26 Febbraio 2020

Mercoledì delle Ceneri

 Gl 2,12-18; Sal 50 (51); 2Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

Mercoledì delle Ceneri e Tempo di Quaresima (La Bibbia e i Padri della Chiesa [I Padri Vivi]): Le ultime due settimane della Quaresima erano dedicate alla meditazione della Passione del Signore. La lettura del Vangelo di san Giovanni dimostra la lotta di Cristo con i farisei e preannuncia la morte del Salvatore. Nella coscienza dei fedeli, la meditazione della Passione di Cristo divenne dominante nella spiritualità di tale periodo. È noto finora il costume di velare i quadri e i crocifissi negli ultimi giorni della Quaresima.
Le parole di san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 5,20; 6,2), dimostrano che cos’è la Quaresima per la Chiesa e per ogni credente. Ecco il tempo della salvezza, perché stiamo vivendo il mistero del Figlio di Dio, che muore per noi sulla Croce. La Chiesa in questi giorni prende coscienza di partecipare alla grande opera di redenzione del mondo, intrapresa da Cristo. Il cristiano invece vive più profondamente la realtà del proprio Battesimo: in questo sacramento è morto insieme con Cristo e insieme con lui è risorto a nuova vita, ha raggiunto veramente la salvezza.
In questo periodo di salvezza, la Chiesa fin dai primi tempi si nutre abbondantemente della Parola di Dio, del pane che viene dalla bocca di Dio, per rafforzare la sua fede, come unico mezzo capace di introdurci nella realtà divina. «Convertitevi, e credete al Vangelo». «Lasciatevi riconciliare con Dio!». La Chiesa rivolge queste parole a tutti i credenti. La salvezza di Dio è accessibile a ciascun uomo, la potenza della redenzione di Cristo può abbracciare ciascuno, occorre però l’apertura del cuore, la disponibilità ad accogliere il dono del cielo, la risposta decisa. Il peccato costituisce un ostacolo. Di fronte alla grandezza dei doni di Dio, ci rendiamo conto in questi giorni del male commesso, della nostra debolezza, fragilità e peccaminosità. Questa presa di coscienza avviene sia nella Chiesa, quale comunità, sia nelle sue membra. Il tempo della Quaresima è il momento della conversione, dello staccamento dal peccato, il momento del cambiamento del cuore e del modo di pensare. La conversione così concepita esige il sacrificio, il rinnegamento di se stesso, la lotta contro se stesso. Il tempo del pentimento e della conversione è, comunque, anzitutto il tempo del perdono da parte di Dio e il tempo della misericordia di Dio. Dio chiama alla conversione e perdona a chi glielo chiede, è molto paziente verso i peccatori. Da qui sorge la preghiera assidua, piena di fiducia e di speranza. Il tempo della Quaresima, così inteso, è un tempo di intensa vita spirituale, di lotta contro se stessi e contro le forze del male; è il tempo dell’avvicinamento a Cristo.

Colletta: O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Per il nostro Signore Gesù Cristo...  

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

In quel tempo… - Felipe F. Ramos: Era già stato sancito da Gesù il principio: la legge dev’essere osservata dai discepoli con una perfezione superiore a quella degli scribi e dei farisei (5,20). Ora giunge il momento di applicare il principio ad alcune delle pratiche religiose più importanti in quei tempi: l’elemosina, la preghiera e il digiuno. Gesù conserva, di fronte a queste pratiche, l’atteggiamento che aveva assunto di fronte alla legge: non le critica in sé, ma nel modo e con le finalità con le quali sono compiute particolarmente dai farisei, ipocriti, i quali su queste pratiche insistevano maggiormente. Le pratiche religiose sono presentate in base al principio della retribuzione: chi le compie per gli uomini, per essere stimato e lodato per esse, ha già ricevuto la sua ricompensa; chi le compie per Dio, riceverà la ricompensa da lui.
L’elemosina era tenuta in onore fra i giudei come opera di carità. Gesù è d’accordo con questa mentalità. Al suo tempo era divenuto generale l’uso di annunziare nelle riunioni della sinagoga e persino per le strade qualsiasi elemosina importante. Il «suonare la tromba» sarebbe una metafora per indicare la pubblicità fatta alle elemosine. Invece di invanirsi per le proprie opere buone e di farne pubblicità, Gesù comanda di conservarne il segreto. Questo è il significato delle parole: «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra».
La stessa norma è data per la preghiera. 1 sacrifici nel tempio erano accompagnati da preghiere pubbliche. Le sinagoghe erano considerate come un prolungamento del tempio agli effetti della preghiera; quando giungeva l’ora della preghiera, si usava pregare anche per le strade. Questo si prestava all’ostentazione, specialmente per il fatto che si potevano ammirare coloro che sapevano recitare lunghe formule a memoria. Di fronte a questa usanza Gesù comanda che i suoi discepoli si rivolgano al Padre con preghiere semplici, in segreto, senza ostentazione. Naturalmente, queste affermazioni non privilegiano assolutamente un atteggiamento di Gesù che sarebbe contrario al. culto pubblico: egli stesso vi prendeva parte nel tempio di Gerusalemme.
Lo stesso schema è seguito per il tema del digiuno, che era considerato una concretizzazione o manifestazione della penitenza-conversione. Già nell’Antico Testamento vi era stata una distinzione tra il digiuno vero e il falso (Is 58,5-6). Il vero comporta l’autentica conversione a Dio; e questo, per Gesù, è un motivo di gioia, poiché la conversione stessa è una gioia. Il digiuno dev’essere praticato come fa intendere il testo, in modo festivo e gioioso. E poiché la conversione di cui si parla è un rapporto personale fra Dio e il peccatore, dev’essere conservato segreto, con la certezza che Dio ricompenserà quello che nessuno conosce fuori di Dio e dell’interessato.

