27 Giugno 2020

Sabato XII Settimana Tempo Ordinario

Lam 2,2.10-14.18; Sal73 (73); Mt 8,5-17

Colletta: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Messaggio del santo padre Paolo VI ai poveri, ai malati, a tutti coloro che soffrono (8 dicembre 1965): 1. Per voi tutti, fratelli provati, visitati dalla sofferenza dai mille volti, il Concilio ha un messaggio tutto speciale. Sente fissi su di sé i vostri occhi imploranti, luccicanti di febbre o accasciati dalla stanchezza, sguardi imploranti, che cercano invano il perché della sofferenza umana e che domandano ansiosamente quando e da dove verrà il conforto.
2. Fratelli carissimi, noi sentiamo profondamente risuonare nei nostri cuori di padri e di pastori i vostri gemiti e i vostri lamenti. E la nostra pena si accresce al pensiero che non è in nostro potere procurarvi la salute corporale, né la diminuzione dei vostri dolori fisici, che medici, infermieri e tutti quelli che si consacrano ai malati si sforzano di alleviare come meglio possono.
3. Abbiamo però qualche cosa di più profondo e di più prezioso da darvi: la sola verità capace di rispondere al mistero della sofferenza e di arrecarvi un sollievo senza illusioni: la fede e l’unione all’Uomo dei dolori, al Cristo, Figlio di Dio, messo in croce per i nostri peccati e per la nostra salvezza.
4. Il Cristo non ha soppresso la sofferenza; non ha neppure voluto svelarcene interamente il mistero: l’ha presa su di sé, e questo basta perché ne comprendiamo tutto il valore.
5. O voi tutti che sentite più gravemente il peso della croce, voi che siete poveri e abbandonati, voi che piangete, voi che siete perseguitati per la giustizia, voi di cui si tace, voi sconosciuti del dolore, riprendete coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno della speranza, della felicità e della vita; siete i fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete, voi salvate il mondo!
6. Ecco la scienza cristiana della sofferenza, la sola che doni la pace. Sappiate che non siete soli, né separati, né abbandonati, né inutili: siete i chiamati da Cristo, la sua immagine vivente e trasparente. Nel suo nome, il Concilio vi saluta con amore, vi ringrazia, vi assicura l’amicizia e l’assistenza della Chiesa e vi benedice.

I miracoli di Gesù rivelano chi egli è e quale missione è venuto a compiere sulla terra: Gesù è il Messia ed è venuto sulla terra, mandato dal Padre, a instaurare tra gli uomini il regno dei cieli.
Gesù è il Messia e ha il potere di perdonare di peccati, di guarire gli ammalati e di esorcizzare satana. Questi stessi poteri li estenderà alla Chiesa quando alla fine della sua missione farà ritorno dal Padre. Il suo potere si estende sulla natura, sulla morte e sull’Inferno. Niente e nessuno può resistere alla signoria di Gesù.
Un altro particolare importante che emerge dal racconto della guarigione del servo del centurione è lo stretto rapporto tra la fede e il miracolo. La fede è la condizione perché Gesù compia il miracolo. Gesù riconosce la fede nel centurione, che viene lodato per questo. Il centurione affermando che non è necessario che Gesù entri in casa dell’ammalato, lo tocchi per guarirlo professa di credere che la potenza di Gesù, superando lo spazio, può ridonare la salute al servo ammalato. In definitiva, la fede del centurione, è un atto di fiducia nella bontà e nella potenza di Gesù che con i suoi miracoli manifesta l’amore misericordioso del Padre (cf Gv 3,16-17).

Dal Vangelo secondo Matteo 8,5-17: In quel tempo, entrato Gesù in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande! Ora io vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori, nelle tenebre, dove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, avvenga per te come hai creduto». In quell’istante il suo servo fu guarito. Entrato nella casa di Pietro, Gesù vide la suocera di lui che era a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre la lasciò; poi ella si alzò e lo serviva. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: “Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle malattie”.

