dio ne dispone i tempi e i modi e l’avvenuto miracolo attesta che chi l’ha operato nel nome di Dio ha agito con corretta intenzione. Invidia, gelosia, corsa per accaparrarsi i primi posti... sono nostri compagni di viaggio, a volte discreti, a volte rumorosi, ma c’è un solo rimedio per disfarsene: inchiodarli alla Croce di Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Luca 9,46-50: In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande». Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».
 
In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande - Vincenzo Raffa: La discussione dei discepoli, nell’ambiente giudaico, era d’obbligo e di grande importanza quando più uomini si venivano a trovare insieme. L’imbarazzo dei discepoli è dovuto dal fatto che essi comprendevano che tali discorsi erano contrari agli insegnamenti di Gesù. I bambini da accogliere nel nome di Gesù sono gli uomini più reietti, gli infelici, quelli che hanno bisogno di tutto: nel debole, nel povero risplende il volto del Cristo. Imitare Cristo significa sopra tutto “comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,6). E Gesù ha amato e privilegiato i poveri, gli ultimi, gli indifesi, tanto da identificarsi con essi. Chi accoglie un sofferente, un indifeso nel nome di Cristo onora Cristo e, in lui, Dio Padre: “È veramente giusto renderti grazie, Padre misericordioso: tu ci hai donato il tuo Figlio, Gesù Cristo, nostro fratello e redentore. In lui ci hai manifestato il tuo amore per i piccoli e i poveri, per gli ammalati e gli esclusi. Mai egli si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli. Con la vita e la parola annunziò al mondo che tu sei Padre e hai cura di tutti i tuoi figli” (Preghiera Eucaristica V/c). Gesù ha voluto ritenersi presente nei bambini e in tutti i bisognosi, ma “vuole che anche le tenerezze verso queste categorie di persone siano dettate dall’amore verso di lui e che le premure siano usate a causa sua. In lui v’è il Padre. La carità verso il prossimo perciò diviene un atto religioso fondamentale, un rito cultuale verso Dio.
 
Benedetto Prete (I Quattro Vangeli): versetto 46 Si sollevò tra di essi una discussione; l’evangelista introduce direttamente l’episodio senza indicare il luogo (Cafarnao), né l’ambiente («quando fu in casa», Mc., 9, 33) menzionati nel racconto parallelo di Marco. Chi di loro fosse il più grande; non si discute sul fatto della precedenza tra i discepoli, ma sul posto che essi occuperanno nel regno, come questo è immaginato dalle loro menti.
versetto 47 Conoscendo quello su cui discutevano nel loro cuore; cf. Lc., 6, 8; l’evangelista omette alcuni particolari interessanti ricordati da Marco (la domanda di Gesù ai discepoli: «Di che discorrevate lungo la via?» ed il gesto di abbracciare un fanciullo; Mc., 9, 33, 36). Piccolo fanciullo rende il diminutivo greco παιδίον.
versetto 48 Chi accoglierà questo piccolo fanciullo per il nome mio...; «per il mio nome», cioè: «per me»; questa espressione è più efficace di quella comunemente indicata nelle versioni («nel mio nome»). Luca si sforza di rendere più chiaro il pensiero esposto nel testo parallelo di Marco e di precisare il senso del gesto compiuto dal Maestro prendendo un fanciullo accanto a sé. Nel presente contesto il fanciullo non è indicato come esempio di semplicità o di docilità, ma come tipo di chi è piccolo ed «ultimo». Nel vers. sono esposti due pensieri: chi accoglie un fanciullo per il nome di Gesù accoglie Gesù stesso e chi si fa piccolo prestando i suoi servizi agli ultimi ed ai più piccoli è il più grande (chi è il più piccolo tra tutti voi, quegli è grande). Evidentemente l’espressione «chi accoglie questo piccolo fanciullo» è molto sintetica ed indica tutto quello che si fa verso i più piccoli e gli ultimi; con queste parole, illustrate e rese più efficaci dalla presenza di un fanciullo, Gesù risponde al quesito intorno al quale discutevano i discepoli, illuminandoli sul vero spirito che essi devono avere e Con il quale dovranno evitare ogni discussione del tipo di quella già verificatasi.
 
Giovanni prese la parola … - Hugues Cousin: Dopo l’umiltà dei discepoli è il loro spirito di tolleranza che viene infine chiamato in causa (vv. 49-50). Giovanni di Zebedeo, uno dei tre discepoli prediletti (9,28), non accetta che un uomo che non appartiene alla cerchia dei discepoli compia esorcismi nel nome di Gesù, esercitando così dei poteri che essi hanno ricevuto (9, 1) e che non sempre riescono a esercitare con successo (9,40)! In effetti, ci sono stati altri guaritori oltre a Gesù e al suo gruppo; Gesù non metterà in questione la validità degli esorcismi compiuti da farisei (11,19). Lasciamo agire coloro che, portando sollievo agli sventurati, fanno regredire il male e manifestano la bontà di Dio nei loro confronti. Questa risposta va più in là, poiché quell’uomo adopera il potere che è collegato al nome di Gesù (cfr. Pietro in 3 16; un esorcismo compiuto da non-cristiani e che prende una cattiva piega: At 19,13-17). Ricorrendo a un proverbio, Gesù invita a un atteggiamento di tolleranza verso altri cristiani che appartengono a comunità diverse; per gravoso che sia, occorre accettare l’attività missionaria della « concorrenza». Basta prendere la lettera di Paolo ai Galati a rileggere Fil, 15-18 per vedere quanto fosse attuale il problema nella Chiesa del I secolo.
 
Christifideles laici 47: I bambini sono certamente il termine dell’amore delicato e generoso del Signore Gesù: ad essi riserva la sua benedizione e ancor più assicura il Regno dei cieli (cfr. Mt 19,13-15 Mc 10,14). In particolare Gesù esalta il ruolo attivo che i piccoli hanno nel Regno di Dio: sono il simbolo eloquente e la splendida immagine di quelle condizioni morali e spirituali che sono essenziali per entrare nel Regno di Dio e per viverne la logica di totale affidamento al Signore: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. Perché chiunque diventerà piccolo come questo bambino sarà il più grande nel Regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio accoglie me” (Mt 18,3-5 cfr. Lc 9,48).
I bambini ci ricordano che la fecondità missionaria della Chiesa ha la sua radice vivificante non nei mezzi e nei meriti umani, ma nel dono assolutamente gratuito di Dio. La vita di innocenza e di grazia dei bambini, come pure le sofferenze loro ingiustamente inflitte, ottengono, in virtù della croce di Cristo, uno spirituale arricchimento per loro e per l’intera Chiesa: di questo tutti dobbiamo prendere più viva e grata coscienza.
Si deve riconoscere, inoltre, che anche nell’età dell’infanzia e della fanciullezza sono aperte preziose possibilità operative sia per l’edificazione della Chiesa che per l’umanizzazione della società. Quanto il Concilio dice della presenza benefica e costruttiva dei figli all’interno della famiglia “Chiesa domestica”: “I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure a loro modo alla santificazione dei genitori” (GS 48), dev’essere ripetuto dei bambini in rapporto alla Chiesa particolare e universale. Lo rilevava già Jean Gerson, teologo ed educatore del XV secolo, per il quale “i fanciulli e gli adolescenti non sono certo una parte trascurabile della Chiesa” (Ioannis Gerson “De parvulis ad Christum trehendis: Oeuvres complètes”, Declée, Paris 1973, IX, 669).
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.  (Vangelo)
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, comunicando a questo memoriale della passione del tuo Figlio,
diventiamo eredi con lui nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.
28 Settembre 2020
 
