8 Settembre 2025
 
Natività Beata Vergine Maria, Festa
 
Mi 5,1-4a oppure Rm 8,28-30; Salmo Responsoriale dal Salmo 12 [13]; Mt 1,1-16.18-23
 
Colletta
Concedi, o Signore, ai tuoi servi il dono della grazia celeste
e poiché la maternità della beata Vergine
ha segnato l’inizio della salvezza,
la festa della sua nascita accresca in noi la pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Catechismo della Chiesa Cattolica 508 Nella discendenza di Eva, Dio ha scelto la Vergine Maria perché fosse  la Madre del suo Figlio. « Piena di grazia », ella è « il frutto più eccelso della redenzione »: fin dal primo istante del suo concepimento, è interamente preservata da ogni macchia del peccato originale ed è rimasta immune da ogni peccato personale durante tutta la sua vita.
509 Maria è veramente « Madre di Dio », perché è la Madre del Figlio eterno di Dio fatto uomo, Dio lui stesso.
510 Maria è rimasta « Vergine nel concepimento del Figlio suo, Vergine nel parto, Vergine incinta, Vergine madre, Vergine perpetua »: con tutto il suo essere, ella è « la serva del Signore » (Lc 1,38).
511 Maria Vergine « cooperò alla salvezza dell’uomo con libero fede e obbedienza ».
Ha dato il suo assenso, « loco totius humanae naturae - in nome di tutta l’umanità »: per la sua obbedienza, è diventata la nuova Eva, madre dei viventi.
 
I lettura: San Paolo sintetizza il contenuto del progetto divino. Predestinare qui ha il significato di decidere “fin dall’inizio”: Dio, fin dall’inizio, ha deciso e voluto che l’uomo sia conforme all’immagine del Figlio. Questa volontà salvifica è un tratto dell’amore del Padre celeste verso le sue creature che vuole salve e reintrodotte come figli nel suo Regno. In ogni caso, l’uomo, per il libero arbitrio, può accettare o rifiutare la volontà salvifica divina: “Ciascuno può, se vuole , il piano di Dio, che perciò in nessuna maniera è predeterminante o assolutamente vincolante per l’uomo. Il passo non offre alcun appiglio a nessuna delle opinioni teologiche che si sforzano di esplorare il mistero della divina «predestinazione». L’unica sicurezza che ha il cristiano è che, se egli corrisponderà all’amore di Dio, niente potrà impedire la sua salvezza: dunque «timore e tremore» (Fil 2,12), ma anche immensa gioia e serenità” (Settimio Cipriani, Le lettere di Paolo).
 
Vangelo
Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.
 
Bibbia di Gerusalemme: La genealogia di Matteo, pur mettendo in rilievo influenze straniere da parte delle donne (vv 3.5.6), si restringe all’ascendenza israelitica del Cristo e mira a ricollegarlo ai principali depositari delle promesse messianiche, Abramo e Davide, e ai discendenti regali di quest’ultimo (2Sam 7,1+, Is 7,14+).
La genealogia di Luca, più universalistica, risale ad Adamo, capo di tutta l’umanità. Da Davide a Giuseppe, le due liste hanno in comune solo due nomi. Questa divergenza si può spiegare, sia con il fatto che Matteo ha preferito la successione dinastica alla discendenza naturale, sia con l’equivalenza posta tra la discendenza legale (legge del levirato, Dt 25,5+) e la discendenza naturale. Il carattere sistematico della genealogia è d’altronde sottolineato in Matteo, con la ripartizione degli antenati di Gesù in tre serie di 7+7 generazioni (cf. Mt 6,9+); ciò obbliga a omettere tre re fra Ioram e Ozia, e a contare Ieconia (vv 11-12) per due (dato che lo stesso nome greco può tradurre i due nomi ebraici affini di Ioiakim e Ioiachin). Le due liste terminano con Giuseppe che è soltanto il padre legale di Gesù: sta il fatto che agli occhi degli antichi la paternità legale (per adozione, levirato, ecc.) bastava a conferire tutti i diritti ereditari: in questo caso, quelli della stirpe davidica.
Ciò non esclude che Maria stessa sia appartenuta a questa stirpe, sebbene gli evangelisti non lo dicano.
 
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 1,1-16.18-23
 
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.
 
Parola del Signore.
 
La triplice serie di 14 nomi - Giovanni Leonardi (L’infanzia di Gesù): Matteo desume i nomi della genealogia fino alla deportazione babilonese dalle genealogie dei Patriarchi e dinasti davidici contenuti nell’Antico Testamento; dopo il ritorno, li desunse parte dalle Cronache e parte dai cataloghi in possesso di ogni famiglia ebrea e conservati, oltre che a memoria, anche in registri familiari fin dall’epoca di Esdra. Matteo riporta tre serie intenzionali (cf. v. 17) di 14 nomi. La prima serie la trovò tale e quale nei testi biblici sopra citati (anche se doveva essere già in essi incompleta con l’omissione di anelli intermedi); la seconda e la terza serie si rivelano invece artificiali e ricercate ad opera dell’evangelista. Così, per esempio, Matteo omette nella seconda serie tre re tra Ioram e Ozia, contenuti invece nei cataloghi regali di 1Cronache 3,10-15 e sembra fondere insieme in Ieconia sia Ioachim che il figlio Ioachin. Matteo deve essere stato spinto a creare tale schema da motivi simmetrici e numerici, ma ancora di più da motivi teologici cari al suo ambiente e che noi possiamo solo indovinare tra i tre seguenti, tutti bene intonati nel contesto:
- Il numero 14 è il doppio di 7 - numero che significava perfezione - e quindi nella genealogia di Gesù si ha la perfezione raddoppiata sommata tre volte; - Il numero 14 è soprattutto la somma delle consonanti ebraiche del nome Davide (Dwd = 4 + 6+4): perciò Gesù era talmente davidico che perfino il numero rappresentato dal suo nome ricorreva tre volte nella sua genealogia;
- oppure Matteo potrebbe aver avuto presente il seguente calcolo: venendo alla fine di 6 settimane di generazione (6x7 = 42) Gesù inaugura l’inizio dell’ultima settimana del giubileo biblico, quella della pienezza dei tempi (24). In tutto questo certamente Matteo segue i gusti dei suoi contemporanei: il simbolismo dei numeri era infatti allora molto in uso ed era amato dagli ebrei. Il quattordicesimo personaggio della terza serie è Gesù: per raggiungere il 14 bisogna contare, oltre Giuseppe, anche Maria: cosa insolita in una genealogia ebraica, dove si computava solo il padre e non la madre; ma qui è intenzionale, dato il caso straordinario della nascita verginale di Gesù da Maria ad opera dello Spirito Santo.
 