Benedetto Prete (Matteo, I Quattro Vangeli): versetto 8 Matteo riporta il fatto in forma compendiosa, come appare manifestamente dal racconto parallelo di Luca, 7, 1-10. Quest’ultimo evangelista parla di una ambasceria inviata a Gesù dal centurione per ottenere la guarigione. Le umili parole del centurione rivelano uno scrupolo religioso. L’ufficiale romano conosceva, per esperienza diretta, che gli Ebrei non entravano volentieri nelle case dei pagani per timore di contrarre un’impurità legale. Il centurione desidera risparmiare a Gesù un atto che poteva contaminarlo e renderlo inviso ai correligionari. Questo delicato sentimento suggerisce all’ufficiale un’espressione di fede viva nella potenza di Cristo. Gesù non aveva bisogno di recarsi nella sua casa, poiché egli, possedendo dei grandi poteri, era in grado di comandare all’infermità con una parola ed il suo ordine sarebbe stato eseguito dalle forze del male che minacciavano il servo morente.
versetto 9 Il centurione fa appello alla propria esperienza; egli conosce la potenza della parola e l’efficacia di un ordine, poiché nella sua carriera militare aveva visto come il comando giunge lontano.
versetto 10 Gesù... restò ammirato; Cristo, come uomo, era soggetto alla meraviglia. L’evangelista rileva questo aspetto interessante della natura umana di Gesù. Il Redentore elogia la fede del centurione pagano, il quale gli aveva espresso la propria fiducia nella potenza della sua parola. Non bisogna tuttavia sottilizzare troppo le parole di Cristo, né intenderle in modo assoluto, come se nessun altro ebreo avesse raggiunto l’intensità della fede del centurione.
versetti 11-12 La fede dell’ufficiale pagano richiama a Matteo un detto che Gesù pronunziò in altra circostanza (cf. Lc., 13, 28-29). Cristo lamenta la sorte degli Ebrei (i figli del regno) che dovevano essere gli eredi delle promesse fatte ai patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe) e che invece, per un’ostinata cecità, non entrarono nel regno messianico che attendevano; al loro posto furono chiamati i pagani da ogni parte del mondo. Il pensiero è espresso con le immagini del banchetto e delle tenebre; i pagani siedono festosamente a mensa con i patriarchi, gli Ebrei invece rimangono nelle tenebre e in un luogo di pianto e di dolore.
I figli del regno sono i cittadini o i destinati al regno. Il termine figlio indica appartenenza o relazione (cf. Mt., 23,15: «i figli della geenna»).
versetti 15-16 Pietro, nativo di Bethsaida (cf. Gio., 1,44), è domiciliato a Cafarnao; egli offre a Gesù una cordiale ospitalità. Cristo, entrando nella casa, vede la suocera di Pietro ammalata; il Maestro, probabilmente non pregato d’intervenire, compie la guarigione della donna toccando la mano dell’inferma, non già pronunziando un ordine. Il breve episodio svela un tratto molto simpatico ed umano di Gesù.
versetto 16 Gli condussero molti indemoniati; Matteo ricorda brevemente gli esorcismi e le guarigioni collettive compiute da Gesù; i miracoli di Cristo erano presto divulgati e facevano accorrere le popolazioni che conducevano a lui indemoniati ed infermi. L’evangelista parla di molti indemoniati; ve n’erano tanti? L’esegeta non è in grado di stabilire, fondandosi sul breve accenno di Matteo, se tutti questi indemoniati fossero in realtà posseduti dallo spirito del male o se alcuni di essi fossero semplicemente dei malati. Matteo che già aveva distinto gli indemoniati ed i malati (cf. 4,24) e che anche qui ha presente tale distinzione non considera la malattia come possessione diabolica. Gesù scaccia i demoni con una sola parola, non già con lunghi esorcismi o procedimenti magici; egli infatti ha un potere assoluto sullo spirito del male.
versetto 17 Gli esorcismi e le guarigioni richiamano a Matteo, che ama segnalare il compimento delle profezie, un passo di Isaia, 53, 4. Il testo del profeta afferma che il Servo di Jahweh (il Messia) prende sopra di sé le nostre infermità e porta le nostre malattie, cioè che il Messia prende le pene (infermità e malattie) dovute ai nostri peccati. L’evangelista invece rileva che Gesù attua questa profezia scacciando i demoni e guarendo i malati, non già prendendo personalmente le malattie dell’uomo. Tale spostamento di senso non è inconciliabile con il testo del profeta. Matteo segnala che il Messia incomincia il riscatto spirituale dell’uomo scacciando i demoni dalle anime e guarendo le malattie; il lettore del Vangelo conosceva già che Gesù in seguito avrebbe espiato la colpa dell’uomo sottoponendosi alle sofferenze della passione e della morte in croce.

Malattia - Detlev Dormeyer e Anton Grabner-Haider: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,lss).
b) Anche nel NT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia sarebbe il castigo per una colpa personale a famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia con i suoi prodigi, perché questo è il segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta. 

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Cristo ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie. (Cfr. Mt 8,17)    
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio che ci hai rinnovati
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.





 26 Giugno 2020

Venerdì XII Settimana T. O.

2Re 25,1-12; Sal 136 (137); Mt 8,1-4

Colletta: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 
Paolo VI (Omelia 29 Gennaio 1978): L’incontro di Gesù con i lebbrosi è il tipo e il modello del suo incontro con ogni uomo, il quale viene risanato e ricondotto alla perfezione dell’originaria immagine divina e riammesso alla comunione del popolo di Dio. In questi incontri Gesù si manifestava come il portatore di una nuova vita, di una pienezza di umanità da tempo perduta. La legislazione mosaica escludeva, condannava il lebbroso, vietava di avvicinarlo, di parlargli, di toccarlo. Gesù, invece, si dimostra, anzitutto, sovranamente libero nei confronti della legge antica: avvicina, parla, tocca, e addirittura guarisce il lebbroso, lo sana, riporta la sua carne alla freschezza di quella di un bimbo. «Allora venne a lui un lebbroso - si legge in Marco -, lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi guarirmi!”. Mosso a compassione Gesù stese la mano lo toccò e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Marc. 1,40-42; cfr. Matth. 8,2-4; Luc. 5,12-15). Lo stesso avverrà per altri dieci lebbrosi (Cfr. Luc. 17,12-19). «I lebbrosi sono guariti!», ecco il segno che Gesù dà per la sua messianicità ai discepoli di Giovanni il Battista, venuti ad interrogarlo (Matth. 11,5). E ai suoi discepoli Gesù affida la propria stessa missione: «Predicate che il regno dei cieli è vicino. ., sanate i lebbrosi» (Matth 10,7ss.). Egli inoltre affermava solennemente che la purità rituale è completamente accessoria, che quella veramente importante e decisiva per la salvezza è la purezza morale, quella del cuore, della volontà, che non ha nulla a che vedere con le macchie della pelle o della persona (Cfr. Ibid. 15,10-20).
Ma il gesto amorevole di Cristo, che si accosta ai lebbrosi confortandoli e guarendoli, ha la sua piena e misteriosa espressione nella passione, nella quale egli, martoriato e sfigurato dal sudore di sangue, dalla flagellazione, dalla coronazione di spine, dalla crocifissione, dal rifiuto escludente del popolo già beneficato, giunge ad identificarsi con i lebbrosi, diviene l’immagine e il simbolo di essi, come aveva intuito il profeta Isaia contemplando il mistero del Servo di Jahvé: «Non ha apparenza né bellezza... disprezzato e reietto dagli uomini.. . come uno davanti al quale ci si copre la faccia, .,. e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato» (Is. 53, 2-4). Ma è proprio dalle piaghe del corpo straziato di Gesù e dalla potenza della sua risurrezione, che sgorga la vita e la speranza per tutti gli uomini colpiti dal male e dalle infermità.