San Venceslao, Martire
 
C’è un luogo d’Europa che appartiene alla memoria di tutto il mondo, insieme a una data: piazza San Venceslao di Praga, 1968. Essa ricorda la “primavera”, col grido del popolo ceco per la libertà, e poi il lutto per l’invasione comunista del Paese, nell’estate dell’oppressione. Le gioie e i dolori di tutti si esprimevano qui, intorno alla statua di san Venceslao, eretta alla fine dell’Ottocento.
Venceslao (Václav in lingua ceca) è figlio di Vratislav duca di Boemia: perde il padre da ragazzo e gli succede nel governo, sia pure con la reggenza di sua madre Drahomira. È cristiano, educato dalla nonna paterna Ludmilla, che la Chiesa venera come santa, uccisa a causa della sua fede per ordine della nuora Drahomira, madre di Venceslao. Questi, rispetto ai prìncipi del tempo, è tra i più colti: ha studiato anche il latino. 
Una volta assunto il potere effettivo, Venceslao si adopera per la cristianizzazione del Paese, chiamandovi missionari tedeschi, perché questo fa parte della sua linea generale di governo: avvicinare la Boemia all’Europa occidentale e alla sua cultura (anche se non mancano conflitti con regnanti germanici). 
La tradizione fa di lui un modello del coraggio generoso: durante la lotta contro un duca boemo, Venceslao gli propone di risolvere la controversia con un duello tra loro due, in modo da non sacrificare tante vite di soldati; e il nemico si riconcilia con lui. La sua giovane età e il suo stile ne fanno un modello per molti suoi sudditi, ma proprio la vasta popolarità mette contro di lui – per motivi religiosi e di potere – una parte della nobiltà, che obbedisce (o che si è imposta) al suo fratello minore Boleslao. 
Di qui, una congiura per ucciderlo, dando tutto il ducato boemo al fratello. Questi, non osando aggredire Venceslao in Praga, lo invita nel suo castello di Stará Boleslav. Si pensa di ucciderlo durante il pranzo, ma certe parole di Venceslao fanno temere che abbia scoperto il complotto. Allora lo si aspetta quando va in chiesa (da solo, come sempre) per recitarvi la preghiera delle Ore. E qui viene assassinato. Dice una leggenda che Boleslao tentò per primo di colpirlo, ma Venceslao reagì buttandolo a terra e facendogli cadere la spada; poi generosamente la raccolse e la volle restituire al fratello in segno di perdono. 
Questo fu il suo ultimo gesto di grandezza, troncato dai sicari di Boleslao che lo colpirono a morte tutti insieme. Secondo un’altra leggenda, nessuno riuscì a lavare il suo sangue, sparso sul pavimento in legno. Il corpo fu poi portato a Praga e sepolto nella chiesa di San Vito. Già nel secolo X Venceslao fu oggetto di culto, e nel secolo successivo diventò il simbolo dello Stato boemo. Più tardi la Chiesa scriverà il suo nome nel Martirologio Romano, venerandolo come martire per la fede. La Chiesa lo venera come santo dal 1729.
Autore: Domenico Agasso
 
 
Dalla prima «Narrazione» paleoslava (Ediz. M. Weingart, Praga 1934, 974-983)
 
Il trono del re che giudica i poveri nella verità resterà saldo in eterno
 
Alla morte di Vratislao, i Boemi gli diedero per successore il figlio Venceslao. Per grazia di Dio questi era esemplare nella pratica della fede. Beneficava i poveri, vestiva gli ignudi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva i pellegrini, proprio come vuole il Vangelo. Non tollerava che si facesse ingiustizia alle vedove, amava tutti gli uomini, poveri o ricchi che fossero, soccorreva i ministri di Dio e abbellì anche molte chiese. Ciononostante divenne segno di contraddizione e di odio in quella cerchia di Boemi che era accecata dall’ambizione. Costoro sobillarono il fratello minore Boleslao dicendogli: «Tuo fratello Venceslao trama con la madre e i suoi uomini per ucciderti».
Avvenne che una domenica, festa dei santi Cosma e Damiano, Venceslao si portasse nella città di Altbunzlau. Aveva infatti l’abitudine di recarsi nelle varie città quando vi si tenevano celebrazioni particolari. Anzi non vi mancava mai quando si festeggiava la dedicazione delle chiese.
Quella volta, dunque, dopo aver partecipato la sacrificio eucaristico, voleva tornarsene a Praga, ma Boleslao lo trattenne, con scellerata intenzione, dicendo: «Perché te ne vuoi partire così presto, fratello?».
Il giorno dopo, all’alba, suonarono le campane per l`ufficio del mattino. Venceslao, all’udirle esclamò: «Lode a te, Signore, perché mi hai dato di vivere fino a questo giorno».
Boleslao, già appostato sulla porta, lo raggiunse. Venceslao lo vide e gli disse: «Fratello, fino a ieri ti sei mostrato con me come un umile servitore!». Ma l’altro, sotto la suggestione del diavolo, che gli pervertiva il cuore, sguainata la spada, gli rispose: «Ed ora voglio diventare migliore». Così dicendo lo colpì al capo con la spada. Venceslao allora, guardandolo in volto, gridò: «Ma che fai, fratello?», e afferratolo lo gettò a terra. Accorse però uno dei consiglieri di Boleslap, che colpì Venceslao a una mano. Ferito alla mano, abbandonò la presa del fratello e se ne fuggì verso la Chiesa. Ma altri due scellerati lo inseguirono e lo uccisero sulla porta. Un quarto, infine, lo trapassò al fianco da parte a parte. Venceslao esalò subito l’ultimo respiro, esclamando: Nelle tue mani, Signore, raccomando l’anima mia (cfr. Sal 30, 6).


Benedetto XVI (Omelia, 28 Settembre 2009)
 
Signori Cardinali, Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, cari fratelli e sorelle, cari giovani, con grande gioia vi incontro questa mattina, mentre si va concludendo il mio viaggio apostolico nell’amata Repubblica Ceca. A tutti rivolgo il mio cordiale saluto, in modo particolare al Cardinale Arcivescovo, al quale sono grato per le parole che mi ha indirizzato a nome vostro, all’inizio della celebrazione eucaristica. Il mio saluto si estende agli altri Cardinali, ai Vescovi, ai sacerdoti e alle persone consacrate, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni laicali e specialmente ai giovani. Saluto con deferenza il Signor Presidente della Repubblica, al quale presento un cordiale augurio in occasione della sua festa onomastica; augurio che mi piace indirizzare a coloro che portano il nome di Venceslao, e all’intero popolo ceco nel giorno della sua festa nazionale.
Questa mattina ci riunisce attorno all’altare il ricordo glorioso del martire san Venceslao, del quale ho potuto venerare la reliquia, prima della Santa Messa, nella Basilica a lui dedicata. Egli ha versato il sangue sulla vostra Terra e la sua aquila da voi scelta come stemma dell’odierna visita – lo ha ricordato poco fa il vostro Cardinale Arcivescovo - costituisce l’emblema storico della nobile Nazione ceca. Questo grande Santo, che voi amate chiamare “eterno” Principe dei Cechi, ci invita a seguire sempre e fedelmente Cristo, ci invita ad essere santi. Egli stesso è modello di santità per tutti, specialmente per quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli. Ma ci chiediamo: ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si ricercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno?
Il secolo passato – e questa vostra Terra ne è stata testimone - ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili. All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere. Chi ha negato e continua a negare Dio e, di conseguenza, non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per costatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. Solo chi conserva nel cuore il santo “timore di Dio” ha fiducia anche nell’uomo e spende la sua esistenza per costruire un mondo più giusto e fraterno. C’è oggi bisogno di persone che siano “credenti” e “credibili”, pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina.
Nella pagina evangelica abbiamo ascoltato, al riguardo, parole assai chiare: “Quale vantaggio – afferma Gesù - avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” (Mt 16,26). Ci stimola così a considerare che il valore autentico dell’esistenza umana non è commisurato solo su beni terreni e interessi passeggeri, perché non sono le realtà materiali ad appagare la sete profonda di senso e di felicità che c’è nel cuore di ogni persona. Per questo Gesù non esita a proporre ai suoi discepoli la via “stretta” della santità: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (v. 25). E con decisione ci ripete questa mattina: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (v. 24). Certamente è un linguaggio duro, difficile da accettare e mettere in pratica, ma la testimonianza dei Santi e delle Sante assicura che è possibile a tutti, se ci si fida e ci si affida a Cristo. Il loro esempio incoraggia chi si dice cristiano ad essere credibile, cioè coerente con i principi e la fede che professa. Non basta infatti apparire buoni ed onesti; occorre esserlo realmente. E buono ed onesto è colui che non copre con il suo io la luce di Dio, non mette davanti se stesso, ma lascia trasparire Dio.
Questa è la lezione di vita di san Venceslao, che ebbe il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno. Il suo sguardo non si staccò mai da Gesù Cristo, il quale patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme, come scrive san Pietro nella seconda lettura pocanzi proclamata. Quale docile discepolo del Signore, il giovane sovrano Venceslao si mantenne fedele agli insegnamenti evangelici che gli aveva impartito la santa nonna, la martire Ludmilla. Seguendoli, ancor prima di impegnarsi nel costruire una convivenza pacifica all’interno della Patria e con i Paesi confinanti, si adoperò per propagare la fede cristiana, chiamando sacerdoti e costruendo chiese. Nella prima “narrazione” paleoslava si legge che “soccorreva i ministri di Dio e abbellì anche molte chiese” e che “beneficava i poveri, vestiva gli ignudi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva i pellegrini, proprio come vuole il Vangelo. Non tollerava che si facesse ingiustizia alle vedove, amava tutti gli uomini, poveri o ricchi che fossero”. Imparò dal Signore ad essere “misericordioso e pietoso” (Salmo respon.) ed animato da spirito evangelico giunse a perdonare persino il fratello, che aveva attentato alla sua vita. Giustamente, pertanto, lo invocate come “Erede” della vostra Nazione, e, in un canto a voi ben noto, gli domandate di non permettere che essa perisca.
Venceslao è morto martire per Cristo. È interessante notare che il fratello Boleslao riuscì, uccidendolo, ad impadronirsi del trono di Praga, ma la corona che in seguito si imponevano sulla testa i suoi successori non portava il suo nome. Porta invece il nome di Venceslao, a testimonianza che “il trono del re che giudica i poveri nella verità resterà saldo in eterno” (cfr l’odierno Ufficio delle letture). Questo fatto viene giudicato come un meraviglioso intervento di Dio, che non abbandona i suoi fedeli: “l’innocente vinto vinse il crudele vincitore similmente a Cristo sulla croce” (cfr La leggenda di san Venceslao), ed il sangue del martire non ha chiamato odio e vendetta, bensì perdono e pace.
Cari fratelli e sorelle, ringraziamo insieme, in questa Eucaristia, il Signore per aver donato alla vostra Patria e alla Chiesa questo Santo sovrano. Preghiamo al tempo stesso perché, come lui, anche noi camminiamo con passo spedito verso la santità. È certamente difficile, poiché la fede è sempre esposta a molteplici sfide, ma quando ci si lascia attrarre da Dio che è Verità, il cammino si fa deciso, perché si sperimenta la forza del suo amore. Ci ottenga questa grazia l’intercessione di san Venceslao e degli altri Santi protettori delle Terre Ceche. Ci protegga e ci assista sempre Maria, Regina della pace e Madre dell’Amore. Amen!
 