Dunque, quando fai l’elemosina - C. Wiener:  L’elemosina e Cristo. - L’elemosina è un dovere così radicale perché trova il suo significato nella fede in Cristo, questo in misura più o meno profonda.
a) Se Gesù, con la tradizione giudaica, insegna che l’elemosina è fonte di retribuzione celeste (Mt 6, 2 ss), costituisce un tesoro in cielo (Lc 12, 21. 33 s), grazie agli  amici che uno vi si fa (Lc 16, 9), non è a motivo di un calcolo interessato, ma perché attraverso i nostri  fratelli disgraziati noi raggiungiamo Gesù in persona: «Ciò che avete fatto ad uno di questi piccoli...» (Mt 25,31-46).
b) Se il discepolo deve dare tutto in elemosina (Lc 11,41; 12,33; 18,22), è anzitutto per poter seguire Gesù senza rimpiangere i suoi beni (Mt 19,21s par.); e poi per essere liberale come Gesù stesso, che «da ricco qual era si è fatto povero per voi, per arricchirvi mediante la sua povertà» (2Cor 8,9).
c) Infine, per dimostrare che l’elemosina cristiana soggiace ad altre leggi oltre a quelle della semplice filantropia, Gesù non si è peritato di difendere contro Giuda il gesto gratuito della donna che aveva «sprecato» il valore di trecento giornate di lavoro, versando il suo prezioso profumo: «I poveri li avrete sempre con voi, ma non avrete sempre me» (Mt 26,11 par.). I poveri appartengono all’economia ordinaria (Deut 15,11), naturale in una umanità peccatrice; Gesù, invece, significa l’economia messianica soprannaturale; e la prima non trova il suo vero senso se non per mezzo della seconda: i poveri non sono cristianamente soccorsi se non in riferimento all’amore di Dio manifestato nella passione e morte di Gesù Cristo

E quando digiunate… - R. Girard: Senso del digiuno - Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, l’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo. Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16,31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16,29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20,26; 2 Sam 12,16s; Giona 3,7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8, 3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali.
Ci si rivolge al Signore (Dan 9,3; Esd 8,21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20,26; Est 4,16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1 Re 21,27), sollecitare una guarigione (2Sam 12,16.22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1Sam 31,13; 2Sam 1,2), dopo una vedovanza (Giudit 8,5; Lc 2,27) o in seguito a una sventura nazionale (1Sam 7,6; 2Sam 1,12; Bar 1,5; Zac 8,19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gíoe 2,12-17; Giudit 4,9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10,12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13,2s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34,28; Dan 9,3).
Le occasioni ed i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere la azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34,28) e da Elia (1 Re 19,8). Quanto ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4,1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4,14).

Benedetto XVI (Omelia, 13 Febbraio 2013): Nella pagina del Vangelo di Matteo, che appartiene al cosiddetto Discorso della montagna, Gesù fa riferimento a tre pratiche fondamentali previste dalla Legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno; sono anche indicazioni tradizionali nel cammino quaresimale per rispondere all’invito di «ritornare a Dio con tutto il cuore». Ma Gesù sottolinea come sia la qualità e la verità del rapporto con Dio ciò che qualifica l’autenticità di ogni gesto religioso. Per questo Egli denuncia l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole apparire, gli atteggiamenti che cercano l’applauso e l’approvazione. Il vero discepolo non serve se stesso o il “pubblico”, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità: «E il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.18). La nostra testimonianza allora sarà sempre più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto è Dio stesso, l’essere uniti a Lui, quaggiù, nel cammino della fede, e, al termine della vita, nella pace e nella luce dell’incontro faccia a faccia con Lui per sempre (cfr 1 Cor 13,12).
Cari fratelli e sorelle, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Risuoni forte in noi l’invito alla conversione, a «ritornare a Dio con tutto il cuore», accogliendo la sua grazia che ci fa uomini nuovi, con quella sorprendente novità che è partecipazione alla vita stessa di Gesù. Nessuno di noi, dunque, sia sordo a questo appello, che ci viene rivolto anche nell’austero rito, così semplice e insieme così suggestivo, dell’imposizione delle ceneri, che tra poco compiremo. Ci accompagni in questo tempo la Vergine Maria, Madre della Chiesa e modello di ogni autentico discepolo del Signore. Amen!

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Ci accompagni in questo tempo la Vergine Maria, Madre della Chiesa e modello di ogni autentico discepolo del Signore” (Benedetto XVI).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Questo sacramento che abbiamo ricevuto, o Padre,
ci sostenga nel cammino quaresimale,
santifichi il nostro digiuno e lo renda efficace
per la guarigione del nostro spirito.
Per Cristo nostro Signore.



25 Febbraio 2020

Martedì VII Settimana T. O.