Nell’Antico Testamento
la lebbra era ritenuta un castigo di Dio sopra tutto per i peccatori (2Cr 26,20). Il lebbroso colpito da piaghe veniva allontanato dalla comunità, doveva portare vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, e gridare: «Impuro! Impuro!» (Lv 13,45). Gesù non teme di toccare il lebbroso contravvenendo alla Legge, lo purifica rimandandolo dai sacerdoti perché venisse accertata la guarigione. Infatti, sia la malattia che la guarigione dovevano essere constate dal sacerdote. La scomparsa della lebbra era attesa quale benedizione inerente al tempo messianico (Is 35,8).
I miracoli di Gesù “differenti per la loro semplicità dai prodigi meravigliosi dell’ellenismo o del giudaismo rabbinico, se ne distinguono soprattutto per il significato spirituale e simbolico: essi annunziano i castighi (Mt 21,18-22p) e i doni dell’èra messianica (Mt 11,5+; 14,13-21; 15,32-39p, Lc 5,4-11, Gv 2,1-11; 21,4-14) e inaugurano il trionfo dello Spirito sul dominio di Satana (Mt 8,29+) e sulle forze del male, i peccati (Mt 9,2+) e le malattie (Mt 8,17+). Compiuti a volte per pietà (Mt 20,34, Mc 1,41, Lc 7,13), sono destinati soprattutto a confermare la fede (Mt 8,10+, Gv 2,11+). Gesù quindi li compie solo per motivi ben precisi, reclamando il segreto da coloro ai quali viene incontro (Mc 1,34+) e riservandosi di fornire, più tardi, il miracolo decisivo della propria resurrezione (Mt 12,39-40)” (Bibbia di Gerusalemme).

Dal Vangelo secondo Matteo 8,1-4:
Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va' invece a mostrarti al sacerdote e presenta l'offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Pur consapevole di infrangere la Legge di Mosè che lo voleva segregato, il lebbroso si prostra davanti a Gesù per implorare la guarigione.
Se vuoi, puoi purificarmi: con questa decisa invocazione vuole dare forza alla sua preghiera; egli è profondamente certo che la guarigione può scaturire solo da un atto positivo della volontà del Cristo. Escluso dalla comunità ebraica a motivo della sua malattia, non chiede semplicemente di essere guarito, ma di tornare ad essere “puro”, reintrodotto nel consorzio umano, quello sociale e religioso.
A conturbare il lettore è il gesto di toccare il lebbroso.
Gesù rompendo ogni schema legale e ogni norma di prudenza certamente avrà scandalizzato i presenti.
La lebbra, considerata come una punizione inflitta da Dio (Cf. Num 12,9s; 2Sam 3,29; 2Re 5,27; 15,5), rendeva impuri con conseguenze aberranti e degradanti per l’infettato: non solo era tagliato fuori dal consorzio civile, ma soprattutto era reso inabile alla liturgia del tempio e quindi escluso dalla stessa salvezza. La sua presenza infettava e rendeva impuri. Toccare un lebbroso era come toccare un morto. Una conferma viene dallo storico ebreo Giuseppe Flavio: i lebbrosi stavano «sempre fuori dalle città; dal momento che essi non potevano incontrare nessuno non erano in nulla diversi da un cadavere» (Antichità Giudaiche, III, 11,3).
Una affermazione che non è esagerata se si tiene presente che il lebbroso, era considerato alla stregua di un cadavere ambulante.
Lo voglio: sii purificato cioè sii puro: Gesù, toccandolo, lo purifica e lo restituisce alla vita.
Ma quello che veramente sconcerta è il modo con il quale Gesù allontana il lebbroso dopo la guarigione: Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno
L’atteggiamento di Gesù «sembra duro; ma può essere stato provocato sia dal fatto che il lebbroso non aveva tenuto conto delle regole di segregazione, sia dal desiderio dello stesso Gesù di non provocare un eccessivo entusiasmo tra la folla, come appare dal successivo comando di non parlare della cosa a nessuno» (A. Sisti).
Va’ invece a mostrarti al sacerdote: la Legge infatti prescriveva che l’avvenuta purificazione doveva essere comprovata dai sacerdoti e suggellata da sacrifici. Sarebbe servito anche come testimonianza per loro: si credeva che nel tempo della salvezza non ci sarebbe stata più la lebbra. Le guarigioni dalla lebbra compiute da Gesù indicano perciò che il tempo della salvezza è giunto (Cf. Mt 8,2-4; 11,5). L’uomo, per Rinaldo Fabris, ormai «purificato deve essere riammesso nella comunità. Là dove arriva il regno di Dio cadono le barriere e le esclusioni; i tutori dell’antica legislazione devono riconoscere che questo è una prova del tempo nuovo. Il lebbroso guarito allora può diventare un “annunciatore della parola” [...], colui che comunica il messaggio nuovo racchiuso nel gesto di Gesù».
All’ordine tassativo di non dire nulla a nessuno, segue l’evidente violazione della consegna da parte dell’uomo, ormai guarito dalla lebbra. Gesù vuole evitare facili entusiasmi, non vuole che il popolo sia attratto unicamente dai suoi miracoli, ma è difficile nascondere un fatto così clamoroso.
Molta folla lo seguì, così all’inizio del brano evangelico, ma possiamo pensare che la folla seguitava a seguirlo dopo la guarigione del lebbroso, forse non aveva capito il mistero del Cristo e lo cercava per un tornaconto personale, ma certamente ha compreso in modo netto una cosa: incontrare quel giovane Maestro, essere toccati da lui, ascoltare la sua parola è come l’essere introdotti in un nuovo mondo dove si respira il profumo della libertà, della sanità corporale e spirituale, della salvezza.