Pratica: Perdonerò coloro che mi fanno del male.
 
Preghiera:
O Dio, che al martire san Venceslao hai dato il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno, per la sua intercessione concedi anche a noi di superare ogni forma di egoismo per aderire a te con tutto il cuore. Per il nostro Signore.

 



 

 

 27 SETTEMBRE 2020
 
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
 
Ez 18,25-28; Sal 24 (25); Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
 
Colletta: O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù. Egli è Dio, e vive e regna con te...
 
Christifideles laici 8: L’immagine della vigna viene usata dalla Bibbia in molti modi e con diversi significati: in particolare, essa serve ad esprimere il mistero del Popolo di Dio.
In questa prospettiva più interiore i fedeli laici non sono semplicemente gli operai che lavorano nella vigna, ma sono parte della vigna stessa: “Io sono la vite, voi i tralci” (Gv 15,5), dice Gesù.
Già nell’Antico Testamento i profeti per indicare il popolo eletto ricorrono all’immagine della vigna. Israele è la vigna di Dio, l’opera del Signore, la gioia del suo cuore: “Io ti avevo piantato come vigna scelta” (Ger 2,21); “Tua madre era come una vite piantata vicino alle acque. Era rigogliosa e frondosa per l’abbondanza dell’acqua” (Ez 19,10); “Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva vangata e sgombrata dai sassi, e vi aveva piantato scelte viti…” (Is 5,1-2).
Gesù riprende il simbolo della vigna e se ne serve per rivelare alcuni aspetti del Regno di Dio: “Un uomo pianto una vigna, vi pose attorno una siepe, scavo un torchio, costrui una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano” (Mc 12,1 cfr. Mt 21,28ss).
L’evangelista Giovanni ci invita a scendere in profondità e ci introduce a scoprire il mistero della vigna: essa è il simbolo e la figura non solo del Popolo di Dio, ma di Gesù stesso. Lui è il ceppo e noi, i discepoli, siamo i tralci; lui è la “vera vite”, nella quale sono vitalmente inseriti i tralci (cfr. Gv 15,1ss).
Il Concilio Vaticano II, riferendo le varie immagini bibliche che illuminano il mistero della Chiesa, ripropone l’immagine della vite e dei tralci: “Cristo è la vera vite, che dà vita e fecondità ai tralci, cioè a noi, che per mezzo della Chiesa rimaniamo in lui, e senza di lui nulla possiamo fare (cfr. Gv 15,1-5)” LG 6). La Chiesa stessa è, dunque, la vigna evangelica. È mistero perché l’amore e la vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sono il dono assolutamente gratuito offerto a quanti sono nati dall’acqua e dallo Spirito (cfr. Gv 3,5), chiamati a rivivere la comunione stessa di Dio e a manifestarla e comunicarla nella storia (missione): “In quel giorno - dice Gesù - voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi” (cfr. Gv 14,20).
Ora solo all’interno del mistero della Chiesa come mistero di comunione si rivela l’“identità” dei fedeli laici, la loro originale dignità. E solo all’interno di questa dignità si possono definire la loro vocazione e la loro missione nella Chiesa e nel mondo
 
I lettura: Ai sedicenti sapienti d’Israele che accusavano Dio di non essere retto nel suo agire, il profeta Ezechiele ricorda il principio della responsabilità individuale. Da questa controversia scaturisce anche una novità: l’uomo non è condizionato dal suo passato; se è stato un malvagio, se vuole, può convertirsi e godere della salvezza. Ma come il perverso può diventare buono, così il giusto può diventare cattivo. Ogni uomo è costruttore del proprio destino, o di morte o di vita. Nessuno, quindi, disperi della salvezza e nessuno sia così arrogante da sentirsi già salvo: timore e tremore sono per tutti (Cf. Fil 2,12).
 
Salmo responsoriale: È questo il primo salmo rigorosamente alfabetico (lo era parzialmente anche il 9-10): ogni versetto si apre con una parola ebraica che inizia con la corrispondente lettera dell’alfabeto in successione. Nonostante questo artificio esteriore, destinato a favorire la memoria, aiutata anche dai quattordici imperativi che reggono il salmo, i sentimenti che affiorano sono vivi e calorosi. Pericoli esterni e nemici si affiancano al peccato interiore nel seminare paura nel cuore dell’orante. Ma egli è certo che l’amore di Dio sconfigge ogni incubo: «il tuo amore ricorda, Signore, ma le colpe dimentica, Dio!» (vv. 6.7). L’atteggiamento spirituale che il testo suppone è quello degli ‘anawim, cioè dei «poveri di JHWH», coloro la cui ultima fiducia e speranza è solo in Dio, il Liberatore buono e giusto (v. 9). Ed allora, anche se il senso del peccato è lacerante, il cuore è pieno di pace” (Gianfranco Ravasi).
 
II lettura: I versetti 6-11 da molti sono ritenuti un inno cristologico anteriore a Paolo. Mette in evidenza le diverse tappe del mistero del Cristo: la preesistenza divina, l’umiliazione della incarnazione, l’abbassamento ulteriore della morte, la glorificazione celeste, l’adorazione dell’universo, il titolo nuovo del Cristo. Si tratta del Cristo storico, Dio e uomo, nell’unità della sua personalità concreta che Paolo non divide mai, sebbene distingua i suoi diversi stati di esistenza (Cf. Col 1,13s). Additando il Cristo come servo, Paolo vuole evidenziare il fatto che il Figlio di Dio, fatto uomo, ha adottato una via di umiliazione e di obbedienza. Forse Paolo pensa al «servo sofferente» di Isaia (42,1; 52,13-53,12). Le affermazioni paoline sull’incarnazione di Gesù fanno intendere a chiare lettere che il Cristo non fu soltanto un vero uomo, ma un uomo «come gli altri», condividendo tutte le debolezze della condizione umana, «escluso il peccato» (Eb 4,15).
 
