5 Settembre 2025
 
Venerdì della XXII Settimana T. O.
 
Col 1,15-20; Salmo Responsoriale Dal Salmo 99 (100); Lc 5,33-39
 
Colletta:  
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Il vero digiuno: Benedetto XVI (Messaggio, 11 Dicembre 2008): Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre (cfr. Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia. Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43PL 52, 320. 332).
 
I Lettura - La tragedia di Cristo fu un atto di salvezza - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica):  Si vede che la predicazione di Epafra non aveva saputo presentare ai colossesi tutta la grandiosità del «vangelo» di Paolo. Perciò questi si impegna a fondo per presentare un quadro - maturo e riflessivo - si Cristo salvatore nella cornice impressionante di tutto il contesto cosmico e ditutta la storia della creazione.
Paolo, nella predicazione, partiva sempre cronologicamente dell’avvenimento della risurrezione di Cristo.
Anche qui troviamo questo punto di partenza: Cristo è «il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti». È l’espressione delle lettere precedenti (1Cor 15,20-23; Rm 1,4). Cristo è il «principio», la «primizia» della risurrezione e, per conseguenza, di tutto il nuovo ordine instaurato. Con Cristo comincia la nuova «tappa» che giungerà alla sua pienezza decisiva nell’ora escatologica.
Ora questo avvenimento salvatore non è cosa che Dio abbia improvvisata sovrapponendola al corso della storia; anzi, appartiene al progetto primitivo della creazione. Paolo ricorda il racconto della Genesi e ripete implicitamente il paragone di Cristo con Adamo (1Cor 15,45-48; Rm 5). Quando, secondo la Genesi (1,26-27), crea l’uomo «a sua immagine e somiglianza», Dio progetta l’esistenza di Cristo - il vero Adamo - che realizzerà completamente questa rassomiglianza, l’unica vera rassomiglianza col «Dio vivo», che può essere offerta solo da un uomo che abbia superato definitivamente la morte.
Per questo Cristo è «generato prima di ogni creatura»; è il primo e la prima cosa che compare nel progetto creazionale di Dio e che lo condiziona totalmente. In questo progetto Cristo non è un solitario e isolato, ma è intimamente implicato in tutto il contesto cosmico, che trova in lui - nel suo gesto salvatore di risuscitato - la vera pienezza. Egli è il «pleroma», il «completamente pieno» e l’«assoluto saturatore» di tutto. Per mezzo di Cristo l’uomo e le cose raggiungeranno la pienezza alla quale furono destinati fin dal principio.
Tuttavia questo « atto salvatore» di Cristo non è stato compiuto sulla piattaforma immacolata d’una posizione puramente angelistica, ma il Salvatore si è impegnato misteriosamente con la stessa miseria umana e mondana, partecipando totalmente di essa e sottomettendosi anche a tutte le sue conseguenze. È il tema ossessivo di Paolo sulla «redenzione per mezzo dell’incarnazione» che tanto costava accettare, specialmente per i cristiani provenienti dal mondo ellenistico.
Gli «eretici» di Colossi insistevano eccessivamente sull’aspetto tragico della redenzione di Cristo. Cristo fu vittima della morte. Anche Paolo è ora incatenato e custodito nella prigione imperiale di Roma.
Essi però non comprendevano che questa «immersione nella tragedia» non era un puro gesto romantico per partecipare solidariamente della miseria altrui, ma era un gesto autenticamente salvatore. Cristo morì per risuscitare. I cristiani sono battezzati per incorporarsi alla morte-risurrezione di Cristo (Rm 6).
Quest’inno cristologico potrebbe essere considerato come la magna charta di quello che, con un’apparenza di paradosso, potremmo chiamare il «materialismo cristiano». E così si spiega come la teologia greca, fortemente impregnata dello spiritualismo e del misticismo platonico, abbia fatto una lettura astrusa d’un testo tanto semplice e comprensibile per l’uomo di qualsiasi tempo.
Cristo è la garanzia della consistenza di questa realtà materiale alla quale tanto ci aggrappiamo. La morte? Mistero insondabile. Ma il cristiano attende un cielo nuovo e una terra nuova. In esso, vi è già quel personaggio misterioso e adorabile che si chiama Gesù di Nazaret. Perciò l’etica e persino la mistica cristiana non dovrebbero mai prescindere da quello che, recentemente, abbiamo chiamato l’«impegno con le realtà terrene».
 
Salmo 99 (100)Nonostante la brevità, si tratta di un salmo intenso, nel quale tutti i popoli sono invitati - come in 95, 1-2 e in 117- a lodare il Signore, unico Dio, creatore dell’universo, pastore d’Israele (2-3). Dall’invito universale si passa poi all’invito specifico rivolto all’assemblea dei fedeli ad entrare nel tempio a pregare e a render grazie al Signore per la sua bontà, la sua misericordia e la sua fedeltà (4-5). (Giuliani Vigini, Salmi e Libri Sapienziali)
 
Vangelo
Quando lo sposo sarà loro tolto, allora in quei giorni digiuneranno.
 
Le parole di Gesù contengono una profezia: nella espressione verranno giorni in cui sarà tolto lo sposo, il verbo togliere o strappare (apairomai), nel Nuovo Testamento, usato solo al passivo, preannuncia la fine violenta di Gesù. Solo allora in quei giorni, il tempo della Chiesa, ci sarà posto anche per il digiuno.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,33-39
 
In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere; così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!».
Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».
Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».
 
Parola del Signore.
 
Lo sposo è con loro - Il digiuno è una pratica penitenziale onnipresente in tutte le religioni. Un rito celebrato sopra tutto per attenuare l’arroganza e l’orgoglio, ma che si imponeva in alcune circostanze particolari: per esempio, per scongiurare un castigo divino o per sfuggire a eventi nefandi. Per molti Farisei era una delle tante pratiche escogitate dalla loro affettata religiosità per accampare diritti dinanzi al Signore e carpirne in questo modo la benevolenza (Lc 18,9-14).
Gesù condanna l’esibizionismo, l’ostentazione farisaica (Mt 6,16-18) non il digiuno che, come tutte le altre pratiche penitenziali, deve essere celato da un atteggiamento gaio, sereno, spontaneo: «Tu, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto» (Mt 6,17). No, quindi, a facce lugubri, tristi.
No, sopra tutto, a comportamenti ostentati unicamente per accaparrarsi le lodi e gli applausi degli uomini (Mt 6,1; 23,5). La religiosità cristiana è fatta di una spiritualità lieta, festante, briosa: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5) .
Il Vangelo è la buona notizia che va annunciata con una faccia ilare, sorridente.
Il peccato delle guide spirituali del popolo d’Israele è quello di non essere state capaci di cogliere in Gesù lo sposo dell’umanità. Con Gesù «l’attesa di Dio è colmata: “sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta!” [Ap 19,7]. Gesù è lo sposo che porta a compimento l’alleanza tra Dio e il suo popolo annunciata dal profeta Osea. I tempi sono dunque compiuti. Non è più il tempo per il legalismo, non è più il tempo per leggere il presente con gli occhi del passato, ma con quelli del futuro inaugurato da Gesù. Non è più il momento di digiunare, come all’epoca in cui si preparava ancora l’incontro con Dio, ma è il momento della festa. Egli è ormai qui!» (Anselmo Morandi).
Presente lo Sposo gli invitati non possono digiunare, solo nei giorni successivi alla sua morte potranno farlo: «Il primo periodo è un continuato convito, non ci può essere posto per le astensioni e le privazioni; il secondo è un tempo di lutto, quindi anche di macerazioni. Il digiuno appare quindi un rito di condoglianze che la comunità cristiana celebra per sentirsi vicina al Cristo morto e sepolto» (Ortensio Da Spinetoli).
Gesù, con la «parabola del vestito e dell’otre», rintuzza il cieco attaccamento dei Farisei alle loro tradizioni: ancora una volta non hanno capito la novità della Buona Novella che dichiara apertamente tramontate le vecchie pratiche religiose ormai incapaci di contenere il nuovo spirito che deve animare il discepolo. È l’immagine del vino nuovo, più di quella del panno non follato, a rendere più evidente il contrasto tra il vecchio e il nuovo.
Con l’immagine del vestito vecchio e del vino nuovo, Gesù dichiara sorpassate e inutili tutte le numerosissime, ossessionanti e minute prescrizioni giudaiche: erano diventate ormai vecchi e logori contenitori incapaci di contenere le nuove forze fermentatrici, proprie della predicazione cristiana.
Non vi può essere accordo o compromesso tra le leggi e le leggine mosaiche e il Vangelo, rivelazione ultima e definitiva dell’amore liberante di Dio: il vecchio è vecchio e va messo da parte; il vestito vecchio è frusto, liso ed è quindi inservibile. Gesù è venuto a tagliare i rami secchi non ad abolire la Legge in se stessa (Mt 5,17-19).
Sono gli orpelli a dare fastidio, ad appesantire i cuori, ad intralciare il cammino; sono le tradizioni umane che deturpano il messaggio evangelico spogliandolo della sua bellezza e della sua novità.
Fuori immagine, non basta più essere buoni giudei, occorre diventare cristiani: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).
 