Felipe F. Ramos: Fino a questo momento, specialmente nel primo grande discorso della montagna, Matteo ci ha presentato il Messia della parola; ora, comincia il secondo quadro (cc. 8-9), che ci presenta il Messia dei, fatti, il medico-taumaturgo che agisce di fronte alla necessità umana. E nel presentare questo quadro conviene mettere in evidenza lo scopo concreto a cui mirano questi racconti di miracoli. Ordinariamente i miracoli sono stati presentati come prove del potere di Gesù e, in ultima analisi, della sua divinità. Gli evangelisti pensano molto diversamente: non presentano mai questi miracoli come prove, ma come predicazione, come annunzio del vangelo. I miracoli sono sempre in relazione diretta con la parola di Gesù e hanno il suo stesso scopo: scoprire il senso e il contenuto della sua attività.
In tutte le religioni si trovano racconti miracolosi. Per mettere nella giusta luce la storicità dei miracoli evangelici, un punto di vitale importanza è la verosimiglianza interna degli avvenimenti raccontati. La sobrietà delle narrazioni e il loro fine - che non mirano mai a glorificare le imprese straordinarie d’un eroe che, in questo caso, si chiamerebbe Gesù di Nazaret - insieme con la verosimiglianza interna di quello che è narrato e la sua stretta relazione con la parola-insegnamento di Gesù, sono punti essenziali da tener presenti sul terreno della storicità. Sono tratti che li distinguono radicalmente dai racconti miracolosi che troviamo tanto nel mondo giudaico quanto in quello ellenistico.
Matteo ci ha detto chi è Gesù attraverso la sua parola (cc. 5-7); ora, ce ne offre l’immagine con i fatti. Il Vaticano II ci ha detto che la rivelazione si manifesta con le parole e con i fatti strettamente uniti fra loro; e questo appunto fa ora Matteo. La parola di Gesù si completa e si incarna nei fatti, e i fatti garantiscono il valore della parola. Parole e fatti si implicano a vicenda. Il lebbroso si rivolge a Gesù chiamandolo «Signore» e si prostra davanti a lui. È una confessione di fede. Non dimentichiamo che questa scena è stata messa in scritto dopo la risurrezione e nella luce che il fatto pasquale proiettò su tutto quello che era avvenuto nella vita di Gesù. Gesù è il Signore: fu la prima formula di fede cristiana.
Alla presenza del Signore l’atteggiamento corretto dell’uomo è quello di adorazione. È come il primo tratto o primo insegnamento che ci trasmette questo racconto.
Davanti alla richiesta del lebbroso: «Se vuoi», Gesù risponde: «Voglio». Abbiamo qui nuovamente la dimensione teologica del racconto: l’«io» enfatico di Gesù, con autorità propria, senza bisogno d’appoggiarsi neppure alla Scrittura - come facevano i dottori giudei del suo tempo - parla della sua dignità. Questo «io» enfatico può essere paragonato al «ma io vi dico...» delle antitesi del capitolo 5.
Gesù non può essere compreso se non nell’insieme della rivelazione, tenendo conto della preparazione che suppongono la legge e i profeti. Solo partendo da questo contesto generale egli può essere visto come la pienezza della rivelazione; solo così si comprenderà il suo atteggiamento di fronte alla legge, che non è venuto ad abolire, ma a completare (v. il commento a 5,17-37). Il suo atteggiamento di fronte alla legge è messo in rilievo: «va’, mostrati al sacerdote e. presenta l’offerta prescritta da Mosè». Chi agisce in questo modo dà compimento alla legge. Di fronte ai suoi accusatori, scribi e sacerdoti, che gli negavano la fede, perché «non osservava la legge», questa scena era una testimonianza dell’origine calunniosa della loro accusa.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Cristo ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie. (Cfr. Mt 8,17)    
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio che ci hai rinnovati
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.







25 Giugno 2020

Giovedì XII Settimana T. O.

2Re 24,8-17; Sal 78 (79); Mt 7,21-29

Colletta: Dona al tuo popolo, o Padre, di vivere sempre nella venerazione e nell’amore per il tuo santo nome, poiché tu non privi mai della tua guida coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

I fedeli cattolici - Lumen gentium 14: Il santo Concilio si rivolge quindi prima di tutto ai fedeli cattolici. Esso, basandosi sulla sacra Scrittura e sulla tradizione, insegna che questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta. Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare. Sono pienamente incorporati nella società della Chiesa quelli che, avendo lo Spirito di Cristo, accettano integralmente la sua organizzazione e tutti i mezzi di salvezza in essa istituiti, e che inoltre, grazie ai legami costituiti dalla professione di fede, dai sacramenti, dal governo ecclesiastico e dalla comunione, sono uniti, nell’assemblea visibile della Chiesa, con il Cristo che la dirige mediante il sommo Pontefice e i vescovi. Non si salva, però, anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore». Si ricordino bene tutti i figli della Chiesa che la loro privilegiata condizione non va ascritta ai loro meriti, ma ad una speciale grazia di Cristo; per cui, se non vi corrispondono col pensiero, con le parole e con le opere, non solo non si salveranno, ma anzi saranno più severamente giudicati.