Vangelo: La parabola dei due figli denuncia la mancanza di docilità da parte d’Israele. È da collegarsi alla precedente discussione su Giovanni, il precursore del Cristo, nel corso della quale le guide spirituali d’Israele, per timore della folla, avevano rifiutato di pronunziarsi sulla autenticità della missione del Battista. La parabola è una risposta chiara alla loro albagìa smascherandoli palesemente come disobbedienti alla volontà di Dio.
 
Dal Vangelo secondo Matteo 21,28-32: In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
 
Un uomo aveva due figli - La parabola dei due figli appartiene solo a Matteo. In modo esplicito annunzia l’imminente giudizio divino e la conseguente condanna dei capi del popolo d’Israele. Lo stesso tema lo si trova nelle due parabole che seguono: quella dei vignaiòli omicidi (21,33-46) e quella del banchetto nuziale (22,1-14).
I due figli rappresentano, da una parte, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo che si ritenevano giusti davanti agli uomini (Cf. Lc 16,15); dall’altra, gli ultimi, gli emarginati, i peccatori i quali, nonostante tutto, si erano dimostrati disposti ad accogliere il Vangelo. I capi dei sacerdoti e gli anziani erano generalmente mal visti dal popolo e spesso additati come uomini ipocriti: non nel senso «più grossolano della parola, gente che finge, che conduce una doppia vita, ma in un senso molto più profondo, sdoppiati e insinceri innanzi tutto con se stessi. In realtà essi si sforzano di obbedire, prendono sul serio la Legge, si sforzano di adempierla fin nelle prescrizioni più piccole, persino quelle non obbligatorie [Mt 23,23; Cf. Lc 18,11s]. Eppure, nonostante tutto questo affannarsi, la loro obbedienza non è autentica» (Vittorio Fusco). Prova ne sia che al momento decisivo essi non hanno saputo cogliere gli appelli che Dio rivolgeva loro, attraverso Giovanni il Battista e Gesù di Nazaret.
Respingendo quegli appelli, essi rivelarono una radicale disobbedienza alla volontà salvifica di Dio. I due figli rappresentano queste due categorie di persone con i loro rispettivi modi di rispondere agli inviti pressanti di Dio.
La risposta dei due figli, che passano dal sì al no e dal no al sì, collima con la dottrina della responsabilità individuale del profeta Ezechiele (Cf. prima lettura): ogni uomo è libero come è libera la sua risposta agli appelli di Dio e con la sua risposta determina in modo irreversibile il suo futuro terreno ed eterno.
I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno. Non è una debolezza squisitamente divina che porta questa “gente poco onorabile” a salire vertiginosamente i gradini della salvezza, ma è la loro disponibilità ad aprirsi alla Buona Novella e a comportarsi di conseguenza mettendo in campo anche scelte che fanno sanguinare. In quest’ottica, la parabola dei due figli mette in luce la categoria di uomini sui quali si posano le preferenze divine: «Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Lc 6,46; Mt 7,21).
La ferma intenzione dell’empio a volgersi al bene apre un nuovo rapporto non soltanto con il futuro, ma anche con il passato. Se ha deciso di ritornare nella casa del Padre la vita passata non lo condiziona più, perché nel momento in cui si slancia tra le braccia di Dio, il Signore, una volta per sempre, straccia il documento scritto del suo debito, le cui condizioni gli erano sfavorevoli (Cf. Col 1,14).
Quindi, la bilancia del giudizio divino «non pende verso l’obbedienza o la disobbedienza come tali [non basta aver obbedito una volta per essere salvi, né aver disobbedito una volta per essere condannati], e neppure su una comparazione quantitativa [tanti anni di vita buona contro tanti anni di vita cattiva] ma pende sempre verso la scelta più recente, l’ultima compiuta» (Vittorio Fusco).
Nelle parole di Gesù è sottintéso così un importante messaggio ascetico; praticamente, l’uomo si costruisce momento per momento attraverso le sue scelte. La destinazione finale, Inferno o Paradiso, non è stata già determinata da una volontà superiore quanto capricciosa, ma è il frutto di un sì o di un no liberamente offerti ad una proposta di salvezza e mantenuti poi perpetuamente nel tempo.
Era venuto Giovanni a preparare la venuta del Messia e la sua predicazione, in perfetta sintonia con la predicazione profetica dell’Antico Testamento, aveva sollecitato gli uomini a camminare sulla «via della giustizia», ovvero a cercare il bene e ad abbandonare le strade tortuose del male e del peccato. A questa predicazione i peccatori avevano risposto in massa immergendosi nelle acque del Giordano per ricevere un battesimo di penitenza; invece, le guide spirituali del popolo eletto, all’inizio, avevano nicchiato e alla fine avevano opposto un netto rifiuto. Tanta ostinazione li smascherava palesemente come disobbedienti alla voce del Signore e di fatto si escludevano dal progetto salvifico di Dio. Solo chi fa la volontà di Dio
 
Le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio - Ancora uno scontro, ma nulla da fare per chi si crede giusto. Eppure le parole della parabola sono chiare, il messaggio altrettanto.
Loro, i giusti, i pii osservanti della legge, coloro che filtrano il moscerino e ingoiano il cammello (Cf. Mt 23,24), sono stati chiamati per primi, ma hanno detto soltanto parole, parole, parole. Nulla di concreto; ostinati, testardi come i muli sono rimasti attaccati alle loro idee. Ora, la stoccata finale, quella delle meretrici e dei pubblicani. La reazione a simili provocazioni è sempre immediata: «Uno dei dottori della legge intervenne: “Maestro, dicendo questo, offendi anche noi”» (Lc 11,45).
Le parole di Gesù pesano come macigni: per certi tipi che vogliono essere sempre i primi della classe, è un’offesa da lavare con il sangue. E di lì a poco lo faranno: un’esecuzione in piena regola, con tanto di processo e testimoni dinanzi alla autorità costituita, quella romana. Ma in fondo, come dare loro torto?
Hanno conservato il potere, certamente posticcio, e poi sotto il tallone di Roma: hanno fatto acrobazie, si sono arrampicati sui vetri, sono scesi a patti e a compromessi. Ma non si tratta soltanto di potere, sono veramente innamorati della loro libertà e del loro paese; pagare un tributo, in fondo, non era così disonorevole, il fine giustifica i mezzi. Il giovane Rabbi sta mettendo a rischio questi delicati equilibri. Dalla religione lo scontro si sposta così alla politica. Ed è questo impasto, religione e politica, che impedisce alle guide spirituali d’Israele di comprendere il linguaggio del figlio di Maria (Cf. Mc 6,3). In questo modo, accomodando la Parola, credono di tenere aperta la porta del Regno, almeno per i Giudei osservanti; ed ora, Gesù rivela loro, senza nascondere nulla, la verità: per voi è chiusa, è aperta per i peccatori perché hanno accolto la «via della giustizia»; è aperta per coloro che con la conversione e la penitenza si preparano a raggiungere la meta tanto agognata, tanto desiderata dai padri fondatori d’Israele.
Gli interlocutori del Cristo sono freddi burocrati; è vero sono l’intellighènzia, la crema del popolo, ma sono ottusi: ancorati al loro passato non si accorgono che in mezzo a loro c’è qualcosa di più di Salomone e di Giona (Cf. Mt 12,41-42). I Farisei spocchiosi, retrògradi, legulèi, cinici e freddi conservatori del passato, non si accorgono che hanno perso l’appuntamento con la storia: non con quella degli uomini, ma con quella di Dio, la storia della salvezza. Perderanno il vecchio, il tempio d’Israele sarà distrutto dai romani, e il nuovo, la salvezza che il Padre aveva loro offerto nella Persona del suo Figlio unigenito (Cf. Gv 3,16).
Ancora oggi nella Chiesa, vi sono cristiani, pii, devoti, fedeli osservanti del Vangelo. Ruminanti indefessi del Catechismo o dei Documenti conciliari, ma che hanno il vizio, tenendo in mano il Diritto Canonico, di spiare i segni dei tempi non per cogliere il nuovo, ma per cancellarlo; una devota pratica animata sempre da quella massima dal sapore sapienziale umano: è meglio che muoia un solo uomo e non tutto il popolo (Cf. Gv 11,50).
Osservanti che storcono il naso quando sentono dire che qualcuno ha cambiato vita, sopra tutto se possessore di una fedina non pulita: per loro sotto c’è sempre qualche trucco. Anche a questi cristiani, come ai Farisei, manca una cosa; ovvero la possiedono, ma non sanno di averla e se sanno di possederla fanno finta di non averla: è lo Spirito Santo, quella ventata di nuovo, di fresco, di pulito che Dio ha messo nel cuore dei suoi figli.
Soltanto lo Spirito Santo può farci capire che tutti siamo prostitute e pubblicani e che la salvezza è un dono. Un dono gratuito che viene dall’alto (Cf. Gv 3,27; Gc 1,17) e che per raggiungerlo, possederlo, gustarlo occorre affrettarsi ad imboccare e a percorrere interamente e solamente la via regale della fede.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Vangelo).
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Questo sacramento di vita eterna
ci rinnovi, o Padre, nell’anima e nel corpo,
perché, comunicando a questo memoriale della passione del tuo Figlio,
diventiamo eredi con lui nella gloria.
Per Cristo nostro Signore.