 Gc 4,1-10; Sal 54 (55); Mc 9,30-37

Colletta: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Gli Apostoli non capiscono le parole del Maestro, sono parole che annunciano la sua morte cruenta, e per questo hanno timore di interrogarlo. Ma in verità, sono affaccendati in altre argomentazioni più dilettevoli, infatti, per via si sono infervorati a discutere tra loro chi fosse il più grande. Colti in fallo, arrivati a Cafarnao, forse in casa di Pietro, Gesù approfitta del fatto per dare loro una lezione di vita cristiana. Sedutosi, è la postura del maestro nell’atto di insegnare (cfr. Mt 5,1), chiama i Dodici: Gesù restringe il cerchio ai soli Dodici perché sono loro che devono assimilare fin in fondo il suo insegnamento e viverlo integralmente poi nel loro ruolo di «colonne della Chiesa» (Gal 2,9). Gesù ancora una volta rovescia i modelli sui quali tanti maestri avevano costruito l’identikit del vero figlio della Legge (cfr. Lc 15,25-32). Nella casa di Pietro il primo è colui che si fa servo, non chi dà ordini a destra e a manca; chi sa piegare le ginocchia e, come l’ultimo sguattero della terra, mettersi a lavare i piedi dei suoi amici e dei suoi nemici (cfr. Gv 13,13-15). Poi, la seconda manovra, il porre un bambino in mezzo a loro, spiazza del tutto gli Apostoli. I bambini sono i membri più deboli della comunità cristiana, i più bisognosi e i più dimenticati. Di essi deve farsi carico il discepolo di Gesù, come Lui si è fatto carico dell’umanità debole e fragile gemente sotto il dominio del peccato.

Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37: In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Durante il viaggio in Galilea, Gesù istruisce i discepoli sulla sua missione salvifica che si sarebbe conclusa a Gerusalemme, crocifisso su una croce. Gesù non vuole che «alcuno lo sapesse»: questo ordine, anche se è da collocare nel contesto del cosiddetto «segreto messianico», deve essere visto come il desiderio, da parte del Maestro, di evitare l’assedio della folla che gli avrebbe impedito di stare un po’ con i suoi.
Ormai la sua vita pubblica volge al termine e la sua morte cruenta è a un passo: il diavolo (Lc 4,13) e i nemici del giovane Rabbi di Nazaret stanno affilando le armi per l’ultimo, decisivo assalto.
Gesù è consapevole di tutto questo, non è affatto turbato, ma si premura di istruire «tutti i suoi discepoli», coloro che avrebbero dovuto continuare la sua opera di salvezza nel mondo (2Ts 2,4).
Non vuole che la sua morte orrenda, maledetta dalla Legge (Gal 3,13; cf. Dt 21,23), colga gli Apostoli impreparati. Non vuole che la sua morte frantumi la loro debole fede. Non vuole che la sua morte, a motivo della loro estrema debolezza, possa gettarli tra gli artigli di satana (cf. Lc 22,31). Vuole che la sua morte sia invece un messaggio di speranza, una porta spalancata sulla vita. Ecco perché vuol stare solo con i suoi discepoli: li vuole istruire fin nei più minuti dettagli perché comprendano, perché accettino la volontà del Padre.
«Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini...», è un’espressione biblica «che indica una prova tremenda, in cui il malcapitato può aspettarsi qualunque crudeltà e non può neppure far appello alla pietà o alla misericordia come farebbe con Dio [cf. Mc 14,41; 2Sam 24,14; Sir 2,18]» (ADALBERTO SISTI, Marco).
Lo uccideranno, è il secondo annuncio che Gesù fa della sua imminente morte, ma i discepoli «non comprendevano» ancora. Capivano le parole, ma aggrappati com’erano a un messianismo rivoluzionario, non potevano comprendere il vero senso del discorso. Avevano paura di interrogarlo, di «chiedergli spiegazioni». Temevano che Gesù fugasse per sempre quelle esili certezze alle quali si erano abbarbicati nella speranza di aver capito male, di aver forse frainteso. In verità, non riuscivano ad entrare dentro gli ingranaggi del progetto salvifico: non riuscivano a capire perché la salvezza dell’uomo doveva passare necessariamente attraverso la morte del Verbo di Dio.

In quel tempo... - Angelico Poppi (I Quattro Vangeli): vv. 33-34 L’ambientazione si ricollega al v. 30: Gesù aveva intrapreso il cammino verso la morte ed era di passaggio a Cafarnao, dove fece una breve sosta probabilmente nella casa di Pietro. Come risulta dagli scritti giudaici e di Qumràn, nel giudaismo si verificavano spesso vivaci discussioni sulla precedenza nelle varie manifestazioni civili e religiose del tempo.
v. 35 «Se qualcuno vuole essere primo, sarà ultimo di tutti e servitore di tutti». E un logion autentico di Gesù, che trasmette «la regola d’umiltà per i discepoli» (Pesch, II, p. 165), anche se si ignora il preciso contesto storico in cui fu pronunziato, perché ricorre in altri passi con qualche variante (cf. Mc 10,43-44 e parr; Mt 23,11; Lc 9,48b). Gesù con questo detto capovolge la mentalità corrente sulla grandezza: il primo è l’ultimo e il servitore di tutti. I Dodici dovevano diventare le guide spirituali della comunità cristiana, ma la loro vera grandezza consisterà nell’umiltà e nel servizio dei fratelli più umili ed emarginati.
vv. 36-37 Preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciatolo, disse... Abbiamo una applicazione concreta della sentenza precedente sul servizio, un esempio offerto da Gesù stesso ai discepoli. II comportamento del Maestro diventa esemplare per i capi della chiesa di tutti i tempi: servendo i bisognosi, si serve Gesù stesso. Anche lui, pur essendo Figlio di Dio, si è fatto servo di tutti. L’accoglienza e la premura verso i bambini costituiranno una prassi costante nella chiesa, quale segno della sua appartenenza a Cristo. Il tenero atteggiamento di Gesù che abbraccia i bambini è un dettaglio esclusivo di Marco, l’evangelista più attento a cogliere i tratti umani del Maestro. Il brano costituisce un doppione di un episodio affine, narrato in 10,13-16