R. Girard (Dizionario di Teologia Biblica): 1. Senso del digiuno. - Poiché l’uomo è anima e corpo, non servirebbe a nulla immaginare una religione puramente spirituale: per impegnarsi, 1’anima ha bisogno degli atti e degli atteggiamenti del corpo.
Il digiuno, sempre accompagnato da una preghiera supplice, serve ad esprimere l’umiltà dinanzi a Dio: digiunare (Lev 16,31) equivale ad «umiliare la propria anima» (16,29). Il digiuno non è quindi una prodezza ascetica; non mira a procurare qualche stato di esaltazione psicologica o religiosa. Simili utilizzazioni sono attestate nella storia delle religioni. Ma nel contesto biblico, quando l’uomo si astiene dal mangiare per tutto un giorno (Giud 20,26; 2Sam 12,16 s; Giona 3,7) mentre considera il cibo come un dono di Dio (Deut 8,3), questa privazione è un atto religioso di cui bisogna comprendere esattamente i motivi; lo stesso per l’astensione dai rapporti coniugali. Ci si rivolge al Signore (Dan 9,3; Esd 8,21) in un atteggiamento di dipendenza e di abbandono totale: prima di affrontare un compito difficile (Giud 20,26; Est 4,16), od ancora per implorare il perdono di una colpa (1Re 21,27), sollecitare una guarigione (2Sam 12,16.22), lamentarsi in occasione di una sepoltura (1Sam 31,13; 2Sam 1,2), dopo una vedovanza (Giudit 8,5; Lc 2,27) o in seguito a una sventura nazionale (1Sam 7,6; 2Sam 1,12; Bar 1,5; Zac 8,19), per ottenere la cessazione di una calamità (Gioe 2,12-17; Giudit 4,9-13), per aprirsi alla luce divina (Dan 10,12), per attendere la grazia necessaria al compimento di una missione (Atti 13,2s), per prepararsi all’incontro con Dio (Es 34,28; Dan 9,3). Le occasioni ed i motivi sono vari. Ma in tutti i casi si tratta di porsi con fede in un atteggiamento di umiltà per accogliere la azione di Dio e mettersi alla sua presenza. Questa intenzione profonda svela il senso dei quaranta giorni trascorsi senza cibo da Mosè (Es 34,28) e da Elia (1Re 19,8). Quanto ai quaranta giorni di Gesù nel deserto, che si modellano su questo duplice esempio, essi non hanno per scopo di aprirlo allo Spirito di Dio, perché ne è ripieno (Lc 4,1); se lo Spirito lo spinge a questo digiuno, lo fa perché inauguri la sua missione messianica con un atto di abbandono fiducioso nel Padre suo (Mt 4, 14).
2. Pratica del digiuno. - La liturgia giudaica conosceva un «grande digiuno» nel giorno dell’espiazione (cfr. Atti 27,9); la sua pratica era una condizione di appartenenza al popolo di Dio (Lev 23,29). C’erano pure altri digiuni collettivi nei giorni anniversari delle sventure nazionali. Inoltre i Giudei pii digiunavano per divozione personale (Lc 2,37); così i discepoli di Giovanni Battista ed i Farisei (Mc 2,18), taluni dei quali digiunavano due volte la settimana (Lc 18,12). Con ciò si cercava di soddisfare uno degli elementi della giustizia definita dalla legge e dai profeti. Se Gesù non prescrive nulla del genere ai suoi discepoli (Mc 2,18), non è perché disprezzi questa giustizia oppure voglia abolirla; ma viene a compierla; e perciò vieta di ostentarla ed invita, su taluni punti, a superarla (Mt 5,17.20; 6,1). Gesù insiste maggiormente sul distacco nei confronti delle ricchezze (Mt 19,21), sulla continenza volontaria (Mt 19,12) e soprattutto sulla rinuncia a se stessi per portare la croce (Mt 10,38-39). Di fatto la pratica del digiuno non è esente da taluni pericoli: pericolo di formalismo, già denunciato dai profeti (Am 5,21; Ger 14,12); pericolo di orgoglio e di ostentazione, se si digiuna «per essere visti dagli uomini» (Mt 6,16). Per piacere a Dio, il vero digiuno deve essere unito all’amore del prossimo ed implicare una ricerca della vera giustizia (Is 58,2-11); esso non è separabile né dall’elemosina, né dalla preghiera. Infine, bisogna digiunare per amore di Dio (Zac 7,5). Gesù quindi invita a farlo con una perfetta discrezione: noto a Dio solo, questo digiuno sarà la pura espressione della speranza in lui, un digiuno umile che aprirà il cuore alla giustizia interiore, opera del Padre che vede ed agisce nel segreto (Mt 6,17s). In materia di digiuno la Chiesa apostolica conservò le usanze del giudaismo, compiute nello spirito definito da Gesù. Gli Atti degli Apostoli menzionano celebrazioni cultuali implicanti digiuno e preghiera (Atti 13,2 ss; 14,23). Durante il suo massacrante lavoro apostolico, Paolo non si accontenta di soffrire la fame e la sete quando lo esigono le circostanze; vi aggiunge ripetuti digiuni (2Cor 6,5; 11,27). La Chiesa è rimasta fedele a questa tradizione, cercando con la pratica del digiuno di mettere i fedeli in un atteggiamento di apertura totale alla grazia del Signore, in attesa del suo ritorno. Infatti, se la prima venuta di Cristo ha posto fine all’attesa di Israele, il tempo che consegue alla sua risurrezione non è quello della gioia totale in cui gli atti di penitenza sarebbero fuori posto.
Difendendo, contro i farisei, i suoi discepoli che non digiunavano, Gesù stesso ha detto: «Possono forse digiunare gli amici dello sposo, finché lo sposo è con essi? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto, ed allora in quei giorni digiuneranno» (Mc 2,19 s par.). In attesa che lo sposo ritorni a noi, il digiuno penitenziale ha il suo posto nelle pratiche della Chiesa.
 
Girolamo, Epist., 22, 37 - Digiuno incompleto: Se digiuni due giorni, non ti credere per questo migliore di chi non ha digiunato. Tu digiuni e magari t’arrabbi; un altro mangia, ma forse pratica la dolcezza; tu sfoghi la tensione dello spirito e la fame dello stomaco altercando; lui, al contrario, si nutre con moderazione e rende grazie a Dio. Perciò Isaia esclama ogni giorno: Non è questo il digiuno che io ho scelto, dice il Signore (Is 58,5), e ancora: “Nei giorni di digiuno si scoprono le vostre pretese; voi tormentate i dipendenti, digiunate fra processi e litigi, e prendete a pugni il debole: che vi serve digiunare in mio onore?” (Is 58,3-4). Che razza di digiuno vuoi che sia quello che lascia persistere immutata l’ira, non dico un’intera notte, ma un intero ciclo lunare e di più? Quando rifletti su te stessa, non fondare la tua gloria sulla caduta altrui, ma sul valore stesso della tua azione.
 