27 Settembre 2020
 
San Vincenzo de’ Paoli, Sacerdote e fondatore
 
Vincenzo, al secolo Vincent de Paul, nasce a Pouy, un borgo contadino presso Dax (FR), il 25 aprile 1581. Benché dotato di acuta intelligenza, fino ai 15 anni, non fece altro che lavorare nei campi e badare ai porci per aiutare la modestissima famiglia contadina.
Nel 1595 lasciò Pouy per andare a studiare nel collegio francescano di Dax, grazie al sostegno finanziario di un avvocato della regione che, colpito dal suo acume, convinse i genitori a lasciarlo studiare;  il che, allora, equivaleva avviarsi alla carriera ecclesiastica.
Vincenzo ricevette la tonsura e gli Ordini minori il 20 dicembre 1596, poi, con l’aiuto del suo mecenate, poté iscriversi all’Università di Tolosa per i corsi di teologia; il 23 settembre 1600, a soli 19 anni, fu ordinato sacerdote dall’anziano vescovo di Périgueux (in Francia non erano ancora attive le disposizioni in materia del Concilio di Trento), poi continuò gli studi di teologia a Tolosa, laureandosi nell’ottobre 1604.
Nel 1605, mentre viaggiava su una nave da Marsiglia a Narbona, venne catturato dai pirati turchi e venduto come schiavo a Tunisi: venne liberato due anni dopo dal padrone, che era riuscito a convertire al cristianesimo. Da questa esperienza nacque in lui il desiderio di recare sollievo materiale e spirituale ai galeotti, cioè agli uomini tolti dalle prigioni e condannati a remare sulle galee.
Entrò a corte come cappellano ed elemosiniere di Margherita di Valois; fu poi curato a Clichy, dove mise da parte le preoccupazioni materiali e di carriera e si dedicò intensamente all’insegnamento del catechismo e soprattutto all’aiuto agli infermi ed ai poveri: fondamentale per la sua maturazione spirituale fu il suo incontro con Francesco di Sales.
Nel 1613 entrò come precettore al servizio dei marchesi di Gondi (il marchese era governatore generale delle galere): grazie al sostegno economico dei suoi protettori, Vincenzo de’ Paoli riuscì a moltiplicare le iniziative caritatevoli a favore dei diseredati e dei bambini abbandonati.
Tra il 1617 e il 1633 nascono quattro tra le principali istituzioni da lui fondate:
1. «Serve dei poveri», il 20 agosto 1617 (in tre mesi l’Istituzione ebbe un suo regolamento approvato dal vescovo di Lione). La Carità organizzata si basava sul concetto che tutto deve partire da quell’amore, che in ogni povero fa vedere la viva presenza di Gesù, e dall’organizzazione, perché i cristiani sono tali solo se si muovono coscienti di essere un sol corpo, come già avvenne nella prima comunità di Gerusalemme.
2. «Dame della carità»:  Vincenzo de’ Paoli, vivendo a Parigi, si rese conto che la povertà era presente, in forma ancora più dolorosa, anche nelle città e quindi fondò anche a Parigi le «Carità»; qui nel 1629 le «Suore dei poveri» presero il nome di «Dame della Carità».
Nell’associazione confluirono anche le nobildonne, che poterono dare un valore aggiunto alla loro vita spesso piena di vanità; ciò permise alla nobiltà parigina di contribuire economicamente alle iniziative fondate da « monsieur Vincent ».
3. «Preti della Missione» o «Lazzaristi». Diceva ai sacerdoti di S. Lazzaro: «Amiamo Dio, fratelli miei, ma amiamolo a nostre spese, con la fatica delle nostre braccia, col sudore del nostro volto».
4. «Figlie della Carità»: la feconda predicazione nei villaggi, suscitò la vocazione all’apostolato attivo, prima nelle numerose ragazze delle campagne poi in quelle delle città; desiderose di lavorare nelle Carità al servizio dei bisognosi, ma anche consacrandosi totalmente. Vincenzo de’ Paoli intuì la grande opportunità di estendere la sua opera assistenziale, lì dove le «Dame della Carità», per la loro posizione sociale, non potevano arrivare personalmente. Era il 29 novembre 1633 quando affidò il primo gruppo, per la loro formazione, ad una donna eccezionale S. Luisa de Marillac (1591-1660).
Nel 1643, Vincenzo de’ Paoli fu chiamato a far parte del Consiglio della Coscienza o Congregazione degli Affari Ecclesiastici, dalla reggente Anna d’Austria; presieduto dal card. Giulio Mazzarino, il compito del Consiglio era la scelta dei vescovi ed il rilascio di benefici ecclesiastici. Il potente Primo Ministro faceva scelte di opportunità politica, soprassedendo sulle qualità morali e religiose. Era inevitabile lo scontro fra i due per cui Vincenzo gli si oppose apertamente, anche criticandolo nelle sue scelte di politica interna, specie nei giorni oscuri della Fronda, quando Mazzarino tentò di mettere alla fame Parigi in rivolta; Vincenzo, allora, organizzò una mensa popolare a S. Lazzaro dando da mangiare a 2000 affamati al giorno.
Nel 1649 chiese alla regina l’allontanamento del Mazzarino per il bene della Francia; la richiesta non poté aver seguito e, quindi, Vincenzo de’ Paoli cadde in disgrazia e definitivamente allontanato dal Consiglio di Coscienza nel 1652.
Tra il 1645 e il 1661, Vincenzo de’ Paoli e i suoi Missionari, liberarono non meno di 1200 schiavi cristiani in mano ai Turchi musulmani.
Il grande apostolo della Carità, muore a Parigi la mattina del 27 settembre 1660 a 79 anni; ai suoi funerali partecipò una folla immensa di tutti i ceti sociali.
Fu proclamato Beato da Papa Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini, 1724-1730) il 13 agosto 1729 e canonizzato da Papa Clemente XII (Lorenzo Corsini, 1730-1740) il 16 giugno 1737.
I suoi resti mortali, rivestiti dai paramenti sacerdotali, sono venerati nella Cappella della Casa Madre dei Vincenziani a Parigi.
È patrono del Madagascar, dei bambini abbandonati, degli orfani, degli infermieri, degli schiavi, dei forzati, dei prigionieri.
Papa Leone XIII (Vincenzo Gioacchino Pecci, 1878-1903) il 12 maggio 1885 lo proclamò patrono delle Associazioni cattoliche di carità.
In San Pietro in Vaticano, una gigantesca statua, opera dello scultore Pietro Bracci, è collocata nella basilica dal 1754, rappresentante il “padre dei poveri”.
La sua opera ispirò Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza.
Fino al 1969, la memoria liturgica di S. Vincenzo de’ Paoli era celebrata il 19 luglio; il Beato Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) la spostò al 27 settembre.
 
Fonti principali: fdcsanvincenzo.it; santiebeati.it; wikipedia.org (“RIV./gpm”).
 