Una pagina che fa tremare i polsi ai soliti cristiani della domenica. Non basta aver ricevuto il battesimo per salvarsi, perché chi non crede sarà condannato (cfr. Mc 16,16). Anche gli esorcisti se la loro fede è solo di facciata non si salveranno, così quelli che vomitano preghiere immaginando di allontanare il diabolico dalla vita dell’uomo o quelli che vanno avanti a forza di visioni o messaggi ultraterreni. La Parola di Gesù è chiara: solo chi mette in pratica la sue parole, tutti i santi giorni dell’anno, si salverà. Il contrario è sinonimo di eterna perdizione. L’immagine della casa era così chiara che per la folla venne spontaneo fare un confronto tra l’insegnamento di Gesù e quello degli scribi: pur non addentro alla teologia e alla esegesi, la folla riconosce la veridicità dell’insegnamento di Gesù da cui scaturisce autorità e prestigio.

Dal Vangelo secondo Matteo 7,21-29: In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande». Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Non chiunque mi dice: “Signore, Signore” - Gottfried Hierzenberger: Il nome Signore fu riferito soltanto un po’ alla volta a Gesù. La comunità primitiva che professava Gesù come il Risorto, lo confessava “alla destra di Dio” acquisendo in tal modo, al di là del rapporto discepolo-maestro, una comprensione religiosa fondata sulla fede.
Quando i discepoli si identificarono con i servi delle parabole, ciò suggerì di riferire a lui stesso le affermazioni fatte da Gesù sul Signore (per es. Mt 13,27). Ciò veniva favorito dall’esperienza della pretesa assoluta di sequela. Quando nella vita di fede della chiesa primitiva, nell’annuncio dell’evangelo, nella preghiera, durante il pasto del Signore, nell’atteggiamento d’amore verso il fratello e perfino verso il nemico, nella complessiva comprensione di sé, del mondo e di Dio, Gesù dimostrò di essere il centro totale della comunità, superiore a tutti i tipi di relazioni del passato, l’assunzione del titolo tradizionalmente religioso di signore diventò ovvio. Nell’ambito cristiano questo titolo fu assunto in senso assoluto per esprimere la signoria illimitata, onnicomprensiva, divina di Gesù (Mt 28,18).
Negli scritti più recenti del Nuovo Testamento il titolo di Signore è già ovvio: tutti i passi della LXX (JHWH = Signore) vengono riferiti senza esitazione a Gesù; ciò significa che si riconosce che in Gesù, Dio agisce così come l’Antico Testamento proclama nei riguardi di JHWH. Così Dio manda il Signore (cf. Sal 110,1) in maniera definitiva per attuare la pienezza conchiusa del tempo e per ricapitolare tutto - quello che è in cielo e quello che è sulla terra - in Cristo, il capo (Ef 1,10). Al tempo stesso, però, il “Figlio” manda lo Spirito (At 2,33) e guida la comunità cristiana in modo tale che essa può dire: “Il Signore è lo Spirito!” (2Cor 3,17). Nella teologia storico-salvifica cosmica e cristologico ecclesiale della Lettera agli Efesini e di quella ai Colossesi, questo pensiero raggiunge il suo vertice (Col 1,18-20).
Nella preghiera al Signore (2Tm 2,22) questa visuale acquista anche una espressione religiosa personale.

La casa costruita sulla roccia - Giuseppe Barbaglio: Una parabola significativa di Gesù - La duplice tradizione evangelica, testimoniata da Mt e Lc e assente in Mc, ha trasmesso un racconto parabolico di Gesù imperniato su un duplice tipo di costruttore di casa: l’uno che edifica sulla roccia gettando solide fondamenta nel terreno, l’altro invece su terreno sabbioso. L’esito del loro modo disparato di costruire naturalmente sarà opposto: nel primo caso la casa sfiderà gli elementi scatenati della natura, nel secondo invece la costruzione è destinata a crollare alle prime intemperie. Il significato della parabola è espressamente dichiarato: i due tipici costruttori rappresentano rispettivamente colui che all’ascolto della parola di Cristo fa seguire una condotta coerente e il puro e disimpegnato ascoltatore. Matteo poi originalmente qualifica i due costruttori con gli aggettivi «saggio» (phronimos) e «stolto» (màross, intendendo così definire la sapienza cristiana in termini prassistici: essa consiste nel fare secondo l’insegnamento autorevole di Cristo. Ecco dunque il testo della parabola nella versione di Matteo: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, e la sua rovina fu grande» (7,24-27; cf. Lc 6,47-49).