Giuseppe pensò di ripudiare Maria in segreto - Giuseppe nel racconto di Matteo della nascita di Gesù è il personaggio centrale, mentre nel racconto di Luca è Maria.
Giuseppe... poiché era uomo giusto... pensò di ripudiarla in segreto. Avendo notato nella promessa sposa i segni evidenti della maternità, decide di licenziarla. La decisione è motivata dal fatto che nella società ebraica «i fidanzamenti giudaici comportavano un impegno così reale che il fidanzato era già chiamato “marito” e poteva disimpegnarsi solo per mezzo di un “ripudio formale”» (Bibbia di Gerusalemme). E poiché il ripudio legale avrebbe esposto inevitabilmente Maria a pubblica diffamazione decide di licenziarla in segreto.
Maria potrebbe rivelare al suo sposo i mirabili misteri che avvenivano in Lei, ma non lo fa. Forse per pudore, ma ancora meglio per la sua umiltà. Ella infatti si ritiene, nei confronti di Dio, di essere la sua serva (Lc 1,38.48). Non può, né desidera, perciò, prevenire la volontà del suo ‘Padrone celeste’, ma lascia che Dio stesso scelga il tempo e il modo più idoneo per rivelare la sua opera agli uomini.
Giuseppe, poiché è uomo giusto, (questo significa che era abituato a scandagliare la volontà di Dio accettandola come norma di vita), certamente comprende subito di trovarsi davanti a un grande mistero. Per questo ritiene opportuno non dare alcun giudizio sulla sua promessa sposa di cui indubbiamente conosceva anche le preclari virtù.
La giustizia «di Giuseppe consiste nel fatto che egli non vuole coprire con il suo nome un bambino di cui ignora il padre, ma anche nel fatto che, per compassione, rifiuta di consegnare Maria alla procedura rigorosa della Legge (Dt 22,20s), la lapidazine» (Bibbia di Gerusalemme). Sarà Dio stesso a dissipare ogni turbamento e dubbio dall’animo di Giuseppe. Mentre questi stava per mettere in atto la sua decisione, Dio gli invia un angelo in sogno che gli rivela tutto il mistero della maternità divina di Maria.
Giuseppe non tarda ad accogliere la volontà di Dio divenendo in questo modo la «figura centrale della realizzazione della nascita “messianico davidica”: è lui il destinatario mediante il “sogno della rivelazione riguardante Gesù e il motivo della sua nascita; è lui l’ultimo della genealogia a dare “origine” giuridica del messia; è lui che, come “giusto” secondo la Legge, vorrebbe osservarla mandando via la sposa, tuttavia accoglie la “parola” di Dio che supera la Legge e la fa “adempiere” “facendo come l’angelo del Signore gli aveva comandato”» (Teodoro Pullez).
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta... Matteo ama fare ricorso alle profezie dell’Antico Testamento (Cf. 1,23; 2,5.15.17.23; 3,3; 4,14; 8,17; 12,17; 13,14.35; 21,4; 26,56; 27,9). Questo è «l’espediente usato dall’evangelista per sottolineare la continuità tra la tradizione biblica e gli avvenimenti della vita di Gesù. L’idea di “adempimento” non deve necessariamente essere presa ad indicare la fine o lo svuotamento della tradizione anticotestamentaria. Per Matteo e la sua comunità la tradizione manteneva tutta la sua importanza e trovava la sua pienezza nella persona di Gesù» (Daniel J. Harrington).
Ecco, la vergine concepirà... L’evangelista Matteo citando Isaia 7,14 (Settanta) usa phartenos (vergine) per tradurre l’ebraico alma (giovane donna). In questo modo mette in evidenza l’antica fede della Chiesa che ha sempre creduto nel concepimento verginale di Gesù: «Giuseppe... prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). Proprio, accogliendo questi testi, la Tradizione cristiana ha sempre professato, con profonda convinzione, la perenne verginità di Maria.
... sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. La traduzione che fa Matteo, nel citare la profezia di Isaia, si discosta dal testo originale. In Matteo c’è un noi, che è riferito alla Chiesa. Il nuovo Israele esprime così la fede e la certezza che Gesù risorto è con lei.
Destatosi dal sonno, Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo e prende con sé la sua sposa. In questo gesto umile di profonda obbedienza alla volontà di Dio, brilla l’azione di Dio che travalica i tanti chiaroscuri della fragilità umana.
 
La portata cristologica dell’annunciazione a Maria - Ortensio Da Spinetoli (Annunciazione in Schede Bibliche Pastorali - Vol. I): La notizia della nascita di Gesù in Matteo (1,18-25) viene data con lo stesso schema delle nascite straordinarie: concezione miracolosa (1,16-18), angoscia di Giuseppe (1,19), intervento soprannaturale, conferma della nascita del figlio (1,21), assegnazione del nome e rivelazione del suo avvenire (1,21). Egualmente tramite apparizioni viene annunciata la fuga in Egitto (2,13-15). Il ritorno e l’insediamento a Nazaret (2,19-23). C’è molta somiglianza, ma forse non perfetta identificazione con l’annuncio.
[...] Al centro dell’annuncio c’è il Messia: la sua persona e la sua missione. In particolare, è messa innanzitutto in rilievo l’origine davidica di Gesù, ossia la sua dignità e sovranità regale. Basti confrontare il testo di Luca con due passi veterotestamentari: Is 9,5-6 e 2Sam 7,13: «Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc l,32b-33); «Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità...; grande sarà il suo dominio e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul regno che egli viene a consolidare e rafforzare» (Is 9,5-6); «Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno» (2Sam 7,13).
In realtà il riallaccio di Gesù al casato di David è solo esterno, giuridico più che reale; esso avviene tramite Giuseppe e non la Vergine, la cui discendenza davidica è ignota o almeno non è messa in rilievo dall’evangelista, ma ciò non confonde l’autore.
Gesù non è un, ma il discendente davidico. Iddio ha realizzato in lui quanto i profeti avevano annunciato per «il figlio di David». L’appellativo davidico è per ciò una designazione comune che raccoglie il primo messianismo biblico, dinastico e regale.
Esso si eredita per elezione (divina) e non per successione.
La trascendenza o divinità del Messia sembra annunciata dall’epiteto «figlio di Dio», che l’angelo assegna al fanciullo (1,35). Ma la conclusione non si impone con piena evidenza. Nel suo uso biblico ed extrabiblico, l’appellativo può avere anche un valore metaforico come in 2Sam 7,4 («Tu sarai per me un figlio ed io sarò per te un padre»), Sal 2,7 («Tu sei mio figlio io oggi ti ho generato»), ecc.
L’espressione, più che una naturale discendenza da Dio (idea troppo ardua e troppo estranea alla mentalità ebraica), serviva a indicare la particolare protezione che Dio assicurava ai suoi inviati. Però quando l’evangelista scriveva, il concetto della filiazione divina era già comune.
Una conclusione più assertiva, anche se meno evidente, sulla trascendenza del Messia si può dedurre dall’«adombrazione» annunciata nel terzo momento dall’angelo: «Lo Spirito santo scenderà sopra di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra; per questo il bambino che nascerà da te sarà chiamato santo, figlio di Dio» (1,35).
Può sembrare un eufemismo per designare in termini plausibili la concezione verginale; in realtà è un genere letterario biblico ordinato a rievocare o significare la divina presenza in mezzo a Israele (Es 40,34; Nm 19,9; 34,5). La nube, la colonna di fuoco o di fumo erano egualmente i simboli più appropriati della continuata presenza di Jahvé in mezzo al popolo. Non potendo apparire visibilmente, egli attestava la sua presenza (realmente o letterariamente) con l’immagine più immateriale che l’israelita potesse conoscere.
La frase quindi non fa che ripetere, in forza del parallelismo, la precedente: «Lo Spirito santo verrà sopra di te». L’adombrazione designa un intervento personale di Dio nella concezione del bambino, per cui questi sarà chiamato figlio di Dio. Se, invece che sul santuario, la nube si posa sulla persona di Maria, vuol dire che lei ne ha preso il posto. In altre parole, in lei Dio abita come un tempo abitava nel tempio.
 