 
Da alcune «Lettere e conferenze spirituali» di san Vincenzo de’ Paoli, sacerdote  (Cfr. lett, 2546, ecc.; Correspondance, entretiens, documents, Paris 1922-1925, passim)

Servire Cristo nei poveri

Non dobbiamo regolare il nostro atteggiamento verso i poveri da ciò che appare esternamente in essi e neppure in base alle loro qualità interiori. Dobbiamo piuttosto considerarli al lume della fede. Il Figlio di Dio ha voluto essere povero, ed essere rappresentato dai poveri. Nella sua passione non aveva quasi la figura di uomo; appariva un folle davanti ai gentili, una pietra di scandalo per i Giudei; eppure egli si qualifica l’evangelizzatore dei poveri: «Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Lc 4,18).
Dobbiamo entrare in questi sentimenti e fare ciò che Gesù ha fatto: curare i poveri, consolarli, soccorrerli, raccomandarli.
Egli stesso volle nascere povero, ricevere nella sua compagnia i poveri, servire i poveri, mettersi al posto dei poveri, fino a dire che il bene o il male che noi faremo ai poveri lo terrà come fatto alla sua persona divina. Dio ama i poveri, e, per conseguenza, ama quelli che amano i poveri. In realtà quando si ama molto qualcuno, si porta affetto ai suoi amici e ai suoi servitori. Così abbiamo ragione di sperare che, per amore di essi, Dio amerà anche noi.
Quando andiamo a visitarli, cerchiamo di capirli per soffrire con loro, e di metterci nella disposizione interiore dell’Apostolo che diceva: «Mi sono fatto tutto a tutti» (1Cor 9,22). Sforziamoci perciò di diventare sensibili alle sofferenze e alle miserie del prossimo. Preghiamo Dio, per questo, che ci doni lo spirito di misericordia e di amore, che ce ne riempia e che ce lo conservi.
Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se nell’ora dell’orazione avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l’intenzione dell`orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se per il servizio dei poveri avete lasciato l’orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un’opera di Dio per farne un’altra. Se lasciate l’orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. È
una grande signora: bisogna fare ciò che comanda. Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcuna timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni.
 
Pratica: “Ecco dunque, quello che vi obbliga a servire i Poveri con rispetto, come vostri padroni e con devozione: essi vi rappresentano la persona di Nostro Signore, il quale ha detto: “Quello che farete al più piccolo dei miei, lo considererà come fatto a me stesso”. Per conseguenza sorelle, Nostro Signore è effettivamente con quel malato che riceve i vostri servizi. Perciò dunque non soltanto bisogna stare attente ad allontanare da sé l’asprezza e l’impazienza, ma studiarsi inoltre di servirli con cordialità e grande dolcezza, anche i più fastidiosi ed esigenti…” (San Vincenzo de Paoli).
 
Preghiera: O Dio, che per il servizio dei poveri e la formazione dei tuoi ministri hai donato al tuo sacerdote san Vincenzo de’ Paoli lo spirito degli apostoli, fa’ che, animati dallo stesso fervore, amiamo ciò che egli ha amato e viviamo gli insegnamenti che egli ci ha trasmesso. Per il nostro Signore.

 

 

 

 26 SETTEMBRE 2020
 
SABATO XXV SETTIMANA T. O.
 
Qo 11,9-12,8; Sal 89 (90); Lc 9,43b-45
 
Colletta: O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa’ che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Giovanni Paolo II (Omelia  23 Febbraio 1980.): Ogni volta che ci raduniamo per partecipare all’eucaristia, sappiamo che ci parleranno i testi ispirati della Sacra Scrittura, i brani scelti dall’Antico e dal Nuovo Testamento; che le nostre labbra pronunceranno le parole della preghiera liturgica di adorazione, di ringraziamento, di propiziazione e di impetrazione.
Tuttavia, al di sopra di tutto ciò, parla la croce invisibile del Calvario e il sacrificio offerto su di essa. Le parole della transustanziazione si riferiscono direttamente a quel sacrificio e non soltanto lo evocano nella memoria, ma lo ripetono di nuovo, lo compiono di nuovo, in modo incruento, sotto le specie del pane e del vino: “...il mio corpo offerto in sacrificio per voi…” / “...il calice del mio sangue... versato per voi e per tutti”.
Il sacrificio è Cristo: “Colui che non aveva conosciuto peccato” (2Cor 5,21), innocente e puro, “il Santo di Dio” (Lc 4,34): Cristo - l’Agnello di Dio.
Cristo aveva la consapevolezza che per la salvezza del mondo era necessario il suo sacrificio: “è bene per voi che io me ne vada” (Gv 16,7), “il Figlio dell’uomo dovrà soffrire” (Mt 17,12), “il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini che lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà” (Mt 17,22-23), “...bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14).
Nel disegno di Dio, era stabilito che non si poteva salvare in altro modo l’uomo. A ciò non sarebbe bastata alcun’altra parola, alcun altro atto.
Fu necessaria la parola della croce; fu necessaria la morte dell’Innocente, come atto definitivo della sua missione. Fu necessario per “giustificare l’uomo…” per scuotere il cuore e la coscienza, per costituire l’argomento definitivo in quello scontro tra il bene ed il male, che cammina lungo la storia dell’uomo e la storia dei popoli…
Fu necessario il sacrificio. La morte dell’Innocente.
Cristo ha lasciato questo suo sacrificio alla Chiesa come il suo più grande dono. Lo ha lasciato nell’eucaristia. E non soltanto nell’eucaristia: lo ha lasciato nella testimonianza dei suoi discepoli e confessori.
 
Gesù spiega ai discepoli la sua missione alla luce del progetto di salvezza di Dio. Un progetto che necessariamente deve passare attraverso la croce e la morte del Figlio di Dio: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».
…il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini: ad architettare questa tragedia concorreranno satana, Giuda, il Sinedrio, Pilato, ma tutto sapientemente era previsto dal Padre, tutto entrava nel suo progetto di salvezza, e in questa luce si può affermare che Gesù è stato consegnato dal Padre nelle mani degli uomini perché si compisse la sua volontà salvifica a favore di tutto il genere umano.
Il discorso-profezia di Gesù risulta ostico agli Apostoli. È da sottolineare il verbo consegnare. Esso indica il progetto che Dio ha pensato per gli uomini: «per la loro salvezza Dio “consegna” Gesù nelle loro mani. Gesù, infatti, non è stato tradito ... solo da Giuda o dagli Anziani, ma è stato “consegnato” a morte da Dio stesso. Gesù non è stato ucciso [nel senso teologico] dai contemporanei [anche se storicamente essi hanno preso parte al consumarsi di questa morte], ma dalle “mani” di ogni uomo [= dai suoi peccati] alle quali Dio ha consegnato Gesù» (Don Primo Gironi).
 
Dal Vangelo secondo Luca 9,43b-45: In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
 
Gesù per la seconda volta istruisce i discepoli sulla sua missione salvifica che si sarebbe conclusa a Gerusalemme, crocifisso su una croce. Un insegnamento che ha una cornice ben precisa: mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva. Da qui si comprende che Gesù vuole spegnere nei cuori dei discepoli ogni principio vanesio di esaltazione, non vuole che sognino un messianismo di gloria o di potenza militare così come era nel sentire comune.
Ormai la vita pubblica di Gesù volge al termine e la sua morte cruenta è a un passo: il diavolo (Lc 4,13) e i nemici del giovane Rabbi di Nazaret stanno affilando le armi per l’ultimo, decisivo assalto. 
Gesù è consapevole di tutto questo, non è affatto turbato, ma si premura di istruire «tutti i suoi discepoli», coloro che avrebbero dovuto continuare la sua opera di salvezza nel mondo (2Ts 2,4).
Non vuole che la sua morte orrenda, maledetta dalla Legge (Gal 3,13; cf. Dt 21,23), colga gli Apostoli impreparati. Non vuole che la sua morte frantumi la loro debole fede. Non vuole che la sua morte, a motivo della loro estrema debolezza, possa gettarli tra gli artigli di satana (cf. Lc 22,31). Vuole che la sua morte sia invece un messaggio di speranza, una porta spalancata sulla vita. Ecco perché spesso vuol stare solo con i suoi discepoli: li vuole istruire fin nei più minuti dettagli perché comprendano, perché accettino la volontà del Padre.
«Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini...», è un’espressione biblica «che indica una prova tremenda, in cui il malcapitato può aspettarsi qualunque crudeltà e non può neppure far appello alla pietà o alla misericordia come farebbe con Dio [cf. Mc 14,41; 2Sam 24,14; Sir 2,18]» (Adalberto Sisti, Marco).
Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini, è il secondo annuncio che Gesù fa della sua imminente morte, ma i discepoli «non capivano» ancora. Comprendevano le parole, ma aggrappati com’erano a un messianismo rivoluzionario, non potevano capire il vero senso del discorso. Avevano timore di interrogarlo, Temevano che Gesù fugasse per sempre quelle esili certezze alle quali si erano abbarbicati nella speranza di aver capito male, di aver forse frainteso. In verità, non riuscivano ad entrare dentro gli ingranaggi del progetto salvifico: non riuscivano a capire perché la salvezza dell’uomo doveva passare necessariamente attraverso la morte del Verbo di Dio.
 