La casa costruita sulla roccia - Ortensio da Spinetoli (Matteo): Il presente testo è ancora un richiamo agli impegni della vita cristiana, un attacco al rilassamento e al quietismo che andavano insinuandosi nei fedeli della seconda ora. Bisogna prestare un’obbedienza concreta alla volontà di Dio senza abbandonarsi a illusioni o esaltazioni carismatiche, ha detto in precedenza (vv. 21-23); ora ribadisce la medesima lezione tramite la parabola dei due costruttori, il saggio e lo stolto. Il primo erige la sua casa su un fondamento solido, il secondo su una base inconsistente. Il buon fondamento della casa e quindi della vita cristiana è, per Gesù, la pratica dei suoi insegnamenti. Poco sopra ha chiesto di ‘fare’ (poiein) la volontà del Padre, ora chiede di ‘compiere’ (poiein) ‘le sue parole’. La raccomandazione è la stessa.
La parola di Gesù ascoltata nel di corso della montagna (o nella catechesi apostolica) deve essere accolta con gioia ma più ancora deve essere tradotta nella vita pratica. L’ascolto è la condizione previa, ma quel che più conta è l’esecuzione di ciò che è stato udito. Con tale serietà di propositi la vita cristiana poggia su un fondamento solido e non teme di esser travolta alle prime avversità o prove, di cui avevano avuto ormai larga esperienza i primi fedeli, né da eventuali verifiche (il giudizio divino).
La chiesa di Matteo non è una società perfetta. Essa annovera accanto ai costruttori saggi altri malavveduti. Costoro ascoltano l’annuncio ma non si risolvono a metterlo seriamente in pratica. Si tratta di una adesione superficiale non radicata nel proprio cuore e nella propria intelligenza, quindi può venir meno al primo urto con le forze contrarie. Il naufragio che ne può seguire può essere fatale. La conclusione è anche questa volta dura e inesorabile. Il predicatore si è lasciato come al solito prendere la mano. Il contrasto tra le beatitudini, gli annunci iniziali del discorso e queste affermazioni conclusive è evidente.
L’autorità di Gesù - Appare per la prima volta la conclusione che ritornerà alla fine delle altre parti di Matteo. Essa riporta in scena la folla e i discepoli presentati inizialmente (5,2) ma questa volta non più muti e fermi attorno al maestro, ma fuori di sé (ekpléssesthai) per l’entusiasmo. Ciò che colpisce gli uditori di Gesù è la sua «dottrina» (didaché) e più ancora il modo con cui egli la impartisce: «con autorità e non come gli scribi».
Gli esegeti hanno cercato di dare una diversa interpretazione all’exousia (autorità) che contraddistingueva Gesù dai comuni maestri- ma tutti sottolineano la sicurezza, sovranità, superiorità con cui egli si presenta alle folle. Per Matteo Gesù sale su un monte (5,1) come un nuovo Mosè, ma si distacca smisuratamente da lui, come dai suoi attuali continuatori.
La predicazione di Gesù si differenzia da quella degli altri maestri per il modo con cui è impartita, per il contenuto, per la persona. I rabbini basano il loro insegnamento sulle tradizioni scolastiche, sull’autorità dei padri. Gesù parla in nome proprio, senza riferirsi ad alcuno. Egli ha bisogno solo di far ricorso al Padre per avallare la sua dottrina. Il testo rivela una coscienza messianica da parte di Gesù ma non è facile dimostrare fino a che punto si è di fronte a un ripensamento cristologico o a una diretta esperienza del salvatore.

Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi - Richard Gutzwiller (Meditazioni su Matteo): Allorché il Signore ebbe terminato il discorso della montagna, «le turbe restarono stupite». Motivo: il suo modo di parlare: «Le ammaestrava come uno che ha autorità». Cristo non espone una problematica oscura, come i filosofi, non parla in concetti astratti inanimati o in sillogismi classicamente elaborati, come i sofisti. Le sue parole non sono neppure impregnate di untuoso pietismo, che in realtà mette in mostra se stesso e spiega solennemente la ruota della vanità personale, come un pavone, secondo l’uso dei farisei. Le sue esposizioni non sono una noiosa casistica morale, in cui vengono spiegati i paragrafi della legge e casi artificiosamente costruiti, lontani dalla vita reale e ancor più lontani dalla schietta religiosità. Questo era il modo degli scribi. Non parI neppure come i demagoghi che lusingano le masse e rinfocolano le passioni soltanto per esaltare la propria volontà di potenza. Cristo parla in tutt’altro modo, non come uno che cerca la potenza, ma come uno che ha autorità. Ed egli la possiede. Egli è il plenipotenziario dell’Onnipotente. La sua persona è il Logos, la parola di Dio e perciò egli è il linguaggio di Dio. L’incarnazione del Logos è il linguaggio di Dio nell’umanità. Nelle sue parole si rivela in tal modo la sua personalità. La forza e la grandezza di questa personalità sono il mistero del suo linguaggio. Egli è l’Onnipotente. Perciò parla come uno che detiene il potere. E la sua personalità è anche quella che trascina le masse. Egli non è soltanto l’annunziatore, ma anche la personificazione del discorso della montagna, il suo autentico interprete. La sua vita è commento alle sue parole. Le beatitudini si concretizzano nella sua persona e nella sua azione. Egli è il sale della terra e la luce del mondo. Egli è la città, visibile da lontano, in vetta al monte. La sua vita nasce dall’intimo, perché in lui tutto è vivificato dallo spirito dell’amore.
Egli non fa mai il bene per egoismo, ma con lo sguardo rivolto al Padre ch’è nei cieli. Ci ha offerto l’esempio vivente del retto contegno di fronte a quanto appartiene alla terra, non si è preoccupato dei tesori materiali, non è mai stato preda di cure timorose per il cibo e il vestiario. Col suo amore fino alla fine ha illustrato visibilmente anche i rapporti verso il prossimo. Dai frutti si riconosce la bontà del tronco e della radice. Perciò egli ha costruito la Chiesa come la casa che sta sulla roccia e non sulla sabbia. La tempesta del Venerdì santo e tutti gli uragani nella storia della Chiesa non l’hanno potuta travolgere.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
****  Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui. (Gv 14,23)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

O Dio che ci hai rinnovati
con il corpo e sangue del tuo Figlio,
fa’ che la partecipazione ai santi misteri
ci ottenga la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.




24 Giugno 2020

NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA - SOLENNITÀ

Is 49,1-6; Sal 138 (139); At 13,22-26; Lc 1,57-66.80

Dal Martirologio: Solennità della Natività di san Giovanni Battista, precursore del Signore: già nel grembo della madre, ricolma di Spirito Santo, esultò di gioia alla venuta dell’umana salvezza; la sua stessa nascita fu profezia di Cristo Signore; in lui tanta grazia rifulse, che il Signore stesso disse a suo riguardo che nessuno dei nati da donna era più grande di Giovanni Battista.