 Dio e i bambini - L. Roy: Già nell’Antico Testamento il bambino, a motivo stesso della sua debolezza e della sua imperfezione native, appare come un privilegiato di Dio. Il Signore stesso è il protettore dell’orfano ed il vindice dei suoi diritti (Es 22,21ss; Sal 68,6); egli ha manifestato la sua tenerezza paterna e la sua preoccupazione pedagogica nei confronti di Israele «quando era bambino», al tempo dell’uscita dall’Egitto e del soggiorno nel deserto (Os 11,14).
I bambini non sono esclusi dal culto di Jahve, partecipano anche alle suppliche penitenziali (Gioe 2,16; Giudit 4,1s), e Dio si prepara una lode dalla bocca dei bambini e dei piccolissimi (Sal 8,2s = Mt 21,16). Lo stesso avverrà nella Gerusalemme celeste, dove gli eletti faranno l’esperienza dell’amore «materno» di Dio (Is 66,10-13). Già un salmista, per esprimere il suo abbandono fiducioso nel Signore, non aveva trovato di meglio che l’immagine del piccino che si addormenta sul seno della madre (Sal 131,2). Più ancora, Dio non esita a scegliere taluni bambini come primi beneficiari e messaggeri della sua rivelazione e della sua salvezza: il piccolo Samuele accoglie la parola di Jahve e la trasmette fedelmente (1Sam 1-3); David è scelto a preferenza dei suoi fratelli maggiori (1Sam 16,1-13); il giovane Daniele si dimostra più sapiente degli anziani di Israele salvando Susanna (Dan 13,44-50).
Infine, un vertice della profezia messianica è la nascita di Emmanuel, segno di liberazione (Is 7,14ss); ed Isaia saluta il bambino regale che, assieme al regno di David, ristabilirà il diritto e la giustizia (9,1-6).

Gesù e i Bambini - Giuseppe Manzoni (Bambino in Schede Bibliche - Ed. Dehoniane): Il vaticinio di Isaia è diventato realtà quando il Verbo di Dio si fece carne e volle nascere bambino a Betlemme (Lc. 2,7), e bambino fu adorato dai pastori e dai magi, e bambino fu circonciso e presentato al tempio (Lc. 2,22-36), quasi anticipato offertorio della sua passione. Bambini furono anche i primi martiri, associati per la crudeltà di Erode al Martire divino (Mt. 2,16-18). È soprattutto Luca l’evangelista dell’infanzia di Gesù; ma in tutto l’insegnamento di Cristo c’è un mirabile vangelo dell’infanzia. È nota la predilezione di Gesù per i bambini: è la tenerezza stessa di Dio che si manifesta con delicata sensibilità umana. Non vuole che i discepoli li allontanino da lui, anzi li abbraccia e li benedice, imponendo loro le mani (Mc. 10,13-16 - L’imposizione delle mani era per gli ebrei un gesto di benedizione cf. Gen 48,14-20). È beato chi accoglie uno di quei piccoli in nome suo: accogliere un bambino è come accogliere Cristo stesso (Lc. 9,46-48); ma guai a chi scandalizza o disprezza uno di questi innocenti: «Chi invece scandalizza anche uno solo di questi che credono in me, sarebbe bene per lui che gli si appendesse una macina d’asino al collo, e lo si gettasse negli abissi del mare ...» (Mt. 18,6-10).
Fra questi «piccoli» che il Padre non vuole che vadano perduti (Mt. 18,14), oltre agli apostoli, Gesù vede i fanciulli, i poveri, gli indifesi, gli abbandonati ai margini della società e della vita; di essi ha detto Gesù di ritenere come fatto a sé il bene fatto al più piccolo dei suoi fratelli (Mt. 25, 40).
Ma la predilezione di Gesù per i piccoli risale ad un motivo ancor più profondo e interiore: l’infanzia spirituale è una condizione di santità perché infrange il più grave ostacolo alla medesima: l’orgoglio. L’infanzia spirituale è una delle dottrine più rivoluzionarie di Cristo. Il suo è uno spirito d’infanzia! Durante un viaggio in Galilea, Gesù aveva rattristato i suoi discepoli predicendo per la seconda volta la sua passione (Mc. 9,30-37); ma essi non avevano compreso nulla, dominati dalla meschina ambizione di chi fosse il primo fra loro: di questo avevano animatamente discusso fra loro lungo la via. Arrivati a Cafarnao, Gesù li interroga sulle loro discussioni. Gli apostoli rispondono con il silenzio. Allora Gesù, con un rovescio di mano, spazza via tutte le false grandezze. Il bambino, che non si dà importanza, che è umile, che accetta di dipendere e di ricevere da tutti: ecco il modello per entrare nel regno di Dio (Mc. 9,33-35; Mt. 18,2-4; Mc. 10,14-15).
L’esigenza dell’infanzia spirituale, di farsi cioè piccoli e umili, per degli uomini adulti appare a prima vista paradossale. Gli apostoli rimangono disorientati, ma non hanno parole per obiettare. Le trova invece un dottore della Legge, cosciente del suo valore, Nicodemo: come può un uomo, già adulto, rinascere? (Gv. 3,3-7.9-10). Ecco l’obiezione più grave di un uomo fatto, contro l’infanzia spirituale: perché esigere da un adulto le qualità di un fanciullo? Gesù però non muta la sua dottrina: bisogna fidarsi di lui con la semplicità dei «piccoli» che credono alla sua parola (Mt. 18,6; 1Pt. 1,3.22-23): «Come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza, se avete gustato come è buono il Signore» (1Pt 2,2-3). A loro infatti, se nella vita conservano lo spirito d’infanzia, il Padre si compiace di rivelare i misteri divini: «In quello stesso istante esultò nello Spirito Santo e disse: “Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai semplici! Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te...” » (Lc. 10,21).
È la realizzazione messianica dell’invito: «Se qualcuno è piccolo venga a me», nell’abbandono e nella dipendenza totale, nel vuoto di sé e del proprio egoismo, per accettare la pienezza dell’amore. Le vie di Dio sono sconvolgenti per le prospettive umane, come costata san Paolo: Dio sceglie ciò che è stolto e debole per il mondo, per confondere i sapienti e i forti, e perché nessuno si vanti innanzi a Dio! (1Cor. 1,27-29)


Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me» (Vangelo).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il pane che ci hai donato, o Dio,
in questo sacramento di salvezza,
sia per tutti noi pegno sicuro di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.


24 Febbraio 2020

Lunedì VII Settimana T. O.

 Gc 3,13-18; Sal 18 (19); Mc 9,14-29

Colletta: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

I discepoli avevano cercato di esorcizzare un fanciullo posseduto dal demonio, ma ogni tentativo era andato a vuoto. O generazione incredula!: Il rimprovero di Gesù è rivolto ai discepoli, ma soprattutto alla folla e agli scribi, guide cieche del popolo d’Israele. Il suo ministero in Galilea stava per concludersi in modo deludente: anche il padre del fanciullo posseduto dallo spirito muto mostra un atteggiamento poco fiducioso in lui: Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci.
Solo alla replica di Gesù il padre professa la sua fede, una professione dettata forse dal tentativo di ricevere la guarigione del figlio.
L’esorcismo viene descritto con lo schema letterario consueto: la minaccia, il comando di uscire, la reazione rabbiosa del demonio che qui viene indicato come “spirito muto e sordo”, e infine la liberazione con l’uscita dello spirito impuro.
Alla domanda dei discepoli la risposta di Gesù è abbastanza eloquente: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera». In alcuni manoscritti si legge “con la preghiera e con il digiuno”, mentre in Matteo 17,20 la risposta è diversa: “Per la vostra poca fede”. Le parole di Gesù indicano la preghiera come via maestra per cacciare il demonio, che è sinonimo di una vita vissuta in comunione con Dio e dalla quale il discepolo può trarre la potenza e la fede per abbattere il nemico infernale.

Dal Vangelo secondo Marco 9,14-29: In quel tempo, [Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, scesero dal monte]e arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». Gridando, e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi. Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

In quel tempo - Felipe F. Ramos: Questo passo è incluso nel contesto del racconto della trasfigurazione. L’evangelista intende mettere in rilievo che la messianità di Gesù e per conseguenza la stessa salvezza appartengono all’ambito della fede.
La descrizione dell’infermità fa pensare all’epilessia. I discepoli furono incapaci di guarire il ragazzo. Perché?
Gesù che, nelle pagine del secondo vangelo, rivela costantemente il suo carattere forte, sbotta contro la mediocrità religiosa dei suoi contemporanei: «O generazione incredula! Fino a quando starò con voi?». Qui abbiamo già un cenno di risposta alla domanda dei discepoli che gli chiedevano perché non avessero potuto guarire il ragazzo.
Anche al padre del ragazzo manca la fede, ma almeno egli lo riconosce umilmente: «Se puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». Gesù aveva intuito in quell’uomo un initium fidei, un principio di fede, che è già un primo segno di Dio. In conseguenza di questa fede iniziale gli viene concessa una fede più robusta, che è però preceduta dalla preghiera molto significativa: «Credo, aiutami nella mia incredulità».
L’evangelista fa notare un particolare importante: Gesù, quando vide che la gente si radunava, affrettò la guarigione. Ci troviamo nuovamente di fronte alla riservatezza messianica: Gesù rifugge da ogni spettacolarità. Anzi, la gente resta delusa quando, in un primo momento, crede che il ragazzo sia morto. E allora Gesù con un semplice segno della mano lo fa alzare. La turba non aveva potuto godersi lo «show».
In fine, tornando a casa, i discepoli gli chiedono: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». La risposta di Gesù è chiara: «Questa specie di demoni», cioè il male, non cede «miracolosamente», se non alla preghiera.
Non si tratta della forza dell’uomo, ma della grazia di Dio.
Ci si presenta nuovamente il problema: Gesù credeva realmente che vi fossero spiriti maligni che si impossessavano dell’uomo, dato che oggi sappiamo che si tratta di un’infermità epilettica? Nella cristologia più ortodossa Gesù, sebbene Dio, non cessa di essere un uomo normale, eccetto che nel peccato. Quindi non deve meravigliare che partecipasse della cultura dei suoi contemporanei, che consideravano certi infermi come posseduti da esseri estranei. Effettivamente la prima vista d’un epilettico dà l’impressione che qualcuno o qualcosa si sia impadronito di lui. In questo modo si intendeva dire che l’uomo era infermo e, per conseguenza, non era responsabile dei suoi atti. Gesù poté molto bene condividere quell’interpretazione della realtà umana che oggi è superata scientificamente. La cosa interessante - e permanente - è che Gesù non tenta di avvalersi dei suoi poteri taumaturgici per meravigliare le folle, ma, al contrario, li nasconde e li usa solo quando il beneficiario è già un credente.
I «miracoli» di Gesù si possono spiegare scientificamente con la parapsicologia? Un autentico credente è indifferente alla risposta che si dà a questa domanda.

Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede: La risposta di Gesù, più che rimprovero sembra avere le sfumature dell’ironia: “Prima di intervenire, Gesù riprende ironicamente - non riesco a percepire un tono di rimprovero nei confronti di questo povero padre straziato eppure implorante - le stesse parole dell'uomo: «Se puoi... tutto è possibile a chi crede», e con questa frase squarcia ogni confine, finanche la pagina stessa, e arriva direttamente alle viscere dei discepoli, del lettore del suo tempo, di ciascuno di noi. Eccoci di fronte alla miseria della nostra fede. Eccoci di fronte ai dubbi di sempre, alle contro-testimonianze delle nostre vite e della storia. Tutto è possibile a chi crede... Eppure ci guardiamo alle spalle e vediamo, come i discepoli, tutte le volte in cui non siamo stati capaci di scacciare un demone, una malattia, un cancro, o evitare una tragedia o un dolore. Cosa dici, Signore Gesù? Quando mai ci è tutto possibile se crediamo? Come dobbiamo credere, forse? Perché, se tu hai ragione, è evidente che sbagliamo qualcosa…” (Annalisa Guida, Vangelo secondo Marco).

Credo; aiuta la mia incredulità: Paolo VI (Udienza Generale, 20 aprile 1966): La fede è l’adesione al Signore, la quale rende possibile la dilatazione della sua potenza operante e salvatrice nel credente. «Non si turbi il Cuor vostro: credete in Dio, ed in me credete» dice ancora Gesù (Io. 14,1). «Colui che crederà e sarà battezzato, si salverà» (Marc. 16,16); e così via. Gli Apostoli ripeteranno questo fondamentale precetto della vita cristiana; S. Pietro, ad esempio, scriverà: «... Resistite fortes in fide, resistete (al demonio) forti nella fede» (1Petr. 5,8-9); e il capo II della lettera agli Ebrei è una lunga e lirica esaltazione della fede come principio efficiente nella vita di coloro che la professano [...]. L’atto di fede è difficile per la mentalità moderna, tanto abituata al dubbio sistematico e alla critica, e persuasa di limitare la propria certezza entro i confini della propria esperienza (mentre poi la massima parte di ciò che si sa, si fonda sulla fede - umana - di ciò che altri, i maestri, gli scienziati, i competenti ci dicono di credere) [...] la fede non è un atto puramente speculativo; è atto ragionevole, ma non frutto della sola ragione. Una componente volontaria lo rende possibile e meritorio: bisogna voler credere, quando, è ovvio, vediamo ch’è ragionevole, ch’è umano, ch’è bello il farlo. La certezza diventa un dovere, ad un dato momento (Newman); e la fede che ne risulta diventa un atto religioso; l’atto religioso fondamentale del cristianesimo. «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dall’intelligenza umana, è un atto incontestabilmente religioso. Ma lo è a un titolo ancora più profondo: l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è orientata da Dio» (AUBERT, in Prob. e Orient. II, 694). Diremo dunque, come l’umile personaggio del Vangelo: «Credo, Domine, adiuva incredulitatem meam; credo, Signore, Tu aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24). E cantando ora il Credo sul sepolcro dell’Apostolo, che ha avuto da Cristo la missione di confermare nella fede i fratelli (Lc 22,32), meglio comprenderemo il valore della fede nella vita cristiana; non più peso essa ci sembrerà, ma energia e gaudio; non più temeremo di immergerci nella vita profana del mondo, dove non saremo sperduti e naufraghi, ma testimoni sereni e forti d’una luce vigiliare e notturna, la fede nel tempo presente, foriera della luce piena del giorno eterno.

La fede non è soltanto da predicare - San Josemaría Escrivá: La fede non è soltanto da predicare, ma soprattutto da praticare. Spesso forse ci sentiremo mancare le forze. Ricorriamo allora ancora una volta al Vangelo e comportiamoci come il padre del ragazzo lunatico. Voleva la salvezza del figlio e sperava che Cristo lo avrebbe guarito, ma non riusciva a credere fino in fondo a tanta felicità. E Gesù, che sempre chiede fede, vedendo l’insicurezza di quell’anima, la esorta: «Se tu puoi credere, tutto è possibile per chi crede» [Mc 9, 23]. Tutto è possibile: siamo onnipotenti! Purché vi sia fede. Quell’uomo si rende conto che la sua fede è insicura, teme che la sua poca fiducia impedisca al figlio di guarire. E piange. Non vergogniamoci di questo pianto: è frutto dell’amor di Dio, della preghiera contrita, dell’umiltà. Il padre del fanciullo rispose piangendo: «Signore io credo, ma tu aiuta la mia incredulità!» [Mc 9, 24]. Al termine di questa meditazione, siamo noi, ora, a dire quelle stesse parole. Signore, credo! Sono stato educato nella tua fede, ho deciso di seguirti da vicino. Ripetutamente, durante la mia vita, ho implorato la tua misericordia. Eppure, ripetutamente mi è parso impossibile che tu potessi operare tante meraviglie nel cuore dei tuoi figli. Signore, credo! Ma tu aiutami perché possa credere di più e meglio! E rivolgiamo la nostra preghiera anche a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, Maestra di fede: Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore [Lc 1, 45]”.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** «L’atto di fede, omaggio reso a Dio dall’intelligenza umana, è un atto incontestabilmente religioso. Ma lo è a un titolo ancora più profondo: l’atto di fede è un’attività teologale che rende partecipe l’uomo della vita stessa di Dio, un’attività la quale non solo si orienta verso Dio, ma è orientata da Dio» (AUBERT, in Prob. e Orient. II, 694).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il pane che ci hai donato, o Dio,
in questo sacramento di salvezza,
sia per tutti noi pegno sicuro di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.