Il santo del giorno - 5 Settembre 2025 - Beata Maria Maddalena della Passione (Costanza Starace), Fondatrice: Nacque il 5 settembre 1845 a Castellamare di Stabia, prima di sei figli di una famiglia benestante. Avverte, sin da giovanissima, la chiamata e già a 12 anni entra in convento ma, due anni dopo, viene dimessa perché di salute cagionevole. Entra così a far parte di quella schiera di donne costrette a rimanere in casa a pregare e ad operare nel loro quartiere. Esse sono per lo più inserite come Terziarie negli Ordini Mendicanti. Anche Costanza diventa Terziaria dei Servi di Maria; insegna il catechismo e organizza la «Pia unione delle Figlie di Maria» che ospita ragazze in difficoltà. Nel 1869 sono oltre 100 le piccole ospiti e Costanza è coadiuvata da un gruppo di Figlie di Maria di cui alcune vestono l’abito di Terziarie Serve di Maria e che prendono a vivere in comunità. Così, due anni più tardi, Costanza viene nominata superiora con il nome di Maria Maddalena della Passione. Madre Maria Maddalena muore il 13 dicembre 1921 a Castellammare. È stata beatificata il 15 aprile 2007. (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 
 4 Settembre 2025
 
Giovedì della XXII Settimana T. O.
 
Col 1,9-14; Salmo Responsoriale Dal Salmo 97 (98); Lc 5,1-11
 
Colletta:  
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
La vocazione di Pietro: Giovanni Paolo II (Omelia, 8 Febbraio 1998): “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10). L’odierno brano evangelico ci racconta la vocazione di Simon Pietro e dei primi Apostoli. Dopo aver parlato alla folla dalla barca di Simone, Gesù chiede loro di prendere di nuovo il largo per la pesca. Pietro replica manifestando le difficoltà incontrate nella notte precedente durante la quale, pur avendo faticato molto, non è riuscito a concludere nulla. Tuttavia fa credito al Signore e compie il suo primo atto di fiducia in Lui: “Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5). Il successivo prodigio della pesca miracolosa è un segno eloquente della potenza divina di Gesù e, allo stesso tempo, preannuncia la missione che sarà affidata al Pescatore di Galilea, quella di guidare la barca della Chiesa tra i flutti della storia e di raccogliere con la forza del Vangelo una moltitudine sterminata di uomini e di donne provenienti da ogni parte del globo. La chiamata di Pietro e dei primi Apostoli è opera della gratuita iniziativa di Dio, a cui fa riscontro la libera adesione dell’uomo. Questo dialogo d’amore con il Signore aiuta l’essere umano a prendere coscienza del suo limite e, allo stesso tempo, della potenza della grazia di Dio, che purifica e rinnova la mente ed il cuore: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Il successo finale della missione è garantito dall’assistenza divina. È Dio che tutto conduce a pieno compimento. A noi è chiesto di fidarci di Lui e di aderire docilmente alla sua volontà. Non temere! Quante volte il Signore ci ripete quest’invito. Oggi soprattutto, in un’epoca segnata da forti incertezze e paure, questa parola risuona come esortazione a fidarsi di Dio, a rivolgere lo sguardo verso di Lui. Egli, che guida le sorti della storia con la forza del suo Spirito, non ci abbandona nella prova e rende saldi i nostri passi nella fede. Carissimi Fratelli e Sorelle, lasciate che quest’intima consapevolezza permei la vostra esistenza. Dio chiama ogni credente a seguirLo; gli chiede di diventare cooperatore del suo progetto salvifico. Come Simon Pietro, anche noi possiamo proclamare: “Sulla tua parola getterò le reti”. Sulla tua parola! La sua parola è il Vangelo, perenne messaggio di salvezza che, accolto e vissuto, trasforma l’esistenza. Il giorno del nostro Battesimo ci è stato comunicato questo “lieto annuncio”, che dobbiamo approfondire personalmente e testimoniare con coraggio.
 
I Lettura: Settimio Cipriani (Le lettere di san Paolo): Nessuna posizione è statica e si può sempre migliorare. È quanto S. Paolo implora da Dio, associandosi al buon Epafra («anche noi» v. 9), per i suoi cristiani: cerchino di «fruttificare in ogni opera buona e di crescere nella conoscenza di Dio» (v. 10).
Fra le grazie implorate emergono quella di una «conoscenza» sempre più profonda di Dio e della sua volontà (vv. 9.10), e quella della «fortezza» (v. 11). La «conoscenza» (in greco = conoscenza accurata, profonda. Cfr. Rom. 1,28), di cui qui si parla, non è tanto speculativa quanto mistica e pratica, accompagnata dai due doni dello Spirito Santo («spirituale»), «sapienza» e «intelligenza» (v. 9). Mediante questo dono di «conoscenza» il cristiano legge come nella mente di Dio, ne conosce i desideri e le volontà; mettendo poi in pratica queste volontà, egli si congiunge spiritualmente al Signore.
La «fortezza» poi dovrebbe disporre alla pratica della «pazienza e della longanimità» (v. 11); senza queste virtù è impossibile entrare nel regno dei cieli (Ebr. 10,36; 12,l; Luc. 21,19). E tale fortezza la può concedere soltanto Iddio, che è il «Forte» per eccellenza (Is. 9,6) e ama manifestarla per accrescere la sua «gloria» nelle opere sue (v. 11).
E non basta. Come è grato l’Apostolo verso il Signore (vv. 3-8), cosi lo devono essere i cristiani per i benefici della loro salvezza. È Dio infatti che li ha «resi capaci» e ha dato loro la grazia di entrare a far parte della «eredità dei santi» (v. 12), di appartenere cioè al «popolo» di Dio, da lui amato e protetto e che costituisce ormai il «regno del Figlio dell’amore suo» (v. 13), la Chiesa. L’antico Israele veniva guidato da una colonna di luce (Es. 13,21); il nuovo Israele è il regno stesso della «luce» (cfr. Efes. 5,8; lTess. 5,5; Rom. 13,12; 1Piet. 2,9; Atti 26,18), perché Cristo è «luce» (Giov. 8,12) «e in lui non ci sono tenebre» (1Giov. 1,5). Questo passaggio dalle «tenebre» alla «luce» è avvenuto per mezzo della «Redenzione», che ci ha procurato la  remissione dei peccati» (v. 14 Cfr. 1,20; Efes. 1,7).
 
Salmo 97 (98): Dio si è ricordato del suo amore: Torna ancora una volta il “ricordo” del salmista: sia l’esortazione rivolta a Dio a “ricordare” il suo patto d’amore e fedeltà (cfr. 25,6-7), sia il riconoscimento che Dio, come qui, “si è ricordato” (cfr. anche 105,8.42; 106,45; 111,5): ha cioè mantenuto le sue promesse.
La portata dell’azione salvifica di Dio è tale da avere una risonanza e una partecipazione universale (“Tutti i confini della terra hanno veduto”). Al tempio sono venuti popoli da ogni parte della terra per adorare e rendere gloria Signore di tutti. (Giuliani Vigini, Salmi e Libri Sapienziali)
 
Vangelo
Lasciarono tutto e lo seguirono.
 
Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono: Luca nel raccontare la vocazione dei primi discepoli, dopo un periodo di insegnamenti e di miracoli, ha voluto sottolineare la loro immediata risposta alla chiamata.
Nella vocazione dei primi discepoli, vediamo sopra tutto l’inaugurazione e il fondamento della missione di Pietro all’interno del gruppo dei suoi compagni. Una missione che forma il nucleo del popolo messianico, nucleo che continua anche oggi a raccogliere una grande quantità di uomini attraverso l’annuncio autorevole della Parola di Dio. Ma è la Parola di Gesù e la sua Presenza che garantisce l’efficacia di quella missione che ha preso avvio dalla sua libera iniziativa sulle rive del lago: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20).
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,1-11
 
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Parola del Signore.
 
Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini - Gesù è sempre più assediato dalla folla desiderosa di ascoltare la sua Parola. Gli evangelisti amano sottolineare che le folle restavano stupite dell’insegnamento di Gesù perché «insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi» (Mt 7,28-29). La Parola di Dio «diventa il punto d’incontro tra Gesù e le folle: Gesù per servirla, le folle per ascoltarla [servitore e uditori della Parola]» (Carlo Ghidelli). Da qui l’accalcarsi della folla e il cercare Gesù in ogni luogo.
Per meglio farsi ascoltare Gesù sale sulla barca di Simone. Sedutosi, che è la postura dei maestri, si mette ad ammaestrare le folle. Finito di parlare chiede a Simone di prendere il largo e di calare le reti per la pesca.
L’invito fatto in condizioni sfavorevoli - «abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» - mette in evidenza la prescienza di Gesù: «egli infatti sapeva bene quello che stava per fare» (Gv 6,6).
Non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. La risposta che Simone dà a Gesù marca il carattere di quest’uomo abituato alla fatica: forse rude nei tratti, a volte impulsivo, ma sostanzialmente buono e umile per cui si fida di Gesù e della sua parola. Infatti, da buon pescatore, Simone sa che è assurdo l’invito di Gesù, ma accetta ben volentieri e la sua fede verrà premiata da una pesca abbondante: tanto enorme era la quantità di pesci che «le reti quasi si rompevano» (Questo ultimo particolare avvicina il racconto lucano a quello giovanneo di 21,1ss).
Pietro, denominato con questo soprannome per la prima volta in Luca, percepisce la santità di Gesù e il gettarsi alle sue ginocchia è la conseguenza logica di questa sua comprensione: è la reazione dell’uomo affascinato e terrorizzato all’irrompere del soprannaturale nella sua vita. L’uomo davanti al divino, percepisce la sua miseria, il suo peccato. Simone capisce che tra lui e Gesù c’è una distanza infinita: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
Pietro, con il suo stupore e con la sua umile confessione, «si colloca nella schiera dei profeti come Isaia che hanno reagito alla vista della gloria del Signore in maniera analoga [cfr. LXX Is 6,5] e rappresenta inoltre i “peccatori” che nel racconto di Luca rispondono positivamente a Gesù [5,30.32; 7,34.39; 15,1-2.7.10; 18,13; 19,7]» (L. T. Johnson).
A un uomo di tale tempra e di tanta umiltà, Gesù può affidare una meravigliosa impresa, quella di essere pescatore di uomini. Il mare per gli antichi era la sede dei demoni, l’immagine è quindi molto forte: a Simon Pietro toccherà in sorte il nobile impegno di strappare gli uomini dal dominio di satana e liberarli dal giogo del peccato e della morte. In questo senso va il termine greco - zogron - usato per pescatore a cui appunto talvolta viene dato il senso di salvare dalla morte (il testo greco letteralmente ha: da ora [gli] uomini sarai prendente vivi).
Un mandato che Pietro vivrà con intensità fino al dono totale della sua vita.
Luca, infine, sottolinea la prontezza nel seguire Gesù: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Il termine tutto è proprio di Luca essendo assente negli altri sinottici. Tale «“totalità” nella sequela del Cristo costituisce un elemento caratterizzante di Luca, che accentua molto il radicalismo evangelico [...]. Infatti, secondo l’insegnamento di Luca, per essere autentici discepoli del Cristo, bisogna rinunciare a tutti i propri beni [Lc 14,33]» (Salvatore Panimolle). Una sequela senza sconti: bisogna rinunciare a tutto, anche alla vita.
 
Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» - Eleonore Beck: Pietro (gr. petros, aram. képa’, roccia). In origine appellativo; più tardi nome di persona e designazione del ministero dell’apostolo Simone. Figlio di Giona (Mt 16,17), nato a Betsaida (Gv 1,44), viveva con la sua famiglia a Cafarnao (Mc 1,21; cf. 1Cor 9,5) quando Gesù lo chiamò al discepolato (Mt 4,18). Assieme a Giovanni e  Giacomo fece parte dei testimoni della risurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37), della trasfigurazione (Mc 9,2) e dell’agonia del Signore (Mc 14,33). Sul conferimento dell’appellativo Cefa nel Nuovo Testamento vengono recepite due tradizioni: secondo Gv 1,42 questo gli fu dato all’atto della sua chiamata, secondo Mt 16,17 come risposta alla sua professione di fede in Gesù quale messia. La cosiddetta  professione di Pietro lo caratterizza come primo degli apostoli. Tuttavia, tutti e quattro i Vangeli raccontano che Pietro rinnegò il Signore (Mc 14,66-72 par). Ciononostante è considerato come uno dei primi testimoni del Risorto (Mc 16,7). Come guida della comunità primitiva di Gerusalemme, si mette in evidenza in occasione dell’elezione di Mattia (At 1) e a Pentecoste (At 2). l primi 12 capitoli degli Atti contengono tradizioni della sua predicazione e della sua attività. Egli intraprende viaggi missionari e compie prodigi (At 8-9).
A Cesarea Marittima battezza il centurione romano Cornelio e difende la sua decisione davanti alla comunità di Gerusalemme (At 10-11), nella quale gli era subentrato Giacomo. Gli Atti raccontano del suo arresto e della sua miracolosa liberazione (12,1-19). Si ritira, ma in occasione del concilio di Gerusalemme è di nuovo a Gerusalemme (At 15) e interviene nella discussione riguardante la circoncisione. Secondo una fondata tradizione muore a Roma al tempo di Nerone (64-67). Portano il suo nome due lettere neotestamentarie e alcuni scritti apocrifi.
 
Perché Gesù sceglie dei pescatori: «La scelta dei pescatori (cf. Mt 4,18-22) illustra l’attività del loro futuro incarico derivante dal loro mestiere umano: gli uomini, alla stregua dei pesci tirati su dal mare, debbono emergere dal secolo verso un luogo superiore, ossia verso la luce del soggiorno dei cieli. Abbandonando mestiere, patria, casa, ci insegnano, se vogliamo seguire Cristo, a non essere trattenuti né dall’inquietudine della vita nel mondo, né dall’attaccamento alla casa paterna. La scelta di quattro apostoli all’inizio, insieme alla veracità dei fatti, dal momento che questi sono effettivamente avvenuti, prefigura il numero futuro degli evangelisti» (Ilario di Poitiers, In Matth., 3, 6).
 
Il santo del Giorno - 4 Settembre 2025 - Beata Caterina Mattei da Racconigi Domenicana (Racconigi, Cuneo, giugno 1486 - Caramagna Piemonte, Cuneo, 4 settembre1547): Nacque da una semplice famiglia di Racconigi, nel Cuneese, nel giugno del 1486. Attratta dalla vita religiosa comincia da piccola a lavorare come tessitrice di nastri, ma a 23 anni, inizia a frequentare un piccolo convento domenicano e si pone sotto la direzione spirituale del famoso predicatore Domenico Onesti di Bra. Nota per la sua intensa vita di preghiera finisce coll’essere al centro di tante voci, tra chi le addebita fatti soprannaturali e chi parla di esibizionismo. Viene così convocata (siamo nel 1512) davanti al tribunale vescovile di Torino. Scagionata, a 28 anni, nel 1514, viene accolta dall’ordine domenicano come terziaria a Racconigi. Ma nel 1523 ne viene allontanata perché seguace del Savonarola e si stabilisce nella vicina Caramagna dove muore il 4 settembre del 1547. È stata proclamata beata da Pio VII nel 1808. (Avvenire)
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.
 