Il salvatore dal peccato - Anonimo (Opera incompleta su Matteo, omelia 1): Tutto ciò avvenne. Tutto cosa? Che la vergine andasse in sposa a un suo congiunto, che si mantenesse casta, che l’angelo parlasse in sogno a Giuseppe, che quest’ultimo ricevesse l’ordine di accogliere la sua sposa, che Gesù fosse il nome del fanciullo, che la vergine generasse il Salvatore del mondo. Affinché si adempisse quanto era stato detto dal Signore per mezzo del profeta (Is 7, 14): Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio. La grazia è testimoniata dai profeti sia perché siano in armonia il Vecchio e il Nuovo Testamento sia per dare soddisfazione alla debolezza di ingegno degli eruditi sia perché non sembri che per caso si manifesti improvvisamente ciò che era stato predetto tanto tempo prima.
 
Il Santo del giorno - 8 Settembre 2025 - Natività della Beata Vergine Maria . La  Bibbia e i Padri della Chiesa (I Padri Vivi):  Gli inizi della festa della Natività di Maria occorre cercarli nella Chiesa di Gerusalemme. Gli apocrifi presentavano diversi particolari dall’infanzia di Maria, collocando il luogo della sua nascita presso il tempio di Gerusalemme. Già dal V secolo, i pellegrini che giungevano alla Città Santa visitavano la chiesa della Beatissima Vergine «nel luogo della sua natività». Sembra che agli inizi di questa festa stia la solennità della dedicazione di quella basilica. È l’attuale basilica di sant’Anna, dove fino ad oggi è venerata la figurina di Maria come piccola bambina. Da Gerusalemme, la festa passa a Costantinopoli. In Occidente, la incontriamo per la prima volta nel calendario di Sonnanzio, vescovo di Reims (614-631). Durante il pontificato di papa Sergio (687-701), la festa assume a Roma una grande importanza e viene annoverata tra le quattro Solennità mariane, che furono dotate di processioni. Nel Medioevo, la festa avrà la sua ottava e la sua vigilia.
La Chiesa celebra oggi la Natività di Maria, alla quale elargisce molti e grandi titoli. Lei è la Santa Madre di Dio, Madre della divina grazia, Madre ammirabile, Sede della Sapienza, Tempio dello Spirito Santo, Arca dell’alleanza e Porta del Cielo, Regina degli angeli e Regina di tutti i santi. Maria è Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Ecco perché la Chiesa, che celebra la nascita dei santi al cielo, cioè il giorno della loro morte, per Maria fa eccezione. La sua venuta al mondo divenne la speranza e l’aurora della salvezza per tutto il genere umano. Da lei, il Figlio di Dio prenderà la natura umana; da lei sorgerà il Sole di Giustizia Cristo nostro Dio. La nascita di Maria ha avvicinato la salvezza del mondo. La vita della Chiesa è concentrata nel mistero di Cristo; Cristo per la Chiesa è tutto; ed è per questo che la Chiesa non si accontenta di celebrare la nascita del Sole; essa veglia già quando appare l’aurora.
 
Esulti, o Signore, la tua Chiesa che hai nutrito
di questi santi misteri
nella gioiosa celebrazione della nascita
della beata Vergine Maria,
speranza e aurora di salvezza per il mondo intero.
Per Cristo nostro Signore.
 
7 Settembre 2025
 
XXIII Domenica T. O.
 
Sap 9,13-18; Salmo Responsoriale Dal Salmo 89 (90); Fm 1,9b-10.12-17; Lc 14,25-33
 
Colletta
O Dio, che ti fai conoscere
da coloro che ti cercano con cuore sincero,
donaci la sapienza del tuo Spirito,
perché possiamo diventare veri discepoli
di Cristo tuo Figlio,
vivendo ogni giorno il Vangelo della Croce.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
 
Apostolicam actuositatem 4: Nel pellegrinaggio della vita presente, [i laici] nascosti con Cristo in Dio e liberi dalla schiavitù delle ricchezze, mentre mirano ai beni eterni, con animo generoso si dedicano totalmente ad estendere il regno di Dio e ad animare e perfezionare con lo spirito cristiano l’ordine delle realtà temporali.
Nelle avversità della vita trovano la forza nella speranza, pensando che «le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria futura che si rivelerà in noi» (Rm 8,18).
Spinti dalla carità che viene da Dio, operano il bene verso tutti e in modo speciale verso i fratelli nella fede (cfr. Gal 6,10) «eliminando ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie, e tutte le maldicenze» (1Pt 2,1), attraendo così gli uomini a Cristo.
La carità di Dio, «diffusa nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), rende capaci i laici di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesù povero, non si deprimono nella mancanza dei beni temporali, né si inorgogliscono nella abbondanza di essi; imitando Gesù umile, non diventano avidi di una gloria vana (cfr. Gal 5,26), ma cercano di piacere più a Dio che agli uomini, sempre pronti a lasciare tutto per Cristo (cfr. Lc 14,26) e a soffrire persecuzione per la giustizia (cfr. Mt 5,10), memori delle parole del Signore: «Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Coltivando l’amicizia cristiana tra loro si offrono vicendevolmente aiuto in qualsiasi necessità.
 