  


23 Febbraio 2020

VII Domenica T. O.

 Lv 19,1-2.17-18; Sal 102 (103); 1Cor 3,16-23; Mt 5,38-48

Colletta: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo...

Prima lettura: Pur nella morsa di un nazionalismo, a volte esasperato, il popolo d’Israele, regno di sacerdoti e nazione santa (Es 19,6), è sollecitato ad amare i fratelli e il prossimo. Un amore concreto che sradichi dal cuore l’odio e la vendetta, un amore teso anche alla correzione fraterna del prossimo. La nuova Legge promulgata dal Cristo allargherà i confini di questo amore spingendo gli uomini ad amare anche i nemici e a pregare per i persecutori (Mt 5,44).

Salmo responsoriale: «Ecco come il padre giudica e corregge: al figlio prodigo che ha peccato, anziché castigarlo, dà un bacio. L’amore non riesce a vedere la colpa: per questo il padre redime con un bacio il peccato del figlio, lo chiude nel suo abbraccio. Egli non mette a nudo gli errori del figlio, non lo espone al disonore; si china sulle sue ferite, curandole in modo che non lascino nessuna cicatrice, nessuna traccia. Beato l’uomo al quale è tolto il peccato e coperto l’errore [Sal 31,1]» (Pietro Crisologo).

Seconda lettura: La pericope paolina può essere divisa in tre parti. Nella prima parte, l’apostolo Paolo, mettendo in evidenza il tema della santità, ricorda ai cristiani di Corinto che essi sono tempio di Dio perché inabitati dallo Spirito Santo, per cui devono stare attenti a non distruggere il tempio di Dio conducendo una vita insana e immorale. Nella seconda parte, rimproverando i cristiani della Chiesa corinzia per le loro perenni liti e divisioni, mette a nudo l’inutilità della loro sapienza umana, sterile in sé e incapace di comprendere i progetti di Dio. Nella terza parte ricorda l’unità in Cristo: se tutto appartiene al credente, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro, egli però è di Cristo e Cristo è di Dio, costituendo in questo modo una profonda comunione con Dio che non può essere alterata o violata da ambizioni insipienti e meramente umane.

Vangelo: Gesù «non viene né a distruggere la legge [Dt 4,8] e tutta l’economia antica né a consacrarla come intangibile, ma a darle, con il suo comportamento, forma nuova e definitiva, dove si realizza nella pienezza ciò verso cui la legge stessa era avviata» (Bibbia di Gerusalemme. Ciò si applica in particolare alla legge dell’amore. Le sfumature dell’amore cristiano sono la non violenza, il ripudio della vendetta e l’attenzione amorevole e disinteressata alla indigenza e alle necessità del prossimo. Inoltre, il cristiano, imitando il Padre che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, deve amare i nemici e pregare per i persecutori. «L’amore, in cui già si riassumeva la legge antica [Mt 7,12; 22,34-40p], diviene il comandamento nuovo di Gesù [Gv 13,34] e compie tutta la legge [Rm 13,8-10; Gal 5,14; Cf. Col 3,14]» (Bibbia di Gerusalemme).

Dal Vangelo secondo Matteo 5,38-48: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».   