 
 
 

3 Settembre 2025
 
San Gregorio Magno, Papa e Dottore della Chiesa
 
Col 1,1-8; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Lc 4,38-44
 
Colletta
O Dio, che guidi il tuo popolo
con la soavità e la forza dell’amore,
per intercessione del papa san Gregorio [Magno]
dona spirito di sapienza a coloro
che hai posto a guida della Chiesa,
perché il progresso del tuo santo gregge
sia gioia eterna dei pastori.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
Benedetto XVI (Udienza Generale [2] 4 Giugno 2008): Il testo forse più organico di Gregorio Magno è la Regola pastorale, scritta nei primi anni di Pontificato. In essa Gregorio si propone di tratteggiare la figura del Vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge. A tal fine egli illustra la gravità dell’ufficio di pastore della Chiesa e i doveri che esso comporta: pertanto, quelli che a tale compito non sono stati chiamati non lo ricerchino con superficialità, quelli invece che l’avessero assunto senza la debita riflessione sentano nascere nell’animo una doverosa trepidazione. Riprendendo un tema prediletto, egli afferma che il Vescovo è innanzitutto il “predicatore” per eccellenza; come tale egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti. Un’efficace azione pastorale richiede poi che egli conosca i destinatari e adatti i suoi interventi alla situazione di ognuno: Gregorio si sofferma ad illustrare le varie categorie di fedeli con acute e puntuali annotazioni, che possono giustificare la valutazione di chi ha visto in quest’opera anche un trattato di psicologia. Da qui si capisce che egli conosceva realmente il suo gregge e parlava di tutto con la gente del suo tempo e della sua città.
Il grande Pontefice, tuttavia, insiste sul dovere che il Pastore ha di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto. Per questo il capitolo finale della Regola è dedicato all’umiltà: “Quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi: invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere”. Tutte queste preziose indicazioni dimostrano l’altissimo concetto che san Gregorio ha della cura delle anime, da lui definita “ars artium”, l’arte delle arti. La Regola ebbe grande fortuna al punto che, cosa piuttosto rara, fu ben presto tradotta in greco e in anglosassone. 
 
I Lettura:  La speranza cristiana è « materialista » - José Maria González-Ruiz (Commento della Bibbia Liturgica): Paolo presenta le sue credenziali alla comunità di Colossi che non aveva fondata direttamente e che non lo conosceva personalmente (2,1).
E si presenta come « apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio »: l’autorità apostolica non gli proveniva causalmente dalla volontà popolare o dalla stessa organizzazione sociale della Chiesa, ma direttamente da Dio prima del consenso del popolo. Questo parrebbe confermare il verticalismo organizzativo della Chiesa, ma, in realtà, è proprio il contrario. Paolo, come il secondo vangelo, si adopera assai perché, all’interno delle comunità cristiane, i dirigenti non adottino un atteggiamento di « sostituti » di Gesù. Gesù è sempre l’unico che può chiamare e convocare senza dare spiegazioni, così che il fatto che gli apostoli siano tali per vocazione divina non comporta assolutamente un atteggiamento autocratico e tirannico. E la ragione profonda è che Dio chiama a un « servizio» attivo alla comunità. Quindi, i chiamati non possono esercitare il loro servizio a danno delle necessità, delle esigenze e dei desideri della comunità che servono.
Il ringraziamento con cui Paolo comincia praticamente la sua lettera testimonia il suo ottimismo riguardo al problema impostato nella comunità di Colossi. Egli è sicuro che la trilogia - fede, speranza e amore - ha radici molto profonde nella comunità di Colossi.
La « fede in Cristo Gesù» non comporta, in questo caso, che l’oggetto della fede sia Cristo, poiché in tal caso avrebbe usato la formula « eis Christón » (cf 2,5), ma si riferisce alla fede che hanno coloro che seguono Cristo, coloro che sono « in Cristo ».
« La carità verso tutti i santi » si riferisce direttamente all’amore al prossimo (cf Rm 13,8-10).
« La speranza che vi attende nei cieli » è qui, come in Rm 8,24-25, non tanto l’atto di speranza quanto piuttosto l’oggetto sperato, l’oggetto della speranza cristiana: la vita eterna nel regno di Dio.
Ma l’elemento a prima vista più sconcertante è che questa speranza è presentata come causa o motivo della Fede e dell’amore: «in vista della speranza ». Molti, a cominciare dai Padri greci, hanno fatto acrobazie per dimostrare che l’amore è disinteressato. Crediamo però che il senso letterale, ben inteso, dica semplicemente che la fede e l’amore dei colossesi non sono campati in aria né fondati su una suggestione dell’immaginazione senza un solido sostegno, come potevano dire i nuovi eretici. Fede e amore hanno invece un fondamento granitico, la colossale architettura del regno di Dio, futuro ora e lontano, ma, in qualche modo, già reso presente dalla sicurezza d’una ferma speranza.
È curioso che siano stati i greci - imbevuti di astrazione platonica - quelli che hanno compreso questa dimensione realistica e persino « materialista » della speranza cristiana.
 
Salmo 51 (52): Il giusto, sarà verdeggiante come un olivo, poiché rimarrà nella “casa di Dio”, cioè la Chiesa, e confiderà sempre nel Signore: “confido nella fedeltà di Dio in eterno e per sempre”.
Il salmista conosce la fedeltà di Dio, come Dio ha sempre aiutato i giusti, e come lui stesso è stato aiutato e ne rende grazie a Dio. Egli spera in lui e, lungi dall’avere una fede chiusa nel privato, dichiara che di questa sua speranza ne darà testimonianza davanti ai fedeli di Dio. (Fonte Perfetta Letizia).
 
Vangelo
È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città;
per questo sono stato mandato.
 
Gesù, dopo aver guarito la suocera di Pietro, guarisce molti ammalati e ossessi imponendo ai demoni, come ai miracolati e perfino agli apostoli (cfr. Mc 1,25.34.44; 3,12; 5,43; 7,36; 8,26.30; 9,9), una consegna di silenzio sulla sua identità messianica che sarà tolta solo dopo la sua morte (Cf. Mt 10,27). Per la Bibbia di Gerusalemme, poiché «il popolo si faceva una idea nazionalista e guerriera del Messia, molto diversa da quella che Gesù voleva incarnare, gli occorreva usare molta prudenza, almeno in terra d’Israele (cf. Mc 5,19), per evitare spiacevoli equivoci sulla sua missione (cfr. Gv 6,15; Mt 13,13)». Questa consegna del “segreto messianico” è presente sopra tutto nel Vangelo di Marco: non è una tesi artificiosamente inventata dagli evangelisti come alcuni hanno preteso; risponde invece a un atteggiamento storico di Gesù, benché gli evangelisti, e in modo particolare Marco, ne abbiano fatto un tema su cui amano insistere.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,38-44
 
 In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.
 
Parola del Signore.
 