I Lettura: Il libro della Sapienza vuol porre dei paletti intorno all’uomo affinché funzionino come freno alla sua smodata, e a volte sfacciata, arroganza o autoesaltazione. Anche se capace di raggiungere profonde conoscenze nei diversi rami dello scibile umano, l’uomo da se stesso è incapace di conoscere la volontà di Dio, cosa estremamente necessaria perché egli si autorealizzi innanzi tutto come progetto di Dio. L’uomo è limitato nella capacità conoscitiva da innumerevoli e gravi difficoltà concrete di ordine fisico, psichico e morale: la fragilità della vita, il peccato, il deleterio influsso della società ..., ha bisogno, quindi, della sapienza divina per entrare nel mondo di Dio, per conoscersi e per conoscere il suo cammino. Solo la sapienza rende l’uomo gradito a Dio.
 
Salmo: «Questo salmo riassume la speranza comune del genere umano: 1° Il Signore è il nostro rifugio, dai primi giusti della storia fino agli ultimi. 2° Preghiera: Passi l’uomo come l’erba, tra un mattino ed una sera. Infatti, per aver meritato la tua ira, siamo decaduti. Ma volgiti ancora verso di noi: accogli la nostra supplica. 3° Il Signore risponde con la speranza della risurrezione. Il salmista grida: Siamo stati saziati al mattino. Il mattino è la risurrezione. Siamo stati saziati, come fosse già avvenuta. Infatti la speriamo con fede certa, poiché il Cristo è già risorto» (Ruperto Di Deutz).
 
II Lettura: Le pene inflitte agli schiavi, considerati beni patrimoniali, erano severissime. Fustigati per un nonnulla o condannati ai lavori più duri, come ad esempio girare, stando in catene, la pesante ruota di pietra vulcanica del mulino, lavoro solitamente affidato alle bestie, spesso venivano sottoposti alla tortura dell’eculeus, uno strumento che stirava il corpo e spezzava le giunture. Quelli che tentavano la fuga erano marchiati a fuoco in fronte e solitamente sottoposti al crurifragium che era la frattura violenta degli stinchi. Veniva punito anche chi accoglieva i fuggitivi. Così si comprende perché Paolo si premura a rimandare Onèsimo, uno schiavo fuggitivo che egli aveva convertito durante la sua prigionia romana, al suo vecchio padrone, Filemone, ricco proprietario che si era fatto cristiano. L’apostolo invita il padrone a trattarlo «come un fratello carissimo» e «come se stesso» (Fm 16-17). Seppure senza condannare direttamente l’istituto della schiavitù, Paolo ne cambia l’anima: lo schiavo non è più una cosa, è un fratello.
 
Vangelo
Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
 
Con parole chiare, e mediante due severissime parabole, vengono enunciate le condizioni poste a chi intende seguire Gesù come discepolo: distacco dai parenti, portare la propria croce, rinunziare ai beni.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
 
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. 
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
 
Parola del Signore.
 
Chi non porta la propria croce ... - L’entusiasmo della folla non si affievolisce, e il seguito che accompagna il giovane Maestro si ingrossa come un fiume in piena: Gesù è in viaggio verso la Città santa ed è accompagnato da una «folla numerosa».
Potrebbe fare piacere a chiunque questo consenso popolare, ma non al Cristo il quale ha sempre evitato certe manifestazioni di piazza. Inoltre, ha sempre dettato, senza infingimenti, norme ed esigenze per porsi alla sua sequela (Cf. Lc 9,57-62).
Ora, rivolgendosi alla «folla numerosa» che andava con lui, Gesù pone come condicio sine qua non il distacco dagli affetti e dai legami parentali, l’obbligo di seguirlo per l’irta salita del Calvario e la rinunzia ai beni.
Quindi, per essere veramente annoverati tra le fila dei suoi discepoli, è necessario compiere la scelta radicale di anteporre lui ad ogni persona o cosa, preferendolo anche ai familiari e alle persone più care.
Un enorme sacrificio se pensiamo che ai tempi di Gesù il cardine di ogni relazione o convi­venza sociale poggiava sull’istituzione della famiglia e del clan, una sorta di famiglia allargata.
Se uno... non mi ama più di quanto ami suo padre... Gesù esplicita in questo modo una gerarchia di valori, Dio viene al primo posto gli uomini al secondo.
Gesù non domanda disinteresse o indifferenza verso i propri cari, ma il distacco completo e immediato (Cf. Lc 9,57-62) e non intende infrangere la Legge di Dio (il quarto comandamento), ma vuole orientare l’uomo a scegliere i veri valori che contano, in questo caso il vero valore che conta è Dio. Ad una scelta orizzontale, parenti, genitori, figli, Gesù impone al discepolo una scelta verticale: gli affetti familiari praticamente devono essere gradini che devono slanciare l’uomo verso Dio.
La seconda condizione è portare la croce. Di lì a poco, Gesù, dalle parole sarebbe passato ai fatti sfilando per le vie di Gerusalemme gravato dal peso insopportabile della croce sulla quale sarebbe morto svenato per la salvezza di tutti gli uomini.
Il verbo «portare» (bastazo) significa portare qualcosa di molto pesante, che opprime. Il verbo (attivo indicativo presente) descrive un’azione che si sta svolgendo ora, in questo momento, con tendenza a durare verso un immediato futuro.
La croce è quella di Gesù senza orpelli aggiuntivi, senza interpretazioni metaforiche.
È il ruvido legno con annessi e connessi: persecuzioni, ingiurie, torture, delazioni, calunnie, odio gratuito... «quegli avvenimenti voluti o permessi da Dio, che ci fanno violenza, ci umiliano, ci causano dolore e pena e ci mettono alla prova in diverse maniere. Portare la croce significherà quindi entrare nelle intenzioni di Dio, che vede in questi avvenimenti degli strumenti della nostra salvezza; accettare o ricercare queste contrarietà come mezzi per far progredire il regno di Dio in noi e intorno a noi. Perché la croce sia meritoria per il Regno dei cieli deve essere accettata per amore di Dio; per volere seguire Cristo, bisogna volere tutto ciò che esige il suo amore» (Emilio Spinghetti).
Tanto richiede la vita cristiana: all’adorazione e all’amore è necessario aggiungere la riparazione e il patire. Quest’ultimo accettato volontariamente come stile di vita e non con entusiasmo effimero, con slancio di un’ora o di una settimana, ma «ogni giorno», senza sconti, senza respiro, senza riposo, fino alla fine: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23). Chi vuol farsi compagno di Cristo, il patire è il distintivo irrinunciabile di questa scelta.
Con le due parabole, del costruttore e del re che muove guerra, Gesù vuole suggerire come la sequela cristiana comporti cautela, maturazione, serietà, propositi fermi. La scelta cristiana «non è cosa da poco, che si può fare a cuor leggero, con superficialità, senza soppesare la gravità dell’impegno che ci si assume. Pur ammettendo una gradualità, l’essere cristiano non è un distintivo o un diploma honoris causa, ma una decisione di volere mettere le proprie capacità, i propri talenti, il proprio tempo a disposizione di tutti prima che di se stessi, persino i propri averi» (Ortensio Da Spinetoli).
Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi... Quello di Gesù non è un pauperismo a buon mercato o di bassa lega: la ricchezza è un pericolo mortale (Cf. 1Tm 6,10) e chi ha voluto giocare con essa ha riportato a casa le ossa rotte. Possono esserci delle eccezioni, avere delle ricchezze e non attaccarsi ad esse, ma sono solo eccezioni: è più facile che un cammello passi per una cruna d’ago che un ricco entri nel regno dei cieli (Cf. Lc 18,25).
 