Cristo muore per noi - Pierre Grelot: [Cristo] per fare la volontà del Padre (Mc 14,36par.), è stato «obbediente sino alla morte» (Fil 2,8). E questo perché era necessario che egli «compisse le Scritture» (Mt 26,54): non era forse egli stesso il servo annunziato da Isaia, il giusto annoverato tra i malfattori (Lc 22,37; cfr. Is 53, 12)? Effettivamente, quantunque Pilato non abbia trovato in lui nulla che meritasse la sentenza capitale (Lc 23,15.22; Atti 3,13; 13,28), egli accettò che la sua morte avesse l’apparenza di un castigo richiesto dalla legge (Mt 26,66 par.). E questo perché, «nato sotto la legge» (Gal 4,4) ed avendo preso «una carne simile alla carne di peccato» (Rom 8,3), era solidale con il suo popolo e con tutta la razza umana. «Dio l’aveva fatto peccato per noi» (2Cor 5,21; cfr. Gal 3,13), per modo che il castigo meritato dal peccato umano doveva ricadere su di lui. Perciò morendo tolse ogni potere al peccato (Rom 6,10): benché innocente, assunse sino alla fine la condizione dei peccatori, «gustando la morte» come essi tutti (Ebr 2,8 s; cfr. 1Tess 4,14; Rom 8,34) e discendendo con essi «agli inferi». Ma recandosi così «dai morti», egli apportava la buona novella che la vita sarebbe stata loro restituita (1Piet 3,19; 4,6). Di fatto la morte di Cristo era feconda, come la morte del granello di frumento gettato nel solco (Gv 12,24-32). Imposta apparentemente come un castigo del peccato, essa in realtà era un sacrificio espiatorio (Ebr 9; cfr. Is 53,10). Cristo, realizzando alla lettera, ma in altro senso, la profezia involontaria di Caifa, è morto «per il popolo» (Gv 11,50s; 18,14) e non soltanto per il suo popolo, ma «per tutti gli uomini» (2Cor 5,14s). È morto «per noi» (1Tess 5,10), mentre eravamo peccatori (Rom 5,6ss), dandoci in tal modo il segno supremo di amore (5,7; Gv 15,13; 1Gv 4, 10). Per noi: non al nostro posto, ma a nostro beneficio; infatti, morendo «per i nostri peccati» (1Cor 15,3; 1Piet 3,18), ci ha riconciliati con Dio mediante la sua morte (Rom 5,10) cosicché possiamo ricevere 1’eredità promessa (Ebr 9,15s).
 
Dignitatis humanae 11: Dio chiama gli esseri umani al suo servizio in spirito e verità; per cui essi sono vincolati in coscienza a rispondere alla loro vocazione, ma non coartati. Egli, infatti, ha riguardo della dignità della persona umana da lui creata, che deve godere di libertà e agire con responsabilità. Ciò è apparso in grado sommo in Cristo Gesù, nel quale Dio ha manifestato se stesso e le sue vie in modo perfetto. Infatti Cristo, che è Maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. Certo, ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione. Ha pure rimproverato l’incredulità degli uditori, lasciando però la punizione a Dio nel giorno del giudizio. Mandando gli apostoli nel mondo, disse loro: «Chi avrà creduto e sarà battezzato, sarà salvo. Chi invece non avrà creduto sarà condannato» (Mc 16,16). ma conoscendo che la zizzania è stata seminata con il grano, comandò di lasciarli crescere tutti e due fino alla mietitura che avverrà alla fine del tempo. Non volendo essere un messia politico e dominatore con la forza preferì essere chiamato Figlio dell’uomo che viene «per servire e dare la sua vita in redenzione di molti» (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio che «non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma» (Mt 12,20).
Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti, comandando di versare il tributo a Cesare, ammonì però chiaramente di rispettare i superiori diritti di Dio: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Finalmente ha ultimato la sua rivelazione compiendo nella croce l’opera della redenzione, con cui ha acquistato agli esseri umani la salvezza e la vera libertà. Infatti rese testimonianza alla verità, però non volle imporla con la forza a coloro che la respingevano. Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell’amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani.
 
Seguire Cristo fino al Calvario - Discorso di Paolo VI (Via Crucis al Colosseo 12 Aprile 1968): Fratelli e Figli carissimi, - così il Santo Padre - lasciamo che l’immagine dolorante e sanguinante di Cristo paziente si imprima nelle nostre anime; lasciamo che la sua storia tragica e conturbante ci commuova e ci richiami a quei sentimenti di orrore e di compassione che il supplizio della croce, fra i più crudeli e i più disonoranti, suscita in spettatori umani e fedeli. È bene che non sia resa vana la croce (1Cor. 1,17) per noi, e che l’abitudine d’averla davanti ai nostri sguardi non ci faccia perdere il senso della sua crudeltà e della sua ignominia. La «Via Crucis» è proprio a ciò diretta e intesa: a stampare, cioè, nei cuori fedeli la figura di Cristo sofferente e crocifisso.
Non dobbiamo abituarci a guardare la Croce senza avvertire la emozione e la compassione che essa deve suscitare nelle anime nostre. È sempre un’immagine straordinaria quella di Cristo flagellato, di Cristo agonizzante, di Cristo morto. Perciò, con il ripercorrere la strada che porta al Calvario, noi abbiamo cercato di ravvivare la figura di Gesù, dolorosa, ma tanto salutare per le nostre esistenze. Come le donne dell’ottava stazione - che «piangevano e si lamentavano per Lui» (Luc. 23, 27) - ci siamo commossi ed abbiamo espresso anche noi i nostri lamenti e i nostri pianti sopra il Divino Condannato. Lo abbiamo seguito nel suo cammino verso l’epilogo straziante della sua Passione, e abbiamo cercato di misurare, in qualche modo, la sua sofferenza: quella fisica, del supplizio tanto crudele e umiliante della crocifissione; quella spirituale, per essere Egli l’innocente, il Figlio di Dio, il Messia, avviato al patibolo infame, su cui ebbe a pronunciare il grido più triste e angoscioso udito sulla terra: Dio mio, Dio mio, perché Imi hai abbandonato?
Allora, adoperiamoci acché questo epilogo di così intenso dolore sia scolpito nei nostri cuori, e che diventi familiare a noi il guardare, venerare ed amare Gesù Crocifisso.
 
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** Il salvatore nostro Cristo Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita per mezzo del Vangelo. (Cfr. 2Tm 1,10)  
Ora nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
 
Guida e sostieni, Signore, con il tuo continuo aiuto
il popolo che hai nutrito con i tuoi sacramenti,
perché la redenzione operata da questi misteri
trasformi tutta la nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.