Il racconto della guarigione della suocera di Simone nel Vangelo di Luca assume un significato che va al di là del puro fatto di cronaca. Il terzo evangelista, infatti, «sottolinea la forza [con il verbo minacciò la febbre, lo stesso usato per indicare la scacciata del demonio] e l’istantaneità [con l’espressione Alzatasi all’istante], oltre alla gravità della malattia [era afflitta da una grande febbre]: egli perciò la considera come un potente esorcismo di Gesù, sempre impegnato nella lotta non solo contro Satana, ma anche contro le conseguenze del peccato [in questo caso contro la malattia]» (Carlo Ghidelli, Luca). La lotta contro Satana è una idea forza che troviamo diffusamente nei Vangeli. San Giovanni, quasi a sintetizzare la missione di Gesù, afferma che Egli è «apparso per distruggere le opere del diavolo» (1Gv 3,8). Il racconto evangelico è attraversato da un crescendo di emozioni, di entusiasmo e di buoni sentimenti, almeno da parte della folla che non si stanca di ascoltare il Maestro e dei molti ammalati che assediano la casa dove Egli è ospite per ottenere la guarigione fisica. Si passa dalla entusiasta accoglienza nella sinagoga alla guarigione della suocera di Pietro; dalla guarigione di molti ammalati «affetti da varie malattie» alla liberazione di indemoniati e ossessi fino a raggiungere il culmine con il tentativo delle folle di trattenere Gesù “perché non andasse via”. Ma su questo entusiasmo arriva una risposta a dir poco sconcertante e inattesa: Egli deve andar via, deve mettersi in cammino, non può essere ostaggio di pochi: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato». Con questa nota sembra che Luca abbia intenzione di mettere in evidenza l’andare di Gesù di villaggio in villaggio. Egli è stato mandato per andare e dedicarsi alla salvezza dei Giudei e dei pagani: «per questo Egli è venuto». Egli è venuto a chiamare i peccatori (cfr. Mc 2,17), a cercare la pecora perduta (cfr. Lc 14,4-6) e a dare «la propria vita in riscatto per molti» (cfr. Mc 10,45). La vita di Gesù è una vita girovaga senza riposo e senza un tetto sotto il quale ripararsi (cfr. Mt 8,20), uno stile di vita che i discepoli devono saper imitare. Sul suo esempio, Egli vuole che i suoi discepoli siano decisi ad abbracciare questo stile di vita intessuto di povertà e di precarietà, pronti nell’abbandonare affetti, case e parentele varie per mettersi al suo seguito (cfr. Mt 8,21-22). Un distacco totale che contrassegna la sequela cristiana.
 
Malattia. Detlev Dormeyer / Anton Grabner: a) Secondo l’AT la malattia è mandata da Dio. Dapprima si crede che Dio la infligga come castigo personale (Is l,5s), ma negli scritti più tardi dell’AT si ricerca un’altra motivazione. Giobbe viene colpito dal Satana con la  malattia, ma col permesso di Dio (Gb 1). Poiché Giobbe ha condotto una vita retta, senza alcuna colpa, non si può non riconoscere che il malvagio può vivere sano e felice, mentre il giusto può venir colpito dalla  malattia. Perciò si evidenziano le ripercussioni sociali del peccato. Le azioni umane non danno e non tolgono nulla a Dio, colpiscono però il proprio simile; il peccato può causare una  malattia propria o quella di altri. Il fatto che la malattia visiti uno anziché l’altro, deriva dalla causalità intramondana, in ultima analisi, però, dall’imperscrutabile volontà di Dio. Come mezzi per guarire la malattia sono perciò indicati, nell’AT, opere di pietà, preghiera, digiuno, voti e sacrifici per implorare la pietà di Dio. Non si rinuncia, tuttavia, all’ausilio di metodi umani in vista della guarigione (Sir 38,1ss).
b) Anche nel AT domina la concezione veterotestamentaria che la malattia  provenga da Dio. Gesù però, come il Libro di Giobbe, rifiuta decisamente l’interpretazione degli scribi per cui la malattia  sarebbe il castigo per una colpa personale o famigliare. Al contrario, egli guarisce la malattia  con i suoi  prodigi, perché questo è un segno che con lui è iniziato il tempo escatologico: “I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella” (Mt 11,5). Con ciò si adempie la promessa del profeta (Is 35,5s e 61,1). Gesù è venuto per guarire l’uomo. Gesù suscita un mondo risanato, il regno di Dio. Malattia significa per il cristiano partecipazione alla croce di Cristo; la sofferenza di Cristo continua nei suoi (Col 1,24), finché la “nuova creazione” di Dio non sia compiuta.
 
Io sono il Signore che ti guarisco (Is 60,16): «Entrato nella casa di Pietro, il Signore e Salvatore nostro guarì col solo contatto della sua mano la suocera di lui ammalata gravemente, ed in questo prodigio mostrò di essere l’autore di ogni sanità, l’autore della medicina celeste, che nel passato aveva parlato a Mosè dicendo: “Io sono il Signore che ti guarisco” [Is 60,16]. Ma in questo, poiché donò la guarigione col contatto della mano, fu segno non di impotenza ma di grazia. In realtà, anche se precedentemente aveva guarito il paralitico soltanto con una parola, senz’altro facilmente avrebbe potuto anche ora fare scomparire le febbri con una parola, ma attraverso il contatto della sua mano mostrò il dono della sua benevolenza e si manifestò come colui del quale era stato scritto: “Per il contatto della sua mano presto ridona la sanità”, poiché capiamo che è stato adempiuto in questa stessa opera. Immediatamente, infine, per il contatto della mano del Signore, la febbre scomparve, la guarigione ritorna con la fede alla credente, egli che scruta i reni e il cuore [degli uomini] dona i benefici della sanità, e quelle cose di cui bisognava per il servizio altrui, e restituita alla salute precedente, cominciò in persona a servire il Signore. Per queste prodigiose azioni senza dubbio si approva chiaramente la divinità del Cristo.» (Cromazio di Aquileia, In Matth., Tract., 40,1-4).
 
Il Santo del Giorno - 3 Settembre 2025 - San Gregorio Magno: Nacque verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e alla morte del padre Gordiano, fu eletto, molto giovane, prefetto di Roma. Divenne poi monaco e abate del monastero di Sant’Andrea sul Celio. Eletto Papa, ricevette l’ordinazione episcopale il 3 settembre 590. Nonostante la malferma salute, esplicò una multiforme e intensa attività nel governo della Chiesa, nella sollecitudine caritativa, nell’azione missionaria. Autore e legislatore nel campo della liturgia e del canto sacro, elaborò un Sacramentario che porta il suo nome e costituisce il nucleo fondamentale del Messale Romano. Lasciò scritti di carattere pastorale, morale, omiletico e spirituale, che formarono intere generazioni cristiane specialmente nel Medio Evo. Morì il 12 marzo 604. (Avvenire)

O Signore, che ci nutri di Cristo, pane vivo,
nella festa di san Gregorio [Magno], formaci alla scuola di Cristo maestro,
perché conosciamo la tua verità e la viviamo nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore
perché conosciamo la tua verità e la viviamo nella carità fraterna.
Per Cristo nostro Signore
 
 2 Settembre 2025
 
Martedì XXII Settimana T. O.
 
1Ts 5,1-6.9-11; Salmo Responsoriale Dal Salmo 26 (27); Lc 4,31-37
 
Colletta
Dio onnipotente,
unica fonte di ogni dono perfetto,
infondi nei nostri cuori l’amore per il tuo nome,
accresci la nostra dedizione a te,
fa’ maturare ogni germe di bene
e custodiscilo con vigile cura.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
 
CEI «Rito degli Esorcismi» - LA VIGILANZA CRISTIANA 5. Il discepolo di Cristo, alla luce del Vangelo e dell’insegnamento della Chiesa, crede che il Maligno e i demoni esistono e agiscono nella storia personale e comunitaria degli uomini. Il Vangelo, infatti, descrive l’opera di Gesù come una lotta contro Satana (cf. Mc l, 23-28. 32-34. 39; 3, 22-30 e passim). Anche la vita dei suoi discepoli comporta una battaglia che «non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male» (Ef 6, 12).
6. Gesù Cristo ha vinto Satana e ha definitivamente spezzato il dominio dello spirito maligno (cf. Col 2, 15; Ef 1, 21; Ap 12, 7-12), egli è «il più forte» che ha vinto «il forte» (cf. Lc 11, 22). Con la potenza dello Spirito, santo e santificatore, continua incessantemente quest’ opera vittoriosa. In Lui vincitore anche noi abbiamo vinto. Per chi è radicato in Cristo la paura del demonio, quale stato d’animo che paralizza la vita e la rende cupa, non ha ragione di essere. La lotta contro il male impegna incessantemente il credente, ma ormai non può più costituire motivo di disperazione in quanto 6 condotta nella certezza che il male già è stato sconfitto e il suo potere è limitato. È necessario invece un atteggiamento di continua vigilanza, secondo il monito dell’apostolo Pietro: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede» (1 Pt 5, 8-9).
7. La vigilanza deve essere esercitata soprattutto nei confronti dell’azione ordinaria di Satana, con la quale egli continua a tentare gli uomini al male. Proprio la tentazione è il pericolo più grave e dannoso in quanto si oppone direttamente al disegno salvifico di Dio e all’edificazione del Regno. Satana riesce a impadronirsi davvero dell’ uomo in ciò che ha di più intimo e prezioso quando questi, con atto libero e personale, si mette in suo potere con il peccato. Per questo il credente vigila per non essere ingannato e prega ogni giorno con le parole suggerite da Gesù: «Padre, non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal Male» (Mt 6, 13). Invece i fenomeni diabolici straordinari della possessione, dell’ ossessione, della vessazione e dell’infestazione sono possibili, ma di fatto, a parere degli esperti, sono rari. Provocano certo grandi sofferenze, ma di per sé non allontanano da Dio e non hanno la gravità del peccato. Sarebbe quindi da stolti prestare tanta attenzione all’ eventuale presenza del Maligno in alcuni fenomeni insoliti e non preoccuparsi affatto della realtà quotidiana della tentazione e del peccato, in cui Satana, «omicida fin dal principio» e «padre della menzogna» (Gv 8, 44), è sicuramente all’opera.
 