Distacco dai beni terreni - A. Valsecchi (Ricchezze, Schede Bibliche Pastorali): La mentalità propria di Gesù riguardo alle ricchezze incomincia a manifestarsi nella vocazione degli apostoli e discepoli. Numerose pericopi ce la rivelano.
Ci sono anzitutto i brani che riferiscono la chiamata di Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni (Mt. 4,18-22 = Mc. 1,16-20; Lc. 5,1-11) e di Matteo (Mt. 9,9-13 = Mc. 2,13-17; Lc. 5,27-32): da essi risulta che Gesù chiede a coloro che chiama (e si tratta anche, nel caso dei primi quattro, di persone di un certo censo) un effettivo e completo distacco dai beni terreni. C’è al riguardo un’interessante progressione tra i tre sinottici: per Marco, «essi, lasciato il padre Zebedeo sulla barca con gli operai, lo seguirono» (1,20); per Matteo, «essi subito, lasciando la barca e il padre, lo seguirono» (4,22); mentre Luca marca chiaramente la totalità del distacco: «tirate le barche a terra, lasciando ogni cosa, lo seguirono» (5,11). La stessa annotazione vale per la vocazione di Matteo: mentre Marco (2,14) e Matteo (9,9) dicono che all’appello di Gesù, Levi «si alzò e lo seguì», Luca (5,28) precisa che «lasciando tutto, si alzò e lo seguì».
Né questo distacco è provvisorio, ma pone i chiamati in una definitiva condizione di povertà. Così, nell’inviare i dodici in missione, Gesù impone nuovamente loro una completa povertà: niente pane, niente bisacce, niente denaro, anzi - come precisano Mt. 10,10 e Lc. 9,3 (contro Mc. 6,8) - neppure il bastone, né i sandali. E che essi vivano di fatto in stato di povertà, risulta chiaro dal significativo episodio delle spighe di grano (Mt. 12,1-4 = Mc. 2,23-28; Lc. 6,1-5), come pure dai cenni di Luca dai quali si arguisce che il piccolo colle­gio viveva praticamente di elemosina (8,1-3). Insomma, la sequela di Gesù domanda una rinuncia «a tutto quello che (si) ha» (Lc. 14, 33) (Mt. 10).
 
Mt. 10,9-10: Non procuratevi oro, né argento, né  bronzo nelle vostre cinture, né sacche per il viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastoni...
 
Un uguale distacco è richiesto al giovane ricco (che sia giovane è Matteo a dirlo), nell’episodio che tutt’e tre i sinottici ricordano. Gli fa seguito un commento generale di Gesù sulla ricchezza che già allarga il discorso oltre la cerchia dei primi «chiamati» dal Maestro.
Si tratta di un «buon ricco» (ha osservato e osserva le legge), al quale è domandato un distacco effettivo (vendere o donare) e totale, senza del quale non si può essere discepoli di Gesù. Ma non sembra che si tratti di una vocazione particolare o solo di consiglio: anche se alcuni tratti lo fanno pensare (e può darsi che in questo senso sia suonato inizialmente l’invito in bocca a Gesù), nel contesto attuale del vangelo questo appello non è affatto presentato come riferentesi a una perfezione supererogatoria: si tratta né più né meno che delle esigenze del regno. Ed è proprio la grave difficoltà dei ricchi a spogliarsi dei loro beni, che addolcisce la richiesta, lasciando pensare che si tratti di un consiglio: «se vuoi essere perfetto», ispira il commento scoraggiato ed estremamente vigoroso di Gesù (con la nota immagine del cammello e della cruna d’ago); ove la ricchezza tende ad apparire in se stessa un male, almeno sotto il profilo storico-esistenziale, perché costituisce - come tale - per chi non vuole disfarsene un ostacolo umanamente insuperabile per la sal­vezza e per il regno (Mt. 19).
 
Mt. 19,20-24: Gli disse il giovane: «Tutte queste cose (i comandamenti) le ho osservate; che cosa mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’ vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» Ma udita questa parola, il giovane se ne andò triste; aveva infatti molte ricchezze. E Gesù disse ai suoi discepoli: «In verità vi dico: un ricco difficilmente potrà entrare nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: È più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel regno dei cieli» (Si veda tutto il passo: Mt 19,16-30; Mc 10,17-31; Lc 18,18-30).
 