Vendetta, perdono, amore - Bisogna tenere a mente che la Chiesa di Matteo è sotto attacco, geme nel crogiuolo della prova e potenti e forti sono i persecutori. In questo clima di lotta e di odio, le parole di Gesù tendono a dare pace ai cuori smarriti e a suggerire la nuova risposta da dare agli aguzzini che con dura ed efferata violenza perseguitano i cristiani: imitando la misericordia del Padre celeste, un no fermo e deciso alla vendetta, un no alla legge del taglione, un sì magnanimo all’amore e al perdono.
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente: Gesù si riferisce alla cosiddetta “legge del taglione” (lex talionis). Già codificata nel Codice di Hammurab, istaurando «una proporzione tra la punizione e il torto causato, essa rappresentava una restrizione della vendetta [Cf. Gen 4,23-24]» (Bibbia di Gerusalemme). Gesù supera questa mentalità giudiziaria dando un indirizzo nuovo: Ma io vi dico di non opporvi al malvagio. Una legge nuova che non vieta né di opporsi alla violenza ingiusta e gratuita (Cf. Gv 18,22) né, ancor meno, di combattere il male nel mondo. È una resistenza pacifica, non violenta che ha le radici nell’amore e che si irradia a sollevare l’indigenza del prossimo: Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Un amore che raggiunge il prossimo e abbraccia anche i nemici. La seconda parte del precetto a cui allude Gesù, odierai il tuo nemico, non si trova nella Legge, ma esprime un sentimento diffuso tra gli Ebrei nei riguardi dei popoli a loro ostili, visti sopra tutto come nemici di Dio. Non si poteva certamente amare coloro che, oltre a depredare e uccidere, tendevano essenzialmente a distruggere la religione e la fede del popolo di Israele, tutte le guerre condotte dal popolo eletto hanno avuto quasi sempre uno sfondo religioso.
L’espressione odierai il tuo nemico, comunque, nella lingua ebraica va tradotta in questo modo: non amerai il nemico. All’amore si accompagna la preghiera. Pregare per i persecutori «è una forma di amore spalancata sulla speranza di un cambiamento e che lascia unicamente a Dio il compito di giudicare l’altro» (Claude Tassin).
Al v. 45 si spiega perché bisogna amare i nemici e pregare per i persecutori: affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Troviamo un eco di questa esortazione nella prima lettera di san Giovanni: «Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chi dice di rimanere in lui, deve anch’egli comportarsi come lui si è comportato» (2,5-6).
Come la giustizia del discepolo deve superare quella della scribi e dei farisei (Mt 5,20), così la  vita del discepolo, coinvolgendo la mente e il cuore, deve superare quella dei pubblicani e dei pagani.
Anche il giudaismo conosceva il precetto dell’amore, ma con evidenti differenze con quello proposto da Gesù nelle Beatitudini. Il giudeo faceva riposare il cardine dell’amore su una osservanza scrupolosa, e spesso asfissiante, della Legge, una ottemperanza che a volte distruggeva la vera essenza dell’amore. Possiamo a tal proposito ricordare il rimprovero che Gesù muove ai Farisei: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle» (Mt 23,23).
Voi, dunque, siate perfetti... Questo «loghion non si riferisce soltanto all’ultima antitesi, concernente l’amore dei nemici, ma ricapitola l’insegnamento globale di Gesù circa la “giustizia superiore” [Mt 5,21-47]» (Angelico Poppi). La perfezione che viene qui richiesta è la somma di sfumature diverse che si colgono a secondo della traduzione del testo: téilos, in greco, sta a significare perfetto, compiuto, senza difetti, completo, in questo caso nella carità; tamìn, in ebraico, ha una valenza cultuale di integrità e di santità. Una santità quindi che coinvolge tutta la persona del credente: anima, corpo e spirito (Cf. 1Tess 5,23). Il nuovo comandamento di Gesù ha un corrispondente nel Libro del Levitico: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (19,2). Sembra una meta impossibile da raggiungere, e infatti «è impossibile che la creatura abbia la perfezione di Dio. Pertanto il Signore vuol dire che la perfezione divina costituisce il modello cui deve aspirare il cristiano, consapevole della distanza infinita che lo separa dal suo Creatore. Ma ciò nulla toglie alla forza di questo imperativo, anzi ne riceve luce» (Bibbia di Navarra).
Siate santi come il Padre vostro celeste, una sfida, un invito che la Chiesa non si stanca di rinnovare lungo i secoli.

 Amate i vostri nemici - Don Luca Orlando Russo: La prima lettura di questa settima domenica del tempo ordinario ci presenta un brano della Torah (così gli ebrei chiamano i primi cinque libri dell’Antico Testamento), la Legge. In esso risalta il comando del Signore relativo all’amore del prossimo che ha come misura l’amore per se stesso. Nel brano evangelico continua il discorso della montagna e Gesù, come già domenica scorsa, nel richiamare alla memoria dei suoi ascoltatori il comando dell’amore al prossimo, vi aggiunge l’amore al nemico. Lo specifico di questa raccomandazione è che si colloca in quel contesto di amore fino alla morte, di dono di sé che culminerà, nella vicenda umana di Gesù, nella morte in croce. E, non mi stancherò mai di ripetermi, solo nell’amore rivelatosi nel morire di Gesù è possibile cogliere il senso di una simile consegna. In questa raccomandazione si riassume tutto l’insegnamento di Gesù che in essa, riconducendovi tutta la problematica dell’uomo, personale e sociale, ha fatto una scelta: riconoscere che il problema dell'uomo al mondo è essenzialmente, sostanzialmente un problema di relazione. L’essere umano è fatto per entrare in relazione con gli altri. Nessuno si può realizzare da solo, ma attraverso rapporti di collaborazione. L’esistenza dell’uomo, la sua maturazione, la sua felicità, il suo equilibrio, la sua realizzazione passano attraverso le relazioni e dunque passano attraverso la comunione. Spesso l’uomo vive relazioni negative, vive controrelazioni, incontra nemici! Ma anche in questo caso, per la sua realizzazione, è invitato a cercare la comunione. La comunione è il carburante del processo di realizzazione: elemento indispensabile per maturare, evolvere, vivere nella pace. Vuoi essere sereno? Cerca la comunione con gli altri: questa è la risposta fondamentale all’esigenza fondamentale della vita di ciascuno. Siamo invitati a sposare questa visione della realtà sul piano antropologico e a dare, quindi, una messa a punto ai nostri progetti di vita. Le relazioni sono un problema a causa delle nostre diversità. Problema spesso così schiacciante che, spesso, non affrontiamo e ci mettiamo a fare altre cose, che saranno anche buone e belle, ma non sono la priorità. A che serve realizzarsi sotto tutti i punti di vista se poi la vita è povera di comunione, che è il senso stesso dell’esistenza?!.

Siamo arrivati al termine. Possiamo mettere in evidenza:
*** “Vuoi essere sereno? Cerca la comunione con gli altri: questa è la risposta fondamentale all’esigenza fondamentale della vita di ciascuno” (Don Luca Orlando Russo).
Nel silenzio, nell’intimità del nostro cuore, possiamo interrogarci su quanto il Signore ha voluto suggerirci. Se confidiamo nel suo aiuto, potremo dare una risposta sincera ed esauriente.

Il pane che ci hai donato, o Dio,
in questo sacramento di salvezza,
sia per tutti noi pegno sicuro di vita eterna.
Per Cristo nostro Signore.