I Lettura: Un’eucaristia deve sempre essere profetica - José Maria González-Ruiz: Paolo ricorda ancora il carattere imprevedibile del giorno del Signore e, a questo fine, ricorre a immagini che ci sono familiari da altri testi del NT (Mt 24,435s; Ap 3,3; 16,15). Nelle sue1 apparizioni all’uomo, Dio si comporta come un ladro. Èimprevedibile e non si lascia controllare da nessuna macchina propagandistica. La fede nella «parusia» relativizza l’atteggiamento del cristiano davanti a tutte le grandi realizzazioni storiche. Perciò, quando diranno: «pace e sicurezza, allora d’improvviso li colpirà la rovina». In una parola, i cristiani, anche se si rallegrano per le vittorie umane sulle molteplici alienazioni, non considereranno mai come definitiva nessuna fase storica, ma conserveranno sempre, di fronte a essa, un atteggiamento critico e di attesa. Il cristiano, per sé, è sempre un guastafeste in tutti i momenti culminanti dei grandi trionfi umani.
I cristiani adotteranno un atteggiamento critico, «perché non vivono nelle tenebre, ma sono figli della luce».
Nell’ambito d’una Chiesa, sarà sempre necessario lottare contro il pericolo del letargo, prodotto forse dalla monotonia di preghiere senza contenuto e troppo distaccate dalla realtà dell’ambiente. La preghiera del cristiano, come quella di Gesù, ha un occhio al Padre dei cieli e uno agli uomini che remano faticosamente nel mare procelloso della storia (cf Mc 6,47-48).
Questo stato di vigilanza non è solo d’ordine intellettuale, ma anche morale: «non dormiamo, ma restiamo svegli e siamo sobri».
Per sollecitare questa vigilanza contro il letargo, i cristiani devono essere costanti nel «rendimento di grazie» o celebrazione dell’eucaristia che, quindi, non dev’essere evasiva, ma tremendamente impegnata nella realtà  attuale. Per questo, Paolo esorta a «non spegnere lo Spirito e a non disprezzare le profezie». Le celebrazioni eucaristiche devono essere profetiche; altrimenti non corrispondono al disegno di Cristo. Solo così le comunità cristiane saranno fermento positivo nel corso della storia, orientandola verso la parusia del Signore.
 
Salmo Responsoriale: Agostino [C/17]: Il Signore è mia luce e mia salvezza; che cosa temerò? [Sal 27(26),1]. Egli mi illumina, vadano indietro le tenebre; egli mi salva, si allontani la debolezza; procedendo saldo nella luce, chi temerò? Perché Dio non dona una salvezza tale che possa essere inficiata da altri; oppure è tale Luce che possa essere oscurata da alcuno. Il Signore illumina, noi siamo illuminati; il Signore salva, noi siamo salvati. Se dunque Egli illumina e noi siamo illuminati, Egli salva e noi siamo salvati, al di fuori di Lui noi siamo tenebre e debolezza. Avendo dunque in Lui la speranza certa, incrollabile e vera, di chi avremo paura? Il Signore è la tua luce, il Signore è la tua salvezza. Incontrane uno più potente e temilo. Appartengo al più potente di tutti, all’Onnipotente, in modo tale che Egli mi illumina e mi salva, e non temo nessuno all’infuori di Lui stesso. Il Signore è il protettore della mia vita, di chi avrò paura? (v. lb).
 
Vangelo
Io so chi tu sei: il santo di Dio!
 
L’esorcismo è teso a strappare l’uomo dal dominio di Satana. Gesù esorcizza un uomo posseduto da uno spirito impuro con autorità e potenza, tanto da lasciare esterrefatti gli astanti. Lo spirito è detto impuro perché è scivolato fuori dalla santità di Dio, e tutto quello che è fuori da questa cornice è impuro. Il demonio sa che è impotente dinanzi a Gesù, tanto da gridare: Basta! Che vuoi da noi Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio! Quest’ultima affermazione non è una professione di fede, ma il santo di Dio è colui che Dio ha scelto per incaricarlo di una missione particolare. E il Figlio di Dio si è manifestato per distruggere le opere del diavolo (1Gv 3,8). Una lotta eterna tra l’impuro e il Puro. Chi partecipa all’esorcismo viene preso da timore, una reazione naturale, ma avrebbe dovuto fare un salto di qualità: carpire la presenza di Dio in quell’“uomo” che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri.
 
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,31-37
 
In quel tempo, Gesù scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità.
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: «Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».
Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male.
Tutti furono presi da timore e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?». E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Parola del Signore.
 
Gesù per liberare l’uomo posseduto da Satana non fa uso di preghiere o di complicati rituali: basta la sua Parola, forte e imperiosa, a mettere in fuga lo spirito immondo. La pronta e immediata liberazione dell’uomo, fa intendere che soltanto Gesù, con la sua potenza, può liberare l’uomo dalle forze malvagie che lo assediano minacciandolo da ogni parte. Distruggendo l’impero e le opere del diavolo (cfr. Mt 12,28; Lc 4,6; 10,17-19; Gv 12,31; 1Gv 3,8), Gesù inaugura il regno messianico restituendo all’uomo la sua totale integrità e la sua piena libertà, quella dello spirito e quella del corpo. È da evidenziare che l’opposizione di Satana «appare ogni volta più manifesta: è subdola e dissimulata nel deserto; aperta e violenta negli indemoniati; assoluta e radicale durante la passione, che è l’ora e l’impero delle tenebre [cfr. Lc 22,53]. Anche la vittoria di Gesù è ogni volta più luminosa, fino al trionfo totale della Risurrezione» (Bibbia di Navarra). Singolare poi l’uscita dello spirito immondo dall’uomo: lo fa «gettandolo a terra in mezzo alla gente». Quasi un moto di stizza e di rabbia. Vinto e umiliato il diavolo sfoga tutta la sua rabbia sull’uomo. Con i deboli si fa arrogante e temerario, con il Forte si fa vile, debole (cfr. Lc 11,21-22). Il potere di Gesù, con il quale comanda agli spiriti immondi, riempie di ammirazione e di timore coloro che lo ascoltano. Che così non possono non ammettere che sono uditori di «un insegnamento nuovo, dato con autorità». Un’ammissione esatta perché giustamente ricollegata «al miracolo, che ne è il segno dimostrativo. [L’insegnamento] è nuovo soprattutto riguardo al contenuto, in quanto annuncia un regno spirituale di Dio, ed è autoritario per il modo in cui viene impartito» (A. Sisti). La fama di Gesù si «diffondeva in ogni luogo della regione circostante», forse più per la sua autorità sugli spiriti immondi e per la sua potenza taumaturgica che per la sua dottrina. Di questi fraintendimenti i Vangeli sono pieni (cfr. Mt 16,6.12; Gv 6,26). Fraintendimenti che purtroppo soro arrivati fino ai giorni nostri!
 