Schiavitù - C. Augrain (Dizionario di Teologia Biblica) - Il problema sociale: È utile osservare anzitutto che nella Bibbia la stessa parola designa ad un tempo il servo e lo schiavo. Certamente la legge accetta la schiavitù propriamente detta, come un uso corrente (Es 21,21); ma ha sempre mirato ad attenuarne il rigore, testimoniando in tal modo un autentico senso di umanità. Pur essendo proprietario del suo schiavo, il padrone non ha tuttavia il diritto di maltrattarlo a piacer suo (Es 21,20.26 s). Se si tratta di uno schiavo ebreo, la, legge si mostra ancora più restrittiva. Salvo il consenso dell’interessato, proibisce la schiavitù a vita: il codice dell’alleanza ordina la liberazione settennale (Es 21,2); più tardi, il Deuteronomio correda questa liberazione di attenzioni fraterne (Deus 15,13 s); dal canto suo la legislazione levitica istituirà una liberazione generale in occasione dell’anno giubilare, forse per supplire alla non applicazione delle misure precedenti (Lev 25,10; cfr. Ger 34,8). Infine la legge vuol far passare lo schiavo ebreo allo statuto di salariato (Lev 25,39-55), perché i figli di Israele, liberati da Dio dalla schiavitù di Egitto, non possono più essere schiavi di un uomo. Il problema della schiavitù si è nuovamente posto nelle comunità cristiane del mondo grecoromano. Paolo l’ha incontrato specialmente a Corinto. La sua risposta è fermissima: quel che ormai ha importanza non è questa o quella condizione sociale, ma la chiamata di Dio (1Cor 7,17 ...). Lo schiavo farà dunque il suo dovere di cristiano servendo al suo padrone «come a Cristo» (Ef 6,5-8). Il padrone cristiano comprenderà che lo schiavo è suo fratello in Cristo; lo tratterà fraternamente e saprà anche affrancarlo (Ef 6,9; Filem 14-21). Di fatto nell’uomo nuovo non esiste più la vecchia antinomia schiavo-uomo libero; ciò che soltanto importa «è di essere una nuova creatura» (Gal 3,28; 6,15).
II. Il tema religioso - Liberato dalla schiavitù ad opera di Dio, Israele vi ricadeva se era infedele (Giud 3,7s; Neem 9,35 s). Ha così imparato che peccato e schiavitù vanno di pari passo, ed ha sentito il bisogno di essere liberato dalle sue colpe (Sal 130; 141,3 s). Il NT rivela ancor meglio questa miseria più profonda: dopo che, per opera di Adamo, il peccato è entrato nel mondo, tutti gli uomini gli sono interiormente asserviti e nello stesso tempo piegano sotto il timore della morte, suo inevitabile salario (Rom 5,12..., 7,13-24; Ebr 2,14 s). La legge stessa non faceva che rafforzare questa schiavitù. Soltanto Cristo era in grado di spezzarla, perché egli era il solo su cui il principe di questo mondo non avesse potere alcuno (Gv 14,30). Egli è venuto a liberare i peccatori (Gv 8,36). Per spezzare la loro schiavitù ha accettato di assumere egli stesso una condizione di schiavo (Fil 2,7), una carne simile a quella del peccato (Rom 8,3), e di essere obbediente fino alla morte di croce (Fil 2,8). Si è fatto il servo non soltanto di Dio, ma degli uomini, che in tal modo ha redento (Mt 20,28 par; cfr. Gv 13,1-17). Meglio degli Ebrei liberati dall’Egitto, i battezzati sono quindi divenuti i liberti del Signore, o se si vuole, gli schiavi di Dio e della giustizia (1Cor 7,22 s; Rom 6,16-22; cfr. Lev 25,55). Ormai sono liberati dal peccato, dalla morte, dalla legge (Rom 6-8; Gal 5,1). Da schiavi, sono divenuti figli nel Figlio (Gv 8,32-36; Gal 4,4-7.21-31). Ma, liberi nei confronti di tutti, si fanno nondimeno servi e schiavi di tutti, sull’esempio del loro Signore (1Cor 9,19; Mt 20,26-27 par.; Gv 13,14 ss). Perché se il servizio dell’uomo è incidentale e se la schiavitù del peccato e della carne è anormale, il servizio di Dio e dei fratelli costituisce la vocazione stessa del cristiano.
 
Essere un discepolo di Gesù - Basilio di Cesarea, Sul battesimo 1, 1: Lo stesso Figlio unigenito del Dio vivente, colui che è stato mandato dal Padre non per giudicare il mondo ma per salvare il mondo, fedele a se stesso e intento ad adempiere la volontà di Dio, buono e suo Padre, aggiunge a questa severa dichiarazione l’insegnamento che ci rende degni di diventare suoi discepoli.
Egli dice: Se un qualche uomo viene a me e non odia suo padre e sua madre, e sua moglie e i figli e i fratelli e le sorelle e, proprio così, perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Questo odio non mette in noi l’intenzione di tramare insidie, ma ispira la virtù della pietà portandoci a disubbidire alla voce di coloro che volessero distogliercene. E: Chiunque non porti la propria croce e non venga dietro di me, non può essere mio discepolo, cosa che riteniamo d’aver pattuito mediante il battesimo nell’acqua, professando di essere stati crocifissi con lui, di essere morti con lui, di essere stati sepolti con lui e via di seguito, secondo quanto sta scritto.
 
Il Santo del giorno - 7 Settembre 2025 -  Beato Claude-Barnabas Laurent de Mascloux, Sacerdote e Martire: Claude-Barnabas Laurent de Mascloux nacque a Dorat, con tutta sicurezza l’11 giugno 1735, giorno in cui fu battezzato. Fu ordinato sacerdote nel 1759 e venne nominato canonico della collegiata della sua città natale, come due suoi fratelli.
Lo scoppio della Rivoluzione francese portò, tra l’altro, alla soppressione dei capitoli religiosi. I fratelli Laurent si rifiutarono di prestare giuramento sulla Costituzione Civile del Clero, per cui il Consiglio generale del distretto di Dorat ordinò d’imprigionare loro e molti altri sacerdoti il 14 maggio 1793.
Vennero tutti condotti a Limoges e detenuti a La Visitation, da cui, più tardi, Claude venne condotto a La Regle. Tutti i suoi beni, mobili e immobili, gli vennero confiscati. Condannato alla deportazione, partì con i fratelli verso Rochefort il 25 febbraio 1794.
Venne imbarcato sulla nave-deposito, impropriamente detta pontone, «Les Deux-Associés». L’imbarcazione non partì mai, sia perché fatiscente, sia perché il blocco navale imposto dall’esercito francese impediva di salpare in mare aperto.
Morì nella notte tra il 6 e il 7 settembre 1794, affrontando la morte con calma e rassegnazione.
Fu beatificato dal Papa san Giovanni Paolo II il 1° ottobre 1995, compreso in un elenco di sessantaquattro sacerdoti e religiosi, i soli, fra quanti erano deceduti nei pontoni di Rochefort, di cui si era potuta reperire sufficiente documentazione. (Autore: Emilia Flocchini)
 
O Padre, che nutri e rinnovi i tuoi fedeli
alla mensa della parola e del pane di vita,
per questi grandi doni del tuo amato Figlio
aiutaci a progredire costantemente nella fede,
per divenire partecipi della sua vita immortale.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
 
 6 Settembre 2025
 
Sabato della XXII Settimana T. O.
 
Col 1,21-23; Salmo Responsoriale Dal Salmo 53 (54); Lc 6,1-5
 
Colletta:  
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
… per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili: Benedetto XVI (Udienza Generale, 13 Aprile 2011): Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo? Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui - Cristo - (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. Al centro del disegno divino c’è Cristo, nel quale Dio mostra il suo Volto: il Mistero nascosto nei secoli si è rivelato in pienezza nel Verbo fatto carne. E Paolo poi dice: “È piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui tutta la pienezza” (Col 1,19). In Cristo il Dio vivente si è fatto vicino, visibile, ascoltabile, toccabile affinché ognuno possa attingere dalla sua pienezza di grazia e di verità (cfr. Gv 1,14-16). Perciò, tutta l’esistenza cristiana conosce un’unica suprema legge, quella che san Paolo esprime in una formula che ricorre in tutti i suoi scritti: in Cristo Gesù. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. È l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29). E sant’Agostino esclama: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te” (Confessioni, 10,28). Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla Chiesa, parla con chiarezza della chiamata universale alla santità, affermando che nessuno ne è escluso: “Nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e … seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria” (n. 41).
 