Colletta: O Padre, che hai mandato san Giovanni Battista a preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto, allieta la tua Chiesa con l’abbondanza dei doni dello Spirito, e guidala sulla via della salvezza e della pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Benedetto XVI (Angelus, 24 Giugno 2012): Oggi, 24 giugno, celebriamo la solennità della Nascita di San Giovanni Battista. Se si eccettua la Vergine Maria, il Battista è l’unico santo di cui la liturgia festeggia la nascita, e lo fa perché essa è strettamente connessa al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Fin dal grembo materno, infatti, Giovanni è precursore di Gesù: il suo prodigioso concepimento è annunciato dall’Angelo a Maria come segno che «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), sei mesi prima del grande prodigio che ci dà salvezza, l’unione di Dio con l’uomo per opera dello Spirito Santo. I quattro Vangeli danno grande risalto alla figura di Giovanni il Battista, quale profeta che conclude l’Antico Testamento e inaugura il Nuovo, indicando in Gesù di Nazaret il Messia, il Consacrato del Signore. In effetti, sarà lo stesso Gesù a parlare di Giovanni in questi termini: «Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, / davanti a te egli preparerà la via. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» (Mt 11,10-11).
Il padre di Giovanni, Zaccaria - marito di Elisabetta, parente di Maria -, era sacerdote del culto dell’Antico Testamento. Egli non credette subito all’annuncio di una paternità ormai insperata, e per questo rimase muto fino al giorno della circoncisione del bambino, al quale lui e la moglie dettero il nome indicato da Dio, cioè Giovanni, che significa «il Signore fa grazia». Animato dallo Spirito Santo, Zaccaria così parlò della missione del figlio: «E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo / perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, / per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza / nella remissione dei suoi peccati» (Lc 1,76-77). Tutto questo si manifestò trent’anni dopo, quando Giovanni si mise a battezzare nel fiume Giordano, chiamando la gente a prepararsi, con quel gesto di penitenza, all’imminente venuta del Messia, che Dio gli aveva rivelato durante la sua permanenza nel deserto della Giudea. Per questo egli venne chiamato «Battista», cioè «Battezzatore» (cfr Mt 3,1-6). Quando un giorno, da Nazaret, venne Gesù stesso a farsi battezzare, Giovanni dapprima rifiutò, ma poi acconsentì, e vide lo Spirito Santo posarsi su Gesù e udì la voce del Padre celeste che lo proclamava suo Figlio (cfr Mt 3,13-17). Ma la missione del Battista non era ancora compiuta: poco tempo dopo, gli fu chiesto di precedere Gesù anche nella morte violenta: Giovanni fu decapitato nel carcere del re Erode, e così rese piena testimonianza all’Agnello di Dio, che per primo aveva riconosciuto e indicato pubblicamente.
Cari amici, la Vergine Maria aiutò l’anziana parente Elisabetta a portare a termine la gravidanza di Giovanni. Ella aiuti tutti a seguire Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio, che il Battista annunciò con grande umiltà e ardore profetico.

Nel racconto della circoncisione di Giovanni, lo stupore, la meraviglia per gli eventi straordinari sono ben tesi a manifestare la futura missione apostolica del bambino. La missione del Battista, come quella del Servo del Signore, avrà il sigillo della sofferenza e del fallimento. A differenza di tanti profeti, Giovanni avrà il felice compito di chiudere le porte dell’Antico Testamento per spalancare agli uomini i battenti del Nuovo. La sua alta missione sarà quella di indicare ad un «popolo che camminava nelle tenebre» (Is 9,1) «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» [Gv 1,9]: solo «Gesù è la luce vera venuta in questo mondo e che illumina di se medesimo ogni uomo. Giovanni si limitò ad additare a tutti il Sole [Lc 1,79]. Giovanni fu testimone della luce con le parole e con i fatti, con la penitenza, con la santità, con la sua fortezza eroica: “Era una lampada che arde e risplende” [Gv 5,35]» (Vincenzo Raffa).

Dal Vangelo secondo Luca 1,57-66.80: Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.
  
Nascita di Giovanni Battista - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): Il dittico delle nascite, che forma il secondo parallelismo dell’infanzia di Giovanni e di Gesù, rappresenta l’adempimento degli annunzi fatti dall’angelo a Zaccaria e a Maria. Però la simmetria dei due pannelli risulta più generica rispetto al dittico degli annunzi. Mentre per la nascita di Giovanni il racconto ruota intorno all’imposizione del nome in occasione della circoncisione e alla reazione della gente, piena di stupore, nella nascita di Gesù viene dato più rilievo alle circostanze storiche, topografiche, e all’annuncio dell’angelo ai pastori. Il Benedictus di Zaccaria, con cui si conclude l ‘episodio, ha un riscontro nel Nunc dimittis di Simeone.
Il nome Giovanni significa «JHWH è misericordia».
Il tema della misericordia è un motivo ricorrente nel vangelo dell’infanzia. Anche Maria aveva celebrato la potenza e la misericordia di Dio nel Magnificat (v. 50).
Questi, rendendo feconda Elisabetta, benché avanzata in età, aveva magnificato la sua misericordia con lei (v. 58). Egli manifestò le sue «viscere di misericordia», attuando le promesse di salvezza fatte ai padri, attraverso la visita dall’alto del Sole che stava per sorgere sull’orizzonte (vv. 72 e 78). La convergenza di Elisabetta con Zaccaria per la scelta del nome di Giovanni non presuppone un miracolo (v. 63). Zaccaria, benché muto, aveva potuto comunicare in antecedenza a Elisabetta il nome rivelato dall’angelo (v. 13). Lo stupore e il timore dei vicini, la grande eco provocata dall’evento costituiscono motivi ricorrenti nei racconti di miracoli in Luca.
La nascita del Battista da genitori anziani e sterili provocò in tutti ammirazione per le meraviglie compiute dal Signore. - L’espressione «posero nel loro cuore» (v. 66) ricompare in riferimento a Maria come ritornello altre due volte (2,19.51).