Nella sinagoga c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro: Padre Royo Marin (Teologia della perfezione cristiana): La possessione diabolica è un fenomeno sorprendente in virtù del quale il demonio invade il corpo di un uomo vivo e ne muove gli organi secondo il suo arbitrio come se si trattasse di una cosa propria. Il demonio si introduce e risiede realmente nell’interno del corpo della sua vittima e in esso opera e parla. Coloro che soffrono questa invasione dispotica prendono il nome di possessi, indemoniati o energumeni. La possessione suppone e comporta due elementi essenziali: la presenza del demonio nel corpo della vittima; il suo impero dispotico su di esso.
Senza dubbio, non c’è un’informazione intrinseca (come l’anima è forma sostanziale del corpo), ma soltanto una penetrazione o presa di possesso del corpo. L’impero su di esso è dispotico, però non come principio intrinseco dei suoi atti o movimenti, ma soltanto per un dominio violento ed esterno alla sostanza dell’atto. Si potrebbe paragonare all’azione dell’autista che maneggia il volante dell’automobile e ne dirige l’energia del motore dove vuole. In ogni caso, la presenza intima del demonio rimane circoscritta al solo corpo. L’anima resta libera e se per l’invasione degli organi corporei l’esercizio della sua vita cosciente è sospeso, non ne resta invasa ella stessa. Solo Dio ha il potere di penetrare nella sua essenza con la sua virtù creatrice e di stabilirvi la sua dimora con l’unione speciale della grazia. Il fine perseguito dal demonio con le sue violenze è di perturbare l’anima e di trascinarla al peccato. Ma l’anima rimane sempre padrona di sé e, se si conserva fedele alla grazia, trova nella sua libera volontà un asilo inviolabile. Nella possessione possiamo distinguere due momenti: lo stato di crisi e lo stato di calma. I periodi di crisi si manifestano con esplosioni violente del male e la loro stessa violenza ne impediscono la continuità e la durata. È il momento nel quale il demonio si rivela apertamente con atti, parole, convulsioni, scatti di ira e di empietà, oscenità e bestemmie innominabili. Nella maggior parte dei casi, i pazienti perdono la nozione di quello che avviene in essi, come capita nei momenti acuti di certe malattie e di certi dolori; e rientrando in sé non conservano nessun ricordo di quello che hanno detto o fatto, o meglio di quello che il demonio ha detto o fatto per mezzo loro. Qualche volta avvertono la presenza dello spirito infernale all’inizio della crisi, quando comincia ad usare dispoticamente delle loro membra. In certi casi, tuttavia, lo spirito del possesso rimane libero e cosciente di sé durante il periodo in cui l’azione diabolica si fà più violenta ed assiste con trepidazione a questa dispotica usurpazione dei suoi organi da parte del male.
 
Taci! Esci da lui! - Per un approfondimento del racconto evangelico si può fare ricorso al Magistero della Chiesa.
L’uomo, incapace di superare efficacemente da sé gli assalti del male, è come se fosse incatenato (Cf. GS 13).
Questa estrema povertà è il frutto amaro del peccato originale, in conseguenza del quale «il diavolo ha acquisito un certo dominio sull’uomo, benché questi rimane libero. Il peccato originale comporta “la schiavitù sotto il dominio di colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo”» (Catechismo della Chiesa Cattolica 407).
Per cui ignorare che l’uomo «ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi» (ibidem).
Sempre per il Catechismo, le «conseguenze del peccato originale e di tutti i peccati personali degli uomini conferiscono al mondo nel suo insieme una condizione peccaminosa, che può essere definita con l’espressione di san Giovanni “il peccato del mondo” [Gv 1,29]. Con questa espressione viene anche significata l’influenza negativa esercitata sulle persone dalle situazioni comunitarie e dalle strutture sociali che sono frutto dei peccati degli uomini» (408). Ecco perché è necessario aprirsi a Cristo che con la sua morte e risurrezione ha liberato l’uomo dal potere di Satana, sottraendolo alla sua schiavitù: «Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita, e in lui Dio ci ha riconciliato con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’apostolo: il Figlio di Dio “ha amato me e ha sacrificato se stesso per me” [Gal 2,20]» (GS 22).
Una liberazione già in atto, ma che si farà piena soltanto quando il Cristo «consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza» (1Cor 15,24).
Ecco perché oggi «tutta  la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (GS 13). Così come tutta «intera la storia umana è pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno» (GS 37).
L’uomo inserito in questa battaglia «deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio» (GS 33).
Per stare saldi contro gli assalti del demonio si può fare ricorso all’autorità della Parola di Dio. Per esempio Ef 6,10-18, con dovizia di particolari, enumera le varie armi che compongono l’armatura spirituale necessaria a rintuzzare gli assalti di Satana. Ma potrebbe servire il monito di Friedrich Wilhelm Nietzsche rivolto all’uomo: «Diventa ciò che sei». E l’uomo non è un animale. L’uomo è immagine di Dio (Cf. Gen 1,27), trono della sua gloria, tempio della santa Trinità creato «per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e mediante questo salvare l’anima sua» (Ignazio di Loyola).
Chi ha il coraggio di essere uomo, e di vivere come tale, ha già vinto Satana!
 
Il peccato degli angeli: «Tra le angeliche virtù il primo angelo dell’ordine terrestre, cui era stata affidata la cura della terra, pur essendo buono per natura e causa di bene e creato senza nessuna impronta di malizia, non tollerando più lo splendore che aveva ricevuto per libera donazione del Creatore, da ciò che era in armonia con la sua natura, si rivolse a ciò che era contro la sua natura, e si oppose al suo Creatore; così per primo si allontanò dal bene e da buono divenne cattivo. Poiché il male non è altro se non la mancanza di un bene, come le tenebre non sono altro che la mancanza di luce. Il bene è una luce spirituale e il male è un buio spirituale. Lui ch’era stato fatto luce dal Creatore e buono - Dio “guardò tutte le cose che aveva fatto, ed erano molto buone” [Gen 1,31] - di sua spontanea volontà si fece tenebre. Con lui si ribellò tutta la moltitudine innumerevole di angeli ch’era sotto di lui. Pur essendo, dunque, della stessa natura di tutti gli altri angeli, per propria scelta, divennero cattivi e di loro spontanea volontà si piegarono al male.» (Giovanni Damasceno, De fide orthod., 2,4).
 
Il santo del giorno - 2 Settembre 2025 - Beato Alessandro Carlo Lanfant, Sacerdote e Martire: Anne-Alexandre-Charles-Marie Lanfant (Alessandro Carlo Lanfant) nacque a Lione il 9 settembre 1726 da famiglia borghese e, a quindici anni, entrò nella Compagnia di Gesù ad Avignone. Dedicatosi all’insegnamento, professò i voti religiosi nel 1760. Dal 1° settembre 1768, in seguito alla soppressione dei Gesuiti in Lorena, per qualche tempo fu predicatore dell’imperatrice Maria Teresa a Vienna; poi si stabilì a Parigi. Rinomato oratore, grande devoto del Sacro Cuore, Lanfant ricevette il titolo di predicatore del re Luigi XVI. Erano tempi difficili per il cattolicesimo francese, la Rivoluzione era alle porte, pronta a eliminare i fedeli del Papa. Il Lanfant si rifiutò di prestare giuramento sulla Costituzione civile e fu accusato di aver aiutato il sovrano ad assolvere il precetto pasquale. Alla fine dell’agosto 1792 fu arrestato e finì vittima dei massacri del 2 settembre 1792 presso l’abbazia Saint-Germain-des-Prés a Parigi insieme a molti altri religiosi. Fu beatificato da Pio XI il 17 ottobre 1926. (Avvenire) 
 
O Signore, che ci hai saziati con il pane del cielo,
fa’ che questo nutrimento del tuo amore
rafforzi i nostri cuori
e ci spinga a servirti nei nostri fratelli.
Per Cristo nostro Signore.