I Lettura: Josè Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Riconciliare è cercare una situazione nuova - Terminato l’inno cristologico nel quale ha messo in evidenza e con insistenza la supremazia assoluta di Cristo nell’ordine universale della salvezza, Paolo discende ora al piano che potremmo chiamare orizzontale.
La supremazia di Cristo è così assoluta, che esaurisce, per così dire, la possibilità che gli uni si sollevino contro gli altri. E così si spiega come quelli che, un tempo, erano « gli altri », quelli di fuori, i non iniziati, ora siano divenuti « uguali », possessori dello stesso diritto e anche con le stesse possibilità di venir meno degli altri.
È quello che Paolo vuole indicare con la « riconciliazione » (« apokatallàssein »). Questa parola greca, nella sua radice, vuol dire « rendere altro ». La pace che Dio offre al mondo per mezzo di Cristo non lascia il mondo come era, cioè diviso in esseri « diversi », ma tende a superare questa situazione e a crearne una completamente nuova.
Per conseguenza qualsiasi tipo di riconciliazione che comporti sottomissione degli uni agli altri non proviene da Dio. La riconciliazione esige, in primo luogo, un dialogo. Ma il dialogo è appunto quello che dice la stessa parola: « légein dia », cioè conversare attraversando. I due componenti del dialogo tentano di cercare insieme una nuova situazione diversa da quella in cui si trovavano quando hanno iniziato il dialogo.
A volte gli stessi responsabili della Chiesa hanno inteso la riconciliazione delle classi come una falsa stretta di mano fra due tipi umani socio-economicamente diversi. E, in questo modo, si è cercato di battezzare una morale e una mistica dell’« interclassismo »: la Chiesa farebbe da intermediaria perché i padroni non abusino del loro potere e gli schiavi non si impegnino in un vero processo di liberazione.
La riconciliazione della quale parla Paolo va molto oltre quello che esiste: bisogna essere disposti a creare una situazione nuova nella quale tutti siano ugualmente figli dell’unico padre che è Dio.

Giuliani Vigini (Salmi e Libri Sapienziali) - Salmo 53 (54): Salmo di supplica. Si invoca l’aiuto del Signore (3-4) contro i malvagi che attentano alla vita del salmista (5). Il Signore ascolta la preghiera del servo che confida in lui (6), disperdendo i nemici che lo assalgono (7). La lode è l’atto finale di ringraziamento per l’intervento di Dio (8-9).
 
Vangelo
Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?
Per i farisei raccogliere le spighe in giorno di sabato era ritenuto una violazione del riposo sabbatico (Es 34,21). Gesù dapprima rinvia alle Scritture, citando un episodio che si legge in 1Sam 21 (vv. 1-7). Il vostro ragionamento - sembra dire Gesù - è contraddetto dalle stesse Scritture che voi dite di venerare, di rispettare, e di esserne maestri. Poi, addita se stesso come “signore del Sabato”, e come “signore del sabato” lo subordina al bene dell’uomo. In quanto Dio, Gesù ha l’autorità per farlo.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,1-5
 
Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».
 
Parola del Signore
 
Bruno Maggione (Il racconto di Luca): Comunemente raccogliere le spighe in giorno di sabato era già ritenuto una violazione del comandamento. Luca rafforza la violazione aggiungendo che «le sfregavano con le mani». L’osservanza del sabato era uno dei precetti divini più chiari, più indiscussi, quasi una tessera di riconoscimento del vero credente. Non sorprende che i farisei chiedano ai discepoli spiegazioni: «Perché fate ciò che non è lecito fare di sabato?».
Come sempre, Gesù risponde direttamente, come se la domanda fosse stata rivolta solo a Lui. La sua risposta è in due tempi. Dapprima rinvia alle Scritture, citando un episodio che si legge nel primo libro di Samuele 21,1-7. Il vostro ragionamento - sembra dire Gesù - è contraddetto dalle stesse Scritture che voi venerate.
Ma poi subito afferma - ed è questa la vera risposta - che «il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Sta qui il profondo contrasto fra i farisei e e Gesù, che non si riduce a una maggiore o minore rigorosità nell’osservanza delle regole. Non si tratta di introdurre qualche eccezione in più in una regola che però resta immutata. Si tratta di cambiare la radice della legge. Gesù è signore del sabato e lo subordina al bene dell’uomo. Ha l’autorità per farlo.
 
Giustificati in Gesù Cristo - Iacques Guillet: 1. L’impotenza della legge. - Il legalismo giudaico in cui fu educato il fariseo Paolo credeva, se non proprio di conseguire ciò che forse il VT fa presentire, almeno di dovervi tendere: poiché la legge è l’espressione della volontà di Dio ed è alla portata dell’uomo (cfr. Deut 30,11 - infatti, alla portata della sua intelligenza: intelligibile e facile da conoscere), basta che l’uomo la osservi integralmente per potersi presentare davanti a Dio ed essere giustificato.
L’errore del fariseo non sta in questo sogno di poter trattare Dio secondo la giustizia, come merita di essere trattato; sta nell’illusione di credere di potervi giungere con le proprie risorse, di voler trarre da se stesso l’atteggiamento che raggiunge Dio e che Dio attende da noi. Questa perversione essenziale del cuore, che vuole avere «il diritto di gloriarsi di fronte a Dio» (Rom 3,27), si traduce in un errore fondamentale nell’interpretazione dell’alleanza, che dissocia la legge dalle promesse, scorgendo nella legge il mezzo di essere giusto di fronte a Dio e dimenticando che questa stessa fedeltà non può essere se non opera di Dio, attuazione della sua parola.
2. Gesù Cristo. - Ora Gesù Cristo fu realmente «il giusto » (Atti 3,14); fu davanti a Dio esattamente ciò che Dio attendeva, il servo nel quale il Padre poté finalmente compiacersi (Is 42,1; Mt 3,17); seppe sino alla fine «compiere ogni giustizia» (Mt 3,15) e morì affinché Dio fosse glorificato (Gv 17,1.4), cioè apparisse dinanzi al mondo in tutta la sua grandezza ed il suo merito, degno di tutti i sacrifici e capace d’essere amato più d’ogni altra cosa (Gv 14,31). In questa morte, che sembrò quella di un reprobo (Is 53,4; Mt 27,43-46), Gesù trovò in realtà la sua giustificazione, il riconoscimento da parte di Dio dell’opera compiuta (Gv 16,10), che questi proclamò risuscitandolo e mettendolo nel pieno possesso dello Spirito Santo (1 Tim 3,16) .
3. La grazia. - Ma la risurrezione di Gesù Cristo ha come scopo la «nostra giustificazione» (Rom 4,25). Ciò che la legge non poteva operare, anzi presentava come categoricamente escluso, ci viene donato dalla grazia di Dio, nella redenzione di Cristo (Rom 3,23s). Questo dono non è un semplice «come se», una condiscendenza indulgente con cui Dio, vedendo il suo Figlio unico perfettamente giustificato dinanzi a sé, accetterebbe di considerarci come giustificati, per i nostri legami con lui. Per designare un semplice verdetto di grazia e di assoluzione. Paolo non avrebbe usato la parola giustificazione, che significa invece il riconoscimento positivo del diritto contestato, la conferma della giustezza della posizione presa. Non avrebbe attribuito l’atto con cui Dio ci giustifica alla sua giustizia, ma alla sua pura misericordia. Ora la verità è questa: Dio, in Cristo, «ha voluto mostrare cosi la sua giustizia... ed essere giusto col giustificare chi si fonda sulla fede in Gesù» (Rom 3,26).
 
Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito? - C. Spicq e P. Grelot  1. Gesù. - Gesù non abroga esplicitamente la legge del sabato: in questo giorno egli frequenta la sinagoga e ne approfitta per annunciare il vangelo (Lc 4,16 ...). Ma trova a ridire al rigorismo formalistico dei dottori farisei: «Il sabato è fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (Mc 2,27), ed il dovere della carità prevale sull’osservanza materiale del riposo (Mt 12,5; Lc 13,10-16; 14,1- 5). Inoltre Gesù si attribuisce un potere sul sabato: il figlio dell’uomo ne è padrone (Mc 2,28). È questo uno degli appunti che i dottori gli muovono (cfr. Gv 5,9 ...). Ma, facendo del bene nel giorno di sabato, non imita egli il Padre suo che, entrato nel suo riposo al termine della creazione, continua a governare il mondo ed a vivificare gli uomini (Gv 5, 17)?
2. I discepoli di Gesù. - I discepoli di Gesù in un primo tempo hanno continuato ad osservare il sabato (Mt 28,1; Mc 15,42; 16,l; Gv 19,42). Anche dopo l’ascensione le riunioni sabbatiche servono ad annunziare il vangelo in ambiente ebraico (Atti 13,14; 16,13; 17,2; 18,4). Ma ben presto il primo giorno della settimana, giorno della risurrezione di Gesù, diventa il giorno di culto della Chiesa, in quanto giorno del Signore (Atti 20,7; Apoc 1,10). Vi si trasferiscono le pratiche che gli Ebrei collegavano volentieri al sabato, come l’elemosina (1Cor 16,2) e la lode divina. In questa nuova prospettiva l’antico sabato giudaico acquista un significato figurativo, come molte altre istituzioni del VT. Con il loro riposo, gli uomini commemoravano in esso il riposo di Dio nel settimo giorno. Ora Gesù è entrato in questo riposo divino con la sua risurrezione, e noi abbiamo ricevuto la promessa di entrarvi dietro di lui (Ebr 4,1-11). Sarà questo il vero sabato, in cui gli uomini si riposeranno dalle loro fatiche, ad immagine di Dio che si riposa dalle sue opere (Ebr 4,10; Apoc 14,13).
 
Il Padre agisce nel Figlio, e agisce sempre, anche di sabato - Ilario di Poitiers, In Psalm., 94, 48 s. - Sono grandi le opere di Dio: tenere insieme il cielo, dar la luce al sole e agli altri astri, dar la forza di crescere ai semi della terra, tenere in piedi l’uomo, perfezionare un’anima; ma c’è dell’altro di gran lunga più grande ...
Queste cose per volontà di Dio Padre stanno nel cielo e sulla terra; e sebbene tutte le cose siano state fatte attraverso il Figlio, tuttavia tutto è stato fatto da Dio. Lui è la sorgente e il principio di tutte le cose, e in lui tutto è stato fondato, sebbene poi in seguito dai tesori nascosti in se stesso, secondo un piano della sua potenza eterna, abbia tirato fuori le singole cose. Però, sebbene Cristo operi in tutte le cose, l’opera rimane tuttavia di colui che opera in Cristo; e perciò: Il Padre mio agisce ogni giorno e io agisco in lui” (Gv 5,17), perché è opera del Padre tutto quello che fa il Figlio di Dio, mentre il Padre è in lui; ma è anche vero perciò che ogni giorno tutte le cose son fatte dal Figlio, perché il Padre agisce nel Figlio ...
C’è, dunque, un lavoro di Dio nel giorno di sabato? Ma certo; e se così non fosse, il sole cadrebbe, la luce del sole si spegnerebbe, la terra non starebbe compatta, la crescita dei frutti verrebbe meno; la vita dell’uomo finirebbe, se, in omaggio alla legge del sabato, l’esercizio di tutte le potenze naturali si mettesse a riposo. Ma non c’è riposo e il corso è sempre uguale e, come negli altri sei giorni, così anche di sabato tutti gli elementi fanno i compiti loro assegnati. Dunque, in ogni tempo, attraverso le cose create, il Padre agisce; agisce nel Figlio, che vien da lui, e per mezzo di lui, tutte queste cose sono opera del Padre ... e attraverso il Figlio, l’opera del Padre viene eseguita anche di sabato; così non c’è riposo in Dio, poiché per Iddio non c’è un giorno senza attività.
Ci son, dunque, le opere di Dio; bisognerebbe cercare quale sia il suo riposo. L’opera di Dio è l’opera di Cristo; il riposo di Dio è Cristo Dio; così che tutte le cose che son di Dio, son vere in Cristo, in modo che il Padre possa trovar riposo in esse.

Il santo del giorno - 6 Settembre 2025 - Beato Anastasio Garzon Gonzalez Coadiutore salesiano, martire: Nacque a Madrigal de las Altas Torres, in provincia di Avila, il 7 settembre 1908 e fu battezzato poco dopo. Mentre era allievo delle Scuole Professionali salesiane di Madrid, sentì la vocazione religiosa e ottenne di fare il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), dove emise i voti il 15 agosto 1929 come coadiutore. Per il buono spirito che lo animava e le attitudini alla meccanica, venne inviato in Italia a completare la formazione tecnica e religiosa. Dopo il ritorno in patria ebbe l’incarico del laboratorio di meccanica nel collegio di Madrid. Qui lo sorprese la rivoluzione del 1936. Dopo alterne vicende, riconosciuto come religioso, fu definitivamente imprigionato il 6 settembre e condotto alla fucilazione. È stato beatificato il 28 ottobre 2007.
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.