27 Giugno 2020
Sabato XII Settimana Tempo Ordinario
Lam 2,2.10-14.18; Sal73 (73); Mt 8,5-17
Colletta: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Messaggio del santo padre Paolo VI ai poveri, ai malati, a tutti coloro che soffrono (8 dicembre 1965): 1. Per voi tutti, fratelli provati, visitati dalla sofferenza dai mille volti, il Concilio ha un messaggio tutto speciale. Sente fissi su di sé i vostri occhi imploranti, luccicanti di febbre o accasciati dalla stanchezza, sguardi imploranti, che cercano invano il perché della sofferenza umana e che domandano ansiosamente quando e da dove verrà il conforto.
2. Fratelli carissimi, noi sentiamo profondamente risuonare nei nostri cuori di padri e di pastori i vostri gemiti e i vostri lamenti. E la nostra pena si accresce al pensiero che non è in nostro potere procurarvi la salute corporale, né la diminuzione dei vostri dolori fisici, che medici, infermieri e tutti quelli che si consacrano ai malati si sforzano di alleviare come meglio possono.
3. Abbiamo però qualche cosa di più profondo e di più prezioso da darvi: la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza e di arrecarvi un sollievo senza illusioni: la fede e l’unione all’Uomo dei dolori, al Cristo, Figlio di Dio, messo in croce per i nostri peccati e per la nostra salvezza.
4. Il Cristo non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarcene interamente il mistero: l’ha presa su di sé, e questo basta perché ne comprendiamo tutto il valore.
5. O voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi di cui si tace, voi sconosciuti del dolore, riprendete coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!
6. Ecco la scienza cristiana della sofferenza, la sola che doni la pace. Sappiate che non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili: siete i chiamati da Cristo, la sua immagine vivente e trasparente. Nel suo nome, il Concilio vi saluta con amore, vi ringrazia, vi assicura l’amicizia e l’assistenza della Chiesa e vi benedice.
I miracoli di Gesù rivelano chi egli è e quale missione è venuto a compiere sulla terra: Gesù è il Messia ed è venuto sulla terra, mandato dal Padre, a instaurare tra gli uomini il regno dei cieli.
Gesù è il Messia e ha il potere di perdonare di peccati, di guarire gli ammalati e di esorcizzare satana. Questi stessi poteri li estenderà alla Chiesa quando alla fine della sua missione farà ritorno dal Padre. Il suo potere si estende sulla natura, sulla morte e sull’Inferno. Niente e nessuno può resistere alla signoria di Gesù.
Un altro particolare importante che emerge dal racconto della guarigione del servo del centurione è lo stretto rapporto tra la fede e il miracolo. La fede è la condizione perché Gesù compia il miracolo. Gesù riconosce la fede nel centurione, che viene lodato per questo. Il centurione affermando che non è necessario che Gesù entri in casa dell’ammalato, lo tocchi per guarirlo professa di credere che la potenza di Gesù, superando lo spazio, può ridonare la salute al servo ammalato. In definitiva, la fede del centurione, è un atto di fiducia nella bontà e nella potenza di Gesù che con i suoi miracoli manifesta l’amore misericordioso del Padre (cf Gv 3,16-17).
Dal Vangelo secondo Matteo 8,5-17: In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.
Benedetto Prete (Matteo, I Quattro Vangeli): versetto 8 Matteo riporta il fatto in forma compendiosa, come appare manifestamente dal racconto parallelo di Luca, 7, 1-10. Quest’ultimo evangelista parla di una ambasceria inviata a Gesù dal centurione per ottenere la guarigione. Le umili parole del centurione rivelano uno scrupolo religioso. L’ufficiale romano conosceva, per esperienza diretta, che gli Ebrei non entravano volentieri nelle case dei pagani per timore di contrarre un’impurità legale. Il centurione desidera risparmiare a Gesù un atto che poteva contaminarlo e renderlo inviso ai correligionari. Questo delicato sentimento suggerisce all’ufficiale un’espressione di fede viva nella potenza di Cristo. Gesù non aveva bisogno di recarsi nella sua casa, poiché egli, possedendo dei grandi poteri, era in grado di comandare all’infermità con una parola ed il suo ordine sarebbe stato eseguito dalle forze del male che minacciavano il servo morente.