Che sarà mai questo bambino? - La risposta arriverà molti anni dopo quando Giovanni sarà decollato per la Verità: sarà un martire. Nell’agenda del Battista, il martirio non era un qualcosa di molto improbabile: ogni giorno che passava, la nube di tragedia che si addensava sul suo capo si faceva sempre più tenebrosa e non soltanto per le sue invettive contro l’adultero Erode. Fin dall’inizio del suo ministero molte delegazioni, come mosche noiose, avevano assediato la sua cattedra: farisei, scribi, dignitari del Sinedrio... ma i maggiorenti della classe religiosa, pur nella capacità di intendere e di volere, per paura e per comodo, non vorranno riconoscere che il «battesimo di Giovanni veniva dal Cielo» (Mt 21,24-27). Quella del Battista era una società religiosa, ma in verità atea: Dio era stato ridotto a una slot-machine per erogare grazie e salvezza ai super consumatori di legge, precetti e codicilli vari. Questi maestri del nulla esisteranno sempre e sempre si opporranno ai profeti che ‘gridano’ nel deserto del cuore dell’uomo: deserto perché senza valori, senza morale, senza punti di riferimento. Ora tutti i credenti devono scoprire che la loro primaria vocazione è quella di essere ‘voce che grida’. Avendo Gesù «manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli [cfr. 1Gv 3,16; Gv 15,13]. Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Perché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa» (LG 42).

Circoncisione, segno dell’alleanza - Adriana Zarri e Giuseppe Barbaglio (Circoncisione, schede Bibliche Pastorali, Vol. II): Nei testi di carattere più arcaico, come Es 4,25 e Gs 5,3, la circoncisione, praticata ancora con coltelli di selce, sembra significare soprattutto la consacrazione di qualcuno a una particolare missione, ad es. di Mosè a liberare il popolo dalla schiavitù degli egiziani. Il rito diviene segno fisico dell’alleanza di un popolo con Jahvé specialmente con la letteratura sacerdotale. Gn 17,22 è appunto il racconto sacerdotale dell’alleanza che Dio stringe con Abramo.
Secondo la stessa letteratura, Isacco fu circonciso l’ottavo giorno.
È in questo senso che la istituzione della circoncisione viene attribuita a uno speciale intervento di Dio, che la impone ad Abramo e ai suoi discendenti come «segno dell’alleanza» che essi hanno stretto col loro Dio e quindi anche come segno e garanzia della loro appartenenza al popolo delle promesse. In seguito a ciò, la circoncisione diventa il segno sacro che esprime il fatto e la volontà degli ebrei di rimanere fedeli all’alleanza del Sinai. La discendenza di Abramo dovrà portare questo segno, che distinguerà i veri israeliti dagli stranieri e dai pagani (leggere Gn 17,10-14).
Tuttavia l’importanza religiosa della circoncisione non dovette apparire improvvisamente, come potrebbe sembrare a prima vista leggendo il testo sopra citato, ma affiorò in modo graduale e in epoca relativamente tardiva. Israele infatti, prima dell’esilio, viveva in mezzo a popoli che praticavano tale rito - solo i filistei non l’avevano e per questo erano gli «incirconcisi» per eccellenza (l Sam 14,6; 17,26; 31,4) - e la sua più antica legislazione, particolarmente il decalogo (Es 20,23-26; 31,lss), non menziona la circoncisione come legge da osservare. Soltanto dopo l’esilio, quando Israele avrà vissuto in mezzo a popoli incirconcisi, la circoncisione diverrà uno dei primi doveri del pio israelita, un obbligo di carattere religioso, la cui esecuzione era divenuta ai tempi di Gesù ancora più importante dell’osservanza del sabato (Gv 7,22-23). Essa veniva imposta anche ai proseliti come condizione essenziale per essere introdotti nella comunità del popolo di Dio.
La circoncisione significava dunque fedeltà all’alleanza; ne era il segno, e ogni maschio lo portava nella sua stessa carne fin dall’ottavo giorno dopo la nascita (Gn 21,4; Lc 2,21). La tradizione sacerdotale chiamerà «sangue dell’alleanza» quello versato durante il rito della circoncisione.
Oltre che segno di fedeltà alla legge del Signore, la circoncisione diverrà il simbolo dell’orgoglio nazionale e dell’opzione giudaica ai tempi della persecuzione, quando essa sarà proibita dall’autorità pagana (1Mac 1,48). I veri israeliti, fedeli a Jahvé e alla sua legge, continuarono a praticarla sui loro figli, anche a rischio della vita (1Mac 1,60; 2Mac 6,10) e la impongono agli incerti anche con la forza (1Mac 2,46); invece i paurosi, i traditori cercheranno di dissimularla (1Mac 1,15; cf. 1Cor 7,18). È facile intuire come da questa posizione, piuttosto legalista, fosse facile scivolare verso il formalismo, dimenticando il contenuto spirituale del rito.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
**** Nella bontà misericordiosa del nostro Dio ci ha visitato dall’alto un sole che sorge, Cristo Signore.  (Cfr. Lc 1,78)
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Esulti, o Padre, la tua Chiesa, nutrita alla cena dell’Agnello;
riconosca l’autore della sua rinascita, Cristo tuo Figlio,
che la parola del precursore annunziò presente in mezzo agli uomini.
Per Cristo nostro Signore.