26 Settembre 2020
 
Santi Cosma e Damiano, Martiri
 
Dalle fonti a disposizione, risulta che nella storia si siano formate tre diverse coppie dei santi Cosma e Damiano, e con esse tre diverse tradizioni:
1.    una tradizione “Asiatica” nella città di Costantinopoli, capitale dell’impero bizantino;
2.     una tradizione “Romana” affermatasi in Siria;
3.     una tradizione “Arabica” diffusa in Occidente, precisamente a Roma.
Tuttavia le tre diverse tradizioni avevano molti aspetti in comune: le tre facevano riferimento a “fratelli, gemelli e medici”. Questi erano in grado di operare prodigiose “guarigioni” e “miracoli”  e la loro azione era completamente gratuita nei confronti di tutti, da qui l’appellativo “Anàrgiri” (dal greco anargyroi, nemici del denaro). Con questo termine si designavano nella Chiesa greca i santi che, secondo gli scritti agiografici, esercitavano la medicina senza alcuna retribuzione.  Secondo la tradizione agiografica che, sebbene non storicamente verificabile, è supportata dall’antichità del culto loro tributato, i due erano gemelli originari dell’Arabia, appartenenti ad una ricca famiglia. Il padre si convertì al cristianesimo, dopo la loro nascita, ma morì durante una persecuzione in Cilicia; la madre, Teodota (o Teodora), da più tempo cristiana, si occupò della loro prima educazione.
Dopo aver appreso l’arte medica nella provincia romana di Siria, praticarono la loro professione nella città portuale di Ægea, in Cilicia, sul golfo di Alessandretta.
Prestavano la loro opera con assoluto disinteresse, senza mai chiedere retribuzione alcuna, né in denaro, né di altro genere, sia dai ricchi che dai poveri, in applicazione delle parole del vangelo:
« Gratis accepistis, gratis date »  - « Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. »   (Mt 10,8)
Uno dei loro più celebri miracoli, tramandati dalla tradizione, fu quello di aver sostituito la gamba ulcerata di un loro paziente con quella di un etiope morto di recente.
Secondo la passio, tuttavia, in una sola occasione era stata elargita ai santi una ricompensa, di tre uova nelle mani di Damiano, da parte di una contadina, Palladia, miracolosamente guarita dall’emorroissa. Cosma era rimasto tanto deluso e mortificato per quel gesto da esprimere la volontà che le sue spoglie fossero deposte, dopo la morte, lontane da quelle del fratello.
Durante le persecuzioni dei cristiani promosse da Diocleziano (284 - 305) furono fatti arrestare dal prefetto di Cilicia, Lisia. Avrebbero subito un feroce martirio, così atroce che su alcuni martirologi è scritto che essi furono martiri cinque volte. I supplizi subiti da Cosma e Damiano differiscono secondo le fonti.
Secondo alcune furono lapidati ma le pietre rimbalzavano contro i soldati, secondo altre furono crudelmente fustigati, crocefissi e bersagliati dai dardi, ma questi rimbalzavano senza riuscire a fare loro del male. Altre fonti, ancora, narrano che furono gettati in mare da un alto dirupo con un macigno appeso al collo, ma i legacci si sciolsero e i fratelli riuscirono a salvarsi, o che incatenati e messi in una fornace ardente, non vennero bruciati dal fuoco.
Cosma e Damiano infine vennero decapitati, assieme ai loro fratelli (o discepoli) più giovani, Antimo, Leonzio ed Euprepio, nella città di Cirro, nei pressi di Antiochia.
Dopo il loro martirio coloro che avevano assistito al macabro spettacolo vollero dare degna sepoltura a coloro che tanto bene avevano elargito in vita, cercando anche di rispettare la volontà di Cosma circa la separata sepoltura: ciò, però, fu loro impedito da un cammello che, secondo la leggenda, prese voce dicendo che Damiano aveva accettato quella ricompensa solo perché mosso da spirito di carità, onde evitare che quella povera donna potesse sentirsi umiliata dal rifiuto. I presenti diedero dunque sepoltura ai loro corpi deponendoli l’uno a fianco all’altro.
Il culto dei santi Cosma e Damiano, invocati come potenti taumaturghi, iniziò subito dopo la loro morte. Il vescovo di Cirro, Teodoreto († 458), parla già della divisione delle loro reliquie, inviate alle numerose chiese già sorte in loro onore (a Gerusalemme, in Egitto, in Mesopotamia); l’imperatore Giustiniano I e il patriarca Proclo dedicarono ai santi una basilica di Costantinopoli che divenne meta di numerosi pellegrinaggi; anche a Roma papa Felice IV (526 - 530) edificò, sul sito dell’antico Templum Romuli e della Bibliotheca Pacis, nel Foro di Traiano, una basilica a loro intitolata e ne favorì il culto in opposizione a quello per i pagani Castore e Polluce.
La Chiesa cattolica celebrava la loro memoria liturgica il 27 settembre  ma il Beato Paolo VI (Giovanni Battista Montini, 1963-1978) spostò la festa al 26 settembre e rese il culto facoltativo.
Il loro culto è diffuso in tutto il mondo e in diverse provincie italiane fra cui Bari, Brindisi, Frosinone, Latina (dove c’è il comune di SS. Cosma e Damiano), Lecce,  Salerno, nonché in molte città fra cui  Bitonto.
Bitonto (Vêtonde in dialetto bitontino), nella provincia di Bari, che possiede le reliquie delle mani dei santi, attira fedeli da tutta Italia per la solenne processione che si tiene la terza domenica di ottobre. Ogni anno la città di Bitonto festeggia i santi medici Cosma e Damiano due volte:
La prima coincide con la solennità liturgica latina che si celebra il 26 settembre; nei giorni precedenti, i fedeli partecipano alle celebrazioni liturgiche con inni, canti, preghiere e novene.
La seconda, definita esterna, fu fissata nella terza domenica di ottobre dalla Curia Vescovile di Bitonto nel 1733 ad opera del parroco don Giuseppe Carlo Minnuto. Questa data tra l’altro permetteva alle popolazioni rurali di portare a termine tutte le attività legate alla campagna vinicola. La festa esterna è basata su due eventi essenziali, la così chiamata “Nottata” e la Processione detta “Intorciata”.
 
Fonte principale: wikipedia.org (“RIV./gpm”).
 
Nota storico-liturgica - Enzo Lodi ( I Santi del Calendario Romano)
 
La memoria facoltativa del giorno della dedicazione della basilica da parte di Felice IV (526-530) in onore di questi martiri, al Foro Romano, in un edificio pagano (ancora oggi con l’abside decorata da un commovente mosaico), è stata anticipata di un giorno rispetto alla data del 27 settembre (occupata da una memoria obbligatoria), data già attestata dai sacramentari romani Gelasiano e Gregoriano. Invece in Oriente le date sono variabili (1° novembre, l° luglio, 17 ottobre) forse per l’omonimia di tre coppie di fratelli medici (a Costantinopoli, a Roma, in Cilicia).
Questi martiri siriaci, che sono stati sacrificati a Ciro (Kyros, città della Siria a settentrionale) e che secondo la tradizione greca erano medici e chiami «anargiri» perché esercitavano a titolo gratuito (senza danaro»), hanno ricevuto nella antichità un culto vastissimo, come ci attestano già il pellegrino Teodoro di Ciro al secolo V, che fa allusione alla basilica dei due santi; e Procopio, riferendo che Giustiniano, al secolo VI, costruì a Ciro un vasto tempio in loro onore. Dunque al secolo VI questo santi orientali hanno conquistato l’Occidente, poiché già papa Simmaco (498-514) aveva dedicato loro un oratorio (a Santa Maria Maggiore) a Roma; a Ravenna sono stati celebrati nei mosaici dei secolo VI-VII. Le notizie leggendarie si rifanno a tre passiones. Una araba e un’altra asiatica li situano a Egea in Cilicia, città evangelizzata da san Paolo (e poi a Pergamo per la loro formazione); e quindi sempre nella città natale per il loro martirio comune, dopo le torture inflitte dal giudice Lisia, durante la persecuzione di Diocleziano (il 27 settembre del 287). La terza leggenda è romana; per questo motivo sono menzionati nel canone romano. Anche le notizie di Gregorio di Tours (+594) attestano questa venerazione dei due martiri guaritori in ambiente gallico.
La possibilità che, nel secolo VI, ci sia stato un passaggio dalla prassi pagana di venerare delle divinità preposte alla guarigione (come Asclepio, Serapide o Iside) alla prassi cristiana (come ci attestano i padri e i frequenti paralleli delle storie di guarigione nei grandi templi pagani, con i racconti dei miracoli dei nostri santi) diventa sempre più verosimile, se si preferisce la tradizione della maggior parte delle fonti (le passiones indicate, rispetto alla notizia di Teodoreto di Ciro) secondo cui proprio a Egea in Cilicia, dove c’era un centro del culto di Asclepio, i due anargiri medici cominciarono la loro evangelizzazione e vi testimoniarono la fede col sangue. Ciò spiega perché, secondo Eusebio (Vita Constantini III, 56), Costantino fece distruggere il tempio di Asclepio considerato il «demonio della Cilicia». Il culto medievale dei due medici, diffuso specialmente nelle città anseatiche dove per gli scambi commerciali internazionali scoppiavano frequenti epidemie, può interpretare la tradizione secondo cui, nella mela del secolo IX, sant’Alfrido trasportò le reliquie dei santi nel duomo di Hildesheim e nel duomo della diocesi da lui fondata (di Essen) nel cuore della Ruhr. l due medici siriaci sono dunque al vertice di tutta la schiera dei martiri «guaritori» (come Ciro e Giovanni, Zenobio e Zenobia, Gervasio e Protasio) come segni della speranza della vita per coloro che ricorrono alla loro intercessione.
 
Pratica: Sarò testimone di Cristo, se necessario con il dono della vita.
 
Preghiera: Ti glorifichi la Chiesa, Signore, nel santo ricordo dei martiri Cosma e Damiano; tu che hai dato loro la corona della gloria, nella tua provvidenza concedi a noi il confronto della loro protezione. Per il nostro Signore.