versetto 9 Il centurione fa appello alla propria esperienza; egli conosce la potenza della parola e l’efficacia di un ordine, poiché nella sua carriera militare aveva visto come il comando giunge lontano.
versetto 10 Gesù... restò ammirato; Cristo, come uomo, era soggetto alla meraviglia. L’evangelista rileva questo aspetto interessante della natura umana di Gesù. Il Redentore elogia la fede del centurione pagano, il quale gli aveva espresso la propria fiducia nella potenza della sua parola. Non bisogna tuttavia sottilizzare troppo le parole di Cristo, né intenderle in modo assoluto, come se nessun altro ebreo avesse raggiunto l’intensità della fede del centurione.
versetti 11-12 La fede dell’ufficiale pagano richiama a Matteo un detto che Gesù pronunziò in altra circostanza (cf. Lc., 13, 28-29). Cristo lamenta la sorte degli Ebrei (i figli del regno) che dovevano essere gli eredi delle promesse fatte ai patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe) e che invece, per un’ostinata cecità, non entrarono nel regno messianico che attendevano; al loro posto furono chiamati i pagani da ogni parte del mondo. Il pensiero è espresso con le immagini del banchetto e delle tenebre; i pagani siedono festosamente a mensa con i patriarchi, gli Ebrei invece rimangono nelle tenebre e in un luogo di pianto e di dolore.
I figli del regno sono i cittadini o i destinati al regno. Il termine figlio indica appartenenza o relazione (cf. Mt., 23,15: «i figli della geenna»).
versetti 15-16 Pietro, nativo di Bethsaida (cf. Gio., 1,44), è domiciliato a Cafarnao; egli offre a Gesù una cordiale ospitalità. Cristo, entrando nella casa, vede la suocera di Pietro ammalata; il Maestro, probabilmente non pregato d’intervenire, compie la guarigione della donna toccando la mano dell’inferma, non già pronunziando un ordine. Il breve episodio svela un tratto molto simpatico ed umano di Gesù.
versetto 16 Gli condussero molti indemoniati; Matteo ricorda brevemente gli esorcismi e le guarigioni collettive compiute da Gesù; i miracoli di Cristo erano presto divulgati e facevano accorrere le popolazioni che conducevano a lui indemoniati ed infermi. L’evangelista parla di molti indemoniati; ve n’erano tanti? L’esegeta non è in grado di stabilire, fondandosi sul breve accenno di Matteo, se tutti questi indemoniati fossero in realtà posseduti dallo spirito del male o se alcuni di essi fossero semplicemente dei malati. Matteo che già aveva distinto gli indemoniati ed i malati (cf. 4,24) e che anche qui ha presente tale distinzione non considera la malattia come possessione diabolica. Gesù scaccia i demoni con una sola parola, non già con lunghi esorcismi o procedimenti magici; egli infatti ha un potere assoluto sullo spirito del male.
versetto 17 Gli esorcismi e le guarigioni richiamano a Matteo, che ama segnalare il compimento delle profezie, un passo di Isaia, 53, 4. Il testo del profeta afferma che il Servo di Jahweh (il Messia) prende sopra di sé le nostre infermità e porta le nostre malattie, cioè che il Messia prende le pene (infermità e malattie) dovute ai nostri peccati. L’evangelista invece rileva che Gesù attua questa profezia scacciando i demoni e guarendo i malati, non già prendendo personalmente le malattie dell’uomo. Tale spostamento di senso non è inconciliabile con il testo del profeta. Matteo segnala che il Messia incomincia il riscatto spirituale dell’uomo scacciando i demoni dalle anime e guarendo le malattie; il lettore del Vangelo conosceva già che Gesù in seguito avrebbe espiato la colpa dell’uomo sottoponendosi alle sofferenze della passione e della morte in croce.
Malattia - Detlev Dormeyer e Anton Grabner-Haider: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,lss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale a famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è il segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Cristo ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie. (Cfr. Mt 8,17)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.
O Dio che ci hai rinnovati
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.